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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO

Facoltà di Lettere e Filosofia Corso di laurea in Lettere Moderne

Tesi di laurea

Storia di Fileno Un alter ego mariniano tra le «Rime marittime» e l’«Adone»

Relatore Chiar.ma Prof.ssa Luisella Giachino

Laureando Daniele Bersano

ANNO ACCADEMICO

2010 - 2011

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Indice

Premessa La poesia in volgare di ambito pescatorio e marittimo prima del Marino Le Rime marittime e Fileno Fileno nel canto IX dell’Adone Bibliografia essenziale

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I secentisti fecero un gran bene alla letteratura italiana che minacciava di sfasciarsi per iterazione e convenzionalismo. CARLO DOSSI, Note azzurre, n. 721

Intento delle pagine che seguono è analizzare l’evoluzione del nom de plume ‘Fileno’ intercorsa tra le giovanili Rime marittime (1602) e quel maturo «poème de paix» che è l’Adone (1623). Tra le due opere si è infatti passati da una considerazione strettamente letteraria del nome, per la quale Fileno non è che uno dei tanti amanti disperati che affollano le molteplici raccolte poetiche dell’epoca -e valgano a dimostrarlo i numerosi riferimenti testuali agli autori analizzati all’interno del primo capitolo- ad una sua marcata tipizzazione autobiografica capace di avvicinare in grado maggiore l’alter ego del Marino alla sensibilità del lettore moderno, qui proficuamente impegnato in quel gioco dello who is who che in altri contesti arriverebbe a compromettere gli inscindibili atti della ricerca e della critica letteraria.

Oltre alla Prof.ssa Luisella Giachino desidero ringraziare il Prof. Alessandro Martini, del quale ho avuto modo di frequentare un proficuo seminario friburghese sul Marino, e Luciana Pedroia, direttrice della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, per la sua disponibilità anche fuori dell’orario di apertura.

Torino, Giugno 2011

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La poesia in volgare di ambito pescatorio e marittimo prima del Marino

Nel sonetto proemiale alle Rime marittime Fileno-Marino invoca il «possente dio» Nettuno affinché gli conceda di adoperare quella «nobil cetra» le cui corde erano già state pizzicate da Arione e dal «gran Sincero» Jacopo Sannazaro. Arretrando la nascita della poesia di ambientazione marittima in un mitico passato tramite la vicenda leggendaria del citaredo di Mitemna1 e facendo poi riferimento alle latine Eclogae piscatoriae dell’autore dell’Arcadia, Marino non fa che dare al genere di cui ora si farà prosecutore un retroterra classico, in tal modo nobilitandolo e legandosi a coloro che erano considerati i suoi più grandi interpreti. Nella finzione poetica i suoi predecessori in volgare vengono così relegati al rango di «pescatori» e «nocchieri» non degni di maneggiare il «dolce plettro», con la precisa volontà di celare la stretta dipendenza intertestuale che il Napoletano ebbe da questi. Sarà perciò utile, prima di soffermarsi sui componimenti mariniani, passare in rassegna i principali autori volgari di pescatorie e marittime2. Dopo Sannazaro, che «alle Camene / lasciar fa i monti, ed abitar le arene» 3, BERNARDO TASSO (1493-1569) pubblicò nel 1534 a Venezia il secondo libro De gli Amori, nel quale è inclusa l’«egloga piscatoria» dal marcato tratto elegiaco Là dove i bianchi piè

1 Cfr. ERODOTO, Hist. I, 24 e OVIDIO, Fasti II, 115-16, ove è presente l’immagine che avrebbe ispirato la

formula mariniana «l’onde affrenò»: «Ille, sedens citharamque tenens, pretiumque vehendi / cantat et aequoreas carmine mulcet aquas». 2 Utilizzando le parole di F. S. QUADRIO si può dire che la poesia pescatoria non è molto diversa da quella pastorale, «salvo che, siccome in questa s’introducono pastorelle e pastori e ragionare di cose attinenti a pascoli, ad ovili (...) così in quella s’introducono pescatori e pescatrici a ragionare co’ termini dell’arte loro». La poesia marittima si distanzia invece da quest’ultima «in due cose. La prima è, che dove nella pescatoria si ricerca nelle persone imitate una piena e abbondante scienza del pescare e de’ pesci; questa nella poesia marittima non è necessaria. La seconda è, che dove per la poesia pescatoria basta una scienza particolare di quel solo, o fiume, o seno, o golfo, dove si pesca (...); per la poesia marittima si ricerca nelle persone imitate una scienza universale della navigazione e di tutto ciò che alla medesima s’appartiene» (Della storia e della ragione d’ogni poesia, Bologna, Pisarri, 1739-52, 4 voll., I, pp. 617-18).
3 L. ARIOSTO, Orlando furioso XLVI, 17, 7-8.

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lava il Tirreno4. Il componimento, l’ultimo di una serie di egloghe dedicate a Vittoria Colonna marchesa di Pescara, fu composto in occasione della morte del marito Francesco Ferdinando d’Avalo in probabile5 competizione con BERARDINO ROTA (150974). Quest’ultimo è autore, oltre che di 33 componimenti in volgare di vario metro e di un canzoniere la cui princeps è del 1560, di 14 Egloghe pescatorie per la stesura delle quali il modello fu il Sannazaro arcadico, come si desume dalla volontà riportata nella lettera dedicatoria per mano di Scipione Ammirato di «aggiugnere la prosa a queste egloghe», in modo da «ordirla e tesserla»; il progetto non andò a buon termine a causa delle «molte e varie occupazioni» dell’autore6. Nell’egloga I il poeta, invocando le muse di Mergellina, chiede che gli vengano mostrate le orme di Licone-Sannazaro affinché possa seguirle: il Rota si propone dunque come successore del Sannazaro, allo stesso modo con cui opererà G. B. Marino. Le egloghe seguono diverse tematiche tradizionali: lamenti per gelosia (XII), per l’assenza (I, IV, VIII) o l’abbandono (II) della donna, scherzi (III) e indovinelli (X) tra pescatori, uso della magia per sottrarsi all’amore (V), narrazione di miti e metamorfosi (VI, VII, XI), episodi encomiastici (in IX è celebrato il giorno di nascita di NiceVittoria Colonna, con una lunga serie di adynata che coinvolgono l’ambiente marino). Peculiari risultano le ultime due egloghe: in Pocilla (XIII), come spiega l’argomento, «il signor Berardino (...) essendogli morta la sua dolcissima et onoratissima moglie (...) sotto il nome di Berino piange Pocilla» meditando negli ultimi versi il suicidio con formule convenzionali7; nella conclusiva Eco (XIV) avviene invece la redenzione di

4 De gli Amori di Bernardo Tasso, Venezia, Sabio, 1534; si è utilizzata l’ediz. a cura di D. Chiodo e V. Martignone in B. TASSO, Rime, Torino, Res, 1995, 2 voll., I, pp. 283-87. 5 Secondo l’ipotesi di F. PINTOR, Delle liriche di Bernardo Tasso, Pisa, Nistri, 1899, p. 114. 6 I 33 componimenti sono raccolti nell’antologia curata da L. DOLCE, Rime di diversi illustri signori

7 I versi 227-28 («O vita, vita no, ma polve e fango, / ecco a morte i’ mi dono, a te mi toglio») richiamano, come sottolineato da S. Bianchi (ivi, p. 299), per il primo verso l’incipit del son. di J. SANNAZARO O vita, vita non, ma vivo affanno, per il secondo G. DELLA CASA, son. Io, che l’età solea vivere nel fango, 6, «a te [Dio] mi dono, ad ogni altro mi toglio».

napoletani, Venezia, Giolito, 1552, mentre il canzoniere si intitola Sonetti et canzoni del S. Berardino Rota, Napoli, Scotto, 1560. Per le egloghe cfr. Egloghe pescatorie del Sig. Berardino Rota, Napoli, Scotto, 1560, ma si veda ora B. ROTA, Egloghe pescatorie, a cura di S. Bianchi, Roma, Carocci, 2005, con testo basato sull’edizione del 1572 (Napoli, Cacchi), da cui si è citato (p. 76). Sull’opera cfr. anche D. CHIODO, Le «Pescatorie» del Rota tra egloga e idillio, in «Critica letteraria», XXI (1993), 2, pp. 211-24.

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Licida-Rota, che converte l’amore passionale8 in amore verso Dio, che «da la rete al cielo / chiamò i pescator»9. Seguendo dunque il modello dei Rerum vulgarium fragmenta Rota ha spostato il proprio interesse verso il «saldo scudo de l’afflicte genti / contra colpi di Morte et di Fortuna, / sotto ’l qual si triumpha» 10, con una inaspettata traslazione dei piani profano e sacro che verrà dal Marino mantenuta ma rivolta a ben altre divinità11. Sempre in area napoletana operò LUIGI TANSILLO (1510-68), autore di un vasto canzoniere contenente tre canzoni pescatorie12 tra loro strettamente collegate, oltre che da richiami intertestuali13, dalla sequenzialità narrativa: come illustrato dall’argomento della prima canzone (lo stesso per l’intera sezione), il pescatore Albano «canta a pié del monte di Lipari il suo sfortunato amore per Galatea»14. La tradizionale donna-pietra si fa nel Tansillo «più salda che scoglio» e «più crudel che tutto il mare», in grado di provocare adynata come «’nfiammare l’onde e ’nfiorare i colli [rocce]»15. Galatea ha «sul cor sì dure scaglie» che la rendono impenetrabile non solo a «saetta d’amor» ma perfino «di pietate» 16. Le «querele» di Albano si perdono nel

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RVF 366, 17-9 (rivolto alla Vergine). «Forse con miglior sorte ir con Caronte / spero (se giusta legge è ne l’Inferno) / l’onde a solcar di Stige e d’Acheronte», Rime marittime, Fuggiam, legno infelice, ecco Aquilone (50), 12-4. 12 L. TANSILLO, Il canzoniere edito ed inedito secondo una copia dell’autografo ed altri manoscritti e stampe, a cura di E. Pèrcopo, Napoli, Tip. degli Artigianelli, 1926 (rist. anastatica a cura di T. R. Toscano, Napoli, Liguori, 1996), 2 voll., I, pp. 203-24. 13 Nelle prime due canzoni, L’ire del mar, che tempestoso sona (XIII) e Qual tempo avrò giamai che non sia breve

«Giovenil desio» come in Rerum vulgarium fragmenta (d’ora in poi RVF) 360, 66. Cfr. RVF 4, 7-8: «[Dio] tolse Giovanni da la rete et Piero, / et nel regno del ciel fece lor parte».

14 Sotto il nome di Albano si cela don Garzia di Toledo, figlio del viceré don Pedro, al cui servizio il Tansillo entrò nel 1536. Galatea è invece Antonia di Cardona contessa di Colisano, che preferì unirsi in nozze al più titolato Antonio d’Aragona duca di Montalto. Cfr. la nota di E. Pèrcopo in L. TANSILLO, Il canzoniere edito ed inedito, cit., pp. 203-04. 15 XIII, 22. 16 XIV, 10-2.

(XIV) sono ravvisabili 3 versi («odimi, o re dei venti, / e fa, mentre d’altrui teco mi doglio, / ch’abbian queste onde tregua e questo scoglio») iterati più volte (37-9, 76-8, 115-17 in XIII; 37-9, 89-91 in XIV). La volontà di legare tra loro le canzoni è inoltre messa in evidenza dai primi due congedi che, diretti alla canzone in corso, chiamano in causa la successiva: «Tu, canzon, nel cominciar sei stanca. / Or, poiché a pianger tempo non ne manca, / (...) / escan da mezzo ’l cor l’altre compagne» (XIII, 121-24); «Quanto più lagrimando, / canzon, la doglia sfogo, / tanto di lagrimar più mi fo vago; / ond’io con le due sole non m’appago. / Da quel medesmo luogo, / ond’usciron le due, la terza or esca, / e, pur che ’l dolor scemi, il pianto cresca» (XIV, 118-24).

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vuoto «a le sorde onde et a le mute arene» 17, ma anche se l’amata fosse in ascolto la situazione non muterebbe: «oda o non oda le mie gravi pene, / effetto egual ne viene»18. Il monologo del pescatore assume perciò i tipici toni risentiti dell’amante non ricambiato, che hanno il loro culmine nell’invocazione al re dei venti Eolo affinché «abbian queste onde tregua e questo scoglio»; sentenza spiegata solo nella seconda canzone dal fatto che da Galatea «queste parole un dì segnate furo: / “Allor che Galatea non avrà caro, / via più che gli occhi, Albano, / liquido questo monte, e ’l mar fia duro!”»19. Il non mantenimento della parola rende possibile agli occhi dell’amante l’evento prospettato dall’adynaton, peraltro scritto «sovra l’umida arena» in maniera da indicare l’inevitabile caducità di quelle parole subordinate agli agenti atmosferici. Nella canzone finale Tu che, da me lontana, ora gradita (XV) Albano si interroga sui motivi dell’abbandono della donna: «Forse mi lasci, perché tutta io fondo / sul mar la vita, dove / tanto fortuna opra sue leggi ingiuste? / (...) / O spregi queste carni aspre e robuste, / dalle fatiche aduste?»20. Ma anche Proteo, divinità marina, «guarda e regge, / sudando per gli scogli, il marin gregge»; Glauco stesso, «ch’or siede a mensa / coi dii (...) trasse al lido le scagliose prede»21. Il mestiere di pescatore viene coi riferimenti mitologici nobilitato: Albano non è peraltro un «vil pescator» dalla «umil canna», ma «segue col tridente» (oggetto nell’iconografia tradizionalmente simbolo del potere sull’elemento acquoreo22) «e foche ed orche», simboleggianti i Turchi ed i corsari che mediante scorrerie venivano a «depredar le nostre rive». Dopo un elenco di doni («reti a bei lavor», «ami dorati», «arbuscei di bei coralli», «pesci ch’eran scelti», «augei») che la donna non può che aver dimenticato23 l’amante prima apostrofa Circe, affinché lo trasformi in bestia in maniera da «cangiare le membra» e al tempo stesso «le voglie», poi chiede a Glauco che gli venga mostrato il lido «ove quell’erba nasce» che volse il

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XIII, 29. Ivi, 32-3. XIV, 16-9. XV, 14-6, 19-20. Ivi, 22-3, 24-6. Cfr. ad esempio il Ritratto di Andrea Doria in veste di Nettuno di A. Bronzino, datato al decennio 1540-50 e oggi conservato presso la Pinacoteca di Brera. 23 «Come t’uscir di mente / i doni, che sì spesso / da queste mani, e così rari, avevi?», 46-8 (l’elenco degli oggetti citati si trova ai versi 53-65).

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pescatore «in pesce». Non ottenuta risposta ricorda la profezia di Proteo sull’infausto incontro di una «nova fiera (...) più rea di Scilla e di Cariddi» da cui non si sarebbe riuscito a sottrarre, che assume immediatamente le fattezze dell’amata. Ma all’improvviso «un tuono introna l’aria» interrompendo il pianto: «destossi Albano, e attonito si tacque»24. La forza prorompente dell’elemento naturale ha la meglio sui vani piagnucolii dell’amante disperato. In Piemonte, a Casale Monferrato, fu invece attorno al 1540 fondata l’Accademia degli Argonauti25, che nel 1547 diede alle stampe una raccolta di Dialogi maritimi26; oltre ad alcuni dialoghi di G. I. Bottazzo, alle egloghe Hydromantia maritima di G. F. Arrivabene e Maritima sciolta di F. Bagno vi sono compresi 56 sonetti di NICOLÒ FRANCO (1515-70) riuniti sotto il titolo di Rime maritime27, per i quali probabilmente per la prima volta si introduceva il tema nella più tradizionale struttura metrica volgare. Nel sonetto proemiale Queta, o bell’Adria, ogni turbato aspetto (I) Cloanto-Franco invoca la ninfa Adria di quietare il «gran mar» Adriatico e di «sgombrare ogni vento» affinché, ottenuto silenzio, l’amata Galatea non possa non ascoltare il «duol (...) aspro infinito» delle sue preghiere d’amore. I «duo be’ lumi» della donna vengono seguiti alla stregua di un «porto sicuro», ma causano ben presto «doppia tempesta» 28. Cloanto è assuefatto dalla bellezza di Galatea, tanto che nessun’«aura soave», né le canzoni di «famosi nochier», né la visione delle Nereidi Teti, Melite e Agave può «addolcire» il suo cuore prima che egli veda «il suo splendore» (Né per placido mar aura soave, IV); la stessa dea Venere, che appare in visione a «mille nochier» Lungo le salse rive di Citera (VI), è assimilata dal navigante alla donna amata29.

24 Ivi, 111. 25 Sulla quale cfr. F. S. QUADRIO, Della storia e della ragione d’ogni poesia, cit., I, p. 62 e M. MAYLENDER, Storia delle accademie d’Italia, Bologna, Cappelli, 1926-30 (rist. anastatica Bologna, Forni, 1976), 5 voll., I, pp. 332-33. 26 Dialogi maritimi di M. Gioan Iacopo Bottazzo et alcune rime maritime di M. Nicolò Franco et altri diversi spiriti dell’Accademia de gli Argonauti, Mantova, Ruffinelli, 1547. 27 Ivi, pp. 128-42. Nelle citazioni si è proceduto, oltre che alla numerazione dei sonetti, ad un minimo ammodernamento della grafia e della punteggiatura. 28 «E mentre a duo be’ lumi alzo la testa, / credo trovar (ohimè) porto sicuro, / là dove trovo al fin 29 «-Et io- disse Cloanto -o bella dea / però con gli altri mi t’inchino ancora, / perch’al vederti, i’ veggio Galatea», 12-4.

doppia tempesta», Qua, dove del mio mal scrivo e favello (III), 12-4.

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Dopo un sonetto (Del mio Sebeto le dolcissime acque, X) che riepiloga con modalità tipicamente dantesca le località nelle quali soggiornò il Franco sulla base delle acque che le bagnano30, e un’apostrofe ai fiumi francesi Rodano e Senna 31 (Deh, perché l’onde tue varcar m’è tolto, XI), il poeta paragona in Mentre del tempo rio poco mi fido (XIII) la propria vicenda a quella di Leandro, il «giovane d’Abido» travolto da una tempesta nel recarsi verso l’amata Ero32, con la richiesta rivolta alle onde di risparmiarlo almeno durante il viaggio d’andata33. In un dittico d’ambientazione notturna viene prima (Leva su gli occhi, Oronte, a la sorella, XIV) evidenziata la futilità del contare le stelle del cielo, così numerose che ogni amante può vedervi la sua donna34, poi (O de la notte guida et ornamento, XV) apostrofata la luna sulla possibilità che i due amanti stiano contemporaneamente ammirando il suo «puro argento» in maniera che i loro pensieri possano essere almeno per un istante «conformi»35. In Deh, qual oggi è tra voi, saggi nochieri (XVI) avviene però una repentina scissione del fino a quel momento unitario sentimento amoroso, che si divide ora in maniera eguale tra Galatea e la “nuova fiamma” Cidippe36. Ad un sonetto (S’i’ non t’amo, o Cidippe, irato il mare, XVII) rivolto a Cidippe e ripartito tra l’irreale ipotesi che Cloanto non la ami e il più probabile contrario37, seguono due componimenti (Sovr’i più eccelsi scogli, onde più lice,

30 «Per involarmi alle speranze salse / m’attenni al lito in cui Fetonte giacque. / Indi, varcando poi l’Adige, i’ vidi / l’Adda, l’Ambro, il Tesin, il Varo e assai / fiumi ch’han seggio ne’ vicini lidi», 7-11, ove è evidente il ricordo di Par. VI, 58-60. 31 Nel 1539 il poeta lasciò Padova col progetto di riparare in Francia alla corte di Francesco I, ma di

32 Cfr. OVIDIO, Heroides XVIII e XIX. 33 «Deh siatemi tranquille, onde, a l’andare, / siatemi infin che giunga al tesor mio: / poscia al partir da lui m’affondi il mare», 12-4. 34 «Tante n’ha seco la notturna dea / ch’ad un tempo possiam, benché lontane, / tu [Oronte] Melite veder, io Galatea», 12-4. 35 «Et forse, or ch’ambi in te guardiamo a paro, / anch’ella pel desio ch’a ciò m’adduce / pensa e parla di me, com’io di lei. / Luna, s’egli è mai ver, molto m’è caro / ch’almen co’ mezzo di sì bella luce / conformi sieno i suoi pensieri e i miei», 9-14. 36 È a questo proposito interessante notare, al fine di accentuare la duplicità di fondo, la presenza degli aggettivi numerali («due fortune», 3; «seconda stella», 9; «primo ardore», 10), il verbo iterativo «raddoppiar» (11) e le bimembrazioni «or questa, or quella» (12), «quand’al lume lontan, quand’al vicino» (14). 37 «S’i’ non t’amo, o Cidippe, irato il mare / contro la nave mia via più si mostri, / onde con venti e con fortuna i’ giostri, / né mi vaglia ragion né arte usare. / (...) / Ma s’i’ t’amo, Cidippe, o ’l lasso legno / torni al bel lito donde dipartillo / Fortuna ne l’aver mia pace a sdegno, / o ’n questo mar che dai miei occhi stillo / trovi

passaggio a Casale Monferrato finì per rimanervi fino al 1546: cfr. la voce Nicolò Franco a cura di F. PIGNATTI in Dizionario biografico degli italiani (d’ora in poi DBI), Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1960-segg., L (1998), pp. 202-06.

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XVIII; Parmi per l’onde udir vaghe Sirene, XIX) di esortazione a sfruttare il tempo favorevole alla navigazione38 e a non ascoltare le «piene voci di mago suon» delle Sirene, in maniera da emulare l’ulissiaca «altra via»39. Dopo i sonetti Fermi sospiri miei, voi ch’Euro e Noto (XXII) e Ahi bella Galatea, come tu m’hai (XXIII), giocati sull’antitesi lontano-vicino 40, si ricorda alla donna-scoglio il precetto cortese per il quale il non ricambiare i sentimenti del proprio amante «disconviensi a cor gentile» (O superba e crudel, che per tuo stile, XXV): illustri navigatori (Enea, Ulisse) giunsero a lidi in cui alcune donne (Didone, Nausicaa) ebbero pietà di loro, ma questo non è il caso di Cloanto, che in Da l’onda combattuto empia rapace (XXVI) vede «morta (...) in Cidippe ogni pietate». Dopo alcuni sonetti d’invocazione agli dèi marini Nettuno (Se sol da te, Nettun, mercede impetra, XXVIII), Borea (Per le catene che nel petto avvolte, XXX), Aurora (Deh, se madre de’ venti, o bella Aurora, XXXI) e Tritone (Che fai chiaro Triton, ch’a tanti voti, XXXII) un trittico encomiastico41 dedicato al «vero figliuol di Giove, HERCOLE» con excusatio sulle mancanti capacità marinaresche del poeta 42 rende partecipi della necessità di celebrare un non meglio identificato potente dell’epoca. In Vinto dal sonno il misero Cloanto (XXXVII) è descritto invece un incubo notturno del navigante, che vede l’amata Galatea insidiata da «altro nochier», mentre in Esaco aventuroso che nel mare (XXXVIII) è richiamata la metamorfosi di Esaco in smergo, uccello marino «ch’or sovra un sasso assiso, / et or sott’acqua, or suol alto volare»: l’amante vorrebbe trovarsi nella stessa condizione, in maniera da potersi alzare in volo dal «desio profondo» d’amore nel quale è ora «sommerso al fondo»43.

tosto per voi lucente segno / senza più navigar porto tranquillo», 1-4, 9-14. 38 «Seguite fidi miei, seguite intenti / il bel viaggio, allor che non appare / nubilo giorno o fatigosi venti. / Non v’indugiate su per l’onde chiare / nel gir al porto che ne fa contenti, / ché cangia vista in picciol tempo il mare», XVIII, 9-14. 39 «Ove, se vincerem la voglia ria / con chi solo la vinse in questo mare, / andrem compagni ancor per l’altra via», XIX, 12-4. 40 A Galatea «non giovarieno i miei sospir lontani, / se non giuvar le lagrime presenti» (XXII, 13-4), mentre Cidippe, «sembiante stella», fa scorgere il «tuo [di Galatea] lontano lume» (XXIII, 13-4). 41 Vero figliuol di Giove, HERCOLE (XXXIV), Finché il giro fatal non compie l’ora (XXXV), O de’ sacri nochier lume e tesoro (XXXVI). 42 «Com’ad ogni or vorrei per farvi onore / temon, ancore, vele e remi oprare: / ma al fin non posso più che darvi il core» (XXXVI, 9-11). 43 Sulla vicenda mitologica cfr. OVIDIO, Metamorfosi XI, 749-95. La volontà di emulare il volo dello smergo deriva probabilmente dal rovesciamento di un passo del Rota, ove era il volatile ad imitare l’amante, questa volta nel

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Il sonetto Questi ricchi coralli, o Galatea (XL) è dedicato al tema del dono di oggetti preziosi alla donna amata, qui gemme e «ricchi coralli (...) tolti dal fondo ai più lontani mari»; l’amante desidera così mostrare che pur nella lontananza mai ha dimenticato i «lumi» e la «beltà» di Galatea, che gli hanno anzi fatto da guida «per diversi liti». La narrazione dell’amore non ricambiato del «nochier» Telone per la Nereide Teti (Ignudo e scalzo e per notar già presto, XLI e Or che mille nochier per l’onda chiara, XLII) è occasione per Cloanto, in Di tutti i mari omai tutte le sponde (XLIII), di prendere «pace e conforto» e riconoscere di non essere il solo cui la fortuna è avversa 44. Dopo la visione della «faccia sua squallida e trista» riflessa nelle «chiar’acque del mare», sono presentate dall’amante le prove fisiche dell’amore verso la donna: oltre i lineamenti del volto, i componimenti poetici fin qui prodotti45. In Ben puoi creder omai stanco temone (XLV) l’imminenza di una «tempesta oscura», preceduta dal «fresco Aquilone» e dalla vista dei «curvi dorsi / dei pesci che portar salvo Arione», spaventa tutti i marinai eccetto Cloanto, che in Per ubbidir ai messi di Giunone (XLVI) accusa la sorte di avergli sottratto ogni bene 46. La tempesta sembra improvvisamente far spazio in O di che bel sereno se n’andava (XLVII) al «bel sereno», ma l’illusione è solo momentanea: senza Cidippe le «tenebre» e l’«orrore» sono permanenti, determinando una perspicua diffrazione tra tempo atmosferico e condizione interiore. Il successivo toccar terra sulla spiaggia in cui vide Cidippe è motivo in In questo lito ahi lasso, in questa amena (XLVIII) per Cloanto di ricordare alla maniera petrarchesca 47, tramite l’insistenza su determinativi («in questo lito, (...) in questa amena / piaggia», 1-2) e deittici («qui le sante / luci», 2-3; «qui la sola fra noi sacra sirena», 5; «qui fermò le vaghe piante», 7), il rapporto instauratosi tra la donna e il luogo fisico sul quale si trovò in

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canto: «E posto il volo e se stesso in oblio, / fermo su l’ali or questo mergo or quello / ad ascoltarlo stette, e le sue note / insieme accompagnò cantando a gara», B. ROTA, Egloghe pescatorie, cit., egl. II, 133-36. Lo stesso uccello sarà presente nel sonetto E tu pur (lasso) incontr’a me congiuri (18) delle Rime marittime, dove verrà accusato dal Marino di turbare il sonno dell’amante. «Prendi dunque di ciò pace e conforto, / miser Cloanto, e al cor ti sia men grave / vederti in questo mar preciso il porto. / Ecco ad altri nochier con par’orgoglio / Fortuna aversa, e pur con la tua nave / ecco l’altrui già rotta ad uno scoglio», 9-14. «Et poi che a sì rio fin m’ha gionto amore, / mostrin le carte ogni or, e scovra il volto / che non è finto il foco del mio core», Ne le chiar’acque del tranquillo mare (XLIV), 12-4. «Che vuoi tu più da me, se già m’hai tolto, / Fortuna, ogni mio ben? Da ora inanzi / abbiti ignuda pur questa mia barca», 12-4. Cfr. RVF 112, 5-14; 125, 66-74; 126, 1-11; 243, 1-8.

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passato, che ora ha perso quell’aura che lo caratterizzava quando il «lume» era presente. Cloanto torna poi nuovamente in mare invocando la nave di andare alla deriva 48 alla ricerca delle acque più insidiose (Averno, Scilla, «orribil onde di Malea»), purché Cidippe e Galatea conoscano fino a dove la loro ritrosia ha spinto l’amante. Un nuovo sogno coglie Cloanto in Come bella dal ciel quaggiù discese (L): Cidippe giunge a consolarlo delle «tante lagrime e doglie vaneggiando spese» (3-4), ma l’illusione si palesa col risveglio trasformando la gioia del sonno nel dolore della dura realtà49. Nel non veder terra il pescatore giunge poi ad invocare Glauco affinché il mare lo sommerga50, ma è nel momento in cui sta sacrificando un agnello bianco agli Zefiri e uno nero a Fortuna51, manifestandosi perciò classicamente per pius, che avviene la visione di un «nuovo illustre raggio, / lucido segno di vedere il porto» (13-4). Il toccar terra è accompagnato da alcune lodi «alte infinite» a Nettuno, dall’offerta di «arabi incensi» agli altari di Glauco e Anfitrite (Cantiam amico Anceo, che ben conviensi, LIII, 2-8), dalla consacrazione di due «divoti altari» e dalla presentazione di ex voto52 e dei panni di cui Cloanto era vestito, al fine di ricordare ai naviganti che hanno «poco la mente (...) a Dio rivolta» (14) di onorare le divinità protettrici della navigazione. La raccolta si conclude in Ecco ch’accorto del mio strazio indegno (LVI) con il rendersi conto da parte dell’amante di quel «van desio» che molte volte ha spinto a muoversi per mare il «travagliato legno»: la possibilità di viaggiare alla ricerca della propria amata non è preclusa agli altri «nochier» («Solchi dunque Nettun chi vuole», 9), ma questo non potrà che provocare pene e tormenti. Dopo la redenzione la donna è ormai una «vana e falsa imagine», e non resta che proteggersi da questa tramite i «terreni numi» Ferrando-Oceano, Isabella-Teti, sotto i quali si celano il viceré di Sicilia Ferrante Gonzaga e sua moglie Isabella di Capua53.

48 «Vattene, nave mia senza governo, / rompi il temon, e dove orrido verno / più fa Eolo in mar, te stessa mena», Poi che non speri più luce serena (XLIX), 2-4. 49 «Gioia al dormir Cloanto, e doglia fiera / ebbe al destarsi», 9-10. 50 «Perché ’l fin sia corto / cuoprami o Glauco de’ tuo’ regni il seno», Mentre nel navigar consumo ogni opra (LI), 134. 51 «Quest’agna bianca, o voi Zefiri, e questa / nera, o Fortuna, a vostri onor vedete / cader dal ferro mio, qua dove avete / stanca in lungo gridar l’anima mesta», Perch’agli scogli di sì ria tempesta (LII), 5-8. 52 «La sacra carta, in cui dipinta appare / l’ultima mia fortuna, e la figura / del già rotto temon, ch’in bianca e pura / cera consacro al tuo divin altare», La sacra carta, in cui dipinta appare (LV), 1-4. 53 Alla principessa di Molfetta il Franco aveva già dedicato la raccolta di epigrammi latini Hisabella, pubblicata a

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Risale al 1582 la prima edizione della «favola pescatoria» di ANTONIO ONGARO (1560-93) Alceo54. Strutturata in 5 atti con la presenza del coro al termine di ognuno di essi (ad esclusione dell’ultimo, in cui è inserito nella seconda scena) e preceduta da una lettera dedicatoria ai mecenati romani Girolamo e Michele Ruis, cui seguono alcuni componimenti in onore dell’autore composti da vari letterati, la favola narra l’innamoramento non ricambiato del giovane pescatore Alceo per Eurilla. Soltanto il tentato suicidio del protagonista farà ravvedere l’amata: la narrazione si conclude infatti coi preparativi per le nozze dei due giovani. Considerato trasposizione pescatoria della «favola boschereccia» Aminta, tanto da ricevere l’appellativo di Amynta madidus55, l’Alceo non si allontana dalla tradizione lirica fin dai primi versi. In I, 1 il ragionare per sentenze di Alcippe, nutrice di Eurilla, si compone di richiami a Bembo e Dante 56, e l’esortazione ad amare è condotta sul motivo dell’omnes amantes: amano i pesci, gli uccelli, le piante e perfino le pietre, per cui Eurilla non può che riamare a sua volta 57. L’amante canta inoltre le lodi della donna «con versi da cittade, e non da lido», dimostrando perciò di non essere rozzo e di poter

Napoli nel 1535 (Sultzbach & Cancer). 54 Alceo. Favola pescatoria di Antonio Ongaro recitata in Nettuno castello de’ Signori Colonnesi et non più posta in luce, Venezia, Ziletti, 1582. 55 I. N. ERYTHRAEI (G. V. ROSSI), Pinacotheca imaginum illustrium, doctrinae vel ingenii laude virorum qui, auctore superstite, diem suum obierunt, Coloniae Ubiorum (Amsterdam), Kalcovium, 1643-48, 3 voll., I, p. 166: «Antonius Ongarus, poeta perfacetus ac dulcis (...) edidit etiam insignem fabulam piscatoriam (...) et quia, per maritimos homines et in aqua more piscium vitam agentes, agebatur sicut illa [l’Aminta] ac terrestribus ac montanis, vulgo, joci causa, Amynta madidus appellabatur». 56 La sentenza «Che colui che non ama essendo amato / commette gran peccato» (p. 3r) ricalca «e sopra ogn’altro come gran peccato / commette, chi non ama essendo amato» di Stanze III, 7-8, mentre la formula «nave senza nocchiero in gran tempesta» (p. 3v) è presa in prestito da Purg. VI, 77. Questi e numerosi altri esempi nell’articolo di G. DALLA PALMA, Un capitolo della fortuna dell’Aminta: l’Alceo di Antonio Ongaro, in «Rivista di letteratura italiana», XII (1994), 1, pp. 79-128; cfr. anche ID., Aminta, Alceo, Tirena: una serie pastorale, in La poesia pastorale nel Rinascimento, a cura di S. Carrai, Padova, Antenore, 1998, pp. 307-47 e L. SPERA, Le reti testuali dell’Alceo, in «Studi secenteschi», XLVII (2006), pp. 105-36. 57 «Il sargo ama la capra, / la raia ama lo squadro, / la sepia ama la sepia, / la triglia ama la triglia, / il persico l’occhiata, / e per la cara amata / il veloce delfin geme e sospira. / (...) / Ama il pavon le candide colombe, / ama le tortorelle il papagallo, / ama la merla il tordo, / e tra mill’altri augelli / ch’ora non mi ricordo è grand’amore. / S’aman anco le piante: / aman le siepi i flessuosi acanti, / e l’edere e le viti / amano gli olmi, e i tronchi lor mariti. / La palma ama la palma in guisa tale / che non sa viver sola, o se pur vive / vive infeconda e mesta. / (...) Amano i sassi / ch’hanno l’essere appena: / ne le rigide pietre / stanno le fiamme ascose. / Ama il Hiacinto il riso e l’allegria, / ama l’ambra la paglia, / ama l’asbesto il fuoco, / altra pietra è ch’accesa / in mezo l’acque avampa, / altra che in mezo a l’acque anco s’accende, / altra ch’eternamente / lagrima per amore: or tu da meno / esser vuoi de le pietre?», pp. 5r-6r.

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aspirare ad ottenerne le grazie58. I lamenti di Alceo hanno fatto piangere gli dèi marini e i sassi ma non l’amata, secondo il consolidato topos della donna-scoglio59, mentre nello svelamento ad Eurilla del proprio sentimento amoroso vi sono legami coi Rerum vulgarium fragmenta sia lessicali60 che evenemenziali61. Nel monologo di Tritone (II, 1), che tenterà nell’atto terzo di involare Eurilla ma verrà fermato da Alceo, è riproposto il motivo del rifuggire un’altra donna (in questo caso la nereide Cimotoe) pur di ottenere l’amata sdegnosa, e si citano i tradizionali doni marini da quest’ultima rifiutati: «bianche perle», «bei coralli», «ebano» e «ambra», «avorio» e «porpora», paragonati rispettivamente ai denti, alle labbra, alle ciglia e ai capelli, al viso e al seno della ragazza62. In II, 2 è ricordato da Timeta-Ongaro, su modello dell’Aminta tassiano, il «bel secol d’oro» precedente quella «falsa opinione / che da l’ignaro volgo è detta onore». Si verificavano all’epoca numerosi adynata: «correano (...) di bianco latte l’onde, / erano l’alghe e l’erbe di smeraldi, / sudavano gli arbusti il dolce mele, / spiravano l’aurette arabi odori, / pendean l’uve da dumi, e le campagne / senza che il curvo ferro le offendesse / davan le bionde spiche e i dolci frutti» 63. Segue poi, sempre da parte di Timeta, una palinodia dell’amore rivolto ai «sembianti giovanili» di una certa Florinda, mutatosi ora in odio per ricambiare il rispettivo sentimento d’ingratitudine: «odiandola le son tanto cortese / quant’ella ingrata fu mentre l’amai»64. Nella scena successiva è invece inserito il tema del sogno premonitore in quanto vicino al sorgere del sole65: Alceo ha sognato il rapimento di Eurilla da parte di un

58 p. 6v. In III, 2 Alcippe tenterà nuovamente di convincere Eurilla ad amare Alceo: questi «non è di te men bello, (...) / e di volto e d’etade a te simile», è ricco in quanto «figlio di Gildippo, / (...) che abbonda più di ogni altro», possiede «mille belle virtudi» e inoltre rifiuta le avances di altre nobili donne: «Resilla leggiadra, ch’è figliuola / di Partenope bella e di Sebeto, / per averlo gli fa mille lusinghe / e gli offre e gli promette in ricompensa / e dolci baci e cose altre e più care». Citazioni dalle pp. 26v, 27r, 27v, 28r. 59 «Ho sentito al pianto mio / piangere e sospirar Giunone, e Teti, / e Proteo, e Glauco, e Melicerta, e Ino, / e questi scogli, e questi sassi istessi; / ma non ho mai sentito né veduto / o sospirar o pianger te, ch’ogn’altra / in crudeltà quanto in bellezza avanzi, / e sei più di scoglio alpestre e dura», pp. 7v-8r. 60 Cfr. ad es. l’«occhio (...) cerviero» (p. 10r), che rimanda a RVF 238, 2. 61 Il fatto accadde «il dì terzo d’aprile, un anno e un lustro» prima (p. 11r), a richiamare il «dì sesto d’aprile» di RVF 211, 13 e 336, 13. 62 pp. 15v-16r. 63 pp. 17r-v. 64 p. 19v. 65 Sul quale cfr. almeno Inf. XXVI, 7: «ma se presso al mattin del ver si sogna».

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«orribil mostro» che si rivelerà essere Tritone, ma la visione s’interrompe col risveglio al momento del tentativo di salvataggio da parte del pescatore, con la creazione di una suspense che nella realtà non potrà che risolversi nella maniera migliore. La vicenda del salvataggio di Eurilla viene infatti narrata da Fillira a Timeta in III, 1 66, ma lo sdegno della fanciulla permane tanto da spingere l’amante prima allo svenimento 67 e in seguito a porre al vento domande le cui risposte, date dall’eco, lo indurranno a tentare il suicidio68. A IV, 1 vi è invece una pausa nello svolgimento della vicenda principale con l’inserimento di un serrato dialogo tra i due pescatori Siluro e Mormillo, nel quale sono descritti i doni per le amate Aminta e Tibrina (un «lucido cristallo» e un «nappo» di faggio sul quale sono scolpiti episodi mitici, descritti con una prolungata ekphrasis alle pp. 37v-38r) e la bellezza delle due donne viene raffrontata a quella di pesci e animali marini69; segue una tradizionale gara d’indovinelli di carattere ittico 70. È solo a IV, 3, dopo che un «nuncio» narra del (tentato) suicidio di Alceo riportando le sue ultime parole, che Eurilla «sente il core / schiantarsi per dolore» e comprende fin dove può condurre l’amore; Alcippe le impedisce di trapassare le proprie carni col tridente e la conduce allo scoglio con la speranza che l’amante non sia morto. Dopo V, 1, in cui Timeta promette di ergere un tumulo al suicida e di onorarlo nella memoria, a V, 2 il pescatore Glicone rivela di aver fortunosamente trovato nella propria rete Alceo, che è ancora vivo. La vicenda si conclude perciò a V, 3 con i preparativi del matrimonio dei due amanti, e Amore da «ingiusto e crudo» si converte

66 «Parve a gli omeri e a’ piè ch’avesse l’ali, / tanto per aria andò pria che toccasse / l’onde: caduto in mar si mise a nuoto» a p. 24v segue il modello ovidiano di Metamorfosi IV, 711-12, ove il volante Perseo «pedibus tellure repulsa / arduus in nubes abiit» al fine di salvare Andromeda dalla «fera» che la minaccia. 67 Parla Alcippe: «Eurilla, ohimè, sostiello, oh miserello; / caduto è tramortito, e sembra morto. / Io temo che sia morto: ecco gli effetti / della tua feritate», p. 35r. 68 «Io fuggirò la vita, / poiché la vita mia / da me fugge, e s’invola. - Ola - / Ma chi mi chiama, e chi ragiona meco? - Eco - / Se vieni a darmi aita io la rifiuto, / poiché nega di darmela colei / che darmela devria. - Ria - / Poi ch’ella è ria, sii tu pietosa almeno / a quel che son per chiederti rispondi. - Di’ - / Di’, qual fin fa chi segue ingrato amore? - More - / Morir dunque conviemmi: / e quando vuol crudel Amor ch’io mora? - Ora - / (...) / Ma dimmi ancor: qual cosa / può porger fine a le mie pene amare? - Mare -», p. 35v. 69 «-SILURO- Vincono i biondi crini / di Tibrina, d’amor gioia e tesoro, / le belle macchie d’oro / ch’hanno ne le palpebre i fragolini. -MORMILLO- Vincono di colore / le righe, ond’è la fiattola dipinta, / de la mia vaga Aminta / le belle chiome onde mi strinse Amore», p. 38v. 70 pp. 39r-40r.

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nelle parole di Alceo in «giustissimo e pietoso»71. Al poligrafo urbinate BERNARDINO BALDI (1553-1617) risalgono invece tre egloghe pescatorie (Tibrina, I pescatori, I pesci), contenute assieme ad altre 14 egloghe nella raccolta Versi e prose72. In Tibrina (VII) il topos dell’amata «duro scoglio», «tronco», «aspe» è ben evidente mediante il monologo del pescatore Alcone. Il cibo «condito d’amarissimo pianto» e il risveglio nel sonno sono tutti tipici elementi petrarcheschi 73, mentre l’attesa «di fronte l’albergo de l’amata» sotto la neve può richiamare la celebre novella di Decameron VIII, 7. In una notte in cui «tutto il mondo ha tregua» (36) solo l’amante non trova nei «gravi martir posa o quiete». Dopo aver collegato il mento folto «di nero pelo» e il «ciglio grosso et irsuto» (88-9) alla necessaria mascolinità, allontanato il sospetto di vecchiezza con un aneddoto74 e affermato che ha già rifiutato altre donne pur di ottenerla 75, Alcone propone a Tibrina una serie di «doni non ordinarii» (129): un tessuto in seta «che da Bisanzio addusse / un nocchier peregrino», una spugna «assai più bianca / che non è il bianco pan de’ cittadini», un pettine «fatto d’osso di dente d’elefante», una spina «d’un istrice marino», uno «stuol d’anitrelle», un «cigno candidissimo e canoro». L’amante sarebbe inoltre pronto a recarsi nei luoghi più inospitali («arene bruciate dal sole», «nevi de le più nevose alpi») pur di soddisfare i desideri dell’amata. Alcone si congeda lasciando il cuore in potere della donna, con la speranza che ella «non l’uccida». Ne I pescatori (IX) il fanciullo Ila e il più maturo Berino si trovano a dialogare sull’amore; peculiarità dell’amatore dev’essere la perseveranza verso la donna amata,

71 p. 52r. 72 Versi e prose, di Monsignor Bernardino Baldi da Urbino Abbate di Guastalla, Venezia, Franceschi, 1590. Precedono la sezione egloghistica una lettera e 4 sonetti di dedica al principe di Parma e Piacenza Ranuccio Farnese. Si cita dall’ediz. moderna B. BALDI, Egloghe miste, s.i.c., San Mauro, Res, 1992. 73 In RVF cfr. per il cibo «di lagrime e doglia» 342, 1-4; per il sonno «fuggito» 332, 31-4. 74 «Quando tu nascesti, e nel tuo parto / venne mia madre a visitar tua madre, / seco menommi picciol sì che a pena / sapea formar il passo, et io ti vidi / lavar da la nutrice, e ’n bianche fasce / involta por dentro la mobil cuna», 95-100. 75 «E non è un anno ancor (...) / che gran ricchezze a me per dote offerse / Licon, figlio di Glauco, s’io volea / de la sorella sua marito farmi; / di Leucippe dich’io, ch’ancor non giunge / de l’età sua più verde al quinto lustro, / e bella è sì, che dimandata viene / al fratello ogni dì da mille amanti; / e pur la ricusai, né ciò m’incresce / sol per servirti», 112-21.

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«cosa mobil per natura» (135), allo stesso modo in cui «fa maggior preda» solo il pescatore che «paziente aspetta / fin che il pesce rimanga al fin trafitto» (82-4). Berino riesce così a «racconsolare» il giovane, in modo che nel suo cuore non regni mai «ira o dolore» per l’amata Resilla. Ne I pesci (XIII) durante un temporale l’anziano Alceo descrive al giovane Cibisto le caratteristiche fisiche e le abitudini comportamentali di vari animali marini, senza troppo distanziarsi dai tradizionali indovinelli 76. Notevoli risultano, per la loro sensibilità naturalistica da biologo marino ante litteram, le descrizioni della caccia della rana pescatrice77 e della «pinna»78. Tornato il sereno la descrizione deve forzatamente interrompersi, dal momento che trattare di tutti i pesci sarebbe come «voler numerar tutte le stille / de la passata pioggia, o tutte l’onde / che muove il mar quando adirato ferve» (332-34). Il napoletano GIULIO CESARE CAPACCIO (1552-1634) è autore della raccolta di prose ed egloghe pescatorie Mergellina, la cui prima edizione a stampa risale al 1598 79. Alternate alle prose, caratterizzate da una «accentuata dinamicità di ricerche formali» con una «disposizione ancora naturalistica anche se rivolta più alla organizzazione di Wunderkammern»80, le egloghe sono maggiormente legate alla tradizione della lirica amorosa. Dopo due egloghe in cui «si loda più che la caccia il pescare» 81 e i pescatori Sifio e

76 Cfr. B. ROTA, Egloghe pescatorie, cit., egl. X, e A. ONGARO, Alceo, cit., pp. 39r-40r. 77 «Odi. Una rana ha il mar che mai non gracida, / né vive d’erbe verdi, anzi nel fondo / sol di quei pesciolin ch’astuta prende / si nudre; ascondesi ella, e da l’arena / coperta manda fuori alcune fila / nervose e lunghe, a cui natura annoda / in cima un non che sembiante a l’esca, / a cui per divorar corsi gli incauti, / pian pian da lei, ch’a sé ritira l’amo, / condotti son ne l’affamata gola: / e perciò pescatrice s’appella», 280-90. 78 «Questa, per sé non atta a procacciarsi / cibo onde viva, un gamberetto alberga / ne l’argentata stanza, e con lui parte / e la casa e la preda: apre ella il chiuso / del cavo tetto, e porge a’ pesciolini / l’allettatrice lingua; e’ intanto, quando / vede il cauto guardian gl’incauti sotto / l’aperto colmo, lievemente morde / la cieca sua compagna, et ella chiude / de la dura prigion le doppie porte», 296-305. 79 Mergellina. Egloghe piscatorie di Giulio Cesare Capaccio napolitano. Nuovamente posta in luce con le tavole degli argomenti e delle cose notabili, Venezia, Eredi di M. Sessa, 1598. Il «nuovamente posta in luce» potrebbe far pensare ad una precedente edizione di cui non vi è traccia. 80 A. QUONDAM, L’ideologia cortigiana di Giulio Cesare Capaccio, in ID., La parola nel labirinto. Società e scrittura del Manierismo a Napoli, Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 187-225. La prosa della Mergellina è specificamente trattata alle pp. 212-19 (le due citazioni provengono dalle pp. 212 e 214). 81 Alcone persuade Glauco, prima amante della caccia, della superiorità della pesca mediante tre diverse argomentazioni: la sua maggiore difficoltà («Quando dei pesci la prudenza io miro, / e ’l sagace consiglio, il modo e l’arte / ond’essi ai pescator fan mille inganni, / ché campano dagli ami e ’n reti involti / fuggon

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Gripeo «piangono la miseria de’ tempi nostri» mediante il ricorrente tema dell’età dell’oro82, nella terza Licida «piange la morte di Filli», avvenuta dieci anni prima. L’anniversario è celebrato dalla natura con segnali funesti 83, mentre il ricordo della donna amata avviene tramite trite metafore: «membra ove pinse il ciel lucide stelle, / ove la terra diè fiorito il lembo, / ove l’aria tranquilla al fiato, all’aura / volando fea scherzar gli alati amori»84. Licida invoca poi Glauco affinché gli riveli il nome dell’erba con la quale trasformarsi in pesce 85 ma, non ascoltato, onora l’amata promettendole ogni anno l’elevazione di «sette altari» e il sacrificio di «sette gran vitelli» 86. L’egloga si conclude con una descrizione elegiaca dell’amante vedovo, che promette di scrivere «per questi sassi / d’Inarime, e di Procida e Miseno / l’amor di Filli» e il suo «dolore eterno»87. Nell’egloga seguente («Si fanno incanti e si biasma l’amare», IV) i pescatori Alcone e Dorila cercano tramite incantesimi di volgere e sé le donne amate, anche se la disillusione ha ormai la meglio: Dorila arriva ad affermare di aver messo «in non cale» ogni desiderio di amare, per cui il biasimo di Amore è inevitabile e viene cantato dai due pescatori mediante l’accompagnamento della cetra88. Dopo un’egloga di ambientazione pastorale in cui sono narrati «gli amori, la morte e l’esequie» del pastore Aminta, nell’egloga VI Doreo narra l’incontro con la ninfa

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vittoriosi, allor ben dico / che l’arte del pescare ogni altra avanza», p. 23); la maggiore luminosità della costellazione Argo, «che asconde tra lucenti stelle / l’intiera prora», rispetto all’«Aquila», al «Tauro» e al «Capricorno» (p. 24); l’originaria attività di Cupido («E tu ben sai che Amore / fu prima pescatore, / ché nascendo dall’acqua e dalla spuma / nel mar la face alluma; / e pescator, dentro la rete involge / senza il zelo d’onor Venere e Marte», p. 26). Il passato in cui «le pendici ornaro il mirto e ’l lauro, / fra ’l musco odor spirava il fior vermiglio / e sedea lieta Astrea tra perle e ostri» è contrapposto al presente, in cui «sorgono (...) dall’arena orrendi mostri / che del prisco sentier turban le leggi / e empion di velen gli umidi chiostri», p. 46. «Né correr veggio alla dolce esca i tonni, / e insoliti corvi per gli scogli, / e le foliche a schiera entro le grotti / (lasso) fan risonar meste querele; / non guizzan mezi fuor curvi i delfini, / flebili sono l’onde e nell’arena / arida, l’alga il suo color natio / perdendo, ha fatto il mare orrido e mesto», pp. 74-5. p. 75. «Quai mortiferi succhi e quai veleni, / qual’erbe a tuo volere, o Glauco, ascose / faran ch’io lasci quest’usata forma / e nel liquido mar l’onde spumose / con le squame, col rostro e con la coda / per seguirti animal guizzoso io fenda?», p. 76. p. 78. p. 79. «-DORILA- Prendi or la cetra, e all’alto / suon de la voce snoda, / per sì lieta aria, i più sicuri accenti. - ALCONEAmore è un vivo foco, / e consumar dovria a poco a poco; / ma sembra egli all’Inferno, / che non consuma e si pasce in eterno. -DOR.- Amor scherza con l’ali, / e dovria in alto star fuor dai mortali; / ma con finti lavori / fa, qual rapace augel, preda dei cuori. -ALC.- Amor si mostra ignudo / per allettare ai suoi piaceri il crudo, / ma le fere arme asconde / e inermi e sicuri ci confonde. / -DOR.- Lontani ora d’amore / vivremo lieti senza alcun dolore; / e ’n più sicuro loco / sprezziamo arditi l’arme, l’ali e ’l foco», pp. 102-03.

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Dirce presso una fonte. La donna si era innamorata della propria immagine riflessa nello specchio d’acqua, alla maniera del Narciso ovidiano 89, quando il pescatore interruppe quell’estatico momento con una lunga sequela di lamenti che, per l’amico Cauno, «aurian mossi a pietà scogli e diaspri». Ma questo non avvenne con l’amata, che «’l volto / cambiò in un volto inviperato, e ’l labro / vermiglio tinse di color di morte»; nel cuore di Doreo non rimangono che odio e dolore, trascurabili per Cauno col «tranquillo piacer della pesca»90. Nell’egloga VII Melanuro e Bopide narrano i propri insuccessi amorosi: il primo ha infatti offerto un «dentrice / di non più visto pondo» all’amata Nisa, che gli ha fatto «ripulsa» del dono 91, mentre il secondo ha ottenuto i baci di Lamprote92, che se n’è poi andata lasciando una «dolce rimembranza in cui si nutre / un soave martire»93. Segue un «contrasto» nel quale i due pescatori si appellano «vantator» e «mendace», e che si svolge prima sul tema delle proprie origini 94 e delle conoscenze marittime95, poi sulla celebrazione in rima delle amanti96, infine sulla lode al delfino che determina la vittoria di Bopide97. L’egloga VIII è unita alla successiva mediante la prosa intermedia, che narra l’incontro di Talassio con Fausta. Dopo il breve monologo in cui il pescatore si autodefinisce «preda d’amor tra fieri scogli / d’ostinati desir» 98, a IX avviene il

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Cfr. Metamorfosi III, 339-510. pp. 163, 164, 166. pp. 182-83. La descrizione avviene con la tipica metafora delle labbra-coralli: «Poi mi avventò le strette braccia al collo, / e all’avida bocca / la desiosa bocca ella congiunse. / Tra coralli e rubini, / come tra scogli l’onda / frangersi suol, pur cento baci franse», p. 185. 93 p. 186. 94 «-MELANURO- Rozo / nascesti e rozo vivi, in volto agreste / più che ’l mar gonfio da Aquilone, o quando / pasce del suo pastor l’irata greggia. (...) -BOPIDE- Pescator tu non sei, sei ben del volgo / di quei che avezza intorno ai sassi il verde / manto lograno a Teti», pp. 188, 190. 95 «-BOP.- Dimmi, dei navigar quando nel corno / oscuro Febe il nuovo foco accoglie, / o quando di rossor si tinge di velluto? / O pur dei navigar quando di macchie / il nascer tinge ascosto in nubi il sole, / o divisi tra loro spuntano i raggi?», p. 191. 96 Dopo la lode delle «luci vaghe» di Nisa e dei capelli di Lamprote, dai quali il cuore dell’amante è

97 La celebrazione del delfino quale «re del mar» è condotta con l’accostamento agli abitanti degli elementi aria e terra: «-BOP.- Se tra dipinti augelli in aria impera / l’augel di Giove, et il leone tra selve / è magnanimo duce delle fiere, (...) / tra fiere natatrici in mezo a l’onde / il veloce delfin lo scettro regge», Ibid. 98 p. 213.

annodato, le due donne vengono paragonate ad una pianta e a varie specie di pesci: «- MEL.- (...) a Nisa corro in grembo / per sanar la ferita quasi a dittamo cervo, et ei mi aita. -BOP.- Siegue il sargo alla capra, / e gli altri pesci a schiera / van seguendo il delfino; / io vo seguendo il mio lucente sole, / che rai di vita spira / et Elitropia a sé mi volge e gira», p. 193.

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confronto con l’amata. Il definire la donna «beltà no, ma sembianza / del ciel, che ’l ciel somiglia» non basta ad entrare nelle sue grazie: Talassio vorrebbe amare «come Ceice amar volse Alcione, / come Orfeo Euridice», ma l’unico amore di Fausta è quello rivolto alla «castitade»99. Nessuna parola riesce a far mutare le volontà della donna, per cui l’ardore di Talassio non può che mutarsi in odio: «e nel mio petto annidi / amor più no, ma quel che d’amor nacque / odio più amaro, e vincitor sia ’l vinto» 100. La decima e ultima egloga si allontana invece dalla predominante tematica amorosa per descrivere le «bellezze di Partenope». Palemone canta infatti il testo di un’incisione fatta da un pescatore «sovra un erboso scoglio»: il «seno» di Mergellina è «tranquillo e ameno», luogo in cui «fuggono i ceti e le balene, / ove il suo crin l’aurora / più vagamente indora». In tale locus amoenus abitano inoltre divinità come i Tritoni, Dori, Astrea e Pomona, per cui in ultima battuta l’autore, all’epoca provveditore dei grani e degli olii della città di Napoli 101, non può che chiedersi: «chi non servir desia / a Partenope mia?»102.

99 pp. 236, 241. 100 pp. 245-46. 101 Eletto a tale carica nel 1593, Capaccio assumerà nel 1602 l’ufficio di segretario della città: sulla sua biografia cfr. la voce curata da S. S. NIGRO in DBI, XVIII (1975), pp. 374-80. 102 pp. 256-59. Le parole sono state proferite da Palemone appena prima della sua morte e vengono ora riportate dal suo amico fraterno Molgi, sotto cui si cela il Capaccio stesso.

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Le Rime marittime e Fileno
Le Rime marittime costituiscono la seconda sezione delle Rime pubblicate nel 1602 a Venezia presso Giovan Battista Ciotti1. I 50 sonetti da cui sono composte sono ordinati in maniera da creare una raccolta che può essere divisibile in tre parti, distinte da due sonetti di ambientazione notturna posti alle posizioni +8 dall’inizio e -8 dalla fine. Nei primi 7 sonetti, dopo il proemio La nobil cetra ond’Arion primero (1), il poeta si dedica a celebrare la bellezza dell’amata Lilla, definita «mio bel sol»2 e paragonata a Venere3. Al sonetto ottavo (Tacean sotto la notte Austri e procelle) la situazione viene a mutare: nel sogno notturno il rispecchiamento del mare nel cielo provoca il reciproco scambio delle due entità, con l’amante che «credea solcar lo ciel, gir per le stelle». Ma il capovolgimento degli elementi conduce inevitabilmente alla caduta dell’acqua dalla volta celeste, che finisce per sommergere il navigante, con il conseguente venir meno della distinzione tra le dimensioni onirica e reale4. Nella seconda parte (sonetti 9-42) le precedenti speranze di conquista dell’amata si rivelano illusorie, tanto da spingere Fileno a invocare fin da subito la morte 5. Né doni (10, 12), né lodi (23), né il dichiarare la nobiltà della pesca (20, 21) mutano la ritrosia di Lilla, per cui la donna è prima chiamata «perfida», poi «inessorabile» e in seguito più volte biasimata6. Dopo alcuni sonetti che coinvolgono altri amanti (32-41) in Pon mente

1 Rime di Gio. Battista Marino. Amorose, Marittime, Boscherecce, Heroiche, Lugubri, Morali, Sacre, & Varie. Parte prima. All’illustrissimo & Riverendis. Monsig. Melchior Crescentio, Venezia, Ciotti, 1602. Si cita dall’edizione moderna a cura di O. Besomi, C. Marchi e A. Martini, Modena, Panini, 1988. Sull’ordinamento per generi dei componimenti cfr. gli importanti articoli di A. MARTINI, Marino postpetrarchista, in «Versants», 7 (1985), pp. 1536 e ID., Le nuove forme del canzoniere, in I capricci di Proteo. Percorsi e linguaggi del barocco, Atti del convegno internazionale di Lecce (23-26 ottobre 2000), Roma, Salerno, 2002, pp. 199-226. 2 Spuntava l’alba, e ’l rugiadoso crine (2), 14. 3 «(...) invide scorgean l’onde marine / più bella dea d’Amor nascer da loro», Avea su per lo mar, del biondo crine (6), 7-8. 4 «La mia leggiadra e piccioletta nave / quella parea che ne’ celesti giri / più di nembo o tempesta ira non pave / quando, da lo spirar de’ miei sospiri / gonfia la vela, un mar profondo e grave / mi sommerse di pianti e di martiri», 9-14. 5 Cfr. O terror d’ogni rete e d’ogni nassa (9), rivolto al pescespada: «Vien con l’acuta punta e ’l cor mi passa / sì ch’io traffitto in mezo al mar ne cada», 5-6, ove la fantasia di trapassamento è anche interpretabile come non troppo velata allusione omoerotica, se nel sonetto Qual ti vegg’io di fin acciar lucente (42) delle Amorose si chiede all’amante Ligurino che «(...) ’l ferro aspro e pungente / sia dal bel fianco omai discinto e sciolto», 5-6. 6 Cfr. 13, 2; 15 (argomento); 17; 19, 12-4 ove è paragonata ad un «famelico polpo»; 28; 29.

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al mar, Cratone, or che ’n ciascuna (43) un nuovo notturno fa convertire il mare in cielo con il passaggio alla terza parte del canzoniere: «Sì puro il vago fondo [del mare] a noi traspare / che fra tanti dirai lampi e facelle: / -Ecco in ciel cristallin cangiato il mare-» (12-4). Ad alcuni sonetti d’occasione (Ecco il monte, ecco il sasso, ecco lo speco, 44, dedicato alla «sepoltura di Iacopo Sannazaro»; Arpie del mar, che da l’estreme sponde, 45, sui corsari che «costeggiavano la riviera di Taranto»; Questo è il mar di Corinto: ecco ove l’empio, 46, ove si «descrive il golfo di Lepanto», dove nel 1571 «fu rotta l’armata del Turco») seguono tre sonetti (47-49) in cui il presagio della «vicina tempesta» si fa sempre più probabile: la «procella» si rende palese7 e l’io lirico vi si oppone con desiderio di sfida temeraria all’elemento acquoreo e agli dèi suoi governanti. All’interno di questa tripartizione il primo e l’ultimo sonetto sono inoltre posti in antitesi col dittico centrale 25-26: la vicenda di Fileno viene collegata in In questo mar, qual fulmine che piomba (26) a quella di Miseno narrata in Aen. VI, 156-235, ove il trombettiere di Enea sfidò l’«araldo de l’acque» Tritone nel suonare la buccina e fu da questi fatto precipitare in mare. Il suo corpo senza vita venne però trovato e sepolto dai suoi compagni, mentre quello di Fileno è destinato a vedersi negata l’«urna» del «marmoreo cor» di Lilla. Nel sonetto, con una lieve variatio, è il «divin suon» a risultare fatale a Miseno, ponendosi in antitesi con la cetra di Arione del sonetto proemiale, che al contrario «l’onde affrenò» e permise al citaredo di salvarsi. In Lilla, qualor vegg’io che ’l ciel s’avolga (25) Fileno, rivolgendosi all’amata, dichiara invece il suo timore per gli dèi, non sul piano religioso ma per la possibilità che si possano invaghire anch’essi di Lilla: Borea, Giove, Apollo e perfino Teti potrebbero arrivare a rapirla, per cui l’amante manifesta qui i suoi «affetti di Gelosia», sentimento già ben trattato nella sezione amorosa e accennato nel sonetto precedente 8. L’antitesi

7 Ma il confine tra realtà e immaginazione è sempre labile, se nell’argomento si parla di «allegoria d’una procella». 8 Cfr. Rime amorose, a cura di O. Besomi e A. Martini, Modena, Panini, 1987, sonetti 79 e 80: in particolare 79, 58, ove la donna è definita «Vipera in vasel d’or cruda e vorace, / nel più tranquillo mar scoglio pungente, / nel più sereno ciel nembo stridente, / tosco tra’ fior, tra’ cibi arpia rapace» e 80, 1-2, ove con un chiasmo è esplicitata la sua discendenza da Amore: «(...) di cieco padre occhiuta figlia, / figlia del genitor folle omicida» (1-2). In Mentr’oggi assisa in su le piagge erbose (24) la gelosia era invece rivolta ad un «dolfino» (pesce che «curvo anco ha il rostro, e ’n cento globi attorta / la coda inalza») che, attratto dal canto in riva al mare di Lilla,

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con Fuggiam, legno infelice, ecco Aquilone (50) è evidente, ma nel sonetto finale la competizione amorosa si trasforma in desiderio di venir sopraffatto per cercare nell’inferno una legge più giusta rispetto a quella determinata da Giove e Fortuna. Alla appena descritta divisione strutturale, ormai accettata dalla critica 9, si possono aggiungere alcuni elementi per aiutare a far luce sullo svolgimento della vicenda. I nomi dei protagonisti Lilla e Fileno compaiono rispettivamente a partire da 1 e 10, ma scompaiono dalla scena a 31 e a 29, lasciando spazio ad altri amanti per singoli sonetti o microsequenze: Cloanto (32, 34), Palemone e Irene (33), Ofelte e Cromi (378), un io lirico non identificato che si rivolge a Galatea (35-6), Nice (39) e Dirce (40-1). Questi sonetti furono composti prima della decisione di assemblaggio della raccolta, o comunque prima dell’assunzione dei noms de plume di Fileno e Lilla, e la loro concentrazione in blocco al termine della seconda parte vuole accentuare l’indeterminatezza del sentimento amoroso, che può colpire indiscriminatamente chiunque non vi si opponga. I pescatori in più sono tutti respinti dalle loro amanti, a generalizzare la tradizionale ritrosia che caratterizza le donne altamente lodate. All’interno del corpus sono inoltre presenti un sonetto di encomio per la «signora princessa di Stigliano» e tre sonetti d’occasione. Il sonetto Non così bella mai per l’onda egea (4), dedicato a Isabella Gonzaga, descrive la navigazione della donna «in ricca poppa assisa», per la quale l’elemento fuoco riesce ad avere la meglio sull’acqua 10. La destinataria del sonetto non viene nominata se non nell’argomento, nella princeps del 1602 posto solo al termine di tutto il corpus delle Rime, in modo che la «bionda e folta» chioma potrebbe essere quella di Lilla, come avverrà in Avea su per lo mar, del biondo crine

«baciolle il piede e le suppose il dorso». L’animale marino è il corrispettivo del terrestre «cagnolino» di Amorose 65-7. Nell’idillio Europa (1607) contenuto nella Sampogna sarà il toro sotto sui si cela Giove a prostrarsi di fronte alla bellezza della figlia di Agenore: «piega l’alta cervice, il tergo abbassa, / e par che quasi, de’ begli occhi fatto / idolatra, l’adori», 204-6 (ediz. a cura di V. De Maldé, Parma, Guanda, 1993, p. 259). 9 Proposta dapprima da C. MARCHI nella tesi dattiloscritta Analisi delle “Rime marittime” di G. B. Marino, Fribourg, 1977, spec. pp. 13-25 e poi nell’edizione da cui si cita, pp. 9-14; cfr. ora i più recenti B. RIMA, Lo specchio e il suo enigma. Vita di un tema intorno a Tasso e Marino, Padova, Antenore, 1991, pp. 190-96; A. BATTISTINI, Le seduzioni barocche della «Sirena Marina», in «Vaghe stelle dell’Orsa...». L’«io» e il «tu» nella lirica italiana, a cura di F. Bruni, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 197-218, spec. p. 207. 10 «Sospiravano i venti, e l’acque stesse / al folgorar de la novella Aurora / d’amorose faville erano impresse», 911.

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(6); la seconda terzina, velatamente centonata, mette poi in guardia sull’uso di formule ormai stereotipate e quindi non più impiegabili allo scopo di definire una ben precisa individualità11. I sonetti d’occasione 44-6 sono invece posti nella terza parte in diretta sequenza, al fine di collocare geograficamente gli avvenimenti e al tempo stesso caratterizzare ciò che sta avvenendo con un’ambientazione che è del tutto opposta rispetto alle «cerulee bellezze e mattutine» dei primi 7 sonetti. In Ecco il monte, ecco il sasso, ecco lo speco (44) con un verso trimembre che focalizza visivamente il luogo mediante il reiterato uso del deittico, è descritta la «sepoltura» del Sannazaro, attorno alle cui «ossa ignude» si muove uno «stuol di meste sirene» 12. Qui il mare «piagne pietoso» e l’aria «sospira», mentre in Arpie del mar, che da l’estreme sponde (45) le onde e le spiagge sono «piene / di spavento e d’orror» a causa della minaccia dei corsari che costeggiano Taranto. Il non ancora esplicitato contrasto religioso si rende palese nel sonetto seguente, Questo è il mar di Corinto: ecco ove l’empio (46), dedicato alla vittoria presso il golfo di Lepanto (1571) della flotta cristiana, comandata dal «giovinetto ibero» don Giovanni d’Austria, su quella musulmana 13. Il nemico è formato dalle «idolatre e false / squadre del fier Soldan», opposte al più compatto «gran navilio» cristiano; Proteo e Tritone sono solidali con i futuri vincitori 14, per cui il «liquido elemento» finisce per riempirsi dei «cadaveri e sangue» nemici. Il sonetto è dunque

11 «E curvandosi il mar sotto la prora / con rauco mormorio parea dicesse: / -Et io m’inchino a riverirla ancora.-», 12-4 deriva da L. TANSILLO, cap. Era dunque ne’ fati, occhi miei cari (III), 48: «e l’onda sotto i remi si corcava»; N. FRANCO, son. Lungo le salse rive di Citera (VI), 7: «Sol l’onde parean dir col mormorare»; B. TASSO, egl. pescatoria Là dove i bianchi piè lava il Tirreno, 92-3, «[il mare] ecco che come / donna e regina sua, t’inchina e onora». 12 «Fan nido i cigni entro la dolce lira, / e ’ntorno al cener muto, a l’ossa ignude / stuol di meste sirene ancor s’aggira», 12-4; probabile il legame con le fantasie di morte di Fileno di O terror d’ogni rete e d’ogni nassa (9), dove è l’anima del defunto a girare intorno al corpo: «Vien [il pescespada] con l’acuta punta e ’l cor mi passa / sì ch’io traffitto in mezo al mar ne cada, / e col corpo insepolto intorno vada / l’ombra errando di me dolente e lassa», 5-8. La sepoltura del Sannazaro era già stata descritta in G. C. CAPACCIO, Mergellina, cit., p. 4: «Quel gran pescatore Sincero, che nel tuo seno tra gelidi sì, ma bianchi, ma vivi, ma rari marmi tra celesti numi accompagnato si giace, le cui ceneri sparse di rose emole sono alle ceneri del mantovano pastore». 13 Sull’avvenimento e sulle sue ripercussioni in ambito letterario cfr. C. DIONISOTTI, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in ID., Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967, pp. 20126, ID., Lepanto nella cultura italiana del tempo, in «Lettere italiane», XXIII (1971), 4, pp. 473-92 e C. GIBELLINI, L’immagine di Lepanto. La celebrazione della vittoria nella letteratura e nell’arte veneziana, Venezia, Marsilio, 2008 (il sonetto del Marino è citato alle pp. 183-86 in parallelo col canto XXV dell’Adone, ove «la rievocazione di Lepanto pone l’accento sul lutto dei vinti»). 14 «Raccolto Proteo il suo ceruleo armento / l’alta strage predisse; e Triton poi / cantolla a suon d’orribil corno al vento», 9-11.

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funzionale all’ambientazione della tempesta finale e al tempo stesso smorza i toni per la possiblità di polemiche di argomento teologico riguardanti l’ultimo sonetto, nel quale le leggi divine vengono messe a soqquadro dal guanto di sfida lanciato da Fileno.

Fileno
Il personaggio di Fileno non si allontana dal pescatore innamorato descritto dagli autori precedenti e contemporanei a Marino, soprattutto di area napoletana: il nome infatti non rappresenta ancora l’alter ego dell’autore, come accadrà nell’Adone, ma aderisce al topos del pescatore amante che cerca di conquistare l’amata ritrosa secondo le modalità ben collaudate della tradizione lirica di area napoletana. I primi sonetti delle Rime marittime sono dedicati alla lode di Lilla. In Spuntava l’alba, e ’l rugiadoso crine (2) si descrive il sopraggiungere dell’alba, unica nella sua levità: tramite una notevole metonimia Clori scuote «grembi di fior», mentre il mare viene per la prima volta a scambiarsi con il cielo15. I lidi e gli scogli si fanno di smeraldo, gli specchi d’acqua argento incorniciato da zaffiri e perle: tutto questo a causa della prevedibile presenza dell’amata, svelata da Marino solo nell’ultima terzina, per cui Fileno non può che chiedersi «-Or chi menar potea mai seco, / altri che ’l mio bel sol, sì lieto giorno?-» (13-4). Il sonetto Rotte già l’onde da l’ardenti rote (3) è simile al precedente per la descrizione del fenomeno atmosferico, ora il levarsi del sole, che si rivela subordinato all’amata venendo definito come il «simulacro» di Lilla: il salutare il sole consigliato ai pescatori e alle Nereidi conduce quindi ad onorare la donna alla stregua di una entità ultraterrena 16. Ma le lodi non sono sufficienti senza l’intervento di Amore, narrato in A due di duo begli occhi Orse fatali (5). Il figlio di Venere è descritto nell’atto della navigazione sulla «materna conca»; i suoi attributi tipici diventano gli strumenti fondamentali al periplo al

15 «Le cerulee bellezze e mattutine / il mar dal ciel, il ciel dal mar prendea: / e tranquillo e seren senza confine / un mar il ciel, un ciel il mar parea», 5-8. 16 «Sorgete (ecco ecco il sol, che ’l mar percote) / Craton, Sergesto, Oronte, et Alcinoo: / e voi di Nereo figlie e d’Acheloo / salutatelo a prova in dolci note», 5-8. Si noti sul piano stilistico l’inusuale rima in -oo, ad esprimere l’ammirazione per il carro solare che si libra nell’aria trainato da Piroo: «Rotte già l’onde da l’ardenti rote / fiammeggian là nel luminoso Eoo, / e fa l’aurato fren sonar Piroo / mentre che ’l salso umor dal crin si scote», 1-4.

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fine di rendere più realistica la situazione 17, mentre la motivazione del viaggio è data con la tradizionale metafora del porto-cuore: Amore si dirige verso il cuore di Lilla, ove Fileno potrà trovare l’appagamento dei suoi desideri18. In Avea su per lo mar, del biondo crine (6) l’amata è descritta nell’atto di spiegare la propria chioma sopra l’acqua, realizzando nella pratica la trita metafora dei capelli considerati trappola per gli amanti19: i «lacci tesi» dalla donna fanno infatti abboccare i pesci, «d’un dolce foco in mezo l’acque accesi». Solo l’amante può comprendere le loro parole, per le quali «dolce è morir fra sì pompose reti»20. Alle lodi dell’amata seguono alcuni sonetti dedicati ai doni fatti dal pescatore a Lilla. In Un bosco di coralli in que’ confini (7) Fileno ha raccolto «duo tronchi» di corallo dotati ciascuno di «cento rami», a sottolinearne il pregio. Ma all’offerta si accompagna nell’ultima terzina una richiesta, determinata dalla metafora labbra-coralli: «(...) ma se da me tu vuoi / di coralli sì bei doni eccelsi / dona i coralli a me de’ labri tuoi». Dono più disinteressato è quello di Quante per queste mai piagge arenose (10), ove Fileno offre a Lilla un «monil» composto da perle. Le secrezioni dei molluschi derivano nella finzione poetica dalla solidificazione delle lacrime dell’amante infelice, provocata dallo sguardo di Lilla («tutte [le lacrime] in lucide perle e preziose / de’ tuoi begli occhi il sol ratto le volse», 5-6). La collana farà sì che «aggian tutt’altre ninfe invidia e scorno» della bellezza della donna, ma i benefici saranno maggiori se Lilla farà piangere Fileno non più di dolore bensì di dolcezza: «Forse n’avrai di vie maggior ricchezza / se (tua mercé) fia che ’l suo pianto un giorno / come fu già di duol, sia di dolcezza», (12-4). Poiché Lilla non ha ricambiato il sentimento, in Ricci pungenti, o misero Fileno (12) Fileno medita tra sé quale dono le si confà maggiormente. La prima ipotesi, legata all’ambiente marittimo, è quella di alcuni «ricci pungenti», che possiedono spine e un

17 «Egli l’arco timon, remi gli strali / fatto, e ’l candido lino agli occhi tolto / e ’n sembianza di vela a l’aria sciolto, / l’aure movea col ventillar de l’ali», 5-8, ove «ventillar de l’ali» è espressione già usata in Rime amorose, Giace inferma madonna. Amor che fai (70), 10. 18 «Per dar al corso suo porto in costei, / fatto è nocchiero e navigante Amore», 13-4. 19 Sulla metafora si è soffermato O. BESOMI, Ricerche intorno alla «Lira» di G. B. Marino, Padova, Antenore, 1969, pp. 40-1. I molti esempi cinquecenteschi riportati fanno comprendere come essa fosse ormai convenzionale, ma il critico precisa che prima del Marino «non appare però mai svolta oltre la semplice e sommaria indicazione “capelli ondeggianti”». 20 Evidente l’adynaton dei pesci parlanti, che nell’Adone verranno definiti «popol muto» (IX, 47, 8).

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duro scheletro ma contengono un «dolce frutto e gentil» al proprio interno. Il cuore di Lilla è ben più duro21, per cui il pescatore opta dapprima per l’«orsa» e per l’«angue», poi per sostanze liquide come il suo stesso pianto o il suo sangue 22, dal momento che la donna gode nel vederlo soffrire. Nella seconda terzina c’è perfino spazio per l’autobiasimo: solo chi è desideroso di morire può amare Lilla, letteralmente divenuta femme fatale («Chi non sa ciò che sia malvagia sorte, / chi vago di morir vivendo langue, / ami costei, ch’è quant’amar la morte»). Dopo Se ’n te sdegno, in me duol più sempre abonda (13), in cui è esplicitato il desiderio di morte dell’amante nel mare tempestoso tramite annegamento, che le condizioni climatiche non rendono possibile a causa del «sol degli occhi» di Lilla in grado di rasserenare l’ambiente, in Tal qual mi vedi, o dispietata Lilla (14) Fileno muta strategia per procacciarsi le grazie dell’amata. Nelle quartine il pescatore afferma infatti che, pur di conservarsi per Lilla, rifiuta le avances della «figlia più degna» di Nereo, Eurilla, innamorata di lui23; nella seconda terzina scusa invece la sua povertà materiale rispetto all’amata, «tesoro del mar» per il quale la cattiva sorte («povera stella») arricchì comunque la mente e il cuore di Fileno24. Nei sonetti seguenti è dato invece spazio al biasimo per il comportamento irriconoscente dell’amata. In Tante non han su ’l crin falde nevose (15) si sottolinea l’irrisione per i pianti di Fileno, che definisce la donna un «vivo scoglio (...) assiso in scoglio» che trascura le numerose ferite inferte da Amore al cuore dell’amante 25. Lilla finge di non sentire i «preghi» e i «pianti», per cui Fileno si rivolge in Triton, deh s’hai pietà de’ miei tormenti (16) direttamente a Tritone e a Proteo affinché arrestino per qualche tempo le

21 Nel sonetto precedente, Pari al mio generoso alto desio (11), il cuore veniva assimilato all’«indica pietra», la calamita, che guida la navigazione ma al tempo stesso per la sua durezza «spunta il dardo» di Amore. 22 «Dono le fia più caro un’orsa, un angue; / ma più, s’egli averrà che tu le porte / un vaso o del tuo pianto o del tuo sangue», 9-11. 23 «Per me si strugge la famosa Eurilla. / Per me si strugge, e sì d’Amor sfavilla / ch’accende di sospir l’alghe vicine, / e quest’onde tranquille e cristalline / turba col pianto, che dagli occhi stilla», 4-8 . Il tema è presente ad es. in A. ONGARO, Alceo, cit., p. 28r. 24 «Ricco io non son, ma tu d’Amor rubella / se’ tesoro del mar: di te mi feo / ricca la mente e ’l cor povera stella», 12-4. Si intendono in questo modo i versi 13-4, diversamente dal commento all’edizione utilizzata, che vedeva un’antitesi tra ricchezza della mente e povertà del cuore, non ammessa però dalla 3 a persona singolare dell’imperfetto «feo». 25 «Ma tu rigida mia, di questi lidi / ninfa non deggio dir, fera non voglio, / de’ pianti del tuo misero ti ridi. / Et hai sì pari a la beltà l’orgoglio / che se pur, lasso, al mio pregar t’assidi, / vivo scoglio rassembri assiso in scoglio», 9-14.

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onde e i venti in maniera che l’amata non abbia alibi per trascurare l’amore a lei rivolto
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. Tutto ciò non sortisce l’effetto sperato: in Desta dal pianger mio, già d’oro adorno (17) la

natura è partecipe delle sofferenze di Fileno mediante l’aurora che fa cadere lacrime di rugiada, Cinzia (personificazione della luna) che si mostra pallida per «doglia» e «pietà» e la notte che ha «orrore» della condizione dell’amante, ma solo Lilla rimane impassibile sulla sua posizione di rifiuto27. In Questo, che quasi un pargoletto scoglio (19) Fileno si paragona invece ad un’ostrica che vive circondata da un «ocean torbido ondoso» rappresentato dall’astio dell’amata, alimentato da «martir grave» e «feroce orgoglio». Ma il mollusco assomiglia alla stessa amata, pronta anche a dare la morte al cuore di Fileno (nella metafora un «polpo») pur di difendersi28. Nei due sonetti successivi Fileno dichiara poi la nobiltà del mestiere di pescatore, inserendosi perfettamente nel solco della tradizione di area napoletana. In Ch’io basso, io vile, io pescator mi sia (20) è a questo scopo indicata la vicenda di Glauco, anch’egli pescatore prima della sua elezione a divinità29; Fileno afferma inoltre di usare non una «povera canna» per ottenere il minimo indispensabile alla propria sussistenza, ma lo «spiedo aguzzo» e il «tridente», al fine di insidiare animali più grandi e feroci come foche, orche e pistrici30. In Perch’io col curvo e pargoletto legno (21) invece, dopo aver paragonato il mondo al mare31, viene indicato Amore come esempio di noto pescatore,

26 «Tornin tranquilli i molli campi azurri, / sia la foce d’Eolia in tutto chiusa, / restin taciti i venti, e l’onde immote. / Perché dal fremer lor, da’ lor sussurri / fatta sorda omai Lilla, empia si scusa / che i miei preghi, i miei pianti udir non pote», 9-14. Modello di riferimento è il sonetto di N. FRANCO Queta, o bell’Adria, ogni turbato aspetto (I), 9-14: «(...) il duol di Cloanto aspro infinito, / per cui la vita e ’l fier destin accusa, / udir si facci al tuo tranquillo lito. / Et quindi Galatea, del tutto esclusa / la cagion d’esser sorda al pianto ordito, / nel gran fremer che fai non trovi scusa». 27 «Freme il mar, trema l’alga e geme il vento, / la notte stessa ha del mio stato orrore: / Lilla, e te sol non move il mio lamento», 12-4. 28 «Anzi pur te rassembra, a cui se mai, / qual famelico polpo, il cor sen corre, / in pena de l’ardir, morte gli dai», 12-4. 29 «Pescò pur egli il padre Glauco, e pria / che de l’immondo suo con cento fiumi / purgato fusse de’ cerulei numi, / le scagliose del mar prede seguia», 5-8. Glauco è citato come esempio da L. TANSILLO nella canzone Tu che, da me lontana, ora gradita (XV), utilizzata come fonte per il sonetto mariniano: «Glauco, ch’or siede a mensa / coi dii, duro le mani e scalzo il piede, / non trasse al lido le scagliose prede?», 24-6. 30 «Già non son un de’ pescatori mendici / che ’l vitto, ignudo al sol, col fil pendente / da la povera canna si procaccia. / Ma con lo spiedo aguzzo e col tridente / d’ingorde foche e d’orche e di pistrici / nate a la morte altrui, seguo la traccia», 9-14. Fonte è ancora la canzone del Tansillo citata alla nota precedente: «Non son vil pescator, che ’l dì mi corche / sovra i sassi, e mendìche, / con l’umil canna, il cibo, ond’uom si vive; / ma seguo col tridente e forche ed orche, / che per l’onde nemiche / vengono a depredar le nostre rive», 27-32. 31 «Ma che altro che mar è il mondo tutto, / sempre commosso? Or par che scemi, or cresca, / e per venti sospir, per onde ha lutto», 9-11.

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questa volta sul piano prettamente metaforico: il cuore di Fileno è rimasto infatti irretito dalla sua esca, la bellezza di Lilla 32. Il mestiere in questione non è dunque d’ostacolo ma idealmente funzionale alla soddisfazione del desiderio amoroso del suo rappresentante. In Or che l’aria e la terra arde e fiammeggia (22) Fileno invita l’amata a godere sull’«arena» dell’ombra procurata dalle fronde dell’elce. In un momento in cui il mare «saettato dal sole» è divenuto «emulo del ciel» e la sua acqua è assimilata alla solida «sponda» tramite i rispettivi rappresentanti animali 33, il dissidio Lilla-Fileno può venir meno e risolversi in concorde armonia 34. Fileno torna a questo fine a lodare la bellezza di Lilla con In vece di canzon queste parole (23), ove la donna è descritta come una «novella (...) Venere» che ha reso il mare un «novo paradiso», ma tutto ciò si rivela inutile se in Mentr’oggi assisa in su le piagge erbose (24) e Lilla, qualor vegg’io che ’l ciel s’avolga (25) emerge la gelosia per tutti gli dèi e animali che potrebbero privarlo dell’amata. Dopo il già analizzato sonetto di assimilazione al personaggio di Miseno, In questo mar, qual fulmine che piomba (26), in Né tante intorno a sé, dentro e di fore (27) le bellezze dell’amata vengono descritte come motivi di pena: i «duo begli occhi» sono ricchi di spine velenose come quelle della tracina, mentre il «biondo crin» tende «reti, lacciuoli et ami» all’incauto amante. Non resta che chiedere, con l’artificiosa rapportatio dell’ultima terzina, «Ma tu, sola cagion de’ miei cordogli, / Lilla, la piaga, il foco, il nodo mio, / ché non sani, non tempri e non disciogli?»: solo la donna è causa di dolore, solo la donna può guarire colui che ha fatto ammalare. Il non ricevere risposta provoca lo sdegno di Fileno in Abbia chi mai per te pianti e sospiri (28), che dapprima si ripercuote su se stesso facendo riemergere il desiderio di morte di O terror d’ogni rete e d’ogni nassa (9) e Ricci pungenti, o misero Fileno (12)35, poi su Lilla, «orca» ingorda più dei mitici mostri Scilla e Cariddi36.

32 «Amor (non ch’altri) Amor naviga e pesca: / ahi, che ’l mio cor nuotando entro ’l suo flutto / preso rimase, e tua beltà fu l’esca», 12-4. 33 «Vedrai scherzar su per la riva amena / il pesce con l’augel, l’ombra con l’onda», 13-4. 34 Cfr. G. POZZI, Metamorfosi di Adone, in «Strumenti critici», 16 (1971), pp. 334-56, spec. pp. 338-39. 35 «Abbia chi mai per te pianti e sospiri / sparge, nemico il ciel, nemico il vento; / e ’l piè gli avolga in cento nodi e cento / brancuto pesce, e giù nel fondo il tiri», 1-4. 36 «O più che Scilla e che Cariddi ingorda, / orca, mostro maggiore del nostro faro, / più che mar, più che scoglio, iniqua e sorda», 12-4.

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In Allor che fé cangiando, il core e i passi (29) sono invece ricordate le parole d’amore tracciate da Lilla sulla spiaggia di Mergellina: «Allor che fé cangiando, il core e i passi / fia ch’altrove rivolga, o che s’asconda / Lilla dal suo Filen, dura quest’onda, / e questo scoglio liquido vedrassi»37. Fileno apostrofa lo «scoglio» e l’«onda» affinché i due adynata vengano a verificarsi, dal momento che «Lilla è d’altrui, Filen lasciato in pena», e rimane lo spazio per una conclusione di tipo moralistico sul valore delle parole espresse dalle donne che si inscrive nella tradizione lirica cinquecentesca38. Nella realtà Lilla non ha mai amato Fileno, che solo in questi ultimi sonetti sembra rendersene conto. In Oggi là dove il destro fianco ad Ischia (30) sono elencati alcuni amori tra pesci (la «conca», il «nicchio», la «biscia del mar», l’«algente anguilla», «occhiate e salpe»39), rispetto ai quali la «rigid’Alpe» del cuore di Lilla mai si è ammorbidita 40. Nel ricordare l’anniversario dell’innamoramento in Dal dì che gli occhi a’ tuoi begli occhi femmi (31) avviene però un notevole ribaltamento per il quale sul fino allora celebrato Amore si addossano le colpe dell’«affanno e pena», mentre Lilla viene privata di qualsiasi responsabilità: «altro mai, Lilla mia, cibo non diemmi / ch’affanno e pena, e quanto lui n’incolpo, / tanto te del mio mal dolce discolpo, / te, che l’arene indori e l’acque ingemmi» (5-8). La donna è davvero inespugnabile, e il pescatore avrebbe dovuto capirlo dal cattivo presagio della visione simultanea di una cornacchia e un gufo, tipici uccelli del malaugurio: «Or mi rimembra, oimè, che d’arid’elce / colà presso Pioppin con la sinistra / cornice il tutto a me predisse il gufo» (12-4) 41. Il presentimento di sventura per la predizione dei due animali indovini si è manifestato troppo tardi, tormentando inutilmente il cuore dell’amante per tutti questi

37 La fonte è ancora una volta una canzone di L. TANSILLO, Qual tempo avrò già mai che non sia breve (XIV): «Allor che Galatea non avrà caro, / via più che gli occhi, Albano, / liquido questo monte, e ’l mar fia duro!», 17-9. 38 «Folle chi crede (or men rammento e doglio) / a parole di donna, e scritte in rena», 13-4. La sentenza deriva dalla canzone del Tansillo prima citata: «Ma tutte le promesse / e tutti i giuramenti, / che innamorate donne ad uom mai fenno, / su l’arene e sul mar scriver si denno», 33-6, sulla scorta di A. POLIZIANO, Stanze per la giostra I, 14. 39 Il tema degli amori tra gli abitanti del mare è ben presente nella tradizione cinquecentesca: cfr. ad es. A. ONGARO, Alceo, cit., p. 5r e G. C. CAPACCIO, Mergellina, cit., pp. 36-7. 40 «Né però vidi mai, perfida Lilla / te fatta a me cortese, e se non rotta, / men dura del tuo cor la rigid’Alpe», 12-4. 41 Fonte è J. SANNAZARO, Arcadia, egl. X, 168-70: «Già mi rimembra che da cima un’elice / la sinestra cornice, ohimè, predisselo; / che ’l petto mi si fe’ quasi una selice»; la «cornix» è definita «sinistra» già da VIRGILIO, Bucol. IX, 15.

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anni. Il desiderio di morte tornerà perciò a manifestarsi negli ultimi sonetti, non essendoci più alcun motivo di esistere, e verrà soddisfatto proprio grazie all’assenza della donna, che con i suoi occhi non rendeva prima possibile la tempesta42.

42 Cfr. Se ’n te sdegno, in me duol più sempre abonda (13), dove le lacrime di Fileno incrinano la staticità delle acque, ma lo sguardo di Lilla riporta tutto alla calma: «Ché, se la pioggia, che sì larga io stillo, / il perturba talor, tu tosto il fai / col sol degli occhi tuoi piano e tranquillo», 12-4.

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Fileno nel canto IX dell’Adone
Dopo le Rime marittime il pescatore Fileno fa la sua ricomparsa nel canto IX dell’Adone43. In seguito ai Trastulli del canto VIII Venere e Adone si recano ora in visita alla fontana d’Apollo, costruzione che segna il trionfo della poesia sulle altre attività terrene. Il trasloco del Parnaso in Cipro non è avvenuto in maniera immotivata, ma con l’esplicita volontà di segnare «l’elezione del genere amoroso al grado supremo del poetabile»44. La finalità emerge subito a partire dalle prime sei ottave proemiali: l’invocazione diretta agli occhi dell’amata, affinché questi volgano i «rai cortesi» e diano l’«ingegno» e lo «stile» necessari al poeta si inserisce nella lirica cinquecentesca di genere amoroso già utilizzata da Marino nelle Rime del 1602. D’altra parte il poeta desidera che il «guiderdon» per le sue fatiche poetiche «sia corona di mirti e non d’allori», prendendo così le distanze dal più “nobile” poema epico. È Cupido stesso, all’ottava 4, a permettere materialmente la scrittura, dal momento che ha fornito al Marino la penna: «Dal’ali del pensier che spiega il volo/ là donde poi qual Icaro trabocca, / anzi pur dala sua, svelse la penna / con cui scrivo tal’or quant’ei m’accenna» (5-8) 45. Alle ottave 5 e 6 viene invece anticipata la lite tra i cigni-poeti descritta solo a partire dall’ottava 165; con il procedimento della recusatio Marino afferma infatti che, se fosse uno «degli augei saggi e canori», eleverebbe il proprio «rozzo stil» al fine di «cangiar Venere in Marte, il plettro in tromba» e seguire così i modelli di Tasso e Ovidio46: ma siccome ciò non è possibile, non resta che proseguire il già intrapreso

43 Nelle Rime del 1602 Fileno compariva ancora nella seconda parte nella canzone degli Amori notturni, dove giungeva finalmente al possesso fisico di Lilla: «da le sue labra il fior de l’alma coglio; / e mentre il molle seno avien ch’io tocchi. / e vo tra’ pomi suoi / scherzando, e mille baci or dono, or toglio, / tal, che lasso parea, / pronto si desta e leva, / ond’io pur di morir dolce m’invoglio», 91-7. L’accentuata sensualità del componimento costò al Marino la prima censura ecclesiastica: cfr. C. CARMINATI, Giovan Battista Marino tra inquisizione e censura, Padova, Antenore, 2008, pp. 13-4. Il personaggio era ritornato anche nella Sampogna, seppure in ambito pastorale: cfr. Idilli pastorali, La bruna pastorella, ove Lidio rivela all’amata Lilla la partenza di Fileno-Marino per la Francia del «gran pastor di Senna» Luigi XIII. Fileno compare ancora nella stessa sezione ne La ninfa avara in veste di pastore invaghito di Filaura, esplicitando il proprio amore secondo le tradizionali modalità bucolico-pastorali (riferimenti alla mitologia e alla natura, tema del carpe diem, promesse di cantare la bellezza della donna) che vengono schernite dalla donna («Fileno, il tuo discorso / è vago e dotto invero; / ma sì trito e commune, / e già sì antico omai, che sa di vieto», 272-75), fino alla lode dell’oro dei versi 501-45, che rovescia la condanna delle Stanze per la giostra di Poliziano e del Pastor fido di Guarini. 44 G. POZZI nel Commento a G. B. MARINO, L’Adone, a cura di Id., Milano, Adelphi, 1988, 2 voll., II, p. 414. 45 Per il tema cfr. il sonetto del Tansillo Amor m’impenna l’ale, e tanto in alto (II). 46 Il primo riguardo al poema epico, il secondo a quello cosmogonico: «E ’l duce canterei famoso e chiaro / che,

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«canto» di Venere e Adone. Si vedrà tuttavia che alle ottave 56-8 Venere prometterà a Fileno-Marino, in cambio della narrazione dei suoi «diletti» e «dolor» per Adone, il reciproco innamoramento di Lilla e il postumo ingresso dell’anima del poeta nel «felice drappel de’ cigni»: tutto questo a marcare la parità d’importanza tra il poema in «molli versi» e i più celebrati epico e cosmogonico, raggiunta solo grazie a Marino. Venere e Adone si recano sul carro costruito da Vulcano appositamente per la dea, trainato in mare da «duo mostri» simili a sirene 47, sotto la guida della ninfa Idrilia. Durante la navigazione i pesci guizzanti in acqua si rendono simili a «stelle d’argento», sull’esempio del sonetto marittimo Pon mente al mar, Cratone, or che ’n ciascuna (43)48, mentre Amore come da tradizione pesca le anime dei due amanti («Amor con altro laccio e con altr’esca / di Ciprigna e d’Adon l’anime pesca», 17, 7-8); la vegetazione dell’isola tende invece a fondersi con l’acqua marina, favorendo il dialogo tra le divinità dei due elementi («Tra smeraldi e zaffir l’ombre con l’onde / scherzano gareggiando assai vicine; / ed han commercio insu le ripe estreme / le verdi dee con le cerulee insieme»49) e il miscuglio tra i loro prodotti 50. L’io lirico afferma poi di aver visto un luogo del tutto simile a questo, non fosse che si trova su di un fiume, «là dove trae la bella Polidora / dala Dora e dal Po nome immortale» (23, 3-4): il primo riferimento autobiografico del canto è dunque rivolto al soggiorno torinese degli anni 1608-14 51. La fontana è stata innalzata da Vulcano in onore di Apollo dopo che questi gli ha rivelato il legame adultero tra Venere e Marte: la sua edificazione in un luogo così prominente, seppur accorsa in seguito a un avvenimento a tutta onta della dea, starebbe comunque a simboleggiare la poesia amorosa in quanto sovvertitrice di tutte le anime,

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di giusto disdegno in guerra armato, / vendicò del Messia lo strazio amaro / nel sacrilego popolo ostinato; e canterei col Sulmonese al paro / il mondo in nove forme trasformato», 6, 1-6. È noto che Marino aveva intenzione di emulare i due poeti rispettivamente con la Gerusalemme distrutta e le Trasformazioni: cfr. E. RUSSO, Marino, Roma, Salerno, pp. 220-30, 247-50. «Duo mostri il tranno: han d’uomo e di delfino / questi le membra e d’ambo un misto fassi; / umana forma ha quella parte ch’esce / del’acque, il deretan termina in pesce», 11, 5-8. Cfr. ivi, «Ve’ come van per queste piagge e quelle / con scintille scherzando ardenti e chiare / volti in pesci le stelle, i pesci in stelle», 9-11. 20, 5-8. La descrizione dello specchiamento tra terra e acqua dipende dal sonetto marittimo Or che l’aria e la terra arde e fiammeggia (22) e Adone VIII, 23: cfr. G. POZZI, Metamorfosi di Adone, cit., pp. 336-37. «Quante cadder tra perle e tra coralli / i pomi che pendean poco lontani / e la vendemmia che accolsero i cristalli, / già di vivo rubin gravida i grani», 22, 1-4. Sul quale cfr. E. RUSSO, Marino, cit., pp. 87-148.

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delle umane come delle divine. L’offerta di doni a Venere da parte di una «sirenetta leggiadra»52 offre poi il pretesto per il primo intermezzo mitologico del canto: la narrazione da parte della madre di Amore della nascita della perla (28-46). Il tema è tratto dalla Naturalis historia di Plinio (l. IX, §§ 106-11), con leggere variazioni destinate ad accentuare la preminenza dell’isola di Venere su tutti i loci amoeni terrestri. Così le isole elencate nel testo latino non producono perle in gran quantità come Cipro («Sappi che di ricchissime rugiade / l’India, l’Arabia, Eritra e Trapobana / tanta copia non hanno o Paro o Gade, / o d’austro il mare o il mar di tramontana, / quanta in queste felici alme contrade / ne versa ognor del ciel grazia sovrana» 53), mentre con una notevole immagine i colombi sacri alla dea le inghiottono e «le rimandan fuor con gli escrementi / più perfette, più pure e più lucenti» (30, 7-8). Le perle sono lodate per la loro nobile origine («generoso alto concetto»), per la «gran virtù» con la quale sono capaci di «confortar l’anime meste», per qualità estetiche («lo splendor reca diletto») e perché le conchiglie da cui nascono sono state fondamentali nella biografia di Venere: «Queste diero la cuna al nascer mio, / queste per barca e carro ancor vols’io»54. Al formarsi della perla, narrato alle ottave 33-5, concorrono diversi elementi. Con il giungere mattutino dell’aurora la «picciola stilla» d’acqua cade dal cielo e, «condensata in rugiadoso gelo» dall’aria, viene accolta nel «cavo sen» di una «conca lasciva» che provvederà al concepimento del «candido frutto». La possibilità che la perla assuma diversi colori a seconda delle condizioni climatiche, come specificato da Plinio55, non viene contemplata dalla dea, dal momento che Marino con una lieve variatio fa corrispondere il colore della concrezione alla «purità» del corpo molle del bivalve, in grado di vincere «de l’alba i luminosi albori». Alle ottave 36-40 viene invece

52 L’unica tra le tre figlie d’Acheloo ancora vivente, come verrà spiegato a 41-5, poiché le due sorelle si uccisero dopo l’affronto di Ulisse; uno dei due corpi giunse e fu sepolto su una spiaggia «presso Cuma e Pozzuol», determinando il valore della poesia napoletana: «dal’ossa della vergine canora, / che ’n quel terren celeste ebbe l’avello, / spirto di melodia pullula ancora, / quasi d’antico onor germe novello», 46, 1-4. 53 29, 1-6. In Nat. hist. IX, 106 si aveva invece «Fertilissima est Taprobane et Stoidis, ut diximus in circuitu mundi, item Perimula, promunturium Indiae. Praecipue laudantur circa Arabiam in Persico sinu maris Rubri». 54 32, 7-8. Le conchiglie di Venere sono ricordate in Nat. hist. IX, 103: «Navigant ex iis [murices] Veneriae praebentesque concavam sui partem et aurae opponentes per summa aequorum velificant». 55 Cfr. ivi, IX, 107: «Si purus [ros] influxerit, candorem conspici; si vero turbidus, et fetum sordescere; eundem pallere caelo minante conceptum». Cfr. anche G. C. CAPACCIO, Mergellina, cit., pr. VI, p. 142: «Vedeste mai le vere madriperle (...) come vedute l’ho io nella Nuova Spagna, ove l’ho vedute pallide generarsi quando in tempo nubiloso si creano, e quando molta rugiada han bevuto grosse diventare?».

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narrata la pesca della perla, ancora su spunto del testo latino. Come tutte le cose «belle e ricche» la sua conquista è difficoltosa, dal momento che un pescatore sprovveduto rischia di vedersi le dita amputate dalla conchiglia, più forte di qualsiasi «tanaglia o coltel»56. Soltanto con la scaltrezza del polpo, che pone un sasso tra le due valve impedendo alla conchiglia di chiudersi 57, è possibile ottenere senza pericoli la perla, spesso rilasciata volontariamente dal mollusco allo stesso modo in cui il castoro braccato si autorecide i testicoli cercati dai cacciatori 58. Sul medesimo tema l’antecedente più prossimo all’Adone è rappresentato dalla favola pescatoria La creazione della perla di Gasparo Murtola (1570-1624), composta nel 1608 in occasione delle nozze tra la figlia del Duca di Savoia, Margherita, e il figlio del Duca di Mantova, Francesco59. Il nome della Infanta60 è motivo per trattare il tema classico, cui si aggiunge un confronto tra le divinità preposte ai diversi elementi (Corilla per l’acqua, Clori per la terra, Iride per l’aria e Alba per il fuoco) su quale di questi contribuisca maggiormente alla formazione della perla. Nonostante l’intervento di Amore e Imeneo, che tentano di porre termine alla

56 Cfr. ivi, IX, 110: «Concha ipsa, cum manum vidit, conprimit sese operitque opes suas, gnara propter illas se peti, manumque, si praeveniat, acie sua abscidat, nulla iustiore pena» 57 L’aneddoto del «pesce brancuto» è tratto da G. C. CAPACCIO, Mergellina, cit., pr. VIII, p. 197: «Et è pur vero che, dopo che un’ostrica troncò ad un polpo una branca, seppero gli altri trovar modo di imbolar loro il frutto (...), perché impediscono il chiudersi con un lapillo, che astutamente con le lor branche dentro ripongono». 58 Fonte è ancora Nat. hist. XXXII, 26, dove però la falsa credenza viene smentita sulla scorta di Sestio: «Amputari hos [testes] ab ipsis, cum capiantur, negat Sextius diligentissimus medicinae». L’aneddoto si trova anche in una lettera ad Andrea Barbazza (1613): «Questo principe [F. Peretti di Montalto] mi dà ogni dì delle pappolate e delle canzoni, delle quali sono oggimai sazio e stracco in guisa che mi vien voglia, a guisa di castoro, di lasciare i coglioni in preda del cacciatore e restar castrato per iscampar via», in Lettere, a cura di M. Guglielminetti, Torino, Einaudi, 1966, p. 139. 59 Sul matrimonio e le sue celebrazioni cfr. i contributi di F. VARALLO, Le feste per il matrimonio delle infante (1608) e P. BESUTTI, Il matrimonio dell’infanta Margherita: le feste a Mantova, entrambi contenuti nel volume di saggi Politica e cultura nell’età di Carlo Emanuele I. Torino, Parigi, Madrid, Atti del convegno internazionale di Torino (21-24 febbraio 1995), a cura di M. Masoero, S. Mamino e C. Rosso, Firenze, Olschki, 1999, alle pp. 475-490, 491506. Il testo La creazione della perla è citato da G. MURTOLA, Delle pescatorie, Roma, Deuchino, 1617, pp. 247-71; sull’opera cfr. C. PEIRONE, Un genere di «confine»: le piscatorie, nel volume di saggi sopra citato alle pp. 141-54, spec. pp. 151-54. 60 Il gioco etimologico sul nome (lat. margarita, ‘perla’), derivante con ogni probabilità da una coppia di sonetti del Tasso (ni 769 e 770 nelle Rime a cura di B. Basile, Roma, Salerno, 1994, 2 voll., I, pp. 762-63) composti in occasione delle nozze del 1581 tra Vincenzo Gonzaga e Margherita Farnese, verrà ancora sfruttato per la figlia di Carlo Emanuele I ne La creazione del mondo («Perleggia il viso dolcemente in essa, / perleggia il dente nella bocca avolto, / perla è il sen, perla è il collo et a vederla / col regio nome suo tutto è una perla», VI, 25, 5-8, citaz. in G. JORI, Le forme della creazione. Sulla fortuna del «Mondo creato» (secoli XVII e XVIII), Firenze, Olschki, 1995, p. 65) e nel panegirico sacro La Margherita di E. Tesauro, composto nel 1627 (in Panegirici del conte D. Emanuele Tesauro, Torino, Zavatta, 1659-61, 3 voll., I, pp. 103-31).

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«bella e nobile contesa» affermando la fondamentale importanza di tutti gli elementi 61, la disputa prosegue in un esteso dialogo serrato con una interminabile catalogazione di prodotti naturali (cocciniglia, porpora, minio), metalli e minerali (oro, argento, zolfo, sale) e animali (salamandra, camaleonte, talpa, balena, ecc.) tipici dei quattro distinti ambienti. Solo l’intervento delle divinità maggiori Teti, Diana, Giunone ed Elio («Sole»), che richiama il «gran decreto eterno» per cui il fuoco è l’elemento più leggero e quindi più importante, porterà alla riconciliazione finale62. Marino conosceva certamente la favola del Murtola fin dal 1608 63, e la volontà di superarlo è evidente nella capacità di sintesi (la nascita della perla è infatti narrata in tre ottave, al contrario delle decine di versi impiegati dal poeta genovese) e nella fedeltà al testo classico (la «primiera origine» della concrezione resta quella celeste, come nel testo pliniano64). Nel poema Marino non ritiene necessario distaccarsi dal racconto classico - come avveniva nel sonetto marittimo Quante per queste mai piagge arenose (10), ove le perle erano prodotte dalla solidificazione delle lacrime dell’amante disperato - e la ripresa di un tema già trattato dal Murtola giunge non a caso nel canto in cui Fileno narrerà il fallito attentato da parte del letterato genovese, a marcare sul piano poetico la notevole differenza qualitativa che intercorre tra i due antagonisti. Il poco disinteressato excursus è seguito dalla rievocazione della poesia partenopea da parte di Venere, esemplificata nella pratica grazie alla presenza di un pescatore che «di semplice duaggio ha gonna e manto, /ed ha di polpo un capperon sdruscito» (47, 34). La descrizione è assai distante da quella del sonetto marittimo Ch’io basso, io vile, io pescator mi sia (20), ove Fileno era dotato del nobilitante tridente per scagliarsi in maniera temeraria contro le grandi prede del mare (foche, orche, pistrici): al pescatore

61 «L’ampia terra col mar, con l’aria il foco» sono infatti state unite da Amore con un «nodo eterno», p. 256. 62 «[La contesa] e già finita è allora / che fu creato il mondo / da la gran man di Giove; / più leggero e sublime / s’innalzò il foco, e poi / successe l’aria lieve, / e dopo l’aria l’acqua, / dopo l’acqua la terra, e non si deve /da voi ripulsa fare / al gran decreto eterno. Io perché fui / allor fatto di foco, / però son nel cor del cielo, occhio del mondo, / e vago auriga de la luce bella», p. 266. 63 Per lo stesso matrimonio aveva composto l’epitalamio Il letto, caratterizzato da una marcata presenza di «passaggi arditi» che fanno pensare ad un «rischio calcolato per farsi largo» tra i poeti della corte torinese, che portò al «progressivo avvicinamento a Carlo Emanuele»: cfr. E. RUSSO, Marino, cit., pp. 87-91. 64 Cfr. Nat. hist. IX, 107: «Ex eo quippe constare, caelique iis [margaritae] maiorem societatem esse quam maris: inde nubilum trahi colorem aut pro claritate matutina serenum».

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non resta ora che tenere «a piè la cistella, in man la canna» con cui ingannare «de l’acque il popol muto». Fileno inizia a parlare invitando la non presente Lilla a proteggersi dal sole sul solito calco di Or che l’aria e la terra arde e fiammeggia (22), con l’aggiunta del tradizionale motivo del dono ittico 65. La descrizione dell’«anguilla domestica», animale che permette lo sviluppo di un evidente doppiosenso osceno 66, si protrae per ben quattro ottave (48-51) con la trattazione delle sue abitudini (49) e delle sue caratteristiche fisiologiche (50), concludendosi con un’arguzia di matrice sonettistica: «O di quest’animal vie più fugace, / più dura al mio pregar di questo scoglio, / vienne a temprar, deh! vienne un doppio ardore / e se ’l pesce non vuoi prenditi il core» (51, 5-8). Il canto di Fileno ha attratto l’ingenua curiosità di Adone, per cui Venere decide di raggiungere il pescatore per sentirlo narrare le sue «fortune». La dea ricorda dapprima di aver dato forza al «celebrar gli onori» del regno di Nettuno nella sezione marittima delle Rime del 1602, per la quale «il nome immortale ancor pertutto / serban di Lilla (...) l’arena e il flutto» (54, 7-8); afferma poi che Fileno non si limita solo a catturare i pesci, che per la sua melodia si fanno «dilettose e volontarie prede», ma anche l’«anime umane e divine», in un non troppo velato parallelo con Amore-pescatore dell’ottava 17. La richiesta di riportare su carta «i diletti e i dolori» provati per Adone, per un doppio ossimoro «amaro (...) piacer, dolce tormento» 67, implica come già anticipato la promessa della dea di accendere Lilla d’amore e di innalzare l’anima di Fileno tra i cigni-poeti: «Farò (...) per te colei / languir per cui languisci, amante amata; / e quando il nodo onde legato sei / verrà poscia a troncar Parca spietata, / nel felice drappel de’ cigni miei / ti porrò, candid’ombra, alma beata» (58, 1-6). La risposta di Fileno si apre con un’invocatio a Venere affinché gli venga data una vena poetica degna del soggetto da cantare: è dalla dea infatti che viene lo stile e al

65 Sul quale cfr. almeno il sonetto marittimo Questo cesto d’echini e questa sporta (37). 66 Doppiosenso sfruttato in maniera più o meno accentuata lungo tutta la tradizione letteraria, dal Berni dei capitoli al Montale della Bufera. 67 Ma si noti anche il climax inserito nella seconda parte dell’ottava 56: «Per costui, ch’è di me la miglior parte / amaro mio piacer, dolce tormento, / mezzo del’alma mia, vita mia vera, / anzi di questa vita anima intera», 58.

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tempo stesso è grazie a lei che il «debile intelletto» può superarsi, dal momento che le corde della cetra sono costituite dai lacci d’Amore 68. Il riferirsi alla dea duplica dunque l’invocazione proemiale del canto I, ove il poeta chiedeva alla «santa madre d’Amor» di dettargli «le venture e le glorie alte e superbe» dell’amato Adone69. La condizione di “preda d’Amore” è propria di Fileno fin dal momento della nascita, se è vero che le catene di Cupido lo legarono da subito «insieme con le fasce» e i primi bagni furono facilitati dallo scorrere delle lacrime. Grazie al furor amoroso e a quello poetico gli fu invece possibile «lagrimar cantando» e «far le (...) lagrime canore», in maniera da poter raggiungere una tale qualità poetica: «Di duo furori acceso arsi penando, / l’un mi scaldò la mente e l’altro il core, / (...) / Amor fè con la doglia amaro il pianto, / Febo con l’armonia soave il canto» (62, 3-4, 7-8). Apollo e Cupido appaiono dunque direttamente legati e strettamente dipendenti l’uno dall’altro, a sottolineare l’importanza del legame tra il sentimento amoroso e quello poetico. La poesia è stata fin dalla gioventù un «refugio» ai molti dolori provati, ma la condizione di poeta non ha permesso a Fileno nulla di più dignitoso di un «guarnel di zigrin, l’amo e la sporta»: oggetti antifrasticamente definiti come «trofei» di un’epoca in cui la gloria è ormai defunta. Si offre perciò l’occasione per differenziare ad contrastum un passato in cui i poeti erano facilitati nel loro mestiere dal favore degli astri e un presente avaro in cui i pochi principi estimatori di poesia apprezzano più gli scritti che i loro autori, ed è già tanto se premiano con lodi i componimenti meritevoli 70. Ma Fileno non è scontento della sua povertà, dal momento che gli è sufficiente possedere la cetra di «fin oro» con cui accompagna il canto. Lo strumento, dono «del gran re de’ regi» Luigi XIII, viene minuziosamente descritto all’ottava 67 e si sostituisce così alla «nobil cetra» già usata da Arione e Sannazaro nel primo sonetto marittimo:

68 «Risponde: -O degna dea dela beltate, / imperadrice d’ogni nobil petto, / canterò, scriverò, se voi mi date / vena corrispondente al bel suggetto. / Da voi viemmi lo stile e voi levate / sovra sestesso il debile intelletto, / poiché la cetra mia rauca e discorde / s’ha de’ lacci d’Amor fatte le corde-», 59.

69 Cfr. I, 3: «Dettami tu del giovinetto amato / le venture e le glorie alte e superbe; / qual teco in prima visse, indi qual fato / l’estinse e tinse del suo sangue l’erbe. / E tu m’insegna del tuo cor piagato / a dir le pene dolcemente acerbe / e le dolci querele e ’l dolce pianto; / e tu de’ cigni tuoi m’impetra il canto».
70 «Tempo fu ch’ai cultor de’ sacri rami / favorevoli fur molto i pianeti. / Or sol regnano in terra avare fami / e copia v’ha di principi indiscreti, / de’ quai s’alcuno è pur che ’l canto n’ami, / ama le poesie, non i poeti; / né fia poca mercé quand’egli applaude / premiando talor laude con laude», 65.

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Marino ha in questo modo voluto descrivere il distacco tra la giovanile poesia marittimo-pescatoria e il maturo poema mitologico, utilizzando un oggetto che rispecchia il suo rapporto coi tempi attuali anche tramite i simbolici gigli del suo protettore francese. La critica del corrotto presente si fa antipopolare all’ottava 68, dove la massa viene accusata di premiare i non meritevoli e biasimare gli artisti più degni a causa del «vel d’ignoranza» che copre la sua capacità di giudizio; Fileno, pur affermando con una evidente captatio benevolentiae di non essere tra i poeti migliori, dichiara il proprio ingegno succube «di colpi tali». Il primo riferimento autobiografico dell’alter ego del Marino è legato all’intenzione paterna di dirigere il proprio figlio sulla strada degli studi giuridici, tentando di allontanarlo dal più incerto avvenire poetico: «più d’una volta il genitor severo, / in cui d’oro bollian desiri ardenti, / stringendo il morso del paterno impero: / -studio inutil (mi disse) a che pur tenti?-»71. La svalutazione del mestiere di avvocato, un «vender fole ai garruli clienti», va di pari passo con la perdita di una legge che «punisca il fallo o ricompensi il merto», dal momento che il perseguimento degli interessi personali determina ormai il corso delle cose: ne consegue la perdita del confine tra innocenza e colpevolezza e quindi del valore di giustizia, cardine di qualsiasi società civile. Marino non propone tuttavia soluzioni a questa grave insidia, limitandosi ad esporre la problematica con una metafora: «Del’oro, al cui guadagno è il mondo inteso, / la bilancia d’Astrea trabocca al peso» (79, 7-8). D’altra parte il poeta gioca proprio su questa indeterminatezza nel descrivere il suo spostamento giovanile da Napoli a Roma, determinato nella realtà non dal disinteressato desiderio di viaggiare («Ma perché l’uom nel’età sua novella / è pronto a variar pensieri e voglie, / vago desio mi spinse e mi dispose / a cercar nove terre e nove cose», 73, 5-8), ma dalla fuga dal carcere a causa del probabile reato di

71 69, 1-4. Ma la sentenza appartiene già a OVIDIO, Tristia IV, x, 21: «Saepe pater dixit: -Studium quid inutile temptas?-» e, in maniera più sanguigna, a L. ARIOSTO, Satire VI, 157-59: «Mio padre mi cacciò con spiedi e lancie, / non che con sproni, a volger testi e chiose, / e me occupò cinque anni in quelle ciancie». Sul rapporto col testo ovidiano cfr. A. MARTINI, L’encomio del poeta nel IX canto dell’Adone: Marino sulle tracce di Ovidio, in Forme e occasioni dell’Encomio tra Cinque e Seicento, Atti del convegno internazionale di Pisa (15-17 novembre 2007), a cura di D. Boillet e L. Grassi, Pisa, Pacini, i.c.s. Sarebbe tuttavia limitato circoscrivere la tematica al solo piano letterario, se già nelle Lettere emerge la conflittualità con l’autorità paterna: cfr. le lettere a G. B. Manso (1593, 1612) e L. Centurioni di Morsasco (1619) in Lettere, cit., pp. 5, 125-27, 486-89.

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falso in atto pubblico72. Durante il soggiorno romano (1600-05) presso Pietro Aldobrandini, Fileno-Marino ha avuto modo di osservare tutta l’ipocrisia dei comportamenti tenuti a corte dai sudditi, tra «sorrisi traditor» e «favori ingiusti», per cui non può che argutamente concludere che il termine corte non deriva per figura etimologica da cortesia, ma prende la sua terminazione da morte: «le diè la cortesia del proprio nome / solo il principio, il fine ha dala morte» (77, 3-4). Con la volontà di allontanarsi da tale situazione è motivato il nuovo trasferimento, accaduto in realtà dopo la morte di papa Clemente VIII (Ippollito Aldobrandini) e la successiva elezione prima di Alessandro de’ Medici (Leone XI), il cui pontificato durò meno di un mese, poi di Camillo Borghese (Paolo V), che stabilì il ritorno del cardinal Pietro e del suo seguito presso la sede arcivescovile di Ravenna. Il soggiorno ravennate (1605-08) non è nemmeno accennato, probabilmente a causa dell’allora scarsa importanza culturale della città 73, per cui si passa immediatamente alla «città che ’l nome ebbe dal toro». Ma anche presso la corte del Duca di Savoia Carlo Emanuele I operano «disleali amici» in grado di mandare il nuovo arrivato, con le loro maldicenze, perfino in prigione. Il poeta sfalsa la realtà pur di biasimare ulteriormente la vita di corte 74, e giunge al culmine di questo nella descrizione del tentativo di omicidio perpetrato dall’avversario poetico Gasparo Murtola, che si protrae per ben sei ottave (80-5). Il colpo di pistola fu provocato dall’invidia, che rispose antiteticamente al «suon de’ carmi» col rozzo e meccanico «tuon dele palle» dell’arma, ma la motivazione più recondita del gesto è riconducibile alla fama: il «fellon» Murtola, non potendo essere ricordato per i suoi mediocri versi, pensò in questo modo di «rischiarar la sua memoria oscura» e scagliò «globi di piombo» verso Marino, salvatosi nella finzione poetica solo grazie all’intervento del suo nume

72 Cfr. E. RUSSO, Marino, cit., pp. 20-1. 73 «Ma appena giunto, mi è entrato uno sfinimento nel core, che mi fa vivere disperatissimo. Questa è una città, anzi uno deserto, che non l’abiterebbono i zingari. (...) Sappiano gli amici che, se questa dimora va in lungo, la mia vita s’abbrevia», lettera a Simon Carlo Rondinelli (1605), in Lettere, cit., p. 49; cfr. M. PIERI, Per Marino, Padova, Liviana, 1976, pp. 51-4. 74 La carcerazione fu probabilmente dovuta alla diffusione di alcuni sonetti burleschi rivolti al duca stesso e giunse solo nel 1611, dunque dopo l’attentato del Murtola, qui posticipato con un abile hysteron proteron.

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tutelare75. La narrazione delle peregrinazioni mariniane riprende subito all’ottava 86, senza la motivazione del valicamento delle Alpi 76. In Francia l’onore e la cortesia spiccano rispetto all’Italia e il terreno è «sì d’ogni ben ricco e fecondo» da lasciare il poeta incerto nel dire se «se sia provincia o mondo», col ribaltamento dell’assunto tassiano per il quale era l’Italia a «mostrare un picciolo ritratto dell’universo» 77; ma queste virtù non bastano, insidiate come sono dagli «scoppi e timpani di Marte» e dalla bellicosità del popolo francese, per cui nella finzione poetica non è restato a Fileno che partire nuovamente e recarsi presso l’attuale «scoglio romito» di Cipro. In tale luogo il pescatore ha avuto modo di affinare il proprio canto grazie agli insegnamenti dei cigni-poeti, nonostante Lilla continui a farsene beffe 78. La vena poetica è divenuta per il maturo Fileno garanzia di realismo («Vena povera certo ed infeconda, / ma schietta e natural com’è quest’onda», 88, 7-8), ma i fatti narrati sono spesso stati falsati cronologicamente, trattati in maniera troppo estesa rispetto alla loro secondaria importanza o perfino cassati. La realtà di Fileno si rivela dunque circoscritta alla sfera dell’immagine che il poeta vuole dare di sé, senza troppi scrupoli per una descrizione oggettiva degli avvenimenti: dopotutto l’interesse ultimo va alla gloria, per cui è più che lecito accentuare o nascondere i dati biografici che potrebbero agevolare o rendere più impervio il suo raggiungimento: «Il meglio è dunque in questa vita breve / procacciar contro morte alcun riparo, / e poiché ’l corpo incenerir pur deve, / rendere almeno il nome eterno e chiaro»79. Terminato il monologo di Fileno si descrive il luogo fisico nel quale i personaggi si trovano e l’«alta struttura» dedicata da Vulcano ad Apollo: essa è di forma circolare,

75 «Forse com’amator di sua bell’arte, / campommi Apollo da Vulcano e Marte», 85, 7-8. 76 Marino si recò a Parigi nel luglio del 1614, due anni dopo la liberazione dalla prigione torinese, avvenuta grazie all’intercessione dell’ambasciatore britannico presso la Serenissima sir Henry Wotton: cfr. C. CARMINATI, Giovan Battista Marino tra inquisizione e censura, cit., pp. 120-24. 77 Cfr. la lettera a Ercole de’ Contrari in T. TASSO, Prose, a cura di E. Mazzali, Milano-Napoli, Ricciardi, 1959, pp. 745-61, citaz. da p. 756. 78 «Qui mi vivo a mestesso e ’n quest’arena / che cosa sia felicità comprendo, / e qui purgando la mia rozza vena, / da’ tuoi candidi cigni il canto apprendo, / con cui sfogar del cor la dolce pena / la pescatrice mia m’ode ridendo», 88, 1-6. 79 91, 1-4. È ben noto l’oblio in cui cadde l’opera mariniana nel corso dei secoli successivi al Seicento, come ha spiegato G. Pozzi nella sua prefazione all’Adone, cit., II, pp. 3-7. Per una trattazione più distesa cfr. M. PIERI, Per Marino, cit., pp. 3-32.

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con le statue delle nove Muse che circondano un «monte» sul quale svetta la figura di Pegaso, a ricordare la genesi della fonte Ippocrene. All’interno di questa estesa ekphrasis (ottave 95-105, 109-11) vi è spazio per un’apostrofe rivolta a Vulcano, a detta dell’io lirico responsabile di rendere a tutti possibile l’attingere alle acque «elette e rare» della poesia, con la conseguente contaminazione della fonte; la riprensione del Marino è rivolta dunque alla sovrapproduzione poetica del Seicento, tema trattato di frequente soprattutto nella letteratura dei ragguagli80. Successivamente Venere prende la parola per indicare gli scudi delle famiglie italiane retti dalle Muse; la descrizione è però preceduta da alcune ottave (113-17) dedicate a costituire un canone di temi e soggetti da affrontarsi a seconda della lingua utilizzata. La lingua greca dovrà così trattare argomenti mitologici 81, quella latina soggetti epici82, mentre quella italiana dovrà sviluppare la tematica amorosa 83: è evidente la preordinata volontà di escludere le altre lingue moderne dal confronto con quelle classiche e al tempo stesso determinare la supremazia di quella italiana per caratteri meramente estetici (dolcezza degli accenti, del suono e delle rime). L’invidia delle Muse non «tosche» e la sorte renderanno comunque fondamentale il sostegno delle casate elencate in seguito dalla dea: Savoia (ottave 120-24), Este (12529), Gonzaga (130-33), Della Rovere (134-36), Farnese (137-39), Colonna (140-41), Orsini (142-43), Doria (144-46) e Medici (147-50). Il numero di ottave è proporzionale all’importanza della singola famiglia e in molti casi la scelta, come ha ben spiegato Pozzi84, è stata determinata da ragioni storiche (è il caso degli Este e dei Medici: i primi

80 Cfr. ad es. T. BOCCALINI, De’ ragguagli di Parnaso, Venezia, Guerigli, 1617, Ragguaglio XXVII, «Apollo acremente si duole con le Serenissime Muse, perché inspirano il furor poetico in molti ingegni ignoranti, & esse eccellentemente difendono le attioni loro», pp. 94-7. Nella lettera di dedica del Ritratto del Serenissimo don Carlo Emmanuello duca di Savoia (novembre 1608) Marino stesso se la prendeva con gli «scrittori dozzinali» (tra cui certamente il Murtola) esortando i potenti a non affidarsi ad essi: «Né dovrebbono permettere i signori supremi che l’ombra degl’ingegni plebei intorbidasse il lume della lor gloria e che l’altrui indignità avvilisse l’altezza de’ meriti loro. Imperoché la poesia richiede singolarità, e gli scritti di questi cotali o non si leggono, o si leggono con riso, là dove quelli degli uomini si leggono e si ammirano, e vive in essi la memoria di coloro che vi sono mentovati», in Lettere, cit., pp. 597-601, citaz. da p. 600. 81 «Privilegio fatal di questa fia / di sacre cose innebriar le menti, / sollevando ai secreti alteri misteri / de’ numi eterni i nobili pensieri», 114, 5-8. 82 «Grave e ben atto a celebrar eroi / sarà del Lazio il pettine canoro, / ed a sonar con bellicosi carmi / di guerrieri e di luci imprese ed armi», 115, 5-8. 83 «Questa, con vaghi metri e dolci note / e con numeri molli accolti in rima, / fia che per propria e singolar sua dote / meglio ch’altra non fa gli amori esprima», 117, 1-4. 84 L’Adone, cit., II, pp. 428-29.

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ospitarono Ariosto e Tasso, mentre i secondi furono determinanti nella diffusione a livello nazionale del fiorentino) o da interessi personali (Marino fu protetto dai Savoia, da Maria de’ Medici, reggente per conto del figlio Luigi XIII, ed ebbe speranze di sistemazione presso i Gonzaga). Resta invece escluso dalla rassegna qualsiasi riferimento alle famiglie di quella feudalità meridionale che con Matteo di Capua gli permise di farsi strada negli ambienti culturali di fine Cinquecento, a conferma che «il mezzogiorno interessa al Marino come realtà poetica, non come realtà sociale e politica»85. L’attenzione di Adone si concentra poi sullo scudo scolpito sul basamento della statua di Apollo, composto da tre gigli dorati in campo azzurro: Venere loda perciò la casa reale di Francia rivolgendosi direttamente al giovane re Luigi XIII. Il figlio di Enrico IV e Maria de’ Medici è lodato per l’ospitalità accordata ai poeti italiani 86, che secondo la dea verrà onorata da un poeta napoletano in grado di mantenere viva la memoria del giovane sovrano determinando la sua fama futura: evidente riferimento all’Adone87. Chiusa mediante questa promessa la sequenza encomiastica, si apre la parte più propriamente poetico-letteraria, con la rassegna dei cigni sacri a Venere. Gli uccelli sono celati tra i mirti e cantano tutti, seppur con stili differenti, come «Amor arda e come impiaghi». Come spiega Venere, e come già anticipato nella promessa fatta a Fileno all’ottava 58, gli animali rappresentano le anime di «sacri poeti» fattesi immortali per volontà divina. Tra i Greci (Orfeo, Pindaro, Museo, Teocrito, Mosco, Anacreonte, Alceo e Saffo, che svetta tra gli altri in quanto seppe portare a maggior fama l’«idioma argivo») e i Romani (G. Cornelio Gallo, Orazio, Catullo, Tibullo, Accio, Properzio, G. Servilio Tucca, L. Vario Rufo e Ovidio, giudicato senza pari) sono ricordati poeti lirici e amorosi 88, mentre nei riguardi dei poeti italiani Marino si diffonde per più ottave (175-83) con un canone in gran parte conforme agli

85 Ivi, p. 429. 86 «Oltre il buon zelo e la giustizia, a cui / dritto è che Gallia ogni speranza appoggi, / fia che tra’ gigli d’or sol per costui / dele Muse toscane il coro alloggi», 159, 1-4. 87 «Tra molte e molte cetre, onde rimbomba / de’ tuoi vanti immortali il chiaro grido, / dal Sebeto traslata odo una tromba / dela tua Senna al fortunato lido. / Questa trar ti potrà d’oscura tomba / e darti infra le stelle eterno nido, / ch’empiendo il ciel d’infaticabil suono / sarà lira al concento e squilla al tuono», 162. 88 Sulle possibili obiezioni riguardanti L. Vario Rufo, G. Servilio Tucca e Accio cfr. le esaurienti note del Pozzi in L’Adone, cit., II, pp. 432-33.

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orientamenti critici dell’epoca. Alle tre corone, ricordate per i loro componimenti amorosi alle ottave 177-78, seguono Bembo e Della Casa, differenziati tra loro, oltre che per le origini, per la porpora del manto cardinalizio e il verde del copricapo proprio dello stemma episcopale89. L’accoppiare all’ottava 180 i napoletani Sannazaro e Tansillo, così come far seguire all’Ariosto il Tasso, «di Partenope figlio», è utile per ribadire l’assoluto valore della poesia con la quale Marino è cresciuto, mentre il chiudere la sequela col Guarini e il suo Pastor fido è funzionale al mettere in preminenza quella «di lasciva armonia dolce mistura» tanto apprezzata da Venere. A sconvolgere la tipizzante situazione da locus amoenus giungono però altri due volatili, questa volta un gufo e una gazza. Nell’uccello notturno è celato Tommaso Stigliani (1573-1651), in gioventù amico del Marino nonché attuale acerrimo nemico 90, mentre la «pica» rappresenta Margherita Sarrocchi (1560-1617) 91. I due poeti, cacciati a male parole e sbeffeggiati da Venere, vengono così a creare il contro-canone dei letterati affetti da invidia e magari sovrastimati dall’indotto pubblico, che fanno però ben magra figura di fronte ai grandi autori tra i quali Fileno-Marino verrà un giorno a trovarsi. I ludi aequorei innescati da Amore all’ottava 190, con gli spruzzi diretti verso Venere e Adone, sono occasione per un’ultima riflessione di carattere elegiaco sulla condizione dell’innamorato: «Ahi crudo Amor, versar fontane e fiumi / arte non è che tu pur ora impari, / avezzo già per soliti costumi / le tue fiamme a spruzzar d’amori amari» (194, 1-4). Asciugheranno le fredde gocce d’acqua le «faville» dei sospiri per cui Venere si strugge d’amore: «E queste (...) gelide stille, / che m’han tutta di fuor sparsa di ghiaccio, / tosto rasciugherò con le faville / di que’ sospiri ond’io per te mi sfaccio»

89 «Havvi poi d’Adria ancor canoro mostro, / purpureo cigno e nobile e gentile, / che la lingua ha di latte e ’l manto d’ostro, / rossa la piuma e candido lo stile. / Apre non lunge augel d’ Etruria il rostro, / salvo il capo ch’è verde, a lui simile, / appellando il suo amor su ’l verde stelo / scoglio in mar, selce in terra, angelo in cielo», 179, ove il finale verso trimembre allude al sonetto dellacasiano Vivo mio scoglio e selce alpestra e dura. 90 Nel 1627 pubblicherà a Venezia (Carampello) quell’Occhiale che viene a ragione considerato «il libello più veramente rappresentativo di tutta la corrente degli antimarinisti irriducili»: cfr. Storia letteraria d’Italia. Il Seicento, a cura di C. JANNACO, M. CAPUCCI, Padova, Piccin, 19863, pp. 60-63 (citaz. da p. 61). 91 Autrice del poema eroico Scanderbeide (Roma, 1606 e 1623), dedicato all’eroe albanese Scanderbeg, per i suoi rapporti col Marino cfr. A. BORZELLI, Storia della vita e delle opere di Giovan Battista Marino, Napoli, Tip. degli Artigianelli, 1927, pp. 84-5.

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(195, 3-6), espressione attinta da un passo egloghistico del Rota 92. Ennesima, ulteriore conferma che il “mare amoroso” in cui Marino preferiva pescare era pur sempre quello napoletano.

92 «Pescatori ch’andate / per queste piagge errando, / s’asciugar vi volete / quando dal mar tutti bagnati sete, / deh! ché non v’asciugate / nel foco de’ sospir ch’io dal cor mando?», egl. XII, 138-43.

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