Università degli Studi di Genova Facoltà di Scienze della Formazione Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione A.A.

2005-2006

Media 2.0
Conoscenza connettiva ed ecosistema dell'informazione emergente

Candidato Federico Fasce (Mat.2763543) Relatore Prof. Luca Guzzetti

Quest'opera è stata rilasciata sotto la licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommercialeStessaLicenza 2.0 Italy. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http:// creativecommons.org/licenses/publicdomain/ o spedisci una lettera a Creative Commons, 559 Nathan Abbott Way, Stanford, California 94305, USA.

Indice
Nota e ringraziamenti ........................................................ 4 Introduzione ...................................................................... 5 Anatomia della Rete .......................................................... 8
Un po’ di storia ....................................................................... 9 Reti e formicai ...................................................................... 13 I cluster e i legami deboli ...................................................... 15 Arrivano gli Hub .................................................................... 17 Rich gets richer .................................................................... 18 Il modello a fitness ............................................................... 20 Diffusione virale .................................................................... 21

Verso una nuova conoscenza ........................................... 24
Dal parlato allo scritto ........................................................... 28 Conoscenza broadcast .........................................................31 La conoscenza dispersa della rete ....................................... 33 La tragedia dei commons ..................................................... 38 Chi sono nella rete? .............................................................. 42 Pubblico e privato .................................................................48 Mercati e conversazioni ........................................................ 50 Dalla cultura di massa, alla massa di culture ....................... 56 Tassonomie collaborative ..................................................... 59

Effetti del social networking .............................................. 63
Blog e media ........................................................................ 64

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Foto, video, audio. Prospettive crossmediali. ...................... 69 I software sociali guardano i media ...................................... 71 L’ecosistema broadcast ....................................................... 73 L’ecosistema si evolve ..........................................................76 Wikipedia e la verità negoziata ............................................. 83 Rete e politica ....................................................................... 87

I lati oscuri ......................................................................... 90
Problemi strutturali ............................................................... 90 Problemi sociali .................................................................... 92

Conclusioni ........................................................................ 97 Mediagrafia ........................................................................ 99
Libri ....................................................................................... 99 Articoli .................................................................................102 Siti e Blog ........................................................................... 103 Film e serie TV .................................................................... 107

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Nota e ringraziamenti
La rivoluzione di oggi non sono i blog, la rivoluzione di oggi è costituita dalla possibilità che le idee hanno di nascere e qualche volta crescere ed esplodere rimbalzando in tutto il mondo di cervello in cervello. Paolo Valdemarin

Il materiale in lingua inglese citato in questo lavoro, laddove non reperibile in traduzione italiana, è stato tradotto direttamente da me. Il lavoro di ricerca è stato condotto non solo a partire dai testi sull’argomento, ma anche dall’osservazione partecipante di numerosi blog. Io stesso ne ho aperto uno per meglio comprendere le dinamiche che sottendono alla pubblicazione di contenuti online. Desidero ringraziare la mia famiglia per il supporto morale e materiale; senza di loro questo lavoro difficilmente avrebbe visto la luce. Ringrazio Marina per tutto l’amore e per avere sempre creduto in me. Ringrazio il mio relatore, Luca Guzzetti, per la pazienza e i preziosi consigli. Un grazie sentito va anche a Sergio Maistrello, Giuseppe Granieri e Antonio Sofi, per gli incoraggiamenti, i consigli e la fiducia. Ringrazio Lynette Webb per i suggerimenti su come esprimere meglio le mie idee. Ringrazio infine tutti i blogger che seguo abitualmente, per avere stimolato una conversazione intelligente e spesso foriera di ottime idee.

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Introduzione
In molte delle civiltà meno formaliste dell'Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida Galattica per gli Autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia Galattica: uno, costa un po' meno; due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. Douglas Adams, La guida galattica per gli autostoppisti

Lo scrittore umoristico inglese Douglas Adams descriveva la "Guida Galattica per Auostoppisti"1 come una sorta di enciclopedia scritta dalle stesse persone che esploravano, per diletto o per spirito d'avventura, la galassia. La contrapponeva così all'Enciclopedia Galattica, testo autorevole e scientifico che ricalca abbastanza fedelmente il modello dell'Enciclopedia Britannica. Adams non poteva sapere che la sua idea, utilizzata per un radiodramma della BBC nel 1978, un giorno sarebbe diventata quasi realtà. E probabilmente nemmeno si aspettava che avrebbe funzionato. Nei primi mesi del 2000 infatti, nasceva quella che sarebbe diventata Wikipedia, la prima enciclopedia aperta della storia. Wikipedia si basa su un concetto molto semplice. Chiunque è in grado di aggiungere nuove voci e di modificare quelle
1 Adams,

Douglas, La guida galattica per gli autostoppisti, Mondadori, Milano, 1999

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esistenti. Tutto il materiale dell'enciclopedia è liberamente disponibile in rete, accessibile a tutti. È facile obiettare che in questo modo l'opera sia esposta così facilmente a vandalismi da renderla totalmente inutilizzabile. La discussione a proposito dell'attendibilità di Wikipedia è tra le più attive sulla rete, e l'enciclopedia è stata anche oggetto di studi scientifici: un articolo di Nature rivela come le voci palesemente errate siano presenti nella stessa misura sia sull'autorevole Enciclopedia Britannica, sia su Wikipedia. Come è possibile che uno strumento aperto e sostanzialmente privo di controllo arrivi a insidiare il primato di un'enciclopedia affermata, strettamente controllata da un'autorità scientifica che dovrebbe mantenere al minimo le voci imprecise? Oggi va di moda dire che siamo entrati nell'era del web 2.0, dell'Internet sociale. Ma davvero è cambiato qualcosa nei meccanismi della rete, o sono gli utenti che hanno iniziato a capirli, e a cambiare di conseguenza il loro modo di rapportarsi all'informazione? Tim Berners-Lee e le persone che hanno contribuito alla nascita di Internet, non sapevano come questo sistema sarebbe stato utilizzato, e cosa avrebbe comportato, ma erano consci delle implicazioni nascoste nell'idea stessa di connettere un certo numero di computer. La connessione simultanea di un gran numero di computer nel mondo apre la strada all'applicazione di una nuova teoria, che attraversa numerose scienze e discipline: Internet favorisce la formazione di sistemi emergenti. Nel 1985 Joshua Meyrowitz spiegava come i media elettronici modificassero la vita delle persone, cambiando la percezione che queste hanno delle situazioni sociali. Allo stesso modo la rete cambia le modalità di interazione sociale, ma lo fa in modo molto diverso dai media tradizionali. Internet è infatti un medium basato sulla collaborazione e sull'interazione molti a molti, che sottende a dinamiche differenti rispetto alla televisione o alla stampa; per questo sarà necessario analizzarne nel dettaglio i meccanismi, prima di poter capire come questi intervengano nella vita quotidiana.

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Internet è infatti un medium basato sulla collaborazione e sull'interazione molti a molti, che sottende a dinamiche molto diverse rispetto alla televisione o alla stampa; per questo sarà necessario analizzarne nel dettaglio i meccanismi, prima di poter capire come questi intervengano nella vita quotidiana. Molte delle costruzioni sociali alle quali siamo abituati dovranno essere ridiscusse mentre sempre più persone accedono alla rete; la conoscenza, l'identità, la verità saranno ridefinite, sia nei lati positivi, sia in quelli negativi. I media, fino a poco tempo fa unici custodi dell'informazione, vedono cambiare l'ambiente nel quale sono immersi, e devono confrontarsi con il grande pubblico che oltre a fruire delle notizie può diventarne anche produttore. Le aziende, grandi e piccole, sono testimoni di un cambiamento dei mercati, con la rete molto più orientati alla conversazione e allo scambio reciproco; alcune di esse dovranno nei prossimi anni rivedere i loro modelli di business in funzione proprio dei cambiamenti portati dalle reti. La maggiore facilità nella produzione di video, testi e musica, e la condivisione tra pari ridefinisce i concetti di autorità e di proprietà intellettuale. In questo scenario estremamente dinamico e in perenne evoluzione preoccupano i veti dei governi, i tentativi di censura e di controllo operati da questi e dalle telco, il digital divide e le netwar. Le persone si trovano di fronte a una tecnologia abilitante che offre nuovi spazi di comunicazione. Quali sono le possibilità che questo cambiamento ci offre? Quali implicazioni sociali avrà la connessione di milioni di computer? Ci avviamo a un'età dell'oro, o a un caos informativo dal quale non riusciremo più a uscire?

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Anatomia della Rete
Il lavoro di un medium è quello di consegnare un messaggio. Questa cosa funziona se il messaggio è consegnato intatto. Ma non è questo il modo in cui i media lavorano davvero, perché noi non siamo contenitori passivi. Piuttosto, nel processo di comprendere qualcosa, facciamo sì che esso ci influenzi. Ci plasma, e noi lo plasmiamo. David Weinberger 2

Lo studio degli effetti sociali della rete non può prescindere da una corretta comprensione delle dinamiche che la governano, e delle differenze sostanziali che Internet ha rispetto ai media tradizionali. Il problema della rete è la sua costante evoluzione e l'impossibilità di derivare regole generali e certe per la sua definizione. Internet è un medium a rete, un mondo, come lo ha definito David Weinberger e come tale non può essere compreso attraverso gli schemi broadcast tipici degli altri media. L’antropologo e sociologo Bronislaw Malinowski diceva che non è possibile studiare una società senza vivere all’interno di essa. Il concetto malinowskiano dell’embeddedness sembra valere anche per quanto riguarda lo studio di Internet come medium sociale. E infatti, dice Doc Searls, senior editor di Linux Magazine:
"non ho ancora visto nei grandi media un buon servizio o un buon articolo sui blog che non fosse scritto da un blogger."3

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Weinberger, David, Joho the blog, http://www.hyperorg.com/blogger/mtarchive/002544.html

http://homepage.mac.com/agraham999/blogbook/blog/B1952205778/C139121574/E1173362802/ index.html

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Tuttavia esistono alcune caratteristiche strutturali che permettono di capire meglio lo sviluppo delle dinamiche tipiche di un medium di rete. Queste caratteristiche sono state studiate attraverso modelli statistici, come per esempio la curva di distribuzione paretiana e sono già state rilevate in ambiti quali la biologia e l'economia, che non a caso si occupano della descrizione di mondi più che di sistemi mediali.

Un po’ di storia
I primi vagiti della rete risalgono agli anni '60, molto prima della presentazione del concetto di personal computer. Nel 1957 veniva lanciato il primo Sputnik, e gli Stati Uniti si trovavano a dover affermare la loro superiorità tecnologica sull'Unione Sovietica. Per questo nel 1962 nasce, all'interno del dipartimento della difesa, l'Advanced Research Project Agency (ARPA). Qui lavoravano numerosi gruppi accademici, che si occupavano dello sviluppo di sistemi informatici. Si chiamavano tra loro hacker, ed erano guidati da un codice morale tacitamente condiviso, che comprendeva quattro principi fondamentali: illimitata e totale libertà d'accesso ai computer, controllo sperimentale, gratuità delle informazioni e decentramento. Nonostante ARPA fosse un'agenzia sotto il controllo della difesa statunitense, gli scienziati che lavoravano al suo interno non avevano direttive in merito a cosa sviluppare. Nel 1962 un gruppo di lavoro dell'ARPA, capitanato dall'ex psicologo Joseph Licklider, sviluppa ARPANET. L'idea è di collegare tra loro i computer, per aumentarne l'efficienza in termini di time sharing, e nel contempo di creare un sistema che permettesse la condivisione delle risorse online. Il software era visto come un bene comune, da condividere e modificare liberamente secondo le esigenze del momento. La base di ARPANET era la commutazione a pacchetti, tecnologia sviluppata da Paul Baran alla Rand Corporation per decentralizzare le informazioni in caso di attacco nucleare. Curiosamente, il progetto di Baran venne rifiutato dal dipartimento e ripreso poi da Licklider per motivi completamente diversi. ARPANET continuerà a

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svilupparsi per tutti gli anni '70, arrivando a collegare le varie agenzie dislocate negli Stati Uniti tra loro. Bisogna notare come, pur essendo un progetto finanziato dal dipartimento della difesa, quello di ARPANET non è stato concepito a fini militari, ma piuttosto per rendere più semplice e realizzabile un concetto fondamentale dell'etica hacker e cioè la condivisione della conoscenza; se è vero che alla base di ARPANET c'era il progetto bellico di Baran, è altrettanto vero che nessuno al dipartimento della difesa aveva dato direttive ai dipendenti dell'ARPA su come lavorare. Certamente, l'intero progetto non avrebbe potuto prendere vita senza il sostegno e l'interesse nelle tecnologie causato dalla guerra fredda. Quello che è importante notare è come la tecnologia di rete non sia stata guidata esclusivamente da interessi militari, ma sia piuttosto nata da un lavoro di ricerca intelligente e ben guidato. Come osserva Manuel Castells:
La vicenda fortunata della storia di ARPANET è che il dipartimento della difesa, in un raro esempio di intelligenza organizzativa, ha istituito ARPA come un'agenzia che avrebbe dovuto occuparsi con ampia autonomia del finanziamento e della guida della ricerca. ARPA è andata avanti fino a diventare una delle più innovative istituzioni di politica tecnologica del mondo, e, di fatto, l'attore chiave nella politica tecnologica degli Stati Uniti, non solo per la messa in rete dei computer, ma anche per un numero decisivo di campi dello sviluppo tecnologico. Il personale di ARPA era formato dagli scienziati accademici, dai loro amici e dagli studenti dei loro amici ed è riuscita a costruire una rete di contatti affidabili nel mondo universitario, così come nelle organizzazioni di ricerca che scaturivano dall'ambiente accademico per lavorare su progetti governativi. 4

È qui opportuno notare come il concetto stesso di copyright sul software non fosse parte della cultura informatica. Esso nasce da una lettera di Bill Gates del 1976 a un gruppo di hacker di Palo Alto, che avevano fondato un club per costruire computer casalinghi. Il software, sosteneva Gates in quella famosa lettera, non è un bene pubblico con cui giocherellare, ma proprietà privata. Da quel momento in poi il termine hacker subisce una singolare differenziazione semantica; se per gli

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Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.31

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addetti ai lavori e per gli appassionati continua a mantenere il significato originario, sono i media e l'opinione pubblica a connotarlo negativamente, arrivando a indicare con esso i pirati informatici. L'accezione negativa ha origine proprio dalle idee espresse da Gates: se il software deve essere considerato proprietà privata, allora chi tenta di modificarlo non può che essere considerato come qualcuno che viola questa proprietà, vale a dire un criminale. Secondo Castells, anche considerando i pirati come un prodotto della cultura hacker, non si può ignorare il significato dell'intero movimento, riducendolo alle idee di una piccola parte di esso:
Gli hacker non sono ciò che raccontano i media. Non sono esperti informatici irrequieti, ansiosi di crackare codici, penetrare illegalmente nei sistemi o portare il caos nel traffico informatico. Quelli che si comportano così sono chiamati "crackers", e di solito vengono respinti dalla cultura hacker, sebene personalmente ritengo che, in termini analitici, i cracker e altri generi di cyber siano sottoculture di un universo hacker più ampio e in genere non destabilizzante. 5

La rete quindi nasce da un'interazione particolare tra scienza, ricerca militare e cultura della condivisione, come osserva Manuel Castells. Il merito del dipartimento della difesa è stato senz'altro quello di non avere interferito con le attività scientifiche, permettendo la crescita di un ambiente creativo e ricco di potenzialità. Il semplice collegamento dei computer, inizialmente pensato per aggirare un problema di scarsità di risorse, ha dato il via ad una miriade di applicazioni impensabili precedentemente. Due caratteristiche del progetto ARPANET sono decisive per lo studio degli effetti sociali della rete: il decentramento e la "stupidità" della tecnologia. Il decentramento, parte dell'etica hacker fin dalla sua nascita, è condizione necessaria per assicurare la permanenza delle informazioni importanti, e soprattutto per metterle al sicuro da attacchi. Questa caratteristica ha però effetti contingenti su alcuni fenomeni tipici della rete e di altri sistemi complessi.
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Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.49

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Per quanto riguarda la stupidità, invece, Tim Berners-Lee la tenne ben presente quando al CERN di Ginevra, nel 1990, sviluppò il primo software WWW. I pacchetti che viaggiavano per i nodi della rete dovevano essere trattati tutti nello stesso modo. Nel World Wide Web, così come in ARPANET, nessuna informazione doveva essere trattata in modo diverso dalle altre. Tutte avrebbero avuto la stessa importanza agli occhi dei programmi che le smistavano. In altre parole, se in un media broadcast c’è una selezione delle informazioni, e una loro distribuzione in ordine di importanza, così non avviene sulla rete: qualsiasi pacchetto di dati viaggia, nelle autostrade telematiche, esattamente alla stessa velocità degli altri. Questa caratteristica potrebbe presto venir meno attraverso l’intervento delle aziende di telecomunicazione, che vorrebbero discriminare i pacchetti in transito privilegiando la velocità di trasmissione di alcuni contenuti (in particolare quelli di aziende in grado di pagare una tariffa supplementare) a discapito di altri. Il World Wide Web è l'applicazione più conosciuta e utilizzata di Internet, insieme all'e-mail. Ma non sarebbe mai esistito se lo studio dei computer connessi fosse stato portato avanti dal reparto ricerca e sviluppo di una grande azienda. Come osserva Cristopher Locke nella prima parte di Cluetrain Manifesto
La rete crebbe e prosperò perché fu ignorata. Lavorava con regole differenti da quelle del business. La penetrazione di mercato non era una priorità, semplicemente perché non c'era alcun mercato - a meno che non si considerasse come un mercato di nuove idee. [...] (Il World Wide Web) venne fuori dal lavoro per creare note a piè di pagina - referenze tra articoli accademici sulla fisica quantistica che forse qualche dozzina di persona al mondo poteva davvero comprendere.6

Ma, osserva sempre Locke, il fascino della comunicazione traghettò Internet verso quello che conosciamo oggi:
Ma sapete quel che si dice sul troppo lavoro senza divertimento. Le persone iniziarono a giocare. Se le lasci da sole, succede sempre. E le persone che stavano costruendo Internet erano praticamente lasciate da sole. Stavano
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Levine, Rick, Locke Christopher, Searls, Doc e Weinberger, David, The Cluetrain Manifesto, Basic Books, New York, 2000, p.3

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creando la scacchiera. Nessun altro sapeva come diavolo funzionasse quell'affare, quindi nessuno poteva dir loro quel che potevano e non potevano fare. Fecero quel che piaceva loro. E una delle cose che preferivano era discutere.7

Il particolare humus che permette la nascita e lo sviluppo di Internet ne ha definito anche le caratteristiche principali. Ecco perché David Weinberger non vede nella rete, considerata come infrastruttura, un vero e proprio medium. Tutto quello che fa Internet è consegnare un messaggio, senza giudicarlo né filtrarlo.

Reti e formicai
La struttura tipica di una rete è stata studiata da numerosi biologi e naturalisti. In natura, si è scoperto, c'è una forte tendenza a creare organizzazioni di rete. Dyctiostelium, per esempio, è un organismo ameboide in grado di formare grandi colonie attraverso la secrezione di feromone che aumenta o diminuisce in presenza di condizioni più o meno favorevoli alla sopravvivenza. Il feromone attira altri Dyctiostelium fino alla formazione di grandi sciami. È stato rilevato come questo processo non venga instaurato da individui più forti che assumono il ruolo di pacemaker 8 e guidano lo sciame, ma sia invece completamente originato dal basso, attraverso la semplice comunicazione. La biologa Deborah Gordon9 ha studiato i comportamenti di questo tipo nelle colonie di insetti sociali, in particolare nel sistema sociale della formica mietitrice. Questi animali sono in grado di svolgere funzioni complesse attraverso la semplice secrezione di feromone. Per capire come funziona l'intelligenza di un formicaio, prendiamo un esempio piuttosto semplice. La colonia è in costante

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Levine, Rick, Locke Christopher, Searls, Doc e Weinberger, David, The Cluetrain Manifesto, Basic Books, New York, 2000, p.4
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Un pacemaker è in gergo scientifico un individuo all’interno di una comunità di organismi, spesso più dotato geneticamente, in grado di guidare gli altri verso un particolare obiettivo.
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Gordon, Deborah, “The organization of work in social insect colonies”, Nature 380, Mar 1996, pp.121-124

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ricerca di cibo, ed è determinante per la sua sopravvivenza trovarne la maggiore quantità possibile nel minore tempo. Le formiche mietitrici pattugliano la zona vicina al formicaio, lasciando tracce di feromone lungo la strada che percorrono. Questa traccia non dura per sempre, ma scompare gradatamente. È chiaro quindi come le formiche che trovano la via migliore per il cibo possano ripercorrerla più volte in un certo lasso di tempo, rinforzando la traccia feromonica. Ovviamente se consideriamo una colonia di pochi esemplari sarà molto difficile che avvenga una distribuzione efficiente delle risorse. Ma se aumentiamo il numero degli esemplari che compongono la colonia, allora la strada più efficiente verso il cibo emergerà naturalmente. Tutta l'economia di un formicaio funziona attraverso meccanismi di questo tipo: la costruzione delle camere, per esempio, osserva Deborah Gordon, non è casuale, ma frutto di un'applicazione di intelligenza di fatto impossibile per il singolo esemplare. Ma l'interazione costante di una miriade di esemplari in grado di seguire comportamenti semplici, favorisce l'emergenza di strutture intellettive notevoli. Il concetto della hive-mind, la mente alveare, è stato ripreso ed applicato alla rete, seppure con qualche differenza. Steven Johnson10 , giornalista scientifico e autore de La nuova scienza dei sistemi emergenti, osserva come il numero degli elementi sia una delle caratteristiche fondamentali per favorire l’emergenza di un comportamento complesso partendo da strutture molto semplici. La topologia della rete è per certi versi molto simile a quella di un formicaio, o alle colonie del Dyctiostelium Per questo, anche nel web è possibile trovare fenomeni di emergenza, i quali risultano ancora più affascinanti se pensiamo ad ognuno degli individui che contribuisce alla hive-mind come a un essere umano. Tra coloro i quali hanno maggiormente contribuito allo studio delle reti troviamo il fisico rumeno Albert-László Barabási11 , che nel suo Link parte dall’esempio del cocktail party per descriverne la topologia e gli aspetti strutturali.

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Johnson, Steven, La nuova scienza dei sistemi emergenti, Garzanti, Milano, 2004 Barabási Albert-László, Link - La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004

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I cluster e i legami deboli
Immaginiamo perciò uno di quei party all'americana, un ricevimento nel quale sono invitate parecchie persone, molte delle quali non si conoscono. Inizialmente i legami sociali tra gli individui formeranno una serie di piccoli gruppi che Barabási chiama cluster. È molto probabile che le persone appartenenti a un cluster conoscano, anche solo di vista, qualcun altro. E dal momento che è improbabile che si trascorra tutta la serata a chiacchierare con le stesse persone, qualcuno si muoverà verso un altro gruppo, creando un legame tra due cluster. In poco tempo, osserva il fisico, tutti saranno connessi tra loro, e da una serie di piccoli cluster ne emergerà uno unico, molto più grande. Ora, se all'inizio del party venisse immessa un'informazione di un certo interesse all'interno di un solo cluster, è altamente probabile che, al termine della serata quell'informazione sia condivisa da tutti gli ospiti. I legami che tengono insieme i cluster in una rete di conoscenze condivise non sono i legami forti di un'amicizia o di una parentela. Si tratta di collegamenti deboli, basati sulla conoscenza occasionale. L'importanza dei legami di semplice conoscenza era già stata studiata dal sociologo Mark Granovetter, nel suo libro La Forza dei Legami Deboli12 . Granovetter aveva osservato come le persone trovassero più facilmente lavoro attraverso semplici conoscenti piuttosto che contando sui parenti o sugli amici di vecchia data. L’osservazione del sociologo americano parte da uno studio empirico che ha valore solo nel contesto di alcune società, come quella americana. Ci sono gruppi sociali in cui sono i legami forti quelli più utili per l’individuo. Ma non è questo il punto importante dello studio di Granovetter. Quello che davvero interessa, per lo studio delle reti sociali, è come siano i legami deboli i principali responsabili della coesione dell’intera società. Senza di essi avremmo una moltitudine di piccoli gruppi sconnessi tra loro. È lo stesso Granovetter a esemplificare la teoria:

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Granovetter, Mark, La forza dei legami deboli e altri saggi, Liguori, Napoli, 1998

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Ego ha un gruppo di amici intimi che perlopiù si conoscono tra di loro e rappresentano un nucleo compatto entro la struttura sociale. Ha inoltre una cerchia di conoscenti, pochissimi dei quali si conoscono tra loro. Ciascun conoscente, però, ha a sua volta degli amici intimi e fa parte di un nucleo distinto da quello di Ego. Il legame debole tra Ego e i conoscenti non è quindi solo un generico legame di conoscenza, ma anche e soprattutto un cruciale ponte tra i due gruppi di amici intimi... Tali gruppi di fatto non sarebbero interconnessi se non esistessero dei legami deboli.

Questi legami sono in grado di compattare l'intera società in una rete nella quale ogni individuo è strettamente connesso a tutti gli altri. Si tratta della cosiddetta small world theory, formalizzata nel 1998 da Duncan Watts e Steven Strogatz in un articolo su Nature13 . Già da tempo si parlava di piccoli mondi: numerosi esperimenti empirici avevano dimostrato come tra due individui nel mondo esistessero non più di sei gradi di separazione. Lo stesso Granovetter era partito dallo studio di quel fenomeno per elaborare la sua teoria. Nessuno, però, era riuscito a conciliare la nuova teoria del sociologo americano con quello dei due matematici Erdös e Rényi, i quali avevano elaborato una teoria dei grafi nella quale ogni nodo della rete era collegato agli altri tramite link casuali. Questa rappresentazione grafica andava bene per spiegare matematicamente la teoria dei piccoli mondi, ma non rifletteva la descrizione a cluster fatta da Granovetter. Watts e Strogatz crearono allora un modello nel quale ogni nodo fosse collegato ai due che gli stavano più vicini: dopotutto le persone non costruiscono legami casuali, ma tendono a collegarsi a chi è più vicino a loro. In questo modo ottennero un grafo ordinato, il quale però faceva decadere la teoria dei piccoli mondi: due persone molto distanti tra loro non avrebbero mai potuto raggiungersi attraverso quei sei empirici gradi di separazione. I due matematici provarono a collegare alcuni nodi molto distanti tra loro, e scoprirono che anche con pochissimi collegamenti di questo tipo, il numero di passaggi necessari per passare da un nodo all'altro calava esponenzialmente.

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Watts, Duncan e Strogatz, Steven, “Collective dynamics of 'small-world' networks”, Nature 393, Giugno 1998, pp. 440-442

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Arrivano gli Hub
All'interno di una rete sociale esistono però figure molto particolari. Si tratta di quel genere di persone in grado di instaurare un numero di rapporti sociali con i propri simili di gran lunga superiore alla media. Alcuni studenti dell'Albright college di Reading, in Pensylvania, scoprirono nel 1994 che l'atttore Kevin Bacon poteva essere collegato a qualsiasi altro attore con non più di tre passaggi. In realtà la loro scoperta non era per nulla nuova: si trattava soltanto di un esperimento sulla teoria dei piccoli mondi, applicata all'universo degli attori di Hollywood. Ma Albert Barabási e Jeong Hawoong14 iniziarono a studiare questa piccola rete imbattendosi in un fenomeno del tutto inaspettato. La maggior parte degli attori aveva meno di dieci collegamenti, ma esisteva un esiguo numero di essi che potevano vantare un numero eccezionale di link. Alcuni superavano addirittura i quattromila collegamenti. Questi attori, da soli, contribuivano ad abbassare drasticamente il numero di gradi di separazione. Barabási e la sua équipe avevano appena scoperto l'esistenza degli hub o connettori. Conosciamo molti tipi di connettori nella società umana; per esempio il presidente di un grande stato, i grandi boss della malavita e gli opinion leader. Andando avanti nella sua ricerca, il team di Barabási scoprì che elementi simili si possono ritrovare anche nella microbiologia: ne sono un esempio la molecola dell'ATP e quella dell'acqua, che intervengono in un numero altissimo di reazioni chimiche. Se consideriamo reti a distribuzione casuale, come quelle di Erdös-Rényi e Strogatz-Watts, dovremmo ammettere che tutti i nodi della rete abbiano più o meno lo stesso numero di link; eppure abbiamo visto che non è così: la regola vale anche per Internet. Al di là di tutta la retorica sull'uguaglianza nella rete, il dato che emerge è che a livello topologico, anche su Internet esiste una moltitudine di piccoli siti con pochissimi collegamenti e pochi, grandi portali che ne vantano invece un numero enorme. Internet non è quindi, da questo punto di vista, una rete democratica. Non è vero che sulla rete tutti hanno la stessa possibilità di essere
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Barabási Albert-László, Link - La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2004 pp.61-69

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ascoltati: alcune voci sono troppo flebili per essere udite in quel grande cocktail party.

Rich gets richer
Dalla scoperta degli hub si arriva a comprendere una relazione fondamentale tra la scienza delle reti e l'economia. Considerando i nodi di una rete a distribuzione casuale rispetto al numero dei link, vedremo che essi tenderanno a distribuirsi secondo una curva a campana: esisterà quindi un numero medio di collegamenti entro il quale si trova la maggior parte dei nodi.

Numero dei nodi con rispettivi link

Numero dei link

Se osserviamo il grafico di una rete come Internet, invece, otterremo una curva molto diversa, che fu osservata dal sociologo Vilfredo Pareto. Questa curva illustra come gran parte delle risorse siano nelle mani di pochi, e come esista, al contrario, una coda lunga composta da moltissimi elementi con poche risorse.

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Numero dei nodi con rispettivi link

Numero dei link

Questa distribuzione è chiamata in matematica legge di potenza, ed è tipica di tutte le reti a distribuzione non casuale che esistono in natura. La distribuzione a legge di potenza ha una caratteristica molto importante: non è possibile individuare un elemento medio che riassuma in qualche modo le caratteristiche di tutti gli altri, e di conseguenza la rete che segue queste regole non ha una scala specifica. Per questo le reti come Internet vennero chiamate a invarianza di scala. La legge di potenza descrive bene un mondo nel quale i grandi motori di ricerca come Google e Yahoo detengono la maggioranza dei link, mentre una miriade di piccoli siti sono collegati solo a pochissimi altri. Ma questo non è ancora il modello perfetto per descrivere Internet. La dinamica di sviluppo di una rete a invarianza di scala è descritta da Barabási attraverso un semplice algoritmo composto da due istruzioni. La prima è detta di crescita, e stabilisce che a ogni intervallo di tempo un nuovo nodo viene aggiunto alla rete. La seconda è il collegamento preferenziale: ogni volta che un nodo viene aggiunto, questo si collegherà ad altri nodi proporzionalmente alla ricchezza di link degli stessi. Se abbiamo per esempio un nodo con due link e uno con un unico collegamento, le probabilità che il nuovo nodo si colleghi al primo sono

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doppie rispetto al secondo. Questo significa che i nodi ricchi di link tenderanno a diventarlo sempre di più, e che quindi saranno privilegiati i nodi presenti da più tempo nella rete. Barabási nota come soltanto quando entrambe le condizioni sono soddisfatte è possibile generare una rete a invarianza di scala: in mancanza della regola di crescita il modello è ovviamente statico, mentre venendo meno il collegamento preferenziale si ritorna alla rete casuale e alla sua curva a campana. In questo modello, perciò, osserveremo il fenomeno del rich gets richer, ovvero quella particolare distribuzione per cui chi ha molto tende ad accumulare sempre di più a discapito degli altri. Il sociologo Robert K. Merton15 ha rilevato un comportamento simile all’interno delle comunità scientifiche, nelle quali è molto facile che i riconoscimenti per i contributi siano accordati più facilmente a scienziati che godono già di una certa reputazione. Prendendo a prestito un passo del Vangelo secondo Matteo, Merton chiamò il fenomeno del rich gets richer “effetto S. Matteo”. La buona notizia è che in un sistema informativo l’effetto S. Matteo tende a conferire maggiore visibilità ai contenuti scientifici più interessanti. Come può quest’osservazione tradursi all’interno delle dinamiche di rete? Che cosa permette l’emergenza ad un nuovo arrivato in un sistema così complesso? Se nella rete i ricchi diventano sempre più ricchi, come si può immaginare l’emergenza di un nuovo arrivato?

Il modello a fitness
Si è detto che gli hub, nella nostra società, sono quegli individui in grado di creare connessioni sociali con un gran numero di persone. Spesso questi individui giocano anche il ruolo di opinion leader, vale a dire di esperti in una particolare disciplina e hanno il ruolo di punti di riferimento per una certa area di sapere. Anche se è logico che una persona possa incrementare il numero dei suoi collegamenti con l'avanzare dell'età, nessuno si sognerebbe di dire che l'aumentare
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Merton, Robert K., “L’effetto San Matteo nella scienza”, in La sociologia della scienza, Francoangeli, Milano, 1973

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dell'età possa fare diventare qualcuno un connettore. Deve per forza esistere una propensione ai rapporti umani che rende più facile per certi individui diventare degli hub. Anche nella rete il concetto del rich gets richer sembra possa essere smentito da alcuni casi macroscopici: per esempio la nascita di Google, nel 1998, in un panorama dominato da Yahoo! e AltaVista, e il suo primato tra i motori di ricerca raggiunto in meno di due anni. Un evento simile non può essere spiegato dalle sole leggi di potenza. A questo punto Barabási introdusse nel suo studio un nuovo elemento, mutuato dalla meccanica quantistica di Einstein. Senza addentrarci eccessivamente nei ragionamenti matematici che hanno portato a questa conclusione, possiamo dire che ogni nodo della rete è caratterizzato da un livello di energia, o fitness. La fitness è un valore che influisce nella probabilità di un nodo di acquistare nuovi collegamenti, a prescindere da quando lo stesso entra in gioco. Quando Google debuttò sul web, aveva poche possibilità di attrarre a sé un gran numero di link. Ma essendo la sua fitness molto alta, riuscì in poco tempo a guadagnare terreno sui concorrenti e a raggiungere il primato. La scoperta della fitness completa il quadro della morfologia di rete e chiarisce i meccanismi che rendono possibile fenomeni di emergenza, come quelli osservati nelle colonie di insetti sociali. È interessante notare come, con l'avvento del web dinamico basato su un aggiornamento frequente delle pagine, il valore di fitness non possa essere considerato una costante, o quantomeno non possa più essere legato al nodo della rete, quanto piuttosto al suo contenuto.

Diffusione virale
Una delle caratteristiche principali di Internet che interessavano l’ARPA era proprio la sua mancanza di gerarchia e la sua distribuzione capillare. Attraverso la topologia che è stata brevemente descritta, risulta subito evidente che l'eliminazione di uno dei nodi della rete non può comprometterne il

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funzionamento. Internet ha però un tallone d'achille, rappresentato dagli hub. L'attacco perpetrato a un hub metterebbe facilmente in difficoltà il preciso meccanismo di collegamento, rischiando addirittura di lasciare alcuni cluster isolati. Ma questa è solo una faccia della medaglia. La grande connessione degli hub permette anche una velocissima diffusione delle informazioni importanti, in maniera straordinariamente simile a quanto accade con i virus. Quel che successe a Mike Collins l'8 novembre 2000 spiega bene come un'informazione possa diffondersi velocemente sulla rete. Collins stava seguendo gli scrutini delle elezioni presidenziali in Florida, e, colpito dalla confusione nel conteggio dei voti disegnò una vignetta, la pubblicò sulla sua pagina personale e la inviò a qualche amico per e-mail. Nel giro di due giorni la sua casella postale era piena di richieste di pubblicazione da parte di quotidiani e periodici, e il suo sito aveva registrato un numero enorme di accessi. Avendo ben presente il funzionamento della rete, è facile capire come sia accaduto. La vignetta aveva di per sé una fitness piuttosto alta: riguardava un fatto di interesse comune, attuale, ed era molto divertente. Per questo, dopo essere stata trasmessa all'interno del cluster dei conoscenti di Collins, è uscita da quel gruppo tramite qualche legame debole, e ha potuto raggiungere gli hub, attraverso i quali si è diffusa con velocità impressionante. La vignetta di Collins è un perfetto esempio di meme, termine coniato da Richard Dawkins per indicare un’unità di informazione che si propaga da una mente all’altra, e che è stato ripreso nel gergo della rete per descrivere quelle informazioni a fitness elevata in grado di diffondersi velocemente attraverso un gran numero di nodi. Le mode nascono esattamente con lo stesso meccanismo: solitamente esiste un gruppo di innovatori che iniziano a sperimentare la novità; di solito si tratta di appassionati di un determinato settore i quali formano per lo più gruppi sociali molto ristretti. Se però, attraverso i legami deboli, la loro scoperta arriva a un hub, questa può essere diffusa in breve tempo, creando una nuova moda. Tutte queste dinamiche non sono proprie della rete, ma avvengono naturalmente in qualsiasi

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tipo di organizzazione sociale. Il marketing è da sempre interessato agli hub (soprattutto quando svolgono il ruolo di opinion leader), in quanto sono determinanti per il successo o il fallimento di un'operazione commerciale. Quello che cambia con Internet è però la velocità e la semplicità con cui una determinata informazione può essere diffusa e resa condivisibile, nonché la mancanza di un filtro centrale, a differenza dei media tradizionali, che decide cosa è importante e cosa no. Certamente esistono gli hub, ma abbiamo visto in precedenza come nella rete sia possibile per chiunque diventare un connettore: ecco la vera democrazia di Internet, che non si realizza nella retorica frase "tutte le voci nella rete hanno la stessa importanza", quanto piuttosto sull'assunto che la rete non conosce la differenza tra un nodo e l'altro, e quindi ognuno di essi parte con le stesse possibilità di tutti gli altri.

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Verso una nuova conoscenza
Perché il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo, o di schemi che introduce nei rapporti umani. Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare

Il sociologo canadese Marshall McLuhan, e in generale tutta la scuola sociologica di Toronto, sono spesso tacciati di determinismo tecnologico. Non c'è dubbio che l'espressione il medium è il messaggio, ormai abusata, venga spesso estremizzata rispetto a quello che forse era il suo significato originario. Cosa voleva dire esattamente con questa frase il sociologo canadese? Un primo chiarimento arriva dallo stesso McLuhan:
Per quanto riguarda le sue conseguenze pratiche, il medium è il messaggio. [...] In altre parole le conseguenze individuali e sociali di ogni medium, cioè di ogni estensione di noi stessi, derivano dalle nuove proporzioni introdotte nelle nostre questioni personali da ognuna di tali estensioni o da ogni nuova tecnologia. 16

Una delle critiche fondamentali mosse al lavoro di McLuhan è, come si è detto, l'eccessivo determinismo tecnologico. Come osserva Luciano Paccagnella:
è vero che l'introduzione della stampa da parte di Gutenberg ha accompagnato il processo di mutamento che ha condotto alla scienza occidentale e alla società moderna, ma una visione rigidamente determinista

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McLuhan, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002, p.15

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non spiega come mai tale mutamento è avvenuto in Europa a partire dal XVI secolo e non invece in Cina, dove la stampa a caratteri mobili era in uso già da almeno quattro secoli prima. Se la tecnologia fosse in grado, da sola, di produrre determinati cambiamenti sociali, oggi il rapporto tra Oriente e Occidente assumerebbe un significato molto diverso. 17

La visione di Paccagnella va forse oltre quello che McLuhan voleva dire, ma d'altra parte la prosa del sociologo canadese è spesso fumosa e difficilmente comprensibile, nel suo stile epico e visionario. Un'interpretazione migliore delle teorie di McLuhan si può trovare nel lavoro di Joshua Meyrowitz, che lo stesso Paccagnella rileva essere un esempio isolato di felice accostamento tra l'opera di McLuhan e gli altri studi sulla comunicazione. Meyrowitz coniuga le idee del maestro con quelle del sociologo Erving Goffman, e analizza gli effetti dei media elettronici sulla percezione degli spazi sociali di ribalta e retroscena. Secondo Goffman ogni individuo vive la sua vita come una sequenza di situazioni, alle quali è in grado di adattarsi seguendo un copione predefinito. Utilizzando la metafora del teatro, Goffman osserva come esistano spazi di ribalta e di retroscena, i primi dedicati al rapporto con le altre persone, i secondi visti invece come spazi privati, all'interno dei quali l'individuo prepara la sua

rappresentazione. La corretta definizione di una situazione è un requisito fondamentale per scegliere il giusto copione da seguire. Ma cosa accade, si chiede Meyrowitz, nel momento in cui la comparsa di un nuovo mezzo di comunicazione rende più facile l'accesso alle informazioni di retroscena di un determinato gruppo sociale? Con la comparsa della televisione i confini tra gli spazi privati e pubblici delle persone si fanno più labili e le costringono a ridefinire molte delle situazioni sociali nelle quali esse quotidianamente si trovano. Il sociologo canadese osserva questi mutamenti all'interno di tre categorie di ruolo: l'affiliazione, la socializzazione e la gerarchia. Il medium televisivo allenta i confini che separano alcuni gruppi sociali: l'esistenza stessa di un gruppo è basata sulla condivisione della conoscenza di alcune informazioni di retroscena da parte dei suoi componenti. Meyrowitz osserva che
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Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, p.125

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Grazie alla televisione ogni americano ha accesso alle espressioni personali di gente di tutto il paese e di tutto il mondo, e riceve molte informazioni un tempo disponibili solo ai membri di altri gruppi. Attraverso i media elettronici, i gruppi perdono l'esclusiva dell'accesso ad alcuni aspetti del retroscena, e ottengono la visione del retroscena di altri gruppi.18

Un tempo era la separazione fisica a rendere impossibile l'accesso all'informazione; con l'avvento dei media elettronici questa separazione decade e con essa l'alone di mistero intorno a determinati gruppi sociali. L'influenza dei media è rilevabile anche nei processi di socializzazione, che possono essere visti come i momenti di ingresso in un nuovo gruppo. Solitamente questi riti di passaggio sono scanditi attraverso l'accesso graduale alle informazioni di retroscena del gruppo. Il passaggio attraverso ogni rito causa "un mutamento nei comportamenti individuali e nelle reazioni degli altri" (Meyrowitz, 1985); per esempio uno studente che ha appena conseguito la laurea sarà considerato a tutti gli effetti un dottore. Questo titolo è socialmente costruito e fa da checkpoint artificiale per misurare in qualche modo un processo di socializzazione che è invece continuo. È semplice capire come, anche in questo caso, l'accesso a informazioni da retroscena renda più difficile la parcellizzazione dello sviluppo sociale di un individuo in stadi arbitrari; secondo Meyrowitz,
quanto più un mezzo favorisce il rapporto tra isolamento fisico e isolamento informativo, tanto più incoraggia la separazione degli individui in molte posizioni distinte della socializzazione. Quanto più un mezzo permette alle persone di accedere all'informazione senza abbandonare i luoghi precedenti e senza troncare le precedenti appartenenze, tanto più favorisce l'omogeneizzazione degli stadi della socializzazione. 19

Per quanto riguarda la gerarchia, è pleonastico dire che il potere dipenda in larga parte dalla capacità di chi lo esercita di mantenere segrete informazioni che potrebbero delegittimarlo; non si intende con questo solo i classici scheletri nell'armadio, ma piuttosto tutte quelle caratteristiche che, anche se all'apparenza
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Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993 pp.220-221 Ibidem, p.100

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trascurabili, potrebbero fare insorgere dubbi sulle reali capacità dell'uomo di potere. Non è un caso se i leader dei regimi totalitari abbiano sempre cominciato la loro ascesa attraverso il completo controllo dell'informazione. Meyrowitz analizza tre grandi presidenti americani in rapporto ai media che hanno permesso loro l'ascesa alla casa bianca:
Il cinema consentì al piccolo Wilson di sembrare alto, come la radio consentì all'invalido Roosevelt di sembrare potente, e la televisione consentì al giovane Kennedy di apparire sicuro di sé e ricco di esperienze. In un certo senso ogni medium è simile a un tipo diverso di stanza o di teatro che esige (e permette) un tipo di attore e uno stile di spettacolo adeguato. 20

Alcune tecnologie, come la stampa a caratteri mobili, la radio e la tv possono essere definite abilitanti. La loro introduzione non determina direttamente uno sviluppo culturale o sociale, ma abilita gli esseri umani a tale mutamento. Quando Internet venne aperta al pubblico di massa nei primi anni '90 nessuno sapeva esattamente come utilizzare questo strumento. Pertanto le prime aziende della cosiddetta new economy puntarono tutto sull'apertura dei grandi portali, secondo il modello broadcast che aveva funzionato per tutti gli altri media. Si pensava che un sistema pubblicitario simile a quello televisivo avrebbe potuto produrre introiti colossali per le start-up del web. Tutti, oggi, sappiamo come è andata; all'inizio del ventunesimo secolo le ditte basate sulla rete crollarono, e si aprì la strada a una nuova concezione, chiamata dall'editore americano O'Reilly Web 2.0. Questa etichetta non si riferisce però ad una nuova tecnologia. Gli strumenti del nuovo web sono esattamente gli stessi, ma si è giunti alla conclusione che il modello di tipo broadcast era sbagliato: la rete infatti abilita le persone a essere connesse, a comunicare molto velocemente e a creare con semplicità contenuti; è un medium sociale basato sulla conversazione. Fino a quando, però, le persone non hanno compreso queste possibilità e non hanno imparato ad utilizzarle, Internet non ha portato alcun cambiamento nelle loro vite.
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Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993, p. 454

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Dal parlato allo scritto
Attraverso l'introduzione di nuove tecnologie abilitanti, i sistemi di conoscenza delle persone sono cambiati. Non si tratta solo, come abbiamo rilevato in Meyrowitz, di un cambiamento di accesso all'informazione, ma anche di un vero e proprio mutamento delle strutture mentali e del modo che abbiamo di rapportarci all'informazione. Derrick De Kerckhove chiama questo complesso di schemi cognitivi brainframe21. Il primo ad accorgersi dell'esistenza dei brainframe fu il filosofo greco Socrate, fiero oppositore della scrittura. Nato e cresciuto in una cultura orale caratterizzata dalla circolarità, dai legami forti e dalla memoria come unico medium, Socrate vedeva nella scrittura un pericolo per la sapienza. Per questo motivo non ci rimangono suoi scritti, ma il suo pensiero ci è stato trasmesso dal discepolo Platone, evidentemente più propenso ad accettare le potenzialità del nuovo medium. Nel Fedro Platone descrive un dialogo tra il famoso favolista e Socrate, il quale dice a proposito della scrittura:
Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti. 22

Come si può intuire da questo brano, Socrate intuì subito che la scrittura avrebbe condotto ad un mutamento nell'accesso e nella gestione della conoscenza: questa non sarebbe più rimasta all'interno della mente delle persone, ma avrebbe pervaso il mondo esterno, risultando accessibile a chiunque avesse avuto la capacità di leggere. Questi cambiamenti sono visti dal filosofo greco in senso negativo, ma
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De Kerckhove, Derrick, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1991 Platone, Fedro, Mondadori, Milano, 2006

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non sono errati nella loro essenza: quello che mancava a Socrate era il brainframe alfabetico, difficile da acquisire per una persona cresciuta prima della sua affermazione. L'introduzione della scrittura alfabetica dà inizio a un'evoluzione nel campo del pensiero che percorre tutta la storia: la sequenzialità del testo scritto stimola le capacità analitiche del cervello e induce allo sviluppo di un pensiero razionale e scientifico. Anche la concezione del tempo cambia: si passa da un tempo circolare, tipico delle società a religione animista, a un tempo lineare e a uno sviluppo dei concetti di inizio e fine. La scrittura, allontanando la necessità dell'esperienza diretta, catalizza lo sviluppo del pensiero astratto e dei concetti di fratellanza al di fuori del legame forte della tribù. L'accesso alla conoscenza è ora vincolato al possesso selle tecniche di scrittura e lettura e, ancora di più, all'accesso ai testi: si sviluppano le caste e la gerarchia, come quella degli scribi in Egitto. La creazione stessa dei testi passa da una modalità di tipo condiviso, di bocca in bocca, nella quale ognuno poteva apportare qualsiasi modifica, a una dall'alto dell'autore. Non esiste ancora, in questa fase, un vero e proprio diritto d'autore. Chiunque, ammesso che possieda la conoscenza, può costruire una nuova opera sulla base di quelle precedenti. Un nuovo, epocale cambiamento avviene con l'invenzione della stampa a caratteri mobili da parte di Gutenberg nel 1455. La possibilità di stampare molte copie di un testo ad un costo relativamente basso rende possibile una grandissima diffusione dei libri. Questa innovazione tecnologica dà la spinta a tutta una serie di evoluzioni del pensiero umano: la stampa della Bibbia in volgare diventa il catalizzatore della rivoluzione Luterana; il pensiero razionale si sviluppa ulteriormente, e accompagna l'uomo verso la rivoluzione industriale. L'accesso alla conoscenza qui cambia nuovamente: se è vero che la stampa permette la produzione a basso costo di un numero molto elevato di libri, è altrettanto vero che i costi fissi di produzione sono molto alti; i macchinari per la stampa sono estremamente costosi, e nel periodo dei caratteri mobili la composizione di una

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pagina richiedeva tempo e fatica. Questo sposta il potere dalle mani degli autori a quelle degli editori; la pubblicazione di un libro è costosa, e può essere fatta solo da chi ha molto denaro: la semplice conoscenza delle tecniche di scrittura non è più sufficiente. Di contro diventa più semplice anche per chi non è ricchissimo accedere ai libri; da questo momento in poi nasce una nuova alfabetizzazione. L'accesso alla conoscenza ora è più semplice, ma anche più centralizzato; sono gli editori a decidere cosa sia meritevole di pubblicazione e cosa no, a seconda del ritorno economico che prevedono. Per incentivare la creatività e proteggere l'esclusiva degli editori nasce il diritto d'autore. Nel 1709, infatti, la regina Anna d'Inghilterra promuove il primo Copyright Act. Riassumendo, la stampa a caratteri mobili rende possibile un ulteriore sviluppo del pensiero razionale, ma soprattutto fa sì che la pubblicazione dei testi passi interamente nelle mani di imprenditori, che hanno un interesse economico; nasce il concetto di diritto d'autore e l'accesso alla conoscenza diventa più semplice grazie alla grande diffusione dei libri. Questi, essendo comunque dei media, possono essere fruiti così come sono stati scritti, senza l'ausilio di un ulteriore intermediario che ne interpreti il significato. La rivoluzione della stampa rende possibile un rapporto più diretto tra autore e lettore, favorendo la nascita delle discipline, come la semiotica, che studiano l'interpretazione dei testi. Gutenberg pone le basi per la nascita dell'industria culturale. Secondo Pierre Lévy
La stampa ha reso possibile un'ampia diffusione dei libri e l'esistenza stessa dei giornali, fondamento dell'opinione pubblica. Senza di essa le democrazie moderne non sarebbero nate. Del resto, la stampa rappresenta la prima industria di massa, e lo sviluppo tecnico-scientifico che ha favorito è stato uno dei motori della rivoluzione industriale. 23

23

Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996 p.72

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Conoscenza broadcast
È con l'avvento dei cosiddetti media elettronici, e in particolare della televisione, che l'accesso alla conoscenza cambia nuovamente. La possibilità offerta dalla tecnologia di consegnare un messaggio omogeneo, nello stesso momento, a un grande numero di persone ha svariati effetti. Come abbiamo visto attraverso il lavoro di Meyrowitz, con la tv le persone sono in grado di accedere ad informazioni di retroscena che permettono lo smascheramento di mistificazioni e costruzioni sociali. Allo stesso modo, però, il sistema top-down utilizzato dal medium per veicolare l'informazione solleva nuove barriere e costruisce nuove regole sociali. L'aumentare dell'interesse economico intorno ai mezzi di comunicazione di massa e la nascita della pubblicità favoriscono

l'omogeneizzazione dei contenuti, i quali devono essere adatti ad un pubblico più vasto possibile. Come osserva De Kerckhove
Il periodo dagli anni '60 alla metà degli anni '70 fu caratterizzato dalla "cultura di massa". Ebbe inizio con il tubo catodico che inviava pennellate di luce al nostro sistema nervoso, sommergendo i nostri sensi con un inflazionistico espansionismo e un marketing aggressivo. La pubblicità e la reiterazione televisiva divennero l'essenza della nostra coscienza collettiva.24

C'è un passaggio tecnologico fondamentale che determina il vero cambiamento di accesso alla conoscenza dovuto al medium televisivo, ed è l'invenzione del primo sistema di registrazione, l'Ampex. La primissima televisione era interamente in presa diretta; solo con l'introduzione della tecnologia dell'Ampex è divenuto possibile registrare i programmi. Questo ha avuto due effetti immediati: in primo luogo la programmazione degli stacchi pubblicitari ha reso la tv statunitense25 ancora più dipendente dalle strategie commerciali, in secondo luogo il montaggio televisivo ha permesso una costruzione non lineare dei contenuti, non più vincolata dagli schemi tipici della scrittura. Quest'ultima possibilità, mutuata dal
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De Kerckhove, Derrick, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1991, p. 109

La Tv europea non diventerà immediatamente commerciale. Una parte di essa tenderà sempre a rimanere di proprietà dello stato, pur piegandosi anch’essa alle regole della pubblicità e dell’audience.

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cinema, influenza il brainframe alfabetico delle persone: la razionalità cede il posto all'emotività, suscitata dalla collocazione non lineare delle scene. Secondo le teorie costruttiviste, è il linguaggio a costruire la realtà che ci circonda; quello televisivo punta a trasformare l'informazione in dramma e spettacolo, al fine di raggiungere il maggior numero di telespettatori. Per la televisione, la mancanza di cultura non è più una discriminante di esclusione: il medium televisivo si uniforma alla massa, seguendo un minimo comune denominatore. I grandi network decidono quindi, sulla base di strategie puramente commerciali, cosa sia importante e cosa no; la verità sarà sempre e comunque quella mediata dal mezzo televisivo per la maggioranza acritica e priva di cultura della società. Come osserva Paccagnella
Per i cittadini delle società occidentali [...] una quota crescente del patrimonio cognitivo non proviene più da esperienze condotte in prima persona, bensì dalle rappresentazioni offerte dai mezzi di comunicazione di massa. 26

L'enorme forza centripeta del mezzo televisivo schiaccia l'audience priva di senso critico all'interno degli appartamenti creando una realtà filtrata dai gatekeeper e influenzata dall'agenda setting, ovvero l’imposizione di un ordine di priorità e di importanza degli eventi: la televisione decide cosa è importante e cosa no, e fornisce allo spettatore un comodo riassunto di un mondo troppo complesso per le sue capacità cognitive. L'unica via per esprimersi in un ambiente di comunicazione unidirezionali è dato dai sondaggi d'opinione; qui si realizza il meccanismo della spirale del silenzio, descritto da Elisabeth Noelle-Neumann: gli indecisi si accodano alla massa, in un circolo vizioso che porta alla dittatura della maggioranza. L'accesso alla conoscenza in un mondo dominato dalla televisione è dunque unidirezionale e deciso dall'alto. Per buona parte della popolazione è difficile

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Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, p.161

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mettere in atto un qualsiasi senso critico, per cui si tende a dare per buono ciò che "ha detto la tv".

La conoscenza dispersa della rete
Nel momento in cui l'accesso a Internet viene messo a disposizione del pubblico, si realizzano altri cambiamenti nell'accesso alla conoscenza. Anche nella prima fase del medium, caratterizzata come abbiamo visto dal modello broadcast dei grandi portali di intrattenimento, si intuisce che qualcosa è destinato a cambiare negli schemi mentali delle persone. Il primo mutamento, macroscopico, è a livello di organizzazione della conoscenza. Anche i primi media elettronici, pur potendo intervenire nella scansione temporale di una storia attraverso il montaggio, difficilmente riescono a staccarsi dalla linearità tipica del testo scritto; l'uso del flashback e del flashforward sono mutuati dai romanzi di intrattenimento e vengono utilizzati nello stesso modo. Sulla rete però le informazioni non hanno una fruizione lineare come accade con i testi scritti: l'ipertesto rende possibile un salto da un argomento ad un altro, mediante l'uso dei link. Franco Carlini ritiene che, da un certo punto di vista, l'ipertesto non sia una novità:
da un certo punto di vista, a ben pensarci, ogni testo è un ipertesto, anche quando costruito in maniera monolitica e sequenziale. Infatti il suo autore lo scrive comunque all'interno di una rete di riferimenti culturali cui rimanda implicitamente o esplicitamente. 27

Quello che cambia, in effetti, non è tanto la possibilità di connettere i testi in una rete di relazioni; come osserva sempre Carlini, non è né più né meno quello che fa una qualsiasi enciclopedia. Ciò che cambia davvero con l'ipertesto informatico è la velocità con cui si può saltare da un nodo all'altro, e soprattutto la possibilità per chiunque di creare nuove relazioni. La rete dei riferimenti culturali, con

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Carlini, Franco, Lo stile del Web, Einaudi, Torino, 1999, p. 47

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l'ipertesto, non è più ambito esclusivo dell'autore, ma anche del lettore. Sulla velocità è lo stesso Carlini a intervenire:
È solo grazie all'elaboratore elettronico che i legami diventano immediatamente attivabili dal lettore. questo può avvenire su un computer isolato, [...] oppure su di una rete di computer. Ma la differenza non è di poco conto, e non è solo tecnica: anche se sempre di ipertesto si tratta, i diversi supporti finiscono per influenzare i caratteri dell'ipertesto e la sua fruizione. 28

Accade quindi che la conoscenza in rete si frammenta e si sfaccetta, disperdendosi attraverso i suoi nodi. Questo permette un approccio all'informazione decisamente diverso da quello usato tradizionalmente; si passa dall'uomo che archivia la conoscenza nella sua memoria, a un cacciatore e raccoglitore di informazioni, che naviga nella rete saltando da un link all'altro. La conoscenza frammentata e collegata della rete influisce anche sui modelli narrativi dei media tradizionali: è il caso di film come eXistenZ di David Cronenberg (1999) o, in maniera ancor più evidente di Memento di Christopher Nolan (2000). Memento è essenzialmente un film giallo, nel quale il protagonista, dopo aver subito un’aggressione e il trauma dell'assassinio della moglie, soffre di una particolare forma di amnesia che blocca la sua memoria a breve termine. In altre parole egli, dopo l’incidente, è incapace di memorizzare nuove informazioni. La particolarità della pellicola è l'originalissima scansione narrativa, che avviene per frammenti di memoria narrati in ordine inverso; l'inizio di ogni scena costituisce così la parte finale di quella successiva. È evidente che un prodotto del genere non avrebbe in alcun modo essere concepito in un'era pre-ipertestuale. L'ipertesto è un'innovazione molto visibile, che sta avendo ripercussioni significative sul linguaggio e sui nostri schemi mentali. Ma l'avvento del web 2.0, ovvero il passaggio da una cultura di rete ancora legata ai media precedenti, ad una migliore comprensione di come Internet funzioni e crei valore, mette in luce

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Carlini, Franco, Lo stile del Web, Einaudi, Torino, 1999, p. 47

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dei cambiamenti se possibile ancora più importanti. Abbiamo visto come la topologia della rete permette una velocissima diffusione delle informazioni nel momento in cui queste raggiungono gli hub fondamentali. Abbiamo anche detto che la rete ogni voce nella rete ha un peso diverso, ma che tutte hanno le stesse possibilità di essere ascoltate. Come influiscono queste regole sul nostro rapporto con la conoscenza? Innanzi tutto è opportuno rilevare come solo con la nuova concezione del web è diventato estremamente facile per chiunque inserire contenuti all'interno della rete. Precedentemente questo ruolo era svolto per la maggior parte da Usenet, attraverso i newsgroup, e in maniera limitata dalle chat e dai MUD 29. Esisteva qualche pagina personale, ma per crearla erano necessarie conoscenze, almeno di html e di programmi FTP, non certo alla portata di tutti. Oggi sono numerosi i servizi web based che permettono di condividere con estrema facilità idee, pensieri, immagini, filmati e contenuti audio. Questa possibilità ha reso la conoscenza un bene comune che risiede all'interno della rete, alla quale ogni utente può davvero contribuire per quello che conosce. Non solo: ci troviamo in un ambiente crossmediale, nel quale il mezzo di espressione non è più necessariamente uno solo, ma sono una moltitudine, utilizzati a seconda delle loro peculiarità e della loro attitudine a consegnare il messaggio. Se la conoscenza è a disposizione di tutti, e tutti possono contribuire a crearla, viene meno la distinzione tra autore e lettore; e lo stesso concetto di opera, rileva Lévy, è destinato a cambiare:
Ogni rappresentazione può diventare oggetto di campionamento, missaggio, riutilizzo ecc. Secondo la pragmatica emergente di creazione e comunicazione, distribuzioni nomadi di informazioni fluttuano su un immenso piano semiotico deterritorializzato. 30
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I newsgroup sono gruppi di discussione gestiti da un server centrale tramite l’invio di e-mail da parte dei partecipanti. Possono essere definiti i precursori dei forum e delle aree di discussione sulla rete. I MUD, o Multi-User Dungeon, sono particolari applicazioni simili a chat nelle quali però l’utente è inserito in un mondo, solitamente ad ambientazione fantasy, interamente generato dall’interazione continua dei suoi abitanti, che impersonano eroi impegnati in una vita di avventure. Si tratta di una versione online dei giochi di ruolo come Dungeons&Dragons.
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Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.128

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Quella che Lévy descrive profeticamente è la cultura del mash-up esplosa con il web 2.0; le aziende che producono servizi in rete, mettono spesso a disposizione dei tool di sviluppo, che danno a chiunque la possibilità di sfruttare una determinata applicazione mutandone le finalità; il concetto è quello del remixable web, ovvero di una rete nella quale ogni cosa prodotta può essere ripresa, modificata e migliorata da altri, a patto di offrire visibilità anche all'opera originale. Un’ottima descrizione di questo concetto viene da Giuseppe Granieri:
Le applicazioni migliori (ciascuna delle quali partecipa dell’attività di soluzione a un problema sociale) sono progettate per essere “hackerate” e “remixate”. Il che vuol dire che sono pensate per essere migliorate dal contributo degli utenti e disponibili a cedere il proprio valore ad altre applicazioni. Tutti oggi possono prendere degli script da Flickr per inserire in automatico le ultime foto sul proprio blog, utilizzare delle librerie software (chiamate API) per interrogare e riutilizzare i dati di Technorati o le mappe di Google. Le licenze stesse sono rilasciate in genere con poche limitazioni per favorire lo sviluppo. 31

Quindi, se consideriamo la cultura del mash-up, risulta evidente come, ferma restando la necessità di difendere la paternità dell'opera, il concetto di copyright debba essere ampiamente rivisto. Lawrence Lessig32 analizza nella sua opera Il futuro delle idee, come dal Copyright Act in poi, i tempi di decadenza del diritto d'autore si siano allungati costantemente, soprattutto a causa delle pressioni di Disney che avrebbe visto decadere i diritti di Topolino. Per cercare un sistema di protezione del diritto d'autore più efficace e al passo con i tempi, Lessig ha dato vita al progetto Creative Commons 33; si tratta di una serie di licenze meno restrittive del copyright, che danno la possibilità, ad esempio, di modificare l'opera originale, o di ripubblicarla in qualsiasi formato, a patto di dare credito all'autore. Oggi molti autori pubblicano le loro opere attraverso questo tipo di licenza, permettendo così una diffusione della conoscenza e delle idee che la rete
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Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006 p.107 Lessig, Lawrence, Il futuro delle idee, Feltrinelli, Milano, 2006 Creative Commons, http://creativecommons.org

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non ha fatto altro che catalizzare, grazie alle sue caratteristiche intrinseche. Anche questo lavoro è protetto da una licenza Creative Commons, come si può notare dai simboli nel frontespizio; essa permette a chiunque la riproduzione del testo in ogni sua parte e in qualsiasi formato e la produzione di opere derivate, a patto di riconoscerne la paternità, di non sfruttarlo per fini commerciali, e di ripubblicare i derivati attraverso una stessa licenza. La conoscenza condivisa trova espressione nella cultura del peer-to-peer, avversata dalle grandi case musicali e cinematografiche perché porta su scala globale un fenomeno, come quello dello scambio di contenuti video e audio, fino ad ora esistente solo a livello locale. È innegabile, però, che la condivisione dei file tra gli utenti non possa essere fermata; lo dimostra la storia di Napster, la cui chiusura non ha fatto altro che incentivare la nascita di moltissimi altri software. Il peer-to-peer, inoltre, aggrega persone che difficilmente sarebbero state disposte ad acquistare un determinato contenuto, e favorisce la diffusione anche di quelle opere che restano fuori dal circuito dei blockbuster. Il sistema della fitness garantisce l'emergenza solo ai contenuti veramente interessanti e utili per la comunità intera, mentre ciò che è meno interessante rimane comunque a disposizione di una nicchia di pubblico che ha tutto il potenziale, attraverso i legami deboli, per portare la sua voce all'attenzione dei grandi hub. Tutta la conoscenza condivisa sulla rete nasce quindi da un processo di interazione bottom-up attraverso i suoi nodi, e l'emergenza dello zeitgeist della rete è un fenomeno naturale e non controllato, lontano dagli interessi della pubblicità e degli editori. Il fatto che la conoscenza in rete, e la rete stessa, siano da considerare beni comuni introduce però alcuni problemi a livello di gestione.

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La tragedia dei commons
Il bene comune è un argomento delicato, sul quale è sempre aperto un dibattito tra economisti, sociologi e altri studiosi. Già David Hume, nel suo Trattato sulla natura umana, osservava come fosse difficile la cooperazione tra gli uomini:
Il tuo grano è maturo oggi, il mio lo sarà domani. È proficuo per entrambi che io lavori con te oggi, e che tu mi aiuti domani. Io non nutro alcuna tenerezza per te, e so che lo stesso vale per te. Per questo, non mi prenderò alcuna pena per te; e se dovessi lavorare con te per il mio interesse personale, aspettandomi qualcosa in cambio, so che rimarrei deluso, e che dipenderei invano dalla tua gratitudine. Dunque, ti lascio lavorare da solo: e tu trattami nello stesso modo. Le stagioni cambiano, ed entrambi perdiamo il nostro raccolto per mancanza di fiducia e garanzia.34

Non è un caso se il termine inglese per indicare i beni comuni, common, originariamente indicava i pascoli. Questi ultimi sono un perfetto esempio di risorse in comune: Garrett Hardin, nel famoso articolo The tragedy of the commons 35, usa proprio questo esempio per spiegare come l'utilizzo egoistico di un bene comune possa portare al depauperamento o addirittura alla sparizione dello stesso. Un pascolo, osserva Hardin, è una risorsa limitata e può sopportare solo un certo numero di animali. L'interesse egoistico del pastore può essere quello di aggiungere un animale alla sua mandria, ma questo farà calare leggermente il valore del common. Se tutti i pastori seguono soltanto la massimizzazione del loro profitto, il common viene distrutto e tutti perdono. Come si può notare, il meccanismo non è diverso da quello della storiella di David Hume. Il problema rilevato da Hardin è quello dei cosiddetti free-rider: il bene comune è costantemente messo in pericolo da quelle figure (in economia chiamate, appunto, free-rider) che sfruttano il common perseguendo un fine egoistico, e senza contribuire alla sua produzione, riproduzione e sussistenza.

34 35

Hume, David, Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano, 2001 Hardin, Garrett “The tragedy of the commons”, Science 162, Dicembre 1968 pp.1243-1248

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Già nel diciassettesimo secolo, due filosofi provavano a dare la loro risposta a questa complessa domanda. Secondo Thomas Hobbes, l'uomo è naturalmente competitivo, quindi l'unico modo per costringerlo a cooperare è mettergli di fronte qualcuno di più forte, in modo che possa imporre una tregua. Hobbes teorizzava l'esistenza di un sovrano coercitivo, il Leviatano, come conditio sine qua non per convincere gli uomini a collaborare. L'idea di Hobbes era evidentemente condivisa dal già citato Garrett Hardin, che nel suo articolo osserva come uno dei metodi per ottenere la temperanza nell'uso di un common sia la coercizione, per esempio attraverso le tasse. In aperto contrasto con le idee di Hobbes si pone il filosofo inglese John Locke, che vede nel catalizzatore della collaborazione tra gli uomini non già la semplice coercizione, ma la nascita di un contratto sociale condiviso. Una svolta nello studio della collaborazione viene però dalla teoria economica dei giochi. Normalmente, nelle attività economiche, gli uomini sono inseriti nei cosiddetti giochi a somma zero. Questo significa che la vittoria di uno dei partecipanti significa la sconfitta di tutti gli altri. Esiste però un altro genere di giochi, detti a somma non zero. In questo caso il raggiungimento di un obiettivo si verifica solo se c'è collaborazione tra le parti; in altre parole per vincere, bisogna che tutti vincano. Un buon esempio di gioco a somma non zero è il sistema del microcredito, utilizzato in diversi paesi in via di sviluppo. A gruppi di persone vengono concessi dei crediti a fondo perduto per iniziare piccole attività, sotto un'unica condizione: il credito sarà effettivo solo se tutti i contraenti riusciranno a metterlo a frutto. L'attività del microcredito si basa sul concetto di capitale sociale sviluppato da Putnam e Fukuyama, inteso cioè come la fiducia che si genera tra gli individui. E infatti il microcredito non ha funzionato in quei paesi scossi da recenti conflitti, nei quali era molto difficile che si stabilissero rapporti di fiducia tra le persone. La tecnologia della rete permette un facile sviluppo della fiducia, perché incentiva la conversazione tra persone con interessi comuni. Internet è un medium ad alto capitale sociale. Ciò non significa che non esistano free-rider anche nella rete; come è possibile, allora, lo sviluppo di dinamiche basate sulla

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fiducia con un numero straordinariamente basso di approfittatori? Una buona spiegazione viene dal sito di aste online eBay. Nato quasi per gioco, per favorire lo scambio tra collezionisti di dispenser di caramelle Pez, eBay è diventato in pochi anni il punto di riferimento per gli acquisti online. Ben lontano dal classico modello di e-commerce, il sito americano non fa altro che rendersi intermediario tra la domanda e l'offerta, attraverso un sistema di valutazione ad asta. Come è possibile che su eBay le truffe siano addirittura inferiori rispetto ai normali rapporti commerciali? Dopotutto l'invio del denaro e quello della merce sono vincolati dalla semplice fiducia tra i contraenti. Il sito di aste rappresenta un'esplicazione del famoso dilemma del detenuto; in questo gioco matematico ipotizziamo l'esistenza di due uomini accusati congiuntamente di violazione della legge. Essi vengono tenuti separati dalla polizia, e a ciascuno viene detto che se uno confessa e l'altro no, il primo sarà liberato, mentre l'altro verrà sarà condannato a tre anni. Se entrambi confessano avranno una condanna di due anni ciascuno, ma se nessuno dei due confesserà, allora se la caveranno con un solo anno. La collaborazione tra i due giocatori porta al risultato migliore, ma non sapendo quello che farà l'altro può prevalere la tentazione di giocare sporco e puntare all'interesse personale. Eppure su eBay in pochi lo fanno. La spiegazione è nella ripetibilità del gioco. Nel momento in cui il dilemma del prigioniero viene ripetuto molte volte, osserva Howard Rheingold, un nuovo fattore assume importanza, e cioè la storia dei comportamenti precedenti. Conoscendo le precedenti scelte di un giocatore, è facile capire se questi ha la tendenza a privilegiare il guadagno condiviso, o a perseguire il suo interesse, e regolarsi di conseguenza. Nella meccanica di eBay è presente un sistema di feedback, attraverso il quale ogni utente può indicare come è stato il rapporto di affari con la controparte. Questo innesca un sistema di autoregolamentazione, che fa sì che i

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free-rider vengano in poco tempo messi da parte, e non siano più in grado di partecipare attivamente alla vita della comunità. Il sistema di reputazione di eBay non è lontano da quello osservato dal sociologo e antropologo francese Marcel Mauss. Nel suo Saggio sul dono36 Mauss osserva come, in alcune società delle isole polinesiane, l'economia sia basata sullo scambio reciproco. Secondo Mauss il dono porta con sé anche l'obbligo di ricambiare. La mancata partecipazione alla fitta rete di scambi in queste società significa l'esclusione immediata dalla stessa. Su eBay si concludono contratti, ma per farlo è necessario un dono di fiducia alla controparte. Se questo dono non viene ricambiato scatta la sanzione. L'utente ingannato può assegnare un voto di feedback negativo al truffatore. Questo voto di feedback ne macchierà la reputazione, contribuendo ad allontanarlo dal cuore degli scambi. Tanti più feedback negativi un utente riceverà, tanto più sarà identificato come inaffidabile, e quindi avrà sempre meno possibilità di intervenire nella comunità. Il sistema di sanzioni funziona perfettamente: il feedback funziona dal basso, non esiste un organo di polizia deputato a mettere ordine tra le transazioni che avvengono su eBay, e soprattutto realizza il gioco a somma non zero, dal momento che la truffa non conviene a nessuno. Questo meccanismo non è proprio solo del sito di aste, ma è condiviso da tutte le attività che si svolgono via Internet, in forme più o meno codificate. Nella rete la conoscenza è regolata dall'economia del dono; ognuno dona agli altri un po' del suo sapere e delle sue idee sapendo bene che ne potrà ricevere in cambio altrettanto. Come si è visto in precedenza è proprio così che la rete è stata progettata dai suoi creatori. L'idea era di mettere in comune le conoscenze in modo che tutti ne potessero fruire. Questo ha un effetto molto evidente sulla percezione dell'altro: con la scrittura, la stampa e i cosiddetti old media l'informazione poteva essere tenuta nascosta, poteva essere mistificata e manipolata. In questo scenario si crea la percezione dell’altro come nemico, e una

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Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 1965

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concezione competitiva della società, basata sul controllo dell’informazione. Ma abbiamo rilevato come Internet sia un potentissimo strumento di condivisione della conoscenza; in questo scenario è molto più facile e più produttivo considerare l'altro come una possibile fonte di sapere, come un collaboratore più che come un potenziale avversario. Pierre Lévy ha formalizzato così questo concetto:
Poniamo esplicitamente, apertamente e pubblicamente l’apprendimento reciproco come mediazioni dei rapporti tra gli uomini. Le identità diventano allora identità di sapere. Le conseguenze etiche di questo nuovo assetto della società sono immense: chi è l’altro? È qualcuno che sa. E sa cose che io non conosco. L’altro non è più un’entità spaventosa e minacciosa: come me, ignora molte cose e padroneggia alcune conoscenze. Ma poiché i rispettivi ambiti di inesperienza non coincidono, egli rappresenta una possibile fonte di arricchimento per la mia conoscenza. Può aumentare le potenzialità del mio essere quanto più è diverso da me. Io potrei associare le mie competenze alle sue in modo da far meglio insieme che separatamente.37

La rinnovata percezione dell'altro, e una maggiore disponibilità a cooperare e a creare giochi a guadagno condiviso sono però vincolati allo sviluppo di una coerente identità nella rete.

Chi sono nella rete?
L'identità è un concetto dal quale non si può prescindere in un ambiente ad alta condivisione come è Internet. Abbiamo visto come i rapporti in rete siano regolati dall'economia del dono e dalla necessità di un alto livello di fiducia perché tutto funzioni perfettamente. La fiducia nell'altro ha un prerequisito fondamentale, e cioè l'identità. Se noi siamo in grado di definire chi è l'altro, allora ragionevolmente possiamo fidarci di lui. Il primo problema che ci si pone di fronte è come definire l'identità nel mondo sensibile, per poi vedere come essa

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Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.32-33

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cambia attraverso le tecnologie di rete. Un buon punto di partenza è offerto da due presentazioni38 tenute da Dick Hardt, amministratore delegato di Sxip, un'azienda che si occupa del lato più tecnico della gestione dell'identità in rete. Nei due discorsi Dick semplifica il concetto di identità in tre punti principali: chi sono, cosa mi piace e come gli altri mi vedono. Innanzi tutto la mia identità è rivelata dai dati anagrafici; nome, cognome, genere, residenza, data e luogo di nascita; poi vengono tutte le mie passioni e inclinazioni; i libri che ho letto, i film che ho visto, la musica che mi piace. Infine c'è quello che gli altri pensano di me, altrettanto importante per definirmi. Ora, è chiaro che questi primi tre punti sono alquanto scarni, e non dicono in realtà moltissimo di una persona. La sua identità è qualcosa di più complesso e sfaccettato. Eppure la burocrazia dell'era della scrittura e dei mass-media tende a definirci in questo modo. Per lo stato siamo un numero a cui è associata una carta di identità, una tessera sanitaria, una patente di guida e un passaporto. Per le grandi aziende siamo al più uno stile di vita, un segmento di marketing, un valore in termini di potere d'acquisto. Per un datore di lavoro prima di tutto siamo un curriculum vitae e una serie di titoli di studio. Questa burocratizzazione dell'identità avviene proprio per la natura dei massmedia, che, come abbiamo visto, ragionano in termini di audience e hanno bisogno di definirci ed etichettarci. L'ultimo dei tre punti citati da Hardt è senz'altro più interessante e merita di essere approfondito. Nel 1917, il drammaturgo Luigi Pirandello pubblica la pièce Così è se vi pare39 . Tutta la rappresentazione gravita attorno al tema dell'impossibilità di definire una realtà irrevocabile, e lo fa passando proprio per il tema dell'identità. Chi è veramente la moglie del signor Ponza, e perché costui la tiene segregata in casa e non le permette di incontrare la madre? Secondo quest'ultima egli avrebbe perso in un terremoto tutti i parenti, e ossessionato dall'amore per la moglie, la terrebbe segregata in casa. Dal canto suo il signor Ponza sostiene che la prima

38 Hardt, Dick, http://www.identity20.com/media/OSCON2005/ , http://identity20.com/media/ ETECH_2006/
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Pirandello, Luigi, Maschere nude, Newton & Compton, Roma, 1994

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moglie sia morta nel terremoto, e che la madre, ormai impazzita, crede che la seconda moglie del Ponza sia in realtà la figlia. Tutti i documenti legali relativi alla famiglia sono andati distrutti nel terremoto, quindi l'unica persona a conoscere la verità è proprio la moglie del signor Ponza. Quest'ultima si presenta in palcoscenico sotto un velo candido che la fa apparire come un fantasma, e dichiara agli astanti: "io sono colei che mi si crede". La burocrazia contiene una sola delle possibili identità di una persona. Tutto il resto è definito dalle interazioni sociali che abbiamo con gli altri. Lo descrive molto bene una battuta della serie televisiva Desperate Houswives, pronunciata dalla voce narrante Mary Alice Young e che sembra venire direttamente dalla sociologia interazionista:
Quando ero viva, ho mantenuto molte identità differenti. Amante, moglie e recentemente vittima. Sì, le etichette sono importante per i vivi, perché stabiliscono come le persone si vedano tra loro.

Secondo Goffman, ogni volta che ci troviamo in un determinato spazio sociale, i nostri comportamenti variano. È come se ci trovassimo a recitare una parte, che è data dalla definizione della situazione. Se però variano i nostri comportamenti, allo stesso modo cambierà la percezione che gli altri hanno di noi. Dal momento che la mente umana tende a semplificare e categorizzare, essi ci assegneranno un'etichetta che semplificherà il loro lavoro cognitivo e li aiuterà a definire le situazioni che occorrono quando si trovano a contatto con noi. La burocrazia e la costruzione della società intervengono a facilitare questo compito: la divisione in "età" della socializzazione, i titoli di studio e di lavoro aiutano le persone a definire le situazioni con maggiore semplicità. Come osserva Joshua Meyrowitz,
Gli stadi di socializzazione e di passaggio dall'uno all'altro, influiscono sull'identità dell'individuo, nonostante siano ampiamente arbitrari, sociali e legati alle informazioni. Il momento in cui gli studenti di medicina si integrano nel gruppo o "diventano medici", costituisce un punto arbitrario nel loro sviluppo. Ciononostante la maggior parte delle persone - dai genitori dello studente che ora possono dire "mio figlio è dottore" all'autorità

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competente in materia di circolazione stradale che ora offre "ai medici" un tipo particolare di patente e di targa - riconosce un mutamento nelle caratteristiche e nell'identità dello studente. 40

Lo stesso Meyrowitz, come abbiamo visto, ha rilevato come i media elettronici influiscano nella socializzazione e nella divisione tra i gruppi, fornendo informazioni di retroscena anche a chi non appartiene agli stessi. Ma se è così, allora dovranno influire anche sull'identità delle persone, ed in effetti è proprio quello che accade. Cosa succede con la rete? Il 5 Luglio del 1993 sul New Yorker, il disegnatore Peter Steiner pubblica una vignetta che passerà alla storia. Raffigura due cani, uno dei quali seduto di fronte a un computer. La didascalia recita: "On the Internet, nobody knows you're a dog". Su Internet nessuno sa che sei un cane. Ed in effetti è facile pensare che, protetti dal monitor, si possa presentare sulla rete una versione completamente artificiale di noi stessi, e "giocarla" di conseguenza. Sherry Turkle41, psicologa e sociologa del MIT, osserva come la rete possa diventare un vero e proprio laboratorio di identità. La Turkle ha a lungo analizzato i MUD testuali, sperimentando come molte persone esibissero un'identità del tutto diversa da quella che presentavano nel mondo sensibile. Spesso si tratta di un vero e proprio modo di "esercitarsi" in una rappresentazione in un luogo che, apparentemente, non sanziona socialmente alcuni comportamenti; "su Internet nessuno sa che sei un cane" è l'esplicazione in una frase della teoria dei Reduced Social Cues. Questa teoria osserva come la “scarsità di banda” della rete non permetta di veicolare tutti quegli indicatori sociali (modo di vestire, gestualità, accenti) che permettono a chi utilizza la rete un corretto scambio comunicativo. Internet sarebbe quindi un luogo arido socialmente, che porta con facilità all’esplosione di flamewar42 e all’incomprensione. Questa visione appare però ancora legata ad un concetto
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Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993, p.96 Turkle, Sherry, La vita sullo schermo, Apogeo, Milano, 1997

Termine coniato all’interno del gergo delle prime comunità virtuali, la flamewar indica il decadimento della conversazione in uno sterile litigio, che spesso si protrae per molto tempo e vede l’intervento di molti attori, con l’effetto di disturbare il canale comunicativo.

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ormai superato dello studio di Internet: se è ancora vero che, nel breve periodo, è semplice creare false identità, con il crescere delle relazioni è inevitabile che ci si stabilizzi verso un modo di essere coerente con il nostro sé. Sherry Turkle stessa puntualizza come le identità sperimentate in rete siano comunque legate indissolubilmente ai loro sé fisici. E infatti secondo Manuel Castells
Il gioco di ruolo e la costruzione di identitàcome base dell'interazione online sono una percentuale piccola della socialità incentrata su Internet, e questo genere di pratica sembra essere decisamente concentrata fra gli adolescenti. In effetti sono proprio gli adolescenti a scoprire la propria identità, sperimentando con essa, imparando chi sono o chi vorrebbero essere, offrendo così un affascinante campo di ricerca per la comprensione della costruzione e della sperimentazione dell'identità. [...] Persino nei giochi di ruolo e nelle chat room informali, le vite reali (comprese le vite reali online) paiono dare forma all'interazione online.43

Il parere di Giuseppe Granieri è che l'identità assunta sulla rete risenta dei costi sociali che una persona deve sopportare per cambiare identità volontariamente. Se ci troviamo in ambienti come i blog, o eBay, o ancora in un gioco di ruolo online, questi costi sono pesanti: in un blog bisognerà ricostruire una rete di relazioni sviluppata nel tempo, e strettamente correlata all'identità che abbiamo presentato. Su eBay si perderanno i punteggi di feedback, e quindi bisognerà costruire una nuova reputazione; mentre in un gioco di ruolo online sarà il livello del personaggio a dovere essere ricostruito, con dispendio di tempo e fatica. Esistono invece luoghi, come i forum e le chat, nei quali il cambio di identità può essere molto meno stressante, perché manca ogni meccanismo di gestione della reputazione: tutti i partecipanti hanno sempre la stessa visibilità. I sistemi di feedback, quindi, influenzano anche l'identità, contribuendo a stabilizzare un sistema altrimenti fortemente dinamico, e a rendere più semplice lo scambio di fiducia tra i partecipanti. Il ruolo del nome e dell'identità burocratica sulla rete è affidato al nickname o all'avatar; è interessante notare come questi due elementi

43

Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002, p.119

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siano, contrariamente a quanto avviene nel mondo sensibile, scelti dallo stesso utente. Normalmente non possiamo scegliere un nome ed un aspetto fisico, ma sulla rete questo avviene sistematicamente, caricando il nickname o l'avatar di una forza che non è delle controparti nel mondo sensibile. Si potrebbe obiettare che questo non fa altro che aumentare una sorta di mistificazione dell'identità, ma non è così. È vero piuttosto che l'identità postmoderna non è più immutabile e monolitica come in precedenza, ma, per dirla con Zygmunt Bauman44, è liquida, fluttuante. È come un mosaico del quale abbiamo alcuni pezzi, ma che non sappiamo come comporre. Il cambiamento di identità volontario e premeditato è scoraggiato dai costi sociali, ma questo non significa che non esistano mutamenti involontari dovuti alla natura dinamica del mondo in cui viviamo. Quando aprii il mio primo blog, nel 2002, scelsi come nome quello che già avevo utilizzato su forum e gruppi di discussione. La parola, scelta da un dizionario di giapponese, è Kurai. Significa "buio", ma l'avevo scelta non tanto per il suo significato, quanto piuttosto per il suono che aveva. In ogni caso, Kurai è l'identità che ho scelto nella rete. Con il tempo, tessendo attraverso il blog una rete di relazioni sempre più vasta, mi sono però reso conto che questo nickname era ormai solo una facciata. Quasi tutte le persone con le quali interagivo quotidianamente avevano imparato a conoscermi, alcune anche di persona. E oggi praticamente tutti conoscono il mio nome e cognome, molti hanno il mio numero di cellulare, e con alcuni ci si incontra più o meno regolarmente. Nel medio-lungo periodo, insomma, l'identità di rete perde sempre più quell'alone di mistero che ha intorno, svelando la persona che c'è dietro. Questo perché, sulla rete più che nel mondo reale, la mia identità è costruita attraverso la conoscenza che metto a disposizione degli altri. Spesso nell'avviare nuove relazioni online non ci si preoccupa di etichettare la persona con cui si parla attraverso un titolo di studio o una professione: la comunicazione è sempre vista come uno scambio tra pari. Fintanto che posso contribuire attivamente a una discussione offrendo contenuti interessanti, non è veramente importante chi io sia e cosa abbia studiato. Conta
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Bauman, Zygmunt, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari, 2003

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solo la conoscenza che condivido. Questa idea della conoscenza contrapposta all'importanza del titolo di studio sta cambiando moltissimo il modo in cui viene vista l'autorità. La generazione nata con la rete sa per esempio che il titolo di studio, per quanto importante, è solo il segno di un rito di passaggio e non necessariamente disegna le reali capacità di un individuo. La critica, per essere accettata, deve venire da qualcuno che è riconosciuto come pari. Ecco perché, spesso, gli insegnanti non sono visti di buon occhio dalle nuove generazioni: l'abitudine alla condivisione e allo scambio peer-to-peer delle informazioni ha, esattamente come era già avvenuto con la televisione, indebolito alcune mistificazioni tipiche di determinati gruppi sociali.

Pubblico e privato
La natura aperta della rete, come abbiamo avuto modo di notare, influisce sulle nostre percezioni di ribalta e retroscena, ma cambia anche il modo con cui stringiamo rapporti sociali con gli altri. Normalmente la nostra rete di relazioni è definita in maniera abbastanza casuale; il luogo in cui abitiamo, l'ambiente di lavoro e la famiglia ci offrono una rosa abbastanza limitata di persone, tra le quali scegliamo i nostri amici e i nostri confidenti. Le relazioni umane, anche nell'epoca dei mass-media pre-Internet, non possono prescindere dalla compresenza fisica in uno spazio definito. Certo, ci si può mantenere in contatto con il telefono o per lettera, ma prima è necessario essersi conosciuti fisicamente. L'unico strumento di comunicazione che permetteva di allacciare relazioni senza la necessità di compresenza è stato il cosiddetto "baracchino", il quale però veniva usato da una cerchia molto ristretta di persone. Con l'avvento di Internet, la necessità di compresenza fisica ovviamente decade; questo ha permesso ad ognuno di noi di scegliere tra la sua rete di conoscenze solo le persone con le quali abbiamo davvero qualcosa in comune, quelle che davvero ci offrono stimoli di discussione e interazione. Raccogliendo gli interessi di tutto il mondo, anche una collezionista di dispenser di caramelle Pez come la moglie dell'inventore di eBay può mettersi

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facilmente in contatto con appassionati come lei. Lo spazio sociale delle conoscenze diventa quindi qualcosa che possiamo costruire e plasmare a nostro piacimento. Ad un primo sguardo potrebbe sembrare che ognuno di noi, scegliendo come e cosa pubblicare sulla rete, abbia un grande controllo sugli spazi di ribalta e retroscena, e sia perfettamente in grado di tenerli separati. La realtà è molto diversa, come osserva Mafe De Baggis 45:
A metà del secolo scorso Erving Goffman ha descritto alla perfezione come cambia il comportamento dei singoli a seconda del contesto, in particolare quando è un contesto pubblico (il palcoscenico) o privato (le quinte). Joshua Meyrowitz negli anni Ottanta ha identificato la televisione (e i media in genere) come principale responsabile dello spostamento di questo confine, con relativa presa di coscienza di una serie di "minoranze" (soprattutto le donne, i bambini e i poveri) della diffusione dei propri problemi, condivisi da tanti altri. La televisione ha mostrato in pubblico gli spazi privati per la prima volta a milioni di persone. In televisione vedevi ciò di cui non si parla in pubblico: la camera da letto e il portafoglio, un papà in crisi come i diversi stili di vita e di consumo, escono dalle quinte della riservatezza, in un processo arrivato fino ai reality show. Ma quella della televisione è una realtà fabbricata a tavolino, e volatile. Internet sposta ancora più in là questo confine, anzi, forse lo abbatte. Negli ambienti digitali pubblici l'unico spazio privato rimane quello interiore: quello che non dico, quello che non faccio. La maggior parte di quello che dici e che fai in pubblico, rimane. Stavolta gli autori siamo davvero noi: il reality non è uno show, siamo noi che agiamo e possiamo essere osservati senza saperlo, anche a distanza di anni. Anche quando saremo morti. Chiunque può osservarci: lo Stato, un ex, i nostri amici, un concorrente o un avversario.

Lo spazio di retroscena, sulla rete, non esiste più. È confinato dentro di noi. Qualsiasi azione intrapresa sulla rete, per quanto ponderata essa possa essere sarà un ulteriore tassello del mosaico che le altre persone saranno chiamate a comporre
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De Baggis, Mafe, Maestrini per caso, http://www.maestrinipercaso.it/2005/10/memoria.htm

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per definirci, e che noi stessi stiamo cercando di costruire. E in nessun modo potremo sapere a priori chi vedrà quello che abbiamo scritto, le nostre foto, i nostri feedback. Questa mancanza di aree private può essere sentita da molti come un problema. È per questo che molti servizi del nuovo web offrono la possibilità di creare degli spazi sociali fittizi: è il caso di Flickr, un software per la condivisione di fotografie, che permette di mostrare alcune foto solo ad utenti facenti parti della cerchia di amici o della famiglia, e del software Vox, sviluppato da Six Apart, attraverso il quale ogni aspetto della nostra vita sulla rete (testi, musica, foto, filmati) può essere reso accessibile a diversi livelli di conoscenza. Attraverso le caratteristiche di questi software, si favorisce però lo sviluppo di gruppi sociali chiusi, andando ad intaccare quello spirito di condivisione che è l'anima della rete e diminuendone il capitale sociale. E infatti in pochi scelgono di utilizzare in maniera massiccia queste opzioni, preferendo comunque la visibilità totale; spesso chi rende privati alcuni contenuti lo fa perché sa che non sarebbero universalmente accettati dalla comunità e soprattutto dal sito che li ospita: succede su Flickr, le cui funzioni di privacy vengono spesso usate per lo scambio di materiale a carattere pornografico, altrimenti condannato e rimosso dallo stesso sito.

Mercati e conversazioni
La conoscenza condivisa e collettiva trasforma anche il rapporto tra le persone e le aziende. Se eBay basa tutto il suo valore sul concetto di reputazione, è normale che tale concetto sia esteso anche a quelle ditte che operano al di fuori della rete. In altre parole, se l'informazione può essere velocemente condivisa e ridistribuita, cosa ne sarà di quelle ditte che offrono prodotti scadenti, puntando tutto e solo sul primo acquisto? Kryptonite, un'azienda americana che produce lucchetti e blocchi antifurto immette sul mercato un nuovo prodotto, il modello Evolution 2000. Il lucchetto, promette l'azienda, è virtualmente indistruttibile, e a prova di scasso. Passano gli anni, e nel 2004 un certo Chris Brennan pubblica su un forum la

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notizia che il lucchetto può in realtà essere facilmente aperto con una penna Bic. La notizia viene immediatamente ripresa dal sito Engadget che ne pubblica anche un video dimostrativo. Kryptonite ha una grossa caduta di immagine, ed è costretta a sostituire i lucchetti mal progettati. In questo caso non parliamo nemmeno più di un accesso ad informazioni del retroscena dell'azienda, ma di una condivisione di esperienze personali che permette di prendere più facilmente una decisione d'acquisto. Come osserva Massimo Mantellini:
Accade che fino a ieri c'è stata la dittatura del marchio. E oggi non c'è più (o c'è molto meno). La rete di informazioni raccolte direttamente dai consumatori sui blog, ma anche in mille altri luoghi della rete Internet, costruisce un patrimonio condiviso disponibile per tutti. Chiunque usi Internet oggi, se lo vuole, può recarsi ad acquistare un qualsiasi prodotto con un bagaglio di conoscenze e informazioni che spesso non solo il venditore finale non ha, ma che nemmeno l'azienda produttrice, nel caso ne avesse necessità, riesce più a tenere nascoste.46

Questo implica che la casa produttrice, se davvero vuole sopravvivere nel momento in cui la rete scopre la non affidabilità di un prodotto, sia costretta ad un rapporto con il cliente molto diverso da quello tradizionale. Già da tempo il cliente non è sulla carta considerato un semplice consumatore, ma troppo spesso il customer care delle aziende funziona male, o non funziona affatto. La rete costringe l'azienda a una trasparenza pressoché totale. Paradossalmente, chi vive e scambia informazioni nella rete, non punisce più di tanto la ditta che sa comunicare i problemi che incontra. Ma se cerca di nascondere qualcosa, allora perde immediatamente la fiducia. Ancora una volta ritorna il concetto di reputazione e il dono di fiducia del quale si è parlato in precedenza. Nel Dicembre del 2000 esce il Cluetrain Manifesto, una raccolta di articoli e riflessioni sulla rete scritta da alcuni dei personaggi di spicco della cultura di Internet. Nel Manifesto è presente una raccolta di 95 tesi, che descrivono alle aziende un mondo molto diverso dai concetti di tipo broadcast che caratterizzarono la bolla della new economy. La prima di queste tesi è ormai famosissima, e recita: i mercati sono
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Mantellini, Massimo, Punto Informatico, http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1341053&r=PI

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conversazioni. Una semplice frase che descrive perfettamente il cambiamento dell'economia di mercato nell'era della rete; David Weinberger, all'interno del Manifesto, racconta di come i mercati, nell'antichità, siano nati proprio dal dialogo:
I primi mercati erano pieni di persone, non di astrazioni o aggregati statistici: erano luoghi nei quali la domanda incontrava l’offerta mediante un’energica stretta di mano. Clienti e venditori si guardavano negli occhi, si incontravano e stabilivano relazioni. I primi mercati erano luoghi di scambio, nei quali le persone si recavano per comprare ciò che gli altri avevano da vendere - e per parlare. 47

La compresenza fisica di acquirente e venditore favoriva uno scambio sociale e, per dirla ancora con Weinberger, la vendita era solo il punto esclamativo. Anche nell'economia del dono descritta da Mauss 48 la conversazione ha un ruolo primario: lo scambio circolare del Kula nelle isole Trobriand, un arcipelago della Nuova Caledonia, richiede che la tribù effettui un giro delle isole senza donare alcunché, ma soltanto ricevendo doni dalle altre comunità. I riceventi, a loro volta, doneranno beni quando ospiteranno le altre tribù. Il kula è in realtà un modo per mantenere aperto un canale comunicativo tra comunità che vivono isolate: il sistema dei doni fa sì che le tribù abbiano interesse a visitare gli altri, favorendo così gli scambi e le conversazioni. La rivoluzione industriale segna un arresto dei mercati basati sul dialogo. La possibilità di produrre in serie favorita dalle economie di scala, rendeva necessaria un'estrema omologazione del prodotto finale. Emblema di questa linea di pensiero fu la Ford Modello T, e il celebre motto di Henry Ford, "il cliente può avere la macchina di qualsiasi colore, purché sia nera". La produzione di massa ebbe come effetto collaterale l'allontanamento tra il cliente e l'azienda. Nonostante la tecnologia abbia permesso con gli anni di differenziare l'offerta e di passare dal concetto di consumatore a quello, un po' più umanizzato, di cliente, le aziende non
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Weinberger, David, in The Cluetrain Manifesto, Basic Books, New York, 2000, p. 76 Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 1965

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hanno mai ritenuto opportuno riaprire una vera conversazione con gli acquirenti. Il concetto di massa indistinta si è evoluto in quello di target di mercato, e l'unico tentativo di comunicazione tra le aziende e le persone è rappresentato dal marketing e dalla pubblicità. Il messaggio pubblicitario, consegnato in modo omogeneo per tutti e privo di ogni possibilità di risposta è figlio di una cultura aziendale basata sul concetto di consegna, a sua volta nata dalla distribuzione broadcast dei media di massa, che vede il mercato essenzialmente come un canale di distribuzione unidirezionale. Il più grosso difetto del marketing, rileva Weinberger, è proprio questo: parla a persone che non vogliono ascoltare, perché non hanno mai richiesto quel tipo di messaggio, omologato e non dialogico. Con l'avvento della rete e l'inizio della condivisione della conoscenza si ritorna al significato originario dei mercati. Il concetto antichissimo del passaparola torna di moda, perché acquisisce potere grazie alle capacità di connessione offerte dalla rete. Un esempio di mercato conversazionale è proprio eBay: il sito non è nato come un negozio online, ma semplicemente come un sistema per mettere in contatto delle persone tra loro, per fare incontrare la domanda e l'offerta, attraverso la creazione di legami sociali. Non solo: ora è molto più semplice condividere impressioni ed idee su un prodotto, e molto difficile per le aziende nasconderne problemi e imperfezioni. Ma non è tutto nero per le ditte; la diffusione virale funziona per le critiche tanto quanto per le lodi, e può segnare il successo di un prodotto in brevissimo tempo. Inoltre le aziende in grado di partecipare alla conversazione, di entrare con umiltà in questo Kula postmoderno, possono beneficiare di una comunità di pratiche composta di appassionati, e direzionare le loro strategie verso le reali esigenze del cliente. È il caso di Ducati, marca mito del motociclismo italiano, che ha aperto un blog aggiornato con frequenza dal suo amministratore delegato Federico Minoli49 , proprio per mantenere il contatto con i clienti e capire in prima persona come muoversi sul mercato. Ancora più interessante è il lavoro realizzato da Parco dei Buoi. Si tratta

49

Minoli, Federico, Desmoblog, http://blog.ducati.com/

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di una fattoria in Molise, gestita da Francesco Travaglini50 , che ha da qualche anno deciso di utilizzare Internet come strumento per farsi conoscere. Il risultato è un blog attraverso il quale Travaglini racconta, giorno per giorno, il lavoro nei campi, le scelte che ogni giorno è chiamato a compiere, e le iniziative della piccola azienda. Anziché vendere i prodotti della terra ad intermediari che poi si occupano di smistarli nei mercati ortofrutticoli, Travaglini ha deciso di destinare parte del raccolto alla vendita diretta. Ha quindi proposto degli abbonamenti annuali per una serie di invii di verdura, ponendo come unica condizione il raggiungimento di cinquanta iscritti entro una certa data. In questo modo la domanda e l'offerta si sono incontrate naturalmente, sulla base di una conversazione sempre aperta grazie al blog. L'idea di Travaglini si basa sul concetto di coda lunga, cui abbiamo già accennato. La possibilità di raggiungere le persone in qualsiasi luogo del mondo con relativa facilità ha un altro effetto importante sui mercati. Abbiamo visto in precedenza come la distribuzione statistica in una rete a invarianza di scala sia una curva di Pareto, caratterizzata da pochi eventi che avvengono molto frequentemente, e da una coda lunga che raccoglie un numero virtualmente infinito di piccole nicchie. Se rapportiamo questa legge alle aziende vedremo facilmente come, grazie alla rete, piccoli imprenditori che lavorano su nicchie molto ristrette sono in grado di trovare un volume d'affari sufficientemente elevato per sopravvivere. Esistono parecchi casi di questo tipo, che segnano una rinascita del piccolo artigianato locale; per esempio Genki Gang51 , un negozio statunitense che vende buffi cappelli ispirati ai personaggi dei cartoni animati giapponesi. Genki riesce a mantenere il suo business preparando i cappelli solo quando vengono effettivamente richiesti, e inviandoli poi in tutto il mondo; avendo la possibilità di aggregare facilmente i clienti, Genki Gang non ha costi di produzione elevatissimi, e può mantenere l'offerta molto variegata, offrendo anche una serie molto ampia di personalizzazioni. Ma la coda lunga non interviene solo nel
50 51

Travaglini, Francesco, Parco dei Buoi, http://www.parcodeibuoi.com/ Genki Gang, http://www.genkigang.com/genkigang.html

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favorire i piccoli veditori di oggetti molto particolari. Chris Anderson, che ha coniato il termine e ha scritto un libro intitolato proprio The Long Tail, racconta52 di come nel 1988 uno scalatore inglese pubblicò Touching the void, un libro su una sua disavventura nelle Ande. La pubblicazione non ebbe molto successo, finché, dieci anni più tardi, non uscì un libro simile: Into thin air, che diventò subito un best-seller. Da quel momento, Touching the void, che stava per uscire dai cataloghi, riprese a vendere, e finì per bissare il successo di Into thin air. Cos'era successo? Il sistema di consigli di Amazon aveva proposto a coloro i quali acquistavano il best-seller, di provare il libro del 1988. Ma c'è di più. Le vendite di Touching the void dimostravano chiaramente che, grazie alla rete e alla possibilità di ridurre i costi operativi e di magazzino, le aziende potevano puntare, oltre che sui pochi prodotti di sicuro successo, anche sulla coda lunga, migliorando di molto i profitti. La possibilità di sfruttare la coda lunga ha un interessante effetto collaterale, come ha notato lo stesso Anderson: in un'ottica di rete, non c'è più la necessità di creare un mercato di massa, fatto di segmentazioni e di target. Ovviamente questo tipo di mercato esiste ancora, ma ad esso si affianca la possibilità di parlare al cliente come a un essere umano, più che come a un coefficiente statistico, e di fornirgli esattamente quello di cui ha bisogno. Se a volte la personalizzazione è poco più che illusoria, altre volte giunge all'estremo, e diventa veicolo di meccanismi di tipo win-win: CafePress 53, un servizio che permette a chiunque di disegnare la propria maglietta e di metterla in vendita decidendo il guadagno sul singolo pezzo, ne è un esempio. Questo servizio è spesso utilizzato da blogger e da piccole aziende, per proporre ai clienti del merchandising a basso costo; si lavora su nicchie molto ristrette, non si rischia nulla, e si condividono i guadagni con chi offre il servizio. Cafépress è uno dei tanti esempi di crowdsourcing: questo neologismo è stato coniato proprio per identificare quel processo aziendale che prevede l'esternalizzazione di alcuni compiti non già verso altre aziende, ma direttamente
52 Anderson, 53

Chris, The long tail manifesto, http://www.changethis.com/10.LongTail

CafePress, http://www.cafepress.com/

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verso il pubblico, sfruttandone le nicchie di eccellenza e offrendo in cambio percentuali sulle vendite, secondo la logica del win-win. Le aziende che sviluppano software per il web 2.0 utilizzano spesso il sistema del crowdsourcing per il lavoro di beta-testing54, solitamente delegato a collaboratori occasionali. Nel web 2.0 nasce il concetto di beta continua: il software viene rilasciato appena è stabile e sarà il pubblico a provarlo, gratuitamente, indicando errori e suggerendo possibili cambiamenti. In questo modo le applicazioni non sono mai definite e intoccabili, ma possono sempre essere migliorate a seconda delle richieste. Pierre Lévy aveva intuito questo particolare cambiamento, e lo aveva così raccontato:
L'arte dell'implicazione non costituisce più nessuna opera, nemmeno aperta o indefinita: fa emergere processi, vuole aprire uno sbocco a vite autonome, immette nella crescita e nell'abitazione di un mondo. Ci inserisce in un ciclo creativo, in un ambiente vivente di cui siamo coautori. Work in progress? Sposta l'accento dal work al progress. Si ricondurranno le sue manifestazioni a momenti, luoghi, dinamiche collettive, non più a persone. 55

La possibilità di sperimentare un software e di comunicare all'azienda che lo produce le osservazioni in merito investe il cliente di un nuovo potere sul software, e cioè la capacità di influenzarne in modo molto più efficace contenuti e funzionalità.

Dalla cultura di massa, alla massa di culture
La rinnovata possibilità di sfruttare la coda lunga ha effetti anche all'esterno della rete, dove altre tecnologie intervengono a modificare uno scenario di cultura di massa in qualcosa di nuovo. Per esempio è interessante notare come l'evolversi delle tecnologie di riproduzione casalinga abbiano influenzato i contenuti delle

54

Si tratta di una delle ultime fasi di sviluppo del software. La cosiddetta beta è una versione del software quasi definitiva, nella quale sono presenti tutte le funzioni principali e sono assenti i bug più pesanti. La fase di beta-testing ha lo scopo di verificare il funzionamento corretto del software, segnalare eventuali bug minori, e riferire agli sviluppatori osservazioni o possibili miglioramenti sulla struttura dell’applicazione.
55

Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.130

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serie televisive americane dalla fine degli anni '80 in poi. Steven Johnson osserva come dalla serie Hill Street Blues di Steven Bochco (1981) in avanti i telefilm abbiano acquisito sempre maggiore complessità, fino ad approdare a quella che Carlo Freccero chiama la Golden Age della TV d'oltreoceano. Johnson rileva nel DVD uno dei principali responsabili di questo fenomeno:
Quando si cerca di convincere il pubblico ad acquistare un titolo , e non semplicemente a prestarvi la propria attenzione per mezz'ora, i prodotti che riscuotono maggior successo sono quelli che ci si può aspettare di rivedere fra quattro anni, magari per la quinta volta. [...] Se acquistiamo un articolo di intrattenimento per la nostra collezione, non cerchiamo la gratificazione di un istante; vogliamo qualcosa che ci soddisfi anche dopo varie visioni.56

Johnson rimarca come nelle serie televisive degli ultimi anni si possa rilevare un complesso gioco di citazioni e rimandi ad altre serie; succede per esempio nel cartone animato "I Simpsons" di Matt Groening nel quale si possono trovare mediamente otto gag che fanno riferimento a un film. Questo dato è stato rilevato, precisa Steven Johnson, da un sito di fan che si è preoccupato di cercare e catalogare i riferimenti. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un lavoro di conoscenza collettiva, impossibile prima dell'avvento della cultura di rete. Una delle serie più viste degli ultimi anni, Lost, ha compreso questo cambiamento nel modo di guardare un programma, e ha basato il suo successo proprio sulla conversazione generata in rete. Lost racconta le vicende di un gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo, bloccati su un'isola deserta densa di misteri. Mentre la trama si dipana, è possibile rilevare una serie di indizi e riferimenti, che vanno dalla filosofia greca al comportamentismo, ai fenomeni magnetici, con un sistema narrativo che ricorda molto da vicino i videogames d'avventura come Zelda57 . Questo ha generato il fiorire di forum e blog dedicati alla serie, nei quali ognuno mette a disposizione le sue conoscenze nel tentativo di elaborare ipotesi
56 57

Johnson, Steven, Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori, Milano, 2006, pp.143-144

The Legend of Zelda è una serie di videogiochi creati da Nintendo, nei quali il protagonista Link vive avventure all’interno di mondi a tema fantasy. La caratteristica principale di Zelda è quella di fornire pochissime indicazioni al giocatore e di non seguire un tradizionale svolgimento lineare a livelli, ma piuttosto di incentivare l’esplorazione e la scoperta, aiutandosi anche con una serie di sotto-trame svincolate dalla narrazione principale.

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su cosa si nasconda nell'isola; gli sceneggiatori non si sono fermati qui, ma hanno stimolato la comunità attraverso la creazione di siti che contengono ulteriori indizi e sono collegati al mondo fittizio della serie. La discussione e la condivisione di conoscenze in rete sta permettendo un progressivo allontanamento dalla cultura di massa, con l'offerta di prodotti ad alto valore cognitivo, come Lost o i Simpsons, che possono essere compresi facilmente da chiunque, ma che diventano particolarmente piacevoli (di quel piacere che Roland Barthes avrebbe definito jouissance58 ) se il background culturale dello spettatore è più alto. La stessa televisione, soprattutto negli Stati Uniti, sta cercando di variegare l'offerta attraverso la nascita di nuovi canali pay maggiormente personalizzati e con l'inserimento di contenuti generati dagli utenti sulla rete, che spesso vanno a coprire quelle nicchie della coda lunga che la televisione strutturalmente ancora non riesce a soddisfare. È proprio dall'esigenza di una maggiore personalizzazione che nascono strumenti come il TiVo, un registratore digitale che permette di seguire in qualsiasi momento il programma preferito, e che propone anche video presi dalla rete. TiVo è la dimostrazione pratica di come, grazie alla rete, le strategie palinsestuali si stiano avviando al declino, in favore di palinsesti completamente personalizzati. L'esempio televisivo è forse il più rilevante nel passaggio da una cultura di massa alla massa di culture, proprio perché la TV è il medium massificatore per eccellenza. Dal momento che ogni utente della rete, con un investimento minimo, è in grado di creare il suo video, di scrivere un testo, o di costruire una traccia audio, è facile intuire come l'interesse per una moltitudine di piccole nicchie sia destinata a crescere; lo dimostrano il programma di intrattenimento

Rocketboom59 , ad oggi uno dei fenomeni più interessanti di programma televisivo sulla rete, che ha ottenuto sponsorizzazioni per centinaia di migliaia di dollari ed è uno dei programmi disponibili sul TiVo, e forse ancora di più il progetto Current
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Il linguista francese contrapponeva questo termine a plaisir, descrivendo così quell’appagamento che deriva dalla rottura delle aspettative e delle certezze culturali nel corso di una narrazione.
59

Rocketboom, http://www.rocketboom.com/vlog/

58

TV60 , guidato da al Gore, un canale televisivo via satellite quasi completamente realizzato dal basso. Questo non significa che la cultura di massa sia destinata a sparire, ma piuttosto che essa sta per essere affiancata da una miriade di piccole nicchie e di microprodotti rivolti ad un'audience molto ristretta.

Tassonomie collaborative
Il problema che salta subito agli occhi di tutti, in materia di rete, è che nel momento in cui chiunque può inserire informazioni, diventa difficile, se non impossibile, reperire quelle davvero utili e attendibili, che finiscono soffocate dal rumore di fondo. Questa assunzione è dettata dalle teorie classiche della comunicazione nonché dall'approccio tipico dei mass-media, che hanno invece nel filtro dell'informazione un loro principio fondante. Resta il fatto che la quantità di informazioni presenti ha reso necessaria fin da subito la ricerca di un rimedio efficace per trovare subito quello che serve, come ha rilevato Pierre Lévy:
Costituire lo spazio del sapere significherebbe in particolare dotarsi degli strumenti istituzionali, tecnici e concettuali per rendere l’informazione “navigabile”, affinché ciascuno possa orientarsi e riconoscere gli altri in funzione degli interessi, delle competenze, dei progetti, dei mezzi e delle reciproche identità all’interno del nuovo spazio.61

I primi passi in questa direzione furono mossi da Yahoo!, che tentò di portare sulla rete i principi di ricerca tipici della biblioteconomia: la divisione dei siti in grandi categorie di appartenenza. Il modello era di tipo strettamente editoriale; un pool di dipendenti di Yahoo! controllava e selezionava i siti, assegnando a ognuno di essi un genere di appartenenza. L'idea si rivelò in poco tempo inefficiente, per l'impossibilità di monitorare costantemente l'evoluzione estremamente dinamica della rete. Il passo successivo fu quello di mutuare il concetto di ricerca del testo

60 61

Current TV, http://www.current.tv/ Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.30

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tipico dei word processor: Altavista ha basato il suo successo proprio su questo semplice meccanismo. La semplice ricerca nel testo però impedisce una corrispondenza perfetta su termini polissemici, in quanto non è in grado di riconoscere il contesto. Certo, può aiutare l'uso degli operatori booleani, ma i risultati forniti dal motore non sono ancora così soddisfacenti. L'era della rete moderna, osserva Giuseppe Granieri62 , si apre con Google. Il sistema di pagerank valuta il numero di link che conducono a una data pagina web e considera questo dato come una prova di attendibilità. La carta vincente di Google è lo spostamento dell'intelligenza necessaria a catalogare le informazioni dall'interno dell'azienda (come accadeva con Yahoo!) al suo esterno, sfruttando la conoscenza collettiva degli stessi utenti. Attraverso il pagerank Google non fa altro che esternalizzare il gruppo di controllo verso l'intero popolo della rete, offrendo in cambio un motore di ricerca solido ed efficiente; si tratta di una delle prime forme di crowdsourcing portate avanti da un’azienda. Il problema è che i link a un sito non sempre sono dimostrazioni di fiducia verso di esso, e difficilmente sono lo specchio dell'attendibilità dell'informazione. La soluzione di Google è la migliore che abbiamo al momento, ma non lo è in assoluto, anche perché il motore stesso non sempre riesce a tenere testa all'estrema dinamicità dei contenuti web, aggiornati spesso anche più di una volta al giorno. Il passo seguente è quello del web semantico, un'idea iniziata dal consorzio per il World Wide Web (W3C), e successivamente adottata in maniera spontanea dagli stessi utenti. Si parte dal concetto che ogni contenuto sulla rete possa portare con sé le informazioni che servono a descriverlo. Secondo il W3C queste metainformazioni devono essere assegnate secondo precise ontologie che lo stesso consorzio sta cercando di definire. Nello stesso momento, però, molti software sociali in rete hanno iniziato a dare la possibilità agli utenti di descrivere i contenuti da loro pubblicati attraverso un sistema di tag. Le tag non sono altro che parole chiave scelte arbitrariamente dagli utenti, che descrivono il contenuto da

62

Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006 p.57

60

essi pubblicato. Apparentemente questo sistema può sembrare caotico e incontrollabile, ma ubbidisce alle stesse leggi dell'emergenza a cui sottende la rete. Per questo, stante un gran numero di tag, emergeranno connessioni e associazioni tra esse molto simile all'organizzazione dei pensieri nella mente umana. Questo sistema viene chiamato folksonomy, dalla fusione dei termini folks e taxonomy, ovvero una tassonomia costruita dal basso. La folksonomy funziona proprio perché, gestita interamente dalle persone, riesce a determinare delle ontologie che vanno bene per tutti, perché emerse dall'interazione costante. Per certi versi è un passaggio simile di quello avvenuto dai modelli semiotici ad albero al modello Quillian63, strutturato in maniera rizomatica e imprevedibile. La ricerca mediante folksonomy rende la rete simile al cervello, capace di associazioni mentali imprevedibili, e aggiunge all'ipertesto un potere che va oltre quello del semplice salto tra argomenti. Si tratta del concetto di serendipity, termine coniato da Horace Walpole in un carteggio del 175464 e protagonista di un libro di Robert Merton, che ne percorre la storia nel corso dei secoli. Il significato esatto della parola è difficile da afferrare, ma Merton prova a darne un'interpretazione:
Serendipity può significare trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso oppure trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. 65

Durante il viaggio nella storia del lemma, Merton evidenzia come la scienza abbia sempre fatto affidamento sulla serendipity, e di come le più grandi scoperte

63

Si tratta di due modelli linguistici per la definizione di ontologie. Il primo descriveva il significato attraverso un diagramma gerarchico ad albero che partiva da una definizione generale per arrivare a quella particolare, suddividendosi nei vari livelli a seconda delle varie connotazioni possibili. L’impossibilità di utilizzare questo sistema per termini polissemici come bachelor, da cui il famoso problema del baccellierato, portò allo sviluppo di modelli alternativi. Il modello Q, particolarmente convincente, si basava su una serie di campi semantici collegati tra loro secondo un diagramma a rete; secondo Quillian l’enciclopedia delle nostre conoscenze, strutturate in maniera non sistematica, definiva il significato di un termine.
64

Walpole coniò questo termine in riferimento al testo The travel and adventures of the three princes of Serendip, un’antica fiaba orientale (Serendip è il moderno Sri Lanka) che narra come grazie alla capacità di osservazione i tre principi in viaggio erano in grado di fare scoperte inaspettate e trarsi d’impaccio da situazioni poco piacevoli.
65

Merton, Robert King, Viaggi e avventure della Serendipity, Il Mulino, Bologna, 2002, p.8

61

derivino proprio da questo particolare modo di trovare le cose. Nella postfazione del libro il sociologo americano valuta così Internet:
Da semplice novizio quale sono nell'arte di navigare in Internet alla ricerca dei dati giusti, perfino io posso testimoniare che si tratta di un'autentica fonte di serendipity. Perché, come un provetto veterano nell'uso di Internet, James Fallows, ha osservato: "Se cominci a cercare informazioni nei siti web, non finisci quasi mai dove prevedevi. C'è un link a qualcosa di cui non hai mai sentito parlare [...] La sensazione è simile a quella di passare fra le scaffalature di una biblioteca - se non ci fosse la polvere e si potesse balzare istantaneamente da un piano all'altro".66

L'uso

delle

tag

e

della

folksonomy

allontana

ulteriormente

Internet

dall'architettura informativa di tipo biblioteconomico, esaltandone le qualità di serendipity engine. La conoscenza, attraverso la rete, esce sempre più dalla nostra mente la quale diventa più che uno strumento per memorizzare nozioni, un sistema per ricercarle e valutarle con l'aiuto del lavoro svolto da un'intera comunità di utenti. In un mondo in cui tutti possono dire la loro, riacquista importanza la capacità critica e valutativa del nostro intelletto, inutile in un mondo di mass-media per i quali l'informazione acquisisce autorevolezza solo per il canale attraverso cui è distribuita.

66

Merton, Robert King, Viaggi e avventure della Serendipity, Il Mulino, Bologna, 2002, p.439

62

Effetti del social networking
God is web-based groupware and collaboration software. Douglas Coupland

Nei capitoli precedenti abbiamo visto come la semplice idea della rete di collegare un enorme numero di persone tra loro attraverso un'architettura aperta e liberamente modificabile stia cambiando in modo anche radicale, tutta una serie di percezioni legate alla conoscenza, all'identità, alla ricerca di informazioni. È quindi ovvio rilevare come questi cambiamenti abbiano ripercussioni anche al di fuori della rete, nel mondo sensibile. In particolare i media risentono della possibilità per chiunque di dire la propria opinione, di produrre un filmato, di creare una trasmissione radio. E non sempre questo cambiamento in un mondo fino ad oggi nelle mani di pochi viene vissuto con tranquillità. Non sono infrequenti gli scontri, per esempio, tra giornalisti e blogger, che si accusano a vicenda di scarsa attendibilità e di lobbismo. Ma non sono solo le polemiche a guidare il mutamento; basti pensare ai numerosi casi di reporter amatoriali che hanno spesso fornito materiale di prima mano a televisioni e giornali. E i cambiamenti non si fermano solo ai media: la conoscenza collettiva agisce anche sulla politica, che, pur refrattaria alle novità, inizia a doversi aprire alla partecipazione di una moltitudine di utenti e ai mercati, creando nuovi modelli di interazione. L'organizzazione della gente è più rapida ed efficace, e permette di creare manifestazioni-lampo in risposta a quello che succede; in altre parole, gli effetti delle decisioni prese dall'alto non si vedono più dopo un certo periodo di tempo, ma immediatamente.

63

Blog e media
Lo strumento che più di ogni altro ha influenzato il rapporto tra le persone e i media è senza dubbio il blog. Il termine è semplicemente una contrazione delle parole web e log. Si tratta quindi di una sorta di diario di bordo in rete aggiornabile molto facilmente. A livello di funzionamento il blog è basato su un sistema di gestione dei contenuti (Content Management System, CMS). I sistemi CMS funzionano in maniera molto semplice: La pagina web ha una struttura generale che viene riempita dinamicamente con i vari contenuti, che sono immagazzinati all'interno di un database. L'utente, attraverso una semplice interfaccia, può aggiungere testi e immagini che vengono immediatamente mostrati nella pagina. Quello che a noi interessa è che, grazie a questo sistema, i vari messaggi (chiamati in gergo post) compaiono in ordine cronologico inverso, in modo che i contenuti più recenti occupino la posizione più alta nella pagina. La creazione di un blog è semplicissima e veloce, anche per utenti poco esperti della rete: nella maggior parte dei casi si tratta di una semplice registrazione gratuita a un sito che offre il servizio. Allo stesso modo è semplice la redazione di un post; essa si basa su un modulo caratterizzato da un’interfaccia simile a un qualsiasi programma di videoscrittura. Per questo chiunque conosca le basi di un semplice word-processor è in grado di scrivere in pochi minuti il suo primo messaggio. Generalmente un weblog è formato da una testata, da un corpo centrale di pagina, e da una o due colonne laterali; questo permette una più facile leggibilità dei testi. Ogni singolo post è poi caratterizzato da alcune componenti molto importanti per l'aspetto sociale del blog. I commenti e il trackback servono a tenere traccia della conversazione; attraverso la prima funzione i lettori possono intervenire su ciò che è stato scritto, mentre la seconda è utile a tenere traccia delle risposte al nostro articolo che altri scrivono sui propri blog. Per recuperare facilmente un post, ognuno di essi è contrassegnato da un link permanente, chiamato permalink. Attraverso questi tre strumenti il blog non è un semplice monologo interiore, ma si apre alla conversazione con l'intera rete; questo è molto importante, perché

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spiega perfettamente il successo dello strumento blog, e l'insuccesso di servizi per la creazione di pagine personali, come per esempio Geocities. Come spiega Giuseppe Granieri
Le vecchie pagine web (di cui Geocities è un ottimo esempio) pubblicavano effettivamente informazioni consultabili. Ma il web non aveva ancora trovato una risposta al problema di come rendere effettiva questa pubblicazione, ottenendo pubblico, relazioni e connessione tra autore e lettore. Se l'assunto di principio (il "cosa si voleva fare") era chiaro, rimaneva assolutamente inefficace il "come riuscirci". Le vecchie home page personali non avevano pubblico, e spesso non avevano nemmeno un contenuto. Semplicemente, non funzionavano.67

Nella colonna laterale troviamo spesso il cosiddetto blogroll. Si tratta di una lista dei blog letti o comunque considerati dall'autore; il blogroll ne descrive i riferimenti socioculturali, come la bibliografia per un libro, e funziona anche da lista di consigli per i lettori del blog. In questo modo si realizza un collegamento tra persone che discutono degli stessi argomenti e si favorisce la formazione di gruppi sociali solidi in grado di condividere conoscenza. Lo scambio di informazioni nei blog è regolato dall'economia del dono che abbiamo visto assumere una grande importanza nella rete. Lo osserva, nella prefazione al libro Come si fa un blog, il sociologo Antonio Sofi:
Ogni blog è una specie di regalo. Un dono di conoscenza. Ogni blog, per serio o faceto che sia, che tratti di tematiche importanti o di faccende quoidiane, è un piccolo grande dono. Un dono gratuito, [...] ma non spassionato. Perché è un dono che una persona fa ad altre persone che lo leggono, ma potrebbero anche non leggerlo, qualora questo dono non avesse alcun valore aggiunto. Il valore aggiunto di un punto di vista. Ogni blog è un trasferimento di conoscenza con aspettativa di rientro. A buon rendere, diciamo.68

67 68

Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.98 Sofi, Antonio, in Maistrello, Sergio, Come si fa un blog, Tecniche Nuove, Milano, 2004, p.XII-XIII

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Partiti come diari personali, alcuni blog iniziano a cambiare, e a commentare ciò che accade nel mondo. Discutono di politica o di società, tornando di tanto in tanto a raccontare quello che accade nella loro sfera privata. I blog diaristici rimangono comunque in voga, spesso apprezzati da un ristretto gruppo di utenti, altre volte permeati da un grande successo. Una recente ricerca di Pew Internet & American Life puntualizza come i contenuti di tipo diaristico siano ancora i più importanti. La cosiddetta blogosfera (ovvero l'insieme di tutti i blog) sta crescendo a ritmi vertiginosi. Secondo una ricerca di Technorati69, il più popolare motore di ricerca per i blog, essa raddoppia ogni sei mesi le sue dimensioni, e cresce al ritmo di un nuovo weblog creato ogni secondo. Solo tre anni fa la blogosfera era sessanta volte più piccola di adesso. Ad Aprile 2006 si contavano ben 37 milioni di blog, ma già all’inizio di Agosto erano 50 milioni. La realtà, però, è più complessa, dal momento che non tutti i blog sopravvivono per un lungo periodo di tempo. Marco Faré ha recentemente pubblicato uno studio sui blog per conto dell'Osservatorio Europeo di giornalismo, all'interno

dell'Università della Svizzera Italiana, e ha rilevato che
La maggior parte dei blog ha vita brevissima. Secondo una ricerca Perseus che ha elaborato delle proiezioni statistiche su 4,12 milioni di blog ospitati su 8 diverse piattaforme, due terzi dei blog non sono stati aggiornati nell’arco di due mesi e, curiosamente, sono gli uomini ad abbandonare più frequentemente delle donne l’attività di blogging. Mediamente i blog vengono aggiornati una volta ogni due settimane, solo 106’579 una volta ogni sette giorni e meno di 50’000 quotidianamente. Ciò dimostra che i blog davvero influenti sono una percentuale infinitesimale di quelli esistenti e che all’interno di questo mondo è in atto un processo di selezione naturale. Se è tanto facile aprire un blog e scrivere frequentemente, è altrettanto facile abbandonarlo e smettere di scrivere, oppure scrivere molto sporadicamente. La discriminante è il tempo: chi aggiorna il blog lo fa perché può dedicare una parte della propria giornata a questa attività oppure perché spinto da interessi personali o professionali. 70
69 70

Technorati, http://www.technorati.com

Faré, Marco, “Blog e giornalismo, l’era della complementarietà”, European Journalism Observatory, Lugano, 2006

66

Ma non solo scrivere nel blog a richiedere un dispendio di tempo spesso anche elevato; dal momento che uno dei modi più efficaci per farsi conoscere all'interno della blogosfera è partecipare alle conversazioni che possono avvenire trasversalmente tra diversi autori, commentandole nell'apposito spazio o scrivendone un post e affidandosi al trackback, è necessario per il blogger monitorare costantemente gli aggiornamenti dei blog che segue. La cosa sarebbe pressoché impossibile utilizzando solo il browser, in quanto costringerebbe a continui controlli alla cieca di un gran numero di indirizzi. Come abbiamo già visto per la folksonomy, anche in questo caso sono stati gli stessi utenti della rete a trovare una soluzione; Dave Winer, nel 1997, creò un sistema basato sul linguaggio XML per facilitare l'accesso alle informazioni contenute nel suo blog, Scripting News. Successivamente, attraverso la collaborazione di Netscape e di altr blogger, quel sistema si è evoluto nell'RSS. Questo acronimo sta per Really Simple Syndication, e indica un modo di rappresentare i dati grezzi del blog, attraverso un codice XML. Questo codice può essere letto da particolari programmi, che lo traducono e lo presentano all'utente con un'interfaccia simile a quella di un programma di posta elettronica. Attraverso questo tipo di software, chiamato feed reader, si può tenere sotto controllo un enorme numero di blog, avendo la certezza di non perdere nemmeno un messaggio. Ogni volta che il programma esegue un aggiornamento, controllerà i feed RSS di tutti i blog sottoscritti, mostrando solo i nuovi post. Un altro sistema per trovare velocemente le informazioni che ci interessano è dato dagli aggregatori di news, particolari applicazioni Internet che si occupano di mettere in evidenza i contenuti più interessanti dei blog. Solitamente questi aggregatori utilizzano meccanismi di crowdsourcing per la segnalazione dei post e per la valutazione dei post, risultando molto comodi per conoscere a colpo d’occhio gli argomenti più discussi sulla rete. Un’evoluzione del concetto di aggregatore è rappresentata dal già citato Technorati; il suo funzionamento è basato sull’utilizzo da parte dei blogger di un sistema di categorie predefinite, o ancora meglio di tag, per descrivere il contenuto del messaggio. Attraverso il

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meccanismo della folksonomy descritto in precedenza sarà possibile una facile ricerca dei messaggi, mentre la visualizzazione delle tag più frequentemente associate a quella ricercata sfrutterà appieno la serendipity della rete. Anche se la maggior parte dei blog viene abbandonata dopo poco tempo, è comunque incredibilmente rilevante la mole di conoscenza che viene letteralmente donata, ogni giorno, nella blogosfera. Sembrerebbe un processo totalmente antieconomico, vista la mole di tempo e di attenzione richiesta, eppure non è così. Marcel Mauss definiva la comunicazione un fatto sociale totale, ovvero un fenomeno che implica aspetti relativi a tutte le sfere della vita sociale; l'importanza della comunicazione per gli esseri umani è tale che uno strumento come il blog, che permette di facilitarla enormemente, non poteva non avere successo. Quel tempo che si spende a curare la propria pagina, a commentare, a tessere relazioni, non può essere considerato tempo sprecato, proprio perché connaturato all'uomo; l'unica differenza è che ora questi scambi comunicativi non devono più necessariamente avvenire tra persone che sono fisicamente vicine a noi, ma possono raggiungere virtualmente chiunque nel mondo. Il nostro spazio sociale non coincide quindi più con lo spazio fisico, ma questa non è una novità; come osserva Pierre Lévy
La mia vicina di pianerottolo, con la quale scambio solo il buongiorno e la buonasera è vicinissima a me nello spazio-tempo ordinario,. Ma leggendo il libro di un autore morto ormai da tre secoli, posso stabilire con lui, nello spazio dei segni e del pensiero, un contatto intellettuale molto più forte.71

Lévy ci fa capire come in effetti questa discrepanza esista da quando la cultura orale ha lasciato il posto a quella scritta. L'evoluzione dei media di massa, poi, non ha fatto altro che acuire questo scarto: se con il telefono possiamo essere vicini a persone che distano molti chilometri da noi, la TV e la radio ci fanno appassionare a individui che non abbiamo mai visto dal vivo. Con la rete, infine, abbiamo l'ennesimo cambiamento di scala, ma non solo: se il telefono richiede

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Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.148

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una precedente conoscenza fisica, e la televisione o la radio impediscono per la loro unidirezionalità un vero scambio sociale, Internet mette assieme i pregi dell'uno e dell'altro media; lo scambio reciproco e la non necessità di una conoscenza fisica precedente. Il blog sembra essere il mezzo migliore per stringere rapporti a distanza, perché privo della temporaneità della chat e potenzialmente più adatto per raggiungere grandi quantità di persone.

Foto, video, audio. Prospettive crossmediali.
L'evoluzione della rete, però, trascende la semplice parola scritta. I mezzi espressivi si sono moltiplicati, non solo grazie a Internet, ma anche ad un'evoluzione tecnologica in tutti i campi che sta rendendo sempre più facile la produzione di contenuti a tutti i livelli. Questo, secondo Pierre Lévy segna il tramonto di un'era nella quale il discorso è centrale:
Il multimedia interattivo a supporto digitale, per esempio, pone esplicitamente la questione della fine del logocentrismo, della destituzione di una certa supremazia del discorso sulle altre modalità di comunicazione. È probabile che il linguaggio umano sia apparso simultaneamente in diverse forme - orale, gestuale, musicale, iconica, plastica - ognuna delle quali attivava tale o tal'altra zona di un continuum semiotico, ripercuotendosi da una lingua all'altra, da un senso all'altro, seguendo il rizoma della significazione [...]. I sistemi di dominio fondati sulla scrittura hanno isolato la lingua, l'hanno eletta signora di un territorio semiotico ormai frazionato, parcellizzato, giudicato secondo le esigenze di un logos sovrano. Ora l'apparizione degli ipermedia tratteggia il profilo di un possibile interessante (tra altri che lo sono meno): quello di una risalita al di qua del cammino aperto dalla scrittura, al di qua del logocentrismo trionfante, verso la riapertura di un piano semiotico deterritorializzato. Una risalita ricca, però, di tutte le potenzialità del testo, un ritorno armato di strumenti ignoti al Paleolitico, e capaci di rendere vivi i segni.72

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Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996, p.128

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Questi strumenti, computer, macchine fotografiche e telecamere digitali, sempre più accessibili, hanno fatto nascere un mondo di contenuti audio e video generati dall'utente. Non si sta parlando qui del semplice filmino della comunione, comunque profondamente cambiato grazie al digitale e al proliferare di programmi di montaggio gratuiti, ma di vere e proprie sperimentazioni in tutti i campi dell'audio e del video. L'incrocio con il sistema cronologico dei blog è stato naturale; i primi a nascere sono i photoblog, per la maggiore diffusione delle macchine digitali, e per la maggiore facilità di ospitare nella piattaforma di blogging le immagini fisse, meno avide di spazio e di banda rispetto ai contenuti audio e video. Contestualmente al photoblog a qualcuno viene l'idea che immagine non vuol dire necessariamente fotografia e dà vita ai comicblog, che raccontano le loro storie attraverso strisce a fumetti giornaliere. Un caso esemplare di comicblog viene dall'italiano Eriadan73, che si racconta con semplici fumetti, i quali recentemente sono diventati un libro pubblicato, cosa alquanto rara nello scarno panorama dei fumetti italiani. Nell'ottobre 2000, l'ex VJ di MTV Adam Curry mette in pratica un'idea di Tristan Louis e inventa il Podcasting; è un periodo di boom per i lettori Mp3 portatili e Adam sfrutta la loro diffusione per associare la trasmissione radiofonica al concetto di blog. Ogni giorno viene pubblicata una trasmissione, e questa può essere ascoltata sul computer o trasferita su un lettore digitale, in modo da essere ascoltata in qualsiasi momento. Conseguentemente qualcuno ha iniziato a utilizzare il sistema del podcast per pubblicare video anziché semplicemente audio, dando il via al fenomeno dei videoblog. La conduzione di uno di questi generi particolari di blog, però, comporta una certa spesa da parte dell'utente: la piattaforma di blogging non offre quasi mai uno spazio gratuito per contenuti diversi dal testo e quindi è necessario appoggiarsi ad uno spazio web esterno spesso a pagamento; inoltre si rischia di ritornare al problema di Geocities, troppo complesso da utilizzare per l'utente comune.

73 Aldighieri,

Paolo, Eriadan, http://www.eriadan.it/

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Per colmare questa necessità di facile condivisione di contenuti non testuali sono nati numerosissimi servizi online, i quali aggiungono al semplice spazio per l'upload anche tutta una serie di valori aggiunti tipici del nuovo web.

I software sociali guardano i media
Il servizio più popolare per la condivisione di foto è senza dubbio Flickr74 . Offrendo uno spazio virtualmente illimitato - il limite è solo in termini di quantità di foto inserite al mese, e può essere rimosso accedendo alla versione a pagamento - e permettendo il link diretto delle fotografie da qualsiasi sito web, il servizio ha acquisito da subito un'enorme popolarità, tanto da essere acquisito in poco tempo da Yahoo!. Flickr è un esempio perfetto di software sociale; come abbiamo accennato in precedenza, l'utente è in grado di definire degli spazi privati e di differenziare in funzione di essi la visione delle sue fotografie. Non solo, per proteggere il diritto d'autore e incoraggiare anche i fotografi professionisti a mostrare i loro lavori sul web, Flickr permette l'utilizzo di una serie di modalità di tutela della proprietà intellettuale: si va dal restrittivo copyright, alle forme più blande di Creative Commons, al pubblico dominio. Un motore di tag è integrato nel sistema e permette una semplice ricerca delle immagini, le quali possono essere ordinate attraverso un parametro, detto interestingness, che deriva dall'esame statistico dei commenti e dei voti ad esse assegnati, e che permette tra l'altro la pubblicazione settimanale delle foto più interessanti in un'area apposita. È possibile anche ricercare cluster emergenti di tag che vengono spesso correlate tra loro, in modo da raffinare facilmente la ricerca di termini polissemici. Un sistema di set e di gruppi permette inoltre di creare dei team di appassionati di uno stesso genere di fotografia (molto frequentato è per esempio il gruppo dedicato alle LOMO, macchine fotografiche prodotte da una fabbrica dell'ex-URSS, caratterizzate da una particolare resa cromatica) e di facilitare la divisione delle

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Flickr, http://www.flickr.com/

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foto di un singolo utente. Ma il lato sociale di Flickr non si ferma alla semplice condivisione delle foto: come abbiamo osservato le librerie di programmazione del sistema sono a disposizione degli utenti, che possono utilizzarle in ogni modo lo ritengano necessario. Nascono così delle meta-applicazioni che sfruttano in maniera creativa l'enorme database visuale del software; per esempio Colr Pickr, che ritrova le foto con un colore dominante scelto dall'utente, o Spell with Flickr, in grado di comporre parole utilizzando foto di lettere. In questo modo Flickr mette in atto un meccanismo di tipo win-win: gli utenti sono interessati a inserire foto e a creare meta-applicazioni per il loro tornaconto personale, promuovendo in questo modo l'immagine di Flickr e arricchendolo di contenuti. Il guadagno arriva dalla vendita degli account pro, che offrono servizi a valore aggiunto utili per quei fotografi semiprofessionisti e professionisti che vogliono mostrare facilmente e a un numero molto grande di persone i loro lavori. Sul fronte dei video, nonostante una certa popolarità del servizio promosso da Google, sembra regnare incontrastato il dominio di Youtube75 , per il quale si parla di 100000 video visti al giorno. Sebbene si tratti di numeri tutti da verificare, è innegabile che il servizio goda di una grandissima popolarità. Molto più semplice di Flickr, ma non per questo meno efficace, Youtube propone semplicemente la possibilità di inserire video nel sistema. Questi saranno visualizzati attraversso un'interfaccia flash, in modo da massimizzare la compatibilità con i vari sistemi, e potranno essere scaricati in vari formati, tra cui uno pronto per i lettori digitali portatili. Anche in questo caso l'architettura dell'informazione è basata sulle tag, le quali però rispondono a una serie di categorie predefinite. Interessante, nel caso specifico, è l'adozione di un sistema di gruppi, simili a quelli di Flickr, nei quali si richiede l'inserimento di filmati a tema. A volte questi gruppi sono strutturati come vere e proprie gare di regia, che mettono alla prova la creatività dei partecipanti. In un primo momento non esisteva un limite alla durata dei filmati, ma per problemi di copyright (dovuti al fatto che alcuni utenti arrivavano ad inserire interi film), si è scelto di limitare i filmati ad un massimo di dieci minuti. Youtube
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Youtube, http://www.youtube.com/

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è diventato così il punto di riferimento di chi vuole pubblicare video con facilità; la possibilità di visualizzare con estrema semplicità i contenuti nel proprio blog, attraverso la stessa interfaccia web, ha fatto il resto. Rimane irrisolto un interrogativo; fino ad ora Youtube ha guadagnato attraverso Adsense, il sistema di pubblicità contestuale di Google. Ma con l'aumento esponenziale degli utenti e del materiale condiviso, la piattaforma rischia di dover trovare in fretta forme di guadagno più sicure, scontrandosi però con la gratuità del servizio, ormai radicata negli utenti. Sul fronte dell'audio, invece, non sono molti i servizi degni di nota. Se si esclude Odeo, che permette una facile condivisione di file audio, podcast e una casella vocale personale, e che comunque non ha un grande successo, sembra che l'audio non riscuota lo stesso interesse dei contenuti visivi, forse per una maggiore difficoltà tecnico-creativa di realizzazione.

L’ecosistema broadcast
In effetti è proprio il blog lo strumento che più ha svelato i cambiamenti portati dalla cultura di rete; l'industria culturale ha accusato il colpo, spesso ponendosi in aperto conflitto con i blogger. Il modello broadcast dei media vuole una scelta topdown degli argomenti trattati, sulla base di criteri di notiziabilità per quanto riguarda i contenuti giornalistici e di audience presunta per quanto riguarda l'intrattenimento, strettamente collegato alla vendita di spazi pubblicitari. Anche se può esserci una negoziazione di significati e di scelta contenutistica da parte del pubblico, l'asimmetria informativa tipica dei media unidirezionali non può che portare ad una scelta diretta dai management delle varie reti, affiancati dagli inserzionisti pubblicitari. La prospettiva ipodermica, i seguenti studi della Scuola di Francoforte e la teoria della spirale del silenzio, che vedevano il pubblico in termini di massa manipolata dalla forza dei media forse oggi possono dirsi superate, ma di certo rimangono valide per tutta quell'audience televisiva acritica

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e non preparata culturalmente. Secondo la teoria della comunicazione a due stadi, il ruolo primario è rappresentato dai cosiddetti opinion leader, figure in grado di tradurre il messaggio mediatico verso il pubblico e di negoziarlo almeno in parte con i media. È però vero che la massa di cui parlavamo prima difficilmente riesce ad entrare in contatto con essi, preferendo fruire direttamente la televisione. La quale vede un contatto diretto tra la produzione di contenuti, influenzata dagli inserzionisti pubblicitari, e il pubblico, quasi del tutto privo del filtro attivo degli opinion leader. Questi ultimi possono operare una negoziazione con i media, ma essa rimane sempre a livello di opinioni, e spesso è prevaricata dagli interessi commerciali, i quali sono l'unico modo che l'audience ha di influenzare i contenuti, attraverso l'illusorio indicatore degli indici d'ascolto. Alla figura degli opinion leader dobbiamo aggiungere le diverse costruzioni di significato da parte dei vari generi di pubblico, come nel modello encodingdecoding di Hall così illustrato da Paccagnella:
qualsiasi prodotto mediale nasce come risultato di un processo di "messa in codice" (encoding) da parte di un'organizzazione al cui vertice possiamo porre la figura ideale dell'autore [...]. La fase di encoding, come si è detto, tende a proporre una visione del mondo particolare, tendenzialmente conservatrice e favorevole alle posizioni delle classi dominanti, ma il cui risultato è sempre frutto di un processo di negoziazione in cui giocano il loro ruolo diverse variabili. Una volta diffuso al pubblico, il prodotto mediale subisce il processo di decoding, ovvero di decodifica, che lo porta ad essere letto e interpretato in almeno tre modalità principali. La lettura può coincidere esattamente con le aspettative e con le attribuzioni di significato adottate dai produttori. In questo caso la lettura si dice "egemonica dominante": il punto di vista di chi ha messo in codice il messaggio appare l'unico possibile per il lettore (o perlomeno quello più legittimo e naturale). La lettura può essere "negoziata" quando, accanto alla comprensione del codice utilizzato dall'emittente, il lettore attribuisce al messaggio anche interpretazioni almeno parzialmente autonome. Infine, la lettura "oppositiva" avviene quando il messaggio, pur compreso nei significati che l'emittente vorrebbe gli fossero attribuiti, viene

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letto in modo antagonista e inserito in un contesto di senso completamente opposto a quello dell'emittente. 76

Il modello di Hall riconosce al pubblico un ruolo attivo, che, attraverso l'attribuzione di un significato differente al messaggio, rende imprevedibili gli effetti dei media. A questo punto è però importante fare una distinzione tra il mass medium per eccellenza, la televisione generalista, e i giornali. La prima ha come obiettivo primario il raggiungimento di un più vasto pubblico possibile, e quindi l'allineamento a un "minimo comun denominatore", un target culturale mediobasso che difficilmente avrà letture diverse da quella egemonica dominante; nella comunicazione televisiva gli effetti di costruzione di una realtà dall'alto sono quindi più evidenti. I giornali invece tendono ad essere più esclusivi e a concentrare il loro bacino di utenza su un segmento ben definito di pubblico; nel campo dei quotidiani la cultura media si alza, e acquista maggiore importanza il ruolo degli opinion leader. Comunque sia è facile che, per effetto dei meccanismi di agenda setting, le notizie riportate tendano a omogeneizzarsi e a seguire il modello di massa televisivo. Quello che cambia tra TV e giornali è l’approfondimento e il commento critico alla notizia, decisamente in favore della carta stampata. Riassumendo, l'ecosistema dei media tradizionali si sviluppa secondo una declinazione top-down, nella quale intervengono, come ulteriori mediatori, gli opinion leader; la negoziazione dei significati e l'influenza sui temi da trattare e sulla visione del mondo proposta è tanto più forte quanto più è alta la cultura dei fruitori del medium, ma risente sempre e comunque di una mancanza di simmetria che rende il canale praticamente unidirezionale.

76

Paccagnella, Luciano, Sociologia della comunicazione, Il Mulino, Bologna, 2004, pp.119-120

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L’ecosistema si evolve
Il timore principale dei media con l'esplosione del fenomeno-blog è legato alla troppa libertà di chi scrive, che può sostanzialmente dare risalto a qualsiasi avvenimento senza una presa di responsabilità e soprattutto senza un adeguato controllo delle fonti, e alla possibilità che, data la facilità di consultazione e di scambio informativo, i canali tradizionali ne possano risentire, a favore di un'informazione anarchica e non controllata. Beppe Grillo, ex-comico e mattatore televisivo riciclatosi in blogger di controinformazione, ha spesso gridato alla morte dei quotidiani, soffocati dall'informazione libera dei blog, ricevendo risposte astiose da svariati giornalisti. La carta stampata è il medium più esposto a questa presunta minaccia, perché già in crisi da tempo, e soprattutto perché il mezzo di pubblicazione in rete più immediato è basato proprio sulla scrittura. In realtà, come osservava Marshall McLuhan, storicamente i media non possono semplicemente smettere di esistere. Quello che accade è invece che essi vengono inglobati nei mezzi di comunicazione nati dalle nuove tecnologie:
il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa, e la stampa quello del telefono. 77

Il nuovo mezzo di comunicazione rappresentato dalla rete e dal suo uso sociale si trova così a racchiudere in sé la televisione attraverso i video generati dagli utenti; la radio attraverso i podcast; i giornali attraverso i weblog e i libri attraverso gli ebook e i wiki. Questo fenomeno porta a un cambiamento nell'ecosistema mediatico che, lungi dal distruggere i predecessori, offre loro nuove possibilità e ridefinisce significati e costruzioni sociali al loro interno. Una qualsiasi informazione trasmessa dai media, oggi, può essere ripresa, commentata e ridiscussa da un gran numero di nodi della rete e diventare punto di partenza per una conversazione. Mentre alcuni utenti della rete si fanno ascoltatori silenziosi,

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McLuhan, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002, p.16

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altri assumono il ruolo di opinion leader e ridiscutono, approfondiscono e precisano l'informazione originaria. Parallelamente, alcune notizie alle quali i media non avevano dato risalto, o che erano sfuggite per qualche motivo, possono essere diramate attraverso la rete e, raggiungendo un certo livello di interesse, diventare argomento anche per i media di massa. È proprio in questo punto che si inserisce la critica alla mancanza di responsabilità e di controllo di chi inserisce informazioni in rete; se però si tiene presente il meccanismo di fitness e di diffusione che abbiamo già analizzato, risulta evidente come le notizie giudicate più interessanti verranno facilmente linkate, commentate e riprese, arriveranno agli hub e saranno ridistribuite verso tutti i nodi della rete. Non solo: come osserva Giuseppe Granieri
la scarsa attendibilità delle informazioni in Internet, ovvero il vecchio argomento di chi non possiede alcuna information literacy, è banalmente contrastata dalla constatazione che la rete offre il "testo" (il contenuto informativo) ma anche il "contesto", ovvero lo storico, l'insieme di giudizi che la fonte ha maturato nel tempo. [...] Attraverso il contesto noi ricreiamo una nostra valutazione sull'attendibilità di chi ci parla, scegliamo e decidiamo. 78

Il sistema di revisione e citazione e il considerare la storia dei giudizi maturati nel tempo verso una una persona per valutarne l'attendibilità, non sono concetti nuovi. Si tratta di applicazioni del processo di peer review, ovvero di controllo tra pari, tipico delle comunità scientifiche. Non è un caso, dal momento che il web stesso nasce proprio per il facile scambio di informazioni tra università e centri di ricerca anche molto distanti tra loro. In realtà questo sistema di controllo, per quanto utile a minimizzare la circolazione di informazione-spazzatura, non sempre riesce a bloccare il diffondersi di false notizie; questo accade per due motivi fondamentali. Il primo è che spesso si tende a considerare il semplice numero dei link come metro per l'attendibilità; si tratta di un errore grossolano, in quanto il link è fondamentalmente neutro e non veicola alcun contesto: non possiamo, in altre

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Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006, p.138

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parole, comprendere dal solo collegamento se chi lo ha creato volesse dare visibilità al contenuto o invece parlarne male. Anche l'insieme di giudizi maturati nel tempo può non essere sufficiente a considerare attendibile un'informazione proveniente da una certa fonte; l'imprecisione e l'errore sono sempre in agguato. Per questo è necessario un ulteriore filtro, rappresentato dalla partecipazione attiva e critica dell'utente. Senza di essa è sempre possibile (anche se meno probabile di quanto si possa credere) incorrere in informazioni false. Come osserva Antonio Sofi
si sta definendo un nuovo ecosistema informativo in cui non soltanto blog e media classici convivono e si influenzano a vicenda, ma in cui mutano decisamente le caratteristiche antropologiche del consumatore dell'informazione. L'audience, intesa come massa più o meno indistinta, ricevente passiva di processi di comunicazione unilaterali e provenienti dall'alto, da colpire come fosse un target, si avvia a diventare qualcosa di diverso. [...] In realtà anche Internet è, a tutti gli effetti, un ambiente dominato dall'audience. Ma differentemente da quella dei media tradizionali - attenta ma distante, spesso inevitabilmente "afona", da conoscere dettagliatamente in quanto a gusti e bisogni, e alla quale offrire ciò che si crede desideri - l'audience di Internet è un'audience attiva, parlante, produttiva, che può scegliere.79

Gli utenti della rete, oltre a fruire delle informazioni di tv e giornali, diventano essi stessi produttori e diffusori di informazione, la quale, se ritenuta valida, può facilmente essere ripresa e ridistribuita anche attraverso i tradizionali canali broadcast. Anche la logica di pubblicazione dei contenuti è destinata a cambiare. Come osserva lo scrittore e giornalista americano J.D. Lasica mentre per i media tradizionali prima si filtra, poi si pubblica, con i blog (e più in generale con qualsiasi user generated content) il processo è diametralmente opposto: prima si pubblica, penserà poi la rete stessa a filtrare il contenuto e a decretarne il successo o il fallimento. È facile vedere in questo meccanismo il concetto di coda lunga

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Sofi, Antonio, “Un nuovo giornalismo si intreccia nella rete: l'informazione nell'era dei blog”, in Carlo Sorrentino (a cura di) Il campo giornalistico, Carocci, Roma, 2006, pp.141-166

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analizzato in precedenza: a fianco del sistema tradizionale, costretto a selezionare uno scarso numero di contenuti adatti a una grande maggioranza di pubblico, il sistema di rete aggiungerà una moltitudine di contenuti per altrettante piccole nicchie. Il ruolo della rete nel nuovo ecosistema dei media riveste una grande importanza anche per la possibilità di mostrare punti di vista differenti in un'informazione troppo spesso condotta a senso unico: il caso più evidente è stato quello di Salam Pax, blog iracheno che raccontava la guerra dal suo computer di casa, fornendo informazioni spesso in aperto contrasto con quelle diramate dai grandi network internazionali. L'impossibilità delle grandi organizzazioni di informazione di schierare reporter ovunque per essere sempre sulla notizia è compensata dalle tecnologie di rete. Ecco quindi che il materiale video e fotografico relativo allo tsunami nel sud-est asiatico, o agli attentati in metropolitana di Londra è giunto nelle redazioni di giornali e telegiornali attraverso la rete, partendo dai telefoni cellulari, dalle macchine fotografiche e dalle videocamere di tutte quelle persone che si trovavano sul posto. L'interazione partecipata tra un'audience che ormai non è più tale ("io, mi spiace, non sono il grande pubblico. Mi sono dimesso da tempo" osservava il blogger Gaspar Torriero80) e un sistema dei media che può avvantaggiarsi della conoscenza collettiva della rete non si ferma al solo

giornalismo. I blog e i contenuti ad essi correlati sono espressioni della personalità di chi scrive, e non sempre hanno velleità giornalistiche; nell'ecosistema dei media queste informazioni hanno il ruolo occupato dall'industria

dell'intrattenimento. Anche questi contenuti, che il giornalista Carlo Formenti non esitava, in un famoso articolo su L'Espresso, a definire spazzatura e dei quali profetizzava la morte entro poco tempo diventano importantissimi per la sussistenza stessa dei legami sociali tra gli utenti-produttori della rete; sono doni di intrattenimento che, delineando l'identità di chi scrive, contribuiscono a saldare nuove connessioni basate non su una vicinanza fisica, come accade tra vicini di

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Torriero, Gaspar, Gaspar Torriero gone verbose, http://www.gaspartorriero.it/blogarchive/ 2005_06_05_archive.html#111842460796925340

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casa, ma piuttosto su una prossimità, per dirla con Luca De Biase81 "che si conquista leggendo e imparando a conoscere gli autori degli altri blog attraverso quello che pubblicano". Anche le vecchie strategie palinsestuali risentono dell'architettura informativa della rete, che mette a disposizione i contenuti in qualsiasi momento. Da una parte il fenomeno dei podcast ha permesso non solo la nascita di nuove trasmissioni radiofoniche, ma anche di un nuovo modello per la distribuzione di quelle tradizionali. Accade così che molti programmi di culto vengano ridistribuiti anche in versione podcast perché gli utenti possano fruirne in qualsiasi momento. Un effetto simile ha investito anche la televisione, sia pure con diverse modalità. Negli Stati Uniti ha avuto un enorme successo TiVo, un videoregistratore digitale dotato di speciali funzioni che cambiano completamente il modo di fruire della TV; attraverso TiVo l'utente può selezionare e registrare i programmi che più gli interessano, e assegnare ad essi una valutazione dopo averli visti. Incrociando questi dati di gradimento con quelli degli altri utenti, TiVo è in grado di offrire, oltre a quelle programmate, trasmissioni che reputa siano di interesse per il proprietario; inoltre non si limita a selezionare i programmi trasmessi dalle TV alle quali egli è abbonato, ma ha anche una selezione di contenuti video presi dalla rete, come Rocketboom, di cui abbiamo detto. Attraverso la rete, quindi, anche le strategie di programmazione televisiva, basate sulle fasce orarie, vengono affiancate da un palinsesto fatto su misura per l'utente, che si modella sulle sue preferenze analizzate attraverso un sistema emergente, lasciandogli comunque la libertà di scegliere come e quando fruire ogni singolo contenuto. Accade così che la Abc non mandi semplicemente in onda la fortunata serie Lost, ma ne metta anche una versione visibile in streaming su Internet al solo prezzo di qualche spot pubblicitario. Ma non sono solo tv e giornali testimoni di cambiamenti nel modo di relazionarsi ai media. Nel campo musicale, oltre ai crescenti interrogativi sul diritto d'autore e

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De Biase, Luca, Braudel, http://blog.debiase.com/2006/08/06.html#a912

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alla ricerca di un modo per sfruttare le potenzialità dello scambio tra pari garantendo il giusto compenso agli artisti, si assiste al progressivo tramonto del concetto di album musicale. Servizi come iTunes Music Store, che permettono il download legale di singoli brani a prezzi altamente competitivi, uniti allo spostamento della musica dal supporto fisico del CD a quello evanescente di hard disk e lettori Mp3, oltre al peer-to-peer, hanno condotto a un mutamento di scala in un'attività già piuttosto diffusa a livello locale, vale a dire alla creazione di compilation contenenti i brani preferiti. L'enorme facilità di creare e condividere playlist offerta dai programmi di riproduzione audio e video ha fatto il resto, liberando gli utenti dal meccanismo economico dell'album, troppo spesso di qualità non omogenea. Diversi musicisti hanno iniziato ad accorgersi di questo cambiamento, ed hanno agito di conseguenza. È il caso di Beck, che con il suo album Guero ha dato il via ad un processo di negoziazione con i suoi fan permettendo loro di produrre remix non ufficiali e di modificarne la struttura: questo ha dato origine a differenti release del disco, che non è più un prodotto chiuso e immutabile, ma diventa, proprio come una playlist, dinamico e mutevole. L'esperimento di Beck prosegue attraverso la pubblicazione dei video su Youtube e la progettazione di un album senza copertina, completamente personalizzabile dall'ascoltatore. Anche il cinema, seppure in misura minore, risente dell'influenza della rete. Il primo caso di questa contaminazione è senza dubbio The Blair Witch Project82 , un film horror presentato, attraverso un sito web e il passaparola su numerosi blog, come un reale documentario girato da alcuni studenti scomparsi nel bosco vicino alla cittadina di Blair, nel Maryland. Come abbiamo visto, però, non è molto facile diffondere notizie false sulla rete, e il meccanismo dell'emergenza ha ben presto svelato la natura di fiction del prodotto, facendo perdere molta della sua verve al momento dell'uscita nelle sale. The Blair Witch Project resta un interessante esperimento di contaminazione, ma dove la rete è davvero utile per un prodotto cinematografico è nel passaparola, che può trasformare un prodotto di nicchia in
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Myrick, Daniel e Sánchez, Eduardo, The Blair Witch Project, 1999

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un successo commerciale. È successo, per esempio, con Donnie Darko83, film del 2001, figlio di quella nuova scuola cinematografica che basa il suo successo, più che su effetti speciali roboanti e su budget miliardari, su trame complesse la cui comprensione spesso risiede in un lavoro di ricerca che trascende il medium cinematografico (e che spesso si svolge sulla rete). Inizialmente un flop colossale, tanto da rimanere praticamente inedito al di fuori degli Stati Uniti, Donnie Darko viene rivalutato da numerosi siti e blog di cinefili, tanto da guadagnare un invidiabile punteggio sul popolare sito IMDB84, un posto nella classifica dei cento migliori film di tutti i tempi e una proiezione "a sorpresa" al Festival del Cinema di Venezia, nel 2004. Da quel momento, e grazie a un incessante passaparola, il film passa dallo status di flop a quello di cult-movie e fa il suo trionfale ingresso nei cinema di tutto il mondo. L'anno successivo accade qualcosa di ancora più importante. È il 17 Agosto del 2005 quando lo sceneggiatore John Friedman annuncia sul suo blog85 che NewLine Cinema sta preparando un film intitolato Snakes on a plane86 , che vedrà Samuel Jackson nel ruolo di protagonista. L'articolo viene ripreso su forum e blog, e in pochissimo tempo un gran numero di persone inizia a fare congetture sul possibile contenuto di un film dal titolo così bizzarro. Nonostante il lavoro di NewLine sia palesemente un B-Movie di cassetta, il pubblico se ne interessa moltissimo, e passa dall'immaginare il contenuto del film a dedicare filmati, canzoni e fan-art al prodotto. È a questo punto che il colosso cinematografico si accorge delle potenzialità generate dalla conversazione e comincia ad ascoltare le voci che vengono dalla rete. La felice interazione con il pubblico porta i produttori a girare nuovamente parte del film, e a trasformarlo in un cult-movie pulp e iperbolico; addirittura una battuta proposta da un fan per scherzare sulla natura della recitazione di Samuel Jackson viene

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Kelly, Richard, Donnie Darko, 2001 The Internet movie database, http://www.imdb.com

Friedman, John, I find your lack of faith disturbing, http://hucksblog.blogspot.com/2005/08/snakes-onmotherfucking-plane.html
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Ellis, David, Snakes on a plane, 2006

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aggiunta all'interno del film. Si tratta del primo vero caso di un prodotto negoziato con il pubblico. Il fortunato termine "multimedia", tanto in voga negli anni '90 è destinato ad essere sostituito dall'aggettivo "crossmediale"; più che una convergenza dei diversi media verso uno unico, si dovrebbe infatti parlare di un continuo e vicendevole incrocio dei media che conosciamo. Essi, pur mantenendo la loro identità, si influenzano a vicenda in un ecosistema dinamico dove ogni nodo della rete è contemporaneamente produttore, consumatore e diffusore, e dove i mediatori tendono a scomparire, favorendo un rapporto diretto tra emittente e ricevente, basato sulla fiducia reciproca.

Wikipedia e la verità negoziata
Il più famoso progetto di cultura partecipata in rete, Wikipedia, è da sempre al centro di numerose polemiche e di critiche. Wikipedia è basata su wiki, un sistema di scrittura collaborativa attraverso il quale è possibile per chiunque creare e modificare parti di ipertesto. Sfruttando wiki, l’ex afente di borsa Jimmy Wales ebbe l'idea di costruire un'enciclopedia creata interamente dal basso, attraverso il lavoro delle persone che, volontariamente e in forma del tutto anonima, decidevano di contribuire. In Wikipedia mancano quasi del tutto i controlli: se si escludono alcune voci bloccate dagli autori perché troppo spesso sottoposte a vandalismi (un esempio è la pagina relativa ad Adolf Hitler nella sezione inglese), ognuno è libero di scrivere quello che vuole. Ad un primo sguardo, sembrerebbe un sistema del tutto caotico e destinato al fallimento, eppure Wikipedia funziona. È corretto, comunque, osservare subito che l'enciclopedia online tratta in maniera più precisa alcuni argomenti rispetto ad altri e che spesso scivola nel futile, ma resta il fatto che gli errori presenti sono meno di quanto ci si aspetterebbe. Wikipedia trae la sua ispirazione dalla Guida Galattica per Autostoppisti, romanzo dell'autore inglese Douglas Adams centrato su questa guida redatta interamente

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dai viaggiatori dello spazio e contrapposta all'Enciclopedia Galattica, monolito di sapere gestito dall'alto. Piuttosto curiosamente l'introduzione di Wikipedia ha suscitato le proteste e gli attacchi proprio di quell'Enciclopedia Britannica alla quale l'opera di Adams fa il verso. La presenza di un comitato scientifico redazionale, fisso e controllabile, secondo il management di Britannica è garanzia di assoluta qualità ed attendibilità. Un'enciclopedia nella quale ognuno scrive ciò che vuole non può avere la stessa accuratezza di un classico lavoro di redazione creato con un sistema top-down. Eppure, secondo uno studio della rivista Nature87 condotto da 42 esperti su numerose voci a carattere scientifico delle due enciclopedie risulta evidente come gli errori e le imprecisioni siano paragonabili. Almeno per quanto riguarda argomenti strettamente scientifici, insomma, Wikipedia sembra essere attendibile almeno tanto quanto la blasonata rivale. Ciò di cui difficilmente i critici dell'enciclopedia online sembrano tener conto è l'estrema velocità con cui gli articoli possono essere corretti. Pur priva di un “sistema di reputazione” come quello di eBay, Wikipedia riesce a mantenere la soglia di imprecisioni e di vandalismi sotto un livello accettabile. Questo accade per due motivi principali; il primo è senza dubbio il fenomeno dell'emergenza, per cui, raggiunta una massa critica di collaboratori, ogni articolo è la risultante del lavoro di una "mente alveare" che, negoziando continuamente i significati, si fa portatrice di una verità intersoggettiva molto diversa da quella top-down tipica del sistema autoriale. Ecco perché in Wikipedia trova spazio anche il futile: il mezzo è espressione di una cultura partecipata, che non si ferma al solo argomento relativo alla cosiddetta cultura alta, ma invece esplora tutti i campi del sapere. Il secondo motivo è una sorta di senso di responsabilità che la maggior parte delle persone sentono quando scrivono su Wikipedia. Essere parte di uno strumento così utile alla comunità fa sentire le persone che scrivono gli articoli in dovere di collaborare al meglio delle loro possibilità. Questo sentimento diffuso non impedisce i vandalismi, ma di certo ne riduce di molto il numero e la portata.

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Giles, Jim, “Internet Encyclopedias go head to head”, Nature 438, Dicembre 2005, pp. 900-901

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Jaron Lanier, studioso di realtà virtuale ha recentemente criticato proprio il concetto di "mente alveare", definendola stupida e noiosa, e rilevando come il pensiero di massa possa mettere a rischio l'individualità delle persone, in una sorta di maoismo digitale88 . Lanier lamenta il fatto che la sua voce su Wikipedia lo descriva come un regista, per un film sperimentale che girò in gioventù e che preferirebbe fosse dimenticato. In realtà alla voce Jaron Lanier Wikipedia riporta, nel momento in cui scrivo, una descrizione che non fa menzione del suo lavoro come regista. Insomma, la mente alveare ha rimesso a posto le cose. In effetti i timori di Lanier sono più che condivisibili, ma rischiano di concentrarsi eccessivamente su ragionamenti teorici lasciando perdere i fatti. Ed è un fatto che Wikipedia, pur con tutta una serie di problemi, sia uno strumento di conoscenza utile e in linea di massima affidabile. In una delle risposte all'articolo di Lanier lo scrittore di fantascienza ed editor di BoingBoing, Cory Doctorow, spiega come non si possa giudicare Wikipedia con i parametri dell’Enciclopedia Britannica, e come la verità proposta dalla prima sia di natura fortemente intersoggettiva:
Se Wikipedia è eccezionale, non è certo perché è come l'Enciclopedia Britannica. Questa è autorevole, curata, costosa, monolitica. Wikipedia è libera, rissosa, universale e istantanea. Prima del "collettivismo" di internet sarebbe stato impossibile creare un'enciclopedia con un milione di voci. Wikipedia è un nobile tentativo di organizzare gli sforzi individuali di autori i cui interessi sono in conflitto. O meglio ancora, ha una struttura che consente a chiunque di presentare diversi punti di vista su un problema. La Britannica vi dice quello che hanno concordato i sepolcri imbiancati, Wikipedia vi dice quello su cui stanno ancora discutendo gli utenti di internet. La verità della Britannica è un'illusione. Infatti c'è sempre più di un modo di affrontare un problema, e leggere le diverse versioni vi aiuterà a capire quale verità si adatta meglio a voi.89

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Lanier, Jaron, “Il maoismo digitale”, L'internazionale 651, 21 Luglio 2006, pp.44-50 Doctorow, Cory, “Un nobile tentativo”, L'internazionale 651, 21 Luglio 2006, p. 49

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Questa osservazione implica che, per Wikipedia come per qualsiasi contenuto in rete, sia necessario l'esercizio di un forte senso critico, e che non si possa dare per scontata e per attendibile ogni cosa che si legge. Come osserva ancora Doctorow:
È vero, per leggere Wikipedia bisogna essere abituati al linguaggio dei mezzi di informazione ed è necessario acquisire nuove competenze per muoversi al suo interno. Ma è proprio questo che rende Wikipedia innovativa: non si può leggere Wikipedia come la Britannica, ma leggerla per quello che è apre la mente. Wikipedia contiene degli errori, ma anche sulla Britannica ce ne sono.

L’occhio del fruitore è secondo David Weinberger necessariamente attivo e preparato, e alcune considerazioni vengono fatte automaticamente di fronte a un articolo di Wikipedia:
Ci sono alcune ragioni per cui riteniamo credibile un articolo di Wikipedia. Prima di tutto applichiamo le stesse regole non scritte di quando ascoltiamo qualcuno per la prima volta: sembra che sappia di cosa sta parlando? Sembra imparziale? Sembra vedere le cose nella giusta prospettiva? Si contraddice? Inoltre è generalmente più probabile credere a un articolo importante, piuttosto che a uno su un argomento poco conosciuto, perché è probabile che sia stato visto e modificato da un maggior numero di persone. Ancora, potremmo già conoscere qualcosa dell’argomento. Se l’articolo sull’assassinio di Kennedy dicesse che fu avvelenato da Rasputin, contesteremmo quel pezzo. L’articolo guadagna credibilità se vediamo una lunga storia di modifiche. Diventa ancora più credibile se le pagine di discussione sono lunghe e ricche.90

In altre parole, ferma restando la necessità di senso critico, quello che rende attendibile una voce di Wikipedia è anche il gran numero di segnali metatestuali che possiamo ritrovare nell’articolo, e che invece non sono presenti nelle enciclopedie tradizionali controllate dall’alto.

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Weinberger, David, Joho the blog, http://www.hyperorg.com/blogger/mtarchive/wikipedias_credibility.html

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Rete e politica
Con la crescita delle reti sociali e soprattutto con l'esplosione della popolarità dei blog, molti cittadini hanno iniziato a chiedersi se questo mezzo non avrebbe potuto essere d'aiuto anche per cambiare le regole della politica. La democrazia di oggi soffre del problema della rappresentatività; al di fuori del periodo elettorale, tra cittadini e rappresentanti si crea un vuoto comunicativo che rende molto difficile capire quello che accade nei palazzi dove si prendono le decisioni e dall'altra parte quello che davvero i cittadini vogliono. Il blog potrebbe sembrare il mezzo più adatto per superare questa asimmetria informativa, rendendo possibile una conversazione bidirezionale e più umana. Uno dei primi tentativi in questo senso è quello di Howard Dean, concorrente outsider alle primarie statunitensi del 2004 che, grazie alla lungimiranza del campaign manager Joe Trippi, aprì un blog nel quale raccontava lo svolgersi della campagna e ascoltava i consigli dei cittadini. Nonostante la corsa alle primarie di Dean non avesse avuto il successo sperato - furono alla fine vinte da Kerry - la scelta di puntare sulla rete si rivelò vincente sotto molti aspetti; Dean riuscì a portare avanti la campagna partendo con pochissimi soldi e pochissimi sostenitori, raccogliendo consensi e denaro attraverso il passaparola. Anche in Italia un candidato alle primarie, Ivan Scalfarotto, ha provato a giocare la carta del blog, ma la sua azione si è rivelata un fallimento, non solo per la scarsa cultura di rete nel nostro paese, ma anche per la scarsa popolarità del candidato, volto completamente nuovo nella scena politica italiana. Altri uomini politici hanno provato ad aprire un blog per comunicare con i cittadini, con alterne fortune; se per l'attuale Ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni l'attività di blogger continua con un certo successo, altri, come Romano Prodi, hanno abbandonato il campo dopo pochi giorni. La classe politica italiana è tutto sommato ancora parecchio distante dalle novità introdotte dalla rete, per svariati motivi. Come osserva Meyrowitz l'autorità è basata sulla mistificazione e sul controllo delle informazioni. Un mezzo unidirezionale e broadcast come la televisione ha contribuito a svelare molte

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costruzioni della classe politica, e Internet, attraverso la conoscenza condivisa potrebbe svelarne ancora di più, e in molti casi già lo fa. Per questo c'è una grande diffidenza da parte delle rappresentanze ad aprirsi ai cittadini. Inoltre il mezzo scelto, quello del blog, appare inadeguato a questo tipo di comunicazione. Fintanto che l'audience è ristretta, infatti, è possibile per il titolare del blog gestire i commenti senza troppi problemi e portare avanti una conversazione. Ma una figura pubblica come l'uomo politico si troverebbe facilmente a dover affrontare migliaia di voci, alcune spesso solo interessate ad innalzare il livello di rumore nel canale comunicativo. Per alcuni il problema è affrontabile e risolvibile non rispondendo direttamente ai commenti, ma cercando di cogliere l'umore generale e scrivendo la risposta in un nuovo messaggio; altri, invece, preferiscono semplicemente lasciar perdere. Per ovviare al problema, stanno nascendo nuovi servizi di partecipazione politica, basati su meccanismi differenti, attraverso i quali potrebbe essere possibile sfruttare le caratteristiche della rete per creare una sorta di agorà elettronica all'interno della quale si rendano evidenti le opinioni dei cittadini e ci sia la possibilità per un dialogo fluente e privo di rumore. Openpolis è il primo studio italiano del genere, e si ispira ad altri progetti stranieri simili. Attraverso una serie di strumenti statistici è possibile monitorare il lavoro dei rappresentanti politici, e offrire loro una mappa molto dettagliata delle opinioni e dei desideri dei cittadini. Openpolis è però ancora ad uno stadio embrionale e la classe politica italiana sembra davvero poco interessata ad intervenire nella conversazione in rete. Nonostante questa opposizione strenua, Internet ha già portato qualche cambiamento nelle interazioni sociali a sfondo politico dei cittadini, fornendo loro uno straordinario strumento di organizzazione e di discussione. Derrick De Kerckhove crede così tanto nel potere della conoscenza sviluppata dal basso, da arrivare ad affermare, in un'intervista, che

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La lotta politica non si farà più tra destra e sinistra ma tra chi guarda la tv senza una risposta e chi accede alla rete con un’informazione molto più completa e che ognuno può gestire e alimentare. 91

La visione di De Kerckhove sembra estremamente utopica, ma di certo la conversazione e la conoscenza collettiva renderanno molto più facile la formazione di nuovi opinion leader politici forti di nuove possibilità di discussione trasversali e interculturali. La rete ha cambiato anche il modo di organizzare le forme della protesta politica; sulla scia dei flashmob, raduni a tema organizzati al volo sfruttando le conoscenze della rete, è possibile per i cittadini far sentire la loro voce subito dopo la dichiarazione di un uomo politico. Un caso interessante si è verificato due giorni prima delle elezioni politiche italiane del 2006, allorché il premier uscente Silvio Berlusconi tacciava alcuni cittadini italiani di essere "coglioni". Nel giro di una notte, moltissime persone toccate dalla salace uscita del premier sono riuscite ad organizzarsi attraverso un blog e a mettere in atto una manifestazione nelle maggiori piazze italiane, nella quale rispondevano con ironia a Berlusconi. Meetup è un servizio online utile proprio alla creazione di gruppi e all'organizzazione di incontri. È stato usato moltissimo durante la già citata campagna Dean e in Italia è lo strumento di incontro per i frequentatori del blog del comico Beppe Grillo, diventato in poco tempo (e anche grazie alla rete) icona della controinformazione italiana. Howard Rheingold evidenzia proprio come le tecnologie di rete siano in grado di potenziare l'organizzazione di gruppi di pensiero, facilitando il raggruppamento e la comunicazione. Se l'agorà virtuale sembra al momento ancora lontana, soprattutto per lo scarso interesse della classe politica, la rete può comunque contribuire alla vita politica del cittadino offrendogli spunti di discussione, possibilità di organizzare incontri e manifestazioni e di costituire gruppi di lavoro rispondenti ad un'idea comune.

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http://www2.unicatt.it/pls/unicatt/mag_gestion_cattnews.vedi_notizia?id_cattnewsT=6158

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I lati oscuri
Come dice il nome stesso le smart mobs non sempre sono benefiche. Le bande di teppisti e la delinquenza organizzata continuano a commettere atrocità. La stessa convergenza di tecnologie rende possibili nuove forme di collaborazione, ma anche un'economia basata sulla sorveglianza universale, potenziando sia i sanguinari, sia gli altruisti. Howard Rheingold

Conoscenza condivisa, fine dello strapotere dei media, vera democrazia e vera libertà di parola, mercati più equi. Sono queste le promesse che vengono dalle meccaniche di rete, dalle teorie dei sistemi emergenti, dal social software. Sembrerebbe un mondo perfetto, meritocratico e privo di aspetti negativi, nel quale tutti vincono. In realtà, non è così. Esistono zone oscure della rete, causate sia da chi vive in rete che dalle grandi ditte di telecomunicazione e di intrattenimento, le quali vorrebbero porre controlli sulle attività dei loro clienti.

Problemi strutturali
Il primo, grande nodo da sciogliere è quello del digital divide. Con questo termine si intende il divario che si viene a creare tra chi è in grado di accedere alla rete, e chi non lo è. Solitamente si parla di digital divide in riferimento ai paesi del terzo mondo, per i quali le grandi compagnie telefoniche hanno scarso interesse ad attivare linee di accesso alla rete, ma il problema è sentito anche nella parte più ricca del mondo. In questo caso, però, il digital divide, più che fisico - correlato

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cioè agli strumenti hardware per l'accesso alla rete - risulta essere culturale. Esiste in tutto il mondo una parte della popolazione che non è in grado di utilizzare un computer per accedere a Internet, o semplicemente non ne è interessata; le scuole, inoltre, non riescono facilmente a stare al passo con l'evoluzione e a offrire anche a chi sarebbe interessato un'educazione di rete adeguata. A questo bisogna aggiungere il naturale gap generazionale che mette fuori gioco una parte della popolazione più anziana. Al di sopra dei 50 anni di età, infatti, il digital divide è molto più ampio. Fuori dalla conversazione globale, queste persone rischiano anche di rimanere fuori dalle relazioni sociali che nel mondo hanno sempre maggiore importanza, e fuori da una visione a 360 gradi sul mondo dell'informazione. Per la maggior parte il digital divide è destinato, con il tempo, a risolversi: la televisione ha impiegato 50 anni per diffondersi nelle case di gran parte del mondo, e, crescendo le generazioni nate con la rete, è possibile che il problema si affievolisca sensibilmente. Bisogna però considerare come l'evoluzione della tecnologia porti sempre con sé nuovi tipi di divide; è il caso, come osserva Manuel Castells, degli accessi a banda larga, che oggi permettono un accesso a maggiori contenuti di rete, come i video, rispetto a quelli telefonici. L'evoluzione offre nuove possibilità ad alcuni, ma capita sempre più spesso che, nel momento in cui una tecnologia è disponibile per tutti, essa sia già irrimediabilmente obsoleta. Ma la rete rimarrà sempre così come la conosciamo oggi? In realtà è già in corso una battaglia delle grandi telecom per prendere il controllo del flusso di dati che transitano, ogni giorno, attraverso i router di tutto il mondo. Fino ad oggi la rete è sempre stata stupida: ogni singolo pacchetto di dati viene trattato esattamente come tutti gli altri, ed inviato con la massima velocità possibile. Secondo le grandi compagnie di telecomunicazione questo comportamento è poco efficiente e dovrebbe essere possibile discriminare i pacchetti per dare la precedenza ai contenuti più importanti, lasciando in coda quelli trascurabili. Questa innovazione, apparentemente di scarso significato, avrebbe in realtà effetti più che tangibili sui meccanismi di rete; verrebbe infatti meno il modello a fitness: in partenza, alcuni

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contenuti sarebbero enormemente privilegati rispetto ad altri. E dal momento che le aziende con maggiori possibilità di pagare per sfruttare le "corsie preferenziali" di Internet sono senza dubbio i grandi network televisivi, la conversazione perderebbe importanza, in ragione di un modello più vicino al classico broadcast. Le tv, le case cinematografiche e le major musicali vedono nel sistema broadcast l'unico possibile per evitare una ridefinizione del concetto di diritto d'autore che potrebbe portare molti meno soldi nelle loro casse. Per la prima volta, però, le case che muovono grandi capitali hanno a che fare con un pubblico attivo, in grado di far sentire la sua voce e di avere un impatto molto maggiore sul mercato; quando alcuni appassionati scoprirono che in alcuni CD musicali prodotti da Sony era inserito un sistema di copia non molto diverso da un virus informatico, senza che l'utente ne fosse a conoscenza, la reazione sulla rete fu così dura che il colosso giapponese dovette fare pubblica ammenda e sostituire i CD infetti, oltre a vedere il suo titolo in borsa calare vistosamente. Oggi il pubblico ha il potere di dire la sua, e se la rete a due velocità dovesse ledere i diritti che già sente di avere acquisito, sicuramente risponderebbe di conseguenza.

Problemi sociali
Al di là dei problemi tecnici e ammesso che negli anni a venire i meccanismi che governano la rete rimangano gli stessi, esistono problemi sociali che dovremo imparare ad affrontare e che sono legati alla natura stessa del medium. Abbiamo già parlato di come sarà fondamentale l'arma del senso critico: così come i contenuti validi, anche quelli non veri o potenzialmente pericolosi, magari a causa di contenuti sensazionalistici, possono per errore diffondersi con grande velocità; spesso gli errori sono destinati ad autocorreggersi, ma di certo l'approccio all'informazione deve essere differente rispetto a quello a cui ci hanno abituato i media broadcast. La conoscenza condivisa della rete e l’emergenza dei contenuti interessanti attraverso la selezione della mente alveare determinano, secondo alcuni commentatori, la cosiddetta wikiality. Il termine, coniato dal comico

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americano Stephen Colbert in un suo attacco a Wikipedia, indica una realtà in cui è vero ciò che pensa la maggioranza della gente. La verità intersoggettiva, fatta di negoziazione di significati e di punti di vista differenti, se priva dell'esercizio di un senso critico può scadere nella wikiality, una versione distorta

dell'intersoggettività perché implica, con un meccanismo simile a quello della spirale del silenzio, un adeguarsi al pensiero della maggioranza che può portare a pericolosi revisionismi. Di certo il contesto che ogni contenuto sulla rete porta con sé aiuta a scegliere i significati attendibili, ma presuppone uno sforzo cognitivo da parte del fruitore. Strettamente collegato al concetto di wikiality c'è quello del populismo, che interviene soprattutto nei blog molto seguiti. Può capitare che, una volta che un blogger si è guadagnato l'ascolto di molte persone, ed è considerato attendibile, muova verso derive populistiche, e inizi a scrivere quello che la sua audience vuole sentire, magari con post densi di livore; di solito questo effetto è smorzato naturalmente dalle meccaniche di rete, attraverso le quali il blogger può essere facilmente screditato e ritornare sui binari della conversazione. Esistono però eccezioni legate alla popolarità del personaggio acquisita al di fuori dei blog. Un caso lampante è rappresentato da Beppe Grillo, passato da controinformatore a leader populista, grazie al seguito creato attraverso i suoi spettacoli. Quello di Grillo è un caso interessante da studiare: il blog, lungi dall'essere uno strumento di conversazione, si limita ad una serie di articoli che non vengono mai messi in discussione dall'autore. Funziona, insomma, portando nella rete un modello broadcast. Non è un caso che alcuni articoli falsi, come quello nel quale si sosteneva che due cellulari in comunicazione potessero sviluppare una quantità di microonde sufficienti a cuocere un uovo, non siano mai stati smentiti dall'autore, nonostante l'errore fosse stato evidenziato da più punti. La popolarità, insomma, rischia di portare alla creazione di gruppi chiusi, impermeabili alla conversazione, e all'interno dei quali ogni idea si può sviluppare. Come evidenzia Robert Putnam, esistono due modi di creare capitale sociale, il bonding e il bridging. Mentre nel primo i collegamenti avvengono tra gruppi omogenei, nel secondo si creano "ponti" tra gruppi eterogenei. In situazioni ad

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alto capitale sociale, come nella rete, possono formarsi gruppi chiusi basati esclusivamente sul bonding. Putnam evidenzia come i gruppi ad alto bonding siano spesso identificabili nelle organizzazioni criminali. Come abbiamo visto, il gruppo creato da Beppe Grillo, sviluppa una grande coesione tra i membri, ma anche una certa impermeabilità alle critiche provenienti dall'esterno. Allo stesso modo, attraverso gli strumenti offerti dalla rete è molto facile creare gruppi che, invece che aprirsi alla conversazione, si chiudono e mettono in atto meccanismi più o meno legali. Questo pericolo, potenziato dalla velocità di organizzazione delle smart mobs, è evidenziato anche da Howard Rheingold. Il saggista americano riporta le parole di John Arquilla e David Ronfeldt, due analisti che hanno coniato il termine netwar per definire le organizzazioni a rete con scopo criminale:
La netwar è un tipo di conflitto emergente in cui i protagonisti, che vanno dai terroristi e dalle organizzazioni criminali, sul fronte peggiore, fino agli attivisti sociali militanti, sul fronte migliore, usano forme organizzative a rete, una dottrina, una strategia e una serie di tecnologie in linea con l'era dell'informazione. La pratica della netwar supera già la teoria, visto che gli attori, sia della società civile sia di quella incivile, si stanno impegnando sempre di più in questo nuovo tipo di combattimento.92

Rheingold smorza però le possibili paure derivanti dallo scenario dipinto da Arquilla e Ronfeldt, osservando come
Alla luce delle applicazioni militari delle tattiche di netwar, sarebbe sciocco presumere che ci si debbano attendere soltanto risultati positivi dalle smart mobs. Ma ogni osservatore che fissasse la propria attenzione esclusivamente sul potenziale di violenza, non si accorgerebbe di un potenziale, forse anche più dirompente - per scopi sia benefici, sia malvagi - delle tecnologie e tecniche smart mobs. Potrebbe scatenarsi un'epidemia di cooperazione se i media smart mobs si diffondessero non solo fra i guerrieri, ma fra i cittadini,

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Rheingold, Howard, Smart Mobs - Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p.263

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i giornalisti, gli scienziati, quelli che vogliono divertirsi, gli amici, i compagni, i clienti o i soci d'affari? 93

Resta il fatto che oggi è molto più semplice organizzare velocemente gruppi di persone, e che spesso questo tipo di organizzazione a rete si traduce in conflitti ed episodi di violenza; non è un mistero, per esempio, che gli attacchi terroristici portati da Al-Qaeda siano organizzati proprio in questo modo. Le tattiche a sciame, secondo Rheingold, sono state adottate spesso dagli Hooligan inglesi, e dai guerriglieri FARC in Colombia. Un esempio di netwar organizzata attraverso i blog è rappresentato dalla serie di episodi di violenza esplosi nel novembre 2005 nelle banlieue parigine. Il disagio sociale delle periferie traspare negli scritti dei banlieuesard, che hanno potuto attraverso la rete organizzarsi più facilmente e dare sfogo alla loro rabbia. Ma allo stesso modo non si può non notare come il blog sia stato un mezzo molto importante per portare alla luce un conflitto altrimenti sepolto nei ghetti di Parigi e totalmente ignorato dai media; se è vero che la rete può rendere più facile e veloce l'esplosione di violenza organizzata, è anche vero che il conflitto deve esistere da prima, e la velocità di comunicazione e connessione permessa da Internet non fa altro che portarlo davanti ai nostri occhi con la dirompenza della sua stessa drammaticità. Ogni volta che entriamo in rete, ogni volta che ci iscriviamo per un nuovo servizio, lasciamo i nostri dati sensibili nelle mani di aziende private. Questi dati possono essere ignorati, oppure utilizzati, come accade per esempio con Amazon, per stilare una mappa delle nostre preferenze. Amazon incrocia le preferenze d'acquisto di ogni singolo utente per offrire un servizio di consigli su quello che potremmo apprezzare. Si tratta di una delle caratteristiche che hanno decretato il successo della piattaforma e-commerce americana, ma che può sollevare alcune perplessità riguardo alla privacy degli utenti. I frammenti informativi che mettiamo a disposizione di chiunque prenda la briga di raccoglierli, attraverso
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Rheingold, Howard, Smart Mobs - Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002, p.266

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acquisti con carta di credito, iscrizione a servizi Internet, tessere punti ed altro, se incrociati sono in grado di fornire un quadro molto dettagliato sulla nostra identità e sulle nostre abitudini. Questo apre la strada a un panopticon virtuale, all'interno del quale siamo potenzialmente sempre osservati, e la nostra libertà di parola e di conversazione può diventare oggetto di controllo sociale. Questo non è necessariamente un male, almeno nella misura in cui il controllo esercitato non diventi appannaggio di poche società e dei think tank, ma sia un controllo collettivo su "quello che fa il vicino", esercitato reciprocamente sulla base di un contratto sociale. A questo livello, il controllo diventerebbe un sistema equo e democratico per difendere il bene comune della rete.

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Conclusioni
La tecnologia non è né buona, né cattiva, né neutra. (Marshall McLuhan)

Come abbiamo avuto modo di vedere, la rete è una tecnologia abilitante; e cioè è una tecnologia che, più che determinare cambiamenti sociali, permette che essi avvengano più velocemente, è un catalizzatore di mutamenti. Non c'è una vera rivoluzione nelle possibilità offerte dalla rete: si tratta piuttosto di un mutamento di scala, di un'espansione a livello globale di attività umane che erano già presenti, a livello micro, nella nostra società. Ma quest'espansione, come accadde con l'avvento dei media di massa, è destinata a cambiare il nostro modo di pensare e di relazionarci a tutta una serie di costruzioni sociali date per assodate. La conoscenza nella rete non è più decisa da gruppi di esperti e poi distribuita a tutti attraverso le enciclopedie e i libri, ma diventa intersoggettiva, dinamica, continuamente rinegoziata. Lo stesso accade per le informazioni politiche, e porta ad una nuova percezione dell'autorità, che perde ancora il potere della mistificazione in luogo di un sistema reputativo basato sullo scambio tra pari. Il peer-to-peer, in tutte le sue declinazioni, rimette in discussione concetti radicati da tempo nella nostra mente. E così, grazie allo scambio sulla rete di file di ogni tipo, la cassetta musicale che ci facevamo registrare dal vicino assume proporzioni globali e mette le grandi major di fronte all'inadeguatezza del modello del diritto d'autore. La verità non è più una e immutabile, consegnata attraverso l'etere o i giornali da gruppi che ragionano sulla base di interessi economici modellati su segmenti di

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mercato, ma continuamente discussa e negoziata attraverso il contributo intellettivo di milioni di utenti della rete. L'identità è autocostruita, liquida, ma non mutabile volontariamente, a meno di costi sociali molto alti, definita da parole, filmati e preferenze d'acquisto. I mercati ritornano ad essere conversazioni, e il consumatore riacquista importanza, sia per il rinnovato potere di fare sentire la sua voce, sia per le nicchie di interesse che occupa, divenute grazie alla rete importanti quanto i blockbuster modellati per piacere a tutti. La conversazione abilita piccole e medie aziende a produrre per un gruppo ristretto di consumatori senza rischiare di avere invenduti in magazzino, e addirittura può sfruttare gli stessi utenti per creare contenuto, mettendo in atto giochi a guadagno condiviso. A fianco dell'economia tradizionale si fa strada un altro tipo di scambio reciproco, basato sul dono. Anche in questo caso siamo di fronte ad un mutamento di scala rispetto a qualcosa che accadeva già in precedenza tra vicini di casa e amici. Questi ultimi oggi non sono più definiti principalmente da criteri di prossimità fisica, ma piuttosto di prossimità intellettuale e culturale. In questo mondo variegato, veloce e ricco di informazioni l'utente può muoversi definendo i contenuti secondo i suoi personali criteri, e saltando di link in link, sfruttando la serendipità della rete. Ma mentre è in viaggio non può mai scordare di tenere sveglio il suo senso critico e la sua capacità di analisi, fondamentali per relazionarsi alle informazioni in rete. Nel frattempo le grandi società di comunicazione e alcuni governi provano a dare un ordine al caos, le prime discriminando i contenuti, i secondi bloccando accessi e censurando parole chiave. Ma la rete è un bene comune il cui accesso e le cui dinamiche vanno preservate e garantite per tutti.

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Mediagrafia
Lo spazio del web non è costruito intorno a oggetti con confini fissi e definiti, ma attraverso cose che indirizzano oltre se stesse. I link sono l'unico collante del web: senza di essi il Web non esisterebbe neppure. David Weinberger

Libri
Adams, Douglas, La guida galattica per gli autostoppisti, Mondadori, Milano, 1999

Baldi, Carlo e Zarriello, Roberto, Penne Digitali, Centro di Documentazione Giornalistica, Roma, 2005

Barabási, Albert László, Link - La scienza delle reti, Einaudi, Torino, 2002

Bauman, Zygmunt, Intervista sull’identità, Laterza, Roma-Bari, 2003

Carlini, Franco, Lo stile del Web, Einaudi, Torino, 1999

Castells, Manuel, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano, 2002

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De Kerckhove, Derrick, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1991

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Di Rocco, Eloisa, Mondo Blog - Storie vere di gente in rete, Tecniche Nuove HOPS, Milano, 2003

Goffman, Erving, La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna, 1969

Granelli, Andrea, Il sé digitale, Guerini e Associati, Milano, 2006

Granieri, Giuseppe, Blog Generation, Laterza, Roma-Bari, 2005

Granieri, Giuseppe, La società digitale, Laterza, Roma-Bari, 2006

Granovetter, Mark, La forza dei legami deboli e altri saggi, Liguori, Napoli, 1998

Hume, David, Trattato sulla natura umana, Bompiani, Milano, 2001

Johnson, Steven, La nuova scienza dei sistemi emergenti, Garzanti, Milano, 2001

Johnson, Steven, Tutto quello che fa male ti fa bene, Mondadori, Milano, 2006

Lessig, Lawrence, Il futuro delle idee, Feltrinelli, Milano, 2006

Levine, Rick, Locke Christopher, Searls, Doc e Weinberger, David, The Cluetrain Manifesto, Basic Books, New York, 2000

Lévy, Pierre, L'intelligenza collettiva, Feltrinelli, Milano, 1996

Maistrello, Sergio, Come si fa un blog, Tecniche Nuove, Milano, 2004

Mauss, Marcel, Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 1965

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McLuhan, Marshall, Gli strumenti del comunicare, Net, Milano, 2002

Merton, Robert K., “L’effetto San Matteo nella scienza”, in La sociologia della scienza, Francoangeli, Milano, 1973

Merton, Robert K., Viaggi e avventure della Serendipity, Il Mulino, Bologna, 2002

Meyrowitz, Joshua, Oltre il senso del luogo, Baskerville, Bologna, 1993

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Platone, Fedro, Mondadori, Milano, 2006

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Rheingold, Howard, Smart Mobs - Tecnologie senza fili, la rivoluzione sociale prossima ventura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2002

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Turkle, Sherry, La vita sullo schermo, Apogeo, Milano, 1997

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