MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME QUARTO

LA SFIDA DEL SAPIENTE
E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

Un libro New Wave Novelers in collaborazione con Lulu.com

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Prima pubblicazione nel 2009 su http://middaschronicles.blogspot.com/ Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2011 da Lulu.com © Sean MacMalcom 2009

Stampato e venduto da Lulu.com Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto protezione del diritto d’autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti). Qualsiasi plagio dell’opera o parte di essa verrà perseguito a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di

Giuliana Lagi
La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda’s Chronicles è disponibile all’indirizzo http://www.middaschronicles.com/ Altre pubblicazioni New Wave Novelers sono disponibili all’indirizzo http://newwavenovelers.altervista.org/

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A Giorgia E. C., Marika S., Rossana P., Claudia M., Elisabetta B., Marta B., Francesca R., Oriana M. e Luca B.
Every reader exists in order to assure for a certain book a modest immortality. Ogni lettore esiste per assicurare a un certo libro una piccola immortalità. Alberto Manguel (1948 - vivente)

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La saga MIDDA’S CHRONICLES Volume primo Il tempio nella palude (e altre storie) Volume secondo Condannata (e altre storie) Volume terzo Il collezionista di sassi (e altre storie)

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Introduzione
Caro lettore, sembra incredibile, in parte per via dei ritardi accumulati, in parte per il traguardo pur significativo rappresentato da un quarto volume, eppure ci siamo: siamo arrivati al quarto volume delle Cronache di Midda. Alcuni dettagli nel merito dei quali spenderò qualche parola, necessariamente, in questa introduzione ti saranno sicuramente già noti se questo non è il tuo primo incontro con Midda Bontor e con le sue straordinarie avventure. In tal caso, non desidero trattenerti un minuto un più del necessario su queste mie parole: salta tranquillamente l'introduzione e viaggia con il vento in poppa verso il primo dei quattro racconti raccolti in questo nuovo appuntamento insieme. In caso contrario, se questo libro è per noi, per me e per te, un'inedita possibilità di incontro, mi farebbe piacere spendere due minuti del tuo e mio tempo per presentarti pochi, ma fondamentali, particolari dell'opera: informazioni non proprie nel merito della storia passata, dei contenuti dei primi tre volumi, quali pur ti saranno abbondantemente concessi nel corso della lettura, ma di quello che è celato dietro a questa stessa storia… la storia della storia, insomma! Il lungo viaggio di Midda – Come forse hai già avuto occasione di scoprire, le Midda's Chronicles non trovano, in verità, origine sulla carta, né di questo né dei suoi altrettanto voluminosi predecessori. Terra natale di questa storia, di questa saga, è infatti la grande Rete, internet, nel quale tutto ha avuto origine, e sta ancora trovando ragion d'essere, nella forma di un moderno romanzo d'appendice, o, se preferisci, una blog novel. All'indirizzo http://www.middaschronicles.com/, infatti, dall'11 gennaio 2008 esiste un blog ove quotidianamente stanno venendo pubblicati, sebbene frammentati in più brevi episodi, gli stessi racconti che, raccolti, revisionati, corretti e resi indubbiamente più apprezzabili all'interno di questo formato deluxe, sono comunque alla base di quanto reggi in mano. Questo stesso libro, quindi, non ha da essere inteso quanto sufficiente e necessario alla sopravvivenza di quest'opera, ma, più semplicemente, un'occasione di celebrazione per l'opera stessa, un regalo che ho desiderato, e continuo a desiderare, avere occasione di riservarmi per piacere personale e – perché no? – per il piacere di possibili nuovi lettori

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poco avvezzi con la lettura on-line e, in questo, portati a preferire mantenere un classico, e mai disprezzabile, volume cartaceo fra le mani. Il quarto volume – Definito ciò, credo che non vi possa essere nulla di straordinario nel pensiero di come, in effetti, i quattro racconti contenuti in questo volume non abbiano da considerarsi inediti, in quanto, in verità, già pubblicati, in una loro primitiva bozza, per lo meno, circa due anni fa sul blog on-line. Sia La sfida del sapiente, racconto che presta il titolo all'intero volume, sia i tre successivi, rispettivamente il quattordicesimo, il quindicesimo, il sedicesimo e il diciassettesimo dalla saga, sono stati pubblicati fra l'autunno e l'inverno del 2009/10, e, come accennavo, per questa particolare occasione sono stati profondamente revisionati e corretti, al fine di offrirti il migliore prodotto possibile. Valorizzazione del prodotto finale che, come già nei volumi precedenti, trova un'importante sostegno nell'opera di Giuliana Lagi, tornata a prestare la propria abile mano per creare le sedici, splendide tavole che troverai all'interno di questo volume, nonché l'immancabile mappa e, ovviamente, la copertina. Un risultato indubbiamente significativo, al di là di ogni possibile considerazione, quello rappresentato dall'idea di un quarto volume: un quarto volume che, in effetti, viola gli abituali confini propri della trilogia fantasy, sebbene in questo frangente un simile concetto si proponga privo di reale significato, e che, ciò nonostante, si mostra solo quale una nuova tappa in un viaggio che è ancora lontano dal potersi considerare concluso, come dimostrato dallo stesso lavoro on-line, il quale, a oggi, ha già visto definito materiale utile ad altri tre volumi successivi a quello ora in tuo possesso, e di identiche proporzioni rispetto a questo stesso. Il ritardo – Sebbene, nei miei piani iniziali, quest'opera cartacea avrebbe dovuto riservarsi l'opportunità di ben due uscite annuali, tale da non imporre eccessivo distacco fra la produzione on-line e quella cartacea, la vita di tutti i giorni, con i propri numerosi impegni, mi ha costretto, anche quest'anno come già lo scorso, a ridurmi a una singola uscita. Una sola pubblicazione che giunge, pertanto, a un anno esatto dalla precedente e il ritardo della quale, voglio sperare, potrà comunque essere alfine perdonato in grazia della qualità del risultato finale, che spero possa sempre e solo migliorare rispetto ai precedenti. Primi risultati per Yeshe Norbu e Tibetan Children’s Villages – Come il bollino verde in copertina si premura di segnalare, l’iniziativa di beneficenza già oggetto dei primi tre volumi di Midda’s Chronicles, in grazia alla quale già ben 54 euro sono stati devoluti in beneficienza lo scorso gennaio, si rinnova anche con questo nuovo appuntamento. Ancora

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e costantemente in collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. (http://www.adozionitibet.it/), pertanto, per ogni copia venduta la cifra simbolica di 1 euro, pari al mio personale e sempre inalterato Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. guadagno sul prezzo di copertina, Adozioni a distanza e altri progetti verrà infatti devoluta in favore Iscritta al Registro delle onlus dal 8 Novembre 2000 prot. n. 17 - 11.03.2004 dei Tibetan Children’s Villages www.AdozioniTibet.it - info@adozionitibet.it (http://www.tcv.org.in/). Via Poggiberna , 56040 Pomaia (PI) Italy - Tel. 050 685 033 - Fax 050 685 768 A seguito dell’occupazione Associato alla F.P.M.T. - Cod. Fiscale cinese del Tibet, Tsering Dolma, 90028850502 per la scelta del 5 per mille sorella del Dalai Lama, decise di Pomaia, iniziare a occuparsi dei troppi venerdì 14 gennaio 2011 bambini che, orfani, ammalati e Caro Sean, malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo lontano ti invio questa breve lettera per dalla terra loro negata, dalle ringraziarti della tua donazione: 54 euro famiglie loro sottratte, istituendo sono pochi rispetto alle necessità, ma per molti in India rappresentano più di nel 1960 la Nursery for Tibetan un mese di stipendio. Refugee Children. Originariamente Sono contenta che l’apprezzamento pensata per offrire unicamente per il tuo lavoro con “Midda’s cure primarie ai bambini in esilio, Chronicles” stia crescendo: so che lo fai la Nursery, sotto la direzione di con passione e per noi è un piacere proseguire con questo abbinamento. Jetsun Pema, in sostituzione della Il tuo contributo sarà sicuramente di sorella purtroppo scomparsa nel aiuto per i bambini dei Tibetan 1964, e sostenuta dall’impegno Children’s Villages, così come del volontariato, ebbe modo di concordato. ampliare le proprie competenze e Come per ogni donazione ricevuta da Yeshe Norbu, il denaro raccolto sarà veder crescere le proprie mandato in India e Nepal, dove verrà dimensioni fino a raggiungere preso in consegna e distribuito ai quelle di un piccolo villaggio, destinatari da persone di fiducia. offrendo, al proprio interno, ai bambini nuove case e scuole in Ti terremo aggiornato sul buon andamento dell'attività. cui trovare rifugio e istruzione: Grazie ancora per l’iniziativa di nel 1972 venne così formalmente beneficenza che hai voluto collegare alla registrato il primo Tibetan tua opera. Children’s Village, TCV, divenendo anche membro del SOS Children’s Francesca Piatti presidente Villages. Da allora il TCV ha dato Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s. vita a numerose installazioni in tutta l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una speranza di vita altrimenti negata.

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Cos'altro mi resta da dire? Ben poco, se non ringraziarti per aver deciso di offrirmi il tuo tempo e la tua attenzione nel prendere fra le mani questo libro e nel scegliere di aggiungerlo alle tue letture, nella speranza che lo svago e il piacere che potrà derivare per te nel leggerlo potrà essere almeno pari all'infinito diletto che da esso è derivato per me, nello scriverlo! Buon divertimento in compagnia di Midda Bontor, e a presto… Sean MacMalcom

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Sommario
Introduzione ...................................................................................................... 5 Sommario ........................................................................................................... 9 La sfida del sapiente ....................................................................................... 11 La piramide nera........................................................................................... 195 Colpa e riscatto.............................................................................................. 359 Memento mori............................................................................................... 517 Ringraziamenti .............................................................................................. 675 Prossimamente… .......................................................................................... 677

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La sfida del sapiente
re continenti. Un’informazione elementare, semplice, immediata, tale per cui chiunque sarebbe riuscito a mantenerne memoria, a ricordare il numero così espresso. Anche coloro che mai avrebbero saputo definire con precisione quale realtà indicasse il termine in tal modo quantificato, infatti, avrebbero potuto affermare con sufficiente certezza come essi, ugualmente e inequivocabilmente, fossero tre, poi ovviamente trascendendo nel merito dell’importanza dei loro precisi nomi, dei termini identificativi di quelle enormi terre emerse all’interno dell’infinito mare. In verità, oggettivamente, in un mondo nel quale una significativa maggioranza degli appartenenti alla specie presumibilmente dominante, quella della razza umana, non si concedeva neppure in grado di leggere, scrivere o, quanto meno, far di computo, che simili presenze geografiche potessero essere denominate come Hyn, Myrgan e Qahr, piuttosto che come Prima, Seconda e Terza, non avrebbe assunto alcun particolare significato, alcuna reale importanza. E, del resto, nel tentare di condurre, giorno dopo giorno, le proprie esistenze, il possesso di simile informazione non avrebbe portato ad alcun beneficio, non avrebbe donato il benché minimo vantaggio, né al primo fra i potenti né all’ultimo fra i deboli. Diversa importanza, altro merito, si sarebbe potuto invece considerare nel riguardo della divisione politica esistente all’interno di quelle immani realtà fisiche, innumerevoli e variegate frammentazioni territoriali che non sempre sarebbero coincise con una qualche identità nazionale, ma la cui conoscenza, comunque, non sarebbe potuta essere ovviata. Nel ritrovarsi, infatti, ad attraversare il confine sbagliato, alcuna ignoranza, pur trasparente, sarebbe valsa quale giustificazione per il malcapitato: nel migliore dei casi, egli o ella sarebbe stato semplicemente condannato a morte; nel peggiore, avrebbe addirittura potuto offrire il pretesto utile all’esplosione di un violento conflitto armato fra due interi popoli. Ciò nonostante, sebbene l’esistenza di tale rischio non avrebbe dovuto essere stolidamente sottovalutata, tutt’altro che fittizio avrebbe purtroppo dovuto essere considerato l’analfabetismo effettivamente imperante, in conseguenza del quale, pur essendo comune la conoscenza nel merito della provincia e del regno di propria appartenenza, non molto oltre si sarebbe normalmente sospinta la cultura della massa, tale per cui anche

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uno stato confinante al proprio sarebbe apparso come un mondo lontano, estraneo, sconosciuto e, in questo, potenzialmente avverso e avversario. Scegliendo l’estremità sud-occidentale del continente di Qahr quale esemplificazione di quell’insipienza tipica del volgo, e tutt’altro che sgradita o disincentivata dai diversi poteri locali, quattro sarebbero potuti essere conteggiati i principali regni che, da tempi immemori, si spartivano simile vertice, lembo di terra proposto in effetti verso il nulla, o presunto tale, rappresentato dalla sconosciuta vastità del mare: Kofreya, la conquistatrice; Y’Shalf, l’esotica; Tranith, la commerciante; e Gorthia, la belligerante. Un qualunque abitante di tali terre, colto dalla questione nel merito delle nazioni a sé confinanti, prossime, avrebbe indubbiamente saputo confermare l’esistenza di un atavico conflitto fra kofreyoti e y’shalfichi; avrebbe potuto esaltare la fama guerriera dei gorthesi; e, forse, avrebbe espresso qualche commento sull’indole pacifica, diplomatica, dei tranithi. Ma, oltre a tale retorica, a simili stereotipi, probabilmente impossibile sarebbe stato ottenere informazioni supplementari, nelle sole, rare, eccezioni rappresentate da mercanti e avventurieri. Per i primi, infatti, la conoscenza del territorio, delle leggi e dei potenziali pericoli si sarebbe dovuta ritenere quale fondamento stesso della propria stessa attività; per gli altri, poi, l’esperienza offerta dalla propria vita in spazi sempre nuovi, nel confronto con mete sempre sconosciute, sarebbe di certo equivalsa a più ortodosse formazioni accademiche. In verità, a completamento di tale anomalia, se così si fosse voluta considerare, una terza categoria, classe, casta non sarebbe dovuta esser dimenticata, per quanto la propria diffusione, il numero dei propri adepti fosse estremamente inferiore alle altre: quella formata da coloro che dello studio avevano fatto il proprio principale credo, la propria forza, al punto da finir per essere corrotti dal potere per loro derivante da esso e, in ciò, giungendo ad arroccarsi su posizioni considerabili superate, obsolete, se non addirittura clamorosamente errate e pur in grado di assicurare loro il mantenimento del proprio stato sociale, soprattutto quando impiegati nelle diverse corti nobiliari. In un siffatto contesto, in un mondo abituato a ritrovare i propri unici obiettivi solo in estemporanee soddisfazioni quotidiane, spesso coincidenti con la mera sopravvivenza, sarebbe stato evidente come non solo il concetto stesso di cultura, ma, naturalmente, anche tutte le quiete espressioni della medesima, pur supposte inutili, avrebbero dovuto essere invece riconosciute quali preziose rarità, assolutamente estranee alla disponibilità della maggior parte della popolazione, prevalentemente dei ceti poveri, ma, sovente, anche di quelli più ricchi, dove difficilmente il valore intrinseco in tale risorsa sarebbe stato compreso e apprezzato. A partire da un banale foglio di pergamena, dalla semplice accoppiata

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formata da penna e calamaio, articoli difficilmente rintracciabili nelle comuni abitazioni, nei normali alloggi, per proseguire con più impegnativi volumi rilegati, fonti meravigliose di erudizione, ogni genere di simulacro atto ad accogliere scienza, dottrina, o anche solo l’espressione dell’umana creatività, non sarebbe potuto essere comunemente diffuso, liberamente fruibile. E allo stesso edificio che sarebbe potuto e dovuto essere considerato quale il tempio di ogni sapienza, il delubro preposto a quel culto, tanto importante e pur incredibilmente trascurato dall’intera umanità, la biblioteca, avrebbe dovuto essere attribuito un valore tanto elevato quanto irraggiungibile, forse ancor più di luoghi maledetti quali la palude di Grykoo, sede di negromantici e terribili poteri arcani entro i cui confini alcun mortale avrebbe mai potuto condurre i propri passi sperando in un qualche avvenire. La Biblioteca di Lysiath, fondata dalla e nella lungimiranza di storici sovrani tranithi e, solo successivamente, acquisita insieme alla medesima e intera provincia di Lysiath dal governo kofreyota quale pegno di un iniquo patto di non belligeranza, era stata una delle più importanti, ricche e fornite mai concepite in quell’angolo del continente di Qahr, un tempo meraviglia tanto nota, e frequentata, dall’essere conosciuta, per nome e per fama, anche da coloro che mai avrebbero potuto spingersi al suo interno per qualche utilità personale, dove incapaci a leggere, a dissetarsi a quella fonte di conoscenza. Purtroppo, però, nel passaggio a Kofreya, terra bramosa di conquiste, nonché da troppi anni impegnata sul proprio fronte orientale nella guerra contro Y’Shalf, alla Biblioteca era stata negata la propria stessa natura, il proprio ruolo, iniziando, un tempo, a limitarne le possibilità d’afflusso, di visita, per giungere, infine, addirittura a proibirlo, nel timore che quell’edificio tanto importante, fondamentale, si sarebbe potuto offrire quale bersaglio per azioni belliche, rappresaglie da parte dei propri nemici. Nonostante l’oblio volutamente e paradossalmente gettato su quel luogo in nome della sua stessa protezione, la rovina era riuscita ugualmente a giungere a esso, non tanto in conseguenza dell’abbandono, dell’incuria lì riversati, peccati imperdonabili contro gli uomini e gli dei tutti, quanto piuttosto da un incendio, ufficialmente attribuito a un’azione dolosa da parte di un qualche contingente y’shalfico, ma, in realtà, spiacevole conseguenza dell’azione volta alla sopravvivenza di un gruppo di mercenari. Spintisi entro quelle mura nella volontà di ottenere alcune informazioni ritenute essenziali per l’adempimento della propria missione, due uomini e due donne si erano ritrovati, loro malgrado, a dover dichiarare battaglia a un insolito e mostruoso esercito di gigantesche aracnidi, capeggiate da un abominio ibrido, una creatura metà

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donna e metà ragno. E proprio nel corso di tale scontro, il fuoco si era concesso ai guerrieri quale la sola speranza per godere dell’occasione di una nuova alba, spingendoli a dar luogo a tale tragedia, a un efferato e inaccettabile crimine contro l’intera umanità. Al fine di poter espiare la propria colpa, l’assurdo, inconcepibile delitto così commesso, la responsabilità del rogo all’interno del quale la meraviglia impareggiabile proposta dalla Biblioteca di Lysiath era andata perduta, i quattro mercenari avevano però accettato, chi di buon grado, chi meno, un particolare patto con un ancor più particolare individuo, uno studioso esterno a ogni canone, a ogni corte: un uomo di nome Sha’Maech. Questi, devoto unicamente alla propria filosofia e fede, allo studio e alla sperimentazione riconosciute quali proprie sole ragioni di vita, non avrebbe infatti mai potuto sopportare l'idea di un proprio, effettivo, coinvolgimento in quel tremendo incendio, dal momento in cui, in verità, era stato proprio egli stesso a indirizzarli verso simile meta, nella promessa di poterli aiutare in grazia al recupero di un particolare documento. E, per tale ragione, a propria volta bramoso di poter alleggerire lo spropositato carico gravante sul suo animo e cuore, lo studioso aveva richiesto loro l’impegno a condurre al proprio cospetto qualsiasi reperto accessorio recuperato in seguito all’adempimento di un qualche incarico, nella speranza di poter, lentamente ma costantemente, non tanto ripristinare il patrimonio perduto ma, almeno, porre le basi per un nuovo inizio, per la rinascita di una nuova grande Biblioteca. In quegli ultimi anni, Sha’Maech aveva preso dimora in un anonimo villaggio della provincia di Kirsnya, nel regno di Kofreya, vivendo quale mercante all’interno di una propria bottega. In essa, egli era solito proporre quotidianamente, tanto agli abitanti del luogo quanto a visitatori occasionali, ogni genere di beni di consumo, cibo, materie prime, bevande, strumenti: una professione non particolarmente redditizia, dove relegata a un’area estremamente ristretta, e dove condotta in maniera statica e non itinerante, sempre in viaggio attraverso nuovi mercati alla ricerca di nuovi acquirenti, ma sicuramente onesta e che, comunque, non avrebbe sottratto tempo ad altre attività per lui considerate indubbiamente di maggiore importanza, quali lo studio e la ricerca. Chiunque, non conoscendolo, avrebbe probabilmente potuto considerarlo fuori dalla realtà, in quella campagna sperduta, lontano dal clamore delle grandi città, delle capitali: nel momento stesso in cui si avesse avuta occasione di una qualche confidenza con lui, però, ci si sarebbe immediatamente potuti accorgere di come quell’uomo, così originale, per non dire eccentrico, si sarebbe dovuto considerare altresì al centro dell’intero mondo. Ben poche erano, infatti, le questioni a lui

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sconosciute, le cronache a lui estranee, gli eventi, grandi o piccoli, da lui ignorati, al punto tale che fin troppo semplice sarebbe stato attribuirgli un sentore di stregoneria, nel non poter accettare tale apparente onniscienza quale semplicemente umana. E pur onorato dagli dei di una così incredibile dote, Sha’Maech non era mai stato solito ricercare un qualche abuso attraverso la stessa, la conquista di una posizione di potere, sebbene, se solo avesse voluto, avrebbe probabilmente potuto facilmente giungere allo stesso in virtù delle proprie facoltà. Al contrario egli aveva sempre preferito limitarsi a vivere serenamente la propria esistenza, proponendosi in ciò, effettivamente, quale più saggio di quanto si sarebbe altresì potuta definire la maggior parte degli appartenenti alla razza umana, soliti impegnare tutte le proprie energie non tanto alla ricerca di pace e tranquillità, quanto di predominio e sopruso. Di tali dettagli, simili informazioni a riguardo di quel particolare uomo, del suo stile di vita e, soprattutto, della suo relazionarsi con il mondo a sé circostante, sì umile ma, al contempo, anche sicuro, forte, dove sapeva di poterselo concedere, Midda Bontor, donna guerriero appartenente al gruppo dei quattro mercenari segretamente coinvolti nell’involontaria distruzione della Biblioteca di Lysiath, nonché reale mano che aveva decretato il dirompente incendio che tanto orrore aveva generato, stava allora offrendo ragguaglio a Seem, proprio scudiero, anche allo scopo di occupare il tempo nell’ultima tappa del non breve percorso che li aveva visti diretti verso quella sperduta meta a occidente di Kofreya, partendo da Kriarya, città del peccato, posta altresì a oriente dello stesso regno. Il viaggio, ormai considerabile praticamente concluso nell’esser giunti fino a quel punto, sarebbe potuto essere oggettivamente valutato qual compiutosi in assoluta tranquillità. Attraversando senza particolare fretta, e pur privi di indolenza, le vaste e verdi pianure kofreyote, in un quieto clima primaverile, la donna e il ragazzo erano incorsi in soli due scontri armati: in un’occasione, impegnandosi in contrasto a un gruppo di briganti, e nell’altra, in opposizione a semplici banditi, tagliagole privi di arte o di parte che avevano bramato le loro vite e, ancor più, il loro oro. Tanto gli uni, quanto gli altri, però, erano stati accomunati dal medesimo fato, dalla stessa sorte, che aveva veduto i meno stolidi fra loro invocare la pietà della mercenaria e sopravvivere, nel mentre in cui i loro compagni, troppo orgogliosi o troppo stupidi per arrendersi, avevano avuto l’occasione di scoprire entro quali limiti le proprie fedi religiose avessero ragione o torto. Non a caso diverso tempo prima, entro il territorio di un arcipelago a ponente rispetto a quello stesso regno, la donna guerriero si era

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guadagnata il tributo offerto dal nome di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra in quella particolare tradizione culturale: figlia del mare in una giovinezza lontana, avventuriera e mercenaria da allora in avanti, superati ormai i tre decenni di vita, ancor più di qualsiasi ballata composta attorno al suo nome, sarebbe stata la sua stessa età a concedere vanto nel merito della sua bravura, della sua pericolosità, dove se tale non fosse realmente stata, ella sarebbe certamente già caduta per mano di un qualunque avversario in epoche antecedenti. La sua, pertanto, non sarebbe potuta essere considerata quale semplice fama, enfatizzata gloria priva di fatti concreti a supporto della medesima e, per quanto, sicuramente, le canzoni a lei dedicate esaltassero oltre misura la realtà rappresentata dalle sue imprese passate, remote o recenti che esse fossero state, ella era, indiscutibilmente, la stessa donna guerriero che aveva ucciso una chimera; che era sopravvissuta alla palude di Grykoo; che aveva abbattuto un ippocampo; che aveva trionfato nell’Arena di Garl'Ohr contro innumerevoli avversari, bestie e persino un tifone; che aveva ritrovato la corona della regina leggendaria Anmel… e molto altro ancora. In tutto ciò, ella era non una semplice mercenaria, una comune combattente, quanto piuttosto una donna capace di imprese fuori dal comune, lontane da ogni quotidianità, che non sarebbe mai potuta esser assoldata come qualsiasi altra professionista della guerra, ma che, al contrario, sarebbe dovuta esser conquistata non tanto nel diletto rappresentato dalla banale ricompensa per una missione quanto, invece, dalla stessa missione. E, ancora, ella era un’avversaria temibile per qualsiasi comune brigante o bandito, al pari dei disgraziati che avevano avuto la sfortuna di incorrere nel suo cammino. «Sarebbe stato divertente lasciarti scoprire da solo che genere di persona sia Sha’Maech, così come è stato per me al nostro primo incontro…» concluse Midda nelle proprie spiegazioni, sorridendo tranquilla verso il compagno di viaggio «… ma ben conoscendo la timidezza tipica del tuo carattere, e considerando come questa, a tutti gli effetti, sia la seconda volta in tutta la tua vita che ti allontani dalla città del peccato, non vorrei correre rischi con qualche tua reazione d’imbarazzo nel confronto con lui.» «Ritieni davvero che egli non solo possa aver avuto notizia della mia presenza al tuo fianco, ma, addirittura, possa conoscere anche dettagli personali su di me, per quanto io non sia una figura pubblica al tuo pari, mia signora?» domandò il giovane con incertezza, non sapendo effettivamente cosa attendersi a tal riguardo, non volendo porre in dubbio le parole del proprio cavaliere e, malgrado tutto, trovando difficile accettare simile realtà.

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«Credo che il tuo maestro non abbia mancato, nel corso del tuo addestramento, di sottolineare come sia la mente, più del corpo, a poter marcare le sorti di un duello, di una qualsiasi impresa, da parte di un guerriero.» rispose ella, tornando a osservare il cammino innanzi a loro, per quanto i cavalli fossero sufficientemente autonomi da non richiedere alcun intervento da parte dei propri passeggeri umani per condurre un viaggio tanto sereno, per seguire un sentiero tanto lineare quale quello così affrontato. «No, infatti.» scosse il capo Seem, nello spingere con nostalgia i propri ricordi al mentore recentemente perduto, assassinato a tradimento da due prostitute prive di senno, per ragioni rimaste purtroppo ignote. «Ripensa, qual esemplificazione, alla nostra recente indagine...» propose la donna, nell’accennare in ciò proprio all’inchiesta che aveva avuto modo di chiarire le dinamiche di quella tragica morte «Ti ha forse lasciato sorpreso il modo in cui è stata affrontata da parte mia? Al di là delle scaramucce che ci hanno impegnato nel corso della medesima…» «Sì, mia signora. Non posso negarlo, come ben sai.» ammise egli, annuendo vivacemente, rivolgendole la propria più totale attenzione «In soli due giorni hai svelato quanto era stato ignorato per intere settimane, mesi addirittura, da tutta la capitale… straordinario!» «Troppo buono.» negò la mercenaria, senza falsa modestia nel non ritenere, sinceramente, di aver compiuto alcuna grande impresa, avendo ella solo voluto porre in dubbio l’evidenza che tutti gli altri avevano, affrettatamente, considerato quale trasparente verità «Non voglio esagerare, ma mi sento sufficientemente sicura nell’affermare che Sha’Maech sarebbe riuscito a ottenere lo stesso risultato non in due giorni quanto piuttosto in due ore. O probabilmente anche meno…» «Bontà divina!» esclamò l’altro, sinceramente impressionato da quell’affermazione e, ancor più, dall’onesto e straordinario apprezzamento espresso dalla propria signora, complimento che non avrebbe assolutamente permesso di considerare il soggetto di simili parole quale un individuo comune. La Figlia di Marr’Mahew sorrise di fronte all’esternazione di stupore offerta dallo scudiero. Ben conoscendo il giovane e sapendo come il rapporto del medesimo con la fede lo ponesse più prossimo alla miscredenza che a una qualche devozione religiosa, quei termini non poterono che essere da lei interpretati quali sintomo di un’enfasi che, probabilmente, non sarebbe stata ravvisata in altri interlocutori nell’utilizzo di una pur eguale proposizione. Seem, del resto, viveva verso di lei, per lei, un sentimento di assoluta devozione tale da proporre quale straordinaria, se non addirittura improponibile, l’idea stessa dell’esistenza

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di qualcuno in grado di surclassarla in quei termini. E, pertanto, il fatto che proprio la mercenaria stesse dichiarando tale limite non avrebbe potuto che sconvolgerlo, scandalizzarlo, generando in conseguenza di ciò il ricorso all’invocazione divina da lui appena formulata. «Dovremmo forse temere quest’uomo, invece di ricercarlo…» commentò il ragazzo, ora con tono più moderato, voce più bassa, quasi confabulando fra sé e sé ancor prima di proporsi alla propria signora. «Se egli avesse espresso qualche voto in nostro contrasto, sicuramente sarebbe per noi un avversario formidabile, dotato di una capacità strategica, un intelletto, superiore a quello di qualsiasi guerriero veterano con il quale mi sia mai scontrata, dei più illustri mecenati presso i quali abbia mai offerto i miei servigi.» confermò la donna «Ma per nostra fortuna, neppure in conseguenza dell’immane catastrofe occorsa nella Biblioteca di Lysiath, Sha’Maech ha ceduto all’ira, preferendo assumersi, a mio avviso innocentemente, una parte di responsabilità e impiegare, in conseguenza di quanto avvenuto, le capacità mie e dei miei tre compagni di ventura in qualcosa di più costruttivo di una semplice vendetta…» «Ragione per la quale hai accumulato tutto quel… materiale… durante la tua ultima avventura nel regno di Y’Shalf e ora stai compiendo questo viaggio per condurlo fino a lui.» annuì lo scudiero, volendo offrire riprova di aver compreso le motivazioni alla base di quel loro trasferimento altrimenti privo di significato. Nell’avvertire però il tono apatico, quasi negativo, espresso dal termine scelto per indicare il buon numero di rotoli di pergamena costituenti il loro vero bagaglio in quel momento, Midda non tentò neppure di trattenere un riso cristallino, che risuonò nell’aria attorno a loro. Non espressivo di sarcasmo verso di lui, di sberleffo nei suoi confronti, sarebbe dovuto essere interpretato quel suo reagire, quanto piuttosto trasparente di un divertimento sincero e innocente, scatenato dal ribrezzo tanto mal celato nei confronti della cultura, soprattutto dove posta per iscritto… «Credo che andresti estremamente d’accordo con Howe e Be’Wahr, se solo aveste l’occasione di incontrarvi.» dichiarò poi, a spiegazione di tanta ilarità «L’espressione, che offrirono alla povera Carsa in conseguenza del suo tentativo di offrire loro un testo di apprendimento, sarebbe andata in perfetto accordo con i sentimenti da te tanto apertamente condivisi nel rivolgerti ai documenti che stiamo trasportando.»

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«Non comprendo, mia signora…» ammise il giovane, lievemente imbarazzato, non tanto in conseguenza del divertimento della donna quanto per la propria stessa difficoltà ad apprezzare tali parole. «Beh… anche loro due, i baldi rappresentati del genere maschile in quella missione per conto di lady Lavero, la stessa nel corso della quale conobbi per la prima volta Sha’Maech, non si sono mai mostrati particolarmente entusiasti nel rapporto con la parola scritta. Al contrario…» cercò di approfondire meglio, sorridendo serenamente verso il proprio scudiero «Oserei quasi affermare che entrambi, in quell’occasione, accolsero con minor timore la sfida derivante dal confronto con una schiera di famelici cerberi nel cuore di un vulcano della Terra di Nessuno, piuttosto che quella con gli impolverati scaffali della Biblioteca di Lysiath.» «Se gli dei avessero ritenuto necessario per noi saper leggere e scrivere, non avrebbero reso tale arte tanto arcana.» rispose con lieve stizza il ragazzo, storcendo le labbra verso il basso, in una reazione spontanea per quanto non indicativa di un suo stato d’ira nei confronti del proprio cavaliere. «Innanzitutto lascia stare gli dei dove sono… soprattutto dove neppure credi alla loro esistenza.» intervenne la mercenaria, con voce tranquilla e ancora leggermente divertita per quella nuova risposta, quel tentativo di evasione dalle accuse rivoltegli «In secondo luogo, seguendo questo ragionamento neppure la caccia, la pesca, l’agricoltura, qualsiasi mestiere artigiano o la stessa guerra avrebbero dovuto essere parti della natura umana, in quanto attività complesse, tutt’altro che elementari da apprendere o, anche solo, da insegnare…» «Non è mio desiderio contrariarti, mia signora… ma ho davvero difficoltà a ritenere la lettura o la scrittura esercizi tanto fondamentali per l’umana sopravvivenza.» «Infatti non dovrebbero essere considerati necessari per sopravvivere, quanto piuttosto per vivere.» replicò con dolcezza, voltandosi nella direzione del proprio interlocutore «Comunque, anche in un contesto di mera sopravvivenza non si dovrebbe ugualmente evitare di ritenerli utili, dove essi concedono alla nostra mente la possibilità di acquisire nuova forza… nuovo potere… esattamente nello stesso modo in cui un allenamento quotidiano aiuta le nostre membra a non perdere tonicità, elasticità, potenza. E come pocanzi accennavamo, anche per un guerriero la mente si pone fondamentale non meno del cuore, dell’anima o dello stesso corpo.» «Però, se vorrai concedermi perdono per il mio osare, dovendo scegliere fra ciò che hai descritto come un tesoro di valore incalcolabile per

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l’umanità, quale era il contenuto della Biblioteca, e la tua stessa vita, anche tu non hai avuto esitazioni di sorta.» volle sottolineare Seem. «Non posso negarlo.» riconobbe ella, curvando le labbra verso il basso nel dispiacere del ricordo del quale, comunque, non avrebbe potuto essere fiera. «Senza poi scordare come tu abbia marcato che persino costui, Sha’Maech, che allo studio ha dedicato la propria intera esistenza, non sia in grado di vivere delle proprie arti intellettuali, ritrovandosi ugualmente costretto a impiegarsi in attività di natura estremamente diversa.» insistette egli, offrendo finalmente spazio alla propria voce come ella spesso lo aveva incentivato a fare in passato. Quell’ultima osservazione, in verità, non sarebbe potuta essere completamente a lui attribuibile, in quanto espressione di un pensiero comune, di un’idea estremamente diffusa. Purtroppo, infatti, secondo l’opinione dei più, impiegare il proprio tempo a infierire su un foglio con una penna e dell’inchiostro o, peggio, penalizzare la propria vista nello sforzo di restare concentrata su variegati segni posti in un qualche ordine idealmente significativo da un'altra persona, non avrebbe mai aiutato alcuno a migliorare il proprio tenore di vita, a procacciarsi quanto necessario per nutrirsi e dissetarsi, curarsi e riposarsi, come altresì sarebbe stato l’apprendere un qualche mestiere di sorta, fosse quello del contadino, dell’allevatore, dell’artigiano, del mercante o, in alternativa, del guerriero. Un giudizio, condivisibile o no, il quale purtroppo, nel confronto con una realtà simile a quella in cui tutti loro erano abituati a vivere, difficilmente sarebbe potuto esser contraddetto, ragione per cui la mercenaria volle nuovamente riconoscere coerenza all’argomentazione propostale. «Anche in tal senso non posso offrire voce contraria.» ammise, pertanto «Quel che invece mi piacerebbe denotare è come tu sia passato, non so se con reale malizia o con altrettanta sincera ingenuità, da un estremo all’altro, cercando ora di difendere la tua posizione nel contrastare un’informazione altresì da me mai formulata in precedenza.» «Mia signora?» «In verità non credo di aver mai espresso alcuna affermazione nel merito della possibilità per un uomo o una donna di vivere unicamente dell’arte del leggere o dello scrivere… o più in generale dei meravigliosi doni derivanti dalla cultura, dall’arricchimento intellettuale offerto da un’infinità di testi.» definì, tornando a osservare l’orizzonte «Non potrei oggettivamente mai dichiarare qualcosa del genere, dove rischierei altrimenti d’esser io stessa identificata quale ipocrita, dal momento in cui

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all’arte della guerra offro il mio primo interesse, ancor più che all’umanesimo.» «Ciò nonostante, credo che tu debba ugualmente riconoscermi la possibilità di ritenere come scrivere, leggere e far di computo, per lo meno, non dovrebbero essere attività giudicate tanto superficialmente come, al contrario, solitamente si preferisce fare.» proseguì ella, ormai a voler concludere il discorso con un punto fermo, nel sancire un’opinione per lei irremovibile «Ovviamente, per quanto possa riguardarci, non potrei mai costringerti in tal senso, neppure quale tuo cavaliere… né, sinceramente, vorrei farlo. Posso, comunque, augurarmi che nel corso del tempo, l’esperienza, la maturità, ancor prima che la necessità, ti spingano a desiderare di colmare questa tua lacuna, questo tuo limite, fosse anche solo per non dover mai dipendere da altri…» Qual reazione a quelle parole, Seem propose il proprio silenzio, una laconicità che valse probabilmente più di molte frasi, di altre fragorose espressioni che avrebbero, in alternativa, potuto occupare quel medesimo arco di tempo. Trasparenti in simile quiete, del resto, si sarebbero potute rivelare soltanto due emozioni, fra loro tanto antitetiche al punto da non poter concedere spazio a gradi intermedi, a sfumature più complesse e meno evidenti: assoluta indifferenza o totale coinvolgimento. Da un lato, infatti, egli avrebbe potuto accogliere quell’auspico, comunque sincero nei suoi riguardi, con completo disinteresse, sebbene difficile sarebbe stato ritenere che un tale sentimento avrebbe potuto dominare il cuore del giovane nel confronto con la propria signora, con colei per la quale aveva osato porre in gioco la propria intera esistenza, stravolgendola con audacia, con coraggio, trasformandosi da semplice garzone a scudiero di una delle mercenarie più famose di quell’angolo di mondo, nella sola volontà di porsi al suo servizio, al suo seguito. Su un altro fronte, più realisticamente, egli avrebbe invece potuto offrire verso la propria interlocutrice e le sue opinioni un aperto desiderio di confronto tale da indurlo a una sincera e profonda riflessione, a una nuova analisi di quelli considerati fino a quel momento dei valori forti, inviolabili. E la tranquillità così scesa, imprevista e imprevedibile, fra la coppia di viaggiatori si protrasse, incredibilmente, per diverse ore, vedendo in ciò entrambi i protagonisti di tale episodio continuare silenti nel proprio percorso, nel proprio cammino, con la volontà di poter giungere prima di sera a destinazione, di poter concludere entro il tramonto quell’itinerario per il compimento del quale, certamente, non avevano alcuna fretta sebbene, comunque, non avrebbero avuto neppure ragioni per prolungarlo più del dovuto.

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bituata a viaggiare da sola, ad attraversare vaste province e interi regni, a cavallo o a piedi, venendo accompagnata unicamente dal canto prodotto dal vento, dal respiro caldo della terra, dalla presenza discreta del sole, di giorno, o delle stelle, la notte, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto mal sopportare, è non lo fece, quella quiete, quel silenzio, per lei invero più familiare, più confidente, di quanto non sarebbe potuto altresì essere il continuo chiacchiericcio con il proprio scudiero. Ovviamente, nelle ore antecedenti a quell’ultima evoluzione, così come nei giorni ancora precedenti, ella non aveva mai imposto di tacere al giovane compagno di ventura, tentando addirittura di spronarlo a parlare con lei, per offrirgli maggiore confidenza nei propri confronti, consapevole di come, altrimenti, agli occhi di quel ragazzo ella sarebbe rimasta sempre quale irraggiungibile, inarrivabile, molto più di quanto non avrebbe mai dovuto essere un cavaliere all’attenzione del proprio scudiero. Un’azione non dovuta nei suoi riguardi, una premura forse considerabile eccessiva verso un semplice subordinato, soprattutto da parte di chi mai aveva ricercato una figura di quel genere al proprio fianco, mai aveva desiderato godere di una simile compagnia nel corso delle proprie imprese, delle proprie missioni. Se le avessero domandato la ragione, la motivazione di tanta benevolenza nei riguardi di colui che sarebbe da lei dovuto essere accolto solo quale un ostacolo, un inutile impaccio, in effetti, ella non avrebbe probabilmente saputo quale risposta formulare, quale ipotesi avallare con le proprie stesse parole. Di certo, inizialmente, ella aveva riconosciuto al ragazzo la possibilità di concorrere al raggiungimento di un tale traguardo, del sogno a lei confidato, solo quale volontario compenso per l’assistenza e il riserbo da lui stesso prestatole in un momento di grave infermità, di profonda debolezza, dal quale ella avrebbe anche potuto non trovare sopravvivenza se solo non vi fossero state delle figure realmente amiche a vegliare sul suo riposo, sulla sua guarigione. Ormai, però, ogni possibile debito esistente fra loro avrebbe dovuto esser considerato quale saldato, quale assolto, non solo nell’occasione effettivamente riconosciuta al giovane, ma anche nell’averlo supportato in quella sua ascesa personale, guidandolo fra l’altro all’incontro con colui che sarebbe poi stato per lo stesso un maestro, un mentore, i cui insegnamenti, la cui formazione, sarebbe stata necessaria per trasformare un semplice garzone in un intrepido scudiero.

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Ciò nonostante, benché non più vincolata dal proprio onore nei riguardi del ragazzo, ella lo aveva ancora voluto accanto a sé, lo aveva personalmente invitato a seguirla anche solo in un viaggio tanto banale, privo di particolari obiettivi. Forse, anche la mercenaria, così come entrambi coloro che avevano accolto Seem nella propria casa, nella propria vita, offrendogli la possibilità di trovare il proprio destino, la propria sorte, era stata inconsciamente spronata da un qualche istinto materno nei suoi riguardi, da un affetto neppure per lei coscientemente noto, evidente, trasparente, e pur tale da riconoscergli un ruolo da figlioccio, da pupillo, un possibile erede del proprio ruolo, se non addirittura del proprio nome, per quel futuro, che sperava comunque lontano, in cui anch’ella avrebbe incontrato un avversario a sé superiore, che sarebbe riuscito ad avere la meglio su di lei condannandola all’eternità rappresentata dalla polvere della pira funebre. Un’ipotesi, in verità, a cui solo il tempo avrebbe potuto offrire ragione o torto, avrebbe saputo donare maggiore chiarezza, trasparenza, innanzitutto alla stessa attenzione della donna guerriero, da sempre dimostratasi tutt’altro che esperta o confidente nella gestione dei propri affetti, dei propri sentimenti nei confronti delle persone a sé vicine. «Domando scusa per l’interruzione che la mia voce imporrà sopra al filo dei tuoi pensieri, ragazzo mio.» scandì Midda, ritrovando inaspettatamente parola «… ma credo possa interessarti apprendere che siamo arrivati.» «Oh…» commentò, banalmente, Seem, scuotendosi dalla propria concentrazione nell’essere così richiamato, e focalizzando poi l’immagine posta innanzi ai propri occhi, prima da lui assolutamente ignorata. All’orizzonte di ponente, infatti, poco più in basso della posizione ormai occupata dal lucente sole, si stava finalmente offrendo loro il profilo di un piccolo villaggio, nulla più di un insediamento agricolo, come molti altri che già avevano avuto modo di attraversare fino a quel momento, ma caratterizzato dall’unicità di essere esattamente la meta da loro ricercata, la destinazione finale di quel loro viaggio, ben lontano dal potersi qualificare quale semplice peregrinazione giustappunto nell’esistenza di un obiettivo da raggiungere. «Avanti… andiamo che non manca molto!» incitò ella, sorridendo apertamente «E, sempre nel predisporti a ciò che potrebbe attenderci, non voglio negare un deciso desiderio nei confronti della bevanda allo zenzero la cui ricetta il buon vecchio Sha’Maech ha appreso dalla lontana Hyn…

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un ottimo composto per pulirsi la gola dalla polvere, soprattutto dopo una lunga cavalcata.» Spronando i propri equini a completare quell’ultimo tratto, per condurli fino alla bottega del sapiente, la donna e il ragazzo si avvicinarono al villaggio con maggiore entusiasmo nel proprio movimento, nella cavalcata da loro controllata. In quel mentre, essi poterono così notare un numero sempre crescente di particolari peculiari di quel luogo, degli edifici lì eretti, delle recinzioni lì distribuite: fra simili dettagli, ovviamente, immancabili si proposero le sagome degli abitanti stessi, identificabili in piccoli gruppetti a loro volta in movimento verso casa, diretti, data l’ora, dai campi alle proprie tavole, nel rispetto dei ritmi della loro serena quotidianità, del termine di un’altra giornata di duro lavoro, di confronto aperto con la terra e le sue regole rigide e inviolabili. Ma non tutte le figure che i loro occhi poterono distinguere, in quel rapido avvicinamento, furono in grado di dimostrarsi quali umili contadini, allevatori o artigiani, tipici ruoli lì attendibili, dove due profili maschili, stagliati sotto i raggi del sole calante, non poterono celare una natura decisamente diversa, trasparente di una professione assolutamente estranea a quelle così elencate. «Mia signora…» richiamò il giovane, innanzi a quell’inattesa visuale, nella retorica volontà di avvertirla di un potenziale pericolo, sebbene fosse ovviamente conscio di come ella non avrebbe potuto evitare di cogliere a propria volta simili presenze. «Ho visto.» non mancò di confermare la donna, aggrottando la fronte e cercando di aguzzare lo sguardo per riuscire a delineare meglio la natura di quelle due presenze estranee, inattese, impreviste «Tieni pronta la mia spada, Seem. Mi spiacerebbe doverla utilizzare, ma se così sarà richiesto, non mancherò di farlo…» Istintivamente la mano del giovane si spostò sul fodero all’interno del quale era trasportata, contenuta, protetta la lama della mercenaria, quella sua straordinaria arma forgiata nella lega azzurra tipica della lavorazione dei fabbri figli del mare, uno splendido artefatto a lei donato da coloro i quali le avevano riconosciuto anche il tributo derivante dal nome di Figlia di Marr’Mahew. Nell’assolvimento del proprio ruolo, del proprio compito al fianco del suo cavaliere, simile prezioso oggetto era stato ormai a lui affidato, con l’incarico di mantenerne la lama sempre pulita, lucente, affilata, pronta alla pugna in qualsiasi momento, ed egli non aveva mancato di operare in tal senso in quegli ultimi giorni, nel corso di quel viaggio, prendendosi cura di quello strumento di morte come del più

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importante fra tutti i tesori, non volendo assolutamente rischiare di scontentare la propria signora, di contrariarne i desideri, di disonorare la fiducia concessagli. Ma quando, ormai, nell’approssimarsi alla meta, le dita dello scudiero si stavano già iniziando a impegnare al fine di scogliere i legacci che saldavano quel fodero alla propria sella, per essere pronto a porgerlo alla donna guerriero come già era accaduto in ogni precedente occasione di scontro, fu ella stessa a negare simile necessità, levando la mano ad arrestarlo e lasciando aprire, sul proprio volto, un ampio sorriso al contempo divertito e compiaciuto. «Per Thyres!» esclamò, sciogliendo la tensione inevitabilmente accumulata nel confronto con l’ipotesi di un nuovo combattimento «Se questa non fosse l’espressione di una volontà divina, non saprei come poterla altrimenti descrivere…» Non avendo ancora avuto modo di comprendere di cosa ella stesse parlando ma, ciò nonostante, fidandosi ciecamente della propria compagna, di colei che aveva giurato di servire, Seem arrestò la propria azione sui lacci, altresì rinsaldandoli nell’attesa di riuscire a delineare a sua volta che cosa stesse accadendo. Un’aspettativa che non lo deluse, che non lo tradì, là dove poco dopo, a sua volta, egli ebbe modo di riconoscere le identità della coppia di uomini ora in loro attesa, avendoli individuati e, trasparentemente, identificati, come due mani levate in segno di saluto non avrebbero permesso di equivocare. Sebbene allo scudiero non fossero mai stati introdotti ufficialmente, apertamente, i componenti che, insieme alla sua signora, avevano formato il gruppo scelto di lady Lavero, coloro i quali erano riusciti a recuperare la corona della regina Anmel dove, fino a prima di tale impresa, viva controversia aveva caratterizzato la sola idea dell’esistenza di quell’arcaica figura, dominatrice per secoli sull’intera area conosciuta quale continente di Qahr, il giovane aveva ugualmente avuto modo di incontrare in almeno un’occasione tanto Carsa, quanto Howe e Be’Wahr, quand’essi avevano accompagnato Midda in una fugace tappa presso la città del peccato, nel corso di quella stessa famosa missione. E forte di simile esperienza, della conoscenza sul loro aspetto, sui loro volti, egli non ebbe in quel nuovo momento difficoltà a riconoscere proprio i due fratelli mercenari quali coloro che ora stavano levando le proprie mani in loro accoglienza… o, più propriamente, in accoglienza della Figlia di Marr’Mahew.

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«Midda Bontor!» gridò Be’Wahr, avanzando a sua volta verso di loro con passo sostenuto, nella dimostrazione di evidente entusiasmo al pensiero di poter accogliere la donna in avvicinamento. «Biondo!» sorrise ella, in risposta al vecchio compagno, il quale forse non si era mai dimostrato eccellere in modo particolare sotto un punto di vista intellettuale, ma che, sicuramente, era stato altresì sempre sincero e trasparente nei propri sentimenti, negando ogni malizia, ogni secondo fine, al punto da guadagnarsi il suo sincero rispetto. Smontando da cavallo ancor prima che questo arrestasse il proprio cammino, ella cercò immediatamente contatto con l’uomo, tendendo nella sua direzione entrambe le proprie braccia, in un segno di sincera fiducia nei suoi riguardi, un saluto che si sarebbe potuto giudicare raro e prezioso già nell’esser offerto da parte di chiunque, ma che, nel particolare caso rappresentato dalla donna guerriero, sarebbe dovuto esser inteso dotato di un significato ancor più speciale, prezioso, importante. Non a caso, per il mercenario, simile possibilità era stata raggiunta solo a seguito di un’avventura intensa come la loro, tale da creare fra quattro persone prima completamente estranee un’intesa, una complicità raramente individuabile altrove. «E’ incredibile come tu riesca a dimostrarti più bella a ogni nuovo incontro, dove il resto di noi comuni mortali si limita a invecchiare e imbruttire…» commentò egli, accogliendo naturalmente il suo saluto e ricambiandolo, nel porre le proprie mani su quelle a lui concesse, con delicatezza. «Howe… tuo fratello ha forse seguito un corso di galanteria?» domandò la mercenaria, cercando con lo sguardo lo shar’tiagho poco distante, anch’egli ormai in avvicinamento verso di loro, canzonando nel mentre, con dolcezza, Be’Wahr per quello squisito complimento. «Figurati. Anche ammesso che esistesse una simile scuola e che egli l’avesse frequentata, del resto, non avrebbe potuto ugualmente apprendere nulla, zuccone qual si ritrova a essere…» replicò l’uomo, così interrogato «E, per la cronaca, ti consiglio di non farti ingannare da tutti i suoi modi apparentemente raffinati: sta solo cercando di imitarmi senza molto successo. Fai conto che tali parole siano state pronunciate da parte mia… te ne prego.» «Ma… non è vero, razza di farabutto!» protestò il biondo, sciogliendo il saluto con Midda solo per voltarsi, incollerito, verso l’altro «Se solo tu non fossi tu, a quest’ora avresti già una bella fila di denti rotti, Howe!» «Incredibile che tu sia riuscito a scandire una frase di questa portata senza incespicare…» insistette il compagno, nel mentre in cui, raggiunta a

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sua volta la mercenaria, non mancò di tendere anch'egli verso di lei le proprie braccia in segno di saluto. Howe e Be’Wahr, uniti dal fato ancor prima che dal sangue, erano cresciuti fin dalla più tenera età uno accanto all’altro, qual fossero realmente fratelli per quanto figli di genitori diversi. A evidente riprova dell’amicizia che aveva da sempre caratterizzato le loro stesse famiglie, i due mercenari si erano ritrovati a crescere ognuno con il nome che sarebbe dovuto spettare all’altro, creando da subito quello stesso bizzarro binomio che, negli anni a seguire, non sarebbe più stato sciolto. Per tal ragione, quindi, Be’Wahr, sebbene chiaramente di sangue non shar’tiagho, nel candore della propria pelle e nel biondo oro dei propri capelli, proponeva un nome inequivocabilmente riferito a quelle terre prossime ai regni centrali; nel mentre in cui, al contrario, Howe sì discendente di antenati di Shar’Tiagh, come nulla nel suo aspetto avrebbe evitato di sottolineare, con un’epidermide bronzea e scuri capelli legati in strette treccine, si presentava con il nome che sarebbe dovuto essere proprio del fratello. Il loro legame, comunque, trascendeva enormemente quello che sarebbe potuto semplicemente essere proposto dal loro scambio di nome o da un’infanzia comune. E così, nonostante essi potessero proporsi in conflitto costante l’uno con l’altro, con battutine ironiche di varia natura come stava avvenendo anche in quello stesso momento, il sincero affetto che li legava l’uno all’altro non sarebbe mai potuto essere posto in discussione. Tanto uno quanto l’altro avrebbero volentieri sacrificato le proprie vite, senza la minima esitazione, al solo scopo di preservare quella dell’amico, del fratello e di simile realtà entrambi erano consapevoli e, probabilmente, orgogliosi. «E’ un piacere ritrovarti, Midda.» commentò Howe, nel voler concludere il battibecco da lui stesso aperto con Be’Wahr «Anche se, in verità, dobbiamo ammettere come il tuo arrivo non ci avrebbe potuti cogliere di sorpresa, visto quanto organizzato da quel vecchio matto di Sha’Maech…» «So che non è bello da sottolineare, e che dovrei dimostrarmi molto più matura di quanto non stia per fare, ma… cosa ti avevo detto?» domandò la donna, rivolgendosi con un ampio sorriso nella direzione del proprio scudiero, a voler ribadire l’evidenza implicita in quella stessa affermazione. «Chissà perché, ma ho una bizzarra sensazione di déjà vu…» commentò il biondo, sorridendo sornione nell’ascoltare quell’ultima

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particolare questione retorica, nel ricordo di quando era stato egli stesso a proporla verso mercenaria, in un frangente del tutto similare a quello. «Vorreste lasciarmi credere che egli già sapeva del nostro arrivo?!» chiese il giovane accompagnatore della mercenaria, con trasparente stupore, ritrovandosi in difficoltà nell’accettare un’eventualità di quel genere, per quanto essa fosse ugualmente appena occorsa «E’ forse un oracolo, colui che con tanta confidenza si pone in grado di perscrutare nelle trame del tempo, anticipando eventi futuri?!» «In verità, non ci è dato di sapere se Sha’Maech stesse attendendo l’arrivo di entrambi: di certo, però, doveva aver previsto che Midda Bontor avrebbe ricondotto i propri passi verso queste terre, verso questo villaggio, così come in effetti è stato.» definì lo shar’tiagho, nel concedergli risposta, salvo poi proseguire ora a sua volta interrogativo «Ma… giusto per completezza, tu chi dovresti essere?» Scusandosi, a quel punto, per non aver ancora proposto le necessarie presentazioni, la Figlia di Marr’Mahew provvide immediatamente a tale mancanza, introducendo senza ulteriore indugio la persona e il ruolo di Seem ai propri vecchi compagni di ventura. Per quanto poco Howe e Be’Wahr avrebbero potuto far vanto di conoscere a fondo la vita della mercenaria, essendo dopotutto entrati a far parte della medesima solo in tempi sufficientemente recenti, entrambi non poterono ugualmente evitare di dimostrarsi e dichiararsi decisamente stupiti dalla notizia che ella avesse accettato al proprio fianco uno scudiero. Infatti, per quanto anche ai loro occhi ella non si sarebbe potuta definire estranea alla vita sociale, al lavoro in gruppo, la donna si era sempre altrimenti proposta quale animata da un carattere solitario, ben lontana dal poter prevedere una presenza costante accanto a sé quale, invece, sarebbe inevitabilmente stata quella di un simile accompagnatore. «Se sei contenta tu… beh… non sarò di certo io a contrariarti, criticando le tue scelte in tal senso.» commentò lo shar’tiagho, al termine delle brevi ma esaustive spiegazioni nel merito di come e quando fosse iniziato il rapporto fra lo scudiero e il suo cavaliere. «Sempre il solito!» rimproverò il biondo verso il fratello, al contrario tendendo solo il proprio braccio destro nella direzione del ragazzo, ora smontato da cavallo, ad accoglierlo fra loro, se pur senza, ovviamente, quella stessa completa fiducia che sarebbe stata dimostrata offrendogli entrambe le proprie mani «I miei complimenti per la tua conquista… Seem! Solo per esser riuscito a divenire scudiero di Midda Bontor, probabilmente, passerai alla storia molto più di quanto non saremo mai capaci di fare mio fratello o io!»

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«G…grazie.» tentennò il ragazzo nell’accettare quel saluto e nel ricambiarlo, dimostrandosi però naturalmente imbarazzato per le ultime parole donategli, giudicate quali troppo generose. «Piuttosto, ditemi…» intervenne la Figlia di Marr’Mahew, nel cogliere immediatamente le emozioni del giovane e, in questo, nel voler cambiare discorso, al fine di non far pesare simile momento su di lui più del dovuto «… ho compreso male, oppure poco fa avete indirettamente accennato al fatto che Sha’Maech non sia attualmente presente?» «Non erri.» confermò Be’Wahr, annuendo vivamente e sciogliendo la stretta scambiata con Seem «Siamo arrivati qui ormai da una settimana, ma di lui non abbiamo avuto modo di cogliere la minima traccia…» «I paesani hanno saputo semplicemente confermare il fatto che egli è partito tempo fa, intorno all’inizio del nuovo anno. Ma da allora non ne hanno più avuto notizie.» proseguì Howe, invitando la mercenaria e il suo accompagnatore, da lui accolto senza particolare enfasi e alcun saluto a differenza del fratello, a seguirlo nella direzione della bottega non lontana «Credo… crediamo… però, che egli abbia lasciato un messaggio proprio per te, nell’anticipare la tua venuta.» «Una preveggenza estremamente razionale, dove il patto che vincola noi tre, e Carsa, non ci offre molte alternative dal fare ritorno a questa meta con una cadenza forzata, periodica o saltuaria che essa sia. » denotò la donna, nel chiarire l’arcano celato dietro a quell’apparente mistico potere, nel mentre in cui, afferrando le briglie del proprio cavallo, si pose al seguito dell’uomo «Ma… avete forse messo a frutto il volume regalatovi dalla nostra affascinante compagna, per essere riusciti a cogliere simile informazione?» «Intendi riferirti a quello per imparare a leggere e scrivere?!» domandò il biondo, sorridendo «Oh… no. Lo porto sempre dietro con me e, non lo nego, spesso si presta come ottimo guanciale sul quale trovare riposo la sera… ma negli ultimi mesi abbiamo avuto altre priorità a cui offrire la nostra attenzione.» «E, poi, rovinerebbe la nostra reputazione…» commentò ironico lo shar’tiagho «Siamo due uomini d’azione, non due noiosi intellettuali.» Un’occhiata rivolta nella direzione dello scudiero da parte della donna guerriero si propose, in conseguenza di quelle ultime parole, quale tacita latrice di un secondo: «Cosa ti avevo detto?» Ben lontani dal voler smentire le descrizioni da lei formulate a loro riguardo, infatti, i due fratelli avevano concesso conferma a quanto da lei anticipato in riferimento alla comune veduta nel merito della cultura da parte loro e del giovane, screditando, se pur scherzosamente, i valori che ella, ingenuamente, aveva appena ipotizzato potessero essere diventati

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cari anche a loro. E Seem, pur comprendendo il silenzioso messaggio da parte della sua signora, non poté fare altro che stringersi nelle spalle, continuando a condurre a sua volta il proprio cavallo in quell’ultimo breve tratto di strada e mantenendo assoluto silenzio a tal riguardo: del resto, fermo anch'egli sulle proprie precedenti posizioni, non avrebbe potuto che confermare quanto proposto dalla coppia, sebbene ciò avrebbe ovviamente contrariato la propria signora. «Comprendo…» annuì ella, senza celare evidente sarcasmo nel proprio tono e nella propria espressione «Sarebbe drammatico se si diffondesse la notizia che due bestie da soma come voi abbiano addirittura imparato a leggere o scrivere… e tutte le vostre donne, certamente, resterebbero scandalizzate nell’apprendere dell’esistenza di un cervello all’interno della vostra scatola cranica.» «Eh sì!» confermò Be’Wahr, non cogliendo immediatamente il reale senso di quella critica «Puoi ben dirlo…» «Dei… perché mi avete donato un fratello tanto idiota?!» si chiese Howe, al contrario, levando lo sguardo al cielo nell’approfittare di quell’occasione per punzecchiare il compagno, consapevole di essere stato altrimenti posto a sua volta in scacco dalle parole della donna. Trattenendo una composta risata, in conseguenza del divertimento naturalmente propostole da quella coppia e dai loro confronti, Midda decise di proseguire, prima di perdersi in troppe chiacchiere: «Non comprendo, comunque, come siete stati in grado di accogliere un messaggio da parte di Sha’Maech, dove non lo avete certamente letto.» incalzò, curiosa. «Oh… beh… come avrai modo di capire meglio una volta entrata, Sha’Maech doveva aver previsto anche il nostro arrivo, prima del tuo. E ha fatto in modo di lasciare qualcosa che saremmo stati in grado di apprezzare anche noi.» rispose lo shar’tiagho, cercando di celare l’imbarazzo derivante da una simile affermazione dietro un largo sorriso. E, in effetti, non appena i cavalli furono legati al di fuori della bottega, concedendo così alla mercenaria la possibilità di avanzare oltre l’ingresso della medesima, un appello decisamente trasparente si mostrò innanzi ai suoi occhi, tale per cui chiunque, senza eccessivo sforzo, sarebbe stato in grado di comprenderne l’apparente significato, quello espresso in termini inequivocabilmente intellegibili dal linguaggio universale della pittura su un ampio lenzuolo appeso esattamente nel centro dell’area principale di quel locale.

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Già molto prima di quel momento, Sha’Maech si era dimostrato un individuo estremamente eclettico. Egli, infatti, era sempre stato capace di non relegare la propria mente, la propria brama di sapere unicamente a un determinato argomento o a una ristretta area di competenza, quanto piuttosto di spingersi ben oltre, ad affrontare ogni possibile campo dell’umano sapere per il semplice e incredibile gusto derivante dall’ampliare la propria confidenza con la realtà a sé circostante. Attraverso le proprie scienze, egli si era posto quotidianamente in grado di offrire spiegazioni a quegli eventi di fronte ai quali la maggior parte dell’umanità avrebbe semplicemente invocato la divina misericordia, attribuendoli a forze lontane da ogni possibilità di comprensione, sviluppando in conseguenza di ciò una visione estremamente scettica nei confronti della fede e di ogni suo dogma, di ogni sua facile credenza. Ciò nonostante, per quanto quell’uomo si fosse da sempre contraddistinto per simile carattere, non elementare, non ovvia sarebbe stata una sua ispirazione artistica, una sua vena umanistica, tale da spingerlo a dar vita al piccolo capolavoro che si propose innanzi ai loro sguardi in quel momento, nella sorpresa e nell’ammirazione di Midda Bontor, ritrovatasi suo malgrado quale protagonista principale di quell’opera. Una seconda donna guerriero si palesò qual raffigurata su quel lenzuolo, dipinta con maestria, con incredibile attenzione per il dettaglio, in colori genuini e pur vivaci, proponendosi simile a un riflesso della propria ispiratrice piuttosto di una semplice rappresentazione, per quanto chiaramente ritratta con il solo supporto offerto dai ricordi dell'artista. Il suo viso, caratterizzato dall’immancabile cicatrice sull’occhio sinistro, da labbra dolcemente carnose, da una ribelle fossetta sul mento e da una spensierata spruzzata di efelidi sopra al naso, faceva sfoggio fedele di quelle incredibili, gelide e pur affascinanti, pietre preziose che ella era abituata a considerare quali propri occhi, ritratti con intensità di tratto, di colore, da renderli conturbanti, ammalianti, inebrianti quasi fossero sguardo di chimera, dotati, in fondo, di un’intrinseca natura di pericolo del tutto similare a quella di tali creature. Attorno a quel volto i capelli corvini, disordinati, non lunghi e pur non corti, risultavano trasparenti della furia selvaggia che in lei sarebbe potuta esser ritrovata da chiunque avesse osato dichiararsi suo avversario, suo nemico, in conseguenza della quale anche le fiere peggiori sarebbero apparse pacifici gatti campestri al suo confronto. Il corpo, atletico, agile, e ciò nonostante femminile, estremamente femminile dove tale natura non sarebbe potuta esser celata nelle proporzioni generose dei suoi seni e dei suoi fianchi, si concedeva ricoperto da una casacca verde, dotata di un cappuccio dietro al capo ma priva di maniche, al fine di non ostacolare i movimenti delle due braccia, e da pantaloni di color similare, sebbene in sfumature diverse, strettamente

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fasciati attorno alle sue forti e pur sinuose gambe. Il suo braccio destro, riprendendo fedelmente la realtà, si presentava non in carne ma in metallo scuro, nero, animato da riflessi rossastri, nel mentre in cui il suo corrispondente mancino, ugualmente preciso nella rappresentazione della mercenaria, era ornato da un incredibile intreccio di tatuaggi tribali, marcati nella sua carne in sfumature azzurre e blu. Nella sua mano sinistra, dove forse ci si sarebbe potuti attendere di trovare la sua spada, quell’arma ormai associata in maniera forte al suo nome più di tutte le lame che precedentemente l’avevano accompagnata, si proponeva, al contrario, un rotolo di pergamena, aperto e trasparente di un lungo messaggio scritto in minuscoli e pur leggibili caratteri sulla stoffa del lenzuolo. Ma non solo la Figlia di Marr’Mahew era stata lì ritratta, dove, altrimenti, il messaggio che Sha’Maech aveva voluto lasciare si sarebbe potuto dimostrare ambiguo, non sufficientemente esplicito nel proprio dettaglio. Accanto a lei, ai suoi piedi, in effetti, si ponevano rappresentati anche Howe e Be’Wahr, seduti, acciambellati nel rivolgere verso di lei tutta la propria attenzione, tutto il proprio interesse, nell’ascolto di una sua qualche spiegazione, sicuramente nel merito del contenuto di quella pergamena. Un invito, pertanto, impossibile da fraintendere o, anche solo, da ignorare, nella propria chiarezza e nella propria forza espressiva. «Thyres!» esclamò la donna guerriero, sbarrando gli occhi nel dimostrare sincero stupore, sbalordimento per quanto a loro presentato, dove impossibile sarebbe stato anche per lei prevedere tale azione da parte del vecchio studioso. «Non esattamente in questi termini, ma hai comunque avuto la stessa reazione che abbiamo avuto anche noi entrando nella bottega…» confermò Howe, annuendo verso la compagna. «Impressionante, non è vero?» incalzò Be’Wahr, rivolgendosi in particolare nella direzione di Seem, non volendolo escludere dal contesto, dove tale scopo sembrava altresì prefiggersi suo fratello. «E’… stupendo.» commentò lo scudiero, a sua volta sorpreso e affascinato da quell’opera, per quanto realistica essa era in grado di porsi innanzi a loro, quasi stessero volgendo i propri sguardi attraverso uno strano specchio ancor prima che nel confronto con un dipinto. «Addirittura inquietante, oserei dire.» aggiunse la mercenaria, moderando ora il proprio entusiasmo e piegando le labbra verso il basso «Ultimamente non ho avuto gradevoli esperienze con un determinato quadro… e se non sapessi che è opera di Sha’Maech mi preoccuperei, e non poco.»

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Fortunatamente per Midda, però, la firma dell’autore era assolutamente nitida in un angolo dell’ampio lenzuolo, non potendo concederle di escludere a priori la possibilità di una trappola, e pur, ciò nonostante, riservandole la possibilità di prendere in esame anche alternative meno pericolose alla stessa. «Riesci a leggere cosa ha lasciato scritto?» tentò di informarsi lo shar’tiagho, evidentemente curioso, nell’indicare il foglio di pergamena dipinto su quell’improvvisata tela. «Mmm…» si propose con attenzione ella, avvicinandosi meglio per poter osservare quei minuscoli caratteri, tendendo istintivamente la mancina verso quel dettaglio, quasi il contatto fisico avrebbe potuto aiutarla in tal senso «Non sono simboli a me noti.» dichiarò dopo un istante, scuotendo il capo. «E’ scritto in una lingua che non conosci?» domandò il biondo, accostandosi a lei per concederle l’improbabile supporto psicologico derivante dalla sua presenza. «E’ possibile.» confermò la mercenaria, storcendo le labbra «In fondo so leggere e scrivere… ma solo nel contesto di questo piccolo angolo di mondo e delle sue lingue fra loro estremamente simili, praticamente comparabili.» ammise «Impossibile confrontarmi con uno come Sha’Maech in simile contesto.» «Però è assurdo, mia signora.» contestò lo scudiero, decidendo di prendere parola per la prima volta, per quanto non direttamente interrogato «Dove questo vuol essere un messaggio a te rivolto, come appare tanto evidente, quale senso potrebbe avere renderlo incomprensibile anche da parte tua?» «Può essere stato per prudenza.» ipotizzò ella, alzando le spalle nel non saper, effettivamente, formulare una risposta migliore per l’obiezione addottale. «In effetti è anche logico che Sha’Maech possa aver scelto una codifica inusuale, laddove ha lasciato un messaggio forse importante così in evid…» commentò Be’Wahr, continuando a osservare con serietà quei segni, quasi essi potessero avere una qualche importanza per lui, per quanto dove anche fossero stati scritti nella lingua da lui quotidianamente parlata non avrebbero potuto essere comunque minimamente interpretati. «Cosa hai detto?!» esclamò la donna, interrompendolo e voltandosi di scatto verso di lui, dove la sua attenzione doveva evidentemente essere stata attratta dall’ultima frase, per quanto neppure completata. «Chi?» chiese l’uomo, confuso dall’irruenza dell’altra. «Tu… cosa hai appena detto?!» si impose nuovamente, dimostrandosi sinceramente e seriamente interessata a riascoltare quelle parole.

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«Io… non lo so… stavo dicendo che… è logico che Sha’Maech possa aver scelto una codifi…» «Credo di avertelo già detto, almeno una volta… ma sei un genio, Be’Wahr. Al di là di quanto possa dire tuo fratello, sei un maledetto genio!» sorrise ella, voltandosi ora a osservare il gruppo, nella consapevolezza concessale involontariamente dal biondo «Non è una lingua diversa, quanto piuttosto un codice diverso! Quel vecchio pazzo ha scelto di criptare il significante del proprio messaggio per non concedere a nessun altro, al di fuori di noi, di comprendere il suo reale significato.»

a sfida rappresentata da quel messaggio, dall’enigma racchiuso in quel dipinto, non sarebbe dovuta essere giudicata inedita innanzi all’attenzione della mercenaria, avendo altresì ella avuto a che fare anche in passato con altri codici cifrati, altri sistemi di criptografia, anche antichi di secoli o millenni, sperduti nei più remoti angoli di quelle terre, generalmente a custodia, a protezione di qualche tesoro perduto. Purtroppo, però, proprio in quanto forte di tale esperienza, e consapevole dell’intelletto dell’uomo che quello stesso messaggio aveva creato, la donna guerriero si sarebbe potuta ritenere certa che in assenza di una chiave di interpretazione, di lettura, il significato di tale testo sarebbe rimasto per sempre oscuro, illeggibile, non diversamente dalla cinghia di una scitala priva dell’esatta asta attorno alla quale poterla avvolgere. Nel riflettere su come Sha’Maech, nell’evidente volontà di proteggere quel testo, dovesse inevitabilmente averlo anche predisposto affinché ella, ipotetica destinataria del medesimo, si sarebbe potuta porre in grado di tradurlo, decifrarlo, si poneva trasparente che proprio in lei sarebbe dovuta essere ricercata la chiave alla base della risoluzione di quel codice, probabilmente celata in una qualche memoria a cui solo ella sarebbe potuta intuitivamente giungere. Un campo di ricerca, quello così impostole, fin troppo ampio, variegato, dove la Figlia di Marr’Mahew si stava proponendo, dopotutto, priva di qualsivoglia indizio, della pur minima direttiva utile a non vanificare i suoi sforzi nel confronto con un’intera vita. Così, dove anche la deduzione che ella aveva inizialmente raggiunto in conseguenza dell’affermazione del suo biondo compagno, era stata in grado di offrire entusiasmo e fiducia per la propria immediatezza, per la semplicità con cui si era loro donata, la successiva attesa di oltre dodici ore permise a tanto gaudio sentimento di sfumare, sin'anche a esser

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dimenticato dall’improvvisato gruppetto, qual fugace sogno, pur appassionante, al momento del risveglio. Ormai non solo ritrovata, ma addirittura superata, l’alba del nuovo giorno, osservandosi attorno e notando come i tre propri compagni avessero già ceduto alla stanchezza, alla noia, al sonno, lasciandosi abbracciare dalle proprie divinità del sonno, Emdara, Am’Dahr o con qualsiasi altro nome a loro avrebbero potuto riferirsi, anche Midda non poté evitare di cedere di fronte a un deciso senso di sfiducia, comprendendo come la sfida puramente intellettuale rappresentata da quel messaggio non sarebbe potuta essere risolta con troppa leggerezza. Cercando una tregua dall’impegno psicologico in cui si era posta, nell’osservare con dedizione assoluta, concentrazione completa quel dipinto, ella decise di lasciare la bottega, sperando forse di poter ritrovare, nel mentre di una tranquilla passeggiata, la soluzione a quel problema. «Ci deve essere… e, probabilmente, è anche più semplice di quanto non stia ipotizzando…» commentò fra sé e sé, storcendo le labbra «Nello spingersi a cercare quanto di più celato possibile, troppo si incede nell’errore di non osservare quanto altrimenti evidente. Ma cosa, in quel dipinto, dovrebbe essere tanto chiaro al punto da non venir neppure preso in considerazione?» Ovviamente alcuno poté offrire risposta a simile domanda, dove del resto, probabilmente, ella neppure sarebbe stata pronta ad accoglierla, non a conclusione di in un monologo espressione di un semplice sfogo ancora prima che nella volontà di ottenere effettive, e pur improbabili, spiegazioni. Ritrovando altrimenti nella quiete, nella pace, sola replica, al termine di un lungo momento di silenzio, scuotendo il capo ella non mancò di rimproverarsi, dove inevitabilmente stava ancora focalizzando la propria attenzione su quell’opera, rendendo, in ciò, assolutamente inutile quella pausa, da lei stessa voluta, ricercata, al solo scopo di offrire distrazione ai propri pensieri, di ripulire la propria mente e, in questo, di guadagnare sufficiente lucidità da poter tornare ad affrontare serenamente quell’argomento. Impegnando, pertanto, il proprio sguardo nell’osservazione dei gruppi di contadini già diligentemente al lavoro nei campi più prossimi alla città, e in questo facilmente donati alla sua possibile attenzione, ella cercò svago nel provare a immaginare come sarebbe potuta essere la propria stessa esistenza nel momento in cui, alla via della spada, avesse scelto un altro destino, un altro cammino di vita, quale quello quotidianamente affrontato dagli uomini e dalle donne impegnati in un sincero confronto con la terra, materia apparentemente inerte dalla quale,

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però, con il loro sforzo costante, con il loro impegno giornaliero, erano in grado di estrarre qualsiasi possibile frutto, alimento che poi non avrebbe mancato di giungere a concedere sopravvivenza a chiunque, anche dove incredibilmente lontano da quella realtà, da quel mondo di pace e serenità. Ovviamente, al di là del semplice ludo psicologico, ella si rese subito conto di come improbabilmente avrebbe mai potuto porre la propria vita legata alla terra, là dove in netto contrasto non tanto con la propria natura guerriera, quanto ancor più con il proprio retaggio di figlia del mare: sebbene, infatti, per innumerevoli questioni ella aveva preferito, in quegli ultimi anni, lasciare il dominio delle infinite acque, prive di limiti o di confini, per legare il proprio operato principalmente alla terraferma, al continente, nel ruolo di mercenaria, nel profondo del proprio cuore, qual cardine del proprio stesso animo, Midda non avrebbe mai rinunciato a sentirsi un marinaio. Impagabili, prive di ogni possibilità di paragone, di competizione, sarebbero sempre state, dal suo punto di vista, a fronte del suo giudizio, le emozioni derivanti dal semplice permanere, sostare, sul ponte di una nave, osservando l’eternità dispiegarsi innanzi al proprio sguardo nella forza, nell’energia, nel potere proprio del mare e di alcun altro elemento. Non a caso, in fondo, quello stesso spazio infinito, per lei tanto caro, si poneva quale limite traboccante il più puro terrore per la maggior parte dell’umanità, per tutti coloro che non erano, suo pari, stati benedetti dagli dei nella fortuna di nascere accanto al mare, nel mare: considerato a ragion veduta quale incontrollabile, esso si ritrovava, per questa propria naturale caratteristica, a esser giudicato anche quale infido, maligno, crudele, tirannico, divinità oscura invocante la morte di tutti coloro che nel suo reame avessero mai osato spingersi, condanna che non avrebbe mancato di eseguire in incalcolabili modalità alternative, l’una più violenta e sanguinaria dell’altra. Ma un figlio del mare quale ella era, come dimostravano con orgoglio i suoi tatuagg… «Thyres!» esclamò, interrompendo all’improvviso quel flusso di pensieri in libertà, arrestando quella propria meditazione nel focalizzare, inaspettatamente, davanti allo sguardo ora posato sul proprio braccio sinistro, un particolare prima non considerato, da lei non colto per quanto assolutamente evidente, trasparente «Non può essere…» Tornando rapidamente sui propri passi, verso la bottega, nel voler cercare immediatamente verifica nel merito dell’idea che l’aveva colta in tal modo, ella non si offrì alcuno scrupolo nell’irrompere con voce alta, squillante, fra i propri compagni, ridestandoli in tal modo dal sonno nel

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quale tutti si stavano ancora ponendo placidamente e, con ogni probabilità, felicemente vittime. «Sveglia, branco di pelandroni!» li incalzò, nell’avvicinarsi di gran carriera al dipinto, sollevando in ciò il proprio unico braccio definibile tale e accostandolo al corrispondente raffigurato nell’opera, in un confronto che fino a quel momento non aveva avuto ragione di ricercare. «Per Lohr!» esclamò Be’Wahr, sbarrando gli occhi all’improvviso e sfoderando, d’istinto, il proprio coltellaccio temendo un qualche agguato. «Che accade?!» lo accompagnò Howe, muovendo anch’egli rapidamente la propria mano verso la spada dalla lama dorata di sua proprietà, condividendo evidentemente gli stessi timori del fratello. «Mia signora…» bofonchiò, infine, Seem, strofinandosi gli occhi e volendo sottintendere a quelle due semplici parole una richiesta di perdono al proprio cavaliere, per essersi concesso un ingiusto riposo come quello appena concluso. «State tutti buoni… e venite ad aiutarmi, dove non posso impugnare alcuna penna con questa stupida mano metallica.» li invitò la Figlia di Marr’Mahew, sorridendo con un chiaro, luminoso sentimento di soddisfazione e mantenendo il proprio arto superiore sinistro appoggiato contro il lenzuolo, nel tentativo di riprodurre la medesima postura lì impressa «Credo proprio di aver trovato la soluzione bramata…» «Come? Dove?!» domandò il biondo, ponendo nuovamente a riposo la propria lama e avvicinandosi alla compagna, nel cercare di cogliere cosa ella volesse intendere e, soprattutto, cosa stesse cercando di fare in grazia di quegli strani gesti. «Notate qualcosa di strano?» sorrise ella, rivolgendosi ai tre, nel restare in posa di fronte al proprio dipinto. «A parte te, intendi?» replicò lo shar’tiagho con ironia, aggrottando la fronte e poi concedendosi un pigro e prolungato sbadiglio, quasi a voler protestare per il riposo interrotto «Parla chiaro, te ne prego.» «Non è immediato, in verità… io stessa l’ho osservato per un’intera notte senza accorgermene… anche perché, sono sincera, l’intreccio di questo groviglio tribale si pone difficilmente trasparente nei propri contenuti.» riconobbe la donna, continuando a sorridere con trasparente soddisfazione «Sha’Maech ci ha voluto dimostrare un'altra volta, con chiarezza, la propria genialità, nell’essere riuscito a spingersi a tanto…» Invitati in tal modo a prestare attenzione al tatuaggio, proposto sul suo braccio sinistro tanto nella realtà quanto nell’immagine, i tre uomini cercarono di scuotersi dal torpore ancora presente nelle loro menti assonnate per osservare con precisione due visioni apparentemente

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identiche, del tutto similari, così come già erano risultate loro fino a quel momento, nella conferma di un’incredibile capacità mnemonica da parte dello studioso che tanto aveva osato in quel dipinto. E nonostante realmente difficile sarebbe stato raccapezzarsi nella complessità di quel marchio, forse privo di un reale significato per quanto tutti loro avrebbero potuto sapere, dopo qualche istante anche al loro sguardo si propose evidente il significato delle parole della loro compagna e l’effettivo e incredibile ingegno di colui che aveva concepito e attuato simile stratagemma, ponendo in essere quell’enorme rappresentazione con uno scopo decisamente più complesso rispetto a quello in precedenza attribuito al medesimo. «Tu dici che…?!» commentò Be’Wahr, meravigliato. «Potrebbero essere semplici errori.» ipotizzò Howe, pur proponendosi ora senza più alcuno scherno nella voce, e osservando altresì con stupore quanto posto in evidenza di fronte a lui. «Forse. Ma personalmente non credo… non credo proprio.» scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew «Qualsiasi codice Sha’Maech avrebbe potuto adottare, nel dover essere decriptato da parte mia si sarebbe proposto potenzialmente fallibile anche nel confronto con altri, con sguardi indiscreti che avrebbero potuto giungere qui prima di noi.» spiegò la propria posizione, la propria opinione «Questo, invece, sarebbe potuto emergere solo in mia presenza, nel confronto con la matrice originale…» «Ma… il testo della pergamena? Il codice? Per quale scopo è stato inventato, mia signora?» domandò Seem, prendendo parola incuriosito, nel non voler scordare quel testo su cui tanto ella aveva penato nelle ultime ore, per quanto comprendesse e, ovviamente, condividesse, come sempre, l’opinione razionale proposta dal proprio cavaliere. «Uno specchio per allodole… un diversivo, utile a traviare l’attenzione, ad attirarla sull’ovvio e a distrarla da tutto il resto.» rispose ella, annuendo nel voler riconoscere la validità di tale richiesta «E ora, vi prego, non fatemi passare le prossime ore in questa posizione: voi siete riusciti a dormire… io no… e, sinceramente, desidero potermi concedere un minimo di riposo prima dell’inevitabile proseguo di questa nuova avventura…» Purtroppo per Midda, però, nessuno fra i tre si dimostrò impaziente di porre fra le proprie mani carta e penna per collaborare al semplice ma indispensabile ruolo da lei richiesto, nel sopperire alla sua impossibilità ad arrangiarsi in tal senso dove, altresì, obbligata a mantenere la postura assunta, con maggiore fermezza possibile là dove altrimenti avrebbe solo complicato quella fase del lavoro. Alla fine, comunque, un volontario non

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propriamente convinto fu ritrovato nello stesso scudiero, il solo che non si sarebbe potuto ritrarre indietro di fronte a un suo ordine diretto, a una sua richiesta esplicita in tal senso. E così, Seem, per quanto tutt’altro che volente e sicuramente nolente, fu costretto a dimostrare la propria piena incapacità nella gestione di uno strumento per lui tanto estraneo, sconosciuto, per poter riportare su carta, in chiaro, ogni minima, e pur sostanziale, differenza esistente nei particolari del tatuaggio dipinto, i quali, nell’opinione della sua signora, erano stati così volontariamente riportati errati nella volontà dell’autore, per celare in essi il proprio messaggio. Fortunatamente, per lo meno, il giovane ebbe occasione di ottenere collaborazione da parte dei due fratelli, non tanto nel cercare di scrivere, o, per maggiore correttezza, nel cercare di copiare quei dettagli, quanto al fine più importante di individuarli uno dopo l’altro, in un impegno tutt’altro che banale quale sarebbe potuto essere altrimenti considerato. «Sembrano dei caratteri… caratteri a me noti… ma sono incompleti, troppo incompleti per avere un senso.» dichiarò, improvvisamente, la donna guerriero, nell’osservare il tentativo di annotazione nel quale il suo scudiero stava sinceramente ponendo tutta la propria volontà, come sempre nell’assolvimento di un incarico da lei offertogli. «Sto cercando di fare del mio meglio, mia signora.» si giustificò egli, piegando le labbra verso il basso, nel non riuscire a immaginare come i propri scarabocchi tremolanti avrebbero potuto avere un qualche significato per lei. «Vi avevo detto di fare più tonde quelle curve…» lo rimproverò Howe, inarcando un sopracciglio «Ma non mi volete dal retta.» «No… non è quello. Anche fossero scritti male dovrebbero comunque essere riconoscibili.» negò ella, scuotendo il capo. «Però, se fossero tanto riconoscibili, chiunque osservando con cura il dipinto avrebbe potuto identificarli. Anche tu, questa notte… eppure non ci sei riuscita.» osservò Be’Wahr, passando continuamente con lo sguardo fra quelle due braccia mancine per coglierne i particolari differenti. «Ottima osservazione.» annuì ella «Quindi…» «… abbiamo perso tanto tempo per nulla?!» domandò con chiaro timore lo shar’tiagho, disprezzando l’idea di tanti sforzi altrimenti vani. «… no!» replicò la donna, cercando di continuare nel proprio discorso interrotto «Quindi ci deve essere un altro elemento alla base di simile questione. Per favore, Seem, prova a sovrapporre le differenze presenti nel mio braccio rispetto al dipinto a quelle che hai già annotato, ricavate in senso opposto. Forse mi sto sbagliando, ma se così non fosse potremmo ritrovare le parti mancanti nei caratteri da te scritti…»

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Aiutando, con le proprie indicazioni vocali, lo stesso scudiero a compiere quel nuovo sforzo, per cercare di dare un senso a quanto da lui fino a quel momento ottenuto, la Figlia di Marr’Mahew non poté che riservare un’esclamazione di gioioso ringraziamento verso la propria dea nel ritrovare, con lentezza ma costanza, le prime leggibili lettere venir completate sul foglio utilizzato dal giovane nell’assolvimento del proprio compito. «Per Thyres!» affermò, gratificata dall’aver ottenuto, alfine, un qualche risultato «Ci siamo… ci siamo!» «A me sembrano brutti scarabocchi come prima…» commentò Howe, nel mantenere il proprio ruolo avverso, ormai più per giuoco che per sincera convinzione «… ma se piacciono a te…» «Davvero riesci a leggerci qualcosa?» chiese Seem, levando per un istante lo sguardo dal proprio operato per poter accogliere l’approvazione della propria signora, quella sua soddisfazione quale meritato riconoscimento per quanto stava compiendo per lei. «Sì, ragazzo mio…» annuì ella, sorridendogli, prima con dolcezza poi con una nota di malizia, che non volle mancare di esplicitare immediatamente nella propria esatta natura «E se io riesco a leggerci qualcosa, ciò significa che tu, che ci creda o meno, stai scrivendo qualcosa, e qualcosa di senso compiuto, per la prima volta in tutta la tua vita. Complimenti, Seem! E’ un gran giorno!»

n conseguenza della stanchezza accumulata dopo una giornata intera trascorsa a cavallo, una lunga notte di riflessione e una mattinata immobile in posa, a concedere ai propri compagni di trarre dal dipinto le informazioni lì poste dall’autore, la Figlia di Marr’Mahew non si negò l’esigenza di trascorrere un intero pomeriggio a riposo, concedendosi solo a sera un ritorno di coscienza, di lucidità, nel risvegliarsi poco prima del tramonto. Indifferente alla presenza dei propri compagni, così come lo sarebbe stata di fronte a chiunque altro, la mercenaria dopo essersi tersa il viso, si spostò sull’esterno della bottega, sulla zona a essa antistante, per impegnarsi in quel punto in una serie di esercizi fisici, un rito al quale ella era solita dedicarsi generalmente prima e dopo ogni momento di riposo o, anche, in situazioni di particolare stanchezza, fisica o mentale, a concedere al proprio corpo di riprendere coscienza delle proprie membra, della

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propria condizione, sciogliendo muscoli e nervi altresì eccessivamente tesi e restaurando, in tal modo, la propria operatività, piena o parziale che essa fosse. In quella lunga serie di flessioni, torsioni, contrazioni e distensioni, del suo collo, delle spalle, delle braccia, del busto, dei fianchi e delle gambe, ella volle porre la propria attenzione per oltre un’ora, non prestando altresì spazio o tempo a nessun altra questione, ad alcun altro interesse. Ma dove anche la mercenaria si propose con tale stato d’animo nei confronti del mondo a sé circostante, indipendente e libera in un proprio spazio mentale ancor prima che fisico, il mondo a lei circostante non ebbe occasione di concedersi in egual maniera nel rapporto con lei, con la sua magnifica presenza. Aver, infatti, la possibilità di assistere a quella ginnastica, a quei movimenti ritmici, energici e pur, a loro modo, eleganti, non concesse ad alcuno dei suoi compagni di dimostrarsi a lei ugualmente indifferente, coinvolgendo, oltre a loro, anche molti autoctoni, nell’attrarre gli sguardi rapiti, ammaliati di contadini, artigiani, pastori e quelli, al contrario, indispettiti, gelosi delle loro mogli o compagne, per un fugace momento poste inevitabilmente in secondo piano nel confronto con la trasudante femminilità espressa pur involontariamente dalla donna guerriero. «Senti…» commentò Howe, nel rivolgersi verso Seem, con tono contenuto, moderato, quasi nel timore che la propria voce potesse giungere alle orecchie della compagna per quanto ella fosse decisamente lontana da loro in quel momento, dove essi stavano permanendo ancora all’interno della bottega di Sha’Maech «… ma tu… e lei…?» «Mmm…?» domandò lo scudiero, nel volgersi verso l’uomo, non comprendendo la sua richiesta. «Sì, insomma…» sorrise lo shar’tiagho, con aria maliziosa, divertita «C’è stato qualcosa?» «Qualcosa… cosa?!» insistette il giovane, non avendo colto il significato di quelle parole. «Per Lohr! Ma fingi solo di essere più stupido di Be’Wahr o lo sei veramente?» strabuzzò gli occhi, per poi posare una mano sopra il capo dell’interlocutore, a forzarne un movimento in direzione della mercenaria «C’è stato qualcosa con lei oppure no? Anche perché, in caso contrario, non riesco proprio a comprendere per quale ragione dovrebbe trascinarti con sé… a meno di non averti adottato quasi un cucciolo randagio.» Se non fosse stato cosciente del rapporto di cordialità che comunque legava la sua signora a quell’uomo, nel comprendere il reale significato

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delle sue curiosità, Seem non avrebbe mancato di reagire di conseguenza, dichiarandogli battaglia a difesa dell’onore del proprio cavaliere. A nulla, infatti, sarebbe valso il pensiero nel merito della pericolosità di quel mercenario, certamente guerriero esperto, combattente non tanto formato dall’addestramento quanto dall’esperienza, dalla pratica: dovendo rendere giustizia al nome di Midda Bontor, alla sua reputazione, al suo valore, alla sua obiettività poste in dubbio da uno scherzo di discutibile gusto, il ragazzo avrebbe affrontato il proprio avversario, a costo di incontrare, in conseguenza di ciò, la propria morte. Howe, però, aveva avuto occasione di guadagnarsi la fiducia della mercenaria e, in questo, qual suo scudiero, anche egli avrebbe dovuto riconoscergli la propria, accettando con sufficiente buon grado quelle chiacchiere da osteria. «No… assolutamente no!» negò, scuotendo il capo per liberarsi dalla presa subita, curvando le labbra verso il basso. «Non ti piacciono le donne, forse?!» chiese lo shar’tiagho, aggrottando la fronte a quel rifiuto tanto ricco d’enfasi, fraintendendo volontariamente le cause del medesimo al solo scopo di canzonare il proprio interlocutore. «Innanzitutto ho una compagna, a cui sono estremamente affezionato.» specificò Seem, cercando, senza effettivo successo, di non dimostrare eccessivo risentimento nella propria voce «Inoltre, Midda Bontor è il mio cavaliere, e a lei debbo il mio rispetto e la mia fedeltà.» «E questo ti potrebbe impedire di giacere con lei?!» incalzò l’altro, ridacchiando. «Howe… smettila, per favore.» rimproverò Be’Wahr, prendendo alfine parola nella questione, dalla quale si era volontariamente escluso fino a quel momento. «Sto solo facendo due chiacchiere fra uomini… non vedo nulla di male in questo.» si difese, levando le mani a voler dimostrare la propria ipotetica incapacità a recare qualsivoglia offesa. «Se mi è concessa la domanda…» riprese Seem, approfittando del momento per tentare di far proprie le redini di quel gioco, per quanto riconosciuto qual stupido «… ma tu… e lei…?» propose, quasi imitando il tono prima utilizzato a proprio discapito. «Stai forse cercando di schernirmi? Bel tentativo… ma inefficace.» riconobbe Howe, sorridendo con soddisfazione. «No… non fraintendermi. Sto domandando seriamente.» proseguì lo scudiero, dimostrandosi sornione verso di lui «In fondo è una splendida donna… e siete stati compagni di ventura per lunghe settimane. E si dice che ella, credendo di morire, ti abbia persino affidato temporaneamente la sua spada, prima di sacrificarsi per le vostre vite e il successo della vostra

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missione.» sottolineò, nella volontà di cercare, in simili termini, un qualche imbarazzo nell’altro, in conseguenza delle libertà verbali da lui stesso riservatosi verso la Figlia di Marr’Mahew «Possibile che davvero non sia accaduto nulla?» «Ottima domanda!» esclamò il biondo, divertito, nell’osservare ora il fratello, quasi ad attendersi da lui una qualche risposta attorno a quella questione, a simile argomento, là dove ben sapeva non vi era stato, né vi sarebbe potuto essere, assolutamente nulla fra lui e la donna guerriero. «Ma…» contestò stizzito lo shar’tiagho, stringendo le labbra e poi voltandosi «Non sono di certo fatti vostri. Impiccioni… ficcanaso…» brontolò, allontanandosi in un’evidente ritirata, addirittura in ciò rinunciando a seguire il proseguo degli esercizi della compagna. «Solo colui al quale fosse venuta a noia la vita oserebbe spingere i propri desideri nei confronti di un traguardo tanto irraggiungibile e pericoloso…» denotò, divertito, Be’Wahr, appoggiando la propria mano destra sulla spalla sinistra del giovane «Complimenti per essere riuscito a mettere a posto mio fratello… sei decisamente più in gamba di quanto non ami dimostrare.» Nella soddisfazione conseguente a quel traguardo, all’obiettivo così raggiunto, Seem poté riprendere a seguire con tranquillità, e naturale incanto, i gesti della sua signora nell’attuazione dei propri esercizi, sapendo di non essere venuto meno al proprio incarico nell’essere riuscito a porla lontana da ogni possibilità di stolido chiacchiericcio, anche solo per scherzo, per gioco quale comunque sapeva essere stato quello portato avanti da Howe. E lo shar’tiagho, pur apparentemente piccato nei confronti del ragazzo, non evitò di approvarne lo spirito, la stabilità di principi così dimostrata, tale da renderlo sicuramente adatto al ruolo ricercato accanto a una persona dello stampo di Midda Bontor. «Dopotutto, forse, non sarai solo un peso per noi…» sussurrò, praticamente inudibile. Presumibilmente ignara di quanto appena occorso, sebbene difficile sarebbe stato definire i limiti propri della donna guerriero dove ella aveva dato più volte riprova di aver perfettamente colto l’evolversi della realtà attorno a sé anche dove ciò non sarebbe dovuto avvenire, Midda Bontor pose conclusione agli esercizi nei quali aveva impegnato il proprio corpo, e grazie ai quali aveva distratto la propria mente, in quell’ultimo periodo, facendo quindi ritorno verso la bottega e negando, in triste conseguenza, il meraviglioso spettacolo offerto fino a quel momento a tutto il proprio

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vasto e pur non considerato pubblico. Fra gli elementi conteggiabili in simile gruppo, sarebbero inevitabilmente potuti essere Seem e Be’Wahr, i quali però, nel non desiderare farsi sorprendere in contemplazione della mercenaria, rapidamente si allontanarono dalla finestra vicino alla quale avevano sostato fino a quel momento, andando a disporsi nei pressi del dipinto a voler simulare un qualche interesse per lo stesso. «Siete ridicoli!» li rimproverò lo shar’tiagho, scuotendo il capo nell’intuire le ragioni di quell’improvviso cambio d’attenzione da parte loro, ma subito imitandoli a propria volta, nel non voler rischiare, altrimenti, di attirare l’interesse della compagna verso di sé. «E tu cosa sei, fratello?» ridacchiò il biondo, sottovoce. «Zitti… sta arrivando.» suggerì lo scudiero, dimostrando di voler riconoscere complicità ai due fratelli al di là del fugace scontro appena risolto nei confronti di Howe. Quasi a esser volutamente preannunciata dalle parole del giovane, la Figlia di Marr’Mahew giunse alla soglia della bottega proprio alla loro stessa conclusione, proponendo la propria figura resa lievemente lucida da una leggera patina di sudore, naturale conseguenza dell’impegno appena ricercato che pur non l’aveva affaticata, non le aveva imposto fatica o stanchezza, al contrario rilassandola e rigenerandola come puntualmente avveniva alla conclusione di quel rito quotidiano. E, ritornata in tal modo fra loro, senza ancora rivolgere neppure uno sguardo ai propri compagni, ella votò a favore di un ricco bicchiere d’acqua, utile a ristabilire nel suo organismo un giusto livello di liquidi e nella sua bocca una corretta idratazione necessaria a fornire senza incertezza la propria voce, prima di concedere spazio a quest’ultima in quella stessa sala, nello spazio comune diventato ormai da un’intera giornata sede operativa per la loro squadra, riorganizzata quasi al completo, nella sola assenza di Carsa Anloch, probabilmente più per volontà del legittimo proprietario di quelle mura, Sha’Maech, che per esplicito desiderio di qualcuno fra loro. «Avete raggiunto qualche risultato nel merito dell’analisi della filastrocca donataci dal nostro comune amico?» domandò, pertanto, avvicinandosi a loro «O, piuttosto, pensate forse che nel quadro si possano celare altre informazioni?» Nessuno fra i tre, però, ebbe coraggio di concedere una qualche risposta nei confronti della donna, dove qualsiasi argomentazione sarebbe sicuramente risultata trasparente della loro simulazione, del loro tentativo d’inganno in quel raduno collettivo attorno al lenzuolo ancora appeso al centro della stanza.

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«Midda Bontor!» gridò Be’Wahr, avanzando a sua volta verso di loro con passo sostenuto…

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La piramide nera
arole estremamente semplici, addirittura definibili quali consuete, innocenti forse, furono quelle che vennero scandite con placida tranquillità e un tono particolarmente gelido, non dissimile dal ghiaccio che sembrava lì costituire lo stesso sguardo di quella particolare attrice, nel confronto con le quali il silenzio si propose quindi inevitabile, attraendo l'attenzione di tutti, l'interesse, se non anche il timore, di ognuno, in direzione di chi le aveva pronunciate.

P

«Credo di non aver inteso…» Nel corso di quel pomeriggio tardo primaverile, inizialmente tranquillo, sereno, un violento temporale si era scatenato sull'intera zona, sull'estesa area del confine montuoso fra i regni di Kofreya e di Gorthia, territorio per propria natura già isolato dal resto del mondo, posto all'esterno di normali attività umane. Per tale ragione, nell'impossibilità di contrastare quella pioggia, non solo fastidiosa ma addirittura pericolosa, dove essa si stava imponendo incessante, senza evidente volontà di tregua, forse non desiderando dimostrare la pur minima speranza di conclusione ai disgraziati mortali in ciò colti di sorpresa, e tale da trasformare ogni sentiero in un pantano, ogni mulattiera in una possibile trappola mortale, a tutti i viaggiatori presenti in quella particolare regione non era stata proposta altra alternativa alla ricerca di un riparo all'interno del solo luogo attrezzato per tale scopo da tutti loro raggiungibile. In un contesto similare, di quel genere, naturale sarebbe dovuto essere considerato un clima di tensione, di frustrazione, nella consapevolezza di come ognuno dei presenti, uomini o donne, mercanti o mercenari, soldati o artigiani che essi potessero essere, aveva dovuto rinunciare, almeno temporaneamente, alla prospettiva di raggiungere prima di sera la meta che inizialmente si era prefisso, o, magari, addirittura all'idea di fare ritorno alle proprie case. Ma dove anche, fortunatamente, fino a quel momento la situazione era riuscita a mantenersi in toni civili, in termini forse non universalmente apprezzati e pur sopportati, il subentrare di tre nuove figure, di un piccolo e sconosciuto gruppetto appena sopraggiunto all'ingresso del locale, sembrò aver aggiunto il proverbiale elemento di instabilità, quel soffio di effimero e involontario peso pur sufficiente a demolire il già fragile equilibrio lì presente.

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A dozzine furono le funi gettate, in conseguenza di quell'avviso, di quella richiesta, di quell'ordine, verso l'alto, corde lunghe e robuste,…

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In verità, comunque, non ai tre stranieri avrebbe dovuto essere addotta la responsabilità per la tensione creatasi, per l'improvvisa, se pur attesa, perdita di serenità che aveva coinvolto l'intero ambiente, quanto piuttosto a chi, stolidamente o, forse, vittima di troppo alcool in corpo, si era premurato di accogliere i nuovi giunti con parole tutt'altro che cordiali, soprattutto nei confronti dell'unica donna presente fra loro. Il fraintendimento dalla sua stessa voce appena dichiarato, infatti, si era posto quale reazione diretta a un apprezzamento non esattamente velato o raffinato appena espresso da uno degli avventori di quella locanda, il quale aveva dimostrato in termini tutt'altro che ambigui un interesse nei confronti delle sue forme, della generosità delle curve dei suoi seni e dei suoi fianchi, proporzioni tutt'altro che celate dai suoi abiti pur integrali, dai suoi vestiti pur completi nella propria presenza, la stoffa dei quali, però, era divenuta particolarmente attillata in conseguenza dell'effetto dell'acqua, della pioggia da tutti loro subita. «E' quasi ovvio che una vacca come te non abbia compreso.» rise sguaiatamente il disgraziato autore di tanto poco elegante componimento, nel rinunciare alla possibilità di tacere, all'occasione di porre fine a quella questione, opportunità che pur ella si era impegnata a volergli riconoscere, così come tutti avrebbero potuto testimoniare «Gli dei hanno concentrato ogni tua possibile dote nella coppia di guanciali che gravano sotto al tuo collo… e non di certo all'inutile ornamento, comunemente noto qual capo, posto sopra allo stesso.» Il soggetto principale interprete di tale scena, evidentemente, era stato troppo coinvolto dall'oggetto del proprio desiderio, così a suo modo esaltato, dal non riuscire a offrire la pur minima attenzione ad altri dettagli assolutamente indicativi dell'identità di colei verso la quale stava vaneggiando, quali sarebbero potuti essere considerati i suoi occhi, il suo stesso volto o, ancor più evidenti, le sue braccia. Nonostante un cappuccio verde, parte integrante della casacca da lei indossata, celasse parzialmente una folta e disordinata capigliatura corvina, il viso della donna era in quel frangente del tutto trasparente, definito dall'illuminazione della locanda al contrario, per esempio, di quello dei suoi due accompagnatori, differentemente da lei entrambi stretti all'interno di voluminose cappe, a protezione dalla pioggia. In simile scenario, pertanto, i suoi occhi azzurro color ghiaccio richiedevano coatta ammirazione, nell'essere forse animati da luce propria, al contempo meravigliosi e pur intrinsecamente pericolosi, simili a una straordinaria chimera, capace di irretire e, subito dopo, di straziare senza la minima pietà. Posti al centro di pelle chiara, di un naso ornato da una spruzzata di

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efelidi, essi si dimostravano comunque umani, mortali, nella riprova offerta da una lunga e impietosa cicatrice, la quale segnava in maniera indelebile quello stesso viso nel suo lato mancino, in un marchio per il quale la maggior parte degli individui avrebbero trovato di che vergognarsi, ma del quale ella, invece, sembrava addirittura esser fiera, giungendo a trasformare in tale carisma una simile bruttura in un'esaltazione per la sua guerriera beltà. In aiuto di chiunque non fosse già stato in grado di riconoscerla dal viso, pur sufficientemente inconfondibile, caratterizzato similmente da particolari unici, gli arti superiori di quella figura sarebbero stati entrambi utili a permetterne comunque un'univoca identificazione, svelate nelle proprie caratteristiche dal non essere coperte dalla pur minima presenza di stoffa, fin dall'altezza delle spalle, quasi un'eventuale velo, un ipotetico manto similare a quello pur adottato dai suoi compagni, sarebbe potuto esserle ragione di ostacolo, di imbarazzo. Il mancino, nella fattispecie, aveva trasparentemente fatto proprio l'impegno a rimembrare un'origine qual figlia del mare per lei, probabilmente proveniente dalle isole meridionali dei numerosi arcipelaghi costituenti il regno di Tranith, nei propri numerosi, complicati, fitti tatuaggi tribali in colori azzurri e bluastri, a rappresentazione forse di qualsiasi concetto e di alcuna realtà in particolare. Il destro, parallelamente, si era invece riservato l'opportunità di dimostrare il suo presente guerriero, la sua combattiva natura, risultando allo sguardo qual celato sotto un'armatura di nero metallo dai rossi riflessi, un'arma e una protezione, per lei, sempre presenti e, in verità, inscindibili dal suo corpo, dove posti in sostituzione, in surrogato, di un intero avambraccio amputato anni prima, in ottemperanza a una condanna per pirateria da lei pur sempre rinnegata, mai accettata qual fondata e legittima. «Purtroppo per te, ora ho inteso perfettamente…» sancì la donna, scuotendo appena il capo gocciolante per l'acqua della pioggia che ancora non aveva abbandonato la sua figura, nonostante ormai fosse al riparo, protetta dal temporale rimasto all'esterno di quelle mura, nell'essere proprio malgrado ostacolato dal tetto posto sopra tutti loro. Nella tesa e del tutto fittizia tranquillità di quell'ambiente, quelle nuove parole, ancora tanto minimali, semplici nella loro scelta e composizione, risultarono senza fatica, senza impegno quali trasmissive di un messaggio straordinariamente univoco, non volto alla banale minaccia, quanto in maniera più terribile a una naturale, spontanea constatazione di fatto, la retorica di una realtà già definita per quanto, forse, non ancora

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apprezzata da colui che l'aveva invocata, che l'aveva tanto insistentemente richiesta con la propria mancanza di giudizio. Praticamente tutti, in effetti, avevano riconosciuto fin dal primo istante l'identità di quella donna, ove la sua nomea, la sua gloria, era ormai diffusa in quelle terre da diversi anni, a opera dei bardi che attorno alle sue imprese, alle sue gesta, trovavano in maniera estremamente elementare argomenti dei quali cantare, in grazia ai quali animare le proprie ballate. Molti gli attributi per idealizzarla, variegati gli aggettivi per onorarla, dove addirittura, in quegli ultimi anni, ella era stata innalzata, nell'esaltazione di un giusto tributo offertole dagli abitati di un'isola a ponente di Kofreya, al rango di semidivinità, attribuendole il posto di progenie della dea della guerra, Figlia di Marr'Mahew. Uno solo, però, era il nome a cui ella era solita rispondere… Un nome entrato nel mito, nella leggenda. Un nome che qualcuno, all'interno della folla presente in quella locanda, non mancò di sussurrare, con doveroso rispetto. «… ella è… Midda Bontor…» Di fronte a tal identificazione, solo due categorie di persone non si sarebbero tratte indietro, non avrebbero rinnegato gli insulti prima tanto sfrontatamente offerti, invocando perdono e compassione da parte della mercenaria, nella speranza che ella potesse concedersi con sentimento sufficientemente positivo da offrire loro salva la vita: gli ubriachi o gli stupidi. Ai primi, la coscienza nel merito del pericolo effettivamente rappresentato da quel possibile scontro, dal duello che sarebbe risultato inevitabile quale conseguenza di tanto ardire, sarebbe potuta essere considerata negata dagli effetti disinibitori dell'alcool, nella propria intrinseca capacità di offuscare il consueto raziocinio, arrivando in ciò a permettere a qualcuno di trattare una donna guerriero di tale fama qual una semplice prostituta di basso borgo. Una giustificazione labile, tutt'altro che solida o incontestabile, ma pur sempre rappresentativa di una possibilità di condono nei loro riguardi, nel non riconoscerli quali effettivamente colpevoli per le proprie azioni. I secondi, al contrario, per quanto tutt'altro che ignari del rischio corso, si sarebbero comunque proposti in simili termini là dove spinti in tal senso, probabilmente, dalla speranza di ottenere una vittoria su un'avversaria di quel rango, di dichiarato prestigio, per poter godere, in ciò, dei benefici che un'uccisione tanto celebre avrebbe potuto loro concedere. Privi di ogni ipotesi di assoluzione, pertanto, essi sarebbero inevitabilmente stati in conseguenza di tale dolo, non più minimizzabile

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nell'effimera e pur concreta attenuante rappresentata da un eccesso di alcool, ma, al contrario, accentuabile nella pessima aggravante costituita dalla perfetta consapevolezza di quanto desiderato. «Potrebbe essere anche la moglie del re in persona… ma ai miei occhi è e resta una vacca, destinata dagli dei a esser montata senza alcuna pietà da qualsiasi maschio sufficientemente virile per farlo!» replicò l'uomo, rivolgendosi verso coloro che avevano tentato di porlo in guardia, con un gesto della mano destra volto ad allontanarli simbolicamente, a imporre loro di tacere dove tali opinioni non erano state richieste né sarebbero state da lui gradite. Probabilmente, paradossalmente, fu proprio quell'ennesimo insulto, quel nuovo scortese apprezzamento rivolto nei riguardi di colei promossa quale oggetto dei suoi desideri, a riservare allo sprovveduto una possibilità di sopravvivenza, sancendo da parte sua l'appartenenza più alla prima categoria di sventurati sprovveduti che alla seconda, nella volontà non tanto di ucciderla, quanto più in quella di abusare di lei. Nella medesima direzione, non a caso, si mossero anche le sue mani, non ricercando il contatto con la propria arma, una corta spada lasciata appoggiata al tavolo dal quale si levò, quanto piuttosto bramando l'incontro con i seni della donna, tendendosi nella loro direzione senza dimostrare la pur minima cognizione nel merito del reale pericolo che avrebbe potuto correre. La possibilità di sopravvivenza riconosciutagli a sua insaputa qual conseguenza di tal atto, però, non derivò tanto da una generosità da parte della mercenaria, da un'indulgenza da lei donatagli in virtù della propria impossibilità all'autocontrollo, quanto, piuttosto, nella totale inutilità della vita o della morte di quell'individuo agli occhi della stessa, dall'assoluta assenza di un qualche tornaconto, per lei, nel permettergli di godere di una nuova alba così come nel negargli tale possibilità. Nella propria professione, e più in generale quasi qual principio regolatore della propria intera vita, colei a cui era stato attribuito il nome di Figlia di Marr'Mahew, non era solita impegnarsi in qualcosa che non le avrebbe potuto offrire guadagno personale, un riconoscimento, materiale o, anche solo, puramente morale, tale da coprire lo spreco di energie che le sarebbe stato richiesto per agire in un senso piuttosto che in un altro. Per tale ragione, quindi, e non per un qualche particolare e filosofico apprezzamento nei riguardi della vita, soprattutto della vita di idioti, stolidi individui quale quello ora presentatole innanzi, anche la, forse superflua, esistenza di molti fra coloro i quali contro di lei si erano osati schierare era stata comunque mantenuta tale, e non troppo presto condotta alla propria pur

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naturale conclusione. Ma di ciò, di quel suo particolare comportamento, di quella sua singolare linea di pensiero, in quel particolare momento, né il suo avversario, né tanto meno i suoi involontari spettatori avrebbero potuto avere la benché minima idea. Per tal ragione, soprattutto coloro che, attorno a loro, stavano osservando con il fiato sospeso il compiersi di un destino considerato qual già segnato, non avrebbero mai potuto prevedere come ella, invece di estrarre la spada, in un gesto per il quale avrebbe avuto tempo più che adeguato, si limitò a spostarsi lateralmente, allo scopo di sottrarsi alla traiettoria propria dell'uomo, lasciandolo spingersi oltre la sua posizione, con le braccia ancor tese e le mani frementi all'idea di quel contatto. «Rinuncia.» suggerì ella, semplicemente, verso il proprio avversario, o presunto tale per quanto indegno di un tal titolo, nel non offrire ancora alcun gesto in sua opposizione. Immobili, silenti, restarono anche i due accompagnatori della mercenaria, le due figure distintamente maschili, per quanto avvolte da pesanti cappe, che insieme a lei erano entrate nella locanda, animate, in tanta quieta tranquillità, dalla certezza di come in sostegno alla loro camerata non sarebbe mai stato necessario un loro intervento, soprattutto nel confronto con un così banale avversario. «Fai la ritrosa con me, razza di cagna deforme?» domandò, insoddisfatto, l'uomo, nel voltarsi con una certa prontezza verso di lei, nella volontà di ritrovare occasione per il contatto mancato, per quell'unione tanto rapidamente smarrita fra loro «O hai dovuto spostarti in conseguenza del peso che ti sbilancia tanto gravemente in avanti?» Un secondo tentativo d'attacco, un secondo movimento destinato a raggiungere l'obiettivo mancato nel precedente, venne nuovamente offerto dall'ubriaco, ancora e tuttavia costretto al fallimento da una seconda, banale, evasione da parte della donna guerriero, che lascio l'individuo libero di spingersi, in un incredibile giuoco del fato, in un'assurda giostra, a ritornare esattamente là da dove si era inizialmente mosso, fallendo nuovamente nella propria volontà e, per questo, traendo ragione di frustrazione, di ira, sentimenti purtroppo per lui esaltati a dismisura da parte dell'alcool presente nel suo corpo. «Maledizione! Per Gorl!» invocò egli, nuovamente volgendosi a lei, ancora comunque disarmato, probabilmente ben lontano dal maturare un

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qualsiasi pensiero di bellicosi propositi nei suoi riguardi «Vuoi cercare di stare un istante ferma?!» «Midda?» domandò una delle due figure accanto a lei, intervenendo in quel momento al fine di ottenere conferma dell'inalterata volontà della compagna a non ricorrere a sua volta all'utilizzo delle armi per porre rapida conclusione su quella faccenda. «Non ti preoccupare, Be'Wahr. La pioggia mi ha infreddolito le ossa…» commentò ella, aggrottando la fronte, in distratta risposta a tale richiesta «Un po' di movimento non potrà che farmi bene… e questo giuggiolone sembra volersi proporre con insistenza proprio a tal fine.» «Come mi hai chiamato?» domandò l'uomo, sgranando gli occhi nel ritrovarsi, inaspettatamente, oggetto di un commento da parte di colei che avrebbe dovuto, a suo avviso, limitarsi a offrire le proprie compiacenti forme sotto l'azione e la bramosia del suo tocco. «Giuggiolone… per tua fortuna.» insistette la donna, sorridendo sorniona nell'abbassare il proprio cappuccio dietro il collo e nel liberare, in ciò, il proprio capo da quell'ormai inutile presenza «Avanti, giuggiolone. Questa volta non mi sposterò. Hai la mia parola…» Confuso, forse indispettito e pur eccitato, incerto nel merito della reale volontà che avrebbe dovuto essere considerata responsabile per l'invito a lui offerto, l'uomo, nella pur abbondante disponibilità di alternative a quel monotono e vano tentativo verso di lei, votò in favore di un terzo atto, forse illudendosi che, in quell'ultima affermazione, ella avesse voluto finalmente accettare la resa di fronte ai suoi desideri, alle sue voglie. E Midda Bontor non si spostò, preferendo limitare quello che prima si era concesso quale il movimento del suo intero corpo unicamente al proprio braccio mancino, il quale con violenza, con forza, si scagliò in direzione del volto avversario nel momento in cui egli le fu prossimo, colpendolo non tanto con la compattezza di un pugno quanto più con l'umiliante sferzata di uno schiaffo. Un manrovescio che risuonò in maniera inattesa e inattendibile all'interno dell'intera locanda, sbilanciando l'uomo così respinto a cadere lateralmente e incitando, dopo un istante di stupore, l'ilare reazione di tutti i presenti. «Cagna…» sussurrò l'offeso, tentando di risollevarsi, là dove il gesto subito non era ancora stato tanto estremo da privarlo dei sensi, probabilmente più per esplicita volontà della sua controparte che per un semplice caso fortuito. «Due volte mi hai definito qual cagna… e due volte qual vacca…» osservò ella, aggrottando la fronte «O hai una gran confusione in mente,

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oppure non ti è mai capitato di incontrare una donna prima d'oggi, razza di bifolco che non sei altro. Io sono una donna: non una vacca, non una cagna. Una donna.» «Maledetta!» gridò egli, tentando di gettarsi ancora una volta contro di lei, evidentemente non ancora soddisfatto, non ancora reso savio in virtù dei colpi già subiti. «Che noioso che sei.» sbuffò ella, andandolo nuovamente a colpire con un sonoro ceffone, questa volta, però, offerto dalla propria mano destra, in freddo metallo. Il colpo, pertanto, sbalzò letteralmente l'ubriaco contro un gruppo di tavoli prossimo al luogo dello scontro, spingendolo a travolgere altri avventori, i boccali colmi di birra dei quali vennero inevitabilmente, e pur involontariamente, rovesciati. Un atto, questo, che, purtroppo, invocò con forza, con irrefrenabile bramosia, un desiderio di violenza collettivo, dov'anche fino a quel momento un certo timore, un sincero rispetto era stato offerto nei confronti della mercenaria e dei suoi non meglio identificati compagni. «La birra… dannazione!» gridò il primo di quel gruppo a sollevarsi, con definita sete di vendetta nello sguardo «Se vuoi ucciderlo fallo subito, ma lascia in pace la mia birra!» «Stupida esibizionista…» si affiancò un secondo, dopo aver spinto da parte il reale colpevole della loro tragica perdita, non meritevole di alcuna considerazione in quel momento «Credi di poter arrivare qui e dettar legge solo perché fino a oggi hai avuto fortuna nelle tue imprese?!» «Midda?» tornò a domandare la stessa figura prossima alla mercenaria, che prima da lei era stata identificata con il nome di Be'Wahr. «Non vorrai divertirti solo tu, spero bene…» intervenne anche la seconda presenza, prendendo per la prima volta parola per quanto ancora immobile al proprio posto. «Lungi da me contrariarvi, Howe…» sorrise ella, stringendosi fra le spalle, nel rispondere a quell'implicita richiesta «Però, mi raccomando, niente armi. Fra questi idioti c'è probabilmente colui che cerchiamo e sarebbe un vero peccato ucciderlo, per errore, prima del tempo…» Gli sciocchi che si precipitarono a testa bassa in contrasto alle tre figure ultime giunte in quell'edificio, probabilmente, si proposero lì psicologicamente rafforzati, incitati, da quella richiesta, da quella domanda resa tanto esplicita da parte della loro avversaria. Grazie a tali parole, infatti, a tutti loro era appena stata donata la convinzione, forse effimera ma ugualmente presente, di avere qualche speranza di vittoria:

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dove la donna guerriero aveva deciso di non fare ricorso alla propria temibile spada, richiedendo ai propri compagni di ventura un'eguale scelta, era stata loro garantita, anche nella peggiore delle ipotesi, una minima speranza di sopravvivenza in quella che, altrimenti, sarebbe stata una banale mattanza, non un confronto ma, semplicemente, un genocidio. Ciò nonostante, al di là di quell'illusione di salvezza rivelatasi capace di animare e di coinvolgere sempre più partecipanti in quella rissa, né la Figlia di Marr'Mahew né i suoi accompagnatori si proposero qual generosi nei loro riguardi, nei confronti di tutti coloro, uomini e donne, che tentarono di contrastarli, di dominarli. E dove anche il ricorso all'uso delle armi era stato loro negato, più dalla necessità espressa che dalle stesse parole della donna, non uno fra i tre ebbe di che ritrovarsi in svantaggio rispetto a tutti coloro che decisero, stolidamente, di tentare quell'azzardo. «Avevi assolutamente ragione, amica mia!» sancì l'uomo chiamato Be'Wahr, ritrovandosi nel centro della bolgia «Non c'è nulla di meglio di una sana zuffa per riscaldarsi. Del resto non era quello che diceva sempre anche tua madre, fratello?» Privato del proprio manto, il mercenario, in quanto tale anch'egli era, si mostrò ai propri avversari quale un uomo biondo e dalla carnagione pallida, a dispetto del proprio nome tipicamente shar'tiagho, dotato di un fisico robusto e tarchiato, membra solidamente scolpite e pur tutt'altro che denudate, qual ci si sarebbe potuti attendere nella consuetudine di simili individui, normalmente propensi a porre in mostra la propria muscolatura. Da ormai lungo tempo, in effetti, egli era solito celare, sotto un fitto intreccio di bendaggi posti attorno al proprio intero corpo, l'eccessivo ricorso a tatuaggi a cui si era maldestramente lasciato coinvolgere, segni distintivi che lo avrebbero potuto rendere facilmente riconoscibile e per questo in contrasto con la sua politica personale a tal riguardo, opposta a quella della sua attuale compagna di viaggio, probabilmente anche in conseguenza di un'esperienza comunque inferiore, di una fama ovviamente meno ossessiva rispetto a quella per lei comunque caratterizzante. «Zuppa… non zuffa!» definì l'uomo chiamato Howe, accanto a lui in quell'intreccio di arti e carni «Ed era tua madre a dirlo, non la mia… Non impegnarti a farmi vergognare per il fatto che ti considero qual mio fratello, ti prego… per Lohr!» A sua volta scoperto dalla cappa che poco prima aveva negato l'evidenza dei suoi tratti somatici, l'ultimo elemento di quel gruppo si

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presentò qual un uomo alto e magro, agile nella propria conformazione fisica, dalla pelle naturalmente scura e dai capelli ordinati in una miriade di sottili trecce, secondo quella che, effettivamente, era propriamente moda shar'tiagha al pari della sua origine, benché il suo nome non si ponesse a richiamo di simili terre, di tal regno nordico, così prossimo ai deserti centrali come era per quello di Be'Wahr. Al biondo compagno, in verità, egli era stato propriamente legato addirittura nell'origine delle loro stesse esistenze, da una forte amicizia instauratasi fra le loro famiglie le quali erano giunte, persino, alla decisione di affidare a ognuno il nome dell'altro, al momento della loro nascita. Una coppia amici ancora prima che di mercenari, la loro, per l'intrinseca essenza della quale erano pertanto in grado di dimostrarsi particolarmente affiatati, solidali nel reciproco appoggio, nel sostegno che non mancavano di offrire senza alcuna condizione l'uno all'altro, certi che chiunque fra loro sarebbe morto per il fratello senza la pur minima incertezza. «Su… su… non siate falsamente polemici. Tanto lo so che, sotto sotto, siete estremamente affezionati l'uno all'altro…» stuzzicò la donna, respingendo a sganascioni chiunque si avvicinasse troppo a lei. Ai due avventurieri verso i quali stava offrendo la propria attenzione verbale, ora propri compagni di viaggio, ella era stata unita tempo prima per scelta, per volontà di una nobildonna kofreyota, che aveva voluto formare, con loro tre e con una quarta figura attualmente assente al loro fianco, una particolare squadra, un gruppo selezionato allo scopo di compiere missioni altrimenti impossibili per chiunque altro. E da allora, da quel primo incontro ormai lontano nel passato di ognuno di loro, l'affiatamento risultato dall'aggregazione di personaggi tanto diversi, dissimili e pur complementari gli uni agli altri, aveva avuto valide ragioni per non considerarsi esclusiva eccezione di una singola occasione, al punto da ritornare a mostrarsi nuovamente e quasi completamente riuniti per una nuova impresa, per un'inattesa missione quale era quella che li aveva portati fino a quelle cime altrimenti dimenticate, tutt'altro che considerate quali mete ambite nella loro quotidianità. L'incredibile e continuo riecheggiare di schiaffi si pose tanto esaltato, tanto estremizzato da far apparire quella scena grottesca ancor prima che drammatica, comica e ridicola ancor prima che pericolosa e tragica. Simile piega, distorta trama intrapresa in maniera quasi spontanea dagli eventi, pur considerabile sicuramente quale impropria, inappropriata per una situazione di quel genere, fu ugualmente possibile non per semplice grazia di ostentata sicurezza di sé nella Figlia di Marr'Mahew, quanto piuttosto per la certezza di come, da quella rissa, ella e i suoi compagni

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sarebbero potuti uscirne illesi, forse contusi, stropicciati, ma non propriamente feriti o pericolosamente condotti in fin di vita: sicurezza, in verità, la loro non offerta qual conseguenza di una fiducia spropositata nei confronti dei loro possibili avversari, quanto piuttosto nella consapevolezza di come alcuno fra i presenti avrebbe avuto ragioni per attentare alle loro vite. In caso contrario, infatti, il sangue avrebbe sì iniziato a scorrere, ma non si sarebbe limitato unicamente alla loro fazione e, in ciò, per loro stessa mano, sarebbe stato preteso alla controparte, con irruenza tale da segnare con color rosso intenso, in maniera indelebile, persino il terreno prossimo a quella locanda. Così, nel mantenere il reciproco vantaggio derivante dalla volontà di risvegliarsi all'alba successiva, alcuno fra i partecipanti a quella rissa, che coinvolse praticamente l'intera locanda a eccezion fatta per i gestori e i loro dipendenti, si impegnò nel ricorso delle armi, abbracciando con sincera buona volontà il tacito accordo allora stipulato e contribuendo, in definitiva, alla creazione di quell'ambiente pur paradossale, assurdo, costituito da ceffoni e percosse dove chiunque altro si sarebbe probabilmente atteso, per lo meno, un pugnale, uno stiletto o anche solo un coltello da tavola impugnato da qualcuno fra tutti i contendenti. «Cagna!» gridò la voce ormai divenuta assolutamente nota alle orecchie della mercenaria, per quanto ancora priva di un nome a essa associato… non che alla sua attenzione simile dettaglio sarebbe potuto essere considerato importante, nell'offrire riferimento all'uomo che, involontariamente, era stato causa e origine di tutto quello «Avrò la tua testa!» proclamò, slanciandosi verso di lei, nell'aprirsi un varco fra la folla, con la propria ormai classica irruenza. «Ma allora è vero amore!» sorrise ella, accogliendolo con trasparente gioia a sé nel tendere le braccia verso di lui «Se dal mio corpo sei riuscito ad arrivare a interessarti addirittura alla mia mente, come poter credere in altro?!» domandò, beffeggiandolo e ruotando rapidamente la propria intera figura, per convogliare l'energia di tanta foga, con la presa delle proprie mani attorno alle spalle della controparte, a superarla e a cercare possibilità di sfogo contro le forme meno confortevoli di Be'Wahr «Ops… che imbranata… perdonami, mia anonima metà del cielo, te ne prego!» «Ehy!» protestò il biondo, voltandosi giusto in tempo per lasciar precipitare una pesante manata fra la spalla e il collo dell'avversario così propostogli «Se vuoi ambire alle grazie di Midda Bontor mettiti in fila, belloccio… ci siamo prima noi!» scherzò, nel mentre in cui all'uomo non fu offerta alternativa a ricadere, nuovamente, a terra, parzialmente stordito per un impatto tanto violento.

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«Mio eroe…» sospirò la donna guerriero, rivolgendosi ora nei riguardi del compagno di squadra, senza sarcasmo ma con evidente intento di giuoco con lui. «Ordinaria amministrazione.» sorrise l'altro, mostrandosi per un istante quasi gongolante per l'approvazione offertagli, anche solo per banale divertimento, assolutamente effimera qual un semplice sogno. «"Suo" eroe… cerca di non imbambolarti!» intervenne Howe, inginocchiandosi per prendere di sorpresa le gambe di un uomo impegnato con una sedia sollevata da terra ad attentare all'incolumità del fratello, pronto evidentemente a scagliargliela contro approfittando di quel momento di distrazione da parte del medesimo «Anche senza ucciderci, potrebbero comunque farci molto male se non stiamo attenti!» lo rimproverò, con sincera premura, mentre in conseguenza del suo atto, colui candidatosi qual primo atleta della storia nella disciplina del lancio della seggiola, precipitò al suolo, andando a sbattere con violenza il volto a terra e perdendo in ciò, ovviamente, ogni controllo sull'arma contundente scelta per quel tentativo miseramente fallito. «Cosa avevo detto?» sorrise Midda, scagliando una nuova serie di sonori manrovesci offerti unicamente con la mancina contro il volto di una donna lanciatasi in sua offesa, evitando in ciò un contatto sicuramente non gradevole con le lunghe unghie della medesima, le quali avrebbero potuto ledere senza ragione la sua già martoriata pelle più del dovuto «In fondo vi volete bene!... E stai buona, razza di gattina che non sei altro: mi hai forse scambiata per un ratto?…» «Un ratto sicuramente no. Ma sicuramente sei una gran bella top… ahhh!» commento lo shar'tiagho, cogliendo la battuta al balzo e tentando di rigirarla verso la medesima compagna, salvo essere poi interrotto da un inatteso colpo all'altezza del diaframma, che lo privò temporaneamente della possibilità di respirare, costringendolo a gemere per il dolore purtroppo inatteso e sinceramente indesiderato. «Vedi, mio buon Howe?» propose la donna, raggiungendolo immediatamente e liberandolo del proprio avversario con un'azione decisa del destro, utile ancora una volta a ricollocare un maschio adulto e ben piazzato in una posizione diversa all'interno del locale «Gli dei ti devono essere davvero tanto affezionati, dove essi si sono così impegnati per impedirti di completare la battuta di pessimo gusto che stavi per offrirmi…» «… s… s… spiri… tosa…» balbettò l'uomo, ancora afono, scuotendo il capo e cercando di riuscire a focalizzare nuovamente la vista nei confronti dell'ambiente attorno a sé, per non lasciarsi più cogliere di sorpresa come era appena avvenuto «… vera… mente s… s… spirito… sa…»

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«Ti ho sempre amato anche io… tantissimo!» rise ella, divertita, per poi tornare a gettarsi a capofitto in quella bolgia, folle e disordinata, all'interno della quale, in verità, ormai si poneva essere uno scontro di tutti contro tutti ancor prima che di tutti limitatamente contro di loro. Tanto pandemonio, continuamente alimentato dalle medesime figure già abbattute e nuovamente ripresesi, ebbe occasione di perdurare, paradossalmente, molto più di quanto non si sarebbe protratta un'eguale battaglia se fosse stata condotta a mano armata. Se solo, infatti, fossero tutti ricorsi alle proprie armi, spade o asce, picche o corte lame, che esse sarebbero potute essere, ogni sconfitto non avrebbe più avuto possibilità di rialzarsi e di tornare a combattere, come altresì fu in grado di fare in quell'enorme rissa, in quella baraonda che, dopo il primo quarto d'ora, si stava già dimostrando qual priva di origine e, forse, anche di una vera e propria possibilità di conclusione. Fortunatamente per tutti, soprattutto per la fazione formata dagli avventori slanciatisi in opposizione alla sì compatta ma efficiente squadra di mercenari, dove la vita non venne comunque negata a nessuno, ugualmente le forze, le energie da impiegare in quel conflitto si concessero, con il passar del tempo, sempre inferiori, arrivando, dopo quasi un'intera ora, a giungere a una naturale conclusione. A tal termine, ormai forse neppure sperato per quanto inevitabile, ancora in posizione eretta, benché umanamente affaticati anche in conseguenza di una lunga giornata di cammino, si dimostrarono pertanto soltanto Midda, Howe e Be'Wahr, mentre attorno a loro, ai loro piedi, si riversavano i corpi stremati, privi di coscienza e di senno, di tutti coloro che avevano cercato di disporsi in loro contrasto. «Woah…» esultò il biondo, lasciando fremere tutto il corpo come a volersi scrollare qualcosa di dosso «Ora, in verità, inizio addirittura a sentire caldo…» «Effettivamente è stata una rissa veramente accattivante.» si ritrovò concorde lo shar'tiagho, approvando incredibilmente l'opinione offerta dal fratello, e non contrastandola o beffeggiandola come proprio consueto costume «Bisognerebbe organizzarne più spesso…» «Mi spiace per il disordine.» commentò la Figlia di Marr'Mahew, rivolgendosi in tal osservazione non tanto verso i compagni quanto verso il locandiere e i propri sguatteri, i quali non stavano mancando di osservare con desolazione il paesaggio così presentato loro «Ovviamente ci faremo carico di risarcire i danni.»

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«Che cos… ?!» tentò di obiettare Howe, salvo ritrovarsi a esser bersaglio di un'occhiata sufficientemente esplicativa da parte della mercenaria «Err… ovviamente…» non ebbe quindi possibilità di obiettare. Il padrone di casa non si poté negare un certo sollievo in conseguenza dell'affermazione appena proposta dalla donna guerriero, là dove, conoscendola anch'egli di fama, si proponeva certo del fatto che ella non sarebbe venuta meno a un simile impegno. Per tal ragione, dopo essersi osservato rapidamente attorno a effettuare, probabilmente, un primo censimento dei danni e, nel contempo, a individuare un tavolo ancora agibile, si inchinò innanzi al gruppetto mercenario per invitarli ad accomodarsi. «Sono spiacente per la pessima accoglienza offertavi…» commentò, servilmente, nel rimuovere alcuni corpi esausti o svenuti dal cammino dei tre, per evitare che potessero donare loro ragione di fastidio «Solitamente l'ambiente concesso dalla mia locanda è molto più tranquillo… ma questo temporale ha sorpreso molti viandanti, creando un certo malumore di fondo che…» «Non sono necessarie scuse di sorta.» raccomandò Midda, seguendolo fino al tavolo prescelto e lì prendendo posizione, con movimenti quasi eleganti soprattutto nel confronto con quelli precedentemente offerti ai propri avversari, dotati di molta meno grazia «La situazione si è presentata al di fuori della tua capacità di intervento e, certamente, io non ho contribuito a mantenerla rilassata.» «Sarebbe possibile bere e mangiare?» si informò, nel mentre, Be'Wahr, cedendo ora a esigenze molto più materiali, pur comuni a tutti loro «Anche noi saremmo da annoverare nel conteggio dei viandanti da te citati.» sottolineò verso il loro anfitrione. «Ma certamente…» annuì il locandiere, facendo gesto a un ragazzo alle sue dipendenze di accorrere, al fine di iniziare a condurre una brocca di vino al tavolo, a prevenire tale richiesta. «Inoltre… staremmo cercando un uomo.» prese parola Howe, evidentemente desiderando non porre in secondo piano la ragione della loro venuta fino a quell'angolo di mondo, nel quale altrimenti non avrebbero avuto ragione di spingersi «Una guida molto esperta della zona della Terra di Nessuno a quanto ci è stato comunicato.» «Oh…» sussurrò il bonario ospite, stringendo per un momento le labbra e aggrottando la fronte in chiaro segno di preoccupazione per l'implicito posto in quella richiesta «Stai forse riferendoti a Sanma Bover, mio signore?»

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«Lui.» confermò lo shar'tiagho, inarcando un sopracciglio in conseguenza dell'incertezza donatagli da parte del locandiere, in forte contrasto con l'immediata consapevolezza nel merito dell'identità dell'uomo da loro richiesto, nell'averne anticipato senza la minima esitazione il nome «Vi sono problemi a tal riguardo?» chiese, con curiosità e senza alcuna minaccia velata in tale sincera questione. «Non per me. Non per me, certamente.» si premurò a sottolineare, onde evitare l'insorgere di possibili incomprensioni a tal proposito, sebbene il toni adoperati fino a quel momento fossero stati assolutamente sereni «Però… temo che avrete qualche difficoltà a ottenere quanto desiderate…» «Spiegati meglio.» domandò il biondo, servendosi immediatamente da bere non appena la caraffa fu appoggiata innanzi a loro, insieme a tre boccali in legno «Si pone, forse, fuori dalla nostra possibilità di contatto?» «Oh… no. Anzi.» scosse il capo il locandiere, dimostrandosi dubbioso sulle parole da utilizzare per rendere al meglio un concetto effettivamente semplice «In verità, anzi, direi che c'è già stato una certa forma di "contatto" fra di voi. Ed è stato, propriamente, il primo a ricercarlo…» «Thyres…» esclamò la mercenaria, comprendendo il significato di quell'indicazione. Divertita in conseguenza dell'ironia offerta dal fato, Midda si levò dalla sedia appena occupata per tornare sui propri passi, osservandosi con interesse attorno, a vagliare uno a uno i corpi a terra per cercare, fra loro, il sommo poeta che tanto si era impegnato fino a quel momento per decantare le lodi della sua beltà, offrendole dolci epiteti fra cui "vacca" e "cagna". Per quanto l'attenzione della donna non si fosse concessa in maniera particolarmente accesa nei confronti di quella figura, difficile sarebbe stato non identificarlo, non riconoscerlo, nel vivo contrasto proposto dai suoi abiti, particolarmente eccentrici, in verità, per quella che sarebbe dovuta essere l'immagine di una guida esperta, un uomo abituato a viaggiare in territori inesplorati e a sopravvivere agli stessi. A vestire una pelle chiara, un corpo giovane, probabilmente ancor più rispetto a quelli dei due fratelli suoi compagni di viaggio, con un viso tondeggiante e imberbe, occhi blu che attualmente si sarebbero proposti qual chiusi, e corti capelli disordinati verso il cielo, utili a renderlo simile a un istrice, erano stati, infatti, una casacca rosso sangue, braghe verdi giallastre, stivali altrettanto verdi, e, sopra a tutto ciò, un lungo cappotto giallo vivo, ornato da bordi e decorazioni dello stesso colore proposto dal suo sguardo, in una scelta forse tutt'altro che casuale in simile rapporto. Quel cappotto, nella fattispecie, avrebbe potuto richiamare il concetto espresso dalle uniformi

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degli ufficiali dell'esercito kofreyota, con le proprie particolari frange, con i propri intrinseci ornamenti, ma la presenza di toni tanto intensi, accecanti quasi nel contrasto naturale che formavano gli uni con gli altri, mai si sarebbe potuto associare un simile vestiario a una qualsivoglia organizzazione militare, regolare o mercenaria che essa fosse. Abiti, pertanto, che sarebbero dovuti essere ritenuti quali esclusivamente derivanti da una sua scelta in tal senso e, in ciò, probabilmente conseguenza in un carattere forte, indipendente, addirittura beffardo, nonché estremamente sicuro di sé, quale del resto era stato quello loro concesso immediatamente in seguito all'avvenuto ingresso nel locale. Una volta raggiuntolo, ritrovandolo senza particolare impegno sotto i corpi altri due compari altrettanto svenuti, ella lo sollevò di prepotenza da terra, ponendo entrambe le proprie bracciata attorno al suo petto, sotto gli arti superiori del medesimo, per reggerlo in piedi e mostrarlo, in tal modo, al loro attuale interlocutore, nella ricerca di una conferma ormai quasi retorica da parte sua. «Esattamente…» annuì l'uomo, offrendo il riscontro da lei ricercato «E' la guida verso la quale avete espresso il vostro interesse.» «Quando si dice il destino.» sbuffò ella, sorridendo sconsolata «Be'Wahr… per favore, vieni a darmi una mano. Non vorrei acciaccarlo più di quanto non abbia già fatto fino a ora…» Sollevato senza fatica dal biondo, e condotto secondo la volontà delle mercenaria fino al loro stesso tavolo, Sanma venne così adagiato su una quarta sedia, non senza un naturale imbarazzo da parte della stessa Figlia di Marr'Mahew per l'epilogo grottesco di quella parentesi, di quella breve disavventura, surreale al punto da risultare quale chiara dimostrazione dell'esistenza degli dei e della loro influenza nelle vicissitudini umane, là dove, altrimenti, tanta paradossale coincidenza non avrebbe potuto trovar ragione d'essere, di proporsi. «Credi che ci aiuterà, nonostante quanto accaduto?» si espresse Howe, ora condividendo le ragioni di dubbio prima proposte dall'oste, nell'osservare il corpo privo di sensi posto seduto accanto a loro, quasi come se fosse stato un compagno e non, più propriamente, la causa principale dello scontro appena terminato. Al di là di ogni emozione, di qualsiasi considerazione assolutamente umana e probabilmente giustificata, all'attenzione della donna guerriero era comunque definito l'assunto di come, ormai, i giochi sarebbero dovuti essere considerati da tutti loro addirittura terminati, in quanto, da persone

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adulte e responsabili quali essi erano, avrebbero dovuto impegnarsi ad abbandonare eventuali contrasti, possibili divergenze alle proprie spalle, per poter guardare insieme e serenamente al domani, all'avventura che li avrebbe presto attesi, uniti da un sentimento comune, da un medesimo fine, tanto elevato e universale per il quale neppure il loro candidato al ruolo di guida avrebbe di certo avuto di che ridire, stuzzicato nelle corde più profonde del proprio animo da un concetto assolutamente semplice e incontrovertibile… «… per riservarsi il diritto a una parte della montagna d'oro che ci attende, mi sento sufficientemente sicura del fatto che riuscirà a trovare la voglia di offrirci il proprio sostegno.» sorrise, serenamente.

uando Sanma Bover riuscì a ritrovare lucidità, il sole era già tornato a splendere sopra le montagne, nell'immancabile offerta di un cielo terso, assolutamente limpido e sereno, qual solo sarebbe stato possibile attendersi a seguito di un temporale quale quello del giorno precedente. Immancabile, forse per il vino, forse per le botte subite, fu in lui un forte senso di nausea, che lo vide, ancora confuso, ancora cieco e sordo al mondo attorno a lui, riuscire a correre fino all'esterno della locanda giusto in tempo per gettare la testa sulla nuda terra e lì rilasciare il contenuto del proprio stomaco, in un nauseante composto privo di un qualunque colore umanamente definibile e, piuttosto, dotato di un'incredibile varietà di toni diversi, di tinte incredibili nella propria commistione. Solo dopo essersi, in siffatto modo, liberato del peso gravante sul proprio corpo, egli riuscì a offrire per la prima volta attenzione all'universo attorno a sé, nell'allora primaria esigenza di comprendere dove avesse da considerarsi essere e, soprattutto, cosa fosse accaduto nelle ultime ore, dal momento in cui nella sua memoria si ponevano immagini eccessivamente caotiche per potergli offrire un qualche sentimento di senso compiuto. Fu proprio in quel frangente, nel mentre in cui egli si voltò verso la locanda dalla quale era pocanzi uscito, che l'immagine di una donna al contempo nota e sconosciuta gli si propose innanzi allo sguardo, osservandolo con un sorriso divertito e pur privo di scherno nell'attenderlo amichevolmente sulla soglia dell'edificio.

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«Ci conosciamo?» sbiascicò, con la bocca ancora in parte impastata dal sonno e dal rigurgito appena riversato lì dietro «O, meglio, dovrei dimostrare di conoscerti?» «Considerando quello che è successo fra noi questa notte, direi proprio di sì.» sorrise ella, annuendo, nel mantenersi tranquilla con le braccia incrociate immediatamente sotto al generoso petto. «Mmm…» commentò egli, grattandosi il collo e aggrottando la fronte, con aria incerta, cercando senza molto successo di ricostruire i termini entro i quali avrebbe dovuto interpretare quelle parole «Aspetta… tu sei la mercenaria di Kriarya… quella famosa…» «Sì… lei…» confermò la Figlia di Marr'Mahew, ancora con aria serena nei suoi confronti, cercando di non dare spazio a possibili nuove incomprensioni fra loro, emozioni che avrebbero potuto ostacolare il successo della loro collaborazione nei giorni a venire. «Mmm…» insistette egli, sempre meno convinto nel merito di quell'incontro, di quanto stava accadendo «Scusa la domanda… ma prima accennavi a qualcosa che è successo fra noi questa notte… tu e io… intendi dire che…?» «Oh…» inarcò entrambe le sopracciglia ella, rendendosi solo ora conto di quanto, senza alcuna malizia, aveva pur formulato in maniera sin troppo ambigua «No, no… assolutamente. Cioè… forse a te sarebbe anche interessato, e in tal senso hai tentato comunque di esprimerti nel corso della scorsa notte, ma è finito tutto in rissa.» chiarì immediatamente, non desiderando dare ambito a ricordi errati, dove in lui, evidentemente, si stavano iniziando a frammischiare memorie reali e oniriche, utili a generare una gran confusione. «Ah… ecco.» asserì, stringendo le labbra in un sorriso a metà fra la consapevolezza e la delusione «Meglio così in fondo. Sarebbe stato un peccato non riuscire a ricordarsi nulla…» aggiunse poi, dimostrando estremo pragmatismo nel liquidare sia la questione della mancata notte di piacere, sia quella dell'ammessa notte di violenza. Midda sorrise di fronte al carattere così dimostrato dall'uomo, certamente più apprezzabile di quello che, altresì, si era tanto impegnato a offrire la sera precedente. Evidentemente, fra le doti di Sanma, non avrebbe dovuto essere annoverata quella di reggere bene l'alcool, offrendo comunque ragione, in ciò, di soddisfazione per la donna guerriero. Se, infatti, la personalità estremamente spiacevole con la quale la sera prima si era posta a confronto fosse stata in lui predominante, i giorni che essi avrebbero dovuto trascorrere insieme sarebbero stati a dir poco insopportabili: così, invece e fortunatamente, tanto ella, quanto anche i

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suoi compagni, avrebbero avuto la possibilità di interagire con una persona diversa e, forse, migliore. Nel mentre di simile riflessione, naturalmente non condivisa da parte della mercenaria, l'uomo, senza rendere propri eccessivi formalismi, riprese ad avanzare nella direzione della locanda, riattraversando la porta d'ingresso e dirigendosi, un po' zoppicante, nella direzione del bancone, evidentemente desideroso di chiedere qualcosa per eliminare il pessimo sapore di succhi gastrici rimasto a imporre la propria crudele tirannia nella sua cavità orale. Definito il genere di rapporto che era intercorso con la propria interlocutrice, e accertato che non vi fossero, chiaramente, questioni in sospeso, dove ella non era sembrata interessata a dar spazio a nuove discussioni fra loro, a prosecuzione di argomenti dei quali neppure conservava memoria, l'interesse dell'uomo nei suoi riguardi si sarebbe potuto considerare, in verità, già concluso, come nel proprio modo d'agire non mancò di sottolineare. «Dammi la solita porcheria, Fazar…» richiese rivolgendosi al locandiere, nell'andarsi ad accomodare di fronte a lui con espressione ancora sufficientemente inebetita «Ho bisogno di pulirmi la bocca, di sistemarmi lo stomaco e di eliminare un pessimo mal di testa. E, devo ammetterlo, nulla mi fa effetto migliore del tuo beverone.» «Subito.» annuì l'interpellato, dando riprova di comprendere bene a cosa egli stesse riferendosi. Un fattore comune a quasi ogni locanda del mondo o, per lo meno, a quelle presenti nella pur limitata conoscenza offerta alla donna guerriero sul medesimo, ma che, razionalmente, avrebbe potuto probabilmente essere esteso a regola generale, era sicuramente quello derivante dalla presenza di un composto misterioso, la cui ricetta era nota solo al padrone di casa, utile a permettere un ritorno in sé in maniera rapida ed efficace dagli effetti postumi di un'ubriacatura. Per quanto alla mercenaria, a titolo personale, il ricorso a tali rimedi fosse stato necessario soprattutto in gioventù, nei tempi antecedenti alla sua maturata consapevolezza dei limiti entro i quali non spingersi nella volontà di non perdere il controllo su di sé e sull'ambiente a sé circostante, rischio eccessivo per una professionista di fama rinomata qual era poi diventata, ella aveva avuto addirittura modo di vedere in azione dei veri "resuscita morti", in grado di far riprendere in maniera pressoché istantanea un uomo o una donna privi di sensi, e di restituirli più che lucidi alla realtà, dalla quale, in tal situazioni, erano solitamente richiesti in maniera estremamente urgente. Alcun stupore, quindi, alcuna curiosità sorsero in lei a tal richiesta da parte dell'uomo, dove, per quanto ignorata, ella non aveva mancato di

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seguirlo, di restare prossima a lui, in attesa del momento più idoneo a riprendere parola. «Avendo già escluso che vi sia stato un piacevole intrattenimento fra noi, la notte scorsa, e sperando di escludere l'eventualità in cui tu possa desiderare riprendere il "discorso" interrotto al momento in cui io ho, chiaramente, perso i sensi, la tua insistente presenza mi porta a supporre come tu, comunque, abbia ancora qualche questione in sospeso nei miei riguardi…» evidenziò Sanma, non voltandosi nella direzione dell'interlocutrice, sebbene ne avesse chiaramente colto la presenza accanto a sé anche in quel momento. «In effetti sì. Ma non è nulla di urgente.» confermò la donna, per offrire priorità al composto alchemico che avrebbe permesso di ristabilire i giusti equilibri interiori ed esteriori nella controparte. «Ottimo…» annuì egli, con un sorriso sornione «Anche perché dopo che avrò ingerito quello schifo, sarà mia premura andare a svuotarmi la vescica e le budella prima di potermi concedere di prestare ascolto a qualsiasi questione, possa essa giungere da una presenza del tuo calibro, senza doppi sensi di riferimento fisico, o dall'ultimo degli imbecilli di questo mondo.» «E' giusto.» non si scompose la donna, impegnandosi a dimostrarsi più che ben disposta nei suoi riguardi, nonostante gli sguardi di Howe e di Be'Wahr, poco lontani dalla scena in atto, stessero dimostrando un'evidente intolleranza a quella situazione. «Mmm…» esitò, allora, l'uomo, incuriosito da tanta quiete nell'altra, nonché, ovviamente, dalla ragione per la quale ella si stava proponendo con tale tenacia innanzi a lui «Così… tanto per dire… la questione in sospeso nei miei riguardi, in quali termini sarebbe espressa?» tentò di informarsi, nel mentre in cui un boccale colmo di un liquido di colore, odore e consistenza non dissimile dal vomito da lui stesso prodotto, gli venne posto innanzi al viso da parte del locandiere. «Prova a concentrare la tua attenzione, per un istante, verso la maggiore quantità d'oro che tu possa concepire…» sorrise ella, proponendosi a sua volta sorniona «Raddoppiala… triplicala se vuoi, e avrai la risposta alla tua domanda.» A quelle parole, in un gesto secco e deciso, l'uomo sollevo il boccale e tracannò senza la benché minima esitazione il suo disgustoso contenuto, gettandolo con foga invidiabile direttamente nello stomaco, quasi rappresentasse il succo più prelibato, il nettare più prezioso dell'intero creato. E, dopo aver riappoggiato il contenitore svuotato del suo contenuto sul bancone, si volse nella direzione della mercenaria,

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strabuzzando in maniera incontrollata, per un fugate istante, gli occhi, in chiara conseguenza dell'intruglio appena assunto allo scopo di ritrovare la lucidità prima perduta. «Dillo di nuovo.» le richiese, osservandola con attenzione, come se ella fosse apparsa solo ora, per la prima volta, innanzi al suo sguardo, quasi un volto del tutto sconosciuto, un carattere mai incontrato prima di quel momento «Dillo di nuovo, dato che, forse, non ho inteso correttamente.» Ed ella, sorridendo divertita per quella reazione, per tale espressione in perfetta linea con le sue previsioni, lo accontentò, riproponendo le medesime parole appena pronunciate, con assoluta serenità, normalità, quasi fosse una questione assolutamente ovvia, addirittura banale. «Sei sicura che fra noi non sia successo proprio nulla di piacevole ieri sera?» domandò l'uomo, a quel punto, aggrottando la fronte e sorridendo a sua volta, apertamente, quasi raggiante in volto «Perché, in tutta franchezza, dopo questa splendida rivelazione io credo di essermi innamorato perdutamente di te, qualunque sia il tuo nome…» «Ti assicuro che non è accaduto nulla.» commentò ella, socchiudendo appena gli occhi, con fare predatorio «In caso contrario, avessi tu anche svuotato le cantine degli dei dell'ebbrezza di ogni pantheon, non avresti avuto occasione di scordarti di me.» «Mmm… Midda Bontor!» esclamò egli, con fare trionfale, nel riuscire ad associare, finalmente, il nome all'identità già intuita e pur, fino a quel momento, non ancora definita «Tu sei Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew!» «Ottima dimostrazione di come la lucidità stia ritrovando dimora nella tua mente.» annuì la mercenaria, senza concedergli, in ciò, alcun riconoscimento nel merito del malizioso scherzo precedente «Ora, però, fai quello che devi… così che, quando sarai pronto, potremo finalmente parlare di lavoro.» «Potremo… tu e io?» cercò conferma egli, intuendo, o forse ritrovando memoria, della presenza di altre figure accanto a lei, nella sera precedente. «E noi…» intervenne, cogliendo l'occasione, Be'Wahr, nel levare una mano dal tavolo occupato insieme al fratello, da dove stava seguendo con attenzione ogni sviluppo. «Giusto per chiarire.» sottolineò Howe, inarcando un sopracciglio e appoggiando, in tali parole, pienamente la presa di posizione del fratello, prima che il loro candidato al ruolo di guida iniziasse a riservarsi libertà psicologiche eccessive nei confronti della loro compagna. «Perfetto…» si limitò a constatare Sanma, piegando il capo per meglio osservare la coppia di mercenari, poco distante «Una coppia di dame di

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compagnia erano proprio ciò che speravo di trovare. Un grande amore distrutto sul nascere… che spreco…» «Vorrà dire che dovrai accontentarti della magra consolazione offerta dall'oro, mio sconsolato spasimante.» replicò la donna guerriero, quasi a voler riportare l'attenzione dell'uomo nei confronti della ricompensa promessagli, quasi se ne sarebbe potuto dimenticare. A quelle parole, egli non mancò di risollevarsi dallo sgabello sul quale si era adagiato, per proporsi pronto all'azione o, per lo meno, al genere d'azione che aveva preannunciato e al quale, volente o nolente, non avrebbe potuto fisiologicamente rinunciare… «Che dire? Cercherò di farmene una ragione…» sospirò, scherzosamente, prima di allontanarsi nella direzione dell'uscita dall'edificio, verso la latrina a cielo aperto rappresentata dall'intero panorama esterno a quel rifugio «Non scappate senza di me… torno il prima possibile!» si raccomandò, verso i propri nuovi ipotetici datori di lavoro. In verità, ai tre avventurieri non venne concessa occasione di annoiarsi, non fu richiesta un'attesa eccessiva, nel riconoscere alla guida la possibilità di sbrigare le proprie questioni personali, dove, come facilmente presumibile, egli non volle rischiare di perdere quel possibile incarico, e la ricompensa collegata, in virtù delle proprie esigenze fisiche. Del resto, nel mondo in cui tutti loro erano nati e cresciuti, chiunque sarebbe apparso probabilmente indolente al pensiero di dover intervenire in soccorso di un amico o di un familiare, all'idea di doversi scontrare con un nemico superiore, di dover affrontare un'impresa fuori dal comune per semplice principio preso, per una questione sentimentale, emotiva. Al contrario, in quella stessa realtà, chiunque si sarebbe proposto più che entusiasta, più che appassionato al sol pensiero di compiere quelle stesse azioni, o raggiungere addirittura traguardi più rischiosi, nel porre in dubbio la propria stessa sopravvivenza, se a sprone di tal ragione fosse subentrato un riscontro economico, un banale, veniale arricchimento personale. Esser mercenari, in tal senso, non si sarebbe dovuto considerare, in effetti, qual un'onta, un disonore, là dove agire in siffatta maniera si poneva paradossalmente quale semplice accettazione della realtà, di un incontestabile e retorico stato di fatto che alcuno avrebbe mai, probabilmente, potuto modificare, sebbene numerosi ipocriti si sarebbero sempre impegnati a giudicar in maniera impropria tal professione, condannandola arbitrariamente nei propri stessi principi, fraintesi troppo spesso qual assenza di ogni valore.

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Spronato, in tal guisa, dalle parole propostegli dalla donna guerriero, più eccitanti, più coinvolgenti di quanto non sarebbero state altre rivolte a un impegno sessuale fra loro, Sanma fece quindi rapidamente ritorno, disponendosi con totale attenzione innanzi ai propri interlocutori, pronto a pendere dalle loro labbra se solo quanto accennato avesse, effettivamente, trovato riscontro e conferma. «Dove e quando.» esordì, sedendosi al tavolo prescelto dal gruppo, nel dimostrarsi, ora, assolutamente padrone di sé, delle proprie facoltà prima ancora, in parte, ottenebrate dai postumi del giorno precedente. «Terra di Nessuno. Immediatamente.» replicò Midda, apprezzando il modo di fare diretto offerto in tal senso, privo di eccessivi e inutili salamelecchi. «La Terra di Nessuno?» ripeté, con fare retorico, nel voler esser certo di aver inteso correttamente «Avrei dovuto pensarci da solo… in caso contrario non mi avreste cercato.» «La tua fama corrisponde a realtà?» tentò di informarsi Howe, osservando con diffidenza quell'uomo, tutt'altro che ben disposto nei suoi riguardi «Possiedi effettiva confidenza con quelle lande avvelenate?» «Non desidero esagerare, dichiarando di conoscerle meglio del villaggio ove sono nato e cresciuto, ma credo di essere uno dei pochi sfortunati a godere di un simile privilegio…» rispose l'uomo, accettando senza recriminazioni di sorta quel dubbio, l'incertezza verso di lui offerta da parte dello shar'tiagho «In verità, comunque, dubito che possa esistere qualcuno in grado di affermare, a ragion veduta, di aver visitato in maniera completa e approfondita tale zona: il suo nome, in tal senso, ha da giudicarsi sufficientemente indicativo.» «Abbiamo necessità di una guida che sappia orientarsi all'interno di quella regione vulcanica, che sia in grado di abbandonare i pochi tragitti noti, segnati, per inoltrarsi nelle aree meno conosciute o, meglio ancora, del tutto inesplorate…» spiegò la donna guerriero, nel riprendere parola, a definire con maggiore precisione i termini dell'accordo in discussione. «Quindi… se ho ben inteso, le signorie vostre sono intenzionate a sospingersi esattamente nei territori ancora inviolati.» osservò Sanma, offrendo riprova di aver colto l'esigenza primaria dei tre, in una banalissima deduzione in tal senso «E, nell'ipotesi in cui io sia effettivamente l'uomo da voi desiderato, sapendo individuare quali aree siano effettivamente tali nella vastità della Terra di Nessuno… per poter ottenere diritto alla ricompensa alla quale è stata offerta citazione poc'anzi, immagino dovrà esser mia premura condurre i vostri passi fino a un obiettivo in particolare, qualcosa di perduto, o forse dimenticato, all'interno di simile zona. O erro?»

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«Hai perfettamente colto nel segno.» confermo la mercenaria, annuendo a quelle parole e, nel mentre, ponendo le proprie mani, entrambe tese e con le dita chiuse, una innanzi all'altra, unendo fra di esse solo le estremità superiori nel voler delineare la sagoma di un vertice acuto, una punta triangolare rivolta verso l'altro, a introduzione del pur semplice concetto che sarebbe stato oggetto delle loro ricerche «Un obiettivo decisamente… voluminoso…»

a Terra di Nessuno doveva il proprio nome non tanto a un'etimologia incerta, lontana, smarrita nel tempo e nella storia, quanto piuttosto a una banale constatazione dei fatti, alla semplice presa di coscienza della realtà da essa stessa rappresentata. Posta al confine fra il regno di Kofreya e quello di Gorthia, tale area si poneva da sempre al di fuori della competenza territoriale di entrambi, non per una mancanza di interesse espansionistico dei due stati, dei monarchi a capo degli stessi, quanto piuttosto per un'assoluta impossibilità a mantenere qualsiasi genere di attività umana entro quei confini, in una terra sconvolta da incessanti attività sismiche e vulcaniche, dalle cui profondità né vita vegetale, né, tantomeno, animale sarebbero mai potute germogliare o proliferare, quanto piuttosto violenti getti di gas letali, che avrebbero negato qualsiasi possibilità o speranza in tal senso. Sulla base di simili presupposti, pertanto, ben pochi si proponevano essere coloro che avrebbero potuto vantare una confidenza con tale, pur vasta, regione, là dove alcuno avrebbe avuto ragioni per sviluppare la pur minima passione in quel senso. In Kofreya, e più precisamente nella provincia di Kirsnya, in verità, sconosciuto ai più e ufficialmente negato, era pur presente un certo interesse nei riguardi della Terra di Nessuno da parte delle autorità locali, del potere lì imperante, ove proprio entro tali confini, da epoche remote, era stato creato un carcere di massima sicurezza, un luogo nel quale poter esiliare e rinchiudere, senza alcun timore di possibili evasioni, tutte quelle figure estremamente scomode per le quali una condanna alla pena capitale non sarebbe stata concepibile, attuabile, e che, comunque, non sarebbero neppure potuti essere rinchiusi in una comune prigione, dalla quale altresì avrebbero potuto trovare occasione di fuga. E proprio in virtù della presenza di tale complesso, realizzato all'interno del ventre di un vulcano ritenuto inattivo, sarebbe dovuta essere considerata la familiarità

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di cui, a prescindere dalla ricerca da loro stessi svolta in favore di una guida, Howe, Be'Wahr e Midda Bontor avrebbero potuto far vanto. Tempo addietro, infatti, il loro primo incontro, l'occasione che li aveva visti unirsi insieme per la prima volta, aveva trovato ragion d'essere proprio nelle viscere più oscure di quella Terra e di quel carcere, dove la stessa Figlia di Marr'Mahew era stata rinchiusa per propria medesima volontà nell'inseguire la ricerca di alcune informazioni da lei ritenute sufficientemente importanti da rischiare di perdersi, definitivamente, in quel luogo dimenticato persino dagli dei. Evasa da quel sito di perpetua condanna, anche per merito dell'innegabile, per quanto non richiesta, collaborazione dei due, all'epoca affiancati da un terzo elemento conosciuto con il nome di Carsa Anloch, ella, al pari dei compagni, non avrebbe quindi potuto negare una pur esistente confidenza con quella zona, con quelle lande, per quanto simile cognizione non sarebbe potuta, oggettivamente, essere considerata sufficiente nei termini di quanto, attualmente, sarebbe stato loro necessario. L'interesse che aveva spinto il ritorno dei tre alla Terra di Nessuno, in effetti, non avrebbe dovuto essere considerato rivolto nei confronti delle aree a loro pur note, delle zone da loro necessariamente attraversate in tale avventura passata, quanto piuttosto a territori inesplorati, e tali non solo innanzi alla loro esperienza, ma all'esperienza di chiunque. Volontà di quel gruppo mercenario, come giustamente intuito da Sanma, la guida ricercata e assoldata in conseguenza alla propria rinomata competenza verso quella regione, avrebbe dovuto essere riconosciuta quella volta a spingere i propri passi, il proprio cammino, sino a raggiungere un obiettivo specifico all'interno di quella regione, una meta la cui stessa esistenza era ormai stata scordata dal mondo intero, come sovente era solito avvenire per edificazioni appartenute a epoche antiche, a fasti passati e successivamente perduti nel passaggio delle stagioni, nello scorrere degli anni, dei decenni, dei secoli o, persino, dei millenni. Tutto ciò che, in età passate, era stato ritenuto forse e addirittura il fulcro stesso di una civiltà, di una cultura, di una fede, in conseguenza alla scomparsa di coloro che tanto significato avevano permesso di associare, inevitabilmente sembrava essere destinato da una legge divina, e per questo inviolabile, all'oblio, alla dimenticanza, talvolta addirittura a torto, spesso a ragion veduta. Antiche capitali, templi magnifici, incredibili necropoli… ogni testimonianza di ciò che era stato, e non era più, si poneva condannata a un destino di smarrimento. E proprio per grazia di simile fato, di tale sorte, mercenari del calibro di Midda Bontor, divenuta leggenda per i propri ritrovamenti, le proprie conquiste in tal senso, trovavano, dopotutto, uno scopo di vita.

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«Ovviamente non sono questioni di mia competenza, dove sol a voi dovrò offrire i miei servigi…» premesse Sanma, la mattina in cui essi giunsero in vista del confine della Terra di Nessuno, del proprio desolato paesaggio di morte «… ma, per pura e semplice curiosità, sarebbe possibile essere informato nel merito del nome del vostro mecenate? Di colui che vi sta spingendo in una missione di tal portata?» «Nessuno che tu conosca.» semplificò Howe, curvando le labbra verso il basso, ancor non condividendo con i propri compagni il valore di quella figura, di quella presenza aggiunta, pur avendone accettato l'utilità dove, in sua assenza, la loro ricerca avrebbe potuto dilungarsi inutilmente, trasformandosi in una perdita di tempo e di risorse, in contrasto a ogni principio per loro fondamentale nella propria esistenza da mercenari. Non a torto fu simile risposta, dove il loro committente, il loro mecenate per quella particolare impresa, sarebbe potuto essere identificato nella persona che meno al mondo avrebbe potuto esser considerata prossima a simile ruolo… Sha'Maech. Nella propria semplice quotidianità, nella propria consueta vita, al di là delle questioni relative a quella particolare e assolutamente insolita situazione, egli si proponeva quale una figura decisamente originale, che, in molti, dove non desiderosi di concedergli offesa, avrebbero definito eclettico, anche se la maggioranza avrebbe preferito etichettarlo, in maniera molto più diretta, qual folle. Lontano dalla concezione del mondo e della vita così come il consueto costume imponeva a chiunque fin dalla nascita, proprio da quell'uomo, certamente non giovane ma solitamente giudicato qual estremamente vecchio a causa del proprio aspetto, della propria capigliatura candida, delle rughe sul proprio volto, sebbene meno di dieci anni lo differenziassero da Midda Bontor, erano in effetti derivati i termini dell'accordo che aveva visto coinvolti i due fratelli e la donna guerriero in quella nuova e comune missione. «Comprendo…» risolse l'interlocutore, non avendo interesse a insistere là dove si poneva evidente come alcuno dei propri tre datori di lavoro fosse particolarmente desideroso di condividere tale informazione, presupponendo che esistessero, in ciò, questioni che esulavano la loro possibilità di libero arbitrio. In verità, nei tre mercenari lì coinvolti non si poneva volontà di rendere pubblico tale nome non per un'impossibilità a farlo, quanto piuttosto per la difficoltà che sarebbe stata propria nell'esplicitare il

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particolare rapporto che li poneva legati, in quel momento, al soggetto in questione e che li aveva visti accettare quello stesso incarico. Differentemente dal consueto stile che avrebbe dovuto contraddistinguere il rapporto fra mecenate e mercenari, infatti, i tre compagni non si erano impegnati in tale missione nella prospettiva di un compenso che sarebbe loro stato riconosciuto dal medesimo Sha'Maech al termine di quell'incarico, in cambio del raggiungimento del loro scopo, quanto piuttosto di ciò che sarebbe stato da loro stessi conquistato nel condurre a termine quell'avventura, dal momento in cui ogni ricchezza, ogni tesoro che essi avrebbero ritrovato, e della cui presenza l'uomo si era pur detto certo, sarebbe stato di loro legittima proprietà, da destinare agli scopi che sarebbero stati da loro più graditi, ove, verso di essi, alcun interesse sarebbe mai stato offerto dallo stesso mecenate. Se infatti l'agire comune era solito porre oro e altri valori materiali al centro dell'universo, trasmutando in maniera estremamente semplice qualsiasi concetto, quale anche la vita di una persona, in un corrispettivo valore economico, la particolare ecletticità caratterizzante la figura di Sha'Maech considerava vane, e tutt'al più fini a uno scopo estemporaneo ed evanescente, simili ricchezze, riservando a valori ben diversi la propria attenzione, il proprio sentimento. Non per semplice arricchimento materiale e personale, lo stesso che, senza alcuna ipocrisia, spronava anche gli animi di quasi tutti i presenti lì radunatisi, nella sola e parziale eccezione rappresentata dalla Figlia di Marr'Mahew, la quale bramava altresì la sfida che quell'avventura avrebbe potuto rappresentare, per permetterle di spingersi oltre i propri limiti, quindi, il loro committente aveva coinvolto i tre in quella missione, quanto piuttosto nella volontà di un arricchimento culturale, intellettuale per le generazioni presenti e future, anche e soprattutto a titolo di risarcimento per un orrendo crimine del quale, insieme agli stessi mercenari, si era pur reso partecipe quale tempo prima. Nel corso della medesima missione che aveva visti riuniti, per la prima, e fino a quel momento, unica volta Howe, Be'Wahr, Midda e Carsa, infatti, uno dei maggiori templi eretti in glorificazione del sapere universale, della conoscenza, la Biblioteca di Lysiath, indicata dallo stesso Sha'Maech al gruppo quale possibile chiave per la soluzione di un enigma imposto loro, era andata drammaticamente distrutta in un incendio del quale proprio la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio avrebbe dovuto essere considerata quale principale responsabile. Da ciò, evento sconosciuto a chiunque al di fuori degli stessi protagonisti di quella tragica vicenda, era derivato pertanto un legame particolare fra i quattro cavalieri e il sapiente, vincolo in conseguenza del quale essi si erano impegnati a cercare di offrire ammenda per il crimine compiuto, nel ritrovare e consegnare proprio allo studioso ogni possibile documento,

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ogni possibile tesoro culturale utile a ricostruire, in pur irrisoria parte, quanto andato perduto. Mai, comunque, prima di allora, di quella particolare occasione, l'anziano folle si era spinto a promuovere personalmente una missione per i mercenari, come, al contrario, era giunto a fare con quell'incarico, ottenendo da parte di tutti, con l'unica eccezione rappresentata da Carsa, l'interesse richiesto. Sulla base di simili presupposti, dei primari obiettivi verso i quali colui che sarebbe dovuto essere considerato, in senso lato, il loro mecenate aveva posto il proprio interesse, nel recupero di ogni testimonianza di epoche passate, di civiltà perdute, pertanto, era derivata la meta di quell'incarico, nella forma, forse considerabile naturale in quella loro professione ma, effettivamente, tutt'altro che scontata, di un antico e perduto tempio. «Questa… piramide nera, però, ha qualche possibilità di esistere. Vero?» riprese la guida, comunque curioso, desideroso di comprendere qualcosa in più, nonostante ciò esulasse dai termini stretti del proprio incarico alle loro dipendenze, nonché di riempire in maniera costruttiva il tempo di quel lungo viaggio, dopo giorni di quasi totale silenzio fra loro nel tragitto compiuto fino a quel confine «Senza offesa, ma sarebbe estremamente sgradevole scoprire troppo tardi che stiamo inseguendo un semplice delirio…» «Possibilità, sì. Certezza, no.» definì Midda, accennando un sorriso quieto, nell'intuire, forse, le necessità dell'uomo in quel momento «L'unica certezza in tal senso si avrà in seguito al ritrovamento della medesima. Per ora, semplicemente, dobbiamo accontentarci di alcuni indizi, forniti da fonti sufficientemente sicure.» «Comprendo…» accordò, nuovamente, l'uomo, impegnandosi a non insistere ulteriormente, per quanto avesse comunque apprezzato l'intervento concessogli dalla donna. La piramide nera, il tempio da loro cercato, secondo gli studi condotti da parte dello stesso Sha'Maech, doveva essere stata eretta all'interno dell'area ora conosciuta quale Terra di Nessuno in epoche antiche, forse antecedenti persino alla fondazione di Kofreya, Gorthia e tutti i regni lì prossimi, quand'ancora il continente era giovane e le leggende avrebbero ancora dovuto essere, prima ancora di divenire tali. Sulla base di una non meglio precisata fonte, al di là di quanto proposto dalla voce della mercenaria dai capelli corvini per non suscitare eccessiva polemica da parte della loro guida, lo studioso aveva avuto ragione di considerare l'esistenza di simile erezione e la propria collocazione in quella particolare regione, suggerendo la sua importanza

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storica in quanto, probabilmente, sede in un'epoca remota di un potere religioso o politico locale a quell'angolo di continente, e, come tale, certamente ricolma, a oggi, di chiare testimonianze di simile importanza, quali documenti, pergamene sicuramente se non, addirittura, interi codici rilegati, nonché di inestimabili tesori di valore economico più convenzionale, utili nella fattispecie a soddisfare le necessità di sprone per il gruppo da lui lì inviato. «Ma…» tentò di offrire nuovamente la propria voce Sanma, salvo essere prontamente interrotto. «Siamo giunti fino al limitare della Terra di Nessuno.» sancì lo shar'tiagho, curvando le labbra verso il basso «Prima di proseguire in questa inchiesta del tutto fine a se stessa, perché non provi a suggerire una via, in particolare, da intraprendere? Altrimenti detto: perché non provi a fare ciò per cui ti abbiamo assoldato?» «Ehy… io stavo semplicemente cercando di proporre un minimo di conversazione.» si difese l'uomo, levando le mani a dimostrare evidenza dei propri palmi, in segno di immediata resa «Da quando mi avete assunto, vi siete tutti chiusi in un assurdo e insopportabile silenzio che mi porta a ritenere evidente un paradossale sentimento di diffidenza nei miei riguardi.» definì, aggrottando la fronte «Ma, senza offesa per lor signori, siete stati voi a cercare me… e non viceversa. Se non desiderate fidarvi del vostro umile servo, per quale assurda ragione avete deciso di coinvolgermi in tutto questo?» A commentare tale intervento, simile presa di posizione, fu la voce di Be'Wahr, il quale con assoluta innocenza non poté fare a meno di dichiarare: «Non ha tutti i torti.» «Per Lohr…» esclamò Howe, gettando gli occhi al cielo, non tanto per lo sfogo della guida ma per l'appoggio dalla stessa guadagnata da parte del fratello. «E' vero!» incalzò il biondo, rivolgendosi al proprio compagno e amico di sempre «Non so se tu te ne sia reso conto, ma hai addirittura smesso di canzonarmi da quando è ripreso il nostro viaggio in sua compagnia…» «Ah… quindi ora vuoi riservarmi colpa perché non mi sto facendo beffe di te?!» asserì il primo, con sincera e, forse, giustificata meraviglia a quelle parole «Ho sempre sostenuto che tu non abbia tutt…» «D'accordo. D'accordo.» intervenne la Figlia di Marr'Mahew, reclamando ora per sé l'attenzione del gruppo, nell'imporsi sulla discussione in divenire «Ora non iniziate, per bontà divina.» «Sanma… Be'Wahr… avete ragione.» riconobbe, subito dopo, proseguendo prima di poter essere interrotta «Effettivamente il nostro comportamento non si è dimostrato dei più ospitali possibili, senza alcuna

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colpa da parte tua, sia chiaro.» sottolineò, volgendo il capo alla loro guida in quelle parole «Credo che ognuno di noi possa avere le proprie personali ragioni in tal senso, per quanto alcuna di esse probabilmente debba ritenersi giustificatrice di tanta reticenza al semplice chiacchierare.» riconobbe «A esempio, sebbene principale promotrice della tua stessa presenza fra noi, io stessa non sono abituata ad affidarmi a una guida in questo genere di situazioni… e, dove a livello razionale abbia comunque compreso la tua possibile utilità, a livello emotivo, forse, non l'ho ancora voluta accettare, considerandola come un limite personale.» «Woah…» sussurrò l'uomo verso il quale tale spiegazione era stata dedicata, spingendo in ciò il proprio labbro inferiore a sporgere appena in avanti, in una smorfia di interdizione «E' forse un modo particolarmente complesso per domandarmi scusa? In tal caso, per quanto mi possa far piacere, se non addirittura onorare, ti assicuro che non ve ne era bisogno… in fondo siete voi a pagarmi e se preferite che io stia zitto, per me va bene lo stesso.» «Ecco… sì… magari stai zitto.» si frappose Howe, offrendo però, in tal occasione, un lieve sorriso «No… scusami, questa è ironia di pessima qualità.» negò subito dopo, scuotendo appena il capo «Anche per me può valere la posizione espressa da Midda, per quanto, sono sincero, non mi sia mai dichiarato in particolare favore alla presenza di una guida. L'idea di dover offrire fiducia a qualcuno in maniera del tutto gratuita non rientra, esattamente, nei miei principi.» ammise, con trasparenza. «Se ti può consolare, la tua fiducia in me non si può assolutamente considerare del tutto gratuita… dal momento in cui, in effetti, mi state anche pagando.» ricordò l'altro, sorridendo in fondo sinceramente divertito dalla reticenza offertagli da parte dei propri stessi clienti. «Mi sembrava di essermi già espresso pocanzi nel merito alla necessità di un tuo silenzio… non l'ho fatto?!» replicò lo shar'tiagho, inarcando un sopracciglio nel non voler offrire riprova di essere rimasto effettivamente divertito da simile, corretta constatazione nel merito di quanto da lui appena dichiarato, nel carattere scherzoso già dimostrato in più occasioni da quell'interlocutore. «Comunque sia… a quanto ho inteso, nonostante tutte le questioni del caso, purtroppo per voi la Terra di Nessuno è troppo grande per pensare di vagabondare in essa senza un meta precisa, senza la benché minima concezione nel merito di dove dirigere i vostri passi, limitandovi ad attendere di inciampare in una piramide nera dimenticata dal mondo intero...» denotò Sanma, tentando di giungere a una conclusione della questione, di trarre qualche risultato costruttivo da quel breve e pur intenso confronto «Ragione per cui è comunque necessaria la mia presenza… o erro?»

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«Su… su… non siate falsamente polemici. Tanto lo so che, sotto sotto, siete estremamente affezionati l'uno all'altro…»

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«Dici il giusto.» annuì la donna guerriero, ritenendo inutile mal celare ulteriormente quel dato di fatto, soprattutto ove, ormai, molte delle carte in gioco erano state svelate anche al nuovo e pur temporaneo membro del loro gruppo «Stolido, pertanto, proseguire con vane ritrosie… che ne pensi, Howe?» domandò poi, volendosi mostrare propositiva in tal senso, forse a rimediare all'errore così riconosciuto qual proprio, a quel comportamento sì umano e, ciò nonostante, del tutto privo di significato in quel particolare frangente, più di ostacolo che di potenziale soccorso. «Così sia.» approvò l'uomo, sollevando le spalle e, in ciò, arrendendosi di fronte all'evidenza tanto chiaramente dimostrata. «Ottimo! Allora, dato che ci siamo tutti chiariti e siamo diventati tutti amici… potremmo anche riprendere a parlare?» incentivò Be'Wahr, prima di dimostrare le proprie più intime emozioni in un ampio sbadiglio «Perché, sinceramente, andando avanti di questo passo, sarà meglio per me costruire una bella lettiga e attaccarla al cavallo, dal momento in cui, che io sia sveglio o no, non cambierebbe poi molto.» «Ma, fratellino mio… a conti fatti non è cambiato mai molto!» sorrise, sornione, lo shar'tiagho «Anzi, probabilmente i discorsi più intelligenti che io abbia mai ascoltato da parte tua sono quelli che hai proposto durante il sonno….» asserì, dando chiara riprova di come avesse non solo accettato quella decisione ma, anche, fosse desideroso di recuperare il tempo perduto nelle occasioni mancate di insultare scherzosamente il compagno. Una sincera e collettiva risata coinvolse pertanto l'intero gruppo, sancendo in ciò la conclusione di quella prima fase del loro viaggio, non casualmente in coincidenza del raggiungimento della Terra di Nessuno. Tutti loro, del resto, erano perfettamente consci di come inoltrarsi in quei confini, in quelle lande desolate e avvelenate, avrebbe rappresentato una sfida assolutamente non banale, non consueta, nel corso della quale si sarebbero potuti ritrovare in contrasto anche a prove inattese, a nemici imprevisti. Ovviamente non la donna guerriero, non i fratelli, e neppure la loro guida, si sarebbero potuti illudere che, a seguito di un tanto semplice confronto e chiarimento, di un siffatto patteggiamento, vi sarebbe potuta essere una qualche amicizia fra loro, una fiducia diversa o superiore rispetto a quella proposta, l'un l'altro, fino a quel momento. Nonostante ciò, non tale sentimento sarebbe stato loro necessario in quel frangente, nell'affrontare quella prova, ritrovando sufficienza e anche necessità in un più consueto e meno impegnativo rapporto di cameratismo, utile a renderli, per lo meno, compagni di ventura quali invero erano e sarebbero stati almeno fino al termine di quel viaggio. In questo, per simile fine, nella volontà di riuscire a dar vita a tale pur effimero legame, il pur sobrio ed essenziale dialogare, non volto all'analisi dei massimi sistemi della loro

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realtà ma, in maniera più elementare, alle loro avventure passate e a quella in corso, attraverso aneddoti anche scherzosi, avrebbe sicuramente rappresentato un primo e importante passo, utile a superare quelle ritrosie sì esistenti e anche trasparentemente ammesse tanto da Midda quanto da Howe. Alla luce di quel nuovo stadio nella loro missione, nonché in virtù della necessità impellente di un confronto con la letale regione prescelta quale meta del loro peregrinare, Sanma si riservò l'opportunità, al termine di quel momento di ilarità, di riprendere il dialogo interrotto, tornando a focalizzarsi sulla questione per mezzo della quale tutta quella digressione, quella pur utile parentesi, aveva avuto ragione di esistere. «A costo di sembrar monotono, mi piacerebbe insistere, per un istante, nei riguardi dell'obiettivo che vi siete preposti e per raggiungere il quale avete deciso di assumermi…» definì pertanto, apparentemente sincero nel voler focalizzare la propria attenzione nel merito del proprio incarico, nel voler dimostrare una decisa professionalità nei termini del proprio mestiere. «E' corretto.» riconobbe Midda, annuendo a quelle parole «Anche se, in verità, non ti è stato anticipato molto a tal proposito non per pregiudizio o malizia, quanto più semplicemente per scarsità di informazioni anche da parte nostra a simile riguardo.» «Secondo quanto mi è stato dato di sapere fino a oggi, l'oggetto del vostro, e quindi mio, incarico, si pone essere il raggiungimento di un'antica edificazione, probabilmente un tempio di qualche culto pagano dimenticato nel corso della Storia, eretta all'interno della regione che oggi siamo soliti definire Terra di Nessuno.» tentò di riassumere la guida, insistendo nei termini del proprio impegno in tal senso. «Simile costruzione dovrebbe avere la proporzioni di una piramide, ossia… beh… una di quelle robe, senza offesa, tipiche di Shar'Tiagh e di altri regni del deserto.» proseguì, offrendo un occhio di riguardo verso Howe nel citare un elemento proprio della sua cultura, in quanto chiaramente proveniente da quei territori. «Non ti preoccupare.» scosse il capo l'interpellato, minimizzando a ragion veduta la questione «Delle piramidi ho sentito solo parlare, non avendo avuto, sino a oggi, ragione per spingermi nelle terre dei miei avi: sono, pertanto, concetti sufficientemente estranei anche per me.» «Ah… bene.» constatò Sanma, aggrottando la fronte «In verità io speravo tu potessi… o, più in generale, voi poteste offrirmi qualche indizio maggiore nel merito dell'area in cui presumete poter essere stato posto questo tempio… sul genere di paesaggio più propizio per ospitare le sue dimensioni, che avete sottolineato essere sufficientemente imponenti.»

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«Secondo il nostro committente, la piramide in questione dovrebbe essere stata eretta all'interno di un avvallamento.» precisò la donna guerriero, offrendosi sinceramente interessata all'analisi proposta dalla loro guida «Realizzata con la medesima pietra lavica che caratterizza questa regione, essa non sarà facile da individuare, essendo sfuggita fino a oggi a ogni genere di attenzione, probabilmente, anche in virtù della propria stessa forma, facilmente oggetto di confusione con quelle dei numerosi vulcani qui presenti…» Un lungo silenzio di riflessione seguì tale dettaglio proposto dalla Figlia di Marr'Mahew, effettivamente razionale, intuibile, ancor prima che deducibile: non Sha'Maech sarebbe dovuto intervenire a tal proposito, quanto piuttosto la semplice logica, nel definire come a prescindere dalla località prescelta per l'erezione di un tale complesso, le condizioni necessarie a permetterne l'esistenza sarebbero dovute essere ovviamente immutabili. Lo sguardo di Sanma, in ciò, parve concentrarsi in una direzione non meglio precisata, su un traguardo effettivamente inesistente, nel mentre in cui la sua mente, indirizzata da tali parole nonché ipoteticamente forte di una conoscenza superiore alla loro nel merito di quel territorio, unico motivo utile a giustificarne la presenza fra loro, tentava di prendere in esame la conformazione a lui nota della regione, per individuare possibili aree candidate a ospitare quel costrutto tanto imponente e pur, forse, tanto nascosto, celato all'evidenza di un osservatore inconscio di quanto avrebbe dovuto ricercare. «A differenza di quanto in molti ritengono, la Terra di Nessuno non si concede quale una distesa continua e illimitata di vulcani, crateri attivi od ormai spenti, benché essi ne ricoprano effettivamente una proporzione preponderante, tale da rendere l'intera area inagibile a ogni sorta di attività umana…» iniziò a spiegare, dopo poco, nel recuperare parola e nel rivolgersi ai propri datori di lavoro. I tre restarono in silenzio a tale affermazione, celando una loro effettiva conoscenza a tal riguardo, nel non aver avuto, fino ad allora, ragioni per condividere con l'altro l'esistenza di una loro precedente visita all'interno di quelle particolari lande e, in questo, presentandosi pertanto quali completamente ignoranti a simile proposito. E anche lo stesso Be'Wahr, che pur ben disposto si era dimostrato fin da subito nei confronti di quella scelta, si mantenne tacitamente in accordo con i compagni, non desiderando, innanzitutto, contrariarli e pur non volendo, in secondo

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luogo, agire con troppa imprudenza verso quella figura comunque per loro estranea. Del resto, il biondo mercenario, nonostante tutta la propria naturale ingenuità che, spesso, era capace di donargli una mente incredibilmente aperta nei confronti del mondo, utile a cogliere sfumature altrimenti invisibili nel mentre in cui tonalità tanto violente da risultare altresì accecanti potevano essere addirittura rinnegate, era comunque conscio di un assunto fondamentale non solo della loro particolare professione ma di qualsiasi mestiere, qualsiasi attività umana. E simile principio, al quale sicuramente anche la loro guida non avrebbe mancato di prestar fede nel voler conservare le prerogative proprie della fama da lui conquistata, non avrebbe potuto prevedere l'aperta condivisione di ogni informazione, di ogni conoscenza, di ogni segreto, non solo utili, ma addirittura necessari, a garantire il mantenimento di una reale meritocrazia.

econdo l'opinione proposta da Sanma prima dell'ingresso del gruppo all'interno di quei confini avvelenati, tre sarebbero potute essere le aree completamente inesplorate della Terra di Nessuno adatte a ospitare l'imponente mole rappresentata dalla piramide nera. La prima, benché posta in prossimità del litorale, sarebbe dovuta esser effettivamente considerata una delle zone peggiori all'interno di quell'infausta regione, dal momento in cui in essa l'attività vulcanica trovava maggiore concentrazione e sfogo, in un continuo eruttare di lava in direzione del mare stesso, quasi una disfida offerta dal dio Gorl, signore del fuoco e supposto dominatore di quell'intero territorio, in direzione degli dei del mare, un tentativo di conquista della terra a discapito delle acque, entro le quali fiumi incandescenti si gettavano incessantemente in un sacrificio forse privo di possibilità di vittoria e pur, per questo, non meno violento. Impossibile era da sempre considerato sospingersi in tale area, tanto giungendo via terra, tanto via mare, nella particolare condizione così presentata. E in ciò, quindi, non solo una piramide sarebbe potuta esser lì celata agli sguardi, all'attenzione comune, ma anche una decina di similari costruzioni, protette da un'ineguagliabile barriera di fuoco oltre cui alcuno avrebbe avuto ragione di sospingersi. La seconda area candidata, invece, sarebbe dovuta esser ricercata non tanto in prossimità del mare, quanto nel limite più estremo, più lontano da esso, là dove i confini stessi della Terra di Nessuno andavano sfumando e, in questo, cedevano il passo ai territori riconosciuti quali propri dai

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Colpa e riscatto
ue splendidi occhi castani si volsero a osservare, con disappunto, strette corde impegnate a straziare una liscia, meravigliosa pelle color della terra. Disinteressati all’intrinseca beltà di un corpo praticamente perfetto, armonico, curato nel proprio aspetto, nelle proprie forme, come solo ci si sarebbe attesi da una nobildonna, una principessa o una regina, forse, quei legacci erano stati chiusi, tirati contro polsi apparentemente fragili, contro caviglie visivamente sì delicate da sembrar esser state plasmate da sapienti mani in morbida terracotta, nella passione di un operato professionale e pur, in quel frangente, quasi ingenuo, tale da aver creato una struttura troppo elegante, leggera, fine, incapace, impossibilitata a poter effettivamente sorreggere il proprio stesso peso, per quanto esso potesse essere esile, per quanto probabilmente non sarebbe stato superiore a quello della piuma più leggera, del petalo di rosa più sottile e trasparente. A chi aveva attorcigliato quella ruvida canapa attorno a tale raffinata presenza, sol sentenza di condanna per blasfemia sarebbe mai potuta esser rivolta, sebbene, in verità, non giudicato ma giudicatore avrebbe dovuto esser considerato, non vittima qual boia avrebbe dovuto esser classificato, tale non in conseguenza di quell’apparente crudeltà, quanto piuttosto qual pura e semplice evidenza dei fatti, trasparenza sulla realtà. Quelle corde, attorno ad arti tanto perfetti, invocanti amore ancor prima che violenza, erano infatti state lì poste dalla mano di un carnefice, nel regolare, nel corretto assolvimento del proprio incarico, del proprio lavoro, tanto ingrato e pur così ricercato, tanto disprezzato e pur così indispensabile nella necessità di offrire un regolare corso alla giustizia, il corretto compimento di un iter forse discutibile, addirittura e paradossalmente considerabile ingiusto, e pur fondamento immancabile per il funzionamento di ogni società, di ogni stato di diritto. Nonostante la regolarità di tale condanna, nonostante la formale legalità di simile abuso, impossibile sarebbe stato, per chiunque, osservare a cuor leggero la pelle color della terra lì torturata, così piagata, con totale indifferenza, con assoluta freddezza. Allo stesso modo, inevitabilmente, sarebbe stato, e fu, anche per chi padrona di tali forme, per chi posseditrice di tanta bellezza: nei due occhi castani, immensi, lucenti, all’interno dei quali chiunque avrebbe amato specchiarsi, avrebbe volentieri rischiato la vita per lì riflettersi, sol malanimo sarebbe potuto

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essere qual reazione a tale realtà, a simile condanna, nello studiare quelle membra tanto curate, tanto diligentemente considerate nelle premure da riservar loro, esser drammaticamente ferite da tanta prepotenza, martoriate da costrizioni che ne relegavano la presenza al suolo. Nel numero di quattro si sarebbero dovuti contare, in conseguenza di tal situazione, i picchetti in legno profondamente piantati nel terreno, a concedere a quella canapa una corretta tensione, a imporre a quel corpo un’innaturale apertura radiale, una distensione dolorosa, qual solo sarebbe potuta essere quella derivante da una sentenza di morte. Al centro di simili blocchi, di tali robusti fermi che, probabilmente, solo la forza bruta di un nerboruto guerriero, cinque volte più pesante e più grosso rispetto a chi lì condannata, avrebbe saputo spezzare, era l’immagine di una giovane donna, impossibile da associare razionalmente a un giudizio tanto severo, a una morte tanto crudele. Non diversamente dai propri arti, dalla beltà trasudante da quelle pur dolosamente tese forme, tutto il corpo di quella condannata risultava a dir poco magnifico e inestimabile, elegante e delicato, dolce e sensuale, apparendo lì a stento coperto nelle proprie parti più intime solo in considerazione della volontà degli aguzzini di non trasformare uno spettacolo di morte in un dono gradito agli sguardi di eventuali spettatori. Curve perfettamente delineate nella propria femminilità, accentuate da una muscolatura atletica, capace di porle, se possibile, maggiormente in risalto, non si imponevano eccessive nella propria abbondanza, non si dimostravano ostentate nella propria ricchezza, limitandosi a un giusto equilibro, a una sapiente commisurazione fra ricchezza e povertà tale da non involgarire il complesso finale, pur lasciandolo essere indubbiamente dominato da un’assoluta, indescrivibile sensualità. Il ventre, a esemplificazione di tanto valevole insieme, scoperto al pari delle braccia, delle gambe e di gran parte del petto, si imponeva allo sguardo appena convesso, lasciando intuire la propria fiera muscolatura addominale sotto una pelle così naturalmente esotica, qual retaggio evidentemente di una qualche origine mista, nonché abbondantemente imperlata di sudore, madida, in conseguenza dell’azione del caldo sole del meriggio su di essa, impietosi raggi che neppure nel confronto con tanta meraviglia evitavano di imporre la propria presenza, la propria bruciante forza. Più in alto, nel ritrovare quegli stessi occhi d’inconcepibile beltà e di tutt’altro che semplice, ovvio, colore castano, nelle proprie sfumature, nelle proprie tonalità praticamente uniche, ci si sarebbe posti in osservazione di un viso degno sovrano di tale corpo, ovale nella propria forma, dominato da morbide e carnose labbra e da un naso sottile e aggraziato, qual solo ci si sarebbe potuti attendere in quel frangente. Attorno a tutto ciò, a cornice di

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«Thyres!» invocò, in un alto grido, nel naturale timore di esser, effettivamente, sul punto di andare incontro alla propria dea.

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simile quadro, erano poi lunghi, lunghissimi capelli, castani qual soli sarebbero potuti essere in armonia con il resto di quella grazia, di quella sinfonia carnale, ora sparsi in maniera caotica sul suolo, frammischiandosi alla terra battuta e sabbiosa di quel patibolo, e pur, nella loro lucentezza, nella loro intrinseca compiutezza, capaci di lasciar comprendere quanto, in un altro contesto, in una diversa situazione, sarebbero stati mantenuti scrupolosamente ordinati, forse in un’alta coda o, comunque, in una qualche acconciatura atta a rispettare quel naturale tesoro pur concedendo alla sua proprietaria libertà di movimento, di azione. Tanta ricchezza, tanto valore, quello rappresentato da tale corpo, da tale ammaliante presenza, la quale, purtroppo, sarebbe però stata stolidamente sprecata nell’esecuzione di quella condanna, di quella sentenza, volta alla lenta, ma inesorabile, distruzione di un frutto tanto pregiato della natura, una figlia tanto prediletta dagli dei, nell’esser abbandonata, legata al suolo, in attesa di un’inevitabile morte. Un’ineluttabile agonia, quella per lei studiata, per lei votata, per lei decisa da giudici che non avrebbero potuto evitare di esser considerati crudeli, disumani, nella quale presto quelle carni sarebbero state piagate in conseguenza degli effetti della sete, della disidratazione, che ancor prima della fame ne avrebbe spezzato le curve, aprendone le membra in indescrivibili dolori, lancinanti patimenti, destinati a perdurare, nel migliore dei casi, per pochi giorni, così da riconoscerle la possibilità di un rapido decesso, della riconquista di un’eterna pace qual solo sarebbe potuta essere quella della morte, o, in alternativa, nel peggiore dei casi, per anche più di un’intera settimana, al termine della quale qualsiasi violenza sarebbe potuta esser preferita a quel tormento. «Perché?» domandò una voce priva di reale identità nell’essere ennesima di una lunga serie, ultima di un’ormai apparentemente interminabile sequenza di simili questioni, naturali nel confronto con tanta ferocia priva di compassione qual essa appariva. Alcuna risposta, però, sarebbe mai potuta essere offerta, sarebbe mai stata concessa, a pur sì numerose questioni fra loro tanto simili, praticamente identiche, là dove esse stavano venendo rivolte alle persone sbagliate, a interlocutori privi di ogni possibile consapevolezza a tal riguardo, quali, purtroppo, erano anche le guardie lì preposte alla sorveglianza della condannata, i suoi stessi carcerieri e, loro malgrado, aguzzini. Incarico di quegli uomini e donne, del resto, era, e sarebbe dovuto sempre restare, quello dell’esecuzione degli ordini ricevuti e non della formulazione di ipotesi attorno agli stessi, dell’analisi delle cause, delle

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ragioni per cui tali comandi sarebbero potuti essere stati impartiti. I giudici della capitale avevano espresso il proprio parere in direzione di tale pena capitale e solo ubbidienza sarebbe dovuta derivare in conseguenza, nel rispetto dell’ordine costituito, della struttura sociale utile a distinguere una società civile qual era la loro, in Kirsnya, in opposizione alla confusione imperante in realtà quali quelle rappresentate della città del peccato, Kriarya, dove pur entrambe facessero riferimento allo stesso monarca, fossero unite all’interno di medesimi confini appartenenti al stesso regno di Kofreya. Sebbene con quelle sinuose forme, con quella procace presenza, l’immagine di quella giovane donna avrebbe potuto irretire qualsiasi maschile raziocinio, avrebbe saputo sfiorare con sapienza le corde più intime, più profonde dell’umano animo, la sentenza sarebbe dovuta pertanto esser condotta a compimento, obbligando in ciò quelle sentinelle a resistere in modo impassibile alla volontà, al desiderio di porsi dubbi, di concedersi domande invero non dissimili da quelle che pur non avrebbero mancato di essere loro rivolte, essere loro offerte da parte del pubblico lì presente, dell’inevitabile platea di spettatori in continuo passaggio di fronte a quel patibolo. E di tutto ciò, del proprio apparentemente indeprecabile fato, quei due splendidi occhi castani avevano purtroppo assoluta cognizione, nell’osservare, con disappunto, quelle strette corde impegnate a straziare la sua liscia, meravigliosa pelle color della terra. In opposizione ai propri carcerieri, ai propri involontari aguzzini, non difficile sarebbe stato per lei esprimersi nel merito della propria condanna, a riguardo delle ragioni per le quali la stessa era stata tanto severamente emessa, per quanto simili motivazioni sarebbero state considerate così assurde, paradossali, da non poter ottenere alcuna credibilità, da risultare addirittura menzognere, false. Alcuno, del resto, avrebbe potuto spingersi a ritenere tanta crudeltà, tale completa assenza di pietà, quale reazione a qualcosa di meno di una strage, forse di un genocidio, dove anche per i peggiori pirati, predoni e tagliagole temuti e disprezzati in quella capitale portuale, in quella città unica in tutta Kofreya a riservarsi uno sbocco diretto sul mare, la morte sarebbe giunta in termini più rapidi, più decisi, quali quelli derivanti da un’impiccagione, da una decapitazione, quasi atti di grazia, di clemenza, rispetto a quell’atroce condanna, con la fine alla quale ella era stata altresì destinata. Inutile sarebbe stato per lei, quindi, impegnarsi nell’offrire le risposte pur tanto cercate e sì impossibili da ritrovare, in un’ironia del destino, forse nel rispetto di una volontà divina, tanto incredibile da risultare addirittura divertente, nell’averla lì condannata a non esser creduta, a non esser ascoltata, a fronte della sola verità, della semplice e sincera esposizione dei fatti, che ella avrebbe potuto offrire, in un evento pur raro, pur prezioso in conclusione a una

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vita intera dedicata alla mistificazione, all’inganno qual pur era stata la sua sino ad allora. Di professione mercenaria, quella giovane donna non si era imposta nel proprio operato, nel proprio lavoro, in virtù di particolari doti guerriere, di epiche missioni associate al proprio nome, per quanto la sua abilità nel combattere sarebbe stata lontana da ogni possibile dubbio e per quanto, recentemente, ella fosse riuscita a guadagnarsi, qual referenza, addirittura quella derivante dalla conquista della corona della regina Anmel, un’antica imperatrice la cui esistenza apparteneva più al mito che alla Storia. Simili prerogative, tali doti, da sempre ella aveva preferito concederle, riservarle, a chi in tal senso si poneva interessato, a chi su simile cammino aveva impostato la propria esistenza e la propria attività, quale, prima fra tutte, la sua compagna, sorella d’arme, Midda Bontor, donna guerriero di oltre un lustro più anziana rispetto a lei e, già in questo particolare, incredibilmente e sinceramente ammirabile nella propria capacità di sopravvivere, di imporsi sopra a ogni avversità al contrario di quanto, in effetti, ella non stava riuscendo a fare in quel momento. A combattenti quali Midda Bontor, spintasi persino a guadagnarsi il titolo di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra di alcune isole a occidente del regno in virtù della propria incredibile capacità guerriera, pertanto, ella aveva da sempre concesso ogni prerogativa, ogni primato nell’arte bellica, nonché nelle sfide all’impossibile, a creature, a trappole, superiori a ogni possibile umana prerogativa. A se stessa, al contrario, aveva preferito riservare attività completamente diverse, quali quelle volte all’infiltrazione, allo spionaggio, raffinando nel corso del tempo, nella propria esperienza diretta, un’abilità per lei sempre risultata naturale, una tendenza alla falsità mai venutale a mancare, in virtù della quale era riuscita a essere non semplicemente una fra le tante ma, forse e propriamente, la migliore fra tutte. Sua, infatti, era la capacità, l’incredibile caratteristica psicologica, ancor prima che fisica, utile e necessaria a negare completamente la propria stessa natura, il proprio cuore e il proprio spirito, celandoli dietro a maschere praticamente perfette, nel dal vita a vere e proprie identità alternative, impossibili da associare a lei, posseditrici di una propria esplicita autodeterminazione, una propria volontà, nei confronti delle quali ella stessa, a volte, era giunta a essere in difficoltà per riuscire, comunque, a imporre nuovamente la propria, a convogliare tale impiego di energie nella direzione utile all’assolvimento delle prerogative riservatesi a giustificazione di tale folle sotterfugio, solitamente obiettivi di una propria missione. Quegli alter ego, quei personaggi a lei esterni, senza falsa modestia, avrebbero potuto ingannare chiunque, al punto tale da rendere impossibile una qualsiasi associazione fra gli stessi e la sua reale natura anche nel momento stesso in cui questa

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fosse stata posta innanzi a qualcuno precedentemente da lei raggirato, spingendo lo stesso a considerare la pur improponibile eventualità di essere a confronto con un incredibile caso di rassomiglianza, a una coincidenza sì estrema, sì inconcepibile, ma obbligatoriamente tale, dove alcuna altra alternativa sarebbe stata possibile, accettabile. Ancor ironico, ancor assurdo scherzo del destino, sarebbe dovuto esser considerato come, sulla base di tali presupposti, di quelle sue personali prerogative, ella non fosse stata lì condannata, tanto severamente giudicata, in conseguenza di un qualche inganno, di un qualche raggiro tipico dei propri, forse terminato, drammaticamente, in maniera negativa dal suo stesso punto di vista: nella propria professione, nella propria specializzazione, ella mai aveva fallito e, così, sarebbe per sempre stato, nel delineare un risultato ineguagliabile e innegabile, anche dopo la sua ormai apparentemente prossima morte. A quel patibolo, a simile sentenza, ella era giunta invero in conseguenza di un’azione esterna ai propri consueti canoni, una missione che pur aveva accettato di svolgere, che pur aveva voluto rendere propria, per un razionale neppure a lei completamente chiaro, sebbene probabilmente volto a ricercare dimostrazione, per sé e per il mondo, della propria non inferiorità rispetto ad alcuno, nemmeno ove questi fosse stata la stessa Midda Bontor. Fra le tante imprese legate a quel nome, fra le tante missioni alle quali la Figlia di Marr’Mahew aveva indissolubilmente associato la propria figura, infatti, sarebbe dovuta esser ricordata quella relativa alla sconfitta, pur temporanea, di una y’shalfica fenice, creatura mitologica la cui stessa esistenza, in verità, non avrebbe potuto esser data quale scontata, ovvia, persino dopo tale testimonianza, pur sostenuta da dozzine e dozzine di inermi spettatori a quella sua vittoria. Verso quella medesima direzione, sospinta da una propria mecenate, da una delle nobildonne a cui, talvolta, ella si era impegnata a prestare i propri servigi, la propria fedeltà, la condannata lì ora vincolata al suolo, destinata a esser straziata senza pietà dai raggi del sole, aveva voluto sciaguratamente cimentarsi, comprendendo solo troppo tardi, a seguito di uno scontro con la sua compagna e amica già trionfatrice in tal senso, quanto avventata fosse effettivamente stata a gettarsi a capofitto in una tale impresa. Una consapevolezza, però, quella così maturata, destinata inevitabilmente a costarle più di quanto non avrebbe potuto prevedere, là dove la sua signora, lady Lavero, non aveva accettato di buon grado il suo ritiro, il suo rifiuto a proseguire in quella missione, condannandola, in tal modo, a morte. E, nel considerare quanto il potere politico fosse in grado di influenzare, in Kirsnya, ogni aspetto della società, ogni altro potere, compreso quello giudiziario, offrendo ai signori locali il libero arbitrio

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rispetto alla possibilità di riabilitare ricercati rimasti fuggiaschi per decenni o, al contrario, di stabilire immediata morte verso chi addirittura assolutamente innocente, evidente sarebbe risultata essere l’origine di quella pena capitale, aggravata da una lenta e pur inesorabile tortura, sadicamente così impostale al solo scopo di invogliarla a una approfondita riflessione, a un’analisi terminale su quelle che sarebbero dovute essere ritenute le proprie colpe. Una realtà, la sua, purtroppo inconfessabile, nell’essere così destinata a risultare inaccettabile all’attenzione di un eventuale ascoltatore… «Ma chi è?» insistette la stessa voce, o forse una diversa, nuovamente confondendosi fra molteplici nella folla di continuo passaggio lì di fronte. Ancora una volta le guardie non avrebbero però offerto risposta a simile interrogativo, ora non per una sostanziale impossibilità a farlo, per un’effettiva ignoranza a tal fine, quanto nell’esigenza assolutamente personale di non voler umanizzare quella condannata, di non voler offrire, innanzi alla propria stessa coscienza, un’anima a quella vittima. Tutti loro, indistintamente uomini e donne, piuttosto che restare ad assistere impotenti a quella sentenza priva di ragioni, tanto crudele nei confronti di una creatura apparentemente sì delicata, sì fragile, avrebbero infatti preferito sciogliere i vincoli che la stavano costringendo a terra, che la stavano legando in maniera tanto crudele al suolo, immaginando in ciò, addirittura, che la coppia di fini ali piumate tatuate sulla sinuosa schiena di quella fanciulla, ora negate allo sguardo nell’essere poste in contrasto al suolo, avrebbero allora potuto materializzarsi e dischiudersi, per concederle una via di fuga verso l’alto dei cieli, lontana dal proprio fato, verso là dove il giorno si perde. Nonostante tale desiderio, tale speranza, però, quella schiena sarebbe rimasta nuda, incapace a volare, ritrovando, in tale fallimento, in simile impossibilità di fuga, qualsiasi atto volto alla sua liberazione esser considerato eversivo, criminale, e condannando, in conseguenza, anche tutti loro a quello stesso destino di morte, in un sacrificio vano. Ragione, questa, pertanto umanamente sufficiente per sospingerli, con ogni energia, con ogni volontà, a privare di qualsiasi nome quella giovane donna, nella speranza, in questo, di poter essere coinvolti in misura minore nella sua sofferenza, nel patimento che presto l’avrebbe costretta a gridare, implorando la grazia di una rapida uccisione. «Da quanto è qui?» Una domanda, quell’ultima, che straordinariamente fu in grado di imporsi fuori da ogni precedente coro, lontana da ogni norma ormai

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stabilita e ritenuta praticamente inviolabile, là dove, alla quasi totalità degli spettatori, all’attenzione dei numerosi volti di passaggio, a nulla sarebbe potuto importare conoscere tale dettaglio, simile particolare assolutamente fine a se stesso, dal momento in cui, tanto che ella fosse lì da poche ore, o che fosse lì da una vita intera, nulla in ciò avrebbe potuto mutare la sua prospettiva verso il futuro, la sua speranza di vita. Lì condannata, ella sarebbe rimasta fino alla morte, e sol gratuita crudeltà avrebbe potuto spingere a interessarsi a tal riguardo, a preoccuparsi dell’ora in cui essa sarebbe potuta giungere, forse nella volontà di poter essere lì presenti, ad assistere sadicamente a tale evento. Al di là di ogni giudizio nel merito della domanda, però, la risposta in effetti avrebbe potuto rappresentare un’occasione interessante di riflessione, a riguardo di quella stessa sentenza, dove meno di due giorni erano trascorsi dall’inizio di quel martirio, dall’esecuzione di un ordine giudiziario giunto sol dopo molte settimane di attesa, troppe giornate di apparente incertezza nel merito del fato di quella prigioniera, in un decorso tutt’altro che rapido, tutt’altro che immediato nel confronto con quelli che sarebbero dovuti essere considerati i consueti tempi della giustizia della città. A Kirsnya, in effetti, la giustizia si poneva solitamente caratterizzata da una rapidità di difficile imitazione, nello svolgimento di processi incredibilmente brevi, qual semplici formalità, qual banali, e pur considerati inevitabili, preamboli in attesa di una condanna già decisa, già votata ancor prima della presentazione dell’imputato innanzi ai magistrati. Partendo da un presupposto di colpevolezza fino a prova contraria, del resto, raramente chi si poneva nella disgraziata posizione di essere sottoposto all’attenzione di un giudice, di una corte, avrebbe potuto ottenere di superare indenne tal confronto, nel migliore dei casi, dovendo rinunciare per sempre alla propria integrità corporale o, in eventualità anche peggiori, dovendo affrontare la morte. Le sentenze, poi, in tal sbrigativo contesto, non erano solite prevedere ricorso alla detenzione, alla reclusione, qual forma punitiva per un condannato, preferendo volgersi in favore di alternative, quali torture di varia natura, mutilazioni o, più semplicemente, la pena capitale, ritenute a ragion veduta più rapide e meno impegnative rispetto a tale possibilità, anche solo da un punto di vista meramente economico, ove mantenere numerosi prigionieri avrebbe imposto un costo fisso non indifferente sull’intera comunità. Le prigioni risultavano essere, pertanto, solitamente dei punti di passaggio, temporanei alloggi utili a poter dilazionare le esecuzioni già pianificate, già programmate, all’interno di un arco di tempo maggiore, in scadenze uniformemente distribuite, là dove non una sola flagellazione, non una singola amputazione, non un’impiccagione o una decapitazione, sarebbero mai state condotte in contesti privati, nel riserbo di un palazzo

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di giustizia, negando in tal modo al pubblico quella dimostrazione di forza del potere sovrano all’interno della città. Sulla base di tali fondamenti, di simili principi amministrativi e giudiziari, incredibile, assurdo, sarebbe stato effettivamente considerare il lungo periodo di detenzione che aveva visto coinvolto una fanciulla sì severamente condannata a morte, e a una morte straziante e dolorosa, spingendo, in questo, inevitabilmente a ritenere come dietro a tale attesa e, forse, alla stessa sentenza, non sarebbe dovuto essere ricercato un fine di giustizia, uno scopo volto al mantenimento dell’ordine pubblico e della legalità, quanto piuttosto alla soddisfazione dei desideri, dei capricci di un signore della capitale, di un nobile il quale, solo dopo lunga indecisione, aveva alfine valutato necessaria quell’esecuzione, quella condanna. E, in verità, tale evento sarebbe dovuto esser considerato quale effettivamente occorso, là dove lady Lavero, unica effettiva volontà dietro a quella sentenza, nonché figura protagonista, principale, del panorama della capitale e dell’intera provincia a essa collegata, a lungo aveva tergiversato prima di emettere il proprio giudizio di morte, sperando di riuscire, nel tempo di tanta attesa, a spingere la propria refrattaria mercenaria verso il compimento della missione da lei non pienamente ottemperata, da lei non conclusa così come avrebbe dovuto essere nei piani stabiliti, nel contratto concordato. Purtroppo per entrambe, però, l’insana bramosia che, nella precedente occasione, aveva sospinto quella professionista verso l’accettazione della folle caccia a una fenice, ora sembrava averla abbandonata, averla lasciata finalmente libera nel proprio personale arbitrio, permettendole di ricondursi verso la ragione ma, in questo, anche alla disapprovazione della propria mecenate: disapprovazione che, come quel presente si poneva a chiara dimostrazione, non era poi stata priva di conseguenze. «Come?!» domandò una delle guardie preposte a sorveglianza di quel patibolo, della prigioniera, al fine di ovviare a tentativi di fuga o di liberazione della medesima, non avendo esattamente colto il senso di quella frase o, invero, avendolo colto ma cercando conferma nel merito di quell’inattesa questione. A prendere parola, a intervenire in maniera tanto insolita, aliena al consueto interesse dimostrato nella folla verso una condannata, era stata una figura femminile, una donna verde vestita, con casacca, pantaloni e calzari fra loro coordinati in tal tonalità, seppur in sfumature diverse. Mentre il suo volto appariva volontariamente celato nella presenza di un cappuccio parte integrante della sua stessa casacca, sollevato a coprirne le sembianze, a tenerne in ombra i particolari distintivi nelle sole eccezioni

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rappresentate da morbide e carnose labbra, una ribelle fossetta sul mento e qualche ciuffo di capelli corvini, la sua identità sarebbe dovuta esser comunque considerata priva di possibilità di confusione, di dubbio, là dove chiaramente definita nelle sue braccia, entrambe scoperte ed entrambe uniche, al punto tale da non poter riservare ambiguità di sorta nel suo riconoscimento, nell’inequivocabile associazione di un nome a quella figura. Il destro, in nero metallo dai rossi riflessi, si presentava nelle forme di un’armatura, completa in ogni sua parte, dalla spalla in giù, solida e priva di interruzioni nella propria superficie al punto tale da non permettere di intuire l’esistenza o l’assenza di un reale supporto al suo interno. Tale arto, in verità, mai sarebbe potuto esser lì sotto ritrovato, dove, proprio entro quei confini, proprio nei limiti di quella capitale, esso era stato amputato oltre dieci anni prima, mutilato di netto poco sotto al gomito, nell’esecuzione di una condanna per pirateria alla quale sarebbe dovuta seguire anche la sua impiccagione, se solo ella non fosse riuscita a fuggire per tempo, sottraendosi dalla foga di accuse da lei sempre disconosciute, mai accettate qual giuste, legittime. Il sinistro, al contrario, donava fiera visione delle proprie vigorose forme, dei muscoli atletici delineati sotto a una pelle riccamente ornata da tatuaggi tribali in sfumature di blu e di azzurro, nelle linee, nei motivi caratterizzanti tipicamente i marinai provenienti dal regno meridionale di Tranith, probabilmente un tempo presenti anche sul corrispondente destro, prima che esso fosse stato obbligato, dal fato avverso, a esser rimpiazzato da quell’artefatto di mistica natura. E proprio la mano mancina si mostrava, nel frangente di quel dialogo, quale sollevata, posta in prossimità del capo stesso, nel sorreggere fra le proprie dita, nel proprio palmo, un pezzo di pane di medie dimensioni, farcito, nel proprio interno, da carne di maiale arrostita allo spiedo e lì proposta in un taglio decisamente grezzo e tutt’altro che indicativo, trasparente, dell’ottimo sapore altresì riservato dalla medesima, nella propria fragranza e nella bontà delle spezie poste al suo interno. La donna guerriero conosciuta in tutta Kofreya, e anche nei territori confinanti, con il nome di Midda Bontor, con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, così indiscutibilmente identificata in caratteri troppo esclusivi, unici, per poter conoscere una qualche possibilità di imitazione, era pertanto colei lì fermatasi, in una sosta forse casuale, impegnata qual appariva essere in un momento di pasto, di nutrimento, così come spesso erano molti viandanti di passaggio per l’urbe. Le accuse un tempo pendenti sul suo capo, le stesse per le quali aveva subito quella personale e spiacevole mutilazione, del resto, erano state recentemente ritirate, in conseguenza dell’ingerenza del potere politico all’interno delle questioni

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giudiziarie qual parte del compenso per il risultato da lei condotto a termine nell’impresa di recupero della corona della regina Anmel, e, per tal ragione, alcun pregiudizio, alcun sospetto, alcun allarme avrebbe dovuto e potuto accompagnare la sua presenza entro quelle mura, come altresì sarebbe inevitabilmente stato in passato. Ciò nonostante, nel comprendere di esser posti improvvisamente in confronto con una tale figura, con una simile celebrità, qual effettivamente ella era e sempre sarebbe rimasta, nel bene o nel male, un momento di smarrimento non poté evitare di coinvolgere la medesima guardia che a lei aveva richiesto ulteriore conferma nel merito delle proprie curiosità, della propria inattesa domanda. «Da quanti giorni è così legata?» ripeté la mercenaria, con assoluta tranquillità, addentando poi una porzione del proprio pasto e masticandola piano, lentamente quasi, nell’assaporare il piacere di quel nutrimento, con indifferenza apparentemente assoluta nei confronti della sorte di colei che le guardie pur sapevano esserle stata compagna di ventura al servizio di lady Lavero. «Questo è il secondo…» dichiarò, allora, l’interlocutore prescelto per tale questione, rispondendo più in conseguenza della sorpresa, dello stupore derivante da quell’improvviso e inatteso confronto, che per un reale desiderio in tal senso, sebbene simile informazione non avrebbe potuto risultare in alcun modo compromettente, nell’assoluta e intrinseca inutilità della medesima. La prigioniera, nel riconoscere immediatamente la voce sì proposta, quel tono pur familiare, dove solo poche settimane, neppure un mese, erano trascorse dal loro ultimo incontro, piegò appena il capo, per quanto le fosse possibile, nei limiti impostile dai pur presenti dolori per quella vincolante condanna, per cercare con il proprio sguardo conferma a quanto sarebbe potuto altrimenti risultare quale un semplice delirio, un momento di follia proposto a una mente che, forse, ormai stava iniziando a cedere il passo alla perdita di controllo, di senno, per l’assenza di una corretta idratazione o per gli effetti dell’eccessivo calore qual si poneva comunque essere sottoposta. Nel trovare altresì, per quanto non completamente indubbia, conferma a quel temuto miraggio, la giovane donna cercò di muovere le labbra, constatando suo malgrado, al di là dell’apparenza ancora florida, ancora dolce, delicata, lo stato di rovina nel quale stavano rapidamente precipitando, donandosi effettivamente secche al punto tale da infrangersi in conseguenza di quello sforzo, screpolandosi in maniera assolutamente spiacevole e, ancor più, effettivamente dolorosa. Impossibile, in tal

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contesto, in simile situazione, sarebbe allora stato per lei riuscire addirittura a ritrovare voce, a riservarsi possibilità di parola, là dove tale sarebbe probabilmente stato suo desiderio e dove, pur, l’arsura che aveva tanto ferocemente leso le sue labbra non avrebbe di certo risparmiato il resto della sua bocca, della sua intera gola là dove avesse insistito in tale direzione. Affidando, allora, ogni proprio interrogativo al proprio sguardo, ai due immensi occhi castani ancor, fortunatamente, non accecati dall’insistenza del sole sopra di lei, ella cercò nella compagna, in quell’ipotetica sorella di fato, una qualche risposta, un chiarimento utile a comprendere quale ragione potesse averla spinta fino a quel punto, potesse averla condotta sino a quel suo capezzale. Era, forse, Midda giunta fino a lei unicamente per deriderla? Per farsi beffe della sua imminente fine? Un’ipotesi crudele, sicuramente, e pur non completamente irrealistica, soprattutto nell’osservare il cibo da lei così condotto in sua prossimità, un’offesa imperdonabile nei confronti di quella sua spiacevole situazione personale, dello stato in cui l’avevano condotta a riversare tanto tragicamente. «Due giorni.» ripeté la Figlia di Marr’Mahew, dopo aver deglutito il boccone precedentemente fatto proprio, pronunciando con lentezza, quasi flemma, quelle parole, nella volontà di soppesarle con cura «In condizioni ottimali di salute, privata in tal modo di acqua, forse potrebbe giungere alla settimana.» osservò, poi, storcendo le labbra in segno di disapprovazione «Purtroppo, però, immagino che la cucina delle vostre carceri non sia migliorata rispetto alla mia ultima visita al loro interno. E questo, probabilmente, abbassa in maniera ancor più drastica le sue già scarse possibilità di sopravvivenza.» Non solo la guardia interrogata, ma tutto il gruppo di sentinelle si volse allora a offrire attenzione a quella riflessione, a quelle parole, proponendosi chiaramente incuriosite dalle stesse, forse nel voler comprendere a qual fine ultimo, a quale scopo, quella donna guerriero sarebbe voluta giungere nel presentare loro tale percorso di pensiero. Accanto a loro o, per meglio dire, fra loro, anche la condannata riconobbe il medesimo interesse verso quell’analisi, ancora impegnandosi nel voler cogliere il fine ultimo di quell’intervento, di quella visita, la quale mai si sarebbe potuta considerare qual casuale, qual semplice conseguenza della sorte. Alcuna ragione, per quanto a lei era noto, avrebbe del resto potuto spingere l’interesse della mercenaria fino a quella capitale occidentale, a quella città pur ricca di spiacevoli ricordi per la stessa e, in ciò, tutt’altro che meta ambita per una qualsiasi attività, anche

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a seguito dell’indulto riconosciutole, dell’amnistia concessale per ogni propria vertenza passata. «Ora, probabilmente, se ella venisse slegata, potrebbe ancora riuscire a muoversi, a camminare, a scappare, soprattutto ove fosse aiutata, sostenuta nei propri movimenti.» proseguì ella, spostando il proprio sguardo e, apparentemente, la propria concentrazione nella direzione del proprio pasto, ancor prima che in quella della propria compagna «Già domani, invece, anche ipoteticamente privata di ogni costrizione, di ogni vincolo, a stento potrà riuscire a strisciare, costretta a trascinarsi pesantemente al suolo simile a verme, vedendo in ciò negata ogni umana dignità. Non che, innanzi alla morte certa derivante da questa condanna, simile termine possa effettivamente riservarsi ancora qualche valore, qualche significato…» Nel mentre in cui, forse concluso tale breve monologo, la Figlia di Marr’Mahew tornò a mordere il pezzo di pane mantenuto nella propria mancina, con decisa voracità, sincera brama per quel sapore, per quella tenera carne, le sentinelle, suoi spettatori ancor prima che interlocutori, restarono in silenzio, assolutamente interdetti, del tutto incerti su cosa avrebbero potuto commentare in una tale situazione, su come poter replicare a un intervento tanto esplicito, sì freddo, e pur assolutamente corretto nella propria formulazione, nell’esame di quella situazione e delle aspettative future per la condannata. Ipocrita, da parte loro, sarebbe stato ipotizzare una qualche condanna morale verso simile comportamento, verso tanto distacco emotivo dalla sorte di quella vittima della giustizia kofreyota, là dove essi stessi erano altresì esecutori di simile sentenza di morte. Ciò nonostante, sebbene il loro ruolo, la loro professione, stesse imponendo su tutti loro tanto crudele posizione, quel giudizio non unanimemente condivisibile, in un modo avvertito quale non eccessivamente diverso rispetto a quello subito dalla prigioniera, pur entro certi doverosi limiti in tale azzardato paragone, alcuna similare giustificazione avrebbero potuto considerare valida qual razionale dietro alla reazione dimostrata dalla donna guerriero, per quel suo intervento non richiesto e pur volontariamente donato all’attenzione loro e, peggio ancora, a quella della sciagurata già sofferente per le proprie legittime e innegabili motivazioni, alla quale alcun ulteriore disgrazia sarebbe potuta essere donata in aggiunta, in quel momento, se non per semplice sadismo. Ma proprio colei che più avrebbe potuto e dovuto ritrovare offesa in un linguaggio tanto esplicito, in un’analisi tanto fredda nel merito delle proprie stesse condizioni, non mancò di cogliere il messaggio che la

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compagna pur le stava cercando di offrire in quello stesso momento, proponendolo alla sua attenzione in maniera così plateale, così esplicita, da riuscire a non stuzzicare il benché minimo sospetto nelle sue guardie. E nell’evidente volontà di accentuare la comunicazione che, correttamente, era già giunta a destinazione, un intervento conclusivo si impegnò a dissipare ogni possibile dubbio rimasto, ogni sospetto di fraintendimento che ancora avrebbe potuto caratterizzare la condannata, se solo ella non avesse avuto, in quel momento, necessità assoluta, innegabile, umana e mortale, di affidarsi ciecamente a qualsiasi tenue speranza, al più effimero sogno, per non soccombere in conseguenza della condanna assegnatale. «Domani mattina, già all’alba, qui non vi sarà più nulla da vedere. Alcuno spettacolo da rimirare.» definì Midda Bontor, scuotendo il capo «Questa notte i miei pensieri correranno a te, amica mia.» sospirò, prima di voltarsi, a offrire le spalle tanto alla prigioniera quanto ai suoi carcerieri, nel considerare ormai risolta ogni questione, ormai chiusa ogni necessità di dialogo, là dove tutto ciò che sarebbe dovuto essere detto era già stato espresso e ogni ulteriore verbo sarebbe potuto ricadere solo a sproposito in quel delicato frangente. «Riposa in pace, Carsa Anloch… e che tutti i tuoi dei siano al tuo fianco in questo momento di dolore, così prossima a liberarti dalle mortali catene che ora vincolano le tue carni e il tuo spirito indomito, ma che presto a nulla potranno a tuo discapito.» terminò in maniera ora definitiva, prima di iniziare ad allontanarsi con la medesima discrezione con la quale fino a quel punto era giunta, perdendosi nella folla pur imperante all’interno delle vie di quell’urbe.

regiudizio e xenofobia, paura verso il diverso e lo straniero, sarebbero probabilmente dovute essere considerate quali caratteristiche comuni a molte civiltà, nazioni, popoli, forse addirittura peculiarità intrinseche della stessa razza umana, sì superficiale, sì approssimativa nel proprio, più retorico che effettivo, desiderio di integrazione reciproca, di convivenza, tale da considerare simili concetti pari all’assimilazione, all’annullamento di ogni carattere apparentemente estraneo in favore di quanto invece considerato corretto da parte della fazione al potere. Ciò nonostante, per quanto omogeneamente diffusi in ogni angolo del pianeta, presso ogni insediamento umano, tali negativi fattori, simili impietose virtù, avrebbero

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probabilmente potuto trovare in una città qual Kirsnya un esempio particolarmente significativo, un’esponente particolarmente importante. In contrasto a ogni concetto, a ogni presupposto nel merito di una maggiore apertura psicologica, una migliore possibilità di comprensione del mondo e delle culture esterne alla propria che, forse, avrebbe dovuto esser propria di una tale realtà, dov’essa si poneva così frequentata, così ricca di occasioni d’incontro multietnico, qual crocevia fondamentale per qualsiasi viaggio via mare fra il versante occidentale e quello meridionale non solo della nazione, quanto piuttosto, effettivamente, dell’intero continente, il rifiuto dell’estraneo nella sola capitale portuale kofreyota era solito sfiorare i limiti del paradosso, dell’assurdo. Tale società, simile civiltà, spronata da simili fobie, si era addirittura spinta a erigere non solamente mura in pietra a protezione da eventuali minacce provenienti dall’entroterra, ma addirittura mura in legno a protezione da possibili nemici loro offerti attraverso vie marine, primi fra tutti certamente i pirati, ma, per estensione, chiunque non fosse riuscito a rispettare i loro canoni di normalità, di quotidianità. Anche per i più onesti mercanti, infatti, difficile, impegnativo e, soprattutto, costoso, era da sempre stato potersi riservare il diritto a entrare in città, a valicare le frontiere così preposte alla sicurezza dei suoi abitanti, in netto contrasto con l’estrema facilità con la quale, invece, essi stessi, anche dove già lì accettati, avrebbero potuto vedersi successivamente negato, annullato simile permesso, in virtù di un estemporaneo capriccio, di una scelta del tutto arbitraria e priva di necessità di spiegazioni. Non difficile, nel considerare simili presupposti, tale impietosa situazione, sarebbe stato pertanto comprendere la particolare condizione in cui, elementi quali Midda Bontor o Carsa Anloch, inevitabilmente avrebbero riversato agli occhi della popolazione attorno a loro, nella semplice, banale considerazione della loro mera professione. Sebbene estremamente richiesta e sfruttata a ogni livello all’interno della struttura sociale dell’intero regno, dall’impiego privato presso le case di ricchi nobili, a quello pubblico a rinforzo delle fila del pur vasto esercito kofreyota, la categoria dei mercenari non avrebbe mai potuto essere accettata di buon grado, essere accolta a braccia aperte, al pari di un’ospite gradito, quale una presenza prediletta, fossero essi avventurieri indipendenti, fossero, al contrario, persino parte di un’organizzazione forte e in costante ascesa qual quella conosciuta con il nome di Confraternita del Tramonto. Ipocrisia, certamente, sarebbe dovuta esser considerata quella esistente dietro a tanto malanimo, a tanto pregiudizio, ma, purtroppo, pur presente e imprescindibile, inevitabile, con la quale essere obbligati a scendere a patti per poter permanere all’interno di quella città, fosse solo per pochi giorni o una singola notte.

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Nell’inevitabilmente vano contrasto con simile, sicuramente spiacevole realtà, pertanto, consapevole della propria impossibilità a vincere contro la stessa, persino la Figlia di Marr’Mahew aveva dovuto chinare il capo, aveva dovuto ridurre al silenzio un proprio pur immancabile orgoglio, accettando tacitamente quel patto sociale e, con esso, l’obbligo a sopportare, accanto a rari sguardi di ammirazione, troppi colmi di disprezzo, verso i quali, in altre occasioni, avrebbe cercato aperto dialogo, un chiarimento, prevedesse quest’ultimo anche lo scontro armato e la morte dell’avversario. Diversa era, del resto, quella realtà da quella a lei più congeniale, più prossima, tipica della città del peccato, là dove, per quanto ancora pochi si sarebbero presentati gli sguardi di ammirazione, numerosi, predominanti sarebbero stati quelli di fiera sfida, di rifiuto della sua nomea, della sua bravura non tanto nel desiderio di negarle i propri meriti, le proprie imprese, quanto più per riuscire a riservarsi una ragione a giustificazione dell’incoscienza inevitabilmente necessaria nel cercare un confronto con lei, una lotta nella conclusione della quale avrebbero potuto riservarsi una possibilità di carriera, di ascesa sociale. In Kirsnya, alcuno si sarebbe mai schierato contro di lei, avrebbe rischiato la propria vita in ciò, nel tributarle quel giusto riconoscimento di valore, di forza, qual inevitabilmente sarebbe dovuto essere considerato in Kriarya, quanto piuttosto per una semplice supponenza, per l’assoluta vanità tipica di un popolo incapace di reputarsi inferiore rispetto ad alcun altro sulla faccia dell’intero pianeta, forte in tal posizione della protezione offerta dalle proprie inique leggi. Fortunatamente per lei, se tutto fosse andato come previsto, come pianificato, come organizzato, entro il mattino dopo, ella sarebbe ormai stata lontana da tutto quello, da quell’urbe inevitabilmente associata a pensieri negativi, a ricordi spiacevoli, tali da farle persino dolere il braccio destro là dove le era stato amputato, nel rimorso, nella rabbia per quanto avvenuto, per l’ingenuità della propria allora giovane età che aveva permesso, in effetti, a tutto ciò di accadere senza sufficiente ribellione, diniego, rifiuto in contrasto a tutto ciò. Entro quelle mura, come giustamente e silenziosamente sospettato anche da Carsa, ella non avrebbe mai fatto ritorno per semplice casualità, per un banale scherzo del fato. Lì, invero, ella si sarebbe spinta solamente in conseguenza di una qualche inevitabile necessità a giustificare simile spiacevole occorrenza: necessità che, in quel particolare frangente, avrebbe dovuto essere esattamente ricercata nella condanna imposta sulla sua compagna di ventura, su quella giovane donna che, in due occasioni di incontro, era riuscita a esserle, prima, amica e, poi, nemica, e che pur, nonostante tutto,

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era risultata meritevole del suo sincero rispetto. Per lei, ai tempi della missione di recupero della corona della regina Anmel, Midda aveva accettato di sacrificarsi, di porre in serio azzardo il proprio stesso futuro in una prova nella quale non avrebbe dovuto poter trovare occasione salvezza e dalla quale, invece, era sopravvissuta in circostanze ancor non chiarite, per mezzo di dinamiche ancor non precisate. Per lei, più recentemente, in concomitanza con il loro scontro per il fato dell’y’shalfica fenice, Midda aveva moderato i propri colpi, aveva contenuto il vigore dei propri attacchi, là dove, probabilmente, in caso contrario, avrebbe anche potuto riuscire ad abbatterla, nella propria indiscussa superiorità guerriera. Per lei, ora, Midda si disponeva pronta a offrire nuova sfida alla giustizia di Kirsnya, a quel sistema con il quale, dopo un decennio, aveva appena raggiunto un’occasione di tregua, e contro il quale, in tale intento, avrebbe probabilmente riaperto una faida, un dissidio probabilmente inevitabile. Così come promesso nelle proprie ultime parole, in quelle dichiarazione tanto aperte, quasi beffarde, verso le stesse guardie preposte alla sorveglianza della propria compagna, ignare del sincero significato di tali ambigui significanti, la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe permesso a Carsa di concedersi, al mattino seguente, qual spettacolo innanzi agli sguardi di quella città così ordinata, così apparentemente perfetta e pur sostanzialmente marcia, molto più di quanto non lo sarebbe mai potuto essere una capitale dominata da assassini e mercenari, prostitute e ladri qual Kriarya. In quella stessa notte, prima che la disidratazione avesse negato ogni energia residua alla condannata, ella l’avrebbe liberata dalle corde che la vincolavano al suolo, aiutandola a lasciare indenne quelle mura anche per lei divenute ormai sinonimo di morte. «Midda Bontor… la pirata. Ecco qualcuno che non mi sarei mai atteso di poter ritrovare qui in giro…» A offrire simile commento, con tono privo di volontà di scherno e, al contrario, assolutamente serio nel proprio proporsi, fu una voce non estranea alle spalle della mercenaria, tale da coglierla con maggior sorpresa di quanto ella non avrebbe voluto concedersi, non avrebbe gradito riservarsi, soprattutto in quel momento, nella consapevolezza di ciò che l’avrebbe dovuta attendere, che si era impegnata a fare nei confronti dell’amica. E, nel riconoscere immediatamente l’identità di simile protagonista, di tale figura, ancor prima di avere occasione di volgersi nella direzione del proprio nuovo interlocutore, di avere la possibilità di osservarlo in maniera diretta, esplicita, ella dovette ammettere quanto, a propria volta, non avesse ritenuto di potersi

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attendere l’eventualità di un tale incontro, la probabilità di quella pur imprevedibile riunione, per quanto, effettivamente, essa sarebbe dovuta essere considerata tutt’altro che improbabile, nel riferimento comune alla città di Kirsnya e, soprattutto, nel particolare legame esistente fra quell’uomo e l’urbe, alla quale aveva votato la propria vita. «… anzi no.» si corresse egli, immediatamente, senza attendere alcuna reazione da parte della mercenaria prima di proseguire nella direzione offerta alle proprie parole «Credo che, in verità, una parte di me si sia sempre posta certa del fatto che, prima o poi, il nostro cammino sarebbe tornato a incrociarsi.» Non desiderando poter donare possibilità di dubbio nel merito delle reali ragioni alla base della propria presenza all’interno della città, soprattutto innanzi agli occhi di un sì potenzialmente pericoloso avversario qual probabilmente egli si sarebbe posto verso di lei, ella dissimulò immediatamente lo stupore inizialmente derivato dall’ascolto di tale voce, di simile intervento. Solo un volto assolutamente sereno, se non addirittura sostanzialmente freddo e quasi inespressivo, fu quello che ella offrì voltandosi lentamente verso di lui e abbassando il proprio cappuccio, un viso carico di energia, di forza, di fascino, forse, ancor prima che di bellezza, nell’essere caratterizzato da due gelidi occhi azzurri, da una spruzzata di efelidi accentrate attorno al naso su una pelle estremamente chiara, nonché da una lunga e spiacevole cicatrice in corrispondenza dell’occhio mancino, uno sfregio imperdonabile per sempre impresso in tal ritratto. «Maggiore Onej’A…» asserì ella, con voce assolutamente priva di ogni possibilità di sentimento, positivo o negativo, priva di entusiasmo o di ritrosia, di gioia o di mestizia, nel sovrastare con la propria pur non eccessiva altezza, la figura altresì estremamente compatta della controparte, ove questi, con il proprio sguardo, era in grado di raggiungere a malapena l’altezza dei suoi ricchi seni. «Quando mi hanno offerto conferma nel merito della tua fuga dal carcere nella Terra di Nessuno, non ho avuto dubbi sulla certezza di questo incontro, considerandolo solo questione di tempo.» commentò l’uomo, osando concedersi una sorta di sorriso, nel mostrare, sotto a folti baffi rossi, una lunga fila di denti gialli. «Spero comprenderai quanto si ponga difficile, per me, accogliere con allegria l’occasione riservataci da questo fuggevole incontro.» dichiarò la Figlia di Marr’Mahew, lasciando appena piegare gli angoli delle proprie

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carnose labbra verso il basso, in senso di evidente disapprovazione «Non propriamente felici sono, del resto, i ricordi che ci legano, il passato che ci accomuna.» Figura di spicco fra le schiere della guardia cittadina della capitale, nonché ex-ufficiale dell’esercito kofreyota, come i propri abiti e il proprio grado, il cui utilizzo non era mai venuto meno nella sua quotidianità, non mancavano perennemente di ricordare, qualche tempo prima Andear Onej’A, tale era il nome completo di quell’uomo caratterizzato da un’altezza tanto ridotta al punto tale da evocare, nella mente di qualsiasi suo interlocutore, l’idea di un nano proprio delle leggende del nordico continente di Myrgan, era stato posto a capo di un vasto contingente armato riunito con il solo incarico di scortare Midda Bontor in un lungo cammino da Kirsnya a un carcere segreto eretto all’interno di un vulcano nella Terra di Nessuno, luogo di non ritorno entro il quale ella sarebbe dovuta essere rinchiusa per il resto della propria vita in espiazione dei crimini passati, delle condanne accumulate oltre un decennio prima. In quel percorso, in quel viaggio, per quanto probabilmente avrebbe dovuto esser riconosciuto qual meno tragico rispetto a ciò che sarebbe potuto divenire in assenza della pur carismatica figura di simile condottiero, utile a tenere a bada i temperamenti violenti dei propri subordinati e, in questo, a riservare loro una possibilità di sopravvivenza nell’evitare lo scontro diretto con quella sì pericolosa prigioniera, all’allora condannata non era stato effettivamente riservato un trattamento particolarmente premuroso, prevedendo, nella fattispecie, l’imposizione di numerose e pesanti catene preposte, ipoteticamente, al suo stesso controllo, a prevenire ogni possibilità di evasione, di fuga. Paradossale sarebbe dovuto essere considerato come la cattura della mercenaria, in tale contesto, fosse potuta avvenire solo in conseguenza, in virtù, di un suo esplicito desiderio in tal senso, in simile direzione, ragione per la quale, pur senza offrire dichiarazioni dirette a quel riguardo, ella non aveva destinato la minima resistenza in opposizione ai propri avversari, arrendendosi a loro e, in questo, rendendo vana l’esigenza di quegli stessi gravosi vincoli, i quali, in caso contrario, difficilmente avrebbero comunque potuto sopraffarla, dominarla, al di là di ogni possibile precauzione, di ogni prudenza da parte delle proprie sentinelle. Nonostante tutto, nel non dimenticare la propria volontaria partecipazione a simile tortura, la donna guerriero non avrebbe potuto mancare di ricordare di non essere uscita completamente indenne da simile prova, vedendo le proprie curve, le proprie carni, segnate da innumerevoli piaghe in conseguenza della violenza propostale da tanto metallo, ferite che il tempo era stato fortunatamente in grado di lenire, ma

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in conseguenza delle quali ella non si sarebbe potuta permettere di associare pensieri positivi a simile esperienza e ai protagonisti della stessa, primo fra tutti proprio il maggiore in questione, ora offerto nuovamente e inaspettatamente innanzi al suo sguardo. «Parole insolite le tue.» osservò Onej’A, piegando appena il capo di lato, per quanto costretto a mantenere il proprio sguardo verso l’alto nel ricercare quello dell’interlocutrice «Qual professionista, dovresti apprezzare meglio di chiunque altro il valore di un incarico, comprendendo come, all’epoca, non vi sia stato nulla di personale da parte mia nei tuoi confronti.» «Qual professionista, sicuramente apprezzo e comprendo.» confermò ella, non mutando la propria espressione, non offrendo ancora la trasparenza di alcun sentimento alla propria voce «Ma qual essere umano e donna, sinceramente trovo difficile offrire perdono.» «Non che io stia cercando assoluzione da parte tua, pirata.» sorrise l’uomo, ancora facendo sfoggio dei propri denti giallastri sotto ai folti baffi rossicci «La tua mecenate, lady Lavero, può aver forse cambiato idea a tuo riguardo e aver agito al fine di garantirti libertà da ogni accusa pendente a tuo carico, sgravandoti in questo dal giogo imposto a tuo discapito dalla giustizia di questa città. Ma qualsiasi condono, qualsiasi amnistia, non potrà mai cancellare i crimini che ti hanno marchiata in passato.» «Se speri di tediarmi con la futilità delle tue accuse, permettimi di rassicurarti: ci sei già riuscito.» scosse il capo la donna guerriero «Già una volta ho provato a spiegare la falsità di tali accuse e…» «… e già una volta ho esplicitato quanto ciò non possa avere valore al mio sguardo, alla mia attenzione.» ricordò egli, nel mentre in cui, nel mezzo del suo viso scuro, abbronzato e segnato da profonde rughe al punto tale da apparire simile a una maschera di cuoio, gli occhi si socchiusero al punto tale da scomparire nel complesso quadro d’insieme così proposto. Per un lungo istante la Figlia di Marr’Mahew evitò di prendere parola, di proporre nuovamente la propria voce, nel costringersi a ricordare le regole che avrebbe dovuto rispettare, il patto sociale a cui non sarebbe potuta venir meno, se solo avesse realmente avuto desidero di poter agire per la salvezza di Carsa, per la liberazione di quella giovane donna altrimenti già condannata a morte certa. Se così non fosse stato, se non avesse avuto tale impegno ad attenderla, a renderle necessario mantenere un basso profilo, probabilmente avrebbe già reagito in maniera adeguata alla chiara provocazione offertale, sicura trappola psicologica in suo contrasto ma, di fronte alla quale, si sarebbe comunque sentita in dovere

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di non sottrarsi, in una questione di rispetto, di principio, d’onore personale. Non immediato fu, per lei, imporsi simile freno, riuscendo in tal senso unicamente grazie alla propria esperienza, alla propria acquisita abilità nel controllo delle emozioni, degli istinti, naturali o indotti. Una qualità, del resto, indispensabile nel desiderio di sopravvivere al proprio lavoro, a quella sua particolare qualifica, ove mai avrebbe potuto sperare di giungere alla fama, alla gloria conseguente alle imprese da lei stessa compiute, lasciandosi guidare dall’impulso di un momento, da una cruda pulsione, tale da nullificare ogni raziocinio e, in ciò, anche ogni controllo sull’ambiente a sé circostante, sugli ostacoli lì presenti e, soprattutto, sui propri avversari. A rendere esplicito, evidente, il suo sforzo volto al dominio dei sensi, furono i suoi stessi occhi, all’interno dei quali le nere pupille si contrassero con forza, con decisione, fino quasi a scomparire nell’immensità rappresentata da quelle iridi color ghiaccio… «Cosa cerchi da me, Onej’A?» gli domandò in maniera diretta, negandosi ora ogni inutile temporeggiamento, ove assolutamente chiara, trasparente, sarebbe dovuta esser giudicata la presenza di un deciso scopo, di una definita ragione dietro quell’incontro giudicabile qual solo apparentemente casuale. «Questa domanda non è formulata in maniera corretta.» obiettò l’uomo, scuotendo il capo di fronte a simile quesito «Non dovresti chiederti cosa io possa volere da te… quanto, piuttosto, cosa io tema di poter ottenere da te. Del resto, chi nasce pirata, muore pirata…» «Io non sono una pirata.» definì ella, ripetendo un concetto già a lungo espresso nei riguardi di quell’interlocutore, scandendo lentamente le sillabe di ogni parola nella volontà di non offrire spazio a interpretazioni ambigue, a dubbi nel merito del valore delle stesse, per quanto probabilmente non sarebbero state prese neppure in considerazione da parte dell’altro. «Appena ho avuto notizia del tuo arrivo, mi sono immediatamente informato: non sei stata convocata qui dalla tua mecenate… né da qualunque altro nobile o ricco signore in città.» proseguì Onej’A, nell’apparire praticamente sordo alle affermazioni rivolte dalla controparte «E se tu non sei giunta qui per lavoro, quale altra ragione può averti spinta a ritornare in una capitale indubbiamente sgradevole per te? Quale altra motivazione può averti offerto sprone a superare ogni inibizione nei confronti di queste mura?» «Che vuoi che ti dica?» replicò ella, inizialmente seria nel proprio tono, salvo subito dopo aprirsi in un amplio sorriso, sornione, felino quasi,

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nel non celare assolutamente il sarcasmo del quale era carico il suo animo in quel frangente, pur senza rinunciare, in ciò, a una certa eleganza formale «Avevo fame… e la carne di maiale, così come è cucinata in questa provincia, non si propone da alcun’altra parte in tutta Kofreya.» Con palpabile disappunto, evidente irritazione, lo sguardo dell’uomo si fissò, per qualche momento, in quello di ghiaccio della donna, in una volontà di confronto aperto, diretto, con lei, per quanto, attualmente, limitato a un piano meramente psicologico. Nella propria vita, nella propria formazione, il maggiore si era sempre proposto rispettoso del suo ruolo, del suo incarico, e così come, in passato, l’esercito kofreyota e la difesa della nazione dal barbaro invasore, y’shalfico o no, era stata per lui la sola ragione utile ad aprire gli occhi al mattino, per rendere grazie agli dei del dono di una nuova alba, ora, in questo suo presente, la guardia cittadina di Kirsnya e la protezione di quella capitale e dei suoi abitati erano ugualmente le sole motivazioni che donavano un senso alla sua intera esistenza. Integralista, ortodosso nell’essersi arroccato in simili posizioni, l’uomo si poneva in tal modo, pur senza una reale malizia di fondo, pur senza una sostanziale e intrinseca cattiveria, particolarmente estremo nel proprio giudizio sull’intero Creato, tale da esser pronto a uccidere persino dei propri subalterni, ove questi si fossero mostrati irrispettosi del proprio e del suo ruolo, nonché degli ordini ricevuti. Sulla base di tali principi, inequivocabile e praticamente ovvia, sarebbe stata la sua possibile posizione nel confronto con una figura quale quella della Figlia di Marr’Mahew, a ragione o a torto condannata dalla città che egli aveva giurato di proteggere e, in questo, segnata indelebilmente al suo sguardo. «A simile proposito, con il tuo permesso, prenderei congedo da questo affascinante confronto per andare a rifornirmi nuovamente.» propose ella, ancora proponendo il sorriso già rivoltogli, falso quanto polvere di pirite e, nonostante ciò, non meno affascinante sul suo volto, per quanto dotato di una bellezza mortale non poi troppo diversa da quella propria di una fiera pericolosa «Ne ho già mangiati quattro… e, pur, sento di aver ancora disponibilità per un quinto.» Avendo già avuto, seppur per breve tempo, occasione di confronto con simile figura, Midda era cosciente di quanto quell’uomo avrebbe potuto realmente ostacolarla se solo avesse avuto sospetto di ciò che era sua intenzione porre in essere nel corso di quella notte. In virtù di tale ragione, un rapido disimpegno dal medesimo, e da quel confronto dal sapor inquisitorio, si stava ormai imponendo qual necessario. Non che ella

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avesse timore di un confronto con lui, non che avesse ragione per ritenersi in una posizione di tanto sbilanciata inferiorità rispetto a quel guerriero, la cui abilità comunque non sarebbe dovuta essere sottovalutata, nell’età a lei superiore a cui egli era riuscito a spingersi nonostante una vita a propria volta dedicata alla guerra e al combattimento: ma nel particolare frangente rappresentato dall’impegno preso, con se stessa e con la propria compagna d’arme per la liberazione di quest’ultima, non avrebbe dovuto permettere ad alcun superfluo ostacolo di rallentarla, di porre a rischio la riuscita del suo piano. Prima avesse avuto, pertanto, modo di liberarsi del proprio attuale interlocutore e meglio sarebbe stato per tutti… «Sei qui per la tua compagna, non è forse vero?» domandò Onej’A, prendendo nuovamente voce prima che ella potesse voltarsi, potesse tentare di riprendere il cammino lasciato in sospeso, in un ultimo tentativo tutt’altro che improvvisato e indubbiamente volto a spiazzarla, a stupirla, e, in ciò, a costringerla a tradirsi nei propri piani. Fortunatamente per lei, tutt’altro che sciocca nel non ritenere possibile l’insorgere di simile interrogativo nella mente dell’avversario e tutt’altro che arrogante nel considerarsi al sicuro da tale questione e dal carico di relazioni inevitabilmente connesse alla stessa, la donna guerriero si dimostrò più che preparata a tal scelta, a simile tentativo, non concedendosi alcun segno di stupore, alcuna emozione a differenza di quanto, al contrario, non era pur riuscita a mascherare nell’esordio stesso di quel loro incontro, alla comparsa di quell’uomo quasi dimenticato, volto fra tanti nel proprio affollato passato. E, così, in conseguenza a tali parole, il suo viso mantenne senza fatica l’espressione di assoluta indifferenza già adottata nel momento in cui aveva voluto considerare chiusa la faccenda, quasi quelle parole si fossero presentate del tutto prive di valore alla sua attenzione, nel confronto con il suo interesse. «Parli forse di Carsa Anloch?» replicò, nel non tentare di apparire ignara nei riguardi della notizia della condanna imposta a carico della giovane donna, dove in tal caso avrebbe ammesso l’esatto opposto, ossia un proprio sincero coinvolgimento nella faccenda, qual pur effettivamente era il suo «Perché dovrebbe interessarmi?» «Non fingere con me, pirata.» scosse il capo l’uomo, squadrandola con aria torva, quasi in ciò sperasse di poterla impressionare, desiderio vano se non propriamente stolido «La tua amica viene condannata a morte e, puntualmente, ecco che torni a mostrare la tua presenza in città. Credi

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forse che sia tanto idiota da non riuscire a cogliere l’evidenza di questa connessione?» «Preferisco ovviare alla risposta all’ultima domanda, dove non vorrei recarti ragione d’offesa.» sorrise ella, non mancando di cogliere al volo l’occasione offertale per quel facile e pur non gratuito sarcasmo «Per quanto riguarda poi Carsa, forse non sei sufficientemente aggiornato nel merito dello stato dei nostri rapporti… o ben sapresti come, al nostro ultimo incontro, ella abbia cercato la mia morte.» Profondo silenzio seguì, inevitabilmente, quelle ultime parole, a dimostrazione di quanto, purtroppo per lui, fosse stato proprio il maggiore a esser colto di contropiede da quelle ultime affermazioni, da simile notizia la quale, certamente, forse avrebbe potuto risultare falsa, atta unicamente a cercare di disorientarlo, ma che, se al contrario fosse risultata sincera, avrebbe dovuto trovarlo impegnato a riconsiderare l’intera questione, cercando di comprendere, pertanto, quali altre ragioni avrebbero potuto richiedere la presenza in città di una figura sì nota e pericolosa. Insoddisfatto, razionalmente e umanamente, dalla piega presa in tal modo dagli eventi, Andear Onej’A si trovò costretto a imporre un giudizioso freno alla propria irruenza, al proprio attacco, là dove insistendo in una direzione potenzialmente errata avrebbe potuto ottenere più danno che risultato nel proprio desiderio di protezione, di custodia, per quell’urbe e coloro che lì desideravano vivere in pace e tranquillità. Alla fine, rendendosi conto di essere giunto a una posizione di stallo, impossibilitato a proseguire nell’assenza di certa informazione sulla via migliore nella quale inoltrarsi, curvando le labbra verso il basso a dimostrare la propria insoddisfazione, votò a favore di un’azione di ripiego, limitandosi in questo a esprimere una promessa dal sapore volutamente intimidatorio nei confronti dell’altra… «Ti terrò d’occhio, pirata.» asserì, prima di voltarsi a propria volta per allontanarsi da lei «E quando avrò trovato conferma ai miei sospetti, nulla potrà permetterti di evadere al tuo fato, alla tua giusta condanna.»

imasta nuovamente sola innanzi al proprio fato a seguito dell’addio offertole dalla compagna, la giovane donna conosciuta con il nome di Carsa Anloch non ebbe ulteriori possibilità di impegno al di fuori dell’attesa, quel proverbiale quieto riposo in previsione della tempesta che, a breve, entro quella notte,

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si sarebbe probabilmente scatenata nelle vie di quella capitale, entro i confini di quelle mura. Ma dove, invero, anche in precedenza ella si era pur posta in macabra aspettativa, rivolgendo il proprio sguardo obbligatoriamente in direzione di certa morte, di sicura, seppur prematura, conclusione per la propria vita, dal momento in cui non avrebbe avuto del resto ragione di coltivare più alcun sogno per il proprio futuro nell’essere stata sì condannata, ora a lei era pur stato donato un nuovo obiettivo, un traguardo nel quale poter confidare, verso il quale impegnarsi a tendere con tutta se stessa, ritrovando in ciò la volontà di lottare, quel proprio spirito guerriero forse prima sopito in conseguenza allo sconforto, umano e naturale, in una condizione qual la sua. In virtù di tale ragione, probabilmente, per sempre ella sarebbe dovuta essere debitrice verso l’amica, nei riguardi di quella figura la quale, nonostante gli screzi che pur avevano caratterizzato il loro ultimo incontro, che pur le avevano viste schierarsi l'una contro l’altra, soprattutto per sua stessa esplicita volontà in tal senso, a lei aveva voluto riconoscere il dono più prezioso, più grande: quello della speranza. Addirittura mostrandosi indifferente nel confronto con quegli eventi propri di un passato comunque troppo recente per essere già stato scordato, Midda Bontor era riuscita a giungere a lei in tempo non solo per trovarla ancora in vita, ma, addirittura, per potersi impegnare nel desiderio di liberarla o, per lo meno, di prometterle tale possibilità, compiendo quanto, probabilmente, in una situazione inversa, reciproca, ella non avrebbe avuto coraggio, ardore, follia di fare, nel non essere solita pensare di rischiare la propria vita in maniera tanto gratuita, per una ragione tanto fine a se stessa, soprattutto ove in gioco sarebbe stata la sopravvivenza di chi le si era presentata qual nemica, come ella stessa aveva stupidamente fatto nei confronti dell’altra. Non un atto dovuto, pertanto, non una scelta prevedibile e prevista, quella compiuta da parte della donna guerriero più celebre, famosa e famigerata di quell’angolo di mondo, quanto, realmente, propriamente, un dono. E come tale, volente o nolente, quel gesto, quell’impegno, quello sforzo l’avrebbe resa debitrice nei confronti della sua salvatrice, anche dove pur a lei nulla era stato richiesto, nulla era stato domandato in cambio di tanta generosità. Rincuorata, in tal modo, dall’idea di quanto, in quella notte, sarebbe a lei stato offerto, alla fuga per lei sì pianificata, la mercenaria cercò di sopportare con maggiore fierezza il patimento che pur non mancò di riversarsi a suo discapito in quell’intero pomeriggio, conseguenza sempre più evidente, sempre più sentita dell’aumento dell’efficacia negativa dell’azione del sole al diminuire del suo livello di idratazione. Anche dove, però, nel comunicarle le proprie intenzioni, nel farle presente la propria idea, la sua compagna aveva ritenuto come, al mattino seguente,

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ella sarebbe stata probabilmente impossibilitata a muoversi, troppo debole, eccessivamente vittima della sentenza emessa a suo carico, in quelle ore Carsa non poté evitare di temere sinceramente che simile valutazione fosse stata fin troppo ottimistica, fin troppo positiva nel confronto con il suo reale stato, riuscendo solo a stento, ancora, a mantenersi lucida, cosciente, concentrata. Alla sua attenzione, unico suo pensiero necessario a rinfrancarla, restò quindi quello dell’imminente sera, con la scomparsa di un nemico tanto temibile e tanto invincibile quale era la stessa luce solare e il suo impietoso calore, e con il ritorno, al contrario, di due care amiche, di due complici fedeli, senza le quali solo pazzia avrebbe ormai potuto caratterizzare la sua mente: la luna, con il suo freddo chiarore, e Midda, con la sua promessa di libertà. E quando la prima fece la propria apparizione nell’alto del cielo, argentea in contrasto all’oscurità della notte, il tempo di attesa nei riguardi della seconda iniziò a risultare quasi insopportabile, nella frenesia che pur, tanto vicina alla liberazione, non avrebbe potuto evitare di caratterizzare la prigioniera. Impossibile sarebbe stato, per Carsa, proporre ipotesi nel merito di come la Figlia di Marr’Mahew avesse progettato di intervenire in quella notte, di quale strategia potesse essere stata da lei prescelta al fine di realizzare l’implicito, e pur inequivocabile, impegno preso con lei. Troppe e troppo diverse fra loro, del resto, erano le vie alternative lungo le quali la mercenaria sarebbe potuta giungere al suo unico scopo, alcune più di basso profilo, volte a un’azione rapida e decisa, altre più chiassose, indifferenti al pericolo conseguente all’attirare eccessivamente l’attenzione verso di sé. In dubbio, poi, sarebbero dovute essere considerate anche le risorse alle quali la donna guerriero avrebbe potuto fare ricorso, non semplicemente in termini di armi, ma più propriamente in termini di presenza umana, ove, forse, ella era giunta lì da sola così come si era presentata innanzi al suo sguardo o, forse e al contrario, ella avrebbe potuto fare affidamento su possibili aiuti mantenuti, in quel loro primo e unico incontro, ben lontani dall’attenzione delle guardie, tali da non rischiare di insospettirli in maniera eccessiva e imprudente. Benché molte possibilità, quindi, avrebbero potuto caratterizzare l’azione di quella particolare notte, alcuna fra quelle nelle quali, per distrarsi, la condannata impegnò la propria mente, il proprio pensiero, sarebbe potuta esser effettivamente considerata pari a quella che il fato dimostrò essere stata scelta, e che si impose all’attenzione di tutti irrompendo nella quiete della notte con un tremendo boato…

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«All’armi!» giunse dopo breve un grido, volgendosi all’attenzione delle sentinelle preposte, nonostante la tarda ora, ancora a sua guardia, a suo controllo, al fine di evitare l’eventualità di una fuga o, più semplicemente, di un atto caritatevole da parte di qualcuno che a lei avrebbe potuto condurre cibo o acqua nell’approfittare della protezione delle tenebre. «All’armi!» insistette la voce, all’approssimarsi, insieme alla stessa, di una giovane guardia, dimostrante la propria tempia sinistra grondante sangue, segno di un qualche taglio, una qualche ferità lì appena riportata. «Cosa accade?» domandarono le altre, ancora sconvolte per l’incredibile deflagrazione in conseguenza della quale, probabilmente, l’intera città era stata risvegliata «Cosa è successo?!» «Un attacco… un attacco al palazzo di giustizia!» gridò il giovane sanguinante, dimostrandosi chiaramente intontito, forse in conseguenza dell’esplosione dalla quale sembrava essere appena uscito, poi crollando praticamente fra le braccia dei compagni che, rapidi, si posero in suo soccorso «Le fiamme… le fiamme divampano. E’ la collera di Gorl: che gli dei possano avere pietà di noi.» «Un attacco? Al palazzo di giustizia?» ripeterono gli interlocutori, venendo in quelle parole, però, interrotti nuovamente da un secondo boato, per nulla inferiore rispetto al precedente «Dei…» «Bisogna… bisogna andare, presto! Prima che tutti i prigionieri possano evadere, prima che tutti i nostri compagni possano essere uccisi in questa follia insensata…» suggerì l’altro, in un ultimo sospiro, prima di accasciarsi fra le loro braccia, completamente privo di sensi. La situazione per come esposta al gruppo di guardie, purtroppo, non sarebbe potuta essere considerata qual semplice dal loro punto di vista. Avendo ricevuto il compito di sorvegliare la condannata, essi non avrebbero dovuto abbandonare il proprio ruolo, rischiando altrimenti di essere accusati di insubordinazione, di tradimento forse, nella violazione degli ordini impartiti. Al contempo, tuttavia, dove in un frangente quotidiano, consueto, neppure il dubbio sulla possibilità di abbandonare tale posizione li avrebbe sfiorati, nel contesto proprio di quell’improvviso, inatteso, stato di guerra, ogni priorità prima certa sarebbe potuta essere posta in discussione, fino addirittura a venir meno, obbligatoriamente spinta in secondo piano da urgenze più impellenti, necessità giudicate quale improrogabili ancor più umanamente che professionalmente. Al terzo boato, all’evidenza di un definito chiarore provenire dalla zona del palazzo di giustizia, non eccessivamente lontano dalla piazza dove era stato eretto quel patibolo, sparso come molti altri all’interno della città per poter raggiungere con maggiore immediatezza gli sguardi degli

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abitanti e di eventuali visitatori di passaggio, il gruppo si trovò costretto a riconsiderare i termini del proprio incarico, ponendo a confronto l’urgenza derivante da quegli attacchi e il reale bisogno di restare in numero tanto elevato attorno a una singola prigioniera, soprattutto dove questa sarebbe dovuta essere effettivamente ormai considerata più morta che viva. E così, lasciando a terra il compagno ferito e svenuto, ove in quel momento ben poco avrebbero potuto fare per aiutarlo, tutti si allontanarono in direzione del palazzo di giustizia, sguainando le proprie armi e preparandosi psicologicamente al peggio, nella consapevolezza, nel terrore derivante dalla certezza di come forse mai, in passato, prima di quel giorno, la capitale era stata esposta a un attacco di simili proporzioni. Ritrovatasi in tal modo a essere infine realmente sola, abbandonata persino da coloro preposti alla propria sorveglianza, per un istante la giovane donna si sentì sinceramente smarrita, prossima all’abbandonarsi al timore e allo sconforto, qual naturale conseguenza del silenzio e dell’oscurità a cui sembrava essere stata condannata, a cui appariva, tanto crudelmente, essere stata destinata da un fato a lei tanto avverso. Paradossale, contraddittorio, del resto, non raramente, da sempre e per sempre, sarebbe stato solito porsi l’animo umano, così apparentemente refrattario all’abitudine, così dichiaratamente avverso alla quiete di un ritmo già conosciuto, già noto, e pur estremamente bisognosa di esso, arrivando a essere capace di invocarlo, di domandarlo a pieni polmoni anche dove sinonimo di prigionia, di condanna, quale sarebbe stato nel particolare frangente rappresentato da quel contesto. Fortunatamente, prima ancora di perdere il poco senno rimastole proprio, ella riuscì comunque a riservarsi un barlume di lucidità, utile a farle comprendere, a farle apprezzare il sottinteso di quella solitudine, di quell’abbandono, così propizio, pur necessario per una sua ipotetica fuga, per la promessa evasione, arrivando a comprendere come, probabilmente, sicuramente, dietro a tanto disordine, dietro a quell’attacco dirompente nel cuore di una delle città più paranoiche di tutta Kofreya, sarebbe dovuta essere considerata la mente, se non addirittura la mano, della Figlia di Marr’Mahew, impegnatasi in tal senso a liberare loro la via verso una non più sperata libertà, un non più sognato futuro. Lo sguardo della condannata, in conseguenza a tale pensiero, a simile maturata considerazione, si spinse allora attorno a sé, nei limiti naturalmente impostile dal buio indiscutibilmente imperante sull’intera città e appena violato dalla luce della luna, delle stelle e di qualche sparso lume, bramando in tal mentre la comparsa ormai attesa della propria compagna, della propria complice. Ma, in tale impegno, in simile speranza, invece di incontrare l’immagine desiderata, di cogliere la figura amica, ciò che le si

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propose innanzi fu, inaspettatamente e solamente, il profilo della giovane guardia prima apparentemente svenuta. Scuotendosi la polvere della strada di dosso e, poi, strofinando la manica della propria giacchetta contro la tempia nel desiderio di ripulirla dal sangue prima lì abbondante, copioso, quella sentinella, giudicata fino ad allora priva di sensi, si risollevò con un gesto deciso da terra, come se nulla fosse accaduto, dirigendosi immediatamente, con passo deciso, rapido, nella stessa direzione della mercenaria. E, dimostrando un sincero interesse verso di lei, verso quello che, indubbiamente, risultò essere il suo obiettivo, estrasse da dietro la schiena un corto pugnale, con la chiara intenzione di adoperarlo in quell’immediato futuro. A tal vista, a simile quadro ben lontano dal concedere a Carsa ragioni di contentezza, nel porsi così offerta al proprio potenziale nemico, quale ostia disposta sull’ara prima del sacrificio agli dei, la giovane non poté evitare di cercare occasione di ribellione, di forzatura nel confronto dei propri legami, per trovare, in tal modo, speranza di sopravvivenza, non potendo, non volendo accettare l’assurdità che, altrimenti, sarebbe stata quell’imporsi della morte in un momento tanto prossimo, tanto vicino, ormai, alla propria stessa liberazione. Purtroppo, però, la debolezza accumulata nei propri arti, nella proprie membra, unita alla debilitazione conseguente alla disidratazione, non le avrebbero mai permesso di ovviare ai vincoli che la stavano bloccando al suolo, non le avrebbero mai concesso l’energia necessaria a strappare quelle corde, ove le stesse già si sarebbero dimostrate troppo resistenti in un contesto ordinario. «No!» gemette, in un flebile, inudibile sussurro nel cogliere la lama sempre più prossima a sé, disinteressata in tal frangente, in simile momento, persino al dolore conseguente a quella preghiera, a quell’invocazione verso il cielo, ancor prima che verso il proprio nemico, nel domandare che potesse esserle riconosciuta, che non le fosse negata la speranza nella quale a lungo aveva confidato in quell’ultimo giorno. Ma quel metallo pur affilato, che pur avrebbe potuto squartarle il ventre in un fuggevole istante, ridiscendendo verso di lei ne evitò accuratamente le carni, per andare a recidere, altresì, le corde che ne legavano le braccia, che ne avevano impedito ogni movimento, divenute ormai simili a catene nella propria apparente invincibilità, infrangibilità. E, in quello stesso momento, in tale liberazione, prima che qualsiasi dubbio potesse prendere il sopravvento su di lei, nello spingerla a impressioni, a deduzioni erronee, vittima qual purtroppo era diventata del proprio stesso affaticamento, psicologico e fisico, fu proprio la sentinella a prendere parola, nella volontà di dissipare il velo di confusione

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precedentemente forse non colto in lei e pur, ora, tanto evidente, tanto chiaramente espresso dal sentimento di palese disorientamento all’interno di quei grandi, stupendi occhi castani. «E’ vero che il nostro incontro è stato breve e che, certamente, la mia figura non ti ha proposto particolari ragioni per conservare memoria di me, del mio volto o della mia identità. Ma ti prego, signora, di volermi far dono della tua fiducia, nel nome della mia padrona, Midda Bontor.» sussurrò il ragazzo, volgendosi, senza esitazione, alle corde attorno alle caviglie di lei, per tagliarle con un secondo gesto altrettanto controllato e rapido qual si era già dimostrato il primo «Seem è il nome mio, scudiero è la professione alla quale ho deciso di votare la mia intera esistenza, per quanto poco questa possa valere.» Quella voce, quel nome e, soprattutto, quella presentazione, servirono effettivamente allo scopo che si dovevano essere prefissi, nell’essere probabilmente frutto di accurata pianificazione, studiati allo scopo di raggiungere in maniera efficace ed efficiente l’attenzione, l’interesse, la mente della loro destinataria, per quanto ella sarebbe potuta essere preda della confusione più totale, del disordine naturale, legittimo, derivante da quel momento, da quella spiacevole situazione. E, a Carsa, sì correttamente indirizzata, suggerita, fu allora donata immediata occasione di ritrovare, fra i propri ricordi, numerosi indizi della presenza del volto lì presentatole, di quella pelle abbronzata, quei capelli castani, ma, soprattutto, dei due occhi verdi ora fissi verso di lei e dotati di una purezza impressionante, a dir poco infantile, nell’ingenuità che pur sembrava contraddistinguerli. Qual un fanciullo, più prossimo a poter essere considerato bambino che uomo, sarebbe potuto essere riconosciuto l’inaspettato interlocutore che il fato le aveva inviato in aiuto, presenza che, in verità, ella aveva già avuto modo di incontrare in tempi recenti, nella medesima occasione nel corso della quale si era ritrovata in contrasto con la propria compagna e ora salvatrice, dove egli, all’epoca di quegli infelici eventi, aveva già iniziato prestare il proprio braccio, il proprio impegno, al fianco della Figlia di Marr’Mahew, nell’essersi conquistato, incredibilmente, un ruolo a cui mai alcuno, prima di lui, aveva osato ambire. «Mid…» tentò di esprimersi, verso di lui, cercando contemporaneamente di sollevare la propria schiena da terra, nell’appoggiarsi sui propri gomiti, in un gesto che, per chiunque, sarebbe risultato essere a dir poco naturale, ma che, per lei, in quel momento, si

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impose quale conseguenza di uno sforzo tutt’altro che banale, tale da costringerla a lasciar perdere quell’ipotesi di dialogo appena accennata. «La mia signora sta investendo le proprie energie al fine di garantirci quest’occasione di tranquillità.» espresse il ragazzo, intuendo il quesito sottinteso in quella semplice sillaba, appena farfugliata, da labbra troppo secche per poter dare sfogo a qualcosa di più «Ti prego di non voler fraintendere i miei gesti, ma, al fine di non rendere vana una programmazione strategica tanto puntualmente prodotta, è necessario che tu mi consenta di prestarti il mio aiuto.» proseguì poi, dimostrandosi incerto nell’eventualità, pur necessaria, di porre le proprie braccia attorno a quel corpo quasi nudo, qual si presentava essere quello della giovane. Se solo la situazione non fosse stata necessariamente drammatica, nel vederla tanto prossima all’appuntamento conclusivo con gli dei, e se solo ella avesse avuto ancora la forza di esprimere il proprio divertimento, inevitabilmente conseguente al paradosso presentato da quella figura a lei inviata dalla propria compagna di ventura, probabilmente, in quel momento, Carsa sarebbe esplosa in una fragorosa risata, qual reazione a tanta premura a lei riconosciuta da parte di quel ragazzo, un’attenzione, un interesse sicuramente encomiabile, ma assolutamente grottesco in un frangente quale il loro. «Via…» ansimò ella, in una assoluta e sincera benedizione nei confronti di ogni possibile proposito a tal riguardo, nel merito di una fuga da quel patibolo sul quale sarebbe dovuta essere destinata a morire, utile a garantire al giovane l’approvazione da lui pur ricercata. Forte di tale consenso, Seem si privò allora della propria giacca o, per meglio dire, della giacca di cui evidentemente si era appropriato senza alcun diritto in tal senso, rubandola a un legittimo proprietario, per poterla impiegare allo scopo di offrire un minimo di protezione aggiunta al corpo della mercenaria, sollevandola in ciò delicatamente da terra. Lieve, quasi inconsistente, sarebbe effettivamente dovuto essere considerato il peso sì proposto da quella fanciulla, da figura tanto prossima ad apparire quasi eterea, tale da poter essere elevato senza sforzo alcuno dal suolo e condotta, in tal modo, simile a bambina ancor prima che a donna, nell’obbligata e naturale fragilità che in quel frangente le era stata imposta qual propria, che in simile contesto l’aveva ridotta a vittima, per quanto solitamente abituata a essere carnefice. Inizialmente, in verità, lo scudiero era a lei giunto pensando semplicemente di affiancare quella giovane guerriera, sostenerla solo se da lei ritenuto utile o necessario, non avendo osato, neppur vagamente, spingere il proprio

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pensiero, la propria immaginazione, al quadro del quale ora era divenuto pur protagonista. Purtroppo, però, la necessità sarebbe dovuta esser considerata ormai virtù e, in questo, ogni orgoglio, ogni superbia da parte di Carsa sarebbe dovuta essere posta da parte a permettere un rapido allontanamento da quel punto comunque eccessivamente esposto, così prepotentemente in vista innanzi a possibili e indiscreti sguardi. Consapevoli entrambi di tal situazione, di simile esigenza, essi non avrebbero potuto, pertanto, ovviare a quel compromesso, a quella soluzione pur temporanea, almeno fino a quando, raggiunto un migliore riparo e, magari, offerta acqua alla gola della condannata per rigenerarne le energie, ella non avrebbe deciso, e sicuramente richiesto, di proseguire con le proprie forze, per non sentirsi più debitrice verso alcuno. Fattosi pertanto carico della responsabilità conseguente a quel delicato incarico, a sì prezioso e pur leggero fardello, il ragazzo diresse il proprio cammino nell’esatta direzione opposta a quella verso la quale pocanzi si erano allontanate le guardie, volgendosi verso la periferia della capitale, nella volontà chiara e razionale di porre la maggior distanza fra loro e il palazzo di giustizia verso il quale, in conseguenza dell’azione della Figlia di Marr’Mahew, probabilmente tutte le guardie cittadine, nonché numerosi militari, non avrebbero mancato di riversarsi, al fine di contenere l’attacco e i danni a esso conseguenti. Se solo Carsa avesse avuto lucidità di prestare attenzione, di rivolgere ancora il proprio interesse all’ambiente a sé circostante, avrebbe potuto notare come, a intervalli sufficientemente regolari, quasi ritmo di tamburi bramoso di invocare a sé ogni attenzione, le esplosioni, prima avvertite, fossero continuate ancora per diverso tempo, raggiungendo forse il totale di una dozzina, o poco più, prima di acquietarsi. Tanto frastuono, simile violenza, non sarebbe mai potuta passare inosservata, non sarebbe mai potuta essere trascurata, malgiudicata quale evento minore, se non, addirittura, quale semplice fatalità, forse quale tuono frainteso, eccessivamente enfatizzato dal silenzio della notte. Innanzi alla probabile attenzione dell’intera città, di ogni abitante di quella capitale, botti sì violenti sarebbero dovuti esser considerati inevitabilmente quale risultato di una coscienza chiaramente rivolta in avversione al benessere di quella comunità, nell’irrompere in tal modo nel cuore di una serena, pacifica notte di riposo. Impossibile, anche a fronte di un’effettiva lucidità, ora in lei quasi totalmente assente, sarebbe comunque stato per la giovane riuscire a intuire le modalità, i mezzi grazie ai quali la propria compagna potesse essere riuscita a porre in essere un tale diversivo, a ottenere simile risultato, ove alcuna tecnica nota, alcuna arma per lei conosciuta, al di fuori, naturalmente, di qualche energia mistica,

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comunque da escludere in un tale contesto, avrebbe potuto generare boati di quell’intensità. Evidente, anche in ciò, risultò come, ancora una volta, la fama caratterizzante il nome di Midda Bontor non avrebbe dovuto esser considerata semplicemente fine a se stessa, frutto di banale enfatizzazione di eventi consueti, quanto piuttosto assolutamente meritata, giusta espressione di una capacità superiore alla norma, alla media, e, forse, anche all’eccezione. «Co… me…» sussurrò, ancora flebile nel proprio tono, in direzione del proprio custode, di quel giovane forse inesperto, sicuramente lontano da qualsiasi possibilità di competizione con una combattente del suo rango in un contesto normale, ma in quel frangente asceso, non senza un’incredibile riconoscimento di fede, al ruolo di suo protettore. «Non credo di averlo esattamente compreso, per quanto ella abbia pur provato a spiegarmelo.» rispose egli, dimostrando, ancora una volta, un intelletto vivace, in netto contrasto al limite espresso da simile frase e, altresì, capace di cogliere anche quel nuovo quesito ancor prima che potesse essere completamente formulato «La mia signora, anni or sono, ha veleggiato a lungo per gli immensi mari, raggiungendo terre lontane e apprendendo diversi segreti sconosciuti ai più in questi regni, in questo continente.» «E quello adoperato per realizzare il disordine necessario alla tua fuga, a quanto sono riuscito a capire, è uno fra i molti, per quanto raramente se ne riservi occasione di utilizzo, non desiderando rischiare di svilirne il potenziale psicologico nel renderlo eccessivamente noto, praticamente banale…» proseguì e concluse, nell’offrir comunque, in tali parole, trasparenza di un indubbio razionale dietro agli eventi dei quali si stavano ritrovando protagonisti, dove certamente non stregoneria avrebbe mai potuto caratterizzarli per quanto, in tal senso, non sarebbero probabilmente mancate di esser prodotte numerose e contrastanti voci nei giorni a venire, nell’offrir cronaca di quei fatti. Un delicatissimo sorriso e movimento accennato del capo vennero impiegati, allora, da Carsa per comunicare il proprio intendimento a tal riguardo, ritenendo temporaneamente sufficiente quella spiegazione, per quanto approssimativa sarebbe potuta esser giudicata, ma ripromettendosi comunque di tornare nel merito dell’argomento in un prossimo futuro, magari in un confronto diretto con la propria compagna e complice, tale da poter meglio approfondire la natura di quel segreto, sempre ove ella si fosse dimostrata disponibile a condividerlo con lei, ipotesi tutt’altro che naturale od ovvia.

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«Do… ve…» volle riprendere voce, o, per lo meno, tentare di farlo, dopo qualche istante, nel restare, nonostante l’espressione di tante curiosità, forse dubbi, ancora assolutamente remissiva, abbandonata, fra le braccia del giovane riservatosi incarico del suo trasporto. «Alcun edificio, alcuna abitazione, in questa città potrebbe offrirci sicuro asilo, certa protezione, ove marcia essa si offre fin nel proprio stesso midollo, nella propria realtà più intima, tale da non riservarci alcuna speranza se a essa affidati.» replicò, completando senza difficoltà alcuna quella domanda, in verità attesa qual interrogativo primario, qual questione principale, e non semplice curiosità fra altre, se non, addirittura, ultima prima di un quieto silenzio «E dove le mura si impongono qual ostacolo insormontabile, soprattutto nelle tue condizioni, non verso la terra, pertanto, può esser possibile rivolgere la nostra attenzione, quanto più verso le acque, sì pericolose e pur, effettivamente, meno avverse di quanto mai potrebbero esserlo gli abitanti di questa capitale…» Simile ragionamento, tanta logica indiscutibile in tale confronto, non sarebbero effettivamente dovuti essere considerati qual frutto della pur agile mente del giovane quanto, più propriamente, del suo cavaliere, di colei che, in quella direzione, aveva convogliato il suo impegno, le sue energie, dettandogli chiaramente un deciso e puntuale percorso da seguire, una chiara sequenza di traguardi da dover raggiungere per il corretto compimento del proprio incarico, di quel compito, di quella sua personale missione. E lo scudiero, in tal contesto, in simile frangente, nell’umana volontà di non offrire delusione alla propria signora, di non dimostrarsi incapace di seguirne i comandi, accontentarne i voleri, stava ponendo in gioco, in maniera sincera e assoluta, tutte le proprie energie, tutte le proprie forze, tutta la propria concentrazione per non fallire, per non essere successivamente rammentato qual causa, ragione, del loro insuccesso ma, al contrario, qual elemento sì presente e utile, nell’ottimale assolvimento del proprio ruolo. Comprensibile, del resto, sarebbe stato il desiderio di Seem, dove egli, tutt’altro che sciocco, tutt’altro che stolido, era assolutamente consapevole dell’incredibile occasione riconosciutagli dal fato, della possibilità unica, ancor prima che rara, donatagli nell’essere a fianco di una donna guerriero del calibro di Midda Bontor, la quale mai aveva, in passato, accettato altre figure quali scudieri, benché sicuramente a lei non fossero mancate occasioni di sorta in tal senso, non sarebbero venute meno possibilità a simile riguardo, nel valore indiscusso che tale impiego avrebbe potuto rappresentare per colui che a esso fosse riuscito a elevarsi, in un rango che, pur a lei sottomesso, avrebbe forse potuto esser

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considerato ancor più desiderato rispetto a una diversa occasione di primo piano. «Ora riposa, signora.» sussurrò il ragazzo, nel volgere simile invito, con tono pur dolce e premuroso, al proprio fragile fardello, ove il permanere in coscienza della donna o il suo lasciarsi abbandonare, in quel particolare momento, non avrebbe di certo aiutato od ostacolato quella fuga, fortunatamente sì tranquilla da lasciar loro sperare in un esito positivo, privo di ogni imprevisto. Figlio di una prostituta come molte in Kriarya, città del peccato, ancor bambino aveva cercato violento distacco dalla madre nel comprenderne la professione, il suo pur naturale impiego per volergli permettere di godere del mondo di pace e serenità nel quale, nonostante tutto, egli aveva effettivamente avuto occasione di poter crescere. In conseguenza a quell’evasione dal proprio ambiente domestico a cui non aveva più fatto ritorno, Seem era finito al servizio di uno dei vari signori di quella capitale orientale del regno di Kofreya, crescendo, maturando fisicamente e pur, in verità, restando ancora estremamente infantile a livello psicologico, non per una sua difficoltà mentale, quanto, più propriamente, per un ricercato, e obbligato, distacco dal mondo reale a cui si era, ed era stato, comunque costretto in quell’età di sviluppo quasi completamente priva di reali figure di riferimento. Non a caso, in occasione della prematura e violenta morte del mecenate, il ragazzo non aveva potuto fare altro che volgere la propria attenzione, il proprio impegno, alla fuga, senza riservarsi dubbi di sorta nel merito del proprio destino, in un’avventatezza che gli sarebbe potuta costare estremamente cara, che avrebbe potuto vederlo essere rapidamente fagocitato dalla stessa urbe in cui era nato e cresciuto, e con la reale natura della quale ancora non si sarebbe potuto considerare confidente. Proprio nel particolare contesto creato da simile, delicato frangente, gli dei, nei quali pur egli non era mai stato educato a credere, a riporre la propria fede, dimostrarono di voler credere essi stessi in lui, di volergli garantire la propria fiducia, nel riservargli, comunque, una nuova occasione, ancor migliore rispetto alla precedente. E fu allora che egli incontrò, per la prima volta, Be’Sihl Ahvn-Qa, il quale, nell’offrirgli una possibilità di impiego e di vita qual garzone nella propria locanda, gli riserbò, pur senza esplicita volontà in tal senso, possibilità d’incontro con colei che, poco tempo dopo, avrebbe iniziato a desiderare di poter servire nel ruolo di scudiero, per quanto in tal senso di alcuna formazione avrebbe mai potuto fregiare credito.

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Memento mori
a sempre il mese di Phau, ultimo della stagione estiva, era stato in grado di proporsi nel confronto con l’animo degli abitati del regno di Kofreya quale carico di una malinconia sconosciuta agli altri mesi, persino a quelli invernali pur carichi della responsabilità propria della morte della natura e della conclusione dell’anno in corso. In tal periodo, per quanto la vita animale e vegetale si sarebbe sempre presentata ancora all’apice del proprio splendore, della propria energia, inevitabilmente l’ombra dell’imminente autunno e del successivo inverno avrebbero costretto qualsiasi mortale a un primo esame di coscienza, a una prima analisi di quanto compiuto nel corso di quello stesso anno, nel confronto con un punto di svolta tanto importante, l’inizio della discesa verso la sua stessa conclusione. Ove, quindi, pur tanta fatica, tanto impegno sarebbe potuto essere stato posto nel risalire verso quella cima tanto audace, lottando giorno dopo giorno per la propria sopravvivenza e il proprio successo, ognuno nei rispettivi campi di competenza, con l’avvento del mese di Phau e, ancor più, con il superamento della sua metà, non più possibilità di crescita, di miglioramento, sarebbero state offerte alle coscienze di tutti, quanto, al contrario, solo un lento e ineluttabile declivio. Una rappresentazione quella così imposta all’attenzione di tutti dal ciclo stesso delle stagioni, dall’alternanza dei mesi, invero, non poi troppo diversa, estranea, dalla medesima vita, nella sua integrità, nella sua completezza: lunghi anni giovanili, decenni di sforzi, di fatica, sudore e sangue, spesi per raggiungere un traguardo, per conquistare una posizione, avrebbero sempre e comunque dovuto confrontarsi con la consapevolezza dell’approssimarsi della propria fine, di quell’inevitabile conclusione che, un giorno, avrebbe accomunato tutti, dal più povero al più ricco, dal più pavido al più audace, dal più debole al più forte. E in conseguenza a tale parallelismo, se con sfavore sarebbero stati considerati nascite e matrimoni nei mesi invernali così come anche in quello di Tynov, ultimo della stagione autunnale, con ancor più ritrosia sarebbero state accolte le morti nel mese di Phau, per quanto non programmabili, esterne a ogni umana possibilità di arbitrio.

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La morte, da sempre, si era presentata qual un concetto, una realtà con cui qualsiasi uomo o donna sarebbe stato costretto a confrontarsi, a porsi a

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rapporto, fin dalla più tenera età, là dove, in un mondo quale il loro, nel quale alla vita non era solitamente associato alcun particolare valore, alcuna reale importanza, persino la possibilità di poter assistere a una nuova alba, di poter godere di un nuovo risveglio, non sarebbe mai potuta essere considerata quale banale, quale scontata. In quelle terre, nel regno di Kofreya così come in altri del tutto simili per quanto fossero tutti loro soliti ritenersi realtà uniche e incomparabili, agli infanti sufficientemente forti e fortunati da sopravvivere alle prime settimane, ai primi mesi dopo la loro stessa nascita, alcun premio, alcun particolare riconoscimento sarebbe mai stato offerto, neppure dalla propria stessa famiglia, dai propri genitori. Essi, infatti, anche accanto a eventuali, e tutt’altro che retorici quanto presenti, sentimenti d’amore verso la propria prole, non avrebbero potuto ovviare alla consapevolezza del peso che essa avrebbe rappresentato sulle loro spalle, sul loro stesso avvenire, in un investimento che, a differenza di una semina o dell’acquisto di un capo di bestiame, difficilmente avrebbe potuto restituire loro dei risultati nel breve periodo. Crescendo, poi, non una sorte migliore, non un fato più agiato, avrebbe atteso gli eletti sopravvissuti alle insidie della più tenera infanzia. Per ricompensare la propria famiglia del dono, o forse della maledizione, della vita, infatti, immediato sarebbe dovuto essere l’impiego dei bambini in una qualche attività produttiva, nel collaborare con i propri parenti su vie da essi già percorse o, in alternativa, nell’abbandonarli, cercando altrove la propria strada, il proprio futuro, al fine di non gravare su di loro con la propria presenza, purtroppo giudicabile quale inutile in assenza di un guadagno pratico, di un ritorno utile alla sopravvivenza di tutti. In tal senso, a tal scopo, la sola, concreta, reale alternativa al retaggio familiare, alla prosecuzione dell’attività dei propri genitori, sarebbe potuta allora essere considerata la via delle armi, la strada della guerra, nell’impegnarsi all’interno delle fila di un esercito regolare o quali soldati di ventura, mercenari privi di un legame di fedeltà ideologica a una terra, a un sovrano, quanto, piuttosto e, forse, meno ipocritamente, al proprio mecenate di turno, al padrone che avrebbe offerto loro il miglior guadagno. In verità, tanto nella scelta di una professione apparentemente più quieta, quali quelle rivolte alla terra, all’agricoltura o all’allevamento, o alla manifattura, quali quelle artigianali, tanto in quelle votate alla guerra, come combattenti in eserciti regolari o di ventura, non diversa, non migliore o peggiore, sarebbe dovuta essere giudicata la prospettiva di vita allora riservata, là dove la morte sarebbe potuta giungere in ogni giorno, in ogni ora, in ogni momento, impietosa e irrefrenabile, distruggendo in pochi istanti quanto costruito in un’esistenza intera.

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… rinunciando a impostare una qualsiasi posizione di guardia e, nuovamente, preferendo porsi a sua volta alla carica…

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Una certezza, ancor prima di una paura, quindi, quella offerta dalla morte, l’ultimo grande appuntamento di ogni uomo o donna, fosse egli o ella il più pacifico fra i servi o il più spietato fra i generali. Nonostante simile, naturale confidenza con la morte, giunti al mese di Phau gli abitanti del regno di Kofreya, così come quelli di molti altri regni, erano pur soliti impegnare le proprie energie, le proprie volontà, al fine di ignorare tale assoluta presenza incombente su di loro, quasi evitare ogni riferimento alla stessa nel periodo che dell’anno avrebbe dovuto essere considerato apice assoluto, punto di massimo splendore, potesse scongiurare quanto pur inevitabile. L’eventualità di una perdita, pur non arginabile, pur non contenibile nella propria ineluttabilità, avrebbe offerto sincero sconforto non solo a tutti coloro che, alla stessa, si sarebbero trovati vicini, ma, più in generale, a tutti coloro che pur ne avrebbero avuto notizia. In questo, pertanto, se la scomparsa, prematura o no, si fosse ritrovata a essere collegata a una figura di una certa fama, di una qualche notorietà, l’effetto che la stessa avrebbe imposto sul pubblico sarebbe stato logicamente maggiore, andando a influenzare una schiera più vasta di elementi, di persone, che non avrebbero potuto ovviare a interpretare in maniera negativa, addirittura qual cattivo auspico, simile evento. Ove, poi, attorno al nome del defunto si fosse imposta, nel corso del tempo, nel corso degli anni, una celebrità tale da farlo apparire simile a una leggenda vivente, già oltre il semplice stato di umana mortalità e prossimo agli dei, il clamore che la sua morte avrebbe comportato proprio in tale periodo dell’anno, in tale particolare mese, sarebbe stato privo di eguali. E così, in Kriarya, comunemente nota quale città del peccato, capitale kofreyota di frontiera tanto con i nemici y’shalfichi, tanto con i meno belligeranti compagni tranithi, quell’anno, quel mese di Phau non poté, né avrebbe potuto, che ritrovare l’intera popolazione, pur costituita da mercenari e assassini, ladri e prostitute, quale profondamente scossa, se non addirittura sconvolta, da un annuncio di morte che pur in molti avevano atteso per lunghi anni, che pur in molti non avrebbero mancato di festeggiare. Impossibile, in verità, sarebbe potuto essere credere a tale eventualità, dove anche innanzi allo sguardo dei suoi più acerrimi nemici, di coloro che più l’avevano odiata in vita, ella era apparsa sempre superiore a ogni debolezza umana, a ogni limite proprio della carne e, altresì, sconosciuto agli dei. Non solo in tutta la provincia, ma anche in tutto il regno e, addirittura, in diverse terre prossime allo stesso, accanto al suo nome, già da tempo, era l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, che associava quella figura tanto incredibile, tanto leggendaria, a una dea della guerra propria del pantheon di un arcipelago sito a ponente rispetto a Kofreya, là dove

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ella aveva guadagnato tale importante tributo qual naturale conseguenza della propria forza, della propria audacia, della propria indole guerriera, tale da non poter permettere a nessuno di prendere in concreta considerazione l’eventualità di una sua sconfitta, non in conseguenza di un duello quanto meno, sebbene in molti, continuamente, osassero porsi alla prova in tale tentativo, in simile opportunità di ascesa agli onori della cronaca. Eppure, nonostante l’incredulità propria di quel frangente, nonostante l’incapacità ad accettare quanto giudicato quale inaccettabile, nonostante ella fosse più volte sopravvissuta ad annunci di morte certa a suo discapito, in quell’occasione, in quel particolare mese, la notizia non si pose quale contestabile, non avrebbe permesso alcuna possibilità di negazione. «Midda Bontor è stata ammazzata!» Rapido quel proclama stava correndo per le vie della capitale, trasmesso di voce in voce, di persona in persona, come un’incredibile malattia infettiva impossibile da arginare. Tale, del resto, sarebbe dovuto essere considerato il principale, se non l’unico, immediato sistema lì presente per la diffusione delle notizie, delle cronache degli eventi che avrebbero potuto interessare chiunque, e, senza dubbio alcuno, senza incertezze di sorta, quell’annuncio, quel comunicato, non avrebbe mai potuto trovare qualcuno quale privo di curiosità e di stupore. Ma se, proprio attraverso simile via, le gesta della stessa mercenaria di cui ora tutti stavano asserendo la morte certa, avevano sempre trovato occasione di pubblica informazione in passato, venendo puntualmente stravolte nei loro fondamentali dati, nelle cifre dei nemici da lei abbattuti e, ancor più, nella natura stessa dei medesimi, in quel funereo dispaccio nulla di più di quella secca affermazione stava venendo coinvolta, rendendo il tutto, paradossalmente, più realistico, più credibile, di un’accurata descrizione delle modalità della sua morte. «No!» esclamò con foga lord Brote, dall’alto della propria torre, sì informato a sua volta da uno fra gli innumerevoli uomini preposti al suo servizio, sostanzialmente una fetta tutt’altro che inconsistente dell’intera città, quale conseguenza di un’equa spartizione con gli altri signori locali di tutto il territorio della capitale. «E’ così, mio signore.» insistette l’ambasciatore di tale spiacevole novella, temendo per la propria stessa esistenza nell’essere stato sfavorito dalla sorte e, in ciò, insignito del tragico compito sì ottemperato.

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Paura tutt’altro che retorica, quella che animava l’animo di quel povero malcapitato, là dove si poneva perfettamente consapevole, conscio, di come l’uomo eretto innanzi a sé, apparentemente quieto, tranquillo nel proprio portamento e nei propri modi di fare, avrebbe potuto, senza esitazione, senza il minimo rimorso, sfoderare una lama prima celata e decapitarlo di netto, quale appassionata reazione a una novella per lui inevitabilmente spiacevole. Non semplice damerino, inerme e, addirittura, attempato rappresentante di un’antica dinastia sovrana in Kofreya, Brote avrebbe dovuto essere considerato, dal momento in cui, accanto al proprio nome, in verità, alcun titolo nobiliare, alcuna carica signorile, avrebbe mai potuto essere riconosciuta da parte di coloro che di simili fregi avrebbero realmente potuto farsi vanto. Al contrario, un tempo mercenario, assassino, ladro e molto altro ancora, con i propri quattro decenni e più di esistenza mortale egli era riuscito non solo a sopravvivere fino a un’età assolutamente invidiabile, normalmente preclusa ai più, ma aveva avuto anche successo nel riservarsi, non per diritto di sangue ma per concreto merito, reale abilità, all’interno della città del peccato un ruolo di comando, un potere terreno fondato su sincero rispetto e sostanziale paura nei propri subordinati, entrando, in ciò, a pieno titolo nella schiera dei veri signori di quella città priva di leggi, esterna a qualsiasi possibilità di controllo del monarca o dei suoi feudatari al pari delle altre capitali kofreyote. «Già qualche mese fa è stata prematuramente diffusa notizia della morte della mia prediletta.» negò, storcendo le labbra con rabbia malcelata «Non desidero offrire spazio a tale blasfema… non fino a quando non mi sarà presentato, innanzi allo sguardo, il suo corpo privo di vita.» «Ma… mio signore. Questa volta il suo corpo è sì presente…» Fra lord Brote e Midda esisteva, ormai da lunghi anni, un legame particolare, ritrovando proprio in quell’uomo, in quella figura, uno fra i principali e ricorrenti mecenati della donna guerriero. Ella, per quanto mercenaria, mai si era riservata abitudine a restare fedelmente al servizio di un unico padrone, bramosa di poter, effettivamente, godere della propria autodeterminazione, della propria libertà, così come non sarebbe mai stato altrimenti offerto a un semplice soldato regolare, a una guardia personale stabilmente impiegata a protezione di un solo obiettivo. Ciò nonostante, proprio in quell’uomo, nell’incontro con quel signore, ella aveva avuto occasione di esser riconosciuta nel proprio ruolo di mercenaria, di avventuriera, di

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combattente in un’epoca in cui, ancora, il suo nome non era noto, la sua fama doveva ancora essere conquistata. Molti anni prima, nessuno, fatta eccezione proprio per Brote, ancora agli esordi della propria ascesa sociale in Kriarya, aveva accettato con serietà l’idea che una giovane dalle forme tanto piacevoli, generose, abbondanti addirittura, con seni caratterizzati da una ricchezza sconosciuta alla maggior parte delle altre donne, avrebbe potuto impiegarsi quale mercenaria al di fuori dei limiti propri di un letto. E, così, colei che poi aveva avuto modo di essere addirittura conosciuta con l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew, mai dimentica di tanta perspicacia in lui e continuamente e adeguatamente stimolata da nuove imprese sempre oltre i limiti dell’umano ardire, era rimasta, comunque, tanto fedele a tale figura da accettare di agire, in predominanza, proprio ai suoi ordini, ricevendo, del resto, da lui sempre il giusto rispetto tanto a livello umano, quanto a livello economico. «Bada bene che la mia pazienza, per quanto ampia, non è priva di limiti.» avvertì l’uomo, fissando i propri occhi divisi fra sfumature di azzurro e grigio, dotati di un’energia, di una forza fuori dal comune, nella direzione del proprio interlocutore «Misura attentamente le parole di cui ti stai facendo carico, perché potrebbero essere le ultime che pronunci.» «Lord Brote…» gemette l’altro, ritraendosi appena, in un naturale affetto per la propria vita e nella conseguente ritrosia al pensiero di vedersene privato «E’ accaduto questa notte, nella locanda ove era solita trovare rifugio a ogni occasione di ritorno in città.» «E…?» insistette, avanzando verso la fonte di tanto spiacevole comunicato «Cosa è accaduto?!» «Sembra… sembra che sia stata aggredita nel sonno.» sussurrò il disgraziato, desiderando, in quel frangente, di non essere lì presente, di non aver avuto la sciagura, altresì propria, derivante da quell’incarico di messaggero, maledicendo, in ciò, i propri compagni per averlo, sicuramente, imbrogliato, ingannato, facendo in modo di manipolare l’estrazione a suo esclusivo svantaggio «E’ stata… trafitta da una spada. E poi, il suo corpo è stato dato alle fiamme: una parte consistente del piano superiore dell’edificio è bruciato insieme a lei…» «Il corpo è quindi andato perso fra le fiamme?» incalzò il signore, spingendo, semplicemente con la propria presenza, con il proprio movimento, l’interlocutore verso una parete della stanza dove lo aveva ricevuto «Non sono rimaste prove utili a identificarla con certezza? E’ solo un sospetto quello che stai cercando di impormi qual verità?» «N-no… mio signore.» negò l’altro, mostrando una fronte madida di sudore, tempie pulsanti in conseguenza di un battito tanto accelerato da

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far temere potesse esplodergli il cuore in petto da un momento all’altro, tanta la tensione da lui vissuta in quel frangente «Purtroppo il corpo, pur quasi completamente carbonizzato, è stato ritrovato. E il suo braccio des…» Quella frase, quella testimonianza di concreto riconoscimento della vittima di quell’attentato, di quell’assassinio, non ebbe però possibilità di giungere a conclusione, dal momento in cui, dando atto ai timori propri dello sfortunato ambasciatore, la lama di uno stiletto parve comparire dal nulla, emergendo dalle pieghe proprie dell’ampio e regale manto rosso e verde indossato da lord Brote, solo per andare a recidere, con un movimento netto, la gola sì presentatagli, sì offertagli, a sfogare, in tal modo, la rabbia derivante da quell’annuncio, da quel lutto assurdo e inaccettabile sotto ogni profilo. In quel momento, il signore di quella torre, non aveva perduto solo una fra le sue migliori collaboratrici, per lui ragione di vanto innanzi al mondo intero in conseguenza dei tesori, delle reliquie, grazie a lei giunte in suo possesso: egli aveva, probabilmente, anche perduto una delle sue più fedeli compagne di vita, là dove, sebbene mai fra loro fosse stata una qualche relazione, sentimentale o, banalmente, sessuale, ella avrebbe dovuto essere considerata quale la sola e costante presenza nella sua esistenza in quegli ultimi anni, più di qualsiasi effimera compagna di letto, più, paradossalmente, della propria stessa moglie, sopraggiunta nella sua quotidianità, del resto, solo da troppo poco tempo per poter sperare di competere con il ruolo altresì proprio di colei che, fra le altre cose, aveva addirittura permesso quello stesso matrimonio. «Mio sposo… che accade?» domandò una voce femminile ben nota al signore di quella torre, richiamandone l’attenzione. Quasi ella fosse stata evocata dal suo stesso pensiero, Nass’Hya AlSehliot, un tempo principessa di sangue del regno di Y’Shalf, fuggita dalla propria famiglia e dal proprio retaggio solo per inseguire la follia di un sogno d’amore capace di condurla fino a quella città per abbracciare il ruolo per lei ora proprio accanto a lord Brote, comparve inaspettatamente all’interno di quelle stanze, conducendo con sé il proprio innegabile splendore, la propria beltade più che degna del titolo di sposa del sultano al quale sarebbe potuta ascendere se solo non avesse abbandonato il proprio Paese per espatriare in una terra da sempre nemica dello stesso. Due profondi occhi neri e chiara pelle candida nella propria purezza, quasi simile a finissima porcellana, erano stati i primi particolari che ella aveva concesso, tempo prima, all’attenzione della propria rapitrice, Midda

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Bontor, nel comparire innanzi a lei coperta da capo a piedi da un pesante burqa, castigante per le sue forme, per la sua femminilità, e pur obbligatoriamente proprio di un estremismo religioso da lei mai accettato, ma imperante entro i confini y’shalfichi. Ora, accanto a simili, ammalianti particolari pur costanti, pur naturalmente inalterati a caratterizzarne l’identità, una figura più completa, finalmente libera di mostrarsi in tutta la propria piena essenza, era quella offerta allo sguardo del proprio compagno e sposo, non più costretta da limiti accettati unicamente per convenienza ancor prima che per fede così come era stato per lunghi, lunghissimi anni nel corso della sua precedente, e ormai quasi dimenticata, esistenza. Il suo viso, dolcemente tondeggiante, era ornato da un naso delicato nella propria presenza, non eccessivamente grande e pur non troppo sottile, con una punta tondeggiante appena rivolta verso l’alto, e da labbra sì carnose se pur non eccessive nelle proprie forme, nelle proprie proporzioni, tali da attrarre inevitabilmente l’interesse di qualsiasi ipotetico osservatore senza però risultare, in ciò, quali volgari, e, anzi, estremamente eleganti. I suoi capelli, lunghi e fluenti, mossi, quasi tendenti al riccio in maniera naturale, contornavano tale volto dimostrandosi quali affidati tutt’altro che al caso, nell’essere, anzi, stati accuratamente pettinati, ordinati con attenzione, in modo tale da formare, ai lati delle tempie, due sottili trecce fra loro contrapposte, riunite poi dietro alla nuca a mantenere tutti gli altri tirati dietro le orecchie della donna, così da non offrirle possibilità di ostacolo nei propri gesti, nei propri movimenti, nonostante questi si spingessero, nella loro abbondanza, addirittura a sfiorare la forma dei glutei della medesima proprietaria con le proprie punte. Il corpo, al di sotto del suo capo, si mostrava praticamente nudo e disadorno tanto nel proprio elegante e tornito collo, quanto nelle sue spalle e nelle sue braccia, lunghe e sottili nelle proprie forme, mostrando la prima presenza di un qualche abbigliamento solo all’altezza dei seni, proporzionati e sufficientemente ricchi nelle proprie curve, mantenuti sollevati ad apparire ancor più pieni, ancor più abbondanti, dalla presenza rigida di un bustino, in tonalità principalmente di color amaranto e pur finemente decorate con ricchi e ordinati innesti d’oro, a creare fantasiosi motivi tanto sulle coppe dei seni, quanto su tutto l’addome, scendendo fino all’altezza dei fianchi. Attorno alla sua vita, poi, una tripla cintura dorata, conformata nei primi due giri in placche di forma quadrata presentanti al loro centro magnifici rubini, e nel terzo in una semplice catenella di nobile metallo, si presentava a chiusura di una gonna in tonalità fra il rosso e il castano, lunga ai fianchi e sul retro di quel corpo e, altresì, corta nella sua parte anteriore, tale da garantire visibilità su

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meravigliose gambe trasudanti femminilità nelle proprie forme, dalle cosce alle ginocchia, per proseguire fino ai piedi, piccoli ed eleganti al pari del resto della sua intera figura. Attorno a quei polpacci, un intreccio di lacci violacei si presentavano quale naturale prosecuzione di comodi sandali da lei indossati, appena utili, in tal senso, a separare la pianta dei suoi piedi dal pavimento sotto di essi e, non di certo, a offrirle una qualche protezione di sorta. Unici gioielli presenti attorno a una figura già regale per propria stessa natura, principesca in virtù della propria straordinaria magnificenza ancor prima di un qualche diritto di sangue, erano solo una sottile catenina dorata adagiata attorno al suo capo, reggente al centro della sua fronte una piccola cascata ancora di rubini, e due orecchini rotondi, appesi ai lobi delle sue dolci orecchie. Presenze semplici, tutt’altro che eccessive, utili a confermare, ancora una volta, l’eleganza da lei dimostrata, ammaliante, sensuale e pur mai volgare, mai tale da poterla confondere con una semplice prostituta fra le tante che pur affollavano le mura di quella capitale. «Nass’Hya… amor mio.» si voltò egli, rapido, verso di lei. Nel riconoscerla ancor prima di vederla, lord Brote lasciò scomparire fra le pieghe del proprio mantello lo stiletto appena adoperato, ancor sporco di sangue, il quale parve svanire in quelle forme studiate apposta per contenerlo, per celarlo, con la stessa semplicità con il quale aveva prima imposto la propria presenza. Un gesto, quello sì proposto, derivante non tanto nella volontà di celare, con esso, la propria effettiva natura alla sposa, perfettamente a conoscenza di ogni pur minimo segreto del proprio compagno, in una totale comunione voluta da entrambi, quanto più, quasi, nel timore di offenderne lo sguardo con tale spettacolo. «Non è tua abitudine agire con tanto impeto, con tanta violenza in queste camere.» osservò ella, non dimostrando il benché minimo turbamento per la morte del malcapitato, ucciso senza alcuna esitazione dal proprio sposo e signore «Cosa accade, marito mio? E’ stato, forse, egli latore di una spiacevole novella?» richiese, con tono quasi retorico, nell’ovvietà di tale condizione, mirando con le proprie parole non tanto a una conferma in tal senso, quanto più alla comprensione nel merito della causa di tanta ira nel compagno, solitamente più freddo e controllato nella gestione dei propri affari. «Nel momento in cui il mio cuore è affranto da simile notizia, la mia mente teme l’idea di condividerla con te, mia signora.» replicò egli, avvicinandosi rapido all’interlocutrice, per ricercarne il dolce tocco delle

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mani con le proprie, chiaramente necessitante conforto da lei in un momento tanto grave «Un lutto, mia sposa… un grave lutto ha appena gettato la sua funesta ombra sulla nostra famiglia.» E nel mentre in cui la principessa non mancò di offrire le proprie mani al marito, così come da lui ricercato, da lui quasi supplicato, il suo sguardo per un istante si perse, nell’analisi di quell’asserzione e delle pesanti conseguenze da essa derivanti, comprendendo immediatamente a cosa… a chi lo sposo avrebbe mai potuto riferirsi e, ciò nonostante, ritrovandosi impossibilitata ad accettare tale idea, simile possibilità. «Se è uno scherzo, ti avviso che il mio senso dell’umorismo preferisce argomenti estremamente diversi da questi.» negò ella, piegando le labbra verso il basso, osservando con dubbio, quasi con paura, l’altro, mentre il movimento del suo petto, ora accelerato, offrì chiara riprova di un’inquietudine crescente in lei, un timore a dir poco devastante per l’eventualità in cui tale novella avrebbe potuto trovare conferma «Non lei… non può essere.» Sebbene, nonostante la sua età, nonostante i lunghi anni trascorsi lontano dai campi di battaglia, Brote non avrebbe avuto esitazione alcuna a gettarsi a capo chino nel cuore di una guerra, armato solo di una rozza e disarmonica spada e di uno povero scudo in legno, là dove il suo animo di guerriero si imponeva pur inalterato, sempre uguale a se stesso e, in ciò, a quello del giovane che un tempo era riuscito a conquistare il diritto a quel ruolo di comando all’interno della città del peccato, di fronte allo sguardo sconvolto della propria sposa, della propria compagna, la sua voce non ebbe coraggio, non ebbe forza di offrire alcuna espressione, alcuna conferma o negazione, a quanto da lei pur suggerito, chiaramente compreso, lasciando al proprio silenzio e alla stretta delle proprie dita attorno a quelle amate l’ingrato compito di risponderle, di comunicarle la morte di colei che pur si sarebbe potuta considerare, per lei, una fra le poche, sincere amiche della sua intera esistenza, se non, addirittura, unica certa ancora di salvezza oltre a quella rappresentata dal proprio sposo, nel suo essere, dopotutto, straniera in terra nemica. Un sussurro, allora, fu quanto emerse dalle labbra della sposa, nel mentre in cui ella si abbandonò fra le braccia del marito. Un flebile alito di voce che risultò essere tale per l’improvvisa negazione, in lei, di ogni pur effimero barlume di energia, di ogni pur minimo accenno di vigore, al punto tale da privarla, in questo, anche della forza necessaria per gridare, per sospingere l’aria fuori dai propri polmoni con violenza sufficiente a far riecheggiare nell’ambiente circoscritto di quella stanza il dolore da lei

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provato, là dove, altrimenti, quello sì offerto sarebbe stato piuttosto un alto gemito, un forte lamento, vittima quale ella non avrebbe potuto evitare di porsi nel confronto con tale notizia, con simile sgradito e, malgrado tutto, concreto annuncio. «M'Aydah…» In tanta pena, nel raccapriccio che quasi la soffocò, persino il nome proprio dell’amica ora perduta venne storpiato, riassumendo le caratteristiche della pronuncia y’shalfica con cui Midda si era inizialmente a lei presentata, mascherata dalla presenza di un pesante burqa, nel tentativo di dissimulare la propria reale identità, per restarle vicina nel ruolo di serva ancor prima di rivelarsi qual sua rapitrice. Un appellativo, pertanto, che nel suo cuore non avrebbe potuto mancare di essersi riservato maggior spazio persino rispetto alla sua forma corretta, alla sua pronuncia consueta, tale da esser il solo rievocato e rievocabile in quel momento, imponendosi all’attenzione non diverso da una richiesta di aiuto, di soccorso, verso chi, però, non avrebbe più potuto darle alcun supporto, non avrebbe più potuto offrirle alcuna risposta. «Per Gau’Rol… non è possibile… non può esserlo.» proseguì ella, ancora soffocata dalle proprie emozioni, cedendo in ciò al proprio naturale accento y’shalfico, al quale si stava pur imponendo di rinunciare in favore della lingua kofreyota, non eccessivamente dissimile, diversa da quella per lei natale «Ci siamo viste ieri… ci siamo viste proprio ieri… dei misericordiosi!» Sebbene, infatti, la Figlia di Marr’Mahew fosse da poco rientrata in città dopo un lungo periodo di lontananza, in coerenza con il proprio carattere, con la propria incapacità ad accettare l’indolenza, non era riuscita a posticipare l’esigenza di un udienza con il proprio mecenate e, in conseguenza, con la sua sposa. Libera quale si era ormai ritrovata a essere da altre distrazioni e, in questo, disponibile a offrire la propria collaborazione, il proprio braccio, per una qualche sfida che era certa non avrebbe mancato di attenderla presso di lui, ella non aveva esitato a ricercarlo, nella volontà di ottenere da parte dell’uomo indicazioni per una nuova missione, per un nuovo incarico, ritrovando offertale, da parte dello stesso, addirittura la possibilità di scelta fra un discreto numero di alternative, lavori arretrati che, nel tempo, avrebbe potuto smaltire a propria assoluta discrezione. Una giornata, quella sì trascorsa e ormai appartenente alla Storia, a un passato che non avrebbe potuto più tornare a offrirsi loro, che si era

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imposta quale consueta nei propri ritmi, negli eventi che l’avevano caratterizzata: un quieto confronto, prima, fra il mecenate e la sua mercenaria nella contrattazione del prezzo iniziale per il nuovo incarico da lei accettato, cifra che entrambi sapevano sarebbe inevitabilmente lievitata prima della conclusione della missione; seguito, poi, da una piacevole riunione fra le due donne, un incontro animato da sincera e reciproca stima, il quale, anche in memoria dei tempi andati, le aveva viste investire il proprio tempo in una sfida a chaturaji, giuoco nel quale entrambe, per quanto donne, sarebbero dovute essere riconosciute quali abili ancor più della maggior parte degli uomini. Nulla, nel corso di quelle ore, avrebbe mai potuto lasciar pertanto presagire l’imminenza di un simile dramma, di una tale tragedia, imposta su tutti loro con la violenza di una condanna divina. «Calmati, amor mio. Calmati, te ne prego.» le suggerì egli, stringendosi attorno a lei con fare protettivo, nel non volerle permettere di sentirsi sola, abbandonata, in un momento tanto difficile, tanto doloroso «Mi stai facendo preoccupare…» «Come? Chi?!» domandò ella, rialzando i propri occhi scuri alla ricerca di quelli dello sposo. In quel gesto, in quella ricerca di comunione visiva e spirituale con lui, la principessa si mostrò ancora sì carica di incontenibile, ingestibile angoscia, sebbene, accanto a essa, ella volle ora lasciar trasparire un incredibile rabbia per quanto occorso, per quella perdita, tale da spronarla alla ricerca dell’identità di un colpevole, di un obiettivo concreto contro il quale focalizzarsi, non potendo accettare di trovare soddisfazione semplicemente nell’imporre morte a un disgraziato qualsiasi, così come era apparso essere sufficiente per il marito. Solo il dono di un nome sarebbe stato, allora, quanto ella avrebbe mai potuto desiderare in risposta, ancor prima di qualsiasi altra spiegazione, ancor prima di qualsiasi altra informazione: un nome che, in quella particolare situazione, nell’implicita e pur chiara richiesta propria di quello sguardo, avrebbe dovuto essere proprio il suo compagno e complice a proporle, a fornirle, a donarle, possibilmente insieme alla testa di colui o colei a cui tale appellativo avrebbe fatto riferimento. «Per quanto ciò possa apparire improbabilmente, impossibile da accettare, sembra che ella sia stata sorpresa nel sonno, all’interno delle sue stanze presso la locanda ove era solita soggiornare nei periodi di permanenza qui nella capitale…» spiegò egli, cercando di trovare le parole migliori da utilizzare, per quanto paradossale simile ricerca sarebbe

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dovuta essere considerata, dal momento in cui alcuna parola avrebbe potuto essere giudicata quale adatta per simile scopo «E’ stata prima trafitta dalla lama di una spada e, successivamente, il suo corpo è stato dato in pasto alle fiamme.» «Ma… come puoi esser certo sia stata proprio lei la vittima di simile azione, dal momento in cui, arso come dici che è stato, nulla del suo corpo può essere rimasto per offrire identificazione certa?!» provò a obiettare la donna, riproponendo, in maniera ovvia, naturale, lo stesso dubbio da lui già precedentemente formulato, poco prima. «Il suo braccio… amor mio.» suggerì l’uomo, scuotendo appena il capo, nel completare quanto egli stesso non aveva precedentemente permesso fosse definito dal messaggero, ucciso nello sfogo della rabbia da lui provata a fronte di tanto spiacevole notizia «Il suo braccio destro, in nero metallo, non avrebbe mai potuto esser distrutto delle fiamme.» Come noto a entrambi, in effetti, l’arto superiore della mercenaria era stato mutilato anni prima, qual conseguenza di una severa condanna per pirateria, da lei sempre proclamata qual ingiusta. E da tale epoca pur remota, simile estremità era stata quindi sostituita, in ogni sua funzionalità, da una protesi metallica, un artefatto nel merito della cui precisa origine nessuno aveva mai avuto esatta cognizione, alcuna ballata aveva mai espresso voce, probabilmente in virtù del diffuso e corretto timore verso ogni forma di stregoneria, verso ogni genere di magia, arti oscure con cui alcuno avrebbe voluto avere a che fare. Dove quindi anch'esso non sarebbe dovuto essere considerato quale un’esclusiva propria della stessa donna guerriero, un esemplare unico al mondo, simile surrogato non sarebbe potuto comunque esser giudicato tanto comunemente diffuso da impedire una chiara identificazione della sua proprietaria, soprattutto a seguito di un evento funesto quale quello purtroppo accaduto. « Chi?!» insistette, allora, Nass’Hya, pretendendo un nome per il colpevole di tale delitto, di simile atrocità, dal momento in cui ancora non le era stato offerto. «Attualmente non lo so.» fu costretto ad ammettere Brote, per quanto a malincuore, in conseguenza di quella domanda tanto diretta, tanto esplicita nei suoi confronti «Attualmente non lo so, mia signora… ma hai la mia parola che presto, chiunque egli o ella sia, si pentirà amaramente di essere sopravvissuto all’incontro con Midda Bontor.»

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er il giovane Seem, assurto in tempi relativamente recenti al ruolo di scudiero della Figlia di Marr’Mahew, dimostratosi quale il primo, da sempre, in grado di conquistare un simile spazio, un tale incarico, ambito da molti nel corso del tempo, non tanto in virtù di incredibili competenze personali, di profonda esperienza passata, quanto, piuttosto, della propria capacità, della propria volontà, del proprio impegno nel tracciare il proprio destino invece che, semplicemente, viverlo, alcuna giornata avrebbe potuto risultare più funesta, più disperata di quella che gli stava venendo ora imposta da un fato crudele e privo di ogni umana pietà. Quel mattino, quando all’alba, qual ormai era divenuta sua abitudine fin da prima dell’inizio del proprio mandato, egli si era svegliato, ritrovandosi dolcemente stretto fra le braccia di Arasha, figlia di Degan, suo prematuramente scomparso maestro d’arme, e sua compagna, alcuna ragione egli avrebbe mai potuto avere per presagire la tragedia altrimenti propria di quel nuovo giorno. In verità, separato dalla propria amante ormai da lunghe settimane, effettivamente da mesi, l’occasione riservatagli in quel ritorno a casa, nella possibilità di ricongiungersi a lei così come, quasi, non avrebbe più creduto possibile, era apparsa tanto entusiasmante, tanto meravigliosa, da non concedergli alcun pensiero negativo, alcuna prudente paranoia qual, altrimenti, si sarebbe sempre e comunque riservato, come ben aveva appreso nel vivere accanto alla sua signora. Nel ritrovare Arasha, e nel non vedersi da lei rifiutata ospitalità, dal momento in cui, dopotutto, in conseguenza di tanta prolungata lontananza, ella avrebbe pur potuto negarsi a lui senza colpe o giudizi a proprio discapito, per lo scudiero quegli ultimi due giorni erano stati, fino a quel momento, una festa insperata, una gioia inattesa. Sebbene a ogni nuovo mattino, egli si era e si sarebbe continuamente presentato a rapporto dal proprio cavaliere, a prevenire qualsiasi esigenza da parte della sua signora nei propri riguardi, nella volontà, nonostante la licenza impostagli, di non venire meno al proprio ruolo, al proprio impegno; ben effimero impegno, leggero pondo, sarebbe allora stato tutto quello nel confronto con il resto della giornata e, ancor più, con la nottata, dal momento in cui, già il giorno precedente, Midda Bontor si era dimostrata più che intenzionata a riconoscere e rispettare quel periodo di riposo imposto sul proprio compagno di ventura, rispedendolo, in ciò, fra le calde e accoglienti braccia della propria amata e amante. Allora scivolato delicatamente lontano da quel corpo, da quelle bronzee curve, conseguenza di un retaggio di sangue misto, dalle quali

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mai avrebbe voluto separarsi, nella stessa camera da letto condivisa con la propria innamorata egli si era impegnato in una serie di esercizi fisici, secondo un’abitudine acquisita tanto in virtù degli insegnamenti del proprio maestro, quanto ancor più nell’esperienza accanto al proprio cavaliere, a colei che di tale attività aveva fatto un’arte, impegnandosi in essa in ogni momento disponibile, tanto appena sveglia, quanto prima di coricarsi, se non, addirittura, nel bel mezzo di situazioni assurde, paradossali, quale utile valvola di sfogo per la propria mente, per la propria psiche. Un allenamento quello da lui così ricercato, che, ben presto, si era trasformato, al pari del giorno precedente, in un’occasione di sensuale gioco con la stessa Arasha, risvegliatasi poco dopo e ritrovatasi a essere, pertanto, più che volentieri spettatrice di tali gesti, di simili movimenti, inevitabilmente sfociati in un nuovo momento d’amore fra loro, in una nuova e appassionata ricerca di comunione fra due corpi, due menti, due anime e due cuori animati dall’entusiasmo tipico della loro giovane età, in una certa innocenza che, malgrado fossero entrambi figli di Kriarya, non aveva ancora ceduto il passo al cinismo. Dopo un simile piacevole risveglio, dopo tanta entusiasmante complicità con la propria amante, come avrebbe mai potuto egli attendersi uno sviluppo tanto negativo per quella stessa giornata? Come avrebbe mai egli potuto immaginare che la sua intera vita, ora apparentemente meravigliosa, sarebbe stata inaspettatamente negata? Mai avrebbe potuto egli attendersi simile svolta, tale imprevisto e, così, proprio in conseguenza di quell’assoluta impossibilità di preveggenza sul fato della propria signora, con il cuore gonfio di gioia, l’animo quieto e la mente già rivolta all’immediato ritorno presso l’abitazione della propria compagna, Seem si era incamminato con pericolosa allegria per le strade di una città nella quale, in ogni istante, avrebbe potuto esser ucciso, senza l’esigenza di un qualche raziocinio giustificante, senza la necessità di una qualche motivazione forte, quanto, piuttosto, anche solo per un semplice sguardo frainteso, per il capriccio di chiunque, uomo o donna, avesse incrociato in quelle vie, volto conosciuto o sconosciuto che si sarebbe proposto essere. Assolutamente umana, in fondo, sarebbe dovuta essere considerata la sua reazione di felicità in conseguenza del ritorno a un ambiente tanto letale e per lui sì familiare, dopo troppo tempo trascorso in province e città formalmente più quiete, più cordiali, più ospitali della propria natale, e pur, sostanzialmente, ancor più pericolose della stessa, nell’intrinseca ipocrisia che ne saturava ogni pur minimale aspetto della vita quotidiana. Se in Kriarya un mercenario non avrebbe mai avuto timori a definire la propria professione, un assassino non avrebbe avuto esitazione a farsi riconoscere quale tale, un ladro non si sarebbe mai camuffato dietro false maschere e una prostituta

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avrebbe visto il giusto rispetto tributato per il proprio ruolo; in altre città, in altre capitali, mercenari e assassini, ladri e prostitute erano tutti soliti ricorrere ad altri nomi, ad appellativi ben diversi, addirittura prestigiosi a volte, per, comunque, intendere lo stesso concetto, per indicare la stessa realtà, vissuta non con orgoglio ma in clandestinità, non con consapevolezza di sé ma con vergogna, quasi, e in conseguenza inganno, innanzitutto a discapito del proprio stesso ego, tali da renderli, altresì, ancor più imprevedibili, ancor più pericolosi di quanto mai sarebbero potuti essere entro le mura della città del peccato. Per tal ragione, dove in Kriarya, iniziando una lite, si sarebbe potuto comprendere in maniera inequivocabile se la stessa avrebbe dovuto concludersi con qualche sedia sfasciata e un paio di boccali di birra a placare gli animi, piuttosto che con un pugnale conficcato nelle viscere, permettendo ai contendenti di regolarsi di conseguenza, di non risparmiarsi reciprocamente quando necessario; nel resto del regno la bigotteria che tutto era capace di permeare non avrebbe mai permesso di intuire le ragioni dell’avversario, rischiando, in questo, di esser uccisi nel giudicarlo privo di pericolo a proprio discapito o, altresì, nell’uccidere senza ragione e, peggio ancora, nell’essere successivamente condannati per ciò, da un concetto di giustizia raramente equo qual si proponeva invece di essere. «Che cosa?! Midda?» «Midda Bontor?… Ti starai sbagliando!» «Lei, sì… lei! La mercenaria di lord Brote!» Frammenti di chiacchiere, propostesi quasi simili a semplici pettegolezzi, furono quelli che, per primi, sospinsero il sapore di quel dramma fino all’attenzione del giovane, dello scudiero tanto allegro, tanto soddisfatto della propria vita e del proprio mondo, in quel fenomeno tipico di ogni città, e forse ancor più di Kriarya, capace di diffondere una qualsiasi informazione, una qualsiasi notizia in breve tempo. Per quanto avesse riconosciuto immediatamente, in tali frasi confuse nel vociare cittadino, il nome della propria signora, egli non avrebbe potuto avere immediatamente motivo di allarmarsi, di insospettirsi per tale citazione, dal momento in cui, a ogni ritorno del suo cavaliere in città, inevitabili sarebbero state le voci a suo riguardo, a simile proposito, tale da informare chiunque nel merito delle sue ultime gesta. Ciò nonostante, il fatto che, dopo ormai due giorni, ancora qualcuno avesse da parlare di lei, non mancò di incuriosire Seem, pretendendo da lui maggiore attenzione, maggiore interesse, in quanto tali ciance non avrebbero dovuto riferirsi, di logica, al rientro nella capitale, ormai notizia vecchia, priva di interesse, quanto a qualche altro fatto, a qualche altro evento, forse una rissa, a cui

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egli non aveva preso parte, nell’essere impegnato altrove, nell’aver rivolto, in quelle ultime ore, la propria attenzione non alla guerra quanto, piuttosto, all’amore. «Non può essere!» esclamò con chiaro stupore una delle voci dei protagonisti di quel dialogo, negando la verità di un fatto, purtroppo, non ancora esplicito all’attenzione del loro silente ascoltatore, dello spettatore improvvisato di quel confronto così avvicinatosi a loro, in effetti solo un volto fra i tanti di coloro che pur stavano rallentando i propri passi attratti dall’argomento trattato. «Ne siete certi?!» incalzò un altro, condividendo l’incredulità espressa dal primo, nel confronto con una novella evidentemente lontana da qualsiasi possibilità di immediata accettazione, sebbene riguardante una figura che aveva reso, ormai da anni, possibile anche l’impossibile con le proprie gesta, con i propri leggendari successi in contrasto a ogni sorta di pericolo. «Così è. Andate a vedere se insistite a non volermi credere!» rispose un terzo, chiaramente l’unico del gruppetto informato sui fatti e impegnato nel rendere, in ciò, partecipi anche i compagni, stringendosi poi nelle spalle come a minimizzare il rifiuto offertogli per una verità di fatto, per una dato ritenuto qual certo al di sopra di ogni parere contrastante proposto in obiezione. Quelle parole, se possibile, attrassero maggiormente l’attenzione di Seem, già completamente catturata da quel dialogo rubato, da quelle chiacchiere di strada che, pur, improvvisamente parvero incentrate su una questione realmente importante, a cui concedersi con sincera premura. Nel rispetto del significato delle frasi da lui ascoltate, infatti, appariva evidente come l’evento a cui esse stavano offrendo riferimento non avrebbero dovuto appartenere a un passato remoto, quanto più al presente, all’immediato, qual solo avrebbe potuto giustificare l’invito a verificare in prima persona, a recarsi, da qualche parte non ancora meglio definita, per prendere coscienza direttamente di quanto occorso. Simile invito, avrebbe allora potuto avallare l’idea di una rissa, forse consumata, più che in quelle stesse ore, nel corso della notte appena trascorsa e pur solo ora resa nota al pubblico: ciò nonostante, al di là della fama, della nomea propria della Figlia di Marr’Mahew, persino all’attenzione del suo stesso scudiero si sarebbe posto qual eccessivo tanto interesse e, ancor più, tanto stupore, per una semplice rissa, occasioni tutt’altro che rare entro quelle mura, anzi, addirittura usualmente persino ricercate da parte della stessa donna guerriero, nel viverle praticamente quali possibilità di

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allenamento, di esercizio fisico, svago addirittura, a occupare altrimenti noiose serate in taverna. Al giovane apparve pertanto subito chiaro come, i fatti a cui il gruppo stava offrendo riferimento, avrebbero dovuto essere giudicati tutt’altro che banali, lontani dal poter essere i soliti pettegolezzi attorno al nome della sua signora. E, in questo, l’ombra del dubbio non sì negò la possibilità di insinuarsi nel suo cuore. «Dove?» richiese una voce esterna al gruppetto di interlocutori, provenendo dal piccolo pubblico già lì radunatosi, in parte fermatosi a seguito di una curiosità esplicitamente rivolta al soggetto oggetto di quella discussione, al pari dello scudiero, e in parte semplicemente perché attratto dall’affollamento stesso in quel punto, spinto dalla curiosità di comprenderne le cause. «Alla locanda di Be’Sihl…» indicò il latore della notizia, stendendo il braccio nella direzione ben nota al giovane, che proprio sotto quel tetto aveva addirittura trascorso una parte della propria esistenza, impiegato lì come garzone prima di ritrovare il proprio fato intrecciato a quello della sua signora «Il piano superiore è stato praticamente divorato dalle fiamme: guardate… si può ancora intuire il fumo elevarsi al cielo, sebbene siano trascorse ormai ore dall’incendio.» «Cosa?!» urlò Seem, volgendosi di scatto nella direzione della locanda e ora là focalizzando la propria attenzione, dal momento in cui, fino a poco prima, era risultato troppo distratto dalla propria stessa felicità per prestare reale interesse al mondo a sé circostante. Esattamente come asserito da parte del portavoce di quell’annuncio, in effetti, alcune sottili colonne di fumo nero si stavano levando da quello che sarebbe potuto essere considerato il sito della locanda, distinguendosi perfettamente nel cielo chiaro e terso proprio di quella mattina di fine estate. In un periodo in cui gli unici camini accesi sarebbero stati quelli propri delle cucine, caratterizzati, oltretutto, da tonalità ben diverse da quella ora loro proposta, impossibile sarebbe stato non notare tale presenza, simile evidente traccia imposta sopra la capitale, quasi a marcare, a segnare in maniera indelebile, il luogo coinvolto in indubbiamente drammatici, se non tragici, eventi. Nel confronto con simile immagine, con tale indicazione inequivocabile, lo scudiero non si concesse pertanto alcun dubbio, non si riservò la minima esitazione, iniziando a correre con foga, con impeto verso la stessa locanda, neppure attendendo una qualche risposta alla domanda pur gridata, alla richiesta di ulteriori spiegazioni da lui così gettata nella folla, dal momento in cui si ritrovò a essere terrorizzato

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all’idea di aver intuito una qualche verità, di aver colto, forse, il vero significato di quelle parole, di quel confronto, e dello stupore generatosi nel corso medesimo. Se, infatti, la Figlia di Marr’Mahew aveva abituato la folla a ritenere possibile anche l’impossibile, l’unico evento realmente impossibile, per quanto probabilmente atteso da molti, sperato dai più nel porsi a lei avversi ancor prima che sodali, sarebbe rimasto quello della sua stessa… «No!» ringhiò, contro se stesso, facendosi spazio nella folla delle strade della città con prepotenza, con violenza quasi, disinteressato all’idea di poter, in tal modo, offrire ragione di sfida a una fiumana di gente che non avrebbe avuto la benché minima incertezza ad aprirgli il ventre dal pube al collo a compenso di tanta irruenza «No! Non può… non deve essere!» Locanda, incendio, Be’Sihl, Midda: poche e chiare immagini, concetti semplici ed elementari, che la mente del giovane stava rifiutando di prendere in considerazione, di accettare quali possibili, esistenti, e che, in questo, lo stavano stordendo, assordando, accecando, straziandolo nel profondo dell’anima e lasciandolo, in verità, vittima impotente della propria stessa corsa. L’orrore che stava scatenando in lui tale pensiero, simile ipotesi, sebbene tanto negata, respinta con indubbia passione, si propose infatti travolgente al punto da renderlo così alieno al mondo a lui circostante, tale per cui avrebbe anche potuto dichiarare guerra all’intera città e, in ciò, essere ovviamente fatto a pezzi, letteralmente smembrato e sparso per tutte le vie lì attorno, senza neppure avere la possibilità di rendersi conto di quanto sarebbe pertanto accaduto. Per sua fortuna, comunque, probabilmente nel cogliere simile dissennatezza, nessuno fra coloro lì presenti trovò ragione di impegnarsi per punirlo, preferendo affidare agli dei il fato di una figura privata in tal modo di ogni barlume di coscienza, piuttosto che sprecare personalmente il proprio tempo a simile riguardo. «Dei… vi prego, no.» richiese, nel ridurre sempre più rapidamente la distanza esistente con il proprio obiettivo, per quanto paradossalmente ogni fibra del suo corpo ormai avrebbe preferito spingersi nella direzione opposta, nel terrore pur proprio della sua mente di poter presto trovare conferma a quanto temuto e rinnegato, tramutando in realtà quell’incubo osceno «Non lei… non ora!» Un’invocazione quella sì offerta verso l’alto dei cieli, che venne forse proposta con maggiore sincerità, trasporto, di quanto mai non sarebbero

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potute essere altre pur meglio formulate, espresse, dai più. Una supplica, verso il concetto di divino nella sua essenza più pura, nata da un cuore tutt’altro che abituato a ricercare in simile direzione la soluzione dei propri problemi, delle proprie sofferenze, dei propri dolori, in conseguenza alla completa assenza di una qualche formazione religiosa in lui, dell’iniziazione a una qualche fede. Pur non credendo ad alcun dio o dea in particolare, pur non avendo mai a essi immolato sacrifici o, più banalmente, elevato canti, in quell’esclamazione pronunciata con gli occhi colmi di lacrime egli pose tutto se stesso, tale, in ciò, da apparire più timoroso, più devoto nei confronti di simili e pur ignote figure rispetto alla maggior parte dei sacerdoti o delle sacerdotesse quotidianamente impegnati nei più variegati templi, per i quali ogni preghiera, ogni rito, sarebbe dovuto forse essere considerato più prossimo a una professione che alla testimonianza di un’autentica fede. Purtroppo per lui, tuttavia, tanta animosità, tanta purezza d’intenti in quella propria prece, non gli permise di ovviare al quadro tanto temuto, alla sola immagine di fronte alla quale mai avrebbe voluto ritrovarsi quale inerme spettatore. «No!» Nonostante fosse assolutamente rispettosa dello stile kofreyota imperante nella capitale, e in questo presentasse un’architettura estremamente regolare e geometrica, priva di rotondità di sorta, la locanda di Be’Sihl Ahvn-Qa non avrebbe mai potuto essere confusa, nelle proprie forme e proporzioni, con una torre, quali invece si affermavano essere una larga parte degli edifici caratterizzanti il profilo proprio della stessa Kriarya, ove eccessivamente onerosa sarebbe altrimenti risultata nella propria stessa erezione, con un costo, invero, poi privo di senso, di utilità, dal momento in cui difficile sarebbe stato per chiunque sfruttare lo spazio sì offerto per le funzioni proprie di una locanda. Essa era stata, quindi, altresì concepita e costruita su larga base rettangolare, elevata su quattro diversi livelli, dei quali, però, soltanto tre sarebbero risultati effettivamente visibili all’esterno: il sotterraneo, interdetto al pubblico e impiegato a metà fra un magazzino e una cantina, per le scorte necessarie al quotidiano operato proprio di un simile esercizio; il piano terra, diviso tra una vasta area, un’unica grande sala, utile ad accogliere i clienti desiderosi di nutrimento o di alcool, e una zona riservata alle cucine, nonché alle camere per il padrone di casa e per i suoi garzoni; e due piani superiori, frammentati in numerosi alloggi di dimensioni variabili utili per accogliere chi desideroso di riposo e, ovviamente, disposto a pagare in tal senso.

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Non eccessiva nel proprio apparire, ma neppure modesta nel confronto con un ambiente qual quello della città del peccato e con tutte le altre locande, non assenti o scarse entro quelle mura, quella presenza avrebbe dovuto essere considerata, a ragion veduta, quale motivo di sincero orgoglio per il suo proprietario, per lo stesso Be’Sihl, dove unica sarebbe dovuta essere considerata, in tutta la capitale, nel suo potersi dichiarare quale assolutamente indipendente dal controllo, dall’influenza, di uno fra i tanti signori locali, uno fra i tanti autoproclamatisi nobili al pari di lord Brote. Un’autodeterminazione, quella così a lui riservata, che non sarebbe potuta essere giudicata qual banale, qual ovvia all’interno di quel particolare contesto urbano: al di là dei suoi modi pacati, del suo aspetto medio e privo di sostanziale appariscenza, il locandiere avrebbe dovuto quindi essere considerato meritevole di assoluto rispetto, in quanto chiaramente possessore di una forza d’animo, di un carisma, sconosciuto alla maggior parte degli uomini d’arme, che solo avrebbe potuto giustificare la posizione da lui così raggiunta e strenuamente difesa nel corso del tempo. Negli ultimi anni, accanto a lui, a supporto di tale carisma, di simile forza, quale aiuto ipotetico e pur concreto, non necessario e pur gradito, si era poi aggiunta la figura di Midda Bontor, effimera ospite di una camera, la migliore di tutta la locanda, a lei altresì perennemente riservata al primo piano della struttura, un alloggio certo, ove ella, in qualsiasi momento, avrebbe sempre potuto fare ritorno quasi fosse casa propria e, in effetti, in questo considerabile il luogo per lei più prossimo alla propria casa. Una partecipazione, quella offerta dalla mercenaria a tale attività, che era considerata da molti più lesiva che utile alla locanda, là dove raramente ella risultava effettivamente presente entro quelle mura e, quando tale, si rendeva puntualmente protagonista di una qualche rissa, richiedendo pertanto, successivamente, al locandiere di intervenire a risistemare i danni conseguenti alla stessa. Ciò nonostante, al di là di sentimenti personali che comunque lo legavano a lei, Be’Sihl non si era mai considerato tanto cieco, tanto stolido, tanto avventato nel proprio giudizio, da ignorare la reale utilità di una tanto forte associazione fra il proprio nome e quello della Figlia di Marr’Mahew, ove la fama della medesima era capace di imporsi quale indubbio e utile deterrente nel limitare le ambizioni di molti sulla propria locanda. Tutto questo, comunque, senza poi ignorare quanto la stessa mercenaria non avrebbe mancato, di volta in volta, di ricompensare con generosità la disponibilità e la pazienza riconosciutale da colui proclamato quale il proprio locandiere preferito, ancor prima di un caro amico, per una questione che ella era solita considerare qual principio di rispetto, e non obbligo, verso i suoi riguardi, non mancando in questo sia di

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rifondere sempre i danni da lei o per lei causati, sia di saldare il conto perennemente aperto per l’utilizzo esclusivo delle proprie stanze. Disgraziatamente, come anche il fumo ancora eruttante dalle voragini nere un tempo considerabili le finestre legate a quegli stessi spazi avrebbe potuto perfettamente testimoniare, proprio nelle camere personali della donna guerriero avrebbe dovuto essere ricercata l’origine, la genesi del devastante incendio, che, in seguito, si era esteso a tutto l’edificio, consumando quasi completamente il secondo piano e salvando solo in parte il primo. E così, nello stesso punto dove, fino alla sera prima, allo sguardo del giovane scudiero sarebbe stata offerta la metà superiore della locanda, immagine a cui sarebbe dovuto essere considerato indubbiamente legato, cara ai suoi occhi e nei suoi ricordi, ora solo un cumulo di pietre annerite dal calore si sarebbero potute imporre alla vista, non riuscendo neppure a smettere di riversare verso l’alto dei pallidi cieli quel nero, macabro fumo, quasi un funesto lamento, un grido di dolore. Quello che, allora, nel confronto con il suo stato d’animo, con le sue emozioni, avrebbe dovuto imporsi a sua volta quale prossimo a un urlo, trasparente di tutta la sua rabbia e di tutta la sua pena, elevato forse in contrasto a tutti gli ignoti dei che pur non lo avevano graziato, non gli avevano riconosciuto l’aiuto richiesto, si impose fra le labbra di Seem piuttosto simile a un rantolio, a un flebile sussurro, in concomitanza con il movimento del suo capo a offrire maggior enfasi a quel pur chiaro messaggio. «No! No… vi prego… no!» gemette, prossimo a una crisi isterica. In simile frangente, psicologico ed emotivo, una voce giunse alle sue orecchie, richiamandone l’attenzione, l’interesse e traendolo, in ciò, in salvo da una crisi interiore nella quale si sarebbe altrimenti perduto, nel confronto con quel quadro di devastazione decisamente eccessivo per lui, per la sua possibilità di gestione e raziocinio, ritrovando in esso distrutto, dopotutto, non solo il proprio presente e futuro, ma anche il proprio recente passato, gli anni migliori che gli erano stati concessi di vivere, nella sua pur giovane esistenza, qual garzone al servizio di Be’Sihl. «… endio è scoppiato questa notte, un paio di ore prima dell’alba: abito qui di fronte e ho visto tutto!» Quell’accenno di resoconto sarebbe dovuto essere attribuito a uno dei tanti e anonimi volti fermi lì attorno, una piccola folla di curiosi intenti a spingere il proprio interesse verso quanto occorso, per quanto

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chiaramente animati da sentimenti meno appassionati di quelli che dominavano il cuore del ragazzo. Tanta furia distruttiva, del resto, sarebbe dovuta essere considerata impropria, fuori dal comune anche per una città come Kriarya, per quanto essa fosse abituata a ogni genere di violenze e di barbarie, così come altri, esterni a quelle mura, non avrebbero mancato di definirle: in questo, quindi, quell’incendio non avrebbe mancato di far parlare di sé ancora per molti giorni, forse, addirittura, settimane intere, almeno fino a quando qualche altro evento non avrebbe spostato l’attenzione della massa verso obiettivi diversi, facendo rapidamente dimenticare quanto successo così come era solito avvenire. «Uno spettacolo tremendo… eccitante e spaventoso allo stesso tempo.» continuò a narrare, con l’enfasi pur tipica di quel genere di cronache, capaci di tendere rapidamente alla leggenda se solo non vi fosse stato imposto un freno di sorta «E’ una fortuna che lo scheletro dell’edificio, e tutta la sua struttura portante, siano in pietra, altrimenti non ne sarebbe rimasto neppure il ricordo.» aggiunse, esprimendo ora un dato di fatto ancor prima che una propria memoria, là dove, effettivamente, il danno sarebbe stato ancor più ingente se l’erezione fosse stata realizzata in legno. «Dicono che Midda Bontor sia morta… è vero?!» incalzò una seconda voce, dando spazio, in simili parole, a quello che, probabilmente, sarebbe dovuto essere considerato il principale interesse della maggior parte degli ascoltatori lì radunatisi «Bruciata viva nel suo stesso letto!» «E’ vero che ella è morta. Io stesso sono stato fra i primi a ritrovarne il corpo carbonizzato!» affermò, quasi dimostrando orgoglio nel valore che pur, da tale esperienza, avrebbe potuto considerare proprio, nell’esser stato testimone di simile evento, probabilmente accorso sul luogo dell’incendio a offrire un inutile soccorso, unicamente a tal scopo, per potersi riservare simile opportunità negata ai più «Ma non è stata bruciata viva: era già stata assassinata prima, trafitta da una spada a lei nemica!…» La conferma di quell’informazione, di quel particolare probabilmente già noto alla quasi totalità di coloro lì radunatisi, non diede luogo a sentimenti di stupore, di meraviglia, né tantomeno di rimpianto, quali, forse, Seem si era ingenuamente illuso di poter cogliere sui volti dei propri concittadini, dimentico, in quel momento di personale e sincero dolore, della reale natura degli abitanti della città del peccato, ben lontani dal potersi considerare inclini alla commozione anche qual risposta all’uccisione di un fratello, di una sorella, o della propria stessa madre, le cui vite non sarebbero valse maggior oro rispetto a una buona lama o, più

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banalmente, a una notte d’amor mercenario fra le braccia di una prostituta. In quel frangente, in simile reazione e, ancora più, in simile assenza di immediata reazione, almeno nel confronto con quanto il giovane avrebbe potuto ritenere più che corretto in quel particolare momento, la curiosità dimostrata dalla folla nel merito del morte della donna guerriero si rivelò, pertanto, quale derivante non tanto da un interesse a favore della medesima, nella vana e pur umana speranza che ella potesse essere sopravvissuta, che l’annuncio della sua morte fosse stato diffuso in un eccesso d’entusiasmo altresì privo di fondamento, quanto più dalla volontà di potersi accertare dell’effettiva veridicità di simile annuncio, di quel decesso, della conclusione, in quel giorno inatteso e imprevedibile, della leggenda propria della Figlia di Marr’Mahew. Coloro che, fra i presenti, dimostrarono allora maggiore dispiacere nel confronto con quella tragedia, con quella prematura scomparsa, si proposero tali unicamente nella maturata consapevolezza della propria ormai definitiva impossibilità a ricercare un confronto con la vittima di tale assassinio, a sfidarla, e, in questo, magari, a riservarsi un’occasione di vincerla, di elevarsi personalmente a suo carnefice, per poter conseguentemente ascendere alla gloria che solo sarebbe spettata colui o colei il quale, in duello aperto, in scontro diretto, fosse riuscito a imporre la propria superiorità, privandola della vita. Nella sola eccezione rappresentata, pertanto, da quella prima categoria, da chi si ritrovò a essere sì contraddetto, deluso da quell’opportunità venuta drasticamente loro meno, tutti gli altri, dopo un primo istante necessario loro ad assimilare quella stessa informazione, si presentarono addirittura soddisfatti, rasserenati nelle proprie espressioni, nei propri atteggiamenti, qual evidente, chiara conseguenza di un sentimento di invidia, di antipatia, a lungo covato nella profondità dei propri cuori, dei propri animi, prima sopito per il timore dell’impossibilità a competere con una tale figura e, ora, finalmente libero di esprimersi in tutta la propria pienezza, in tutta la propria, effettivamente vigliacca, franchezza. «Per Gorl…» esclamò uno dei presenti, nell’offrir in quell’invocazione pieno sfogo al proprio vile sentimento, immediatamente esplicitato per non poter essere frainteso nelle proprie ragioni «… alla fine qualcuno si è quindi deciso a dare a quella cagna la lezione che pur meritava!» commentò, nel riservarsi occasione di essere forte solo in virtù della consapevolezza di non poter essere minacciato, punito per tanta arroganza da colei che ne avrebbe avuto pieno diritto in quel momento. «Era solo questione di tempo, in effetti!» concordò una seconda voce, ora femminile, proponendosi immediatamente a supporto dell’altro, per

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quanto egli probabilmente fosse a lei totalmente sconosciuto, storcendo le labbra con disapprovazione non tanto in reazione al giudizio espresso dall’uomo, quanto piuttosto nel confronto con la memoria della stessa vittima del delitto appena loro confermato «Ha sempre esagerato, credendosi superiore a tutte noi, e ora, per tanta arroganza, è stata giustamente punita.» «Peccato che non abbia avuto io l’occasione di infilzarla come una bestia sullo spiedo…» osservò un terzo, proponendosi con fin troppo semplice entusiasmo, facile ed effimero coraggio, in opposizione a colei innanzi alla quale, probabilmente, non avrebbe invece mai osato neppure sollevare lo sguardo «Sarebbe stato meraviglioso vedere la mia lama attraversare le sue carni!» «Anche se, probabilmente, sarebbe stato più interessante non ricorrere a una spada per farlo!» corresse, allora, il primo a essersi espresso in termini tanto spiacevoli nei confronti della donna, in un’allusione per comprendere la quale nessuno dovette particolarmente impegnarsi, e in conseguenza della quale si impose, subito dopo, una divertita risata collettiva «A pensarci bene, tutto questo dovrebbe essere valutato quale uno spreco: se ella fosse semplicemente rimasta ferita, infatti, avrem…» Quell’ultima frase, ormai non più superficialmente offensiva verso la figura di Midda Bontor al pari delle precedenti, quanto piuttosto assolutamente lesiva nei riguardi della sua stessa memoria, del suo ricordo, nel tentare di associarla, per quanto a livello puramente ipotetico, al ruolo di vittima di una violenza sessuale, di uno stupro collettivo a suo discapito, non ebbe però occasione di giungere a conclusione, venendo stroncata nel proprio allegramente macabro sviluppo dall’azione di un pugnale, il quale venne proiettato con letale precisione a imporre il silenzio su quell’uomo, evidentemente giudicato, in conseguenza delle sue parole, quale indegno a essere definito tale e a poter proseguire la propria esistenza. Il freddo metallo di quell’arma, elevatasi arbitrariamente a strumento di divina giustizia, di rivalsa per la stessa Figlia di Marr’Mahew, purtroppo impossibilitata a difendere da sola il proprio onore, la propria dignità come altrimenti non avrebbe mancato di compiere in reazione a quelle affermazioni, penetrò, con tutta la pur modesta lunghezza della propria lama, attraverso la stessa bocca che un simile, osceno fiume di versi stava così appassionatamente offrendo forse nell’intento di allietare il pubblico lì radunatosi, spingendosi in essa al punto da arrivare addirittura a fuoriuscire alla base della nuca del proprio obiettivo, nel riconoscergli, in questo, probabilmente troppa grazia, eccessiva generosità, con una fine effettivamente rapida e indolore rispetto a infinite e più crudeli alternative.

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E nel mentre in cui al condannato non fu riservata alternativa al di fuori del lasciarsi ricadere morto a terra, sospinto all’indietro in naturale conseguenza dell’impeto imposto su di lui da quello stesso attacco, un istante di silenzio si impose sulla piccola folla presente, non tanto per un qualche sentimento di stupore nel ritrovarsi spettatori di una simile e repentina uccisione, immagine dopotutto più che consueta in una città qual Kriarya, quanto piuttosto in un sincero interesse attorno all’identità di colui che si era spinto a tanto, nel non mancare di cogliere l’ovvia l’evidenza delle sue intenzioni e, proprio per questo, nel non comprenderne le ragioni, le cause, nel rischio che, inevitabilmente, simile animosità avrebbe comportato nel contrasto a una folla tanto numerosa. Identità quella allora ricercata, che venne, facilmente e rapidamente, individuata nell’immagine di un giovane, un fanciullo di poco maggiore rispetto a un bambino, vestito con abiti che lo avrebbero lasciato apparire prossimo a un figlio del mare, forse a un tranitha, per quanto egli fosse nato e cresciuto entro quelle stesse mura e con il mare non avrebbe potuto vantare, di certo, un rapporto migliore rispetto ad alcuno di loro… «Luridi cani rognosi!» esclamò Seem, con assoluta collera ad animare la propria voce, nell’estrarre, ora, un secondo pugnale da dietro la propria schiena, a dimostrazione di quanto sarebbe dovuto essere giudicato tutt’altro che intimorito o preoccupato nell’eventualità di esser solo ad affrontare potenzialmente l’intero gruppo lì schierato «Come osate parlare così della mia signora? Come osate anche solo spingere i vostri blasfemi pensieri nella direzione del sua memoria?» Al di là dei suoi abiti, l’accento, la cadenza propria di quella provincia, di quella capitale, non permise ai presenti di riservarsi dubbi di sorta nel merito dell’origine di quel ragazzo fin dalle sue prime parole, da quegli insulti loro rivolti, riconoscendolo subito dopo in virtù delle sue stesse asserzioni, di quel suo riferimento a Midda Bontor quale propria signora. E sebbene alcuna fama fosse invero presente attorno al nome o alla figura di Seem, tutti furono certi di essere di fronte al giovane eletto al ruolo di scudiero della mercenaria uccisa in quella stessa notte. Solo un semplice scudiero, pertanto, e pur, in quel preciso momento, in quel particolare contesto, capace di mostrare un ardore sconosciuto a molti guerrieri di professione, una furia, un furore che alcuno fra i presenti avrebbe potuto ignorare. «Giuro su quanto ho di più caro al mondo che non tollererò oltre tanta blasfemia…» definì, scoprendo i denti sotto le labbra in maniera non dissimile da un animale «Venite pure avanti, maledetti. Attaccatemi anche

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tutti insieme… e, così, potrò dimostrare al mondo intero quanto siete assolutamente indegni di poter anche solo nominare la mia signora, la Figlia di Marr’Mahew!»

olendo impiegare il proprio tempo in riflessioni di carattere sociale, forse interessante sarebbe potuto risultare analizzare il genere umano, nella speranza di comprendere le caratteristiche comportamentali del medesimo, gli usi e i costumi propri dell’intera umanità e non di una qualche particolare nazione, di una qualche specifica realtà locale, e, in questo, individuare un qualche valore considerabile universale, un principio comune agli uomini e le donne di tutto il mondo, un linguaggio che avrebbe potuto essere considerato quale unica, reale chiave relazionale capace di superare qualsiasi barriera culturale, i limiti propri di qualsiasi idioma, arrivando a imporsi qual sola speranza di efficace dialogo per tutti, utile a dirimere qualsiasi questione, a raggiungere un accordo qual soluzione a qualsiasi conflitto. Nell’analizzare, in tal senso, la particolare situazione venutasi a creare nel momento in cui Seem, scudiero dell’ormai defunta Midda Bontor, aveva deciso di prendere le difese della propria signora, nel confronto con una folla tutt’altro che potenzialmente inoffensiva a suo discapito, quattro ipotesi sarebbero potute essere formulate attorno a simile linguaggio universale, fra loro estremamente diverse e, ancor più, incompatibili.

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La prima, quasi a voler offrir ragione a quella ampia schiera di poeti e cantori impegnati da lungo tempo, secoli addirittura, a intessere le proprie rime attorno a quello stesso principio, quello particolare valore, quella sola emozione, sarebbe potuta essere ritrovata nell’amore. Amore, in questo caso, non inteso in senso meramente fisico o, ancor peggio, sentimentale, ma in un significato assoluto del termine, un significato completo, totale, qual solo avrebbe potuto animare il cuore di qualcuno disposto al sacrificio per la sopravvivenza di qualcun altro, amico, amante o familiare, qual solo, indubbiamente, sarebbe potuto essere individuato nel cuore dello stesso giovane, pronto alla morte non semplicemente per difendere la sua signora, quanto, addirittura, per onorarne la memoria, per non vederne il nome offeso così come stava avvenendo in quel momento. Nel profondo del cuore, dell’animo del giovane Seem, l’immagine della Figlia di Marr’Mahew, pur un tempo desiderata a un livello più fisico, carnale addirittura, in quanto protagonista di molte fantasie altresì prive di fondamento, non sarebbe

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più potuta essere considerata, ormai, associata, o associabile, al ruolo divenuto proprio della sua splendida Arasha, amata in maniera completa, assoluta, a livello fisico, psicologico, emotivo e spirituale con tutto se stesso, nella pienezza di un sentimento del quale neppure avrebbe potuto mai supporre di essere capace, a lui pur sconosciuto nonostante numerose sarebbero potute essere conteggiate le sue amanti prima di lei. Ciò nonostante, quanto egli non stava mancando di provare, e di dimostrare in quel preciso momento, nei confronti del suo cavaliere, nulla sarebbe potuto essere considerato di diverso rispetto all’amore, dal momento in cui semplice fedeltà, o un qualche effimero e superficiale affetto conseguente al tempo trascorso insieme, alla quotidianità derivante dal proprio ruolo al servizio della stessa, mai avrebbero potuto giustificare una reazione pari a quella, un pericolo simile a quello da lui ora affrontato, quel suo essersi gettato in un oscuro budello di violenza e morte da cui, probabilmente, mai sarebbe potuto riemergere. Simile ipotesi, tale amore, però, fosse stato realmente un valore tanto universale qual pur gli animi romantici avrebbero desiderato potesse essere, non avrebbe mancato di essere colto anche dai suoi avversari, di essere inteso e da loro rispettato, lasciando perdere la sfida loro lanciata e costringendoli, in ciò, ad allontanarsi quietamente, per la ripresa dei propri ritmi giornalieri già tanto disturbati da quella cupa parentesi, dalla distrazione imposta loro dalle conseguenze di un incendio ormai contenuto, alfine spento. La seconda ipotesi, probabilmente considerabile meno nobile, meno dignitosa ed elevante per il genere umano, e pur, probabilmente, più realistica, più concreta, tale da riservarsi maggiori possibilità di un qualche riscontro pratico rispetto alla precedente, anche nel contesto di quel confronto, della battaglia sì ricercata dal giovane scudiero, sarebbe potuta essere individuata nella violenza. Violenza, effettivamente, alla base dell’umano vivere in ogni situazione, in ogni ambiente, da quello più intimo e domestico, che non avrebbe mai negato una punizione corporale qual utile strumento di educazione per mogli o figli, a quello più esteso e globale, che non avrebbe mai ovviato alla guerra come unico strumento di confronto fra civiltà, fra nazioni, preferendo correre il rischio tutt’altro che effimero dell’annientamento reciproco, ancor prima di cercare un dialogo di diversa natura, magari sospinto, appunto, dall’amore universale, così tanto decantato ma, anche, così tanto sconosciuto nella propria concreta essenza. La violenza, in fondo, sarebbe dovuta essere considerata alla base dell’assassinio della stessa Midda Bontor, alla base del successivo incendio in offesa alle sue stanze e all’intera locanda nella quale era stata ospitata,

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alla base, persino, della curiosità e dell’ironia di discutibile gusto espressa da coloro lì fuori radunatisi in quel mattino nel confronto con la notizia della sua morte. Lo stesso gesto, poi, proprio del giovane scudiero nei riguardi di quei potenziali interlocutori, non aveva assolutamente previsto un dialogo con loro, non aveva pur vagamente ipotizzato di cercare di spiegare le proprie ragioni in contrasto a un comportamento giudicato quale errato, ma con subitaneità mortale aveva imposto il proprio letale volere nel confronto di chi aveva osato insultare la sua signora, cercando nella violenza l’unica possibilità di essere rapidamente compreso da tutti i presenti. Simile ipotesi, tale violenza, però, fosse stata realmente la chiave unica per la comprensione reciproca, il minimo comune denominatore dell’intera razza umana, non avrebbe potuto offrire alcuno spazio allo sviluppo che il fato, altresì, impose su quella situazione estremamente tesa, non potendo prevedere alcuna soluzione, alcuna alternativa a quella di un’estemporanea battaglia, un combattimento che sarebbe proseguito fino a quando o lo scudiero, o tutti i suoi avversari, non fossero lì caduti, innaffiando con il proprio caldo e abbondante sangue quelle strade già eccessivamente pregne di simile linfa vitale, in giustificazione tutt’altro che retorica del riferimento a Kriarya quale città del peccato. La terza ipotesi, allora, sempre ben lontana dal poter nobilitare l’umanità nella propria più intima essenza e, anzi, in questo escludendola paradossalmente dal contesto pur proprio della natura, con le proprie sì severe ma sempre equilibrate leggi volte, spesso e volentieri, alla sopravvivenza del migliore, di colui che avrebbe saputo impiegare meglio la propria forza e la propria intelligenza nel riversare tutta la violenza di cui sarebbe stato in grado sui propri avversari, avrebbe presentato la propria definizione nel pur sempre bramato denaro. Denaro, invero, che oggettivamente, indubbiamente, avrebbe potuto essere individuato qual sprone od obiettivo di qualsiasi umana attività, a partire dalla più semplice e innocente agricoltura, per proseguire con l’allevamento, l’artigianato o il commercio, senza poi dimenticare la prostituzione o il furto, e spingendosi, in questo, fino alle grandi guerre. Gli stessi conflitti fra popoli, fra nazioni diverse e contrapposte, in effetti, sarebbero potute essere facilmente e tristemente analizzate sotto tale profilo, nello scoprire, nello svelare, quanto pur sarebbe dovuto essere considerato ovvio: nell’essere alimentati con il denaro, tutti i genocidi, gli stermini propri di ogni guerra, avrebbero infatti ricercato, qual proprio obiettivo finale, privo di retorica e ipocrisia, semplicemente ulteriore denaro, l’arricchimento spettante ai vincitori, i quali, al momento quasi non sperato del termine del conflitto, avrebbero potuto finalmente

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spartirsi i territori, le risorse e l’oro un tempo proprie dello sconfitto. In fondo, neppure Seem, forte di tutto il proprio amore verso la propria signora e desideroso di violenza a discapito di coloro che tanto l’avevano offesa, insultata, avrebbe in quel momento potuto rinnegare come la Figlia di Marr’Mahew non sarebbe potuta essere considerata quale un paladino leggendario, privo di ogni umano difetto, quanto, più concretamente, più propriamente, una mercenaria, un’avventuriera, sì drogata dall’ebbrezza propria di imprese oltre il limite dell’umana natura, e pur costantemente abituata a offrire una valutazione in termini di denaro attorno a ogni propria azione, fosse anche l’uccisione, o non, di un proprio malcapitato avversario, che si sarebbe potuta vedere salva la vita non per una qualche generosità, per un qualche amore universale, un rispetto verso il concetto stesso di esistenza da parte della donna guerriero, quanto, banalmente, per l’assenza di un tornaconto atto a giustificare quella stessa morte. E proprio simile ipotesi, il denaro, avrebbe potuto probabilmente riservare qual propria una qualche occasione, in quel momento, in quel frangente di prossimo scontro, dimostrando la propria indubbia efficacia qual linguaggio universale, qual chiave per la risoluzione di ogni conflitto, di ogni violenza, se solo qualcuno fosse lì intervenuto a offrire un'alternativa più redditizia al sangue del giovane che, con i propri gesti e le proprie parole, si era appena condannato a morte certa. Neppure il denaro, tuttavia, fece proprio il merito utile a salvare la vita dello scudiero, in un'offerta ben diversa che, inaspettatamente, venne imposta all’attenzione di tutti i presenti, costringendoli a dimenticare i sentimenti di avversione a suo discapito… «Arrestate questo insano scontro!» tuonò una voce, imponendosi sull’intero tratto di strada e coinvolgendo, in tanto vigore, in simile carisma, anche i numerosi passanti del tutto disinteressati a quegli eventi, all’apparente ineluttabilità di quel combattimento, un accadimento, in fondo, tutt’altro che originale entro le mura di quella città, per le vie della capitale. A esprimersi in simili termini, concisi ed efficaci nella loro scelta, era stata, allora, una figura nuova, un omaccione sostanzialmente più prossimo a un armadio che a una normale figura maschile: posto a capo di un piccolo gruppo con lui lì sopraggiunto, era in tal modo entrato in scena senza particolare discrezione e pur nell’assoluta noncuranza delle parti in causa, risultando praticamente quale comparso all’improvviso per richiedere un freno a qualcosa apparentemente inevitabile. Per quanto chiunque, all’interno di Kriarya, sarebbe dovuto essere considerato

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armato e, potenzialmente, un assassino, risultò subito evidente come il nuovo giunto, al pari di tutti gli uomini alle sue spalle, non fosse un comune passante, quanto piuttosto un mercenario, probabilmente parte di una schiera eletta facente riferimento a un qualche signore locale, nel dimostrarsi sì pronto a un eventuale scontro ma, in ciò, anche assolutamente deciso a vincere, a imporsi su qualsiasi avversario. Un’immagine, quella così offerta, che non poté quindi passare inosservata neppure nel confronto con gli animi pur inquieti dei contendenti di quell’improvvisata battaglia, i quali furono costretti a non negare, in maniera stolida e prematura, l’attenzione così richiesta loro, nella consapevolezza di quanto potenzialmente pericoloso sarebbe potuto risultare un simile azzardo. «Chi siete? Cosa volete?» domandò uno dei tanti candidati avversari del giovane scudiero, prendendo parola in risposta a quel drappello «Questi affari non vi riguardano…» aggiunse, subito dopo, cercando, in tal modo, di definire in maniera chiara e priva di ambiguità, comunque, la volontà per loro propria di non lasciare impunito il ragazzo, non tanto per l’assassinio appena commesso, del tutto privo di interesse dal loro punto di vista, quanto piuttosto per la sfida lanciata in loro opposizione da una figura ritenuta tanto inferiore, un servo erettosi a baluardo in loro stesso contrasto. «Tu sei lo scudiero di Midda Bontor?» riprese il portavoce del gruppo sopraggiunto, ignorando completamente le questioni o l’intimidazione loro rivolta in quel mentre, e offrendo, altresì, la propria completa attenzione verso il ragazzo, con intonazione pur colma di retorica, dal momento in cui non avrebbe richiesto, in effetti, particolari conferme da parte sua «Il nostro, e tuo, signore ci ha incaricato di condurti alla sua presenza. Sei pregato di seguirci…» Tutt’altro che dimentico dell’impegno appena assunto nei confronti di coloro che tanto avevano deriso la memoria del suo cavaliere, a quelle parole, a quel riferimento, Seem non poté restare ancora in silenzio: «Mio signore?! La mia fedeltà è verso una sola figura… ed ella, purtroppo, giace all’interno di quella locanda! Io non ho signori…» esplicitò, offrendo nuovamente la propria voce, ora verso colui che in tal modo lo aveva invitato, pur senza, in ciò, sciogliere la posizione di guardia assunta, nel temere l’eventualità di un attacco a sorpresa, un’offensiva improvvisa proposta a suo discapito approfittando di una qualche sua distrazione. «Chi vi manda?» tentò di insistere, di comprendere, una delle altre figure avverse al ragazzo, con evidente irritazione per la sufficienza con la quale erano appena stati trattati, totalmente dimenticati quasi non fossero

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neanche lì presenti, quasi non potessero costituire maggiore pericolo rispetto a un minuscolo sciame di moscerini. «La tua padrona sovente ha servito il nostro signore. E, in questo, la tua fedeltà verso di lei sarebbe dovuta essere considerata, inevitabilmente, anche quale a lui rivolta.» specificò il mercenario, ancora trascurando completamente qualunque voce, qualunque opinione al di fuori di quella offerta dal proprio obiettivo, colui solo per il quale erano stati lì inviati in quel mattino, per quanto privi di una qualche confidenza con gli effettivi desideri del loro mandante «Lord Brote desidera parlarti e, che tu lo voglia o no, al suo cospetto sarai condotto. A te, decidere, se come nostro compagno o come nostro prigioniero…» Nell’intuire come, ormai, la faccenda stesse iniziando ad assumere proporzioni decisamente più vaste di quelle iniziali, spiacevoli, addirittura, nell’evidenza del coinvolgimento di uno dei veri dominatori della città del peccato, la schiera di possibili nemici dello scudiero valutò rapidamente e saggiamente la totale inutilità rappresentata da una qualsivoglia insistenza da parte loro in quel senso, in quella direzione, in una questione nella quale, dopotutto, si erano ritrovati a essere protagonisti per semplice giuoco del fato e non per un qualche loro desiderio esplicito, per una qualche loro precisa volontà in difesa di un qualche interesse personale. Così, rinfoderando le armi che, inevitabilmente, erano già state estratte per il massacro annunciato, uno a uno iniziarono a ritrarsi, non senza, naturalmente, rinunciare a promettere al giovane un nuovo incontro, un’occasione futura in cui poter, finalmente, chiarire la questione in sospeso e punirlo per l’audacia con cui egli aveva deciso di rivolgere loro verbo. E in tal quieta e rassegnata ritirata, tutti loro offrirono tacitamente ragione a una quarta e ultima ipotesi di linguaggio universale, che in tal frangente fece proprio maggior ruolo rispetto all'amore, alla violenza e, persino, al denaro seppur non per un qualche merito riconducibile allo stesso Seem, quanto, piuttosto, al nome di lord Brote, lì sola e reale chiave di risoluzione della questione, dell'inghippo così come creatosi, in grazia del proprio ruolo conquistato all'interno della città: la paura. Seem, dal canto proprio, sebbene tutt’altro che soddisfatto da quell’interruzione, dall’imprevisto e imprevedibile disturbo conseguente a quella convocazione, all’invito così offertogli, dove ciò avrebbe significato permettere a un gruppo di condannati a morte, quali solo i suoi avversari sarebbero potuti essere considerati ai suoi occhi, di allontanarsi indisturbati, riuscì comunque a riservarsi sufficiente raziocinio, lucidità, da non offrire immediato diniego al proprio nuovo interlocutore, al

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rappresentante della volontà di lord Brote, non tanto per rispetto verso il signore in questione, quanto più verso la memoria del proprio stesso cavaliere. Ove, infatti, la Figlia di Marr’Mahew, per lunghi anni, aveva saltuariamente offerto il proprio braccio e la propria spada al servizio di quell’uomo, in maniera assolutamente volontaria nel considerarlo uno fra i propri migliori mecenati di sempre, rifiutarsi tanto impulsivamente innanzi a quello che pur sarebbe potuto essere considerato un onore, sarebbe allora potuto essere interpretato quale offensivo verso la stessa donna guerriero, nel rinnegarne, in ciò, le scelte, le decisioni che pur ne avevano caratterizzato l’esistenza. Lasciando, pertanto, scomparire il suo secondo pugnale là da dove lo aveva estratto, osservò per un istante il cadavere rimasto a terra della propria unica vittima, lì dimenticato, abbandonato, dai propri effimeri compagni, prima di volgersi a proporre la propria risposta a chi la stava ancora attendendo. «Sebbene non riconosca, su di me, la sua quale un’autorità diretta, non è mio desiderio disonorare gli impegni che la mia signora aveva preso con lord Brote.» asserì, cercando di porre, nella propria voce, un giusto equilibrio di umiltà e di forza, al fine di non dimostrarsi qual servile nei riguardi del nobile senza pur arrogarsi un ruolo tale da non competergli, dal momento in cui, in fondo, egli era e sarebbe sempre restato lo scudiero di Midda Bontor e, di certo, non avrebbe mai voluto arrogarsi alcun diritto su un’ipotetica sua eredità, su un suo retaggio del quale non si sarebbe mai potuto sentire degno. Il mercenario, a simile risposta, aggrottò per un istante la fronte, forse colto in contropiede da quella che pur sembrava porsi quale eccessiva energia, enfasi, per un comune scudiero, e in questo, probabilmente, ritrovandosi a essere incerto su come reagire, su quale replica proporre, restando perciò in silenzio. «Pensate che sia possibile, per me, visitare la locanda prima di seguirvi?» riprese Seem, ora con tono involontariamente più umile, prossimo al proprio abituale «Non ho ancora avuto modo di…» cercò di spiegare, lasciando però in sospeso la propria stessa affermazione, nel non riuscire a trovare la forza di proseguire in quel senso, di offrire un riferimento esplicito alla morte lì tragicamente occorsa. «Mi dispiace, ma il nostro signore ha espresso chiara urgenza nelle sue parole.» negò l’uomo, sincero nell’esternare il proprio rammarico in tal senso, probabilmente colpito dal carattere dimostrato da quel ragazzo tanto fedele, a colei che pur aveva giurato di servire, da mantenere intatto tale sentimento anche a seguito della morte della stessa.

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Impossibilitato, allora, a potersi definire contrariato o, piuttosto, rasserenato da quel rifiuto, nel temere effettivamente il momento pur inevitabile in cui avrebbe dovuto affrontare quella questione, il giovane decise di avvicinarsi al corpo dell’uomo che tanto aveva insistito nelle proprie offese, e che per esse aveva perduto la vita, all’unico scopo, con il solo interesse, di recuperare da esso il proprio pugnale, prima di fare ritorno dal gruppo inviato in suo recupero e confermare… «Andiamo, dunque.» Non essendo consuetudine di alcuno, all’interno delle alte mura geometriche appartenenti alla città del peccato, riconoscere sincera stima per il prossimo, ove a nulla sarebbe del resto valsa una simile confessione, nel migliore dei casi ignorata, nel peggiore considerata, addirittura, pari a un tentativo canzonatorio, a una sorta di offesa mascherata da complimento, il giudizio pur non negativo suscitato da parte del giovane scudiero innanzi allo sguardo dell’uomo preposto al comando del gruppetto inviato in suo recupero, non riuscì a trovare immediatamente stimolo, sprone, a essere espresso, sebbene non tanto breve sarebbe dovuta essere considerata la strada da compiere insieme per giungere dalla locanda di Be’Sihl fino alla torre di lord Brote, tale da escludere, in questo, eventuali occasioni di confronto fra loro, fosse anche solo a scopo di puro intrattenimento, di estemporaneo dialogo privo di particolari complicazioni. Dopo un lungo periodo di incertezza, comunque, il mercenario decise di sciogliere il silenzio nel quale si era serrato, per rivolgersi apertamente nella direzione del loro protetto, a esplicitare quell’insolito e sincero apprezzamento per il suo carattere, per il suo comportamento, almeno per come esso era stato dimostrato pocanzi, prima, nella sfida posta in difesa della sua signora e, successivamente, nel mancato riconoscimento del mecenate quale proprio signore. «Ritengo giusto sottolineare come la fedeltà che insisti a offrire alla tua signora, anche a seguito dei tragici eventi occorsi, sia da ritenersi assolutamente ammirevole…» commentò all’improvviso, inequivocabile nel proprio intento e nel destinatario di tali parole. Così richiamato dal turbine dei propri pensieri, delle proprie intime riflessioni, nel quale si era ormai abbandonato, rinchiuso, forse, addirittura, a cercare in essi protezione dal mondo circostante, per quanto simile comportamento sarebbe potuto essere considerato estremamente pericoloso in Kriarya, Seem si volse nella direzione del proprio ritrovato

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interlocutore. E solo in simile occasione, in tale frangente, il ragazzo ebbe modo di osservare quell’uomo accanto a sé per la prima volta, studiandolo, prendendo effettiva coscienza di quella presenza a lui prossima là dove, fino a quel momento, lo aveva del tutto ignorato, privato di ogni considerazione. Un atteggiamento, il suo, che non sarebbe dovuto essere ritenuto tale in conseguenza di una qualche malizia di sorta, non in virtù di un’avversione a discapito di colui verso il quale, altresì, avrebbe forse dovuto essere sostanzialmente grato, per l’intervento che ne aveva posto in salvo la vita, quanto più per banale disinteresse, semplice distrazione là dove in altre direzioni, verso altri pensieri, la sua concentrazione era stata richiesta o, meglio, forzata a spingersi. «C-come dici?» domandò, scuotendosi e temendo di non aver correttamente inteso l’affermazione, quel chiaro e del tutto inatteso complimento formulato da un completo estraneo. Sebbene effettivamente alto e possente nella propria costituzione fisica, nettamente superiore alla media cittadina per quanto questa fosse, invero e a sua volta, influenzata in senso accrescitivo da una ampia presenza mercenaria, la quale, nella maggior parte dei casi, era solita ritrovare proprio nella componente fisica la propria principale risorsa, l’impressione iniziale che aveva visto quell’uomo paragonato a un pesante armadio ancor prima che a un essere umano, così come anche offerta agli occhi dello stesso scudiero, sarebbe potuta essere considerata, a posteriori, forse eccessiva, probabile conseguenza dalla presenza di alcune parti proprie di una, o forse due diverse, pesanti armature sulla parte superiore del suo stesso corpo, tale da farlo apparire, in ciò, enfatizzato ancor più del dovuto. Attorno ai suoi piccoli occhi castano scuro, forse neri, e al suo tondo volto, la cui pelle scura, unita a tratti somatici inequivocabili, primi fra tutte le sue grandi labbra appena sporgenti, tradiva una chiara origine derivante dai regni desertici centrali, si presentava calato un elmo tondo, privo di particolari fronzoli, decorazioni di sorta, nel non essere evidentemente stato destinato ad apparire, quanto più, sostanzialmente e semplicemente, a proteggere. Un compito, quello di tale artefatto, dimostrato anche da una superficie, un tempo, probabilmente liscia e, ora, altresì martoriata dai segni di numerosi combattimenti, scontri, che l'avevano marchiata in maniera indelebile con quelli che sarebbero, in effetti, potuti essere addirittura considerati dei simboli di valore, dei premi conseguenti alle proprie vittorie su campo, se solo si fosse potuti essere certi di come quell’elmo fosse appartenuto, fin dalla propria

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Ringraziamenti
"Tema la loro punizione la moglie infedele…": parole severe, impietose, quelle che Desmair, personaggio di spicco introdotto nel terzo volume delle Cronache, rivolge a Midda Bontor, a tutti gli effetti sua moglie e, proprio malgrado, a lui legata da un giuramento innanzi agli dei. Parole severe che, in verità, non sono destinate a cadere nel vuoto dal momento in cui, come forse avrai già avuto modo di sbirciare, il prossimo volume, il quinto, si intitolerà effettivamente Tema la moglie infedele (e altre storie), lasciando in simili termini presagire solo il peggio per la coppia appena formatasi, per la combattuta unione fra la nostra mercenaria preferita e Be'Sihl, il suo caro locandiere che ha saputo conquistarsi un posto d'onore non solo nel cuore della propria amata, ma anche in quelli di alcune lettrici… o, per lo meno, di una in particolare! Non spazio rivolto all'anticipazione delle prossime uscite è tuttavia questo, ragione per la quale credo sia per me opportuno tornare in tema e spendere, in conclusione a questo quarto, sudato volume, qualche parola utile a ringraziare quelle persone senza l'impegno, la pazienza o il supporto, anche solo morale, delle quali questo libro non sarebbe giunto a conclusione. Come di consueto, un necessario ringraziamento è quello rivolto a colei che per prima si è impegnata in quest'opera cartacea accanto a me, colei che non solo ha accettato di riprendere in mano pennino e china per porsi all'opera sulle sedici tavole a corredo di questo volume, e su tutto il resto, ma anche, e soprattutto, ha affrontato con me l'ultima delle varie fasi di revisione e correzione utili a trasformare una prima bozza in un prodotto compiuto, almeno nei limiti di quanto, comunque, abbia da considerarsi un lavoro artigianale qual questo: Giuliana Lagi, anche nota, almeno da parte mia, con il termine di mamma. A lei, pertanto, il primo e più importante grazie che, dopo già quattro libri, può sembrare essere divenuto retorico, e che, ciò nonostante, non ha assolutamente da intendersi qual tale. In secondo luogo, ma non perché meno importanti, vorrei ringraziare tutti coloro a cui ho già dedicato anche questo stesso volume, viandanti amici della Locanda della Terra di Altrove (http://www.terradialtrove.it/) nei confronti dei quali ho già avuto occasione di spendere ringraziamenti soprattutto nel terzo libro, anche in grazia a una loro splendida Prefazione,

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e che pur, ora, vorrei tornare a ringraziare per il sostegno quotidiano offertomi nel continuare a considerarmi uno scrittore, benché a stento sopravvissuti ai miei primi tre libri. Un sincero grazie, pertanto, a tutti loro: vi prometto che se mai, per qualche assurdo scherzo del destino, Midda dovesse diventare famosa anche nel nostro mondo almeno quanto lo è nel suo, io continuerò a frequentare sempre e solo la Locanda che mi ha accolto già in questi tempi non così promettenti! Un terzo ringraziamento, poi, vorrei offrirlo verso Monica, che ha pur avuto la pazienza di sopportare lunghe serate senza neppure una parola da parte mia perché troppo impegnato a stare dietro alla scrittura, revisione, correzione o quant'altro di questo libro. Oltre il danno, in effetti, a lei ho sempre aggiunto anche la beffa di continuare a non parlare di altro al di là di questo… Ultimo, necessario, doveroso ringraziamento, infine, è a te, lettore, che hai scelto di investire in me il tempo che dall'Introduzione a questi Ringraziamenti ti ha visto catapultato in un mondo diverso dal nostro, non migliore, non peggiore, ma sicuramente vivo e animato di grandi emozioni, grandi passioni, che spero possa essere da te stato apprezzato abbastanza da non rimpiangere l'occasione che mi hai voluto concedere. Grazie di cuore… e arrivederci al prossimo volume, per nuove e straordinarie avventure insieme a Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew! Sean MacMalcom

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Prossimamente…
Prepariamoci a lasciare i territori ormai noti, familiari, del regno di Kofreya per spingerci un po' più lontano. Più a nord. D'accordo: molto più a nord! Tanto da arrivare a sfiorare i confini dei regni desertici centrali, e a raggiungere il regno di Shar'Tiagh, terra di antiche tradizioni e di forti valori. Sin lassù, infatti, Midda si spingerà in una romantica fuga d'amore insieme al suo amato Be'Sihl. Ma ella riuscirà veramente a concedersi un'occasione di reale serenità con il proprio locandiere preferito? Oppure Desmair avrà modo di esigere ugualmente vendetta per il tradimento subito dalla sua non voluta sposa?! Fra meno di un anno, o così spero, appuntamento imperdibile con…

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VOLUME QUINTO

TEMA LA MOGLIE INFEDELE
E ALTRE STORIE

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Sean MacMalcom

Siamo un gruppo di persone assolutamente normali, lavoratori e studenti, che si ritrovano accomunate da una medesima passione, da uno stesso interesse: quello per la scrittura creativa. Uniti da questo piacere comune, abbiamo deciso di scrivere sfruttando le virtù della blogosfera, per esprimere indipendentemente le nostre fantasie, i frutti del nostro tempo libero e del nostro impegno, trovando l’un l’altro reciproco aiuto, consiglio, sostegno, per rendere la forza di ognuno di noi quella di tutti ed essere uniti di fronte all’immensità del World Wide Web, in cui altrimenti potremmo perderci. Non fingiamo di essere nulla di più di ciò che siamo, non ci arroghiamo il diritto di ambire a nulla di più di ciò che la libertà di Internet ci consente di cercare: non crediamo di essere grandi scrittori, non vogliamo cambiare il mondo con ciò che scriviamo. Semplicemente seguiamo un interesse, con passione e umiltà, accogliendo a braccia aperte chiunque voglia unirsi a noi in questo cammino.

Se ti ritrovi descritto in queste parole, se hai voglia di metterti in gioco insieme a noi… unisciti a NWN!

Una nuova frontiera del blog novelizing in Italia

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Midda Bontor:
donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione. In un mondo dove l’abilità nell’uso di un’arma può segnare la differenza fra la vita e la morte e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi, ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.

Continua a seguire le avventure di Midda sul blog che ha dato origine a questo libro:

MIDDA’S CHRONICLES
http://www.middaschronicles.com/ Ogni giorno un nuovo episodio, un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un nuovo universo fantasy sword & sorcery, nel narrare le Cronache di Midda.