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MIDDA’S CHRONICLES

VOLUME QUARTO

LA SFIDA DEL SAPIENTE

E ALTRE STORIE

Sean MacMalcom

QUARTO LA SFIDA DEL SAPIENTE E ALTRE STORIE Sean MacMalcom Un libro New Wave Novelers in

Un libro New Wave Novelers in collaborazione con Lulu.com

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Sean MacMalcom

Prima pubblicazione nel 2009 su http://middaschronicles.blogspot.com/ Prima pubblicazione cartacea in Italia nel 2011 da Lulu.com

© Sean MacMalcom 2009

Stampato e venduto da Lulu.com

Tutti i contenuti di questa pubblicazione sono sotto protezione del diritto d’autore (legge 22 aprile 1941 n. 633 e seguenti). Qualsiasi plagio dell’opera o parte di essa verrà perseguito a norma delle vigenti leggi internazionali.

Immagine di copertina e grafica interna a cura di

Giuliana Lagi

La pubblicazione giornaliera degli episodi di Midda’s Chronicles è disponibile all’indirizzo http://www.middaschronicles.com/

Altre pubblicazioni New Wave Novelers sono disponibili all’indirizzo http://newwavenovelers.altervista.org/

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A Giorgia E. C., Marika S., Rossana P., Claudia M., Elisabetta B., Marta B., Francesca R., Oriana M. e Luca B.

Every reader exists in order to assure for a certain book a modest immortality. Ogni lettore esiste per assicurare a un certo libro una piccola immortalità. Alberto Manguel (1948 - vivente)

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La saga MIDDA’S CHRONICLES

Volume primo Il tempio nella palude (e altre storie)

Volume secondo Condannata (e altre storie)

Volume terzo Il collezionista di sassi (e altre storie)

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Introduzione

Caro lettore,

sembra incredibile, in parte per via dei ritardi accumulati, in parte per

il

traguardo pur significativo rappresentato da un quarto volume, eppure

ci

siamo: siamo arrivati al quarto volume delle Cronache di Midda.

Alcuni dettagli nel merito dei quali spenderò qualche parola, necessariamente, in questa introduzione ti saranno sicuramente già noti se questo non è il tuo primo incontro con Midda Bontor e con le sue straordinarie avventure. In tal caso, non desidero trattenerti un minuto un più del necessario su queste mie parole: salta tranquillamente l'introduzione e viaggia con il vento in poppa verso il primo dei quattro racconti raccolti in questo nuovo appuntamento insieme. In caso contrario,

se questo libro è per noi, per me e per te, un'inedita possibilità di incontro, mi farebbe piacere spendere due minuti del tuo e mio tempo per presentarti pochi, ma fondamentali, particolari dell'opera: informazioni

non proprie nel merito della storia passata, dei contenuti dei primi tre volumi, quali pur ti saranno abbondantemente concessi nel corso della lettura, ma di quello che è celato dietro a questa stessa storia… la storia della storia, insomma!

Il lungo viaggio di Midda – Come forse hai già avuto occasione di

scoprire, le Midda's Chronicles non trovano, in verità, origine sulla carta, né

di questo né dei suoi altrettanto voluminosi predecessori. Terra natale di

questa storia, di questa saga, è infatti la grande Rete, internet, nel quale

tutto ha avuto origine, e sta ancora trovando ragion d'essere, nella forma

di un moderno romanzo d'appendice, o, se preferisci, una blog novel.

All'indirizzo http://www.middaschronicles.com/, infatti, dall'11 gennaio 2008 esiste un blog ove quotidianamente stanno venendo pubblicati, sebbene frammentati in più brevi episodi, gli stessi racconti che, raccolti, revisionati, corretti e resi indubbiamente più apprezzabili all'interno di questo formato deluxe, sono comunque alla base di quanto reggi in mano. Questo stesso libro, quindi, non ha da essere inteso quanto sufficiente e

necessario alla sopravvivenza di quest'opera, ma, più semplicemente, un'occasione di celebrazione per l'opera stessa, un regalo che ho desiderato, e continuo a desiderare, avere occasione di riservarmi per piacere personale e – perché no? – per il piacere di possibili nuovi lettori

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Sean MacMalcom

poco avvezzi con la lettura on-line e, in questo, portati a preferire mantenere un classico, e mai disprezzabile, volume cartaceo fra le mani.

Il quarto volume – Definito ciò, credo che non vi possa essere nulla di straordinario nel pensiero di come, in effetti, i quattro racconti contenuti

in questo volume non abbiano da considerarsi inediti, in quanto, in verità,

già pubblicati, in una loro primitiva bozza, per lo meno, circa due anni fa sul blog on-line. Sia La sfida del sapiente, racconto che presta il titolo all'intero volume, sia i tre successivi, rispettivamente il quattordicesimo, il quindicesimo, il sedicesimo e il diciassettesimo dalla saga, sono stati pubblicati fra l'autunno e l'inverno del 2009/10, e, come accennavo, per questa particolare occasione sono stati profondamente revisionati e corretti, al fine di offrirti il migliore prodotto possibile. Valorizzazione del prodotto finale che, come già nei volumi precedenti, trova un'importante

sostegno nell'opera di Giuliana Lagi, tornata a prestare la propria abile mano per creare le sedici, splendide tavole che troverai all'interno di questo volume, nonché l'immancabile mappa e, ovviamente, la copertina. Un risultato indubbiamente significativo, al di là di ogni possibile considerazione, quello rappresentato dall'idea di un quarto volume: un

quarto volume che, in effetti, viola gli abituali confini propri della trilogia fantasy, sebbene in questo frangente un simile concetto si proponga privo

di reale significato, e che, ciò nonostante, si mostra solo quale una nuova

tappa in un viaggio che è ancora lontano dal potersi considerare concluso, come dimostrato dallo stesso lavoro on-line, il quale, a oggi, ha già visto definito materiale utile ad altri tre volumi successivi a quello ora in tuo possesso, e di identiche proporzioni rispetto a questo stesso.

Il ritardo – Sebbene, nei miei piani iniziali, quest'opera cartacea avrebbe dovuto riservarsi l'opportunità di ben due uscite annuali, tale da

non imporre eccessivo distacco fra la produzione on-line e quella cartacea,

la vita di tutti i giorni, con i propri numerosi impegni, mi ha costretto,

anche quest'anno come già lo scorso, a ridurmi a una singola uscita. Una

sola pubblicazione che giunge, pertanto, a un anno esatto dalla precedente

e il ritardo della quale, voglio sperare, potrà comunque essere alfine

perdonato in grazia della qualità del risultato finale, che spero possa sempre e solo migliorare rispetto ai precedenti.

Primi risultati per Yeshe Norbu e Tibetan Children’s Villages Come il bollino verde in copertina si premura di segnalare, l’iniziativa di beneficenza già oggetto dei primi tre volumi di Midda’s Chronicles, in grazia alla quale già ben 54 euro sono stati devoluti in beneficienza lo scorso gennaio, si rinnova anche con questo nuovo appuntamento. Ancora

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e costantemente in collaborazione con Yeshe Norbu Appello per il Tibet

o.n.l.u.s. (http://www.adozionitibet.it/), pertanto, per ogni copia venduta

la cifra simbolica di 1 euro, pari al

mio personale e sempre inalterato guadagno sul prezzo di copertina, verrà infatti devoluta in favore dei Tibetan Children’s Villages (http://www.tcv.org.in/). A seguito dell’occupazione cinese del Tibet, Tsering Dolma, sorella del Dalai Lama, decise di iniziare a occuparsi dei troppi bambini che, orfani, ammalati e malnutriti, stavano cercando rifugio in India, fuggendo lontano dalla terra loro negata, dalle famiglie loro sottratte, istituendo nel 1960 la Nursery for Tibetan Refugee Children. Originariamente pensata per offrire unicamente cure primarie ai bambini in esilio, la Nursery, sotto la direzione di Jetsun Pema, in sostituzione della sorella purtroppo scomparsa nel 1964, e sostenuta dall’impegno del volontariato, ebbe modo di ampliare le proprie competenze e veder crescere le proprie dimensioni fino a raggiungere quelle di un piccolo villaggio, offrendo, al proprio interno, ai bambini nuove case e scuole in cui trovare rifugio e istruzione:

nel 1972 venne così formalmente registrato il primo Tibetan Children’s Village, TCV, divenendo anche membro del SOS Children’s Villages. Da allora il TCV ha dato vita a numerose installazioni in

tutta l’India, arrivando oggi a ospitare più di 16.000 bambini, offrendo loro una speranza di vita altrimenti negata.

Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s.

Adozioni a distanza e altri progetti

Iscritta al Registro delle onlus dal 8 Novembre 2000 prot. n. 17 - 11.03.2004

www.AdozioniTibet.it - info@adozionitibet.it

Via Poggiberna , 56040 Pomaia (PI) Italy - Tel. 050 685 033 - Fax 050 685 768 Associato alla F.P.M.T. - Cod. Fiscale 90028850502 per la scelta del 5 per mille

Caro Sean,

Pomaia, venerdì 14 gennaio 2011

ti invio questa breve lettera per ringraziarti della tua donazione: 54 euro sono pochi rispetto alle necessità, ma per molti in India rappresentano più di un mese di stipendio. Sono contenta che l’apprezzamento per il tuo lavoro con “Midda’s Chronicles” stia crescendo: so che lo fai con passione e per noi è un piacere proseguire con questo abbinamento. Il tuo contributo sarà sicuramente di aiuto per i bambini dei Tibetan Children’s Villages, così come concordato. Come per ogni donazione ricevuta da Yeshe Norbu, il denaro raccolto sarà mandato in India e Nepal, dove verrà preso in consegna e distribuito ai destinatari da persone di fiducia.

Ti terremo aggiornato sul buon andamento dell'attività. Grazie ancora per l’iniziativa di beneficenza che hai voluto collegare alla tua opera.

Francesca Piatti

presidente Yeshe Norbu Appello per il Tibet o.n.l.u.s.

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Cos'altro mi resta da dire? Ben poco, se non ringraziarti per aver deciso di offrirmi il tuo tempo e la tua attenzione nel prendere fra le mani questo libro e nel scegliere di aggiungerlo alle tue letture, nella speranza che lo svago e il piacere che potrà derivare per te nel leggerlo potrà essere almeno pari all'infinito diletto che da esso è derivato per me, nello scriverlo!

Buon divertimento in compagnia di Midda Bontor, e a presto…

Sean MacMalcom

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Sommario

Introduzione

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Sommario

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La sfida del sapiente

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La piramide nera

195

Colpa e riscatto

359

Memento mori

517

Ringraziamenti

675

Prossimamente…

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Sean MacMalcom

10 Sean MacMalcom

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La sfida del sapiente

T re continenti. Un’informazione elementare, semplice, immediata, tale per cui chiunque sarebbe riuscito a mantenerne memoria, a ricordare il numero così espresso. Anche coloro che mai avrebbero saputo

definire con precisione quale realtà indicasse il termine in tal modo quantificato, infatti, avrebbero potuto affermare con sufficiente certezza come essi, ugualmente e inequivocabilmente, fossero tre, poi ovviamente trascendendo nel merito dell’importanza dei loro precisi nomi, dei termini identificativi di quelle enormi terre emerse all’interno dell’infinito mare. In verità, oggettivamente, in un mondo nel quale una significativa maggioranza degli appartenenti alla specie presumibilmente dominante, quella della razza umana, non si concedeva neppure in grado di leggere, scrivere o, quanto meno, far di computo, che simili presenze geografiche potessero essere denominate come Hyn, Myrgan e Qahr, piuttosto che come Prima, Seconda e Terza, non avrebbe assunto alcun particolare

significato, alcuna reale importanza. E, del resto, nel tentare di condurre, giorno dopo giorno, le proprie esistenze, il possesso di simile informazione non avrebbe portato ad alcun beneficio, non avrebbe donato il benché minimo vantaggio, né al primo fra i potenti né all’ultimo fra i deboli. Diversa importanza, altro merito, si sarebbe potuto invece considerare nel riguardo della divisione politica esistente all’interno di quelle immani realtà fisiche, innumerevoli e variegate frammentazioni territoriali che non sempre sarebbero coincise con una qualche identità nazionale, ma la cui conoscenza, comunque, non sarebbe potuta essere ovviata. Nel ritrovarsi, infatti, ad attraversare il confine sbagliato, alcuna ignoranza, pur trasparente, sarebbe valsa quale giustificazione per il malcapitato: nel migliore dei casi, egli o ella sarebbe stato semplicemente condannato a morte; nel peggiore, avrebbe addirittura potuto offrire il pretesto utile all’esplosione di un violento conflitto armato fra due interi popoli. Ciò nonostante, sebbene l’esistenza di tale rischio non avrebbe dovuto essere stolidamente sottovalutata, tutt’altro che fittizio avrebbe purtroppo dovuto essere considerato l’analfabetismo effettivamente imperante, in conseguenza del quale, pur essendo comune la conoscenza nel merito della provincia e del regno di propria appartenenza, non molto oltre si sarebbe normalmente sospinta la cultura della massa, tale per cui anche

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uno stato confinante al proprio sarebbe apparso come un mondo lontano, estraneo, sconosciuto e, in questo, potenzialmente avverso e avversario. Scegliendo l’estremità sud-occidentale del continente di Qahr quale esemplificazione di quell’insipienza tipica del volgo, e tutt’altro che sgradita o disincentivata dai diversi poteri locali, quattro sarebbero potuti essere conteggiati i principali regni che, da tempi immemori, si spartivano simile vertice, lembo di terra proposto in effetti verso il nulla, o presunto tale, rappresentato dalla sconosciuta vastità del mare: Kofreya, la conquistatrice; Y’Shalf, l’esotica; Tranith, la commerciante; e Gorthia, la belligerante. Un qualunque abitante di tali terre, colto dalla questione nel merito delle nazioni a sé confinanti, prossime, avrebbe indubbiamente saputo confermare l’esistenza di un atavico conflitto fra kofreyoti e y’shalfichi; avrebbe potuto esaltare la fama guerriera dei gorthesi; e, forse, avrebbe espresso qualche commento sull’indole pacifica, diplomatica, dei tranithi. Ma, oltre a tale retorica, a simili stereotipi, probabilmente impossibile sarebbe stato ottenere informazioni supplementari, nelle sole, rare, eccezioni rappresentate da mercanti e avventurieri. Per i primi, infatti, la conoscenza del territorio, delle leggi e dei potenziali pericoli si sarebbe dovuta ritenere quale fondamento stesso della propria stessa attività; per gli altri, poi, l’esperienza offerta dalla propria vita in spazi sempre nuovi, nel confronto con mete sempre sconosciute, sarebbe di certo equivalsa a più ortodosse formazioni accademiche. In verità, a completamento di tale anomalia, se così si fosse voluta considerare, una terza categoria, classe, casta non sarebbe dovuta esser dimenticata, per quanto la propria diffusione, il numero dei propri adepti fosse estremamente inferiore alle altre: quella formata da coloro che dello studio avevano fatto il proprio principale credo, la propria forza, al punto da finir per essere corrotti dal potere per loro derivante da esso e, in ciò, giungendo ad arroccarsi su posizioni considerabili superate, obsolete, se non addirittura clamorosamente errate e pur in grado di assicurare loro il mantenimento del proprio stato sociale, soprattutto quando impiegati nelle diverse corti nobiliari. In un siffatto contesto, in un mondo abituato a ritrovare i propri unici obiettivi solo in estemporanee soddisfazioni quotidiane, spesso coincidenti con la mera sopravvivenza, sarebbe stato evidente come non solo il concetto stesso di cultura, ma, naturalmente, anche tutte le quiete espressioni della medesima, pur supposte inutili, avrebbero dovuto essere invece riconosciute quali preziose rarità, assolutamente estranee alla disponibilità della maggior parte della popolazione, prevalentemente dei ceti poveri, ma, sovente, anche di quelli più ricchi, dove difficilmente il valore intrinseco in tale risorsa sarebbe stato compreso e apprezzato. A partire da un banale foglio di pergamena, dalla semplice accoppiata

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formata da penna e calamaio, articoli difficilmente rintracciabili nelle

comuni abitazioni, nei normali alloggi, per proseguire con più impegnativi volumi rilegati, fonti meravigliose di erudizione, ogni genere

di simulacro atto ad accogliere scienza, dottrina, o anche solo l’espressione

dell’umana creatività, non sarebbe potuto essere comunemente diffuso, liberamente fruibile. E allo stesso edificio che sarebbe potuto e dovuto essere considerato quale il tempio di ogni sapienza, il delubro preposto a quel culto, tanto importante e pur incredibilmente trascurato dall’intera umanità, la biblioteca, avrebbe dovuto essere attribuito un valore tanto elevato quanto irraggiungibile, forse ancor più di luoghi maledetti quali la palude di Grykoo, sede di negromantici e terribili poteri arcani entro i cui confini alcun mortale avrebbe mai potuto condurre i propri passi sperando in un qualche avvenire.

La Biblioteca di Lysiath, fondata dalla e nella lungimiranza di storici sovrani tranithi e, solo successivamente, acquisita insieme alla medesima e intera provincia di Lysiath dal governo kofreyota quale pegno di un

iniquo patto di non belligeranza, era stata una delle più importanti, ricche

e fornite mai concepite in quell’angolo del continente di Qahr, un tempo

meraviglia tanto nota, e frequentata, dall’essere conosciuta, per nome e per fama, anche da coloro che mai avrebbero potuto spingersi al suo

interno per qualche utilità personale, dove incapaci a leggere, a dissetarsi

a quella fonte di conoscenza. Purtroppo, però, nel passaggio a Kofreya,

terra bramosa di conquiste, nonché da troppi anni impegnata sul proprio

fronte orientale nella guerra contro Y’Shalf, alla Biblioteca era stata negata

la propria stessa natura, il proprio ruolo, iniziando, un tempo, a limitarne

le possibilità d’afflusso, di visita, per giungere, infine, addirittura a proibirlo, nel timore che quell’edificio tanto importante, fondamentale, si sarebbe potuto offrire quale bersaglio per azioni belliche, rappresaglie da parte dei propri nemici. Nonostante l’oblio volutamente e paradossalmente gettato su quel luogo in nome della sua stessa protezione, la rovina era riuscita ugualmente a giungere a esso, non tanto in conseguenza dell’abbandono, dell’incuria lì riversati, peccati imperdonabili contro gli uomini e gli dei

tutti, quanto piuttosto da un incendio, ufficialmente attribuito a un’azione dolosa da parte di un qualche contingente y’shalfico, ma, in realtà, spiacevole conseguenza dell’azione volta alla sopravvivenza di un gruppo

di mercenari. Spintisi entro quelle mura nella volontà di ottenere alcune

informazioni ritenute essenziali per l’adempimento della propria missione, due uomini e due donne si erano ritrovati, loro malgrado, a dover dichiarare battaglia a un insolito e mostruoso esercito di gigantesche aracnidi, capeggiate da un abominio ibrido, una creatura metà

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donna e metà ragno. E proprio nel corso di tale scontro, il fuoco si era concesso ai guerrieri quale la sola speranza per godere dell’occasione di una nuova alba, spingendoli a dar luogo a tale tragedia, a un efferato e inaccettabile crimine contro l’intera umanità. Al fine di poter espiare la propria colpa, l’assurdo, inconcepibile delitto così commesso, la responsabilità del rogo all’interno del quale la meraviglia impareggiabile proposta dalla Biblioteca di Lysiath era andata perduta, i quattro mercenari avevano però accettato, chi di buon grado, chi meno, un particolare patto con un ancor più particolare individuo, uno studioso esterno a ogni canone, a ogni corte: un uomo di nome Sha’Maech. Questi, devoto unicamente alla propria filosofia e fede, allo studio e alla sperimentazione riconosciute quali proprie sole ragioni di vita, non avrebbe infatti mai potuto sopportare l'idea di un proprio, effettivo, coinvolgimento in quel tremendo incendio, dal momento in cui, in verità, era stato proprio egli stesso a indirizzarli verso simile meta, nella promessa di poterli aiutare in grazia al recupero di un particolare documento. E, per tale ragione, a propria volta bramoso di poter alleggerire lo spropositato carico gravante sul suo animo e cuore, lo studioso aveva richiesto loro l’impegno a condurre al proprio cospetto qualsiasi reperto accessorio recuperato in seguito all’adempimento di un qualche incarico, nella speranza di poter, lentamente ma costantemente, non tanto ripristinare il patrimonio perduto ma, almeno, porre le basi per un nuovo inizio, per la rinascita di una nuova grande Biblioteca.

In quegli ultimi anni, Sha’Maech aveva preso dimora in un anonimo villaggio della provincia di Kirsnya, nel regno di Kofreya, vivendo quale mercante all’interno di una propria bottega. In essa, egli era solito proporre quotidianamente, tanto agli abitanti del luogo quanto a visitatori occasionali, ogni genere di beni di consumo, cibo, materie prime, bevande, strumenti: una professione non particolarmente redditizia, dove relegata a un’area estremamente ristretta, e dove condotta in maniera statica e non itinerante, sempre in viaggio attraverso nuovi mercati alla ricerca di nuovi acquirenti, ma sicuramente onesta e che, comunque, non avrebbe sottratto tempo ad altre attività per lui considerate indubbiamente di maggiore importanza, quali lo studio e la ricerca. Chiunque, non conoscendolo, avrebbe probabilmente potuto considerarlo fuori dalla realtà, in quella campagna sperduta, lontano dal clamore delle grandi città, delle capitali: nel momento stesso in cui si avesse avuta occasione di una qualche confidenza con lui, però, ci si sarebbe immediatamente potuti accorgere di come quell’uomo, così originale, per non dire eccentrico, si sarebbe dovuto considerare altresì al centro dell’intero mondo. Ben poche erano, infatti, le questioni a lui

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sconosciute, le cronache a lui estranee, gli eventi, grandi o piccoli, da lui ignorati, al punto tale che fin troppo semplice sarebbe stato attribuirgli un sentore di stregoneria, nel non poter accettare tale apparente onniscienza quale semplicemente umana. E pur onorato dagli dei di una così incredibile dote, Sha’Maech non era mai stato solito ricercare un qualche abuso attraverso la stessa, la conquista di una posizione di potere, sebbene, se solo avesse voluto, avrebbe probabilmente potuto facilmente giungere allo stesso in virtù delle proprie facoltà. Al contrario egli aveva sempre preferito limitarsi a vivere serenamente la propria esistenza, proponendosi in ciò, effettivamente, quale più saggio di quanto si sarebbe altresì potuta definire la maggior parte degli appartenenti alla razza umana, soliti impegnare tutte le proprie energie non tanto alla ricerca di pace e tranquillità, quanto di predominio e sopruso.

Di tali dettagli, simili informazioni a riguardo di quel particolare uomo, del suo stile di vita e, soprattutto, della suo relazionarsi con il mondo a sé circostante, sì umile ma, al contempo, anche sicuro, forte, dove sapeva di poterselo concedere, Midda Bontor, donna guerriero appartenente al gruppo dei quattro mercenari segretamente coinvolti nell’involontaria distruzione della Biblioteca di Lysiath, nonché reale mano che aveva decretato il dirompente incendio che tanto orrore aveva generato, stava allora offrendo ragguaglio a Seem, proprio scudiero, anche allo scopo di occupare il tempo nell’ultima tappa del non breve percorso che li aveva visti diretti verso quella sperduta meta a occidente di Kofreya, partendo da Kriarya, città del peccato, posta altresì a oriente dello stesso regno. Il viaggio, ormai considerabile praticamente concluso nell’esser giunti fino a quel punto, sarebbe potuto essere oggettivamente valutato qual compiutosi in assoluta tranquillità. Attraversando senza particolare fretta, e pur privi di indolenza, le vaste e verdi pianure kofreyote, in un quieto clima primaverile, la donna e il ragazzo erano incorsi in soli due scontri armati: in un’occasione, impegnandosi in contrasto a un gruppo di briganti, e nell’altra, in opposizione a semplici banditi, tagliagole privi di arte o di parte che avevano bramato le loro vite e, ancor più, il loro oro. Tanto gli uni, quanto gli altri, però, erano stati accomunati dal medesimo fato, dalla stessa sorte, che aveva veduto i meno stolidi fra loro invocare la pietà della mercenaria e sopravvivere, nel mentre in cui i loro compagni, troppo orgogliosi o troppo stupidi per arrendersi, avevano avuto l’occasione di scoprire entro quali limiti le proprie fedi religiose avessero ragione o torto. Non a caso diverso tempo prima, entro il territorio di un arcipelago a ponente rispetto a quello stesso regno, la donna guerriero si era

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guadagnata il tributo offerto dal nome di Figlia di Marr’Mahew, dea della guerra in quella particolare tradizione culturale: figlia del mare in una giovinezza lontana, avventuriera e mercenaria da allora in avanti, superati

ormai i tre decenni di vita, ancor più di qualsiasi ballata composta attorno

al suo nome, sarebbe stata la sua stessa età a concedere vanto nel merito

della sua bravura, della sua pericolosità, dove se tale non fosse realmente stata, ella sarebbe certamente già caduta per mano di un qualunque avversario in epoche antecedenti. La sua, pertanto, non sarebbe potuta essere considerata quale semplice fama, enfatizzata gloria priva di fatti concreti a supporto della medesima e, per quanto, sicuramente, le canzoni

a lei dedicate esaltassero oltre misura la realtà rappresentata dalle sue

imprese passate, remote o recenti che esse fossero state, ella era, indiscutibilmente, la stessa donna guerriero che aveva ucciso una chimera; che era sopravvissuta alla palude di Grykoo; che aveva abbattuto un

ippocampo; che aveva trionfato nell’Arena di Garl'Ohr contro innumerevoli avversari, bestie e persino un tifone; che aveva ritrovato la corona della regina leggendaria Anmel… e molto altro ancora. In tutto ciò, ella era non una semplice mercenaria, una comune combattente, quanto piuttosto una donna capace di imprese fuori dal comune, lontane da ogni quotidianità, che non sarebbe mai potuta esser assoldata come qualsiasi altra professionista della guerra, ma che, al contrario, sarebbe dovuta esser conquistata non tanto nel diletto rappresentato dalla banale ricompensa per una missione quanto, invece, dalla stessa missione. E, ancora, ella era un’avversaria temibile per qualsiasi comune brigante o bandito, al pari dei disgraziati che avevano avuto la sfortuna di incorrere nel suo cammino.

«Sarebbe stato divertente lasciarti scoprire da solo che genere di persona sia Sha’Maech, così come è stato per me al nostro primo incontro…» concluse Midda nelle proprie spiegazioni, sorridendo tranquilla verso il compagno di viaggio «… ma ben conoscendo la timidezza tipica del tuo carattere, e considerando come questa, a tutti gli effetti, sia la seconda volta in tutta la tua vita che ti allontani dalla città del peccato, non vorrei correre rischi con qualche tua reazione d’imbarazzo nel confronto con lui.» «Ritieni davvero che egli non solo possa aver avuto notizia della mia presenza al tuo fianco, ma, addirittura, possa conoscere anche dettagli personali su di me, per quanto io non sia una figura pubblica al tuo pari, mia signora?» domandò il giovane con incertezza, non sapendo effettivamente cosa attendersi a tal riguardo, non volendo porre in dubbio le parole del proprio cavaliere e, malgrado tutto, trovando difficile accettare simile realtà.

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«Credo che il tuo maestro non abbia mancato, nel corso del tuo addestramento, di sottolineare come sia la mente, più del corpo, a poter marcare le sorti di un duello, di una qualsiasi impresa, da parte di un guerriero.» rispose ella, tornando a osservare il cammino innanzi a loro, per quanto i cavalli fossero sufficientemente autonomi da non richiedere alcun intervento da parte dei propri passeggeri umani per condurre un viaggio tanto sereno, per seguire un sentiero tanto lineare quale quello così affrontato. «No, infatti.» scosse il capo Seem, nello spingere con nostalgia i propri ricordi al mentore recentemente perduto, assassinato a tradimento da due prostitute prive di senno, per ragioni rimaste purtroppo ignote. «Ripensa, qual esemplificazione, alla nostra recente indagine » propose la donna, nell’accennare in ciò proprio all’inchiesta che aveva avuto modo di chiarire le dinamiche di quella tragica morte «Ti ha forse lasciato sorpreso il modo in cui è stata affrontata da parte mia? Al di là delle scaramucce che ci hanno impegnato nel corso della medesima…» «Sì, mia signora. Non posso negarlo, come ben sai.» ammise egli, annuendo vivacemente, rivolgendole la propria più totale attenzione «In soli due giorni hai svelato quanto era stato ignorato per intere settimane, mesi addirittura, da tutta la capitale… straordinario!» «Troppo buono.» negò la mercenaria, senza falsa modestia nel non ritenere, sinceramente, di aver compiuto alcuna grande impresa, avendo ella solo voluto porre in dubbio l’evidenza che tutti gli altri avevano, affrettatamente, considerato quale trasparente verità «Non voglio esagerare, ma mi sento sufficientemente sicura nell’affermare che Sha’Maech sarebbe riuscito a ottenere lo stesso risultato non in due giorni quanto piuttosto in due ore. O probabilmente anche meno…» «Bontà divina!» esclamò l’altro, sinceramente impressionato da quell’affermazione e, ancor più, dall’onesto e straordinario apprezzamento espresso dalla propria signora, complimento che non avrebbe assolutamente permesso di considerare il soggetto di simili parole quale un individuo comune.

La Figlia di Marr’Mahew sorrise di fronte all’esternazione di stupore offerta dallo scudiero. Ben conoscendo il giovane e sapendo come il rapporto del medesimo con la fede lo ponesse più prossimo alla miscredenza che a una qualche devozione religiosa, quei termini non poterono che essere da lei interpretati quali sintomo di un’enfasi che, probabilmente, non sarebbe stata ravvisata in altri interlocutori nell’utilizzo di una pur eguale proposizione. Seem, del resto, viveva verso di lei, per lei, un sentimento di assoluta devozione tale da proporre quale straordinaria, se non addirittura improponibile, l’idea stessa dell’esistenza

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di qualcuno in grado di surclassarla in quei termini. E, pertanto, il fatto

che proprio la mercenaria stesse dichiarando tale limite non avrebbe potuto che sconvolgerlo, scandalizzarlo, generando in conseguenza di ciò il ricorso all’invocazione divina da lui appena formulata.

«Dovremmo forse temere quest’uomo, invece di ricercarlo…» commentò il ragazzo, ora con tono più moderato, voce più bassa, quasi confabulando fra sé e sé ancor prima di proporsi alla propria signora. «Se egli avesse espresso qualche voto in nostro contrasto, sicuramente sarebbe per noi un avversario formidabile, dotato di una capacità strategica, un intelletto, superiore a quello di qualsiasi guerriero veterano con il quale mi sia mai scontrata, dei più illustri mecenati presso i quali abbia mai offerto i miei servigi.» confermò la donna «Ma per nostra fortuna, neppure in conseguenza dell’immane catastrofe occorsa nella Biblioteca di Lysiath, Sha’Maech ha ceduto all’ira, preferendo assumersi, a mio avviso innocentemente, una parte di responsabilità e impiegare, in conseguenza di quanto avvenuto, le capacità mie e dei miei tre compagni

di

ventura in qualcosa di più costruttivo di una semplice vendetta…» «Ragione per la quale hai accumulato tutto quel… materiale… durante

la

tua ultima avventura nel regno di Y’Shalf e ora stai compiendo questo

viaggio per condurlo fino a lui.» annuì lo scudiero, volendo offrire riprova

di aver compreso le motivazioni alla base di quel loro trasferimento

altrimenti privo di significato.

Nell’avvertire però il tono apatico, quasi negativo, espresso dal termine scelto per indicare il buon numero di rotoli di pergamena costituenti il loro vero bagaglio in quel momento, Midda non tentò neppure di trattenere un riso cristallino, che risuonò nell’aria attorno a loro. Non espressivo di sarcasmo verso di lui, di sberleffo nei suoi confronti, sarebbe dovuto essere interpretato quel suo reagire, quanto piuttosto trasparente di un divertimento sincero e innocente, scatenato dal ribrezzo tanto mal celato nei confronti della cultura, soprattutto dove posta per iscritto…

«Credo che andresti estremamente d’accordo con Howe e Be’Wahr, se solo aveste l’occasione di incontrarvi.» dichiarò poi, a spiegazione di tanta ilarità «L’espressione, che offrirono alla povera Carsa in conseguenza del suo tentativo di offrire loro un testo di apprendimento, sarebbe andata in perfetto accordo con i sentimenti da te tanto apertamente condivisi nel rivolgerti ai documenti che stiamo trasportando.»

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«Non comprendo, mia signora…» ammise il giovane, lievemente imbarazzato, non tanto in conseguenza del divertimento della donna quanto per la propria stessa difficoltà ad apprezzare tali parole. «Beh… anche loro due, i baldi rappresentati del genere maschile in quella missione per conto di lady Lavero, la stessa nel corso della quale conobbi per la prima volta Sha’Maech, non si sono mai mostrati particolarmente entusiasti nel rapporto con la parola scritta. Al contrario…» cercò di approfondire meglio, sorridendo serenamente verso il proprio scudiero «Oserei quasi affermare che entrambi, in quell’occasione, accolsero con minor timore la sfida derivante dal confronto con una schiera di famelici cerberi nel cuore di un vulcano della Terra di Nessuno, piuttosto che quella con gli impolverati scaffali della Biblioteca di Lysiath.» «Se gli dei avessero ritenuto necessario per noi saper leggere e scrivere, non avrebbero reso tale arte tanto arcana.» rispose con lieve stizza il ragazzo, storcendo le labbra verso il basso, in una reazione spontanea per quanto non indicativa di un suo stato d’ira nei confronti del proprio cavaliere. «Innanzitutto lascia stare gli dei dove sono… soprattutto dove neppure credi alla loro esistenza.» intervenne la mercenaria, con voce tranquilla e ancora leggermente divertita per quella nuova risposta, quel tentativo di evasione dalle accuse rivoltegli «In secondo luogo, seguendo questo ragionamento neppure la caccia, la pesca, l’agricoltura, qualsiasi mestiere artigiano o la stessa guerra avrebbero dovuto essere parti della natura umana, in quanto attività complesse, tutt’altro che elementari da apprendere o, anche solo, da insegnare…» «Non è mio desiderio contrariarti, mia signora… ma ho davvero difficoltà a ritenere la lettura o la scrittura esercizi tanto fondamentali per l’umana sopravvivenza.» «Infatti non dovrebbero essere considerati necessari per sopravvivere, quanto piuttosto per vivere.» replicò con dolcezza, voltandosi nella direzione del proprio interlocutore «Comunque, anche in un contesto di mera sopravvivenza non si dovrebbe ugualmente evitare di ritenerli utili, dove essi concedono alla nostra mente la possibilità di acquisire nuova forza… nuovo potere… esattamente nello stesso modo in cui un allenamento quotidiano aiuta le nostre membra a non perdere tonicità, elasticità, potenza. E come pocanzi accennavamo, anche per un guerriero la mente si pone fondamentale non meno del cuore, dell’anima o dello stesso corpo.» «Però, se vorrai concedermi perdono per il mio osare, dovendo scegliere fra ciò che hai descritto come un tesoro di valore incalcolabile per

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l’umanità, quale era il contenuto della Biblioteca, e la tua stessa vita, anche tu non hai avuto esitazioni di sorta.» volle sottolineare Seem. «Non posso negarlo.» riconobbe ella, curvando le labbra verso il basso nel dispiacere del ricordo del quale, comunque, non avrebbe potuto essere fiera. «Senza poi scordare come tu abbia marcato che persino costui, Sha’Maech, che allo studio ha dedicato la propria intera esistenza, non sia in grado di vivere delle proprie arti intellettuali, ritrovandosi ugualmente costretto a impiegarsi in attività di natura estremamente diversa.» insistette egli, offrendo finalmente spazio alla propria voce come ella spesso lo aveva incentivato a fare in passato.

Quell’ultima osservazione, in verità, non sarebbe potuta essere completamente a lui attribuibile, in quanto espressione di un pensiero comune, di un’idea estremamente diffusa. Purtroppo, infatti, secondo l’opinione dei più, impiegare il proprio tempo a infierire su un foglio con una penna e dell’inchiostro o, peggio, penalizzare la propria vista nello sforzo di restare concentrata su variegati segni posti in un qualche ordine idealmente significativo da un'altra persona, non avrebbe mai aiutato alcuno a migliorare il proprio tenore di vita, a procacciarsi quanto necessario per nutrirsi e dissetarsi, curarsi e riposarsi, come altresì sarebbe stato l’apprendere un qualche mestiere di sorta, fosse quello del contadino, dell’allevatore, dell’artigiano, del mercante o, in alternativa, del guerriero. Un giudizio, condivisibile o no, il quale purtroppo, nel confronto con una realtà simile a quella in cui tutti loro erano abituati a vivere, difficilmente sarebbe potuto esser contraddetto, ragione per cui la mercenaria volle nuovamente riconoscere coerenza all’argomentazione propostale.

«Anche in tal senso non posso offrire voce contraria.» ammise, pertanto «Quel che invece mi piacerebbe denotare è come tu sia passato, non so se con reale malizia o con altrettanta sincera ingenuità, da un estremo all’altro, cercando ora di difendere la tua posizione nel contrastare un’informazione altresì da me mai formulata in precedenza.» «Mia signora?» «In verità non credo di aver mai espresso alcuna affermazione nel merito della possibilità per un uomo o una donna di vivere unicamente dell’arte del leggere o dello scrivere… o più in generale dei meravigliosi doni derivanti dalla cultura, dall’arricchimento intellettuale offerto da un’infinità di testi.» definì, tornando a osservare l’orizzonte «Non potrei oggettivamente mai dichiarare qualcosa del genere, dove rischierei altrimenti d’esser io stessa identificata quale ipocrita, dal momento in cui

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all’arte della guerra offro il mio primo interesse, ancor più che all’umanesimo.» «Ciò nonostante, credo che tu debba ugualmente riconoscermi la possibilità di ritenere come scrivere, leggere e far di computo, per lo meno, non dovrebbero essere attività giudicate tanto superficialmente come, al contrario, solitamente si preferisce fare.» proseguì ella, ormai a voler concludere il discorso con un punto fermo, nel sancire un’opinione per lei irremovibile «Ovviamente, per quanto possa riguardarci, non potrei mai costringerti in tal senso, neppure quale tuo cavaliere… né, sinceramente, vorrei farlo. Posso, comunque, augurarmi che nel corso del tempo, l’esperienza, la maturità, ancor prima che la necessità, ti spingano a desiderare di colmare questa tua lacuna, questo tuo limite, fosse anche solo per non dover mai dipendere da altri…»

Qual reazione a quelle parole, Seem propose il proprio silenzio, una laconicità che valse probabilmente più di molte frasi, di altre fragorose espressioni che avrebbero, in alternativa, potuto occupare quel medesimo arco di tempo. Trasparenti in simile quiete, del resto, si sarebbero potute rivelare soltanto due emozioni, fra loro tanto antitetiche al punto da non poter concedere spazio a gradi intermedi, a sfumature più complesse e meno evidenti: assoluta indifferenza o totale coinvolgimento. Da un lato, infatti, egli avrebbe potuto accogliere quell’auspico, comunque sincero nei suoi riguardi, con completo disinteresse, sebbene difficile sarebbe stato ritenere che un tale sentimento avrebbe potuto dominare il cuore del giovane nel confronto con la propria signora, con colei per la quale aveva osato porre in gioco la propria intera esistenza, stravolgendola con audacia, con coraggio, trasformandosi da semplice garzone a scudiero di una delle mercenarie più famose di quell’angolo di mondo, nella sola volontà di porsi al suo servizio, al suo seguito. Su un altro fronte, più realisticamente, egli avrebbe invece potuto offrire verso la propria interlocutrice e le sue opinioni un aperto desiderio di confronto tale da indurlo a una sincera e profonda riflessione, a una nuova analisi di quelli considerati fino a quel momento dei valori forti, inviolabili. E la tranquillità così scesa, imprevista e imprevedibile, fra la coppia di viaggiatori si protrasse, incredibilmente, per diverse ore, vedendo in ciò entrambi i protagonisti di tale episodio continuare silenti nel proprio percorso, nel proprio cammino, con la volontà di poter giungere prima di sera a destinazione, di poter concludere entro il tramonto quell’itinerario per il compimento del quale, certamente, non avevano alcuna fretta sebbene, comunque, non avrebbero avuto neppure ragioni per prolungarlo più del dovuto.

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Sean MacMalcom

22 Sean MacMalcom A bituata a viaggiare da sola, ad attraversare vaste province e interi regni,

A bituata a viaggiare da sola, ad attraversare vaste province e interi regni, a cavallo o a piedi, venendo accompagnata unicamente dal canto prodotto dal vento, dal respiro caldo della terra, dalla presenza discreta del sole, di giorno, o delle stelle, la notte, la

Figlia di Marr’Mahew non avrebbe potuto mal sopportare, è non lo fece, quella quiete, quel silenzio, per lei invero più familiare, più confidente, di quanto non sarebbe potuto altresì essere il continuo chiacchiericcio con il proprio scudiero. Ovviamente, nelle ore antecedenti a quell’ultima evoluzione, così come nei giorni ancora precedenti, ella non aveva mai imposto di tacere al giovane compagno di ventura, tentando addirittura di spronarlo a parlare con lei, per offrirgli maggiore confidenza nei propri

confronti, consapevole di come, altrimenti, agli occhi di quel ragazzo ella sarebbe rimasta sempre quale irraggiungibile, inarrivabile, molto più di quanto non avrebbe mai dovuto essere un cavaliere all’attenzione del proprio scudiero. Un’azione non dovuta nei suoi riguardi, una premura forse considerabile eccessiva verso un semplice subordinato, soprattutto da parte di chi mai aveva ricercato una figura di quel genere al proprio fianco, mai aveva desiderato godere di una simile compagnia nel corso delle proprie imprese, delle proprie missioni.

Se le avessero domandato la ragione, la motivazione di tanta benevolenza nei riguardi di colui che sarebbe da lei dovuto essere accolto solo quale un ostacolo, un inutile impaccio, in effetti, ella non avrebbe probabilmente saputo quale risposta formulare, quale ipotesi avallare con le proprie stesse parole. Di certo, inizialmente, ella aveva riconosciuto al ragazzo la possibilità

di concorrere al raggiungimento di un tale traguardo, del sogno a lei

confidato, solo quale volontario compenso per l’assistenza e il riserbo da

lui stesso prestatole in un momento di grave infermità, di profonda

debolezza, dal quale ella avrebbe anche potuto non trovare sopravvivenza

se solo non vi fossero state delle figure realmente amiche a vegliare sul

suo riposo, sulla sua guarigione. Ormai, però, ogni possibile debito esistente fra loro avrebbe dovuto esser considerato quale saldato, quale assolto, non solo nell’occasione effettivamente riconosciuta al giovane, ma anche nell’averlo supportato in quella sua ascesa personale, guidandolo fra l’altro all’incontro con colui che sarebbe poi stato per lo stesso un maestro, un mentore, i cui insegnamenti, la cui formazione, sarebbe stata

necessaria per trasformare un semplice garzone in un intrepido scudiero.

MIDDA’S CHRONICLES 23

Ciò nonostante, benché non più vincolata dal proprio onore nei riguardi del ragazzo, ella lo aveva ancora voluto accanto a sé, lo aveva personalmente invitato a seguirla anche solo in un viaggio tanto banale, privo di particolari obiettivi. Forse, anche la mercenaria, così come entrambi coloro che avevano accolto Seem nella propria casa, nella propria vita, offrendogli la possibilità di trovare il proprio destino, la propria sorte, era stata

inconsciamente spronata da un qualche istinto materno nei suoi riguardi,

da un affetto neppure per lei coscientemente noto, evidente, trasparente, e

pur tale da riconoscergli un ruolo da figlioccio, da pupillo, un possibile erede del proprio ruolo, se non addirittura del proprio nome, per quel futuro, che sperava comunque lontano, in cui anch’ella avrebbe incontrato un avversario a sé superiore, che sarebbe riuscito ad avere la meglio su di lei condannandola all’eternità rappresentata dalla polvere della pira

funebre. Un’ipotesi, in verità, a cui solo il tempo avrebbe potuto offrire ragione o torto, avrebbe saputo donare maggiore chiarezza, trasparenza, innanzitutto alla stessa attenzione della donna guerriero, da sempre dimostratasi tutt’altro che esperta o confidente nella gestione dei propri affetti, dei propri sentimenti nei confronti delle persone a sé vicine.

«Domando scusa per l’interruzione che la mia voce imporrà sopra al filo dei tuoi pensieri, ragazzo mio.» scandì Midda, ritrovando inaspettatamente parola «… ma credo possa interessarti apprendere che siamo arrivati.» «Oh…» commentò, banalmente, Seem, scuotendosi dalla propria concentrazione nell’essere così richiamato, e focalizzando poi l’immagine posta innanzi ai propri occhi, prima da lui assolutamente ignorata.

All’orizzonte di ponente, infatti, poco più in basso della posizione

ormai occupata dal lucente sole, si stava finalmente offrendo loro il profilo

di un piccolo villaggio, nulla più di un insediamento agricolo, come molti

altri che già avevano avuto modo di attraversare fino a quel momento, ma caratterizzato dall’unicità di essere esattamente la meta da loro ricercata, la destinazione finale di quel loro viaggio, ben lontano dal potersi qualificare quale semplice peregrinazione giustappunto nell’esistenza di un obiettivo da raggiungere.

«Avanti… andiamo che non manca molto!» incitò ella, sorridendo apertamente «E, sempre nel predisporti a ciò che potrebbe attenderci, non voglio negare un deciso desiderio nei confronti della bevanda allo zenzero

la cui ricetta il buon vecchio Sha’Maech ha appreso dalla lontana Hyn…

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un ottimo composto per pulirsi la gola dalla polvere, soprattutto dopo una lunga cavalcata.»

Spronando i propri equini a completare quell’ultimo tratto, per condurli fino alla bottega del sapiente, la donna e il ragazzo si avvicinarono al villaggio con maggiore entusiasmo nel proprio movimento, nella cavalcata da loro controllata.

In quel mentre, essi poterono così notare un numero sempre crescente

di particolari peculiari di quel luogo, degli edifici lì eretti, delle recinzioni

lì distribuite: fra simili dettagli, ovviamente, immancabili si proposero le sagome degli abitanti stessi, identificabili in piccoli gruppetti a loro volta

in movimento verso casa, diretti, data l’ora, dai campi alle proprie tavole,

nel rispetto dei ritmi della loro serena quotidianità, del termine di un’altra giornata di duro lavoro, di confronto aperto con la terra e le sue regole rigide e inviolabili. Ma non tutte le figure che i loro occhi poterono distinguere, in quel rapido avvicinamento, furono in grado di dimostrarsi quali umili contadini, allevatori o artigiani, tipici ruoli lì attendibili, dove due profili maschili, stagliati sotto i raggi del sole calante, non poterono celare una natura decisamente diversa, trasparente di una professione assolutamente estranea a quelle così elencate.

«Mia signora…» richiamò il giovane, innanzi a quell’inattesa visuale, nella retorica volontà di avvertirla di un potenziale pericolo, sebbene fosse ovviamente conscio di come ella non avrebbe potuto evitare di cogliere a propria volta simili presenze. «Ho visto.» non mancò di confermare la donna, aggrottando la fronte

e cercando di aguzzare lo sguardo per riuscire a delineare meglio la natura di quelle due presenze estranee, inattese, impreviste «Tieni pronta

la mia spada, Seem. Mi spiacerebbe doverla utilizzare, ma se così sarà

richiesto, non mancherò di farlo…»

Istintivamente la mano del giovane si spostò sul fodero all’interno del quale era trasportata, contenuta, protetta la lama della mercenaria, quella

sua straordinaria arma forgiata nella lega azzurra tipica della lavorazione dei fabbri figli del mare, uno splendido artefatto a lei donato da coloro i quali le avevano riconosciuto anche il tributo derivante dal nome di Figlia

di

Marr’Mahew. Nell’assolvimento del proprio ruolo, del proprio compito

al

fianco del suo cavaliere, simile prezioso oggetto era stato ormai a lui

affidato, con l’incarico di mantenerne la lama sempre pulita, lucente, affilata, pronta alla pugna in qualsiasi momento, ed egli non aveva mancato di operare in tal senso in quegli ultimi giorni, nel corso di quel viaggio, prendendosi cura di quello strumento di morte come del più

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importante fra tutti i tesori, non volendo assolutamente rischiare di

scontentare la propria signora, di contrariarne i desideri, di disonorare la fiducia concessagli. Ma quando, ormai, nell’approssimarsi alla meta, le dita dello scudiero

si stavano già iniziando a impegnare al fine di scogliere i legacci che

saldavano quel fodero alla propria sella, per essere pronto a porgerlo alla donna guerriero come già era accaduto in ogni precedente occasione di scontro, fu ella stessa a negare simile necessità, levando la mano ad arrestarlo e lasciando aprire, sul proprio volto, un ampio sorriso al contempo divertito e compiaciuto.

«Per Thyres!» esclamò, sciogliendo la tensione inevitabilmente accumulata nel confronto con l’ipotesi di un nuovo combattimento «Se questa non fosse l’espressione di una volontà divina, non saprei come poterla altrimenti descrivere…»

Non avendo ancora avuto modo di comprendere di cosa ella stesse parlando ma, ciò nonostante, fidandosi ciecamente della propria compagna, di colei che aveva giurato di servire, Seem arrestò la propria

azione sui lacci, altresì rinsaldandoli nell’attesa di riuscire a delineare a sua volta che cosa stesse accadendo. Un’aspettativa che non lo deluse, che non lo tradì, là dove poco dopo, a sua volta, egli ebbe modo di riconoscere

le identità della coppia di uomini ora in loro attesa, avendoli individuati e,

trasparentemente, identificati, come due mani levate in segno di saluto

non avrebbero permesso di equivocare. Sebbene allo scudiero non fossero mai stati introdotti ufficialmente, apertamente, i componenti che, insieme alla sua signora, avevano formato il gruppo scelto di lady Lavero, coloro i quali erano riusciti a recuperare la corona della regina Anmel dove, fino a prima di tale impresa, viva controversia aveva caratterizzato la sola idea dell’esistenza di quell’arcaica figura, dominatrice per secoli sull’intera area conosciuta quale continente

di Qahr, il giovane aveva ugualmente avuto modo di incontrare in almeno

un’occasione tanto Carsa, quanto Howe e Be’Wahr, quand’essi avevano accompagnato Midda in una fugace tappa presso la città del peccato, nel corso di quella stessa famosa missione. E forte di simile esperienza, della conoscenza sul loro aspetto, sui loro volti, egli non ebbe in quel nuovo momento difficoltà a riconoscere proprio i due fratelli mercenari quali coloro che ora stavano levando le proprie mani in loro accoglienza… o, più propriamente, in accoglienza della Figlia di Marr’Mahew.

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«Midda Bontor!» gridò Be’Wahr, avanzando a sua volta verso di loro con passo sostenuto, nella dimostrazione di evidente entusiasmo al pensiero di poter accogliere la donna in avvicinamento. «Biondo!» sorrise ella, in risposta al vecchio compagno, il quale forse non si era mai dimostrato eccellere in modo particolare sotto un punto di vista intellettuale, ma che, sicuramente, era stato altresì sempre sincero e trasparente nei propri sentimenti, negando ogni malizia, ogni secondo fine, al punto da guadagnarsi il suo sincero rispetto.

Smontando da cavallo ancor prima che questo arrestasse il proprio cammino, ella cercò immediatamente contatto con l’uomo, tendendo nella sua direzione entrambe le proprie braccia, in un segno di sincera fiducia nei suoi riguardi, un saluto che si sarebbe potuto giudicare raro e prezioso già nell’esser offerto da parte di chiunque, ma che, nel particolare caso rappresentato dalla donna guerriero, sarebbe dovuto esser inteso dotato di un significato ancor più speciale, prezioso, importante. Non a caso, per il mercenario, simile possibilità era stata raggiunta solo a seguito di un’avventura intensa come la loro, tale da creare fra quattro persone prima completamente estranee un’intesa, una complicità raramente individuabile altrove.

«E’ incredibile come tu riesca a dimostrarti più bella a ogni nuovo incontro, dove il resto di noi comuni mortali si limita a invecchiare e imbruttire…» commentò egli, accogliendo naturalmente il suo saluto e ricambiandolo, nel porre le proprie mani su quelle a lui concesse, con delicatezza. «Howe… tuo fratello ha forse seguito un corso di galanteria?» domandò la mercenaria, cercando con lo sguardo lo shar’tiagho poco distante, anch’egli ormai in avvicinamento verso di loro, canzonando nel mentre, con dolcezza, Be’Wahr per quello squisito complimento. «Figurati. Anche ammesso che esistesse una simile scuola e che egli l’avesse frequentata, del resto, non avrebbe potuto ugualmente apprendere nulla, zuccone qual si ritrova a essere…» replicò l’uomo, così interrogato «E, per la cronaca, ti consiglio di non farti ingannare da tutti i suoi modi apparentemente raffinati: sta solo cercando di imitarmi senza molto successo. Fai conto che tali parole siano state pronunciate da parte mia… te ne prego.» «Ma… non è vero, razza di farabutto!» protestò il biondo, sciogliendo il saluto con Midda solo per voltarsi, incollerito, verso l’altro «Se solo tu non fossi tu, a quest’ora avresti già una bella fila di denti rotti, Howe!» «Incredibile che tu sia riuscito a scandire una frase di questa portata senza incespicare…» insistette il compagno, nel mentre in cui, raggiunta a

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sua volta la mercenaria, non mancò di tendere anch'egli verso di lei le proprie braccia in segno di saluto.

Howe e Be’Wahr, uniti dal fato ancor prima che dal sangue, erano cresciuti fin dalla più tenera età uno accanto all’altro, qual fossero realmente fratelli per quanto figli di genitori diversi. A evidente riprova dell’amicizia che aveva da sempre caratterizzato le loro stesse famiglie, i due mercenari si erano ritrovati a crescere ognuno con il nome che sarebbe dovuto spettare all’altro, creando da subito quello stesso bizzarro binomio che, negli anni a seguire, non sarebbe più stato sciolto. Per tal ragione, quindi, Be’Wahr, sebbene chiaramente di sangue non shar’tiagho, nel candore della propria pelle e nel biondo oro dei propri capelli, proponeva un nome inequivocabilmente riferito a quelle terre prossime ai regni centrali; nel mentre in cui, al contrario, Howe sì discendente di antenati di Shar’Tiagh, come nulla nel suo aspetto avrebbe evitato di sottolineare, con un’epidermide bronzea e scuri capelli legati in strette treccine, si presentava con il nome che sarebbe dovuto essere proprio del fratello. Il loro legame, comunque, trascendeva enormemente quello che sarebbe potuto semplicemente essere proposto dal loro scambio di nome o da un’infanzia comune. E così, nonostante essi potessero proporsi in conflitto costante l’uno con l’altro, con battutine ironiche di varia natura come stava avvenendo anche in quello stesso momento, il sincero affetto che li legava l’uno all’altro non sarebbe mai potuto essere posto in discussione. Tanto uno quanto l’altro avrebbero volentieri sacrificato le proprie vite, senza la minima esitazione, al solo scopo di preservare quella dell’amico, del fratello e di simile realtà entrambi erano consapevoli e, probabilmente, orgogliosi.

«E’ un piacere ritrovarti, Midda.» commentò Howe, nel voler concludere il battibecco da lui stesso aperto con Be’Wahr «Anche se, in verità, dobbiamo ammettere come il tuo arrivo non ci avrebbe potuti cogliere di sorpresa, visto quanto organizzato da quel vecchio matto di Sha’Maech…» «So che non è bello da sottolineare, e che dovrei dimostrarmi molto più matura di quanto non stia per fare, ma… cosa ti avevo detto?» domandò la donna, rivolgendosi con un ampio sorriso nella direzione del proprio scudiero, a voler ribadire l’evidenza implicita in quella stessa affermazione. «Chissà perché, ma ho una bizzarra sensazione di déjà vu…» commentò il biondo, sorridendo sornione nell’ascoltare quell’ultima

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particolare questione retorica, nel ricordo di quando era stato egli stesso a proporla verso mercenaria, in un frangente del tutto similare a quello. «Vorreste lasciarmi credere che egli già sapeva del nostro arrivo?!» chiese il giovane accompagnatore della mercenaria, con trasparente stupore, ritrovandosi in difficoltà nell’accettare un’eventualità di quel genere, per quanto essa fosse ugualmente appena occorsa «E’ forse un oracolo, colui che con tanta confidenza si pone in grado di perscrutare nelle trame del tempo, anticipando eventi futuri?!» «In verità, non ci è dato di sapere se Sha’Maech stesse attendendo l’arrivo di entrambi: di certo, però, doveva aver previsto che Midda Bontor avrebbe ricondotto i propri passi verso queste terre, verso questo villaggio, così come in effetti è stato.» definì lo shar’tiagho, nel concedergli risposta, salvo poi proseguire ora a sua volta interrogativo «Ma… giusto per completezza, tu chi dovresti essere?»

Scusandosi, a quel punto, per non aver ancora proposto le necessarie presentazioni, la Figlia di Marr’Mahew provvide immediatamente a tale mancanza, introducendo senza ulteriore indugio la persona e il ruolo di Seem ai propri vecchi compagni di ventura. Per quanto poco Howe e Be’Wahr avrebbero potuto far vanto di conoscere a fondo la vita della mercenaria, essendo dopotutto entrati a far parte della medesima solo in tempi sufficientemente recenti, entrambi non poterono ugualmente evitare di dimostrarsi e dichiararsi decisamente stupiti dalla notizia che ella avesse accettato al proprio fianco uno scudiero. Infatti, per quanto anche ai loro occhi ella non si sarebbe potuta definire estranea alla vita sociale, al lavoro in gruppo, la donna si era sempre altrimenti proposta quale animata da un carattere solitario, ben lontana dal poter prevedere una presenza costante accanto a sé quale, invece, sarebbe inevitabilmente stata quella di un simile accompagnatore.

«Se sei contenta tu… beh… non sarò di certo io a contrariarti, criticando le tue scelte in tal senso.» commentò lo shar’tiagho, al termine delle brevi ma esaustive spiegazioni nel merito di come e quando fosse iniziato il rapporto fra lo scudiero e il suo cavaliere. «Sempre il solito!» rimproverò il biondo verso il fratello, al contrario tendendo solo il proprio braccio destro nella direzione del ragazzo, ora smontato da cavallo, ad accoglierlo fra loro, se pur senza, ovviamente, quella stessa completa fiducia che sarebbe stata dimostrata offrendogli entrambe le proprie mani «I miei complimenti per la tua conquista… Seem! Solo per esser riuscito a divenire scudiero di Midda Bontor, probabilmente, passerai alla storia molto più di quanto non saremo mai capaci di fare mio fratello o io!»

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«G…grazie.» tentennò il ragazzo nell’accettare quel saluto e nel ricambiarlo, dimostrandosi però naturalmente imbarazzato per le ultime parole donategli, giudicate quali troppo generose. «Piuttosto, ditemi…» intervenne la Figlia di Marr’Mahew, nel cogliere immediatamente le emozioni del giovane e, in questo, nel voler cambiare discorso, al fine di non far pesare simile momento su di lui più del dovuto «… ho compreso male, oppure poco fa avete indirettamente accennato al fatto che Sha’Maech non sia attualmente presente?» «Non erri.» confermò Be’Wahr, annuendo vivamente e sciogliendo la stretta scambiata con Seem «Siamo arrivati qui ormai da una settimana, ma di lui non abbiamo avuto modo di cogliere la minima traccia…» «I paesani hanno saputo semplicemente confermare il fatto che egli è partito tempo fa, intorno all’inizio del nuovo anno. Ma da allora non ne hanno più avuto notizie.» proseguì Howe, invitando la mercenaria e il suo accompagnatore, da lui accolto senza particolare enfasi e alcun saluto a differenza del fratello, a seguirlo nella direzione della bottega non lontana «Credo… crediamo… però, che egli abbia lasciato un messaggio proprio per te, nell’anticipare la tua venuta.» «Una preveggenza estremamente razionale, dove il patto che vincola noi tre, e Carsa, non ci offre molte alternative dal fare ritorno a questa meta con una cadenza forzata, periodica o saltuaria che essa sia. » denotò la donna, nel chiarire l’arcano celato dietro a quell’apparente mistico potere, nel mentre in cui, afferrando le briglie del proprio cavallo, si pose al seguito dell’uomo «Ma… avete forse messo a frutto il volume regalatovi dalla nostra affascinante compagna, per essere riusciti a cogliere simile informazione?» «Intendi riferirti a quello per imparare a leggere e scrivere?!» domandò il biondo, sorridendo «Oh… no. Lo porto sempre dietro con me e, non lo nego, spesso si presta come ottimo guanciale sul quale trovare riposo la sera… ma negli ultimi mesi abbiamo avuto altre priorità a cui offrire la nostra attenzione.» «E, poi, rovinerebbe la nostra reputazione…» commentò ironico lo shar’tiagho «Siamo due uomini d’azione, non due noiosi intellettuali.»

Un’occhiata rivolta nella direzione dello scudiero da parte della donna guerriero si propose, in conseguenza di quelle ultime parole, quale tacita latrice di un secondo: «Cosa ti avevo detto?» Ben lontani dal voler smentire le descrizioni da lei formulate a loro riguardo, infatti, i due fratelli avevano concesso conferma a quanto da lei anticipato in riferimento alla comune veduta nel merito della cultura da parte loro e del giovane, screditando, se pur scherzosamente, i valori che ella, ingenuamente, aveva appena ipotizzato potessero essere diventati

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cari anche a loro. E Seem, pur comprendendo il silenzioso messaggio da parte della sua signora, non poté fare altro che stringersi nelle spalle, continuando a condurre a sua volta il proprio cavallo in quell’ultimo breve tratto di strada e mantenendo assoluto silenzio a tal riguardo: del resto, fermo anch'egli sulle proprie precedenti posizioni, non avrebbe potuto che confermare quanto proposto dalla coppia, sebbene ciò avrebbe ovviamente contrariato la propria signora.

«Comprendo…» annuì ella, senza celare evidente sarcasmo nel proprio tono e nella propria espressione «Sarebbe drammatico se si diffondesse la notizia che due bestie da soma come voi abbiano addirittura imparato a leggere o scrivere… e tutte le vostre donne, certamente, resterebbero scandalizzate nell’apprendere dell’esistenza di un cervello all’interno della vostra scatola cranica.» «Eh sì!» confermò Be’Wahr, non cogliendo immediatamente il reale senso di quella critica «Puoi ben dirlo…» «Dei… perché mi avete donato un fratello tanto idiota?!» si chiese Howe, al contrario, levando lo sguardo al cielo nell’approfittare di quell’occasione per punzecchiare il compagno, consapevole di essere stato altrimenti posto a sua volta in scacco dalle parole della donna. Trattenendo una composta risata, in conseguenza del divertimento naturalmente propostole da quella coppia e dai loro confronti, Midda decise di proseguire, prima di perdersi in troppe chiacchiere: «Non comprendo, comunque, come siete stati in grado di accogliere un messaggio da parte di Sha’Maech, dove non lo avete certamente letto.» incalzò, curiosa. «Oh… beh… come avrai modo di capire meglio una volta entrata, Sha’Maech doveva aver previsto anche il nostro arrivo, prima del tuo. E ha fatto in modo di lasciare qualcosa che saremmo stati in grado di apprezzare anche noi.» rispose lo shar’tiagho, cercando di celare l’imbarazzo derivante da una simile affermazione dietro un largo sorriso.

E, in effetti, non appena i cavalli furono legati al di fuori della bottega, concedendo così alla mercenaria la possibilità di avanzare oltre l’ingresso della medesima, un appello decisamente trasparente si mostrò innanzi ai suoi occhi, tale per cui chiunque, senza eccessivo sforzo, sarebbe stato in grado di comprenderne l’apparente significato, quello espresso in termini inequivocabilmente intellegibili dal linguaggio universale della pittura su un ampio lenzuolo appeso esattamente nel centro dell’area principale di quel locale.

MIDDA’S CHRONICLES 31

Già molto prima di quel momento, Sha’Maech si era dimostrato un individuo estremamente eclettico. Egli, infatti, era sempre stato capace di non relegare la propria mente, la propria brama di sapere unicamente a un determinato argomento o a una ristretta area di competenza, quanto piuttosto di spingersi ben oltre, ad affrontare ogni possibile campo dell’umano sapere per il semplice e incredibile gusto derivante dall’ampliare la propria confidenza con la realtà a sé circostante. Attraverso le proprie scienze, egli si era posto quotidianamente in grado

di offrire spiegazioni a quegli eventi di fronte ai quali la maggior parte

dell’umanità avrebbe semplicemente invocato la divina misericordia, attribuendoli a forze lontane da ogni possibilità di comprensione, sviluppando in conseguenza di ciò una visione estremamente scettica nei confronti della fede e di ogni suo dogma, di ogni sua facile credenza. Ciò nonostante, per quanto quell’uomo si fosse da sempre contraddistinto per

simile carattere, non elementare, non ovvia sarebbe stata una sua

ispirazione artistica, una sua vena umanistica, tale da spingerlo a dar vita

al piccolo capolavoro che si propose innanzi ai loro sguardi in quel

momento, nella sorpresa e nell’ammirazione di Midda Bontor, ritrovatasi suo malgrado quale protagonista principale di quell’opera. Una seconda donna guerriero si palesò qual raffigurata su quel

lenzuolo, dipinta con maestria, con incredibile attenzione per il dettaglio,

in colori genuini e pur vivaci, proponendosi simile a un riflesso della

propria ispiratrice piuttosto di una semplice rappresentazione, per quanto

chiaramente ritratta con il solo supporto offerto dai ricordi dell'artista. Il suo viso, caratterizzato dall’immancabile cicatrice sull’occhio sinistro, da labbra dolcemente carnose, da una ribelle fossetta sul mento e da una spensierata spruzzata di efelidi sopra al naso, faceva sfoggio fedele di quelle incredibili, gelide e pur affascinanti, pietre preziose che ella era abituata a considerare quali propri occhi, ritratti con intensità di tratto, di colore, da renderli conturbanti, ammalianti, inebrianti quasi fossero sguardo di chimera, dotati, in fondo, di un’intrinseca natura di pericolo del tutto similare a quella di tali creature. Attorno a quel volto i capelli corvini, disordinati, non lunghi e pur non corti, risultavano trasparenti della furia selvaggia che in lei sarebbe potuta esser ritrovata da chiunque avesse osato dichiararsi suo avversario, suo nemico, in conseguenza della quale anche le fiere peggiori sarebbero apparse pacifici gatti campestri al suo confronto. Il corpo, atletico, agile, e ciò nonostante femminile, estremamente femminile dove tale natura non sarebbe potuta esser celata nelle proporzioni generose dei suoi seni e dei suoi fianchi, si concedeva ricoperto da una casacca verde, dotata di un cappuccio dietro al capo ma priva di maniche, al fine di non ostacolare i movimenti delle due braccia, e

da pantaloni di color similare, sebbene in sfumature diverse, strettamente

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fasciati attorno alle sue forti e pur sinuose gambe. Il suo braccio destro, riprendendo fedelmente la realtà, si presentava non in carne ma in metallo scuro, nero, animato da riflessi rossastri, nel mentre in cui il suo corrispondente mancino, ugualmente preciso nella rappresentazione della mercenaria, era ornato da un incredibile intreccio di tatuaggi tribali, marcati nella sua carne in sfumature azzurre e blu. Nella sua mano sinistra, dove forse ci si sarebbe potuti attendere di trovare la sua spada, quell’arma ormai associata in maniera forte al suo nome più di tutte le lame che precedentemente l’avevano accompagnata, si proponeva, al contrario, un rotolo di pergamena, aperto e trasparente di un lungo messaggio scritto in minuscoli e pur leggibili caratteri sulla stoffa del lenzuolo. Ma non solo la Figlia di Marr’Mahew era stata lì ritratta, dove, altrimenti, il messaggio che Sha’Maech aveva voluto lasciare si sarebbe potuto dimostrare ambiguo, non sufficientemente esplicito nel proprio dettaglio. Accanto a lei, ai suoi piedi, in effetti, si ponevano rappresentati anche Howe e Be’Wahr, seduti, acciambellati nel rivolgere verso di lei tutta la propria attenzione, tutto il proprio interesse, nell’ascolto di una sua qualche spiegazione, sicuramente nel merito del contenuto di quella pergamena. Un invito, pertanto, impossibile da fraintendere o, anche solo, da ignorare, nella propria chiarezza e nella propria forza espressiva.

«Thyres!» esclamò la donna guerriero, sbarrando gli occhi nel dimostrare sincero stupore, sbalordimento per quanto a loro presentato, dove impossibile sarebbe stato anche per lei prevedere tale azione da parte del vecchio studioso. «Non esattamente in questi termini, ma hai comunque avuto la stessa reazione che abbiamo avuto anche noi entrando nella bottega…» confermò Howe, annuendo verso la compagna. «Impressionante, non è vero?» incalzò Be’Wahr, rivolgendosi in particolare nella direzione di Seem, non volendolo escludere dal contesto, dove tale scopo sembrava altresì prefiggersi suo fratello. «E’… stupendo.» commentò lo scudiero, a sua volta sorpreso e affascinato da quell’opera, per quanto realistica essa era in grado di porsi innanzi a loro, quasi stessero volgendo i propri sguardi attraverso uno strano specchio ancor prima che nel confronto con un dipinto. «Addirittura inquietante, oserei dire.» aggiunse la mercenaria, moderando ora il proprio entusiasmo e piegando le labbra verso il basso «Ultimamente non ho avuto gradevoli esperienze con un determinato quadro… e se non sapessi che è opera di Sha’Maech mi preoccuperei, e non poco.»

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Fortunatamente per Midda, però, la firma dell’autore era assolutamente nitida in un angolo dell’ampio lenzuolo, non potendo concederle di escludere a priori la possibilità di una trappola, e pur, ciò nonostante, riservandole la possibilità di prendere in esame anche alternative meno pericolose alla stessa.

«Riesci a leggere cosa ha lasciato scritto?» tentò di informarsi lo shar’tiagho, evidentemente curioso, nell’indicare il foglio di pergamena dipinto su quell’improvvisata tela. «Mmm…» si propose con attenzione ella, avvicinandosi meglio per poter osservare quei minuscoli caratteri, tendendo istintivamente la mancina verso quel dettaglio, quasi il contatto fisico avrebbe potuto aiutarla in tal senso «Non sono simboli a me noti.» dichiarò dopo un istante, scuotendo il capo. «E’ scritto in una lingua che non conosci?» domandò il biondo, accostandosi a lei per concederle l’improbabile supporto psicologico derivante dalla sua presenza. «E’ possibile.» confermò la mercenaria, storcendo le labbra «In fondo so leggere e scrivere… ma solo nel contesto di questo piccolo angolo di mondo e delle sue lingue fra loro estremamente simili, praticamente comparabili.» ammise «Impossibile confrontarmi con uno come Sha’Maech in simile contesto.» «Però è assurdo, mia signora.» contestò lo scudiero, decidendo di prendere parola per la prima volta, per quanto non direttamente interrogato «Dove questo vuol essere un messaggio a te rivolto, come appare tanto evidente, quale senso potrebbe avere renderlo incomprensibile anche da parte tua?» «Può essere stato per prudenza.» ipotizzò ella, alzando le spalle nel non saper, effettivamente, formulare una risposta migliore per l’obiezione addottale. «In effetti è anche logico che Sha’Maech possa aver scelto una codifica inusuale, laddove ha lasciato un messaggio forse importante così in evid…» commentò Be’Wahr, continuando a osservare con serietà quei segni, quasi essi potessero avere una qualche importanza per lui, per quanto dove anche fossero stati scritti nella lingua da lui quotidianamente parlata non avrebbero potuto essere comunque minimamente interpretati. «Cosa hai detto?!» esclamò la donna, interrompendolo e voltandosi di scatto verso di lui, dove la sua attenzione doveva evidentemente essere stata attratta dall’ultima frase, per quanto neppure completata. «Chi?» chiese l’uomo, confuso dall’irruenza dell’altra. «Tu… cosa hai appena detto?!» si impose nuovamente, dimostrandosi sinceramente e seriamente interessata a riascoltare quelle parole.

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«Io… non lo so… stavo dicendo che… è logico che Sha’Maech possa aver scelto una codifi…» «Credo di avertelo già detto, almeno una volta… ma sei un genio, Be’Wahr. Al di là di quanto possa dire tuo fratello, sei un maledetto genio!» sorrise ella, voltandosi ora a osservare il gruppo, nella consapevolezza concessale involontariamente dal biondo «Non è una lingua diversa, quanto piuttosto un codice diverso! Quel vecchio pazzo ha scelto di criptare il significante del proprio messaggio per non concedere a nessun altro, al di fuori di noi, di comprendere il suo reale significato.»

di fuori di noi, di comprendere il suo reale significato.» L a sfida rappresentata da quel

L a sfida rappresentata da quel messaggio, dall’enigma racchiuso in quel dipinto, non sarebbe dovuta essere giudicata inedita innanzi all’attenzione della mercenaria, avendo altresì ella avuto a che fare anche in passato con altri

codici cifrati, altri sistemi di criptografia, anche antichi di secoli o millenni, sperduti nei più remoti angoli di quelle terre, generalmente a custodia, a protezione di qualche tesoro perduto. Purtroppo, però, proprio in quanto forte di tale esperienza, e consapevole dell’intelletto dell’uomo che quello stesso messaggio aveva creato, la donna guerriero si sarebbe potuta ritenere certa che in assenza di una chiave di interpretazione, di lettura, il

significato di tale testo sarebbe rimasto per sempre oscuro, illeggibile, non diversamente dalla cinghia di una scitala priva dell’esatta asta attorno alla quale poterla avvolgere. Nel riflettere su come Sha’Maech, nell’evidente volontà di proteggere quel testo, dovesse inevitabilmente averlo anche predisposto affinché ella, ipotetica destinataria del medesimo, si sarebbe potuta porre in grado di tradurlo, decifrarlo, si poneva trasparente che proprio in lei sarebbe dovuta essere ricercata la chiave alla base della risoluzione di quel codice, probabilmente celata in una qualche memoria a cui solo ella sarebbe potuta intuitivamente giungere. Un campo di ricerca, quello così impostole, fin troppo ampio, variegato, dove la Figlia di Marr’Mahew si stava proponendo, dopotutto, priva di qualsivoglia indizio, della pur minima direttiva utile a non vanificare i suoi sforzi nel confronto con un’intera vita. Così, dove anche la deduzione che ella aveva inizialmente raggiunto in conseguenza dell’affermazione del suo biondo compagno, era stata in grado di offrire entusiasmo e fiducia per la propria immediatezza, per la semplicità con cui si era loro donata, la successiva attesa di oltre dodici ore permise a tanto gaudio sentimento di sfumare, sin'anche a esser

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dimenticato dall’improvvisato gruppetto, qual fugace sogno, pur appassionante, al momento del risveglio. Ormai non solo ritrovata, ma addirittura superata, l’alba del nuovo giorno, osservandosi attorno e notando come i tre propri compagni avessero già ceduto alla stanchezza, alla noia, al sonno, lasciandosi abbracciare dalle proprie divinità del sonno, Emdara, Am’Dahr o con qualsiasi altro nome a loro avrebbero potuto riferirsi, anche Midda non poté evitare di cedere di fronte a un deciso senso di sfiducia, comprendendo come la sfida puramente intellettuale rappresentata da quel messaggio non sarebbe potuta essere risolta con troppa leggerezza. Cercando una tregua dall’impegno psicologico in cui si era posta, nell’osservare con dedizione assoluta, concentrazione completa quel dipinto, ella decise di lasciare la bottega, sperando forse di poter ritrovare, nel mentre di una tranquilla passeggiata, la soluzione a quel problema.

«Ci deve essere… e, probabilmente, è anche più semplice di quanto non stia ipotizzando…» commentò fra sé e sé, storcendo le labbra «Nello spingersi a cercare quanto di più celato possibile, troppo si incede nell’errore di non osservare quanto altrimenti evidente. Ma cosa, in quel dipinto, dovrebbe essere tanto chiaro al punto da non venir neppure preso in considerazione?»

Ovviamente alcuno poté offrire risposta a simile domanda, dove del resto, probabilmente, ella neppure sarebbe stata pronta ad accoglierla, non a conclusione di in un monologo espressione di un semplice sfogo ancora prima che nella volontà di ottenere effettive, e pur improbabili, spiegazioni. Ritrovando altrimenti nella quiete, nella pace, sola replica, al termine di un lungo momento di silenzio, scuotendo il capo ella non mancò di rimproverarsi, dove inevitabilmente stava ancora focalizzando la propria attenzione su quell’opera, rendendo, in ciò, assolutamente inutile quella pausa, da lei stessa voluta, ricercata, al solo scopo di offrire distrazione ai propri pensieri, di ripulire la propria mente e, in questo, di guadagnare sufficiente lucidità da poter tornare ad affrontare serenamente quell’argomento. Impegnando, pertanto, il proprio sguardo nell’osservazione dei gruppi di contadini già diligentemente al lavoro nei campi più prossimi alla città, e in questo facilmente donati alla sua possibile attenzione, ella cercò svago nel provare a immaginare come sarebbe potuta essere la propria stessa esistenza nel momento in cui, alla via della spada, avesse scelto un altro destino, un altro cammino di vita, quale quello quotidianamente affrontato dagli uomini e dalle donne impegnati in un sincero confronto con la terra, materia apparentemente inerte dalla quale,

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però, con il loro sforzo costante, con il loro impegno giornaliero, erano in grado di estrarre qualsiasi possibile frutto, alimento che poi non avrebbe mancato di giungere a concedere sopravvivenza a chiunque, anche dove incredibilmente lontano da quella realtà, da quel mondo di pace e serenità. Ovviamente, al di là del semplice ludo psicologico, ella si rese subito conto di come improbabilmente avrebbe mai potuto porre la propria vita legata alla terra, là dove in netto contrasto non tanto con la propria natura guerriera, quanto ancor più con il proprio retaggio di figlia del mare:

sebbene, infatti, per innumerevoli questioni ella aveva preferito, in quegli ultimi anni, lasciare il dominio delle infinite acque, prive di limiti o di confini, per legare il proprio operato principalmente alla terraferma, al continente, nel ruolo di mercenaria, nel profondo del proprio cuore, qual cardine del proprio stesso animo, Midda non avrebbe mai rinunciato a sentirsi un marinaio. Impagabili, prive di ogni possibilità di paragone, di competizione, sarebbero sempre state, dal suo punto di vista, a fronte del suo giudizio, le emozioni derivanti dal semplice permanere, sostare, sul ponte di una nave, osservando l’eternità dispiegarsi innanzi al proprio sguardo nella forza, nell’energia, nel potere proprio del mare e di alcun altro elemento. Non a caso, in fondo, quello stesso spazio infinito, per lei tanto caro, si poneva quale limite traboccante il più puro terrore per la maggior parte dell’umanità, per tutti coloro che non erano, suo pari, stati benedetti dagli dei nella fortuna di nascere accanto al mare, nel mare: considerato a ragion veduta quale incontrollabile, esso si ritrovava, per questa propria naturale caratteristica, a esser giudicato anche quale infido, maligno, crudele, tirannico, divinità oscura invocante la morte di tutti coloro che nel suo reame avessero mai osato spingersi, condanna che non avrebbe mancato di eseguire in incalcolabili modalità alternative, l’una più violenta e sanguinaria dell’altra. Ma un figlio del mare quale ella era, come dimostravano con orgoglio i suoi tatuagg…

«Thyres!» esclamò, interrompendo all’improvviso quel flusso di pensieri in libertà, arrestando quella propria meditazione nel focalizzare, inaspettatamente, davanti allo sguardo ora posato sul proprio braccio sinistro, un particolare prima non considerato, da lei non colto per quanto assolutamente evidente, trasparente «Non può essere…»

Tornando rapidamente sui propri passi, verso la bottega, nel voler cercare immediatamente verifica nel merito dell’idea che l’aveva colta in tal modo, ella non si offrì alcuno scrupolo nell’irrompere con voce alta, squillante, fra i propri compagni, ridestandoli in tal modo dal sonno nel

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quale tutti si stavano ancora ponendo placidamente e, con ogni probabilità, felicemente vittime.

«Sveglia, branco di pelandroni!» li incalzò, nell’avvicinarsi di gran carriera al dipinto, sollevando in ciò il proprio unico braccio definibile tale e accostandolo al corrispondente raffigurato nell’opera, in un confronto che fino a quel momento non aveva avuto ragione di ricercare. «Per Lohr!» esclamò Be’Wahr, sbarrando gli occhi all’improvviso e sfoderando, d’istinto, il proprio coltellaccio temendo un qualche agguato. «Che accade?!» lo accompagnò Howe, muovendo anch’egli rapidamente la propria mano verso la spada dalla lama dorata di sua proprietà, condividendo evidentemente gli stessi timori del fratello. «Mia signora…» bofonchiò, infine, Seem, strofinandosi gli occhi e volendo sottintendere a quelle due semplici parole una richiesta di perdono al proprio cavaliere, per essersi concesso un ingiusto riposo come quello appena concluso. «State tutti buoni… e venite ad aiutarmi, dove non posso impugnare alcuna penna con questa stupida mano metallica.» li invitò la Figlia di Marr’Mahew, sorridendo con un chiaro, luminoso sentimento di soddisfazione e mantenendo il proprio arto superiore sinistro appoggiato contro il lenzuolo, nel tentativo di riprodurre la medesima postura lì impressa «Credo proprio di aver trovato la soluzione bramata…» «Come? Dove?!» domandò il biondo, ponendo nuovamente a riposo la propria lama e avvicinandosi alla compagna, nel cercare di cogliere cosa ella volesse intendere e, soprattutto, cosa stesse cercando di fare in grazia di quegli strani gesti. «Notate qualcosa di strano?» sorrise ella, rivolgendosi ai tre, nel restare in posa di fronte al proprio dipinto. «A parte te, intendi?» replicò lo shar’tiagho con ironia, aggrottando la fronte e poi concedendosi un pigro e prolungato sbadiglio, quasi a voler protestare per il riposo interrotto «Parla chiaro, te ne prego.» «Non è immediato, in verità… io stessa l’ho osservato per un’intera notte senza accorgermene… anche perché, sono sincera, l’intreccio di questo groviglio tribale si pone difficilmente trasparente nei propri contenuti.» riconobbe la donna, continuando a sorridere con trasparente soddisfazione «Sha’Maech ci ha voluto dimostrare un'altra volta, con chiarezza, la propria genialità, nell’essere riuscito a spingersi a tanto…»

Invitati in tal modo a prestare attenzione al tatuaggio, proposto sul suo braccio sinistro tanto nella realtà quanto nell’immagine, i tre uomini cercarono di scuotersi dal torpore ancora presente nelle loro menti assonnate per osservare con precisione due visioni apparentemente

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identiche, del tutto similari, così come già erano risultate loro fino a quel momento, nella conferma di un’incredibile capacità mnemonica da parte dello studioso che tanto aveva osato in quel dipinto. E nonostante realmente difficile sarebbe stato raccapezzarsi nella complessità di quel marchio, forse privo di un reale significato per quanto tutti loro avrebbero potuto sapere, dopo qualche istante anche al loro sguardo si propose evidente il significato delle parole della loro compagna e l’effettivo e incredibile ingegno di colui che aveva concepito e attuato simile stratagemma, ponendo in essere quell’enorme rappresentazione con uno scopo decisamente più complesso rispetto a quello in precedenza attribuito al medesimo.

«Tu dici che…?!» commentò Be’Wahr, meravigliato. «Potrebbero essere semplici errori.» ipotizzò Howe, pur proponendosi ora senza più alcuno scherno nella voce, e osservando altresì con stupore quanto posto in evidenza di fronte a lui. «Forse. Ma personalmente non credo… non credo proprio.» scosse il capo la Figlia di Marr’Mahew «Qualsiasi codice Sha’Maech avrebbe potuto adottare, nel dover essere decriptato da parte mia si sarebbe proposto potenzialmente fallibile anche nel confronto con altri, con sguardi indiscreti che avrebbero potuto giungere qui prima di noi.» spiegò la propria posizione, la propria opinione «Questo, invece, sarebbe potuto emergere solo in mia presenza, nel confronto con la matrice originale…» «Ma… il testo della pergamena? Il codice? Per quale scopo è stato inventato, mia signora?» domandò Seem, prendendo parola incuriosito, nel non voler scordare quel testo su cui tanto ella aveva penato nelle ultime ore, per quanto comprendesse e, ovviamente, condividesse, come sempre, l’opinione razionale proposta dal proprio cavaliere. «Uno specchio per allodole… un diversivo, utile a traviare l’attenzione, ad attirarla sull’ovvio e a distrarla da tutto il resto.» rispose ella, annuendo nel voler riconoscere la validità di tale richiesta «E ora, vi prego, non fatemi passare le prossime ore in questa posizione: voi siete riusciti a dormire… io no… e, sinceramente, desidero potermi concedere un minimo di riposo prima dell’inevitabile proseguo di questa nuova avventura…»

Purtroppo per Midda, però, nessuno fra i tre si dimostrò impaziente di porre fra le proprie mani carta e penna per collaborare al semplice ma indispensabile ruolo da lei richiesto, nel sopperire alla sua impossibilità ad arrangiarsi in tal senso dove, altresì, obbligata a mantenere la postura assunta, con maggiore fermezza possibile là dove altrimenti avrebbe solo complicato quella fase del lavoro. Alla fine, comunque, un volontario non

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propriamente convinto fu ritrovato nello stesso scudiero, il solo che non si

sarebbe potuto ritrarre indietro di fronte a un suo ordine diretto, a una sua richiesta esplicita in tal senso. E così, Seem, per quanto tutt’altro che volente e sicuramente nolente,

fu costretto a dimostrare la propria piena incapacità nella gestione di uno

strumento per lui tanto estraneo, sconosciuto, per poter riportare su carta, in chiaro, ogni minima, e pur sostanziale, differenza esistente nei

particolari del tatuaggio dipinto, i quali, nell’opinione della sua signora, erano stati così volontariamente riportati errati nella volontà dell’autore, per celare in essi il proprio messaggio. Fortunatamente, per lo meno, il giovane ebbe occasione di ottenere collaborazione da parte dei due fratelli, non tanto nel cercare di scrivere, o, per maggiore correttezza, nel cercare

di copiare quei dettagli, quanto al fine più importante di individuarli uno

dopo l’altro, in un impegno tutt’altro che banale quale sarebbe potuto

essere altrimenti considerato.

«Sembrano dei caratteri… caratteri a me noti… ma sono incompleti, troppo incompleti per avere un senso.» dichiarò, improvvisamente, la donna guerriero, nell’osservare il tentativo di annotazione nel quale il suo scudiero stava sinceramente ponendo tutta la propria volontà, come sempre nell’assolvimento di un incarico da lei offertogli. «Sto cercando di fare del mio meglio, mia signora.» si giustificò egli, piegando le labbra verso il basso, nel non riuscire a immaginare come i propri scarabocchi tremolanti avrebbero potuto avere un qualche significato per lei. «Vi avevo detto di fare più tonde quelle curve…» lo rimproverò Howe, inarcando un sopracciglio «Ma non mi volete dal retta.» «No… non è quello. Anche fossero scritti male dovrebbero comunque essere riconoscibili.» negò ella, scuotendo il capo. «Però, se fossero tanto riconoscibili, chiunque osservando con cura il dipinto avrebbe potuto identificarli. Anche tu, questa notte… eppure non

ci sei riuscita.» osservò Be’Wahr, passando continuamente con lo sguardo

fra quelle due braccia mancine per coglierne i particolari differenti. «Ottima osservazione.» annuì ella «Quindi…» «… abbiamo perso tanto tempo per nulla?!» domandò con chiaro timore lo shar’tiagho, disprezzando l’idea di tanti sforzi altrimenti vani. «… no!» replicò la donna, cercando di continuare nel proprio discorso interrotto «Quindi ci deve essere un altro elemento alla base di simile questione. Per favore, Seem, prova a sovrapporre le differenze presenti nel mio braccio rispetto al dipinto a quelle che hai già annotato, ricavate in senso opposto. Forse mi sto sbagliando, ma se così non fosse potremmo ritrovare le parti mancanti nei caratteri da te scritti…»

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Aiutando, con le proprie indicazioni vocali, lo stesso scudiero a compiere quel nuovo sforzo, per cercare di dare un senso a quanto da lui fino a quel momento ottenuto, la Figlia di Marr’Mahew non poté che riservare un’esclamazione di gioioso ringraziamento verso la propria dea nel ritrovare, con lentezza ma costanza, le prime leggibili lettere venir completate sul foglio utilizzato dal giovane nell’assolvimento del proprio compito.

«Per Thyres!» affermò, gratificata dall’aver ottenuto, alfine, un qualche risultato «Ci siamo… ci siamo!» «A me sembrano brutti scarabocchi come prima…» commentò Howe, nel mantenere il proprio ruolo avverso, ormai più per giuoco che per sincera convinzione «… ma se piacciono a te…» «Davvero riesci a leggerci qualcosa?» chiese Seem, levando per un istante lo sguardo dal proprio operato per poter accogliere l’approvazione della propria signora, quella sua soddisfazione quale meritato riconoscimento per quanto stava compiendo per lei. «Sì, ragazzo mio…» annuì ella, sorridendogli, prima con dolcezza poi con una nota di malizia, che non volle mancare di esplicitare immediatamente nella propria esatta natura «E se io riesco a leggerci qualcosa, ciò significa che tu, che ci creda o meno, stai scrivendo qualcosa, e qualcosa di senso compiuto, per la prima volta in tutta la tua vita. Complimenti, Seem! E’ un gran giorno!»

tutta la tua vita. Complimenti, Seem! E’ un gran giorno!» I n conseguenza della stanchezza accumulata

I n conseguenza della stanchezza accumulata dopo una giornata intera trascorsa a cavallo, una lunga notte di riflessione e una mattinata immobile in posa, a concedere ai propri compagni di trarre dal dipinto le informazioni lì poste dall’autore, la Figlia di

Marr’Mahew non si negò l’esigenza di trascorrere un intero pomeriggio a riposo, concedendosi solo a sera un ritorno di coscienza, di lucidità, nel risvegliarsi poco prima del tramonto. Indifferente alla presenza dei propri compagni, così come lo sarebbe stata di fronte a chiunque altro, la mercenaria dopo essersi tersa il viso, si spostò sull’esterno della bottega, sulla zona a essa antistante, per impegnarsi in quel punto in una serie di esercizi fisici, un rito al quale ella era solita dedicarsi generalmente prima e dopo ogni momento di riposo o, anche, in situazioni di particolare stanchezza, fisica o mentale, a concedere

al proprio corpo di riprendere coscienza delle proprie membra, della

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propria condizione, sciogliendo muscoli e nervi altresì eccessivamente tesi e restaurando, in tal modo, la propria operatività, piena o parziale che essa fosse. In quella lunga serie di flessioni, torsioni, contrazioni e distensioni, del suo collo, delle spalle, delle braccia, del busto, dei fianchi e delle gambe, ella volle porre la propria attenzione per oltre un’ora, non prestando altresì spazio o tempo a nessun altra questione, ad alcun altro interesse. Ma dove anche la mercenaria si propose con tale stato d’animo nei confronti del mondo a sé circostante, indipendente e libera in un proprio spazio mentale ancor prima che fisico, il mondo a lei circostante non ebbe occasione di concedersi in egual maniera nel rapporto con lei, con la sua magnifica presenza. Aver, infatti, la possibilità di assistere a quella ginnastica, a quei movimenti ritmici, energici e pur, a loro modo, eleganti, non concesse ad alcuno dei suoi compagni di dimostrarsi a lei ugualmente indifferente, coinvolgendo, oltre a loro, anche molti autoctoni, nell’attrarre gli sguardi rapiti, ammaliati di contadini, artigiani, pastori e quelli, al contrario, indispettiti, gelosi delle loro mogli o compagne, per un fugace momento poste inevitabilmente in secondo piano nel confronto con la trasudante femminilità espressa pur involontariamente dalla donna guerriero.

«Senti…» commentò Howe, nel rivolgersi verso Seem, con tono contenuto, moderato, quasi nel timore che la propria voce potesse giungere alle orecchie della compagna per quanto ella fosse decisamente lontana da loro in quel momento, dove essi stavano permanendo ancora all’interno della bottega di Sha’Maech «… ma tu… e lei…?» «Mmm…?» domandò lo scudiero, nel volgersi verso l’uomo, non comprendendo la sua richiesta. «Sì, insomma…» sorrise lo shar’tiagho, con aria maliziosa, divertita «C’è stato qualcosa?» «Qualcosa… cosa?!» insistette il giovane, non avendo colto il significato di quelle parole. «Per Lohr! Ma fingi solo di essere più stupido di Be’Wahr o lo sei veramente?» strabuzzò gli occhi, per poi posare una mano sopra il capo dell’interlocutore, a forzarne un movimento in direzione della mercenaria «C’è stato qualcosa con lei oppure no? Anche perché, in caso contrario, non riesco proprio a comprendere per quale ragione dovrebbe trascinarti con sé… a meno di non averti adottato quasi un cucciolo randagio.»

Se non fosse stato cosciente del rapporto di cordialità che comunque legava la sua signora a quell’uomo, nel comprendere il reale significato

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delle sue curiosità, Seem non avrebbe mancato di reagire di conseguenza,

dichiarandogli battaglia a difesa dell’onore del proprio cavaliere. A nulla, infatti, sarebbe valso il pensiero nel merito della pericolosità

di quel mercenario, certamente guerriero esperto, combattente non tanto

formato dall’addestramento quanto dall’esperienza, dalla pratica:

dovendo rendere giustizia al nome di Midda Bontor, alla sua reputazione,

al suo valore, alla sua obiettività poste in dubbio da uno scherzo di

discutibile gusto, il ragazzo avrebbe affrontato il proprio avversario, a costo di incontrare, in conseguenza di ciò, la propria morte. Howe, però, aveva avuto occasione di guadagnarsi la fiducia della mercenaria e, in questo, qual suo scudiero, anche egli avrebbe dovuto riconoscergli la propria, accettando con sufficiente buon grado quelle chiacchiere da osteria.

«No… assolutamente no!» negò, scuotendo il capo per liberarsi dalla presa subita, curvando le labbra verso il basso. «Non ti piacciono le donne, forse?!» chiese lo shar’tiagho, aggrottando la fronte a quel rifiuto tanto ricco d’enfasi, fraintendendo volontariamente le cause del medesimo al solo scopo di canzonare il proprio interlocutore. «Innanzitutto ho una compagna, a cui sono estremamente affezionato.» specificò Seem, cercando, senza effettivo successo, di non dimostrare eccessivo risentimento nella propria voce «Inoltre, Midda Bontor è il mio cavaliere, e a lei debbo il mio rispetto e la mia fedeltà.» «E questo ti potrebbe impedire di giacere con lei?!» incalzò l’altro, ridacchiando. «Howe… smettila, per favore.» rimproverò Be’Wahr, prendendo alfine parola nella questione, dalla quale si era volontariamente escluso fino a quel momento. «Sto solo facendo due chiacchiere fra uomini… non vedo nulla di male

in questo.» si difese, levando le mani a voler dimostrare la propria

ipotetica incapacità a recare qualsivoglia offesa. «Se mi è concessa la domanda…» riprese Seem, approfittando del momento per tentare di far proprie le redini di quel gioco, per quanto riconosciuto qual stupido «… ma tu… e lei…?» propose, quasi imitando il tono prima utilizzato a proprio discapito. «Stai forse cercando di schernirmi? Bel tentativo… ma inefficace.» riconobbe Howe, sorridendo con soddisfazione. «No… non fraintendermi. Sto domandando seriamente.» proseguì lo scudiero, dimostrandosi sornione verso di lui «In fondo è una splendida donna… e siete stati compagni di ventura per lunghe settimane. E si dice che ella, credendo di morire, ti abbia persino affidato temporaneamente la sua spada, prima di sacrificarsi per le vostre vite e il successo della vostra

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missione.» sottolineò, nella volontà di cercare, in simili termini, un qualche imbarazzo nell’altro, in conseguenza delle libertà verbali da lui stesso riservatosi verso la Figlia di Marr’Mahew «Possibile che davvero non sia accaduto nulla?» «Ottima domanda!» esclamò il biondo, divertito, nell’osservare ora il fratello, quasi ad attendersi da lui una qualche risposta attorno a quella questione, a simile argomento, là dove ben sapeva non vi era stato, né vi sarebbe potuto essere, assolutamente nulla fra lui e la donna guerriero. «Ma…» contestò stizzito lo shar’tiagho, stringendo le labbra e poi voltandosi «Non sono di certo fatti vostri. Impiccioni… ficcanaso…» brontolò, allontanandosi in un’evidente ritirata, addirittura in ciò rinunciando a seguire il proseguo degli esercizi della compagna. «Solo colui al quale fosse venuta a noia la vita oserebbe spingere i propri desideri nei confronti di un traguardo tanto irraggiungibile e pericoloso…» denotò, divertito, Be’Wahr, appoggiando la propria mano destra sulla spalla sinistra del giovane «Complimenti per essere riuscito a mettere a posto mio fratello… sei decisamente più in gamba di quanto non ami dimostrare.»

Nella soddisfazione conseguente a quel traguardo, all’obiettivo così raggiunto, Seem poté riprendere a seguire con tranquillità, e naturale incanto, i gesti della sua signora nell’attuazione dei propri esercizi, sapendo di non essere venuto meno al proprio incarico nell’essere riuscito

a porla lontana da ogni possibilità di stolido chiacchiericcio, anche solo

per scherzo, per gioco quale comunque sapeva essere stato quello portato avanti da Howe. E lo shar’tiagho, pur apparentemente piccato nei confronti del ragazzo, non evitò di approvarne lo spirito, la stabilità di principi così dimostrata, tale da renderlo sicuramente adatto al ruolo ricercato accanto

a una persona dello stampo di Midda Bontor.

«Dopotutto,

forse,

non

sarai

praticamente inudibile.

solo

un

peso

per

noi…»

sussurrò,

Presumibilmente ignara di quanto appena occorso, sebbene difficile sarebbe stato definire i limiti propri della donna guerriero dove ella aveva dato più volte riprova di aver perfettamente colto l’evolversi della realtà attorno a sé anche dove ciò non sarebbe dovuto avvenire, Midda Bontor pose conclusione agli esercizi nei quali aveva impegnato il proprio corpo,

e grazie ai quali aveva distratto la propria mente, in quell’ultimo periodo,

facendo quindi ritorno verso la bottega e negando, in triste conseguenza, il meraviglioso spettacolo offerto fino a quel momento a tutto il proprio

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vasto e pur non considerato pubblico. Fra gli elementi conteggiabili in simile gruppo, sarebbero inevitabilmente potuti essere Seem e Be’Wahr, i quali però, nel non desiderare farsi sorprendere in contemplazione della mercenaria, rapidamente si allontanarono dalla finestra vicino alla quale avevano sostato fino a quel momento, andando a disporsi nei pressi del dipinto a voler simulare un qualche interesse per lo stesso.

«Siete ridicoli!» li rimproverò lo shar’tiagho, scuotendo il capo nell’intuire le ragioni di quell’improvviso cambio d’attenzione da parte loro, ma subito imitandoli a propria volta, nel non voler rischiare, altrimenti, di attirare l’interesse della compagna verso di sé. «E tu cosa sei, fratello?» ridacchiò il biondo, sottovoce. «Zitti… sta arrivando.» suggerì lo scudiero, dimostrando di voler riconoscere complicità ai due fratelli al di là del fugace scontro appena risolto nei confronti di Howe.

Quasi a esser volutamente preannunciata dalle parole del giovane, la Figlia di Marr’Mahew giunse alla soglia della bottega proprio alla loro stessa conclusione, proponendo la propria figura resa lievemente lucida da una leggera patina di sudore, naturale conseguenza dell’impegno appena ricercato che pur non l’aveva affaticata, non le aveva imposto fatica o stanchezza, al contrario rilassandola e rigenerandola come puntualmente avveniva alla conclusione di quel rito quotidiano. E, ritornata in tal modo fra loro, senza ancora rivolgere neppure uno sguardo ai propri compagni, ella votò a favore di un ricco bicchiere d’acqua, utile a ristabilire nel suo organismo un giusto livello di liquidi e nella sua bocca una corretta idratazione necessaria a fornire senza incertezza la propria voce, prima di concedere spazio a quest’ultima in quella stessa sala, nello spazio comune diventato ormai da un’intera giornata sede operativa per la loro squadra, riorganizzata quasi al completo, nella sola assenza di Carsa Anloch, probabilmente più per volontà del legittimo proprietario di quelle mura, Sha’Maech, che per esplicito desiderio di qualcuno fra loro.

«Avete raggiunto qualche risultato nel merito dell’analisi della filastrocca donataci dal nostro comune amico?» domandò, pertanto, avvicinandosi a loro «O, piuttosto, pensate forse che nel quadro si possano celare altre informazioni?» Nessuno fra i tre, però, ebbe coraggio di concedere una qualche risposta nei confronti della donna, dove qualsiasi argomentazione sarebbe sicuramente risultata trasparente della loro simulazione, del loro tentativo d’inganno in quel raduno collettivo attorno al lenzuolo ancora appeso al centro della stanza.

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MIDDA’S CHRONICLES 45 «Midda Bontor!» gridò Be’Wahr, avanzando a sua volta verso di loro con passo

«Midda Bontor!» gridò Be’Wahr, avanzando a sua volta verso di loro con passo sostenuto…

La piramide nera

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P arole estremamente semplici, addirittura definibili quali consuete, innocenti forse, furono quelle che vennero scandite con placida tranquillità e un tono particolarmente gelido, non dissimile dal ghiaccio che sembrava lì costituire lo stesso

sguardo di quella particolare attrice, nel confronto con le quali il silenzio si propose quindi inevitabile, attraendo l'attenzione di tutti, l'interesse, se non anche il timore, di ognuno, in direzione di chi le aveva pronunciate.

«Credo di non aver inteso…»

Nel corso di quel pomeriggio tardo primaverile, inizialmente tranquillo, sereno, un violento temporale si era scatenato sull'intera zona, sull'estesa area del confine montuoso fra i regni di Kofreya e di Gorthia, territorio per propria natura già isolato dal resto del mondo, posto all'esterno di normali attività umane. Per tale ragione, nell'impossibilità di contrastare quella pioggia, non solo fastidiosa ma addirittura pericolosa, dove essa si stava imponendo incessante, senza evidente volontà di tregua, forse non desiderando dimostrare la pur minima speranza di conclusione ai disgraziati mortali in ciò colti di sorpresa, e tale da trasformare ogni sentiero in un pantano, ogni mulattiera in una possibile trappola mortale, a tutti i viaggiatori presenti in quella particolare regione non era stata proposta altra alternativa alla ricerca di un riparo all'interno del solo luogo attrezzato per tale scopo da tutti loro raggiungibile. In un contesto similare, di quel genere, naturale sarebbe dovuto essere considerato un clima di tensione, di frustrazione, nella consapevolezza di come ognuno dei presenti, uomini o donne, mercanti o mercenari, soldati o artigiani che essi potessero essere, aveva dovuto rinunciare, almeno temporaneamente, alla prospettiva di raggiungere prima di sera la meta che inizialmente si era prefisso, o, magari, addirittura all'idea di fare ritorno alle proprie case. Ma dove anche, fortunatamente, fino a quel momento la situazione era riuscita a mantenersi in toni civili, in termini forse non universalmente apprezzati e pur sopportati, il subentrare di tre nuove figure, di un piccolo e sconosciuto gruppetto appena sopraggiunto all'ingresso del locale, sembrò aver aggiunto il proverbiale elemento di instabilità, quel soffio di effimero e involontario peso pur sufficiente a demolire il già fragile equilibrio lì presente.

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196 Sean MacMalcom A dozzine furono le funi gettate, in conseguenza di quell'avviso, di quella richiesta,

A dozzine furono le funi gettate, in conseguenza di quell'avviso, di quella richiesta, di quell'ordine, verso l'alto, corde lunghe e robuste,…

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In verità, comunque, non ai tre stranieri avrebbe dovuto essere addotta la responsabilità per la tensione creatasi, per l'improvvisa, se pur attesa, perdita di serenità che aveva coinvolto l'intero ambiente, quanto piuttosto a chi, stolidamente o, forse, vittima di troppo alcool in corpo, si era premurato di accogliere i nuovi giunti con parole tutt'altro che cordiali, soprattutto nei confronti dell'unica donna presente fra loro. Il fraintendimento dalla sua stessa voce appena dichiarato, infatti, si era posto quale reazione diretta a un apprezzamento non esattamente velato o raffinato appena espresso da uno degli avventori di quella locanda, il quale aveva dimostrato in termini tutt'altro che ambigui un interesse nei confronti delle sue forme, della generosità delle curve dei suoi seni e dei suoi fianchi, proporzioni tutt'altro che celate dai suoi abiti pur integrali, dai suoi vestiti pur completi nella propria presenza, la stoffa dei quali, però, era divenuta particolarmente attillata in conseguenza dell'effetto dell'acqua, della pioggia da tutti loro subita.

«E' quasi ovvio che una vacca come te non abbia compreso.» rise sguaiatamente il disgraziato autore di tanto poco elegante componimento, nel rinunciare alla possibilità di tacere, all'occasione di porre fine a quella questione, opportunità che pur ella si era impegnata a volergli riconoscere, così come tutti avrebbero potuto testimoniare «Gli dei hanno concentrato ogni tua possibile dote nella coppia di guanciali che gravano sotto al tuo collo… e non di certo all'inutile ornamento, comunemente noto qual capo, posto sopra allo stesso.»

Il soggetto principale interprete di tale scena, evidentemente, era stato troppo coinvolto dall'oggetto del proprio desiderio, così a suo modo esaltato, dal non riuscire a offrire la pur minima attenzione ad altri dettagli assolutamente indicativi dell'identità di colei verso la quale stava vaneggiando, quali sarebbero potuti essere considerati i suoi occhi, il suo stesso volto o, ancor più evidenti, le sue braccia. Nonostante un cappuccio verde, parte integrante della casacca da lei indossata, celasse parzialmente una folta e disordinata capigliatura corvina, il viso della donna era in quel frangente del tutto trasparente, definito dall'illuminazione della locanda al contrario, per esempio, di quello dei suoi due accompagnatori, differentemente da lei entrambi stretti all'interno di voluminose cappe, a protezione dalla pioggia. In simile scenario, pertanto, i suoi occhi azzurro color ghiaccio richiedevano coatta ammirazione, nell'essere forse animati da luce propria, al contempo meravigliosi e pur intrinsecamente pericolosi, simili a una straordinaria chimera, capace di irretire e, subito dopo, di straziare senza la minima pietà. Posti al centro di pelle chiara, di un naso ornato da una spruzzata di

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efelidi, essi si dimostravano comunque umani, mortali, nella riprova offerta da una lunga e impietosa cicatrice, la quale segnava in maniera indelebile quello stesso viso nel suo lato mancino, in un marchio per il quale la maggior parte degli individui avrebbero trovato di che vergognarsi, ma del quale ella, invece, sembrava addirittura esser fiera, giungendo a trasformare in tale carisma una simile bruttura in un'esaltazione per la sua guerriera beltà. In aiuto di chiunque non fosse già stato in grado di riconoscerla dal viso, pur sufficientemente inconfondibile, caratterizzato similmente da

particolari unici, gli arti superiori di quella figura sarebbero stati entrambi utili a permetterne comunque un'univoca identificazione, svelate nelle proprie caratteristiche dal non essere coperte dalla pur minima presenza

di stoffa, fin dall'altezza delle spalle, quasi un'eventuale velo, un ipotetico

manto similare a quello pur adottato dai suoi compagni, sarebbe potuto esserle ragione di ostacolo, di imbarazzo. Il mancino, nella fattispecie, aveva trasparentemente fatto proprio l'impegno a rimembrare un'origine qual figlia del mare per lei, probabilmente proveniente dalle isole meridionali dei numerosi arcipelaghi costituenti il regno di Tranith, nei propri numerosi, complicati, fitti tatuaggi tribali in colori azzurri e

bluastri, a rappresentazione forse di qualsiasi concetto e di alcuna realtà in particolare. Il destro, parallelamente, si era invece riservato l'opportunità

di dimostrare il suo presente guerriero, la sua combattiva natura,

risultando allo sguardo qual celato sotto un'armatura di nero metallo dai

rossi riflessi, un'arma e una protezione, per lei, sempre presenti e, in

verità, inscindibili dal suo corpo, dove posti in sostituzione, in surrogato,

di un intero avambraccio amputato anni prima, in ottemperanza a una

condanna per pirateria da lei pur sempre rinnegata, mai accettata qual fondata e legittima.

«Purtroppo per te, ora ho inteso perfettamente…» sancì la donna, scuotendo appena il capo gocciolante per l'acqua della pioggia che ancora non aveva abbandonato la sua figura, nonostante ormai fosse al riparo, protetta dal temporale rimasto all'esterno di quelle mura, nell'essere proprio malgrado ostacolato dal tetto posto sopra tutti loro.

Nella tesa e del tutto fittizia tranquillità di quell'ambiente, quelle nuove parole, ancora tanto minimali, semplici nella loro scelta e

composizione, risultarono senza fatica, senza impegno quali trasmissive di

un messaggio straordinariamente univoco, non volto alla banale minaccia,

quanto in maniera più terribile a una naturale, spontanea constatazione di fatto, la retorica di una realtà già definita per quanto, forse, non ancora

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apprezzata da colui che l'aveva invocata, che l'aveva tanto insistentemente richiesta con la propria mancanza di giudizio. Praticamente tutti, in effetti, avevano riconosciuto fin dal primo istante l'identità di quella donna, ove la sua nomea, la sua gloria, era ormai diffusa in quelle terre da diversi anni, a opera dei bardi che attorno alle sue imprese, alle sue gesta, trovavano in maniera estremamente elementare argomenti dei quali cantare, in grazia ai quali animare le

proprie ballate. Molti gli attributi per idealizzarla, variegati gli aggettivi per onorarla, dove addirittura, in quegli ultimi anni, ella era stata innalzata, nell'esaltazione di un giusto tributo offertole dagli abitati di un'isola a ponente di Kofreya, al rango di semidivinità, attribuendole il posto di progenie della dea della guerra, Figlia di Marr'Mahew. Uno solo, però, era il nome a cui ella era solita rispondere…

Un nome entrato nel mito, nella leggenda.

Un nome che qualcuno, all'interno della folla presente in quella locanda, non mancò di sussurrare, con doveroso rispetto.

«… ella è… Midda Bontor…»

Di fronte a tal identificazione, solo due categorie di persone non si

sarebbero tratte indietro, non avrebbero rinnegato gli insulti prima tanto sfrontatamente offerti, invocando perdono e compassione da parte della mercenaria, nella speranza che ella potesse concedersi con sentimento sufficientemente positivo da offrire loro salva la vita: gli ubriachi o gli stupidi. Ai primi, la coscienza nel merito del pericolo effettivamente rappresentato da quel possibile scontro, dal duello che sarebbe risultato inevitabile quale conseguenza di tanto ardire, sarebbe potuta essere considerata negata dagli effetti disinibitori dell'alcool, nella propria intrinseca capacità di offuscare il consueto raziocinio, arrivando in ciò a permettere a qualcuno di trattare una donna guerriero di tale fama qual una semplice prostituta di basso borgo. Una giustificazione labile, tutt'altro che solida o incontestabile, ma pur sempre rappresentativa di una possibilità di condono nei loro riguardi, nel non riconoscerli quali effettivamente colpevoli per le proprie azioni. I secondi, al contrario, per quanto tutt'altro che ignari del rischio corso, si sarebbero comunque proposti in simili termini là dove spinti in tal senso, probabilmente, dalla speranza di ottenere una vittoria su un'avversaria di quel rango, di dichiarato prestigio, per poter godere, in ciò, dei benefici che un'uccisione tanto celebre avrebbe potuto loro concedere. Privi di ogni ipotesi di assoluzione, pertanto, essi sarebbero inevitabilmente stati in conseguenza di tale dolo, non più minimizzabile

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nell'effimera e pur concreta attenuante rappresentata da un eccesso di alcool, ma, al contrario, accentuabile nella pessima aggravante costituita dalla perfetta consapevolezza di quanto desiderato.

«Potrebbe essere anche la moglie del re in persona… ma ai miei occhi è e resta una vacca, destinata dagli dei a esser montata senza alcuna pietà da qualsiasi maschio sufficientemente virile per farlo!» replicò l'uomo, rivolgendosi verso coloro che avevano tentato di porlo in guardia, con un gesto della mano destra volto ad allontanarli simbolicamente, a imporre loro di tacere dove tali opinioni non erano state richieste né sarebbero state da lui gradite.

Probabilmente, paradossalmente, fu proprio quell'ennesimo insulto, quel nuovo scortese apprezzamento rivolto nei riguardi di colei promossa quale oggetto dei suoi desideri, a riservare allo sprovveduto una possibilità di sopravvivenza, sancendo da parte sua l'appartenenza più alla prima categoria di sventurati sprovveduti che alla seconda, nella volontà non tanto di ucciderla, quanto più in quella di abusare di lei. Nella medesima direzione, non a caso, si mossero anche le sue mani, non ricercando il contatto con la propria arma, una corta spada lasciata appoggiata al tavolo dal quale si levò, quanto piuttosto bramando l'incontro con i seni della donna, tendendosi nella loro direzione senza dimostrare la pur minima cognizione nel merito del reale pericolo che avrebbe potuto correre. La possibilità di sopravvivenza riconosciutagli a sua insaputa qual conseguenza di tal atto, però, non derivò tanto da una generosità da parte della mercenaria, da un'indulgenza da lei donatagli in virtù della propria impossibilità all'autocontrollo, quanto, piuttosto, nella totale inutilità della vita o della morte di quell'individuo agli occhi della stessa, dall'assoluta assenza di un qualche tornaconto, per lei, nel permettergli di godere di una nuova alba così come nel negargli tale possibilità. Nella propria professione, e più in generale quasi qual principio regolatore della propria intera vita, colei a cui era stato attribuito il nome di Figlia di Marr'Mahew, non era solita impegnarsi in qualcosa che non le avrebbe potuto offrire guadagno personale, un riconoscimento, materiale o, anche solo, puramente morale, tale da coprire lo spreco di energie che le sarebbe stato richiesto per agire in un senso piuttosto che in un altro. Per tale ragione, quindi, e non per un qualche particolare e filosofico apprezzamento nei riguardi della vita, soprattutto della vita di idioti, stolidi individui quale quello ora presentatole innanzi, anche la, forse superflua, esistenza di molti fra coloro i quali contro di lei si erano osati schierare era stata comunque mantenuta tale, e non troppo presto condotta alla propria pur

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naturale conclusione. Ma di ciò, di quel suo particolare comportamento, di quella sua singolare linea di pensiero, in quel particolare momento, né il suo avversario, né tanto meno i suoi involontari spettatori avrebbero potuto avere la benché minima idea. Per tal ragione, soprattutto coloro che, attorno a loro, stavano osservando con il fiato sospeso il compiersi di un destino considerato qual già segnato, non avrebbero mai potuto prevedere come ella, invece di estrarre la spada, in un gesto per il quale avrebbe avuto tempo più che adeguato, si limitò a spostarsi lateralmente, allo scopo di sottrarsi alla traiettoria propria dell'uomo, lasciandolo spingersi oltre la sua posizione, con le braccia ancor tese e le mani frementi all'idea di quel contatto.

«Rinuncia.» suggerì ella, semplicemente, verso il proprio avversario, o presunto tale per quanto indegno di un tal titolo, nel non offrire ancora alcun gesto in sua opposizione.

Immobili, silenti, restarono anche i due accompagnatori della mercenaria, le due figure distintamente maschili, per quanto avvolte da pesanti cappe, che insieme a lei erano entrate nella locanda, animate, in tanta quieta tranquillità, dalla certezza di come in sostegno alla loro camerata non sarebbe mai stato necessario un loro intervento, soprattutto nel confronto con un così banale avversario.

«Fai la ritrosa con me, razza di cagna deforme?» domandò,

insoddisfatto, l'uomo, nel voltarsi con una certa prontezza verso di lei, nella volontà di ritrovare occasione per il contatto mancato, per quell'unione tanto rapidamente smarrita fra loro «O hai dovuto spostarti

in conseguenza del peso che ti sbilancia tanto gravemente in avanti?»

Un secondo tentativo d'attacco, un secondo movimento destinato a raggiungere l'obiettivo mancato nel precedente, venne nuovamente offerto dall'ubriaco, ancora e tuttavia costretto al fallimento da una seconda, banale, evasione da parte della donna guerriero, che lascio l'individuo

libero di spingersi, in un incredibile giuoco del fato, in un'assurda giostra,

a ritornare esattamente là da dove si era inizialmente mosso, fallendo

nuovamente nella propria volontà e, per questo, traendo ragione di frustrazione, di ira, sentimenti purtroppo per lui esaltati a dismisura da parte dell'alcool presente nel suo corpo.

«Maledizione! Per Gorl!» invocò egli, nuovamente volgendosi a lei, ancora comunque disarmato, probabilmente ben lontano dal maturare un

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qualsiasi pensiero di bellicosi propositi nei suoi riguardi «Vuoi cercare di stare un istante ferma?!» «Midda?» domandò una delle due figure accanto a lei, intervenendo in quel momento al fine di ottenere conferma dell'inalterata volontà della compagna a non ricorrere a sua volta all'utilizzo delle armi per porre rapida conclusione su quella faccenda. «Non ti preoccupare, Be'Wahr. La pioggia mi ha infreddolito le ossa…» commentò ella, aggrottando la fronte, in distratta risposta a tale richiesta «Un po' di movimento non potrà che farmi bene… e questo giuggiolone sembra volersi proporre con insistenza proprio a tal fine.» «Come mi hai chiamato?» domandò l'uomo, sgranando gli occhi nel ritrovarsi, inaspettatamente, oggetto di un commento da parte di colei che avrebbe dovuto, a suo avviso, limitarsi a offrire le proprie compiacenti forme sotto l'azione e la bramosia del suo tocco. «Giuggiolone… per tua fortuna.» insistette la donna, sorridendo sorniona nell'abbassare il proprio cappuccio dietro il collo e nel liberare, in ciò, il proprio capo da quell'ormai inutile presenza «Avanti, giuggiolone. Questa volta non mi sposterò. Hai la mia parola…»

Confuso, forse indispettito e pur eccitato, incerto nel merito della reale volontà che avrebbe dovuto essere considerata responsabile per l'invito a lui offerto, l'uomo, nella pur abbondante disponibilità di alternative a quel monotono e vano tentativo verso di lei, votò in favore di un terzo atto, forse illudendosi che, in quell'ultima affermazione, ella avesse voluto finalmente accettare la resa di fronte ai suoi desideri, alle sue voglie. E Midda Bontor non si spostò, preferendo limitare quello che prima si era concesso quale il movimento del suo intero corpo unicamente al proprio braccio mancino, il quale con violenza, con forza, si scagliò in direzione del volto avversario nel momento in cui egli le fu prossimo, colpendolo non tanto con la compattezza di un pugno quanto più con l'umiliante sferzata di uno schiaffo. Un manrovescio che risuonò in maniera inattesa e inattendibile all'interno dell'intera locanda, sbilanciando l'uomo così respinto a cadere lateralmente e incitando, dopo un istante di stupore, l'ilare reazione di tutti i presenti.

«Cagna…» sussurrò l'offeso, tentando di risollevarsi, là dove il gesto subito non era ancora stato tanto estremo da privarlo dei sensi, probabilmente più per esplicita volontà della sua controparte che per un semplice caso fortuito. «Due volte mi hai definito qual cagna… e due volte qual vacca…» osservò ella, aggrottando la fronte «O hai una gran confusione in mente,

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oppure non ti è mai capitato di incontrare una donna prima d'oggi, razza

di bifolco che non sei altro. Io sono una donna: non una vacca, non una

cagna. Una donna.» «Maledetta!» gridò egli, tentando di gettarsi ancora una volta contro di lei, evidentemente non ancora soddisfatto, non ancora reso savio in virtù

dei colpi già subiti. «Che noioso che sei.» sbuffò ella, andandolo nuovamente a colpire con

un sonoro ceffone, questa volta, però, offerto dalla propria mano destra, in freddo metallo.

Il colpo, pertanto, sbalzò letteralmente l'ubriaco contro un gruppo di tavoli prossimo al luogo dello scontro, spingendolo a travolgere altri avventori, i boccali colmi di birra dei quali vennero inevitabilmente, e pur involontariamente, rovesciati. Un atto, questo, che, purtroppo, invocò con forza, con irrefrenabile bramosia, un desiderio di violenza collettivo, dov'anche fino a quel momento un certo timore, un sincero rispetto era stato offerto nei confronti della mercenaria e dei suoi non meglio identificati compagni.

«La birra… dannazione!» gridò il primo di quel gruppo a sollevarsi, con definita sete di vendetta nello sguardo «Se vuoi ucciderlo fallo subito, ma lascia in pace la mia birra!» «Stupida esibizionista…» si affiancò un secondo, dopo aver spinto da parte il reale colpevole della loro tragica perdita, non meritevole di alcuna considerazione in quel momento «Credi di poter arrivare qui e dettar legge solo perché fino a oggi hai avuto fortuna nelle tue imprese?!» «Midda?» tornò a domandare la stessa figura prossima alla mercenaria, che prima da lei era stata identificata con il nome di Be'Wahr. «Non vorrai divertirti solo tu, spero bene…» intervenne anche la seconda presenza, prendendo per la prima volta parola per quanto ancora immobile al proprio posto. «Lungi da me contrariarvi, Howe…» sorrise ella, stringendosi fra le spalle, nel rispondere a quell'implicita richiesta «Però, mi raccomando, niente armi. Fra questi idioti c'è probabilmente colui che cerchiamo e sarebbe un vero peccato ucciderlo, per errore, prima del tempo…»

Gli sciocchi che si precipitarono a testa bassa in contrasto alle tre figure ultime giunte in quell'edificio, probabilmente, si proposero lì psicologicamente rafforzati, incitati, da quella richiesta, da quella domanda resa tanto esplicita da parte della loro avversaria. Grazie a tali parole, infatti, a tutti loro era appena stata donata la convinzione, forse effimera ma ugualmente presente, di avere qualche speranza di vittoria:

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dove la donna guerriero aveva deciso di non fare ricorso alla propria temibile spada, richiedendo ai propri compagni di ventura un'eguale scelta, era stata loro garantita, anche nella peggiore delle ipotesi, una minima speranza di sopravvivenza in quella che, altrimenti, sarebbe stata una banale mattanza, non un confronto ma, semplicemente, un genocidio.

Ciò nonostante, al di là di quell'illusione di salvezza rivelatasi capace

di animare e di coinvolgere sempre più partecipanti in quella rissa, né la

Figlia di Marr'Mahew né i suoi accompagnatori si proposero qual generosi nei loro riguardi, nei confronti di tutti coloro, uomini e donne, che tentarono di contrastarli, di dominarli. E dove anche il ricorso all'uso delle armi era stato loro negato, più dalla necessità espressa che dalle stesse parole della donna, non uno fra i tre ebbe di che ritrovarsi in svantaggio rispetto a tutti coloro che decisero, stolidamente, di tentare quell'azzardo.

«Avevi assolutamente ragione, amica mia!» sancì l'uomo chiamato Be'Wahr, ritrovandosi nel centro della bolgia «Non c'è nulla di meglio di una sana zuffa per riscaldarsi. Del resto non era quello che diceva sempre anche tua madre, fratello?»

Privato del proprio manto, il mercenario, in quanto tale anch'egli era,

si mostrò ai propri avversari quale un uomo biondo e dalla carnagione

pallida, a dispetto del proprio nome tipicamente shar'tiagho, dotato di un fisico robusto e tarchiato, membra solidamente scolpite e pur tutt'altro che

denudate, qual ci si sarebbe potuti attendere nella consuetudine di simili individui, normalmente propensi a porre in mostra la propria muscolatura. Da ormai lungo tempo, in effetti, egli era solito celare, sotto un fitto intreccio di bendaggi posti attorno al proprio intero corpo, l'eccessivo ricorso a tatuaggi a cui si era maldestramente lasciato coinvolgere, segni distintivi che lo avrebbero potuto rendere facilmente riconoscibile e per questo in contrasto con la sua politica personale a tal riguardo, opposta a quella della sua attuale compagna di viaggio, probabilmente anche in conseguenza di un'esperienza comunque inferiore, di una fama ovviamente meno ossessiva rispetto a quella per lei comunque caratterizzante.

«Zuppa… non zuffa!» definì l'uomo chiamato Howe, accanto a lui in quell'intreccio di arti e carni «Ed era tua madre a dirlo, non la mia… Non impegnarti a farmi vergognare per il fatto che ti considero qual mio fratello, ti prego… per Lohr!»

A sua volta scoperto dalla cappa che poco prima aveva negato l'evidenza dei suoi tratti somatici, l'ultimo elemento di quel gruppo si

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presentò qual un uomo alto e magro, agile nella propria conformazione

fisica, dalla pelle naturalmente scura e dai capelli ordinati in una miriade

di sottili trecce, secondo quella che, effettivamente, era propriamente

moda shar'tiagha al pari della sua origine, benché il suo nome non si ponesse a richiamo di simili terre, di tal regno nordico, così prossimo ai deserti centrali come era per quello di Be'Wahr. Al biondo compagno, in verità, egli era stato propriamente legato addirittura nell'origine delle loro stesse esistenze, da una forte amicizia instauratasi fra le loro famiglie le quali erano giunte, persino, alla decisione di affidare a ognuno il nome dell'altro, al momento della loro nascita. Una coppia amici ancora prima che di mercenari, la loro, per l'intrinseca essenza della quale erano pertanto in grado di dimostrarsi particolarmente affiatati, solidali nel reciproco appoggio, nel sostegno che non mancavano di offrire senza alcuna condizione l'uno all'altro, certi che chiunque fra loro sarebbe morto per il fratello senza la pur minima incertezza.

«Su… su… non siate falsamente polemici. Tanto lo so che, sotto sotto, siete estremamente affezionati l'uno all'altro…» stuzzicò la donna, respingendo a sganascioni chiunque si avvicinasse troppo a lei.

Ai due avventurieri verso i quali stava offrendo la propria attenzione verbale, ora propri compagni di viaggio, ella era stata unita tempo prima per scelta, per volontà di una nobildonna kofreyota, che aveva voluto formare, con loro tre e con una quarta figura attualmente assente al loro fianco, una particolare squadra, un gruppo selezionato allo scopo di

compiere missioni altrimenti impossibili per chiunque altro. E da allora,

da quel primo incontro ormai lontano nel passato di ognuno di loro,

l'affiatamento risultato dall'aggregazione di personaggi tanto diversi, dissimili e pur complementari gli uni agli altri, aveva avuto valide ragioni

per non considerarsi esclusiva eccezione di una singola occasione, al punto da ritornare a mostrarsi nuovamente e quasi completamente riuniti per una nuova impresa, per un'inattesa missione quale era quella che li aveva portati fino a quelle cime altrimenti dimenticate, tutt'altro che considerate quali mete ambite nella loro quotidianità. L'incredibile e continuo riecheggiare di schiaffi si pose tanto esaltato, tanto estremizzato da far apparire quella scena grottesca ancor prima che drammatica, comica e ridicola ancor prima che pericolosa e tragica. Simile piega, distorta trama intrapresa in maniera quasi spontanea dagli eventi, pur considerabile sicuramente quale impropria, inappropriata per una situazione di quel genere, fu ugualmente possibile non per semplice grazia di ostentata sicurezza di sé nella Figlia di Marr'Mahew, quanto piuttosto per la certezza di come, da quella rissa, ella e i suoi compagni

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sarebbero potuti uscirne illesi, forse contusi, stropicciati, ma non propriamente feriti o pericolosamente condotti in fin di vita: sicurezza, in verità, la loro non offerta qual conseguenza di una fiducia spropositata nei confronti dei loro possibili avversari, quanto piuttosto nella consapevolezza di come alcuno fra i presenti avrebbe avuto ragioni per attentare alle loro vite. In caso contrario, infatti, il sangue avrebbe sì iniziato a scorrere, ma non si sarebbe limitato unicamente alla loro fazione e, in ciò, per loro stessa mano, sarebbe stato preteso alla controparte, con irruenza tale da segnare con color rosso intenso, in maniera indelebile, persino il terreno prossimo a quella locanda. Così, nel mantenere il reciproco vantaggio derivante dalla volontà di risvegliarsi all'alba successiva, alcuno fra i partecipanti a quella rissa, che coinvolse praticamente l'intera locanda a eccezion fatta per i gestori e i loro dipendenti, si impegnò nel ricorso delle armi, abbracciando con sincera buona volontà il tacito accordo allora stipulato e contribuendo, in definitiva, alla creazione di quell'ambiente pur paradossale, assurdo, costituito da ceffoni e percosse dove chiunque altro si sarebbe probabilmente atteso, per lo meno, un pugnale, uno stiletto o anche solo un coltello da tavola impugnato da qualcuno fra tutti i contendenti.

«Cagna!» gridò la voce ormai divenuta assolutamente nota alle orecchie della mercenaria, per quanto ancora priva di un nome a essa associato… non che alla sua attenzione simile dettaglio sarebbe potuto essere considerato importante, nell'offrire riferimento all'uomo che, involontariamente, era stato causa e origine di tutto quello «Avrò la tua testa!» proclamò, slanciandosi verso di lei, nell'aprirsi un varco fra la folla, con la propria ormai classica irruenza. «Ma allora è vero amore!» sorrise ella, accogliendolo con trasparente gioia a sé nel tendere le braccia verso di lui «Se dal mio corpo sei riuscito ad arrivare a interessarti addirittura alla mia mente, come poter credere in altro?!» domandò, beffeggiandolo e ruotando rapidamente la propria intera figura, per convogliare l'energia di tanta foga, con la presa delle proprie mani attorno alle spalle della controparte, a superarla e a cercare possibilità di sfogo contro le forme meno confortevoli di Be'Wahr «Ops… che imbranata… perdonami, mia anonima metà del cielo, te ne prego!» «Ehy!» protestò il biondo, voltandosi giusto in tempo per lasciar precipitare una pesante manata fra la spalla e il collo dell'avversario così propostogli «Se vuoi ambire alle grazie di Midda Bontor mettiti in fila, belloccio… ci siamo prima noi!» scherzò, nel mentre in cui all'uomo non fu offerta alternativa a ricadere, nuovamente, a terra, parzialmente stordito per un impatto tanto violento.

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«Mio eroe…» sospirò la donna guerriero, rivolgendosi ora nei riguardi del compagno di squadra, senza sarcasmo ma con evidente intento di giuoco con lui. «Ordinaria amministrazione.» sorrise l'altro, mostrandosi per un istante quasi gongolante per l'approvazione offertagli, anche solo per banale divertimento, assolutamente effimera qual un semplice sogno. «"Suo" eroe… cerca di non imbambolarti!» intervenne Howe,

inginocchiandosi per prendere di sorpresa le gambe di un uomo impegnato con una sedia sollevata da terra ad attentare all'incolumità del fratello, pronto evidentemente a scagliargliela contro approfittando di quel momento di distrazione da parte del medesimo «Anche senza ucciderci, potrebbero comunque farci molto male se non stiamo attenti!»

lo rimproverò, con sincera premura, mentre in conseguenza del suo atto,

colui candidatosi qual primo atleta della storia nella disciplina del lancio

della seggiola, precipitò al suolo, andando a sbattere con violenza il volto

a terra e perdendo in ciò, ovviamente, ogni controllo sull'arma

contundente scelta per quel tentativo miseramente fallito. «Cosa avevo detto?» sorrise Midda, scagliando una nuova serie di sonori manrovesci offerti unicamente con la mancina contro il volto di una

donna lanciatasi in sua offesa, evitando in ciò un contatto sicuramente non gradevole con le lunghe unghie della medesima, le quali avrebbero potuto ledere senza ragione la sua già martoriata pelle più del dovuto «In fondo

vi volete bene!

E stai buona, razza di gattina che non sei altro: mi hai

forse scambiata per un ratto?…» «Un ratto sicuramente no. Ma sicuramente sei una gran bella top…

ahhh!» commento lo shar'tiagho, cogliendo la battuta al balzo e tentando

di rigirarla verso la medesima compagna, salvo essere poi interrotto da un

inatteso colpo all'altezza del diaframma, che lo privò temporaneamente della possibilità di respirare, costringendolo a gemere per il dolore

purtroppo inatteso e sinceramente indesiderato. «Vedi, mio buon Howe?» propose la donna, raggiungendolo immediatamente e liberandolo del proprio avversario con un'azione

decisa del destro, utile ancora una volta a ricollocare un maschio adulto e ben piazzato in una posizione diversa all'interno del locale «Gli dei ti devono essere davvero tanto affezionati, dove essi si sono così impegnati per impedirti di completare la battuta di pessimo gusto che stavi per

offrirmi…»

«… s… s… spiri… tosa…» balbettò l'uomo, ancora afono, scuotendo il capo e cercando di riuscire a focalizzare nuovamente la vista nei confronti dell'ambiente attorno a sé, per non lasciarsi più cogliere di sorpresa come

era appena avvenuto «… vera… mente s… s… spirito… sa…»

208 Sean MacMalcom

«Ti ho sempre amato anche io… tantissimo!» rise ella, divertita, per poi tornare a gettarsi a capofitto in quella bolgia, folle e disordinata, all'interno della quale, in verità, ormai si poneva essere uno scontro di tutti contro tutti ancor prima che di tutti limitatamente contro di loro.

Tanto pandemonio, continuamente alimentato dalle medesime figure già abbattute e nuovamente ripresesi, ebbe occasione di perdurare, paradossalmente, molto più di quanto non si sarebbe protratta un'eguale battaglia se fosse stata condotta a mano armata. Se solo, infatti, fossero

tutti ricorsi alle proprie armi, spade o asce, picche o corte lame, che esse sarebbero potute essere, ogni sconfitto non avrebbe più avuto possibilità

di rialzarsi e di tornare a combattere, come altresì fu in grado di fare in

quell'enorme rissa, in quella baraonda che, dopo il primo quarto d'ora, si stava già dimostrando qual priva di origine e, forse, anche di una vera e propria possibilità di conclusione. Fortunatamente per tutti, soprattutto per la fazione formata dagli avventori slanciatisi in opposizione alla sì compatta ma efficiente squadra di mercenari, dove la vita non venne comunque negata a nessuno, ugualmente le forze, le energie da impiegare in quel conflitto si concessero, con il passar del tempo, sempre inferiori, arrivando, dopo quasi un'intera ora, a giungere a una naturale conclusione. A tal termine, ormai forse neppure sperato per quanto inevitabile, ancora in posizione eretta, benché umanamente affaticati anche in conseguenza di una lunga giornata di cammino, si dimostrarono pertanto soltanto Midda, Howe e Be'Wahr, mentre attorno a loro, ai loro piedi, si riversavano i corpi

stremati, privi di coscienza e di senno, di tutti coloro che avevano cercato

di disporsi in loro contrasto.

«Woah…» esultò il biondo, lasciando fremere tutto il corpo come a volersi scrollare qualcosa di dosso «Ora, in verità, inizio addirittura a sentire caldo…» «Effettivamente è stata una rissa veramente accattivante.» si ritrovò

concorde lo shar'tiagho, approvando incredibilmente l'opinione offerta dal fratello, e non contrastandola o beffeggiandola come proprio consueto costume «Bisognerebbe organizzarne più spesso…» «Mi spiace per il disordine.» commentò la Figlia di Marr'Mahew, rivolgendosi in tal osservazione non tanto verso i compagni quanto verso

il locandiere e i propri sguatteri, i quali non stavano mancando di

osservare con desolazione il paesaggio così presentato loro «Ovviamente

ci faremo carico di risarcire i danni.»

MIDDA’S CHRONICLES 209

«Che cos… ?!» tentò di obiettare Howe, salvo ritrovarsi a esser bersaglio di un'occhiata sufficientemente esplicativa da parte della mercenaria «Err… ovviamente…» non ebbe quindi possibilità di obiettare.

Il padrone di casa non si poté negare un certo sollievo in conseguenza dell'affermazione appena proposta dalla donna guerriero, là dove, conoscendola anch'egli di fama, si proponeva certo del fatto che ella non sarebbe venuta meno a un simile impegno. Per tal ragione, dopo essersi osservato rapidamente attorno a effettuare, probabilmente, un primo censimento dei danni e, nel contempo, a individuare un tavolo ancora agibile, si inchinò innanzi al gruppetto mercenario per invitarli ad accomodarsi.

«Sono spiacente per la pessima accoglienza offertavi…» commentò, servilmente, nel rimuovere alcuni corpi esausti o svenuti dal cammino dei tre, per evitare che potessero donare loro ragione di fastidio «Solitamente l'ambiente concesso dalla mia locanda è molto più tranquillo… ma questo temporale ha sorpreso molti viandanti, creando un certo malumore di fondo che…» «Non sono necessarie scuse di sorta.» raccomandò Midda, seguendolo fino al tavolo prescelto e lì prendendo posizione, con movimenti quasi eleganti soprattutto nel confronto con quelli precedentemente offerti ai propri avversari, dotati di molta meno grazia «La situazione si è presentata al di fuori della tua capacità di intervento e, certamente, io non ho contribuito a mantenerla rilassata.» «Sarebbe possibile bere e mangiare?» si informò, nel mentre, Be'Wahr, cedendo ora a esigenze molto più materiali, pur comuni a tutti loro «Anche noi saremmo da annoverare nel conteggio dei viandanti da te citati.» sottolineò verso il loro anfitrione. «Ma certamente…» annuì il locandiere, facendo gesto a un ragazzo alle sue dipendenze di accorrere, al fine di iniziare a condurre una brocca di vino al tavolo, a prevenire tale richiesta. «Inoltre… staremmo cercando un uomo.» prese parola Howe, evidentemente desiderando non porre in secondo piano la ragione della loro venuta fino a quell'angolo di mondo, nel quale altrimenti non avrebbero avuto ragione di spingersi «Una guida molto esperta della zona della Terra di Nessuno a quanto ci è stato comunicato.» «Oh…» sussurrò il bonario ospite, stringendo per un momento le labbra e aggrottando la fronte in chiaro segno di preoccupazione per l'implicito posto in quella richiesta «Stai forse riferendoti a Sanma Bover, mio signore?»

210 Sean MacMalcom

«Lui.» confermò lo shar'tiagho, inarcando un sopracciglio in conseguenza dell'incertezza donatagli da parte del locandiere, in forte contrasto con l'immediata consapevolezza nel merito dell'identità dell'uomo da loro richiesto, nell'averne anticipato senza la minima esitazione il nome «Vi sono problemi a tal riguardo?» chiese, con curiosità e senza alcuna minaccia velata in tale sincera questione. «Non per me. Non per me, certamente.» si premurò a sottolineare, onde evitare l'insorgere di possibili incomprensioni a tal proposito, sebbene il toni adoperati fino a quel momento fossero stati assolutamente sereni «Però… temo che avrete qualche difficoltà a ottenere quanto desiderate…» «Spiegati meglio.» domandò il biondo, servendosi immediatamente da bere non appena la caraffa fu appoggiata innanzi a loro, insieme a tre boccali in legno «Si pone, forse, fuori dalla nostra possibilità di contatto?» «Oh… no. Anzi.» scosse il capo il locandiere, dimostrandosi dubbioso sulle parole da utilizzare per rendere al meglio un concetto effettivamente semplice «In verità, anzi, direi che c'è già stato una certa forma di "contatto" fra di voi. Ed è stato, propriamente, il primo a ricercarlo…» «Thyres…» esclamò la mercenaria, comprendendo il significato di quell'indicazione.

Divertita in conseguenza dell'ironia offerta dal fato, Midda si levò dalla sedia appena occupata per tornare sui propri passi, osservandosi con interesse attorno, a vagliare uno a uno i corpi a terra per cercare, fra loro, il sommo poeta che tanto si era impegnato fino a quel momento per decantare le lodi della sua beltà, offrendole dolci epiteti fra cui "vacca" e "cagna". Per quanto l'attenzione della donna non si fosse concessa in maniera particolarmente accesa nei confronti di quella figura, difficile sarebbe stato non identificarlo, non riconoscerlo, nel vivo contrasto proposto dai suoi abiti, particolarmente eccentrici, in verità, per quella che sarebbe dovuta essere l'immagine di una guida esperta, un uomo abituato a viaggiare in territori inesplorati e a sopravvivere agli stessi. A vestire una pelle chiara, un corpo giovane, probabilmente ancor più rispetto a quelli dei due fratelli suoi compagni di viaggio, con un viso tondeggiante e imberbe, occhi blu che attualmente si sarebbero proposti qual chiusi, e corti capelli disordinati verso il cielo, utili a renderlo simile a un istrice, erano stati, infatti, una casacca rosso sangue, braghe verdi giallastre, stivali altrettanto verdi, e, sopra a tutto ciò, un lungo cappotto giallo vivo, ornato da bordi e decorazioni dello stesso colore proposto dal suo sguardo, in una scelta forse tutt'altro che casuale in simile rapporto. Quel cappotto, nella fattispecie, avrebbe potuto richiamare il concetto espresso dalle uniformi

MIDDA’S CHRONICLES 211

degli ufficiali dell'esercito kofreyota, con le proprie particolari frange, con

i propri intrinseci ornamenti, ma la presenza di toni tanto intensi,

accecanti quasi nel contrasto naturale che formavano gli uni con gli altri,

mai si sarebbe potuto associare un simile vestiario a una qualsivoglia organizzazione militare, regolare o mercenaria che essa fosse. Abiti,

pertanto, che sarebbero dovuti essere ritenuti quali esclusivamente derivanti da una sua scelta in tal senso e, in ciò, probabilmente conseguenza in un carattere forte, indipendente, addirittura beffardo, nonché estremamente sicuro di sé, quale del resto era stato quello loro concesso immediatamente in seguito all'avvenuto ingresso nel locale. Una volta raggiuntolo, ritrovandolo senza particolare impegno sotto i corpi altri due compari altrettanto svenuti, ella lo sollevò di prepotenza da terra, ponendo entrambe le proprie bracciata attorno al suo petto, sotto gli arti superiori del medesimo, per reggerlo in piedi e mostrarlo, in tal modo,

al loro attuale interlocutore, nella ricerca di una conferma ormai quasi

retorica da parte sua.

«Esattamente…» annuì l'uomo, offrendo il riscontro da lei ricercato «E'

la guida verso la quale avete espresso il vostro interesse.» «Quando si dice il destino.» sbuffò ella, sorridendo sconsolata

«Be'Wahr… per favore, vieni a darmi una mano. Non vorrei acciaccarlo più di quanto non abbia già fatto fino a ora…»

Sollevato senza fatica dal biondo, e condotto secondo la volontà delle mercenaria fino al loro stesso tavolo, Sanma venne così adagiato su una

quarta sedia, non senza un naturale imbarazzo da parte della stessa Figlia

di Marr'Mahew per l'epilogo grottesco di quella parentesi, di quella breve

disavventura, surreale al punto da risultare quale chiara dimostrazione dell'esistenza degli dei e della loro influenza nelle vicissitudini umane, là

dove, altrimenti, tanta paradossale coincidenza non avrebbe potuto trovar ragione d'essere, di proporsi.

«Credi che ci aiuterà, nonostante quanto accaduto?» si espresse Howe, ora condividendo le ragioni di dubbio prima proposte dall'oste, nell'osservare il corpo privo di sensi posto seduto accanto a loro, quasi come se fosse stato un compagno e non, più propriamente, la causa principale dello scontro appena terminato.

Al di là di ogni emozione, di qualsiasi considerazione assolutamente umana e probabilmente giustificata, all'attenzione della donna guerriero era comunque definito l'assunto di come, ormai, i giochi sarebbero dovuti essere considerati da tutti loro addirittura terminati, in quanto, da persone

212 Sean MacMalcom

adulte e responsabili quali essi erano, avrebbero dovuto impegnarsi ad abbandonare eventuali contrasti, possibili divergenze alle proprie spalle, per poter guardare insieme e serenamente al domani, all'avventura che li avrebbe presto attesi, uniti da un sentimento comune, da un medesimo fine, tanto elevato e universale per il quale neppure il loro candidato al ruolo di guida avrebbe di certo avuto di che ridire, stuzzicato nelle corde più profonde del proprio animo da un concetto assolutamente semplice e incontrovertibile…

«… per riservarsi il diritto a una parte della montagna d'oro che ci attende,

mi sento sufficientemente sicura del fatto che riuscirà a trovare la voglia di

offrirci il proprio sostegno.» sorrise, serenamente.

di offrirci il proprio sostegno.» sorrise, serenamente. Q uando Sanma Bover riuscì a ritrovare lucidità, il

Q uando Sanma Bover riuscì a ritrovare lucidità, il sole era già tornato a splendere sopra le montagne, nell'immancabile offerta di un cielo terso, assolutamente limpido e sereno, qual solo sarebbe stato possibile attendersi a seguito di un

temporale quale quello del giorno precedente. Immancabile, forse per il vino, forse per le botte subite, fu in lui un forte senso di nausea, che lo vide, ancora confuso, ancora cieco e sordo al mondo attorno a lui, riuscire

a correre fino all'esterno della locanda giusto in tempo per gettare la testa sulla nuda terra e lì rilasciare il contenuto del proprio stomaco, in un nauseante composto privo di un qualunque colore umanamente definibile

e, piuttosto, dotato di un'incredibile varietà di toni diversi, di tinte

incredibili nella propria commistione. Solo dopo essersi, in siffatto modo, liberato del peso gravante sul proprio corpo, egli riuscì a offrire per la prima volta attenzione all'universo attorno a sé, nell'allora primaria

esigenza di comprendere dove avesse da considerarsi essere e, soprattutto, cosa fosse accaduto nelle ultime ore, dal momento in cui nella sua memoria si ponevano immagini eccessivamente caotiche per potergli offrire un qualche sentimento di senso compiuto. Fu proprio in quel frangente, nel mentre in cui egli si voltò verso la locanda dalla quale era pocanzi uscito, che l'immagine di una donna al contempo nota e sconosciuta gli si propose innanzi allo sguardo, osservandolo con un sorriso divertito e pur privo di scherno nell'attenderlo amichevolmente sulla soglia dell'edificio.

MIDDA’S CHRONICLES 213

«Ci conosciamo?» sbiascicò, con la bocca ancora in parte impastata dal sonno e dal rigurgito appena riversato lì dietro «O, meglio, dovrei dimostrare di conoscerti?»

«Considerando quello che è successo fra noi questa notte, direi proprio

di sì.» sorrise ella, annuendo, nel mantenersi tranquilla con le braccia

incrociate immediatamente sotto al generoso petto. «Mmm…» commentò egli, grattandosi il collo e aggrottando la fronte, con aria incerta, cercando senza molto successo di ricostruire i termini entro i quali avrebbe dovuto interpretare quelle parole «Aspetta… tu sei la mercenaria di Kriarya… quella famosa…» «Sì… lei…» confermò la Figlia di Marr'Mahew, ancora con aria serena nei suoi confronti, cercando di non dare spazio a possibili nuove incomprensioni fra loro, emozioni che avrebbero potuto ostacolare il successo della loro collaborazione nei giorni a venire. «Mmm…» insistette egli, sempre meno convinto nel merito di quell'incontro, di quanto stava accadendo «Scusa la domanda… ma prima accennavi a qualcosa che è successo fra noi questa notte… tu e io… intendi dire che…?» «Oh…» inarcò entrambe le sopracciglia ella, rendendosi solo ora conto

di quanto, senza alcuna malizia, aveva pur formulato in maniera sin

troppo ambigua «No, no… assolutamente. Cioè… forse a te sarebbe anche interessato, e in tal senso hai tentato comunque di esprimerti nel corso della scorsa notte, ma è finito tutto in rissa.» chiarì immediatamente, non

desiderando dare ambito a ricordi errati, dove in lui, evidentemente, si stavano iniziando a frammischiare memorie reali e oniriche, utili a generare una gran confusione. «Ah… ecco.» asserì, stringendo le labbra in un sorriso a metà fra la consapevolezza e la delusione «Meglio così in fondo. Sarebbe stato un peccato non riuscire a ricordarsi nulla…» aggiunse poi, dimostrando estremo pragmatismo nel liquidare sia la questione della mancata notte di piacere, sia quella dell'ammessa notte di violenza.

Midda sorrise di fronte al carattere così dimostrato dall'uomo, certamente più apprezzabile di quello che, altresì, si era tanto impegnato a offrire la sera precedente. Evidentemente, fra le doti di Sanma, non avrebbe dovuto essere annoverata quella di reggere bene l'alcool, offrendo comunque ragione, in ciò, di soddisfazione per la donna guerriero. Se, infatti, la personalità estremamente spiacevole con la quale la sera prima si era posta a confronto fosse stata in lui predominante, i giorni che essi avrebbero dovuto trascorrere insieme sarebbero stati a dir poco insopportabili: così, invece e fortunatamente, tanto ella, quanto anche i

214 Sean MacMalcom

suoi compagni, avrebbero avuto la possibilità di interagire con una persona diversa e, forse, migliore. Nel mentre di simile riflessione, naturalmente non condivisa da parte della mercenaria, l'uomo, senza rendere propri eccessivi formalismi, riprese ad avanzare nella direzione della locanda, riattraversando la porta d'ingresso e dirigendosi, un po' zoppicante, nella direzione del bancone, evidentemente desideroso di chiedere qualcosa per eliminare il pessimo

sapore di succhi gastrici rimasto a imporre la propria crudele tirannia nella sua cavità orale. Definito il genere di rapporto che era intercorso con

la propria interlocutrice, e accertato che non vi fossero, chiaramente,

questioni in sospeso, dove ella non era sembrata interessata a dar spazio a

nuove discussioni fra loro, a prosecuzione di argomenti dei quali neppure conservava memoria, l'interesse dell'uomo nei suoi riguardi si sarebbe potuto considerare, in verità, già concluso, come nel proprio modo d'agire non mancò di sottolineare.

«Dammi la solita porcheria, Fazar…» richiese rivolgendosi al locandiere, nell'andarsi ad accomodare di fronte a lui con espressione ancora sufficientemente inebetita «Ho bisogno di pulirmi la bocca, di sistemarmi lo stomaco e di eliminare un pessimo mal di testa. E, devo ammetterlo, nulla mi fa effetto migliore del tuo beverone.» «Subito.» annuì l'interpellato, dando riprova di comprendere bene a cosa egli stesse riferendosi.

Un fattore comune a quasi ogni locanda del mondo o, per lo meno, a quelle presenti nella pur limitata conoscenza offerta alla donna guerriero sul medesimo, ma che, razionalmente, avrebbe potuto probabilmente essere esteso a regola generale, era sicuramente quello derivante dalla presenza di un composto misterioso, la cui ricetta era nota solo al padrone

di casa, utile a permettere un ritorno in sé in maniera rapida ed efficace

dagli effetti postumi di un'ubriacatura. Per quanto alla mercenaria, a titolo personale, il ricorso a tali rimedi fosse stato necessario soprattutto in gioventù, nei tempi antecedenti alla sua maturata consapevolezza dei limiti entro i quali non spingersi nella volontà di non perdere il controllo su di sé e sull'ambiente a sé circostante, rischio eccessivo per una professionista di fama rinomata qual era poi diventata, ella aveva avuto addirittura modo di vedere in azione dei veri "resuscita morti", in grado di far riprendere in maniera pressoché istantanea un uomo o una donna privi di sensi, e di restituirli più che lucidi alla realtà, dalla quale, in tal situazioni, erano solitamente richiesti in maniera estremamente urgente. Alcun stupore, quindi, alcuna curiosità sorsero in lei a tal richiesta da parte dell'uomo, dove, per quanto ignorata, ella non aveva mancato di

MIDDA’S CHRONICLES 215

seguirlo, di restare prossima a lui, in attesa del momento più idoneo a riprendere parola.

«Avendo già escluso che vi sia stato un piacevole intrattenimento fra noi, la notte scorsa, e sperando di escludere l'eventualità in cui tu possa desiderare riprendere il "discorso" interrotto al momento in cui io ho, chiaramente, perso i sensi, la tua insistente presenza mi porta a supporre come tu, comunque, abbia ancora qualche questione in sospeso nei miei riguardi…» evidenziò Sanma, non voltandosi nella direzione dell'interlocutrice, sebbene ne avesse chiaramente colto la presenza accanto a sé anche in quel momento. «In effetti sì. Ma non è nulla di urgente.» confermò la donna, per offrire priorità al composto alchemico che avrebbe permesso di ristabilire i giusti equilibri interiori ed esteriori nella controparte. «Ottimo…» annuì egli, con un sorriso sornione «Anche perché dopo che avrò ingerito quello schifo, sarà mia premura andare a svuotarmi la vescica e le budella prima di potermi concedere di prestare ascolto a qualsiasi questione, possa essa giungere da una presenza del tuo calibro, senza doppi sensi di riferimento fisico, o dall'ultimo degli imbecilli di questo mondo.» «E' giusto.» non si scompose la donna, impegnandosi a dimostrarsi più che ben disposta nei suoi riguardi, nonostante gli sguardi di Howe e di Be'Wahr, poco lontani dalla scena in atto, stessero dimostrando un'evidente intolleranza a quella situazione. «Mmm…» esitò, allora, l'uomo, incuriosito da tanta quiete nell'altra, nonché, ovviamente, dalla ragione per la quale ella si stava proponendo con tale tenacia innanzi a lui «Così… tanto per dire… la questione in sospeso nei miei riguardi, in quali termini sarebbe espressa?» tentò di informarsi, nel mentre in cui un boccale colmo di un liquido di colore, odore e consistenza non dissimile dal vomito da lui stesso prodotto, gli venne posto innanzi al viso da parte del locandiere. «Prova a concentrare la tua attenzione, per un istante, verso la maggiore quantità d'oro che tu possa concepire…» sorrise ella, proponendosi a sua volta sorniona «Raddoppiala… triplicala se vuoi, e avrai la risposta alla tua domanda.»

A quelle parole, in un gesto secco e deciso, l'uomo sollevo il boccale e tracannò senza la benché minima esitazione il suo disgustoso contenuto, gettandolo con foga invidiabile direttamente nello stomaco, quasi rappresentasse il succo più prelibato, il nettare più prezioso dell'intero creato. E, dopo aver riappoggiato il contenitore svuotato del suo contenuto sul bancone, si volse nella direzione della mercenaria,

216 Sean MacMalcom

strabuzzando in maniera incontrollata, per un fugate istante, gli occhi, in chiara conseguenza dell'intruglio appena assunto allo scopo di ritrovare la lucidità prima perduta.

«Dillo di nuovo.» le richiese, osservandola con attenzione, come se ella fosse apparsa solo ora, per la prima volta, innanzi al suo sguardo, quasi un volto del tutto sconosciuto, un carattere mai incontrato prima di quel momento «Dillo di nuovo, dato che, forse, non ho inteso correttamente.» Ed ella, sorridendo divertita per quella reazione, per tale espressione in perfetta linea con le sue previsioni, lo accontentò, riproponendo le medesime parole appena pronunciate, con assoluta serenità, normalità, quasi fosse una questione assolutamente ovvia, addirittura banale. «Sei sicura che fra noi non sia successo proprio nulla di piacevole ieri sera?» domandò l'uomo, a quel punto, aggrottando la fronte e sorridendo a sua volta, apertamente, quasi raggiante in volto «Perché, in tutta franchezza, dopo questa splendida rivelazione io credo di essermi innamorato perdutamente di te, qualunque sia il tuo nome…» «Ti assicuro che non è accaduto nulla.» commentò ella, socchiudendo appena gli occhi, con fare predatorio «In caso contrario, avessi tu anche svuotato le cantine degli dei dell'ebbrezza di ogni pantheon, non avresti avuto occasione di scordarti di me.» «Mmm… Midda Bontor!» esclamò egli, con fare trionfale, nel riuscire ad associare, finalmente, il nome all'identità già intuita e pur, fino a quel momento, non ancora definita «Tu sei Midda Bontor, la Figlia di Marr'Mahew!» «Ottima dimostrazione di come la lucidità stia ritrovando dimora nella tua mente.» annuì la mercenaria, senza concedergli, in ciò, alcun riconoscimento nel merito del malizioso scherzo precedente «Ora, però, fai quello che devi… così che, quando sarai pronto, potremo finalmente parlare di lavoro.» «Potremo… tu e io?» cercò conferma egli, intuendo, o forse ritrovando memoria, della presenza di altre figure accanto a lei, nella sera precedente. «E noi…» intervenne, cogliendo l'occasione, Be'Wahr, nel levare una mano dal tavolo occupato insieme al fratello, da dove stava seguendo con attenzione ogni sviluppo. «Giusto per chiarire.» sottolineò Howe, inarcando un sopracciglio e appoggiando, in tali parole, pienamente la presa di posizione del fratello, prima che il loro candidato al ruolo di guida iniziasse a riservarsi libertà psicologiche eccessive nei confronti della loro compagna. «Perfetto…» si limitò a constatare Sanma, piegando il capo per meglio osservare la coppia di mercenari, poco distante «Una coppia di dame di

MIDDA’S CHRONICLES 217

compagnia erano proprio ciò che speravo di trovare. Un grande amore distrutto sul nascere… che spreco…» «Vorrà dire che dovrai accontentarti della magra consolazione offerta dall'oro, mio sconsolato spasimante.» replicò la donna guerriero, quasi a voler riportare l'attenzione dell'uomo nei confronti della ricompensa promessagli, quasi se ne sarebbe potuto dimenticare.

A quelle parole, egli non mancò di risollevarsi dallo sgabello sul quale si era adagiato, per proporsi pronto all'azione o, per lo meno, al genere d'azione che aveva preannunciato e al quale, volente o nolente, non avrebbe potuto fisiologicamente rinunciare…

«Che dire? Cercherò di farmene una ragione…» sospirò, scherzosamente, prima di allontanarsi nella direzione dell'uscita dall'edificio, verso la latrina a cielo aperto rappresentata dall'intero panorama esterno a quel rifugio «Non scappate senza di me… torno il prima possibile!» si raccomandò, verso i propri nuovi ipotetici datori di lavoro.

In verità, ai tre avventurieri non venne concessa occasione di annoiarsi, non fu richiesta un'attesa eccessiva, nel riconoscere alla guida la possibilità di sbrigare le proprie questioni personali, dove, come facilmente presumibile, egli non volle rischiare di perdere quel possibile incarico, e la ricompensa collegata, in virtù delle proprie esigenze fisiche. Del resto, nel mondo in cui tutti loro erano nati e cresciuti, chiunque sarebbe apparso probabilmente indolente al pensiero di dover intervenire in soccorso di un amico o di un familiare, all'idea di doversi scontrare con un nemico superiore, di dover affrontare un'impresa fuori dal comune per semplice principio preso, per una questione sentimentale, emotiva. Al contrario, in quella stessa realtà, chiunque si sarebbe proposto più che entusiasta, più che appassionato al sol pensiero di compiere quelle stesse azioni, o raggiungere addirittura traguardi più rischiosi, nel porre in dubbio la propria stessa sopravvivenza, se a sprone di tal ragione fosse subentrato un riscontro economico, un banale, veniale arricchimento personale. Esser mercenari, in tal senso, non si sarebbe dovuto considerare, in effetti, qual un'onta, un disonore, là dove agire in siffatta maniera si poneva paradossalmente quale semplice accettazione della realtà, di un incontestabile e retorico stato di fatto che alcuno avrebbe mai, probabilmente, potuto modificare, sebbene numerosi ipocriti si sarebbero sempre impegnati a giudicar in maniera impropria tal professione, condannandola arbitrariamente nei propri stessi principi, fraintesi troppo spesso qual assenza di ogni valore.

218 Sean MacMalcom

Spronato, in tal guisa, dalle parole propostegli dalla donna guerriero,

più eccitanti, più coinvolgenti di quanto non sarebbero state altre rivolte a

un impegno sessuale fra loro, Sanma fece quindi rapidamente ritorno,

disponendosi con totale attenzione innanzi ai propri interlocutori, pronto

a pendere dalle loro labbra se solo quanto accennato avesse, effettivamente, trovato riscontro e conferma.

«Dove e quando.» esordì, sedendosi al tavolo prescelto dal gruppo, nel dimostrarsi, ora, assolutamente padrone di sé, delle proprie facoltà prima ancora, in parte, ottenebrate dai postumi del giorno precedente. «Terra di Nessuno. Immediatamente.» replicò Midda, apprezzando il modo di fare diretto offerto in tal senso, privo di eccessivi e inutili salamelecchi. «La Terra di Nessuno?» ripeté, con fare retorico, nel voler esser certo

di aver inteso correttamente «Avrei dovuto pensarci da solo… in caso

contrario non mi avreste cercato.» «La tua fama corrisponde a realtà?» tentò di informarsi Howe, osservando con diffidenza quell'uomo, tutt'altro che ben disposto nei suoi riguardi «Possiedi effettiva confidenza con quelle lande avvelenate?» «Non desidero esagerare, dichiarando di conoscerle meglio del villaggio ove sono nato e cresciuto, ma credo di essere uno dei pochi sfortunati a godere di un simile privilegio…» rispose l'uomo, accettando senza recriminazioni di sorta quel dubbio, l'incertezza verso di lui offerta

da parte dello shar'tiagho «In verità, comunque, dubito che possa esistere

qualcuno in grado di affermare, a ragion veduta, di aver visitato in maniera completa e approfondita tale zona: il suo nome, in tal senso, ha da giudicarsi sufficientemente indicativo.» «Abbiamo necessità di una guida che sappia orientarsi all'interno di quella regione vulcanica, che sia in grado di abbandonare i pochi tragitti noti, segnati, per inoltrarsi nelle aree meno conosciute o, meglio ancora,

del tutto inesplorate…» spiegò la donna guerriero, nel riprendere parola, a

definire con maggiore precisione i termini dell'accordo in discussione. «Quindi… se ho ben inteso, le signorie vostre sono intenzionate a sospingersi esattamente nei territori ancora inviolati.» osservò Sanma, offrendo riprova di aver colto l'esigenza primaria dei tre, in una banalissima deduzione in tal senso «E, nell'ipotesi in cui io sia effettivamente l'uomo da voi desiderato, sapendo individuare quali aree siano effettivamente tali nella vastità della Terra di Nessuno… per poter ottenere diritto alla ricompensa alla quale è stata offerta citazione poc'anzi, immagino dovrà esser mia premura condurre i vostri passi fino a un obiettivo in particolare, qualcosa di perduto, o forse dimenticato, all'interno di simile zona. O erro?»

MIDDA’S CHRONICLES 219

«Hai perfettamente colto nel segno.» confermo la mercenaria, annuendo a quelle parole e, nel mentre, ponendo le proprie mani, entrambe tese e con le dita chiuse, una innanzi all'altra, unendo fra di esse solo le estremità superiori nel voler delineare la sagoma di un vertice acuto, una punta triangolare rivolta verso l'altro, a introduzione del pur semplice concetto che sarebbe stato oggetto delle loro ricerche «Un obiettivo decisamente… voluminoso…»

loro ricerche «Un obiettivo decisamente… voluminoso…» L a Terra di Nessuno doveva il proprio nome non

L a Terra di Nessuno doveva il proprio nome non tanto a un'etimologia incerta, lontana, smarrita nel tempo e nella storia, quanto piuttosto a una banale constatazione dei fatti, alla semplice presa di coscienza della realtà da essa stessa

rappresentata. Posta al confine fra il regno di Kofreya e quello di Gorthia, tale area si poneva da sempre al di fuori della competenza territoriale di entrambi, non per una mancanza di interesse espansionistico dei due stati, dei monarchi a capo degli stessi, quanto piuttosto per un'assoluta impossibilità a mantenere qualsiasi genere di attività umana entro quei confini, in una terra sconvolta da incessanti attività sismiche e vulcaniche, dalle cui profondità né vita vegetale, né, tantomeno, animale sarebbero mai potute germogliare o proliferare, quanto piuttosto violenti getti di gas letali, che avrebbero negato qualsiasi possibilità o speranza in tal senso. Sulla base di simili presupposti, pertanto, ben pochi si proponevano essere coloro che avrebbero potuto vantare una confidenza con tale, pur vasta, regione, là dove alcuno avrebbe avuto ragioni per sviluppare la pur minima passione in quel senso. In Kofreya, e più precisamente nella provincia di Kirsnya, in verità, sconosciuto ai più e ufficialmente negato, era pur presente un certo interesse nei riguardi della Terra di Nessuno da parte delle autorità locali, del potere lì imperante, ove proprio entro tali confini, da epoche remote, era stato creato un carcere di massima sicurezza, un luogo nel quale poter esiliare e rinchiudere, senza alcun timore di possibili evasioni, tutte quelle figure estremamente scomode per le quali una condanna alla pena capitale non sarebbe stata concepibile, attuabile, e che, comunque, non sarebbero neppure potuti essere rinchiusi in una comune prigione, dalla quale altresì avrebbero potuto trovare occasione di fuga. E proprio in virtù della presenza di tale complesso, realizzato all'interno del ventre di un vulcano ritenuto inattivo, sarebbe dovuta essere considerata la familiarità

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di cui, a prescindere dalla ricerca da loro stessi svolta in favore di una guida, Howe, Be'Wahr e Midda Bontor avrebbero potuto far vanto. Tempo addietro, infatti, il loro primo incontro, l'occasione che li aveva visti unirsi insieme per la prima volta, aveva trovato ragion d'essere proprio nelle viscere più oscure di quella Terra e di quel carcere, dove la stessa Figlia di Marr'Mahew era stata rinchiusa per propria medesima volontà nell'inseguire la ricerca di alcune informazioni da lei ritenute sufficientemente importanti da rischiare di perdersi, definitivamente, in quel luogo dimenticato persino dagli dei. Evasa da quel sito di perpetua condanna, anche per merito dell'innegabile, per quanto non richiesta, collaborazione dei due, all'epoca affiancati da un terzo elemento conosciuto con il nome di Carsa Anloch, ella, al pari dei compagni, non avrebbe quindi potuto negare una pur esistente confidenza con quella zona, con quelle lande, per quanto simile cognizione non sarebbe potuta, oggettivamente, essere considerata sufficiente nei termini di quanto, attualmente, sarebbe stato loro necessario.

L'interesse che aveva spinto il ritorno dei tre alla Terra di Nessuno, in effetti, non avrebbe dovuto essere considerato rivolto nei confronti delle aree a loro pur note, delle zone da loro necessariamente attraversate in tale avventura passata, quanto piuttosto a territori inesplorati, e tali non solo innanzi alla loro esperienza, ma all'esperienza di chiunque. Volontà di quel gruppo mercenario, come giustamente intuito da Sanma, la guida ricercata e assoldata in conseguenza alla propria rinomata competenza verso quella regione, avrebbe dovuto essere riconosciuta quella volta a spingere i propri passi, il proprio cammino, sino a raggiungere un obiettivo specifico all'interno di quella regione, una meta la cui stessa esistenza era ormai stata scordata dal mondo intero, come sovente era solito avvenire per edificazioni appartenute a epoche antiche, a fasti passati e successivamente perduti nel passaggio delle stagioni, nello scorrere degli anni, dei decenni, dei secoli o, persino, dei millenni. Tutto ciò che, in età passate, era stato ritenuto forse e addirittura il fulcro stesso di una civiltà, di una cultura, di una fede, in conseguenza alla scomparsa di coloro che tanto significato avevano permesso di associare, inevitabilmente sembrava essere destinato da una legge divina, e per questo inviolabile, all'oblio, alla dimenticanza, talvolta addirittura a torto, spesso a ragion veduta. Antiche capitali, templi magnifici, incredibili necropoli… ogni testimonianza di ciò che era stato, e non era più, si poneva condannata a un destino di smarrimento. E proprio per grazia di simile fato, di tale sorte, mercenari del calibro di Midda Bontor, divenuta leggenda per i propri ritrovamenti, le proprie conquiste in tal senso, trovavano, dopotutto, uno scopo di vita.

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«Ovviamente non sono questioni di mia competenza, dove sol a voi dovrò offrire i miei servigi…» premesse Sanma, la mattina in cui essi giunsero in vista del confine della Terra di Nessuno, del proprio desolato paesaggio di morte «… ma, per pura e semplice curiosità, sarebbe possibile essere informato nel merito del nome del vostro mecenate? Di colui che vi sta spingendo in una missione di tal portata?» «Nessuno che tu conosca.» semplificò Howe, curvando le labbra verso

il basso, ancor non condividendo con i propri compagni il valore di quella

figura, di quella presenza aggiunta, pur avendone accettato l'utilità dove, in sua assenza, la loro ricerca avrebbe potuto dilungarsi inutilmente, trasformandosi in una perdita di tempo e di risorse, in contrasto a ogni principio per loro fondamentale nella propria esistenza da mercenari.

Non a torto fu simile risposta, dove il loro committente, il loro

mecenate per quella particolare impresa, sarebbe potuto essere identificato nella persona che meno al mondo avrebbe potuto esser considerata prossima a simile ruolo… Sha'Maech. Nella propria semplice quotidianità, nella propria consueta vita, al di

là delle questioni relative a quella particolare e assolutamente insolita

situazione, egli si proponeva quale una figura decisamente originale, che,

in molti, dove non desiderosi di concedergli offesa, avrebbero definito

eclettico, anche se la maggioranza avrebbe preferito etichettarlo, in

maniera molto più diretta, qual folle. Lontano dalla concezione del mondo

e della vita così come il consueto costume imponeva a chiunque fin dalla

nascita, proprio da quell'uomo, certamente non giovane ma solitamente giudicato qual estremamente vecchio a causa del proprio aspetto, della

propria capigliatura candida, delle rughe sul proprio volto, sebbene meno

di dieci anni lo differenziassero da Midda Bontor, erano in effetti derivati i

termini dell'accordo che aveva visto coinvolti i due fratelli e la donna guerriero in quella nuova e comune missione.

«Comprendo…» risolse l'interlocutore, non avendo interesse a insistere là dove si poneva evidente come alcuno dei propri tre datori di lavoro fosse particolarmente desideroso di condividere tale informazione, presupponendo che esistessero, in ciò, questioni che esulavano la loro possibilità di libero arbitrio.

In verità, nei tre mercenari lì coinvolti non si poneva volontà di rendere pubblico tale nome non per un'impossibilità a farlo, quanto piuttosto per la difficoltà che sarebbe stata propria nell'esplicitare il

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particolare rapporto che li poneva legati, in quel momento, al soggetto in questione e che li aveva visti accettare quello stesso incarico. Differentemente dal consueto stile che avrebbe dovuto contraddistinguere il rapporto fra mecenate e mercenari, infatti, i tre compagni non si erano impegnati in tale missione nella prospettiva di un compenso che sarebbe loro stato riconosciuto dal medesimo Sha'Maech al termine di quell'incarico, in cambio del raggiungimento del loro scopo, quanto piuttosto di ciò che sarebbe stato da loro stessi conquistato nel condurre a termine quell'avventura, dal momento in cui ogni ricchezza, ogni tesoro che essi avrebbero ritrovato, e della cui presenza l'uomo si era pur detto certo, sarebbe stato di loro legittima proprietà, da destinare agli scopi che sarebbero stati da loro più graditi, ove, verso di essi, alcun interesse sarebbe mai stato offerto dallo stesso mecenate. Se infatti l'agire comune era solito porre oro e altri valori materiali al centro dell'universo, trasmutando in maniera estremamente semplice qualsiasi concetto, quale anche la vita di una persona, in un corrispettivo valore economico, la particolare ecletticità caratterizzante la figura di Sha'Maech considerava vane, e tutt'al più fini a uno scopo estemporaneo ed evanescente, simili ricchezze, riservando a valori ben diversi la propria attenzione, il proprio sentimento. Non per semplice arricchimento materiale e personale, lo stesso che, senza alcuna ipocrisia, spronava anche gli animi di quasi tutti i presenti lì radunatisi, nella sola e parziale eccezione rappresentata dalla Figlia di Marr'Mahew, la quale bramava altresì la sfida che quell'avventura avrebbe potuto rappresentare, per permetterle di spingersi oltre i propri limiti, quindi, il loro committente aveva coinvolto i tre in quella missione, quanto piuttosto nella volontà di un arricchimento culturale, intellettuale per le generazioni presenti e future, anche e soprattutto a titolo di risarcimento per un orrendo crimine del quale, insieme agli stessi mercenari, si era pur reso partecipe quale tempo prima. Nel corso della medesima missione che aveva visti riuniti, per la prima, e fino a quel momento, unica volta Howe, Be'Wahr, Midda e Carsa, infatti, uno dei maggiori templi eretti in glorificazione del sapere universale, della conoscenza, la Biblioteca di Lysiath, indicata dallo stesso Sha'Maech al gruppo quale possibile chiave per la soluzione di un enigma imposto loro, era andata drammaticamente distrutta in un incendio del quale proprio la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio avrebbe dovuto essere considerata quale principale responsabile. Da ciò, evento sconosciuto a chiunque al di fuori degli stessi protagonisti di quella tragica vicenda, era derivato pertanto un legame particolare fra i quattro cavalieri e il sapiente, vincolo in conseguenza del quale essi si erano impegnati a cercare di offrire ammenda per il crimine compiuto, nel ritrovare e consegnare proprio allo studioso ogni possibile documento,

MIDDA’S CHRONICLES 223

ogni possibile tesoro culturale utile a ricostruire, in pur irrisoria parte, quanto andato perduto. Mai, comunque, prima di allora, di quella particolare occasione, l'anziano folle si era spinto a promuovere personalmente una missione per i mercenari, come, al contrario, era giunto a fare con quell'incarico, ottenendo da parte di tutti, con l'unica eccezione rappresentata da Carsa, l'interesse richiesto. Sulla base di simili presupposti, dei primari obiettivi verso i quali colui che sarebbe dovuto essere considerato, in senso lato, il loro mecenate aveva posto il proprio interesse, nel recupero di ogni testimonianza di epoche passate, di civiltà perdute, pertanto, era derivata la meta di quell'incarico, nella forma, forse considerabile naturale in quella loro professione ma, effettivamente, tutt'altro che scontata, di un antico e perduto tempio.

«Questa… piramide nera, però, ha qualche possibilità di esistere. Vero?» riprese la guida, comunque curioso, desideroso di comprendere qualcosa in più, nonostante ciò esulasse dai termini stretti del proprio incarico alle loro dipendenze, nonché di riempire in maniera costruttiva il tempo di quel lungo viaggio, dopo giorni di quasi totale silenzio fra loro nel tragitto compiuto fino a quel confine «Senza offesa, ma sarebbe estremamente sgradevole scoprire troppo tardi che stiamo inseguendo un semplice delirio…» «Possibilità, sì. Certezza, no.» definì Midda, accennando un sorriso quieto, nell'intuire, forse, le necessità dell'uomo in quel momento «L'unica certezza in tal senso si avrà in seguito al ritrovamento della medesima. Per ora, semplicemente, dobbiamo accontentarci di alcuni indizi, forniti da fonti sufficientemente sicure.» «Comprendo…» accordò, nuovamente, l'uomo, impegnandosi a non insistere ulteriormente, per quanto avesse comunque apprezzato l'intervento concessogli dalla donna.

La piramide nera, il tempio da loro cercato, secondo gli studi condotti da parte dello stesso Sha'Maech, doveva essere stata eretta all'interno dell'area ora conosciuta quale Terra di Nessuno in epoche antiche, forse antecedenti persino alla fondazione di Kofreya, Gorthia e tutti i regni lì prossimi, quand'ancora il continente era giovane e le leggende avrebbero ancora dovuto essere, prima ancora di divenire tali. Sulla base di una non meglio precisata fonte, al di là di quanto proposto dalla voce della mercenaria dai capelli corvini per non suscitare eccessiva polemica da parte della loro guida, lo studioso aveva avuto ragione di considerare l'esistenza di simile erezione e la propria collocazione in quella particolare regione, suggerendo la sua importanza

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storica in quanto, probabilmente, sede in un'epoca remota di un potere religioso o politico locale a quell'angolo di continente, e, come tale, certamente ricolma, a oggi, di chiare testimonianze di simile importanza, quali documenti, pergamene sicuramente se non, addirittura, interi codici rilegati, nonché di inestimabili tesori di valore economico più convenzionale, utili nella fattispecie a soddisfare le necessità di sprone per il gruppo da lui lì inviato.

«Ma…» tentò di offrire nuovamente la propria voce Sanma, salvo essere prontamente interrotto. «Siamo giunti fino al limitare della Terra di Nessuno.» sancì lo shar'tiagho, curvando le labbra verso il basso «Prima di proseguire in questa inchiesta del tutto fine a se stessa, perché non provi a suggerire una via, in particolare, da intraprendere? Altrimenti detto: perché non provi a

fare ciò per cui ti abbiamo assoldato?» «Ehy… io stavo semplicemente cercando di proporre un minimo di conversazione.» si difese l'uomo, levando le mani a dimostrare evidenza dei propri palmi, in segno di immediata resa «Da quando mi avete assunto, vi siete tutti chiusi in un assurdo e insopportabile silenzio che mi porta a ritenere evidente un paradossale sentimento di diffidenza nei miei riguardi.» definì, aggrottando la fronte «Ma, senza offesa per lor signori, siete stati voi a cercare me… e non viceversa. Se non desiderate fidarvi del vostro umile servo, per quale assurda ragione avete deciso di coinvolgermi in tutto questo?» A commentare tale intervento, simile presa di posizione, fu la voce di Be'Wahr, il quale con assoluta innocenza non poté fare a meno di dichiarare: «Non ha tutti i torti.» «Per Lohr…» esclamò Howe, gettando gli occhi al cielo, non tanto per

lo sfogo della guida ma per l'appoggio dalla stessa guadagnata da parte

del fratello.

«E' vero!» incalzò il biondo, rivolgendosi al proprio compagno e amico

di sempre «Non so se tu te ne sia reso conto, ma hai addirittura smesso di

canzonarmi da quando è ripreso il nostro viaggio in sua compagnia…» «Ah… quindi ora vuoi riservarmi colpa perché non mi sto facendo beffe di te?!» asserì il primo, con sincera e, forse, giustificata meraviglia a quelle parole «Ho sempre sostenuto che tu non abbia tutt…» «D'accordo. D'accordo.» intervenne la Figlia di Marr'Mahew, reclamando ora per sé l'attenzione del gruppo, nell'imporsi sulla discussione in divenire «Ora non iniziate, per bontà divina.» «Sanma… Be'Wahr… avete ragione.» riconobbe, subito dopo, proseguendo prima di poter essere interrotta «Effettivamente il nostro comportamento non si è dimostrato dei più ospitali possibili, senza alcuna

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colpa da parte tua, sia chiaro.» sottolineò, volgendo il capo alla loro guida

in quelle parole «Credo che ognuno di noi possa avere le proprie personali

ragioni in tal senso, per quanto alcuna di esse probabilmente debba ritenersi giustificatrice di tanta reticenza al semplice chiacchierare.» riconobbe «A esempio, sebbene principale promotrice della tua stessa

presenza fra noi, io stessa non sono abituata ad affidarmi a una guida in questo genere di situazioni… e, dove a livello razionale abbia comunque compreso la tua possibile utilità, a livello emotivo, forse, non l'ho ancora voluta accettare, considerandola come un limite personale.» «Woah…» sussurrò l'uomo verso il quale tale spiegazione era stata dedicata, spingendo in ciò il proprio labbro inferiore a sporgere appena in avanti, in una smorfia di interdizione «E' forse un modo particolarmente complesso per domandarmi scusa? In tal caso, per quanto mi possa far piacere, se non addirittura onorare, ti assicuro che non ve ne era bisogno… in fondo siete voi a pagarmi e se preferite che io stia zitto, per

me va bene lo stesso.» «Ecco… sì… magari stai zitto.» si frappose Howe, offrendo però, in tal occasione, un lieve sorriso «No… scusami, questa è ironia di pessima qualità.» negò subito dopo, scuotendo appena il capo «Anche per me può

valere la posizione espressa da Midda, per quanto, sono sincero, non mi

sia

mai dichiarato in particolare favore alla presenza di una guida. L'idea

di

dover offrire fiducia a qualcuno in maniera del tutto gratuita non

rientra, esattamente, nei miei principi.» ammise, con trasparenza. «Se ti può consolare, la tua fiducia in me non si può assolutamente considerare del tutto gratuita… dal momento in cui, in effetti, mi state anche pagando.» ricordò l'altro, sorridendo in fondo sinceramente

divertito dalla reticenza offertagli da parte dei propri stessi clienti. «Mi sembrava di essermi già espresso pocanzi nel merito alla necessità

di un tuo silenzio… non l'ho fatto?!» replicò lo shar'tiagho, inarcando un

sopracciglio nel non voler offrire riprova di essere rimasto effettivamente divertito da simile, corretta constatazione nel merito di quanto da lui appena dichiarato, nel carattere scherzoso già dimostrato in più occasioni

da quell'interlocutore. «Comunque sia… a quanto ho inteso, nonostante tutte le questioni del

caso, purtroppo per voi la Terra di Nessuno è troppo grande per pensare

di vagabondare in essa senza un meta precisa, senza la benché minima

concezione nel merito di dove dirigere i vostri passi, limitandovi ad attendere di inciampare in una piramide nera dimenticata dal mondo

intero

denotò Sanma, tentando di giungere a una conclusione della

questione, di trarre qualche risultato costruttivo da quel breve e pur

intenso confronto «Ragione per cui è comunque necessaria la mia presenza… o erro?»

»

226 Sean MacMalcom

226 Sean MacMalcom «Su… su… non siate falsamente polemici. Tanto lo so che, sotto sotto, siete

«Su… su… non siate falsamente polemici. Tanto lo so che, sotto sotto, siete estremamente affezionati l'uno all'altro…»

MIDDA’S CHRONICLES 227

«Dici il giusto.» annuì la donna guerriero, ritenendo inutile mal celare

ulteriormente quel dato di fatto, soprattutto ove, ormai, molte delle carte

in gioco erano state svelate anche al nuovo e pur temporaneo membro del

loro gruppo «Stolido, pertanto, proseguire con vane ritrosie… che ne pensi, Howe?» domandò poi, volendosi mostrare propositiva in tal senso,

forse a rimediare all'errore così riconosciuto qual proprio, a quel

comportamento sì umano e, ciò nonostante, del tutto privo di significato

in

quel particolare frangente, più di ostacolo che di potenziale soccorso. «Così sia.» approvò l'uomo, sollevando le spalle e, in ciò, arrendendosi

di

fronte all'evidenza tanto chiaramente dimostrata. «Ottimo! Allora, dato che ci siamo tutti chiariti e siamo diventati tutti

amici… potremmo anche riprendere a parlare?» incentivò Be'Wahr, prima

di dimostrare le proprie più intime emozioni in un ampio sbadiglio

«Perché, sinceramente, andando avanti di questo passo, sarà meglio per me costruire una bella lettiga e attaccarla al cavallo, dal momento in cui, che io sia sveglio o no, non cambierebbe poi molto.» «Ma, fratellino mio… a conti fatti non è cambiato mai molto!» sorrise,

sornione, lo shar'tiagho «Anzi, probabilmente i discorsi più intelligenti che

io abbia mai ascoltato da parte tua sono quelli che hai proposto durante il

sonno….» asserì, dando chiara riprova di come avesse non solo accettato quella decisione ma, anche, fosse desideroso di recuperare il tempo perduto nelle occasioni mancate di insultare scherzosamente il compagno.

Una sincera e collettiva risata coinvolse pertanto l'intero gruppo, sancendo in ciò la conclusione di quella prima fase del loro viaggio, non casualmente in coincidenza del raggiungimento della Terra di Nessuno. Tutti loro, del resto, erano perfettamente consci di come inoltrarsi in quei confini, in quelle lande desolate e avvelenate, avrebbe rappresentato una sfida assolutamente non banale, non consueta, nel corso della quale si sarebbero potuti ritrovare in contrasto anche a prove inattese, a nemici imprevisti. Ovviamente non la donna guerriero, non i fratelli, e neppure la loro guida, si sarebbero potuti illudere che, a seguito di un tanto semplice confronto e chiarimento, di un siffatto patteggiamento, vi sarebbe potuta essere una qualche amicizia fra loro, una fiducia diversa o superiore rispetto a quella proposta, l'un l'altro, fino a quel momento. Nonostante ciò, non tale sentimento sarebbe stato loro necessario in quel frangente, nell'affrontare quella prova, ritrovando sufficienza e anche necessità in un più consueto e meno impegnativo rapporto di cameratismo, utile a renderli, per lo meno, compagni di ventura quali invero erano e sarebbero stati almeno fino al termine di quel viaggio. In questo, per simile fine,

nella volontà di riuscire a dar vita a tale pur effimero legame, il pur sobrio

ed essenziale dialogare, non volto all'analisi dei massimi sistemi della loro

228 Sean MacMalcom

realtà ma, in maniera più elementare, alle loro avventure passate e a quella in corso, attraverso aneddoti anche scherzosi, avrebbe sicuramente rappresentato un primo e importante passo, utile a superare quelle ritrosie sì esistenti e anche trasparentemente ammesse tanto da Midda quanto da Howe. Alla luce di quel nuovo stadio nella loro missione, nonché in virtù della necessità impellente di un confronto con la letale regione prescelta quale meta del loro peregrinare, Sanma si riservò l'opportunità, al termine di quel momento di ilarità, di riprendere il dialogo interrotto, tornando a focalizzarsi sulla questione per mezzo della quale tutta quella digressione, quella pur utile parentesi, aveva avuto ragione di esistere.

«A costo di sembrar monotono, mi piacerebbe insistere, per un istante, nei riguardi dell'obiettivo che vi siete preposti e per raggiungere il quale avete deciso di assumermi…» definì pertanto, apparentemente sincero nel voler focalizzare la propria attenzione nel merito del proprio incarico, nel voler dimostrare una decisa professionalità nei termini del proprio mestiere. «E' corretto.» riconobbe Midda, annuendo a quelle parole «Anche se, in verità, non ti è stato anticipato molto a tal proposito non per pregiudizio o malizia, quanto più semplicemente per scarsità di informazioni anche da parte nostra a simile riguardo.» «Secondo quanto mi è stato dato di sapere fino a oggi, l'oggetto del vostro, e quindi mio, incarico, si pone essere il raggiungimento di un'antica edificazione, probabilmente un tempio di qualche culto pagano dimenticato nel corso della Storia, eretta all'interno della regione che oggi siamo soliti definire Terra di Nessuno.» tentò di riassumere la guida, insistendo nei termini del proprio impegno in tal senso. «Simile costruzione dovrebbe avere la proporzioni di una piramide, ossia… beh… una di quelle robe, senza offesa, tipiche di Shar'Tiagh e di altri regni del deserto.» proseguì, offrendo un occhio di riguardo verso Howe nel citare un elemento proprio della sua cultura, in quanto