Alma Mater Studiorum Università di

Bologna
FACOLTÀ DI SCIENZE MATEMATICHE, FISICHE E NATURALI
Corso di Laurea in Matematica
L’integrale di Lebesgue
Tesi di Laurea in Analisi Matematica
Relatore:
Chiar.mo Prof.
Ermanno Lanconelli
Presentata da:
Matteo Frontini
Terza Sessione
Anno Accademico 2008-2009
Indice
Introduzione iii
1 Misura esterna e misura secondo Lebesgue 1
1.1 Premesse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1
1.2 Misura esterna secondo Lebesgue . . . . . . . . . . . . . . . . 3
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue . . . . . . . . . . . . . . . 5
1.4 Insieme non misurabile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12
2 Funzioni misurabili secondo Lebesgue 15
3 Integrale secondo Lebesgue 23
3.1 Definizione di Integrale per funzioni non negative . . . . . . . 23
3.2 Definizione di Integrale per una qualsiasi funzione misurabile . 26
3.3 Proprietà delle funzioni integrabili . . . . . . . . . . . . . . . . 27
3.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale . . . . . . . . . . 30
3.5 Confronto tra l’integrale di Riemann e l’integrale di Lebesgue . 35
3.6 Teoremi di riduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36
4 Cambiamento di Variabile 39
4.1 Teorema del cambiamento di variabile . . . . . . . . . . . . . . 39
4.2 Applicazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55
A Appendice A 61
Bibliografia 67
i
Introduzione
Gli anni a cavallo dei secoli XIX e XX furono tra i più controversi della
storia della matematica ed è proprio in questi anni che Lebesgue ricevette la
sua formazione accademica e pubblicò i suoi primi lavori.
A fare da sfondo a questo periodo di notevoli progressi teorici vi era la
disputa sui fondamenti della matematica tra formalisti e intuizionisti, gli uni
sostenitori della sua natura formale, considerandola quasi come un “gioco”
basato su degli assiomi e che si sviluppa secondo determinare regole formali,
gli altri fautori della centralità del ruolo dell’intuizione, che rende evidenti
concetti e deduzioni. Sebbene tale confronto avesse raggiunto a volte toni
anche aspri, coinvolgendo alcuni dei nomi più noti dell’epoca, non si può affer-
mare che ogni matematico appartenesse ad una delle due scuole di pensiero,
anzi anche al loro interno non mancavano diverse correnti di pensiero.
Ci fu inoltre, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, un notevole
sviluppo della teoria degli insiemi e delle sue applicazioni all’analisi. Dopo
i lavori di Cantor sulla misura di insiemi di punti, molti matematici si de-
dicarono allo studio delle connessioni tra teoria della misura e integrazione,
primo tra tutti G.Peano. Il matematico italiano si occupò del problema della
misura di una regione piana delimitata da curve, considerando le classi infi-
nite di poligoni inscritti e circoscritti all’insieme dato. Le aree dei primi sono
conseguentemente dotate di estremo superiore, mentre quelle dei secondi di
estremo inferiore, se i due estremi coincidono il loro valore era la misura se-
condo Peano. Inoltre tale teoria si collegava direttamente con l’integrazione,
infatti una funzione f(x) risultava integrabile se e solo se il sottografico era
iii
iv INTRODUZIONE
misurabile secondo Peano.
A risultati analoghi arrivò Jordan, il quale osservò che nella teoria dell’in-
tegrazione di Riemann l’attenzione era focalizzata sulla funzione, senza mai
soffermarsi sull’influenza del dominio di integrazione. Tutta la sua teoria, di
conseguenza, si basava sul postulato: ogni dominio ha una particolare esten-
sione e se scomposto in diverse parti, la somma delle estensioni di queste
parti è uguale all’estensione totale.
Queste nozioni di misura date da Peano e Jordan non erano ancora sod-
disfacenti perchè alcuni degli insiemi di rilevante interesse per l’analisi (co-
me l’insieme dei razionali compresi in un intervallo) risultavano ancora non
misurabili e perchè queste misure erano soltanto finitamente additive. Un
contributo importante alla teoria della misura venne dato da Émile Borel
che, tra l’altro, introdusse per la prima volta il concetto di insieme di misu-
ra nulla. La sua teoria della misura si distaccava nettamente dalle nozioni
fino ad allora adottate e partiva dal considerare sottoinsiemi A dell’inter-
vallo [0, 1], se A è unione numerabile di intervalli disgiunti la cui lunghezza
complessiva è s, allora questa è anche la misura di A. In generale la misura
dell’unione di una famiglia numerabile di insiemi disgiunti sarà la somma
delle singole misure. Infine, se A

⊂ A la misura di A ¸ A

sarà la differenza
delle misure. In questo modo ogni insieme aperto limitato è misurabile così
come tutti quelli ottenuti attraverso un’infinità numerabile di operazioni di
unione, intersezione e differenze di insiemi.
È in questo contesto che si inserì il lavoro di Henri Lebesgue. Un periodo
tumultuoso per la matematica, ma ricco di innovazioni, tra le quali si può
sicuramente collocare la teoria dell’integrazione di Lebesgue.
Henri Lebesgue (1875-1941) si formò accademicamente all’École Normale
Supérieure e inizialmente si dedicò allo studio delle superfici non rigate, ma
il suo lavoro più importante fu indubbiamente la sua tesi di dottorato: «In-
tégrale, longueur, aire.» (1902), nella quale introduceva per la prima volta
l’integrale che tuttora porta il suo nome. La teoria di Lebesgue si distac-
cava dalle nozioni comunemente accettate e per questo, come accadde, per
INTRODUZIONE v
esempio anche a Cantor, fu in un primo tempo duramente criticata e solo
in seguito fu globalmente riconosciuta la validità delle sue idee. Nonostante
questo successo non continuò le sue ricerca nel campo da lui appena inau-
gurato, sebbene il suo integrale rappresentasse una notevole generalizzazione
rispetto a quello di Riemann, poichè temeva che la matematica ridotta a
teorie generali si sarebbe svuotata del suo contenuto.
Ispirandosi ai lavori di Borel e Jordan, Lebesgue proponeva di associare ad
ogni insieme limitato un numero positivo o nullo, che rispettasse le seguenti
proprietà: esistono insiemi di misura non nulla, insiemi uguali hanno misura
uguale e la misura dell’unione di due insiemi disgiunti è la somma delle
misure. Per ogni insieme A, quindi, considerava una misura interna definita
come l’estremo superiore della misura degli insiemi chiusi contenuti in A e
una misura esterna definita dall’estremo inferiore della misura degli aperti
contenenti A, il quale risulta misurabile se queste due coincidono. Nel caso
di funzioni limitate definite su un intorno, questa idea di misura definisce
direttamente quella di integrale.
Lebesgue, che era un matematico che prediligeva lo studio di funzioni
di carattere patologico, si accorse di come la definizione di integrale data da
Riemann valesse solo in casi eccezionali, poichè era data solo per funzioni che
presentano pochi punti di discontinuità, il che assicurava la convergenza delle
somme inferiori e superiori. La vera innovazione di Lebesgue fu di suddividere
l’insieme dei valori della funzione in intervalli, associare ad ognuno di questi
un valore medio η
i
e poi trovare la misura dell’insieme A
i
degli x appartenenti
al dominio per i quali f(x) è vicino a η
i
, quindi si ritrova una somma del tipo
S
n
=

η
i
µ(A
i
), facedono poi tendere a zero gli intervalli di suddivisione dei
valori di f.
Al fine di dare un’idea intuitiva del suo integrale ed evidenziare la dif-
ferenza concettuale con quelle di Rieman, lo stesso autore scriveva: « Devo
pagare una certa somma; mi frugo tra le tasche e ne estraggo monete e bi-
glietti di diverso valore. Li verso al mio creditore nell’ordine in cui mi si
presentano fino a raggiungere il totale del mio debito. È l’integrale di Rie-
vi INTRODUZIONE
mann. Ma posso operare anche altrimenti. Avendo tratto tutto il mio denaro
dalla tasca, riunisco insieme biglietti e monete che hanno lo stesso valore ed
effettuo il pagamento versando insieme pezzi dello stesso valore. È il mio
integrale » ([1], Capitolo XIX, Paragrafo 4, pag. 372).
La definizione di integrale data da Lebesgue era, quindi, sostanzialmente
diversa da tutte quelle date fino a quel momento ed, oltre ad essere facilmente
estendibile a funzioni con dominio in R
n
, rendeva integrabili molte di quelle
funzioni che con Riemann non lo erano (si prenda ad esempio la funzione
di Dirichlet: non è integrabile secondo Riemann, mentre ha integrale uguale
a 1 secondo Lebesgue), anzi Lebesgue stesso nella sua tesi affermava « Non
conosco funzioni che non siano integrabili e non so se ne esistano. Tutte le
funzioni che si possono definire per mezzo delle operazioni aritmetiche e di
passaggio al limite sono integrabili » , solo Vitali darà in seguito l’esempio
di un insieme non misurabile secondo la definizione del francese; inoltre sarà
proprio la relativa facilità, dei passaggi al limite sotto il segno di integrale
un’altro punto di forza della teoria di Lebesgue.
Tutto quanto accennato in questa breve introduzione, riguardo alla teo-
ria della misura e dell’integrazione secondo Lebesgue, verrà sviluppato nel
seguito della trattazione in modo più approfondito.
Capitolo 1
Misura esterna e
Misura secondo Lebesgue
1.1 Premesse
Prima di procedere con la definizione di misura esterna e quanto segue,
si preferisce richiamare alcune nozioni utili nel prosieguo della trattazione.
Verranno considerate note le strutture di spazio topologico e di spazio metrico
euclideo su R
n
, le definizioni di insieme aperto e di insieme chiuso e le loro
caratterizzazioni, così come quelle di liminf e limsup.
Definizione 1.1. Un sottoinsieme H di R
n
si dice di tipo G
δ
se
H =

k∈N
G
k
, con G
k
aperto per ogni k .
Un sottoinsieme K di R
n
si dice, invece, di tipo F
σ
se
K =
_
h∈N
F
h
, con F
h
chiuso per ogni h .
Segue direttamente dalla definizione che il complementare di un insieme
di tipo G
δ
è un insieme di tipo F
σ
e viceversa.
Teorema 1.1. Ogni insieme aperto di R
n
, n ≥ 1, può essere scritto come
unione numerabile di cubi, chiusi con interni a due a due disgiunti.
1
2 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
Dimostrazione. Si consideri il reticolo di punti a coordinate intere contenuto
in R
n
e il relativo insieme K
0
di cubi con vertici sul reticolo e lati di lunghezza
unitaria. Dividendo in due parti il lato di ogni cubo di K
0
, otteniamo da
ognuno di essi 2
n
cubi di lato
1
2
, si chiami K
1
questo secondo insieme di cubi,
formato da tutti i “sottocubi” degli elementi di K
0
. Continuando la bisezione
si ottiene un insieme sempre più fine. Al passo j-esimo i cubi avranno lato
2
−j
.
S
0
Figura 1.1: Esempio in R della scomposizione appena descritta
Sia ora G un generico aperto di R
n
e sia S
0
la collezione di cubi di K
0
interamente contenuti in G. Sia poi S
1
la famiglia di cubi di K
1
che giacciono
completamente in G e che non sono “sottocubi” di un elemento di S
0
. In
modo del tutto analogo si denota S
j
l’insieme dei cubi interamente contenuti
in G e non contenuti in nessun cubo di S
0
, S
1
, . . . , S
j−1
. Si definisce poi
S =

_
j=1
S
j
,
1.2 Misura esterna secondo Lebesgue 3
tale unione è numerabile, essendolo ogni K
j
e tutti i cubi contenuti in esse
hanno interno disgiunto, per costruzione.
Infine, i cubi in K
j
, per come sono stati costruiti, hanno diametro infini-
tesimo quando j →∞, essendo poi G aperto, si ha che ∀x ∈ G ∃h ∈ N tale
che x sia contenuto in un cubo di S
h
. Segue direttamente da quest’ultima
osservazione che G =

Q con Q ∈ S.
1.2 Misura esterna secondo Lebesgue
La nozione di misura esterna servirà a definire quella di misura di un in-
sieme, che è alla base di tutta la teoria dell’integrazione sviluppata in seguito,
si vuole perciò sottolineare che, per quanto questi concetti possano sembrare
semplici, rappresentano in realtà un risultato molto profondo.
Sia I = ¦x ∈ R
n
[ a
j
≤ x
j
≤ b
j
, a
j
, b
j
∈ R , ∀j = 1, . . . , n¦ un intervallo
chiuso n-dimensionale e sia v(I) =

n
j=1
(b
j
− a
j
) il suo volume. Si pone
anzitutto misura esterna di un generico insieme A ⊆ R
n
nel modo seguente:
σ(S) =

I
k
∈S
v(I
k
)
con S = ¦I
k
¦
k∈N
ricoprimento di A, tale che ∀k ∈ N, I
k
sia un intervallo
chiuso.
Definizione 1.2. Dato un insieme A ⊆ R
n
la misura esterna secondo Lebe-
sgue è definita
µ

(A) = inf
S
σ(S) ,
dove gli S rappresentano tutti i possibili ricoprimenti di A, composti da
intervalli chiusi. Risulta immediato che 0 ≤ µ

(A) ≤ +∞.
Teorema 1.2 (Proprietà della misura esterna).
Per la misura esterna valgono le seguenti proprietà
(i) per ogni intervallo I, vale µ

(I) = v(I).
4 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
(ii) se A
1
⊆ A
2
, allora µ

(A
1
) ≤ µ

(A
2
). (monotonia)
(iii) se A =

k∈N
A
k
, segue che µ

(A) ≤

k
µ

(A
k
). (subadditività)
Dimostrazione. Per la verifica di (i) si rimanda a [2], Capitolo 3, Paragrafo
1, Teorema 3.2, pag.33. La (ii) segue direttamente dal fatto che ogni ricopri-
mento di A
2
è anche un ricoprimento di A
1
.
Si dimostra quindi la (iii):
Non è restrittivo supporre µ

(A
k
) ≤ +∞ ∀k. Sia quindi ε > 0 fissato, per
ogni k sia ¦I
(k)
j
¦ una famiglia di intervalli tale che
A
k

_
j
I
(k)
j
e che

j
v(I
(k)
j
) < µ

(A
k
) +
ε
2
k
.
Essendo poi A ⊂

j,k
I
(k)
j
, si ha che
µ

(A) ≤

k

j
v(I
(k)
j
) ≤

k


(A
k
)+
ε
2
k
) =

k
µ

(A
k
) +ε −→
ε→0

k
µ

(A
k
)
Si osserva direttamente che la frontiera di un qualsiasi intervallo ha misura
esterna nulla, ogni sottoinsieme di un insieme di misura esterna nulla ha
misura esterna nulla, l’unione numerabile di insiemi di misura esterna nulla
ha misura esterna nulla e ogni insieme costituito da un solo punto ha misura
esterna nulla. Segue da quest’ultima che ogni insieme numerabile ha misura
esterna nulla.
Teorema 1.3. Sia A ⊂ R
n
, µ

(A) < +∞, e sia ε > 0. Allora esiste un
aperto G tale che A ⊂ G e µ

(G) ≤ µ

(A) + ε. Ne segue che
µ

(A) = inf
G⊃A
µ

(G) .
(cfr. per la dimostrazione [2], Capitolo 3, Paragrafo 1, Teorema 3.6, pag.
36)
Teorema 1.4. Sia A ⊂ R
n
, esiste un insieme H di tipo G
δ
tale che A ⊂ H
e che µ

(A) = µ

(H).
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 5
Dimostrazione. Per il Teorema 1.3, per ogni intero positivo k, esiste un
insieme aperto G
k
⊃ A tale che µ

(G
k
) ≤ µ

(A) +
1
k
. Sia quindi
H =

k=1
G
k
,
segue che H è di tipo G
δ
e A ⊂ H.
Inoltre, per ogni k, si ha µ

(A) ≤ µ

(H) ≤ µ

(G
k
) ≤ µ

(A) +
1
k
, e quindi
µ

(A) = µ

(H).
Il significato essenziale di questo Teorema è che ogni insieme di R
n
,
per quanto esso possa essere complicato, è sempre contenuto in un insieme
sostanzialmente più semplice, di tipo G
δ
, con la stessa misura esterna.
Nel definire la misura esterna sono stati considerati ricoprimenti costituiti
da intervalli con i lati paralleli agli assi, a questo punto ci si potrebbe chiedere
tutto quello detto finora dipende dalla posizione degli assi ortogonali. Si può
facilmente dimostrare ( [2] , Capitolo 3, Paragrafo 1, Teorema 3.10, pag. 36)
che la misura esterna definita in precedenza è invariante per le rotazioni e che
quindi tutto ciò che è stato dimostrato è assolutamente generale, nel senso
che quanto visto riguardo alla misura non dipende dall’orientamento degli
assi cartesiani.
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue
Definizione 1.3. Sia A ⊂ R
n
, A si dice misurabile secondo Lebesgue, se,
fissato ε > 0, esiste un aperto G ⊂ R
n
tale che A ⊂ G e che µ

(G¸ A) < ε.
Se A è misurabile la sua misura esterna è chiamata, per definizione, misura
secondo Lebesgue, o più semplicemente misura, e si denota con µ(A).
L’insieme degli insiemi misurabili secondo Lebesgue si denota M(R
n
).
Segue direttamente dalla Definizione che ogni insieme aperto è misurabile,
così come che ogni insieme di misura esterna nulla è misurabile.
Teorema 1.5. L’unione A =

A
k
numerabile di insiemi misurabili è an-
ch’essa misurabile e vale µ(A) ≤

k
µ(A
k
) (subadditività).
6 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
Dimostrazione. Sia ε > 0 , per ogni k = 1, 2, . . . esiste un insieme aperto G
k
,
tale che A
k
⊂ G
k
e µ

(G
k
¸E
k
) < ε2
−k
. Allora G =

k
G
k
è aperto e contiene
A. Si ha poi che G¸A ⊂

k
(G
k
¸A
k
), da cui segue, per la subadditività della
misura esterna, che
µ

(G¸ A) ≤ µ

(
_
k∈N
(G
k
¸ A
k
)) ≤

k∈N
µ

(G
k
¸ A
k
) < ε .
Questo prova che A è misurabile e di conseguenza è anche verificata la
disuguaglianza dell’enunciato.
Corollario 1.6. Ogni intervallo I è misurabile e µ(I) = v(I).
Dimostrazione. I è l’unione del suo interno e della sua frontiera, che sono
entrambi misurabili perchè il primo è aperto e il secondo ha misura esterna
nulla. La seconda parte segue direttamente dalla prioprietà (i) della misura
esterna.
Teorema 1.7 (Caratterizzazione di Carathéodory).
Sia A ⊂ R
n
, A è misurabile se e solo se per ogni insieme C ⊂ R
n
, si ha
µ

(C) = µ

(C ∩ A) + µ

(C ¸ A) .
Dimostrazione. (=⇒) Si supponga A misurabile, fissato C ⊂ R
n
, sia H un
insieme di tipo G
δ
tale che A ⊂ H e µ

(A) = µ(H). Allora H = (H ∩ A) ∪
(H ¸ A), essendo poi H ∩ A e H ¸ A misurabili e disgiunti, µ(H) = µ(H ∩
A)+µ(H¸A). Perciò µ

(C) = µ(H∩A)+µ(H¸A) ≥ µ

(C∩A)+µ

(C¸A),
ed essendo la disuguaglianza opposta sempre vera, vale l’uguglianza.
(⇐=) Supponiamo ora che A soddisfi l’uguaglianza per ogni C. Si consideri
il caso in cui µ

(A) < +∞, sia poi H un insieme di tipo G
δ
tale che A ⊂ H
e µ(H) = µ

(A). Allora H = A ∪ (H ¸ A) e, per le ipotesi,
µ(H) = µ

(A) + µ

(H ¸ A) =⇒µ

(H ¸ A) = 0
quindi H ¸ A è misurabile e di conseguenza lo è anche A.
Nel caso in cui, invece, µ

(A) = +∞, sia B
k
il disco di centro 0 e raggio k
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 7
(∈ N) e sia A
k
= A∩ B
k
. Ogni A
k
ha misura esterna finita e A =

A
k
. Sia
poi H
k
un insieme di tipo G
δ
contenente A
k
tale che µ(H
k
) = µ

(A
k
), allora
per ipotesi
µ(H
k
) = µ

(H
k
∩ A) + µ

(H
k
¸ A) ≥ µ

(A
k
) + µ

(H
k
¸ A) .
Da quest’ultima relazione segue subito che µ(H
k
¸ A) = 0.
Sia, infine, H =

H
k
, H è misurabile, A ⊂ H e H ¸ A =

(H
k
¸ A),in
particolare H ¸ A ha misura nulla. Dal fatto che A = H ¸ (H ¸ A) segue che
A è misurabile.
Corollario 1.8. Il complementare di un insieme misurabile è misurabile.
Dimostrazione. La dimostrazione segue direttamente dalla caratterizzazione
di Carathéodory, dopo aver osservato che C ¸ A = C ∩ A

.
Corollario 1.9. Ogni insieme chiuso è misurabile.
Dimostrazione. Un insieme chiuso è sempre complementare di un aperto.
Teorema 1.10. Siano A, B ∈ M(R
n
), allora si ha:
(i) A ∩ B e A ¸ B sono misurabili.
(ii) Se A ∩ B = ∅, allora µ(A ∩ B) = µ(A) + µ(B).
(iii) Se B ⊆ A, allora µ(A) = µ(B) +µ(B ¸ A) (che equivale a µ(B ¸ A) =
µ(A) −µ(B) ⇐⇒ A e B hanno misura finita).
Dimostrazione. (i) A∩B è misurabile se e solo se lo è il suo complementare,
(A ∩ B)

= A

∪ B

, ma A

e B

sono misurabili, allora lo è anche (A ∩ B)

e
di conseguenza anche A ∩ B.
Si ha poi A ¸ B = A ∩ B

e quindi questo caso si riconduce al precedente.
(ii) Se A è misurabile per la caratterizzazione di Carathéodory si ha
µ

(E) = µ

(E ∩ A) + µ

(E ∩ A

) ∀E ⊂ R
n
.
8 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
Consideriamo quindi E = A ∪ B, si ha
µ

(A ∪ B) = µ

((A ∪ B) ∩ A) + µ

((A ∪ B) ∩ A

) = µ

(A) + µ

(B) .
Essendo poi A,B e A ∪ B misurabili, segue µ(A ∪ B) = µ(A) + µ(B).
(iii) (A ¸ B) ∩ B = ∅ e A = B ∪ (A ¸ B) , allora per la (ii)
µ(A) = µ(B) + µ(A ¸ B)
.
Teorema 1.11 (Completa additività della misura di Lebesgue).
Sia (A
k
)
k∈N
, una successione di insiemi a due a due disgiunti e misurabili,
vale
(i)

k∈N
A
k
∈ M(R
n
).
(ii) µ(

k∈N
A
k
) =


k=1
A
k
.
Dimostrazione. Si pongano
C
p
:=
p
_
k=1
A
k
e C :=

_
k=1
A
k
,
per quanto visto in precedenza C
p
è misurabile, esiste quindi E ⊆ R
n
tale
che
µ

(E) = µ

(E ∩ C
p
) + µ

(E ∩ C

p
) .
Sia ora A
p
∈ M(R
n
), allora vale
µ

(E ∩ C
p
) = µ

((E ∩ C
p
) ∩ A
p
) + µ

((E ∩ C
p
) ∩ A

p
) .
Da cui segue immediatamente
µ

(E) =µ

((E ∩ C
p
) ∩ A
p
) + µ

((E ∩ C
p
) ∩ A

p
) + µ

(E ∩ C

p
)


(E ∩ A
p
) + µ

(E ∩ C
p−1
) + µ

(E ∩ C

p
) = (iterando il procedimento)


(E ∩ A
p
) + µ

(E ∩ A
p−1
) + µ

(E ∩ C
p−2
) + µ

(E ∩ C

p
)
=. . . = µ

(E ∩ A
p
) + . . . + µ

(E ∩ A
1
) + µ

(E ∩ C

p
)
=
p

k=1
µ

(E ∩ A
k
) + µ

(E ∩ C

p
) ≥
p

k=1
µ

(E ∩ A
k
) + µ

(E ∩ C

)
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 9
Ora, per p −→+∞, si ha
µ

(E) ≥

k=1
µ

(E ∩ A
k
) + µ

(E ∩ C

)
≥(per la subadditività) µ

(E ∩ C) + µ

(E ∩ C

)
≥(sempre per la subadditività) µ

(E)
Allora C è misurabile.
Consideriamo ora l’uguaglianza
µ

(E) =
p

k=1
µ

(E ∩ A
p
) + µ

(E ∩ C

)
e si prenda E = C, allora
µ

(C) =

k=1
µ

(C ∩ A
p
) + µ

(C ∩ C

) =

k=1
µ

(A
p
)
essendo poi tutti gli A
k
misurabili, µ(C) =


k=1
µ(A
k
).
Corollario 1.12. Sia (A
k
)
k∈N
una successione di insiemi misurabili, allora

_
k=1
A
k
e

k=1
A
k
sono misurabili.
Dimostrazione. Si ponga B
1
= A
1
, B
2
= A
2
¸ A
1
, . . . , B
k+1
¸

k
j=1
A
j
.
Sicuramente i B
k
sono misurabili ∀k ∈ N, inoltre B
k
∩ B
j
= ∅ ∀k ,= j e

B
k
=

A
k
, di conseguenza

A
k
è misurabile.
Ora

A
k
∈ M(R
n
) se e solo se
_
A
k
_

∈ M(R
n
), che equivale a

A

k

M(R
n
). Gli A
k
sono misurabili, quindi anche i loro complementari lo sono
e, per quanto dimostrato nella prima parte anche la loro unione lo è e quindi
anche

A
k
.
Definizione 1.4 (Successioni monotone di insiemi ).
Sia (A
k
)
k∈N
una successione di insiemi tale che A
k
⊆ R
n
, ∀k ∈ N.
Si dice che è monotona crescente se A
k
⊆ A
k+1
∀k ∈ N e si pone
lim
k→∞
A
k
=
_
k∈N
A
k
.
10 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
Si dice invece monotona decrescente se A
k
⊇ A
k+1
∀k ∈ N e si pone
lim
k→∞
A
k
=

k∈N
A
k
.
Teorema 1.13. Sia (A
k
)
k∈N
una successione monotona crescente di insiemi
misurabili, allora
lim
k→∞
µ(A
k
) = µ( lim
k→∞
A
k
) .
Dimostrazione. Per ipotesi si ha A
k
⊆ A
k+1
=⇒ µ(A
k
) ≤ µ(A
k+1
), allora
(µ(A
k
))
k∈N
è una successione monotona crescente.
Si ponga quindi B
1
= A
1
, B
2
= A
2
¸ A
1
, . . . , B
k
= A
k
¸ A
k−1
, si ha che
tutti i B
k
sono misurabili, a due a due disgiunti e

B
k
=

A
k
. Si supponga,
per il momento, che gli A
k
abbiano misura finita, allora
µ( lim
k→∞
A
k
) = µ(
_
k∈N
A
k
) = µ(
_
k∈N
B
k
) =

k=1
µ(B
k
) = lim
n→∞
n

k=1
µ(B
k
)
= lim
n→∞
(µ(A
1
) + µ(A
2
¸ A
1
) + µ(A
3
¸ A
2
) + . . . + µ(A
n
¸ A
n−1
))
= lim
n→∞
µ(A
n
) .
Si consideri ora il caso in cui ∃p ∈ N tale che µ(A
p
) = +∞, allora µ(A
k
) =
+∞, ∀k ≥ p percui lim
k→+∞
µ(A
k
) = +∞ . Inoltre A
p


A
k
e quindi
µ(

A
k
) = +∞ e di conseguenza µ
_
lim
k→+∞
A
k
_
= +∞ .
Da queste osservazioni segue direttamente che
lim
k→+∞
µ(A
k
) = µ
_
lim
k→+∞
A
k
_
.
Teorema 1.14. Sia (A
k
)
k∈N
una successione monotona decrescente di insie-
mi misurabili tale che µ(A
k
) < +∞ ∀k, allora
lim
k→∞
µ(A
k
) = µ( lim
k→∞
A
k
) .
1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 11
Dimostrazione. Si ponga
A =

k∈N
A
k
e si consideri la successione (A
1
¸ A
k
)
k∈N
. Tale successione è monotona
crescente di insiemi misurabili, quindi per il teorema precedente vale
lim
k→+∞
µ(A
1
¸ A
k
) = µ
_
lim
k→+∞
A
1
¸ A
k
_
⇐⇒(avendo tutti gli A
k
misura finita)
lim
k→+∞
µ(A
1
) −µ(A
k
) = µ
_

_
k=1
A
1
¸ A
k
_
= µ
_
A
1
¸

k=1
A
k
_
= lim
k→+∞
µ(A
1
) −µ(A)
Da questa serie di uguaglianze segue direttamente che
lim
k→+∞
µ(A
k
) = lim
k→+∞
µ(A) := µ
_
lim
k→+∞
A
k
_
Teorema 1.15. Ogni insieme A ⊆ R
n
misurabile può essere scritto come
A = H ¸ M, con H insieme di tipo G
δ
e µ(M) = 0.
Alla dimostrazione si antepone la seguente Proposizione.
Proposizione 1.16. Sia A un sottoinsieme misurabile di R
n
. Allora
∀ε > 0 ∃ Ω aperto tale, che A ⊆ Ω e µ(Ω ¸ A) < ε.
Dimostrazione. Questa proposizione deriva direttamente dalla definizione
della misurabilità secondo Lebesgue e dal fatto che se un insieme è misurabile
allora misura esterna e misura coincidono.
Dimostrazione del Teorema 1.15. Sia k ∈ N fissato a piacere, per la Propo-
sizione precedente esiste un aperto Ω
k
⊇ A, tale che µ(Ω
k
¸A) <
1
k
. Si ponga
poi
H =

k∈N

k
e M = H ¸ A .
Risulta evidente che A = H ¸ M e che H è di tipo G
δ
. Si ha infine che M è
di misura nulla in quanto
µ(M) = µ(H ¸ A) ≤ µ(Ω
k
¸ A) <
1
k
, ∀k ∈ N .
12 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
1.4 Insieme non misurabile
Per la sua generalità la teoria della misura di Lebesgue può indurre a
pensare che racchiuda in sé ogni insieme. Sebbene la classe degli insiemi
misurabili sia assai vasta, essa non contiene tutti i sottoinsiemi di R
n
. La
dimostrazione di questo fatto si deve a Vitali e si darà ora una dimostrazione
nel caso reale monodimensionale.
Prima di procedere con il Teorema di Vitali si enuncia il seguente Lemma.
Lemma 1.17. Sia A un sottoinsieme misurabile di R con µ(A) > 0. L’insie-
me ¦d [ d = x −y, x, y ∈ A¦ contiene un intervallo con centro nell’origine.
Dimostrazione. Fissato ε > 0 esiste un aperto G tale che A ⊂ G e che
µ(G) < (1 + ε)µ(A). Per il Teorema 1.1, G può essere scritto come unione
di intervalli disgiunti, G =

I
k
. Sia poi A
k
= A ∩ I
k
, è immediato che

A
k
= A, che gli A
k
sono misurabili e che a due a due hanno al più un
punto in comune.
Per quando detto segue che µ(G) =

I
k
e µ(A) =

A
k
, ma si ricorda
la disuguaglianza µ(G) < (1 + ε)µ(A), di conseguenza esiste k
0
tale che
µ(I
k
0
) < (1 + ε)µ(A
k
0
).
Si fissi ora ε =
1
3
, si ha A
k
0
⊂ I
k
0
e µ(A
k
0
) >
3
4
µ(I
k
0
). Si ipotizzi che, traslando
A
k
0
di un numero d tale che [d[ <
1
2
µ(I
k
0
), il traslato A
d
k
0
abbia punti in
comune con A
k
0
. D’altro canto, poichè A
k
0
∪A
d
k
0
è contenuto in un intervallo
di lunghezza µ(I
k
0
)+[d[, si dovrebbe avere che µ(A
k
0
)+µ(A
d
k
0
) ≤ µ(I
k
0
)+[d[
oppure equivalentemente 2µ(A
k
0
) ≤ µ(I
k
0
) + [d[. L’ultima disuguaglianza è
però falsa per [d[ <
1
2
µ(I
k
0
) ( in quanto µ(A
k
0
) >
3
4
µ(I
k
0
)), questo prova che
A
k
0
e A
d
k
0
non possono essere disgiunti. Infatti, per come è stato definito A
d
k
0
,
A
k
0
∩ A
d
k
0
= ¦ x = y +d [ x, y ∈ A
k
0
¦ = ¦d [ d = x −y x, y ∈ A
k
0
¦, questo è
un intervallo contenente l’origine, di conseguenza il Lemma risulta provato.
Teorema 1.18 (di Vitali ).
Esistono insiemi non misurabili.
1.4 Insieme non misurabile 13
Dimostrazione. Sia su R la seguente relazione di equivalenza:
x ∼ y ⇐⇒ x −y ∈ Q .
Le classi di equivalenza hanno, quindi, la forma A
x
= ¦x + r [ r ∈ Q¦;
due classi A
x
e A
y
o sono la stessa oppure sono disgiunte. Di conseguenza
una classe di equivalenza è l’insieme dei razionali, mentre le altre sono classi
disgiunte di elementi di R ¸ Q.
Nonostante ogni classe di equivalenza sia numerabile, il loro numero non lo è e
la loro unione consiste in tutta la retta reale. Grazie all’assioma della scelta di
Zermelo si può considerare l’insieme A costituito dall’unione di esattamente
un elemento di ognuna delle classi di equivalenza.
Per come è stato costruito A ogni suo elemento differisce da ogni altro di un
numero irrazionale, quindi l’insieme ¦d [ d = x − y , x ∈ A, y ∈ A ¦ non
può contenere un intervallo. Ma, per il Lemma 1.17, segue immediatamente
che o A è non misurabile oppure µ(A) = 0.
Essendo poi l’unione di tutti gli A + q, con q ∈ Q tutto R, risulterebbe
µ(R) = 0 nel caso in cui la misura di A fosse nulla. Risulta quindi che A è
non misurabile.
14 1. Misura esterna e misura secondo Lebesgue
Capitolo 2
Funzioni misurabili
secondo Lebesgue
Definizione 2.1. Sia f una funzione a valori reali estesi definita su A ⊆
R
n
, misurabile, tale che −∞ ≤ f(x) ≤ +∞ ∀x ∈ A. Si dirà che f è
misurabile secondo Lebesgue, o semplicemente misurabile, su A se per ogni
c ∈ R
1
l’insieme ¦x ∈ A [ f(x) > c¦ ∈ M(R
n
) .
Esempio 2.1. Sia f : A −→ R con A misurabile e f contininua. Allora
segue direttamente che f è misurabile, infatti
¦x ∈ A [ f(x) > c¦ = f
−1
( ]c, +∞] ) = f
−1
( ]c, +∞[ ) = A ∩ Ω ,
con Ω aperto di R
n
, quest’ultimo è poi misurabile perchè intersezione di
misurabili.
Al variare di c ∈ R, il comportamento degli insiemi ¦f > c¦
2
descrive
la distribuzione dei valori di f, intuitivamente più una funzione è regolare
meno la famiglia costituita dagli insiemi di questo tipo sarà varia.
Proposizione 2.1. Sia f : A −→R, con A ∈ M(R
n
). Allora per ogni c ∈ R
le seguenti affermazioni sono equivalenti:
1
Ricordando che la scrittura R indica l’insieme R
n
∪ ¦−∞, +∞¦
2
D’ora in poi si abbrevierà in questo modo l’insieme ¦x ∈ A [ f(x) > c¦
15
16 2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue
(i) ¦f > c¦ è misurabile
(ii) ¦f ≥ c¦ è misurabile
(iii) ¦f < c¦ è misurabile
(iv) ¦f ≤ c¦ è misurabile
Dimostrazione. (i) ⇐⇒(iv) e (ii) ⇐⇒(iii) derivano dal fatto che un insieme
è misurabile se e solo se lo è il suo complementare.
Si consideri ora l’implicazione (i) =⇒(ii) e sia c ∈ R:
- se c = −∞ allora ¦f ≥ c¦ = A che è misurabile per ipotesi;
- se c = +∞, segue che
¦f ≥ +∞¦ = ¦f = +∞¦ =

k∈N
¦f > k¦
che è intersezione di insiemi misurabili, quindi è misurabile;
- se, infine, c ∈ R, allora
¦f ≥ c¦ =

n∈N
¦f > c −
1
k
¦
che è intersezione di insiemi misurabili, per la validità della (i).
La dimostrazione dell’implicazione (ii) =⇒ (iv) è analoga a quella appena
mostrata.
Teorema 2.2. Una funzione f è misurabile se e solo se per ogni aperto
G ∈ R, la retroimmagine f
−1
(G) è misurabile in R
n
.
[ La dimostrazione segue direttamente dalla definizione di retroimmagine
e dalla struttura degli aperti in R, ad ogni modo per una dimostrazione
dettagliata si rimanda a [2], Capitolo 4, Paragrafo 1, Teorema 4.3, pag. 51 ]
Definizione 2.2. Una proposizione si dice vera quasi dappertutto in A, se
l’insieme in cui non vale ha misura nulla.
17
Esempio 2.2. Siano f, g : A −→ R, f(x) = g(x) quasi dappertutto ⇐⇒
¦x ∈ A[f(x) ,= g(x)¦ ha misura nulla.
Teorema 2.3. Sia f una funzione misurabile e g = f quasi dappertutto,
segue che g è misurabile e che µ(¦g > c¦) = µ(¦f > c¦), ∀c ∈ R.
Dimostrazione. Sia Z = ¦f ,= g¦, allora ¦g > c¦ ∪ Z = ¦f > c¦ ∪ Z.
Essendo poi f misurabile e Z di misura nulla, l’insieme ¦g > c¦ ∪ Z risulta
misurabile e di conseguenza anche ¦g > c¦, poichè differisce dal precedente
per un insieme di misura nulla. In conclusione
µ(¦g > c¦) = µ(¦g > c¦ ∪ Z) = µ(¦f > c¦ ∪ Z) = µ(¦f > c¦) .
Alla luce di quest’ultimo teorema risulta naturale estendere la definizione
di misurabilità anche a funzioni definite quasi dappertutto su un sottoin-
sieme A di R
n
, semplicemente dicendo che f è misurabile su A se lo è sul
sottoinsieme sui cui è definita.
Teorema 2.4. Sia φ una funzione continua su R e sia f : A −→ R una
funzione finita quasi dappertutto. Allora φ(f) è misurabile se lo è f.
[ cfr. per la dimostrazione [2], Capitolo 4, Paragrafo 1, Teorema 4.6, pag. 52]
Teorema 2.5. Siano f e g due funzioni misurabili, allora l’insieme ¦f > g¦
è misurabile.
Dimostrazione. Sia ¦r
k
¦ una famiglia di numeri razionali, si può sempre
scrivere:
¦f > g¦ =
_
k
¦f > r
k
> g¦ =
_
k
_
¦f > r
k
¦ ∩ ¦g < r
k
¦
_
,
essendo poi f e g misurabili l’ultimo termine dell’uguaglianza è anch’esso
misurabile.
Teorema 2.6. Siano f e g due funzioni misurabili, allora:
18 2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue
(i) f + λ e λf sono misurabili per ogni λ ∈ R.
(ii) f + g è misurabile.
(iii) fg è misurabile.
(iv) se g ,= 0 quasi dappertutto,
f
g
è misurabile
Dimostrazione. La (i) risulta ovvia e prima di procedere con la dimostrazio-
ne delle affermazioni successive esplicitiamo alcune convenzioni usate sia in
questa dimostrazione che nel resto della trattazione:
- ±∞+ l = ±∞ ∀l ∈ R, in particolare ±∞+ (±∞) = ±∞;
- +∞+ (−∞) = +∞−∞= 0;
- ±∞ l = ±∞ ∀l ∈]0, +∞] e ±∞ l = ∓∞ ∀l ∈ [−∞, 0[;
- ±∞ 0 = 0;
-
1
±∞
= 0 e di conseguenza
+∞
±∞
= +∞
1
±∞
= +∞ 0 = 0.
(ii) Essendo g una funzione misurabile, anche c−g lo è ∀c ∈ R, di coseguenza,
poichè ¦f + g > c¦ = ¦f < c − g¦ l’affermazione segue direttamente dal
Teorema 2.5.
(iii) Grazie al Teorema 2.4 e alla scrittura fg = [(f + g)
2
− (f − g)
2
]/4, la
misurabilità di f e di g implica quella di fg.
La (iv) deriva direttamente dalla (iii) una volta provato che se g è misurabile
anche
1
g
lo è, ma questo si vede semplicemente dalla definizione, infatti ¦
1
g
>
c¦ = ¦g <
1
c
¦ se g(x) > 0, mentre ¦
1
g
> c¦ = ¦g >
1
c
¦ se g(x) < 0, in ogni
caso gli insiemi sono misurabili poichè g è misurabile per ipotesi.
Teorema 2.7. Sia (f
k
)
k∈N
una successione di funzioni, con f
k
: A −→ R
misurabili ∀k ∈ N, allora sono misurabili anche
sup
k∈N
f
k
(x) e inf
k∈N
f
k
(x) .
19
Dimostrazione. Si osserva anzitutto che inf
k∈N
f
k
(x) = −sup
k∈N
(−f
k
(x)), è
quindi sufficiente provare il teorema per il sup
k∈N
f
k
(x). Sia ora c ∈ R, si ha
_
sup
k∈N
f
k
≤ c
_
=
_
x ∈ A
¸
¸
¸ sup
k∈N
f
k
(x) ≤ c
_
= ¦x ∈ A [ f
k
(x) ≤ c ∀k ∈ N¦
=

k∈N
¦f
k
≤ c¦ ,
ma intersezione di insiemi misurabili è misurabile, quindi
_
sup
k∈N
f
k
≤ c
_
è
misurabile.
Teorema 2.8. Sia (f
k
)
k∈N
, una successione di funzioni misurabili, allora
sono misurabili anche:
limsup
k→+∞
f
k
e liminf
k→+∞
f
k
Dimostrazione. Il teorema segue direttamente da quello precedente osservan-
do che
limsup
k→+∞
f
k
= sup
n∈N
_
inf
k≥n
f
k
_
liminf
k→+∞
f
k
= inf
n∈N
_
sup
k≥n
f
k
_
In particolare, se il limite lim
k→∞
f esiste quasi dappertutto, allora é misu-
rabile.
Proposizione 2.9. Sia f : A −→R, con A = A
1
∪A
2
, A
1
∩A
2
= ∅ e A
1
,A
2
misurabili, allora f è misurabile su A se e solo se lo è sia su A
1
che su A
2
.
Dimostrazione. (=⇒) ¦x ∈ A
i
[ f(x) ≤ c¦ = A
i
∩ ¦x ∈ A [ f(x) ≤ c¦ che è
misurabile per ogni i = 1, 2.
(⇐=) ¦x ∈ A [ f(x) ≤ c¦ = ¦x ∈ A
1
[ f(x) ≤ c¦ ∪¦x ∈ A
2
[ f(x) ≤ c¦ che è
unione di misurabili quindi misurabile.
Proposizione 2.10. Sia f : A −→R, A misurabile con µ(A) = 0 allora f è
misurabile.
20 2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue
Dimostrazione. Per definizione ¦f ≤ c¦ ⊆ A, ∀c ∈ R, di conseguenza si ha
µ(¦f ≤ c¦) = 0, ∀c ∈ R e quindi ¦f ≤ c¦ è misurabile per ogni c.
Prima di procedere con la definizione di integrale data da Lebesgue con-
sideriamo alcune definizioni e proposizioni che potrebbero essere utili anche
nel capitolo successivo.
Definizione 2.3. Sia A ⊆ R
n
si chiama funzione caratteristica dell’insieme
A la funzione χ
A
: R
n
−→R:
χ
A
(x) :=
_
1 se x ∈ A
0 se x / ∈ A
Proposizione 2.11. La funzione caratteristica χ
A
è misurabile se e solo se
A è misurabile
Dimostrazione. χ
a
è misurabile ⇐⇒ ¦χ
A
≤ c¦ ∈ M(R
n
¦, ∀c ∈ R
n
. Ora
¦χ
A
(x) ≤ c¦ =
_
¸
¸
_
¸
¸
_
R
n
se c ≥ 1
R
n
¸ A se 0 ≤ c < 1
∅ se c < 0
R
n
¸ A è misurabile se e solo se A è misurabile, mentre gli insiemi degli altri
due casi sono misurabili per definizione.
Definizione 2.4 (Funzione semplice).
Si dice funzione semplice un’applicazione che assume solo un numero finito
di valori distinti e questi valori sono anch’essi finiti.
Sia f una funzione semplice che assume i valori a
1
, . . . , a
n
rispettivamente
sugli insiemi disgiunti A
1
, . . . , A
n
, allora si può scrivere
f(x) =
n

k=1
a
k
χ
A
k
(x) .
Teorema 2.12. Valgono le seguenti affermazioni:
(i) Ogni funzione f può essere scritta come limite di una successione
(f
k
)
k∈N
di funzioni semplici.
21
(ii) Se f è non negativa allora esiste una successione monotona crescente
(f
k
)
k∈N
di funzioni semplici tale che f
k
−→f.
(iii) In entrambi i casi precedenti se f è misurabile allora anche le f
k
possono
essere scelte misurabili.
[ per la dimostrazione si rimanda a [2], Capitolo 4, Paragrafo 1, Teorema
4.13, pag. 54 ]
22 2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue
Capitolo 3
Integrale secondo Lebesgue
3.1 Definizione di Integrale per funzioni non
negative
Ci sono diversi modi equivalenti per definire l’integrale di Lebesgue, quello
che si illustrerà in questo paragrafo rispecchia il metodo adottato da R.L.
Wheeden e si discosta da quello più classico in cui si utilizza il limite comune
delle somme inferiori e superiori.
Tale definizione si basa sull’osservazione che l’integrale di una funzione
non negativa dovrebbe rappresentare il “volume” della regione sottostante il
grafico di tale funzione.
Sia quindi f : A −→R, con A ⊆ R
n
, una funzione non negativa, cioè tale
che per ogni x ∈ A 0 ≤ f(x) ≤ +∞. Siano quindi
Γ(f, A) = ¦(x, f(x)) ∈ R
n+1
[ x ∈ A, f(x) < +∞¦ ,
R(f, A) = ¦(x, y) ∈ R
n+1
[ x ∈ A , 0 ≤ y ≤ f(x) se f(x) < +∞
e 0 ≤ y < +∞ se f(x) = +∞¦ .
Se R(f, A) è misurabile come insieme di R
n
, la sua misura, µ(R(f, A)), é
detta l’integrale di Lebesgue di f su A e si scriverà
µ(R(f, A)) =
_
A
f(x)dx .
23
24 3. Integrale secondo Lebesgue
Le seguenti notazioni sono tutte equivalenti:
_
A
f(x)dx =
_
. . .
_
. ¸¸ .
n volte
f(x
1
, . . . , x
2
)dx
1
. . . dx
2
=
_
A
f dµ ,
nel caso in cui si integri su un sottoinsieme di R
2
la notazione sarà equiva-
lentemente:
_ _
A
f(x, y)dxdy =
_
A
f(x, y)dxdy .
Teorema 3.1. Sia f una funzione non negativa definita su un insieme
misurabile A.
_
A
fdµ esiste se solo se f è misurabile.
Si mostrerà per il momento che se f è misurabile allora l’integrale esiste,
rimandando la prova dell’implicazione inversa all’ultima parte di questo ca-
pitolo (Teorema 3.18). Tuttavia, prima di procedere con la dimostrazione, è
necessario enunciare alcuni lemmi.
Lemma 3.2. Sia A ⊆ R
n
, sia poi 0 ≤ a ≤ +∞, si definisce A
a
= ¦(x, y) [ x ∈
A, 0 ≤ y ≤ a¦ nel caso in cui a sia finito e A

= ¦(x, y) [ x ∈ A, 0 ≤ y <
+∞¦ altrimenti. Se A è misurabile, come sottoinsieme di R
n
, allora A
a
è
misurabile, come sottoinsieme di R
n+1
e µ
n+1
(A
a
) = aµ
n
(A)
1
.
Dimostrazione. Si assuma inizialmente che a sia finito, se µ(A) = 0 o se
A é un intervallo aperto, sia aperto che chiuso o chiuso, il lemma é ovvio.
Se, invece, A é un insieme aperto, per il Teorema 1.1, può sempre essere
scritto come unione disgiunta di intervalli sia aperti che chiusi, sia quindi
A =

I
k
. Di conseguenza anche A
a
si potrà scrivere nello stesso modo:
A
a
=

I
k,a
, con I
k,a
misurabili e disgiunti, segue che A
a
è misurabile e che
µ(A
a
) =

µ(I
k,a
) =

aµ(I
k
) = aµ(A).
Se A è un insieme di tipo G
δ
, A =

+∞
k=1
G
k
, con µ(G
1
) < +∞. Si
può considerare che G
k
¸ A riscrivendo l’intersenzione: A = G
1
∩ (G
1

G
2
) ∩ (G
1
∩ G
2
∩ G
3
) ∩ . . . , quindi per il Teorema 1.14, µ(G
k
) −→ µ(A)
1
µ
n+1
indica la misura in R
n+1
e µ
n
quella in R
n
3.1 Definizione di Integrale per funzioni non negative 25
per k −→ +∞. Per quanto provato nel caso precedente G
k,a
risulta quindi
misurabile, µ(G
k,a
) = aµ(G
k
) e G
k,a
¸A
a
. Di conseguenza A
a
è misurabile
e si ha
µ(A
a
) = lim
k→+∞
µ(G
k,a
) = a lim
k→+∞
µ(G
k
) = aµ(A) .
Se ora A è un generico insieme misurabile con µ(A) < +∞, per il Teorema
1.15 si può scrivere A = H¸M, con µ(M) = 0 e H di tipo G
δ
, H =

+∞
k=1
G
k
,
µ(G
1
) < +∞; perciò A
a
= H
a
¸ M
a
,per quanto detto finora A
a
è quindi
misurabile e vale µ(A
a
) = µ(H
a
) = aµ(H) = aµ(A).
Se µ(A) = +∞ il lemma segue dal fatto che si può scrivere A come unione
numerabile di insiemi disgiunti e misurabili, con misura finita.
Se, infine, a = +∞, é possibile scegliere una successione (a
k
)
k∈N
che tenda
a +∞, allora il lemma segue dal fatto che A
a
k
¸A

.
Lemma 3.3. Sia f una funzione non negativa definita su A, allora Γ(f, A)
ha misura nulla.
Dimostrazione. Siano ε ∈ R
+
e k = 0, 1, . . . , sia poi A
k
= ¦kε ≤ f <
(k + 1)ε¦. Gli insiemi A
k
sono disgiunti e misurabili e la loro unione da il
sottoinsieme di A in cui f è finita, quindi Γ(f, A) =

k∈N
Γ(f, A
k
).
Si osserva che, per il lemma precedente, µ

(Γ(f, A)) ≤ εµ(A), da cui
segue
µ

(Γ(f, A)) ≤

k∈N
µ

(Γ(f, A)) ≤ ε

k∈N
µ(A
k
) ≤ εµ(A) .
Se µ(A) < +∞ da quest’ultima disuguaglianza segue direttamente il
lemma. Se, invece, µ(A) = +∞ allora è possibile scrivere A come unione
disgiunta di insiemi di misura finita per i quali vale quanto appena detto e
di conseguenza il lemma è provato anche per insiemi di misura infinita.
Dimostrazione della prima parte del Teorema 3.1. Sia f non negativa e mi-
surabile in A, per il Teorema 2.12 esiste una successione di funzioni sem-
plici (f
k
)
k∈N
tale che f
k
è misurabile ∀k ∈ N e f
k
¸ f. Di conseguenza,
R(f
k
, A) ∪ Γ(f, A) ¸ R(f, A) e, poichè Γ(f, A) ha misura nulla, questo è
sufficiente per provare che ognuno degli R(f
k
, A) è misurabile. Ora, fissato
26 3. Integrale secondo Lebesgue
k, si supponga che f
k
assuma i valori a
1
, . . . , a
n
rispettivamente sugli insiemi
A
1
, . . . , A
n
contenuti e disgiunti in A. Allora R(f
k
, A) =

n
j=1
A
j,a
j
. Per il
Lemma 3.2, R(f
k
, A) è misurabile per ogni k fissato.
Corollario 3.4. Sia f un funzione non negativa e misurabile che prende i
valori a
1
, . . . , a
n
rispettivamente sugli insiemi disgiunti A
1
, . . . , A
n
, sia poi
A =

n
k=1
A
k
, allora
_
A
fdµ =
n

k=1
a
j
µ(A
j
) .
Dimostrazione. Dalla definizione si ha R(f, A) =

n
j=1
A
j,a
j
e gli A
j,a
j
sono
misurabili perche lo sono gli A
j
. Perciò
_
A
fdµ =

n
j=1
µ(A
j,a
j
) e il corollario
segue direttamente dal fatto che µ(A
j,a
j
= a
j
µ(A
j
).
3.2 Definizione di Integrale per una qualsiasi
funzione misurabile
Sia f una generica funzione misurabile, f : A −→ R , si può sempre
scrivere f = f
+
−f

, dove
f
+
: A −→R , f
+
= max
A
¦f, 0¦
f

: A −→R , f

= max
A
¦−f, 0¦ .
Queste due funzioni sono entrambe misurabili, poichè lo è f, e non negative
per definizione, quindi, per quando detto nel paragrafo precedente esistono
gli integrali:
_
A
f
+
dµ e
_
A
f

dµ .
Si dirà che f è integrablie secondo Lebesgue se almeno uno di questi due
integrali è finito e si definirà
_
A
fdµ :=
_
A
f
+
dµ −
_
A
f

dµ .
Ovviamente questa definizione, così come quella precedente, vale anche per
funzioni definite quasi dappertutto su A.
3.3 Proprietà delle funzioni integrabili 27
Si osserva che se f è non negativa f = f
+
e si ritrova la definizione di
integrale data in precedenza.
Una funzione f si dice sommabile su A se f è integrabile e
_
A
fdµ ∈ R,
in altre parole f è sommabile se e solo se
_
A
f
+
dµ e
_
A
f

dµ sono entrambi
finiti e questo vale se e solo se
_
A
[f[dµ ∈ R. Si indicherà con L(A) l’insieme
delle funzioni sommabili su A.
Se
_
A
fdµ esiste, segue direttamente dalla definizione la seguente disu-
guaglianza:
¸
¸
¸
_
A
fdµ
¸
¸
¸ ≤
_
A
f
+
dµ +
_
A
f

dµ =
_
A
(f
+
+ f

)dµ =
_
A
[f[dµ
3.3 Proprietà delle funzioni integrabili
Teorema 3.5. Siano f e g due funzioni misurabili, f, g : A −→ R con
A ⊆ R
n
misurabile, allora:
(i) se f, g ∈ L(A) anche f +g ∈ L(A) e
_
A
(f +g)dµ =
_
A
fdµ+
_
A
fdµ;
(ii) se f è integrabile e λ è un numero reale anche λf è integrabile e
_
A
λfdµ =
λ
_
A
fdµ;
(iii) se f, g ∈ L(A) e f ≤ g allora
_
A
fdµ ≤
_
A
gdµ.
Dimostrazione. La dimostrazione di tali affermazioni è abbastanza immedia-
ta, ma se si vuole una prova dettagliata si può fare riferimento a [2], Capitolo
5, Paragrafi 2 e 3, Teoremi 5.10, 5.13, 5.14, 5.23(i), 5.27, 5.28, pag. 68-73.
Proposizione 3.6. Siano f e g due funzioni misurabili tali che 0 ≤ g ≤ f
su A, allora
_
A
g ≤
_
A
f.
Dimostrazione. La proposizione segue direttamente dalla relazione R(g, A) ⊂
R(f, A).
Teorema 3.7. Sia f una funzione non negativa e misurabile, oppure som-
mabile, su un insieme A. Allora
_
A
fdµ = sup

A
_

j∈J
inf
x∈A
j
f(x) µ(A
j
)
_
,
28 3. Integrale secondo Lebesgue
dove Ω
A
è l’insieme di tutte le scomposizioni di A del tipo A =

i∈I
A
i
, con
I finito e gli A
i
a due a due disgiunti.
Dimostrazione. Si proverà il teorema nel caso in cui f sia non negativa e
misurabile, l’altro caso è facilmente riconducibile a quello considerato.
Si consideri la scomposizione A =

n
j=1
A
j
e si definisca la g che prende
valori a
j
= inf
x∈A
j
f(x) in A
j
, j = 1, 2, . . . , n. Essendo quindi 0 ≤ g ≤ f,
per il Corollario 3.4 e la Proposizione 3.6 si ha che

n
j=1
a
j
µ(A
j
) ≤
_
A
fdµ e
perciò
sup
n

j=1
_
inf
A
j
f
_
µ(A
j
) ≤
_
A
fdµ .
Per provare la disuguaglianza opposta si considerino gli insiemi A
(k)
j
, per
k = 1, 2, . . . e j = 0, 1, . . . , k2
k
definiti da
A
(k)
j
=
_
j −1
2
k
≤ f <
j
2
k
_
, ∀j ,= 0 e A
(k)
0
= ¦f ≥ k¦ .
Siano poi le corrispondenti funzioni misurabili
f
k
=

j
inf
A
(k)
j
f χ
A
(k)
j
,
si ha 0 ≤ f
k
¸ f e
_
A
f
k
dµ =

j
inf
A
(k)
j
µ(A
(k)
j
). Come si vedrà in seguito
(Teorema 3.11)
_
A
f
k
dµ −→
_
A
fdµ e perciò mandano al limite l’uguaglianza
precedente
_
A
fdµ =

j
inf
A
j
µ(A
j
)
da cui
_
A
fdµ ≤ sup

j
inf
A
j
µ(A
j
)
e questa disuguaglianza completa la dimostrazione.
Corollario 3.8. Sia f una funzione non negativa oppure sommabile su A. Se
µ(A) = 0 allora
_
A
fdµ = 0.
3.3 Proprietà delle funzioni integrabili 29
Teorema 3.9 (Additività dell’integrale).
Sia f : A −→R, A =

k∈I
A
i
con A
i
∩A
j
= ∅ ∀ i ,= j e A
k
∈ M(R
n
) ∀k ∈ I,
se f è non negativa oppure se f è sommabile allora:
_
A
fdµ =

k∈I
_
A
k
fdµ .
Dimostrazione. Si osserva anzitutto che è sufficiente provare il teorema nel
caso in cui f sia non negativa, poichè nel caso in cui f sia sommabile ci si
riconduce al primo caso per mezzo delle funzioni f
+
e f

.
Sia quindi f ≥ 0, gli insiemi R(f, A
k
) sono disgiunti e misurabili, si ha poi
che R(f, A) =

k∈I
R(fA
k
) e il teorema segue direttamente dall’additività
della misura di Lebesgue (Teorema 1.11).
Corollario 3.10 (Monotonia dell’integrale).
Sia f : A −→ R, f misurabile e non negativa. Sia poi B ⊆ A, con B ∈
M(R
n
), allora
_
B
fdµ ≤
_
A
fdµ .
Dimostrazione. Si consideri
_
A
fdµ =
_
B
fdµ +
_
A\B
fdµ ,
_
A\B
fdµ è sicuramente positivo, poichè f ≥ 0, allora
_
A
fdµ ≥
_
B
fdµ
Osservazione 1. Siano f, g : A −→ R, f integrabile e g(x) = f(x) quasi
dappertutto, allora g è integrabile e
_
A
fdµ =
_
A
gdµ .
Dimostrazione. Si supponga in un primo momento f, g ≥ 0 e si ponga
A
1
= ¦x ∈ A [ f(x) = g(x)¦ e A
2
= ¦x ∈ A [ f(x) ,= g(x)¦ .
30 3. Integrale secondo Lebesgue
Per ipotesi µ(A
2
) = 0, quindi A
2
è misurabile e di conseguenza lo è anche A
1
,
poichè complementare di un misurabile, inoltre A
1
∩ A
2
= ∅, A = A
1
∪ A
2
e
g è misurabile perchè lo è f, allora
_
A
fdµ =
_
A
1
fdµ +
_
A
2
fdµ = (poichè µ(A
2
) = 0)
_
A
1
fdµ
=(su A
1
f = g)
_
A
1
gdµ =
_
A
1
gdµ +
_
A
2
gdµ =
_
A
gdµ .
Osservazione 2. Sia f : A −→ R una funzione misurabile e non negativa,
con
_
A
fdµ = 0. Allora f = 0 quasi dappertutto.
Dimostrazione. Si ponga A
0
= ¦x ∈ A [ f(x) > 0¦ e A¸A
0
= ¦x ∈ A [ f(x) =
0¦. Si osserva poi che
A
0
=
_
k∈N
¦f >
1
k
¦ =
_
k∈N
A
k
.
Ora
0 =
_
A
fdµ ≥ (A
k
⊂ A)
_
A
k
fdµ ≥
_
A
k
1
k
dµ =
1
k
_
A
k
dµ =
1
k
µ(A
k
) ≥ 0
e perciò µ(A
k
) = 0. Seguirà che anche µ(A
0
) = 0 e quindi f = 0 quasi
dappertutto.
Osservazione 3. Sia A un insieme misurabile di R
n
, µ(A) =
_
A
dµ.
Dimostrazione. Se si considera
_
A
fdµ con f(x) = 1, ∀x ∈ A l’osservazione
segue direttamente dal Corollario 3.4.
3.4 Passaggio al limite sotto il segno di
integrale
Teorema 3.11 (di Beppo Levi o di convergenza monotona).
Sia (f
k
)
k∈N
una successione monotona crescente di funzioni misurabili e non
3.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale 31
negative, f
k
: A −→R. Allora
lim
k→+∞
_
A
f
k
dµ =
_
A
lim
k→+∞
f
k
dµ .
Dimostrazione. Per il Teorema 2.8, f := lim
k→+∞
f
k
è una funzione misu-
rabile, inoltre R(f
k
, A) ∪ Γ(f, A) ¸ R(f, A) e Γ(f, A) ha misura nulla. Di
conseguenza il risultato segue direttamente dal Teorema 1.13.
Teorema 3.12 (di Fatou).
Sia (f
k
)
k∈N
un successione di funzioni misurabili e non negative, f
k
: A −→
R. Allora
liminf
k→+∞
_
A
f
k
dµ ≥
_
A
liminf
k→+∞
f
k
dµ .
Dimostrazione. Ricordando che
liminf
k→+∞
f
k
= lim
p→+∞
_
inf
k≥p
f
k
_
,
si pone g
p
= inf
k≥p
f
k
. Tale funzione risulta quindi non negativa e misurabile
e la successione delle g
p
monotona crescente con limite g := liminf
k→+∞
f
k
.
Per il Teorema di Beppo Levi si ha:
_
A
liminf
k→+∞
f
k
dµ =
_
A
gdµ = lim
p→+∞
_
A
g
p
dµ .
D’altra parte g
p
≤ f
k
, ∀k ≥ p e di consegueza
_
A
g
p
dµ ≤
_
A
f
k
dµ , ∀k ≥ p e
segue che
_
A
g
p
dµ ≤ inf
_
A
f
k
dµ. Allora
_
A
liminf
k→+∞
f
k
dµ ≤ lim
p→+∞
_
inf
k≥p
_
A
f
k

_
= liminf
k→+∞
_
A
f
k
dµ .
Teorema 3.13 (della convergenza dominata di Lebesgue).
Sia (f
k
)
k∈N
una successione di funzioni in L(A), supponendo:
(i) f
k
−→f in A;
(ii) che esista g ∈ L(A) tale che [f
k
[ ≤ g, ∀k ∈ N;
32 3. Integrale secondo Lebesgue
allora f ∈ L(A) e
_
A
fdµ = lim
k→+∞
_
A
f
k
dµ .
Dimostrazione. Siccome f
k
∈ L(A) e f
k
−→f, allora f è misurabile. Inoltre
dal fatto che [f
k
[ ≤ g segue che anche [f[ ≤ g e che
_
A
[f[dµ ≤
_
A
gdµ < +∞
e quindi anche f risulta sommabile.
Ora, si osserva che
[f
k
−f[ ≤ [f
k
[ + f ≤ 2g =⇒2g −[f
k
−f[ ≥ 0 ,
applicando il Teorema di Fatou:
liminf
k→+∞
_
A
(2g −[f
k
−f[)dµ ≥
_
A
liminf
k→+∞
(2g −[f
k
−f[) =
_
A
2gdµ ,
e quindi
_
A
2gdµ ≤liminf
k→+∞
_
_
A
2gdµ −
_
A
[f
k
−f[dµ
_
=
_
A
2gdµ + liminf
k→+∞
_

_
A
[f
k
−f[
_
=
_
A
2gdµ −limsup
k→+∞
_
_
A
[f
k
−f[
_
,
da cui segue
limsup
k→+∞
_
A
[f
k
−f[dµ ≤ 0 =⇒ limsup
k→+∞
_
A
[f
k
−f[dµ = 0 .
Se il limsup è uguale a zero allora anche il liminf lo sarà, poiche 0 ≤
liminf ≤ limsup, di conseguenza esiste il limite ed è anch’esso uguale a zero,
cioè
lim
k→+∞
_
A
[f
k
−f[dµ = 0
e questo implica
lim
k→+∞
_
A
(f
k
−f)dµ = 0 ⇐⇒ lim
k→+∞
_
A
f
k
dµ =
_
A
fdµ .
Osservazione 4. Quest’ultimo teorema continua a valere anche nelle ipotesi
in cui f
k
−→f quasi dappertutto e [f
k
[ ≤ g quasi dappertutto.
3.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale 33
Dimostrazione. Sia A

l’insieme in cui valgono le due ipotesi, allora il Teo-
rema di Lebesgue vale, quindi f ∈ L(A) e
_
A

fdµ = lim
k→+∞
f
k
dµ .
Ora, sommando al membro di sinistra
_
A\A

fdµ e al membro di destra
_
A\A

f
k
dµ si ottiene il risultato cercato. Questa somma la posso sempre fare
poichè per ipotesi A ¸ A

ha misura nulla e il relativo integrale è anch’esso
nullo.
Esempio 3.1. Sia f
k
: ]0, π[−→R, f
k
(x) = (sin x)
k
, allora f
k
−→f in ]0, π[
con
f(x) =
_
0 se x ,=
π
2
1 se x =
π
2
Si ha poi [f
k
[ ≤ 1, quindi si può utilizzare il Teorema di convergenza dominata
di Lebesgue:
lim
k→+∞
_
A
f
k
dµ =
_
A
fdµ
Allora
lim
k→+∞
_
π
0
(sin x)
k
dx =
_
π
0
f(x)dx = 0 ,
perchè f è nulla quasi dappertutto.
Controesempio 3.1. Sia f
k
: R −→ R, f
k
(x) =

ke
−kx
2
, le f
k
sono non
negative e misurabili, inoltre
f
k
−→
k→+∞
f(x) =
_
0 se x ,= 0
+∞ se x = 0
.
Ora,
_
R
f
k
(x)dx =

k
_
R
e
−kx
2
posto

kx = y risulta:

k
_
R
1

k
e
−y
2
dy =

π ,
34 3. Integrale secondo Lebesgue
mentre
_
R
f(x)dx = 0
perchè f è nulla quasi dappertutto.
Allora
lim
k→+∞
_
R
f
k
dµ ,=
_
R
lim
k→+∞
f
k
dµ ,
segue che non esiste una funzione sommabile che domini f
k
, ∀k.
Teorema 3.14. Sia data la serie di funzioni misurabili


k=1
f
k
, con f
k
:
A −→R, allora:
(i) se f
k
≥ 0, si ha
_
A


k=1
f
k
dµ =


k=1
_
A
f
k
dµ;
(ii) se f
k
∈ L(A) e


k=1
_
A
[f
k
[dµ < +∞, si ha
_
A


k=1
f
k
dµ =


k=1
_
A
f
k
dµ.
Dimostrazione. La (i) deriva direttamente dal Teorema di Beppo Levi, con-
siderando la successione delle somme parziali.
Per dimostrare la (ii) si pone
g :=

k=1
[f
k
[ ,
allora g ≤ 0 ed è misurabile, quindi per la (i) vale
_
A
g =

k=1
_
A
[f
k
[ ,
che è finito per ipotesi. Allora g ∈ L(A) e g < +∞ quasi dappertutto,
quindi

f
k
converge quasi dappertutto.
Risulta poi
¸
¸
¸
n

k=1
f
k
¸
¸
¸ ≤
n

k=1
[f
k
[ ≤

k=1
[f
k
[ = g ∈ L(A)
inoltre

n
k=1
f
k
−→


k=1
f
k
quasi dappertutto.
Allora per il Teorema di Lebesgue
_
A
lim
n→+∞
n

k=1
f
k
dµ = lim
n→+∞
_
A
n

k=1
f
k
dµ = lim
n→+∞
n

k=1
_
A
f
k
dµ =

k=1
_
A
f
k
dµ .
3.5 Confronto tra l’integrale di Riemann e l’integrale di Lebesgue 35
3.5 Confronto in R tra l’integrale di Riemann
e l’integrale di Lebesgue
Teorema 3.15. Sia f una funzione Riemann-integrabile, allora è integrabile
anche secondo Lebesgue e
_
b
a
f(x)dx =
_
[a,b]
f(x)dx ,
dove
_
b
a
f(x)dx indica l’integrale di Riemann della funzione e
_
[a,b]
f(x)dx
quello di Lebesgue.
Dimostrazione. Sia f non negativa, sia σ = ¦x
0
, x
1
, . . . , x
n
¦ ⊆ [a, b], e siano
I
k
= [x
k−1
, x
k
] gli intervalli corrispondenti. Se poi si considerano gli insiemi
J
1
= [x
0
, x
1
], J
2
=]x
1
, x
2
], . . ., J
n
=]x
n−1
, x
n
], questi sono a due a due di-
sgiunti, sono una partizione di [a, b] e µ(J
k
) = µ(I
k
),∀k. Siano ora le seguenti
funzioni semplici
f
σ
(x) = inf
J
k
f se x ∈ I
n
,
g
σ
(x) = sup
J
k
f se x ∈ I
n
.
Si osserva immediatamente che f
σ
≤ f ≤ g
σ
. Avendo poi supposto f
Riemann-integrabile, per il Teorema di Riemann ([3],Capitolo 5, Paragra-
fo 9, Teorema 9.9, pag. 169) esiste una successione di scomposizioni (σ
n
)
n∈N
,
σ
n
⊆ σ
n+1
tale che
_
b
a
g
σ
n
(x)dx −
_
b
a
f
σ
n
(x)dx −→0 per n →+∞ ,
osservando che
S(f, σ
n
) =
_
b
a
g
σ
n
(x)dx e s(f, σ
n
) =
_
b
a
f
σ
n
(x)dx .
Le (f
σ
n
) e le (g
σ
n
) sono due successioni di funzioni semplici non negative
e misurabili perciò convergeranno a due funzioni anch’esse non negative e
36 3. Integrale secondo Lebesgue
misurabili, f
σ
n
¸f

e g
σ
n
¸g

.
Passando al limite sotto il segno di integrale risulta
_
b
a
g

(x) −f

(x)dx = 0 ,
quindi g

−f

= 0 quasi dappertutto ⇐⇒f

= g

quasi dappertutto. Inoltre
la disuguaglianza precedente continua a valere passando al limite, perciò
f

≤ f ≤ g

, di conseguenza f = f

= g

, cioè f è uguale ad una funzione
non negativa e misurabile quasi dappertutto, quindi f è integrabile secondo
Lebesgue.
Nel caso generico f non è non negativa, si considera quindi f = f
+
−f

, con
f
+
= max¦f, 0¦ =
[f[ + f
2
∈ R
[a,b]
,
f

= max¦−f, 0¦ =
[f[ −f
2
∈ R
[a,b]
,
entrambe funzioni non negative e si ripete il ragionamento precedente.
Controesempio 3.2. Sia f : [0, 1] −→R definita nel modo seguente
f(x) :=
_
1 ∀x ∈ [0, 1] ¸ Q
0 ∀x ∈ [0, 1] ∩ Q
La funzione così definita non è integrabile secondo Riemann, poichè in ogni
intorno di ogni punto le somme inferiori e superiori sono diverse, però f è
misurabile perchè f(x) = 1 quasi dappertutto, f ∈ L([0, 1]) e vale
_
[0,1]
f(x)dx = 1 .
Quindi non è vero che l’integrabilità secondo Lebesgue implica quella
secondo Riemann, anzi l’insieme delle funzioni integrabili secondo Lebesgue
contiene strettamente quello delle funzioni Riemann-integrabili.
3.6 Teoremi di riduzione
In questo paragrafo si enunceranno alcuni teoremi fondamentali della teo-
ria dell’integrazione di Lebesgue, tuttavia non se ne darà una dimostrazione,
poichè la trattazione richiederebbe un approfondimento ulteriore.
3.6 Teoremi di riduzione 37
Si consideri R
n
= R
p
R
q
e un punto di R
n
come una coppia (x, y) con
x ∈ R
p
e y ∈ R
q
.
Sia poi A ⊆ R
n
misurabile e f : A −→R anch’essa misurabile.
Teorema 3.16 (di Tonelli ).
Se f è non negativa, allora
_
A
f(x, y)dxdy =
_
P
x
(
_
A
x
f(x, y)dy)dx =
_
P
y
(
_
A
y
f(x, y)dx)dy ,
con A
x
= ¦y ∈ R
q
[ (x, y) ∈ A¦ e P
x
= ¦x ∈ R
p
[ µ

p
(A
x
) > 0¦ e analoga-
mente A
y
= ¦x ∈ R
p
[ (x, y) ∈ A¦ e P
y
= ¦y ∈ R
q
[ µ

q
(A
y
) > 0¦, dove µ

p
(A)
indica la misura esterna di A in R
p
e µ

p
(A) quella in R
q
.
[ cfr. per la dimostrazione [2], Capitolo 6, Paragrafo 2, Teorema 6.10, pag.
92, oppure [4], Capitolo 5, Paragrafo 5, Teorema 5.1, pag. 227 ]
Teorema 3.17 (di Fubini ).
Il Teorema di Tonelli vale anche per funzioni sommabili.
[ cfr. per la dimostrazione [2], Capitolo 6, Paragrafo 1, Teorema 6.1, pag. 87,
oppure [4], Capitolo 5, Paragrafo 5, Teorema 5.4, pag. 238 ]
Esempio 3.2 (Volume del cono).
Sia A = ¦(x, y, z) ∈ R
3
[
_
x
2
+ y
2
≤ z , 0 ≤ z ≤ h¦ il cono generico di
altezza h, allora
µ(A) =
_
A
dxdydz .
Ora
_
A
dxdydz =
_
h
0
(
_
A
z
dxdy)dz ,
con A
z
= ¦(x, y) ∈ R
2
[
_
x
2
+ y
2
≤ z¦, quindi A
z
è il cerchio di raggio z e
centro l’origine e µ(A
x
) = πz
2
, segue che
_
A
dxdydz =
_
h
0
πz
2
dz = π
_
z
3
3
_
z=h
z=0
= π
h
3
3
.
Il seguente teorema, corollario al Teorema di Fubini, proverà la parte
mancante del Teorema 3.1.
38 3. Integrale secondo Lebesgue
Teorema 3.18. Sia f una funzione non negativa definita su un insieme mi-
surabile A ∈ R
n
. Se R(f, A) è misurabile come insieme di R
n+1
, allora f è
misurabile.
Alla dimostrazione si antepone il seguente lemma.
Lemma 3.19. Se A è un insieme misurabile di R
p+q
, l’insieme A
x
= ¦y ∈
R
q
[ (x, y) ∈ A¦ è misurabile in R
q
per quasi tutti gli x ∈ R
p
.
[ per la dimostrazione si rimanda a [2], Capitolo 6, Paragrafo 1, Teorema 6.7,
pag. 90 ]
Dimostrazione. Per 0 ≤ y < +∞, si ha ¦x ∈ A [ f(x) ≥ y¦ = ¦x ∈
R
p
[ (x, y) ∈ R(f, A)¦. Poichè R(f, A) è misurabile, segue dal Lemma prece-
dente che ¦x ∈ A [ f(x) ≥ y¦ è misurabile in R
n
per quasi tutti gli y ∈ R
q
.
Se y è negativo ¦x ∈ A [ f(x) ≥ y¦ = A che è misurabile, quindi si conclude
che f è misurabile.
Capitolo 4
Cambiamento di Variabile
4.1 Teorema del cambiamento di variabile
Definizione 4.1 (Diffeomorfismo).
Sia Ω un sottoinsieme aperto di R
n
. Una funzione F : Ω −→ R
n
, si dirà
diffeomorfismo di classe C
k
, con k ∈ Z e k ≥ 0, se:
(i) F ∈ C
k
(Ω, R
n
)
(ii) F è iniettiva e l’insieme O:= F(Ω) è un aperto di R
n
(iii) F
−1
∈ C
k
(O, R
n
)
Se F è un diffeomorfismo di classe C
k
in particolare F è anche un
diffeomorfismo locale di classe C
k
. Segue quindi, direttamente dal Teorema
dello Jacobiano, che:
det J
F
(x) ,= 0 ∀x ∈ Ω
Teorema 4.1 (Cambiamento di Variabile).
Siano Ω e O due aperti di R
n
e sia poi F : Ω
1−1
−−−→
su
O un diffeomorfismo di
classe C
k
, con k ∈ Z e k ≥ 0; infine sia f : O −→R. Allora:
(i) f è misurabile se e solo se f ◦ F[ det J
F
[ è misurabile su Ω
39
40 4. Cambiamento di Variabile
(ii) f è integrabile se e solo se f ◦ F[ det J
F
[ è integrabile su Ω. In questo
caso risulta:
_
O
f(x)dx =
_

f(F(y))[ det J
F
(y)[dy (4.1)
Dimostrazione.
Per dimostrare il teorema si procederà per tappe, al fine di semplificare la
trattazione e di ricondurre il contenuto del teorema ad affermazioni via via
più semplici.
(I) Osservazioni preliminari.
Per definizione consideriamo cubo di R
n
di centro α = (α
1
, . . . , α
n
) e
semilato r > 0 l’intervallo compatto
C(α, r) := [α
1
−r; α
1
+ r] . . . [α
n
−r; α
n
+ r] (4.2)
Risulta quindi
µ(C(α, r)) = (2r)
n
= µ(C(0, 1))r
n
D(α, r) ⊆ C(α, r) ⊆ D(α,

nr)
dove D(α, r) è il disco di R
n
di centro α e raggio r. Ricordando che per
ogni disco di R
n
esiste una costante ω
n
tale che µ
n
(D(α, r)) = ω
n
r
n 1
,
risulta:
µ(D(α, r)) = ω
n
r
n
=
ω
n
2
n
µ(C(α, r)) = α
n
µ(C(α, r)) (4.3)
e
µ(C(α, r)) =(2r)
n
= 2
n
µ(D(α,

nr)
ω
n
(

n)
n
=
_
2

n
_
n
1
ω
n
µ(D(α,

nr)

n
µ(D(α,

nr))
(4.4)
1
Si deduce immediatamente che ω
n
= µ
n
(D(0, 1))
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 41
Si può vedere facilmente che 0 < α
n
< 1 < β
n
, inoltre si osserva che,
essendo diam(C(α, r)) = 2

nr, per la (4.3) e la (4.4) si può scrivere
µ(C(α, r)) = γ
n
(diam(C(α, r)))
n
con γ
n
=
_
1

n
_
n
(4.5)
Se A è un sottoinsieme di R
n
con diametro δ, si ha che A ⊆ D(α, r),
dove α è un punto arbitrario di A. Allora
µ

(A) ≤ µ(D(α, δ)) = µ(D(α, δ)) (4.6)
quindi
µ

(A) ≤ ω
n
δ
n
= ω
n
(diam(A))
n
(4.7)
La (4.6) segue dal fatto che µ(D(α, r)) = µ(D(α, r) ∀ α ∈ R
n
, ∀ r > 0.
Questa uguaglianza si può dimostrare osservando che, ∀ε ∈]0, r[ , si ha
D(α, r −ε) ⊆ D(α, r) ⊆ D(α, r + ε);
quindi
ω
n
(r −ε)
n
≤ µ(D(α, r)) ≤ ω
n
(r + ε)
n
.
Ora passando al limite per ε →0, si ottiene:
µ(D(α, r)) = ω
n
r
n
che è esattamente l’uguaglianza da cui si è partiti.
(II) Si mostrerà ora che la misura esterna dei sottoinsiemi di R
n
può essere
definita utilizzando ricoprimenti lebesguiani costistuiti da cubi invece
dei generici intervalli compatti.
Proposizione 4.2. Per ogni A ⊆ R
n
, si definisce:
µ

c
(A) := inf
_

k∈A
µ(C
k
)
¸
¸
¸ A ⊆
_
k∈A
C
k
, A ⊆ N, C
k
cubo di R
n
, ∀k ∈ A
_
;
Allora si ha che:
µ

(A) = µ

c
(A) (4.8)
42 4. Cambiamento di Variabile
Dimostrazione. Per prima cosa si osservi che, per come è stata definita
µ

c
(A), si ha:
µ

(A) ≤ µ

c
(A). (4.9)
Si osservi poi che non è restrittivo supporre µ

(A) < +∞, poichè nel
caso in cui µ

(A) = +∞ risulterebbe che anche µ

c
(A) = ∞ e di conse-
guenza la proposizione sarebbe verificata.
Si consideri quindi il caso µ

(A) < +∞. Allora per ogni ε > 0 esiste
un aperto Ω ⊆ R
n
tale che A ⊆ Ω e che
µ

(A) + ε > µ(Ω).
D’altro canto, per il Teorema 1.1, si può sempre scrivere
Ω =

_
k=1
C
k
con (C
k
)
k∈N
famiglia di cubi di R
n
, tali che

C
k


C
h
= ∅, ∀k ,= h . Da
questa affermazione segue che µ(C
k
∩C
h
) = 0 per k ,= h e quindi si ha:
µ(Ω) =

k=1
µ(C
k
),
da cui poi si ottiene:
µ

(A) + ε > µ(Ω) =

k=1
µ(C
k
) ≥ µ

c
(A).
Per l’arbitrarietà di ε > 0 questa implica
µ

(A) ≥ µ

c
(A)
quest’ultima disuguaglianza insieme alla (4.9) prova la proposizione.
(III) Di seguito si mostrerà che ogni diffeomorfismo porta insiemi misurabili
in insiemi misurabili e porta insiemi di misura nulla in insiemi di misura
nulla.
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 43
Proposizione 4.3. Se F : Ω
1−1
−−−→
su
O è un diffeomorfismo di classe
C
k
, k ≥ 1, allora
F(A) ∈ M(R
n
) ∀A ⊆ Ω misurabile in R
n
.
Si ha anche
H ⊆ Ω, µ

(H) = 0 =⇒µ

(F(H)) = 0 (4.10)
Dimostrazione. Si supponga dapprima che A sia un insieme di tipo G
δ
.
Allora A si può scrivere
A =

k∈N

k
,
con Ω
k
aperto ∀k ∈ N; di conseguenza anche F(A) è di tipo G
δ
infatti,
essendo F aperta ogni F(Ω
k
) è aperto, si ha, essendo F iniettiva:
F
_

k∈N

k
_
=

k∈N
F(Ω
k
).
Si supponga ora che A sia un generico insieme misurabile. Esistono,
per il Teorema 1.15 , due insieme B e H tali che B sia di tipo G
δ
e H
di misura nulla e che A = B ¸ H, allora
F(A) = F(B) ¸ F(H)
per quanto detto prima, essendo B di tipo G
δ
, anche F(B) è di tipo
G
δ
ed è quindi misurabile. Sarà quindi sufficiente provare che F(H) ha
misura nulla. Per questo motivo, per concludere la dimostrazione, si
dimostra il seguente lemma.
Lemma 4.4. Sia Q ⊆ R
n
un cubo contenuto in Ω e sia A ⊆ Q, allora:
µ

(F(A)) ≤
ω
n
γ
n
_
sup
Q
| J
F
|
_
n
µ

(A) .
In particolare se µ

(A) = 0
µ

(F(A)) = 0.
44 4. Cambiamento di Variabile
Dimostrazione. Sia (C
k
)
k∈A
una famiglia finita o numerabile di cubi di
R
n
che ricopre A. Allora
A ⊆
_
k∈A
(C
k
∩ Q)
e quindi
µ

(F(A)) ≤

k∈A
µ

(F(C
k
∩ Q)). (4.11)
Ora, per ogni x, y ∈ C
k
∩ Q esiste z ∈ [x, y] ⊆ C
k
∩ Q tale che
[F(x) −F(y)[ ≤ | J
F
(z) | [x −y[ ;
allora, assumendo che sup
C
k
∩Q
[x −y[ ≤ sup
C
k
[x −y[ = diam(C
k
), si ha
[F(x) −F(y)[ ≤ sup
Q
| J
F
(z) | diam(C
k
)
e quindi:
diam(F(C
k
∩ Q)) ≤ sup
Q
| J
F
(z) | diam(C
k
). (4.12)
Ricordando quanto visto nelle osservazioni preliminari, in particolare
nella (4.7), dalle (4.11) e (4.12) si ottiene:
µ

(F(A)) ≤ω
n
_
sup
Q
| J |
_
n
k∈A
(diam(C
k
))
n
≤(per la (4.5))
ω
n
γ
n
_
sup
Q
| J |
_
n
k∈A
µ(C
k
).
(4.13)
Poichè (C
k
)
k∈A
è una famiglia di cubi di R
n
che ricopre A, da questa
disuguaglianza si ottiene l’asserto.
Grazie al lemma appena dimostrato possiamo concludere rapidamente
la dimostrazione della Proposizione 4.3 : sia H ⊂ Ω di misura nulla,
sia poi (Q
k
)
k∈N
una famiglia di cubi che ricopre Ω. Allora, ∀k ∈ N,
H ∩ Q
k
ha misura nulla, segue quindi dal lemma precedente che
µ

(F(H ∩ Q
k
)) = 0 ∀k ∈ N.
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 45
questa implica direttamente µ

(F(H)) = 0, poichè
F(H) =
_
k∈N
F(H ∩ Q
k
).
(IV) Con quanto mostrato finora si è in grado di dimostrare la prima affer-
mazione del Teorema 4.1.
Sia F : Ω
1−1
−−−→
su
O un diffeomorfismo di classe C
k
, k ≥ 1, sia poi
f : O → R. Allora f è misurabile su O se e solo se f ◦ F[ det J
F
[
é misurabile su Ω.
Dimostrazione. Essendo la funzione y −→[ det J
F
(y)[ continua e po-
sitiva in tutto Ω, sarà sufficiente provare che
f ∈ M(O) ⇐⇒f ◦ F ∈ M(Ω).
Sia quindi c ∈ R fissato ad arbitrio. Per la Proposizione 4.3 l’insieme
¦f < c¦ è misurabile su O se e solo se F
−1
(¦f < c¦) è misurabile su Ω,
d’altra parte
F
−1
(¦f < c¦) =¦y ∈ Ω [ F(y) ∈ ¦f < c¦¦ =
=¦y ∈ Ω [ f(F(Y )) < c¦ = ¦f ◦ F < c¦
(4.14)
Questo prova che f è misurabile se e solo se lo è f ◦ F.
(V) Si procederà ora con la dimostrazione della seconda parte del Teorema,
la (4.1), la quale è incentrata sulla seguente proposizione.
Proposizione 4.5. Siano Ω e O due aperti di R
n
e sia F : Ω
1−1
−−−→
su
O
un diffeomorfismo di classe C
k
, k ≥ 1. Allora per ogni A ⊆ O, A ∈
M(R
n
), vale:
µ(A) =
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy. (4.15)
Prima di procedere con la dimostrazione di quest’ultima Proposizione
si mostrerà che questa implica la (4.1).
46 4. Cambiamento di Variabile
Lemma 4.6. Se vale la (4.15) allora vale anche la (4.1).
Dimostrazione. È sufficiente provare la (4.1) per le funzioni f : O −→R
misurabili e non negative. Sia quindi λ > 1 fissato a piacere, si definisce
A
−∞
= ¦x ∈ O [ f(x) = 0¦,
A
+∞
= ¦x ∈ O [ f(x) = +∞¦ e
A
k
= ¦x ∈ O [ λ
k
< f(x) < λ
k+1
¦, k ∈ Z.
Essendo f non negativa e misurabile, la famiglia σ = ¦A
−∞
, A
+∞
¦ ∪
¦A
k
[ k ∈ Z¦ è una scomposizione di Ω. Si supponga µ(A
+∞
) > 0,
sotto tale ipotesi si avrebbe
_
O
f(x)dx =
_
A
−∞
f(x)dx +

k∈Z
_
_
A
k
f(x)dx
_
+
_
A
+∞
f(x)dx
siccome le tre quantità alla destra dell’uguale sono positive, segue
_
O
f(x)dx ≥
_
A
+∞
f(x)dx = +∞µ(A
+∞
) = +∞
di coseguenza
_
O
f(x)dx = +∞.
In modo analogo calcoliamo, nell’ipotesi µ(A
+∞
> 0, la (4.1) risulta:
_

f ◦ F[ det J
F
[dy ≥
_
F
−1
(A
+∞
)
f ◦ F[ det J
F
[dy =
=(+∞)
_
F
−1
(A
+∞
)
[ det J
F
[dy
avendo ipotizzato che la Proposizione 4.5 valga, si ha
_

f ◦ F[ det J
F
[dy ≥ (+∞)µ(A
+∞
) = +∞.
perciò
_

f ◦ F[ det J
F
[dy = +∞ .
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 47
Si supponga ora µ(A
+∞
) = 0. Poichè f = 0 su A
−∞
e µ(A
+∞
) = 0, si
ha
_
O
f(x)dx =

k∈Z
_
_
A
k
f(x)dx
_
≤ (per come sono stati definiti gli A
k
)

k∈Z
λ
k+1
µ(A
k
) = (per la (4.15))

k∈Z
λ
k+1
_
F
−1
(A
k
)
[ det J
F
[dy
≤ λ

k∈Z
_
F
−1
(A
k
)
f ◦ F[ det J
F
[dy

_
S
k∈Z
F
−1
(A
k
)
f ◦ F[ det J
F
[dy .
essendo f ◦ F = 0 su F
−1
(A
−∞
) e µ(F
−1
(A
+∞
)) = 0
2
, vale la disugua-
glianza
_
O
fdx ≤ λ
_

f ◦ F[ det J
F
[dy ∀λ > 1,
quindi vale
_
O
fdx ≤
_

f ◦ F[ det J
F
[dy. (4.16)
Procedendo in modo del tutto analogo si ha:
_
O
f(x)dx =

k∈Z
_
_
A
k
f(x)dx
_
≥ (per come sono stati definiti gli A
k
)

k∈Z
λ
k
µ(A
k
) = (per la (4.15))
1
λ

k∈Z
λ
k+1
_
F
−1
(A
k
)
[ det J
F
[dy
≥ λ

k∈Z
_
F
−1
(A
k
)
f ◦ F[ det J
F
[dy
=
1
λ
_

f ◦ F[ det J
F
[dy
quindi per l’arbitrarietà di λ > 1
_
O
fdx ≥
_

f ◦ F[ det J
F
[dy.
questa insieme alla (4.16) fornisce la dimostrazione del Lemma.
2
A
+∞
ha misura nulla e F è un diffeomorfismo
48 4. Cambiamento di Variabile
(VI) Al passo precedente si è ricondotta la validità del Teorema 4.1 alla
validità della Proposizione 4.5. Si mostrerà ora che tale proposizione
vale per ogni generico sottoinsieme di R
n
, nel momento in cui valga per
i cubi di R
n
.
Lemma 4.7. Sia F un diffeomorfismo come nella Proposizione 4.5. Se
per ogni C ⊆ O cubo di R
n
si ha
µ(C) =
_
F
−1
(C)
[ det J
F
[dy, (4.17)
allora per ogni A ⊆ O, A ∈ M(R
n
)
µ(A) =
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy, (4.18)
Dimostrazione. Nel caso in cui A sia un sottoinsieme aperto di O, esiste
una famiglia (C
k
)
k∈N
di cubi di R
n
tali che

C
k


C
h
= ∅, ∀k ,= h (di
conseguenza µ(C
k
∩ C
h
) = 0 per k ,= h) e che
A =
_
k∈N
C
k
allora
µ(A) =

k=1
µ(C
k
) = per la (4.17)

k=1
_
F
−1
(C
k
[ det J
F
[dy
=
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy
Sia ora, invece, il caso in cui A ⊆ O è di tipo G
δ
e limitato. Allora
esiste una successione di insiemi aperti limitati (B
k
)
k∈N
tale che
A =

k∈N
B
k
.
Si ponga
A
k
=
k

j=1
B
j
, ∀k ∈ N,
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 49
risulta allora che A
k
è una successione monotona decrescente di insiemi
aperti e limitati, che converge ad A. Perciò
µ(A) = lim
k→+∞
µ(A
k
) = (per quanto provato nella prima parte)
= lim
k→+∞
_
F
−1
(A
k
)
[ det J
F
[dy
inoltre, essendo A
k
¸ A, anche F
−1
(A
k
) ¸ F
−1
(A) e, sempre per
quanto dimostrato precedentemente,
_
F
−1
(A
1
)
[ det J
F
[dy = µ(A
1
) < +∞ .
da queste ultime osservazioni segue che
µ(A) =
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy .
Sia A un generico sottoinsieme limitato e misurabile di O, esistono un
insieme B ⊆ O limitato di tipo G
δ
e un insieme H ⊆ O di misura nulla
tali che A = B ¸ H. Segue, per quanto già dimostrato che
µ(A) =µ(B) −µ(H) = µ(B) =
_
F
−1
(B)
[ det J
F
[dy =
=(essendo F
−1
(H) di misura nulla)
_
F
−1
(B\H)
[ det J
F
[dy =
=
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy
Infine sia A un sottoinsieme misurabile e non limitato di O, posto A
k
=
A ∩ D(0, k) si ottiene una successione di insiemi misurabili tale che
A
k
¸A. Di conseguenza
µ(A) = lim
k→+∞
µ(A
k
) = (essendo A
k
limitato) lim
k→+∞
_
F
−1
(A
k
)
[ det J
F
[dy =
=
_
F
−1
(A)
[ det J
F
[dy .
Con quest’ultima uguaglianza la dimostrazione del lemma può dirsi
conclusa.
50 4. Cambiamento di Variabile
(VII) Si provvederà ora a dimostrare che la (4.17) è vera se è verificata asinto-
ticamente; si procederà in seguito alla dimostrazione della Proposizione
4.5.
Lemma 4.8. Sia F un diffeormorfismo con le proprietà richieste nella
Proposizione 4.5. Se per x ∈ O si ha
lim
C→{x}
_
F
−1
(C)
[ det J
F
[dy
µ(C)
= 1 (4.19)
allora vale la (4.17).
Dimostrazione. Ragionando per assurdo si supponga che (4.17) non sia
verificata; esiste quindi un cubo C ⊆ O tale che
_
F
−1
(C)
[ det J
F
[dy ,= µ(C). (4.20)
Allora esiste α ∈ R, α > 0, α ,= 1, tale che
_
F
−1
(C)
[ det J
F
[dy = αµ(C). (4.21)
Supponiamo poi per fissare le idee α > 1. Ora si scomponga il cubo
C in 2
n
cubi Q
1
, . . . , Q
2
n, con interni a due a due disgiunti e tali che
diam(Q
j
) =
1
2
diam(C), ∀j
3
. Segue
2
n

j=1
_
F
−1
(Q
j
)
[ det J
F
[dy =
_
F
−1
(C)
[ det J
F
[dy = αµ(C) =
= α
2
n

j=1
µ(Q
j
).
(4.22)
Esiste perciò almeno un indice j ∈ ¦1, . . . , 2
n
¦ tale che
_
F
−1
(Q
j
)
[ det J
F
[dy ≥ αµ(Q
j
) (4.23)
3
infatti µ(C(α, r)) = (2r)
n
= 2
n
r
n
, mentre µ(C(x,
1
2
r)) = r
n
, con x ∈ C(α, r), segue
che, se tali cubi hanno interno disgiunto, allora C(α, r) contiene 2
n
cubi del tipo C(x,
1
2
r)
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 51
Se fosse vero il contrario si avrebbe
2
n

j=1
_
F
−1
(Q
j
)
[ det J
F
[dy ≥ α
2
n

j=1
µ(Q
j
)
contrariamente all’ipotesi (4.22).
Sia quindi indicato con C
1
uno dei cubi Q
j
che verificano la (4.23). Si
costruisce ora, a partire da C
1
, una successione di cubi (C
k
) nel modo
seguente:
C
k+1
⊆ C
k
, diam(C
k+1
) =
1
2
diam(C
k
),
_
F
−1
(C
k+1
)
[ det J
F
[dy ≥ αµ(C
k+1
) ∀k ∈ N
(4.24)
Per il Teorema di Cantor esiste un punto x ∈ R
n
tale che x ∈ C
k
,
∀k ∈ N. Segue che x ∈ O e, poichè diam(C
k
) −→0 per k →+∞, per
l’ipotesi (4.19) si ottiene che
lim
k→+∞
_
F
−1
(C
k
)
[ det J
F
[
µ(C
k
)
= 1 .
Però si osserva subito che per la costruzione (4.24) della successione dei
cubi (C
k
)
lim
k→+∞
_
F
−1
(C
k
)
[ det J
F
[
µ(C
k
)
≥ α > 1 .
Questa contraddizione prova che il Lemma che si voleva dimostrare è
vero.
(VIII) A questo punto si completerà la dimostrazione della Proposizione 4.5;
da questa, per mezzo del Lemma 4.6, seguirà la (4.1) e di conseguenza
la seconda parte del Teorema 4.1.
Dimostrazione della Proposizione 4.5. È sufficiente provare che valga
la (4.19): per il Lemma precedente la (4.19) implica la (4.17), da que-
st’ultima, grazie al Lemma 4.7, segue direttamente la (4.15). Essendo
52 4. Cambiamento di Variabile
poi y −→[ det J
F
(y)[ una funzione continua, per dimostrare la (4.19)
è sufficiente mostrare che
lim
C→{x}
µ(F
−1
(C))
µ(C)
[ det J
F
(y)[ = 1 (4.25)
con y ∈ Ω tale che F(y) = x. Si ricorda che la misura di Lebesgue
è invariante per traslazioni, di conseguenza non è restrittivo supporre
x = 0 e y = 0, si indichi quindi con T il differenziale di F in y = 0:
T = dF(0) , T è una trasformazione lineare di R
n
in sé; inoltre
det T = det J
F
(0) ,= 0.
Si osserva poi che per ogni cubo di R
n
se T ∈ L(R
n
, R
n
) tale che
det T ,= 0 allora
µ(T(C)) = [ det(T)[µ(C) . (4.26)
Quest’uguaglianza è tutt’altro che banale e rappresenta uno dei punti
centrali sia del Teorema di cambiamento di variabile che della sua dimo-
strazione; per una trattazione approfondita di tale risultato si rimanda
all’Appendice.
Dalla (4.26) precedente segue direttamente
µ((T ◦ F
−1
)(C)) = [ det T[µ(F
−1
(C)) .
Dopo queste premesse la (4.25) è equivalente a:
lim
C→{0}
µ((T ◦ F
−1
)(C))
µ(C)
= 1 (4.27)
Si pone poi, al fine di semplificare la notazione:
G = T ◦ F
−1
e G
−1
= F
1
.
Essendo x = y = 0, le funzioni G e F
1
sono definite in un intorno di 0,
G(0) = F
1
(0) = 0, infine dG(0) = T ◦ (dF(0))
−1
= I
n
, dF
1
(0) = I
n
.
Allora G e F
1
hanno il seguente sviluppo asintotico:
G(x) = x + ω(x)[x[, F
1
(y) = y + ω
1
(y)[y[
4.1 Teorema del cambiamento di variabile 53
con ω(x) →0 per x →0 e ω
1
(y) →0 per y →0.
Sia ora ε > 0 fissato a piacere e sia poi δ > 0 tale che
[ω(x)[ < ε , [ω
1
(x)[ < ε
per ogni x, y ∈ R
n
, con [x[, [y[ < δ.
Si consideri poi un generico cubo di R
n
C = [α
1
, β
1
] . . . [α
n
, β
n
],
che contiene il punto 0, contenuto in O (di conseguenza anche in Ω), e
tale che:
β
j
−α
j
= < δ ∀j = 1, 2, . . . , n .
Si ponga α = (α
1
, . . . , α
n
), β = (β
1
, . . . , β
n
) e γ =
β+α
2
, risulta quindi
C = C(γ,

2
).
Indichiamo infine con G
j
e ω
j
le componenti j-esime di G e ω, per ogni
x = (x
1
, . . . , x
n
) ∈ C si ha

2
−ε

n < G
j
(x) −γ
j
= (x
j
−γ
j
) + ω
j
(x)[x[ <

2
+ ε

n .
Perciò segue
G(C) ⊆ C
_
γ,

2
(1 + ε

n)
_
.
Essendo lo sviluppo asintotico di F
1
analogo a quello di G, risulta
F
1
(C) ⊆ C
_
γ,

2
(1 + ε

n)
_
.
oppure
C ⊆ G
_
C(γ,

2
(1 + 2ε

n))
_
.
Da queste inclusione si può dedurre:
µ(G(C)) ≤
n
(1 + 2ε

n)
n
= µ(C)(1 + 2ε

n)
n
(4.28)
e
µ(C) ≤ µ
_
G
_
C(γ,

2
(1 + 2ε

n))
__
. (4.29)
Inoltre vale
C ⊆ C
_
γ,

2
(1 + 2ε

n)
_
,
54 4. Cambiamento di Variabile
sia
C
ε
= C
_
γ,

2
(1 + 2ε

n)
_
¸ C (4.30)
risulta
C
_
γ,

2
(1 + 2ε

n)
_
= C ∪ C
ε
.
Si ha quindi, per la (4.29)
µ(C) ≤µ(G(C)) + µ(G(C
ε
))
≤(per il Lemma 4.4) µ(G(C)) + M
ε
µ(C
ε
)
con
M
ε
=
ω
n
γ
n
_
sup
C∪C
ε
[[J
G
[[
_
n
.
da quest’ultima disuguaglianza e dalla (4.28) si ottiene
µ(C) ≤ µ(G(C)) + µ(G(C
ε
)) ≤ µ(C)(1 + 2ε

n)
n
+ M
ε
µ(C
ε
)
µ(C)−M
ε
µ(C
ε
) ≤ µ(G(C))+µ(G(C
ε
))−M
ε
µ(C
ε
) ≤ µ(C)(1+2ε

n)
n
,
ricordando che µ(G(C
ε
)) = M
ε
µ(C
ε
), si ha
1 −
M
ε
µ(C
ε
)
µ(C)

µ(G(C))
µ(C)
≤ (1 + 2ε

n)
n
. (4.31)
Ma
µ(C
ε
)
µ(C)
=
C
_
γ,

2
(1 + 2ε

n)
_
−µ(C)
µ(C)
=
µ(C)(1 + 2ε

n)
n
−µ(C)
µ(C)
=(1 + 2ε

n)
n
−1 ,
inoltre, fissato ε
0
> 0 tale che C ∪ C
ε
0
⊂ O, C ∪ C
ε
0
⊆ Ω, risulta
M
ε
≤ M
ε
0
, ∀ε ∈ ]0, ε
0
[ . Allora
M
ε
µ(C
ε
)
µ(C)
−→0 per ε →0 ,
e quindi per la (4.31), si ottiene
lim
C→{0}
µ(G(C))
µ(C)
= 1 .
essendo poi G = (T ◦F
−1
), questo prova la (4.27), da cui segue la (4.25)
e in conclusione la proposizione.
4.2 Applicazioni 55
Con la dimostrazione della Proposizione 4.5 resta dimostrato anche il Teore-
ma 4.1.
4.2 Applicazioni
Esempio 4.1. Coordinate polari in R
2
e in R
3
.
Nel caso bidimensionale si consideri il cambiamento di variabile:
_
x = ρ cos θ
y = ρ sin θ
e il relativo diffeomorfismo F(ρ, θ) = (ρ cos θ, ρ sin θ), definito sull’insieme
]0, +∞[]−π, +π[ e a valori in R
2
¸X
0
, con X
0
= ¦(x, y) ∈ R
2
[ x ≤ 0, y = 0¦,
per il quale vale
I
F
=
_
cos θ −ρ sin θ
sin θ ρ cos θ
_
det I
F
= ρ cos
2
θ + ρ sin
2
θ = ρ .
Si consideri ora una funzione f : A −→R
2
con A ⊆ R
2
, allora, per il Teorema
di Cambiamento di Variabile, segue
_
A
f(x, y)dxdy =
_
F
−1
(A)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[I
F
[dρdθ =
_
F
−1
(A)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[ρ[dρdθ
questa relazione però, per come è stato definito il diffeomorfismo F, vale se e
solo se F
−1
(A) ⊆ ]0, +∞[] −π, +π[ , cioè se e solo se A ⊆ R
2
¸ X
0
.
Si osservi ora che si può sempre scrivere A = A
1
∪ A
2
, con
A
1
= A ∩ R
2
¸ X
0
e A
2
= A ¸ A
1
,
segue che A
2
⊆ X
0
e che µ(A
2
) = 0, in quanto µ(X
0
) = 0. La relazione
scritta in precedenza sicuramente vale per A
1
:
_
A
1
f(x, y)dxdy =
_
F
−1
(A
1
)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[ρ[dρdθ ,
56 4. Cambiamento di Variabile
inoltre, poichè A
2
ha misura nulla, valgono le seguenti uguaglianze:
_
A
1
f(x, y)dxdy =
_
A
f(x, y)dxdy
e
_
F
−1
(A
1
)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[ρ[dρdθ =
_
F
−1
(A)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[ρ[dρdθ .
Quindi il cambiamento di variabile in coordinate polari si può scrivere per
qualsiasi A ⊆ R
2
:
_
A
f(x, y)dxdy =
_
F
−1
(A)
f(ρ cos θ, ρ sin θ)[ρ[dρdθ .
Nel caso tridimensionale si consideri il cambiamento di variabile:
_
¸
¸
_
¸
¸
_
x = ρ cos ϕcos θ
y = ρ cos ϕsin θ
z = ρ sin ϕ
con (ρ, θ, ϕ) ∈ Ω = ]0, +∞[]0, 2π[] −
π
2
,
π
2
[ .
Le coordinate polari coprono tutti i punti di R
3
tranne quelli appartenenti a
A
x
= ¦(x, y, z) ∈ R
3
[ x ≥ 0, y = 0¦, che è un piano e quindi ha misura nulla
in R
3
. Per quanto osservato nel caso bidimensionale allora il cambiamento di
variabile in coordinate polari può essere effettuato per qualsiasi sottoinsieme
di R
3
.
Sia ora F : Ω −→ F(Ω) il diffeomorfismo relativo a tale cambiamento di
variabile F(ρ, θ, ϕ) = (ρ cos ϕcos θ, ρ cos ϕsin θ, ρ sin ϕ), per il quale vale
I
F
=
_
_
_
_
cos ϕcos θ −ρ cos ϕsin θ −ρ sin ϕcos θ
cos ϕsin θ ρ cos ϕcos θ −ρ sin ϕsin θ
sin ϕ 0 ρ cos ϕ
_
_
_
_
det I
F

2
cos
3
ϕcos
2
θ + ρ
2
cos ϕsin
2
ϕsin
2
θ + 0 −ρ
2
sin
2
ϕcos ϕcos
2
θ + ρ
2
cos
3
ϕsin
2
θ

2
(cos
3
ϕ(cos
2
θ + sin
2
θ) + sin
2
ϕcos θ(sin
2
θ + cos
2
θ)

2
(cos ϕ(cos
2
ϕ + sin
2
ϕ) = ρ
2
cos ϕ (> 0)
4.2 Applicazioni 57
Allora, considerata una funzione f : A −→ R
2
, per il Teorema di Cambia-
mento di Variabile, vale
_
A
f(x, y, z)dxdydz =
_
F
−1
(A)
f(ρ cos ϕcos θ, ρ cos ϕsin θ, ρ sin ϕ)ρ
2
cos ϕ dρdθdϕ
Esempio 4.2 (Integrale di Gauss in R).
I :=
_
R
e
−x
2
dx =
_
+∞
−∞
e
−x
2
dx =

π
Questo risultato è ben noto ed ora si mostrerà un modo esplicito per calco-
larlo. Si consideri anzitutto l’integrale
_
R
2
e
−(x
2
+y
2
)
dxdy
risulta:
_
R
2
e
−(x
2
+y
2
)
dxdy =
_
R
2
e
−x
2
e
−y
2
dxdy =
_
+∞
−∞
_
_
+∞
−∞
e
−x
2
e
−y
2
dy
_
dx
=
_
R
e
−x
2
_
_
R
e
−y
2
dy
_
dx =
_
R
I e
−x
2
dx = I
_
R
e
−x
2
dx = I
2
D’altra parte, utilizzando il cambiamento di variabile in coordinate polari, si
ha
_
R
2
e
−(x
2
+y
2
)
dxdy =
_
F
−1
(R
2
)
e
−ρ
2
(cos
2
θ+sin
2
θ)
ρ dρdθ ,
ricordando che F
−1
(R
2
) = ] 0, +∞ [ ] −π, π [,
_
R
2
e
−(x
2
+y
2
)
dxdy =
_
+∞
0
_
_
π
−π
ρ e
−ρ
2

_
dρ = 2π
_
+∞
0
ρ e
−ρ
2
dρ = π
_
+∞
0
2ρ e
−ρ
2


_
−e
−ρ
2
¸
ρ=+∞
ρ=0
= π .
Da questo risultato, osservando che I > 0, segue direttamente che I =

π.
58 4. Cambiamento di Variabile
Esempio 4.3 (Volume della sfera in coordinate polari).
L’insieme A = ¦ (x, y, z) ∈ R
3
[ x
2
+y
2
+z
2
≤ r
2
, r ≥ 0¦ è la rappresentazione
cartesiana di una sfera di raggio r in R
3
, per cui per trovarne il volume basta
calcolare
µ(A) =
_
A
dxdydz .
Utilizzando il cambiamento di variabile in coordinate polari e osservando che
F
−1
(A) = ] 0, r [ ]0, 2π[ ] −
π
2
,
π
2
[, l’integrale precedente si può riscrivere:
_
A
dxdydz =
_
F
−1
(A)
ρ
2
cos ϕ dρdθdϕ =
_
]0,r[×]−
π
2
,
π
2
[
_
_

0
ρ
2
cos ϕ dθ
_
dρdϕ
=
_
r
0

_
_ π
2

π
2
ρ
2
cos ϕ dϕ
_
dρ =
_
r
0
2π ρ
2
_
sin ϕ
¸
ϕ=
π
2
ϕ=−
π
2

=4π
_
r
0
ρ
2
dρ = 4π
_
ρ
3
3
_
r
0
=
4
3
πr
3
Esempio 4.4 (Volume dell’ellissoide).
L’ellissoide in R
3
è rappresentato dall’insieme
A = ¦ (x, y, z) ∈ R
3
[
x
2
a
2
+
y
2
b
2
+
z
2
c
2
≤ 1, a, b, c ∈ R
+
¦ ,
perciò il suo volume è dato dalla formula
µ(A) =
_
A
dxdydz .
Si consideri ora il seguente cambiamento di variabile
_
¸
¸
_
¸
¸
_
x = au
y = bv
z = cw
e il relativo diffeomorfismo F : R
3
−→ R
3
, F(u, v, w) = (au, bv, cw), per cui
vale
I
F
=
_
_
_
_
a 0 0
0 b 0
0 0 c
_
_
_
_
e det I
F
= abc (> 0) ,
4.2 Applicazioni 59
infine F
−1
(A) = ¦ (u, v, w) ∈ R
3
[ u
2
+ v
2
+ w
2
≤ 1¦, quindi l’integrale
diventa
_
A
dxdydz =
_
F
−1
(A)
abc dudvdw = (per quanto visto nell’esempio precedente)
=
4
3
πabc
Esempio 4.5 (Teorema di Guldino).
Sia A ⊆ R
2
un insieme misurabile, di misura finita. Considerando questo
insieme come parte del semipiano xz di R
3
, con x ≥ 0, il solido di rotazione
generato da A intorno all’asse z si può scrivere come l’insieme
A
1
= ¦ (x, y, z) ∈ R
3
[ (
_
x
2
+ y
2
, z) ∈ A ¦ .
Tale scrittura suggerisce immediatamente di effettuare il seguente cambia-
mento di varibile
_
¸
¸
_
¸
¸
_
x = ρ cos θ
y = ρ sin θ
z = z
che è associato al diffeomorfismo F : R
3
−→R
3
, F(ρ, θ, z) = (ρ cos θ, ρ sin θ, z),
per cui vale
I
F
=
_
_
_
_
cos θ −ρ sin θ 0
sin θ ρ cos θ 0
0 0 1
_
_
_
_
e det I
F
= ρ(cos
2
θ + sin
2
θ) = ρ .
Il solido di rotazione generato da A si può quindi riscrivere nel modo seguente
A
1
= ¦ (x, y, z) ∈ R
3
[ θ ∈ ]0, 2π[ , (ρ, z) ∈ A ¦ .
Prima di procedere con il calcolo del volume di A
1
si ricorda che le coordinate
del baricentro B dell’insieme A si esprimono
B = (x
B
, z
B
) =
1
µ
2
(A)
_
_
A
x dxdz,
_
A
z dxdx
_
,
60 4. Cambiamento di Variabile
dove µ
2
(A) indica la misura in R
2
dell’insieme A.
Ora, indicata con µ
3
(A
1
) la misura in R
3
,
µ
3
(A
1
) =
_
A
1
dxdydz =
_
A
1
ρ dρdθdz =
_

0
_
_
A
ρ dρdz
_
dθ =
_

0
µ(A)x
B

=2π x
B
µ(A) .
In questo esempio si è fatto riferimento ad un solido generato da una rotazione
completa intorno all’asse z, il caso in cui si faccia ruotare l’insieme A di un
generico angolo α, positivo e minore di 2π, è del tutto analogo a questo, sia
nel risultato che nella dimostrazione, e si ottiene sostituendo α a 2π.
Appendice A
In questa Appendice si darà una dimostrazione dell’uguaglianza
µ(T(C)) = [ det(T)[µ(C)
utilizzata nelle fasi conclusive della dimostrazione del Teorema di cambia-
mento di variabile per l’integrale di Lebesgue.
Proposizione A.1. Sia λ = (λ
1
, . . . , λ
n
) un vettore di R
n
tale che λ
j
> 0
∀j = 1, 2, . . . , n. Sia poi ∆
λ
la trasformazione lineare, ∆
λ
: R
n
−→ R
n
, tale
che ∆
λ
(x
1
, . . . , x
n
) = (λ
1
x
1
, . . . , λ
n
x
n
).

λ
è invertibile e si ha

−1
λ
= ∆
λ
−1 con λ
−1
= (
1
λ
1
, . . . ,
1
λ
n
) , e [ det ∆
λ
[ = λ
1
λ
2
. . . λ
n
.
Allora µ(∆
η
(A)) = det ∆
η
µ(A), per ogni A misurabile in R
n
e per ogni
η = (η
1
, . . . , η
n
) con η
j
> 0 , ∀j = 1, 2, . . . , n .
Dimostrazione. Sia C un cubo di R
n
:
C = [α
1
−r , α
1
+ r] . . . [α
n
−r , α
n
+ r] .
Allora

−1
λ
(C) =
_
α
1
λ
1

r
λ
1
,
α
1
λ
1
+
r
λ
1
_
. . .
_
α
n
λ
n

r
λ
n
,
α
n
λ
n
+
r
λ
n
_
.
Quindi
_

−1
λ
(C)
[ det J

λ
[dy = λ
1
. . . λ
n
µ(∆
−1
λ
(C)) = µ(C) ,
61
62 A Appendice A
per il Lemma (4.7) questo implica
µ(A) =
_

−1
λ
(A)
[ det J
λ
[dy = λ
1
. . . λ
n
µ(∆
−1
λ
(A))
per ogni insieme A misurabile in R
n
, oppure
µ(∆
(
1
λ
1
,...,
1
λ
n
)
(A)) =
1
λ
1
. . .
1
λ
n
µ(∆
−1
λ
(A)) ∀A ∈ M(R
n
) .
Se si indica con η il vettore (
1
λ
1
, . . . ,
1
λ
n
) si può scrivere:
µ(∆
η
(A)) = det ∆
η
µ(A)
∀A ∈ M(R
n
) e ∀η = (η
1
, . . . , η
n
), η
j
> 0 ∀j .
Si ricorda che T : R
n
−→ R
n
è una trasformazione ortogonale se T
−1
=
T
t
. Se T è ortogonale anche T
−1
lo è, infatti (T
−1
)
−1
= T = (T
t
)
t
= (T
−1
)
t
,
inoltre se T è ortogonale si ha, ∀x, y ∈ R
n
< Tx, Ty >=< TT
t
x, y >=< x, y >
e nel caso in cui y = x si ha [Tx[ = [x[.
Proposizione A.2. La misura di Lebesgue è invariante per le trasformazioni
ortognonali.
Dimostrazione. Si dimosterà prima la proposizione per i dischi di R
n
, suc-
cessivamente si vedrà che ogni cubo è ricopribile attraverso una famiglia di
dischi disgiunti e un insieme di misura nulla. Sia quindi D(α, r) il disco di
centro α e raggio r, se T è una trasformazione ortogonale, segue che:
T(D(α, r) =¦T(x) [ [x −α[ < r¦ = ¦y [ [T
−1
(y) −α[ < r¦
=¦y [ [T
−1
(y −T(α)[ < r¦ = essendo T
−1
ortogonale
¦y [ [y −T(α)[ < r¦ = D(T(α), r) ,
perciò
µ(T(D(α, r)) = µ(D(T(α), r)) = ω
n
r
n
= µ(D(α, r)) (A.1)
questo ∀α ∈ R
n
e ∀r > 0.
Per dimostrare la seconda parte della proposizione, si utilizza il seguente
Teorema:
63
Teorema A.3 (di ricoprimento di Besicovitch).
Sia Ω un aperto non vuoto di misura finita di R
n
, esiste una famiglia (D
k
)
k∈N
di dischi aperti, D
k
⊆ Ω ∀k ∈ N, tali che
(i) D
i
∩ D
j
= ∅ ∀i ,= j,
(ii) Ω ¸

k∈N
D
k
ha misura nulla.
Dimostrazione. Anzitutto ogni Ω ⊆ R
n
aperto e tale che µ(Ω) < +∞, si
può scrivere come Ω = Ω
1
∩ Σ
1
∩ M
1
, dove µ(M
1
) = 0 , Ω
1
aperto e Σ
1
è
unione numerabile di dischi aperti a due a due disgiunti. Inoltre Ω
1
∩Σ
1
= ∅,
µ(Ω
1
) = (1 −a
n
)µ(Ω), con a
n
=
ω
n
2
n
.
Sia (C
k
)
k∈N
una successione di cubi con interni a due a due disgiunti tali
che Ω =

k∈N
C
k
. Se C
k
= C(α
k
, r
k
) con α
k
∈ R
n
e r
k
> 0, si pongono:
B
k
= D(α
k
, r
k
) , N
k
= ∂C
k
∪ ∂B
k
e O
k
=

C
k
¸ B
k
e si definiscono poi:

1
=
_
k∈N
O
k
, Σ
1
=
_
k∈N
B
k
e M
1
=
_
k∈N
N
k
.
Definiti in questo modo questi insiemi rispettano le condizioni richieste ini-
zialmente. Quindi la scomposizione ipotizzata è effettivamente possibile.
Ora, Ω
1
è aperto allora può essere scomposto nello stesso modo, esistono
quindi Ω
2
, Σ
2
, M
2
, con le caratteristiche precedenti, tali che Ω
1
= Ω
2
∪Σ
2
∪M
2
,

2
∩ Σ
2
= ∅ e µ(Ω
2
) = (1 −α
n
)µ(Ω
1
). Allora
Ω = Ω
1
∪ Σ
1
∪ M
1
= Ω
2
∪ Σ
2
∪ M
2
∪ Σ
1
∪ M
1
= Ω
2
∪ (Σ
1
∪ Σ
2
) ∪ (M
1
∪ M
2
)
con Ω
2
∩ Σ
1
= ∅ = Ω
2
∩ Σ
2
, Σ
1
∩ Σ
2
= ∅ , µ(Ω
2
) = (1 −α
n
)
2
e µ(M
1
) = µ(M
2
) = 0 .
(A.2)
Iterando il procedimento si ottengono tre successioni di insiemi:
(Ω
k
)
k∈N
, (Σ
k
)
k∈N
e (M
k
)
k∈N
64 A Appendice A
tali che Ω = Ω
p

_
p
_
k=1
Σ
k
_

_
p
_
k=1
M
k
_
(A.3)
inoltre Ω
k
è aperto e Ω
k
⊇ Ω
k+1
e valgono tutte le condizioni (A.2) genera-
lizzate ad ogni k.
Sia ora, per definizione,
Σ

=
_
k∈N
Σ
k
e M

=
_
_
k∈N
M
k
_

_

p∈N

p
_
,
si vede subito che Σ

è unione di dischi aperti a due a due disgiunti e contenuti
in Ω. Inoltre
µ(M

) ≤

k=1
µ(M
k
) + µ
_

p∈N

p
_
= µ
_

p∈N

p
_
≤µ(Ω
q
) = (1 −α
n
)
q
µ(Ω) ∀q ∈ N
essendo poi 0 < 1 −α
n
< 1 si ha (1 −α
n
)
q
−→
q→+∞
0 e µ(M

) = 0; infine, per
la (A.3) si ha
Ω = Σ

∪ M

e il teorema risulta dimostrato.
Corollario A.4. Sia A ⊆ R
n
e µ(A) < +∞ ,

A ,= ∅ e µ(∂A) = 0. Allora
esiste (D
k
)
k∈N
, famiglia di dischi, tale che D
h
∩ D
j
= ∅ ∀h ,= j , D
k

A ∀k ∈ N e che
µ
_
A ¸
_
k∈N
D
k
_
= 0 .
Dimostrazione. Si applica i teorema precedente a Ω :=

A dopo aver osservato
che A ¸ Ω ⊆ ∂A e che quindi µ(A ¸ Ω) = 0.
Sia quindi C un cubo di R
n
esiste allora una famiglia di dischi (D
k
)
k∈N
,
a due a due disgiunti, e un insieme H di misura nulla tale che
C =
_
_
k∈N
D
k
_
∪ H
65
Allora se T ∈ L(R
n
, R
n
) ed è ortogonale, in particolare è un diffeomorfismo,
allora per la (4.10) µ(T(H)) = 0 e per (A.1) µ(T(D
k
)) = µ(D
k
) ∀k ∈ N .
Segue quindi che
µ(T(C)) =

k=1
µ(T(D
k
)) =

k=1
µ(D
k
) = µ(C) (A.4)
si osservi ora che per ogni matrice ortogonale T
(det T)
2
= (det T)(det T
t
) = det(TT
t
) = det(TT
−1
) = det(I
n
) = 1 ,
perciò
_
T
−1
(C)
[ det J[dy = µ(T
−1
(C)) = (per quanto appena dimostrato) µ(C)
per ogni C cubo di R
n
. Per il Lemma 4.7 queso implica che µ(A) = µ(T
−1
(A)),
per ogni T
−1
ortogonale, che, proprio perchè T
−1
è ortogonale se e solo se T
lo è, è equivalente a:
µ(A) = µ(T(A)) ∀A ∈ M(R
n
) .
Teorema A.5 (di Beltrami ). Sia T una trasformazione in L(R
n
, R
n
) tale
che det T ,= 0. Esistono due trasformazioni ortogonali V e W e una tra-
sformazione diagonale ∆
λ
che ha per valori il vettore λ = (λ
1
, . . . , λ
n
), tali
che
T = W ◦ ∆
λ
◦ V
Ogni trasformazione T ∈ L(R
n
, R
n
) si può quindi esprimere come com-
posizione di due trasformazioni ortogonali e di una diagonale. Segue diret-
tamente da questo fatto la seguente Proposizione:
Proposizione A.6 (cambiamento di variabile lineare). Sia T ∈ L(R
n
, R
n
)
con det T ,= 0 . Allora
µ(T(C)) = [ det T[µ(C) (A.5)
per ogni C cubo di R
n
e quindi, per il Lemma 4.7, per ogni insieme misurabile
di R
n
.
66 A Appendice A
Dimostrazione. Sia C un cubo di R
n
, si ha
µ(T(C)) =(per il Teorema di Beltrami) µ((W ◦ ∆
λ
◦ V )(C)) = µ((∆
λ
◦ V )(C))
=det ∆
λ
µ(V (C)) = det ∆
λ
µ(C) .
questo prova la proposizione in quanto
[ det T[ = [ det W det ∆
λ
det V [ = det ∆
λ
.
Bibliografia
[1] U.Bottazzini, Il flauto di Hilbert: storia della matematica, Utet
Libreiria , 2003.
[2] R. L. Wheeden, Measure and integral, an introduction to Real analysis,
Marcel Dekker, Inc. , 1977.
[3] E. Lanconelli Lezioni di ANALISI MATEMATICA 1, Pitagora Editrice
Bologna, 1998.
[4] E. Lanconelli Lezioni di ANALISI MATEMATICA 2, Prima Parte,
Pitagora Editrice Bologna, 2000.
67

Indice
Introduzione 1 Misura esterna e misura secondo Lebesgue 1.1 1.2 1.3 1.4 Premesse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Misura esterna secondo Lebesgue . . . . . . . . . . . . . . . . Insiemi misurabili secondo Lebesgue . . . . . . . . . . . . . . . iii 1 1 3 5

Insieme non misurabile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 12 15 23

2 Funzioni misurabili secondo Lebesgue 3 Integrale secondo Lebesgue 3.1 3.2 3.3 3.4 3.5 3.6

Definizione di Integrale per funzioni non negative . . . . . . . 23 Definizione di Integrale per una qualsiasi funzione misurabile . 26 Proprietà delle funzioni integrabili . . . . . . . . . . . . . . . . 27 Passaggio al limite sotto il segno di integrale . . . . . . . . . . 30 Confronto tra l’integrale di Riemann e l’integrale di Lebesgue . 35 Teoremi di riduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 36 39

4 Cambiamento di Variabile 4.1 4.2

Teorema del cambiamento di variabile . . . . . . . . . . . . . . 39 Applicazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 55 61 67

A Appendice A Bibliografia

i

.

Il matematico italiano si occupò del problema della misura di una regione piana delimitata da curve. Dopo i lavori di Cantor sulla misura di insiemi di punti. Sebbene tale confronto avesse raggiunto a volte toni anche aspri. Ci fu inoltre. molti matematici si dedicarono allo studio delle connessioni tra teoria della misura e integrazione. non si può affermare che ogni matematico appartenesse ad una delle due scuole di pensiero. gli altri fautori della centralità del ruolo dell’intuizione. infatti una funzione f (x) risultava integrabile se e solo se il sottografico era iii . gli uni sostenitori della sua natura formale. considerando le classi infinite di poligoni inscritti e circoscritti all’insieme dato. Le aree dei primi sono conseguentemente dotate di estremo superiore. primo tra tutti G. A fare da sfondo a questo periodo di notevoli progressi teorici vi era la disputa sui fondamenti della matematica tra formalisti e intuizionisti. se i due estremi coincidono il loro valore era la misura secondo Peano. considerandola quasi come un “gioco” basato su degli assiomi e che si sviluppa secondo determinare regole formali.Introduzione Gli anni a cavallo dei secoli XIX e XX furono tra i più controversi della storia della matematica ed è proprio in questi anni che Lebesgue ricevette la sua formazione accademica e pubblicò i suoi primi lavori. anzi anche al loro interno non mancavano diverse correnti di pensiero. mentre quelle dei secondi di estremo inferiore. coinvolgendo alcuni dei nomi più noti dell’epoca. che rende evidenti concetti e deduzioni.Peano. Inoltre tale teoria si collegava direttamente con l’integrazione. a partire dalla seconda metà del XIX secolo. un notevole sviluppo della teoria degli insiemi e delle sue applicazioni all’analisi.

introdusse per la prima volta il concetto di insieme di misura nulla. Henri Lebesgue (1875-1941) si formò accademicamente all’École Normale Supérieure e inizialmente si dedicò allo studio delle superfici non rigate. ma ricco di innovazioni. Un periodo tumultuoso per la matematica. longueur.iv misurabile secondo Peano. per . INTRODUZIONE A risultati analoghi arrivò Jordan. È in questo contesto che si inserì il lavoro di Henri Lebesgue. tra le quali si può sicuramente collocare la teoria dell’integrazione di Lebesgue. 1]. La teoria di Lebesgue si distaccava dalle nozioni comunemente accettate e per questo. Un contributo importante alla teoria della misura venne dato da Émile Borel che. allora questa è anche la misura di A.» (1902). ma il suo lavoro più importante fu indubbiamente la sua tesi di dottorato: «Intégrale. il quale osservò che nella teoria dell’integrazione di Riemann l’attenzione era focalizzata sulla funzione. se A è unione numerabile di intervalli disgiunti la cui lunghezza complessiva è s. senza mai soffermarsi sull’influenza del dominio di integrazione. si basava sul postulato: ogni dominio ha una particolare estensione e se scomposto in diverse parti. come accadde. Queste nozioni di misura date da Peano e Jordan non erano ancora soddisfacenti perchè alcuni degli insiemi di rilevante interesse per l’analisi (come l’insieme dei razionali compresi in un intervallo) risultavano ancora non misurabili e perchè queste misure erano soltanto finitamente additive. se A ⊂ A la misura di A \ A sarà la differenza delle misure. di conseguenza. la somma delle estensioni di queste parti è uguale all’estensione totale. tra l’altro. La sua teoria della misura si distaccava nettamente dalle nozioni fino ad allora adottate e partiva dal considerare sottoinsiemi A dell’intervallo [0. nella quale introduceva per la prima volta l’integrale che tuttora porta il suo nome. intersezione e differenze di insiemi. In questo modo ogni insieme aperto limitato è misurabile così come tutti quelli ottenuti attraverso un’infinità numerabile di operazioni di unione. aire. Tutta la sua teoria. Infine. In generale la misura dell’unione di una famiglia numerabile di insiemi disgiunti sarà la somma delle singole misure.

che rispettasse le seguenti proprietà: esistono insiemi di misura non nulla. insiemi uguali hanno misura uguale e la misura dell’unione di due insiemi disgiunti è la somma delle misure. Al fine di dare un’idea intuitiva del suo integrale ed evidenziare la differenza concettuale con quelle di Rieman. mi frugo tra le tasche e ne estraggo monete e biglietti di diverso valore. facedono poi tendere a zero gli intervalli di suddivisione dei valori di f. lo stesso autore scriveva: « Devo pagare una certa somma. Lebesgue.INTRODUZIONE v esempio anche a Cantor. Li verso al mio creditore nell’ordine in cui mi si presentano fino a raggiungere il totale del mio debito. Nel caso di funzioni limitate definite su un intorno. fu in un primo tempo duramente criticata e solo in seguito fu globalmente riconosciuta la validità delle sue idee. Nonostante questo successo non continuò le sue ricerca nel campo da lui appena inaugurato. quindi. quindi si ritrova una somma del tipo Sn = ηi µ(Ai ). sebbene il suo integrale rappresentasse una notevole generalizzazione rispetto a quello di Riemann. considerava una misura interna definita come l’estremo superiore della misura degli insiemi chiusi contenuti in A e una misura esterna definita dall’estremo inferiore della misura degli aperti contenenti A. che era un matematico che prediligeva lo studio di funzioni di carattere patologico. questa idea di misura definisce direttamente quella di integrale. associare ad ognuno di questi un valore medio ηi e poi trovare la misura dell’insieme Ai degli x appartenenti al dominio per i quali f (x) è vicino a ηi . Per ogni insieme A. il quale risulta misurabile se queste due coincidono. Lebesgue proponeva di associare ad ogni insieme limitato un numero positivo o nullo. poichè temeva che la matematica ridotta a teorie generali si sarebbe svuotata del suo contenuto. si accorse di come la definizione di integrale data da Riemann valesse solo in casi eccezionali. poichè era data solo per funzioni che presentano pochi punti di discontinuità. Ispirandosi ai lavori di Borel e Jordan. La vera innovazione di Lebesgue fu di suddividere l’insieme dei valori della funzione in intervalli. È l’integrale di Rie- . il che assicurava la convergenza delle somme inferiori e superiori.

solo Vitali darà in seguito l’esempio di un insieme non misurabile secondo la definizione del francese. riguardo alla teoria della misura e dell’integrazione secondo Lebesgue. verrà sviluppato nel seguito della trattazione in modo più approfondito. anzi Lebesgue stesso nella sua tesi affermava « Non conosco funzioni che non siano integrabili e non so se ne esistano. riunisco insieme biglietti e monete che hanno lo stesso valore ed effettuo il pagamento versando insieme pezzi dello stesso valore. sostanzialmente diversa da tutte quelle date fino a quel momento ed. È il mio integrale » ([1]. La definizione di integrale data da Lebesgue era. Ma posso operare anche altrimenti. . Tutto quanto accennato in questa breve introduzione. Avendo tratto tutto il mio denaro dalla tasca. quindi. pag. 372). inoltre sarà proprio la relativa facilità. rendeva integrabili molte di quelle funzioni che con Riemann non lo erano (si prenda ad esempio la funzione di Dirichlet: non è integrabile secondo Riemann. oltre ad essere facilmente estendibile a funzioni con dominio in Rn . mentre ha integrale uguale a 1 secondo Lebesgue). Capitolo XIX. dei passaggi al limite sotto il segno di integrale un’altro punto di forza della teoria di Lebesgue.vi INTRODUZIONE mann. Paragrafo 4. Tutte le funzioni che si possono definire per mezzo delle operazioni aritmetiche e di passaggio al limite sono integrabili » .

invece. Definizione 1. n ≥ 1. di tipo Fσ se K= h∈N Fh . Segue direttamente dalla definizione che il complementare di un insieme di tipo Gδ è un insieme di tipo Fσ e viceversa. Teorema 1. Un sottoinsieme K di Rn si dice. 1 .1. chiusi con interni a due a due disgiunti.1. Ogni insieme aperto di Rn . le definizioni di insieme aperto e di insieme chiuso e le loro caratterizzazioni.Capitolo 1 Misura esterna e Misura secondo Lebesgue 1. con Fh chiuso per ogni h . Un sottoinsieme H di Rn si dice di tipo Gδ se H= k∈N Gk . si preferisce richiamare alcune nozioni utili nel prosieguo della trattazione. così come quelle di lim inf e lim sup. può essere scritto come unione numerabile di cubi. Verranno considerate note le strutture di spazio topologico e di spazio metrico euclideo su Rn .1 Premesse Prima di procedere con la definizione di misura esterna e quanto segue. con Gk aperto per ogni k .

si chiami K1 questo secondo insieme di cubi. Continuando la bisezione si ottiene un insieme sempre più fine. Si definisce poi ∞ S= j=1 Sj . formato da tutti i “sottocubi” degli elementi di K0 . . S0 Figura 1. Sj−1 .1: Esempio in R della scomposizione appena descritta Sia ora G un generico aperto di Rn e sia S0 la collezione di cubi di K0 interamente contenuti in G. Si consideri il reticolo di punti a coordinate intere contenuto in Rn e il relativo insieme K0 di cubi con vertici sul reticolo e lati di lunghezza unitaria. Dividendo in due parti il lato di ogni cubo di K0 . Al passo j-esimo i cubi avranno lato 2−j . S1 . In modo del tutto analogo si denota Sj l’insieme dei cubi interamente contenuti in G e non contenuti in nessun cubo di S0 . Sia poi S1 la famiglia di cubi di K1 che giacciono completamente in G e che non sono “sottocubi” di un elemento di S0 . . Misura esterna e misura secondo Lebesgue Dimostrazione. .2 1. . . otteniamo da 1 ognuno di essi 2n cubi di lato 2 .

. hanno diametro infinitesimo quando j → ∞. Teorema 1. i cubi in Kj . Segue direttamente da quest’ultima osservazione che G = Q con Q ∈ S. si vuole perciò sottolineare che.2. vale µ∗ (I) = v(I). n} un intervallo chiuso n-dimensionale e sia v(I) = n j=1 (bj − aj ) il suo volume. che è alla base di tutta la teoria dell’integrazione sviluppata in seguito. ∀j = 1.1. Dato un insieme A ⊆ Rn la misura esterna secondo Lebesgue è definita µ∗ (A) = inf σ(S) . 1. Si pone anzitutto misura esterna di un generico insieme A ⊆ Rn nel modo seguente: σ(S) = Ik ∈S v(Ik ) con S = {Ik }k∈N ricoprimento di A. Per la misura esterna valgono le seguenti proprietà (i) per ogni intervallo I. per come sono stati costruiti. rappresentano in realtà un risultato molto profondo. . Infine. Ik sia un intervallo chiuso. . essendo poi G aperto. tale che ∀k ∈ N. per quanto questi concetti possano sembrare semplici. Sia I = {x ∈ Rn | aj ≤ xj ≤ bj .2 Misura esterna secondo Lebesgue 3 tale unione è numerabile. Risulta immediato che 0 ≤ µ∗ (A) ≤ +∞. Definizione 1. bj ∈ R . S dove gli S rappresentano tutti i possibili ricoprimenti di A. aj . essendolo ogni Kj e tutti i cubi contenuti in esse hanno interno disgiunto. per costruzione. . composti da intervalli chiusi.2 Misura esterna secondo Lebesgue La nozione di misura esterna servirà a definire quella di misura di un insieme. .2 (Proprietà della misura esterna). si ha che ∀x ∈ G ∃h ∈ N tale che x sia contenuto in un cubo di Sh .

Paragrafo 1. e sia ε > 0. ogni sottoinsieme di un insieme di misura esterna nulla ha misura esterna nulla. (k) si ha che (µ∗ (Ak )+ k v(Ij ) ≤ ε )= 2k µ∗ (Ak ) +ε −→ k ε→0 k µ∗ (Ak ) Si osserva direttamente che la frontiera di un qualsiasi intervallo ha misura esterna nulla. Sia A ⊂ Rn . Capitolo 3. 2k Essendo poi A ⊂ µ∗ (A) ≤ k j (k) j.4 1. Capitolo 3. esiste un insieme H di tipo Gδ tale che A ⊂ H e che µ∗ (A) = µ∗ (H). allora µ∗ (A1 ) ≤ µ∗ (A2 ). Paragrafo 1. La (ii) segue direttamente dal fatto che ogni ricoprimento di A2 è anche un ricoprimento di A1 .6. Teorema 3. Ne segue che µ∗ (A) = inf µ∗ (G) . pag. 36) Teorema 1. segue che µ∗ (A) ≤ µ∗ (Ak ). Si dimostra quindi la (iii): Non è restrittivo supporre µ∗ (Ak ) ≤ +∞ ∀k. µ∗ (A) < +∞.3. per la dimostrazione [2]. pag.33. Misura esterna e misura secondo Lebesgue (ii) se A1 ⊆ A2 . l’unione numerabile di insiemi di misura esterna nulla ha misura esterna nulla e ogni insieme costituito da un solo punto ha misura esterna nulla. per ogni k sia {Ij } una famiglia di intervalli tale che Ak ⊂ j (k) Ij (k) e che j v(Ij ) < µ∗ (Ak ) + (k) ε .4. Allora esiste un aperto G tale che A ⊂ G e µ∗ (G) ≤ µ∗ (A) + ε. Segue da quest’ultima che ogni insieme numerabile ha misura esterna nulla.2. (iii) se A = k∈N (monotonia) k Ak . Teorema 1. Sia A ⊂ Rn . Per la verifica di (i) si rimanda a [2]. (subadditività) Dimostrazione. Sia quindi ε > 0 fissato. G⊃A (cfr. Teorema 3.k Ij . .

1 Inoltre.3. o più semplicemente misura.10. Teorema 3. . per ogni intero positivo k.5. Segue direttamente dalla Definizione che ogni insieme aperto è misurabile. Si può facilmente dimostrare ( [2] . esiste un aperto G ⊂ Rn tale che A ⊂ G e che µ∗ (G \ A) < ε. fissato ε > 0. e si denota con µ(A). Capitolo 3.1. Paragrafo 1.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue Definizione 1. Sia quindi ∞ H= k=1 Gk . è sempre contenuto in un insieme sostanzialmente più semplice. 36) che la misura esterna definita in precedenza è invariante per le rotazioni e che quindi tutto ciò che è stato dimostrato è assolutamente generale. a questo punto ci si potrebbe chiedere tutto quello detto finora dipende dalla posizione degli assi ortogonali. A si dice misurabile secondo Lebesgue. segue che H è di tipo Gδ e A ⊂ H. Il significato essenziale di questo Teorema è che ogni insieme di Rn . misura secondo Lebesgue. per ogni k. con la stessa misura esterna.3. pag. Per il Teorema 1. Teorema 1. L’insieme degli insiemi misurabili secondo Lebesgue si denota M (Rn ). di tipo Gδ . L’unione A = ch’essa misurabile e vale µ(A) ≤ Ak numerabile di insiemi misurabili è ank µ(Ak ) (subadditività). e quindi µ∗ (A) = µ∗ (H). per definizione. Nel definire la misura esterna sono stati considerati ricoprimenti costituiti da intervalli con i lati paralleli agli assi. nel senso che quanto visto riguardo alla misura non dipende dall’orientamento degli assi cartesiani. Se A è misurabile la sua misura esterna è chiamata. per quanto esso possa essere complicato.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 5 Dimostrazione. se. 1. si ha µ∗ (A) ≤ µ∗ (H) ≤ µ∗ (Gk ) ≤ µ∗ (A) + k . Sia A ⊂ Rn . esiste un 1 insieme aperto Gk ⊃ A tale che µ∗ (Gk ) ≤ µ∗ (A) + k . così come che ogni insieme di misura esterna nulla è misurabile.

si ha µ∗ (C) = µ∗ (C ∩ A) + µ∗ (C \ A) . A è misurabile se e solo se per ogni insieme C ⊂ Rn . 2. per la subadditività della µ∗ (Gk \ Ak ) < ε .6. Dimostrazione. sia poi H un insieme di tipo Gδ tale che A ⊂ H e µ(H) = µ∗ (A).7 (Caratterizzazione di Carathéodory). Nel caso in cui. Sia A ⊂ Rn . µ∗ (A) = +∞. invece. Allora H = A ∪ (H \ A) e. Allora G = A. Dimostrazione. La seconda parte segue direttamente dalla prioprietà (i) della misura esterna. Perciò µ∗ (C) = µ(H ∩ A) + µ(H \ A) ≥ µ∗ (C ∩ A) + µ∗ (C \ A). Si consideri il caso in cui µ∗ (A) < +∞. . µ(H) = µ∗ (A) + µ∗ (H \ A) =⇒ µ∗ (H \ A) = 0 quindi H \ A è misurabile e di conseguenza lo è anche A. Ogni intervallo I è misurabile e µ(I) = v(I). Allora H = (H ∩ A) ∪ (H \ A). Corollario 1. . I è l’unione del suo interno e della sua frontiera. sia Bk il disco di centro 0 e raggio k . µ(H) = µ(H ∩ A) + µ(H \ A). (⇐=) Supponiamo ora che A soddisfi l’uguaglianza per ogni C.6 1. per ogni k = 1. che µ∗ (G \ A) ≤ µ∗ ( (Gk \ Ak )) ≤ k∈N k (Gk \ Ak ). k∈N Questo prova che A è misurabile e di conseguenza è anche verificata la disuguaglianza dell’enunciato. vale l’uguglianza. Si ha poi che G \ A ⊂ misura esterna. tale che Ak ⊂ Gk e µ∗ (Gk \Ek ) < ε2−k . che sono entrambi misurabili perchè il primo è aperto e il secondo ha misura esterna nulla. ed essendo la disuguaglianza opposta sempre vera. Teorema 1. sia H un insieme di tipo Gδ tale che A ⊂ H e µ∗ (A) = µ(H). Misura esterna e misura secondo Lebesgue Dimostrazione. Sia ε > 0 . k Gk è aperto e contiene da cui segue. esiste un insieme aperto Gk . per le ipotesi. essendo poi H ∩ A e H \ A misurabili e disgiunti. fissato C ⊂ Rn . . (=⇒) Si supponga A misurabile.

in particolare H \ A ha misura nulla. infine. allora (Hk \ A). Dal fatto che A = H \ (H \ A) segue che Corollario 1.8.9. allora lo è anche (A ∩ B) e di conseguenza anche A ∩ B. (iii) Se B ⊆ A. allora µ(A ∩ B) = µ(A) + µ(B). . Siano A. La dimostrazione segue direttamente dalla caratterizzazione di Carathéodory. Un insieme chiuso è sempre complementare di un aperto. Hk . (ii) Se A è misurabile per la caratterizzazione di Carathéodory si ha µ∗ (E) = µ∗ (E ∩ A) + µ∗ (E ∩ A ) ∀E ⊂ Rn . Dimostrazione. A ⊂ H e H \ A = Ak . (ii) Se A ∩ B = ∅.10. Dimostrazione. (i) A ∩ B è misurabile se e solo se lo è il suo complementare. allora si ha: (i) A ∩ B e A \ B sono misurabili. B ∈ M (Rn ). ma A e B sono misurabili.3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 7 (∈ N) e sia Ak = A ∩ Bk . H è misurabile. Da quest’ultima relazione segue subito che µ(Hk \ A) = 0. H = A è misurabile. Corollario 1.1. allora µ(A) = µ(B) + µ(B \ A) (che equivale a µ(B \ A) = µ(A) − µ(B) ⇐⇒ A e B hanno misura finita). Sia poi Hk un insieme di tipo Gδ contenente Ak tale che µ(Hk ) = µ∗ (Ak ). Ogni Ak ha misura esterna finita e A = per ipotesi µ(Hk ) = µ∗ (Hk ∩ A) + µ∗ (Hk \ A) ≥ µ∗ (Ak ) + µ∗ (Hk \ A) . Si ha poi A \ B = A ∩ B e quindi questo caso si riconduce al precedente. Ogni insieme chiuso è misurabile. Sia. Il complementare di un insieme misurabile è misurabile. Dimostrazione. Teorema 1. dopo aver osservato che C \ A = C ∩ A . (A ∩ B) = A ∪ B .

Essendo poi A. vale (i) k∈N Ak ∈ M (Rn ). segue µ(A ∪ B) = µ(A) + µ(B). Misura esterna e misura secondo Lebesgue Consideriamo quindi E = A ∪ B. .B e A ∪ B misurabili. Da cui segue immediatamente µ∗ (E) =µ∗ ((E ∩ Cp ) ∩ Ap ) + µ∗ ((E ∩ Cp ) ∩ Ap ) + µ∗ (E ∩ Cp ) =µ∗ (E ∩ Ap ) + µ∗ (E ∩ Cp−1 ) + µ∗ (E ∩ Cp ) = (iterando il procedimento) =µ∗ (E ∩ Ap ) + µ∗ (E ∩ Ap−1 ) + µ∗ (E ∩ Cp−2 ) + µ∗ (E ∩ Cp ) = . allora vale µ∗ (E ∩ Cp ) = µ∗ ((E ∩ Cp ) ∩ Ap ) + µ∗ ((E ∩ Cp ) ∩ Ap ) . .8 1. . = µ∗ (E ∩ Ap ) + . Sia (Ak )k∈N . allora per la (ii) µ(A) = µ(B) + µ(A \ B) . Sia ora Ap ∈ M (Rn ). Teorema 1. (iii) (A \ B) ∩ B = ∅ e A = B ∪ (A \ B) .11 (Completa additività della misura di Lebesgue). . Ak ) = ∞ k=1 (ii) µ( k∈N Ak . una successione di insiemi a due a due disgiunti e misurabili. Dimostrazione. si ha µ∗ (A ∪ B) = µ∗ ((A ∪ B) ∩ A) + µ∗ ((A ∪ B) ∩ A ) = µ∗ (A) + µ∗ (B) . per quanto visto in precedenza Cp è misurabile. Si pongano p ∞ Cp := k=1 Ak e C := k=1 Ak . + µ∗ (E ∩ A1 ) + µ∗ (E ∩ Cp ) p p = k=1 µ∗ (E ∩ Ak ) + µ∗ (E ∩ Cp ) ≥ k=1 µ∗ (E ∩ Ak ) + µ∗ (E ∩ C ) . esiste quindi E ⊆ Rn tale che µ∗ (E) = µ∗ (E ∩ Cp ) + µ∗ (E ∩ Cp ) .

Sia (Ak )k∈N una successione di insiemi tale che Ak ⊆ Rn . si ha ∞ µ (E) ≥ k=1 ∗ µ∗ (E ∩ Ak ) + µ∗ (E ∩ C ) ≥(per la subadditività) µ∗ (E ∩ C) + µ∗ (E ∩ C ) ≥(sempre per la subadditività) µ∗ (E) Allora C è misurabile. Sia (Ak )k∈N una successione di insiemi misurabili. di conseguenza Ak è misurabile. quindi anche i loro complementari lo sono e. allora ∞ ∞ µ (C) = k=1 ∗ µ (C ∩ Ap ) + µ (C ∩ C ) = k=1 ∞ k=1 ∗ ∗ µ∗ (Ap ) essendo poi tutti gli Ak misurabili. .3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 9 Ora. Sicuramente i Bk sono misurabili ∀k ∈ N. .4 (Successioni monotone di insiemi). Consideriamo ora l’uguaglianza p µ (E) = k=1 ∗ µ∗ (E ∩ Ap ) + µ∗ (E ∩ C ) e si prenda E = C. per p −→ +∞.12. per quanto dimostrato nella prima parte anche la loro unione lo è e quindi anche Ak . . Dimostrazione. . Gli Ak sono misurabili. ∀k ∈ N. Ak ∈ M (Rn ). Bk+1 \ Bk = Ora Ak . Si ponga B1 = A1 . . µ(C) = µ(Ak ). Si dice che è monotona crescente se Ak ⊆ Ak+1 ∀k ∈ N e si pone k→∞ lim Ak = k∈N Ak . Corollario 1. che equivale a Ak ∈ k j=1 Aj . inoltre Bk ∩ Bj = ∅ ∀k = j e Ak ∈ M (Rn ) se e solo se M (Rn ). Definizione 1. B2 = A2 \ A1 .1. allora ∞ ∞ Ak k=1 e k=1 Ak sono misurabili.

Teorema 1. Da queste osservazioni segue direttamente che k→+∞ Ak e quindi lim µ(Ak ) = µ k→+∞ lim Ak . Si ponga quindi B1 = A1 .13. si ha che tutti i Bk sono misurabili. k→∞ Dimostrazione. Sia (Ak )k∈N una successione monotona crescente di insiemi misurabili. . Sia (Ak )k∈N una successione monotona decrescente di insiemi misurabili tale che µ(Ak ) < +∞ ∀k. Per ipotesi si ha Ak ⊆ Ak+1 =⇒ µ(Ak ) ≤ µ(Ak+1 ). . k→∞ . . allora (µ(Ak ))k∈N è una successione monotona crescente. ∀k ≥ p percui limk→+∞ µ(Ak ) = +∞ . allora k→∞ lim µ(Ak ) = µ( lim Ak ) .10 1. . a due a due disgiunti e ∞ Bk = Ak . . che gli Ak abbiano misura finita. allora µ( lim Ak ) = µ( k→∞ k∈N n→∞ Ak ) = µ( k∈N Bk ) = k=1 µ(Bk ) = lim n→∞ µ(Bk ) k=1 = lim (µ(A1 ) + µ(A2 \ A1 ) + µ(A3 \ A2 ) + . n→∞ Si consideri ora il caso in cui ∃p ∈ N tale che µ(Ap ) = +∞. allora µ(Ak ) = +∞. Inoltre Ap ⊆ µ( Ak ) = +∞ e di conseguenza µ limk→+∞ Ak = +∞ . + µ(An \ An−1 )) = lim µ(An ) . Si supponga. . Misura esterna e misura secondo Lebesgue Si dice invece monotona decrescente se Ak ⊇ Ak+1 ∀k ∈ N e si pone k→∞ lim Ak = k∈N Ak . Bk = Ak \ Ak−1 . B2 = A2 \ A1 . allora k→∞ lim µ(Ak ) = µ( lim Ak ) . n per il momento.14. Teorema 1.

15. per la Propo1 sizione precedente esiste un aperto Ωk ⊇ A. tale che µ(Ωk \ A) < k . Questa proposizione deriva direttamente dalla definizione della misurabilità secondo Lebesgue e dal fatto che se un insieme è misurabile allora misura esterna e misura coincidono. k . Si ponga A= k∈N Ak e si consideri la successione (A1 \ Ak )k∈N . Si ponga poi H= k∈N Ωk e M =H \A . Sia A un sottoinsieme misurabile di Rn . che A ⊆ Ω e µ(Ω \ A) < ε. Si ha infine che M è di misura nulla in quanto µ(M ) = µ(H \ A) ≤ µ(Ωk \ A) < 1 .3 Insiemi misurabili secondo Lebesgue 11 Dimostrazione. Ogni insieme A ⊆ Rn misurabile può essere scritto come A = H \ M . Dimostrazione del Teorema 1.1. Alla dimostrazione si antepone la seguente Proposizione. Allora ∀ε > 0 ∃ Ω aperto tale. ∀k ∈ N .15. quindi per il teorema precedente vale k→+∞ lim µ(A1 \ Ak ) = µ k→+∞ ∞ lim A1 \ Ak ⇐⇒ (avendo tutti gli Ak misura finita) ∞ k→+∞ lim µ(A1 ) − µ(Ak ) = µ k=1 A1 \ Ak = µ A1 \ k=1 Ak = lim µ(A1 ) − µ(A) k→+∞ Da questa serie di uguaglianze segue direttamente che k→+∞ lim µ(Ak ) = lim µ(A) := µ k→+∞ k→+∞ lim Ak Teorema 1. con H insieme di tipo Gδ e µ(M ) = 0. Tale successione è monotona crescente di insiemi misurabili.16. Proposizione 1. Dimostrazione. Risulta evidente che A = H \ M e che H è di tipo Gδ . Sia k ∈ N fissato a piacere.

18 (di Vitali ). y ∈ A} contiene un intervallo con centro nell’origine. Lemma 1. G = punto in comune. Dimostrazione. Per quando detto segue che µ(G) = µ(Ik0 ) < (1 + ε)µ(Ak0 ). Teorema 1. L’insieme {d | d = x − y. di conseguenza esiste k0 tale che il traslato Ad0 abbia punti in k comune con Ak0 . essa non contiene tutti i sottoinsiemi di Rn .12 1. di conseguenza il Lemma risulta provato. questo prova che 4 Ak0 e Ad0 non possono essere disgiunti. ma si ricorda la disuguaglianza µ(G) < (1 + ε)µ(A). L’ultima disuguaglianza è 1 però falsa per |d| < 2 µ(Ik0 ) ( in quanto µ(Ak0 ) > 3 µ(Ik0 )). La dimostrazione di questo fatto si deve a Vitali e si darà ora una dimostrazione nel caso reale monodimensionale. Sebbene la classe degli insiemi misurabili sia assai vasta. che gli Ak sono misurabili e che a due a due hanno al più un Ik e µ(A) = Ak .17. Si ipotizzi che. questo è k un intervallo contenente l’origine. Infatti. per come è stato definito Ad0 . traslando 3 4 Ak0 di un numero d tale che |d| < 1 µ(Ik0 ).4 Insieme non misurabile Per la sua generalità la teoria della misura di Lebesgue può indurre a pensare che racchiuda in sé ogni insieme. Esistono insiemi non misurabili. Prima di procedere con il Teorema di Vitali si enuncia il seguente Lemma. y ∈ Ak0 } = {d | d = x − y x. Si fissi ora ε = 1 . x. si ha Ak0 ⊂ Ik0 e µ(Ak0 ) > 3 µ(Ik0 ). poichè Ak0 ∪ Ad0 è contenuto in un intervallo k di lunghezza µ(Ik0 ) + |d|. y ∈ Ak0 }. k k Ak0 ∩ Ad0 = { x = y + d | x.1. Sia poi Ak = A ∩ Ik . D’altro canto. si dovrebbe avere che µ(Ak0 ) + µ(Ad0 ) ≤ µ(Ik0 ) + |d| k oppure equivalentemente 2µ(Ak0 ) ≤ µ(Ik0 ) + |d|. Sia A un sottoinsieme misurabile di R con µ(A) > 0. Misura esterna e misura secondo Lebesgue 1. . G può essere scritto come unione di intervalli disgiunti. Per il Teorema 1. Fissato ε > 0 esiste un aperto G tale che A ⊂ G e che µ(G) < (1 + ε)µ(A). 2 Ik . è immediato che Ak = A.

quindi. Ma.4 Insieme non misurabile 13 Dimostrazione. mentre le altre sono classi disgiunte di elementi di R \ Q. . due classi Ax e Ay o sono la stessa oppure sono disgiunte. per il Lemma 1. Le classi di equivalenza hanno. Nonostante ogni classe di equivalenza sia numerabile.17. risulterebbe µ(R) = 0 nel caso in cui la misura di A fosse nulla. Grazie all’assioma della scelta di Zermelo si può considerare l’insieme A costituito dall’unione di esattamente un elemento di ognuna delle classi di equivalenza. quindi l’insieme {d | d = x − y . con q ∈ Q tutto R. Sia su R la seguente relazione di equivalenza: x∼y ⇐⇒ x−y ∈Q . segue immediatamente che o A è non misurabile oppure µ(A) = 0.1. la forma Ax = {x + r | r ∈ Q}. Di conseguenza una classe di equivalenza è l’insieme dei razionali. il loro numero non lo è e la loro unione consiste in tutta la retta reale. y ∈ A } non può contenere un intervallo. Risulta quindi che A è non misurabile. x ∈ A. Per come è stato costruito A ogni suo elemento differisce da ogni altro di un numero irrazionale. Essendo poi l’unione di tutti gli A + q.

Misura esterna e misura secondo Lebesgue .14 1.

Capitolo 2 Funzioni misurabili secondo Lebesgue
Definizione 2.1. Sia f una funzione a valori reali estesi definita su A ⊆ Rn , misurabile, tale che −∞ ≤ f (x) ≤ +∞ ∀x ∈ A. Si dirà che f è misurabile secondo Lebesgue, o semplicemente misurabile, su A se per ogni c ∈ R1 l’insieme {x ∈ A | f (x) > c} ∈ M (Rn ) . Esempio 2.1. Sia f : A −→ R con A misurabile e f contininua. Allora segue direttamente che f è misurabile, infatti {x ∈ A | f (x) > c} = f −1 ( ]c, +∞] ) = f −1 ( ]c, +∞[ ) = A ∩ Ω , con Ω aperto di Rn , quest’ultimo è poi misurabile perchè intersezione di misurabili. Al variare di c ∈ R, il comportamento degli insiemi {f > c} meno la famiglia costituita dagli insiemi di questo tipo sarà varia. Proposizione 2.1. Sia f : A −→ R, con A ∈ M (Rn ). Allora per ogni c ∈ R le seguenti affermazioni sono equivalenti:
1 2

2

descrive

la distribuzione dei valori di f , intuitivamente più una funzione è regolare

Ricordando che la scrittura R indica l’insieme Rn ∪ {−∞, +∞} D’ora in poi si abbrevierà in questo modo l’insieme {x ∈ A | f (x) > c}

15

16

2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue

(i) {f > c} è misurabile (ii) {f ≥ c} è misurabile (iii) {f < c} è misurabile (iv) {f ≤ c} è misurabile Dimostrazione. (i) ⇐⇒ (iv) e (ii) ⇐⇒ (iii) derivano dal fatto che un insieme è misurabile se e solo se lo è il suo complementare. Si consideri ora l’implicazione (i) =⇒ (ii) e sia c ∈ R: - se c = −∞ allora {f ≥ c} = A che è misurabile per ipotesi; - se c = +∞, segue che {f ≥ +∞} = {f = +∞} = {f > k}
k∈N

che è intersezione di insiemi misurabili, quindi è misurabile; - se, infine, c ∈ R, allora {f ≥ c} = 1 {f > c − } k n∈N

che è intersezione di insiemi misurabili, per la validità della (i). La dimostrazione dell’implicazione (ii) =⇒ (iv) è analoga a quella appena mostrata. Teorema 2.2. Una funzione f è misurabile se e solo se per ogni aperto G ∈ R, la retroimmagine f −1 (G) è misurabile in Rn . [ La dimostrazione segue direttamente dalla definizione di retroimmagine e dalla struttura degli aperti in R, ad ogni modo per una dimostrazione dettagliata si rimanda a [2], Capitolo 4, Paragrafo 1, Teorema 4.3, pag. 51 ] Definizione 2.2. Una proposizione si dice vera quasi dappertutto in A, se l’insieme in cui non vale ha misura nulla.

17

Esempio 2.2. Siano f, g : A −→ R, f (x) = g(x) quasi dappertutto ⇐⇒ {x ∈ A|f (x) = g(x)} ha misura nulla. Teorema 2.3. Sia f una funzione misurabile e g = f quasi dappertutto, segue che g è misurabile e che µ({g > c}) = µ({f > c}), ∀c ∈ R. Dimostrazione. Sia Z = {f = g}, allora {g > c} ∪ Z = {f > c} ∪ Z. Essendo poi f misurabile e Z di misura nulla, l’insieme {g > c} ∪ Z risulta misurabile e di conseguenza anche {g > c}, poichè differisce dal precedente per un insieme di misura nulla. In conclusione µ({g > c}) = µ({g > c} ∪ Z) = µ({f > c} ∪ Z) = µ({f > c}) .

Alla luce di quest’ultimo teorema risulta naturale estendere la definizione di misurabilità anche a funzioni definite quasi dappertutto su un sottoinsieme A di Rn , semplicemente dicendo che f è misurabile su A se lo è sul sottoinsieme sui cui è definita. Teorema 2.4. Sia φ una funzione continua su R e sia f : A −→ R una funzione finita quasi dappertutto. Allora φ(f ) è misurabile se lo è f . [ cfr. per la dimostrazione [2], Capitolo 4, Paragrafo 1, Teorema 4.6, pag. 52] Teorema 2.5. Siano f e g due funzioni misurabili, allora l’insieme {f > g} è misurabile. Dimostrazione. Sia {rk } una famiglia di numeri razionali, si può sempre scrivere: {f > g} =
k

{f > rk > g} =
k

{f > rk } ∩ {g < rk } ,

essendo poi f e g misurabili l’ultimo termine dell’uguaglianza è anch’esso misurabile. Teorema 2.6. Siano f e g due funzioni misurabili, allora:

0[. mentre { g > c} = {g > 1 } se g(x) < 0. infatti { g > 1 c} = {g < 1 } se g(x) > 0. (iii) f g è misurabile. . in particolare ±∞ + (±∞) = ±∞. con fk : A −→ R misurabili ∀k ∈ N. 1 ±∞ ∞ ∀l ∈ [−∞. (iv) se g = 0 quasi dappertutto.±∞ · 0 = 0. poichè {f + g > c} = {f < c − g} l’affermazione segue direttamente dal Teorema 2.18 2. (iii) Grazie al Teorema 2. La (iv) deriva direttamente dalla (iii) una volta provato che se g è misurabile anche 1 g 1 lo è. = 0 e di conseguenza +∞ ±∞ = +∞ · 1 ±∞ = +∞ · 0 = 0. in ogni c c caso gli insiemi sono misurabili poichè g è misurabile per ipotesi. La (i) risulta ovvia e prima di procedere con la dimostrazione delle affermazioni successive esplicitiamo alcune convenzioni usate sia in questa dimostrazione che nel resto della trattazione: . Sia (fk )k∈N una successione di funzioni.5.±∞ · l = ±∞ ∀l ∈]0.±∞ + l = ±∞ ∀l ∈ R. . (ii) f + g è misurabile. (ii) Essendo g una funzione misurabile. f g è misurabile Dimostrazione. Funzioni misurabili secondo Lebesgue (i) f + λ e λf sono misurabili per ogni λ ∈ R. ma questo si vede semplicemente dalla definizione. di coseguenza. Teorema 2.7.+∞ + (−∞) = +∞ − ∞ = 0. . allora sono misurabili anche sup fk (x) k∈N e k∈N inf fk (x) . +∞] e ±∞ · l = . anche c−g lo è ∀c ∈ R. la misurabilità di f e di g implica quella di f g.4 e alla scrittura f g = [(f + g)2 − (f − g)2 ]/4.

(⇐=) {x ∈ A | f (x) ≤ c} = {x ∈ A1 | f (x) ≤ c} ∪ {x ∈ A2 | f (x) ≤ c} che è unione di misurabili quindi misurabile. Sia f : A −→ R. A1 ∩ A2 = ∅ e A1 . Il teorema segue direttamente da quello precedente osservando che lim sup fk = sup k→+∞ n∈N k≥n inf fk lim inf fk = inf k→+∞ n∈N sup fk k≥n In particolare. quindi misurabile. 2. supk∈N fk ≤ c è Teorema 2. Sia ora c ∈ R.A2 misurabili. .10. Sia f : A −→ R. si ha sup fk ≤ c = x ∈ A k∈N sup fk (x) ≤ c = {x ∈ A | fk (x) ≤ c ∀k ∈ N} k∈N = {fk ≤ c} .19 Dimostrazione. è quindi sufficiente provare il teorema per il supk∈N fk (x). k∈N ma intersezione di insiemi misurabili è misurabile. con A = A1 ∪ A2 . allora é misurabile. (=⇒) {x ∈ Ai | f (x) ≤ c} = Ai ∩ {x ∈ A | f (x) ≤ c} che è misurabile per ogni i = 1.8. Si osserva anzitutto che inf k∈N fk (x) = − supk∈N (−fk (x)). Dimostrazione. Sia (fk )k∈N . allora f è misurabile su A se e solo se lo è sia su A1 che su A2 . Proposizione 2. Proposizione 2.9. allora sono misurabili anche: lim sup fk k→+∞ e lim inf fk k→+∞ Dimostrazione. A misurabile con µ(A) = 0 allora f è misurabile. se il limite limk→∞ f esiste quasi dappertutto. una successione di funzioni misurabili.

Sia A ⊆ Rn si chiama funzione caratteristica dell’insieme A la funzione χA : Rn −→ R: χA (x) := 1 se x ∈ A 0 se x ∈ A / Proposizione 2. Valgono le seguenti affermazioni: (i) Ogni funzione f può essere scritta come limite di una successione (fk )k∈N di funzioni semplici. An .20 2. Prima di procedere con la definizione di integrale data da Lebesgue consideriamo alcune definizioni e proposizioni che potrebbero essere utili anche nel capitolo successivo. . an rispettivamente sugli insiemi disgiunti A1 .12. Funzioni misurabili secondo Lebesgue Dimostrazione.11. Si dice funzione semplice un’applicazione che assume solo un numero finito di valori distinti e questi valori sono anch’essi finiti. . ∀c ∈ R. La funzione caratteristica χA è misurabile se e solo se A è misurabile Dimostrazione.4 (Funzione semplice). . . ∀c ∈ R e quindi {f ≤ c} è misurabile per ogni c. Definizione 2. . . Per definizione {f ≤ c} ⊆ A. χa è misurabile ⇐⇒ {χA ≤ c} ∈ M (Rn }. mentre gli insiemi degli altri due casi sono misurabili per definizione. allora si può scrivere n f (x) = k=1 ak χAk (x) . Sia f una funzione semplice che assume i valori a1 .3. ∀c ∈ Rn . di conseguenza si ha µ({f ≤ c}) = 0. Definizione 2. . Ora   Rn se c ≥ 1   {χA (x) ≤ c} = Rn \ A se 0 ≤ c < 1    ∅ se c < 0 Rn \ A è misurabile se e solo se A è misurabile. . . Teorema 2.

13. 54 ] . [ per la dimostrazione si rimanda a [2]. pag. Capitolo 4. (iii) In entrambi i casi precedenti se f è misurabile allora anche le fk possono essere scelte misurabili.21 (ii) Se f è non negativa allora esiste una successione monotona crescente (fk )k∈N di funzioni semplici tale che fk −→ f . Paragrafo 1. Teorema 4.

22 2. Funzioni misurabili secondo Lebesgue .

é detta l’integrale di Lebesgue di f su A e si scriverà µ(R(f. µ(R(f. A)). Wheeden e si discosta da quello più classico in cui si utilizza il limite comune delle somme inferiori e superiori.L. 0 ≤ y ≤ f (x) se f (x) < +∞ e 0 ≤ y < +∞ se f (x) = +∞} .1 Definizione di Integrale per funzioni non negative Ci sono diversi modi equivalenti per definire l’integrale di Lebesgue.Capitolo 3 Integrale secondo Lebesgue 3. A) = {(x. A) è misurabile come insieme di Rn . quello che si illustrerà in questo paragrafo rispecchia il metodo adottato da R. y) ∈ Rn+1 | x ∈ A . Se R(f. Siano quindi Γ(f. Sia quindi f : A −→ R. R(f. f (x)) ∈ Rn+1 | x ∈ A. una funzione non negativa. con A ⊆ Rn . la sua misura. Tale definizione si basa sull’osservazione che l’integrale di una funzione non negativa dovrebbe rappresentare il “volume” della regione sottostante il grafico di tale funzione. f (x) < +∞} . A) = {(x. A)) = A f (x)dx . 23 . cioè tale che per ogni x ∈ A 0 ≤ f (x) ≤ +∞.

invece. come sottoinsieme di Rn+1 e µn+1 (Aa ) = aµn (A)1 .1. prima di procedere con la dimostrazione. quindi per il Teorema 1. Sia A ⊆ Rn . Di conseguenza anche Aa si potrà scrivere nello stesso modo: Ik... dx2 = A f dµ . . 0 ≤ y ≤ a} nel caso in cui a sia finito e A∞ = {(x. segue che Aa è misurabile e che µ(Ik. x2 )dx1 . per il Teorema 1. 0 ≤ y < +∞} altrimenti. A é un insieme aperto. Si assuma inizialmente che a sia finito. Teorema 3. sia quindi A = Aa = µ(Aa ) = Ik . nel caso in cui si integri su un sottoinsieme di R2 la notazione sarà equivalentemente: f (x. . Se.18). sia poi 0 ≤ a ≤ +∞. con Ik. Integrale secondo Lebesgue Le seguenti notazioni sono tutte equivalenti: f (x)dx = A n volte .24 3.a . Dimostrazione. y)dxdy .1. . può sempre essere scritto come unione disgiunta di intervalli sia aperti che chiusi. si definisce Aa = {(x. y) | x ∈ A. . allora Aa è misurabile. Si A riscrivendo l’intersenzione: A = G1 ∩ (G1 ∩ G2 ) ∩ (G1 ∩ G2 ∩ G3 ) ∩ . Sia f una funzione non negativa definita su un insieme misurabile A. .14. con µ(G1 ) < +∞. Lemma 3. come sottoinsieme di Rn . µ(Gk ) −→ µ(A) µn+1 indica la misura in Rn+1 e µn quella in Rn . rimandando la prova dell’implicazione inversa all’ultima parte di questo capitolo (Teorema 3. +∞ k=1 Se A è un insieme di tipo Gδ . A = può considerare che Gk 1 Gk . y)dxdy = A A f (x.a misurabili e disgiunti.2. . sia aperto che chiuso o chiuso. f (x1 . il lemma é ovvio. y) | x ∈ A. .a ) = aµ(Ik ) = aµ(A). Tuttavia. Si mostrerà per il momento che se f è misurabile allora l’integrale esiste. . è necessario enunciare alcuni lemmi. se µ(A) = 0 o se A é un intervallo aperto. A f dµ esiste se solo se f è misurabile. . Se A è misurabile.

1. Si osserva che. da cui µ∗ (Γ(f. A)) ≤ εµ(A). +∞ k=1 Gk . . Sia f non negativa e misurabile in A.15 si può scrivere A = H \ M . µ(G1 ) < +∞. . per il Teorema 2. µ(Gk. perciò Aa = Ha \ Ma .a ) = a lim µ(Gk ) = aµ(A) . A) ha misura nulla. poichè Γ(f. A) ∪ Γ(f. A) f . con µ(M ) = 0 e H di tipo Gδ . . per il lemma precedente. R(f. Dimostrazione della prima parte del Teorema 3. allora il lemma segue dal fatto che Aak A∞ . Se. A) ha misura nulla.3. Di conseguenza Aa è misurabile Se ora A è un generico insieme misurabile con µ(A) < +∞. Se.per quanto detto finora Aa è quindi Lemma 3.a risulta quindi misurabile. µ(A) = +∞ allora è possibile scrivere A come unione disgiunta di insiemi di misura finita per i quali vale quanto appena detto e di conseguenza il lemma è provato anche per insiemi di misura infinita. sia poi Ak = {kε ≤ f < (k + 1)ε}. con misura finita. infine.1 Definizione di Integrale per funzioni non negative 25 per k −→ +∞. Se µ(A) = +∞ il lemma segue dal fatto che si può scrivere A come unione numerabile di insiemi disgiunti e misurabili. Siano ε ∈ R+ e k = 0. Ak ). A) = segue µ∗ (Γ(f. é possibile scegliere una successione (ak )k∈N che tenda a +∞. Dimostrazione. a = +∞. A) è misurabile. . 1. allora Γ(f.a e si ha µ(Aa ) = lim µ(Gk. Ora. A) e. Per quanto provato nel caso precedente Gk. per il Teorema 1. H = misurabile e vale µ(Aa ) = µ(Ha ) = aµ(H) = aµ(A). µ∗ (Γ(f. Gli insiemi Ak sono disgiunti e misurabili e la loro unione da il sottoinsieme di A in cui f è finita. fissato . Se µ(A) < +∞ da quest’ultima disuguaglianza segue direttamente il lemma. quindi Γ(f. invece. Di conseguenza. questo è sufficiente per provare che ognuno degli R(fk . A)) ≤ k∈N k∈N Γ(f.a ) = aµ(Gk ) e Gk.12 esiste una successione di funzioni semplici (fk )k∈N tale che fk è misurabile ∀k ∈ N e fk R(fk . Sia f una funzione non negativa definita su A.3. A)) ≤ ε k∈N µ(Ak ) ≤ εµ(A) . k→+∞ k→+∞ Aa .

vale anche per funzioni definite quasi dappertutto su A. . . . . così come quella precedente. f + = max{f. .aj ) e il corollario Dimostrazione. . R(fk .aj sono n j=1 µ(Aj. 0} A f − : A −→ R . dove f + : A −→ R . . Perciò A f dµ = segue direttamente dal fatto che µ(Aj.2 Definizione di Integrale per una qualsiasi funzione misurabile Sia f una generica funzione misurabile. Sia f un funzione non negativa e misurabile che prende i valori a1 .2. . an rispettivamente sugli insiemi A1 . e non negative per definizione. . Integrale secondo Lebesgue k.4.aj e gli Aj. A) è misurabile per ogni k fissato. per quando detto nel paragrafo precedente esistono gli integrali: f + dµ A e A f − dµ . Corollario 3. . si supponga che fk assuma i valori a1 . Dalla definizione si ha R(f. . sia poi A= n k=1 n j=1 Aj. si può sempre scrivere f = f + − f − .aj = aj µ(Aj ). . 3. Si dirà che f è integrablie secondo Lebesgue se almeno uno di questi due integrali è finito e si definirà f dµ := A A f + dµ − A f − dµ . Ovviamente questa definizione. n j=1 Aj. . . A) = misurabili perche lo sono gli Aj . A Queste due funzioni sono entrambe misurabili. An contenuti e disgiunti in A. 0} . An . . f − = max{−f. Allora R(fk . poichè lo è f . Per il Ak . A) = Lemma 3. an rispettivamente sugli insiemi disgiunti A1 . . allora n f dµ = A k=1 aj µ(Aj ) . . f : A −→ R . quindi.26 3.aj .

Paragrafi 2 e 3. Sia f una funzione non negativa e misurabile. Siano f e g due funzioni misurabili tali che 0 ≤ g ≤ f su A. La dimostrazione di tali affermazioni è abbastanza immediata.23(i). Siano f e g due funzioni misurabili.13. Proposizione 3.3 Proprietà delle funzioni integrabili Si osserva che se f è non negativa f = f + e si ritrova la definizione di integrale data in precedenza.27.3. Teorema 3.28.10. g : A −→ R con A ⊆ Rn misurabile. 68-73. f. g ∈ L (A) anche f + g ∈ L (A) e A (f + g)dµ = A f dµ + A A f dµ. A (iii) se f. f dµ e + A f dµ sono entrambi − |f |dµ ∈ R. A). g ∈ L (A) e f ≤ g allora f dµ ≤ A gdµ. Dimostrazione. La proposizione segue direttamente dalla relazione R(g. Capitolo 5. (ii) se f è integrabile e λ è un numero reale anche λf è integrabile e λ A λf dµ = f dµ. A) ⊂ R(f. Dimostrazione. ma se si vuole una prova dettagliata si può fare riferimento a [2]. 5. allora A g≤ A f.5. Teoremi 5. 5. allora: (i) se f. 5. oppure sommabile.3 Proprietà delle funzioni integrabili Teorema 3. . 5. 5. Si indicherà con L (A) l’insieme f dµ esiste.6.14.7. Allora f dµ = sup A ΩA j∈J x∈Aj inf f (x) µ(Aj ) . segue direttamente dalla definizione la seguente disu- guaglianza: f dµ ≤ A A f + dµ + A f − dµ = A (f + + f − )dµ = A |f |dµ 3. su un insieme A. Se A A A A 27 f dµ ∈ R. Una funzione f si dice sommabile su A se f è integrabile e in altre parole f è sommabile se e solo se finiti e questo vale se e solo se delle funzioni sommabili su A. pag.

. k2k definiti da Aj = (k) j j−1 ≤ f < k . 2. e j = 0. . (k) Siano poi le corrispondenti funzioni misurabili fk = j Aj inf f χA(k) . per k = 1. . per il Corollario 3. 1. . Essendo quindi 0 ≤ g ≤ f .28 3. Si proverà il teorema nel caso in cui f sia non negativa e misurabile. l’altro caso è facilmente riconducibile a quello considerato. . (k) Per provare la disuguaglianza opposta si considerino gli insiemi Aj . Sia f una funzione non negativa oppure sommabile su A. Se µ(A) = 0 allora A f dµ = 0.11) precedente f e A A fk dµ = A j inf A(k) µ(Aj ). . Come si vedrà in seguito j (k) fk dµ −→ f dµ e perciò mandano al limite l’uguaglianza inf µ(Aj ) j Aj f dµ = A da cui f dµ ≤ sup A j inf µ(Aj ) Aj e questa disuguaglianza completa la dimostrazione.8. . . . . 2.4 e la Proposizione 3. con Dimostrazione. . ∀j = 0 k 2 2 e A0 = {f ≥ k} . . Corollario 3. Si consideri la scomposizione A = n j=1 Aj e si definisca la g che prende n j=1 valori aj = inf x∈Aj f (x) in Aj . i∈I Ai . Integrale secondo Lebesgue dove ΩA è l’insieme di tutte le scomposizioni di A del tipo A = I finito e gli Ai a due a due disgiunti.6 si ha che perciò n aj µ(Aj ) ≤ A f dµ e sup j=1 inf f µ(Aj ) ≤ Aj A f dµ . n. (k) j si ha 0 ≤ fk (Teorema 3. j = 1.

se f è non negativa oppure se f è sommabile allora: f dµ = A k∈I Ak f dµ . g : A −→ R. si ha poi che R(f. Sia quindi f ≥ 0. A\B f dµ è sicuramente positivo. poichè f ≥ 0. Si osserva anzitutto che è sufficiente provare il teorema nel caso in cui f sia non negativa. Si consideri f dµ = A B f dµ + A\B f dµ . A = k∈I Ai con Ai ∩Aj = ∅ ∀ i = j e Ak ∈ M (Rn ) ∀k ∈ I. Sia f : A −→ R. g ≥ 0 e si ponga A1 = {x ∈ A | f (x) = g(x)} e A2 = {x ∈ A | f (x) = g(x)} . con B ∈ M (Rn ). poichè nel caso in cui f sia sommabile ci si riconduce al primo caso per mezzo delle funzioni f + e f − . f integrabile e g(x) = f (x) quasi dappertutto.3 Proprietà delle funzioni integrabili 29 Teorema 3. Si supponga in un primo momento f. allora g è integrabile e f dµ = A A gdµ . Ak ) sono disgiunti e misurabili. . Sia f : A −→ R. allora f dµ ≥ A B f dµ Osservazione 1. Sia poi B ⊆ A. f misurabile e non negativa. Dimostrazione. A) = k∈I R(f Ak ) e il teorema segue direttamente dall’additività della misura di Lebesgue (Teorema 1. Corollario 3.9 (Additività dell’integrale). allora f dµ ≤ B A f dµ .11).3.10 (Monotonia dell’integrale). Dimostrazione. Dimostrazione. gli insiemi R(f. Siano f.

A = A1 ∪ A2 e g è misurabile perchè lo è f . Seguirà che anche µ(A0 ) = 0 e quindi f = 0 quasi dappertutto. k k∈N f dµ ≥ (Ak ⊂ A) Ak f dµ ≥ Ak 1 1 dµ = k k dµ = Ak 1 µ(Ak ) ≥ 0 k e perciò µ(Ak ) = 0.30 3.11 (di Beppo Levi o di convergenza monotona). µ(A) = Dimostrazione. Sia (fk )k∈N una successione monotona crescente di funzioni misurabili e non . Sia A un insieme misurabile di Rn . Sia f : A −→ R una funzione misurabile e non negativa. Dimostrazione. Integrale secondo Lebesgue Per ipotesi µ(A2 ) = 0. Si osserva poi che A0 = Ora 0= A {f > k∈N 1 }= Ak . con A f dµ = 0. f dµ con f (x) = 1. quindi A2 è misurabile e di conseguenza lo è anche A1 . ∀x ∈ A l’osservazione segue direttamente dal Corollario 3. Osservazione 3. inoltre A1 ∩ A2 = ∅. A =(su A1 f = g) A1 gdµ = A1 gdµ + A2 gdµ = Osservazione 2. Se si considera A A dµ.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale Teorema 3. 3. allora f dµ = A A1 f dµ + A2 f dµ = (poichè µ(A2 ) = 0) A1 f dµ gdµ . Allora f = 0 quasi dappertutto. Si ponga A0 = {x ∈ A | f (x) > 0} e A\A0 = {x ∈ A | f (x) = 0}.4. poichè complementare di un misurabile.

Dimostrazione.8.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale 31 negative. supponendo: (i) fk −→ f in A.13 (della convergenza dominata di Lebesgue). si pone gp = inf k≥p fk . A) ∪ Γ(f.3. Dimostrazione. inoltre R(fk .13. ∀k ≥ p e di consegueza segue che A A gp dµ ≤ fk dµ . Sia (fk )k∈N una successione di funzioni in L (A). Sia (fk )k∈N un successione di funzioni misurabili e non negative.12 (di Fatou). A A D’altra parte gp ≤ fk . Per il Teorema 2. Tale funzione risulta quindi non negativa e misurabile e la successione delle gp monotona crescente con limite g := lim inf k→+∞ fk . Allora k→+∞ lim fk dµ = A A k→+∞ lim fk dµ . Ricordando che lim inf fk = lim k→+∞ p→+∞ k≥p inf fk . A) e Γ(f. . Allora lim inf k→+∞ A fk dµ ≥ A k→+∞ lim inf fk dµ . ∀k ≥ p e gp dµ ≤ inf A fk dµ. Teorema 3. ∀k ∈ N. Di conseguenza il risultato segue direttamente dal Teorema 1. Allora inf fk dµ = lim inf A k→+∞ A A k→+∞ lim inf fk dµ ≤ lim p→+∞ k≥p fk dµ . f := limk→+∞ fk è una funzione misurabile. fk : A −→ R. (ii) che esista g ∈ L (A) tale che |fk | ≤ g. fk : A −→ R. A) R(f. Per il Teorema di Beppo Levi si ha: lim inf fk dµ = A A k→+∞ gdµ = lim p→+∞ gp dµ . Teorema 3. A) ha misura nulla.

da cui segue lim sup k→+∞ A |fk − f |dµ ≤ 0 =⇒ lim sup k→+∞ A |fk − f |dµ = 0 . applicando il Teorema di Fatou: lim inf k→+∞ A A |f |dµ ≤ A gdµ < +∞ (2g − |fk − f |)dµ ≥ A k→+∞ lim inf (2g − |fk − f |) = A 2gdµ . Se il lim sup è uguale a zero allora anche il lim inf lo sarà. Integrale secondo Lebesgue fk dµ . cioè k→+∞ lim |fk − f |dµ = 0 A e questo implica k→+∞ lim (fk − f )dµ = 0 A ⇐⇒ k→+∞ lim fk dµ = A A f dµ . A Dimostrazione. Quest’ultimo teorema continua a valere anche nelle ipotesi in cui fk −→ f quasi dappertutto e |fk | ≤ g quasi dappertutto. si osserva che |fk − f | ≤ |fk | + f ≤ 2g =⇒ 2g − |fk − f | ≥ 0 . Ora. poiche 0 ≤ lim inf ≤ lim sup.32 allora f ∈ L (A) e f dµ = lim A k→+∞ 3. di conseguenza esiste il limite ed è anch’esso uguale a zero. Inoltre dal fatto che |fk | ≤ g segue che anche |f | ≤ g e che e quindi anche f risulta sommabile. e quindi 2gdµ ≤ lim inf A k→+∞ A 2gdµ − A |fk − f |dµ = A 2gdµ + lim inf k→+∞ − A |fk − f | = A 2gdµ − lim sup k→+∞ A |fk − f | . allora f è misurabile. . Siccome fk ∈ L (A) e fk −→ f . Osservazione 4.

perchè f è nulla quasi dappertutto. sommando al membro di sinistra A\A∗ A\A∗ f dµ e al membro di destra fk dµ si ottiene il risultato cercato.1. le fk sono non 0 se x = 0 +∞ se x = 0 √ . quindi si può utilizzare il Teorema di convergenza dominata di Lebesgue: k→+∞ lim fk dµ = A A π f dµ Allora k→+∞ π lim (sin x)k dx = 0 0 f (x)dx = 0 . fk (x)dx = √ posto kx = y risulta: R k R e−kx 2 √ k R √ 1 2 √ e−y dy = π . quindi f ∈ L (A) e f dµ = lim fk dµ .1. k . Esempio 3. Sia fk : R −→ R. allora fk −→ f in ]0. A∗ k→+∞ 33 Ora. fk (x) = (sin x)k . fk (x) = negative e misurabili. Questa somma la posso sempre fare poichè per ipotesi A \ A∗ ha misura nulla e il relativo integrale è anch’esso nullo. π[ con f (x) = 0 se x = 1 se x = π 2 π 2 Si ha poi |fk | ≤ 1.3. Sia fk : ]0. allora il Teorema di Lebesgue vale. Controesempio 3. inoltre fk −→ f (x) = k→+∞ √ −kx2 ke . Sia A∗ l’insieme in cui valgono le due ipotesi. Ora.4 Passaggio al limite sotto il segno di integrale Dimostrazione. π[−→ R.

A ∞ k=1 A |fk |dµ < +∞. n n ∞ Allora per il Teorema di Lebesgue n A n→+∞ k=1 lim fk dµ = lim n→+∞ fk dµ = lim A k=1 n→+∞ fk dµ = k=1 A k=1 A fk dµ . considerando la successione delle somme parziali. . allora g ≤ 0 ed è misurabile. che è finito per ipotesi. La (i) deriva direttamente dal Teorema di Beppo Levi. Per dimostrare la (ii) si pone ∞ g := k=1 |fk | . Sia data la serie di funzioni misurabili A −→ R. Allora k→+∞ lim fk dµ = R R k→+∞ lim fk dµ . con fk : fk dµ = ∞ k=1 A fk dµ. Integrale secondo Lebesgue mentre f (x)dx = 0 R perchè f è nulla quasi dappertutto.34 3. Teorema 3. Allora g ∈ L (A) e g < +∞ quasi dappertutto. quindi per la (i) vale ∞ g= A k=1 A |fk | . si ha (ii) se fk ∈ L (A) e A ∞ k=1 ∞ k=1 ∞ k=1 fk . Dimostrazione. ∀k. allora: (i) se fk ≥ 0. n n ∞ Risulta poi fk ≤ k=1 k=1 ∞ k=1 |fk | ≤ k=1 |fk | = g ∈ L (A) inoltre n k=1 fk −→ fk quasi dappertutto. si ha fk dµ = ∞ k=1 A fk dµ. segue che non esiste una funzione sommabile che domini fk .14. quindi fk converge quasi dappertutto.

σn ) = a gσn (x)dx e s(f. . xn ]. sia σ = {x0 . b]. xn } ⊆ [a. 169) esiste una successione di scomposizioni (σn )n∈N . e siano Ik = [xk−1 . x1 .5 Confronto in R tra l’integrale di Riemann e l’integrale di Lebesgue Teorema 3.∀k. σn ⊆ σn+1 tale che b b gσn (x)dx − a a fσn (x)dx −→ 0 per n → +∞ .b] f (x)dx . . Sia f non negativa.Capitolo 5. allora è integrabile anche secondo Lebesgue e b f (x)dx = a [a. Paragrafo 9. . Teorema 9. Le (fσn ) e le (gσn ) sono due successioni di funzioni semplici non negative e misurabili perciò convergeranno a due funzioni anch’esse non negative e . xk ] gli intervalli corrispondenti.3. J2 =]x1 . Dimostrazione. se x ∈ In . Avendo poi supposto f gσ (x) = sup f Jk Si osserva immediatamente che fσ ≤ f ≤ gσ . sono una partizione di [a.5 Confronto tra l’integrale di Riemann e l’integrale di Lebesgue 35 3. .b] quello di Lebesgue. Sia f una funzione Riemann-integrabile.9. Riemann-integrabile.. pag. Siano ora le seguenti funzioni semplici fσ (x) = inf f Jk se x ∈ In . b] e µ(Jk ) = µ(Ik ). Se poi si considerano gli insiemi J1 = [x0 . σn ) = a fσn (x)dx . . . x2 ]. . f (x)dx dove b a f (x)dx indica l’integrale di Riemann della funzione e [a. questi sono a due a due disgiunti. per il Teorema di Riemann ([3]. x1 ].15. osservando che b b S(f. Jn =]xn−1 .

a quindi g −f = 0 quasi dappertutto ⇐⇒ f ∗ = g ∗ quasi dappertutto. però f è misurabile perchè f (x) = 1 quasi dappertutto. .b] . anzi l’insieme delle funzioni integrabili secondo Lebesgue contiene strettamente quello delle funzioni Riemann-integrabili. Nel caso generico f non è non negativa. 3. poichè in ogni intorno di ogni punto le somme inferiori e superiori sono diverse. 1] −→ R definita nel modo seguente f (x) := 1 ∀x ∈ [0. misurabili. f + = max{f. Inoltre la disuguaglianza precedente continua a valere passando al limite. 1] ∩ Q ∗ ∗ La funzione così definita non è integrabile secondo Riemann.b] .1] Quindi non è vero che l’integrabilità secondo Lebesgue implica quella secondo Riemann. 1]) e vale f (x)dx = 1 .6 Teoremi di riduzione In questo paragrafo si enunceranno alcuni teoremi fondamentali della teoria dell’integrazione di Lebesgue. 2 |f | − f f − = max{−f. fσn Passando al limite sotto il segno di integrale risulta g ∗ (x) − f ∗ (x)dx = 0 .2. cioè f è uguale ad una funzione non negativa e misurabile quasi dappertutto. [0. 1] \ Q 0 ∀x ∈ [0. Sia f : [0. con |f | + f ∈ R[a. 0} = Controesempio 3. 0} = ∈ R[a. Integrale secondo Lebesgue g∗. tuttavia non se ne darà una dimostrazione. perciò f ∗ ≤ f ≤ g ∗ . quindi f è integrabile secondo Lebesgue. f ∈ L ([0. si considera quindi f = f + − f − . 2 entrambe funzioni non negative e si ripete il ragionamento precedente.36 f ∗ e gσn b 3. poichè la trattazione richiederebbe un approfondimento ulteriore. di conseguenza f = f ∗ = g ∗ .

1.16 (di Tonelli ). 87. oppure [4]. segue che h dxdydz = A 0 z3 πz dz = π 3 2 z=h z=0 h3 =π .1. Paragrafo 2. allora f (x. pag. Teorema 3. corollario al Teorema di Fubini. allora µ(A) = A x2 + y 2 ≤ z . . Teorema 5. 238 ] Esempio 3. Capitolo 5.2 (Volume del cono).4. Il Teorema di Tonelli vale anche per funzioni sommabili. [ cfr. quindi Az è il cerchio di raggio z e centro l’origine e µ(Ax ) = πz 2 . y) con x ∈ Rp e y ∈ Rq . h Ora dxdydz = A 0 ( Az dxdy)dz . p [ cfr. Teorema 6. 0 ≤ z ≤ h} il cono generico di dxdydz .6 Teoremi di riduzione Si consideri Rn = Rp × Rq e un punto di Rn come una coppia (x. per la dimostrazione [2]. y)dy)dx = Py ( Ay f (x. con Az = {(x. con Ax = {y ∈ Rq | (x. Teorema 5. y) ∈ R2 | x2 + y 2 ≤ z}. oppure [4]. Paragrafo 5.17 (di Fubini). y)dx)dy . Teorema 6. 227 ] Teorema 3. 92. pag. Se f è non negativa. y) ∈ A} e Py = {y ∈ Rq | µ∗ (Ay ) > 0}. Paragrafo 5. Capitolo 6. pag. Capitolo 5.3. y)dxdy = A Px 37 ( Ax f (x. Paragrafo 1.10.1. Sia poi A ⊆ Rn misurabile e f : A −→ R anch’essa misurabile. 3 Il seguente teorema. per la dimostrazione [2]. y) ∈ A} e Px = {x ∈ Rp | µ∗ (Ax ) > 0} e analogap mente Ay = {x ∈ Rp | (x. y. Capitolo 6. pag. dove µ∗ (A) q p indica la misura esterna di A in Rp e µ∗ (A) quella in Rq . Sia A = {(x. z) ∈ R3 | altezza h. proverà la parte mancante del Teorema 3.

7. Se A è un insieme misurabile di Rp+q . Teorema 6. Sia f una funzione non negativa definita su un insieme misurabile A ∈ Rn . si ha {x ∈ A | f (x) ≥ y} = {x ∈ Rp | (x. A)}. A) è misurabile. Integrale secondo Lebesgue Teorema 3. Poichè R(f. quindi si conclude che f è misurabile.38 3. Alla dimostrazione si antepone il seguente lemma. allora f è misurabile. Lemma 3. segue dal Lemma precedente che {x ∈ A | f (x) ≥ y} è misurabile in Rn per quasi tutti gli y ∈ Rq . . y) ∈ A} è misurabile in Rq per quasi tutti gli x ∈ Rp . A) è misurabile come insieme di Rn+1 . [ per la dimostrazione si rimanda a [2].19. Se y è negativo {x ∈ A | f (x) ≥ y} = A che è misurabile. Se R(f. y) ∈ R(f. Capitolo 6. Paragrafo 1. pag. Per 0 ≤ y < +∞.18. l’insieme Ax = {y ∈ Rq | (x. 90 ] Dimostrazione.

Segue quindi. direttamente dal Teorema dello Jacobiano.1 (Cambiamento di Variabile). Una funzione F : Ω −→ Rn . Rn ) (ii) F è iniettiva e l’insieme O:= F (Ω) è un aperto di Rn (iii) F −1 ∈ C k (O.Capitolo 4 Cambiamento di Variabile 4. −→ Siano Ω e O due aperti di Rn e sia poi F : Ω − − O un diffeomorfismo di su 1−1 classe C k . infine sia f : O −→ R. con k ∈ Z e k ≥ 0. si dirà diffeomorfismo di classe C k . con k ∈ Z e k ≥ 0. se: (i) F ∈ C k (Ω.1 Teorema del cambiamento di variabile Definizione 4. Rn ) Se F è un diffeomorfismo di classe C k in particolare F è anche un diffeomorfismo locale di classe C k . Sia Ω un sottoinsieme aperto di Rn .1 (Diffeomorfismo). Allora: (i) f è misurabile se e solo se f ◦ F | det JF | è misurabile su Ω 39 . che: det JF (x) = 0 ∀x ∈ Ω Teorema 4.

40 4.4) nr)) 1 Si deduce immediatamente che ωn = µn (D(0. ωn µ(C(α. . r)) =(2r) = 2 n n µ(D(α. × [αn − r. √ nr) 2 √ n = √ ωn ( n) n n √ 1 µ(D(α. . risulta: µ(D(α. r) ⊆ C(α. Ricordando che per ogni disco di Rn esiste una costante ωn tale che µn (D(α.3) =βn µ(D(α. . r)) = (2r)n = µ(C(0. . α1 + r] × . Cambiamento di Variabile (ii) f è integrabile se e solo se f ◦ F | det JF | è integrabile su Ω. nr) ωn (4. 1)) . √ nr) (4. r)) = αn µ(C(α. r)) 2n √ (4. (I) Osservazioni preliminari. Per dimostrare il teorema si procederà per tappe. r)) = ωn rn 1 . . 1))rn D(α.1) Dimostrazione. . r) := [α1 − r. αn + r] Risulta quindi µ(C(α. r) ⊆ D(α. r) è il disco di Rn di centro α e raggio r. r)) = ωn rn = e µ(C(α. al fine di semplificare la trattazione e di ricondurre il contenuto del teorema ad affermazioni via via più semplici. αn ) e semilato r > 0 l’intervallo compatto C(α. Per definizione consideriamo cubo di Rn di centro α = (α1 . In questo caso risulta: f (x)dx = O Ω f (F (y))| det JF (y)|dy (4.2) dove D(α.

4. si ha D(α.4) si può scrivere µ(C(α. δ)) = µ(D(α. r)) = µ(D(α.3) e la (4. r)) = 2 nr. dove α è un punto arbitrario di A. Allora µ∗ (A) ≤ µ(D(α. Allora si ha che: µ∗ (A) = µ∗ (A) c (4. quindi ωn (r − ε)n ≤ µ(D(α. r)) ≤ ωn (r + ε)n .8) . si ottiene: µ(D(α. r) ∀ α ∈ Rn .2. Proposizione 4.1 Teorema del cambiamento di variabile 41 Si può vedere facilmente che 0 < αn < 1 < βn .7) (4.6) segue dal fatto che µ(D(α. Questa uguaglianza si può dimostrare osservando che.6) La (4. Ck cubo di Rn . r[ . ∀k ∈ A . si ha che A ⊆ D(α. Ora passando al limite per ε → 0. A ⊆ N. ∀ r > 0. Per ogni A ⊆ Rn . δ)) quindi µ∗ (A) ≤ ωn δ n = ωn (diam(A))n (4. √ essendo diam(C(α. r + ε). inoltre si osserva che. r)))n 1 con γn = √ n n (4. ∀ε ∈]0. r)) = γn (diam(C(α. si definisce: µ∗ (A) := inf c k∈A µ(Ck ) A ⊆ k∈A Ck .5) Se A è un sottoinsieme di Rn con diametro δ. r). r − ε) ⊆ D(α. per la (4. r)) = ωn rn che è esattamente l’uguaglianza da cui si è partiti. r) ⊆ D(α. (II) Si mostrerà ora che la misura esterna dei sottoinsiemi di Rn può essere definita utilizzando ricoprimenti lebesguiani costistuiti da cubi invece dei generici intervalli compatti.

Allora per ogni ε > 0 esiste un aperto Ω ⊆ Rn tale che A ⊆ Ω e che µ∗ (A) + ε > µ(Ω). si può sempre scrivere ∞ Ω= k=1 Ck ◦ ◦ con (Ck )k∈N famiglia di cubi di Rn . per il Teorema 1. per come è stata definita µ∗ (A). (III) Di seguito si mostrerà che ogni diffeomorfismo porta insiemi misurabili in insiemi misurabili e porta insiemi di misura nulla in insiemi di misura nulla. Si consideri quindi il caso µ∗ (A) < +∞. ∀k = h . Cambiamento di Variabile Dimostrazione.42 4. c Per l’arbitrarietà di ε > 0 questa implica µ∗ (A) ≥ µ∗ (A) c quest’ultima disuguaglianza insieme alla (4. da cui poi si ottiene: ∞ µ (A) + ε > µ(Ω) = k=1 ∗ µ(Ck ) ≥ µ∗ (A). poichè nel caso in cui µ∗ (A) = +∞ risulterebbe che anche µ∗ (A) = ∞ e di consec guenza la proposizione sarebbe verificata. si ha: c µ∗ (A) ≤ µ∗ (A). . c (4. D’altro canto. Da questa affermazione segue che µ(Ck ∩ Ch ) = 0 per k = h e quindi si ha: ∞ µ(Ω) = k=1 µ(Ck ). tali che Ck ∩ Ch = ∅. Per prima cosa si osservi che.1.9) Si osservi poi che non è restrittivo supporre µ∗ (A) < +∞.9) prova la proposizione.

allora F (A) = F (B) \ F (H) per quanto detto prima. Sia Q ⊆ Rn un cubo contenuto in Ω e sia A ⊆ Q.4. Esistono. si ha. µ∗ (H) = 0 =⇒ µ∗ (F (H)) = 0 (4. ωn sup γn Q JF n µ∗ (A) . Sarà quindi sufficiente provare che F(H) ha misura nulla. essendo B di tipo Gδ . con Ωk aperto ∀k ∈ N. Si supponga ora che A sia un generico insieme misurabile. allora F (A) ∈ M (Rn ) Si ha anche H ⊆ Ω. allora: µ∗ (F (A)) ≤ In particolare se µ∗ (A) = 0 µ∗ (F (A)) = 0. Allora A si può scrivere A= k∈N Ωk .4. si dimostra il seguente lemma. Dimostrazione.10) ∀A ⊆ Ω misurabile in Rn . essendo F iniettiva: F k∈N Ωk = k∈N F (Ωk ). k ≥ 1. Per questo motivo. essendo F aperta ogni F (Ωk ) è aperto.3. anche F(B) è di tipo Gδ ed è quindi misurabile. due insieme B e H tali che B sia di tipo Gδ e H di misura nulla e che A = B \ H. per concludere la dimostrazione. per il Teorema 1.1 Teorema del cambiamento di variabile 1−1 su 43 −→ Proposizione 4. . di conseguenza anche F (A) è di tipo Gδ infatti. Se F : Ω − − O è un diffeomorfismo di classe C k .15 . Lemma 4. Si supponga dapprima che A sia un insieme di tipo Gδ .

segue quindi dal lemma precedente che µ∗ (F (H ∩ Qk )) = 0 ∀k ∈ N. .5)) ωn sup γn Q (4. k∈A Poichè (Ck )k∈A è una famiglia di cubi di Rn che ricopre A.3 : sia H ⊂ Ω di misura nulla.44 4. sia poi (Qk )k∈N una famiglia di cubi che ricopre Ω. Allora A⊆ k∈A (Ck ∩ Q) e quindi µ∗ (F (A)) ≤ k∈A µ∗ (F (Ck ∩ Q)).12) Ricordando quanto visto nelle osservazioni preliminari. Sia (Ck )k∈A una famiglia finita o numerabile di cubi di Rn che ricopre A. y ∈ Ck ∩ Q esiste z ∈ [x. ∀k ∈ N. si ha |F (x) − F (y)| ≤ sup Q JF (z) diam(Ck ) e quindi: diam(F (Ck ∩ Q)) ≤ sup Q JF (z) diam(Ck ).11) e (4. H ∩ Qk ha misura nulla. da questa disuguaglianza si ottiene l’asserto. Grazie al lemma appena dimostrato possiamo concludere rapidamente la dimostrazione della Proposizione 4. dalle (4.13) µ(Ck ).7). assumendo che sup |x − y| ≤ sup|x − y| = diam(Ck ). (4. per ogni x.12) si ottiene: n k∈A µ∗ (F (A)) ≤ωn sup Q J (diam(Ck ))n J n ≤(per la (4. y] ⊆ Ck ∩ Q tale che |F (x) − F (y)| ≤ Ck ∩Q JF (z) Ck |x − y| . (4. allora. Cambiamento di Variabile Dimostrazione.11) Ora. in particolare nella (4. Allora.

1). −→ Sia F : Ω − − O un diffeomorfismo di classe C k . (V) Si procederà ora con la dimostrazione della seconda parte del Teorema. Per la Proposizione 4.3 l’insieme {f < c} è misurabile su O se e solo se F −1 ({f < c}) è misurabile su Ω.15) Prima di procedere con la dimostrazione di quest’ultima Proposizione si mostrerà che questa implica la (4. Dimostrazione. (4. k ≥ 1.1. Sia quindi c ∈ R fissato ad arbitrio. (IV) Con quanto mostrato finora si è in grado di dimostrare la prima affermazione del Teorema 4. sia poi f : O → R.1 Teorema del cambiamento di variabile questa implica direttamente µ∗ (F (H)) = 0. Allora f è misurabile su O se e solo se f ◦ F | det JF | é misurabile su Ω. k ≥ 1.4. Siano Ω e O due aperti di Rn e sia F : Ω − − O su 1−1 su 1−1 (4. −→ Proposizione 4.1).5. sarà sufficiente provare che f ∈ M (O) ⇐⇒ f ◦ F ∈ M (Ω). poichè F (H) = k∈N 45 F (H ∩ Qk ). d’altra parte F −1 ({f < c}) ={y ∈ Ω | F (y) ∈ {f < c}} = ={y ∈ Ω | f (F (Y )) < c} = {f ◦ F < c} Questo prova che f è misurabile se e solo se lo è f ◦ F . vale: µ(A) = F −1 (A) | det JF |dy. Allora per ogni A ⊆ O. Essendo la funzione y −→ | det JF (y)| continua e positiva in tutto Ω. la (4. la quale è incentrata sulla seguente proposizione.14) un diffeomorfismo di classe C k . . A ∈ M (Rn ).

la (4. Ω perciò f ◦ F | det JF |dy = +∞ .6.1). O In modo analogo calcoliamo. Si supponga µ(A+∞ ) > 0. È sufficiente provare la (4. nell’ipotesi µ(A+∞ > 0. A+∞ } ∪ {Ak | k ∈ Z} è una scomposizione di Ω. segue f (x)dx ≥ O A+∞ f (x)dx = +∞µ(A+∞ ) = +∞ di coseguenza f (x)dx = +∞. sotto tale ipotesi si avrebbe f (x)dx = O A−∞ f (x)dx + k∈Z Ak f (x)dx + A+∞ f (x)dx siccome le tre quantità alla destra dell’uguale sono positive. Dimostrazione. Ω .15) allora vale anche la (4. si definisce A−∞ = {x ∈ O | f (x) = 0}. Cambiamento di Variabile Lemma 4.1) per le funzioni f : O −→ R misurabili e non negative. Se vale la (4.5 valga. Essendo f non negativa e misurabile. la famiglia σ = {A−∞ . si ha f ◦ F | det JF |dy ≥ (+∞)µ(A+∞ ) = +∞. k ∈ Z.1) risulta: f ◦ F | det JF |dy ≥ Ω F −1 (A+∞ ) f ◦ F | det JF |dy = | det JF |dy =(+∞) F −1 (A+∞ ) avendo ipotizzato che la Proposizione 4.46 4. Sia quindi λ > 1 fissato a piacere. A+∞ = {x ∈ O | f (x) = +∞} e Ak = {x ∈ O | λk < f (x) < λk+1 }.

Poichè f = 0 su A−∞ e µ(A+∞ ) = 0. quindi vale f dx ≤ O Ω f ◦ F | det JF |dy.16) Procedendo in modo del tutto analogo si ha: f (x)dx = O k∈Z Ak f (x)dx ≥ (per come sono stati definiti gli Ak ) λk µ(Ak ) = (per la (4.16) fornisce la dimostrazione del Lemma. =λ S k∈Z F −1 (Ak ) essendo f ◦ F = 0 su F −1 (A−∞ ) e µ(F −1 (A+∞ )) = 0 2 . questa insieme alla (4.15)) k∈Z k∈Z ≤ ≤λ λk+1 F −1 (Ak ) | det JF |dy k∈Z F −1 (Ak ) f ◦ F | det JF |dy f ◦ F | det JF |dy . si ha f (x)dx = O k∈Z Ak f (x)dx ≤ (per come sono stati definiti gli Ak ) λk+1 µ(Ak ) = (per la (4. 2 A+∞ ha misura nulla e F è un diffeomorfismo .1 Teorema del cambiamento di variabile 47 Si supponga ora µ(A+∞ ) = 0. (4. vale la disuguaglianza f dx ≤ λ O Ω f ◦ F | det JF |dy ∀λ > 1.4.15)) k∈Z ≥ ≥λ 1 λ λk+1 k∈Z F −1 (Ak ) | det JF |dy k∈Z F −1 (Ak ) f ◦ F | det JF |dy = 1 λ f ◦ F | det JF |dy Ω quindi per l’arbitrarietà di λ > 1 f dx ≥ O Ω f ◦ F | det JF |dy.

Cambiamento di Variabile (VI) Al passo precedente si è ricondotta la validità del Teorema 4. ∀k ∈ N. A ∈ M (Rn ) µ(A) = F −1 (A) | det JF |dy.48 4.17) k=1 F −1 (Ck | det JF |dy = F −1 (A) | det JF |dy Sia ora. esiste una famiglia (Ck )k∈N di cubi di Rn tali che Ck ∩ Ch = ∅. Nel caso in cui A sia un sottoinsieme aperto di O. Sia F un diffeomorfismo come nella Proposizione 4.1 alla validità della Proposizione 4. Allora esiste una successione di insiemi aperti limitati (Bk )k∈N tale che A= k∈N Bk . . Lemma 4.5.17) allora per ogni A ⊆ O. (4. Se per ogni C ⊆ O cubo di Rn si ha µ(C) = F −1 (C) | det JF |dy.5. Si ponga k Ak = j=1 Bj .7. invece. ∀k = h (di conseguenza µ(Ck ∩ Ch ) = 0 per k = h) e che A= k∈N ◦ ◦ Ck allora ∞ ∞ µ(A) = k=1 µ(Ck ) = per la (4. (4. nel momento in cui valga per i cubi di Rn .18) Dimostrazione. Si mostrerà ora che tale proposizione vale per ogni generico sottoinsieme di Rn . il caso in cui A ⊆ O è di tipo Gδ e limitato.

| det JF |dy = µ(A1 ) < +∞ . sempre per inoltre. Di conseguenza lim | det JF |dy = µ(A) = lim µ(Ak ) = (essendo Ak limitato) k→+∞ k→+∞ F −1 (Ak ) = F −1 (A) | det JF |dy . Sia A un generico sottoinsieme limitato e misurabile di O. anche F −1 (Ak ) quanto dimostrato precedentemente. Segue. essendo Ak A. per quanto già dimostrato che µ(A) =µ(B) − µ(H) = µ(B) = F −1 (B) | det JF |dy = | det JF |dy = =(essendo F −1 (H) di misura nulla) F −1 (B\H) = F −1 (A) | det JF |dy Infine sia A un sottoinsieme misurabile e non limitato di O.4. F −1 (A1 ) da queste ultime osservazioni segue che µ(A) = F −1 (A) | det JF |dy . esistono un insieme B ⊆ O limitato di tipo Gδ e un insieme H ⊆ O di misura nulla tali che A = B \ H.1 Teorema del cambiamento di variabile 49 risulta allora che Ak è una successione monotona decrescente di insiemi aperti e limitati. Con quest’ultima uguaglianza la dimostrazione del lemma può dirsi conclusa. k) si ottiene una successione di insiemi misurabili tale che Ak A. posto Ak = A ∩ D(0. . Perciò µ(A) = lim µ(Ak ) = (per quanto provato nella prima parte) k→+∞ = lim k→+∞ F −1 (Ak ) | det JF |dy F −1 (A) e. che converge ad A.

23) F −1 (Qj ) 3 infatti µ(C(α. allora C(α. Lemma 4. (4.19) allora vale la (4. Segue 2 2n F −1 (Qj ) | det JF |dy = j=1 F −1 (C) 2n | det JF |dy = αµ(C) = (4. 2n } tale che | det JF |dy ≥ αµ(Qj ) (4. esiste quindi un cubo C ⊆ O tale che | det JF |dy = µ(C). r) contiene 2n cubi del tipo C(x.17) è vera se è verificata asintoticamente. Se per x ∈ O si ha lim C→{x} F −1 (C) | det JF |dy µ(C) =1 (4.17) non sia verificata. con interni a due a due disgiunti e tali che diam(Qj ) = 1 diam(C). α > 0. Esiste perciò almeno un indice j ∈ {1.17). ∀j 3 . Ragionando per assurdo si supponga che (4.8. r). α = 1. 1 r) 2 . segue 2 che. .50 4. 1 r)) = rn . . . Sia F un diffeormorfismo con le proprietà richieste nella Proposizione 4. mentre µ(C(x.5. Q2n . . . .20) F −1 (C) Allora esiste α ∈ R. se tali cubi hanno interno disgiunto.5. Ora si scomponga il cubo C in 2n cubi Q1 . con x ∈ C(α. si procederà in seguito alla dimostrazione della Proposizione 4.22) =α j=1 µ(Qj ). . tale che | det JF |dy = αµ(C). r)) = (2r)n = 2n rn . Dimostrazione. .21) F −1 (C) Supponiamo poi per fissare le idee α > 1. Cambiamento di Variabile (VII) Si provvederà ora a dimostrare che la (4. (4.

(VIII) A questo punto si completerà la dimostrazione della Proposizione 4. poichè diam(Ck ) −→ 0 per k → +∞. Si costruisce ora. F −1 (Ck+1 ) 1 diam(Ck+1 ) = diam(Ck ). Questa contraddizione prova che il Lemma che si voleva dimostrare è vero. Segue che x ∈ O e. Però si osserva subito che per la costruzione (4. Essendo .19) si ottiene che lim F −1 (Ck ) | det JF | k→+∞ µ(Ck ) =1.17). grazie al Lemma 4. da questa.19) implica la (4. una successione di cubi (Ck ) nel modo seguente: Ck+1 ⊆ Ck .15).19): per il Lemma precedente la (4.24) Per il Teorema di Cantor esiste un punto x ∈ Rn tale che x ∈ Ck . È sufficiente provare che valga la (4.22).5.5. 2 ∀k ∈ N | det JF |dy ≥ αµ(Ck+1 ) (4.4.24) della successione dei cubi (Ck ) k→+∞ F −1 (Ck ) lim | det JF | µ(Ck ) ≥α>1. Sia quindi indicato con C1 uno dei cubi Qj che verificano la (4.23). da quest’ultima. segue direttamente la (4. Dimostrazione della Proposizione 4.6. seguirà la (4.1 Teorema del cambiamento di variabile 51 Se fosse vero il contrario si avrebbe 2n F −1 (Qj ) 2n | det JF |dy ≥ α j=1 µ(Qj ) j=1 contrariamente all’ipotesi (4. per l’ipotesi (4.7.1. per mezzo del Lemma 4. ∀k ∈ N. a partire da C1 .1) e di conseguenza la seconda parte del Teorema 4.

Dalla (4.27) . Cambiamento di Variabile poi y −→ | det JF (y)| una funzione continua. le funzioni G e F1 sono definite in un intorno di 0.19) è sufficiente mostrare che µ(F −1 (C)) | det JF (y)| = 1 C→{x} µ(C) lim (4. T è una trasformazione lineare di Rn in sé. infine dG(0) = T ◦ (dF (0))−1 = In .26) Quest’uguaglianza è tutt’altro che banale e rappresenta uno dei punti centrali sia del Teorema di cambiamento di variabile che della sua dimostrazione.25) con y ∈ Ω tale che F (y) = x. Essendo x = y = 0. Dopo queste premesse la (4. inoltre det T = det JF (0) = 0. per dimostrare la (4.25) è equivalente a: µ((T ◦ F −1 )(C)) =1 C→{0} µ(C) lim Si pone poi. di conseguenza non è restrittivo supporre x = 0 e y = 0. Si osserva poi che per ogni cubo di Rn se T ∈ L (Rn .52 4. per una trattazione approfondita di tale risultato si rimanda all’Appendice. si indichi quindi con T il differenziale di F in y = 0: T = dF (0) . Allora G e F1 hanno il seguente sviluppo asintotico: G(x) = x + ω(x)|x|. (4. Rn ) tale che det T = 0 allora µ(T (C)) = | det(T )|µ(C) . F1 (y) = y + ω1 (y)|y| dF1 (0) = In . (4. Si ricorda che la misura di Lebesgue è invariante per traslazioni.26) precedente segue direttamente µ((T ◦ F −1 )(C)) = | det T |µ(F −1 (C)) . al fine di semplificare la notazione: G = T ◦ F −1 e G−1 = F1 . G(0) = F1 (0) = 0.

e tale che: βj − αj = < δ ∀j = 1.4. 2 ). con |x|. . β = (β1 . 2 oppure √ C ⊆ G C(γ. . risulta √ F1 (C) ⊆ C γ. 2 Da queste inclusione si può dedurre: µ(G(C)) ≤ e n √ √ (1 + 2ε n)n = µ(C)(1 + 2ε n)n (4. .28) √ µ(C) ≤ µ G C(γ. . contenuto in O (di conseguenza anche in Ω). . per ogni x = (x1 . y ∈ Rn . βn ].29) Inoltre vale . . . 2 Essendo lo sviluppo asintotico di F1 analogo a quello di G. Sia ora ε > 0 fissato a piacere e sia poi δ > 0 tale che |ω(x)| < ε . (1 + 2ε n) . . . xn ) ∈ C si ha √ √ − − ε n < Gj (x) − γj = (xj − γj ) + ωj (x)|x| < + ε n . . . . Si consideri poi un generico cubo di Rn C = [α1 . . (1 + ε n) . αn ). β+α . . n . |y| < δ. × [αn . (1 + 2ε n)) . per ogni x. 2 2 Perciò segue √ G(C) ⊆ C γ. . |ω1 (x)| < ε Si ponga α = (α1 . . 2 . (1 + ε n) . (4. β1 ] × . . 2. che contiene il punto 0. 2 risulta quindi Indichiamo infine con Gj e ωj le componenti j-esime di G e ω.1 Teorema del cambiamento di variabile 53 con ω(x) → 0 per x → 0 e ω1 (y) → 0 per y → 0. (1 + 2ε n)) 2 √ C ⊆ C γ. βn ) e γ = C = C(γ. .

inoltre.4) µ(G(C)) + Mε µ(Cε ) con Mε = ωn γn n risulta sup ||JG || C∪Cε . . questo prova la (4.54 4. 2 Si ha quindi. µ(C) µ(C) (4. si ottiene µ(G(C)) =1.31) e quindi per la (4. (1 + 2ε n) = C ∪ Cε . C ∪ Cε0 ⊆ Ω. Allora Mε µ(Cε ) −→ 0 µ(C) per ε → 0 .27). ε0 [ . da cui segue la (4. C→{0} µ(C) lim essendo poi G = (T ◦F −1 ).25) e in conclusione la proposizione. da quest’ultima disuguaglianza e dalla (4. ricordando che µ(G(Cε )) = Mε µ(Cε ). per la (4. risulta Mε ≤ Mε0 . √ Mε µ(Cε ) µ(G(C)) ≤ ≤ (1 + 2ε n)n . 2 (1 + 2ε n) − µ(C) µ(C)(1 + 2ε n)n − µ(C) = = µ(C) µ(C) µ(C) √ n =(1 + 2ε n) − 1 . si ha 1− Ma √ √ µ(Cε ) C γ. (1 + 2ε n) \ C 2 (4.31).29) µ(C) ≤µ(G(C)) + µ(G(Cε )) ≤(per il Lemma 4. fissato ε0 > 0 tale che C ∪ Cε0 ⊂ O.30) √ C γ. Cambiamento di Variabile sia √ Cε = C γ.28) si ottiene √ µ(C) ≤ µ(G(C)) + µ(G(Cε )) ≤ µ(C)(1 + 2ε n)n + Mε µ(Cε ) √ µ(C)−Mε µ(Cε ) ≤ µ(G(C))+µ(G(Cε ))−Mε µ(Cε ) ≤ µ(C)(1+2ε n)n . ∀ε ∈ ]0.

allora. La relazione scritta in precedenza sicuramente vale per A1 : f (x. +π[ . definito sull’insieme ]0. ρ sin θ)|ρ|dρdθ . con A1 = A ∩ R2 \ X0 e A 2 = A \ A1 . y = 0}. per il Teorema di Cambiamento di Variabile. . con X0 = {(x.5 resta dimostrato anche il Teorema 4.2 Applicazioni Esempio 4. +∞[×] − π. y)dxdy = A1 F −1 (A1 ) f (ρ cos θ. θ) = (ρ cos θ. ρ sin θ)|IF |dρdθ = F −1 (A) f (ρ cos θ. per come è stato definito il diffeomorfismo F. Si consideri ora una funzione f : A −→ R2 con A ⊆ R2 . per il quale vale IF = cos θ −ρ sin θ sin θ ρ cos θ det IF = ρ cos2 θ + ρ sin2 θ = ρ . segue che A2 ⊆ X0 e che µ(A2 ) = 0. segue f (x. Si osservi ora che si può sempre scrivere A = A1 ∪ A2 . in quanto µ(X0 ) = 0. vale se e solo se F −1 (A) ⊆ ]0. y) ∈ R2 | x ≤ 0. Nel caso bidimensionale si consideri il cambiamento di variabile: x = ρ cos θ y = ρ sin θ e il relativo diffeomorfismo F (ρ. +π[ e a valori in R2 \X0 . ρ sin θ)|ρ|dρdθ questa relazione però. 4. cioè se e solo se A ⊆ R2 \ X0 . ρ sin θ).1.4.2 Applicazioni 55 Con la dimostrazione della Proposizione 4.1. +∞[×]−π. Coordinate polari in R2 e in R3 . y)dxdy = A F −1 (A) f (ρ cos θ.

y)dxdy = A F −1 (A) f (ρ cos θ. Quindi il cambiamento di variabile in coordinate polari si può scrivere per qualsiasi A ⊆ R2 : f (x. ρ sin ϕ). y = 0}. Per quanto osservato nel caso bidimensionale allora il cambiamento di variabile in coordinate polari può essere effettuato per qualsiasi sottoinsieme di R3 . Nel caso tridimensionale si consideri il cambiamento di variabile:   x = ρ cos ϕ cos θ   y = ρ cos ϕ sin θ    z = ρ sin ϕ con (ρ. 2π[×] − π π . +∞[×]0. per il  cos ϕ cos θ −ρ cos ϕ sin θ −ρ sin ϕ cos θ  IF =  cos ϕ sin θ ρ cos ϕ cos θ −ρ sin ϕ sin θ  sin ϕ 0 ρ cos ϕ quale vale     det IF =ρ2 cos3 ϕ cos2 θ + ρ2 cos ϕ sin2 ϕ sin2 θ + 0 − ρ2 sin2 ϕ cos ϕ cos2 θ + ρ2 cos3 ϕ sin2 θ =ρ2 (cos3 ϕ(cos2 θ + sin2 θ) + sin2 ϕ cos θ(sin2 θ + cos2 θ) =ρ2 (cos ϕ(cos2 ϕ + sin2 ϕ) = ρ2 cos ϕ (> 0) . ϕ) ∈ Ω = ]0. Cambiamento di Variabile inoltre. ρ cos ϕ sin θ. θ.56 4. ρ sin θ)|ρ|dρdθ = F −1 (A) f (ρ cos θ. y. ρ sin θ)|ρ|dρdθ . Sia ora F : Ω −→ F (Ω) il diffeomorfismo relativo a tale cambiamento di variabile F (ρ. valgono le seguenti uguaglianze: f (x. z) ∈ R3 | x ≥ 0. che è un piano e quindi ha misura nulla in R3 . θ. y)dxdy = A1 A f (x. ρ sin θ)|ρ|dρdθ . [. 2 2 Le coordinate polari coprono tutti i punti di R3 tranne quelli appartenenti a Ax = {(x. ϕ) = (ρ cos ϕ cos θ. y)dxdy e F −1 (A1 ) f (ρ cos θ. poichè A2 ha misura nulla.

per il Teorema di Cambiamento di Variabile. ρ sin ϕ)ρ2 cos ϕ dρdθdϕ Esempio 4. +∞ [ × ] − π. y.4. ricordando che F −1 (R2 ) = ] 0. si ha e−(x R2 2 +y 2 ) dxdy = F −1 (R2 ) e−ρ 2 (cos2 θ+sin2 θ) ρ dρdθ .2 Applicazioni 57 Allora. Si consideri anzitutto l’integrale e−(x R2 2 +y 2 ) dxdy risulta: e−(x R2 2 +y 2 ) dxdy = R2 e−x e−y dxdy = −∞ −x2 R −∞ 2 2 +∞ +∞ e−x e−y dy dx I e−x dx = I R R 2 2 2 = R e e −y 2 dy dx = e−x dx = I 2 2 D’altra parte. Da questo risultato. considerata una funzione f : A −→ R2 . z)dxdydz = A F −1 (A) f (ρ cos ϕ cos θ. I := R e−x dx = −∞ 2 +∞ e−x dx = 2 √ π Questo risultato è ben noto ed ora si mostrerà un modo esplicito per calcolarlo. osservando che I > 0.2 (Integrale di Gauss in R). segue direttamente che I = . utilizzando il cambiamento di variabile in coordinate polari. ρ cos ϕ sin θ. vale f (x. π [. e−(x R2 2 +y 2 ) +∞ π dxdy = 0 ρ e−ρ dθ dρ = 2π −π −ρ2 ρ=+∞ e ρ=0 0 2 +∞ ρ e−ρ dρ = π 0 2 +∞ 2ρ e−ρ dρ 2 =π − =π . √ π.

a. per cui vale  a 0 0  e det IF = abc (> 0) . y. a2 b c perciò il suo volume è dato dalla formula µ(A) = A dxdydz . Si consideri ora il seguente cambiamento di variabile   x = au   y = bv    z = cw e il relativo diffeomorfismo F : R3 −→ R3 . π [ 2 2 π 2 ρ2 cos ϕ dθ dρdϕ 0 ϕ= π 2 ϕ=− π 2 r = 0 2π −π 2 r ρ2 cos ϕ dϕ dρ = 0 2π ρ2 sin ϕ dρ =4π 0 ρ2 dρ = 4π ρ3 3 r 0 4 = πr3 3 Esempio 4. z) ∈ R3 | x2 y 2 z 2 + 2 + 2 ≤ 1. c ∈ R+ } . π [. v. L’insieme A = { (x. Cambiamento di Variabile Esempio 4.4 (Volume dell’ellissoide). l’integrale precedente si può riscrivere: 2 2 2π dxdydz = A F −1 (A) r ρ2 cos ϕ dρdθdϕ = ]0.3 (Volume della sfera in coordinate polari). 2π[ × ] − π . cw). y. r ≥ 0} è la rappresentazione cartesiana di una sfera di raggio r in R3 . z) ∈ R3 | x2 +y 2 +z 2 ≤ r2 .r[×]− π .   IF =  0 b 0    0 0 c . Utilizzando il cambiamento di variabile in coordinate polari e osservando che F −1 (A) = ] 0. L’ellissoide in R3 è rappresentato dall’insieme A = { (x. F (u. r [ × ]0. w) = (au. b. per cui per trovarne il volume basta calcolare µ(A) = A dxdydz .58 4. bv.

5 (Teorema di Guldino). v.4. z) ∈ A } . zB ) = 1 µ2 (A) x dxdz. F (ρ. Prima di procedere con il calcolo del volume di A1 si ricorda che le coordinate del baricentro B dell’insieme A si esprimono B = (xB . θ. 2π[ . A A z dxdx . y. z) ∈ A } .  IF =  sin θ  0  0   1 Il solido di rotazione generato da A si può quindi riscrivere nel modo seguente A1 = { (x. con x ≥ 0. (ρ. quindi l’integrale diventa dxdydz = A F −1 (A) 59 abc dudvdw = (per quanto visto nell’esempio precedente) 4 = πabc 3 Esempio 4. y. Considerando questo insieme come parte del semipiano xz di R3 . il solido di rotazione generato da A intorno all’asse z si può scrivere come l’insieme A1 = { (x. di misura finita. z) ∈ R3 | ( x2 + y 2 .2 Applicazioni infine F −1 (A) = { (u. ρ sin θ. . per cui vale  cos θ −ρ sin θ 0 ρ cos θ 0  e det IF = ρ(cos2 θ + sin2 θ) = ρ . Sia A ⊆ R2 un insieme misurabile. Tale scrittura suggerisce immediatamente di effettuare il seguente cambiamento di varibile   x = ρ cos θ   y = ρ sin θ    z=z che è associato al diffeomorfismo F : R3 −→ R3 . w) ∈ R3 | u2 + v 2 + w2 ≤ 1}. z) = (ρ cos θ. z). z) ∈ R3 | θ ∈ ]0.

Cambiamento di Variabile dove µ2 (A) indica la misura in R2 dell’insieme A. è del tutto analogo a questo. Ora. indicata con µ3 (A1 ) la misura in R3 . . sia nel risultato che nella dimostrazione. positivo e minore di 2π. In questo esempio si è fatto riferimento ad un solido generato da una rotazione completa intorno all’asse z. 2π 2π µ3 (A1 ) = A1 dxdydz = A1 ρ dρdθdz = 0 A ρ dρdz dθ = 0 µ(A)xB dθ =2π xB µ(A) . e si ottiene sostituendo α a 2π.60 4. il caso in cui si faccia ruotare l’insieme A di un generico angolo α.

.1. + × . λn . λ 61 .. . ηn ) con ηj > 0 . ∆λ : Rn −→ Rn . . Proposizione A. × − . . . ∀j = 1. Sia λ = (λ1 . .. . xn ) = (λ1 x1 . . . Dimostrazione. .. . α1 + r] × . e λ1 λn | det ∆λ | = λ1 λ2 . per ogni A misurabile in Rn e per ogni η = (η1 . . . . αn + r] . λn ) un vettore di Rn tale che λj > 0 ∀j = 1. . . .. . . + . × [αn − r . . Allora µ(∆η (A)) = det ∆η µ(A).Appendice A In questa Appendice si darà una dimostrazione dell’uguaglianza µ(T (C)) = | det(T )|µ(C) utilizzata nelle fasi conclusive della dimostrazione del Teorema di cambiamento di variabile per l’integrale di Lebesgue. . . Sia poi ∆λ la trasformazione lineare. Sia C un cubo di Rn : C = [α1 − r . ∆λ è invertibile e si ha ∆−1 = ∆λ−1 λ con λ−1 = ( 1 1 . . . 2. . tale che ∆λ (x1 . . . λn µ(∆−1 (C)) = µ(C) .. Allora ∆−1 (C) = λ Quindi ∆−1 (C) λ α1 r α1 r αn r αn r − . n . ) . λn xn ). n.. λ1 λ1 λ1 λ1 λn λn λn λn | det J∆λ |dy = λ1 . . 2. . .

.1) . segue che: T (D(α. µ(∆−1 (A)) ∀A ∈ M (Rn ) .62 A Appendice A per il Lemma (4.. perciò µ(T (D(α. r) ={T (x) | |x − α| < r} = {y | |T −1 (y) − α| < r} ={y | |T −1 (y − T (α)| < r} = essendo T −1 ortogonale {y | |y − T (α)| < r} = D(T (α). r)) = ωn rn = µ(D(α. . . .7) questo implica µ(A) = ∆−1 (A) λ | det Jλ |dy = λ1 . La misura di Lebesgue è invariante per le trasformazioni ortognonali. . se T è una trasformazione ortogonale.. Per dimostrare la seconda parte della proposizione. r)) = µ(D(T (α). .2. ηn ). Si dimosterà prima la proposizione per i dischi di Rn . . Sia quindi D(α. si utilizza il seguente Teorema: (A. y ∈ Rn < T x. . λ λ1 λn 1 Se si indica con η il vettore ( λ1 . r) . λn µ(∆−1 (A)) λ per ogni insieme A misurabile in Rn . T y >=< T T t x. . Dimostrazione. Proposizione A.. .. successivamente si vedrà che ogni cubo è ricopribile attraverso una famiglia di dischi disgiunti e un insieme di misura nulla. oppure µ(∆( 1 .. ∀x. r)) questo ∀α ∈ Rn e ∀r > 0. ηj > 0 ∀j . Se T è ortogonale anche T −1 lo è. infatti (T −1 )−1 = T = (T t )t = (T −1 )t . Si ricorda che T : Rn −→ Rn è una trasformazione ortogonale se T −1 = T t . y > e nel caso in cui y = x si ha |T x| = |x|. y >=< x. λ1n ) si può scrivere: µ(∆η (A)) = det ∆η µ(A) ∀A ∈ M (Rn ) e ∀η = (η1 . r) il disco di centro α e raggio r.. inoltre se T è ortogonale si ha. λ1 ) λ1 n (A)) = 1 1 .

µ(Ω1 ) = (1 − an )µ(Ω). Σ2 . Ω1 è aperto allora può essere scomposto nello stesso modo. tali che Ω1 = Ω2 ∪Σ2 ∪M2 . Inoltre Ω1 ∩ Σ1 = ∅. 2n Sia (Ck )k∈N una successione di cubi con interni a due a due disgiunti tali k∈N Ck . dove µ(M1 ) = 0 . (Σk )k∈N e (Mk )k∈N (A. M2 .2) . Σ1 = k∈N Bk e M1 = k∈N Nk . Quindi la scomposizione ipotizzata è effettivamente possibile. Dk ⊆ Ω ∀k ∈ N. Definiti in questo modo questi insiemi rispettano le condizioni richieste inizialmente. Nk = ∂Ck ∪ ∂Bk e Ok = Ck \ Bk e si definiscono poi: Ω1 = k∈N Ok . Ora. esiste una famiglia (Dk )k∈N di dischi aperti.3 (di ricoprimento di Besicovitch). tali che (i) Di ∩ Dj = ∅ (ii) Ω \ k∈N ∀i = j. Anzitutto ogni Ω ⊆ Rn aperto e tale che µ(Ω) < +∞. si pongono: ◦ Bk = D(αk . con an = che Ω = ωn . esistono quindi Ω2 . Sia Ω un aperto non vuoto di misura finita di Rn . Iterando il procedimento si ottengono tre successioni di insiemi: (Ωk )k∈N . con le caratteristiche precedenti.63 Teorema A. Ω1 aperto e Σ1 è unione numerabile di dischi aperti a due a due disgiunti. Ω2 ∩ Σ2 = ∅ e µ(Ω2 ) = (1 − αn )µ(Ω1 ). rk ) con αk ∈ Rn e rk > 0. rk ) . Σ1 ∩ Σ2 = ∅ . Allora Ω = Ω1 ∪ Σ1 ∪ M1 = Ω2 ∪ Σ2 ∪ M2 ∪ Σ1 ∪ M1 = Ω2 ∪ (Σ1 ∪ Σ2 ) ∪ (M1 ∪ M2 ) con Ω2 ∩ Σ1 = ∅ = Ω2 ∩ Σ2 . Se Ck = C(αk . µ(Ω2 ) = (1 − αn )2 e µ(M1 ) = µ(M2 ) = 0 . si può scrivere come Ω = Ω1 ∩ Σ1 ∩ M1 . Dimostrazione. Dk ha misura nulla.

Allora esiste (Dk )k∈N . Si applica i teorema precedente a Ω := A dopo aver osservato che A \ Ω ⊆ ∂A e che quindi µ(A \ Ω) = 0. Corollario A. per definizione. infine. si vede subito che Σ∗ è unione di dischi aperti a due a due disgiunti e contenuti in Ω.3) inoltre Ωk è aperto e Ωk ⊇ Ωk+1 e valgono tutte le condizioni (A. a due a due disgiunti. e un insieme H di misura nulla tale che C= k∈N Dk ∪ H . Sia ora. Dimostrazione. Σ∗ = k∈N Σk e M ∗ = k∈N Mk ∪ p∈N Ωp . Inoltre ∞ µ(M ) ≤ k=1 ∗ µ(Mk ) + µ p∈N Ωp = µ p∈N Ωp ≤µ(Ωq ) = (1 − αn )q µ(Ω) q→+∞ ∀q ∈ N essendo poi 0 < 1 − αn < 1 si ha (1 − αn )q −→ 0 e µ(M ∗ ) = 0. per la (A. Dk ⊆ A ∀k ∈ N e che µ A\ k∈N ◦ ◦ Dk = 0 . tale che Dh ∩ Dj = ∅ ∀h = j .4.3) si ha Ω = Σ∗ ∪ M ∗ e il teorema risulta dimostrato.64 p p A Appendice A tali che Ω = Ωp ∪ Σk ∪ k=1 k=1 Mk (A.2) generalizzate ad ogni k. A = ∅ e µ(∂A) = 0. Sia A ⊆ Rn e µ(A) < +∞ . famiglia di dischi. Sia quindi C un cubo di Rn esiste allora una famiglia di dischi (Dk )k∈N .

Esistono due trasformazioni ortogonali V e W e una trasformazione diagonale ∆λ che ha per valori il vettore λ = (λ1 . in particolare è un diffeomorfismo. Allora µ(T (C)) = | det T |µ(C) (A. Segue direttamente da questo fatto la seguente Proposizione: Proposizione A. Rn ) tale che det T = 0. Sia T ∈ L (Rn . .1) µ(T (Dk )) = µ(Dk ) ∀k ∈ N .7. Rn ) con det T = 0 . λn ). . .65 Allora se T ∈ L (Rn .4) si osservi ora che per ogni matrice ortogonale T (det T )2 = (det T )(det T t ) = det(T T t ) = det(T T −1 ) = det(In ) = 1 .7 queso implica che µ(A) = µ(T −1 (A)). per ogni insieme misurabile di Rn .5 (di Beltrami). . Per il Lemma 4.5) per ogni C cubo di Rn e quindi. allora per la (4. Teorema A. Segue quindi che ∞ ∞ µ(T (C)) = k=1 µ(T (Dk )) = k=1 µ(Dk ) = µ(C) (A. proprio perchè T −1 è ortogonale se e solo se T lo è. .10) µ(T (H)) = 0 e per (A. Sia T una trasformazione in L (Rn . è equivalente a: µ(A) = µ(T (A)) ∀A ∈ M (Rn ) . che. per il Lemma 4. Rn ) si può quindi esprimere come composizione di due trasformazioni ortogonali e di una diagonale. perciò T −1 (C) | det J |dy = µ(T −1 (C)) = (per quanto appena dimostrato) µ(C) per ogni C cubo di Rn . per ogni T −1 ortogonale. Rn ) ed è ortogonale.6 (cambiamento di variabile lineare). tali che T = W ◦ ∆λ ◦ V Ogni trasformazione T ∈ L (Rn .

questo prova la proposizione in quanto | det T | = | det W det ∆λ det V | = det ∆λ .66 Dimostrazione. . si ha A Appendice A µ(T (C)) =(per il Teorema di Beltrami) µ((W ◦ ∆λ ◦ V )(C)) = µ((∆λ ◦ V )(C)) = det ∆λ µ(V (C)) = det ∆λ µ(C) . Sia C un cubo di Rn .

1998. Utet 67 . Lanconelli Lezioni di ANALISI MATEMATICA 2. [2] R. 2000. Pitagora Editrice Bologna. 1977. Prima Parte. Measure and integral.Bibliografia [1] U. Wheeden. storia della matematica.Bottazzini. 2003. Marcel Dekker. Lanconelli Lezioni di ANALISI MATEMATICA 1. Il flauto di Hilbert: Libreiria . L. [4] E. [3] E. an introduction to Real analysis. . Inc. Pitagora Editrice Bologna.

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