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Anno CXI - n. 2- OTTOBRE 2011

ALMENO COMINCIAMO
di Mario Guidazzi
La struttura periferica del nostro Paese é elefantiaca, oltre 8000 comuni, più di cento province, regioni ordinarie e a statuto speciale; tutta questa piramide e la spesa corrente dello Stato assomma a oltre il 50% del prodotto interno lordo e produce in molti casi solo meandri burocratici che impongono al cittadino solo costi. In varie riprese le forze più responsabili cercarono di ridurla. Invano!!! Nel 1970 Ugo la Malfa non votò la legge istitutiva delle regioni proprio perché non venne accettata la soppressione delle province. Anche in questo momento tragico per il paese le maggiori forze politiche, PD e PDL non ne accettano la loro abolizione. In questi mese dunque la discussione é stata sollevata in varie sedi. Il Sindaco di Forlì Balzani, ha assunto la interessante iniziativa di proporre l'unificazione delle Province romagnole. E' una proposta interessante perché non impone nessuna riforma costituzionale, impone solo che la Regione in primis e le maggiori forze politiche si pronuncino. E' un momento topico della Nazione e della nostra subregione romagnola. Attendiamo con ansia i pronunciamenti nell'auspicio che siano inequivocabili. Intanto, per quanto ci compete, diciamo un sì convinto, senza se e senza ma.

LA SFIDA DEI REPUBBLICANI: INNOVARE IL TERRITORIO
Intervista al nuovo Segretario di Consociazione Luigi Di Placido
nare in termini di cosa pensiamo serva ai nostri territori e chi siano i compagni di viaggio più credibili per realizzarlo. Per questo insisto sulla necessità dell'opera di coordinamento della Consociazione: non per uniformare le alleanze, ma per uniformare i programmi alla base delle alleanze. Come sono i rapporti con le altre forze politiche? Ovviamente buoni, noi parliamo e ci confrontiamo con tutti, senza nessun pregiudizio. Proprio per questo riteniamo di avere una visione complessiva della situazione locale piuttosto preoccupante,
Luigi Di Placido è il nuovo Segretario della Consociazione PRI. Eletto a larghissima maggioranza, prende il timone lasciato dall'amico Mario Guidazzi, nominato Presidente. Conversiamo con lui riguardo a prospettive ed obiettivi futuri.

capacità di prospettiva della politica siano drasticamente calate negli ultimi decenni: il nostro territorio ha perso grandi occasioni di sviluppo per una visione spesso miope e parziale, e altre rischia di perderne; è necessario un salto di qualità che permetta di ragionare sullo sviluppo complessivo e non a compartimenti stagni. Qualche esempio? Ce ne sono tanti, a dimostrazione della fondatezza della nostra tesi: come dare vita ad un unico sistema fieristico ed aeroportuale, valorizzando le peculiarità dei contraenti in un'ottica di maggiori servizi e minori costi? Come procedere concretamente alla realizzazione dell'area vasta sanitaria, ben sapendo che non sarà più possibile in futuro avere tutte le specialità in tutti gli ospedali e ridondanti strutture amministrative e dirigenziali? Come accelerare la nascita di un vero polo logistico, con la messa a sistema delle eccellenze presenti nelle province romagnole e la definizione delle conseguenti scelte infrastrutturali? Come ragionare in termini più proficui e moderni delle partecipazioni pubbliche nelle società di scopo quali Hera, Sapro, ecc? Come giungere ad una razionalizzazione amministrativa che superi la parcellizzazione che sempre meno riuscirà a dare risposte concrete ai cittadini? Come si può notare, gli argomenti non mancano. Si possono affrontare queste grandi questioni con l'ottica riduttiva con la quale sono state affrontate sino ad oggi, pensando al vantaggio spicciolo di un territorio contro l'altro? Oppure è fondamentale alzare il livello di progettualità e analisi politica, con l'obiettivo di dare reali prospettive di crescita ai nostri cittadini? Per noi la risposta è scontata. Con le sempre minori risorse che ci arriveranno in termini di trasferimenti statali e regionali, l'unica risposta è aumentare la ricchezza dei territori, e per questo è fondamentale grande coraggio.
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Chiuso in Litografia il 20 OTTOBRE 2011

Perchè la tua nomina? Innanzitutto voglio dire che sono orgoglioso di essere stato chiamato a ricoprire questo incarico, anche perchè succedo ad una figura di spicco del partito cesenate e romagnolo, quel Mario Guidazzi che continuerà a dare il suo prezioso contributo. So che il compito che mi aspetta non è facile, in quanto si tratta di restituire ai Repubblicani la convinzione di essere ancora fondamentali nel dibattito politico locale: non sono le idee quelle che ci mancano, tutt'altro, ci occorre maggiore convinzione nell'offrirle all'esterno. La larghissima maggioranza che mi ha eletto testimonia come ci sia una base di valori condivisi da tutto il Partito, ben prima e ben oltre le naturali differenze di vedute. Tanti piccoli partiti dispersi sul territorio avranno sempre meno la forza di impattare positivamente sull'elettorato, quello che ci aspetta è una grande dimostrazione di responsabilità. Qual'è la situazione attuale della

Consociazione? Il Pri è ancora ben radicato in tutto il territorio, a prescindere dalla presenza nei consessi istituzionali; d'altra parte, una tradizione come la nostra non può scomparire, e le due amiche Vice-Sindaco a Cesenatico e Roncofreddo, Bruna Righi e Simona Amadori, lo testimoniano bene. Ha ancora senso parlare di Consociazione? Questa è la grande sfida: ragionare in maniera univoca dal Verghereto a Savignano, avendo il coraggio di cedere piccole dosi di sovranità locale ad un organismo superiore come la Consociazione, capace di avere uno sguardo d'insieme fondamentale per dare un futuro al nostro partito. Le dosi di anarchia che caratterizzano il nostro una vanno messe al servizio di visioni lungimiranti, evitando i campanilismi e le gelosie. Solo così possiamo pensare di avere ancora un vero ruolo politico, e non coinvolgimenti episodici. Questo significa uniformità di alleanze? E' un automatismo che rifiuto. Il PRI è sempre stato il partito dei contenuti e deve continuare ad esserlo, rifuggendo dagli schematismi che ci vorrebbero acriticamente e pregiudizialmente da una parte o dall'altra. Non possiamo ragionare in termini di schieramenti, dobbiamo ragio-

Cioe? Da una parte notiamo un PD in difficoltà, le cui recenti sconfitte nell'ultima tornata elettorale di qualche mese fa hanno messo in moto un confronto interno che ci auguriamo vada nella direzione di una minore arroganza ed autoreferenzialità, caratteristiche che mal si sposano con la necessità di dare risposte urgenti alla crisi che sta attanagliando sempre più anche le nostre zone. Dall'altra, non possiamo non notare che le difficoltà del centro-destra nazionale si riverberano anche in periferia, con una scarsa capacità di produrre proposte alternative credibili. Per questo motivo ritengo che debba essere intensificato un dialogo con le forze che, come noi, non sono organiche ai due schieramenti. Pensi all'UDC? Esattamente. Soprattutto sul piano locale, dove le grandi questioni etiche e di coscienza possono essere lasciate agli ordini del giorno da discutere nei Consigli Comunali, occorre sviluppare un confronto che ci permetta di capire se possiamo costituire quella novità nel panorama politico che imprima l'accelerazione che serve. Perchè ritieni che serva un'accelerazione? Credo sia di tutta evidenza che la tensione programmatoria e la

PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO
CONSOCIAZIONE DI CESENA GRUPPO CONSILIARE CESENA

UN’OCCASIONE PER CONFRONTARSI
di Luigi Di Placido
Venerdì 11 Novembre i Repubblicani della Consociazione di Cesena invitano cittadini, associazioni, partiti, sindacati a riflettere sul futuro del nostro territorio. L'occasione sarà la conferenza programmatica della Consociazione. Abbiamo sentito la necessità di questo appuntamento per poter coinvolgere in un dibattito ampio ed articolato tutti gli attori chiamati a dare risposte sulle grandi questioni che dovranno caratterizzare il dibattito politico dei prossimi mesi e dei prossimi anni. Siamo infatti convinti che occorra un colpo d'ali vigoroso, capace di farci uscire da un dibattito spesso asfittico e poco incisivo; da troppi anni i temi sul tavolo sono sempre gli stessi, e poca la capacità di proporre soluzioni credibili anche perchè condivise.
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VENERDI’ 11 NOVEMBRE 2011
ore 15,00 SALA CONVEGNI

HOTEL CASALI
VIA BENEDETTO CROCE, 81 - CESENA

Le idee repubblicane si confrontano con il territorio

La S.V. è invitata a partecipare
Al termine del dibattito sarà offerto un piccolo rinfresco

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RIFORME STRUTTURALI PER IL NOSTRO SISTEMA PAESE
Intervista al Segretario UIL Giuliano Zignani
sopra. E da dove si dovrebbe partire? La prima sfida sarà quella di costruire un percorso di riforme strutturali, armonico e coerente che simultaneamente vada dal welfare al modo di fare impresa all’adeguamento delle Istituzioni, il tutto però non può essere scaglionato, non si può cioè rinnovare e rilanciare l’idea e il modo di fare sistema del mondo delle Imprese o lanciare proposte innovative e di valorizzazione e qualificazione professionale mantenendo immutata una rete di Istituzioni farraginosa i cui ingranaggi stritolano le imprese stesse, gli investimenti, e con essi occupazione e mondo del lavoro, in una burocrazia lenta, quando non immobile, che colpisce al cuore il nostro sistema Paese già colpito dall’invasione della “Impresa Globalizzata Orientale”. La UIL, proprio a questo proposito ha creduto nella creazione di una rete di servizi di eccellenza. Ma un conto sono i progetti studiati sulla carta, un conto sono quelli realizzati. La realizzazione non spetta a noi, al Sindacato spetta il dovere di verificare gli obbiettivi preposti, prima, e raggiunti, poi. Abbiamo messo in campo tutte le nostre forze, e tuttora siamo al lavoro per cercare di migliorare ciò che non ci convince, ma, devo dire, che i punti per noi poco convincenti cominciano a moltiplicarsi. Cosa intende? Intendo dire che i Costi della Politica sono arrivati a dei livelli intollerabili. Non parlo dei sacrosanti Costi della Democrazia e della rappresentanza. Parlo dello sperpero di risorse in figure manageriali e in Aziende Partecipate dove la collettività versa milioni di euro in stipendi di Consigli di Amministrazione che più che essere funzionali alla struttura di riferimento sono dei cimiteri di elefanti … delle aree di riciclo per vecchi politici. Se l’Italia non riuscirà a liberarsi di questo fardello sarà del tutto inutile qualsiasi iniziativa di rilancio. Non possiamo più permetterci il lusso di una politica obesa e inefficiente … per fare una similitudine direi che ci servono Istituzioni da Formula 1 non da corsa podistica. Arrivando all’economia e alle sfide del futuro cosa ci può dire? La politica economica di questo Governo è del tutto assente e le responsabilità vanno ricondotte non solo nell’immobilismo imperante, di cui per la verità non è immune nemmeno l’oppossizione del tutto manchevole del suo ruolo di stimolo nei confronti del Governo. Ma il problema dell’Italia è generale ed è quello di non riuscire a dimostrare affidabilità e mantenimento degli impegni dati che sono oggi, a detta di molti economisti, il primo valore e il primo aspetto a cui i mercati prestano attenzione. Se poi colleghiamo la situazione internazionale con i malumori degli imprenditori locali, tra i quali ricordo la contestazione avvenuta al Ministro MATTEOLI da parte di importanti imprenditori nei giorni scorsi, credo che sia arrivato veramente il momento di invertire la rotta. Come? Mi preme prima di tutto dire che il modello Industriale non è morto, sta morendo il modello post industriale cioè quel modello che ha sostituito l’Imprenditore con l’azionariato e la finanza facile. Dobbiamo tornare a fare impresa così come eravamo capaci di fare molti anni fa. Tornare all’imprenditore perciò può essere una risposta corretta, o coerente, per cercare di contrastare le patologia, e cercare di rilanciare una idea sostenibile e solidale di globalizzazione intesa come apertura alla tipicità, e qualità locale a livello mondiale. Per fare questo dobbiamo comprendere una cosa, non possiamo sconfiggere i nuovi mercati e i nuovi imprenditori Cinesi cercando di chiudergli il mercato, sarebbe, citando un detto Corso come “Spazzare il sole dai tetti” … impos-sibile. Dobbiamo quindi trovare il modo di investire in innovazione tecnologica, rendendola coerente e complementare con uno sviluppo sostenibile, legato a doppio filo con la Green Economy e con il suo indotto da un lato, e con la qualificazione e specializzazione professionale dall’altro. Dobbiamo però, in ogni nostra azione porre molta attenzione a non dimenticare mai ciò che ci deve guidare e cioè la valorizzazione del Capitale Umano. I lavoratori sono la chiave per il rilancio del nostro Paese. Lavoratori soddisfatti, qualificati o meglio, debitamente formati, e integrati all’interno della struttura decisionale dell’impresa garantiscono risposte inimmaginabili al rilancio di un impresa. In quelle imprese dove il datore di lavoro si sente lavoratore e dove il lavoratore sente suo non solo il lavoro ma l’impresa, i risultati e gli obbiettivi conseguiti da quell’impresa non temono competizione globale. Non dobbiamo mai dimenticarci le tende oscurate nelle aree del mobile imbottito viste l’anno scorso su Report. La scelta deve essere anche etica ovvero di non cercare il massimo profitto a scapito di qualità e sicurezza. Oggi, come mai in passato, solo lavorando insieme, lavoratori e Imprenditori, ognuno nel proprio ruolo e favorendo sinergie ed economie di scala e non di profitto immediato e a breve termine sapranno ancora una volta rispondere alle sfide, sempre più difficili, che il mercato propone. Bene concludendo questo più che interessante momento di discussione che riassumerei così: più efficienza, meno burocrazia e più lavoro le chiedo l’ultima cosa … si faccia una domanda si dia una risposta. Guardi come sintesi direi che è perfetta … come domanda credo che sia scontata: riusciremo in questa impresa? … e la risposta? Beh la risposta è un po’ meno scontata. però proviamoci. L’Italia è sempre stata patria natale di grandi uomini … pochi sono entrati negli albori della storia. Ma i “grandi” d’Italia sono molti di più … Sono quei milioni di Italiani che ogni giorno nascono crescono lavorano, ridono piangono e vivono in questo nostro Grande Paese. Se sapremo dargli voce e ascoltare quello che ci chiedono allora, forse, riusciremo a rialzarci. Anzi sicuramente riusciremo a rialzarci. In fin dei conti, vede, basta poco per cambiare, basta saper ascoltare.

Zignani, entriamo subito nel vivo. In quanto Segretario Regionale Generale Aggiunto dell’Unione Regionale UIL, credo sia doveroso, prima di proseguire sui temi Regionali e locali, e soprattutto tenuto conto dello spessore e della reputazione che ricopre all’interno dell’Organizzazione, chiederle quale sia il suo punto di vista sulla situazione che sta vivendo il nostro Paese. Guardi. Non nascondo la mia preoccupazione che credo sia condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini italiani. Anzi le dirò di più. Sono oggettivamente preoccupato. Il nostro è un Paese che se non riuscirà a rialzarsi entro brevissimo tempo sarà destinato ad una tragica fine. E per come si stanno mettendo le cose credo che sarà difficile rimettere il timone a dritta. La classe Dirigente Nazionale, senza distinzioni, è allo sbando … siamo già da tempo, più di un anno, alle grandi manovre pre-elettorali. Il problema è che se c’è una cosa di cui non ha bisogno l’Italia sono proprio le campagne elettorali. A noi servono Governi forti e soprattutto responsabili, guidati da persone di rilievo. Oggi più che mai. Da Roma al piccolo Comune la classe politica sembra allontanarsi ancora di più, pare impossibile ma è così, dalla gente. A fianco a ciò stiamo, da anni, attraversando un momento di grande difficoltà tanto sociale quanto economica. Senza che ci sia una sferzata, un colpo di reni che quantomeno provi a farci rialzare. Questi due fattori, inadeguatezza della politica e crisi socio economica, coniugati insieme hanno un potenziale distruttivo enorme. Come UIL di Cesena abbiamo fatto una scelta radicale. Dare voce alla gente. Lottare per loro. Cercare di far capire ai nostri concittadini che ha ancora senso credere che non ci sia un distacco totale tra la quotidianità che vorremmo vivere e la realtà che viviamo tutti i giorni. E’ un compito duro. Si deve essere sempre attenti, sempre pronti a denunciare ciò che non va, sapendo che a volte ci si troverà anche bersagliati da fuoco incrociato. Andiamo spesso all’attacco di una politica miope e sorda, che considera ogni voce fuori dal coro non come spunto di crescita ma come un fastidioso ronzio che disturba la bambagia in cui molti, troppi politici vivono da un po’ di tempo a questa parte. Oggi il cittadino non si sente più rappresentato. Ogni giorno ho una serie di appuntamenti di semplici cittadini che chiedono di potermi parlare, anche solo per sfogarsi. Il problema sa

qual è? …. Dica. Che in gran parte dei casi non dovremmo essere noi a dar voce a certe esigenze di ascolto dei cittadini, ma i nostri amministratori, i dirigenti delle grandi aziende … Invece ormai a molti è rimasto solo il Sindacato. E’ una cosa che mi gratifica non poco sapere che la UIL a Cesena è un punto di riferimento per tutti coloro che credono di aver bisogno. Vuol dire che siamo in grado di dare voce alla gente … Ma dall’altro mi preoccupa. C’è un vuoto generalizzato nelle Istituzioni. E un Paese senza Istituzioni ha il fiato corto … molto corto, mi creda. Bene, passiamo alla nostra Regione. Come sta. Qual è il suo stato di salute. Guardi, l’Emilia Romagna è senza dubbio una delle Regioni più avanzate d’Italia. O per lo meno lo è stata. Vantavamo servizi di eccellenza in tutti i settori tuttavia anche da noi, oggi, si sentono gli effetti della situazione economica del Paese. E’ chiaro, da noi si stava meglio ma il disagio, la crisi e i tagli ai servizi cominciano a sentirsi. Soprattutto poi i veri problemi li cominciano a sentire le Aziende. E se il mondo delle imprese comincia a essere in seria sofferenza è segno che per i Lavoratori si mette male. Soprattutto per questo credo che come Sindacato dobbiamo riuscire a fare sistema, mondo delle imprese e mondo del lavoro, ognuno nei rispettivi ambiti. Dobbiamo cioè comprendere che il tempo delle contrapposizioni fine a se stesse da una parte e dall’altra è finito. Bene, vedo che è entrato subito nel vivo dei temi che ci interessano … Da dove secondo lei bisogna ripartire? Bisogna partire da riforme strutturali imponenti di tutto il nostro Sistema Paese. Bisogna partire da una ridefinizione di un welfare complessivo che mantenga la rete di tutele avute sino ad oggi ma che al contempo si adegui al momento storico e alla comunità di riferimento. Si deve rivoluzionare il modo di fare impresa e prendere e comprendere che, a fronte di un mercato globalizzato in cui è vincente un modello che noi rigettiamo basato su “meno costo, meno spesa ma anche minor qualità”, bisogna contrapporre se vogliamo che il Sistema IMPRESA ITALIA resti in piedi un modello basato su: “specificità innovazione qualità”. Si deve poi, in primis, arrivare a un adeguamento, anzi rinnovamento, delle Istituzioni e delle loro competenze. Non possiamo cioè permetterci di mantenere immutata la struttura istituzionale senza adeguarla alle esigenze di quanto detto

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UN’OCCASIONE PER CONFRONTARSI
E' esattamente questo il nostro obiettivo: avanzare delle proposte che possano diventare terreno di confronto e di ulteriore elaborazione, in quello spirito di servizio e di attenzione verso il bene comune che ha sempre animato l'azione repubblicana. Non sarà una lunga lista della spesa, dal momento che ci focalizzeremo su alcuni aspetti che riteniamo assolutamente fondamentali e dirimenti per lo sviluppo del territorio: sanità, logistica, razionalizzazione amministrativa, integrazione dei territori, partecipate e rapporti pubblico-privato. Come dare vita ad un unico sistema fieristico ed aeroportuale, valorizzando le peculiarità dei contraenti in un'ottica di maggiori servizi e minori costi? Come procedere concretamente alla realizzazione dell'area vasta sanitaria, ben sapendo che non sarà più possibile in futuro avere tutte le specialità in tutti gli ospedali e ridondanti strutture amministrative e dirigenziali? Come accelerare la nascita di un vero polo logistico, con la messa a sistema delle eccellenze presenti nelle provincie romagnole e la definizione delle conseguenti scelte infrastrutturali? Come ragionare in termini più proficui e moderni delle partecipazioni pubbliche nelle società di scopo quali Hera, Sapro, ecc? Come giungere ad una razionalizzazione amministrativa che superi la parcellizzazione che sempre meno riuscirà a dare risposte concrete ai cittadini? Su questi temi avanzeremo le nostre proposte e saremo pronti ad ascoltare i contributi che arriveranno dai partecipanti, liberi da ogni condizionamento e pronti a mettere in discussione tutto ciò che abbiamo detto, in un'ottica assolutamente laica. In un periodo nel quale si lamenta, e a ragione, il distacco della politica dalla società civile e l'incapacità di affrontare i problemi, il nostro vuole essere un tentativo di percorrere la strada della concretezza e del dialogo, lontano da contrapposizioni speciose e interessi particolari. E' un compito che ci assumiamo volentieri, ben consapevoli che la strada non è facile. Siamo animati dalla volontà di rendere le nostre idee, le idee repubblicane, il motore di una dialettica che non solo individui le soluzioni ma operi per realizzarle concretamente, nella consapevolezza che non c'è più tempo da perdere, pena la perdita di vitali occasioni di sviluppo.
Luigi Di Placido

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DEFINIRSI O SPARIRE
Intervista al Segretario regionale Renato Lelli
disorientata, con il partito dell’ astensione e non voto che è maggioritario nel paese, perché non si identifica in alcuna delle forze esistenti. Il rischio che corriamo è quello di un distacco sempre maggiore tra classe politica che continua a vivere in una propria dimensione, lontana dai reali problemi del paese. Esempio lampante è quello legato al tema dei costi della politica: si discute, si discute ma alla fine i sacrifici ed i tagli sono solo per gli altri. Anziché tagliare le Province, come da noi chiesto fin dal lontano 1970 nel momento in cui sono nate le Regioni, la proposta ultima del governo è quella di toglierle dalla Costituzione, lasciando facoltà alle singole regioni di inserire un ente intermedio nuovo tra Comuni e Regioni. Questo non è serio e l’opinione pubblica si sente presa in giro. Il rischio è di alimentare l’antipolitica e far crescere le forze antisistema. Un bel risultato! Veniamo infine alla Regione Emilia Romagna. Quali sono le sue valutazioni su questo territorio? Anche qui le cose stanno rapidamente mutando e la politica fatica ad esserne consapevole. I livelli di eccellenza raggiunti in passato dal sistema sociale regionale oggi non sono più tali. La sanità pubblica, scuole ed asili che erano modelli da esportare e presentare con orgoglio anche all’estero, oggi risentono della crisi globale del sistema. Il sistema policentrico elemento fino a ieri fondamentale delle politiche territoriali regionali, che esaltava ogni parte del territorio come componente di un’ insieme più grande senza che vi fossero aree dominanti, è superato e messo in discussione. Questo ha detto la CNA in un suo convegno a fine settembre. Dal 2008 il PIL regionale decresce qui in misura maggiore rispetto ad altre realtà regionali, così come il ricorso alla Cassa Integrazione (nel 2010 nella graduatoria delle prime 10 province ben 6 erano emilianoromagnole). Oggi la crisi è esplosa e tocca tutte le parti della società. Il benessere sociale è in calo e di contro, manca da parte della classe politica che governa vitalità, dinamismo, capacità di proporre e programmare il futuro, coinvolgendo concertando le azioni con le parti sociali. E allora ? Occorre modernizzare, innovare, integrarsi e occorrono sinergie per competere in un mercato globizzato. E per raggiungere questo risultato occorre che ognuno faccia la sua parte. E’ finito il tempo della società dell’opulenza, in cui tutti si possono permettere tutto (fiere, università, aereoporti, ospedali, societa di servizi), perché non ci sono più le risorse di una volta. Serve un modello profondamente diverso dal passato.

IL MIRACOLO SI RIPETERA’?
di Romano Fabbri
L’Italia è un malato grave e la diagnosi la sanno dare anche i barellieri: debito pubblico e crescita tendente allo zero. La terapia? Risanamento della finanza pubblica e rilancio della produzione con crescita del PIL. E allora, se tutti sanno che è necessario intervenire con rapidità e che è già stato perso troppo tempo, perché è tanto difficile realizzare gli interventi in grado di invertire il decorso della malattia ? Aumenti dei tassi di interes-se come quelli che si sono verificati negli ultimi tre mesi, se confermati nelle prossime aste, avranno effetti dirompenti sul debito pubblico fino a vanificare le misure approvate con i decreti legge convertiti in settembre. Proviamo a fare due conti e partiamo da un dato certo: “Debito pubblico record quota oltre 1.900 miliardi di euro. Rapporto debito/Pil oltre il 120%.”Ogni neonato in Italia si trova con un debito pubblico di 31.700 euro che sale a 90.565 a famiglia. I debiti coperti da titoli di stato sono 1.583 miliardi, verranno in scadenza nel 2012 oltre 200 miliardi, nel 2013 circa 150. Da questi numeri non si sfugge e per una classe politica responsabile non c’era bisogno della imposizione dell’Europa per capire che il rigore nei conti doveva essere concentrato nei prossimi due anni. Rigore che per quanto pesante e ingiusto serve soltanto a evitare il Default, a convincere i mercati che l’Italia merita fiducia, ma è comunque una manovra che al debito pubblico fa appena il solletico, è infatti pari a circa il 2% in due anni. Questo stato dell’arte non è solo l’eredità del passato, ma anche i costi della politica a cui si aggiungono quelli per gestire la crisi, peggiorati da crisi economica di portata mondiale e al mancato aggancio alla ripresa dei più virtuosi Paesi Europei. Il dibattito che ha avuto il merito e il coraggio di aprire sulla stampa locale romagnola e forlivese in particolare il Sindaco Balzani nasce da questi presupposti. L’accorpamento dei comuni minori, l’abolizione delle province o l’accorpamento delle Regioni non sono un semplice gioco istituzionale o l’affermazione che non servono a niente. Quello che fa Bulbi e tutti gli altri presidenti delle province italiane quando lo fanno bene serve al Paese. Il guaio è un altro: Questa Italia per come sono messi i suoi conti non può più permettersi questi costi e lo Stato può funzionare bene anche con meno comuni, senza le Province e qualche regione in meno. Però, c’è un però. Le Province, i comuni, lo snellimento istituzionale e burocratico dello stato non hanno effetti immediati sul debito pubblico. Tant’è che dal confronto comincia a farsi avanti seppur con prudenza l’idea della patrimoniale. A questo punto chi ha senso dello Stato deve avere anche il coraggio di dire a quale patrimoniale pensa e per che cosa. La patrimoniale intesa come manovra di pareggio di bilancio e controllo del deficit è una cosa , la patrimoniale per abbattere il debito pubblico è un’altra cosa . Ed è con questa che bisogna fare bene i conti ed essere chiari per far capire di cosa si sta parlando. Posto che per essere almeno nella media alta del debito pubblico dei paesi europei occorre ridurlo di almeno un terzo pari a circa 600 miliardi di euro. Le strade alla fin fine possono esser due: si fa pagare tutti i possessori di immobili e corrisponde a circa 30.000 euro a famiglia oppure paga il terzo più ricco che equivale a una imposta media di euro 75.000 a famiglia: Gettito da patrimoniale che potrà essere ridotto in misura equivalente alle entrate da dismissioni di beni dello stato e altre entrate da misure strutturali. Sensata o insensata che la si voglia giudicare è bene rammentare che siamo tutti sul Titanic e chi sta sul ponte servito e riverito ha più da perdere di chi sta sotto. L’altra strada è quella che pare l’idea fissa di Berlusconi, la crescita spontanea che aumenta il PIL, affidarsi agli spiriti vitali del capitalismo miracolosamente risvegliati da mutamenti nelle regole e liberati da lacci e laccioli. A volerla pesare con i numeri bisogna fare i conti con una stima della crescita mondiale più lenta delle previsioni e per il Paese bene che vada potrà attestarsi intorno all’1%, come a dire: lo status quo in attesa del miracolo. Chi boccia la patrimoniale dovrebbe dire con numeri certi che cosa ci mette al suo posto e francamente l’immagine di un cavallo frustato che d’improvviso va al galoppo puzza di propaganda lontano un miglio. Alla fine il nodo rimane tutto politico: la patrimoniale può permetterselo di chiederla solo una classe politica che prima abbia fatto fino in fondo la sua parte interrompendo risolutamente i privilegi e la dissipazione del denaro pubblico. Ma ammesso che ci sia la volontà di imboccare questa strada il tempo stringe e allora bisogna sperare in una classe politica che metta da parte la litigiosità a scopi elettorali e che voglia riparare ai suoi errori e gli errori di chi li ha preceduti con un governo di unità nazionale mettendo anche in conto che i sacrifici per rimettere in sesto il Paese sono così pesanti che subito dopo dovrà irrimediabilmente tornarsene a casa. Il miracolo italiano si ripeterà? Con questa classe politica noi temiamo di no e se così è bisogna rimettersi al corpo elettorale sperando che tutti si convincano che il rilancio della economia, la salvezza del paese può venire solo dai sacrifici degli italiani ed è importante come mai prima nella storia della Repubblica che i cittadini ,da quelli che stanno benino in su in prima fila, ne siano consapevoli.

Ingegnier Lelli, lei é stato eletto segretario regionale della F.R.E.R. prima delle vacanze estive. A qualche mese dalla nomina quali sono le sue valutazioni sulle condizioni del partito emiliano romagnolo? Il partito è organizzato – come i partiti tradizionali – su di una struttura fatta di 139 sezioni ed oltre 2.500 iscritti. Mantiene le regole democratiche interne che gran parte delle nuove formazioni non conoscono, ossia congressi su mozioni in cui votano i delegati delle singole sezioni ed elezione degli organi e non designazioni dall’ alto. Questo non significa che non abbiamo problemi ed il calo di iscritti subito negli ultimi anni ne è una dimostrazione lampante. I vecchi modi di fare politica oggi sono superati, la ricerca del consenso – più mobile rispetto al passato in cui il voto difficilmente si spostava in misura significativa – risponde a categorie e logiche diverse. La forma partito, così come la società nel suo complesso, è evoluta in modo rapido e completo, non è più l’attivista il motore principale utile a diffondere il pensiero. Questo, unito ad una nostra presenza marginale sul piano nazionale, ci delinea un futuro non semplice e tranquillo. Cosa può garantire maggiormente la presenza del PRI? Per continuare a garantire la nostra presenza occorre moltiplicare gli sforzi. Sono quindi perfettamente consapevole delle difficoltà che abbiamo di fronte ed il futuro prossimo non presenta segnali di inversione. Questo non significa che siamo destinati alla scomparsa, purchè rapidamente riusciamo ad adattarci al nuovo contesto. In passato in Emilia Romagna vivevamo due realtà profondamente diverse, costruite da una parte sul piccolo partito di massa, fatto di iscritti, sezioni, circoli, strutture economiche e sociali affini e dall’ altra sul partito di opinione composto principalmente da voti raccolti sulla base delle politiche nazionali. Oggi tutto questo non esiste più, fa parte della nostra Storia. L’analisi dei risultati delle ultime amministrative ci dà l’esatto quadro della situazione. Nelle realtà dove il partito è percepito come entità viva – leggi Ravenna e Cesenatico – la nostra percentuale è determinante per il successo della coalizione e l’elezione del Sindaco. Da altre parti, nonostante il notevole sforzo per raccogliere le firme e presentare la lista – magari anche dopo una lunga assenza – il risultato è oltremodo deludente, in quanto percepiti come Partito che ha esaurito la sua funzione. Il consenso va quindi riconquistato ogni giorno, con impegno costante e continuo. Spesso la presenza sul piano locale non basta, l’opinione pubblica cerca un riferimento nazionale. E, invece ? Il P.R.I. a Roma oggi non ha solo un problema legato alla consistenza, che si traduce in scarsa presenza mediatica, oggi fondamentale per essere percepiti ed uscire dalla nicchia, ma di linea. L’ ultimo congresso nazionale ha confermato la necessità di far nascere anche in Italia una più vasta area liberaldemocratica, consapevoli che esiste tutta una parte del Paese che

si considera corpo estraneo rispetto alle due attuali coalizioni, con le quali ogni alleanza viene considerata a termine. Noi vogliamo essere il motore che dà origine a questa nuova aggregazione, ma non possiamo aspettare oltre. Definirsi o sparire diceva Giovanni Bovio. Occorre partire subito, facendo ogni sforzo possibile, impegnandosi per costituire a tempi brevi una aggregazione riformatrice, coinvolgendo e raccogliendo quello che esiste nello spazio politico attuale e non quello che vorremmo esistesse, magari rinunciando a qualcosa della nostra identità. Ma oggi siete a fianco di Berlusconi. Essere parte della maggioranza che sostiene Berlusconi non aiuta. Dobbiamo renderci conto quanto prima che si è chiuso un ciclo, che stiamo vivendo ”l’agonia del non governo” come diceva Ugo La Malfa, che occorre un’ opera di ricostruzione che veda coinvolte le forze migliori e più responsabili; c’è una necessità assoluta di riforme vere, serie ed impegnative, strutturali, invece di linee politiche confuse, prospettive vaghe e fumose. Dobbiamo recuperare il ruolo di Partito dello Stato, che antepone l’interesse del Paese a tutto, che ha il coraggio di dire le verità anche scomode ed impopolari, anticipando il comune sentire. E vista la nostra debolezza, il problema non può essere solo quello di continuare a garantire la presenza il Parlamento di qualche repubblicano chiedendo ospitalità (e voti) ad altri al momento delle elezioni. Cosa occorre ? Occorre pensare e creare – nell’ interesse nostro e del Paese - ad aggregazioni stabili, ad una sorta di federazione che veda accorpate forze che hanno forti elementi comuni di coesione. Oggi lo spazio c’è a fronte di una opinione pubblica confusa e

POLITICA E PARTECIPAZIONE
di Luca Ferrini
Anche le parole, come le scarpe o i cappelli, vanno di moda. E la politica, per sua natura, tiene gran conto delle parole. Ce n’è una, in particolare, che piace molto alla sinistra, soprattutto a quella di casa nostra. La parola è ‘partecipazione’. A volte il sostantivo si trasforma in aggettivo: ed ecco i bilanci partecipati, le commissioni partecipate, le decisioni partecipate. Partecipazione, partecipazione, partecipazione… Come un arcano mantra, il PD e i suoi alleati ripetono ossessivamente la fascinosa parola. Partecipazione richiama democrazia, coinvolgimento del popolo, libertà di scelta. E’ come se in un lemma si fosse coagulato il residuo di una spenta ideologia egalitaria. Come se in un minuscolo scrigno giacesse, oggi, quel che resta di un’epopea avventurosa ancorché fallimentare. Massimo rispetto per le tensioni politiche di fondo. Ma, viene da chiedersi, all’atto pratico: partecipazione di che cosa? E’ facile recitare un copione. Il teatro e la vita non son la stessa cosa, ricorda Canio nei Pagliacci di Leoncavallo. Più prosaicamente, noi diciamo: tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Recentemente, la maggioranza che regge la città ha voluto approvare un baldanzoso progetto: l’istituzione di un Comitato di cittadini che ovviamente ‘partecipando’ - tenga d’occhio le tariffe di Hera, dell’acqua e del gas. Una sorta di grande occhio popolare, che dovrebbe fungere da camera di compensazione dei malumori dei soliti tartassati. Un organismo inutilmente pletorico, è stata l’obiezione. Troppi invitati alla mensa comune (associazioni, sindacati, comitati…). Finirà come nella notte di Hegel in cui tutte le vacche sono nere. Turba medicorum mors certa, insegnavano i latini. E avanti così. L’idea, però, è succosamente partecipativa. E finalmente potrebbe avere uno sbocco non solo favellato, ma concreto. Interessante. Il problema, in realtà, è questo: a che punto del processo decisionale interviene la benedetta partecipazione? Arriva quando i buoi sono già usciti dalla stalla, tanto per lamentarsene e per esorcizzare lo sdegno o, invece, interviene prima, quando ancora la decisione è da prendere e la partecipazione può apportare un contributo determinante? Temiamo che l’inconscia paura della perdita dello scettro porterà il potere cittadino a consultare il popolo solo a babbo morto, quando ormai non c’è più niente da fare. La prova di questa inclinazione ad una partecipazione postuma ce l’ha fornita, di recente, un’altra macchinosa vicenda. C’era da scegliere il nuovo direttore dell’ASP, l’azienda ‘partecipata’ (eccolo ancora l’aggettivo furioso) che gestisce una miriade di servizi sociali e che, perciò, tanto dovrebbe stare a cuore al cittadinopartecipante. Che fa il Comune, quatto quatto? Il Presidente della ‘partecipata’ domanda un nome ai Comuni del comprensorio; risponde solo Lucchi; con un solo candidato. Fine delle trasmissioni. Alla faccia della partecipazione. La minoranza lo tallona: Sindaco, non pretendevamo una consultazione popolare, ma come si è arrivati a quel nome (sulle cui attitudini, peraltro, nulla quaestio), con quale partecipazione? Non si poteva emanare un pubblico concorso? O passare la cosa in commissione consiliare? Confrontarsi? Forse qualcuno poteva avere candidati altrettanto validi, no? Che è successo? E la partecipazione? Per il momento, pare l’abbiano limitata solo al partito, il PD. Di cui il direttore in pectore di ASP è un esponente di prim’ordine, che passa da un assessorato ad una carica dirigenziale. La questione ricorda un po’ il dilemma sulle primarie: facciamo votare solo gli iscritti al partito o apriamo al massimo la ‘partecipazione’ popolare secondo lo schema paghi-dunque-voti? A Forlì hanno avuto coraggio, e l’hanno aperta seriamente ai cittadini: ne è risultato vincitore - contro il volere delle alte sfere piddine - un outsider, un mazziniano doc, che oggi è Sindaco della città di Saffi. Speriamo allora che ripetano la stessa cosa anche a Cesena. Di mazziniani in gamba ce n’è anche qui. E la gente lo sa.

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Progetto di diffusione della cultura di governo
di Franco Pedrelli
A livello mondiale stiamo assistendo alla messa in discussione della gestione del potere, sia nel mondo cosiddetto occidentale che non, così come eravamo abituati dalla pax scaturita dalla fine della seconda guerra mondiale. Che si tratti di paesi liberaldemocratici, oligarchici, dittatoriali poco importa, cambiano semmai i termini e i mezzi del confronto tra il potere costituito e il “popolo”, quest’ultimo rappresentato dalla somma mulnegli interessi dal secondo, il quale sente obblighi diversi nell’espletamento del suo mandato. Dopo oltre un sessantennio politico in cui la gestione era del tipo distributivo, dove a tutti poteva essere dato, grazie anche ad importanti confronti sociali, raggiungendo invidiabili livelli di welfare, ora il tema costante è dove tagliare e come distribuire diversamente le ridotte risorse statali. All’oggi non serve quindi il politico pacioso e sorridente, tanto meno gaudente, quanto un politico che sia responsabile delle scelte da operare in termini di medio lungo periodo con riduzione dei costi statali, redistribuzione delle risorse, pianificazione dello sviluppo competitivo del paese. Molto probabilmente, una classe politica che si è autogenerata in tutti questi anni, sino a costituire la “casta”, ha pochi elementi politici del secondo tipo. Qui nasce la necessità dal basso di ricostruire la classe politica, promovendo la diffusione della consapevolezza di costruire un nuovo rapporto di delega politica, dove è necessario che sia innalzata la nostra partecipazione al dibattito politico, inteso come gestione della cosa pubblica. Quale modo migliore quindi di prendere consapevolezza politica se non partendo dal proprio ambito locale, quello in cui siamo costantemente immersi e più facilmente dovremmo comprendere? Scendendo nel particolare di repubblicani, se questo è il percorso che ci sentiamo di intraprendere nella società cesenate, allora dobbiamo essere pronti a fare un passo indietro in tutto ciò che può esserne di ostacolo, ad iniziare dal simbolismo storico di appartenenza, che, come innumerevoli volte affermato, non significa abbandonare i valori fondativi del repubblicanesimo. Significa invece poterli affermare, nell’ambito di una dialettica aperta e costruttiva con tutti i soggetti desiderosi di essere coinvolti nella discussione politica. Tuttavia, se locale dovrà necessariamente essere il nostro raggio di azione, oggi parlare di locale significa obbligatoriamente ragionare in termini territoriali più vasti, di Romagna intera e non solo. A chi ci si vuol rivolgere in particolare, qual è il soggetto dell’azione? Preferibilmente ogni individuo che abbia un approccio multimediale nell’accesso all’informazione, che interagisca da cittadino attivo. Quindi legga i giornali, utilizzi il web o si tenga aggiornato con gli strumenti di social network. Non sono necessariamente tutti giovani, tanti, fortunatamente sempre di più, sono anche i “non più giovani”. Il progetto non è ambizioso più di quanto quello di costituire il team di lavoro consapevole dell’impegno richiesto. In altri termini, le meritorie intenzioni di un solo personaggio potranno fruttare sempre poco, non andare oltre alla stima personale, produrre bassa incisività sulle modalità e obiettivi di governo locale. Del resto chiedere agli altri partecipazione politica necessita di forti esempi. Certo, abbiamo anche esempi di personaggi carismatici, attorno ai quali si crea un consistente consenso, per esempio del tipo “one man show” è Beppe Grillo, ma lui è virtualmente solo, in quanto ha un suo staff dietro che lo supporta, se non altro per gestire la piattaforma del blog e i relativi commenti. Il progetto quindi ha necessità di un team di persone, che debbono essere ben coscienti del lavoro di squadra da compiere, perché nel team non è prevista la figura del solista o della…star! I componenti del team non lavorano solo quando hanno tempo libero, ma occorre da parte loro un minimo di impegno costante settimanale per curare l’area o le aree di competenza, nonché il più possibile quotidiano scambio di informazioni tra di loro. La sfida quindi è aperta, rivolta a tutti quanti vogliano mettersi in gioco per partecipare al grande gioco della gestione pubblica, per la costruzione della delega consapevole e partecipata, sugli obiettivo del domani attraverso la gestione dell’oggi.

2011: L’ANNO DELLE FESTE REPUBBLICANE
di Edera Spinelli
Se dovessi definire l’anno 2011 lo chiamerei, senza ombra di dubbio, “l’anno delle feste repubblicane”: Tutto è iniziato con la celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia al Teatro Verdi organizzata del Movimento Femminile Repubblicano. Un grande evento per la città. Una degna commemorazione per l’Unità d’Italia e per i patrioti del Risorgimento Italiano. A giugno, in occasione della Festa della Repubblica, il Partito Repubblicano ha celebrato il Congresso della Consociazione di Cesena al Parco un lungo periodo dedicano tutto il loro tempo alla realizzazione delle Feste Repubblicane. Sacrificano anche le loro famiglie che, per molti giorni, prima, durante e dopo le feste, non possono contare sulla presenza e l’aiuto dei loro famigliari. •A tutte queste persone che lavorano in cucina, che montano le attrezzature, che collaborano in ogni modo, esprimo un “grande grazie”. Sono cose rare e preziose nella società attuale che pensa a tutt’altro, dimenticandosi che, lo stare insieme, aiuta il confronto di

tiforme delle più diverse tipologie degli strati sociali, le cui differenze si stanno assottigliando sempre più grazie alla spinta di compattamento esercitata dal primo. Le diseguaglianze sociali diventano sempre più marcate, con schiere ridotte di soggetti che detengono crescenti risorse e benefici, a scapito del resto, una massa crescente e sempre più indistinta. Ai primi il privilegio di dettare leggi e regole, ai secondi di subirle. Dove la dialettica del cambiamento è risultata debole, tipica dei paesi dittatoriali o strettamente oligarchici, questa ha lasciato il posto a proprie e vere rivoluzioni, il Nord Africa insegna. Negli altri paesi, tipicamente liberaldemocratici, si assiste invece ad una forte critica comune verso chi è al potere e in certi paesi, dove la classe politica sta difettando in efficacia, si assiste al suo generalizzato biasimo. L’Italia è prima in questa categoria di paesi, coniando appositamente il neologismo politico di “casta”, che ci auguriamo non trovi diffusione altrove. Il termine “casta” individua la perdita di fiducia, nell’ambito della democrazia rappresentativa, tra elettore e eletto, dove il primo non si sente più rappresentato

Endas di Martorano. Vista la concomitanza del 150° con il Congresso abbiamo organizzato un ulteriore evento celebrativo con manifestazioni e ristorazione con le specialità tipiche delle Feste Repubblicane. Proseguendo sul tema “feste” si sono svolte, dal mese di luglio ad agosto, le feste di S. Andrea in Bagnolo, di Martorano, di Ponte Abbadesse e tutte le manifestazioni hanno registrato una notevole affluenza di pubblico.

idee e ci fa sentire migliori. • Un apprezzamento particolare, senza voler togliere nulla a tutti gli altri volontari va alle donne della cucina che hanno sulle loro spalle la responsabilità seria ed importante di fornire piatti succulenti e prelibati. • Mi permetto di abbracciare affettuosamente la Sig.ra Lucia di Martorano che da oltre 30 anni è l’azdora che coordina la cucina di Martorano . Ammiro la sua grinta

Verba volant, scripta manent
Da “IL POPOLANO” - Anno CV - n. 1 febbraio 2006

Ciò che i Repubblicani dicevano nel 2006 a proposito dell’affaire Penati-Gavio
Gentilissimo Direttore de "Il Popolano", Non riesco ancora a capire la ragione per la quale l'affaire Penati-Gavio non sia collegabile all'infernale operazione UNIPOL-BNL. D'altra parte é evidente che qualcuno dovrà rispondere ad una domanda semplice e lineare. Quali motivi veri stanno alla base di un'operazione di queste dimensioni ? Perché un ente locale , nella fattispecie la Provincia di Milano , decide di scalare la società "Serravalle" che gestisce le autostrade Lombarde? Che senso ha che la Provincia di Milano acquisisca il 52,902 della società, rompendo il patto di sindacato con il Comune di Milano, sborsi 235 milioni di Euro al Sig. Marcellino Gavio, ottenga questo finanziamento da Banca Intesa la quale ottiene a sua volta il Presidente della società Serravalle nella persona del prof. Giampio Bracchi e che il tutto venga benedetto dall'On. Bersani che, a quel che si legge sui giornali, é stato il trait-d'union tra Penati e Gavio? Come può non essere sconvolgente il fatto che l'operazione ha portato a Gavio una plusvalenza di ben 175 milioni di Euro ? Come può essere giudicata la dichiarazione del Presidente Penati ai giornali, nella quale si afferma che per restituire la somma a Banca Intesa verranno messe sul mercato azioni di una società della Provincia alla quale saranno conferite le partecipazioni azionarie di cui oggi é proprietaria la Provincia stessa? E' una cosa "normale" o anche questa fa parte delle operazioni incrociate (politica-affari) che debbono essere innanzitutto chiarite perché tra l'altro sono state orchestrate con i soldi dei cittadini ? Non é possibile che nessuno ne debba chieder conto? E' possibile che su un'operazione di questo genere si sia steso un velo pietoso? Un Repubblicano

Consentitemi a questo punto alcune considerazioni: •Le feste sono basate esclusivamente sul volontariato di tante persone, anche non repubblicane, che credono in questo tipo di manifestazioni come momenti di aggregazione, di festa, di incontro della gente. •La disponibilità e l’amore per le tradizione, per i valori repubblicani sono i sentimenti che accomunano questo esercito di persone che per
segue dalla prima pagina

e la sua lealtà verso il Partito Repubblicano che ha sempre servito, anche in memoria del marito “repubblicano doc”. Dalle feste della “ Voce Repubblicana “ un solo insegnamento: la gente ha bisogno di una politica semplice, pulita, fatta delle cose di ogni giorno tipiche dei valori su cui si basa l’ideale repubblicano” che non segue le mode ma si ispira ai grandi valori dei nostri padri del Risorgimento.

LA SFIDA DEI REPUBBLICANI: INNOVARE IL TERRITORIO
E torniamo al valore dei programmi e alla loro predominanza sugli schieramenti. Esattamente. I Repubblicani credono che quelli appena citati siano i problemi ineludibili sui quali lavorare da subito, in un'ottica che trascende e sublima idealmente i singoli e li proietta in una visione matura di territorio. C'è qualcuno che è disponibile a rischiare ed impegnarsi su questo obiettivo? Ci avrà al suo fianco, pronti ad assumerci le nostre responsabilità. Un impegno concreto. Un impegno concretissimo, sul quale impegneremo tutte le nostre risorse, a partire da una conferenza programmatica che celebreremo nel mese di Novembre, nella quale inviteremo tutti i principali attori del territorio chiedendo loro di ragionare insieme su alcuni temi che riteniamo prioritari, pronti ad accogliere idee, proposte, suggerimenti.

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