La Rivoluzione Industriale

Angioni Federica IV F

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LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
 Dalla Gran Bretagna all'Europa: situazione generale L'industrializzazione prese avvio in quelle zone in cui erano presenti determinate condizioni che, appunto, favorirono tale sviluppo: la presenza di giacimenti di carbone che permisero la nascita della macchina a vapore, una vasta rete di strade e canali e una forte tradizione di attività manifatturiere in campo tessile. In qualsiasi caso, comunque, l'intensità dello sviluppo industriale diminuiva man mano che dal centro di queste zone ci si spostava verso la periferia. Nelle periferie, infatti, le condizioni che avevo dato inizio all'industrializzazione erano scarse, se non addirittura assenti: l'agricoltura era molto arretrata; erano assenti le materie prime; non vi era un tessuto manifatturiero solido; le attività commerciali erano deboli e non vi era un mercato nazionale interno. Nelle zone nelle quali prese avvio l'industrializzazione si venne ben presto a creare una sorta di gerarchia: un sistema produttivo con un centro molto evidente, attorno al quale stavano tutte le altre aree dinamiche circondate, a loro volta, dalle periferie. Il centro era la Gran Bretagna, dove, nel 1850, era collocato circa il 60% dell'intera capacità produttiva del continente. La Gran Bretagna, infatti, avendo cominciato per prima, aveva mezzo secolo di vantaggio nel processo dell'industrializzazione rispetto al resto dell'Europa; essa possedeva l'egemonia sul commercio mondiale e negli investimenti di capitale all'estero. Questo vantaggio consentì alla Gran Bretagna di rimanere all'avanguardia dei paesi industrializzati. Nella gerarchia dell'industrializzazione, subito dopo la Gran Bretagna, vi erano i paesi cosiddetti “secondi arrivati”: Francia, Svizzera, Belgio e Stati Uniti. Tutti questi paese possedevano i requisiti che avevano dato inizio all'industrializzazione inglese: erano paesi ricchi, possedevano un'agricoltura avanzata, erano ricchi di materie prime fondamentali (carbone), possedevano industrie tessili e vie di comunicazione efficienti. Tuttavia, anche in questi casi, l'industrializzazione ebbe uno sviluppo regionale. Tra il 1840 e il 1870 si aggiunsero, alla Gran Bretagna e ai paesi “secondi arrivati”, altri paesi dotati di una solida base manifatturiera: la Germania e l'Italia, i cosiddetti paesi “ultimi arrivati”. 1. La rivoluzione industriale Tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800 prese avvio, in Inghilterra, la rivoluzione industriale. Durante questo arco di tempo relativamente breve, vi fu il passaggio da un assetto economicosociale stagnante a una fase di sviluppo caratterizzata da una rapida crescita demografica. Il passaggio da un'economia basata sull'agricoltura e sull'artigianato a un'economia basata sull'industria, avvenne, negli anni a venire, anche nel continente europeo. La nascita e lo sviluppo delle fabbriche e delle industrie, la nascita di servizi che andarono a prendere il posto dell'agricoltura, e la formazione di nuove classi sociali, quali la classe operaia e il ceto medio, sono gli aspetti fondamentali della rivoluzione industriale che, assieme alla rivoluzione francese, diede inizio a una nuova età: l'età contemporanea. Durante l'età contemporanea i paesi industrializzati riuscirono ad uscir fuori da una situazione di generale povertà e, inoltre, durante questa età si sviluppò una nuova mentalità: una mentalità aperta al progresso, alle innovazioni e al cambiamento. Gli storici si sono chiesti come mai la rivoluzione industriale si avviò proprio in Inghilterra e, quindi, cercarono di capire quali sono stati i fattori che hanno determinato ciò. L'Inghilterra, fino alla fine del 1600, presentava caratteristiche simili a quelle degli altri paesi: un'economia basata sull'agricoltura, un'industria, per la maggior parte, a domicilio, prodotti destinati all'autoconsumo, mercati molto ristretti. Tuttavia, sebbene l'Inghilterra avesse elementi comuni agli altri paesi, ne aveva degli altri peculiari: era un paese molto ricco dal punto di vista del commercio; era un paese molto forte, la cui potenza era rappresentata dalla flotta; era un paese in cui erano presenti la libertà e la tolleranza, cose a loro volte legate al commercio. Di conseguenza, l'Inghilterra aveva un'economia molto brillante; inoltre, poteva vantare conoscenze nel campo scientifico, tecnologico e letterario. 2. Le premesse dell'industrializzazione in Inghilterra Nella prima metà del 1700, il commercio inglese riuscì ad occupare i primi posti nella scala mondiale, e continuò ad espandersi fino alla fine del secolo, ossia fino a quando le esportazioni rappresentarono il 15% del reddito nazionale. Il fatto che i rischi legati al commercio oltremare furono superati, il fatto che i profitti aumentavano, e il fatto che il governo inglese tendeva a
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minimizzare il potere delle grandi compagnie, favorì l'ingresso nel settore commercio di uomini nuovi e favorì la promozione della libera iniziativa. Molto importante era il controllo del commercio estero, grazie al quale l'Inghilterra poteva comprare materie prime a basso costo; ad esempio, poteva acquistare il cotone che, in quegli anni, era molto importante per le nascenti industrie tessili. Il commercio estero, inoltre, permetteva l'ulteriore espansione delle esportazioni. Nel 1700 vi furono dei cambiamenti anche per quanto riguarda le strutture dell'agricoltura. Vi furono, innanzitutto, cambiamenti per quanto riguarda l'assetto proprietario: il possesso di terre si concentrò nelle mani dei grandi e dei medi proprietari terrieri, a discapito, ovviamente, dei piccoli proprietari terrieri e dei contadini autonomi che diminuivano di numero e d'importanza. Questi cambiamenti, dovuti alla privatizzazione delle terre comuni, fenomeno chiamato "enclosures", furono accompagnati, inoltre, dall'introduzione di nuove tecniche agricole e di nuovi sistemi di rotazione. Tutti questi fattori, accompagnati dall'incremento della produzione e dalla diminuzione dell'autoconsumo, portarono all'aumento della produzione e alla nascita dei mercati interni. La nascita di questi ultimi, inoltre, fu favorita dal miglioramento delle vie di comunicazione: furono utilizzate, infatti, nuove tecniche di pavimentazione che rendevano le strade più rapide e percorribili anche d'inverno. Il nuovo tipo di pavimentazione, chiamato “macadam”, si basava sulla compressione di pietrisco con un materiale collante come il catrame; questo andò a sostituire la terra battuta o le pietre, consentendo un miglior drenaggio dell'acqua e impedendo che nelle strade si formassero acquitrini o buche. Inoltre, furono fatti degli investimenti per la manutenzione della rete viaria. Ebbe molta importanza anche l'espansione dei canali navigabili, che resero possibile il traffico di materiali pesanti, come il ferro e il carbonio, materie prime importantissime per le industrie. Quest'espansione fece un “salto di qualità” quando venne introdotta la navigazione a vapore che, tra il 1850 e 1880, crebbe di quasi l'800%. Quest'espansione venne favorita dai cantieri che erano in grado di fornire navi sempre più grandi e robuste e, soprattutto, dal fatto che questo tipo di navigazione era molto più veloce rispetto a quella a vela. Nel 1856 venne realizzato il canale di Suez che consentì alle navi di raggiungere gli oceani Indiano e Pacifico senza circumnavigare l'Africa. In generale, dunque, la rivoluzione agricola contribuì moltissimo all'industrializzazione: sopperì il bisogno di alimenti di una popolazione in continua crescita, favorì la nascita dei mercati e favorì l'esodo dalla campagna che, a sua volta, favorì la nascita del proletariato industriale. Strettamente collegata alla rivoluzione agricola è la rivoluzione demografica. Dai 6 milioni di abitanti nel 1740, si passò agli oltre 14 milioni di abitanti nel 1830; questa rapida crescita demografica era dovuta all'aumento della natalità, a sua volta dovuto all'abbassamento dell'età dei matrimoni e all'aumento degli stessi, in coincidenza con una maggior e disponibilità di alimenti. La rivoluzione demografica rese disponibile una numerosa manodopera a basso costo per le nuove industrie. Le ragione dell'industrializzazione non furono solo queste: ebbe una grande importanza anche la politica dell'Inghilterra del 1700. La politica, infatti, era molto stabile, il Parlamento aveva una grande importanza, e la società era una società colta e dinamica. Tutti questi fattori furono le condizioni che garantirono l'avvio della rivoluzione industriale. 3. Il progresso tecnologico Per molto tempo si attribuì una rilevante importanza per l'avvio dell'industrializzazione alle invenzioni del 1700. Tuttavia, gli studiosi sono arrivati a confermare che non furono le invenzioni a dare inizio alla rivoluzione industriale, ma che bensì fu quest'ultima ad esigere l'introduzione di nuove tecniche. A questo punto, quindi, è necessario fare una distinzione tra “invenzioni” ed “innovazioni”; il termine “invenzione” indica la scoperta della tecnica, il termine “innovazione” indica l'applicazione pratica di essa. Quindi, non furono le invenzioni in quanto tali a dare avvio al cambiamento; furono, bensì, le innovazioni. Lo sviluppo tecnologico interessò soprattutto il settore delle macchine utensili, della generazione di energia motrice, di estrazione e lavorazione del carbone e di altri minerali ferrosi. Per quanto riguarda il campo delle macchine utensili, questo ebbe una grande importanza per la nascente industria tessile, per la quale, infatti, costruì macchine che migliorarono la tessitura, la filatura e la stampa dei tessuti. Furono inventati strumenti come la navetta volante e la filatrice idraulica, ma un posto del tutto particolare venne occupato dalla macchina da cucire. Il successo di questa dipese non solo dal fatto che essa divenne uno strumento domestico, per cui ogni donna poteva produrre da sé abiti per tutta la famiglia, ma soprattutto dal fatto che essa comportò la nascita dei primi atelier per la confezione di abiti: l'abbigliamento divenne un nuovo settore produttivo. Il
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passaggio successivo del progresso tecnologico fu l'utilizzo del vapore come forza motrice. Fino ad allora le macchine moderne venivano fatte funzionare mediante l'energia che veniva prodotta da delle ruote idrauliche poste lungo i fiume; le industrie, quindi, dovevano necessariamente essere stanziate vicino ai fiumi. Con l'utilizzo del vapore, invece, le industrie poterono avere svariate dislocazioni. Il vapore veniva prodotto dalla combustione di un minerale, i cui giacimenti erano molto numerosi nel territorio inglese: il carbone. Carbone e vapore divennero i simboli della rivoluzione industriale. Per quanto riguarda il settore siderurgico, invece, fu molto importante l'invenzione del convertitore. Questa era una macchina capace di separare il carbone dalla ghisa. La costruzione del prima forno, nel 1864, consentì l'inizio della produzione in larga scala dell'acciaio. Tutte queste innovazioni rappresentarono soluzioni pratiche a problemi concreti. 4. L'industria del cotone La prima attività industriale che si avvalse delle nuove tecnologie fu l'industria del cotone. L'Inghilterra, nel 1787, importava 2,5 milione di libbre di cotone grezzo; nel 1837 arrivò ad importante 366 milione. Questi dati mostrano quanto fu grande il salto di qualità comportato dalla rivoluzione industriale. Prima di questa, il cotone veniva utilizzato nella lavorazione di tessuti misti, mentre il materiale principalmente lavorato era la lana; ora, grazie all'espansionismo dell'Inghilterra e alle importazioni dalle colonie americane, l'Inghilterra abbondava di così tanto cotone grezzo da potersi specializzare nella sua lavorazione. Ovviamente vi furono altri fattori che determinarono lo sviluppo dell'industria del cotone: innanzitutto in Inghilterra non erano presenti metodi di lavorazione tradizionali; erano presenti solo metodi di lavorazione rudimentali che non opposero resistenza all'introduzione delle nuove tecniche. In secondo luogo, sebbene l'industria del cotone si basasse su impianti innovativi, questi avevano costi assai limitati che rendevano possibili investimenti che si sarebbero potuti ricompensare molto presto. A questo punto all'industria del cotone mancava solo la manodopera che non necessariamente doveva essere composta da lavoratori specializzati in quanto era semplicissimo manovrare le macchine del cotone. Lo sviluppo demografico aveva reso disponibile nei confronti dell'industria del cotone, una numerosissima manodopera a basso prezzo composta, oltretutto, da bambini e donne. Questa manodopera era necessaria per far entrare le industrie del cotone sul mercato a prezzi competitivi, per fare in modo che il cotone venisse comprato sia dalla popolazione a basso reddito, sia dalla popolazione ad alto reddito che veniva attratta dalla qualità del materiale. Tutto ciò si concluse con una domanda che aumentava proporzionalmente alla diminuzione del presso, e per la quale si rese disponibile un'offerta flessibile. 5. L'industria del ferro L'industria del ferro si sviluppò parallelamente allo sviluppo della rivoluzione scientifica. Ciò accadde perché l'industria siderurgica era collegata con tutte le altre attività industriali, le quali avevano bisogno di macchine composte prevalentemente da ferro. Così, non solo le industrie del ferro sopperivano al bisogno di macchine e strumenti, ma contemporaneamente perfezionavano le loro tecniche di lavorazione e ne introducevano delle nuove. L'industria del ferro, sebbene avesse un assetto moderno e stabile già dal 1500, attraversò un periodo di crisi; tale crisi era dovuta sia alla mancanza di ferro di buona qualità in Inghilterra, sia alla scarsa disponibilità di energia. Quest'ultima, infatti, veniva prodotta negli altiforni, dove si procedeva alla combustione del carbone di legno: non solo la combustione di questo materiale era lenta ed incompleta, ma il materiale stesso era in via di esaurimento. Si decise, allora, di sostituire il carbone di legna con il coke, il prodotto della distillazione del carbone fossile; questo, tuttavia, essendo ricco di impurezze, comportava una combustione a temperature molto elevate che non potevano essere raggiunte negli altiforni. Tutto ciò, di conseguenza, si tradusse con l'importazione del ferro dalla Svezia. Si trovò una soluzione con l'invenzione della macchina a vapore. Il vapore, che veniva prodotto dalla combustione del carbonio, permise sia di produrre ghisa di ottima qualità (ghisa= ferro+carbonio), sia di produrre energia a costi bassissimi. La produzione di ghisa crebbe a dismisura, e il ferro divenne il simbolo della civiltà delle macchine. Con il passare del tempo, inoltre, il ferro cominciò ad essere utilizzato anche a scopi pubblici e abitativi: tra il 1775 e il 1779, infatti, si costruì il primo ponte di ghisa lungo 30 m, e, nel 1796, se ne costruì un altro lungo 71 m.

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6. La fabbrica e le trasformazioni della società Il sistema della fabbrica comportò dei cambiamenti anche nelle modalità di produzione e nella suddivisione del lavoro. Fino alla prima metà del 1700, in Inghilterra, le attività lavorative avevano luogo nelle botteghe, erano cioè attività lavorative a domicilio, e i lavoratori si dedicavano a qualsiasi tipo di mansione a orari e ritmi che meglio gli si addicevano. Con l'introduzione delle macchine e del vapore, questo sistema di lavoro venne completamente eliminato. Innanzitutto i lavoratori non lavoravano più nelle botteghe ma bensì nelle fabbriche, ed erano salariati, cioè ricevevano una somma di denaro giornaliera in cambio del proprio lavoro. In secondo luogo i lavoratori dovevano rispettare una rigorosa disciplina: ognuno doveva svolgere solo la mansione che gli era stata affidata secondo la suddivisione del lavoro e iniziare, sostare, e terminare il lavoro assieme a tutti gli altri, rispettando i ritmi di lavoro della macchina e non i propri. Il sistema di fabbrica apportò cambiamenti anche nell'organizzazione territoriale del lavoro, sia per quanto riguarda le città che per quanto riguarda le campagne. Le industrie erano situate sopratutto nei centri urbani che, ovviamente, crebbero tantissimo; anche le campagne crebbero in quanto dovettero ampliare i territori da coltivare per sopperire alle esigenze alimentari di una popolazione in continua crescita. Tutte queste trasformazione portarono alla nascita del proletariato industriale, la cui formazione, tuttavia, fu lenta è complessa; ciò per vari motivi: innanzitutto, nelle prime fasi dell'industrializzazione, la popolazione della campagna cresceva rapidamente ma preferiva non trasferirsi nelle città in quanto era in vigore una legislazione di protezione dei poveri che ostacolava la manodopera; in secondo luogo, era molto limitata la nascita del libero mercato del lavoro. Accanto a questi fattori oggettivi, erano presenti anche le resistenze degli artigiani, dei contadini e dei lavoranti a domicilio che, con l'introduzione di questo nuovo sistema di lavoro, videro completamente sfasate le proprie abitudini di vita e le proprie tradizioni. D'altronde i lavoratori si trovarono a lavorare per 12-16 ore di fila; i lavoratori non erano solo uomini, bensì anche donne e bambini. I lavoratori stavano all'interno di fabbriche in condizioni precarie e di scarsa igiene; inoltre erano costretti a vivere in condizioni di sovraffollamento e in una situazione di generale povertà. Questi furono i presupposti che portarono alla nascita di nuove azioni politiche. 7. Arretratezza e sviluppo nell'Europa continentale Il sistema di fabbrica che si era sviluppato in Inghilterra alla fine del 1700, prese avvio nel continente europeo e negli Stati Uniti nel 1830 circa. Tuttavia la situazione economico-sociale di questi paesi non rispecchiava quella di un paese in prossimità di sviluppo; più che altro, questi continuavano a mantenere la situazione dell' <<ancien régime>>: l'economia si basava sull'agricoltura, la quale era molto arretrata; le uniche innovazioni agricole furono l'introduzione di aratri che riuscivano a smussare a profondità maggiori il terreno e di nuovi sistemi di rotazione; le macchine che in Inghilterra veniva utilizzate già da anni e i concimi artificiali erano del tutto sconosciuti. Le arretratezze agricole non derivavano solo da fattori tecnici, ma anche dalla frammentazione del mercato. I trasporti erano, infatti, molto lenti e, inoltre, erano ostacolati dalla presenza di dazi doganali sia tra uno Stato e l'altro, sia all'interno di uno stesso stato; per questi motivi la maggior parte della produzione non riusciva mai a raggiungere nemmeno i mercati nazionali. Tuttavia, accanto a questi elementi di arretratezza esistevano anche elementi di sviluppo. Il primo di questi è sicuramente lo sviluppo demografico: dal 1800 al 1850 la popolazione crebbe del 50% grazie alla diminuzione della mortalità: ciò comportò l'ampliamento dei mercati. Un altro fattore di sviluppato è rappresentato dal progresso scientifico: in questi anni furono fatte numerose e importanti scoperte (chimica organica, termodinamica, ecc...). Per quanto riguarda, invece, il settore delle scienze applicate, le scoperte più importanti sono rappresentate dalla macchina a vapore e dalle locomotive, entrambe conseguenza della rivoluzione industriale. Le locomotive e le ferrovie nacquero dall'esigenza di trovare un modo per riuscire a trasportare le quantità sempre maggiori di carbone. Le ferrovie furono la soluzione migliore e, sebbene costruirle richiedesse investimenti molto grandi, il fatto che questo tipo di trasporto fosse più conveniente rispetto ai trasporti antichi, invogliò la loro realizzazione. Gli effetti dello sviluppo ferroviario non furono solo economici, anzi, furono soprattutto industriali. La costruzione delle ferrovie, infatti, procurò l'installazione di migliaia di chilometri di binari e la costruzione di motrici e vagoni, di stazioni e di depositi: tutto ciò costituiva uno sforzo produttivo enorme che stimolò le industrie siderurgiche e meccaniche e l'estrazione del carbone. Con il passare del tempo furono costruite ferrovie in tutti i paesi; la locomotiva e la ferrovia divennero il simbolo del progresso.
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8. L'industrializzazione dell'Europa continentale Nei primi dell'800, nei paesi dell'Europa continentale, l'avvio dell'industrializzazione risultò molto difficile. Ciò perché in questi paesi erano presenti alcuni elementi sfavorevoli: scarsità di capitali che, comunque, venivano preferibilmente utilizzati per gli investimenti nelle terre, e scarsità di banche che, comunque, si orientavano sulla speculazione finanziare piuttosto che sugli investimenti produttivi. Inoltre il tenore di vita della popolazione di questi paesi era mediamente più basso rispetto a quello della popolazione della Gran Bretagna. Tutto ciò, ovviamente, rendeva difficile assimilare i prodotti dell'industrializzazione. Sebbene fossero presenti tutti questi elementi sfavorevoli, già dal 1815 cominciarono a formarsi alcuni nuclei di industria moderna. Tali nuclei sorsero nelle cosiddette zone privilegiate, ossia in quelle zone ricche di giacimenti e con un determinato assetto politico e sociale. I nuclei di industria moderna erano maggiormente situati nella zona compresa tra la Manica e le Alpi Svizzere; vi erano numerosi nuclei anche in Belgio, in alcune zone della Francia e in alcune zone della Germania. Queste zone avviarono uno sviluppo molto rapido che aumentò ulteriormente nel 1830. L'aumento della sviluppo fu determinato da due fattori fondamentali: il miglioramento delle congiunture economiche, che ebbero effetti positivi sui redditi, e alcuni eventi politici (l'affermazione della monarchia borghese in Francia, l'Unione doganale tedesca, l'indipendenza del Belgio). Per quanto riguarda il Belgio, esso possedeva stretti rapporti con la Gran Bretagna e, possedendo numero giacimenti di carbone, riuscì ad entrare nel primato industriale dell'Europa continentale; il Belgio, inoltre, ebbe un impetuoso sviluppo nell'industria cotoniere. Nel Belgio, inoltre, si trovava il più grosso centro laniero in cui, tra il 1820 e il 1850, la produzione aumentò del 100%. Anche in questo settore l'aumento della produzione si accompagnò all'impiego di macchinari sempre più complessi e costosi; ci fu, quindi, un ulteriore sviluppo delle industrie meccaniche e siderurgiche. La Francia, invece, ebbe uno sviluppo meno rapido a causa della sua stessa organizzazione sociale. Nel paese, infatti, erano presenti piccoli e medi proprietari terrieri che preferivano utilizzare la forza-lavoro e i capitali nel settore agricolo piuttosto che in quello industriale. Tuttavia, con il passare del tempo, la Francia riuscì a dare inizio all'industrializzazione; si svilupparono notevolmente le industrie della lana e del cotone, quelle meccaniche e siderurgiche. Per quanto riguarda queste due ultime, la loro produttività aumentò notevolmente e le tecniche vennero rinnovate continuamente. La produzione di ferro passò dalle 4mila tonnellate del 1825, alle 187mila tonnellate del 1845. L'impero Asburgico, infine, aveva una situazione del tutto diversa: infatti, era un paese ricco con un livello decente di istruzione e con una buona amministrazione. Solo la prima fase dell'industrializzazione venne ostacolata da due elementi: il troppo potere concentrato nelle mani dell'aristocrazia terriera e i dazi doganali. Questi paesi vengono denominati i “secondi arrivati”, poiché essi, dopo la Gran Bretagna, furono i secondi in cui si avviò l'industrializzazione. Tra i paesi “secondi arrivati” devono essere ricordati anche gli Stati Uniti che, a metà Ottocento, possedevano un'industria meccanica e tessile tra le più all'avanguardia del mondo. Gli stati del nord, dove era presente un dinamico sistema industriale, trovavano negli agricoli stati del sud un mercato di notevoli proporzioni e una fonte da dove trarre il cotone, prodotto principale delle aziende agrarie di quegli stati. Simbolo di questa spinta imprenditoriale fu la costruzione della prima ferrovia che collegava l'est all'ovest. Oltretutto, in America, la popolazione crebbe con il fenomeno dell'emigrazione transoceanica. A partire dalla metà dell'Ottocento, infatti, quasi 60 milioni di europei si trasferirono in America. Ciò perché negli stati del sud era in espansione l'agricoltura, e perché nell'America del nord, dove era in formazione il sistema industriale, e la domanda di forza-lavoro era molto alta. L'Italia, o meglio l'Italia padana, va considerata come un paese tra gli “ultimi arrivati”. In Italia, già agli inizi dell'Ottocento, l'industria della sete aveva già raggiunto un primato mondiale: 1/3 circa delle esportazioni italiane erano quelle delle seta, 2/3 del quale venivano collocati sui mercati esteri. L'industria della seta assunse un'importanza centrale soprattutto in Lombardia; grazie alle industrie di questa regione l'Italia arrivò ad essere all'avanguardia in questo settore. Tuttavia, la dipendenza totale dall'estero per l'approvvigionamento di carbone, impediva che le “filande” potessero fare quel salto tecnologico verso le macchine a vapore; esse, quindi, rimasero dipendenti dell'energia idrica, sprigionata dalla rete fluviale degli affluenti del Po. Per quanto riguarda, invece, i paesi della Confederazione tedesca, questi avevano una situazione persino peggiore della Francia: avevano un numero minimo di macchine a vapore, non avevano giacimenti minerari e le industrie tessili non erano sviluppate nemmeno al minimo. Tuttavia,
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grazie all'Unione doganale e grazie alla costruzione di una lunghissima rete ferroviaria, la situazione poté lentamente migliorare. Sebbene con l'Unione doganale la Germania non divenne uno stato unitario, riuscì a divenire un'area economicamente unificata in cui l'industrializzazione poté finalmente trovare uno slancio e mettere a frutto le grandi potenzialità del territorio: miniere di carbone, grandi corsi d'acqua, ingenti capitali. Sebbene tra il 1830 e il 1848 il consumo di carbone aumentò di otto volte, il numero delle aziende diminuì per la scomparsa delle industrie a carattere familiare, mentre i fusi e i telai meccanici crebbero a ritmi rapidissimi. Questa fu la dimostrazione del fatto che l'industrializzazione stava diventando una caratteristica della Germania; ciò è anche confermato dagli investimenti e dall'enorme aumento della produzione industriale.  Un mercato trainato da beni capitali L'industrializzazione si presentava come un meccanismo in grado di protrarsi all'infinito: il mercato e il commercio continuavano ad espandersi; la domanda di materie aumentava, aumentando, quindi, la possibilità di commerciare con l'estero. Tutto ciò si traduceva nell'esigenza di migliorare ulteriormente le vie di comunicazione, mediante la costruzione di ferrovie e canali, e, in tal modo, si consentiva l'ulteriore sviluppo delle industrie siderurgiche e meccaniche. Da ciò si deduce che la crescita economica era legata, più che ai beni di consumo, ai beni capitali, ossia alle infrastrutture (ferrovie strade, canali, ecc...) e ai macchinari. I beni di consumo, infatti, rimasero relativamente inaccessibili per la maggior parte della popolazione che continuava ad avere un reddito relativamente basso.  Una divisione internazionale del lavoro In questo periodo cominciò a delinearsi una trasformazione per quanto riguarda la suddivisione internazionale del lavoro. L'autonomia alimentare dei paesi industrializzati cominciò a diminuire, ed essi iniziarono a dipendere da altri stati, quali Stati Uniti e Russia, che si stavano specializzando nella coltivazione di mais e altre colture. Inoltre, per il fatto che la popolazione continuava a crescere rapidamente, i paesi industrializzati scambiavano i propri manufatti e le proprie tecnologie con i prodotti agricoli dei paesi meno sviluppati dal punto di vista industriale.  Una nuova rivoluzione agricola Questo fenomeno coincise con una crescita della produzione agricola europea senza precedenti. L'aumento della domanda di prodotti agricoli fu il fattore di stimolo principale di questo intenso sviluppo produttivo dell'agricoltura europea a cui però corrispose una diminuzione della popolazione contadina. L'aumento della capacità produttiva, infatti, dipese dall'introduzione della meccanizzazione: macchinari simbolo di questo successo sono la mietitrice, la trebbiatrice a vapore, e l'aratro a vapore. Inoltre si attuarono interventi di bonifica ai terreni e furono introdotte nuove tecniche: rotazioni più efficaci, concimi naturali ed artificiali; selezione delle piante da coltivare. Tutto ciò, ovviamente, comportò l'espulsione dei contadini dalle campagne. Infatti, da un lato, i miglioramenti tecnologici fecero aumentare il bisogno di manodopera; dall'altro lato, invece, l'economia di mercato comportò la dissoluzione dell'economia contadina, incapace di reggere la concorrenza con il capitalismo agrario.  L'affermazione del libero scambio L'aumento della produttività comportò la necessità di un mercato capace di accogliere e far circolo il numero sempre crescente di prodotti. Questo tipo di mercato, però, entrò in collisione con i dazi, che impedivano importazioni e libere circolazioni, che erano stati ereditati dalla tradizione mercantilista . Tuttavia, a partire dalla legislazione britannica (1848) che aboliva i dazi, anche gli altri paesi cominciarono a farli diminuire, favorendo la formazione del mercato. Si entrò così nell'età dell'oro del liberoscambismo. 9. Salariati contro imprenditori La rivoluzione industriale portò cambiamenti anche nell'organizzazione sociale. Innanzitutto, al concetto di “ceto”, legato alla posizione occupata per nascita o al possedimento di diritti privilegiati, si sostituì il concetto di “classe”, legato al ruolo che un individuo aveva avuto durante lo sviluppo della propria società, una società che tendeva ad assicurare ai propri cittadini l'uguaglianza davanti alla legge. In questo periodo si venne a formare un antagonismo tra due figure importanti: il borghese, ossia il proprietario di mezzi di produzione, e il proletario,
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ossia il lavoratore salariato. Sebbene negli stati dell'Europa continentale non ci fosse ancora nemmeno l'ombra di questo antagonismo, in Gran Bretagna stava diventando un vero e proprio conflitto sociale: da una parte vi erano i borghesi e l'aristocrazia terriera che tendeva ad “imborghesirsi” che avevo un'importanza politica di primo piano; dall'altra parte vi erano i lavoratori che, sebbene fossero salariati, erano costretti a lavorare per 12-16 ore all'interno di fabbriche in condizioni gravose. Da ciò ne derivò la tendenza, da parte dei borghesi, ad assumersi la responsabilità per le condizioni gravose della situazione, mentre i lavoratori cominciarono a coalizzarsi e ad organizzare dei gruppi per ribellarsi a queste condizioni. Le prime ribellioni assunsero le forme del luddismo. I lavoratori ribelli, guidati da leader democratico-radicali, durante le loro manifestazioni pacifiche, rivendicavano diritti economici e politici, e chiedevano che fossero revocate le leggi che vietavano loro di coalizzarsi e di scioperare; da queste ribellioni nacquero le prime Trade Unions. Nei paesi dell'Europa continentale, ovviamente, le ribellioni cominciarono più tardi. Tuttavia, in questi pesi, già dai primi anni dell'industrializzazione, le numerose masse proletarie attiravano l'attenzione pubblica e delle classi dirigenti. Le masse di proletari davano problemi igienico-sanitari, intimorivano le forze dell'ordine e, nei loro confronti, cominciarono a nascere dei pregiudizi. Nelle periferie dove i lavoratori vivevano, infatti, si svilupparono l'alcolismo, la prostituzione, le nascite illegittime e le nascite illegali, per cui la classe operai cominciò ad essere definita “classe pericolosa”. Tuttavia era presente un gran numero di persona che vedevano nella classe operai la vera protagonista della Rivoluzione Industriale.  Il ruolo della banca Molto importante negli anni della Rivoluzione Industriale fu il ruolo giocato dalle nuove forme di finanziamento. Il nuovo sistemato economico, fondato sulla costruzione di fabbriche e strumenti, richiedeva un'ingente quantità di denaro che non poteva essere fornita dagli imprenditori o dai finanzieri. Quindi, sebbene durante i primi anni la Rivoluzione Industriale si autofinanziò, nella seconda metà dell'Ottocento la situazione cambio: vi era la necessità di organizzare gli investimenti di denaro su larga scala, e, a tale scopo, nacquero le prime istituzioni finanziarie e giuridiche con il compito di raccogliere la maggior parte di capitali disponibili e utilizzarli per finanziare lo sviluppo industriale. Nacquero, quindi, nuovi tipi di banche e le società per azioni.  Le varie tipologie di banche Il tipo di banca più ambizioso fu costruito in Francia dai fratelli Péreire; questa banca fu denominata Crédit mobilier. Fu il primo tipo di banca che nacque con il proposito di controllare e regolamentare la produzione e la circolazione di merci; fu, inoltre, la prima banca che basò la propria attività sul risparmio di massa. Questo modello di banca, che in Francia entrò in crisi nel 1870, si sviluppò anche in altri paesi, ad esempio in Spagna e in Italia. In Germania si sviluppò un altro tipo di istituzione finanziaria: il pulviscolo di piccole e medie banche. Queste si facevano direttamente promotrici dello sviluppo manifatturiero tedesco. In Inghilterra, invece, banca e industria rimasero separate. Le banche, infatti, si dedicarono soprattutto al commercio internazionale, mentre, per quanto riguarda le attività industriali, preferivano effettuare solo dei piccoli prestiti a breve termine che, quindi, non permettevano di finanziare lo sviluppo delle imprese. Comunque, in tutta Europa le banche furono molto importanti in quanto divennero le creatrici di mezzi di pagamenti, attraverso l'emissione di banconote e di assegni.  La società per azioni Parallelamente alle istituzioni finanziarie, crebbero quelle relative all'organizzazione dell'impresa. Tra queste, la più importante fu la società per azioni. La sua novità consisteva nel fatto che era il capitale stesso ad avere diritti e capacità giuridiche proprie; essa permetteva di raccogliere risparmi attraverso l'immissione di azioni che chiunque poteva sottoscrivere, in cambio di una quoto di profitti annuali, accettando i rischi legati al mercato. Accanto alle azioni si diffusero le obbligazioni: tale forma di finanziamento permetteva alle aziende di raccogliere i capitali dei risparmiatori in cambio del pagamento di un interesse annuo più sicuro ma meno remunerativo delle azioni; si impegnava, inoltre, alla restituzione della somma prestata. Azioni e obbligazioni, essendo anonime, circolavano più del denaro.

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IL LIBERISMO ECONOMICO IL PENSIERO ECONOMICO DI ADAM SMITH
Un aspetto molto significativo della cultura che si andò a sviluppare durante la Rivoluzione Industriale fu la nascita di una moderna scienza economica. Il fondatore di questa scienza fu Adam Smith, un uomo profondamente legato all'Illuminismo. Egli non fece in tempo ad assistere appieno alla Rivoluzione Industriale, ma il suo pensiero divenne molto importante, ed influì eccezionalmente sullo sviluppo delle attività produttive. Al centro del pensiero di Smith si trova la concezione tipicamente illuminista secondo cui il cosmo è retto da leggi comprensibili orientate al benessere dell'uomo. Già prima di Smith alcuni autori erano arrivati a rivalutare l'<<egoismo>>, ossia l'interesse privato e personale compiuta da ciascun individuo: l'uomo, infatti, può raggiungere la felicitò solo seguendo il proprio istinto al piacere e al guadagno. Smith, proseguendo tale linea di pensiero, affermò che che ognuno, pur perseguendo il proprio guadagno, in realtà contribuisce anche al guadagno degli altri. In tutto ciò lo Stato non ha e non deve avere alcun ruolo; queste leggi sono rette unicamente dalla legge della domanda e dell'offerta. Tale legge, infatti, determinerà il prezzo delle merci, che aumenterà quando la domanda è alta ma l'offerta è bassa, e diminuirà quando la domanda è bassa ma l'offerta è alta. Ci troviamo difronte al primo punto fondamentale del liberismo, la dottrina economica di Smith. Il secondo punto fondamentale del liberismo è l'applicazione pratica di quel principio secondo cui lo Stato non deve intervenire nell'economia. Liberismo, o libero scambio, significa, infatti, rinuncia da parte dello Stato di imporre dazi o di ostacolare in qualsiasi modo le importazione e la circolazione delle merci e dei prodotti. Il protezionismo, infatti, impedisce l'ingresso nel Paese di quei beni che potrebbero fare concorrenza alle industrie nazionali, e, anche se questi beni riuscissero ad entrare, si porrebbero su di loro dazi talmente alti da impedirgli di essere venduti a prezzi competitivi. Secondo Smith, quindi, il protezionismo è uno dei più gravi ostacoli dello sviluppo economico internazionale, il quale si deve basare sulla divisione del lavoro.

Anno scolastico 2011-2012

-La rivoluzione industriale-

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