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Primo discorso di Robespierre contro la dichiarazione di guerra auspicata dal governo pronunciato il 18 dicembre 1791 davanti al club dei Giacobini di Parigi. Estratto (con mia traduzione) da La Pensée révolutionnaire en France et en Europe. 1780 – 1799, présentée par Jacques Godechot, Armand Colin, 1964, pp 178-188. Signori, “La guerra!” esclamano la corte e il ministero, insieme ai loro innumerevoli seguaci. “La guerra!” ripetono un gran numero di buoni cittadini, mossi da un generoso sentimento, più propensi a nutrire l’entusiasmo del patriottismo che avvezzi a meditare sulle forze delle rivoluzioni e gli intrighi delle corti. Chi oserà contraddire quest’impressionante grido? Nessuno, tranne coloro che sono convinti che occorra una ponderata deliberazione prima di prendere una risoluzione decisiva per la salvezza dello stato e per il destino della costituzione, tranne coloro che spesso hanno osservato che la precipitazione e l’entusiasmo del momento hanno provocato le misure più funeste che abbiano mai compromesso la nostra libertà, favorito i progetti e aumentato la potenza dei nostri nemici, tranne coloro che sanno che per servire veramente la patria occorre seminare prima per raccogliere dopo, occorre aspettare dall’esperienza il trionfo della verità. Non intendo accarezzare l’opinione del momento, né lusingare la potenza dominante; non intendo nemmeno predicare una politica codarda, né consigliare un vile sistema di debolezza e inerzia; ma intendo sviluppare una trama profonda che penso di conoscere piuttosto bene. Accetto anche io la guerra, ma secondo l’interesse della nazione: prima i nemici interni si devono domare, in seguito marceremo contro i nostri nemici esterni, se ancora esisteranno. La corte e il ministero vogliono la guerra e l’esecuzione del piano che propongono; la nazione non rifiuta la guerra se è necessaria per acquistare la libertà; ma essa vuole la libertà e la pace, se possibile, e respinge ogni piano di guerra che sarebbe proposto per annientare la libertà e la Costituzione, anche sotto il pretesto di difenderle. È da questo punto di vista che dibatterò della questione. Dopo avere provato la necessità di rigettare la proposta del ministero, proporrò i veri mezzi per provvedere alla sicurezza dello stato e alla conservazione della costituzione. Quale guerra possiamo prevedere? La guerra di una nazione contro altre nazioni, o di un re contro altri re? No. E’ la guerra dei nemici della Rivoluzione francese contro la Rivoluzione francese. I più numerosi e più pericolosi dei suoi nemici sono forse a Coblenz? No, sono tra di noi. Possiamo ragionevolmente temere di trovarne alcuni a Corte e nel ministero? Non voglio rispondere a questa domanda; ma poiché la guerra darebbe alla corte e al ministero la direzione [del paese], bisogna riconoscere che la sola possibilità di tale sciagura debba essere vagliata con attenzione nelle deliberazioni dei nostri rappresentanti. La guerra è sempre il primo desiderio di un governo potente che vuole diventarlo ancora di più. Non vi spiegherò che grazie alla guerra il ministero finisce di esaurire il popolo e di dilapidare le finanze, coprendo da un velo impenetrabile le sue depredazioni e le sue colpe; vi parlerò di ciò che tocca direttamente il nostro interesse più caro. In tempo di guerra il potere esecutivo dispiega la più temibile energia, esercitando una specie di dittatura che può solo spaventare la libertà nascente; in tempo di guerra il popolo, dimentico delle deliberazioni che concernano essenzialmente i suoi diritti civili e politici, si preoccupa dei soli avvenimenti esterni, distoglie la sua attenzione dai

Pagina 2 di 5 legislatori e dai magistrati per rivolgere tutto il suo interesse e le sue speranze ai suoi generali e ai suoi ministri, o piuttosto ai generali e ai ministri del potere esecutivo. In vista della guerra sono state immaginate dai alcuni nobili ed ufficiali militari le disposizioni poco conosciute di questo nuovo codice il quale, appena scoppiata la guerra, consegnerà tutto il controllo delle nostre città di frontiere ai comandanti militari, mettendo a tacere le leggi che proteggono i nostri cittadini.

In tempo di guerra la stessa legge investe i comandanti del potere di punire arbitrariamente i soldati. In tempo di guerra l’abitudine ad una ubbidienza passiva, e l’entusiasmo troppo naturale per i capi vittoriosi, trasformano i soldati della patria nei soldati del monarca o dei suoi generali. Nei tempi di confusione e di fazioni, i capi dell’esercito diventano gli arbitri della sorte del loro paese e fanno inclinare la bilancia dal lato del proprio partito. Quando sono dei Cesari o dei Cromwell si impadroniscono personalmente dell’autorità. Quando sono cortigiani senza carattere, nullità per il bene pubblico, eppure pericolosi quando vogliono il male, ritornano a deporre la loro potenza ai piedi del padrone e l’aiutano a riprendere un potere arbitrario sotto condizione di esserne i primi lacché. ……….. Non fanno questi ragionamenti quanti sono impazienti d’intraprendere la guerra, sembrano considerarla come la fonte di ogni bene; perché è molto più facile abbandonarsi all’entusiasmo che consultare la ragione. Così si crede già di vedere la bandiera tricolore piantata sul palazzo degli imperatori, dei sultani, dei papi e dei re: cito tali quali le espressioni di uno scrittore patriota che ha adottato il sistema che combatto. Altri assicurano che appena avremmo dichiarato la guerra vedremo crollare tutti i troni insieme. Per me, che non può non vedere la lentezza dei progressi della libertà in Francia, confesso che non credo ancora alla libertà di tanti popoli abbruttiti e incatenati dal dispotismo. Credo quanto gli altri ai prodigi che può operare il coraggio di un grande popolo in uno slancio per conquistare la libertà del mondo; ma quando svolgo lo sguardo alle circostanze reali in cui ci troviamo: quando invece del popolo vedo la corte, e i servitori della corte, quando vedo un piano immaginato, preparato, condotto dai cortigiani, quando sento l'enfasi di tutte quelle declamazioni sulla libertà universale dei popoli da parte di uomini marciti nel fango delle corti e che non smettono di calunniarla, di perseguitarla nel proprio paese; allora, chiedo almeno che si interroghi su una questione di tale importanza. Mentre la corte e il ministero hanno un tale interesse alla guerra, vedrete che non hanno trascurato nulla per procurarcela. Qual' è il primo dovere dell'esecutivo? Non è di fare prima tutto ciò che è in suo potere per prevenirla? Ma cosa ha fatto per impedirla? Per due anni ha favorito le emigrazioni e l'insolenza dei ribelli. Cosa hanno fatto i ministri, se non di dolersi amaramente davanti all' Assemblea di tutte le precauzioni che municipalità e amministrazioni avevano prese per opporre una diga al torrente delle emigrazioni e dell'esportazione delle nostre armi e del nostro denaro? Cosa hanno fatto i loro seguaci dichiarati in seno all'Assemblea, se non opporsi con tutte le loro forze a tutte le misure proposte per fermarle? Non è lo stesso potere esecutivo, verso la fine di quest’Assemblea, ad avere stimolato con la sua esplicita insistenza e ottenuto, grazie al favore dei suoi fidati, la legge che le [cioè emigrazione e esportazione] incoraggia e le accentua fino all’eccesso, accordando insieme una libertà illimitata e una protezione palese? Cos’ha fatto quando l’opinione pubblica, risvegliatasi davanti all’eccesso del male, l’ha obbligato a rivelarsi senza però costringerlo ad agire? (………..) Se dobbiamo essere ingannati o traditi, sento dire, tanto vale dichiarare la guerra che aspettarla. Primo, non è questo la vera questione che voglio risolvere perché il mio sistema non tende

Pagina 3 di 5 semplicemente ad aspettare la guerra, ma a soffocarla. Ma poiché voglio ribaltare tutte le basi della vostra dottrina, voglio provare con due parole che la salvezza della libertà consiglia di aspettare la guerra piuttosto che adottare la proposta già fatta dal ministero. Nel caso di un supposto tradimento, alla nazione non resta che una risorsa sola come avete previsto: l'esplosione salutare e immediata dello sdegno del popolo francese che solo l'attacco al vostro territorio potrebbe produrre perché, come già dissi, in questo caso, i francesi, risvegliati di colpo dalla loro letargica fiducia, avrebbero difeso la loro libertà contro i nemici con dei prodigi di coraggio e di energia; il governo, l'aristocrazia l'avevano perfettamente previsto; hanno voluto scongiurare la tempesta che le minacce del patriottismo annunciavano; hanno ben capito la necessità che la corte ed i ministri sembrassero volere dirigere loro stessi il fulmine contro i nostri nemici, di modo che, ridiventato oggetto dell'entusiasmo e dell’idolatria (generale), il potere dell'esecutivo potesse operare senza difficoltà né ostacoli il piano funesto che vi ho tracciato. A questo punto, ogni cittadino informato e energico che osasse esprimere un sospetto su un ministro, su un generale, sarà denunciato dalla fazione dominante come un nemico dello Stato; allora saranno i traditori a reclamare senza tregua in nome della salvezza pubblica questa fiducia cieca e questa moderazione micidiale che finora ha assicurato l'impunità di tutti i cospiratori; allora dappertutto la ragione e il patriottismo saranno forzati a tacere davanti al dispotismo militare e davanti all'audacia delle fazioni. Non è tutto: quando capita che gli uomini liberi, o che vogliono esserlo, riescono a dispiegare tutte le risorse che dà loro una tale Causa? È quando essi combattono in patria, per le loro famiglie, davanti ai loro concittadini, alle loro mogli e figli. Allora tutti i componenti dello Stato possono per così dire concorrere ad aiutarsi a vicenda e per la forza della loro unione come del loro coraggio, possono dare rimedio ad una prima sconfitta e compensare tutti i vantaggi della disciplina e dell’esperienza dei nemici. Allora tutti i capi costretti ad agire sotto gli occhi dei loro concittadini non possono avere successo o impunità nel tradimento: tutti questi vantaggi sono persi dal momento che la guerra si svolge lontano dagli sguardi della patria, in un paese straniero, dove si apre liberamente la strada alle manovre le più funesti e tenebrose: non è più l’intera nazione che combatte per sé stessa ma un esercito, un generale, che decide il destino dello Stato. Da un lato, portando la guerra all’esterno, date alle potenze nemiche la posizione la più favorevole per farla a voi; fornite loro il pretesto che esse cercavano se la desideravano; le costringete a farla se non la volevano. I peggiori intenzionati avrebbero almeno avuto qualche esitazione a dichiarare per primi, senza alcun pretesto plausibile, la più iniqua e odiosa delle guerre: ma se per primi violate il loro territorio, irritate i popoli stessi della Germania ai quali riconoscete i Lumi e i principi che non sono ancora sufficientement sviluppati da voi, laddove le violenze esercitate nel Palatinato dai generali hanno lasciato delle impressioni ben più profonde di quelle che hanno potuto produrre poche brochures proibite, lanciate con tutti i mezzi dal governo e con tutto l’impegno dei suoi partigiani. Quale forte motivo state fornendo voi stessi al manifesto del capo e degli altri principi dell’Impero di rivendicare i loro diritti e la loro sicurezza, come risvegliate antichi pregiudizi e odi inveterati! Sentite senz’altro da voi stessi come sono incerti tutti i calcoli diplomatici sui quali riposano la garnzia che ci date riguardo alla disposizione favorevole dei principi. Essi racchiudono almeno due vizi capitali: il primo è supporre che la condotta dei despoti segua sempre il tipo di interesse politico che voi gli attribuite, e non le loro passioni, l’orgoglio del despotismo e l’orrore della libertà; il secondo consiste nell’ attribuire ad alcuni una virtù e una filosofia tali da farli disprezzare i principi e i pregiudizi dell’aristocrazia francese. Non credo a tutto ciò più di quanto creda alle idee esagerate che vi siete formate riguardo ad una presunta predisposizione dei sudditi dei monarchi ad abbracciare la vostra nuova costituzione. Spero certamente che il tempo e una congiuntura fortunata porteranno un giorno a tale grande rivoluzione, soprattutto se non fate abortire la vostra a forza di imprudenza ed entusiasmo. Ma non credere così facilemente ai prodigi di questo tipo, e riconoscete l’abilità con la quale i vostri ministri e i loro seguaci cercano di abusare di voi, della vostra leggerezza e della vostra inclinazione a vedere ovunque realizzato ciò che desiderate; e

Pagina 4 di 5 qualsiasi l’idea che avete degli intrighi delle corti, ricordate che è sempre molto al di sotto della verità. Quale condotta l’Assemblea nazionale deve intraprendere contro l’evidente trappola che gli è tesa? Si deve, dico, non aspettare la guerra, ma fare tutto ciò che possiamo per renderci capaci di non temerla ed anche di impedirla. Se il potere esecutivo ha fatto tutto quel che poteva per darci la guerra, i rappresentanti della nazione, passati o presenti, sono veramente esenti di rimproveri a questo proposito? Come mai ci troviamo ridotti adesso ad occuparci della guerra esterna? È perché essa è pronta ad accendersi all’interno; è perché si spera sorprenderci in uno stato di minore difesa. Qual è la causa di questo doppio inconveniente? La malintenzione del ministero, combinata con la credulità e la debolezza del corpo legislativo. Se l’Assemblea dimostrasse fermezza non per un istante ma costante e sostenuta contro i cospiratori dal dentro e dal fuori; se adottasse non le misure ostili e pericolose che convengono solo da potenza a potenza, ma le misure del sovrano che punisce i ribelli; se facesse tutto ciò che richiedono i princìpi e la salvezza pubblica; se, invece di lasciare che ad ogni ministro ciarlatano che accieca la nazione per tradirla all’istante, ne succedesse un’altro volto a seguire l’esecuzione dello stesso disegno sotto una nuova maschera, la nazione vedesse cadere sotto la spada delle leggi la testa di coloro che hanno tramato la rovina del proprio paese; se accusato da tutti i dipartimenti dell’impero, rivelato agli occhi di tutti quelli che hanno occhi per vedere e un po’ di patriottismo, l’ultimo ministro della Guerra fosse dato in esempio minatorio a tutti i suoi simili; se, usando dei mezzi infiniti tra le sue mani per elevare le anime, fortificare e diffondere lo spirito pubblico, per circondarsi della fiducia e dell’amore del popolo, l’assemblea segnasse ogni giorno con un beneficio pubblico, con un incoraggiamento dato ai patrioti, con un atto di rigore che annientasse il despotismo e l’aristocrazia; se obbligasse tutte le teste ribelli a piegarsi sotto il giogo della giustizia, dell’uguaglianza e davanti alla maestà del popolo, nello stesso tempo che provvederebbe alla sicurezza interna dello Stato; allora voi vedreste scomparire questa insolente lega la cui audacia cresce in proporzione allo spazio che vostra debolezza gli dà nell’impero. Ecco i consigli che dovete dare e che dovete seguire finché potete. A Coblenz, dite, a Coblenz! Come se i rappresentanti del popolo potessero riempire tutte le loro obbligazioni nei suoi confronti recandogli il dono della guerra. Sarebbe a Coblenz il pericolo? No, Coblenz non è una seconda Cartagine: la sede del male non è a Coblenz, sta tra di noi. Prima di correre a Coblenz almeno rendetevi capaci di sostenere una guerra. Può essere che, nello stesso momento in cui tutti lamentano in Francia il piano formato ed eseguito dal ministero di disarmare le vostre guardie nazionali, di affidare il commando delle vostre truppe ad ufficiali sospetti, di lasciare i vostri reggimenti senza capi, e parte delle vostre frontiere senza difese, nello stesso momento in cui stimola la discordia all’interno, può essere che vi debbiate impegnare in una spedizione di cui non conoscete né il piano, né le segrete cause, né le conseguenze? Addirittura il ministro non si è neanche degnato di informarvi dei suoi rapporti con le potenze straniere! Mantiene un silenzio misterioso su tutto ciò che vi importa di più conoscere! Non si è neanche degnato communicarvi le richieste che pretende avere avanzate, e state per intraprendere la guerra perché un nuovo cortigiano, che succede ad un altro cortigiano, ha fatto risuonare nelle vostre orecchie il gergo costituzionale che i suoi predecessori avevano sprecato altrettanto. Ah! Non vi pare di somigliare all’uomo che corre incendiare la casa del nemico quando prende fuoco la propria? Riassumo. Non bisogna dichiarare la guerra adesso. Bisogna prima di tutto fare fabbricare delle armi ovunque possibile; bisogna armare le guardie nazionali; bisogna armare il popolo anche se solo con delle picche; bisogna prendere delle misure severe e differente di quelle adottate finora affinché i ministri non possano impunemente trascurare la sicurezza dello stato; bisogna sostenere la dignità del popolo e difendere i suoi diritti troppo trascurati. Bisogna invigilare sul buon uso delle finanze, ancora avvolte nell’oscurità, invece di finire di rovinarle con una imprudente guerra alla quale il solo sistema dei nostri assegnati farebbe di ostacolo se la facessimo all’estero; bisogna punire i ministri colpevoli e perseverare nella risoluzione di reprimere i preti sediziosi.

Pagina 5 di 5 Se, malgrado la ragione e l’interesse pubblico, la guerra fosse già decisa, bisognerebbe almeno evitare la vergogna di farla seguendo l’impulso e il piano della corte. Bisognerebbe iniziare con mettere sotto accusa l’ultimo Ministro della Guerra di modo che il successore capisca di essere nel mirino del popolo; bisognerebbe incominciare con mettere sotto processo i ribelli e mettere i loro beni sotto sequestro, al fine che i nostri soldati non sembrino gli avversari di guerrieri armati per la causa del re contro una fazione opposta, ma appaiono come ministri della Giustizia nazionale partiti per punire i colpevoli. Invece se, nel decidere la guerra, sembrate seguire solo lo spirito dei vostri ministri; se alla prima comparsa del capo del potere esecutivo, i rappresentanti del popolo si prosternano davanti a lui; se subissano di applausi prematuri e servili il primo agente che presenta loro; se danno alla nazione l’esempio della leggerezza, dell’idolatria, della credulità; se la mantengono nell’errore pericoloso di ravvedere nel principe o i suoi agenti i suoi liberatori, allora come sperare che il popolo sarà più vigile di coloro che egli ha incaricato di vigilare su di sé, più assiduo di coloro che devono prodigarsi per sua causa, più saggio dei saggi stessi che ha scelti? Non dite più che la nazione vuole la guerra. La nazione vuole che gli sforzi di suoi nemici siano annientati e che i suoi rappresentanti difendano i suoi interessi: la guerra ai suoi occhi è un rimedio estremo che desidera evitare; tocca a voi illuminare l’opinione pubblica, basta presentarle la verità e l’interesse generale per farli trionfare. La grandezza di un rappresentante del popolo non è di lusingare l’opinione passaggera eccitata dagli intrighi dei governi, alla quale si oppone la severa ragione e che smentiscono lunghe calamità. Essa consiste a volte a combattere da solo, forte della propria coscienza, contro il torrente di pregiudizi e delle fazioni. Deve affidare la felicità pubblica à la saggezza, la felicità propria alla propria virtù, la sua gloria alle persone oneste e alla posterità. In verità, noi tocchiamo una crisi decisiva per la nostra Rivoluzione, grandi eventi stanno per succedere con rapidità. Guai a coloro che in queste circostanze non sapranno immolare allo spirito pubblico lo spirito di parte, le loro passioni e i loro pregiudizi! Ho voluto oggi pagare alla mia patria l'ultimo debito che forse avevo in suo favore. Non spero che le mie parole si realizzino adesso; mi auguro che l'esperienza non giustificherà la mia opinione: ma in quest’ultima eventualità, una consolazione mi resterà; potrò attestare davanti al mio paese di non avere contribuito alla sua rovina.