FERDINANDO RANCAN

IL SENSO DEL VIVERE
Uomo - Tempo - Eternità

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(cenno biografico sull’autore)

Don Ferdinando Rancan è nato a Tregnago, Verona, il 14 giugno 1926. Dopo aver conseguito la maturità classica, si laurea in Scienze Naturali nel 1955 presso l’Università «La Sapienza» di Roma. Tornato a Verona e completati gli studi teologici, riceve l’Ordinazione Sacerdotale e si dedica per parecchi anni all’insegnamento nel Seminario diocesano e nei Licei della città. Dopo essere stato parroco per vent’anni presso la “Pieve dei Santi Apostoli” in Verona, attualmente svolge il suo ministero sacerdotale presso la chiesa di Sant’Eufemia nella sua città di Verona.

Altri scritti:
“Là dove cielo e terra si incontrano” – (La preghiera e la Messa nella vita del cristiano) “Ricevi questo anello...” (Riflessioni sull’amore umano e il matrimonio). “Non presentarti a mani vuote davanti al Signore” - Come santificare il tempo – Ed. Segno di Udine “Fiori di melograno” Raccolta di poesie. Ed. Athesis “In quella casa c’ero anch’io” – Vita di Gesù narrata da un piccolo. Ed. Fede & Cultura

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PREFAZIONE
Un millennio muore, un millennio nasce! Il tempo di fronte all’eternità: l’uomo di fronte a Dio. La ruota del tempo non conosce stanchezze, ma anche il suo moto non soffre impazienze. Il tempo non invecchia mai, è il giovane compagno di viaggio di tutte le cose. Quanti millenni avrà visto nascere l’umanità? Quanti ancora ne vedrà tramontare? Le ere del cosmo sono nascoste nell’età delle stelle, e le vicende della terra giacciono sepolte negli strati della sua corteccia; ma i millenni della storia, quelli passati e quelli che verranno, sono scritti in un libro che nessuno conosce. «Non è dato a voi di conoscere i tempi e i momenti...». Eppure, da sempre, l’uomo ha sentito il bisogno di misurare il tempo e le cose, segno che in lui qualcosa sfugge ad ogni misura; egli è misurato dal tempo ma è anche misura del tempo; qualcosa in lui attinge ad una coordinata trascendente: l’eternità. Per secoli il sole è stato l’unico orologio dell’uomo. Poi un giorno gli antichi inventarono la clessidra; vi facevano scorrere l’acqua o la sabbia, ma in realtà vi vedevano scorrere il tempo. Infatti, l’assillo profondo del cuore umano non sta nel desiderio di misurare le cose, ma sta nel bisogno di capire il lento e inarrestabile scorrere del tempo che gli ricorda il problema cruciale dell’esistenza: che senso hanno le cose, e soprattutto che senso ha ciò che scorre dentro il tempo, cioè la vita. E così ciascuno di noi tiene nelle proprie mani la sua clessidra. C'è chi la guarda come un giocattolo e magari ci scherza e se ne trastulla: sono le anime superficiali che si giocano la vita per il tempo, mentre le anime nobili e sagge si giocano il tempo per la Vita. C'è chi guarda la sua clessidra con terrore: anime assillate dall'angoscia per il tempo che, inesorabile, non si ferma mai, e anime in ansia per la paura che improvvisamente si svuoti la clessidra e il tempo finisca nel nulla. C'è chi guarda la sua clessidra giocondamente; vorrebbe che scorresse lenta per godersi il tempo; sono anime di buontemponi che "non hanno tempo" per la Vita. C'è poi chi guarda la clessidra con gli occhi smarriti di chi s'interroga sull'oggetto che tiene tra le mani e non sa che farsene perché non sa a che cosa serve; non conosce né il tempo né la vita perché non conosce sé stesso. C'è infine chi la clessidra non la vorrebbe guardare affatto, vorrebbe nasconderla, eliminarla: la vede come un giudice implacabile che gli ricorda diritti e doveri, compiti e mansioni, progetti e responsabilità... gli ricorda la Vita. Ma la clessidra è sempre lì, incollata alle nostre mani. Non abbiamo alternative: o usarla per misurare il tempo, o usarla per misurare la Vita. Il cristiano guarda alla sua clessidra con gli occhi luminosi di un figlio di Dio. Ama la clessidra perché ama la Vita; vive la vita e perciò gioisce della clessidra. La tiene nelle sue mani senza scuoterla o abbandonarla, e quando è il momento la capovolge, perché il cristiano continuamente "ricomincia" nella sua vita di figlio di Dio. Il cristiano sa che gli appartiene la vita e gli appartiene il tempo, e non li separa perché, in noi creature, la vita senza il tempo è un'utopia e il tempo senza la vita è il nulla.

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Abbandonata la clessidra, la tecnica ci ha dato l’orologio. Orologi sempre più sofisticati, autentici capolavori di fantasia per la forma e di precisione per la tecnica stanno scandendo su tutti i meridiani della terra gli istanti infinitesimali della vita umana. E così abbiamo prodotto milioni di orologi, ma forse abbiamo perduto il senso del tempo e smarrito il cammino della vita. Dio è l’unico, vero orologio dell’uomo, il solo che possa illuminare il nostro cammino nel tempo e far scorrere nel tempo il flusso della Vita. Dobbiamo tornare al Sole, il sole divino: Gesù Cristo. E’ lui la «pienezza del tempo». Egli abbraccia il tempo da cima e fondo e lo illumina tutto: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine... Colui che era, che è e che viene». Da duemila anni questo Sole illumina il mondo, ma da sempre e per sempre Egli illumina l’umanità. E’ lui l’orologio della storia umana, lui: Gesù Cristo, unico Salvatore, ieri, oggi e nei secoli. Pronunciare queste parole nella società di oggi è come parlare un linguaggio indecifrabile, estremamente lontano e incomprensibile, di cui si è perso completamente il vocabolario. Gesù Cristo: la cultura secolarizzata in cui viviamo ha tolto a Gesù di Nazareth ogni rilevanza storica, lo ha ridotto ad una figura fra le tante, perduta nella nebbia del passato. Tutt’al più serve come pretesto per tavole rotonde o per fictions televisive e cinematografiche. Unico Salvatore: il significato di queste parole esula completamente dai problemi dell’uomo contemporaneo. L’uomo, oggi, ha bisogno di medicine che sconfiggano i grandi nemici dell’umanità: il cancro, l’Aids, la senilità, ha poi bisogno di lavoro, di libertà, di strutture sociali che lo garantiscano e gli forniscano sicurezza. Di quale «salvezza» sia portatore Gesù Cristo, l’uomo del nostro tempo non lo comprende. Tutt’al più, quello che egli riesce a scoprire in Gesù di Nazareth è un affascinante esempio di solidarietà umana, di onestà, di fortezza e coerenza morale che lo collocano tra i grandi spiriti, tra i leaders morali e religiosi dell’umanità, destinato quindi a condividere con loro lo spazio riservato ai problemi spirituali dell’uomo, in un pluralismo religioso dove tutte le risposte rivestono uguale dignità. Ieri, oggi e nei secoli: anche questa espressione contiene categorie che la nostra cultura, soprattutto occidentale, ha perduto da tempo. Nel senso tradizionale, cioè nel senso comune dell’umanità, ieri ha una sua consistenza oggettiva e appartiene alla storia. Nella cultura attuale non esiste un «ieri» vero e proprio, ma un «passato» puramente soggettivo che non appartiene alla storia ma alla memoria, un «passato» che diventa interpretazione puramente soggettiva di una memoria rovinata da ideologie e corrotta dalla menzogna. Così pure, l’oggi dell’uomo moderno non ha un suo valore, un suo contenuto oggettivo, si riduce a pura fruizione di ciò che il benessere può offrire insieme all’angosciosa tensione verso un futuroutopia conteso fra timore e desiderio. In altre parole, l’uomo del nostro tempo, ormai abbuffato di cultura scristianizzata, non conosce più la realtà, quella vera, quella profonda, quella che dura sempre perché radicata nei valori perenni che non passano e non invecchiano. E così gli è rimasto solo il moto, il fluire superficiale di ciò che passa, di ciò che è effimero e apparente. E’ la cultura del «non-senso», della «mancanza di significato», cultura di cui è imbevuto l’uomo contemporaneo. Ebbene, proprio a quest’uomo della società secolarizzata, che non ha più né mezzi né categorie culturali per capire, l’unica voce disponibile che può aiutarlo e può rendergli possibile la conoscenza della Verità è la voce di Gesù Cristo che continua ad offrirsi al mondo come Via, Verità e Vita. 4

Occorre ripeterlo con forza: Gesù Cristo è l unico Salvatore, ieri, oggi e nei secoli: lo «ieri» di Cristo è la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione nella loro realtà storica come i Vangeli ce l’hanno consegnata e nel loro perenne valore salvifico; l’«oggi» di Cristo è la Chiesa; in essa, con il Vangelo e i sacramenti, Cristo continua la sua presenza di Salvatore. Il cristiano - occorre ripeterlo - non crede ad un uomo del passato, ad uno dei grandi spiriti dell’Umanità. Budda è morto, Confucio è morto, Maometto è morto, Socrate e Platone sono morti; e sono morti anche Abramo, Mosè e i Profeti. Cristo è vivo perché è risorto e ha vinto la morte. Infatti la sua stessa morte non è stata una «morte», ma è stata il sacrificio della sua Vita per la salvezza del mondo. infine, i «secoli dei secoli» sono la sua eternità, dove Cristo risiede alla destra del Padre nella gloria come unico, grande intercessore per tutta l’umanità.

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Natale 1999: la Chiesa entra dunque nel terzo millennio della sua storia. Vi entra con una rinnovata e più profonda consapevolezza che Colui che duemila anni fa è nato a Betlemme, l’ha costituita come «segno levato fra le Nazioni». Un «segno» che ha attraversato secoli di storia segnati dal sangue dei martiri, dall’eroica dedizione di tanti pastori, dalla vita di innumerevoli testimoni dell’amore di Dio; ma anche un segno che è passato attraverso venti impetuosi e terribili tempeste che hanno inferto dolorose ferite e lasciato profonde cicatrici sul suo corpo, e tuttavia è un «segno» del quale tutti i popoli della terra, oggi come non mai, hanno bisogno. L’umanità, questa folla sterminata di esseri umani che copre la terra, appare sempre più come un gregge sbandato senza pastore. Negli ultimi secoli molt i mercenari hanno preteso di essere pastori, e i lupi hanno sbranato interi popoli, e i popoli stessi sono diventati lupi rapaci gli uni per gli altri. Un’umanità stremata e sbandata approda così, col suo carico di valori e di orrori, al terzo millennio dell’era cristiana come su un altopiano dopo una lunga e faticosa scalata. L’ultima rampa di questa scalata, il secolo ventesimo, è stata la più dura e drammatica di tutto il suo lungo viaggio nella storia. Questo secolo dilaniato dalle ideologie, drogato dai successi tecnici e materiali, rimarrà come uno dei più crudeli e disumani nell’esperienza dell’umanità. Milioni di esseri umani sono stati sacrificati dall’odio: guerre senza interruzione, crudeli e devastanti, hanno attraversato quasi tutte le regioni del pianeta, idee impazzite e princìpi delirant i hanno costruito lager, gulag, foibe, forni crematori, hanno giustificato genocidi, pulizie etniche, deportazioni forzate, violenze e terrorismi che non hanno risparmiato esseri innocenti e indifesi. Un secolo duro e violento in cui si è distrutto molto e costruito sul nulla, un secolo in cui la dignità della persona umana ha subito violenze e umiliazioni che hanno pochi riscontri in altre epoche della storia. Questa progressiva pazzia che si è scatenata contro l’uomo e contro Dio ha procurato alla Chiesa migliaia di martiri: dall’Estremo Oriente al Messico, dalla Spagna ai Paesi dell’Est, in molte regioni dell’Africa e dell’America Latina... Davvero, al termine di questo secondo millennio «la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri» (TMA n. 37). Essa dunque continua ad essere più che mai segno di contraddizione, e tuttavia l’unico segno levato fra le Nazioni che offra all’umanità confusa e stressata una Verità certa e una salvezza vera. 5

Verità e salvezza hanno un Nome che è di origine divina perché è stato imposto dall’alto: «Lo chiamerai Gesù», cioè «Dio-che-salva». E’ dunque un nome costitutivo della persona e della sua missione. La persona è il Figlio di Dio, la missione è la salvezza degli uomini. L’una e l’altra non possono venire meno, ma riempiono il Tempo e la Storia. Incontrare Cristo, vivo e vivente nella Chiesa, è la grande sfida del terzo millennio alla quale sono chiamati tutti i popoli della terra, tutte le Nazioni, tutte le culture e le civiltà. E’ questo il grido profetico lanciato al mondo dal Pietro del 2000: «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa. Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore, così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. E’ invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi, - vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia - permettete a Cristo di parlare all’uomo. Lui solo ha parole di vita, si! di Vita Eterna». Anche noi, guardando a Cristo lungo le pagine di questo libro, terremo in mano la nostra clessidra, ricordandoci che il tempo è un tesoro che Dio ci ha consegnato. Ciò che scorre nella clessidra non è più sabbia e nemmeno oro o brillanti, è un tesoro molto più prezioso: è la Vita, quella umana e quella divina che Cristo ci ha portato e che l’Amore trasformerà in Eternità.

L’Autore

Verona, 14 settembre 1998 Festa dell’esaltazione della Santa Croce

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IL TEMPO

1 - Una leggenda
Alfonso il Savio, re di Castiglia e di Leòn, una delle personalità più rappresentative del Medio Evo europeo, ha raccolto in una delle sue "Cantigas de Santa Maria" un'antica leggenda mariana che nella sua graziosa ingenuità può farci sorridere e tuttavia possiede la forza delle cose vere, delle verità che fanno pensare. La leggenda narra che un pio monaco, la cui semplicità potrebbe degnamente figurare nei fioretti di S.Francesco, fu preso da un vivo desiderio di conoscere il Paradiso. Teneramente devoto com'era della Vergine Santa, si rivolse a Lei pregandola di ottenergli il privilegio di vedere il cielo, anche solo per un momento. La Madonna accolse il desiderio di quel monaco e lo fece portare in Paradiso, ma quando fece ritorno nel suo monastero, egli si trovò completamente smarrito; non riusciva a riconoscere nessuno dei suoi compagni. In realtà, la sua permanenza in Cielo nella contemplazione della gloria di Dio, permanenza che gli era sembrata brevissima, era durata tre secoli. Il Beato Josemarìa Escrivà, che cita questa stessa leggenda in una delle sue omelie 1 (la applica al mistero della Santissima Eucarestia, dove Gesù Cristo da venti secoli ci attende, ci ama e ci cerca), fa osservare che per un cuore innamorato venti secoli sono come un soffio. Ma la singolare vicenda di quel monaco potrebbe suggerirci un'altra riflessione, su una verità anch'essa importante per ogni cristiano, anzi per ogni uomo: esiste un nesso essenziale tra la nostra vita sulla terra e la nostra vita nel cielo, fra il tempo e l'eternità. In sostanza, l'esperienza vissuta dal pio monaco della leggenda è stata questa: un solo istante di gloria nel cielo ha riempito tre secoli della sua vita sulla terra; come dire che il valore del tempo sta nel suo peso di eternità. Tutta la nostra vita sulla terra, quella più breve e quella più longeva, come anche la stessa vicenda umana con tutti i millenni della sua storia, ricevono valore e significato dall'Istante Eterno, cioè da Dio che chiama tutte le creature a partecipare della sua gloria.

2 - Il mistero del tempo
Il mistero del tempo ha sempre affascinato e tormentato l'intelligenza umana; pensatori e filosofi, scienziati e poeti, hanno inseguito le ragioni profonde di questo mistero e si sono cimentati con i più raffinati strumenti del sapere filosofico, scientifico e poetico, in risposte che fossero luce per la precaria condizione terrena dell'uomo e ne appagassero l'inquieto bisogno di immortalità. La stessa coscienza dell'uomo comune, l'uomo di tutti i tempi, è stata fortemente toccata da questo fascino, e tutti conosciamo gli innumerevoli riferimenti al mistero del tempo che in ogni cultura e civiltà hanno caratterizzato tradizioni popolari, riti religiosi,
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Beato Escrivà, E' Gesù che passa, n. 151

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consuetudini sociali e rappresentazioni mitiche, e che hanno influenzato letteratura e folclore. Tutto questo è la conferma che il mistero del tempo coinvolge intimamente il senso stesso della vita umana, chiama in causa il significato della nostra esistenza sulla terra; in definitiva, pone il problema del nostro destino, il destino di creature che sentono di avere qualcosa che non si può ridurre al semplice divenire, al puro fluire della vita e delle cose. Ciò che scorre sotto i nostri occhi e dentro di noi, accendendo desideri e progetti ma insieme consumando energie, risorse e prospettive non è tutta la realtà; c'è qualcosa di immutabile e di eterno nella parte più intima del nostro essere. Il desiderio stesso che spinge l'uomo verso i grandi valori della vita non sarebbe possibile se questi valori non fossero in qualche modo già present i nell'uomo, se non a livello di esperienza, certamente come intuizione profonda del suo essere razionale; così l'aspirazione insonne alla felicità, all'amore, alla pace, così il bisogno stesso di Dio. Anche il desiderio di eternità che è dentro di noi e che nessuna negazione o scetticismo possono eliminare, è un sintomo di questa presenza che corre lungo tutto il filo della storia umana. In altre parole, la nostra vita terrena è assetata di vita eterna, l'esistenza temporale dell'uomo suppone l'eternità come sua misura e suo valore. D'altra parte Dio non poteva lasciare inappagato l'essere che Egli ha creato a sua immagine e somiglianza, e dentro gli smarrimenti e le amare sconfitte della vicenda umana, l'eternità rimane la coordinata del tempo e della storia; tutto ciò che è temporale trova il suo fondamento nell'eterno, e tutte le creature hanno perciò la loro traiettoria in Dio. E' questo il punto focale del mistero del tempo e dell'eternità, il luogo della loro analogia e perciò della loro eventuale commensurabilità; e pertanto di qui bisogna passare per una vera comprensione di tutto ciò che esiste. C'è, dunque, nell'essere umano un bisogno naturale di eternità, bisogno che conferma la trascendenza spirituale del nostro essere.

3 - Tempo ed eternità
Lo scopo di queste pagine non è quello di percorrere ciò che gli uomini hanno detto o pensato su questi argomenti, né di ascoltare la voce delle cose nel loro inarrestabile fluire. All'intelletto umano, sorretto dalle sole forze naturali, il mistero del tempo non ha mai svelato pienamente il suo volto, né ha aperto le profondità del suo abisso. Davanti al mistero del tempo, la mente umana è stata dominata da un senso di smarrimento come davanti a una cosa troppo opaca e immanente per essere penetrata e insieme troppo irriducibile e trascendente per essere dominata. L'autore del Qoelet, il noto libro sapienziale dell'Antico Testamento, tutto pervaso da un senso di angoscia davanti alla precarietà del mondo, ricorda l'impotenza dell'intelletto umano di fronte al mistero del tempo: "Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini... Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'Eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l'opera compiuta da Dio dal principio alla fine".2 Solo la Rivelazione ha svelato pienamente il significato del tempo, lo ha illuminato e reso trasparente, ha aperto un varco attraverso il quale l'eternità ha fatto irruzione nel mondo. C'è un passo stupendamente solenne che leggiamo nella liturgia del Natale: "Dum medium silentium tenerent omnia, omnipotens Sermo tuus, Domine, a regalibus sedibus venit", 3 che possiamo liberamente tradurre: "Il tuo Verbo onnipotente, o Padre, dalle sedi eterne del cielo ha rotto il silenzio del tempo e delle cose ed è entrato nel mondo". Cristo, la sua Umanità Santissima, ecco l'immensa
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Qo. 3,10-11 Sap. 18,14-15

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finestra spalancata sul tempo: attraverso essa l'eternità ha inondato di luce la storia del mondo. Seguiremo, dunque, la strada della Parola di Dio; essa non esclude l'intelligenza e la riflessione degli uomini, ma vi aggiunge la luce della fede. Attraverso questa luce scopriremo che l'eternità non solo è la coordinata del tempo, ma anche la sua "pienezza" e il suo significato, e costituisce la garanzia del suo compimento.

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O cara Eternità

La Parola, il Verbo di Dio, che nella "pienezza dei tempi" si è fatta Carne, costituisce il punto di riferimento per ogni evento del pensiero e della vita dell'umanità. L'Incarnazione del Figlio di Dio nel grembo verginale di Maria, evento che non ci meraviglia più, tanto vi siamo abituati, resta il fatto determinante nella storia dell'umanità e nell'intera creazione; esso divide il tempo in due, dando alla vicenda umana il senso di un "ritorno al Padre", che diventa il senso ultimo e finale della storia. Alla luce di Cristo, Luce vera che illumina ogni uomo, il tempo e l'eternità svelano il loro volto e il loro mistero: il tempo appare così il luogo della fede, l'eternità il luogo della visione; al tempo appartiene la speranza, all'eternità appartiene il possesso; nel tempo ferve il desiderio, nell'eternità esplode l'amore. Fede, speranza, desiderio: il tempo; visione, possesso, amore: l'eternità. E tuttavia, in Cristo, la fede già contiene la visione, la speranza contiene il possesso, il desiderio contiene l'amore. Tutto però in modo imperfetto. Infatti, finché siamo sulla terra non è possibile "vedere" se non per speculum et in aenigmate, di riflesso come in uno specchio, nell'oscurità della fede; non possiamo amare se non nella speranza, perché quaggiù nessun vero possesso è possibile. L'eternità misura il tempo e, in un certo senso, rivela l'atteggiamento del cuore umano. Ci sono "anime di eternità" che vivono profondamente immerse nella luce della fede così da non avere quasi cognizione del tempo; per loro il fluire degli avvenimenti è un fatto accidentale perché la realtà vera, quella che scorre sotto il loro sguardo contemplativo, è ciò che Dio compie in quegli avvenimenti. Ci sono poi "anime del tempo", che appartengono solo al tempo, che sono come naufragate nel fiume delle cose e degli avvenimenti, dove tutto viene divorato dalla precarietà. Sono anime che non sanno vedere un futuro oltre le cose, e rischiano di perdere tutto il loro passato. Ma ci sono anche anime che soggiornano nella mediocrità perché vivono il tempo con una fede senza rischi, con una speranza senza pazzie, col cuore precluso all'estasi dell'amore. Il cristiano che vive nel mondo è chiamato a coniugare insieme, nella sua vita, tempo ed eternità, a percorrere cioè la strada della santità nelle situazioni ordinarie della sua esistenza. Non c'è altra strada per essere felici. I cammini della fede, della speranza, del desiderio portano a Cristo, "Via, Verità e Vita". Gesù Cristo: il Tempo e l'Eternità; è Lui la pienezza del tempo, è Lui sostanza dell'eternità. Così il tempo cessa di essere un mistero e diventa un tesoro. Non un "tesoro nascosto" ma un tesoro che nasconde la stupenda ed esaltante avventura dell'uomo che cerca, incontra e incessantemente desidera il suo Dio. Dopo aver sperimentato l'incontro con la misericordia di Dio, in un crescendo splendidamente irresistibile, S. Agostino esclama:"O aeterna Veritas, et Vera Caritas, et cara Aeternitas! O eterna Verità, o vera Carità, o cara Eternità! Tu sei il mio Dio, a Te sospiro giorno e notte (...) Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. Mi avventavo, io deforme, sulle cose belle da te create, che, se 9

non fossero in te, neppure esisterebbero."4 Quel "tardi", così pieno di nostalgia e di rimpianto, contiene tutto il tempo che abbiamo perduto lontani da Dio, ad inseguire i fuochi fatui della superbia o a giocare con i fantasmi dell'amor proprio, ad ingannarci con le menzogne del piacere. O cara Aeternitas! O Tesoro nascosto nel tempo! Luminoso Mistero che non ti dischiudi "ai sapienti e agli intelligenti ma ti riveli ai piccoli». A Te convergono i cammini della fede, i sentieri della speranza, tutti i desideri dell'Amore!

L'ESSERE NEL TEMPO 5 - L’essere e il tempo
Si dice che il tempo non è una realtà sussistente, un'entità a sé, ma è una categoria delle cose, un modo di essere della realtà creata. In effetti, il tempo in sé non esiste. Ciò che invece esiste è l'essere: l'Essere per eccellenza, Dio, Colui-che-è, infinitamente; e gli esseri finiti, le creature. Gli esseri finiti sono tali perché limitati, sono quindi misurabili. Lo spazio e il tempo sono misure, misurano appunto gli esseri creati. Dio è la pienezza dell'Essere, non ha limiti, non soggiace quindi a nessuna misura. Dio non è né spazio né tempo, l'Essere di Dio è l'Eternità. L'essere delle creature è tempo e spazio, e nel tempo e nello spazio è misurato il loro movimento. Il moto fondamentale delle creature è quello iniziale, il passaggio dal non-essere all'essere, dal nulla di sé stesse all'esistenza. E' un moto possibile solo se l'esistenza viene partecipata da Colui che è l'Essere da sempre, l'Essere-da-sé e per-sé. Il tempo è dunque misura dei rapporti tra gli esseri finiti e misura del loro moto, ma è anche rivelazione del legame profondo che gli esseri finiti hanno con l'eternità. L'essere creato è infatti partecipazione all'Essere di Dio, e questo ci ricorda una verità fondamentale che tocca l'aspetto esistenziale del nostro essere: la creaturalità. Il nostro "essere-creature" fonda la vincolazione esistenziale che abbiamo con Dio. Una delle carenze che più incide sulla cultura moderna e che ha indebolito paurosamente il pensiero dell'uomo contemporaneo è la perdita della consapevolezza di essere creatura. L'uomo ha così falsato la realtà di sé stesso, ha smarrito la propria identità e ha compromesso radicalmente i suoi rapporti con la verità delle cose. L'angoscia esistenziale che caratterizza le ideologie moderne di ogni colore, non dimentichiamo che l'ottimismo marxista, così come quello scientista o laicista mascherano un profondo pessimismo sull'uomo - può essere superata solo ricuperando la dimensione creaturale dell'essere, una creaturalità che rimanda alla Sorgente, a Colui che è Fonte di ogni realtà, a quell'Essere divino che libera l'uomo dalla caducità esistenziale, dalla perdita della propria identità.

6 - L’essere della creatura
La perdita del senso creaturale è conseguenza della negazione e del rifiuto di Dio. L'uomo, rifiutando il suo riferimento ontologico a Dio, e quindi la sua creaturalità, crede di celebrare la propria libertà e la propria autonomia, crede di diventare il demiurgo della propria vita e del proprio destino; in realtà si ritrova travolto dal tempo senza appigli per le sue aspirazioni più profonde e per i suoi desideri più
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S. Agostino, Confessioni, 1.7,27

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sublimi, chiuso nel suo essere contingente, senza prospettive e senza futuro. In fondo, l'angoscia dell'uomo che ha perduto Dio e ha rifiutato la fede non è che una claustrofobia dello spirito. Il suo pensiero ripiegato su sé stesso ha perduto il respiro dell'eternità, l'apertura agli orizzonti di Dio. Il termine stesso "esistenza", ex-sistere, indica che il mio essere viene da un Altro; io "in-sisto" su un fondamento che non sono io, mi appoggio, mi radico fuori di me stesso. Il mio rapporto esistenziale con Dio è ciò che mi definisce, mi fa essere, mi rende intelligibile. Senza Dio, io non sono nemmeno pensabile. Del resto, se l'uomo non è creatura di Dio, chi è?...Forse un prodotto della Natura, cioè di una matrigna che non ha nome, non ha volto, non ha identità? Forse il frutto di una forza cieca, anonima, indefinibile? L'uomo, così, non sa più da chi viene e perché esiste. Un senso acuto di smarrimento lo pervade, lo minaccia una sensazione di paura davanti a ciò che egli non sa prevedere o non sa dominare, lo avvolge una insicurezza di fondo che si scatena nel bisogno di appropriarsi di sé stesso, di trovare certezze nelle proprie risorse, spesso in atteggiamenti di aggressività intellettuale, di violenza edonistica e di presuntuoso pragmatismo. In realtà queste reazioni tentano di coprire una profonda tristezza, una nostalgia, un malessere esistenziale che insegue implacabilmente l'uomo che ha perduto Dio. E' la "sindrome dell'orfanello", di chi non sa chi è suo padre, di chi ignora la sua appartenenza e la sua famiglia.

7 - L’uomo e la sua identità
Abbandonato Dio, l'uomo cerca disperatamente di sostituirlo; ma avendo perduto il senso del suo essere-creatura non trova che idoli, fantocci di cartapesta che lo beffano, lo deridono e lo deludono, e infine, avendo smarrito le sue "radici" e la sua identità, si trova spaesato nella scena del mondo, come un attore che ha perso il filo e non sa più ricordare il suo personaggio. Dire che siamo sulla terra per recitare una parte, può sembrare offensivo, certamente genera fastidio o irritazione. Eppure, ognuno di noi è inserito in un dramma colossale, cosmico, il cui copione è scritto eternamente dalla sapienza di Dio, nostro Autore. In questo dramma, che l'umanità è chiamata a "recitare" sullo scenario della creazione, ognuno di noi è un personaggio e deve recitare la sua parte, parte che può sembrare importante o secondaria ma che è comunque la nostra parte, la realizzazione di noi stessi secondo il disegno di Dio. Quando ci allontaniamo da Dio, perdiamo il filo della nostra esistenza, non rispondiamo più al disegno del nostro Autore. E quando un uomo perde il filo della vita, disorienta totalmente la sua coscienza e finisce per sopravvivere senza sapere cosa deve fare sulla terra; se poi non ricorda più il suo personaggio, andrà vagando smarrito nella scena di questo mondo, oppure diventerà una maschera del proprio orgoglio, del desiderio carnale, della propria sete di potere e di successo, la maschera di uno o dell'altro degli innumerevoli idoli creati dal Maligno. Noi uomini siamo "personaggi in cerca del proprio autore", e quando vogliamo fare a meno dell'autore, trasformiamo quella che dovrebbe essere una recita corale stupenda, un'immensa sinfonia di voci e di personaggi, nella rissa scomposta, stupida e crudele, che va insanguinando la scena di questo mondo, il palcoscenico della nostra storia terrena. Senza Dio, noi siamo esseri anonimi, che sorgono e tramontano senza motivo, la nostra vita si riduce a una "inutile passione" (Sartre), un'assurda commedia, un incubo insopportabile.

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8 - Ritrovare le origini
Dobbiamo tornare a Dio; dobbiamo ritrovare la strada che conduce a Lui perché abbiamo bisogno di ritrovare noi stessi, di riscoprire il nostro nome e la nostra "immagine", perché si illumini dentro di noi la nostra identità e il nostro destino. Dobbiamo ritornare al nostro posto di creature docilmente vincolate a Dio, all'Autore di tutto: del nostro essere, del nostro vivere, della nostra sorte futura. "In manu tua tempora mea" 5, nelle tue mani sono i tempi e le stagioni della mia esistenza. Dobbiamo tornare a Dio come creature sue per riassaporare il gusto della libertà, per uscire dall'inganno di altre appartenenze, per rompere dentro di noi il cerchio della solitudine. Nessuno può cacciare Dio, nessuno può evitare la sua presenza, eludere la sua luce. Non c'è buio, non c'è nascondiglio che possano accogliere le nostre fughe da Dio. Victor Hugo ha messo in versi struggenti il disperato tentativo di Caino di proteggersi dall'Occhio di Dio che lo inseguiva ovunque. Ma Dio non ha bisogno di inseguirci; Egli è con noi sempre, è nel profondo del nostro essere. Egli, scrive S. Agostino, è "intimius meo", è nelle più inaccessibili profondità di me stesso. Là dove nessuno può raggiungermi, Egli è presente. Chi può raccontare l'onda di gioia che sgorga dal profondo del nostro cuore quando ci apriamo a Dio affidandoci a Lui, quando ci lasciamo prendere dalle sue mani, mani grandi, potenti, tenere, come grembo dolcissimo, che scioglie con la forza del suo calore il freddo di una solitudine senza riparo, di una vicenda senza nome! Chi può tradurre in parole umane il fremito di giubilo, l'estasi di felicità che percorre ogni fibra del nostro essere quando arriva al cuore, dal fondo dell'eternità, la Voce che invade di stupore il silenzio dell'anima: "Filius meus es tu, ego hodie genui te". 6 Sei mio figlio! oggi, adesso, ti genero alla mia vita? Filius meus! non un prodotto della Natura, imprevisto e fatalmente programmato; Filius meus! non un oggetto smarrito da recapitare al Monte di pietà delle strutture umane; Filius meus! e non una "res nullius", cosa di nessuno, da contrassegnare con un numero o una sigla in attesa di un proprietario. Filius meus! Filius meus! Filius meus! Quale sapore di miele queste parole lasciano nell'anima quando il nostro essere si schiude alla voce di Dio, alla sua potenza di Creatore e Signore della nostra vita!

9 - Il nostro posto di creature
L'uomo è un capolavoro firmato. Non possiamo togliere quella firma; non possiamo distruggere quell'Immagine che è in noi. Lasciarsi dipingere da Dio con le inesauribili invenzioni della sua tavolozza è come lasciargli realizzare un sogno. Narra la Bibbia che Dio, prima di creare l'uomo, stette un attimo in silenzio, come fa un grande artista che si concentra in sé stesso, chiude gli occhi e contempla sull'orizzonte sconfinato della sua immaginazione l'opera alla quale vuol dare esistenza e vita: "E Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza". 7 Ognuno di noi è un sogno di Dio; egli ci ha contemplati nelle profondità della sua sapienza da tutta l'eternità. Abbandonarsi a lui e accettare di essere "creature" è accettare che si compia in noi la sua opera divina. Così, vivendo la nostra assoluta dipendenza da Dio, potremo realizzare la nostra umanità in tutta la
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Eb. 31,16 Salmo 2, 7 Gn, 1, 26

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sua ricchezza e verità. Questo rapporto di creatura può aprirsi a un dialogo divino, a un colloquio intimo, o anche a un silenzio d'amore dove le parole sono intensi moti dell'anima che guarda a Colui che l'ha creata e contempla le meraviglie della sua sapienza e della sua onnipotenza. "Dominus, Dominus noster, quam admirabile est nomen tuum", Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.8 In noi cristiani questo atteggiamento contemplativo si fa orazione, che diventa canto di lode, di adorazione, di gratitudine. La gloria di Dio, che è lo splendore delle perfezioni divine, si dispiega davanti agli occhi stupiti dell'anima che non trattiene il suo grido di ammirazione e di esultanza: Laudamus Te! Benedicimus Te! Adoramus Te! Glorificamus Te! Lode a Te! Adorazione a Te! Grazia e benedizione per la tua gloria immensa, o Dio, mio Dio! Stare con verità al nostro posto di creature è stare davanti a Dio avendo deposta ogni sufficienza, ogni pretesa, ogni malumore, ogni diffidenza, ogni aggressività. E' libertà, libertà vera, piena; è capacità di muoversi in mezzo a tutte le creature senza legami, perché quando si contempla il volto di Dio ogni altro volto svanisce, ogni creatura rivela la sua analogia che rimanda totalmente a Lui, alla sua onnipotenza, al suo splendore, alla sua grazia. Tutte le creature, anche le più perfette, le più seducenti, le più affascinanti, hanno un'unica risposta alla inquietudine dell'animo umano: quaere super nos! cerca sopra di noi. (S.Agostino) Così il massimo di dipendenza - quella di creatura che è tutta da Dio e che è tutta per Iddio, a Lui totalmente votata - è anche il massimo di libertà. E' la vera "devozione" cristiana. Il latino "de-vovere" significa appunto libertà da ogni legame per diventare decisione interiore di servire Dio e la sua causa. Tutte le creature sono allora voci amiche che non ci distraggono da Dio ma ci raccontano invece la sua gloria esplosa nella creazione. "I cieli narrano la gloria di Dio, e l'opera delle sue mani annuncia il firmamento". 9 Il cristiano sa essere contemplativo in mezzo al coro delle cose create e anche nel frastuono delle realtà terrene: il lavoro, le attività della vita quotidiana, gli affetti nobili e puliti, le vicende che accadono nella vita della società e dei popoli. Dobbiamo metterci al nostro posto di creature e guardare a Dio per vivere in profondità. La profondità della vita, anzi la profondità di tutte le cose consiste nel loro rapporto con Dio; solo allora le cose diventano una strada per arrivare a Lui. Perciò lo strepito di tutto ciò che può accadere intorno a noi non impedirà il nostro raccoglimento interiore, né ci toglierà la pace che è propria di chi sa di vivere sicuro nelle mani di Dio. Chi non sa pensare sé stesso come creatura amorosamente vincolata al suo creatore non sarà mai un contemplativo, né di Dio né del creato, e finirà sepolto nel chiasso di avvenimenti che non hanno storia né significato. Non c'è solitudine più opprimente e insieme più assordante di quella in cui precipita un'anima quando ha perduto Dio o rifiuta il proprio rapporto con Lui. Il tempo diventa un baratro se gli togli l'eternità! E tu non sei fatto per il baratro o per la disperazione. Non ingannarti: quando l'uomo smarrisce o semplicemente dimentica Dio, dimentica l'Eternità, e diventa un vagabondo nel tempo, un errante nella propria storia, un barbone senza fissa dimora, sperduto tra le cose, una sorta di ubriaco che gira su sé stesso, intorno a sé stesso...; la sua esistenza terrena sarà un cammino doloroso e difficile, diventerà un viaggio agitato, in tutte le direzioni senza direzione, e alla fine si concluderà in un naufragio, senza certezze e senza speranza. Se ritrovi Dio, le sue braccia forti, sicure, dolcissime, hai ritrovato il filo della tua vita, hai ritrovato te stesso, la tua eternità, la tua pace. Camminerai verso la vita, la verità, la gioia. "Ciò che il nostro tempo chiede è tempo e solo tempo, mentre ciò di cui ha bisogno è Eternità". (Kierkegaard).
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Salmo, 8, 2 Salmo 18, 1-2

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IL TEMPO: ITINERARIO DELLA FEDE

Quale Fede?

10 - Fede e Vita Eterna
"Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l'unico vero Dio e Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo". 10 Con queste parole Gesù si rivolge al Padre nella preghiera sacerdotale al termine dell'ultima Cena. La "Vita eterna" nell'insegnamento di Gesù è il fine supremo dell'uomo; si identifica con la gloria di Dio, che è il fine ultimo di tutte le cose. Gesù ci presenta la vita eterna come una realtà definitiva, perfetta, permanente, rispetto a tutto il resto che è transitorio, imperfetto, caduco; le sue parole dal tono paradossale sono categoriche: "Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, càvalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita (eterna) con un occhio solo che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco" 11. Come dire: l'unica cosa necessaria per l'uomo, la sola che valga la pena, è la Vita Eterna, e perciò conoscere l'unico vero Dio e Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo, è l'unica conoscenza veramente importante. Affermare queste cose in un mondo come l'attuale, che dà importanza a tutto, anche alle cose più effimere e insignificanti, a tutto fuorchè a Dio, può sembrare un linguaggio provocatorio, incomprensibile. Lo è certamente per la mentalità di questo mondo, ma è il linguaggio della verità perché è Parola di Dio, parola che non inganna. Questa conoscenza del vero Dio, - di Colui che ha creato tutte le cose, che si è rivelato in Gesù Cristo, Figlio suo e Redentore dell'uomo - questa conoscenza commisura il tempo e l'eternità: il tempo perché qui sulla terra essa è oggetto della nostra fede, l'eternità perché in cielo sarà causa della nostra beatitudine. In cielo, infatti, la conoscenza di Dio sarà immediata e diretta, infusa e trascendente. Immediata, perché non avverrà attraverso i nostri concetti ma attraverso l'essenza stessa di Dio; diretta, perché non conosceremo Dio attraverso sue opere ma in sé stesso; infusa, perché non sarà frutto della nostra attività intellettuale ma di un intervento esclusivo di Dio; e infine sarà trascendente, perché supererà ogni capacità creata. In altre parole, conosceremo Dio "come Egli è". 12 Questa conoscenza è chiamata "visione" - "vedremo" Dio -; visione che richiede in noi una facoltà soprannaturale che i teologi chiamano "lumen gloriae", la luce della Gloria; ed è chiamata visione "beatifica" perché, proprio nel "vedere Dio come Egli è" consisterà la nostra beatitudine eterna. La "visione beatifica" non interesserà soltanto la nostra facoltà conoscitiva ma coinvolgerà interamente il nostro essere; sarà una conoscenza di comunione intima e piena con l'Essere stesso di Dio. Nessuna esperienza umana, per quanto esaltante, può paragonarsi, anche lontanamente, alla beatitudine della Vita Eterna, né può esserci sulla terra un termine di confronto che possa esprimere la nostra comunione con Dio nel cielo.
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Gv. 17,3 Mt. 18,9 1 Gv. 3,2

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Intanto, "finché abitiamo nel corpo, in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non nella visione". 13 "La Chiesa, scrive S.Agostino, conosce due vite: una è nella fede, l'altra nella visione; una nel tempo del pellegrinaggio, l'altra nell'eternità della dimora; una nella fatica, l'altra nel riposo; una lungo la via, l'altra nella patria; una nell'attività, l'altra nel premio della contemplazione". 14 Qui sulla terra, la nostra conoscenza del vero Dio, del Dio Uno e Trino rivelato da Gesù Cristo, non può essere che velata e mediata. Velata perché ha bisogno di segni, mediata perché passa attraverso i concetti e i simboli intellettuali. E' comunque una conoscenza che esige, anch'essa, una luce soprannaturale, il "lumen fidei", la luce della fede. "Nessun uomo in verità ha mai visto Dio né lo ha fatto conoscere, ma Egli stesso si è rivelato. E si è rivelato nella fede, alla quale soltanto è concesso di vedere Dio". 15

11 - Fede umana
La fede - il "lumen fidei" - è dunque una conoscenza soprannaturale. Ci viene infusa nell'anima col Battesimo e ci porta ad accogliere la Rivelazione di Dio. Non dobbiamo perciò confondere la fede cristiana con altre manifestazioni analoghe. Esiste infatti una fede umana che consiste nell'accogliere la parola di un uomo, e ha per fondamento la testimonianza umana. Così il bambino crede ai genitori, l'alunno crede all'insegnante, l'amico crede all'amico. La fede umana vale quanto vale la parola dell'uomo. Ora l'uomo può ingannarsi a volte, e può anche ingannare e tradire. Eppure molto spesso crediamo ciecamente al giornale, al dossier televisivo, ai testi scolastici, alle affermazioni degli "esperti", e così via. Possiamo affermare che un'alta percentuale delle cose che sappiamo le conosciamo per fede umana. Ora, è giusto avere fiducia nell'uomo, anzi è doveroso; ma i gradi di certezza di questa fede variano enormemente e dipendono dal grado di credibilità offerto dalla testimonianza umana. Questa fede umana è ancora una fede pre-religiosa, appartiene cioè ai preamboli della Fede. E' una fede estremamente importante, indispensabile sul piano umano, perché senza di essa non si possono stabilire rapporti umani validi quali occorrono per una vera convivenza sociale e famigliare; non si dà nemmeno vera cultura né scienza credibile. Vedremo la sua importanza anche come presupposto della Fede cristiana.

12 - Una fede “falsa”: le sètte.
Esiste invece una fede umana che si presenta come fede religiosa ed è invece la grande "Scimmia", quella che nell'Apocalisse è chiamata la Bestia, la quale, operando grandi prodigi, "seduce gli abitanti della terra". 16 Questa "fede", che ha la pretesa di essere "religiosa", di esprimere cioè il nostro rapporto con Dio ed è invece una diabolica falsificazione della religiosità, si regge su una forma corrotta di fede umana, da cui prolifera il fanatismo, l'irrazionalità, spesso la perversione degli stessi rapporti umani: è la "fede" delle sètte e di altri movimenti pseudoreligiosi. Gli uni e le altre utilizzano elementi della religiosità umana e perfino element i della fede cristiana (riti liturgici, passi della Bibbia, formule della dottrina
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2 Cor. 5,6 S.Agostino, Tratt. 124,5-7 Lettera a Diogneto Ap. 13,14

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cristiana...) per "scimmiottare", adulterandolo e deformandolo, il senso religioso insito nella coscienza dell'uomo, riuscendo spesso a farsi annoverare tra le espressioni della religiosità ufficiale. Se le ideologie rappresentavano una forma di razionalismo rigido ed esasperato, una pazzia più o meno lucida dell'intelligenza, le sètte e i moviment i pseudo-religiosi hanno le caratteristiche dell'irrazionalità, della negazione dell'intelligenza; sono espressioni, a livelli più o meno intensi, di una emotività esasperata e confusa che cerca la sua sicurezza nel fanatismo di massa o nella figura di un leader religioso, un santone, un "predicatore" illuminato, un guru, un qualsiasi "fondatore" purchè carismatico, la cui personalità sappia incarnare gli ideali di forza, di successo e di potenza che si nascondono nel "super-uomo" mancato, presente in tante psicologie deboli, o che almeno costituisca, tale leader, una garanzia contro le proprie frustrazioni, contro la carenza di senso esistenziale, o la perdita di consenso nel proprio ambiente di vita: la famiglia, la professione, il ruolo sociale, sia esso civile o religioso. Si tratta dunque di una "fede" umana ma adulterata, fondata cioè tutta su una testimonianza umana assolutamente inaffidabile perché sganciata da ogni riferimento con la realtà, da ogni supporto storico legato a fatti o ad avvenimenti, farcita di principi astratti pseudo-scientifici e pseudo-mistici che hanno impatto sull'emotività e scatenano atteggiamenti acritici, istintuali. Da qui il loro facile aggancio al mondo dello spiritismo, della magia, della stregoneria, con rituali iniziatici e occulti. A questa fede umana falsificata e corrotta è pienamente applicabile il noto anatema di Geremia: "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore". 17

13 - Dignità e importanza delle religioni.
Noi cristiani abbiamo una testimonianza maggiore di quella degli uomini; è la testimonianza di Dio. 18 La prima testimonianza che egli ci ha lasciato la troviamo nella nostra coscienza. La coscienza è la voce della natura, cioè della nostra stessa ragione umana, che dentro di noi parla di Dio e ci spinge verso di Lui. Nasce da qui l'autentica fede religiosa. Tuttavia, questa fede, già in sé altamente importante, non è ancora la fede cristiana, la fede soprannaturale infusa da Dio. Infatti, nascendo dalla nostra coscienza di creature razionali che spontaneamente si aprono alla conoscenza e al culto di Dio, la fede religiosa è ancora una fede naturale, una fede che si manifesta nelle più diverse espressioni religiose come quelle che troviamo nelle grandi religioni storiche; e tuttavia, pur nobili e degne di rispetto e pur contenendo element i che richiamano la Rivelazione, esse sono essenzialmente un'espressione del senso religioso naturale insito nello spirito umano. Ora, appunto perché procedono dalla religiosità naturale, le religioni non salvano, non hanno la forza di redimere; non sono salvifiche come non lo è tutto ciò che nasce dall'uomo, dalle sue forze naturali. Tuttavia, anche se non sono causa di salvezza, esse possono essere condizione per ricevere la salvezza. La religiosità naturale, infatti, unita alla buona fede e sostenuta dalla retta coscienza, è tale da costituire un valido presupposto affinché la grazia, scaturita dal sacrificio della Croce, possa operare nell'uomo non cristiano la salvezza di Cristo. In questo consiste la grande dignità delle religioni e la loro importanza. Perciò, i veri nemici della fede cristiana sono l'indifferenza religiosa, lo scetticismo razionalista e l'ateismo, atteggiamenti presenti finora nella nostra civiltà occidentale ma che vanno
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Ger. 17,15 cfr. 1 Gv. 5,9

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diffondendosi nel mondo sotto la spinta di una "civiltà dell'uomo" sempre più secolarizzata. Tuttavia le religioni naturali possono costituire un ostacolo alla fede cristiana quando esse si identificano con la cultura, la storia, la vita di un popolo e a volte con la sua politica; è il pericolo del nazionalismo religioso. In questo caso le religioni "somatizzano", perdono in profondità spirituale e sfociano nel fondamentalismo fanatico e intollerante. Al contrario, la salvezza offerta dalla fede cristiana è destinata, per volontà di Cristo, a tutti i popoli, di tutte le razze e di tutte le culture. Di di esse e di ogni altra civiltà, la Chiesa può e deve salvare, valorizzare e utilizzare tutto ciò che si presenta umanamente valido, nobile e compatibile con la verità rivelataci da Dio. Infine, la fede cristiana non va confusa con il vago teismo di chi dice di credere in "Qualcuno" che è al di sopra di noi, non importa con quale nome venga chiamato dai vari popoli, il nome non ha importanza, l'importante è sapere che Qualcuno c'è. Sotto queste affermazioni, del resto molto superficiali, si nasconde un atteggiamento scettico e offensivo che prescinde da qualsiasi conoscenza di Dio e da qualsiasi culto verso di Lui. Sono affermazioni prive di contenuto religioso; esprimono solo un teismo vago e teorico, assolutamente ininfluente, che non costa nulla e lascia in noi le cose come sono, senza minimamente influire sulla vita. Eppure, a questo livello è scaduta la "fede" in molti cristiani, è diventata una religiosità rozza ed elementare che non ha niente in comune con la vera fede.

14 - La fede del cristiano: incontro con Dio in Gesù Cristo.
Ma Dio non ha lasciato gli uomini nell'ignoranza e nemmeno nella confusione e nell'incertezza riguardo alla verità primaria e fondamentale per la loro vita e anche per la loro intelligenza. La stessa conoscenza naturale di Dio, quella raggiungibile con la sola ragione creata, non appagherebbe pienamente il desiderio di felicità radicato nel cuore dell'uomo, anzi, per le conseguenze negative del peccato originale, resterebbe una conoscenza estremamente povera, imperfetta ed esposta a insuperabili errori e deformazioni. Dio ha voluto andare oltre la natura e con la Rivelazione ci ha aperto gli orizzonti sconfinati della sua realtà divina e le meraviglie compiute dal suo amore. Noi siamo soliti condensare questa Rivelazione nelle due verità fondamentali della nostra fede: l'Unità e la Trinità di Dio; l'Incarnazione, la Passione, la Morte e la Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. E' questa la "fede cristiana"; una fede che non solo illumina, completa e perfeziona sommamente la nostra conoscenza naturale di Dio, ma stabilisce tra noi e lui un rapporto nuovo, soprannaturale, divino. Occorre infatti ricordare che queste verità della fede non sono teorie o astrazioni intellettuali, sono realtà vive e presenti. Questo passaggio è fondamentale; senza di esso la fede rischierebbe di trasformarsi in uno schema mentale o peggio in una ideologia, senza diventare vita e cammino. Il conoscere della fede non si limita alla penetrazione intellettuale puramente scientifica delle verità intorno a Dio; è una conoscenza vitale. E' l'incontro personale con Colui che non solo conduce con sapienza e amore tutte le cose, ma è fonte della mia stessa esistenza, tiene nelle sue mani paterne tutta la mia vita e mi ha amato a tal punto da darmi il suo Figlio Unigenito. La fede, dunque, è l'incontro con Dio rivelatosi in Gesù Cristo, incontro che me lo fa "vedere" presente nella mia vita, con una presenza personale e viva, creatrice e salvifica. Avviene nella fede ciò che avvenne per Paolo sulla via di Damasco: 19 il Gesù, che era per Saulo un personaggio del passato, un uomo giustamente sepolto nel suo inganno, soltanto un nome da dimenticare, stava invece lì davanti a lui, vivo e
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cfr. Atti, 9,3-6

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presente nella sua realtà di Signore e di Salvatore. La conseguenza di questo incontro folgorante con la persona di Cristo, vivo e presente, è stata immediata: "Che devo fare, Signore?". 20 La fede diventa la nuova coordinata della sua vita, il nuovo criterio di valutazione di ogni cosa, la presenza determinante di Cristo che d'ora in avanti deciderà di tutta la sua esistenza. Anche in noi, questo atteggiamento di assoluta e totale apertura a Dio è presupposto indispensabile per la vera fede. "Fede cristiana" - lo ripetiamo - è precisamente questo: l'incontro personale con Dio in Gesù Cristo, al quale rispondiamo con una adesione piena e totale.

I CAMMINI DELLA FEDE
15 - L’epopea della Salvezza.
Ma apriamo la Bibbia: nel libro dell'Esodo è descritto un famoso viaggio che tutti abbiamo sentito raccontare fin da bambini, e che può servirci per meditare sul nostro viaggio nel tempo perché è simbolo, anzi, vera figura profetica della vicenda umana sulla terra e può essere applicata non solo alla storia dell'umanità ma anche alla storia di ognuno di noi. Si tratta del viaggio che portò gli Ebrei dall'Egitto, dove erano vissuti in condizioni di schiavitù, alla terra di Canaan, indicata da Dio come "Terra Promessa". Il viaggio potrebbe intitolarsi: Epopea della Salvezza. Noi ce ne serviremo per la nostra meditazione sulla fede; ci convinceremo che la fede è l'unica strada sicura per il nostro viaggio nel tempo. L'epopea dell'Esodo prende inizio da un evento che possiamo ritenere fondamentale per la storia dell'umanità: la Teofania sull'Oreb, cioè la manifestazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. 21 In quella teofania, Dio rivela a Mosè il suo nome: IO SONO. E' una dichiarazione solenne e misteriosa che ci rivela l'Essere di Dio e illumina la nostra conoscenza naturale di Lui; ma è anche la rivelazione che apre definitivamente il cammino della fede sulla terra, quella fede che Dio aveva suscitato un giorno nel cuore di Abramo. Davanti a questa strada della fede, aperta dalla teofania del Roveto, Mosè si turba e si spaventa. Egli si rende conto di trovarsi a tu per tu con Dio, davanti a una manifestazione divina che implica un disegno su di lui e sul suo popolo. Dio entra nella sua vita, la sconvolge e la cambia radicalmente, per realizzare un progetto di salvezza. "IO SONO" non indica soltanto l'Essere di Dio nella sua infinita trascendenza, cioè nella sua eternità, ma anche la presenza di Dio nel tempo, presenza che diventa un intervento di salvezza: "Io sono qui, per salvarvi". Infatti Dio spiega a Mosè: "Ho visto la miseria del mio popolo...e ho udito il suo grido. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese dove scorre latte e miele". 22 Mosè capisce che da quel momento la sua vita non potrà prescindere da questa presenza: "Io sarò con te", insiste la voce dal roveto. Quella presenza guiderà la sua vita per cammini non facili, non sempre umanamente spiegabili o comprensibili, anzi spesso duri e difficili, segnati dalla persecuzione e dalla contraddizione, ma saranno comunque sempre cammini di salvezza, i cammini tracciati dalla potenza salvifica di Dio. Dal giorno di quella teofania, Dio veglierà amorosamente sulla vita del suo servo Mosè, ma anche guiderà la storia del suo popolo e preparerà la salvezza di tutti gli uomini.

20 21 22

Atti, 22,10 cfr. Es. 3,1-15 Es. 3,7-8

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16 - Gesù: il Roveto ardente.
Ora l'umanità può conoscere che il vero Dio, Colui che l'ha creata e l'ha predestinata da tutta l'eternità, non è un Dio lontano, inaccessibile, che dall'alto della sua trascendenza contempla impassibile la storia degli uomini. Il Dio del cielo e della terra, il Creatore di tutte le cose, pur restando un Dio "nascosto", perché trascendente ad ogni conoscenza, si è fatto vicino agli uomini, si è fatto presente con la sua potenza di creatore e soprattutto con la sua misericordia di Redentore: "Ho visto la miseria del mio popolo e sono sceso per liberarlo". Diventare consapevoli della presenza di Dio nella nostra vita, "vederlo" come colui che ci salva, questa è la fede. Mosè viene interpretato dalla tradizione patristica come figura profetica di Gesù Cristo; ma potrebbe essere anche il prototipo di ogni credente. Anche noi abbiamo la possibilità di udire la voce di Dio che ci parla: il nostro roveto ardente è l'Umanità Santissima di Gesù. Lì il Padre è presente, lì ci rivolge la sua parola, lì rivela sé stesso e attua il suo disegno di salvezza. Gesù stesso lo afferma esplicitamente: "Filippo, come puoi dire: mostraci il Padre? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?". 23 Allo stesso modo del roveto ardente dell'Oreb, che "bruciava nel fuoco e non si consumava", l'Umanità Santissima di Gesù resterà ormai per sempre in mezzo agli uomini come il "luogo" della presenza salvifica di Dio, evento determinante nella storia umana, fonte di verità e di salvezza per tutti coloro che nella fede si avvicineranno a Lui. Ma occorre imitare Mosè, che si è lasciato attirare dal roveto ardente; anche noi dobbiamo lasciarci attirare da Cristo, senza ingannarci con gli idoli falsi del mondo, anche noi dobbiamo "toglierci i sandali", rinunciando alle nostre presunzioni, all'orgoglio dell'intelligenza e del cuore; anche noi dobbiamo ascoltare la sua voce e non opporre resistenza agli inviti di Dio. Il tempo è ormai dominato da ciò che è accaduto a Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme. Senza quel "Roveto ardente" gli uomini sarebbero rimasti, come Mosè nella terra di Madiam, errabondi e smarriti nel deserto della loro esistenza, a pascolare il gregge delle proprie dottrine e delle proprie vane realizzazioni, senza nemmeno sapere che sono fatti per una "Terra promessa", per un "paese grande e spazioso dove scorre latte e miele". 24 La fede è un dono grande di Dio. E' un dono che eleva la nostra intelligenza e la rende capace di conoscere e penetrare le verità che Dio ci ha rivelato. Alla luce di queste verità la nostra mente può cogliere il senso soprannaturale del nostro cammino sulla terra e le profondità eterne del tempo presente. Il dono della fede è associato al grande dono della grazia. E' come un dono nel dono. La fede, infatti, ci viene infusa con la grazia santificante nel Battesimo e cresce in noi col crescere della grazia. Dio non si limita a farci conoscere il suo disegno di amore; con la Rivelazione Egli ci fa anche dono di sé stesso, ci chiama a una conoscenza che implica la partecipazione vitale alle verità che Egli ci ha rivelato.

17 - In Gesù il compimento delle Scritture.
Tornando all'esperienza di Mosè e del popolo ebreo, sappiamo che Dio si è manifestato sempre più apertamente attraverso segni prodigiosi da lui compiuti "con braccio forte e con mano potente", e che vengono ricordati nella Bibbia come le "meraviglie di Dio" - Magnalia Dei -. Egli infatti, mediante il sangue dell'agnello, ha liberato dalla schiavitù il popolo eletto, lo ha fatto passare illeso attraverso il Mar
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Gv. 14,10 Es. 3,8

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Rosso, lo ha condotto nel deserto guidandolo con la nube luminosa e la colonna di fuoco, lo ha nutrito con la manna e dissetato con l'acqua fatta zampillare dalla roccia, lo ha salvato dalla morte con il segno del serpente di rame innalzato sopra gli accampamenti, infine lo ha reso vittorioso sui nemici con la preghiera di Mosè. Con questi "segni" della sua potenza, Dio mostrava di essere in mezzo al suo popolo e di accompagnarlo nel suo cammino; si trattava dunque di una presenza salvifica che avrebbe portato a una libertà nuova in una terra nuova. Ma tutto questo era anche una figura che anticipava profeticamente la vera salvezza. Quei "segni" infatti, diventeranno «realtà» in Cristo; in Lui si compirà la salvezza vera, la salvezza dal peccato e dalla morte. E' Lui infatti la salvezza di tutto il genere umano; la sua Umanità Santissima è il "segno efficace" della presenza salvifica di Dio nel mondo. Gesù stesso si richiama a quei segni quando spiega alle folle e ai suoi apostoli come in lui si sono compiute le Scritture. Quei segni compiuti da Dio per mezzo di Mosè, erano puramente "indicativi" e operavano solo una salvezza temporale; in Cristo i segni della salvezza diventeranno "efficaci", cioè opereranno realmente la salvezza eterna per ogni credente. Così, l'agnello sacrificato, il cui sangue ha scampato gli Ebrei dallo sterminio e li ha liberati dalla schiavitù, è figura di Cristo sacrificato sulla croce: il suo sangue fa dell'intera umanità un "popolo redento", e il suo sacrificio verrà perpetuato ogni giorno sugli altari nella Santa Messa; le acque del Mar Rosso, che seppellirono il Faraone e salvarono la vita a Mosè e al suo popolo, diventeranno le acque del battesimo che seppelliscono "l'uomo vecchio", schiavo del peccato, e lo rigenerano alla Vita; la manna, che ha nutrito il popolo nel deserto, sarà per noi l'Eucaristia, "pane vivo disceso dal cielo" che ci nutre e ci sostenta nel nostro cammino sulla terra; il serpente di rame che guariva dai morsi dei serpenti, è figura di Cristo crocifisso che perdona e ci guarisce dai morsi letali delle nostre colpe quando a lui "guardiamo" attraverso il sacramento della Confessione; l'acqua viva scaturita dalla roccia percossa dalla verga di Aronne è lo Spirito Santo che sgorga dal cuore trafitto di Cristo Crocifisso; infine, nella colonna di fuoco che guidava il popolo e nella nube luminosa che lo proteggeva nel deserto, possiamo vedere l'opera dello Spirito che, con la sua presenza nella Chiesa, guida e custodisce nel cammino coloro che Cristo ha liberato. La fede, dunque, ci conduce a Cristo presente nella Chiesa e operante nei suoi Sacramenti. Così il "Dio-che-salva" è ormai definitivamente presente in mezzo agli uomini. Perciò: Fede e Grazia. La fede da sola non basta, occorre la grazia, e Dio ha voluto che "la verità e la grazia venissero a noi per mezzo di Gesù Cristo". 25 Gesù poi continua ad essere presente e ad operare nel mondo attraverso la Chiesa che, per mezzo del vangelo e dei sacramenti, fa arrivare la verità e la grazia a tutti gli uomini. Dio ha voluto che questi fossero i mezzi normali per raggiungere la salvezza. Non c'è dunque vita cristiana senza sacramenti, e la fede stessa senza la grazia è morta.

18 - Fede: alleanza tra Dio e il suo popolo.
La Teofania del Roveto ardente e i segni prodigiosi nei quali Dio si rivelava al suo popolo, culminarono in un'altra grande manifestazione: la Teofania del Sinai. Dio chiama Mosè sulla montagna e lo fa mediatore di una solenne alleanza con il suo popolo. 26 Come pegno e documento di questa alleanza gli consegna le tavole della Legge: "Mosè convocò tutto Israele e disse loro: Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un'alleanza sull'Oreb (...), Egli disse: Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho
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Gv. 1,17 Es. 19,16 seg.

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fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione servile (...). Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra (...) non ti prostrerai davanti a quelle cose e non le servirai. Perché io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso (...) Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio (...) Osserva il giorno del Sabato per santificarlo, come il Signore tuo Dio ti ha comandato (...) onora tuo padre e tua madre, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti darà. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare testimonianza falsa contro il tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo bue (...)". Queste parole pronunciò il Signore parlando a tutta la vostra assemblea sul monte, dal fuoco, dalla nube e dalla oscurità, con voce poderosa, e non aggiunse altro. Le scrisse su due tavole di pietra e me le diede". 27 I Comandamenti diventano così agli occhi degli Ebrei uno dei segni più evidenti e insieme più commoventi della presenza di Dio in mezzo a loro; una garanzia che Dio non li aveva abbandonati e che si prendeva cura di loro. Tutta la storia d’Israele è sotto il segno di questa alleanza, e la Legge, che sarà considerata da tutto Israele come un dono di predilezione, rimarrà il termine di confronto nel rapporto tutto singolare del Popolo eletto con il suo Dio. Ora, la fede ci fa vedere in Cristo il nuovo e definitivo legislatore dell'umanità, il nuovo e unico Mediatore della nuova Alleanza tra Dio e gli uomini, Colui che ha portato la grazia all'interno della Legge e ha dato ad essa una nuova dimensione: la dimensione della libertà e dell'amore. Perciò la Legge diventa, in Cristo, vocazione ad essere perfetti secondo le Beatitudini del Vangelo, cioè secondo la nuova dignità di figli di Dio. Se viene meno la fede, anche la coscienza, come testimone della legge, si oscura, e se manca la grazia, non solo rimane incomprensibile la morale delle Beatitudini, ma gli stessi Comandament i dell'Alleanza risultano gravosi e spesso impraticabili.

19 - Fede e morale “laica”.
Possiamo renderci conto di tutto questo guardando la nostra società attuale. La cultura moderna ha rifiutato la fede e si è allontanata da Dio. Lungi dal riconoscere nei Comandamenti la voce premurosa del Creatore, l'uomo moderno ha voluto affermare la propria libertà inventando la "morale laica"; una morale senza Comandamenti perché senza Dio. Si è rivelata così una morale tragica, perché quando l'uomo pretende di erigersi a norma di sé stesso, instaura inevitabilmente la peggiore delle tirannie, quella dell'egoismo, e sancisce la legge del più forte. Quando ci lasciamo ingannare da questa morale laica seguendo i suoi roboant i principi, avvertiamo una profonda solitudine dentro di noi! Sentiamo che manca un vero interlocutore per la nostra coscienza: l'interlocutore divino, che magari ci disapprova e ci condanna, ma anche ci indica la strada giusta, quella della verità e del bene, che è anche quella della libertà, quella che ricompone l'ordine e la pace nel nostro mondo interiore. Non c'è deserto tanto arido e tanto duro quanto la morale laica, dove l'unica strada è quella disegnata dal vento dell'orgoglio, gli unici riferimenti sono i miraggi fatui delle passioni, l'unica voce è l'eco del proprio io che recita a sé stesso la farsa dell'autonomia. Invece, quando il cuore si apre alla fede, allora il nostro deserto fiorisce, si apre davanti a noi la strada sicura dei Comandamenti che diventano "luce ai nostri passi e lampada per il nostro cammino". 28 Non c'è più solitudine dentro di noi; sperimentiamo la verità e la dolcezza di quelle parole di Gesù: "Se uno mi ama,
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Deut. 5,1..22 Salmo n. 118

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osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui".29 Scopriremo anche che proprio i Comandamenti di Dio e la legge morale che egli ci ha dato sono garanzia e difesa dell'essere umano e della sua dignità, sono il più autorevole baluardo contro ogni sopruso ed ogni violenza, e infine sono il fondamento più solido alla retta convivenza tra gli uomini. Con ragione Israele considerava la Legge un dono immensamente prezioso, segno della predilezione di Dio. Il Signore tuttavia dovette rimproverare frequentemente il popolo ebreo per la "durezza del suo cuore", perché non seppe leggere con la fede quei "segni" e non si fidò della parola del Signore: "Mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere (...) e io dissi: sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie". 30 Quando Mosè scese dal Sinai, trovò il popolo "che sedeva a mangiare e a bere e si alzava per divertirsi" e danzava davanti al vitello d'oro cantando: "Ecco il tuo dio, o Israele, colui che t'ha fatto uscire dal paese d'Egitto!". 31 Non c'è dubbio che il consumismo sfrenato dell'uomo contemporaneo è uno dei sintomi più evidenti dell'abbandono della fede, e si presenta come la somma di tutte le innumerevoli idolatrie che hanno contagiato il cuore dell'uomo. Proprio nel Deuteronomio, Mosè mette in guardia il popolo dall'uomo consumistico che, dimentico di Dio, è tutto intento ad adorare il suo vitello d'oro. "Guardati bene dal dimenticare il Signore tuo Dio, così da non osservare i suoi comandi, le sue norme e le sue leggi (...) quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto in questo deserto grande e spaventoso (...) per farti felice nel tuo avvenire (...) guardati dunque dal pensare: la mia forza e la potenza delle mie mani mi hanno acquistato queste ricchezze (...)".32

20 - La Chiesa. Arca dell’Alleanza.
Affinché il popolo non dimenticasse i prodigi compiuti da Dio per la sua liberazione e non venisse meno all'alleanza, Dio stesso fece costruire come richiamo perenne alle generazioni future un'Arca detta appunto dell'Alleanza. 33 Era, questa, uno scrigno d'oro dove venivano conservati i "segni" della potenza salvifica di Dio, segni che indicavano la sua presenza vicino a Israele: erano le tavole della Legge, la manna e la verga di Aronne. Come gli altri "segni" anche l'Arca andò distrutta, ma Dio costruì un'altra Arca, definitiva, perenne, per mezzo della quale ha stipulato un'Alleanza nuova che è per tutta l'umanità e per sempre: Gesù Cristo. L'Umanità di Gesù è non solo il Roveto ardente dal quale Dio parla all'umanità, è anche lo Scrigno d'oro che contiene tutta la potenza, tutta la grazia, tutto l'amore misericordioso di Dio. Compiuta l'opera della salvezza e prima di salire al cielo con la sua Umanità glorificata, Gesù ha voluto istituire la Chiesa perché continuasse la sua presenza visibile sulla terra. La Chiesa, come Corpo Mistico di Cristo, è vera Arca della Nuova Alleanza e contiene i "segni efficaci" della salvezza. Alla Chiesa, infatti,
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Gv. 14,23 Salmo 94,10 Es. 32,4-6 Deut. 8,11... Es. 25,10...

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Cristo ha affidato non tanto le tavole della legge ma il suo Vangelo e tutta la ricchezza del suo insegnamento, non la manna ma i Sacramenti che comunicano la grazia e la Vita, non la verga di Aronne ma il suo sacerdozio con cui pasce e conduce il gregge del Padre. La Chiesa diventa così il "segno levato sulle Nazioni", perché gli uomini non dimentichino, perché sappiano che c'è Dio in mezzo a loro, perché comprendano finalmente che possono ottenere salvezza e redenzione, e che li attende una "terra promessa" costituita da "cieli nuovi e terra nuova" dove "Dio sarà tutto in tutti".

21 - Camminare senza la fede è perdere il tempo.
Il nostro cammino sulla terra, il nostro viaggio nel tempo è, dunque, un viaggio nella fede. E' anche un viaggio che non ha i confini del tempo: è cominciato in Dio dall'eternità, e terminerà in Dio quando, usciti dalla scena di questo mondo, approderemo nelle sue braccia. Dall'eternità all'eternità, attraverso il tempo. Questa nostra vicenda terrena ha però un'importanza decisiva: in essa siamo chiamati a decidere di noi stessi in ordine al disegno di Dio. E' una vicenda terrena precaria, finita, segnata dal male e dal dolore ma che vale tutta l'eternità, conta quanto conta la gloria di Dio, pesa tutto il peso di felicità che può essere portato da una creatura. Il popolo ebraico non era nato in Egitto, né in condizioni di schiavitù, era nato dalla fede di Abramo per abitare una terra "dove scorre latte e miele"; ma a nulla servì essere figli di Abramo senza avere la fede di Abramo, essere liberati dall'Egitto e condotti nel deserto senza aver capito il senso e il significato di quel viaggio nel quale "videro le opere di Dio...ma non hanno conosciuto le sue vie...e perciò non entreranno nel luogo del suo riposo". 34 A nulla serve essere nati da Dio se non viviamo questo tempo come figli di Dio; a nulla serve il nostro viaggio nel tempo se non è un viaggio nella fede. Ascoltare la voce di Dio e non indurire il cuore, saper vedere le opere di Dio e camminare nelle sue vie: solo così il nostro viaggio nel tempo è un viaggio verso la libertà e verso la vita; senza la fede invece il nostro cammino terreno è una corsa verso la morte. E' orribile e tragico finire nella morte quando invece siamo stati creati per la vita e proprio da Colui che è la Vita. Non possiamo dimenticare le parole di Gesù: "In verita, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna"... "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno". 35 Dio è il Vivente, è il Dio della Vita; Egli ci ha chiamati ad "abitare nella terra dei viventi" dove non avremo più bisogno di teofanie, non di salire sul monte Oreb, né sul monte Sinai, perché conosceremo Dio non più nella nube e nel fuoco ma nella luce e nello splendore: "in lumine tuo videbimus lumen", e Dio toglierà il velo che copre la sua faccia, e vedremo il suo Volto in una contemplazione senza fine. La fede avrà lasciato il posto alla visione! Dall'Eternità all'Eternità! lungo il filo del tempo; per noi, sulla terra, il tempo è il luogo della fede. Perdere la fede è perdere il tempo.

22 - Il viaggio dei Magi.
Abbiamo paragonato la nostra vita sulla terra al viaggio degli Ebrei nel deserto, un viaggio di speranza che ha avuto come strada la fede. Ma c'è un altro viaggio nel quale possiamo ritrovare esplicite analogie con quell'avventura umana e divina che è il nostro cammino sulla terra: è il viaggio dei Magi sulla strada per
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Sal. 94,11 Gv. 11,25

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Betlemme. Anche per loro c'è stato un "roveto ardente" dal quale il Signore li ha chiamati e si è loro manifestato come in una teofania: "Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo". 36 Quella stella è stata per loro una rivelazione, il segno di una chiamata, di un invito a cercare il "Dio-che-è-venuto-a-salvarci". Per loro, pagani e uomini di mondo, la salvezza aveva il significato della regalità, il "Redentore" avrebbe ristabilito la signoria di Dio su tutte le cose, avrebbe riunito tutti i popoli della terra in un unico regno, governato con giustizia e nella pace. Quei Magi risposero alla chiamata e si misero in cammino alla ricerca di Cristo "per adorarlo", disposti cioè a riconoscerlo come Re e Salvatore, a sottomettersi a Lui e a servirlo. Commuove innanzitutto la prontezza con la quale questi uomini saggi e potenti rispondono alla chiamata di Dio; si lasciano condurre con fiducia e senza incertezze dalla fede e non temono di affrontare un viaggio di cui non conoscono il percorso, la durata, le difficoltà, un viaggio che offriva una sola certezza: li avrebbe portati a incontrare il Re dei Giudei, il grande Atteso da tutti i popoli. E difficoltà ne hanno certamente incontrate prima di arrivare a Gerusalemme: fatiche, stanchezza, sacrifici. Ma la certezza che veniva loro dalla fede è stata più forte di tutti i timori e di tutti i dubbi che venivano dalle situazioni difficili di un viaggio pieno di incognite e, umanamente parlando, molto simile a una pazzia. Arrivati poi a Gerusalemme, la prova della loro fede toccò il momento più duro e cruciale. Si aspettavano di trovare la città in festa, tutta un tripudio per la nascita del Gran Re; trovarono invece una città indifferente, dominata dal sospetto e dalla paura. Per di più quella che era stata la loro certezza e la loro guida, la stella apparsa in Oriente, scompare dal loro cammino. Le stesse informazioni, pur esatte e sicure dei sacerdoti e degli Scribi, celavano una strana freddezza e un inspiegabile disinteresse. Infine l'ignoranza di Erode, pur cammuffata da un ostentato entusiasmo, come poteva accordarsi con l'importanza di un fatto così grande e atteso? Ebbene, nonostante tutto questo i Magi continuano a "credere"; non dubitano, non desistono, non si lasciano scoraggiare o fermare. Avevano visto la stella e non potevano dubitare. Gli uomini possono anche ingannarsi o ingannare, e possono anche tradire, ma il Cielo no! Il loro viaggio non era finito e la strada intrapresa, anche se per un momento nascondeva la sue tracce, non poteva esaurirsi nel nulla, come nella sabbia del deserto. Bisognava continuare, insistere, cercare; la meta era certa, il cammino sicuro, la direzione era giusta. Fu allora che la stella riapparve, e con la stella la luce e la gioia: il cielo confermava il suo messaggio. Giunsero così a Betlemme, e quella stessa fede che li aveva guidati li fece cadere in ginocchio senza esitazioni e senza scandalo anche se il grande Re, l'Atteso delle genti, si presentava a loro in un alloggio umile e disadorno, nella debolezza e nella semplicità di un Bambino che non aveva nulla di regale, in un luogo lontano dai centri della potenza mondana. Videro il Bambino e adorarono il Re, videro l'uomo e credettero in Dio.

23 - Perseverare nella fede.
Il nostro viaggio sulla terra conosce le stesse esperienze e gli stessi moment i del viaggio compiuto dai Magi: incontreremo il dubbio, la stanchezza, la tentazione e tante altre difficoltà; anche la stella della fede sembrerà eclissarsi sul nostro cammino e a volte ci potrà apparire come un'illusione o un inganno. Incontreremo la freddezza e l'ostilità di un ambiente dominato dallo scetticismo e dalla miscredenza; troveremo folle che vanno in senso contrario al nostro cammino perché stanno allontanandosi da Dio; potranno assalirci il timore del ridicolo e la paura della
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Mt. 2,2

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emarginazione, o anche lo sconcerto per il silenzio di Dio davanti alla violenza delle passioni umane....; ma non dobbiamo fermarci, non possiamo dubitare. Abbiamo visto anche solo una volta, magari da bambini, la stella della fede nel cielo della nostra anima? Abbiamo udito, sia pure tra mille voci assordanti, la voce della Chiesa che ci indicava la strada? Ebbene, non dubitiamo, non lasciamoci intimorire o fermare da nulla e da nessuno. La meta non potrà essere che la grotta di Betlemme con il Bambino e sua Madre. Lì, in quella grotta, si incontrano la verità di Dio e la verità dell'uomo, lì la vita prepara la sua rivincita sulla morte, lì la nostra offuscata dignità di creature trova lo splendore della nuova dignità di figli di Dio.

24 - Il cammino dei discepoli di Emmaus.
Sulle orme dell'Esodo, abbiamo seguito il viaggio degli Ebrei nel deserto, un viaggio epico verso la salvezza. Lo abbiamo chiamato "Epopea della Salvezza" e l'abbiamo paragonato al viaggio che l'intera umanità è chiamata a percorrere sulla terra attraverso il cammino della fede. Abbiamo poi calcato le orme dei Magi perché anche ciò che è sapiente, nobile e potente sulla terra deve trovare la strada che porta a Betlemme e scoprire nell'umiltà di un Bambino la sapienza di Dio e la potenza di Dio. Ma c'è nel Vangelo il racconto di un altro viaggio, un viaggio meno grandioso e imponente, un viaggio quasi in incognito, senza rumore, ma non meno drammatico, che può suggerirci alcune riflessioni sulla fede utili a ciascuno di noi e ad ogni anima che voglia incontrare il Signore. In quel viaggio, non è un popolo che si muove verso una terra promessa, non sono dei nobili e dei sapienti che vanno a Gerusalemme per cercare il Re di tutta la terra, ma sono due viandanti, uno anonimo e l'altro di nome Cleopa, che viaggiano proprio nel giorno in cui si è compiuta la salvezza: il giorno della Risurrezione, il giorno della Fede; ma camminano non sulla strada della fede bensì su quella del dubbio, dello scetticismo, della tristezza. Infatti si allontanano da Gerusalemme, la città di Dio, città della pace, la meta cui deve tendere ogni anima. Narra dunque San Luca 37 che nel giorno stesso di Pasqua, due discepoli erano in cammino verso Emmaus, un villaggio a quindici chilometri da Gerusalemme; erano tristi e delusi, convinti di essersi ingannati sul conto di Gesù, sulla sua persona e sulla sua missione: "Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele!". Frattanto Gesù in persona si accostò e si fece viandante con loro, "Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo". Allora Egli cominciò a spiegare loro le Scritture, partendo da Mosè e dai Profeti, su tutto "ciò che si riferiva a Lui".

25 - Resta con noi, Signore!
Ci vengono qui richiamati due aspetti fondamentali che caratterizzano la fede cristiana: capire le cose di Dio e saper vedere accanto a noi la presenza del Signore risorto come Redentore. I due discepoli non avevano capito le Scritture e non avevano compreso il disegno di Dio su Gesù, perciò non riuscivano a riconoscerlo accanto a loro lungo la strada. E' questa la condizione di chi cammina nella vita senza la fede; e anche di chi tiene la fede sepolta sotto un velo di tristezza perché ha permesso al dubbio, alla delusione, allo scetticismo di invadere il suo cuore. Se non comprendiamo le cose di Dio non capiremo il valore di tutto ciò che esiste, né il senso di ciò che accade intorno a noi e nel mondo. Così pure, se non sappiamo riconoscere Cristo che ci accompagna nel nostro cammino sulla terra, nessun'altra presenza potrà sottrarci alla solitudine e alla tristezza di chi ha perso
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Lc. 24,13-35

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speranza e amore; una solitudine che rimane anche nel chiasso delle ambizioni e dei piaceri mondani, e ancor più rimane nel vuoto alienante delle discoteche e degli stadi. Tuttavia dobbiamo mantenerci fermamente convinti che Gesù non si stacca da noi mai, che continua ad accompagnarci soprattutto nei momenti più duri e difficili del nostro cammino. Qualunque cosa succeda, qualunque situazione interiore possa verificarsi, non dobbiamo mai allontanarci dal Signore. I due discepoli, pur senza riconoscerlo e pur appesantiti dallo scoraggiamento, trattennero Gesù durante il viaggio e lo forzarono a fermarsi con loro come ospite. Se lo avessero lasciato andare e proseguire oltre non sarebbe successo nulla; forse avrebbero smarrito definitivamente la fede e sarebbero naufragati nello scetticismo, delusi per sempre. Dobbiamo continuare a frequentare Cristo nel Vangelo, nella preghiera e nei Sacramenti, anche se tutto ci sembra inutile e falso, anche se non avvertiamo più in modo sensibile la sua presenza, anche se tutte le nostre speranze e le nostre certezze sembrano crollate. Non ci può essere dentro di noi una notte così buia che non possa essere illuminata dalla Parola di Dio; non ci può essere nel nostro cuore una tristezza tanto cupa e tanto fredda che non possa essere riscaldata dalla presenza dolce e amorosa di Cristo. Dobbiamo "volere" fermamente la fede; cioè, dobbiamo anche noi, come i due discepoli di Emmaus, saper "trattenere" Gesù, quasi costringerlo a continuare il suo cammino con noi. Si scioglieranno nella nostra anima le durezze, le oscurità, le tristi freddezze; arriveremo anche noi a dire, per averlo provato direttamente: "Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, mentre ci spiegava le scritture?". 38 Non stacchiamoci da Cristo, mai! Egli vincerà i nostri dubbi, le nostre angosce, le nostre delusioni. Ritornerà la luce, fiorirà la speranza, rinascerà la gioia." Non si turbi il vostro cuore e non abbia timore, non vi lascerò orfani, ritornerò a voi (...) Ora siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo, (e anche voi mi vedrete) e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia". 39 Comprendere le cose di Dio, riconoscere Cristo accanto a noi anche quando avvenimenti difficili e dolorosi lo nascondono ai nostri occhi: ecco il cammino della fede, il nostro itinerario che deve portarci sulla strada di Gerusalemme. E la nostra gioia dovrà essere così contagiosa da trascinare con noi verso il Signore tant i discepoli scoraggiati e delusi che hanno smarrito la strada della fede, la strada della pace. Dobbiamo avere in noi tanta fede, tanta certezza da essere un altro Gesù per quanti incontriamo nella vita, e per quanti incrociano la nostra strada.

FEDE E VITA CRISTIANA

26 - La fede nella vita cristiana.
Ogni creatura vive nel tempo e si muove nel tempo, ma l'uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio vive e si muove nel tempo in modo unico e singolare: a lui è dato di vivere con dimensione di eternità. In questo viaggio nel tempo noi cristiani abbiamo come strada la fede. Su questa strada possiamo muoverci con passo deciso e sollecito ma anche con passo lento e faticoso, magari con scivoloni e cadute, come pure possiamo muoverci speditamente e senza fatica con l'aiuto di
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Lc. 24,32 Gv. 16,20

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mezzi comodi e veloci che il Padrone della strada - il Signore - ci mette a disposizione. Sul nostro cammino della fede, infatti, il Signore è presente con la luce della sua verità - il suo vangelo - e con la grazia dei suoi sacramenti. Inoltre la Chiesa ci guida e ci accompagna lungo il percorso con l'attenzione e la cura proprie della sua missione materna. Talvolta succede anche che il Signore ci fa "volare" nella fede con interventi particolari della sua grazia e con i doni dello Spirito Santo. Da parte nostra i passi che muoviamo su questa strada corrispondono ai singoli atti di fede che esprimiamo nella nostra vita aderendo di volta in volta al Signore. Ora, ci sono cristiani che non compiono mai atti di fede; sono coloro che hanno dimenticato Dio nella loro vita e hanno abbandonato la preghiera e i sacramenti. In loro la fede è morta e la loro vita non è molto diversa da quella dei pagani che non conoscono Dio. Senza la fede, il loro cammino sulla terra è molto simile a un viaggio nel buio, nella nebbia più fitta, e non sanno da dove viene e dove conduce il loro sentiero. Il lungo silenzio che li separa da Dio e che dura da anni, conosce solo il vociare assordante dei ragionamenti umani; essi continuano nella vita accontentandosi delle provvisorie certezze del sapere umano, della buona salute, del successo economico ma in realtà portandosi dentro un immenso bisogno di Dio.

27 - La virtù della fede.
Ci sono poi cristiani che compiono solo raramente atti di fede; la loro vita infatti si svolge quasi abitualmente secondo i criteri di questo mondo. Sono anche persone perbene, si comportano onestamente, ma non sanno vedere la loro esistenza in riferimento a Dio. Ogni tanto pregano, ma per motivi molto umani e, "quando se la sentono", vanno anche in chiesa, soprattutto nelle occasioni tradizionalmente sentite dalla massa dei credenti. Per loro le cose che veramente contano sono il lavoro, la buona salute, la carriera, i conforts della vita e la posizione sociale. La fede è rimasta come rattrappita dentro il loro cuore, quasi soffocata da un materialismo pratico dove il Signore appare raramente e con fatica. Fanno ricordare il terreno occupato dalle spine nella parabola evangelica del seminatore. Ci sono ancora cristiani che compiono frequentemente e anche abitualmente atti di fede. Ricorrono a Dio nella preghiera ogni giorno, compiono i doveri quotidiani con rettitudine sapendo di dover rendere conto a Dio, sanno compiere sacrifici per aiutare gli altri, santificano abitualmente le feste e ricorrono con frequenza ai sacramenti, sanno prendere dalle mani di Dio quanto accade nella loro vita. Gli atti di fede sono in loro frequenti, la fede è diventata pressoché abituale, un "abito" appunto: hanno la virtù della fede. Come ogni creatura umana, hanno limiti e difetti, debolezze e cedimenti, ma lottano con umiltà e perseveranza appoggiandosi all'aiuto e alla misericordia di Dio. In essi si può vedere realizzata l'espressione biblica: justus autem meus ex fide vivet. 40 Nell'uomo che cerca la santità la fede è diventata vita. Infine, ci sono cristiani che vivono la fede eroicamente; in essi questa virtù è diventata non solo così abituale da dare senso soprannaturale a tutte le cose piccole e grandi della loro vita, ma ha portato la loro anima all'unione intima, quasi abituale, con Dio. Nulla li turba più: non le tribolazioni della vita, non la malattia, non il disonore, non la fatica..., Tutto hanno abbandonato nelle mani di Dio. Avvertono quasi istintivamente quello che Dio chiede a loro e si lasciano guidare, quasi portare da Lui, con assoluta docilità. Vivono talmente uniti a Dio che si lascerebbero uccidere piuttosto che dispiacergli in qualche cosa. La fede è per loro criterio e misura di tutto, ed è arrivata a permeare profondamente tutte le altre virtù cosicché
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Ebr. 10,38

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non si nota più distinzione tra fede e amore; tutto nella loro vita è illuminato dalla fede, tutto è mosso dall'amore.

28 - Fede e preghiera.
Possiamo dire che il grado di fede raggiunto dalla nostra anima può darci la misura della nostra vita cristiana. Vediamolo in alcuni aspetti particolari della vita spirituale dove la fede ha un ruolo insostituibile. Innanzitutto il rapporto tra fede e preghiera. E' un rapporto reciproco: senza la fede non si dà preghiera cristiana e senza la preghiera la fede manca del suo respiro e si spegne. Abbiamo detto "preghiera cristiana", cioè la preghiera di Cristo, quella che lui ha praticato e che lui ci ha insegnato. La preghiera di Gesù si differenzia da tutte le altre forme di preghiera che troviamo nella religiosità umana. Nelle varie religioni la preghiera nasce dall'uomo; suppone un naturale bisogno del divino che spinge la mente e l'animo dell'uomo a cercare Dio. La preghiera assume così la forma di invocazioni propiziatorie, di riti e pratiche cultuali che hanno forte incidenza sulla emotività e che a volte si esprimono con formule elaborate e di effetto, oppure si sviluppano in forme più interiori come meditazioni intellettuali, esercizi spesso impegnativi di ascesi e di purificazione, tecniche psicologiche per approppriarsi del proprio corpo e del proprio mondo interiore. Esprimono comunque la nostalgia dell'animo umano che ha sempre desiderato Dio e lo ha affannosamente cercato. Tuttavia l'unione con Dio è una realtà che trascende l'uomo e ogni sua iniziativa, una realtà della quale non ci si può impossessare con nessuno sforzo naturale e con nessuna tecnica umana per quanto raffinata. La preghiera è l'elevazione dell'anima a Dio. Noi cristiani sappiamo di non poter appoggiarci su alcuna forza nostra per arrivare al trono di Dio, e sappiamo anche di non avere titoli per essere da Lui ascoltati: non abbiamo meriti, non abbiamo virtù, non abbiamo opere proporzionate. L'unico titolo che abbiamo è quello conferitoci da Gesù: siamo figli. Lui stesso ce lo ha ricordato: "Quando pregate dite così: Padre..." Già questo, di rivolgerci a Dio e di chiamarlo Padre, è un grande atto di fede; ma poi ogni preghiera, da quella più semplice a quella più sublime deve nascere dalla fede nella paternità di Dio. Quanto più viva è questa fede tanto più la nostra preghiera si trasforma nel colloquio intimo di un figlio con suo padre. La strada dell'orazione si identifica dunque con quella della fede. Una fede vera, autentica, genera in noi un senso vivo e gioioso della nostra filiazione divina, ci mette subito al nostro posto, non solo di creature ma di figli che Dio ha chiamato alla sua intimità, alla partecipazione della sua stessa vita. E' una prospettiva così bella e affascinante che dovrebbe rendere la preghiera facile e spontanea, invece la nostra superbia, la nostra paura, il demonio stesso, ce la rendono così difficile e faticosa che il Signore ha dovuto rimproverarci: "Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono". 41

29 - Preghiera “cristiana”: preghiera di Cristo.
La filiazione divina diventa così il fondamento del nostro rapporto con Dio, e perciò il fondamento di ogni nostra preghiera. Tale è stata la preghiera di Gesù. Chi mai potrà penetrare il mistero sublime di tante notti passate da Gesù in intimo colloquio col Padre? Quella preghiera, che ha impressionato così profondamente gli apostoli, è diventata per ogni cristiano, discepolo del Signore, il modo nuovo e
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Lc. 11,13

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assolutamente esemplare di stare con Dio e di parlare con lui. Per questo una preghiera che nasca dalla filiazione divina è sempre efficace perché Dio non vuole rifiutare nulla a un figlio che crede in lui e si abbandona al suo amore paterno. Anzi, sappiamo che Dio ascolta anche i peccatori quando la loro preghiera scaturisce da un cuore umile e contrito, quando si riconoscono bisognosi della sua misericordia e si affidano alla sua bontà di Padre. Il vero impedimento alla preghiera è la superbia; essa ci fa stare davanti a Dio con l'atteggiamento della pretesa, come se avessimo dei diritti o potessimo contare sui nostri meriti. La nostra condizione davanti a Dio è quella di debitori insolventi che non hanno di che pagare. 42 Anche le nostre opere buone più preziose non sono che poveri spiccioli che valgono ben poco agli occhi di Dio. Gli unici meriti che possiamo vantare sono quelli che ci ha guadagnato Gesù sulla croce. Il suo sacrificio ha accumulato per noi un tesoro infinito, e solo attingendo a questo tesoro noi possiamo pagare i nostri debiti con Dio e riparare il male fatto con i nostri peccati. Gesù porta ancora nella sua carne i segni della passione, e con essi sta davanti al Padre nella gloria del cielo come nostro Grande Intercessore. Perciò la Chiesa, nella sua liturgia conclude tutte le preghiere rivolgendosi al Padre "per i meriti di nostro Signore Gesù Cristo.". Questa umiltà è caratteristica esclusiva della preghiera cristiana; è anche l'atteggiamento che garantisce autenticità e gioia al nostro rapporto con Dio. Possiamo infatti stare davanti a Lui e dirgli con assoluta fiducia: "Padre, sono tuo figlio, peccatore e pieno di miserie, ma tuo figlio. Tu hai chiesto a Gesù, il tuo figlio prediletto, di dare la sua vita per me; io te lo offro, e insieme con lui ti offro me stesso, la mia vita, tutte le cose che porto nel mio cuore. Ti offro anche tutto ciò che mi appartiene, non esclusi i miei peccati, le mie miserie, la mia debolezza". Noi saremo ascoltati da Dio non per la nostra preghiera, ma per la nostra fede; quella fede che ci porta ad essere fermamente convinti che Dio ci ama, e ci ama non per i nostri meriti, per le nostre virtù o qualità che spesso non ci sono, ci ama solo in forza della sua paternità divina. Dubitare di Lui è il torto più grave che possiamo fare a Dio, perché è mettere in dubbio quello che lui ha fatto per noi: ci ha fatti suoi figli e ci ha dato Gesù come Redentore. Sono questi i due punti di forza della nostra preghiera. Questa fede umile ma fermamente convinta ci libera dalla pretesa e ci riempie invece di audacia santa, secondo quelle parole di Gesù: "In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, Egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete ed otterrete, perché la Vostra gioia sia piena". 43 Chiedere nel suo nome vuol dire appoggiare la nostra preghiera su Cristo crocifisso, ma vuol dire anche che dobbiamo pregare come ha pregato Gesù: Egli si è sempre fidato e affidato alla volontà del Padre. Dal primo momento, da quando è entrato nel mondo - "Vengo, o Padre, a compiere la Tua volontà" - fino al momento estremo della passione - "Padre, non sia fatta la mia ma la tua volontà" - tutta la vita di Cristo è stata una preghiera di obbedienza al Padre. Anche noi, quando andiamo a pregare, andiamo a consegnarci con assoluta fiducia nelle mani di Dio; Egli sa più di noi, e ci ama.

30 - La fede e la croce.
Il riferimento a Cristo crocifisso ci porta a considerare un secondo aspetto della preghiera, quello del suo rapporto con la Croce. Innanzitutto, la croce del Signore è essa stessa una preghiera: la più grande, la più sublime preghiera in tutta la storia umana. Da allora, da quando il Figlio di Dio ha preso su di sé il dolore e la
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Mt. 18,25 Gv. 16,23-24

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morte, ogni sofferenza umana può diventare preghiera. Saper vedere nel Cristo sofferente disteso sulla croce, con le braccia aperte verso il cielo, la preghiera vivente, la preghiera che sgorgata dal cuore del Sommo ed Eterno Sacerdote, penetra nei cieli e sale fino al Padre ottenendo la salvezza per tutta l'umanità, è questo uno dei frutti più consolanti della fede. Questa stessa fede aiuta poi ognuno di noi ad unire al dolore di Cristo le proprie sofferenze, piccole o grandi che siano, soprattutto le sofferenze che non riusciamo a capire, come la sofferenza innocente, quella ingiusta, quella provocata da cattiveria gratuita e crudele o da calamità che fanno pensare ad una natura matrigna e impietosa, in una parola le sofferenze che sembrano senza senso, assurde per la ragione e per il cuore. Saper unire queste sofferenze al dolore dell'unico Innocente, di Colui che "nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà... e divenne causa di salvezza eterna per coloro che gli obbediscono" 44, è un frutto prezioso della nostra fede. La croce di Gesù santifica il dolore, lo riscatta dalla maledizione, impedisce che diventi bestemmia, trasformandolo invece in preghiera, in espiazione, in salvezza. Anche in questo trova valore e significato la nostra partecipazione al sacrificio della Messa. Sul Calvario accanto a Gesù Crocifisso e Innocente c'erano due colpevoli condannati alla stessa pena. Uno di loro si contorceva nella ribellione e trasformava il suo dolore in bestemmia, l'altro, consapevole che il dolore nasce dal peccato o comunque è sempre segno del peccato, seppe trasformare la sua sofferenza in preghiera: "Gesù, ricordati di me nel tuo regno!". In quel momento il dolore dell'uomo diventa dolore di Cristo, l'unico dolore veramente innocente, che salva e che redime. "In verità ti dico, oggi sarai con me in Paradiso". 45 Talvolta la sofferenza arriva improvvisa e violenta, come un urto, mette alla prova la solidità della nostra fede, rivela quali sono i veri atteggiamenti della nostra anima, e mostra fino a che punto sia abituale in noi la preghiera e quanto sia filiale il nostro rapporto con Dio. La sofferenza può portare allora a quella forma squisitamente cristiana di preghiera che chiamiamo "preghiera di abbandono"; Gesù l'ha vissuta in modo sublime nel momento supremo della sua vita: "Padre, nelle tue mani abbandono il mio spirito". 46

31 - Guardare “oltre” la croce.
Quando il dolore ci sembra ingiusto e crudele, disumano e ingiustificabile, l'unica risposta è la preghiera di abbandono; cioè l'atteggiamento di una creatura piccola che non comprende ma che si consegna nelle braccia di suo Padre. E', questo, l'atteggiamento degli umili e dei semplici, di chi è convinto che Dio non è un Signore lontano, che assiste indifferente e impassibile al dolore degli uomini, ma un Padre "ricco di misericordia" che, come racconta la parabola del buon samaritano, ha inviato suo figlio a raccoglierci "percossi e feriti" su questa strada di Gerico che è il nostro cammino sulla terra, a fasciare le nostre ferite, versandovi "l'olio e il vino" della sua pietà e della sua consolazione. Se la fede è la virtù di chi cammina nel tempo, essa è particolarmente preziosa quando il cammino si fa aspro e dolente, quando le lacrime della sofferenza si mescolano al sudore della fatica, e diventa indispensabile quando il dolore tocca il suo vertice nel momento del sacrificio supremo, quello che conclude la nostra
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Ebr. 5,7 Lc. 23,42-43 Lc. 23,46

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vicenda terrena; la morte è l'ultima nostra preghiera, il nostro definitivo abbandono al Dio della vita. L'itinerario della fede non è facile, deve superare lo scandalo della Croce, deve passare attraverso il Venerdì Santo, e saper anche accettare che la luminosa certezza di Cristo Risorto rimanga un mistero; esso attende la sua piena rivelazione nella "Parusia", cioè al ritorno del Signore. Solo allora comprenderemo il significato di tutte le cose. Intanto la fede rimane una continua provocazione ad "andare oltre": oltre il sentire, oltre il conoscere, oltre il comprendere. La fede ci permette di rompere la crosta delle cose, di andare oltre il mondo delle apparenze; ci permette di vedere ciò che sta "dietro" gli avvenimenti, dietro la storia e le vicende umane. La fede è vedere Dio presente e nascosto; Dio che tiene in mano i fili di ogni esistenza e va tessendo l'arazzo della nostra vita in un misterioso e commovente dialogo tra la sua grazia e la nostra libertà. L'arazzo più prezioso e stupendo è fatto di tanti fili di lana che, presi uno per uno, non dicono nulla; potresti sfilarli uno dopo l'altro e distruggere l'arazzo. Solo vedendoli nel loro insieme, cioè nel loro rapporto col disegno dell'Artista, puoi capire il senso di ogni filo. Anche una cattedrale romanica è fatta di mattoni; potresti levarli uno per uno e la Cattedrale non esisterebbe più, e dove prima ogni mattone aveva il suo posto, il suo significato, ora non ci sarebbe che un mucchio di pietre senza senso. Qui sulla terra, solo la fede può farci intravedere il disegno di Dio; ma non possiamo scorgerlo con chiarezza e completamente perché il tempo non basta per spiegarlo e il nostro sguardo è incapace di abbracciarlo per intero. Anche ogni avvenimento della tua vita è un filo di lana che, preso da solo, può apparirti insignificante e a volte assurdo. Anche inserito nell'insieme può sembrarti, visto in questa vita, come un groviglio inestricabile. Devi attendere - la fede è anche attesa - di passare "dall'altra parte", dalla parte dell'eternità. Solo allora vedrai ogni cosa con chiarezza; allora non solo l'arazzo della tua vita, ma tutta la storia e la vicenda umana riveleranno il loro volto, la loro bellezza, il loro splendore. E capirai che la fede non ti ha ingannato, che la sua oscurità è stata l'unica certezza che abbia veramente illuminato il tuo cammino sulla terra.

L'ATTO DI FEDE
32 - L’atto più nobile.
Abbiamo visto qual è l'oggetto della nostra fede: Dio che rivela sé stesso e realizza, per mezzo di Cristo, il suo progetto di salvezza, la redenzione dell'uomo, chiamandolo alla perfetta comunione con Lui. Ma al fine di fortificarci nella fede e di comprendere più chiaramente la nobiltà e la preziosità di questo dono, giova ora esaminare l'atto di fede in sé stesso, così come si compie in noi. Sulla terra non c'è atto più nobile di quello di aderire a Dio attraverso la fede; è questo, infatti, l'atto più sublime dello spirito umano. Ogni atto di fede impegna profondamente tutto l'uomo, la sua facoltà intellettiva, la sua volontà, il suo cuore; è un atto profondamente umano e tuttavia è un atto totalmente soprannaturale perché esige l'azione di Dio nella nostra anima; ogni atto di fede è un mistero di libertà e di grazia. Dall'analisi sul ruolo che ciascuna facoltà del nostro spirito svolge nell’atto di fede, comprenderemo anche la necessità di una sempre più generosa purificazione interiore perché la fede si liberi pienamente e pervada tutta la nostra vita. 31

Vediamo innanzitutto il ruolo dell'intelletto. Ci riferiamo, ovviamente, a un intelletto normale, cioè sano nel suo modo naturale di conoscere, libero quindi dalle ideologie, quelle malattie dell'intelligenza che rendono l'uomo incapace di formulare il benché minimo atto di fede. Il ruolo dell'intelletto è fondamentale, non solo perché la fede implica un'attività conoscitiva, ma anche perché l'intelligenza è chiamata a svolgere un triplice lavoro nell'atto di fede: 1) ci documenta l'esistenza di verità rivelate da Dio; 2) ci mostra che queste verità sono credibili, perché vengono da Dio e sono accompagnate dalla sua testimonianza; 3) ci ricorda, infine, il dovere di assentire a queste verità perché Dio è il Signore, e ha diritto all'omaggio anche intellettuale della sua creatura.

33 - L’intelletto nell’atto di fede.
La prima attività dell'intelligenza è dunque documentativa, ha cioè lo scopo di dimostrarci l'esistenza della Rivelazione come ci viene documentata nella Sacra Scrittura e in particolare nei Vangeli. E' infatti dai Vangeli che emerge la verità fondamentale della nostra fede: Gesù è Figlio di Dio, Salvatore dell’uomo. Viene dunque chiamata in causa l'attendibilità dei Vangeli, cioè la loro storicità e il loro valore come documenti. I Vangeli come documenti storici non erano mai stati messi in discussione da nessuno; vennero impugnati per la prima volta dall'Illuminismo settecentesco, e poi dai suoi eredi naturali: il Razionalismo positivista del secolo scorso e la cultura immanentista e atea del nostro secolo. Precedentemente i Vangeli furono disattesi, combattuti, anche rifiutati ma non furono mai accusati di falso o di mistificazione. Il pensiero moderno lo ha fatto; e lo ha fatto non come conclusione di un serio esame di critica storica, ma come conseguenza di un presupposto aprioristico: l'impossibilità del soprannaturale e la negazione della trascendenza. Poiché, dicono, il soprannaturale non è possibile o non esiste, i documenti che pretendono di affermarlo sono falsi, spuri, o mitici, comunque non sono storici. La conseguenza di questo atteggiamento è la miscredenza, anche quella che si presenta sotto forma di fideismo. Infatti queste posizioni, che all'epoca del razionalismo ufficiale erano drastiche e categoriche, sono oggi riciclate sotto forma di morbide affermazioni fideiste che, col pretesto degli enormi progressi compiut i dalle scienze umane, vorrebbero demitizzare la storia per salvare la fede. L'importante - si dice in questi ambienti - non è sapere ciò che Gesù ha detto o ha fatto, se cioè i fatti narrati dai Vangeli corrispondano veramente alla realtà storica, ciò che interessa è sapere qual è stata la fede delle prime comunità cristiane. In altre parole, i Vangeli non sarebbero una testimonianza su Gesù di Nazareth, sulla sua vita e le sue opere, ma documenterebbero la fede delle prime comunità cristiane, come se gli apostoli non avessero conosciuto Cristo. Ora San Giovanni, che ultimo fra gli apostoli scrive con lucidità assoluta la sua esperienza vissuta con Gesù - ricorda con chiarezza perfino l'ora esatta del suo primo incontro con lui - ha parole durissime contro coloro che dubitavano della realtà storica di Cristo: "Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'Anticristo!". 47 Sappiamo dunque dalla fede che i Vangeli sono stati ispirati da Dio, ma sappiamo anche dalla scienza critica che sono documenti storicamente affidabili. Essi riportano la testimonianza esplicita di coloro che furono testimoni diretti, in prima persona, degli avvenimenti che narrano. Testimoni, gli apostoli, che furono perseguitati, imprigionati, uccisi, ma che nessuno ha mai potuto accusare di falso o
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2 Gv. 7

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di menzogna. San Luca, all'inizio del suo Vangelo, dice apertamente di essere andato a consultare coloro che furono testimoni fin da principio, e di aver fatto ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi, per poter farne un resoconto ordinato; e questo proprio perché la nostra fede fosse solida, cioè fondata. A conferma della nostra convinzione su questi presupposti della fede, ricordiamo le parole del Concilio Vaticano II: "La Santa Madre Chiesa ha ritenuto e ritiene con fermezza e costanza massime, che i quattro Vangeli, di cui afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù, Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza fino al giorno in cui fu assunto in cielo". 48

34 - Purificare l’intelligenza.
A questo punto diventa necessaria una purificazione dell'intelligenza, che consiste nel liberarla dal dubbio gratuito, dal pregiudizio intellettuale e dall'ignoranza. Il dubbio gratuito non è un dubbio vero e serio; è spesso un atteggiamento da adolescenti che negano tutto per partito preso, un atteggiamento superficiale e sciocco; più frequentemente si tratta di una tentazione, e la tentazione si vince cacciandola mediante un atto esplicito di fede che diventa preghiera. Il pregiudizio intellettuale nasce da lacune o deformazioni nella propria preparazione culturale; spesso vuol coprire altre motivazioni dove non è estraneo l'amor proprio o l'attaccamento a opinioni personali, attaccamento che arriva fino a difendere come verità scientifiche quelle che sono pure ipotesi tutte da dimostrare. L'ignoranza infine non è soltanto la non conoscenza dei Vangeli e della Rivelazione; questa è purtroppo un'ignoranza molto diffusa e costituisce uno dei peggiori nemici della fede. Sul vuoto prodotto da questa ignoranza prende posto la cultura del dubbio e del sospetto così largamente distribuita nelle scuole e dai massmedia. E' tuttavia un'ignoranza che si può vincere facilmente con lo studio, con la lettura del Vangelo e attraverso l'insegnamento della Chiesa. Ma c'è un'altra ignoranza più pericolosa, e che potremo definire ignoranza saccente: è l'ignoranza di chi, appoggiandosi a pregiudizi pseudo-scientifici, magari paludati da sfoggio di erudizione, ignorano il serio lavoro della critica storica che ha fatto dei Vangeli i libri più studiati, analizzati e documentati di tutta l'antichità, arrivando a conclusioni che confermano la plurisecolare tradizione della Chiesa; tradizione che ha sempre proposto i Vangeli come documenti non solo ispirati ma anche autentici, e legati fedelmente alla testimonianza storica degli apostoli. Da questa ignoranza presuntuosa viene l'uomo della "modernità", così tipico della nostra civiltà occidentale: scettico, diffidente, che crede solo a sé stesso e a chi gli dà ragione, che non si fida della Chiesa e del Vangelo, e che guarda con sospetto a Gesù Cristo. Eppure, con quale fermezza e rigore gli Apostoli si appellavano alla propria testimonianza! Scrive San Giovanni: "Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto coi nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, noi lo annunciamo anche a voi". 49 In nome di questa testimonianza obiettiva e verace egli invita alla fede affinché possiamo anche noi aver parte con i credenti alla conoscenza di Gesù Cristo.

35 - “Credibilità” delle verità di fede.
La seconda attività dell'intelletto è persuasiva. Con essa l'intelletto ci mostra che le verità rivelate da Dio e testimoniate dagli Apostoli, anche se non sono evident i
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Dei Verbum n. 19 1 Gv. 1,1

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in sé stesse, sono tuttavia credibili. Il ragionamento di Nicodemo, uomo saggio e sincero, uomo di scienza, vale per tutti: "Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che fai tu se Dio non è con lui" 50. Proprio perché Gesù viene da Dio è un testimone degno di fede. Del resto il Padre stesso gli ha reso testimonianza: "Le opere che io sto facendo testimoniano di me che il Padre mi ha mandato". 51 Non è dunque l'evidenza delle cose che muove la nostra intelligenza alla fede, - non sarebbe più fede ma scienza - è il fatto che Gesù è testimone di Dio. "Dio nessuno mai l'ha visto: proprio il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato". 52 Inoltre, le verità che Gesù ci ha rivelato sono spesso oscure e impenetrabili alla nostra mente. "E' duro questo discorso; chi può intenderlo?" mormorava la folla davanti alle parole di Gesù sul Pane vivo. Ma proprio allora l'intelligenza è chiamata a dire con Pietro: "Signore, tu solo hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio.". 53 A questo punto la purificazione dell'intelligenza richiede il rifiuto della pretesa razionalistica. Pretendere di capire tutto, significa pretendere che Dio sia a misura dell'uomo. La ragione stessa invece comprende che la verità è più grande di noi perché Dio trascende infinitamente l'uomo. L'orgoglio intellettuale, che non ammette limiti alla ragione umana e che rifiuta tutto ciò che non è umanamente comprensibile, cioè contenibile nelle categorie della ragione, considera la fede come umiliazione dell'intelligenza. Questa pretesa trova oggi consensi soprattutto negli ambienti delle scienze. Il potere della scienza non avrebbe limiti e il suo progresso sarebbe inarrestabile. Nulla dunque può esserci oltre i confini della scienza se non il mito e la superstizione. La fede, secondo il pregiudizio illuminista, equivarrebbe ad un'aperta dichiarazione di impotenza intellettuale, di ignoranza, e continuerebbe a mantenere l'uomo in una umiliante condizione di inferiorità e di oscurantismo; tutt'al più si potrebbe accettare la fede come stadio transitorio, una sorta di immaturità intellettuale da superare e abbandonare quanto prima. Ora, questi intelligenti secondo il mondo, questi luminari del sapere scientista, sono in realtà degli stolti, vittime di un orgoglio che è riduttivo dell'intelligenza, oltre che del sapere. Senza dubbio le parole di Pietro: "Signore, tu solo hai parole di Vita Eterna; e noi abbiamo creduto che tu sei il Figlio di Dio", sono una confessione di ignoranza che spinge ad affidarsi ad un altro; ma Pietro aveva una chiara consapevolezza che nella fede egli si affidava a "Colui che sa" e che è degno della più assoluta fiducia. La fede è partecipazione al sapere di Dio, e contiene l'affidabilità propria della santità di Dio. "Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è più grande; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio". 54 Per questo, la fede non è soltanto potenziamento dell'intelligenza umana, ma anche segno di grande saggezza. E' la sapienza che fa grande lo spirito dell'uomo. 55

36 - Il dovere di credere.
La terza attività dell'intelletto, nell'atto di fede, è di natura morale: ci ricorda il nostro dovere di creature verso l'autorità di Dio. Nella Rivelazione, Colui che ci parla è Dio e non un uomo; è Colui dal quale tutte le cose hanno principio nel cielo e
Gv. 3,2 Gv. 5,36 52 Gv. 1,18 53 Gv. 6,68-69 54 1 Gv. 5,9 55 Proprio in questi giorni, Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Fides et Ratio», al capitolo secondo, tratta della fede come sapienza.
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sulla terra; a Lui noi tutti siamo vincolati nella nostra stessa esistenza di creature. Quando colui che ci parla è Dio, noi abbiamo il dovere di prestargli attenzione e di dargli il nostro assenso, tanto più che nella sua Rivelazione non ci comunica opinioni umane, ma la sua Verità. E la Verità è vincolante non solo dell'intelligenza ma di tutta la nostra persona: è necessario attuare nella vita la verità in cui crediamo. "Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita". 56 Non si respinge impunemente la Rivelazione di Dio, perché in essa Dio impegna la sua autorità. "Chi non crede a Dio fa di lui un bugiardo perché non crede alla testimonianza che Dio ha reso a Suo Figlio. E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la Vita eterna e questa vita è nel Suo Figlio". 57 L'intelligenza dunque ci ricorda il nostro posto di creature davanti a Dio e il dovere fondamentale che abbiamo di ascoltarlo quando egli ci parla. Ricordiamo Mosè davanti al roveto ardente. Per questo S.Paolo parla della fede come di un "ossequio" della nostra persona, e S.Giovanni la chiama "un comandamento". Istintivamente l'uomo non si fida di ciò che non capisce; se lo accetta, è perché si fida di un altro "che sa", e che attesta onestamente quello che sa. E' un atteggiamento senza dubbio valido e ragionevole, e lo è in sommo grado quando chi sa e chi attesta è Dio stesso. Ma quando si pensa che la fede non offre le stesse garanzie della scienza o la stessa sicurezza offerta dalla propria esperienza, dalle proprie convinzioni, o dalle stesse evidenze razionali, allora la fede è guardata con sospetto e con diffidenza, come se fosse un tranello, oppure come un palliativo per mascherare la propria ignoranza. Quando poi la fede sembra contrastare le proprie decisioni personali o le proprie scelte di vita, allora viene istintivamente rifiutata come una limitazione alla libertà interiore e un impedimento alla propria maturità. Se infine si arriva, come nelle moderne ideologie, a trasformare il sapere in potere, la conoscenza in dominio, la libertà di pensiero in volontà di potenza, allora l'autorità è respinta come una minaccia e l'ossequio della fede rifiutato fino alla ribellione in nome della propria coscienza, considerata fonte della libertà. Il libero pensatore e l'anarchico sono sempre andati a braccetto sulle strade di tutte le ribellioni.

37 - “Intelletto cristiano”
Ma il compito dell’intelletto nei riguardi della fede non si limita a rendere possibile l’atto di fede e a giustificarlo razionalmente, compito che in certo senso è previo alla fede, ma va anche oltre: cioè l’intelletto ha un proprio ruolo all’interno della fede stessa. Del resto, non potrebbe essere diversamente dal momento che la fede è una «conoscenza», e noi non abbiamo altra facoltà conoscitiva che l’intelletto. Perciò, anche il contenuto della fede non può prescindere dalla ragione. Qual è dunque questo compito o servizio che l’intelligenza svolge all’interno della fede? Per comprendere meglio, ricordiamo il mistero dell’Incarnazione: il Figlio di Dio si fa uomo e assume la nostra natura umana nella sua limitatezza; dal canto suo la nostra natura mette a disposizione della seconda Persona della Santissima Trinità le proprie facoltà umane per mezzo delle quali il Dio-Figlio agisce come uomo e può compiere la missione ricevuta dal Padre: la Redenzione. Analogamente, le verità che Dio ci ha fatto conoscere nella Rivelazione e che sono oggetto e insieme contenuto della fede, sono proposte all’intelletto umano il quale, a sua volta, mette a servizio della Rivelazione le categorie razionali che, sia pure nella loro limitatezza, servono ad esprimere rettamente quelle verità; esprimere rettamente, servono cioè non a spiegare ma a formulare senza deformarle le verità
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Gv. 8,12 1 Gv. 5,10

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rivelate da Dio. In altre parole la fede, sia per il contenuto come anche per la sua origine e per il suo fondamento, trascende l’intelletto umano ma nello stesso tempo non può farne a meno perché ha bisogno delle sue categorie razionali per esprimersi. In un certo senso la Rivelazione si «incarna» nell’intelletto umano, lo eleva ma anche ne utilizza i mezzi per rendersi «conoscibile». D’altra parte questo servizio che la ragione rende alla fede è ben ripagato perché la fede – virtù teologale infusa con la grazia nel Battesimo – «eleva» la ragione e la rende capace di conoscenze che prima le erano totalmente sconosciute, e di altre che le erano molto oscure e difficili. Così, ad esempio, la conoscenza intorno a Dio e al suo mistero, la conoscenza intorno all’uomo: la sua identità naturale, la sua origine, il suo destino, concetti come quelli di persona, natura, grazia, ecc. sono conquiste che la ragione umana ha realizzato nella luce della fede. Mediante la rivelazione divina, la fede potenzia la ragione, la rende più penetrante, capace di raggiungere quella Verità di cui l’intelletto umano sente un insopprimibile e mai appagato desiderio. L’approfondimento razionale dei contenuti della fede è compito di una scienza, che possiamo chiamare la regina di tutte le scienze umane: la scienza teologica. Il lavoro della teologia è proprio quello di offrire alla fede le categorie razionali più adeguate ed efficaci per penetrare sempre più profondamente le verità rivelate e illuminare il loro rapporto con la vita dell’uomo e con il suo destino; inoltre, anche se tali categorie sono inadeguate a spiegarci il mistero, possono tuttavia indicarci dove sta il mistero davanti al quale al nostro intelletto non resta che inginocchiarsi e adorare. Ora, non tutte le categorie razionali sono adatte ad esprimere rettamente, senza deformarli, i contenuti della fede. Ed ecco che in aiuto all’intelletto umano, Dio ha provveduto istituendo la Chiesa che, col suo Magistero, garantito dall’azione dello Spirito Santo, può discernere fra le categorie razionali elaborate dalla teologia, quelle che sono più idonee ad esprimere correttamente le verità rivelate. La fede, dunque, non ha nulla da temere dalla ragione e la ragione non ha nulla da temere dalla fede; l’una e l’altra fanno parte di quella «strada della luce» che conduce l’uomo verso la Verità, strada garantita dall’azione dello Spirito Santo attraverso il Magistero della Chiesa. Esiste perciò una continuità tra ragione e fede, continuità che garantisce quella unità profonda della vita cristiana che qualifica la nostra identità di cristiani nel mondo. La fede fa del nostro intelletto un «intelletto cristiano»; è questo l’effetto specifico assolutamente originale e fondamentale che la fede opera sulla ragione umana. Infatti la fede «eleva» il nostro intelletto nel senso che non solo lo rende capace di più alte conoscenze (le Verità rivelate) per le quali è spinto ad elaborare categorie razionali adeguate restando tuttavia un intelletto puramente umano, potremmo dire «mondano», ma anche lo eleva nel senso che lo trasforma in un intelletto «cristiano», capace di «pensare cristiano», di vedere cioè l’esistenza, la storia e tutte le realtà create in modo cristiano, e di muoversi costantemente nella luce soprannaturale della Rivelazione. E’ appunto questo uno degli aspetti essenziali di quell’unità di vita che ci identifica come cristiani. Ed ecco perché può verificarsi il paradosso di un «teologo» non credente, che non si muove all’interno della fede, contrariamente a quanto afferma la S. Scrittura: iustus meus ex fide vivit, il giusto vive di fede e per la fede.

38 - L’omaggio della volontà nell’atto di fede
Il compito decisivo nell'atto di fede spetta allora alla volontà. E' lei in definitiva che si piega in adorazione davanti all'autorità di Dio, e mette la nostra 36

ragione in ginocchio davanti a Cristo, "Credi tu nel Figlio dell'uomo? - chiese Gesù al cieco nato - ed egli disse: "Io credo, o Signore!" e gli si prostrò dinnanzi". 58 . In altre parole l'intelligenza indica alla coscienza dell'uomo e alla sua libertà, a chi e che cosa deve credere e perché deve credere, ma poi l'atto di fede dipende dalla volontà. L'uomo crede se vuole credere, e se non vuole non crede, quali che siano i ragionamenti e anche le evidenze razionali che gli vengano presentate. E' così che l'atto di fede diventa un atto di adorazione all'autorità di Dio. A questo punto la purificazione dell'intelligenza è strettamente legata alla rettitudine della volontà in quella che è la virtù più difficile per il nostro spirito: l'obbedienza. E' una virtù che viene considerata, come abbiamo visto, indegna dell'uomo perché ritenuta lesiva della sua libertà, di quella libertà soprattutto che si ritiene costitutiva dell'uomo adulto e autonomo: la libertà di pensiero. Non c'è dubbio che l'ossequio intellettuale sia la forma più profonda e più impegnativa di obbedienza e costituisca un vero "omaggio", cioè sottomissione della nostra persona in ciò che gli appartiene di più nobile e prezioso: l'intelligenza; la fede come obbedienza oboedientia fidei - è perciò una vera e propria oblazione della nostra persona all'autorità di Dio. Ma la nostra intelligenza dovrebbe allora ricordarsi che abbracciare la Verità è diventare profondamente liberi, che "servire Dio è regnare". Tra verità e libertà c'è un rapporto assoluto, quasi univoco. Nella menzogna non c'è libertà. La forma di menzogna oggi più diffusa è il mancato rispetto della verità delle cose, verità che viene sostituita dal pensiero inteso come criterio ultimo di verità, e dalla coscienza soggettiva eretta a norma suprema di comportamento. Il principio evangelico: "La Verità vi farà liberi" 59 ha enorme importanza riguardo ai problemi della conoscenza, come vedremo. Qui interessa ricordare il peso morale che ha la coscienza ai fini di un atto di fede che sia omaggio della nostra libertà all'autorità di Dio. Solo una coscienza integra può combattere con successo una battaglia che esige lealtà, umiltà, sincerità e fortezza per arrivare alla oboedientia fidei, obbedienza che è la più alta espressione di libertà e insieme è l'atto di adorazione più nobile che possiamo compiere verso Dio. Talvolta questa decisione della volontà di consegnarsi a Dio nell'atto di fede comporta un’intensa sofferenza, è accompagnata da una lotta interiore che fa gemere la coscienza. Ma è una decisione estremamente liberante, e fa sperimentare la verità delle parole di Gesù che possiamo così parafrasare: "Chi vorrà salvare la propria libertà, la perderà, ma chi perderà la propria libertà per me, la salverà". Infine questo omaggio della nostra libertà, questo chinarsi della volontà all'autorità di Dio, costituisce il valore meritorio dell'atto di fede, come avvenne ad Abramo, che credette a Dio contro ogni speranza, e Dio glielo accreditò come giustizia. 60 La Chiesa nella sua liturgia definisce Abramo: "nostro padre nella fede"; egli obbedì a Dio fidandosi totalmente ed eroicamente di lui anche quando ciò che Dio gli chiedeva - come il sacrificio del figlio Isacco 61 - appariva incomprensibile e umanamente assurdo, anzi crudele e inaccettabile. Credere è aprire un credito con Dio, il quale ripaga restituendo il cento per uno.

39 - L’importanza del cuore nell’atto di fede
In tutto questo, importanza non trascurabile ha il cuore. Dicendo "cuore" non intendiamo semplicemente il luogo dei sentimenti, almeno nel loro significato
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Gv. 9,35 Gv. 8,32 60 Gen. 15,6 61 Gen. 22,1-18

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puramente emotivo. Le emozioni rappresentano spesso un fatto piuttosto superficiale. E nemmeno vogliamo riferirci a qualcosa che presiede agli stati d'animo; anche gli stati d'animo interessano prevalentemente la parte periferica della nostra personalità. Troppo spesso si parla della fede come di un sentimento, con tutte le conseguenze di volubilità, di fragilità, di superficialità che sono proprie dei sentimenti e degli stati d'animo. La fede è qualcosa di ben diverso e coinvolge un centro ben più profondo della nostra persona. In questo senso il cuore è come la camera nuziale dell'intelletto e della volontà; dal loro incontro scaturiscono e si accumulano dentro di noi le esperienze vissute: le vittorie e le sconfitte, le decisioni e le fughe, le virtù e le vergogne...., tutte quelle vicende interiori che hanno delineato la fisionomia profonda della nostra persona. Il cuore è appunto la nostra fisionomia interiore, la radice profonda dei nostri atteggiamenti, il centro delle disposizioni dell'anima. Si parla perciò di un cuore buono o malvagio, di un cuore docile o ribelle, di un cuore freddo o generoso. Potremmo definirlo il centro vitale che presiede all'orientamento profondo della nostra anima. "Dove c'è il tuo tesoro, lì c'è pure il tuo cuore". 62 E' anche vero che il cuore è il luogo di risonanza delle situazioni emotive; lì si accumulano i dati delle nostre sensazioni e delle nostre esperienze. E quando queste sono state negative, hanno cioè provocato dolore, lacerazioni o ferite, possono diventare determinanti nell'orientare in senso negativo il nostro cuore. In persone di natura particolarmente sensibile, certe umiliazioni subite nell'adolescenza, i vuoti affettivi dell'infanzia, le ingiustizie patite, gli insuccessi nella vita professionale o sentimentale, possono provocare atteggiamenti di protesta, di rifiuto e anche di chiusura alla fede e al rapporto personale con Dio. Ancora peggiore è la situazione di un cuore corrotto, un cuore che si sia abbandonato ad amori illeciti o ignobili, ai piaceri dei sensi o alle comodità della vita, all'avidità delle ricchezze o alle soddisfazioni di questo mondo, al disordine di una vita senza ideali e senza scrupoli. Tutte queste cose contribuiscono a legare l'uomo alla terra, a gettarlo nel disordine di una vita senza valori. E' il caso dell'uomo carnale che non comprende le cose di Dio. A un cuore corrotto Dio risponde con il silenzio; tale fu il comportamento di Gesù davanti ad Erode. Possiamo perciò comprendere facilmente l'importanza della purificazione del cuore in ordine all'atto di fede. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". 63 La fede non è possibile quando il cuore non è retto e pulito. La purificazione del cuore comincia dalla sincerità interiore alla quale corrisponde la sincerità della vita e della condotta. Molti non credono "..perché le loro opere sono malvage. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere". 64 Il rifiuto della fede è spesso conseguenza di una vita bugiarda: "Voi avete per padre il diavolo... egli non ha perseverato nella verità perché in lui non c'è verità. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me invece voi non credete, perché dico la verità". 65 Un secondo aspetto della purificazione del cuore consiste nella lotta interiore contro le passioni. Sono soprattutto due le passioni che appesantiscono il cuore: l'impurità e la cupidigia delle ricchezze. L'una è come fango appiccicoso e malsano che toglie ali alla fede, l'altra è una sorta di pinguedine spirituale che soffoca il respiro dell'anima. Sono come catene che imprigionano il cuore e gli impediscono di muoversi verso Dio.

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Mt. 6,21 Mt. 5,8 Gv. 3,19 Gv. 8,44-45

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40 - La grazia nell’atto di fede
In tutto questo sforzo di purificazione per liberare la fede dentro di noi, è assolutamente necessaria la grazia che viene da Dio. L'atto di fede, per il fatto di essere un atto squisitamente soprannaturale, ha bisogno della Grazia. Nessuno raggiunge Dio con le proprie forze; la fede è un moto verso l'alto, anzi verso l'Altissimo, ed è un viaggio che trova le risorse umane assolutamente inadeguate. Se l'uomo può raggiungere Dio è perché Dio è venuto fino a noi. Ci è stato "dato" di diventare figli di Dio. Gesù non è soltanto l'oggetto della nostra fede, è anche la strada della fede. "Io sono la via... Nessuno viene al Padre, se non per mezzo di me". 66 Rimane un mistero profondissimo l'intervento di Dio in ogni nostro atto di fede; Egli precede e accompagna ogni nostra decisione con la sua grazia. E' Dio che illumina la nostra intelligenza, sostiene la nostra volontà, risana la coscienza e purifica il cuore. Perciò chiunque vuole avvicinarsi alla fede deve anzitutto chiederlo con umiltà e perseveranza al Signore, e poi ricorrere alla forza dei Sacramenti. Quanti dubbi sono svaniti dopo un'umile e sincera confessione dei propri peccati! E quante difficoltà nella fede sono crollate ai piedi di un sacerdote che alzava la propria mano su una coscienza ferita di dolore e di contrizione. Intelligenza, volontà, cuore, libertà e grazia: tutto questo è presente nell'atto di fede e fa di esso un momento di grande intensità spirituale che giustifica la preziosità della fede nella nostra esistenza sulla terra. Certamente, per la profonda unità dell'essere umano, che coinvolge anche l'organismo soprannaturale creato in noi dal battesimo, non è possibile comprendere l'atto di fede isolandolo dalle altre virtù teologali, soprattutto dall'amore. Non si crede "veramente" se non si ama, e d'altra parte non si ama ciò che non si conosce. La conoscenza della fede non è mai un atto puramente conoscitivo, intellettuale. La fede "vera" apre all'amore ma anche suppone l'amore ed è condotta dall'amore per strade d'amore. La grande fede, nelle anime grandi, è sempre sposata ad un grande amore. I grandi credenti furono sempre grandi innamorati, perché solo un'anima innamorata può penetrare profondamente nella conoscenza di Dio. Ancora una volta Teresa d'Avila ci fa da maestro: 67 Con ali di purissimo amore volare agli stupori di conoscere Dio!

41 - La fede di Maria
Con Santa Teresa d'Avila è interminabile il corteo di anime che, come Abramo, Mosè, i Profeti, gli Apostoli e i Martiri, hanno percorso la strada della fede nel loro cammino sulla terra, e potremmo anche dare spazio a più profonde e ampie riflessioni sul dono e sulla virtù della fede, ma tutto sarebbe insufficiente e incompleto se, alla fine, non fermassimo lo sguardo e il cuore davanti a Colei che, come nessun'altra creatura si pone a modello e ad esempio di fede, e che sulla strada
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Gv. 14,6 S.Teresa D'Avila, Castello Interiore, 5 M.2

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della fede precede ogni credente. E' lei, la Vergine credente, che nella fede ha accolto il disegno di Dio per la salvezza degli uomini - "Sono la serva del Signore; avvenga di me quello che tu hai detto" 68 - è lei, la Vergine madre, che attraverso l'obbedienza della fede ha concepito e partorito il Figlio di Dio fatto uomo; è lei, la Vergine corredentrice che, unita alla morte del Figlio, ha accettato che fosse piantata la croce anche nel suo cuore - "Una spada ti trapasserà l'anima" - è lei, la Vergine Sposa, che nel Cenacolo ha atteso nella fede lo Spirito Santo diventando madre della Chiesa pellegrinante nel tempo. Questa fede di Maria costituisce la sua beatitudine sulla terra - "Beata Colei che ha creduto" 69 - ed è questa la beatitudine riservata ad ogni credente, ad ogni cristiano che voglia imitare Maria e seguirla nel cammino della fede. "Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete" 70, e "Beati coloro che pur non avendo visto, crederanno". 71 La sera del Venerdì Santo, la fede si era spenta sulla terra; Lei, la Vergine Maria, ha perseverato nella fede quando più nessuno credeva, ha conservato la speranza quando più nessuno sperava, è rimasta fedele quando tutti erano fuggiti. Credere è "vedere" Dio: vedere Dio nel mistero dell'Universo che mi circonda; vedere Dio nell'uomo-Gesù, Figlio di Dio-Padre, il quale ha posto in Gesù la pienezza della divinità; vedere Dio nel Crocifisso, che ha dato sé stesso per la salvezza dell'umanità; vedere Dio negli uomini che Egli ha posto come fondamento della sua Chiesa e li ha mandati nel mondo per annunciare il Vangelo ad ogni creatura; credere è vedere Dio "nascosto" nei segni sacramentali: nell'acqua del battesimo che mi fa figlio di Dio, nel pane e nel vino che nell'Eucarestia diventano il Corpo e il Sangue di Cristo sacrificato per me, nell'accusa umile e contrita dei miei peccati sui quali, nel sacramento del perdono, scende la misericordia di Dio per mano del sacerdote, nel dono casto e fecondo del proprio corpo nell'amore coniugale per servire la vita; credere è vedere Dio nel futuro della mia esistenza, oltre la morte, quando, dopo avermi accolto nelle sue braccia, Dio chiamerà il mio corpo alla risurrezione e mi renderà partecipe della sua vita eterna. Su questa traiettoria dell'esistenza umana, lungo questo cammino della fede, Maria ci precede, ci apre la strada, ci fortifica e ci ottiene di perseverare con fedeltà e tenacia. Il suo fiat, un sì pieno e totale a Dio che la interpella, che la chiama, che si impossessa di lei per farla madre della nostra salvezza, un fiat che esprime la sua fede umile e innamorata è la radice della sua beatitudine: "Beata colei che ha creduto". In un mondo secolarizzato che ha voltato le spalle a Dio, lo ha emarginato dalla propria vita e lo ha dichiarato inutile se non ingombrante ed oppressivo, vivere la fede in lui è andare contro mano, contro la cultura ufficiale che ha forgiato la mentalità scettica e mondana oggi dominante. Maria sta davanti all'umanità come colei che "indica la strada" - la Odigitria - e gli uomini devono convincersi che la vera felicità, la "beatitudine" non conosce altre strade se non la strada della fede che porta a Gesù Cristo e, attraverso di lui, al Padre. Beata colei che ha creduto, ma anche Beato chiunque accoglie la parola di Dio e la osserva. 72

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Lc. 1,38 Lc. 1,45 Lc. 10,23 Gv. 20,29 Lc. 11,28

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IL TEMPO: CAMMINO DELLA SPERANZA
QUALE SPERANZA?
42 - Il pane della Speranza.
La fede è la strada. Vivere nel tempo senza la fede è vivere senza una direzione, senza una meta che ci orienti. E' come vagare in un deserto senza orme, smarriti sotto un cielo senza stelle, chiusi da un orizzonte tutto uguale. E' vagare inutilmente intorno a sé stessi, intorno alle proprie orme. E si finisce col morire di sete. Ma aver trovato la strada non basta, né basta conoscere la meta. Occorre la convinzione che la meta è possibile e che la strada non tradisce: occorre la Speranza. E' un errore di prospettiva pensare che l'eternità cominci dove finisce il tempo e che la meta sia al di là della strada. La meta invece è a portata di mano perché l'eternità non ha una durata, è tutta "presente", in ogni attimo del tempo. La meta dunque è possibile e la strada non delude. Nella vita non possiamo camminare senza il pane della speranza. Per no i cristiani questo pane è la fiducia in Dio, e la meta è la perfetta comunione con Lui nel cielo. Il pane della speranza è forza e sostegno per la nostra anima perché genera in noi la certezza che Dio non inganna. Per chi cammina senza speranza la strada non finisce mai, e la meta non ha nome. La speranza è come una rugiada mattutina per l'anima, è come la manna che alimentò quotidianamente gli Ebrei nel deserto. Senza il pane della speranza ogni strada si fa deserto e nessuna meta è possibile. Esiste un pane mondano da cui dobbiamo guardarci, un pane fraudolento, che delude la fame del cuore umano e tende a surrogare la speranza cristiana: è l'ottimismo mondano. A questo pane allude Gesù quando raccomanda agli Apostoli: "...guardatevi dal lievito dei Farisei e dal lievito di Erode". 73 I Farisei ed Erode sono i falsi fornai di questo mondo: i Farisei si preoccupano che la speranza abbia la forma del pane anche se non è pane vero, perché mettono la loro fiducia non in Dio ma nella legge; Erode, che nega la legge, pone la sua fiducia nella libertà e non nell'Amore. La forma di ottimismo mondano più diffusa nella nostra epoca e in tutta la cultura moderna è l'ottimismo ideologico. Nasce dalla Ragione considerata fonte unica di ogni progresso e si esprime in una fede assoluta nelle risorse dell'intelligenza umana: le certezze del pensiero scientifico, le realizzazioni della tecnica, il potere della politica e dell'economia. In questo ottimismo terreno l'unica preoccupazione è l'efficienza, il successo nella soluzione dei problemi economici e sociali, prescindendo totalmente dalla valenza morale dei mezzi e delle realizzazioni. In un simile contesto culturale, nel quale manca ogni riferimento alla dignità dell'uomo e alla sua dimensione religiosa, non ci sono alternative all'efficienza ottimistica se non il caso, con le sue leggi cieche e deterministiche. Perciò, o l'ottimismo o la rassegnazione.

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Mc. 8,15

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43 - La speranza mondana.
In questo modo di pensare, la speranza cristiana è del tutto assente, anzi sconosciuta; il termine stesso speranza ha perduto il suo contenuto religioso e soprannaturale. L'ottimismo mondano prescinde da Dio e ha per oggetto quella "società perfetta" che è l'utopia di tutte le ideologie moderne. Una società perfetta che non riguarda solo le strutture e le infrastrutture sociali e politiche dalle quali rimarrebbero per sempre eliminate ingiustizie, emarginazioni, violenze, e ogni altro male incompatibile con l'utopia vagheggiata dalla Ragione, ma riguarda anche il singolo individuo che verrebbe liberato dalle varie schiavitù: il lavoro, l'ignoranza, la precarietà fisica e tutti i condizionamenti che pregiudicano la qualità della vita; in una parola, l'ideale dell'ottimismo mondano è una società felice dove ognuno vive felice. La strada di questo ottimismo è il Progresso, uno sviluppo indefinito e ininterrotto, di conquista in conquista, che viene considerato legge fondamentale della storia. L'errore fatale dell'ottimismo mondano è quello di identificare l'eternità col tempo, il Regno di Dio con la Storia. Scrive il card. Ratzinger: "L'ottimismo ideologico è in realtà pura facciata di un mondo senza speranza, di un mondo che, con questa illusoria facciata, vuole nascondere la propria disperazione. (.....) A questo punto si colloca anche il problema della morte. L'ottimismo ideologico è un tentativo di dimenticare la morte con il continuo discorrere di una storia protesa alla società perfetta. Qui si dimentica di parlare di qualche cosa di autentico e l'uomo viene calmato con una bugia; lo si vede sempre quando la morte stessa si avvicina. Invece la speranza della fede apre su un vero futuro oltre la morte e solo così i veri progressi che ci sono diventano un futuro anche per noi, per me, per tutti". 74 Questo non vuol dire che il desiderio e l'impegno per un mondo migliore siano estranei alla speranza cristiana, quasi che essa si collochi oltre o al di fuori della storia. Ogni sforzo e ogni iniziativa che tendano a rendere il mondo presente più giusto, più pulito, più degno dell'uomo, non solo entrano pienamente nella speranza cristiana ma ne sono, in certo senso, il necessario presupposto e insieme la prima conseguenza. I "cieli nuovi e la terra nuova" che sono oggetto della nostra speranza di cristiani, non sono una entità completamente nuova, diversa dal mondo attuale, come se essi dovessero uscire dall'annientamento totale dell'universo presente; essi saranno gli stessi cieli e la stessa terra che Dio ha creato e che ora giaciono sotto il potere del maligno, ma liberati dal peccato e fatti partecipi della gloria di Cristo risorto. E' questa una delle tesi fondamentali dell'ottimismo cristiano: " La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nella doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati". 75 La fede ci ricorda che il mondo attuale non risponde più al disegno di Dio e che esso, per quanto purificato e reso più vivibile dallo sforzo umano, può diventare solo una figura, l'ombra, del mondo futuro. Perciò la lotta contro il peccato e le sue conseguenze - l'ingiustizia, la violenza, il dolore, la malattia, la morte stessa (ultimo nemico che Cristo abbatterà) - è un elemento costitutivo della speranza cristiana, che nell'impegno di umanizzare questo mondo, anzi di santificarlo, tende a renderlo più
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J. Ratzinger, Guardare Cristo. (Jaka Book-MI 1989) Rom. 8,19-24

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conforme al progetto di Dio, come figura di quel mondo nuovo che appartiene alla resurrezione e alla vita eterna, dove "non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate". 76

44 - La speranza teologale.
Accanto all'ottimismo ideologico esiste un ottimismo mondano più comune che è frutto di speranza puramente umana, e che emerge in espressioni frequenti sulle labbra di molti, come: "speriamo che tutto vada bene" o "auguriamoci che le cose si mettano su una buona strada" ecc.. Sono espressioni che indicano l'atteggiamento di chi si affida prima alle risorse della scienza e dell'esperienza e poi alla buona sorte. E' un ottimismo che spesso si allea al felice temperamento di un'indole naturalmente ottimista e positiva, ma che ha ben poco in comune con la virtù della speranza; è tutt'al più un suo buon alleato, ma resta sempre un ottimismo intra-mondano. Ben diverso è l'augurio dell’Apostolo Paolo a Timoteo: "Paolo, apostolo di Gesù Cristo, per comando di Dio nostro Salvatore e di Cristo Gesù, nostra speranza: grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù nostro Signore". 77 Noi cristiani siamo chiamati a percorrere il tempo della nostra vita sostenuti dalla virtù teologale della speranza. Virtù teologale perché ha come oggetto Dio o meglio la comunione perfetta con Lui nel cielo. La meta della speranza cristiana, la speranza dei figli di Dio, è dunque altissima; è il Sommo Bene, conosciuto, desiderato e amato da noi come l'unico bene veramente prezioso e importante. Conosciuto e amato: la speranza infatti sta tra la fede e l'amore. E' virtù tipicamente transitoria, legata esclusivamente al tempo, alla nostra vita sulla terra. Nell'eternità la fede cambierà il suo modo di conoscere e l'amore cesserà da ogni desiderio. Dalla fede, che qui sulla terra ci dà una conoscenza di Dio "per speciem", cioè attraverso i concetti umani, passeremo a una conoscenza di Dio "faccia a faccia", attraverso Dio stesso, cioè attraverso la sua essenza divina; così l'amore: da desiderio insonne e inappagato di incontrare Dio si trasformerà in una comunione piena e stabile con lui, sarà un possesso e un essere posseduto dell'amato nell'Amante in un'estasi senza fine. In queste condizioni la speranza non ha più senso, non è più possibile. Per davvero: finito il tempo, finita la speranza. Quaggiù la speranza sta tra la fede e l'amore, e dalla fede e dall'amore dipende, anzi partecipa dell'una e dell'altro. Per questo, se finisce la speranza anche il nostro viaggio si ferma. Inoltre, il nostro cammino sulla terra conosce ostacoli e difficoltà ed è contrassegnato da momenti di stanchezza, di tentazione e di oscurità. Sono i moment i in cui avvertiamo più intensamente la necessità della speranza. In quei momenti il desiderio di superare gli ostacoli e di vincere le difficoltà contrasta con il senso vivo della nostra debolezza e della nostra impotenza, e forse siamo assaliti dallo sconforto e dall'angoscia. Parlavamo del pane della speranza; di speranza, infatti, si nutre non solo il nostro desiderio di Dio, desiderio di vederlo e desiderio di possederlo, ma anche il nostro vivere quotidiano, fatto di vicende e di situazioni che mettono alla prova la nostra perseveranza, la nostra continuità, in una parola, la nostra volontà di continuare la strada, di servire Dio e di piacergli in ogni cosa.

45 - Speranza e santità.
Dire che l'oggetto ultimo della speranza è Dio stesso in una perfetta ed eterna comunione con lui, è come dire che siamo chiamati alla santità. E' una meta che va
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Ap. 21,4 1 Tim.1,1

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oltre ogni possibilità umana e nessuno potrebbe aspirare a tanto se non sapesse che ciò corrisponde ad una precisa volontà di Dio; questo infatti è il suo progetto su di noi dall'eternità: "In lui (in Cristo) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto". 78 La meta è tanto alta che pochi cristiani sono veramente convinti di essere chiamati alla santità. Sono invece molti che giudicano perfino poco praticabili i Comandamenti di Dio e vogliono adattarsi ad una vita cristiana più "normale". La loro speranza non va oltre le esigenze della mediocrità, si accomodano su un livello di vita onesto, da galantuomini, limitandosi a non fare del male a nessuno e a rispettare tutti. Tarpano così le ali della speranza cristiana che in tal modo non conosce più le divine audacie della santità evangelica, le pazzie di un amore che non si appaga di mediocri desideri. Dicevamo che la speranza sta tra la fede e l'amore, e partecipa dell'una e dell'altro. Ora, se la fede "è fondamento delle cose che si sperano", 79 poco spera chi poco crede. E poiché sulla terra il nostro modo di amare è il desiderio e non si può sperare ciò che non si desidera, poco spera chi poco ama. Più grande è la fede, più profondo è l'amore e più audace diventa la nostra speranza. "Non volare come le galline quando puoi elevarti come le aquile". 80 I Vangeli si concludono con l'Ascensione, e tutto il Nuovo Testamento si chiude con l'invocazione dell'Apocalisse: "Vieni, o Signore Gesù". Tra i Vangeli e l'Apocalisse ci sono in mezzo gli Atti degli Apostoli, come dire che tra la salita di Gesù al cielo e il suo ritorno nella gloria c'è in mezzo il cammino della Chiesa nei secoli. E' il cammino della speranza. Una speranza, questa della Chiesa, assoluta, piena, tanto intensa da essere traboccante. E' fondata sulla certezza che si sta realizzando il disegno di Dio e si vanno compiendo le sue promesse. Questo atteggiamento traspare evidente da tutto il comportamento degli Apostoli, e da ogni parola dei loro discorsi e delle loro lettere. Tanto che Pietro ricorda ai primi cristiani di essere stati "rigenerati per una speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce". 81 I cristiani perciò devono essere testimoni sempre pronti a "rendere ragione della speranza che è in loro". Il martirio infatti è stato sempre, agli occhi dei primi cristiani, la prova della loro speranza.

46 - Santità per tutti.
In tutto il Vangelo non troveremo una sola frase di Gesù che sappia di mediocrità. Egli non dubita di additarci la perfezione più alta, la santità di Dio: siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro. Possiamo capire meglio queste espressioni di Gesù, espressioni che ci sembrano paradossali, assolutamente improponibili, lontane da qualsiasi possibilità e aspirazione, se teniamo presente che l'essenza della santità è Dio stesso e che "Dio è amore". La perfezione cristiana consiste dunque nell'amore di Dio - un amore che prende tutto il cuore, tutta l'anima, tutta la mente e tutte le forze -, e nell'amarci fra noi "come Dio ci ha amati". Quel "come" vuole ricordarci le esigenze senza limiti dell'amore cristiano e il modo divino di esercitarlo. Certamente esso colloca la meta della perfezione cristiana ad un livello immensamente lontano dalle nostre possibilità, e tuttavia nessuno al mondo pensa di non sapere amare. Tutti siamo convinti di avere un'inesauribile capacità d'amore, e perciò tutti possiamo essere santi, tutti possiamo e dobbiamo tendere alla pienezza dell'amore. Non dimentichiamo che Gesù proponeva la strada e la meta della santità come
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Ef. 1,4 Ebrei, 11,1 Cammino, n. 7 1 Pt. 1,4

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volontà di Dio alle folle della Galilea, prescindendo totalmente dalle loro circostanze e dalla loro situazione. Erano infatti persone di ogni età e condizione: vecchi, bambini. malati, pescatori, madri di famiglia, piccoli artigiani, autorità, perfino pubblici peccatori come i pubblicani, i profittatori, le prostitute. Di una di esse ha affermato: "Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché molto ha amato". 82 Dunque tutti, perché tutti possiamo amare, possiamo tendere alla santità. Possiamo amare nelle poche cose grandi che ci è dato di fare nella vita, ma soprattutto possiamo molto amare nelle tante cose piccole della vita quotidiana, nei piccoli doveri di ogni momento. E' questa la strada "ordinaria" della santità, quella che il beato Escrivà chiamava l'eroismo di fare con perfezione - per Amore - le piccole cose di ogni giorno. E' così che la nostra comunione con Dio, meta ultima della nostra speranza, diventa una realtà meravigliosa che illumina ogni momento della nostra giornata. Il "pane della speranza", è un pane quotidiano; non deve venir meno nella nostra bisaccia di viandanti, perché deve sostentarci in ogni passo del nostro cammino sulla terra.

LE "ALI" DELLA SPERANZA

47 - La Croce: potenza di Dio.
Nessuna creatura può raggiungere Dio ed entrare in comunione con Lui con le sole possibilità della natura. La speranza di arrivare ad una meta così alta, ad un bene così grande, non può avere altro fondamento che Dio stesso. Solo Dio può fare in modo che lo possiamo raggiungere, e lo ha fatto abbassandosi fino a noi: "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo" (Credo). Dio, infatti, "ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui abbia la Vita eterna". 83 E' Gesù Cristo, dunque, la nostra speranza; in Lui c'è la potenza di Dio e la fedeltà di Dio Riflettiamo per un momento su questi due attributi di Gesù: potenza di Dio e fedeltà di Dio. Nel Credo noi proclamiamo l'onnipotenza di Dio Creatore: egli ha dato l'esistenza a tutte le cose e tutto sussiste per mezzo di lui. Ma egli è anche intervenuto, soprattutto nella storia degli uomini, molte volte e "con mano forte e braccio potente". Già nell'Eden il serpente maligno aveva ingannato i progenitori ma il Signore aveva promesso la rivincita su di lui: "Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa". 84 Questa rivincita fu realizzata da Gesù con la sua vittoria sul maligno. I miracoli da Lui compiuti sulle malattie, sugli spiriti immondi, sulle leggi della natura, su tutte le forze del male, per cui le folle e gli Apostoli stessi esclamavano meravigliati: "donde vengono a costui questa sapienza e questi miracoli?", 85 sono segni e insieme prove che "il principe di questo mondo sarà cacciato fuori". Ma la vera vittoria di Cristo, là dove si è rivelata tutta la potenza di Dio, è stata la Risurrezione. Quel sepolcro vuoto vale quanto il "fiat" della creazione. Anzi vale di più; la creazione è la vittoria della potenza di Dio sul nulla delle creature, la Risurrezione di Cristo è la vittoria di Dio sulla "corruzione" delle
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Lc. 7,47 Gv. 3,16 Gen. 3,15 Mt. 13,54

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creature. La Risurrezione infatti è inseparabile dalla croce e la presuppone. Gesù crocifisso appare come la sconfitta di Dio e vittoria del Maligno; ma fu vittoria apparente, perché sulla croce è stato crocifisso "l'uomo vecchio", l'uomo del peccato. Il Crocifisso infatti rivela la nostra condizione: la condizione dell'uomo "mortale", sconfitto, ripudiato da Dio, l'uomo fatto maledizione, devastato dal peccato e dalla morte. Cristo crocifisso ha preso su di sé la sconfitta dell'uomo. Gli Apostoli, invece, e tutti noi, siamo tentati di vedere nella croce la sconfitta di Dio e perciò la fine di ogni speranza. Per tutti noi, come per gli Apostoli, la croce rimane uno "scandalo", una incomprensibile assurdità, e comprendiamo perfettamente l'atteggiamento di Pietro che tenta di distogliere Cristo dalla decisione di "salire a Gerusalemme". Nella prospettiva della croce, la vicenda di Gesù appariva sconcertante, contraddittoria. Gesù era sempre stato signore delle situazioni e degli avvenimenti, aveva mostrato di conoscere i pensieri e le intenzioni di tutti e non era mai caduto nei tranelli e nelle insidie dei suoi nemici. La sua potenza soprannaturale, - "Dio era con Lui", diceva la gente - e la sua forza morale erano sotto gli occhi di tutti. Come spiegare allora la sconfitta della croce? Dove era finita tutta quella "forza che usciva da Lui e sanava tutti?". 86 Gesù nella passione appariva irriconoscibile e inspiegabile. Il suo contegno di assoluta remissività, la sua impotenza di fronte agli avvenimenti, la sua debolezza davanti a tante accuse ridicole e ingiuste, il suo abbandono totale in balìa dei suoi nemici...., tutto questo era incomprensibile. La morte di Gesù appariva perciò come la sconfitta totale, la catastrofe che travolgeva ogni attesa e ogni speranza. "Noi speravamo che fosse lui!...." dicevano tristi i due discepoli di Emmaus. Né il fatto impensabile della risurrezione, né le spiegazioni, pur così chiare e persuasive di Gesù, servirono a illuminare il mistero della sua morte. Per gli Apostoli come per tutti noi, capire la croce, saper vedere in essa non la sconfitta di Dio, ma la sua vittoria, non la fine di ogni speranza, ma l'inizio della vita e della redenzione, sarà un dono dello Spirito Santo. Lo troviamo come uno dei temi fondamentali nella predicazione di San Paolo. Egli vedeva nella morte di Gesù non la debolezza di Dio ma il trionfo della sua potenza. "Noi predichiamo Cristo Crocifisso, ... potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini". 87

48 - La croce e la speranza cristiana.
La Risurrezione esige la croce, ma dalla croce è scaturita la vittoria della Risurrezione. Su quel legno è stato inchiodato il decreto di condanna e di morte che pesava su di noi. Senza la croce di Cristo non esisterebbe per noi alcuna speranza. Quel Crocifisso è la nostra forza davanti a Dio, perché è la debolezza di Dio davanti alla nostra preghiera. Con Cristo crocifisso fra le mani possiamo presentarci con fiducia davanti al Padre e chiedergli ogni cosa; se Egli ci ha dato suo Figlio, non potrà negarci più nulla. Cristo crocifisso è la "preghiera vivente" che noi possiamo offrire a Dio. La croce e la preghiera sono perciò le armi della nostra speranza, e sono la conferma che la speranza cristiana è totalmente soprannaturale anche nei mezzi. Del resto la Croce è il fondamento di ogni realtà soprannaturale: dalla Croce, infatti, vengono la remissione dei peccati, il dono della grazia, il pegno per la vita eterna, e dalla croce anche la preghiera trae tutta la sua efficacia. La Croce di Gesù è sigillo di garanzia. Il Signore lo imprime non solo su quegli avvenimenti straordinari che per il loro peso di sofferenza e di responsabilità
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Lc. 6,19 1 Cor, 1,24-25

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costituiscono le prove della nostra vita, ma anche lo imprime sulle circostanze ordinarie della vita quotidiana: ecco la fatica che accompagna il nostro lavoro, lo sforzo nella lotta interiore di ogni giorno, ecco l'impegno nei piccoli doveri della vita famigliare, il sacrificio gioioso di sé stessi per rendere felici gli altri, ecco l'umile pazienza nelle contrarietà della giornata, la fedeltà mille volte rinnovata agli invit i della grazia, il ricominciare con ottimismo e fiducia dopo ogni insuccesso compreso quello dovuto alle nostre debolezze e alle nostre miserie che tanto ci umiliano. E' la croce di ogni giorno. A questo si riferiva Gesù con le parole: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua". 88 Perciò: "Quando vedi una povera Croce di legno, sola, senza importanza e senza valore... e senza Crocifisso, non dimenticare che quella Croce è la tua Croce: quella di ogni giorno, quella nascosta, senza splendore e senza consolazione..., che sta aspettando il Crocifisso che le manca: e quel Crocifisso devi essere tu".89 Ma dobbiamo imparare a stare accanto a Gesù e a seguirlo da vicino. "E' meglio per me, Signore, subire la tribolazione avendoti accanto, che regnare senza di te, godere senza di te, gloriarmi senza di te". 90 Solo così non saremo più soli e impauriti di fronte al dolore, ma sperimenteremo tutta la forza che ci viene da lui. Egli ci precede, traccia la strada e la percorre con noi, una strada che non finisce sul calvario perché si apre alla luce e alla gioia della Risurrezione. Così la croce non sarà più un peso, ma sarà il segno e la garanzia di tante vittorie. Sperimenteremo che dalla croce nasce la gioia perché fonte di Salvezza, e uniremo la nostra voce a quella della Chiesa che non teme di cantare nella sua liturgia: "Ave, Crux spes unica!" Ti salutiamo, o Croce, nostra unica speranza!

49 - Cristo, la fedeltà di Dio.
Ma Gesù è la nostra speranza anche perché in Lui si è manifestata la fedeltà di Dio. "Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso". 91 Nella Bibbia, infatti, la fedeltà appare come attributo principale di Javè, ed è messo in risalto soprattutto in riferimento all'alleanza col suo popolo: Dio è fedele alla sua Alleanza e non viene meno alle sue promesse. Ora, la grande promessa che Dio ha fatto all'umanità è Gesù stesso; in lui Dio ha mantenuto e realizzato l'impegno di salvezza che si era preso con noi. Gesù, infatti, è il "Servo fedele"; Egli ha compiuto la volontà del Padre che lo voleva Salvatore e Redentore di tutti gli uomini. La certezza che Dio non viene meno nella sua fedeltà e porta a compimento l'opera che ha intrapreso per noi, è anche fondamento della nostra fedeltà. Infatti Dio non si pente dei suoi doni, non ha stanchezze o debolezze, e anche se noi manchiamo di fedeltà verso di Lui, "Egli rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso". 92 Il Signore è dunque la nostra roccia, la nostra perseveranza; "Beato l'uomo che in lui si rifugia!" Ma Dio è fedele non solo perché immutabile e non può rinnegare sé stesso, ma anche perché misericordioso. Tutta la Bibbia è un inno alla misericordia di Dio che ha avuto pietà di noi e non si è fermato davanti all'infedeltà dell'uomo; al nostro peccato egli ha risposto con la sua misericordia inviando suo Figlio a prendere su di sé le nostre colpe. Cristo è la misericordia del Padre verso gli uomini. Perciò, qualunque cosa succeda nella nostra vita, non possiamo mai
88 89 90 91 92

Lc. 9,23 Cammino, n. 178 S. Bernardo, Sermone 17 Ebrei 10,23 2 Tim. 2,13

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dubitare di Dio, non possiamo abbandonarci alla sfiducia o al pessimismo. Dubitare della sua misericordia e della sua magnanimità è l'offesa più brutta che possiamo fare al Signore ed è anche l'ostacolo più pericoloso sulla strada della speranza, perché ci tiene lontani da Dio e ci paralizza in una vita cristiana mediocre e triste. Infatti, dubitare della fedeltà di Dio è dubitare della sua misericordia e non avremo più argomenti per la nostra speranza. Nei momenti difficili, come quelli segnati dalla fatica, dal dolore, dall'insuccesso, o quelli che testimoniano le nostre sconfitte personali, le cadute, le oscurità o i cedimenti, e così in tutte le altre tribolazioni, il nemico più pericoloso per la speranza è lo scoraggiamento e la tristezza. Noi cristiani non possiamo permettere a questi "alleati del nemico" di insinuarsi in noi e di prendere posto nel nostro cuore. In quei momenti potremo attingere molto aiuto e molto conforto dalle parole che Gesù rivolse agli apostoli nell'ultima Cena. Il Signore sapeva che i suoi stavano per passare attraverso la grande tribolazione del venerdì santo, che avrebbe messo alla prova soprattutto la loro speranza; perciò s'intrattenne con loro, in una lunga, intensa e affettuosissima conversazione, con lo scopo di sostenerli e di fortificarli nella speranza. Possiamo riassumere le sue parole in quella affermazione che Egli ripeté più volte e con la quale concluse quella sua conversazione: "Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (....) nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!". 93 Come se avesse detto: Non lasciatevi prendere dalla tristezza e dal timore, ma fidatevi di Dio, della sua forza e della sua fedeltà.

50 - Speranza e filiazione divina.
Questo, che è l'aspetto "passivo" della speranza, dovrebbe in teoria facilitarci l'esercizio di questa virtù; invece, particolarmente in certe stagioni della vita, quando siamo consapevoli delle nostre possibilità umane ed essendo nel pieno possesso dei nostri mezzi ci sentiamo portati a un'assoluta fiducia in noi stessi, questo filiale e totale abbandono nelle mani di Dio, pur sapendo che sono mani forti e paterne, ci risulta difficile, quasi fosse una umiliante dichiarazione di debolezza e di impotenza. La speranza diventa allora una questione di umiltà e di fede. La superbia è sempre cattiva consigliera, ci porta non solo a confidare esclusivamente nelle nostre forze, oppure nella "fortuna", ma spesso ci spinge a ricorrere all'astuzia, alla scaltrezza mondana, agli appoggi dei potenti. Il senso vivo della filiazione divina ci porta invece a considerare la nostra condizione di creature piccole, amate da Dio, che si affidano a Lui con la certezza che nulla di male potrà loro accadere, perché le braccia di Dio sono il luogo più sicuro e anche il più amabile dove una creatura può vivere. "La filiazione divina è una verità lieta, un mistero di consolazione. Riempie tutta la nostra vita spirituale perché ci insegna a trattare, conoscere, amare il nostro Padre del cielo, e colma di speranza la nostra lotta interiore, dandoci la semplicità fiduciosa propria dei figli più piccoli. Più ancora: dal momento che siamo figli di Dio, questa realtà ci porta anche a contemplare con amore e ammirazione tutte le cose che sono uscite dalle mani di Dio, Padre e Creatore. In tal modo è amando il mondo che diventiamo contemplativi in mezzo al mondo.". 94

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Gv. 14,27 Beato J. Escrivà, E' Gesù che passa, n. 65

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I FRUTTI DELLA SPERANZA
51 - La Speranza, madre della pazienza.
Nella lettera ai Gàlati San Paolo ricorda tra i frutti dello Spirito una virtù che Gesù stesso raccomanda a quanti attendono la sua venuta: la pazienza. E' una virtù che nasce dalla speranza ed è strettamente legata al tempo. La pazienza, infatti, è la perseverante e operosa sopportazione delle sofferenze che si incontrano per raggiungere ciò che si spera. La speranza diventa allora attesa fiduciosa, un'attesa sempre docile, docile al tempo e docile alla vita; sa infatti che il cammino della speranza, come tutte le cose, appartiene al tempo e alla vita, e il tempo e la vita sono galantuomini, non deludono. Perciò la speranza sa attendere e sa accettare senza inquietudine le difficoltà che incontra, e diventa così fonte di serenità e di pace. C'è una pazienza per così dire spicciola, quella legata alle situazioni ordinarie della vita quotidiana: una persona molesta, un contrattempo inopportuno, un imprevisto fuori orario, una difficoltà nel lavoro, un piccolo malanno di salute ecc. Per essere legata a tante piccole circostanze della giornata, non significa che questa pazienza abbia poca importanza. Non c'è di peggio che muoversi tra le cose della vita quotidiana con inquietudine, con affanno o con insofferenza. Il Signore vuole che conduciamo una vita serena, che sappiamo prendere le contrarietà con spirito positivo e con buon umore, sapendo dare a ogni cosa il "suo" tempo: il suo e non il "nostro", che spesso non coincide col "passo di Dio". Questo modo di vivere la pazienza è molto umano e molto soprannaturale. Molto umano perché tale pazienza va forgiando a poco a poco il nostro carattere, lo semplifica, lo rende più amabile e disponibile, e insieme è molto soprannaturale perché tale pazienza nasce da una visione di fede che ci fa considerare le cose secondo la loro giusta misura, in riferimento a Dio e al nostro profitto spirituale. I frutti di questa pazienza sono tutti preziosi; essa ci aiuta a raggiungere un sempre maggior dominio di noi stessi, contribuisce ad una maggiore stabilità d'animo, permette di vivere meglio la presenza di Dio e ci fa seminatori di pace e di allegria in famiglia, sul lavoro e dovunque svolgiamo le nostre attività.

52 - Pazienza e fortezza.
Ma c'è anche una pazienza che gli autori spirituali mettono in relazione più direttamente con la virtù della fortezza: è la pazienza necessaria per testimoniare la nostra fede o per portare a compimento i nostri doveri e la nostra missione nonostante gli ostacoli e le difficoltà che si possono incontrare. Questa pazienza è vista come virtù dei forti, di quelle anime che sopportano le tribolazioni e le persecuzioni a causa della loro fede, per amore di Dio e di Gesù Cristo, restando a lui fedeli fino al sacrificio supremo. Molti servi di Dio furono mirabili esempi di questa pazienza, ad esempio: Abramo, Mosè, Giobbe..., per non parlare dei martiri che portarono all'eroismo questa virtù. Ma l'ideale supremo di pazienza rimane il "Servo di Jahvè": Gesù; egli, nella sua passione, ci ha lasciato di questa virtù il documento più commovente: "Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto

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al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori". 95 Ma anche per noi, e per ogni cristiano, la pazienza come fortezza riveste un'importanza a volte decisiva se pensiamo che nella nostra vita non mancheranno le tribolazioni e le avversità, e che la fedeltà al nostro cammino di cristiani deve essere frequentemente pagata con le persecuzioni. Perciò Gesù avvertiva: "Sarete odiati da tutti per causa del mio nome. (...) Con la vostra perseveranza - fedeltà paziente salverete le vostre anime". 96 La mentalità del mondo è portata a considerare la pazienza nelle prove non come fortezza bensì come debolezza. E' forte - si dice- chi si ribella, chi protesta e magari reagisce alle avversità con la violenza. Si guarda perciò con sospetto all'ascetica cristiana. E' vero che a volte si rischia di confondere la pazienza con la rassegnazione inerte e passiva; dobbiamo allora ricordarci che grava su di noi il dovere di difendere la verità, la giustizia e la pace fra gli uomini, e che il compito è arduo ed esige sempre molta paziente fortezza. Anche qui il nostro modello supremo è Gesù; Egli, che "non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante" 97 e si proporrà a noi come esempio di mansuetudine - "imparate da me che sono mite e umile di cuore" 98 - ha, tuttavia, agito con divina fermezza nel difendere la verità e la giustizia a favore di tutti, specialmente dei piccoli, dei poveri e perfino dei peccatori. Del resto, in tutta la Bibbia ci viene frequentemente ricordata la lunga pazienza di Dio con gli uomini: Egli non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva. Egli stesso si è dato il titolo di "Paziente" riferendosi alle continue infedeltà del suo popolo.

53 - Speranza e pazienza: attesa di Dio.
Questa pazienza di Dio, espressione non tanto della sua fortezza quanto piuttosto della sua misericordia, ci conduce a considerare l'altra forma della pazienza, cui abbiamo accennato, e che in noi è più direttamente legata alla virtù della speranza: l'attesa. Si tratta di una pazienza più profonda, molto interiore; è la pazienza dello spirito. Sperare, in questo senso, è saper attendere; ma di un'attesa non suggerita dalla neghittosità o dalla paura, motivi che non hanno nulla in comune con la speranza, bensì di una "at-tesa", cioè di una tensione viva e al tempo stesso serena verso il compimento di ciò che Dio ha promesso. In questo senso la pazienza è "camminare al passo di Dio". E' una pazienza squisitamente soprannaturale perché è figlia della speranza teologale; è la certezza che Dio compirà la sua opera; come e quando non lo sappiamo, ma sappiamo che il "passo di Dio" non conosce stanchezze e anzi suppone perfino la debolezza e la miseria umana e ha previsto anche gli ostacoli che il male suscita continuamente sul percorso della Grazia divina. Perciò non sono gli ostacoli, le persecuzioni, le umane resistenze che possono fermare le opere di Dio, ma la nostra mancanza di fede, la nostra carenza di umiltà, le nostre impazienze mondane. L'impazienza diventa allora presunzione di abbattere gli ostacoli subito e con le nostre forze, tentativo di saltare i tempi e forzare la natura delle cose, pretesa di sostituirsi a Dio nel governo del mondo e delle stesse vicende della nostra vita. La speranza paziente conosce invece l'orazione, un'orazione "lunga", perseverante e fiduciosa; si appoggia a un lavoro silenzioso e sacrificato che non risparmia nessun mezzo umano; non rifugge dallo sforzo di costruire situazioni
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Isaia 53,7 Lc, 21,12 Mt. 12,20 Mt. 11,29

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terrene che formino il presupposto per il "momento della grazia"; in altre parole, rispetta e collabora con il misterioso dialogo tra l'umano e il divino, tra il tempo e l'eternità, tra la storia degli uomini e il progetto di Dio. Esempio mirabile di questa speranza paziente è stata l'attesa dei Profeti che per secoli hanno aspettato e invocato Colui che doveva venire, l'Atteso da tutta l'umanità. Dio non ha mai forzato i ritmi della natura o degli eventi; dall'eternità Egli ha preparato la "pienezza dei tempi" per l'Incarnazione del Verbo. Gesù stesso ha camminato decisamente verso la "sua ora", quella del sacrificio supremo, ma ha atteso il "momento" segnato dal Padre. Così pure gli Apostoli hanno atteso con Maria, ma nella preghiera, "l'adempimento della promessa del Padre", 99 l'effusione dello Spirito Santo. Del resto Gesù aveva avvertito i suoi discepoli: la cosa importante non è conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, quello che conta è mantenersi fedeli ed essere suoi testimoni nel mondo "fino alla fine dei tempi e fino agli estremi confini della terra". 100

54 - Un male oscuro: la fretta.
Fra i vari atteggiamenti che sono in contrasto con la pazienza cristiana ne troviamo uno oggi particolarmente diffuso: la fretta. E' un atteggiamento alquanto superficiale ma assai pericoloso perché finisce col soffocare la speranza cristiana nelle speranze terrene. Per molti il tempo è fretta, soltanto fretta. Non sanno nemmeno loro perché, ma la fretta li ha contagiati come un morbo; anzi ne siamo contagiati un po' tutti. Tutti ci sentiamo come incalzati dalle cose, dagli avvenimenti, dalle persone, senza possibilità di difesa, tanto che ormai ci siamo convinti che dobbiamo andare di fretta tutti per non sentirci in colpa verso una società così dinamica, così rapida, così efficiente. E così la fretta ci ha messi tutti in fila, in fila all'ufficio postale, al mercato, alla fermata dell'autobus, in file lunghissime sulle autostrade. Si dice che la fretta è conseguenza della società industriale, organizzata, competitiva, dove il ritmo non dà respiro e ci lega l'uno all'altro come un convoglio che non ha fermate. Sembrerebbe fretta di produrre, ma in realtà è fretta di consumare. Si consuma tutto e rapidamente. Non solo i prodotti propriamente consumistici, futili, banali, fatti per il capriccio, per i quali si creano bisogni fittizi e condizionamenti, - segno di questo consumismo forsennato sono le montagne di rifiuti che vanno ormai accumulandosi inquinando ogni ambiente vitale - ma si consumano anche i prodotti meno commerciabili, quelli che per loro natura dovrebbero sfuggire alla fretta perché esigono riflessione, meditazione, impegno interiore. Così si è diventati voraci consumatori di cultura, di sentimenti, e anche del dolore e della pietà altrui, di drammi segreti di tante coscienze; valori che sono degni del più profondo rispetto e che esigono attenta e delicata riflessione interiore. Inoltre, spesso si impegnano le energie più nobili e più alte, come l'intelligenza e il pensiero, per creare prodotti ignobili e avvilenti, (e qui l'inquinamento diventa ancora più grave, perché le immondizie ideologiche e culturali che derivano da questo consumismo sono senza confronti più tossiche e deleterie). Il tempo allora diventa solo una insana fretta di godere. La ressa scomposta di coloro che si accalcano attorno al tavolo di questo mondo imbandito di piaceri e di interessi egoistici per contendersi qualche fetta della loro misera torta, non ha bisogno di descrizioni. Tutti sentiamo intorno a noi il chiasso, le urla, le baruffe di tanti poveri animali in cravatta o in jeans che si azzuffano non risparmiandosi colpi, per un guadagno, per una poltrona, per un piacere o per una
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Atti, 1,4 Atti, 1,8

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soddisfazione in più. La fretta di consumare piaceri è un desiderio mai sazio.

55 - La fretta: un modo sbagliato di vivere.
Ebbene, dobbiamo guardarci dall'essere uomini della fretta consumistica, anzi dobbiamo salvarci semplicemente dalla fretta, perché la fretta uccide il tempo e uccide la vita. La fretta non è nelle cose. Da millenni il sole, gli astri, gli esseri viventi seguono ritmi e tempi che non conoscono fretta, che non vengono mai scavalcati; davvero "natura non facit saltus" come dice un antico proverbio. La fretta è un male oscuro che è dentro di noi, è una dimensione sbagliata del nostro spirito, è un modo falso perché sfasato di metterci di fronte al mondo, e soprattutto di fronte a noi stessi e alla nostra vita. In definitiva, è un modo sbagliato di stare con Dio. Perciò la fretta è sterile, porta con sé la tristezza della infecondità. La fecondità della pazienza esige invece il saper stare nelle cose con perseveranza e portarle con il loro peso, esige di sapersi dedicare al proprio compito e al proprio dovere fino in fondo, di saper stare nel lavoro portandolo a compimento fino all'ultima pietra. Il Signore non conosce la fretta fin da quando ha creato il cielo e la terra. Conosce invece la pazienza: "Davanti a lui mille anni sono come il giorno di ieri che è passato". 101 L'uomo ha dovuto attendere miliardi di anni per apparire sulla terra. Fa pensare molto questo lungo tempo dell'universo senza l'uomo, che pure era predestinato ad esserne il re, perché l'universo senza l'uomo appare come qualcosa di afono e anche di opaco: una pura vibrazione senza suono, come si esprimono i miti dei popoli antichi, un buio senza luce. L'uomo infatti è la voce delle cose e la sua intelligenza illumina il creato. Perciò un solo attimo di coscienza umana, un solo istante di vita spirituale vale più di tutti i cicli delle ere geologiche, di tutti gli accadimenti della natura. In un solo istante dello spirito c'è tutto il tempo dell'universo: l'uomo è, nel tempo, una densità trascendente. L'universo dunque conosce la lunga pazienza di Dio creatore, una pazienza operosa che rimane mistero ma che riempie tutti i millenni delle ère del mondo. Ma anche la vita cristiana, la nostra crescita spirituale, ha i suoi tempi e i suoi ritmi; essa cresce ora lentamente e ora più rapidamente lungo tutta la nostra vita terrena. E' Dio che ha l'iniziativa e bisogna lasciare a Lui "i tempi e i momenti". La fretta è un modo sbagliato di collaborare con la grazia di Dio; spesso contiene l'orgoglio dell'autosufficienza che vuole prescindere dal lavoro dello Spirito Santo nell'anima per puntare solo sulle proprie forze e sulla propria iniziativa. Così la fretta uccide la speranza ed apre la strada allo scoraggiamento e alla sfiducia. Non dimentichiamo che il Battesimo ha messo la grazia e la fede nella nostra anima come un seme. Il suo sviluppo conosce il "passo di Dio" e la pazienza del tempo. Scriveva San Giacomo ai primi cristiani: "Siate dunque pazienti, fratelli...Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi". 102 E' la stessa pazienza che devono avere i sacerdoti con le anime, i genitori con i figli, gli insegnanti e gli educatori con gli alunni, e tutti coloro che lavorano nella vigna del Signore e collaborano a qualsiasi attività apostolica. Spesso, come per il seme dentro la terra, anche la crescita della grazia dentro le anime non ci è dato di avvertirla e siamo tentati di pensare che Dio non agisca. Ma Gesù ci assicura: "Il Padre continua ad operare" Dio opera incessantemente, ma è anche paziente. La pazienza è dunque sempre operosa perché è frutto della speranza. Nel Padre nostro chiediamo che si affretti il Regno di Dio sulla terra;
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Salmo n. 90, 4 Gc. 5,7

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perciò la pazienza non ha niente a che vedere con la sterile rassegnazione e tanto meno con la neghittosità; si esprime invece nella fedeltà piena alla missione, al compito e alla responsabilità, anche piccola, di ciascuno; una fedeltà senza inquietudini, senza abdicazioni e precipitazioni, ma anche senza lentezze, senza rinvii, senza approssimazioni.

56 - Fedeltà e operosità.
Nella Chiesa e nella società occorrono uomini capaci di pazienza, che sappiano stare nella propria vita con la stessa fedeltà di Dio. Spesso la fretta nasconde le nostre infedeltà: vogliamo scavalcare i disegni di Dio e deviamo per altri cammini che non sono quelli voluti da lui, o più spesso, restiamo indietro sulle sue attese. Se pensiamo che il tempo è il luogo della nostra fedeltà a Dio ci torna alla memoria un episodio del Vangelo narrato da San Marco. Un giorno di primavera, uscendo di buon mattino, Gesù ebbe fame. Lungo la strada che esce da Betania, ecco un albero di fico che sembra messo lì apposta per la fame del Signore, un albero rigoglioso con una chioma florida e invitante. Ma sotto tutta quell'abbondanza Gesù non vi trova un solo frutto. E subito si abbatte su quell'albero la maledizione del Signore: "Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti" 103; una maledizione che ci sembra eccessiva e quasi ingiusta. Così sembrò anche ai discepoli che, presi dallo stupore, gli fecero notare che era primavera, non era dunque il tempo dei frutti! Gesù certamente lo sapeva e tuttavia maledisse quell'albero; ciò che egli non sopportò fu l'apparente vitalità di quel fico e la sua reale infecondità. Abbiamo a disposizione molti modi per ingannarci, per condurre una vita apparentemente laboriosa ma in realtà sterile e inefficace. Una madre di famiglia può agitarsi in mille cose lungo la giornata, un uomo d'affari può correre molto nelle ventiquattro ore, un operaio può sudare abbondantemente alla macchina o al suo strumento di lavoro, ed un politico impegnarsi in molte battaglie sociali, come pure il sacerdote nelle sue "battaglie pastorali", ma tutto questo può portare in sé l'inganno, la tristezza dell'infecondità. Possiamo fare molto rumore e "lavorare" pochissimo, correre molto ma invano, senza frutti. Non è una critica a chi fa molte cose nella sua giornata; tutti dobbiamo avere mani così operose che non ci avanzi un solo minuto del nostro tempo. Ciò che dobbiamo temere è l'inganno della presunzione, credere nella sola efficienza umana dei nostri mezzi, accecarsi con l'orgoglio di chi vede solo sé stesso in quello che fa; voler edificare sul vuoto della vita interiore, pretendere di misurarsi solo sul volume e sulla risonanza del proprio lavoro; insomma, lavorare molto ma col cuore lontano da Dio. La fretta diventa così la chioma frondosa della nostra vanità. Dobbiamo convincerci che ogni istante della nostra vita è "tempo dei frutti". L'unica fretta che possiamo avere è che in ogni istante si compia in noi la Volontà di Dio.

57 - Speranza e povertà.
Gesù, nel Vangelo, ci parla insistentemente e con forza delle virtù della fede e dell'amore; non parla mai esplicitamente della speranza. Il Signore non intende certo ignorare o negare l'importanza di questa virtù, ma la considera così intimamente unita alla fede e all'amore che diventa superfluo parlarne. In realtà, tutto il Vangelo resterebbe incomprensibile se si prescindesse dalla speranza. Gesù stesso, il Figlio di David, appariva agli occhi degli apostoli e delle folle di Palestina come la realizzazione delle promesse di Dio; era dunque una speranza fatta certezza. Ma
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Mc. 11,14

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vediamo alcuni insegnamenti del Signore che contengono un implicito riferimento alla speranza. Particolarmente importante è il suo insegnamento circa il nostro rapporto con le cose e con i beni della terra: speranza e povertà. Nel Discorso della montagna, il Signore ci mette in guardia ripetutamente dal pericolo di attaccare il nostro cuore ai beni della terra. Già nelle Beatitudini, che possiamo definire "il cammino della speranza", il Signore afferma: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli". 104 Vale a dire che il Regno dei Cieli non può essere retaggio di chi ha messo il cuore nei beni della terra, perché non si può "servire a Dio e a Mammona". E' una scelta che non ammette alternative; infatti, "difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli". Perciò Gesù conclude: "Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove i ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché, là dove è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore". 105 San Luca nel capitolo dodicesimo del suo Vangelo ha raccolto una parabola del Signore che ci mette in guardia dalla cupidigia come da uno degli ostacoli più temibili per la speranza cristiana. "La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò? perché non ho ove riporre i miei raccolti, e disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni, poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita e quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio". 106 L'uomo di questa parabola è il tipico uomo d'affari che la gente di mondo giudica fortunato e previdente: sa utilizzare la sua fortuna e sa programmare con intelligenza e realismo il suo futuro. Ma Gesù condanna quest'uomo; lo condanna non per la sua intraprendenza e per la sua intelligente concretezza, ma per la sua miopia e mancanza di prospettiva. La sua speranza si esauriva nelle certezze offerte dai beni della terra, e tutto finiva nella felicità dell'effimero. Quest'uomo fortunato e intelligente agli occhi del mondo era, in realtà, un idiota agli occhi di Dio. Aveva dato più peso e più importanza alla felicità del benessere che alla dignità della propria persona, soffocando nella quantità di beni terreni la sete incolmabile della sua anima, e aveva commisurato l'eternità, che configura il futuro della vita umana, alla durata effimera delle cose che passano. Sono gli stolti che costruiscono sulla sabbia; tutte le cose della terra, infatti, le ricchezze e i tesori di questo mondo sono sabbia mobile che non può offrire alcun fondamento al desiderio di felicità che urge nel nostro cuore.

58 - Speranza e povertà operosa.
Si dice che tutte le cose passano, ed è vero. Ma Gesù, nella parabola del ricco stolto, sembra dirci anche che siamo noi a passare perché abbiamo un'altra dimensione, mentre le cose in qualche modo restano: "Stolto! questa notte stessa ti sarà chiesta la tua anima; e tutto quello che hai preparato di chi sarà?" Come dire che le cose hanno per misura il tempo, noi abbiamo per misura l'eternità. Ci ricordiamo delle parole della Scrittura: "Non abbiamo quaggiù una cittadinanza permanente, sed futuram inquirimus , ma andiamo verso la patria futura". 107
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Mt. 5,3 Mt. 6,19-20 Lc. 12,16-21 Ebr,. 13,14

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C'è dunque un legame profondo tra speranza e povertà, tra speranza cristiana e la libertà interiore di chi si sforza di viaggiare nella vita "senza valigie". Quelli, infatti, che mettono il cuore nei beni della terra sono per definizione "coloro che non hanno speranza". 108 C'è tuttavia un modo per usare le cose della terra e camminare in mezzo ad esse senza che diventino un ostacolo per il nostro cammino o un peso per la nostra speranza: orientarle a Dio perché proclamino la sua gloria, e impiegarle per il bene di tutti gli uomini. Infatti tutte le cose dell'universo sono state create perché manifestino la gloria di Dio, e rivelino la misericordia divina verso l'uomo, il quale nella varietà, abbondanza e ricchezza delle creature, può contemplare la magnanimità di Dio, rendergli grazie, e utilizzare ogni cosa per elevare non solo la qualità della sua vita terrena, ma soprattutto per affinare lo spirito e promuovere la generosità nel servizio di Dio. L'uomo è chiamato così a dare voce a tutte le creature, e a diventare interprete del loro valore e del loro significato. E' questo l'aspetto positivo della povertà cristiana, che fa di essa una virtù non rinunciataria bensì fortemente operativa. Il cristiano poi è chiamato a glorificare Dio nel lavoro, nella professione, negli affetti nobili e onesti della vita, nelle responsabilità sociali e politiche, e quindi ha bisogno di mettere in opera tutti i talenti che il Signore gli ha dato e di utilizzare tutti i mezzi umani che servono per la maggiore efficacia della sua attività. La speranza cristiana genera una povertà operosa, che si adopera generosamente a promuovere il progresso umano in tutte le sue espressioni. Il male, dunque, non stà nelle ricchezze ma nell’egoismo del cuore. Le ricchezze vanno collocate, perciò, al loro posto: sono mezzi, strumenti che devono servire perché si realizzi il progetto di Dio nell'uomo e nel mondo. Farle diventare il fine della vita significa falsare la loro identità, e soprattutto ingannare miseramente noi stessi. Dobbiamo dunque fissare il cuore là dove deve tendere la nostra speranza; realizzeremo così quella libertà interiore che è necessaria per mettere mano ai beni e alle ricchezze della terra senza timore e senza timidezza, con l'audace iniziativa e con la coraggiosa intraprendenza di chi sente la responsabilità di operare per un mondo più giusto e più degno dell'uomo. E' vigliaccheria lasciare alla mercè dei figli delle tenebre che operano al servizio dell'egoismo umano le risorse e i beni della terra che Dio ha destinato al bene di tutta l'umanità.

59 - Speranza e libertà.
Questo distacco non è facile e non è mai scontato. Il denaro si sposa facilmente a tutte le altre inclinazioni disordinate: alla superbia, alla sete di dominio, alla ricerca del piacere come fine a sé stesso, alla vanità, alla prepotenza. "L'attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede, e si sono da sé stessi tormentati in molti dolori". 109 Invece il distacco cristiano, frutto della speranza, ci libera dalla schiavitù delle cose e ci permette così di esercitare su di esse il nostro dominio, quello giusto, quello voluto da Dio quando disse: "Riempite la terra e soggiogatela". 110 La prima espressione di questo dominio è il rispetto delle cose, riconoscendole come creature di Dio. Lo spreco, la noncuranza degli oggetti, il degrado a cui lasciamo andare gli strumenti che usiamo, e ogni altra forma di abbandono delle cose, è disprezzo di Dio e offesa verso l'uomo.
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1 Tess. 4,13 1 Tim. 6,9 Gen. 1,28

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Il più grande innamorato della povertà, Francesco D'Assisi, fu anche il più grande innamorato delle creature. Egli ci ha insegnato che la sete di possesso, il desiderio di "appropriarsi" delle cose, per motivi di egoismo, di prestigio o di potere, è la forma più brutale di violenza che possiamo esercitare sulle creature, perché in tal modo esse vengono deviate dal loro fine. Si capisce allora perché la mentalità consumistica dei nostri giorni è la negazione della povertà e della speranza cristiana: perché è anch'essa una forma di violenza sulle cose, vuole asservirle al capriccio, alla vanità, alla comodità egoistica. Altra espressione di un giusto dominio sulle cose è la capacità di "sacrificarle", offrirle in dono, staccandosi effettivamente da esse. Pensiamo con quanta facilità accumuliamo cose, per cui finiamo col possedere molto più di quanto ci serve per vivere decorosamente, per assolvere i nostri doveri, per realizzare le giuste aspirazioni della nostra personalità. "Sacrificarle" significa, allora, metterle a disposizione del bene comune, cominciando da quello della propria famiglia, ma anche al servizio di iniziative sociali o di attività apostoliche. L'alternativa a questo distacco praticato volontariamente durante la vita è il distacco forzato in punto di morte, dopo aver accumulato beni sui quali forse litigheranno eredi e parenti. Ben diverso è l'avvertimento del Signore; Egli ci invita a procurarci amici con il bene compiuto attraverso le ricchezze di questo mondo, amici che verranno ad accoglierci quando arriveremo alla vita eterna. Infatti, ci porteremo via da questo mondo non quello che abbiamo accumulato ma solo quello che abbiamo donato. Possiamo chiedere a Dio questa libertà che nasce dalla speranza con la preghiera della liturgia della Chiesa: "O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni." (Domenica XVII Tempo ord. )

60 - Inno alla speranza.
L'operosità insita nella speranza cristiana si rivela particolarmente importante nella lotta interiore, nella testimonianza che dobbiamo rendere a Cristo e nell'impegno dell'apostolato. La speranza cristiana tende a un bene futuro e difficile, ma non rimanda mai al futuro, né si affida solamente alle circostanze facili e favorevoli; non dice mai "domani", o "la prossima volta"; non si rassegna all'impotenza. Chi è animato dalla speranza prova e riprova, studia, esamina, riflette, si consiglia, cerca nuovi mezzi, insiste; sa che una vittoria può venire dopo numerose sconfitte, che un primato arriva dopo tanti tentativi falliti. La speranza non si arrende nemmeno all'impossibile, perché sa che "nulla è impossibile a Dio". Perciò gli ostacoli, le apparenti sconfitte, le eventuali umiliazioni, come anche le resistenze dell'ambiente e delle persone non hanno importanza. "Cristo non è fallito: la Sua dottrina e la Sua vita stanno fecondando il mondo incessantemente" Perciò la "cosa più importante da scorgere nella chiesa (e nel mondo) non è il modo con cui rispondono gli uomini, ma l'azione di Dio". 111 Un cristiano che crede e che ama, è impossibile che non abbia speranza. Monica ha inseguito per anni il figlio Agostino, con le sole armi della preghiera e delle lagrime, sapendo che la luce vince le tenebre, che la verità è più forte
111

Beato J. Escrivà, E' Cristo che passa n. 129,131

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dell'errore, e che l'amore può sciogliere ogni durezza e ogni ribellione; sapeva che Dio non ha indebolito la sua forza di fronte alle resistenze dell'uomo, e non poteva deluderla. La speranza non si ferma mai; come le acque dei torrenti, sa aprire strade tra le montagne, nelle gole e nei deserti, inter medium montium pertransibunt acquae. Pensiamo all'emorroissa nel Vangelo di Marco: la sua perseveranza nel tentare ogni mezzo, la sua fatica ad aprirsi un varco tra la folla che seguiva Gesù, i disagi per superare la calca con le inevitabili spinte, insulti, umiliazioni, l'ansia per non sapere quali reazioni avrebbe incontrato da parte di Gesù....; ma la speranza di non restare delusa ha prevalso, l'ha sostenuta nei suoi sforzi e nella sua perseveranza. 112 Infine, la speranza è sempre accompagnata da una santa inquietudine interiore; è un'inquietudine che non significa la perdita della pace ma l'insonne, gioiosa, dolcissima ricerca di Colui che è l'oggetto di un intimo desiderio d'amore. Vengono alla memoria le parole del Cantico: "...lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato ma non l'ho trovato. "Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amato del mio cuore". L'ho cercato ma non l'ho trovato. Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda: "Avete visto l'amato del mio cuore?". Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l'amato del mio cuore". 113 E' questa speranza propria degli innamorati la vera speranza cristiana. Se la fede sposata alla speranza genera la fiducia, la speranza sposata all'amore genera la fedeltà e la perseveranza. Un innamorato non cessa mai di sperare; in lui la speranza è una forza incontenibile, che lo spinge su tutte le strade della vita interiore finché non trova "l'Amato del suo cuore"; una speranza laboriosa, anche sofferta, ma che già contiene la gioia della vittoria, la felicità dell'abbraccio con l'Amato del suo cuore. Un tempo il pane veniva preparato e distribuito dalla madre di famiglia: impastava la farina, la faceva riposare, la ripartiva in pani e la cuoceva riempiendo la casa di fragranza. Per noi, figli di Dio, il pane della speranza ce lo prepara e ce lo dona Colei che è Madre nella Chiesa e della Chiesa, Colei che ha confezionato il Pane con le mani verginali del suo grembo, e ce lo dona spezzato dal dolore e dall'amore sulla tavola della Croce, perché ognuno di noi lo porti con sé nella sua bisaccia lungo il viaggio della vita, lungo i cammini della terra. "Cristo, nostra Speranza". Maria, fiducia dell'umanità, "vita, dolcezza, speranza nostra", prega per noi!

112 113

Mc. 5,25-34 Ct. 3,1-4

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IL TEMPO: LUOGO DEL DESIDERIO
QUALE AMORE?

61 - Dio è amore.
La nostra vita di figli di Dio sulla terra è un viaggio nella fede, nella speranza, nell'amore. La fede è la luce, la speranza è il pane, l'amore è la vita. L'uomo, si dice, non può vivere senza amare e senza essere amato. Dove non c'è amore, non c'è vita. La vita è dono, è sete d'amore, è capacità d'amore. Dove non c'è amore, non c'è nemmeno vera convivenza umana. Infatti percorriamo il nostro viaggio sulla terra non da soli; siamo una moltitudine, un fiume, e non possiamo stare insieme senza amarci. E tuttavia l'amore non è di questa terra. "Dio è Amore!", afferma S. Giovanni in una delle espressioni più folgoranti di tutta la Bibbia. L'amore, infatti, appartiene a Dio, all'essenza stessa dell'Essere divino. Se nelle creature c'è capacità d'amore è perché Dio si è fatto presente nel tempo, si è fatto dono alle sue creature. L'Amore fluisce da Dio alle creature, le unisce a sé e tra di loro; l'amore congiunge il tempo e l'eternità. Tutta la creazione e tutta la storia degli uomini costituiscono un poema splendido e grandioso, un inno immenso all'Amore di Dio e all'Amore di Colui che, fattosi uomo, ha voluto chiamarsi lo Sposo. Tutto nel tempo è stato acceso da un atto d'amore: Dio crea perché ama; la creazione è Amore. La storia del mondo è tutta percorsa dall'amore: Dio custodisce le cose che ha creato e le conduce con forza e con grazia perché ama; la Provvidenza è Amore. Ma la creatura che più di tutte le altre rivela al mondo l'amore di Dio è l'essere umano. Nell'uomo, Dio-Amore ha impresso il sigillo della sua immagine e ha comunicato il dono della sua somiglianza. L'uomo è "immagine" di Dio per lo spirito ed è "somiglianza" di Dio per la Grazia. Lo spirito tende al bene e vuole il bene: ama; la Grazia fa l'uomo partecipe della vita divina e perciò dell'amore. L'amore è dunque costitutivo della nostra natura di persone: possediamo una duplice conformità, naturale e soprannaturale, all'Essere di Dio, al suo Essere-Amore. Ma l'immagine di Dio è in noi non soltanto per la nostra natura di persone, ma anche per la natura relazionale del nostro essere. Dio, infatti, nel creare l'uomo a sua immagine e somiglianza, "maschio e femmina li creò", fissando così la forma più profonda di relazione interpersonale, quella dell'uomo e della donna nell'amore nuziale. 114 Infatti Dio disse: "Non è bene che l'uomo sia solo". 115 Il Signore aveva posto Adamo nell'Eden, nel Grande Giardino del mondo, di fronte allo splendore del creato. I suoi occhi potevano riempirsi di ogni bellezza: il verde intenso e tenero delle foreste, l'azzurro del cielo, il bianco luminoso delle nubi, il turchino del mare,
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G.iovanni Paolo II, Catechesi (febbraio 1979) Gen. 2,18

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il rosso vivo delle rocce, e i fiori...; non c'era bellezza che non fosse presente in quella immensa sinfonia di fogge e di colori. Tutta la tavolozza con cui Dio aveva dipinto il mondo era lì, davanti ai suoi occhi, in tutto il suo splendore... Ma il cuore di Adamo era triste. Allora Dio fece sfilare sotto lo sguardo di Adamo, come in una grande parata, tutti gli esseri viventi nelle loro perfezioni: la forza del leone, l'agile potenza della tigre, la solennità dell'elefante, la tenera mansuetudine dell'agnello, la raffinata eleganza dell'antilope,... e tutti gli uccelli del cielo con il loro canto e nella splendida varietà del loro piumaggio... Ma il cuore di Adamo era triste: "...non trovò un aiuto che gli fosse simile". "Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo che si addormentò; gli tolse una delle costole... e plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna, e la condusse all'uomo". Adamo, svegliatosi dal sonno, vide accanto a sé Eva e un grido gli uscì dalla bocca e dal cuore: Ecco! questa sì "è carne dalla mia carne e osso dalle mia ossa!" 116 e la tristezza se ne andò dal suo cuore. In quel momento nacque l'amore sulla terra, e l'uomo, già "immagine" di Dio come persona, divenne immagine della Trinità del cielo, come "due in una sola carne". L'amore sponsale infatti è fondamento di tutte le altre dimensioni dell'amore umano: l'amore paterno e materno, l'amore filiale, l'amore fraterno, lo stesso amore coniugale, e anche l'amore famigliare in tutte le sue diramazioni: la parentela, la nazione, la razza, fino all'immensa e unica famiglia costituita dal genere umano; infine, l'amore verginale, che realizza la forma più sublime della sponsalità.

62 - La benevolenza.
Tutte le espressioni dell'amore hanno una radice comune: la benevolenza, ossia la naturale tendenza a scambiarsi il bene, a volere il bene per noi stessi e per gli altri; o, più profondamente, è benevolenza l'apertura al dono di sé, alla comunione con gli altri. Questa benevolenza è il fondamento dell'amicizia e raggiunge la sua espressione più alta quando dal semplice "volere il bene" per la persona amata, passa a "volere la persona" stessa; una specie di intima felicità perché quella persona esiste. Lo stesso amore coniugale si fonda sulla benevolenza: se due coniugi non diventano sinceramente amici tra di loro, così da essere profondamente felici l'uno dell'altro, rischiano di far naufragare il loro amore. Volere una persona, volere che esista ed esserne felici, è la forma d'amore che fa l'uomo più somigliante a Dio. Infatti, l'amore che Dio porta alle sue creature è sola e infinita benevolenza. Per ora consideriamo che Dio è l'Essere per definizione e perciò Egli è la vetta più alta per ogni amore creato. Nasce di qui la profonda inquietudine del cuore umano, un'inquietudine che definisce la nostra condizione nel tempo: viandanti. E' un viaggio, il nostro, che non può essere percorso in solitudine e che non ha quaggiù il suo approdo ultimo. L'amore, nel tempo, è desiderio; desiderio di eternità, desiderio di Dio. "L'amore non può trattenersi dal vedere ciò che ama; per questo tutti i sant i stimarono ben poco ciò che avevano ottenuto, se non arrivavano a vedere Dio. Perciò l'amore che brama vedere Dio, benché non abbia discrezione, ha tuttavia ardore di pietà". 117 Ma questa tendenza verso il bene, in particolare verso il Bene Sommo, così profondamente radicata nel nostro essere, ha un nemico mortale: il peccato. Dio infatti aveva partecipato il suo amore all'uomo in modo ineffabile e trascendente con il dono soprannaturale della Grazia. Nel Paradiso terrestre Adamo conversava familiarmente con Dio. Era come un rapporto "alla pari", un'amicizia divina, una
116 117

Gen. 2,20-23 S. Pietro Crisologo

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partecipazione intima all'amore increato. Ma Adamo non si fidò di Dio e gli oppose un rifiuto. Non appena i nostri progenitori si sono ribellati a Dio hanno cominciato ad accusarsi reciprocamente; l'amore era finito. Il peccato è infatti la negazione dell'amore, il rifiuto di lasciarsi amare; è quasi un tentativo di distruggere l'amore. Il nostro allontanamento da Dio ha lasciato via libera all'egoismo, che si è introdotto nel nostro cuore portando un duro colpo alla nostra capacità di amare. La volontà, facoltà spirituale propria dell'amore, rimasta profondamente ferita e debilitata, viene facilmente portata fuori strada da un intelletto non più capace di vedere il bene e di indicarlo con chiarezza e con verità. Così l'odio ha cacciato l'amore, e il desiderio è diventato disperazione.

63 - L’Amore in Dio: lo Spirito Santo.
Ma Dio, che è solo Amore e non cessa mai di amare, è entrato nella storia umana come Misericordia: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna". 118 Gesù Cristo: ecco la risposta dell'Amore divino alla miseria dell'uomo. Con Gesù inizia così il tempo della misericordia, il tempo della Salvezza. E' il tempo della Chiesa chiamata a portare il dono dello Spirito a tutti gli uomini. Scrive Sant'Agostino: "Amare Dio è esclusivamente un dono di Dio. E' lui che, amandoci quando noi non lo amavamo, ci ha concesso di amarlo. Siamo stati amati quando ancora gli eravamo sgraditi, affinché ci fosse in noi qualche cosa per piacergli. Infatti lo Spirito del Padre e del Figlio, che amiamo unitamente al Padre e al Figlio, riversa la carità nei nostri cuori". Dunque, lo Spirito Santo. E' lui, anima della Chiesa, che accende nei nostri cuori il fuoco dell'amore di Dio e la fiamma del desiderio. "Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris", l'amore di Dio è stato effuso nel mondo per mezzo dello Spirito Santo che abita nei nostri cuori. L'amore dunque è nell'uomo, ma non viene dall'uomo; è un dono che trascende completamente le possibilità della creatura. L'amore viene da Dio. Viene dal Padre, che ha creato per amore e conduce ogni cosa con sapienza e amore; viene dal Figlio, che si è fatto uomo per amore e ha dato sé stesso sulla croce per amore; viene dallo Spirito Santo che, dono increato ed eterno, si è fatto vita dell'anima e vita della Chiesa. L'amore è la Trinità Santissima. Possiamo dire che il dono dell'Amore divino è analogo al dono della filiazione divina. L'unico figlio di Dio è il Figlio, la seconda persona della Trinità Beatissima; noi diventiamo figli per partecipazione, figli nel Figlio. Così l'Amore; l'unico Amore è lo Spirito Santo che sussiste in Dio come ineffabile Dono reciproco del Padre e del Figlio, Dono sussistente nella terza Persona della Santissima Trinità: a noi è dato di amare per partecipazione, amanti nell'Amante. Questo Amante, "ospite dolce dell'anima", accende in noi il fuoco dell'Amore, e se ci lasciamo condurre da Lui, la fiamma del desiderio divamperà nella nostra anima con "gemiti inenarrabili". Infatti, come per la partecipazione alla vita divina "noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è ancora stato rivelato" 119, per cui "la creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio" 120, così è anche per l'amore. Esso è già effuso nei nostri cuori, poiché "possediamo le primizie dello Spirito", ma ancora non possediamo ciò che amiamo, per cui "gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli".121 Sulla terra nessun vero possesso è possibile, perciò quaggiù non possiamo amare che desiderando. "Il tuo volto, o Signore, io cerco il tuo volto!"
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Gv. 3,16 1 Gv. 3,2 Rom. 8,19 S. Paolo, Lettera ai Romani, 8, (passim)

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64 - Ferita d’amore.
Molte anime grandi, le anime innamorate come quelle dei santi, hanno sperimentato sulla terra il dolore dolcissimo del desiderio di Dio, un desiderio insaziabile di comunione con Lui e di contemplazione del suo volto. Perciò molti mistici definiscono questo desiderio: "una ferita d'amore". Ferita dolorosa e insieme dolcissima che guarisce solo nella vita eterna. Pensiamo alle pagine ardenti e alle espressioni infuocate uscite dalla penna di S.Agostino, di S. Bonaventura, di Teresa d'Avila, di Caterina da Siena, di Bernardo di Chiaravalle, di Sant'Alfonso de' Liguori, e di tanti altri che hanno sperimentato quale peso di felicità e di dolore comporti, sulla terra, l'effusione dell'amore di Dio nell'anima. Sono giustamente famosi questi versi di Santa Teresa: 122 L'alto fuoco d'amore mio Prigioniero, Dio! da cui vivo afferrata ma a pensarmi signora donò libertà di Colui che voglio e adoro al mio spirito felice; muoio perché non muoio. In queste condizioni l'anima non ha altro desiderio che di identificarsi pienamente con il suo Dio. E' un desiderio insito nell'amore fin dal suo inizio. In tutto il Nuovo Testamento quando si parla di amore lo si attribuisce sempre all'iniziativa di Dio: "non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi". 123 Il nostro atteggiamento non può essere allora che la docilità, l'obbedienza del Figlio; una obbedienza intensamente attiva perché esige un continuo "si" alla volontà amabilissima di Dio. E' quanto diciamo nel Padre Nostro: Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà; in altre parole, il nostro amore verso Dio consiste nel lasciarci amare da Lui e rimanere nel suo amore. "Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi, rimanete nel mio amore". 124 Lasciarci amare e rimanere nell'amore significa aderire intimamente a Dio e alla sua volontà. Questa infatti è l'attività propria dell'amore: volere la persona amata. Fare la volontà di Dio è volere ciò che Lui vuole; in definitiva, è volere Lui stesso. Ma la nostra volontà è impotente riguardo all'essere di una persona; non è in nostro potere fare in modo che una persona esista. Possiamo però contemplarla ed essere felici che esista. Questo vale in senso assoluto riguardo a Dio. Non è in nostro potere volere la sua esistenza, accade invece esattamente il contrario: è Lui che ha voluto e vuole continuamente la nostra; è infatti Lui che ci ama. Possiamo invece essere sommamente felici che Egli esista. E' una felicità che si alimenta incessantemente nella contemplazione di Dio e nell'adesione intima a Lui. Essere in Dio e rimanere nel suo amore: è questa la radice della nostra felicità. Concludeva infatti il Signore: "Vi ho detto questo - di rimanere nel mio amore - perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena". 125

65 - Culto pagano e amore cristiano.
Che l'amore venga da Dio e che sia stato effuso sulla terra con lo Spirito Santo, lo dimostra anche il fatto che l'amore soprannaturale non lo troviamo in nessun'altra espressione cultuale umana, in nessun'altra religione. In tutte le epoche gli uomini hanno praticato verso la divinità un culto di adorazione, di
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S.Teresa D'Avila, 1 Gv. 4,10 Gv. 15,9 Gv. 15,11

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propiziazione, di invocazione, mai di amore. La stessa "pietas" pagana verso gli dèi era l'esercizio dei doveri di culto, la cui fedeltà rendeva l'uomo religioso un "uomo pio", ma il culto restava sempre l'espressione di sentimenti che rimanevano estranei all'amore. Gli dèi erano onorati, temuti, propiziati, mai amati. E d'altra parte la divinità era considerata qualcosa di lontano, al di sopra dei sentimenti umani. Tra gli déi e gli uomini esisteva una sorta di incommensurabilità. La divinità poteva essere verso l'uomo benevola, non ostile, benigna e protettrice, mai avrebbe potuto avere sentimenti d'amore. L'amore suppone ed esige una certa "proporzione" fra le persone che si amano; ma nessuna proporzione era pensabile tra l'uomo e Dio Inoltre, nella religiosità cosmico-naturalista che troviamo nelle religioni primitive, nelle varie religioni orientali e che arriva ad infiltrarsi anche nel pensiero filosofico occidentale (vedi il panteismo di Spinoza, lo Spirito eterno di Hegel, il vago teismo massonico-razionalistico che rivive in certe frange del laicismo contemporaneo, ecc.), la divinità è concepita come una realtà impersonale, indistinta dal mondo, nella quale l'uomo può venire assorbito perdendosi come un frammento nel tutto. (Nirvana). Evidentemente ogni rapporto tra Dio e l'uomo rimane radicalmente cancellato, in particolare diventa impossibile ogni rapporto d'amore. Anche l'amore che esisteva tra le persone, era sempre un amore "profano"; non nasceva da Dio ma si fondava sulla affinità, una specie di convergenza di forze istintuali, affettive, culturali, etniche o semplicemente di simpatia, che portavano a rapporti interpersonali poveri di contenuto, limitati, nei casi migliori, all'amicizia e alla solidarietà. Il paganesimo, poi, aveva portato a un indurimento dell'animo umano, a una atonia dei sentimenti. Un autore antico scrive che i Romani erano "sine affectione", privi di sentimento, incapaci di affetto e di commozione. Lo testimoniano la durezza delle consuetudini, la condizione degli schiavi, il trattamento dei bambini e della donna, la crudeltà delle punizioni, la brutalità disumana nei giochi gladiatori. Nelle lettere scritte dagli Apostoli alle prime comunità cristiane troviamo molte descrizioni della condotta perversa presente nella società pagana di allora, società che non conosceva né l'amore di Dio né l'amore del prossimo, e alla quale appartenevano anche i cristiani prima della loro conversione. Valga per tutti questo passo della lettera di S.Paolo a Tito: "Anche noi un tempo eravamo (come loro) insensati, ribelli, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda". 126 Purtroppo, lungo i secoli, sono molti i paganesimi che hanno conosciuto analoghe malvagità di uomini senza sentimento. Ai nostri giorni le ideologie della miscredenza hanno inventato i lager, le camere a gas, le torture spietate e crudeli, le deportazioni forzate, i gulag, la tratta e il commercio dei bambini e innumerevoli atrocità che hanno del diabolico, dove l'odio verso Dio diventa odio verso l'uomo. Si comprende perciò la gioia che pervade il cuore di S.Paolo e che traspare nel brano immediatamente successivo: "Quando però apparve la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini, - benignitas et humanitas salvatoris nostri Dei - Egli ci ha salvati.... per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione nello Spirito Santo effuso da Lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore". 127

66 - Amore cristiano: “connaturali” con Dio.
Il tempo della Chiesa è dunque il tempo dello Spirito Santo, il tempo della
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Tito, 3,3 Tito, 3,3-6

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vocazione all'Amore. Gli uomini devono capire che non è possibile costruire nessuna "civiltà dell'amore" se non in Dio, creatore e padre di tutti; in Cristo che ci ha amato e ha dato sé stesso per noi; nello Spirito Santo che, effuso nei nostri cuori, vi accende il fuoco del desiderio e della contemplazione di Dio. Lo Spirito Santo ha reso possibile l'amore tra l'uomo e Dio, perché la sua azione nell'anima ha prodotto una sorta di "proporzione" fra noi e il Padre. Siamo diventati "connaturali" con Dio per il dono della Grazia. Perciò non siamo più "stranieri né ospiti, ma famigliari di Dio".128 «Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E, se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» 129. E' questo il fondamento della nostra amicizia col Signore. Vivere come amici di Dio, amici che non hanno segreti, che si parlano cuore a cuore, che si trattano con intimità e fiducia; questo, a pensarci bene, può apparire impossibile, quasi inaudito. Eppure, in Gesù, Dio ha voluto farsi amico degli uomini: "Non vi chiamo servi, ma amici." Dobbiamo dunque perdere la paura, dobbiamo non trattare il Signore a distanza, dobbiamo avvicinarci a Lui fino a vedere il colore dei suoi occhi, il sorriso delle sue labbra, ascoltare i battiti del suo cuore. Come Giovanni, come gli Apostoli. Dobbiamo arrivare all'audacia santa di volergli bene, di chiamarlo per nome, di dirgli: Gesù, mi succede questo e questo..., ma tu sei la mia forza, la mia certezza, la mia luce; tienimi vicino a te, perché voglio esserti fedele, voglio lavorare con te e per te, voglio che i miei amici diventino tuoi amici, che ti conoscano e ti amino." Volergli bene e insieme sapere che egli mi vuol bene, è il cuore della vita spirituale, è l'antidoto più efficace contro la mediocrità, è il segreto della fedeltà e della pace. Molti cristiani si sono allontanati dalla fede, sono caduti nella tiepidezza o non hanno desideri di santità perché non sono convinti che Dio li ama e che possono avvicinarsi a Lui sicuri di essere accolti, capiti, perdonati, amati. Quando un'anima non crede all'amore di Dio, quando non si sente amata ma solo giudicata da Lui, è condannata a vivere un cristianesimo triste, angosciato e mediocre, perché si affannerà a cercare in sé stessa titoli e motivi per essere amata, per meritarsi l'amore di Dio, ma non trovandoli, diventerà facile preda dello scoraggiamento e della tristezza. Dobbiamo lasciarci attirare dall'amore di Cristo, un amore divino e umano perché ci arriva attraverso un cuore di carne come il nostro, che conosce l'affetto umano e il calore dell'amicizia. Egli ci chiede il cuore - praebe mihi cor tuum -, ma noi pensiamo che ci domandi cose: un po' di tempo, di lavoro, opere buone, prestazioni.... L'amore non è dare le nostre cose, anche tutte, preziose o meno, ma è dare il cuore, dare noi stessi, perché questo ha fatto il Signore. "Dilexit me et tradidit semetipsum pro me" 130, esclamava in un impeto di commozione l'Apostolo Paolo - mi ha amato, fino a dare sé stesso per me! - E' davvero sconvolgente il pensiero che Dio si è fatto uno di noi, e donandosi a noi come Figlio e come Spirito Santo ci ha resi partecipi dell'intimità del suo Essere divino e del suo Amore.

FARSI DONO
67 - L’amore è dono.
Dio è amore e l'amore, in Dio, è dono; dono del Padre al Figlio e del Figlio al
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Ef. 2,19 Rm. 8,16 Gal. 2,20

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Padre: lo Spirito Santo, Donum Dei. L'Amore non può essere che dono; ogni amore porta al dono e si fa dono. Perciò l'amore è la vita, perché la vita è dono, tutta e soltanto dono. Dono che si riceve e dono che si offre. Ricevere e donare, sono come le pulsazioni della vita; come il battito del nostro essere. Ricevere e donare: come i movimenti del cuore; se viene meno uno dei due momenti la vita si spegne. Anche l'esistenza umana senza il battito dell'amore si spegne; anch'essa è scandita dal ritmo dell'amore. In Dio troviamo solo il donare. Egli è la pienezza dell'essere, ed è totalmente sufficiente a sé stesso, non vincolato, non necessitato, assolutamente esaustivo. Dio, quindi, può agire solo donando, anzi possiamo dire che solo Lui può donare. Tutto quello che Egli ha creato è puro dono, è puro amore. Da questo amore viene ciascuno di noi. La nostra esistenza creaturale è pura ricettività, è piena apertura all'essere, al dono che ci viene dall'Alto. Dono assolutamente gratuito perché dal nulla veniamo. Tutto in noi è dono. Siamo dono e continuiamo ad esserlo in ogni istante della nostra vita: siamo dono a noi stessi, e siamo chiamati a diventare dono di noi stessi. E' questa la struttura intima della nostra creaturalità. E' questa la libertà; libertà di ricevere, libertà di donare. Libertà dell'amore. Questo ritmo dell'esistenza ha un senso: va dal ricevere al donare, non viceversa. Si riceve per donare. Perciò ogni egoismo, ogni ripiegamento su noi stessi, ogni chiusura al dono è perdita di libertà, è perdita di essere. Tutto ciò che abbiamo ricevuto è per essere donato. Dobbiamo farci dono totale, pieno, incondizionato, a immagine e somiglianza di Dio. Ogni persona si realizza se si apre alla vita; si apre alla vita se ama, ama se si dona. Tutte le malattie dell'esistenza, molti malesseri spirituali e molti disturbi psichici della personalità nascono dal fatto che non ci siamo realizzati come dono, non abbiamo saputo trovare un modo oblativo di stare nella nostra vita e nel mondo.

68 - La vita: una corsa verso il dono.
Tutto il nostro viaggio nel tempo deve così diventare un anelito verso il dono di sé. La stessa maturità umana coincide con la perfetta capacità di farsi dono. Perciò l'egoista è un immaturo, e l'egocentrico è incapace di un’autentica vita intellettuale e affettiva, di vita sociale. Già l'atto di nascere è dono, anzi lo stesso concepimento e, prima ancora, l'incontro coniugale sono dono. Durante un rapporto d'amore, che sia vero e autentico, la donna sa e sente di essere recettiva, tanto che in quel momento il suo modo di essere è quello dell'abbandono totale di sé all'uomo, apertura piena al dono, e avverte con un'esperienza intimamente esaltante e inesprimibile che il seme che riceve è il dono che l'uomo fa di sé stesso al suo essere donna. Dopo quell'incontro, l'atteggiamento di abbandono recettivo diventa in lei trepida attesa di un altro dono: il concepimento, l'intervento misterioso della natura del Creatore - che trasforma il dono ricevuto dall'uomo in un dono più grande. E quando la donna si accorge di aver concepito sente di essere stata profondamente gratificata; tutto è avvenuto in lei senza di lei; un grido di gioia, che è gratitudine verso Colui che ha dato al suo grembo il dono della fecondità, risuona nel suo intimo come se venisse liberata da un incubo: la paura della sterilità, la paura di restare esclusa dal grande mistero della vita. Anche il suo modo di essere cambia, da recettivo diventa sempre più consapevolmente attivo; essa avverte che sta misteriosamente trasformando il dono ricevuto in un dono da offrire, e nell'atto del parto, nonostante il dolore e l'angoscia, essa sente che quella creatura è un dono immenso che lei fa non solo all'uomo ma a tutta l'umanità, e insieme, quella creatura è anche il dono che lei fa a sé stessa nel contempo che lo riceve dall'Alto. Tutta la dinamica dell'incontro coniugale è governata dal significato del 64

dono e quindi dalla legge dell'amore. Ecco perché la contraccezione è un controsenso; essa distrugge il dono nell'atto stesso di farlo; uccide l'amore trasformandolo in egoismo e umilia la dignità della donna nella sua vocazione ad essere dono per il dono: la maternità. C'è di più: quando la donna concepisce nel suo grembo, avverte istintivamente che quello che è avvenuto in lei non è un puro fenomeno naturale, è un intervento divino "sempre"; è sempre un dono di Dio prima ancora di essere un dono dell'uomo. Perciò un figlio è sempre da accettare come un dono, anche quando fosse frutto di violenza. In tal caso quel figlio non è un dono dell'uomo, è un dono tutto e solo di Dio. Perciò va amato ancora di più. La violenza è dell'uomo, la vita e l'amore sono di Dio. Parimenti, contrasta profondamente con la realtà e la natura del dono l'atteggiamento della "pretesa". Un figlio non è mai un diritto, è sempre un dono. Il volere un figlio a tutti i costi, con qualsiasi mezzo, non nasce dall'amore perché la pretesa è figlia dell'egoismo. La scienza biologica può manipolare le leggi della vita e può anche "fabbricare" un figlio, ma un figlio "artificiale" rischia di restare figlio della scienza, cioè figlio di nessuno. Il desiderio della maternità è senza dubbio l'aspirazione più nobile e profonda nascosta nell'essere della donna, è anzi la sua vocazione, ma se il desiderio diventa pretesa, quella vocazione si trasforma in arbitrio, e il figlio "preteso" difficilmente sarà amato come un dono perché è posseduto come una proprietà. Esiste la violenza dell'uomo sulla donna, ma esiste anche la violenza della donna sulla natura; il femminismo ha molte facce, questa è certamente una delle più brutte. La donna, brutalmente aggredita dalla nostra cultura edonistica e derubata dei valori più preziosi della sua femminilità, deve trovare il senso autentico del suo essere donna, soprattutto la sua profonda capacità di amare che si esprime nel servizio gioioso e nel sommo rispetto verso l'essere umano che le viene affidato come un dono, e infine deve riscoprire la dimensione trascendente della maternità. Sappiamo infatti che la fecondità naturale, biologica, come la maternità fisica non sono le uniche e nemmeno le più alte e gratificanti forme del dono che l'uomo e la donna possono ricevere e possono scambiarsi. Esiste una maternità (e una paternità) spirituale che va oltre e può anche prescindere dalla maternità fisica, e anzi ne costituisce il contenuto profondo; è come l'anima stessa della maternità. Nessuna donna può dimenticare questa vocazione e questa missione di farsi dono, missione che costituisce il volto autentico della sua femminilità, perché a lei Dio ha affidato l'essere umano, ogni essere umano. E' una maternità, quella spirituale, che quando è associata al dono della verginità, intesa come amore sponsale che lega a Dio interamente, raggiunge le vette più alte e più gratificanti del dono perché partecipa all' Essere divino, all'Amore, in modo più trascendente e soprannaturale. Chi può dire che Caterina da Siena, Teresa d'Avila e mille altre donne fino a Madre Teresa di Calcutta siano state meno madri, perché vergini, di tutte le altre donne che hanno concepito e partorito figli? La fecondità secondo lo spirito è un dono assai più grande della fecondità secondo la carne, ed è un privilegio che diventa insieme un dovere per ogni donna. Anche il bambino, appena uscito dal grembo materno, nel suo essere spinto verso la vita, nell'incominciare in quel momento la sua magica avventura nel mondo, la sua progressiva apertura verso l'esistenza, avverte inconsciamente quasi biologicamente che deve farsi dono. E subito il suo aggrapparsi ai seni materni, la ricerca del contatto fisico col corpo della madre, il sussulto nel sentire risuonare la voce paterna, non rispondono soltanto a un bisogno di sicurezza, ma anche esprimono il suo modo, tutto istintivo e affettivo, di sentirsi dono per i suoi genitori. Le esperienze negative nel primo periodo dell'infanzia, quando il bambino non si sente accolto e amato, creano nodi affettivi e blocchi istintuali che possono gravare pesantemente sullo sviluppo della personalità; sviluppo che deve esprimersi 65

come apertura verso il dono di sé, sempre più profondamente e compiutamente nelle successive stagioni della vita.

69 - La conoscenza: moto d’amore.
Ma torniamo ora a riflettere, per un momento, su quella risposta del catechismo: Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo sulla terra. Essa ci ricorda che non solo il nostro essere ma anche le facoltà fondamentali della nostra natura spirituale (intelletto, volontà, capacità operativa) sono un dono e si realizzano soltanto facendosi dono. L'atto di conoscere è l'aprirsi dell'intelligenza alle cose in sé stesse; è dunque un atto oblativo dell'intelletto alla verità delle cose. E' vero che l'atto intellettuale è un ap-prendimento, un prendere la realtà e portarla dentro di me, ma prima c'è un moto che mi porta fuori di me, verso la realtà, c'è l'at-tenzione, una tensione verso l'oggetto da conoscere al quale faccio dono della mia intelligenza. Non a caso il verbo "conoscere" nel linguaggio biblico assume il significato dell'amore coniugale. L'attività più nobile e sublime della nostra intelligenza è quella che la porta verso Dio. Quando l'intelletto si dona a Dio aprendosi senza timori e riserve alla verità, realizza il massimo della sua potenzialità e della sua libertà, ma quando l'intelletto si chiude alla verità e si ripiega su sé stesso, si aliena dalla realtà, finisce prigioniero della propria coscienza soggettiva e rimane totalmente soggiogato da un "io" ingombrante ed egoista. Non per niente la santità esige l'oblio totale di sé stessi secondo le parole di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso...",131 cioè tolga di mezzo il proprio io, perché solo così l'anima può dirigersi, concentrarsi e perdersi in Dio e nella sua verità. Conoscere, dunque, una persona è amarla con l'intelligenza. Cos'è, infatti, l'amore contemplativo se non un moto irresistibile dell'anima che supera sé stessa e sale alle altezze di un intelletto abbagliato dalla presenza della persona amata? Così, una madre che guarda in silenzio la sua creatura, l'ama con gli occhi e la contempla con l'anima; così un innamorato che fissa lo sguardo sulla persona amata, la contempla illuminandola e a volte trasfigurandola con la luce del cuore; così un'anima mistica che inondata dalla luce della fede avverte intensamente la presenza di Dio, si sente rapita in una contemplazione d'amore che può salire fino alla più ineffabile estasi dello spirito.

70 - Dono di sé: conoscere, amare, servire.
Queste forme, naturali e soprannaturali, di amore contemplativo ci fanno capire l'importanza dell'intelligenza nel moto d'amore. L'amore ha bisogno dell'intelligenza non solo per essere ordinato, ma anche perché deve difendersi dai condizionamenti dei sensi e degli istinti. I sensi cercano il piacere e gli istinti il proprio appagamento, e quando sono essi a dominare in noi impediscono la libertà dell'amore, il suo itinerario oblativo verso la pienezza del dono. Allora si ama ciò che piace, perché piace, finché piace. Molti slogan firmati "I love" sono l'espressione generalizzata di questa falsificazione dell'amore. Sensazioni, stati d'animo, emozioni, sono il substrato bio-psichico di una attività che è in sé stessa squisitamente spirituale. Come l'intelletto passa attraverso i sensi ma si emancipa da essi per sciogliere le vele alla libertà dell'intuizione, così la volontà nel tendere all'oggetto del suo amore produce necessariamente una risonanza di sentimenti e di moti istintuali, ma anche li trascende nell'esaltante alienazione di
131

Mc. 8,34

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sé per perdersi nella gratuità del dono all'amato. Molte anime di orazione conoscono la sofferta fatica di questa gratuità dell'amore, quando il loro cammino attraversa la "notte oscura dei sensi". E' l'amore nudo, spoglio di ogni consolazione, privo di qualsiasi gratificazione sensibile, muto e arido come un deserto; un amore che non è più avvertito come amore, e tuttavia è accompagnato dal senso vivo di Dio, della sua amorosa presenza, e dalla ferma intenzione di non abbandonarlo per nessuna cosa al mondo. L'amore è tanto più vero, quanto più conosce la purificazione del dolore, del distacco, della contrizione del cuore. L'amore perfetto va dunque verso la perfetta libertà, verso l'assoluta gratuità. L'amore che vuol essere dono si trasforma, allora, in opere d'amore. Come Dio, che ci ha amato con opere. La creazione è amore; la Provvidenza è amore; la Rivelazione è amore; la Salvezza è amore. Gesù Cristo è il dono dell'amore assoluto e totale. "Dio infatti ha tanto amato il mondo da darci il suo Figlio Unigenito...., il quale ci ha amati e ha dato sé stesso per noi... perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna". 132 Sono queste sono le grandi opere dell'amore di Dio per noi. Anche in noi, l'amore deve esprimersi in opere. Le nostre opere d'amore sono: l'osservanza dei comandamenti di Dio, l'adempimento fedele dei nostri doveri e il servizio gioioso e generoso dei nostri fratelli. "Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici". 133 Dare la vita significa servire, saper sacrificarsi per gli altri, specialmente per i più poveri, i più deboli e per quelli che sono lontani da Dio. Servire vuol dire dare la vita, non solo la nostra nel dono di noi stessi vissuto quotidianamente in famiglia, sul lavoro, nelle responsabilità civili e sociali, ma soprattutto dare "la Vita", quella divina, quella eterna, quella che Cristo ci ha guadagnato col suo sacrificio sulla croce. Servire Dio è farci strumenti di grazia per i nostri fratelli. "Se ami il Signore, devi "necessariamente" sentire il peso benedetto delle anime, per condurle a Dio". 134 Conoscere, amare, servire. E' questo il senso oblativo della nostra vita sulla terra. Conoscere: dono dell'anima alla verità di Dio; amare: dono della libertà alla libertà di Dio; servire: dono del nostro lavoro e delle nostre fatiche al lavoro di Dio, un lavoro di salvezza verso tutti gli uomini. E' così che l'amore ha aperto sulla terra le vie della pace e della gioia. Avvenne a Nazareth; lo Spirito Santo ha fatto di un'umile Donna il luogo del Dono; dono dell'umanità a Dio: ecce Ancilla Domini, e dono di Dio all'umanità: et Verbum caro factum est. Ma ognuno di noi può essere, deve essere, il luogo di questa pace e di questa gioia. Il luogo dell'Amore!

AMORE E PERFEZIONE MORALE .
71 - Bontà di Dio e bontà delle creature.
"E Dio vide quanto aveva fatto; ed ecco era cosa molto buona". 135 Tutte le cose create possiedono una caratteristica fondamentale: la bontà. Ogni essere in quanto tale è un bene; un bene che, secondo il grado di perfezione della sua natura, si inserisce nella bontà globale dell'universo come una nota in un immenso poema. Il
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Gv. 3,16 Gv. 15,13 Forgia, n. 63 Gen. 1,31

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mondo creato è un ventaglio grandioso e stupendo che dispiega i mille volti dell'unica bontà divina. E tuttavia Gesù, rispondendo allo Scriba, affermava: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo". 136 Gesù vuole ricordarci che solo Dio è la fonte di ogni bene e di tutto il bene. Tutta la bontà presente nelle creature è una partecipazione alla bontà di Dio, ed è misurata dalle perfezioni distribuite in vario grado e forma nelle creature; esse appaiono così ordinate al Creatore secondo un suo sapientissimo disegno. Perciò gli esseri creati manifestano l'infinita bontà di Dio non solo come causa prima ma anche come fine ultimo di ogni bontà. Tutto da Dio procede e tutto a Lui si ordina. In questa sinfonia di voci che proclamano la bontà divina, l'uomo occupa un posto e un ruolo unico; egli partecipa alla bontà di Dio innanzitutto come sua immagine per lo spirito, e ancor più come sua somiglianza per la filiazione divina. Ma a questa bontà creaturale, "discendente", che procede da Dio, deve corrispondere una bontà morale, "ascendente", che ordina l'uomo a Dio. Questa bontà morale, che mobilita le nostre facoltà spirituali e impegna quindi la nostra responsabilità, consiste nell'orientare a Dio la nostra vita e il nostro agire, rispondendo alla chiamata divina di collaborare alla edificazione del regno di Dio, al suo disegno di salvezza. Ora, è accaduto che l'uomo, buono per creazione, si è fatto cattivo per sua decisione, disorientandosi da Dio e allontanandosi dalla sua bontà.

72 - Amore e santità cristiana.
Ciò si ripete ogni volta che la nostra libertà di creature, che ci è stata data per poter amare, si ritorce invece su sé stessa spegnendosi nell'egoismo, o s’impenna nella superbia e nella ribellione autodistruggendosi nel male. Ora, il nostro agire deve porsi come perfettivo del nostro essere; ma lo sarà solo se realizzerà in noi la bontà di Dio, se risponderà all'amore con cui Dio ci ha amato prima della creazione del mondo. La nostra bontà morale di creature, fatte a immagine di Dio, dovrà dunque avere essenzialmente la dimensione dell'amore. Abbiamo già visto che il nostro cammino di figli di Dio sulla terra è un viaggio nella fede, nella speranza, nella carità, virtù teologali infuse da Dio nel Battesimo. Di esse S. Paolo scrive: "Sono le tre cose che contano, ma di tutte la più grande è la carità". 137 Infatti se manca l'amore la fede è morta, la speranza è inefficace, la vit a cristiana si spegne. Ciò significa che la carità non è semplicemente una virtù, ma l'essenza stessa della vita cristiana. Se "Dio è Amore", allora è cristiano solo colui che accoglie l'amore di Dio, si lascia trasformare da questo amore e lo espande intorno a sé. E' la carità, col suo dinamismo interiore, che rende possibile in noi la crescita della vita soprannaturale; la carità fonda la nostra "bontà teologale", la sola bontà che corrisponde alla nostra dignità di figli di Dio. Ma la vita teologale del cristiano ha anche un aspetto morale; è chiamata a percorrere la via dei Comandamenti, delle Virtù e delle Beatitudini. I Comandamenti sono come la base, il fondamento della vita morale, le virtù sono il suo sviluppo, le Beatitudini sono la sua perfezione. Ebbene, anche nella via dei comandamenti, delle virtù e delle Beatitudini, la legge fondamentale del cristiano rimane l'amore, e solo l'amore può dare la misura della perfezione morale dell'uomo. Infatti, la legge dell'amore include innanzitutto la legge dei comandamenti: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti". 138 Questa affermazione di Gesù, che troviamo ripetuta più volte durante le affettuose conversazioni dell'ultima Cena, si
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Mc. 10.18 1 Cor, 13,13 Gv. 14,15

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presta a una duplice interpretazione; la prima è la più ovvia: l'osservanza dei comandamenti è la prova della sincerità dell'amore. "Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio" 139; l'altra interpretazione, ribaltando il significato della frase, vede affermata nell'amore la vera osservanza dei comandamenti; in altre parole, l'osservanza dei comandament i è autentica e sincera solo se nasce dall'amore. Per quanto possa sembrare assurdo, ci può accadere di osservare i comandamenti di Dio, anche i più piccoli, e non amare. Lo possiamo constatare a proposito del fratello maggiore del "figliol prodigo" nella ben nota parabola di San Luca. 140 Quel fratello maggiore, che non si era rattristato quando il fratello più piccolo se n'era andato malamente da casa (anzi, forse aveva pensato in cuor suo, come traspare dalle parole del padre, che gli sarebbe rimasta tutta l'eredità paterna), e si rattrista invece quando il fratello pentito viene accolto con gioia festosa dal padre, quel fratello fa notare a suo padre di essergli sempre rimasto fedele. Infatti da tanti anni lo serviva senza aver "mai trasgredito un suo comando". Ma gli mancava l'amore, era vissuto più da servo che obbediva anziché da figlio che amava. Perciò, osserva davvero i comandamenti solo colui che è mosso dall’amore.

73 - Amore e morale “laica”.
Già abbiamo ricordato la sottile ipocrisia nascosta nella "morale laica". In essa i Comandamenti, arbitrariamente mutilati e ridotti, sono assimilati a un codice di comportamento, a una regola di vita per persone civili. Ma anche molti cristiani considerano i Comandamenti di Dio semplicemente una legge, e rischiano di limitarsi alla pura osservanza di essa. Atteggiamento facilitato dal fatto che i Comandament i sono l'espressione della legge naturale scritta nella nostra coscienza, e induce in chi li osserva un certo "benessere morale", proprio di chi "si sente a posto" con i propri doveri. Da questo atteggiamento moralistico è facile finire nel moralismo puramente legale, astratto e impersonale, il quale dimentica che l'essere naturale dell'uomo è definito dal suo rapporto personale e amoroso con Dio, e non dal rapporto con un codice o una legge. Diventa così più comprensibile l'altro significato delle parole di Gesù: solo chi ama, osserva veramente i Comandamenti di Dio. Ma l'osservanza amorosa dei Comandamenti non può essere sporadica, non può fermarsi a qualche atto isolato, compiuto saltuariamente. Esso deve trasformarsi in una disposizione abituale della nostra volontà, che ci porta ad agire costantemente in conformità ai valori affermati dai Comandamenti. Questa disposizione stabile, attiva, che porta a compiere abitualmente atti buoni è ciò che chiamiamo "virtù morale"; essa diventa forza interiore, energia spirituale che ci orienta decisamente verso il bene e tende a radicarci fermamente e stabilmente nei valori che contribuiscono alla perfezione morale della nostra persona. La statura morale di un uomo è data dalle virtù che egli possiede e dal grado di perfezione che in esse egli ha raggiunto. Non solo: anche il bene comune, il progresso autentico e ordinato di una società, di un popolo, di una qualsiasi comunità hanno il loro fondamento nelle virtù morali dei cittadini, e non soltanto nelle leggi sagge e giuste del loro ordinamento giuridico. Non basta una Costituzione di alto e nobile contenuto legislativo, non bastano perfette strutture sociali o un elevato progresso tecnico-economico per garantire il bene comune e il vero progresso umano di un popolo se non si promuovono e non si favoriscono nel contempo le virtù morali e civili dei singoli cittadini.
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Mt. 7,21 Lc. 15,11-22

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Perciò, se è vero che si attenta al bene comune emanando leggi ingiuste o inique, ed evadendo dalle leggi giuste costituite, ancor più si attenta al bene della comunità e alla sua ordinata convivenza quando si provoca o si coopera al degrado morale dei cittadini demolendo i principi e i valori che sono fondamento delle virtù morali. In questo campo, enorme è la responsabilità dei movimenti politici e culturali, dei potentati che detengono i mass-media, i quali spesso uniscono l'agire delittuoso alla viltà di mascherarsi dietro presunti diritti all'informazione e alla libertà di espressione per avallare invece il libertinaggio morale. L'aver separato il progresso tecnico-scientifico, l'organizzazione politica e sociale dall'etica e dalle virtù morali è una delle falsificazioni più rovinose operate dalla ideologia laicista. Fondamento di ogni società è la persona umana con i valori morali che essa incarna; e se è vero che non tutti possono essere buoni architetti, buoni poeti, filosofi, scienziati, buoni tecnici, ognuno può essere però buon cittadino, o semplicemente un uomo buono. Non dunque la scienza, la politica, l'arte o qualsiasi attività professionale sono alla base del valore di una persona, ma il suo essere morale, le sue virtù, che costituiscono anche il fondamento di ogni retta convivenza sociale. E tuttavia non basta un uomo virtuoso per fare un cristiano. Il cristiano è tale per il Battesimo che ha ricevuto, cioè per la grazia che lo ha fatto partecipe della natura divina come figlio di Dio. Perciò, se le virtù morali sono ordinate a perfezionare l'uomo naturale come immagine di Dio, per noi cristiani è necessaria la Carità, cioè l'amore soprannaturale, che forgia e promuove in noi la filiazione divina, ci configura sempre più a Cristo e ci fa entrare per mezzo di lui in una più profonda intimità con Dio. Nel cristiano, dunque, le virtù morali che già costituiscono la base della bontà naturale, devono aprirsi ad una bontà più alta, soprannaturale, alla santità, che è la pienezza dell'amore di Dio, Amore che trova la sua perfezione nelle Beatitudini.

74 - Un nemico: l’ipocrisia.
Sappiamo che tutto questo è opera di Dio che agisce in noi per mezzo dello Spirito, ma sappiamo anche che c'è in noi un nemico mortale che si oppone all'amore di Dio: la superbia. E' così che si possono praticare le virtù ma cercando esclusivamente la propria perfezione, cioè per amore di sé stessi. Si può cadere in una sorta di narcisismo spirituale che porta il nostro io a girare intorno alla propria immagine e a considerarsi superiore agli altri per le virtù di cui si vede adorno. Oppure ci si può appoggiare alle proprie virtù per sentirsi meritevoli davanti a Dio e graditi ai suoi occhi. In altre parole si possono cercare e anche praticare le virtù e non amare. Se manca l'amore mancherà alle virtù il valore soprannaturale, l'impronta divina che le fa essere virtù cristiane, veramente perfettive del nostro essere figli di Dio. Quante persone si angustiano per la propria perfezione morale e perdono la pace! Esse inaridiscono intorno ad un ideale astratto di perfezione, misurata sul corredo di virtù che sono riuscite a indossare. E' fin troppo nota la figura del fariseo salito al tempio per esporre davanti a Dio le proprie virtù e i propri meriti vantando la propria superiorità sugli altri considerati invece peccatori. Certo noi difficilmente indosseremo la sfrontatezza e la presunzione del fariseo, ma il desiderio di apparire giusti davanti a Dio, non mescolati alla folla dei peccatori, tutti puliti e in ordine per sfilare senza timore davanti - si pensa- al giudizio di Dio e degli uomini, in realtà davanti al proprio giudizio, questo pericolo è sempre in agguato in ognuno di noi. Anche arrivassimo ad avere il guardaroba più ricco e ridondante, il più completo di ogni virtù, ma ci mancasse la veste nuziale, la carità soprannaturale, la 70

veste fiammante dell'amore di Dio e del prossimo, il nostro guardaroba servirebbe a coprire una scimmia, un pupazzo inconsistente, che risulta ridicolo agli occhi di Dio. San Paolo, nel suo "Inno alla carità", ha affermazioni che non possono lasciarci indifferenti: "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova". 141 L'amore dunque deve essere come l'anima di tutta la vita morale dell'uomo, nella sua dimensione naturale e soprannaturale, "così che ogni esercizio di perfetta virtù cristiana non può scaturire se non dall'amore e nell'amore ha il suo ultimo fine". 142

75 - Amore e lotta ascetica.
Tutto questo ci fa anche comprendere che le virtù morali non sono spontanee; sono chiamate virtù acquisite, proprio perché richiedono un esercizio a volte lungo e faticoso. La nostra vita di cristiani è tutta in salita. E non può essere altrimenti dal momento che siamo chiamati a una perfezione che è partecipazione alla santità di Dio. E' vero che le virtù sono opera della grazia, ma Dio concede la sua grazia quando noi mettiamo il nostro sforzo personale, la nostra lotta interiore. E' uno sforzo e una lotta che durano tutta la vita, e costituiscono un capitolo importante dell'ascetica cristiana. Anche nelle cose importanti di questo mondo nulla si realizza o si conquista senza sforzo. Perfino nel mondo dello sport, quanti allenamenti (esercizi atletici lunghi, pazienti, faticosi) sono necessari prima di raggiungere certi primati sportivi! Non si diventa campioni, si dice, se non si impara a "soffrire", a "lottare", a "sacrificarsi", in una parola a esigersi e a superarsi costantemente. Tutti questi termini, che ormai sono entrati abitualmente nel lessico del giornalismo sportivo, in realtà sono stati presi dal vocabolario dell'ascetica cristiana. Se dunque gli atleti, scriveva S.Paolo ai Corinti, fanno tutto questo per una corona corruttibile, quanto più dovremo farlo noi per una corona incorruttibile ed eterna! Perciò, continuava l'Apostolo, "corro, ma non come chi è senza meta: faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù". 143 L'ascetica cristiana ha appunto due aspetti che le derivano direttamente dalla realtà battesimale: il battesimo ha cancellato in noi il peccato originale ma ci ha lasciato le inclinazioni al male; perciò è compito della lotta ascetica togliere da noi ciò che ci allontana da Dio e sanare le ferite lasciate in noi dal peccato, ferite spesso aggravate da abitudini viziose. Il battesimo ci ha poi conferito la grazia che ha divinizzato la nostra anima e ha dato valore soprannaturale alle virtù umane che sono fondamento della perfezione cristiana. Siamo perciò chiamati a perfezionare sempre più in noi, attraverso l'esercizio della lotta ascetica, gli abiti delle virtù per vivere secondo la nuova dignità di figli di Dio. Il sacerdote infatti, imponendoci la veste bianca, ci ricordava che dobbiamo rivestirci di Cristo. "La vita del cristiano è milizia, è guerra, guerra bellissima di pace che non assomiglia per nulla alle imprese belliche degli uomini, perché queste si ispirano alla divisione e all'odio, mentre la guerra che i figli di Dio combattono contro il proprio egoismo si fonda sull'unità e sull'amore". 144
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1 Cor. 13,1-3 Catechismo Romano, Prefazione 1 Cor. 9,24 Beato J. Escrivà, E' Gesù che passa n. 76

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E' dunque l'amore che deve ispirare e sostenere la lotta ascetica, l'amore di Dio e non il desiderio di meritarci un certificato di buona condotta. Così non ci lasceremo prendere dallo scoraggiamento se la nostra lotta personale conoscerà i momenti di stanchezza, di debolezza e anche di sconfitta, perché l'amore ci porterà a ricominciare mille volte. Gesù caduto sotto la croce - sotto il peso dei nostri peccati non è rimasto a terra; e a farlo rialzare non sono stati i calci e le frustate dei soldati ma l'amore, l'amore per il Padre e l'amore per gli uomini; e fu l'amore a trascinarlo fino sul calvario, fino sulla croce. La lotta ascetica, che esige spesso il sacrificio e la penitenza, è precisamente una partecipazione alla croce di Cristo, ma è anche partecipazione alla sua vittoria, al suo trionfo, alla sua libertà, alla sua gloria. Il beato J. Escrivà mettendo l'ultima pietra all'ultima delle sue opere, vi lasciò scritte queste parole, che suonano come un testamento: Questo è il nostro destino sulla terra: lottare, per amore, fino all'ultimo istante. Deo Gratias!. Per amore! Dove c'è amore, la lotta interiore diventa gioiosa, perseverante, efficace, e d'altra parte, la lotta ascetica conferisce all'amore la garanzia della sincerità e della verità.

76 - Amore e Beatitudini.
Infine, le virtù trovano il loro coronamento nelle Beatitudini del Vangelo. Le Beatitudini, infatti, costituiscono la vera caratteristica del cristiano perfetto: esse esprimono il programma essenziale della santità cristiana e conducono alla pienezza della carità. Perciò senza la carità esse non sono né praticabili e nemmeno pensabili. Presentano due caratteristiche: proclamano le virtù evangeliche nella loro perfezione più alta, cammino del perfetto discepolo di Cristo; e hanno poi significato escatologico, fanno cioè riferimento alla vita eterna e alla condizione che le è propria: la beatitudine. In altre parole, il perfetto discepolo di Cristo, seguendo le Beatitudini, vive tali disposizioni interiori da anticipare qui sulla terra le condizioni proprie della vita eterna. Non deve apparire strano che nelle Beatitudini non si parli della carità; ci viene infatti presentata la sua conseguenza più alta, la beatitudine appunto. E' beatitudine il possesso pieno e perfetto di ciò che si ama, l'appagamento completo e duraturo di tutte le aspirazioni del cuore e dell'anima, aspirazioni che non hanno limite perché aperte verso il Bene sommo. Solo la contemplazione di Dio e la partecipazione piena alla sua intimità possono appagare il nostro essere e inondarlo dell'Amore beatifico. A questa beatitudine dell'amore fanno riferimento le beatitudini del Vangelo. "L'amore di Dio, diffuso nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato, rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle Beatitudini." 145 Il guaio è che non ci crediamo, o non ne siamo seriamente convinti. L'umiltà perfetta, il distacco perfetto, la castità perfetta, la mansuetudine, l'amore ai nemici, il perdono delle offese, la fedeltà fino al martirio...., ci spaventano. Pensiamo che in queste cose non ci possa essere la felicità e tanto meno la beatitudine. E' che non sappiamo vedere in esse l'Amore. Siamo talmente inclinati a vivere sotto la schiavitù della legge, che non ci sfiora nemmeno il desiderio di assaporare la libertà dell'amore. Vero è che sulla terra la nostra libertà di creature soffre i limiti della condizione umana segnata dalla debolezza e dal peccato, e perciò ha bisogno della legge; ma non per questo si sono chiuse le strade dell'amore, perché Dio per mezzo del Suo Figlio fatto uomo ha riaperto sulla terra i "cammini divini" dell'Amore. Bisogna diventare anime assetate di Dio per dilatare i confini della libertà. E quando
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Concilio Vaticano II n. 927 - Ap.Act.n.4

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la sete di Dio diventa desiderio incontenibile, la legge lascia il posto allo Spirito e la libertà scioglie le vele verso l'amore che diventa un mare senza confini, una luce inebriante che alimenta fuochi nuovi di desiderio. "Come la cerva anela alle sorgenti delle acque, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?". 146 A questo punto anche la preghiera non ha più parole; è un lungo anelito dell'anima, come un grido. S.Agostino così commenta le parole del salmo 37: "Signore, davanti a te ogni mio desiderio e il mio gemito a te non è nascosto". 147 C'è un gemito segreto del cuore che non è avvertito da alcuno; (...) è la voce del desiderio (...) Il tuo desiderio è la tua preghiera: se continua il tuo desiderio continua pure la tua preghiera.... Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato (che è il riposo di Dio), non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. Il tuo desiderio è continuo, continua è la tua voce. Tacerai, se smetterai di amare. La freddezza dell'amore è il silenzio del cuore, l'ardore dell'amore è il grido del cuore. Se resta sempre vivo l'amore, tu gridi sempre; se gridi sempre, desideri sempre; se desideri, hai il pensiero rivolto alla pace". 148

IL COMANDAMENTO DELL'AMORE

77 - Amore e libertà.
Parlando dell'amore abbiamo accennato alla libertà come condizione e presupposto indispensabile per poter amare. Libertà e amore: quale rapporto? Queste due parole sono forse quelle che, oggi soprattutto, ricorrono più frequentemente nel vocabolario degli uomini. Non solo nel vocabolario delle scienze umane e della cultura in genere ma anche in quello corrente, nel linguaggio dell'uomo comune. Tutto si decide in nome della libertà, tutto si misura in termini di libertà. Soprattutto l'amore - si dice - non può essere che "libero"; libertà e amore non conoscono leggi, non possono avere limitazioni; l'amore nell'uomo è il sentimento più spontaneo, più libero, e non può soffrire inibizioni. Si può intuire facilmente a quali equivoci si prestino queste espressioni e come proprio in queste parole si nasconda la piaga del nominalismo moderno. Un nominalismo che svuota le parole del loro significato, le priva del loro valore originario, e poi le utilizza per rivestire concetti pre-costituiti, secondo ideologie che spesso sono tra loro contraddittorie. Si arriva fino alla falsificazione dei significati con la inevitabile conseguenza della confusione della lingue. Si confonde così la libertà con l'istinto, la libertà col capriccio, la libertà col libertinaggio, la libertà con "le libertà". Ora, l'istinto è una forza cieca che nell'uomo non è ordinata razionalmente, il capriccio è l'immaturità di chi non ha ancora realizzato il dominio di sé stesso, il libertinaggio è disprezzo delle persone e delle leggi, "le libertà" sono le possibili applicazioni della libertà, i campi dove essa può esprimersi ed esercitarsi. Ma tutto questo non è ancora la libertà. Uno dei passi più noti di tutta la Bibbia, un passo che viene citato da Gesù nel Vangelo, esprime i valori della libertà e dell'amore nel loro rapporto più profondo, e proprio in riferimento alla nostra condizione umana: è il famoso "Shemà Israel", la
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Salmo n. 41,2-3 Salmo n. 37,10 S.Agostino, Commento sui Salmi: Sermone 37,13-14

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preghiera che ogni buon ebreo recita ogni giorno. Essa dice: "Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo, con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze". 149 E' il comandamento dell'amore, il primo comandamento della Legge, ma anche il compendio di tutti i comandamenti e di tutta la legge.

78 - Quale libertà?
Nasce allora una domanda: com'è possibile "imporre" l'amore con un precetto? Non è forse contraddittorio un simile comandamento? Se l'amore viene imposto gli si toglie il suo requisito fondamentale: la libertà; lo si priva perciò di autenticità e di valore. Per rispondere a queste domande, occorre restituire alle parole il loro significato proprio, occorre cioè uscire da quel nominalismo intellettuale che ha rovinato tanta parte del pensiero moderno e condiziona tuttora la cultura contemporanea. Che cos'è veramente l'amore? E la libertà, cos'è essa veramente? Di quale libertà si parla quando si discute sulla libertà dell'amore? Dovremo necessariamente limitarci a semplici considerazioni dettate dal senso comune, un senso comune che, almeno per noi cristiani, gode dell'aiuto inestimabile della fede. Di solito quando parliamo di libertà pensiamo alle varie espressioni di essa nella vita corrente: libertà di opinione, libertà di movimento, libertà di espressione, libertà di scelte professionali, politiche, artistiche, libertà di rapporti umani, di amicizie ecc. In tutti questi campi ha senso e va rispettata la "libertà di scelta". Di fatto, nella vita quotidiana, noi esercitiamo continuamente la libertà di scelta. Scegliamo le scarpe, la cravatta, il rossetto, il menù di mezzogiorno o, più seriamente, abbiamo possibilità di scegliere la professione, l'ambiente di vita, le amicizie, i candidati di un partito..., e così si possono scegliere infinite altre cose, ma tutte relative; relative non solo in sé stesse perché la loro natura è limitata, ma anche perché contingenti, non necessarie, legate al tempo e alla nostra condizione di creature. Ci sono invece cose che non si scelgono, che sfuggono totalmente alla nostra volontà e alle nostre decisioni, e per le quali la "libertà di scelta" non ha senso. Così è la vita: non si sceglie ma si riceve; così la verità: non si sceglie, ci viene data; così il bene: non si sceglie, lo si accoglie. La nostra stessa identità personale con le caratteristiche di natura, di carattere, di personalità non l'abbiamo scelta noi, ci è stata data; e ancor più ci viene data la grazia, la vocazione, il nostro destino. Così è l'amore. Tutte queste cose si possono accogliere o rifiutare, non scegliere. In definitiva si tratta della nostra realtà di creature, creature che sono state "scelte", volute da Dio per amore. "(Egli) ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi per opera di Cristo", 150 il quale ricorda ai suoi apostoli: "Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi". In ultima analisi, Dio non può essere oggetto di scelta, né Dio né il suo disegno su di noi. La libertà vera, nella sua identità profonda e radicale, non sta dunque nella possibilità di scelta, ma nella capacità di aderire pienamente e totalmente a Dio. E' un atto proprio dell'essere spirituale: lo chiamiamo "responsabilità"; essa suppone in noi il dominio delle nostre azioni e delle nostre decisioni. Senza libertà non è possibile amare. Ci è stata data la libertà per poter rispondere all'Amore con l'amore. Ecco perché il rifiuto di obbedire a Dio e alle sue "chiamate" non è espressione di libertà, ma autodistruzione della libertà.
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Det. 6,4-5 Ef, 1,4

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79 - Libertà e verità.
Perciò la libertà fine a sé stessa, la libertà per la libertà, diventa un idolo, un feticcio, un tragico inganno che genera la morte, perché contiene la pretesa dell’autonomia ontologica ed esistenziale, cioè il tentativo di emancipazione da quel rapporto con Dio che è costitutivo del nostro essere. Si intuisce allora il profondo legame che esiste tra libertà e verità. Rispettare e aderire alla verità, alla verità del nostro essere e di ogni essere, alla verità che esiste nella realtà delle cose, in una parola alla verità di Dio, significa tracciare la strada alla libertà, renderla possibile, significa garantirla nel suo esercizio. Fuori della verità, la libertà si paralizza o impazzisce; mortifica le più vitali energie dello spirito, o genera distruzioni irreparabili e tragiche. Tutti conosciamo, e molti di noi ne siamo stati testimoni, di quali orribili crimini e rovinose catastrofi si sia fatta responsabile, nel nostro secolo, una libertà impazzita nell'errore e nella menzogna. E' triste constatare come noi uomini non sappiamo imparare mai abbastanza dalla storia. Fin da principio, infatti, i nostri progenitori hanno preteso di affermare la loro libertà rifiutando il disegno di Dio, e hanno considerato il suo comando "...Dell'albero della conoscenza del bene e del male non dovete mangiarne, perché certamente morirete" 151 come un inganno, (oggi lo diremmo un atto di terrorismo psicologico); sono così usciti dalla verità e dalla grazia, rimanendo confusi e smarriti, nudi di ogni dono di Dio, coperti solo dalla propria vergogna e dalla paura. Da allora cominciò per l'umanità una lunga storia di oscurità e di miseria, di oppressione e di violenza, finendo di volta in volta sotto le varie tirannie della superbia e dell'odio. Ma noi continuiamo a celebrare le nostre liturgie libertarie non fidandoci di Dio, diffidando di Cristo, rifiutando la Chiesa, per seguire la "libertà di pensiero", la "libertà di coscienza", la "libertà di scelta", e tutti i dogmi del laicismo mondano.

80 - La libertà dell’amore.
Tornando dunque al nostro ragionamento, ci sono "le libertà", che riguardano tutto ciò che è relativo, opinabile, eleggibile, e c'è poi "la libertà" che, invece, riguarda il fine ultimo, assoluto: il Bene, il Giusto, cioè Dio stesso e ciò che a Lui si riferisce. Le libertà si perdono con la coazione e con la violenza, la libertà si perde solo con il peccato. Ora la nostra condizione sulla terra è quella di peccatori. Il peccato è entrato nel mondo e si è insediato nel cuore dell'uomo. La nostra libertà ha perciò bisogno della legge, così come la nostra responsabilità e la nostra fedeltà hanno bisogno della grazia. Ecco giustificato il "Comandamento dell'amore". Peccatori, soggetti alla tirannia del peccato, abbiamo perduto la "libertà dell'amore", abbiamo dimenticato e disimparato ad amare. Ci è rimasto, sì, il desiderio, la tendenza, il bisogno dell'amore, perché il peccato non ha distrutto la natura, non l'ha soppressa e non le ha tolto l'immagine di Dio, l'ha però ferita mortalmente, l'ha resa "dissimile" da Dio, e perciò incapace, senza l'intervento divino, di vivere nella libertà dell'amore. Dicendo "intervento di Dio" non intendiamo qualcosa di esterno, un aiuto saltuario e momentaneo, una mano che Dio ci offre per superare i momenti difficili della vita; abbiamo bisogno certamente anche di questi aiuti, che la teologia chiama "grazie attuali" perché legate a momenti e circostanze particolari, e che vanno chieste
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Gen. 2,17

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continuamente a Dio nella preghiera, ma qui, nella nostra condizione di peccatori, è necessario un intervento di Dio radicale e profondo: la Redenzione. Si tratta di una "creazione rinnovata", una ri-creazione dell'uomo a partire dal suo essere profondo, dalla sua natura, perché diventi conforme al progetto di Dio, e riacquisti la sua "somiglianza" con Lui, capace di quel destino di eternità al quale l'amore di Dio lo ha chiamato. Questo intervento soprannaturale, divino, immensamente commovente, si è compiuto in Gesù. Egli, Figlio di Dio, facendosi uomo ha ricuperato la nostra natura umana, morendo sulla croce ci ha liberati dal peccato, e nella sua risurrezione, ci ha restituito la nostra dignità di figli di Dio, eredi del Cielo. Ecco dunque da chi viene la "libertà dell'amore", ecco qual è la vera libertà dell'amore, ed ecco anche perché sulla terra abbiamo bisogno del comandamento dell'amore, della "legge dell'amore". Cristo infatti ci ha liberati dal peccato e perciò ci ha liberati dalla legge del peccato: "Siete liberi di quella libertà di cui Cristo vi ha liberati"; "Quando infatti eravate sotto la schiavitù del peccato, eravate liberi nei riguardi della giustizia ma quale frutto raccoglievate allora da cose di cui ora vi vergognate? Infatti il loro destino è la morte. Ora, invece, liberati dal peccato e fatti servi di Dio...avete come destino la vita eterna. Perché il salario del peccato è la morte. Ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù...o forse ignorate, fratelli, che la legge ha potere sull'uomo solo per il tempo in cui egli vive?". 152 Nella vita eterna, infatti, non avremo più bisogno né della legge né della grazia, entreremo nella libertà della gloria, la gloria dei figli di Dio. Ci sarà dunque solo l'amore, la pienezza dell'amore, la piena «libertà dell’amore».

81 - Il Comandamento dell’amore.
La misura della nostra libertà è data dalla capacità di amare, la capacità di rispondere all'amore. Senza libertà non è possibile amare, ma senza l'amore la libertà si perde. Ben venga dunque il comandamento della Legge: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze". Il Signore è dovuto arrivare fino a questo punto: comandarci di amarlo. Esaminiamo dunque più a fondo questa legge dell'amore. Dobbiamo "amare Dio sopra ogni cosa, con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze". Questo comandamento afferma innanzitutto la supremazia dell'amore di Dio su ogni altro amore. Amare Dio sopra ogni cosa infatti significa professare non solo che Dio è più importante di ogni altra realtà, ma anche che ogni cosa deriva la sua importanza da Lui. E', in fondo, il contenuto del primo comandamento: Io sono il Signore, Dio tuo, l'Unico; non avrai altro Dio che me; per cui Gesù poteva dire: "Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me".153 Purtroppo la nostra condizione sulla terra ci impedisce di vedere Dio, di riconoscerlo con evidenza come il Sommo Bene. Perciò spesso i beni parziali di questo mondo ci attirano più di Lui e ci portano a mettere Dio non al primo posto ma dopo altri interessi, se non addirittura ad eclissarlo nella nostra vita. Il Comandamento nel quale Dio ci chiede di amarlo sopra ogni cosa viene così incontro alla nostra debolezza, ci fortifica nei momenti di incertezza e di oscurità, e contribuisce a rendere più convinta e sincera la lotta contro ciò che può allontanarci da lui. Dio è il Primo e dobbiamo perciò metterlo al primo posto; prima della salute, prima del lavoro, prima della carriera, prima degli interessi materiali, anche prima dei figli e perfino dei genitori. Questo non significa che l'amore di Dio debba competere o addirittura entrare in alternativa con gli amori nobili e belli della
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Romani, 6,20 Mt. 10,37

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nostra vita; anzi, amare Dio sopra ogni cosa ci porta ad amare ogni cosa con amore giusto e ordinato perché è amare le creature come Dio le ama. Diversamente ci allontaniamo dalla verità, non la pratichiamo e lasciamo entrare il disordine nella nostra vita.

82 - Amare con tutta l’anima, con tutta la mente.
Di qui la seconda cosa affermata da questo comandamento: l'amore esige tutto ed esige lotta. Amare con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutto il cuore, con tutte le forze significa che tutto il nostro essere è coinvolto nell'amore di Dio e che nulla di noi e in noi può restare estraneo a questo comandamento. Anche l'elenco delle facoltà - tutta l'anima, tutta la mente, tutto il cuore, tutte le forze - che dobbiamo impegnare nell'amore di Dio ha un suo significato, perché non sempre la nostra persona risponde completamente e simultaneamente alla domanda d'amore. Si ama con tutta l'anima quando Dio riempie tutto il nostro mondo interiore: la memoria, la fantasia, soprattutto la nostra intenzionalità. Per anima s'intende qui il centro operativo della nostra persona, da cui nasce tutta la nostra attività spirituale, le aspirazioni, le decisioni intime, i desideri profondi. A questo livello l'amore è sostenuto dal dono soprannaturale della Sapienza che ci apre alla contemplazione; diventa amore contemplativo che muove l'anima e la accompagna in tutte le sue operazioni, anche nei momenti più impensati della vita. Ma solo dopo lungo tempo la nostra anima arriva a godere di questa luce e ad assaporare questo amore; normalmente è combattuta fra l'amore di Dio e il desiderio delle creature, le quali continuano a esercitare la loro attrattiva sulla fantasia, sui ricordi, sui nostri moti interiori. Ma può anche verificarsi una situazione di pesantezza e di smarrimento che avvolge l'anima come in una nebbia. E' allora il momento di ricorrere alla nostra intelligenza sostenuta e illuminata dalla fede: cioè, amare con "tutta la mente". La mente è come la punta dell'anima con la quale essa può emergere dall'incertezza e dall'esitazione. Amare Dio con l'intelligenza significa stimarlo per quello che egli è: il Bene Assoluto, Signore e Creatore di ogni cosa, e aderire a lui in forza della sua parola. L'amore è allora sostenuto dal dono soprannaturale dell'Intelletto e alimenta l'orazione di fede. In questa situazione è necessario ripetere frequentemente atti espliciti di fede per sostenere il nostro amore di fedeltà; occorre ripetere adagio, quasi facendole echeggiare nella nostra anima, le parole dell'apostolo Pietro: "Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna" 154 e io ho creduto alla tua parola e al tuo amore.

83 - Amare con tutto il cuore, con tutte le forze.
Ma può accadere che la nebbia dell'incertezza raggiunga anche la punta della nostra anima, la nostra mente, e che la fede non ci dica più una chiara parola di certezza. Sembra che l'intelligenza non ci segua più, anzi non è nemmeno capace di fermarsi sulle verità della fede, incespica, balbetta, si perde nei ragionamenti. E' il momento del cuore. Amare con "tutto il cuore", inteso proprio come centro dei sentimenti più intimi, delle emozioni rette e sincere, significa orientare al Signore tutto l'affetto di cui siamo capaci. Non si tratta di pura emotività o di sensibilità superficiale; è, questo, un amore che esige una profonda semplicità interiore, la semplicità di chi si sa figlio di Dio, amato teneramente da suo Padre. E' l'amore affettivo che ha la sua forza e il suo fondamento nel dono della Pietà.
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Gv. 6,70

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Non dobbiamo aver paura di amare Dio con il nostro cuore di carne perché Dio stesso ha voluto amarci così, con l'affetto umano proprio di un cuore che sa vibrare e commuoversi, gioire e intenerirsi, che sa comprendere, perdonare, soffrire. Tale fu il cuore di Cristo, un cuore che non la lancia del soldato ma l'amore verso gli uomini ha squarciato e aperto perché potessimo vedere l'abisso dell'Amore divino e trovassimo in lui il nostro riposo e la nostra pace. "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso!". 155 Quando la nostra mente è torpida e stanca, la nostra anima confusa e sonnolenta, facciamo agire il cuore; mettiamolo accanto al fuoco portato da Cristo perché si riscaldi e si apra a sentimenti di lode, di gratitudine, di gioia, di amicizia, di contrizione, di fiducia, di serenità; e tutto questo senza bisogno di parole, senza faticosi ragionamenti. E' l'orazione affettiva, la "contemplatio ad amorem". Infine può capitare che anche il cuore entri in uno stato di apatia e di indifferenza. Non solo l'anima tace, non solo i pensieri balbettano, ma anche il cuore rimane freddo, insensibile, e ciò che prima lo infiammava, lo inteneriva, lo faceva vibrare, ora sembra cenere spenta. E' allora il momento della volontà, il momento di amare con "tutte le forze". Tutte, a cominciare da quelle fisiche impedendo al corpo di lasciarsi andare a pigrizie o a pesantezze che spesso conseguono alla aridità interiore; e più ancora con le forze psichiche, non cedendo agli stati d'animo, alla malavoglia o alla ripugnanza di fronte ai propri doveri e al proprio lavoro, reagendo pazientemente ma inflessibilmente a quella astenia interiore che minaccia di paralizzare le energie dello spirito; infine smascherando l'inganno che può nascondersi in vari pensieri di scoraggiamento e di diserzione, come ad esempio giudicare inutile tutto quello che facciamo, pensare che quella preghiera senza fervore e senza entusiasmo non valga nulla, credere alla sensazione di essere tornati indietro e di lavorare senza frutto, per cui non vale la pena di lottare, di continuare a impegnarci. Ma soprattutto sono le forze spirituali che dobbiamo mobilitare, le energie che fanno capo alla volontà. In queste condizioni interiori è lei, una volontà forte e tenace che deve prendere in mano la situazione, collocarsi al centro del nostro mondo interiore ed esercitare con fermezza il suo ruolo di facoltà operativa. Allora, amare "con tutte le forze" significa amare con opere: portare a compimento il proprio dovere anche il più piccolo, anche se ci costa, con voglia o contro voglia, con gusto o con ripugnanza; essere fedeli ai compiti, agli incarichi, al lavoro affidatoci; dedicarci agli altri in mille gesti, piccoli o grandi, di carità e di apostolato, con generosità, con perseveranza, senza attendere compensi. Tutto questo è amare con opere, è volere ciò che è gradito a Dio e perché è gradito a Dio. Anche l'orazione richiede, allora, sforzo e pazienza; è simile al lavoro faticoso di chi cava acqua dal pozzo con la forza delle braccia, secchio dopo secchio, con la sensazione di raccogliere ben poco con tanto sudore. Fare le cose per pura volontà e andare avanti nel cammino per pura fedeltà, è, allora, l'unico modo per dire al Signore che gli vogliamo bene. E' certo un amore faticoso, arido, poco gratificante, ma è amore autentico, amore squisitamente soprannaturale, che Dio premia con grazie abbondanti e con doni di sapienza.

84 - Il Comandamento nuovo
Ma il precetto divino che ci comanda di amare diventa particolarmente urgente e impegnativo, data la nostra condizione di peccatori, quando si tratta dell'amore del prossimo. Abbiamo già detto che il nostro viaggio sulla terra non lo percorriamo da soli; siamo una moltitudine, un fiume e non possiamo stare insieme senza amarci.
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Lc. 12.46

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Eppure il peccato ha reso così difficile l'amore reciproco che Gesù, nel lasciarci come testamento l'imperativo dell'amore fraterno, ha dovuto chiamarlo "il comandamento nuovo". E nuovo è davvero questo Comandamento del Signore non solo perché gli uomini ne avevano perduto il ricordo, e con esso la capacità e la volontà di praticarlo, ma anche perché il contenuto, le motivazioni e il modo di viverlo indicati da Gesù ne fanno una novità assoluta. Nell'Antico Testamento l'amore del prossimo era commisurato esclusivamente sulla giustizia: "Amerai il prossimo tuo come te stesso", per cui "tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro". Il Comandamento nuovo portato dal Signore esige invece che l'amore al prossimo sia una partecipazione dell'amore stesso di Dio. Se amiamo Dio, ameremo anche col suo amore e ameremo tutto ciò che egli ama. L'uomo è l'unica creatura che egli ama per sé stessa e perciò non è possibile amare Dio senza amare ogni uomo. In definitiva, non esiste che un solo comandamento, come esiste un solo amore: l'amore verso Dio; un amore che da Lui si espande sulle creature a cominciare dal nostro prossimo. L'ideologia della secolarizzazione e la morale laica che ne deriva hanno compiuto una delle operazioni più deleterie e immorali di tutta la storia della cultura occidentale: quella di separare l'amore del prossimo dall'amore di Dio. Operazione che rientra nell'antica e assurda pretesa autonomistica della creatura che rifiuta il suo creatore, dell'uomo che respinge Dio. Cancellato l'amore di Dio è cancellato anche l'amore per l'uomo, amore che si tenta di far sopravvivere con surrogati che spesso finiscono nella ipocrisia o addirittura nella menzogna. Così, cancellato l'amore cristiano, è rimasta la "solidarietà", una solidarietà tuttofare, onnicomprensiva, buona per tutte le operazioni, che può significare tutto e anche niente. Nella variante ecologica del laicismo, poi, la solidarietà è per gli uomini, l'amore per gli animali. E' inevitabile! Emarginato Dio, è cancellato anche l'amore, perché l'amore è Dio stesso. L'amore di Dio rimane fondamento dell'amore per l'uomo e per tutte le altre creature.

85 - Amore e misericordia.
L'amore cristiano partecipa così alle caratteristiche dell'amore che Dio nutre verso gli uomini. In Dio l'amore è innanzitutto misericordia. "Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro". 156 E' misericordia la capacità che l'amore ha di aprirsi al dolore e alle necessità del prossimo, al suo bisogno e alla sua povertà corporale, ma soprattutto alla miseria morale e spirituale in cui esso può trovarsi. E' una disponibilità che spinge ad intervenire con gesti concreti di aiuto e di dedizione, quali sono le "opere di misericordia". La più grande lezione e l'esempio più commovente di misericordia è Gesù stesso. E' lui il buon Samaritano che "misericordia motus", spinto dall'amore misericordioso, si curva sull'uomo che si trova in condizioni di miseria perché lontano da Dio e mortalmente ferito dal peccato, lo raccoglie, gli fascia le ferite "versandovi l'olio e il vino" della sua passione e del suo sangue redentore, lo affida alla Chiesa -"lo portò a una locanda" - alla quale consegna i due denari (il Vangelo e i Sacramenti), con l'incarico di prendersi cura di lui. Ma, anche fuori di parabola, Gesù sentì compassione della folla che da tre giorni lo seguiva e "si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose", 157 dopo aver guarito molti malati e provvedendo poi con la moltiplicazione dei pani alla loro necessità materiale. In questo comportamento di Gesù, ci vengono indicate le opere di misericordia, quelle spirituali e quelle corporali. Gesù si commuove alla vista della fame e del dolore, ma
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Lc. 6,36 Mc. 6,34

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soprattutto si commuove alla vista dell'ignoranza. (Escrivà) E non c'è ignoranza peggiore di quella di chi ignora la salvezza che viene da Dio. La verità più consolante che Gesù ci ha rivelato è che il Padre è "ricco di misericordia verso quanti lo invocano" 158; perciò il nostro amore verso il prossimo trova la sua più alta espressione nella partecipazione alla misericordia di Dio il quale "vuole che tutti gli uomini siano salvati" 159. Ora, un amore fraterno che sia impregnato di misericordia e cerchi la salvezza dei fratelli, esige sacrificio, dimenticanza di sé stessi e donazione. La strada della misericordia percorsa da Gesù è quella della croce, espressione suprema del dono di sé; e proprio sulla croce Gesù ha compiuto il gesto di misericordia più commovente quando, dopo aver chiesto al Padre di perdonare i suoi crocifissori, ha Lui stesso donato la salvezza al ladrone pentito: "In verità ti dico, oggi sarai con me nel Paradiso". 160

86 - Amore e perdono.
Altro contenuto nuovo portato da Gesù al comandamento dell'amore è il perdono. Prima di Gesù il perdono era considerato debolezza, vigliaccheria, mancanza di virilità. Gesù ci ha rivelato che l'onnipotenza di Dio, più ancora che nella creazione dell'universo, si manifesta nella misericordia e nel perdono. 161 Se c'è una cosa che più ci fa simili a Dio è il perdono. Anzi perdonare, il vero perdono, è proprio solo di Dio. Il nostro perdono, infatti, rimane esterno alla persona che ci ha offeso; essa rimane nella sua colpa. Dio, invece, quando perdona raggiunge l'intimo della nostra coscienza e ci rinnova interiormente. Il perdono di Dio cancella le nostre colpe e rinnova, "rende nuovo", il nostro cuore. "Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo". 162 Perciò il perdono è un intervento dell'onnipotenza del Padre, è un atto creativo in cui la potenza di Dio si mette al servizio della sua misericordia. Ecco perché un Dio che perdona commuove più profondamente di un Dio che crea (Escrivà). Il nostro perdono, esigenza dell'amore cristiano, anche se non ha efficacia sulla coscienza della persona, è tuttavia importante per lei e per noi: per lei, perché col perdono possiamo guadagnare il nostro fratello; per noi, perché nel perdono no i rinneghiamo il male e giudicando noi stessi peccatori possiamo ottenere il perdono dei nostri peccati. E' quanto diciamo nel Padre Nostro: "Rimetti a noi i nostri debit i come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Il nostro perdono deve quindi ispirarsi al perdono di Dio; perciò dobbiamo perdonare sempre, dobbiamo perdonare di cuore, dobbiamo perdonare sinceramente e totalmente. Siamo infatti tentati di perdonare alcune volte - "fino a sette?" domandò Pietro - e perdonare solo alcune offese; siamo portati a perdonare col cuore stretto, con qualche rivincita, magari lamentandoci vittimisticamente e perdendo la pace; siamo infine disposti a perdonare ma a certe condizioni, con clausole di risarcimento al proprio orgoglio ferito, tenendo sempre pronto in tasca il conto dei torti e dei danni. Non è questo il perdono di Dio. Se poi ci sforziamo di amare come ci ha amati Cristo, quel Gesù che appunto dalla croce ha pregato per i suoi crocifissori, allora il nostro amore fraterno includerà, anzi anticiperà il perdono. Diceva il Beato Escrivà che egli non aveva mai avuto bisogno di perdonare perché il Signore gli aveva insegnato ad amare. Questa espressione ci ricorda un aspetto rivoluzionario dell'amore cristiano:
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Sal. 86,5 1 Tim. 2,4 160 Lc. 23,43 161 Deus, qui omnipotentiam tuam parcendo maxime et miserando manifestas..." Orazione della 26.ma Domenica T.O. 162 Salmo n. 50,12

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l'amore verso i nemici. Gesù è stato esplicito: "Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti". 163 Tuttavia, la carità fraterna e il perdono non escludono la giustizia, ci aiutano invece a coniugarla nel modo più nobile e retto. La giustizia ispirata dalla carità e dal perdono esclude innanzitutto la vendetta, mira poi ad impedire al malfattore di compiere il male, lo induce a riconoscere lealmente il male compiuto e a pentirsene per ottenere la salvezza, e gli esige infine il ripararne, nella misura del possibile, le ingiuste conseguenze. Tale è la giustizia di Dio, il quale "non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva", e tuttavia ha chiesto riparazione per l'ingiustizia del peccato attraverso la passione e la morte di Gesù, suo Figlio, offrendo così a tutti noi la possibilità di pagare i nostri debiti. Davanti a Gesù crocifisso possiamo ben dire: "Giustizia è fatta!", ma nella misericordia e nel perdono.

87 - Amore e servizio.
Una terza novità di contenuto nel comandamento dell’amore fraterno lasciatoci da Gesù è la gratuità del dono di sé che si esprime nel servizio. Dopo che ebbe lavato i piedi ai suoi, Gesù sedette di nuovo e disse loro: "Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi". 164 Servire, secondo l'insegnamento di Gesù, significa sapersi sacrificare - "dare la vita" - per gli altri, sapersi sacrificare generosamente e senza desiderare compensi, "...appunto come il Figlio dell'uomo che è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti". 165 Il sacrificio di sé stessi finalizzato al servizio, come dimensione dell'amore cristiano, esige una profonda umiltà, un distacco generoso da sé stessi, dalle proprie comodità, da interessi ed ambizioni personali. Ai due discepoli che ambivano i primi posti nel regno messianico Gesù ricorda: "Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti". 166. Servire, dunque, è l'esatto contrario di dominare, di prevalere sugli altri, di sottometterli al proprio criterio personale. Le parole di Gesù infatti non escludono né l'autorità né il prestigio umano e professionale, anzi, esigono proprio l'esercizio fedele e responsabile dell'autorità per il bene comune, e spingono al prestigio umano e professionale onde poter servire meglio e con più efficacia i propri fratelli. Le applicazioni pratiche di questo atteggiamento sono, nella vita di ogni giorno, innumerevoli e continue. Nell'ambiente di lavoro, nella vita di famiglia, nelle responsabilità civili e sociali, le occasioni di sacrificarsi, di servire, di dedicarsi al bene spirituale e corporale dei nostri fratelli, soprattutto dei più bisognosi, dei più deboli e indifesi, devono diventare appannaggio di ogni cristiano, un vanto, una santa ambizione per ogni discepolo di Gesù.
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Mt. 5,43-45 Gv. 13,13 Mt. 20,28 Mc. 10,42

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86 - Amare per amore.
Ma il comandamento nuovo è tale non solo per il contenuto nuovo che Gesù vi ha portato ma anche per le motivazioni e per il modo di viverlo. Nel mondo l'amore al prossimo ha di solito motivazioni puramente umane. Si ama per simpatia fondata su un'attrattiva esteriore della persona, o su una comunanza di gusti, di interessi, di opinioni, o anche per ammirazione verso le doti e le caratteristiche naturali della persona. Frequentemente si "ama" per interesse; interesse economico, interesse politico o anche semplicemente per interesse affettivo. In modo più generico si ama per "solidarietà": apparteniamo alla stessa stirpe, alla stessa comunità umana, siamo legati ai nostri simili con vincoli di parentela, di istituzioni, di popolo, di cultura. E' una solidarietà che può portare alla filantropia, all'umanitarismo, alla condivisione, non ancora all'amore. Infine, più raramente, si arriva ad amare per riconoscenza: se siamo stati oggetto di attenzione, di aiuto, di gratificazione. Invece l'amore cristiano raggiunge la persona in sé stessa: il cristiano ama "per amore", un amore che nasce ed è sostenuto da motivazioni soprannaturali. La prima di esse è fondamentale: ogni uomo è "immagine e somiglianza di Dio". Ogni essere umano, per quanto abbietto e vile, porta in sé il sigillo di Dio, e amare l'uomo è amare in lui il Creatore di tutti. Anche l'amore per i genitori, già ampiamente giustificato sul piano umano, è per il cristiano un amore verso coloro che sono stati collaboratori di Dio nel dargli la vita; la paternità umana è infatti partecipazione alla paternità di Dio. C'è poi l'amore verso i propri fratelli nella fede; esso è motivato dal fatto che ogni cristiano è immagine di Cristo. E' un’immagine reale, vera, anche se soprannaturale e mistica; realizzata in noi dai sacramenti. E' infatti nel Battesimo che diventiamo fratelli di Cristo, partecipi della sua filiazione divina. Nella Cresima, poi, veniamo configurati a Cristo come suoi testimoni, nell'Eucarestia siamo fatti partecipi dell'unico Pane e dell'unico Calice, uniti allo stesso sacrificio di Gesù che ci fa adoratori del Padre; nel matrimonio gli sposi vengono configurati a CristoSposo, che nella Incarnazione e nella morte sulla croce ha celebrato il suo amore sponsale verso l'umanità e verso la sua Chiesa; perciò ogni sposo e ogni sposa cristiana dovrebbero vedere nel coniuge Cristo stesso che santifica il loro amore coniugale. Infine, con l'Ordine Sacro, il Sacerdozio di Cristo si comunica al sacerdote che diventa "Ipse Christus - lo stesso Cristo"; e quando esercita il suo ufficio ministeriale, soprattutto nel confessionale e sull'altare, egli agisce nella persona stessa di Gesù. Ogni cristiano quindi è nostro fratello nella fede, ma soprattutto membro di Cristo, del suo Corpo Mistico che è la Chiesa, a Lui configurato e in Lui radicato, da essere un altro Cristo, alter Christus. Questi legami che abbiamo con Cristo e che fondano i motivi soprannaturali dell'amore fraterno ci danno anche la misura della carità a cui dobbiamo ispirarci noi, discepoli di Gesù. Proprio ai suoi apostoli Gesù ricordava: "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati". 167 L'amore di Gesù per noi diventa dunque la nuova misura dell'amore fraterno. Del resto, amare il prossimo come sé stessi può essere spesso un criterio inattendibile perché noi per primi non sappiamo amare in modo giusto noi stessi. Spesso non riusciamo a discernere il nostro vero bene e non cerchiamo la nostra vera felicità. Gesù ci ha amati e ha dato sé stesso per noi, per la nostra salvezza. Egli ha guarito molti malati ma non è venuto per guarire le malattie, ha sfamato le folle moltiplicando il pane ma non è venuto per risolvere i nostri problemi economici, ha dominato le forze della natura ma non è venuto per offrirci soluzioni ai problemi
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Gv. 15,12

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dell'agricoltura o dell'ecologia, così come ha insegnato le vie della giustizia e della pace ma non è venuto per risolvere con formule politiche i rapporti sociali, giuridici o istituzionali dei popoli. "Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo" e ha dato la sua vita sulla croce. Se dunque dobbiamo vivere il comandamento nuovo che ci chiede di amarci con l'amore stesso di Cristo, saremo aperti generosamente alle necessità, alle sofferenze, alle attese dei nostri fratelli e ci dedicheremo con impegno e responsabilità alla soluzione dei problemi sociali, economici e politici per dare a questo mondo un volto sempre più umano e sempre più conforme alla nostra dignità di figli di Dio. Ma in tutto questo e al di sopra di tutto questo cercheremo per noi e per i nostri fratelli la Salvezza, cioè la Vita Eterna. Non dimentichiamo che, se non arriviamo in cielo, abbiamo miseramente fallito la nostra vita.

89 - Il “quadrilatero” dell’amore fraterno.
In varie occasioni, il Beato Escrivà suggeriva che per vivere l'amore fraterno i discepoli di Cristo devono sforzarsi di convivere, comprendere, discolpare e sorridere. Convivere non significa vivere gli uni accanto agli altri sopportandoci a vicenda ma restando intimamente estranei; la convivenza cristiana va molto più a fondo della pura convivenza umana che si limita al rispetto dei diritti altrui. Per noi cristiani, convivere vuol dire ospitare il nostro fratello dentro di noi, aprirgli il nostro cuore, i nostri sentimenti; è fargli posto nella nostra vita. Ci è forse capitato qualche volta di vedere in sequenze televisive le vie delle grandi metropoli: una marea di persone che camminano in tutte le direzioni ma in perfetta solitudine; scivolano l'una accanto all'altra come mondi chiusi, estranei, indifferenti. Per il cristiano, convivere è invece condividere la vita, e non restare indifferente al dolore, alla fatica, alle sofferenze degli altri, secondo le parole di S. Paolo: "Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto, abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri". 168 Ma non basta ospitare il fratello dentro di noi, occorre anche sforzarci di entrare dentro di lui e capirlo. E' necessario capire per aiutare. Per capire una persona bisogna conoscerla. E' quanto accade a una madre: essa conosce il figlio, la sua storia, le sue più intime reazioni come nessun altro; nessuno perciò capisce e comprende come capisce una madre. La comprensione materna ha però un limite, perché una madre è troppo coinvolta in prima persona con la vita del figlio e perciò la sua comprensione può diventare debolezza o anche complicità. Noi dobbiamo essere profondamente umili per conoscere e per capire, e dobbiamo essere sufficientemente liberi per non essere complici. Anche qui, solo la vera libertà rende possibile il vero amore. Per conoscere poi una persona in profondità occorre saper ascoltare e saper dimenticarci di noi stessi. Siamo infatti portati ad ascoltare pochissimo gli altri, siamo invece portati a giudicarli. Perciò: conoscere per comprendere, comprendere per discolpare. Per discolpare una persona occorre innanzitutto che ci rifiutiamo di giudicarla. E' un comando esplicito del Signore: "Non giudicate", e se dobbiamo farlo per ufficio, giudichiamo l'operato ma non le intenzioni, ricordando che "col giudizio con cui giudichiamo, saremo giudicati, e con la misura con la quale misuriamo, saremo misurati". 169 Nulla mortifica, inibisce l'iniziativa e condiziona la nostra sicurezza quanto il saperci continuamente giudicati dagli altri. Solo il giudizio di Dio è stimolante e liberante, perché solo Dio conosce profondamente il nostro cuore e solo lui sa
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Rom. 13,15 Mt. 7,1

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distinguere il male dalla persona che lo compie; e mentre respinge il male con assoluta giustizia, è paziente, benigno e misericordioso con colui che lo compie. Perciò, discolpare significa anche non condannare. E' ancora Gesù a ricordarcelo: "Non condannate e non sarete condannati, perdonate e vi sarà perdonato". 170 Tutti noi abbiamo in cuor nostro un tribunale permanente, davanti al quale facciamo sfilare le persone sulle quali lasciamo cadere giudizi e condanne, spesso impietosi, che non ammettono né dubbi, né attenuanti. Dobbiamo demolire dentro di noi ogni tribunale negativo, e se dobbiamo decidere interventi o prendere misure di giustizia verso i nostri fratelli, non sarà mai giustizia vendicativa o esclusivamente punitiva, lascerà aperta la strada alla speranza, al desiderio di conversione, alla possibilità di riparazione.

90 - L’amore perfetto sa sorridere.
Questo amore che non giudica, che tanto meno condanna, che anzi dice stima e fiducia nel proprio fratello, trova la sua espressione più preziosa nella "correzione fraterna". Essa realizza quel detto della Scrittura: Frater qui adiuvatur a fratre, quasi civitas firma. Il fratello aiutato dal fratello è come una città fortificata.171 Vivere così il "Comandamento nuovo" del Signore, non è facile, richiede l'esercizio di tante virtù "minori" che sono come il corteo della carità. S. Paolo le ricorda in varie lettere, soprattutto nella lettera ai Corinti, in quello che è chiamato l'Inno alla Carità. Noi potremmo riassumerle in una parola che ci ricorda un gesto tanto semplice quanto dimenticato: sorridere. La nostra epoca è un'epoca scettica, arida, dura, violenta e conosce più il ghigno, lo sberleffo, la risata, non il sorriso. Sorridere è un atto squisitamente umano; solo l'uomo è capace di sorridere. Il sorriso è come il cielo della nostra anima quando è azzurro, pulito, luminoso. Sorridere a una persona è come offrirle un mazzo di fiori, splendidi, profumati; è come dirle: sono felice che tu esista, e che tu sia qui, davanti a me. Essere felici che una persona esista è come partecipare all'atto creativo di Dio, all'Amore che le ha dato l'essere, l'esistenza, la vita. Il sorriso è gratitudine, è riconoscenza a Dio e al prossimo. Sorridere è avere il cuore semplice, libero da invidie, da gelosie, da tristezze, da egoismi; è magnanimità della fantasia, che immagina quel fratello come un piccolo grande universo dove luci e ombre si compongono in profondità inesauribili che nascondono meraviglie divine; il sorriso è stupore dell'anima davanti a un mistero dove libertà e grazia vanno scrivendo un poema inedito e recondito, mai uguale, che sarà letto nell'eternità. Il sorriso ha dunque qualcosa della contemplazione; è amore contemplativo che gioisce del fratello, che vede in lui un dono offerto da Dio. Il sorriso è la versione terrena della gioia dei Santi, è un lembo di Cielo che anticipa la beatitudine. Il sorriso è Donna; la Donna umile e stupenda, dolcissima e verginale, che è apparsa come Sorriso di Dio su ogni essere creato: Maria.

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Lc, 6,37 Prov. 18,19

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IL TEMPO E L'UOMO

L'UOMO NELLA CREAZIONE

91 - L’uomo: gloria di Dio.
Ireneo di Lione, genio del pensiero cristiano, l'autore più rappresentativo dei primi secoli della Chiesa, riassume tutto il mistero dell'uomo in alcune espressioni che sono tra le più profonde che mai siano state scritte: "Gloria di Dio è l'uomo vivente; vita dell'uomo è la visione di Dio "; e ancora: "Dio, e tutte le opere di Dio sono gloria dell'uomo; e l'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio". 172 Dunque: l'uomo vivente. Nel Salmo XVIII leggiamo che "I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia l'opera delle sue mani". 173 Tutti infatti restiamo come abbagliati di fronte allo splendore e all'immensità del creato. Non sempre, invece, è così davanti all'uomo, soprattutto quando egli si presenta nella sua precarietà, nella sua povertà e miseria, nella sua fatiscenza fisica e morale. Ci sono situazioni umane nelle quali tutti i motivi di fascino e di stupore, tutti i segni di grandezza e di bellezza che ricordino un capolavoro sono scomparsi. Anche l'autore del salmo VIII esclama: "Che cosa è mai l'uomo perché te ne ricordi?". Tuttavia lo stesso autore subito aggiunge: "Eppure l'hai fatto poco meno degli Angeli, l'hai coronato di gloria e di onore, l'hai costituito sopra l'opera delle tue mani". 174 Nonostante tutto, l'uomo è il capolavoro della creazione, "il luogo - ripetiamo con S.Ireneo - in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio". Infatti, se i cieli "narrano" la gloria di Dio, l'uomo "è" la gloria di Dio, è vanto della sua eterna sapienza e della sua infinita potenza. Del resto, a chi mai se non all'uomo i cieli narrano la gloria di Dio? A chi se non all'uomo il firmamento annuncia l'opera dell'Onnipotente? L'uomo è il destinatario del creato perciò egli è chiamato a diventare interlocutore e voce di tutte le cose, interprete dell'universo. Senza l'uomo, il creato resterebbe muto, o sarebbe come una sinfonia immensa e stupenda ma senza ascoltatori, e non avrebbe senso. Anche il tempo, possiamo dire, ha avuto il suo vero inizio con l'uomo. Prima, e senza l'uomo, esisteva solo il moto, il susseguirsi delle cose, il mutevole rapporto spaziale tra le parti del tutto; solo lo spirito può percepire e misurare nelle cose un passato, un presente, e un futuro. Il tempo è una grandezza mediante la quale lo spirito umano intercetta lo spazio e tutto ciò che nello spazio si muove. Lo spirito tutto abbraccia e tutto misura. E' dunque l'uomo che dà senso ai millenni, a tutte le
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S. Ireneo, Adversus haereses, 3,20 Salmo n. 18,1 Salmo n. 8,5-6

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ère del mondo, a tutto ciò che è accaduto, accade, e accadrà.

92 - L’uomo chi è?
Da un certo punto di vista, non sono in errore quei filosofi e pensatori che hanno posto l'uomo al centro di tutte le cose; una visione antropocentrica del mondo ha una sua giustificazione. Occorre perciò conoscere l'uomo, sapere chi è. C'è chi lo ha definito un essere di frontiera, una cerniera tra due mondi: il mondo della materia e il mondo dello spirito; un essere che respira il tempo e l'eternità. L'uomo - disse Giovanni Paolo II - è "come l'orizzonte del creato, nel quale si configurano il cielo e la terra; come vincolo del tempo e dell'eternità; come sintesi del creato". 175 Questa duplice estensione fa dell'uomo la sintesi vivente di tutta la realtà creata. Ma proprio in questa estensione, in questo esistere proteso tra due universi sta l'essenza del mistero dell'uomo, la sua natura abissale. Pochi temi hanno tanto appassionato la mente umana. L'uomo è l'unico essere "composto", o meglio, "coestensivo". Nella natura troviamo esseri che sono pura materia, pura molteplicità; nel mondo angelico troviamo gli Angeli che sono puro spirito, pura semplicità. L'essere dell'uomo è invece una "unità duale". Qui sta la radice del mistero dell'uomo, ma qui sta anche la linea di conflitto, il confine dove si scontrano le diverse concezioni dell'uomo nella storia del pensiero. C'è chi nega l'unità dell'essere umano, cadendo in un dualismo che spezza l'uomo e lacera irrimediabilmente la sua natura; e c'è chi nega la sua dualità cadendo in una concezione riduttiva dell'uomo impoverendone la natura o falsandone l'identità. In questi errori si nasconde il desiderio o il tentativo di semplificare il mistero dell'uomo, di spiegarlo o almeno di capirlo. Ma il mistero rimane. E rimane proprio qui, nella "coestensione" di materia e spirito, nell'essere, l'uomo, simultaneamente presente e partecipe a due universi che appaiono tra loro incompatibili e incommensurabili.

93 - Interpretazioni riduttive
Abbiamo così da un lato le varie concezioni dualistiche che dividono l'essere dell'uomo, e vedono da una parte il corpo, cioè la materia che viene considerata come principio del male, e dall'altra lo spirito considerato principio del bene, il quale però è tenuto prigioniero nel corpo. Condividono questa dottrina il dualismo manicheo, il dualismo cartesiano e il dualismo delle religioni orientali; per queste ultime è un male che l'anima sia unita al corpo e dal corpo deve liberarsi per realizzare la propria perfezione in Dio. Dall'altra parte abbiamo il lungo elenco di concezioni riduttive dell'uomo. La maggior parte di esse sono riduttive in basso, cioè in senso materialistico. Abbiamo così i vari materialismi: quello marxista che riduce l'uomo alle sole istanze economiche, quello freudiano che limita tutto l'uomo alla pura pulsione sessuale, quello scientista che vede l'uomo come il risultato della sola evoluzione biologica, quello edonista che vede l'uomo come un fascio di forze istintuali che si appagano nel piacere sensibile. Altre concezioni, meno materialistiche ma ugualmente riduttive dell'uomo, sono quella esistenzialista: l'uomo è solo problema, senza soluzione e senza risposta; quella laicista: l'uomo è sola e assoluta libertà (uomo autonomo); quella esistenziale per cui l'uomo è nella sua esistenza pura angoscia del limite; quella faustiana per cui l'uomo è esclusivamente dominato dalla sete di potenza (Nietzsche); infine la concezione sociologica che dissolve l'uomo nella società o
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Giovanni Paolo II, Catechesi, (13.9.80)

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nello Stato, riducendolo a puri rapporti comunitari. Molto spesso queste concezioni si sposano tra loro dando origine a immagini dell'uomo ancor più deformate e distorte. Esprimono, tutte, il tentativo della ragione di spiegare il mistero dell'uomo, e invece lo distruggono. Non ci fermeremo ad analizzare queste concezioni dell'uomo, che del resto appaiono già da sé stesse insufficienti ed erronee. Torniamo invece alla espressione di S.Ireneo: "Gloria di Dio è l'uomo vivente".

94 - Visione biblica dell’uomo
La valenza biblica di questa affermazione, in armonia del resto con tutta la speculazione teologica del grande dottore, si ricollega a quelle parole della Genesi: "Il Signore Dio plasmò l'uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente". 176 Nella Bibbia l'aggettivo "vivente" indica un attributo proprio di Dio, tanto che ne accompagna frequentemente il nome: Dio-il Vivente. D'altra parte l'uomo è chiamato nella Genesi "Adam", cioè creta, polvere del suolo. Perciò, dicendo "uomo vivente" S.Ireneo ha voluto ricordare la dualità dell'essere umano: il suo corpo materiale e la sua anima spirituale. La Genesi specifica, poi, quale sia il legame che unisce "l'uomo vivente" al "Dio Vivente"; è un rapporto di immagine-somiglianza: "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò". 177 La Bibbia, infatti, non parla mai dell'uomo isolato, dell'uomo in sé stesso, come può fare la filosofia; l'uomo è sempre visto di fronte a Dio, nella sua dimensione creaturale e dialogica che è costitutiva del suo essere, e nella sua vocazione soprannaturale che costituisce il fine della sua esistenza. Come appunto ricorda S. Ireneo: "Vita dell'uomo è la visione di Dio". Questo rapporto è anche il fondamento e la ragione della dignità e della grandezza dell'uomo, per cui egli "è il luogo in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio". Vedremo, poi, come in Cristo, Uomo-nuovo, questa dignità e questa grandezza si riveleranno pienamente. Intanto possiamo renderci conto di quanto le concezioni dualistiche e materialistiche sopra descritte siano non soltanto riduttive ma anche lontane dall'immagine biblica dell'uomo, così che appaiono una negazione, che è anche tradimento, della sua stessa identità e della sua realtà. Chi non si ispira all'immagine biblica dell'uomo non ha perciò diritto di parlare in nome della sua dignità. Infine, quella scintilla divina, lo spirito, che fa l'uomo-vivente immagine del Dio-vivente conferisce anche al corpo una dignità nuova e trascendente. Non dimentichiamo che l'anima umana è uno spirito "incompleto", ha un'intrinseca esigenza di un elemento corporeo, materiale, che è luogo e con-principio del suo agire. L'anima "informa", dà forma, cioè sostanza di corpo umano al corpo, e costituisce con lui una unità profonda, sostanziale: l'essere umano concreto, che si attua nella identità personale di ciascuno di noi. Una unità così profonda da rendere ingiustificabile, perché errata, l'espressione: la nostra anima possiede un corpo. Non possiamo dire: "Io ho, possiedo, un corpo", ma "Io sono il mio corpo". Molte sono le conseguenze di tutto questo, e vale la pena di vederle brevemente.

95 - La trascendenza naturale dell’uomo
Innanzitutto, il corpo umano non è un puro organismo biologico, sia pure altamente evoluto così da collocarsi al vertice dell'evoluzione naturale. E' vero che
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Gen. 2,7 Gen. 1,27

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per il corpo l'uomo appartiene alla natura, soggiace alle sue leggi, mette profonde radici nel mondo della natura, radici diciamo pure profonde quanto è lunga la sua filogenesi naturale, ma nello stesso tempo esso, in ogni sua parte e in ogni momento del suo sviluppo, trascende la natura. La convinzione che l'uomo costituisce una "discontinuità" nel mondo della natura è sempre stata presente nella coscienza umana; è un dato elementare nel senso comune dell'umanità. Del resto questa discontinuità è solennemente affermata dalla Bibbia nel passo già citato, un passo fondamentale per qualsiasi antropologia. Nel primo capitolo della Genesi si dice che Dio creò il cielo e la terra, fece poi germogliare dalla terra le piante e fece uscire dalle acque gli animali; il libro sacro presenta cioè una specie di "creazione progressiva" che costituisce il "continuum" della natura. Ma arrivato all'uomo, Dio in certo qual modo si ferma, parla con sé stesso, si consiglia quasi dovesse prendere una decisione importante e solenne. "E Dio disse: facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame e su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio li creò, maschio e femmina li creò". 178 Ecco qui affermata una discontinuità nella successione naturale delle creature, un salto oltre la natura: l'Uomo. Non un prodotto della terra, non uscito dalle acque, non frutto di pure forze naturali, ma voluto direttamente da Dio, frutto di un suo intervento creativo. Inoltre la superiorità dell'uomo, qui affermata, su tutti gli altri esseri creati non è soltanto una superiorità di dominio, ma anche una superiorità di trascendenza. L'uomo, cioè, che pure appartiene alla natura, e ne è l'espressione più perfetta, tuttavia emerge dalla natura, la trascende, la supera; si sottrae alle eventuali leggi dell'evoluzione biologica, quasi la interrompe, o meglio introduce nel mondo una dimensione nuova, diversa, la dimensione dello spirito che costituisce la trascendenza naturale dell'essere umano.

LA CORPOREITÀ
96 - Trascendenza del corpo
Per questo, il corpo stesso dell'uomo non è riducibile ad un corpo animale. Dobbiamo riscattare il corpo umano dalla collocazione in cui l'animalismo naturalistico, oggi così in voga, l'ha situato. L'ideologia scientista del nostro secolo ha indotto nella mentalità corrente la convinzione che tra gli animali e l'uomo c'è una differenza puramente quantitativa: la quantità di materia cerebrale o del numero dei neuroni con la conseguente complessificazione delle strutture e delle funzioni. E così, non potendo abbassare l'uomo a livello degli animali, - operazione troppo impopolare e controproducente -, si sono innalzati gli animali a livello dell'uomo. Si parla perciò di "diritti" dell'animale, di un trattamento "alla pari", di una "uguaglianza giuridica tra l'uomo e l'animale". In realtà si tratta di una animalizzazione dell'uomo, ormai dilagante non solo in ambienti scientifici (etologia, scienze mediche, scienze umane), ma in molte correnti culturali e politiche condizionate dal materialismo ateo o laicista. In realtà il corpo dell'uomo è un corpo "umano", e non un corpo puramente animale, anche dal punto di vista strettamente biologico. C'è infatti più "informazione" genetica in una sola cellula del corpo umano che non in tutte le cellule animali messe insieme.
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Gen. 1,26

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Ma soprattutto il corpo dell'uomo è umano perché è già per sua natura preforgiato e predisposto per una sostanza spirituale: l'anima. Il corpo umano, infatti, è tutto e sempre profondamente penetrato dall'anima. Quando io tocco la mano di una persona, sento che quella mano è viva di una vita non soltanto biologica, ma trascendente; non è la zampa fredda di un'animale, quella mano ha un'anima; essa parla, esprime cose e nello stesso tempo nasconde un mistero; c'è "qualcuno" in quella mano; e così per il volto, per i piedi ecc....Il corpo umano non è mai solo un organismo: è qualcuno! Anche quando la vita abbandona quel corpo, quando esso diventa cadavere, continua a conservare la "memoria" di quel qualcuno; lo stesso disfacimento nel sepolcro, la decomposizione materiale di quel corpo, non è un fatto puramente biochimico, la fase conclusiva di un ciclo vitale, come per gli animali, ma è un fatto che appartiene a "qualcuno" che sta subendo l'umiliazione del sepolcro, il disfacimento del suo essere corporeo come fatto esistenziale che appartiene alla sua vicenda personale. Questo spiega perché la Chiesa tratti con sommo rispetto il corpo umano senza vita, lo asperge con l'acqua benedetta, lo incensa, ne cura la sepoltura con onore, ne difende la dignità. Perciò non possiamo non pensare con tristezza a certi riti funebri "laici" in cui si ignora ogni riferimento alla trascendenza di quel corpo, come se esso fosse la camicia vuota di un nome che non esiste più. La fede ci dice che la corruzione del sepolcro non è l'ultima parola per il nostro corpo, perché Dio lo farà risorgere dalla terra così come dalla terra lo aveva plasmato. La risurrezione della carne, affermata esplicitamente da Cristo e testimoniata dalla sua stessa risurrezione, è la verità luminosa che ci fa guardare al nostro corpo con il rispetto e con l'amore che si deve a una creatura chiamata a partecipare alla gloria di Dio.

97 - Il corpo: epifania dell’anima
Altro aspetto che caratterizza il corpo umano è il suo valore epifanico, è "segno": indica e rivela la nostra anima. E' un segno la cui ampiezza di modulazione varia da soggetto a soggetto anche in funzione delle circostanze esteriori (l'ambiente naturale, l'ambiente sociale, l'educazione...), ma le sue possibilità di sintonia con il nostro mondo interiore sono pur sempre immense. Tutto il corpo è segno e rivelazione dell'anima: il sorriso, lo sguardo, i gesti, il portamento. La voce, poi, con l'infinita gamma delle sue modulazioni, è lo strumento più perfetto perché l'anima si liberi nell'espressione di sé e della sua attività. Infatti, è solo per il corpo e nel corpo che la nostra anima vive e si muove nel tempo. Separata dal corpo essa si ferma, resta immobile, impotente; per lei il tempo non scorre più, ed essa non ha più possibilità di esprimersi se non in Dio. Il corpo è la parola dell'anima, e ci ricorda il grande mistero dell'Incarnazione. "Il Verbo (la Parola) si è fatto Carne (Corpo) e venne in mezzo a noi". Quella Parola dunque, si è fatta Rivelazione di Dio, Verità e Salvezza degli uomini. Nel rapporto anima-corpo, il ruolo epifanico del corpo è uno dei più delicati e critici; è un ruolo fragile e drammatico perché pone il problema della verità e della sincerità. Da vetrina o da specchio dell'anima, il corpo può diventare maschera, sfinge, alibi. In molti modi possiamo alterare la consonanza tra i moti dell'anima e le vibrazioni del corpo, tra ciò che abbiamo nella mente o nel cuore e ciò che abbiamo sulle labbra. Possiamo mascherare i reali sentimenti dell'animo, fingere atteggiamenti inesistenti nel nostro mondo interiore, sviare altrove le indicazioni della coscienza, e soprattutto impedire la sintonia tra il pensiero e la parola: tutto questo è non solo offesa di Dio, che è la Verità, e falsificazione del nostro rapporto con lui, ma anche una lacerazione nella nostra natura, una violenza al nostro essere, cioè una ferita profonda all'intimo rapporto anima-corpo. In definitiva, la menzogna è un attentato all'unità del nostro essere personale. Tant'è che quando si vuol 89

rimarcare la coerenza e la sincerità di una persona, si dice che è "un uomo tutto d'un pezzo". Del resto, la nostra stessa natura alla fine si ribella. L'insincerità, la doppiezza, l'incoerenza creano un malessere esistenziale che, prima o poi, porta ad una profonda crisi interiore, alla rottura dell'equilibrio psicologico o, comunque, a una dolorosa deformazione della coscienza. L'insegnamento di Gesù: "Il vostro parlare sia si quando è si, no quando è no". 179 è anche una preziosa regola di sanità mentale. Il corpo, dunque, è segno e specchio dell'anima. Ma esso conserva scritta anche la nostra storia personale, le vicende della nostra vita interiore. Il corpo è, in certo qual modo, l'archivio storico della nostra esistenza; un archivio dove vengono registrate le nostre vicissitudini spirituali, il "curriculum" della nostra anima nel suo agire e nel suo sentire. Il corpo non possiede né virtù, né vizi, che sono invece propri del nostro spirito; ha però sensazioni, impulsi e istinti. Questi nell'uomo, a causa del peccato originale, non sono più ordinati in sé stessi, e inoltre possiedono una memoria biologica che registra le conseguenze delle decisioni e del comportamento della nostra anima, secondo i suoi abiti di virtù o di vizio. In altre parole, il nostro corpo, pur essendo soggetto alle leggi naturali della biologia, soggiace all'influsso della nostra anima che lo plasma in sintonia col suo proprio modo di essere. L'anima trascina il corpo nella direzione verso cui essa è orientata. Così il corpo di un santo, ormai sottomesso interamente allo spirito, si illumina di serenità, di forza, di dolcezza; il corpo di un vizioso trasuda disordine, durezza, a volte ripugnanza. Ci voleva la psicologia attuale per inquadrare l'origine spirituale e morale di molte anomalie e disturbi psico-somatici. Tanto che molte volte potremmo dire che l'uomo non muore, l'uomo si uccide. Non si fa violenza impunemente alla natura; essa non perdona mai. Abbandonarsi al vizio è sempre fare violenza al proprio corpo. Quante malattie sono la paga per il peccato: intemperanza nel cibo, ubriachezza, fumo, droga, l'omosessualità, ecc. Oggi il mondo è spaventato per l'AIDS, e tuttavia continua a spingere verso il libertinaggio sessuale, verso la frenesia del piacere, l'idiozia della discoteca, il fanatismo divistico o sportivo...., cose che per un verso coprono il vuoto esistenziale, il malessere delle frustrazioni e la povertà morale delle attuali generazioni, e dall'altro sono il terreno di cultura ideale per tanti virus; e a farne le spese sono spesso esseri innocenti come i bambini, personale sanitario, i tanti malati incolpevoli delle loro infermità.

98 - Il corpo: inno alla bellezza
L'anima dunque forgia il suo corpo, lo organizza e lo plasma. Dicendo anima intendiamo qui lo spirito in quanto è principio vitale del nostro corpo. Ciò significa che Dio crea la nostra anima all'atto del concepimento di modo che essa esercita la sua azione sul corpo fin dal primo momento. Del resto, la fede ci dice che nel mistero dell'Incarnazione il Verbo si fece "Carne" e quindi ebbe un'anima umana fin dal primo istante del concepimento. L'anima, così, inizia subito la sua attività organizzatrice del corpo; essa lo va forgiando come "suo" corpo fin dal primo momento del suo sviluppo. Attraverso il corpo, il nostro spirito non solo si colloca nel tempo e ne percepisce il fluire, ma anche lo "anima", lo feconda, lo assume in proprio iniettandogli il flusso della vita, e domina la materia corporea ordinandola in senso funzionale alle sue esigenze operative, alla sua attività propriamente spirituale. E' in un corpo da lui animato che lo spirito umano fa l'esperienza vissuta e consapevole del mistero della vita; possiamo dire che la vita è veramente tale solo nell'uomo; egli è "il vivente". Se poi pensiamo che, nell’espressione biblica, l'alito di
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Mt. 5,37

90

vita è il soffio di Dio, è immagine e somiglianza dello spirito di Dio, comprendiamo la sacralità della vita umana, la grandezza e il valore trascendente della vita dell'uomo. Perciò ogni violenza, ogni attentato alla vita umana è un attentato contro Dio. Se poi la violenza è contro la vita che si sta forgiando nel grembo materno, cioè nella fase in cui la vita è più debole, la violenza è allora un crimine indegno e vile. Quell'uomo in miniatura che una donna si porta nel grembo non può essere soffocato o seviziato impunemente. Non sappiamo in che modo Dio riparerà a questa ingiustizia degli uomini, ma certo il grido di un'anima che reclama il "suo" corpo che le è stato negato e strappato violentemente, rimane vivo e implacabile davanti a Dio. Ma il corpo non è soltanto segno e specchio dell'anima, archivio che ne conserva la storia, non è soltanto il luogo dove lo spirito vive e si muove nel tempo, esso è anche richiamo alla bellezza e alle perfezioni divine. Dio, creando l'uomo, ha voluto che anche nel corpo fosse in certo qual modo sua immagine. "Dio creò l'uomo a sua immagine: maschio e femmina li creò." Anche per il corpo valgono dunque le parole di S.Ireneo: "L'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio". Il corpo umano è un inno alla bellezza, all'armonia, alla vita; è un inno all'amore. Chi non conosce i capolavori che l'arte, la poesia, la musica hanno creato per cantare le perfezioni del corpo umano? Tutto questo, Dio l'aveva già realizzato nel suo progetto originario. Infatti nell'Eden non c'era bisogno di nascondere il proprio corpo; tutto era armonia, bellezza, dono luminoso di vita. "Adamo e sua moglie erano tutti e due nudi e non ne provavano vergogna". 180 Nell'Eden la nudità del corpo era segno dell'integrità morale e spirituale dell'uomo, del suo rapporto di totale conformità al disegno di Dio. Fuori dell'Eden quella nudità è diventata il segno della miseria dell'uomo. Il peccato è passato come un ciclone sull'essere umano, ha spogliato l'anima ribelle al suo Dio di tutti i doni dei quali era stata adornata, e ha spogliato il corpo ribelle alla sua anima della sua integrità e docilità. Con il peccato, nell'anima dell'uomo è scesa la notte e nel corpo è calata la fatica, il dolore, la morte. Di qui la necessità del pudore; esso è un'autodifesa della propria dignità ferita e oltraggiata, dignità che l'uomo sente il bisogno di ricuperare e di proteggere; e insieme esso esprime la pietà divina, rivela la misericordia di Dio contenuta in quel gesto così umano e così divino narrato dalla Genesi: "E il Signore Dio fece all'uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì". 181 Vestire il corpo appartiene in certo qual modo al mistero della redenzione, fa riferimento al disegno di Dio di restaurare la dignità dell'uomo. Il Figlio di Dio si è rivestito del nostro corpo mortale e lo ha fatto diventare il luogo della nostra salvezza.

99 - Il “culto” del corpo
Sono questi riferimenti al mistero di Cristo che gettano luce di speranza e offrono la soluzione a problemi angosciosi e impervi alla nostra mente, problemi che sul piano umano non hanno risposta: il dolore, la malattia, l'handicap, la morte. L'attuale modo di essere dei corpi è quello proprio della condizione di peccato. In un'epoca che ignora ogni riferimento al disegno di Dio e ha perduto totalmente il senso e la nozione di peccato, tale condizione diventa incomprensibile, ingiusta, maledetta. Quando il materialismo scientista prende il posto della fede, l'edonismo si sostituisce alla speranza e l'egoismo soppianta la carità, allora il corpo diventa l'unica realtà della vita, l'unico valore che meriti l'attenzione dei legislatori e la preoccupazione della gente. In questo clima pagano si instaura un vero e proprio "culto del corpo". Una
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Gen. 2,25 Gen. 3,21

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idolatria futile i cui idoli si chiamano: bellezza, prestanza fisica, efficienza atletica, o peggio, ricerca sfrenata del piacere da quello della tavola a quello dei sensi, a quello deleterio dell'alcool e della droga. E' perciò una idolatria che divora i suoi idoli e quelli che li adorano. San Paolo bollava questo paganesimo come una idolatria il cui dio è il ventre. Del resto, quando si nega l'anima con la sua vita spirituale e trascendente e con il suo anelito soprannaturale, non resta che il corpo, disordinato nei suoi appetiti, tirannico nei suoi bisogni, insaziabile nella sue brame. Esso diventa così la tomba dell'anima che rimane come spenta nell'animalità.

100 - Il corpo e il suo destino di gloria
Inoltre, secondo questa mentalità pagana, tipica dell'uomo animale, come direbbe S.Paolo, un corpo che non risponde più ad un ideale di bellezza, di integrità, di salute, un corpo non solo deforme o mutilato, ma semplicemente diverso per colore della pelle, per proporzioni delle membra, per capacità di lavoro, diventa motivo di discriminazione, di emarginazione o di rifiuto. Così, un corpo non appariscente come quello in gestazione nel grembo materno o in demolizione per la vecchiaia o per una malattia terminale, non ha alcun valore, non merita di essere protetto e considerato. Chi di noi è passato anche una sola volta o solo un momento in un ospizio teratologico, come gli ospedali del Cottolengo, oppure ha assistito all'agonia di una persona dove si rivela tutta l'impotenza della nostra natura di fronte alla forza implacabile del male, una forza a volte brutale che costringe la natura a cedere lentamente ma inesorabilmente fino alla resa finale, costui ha visto in quei corpi deformi o disfatti quanto la potenza del peccato pesi sulla nostra condizione attuale. Una condizione che, tuttavia, non è originaria e nemmeno definitiva, e che non ha cancellato né la nostalgia né il desiderio dell'immortalità e della felicità eterna. Ne sono testimonianza le credenze erronee della trasmigrazione delle anime e della reincarnazione che troviamo nelle religioni dualistiche orientali e pagane. La risposta vera a questa nostalgia dell'uomo viene, invece, da Dio. Egli ce l'ha data in Cristo, con la sua Risurrezione. Proprio la nostra attuale condizione di debolezza ci aiuta a capire la forza e la grandezza della redenzione operata da Cristo. Non c'è corpo umano, per quanto deforme, per quanto devastato dalla violenza del male, che un giorno non esca dal sepolcro e dalla terra in cui è stato disperso, integro e perfetto, splendido di bellezza, di armonia e di vita, non più soggetto all'umiliazione e alla morte. La Risurrezione della carne, una carne che non sarà più debole né passibile, ma trasfigurata dalla gloria, è una verità stupenda della nostra fede, un dato che esula dalle categorie della scienza e da ogni altra categoria, anche religiosa, del sapere umano, ma è una verità indubitabile che ha il suo fondamento nella potenza di Dio, che è creatore e padre. Egli è il Dio della vita, il Dio che non sopporta sconfitte, il Dio che non si pente di ciò che ha creato ma che conduce irresistibilmente ogni cosa al suo fine. E lo ha fatto in Gesù. Ai Sadducei che non credevano alla risurrezione Egli dirà: "Voi non conoscete Dio, che è il Dio dei vivi, e non capite la sua potenza". E aggiungeva: "Chiunque vede il Figlio e crede in Lui ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno". 182 Poiché verrà l'ora in cui coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio, e ne usciranno; quanti fecero il bene per una risurrezione di vita, quanti fecero il male per una risurrezione di condanna". 183 A queste parole di Gesù fanno eco passi stupendi di S.Paolo:"Sappiamo bene infatti, che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi le doglie del parto; essa non
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Gv. 6,40 Gv. 5,28

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è la sola, ma anche noi... gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 184 E' la redenzione che risplende nella risurrezione di Cristo, "il quale trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso". "E' necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità si compirà la parola della Scrittura: "La morte è stata ingoiata per la vittoria: dov'è o morte la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione?". 185

101 - Il corpo nell’amore coniugale
Infine, il corpo è chiamato a servire quell'attività dello spirito che trova nel sensibile la sua più intensa risonanza: l'amore. Si ama con l'anima, ma essa comunica al corpo le vibrazioni dell'amore, anzi ha bisogno del corpo per esprimersi e donarsi nell'amore. Per questo Dio ha creato l'uomo maschio e femmina, uomo e donna. In mille modi il corpo si presta per esprimere l'amore: la fiamma viva di uno sguardo innamorato, la carezza tenera e delicata di una mano, il sorriso luminoso di due labbra innocenti, un bacio affettuoso, un canto, la melodia di una voce appassionata, la intensa stretta di un abbraccio forte, e tanti altri modi, anche sobri e semplici, che possono recare ugualmente un intenso messaggio d'amore. Ma non c'è dubbio che l'espressione dell'amore che ha più bisogno del corpo è l'amore coniugale, anzi esso si esprime proprio nell'unità di "una sola carne" e realizza così la forma umanamente più intima ed esaltante del dono; dono per eccellenza perché è la somma di due amori che celebrano la vita. Ma è anche vero che l'amore coniugale è l'amore più esposto alle ferite della carne, per cui "l'uomo carnale" può smarrirsi nell'egoismo degli istinti. Nell'amore coniugale infatti si dona il corpo ma anche lo si riceve; e quando il ricevere prevale sul donare si imbocca la strada dell'egoismo e l'amore passa di crisi in crisi fino a spegnersi nei sensi. Il corpo allora non è più espressione e luogo dell'amore, ma strumento e oggetto di piacere. Quel corpo non è più il "segno" di una persona che si ama, ma il pretesto per un momento di passione che appaga solo i sensi. Mantenere l'amore coniugale all'altezza della sua dignità non è facile in una cultura come la nostra dove l'esaltazione pagana del sesso ha brutalizzato il rapporto uomo-donna, ma il cristiano può contare sulla forza di un Sacramento che ha messo Cristo-Sposo nell'amore umano, quell'amore nobile e generoso che, pur dovendo passare attraverso il sacrificio e il dolore, sa approdare alla gioia della fedeltà, e in Cristo diventa fonte di Grazia e di santità. Il corpo di due coniugi cristiani e l'amore coniugale che li unisce richiamano dunque il mistero di Cristo e della sua umanità nei suoi due momenti sponsali: l'Incarnazione e il Sacrificio della Croce.

102 - Il corpo nell’amore sponsale
Nel mistero dell'Incarnazione, la verginità della Madre significa innanzitutto che la Salvezza viene totalmente ed esclusivamente da Dio, non dall'uomo. Il Figlio di Dio infatti si fa carne non per opera di uomo ma per la potenza dello Spirito Santo. L'Incarnazione è anche un inno alla femminilità, una sublime esaltazione della maternità verginale della Donna: "Ave, o piena di Grazia, il Signore è con te... Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza
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Rom. 8,22 1 Cor. 15,53-55

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dell'altissimo... ecco, concepirai un Figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù... sarà Santo e chiamato figlio di Dio... e il Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi". 186 Così, un Corpo Verginale di donna è il luogo dove il Figlio di Dio ha celebrato le nozze con l'umanità; il grembo intatto di Maria è diventato "architriclinium totius Trinitatis", la stanza nuziale della Santissima Trinità. Così, l’Incarnazione, come mistero sponsale del «Figlio del Re», è intimamente legata alla verginità di Maria. Attraverso di lei, l'eternità è entrata nel tempo, lo ha percorso da cima a fondo abbracciandolo interamente, e ha dato a tutta la storia umana una dimensione divina. Analogamente, il Sacrificio della Croce è un inno alla "virilità", alla sua forza soprannaturale per cui ha sconfitto il peccato e la morte. Quel Corpo immolato e quel Sangue versato è stato il prezzo del nostro riscatto e della nostra pace. "Gesù disse: Tutto è compiuto e, chinato il capo, spirò... vennero dunque i soldati e vedendo che era già morto non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua... questo avvenne perché si adempisse la Scrittura: non gli sarà spezzato nessun osso. E...volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto". 187 Un Corpo integro e verginale di Uomo appeso alla croce è stato il luogo dove il Figlio di Dio ha celebrato le nozze con la sua Chiesa. La contemplazione di quel Corpo che, nonostante la violenza brutale ha conservato un' immensa dignità e un fascino sovrumano, ha dato origine a una delle sequenze più commoventi nella Liturgia della Chiesa: Ave, verum Corpus natum de Maria Virgine! Vere passum, immolatum in cruce pro homine. Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine; esto nobis praegustatum mortis in exanime. o Jesu dulcis, o Jesu pie! Jesu, fili Mariae! Salve, o vero Corpo nato da Maria Vergine umiliato e immolato sulla croce per gli uomini. Dal tuo fianco perforato sgorgò sangue ed acqua; sii per me, in vita e in morte cibo amabile e desiderato. O Gesù dolce, o Gesù pio, O Gesù, Figlio di Maria!

Così, il corpo umano, riportato ad una perfezione ancora più alta di quanto non fosse il corpo di Adamo nella sua integrità originale - Gesù è il nuovo Adamo, e Maria la nuova Eva -, è entrato in un più grande disegno di Dio; la femminilità e la virilità nella loro collaborazione verginale al mistero della salvezza sono diventate l'espressione più sublime dell'Amore sponsale.

103 - La triplice “corporeità” in Cristo
Se l'uomo, per la sua natura corporea e spirituale, è coestensivo di due universi, quello della materia e quello dello spirito, nell'Incarnazione Cristo ha reso l'uomo "coestensivo" con la natura divina; la sua Umanità Santissima è il luogo dove "abita corporalmente tutta la pienezza della divinità", 188 è la vetta sublime attraverso la quale l'uomo è penetrato nella vita intima di Dio, nella vita trinitaria. Cristo, perfetto Dio e perfetto uomo, ha ricondotto ogni cosa al suo «Principio», ha «ricapitolato" in sé tutto ciò che esiste di spirituale e di corporeo, e ha reso l'uomo
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Lc. 1,28... Gv. 19,33 Col. 2,9

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capace di una comunione con Dio assolutamente unica e indicibile. L'incarnazione del Figlio di Dio ha inaugurato un nuovo ordine di cose, un nuovo modo di esistere delle creature nel tempo, un modo salvifico: l'ordine sacramentale. Esso anticipa e prelude la novità definitiva: l'ordine della Gloria. L'umanità di Gesù sulla terra è chiamata "Sacramento della comunione dell'uomo con Dio", e la Chiesa "Sacramento universale di salvezza". La morte di Cristo sulla croce ha chiuso il tempo, - "Tutto si è compiuto" - La Risurrezione di Gesù ha inaugurato l'eternità. L'umanità di Cristo risorto è dunque il Corpo nuovo, per una Umanità nuova, per un universo nuovo. Possiamo dire che la corporeità si presenta in Cristo con una triplice dimensione: temporale, sacramentale, mistica. • La dimensione temporale è data dal Corpo fisico di Gesù, quello cantato dall'Ave Verum, un vero Corpo, nato da Maria Vergine, immolato sulla croce e risorto nella gloria. • La dimensione sacramentale è data dal Corpo eucaristico di Cristo, quello cantato dalla Liturgia nell'"Adoro Te devote": Panis vivus vitam praestans homini, un Corpo "velato" sotto i segni sacramentali del pane e del vino per attuare la nostra comunione con Dio. • La dimensione mistica è data dal Corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa, che realizza l'unità del genere umano, l'umanità nuova che ha il suo compimento ultimo nella "Città di Dio", la Gerusalemme del cielo. Così, il Corpo fisico, il Corpo eucaristico e il Corpo mistico di Cristo hanno fatto del corpo umano "un'Ostia vivente, santa, gradita a Dio; è questo il nostro culto spirituale". 189 Perché anche il corpo è coinvolto nel culto a Dio. Lo è nel sacrificio di lode e lo è nella preghiera.

104 - Il corpo “sacrificato”
Quando l'anima si apre alla preghiera e sale verso Dio, anche il corpo ne viene coinvolto. A volte esso viene indicato come un peso, una specie di zavorra che rende faticoso e difficile il decollo dell'anima. In questo senso il corpo ha bisogno di "alleggerirsi" da abitudini e inclinazioni che appesantiscono il suo ruolo e la sua possibilità di partner dello spirito. E' il lavoro svolto dalla mortificazione. Questa parola dal suono stridente e dal sapore amaro è stata talmente caricata di senso negativo che ormai è irreperibile nel vocabolario della società opulenta. Si reclamizza, sì, la leggerezza del corpo, ma è una leggerezza puramente fisica, per motivi di futile vanità, ispirata non al dominio del corpo ma al culto del corpo. La preghiera esige, invece, una leggerezza etica del corpo che si esprime come duttilità e prontezza agli inviti dell'anima. Un fisico impigrito, sonnolento, crapulone, un corpo sistematicamente "accontentato" nelle sue richieste non servirà molto alle spinte di un'anima orante. "Se non ti mortifichi non sarai mai anima d'orazione". 190 La mortificazione ha dunque un versante negativo, quello di negare al corpo tanti accontentamenti che ne farebbero un corpo "viziato", riottoso e capriccioso: "Al corpo bisogna dare un po' meno del giusto. Altrimenti tradisce". 191 Ma la mortificazione ha anche e soprattutto un versante positivo, più importante e utile alla preghiera: quello di chiedere al corpo, esigere la sua collaborazione educandolo al sacrificio, al dono di sé. I frutti di questa mortificazione saranno: laboriosità e intensità nel lavoro, fortezza nella fatica, pazienza nella stanchezza,
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Rom. 12,1 Cammino n. 172 Cammino n. 196

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disciplina dei moti istintivi e degli impulsi, affinamento della sensibilità, del tratto e del comportamento, cadenza nei ritmi (orario), freschezza nelle abitudini, e tutta una serie di esercizi che rendono il corpo disponibile all'anima. Questo lavoro compete proprio all'anima che va così acquistando un sempre maggior dominio sul proprio corpo. La mortificazione diventa così "l'orazione dei sensi".

105 - Il corpo “orante”
Ma tutto il corpo concorre all'attività orante dell'anima: l'atteggiamento delle mani, la genuflessione, il segno della croce, e soprattutto le varie posizioni del corpo che esprimono e facilitano i diversi atteggiamenti interiori di preghiera. Così, lo stare in ginocchio esprime adorazione, umiltà, contrizione e se poi vi si aggiunge la posizione delle braccia distese o delle mani congiunte, esso esprime la supplica, l'invocazione, la petizione; lo stare in piedi esprime la lode e la gioia soprattutto quando si accompagna al canto, ma anche esprime l'attenzione dell'anima pronta al dono di sé, la fede nell'ascolto della parola di Dio, il moto della preghiera verso l'alto, l'apertura dello sguardo verso il cielo; infine, lo stare seduti vuol indicare il raccoglimento, la preghiera di meditazione, di conversazione familiare e intima con Dio, quasi un moto dell'anima che rientra in sé stessa per trovare Dio in profondità, nell'intimo di sé stessa, quasi a cercare un'orazione di riposo accanto al Signore. Esiste anche una posizione particolare, non frequente: quella del corpo disteso bocconi per terra. E' la posizione di Gesù nell'Orto del Getsemani. Esprime dolore, sofferenza, ma esprime anche la nostra realtà di creature che riconoscono il proprio nulla davanti a Dio. Generalmente, però, non conviene tenere posizioni scomode durante la preghiera, potrebbero infatti essere di ostacolo all'attività orante dell'anima. Quando poi il nostro corpo è segnato dal dolore, dalla sofferenza, dalla malattia, allora diventa esso stesso preghiera fino a sostituire l'anima che può restare inerme, incapace di parlare, di esprimersi, e che altro non può fare se non offrire a Dio in silenzio il proprio corpo dolorante, magari in disfacimento, come sacrificio di adorazione, di lode e di espiazione. Ci soccorre l'immagine di Gesù Crocifisso: quel Corpo, "un quadro di dolori", lacerato e immolato, innalzato tra cielo e terra, è stato e continua ad essere la preghiera più straziante ma anche la più potente e gradita agli occhi di Dio che mai sia salita fino a lui dalla faccia della terra. Ma esiste anche la situazione completamente opposta, quella del corpo completamente passivo nei confronti dell'anima assorta nella preghiera. Raggiunge il suo culmine nell'estasi orante. Allora l'anima stessa è assorbita totalmente in Dio, rapita dalla sua grandezza, completamente pervasa dalla sua presenza. In quelle condizioni anche il corpo tace completamente, sospende ogni sua attività, i sensi non rispondono più al alcuna sollecitazione; scende nel nostro essere il silenzio più assoluto della natura; anche l'anima rimane immobile, dolcissimamente impotente di fronte alla forza irresistibile dell'amore di Dio che la pervade e la unisce a sé. L'estasi fa pensare all'umanità di Gesù trasfigurata sul Tabor: "....Prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E mentre pregava il suo volto cambiò di aspetto". 192 Più l'anima è rapita dalla preghiera e più il corpo si "trasfigura", quasi si illumina. E' una luce misteriosa ma ancora terrena. E' solo preludio alla grande luce che trasfigurerà il nostro corpo nel Cielo, quando la Gloria di Dio lo colpirà con la sua potenza facendolo riverberare di eternità. Allora tutto il nostro essere sarà proiettato nell'estasi dell'unica preghiera possibile in cielo: Santo, Santo, Santo è il Signore, Dio dell'universo. A Lui la gloria, la potenza e l'onore nei secoli dei secoli. Amen. Amen. Amen!
192

Lc. 9,28

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LA DIMENSIONE SPIRITUALE DELL'UOMO

106 - L’anima
Abbiamo fin qui descritto il corpo dell'uomo, ma in realtà abbiamo parlato quasi sempre dell'anima. In effetti non è possibile descrivere realisticamente il corpo umano senza vederlo nella sua identità di co-principio, con l'anima, della persona umana. Abbiamo già detto che il corpo umano è "umano" proprio perché tutto e in ogni sua parte penetrato e vivificato dall'anima. Perciò tutte le volte che si è parlato dell'anima se n'è parlato di riflesso, nelle sue relazioni col corpo. Ciò significa che non è possibile pensare l'anima, e di conseguenza l'uomo, senza il suo corpo. Ma viene ora spontaneo domandarci: "Cos'è l'anima umana in sé stessa?" Una prima cosa che possiamo dire è che pensando all'anima pensiamo a qualcosa di sottile, di invisibile, di assolutamente leggero, che esiste in sé stesso e per sé stesso. Ciò significa che l'anima, rispetto al corpo, presenta due caratteristiche: è spirito, non appartiene cioè al mondo della materia, dove troviamo il peso, il colore, la figura e tutti gli altri aspetti visibili e misurabili ad essi collegati; secondo, è una sostanza sussistente, vale a dire che, mentre ha bisogno del corpo per manifestarsi e per agire, non ha bisogno del corpo per esistere. In altre parole l'anima ha in sé stessa (anche se non "da" sé stessa) la "forza" di esistere, forza che chiamiamo "atto di essere" (di cui ci occuperemo ai nn. 172-175) e che essa possiede in proprio, per cui sopravvive al suo corpo. L'anima umana è dunque una sostanza sussistente, principio esistenziale di tutto l'uomo. Ciò comporta due conseguenze: che l'anima è il principio dell'unità sostanziale dell'essere umano, essere che - l'abbiamo visto - si presenta come "unità duale", e inoltre che la sorte a cui essa andrà incontro è la sorte che toccherà a tutto l'uomo, compreso il corpo. Da tutto questo derivano alcune conseguenze che già sono emerse in tutto quello che abbiamo detto sui rapporti corpo-anima. Innanzitutto, che l'anima nella sua essenza è di natura spirituale. La spiritualità dell'anima è già stata ricordata nella descrizione che abbiamo fatto del corpo e delle sue manifestazioni, ma più ancora appare, come vedremo nei capitoli seguenti, dal fatto che l'anima possiede le facoltà proprie e tipiche dello spirito: l'intelletto, il quale a sua volta conta su una facoltà operativa: la volontà, dotata di una prerogativa fondamentale: la libertà. L'intelletto rende l'anima "sottile", cioè capace di raggiungere l'essere delle cose; la volontà rende l'anima padrona dei propri atti per cui essa diventa il soggetto di attribuzione di tutto ciò che l'uomo compie; la libertà fa l'uomo responsabile di tutto il suo agire, e perciò lo fa un essere morale. Ma qual è la spiritualità propria dell'anima? Pur essendo una sostanza sussistente, con un suo proprio "atto di essere" di natura intellettuale, l'anima dell'uomo presenta dei limiti che sono inerenti alla sua propria natura, natura di anima "umana", titolare cioè di una spiritualità "incarnata" che dice esigenza ad un corpo materiale. Ciò significa che l'anima umana non pre-esiste al suo corpo ma viene creata da Dio con il suo corpo, al momento del concepimento (cfr. n.171); inoltre pur potendo continuare nell'esistenza senza il suo corpo, l'anima in tale condizione verrebbe a trovarsi come in uno stato innaturale, uno stato che le fa desiderare fortemente e quasi "invocare" il suo corpo. Questa "incompletezza" dell'anima può considerarsi il presupposto naturale della risurrezione corporea alla 97

fine dei tempi, risurrezione che resta un dono gratuito della bontà e dell'onnipotenza di Dio. Sono considerazioni che possono aiutarci a capire anche il dono preternaturale dell'immortalità con cui Dio aveva perfezionato la nostra natura nella sua condizione originaria, e possono anche illuminarci sull'esplicita affermazione di Gesù riguardo alla risurrezione dei morti, risurrezione che sarà per tutti gli uomini: buoni e cattivi.

107 - Preziosità dell’anima
La duplice forma di risurrezione affermata da Gesù - una risurrezione gloriosa per i buoni, e una risurrezione di condanna per i malvagi - ci porta a riflettere sulla seconda conseguenza che abbiamo sopra ricordato, che cioè la sorte alla quale va incontro l'anima umana è la sorte che toccherà a tutto l'uomo, compreso il corpo. Nella risurrezione, il nostro corpo parteciperà alla condizione dell'anima. Perciò un'anima pervasa dalla gloria di Dio e dalla beatitudine comunicherà al proprio corpo la beatitudine della sua condizione gloriosa; al contrario un'anima "immersa nelle tenebre e nello stridore di denti" avrà un corpo tenebroso al quale comunicherà la propria disperazione. Inoltre il corpo sarà partecipe anche del "grado" di gloria dell'anima. "Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle; ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti". 193 Un solo "grado" di gloria nel Cielo vale per la nostra felicità immensamente di più di tutte le gioie e le soddisfazioni che possiamo avere in questo mondo. Il grado di gloria che inonderà la nostra anima con il suo corpo sarà proporzionato al grado di amore di Dio che essa avrà raggiunto nel suo cammino di santità sulla terra. L'anima, dunque, comunicherà al suo corpo la propria "immortalità", cioè il corpo non sarà più soggetto alle attuali leggi fisico-chimiche e biologiche - "si semina corruttibile e risorge incorruttibile" - perciò avrà leggerezza, sottigliezza, agilità, in una parola: "Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale". 194 Questa condizione dell'uomo trasfigurato, corpo e anima, dalla gloria divina nella vita eterna, ci richiama alla condizione nostra sulla terra: una condizione di "redenti", con un corpo tuttora passibile ma un'anima divinizzata dalla grazia con il dono della filiazione divina. Nella Redenzione ogni anima è costata tutto il sangue di Cristo e perciò ha assunto un valore enorme davanti a Dio. La Grazia e la Gloria ci dicono tutta la preziosità della nostra anima, e ci aiutano a comprendere più profondamente le parole del Signore:"Che cosa l'uomo potrà dare in cambio della propria anima?". Infatti, "qual vantaggio avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?". 195 Agli occhi di Dio, una sola anima vale di più di tutti i tesori della terra, anzi più dell'intero universo. E' per questo che il Buon Pastore lascia le novantanove pecore al sicuro e va in cerca dell'unica smarrita finché non la trova e non la porta a casa; e si capisce anche perché si faccia tanta festa in cielo per un solo peccatore che si converte. 196 Ma il mondo non la pensa così; e anche molti cristiani maltrattano la propria anima e la espongono stoltamente a tanti pericoli. Hanno magari una cura attenta, perfino nevrotica, della propria salute e sostengono per essa enormi sacrifici, si preoccupano del benessere materiale e della qualità della vita senza risparmio, ma
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1 Cor. 15,41 1 Cor. 15,41 Mt. 16,26 Lc. 15,10

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non hanno alcuna preoccupazione per la propria anima; la lasciano in balìa delle proprie miserie e debolezze, impoverita dall'ignoranza nella fede, inaridita e indurita da sentimenti di rancore, di superbia, di egoismo, spesso la infangano con cose ignobili e vergognose, la lasciano intristire senza il conforto della preghiera, o addirittura languire lontano da Dio senza la veste nuziale della grazia col pericolo di perdere per sempre la gioia del cielo. E' una pazzia quella che ha portato gli uomini a dimenticarsi della propria anima e a disinteressarsi della sua salvezza. Nel pianto di Gesù su Gerusalemme, la sua città, c'è tutta l'amarezza del suo cuore divino per ogni anima che non ha saputo accoglierlo, rendendo vano così il suo sacrificio sulla croce.

108 - Fine soprannaturale dell’uomo
Quanto abbiamo considerato intorno all'essere umano - la trascendenza del corpo, la natura e la preziosità dell'anima, il mistero dell'unità profonda del corpo e dello spirito, la nobiltà dell'agire umano, infine la trascendenza del suo destino tutto questo rende ragione delle parole di S. Ireneo che sono state ricordate all'inizio: "Gloria di Dio è l'uomo vivente". Possiamo ora riassumere la grandezza dell'uomo in un'altra espressione che il pensiero cristiano andò sempre più approfondendo con lo sviluppo della riflessione teologica: "L'uomo è persona, chiamata alla comunione con Dio". Questa definizione dell'uomo dice due cose: 1) la sua grandezza e la sua dignità naturale (è persona); 2) la grandezza e dignità soprannaturale del suo destino (la comunione con Dio). Ciò significa che l'uomo non può essere sufficientemente definito, e perciò adeguatamente compreso, se non si tiene conto del suo destino di eternità, del suo "fine ultimo". Perciò la risposta alla domanda: "Chi è l'uomo?" deve includere il fine al quale l'uomo è chiamato; senza questo riferimento, qualsiasi definizione dell'uomo sarebbe incompleta o insufficiente, e l'uomo resterebbe incomprensibile. Una conseguenza importante di questa verità sull'uomo la troviamo, sul piano temporale, nell'ambito socio-politico: il rapporto tra la società civile e la società religiosa. In senso più specifico, Stato e Chiesa non possono ignorarsi e tanto meno escludersi. Fu la posizione agnostica del pensiero a sostenere il contrario, e così è cominciato il laicismo che ha portato poi alla secolarizzazione. Lo Stato deve occuparsi del bene temporale dei cittadini ma non può ignorare il destino trascendente a cui gli uomini sono chiamati. Perciò l'autorità civile deve emanare una legislazione che sia rispettosa dell'uomo non solo nella sua dignità di persona ma anche nella sua vocazione alla vita eterna. Una legislazione che non rispettasse i Comandamenti, perché ad esempio li ritiene una legge della Chiesa e non l'espressione di assoluti morali che sanciscono la dignità della persona umana e rendono possibile il raggiungimento del suo fine, sarebbe una legislazione non rispettosa del bene comune e della dignità dell'uomo. Così una legge che legalizzasse l'adulterio - è il caso del "matrimonio" di divorziati - non è consona al bene dell'uomo né al bene della comunità, perché non rispetta la dignità della persona e il fine al quale essa è chiamata. E' questo il significato ultimo dell'espressione di S. Ireneo: "Gloria di Dio è l'uomo vivente; ma la vita dell'uomo è la visione di Dio": espressione che contiene la definizione più completa dell’uomo. In essa infatti viene definita sia la natura umana: Gloria di Dio è l’uomo vivente, sia il suo fine ultimo: Vita dell’uomo è la visione di Dio. L’uomo dunque è l’unica creatura che include nella sua definizione il suo fine ultimo. In altre parole, l’uomo non è definibile e nemmeno intelligibile se non si tiene conto del fine al quale è stato chiamato: la visione di Dio e l’intima comunione con Lui. D'altra parte anche la Chiesa, che si occupa del bene soprannaturale dell'uomo, cioè della sua elevazione alla vita divina che termina nella visione-comunione eterna con Dio, non può ignorare i valori temporali di cui l'uomo è portatore, valori legati 99

alla sua condizione di creatura posta nel mondo e che del mondo utilizza i beni e ne porta le responsabilità. Scrive San Paolo: "Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". 197 Il fine soprannaturale al quale l'uomo è chiamato non esclude la natura ma la suppone e la perfeziona. Così, la Rivelazione non elimina la ragione, la fede non umilia l'intelligenza, la legge di Dio non impedisce la libertà, la grazia non vanifica l'impegno, la storia della Salvezza non ignora la storia umana. L'Incarnazione valorizza pienamente tutto il positivo della natura umana: Dio che si fa uomo ci dice quanto l'uomo sia "capace" di Dio. Davvero, l'uomo - anima e corpo - è non solo la sintesi del creato ma anche il luogo dove natura e grazia si sposano. La natura con i suoi valori: la ragione, la cultura, la libertà, la scienza, la storia, è la base per il soprannaturale, il terreno sul quale interviene l'opera divinizzante della grazia. Ripetendo ancora una volta le parole di S. Ireneo, davvero "l'uomo è la sede in cui si raccoglie tutta la sapienza e la potenza di Dio."

109 - La persona umana
Ma torniamo alla definizione dell'uomo che abbiamo sopra ricordato; nella prima parte essa contiene un termine che esprime uno dei concetti più intensi del pensiero umano: l'uomo è "Persona". Il concetto di persona è tutto cristiano; nasce da una comprensione sempre più profonda del mistero di Dio rivelatosi in Gesù Cristo. Il mistero di Dio non sta soltanto nelle infinite perfezioni della sua natura divina, sta soprattutto nella Trinità delle Persone divine. L'Essere Tripersonale di Dio, ci illumina sull'essere persona nell'uomo. La natura umana, considerata in astratto, possiamo definirla come un principio operativo in un determinato grado di esistenza, quello appunto che è proprio dell'essere uomo; ma in concreto la natura umana esiste come "persona", cioè ogni singolo individuo che appartiene alla specie umana è qualcosa di unico, irrepetibile, sussistente in sé stesso e per sé stesso e porta l'impronta divina in un'anima razionale. La persona umana è dunque una "modalità dell'essere", una modalità perfetta, completa, eminente. Da ciò derivano alcune conseguenze che abbiamo ricordato più volte, ma che giova ripetere perché l'umanesimo ateo e laicista della nostra cultura occidentale ci ha contagiati profondamente e su ampia scala. L'uomo, abbiamo detto, per la sua natura appartiene alla Natura, ma come persona la trascende e la domina. Come individuo l'uomo è un piccolo essere, debole, precario, sperduto nell'immensa vastità del creato; ma come persona un solo uomo è più "grande" e vale più dell'intero universo. Perciò l'uomo non potrà mai essere oggetto di esperimento come altri esseri naturali. Né la scienza né il progresso dell'umanità possono giustificare la strumentalizzazione o la manipolazione dell'essere umano, qualunque sia la sua condizione. Ancora, l'uomo per la sua natura appartiene alla specie umana, e come individuo è una "particella" dell'umanità; ma come persona non è subordinato ad alcuna società, e pur avendo dei doveri verso la comunità, appartiene solo a sé stesso e a Dio. La società, infatti, trova nella persona umana la sua ragion d'essere ed è finalizzata alla persona per la sua piena realizzazione. Perciò, ogni massificazione degli individui va contro la dignità dell'uomo, ogni struttura statale che riduce gli uomini a numeri o li opprime nella loro libertà è una violenza contro la persona e la sua dignità. La natura è "principio di operazioni" ed è comune a tutti gli individui che,
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Fil. 4,8

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come tali, non hanno un nome; la natura è "anonima". La persona, invece, è "soggetto di operazioni" , autocosciente, autotrasparente, autodeterminantesi, e perciò è unica e ha un nome; un nome che le appartiene in esclusiva fra i miliardi di tutti gli esseri umani. Ogni persona è irrepetibile; e davanti a Dio ha un valore assoluto. Il concetto di Persona è una delle più grandi conquiste del pensiero umanocristiano, e possiamo dire che essa ha operato la più profonda rivoluzione culturale, civile e religiosa della storia. Ciò spiega perché l'umanesimo cristiano e tutto l'insegnamento della Chiesa sull'uomo gravitino intorno al valore e alla dignità della persona umana.

110 - Miseria e grandezza della condizione umana
Tuttavia, il mistero circa la condizione umana rimane. Dio ci ha dato un'anima immortale in un corpo mortale. Con il volgere del tempo l'anima è spinta a cercare sempre più la verità, ad andare verso la luce, a salire incontro alla felicità che brama sempre più intensamente: tende sempre più «all'immortalità». Il corpo, col volgere del tempo, si ripiega sempre più su sé stesso, cede alla precarietà, alla stanchezza, al disfacimento; scende sempre più verso la "mortalità". E' la situazione drammatica dell'uomo, pesantemente gravata dal segno del peccato, situazione che provocava in San Paolo quel grido che è un'invocazione: "Me sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?". 198 Abbiamo già detto che Dio non voleva l'uomo in questa condizione, anzi aveva perfezionato la sua natura con doni che lo liberavano da alcuni limiti propri della sua condizione terrena. Ma abbiamo anche detto che Dio non può essere sconfitto da nessuno; il suo disegno di amore si compirà comunque, anzi sarà portato ad una perfezione più alta. Dio ha impresso nell'uomo il suo sigillo; la Trinità Santissima, l'unico Dio in tre Persone, ha fatto l'uomo a sua immagine, a sua somiglianza: lo ha fatto "Persona". Ogni uomo, per quanto depravato o deforme, porta in sé questo sigillo, che è fondamento della sua dignità. Il suo essere-persona fa l'uomo partecipe di Dio-Trinità. Il Dio immortale, fonte della vita, non poteva sopportare che andasse perduta e rimanesse per sempre vittima della morte la creatura che porta in sé l'immagine divina. Il sigillo di Dio è garanzia per l'uomo. Dio è custode dell'uomo, lo difende da sé stesso, lo custodisce dal maligno, gli riserva la sua eternità. "Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra, non posso vacillare - canta David in uno dei suoi Salmi - Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione". 199 Ciò è detto soprattutto di Cristo, ma in Lui è detto di ogni uomo, perché ogni uomo partecipa allo stesso destino di Cristo, alla sua stessa dignità di figlio di Dio. L'uomo è l'unico essere che Dio ama per sé stesso, perché in certo qual modo amando l'uomo egli ama sé stesso. Perciò ogni violenza contro l'uomo è violenza contro Dio, ogni aggressione all'essere umano è un attentato contro Dio. Ne consegue che la persona è soggetto primario di diritto. La sua dignità non dipende dalle istituzioni umane, da convenzioni sociali per quanto universalmente riconosciute, né dipende da codici o da carte costituzionali elaborate da autorità umana. La persona precede ogni cosa, ogni altra realtà creata; è come una epifania di Dio nel tempo. Gesù ha detto: "Chi vede me, vede il Padre"; per analogia possiamo dire: nella persona umana si intravvede Dio.
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Rom. 7, 24 Salmo 15, 8-10

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E' un’affermazione che vale sia riguardo all'essere che al divenire della persona. In altre parole, l'uomo non solo porta l'immagine di Dio nella sua struttura naturale (ontologica), ma ha Dio come traguardo e come ultimo fine anche nel suo dinamismo esistenziale, cioè nella spinta interiore che lo porta a superarsi continuamente, ad autotrascendersi senza soste e senza limiti. Come dire che, in tutto l'universo creato, l'uomo è il massimo di densità ontologica e insieme il massimo di espansione esistenziale. La persona umana è un cosmo, completo nella sua unicità, impartecipabile nella sua solitudine, luminoso nella sua autocoscienza e che si autopossiede nella sua pienezza; ma insieme è un cosmo che si espande in tutte le direzioni e confluisce poi, nel suo ineffabile rapporto con Dio, in un'unica dimensione: l'eternità.

111 - Una nuova “civiltà dell’uomo”
Perciò la grande sventura dell'uomo è perdere Dio. Senza Dio l'uomo si ritrova smarrito, non riconosce più sé stesso né il suo destino: la sua unicità di persona diventa un'abisso senza nome; la sua solitudine, disperazione; la sua luminosità, tenebre fitte; la sua spinta espansiva, alienazione. In una parola, la vera morte dell'uomo è il peccato. Ed è per causa del peccato che l'uomo non sa più riconoscere la sua grandezza e l'immensa preziosità della sua persona. Il valore-uomo ha perduto ogni peso nel listino dei prezzi; viene barattato per pochi soldi, spesso per un piatto di lenticchie, quando non viene valutato un nulla di nulla. E così lo si uccide come se fosse un insetto, lo si umilia, lo si giudica e lo si condanna, gli si usa violenza e brutali aggressioni, disprezzo e indifferenza e ogni sorta di schiavitù e di oppressione; non si fa più nessun calcolo né della sua vita né della sua morte. Agli occhi degli uomini l'uomo vale ben poco; è soltanto agli occhi di Dio che l'uomo vale più dell'universo. Solo Dio conosce il valore dell'uomo; solo Dio lo ama, lo rispetta, lo custodisce, lo difende da sé stesso; non lo rifiuta, non lo abbandona, non lo giudica per condannarlo, non lo fa schiavo, né gli toglie la libertà anche quando l’uomo la usa contro di Lui, non si arrende davanti alla sua ribellione o al suo rifiuto; ha saputo invece inventare per la sua creatura le più grandi pazzie che solo un Amore infinito può inventare. Ed ecco, un giorno, nell'abisso che il peccato ha scavato dentro l'uomo, scendere il Figlio di Dio: "E il Verbo si fece carne...spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce". 200 Questo è il prezzo di ogni uomo, questo il suo valore. Ogni persona vale tutto il sangue di Cristo, tutta la sua vita, tutto il suo sacrificio. Chi calpesta l'uomo, calpesta Gesù Cristo. E' Lui, l'Uomo! E' Lui ormai la misura della nostra grandezza, della nostra dignità, del nostro valore. "Renditi conto, o cristiano, della tua dignità!" esclamava il grande Papa Leone Magno davanti al Figlio di Dio fatto uomo! E' una dignità la cui grandezza rimane per ora nascosta in un involucro di povertà e di debolezza, ma è destinata ad esplodere un giorno, quando la potenza di Dio ci libererà dal nostro involucro di morte, e la gloria di Cristo si rivelerà in noi. Nel frattempo, Dio ha affidato alla sua Chiesa il compito di proclamare davanti al mondo la grande dignità dell'uomo, il valore assoluto, non commerciabile, della persona umana. Oggi, la Chiesa è l'unica voce nel mondo a difendere la dignità dell'uomo e la grandezza del suo destino. Un nuovo "umanesimo cristiano" non può che ripartire dalla Persona mettendola al disopra e prima di ogni altro valore: prima della scienza, prima della politica, prima dell'economia e di qualsiasi progresso materiale della società.
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Fil, 2,7-8

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Dalle ceneri dell'umanesimo iconoclasta degli ultimi secoli che ha distrutto l'uomo e i suoi valori, occorre far rinascere una nuova civiltà dell'uomo che metta al centro del suo umanesimo la Persona umana come "Icona di Dio", è l'Icona che riflette l'immagine del suo creatore, l'icona dell'uomo redento da Cristo e chiamato alla comunione eterna con Dio. Solo così l'uomo riacquista la sua giusta posizione di fronte a sé stesso e di fronte a tutte le cose create, e si realizza in lui quello che fu, fin da principio, il sogno di Dio. Ognuno di noi è chiamato a diventare ciò che Dio vuole. O realizziamo in noi il suo disegno di amore o abbiamo miseramente fallito tutta la nostra esistenza.

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IL TEMPO E L'INTELLIGENZA DELL'UOMO

INTELLETTO E CONOSCENZA

112 - La Luce e la Verità
"In principio Dio creò il cielo e la terra". Ma tutte le cose dell'universo erano buie, senza luce. E senza luce era come se non esistessero. Perciò "Dio disse: Sia la luce!" e la luce fu... e fu sera e mattina, primo giorno". 201 La luce divenne, così, la prima qualità dell'essere. In un certo senso, l'essere è luminoso, emana una luce che lo rivela e lo rende intelligibile: è una luce che coincide con la verità: la verità delle cose. "Dio infatti è luce e in Lui non ci sono tenebre". 202 Dio è soltanto luce perché è la pienezza dell'Essere. Perciò egli è la Verità, la pienezza della Verità. Quando l'apostolo Giovanni scrive che dobbiamo "camminare nella luce" vuol dirci che dobbiamo camminare nella verità di Dio. Camminare nella Verità è la più esaltante avventura dell'intelletto umano, l'altissima vicenda che l'uomo è chiamato a vivere nella sua esistenza terrena; è il suo stupendo viaggio nel tempo. Dio creò il cielo e la terra, l'universo visibile e quello invisibile, gli esseri spirituali e gli esseri corporei, e pose l'uomo che Egli aveva creato a sua immagine e somiglianza davanti a tutte le creature perché esercitasse su di loro il suo dominio."Il Signore Dio condusse (gli esseri creati) all'uomo per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome". 203 "Chiamare per nome" è, nell'uomo, un atto trascendente dello spirito, è l'atto conoscitivo, cioè l'atto dell'intelletto che "intuslegit", penetra dentro le cose, legge la loro identità profonda, si appropria quasi del loro essere. Diversamente, in Dio, il "chiamare per nome" indica l'atto creativo dell'intelletto divino. Dio, nell'atto di conoscere, comunica l'essere alle cose, le "chiama" fuori dal loro nulla; è perciò causa della loro esistenza: "Egli conta il numero delle stelle, e chiama ciascuna per nome". 204

201 202 203 204

Gen. 1,1 1 Gv. 1,5 Gen. 2,19 Salmo 147, 4

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113 - La Luce e l’Intelletto
Dicevamo che l'essere delle cose create emette una luce, una luce che è la loro identità, la loro verità, la loro intelligibilità. Ma questa luce promana dalle cose quando esse sono colpite da un'altra luce, che le fa riverberare interiormente facendole vibrare in risonanze di varia intensità, come un gigantesco arcobaleno: è la luce dell'intelletto umano. Senza questa luce, con la quale l'uomo illumina tutto l'universo, il creato resterebbe opaco e spento. "La terra era informe e deserta, e le tenebre coprivano l'abisso". 205 E' l'intelletto umano che legge il tempo e ne possiede la misura; nelle cose il tempo è solo moto. Possiamo dire che il tempo, come misura, è cominciato con l'uomo, con la coscienza umana. L'intelletto è la prerogativa più alta dell'essere umano, ed è costitutivo della persona. Si è soliti chiamarlo, con una immagine geometrica, la punta dell'anima; è come un vertice che penetra nella luce di Dio e permette all'uomo di dominare da quella altezza tutte le cose: gli permette di misurare la loro estensione, la loro vastità, la loro profondità, in una parola le loro dimensioni metafisiche, cioè la loro partecipazione all'Essere Divino. Questa grande dignità dell'intelletto umano, quale partecipazione all'intelletto divino, merita qualche riflessione che ci aiuti a conservare integro e pulito questo dono di Dio, perché il degrado dell'uomo è in gran parte causato dal degrado della sua intelligenza. E poiché a determinare la dignità dell'intelletto è la verità come suo oggetto proprio, la prima riflessione che ci si propone è intorno alla verità dell'intelletto stesso: qual è il valore e la natura dell'intelletto umano? Quale il meccanismo della sua attività, del suo conoscere? Non c'è dubbio che le teorie sulla conoscenza hanno avuto e hanno tuttora un peso determinante nella storia del pensiero ed esercitano il loro influsso su tutta l'esistenza umana; è perciò indispensabile un richiamo sia pure elementare e descrittivo del nostro intelletto e della sua verità.

114 - L’itinerario dell’intelletto.
Il tempo - l'abbiamo ricordato più volte - è una dimensione esistenziale della natura umana; noi viviamo nel tempo. Ciò significa due cose: noi siamo nel tempo e ci muoviamo nel tempo: l'essere e il divenire hanno in noi la misura del tempo. Anche l'intelletto umano soggiace a questa legge; esso agisce nel tempo, e anche sussiste nel tempo. Ne deriva perciò che il nostro intelletto non è intuitivo ma discorsivo; ha bisogno di percorrere un cammino per arrivare alla verità. Anche come facoltà conoscitiva, esso si attua progressivamente. Inoltre l'atto conoscitivo umano si attua in una natura che è insieme spirituale e corporea; ne deriva che l’intelligenza umana per attingere il suo oggetto ha bisogno di passare attraverso i sensi; in noi la conoscenza è necessariamente sensitivointellettiva, e perciò mediata e discorsiva. Usando una terminologia descrittiva, si potrebbe dire che l'itinerario della conoscenza va dalle cose all'intelletto e viceversa: infatti dai sensi esterni vengono colte le apparenze esteriori delle cose, cioè i dati particolari e concreti della loro realtà fisica; gli stimoli raccolti dai sensi esterni vengono interiormente unificati e trasformati in percezioni interne dalle quali si formano i "fantasmi", le immagini; queste, sintetizzate ed elaborate dalla nostra esperienza interiore in una sintesi pre-intellettuale, approdano infine all'intelletto che, in questo caso, viene chiamato "intelletto passivo" perché ricevendo questi
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Gen. 1,2

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messaggi rimane, in un certo senso, modificato dai loro contenuti; viceversa, anche l'intelletto si muove verso le cose, e in tal caso viene chiamato "intelletto attivo" perché compie un lavoro di penetrazione nelle cose, presenti e quasi possedute nei loro "fantasmi", fino a formulare un giudizio sul loro essere, sulla loro identità, cioè sulla loro verità. Questo percorso dell'intelligenza umana è chiamato dalla filosofia "astrazione" ed è il percorso che permette al nostro intelletto, anzi al nostro spirito nella pienezza di tutte le sue facoltà, di passare di creatura in creatura, da un essere creato ad altri esseri creati, fino all'Essere per eccellenza, increato ed eterno, all'Essere che "è", assolutamente ed esaustivamente: Dio. Finisce appunto in Lui questa esaltante avventura dell'intelletto umano, il suo stupendo viaggio nel tempo. Questa esposizione sommaria, semplice, in un linguaggio non strettamente filosofico, meriterebbe una ben diversa trattazione, più profonda e più rigorosa, per arrivare ad un efficace recupero dell'intelligenza umana. Varie infatti sono, oggi, le malattie che affliggono l'intelligenza ma due tormentano da sempre l'uomo, manifestandosi in varie forme e sotto aspetti diversi ma identiche nella sostanza: la presunzione razionalistica e l'astenia intellettuale. La prima ritiene che la ragione umana sia tutto, e tutto sia misurato dalla ragione. Perciò ogni conoscenza che non sia puramente razionale-scientifica, quindi anche la conoscenza della Fede, va esclusa e rifiutata: è il Razionalismo. La seconda ritiene invece che la ragione umana sia impotente, cioè incapace di conoscere la verità: la verità su Dio, la verità sull'uomo e la verità delle cose: è lo scetticismo. Razionalismo e scetticismo sono sempre un fallimento dello spirito, una sconfitta dell'intelligenza: sono la perdita della verità, in definitiva sono la perdita di Dio. E' questa la disgrazia più grande in cui è precipitata la nostra civiltà occidentale; è la sua vera povertà, la sua vera debolezza.

115 - La conoscenza sensibile.
Abbiamo detto che la conoscenza umana è necessariamente sensitivointellettiva; ciò significa che deve esserci armonia e collaborazione tra sensi e intelletto, tra sensibilità e razionalità. Dobbiamo stare in guardia da ogni materialismo che nega la trascendenza dell'intelletto, e da ogni spiritualismo disincarnato che guarda con sospetto i sensi e la sensibilità. L'armonia interiore si realizza in noi quando ogni facoltà del nostro essere sta al proprio posto, rispetta cioè il proprio ruolo e dialoga positivamente con le altre facoltà. Sappiamo che il peccato ha rovinato questa armonia, e ha portato il disordine dentro di noi, un disordine che non è solo morale, ma anche psicologico e spirituale. Quando i sensi la fanno da padrone, oppure sono disprezzati e viene fatta loro violenza, le conseguenze sono imprevedibili, perché la natura non sopporta a lungo, oltre i limiti delle sue leggi, il peso del disordine. Quante sterili atonie negli affetti e dure aridità nei sentimenti, che poi hanno portato a spietate e lucide violenze, sono nate da questo disordine. Giova pertanto analizzare più dettagliatamente il ruolo della conoscenza sensibile. Essa si avvale di sensi esterni e di sensi interni. I primi sono dislocati alla periferia del nostro corpo e sono come finestre aperte sul mondo. Hanno la struttura e la funzione di centri ricettivi che forniscono notizie sulla realtà materiale che è fuori di noi, percepita nei suoi aspetti esteriori e particolari. I secondi, i sensi interni, costituiscono come centri nevralgici del nostro mondo interiore e sono in continuo dialogo con le forze istintuali ed emotive, con tutta la nostra struttura psicologica. I sensi dunque stanno alla base di quel mondo estremamente complesso e polivalente che è il mondo della sensibilità. Essa, raccogliendo gli stimoli esterni e le percezioni interne, va convogliando dentro di noi una quantità enorme di 106

materiale: dati, sensazioni, stati emotivi; su di esso si proiettano, come su un magma incandescente, la fantasia e la memoria. Sono le due ali dell'intelligenza che elaborano una più alta forma di conoscenza sensibile, quella immaginativa, ormai intimamente connessa con l'attività intellettuale. Senza addentrarci in un'analisi scientifica e filosofica della vita sensitiva, ci rendiamo conto del ruolo essenziale che essa svolge nella vita e nell'attività dell'uomo. Sensi e intelletto: il loro rapporto è analogo a quello che intercorre tra corpo e anima, e rientra nel mistero della natura umana. Il discorso sarà ripreso più avanti: qui vogliamo ricordare queste cose per metterci in guardia dall'uso improprio che viene fatto dell'intelligenza nella cultura attuale. Un uso improprio e, come spesso accade, contraddittorio. Infatti, se da una parte viene esaltata l'esperienza sensibile nella ricerca scientifica sperimentale fino a considerarla criterio unico di verità (la conoscenza viene limitata al verificabile), dall'altra parte, nelle ideologie, l'esperienza sensibile viene disattesa e derisa nella sua testimonianza sulla realtà oggettiva, fino ad escluderla come fonte di conoscenza, oppure viene separata dalla conoscenza intellettiva. Come vedremo, c'è invece continuità tra conoscenza sensibile e conoscenza intellettiva. L'occhio vede e l'intelletto conosce, ma ciò che l'intelletto conosce è la stessa cosa che l'occhio vede. Separare l'intelletto dai sensi e quindi la conoscenza intellettuale dalla conoscenza sensibile si commette lo stesso errore del dualismo che separa l'anima dal corpo e condanna l'intelletto all'incapacità di conoscere veramente le cose. Il pensiero prende così il posto della realtà e si pone come fonte e creatore della verità. E' il trionfo del soggettivismo ideologico.

LA CONOSCENZA E I SENSI
116 - I sensi e il tatto
Ma oltre a questo significato importante per la filosofia della conoscenza, i sensi hanno una valenza umana e ascetica che giova ricordare per l'influsso che essa esercita nella vita spirituale. In noi infatti la conoscenza sensitiva non è mai una conoscenza puramente sensibile, è sempre conoscenza umana; ha perciò un valore trascendente che è dato dalla presenza dell'anima in ogni attività del corpo. Partiamo dall'organo di senso più "corporeo": il tatto. Distribuito, ancorché in modo e intensità disuguali, su tutta la superficie del nostro corpo, il tatto ci fornisce i dati della nostra corporeità e ci fa percepire i confini del nostro essere nello spazio. Nell'atto stesso di cogliere gli oggetti del mondo esterno, il tatto ci dà la percezione dei limiti del nostro io corporeo e insieme ci rimanda al nostro ambiente interno fino a quel mondo, possiamo ben dire "abissale", che è la nostra persona. E' dunque il senso che ci aiuta a percepire la nostra individualità e la nostra intimità. Per questo il tatto è collegato con l'istinto di difesa dell'io e insieme è coinvolto intensamente nella manifestazione e nella partecipazione della propria intimità personale. . Quando una madre stringe a sé guancia a guancia la sua creatura, l'esperienza tattile di quell'incontro esprime l'intimità profonda che lega i due esseri tra loro; la madre sente il figlio come la pelle della sua pelle, lo vede come una dilatazione della sua persona, una estensione della sua individualità; quando poi quella creatura si attacca ai suoi seni, l'intensità della percezione tattile esprime il grado di intimità che si stabilisce fra lei e il figlio, anche se lei, la madre, sente che in quel momento è molto più quello che riceve dalla sua creatura in termini di 107

gratificazione, di quello che lei dà in termini di alimentazione nutritiva e anche affettiva. Ma l'espressione più intima di comunione interpersonale che coinvolge il senso del tatto è certamente l'intimità coniugale. Lì la conoscenza sensibile è massima; l'uomo e la donna si "conoscono" nel dono della propria intimità che coinvolge tutto il corpo, e si realizza, possiamo dire alla lettera, l'espressione biblica: "e saranno, i due, una sola carne". 206 Tralasciando altri segni che sono espressione tattile della nostra interiorità, come la carezza, il bacio, l'abbraccio, che esprimono l'affetto fraterno, l'amicizia, la partecipazione al dolore e alla gioia degli altri, ci limitiamo a richiamare l'importanza che può avere questo senso riguardo alla vita interiore. Proprio per essere il senso più corporeo, che coinvolge la nostra intimità personale, il tatto è un senso estremamente delicato, e va perciò custodito con finezza e con delicata prudenza. D'altra parte, per la sensazione intensa di benessere e di piacere fisico che esso fornisce, il tatto diventa un senso pieno di insidie per la vita dello spirito. Può infatti trasformare il dono della propria intimità come espressione d'amore, in ricerca egoistica del proprio piacere e arrivare all'ignobile strumentalizzazione della persona altrui per interessi edonistici. Naturalmente la custodia del tatto ha bisogno del dominio dei moti interiori dell'animo e poggia sulla rettitudine delle intenzioni e del cuore soprattutto là dove il servizio alla vita e alla persona esige l'integrità degli affetti e dei sentimenti. E' un lavoro di ascetica delicato e paziente ma indispensabile per la vita dello spirito. Infine, è propria del tatto la percezione del caldo e del freddo, percezione che portata sul piano spirituale ci richiama la fisionomia che può avere l'ambiente umano che ci circonda. La stima, la comprensione, l'affetto di chi vive intorno a noi ci danno quasi la sensazione tattile del calore di cui abbiamo bisogno. Non si può vivere senza calore; c'è una temperatura limite, come per la nostra pelle così per la nostra persona, e dobbiamo ricordarci che la freddezza e l'indifferenza è una delle sensazioni più crudeli a cui possiamo sottoporre un essere umano. Il bacio fraterno che esprime il perdono, la carezza dolce su un corpo malato e mille altri gesti di tenerezza su membra umiliate o trafitte dal dolore sono segni preziosi che rompono la durezza di un mondo gelido e disumano. L'abbraccio materno con cui Caterina da Siena accompagna il condannato a morte fino al patibolo commovendolo fino alle lagrime, le braccia verginali e materne di madre Teresa che raccoglie i moribondi sui marciapiedi di Calcutta perché possano morire avvolti da un calore che non hanno mai conosciuto, e tante altre espressioni dell'eroismo cristiano, riscaldano l'umanità e innalzano la temperatura del cuore umano molto di più di tutte le scoperte del sapere scientifico. Il tatto può servire l'amore o può servire l'egoismo; dipende dal cuore, se l'abbiamo puro, nobile, innamorato.

117 - L’olfatto
L'olfatto è il senso che percepisce presenze invisibili. Si tratta di presenze gradevoli che ispirano fiducia, segnalate dal profumo, o di presenze sgradevoli che ingenerano sospetto, segnalate da cattivo odore. Il profumo dà un tono piacevole e fresco all'ambiente rendendolo godibile; si ricollega alla sensazione della bellezza - i fiori profumano - e segnala una presenza amabile o amata che stimola alla gioia. Queste sensazioni legate all'olfatto hanno suggerito a San Paolo l'immagine del cristiano come il buon profumo di Cristo. Dove vive un cristiano, lì deve sentirsi la presenza invisibile di Cristo: invisibile per la naturalezza con cui il cristiano vive la sua vita, al pari di tutti gli uomini onesti, ma
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Gen. 2,24

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presenza vera per le virtù che profumano la condotta di un discepolo del Signore. Un cristiano disonesto infetta l'aria, corrompe l'ambiente, rende ingodibile la convivenza umana. Il profumo delle virtù fa invece pensare alla bellezza dell'anima e dà fascino alla vita cristiana. Il profumo stimola anche l'attrattiva sessuale. Può diventare perciò un'arma, soprattutto femminile, per sedurre e adescare. Occorre perciò andare premuniti per non lasciarsi ingannare. Ma anche può servire per facilitare l'approccio affettivo e l'amore nuziale. Comunque esprime sempre una presenza amata. La libbra di nardo purissimo, di gran pregio, che Maria ha versato sui piedi di Gesù è servita ad esprimere il profumo dell'amore che può attirare le anime a Cristo. Infatti la seduzione esercitata dal profumo suggerisce l'idea del fascino che la vita del cristiano e la figura stessa di Cristo possono esercitare su tante anime, soprattutto di giovani, per attirarle alla sequela e ad una dedizione incondizionata al Signore. Nel Cantico dei Cantici si descrive l'attrattiva che esercita il profumo della persona amata: "Post te curremus in odorem unguentorum tuorum," - ti seguiamo correndo dietro la scia del tuo profumo. 207

118 - Il gusto
Il gusto, invece, ha una funzione critica ed è ordinato alla conservazione dell'individuo attraverso il cibo; è infatti localizzato all'inizio dell'apparato digerente. La funzione critica sta nel distinguere l'alimento utile da quello dannoso e, gustando il sapore dei cibi, stimola il desiderio di nutrirsi. E' un senso legato esclusivamente al corpo e quindi porta con sé il suo pericolo: può sponsorizzare una visione materialistica della vita ridotta ai suo i bisogni primari. Il culto del cibo, infatti, è una specie di idolatria, e San Paolo attribuisce a questi idolatri il titolo di pagani "il cui dio è il ventre". Questo non vuol essere un giudizio di condanna della tavola, che invece rimane un'occasione di condivisione fraterna e simbolo di abbondanza; anche nel Vangelo essere commensali a una tavola imbandita è simbolo di partecipazione ai beni eterni del Regno messianico. Del resto, il possedere un raffinato senso del gusto ha creato una categoria di persone molto apprezzata e riconosciuta: i buongustai. Così questo senso, un senso legato alla materialità della vita, ha assunto un significato traslato più nobile, addirittura spirituale; tanto che, non solo è auspicabile essere persone di "buon gusto", che hanno il senso delle cose belle, del comportamento appropriato, della finezza nel discernimento, ma diventa anche un dono dello Spirito Santo: "il gusto delle cose di Dio", la sapienza, appunto. Dobbiamo considerare perciò una grande disgrazia "perdere il palato" nelle cose della fede, sentire quasi disgusto delle cose che riguardano Dio. Ancora San Paolo scriveva che questa insensibilità è una caratteristica "dell'uomo animale". "Quanto sono dolci al mio palato le tue parole esclama invece l'autore dei salmi - più del miele per la mia bocca". 208 Da sempre nella Chiesa, il digiuno, la mortificazione del gusto e della tavola hanno avuto il significato di una affermazione dello spirito sulla materia, una sorta di difesa della "leggerezza", della vitalità dello spirito, una libertà dell'intelligenza sul torpore del corpo. In definitiva, avere buon olfatto e buon gusto è sinonimo di "conoscenza critica"; conoscenza sensibile, certamente, ma che rimanda a una capacità di discernimento intellettuale e spirituale che è fondamentale e a volte determinante nella nostra vita. Poco importa essere buoni conoscitori degli aromi e dei sapori delle vivande se poi non sappiamo discernere il cattivo odore del
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Ct. 1,3 Salmo 118,103

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peccato dal profumo delle virtù, il sapore vano delle cose del mondo dalla dolcezza delle cose di Dio, la felicità illusoria dei beni terreni dalla beatitudine senza fine dei beni eterni.

119 - L’udito.
Tra i sensi, i più nobili, i più spirituali appaiono senza dubbio l'udito e la vista. Essi hanno un'importanza enorme nel rapporto interpersonale, perché è soprattutto attraverso loro che possiamo comunicare gli uni con gli altri. Hanno infatti la capacità di ricevere dagli altri e di elaborare per gli altri i segni che sono specificamente destinati alla comunicazione: basta pensare al suono che diventa parola e alla parola che diventa suono. Senza questi segni ognuno di noi resterebbe un atomo isolato, chiuso, incapace di una vera crescita come persona. Sappiamo infatti come la mancanza dell'udito e della vista possa influire sulla personalità stessa e condizionare o accentuare certi lati del nostro carattere che incidono sul rapporto interpersonale. Proprio quando essi vengono meno ci rendiamo conto di quanto sono doni preziosi di cui ringraziare grandemente Dio con l'impegno di usarli per il bene. L'udito, lo sappiamo, è il senso che avverte i suoni. Enorme è la varietà di suoni che arriva a noi dal mondo che ci circonda, ma tra tutti c'è un suono unico, prezioso, immenso nelle sue espressioni: la voce umana. Non c'è in tutto il creato un suono più melodioso, più amato, più desiderato, più espressivo. La voce è la persona, e proprio dalla voce la riconosciamo perché ogni persona ha una "sua" voce. In quella voce ci sono i suoi sentimenti, il suo atteggiamento interiore, i suoi stati d'animo, le sue passioni: gioia, dolore, tristezza, amore, felicità, rabbia, tenerezza, c'è il calore o la freddezza del suo cuore. Parliamo della voce, non ancora della parola; la parola esprime il pensiero, la voce esprime l'animo. Udire la voce della persona amata è motivo di gioia profonda e di commozione. "Appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi - esclamò Elisabetta davanti alla Madonna - il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo". 209 E' la stessa gioia che fece trasalire Maddalena quando udì la voce inconfondibile del Maestro che la chiamava per nome: "Maria!". Quando poi il nostro animo è assalito da sentimenti più intensi, la nostra voce si fa canto, melodia. La musica infatti dilata le possibilità della voce, la espande in dimensioni di profondità e di intensità che accendono bagliori nuovi, irrepetibili, nella nostra anima. Il canto è due volte preghiera. L'udito e la parola - la voce - sono intimamente collegati: quando manca l'udito manca anche la parola; ambedue sono un dono prezioso. Tra i prodigi compiuti da Gesù, uno dei più applauditi dall'entusiasmo della folla fu la guarigione del sordomuto: "Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e parlare i muti". 210 e la Chiesa, dopo il rito del Battesimo, ripetendo il gesto di Gesù, ci fa l'augurio "di ascoltare presto la Parola (di Dio) e di professare la nostra fede". Ascoltare la Parola: è l'uso più nobile e più importante che possiamo fare dell'udito. Però: ascoltare per capire. "Chi ha orecchi, intenda!" ripeteva frequentemente il Signore. C'è un ascolto interiore senza il quale l'udire non serve. Ascoltare la parola e accoglierla nel cuore è indispensabile per saper discernere le voci. Ci sono voci amiche per le quali dobbiamo avere orecchi aperti: la voce del Sacerdote nella confessione, la voce della Chiesa nel suo insegnamento, la voce di un amico che ci invita ad avvicinarci a Dio; come pure dobbiamo avere orecchi aperti alla voce del dolore, alla voce dell'innocenza, alla voce della povertà o dell'indigenza..; ci sono poi voci nemiche alle quali dobbiamo chiudere gli orecchi:
209 210

Lc. 1,44 Mc. 7,37

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sono le voci del mondo con le sue lusinghe e le sue menzogne, le voci che parlano contro Dio e contro la fede, le voci dell'odio, della ribellione, della violenza; le voci che urlano canzoni indegne, che inquinano l'amore o che parlano contro il prossimo ; le voci che invitano all'infedeltà, al dubbio, alla viltà. "Volta le spalle all'infame che ti sussurra all'orecchio: "Perché complicarti la vita?". 211 . Per tutte queste voci non abbiamo orecchi e non vogliamo ascoltare. Ma la voce più amica, la voce che parla al cuore con forza e dolcezza, è la voce di Dio. E' una voce senza suono, senza rumore di parole, ma irresistibile; è una forza divina. E' la presenza viva di Qualcuno che ti chiama, dal quale non puoi fuggire perché ti insegue sempre e ti raggiunge dovunque, perché non ti abbandona mai, perché è dentro di te. E non avrai pace finché non gli avrai detto "Si". "Se ascolti, oggi, la sua voce, non indurire il tuo cuore". 212 Ascoltare la Parola per professare la Fede. Vivere la Fede perché risuoni nel mondo la Parola. E' il compito affidato agli Apostoli, ed è anche il compito di ogni cristiano: "Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola". 213 Un cristiano che non parla è una voce spenta nella Chiesa, un muto che ha bisogno di sentirsi dire dal Signore "Effetà" - Apriti! E se siamo balbuzienti perché timidi, insicuri, impreparati, dobbiamo almeno far parlare la nostra vita; perché la fede non può tacere, non può rimanere soffocata. Il comando di Gesù è chiaro: "Quello che avete ascoltato all'orecchio, predicatelo sui tetti". 214

120 - La vista
Ma il senso che più si avvicina all'intelletto è la vista. Oggetto della vista è la luce, oggetto dell'intelletto è la verità. Luce e verità sono quasi sinonimi; la loro analogia corre sul filo di una stretta corrispondenza di significati. Significati le cui proporzioni non vanno dimenticate: la verità infatti è una luce ben più importante della vista, così come l'errore è una tenebra ben più temibile e tragica che non la cecità. Vivere nella verità è vivere nella luce, e per essere figli della luce occorre farci discepoli di Cristo. Perché Cristo "è la Verità". Noi non saremo mai abbastanza grati a Dio per averci donato Gesù Cristo, "luce del mondo". Senza di Lui, senza la sua verità - la verità che viene da Dio - non ci rimangono che i lumi fumiganti del nostro intelletto, povere lanterne che non valgono a illuminarci il cammino. Deve starci a cuore la strada della luce: non solo la luce della vista, ma anche la luce dell'intelletto e ancor più la luce della fede. Nella luce della vista riverberano le forme, le figure, i colori delle cose; nella luce dell'intelletto riverberano le sostanze, le essenze, l'essere delle cose, la loro verità; nella luce della fede riverberano il volto di Dio e le sue meraviglie. "Vedere" è perciò un termine che si applica sia alla vista che all'intelletto, alla Fede come alla Gloria (quella Gloria che è "visione" beatifica: "in lumine tuo videbimus lumen, nella tua luce vedremo la luce)". 215 Dunque, la "strada della luce": dalla luce degli occhi, alla luce dell'intelletto, alla luce della fede, alla luce della gloria; è l'ineffabile, inebriante itinerario dell'uomo. Inutile dire che se non raggiungiamo la meta: la Luce trinitaria, sorgente di ogni luce, il nostro itinerario resterebbe incompiuto, e sarebbe il fallimento. Abbiamo accennato alla gloria del cielo, abbiamo anche parlato della fede
211 212 213 214 215

Cammino n. 6 Salmo n. 94,8 Salmo 18,4 Mt. 10,27 Salmo n. 35,10

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come itinerario della nostra vita terrena, e ci fermeremo tra poco sulla conoscenza intellettuale. Rimane la conoscenza visiva, che è la forma più elementare di approccio al mondo sensibile; essa coglie del mondo la figura e il colore, e perciò il suo è un mondo notevolmente ridotto e limitato; sfuggono le profondità di mistero e la valenza trascendente in esso nascoste, che si rivelano soltanto alla luce della fede. Quando manca questa luce si rimane prigionieri di un mondo povero di significati, il mondo di tanti ecologisti che hanno solo la luce della vista e per i quali il mondo è semplicemente l'ambiente di vita e di benessere per l'uomo e tutt'al più è stimolo per emozioni scientifiche o turistiche. Rimane invece vero che la bellezza del creato apre davanti agli uomini il ventaglio dei suoi splendori che riempiono gli occhi e deliziano la vista e si presenta come un meraviglioso codice dove Dio ha scritto a caratteri d'oro e con miniature splendide il suo Nome, la sua potenza, la sua sapienza, il suo splendore. Gli occhi sono come finestre, possiamo dilatarle con lo stupore e far entrare dentro di noi la luce del creato perché inondi la nostra mente e la nostra anima. Ma può accadere anche che a queste finestre si affacci la nostra vana curiosità, le nostre voglie malsane, la nostra triste avidità e il nostro io con le sue vampate di gelosia, di rabbia, di arida indifferenza. Gli occhi sono allora brecce per le nostre fughe, passaggi segreti per le nostre complicità. David è passato attraverso di loro per i suoi appuntamenti con il tradimento e con l'omicidio. Del resto Gesù ci ha ammoniti: "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore". 216 Dobbiamo trasformare i nostri occhi in sentinelle che proteggano il nostro cuore e ne custodiscano la fedeltà. Gli occhi non servono solo per vedere, essi anche rivelano. Mai un luogo comune è stato così vero: "gli occhi sono lo specchio dell'anima". Il nostro comportamento può mentire ma gli occhi non mentono. Lo sguardo è un testimone diretto dell'anima; ha il suo stesso linguaggio. Degli occhi si è soliti dire che piangono, ridono, sono tristi, brillano, sono tenebrosi o limpidi, pieni di stupore, di attesa, di terrore, di dolcezza, di tenerezza, di rabbia, ecc., esattamente come si parla dell'animo. Quando una persona è semplice, pulita, sincera, i suoi occhi sono trasparenti, luminosi, accoglienti; lo sguardo di un animo contorto difficilmente regge a lungo alla finzione. Gli "occhi di sfinge", impenetrabili, enigmatici, appartengono alla leggenda, difficilmente alla realtà, mentre gli occhi di ghiaccio, che non lasciano trapelare alcuna emozione sono occhi disumani, nascondono la morte. Così, occhi ambigui sono gli occhi sfuggenti, che temono l'incontro degli sguardi, occhi da temere quando nascondono ipocrisia o doppiezza, ma occhi che chiedono rispetto quando esprimono pudore e nascondono l'intimo disarmo della propria fragilità. Ancora: una meraviglia dal fascino incontenibile sono gli occhi dei bambini, un meriggio ardente, pieno di sole gli occhi degli innamorati, un grido di pietà gli occhi velati di un morente, occhi spenti dai quali la vita sta fuggendo e viene la notte. Ma un dono prezioso, una grazia, sono gli occhi che sanno piangere; gli occhi capaci di lagrime sono gli occhi più umani, perché capaci di gioia, di dolore, di pentimento, di contrizione; capaci d'amore. E finalmente una vera beatitudine sono gli occhi che sanno "vedere" Dio e cercare le sue orme: "Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete" (...) E' un vedere ancora velato perché le orme di Dio nella natura e nella storia non sono ancora il volto di Dio, sono "specchio e mistero" - speculum et aenigma - , e lo stesso volto di Gesù, il volto più amabile tra tutti i figli dell'uomo, il volto "che molti re e profeti desiderarono di vedere", il volto che, trasfigurato sul Tabor, ha inebriato di luce gli occhi di Pietro e di Giovanni, il volto che, sfigurato dal dolore e dall'offesa, mani dolenti e innamorate hanno accarezzato di pietà e di tenerezza, quel volto è
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Mt. 5,29

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ancora il volto umano dell'Unigenito, "che è nel seno del Padre" e che nessuno ha mai visto, ma anche il volto che accende in noi il desiderio e tiene viva l'attesa per il giorno della sua rivelazione, "quando i nostri occhi vedranno il suo volto, e noi saremo simili a lui, e canteremo per sempre la sua gloria". 217

121 - La sensibilità interiore.
Accanto ai sensi esterni e alla loro attività che fornisce notizie e innumerevo li dati conoscitivi sul mondo esterno, abbiamo accennato all'esistenza di una sensibilità interiore dove si accumula un'enorme quantità di dati e di esperienze che vanno dalla percezione particolare e globale della nostra corporeità, alla percezione degli stimoli istintuali ed emotivi, fino alla percezione degli stati o modi di essere dell'io sotto forma di sentimenti, di stati d'animo e di affezioni psichiche superiori. E' un mondo estremamente complesso, difficile da definire e nel quale sensi, fantasia e memoria hanno ciascuno un ruolo di fondamentale importanza; è il mondo che intelletto e volontà hanno a disposizione per elaborare la loro attività conoscitiva. La strada della conoscenza, che parte dal mondo esterno attraverso i sensi, passa necessariamente attraverso questo mondo interiore che filosofi e psicologi hanno analizzato e studiato sempre più profondamente. Del resto, è facile comprendere quale importanza assumono la ricchezza, la vastità e l'intensità dei dati sensibili e delle corrispondenti sensazioni, quale substrato necessario all'attività dell'intelletto. Una natura corporea ricca di sensibilità, cioè capace di cogliere gli infiniti particolari presenti nell'aspetto esteriore del mondo, dotata di una fantasia fertile, duttile e vivace, che sappia elaborare la più ampia varietà di fantasmi, fortemente emotiva in grado di far vibrare intensamente tutta la gamma di sentimenti, sostenuta da una memoria ferrea che coglie prontamente e trattiene tenacemente il ricordo delle sensazioni e delle immagini, una natura siffatta è un con-principio ideale per una attività intellettuale ampia e feconda. Essa va curata, dominata e affinata come si conviene ai doni di Dio, dei quali dobbiamo rendere conto sapendo che non dobbiamo sprecarli inutilmente o malamente. Quanto alla fantasia, essa merita un discorso a parte. Qui basti ricordare la sua caratteristica specifica: la creatività. Collocata tra i sensi e l'intelletto e a loro collegata, la fantasia si muove con straordinaria libertà dialogando a tutto campo con ciascuna delle nostre facoltà. Cosa sarebbe il mondo dell'arte - si pensi alla musica, alla poesia, alle arti figurative - senza la fantasia e l'immaginazione? Tutta l'attività estetica, il mondo dell'immaginario, del fantastico, del meraviglioso, il mondo dei sogni sparirebbe nel buio dell'immobilità e dell'afonia. Quando poi l'attività della fantasia si coniuga con l'emotività, le risorse del nostro mondo sensibile possono diventare enormi, esplosive, e possono offrire all'intelletto un mondo senza confini, sempre in espansione, mai esaurito nella sua profondità. I Santi, come i poeti, hanno avuto grandi intuizioni e viva immaginazione.

122 - Sensibilità e responsabilità.
Tuttavia a noi importa, qui, l'aspetto di connessione tra la sensibilità e la vita interiore, e come abbiamo fatto con i sensi esterni vediamo ora l'impatto che possono avere, soprattutto le espressioni superiori della sensibilità, nella vita dello spirito. Non c'è dubbio che la conquista del nostro mondo interiore e il dominio su di esso configura la nostra maturità umana; quanto più l'intelletto guadagna in chiarezza e
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Preghiera Eucaristica III

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quanto più la volontà estende la sua presenza nel mondo della sensibilità, tanto più lo spirito afferma la propria trascendenza, la propria perfezione intellettuale, morale e spirituale. Tutto il materiale psichico del nostro mondo interiore, che costituisce gran parte di quello che normalmente chiamiamo "il nostro animo", - si parla di stati d'animo, di moti dell'animo, di sensibilità d'animo, di sentimenti dell'animo ecc. - è il luogo immediato nel quale si muovono le nostre facoltà spirituali, le quali però hanno su di esso un dominio limitato e relativo. Si dice infatti che noi possiamo esercitare un controllo soltanto "politico" sul nostro mondo interiore. Ciò significa innanzitutto che noi non possiamo impedire il sorgere dei moti della sensibilità. Posso "sentire" antipatia o simpatia senza volerlo, posso "sentire" invidia, avversione o attrattiva per una persona senza volerlo, così come, senza volerlo, posso "sentirmi" arido, svogliato, irritato, gioioso o depresso, felice o scontento, e ancora senza volerlo, posso provare entusiasmo, malanimo, piacere, affetto (innamorarmi) ecc. Tutti questi moti della sensibilità, in sé stessi, non hanno ancora un significato morale, non sono passibili di responsabilità - si dice infatti "sentire non è acconsentire" - e perciò non sono ancora né virtù né peccato. Abbiamo detto "in sé stessi", perché la responsabilità può esserci nella loro causa, quando cioè abbiamo provocato o lasciato che vengano provocati questi moti. Oggi, ad esempio, il mondo della nostra sensibilità è, come non mai, sotto un pesante influsso dei mezzi di comunicazione sociale, sui quali siamo chiamati ad esercitare un controllo sia di filtraggio che di critica. Conosciamo bene il potere e la forza che, attraverso tecniche sempre più sofisticate, questi mezzi esercitano sui sensi, sulla fantasia e sulle emozioni di innumerevoli folle di spettatori, così da diventare la fonte più importante e insieme più efficace di messaggi e di stimoli. Da ciò la tremenda responsabilità connessa all'uso dei mezzi di comunicazione sociale: dal linguaggio, agli scritti, agli audiovisivi. Quando si dimentica che sono mezzi, e che dovrebbero servire la verità, la crescita civile e morale della società, e invece si usano come fine a sé stessi, o peggio, come strumenti a servizio della menzogna, degli interessi ideologici o di parte, del guadagno ad ogni costo, e tutto in nome di un presunto "diritto di informazione", allora i mezzi di comunicazione diventano uno dei peggiori nemici dell'intelligenza, una delle maggiori cause del degrado intellettuale e culturale della società. Quanti delitti contro la giustizia, l'onore, la verità, commessi da giornali, riviste, servizi televisi, e dagli altri mezzi di comunicazione, delitti rimasti impuniti, vergognosamente protetti da coperture politiche o da omertà professionale, e ipocritamente giustificati come servizio alla società! Di fronte ad essi dobbiamo esercitare la libertà di non usarli o di filtrare i loro messaggi non solo per proteggere la nostra serenità interiore ma anche per non cadere nel pericolo di colpevoli complicità. Altrettanto importante, per guadagnare spazio alla coscienza, è sviluppare di fronte al mondo della sensibilità l'intervento critico della nostra ragione; occorre razionalizzare i nostri stati psichici per non restarne condizionati o peggio per non rimanere vittime della loro oscura irrazionalità con le conseguenze di confusione, di inquietudine, di ansia o di paura che ne derivano e che sono spesso strada alla nevrosi. Dobbiamo mantenere il più possibile luminoso il nostro mondo interiore con una sana intelligenza coadiuvata dalla luce soprannaturale della fede. Non si tratta dunque di sopprimere la sensibilità, di spegnere i moti interiori e le passioni, come vorrebbero certe dottrine mistiche delle religioni orientali; le nostre energie psichiche, soprattutto le passioni, sono forze importanti per la nostra vita, sono una vera ricchezza per la nostra personalità. I grandi uomini, anche i santi, ebbero grandi passioni. Anzi possiamo dire che gran parte del nostro impegno morale sta nel dominare le passioni e trasformarle in virtù. E' il cammino dell'ascetica cristiana. 114

123 - Finezza d’animo
Questo lavoro ascetico ci porta ad affinare la sensibilità, soprattutto a curare il mondo dei sentimenti e degli affetti nel rapporto con gli altri. A volte la finezza d'animo è frutto di doti naturali, legate al carattere oppure ad un senso spontaneo di altruismo, ma non c'è dubbio che la finezza dell'animo è tanto più autentica quanto più nasce dalla purificazione dei sentimenti da ogni forma di egoismo. La preoccupazione di sé stessi impedisce l'attenzione verso gli altri e indurisce la sensibilità. C'è poi una virtù che più di ogni altra affina i moti dell'anima, la virtù della mansuetudine. La mansuetudine infatti, da una parte purifica i nostri sentimenti da ogni aggressività e da ogni asprezza, e dall'altra ci rende capaci di avvertire i messaggi che ci giungono dal mondo interiore degli altri e di cogliere il loro linguaggio personale. Spesso si tratta di segni di piccola entità: il tono della voce, i gesti, l'espressione del volto e tutte le forme del linguaggio sonoro-visivo di una persona il cui significato e la cui profondità sono percepibili solo là dove c'è finezza di attenzione. Sta di fatto che una delle accuse che nessuno vorrebbe sentirsi dire è quella di essere una persona insensibile, chiusa alle vicende altrui, incapace di avvertire le situazioni delle persone e di partecipare alle loro sofferenze, alle loro difficoltà e alle loro gioie. Mancare di sensibilità, avere un animo arido o duro è sinonimo di disumano. Se pensiamo all'ampiezza della nostra vita di relazione, la famiglia, gli ambienti di lavoro, le attività pubbliche e sociali, le amicizie ecc., ci rendiamo conto di quale importanza abbia la sensibilità d'animo per la nostra capacità di dialogo e di convivenza. Prendiamo l'ambiente della famiglia: la sensibilità d'animo ci renderà capaci di tanti gesti di servizio, di attenzione a tante piccole cose che hanno il segno della gratuità e che rendono gradevole la vita agli altri: il sorriso amabile, il comportamento allegro e ottimista, dettagli di pazienza, di ordine, di delicatezza. Anche nella convivenza coniugale i coniugi cristiani, mentre non devono temere di dirsi con gesti di tenerezza e con espressioni di affettuosa intimità che si vogliono bene, devono anche affinare la loro sensibilità, devono curare quella nobiltà d'animo e finezza di sentimenti che impediscono al loro amore di degenerare in volgarità, dove non hanno più senso né il valore della persona, né la gratuità del dono.

IL SENSIBILE NELLA LITURGIA
124 - Il rito sacramentale.
Ma c'è, nell'esperienza sensibile un aspetto che riveste una fondamentale importanza: la sua dimensione simbolica. Il simbolismo fa parte del linguaggio delle cose, e fa parte anche del linguaggio umano. La parola, infatti, è segno del pensiero. Del resto non dobbiamo dimenticare che tutto il mondo materiale ha il carattere di "segno". Le cose hanno una loro verità "letterale", una consistenza ontologica che va rispettata e alla quale l'intelletto accede attraverso il dato sensibile, ma anche hanno una loro verità "simbolica", verità-mistero, hanno cioè una valenza trascendente che rimanda ad altre verità, in ultima analisi rimanda al mistero di Dio; di quelle verità 115

Dio stesso si serve per rivelarsi all'uomo. Il capitolo sul simbolismo che caratterizza tutta la realtà visibile e trova nel linguaggio umano la sua espressione più alta e originale, costituisce uno dei capitoli fondamentali dell'antropologia attuale. Ma un campo dove il linguaggio simbolico assume particolare importanza è il campo della religiosità umana che, per noi cristiani, ha nei Sacramenti e nella Liturgia della Chiesa la sua espressione più importante. La Liturgia, infatti, si serve di riti fortemente simbolici; essi attraverso lo splendore del loro linguaggio sensibile parlano all'intelligenza e con l'efficacia della loro azione soprannaturale operano nell'anima. Non c'è dubbio che nella Liturgia della Chiesa, soprattutto nella liturgia sacramentale, il linguaggio simbolico raggiunge l'apice dello splendore e della completezza. Basterebbe scorrere la terminologia usata nei testi liturgici per rendersi conto della ricchezza e varietà di significati simbolici che essa contiene. Ma soprattutto è nella struttura del rito sacramentale che il linguaggio dei segni assume un ruolo fondamentale. Infatti, già come segno "sensibile" il rito sacramentale si presenta costituito da materia, forma e ministro. La "materia" del Sacramento sono le cose materiali che si usano nel rito; esse sono significative degli effetti spirituali operati dal Sacramento. Così, il pane e il vino sono "materia" dell'Eucaristia e sono significativi del Corpo e del Sangue di Cristo; in quei segni sacramentali egli si renderà presente realmente e sostanzialmente. Così l'acqua battesimale, che è segno della purificazione dal peccato e della nascita alla vita divina, costituisce la materia del Sacramento del Battesimo, e proprio mediante l'acqua il Battesimo produce realmente i suoi effetti spirituali. E la stessa cosa si potrebbe dire degli altri Sacramenti. Ma è necessario che la materia diventi sacramento per produrre realmente quello che significa; per questo occorre l'intervento di Cristo. Per opera dello Spirito Santo e a mezzo del ministro, Cristo dà forza soprannaturale alle parole che il ministro pronuncia. Sono le parole che chiamiamo "forma" del Sacramento perché trasformano la materia, che prima era solo segno significante, in segno efficace della Grazia. I Sacramenti sono dunque interventi di Dio nella nostra anima, sono azioni di Cristo che, attraverso il rito sensibile, ci comunica la salvezza. Essi sono stati affidati da Cristo alla sua Chiesa, e perciò soltanto lei può intervenire sul rito, sia per conservare la significanza originaria dei gesti e dei segni, sia per impedire che esso fossilizzi nella sua struttura e diventi illeggibile nel mutevole linguaggio simbolico dei vari popoli e delle varie culture. Dunque: cose materiali, gesti, parole pronunciate dal ministro, costituiscono l'aspetto fortemente sensibile della liturgia, la quale, attraverso il rito, ha lo scopo di muovere l'intelligenza alla fede e di disporre l'anima a ricevere la grazia. In nessun altro campo della vita umana, la conoscenza sensibile è chiamata ad un ruolo così alto e importante come questo che riguarda il culto di Dio e la salvezza dell'uomo. Tutto questo giustifica l'atteggiamento della Chiesa che è sempre stato di grande rispetto e di gelosa attenzione verso i segni e i riti della Liturgia. Essa, con grande sensibilità, finezza umana e soprannaturale, ha sempre coniugato la solennità e la preziosità di quanto concerne la liturgia con la semplicità e il rigore, senza mai cedere alla sciatteria, al cattivo gusto o alla volgarità. Esiste un linguaggio liturgico che va rispettato e non può essere aggiornato col “politichese” o con il gergo giornalistico; così come esiste un canto liturgico ben definito come genere musicale e che non può essere mutuato dai cantautori o scambiato con i repertori da discoteca. Esiste infine una suppellettile liturgica e un abbigliamento liturgico la cui semplicità e linearità non deve impedire la solennità e la preziosità decorativa.

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125 - Liturgia e fede.
La liturgia deve parlare ai sensi, ma con un linguaggio che raggiunge il cuore e l'intelligenza per aprirli alla fede e all'incontro con Dio. La Liturgia ha sempre svolto in questo senso un importante ed efficacissimo lavoro di catechesi. Anche qui: fides ex auditu, la fede dipende dalla predicazione e perciò passa attraverso i sensi. Gesù stesso è stato, sotto questo aspetto, un finissimo pedagogo. Le parabole del suo Vangelo, le immagini, i simboli, i riferimenti a cose concrete che sono abitualmente sotto gli occhi di tutti e che appartengono alla vita reale di tutti i giorni, sono l'ingrediente didattico costante nella sua predicazione. Questo criterio seguito da Gesù nel suo insegnamento, è stato da lui adottato in modo ancor più evidente nella istituzione dei Sacramenti: in essi, come abbiamo visto, la struttura rituale rispetta e si armonizza con la nostra natura di esseri umani, spirituali e corporei insieme, e inoltre i segni, le cose, i gesti usati nel rito sacramentale sono così semplici e naturali da essere universali; hanno cioè un linguaggio accessibile agli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture. La Liturgia non è dunque un insieme di cerimonie esclusivamente commemorative alla maniera delle ricorrenze umane. Essa celebra e attualizza i gesti compiuti da Dio stesso nella storia della salvezza, dall'Antico Testamento fino all'evento salvifico culminante: Gesù Cristo. Si continua così nel tempo in un modo assolutamente nuovo e unico, in un modo appunto sacramentale, la Storia Sacra coniugata con la storia profana, la storia di Dio e la storia degli uomini; esse s’intrecciano fino a costituire il grande poema dei "magnalia Dei", le meraviglie di Dio. Per questo la Liturgia non può mai essere alla mercé di celebrant i improvvisatori o di assemblee che si ritengono ispirate, non dovrà mai scadere nella banalità di certe iniziative individuali; al contrario, si ispirerà alla solennità, alla intensità poetica e alla drammaticità degli eventi compiuti da Dio per la salvezza degli uomini. Non è facile capire fino in fondo il significato della Liturgia e il valore dei Sacramenti, ma se non arriviamo a questa comprensione difficilmente potremo capire il mistero di Cristo e della Chiesa, e comunque, non sarà possibile la vita cristiana. Come la fede passa attraverso i sensi con la predicazione - fides ex auditu - così la Grazia passa attraverso segni materiali e sensibili con i Sacramenti. E' facile trovare in persone "intellettuali" una certa ritrosia, una difficoltà psicologica a partecipare ai Sacramenti. Considerano il rapporto con Dio un fatto di pura ragione, un’attività riservata soltanto allo spirito, e relegano i Sacramenti, e in genere tutte le forme rituali, tra le espressioni di una religiosità immatura ed elementare, adatta al popolo. Sono coloro che, nell'antichità, si scandalizzavano dell'Incarnazione e ritenevano indecoroso per il Figlio di Dio prendere un corpo materiale nel grembo di una donna, così come i "segni" compiuti da Dio nell'Antico Testamento per indicare la salvezza da Lui operata, sono giudicati come forme popolari di intendere ed esprimere la potenza di Dio. Invece, "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete" - dirà il Signore. 218 Senza dubbio Gesù allude qui alla beatitudine dell'anima, e gli "occhi" sono le facoltà spirituali mediante le quali "vediamo" il mistero divino che è presente e che opera in Cristo, quel mistero che Re e Profeti hanno atteso per secoli e per il quale Abramo "esultò di gioia nel vederlo" realizzato.

218

Lc. 10,23

117

126 - La conoscenza sensibile nella Vita Eterna.
Tuttavia, l'espressione di Gesù che è stata citata è troppo concreta e troppo materiale per non vederci anche un significato corporeo e sensibile. Circola un detto popolare che "Anche l'occhio vuole la sua parte". E' perciò lecito e anche coerente pensare ad una felicità propria dei sensi quando essi percepiscono l'aspetto sensibile delle persone e delle cose amate, le loro qualità fisiche ed estetiche. Pensiamo alla gioia fisica di chi, vittima di un sequestro, dopo mesi di prigionia nel buio di una cella esce alla luce; non solo i suoi occhi, ma anche la sua pelle, i suoi muscoli, tutto il suo corpo vibra come se esultasse immergendosi nella luce, nella brezza, nel sole. E' una gioia fisica che sarebbe più giusto chiamare "piacere", perché è uno stato di benessere sensibile, diffuso, che, in certo modo, possiamo definire, gioia. Quante volte è stato detto che il volto della persona amata è delizia dei nostri occhi, così come la carezza, l'abbraccio, il profumo della persona che si ama, dà un senso di appagamento sensibile, come se un fremito di gioia percorresse il nostro corpo. Del resto, tutti conosciamo le struggenti invocazioni dei salmi: vultum tuum, Domine! Il tuo volto, o Signore, io cerco , il tuo volto! Non c'è dubbio che nella vita eterna anche i sensi parteciperanno alla felicità dell'anima. Una luce e una bellezza nuove inonderanno l'universo, il volto divenuto splendido delle persone amate e le loro sembianze trasfigurate dalla gloria contribuiranno alla nostra felicità sostanziale, quella cioè data dalla contemplazione del volto di Dio e dall'essere immersi nella luce della sua vita divina. Conosceremo la vera "estasi dei sensi" i quali saranno capaci di percepire la nuove qualità dei corpi glorificati. I colori, le melodie, le forme dell'universo glorificato si dispiegheranno ai nostri sensi in un’esaltante sinfonia di felicità. Cesseranno, si, i piaceri sensibili legati alla nostra condizione terrena: quelli della sessualità, essendo essa finalizzata alla riproduzione per la conservazione della specie, e quelli della tavola, essendo il cibo legato alla nutrizione secondo il ciclo biologico del nostro organismo. "Alla risurrezione, .- disse Gesù - non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo". 219 Ci saranno invece sensazioni nuove, sublimi, indescrivibili, proprie di una sensibilità trasfigurata, che non conosce più la precarietà, i condizionamenti, le innumerevoli limitatezze della attuale condizione terrena. San Paolo ci ricorda: "quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d'uomo, queste Dio ha preparato per coloro che lo amano". 220

SENSI E INTELLETTO

127 - Conoscenza sensibile e conoscenza intellettiva.
Ma torniamo alla nostra condizione attuale. Dopo aver visto il ruolo e l'importanza della conoscenza sensibile, giova ora vederne i limiti che possono diventare un pericolo alla vita dello spirito. La conoscenza sensitiva è comune agli uomini e agli animali, ma negli uni e negli altri essa possiede una struttura e un
219 220

Mt. 22,30 1 Cor. 2,9

118

significato diversi. Nell'animale la conoscenza sensibile ha una struttura chiusa, è cioè fine a sé stessa, legata agli istinti della conservazione dell'individuo e della specie. Essa raggiunge le cose nella loro materialità, nella loro forma esteriore e nel loro aspetto particolare. Nell'uomo la conoscenza sensibile ha una struttura aperta, è finalizzata alla forma più alta di conoscenza, quella intellettiva. La conoscenza sensibile è dunque una via di passaggio; attraverso di essa le cose del mondo materiale entrano in noi e trasformate nelle rispettive immagini, vengono offerte all'intelletto. Esso le "legge" in profondità, (intus-legit) e raggiunge ciò che di universale ed essenziale esse contengono. Dire che la nostra conoscenza è sensitivo-intellettiva significa dunque affermare che c'è continuità fra la conoscenza sensibile e la conoscenza intellettuale ma non identità. La conoscenza sensibile è una conoscenza materiale, quella intellettuale è una conoscenza immateriale. E', questa, una conseguenza e perciò anche una prova che l'anima dell'uomo è una sostanza non materiale di natura intellettuale. Perciò dicevamo che l'intelletto umano è una "scintilla" divina, una luce interiore che rende l'essere umano autotrasparente. Al contrario, la conoscenza dei sensi è, per sua natura, limitata e superficiale, e la nostra stessa sensibilità interiore, cioè il mondo dei sentimenti e degli stati d'animo, rappresenta la zona periferica della nostra persona. Queste caratteristiche possono nascondere qualche insidia per la nostra vita interiore. Se, ad esempio, la conoscenza sensibile non si apre alla intenzionalità oppure se la nostra sensibilità si chiude e si ripiega su sé stessa, allora il livello della nostra vita spirituale va progressivamente abbassandosi, fino ad immiserirsi in una vita "animale". Chi poi possiede una sensibilità esuberante, una istintività prepotente, ha bisogno più degli altri di esercitare l'intelligenza, di curarla e di fortificarla. Il prevalere degli istinti e dell'emotività si verifica più facilmente là dove l'intelligenza è povera, o si è fatta debole. Spetta certamente alla volontà dominare la sensibilità e le forze istintuali, ma la volontà è la facoltà operativa propria dell'intelligenza (i filosofi la chiamano "appetito razionale"); per cui non esistono volontà "deboli" o "forti", ma volontà debolmente o fortemente illuminate e orientate dalla "forza" spirituale dell'intelletto.

128 - Il sub-cosciente e la vita dello spirito.
Nel mondo animale gli istinti e gli appetiti naturali sono fondamentalmente ordinati in sé stessi e autoregolati. La natura animale, infatti, ha le sue leggi con sé e l'animale ne è condizionato, le segue deterministicamente e ciecamente. Nell'uomo, invece, il complesso mondo dove agiscono i sensi e gli istinti, è un mondo acefalo, non ha in sé stesso le leggi per autoregolarsi e comporsi nell'ordine suo proprio. La sensibilità infatti e le forze che da essa dipendono, vengono ordinate dall'intelletto, hanno nella ragione il loro principio ordinatore. Perciò in noi il mondo della sensibilità con le sue spinte è quello che maggiormente risente del disordine introdotto nel mondo dal peccato. Inoltre se pensiamo che non tutte le sensazioni, non tutti i moti della istintività e nemmeno tutte le esperienze emotive arrivano al livello della coscienza e perciò sfuggono al controllo diretto delle nostre facoltà spirituali - intelletto e volontà -, ci rendiamo conto a quale spessore può arrivare il nostro subcosciente dove vanno accumulandosi le cose più disparate, spesso conflittuali, dai contorni sempre inafferrabili ed oscuri. Si va formando così, una specie di "cantina" dell'anima, abitata, come tutte le cantine, dagli esseri più strani: spettri, fantasmi, ragni, topi, pipistrelli... E quando questi abitatori della nostra cantina interiore si muovono, litigano o si scatenano, il loro rumore può arrivare a disturbare tremendamente i piani superiori della nostra personalità dove già può essere problematico e faticoso il 119

dialogo tra le facoltà spirituali e i vari contenuti della coscienza. Nei casi patologici, che qui non ci riguardano, è indispensabile il lavoro del medico-psicologo. Ma anche nella condizione normale è necessario un paziente e deciso lavoro spirituale affinché tutto il nostro mondo sensitivo-emotivo sia illuminato da una retta intelligenza e dominato da una sana volontà. Non è quindi lecito abbandonare a sé stessi i sensi e gli istinti perché sarebbe condannarli al disordine e al caos. Razionalizzare il nostro mondo sensitivo-emotivo - lo abbiamo già ricordato - non signfica spegnerlo, neutralizzarlo o peggio sopprimerlo come avviene in certe filosofie pagane, come lo stoicismo, o in certe correnti asceticomistiche delle religioni orientali. Le "passioni", dicevamo, sono una forza della nostra natura e costituiscono una ricchezza della nostra personalità. S.Giovanni, S.Paolo, S.Agostino, Francesco D'Assisi, Teresa D'Avila, Ignazio di Loyola, Caterina da Siena e tanti altri sono state anime grandi anche perché sostenute e pervase da grandi passioni. Le forze vanno dominate, incanalate e orientate, non soppresse. Pensiamo alla regina di tutte le passioni: l'amore. Intendiamo qui l'aspetto sensibile ed emotivo dell'amore; l'amore infatti è una virtù dello spirito: si ama con l'anima, ma essa coinvolge profondamente e a volte tempestosamente il mondo della sensibilità, fa cioè risuonare più o meno intensamente il cuore. "Ora, il nostro cuore è nato per amare, e quando non gli viene dato un affetto puro, limpido e nobile, si vendica e si riempie di miseria. (...) E' una pena non avere cuore. Sono infelici quelli che non hanno mai appreso ad amare con tenerezza. Noi cristiani siamo innamorati dell'Amore: il Signore non ci vuole freddi, rigidi, come materia insensibile. Ci vuole impregnati del suo affetto".221

129 - Sensibilità e libertà.
Quando l'intelletto è debole perché povero o perché non coltivato, gli viene a mancare la forza di seguire la sua natura trascendente e finisce inevitabilmente prigioniero dei sensi e degli stati d'animo o addirittura viene imbrigliato dagli istint i bruti; e la sua condizione diventa miserevole. Narra il Beato Josemaria Escrivà di aver visto un giorno "un'aquila chiusa in una gabbia di ferro. Era sporca e spennacchiata; aveva tra gli artigli un pezzo di carne putrida... Sentii pena per quell'animale solitario e prigioniero che pure era nato per volare in alto e guardare faccia a faccia il sole". 222 Egli applica questa immagine alla nostra anima quando resta prigioniera della mediocrità, quando restringe i suoi orizzonti a prospettive puramente terrene, banali, mondane. Ma potremmo anche pensare alla condizione della nostra intelligenza quando rimane prigioniera dei sensi, ingabbiata dagli istinti, insabbiata nella sensibilità. L'intelligenza in queste condizioni è "un'aquila spennacchiata" incapace di formulare il minimo slancio verso le vette del pensiero e verso le altezze dello spirito; si ciba di carni putride: errori, menzogne, ideologie mondane che proliferano i germi della violenza e della rivoluzione; si riduce torpida, con le pupille inferme e velate, incapaci di fissare il sole della verità, di penetrare la luce della contemplazione. E' questa, purtroppo, la condizione intellettuale di tanta gente del nostro tempo, di tanti "intellettuali" che hanno perduto la vera libertà di pensiero, irretiti dentro una visione puramente materialistica della vita, o condizionati dalla mentalità edonistica e consumistica. I sensi sono buoni testimoni della realtà delle cose, ma non della loro verità. E quando l'intelligenza si lascia condizionare dalla sensibilità e domanda ad
221 222

Beato J. Escrivà, Amici di Dio, n. 183 Beato J. Escrivà, E' Gesù che passa, n. 11

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essa il giudizio di verità, abdica alla sua funzione e apre la strada al soggettivismo più banale. Tanti slogans che corrono nel linguaggio della cultura attuale, (esaltante!.. sensazionale! ...eccitante!...ecc.) sono espressioni di questo atteggiamento. E' importante - si dice - non che una cosa sia vera, ma che sia "sentita". Spesso si usano i due termini: "vera" e "sentita" come sinonimi; una cosa è vera quando è sentita. Ha qui la sua radice il fanatismo collettivo, (vedi i concerti rock), ed è questo il criterio di tanti falsi giudizi di valore che dominano la mentalità corrente.

130 - Sensibilità e giudizio morale.
A questa situazione di condizionamento intellettuale che mortifica la nostra intelligenza corrisponde una situazione di schiavitù morale che condiziona la nostra coscienza. Compito della coscienza è giudicare in concreto sul bene e sul male, cioè applicare al nostro comportamento il criterio della legge morale. Ora il giudizio è un atto proprio dell'intelletto e quando l'intelletto perde la sua libertà originaria, il suo giudizio resterà condizionato da criteri estranei alla legge morale. La legge morale è emanazione della verità delle cose (legge naturale), e non può essere sostituita dal criterio soggettivo della sensibilità. In tal caso, la coscienza scade dal suo ruolo di luce interiore, di guida sicura e affidabile nella vita morale, subisce la violenza delle forze inferiori, cieche e disordinate, o viene sostituita dagli stati emotivi e dalla sensibilità. Ci ricordiamo delle parole di Gesù: "Se la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!" 223 Perciò, presupposto necessario perché la nostra intelligenza attinga la verità e la nostra coscienza colga il bene morale, è la convizione che la verità e il bene sono categorie che trascendono l'esperienza sensibile e non sono riducibili a stati d'animo più o meno intensi, legati alla nostra sensibilità. Le conseguenze di questo disordine le vediamo, ad esempio, nel campo del comportamento sessuale. E' convinzione diffusa, soprattutto nel mondo giovanile, che un rapporto sessuale non va giudicato in base a una legge morale ma in base alla sincerità dei sentimenti. Perciò si pensa che un rapporto sessuale, quando sia un "atto d'amore" e fatto "per amore", va giudicato sempre lecito, anzi giusto, non importa se compiuto prima del matrimonio o fuori del matrimonio, e nemmeno ha importanza che quell'atto sia o no aperto alla vita, purché in quel momento ci sia la "sincerità" dell'amore. Questo è un grave errore morale; e insieme è un falso ideologico perché confonde la "sincerità dell'amore", che appartiene ai sentiment i soggettivi, con la "verità dell'amore" che appartiene alla natura delle cose. Da qui all'anarchia sessuale dei nostri giorni la strada è aperta. Analogamente viene giudicato un atto mostruoso ed orribile torturare o strozzare un bambino in tenera età, (colpisce infatti intensamente la nostra emotività) ma dilaniare un bambino nel seno materno con l'aborto, poiché tutto avviene nel silenzio e nel buio del grembo materno per cui non viene «offesa» la nostra sensibilità (i medici si guardano bene dal mostrare alla madre i "resti" della sua creatura), viene giudicato un atto di libertà e a volte un atto umanitario. Allo stesso modo, la preghiera, la partecipazione alla Messa, la Comunione eucaristica, quando non siano "sentite", cioè accompagnate dal fervore sensibile e dal trasporto emotivo, vengono giudicate come una ipocrisia. E così molte altre cose; esse appaiono più o meno importanti secondo l'incidenza che hanno sulla nostra sensibilità.

131 - Sensibilità e religiosità.
223

Mt. 6,23

121

Un pericolo analogo si può verificare nella vita liturgica. Abbiamo ricordato quanta importanza abbia il rito sacramentale come segno sensibile; esso deve parlare ai sensi ma deve al tempo stesso raggiungere l'anima. Ogni sacramento è costituito da un suo particolare rito liturgico, ma in quel rito si fa presente l'azione salvifica di Cristo che agisce nella nostra anima. Quando la nostra intelligenza è poco formata nella dottrina o non è sostenuta dalla luce della fede, facilmente perderà di vista il mistero che si compie nel Sacramento e darà importanza esclusivamente al rito. Allora, una Messa che non sia "animata", "partecipata", "coinvolgente", può lasciare indifferenti o perderà molto del suo interesse. Il rito, più che dirigersi all'anima per facilitare l'incontro con Dio, servirà soprattutto per suscitare emozioni, provocare entusiasmi, appagare vanità. Allora si corre il rischio di non saper vedere ciò che fa Cristo nella Messa, - è Lui la Vittima, è Lui il Sacerdote, è Lui che fa di noi una "Chiesa che celebra" - ma di fermarsi esclusivamente a ciò che fa l'assemblea, con i suoi strumenti, i suoi gesti, le sue azioni. Abbiamo già detto che la Chiesa ha sempre dato molta importanza al rito liturgico ed ha avuto molta cura per il suo svolgimento, ora splendido e ora austero, ma sempre solenne; tuttavia, ci ricorda continuamente che nessun rito, per quanto intenso e commovente nella sua solennità, può sostituire la nostra fede, e che l'efficacia e i frutti di un rito liturgico-sacramentale dipendono dalle disposizioni interiori di umiltà, di fede, di purezza di coscienza e di amore di Dio che muovono colui che vi partecipa. Non dimentichiamo che nell'azione liturgica il rito è un mezzo, e il mistero che vi si compie è il fine. E quando il mezzo prende il posto del fine, non viene più rispettata la verità delle cose e si apre la strada all'inganno e alla magia. La magia, infatti, attribuisce al rito ciò che è proprio di Dio, il suo intervento soprannaturale di salvezza. Allo stesso modo nascono la superstizione e il bigottismo, espressioni in cui il sensibile condiziona e soffoca la dimensione spirituale e soprannaturale della religiosità. E' necessario ridare forza all'anima, restituire ruolo all'intelligenza, sostenerla e illuminarla con la fede. E' necessario che la coscienza, integra e forte, riprenda il suo posto di garante della legge morale, di "voce di Dio" che si pone come guida nel nostro cammino, di luce che veglia sul nostro comportamento di esseri liberi, chiamati a realizzare la verità nel bene. Senza una intelligenza forte e una fede luminosa, senza una coscienza "libera", la visione materialistica della vita, che caratterizza la nostra cultura contemporanea, continuerà ad imporre la tirannia dei sensi, il disordine delle passioni, la cieca violenza dell'edonismo. La liberazione dell'uomo comincia dalla liberazione della sua intelligenza, liberazione dall'ignoranza e dall'errore ma anche liberazione dalle ideologie e dal caos informe della sensitività. Senza questa libertà è impossibile ricomporre l'ordine e l'armonia interiore dell'uomo.

132 - Verità delle cose e Verità dell’intelletto.
Abbiamo visto che l'intelletto è come il sigillo di Dio nell'uomo. E' una luce interiore con cui l'uomo illumina le cose e le può cogliere nel loro essere e nella loro natura profonda, nella loro identità. Abbiamo anche visto che l'essere delle cose si identifica con la loro verità e perciò la verità è l'oggetto proprio dell'intelletto umano. Di conseguenza l'incontro reale della nostra intelligenza con la verità delle cose rende partecipe della verità stessa il nostro intelletto. C'è dunque una verità nelle cose e una verità nell'intelletto. Quest'ultima è per noi fondamentale perché riguarda la validità dell'itinerario conoscitivo della nostra intelligenza. La verità delle cose non dipende da noi, dipende invece da noi la verità dell'intelletto. L'adesione dell'intelletto alla verità delle cose è un atto di assoluta importanza; da 122

esso dipende non solo la validità del nostro pensiero ma anche il senso che assumerà la nostra vita e tutto il nostro comportamento su questa terra. Non è la stessa cosa che la nostra esistenza scorra nella verità oppure nell'errore, nella luce o nella menzogna. Aderire intellettualmente alla verità delle cose non solo rende vera la nostra conoscenza ma permette l'itinerario della nostra mente verso Dio. E' percorrendo la strada degli esseri finiti che essa giunge all'Essere-senza limiti, a Colui che è, senza principio e senza fine, Eterno, Onnipotente, Assoluto. Non solo, ma diventa anche possibile incontrare Dio in Colui che l'ha rivelato nel tempo e nella storia, il Signore Gesù. Egli ha potuto affermare: "Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita". 224 Queste parole di Cristo sono la conferma che la verità dell'intelletto dipende da noi. Aderire alla Verità non è un atto puramente conoscitivo, solamente intellettuale; esso coinvolge tutta la nostra persona, è perciò un atto morale. Si parla infatti di "culto della Verità". Il culto implica l'offerta della nostra libertà a ciò che le è superiore, in definitiva è l'omaggio della nostra persona a Colui che è la Verità, la Verità somma e assoluta. Dicevamo, infatti, che Dio è la pienezza della verità perché è la pienezza dell'essere. Perciò conoscere Dio e servirlo è per l'uomo il massimo dell'onore e della grandezza, ed è anche decisivo per il suo destino e per la sua felicità.

IL "TRIPLICE" INTELLETTO
A) INTELLETTO SPECULATIVO

133 - Che cos’è l’Intelletto speculativo
Non c'è dubbio che oggi, nella nostra cultura occidentale, la grande malata è l'intelligenza. In tutte le epoche storiche, anche per le civiltà come per l'individuo umano, l'oscurarsi dell'intelligenza è sintomo di vecchiaia. Ormai da più parti si sta invocando e pensando a una nuova civiltà per il terzo millennio: dovrà essere la "Civiltà della Verità". E' ormai il momento di chiudere la nostra epoca, l'epoca triste della vecchia Europa: l'Europa delle ideologie, delle verità impazzite, del pensiero debole; l'Europa delle menzogne. Nel pensiero dell'apostolo S.Giovanni, l'apostolo della verità e dell'amore, ciò che si contrappone alla verità non è l'errore ma la menzogna. Perciò, una rinascita della cultura occidentale non può cominciare che dalla rinascita dell'intelligenza: occorre ricuperarla a sé stessa e alla verità, occorre liberarla dalla sua condizione penosa e triste di "aquila spennacchiata", prigioniera tra le sbarre della falsità e della menzogna, e restituirla al suo ruolo primario nella vita della persona e della società. La diagnosi clinica di questa illustre malata richiede una anamnesi di secoli che peraltro vari specialisti hanno già fatto con ampiezza di ricerche e con rigore di competenza. Noi fermiamo l'attenzione su noi stessi, allo scopo di individuare eventuali contagi del male e adottare opportune terapie, perché conservare sana la nostra mente vale più di ogni altro bene materiale o corporale. Per facilitare la nostra riflessione possiamo distinguere tre aspetti
224

Gv. 8,12

123

dell'intelletto umano secondo la triplice attività che esso svolge, attività che possiamo collegare, sul piano soprannaturale, alle tre virtù teologali. Parleremo, dunque, di un intelletto ascendente per la sua attività speculativa (intelletto speculativo): la sua forza è la virtù della fede; di un intelletto discendente per la sua attività pratica (intelletto pratico): la sua forza è la virtù della speranza; di un intelletto "immobile" per la sua attività contemplativa (intelletto contemplativo): la sua forza è l'Amore. a) Intelletto speculativo. E' l'intelletto che svolge la sua attività in ordine soprattutto alla conoscenza teorica. Nascono da questa attività: le scienze, la filosofia speculativa e la teologia. E' l'attività primaria dell'intelletto, che in questo caso abbiamo chiamato intelletto ascendente. Dicevamo che l'oggetto di questa conoscenza speculativa è la verità, e la verità non ha limiti perché anche l'essere più semplice, il più limitato nella sostanza partecipa all'infinità dell'Essere, a Dio. Perciò l'intelletto speculativo può penetrare sempre più profondamente nella natura delle cose e salendo la scala degli esseri arriva a perdersi nel mistero di Dio, nell'infinita grandezza della Verità. Ecco perché la caratteristica fondamentale dell'intelletto speculativo è l'insaziabilità. Un desiderio insaziabile di conoscere, una sete mai spenta di indagare spinge l'intelletto umano a sempre più luminose conquiste. L'insaziabilità speculativa, insieme al desiderio di felicità, è una delle inquietudini più nobili dell'animo umano, una insonnia invincibile dello spirito; è perciò una prova di tipo esistenziale ma validissima dell'esistenza di Dio e della spiritualità dell'anima. Questa nostalgia di sapere, questo bisogno di verità, l'uomo se lo porta dentro da sempre e se lo trascina dietro per tutta la vita. Ecco perché la carenza colpevole di intelligenza, intesa come rifiuto di usare l'intelletto, è uno dei mali più tristi e purtroppo più diffusi del nostro tempo. Troppa gente non usa affatto l'intelligenza perché condizionata quasi totalmente dal consumismo conformista e dall'edonismo imperante che trovano i loro adepti più sprovveduti e incolpevoli nelle masse giovanili, mentre contano i loro adepti più tristi in larghi strati di adulti. Il vuoto interiore e la carenza di senso esistenziale sono prima di tutto un fallimento dell'intelligenza che, rinunciando alla nobile avventura della verità, ha portato, come conseguenza, ad una pusillanimità morale di fronte alla vita.

134 - Un nemico della fede: l’ignoranza
Il non uso dell'intelligenza ha la sua forma più grave e pericolosa nella trascuratezza o peggio nel rifiuto di coltivare la propria formazione dottrinale attraverso lo studio e gli altri mezzi appropriati e idonei. E' grave perché porta all'ignoranza colpevole della verità. L'ignoranza è il peggior nemico della Fede; sul vuoto creato dall'ignoranza proliferano gli errori, i pregiudizi, le superstizioni, le presunzioni. Abbiamo detto ignoranza colpevole. Nell'uomo la conoscenza non è né infusa, né intuitiva; è acquisita. Abbiamo perciò bisogno dello studio, dell'istruzione. Trascurare i mezzi che abbiamo a disposizione, o quelli che potremmo avere anche con sacrificio per la nostra formazione dottrinale, sia nella professione e ancor più nella fede, diventa una colpa già duramente condannata da Gesù nella parabola dei talenti. Alcuni mezzi non costano niente: la catechesi, lezioni e conferenze, l'ascolto della Parola di Dio e del Magistero della Chiesa; altri richiedono qualche sacrificio: libri, testi, corsi programmati... E tuttavia, molti cristiani che spendono somme notevoli in cose futili, consumistiche o di capriccio, considerano sprecato il denaro impiegato per la propria formazione religiosa. La fede è una virtù, e come tale comporta un atteggiamento interiore dell'uomo di fronte a Dio, un atteggiamento - abbiamo visto - obbedienziale 124

(l'obbedienza della fede), ma la fede ha anche un «contenuto». Dio nel rivelare sé stesso ci ha detto anche delle cose che lo riguardano e che ci riguardano, ci ha parlato di sé stesso e del suo disegno di amore su di noi. A questo contenuto della fede - contenuto fatto di verità fondamentali per l'esistenza umana - Dio ha dato una veste concettuale appropriata per la nostra intelligenza. Ciò significa, in altre parole, che esiste una "Dottrina della Fede" che ogni cristiano ha l'obbligo grave di conoscere e di assimilare nella propria vita. E' una dottrina che ha per maestro Gesù stesso. Egli "percorreva i villaggi insegnando" e si commuoveva davanti alle folle che non avevano né maestri, né pastori, e "si mise a insegnare loro molte cose". 225 Questo insegnamento Gesù lo ha consegnato come un prezioso deposito alla sua Chiesa per mezzo degli Apostoli; ad essi diede il preciso comando: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni... insegnando loro...".226 La Chiesa ha dunque in custodia il "deposito della Fede" con la missione di annunciarlo e di insegnarlo. Annunciarlo significa proclamarlo con la forza dello Spirito, insegnarlo significa proporlo come dottrina. Insegnare, infatti, vuol dire esporre una dottrina in modo ordinato, sistematico e completo. La Chiesa fa questo incessantemente con il suo Magistero, il quale può anche avvalersi della scienza teologica e della riflessione di autori ecclesiastici e dei Santi. Lo fa normalmente attraverso la catechesi, elaborando anche importanti strumenti dottrinali come i catechismi. L'ignoranza delle verità della fede è dunque inescusabile; lo è soprattutto nelle persone di cultura, tra le quali è spesso maggiormente diffusa l'ignoranza religiosa, frequentemente accompagnata dalla presunzione, dalla deformazione dottrinale e dall'orgoglio intellettuale.

135 - “Studiositas” e “curiositas”
Nella massa della gente, invece, il non uso dell'intelligenza si esprime più frequentemente nella superficialità intellettuale. Molti cristiani sono rimasti con la conoscenza elementare, incompleta, quasi favolistica, ricevuta da bambini e mai approfondita e assimilata. L'unico aggiornamento l'hanno fatto sui giornali, o peggio, sui rotocalchi, o attraverso dibattiti televisivi. Una formazione superficiale intorno alla dottrina della fede porta a vivere una vita cristiana mediocre, facile al compromesso, condizionata da rispetti umani, e soprattutto povera di amore. Infatti si ama poco ciò che si conosce poco. E quando si ama poco, si stima poco ciò che si possiede, e perciò viene a mancare il desiderio efficace di trasmettere ad altri ciò che crediamo. Il cristiano mediocre, dalla fede superficiale, non sarà mai un apostolo, anzi, non saprà «rendere ragione della speranza che è in lui" e difendere la dottrina di Cristo dagli attacchi che vengono oggi da tanti ambienti e con tutti i mezzi. Un ostacolo all'esercizio dell'intelligenza nell'approfondimento della dottrina viene dalla pigrizia mentale e dall'inerzia intellettuale. La conoscenza esige studio, e lo studio è un lavoro, un lavoro intellettuale che impegna tutta la persona quando essa ama, cerca e affronta la gioiosa e gustosa fatica della verità. Dovrebbe perciò diventare quell'atteggiamento interiore abituale che San Tommaso chiama: studiositas . Un’intelligenza pigra che rifugge dallo sforzo e ripiega nella superficialità del conoscere è portata invece a sostituire la studiositas con la curiositas. E' una curiosità negativa che farfalleggia sulle cose, scivola sui problemi, "pizzica" appena i contenuti anche fondamentali della dottrina, vaga disordinatamente tra i libri e le varie discipline senza prenderne sul serio nessuna. Un’intelligenza siffatta sarà un'intelligenza debole, timida, incerta, che rifugge dallo
225 226

Mc. 6,34 Mt. 28,19

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"scontro frontale", dalla santa intransigenza della verità per timore di essere giudicata intollerante, massimalista, oppure retrogada. L’intelligenza si fortifica se viene esercitata al pensiero, alla riflessione, all'applicazione tenace, perseverante, condotta con ordine e con metodo.

136 - La “sana dottrina”.
E' dunque di fondamentale importanza che l'intelligenza impegnata nello studio venga nutrita con la "sana dottrina". Tra le più forti raccomandazioni che San Paolo rivolge ripetutamente al discepolo Timoteo (e le ripete, poi, al discepolo Tito) c'è quella di rimanere saldo in ciò che ha imparato, e aggiunge: "Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo... : annuncia la parola... esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per rivolgersi alle favole".227 Una dottrina è sana innanzitutto quando è secondo la retta ragione e la retta coscienza, quella rettitudine del cuore che, in definitiva, è consonanza con i Comandamenti di Dio, da Lui inscritti nella stessa natura dell'uomo. E tuttavia questa rettitudine è spesso assente nelle dottrine degli uomini, come ad esempio, nel laicismo agnostico così imperante nella cultura attuale. Esso esclude ogni riferimento a Dio e ai valori trascendenti dell'uomo nelle leggi che vengono emanate, nella giustizia che viene amministrata, nelle concezioni della vita che vengono proposte attraverso i mass-media dalla letteratura, dalla politica, dalle scienze umane. In secondo luogo è sana dottrina l'insegnamento di Cristo come ci viene trasmesso e proposto dal Magistero della Chiesa. E' un insegnamento che risana, rettifica ed eleva anche il sapere umano che non ha nulla da temere dalla luce della fede e dalla scienza di Dio. Il magistero della Chiesa non frena gli slanci né inibisce la libertà dell'intelligenza; la sorregge invece e l'aiuta perché non finisca nelle secche stagnanti di un tradizionalismo mortificante e non urti contro gli scogli delle eresie e dei progressismi negativi. E' un servizio all'intelligenza non solo dei fedeli, ma anche dei teologi e di tutti gli uomini che cercano sinceramente la verità. Un’intelligenza così formata acquista una dote estremamente importante: il discernimento. Si tratta di una capacità critica di fronte a ciò che si ascolta e a ciò che si legge, così da saper discernere la sana dottrina dalle "favole" del mondo. Si tratta anche di una capacità di scelta che, con l'aiuto di persone prudenti ed esperte, sappia scegliere testi, libri e vari strumenti di cultura che contengano la sana dottrina e non tradiscano la verità. Oggi si stampa una quantità enorme di libri, ma una gran parte di essi sono inutili e spesso sono stupidità riciclata; altri, tra i quali molti che vengono reclamizzati dalla critica ufficiale, sono autentica porcheria che infanga l'intelligenza, la umilia e la corrompe; altri sono fatiche che non valgono quello che costano; altri sono veri amici che dilettano l'intelligenza, fanno bene al cuore e sono di consolazione all'anima; infine, ma sono pochi, ci sono i grandi maestri che aprono le grandi strade del pensiero e sono fari luminosi per l'intelligenza e per la coscienza degli uomini. La necessità di acquisire la sana dottrina va unita, in noi cristiani, al dovere grave che abbiamo di diffondere la sana dottrina. "Voi siete la luce del mondo - ammonisce Gesù - voi siete il sale della terra". Ed è una grave responsabilità non dare luce ai nostri amici, colleghi, alle persone che incontriamo nella vita, perché ci manca l'olio della sana dottrina. Sarebbe, perciò, triste e dolorosa infedeltà la nostra se lasciassimo che il sale della buona dottrina si corrompesse per le nostre complicità con le dottrine del mondo.
227

2 Timoteo, 4,3-4

126

Un terzo pericolo per l'intelligenza è quello di "intasarla" con l'eccesso di erudizione. Non si può confondere la dottrina con l'erudizione. Nell'epoca dei dizionari, delle enciclopedie, delle innumerevoli pubblicazioni a fascicoli settiminali, e soprattutto nell'epoca del "usa e getta" giornalistico e televisivo, la quantità di nozioni, di notizie, di immagini che viene versata ogni giorno nella nostra mente è tale che non ci resta più spazio per "pensare", né spazio né tempo perché l'ansia di smaltire quello che abbiamo visto e udito ci ruba in evasioni da relax il poco tempo che sopravanza al vivere quotidiano. Anche l'intelligenza ha bisogno di una dieta appropriata che le assicuri il vero nutrimento e la vera sostanza. Spesso ci comportiamo con la nostra intelligenza come ragazzini che si impinguano di pasticcini e perdono il fragrante sapore del pane. L'intelletto ha bisogno di "pensare", di poter andare in profondità nelle cose, di penetrare la ricchezza della verità che non è mai esaurita fino in fondo; ha bisogno soprattutto di contemplazione, di "perdere tempo" a guardare ciò che non passa, ciò che non invecchia, ciò che vale oggi, domani e sempre; ciò che è eterno. "Non multa, sed multum", dicevano gli antichi: "Non la quantità, ma la qualità", diremo noi oggi. L'erudizione non è dottrina. L'intelletto intasato si paralizza, e quando l'intelletto non pensa, impazzisce. Infine, un altro modo di non usare l'intelligenza è quello di applicarla alle cose frivole, a ciò che è effimero, futile e vano. Se questo è un atteggiamento fisiologico nell'età dell'adolescenza, diventa una vera malattia nei giovani e negli adulti; una malattia che porta il nome di stupidità, che ha in certi salotti-bene il suo reparto dozzinanti, e ha nelle discoteche i suoi templi più affollati.

137 - Il tarlo delle ideologie.
Ma il morbo più grave che ha afflitto l'intelligenza speculativa della nostra cultura occidentale negli ultimi due secoli sono state le ideologie. L'ideologia è uno schema mentale aprioristico e rigido che pretende di interpretare validamente la realtà, ma di fatto la uccide, la nega. Perciò l'ideologia paralizza l'intelletto, lo limita paurosamente, e lo rende impotente al dialogo speculativo. Il pensiero moderno dall'Illuminismo francese in poi è stato un terreno di cultura fecondissimo per le ideologie, che sono state una vera pestilenza non solo per l'Europa ma per il mondo intero. Sponsorizzate da forze sociali, le ideologie hanno portato a sistemi politici disastrosi e all'impoverimento spirituale e morale di intere nazioni. Pensiamo alle ideologie nazista, comunista, radical-socialista, liberal-massonica. I sistemi politici, è vero, sono crollati o si sono addomesticati in strutture socio-politiche più accettabili; ma l'intelligenza di ingenti masse umane è ben lontana dalla guarigione e da un vero risanamento. Le ideologie sono ancora presenti come atteggiamento interiore; sono rimaste, sia nella cultura di massa sia nella cultura di élite, come categorie mentali che condizionano pesantemente l'intelligenza nell'approccio alla verità. Nella loro forma più benigna, le ideologie sono una nevrosi dell'intelligenza, nevrosi che ha gettato l'uomo contemporaneo in un profondo e acuto malessere; lo dimostrano i vari esistenzialismi, le filosofie dell'angoscia, e una mentalità di paura e di disperazione che ha fatto scoppiare la violenza in tutte le sue forme. Il limite più grave, che è anche offensivo dell'intelligenza ed è comune a tutte le ideologie, è la chiusura alla trascendenza, il rifiuto di aprirsi alla dimensione trascendente della realtà, cioè alla sua dimensione metafisica che fa riferimento a Dio. Questo immanentismo delle cose è conseguenza dell'immanentismo dell'intelletto, che è uno dei principi basilari di tutto il pensiero moderno. Secondo tale principio il nostro intelletto è in grado di conoscere null'altro che sé stesso, la nostra intelligenza è chiusa ad ogni altro oggetto fuorché a sé stessa. 127

Sembra un atteggiamento astratto che interessa solo persone strane chiamate filosofi; è invece un atteggiamento profondamente deleterio che è entrato nella mentalità corrente, nel modo di pensare comune. Affermare che la nostra intelligenza è tutto, è negare che ci possa essere qualcosa fuori di essa o sopra di essa; tutto si riduce al Pensiero, con la pretesa della sua autonomia assoluta. L'uomo non dipende da alcunché nella sua attività conoscitiva, né deve rendere conto a nessuno di ciò che pensa; il Pensiero umano prende così il posto di Dio e si sostituisce alla realtà stessa delle cose. Un’affermazione di Kant - che pure era religiosissimo - è estremamente significativa al riguardo: "Dio non può essere conosciuto, ma può essere pensato." E' come dire: Non possiamo affermare che Dio esiste, perché l'idea che abbiamo di Lui è una creazione del nostro pensiero. Ora, è vero esattamente il contrario: Dio possiamo conoscerlo perché "è", anzi, "Io Sono", - "pienezza dell'essere" - è perciò l'oggetto più sublime della conoscenza umana. Non possiamo invece "pensarlo" perché trascende infinitamente il nostro pensiero. L'affermazione di Kant è la più esplicita dichiarazione che il Pensiero deve sostituirsi alle cose, le quali no n avrebbero una loro consistenza propria, un loro valore, una loro verità: è l'intelletto umano che fa tutto.

138 - Un tragico inganno: l’immanentismo.
Vedremo fra poco le conseguenze di questo immanentismo della Ragione che ha partorito i suoi idoli, ma intanto possiamo subito rilevarne gli effetti in tre atteggiamenti dell'attuale mentalità dominante, che hanno inciso in modo drammaticamente negativo sulla vita individuale e sulla vita sociale in tutto il nostro Occidente "cristiano". Il primo atteggiamento, nato dal distacco dell'intelligenza dalla verità, si esprime come agnosticismo intellettuale; nella mentalità corrente esso significa: "Ognuno la pensa come vuole, e per lui è vero ciò che pensa". Non esiste perciò una verità oggettiva, valida per tutti, ma ognuno ha la "sua" verità, la cui forza è data dalla capacità di coagulare intorno a sé il consenso della maggioranza. Un secondo atteggiamento, nato dal distacco della coscienza dalla legge naturale, si presenta come relativismo morale; nella mentalità corrente esso significa: "Ognuno si comporta come meglio crede, e per lui è bene ciò che le sue convinzioni gli suggeriscono". Non esiste perciò una legge morale oggettiva, valida per tutti, ma ognuno ha la "sua" morale personale la cui validità, semmai, può essere misurata sul consenso delle opinioni della gente o sulle convinzioni della maggioranza. E' il trionfo del soggettivismo morale a livello individuale, per cui l'unico criterio di moralità è la coscienza del singolo. Essa ignora o addirittura esclude ogni norma oggettiva di riferimento, anche la legge scritta nella natura stessa dell'uomo (legge naturale), e perfino la legge positiva esplicitata da Dio nei Dieci Comandamenti. Il terzo atteggiamento è la logica applicazione del precedente su scala istituzionale e sociale:; esprime il distacco della legge positiva dal Diritto naturale, distacco che ha portato all'agnosticismo giuridico. Nella mentalità corrente esso significa che i poteri dello Stato sono fonte del diritto e hanno autonomia assoluta di esercizio, facendo tutt'al più riferimento a una Costituzione che essi stessi si sono data. Le stesse leggi istituzionali e ancor più le leggi camerali (Parlamento e Senato) sono frutto di convergenze ideologiche e di alleanze partitiche, sono cioè "leggi convenzionali" dove spesso manca ogni riferimento ai principi fondamentali del Diritto naturale, cioè del diritto che si fonda sulla natura stessa dell'uomo come persona. Sono perciò leggi estremamente povere di contenuto etico, spesso addirittura immorali, o comunque irresponsabilmente permissive dove la libertà 128

viene usata per giustificare la più sfacciata trasgressività. Dalla crisi del Diritto nasce inevitabilmente la crisi della legalità, con una progressiva sfiducia dei cittadini verso le leggi dello Stato. Lo Stato laico, nella sua versione agnostico-laicista di qualsiasi tendenza politica, a dispetto dei suoi sforzi per salvaguardare la sua figura di Stato etico, rivela alla fine tutta la sua debolezza; nei casi migliori, ridurrà la sua efficacia al campo dei problemi sociali strettamente economici e amministrativi, ma si mostrerà incapace di tutelare e difendere i veri diritti dell'uomo, favorendo così un degrado culturale e morale che inevitabilmente aprirà la strada a una società selvaggia e violenta.

139 - Gli idoli della Ragione.
L'immanentismo intellettuale, i cui frutti amari abbiamo appena descritto, con la sua pretesa di ridurre tutto al Pensiero e di sostituirlo alla realtà delle cose, ha portato l'uomo non solo a negare Dio o a rifiutarlo come realtà oggettiva e trascendente, ma ha aperto la via ad ogni sorta di violenza sulla natura e sull'uomo. Il "libero pensiero" ha così partorito gli idoli e i miti dell'uomo moderno, davanti ai quali la nostra cultura occidentale ha bruciato innumerevoli bracieri d'incenso. Il primo idolo fu appunto la Ragione stessa. Quando i Giacobini della rivoluzione francese intronizzarono sull'altare di Notre Dame a Parigi una ballerina intendendo affermare che la Dea Ragione soppiantava finalmente la Fede, compirono un gesto che fu, sì, stupido nella sua volgarità, ma anche emblematico: la "libera Ragione" quando abbandona il suo Autore, che è anche il sublime Oggetto della sua attività conoscitiva, cade in balìa di sé stessa e non diventa che questo: una stupida ballerina, un ridicolo burattino o, più seriamente, diventa quella triste "aquila spennacchiata" che non conosce più le altezze della speculazione vera, la luce abbagliante della Verità, ed è costretta a nutrirsi della carne putrida dei propri sofismi e della propria persuasione. Pensiamo al prezzo che abbiamo sborsato, prezzo che ancora stiamo pagando - i lager, i gulag, le camere a gas, le pulizie etniche, le guerre di sterminio... - a causa dell'autonomia della Ragione e della supremazia del Pensiero sulla Verità. Gli altri idoli sono un po' figli della Ragione. Innanzitutto la Scienza. Non c'è dubbio che il prodotto più significativo e insieme ammirevole dell'intelletto umano nell'epoca moderna è la Scienza e le sue stupende realizzazioni attraverso la tecnica. E' un edificio colossale e affascinante che dà quasi le vertigini perché sembra non avere limiti nel suo sviluppo e nelle sue possibilità. E' vero che la scienza ha aperto problemi di enorme portata e che lo sviluppo tecnico ha provocato situazioni di estrema gravità per l'intero pianeta e per i suoi abitatori, ma c'è la ferma convinzione che tutti i problemi posti dalla scienza, anche i più ardui e apparentemente insuperabili, la scienza stessa ha i mezzi e le possibilità di risolverli. Perciò i lati negativi che possono accompagnare lo sviluppo della scienza e della tecnica - la crisi energetica, il problema ecologico, gli insuccessi sperimentali, ecc. - non sono che momenti transitori, fasi fisiologiche del Progresso umano, destinati a scomparire col progressivo affermarsi della piena maturità del pensiero scientifico. Ma i trionfi della Scienza hanno prodotto una sorta di ubriacatura dell'intelligenza, una fiducia illimitata nelle possibilità della Ragione scientifica, la convinzione che la Scienza è la strada del vero progresso e della vera liberazione dell'uomo. Con la scienza l'uomo si è impossessato della "pietra filosofale", la chiave per dare soluzione a tutti i problemi dell'esistenza e per realizzare pienamente il proprio dominio sul mondo. L'uomo diventa così arbitro del proprio destino, padrone della natura; la Scienza è tutto e può tutto. E' vero che gli ingenui entusiasmi per le conquiste della scienza e della 129

tecnica si sono oggi notevolmente sgonfiati e che i fumi della ubricatura stanno smaltendo il loro effetto sulla mentalità contemporanea; oggi non ci stupiamo più di nulla e siamo molto più disincantati anche di fronte alle realizzazioni più sensazionali della tecnica. Ma non dobbiamo illuderci, perché sono rimasti fortemente presenti nella cultura contemporanea proprio gli aspetti più deleteri della Scienza come ideologia. Ne ricordiamo particolarmente due, che sono tra i postulati fondamentali della cultura secolarizzata; primo: il sapere scientifico è l'unica forma valida e accettabile di conoscenza; la conoscenza scientifica è presa come unico criterio di verità. Il secondo è l'affermazione della Scienza come criterio etico: la Scienza non può essere soggetta a norme esterne a sé stessa; la Scienza è essa stessa criterio di moralità. Il primo postulato afferma che è vero solo ciò che è "scientifico", è reale (esiste) solo ciò che è sperimentabile, constatabile scientificamente. Esso porta alla negazione delle realtà spirituali: l'anima, lo spirito, Dio stesso, oppure alla riduzione delle sostanze spirituali a fenomeni "naturali", pure manifestazioni della realtà materiale. Così, il pensiero sarebbe un'attività del cervello, anzi una sua facoltà, e l'anima una forza, un fluido vitale di natura biologica, corruttibile, che si spegne col corpo. Questa tesi è favorita dalla visione materialistica della realtà, visione che nega ogni trascendenza anche naturale nell'uomo, e riduce tutto a materia. Il sapere scientifico sarebbe, perciò, incompatibile con qualsiasi atteggiamento di fede, e preclude ogni apertura al soprannaturale. Tuttavia la tesi scientista non ha valore scientifico; è un’affermazione aprioristica di carattere ideologico; perciò lo scienziato che la sostiene cade in contraddizione, e rischia di rendersi poco credibile come scienziato. In realtà, la conoscenza della verità è un problema che ha anche una dimensione morale; esige il superamento dell'orgoglio intellettuale che ritiene la verità immanente alla nostra intelligenza, e pretende di ridurla a misura della ragione umana: è l'uomo che crea la verità.

140 - Scienza e morale.
Da questo nominalismo intellettuale - distacco dell'intelligenza dalla Realtà oggettiva, dalla verità delle cose - è facile il passaggio all'altro postulato del secolarismo scientista: la Scienza unico criterio etico; vale a dire, il distacco della Scienza, cioè dell'intelligenza come sapere scientifico, dalla legge morale. La scienza non sarebbe soggetta ad altra norma morale che a sé stessa, non avrebbe altro criterio morale che la fattibilità dei suoi progetti. La Scienza cioè non può tollerare limiti al suo sviluppo e a tutto ciò che concorre al suo sviluppo. La sperimentazione, l'indagine scientifica, le realizzazioni della tecnica, la ricerca, ecc. sarebbero campi esclusi ad ogni ingerenza estranea ai criteri esclusivamente scientifici, e i mezzi e i metodi che rispondono a questa finalità di progresso sarebbero leciti e giusti. Ciò significa che il fine della Scienza non è il bene dell'uomo, o lo è solo secondariamente, in realtà il fine ultimo della Scienza è il suo Progresso. Così Macchiavelli è pienamente soddisfatto e l'uomo può celebrare i trionfi della sua signoria sulla natura e autoproclamarsi provvidenza a sé stesso. I nemici dell'uomo la fame, l'ignoranza, la malattia, le calamità, la fatica stessa - saranno uno dopo l'altro sconfitti, e con l'ingegneria genetica l'uomo si autoprogetterà. Ci sarà una umanità nuova, perfetta, vincente. Tutto questo non è proclamato ufficialmente, ma fa parte ormai di una convinzione fin troppo cara alle ambizioni della Ragione che si ribella all'idea che tutto questo sia un'utopia. La realtà è che, in tutto questo, non hanno più senso le verità della fede, la redenzione, la salvezza, la grazia, il peccato, la vita eterna..., e non ha più posto l'idea stessa di Dio. Dio, nemmeno viene dichiarato inesistente, è 130

semplicemente inutile. In definitiva, il criterio del bene e del male non ha valore scientifico e perciò viene sostituito dal criterio dell'efficacia o inefficacia di ciò che si sperimenta ai fini del successo.

141 - L’umiltà intellettuale.
A questo punto, la terapia per guarire l'intelligenza dell'uomo moderno e recuperarla a sé stessa consiste nell'umiltà; l'umiltà intellettuale non solo guarisce l'intelligenza restituendole il suo ruolo naturale di facoltà conoscitiva e non creativa della realtà, ma anche rende possibile la vera scienza. Una intelligenza umile rispetta la realtà; il che significa innanzitutto accettare che la realtà esista, abbia una sua consistenza e una sua identità, che non dipendono dal mio pensiero, non sono il frutto della mia attività intellettuale; e in secondo luogo significa accettare che la realtà contenga un mistero, un messaggio che disvela le profondità dell'essere; perciò non va manipolata, strumentalizzata, deviata. Del resto, quando uno scienziato si mette davanti al mistero della natura con umiltà, cioè con intelligenza sana e con animo retto, è immediatamente convinto di trovarsi di fronte a una realtà che lo trascende, a fenomeni e a leggi che non dipendono da lui e nello stesso tempo non sono in grado di dare ragione di sé stessi. Diventa perciò quasi connaturale in lui un atteggiamento di rispetto che gli consente una conoscenza della realtà più profonda e veritiera, e alla fine non può non interrogarsi sull'origine e sul destino delle cose, e perciò su Dio. Se la scienza è vera scienza non impedisce la fede ma la facilita perché l'una e l'altra vengono da Dio e conducono a Dio. Alla luce di queste constatazioni, l'ideologia scientista appare un falso in atto pubblico: "hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile", e diventa un atto di violenza: "soffocano la verità nell'ingiustizia" - perciò la superbia acceca l'intelligenza: "hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa". 228 Questo discorso sull'umiltà intellettuale è indispensabile come terapia per guarire l'intelligenza anche dall'altro postulato scientista: la scienza come principio etico. Infatti per liberare la Scienza dal soggettivismo anarchico della Ragione, e recuperare l'intelligenza al rispetto del bene morale e delle sue esigenze è ancora necessaria l'umiltà come verità, la verità del nostro essere creature. Su questo tema della verità come fondamento del criterio morale e quindi come riferimento per la nostra coscienza, Giovanni Paolo II ci ha fatto dono di una fondamentale Enciclica, la "Veritatis splendor". Fuori della Verità non c'è né libertà, né vera conoscenza del bene e del male. Ora la Verità è incommensurabilmente più ampia del sapere scientifico, e il bene morale è incomparabilmente più importante del progresso scientifico. L'umiltà intellettuale porta lo scienziato, divenuto consapevole di essere creatura, a servire la Verità e a promuovere il bene morale dell'uomo. Del resto, pensiamo alle caratteristiche fondamentali con cui tutta la realtà si presenta alla conoscenza scientifica: la misurabilità (la sua finitezza) e la relatività. Nulla in natura è illimitato e assoluto; una legge fondamentale della natura è proprio la Relatività generale. Anche l'intelligenza dell'uomo soggiace alle stesse caratteristiche di limitatezza e di relatività; sono queste le coordinate che troviamo in ogni essere creato in quanto tale. La verità è vincolante per la nostra intelligenza e il bene è vincolante per la nostra libertà, per la nostra coscienza. Scoprire e accettare la propria creaturalità è perciò un atto di saggezza, è collocarci nella realtà, al nostro posto. Del resto accettare la nostra realtà di creature non è umiliante, anzi è
228

Rom. 1,18-23

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liberante, soprattutto libera dall'angoscia esistenziale; infatti, se non siamo creature, chi siamo? Riscoprirci creature è riscoprire le nostre radici, le nostre origini e il nostro destino; origini non semplicemente temporali e destino che non è un destino qualunque. Inoltre è riscoprire il senso profondo di quel viaggio infinitamente esaltante che abbiamo già ricordato più volte e che costituisce il tema fondamentale di tutto il nostro discorso sul tempo: l'itinerarium mentis in Deum, il viaggio che, iniziato in Dio, a Dio ritorna attraverso le strade del tempo: le strade della fede, della speranza, dell'amore, le strade della santità. Se il sapere scientifico accettasse il riferimento ai valori morali non solo risanerebbe l'intelligenza ma si risparmierebbe le amare conseguenze di una Ragione tirannica che non vuole rendere conto a nessun altro che a sé stessa. Mai la nostra intelligenza ha avuto tanto bisogno di libertà, perché mai è stata tanto povera di Verità. Le conquiste delle scienze umane - la politica, l'economia, la sociologia, la medicina... ecc. - quando sono vere, sono sempre verità parziali, che rispondono ai bisogni contingenti, quelli legati al tempo, ai problemi del nostro vivere terreno, del nostro essere-nel-tempo. Ma la nostra intelligenza ha bisogno della verità trascendente, della Verità Totale, della risposta risolutiva e definitiva al bisogno insaziabile di significato che la tormenta. Ha bisogno, insomma, di non vagare continuamente tra "verità" che sono a loro volta interrogativi, rimandi, isole inospitali di un arcipelago fatto di attracchi provvisori, per qualche soggiorno temporaneo; ha bisogno di ciò che è definitivo, esaustivo, totale. Ha bisogno di Eternità.

142 - Un idolo tirannico: la Democrazia.
Infine, l'orgoglio intellettuale rende l'intelligenza incapace di verità e la lascia in balìa di una Ragione dispotica che tutto sancisce con un unico riferimento: sé stessa. Il vuoto di verità viene allora occupato dalle opinioni. E' vero che il terreno dell'opinabile è vastissimo; nelle cose umane - nella politica, nell'economia, nell'arte, nel costume - tutto è opinabile, tutto è soggetto a continua evoluzione, ma i valori, i principi fondamentali della natura umana e dell'essere delle cose non sono opinabili, non dipendono dal nostro parere soggettivo, o dalle nostre convinzioni personali. Il culto dell'opinione ha così partorito un altro idolo dell'epoca moderna: la democrazia. Il criterio democratico può fornire il sistema più giusto e più efficace applicato al campo dell'opinabile - il campo politico, economico, artistico ecc. - ma diventa illegittimo e anche immorale quando viene applicato ai valori; essi non vengono decisi per alzata di mano o in nome di una maggioranza. Mille opinioni non fanno una verità. Ora, la nostra epoca, è caratterizzata dal trionfo dell'opinabile: i giornali sono di opinione, i cinema sono anch'essi di opinione, i rotocalchi, i servizi televisivi, i libri stessi portano le opinioni dei loro autori, ma tutto è affermato con la convinzione che quelle opinioni sono la verità. Questo ci fa capire l'impressionante povertà spirituale della nostra epoca, quanto essa abbia smarrito il riferimento con l'eternità e sia naufragata nei flutti del tempo. Le opinioni infatti appartengono al tempo, i valori all'Eternità. Vale la pena di ascoltare le parole con le quali uno dei maggiori "esperti" di totalitarismo, perché l'ha vissuto e sofferto nella sua esperienza personale, il papa Giovanni Paolo II, ha messo in guardia dal "totalitarismo" delle democrazie. Nella sede dell'Università di Vilnius, in Lituania, ebbe a dire: "... le stesse democrazie, organizzate secondo la formula dello Stato di diritto, hanno registrato e ancora oggi presentano vistose contraddizioni tra il formale riconoscimento della libertà e dei diritti umani e le tante ingiustizie e discriminazioni sociali che tollerano nel proprio seno (...). Il rischio dei regimi democratici è di risolversi in un sistema di regole non 132

sufficientemente radicate in quei valori irrinunciabili, perché fondati sull'essenza dell'uomo, che debbono essere alla base di ogni convivenza, e che nessuna maggioranza può rinnegare, senza provocare funeste conseguenze per l'uomo e per la società (...) Totalitarismi di opposto segno e democrazie malate hanno sconvolto la storia del nostro secolo". E concludeva: " I sistemi che in Europa si sono avvicendati e contrapposti hanno ciascuno la propria inconfondibile fisionomia, ma non credo che ci si sbagli considerandoli tutti figli di quella cultura dell'immanenza che si è largamente affermata in Europa negli ultimi secoli, inducendo a progetti di esistenza personale e collettiva ignari di Dio e irrispettosi del suo disegno sull'uomo". La democrazia - affermava ancora il Papa - "non implica che tutto si possa votare, che il sistema giuridico dipenda soltanto dalla volontà della maggioranza e che non si possa pretendere la verità nella politica. Al contrario, bisogna rifiutare con fermezza la tesi secondo la quale il relativismo e l'agnosticismo sarebbero la migliore base filosofica per una democrazia (...) Una tale democrazia rischierebbe di trasformarsi nella peggiore delle tirannie". 229

143 - La Ragione tra Verità e Libertà.
Infine il virus dell'immanentismo ideologico e scientista è responsabile di un altro atteggiamento intellettuale che pesa negativamente sulla cultura e su tutto il modo di pensare attuale: la mentalità storicista ed evoluzionista. E' la mentalità tipica di un’intelligenza che ha perduto il senso dell'eternità, ha perduto quindi la sua capacità di giudizio, la sua libertà critica. Un’intelligenza incapace di eternità vede tutto attraverso presunte leggi ineluttabili: tutto viene trascinato dalla Storia, dal Progresso, tutto è governato dall'evoluzione, cioè da forze che tendono verso l'utopia della Società perfetta. L'intelligenza crede di affermare così la propria autonomia. Ma l'orgoglio intellettuale è sempre stato, fin da principio, il peggiore inganno dell'uomo. Invece, l'umiltà è verità e la verità è libertà. Libertà è volo della nostra intelligenza, della nostra anima, verso il sole della verità, non quella o quelle verità sancite o fabbricate dall'uomo, dalla sua dea Ragione, ma la verità che viene da Dio, dalla sua creazione e dalla sua Rivelazione. C'è dunque, oggi, l'urgente bisogno di una intensa crociata per riscattare l'intelligenza, per rieducarla a pensare rettamente, per addestrarla di nuovo al volo verso la luce della intuizione e della contemplazione. Dobbiamo liberarla dalla prigione dello spirito mondano, secolarizzato e laicista, dalle sue maglie false e illusorie: la visione materialistica del mondo, la fiducia cieca e assoluta nella Ragione autonoma che rifiuta ogni riferimento alla Verità trascendente, il rifiuto storicistico della tradizione e proclamazione del "popolo" quale presunta fonte di autorità, il sapere scientifico e tecnico come unico strumento efficace di salvezza per l'uomo, la politica come luogo originario di ogni etica e di ogni valore morale, la sostituzione della filantropia all'amore, e infine la chiusura immanentistica del nostro avvenire che non ha alcun futuro oltre la morte. Sono queste le sbarre che tengono prigioniera la nostra intelligenza riducendola a quella povera "aquila spennacchiata" triste e debole che ha dimenticato le altezze inebrianti del sapere metafisico e della fede. Tutto questo lo vediamo nei pensatori e negli autori più significativi nel campo dell'arte, delle scienze, della letteratura del nostro tempo: la loro incapacità di alzarsi al di sopra di una visione orizzontale e terrena della vita, la loro fatica ad aprirsi anche per poco alla luce della fede, il loro pensiero debole, fuligginoso, zoppicante, scettico che ricicla poveramente le vecchie utopie di sempre. E' arrivato il momento di una nuova epoca culturale, di una nuova
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Giovanni Paolo II, Discorso nell'Università di Vilnius, 29.11.92

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stagione del pensiero umano, un ringiovanimento, quasi una rinascita dell'intelligenza, che aprendosi alla verità e alla fede, lascia entrare tutta la luce trascendente di Dio e della sua Rivelazione nell'universo grandioso e stupendo edificato dalla scienza, dalla tecnica e da tutto il sapere dell'umanità di questi secoli, un universo che è ancora nel buio, nella tristezza, e manca della sua anima. Ancora una volta le parole profetiche di Giovanni Paolo II appena eletto Pontefice: "Aprite le porte a Cristo..." sono le parole di cui ha bisogno prima di tutto l'intelligenza dell'uomo di oggi. La grande strada maestra, o, se vogliamo, le ali possenti dell'intelletto speculativo, di quest'aquila chiamata alle altezze della verità, sono le ali della Fede. Di essa abbiamo già parlato, qui vogliamo ricordare ancora una volta, il profondo legame tra scienza e fede, tra l'intelletto speculativo e la teologia; credo ut intelligam... rationabile obsequium vestrum: cioè, la fede aiuta e potenzia l'intelletto, e l'intelletto si fa umile servitore della fede attraverso la riflessione teologica. Non a caso l'evangelista Giovanni, che più potentemente e solennemente ha proclamato la Verità e l'Amore, ha come simbolo l'aquila. La Verità e l'Amore sono le ali della libertà che possono spingere l'aquila del nostro intelletto verso il Sole di Dio, alle altezze inebrianti della contemplazione.

B)

INTELLETTO PRATICO

144 - Che cos’è l’Intelletto pratico
L'attività speculativa è l'attività basilare dell'intelletto umano, perché la conoscenza teorica appronta le idee-forza, le idee-madri che muovono il mondo e orientano la vita e il comportamento degli uomini. Non per niente l'oggetto proprio e supremo dell'intelletto speculativo è la Verità. Ma a questa attività "ascendente", speculativa, dell'intelletto, corrisponde un’attività "discendente" propria dell'intelletto pratico, che è rivolto all'azione, al fare, all'applicazione pratica del vero conosciuto e studiato. L'intelletto pratico fa l'uomo partecipe dell'opera creatrice di Dio; lo fa partecipe sotto l'aspetto della sapienza, perché è orientato ad attuare nel mondo il disegno sapiente e meraviglioso di Dio a favore degli uomini. Parliamo qui di intelletto, la cui azione rimane dunque nel campo intenzionale; per diventare esecutiva deve avvalersi delle facoltà operative: la volontà e gli organi corporei che attuano nella realtà quello che è stato concepito intenzionalmente. Questa intenzionalità dell'intelletto pratico non significa che la nostra intelligenza è orientata alla realizzazione di un progetto proprio, creato dalla ragione umana, ma di un progetto divino, concepito dalla sapienza di Dio. L'intelletto umano, infatti, avendo appunto il suo oggetto proprio nella verità è chiamato a inserirsi nel disegno sapiente di Dio perché si faccia nel mondo quel regno di Dio che è regno di giustizia, di amore e di pace. Questa partecipazione all'intelletto creatore di Dio - Dio "conosce" le cose come causa del loro essere - ci fa scoprire un altro aspetto della nostra dignità di persone e della grande nobiltà della nostra intelligenza. Ma ci ricorda anche la delicata responsabilità che abbiamo di essere facitori della verità e quindi la necessità e l'importanza di avere un'intelligenza sana, integra, intenzionalmente retta. La tecnica, che oggi è ormai presente in tutti i campi dell'agire umano e che è rivolta verso l'attuazione di progetti sempre più ambiziosi ed è arrivata a splendide realizzazioni tanto da dare il nome alla nostra civiltà, che è chiamata la "Civiltà della Tecnica", ha perciò più grandi responsabilità ed espone l'uomo a maggiori tentazioni. 134

Uno dei pericoli maggiori della tecnica come sapere pratico è quello della sua strumentalizzazione mondana. Sappiamo l'esaltazione della prassi nel pensiero marxista; secondo Marx l'uomo deve essere tutto teso a cambiare la Storia, a realizzare la società perfetta. La caratteristica principale dell'uomo è perciò "l'impegno", che dovrà essere rivoluzionario quando lo richiede la necessità, politico nel governo dello stato laico, possibilista dove lo richiede la convenienza. Dio vuole che l'uomo collabori al proprio destino, alla propria storia terrena, al suo realizzarsi nel tempo; lo vuole collaboratore non passivo, puramente servile, ma consapevole e responsabile, attivo; però il progetto è di Dio, viene dalla sua infinita sapienza e ha come fine la sua gloria, la quale, come sappiamo, coincide con la felicità dell'uomo. Ma, anche qui, il peccato originale continua il suo inganno e l'uomo vuole collocarsi al posto di Dio, vuole essere lui il progettista; si autopropone, si autoprogetta, si autorealizza.

145 - La Torre di Babele.
Un'espressione dell'intelletto pratico in chiave mondana è stata la Torre di Babele, la realizzazione di un progetto che doveva esprimere la potenza dell'uomo considerata fine a sé stessa, la creazione di un'opera che proclamasse la forza dell'ingegno umano nella sua autosufficienza; ma era un'opera che non aveva nulla a che fare con i disegni di Dio e con la sua sapienza, anzi era stata concepita senza Dio e in certo senso contro di lui. Perciò, le conseguenze non potevano essere che la confusione e il disordine. Ma la torre di Babele, come espressione di autosufficienza nei confronti di Dio, non la troviamo solamente nella storia dei popoli o nella storia delle civiltà umane. Ognuno di noi ha nel cassetto una sua Torre di Babele che prima o poi vorrebbe realizzare: un progetto sulla propria vita che risponda alle varie ambizioni, anche oneste, del proprio cuore ma che non corrisponde al disegno di Dio. Quanti di noi nel programmare la propria vita si sono preoccupati di conoscere la volontà di Dio o di confrontarsi con essa? Quante decisioni abbiamo preso nella vita prescindendo da Lui, decisioni che poi si sono rivelate colossali errori e hanno gravato pesantemente con le loro conseguenze sulla nostra vita! Senza dire che sbagliare progetto può mettere in pericolo il nostro stesso destino eterno. I santi chiedevano luce al Signore quando sentivano il richiamo della sua grazia. Il Beato Escrivà usava l'invocazione che Bartimeo, il cieco di Gerico, rivolse a Gesù: "Domine, ut videam!" 230 - Signore, che io veda! E' la preghiera che può servire anche a tutti noi: Signore, che io veda quello che tu vuoi, quello che tu ti aspetti da me e che io non conosco! Ma in fondo ogni cristiano dovrebbe incessantemente rivolgersi al Signore per conoscere la sua volontà quando non la conosce, e per attuarla pienamente quando l'ha conosciuta. San Paolo scrive che ognuno di noi è come un "edificio di Dio" - Dei aedificatio estis, 231 Dio è il progettista e Dio è anche il costruttore; il nostro impegno è collaborare con l'azione dello Spirito Santo. E' questo il significato dell'espressione: corrispondere alla Grazia. Dio ci dona tante grazie che sono come pietre da utilizzare per la costruzione del nostro edificio spirituale. Dio ci costruisce grazia su grazia finché non abbia portato a termine l'opera in noi cominciata. Nella vita spirituale del cristiano l'intelletto pratico si esprime, perciò come lotta ascetica, come impegno nel corrispondere efficacemente al lavoro della grazia. Ora, se la virtù che sostiene e potenzia l'intelletto speculativo è la fede, l'intelletto pratico trova il suo sostegno e la sua forza nella virtù della speranza. La
230 231

Lc. 18,41 1 Cor. 3,9

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speranza infatti è virtù operativa; ci spinge a mettere mano a progetti che sono sproporzionati alle nostre forze ma che sono proporzionati alla grazia di Dio. Tale è il progetto divino della nostra santificazione. La santità è ciò che Dio vuole per ognuno di noi, secondo un disegno che è personale, quasi "su misura" per ciascuno. La speranza di essere santi secondo la grazia di Dio è la forza che deve sostenere il nostro impegno ascetico al di sopra di ogni ostacolo e difficoltà, compresi gli insuccessi e i fallimenti.

146 - Intelletto pratico e “attivismo”.
L'intelletto pratico non deve essere proteso a realizzare solo le grandi linee del progetto divino. Una costruzione non è fatta soltanto delle strutture portanti, dei muri; ha tutto un arredo, una serie di cose, anche piccole e semplici, che rendono la costruzione abitabile e fruibile, anzi ospitale e gradevole. Il nostro impegno ascetico, dunque, sarà spesso su cose piccole e umili, ma servirà a corredare l'edificio della nostra anima di tante piccole virtù che rendono gradevole a Dio la sua dimora in noi. I grandi santi lo sono stati soprattutto nell'eroismo delle piccole virtù della vita quotidiana. La concretezza dei propositi è una caratteristica proprio dell'intelletto pratico. C'è infine una forma di intelletto pratico che possiamo chiamare patologica e nasce da una ossessiva ambizione personale di cercare la propria realizzazione in un lavoro senza soste, in un'attività senza respiro, in imprese sempre più impegnative e assorbenti. E' la malattia dell'attivismo; una specie di morbo di Parkinson che prende l'intelligenza e la pervade di una febbre attivistica senza spazio e senza alternative, ingoiata dal vortice dell'azione, sempre più incapace di uscirne e di fermarsi. Ecco allora l'homo faber, l'uomo-produzione, l'uomo-manager, l'uomomacchina, l'uomo tutta tensione, tutto crampi e volontà di realizzazione, che spesso diventa volontà di potenza, volontà di autoaffermazione, aggressività e sfoggio di sé. Il lavoro ossessivo e insonne è per l'intelletto pratico ciò che l'orgoglio scientifico è per l'intelletto speculativo: una droga, un’alienazione dell'intelligenza stessa che finisce col non "pensare" più. Si ha così un attivismo senz'anima, un lavoro senza pensiero; è un lavorare che non è più "collaborazione con Dio", senza più spazio per la preghiera, per la famiglia, per l'amicizia, per la propria crescita interiore. Così l'azione e la realizzazione delle proprie imprese diventano il monumento funebre alla vita interiore, alla vita dello spirito e alla vera gioia dell'anima. A questo parossismo attivistico professionale corrisponde, su un piano più domestico l'agitazione femminile. L'intelletto pratico così preponderante nella donna può degenerare in una nevrosi per arrivare a tutto. La donna sempre inseguita dalle cose, assillata dai propri "doveri", costantemente perseguitata da complessi di colpa per le proprie presunte inadempienze, inquieta per le molte cose da fare in mezzo alle quali si dibatte come un naufrago in cerca di salvezza..., è una delle forme spesso inconsapevoli di attivismo narcisistico che può diventare alibi alla vera attività, quella che ha le dimensioni della vita interiore, della libertà e dell'amore. Il rimprovero del Signore rivolto a Marta che si agitava perché tutta presa nei "molt i servizi" è un richiamo per quanti hanno fatto della prassi il loro unico sistema di vita, il luogo di espressione della loro intelligenza, dimenticando quell'unicum necessarium "che non ci sarà mai tolto", perché fa parte non del tempo ma dell'eternità; l'unum necessarium l'aveva scelto Maria, la quale pendeva dalle labbra del Signore. Ma l'espressione più importante dell'intelletto pratico è la coscienza morale. Essa si esprime nel giudizio pratico della ragione sul bene e sul male, o meglio il giudizio sul nostro comportamento e sul nostro agire in riferimento al bene e al male. Se il ruolo dell'intelletto speculativo è conoscere la verità, compito 136

dell'intelletto pratico è "fare" la verità. Fare non nel senso che sia l'intelletto a creare la verità, ma nel senso che è lui, l’intelletto, a indicarci come tradurla nella vita pratica, come conformare cioè il proprio agire alla verità che emana dall'ordine creato e soprattutto alla verità che ci è stata data in dono nella Rivelazione di Dio. La coscienza è il ruolo fondamentale dell'intelletto pratico, la sua funzione più importante; da essa dipende tutto il valore morale della persona, come vedremo parlando della maturità dell'uomo adulto.

C)

INTELLETTO CONTEMPLATIVO

147 - Che cos’è l’Intelletto contemplativo.
La scena evangelica di Marta e Maria può introdurci alla considerazione della terza attività della mente umana, quella dell'intelletto contemplativo. Se l'intelletto speculativo, come abbiamo detto, svolge un’attività "ascendente", un moto verso la verità, e la sua forza è la fede, e se l'intelletto pratico si esprime in una attività "discendente", un moto verso le cose da realizzare, e la sua forza è la speranza, l'intelletto contemplativo è immobile, la sua attività è senza moto, è un atto semplice che si esprime nella "visione". E' la forma più alta di conoscenza, la più ricca e più intensa, la sua forza è l'amore. Perciò dire che l'intelletto contemplativo è immobile non significa dire che è inerte, vuoto, senza contenuto. Al contrario, esso dà una più profonda intuizione della verità, una più ampia e completa visione della realtà, una fruizione gustosa ed estatica dell'Essere infinito, della sua bellezza, della sua trascendenza, della sua bontà e, in Lui, una fruizione profondamente appagante di tutta la creazione. E' un’attività interiore che troviamo nei poeti, in molti filosofi, ma soprattutto nei santi. Propriamente parlando, l'unica vera conoscenza dell'essere è la conoscenza contemplativa, perché l'essere, quello creato e ancor più quello increato ed eterno, non può essere né dimostrato con l'intelletto speculativo, né tanto meno causato dall'intelletto pratico. L'essere "è", e davanti ad esso l'intelletto è costretto a fermarsi e a guardare, lo coglie per astrazione intuitiva, con un atto semplicissimo di penetrazione, potremmo dire che è spinto a mettersi in ginocchio, consapevole dell'assoluta trascendenza dell'essere che lo anticipa, lo precede, gli viene "dato". La conoscenza dell'essere è una specie di stupore intellettuale che sfugge ad ogni definizione, che è sperimentato quando davanti ad un oggetto riusciamo a gridare: C'è! Esiste! E' qualcosa di simile, sul piano psicologico, all'innamoramento. Tutti nella nostra vita abbiamo sognato una persona che realizzasse il nostro ideale d'amore: un principe azzurro per una ragazza, una donna affascinante per un giovane, un bambino ideale per una madre... abbiamo dato corpo ai nostri fantasmi, e abbiamo forgiato queste persone dentro di noi, modellandole secondo le esigenze dei nostri desideri. Le abbiamo anche amate appassionatamente ma era un amore platonico. Quelle persone erano solo nella nostra mente, dipendevano dalla nostra immaginazione, erano fantasmi soggettivi. Potremmo dire che erano frutto dell'intelletto speculativo, appartenevano al mondo delle idee astratte, o meglio dei sogni. Ma il sogno non è contemplazione. Il sogno rimane all'interno del nostro io e ne esprime il moto spesso insonne e vorticoso. La contemplazione invece ci porta fuori di noi e lascia il nostro io immobile davanti alla persona amata. Accade quando questa persona cessa di appartenere al mondo dei sogni e appare lì davanti a me, viva. Magari non corrisponde al mio sogno, al mio ideale, ma possiede una caratteristica incommensurabile che ha qualcosa dell'infinito: esiste. Una madre appena "vede" il bambino che ha partorito dimentica 137

immediatamente tutti i suoi sogni e rimane come stregata. "Contempla" quella creatura quasi incredula, senza parole, solo qualche esclamazione che esprime stupore, meraviglia, gioia inesprimibile, molto simile alla felicità. Così il ragazzo, quando ha visto inaspettatamente la ragazza che lo ha innamorato, è rimasto a guardarla, a "contemplarla". Quella persona non era un fantasma, un'idea che gli appartenesse e che avrebbe potuto modellare o manipolare a piacimento, era un essere vivo, reale, una persona in carne ed ossa con una sua identità, una sua storia personale, magari tutta da scoprire, una persona con le sue doti e i suoi limiti, con le sue caratteristiche individuali, con la sua esistenza indistruttibile. E quella persona viva, entrata in lui, ha preso il posto di tutti gli altri fantasmi, e ha cancellato ogni senso di solitudine. Prima egli viveva in compagnia di sé stesso, dei suoi ideali, delle sue aspirazioni, dei suoi fantasmi, ma solo. Da quando è entrata in lui la persona che lo ha innamorato, è cambiato tutto. Sente che quella presenza ha influito sulla sua vita, ha cambiato il suo mondo interiore; una presenza non cercata, non voluta, non fabbricata, perché quella persona, che apparteneva solo a sé stessa, gli è stata data, era un dono.

148 - La contemplazione mistica
Analogamente, il giorno in cui la nostra mente riuscirà a passare dalla propria idea di Dio e dalle proprie opinioni o sensazioni su di lui alla realtà di Dio, quando cioè il nostro intelletto arriverà non a "pensare Dio" ma a cogliere la sua presenza, quasi a gridare: Eccolo! "Signore, sei tu!... sei qui: mi vedi, mi guardi, mi ascolti!", quello sarà il giorno della illuminazione contemplativa, il giorno della verità, della libertà, dello stupore; il giorno in cui Dio non sarà più una pura conoscenza razionale, una pura possibilità astratta del mio intelletto speculativo e nemmeno una semplice seppur forte motivazione per il mio intelletto pratico, ma una realtà viva, un Essere personale che mi sta dinanzi, mi tiene nelle sue mani, mi "vuole" con un atto d'amore ineffabile, un amore che genera amore, provoca amore, libera dentro di me la forza dell'amore. Solo l'amore, l'amore vero, rende contemplativi. Infatti attraverso l'intelletto contemplativo si realizza, fra l'anima e il suo oggetto contemplato, una profonda intimità, una identificazione spirituale che è opera dell'amore. Vale la pena di citare l'espressione originale di S. Tommaso D'Aquino che definisce la contemplazione: simplex intuitus veritatis ex caritate consecutus (Summa II-II,q.180,a3,6), un atto semplice di intuizione della verità provocato dall'amore. "Atto semplice" significa che la contemplazione non avviene attraverso quel moto dell'intelletto che è la ricerca, la dimostrazione, il ragionamento; l'intelletto rimane come abbagliato dalla luce, appagato dal possesso o meglio dalla presenza intima e immediata dell'oggetto amato, abbandonato in una quiete dolcissima che è riposo nell'intimità dell'amore. E' questa la contemplazione mistica; essa porta l'anima a uno stato che è il più vicino alla condizione ultraterrena, alla vita eterna; ha infatti qualcosa che la fa simile alla beatitudine. In cielo non ci saranno più l'attività speculativa e l'attività pratica dell'intelletto; cesseranno infatti la fede e la speranza. Resterà la contemplazione, la pura e semplice "visione" di Dio, la comunione d'amore totale e definitiva con lui. Quaggiù la contemplazione è laboriosa, esige una "fatica", la purificazione interiore. L'immaginazione, la memoria, l'intelletto stesso devono liberarsi dai condizionamenti della sensibilità, delle passioni, delle abitudini; deve farsi "notte" dentro di noi, il silenzio di tutto ciò che può impedire all'anima di raccogliere tutte le energie della persona sull'oggetto amato e contemplarlo. Nella contemplazione mistica questo "oggetto" è l'Essere divino in sé stesso e nel suo agire, quando compie la sua opera in noi e per noi. Perciò è improprio chiamare Dio oggetto della 138

contemplazione; in realtà è l'anima oggetto dell'azione divina; l'anima avverte una dolcissima impotenza, accompagnata da una percezione chiarissima del suo nulla come creatura; in cambio la pervade un senso vivissimo della presenza di Dio che la tiene fra le sue mani, l'avvolge con la sua misericordia, la unisce intimamente alla sua amabilissima volontà. Non è dunque solo l'intelletto bensì l'anima tutta con le sue facoltà ad essere coinvolta nel rapporto contemplativo con Dio. Quando la contemplazione è opera di Dio, infusa dall'azione dello Spirito Santo, è puro dono, è assoluto privilegio dovuto alla sovrana e imperscrutabile predilezione divina.

149 - Le vie alla contemplazione.
Normalmente però, la contemplazione esige lo studio amoroso e l'assidua meditazione (intelletto speculativo) della Verità e delle realtà della fede, e insieme un generoso impegno ascetico (intelletto pratico) con un paziente esercizio delle virtù cristiane, soprattutto della carità e della corrispondenza alla Grazia di Dio. In altre parole, la vita contemplativa è il normale sbocco al quale approda la vita d'orazione e l'impegno ascetico di purificazione della nostra anima. Del resto, la fede e la speranza sono le ali dell'amore, e sono esse che trascinano il nostro essere verso Dio che si impossessa della nostra anima e la riempie totalmente di sé. Così lo stupore contemplativo si alterna a un dolcissimo riposo nelle braccia di Dio e riempie l'anima del gaudium cum pace; una gioia e una pace che non hanno nulla in comune con i risultati delle tecniche spirituali praticate dalle varie religioni, né con nessun'altra esperienza di questo mondo. L'intelletto contemplativo è l'espressione più alta della conoscenza umana e rivela la preziosa dignità della nostra intelligenza. La contemplazione, infatti, potenzia e perfeziona una delle doti più preziose dell'intelligenza: la magnanimità. E' una dote che l'uomo contemporaneo ha perduto; la concezione immanentista della realtà, la visione materialistica della vita che sfocia nell'edonismo, nel consumismo, nell'anarchia morale, hanno rattrappito l'intelligenza delle generazioni attuali. Il vuoto spirituale di tanti intellettuali e della stessa cultura ufficiale è impressionante; lo documentano la povertà di pensiero, la banalità e la volgarità dei sentimenti, il noioso riciclaggio dei contenuti, l'angustia delle prospettive. E tanta tristezza. E tanto squallore. La magnanimità intellettuale è la capacità di pensare cose grandi, di spaziare sugli orizzonti senza confini della verità, di penetrare le dimensioni soprannaturali dell'esistenza umana; è la capacità di scoprire anche nei piccoli spazi della vita quotidiana le dimensioni dell'eternità, di dare senso divino alle vicende umane più nascoste ed oscure, la capacità di cantare il magnificat nei giorni del dolore e della tribolazione. In altri termini, è magnanimità intellettuale la capacità di pensare la santità. Vita contemplativa, dunque. Portare in noi un intelletto aperto allo stupore del mistero di Dio e della sua vita intima, contemplazione del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo; contemplazione del Verbo fatto carne, Gesù Cristo: Bambino nel Presepe, fanciullo e uomo nella bottega di Nazareth, Maestro tra le folle di Galilea, uomo di dolori nella Passione, Sacerdote eterno immolato sulla croce, Re vittorioso nella Risurrezione, Prigioniero d'amore nei Tabernacoli; contemplare il volto di Dio nel volto di ogni fratello, contemplare la mano di Dio in ogni avvenimento della nostra vita, contemplare la magnificenza, la bellezza, la sapienza e la potenza di Dio disseminate nelle creature..., e contemplare i "cammini divini della terra" dove ogni fatica, ogni sorriso, ogni lagrima, ogni dolore possono diventare grazia, luce e amore di Dio.

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IL TEMPO NEL TEMPO: PASSATO, PRESENTE, FUTURO.

IL PASSATO: TEMPO DELLA MEMORIA

150 - Il tempo delle cose e il tempo dell’uomo.
Dicevamo che è lo spirito umano la vera misura del tempo; in certo qual modo il tempo è cominciato con l'uomo. Ciò significa che esiste un tempo nel tempo: il tempo dell'uomo nel tempo delle cose, o meglio il tempo delle cose nel tempo dell'uomo. Se chiudo gli occhi e guardo nel mio intimo vedo scorrere il tempo dentro di me; io stesso posso rapidamente andare e venire dal passato al futuro; anzi, senza lasciare il passato e senza aspettare il futuro, avverto che tutto è "presente" dentro di me. Mi vedo "contemporaneo" a tutto ciò che è stato e a tutto ciò che sarà. I cicli cosmici, le ère geologiche, i millenni della storia umana e tutto il divenire dell'umanità sono dentro il mio pensiero che tutto abbraccia. Tutto ha una durata, ma è lo spirito che la misura. Il moto è nelle cose, il tempo è nell'uomo. Ma anche nell'uomo il tempo non è senza moto. Il nostro io è una realtà distesa nel tempo, e la durata del tempo viene percepita nel nostro vissuto. Tuttavia la durata del tempo e la durata del vissuto non hanno la stessa misura, non sempre coincidono. Il tempo del nostro vissuto non è dato dal numero degli anni ma dal numero delle nostre "decisioni". Esistono decisioni di fondo, quelle determinanti, che decidono il senso del nostro cammino, l'orientamento del nostro essere interiore. Ed esistono decisioni "operative", quelle che danno consistenza al nostro vissuto quotidiano, e si attuano nel concreto della nostra vita. Santa Teresa le chiamava "determinacioncillas", piccole decisioni che tendono ad attuare con pienezza e senza ritardi la nostra vita secondo il disegno di Dio. Perciò, possono esserci vite lunghe, che durano molti anni, ma che realizzano un vissuto corto; vite mai arrivate a compimento, rimaste nel tempo come un progetto incompiuto. Possono esserci invece vite brevi, di pochi anni, ma dal vissuto intenso, ricco, profondo che ha dato ampiezza di durata e di contenuto al breve corso degli anni. Hanno realizzato il detto dell'antica Sapienza: "Consummatus in brevi, explevit tempora multa": è vissuto per pochi anni, ma ha riempito molto tempo. 232 Inoltre il tempo del nostro vissuto interiore e il tempo delle cose non hanno lo
232

Sap. 4,13

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stesso ritmo. Il moto nelle cose è sempre uguale; possiamo calcolarlo e misurarlo con unità di misura precise e sempre uguali. Il nostro tempo interiore segue il ritmo della libertà e della grazia. Il suo moto è imprevedibile e non sai le sue scadenze: "il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito". 233 Perciò S.Agostino diceva di temere il Signore che passa, perché non sai quando passa, e lasciarlo passare senza seguirlo è rischiare, a volte il proprio destino, a volte la santità, sempre è rischiare di "perdere il tempo", perdere un'occasione per amare. Libertà e grazia: misurano la vera densità del nostro vissuto. Il nostro tempo interiore corre su due semirette: il passato e il futuro, che si uniscono in un punto comune: l'istante presente. Sono, - il passato, il presente, il futuro, - le tre dimensioni del nostro io e del nostro tempo interiore.

151 - La memoria: archivio del tempo.
Potremmo pensare la memoria come lo specchio retrovisore della nostra anima. Lo specchio retrovisore ci aiuta a muoverci sulla strada con più sicurezza evitando manovre pericolose. La memoria, utilizzando esperienze passate, può servirci per camminare nella vita con più intelligenza e con maggiore saggezza. Da giovani, avendo percorso poca strada, abbiamo una memoria corta, ed essendo poco disposti a utilizzare le esperienze altrui, siamo esposti ai rischi dell'imprudenza o della presunzione. Potremmo anche pensare la memoria come un video che registra il nostro vissuto e lo custodisce. E' infatti la facoltà che conserva in noi il tempo, ne misura le dimensioni, e lo proietta come in un abisso. Il tempo scorre ma le esperienze restano, si accumulano, si addensano, acquistano spessore e costituiscono il vissuto del nostro io; diventano il regno privilegiato della memoria e anche il suo trampolino, perché dal vissuto personale la memoria può fare un balzo nel tempo. La memoria è una facoltà ampia; ampia per il suo oggetto, perché può penetrare a ritroso nel tempo fino a incontrare il muro delle origini: l'inizio delle cose; anzi, con la forza del pensiero può attraversare quel muro per espandersi nel mistero insondabile del nulla dell'Universo: "prima che il mondo fosse"; ma è ampia anche nel soggetto, essa spazia dalla plasticità biochimica del nostro organismo (memoria biologica) alla densità intellettuale della nostra mente (memoria intellettiva) passando attraverso il subconscio psicologico (memoria psichica) e l'archivio della nostra sensibilità interiore (memoria sensitiva). In altre parole, come abbiamo visto, tutto il nostro essere è dotato di memoria, anche se, nel suo significato più rigoroso, essa viene definita come "capacità di fissare, conservare e richiamare fatti di esperienza vissuti precedentemente e di riconoscerli con la loro localizzazione nel passato". Enorme è l'importanza di questa facoltà nella vita personale e sociale; è necessario perciò esercitarla, curarla e affinarla. La memoria è come lo spessore dell'intelligenza. Un uomo superficiale, atono, con una memoria corta e povera condurrà una vita senza profondità e non conoscerà il valore del tempo. E' il caso delle ideologie rivoluzionarie che respingono ogni legame col passato e rifiutano la memoria. Ma un'intelligenza senza memoria rimane senza radici e finisce nella pazzia. E' necessario però, quale presupposto per l'armonia della nostra vita interiore, che usiamo rettamente di questa facoltà. Il buon uso della memoria porta ad una selezione e ad una purificazione dei ricordi e insieme esige la loro correlazione ordinata in riferimento ai valori, e infine suppone, in noi, un certo distacco interiore.
233

Gv. 3,8

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L'esercizio positivo della memoria, infatti, non è possibile senza una sufficiente libertà di fronte ai propri ricordi. La memoria è una facoltà "passiva", incapace di presiedere alla propria attività; è infatti mossa e governata dalla volontà. La volontà agisce nel presente ed è per lei che il passato della nostra memoria diventa attuale. Ora può accadere che questa presenza del passato pesi negativamente sul nostro presente. E' necessario perciò che la memoria non diventi un peso morto e mortificante, ma rimanga saldamente ancorata all'intelligenza e governata dalla volontà perché sia stimolo alla nostra vitalità interiore. Le radici devono alimentare l'albero, non mortificarlo.

152 - La memoria del cuore.
La memoria ci permette di utilizzare il tempo anche quando non l'abbiamo più a disposizione. Il tempo passato può essere stato positivo o negativo, speso bene o speso male; può essere stato anche un passato senza peso, vuoto, un "tempo perduto", perché dissipato in cose effimere, apparenti, inutili, oppure può essere stato un tempo segnato dal dolore e dalla tribolazione, come anche gratificato dal successo e ricolmo di gioie. Ma il passato certamente più importante e più prezioso resta quello contrassegnato dalla grazia e dai doni di Dio. Di tutto il nostro passato, non tutti i ricordi vanno richiamati o accettati; ci sono ricordi che vanno seppelliti e, se fosse possibile, cancellati dalla memoria. E' il caso dei torti ricevuti, delle offese e delle ingiustizie patite; tener vive queste cose nella memoria è come dire che non abbiamo ancora perdonato. Se poi ci turbano e ci tolgono la pace, il loro ricordo include una forma di vendetta. La memoria, dunque, serve per ricordare e serve per dimenticare: è necessario, perciò, filtrare i ricordi. I vocaboli "ri-cordo, ri-cordare " fanno riferimento al cuore, e nel cuore gli antichi collocavano la sede della memoria. Come dire che noi siamo inclini a ricordare o a dimenticare una cosa secondo che essa ci sta a cuore o non ci sta a cuore. Perciò, per filtrare i ricordi in modo retto e saggio, occorre un "cuore buono". Infatti, un cuore buono saprà dimenticare le offese, le ingiustizie e le umiliazioni patite, mentre conserverà il ricordo del bene che ha ricevuto e dei doni che ha goduto; un cuore buono rifugge dal ricordo degli atti cattivi del passato perché ha rotto con loro e non vuole che diventino un pericolo per l'anima; semmai ricorda i peccati passati per rinnovare la contrizione interiore e cancellare con l'amore il disamore della vita passata. Un cuore buono accoglie i ricordi che gli danno pace e gioia perché gli ricordano la misericordia di Dio, dimentica invece i dubbi, le tristezze, i sentiment i negativi perché gli danno inquietudine e gli tolgono la pace. Insomma, un cuore buono ha memoria del bene e di ciò che porta al bene e dimentica il male e ciò che produce il male. Un cuore buono lo si riconosce così anche dai suoi ricordi.

153 - Memoria e contemplazione.
Ma la selezione dei ricordi non risponde soltanto a un bisogno di igiene interiore, sia essa di carattere psicologico o di carattere religioso-morale; essa è necessaria anche per leggere e ricostruire il vero volto della nostra storia personale e leggerla, dentro il grande fiume della storia umana, alla luce della storia della Salvezza. La memoria non è un ripostiglio dove finiscono accumulate l'una sull'altra le esperienze personali e i vari avvenimenti della vita, e nemmeno una specie di cassonetto dove si raccolgono alla rinfusa il bene e il male, e nel quale possiamo rovistare ogni tanto per tirar fuori cose passate che non hanno altro significato che 143

quello di essere passate. Non si può giocare con i ricordi o servirsene per le nostre nostalgie. La memoria è vita, conserva cose che appartengono alla nostra vita, e richiamarle secondo un ordine, secondo un criterio di storia è "leggere la nostra vita", è scoprirne il senso, la traiettoria; è rivisitare i luoghi della nostra libertà dove è passato il Signore con la sua grazia e con la sua misericordia. In questo senso la memoria è un luogo privilegiato per l'intelletto contemplativo. S. Luca ci narra ripetutamente che la Madonna "conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore". 234 Quando la nostra memoria conserva il ricordo di quello che il Signore ha fatto per noi, essa diventa uno scrigno prezioso dal quale è possibile far uscire lentamente il lungo filo dei ricordi; su quel filo dorato, come su una strada che attraversa le stagioni e i paesaggi della nostra vita, possiamo contemplare con intelletto d'amore le orme lasciate da Dio nella nostra anima, le ore di grazia lasciate cadere sulla nostra vicenda di creature, l'ombra silenziosa di un Padre che stava accanto ai nostri passi quando ci sembravano pesanti, smarriti e senza speranza. Tutto questo non può che riempirci di commozione e di intima gioia, e soprattutto di gratitudine. A volte ci viene da pensare che la nostra vita passata assomigli, come si dice, ad un romanzo, e agli occhi della psicologia e della valutazione umana delle cose può essere così; ma, per noi cristiani, la nostra vita passata è una "storia sacra", un intreccio originale e unico, tessuto dalle dita di Dio che tante volte ha giocato con la nostra libertà. Quanto più la fede illumina la nostra memoria, tanto più i ricordi raccontano la storia profonda della nostra esistenza, la storia scritta da Dio, che ci verrà pienamente rivelata nel cielo.

154 - Memoria e sincerità.
Ma per poter percorrere con atteggiamento contemplativo di gratitudine gioiosa e di consapevolezza soprannaturale il nostro passato sul filo della "memoria storica" personale, occorre conservare una certa "distanza" dai ricordi e dai loro fantasmi. Quando lasciamo che il passato ci pesi addosso come se fosse presente e lo rivestiamo con le emozioni e gli stati d'animo del presente, esso diventa un pericolo per la nostra libertà interiore, può caricarci di complessi di colpa e di frustrazioni spesso accompagnate da un senso angoscioso d'impotenza. Essere persone libere significa anche saper assumersi la responsabilità della propria vita, tutta intera, con gli errori e le miserie che l'hanno accompagnata. Questo significa che dobbiamo accettare noi stessi come siamo e come siamo stati; cioè accettare il nostro presente e il nostro passato, anche quello che vorremmo non ci fosse stato e che inconsciamente vorremmo rimuovere dalla nostra memoria per farlo sparire dalla nostra coscienza. E' questione di sincerità con se stessi, di lealtà verso la vita e di umiltà davant i a Dio. Virtù che dovremmo trovare in ogni persona libera, capace di responsabilità, ma che sono doverose in un cristiano. Anche qui, come sempre, è la superbia che viene a complicare le cose, e alla fine ci porta a vivere in modo sbagliato con noi stessi e in modo ancora sbagliato ci fa stare nella nostra vita. La conseguenza, quando non è la nevrosi, è un profondo malessere interiore, una specie di insonnia come se il passato continuasse a rumoreggiare dentro di noi, a inseguirci come un nemico. L'umiltà invece mette pace nella nostra anima, ci porta ad accettare il nostro passato perché è nostro, perché fa parte della nostra vita; e ci porta anche a valutarlo con responsabilità e obiettività alla luce del bene e del male, ma lasciando a Dio il giudizio, e abbandonando alla sua dolcissima misericordia gli errori e le colpe, dalle quali tuttavia sapremo ricavare esperienza, desiderio di espiazione,
234

Lc. 2,19

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spinta per un amore più grande. Senza umiltà non è possibile la pace nella nostra anima; non è possibile vivere in pace con sé stessi e con la propria vita.

155 - Memoria e dimenticanza di Dio.
Ma se ci sono cose che non dobbiamo ricordare, ci sono anche cose che non dobbiamo dimenticare. Dobbiamo selezionare e filtrare i nostri ricordi, ma anche abbiamo il dovere di fissare nella memoria ciò che non dovrebbe mai mancare nei nostri pensieri. C'è un rimprovero che i Profeti nell'Antico Testamento rivolgevano frequentemente al Popolo eletto: la dimenticanza di Dio. Geremia la stigmatizza con un paragone carico di ironia e insieme pieno di dolore: una donna non riesce a dimenticarsi dei suoi ninnoli, degli ornamenti futili della sua vanità, Israele invece arriva a dimenticarsi per anni del suo Dio. "Si dimentica forse una vergine dei suoi ornamenti, una sposa della sua cintura? Eppure il mio popolo mi ha dimenticato per giorni innumerevoli". 235 La dimenticanza di Dio è alla base di una visione materialistica della vita e di una condotta totalmente secolarizzata. Ha perciò il sapore di una apostasia, di un tradimento; è abbandonare Dio per seguire altri idoli che ci siamo fabbricati noi. L'uomo infatti non può stare senza Dio, e quando si dimentica del suo creatore rincorre divinità fittizie che sono un sosia grottesco del suo "io". E dimenticarsi di Dio vuol dire dimenticare i suoi comandamenti, i suoi doni, le sue misericordie, le meraviglie compiute per noi dal suo amore. Quando la nostra memoria è priva di questi riferimenti, il nostro modo di stare nel presente è disorientato e insicuro. Diventiamo un albero sradicato in preda alle acque torrenziali degli avvenimenti, una barca alla deriva in balìa di venti che soffiano da ogni parte. Perciò il Signore con insistenza raccomanda al popolo di Israele di non dimenticare: "Guardati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù. 236...guardati e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli".237 La memoria personale dovrà così diventare una memoria collettiva, "la memoria storica" di tutto un popolo. E perché non cadessero in dimenticanza i suoi precetti, la sua Alleanza e i prodigi da Lui compiuti per liberare Israele, Dio, per bocca di Mosè, dirà a tutto il popolo: "Questi precetti che oggi ti do, ti siano fissi nel cuore (la memoria) ... te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi, e li scriverai sugli stipiti delle tue case e delle tue porte". 238 Farà, poi, costruire un'arca per conservarvi il "memoriale" dell'Alleanza, cioè le Tavole della Legge, la Manna, la Verga di Aronne; infine darà ordine di ripetere ogni anno la Cena pasquale, e "così per tutto il tempo della tua vita tu ti ricorderai il giorno in cui sei uscito dal paese d'Egitto". E quando Israele si allontanerà da Dio dimenticando i suoi precetti e la sua Alleanza, Dio stesso gli manderà i suoi profeti e permetterà dure esperienze per richiamarlo alla fedeltà, e indurlo a non dimenticare. Anche nei Salmi troviamo continui richiami a non dimenticare. Il più noto è il Salmo 136, il canto dell'esilio: "Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion (...) come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia
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Ger. 2,32 Deut. 6,12 Deut. 4,9 Deut. 6,6-8

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gioia". 239

156 - Il “Memoriale” di Cristo.
Ma con Gesù Cristo la "memoria storica" di un popolo, codificata nei segni liturgici, diventa, nei segni sacramentali, un "Memoriale vivente" per tutta l'umanità. "Nella notte in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, prese il calice, dicendo: questo calice è la nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete, in memoria di me". 240 Non c'è in tutto l'universo un luogo dove l'eternità abbia infranto tutte le leggi del tempo e dello spazio come qui nella Santissima Eucaristia: in un istante, vengono superati duemila anni di tempo e annullata la distanza di migliaia di chilometri. Ciò che si compie sull'altare è lo stesso mistero che si è compiuto in quella notte a Gerusalemme. Non solo le leggi della natura sono state superate ma anche le leggi dello spirito umano; l'intelletto non ha categorie che possano esprimere il mistero, e la memoria non è più la facoltà del passato. La "memoria", in Dio, è un presente eterno e i prodigi da lui compiuti non appartengono solo al passato. Le opere di Dio, pur compiute nel tempo, rimangono in eterno; non finiscono come le vicende umane sepolte in un passato dal quale è necessario richiamarle ricorrendo alla memoria. Gesù non dice: rinnovate, ricordate, ripetete questo in memoria di me; dice: Fate questo..., vale a dire: questo che io ho fatto, voi lo rendete presente in tutta la sua realtà ogni volta che anche voi lo fate. Perciò, concludeva S. Paolo: "ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate (non "commemorate", "ricordate") la morte del Signore finché egli venga". 241 Noi cristiani cattolici, per incontrare Cristo e la sua redenzione, non abbiamo bisogno di passare attraverso la memoria, come avviene per i cristiani-protestanti che avendo perduto la sacramentalità del gesto salvifico di Cristo ne conservano solo la ritualità commemorativa; a noi è dato di trovare Cristo, realmente e veramente oggi, adesso - nei Sacramenti e soprattutto nell'Eucaristia, "Memoriale vivente" della sua Passione sino alla fine del mondo. Abbiamo semmai bisogno della fantasia per vestire con le immagini una Realtà che è presente nel Mistero. Così la nostra memoria del passato diventa attenzione al presente, un presente che stimola la fede e che non lascia inerte l'amore. Un presente che è compimento e caparra delle promesse divine per cui la memoria lascia il posto alla contemplazione che illumina di gioiosa speranza e d'incrollabile certezza tutto il futuro del nostro cammino. Quanto più la nostra unione con Cristo per mezzo della fede, della speranza e della carità diventa attuale e profonda, tanto più le categorie del tempo - il passato, il presente, il futuro - si annullano, l'anima anela ad abitare l'eternità e finisce col vivere di desiderio. Un desiderio inesprimibile che trova nei ricordi del passato e nelle immagini del futuro un doloroso ostacolo alla sua felicità; memoria e fantasia - passato e futuro - sono allora causa di sofferenza e di dolore perché impediscono all'anima l'attenzione piena e totale a Colui che è l'eterno Presente, a Colui che, non avendo né spazio né tempo, è rimasto l'unico Amore che ci attende nell'eternità.

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Salmo n. 136,1-4 1 Cor. 11,24-25 1 Cor. 11,26

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IL PRESENTE: TEMPO DELLA VOLONTA’

157 - Volontà e Intelletto.
La volontà è la facoltà del presente. Essa svolge un ruolo fondamentale; è infatti la facoltà operativa che si colloca al centro della nostra persona, e presiede a tutti gli atti che promanano dalle altre facoltà nel momento in cui questi atti si pongono. Il tempo presente è perciò il luogo del suo agire, e gli atti delle altre facoltà sono il luogo del suo manifestarsi: gli occhi guardano se voglio guardare, la fantasia immagina se voglio fantasticare, l'intelletto conosce se voglio che si muova verso la verità ecc.; la volontà è dunque il centro etico della persona. L'uomo infatti si qualifica come buono o cattivo secondo che possiede una volontà buona o una volontà cattiva. La volontà umana presenta due caratteristiche: è intenzionale, cioè legata all'intelletto come appetito intellettuale, ed è libera, può cioè autodeterminarsi. Essa perciò sta alla base della nostra responsabilità. Proprio perché abbiamo una volontà che ha il dominio dei propri atti, noi abbiamo la capacità e il dovere di rispondere di essi. Tutto questo ci da la misura della nostra grandezza, della nostra dignità di esseri umani formati a immagine di Dio. Questa immagine è già presente in noi ma è anche tutta da realizzare; siamo come attirati da Dio, chiamati a diventare sempre più "simili a Lui", realizzando in noi una immagine sempre più perfetta di Lui: "Siate figli del Padre vostro celeste". 242 Ciò significa che la nostra volontà deve essere orientata, anzi "fortemente" orientata verso Dio, così da trascinare verso di Lui tutto il nostro essere. Si potrebbe dire che una volontà forte sa spingere verso l'alto la nostra natura con le sue facoltà: quelle inferiori (i sensi e gli istinti) che vanno sottomesse alle facoltà superiori (l'intelletto e la ragione) e queste che a loro volta vanno sottomesse a Dio. Del resto sappiamo che anche il mondo infraumano, il mondo della Natura, doveva rimanere soggetto all'uomo. Era infatti questo l'ordine nel quale Dio aveva creato tutte le cose; Egli aveva distribuito le creature secondo un orientamento che rispettava la scala dei valori. Ogni cosa aveva il suo posto. Era la pace, la tranquillitas ordinis.

158 - “Debolezza della volontà”.
Finché la volontà dell'uomo rimase pienamente soggetta alla volontà di Dio rispettando l'ordine da lui voluto, regnò la pace e l'uomo poteva vivere nell'Eden, il Paradiso piantato dal Signore. Ma quando l'uomo, dissociandosi dalla volontà di Dio, si allontanò da lui pretendendo la conoscenza del bene e del male e volle porre se stesso come criterio di verità e come norma morale, tutto l'ordine predisposto da Dio venne sconvolto; si scatenò la guerra dentro l'uomo e in tutto il creato. La volontà perse così la sua forza e il suo potere; si trovò a subire il ricatto dei sensi, la
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Mt. 5,45

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ribellione degli istinti, la debolezza di un intelletto che non era più in grado di illuminarla; perciò il disordine, la paura, l'anarchia. A questa disobbedienza dell'uomo, Dio rispose con l'obbedienza del Figlio, obbedienza che non solo ha riparato il peccato della nostra ribellione, ottenendoci il perdono della colpa, ma ci ha anche meritato la grazia che salva. Nell'agonia del Getsemani, nella notte che precedette la sua passione, Gesù si consegnò nelle mani del Padre con un atto di obbedienza totale:"Padre, si faccia non la mia ma la tua volontà", 243 obbedienza che poi lo portò sulla croce. Ora, per trovare misericordia davanti a Dio e ricevere la grazia della salvezza, è necessario che entriamo anche no i nell'obbedienza del Figlio; occorre che anche la nostra volontà si unisca alla volontà di Cristo per compiere con Lui la volontà del Padre. Cristo avrebbe potuto portare a compimento la nostra salvezza distruggendo in noi tutte le conseguenze del peccato: il disordine delle passioni e le inclinazioni al male, ristabilendo così, in noi e nel mondo intero, l'armonia originale. Egli invece ha voluto che anche l'uomo collaborasse, con libera decisione, alla propria salvezza in modo da completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo". 244 Non basta perciò che la nostra volontà si riordini a Dio, torni ad orientarsi verso di lui con l'obbedienza, ma occorre che riprenda il suo posto all'interno dell'uomo, occorre che restauri il suo dominio sulle altre facoltà per ripristinare l'unità interiore, l'ordine e la pace all'interno della nostra natura. E' un lavoro che chiamiamo "ascetico", di ascesi, in quanto la volontà è chiamata a spingere tutto il nostro essere verso l'alto, appunto verso Dio. Perciò è chiamata, la volontà, a riprendere il dominio sui sensi, a ordinare verso il bene la forza delle passioni, a spingere l'intelletto ad accogliere la Rivelazione di Dio e anche ad esigere da se stessa di disporsi sulla strada dei Comandamenti.

159 - La “forza” della volontà.
Tuttavia la nostra volontà non ha più la forza per assolvere il suo compito. Ogni giorno facciamo l'esperienza della sua debolezza: incertezza nelle decisioni, fragilità nei propositi, incostanza nello sforzo, indecisione nell'agire per cui vogliamo e non vogliamo nello stesso tempo. Abbiamo detto che la grande malata dei nostri giorni è l'intelligenza, ma le conseguenze sulla volontà sono mortali. In molt i la volontà è come morta, paralizzata; alcuni si lasciano portare dagli avveniment i incapaci di decisioni e di scelte; altri hanno una volontà sclerotica, indurita da vecchie abitudini, pesantemente condizionata dall'ambiente, dalla moda o dalla mentalità dominante; altri ancora hanno lasciato che le passioni sostituiscano la volontà, per cui agiscono sotto la spinta dell'avidità, del rancore, della vanità, della sensualità, dell'odio. Alla luce di questa situazione umana, molti hanno concluso che l'uomo non è affatto libero e che la nostra volontà è irrimediabilmente corrotta, incapace di operare il bene, perché anche nel bene l'uomo cerca il proprio interesse o la propria gratificazione. In realtà questa condizione, che a volte appare tragica, significa due cose: che il peccato è stato una vera catastrofe per il genere umano, e che riprendere il controllo sul nostro io e il dominio sulle passioni da parte della volontà risulta di fatto impossibile senza la Grazia. Questa convinzione, fondata del resto sull'esperienza, dovrebbe liberarci da ogni tentazione di volontarismo, di contare cioè esclusivamente sui nostri sforzi, di credere ad un titanico "volli, sempre volli, fortissimamente volli".
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Lc. 22,42 Col. 1,24

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Gesù ci ha meritato la grazia santificante che divinizza la nostra anima, ma ci ha ottenuto anche la "grazia sanante", la grazia che risana le nostre facoltà soprattutto la volontà, fortificandola perché riprenda il dominio sulle passioni, e accompagnandola (grazia cooperante) nel suo impegno di esercitare le virtù teologali e di acquisire le virtù cardinali. Del resto, Gesù ce l'ha detto apertamente: "Senza di me, non potete far nulla". Non qualche cosa, non un po' di bene: nulla. E questo non deve risultare umiliante per noi, quasi una dichiarazione di resa totale, di sconfitta; è l'umiltà della creatura che sa di essere stata salvata da Dio con una salvezza che viene tutta e solamente da lui. Abbiamo già detto che Dio ci comunica la sua grazia attraverso i sacramenti, che tuttavia suppongono sempre e comunque la nostra preghiera, una preghiera umile, perseverante, fiduciosa. Questo è tanto vero che un santo ha potuto dire:chi non prega non si salva.

160 - Educare la volontà.
La seconda cosa che emerge dalla nostra condizione umana debilitata è che la volontà ha bisogno di essere "educata". E' indispensabile una terapia della volontà, rimasta indebolita dal peccato, così come è necessaria una terapia dell'intelligenza. Come ogni altra facoltà anche la volontà va allenata, va esercitata negli atti buoni, così da essere efficacemente fortificata nel bene. Questa verità deve premunirci contro ogni naturalismo ottimistico, che considera l'uomo naturalmente e integralmente buono; ignora cioè il disordine delle passioni, l'oscuramento della coscienza, l'inclinazione all'egoismo. Un naturalismo siffatto ha conseguenze deleterie nel campo della pedagogia. Impedire al bambino, al ragazzo, agli alunni di fare quello che vogliono è, secondo la pedagogia naturalistica, non solo un abuso di potere ma anche una mortificazione della loro personalità, una violenza alla loro natura. E' così che l'uomo diventa cattivo: lo fa tale la società. Ora tra il pessimismo negativo o rassegnato che ignora il dono della Grazia, e l'ottimismo trionfante, naturalistico, che ignora il disordine del peccato e delle passioni, ecco l'uomo storico, reale, vero, l'uomo secondo la Rivelazione: creatura di Dio, forgiato a sua immagine e somiglianza, ferito e corrotto dal peccato ma anche redento da Cristo e chiamato, nella Chiesa, alla comunione con Dio e alla Vita Eterna. L'uomo, dunque, pur avendo perduto la sua integrità originale e i doni che avevano perfezionato la sua natura, non ha perduto la sua capacità di intendere e di volere responsabilmente. Questa capacità, pur indebolita e condizionata, a volte pesantemente, dalle pulsioni interne (le passioni) o da pressioni esterne (l'ambiente mondano), non viene soppressa o annullata, salvo nei casi patologici; essa, invece, con l'esercizio paziente e perseverante delle virtù può ricomporre l'ordine interiore dell'uomo nella sua identità e dignità di figlio di Dio fino all'eroismo della santità. Sant'Agostino ricorda tutto questo con un'espressione estremamente vigorosa: "Colui che ha creato te senza di te, non salverà te senza di te". C'è, qui, tutto il mistero della Grazia e tutto il mistero della nostra responsabilità personale.

161 - Volontà e amore.
La dote più importante della volontà - si dice - è la fortezza. A volte si qualifica una persona come forte perché è cocciuta, caparbia, puntigliosa. Per sé questi atteggiamenti non sono espressione di fortezza, possono anzi diventare difetti, frutto della superbia o legati più al carattere che alla volontà e perciò vanno semmai 149

corretti. La fortezza è una virtù più profonda, più spirituale. Possiamo dire che è la forza con cui la nostra volontà aderisce intimamente alla volontà di Dio, una forza che non può essere superata da nessun'altra, perché è la forza dell'amore. Perciò San Paolo esclamava: "Chi dunque ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?... Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore". 245 Una volontà forte è una volontà lungamente esercitata e intensamente innamorata. Ogni "si" detto a Dio per amore fortifica la volontà, la rende sempre più ferma nell'adesione alla volontà divina e sempre più efficace nel dominio sulle altre facoltà; esse verranno orientate sempre più fortemente verso il nostro fine ultimo e sottomesse alla legge dell'amore. Perciò una volontà forte e innamorata si vede nel comportamento quotidiano, in ogni istante e in ogni circostanza; essa vince il timore e la paura, non si preoccupa del giudizio altrui né teme il ridicolo, non subisce i condizionamenti dell'ambiente o della mentalità dominante, non fugge davanti al sacrificio o alla fatica per lo sforzo, è perseverante nel lavoro incominciato e lo porta a termine fino al dettaglio, è paziente nelle avversità e sopporta con garbo le contrarietà della vita, domina il desiderio di vendetta e sa spingere il nostro animo al perdono, non si lascia trascinare dallo zelo amaro che aggredisce le persone ma anche sa soffrire per difendere la verità, aborrisce la vigliaccheria e il rispetto umano e respinge l'anonimato che è un rifiuto alla propria responsabilità, è infine perseverante nella testimonianza fino al sacrificio di sé; il martirio è la sua espressione suprema. L'elenco potrebbe allungarsi ma non arriverebbe ad esaurire tutte le possibili applicazioni di questa virtù perché la fortezza abbraccia tutto il campo dell'agire umano. Importante, invece, è convincersi che il campo privilegiato in cui possiamo fortificare la volontà è quello delle piccole cose, nelle circostanze ordinarie della vita quotidiana. Scrive il Beato Josemaria Escrivà: "Volontà. E' una caratteristica molto importante. Non disprezzare le piccole cose, perché nel continuo esercizio di negare e di negarti in esse - che non sono mai futili, né di poco conto - fortificherai, darai virilità, con la grazia di Dio, alla tua volontà, per essere molto padrone di te stesso, innanzitutto. E poi, guida, capo, leader!..., per impegnare, spingere, trascinare, col tuo esempio e con la tua parola e con la tua scienza e con la tua autorità". 246

162 - Volontà e Grazia.
"Educare" la volontà significa dunque "trarre fuori" dalla volontà tutta la potenzialità di decisione e di fermezza che essa contiene. Ed essendo essa un "appetito intellettivo" avranno un ruolo determinante i valori e le motivazioni che l'intelligenza saprà proporre alla volontà. Di qui l'importanza di una intelligenza sana, nutrita di valori autentici, veri, e di qui anche la responsabilità degli educatori, genitori in particolare, di proporre ai figli con l'esempio prima - non possiamo barare! - e poi con la parola e con l'insegnamento, gli ideali in cui si realizzano la verità e il bene. Soltanto valori nobili, forti, duraturi, possono muovere la volontà verso ideali di vita degni dell'uomo; ma soprattutto sarà la conoscenza sempre più profonda di Dio, Bene sommo, Valore di tutti i valori, che potrà attirare irresistibilmente la volontà - innamorarla! - verso gli orizzonti senza confini della
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Rom. 8,35-39 Cammino n. 19

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santità e della perfezione cristiana. C'è un ritornello, - possiamo anche chiamarlo slogan - che dovrebbe echeggiare continuamente dentro il nostro animo come una preghiera: "Vale la pena! Vale la pena! Vale la pena!". Tuttavia, la necessità della Grazia nell'educazione della volontà - grazia che, come abbiamo visto, viene da Cristo e opera in noi come dono dello Spirito - fa si che la nostra fortezza sia tutta "prestata"; una fortezza non nostra, che non viene da noi perché è un dono: "..la nostra capacità viene da Dio", scrive San Paolo ai Corinti, facendo eco alle parole di Gesù:"Senza di me non potete far nulla". 247 Perciò la Grazia fa della nostra fortezza una virtù "cristiana", radicalmente diversa da ogni tecnica umana, venga essa dalla psicologia o dall'ascesi praticata nelle filosofie orientali. Esse infatti hanno come fine il miglioramento della vita psichico-spirituale dell'uomo e nascono dall’esercizio e dalle risorse esclusivamente umane; la fortezza cristiana, invece, va oltre, perché nasce dall’amore di Dio e sostiene la nostra fedeltà a Cristo fino all’eroismo. L'amore di sé stessi può prendere forme e motivazioni anche nobili e spirituali, ma rimane sempre una risorsa puramente umana. Ora, proprio l'amore disordinato di sé stessi, amore che genera in noi l'egoismo, è la malattia più pericolosa della volontà, il suo nemico più temibile. L'egoismo ha mosso e muove continuamente l'uomo, ogni uomo, e quindi ognuno di noi, sulle strade della vanità e dell'orgoglio, della ricerca del proprio interesse, del solo benessere personale, del successo ad ogni costo, dell'attaccamento ai beni della terra e ai piaceri della vita. L'egoismo uccide la volontà nella sua naturale tendenza verso il Sommo Bene, verso Dio. Sant'Agostino così esprime le conseguenze di una volontà divisa fra l'amore di sé e l'amore di Dio: "Due amori hanno eretto due città: l'amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città della terra; l'amore di Dio fino al disprezzo di sé, la città di Dio. L'una si gloria in sé stessa, l'altra nel Signore". 248 Non ci sono dunque volontà deboli o volontà forti, ma volontà innamorate, trascinate dall'amore, o volontà chiuse nell'egoismo, refrattarie all'amore. Dicevamo dell'intelletto "debole", quando manca della Verità; possiamo parlare di volontà "debole" quando manca l'Amore. La Verità è Cristo, l'Amore è Cristo. E' lui la luce che illumina l'uomo, è lui la forza che vince il mondo. "Il fiume delle cose temporali ti trascina, ma sulla sponda di questo fiume è nato un albero... Ti senti rapire verso il precipizio? Tienti forte all'albero. Ti travolge l'amore del mondo? Tienti forte a Cristo. Per te egli è entrato nel tempo, perché tu diventassi eterno!". 249

163 - Oggi, adesso!
La fortezza della volontà si vede nel momento in cui essa agisce, cioè nel presente, in quello che stiamo facendo adesso e non in quello che faremo domani. Questo ci aiuta a capire l'importanza del tempo presente e la necessità di agire con volontarietà attuale. "Vuoi essere santo? Compi il piccolo dovere di ogni momento: fa quello che devi e sta in quello che fai". 250 Il tempo presente è l'unico tempo che abbiamo a disposizione: il passato è passato e appartiene alla misericordia di Dio; il futuro, se verrà, è ancora nelle mani di Dio. Nelle nostre mani abbiamo solo il presente, e compiere il dovere di ogni momento, - fare quello che devo - è l'unico modo di vivere veramente il tempo. San Paolo esortava i cristiani di Efeso a comportarsi da "uomini saggi, profittando del

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Gv. 15,5 S. Agostino, De civitate Dei S. Agostino. Commento alla Lettera di S.Giovanni. Tratt.2,10 Cammino n. 815

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tempo presente". 251 Stare al presente è stare nella realtà, ed è segno di saggezza saper riconoscere e utilizzare pienamente tutte le possibilità umane e divine che la realtà nasconde. C'è infatti "qualcosa di divino nascosto in ogni circostanza che tocca a noi scoprire". 252 Il segreto sta nell'aver presenza di Dio e nel cercare il senso soprannaturale di ogni cosa. La presenza di Dio ci aiuta a portare davanti al Signore le cose che abbiamo tra le mani, cioè ad offrire a Lui il lavoro che stiamo facendo, mettendo quella rettitudine e diligenza che rendono gradita a Dio la nostra offerta. Così la saggezza diventa un realismo sereno e operoso che sa vivere l'"hodie, nunc" - oggi, adesso - con pienezza di impegno e di fedeltà. "Dopo... domani..." sono gli avverbi dei pigri, alibi meschini di chi inganna sé stesso per non compiere il dovere del momento. Eppure c'è sempre in tutti noi la tentazione di scappare dal tempo presente. Il più delle volte si tratta di fughe in avanti: facciamo le cose ma con l'assillo di ciò che ci attende dopo e già pensiamo a quello che faremo, come lo faremo, con chi lo faremo; ci carichiamo di timori per quello che accadrà (che spesso non accadrà), e ci lasciamo prendere dall'ansia e dalla preoccupazione per l'incertezza di come andranno le cose e per il peso, spesso immaginario, che esse comportano. E' una fuga in avanti che crea malessere e mette a nudo la nostra poca fede, la carenza di fiducia e di filiazione divina che impoverisce la nostra vita cristiana. Siamo tutti esposti a questa tentazione, tanto che Gesù stesso, dopo aver ribadito con termini commovent i la paterna provvidenza di Dio, conclude: "Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena". 253 Ci sono poi fughe in avanti provocate non dalla preoccupazione di ciò che si teme ma dall'attesa di ciò che si desidera: mossi dall'impazienza, anticipiamo nel desiderio ciò che ci attira e che piace. Rischiamo così di essere completamente assenti da ciò che facciamo e facilmente delusi da ciò che aspettiamo. Ci sono infine le fughe nei sogni e nelle fantasie impossibili, non ispirate dalla magnanimità o da nobili ambizioni, perché sono futili romanzi per la nostra vanità, sterili progetti del nostro io megalomane, ipotesi irreali per quella che il Beato Escrivà chiamava la "mistica del magari". E' l'atteggiamento di chi, insofferente della propria realtà, sogna situazioni diverse e inattuabili: un lavoro diverso, una salute diversa, una famiglia diversa, figli diversi ...! Così si vive di fughe; la nostra volontà rifiuta di stare al presente e di vivere con pienezza la realtà attuale. Quante ansie, paure e inquietudini potremmo evitare se avessimo la saggezza di vivere con fedeltà il tempo presente e di compiere con gioiosa dedizione il dovere del momento. "Comportati bene, "adesso", senza ricordarti di "ieri" che è già passato, e senza preoccuparti di "domani", che non sai se per te arriverà". 254

164 - Volontarietà attuale.
Per questo dobbiamo non solo "fare quello che dobbiamo", ma anche "stare in quello che facciamo". Vale a dire che dobbiamo metterci con volontarietà attuale nel lavoro che stiamo facendo. In altre parole, dobbiamo fare le cose perché "vogliamo" farle. Troppo spesso ci lasciamo trascinare dagli avvenimenti o dalle circostanze; abbiamo l'atteggiamento di chi subisce la vita, non di chi la vive, anche se sono situazioni che non dipendono da noi, che non abbiamo noi disposto o previsto.
251 252 253 254

Ef. 5,16 Beato J. Escrivà, Amare il mondo appassionatamente. Mt. 6,34 Cammino n. 253

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Facciamo le cose perché ci tocca farle, perché rientrano in un orario, in un programma stabilito da altri, perché ci troviamo inseriti in un contesto famigliare o sociale che prevede determinate prestazioni e servizi ai quali non è possibile sottrarci senza compromettere una ordinata convivenza tra le persone. Sembra un paradosso, ma non sempre dove c'è libertà c'è anche volontarietà, come vorrebbe un ben noto luogo comune: io faccio quello che "voglio". Troppe volte, invece, ci lasciamo condurre non dalla volontà ma dal capriccio, dallo stato d'animo, dalla malavoglia e dalla pigrizia, troppe volte sul nostro agire hanno peso la moda, la mentalità dominante, i modelli della pubblicità e, ancor più, troppo spesso sprofondiamo nel sonno dell'abitudine. Agire con volontarietà attuale è garantire al nostro operato la forza dell'amore. Il piacere, infatti, può renderci egoisti; il successo, superbi; la bellezza, vanitosi; le ricchezze, prepotenti; solo il sacrificio può educare la volontà e renderla capace di amare. Non possiamo dire che le generazioni della nostra epoca abbiano una volontà allenata, fortemente motivata. Se pensiamo alla titubanza nelle decisioni, alla paura dello sforzo o dell'impegno soprattutto se deve durare nel tempo o magari per tutta la vita, se pensiamo a tanta instabilità emotiva, alla fragilità psicologica, alla scarsa fermezza d'animo che caratterizzano le generazioni del nostro tempo, ci rendiamo conto del perché sia così difficile oggi trovare lealtà, fedeltà, coerenza; e anche perché la fede sia diventata così incerta, così traballante. Noi cristiani siamo chiamati ad essere nel mondo la forza di Dio, perché la potenza dello Spirito ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e ci ha resi capaci di amare con l'amore di Cristo. Dobbiamo comunicare fortezza intorno a noi e nel mondo; dobbiamo trasmettere certezze, diffondere sicurezza e fiducia. Ma dobbiamo anche ricordarci che "il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono". 255 Perciò dobbiamo essere forti nella fede - fortes in fide fiduciosi nella speranza, "saldi e irremovibili nella fatica", 256 perseveranti nella preghiera, virili nel comportamento - viriliter agite - capaci di un amore più forte della morte - fortis ut mors dilectio-. Tutto questo, Dio lo ha fatto risplendere in Colei che, pur essendo la più dolce, la più tenera, la più amabile delle creature, sta in mezzo all'umanità come "Torre di fortezza" - Turris fortitudinis - e sta davanti al Maligno come "un esercito schierato a battaglia". La Vergine Maria, schiacciando la testa al serpente, ha riparato la debolezza di Eva e ha cancellato la sua sconfitta; il suo "fiat" deve insegnarci a stare nella volontà di Dio con la dedizione, la fedeltà e l'amore di un "si" che diventa vittoria di Dio, un canto di gioia e di pace.

IL FUTURO: TEMPO DELLA FANTASIA.

165 - La “pazza di casa”?
La fantasia è la facoltà dei poeti e dei profeti. E' l'occhio puntato sul futuro. La sua attività preferita è progettare, "sognare", comporre la realtà del domani. Ma la fantasia è una facoltà senza confini e può spaziare anche sul passato e sul presente; può elaborare, ridisegnare, trascolorare tutto ciò che è stato e che è, tutto ciò che
255 256

Mt. 11,12 1 Cor. 15,51

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scorre nel tempo. Nel tragitto conoscitivo, la fantasia sta tra i sensi e l'intelletto, e partecipa di tutti e due. Come senso interno veste di fantasmi i dati della sensibilità; come strumento intellettuale spazia nel mondo delle idee con la libertà dello spirito. La fantasia è come la tavolozza dell'intelligenza. In questo senso la fantasia umana è diversa da quella degli animali, avendo una attività "poietica", cioè creativa e non soltanto riproduttiva delle immagini. La fantasia si sposa felicemente con l'emotività e con l'intuizione; rende perciò la nostra mente mobile, versatile, rapida, imprevedibile: la fantasia è donna. Per questo, forse, se n'è talvolta parlato male, come di un ostacolo alla razionalità. E tuttavia, pur dipendendo dai sensi e dall'affettività, la fantasia li supera e va oltre; è con la fantasia che la nostra mente progetta, forgia e costruisce il futuro. Se nella perfezione delle sue leggi, la natura ci rivela l'infinita sapienza di Dio, nella ricchezza, varietà e bellezza dei suoi elementi essa ci rivela l'inarrivabile "fantasia" di Dio. Senza fantasia non c'è arte, non c'è poesia, non c'è genio. Non c'è nemmeno gran parte della scienza che proprio dalla fantasia si avvale per formulare le sue ipotesi. Molte delle scoperte scientifiche più importanti sono nate da lampi intuitivi della fantasia. A creare una cattiva fama intorno alla fantasia sono stati alcuni filosofi e alcuni teorici della mistica. I Platonici e tutti coloro che hanno una concezione negativa della materia e del mondo, vedono la fantasia come un castigo dell'anima, la quale si troverebbe a dover lottare contro una forma di conoscenza non realistica, in perenne contrasto col realismo della ragione. Anche molti intellettuali e politici diffidano della fantasia, ma non sanno che i peggiori politici si trovano proprio tra coloro che non hanno fantasia. Alcuni teorici della mistica mettono in guardia dalla fantasia da quando santa Teresa D'Avila la chiamò "la pazza di casa", e la colpevolizzano per tante difficoltà, distrazioni, difetti che affliggono la vita spirituale.

166 - Fantasia e anarchia.
Non c'è dubbio che il peccato, che ha ferito mortalmente la nostra natura e tutte le sue facoltà, non ha risparmiato nemmeno la fantasia. Anch'essa è diventata "disordinata"; le sue malattie possiamo riassumerle nell'anarchia, nel compiacimento onirico, nelle utopie. Una fantasia anarchica è appunto una fantasia senza leggi, senza disciplina, una fantasia senza riferimenti, lasciata in balìa di sé stessa. I riferimenti che tengono la fantasia al servizio dell'intelligenza sono i valori: la verità, la giustizia, la bellezza, l'amore, la dignità; in definitiva, Dio, l'uomo, la natura. La fantasia non è l'intelletto ma è al servizio dell'intelletto, perciò non pensa i valori ma li rappresenta, dà "corpo" ai valori, li colloca nello spazio e nel tempo. Li toglie dal regno astratto della teoria e li porta nella concretezza della vita; crea modelli di giustizia, di bellezza, di amore..., incarna i valori in esempi vissuti ai quali può conferire forza ed efficacia. Dipende dalla fantasia che i valori abbiano un loro fascino, una loro suggestione, un'attrattiva più o meno efficace su di noi, e perciò esercitino un peso sulla nostra emotività e anche sulla nostra coscienza morale: è un ruolo di notevole importanza. Importante perciò è la disciplina della fantasia, che sia cioè rettamente orientata. Non possiamo lasciare che diventi "la pazza di casa".

167 - La fabbrica dei sogni.
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Una seconda malattia che può affliggere la fantasia è il compiacimento onirico. La fantasia, lo sappiamo, è la fabbrica dei sogni. L'attività onirica è perciò connaturale alla fantasia, e sarebbe segno di una grave menomazione se tale attività mancasse. Già conosciamo il ruolo importante che svolgono nella vita psichica i sogni notturni, quelli legati al sonno; ma qui ci riferiamo ai sogni "diurni", i sogni ad occhi aperti. Quando la fantasia è "sbrigliata", abbandonata a sé stessa, anziché mettersi al servizio dell'intelletto, rischia di cadere nel territorio dominato dal nostro "io". E il nostro io non trova nulla di meglio che cavalcare una fantasia al servizio della propria vanità, e inanellare su di essa narcisistici caroselli, interminabili, e sempre più larghi, infarciti da assurde e inverosimili imprese, dove esso, il nostro io, è re e dominatore assoluto. Una fantasia manipolata dalla vanità diventa stupida e sterile. Quando il nostro io dimentica di essere un pupazzo ridicolo e si gonfia di vanità, diventa mastodontico e ingombrante fino a occupare tutto il nostro mondo interiore e a chiudere così ogni altro orizzonte al nostro spirito. Una fantasia che non abbia davanti a sé orizzonti aperti è morta. Dobbiamo invece liberare la nostra fantasia, svegliarla perché sogni in grande, aprirla agli orizzonti sconfinati di tutto ciò che è vero, bello, amabile, santo. I santi sono stati tutti dei grandi sognatori; i loro sogni erano sulla misura della potenza di Dio e della sua grazia. Perciò furono spesso giudicati come pazzi e temerari; la loro fantasia obbediva invece all'audacia del cuore e alla magnanimità della mente: un cuore capace di amare e una mente capace di pensare cose grandi per la gloria di Dio. Tuttavia la vanità e il compiacimento ludico sono per la fantasia un pericolo meno grave dell'aridità e della sonnolenza dello spirito. Guai a togliere alla fantasia la libertà di sognare! Il mondo invecchierebbe improvvisamente, sparirebbero i poeti e i bambini e la santità diventerebbe estremamente noiosa. Il mondo ha certamente bisogno di scienziati e di filosofi, ma non basta. Lo scienziato descrive i fenomeni della natura, ne studia le leggi e le misura: egli si interessa della "grammatica" delle cose; il filosofo penetra le ragioni profonde, i rapporti logici e metafisici tra gli esseri: egli si occupa della "sintassi" delle cose; solo il poeta, il mistico, e a suo modo il bambino, sanno leggere il "mistero" delle cose, il loro canto, il loro splendore, la loro analogia, il profumo di trascendenza che esse emanano: nel mistico, nel poeta e nel bambino la fantasia ha sciolto le vele, ha messo le ali, le ali dell'amore e dell'intuizione.

168 - Fantasia e Profezia.
La scienza e la tecnica misurano l'universo e lo utilizzano, solo la fantasia lo percorre e lo contempla: lo percorre in profondità e ne contempla l'arcano splendore. Ma c'è una fantasia che fa immensamente di più: percorre non solo in profondità ma anche in prospettiva la storia del mondo e le vicende degli uomini: è la fantasia dei profeti. Percossa dalla luce della Rivelazione, essa riverbera le immagini più audaci e abbaglianti sul futuro del mondo e dell'uomo, un futuro indicibile alle parole, nascosto nelle profondità di Dio, dove tempo ed eternità hanno lo stesso linguaggio e sono lo stesso mistero. Chi non ricorda le pagine affascinanti e drammatiche di Isaia e di Daniele? E che dire delle pagine immense, sconfinate, della più esaltante tra le profezie: l'Apocalisse? E' la fantasia al servizio della fede, dove le immagini non vestono concetti o prospettive umane, razionali, ma l'imperscrutabile disegno di Dio, il "sogno" ineffabile della Sapienza eterna. Questo sogno di Dio, descritto dall'Apocalisse, si rivelerà "dopo" (Apocalisse significa, appunto, "Rivelazione") ma esso è già cominciato "ora": il sogno di Dio è Gesù Cristo. In lui Dio ha voluto rinnovare, ricapitolare, ricondurre a perfetta unità 155

tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra. Soprattutto in lui Dio "ci ha scelti prima della crezione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità". 257 Immaginare il nostro futuro o, in altre parole, progettare la nostra vita senza Cristo, prescindendo da Lui, è pensare la nostra vita fuori dal disegno di Dio. Ogni ragazzo, ma in fondo ognuno di noi, dovrebbe domandarsi: "Io, che cosa vedo nel mio futuro?" Potrei immaginarmi un lavoro, una professione, quell'impresa o quell'altra, il matrimonio, una famiglia, una sistemazione sociale, ecc. Ma se non vedessi in tutto questo Gesù Cristo, la mia immaginazione non avrebbe nulla di diverso da quella di un onesto pagano. Un cristiano invece, nel progettare il proprio futuro si chiede: "Come posso immaginare Cristo nella mia vita? Cristo nel mio lavoro, Cristo nella mia professione, Cristo nel mio matrimonio, nella mia famiglia, nei miei impegni sociali, Cristo in tutte le mie imprese?" E' questa la fantasia profetica, che cerca di immaginare la "rivelazione" del disegno di Dio nel tempo durante la mia vita terrena, perché si compia un giorno, perfettamente, nella vita eterna. I Santi sono stati anche fervidi profeti; essi hanno saputo inventare, con la complicità dello Spirito Santo, le forme più varie perché si riveli al mondo il disegno di Dio, il disegno cioè di rinnovare in Cristo tutte le cose. E' infatti lo Spirito Santo la vera "fantasia dei Profeti".

169 - La fantasia di Lucifero: le utopie.
Infine un morbo estremamente pernicioso per la fantasia sono le utopie. Non parliamo qui delle utopie come genere letterario o come ideali che, pur essendo possibili, in teoria non sono realizzabili nelle concrete circostanze della nostra condizione umana. Parliamo qui di utopie deliranti. In questo senso è utopia un futuro disegnato e costruito dalla fantasia in contrasto con la retta ragione e con la fede. Normalmente tali utopie nascono da una fantasia malata cioè condizionata da ideologie. Quando la fantasia anziché servire l'intelletto o la sana ragione, o la fede, si mette al servizio delle ideologie, prima o poi finisce vittima del delirio utopistico. Ne sono prova tutte le rivoluzioni degli ultimi secoli, dall'utopia giacobina della rivoluzione francese, all'utopia naturalistica della rivoluzione scientista, all'utopia marxista della rivoluzione di ottobre, alla tragica utopia hitleriana della rivoluzione nazista, fino alle recenti ridicole utopie del Sessantotto europeo. Ci sono anche le utopie silenziose, che non sono circondate dal chiasso rivoluzionario, ma non per questo meno pericolose, perché tutte alla fine generano tirannide e violenza. Di esse la meno temuta, ma in realtà la più temibile, è l'utopia dello "Stato laico". Intendiamo qui lo Stato laico come lo intendono i "laicisti" delle varie ideologie: uno Stato che prescinde da Dio o nega alla Chiesa di Cristo ogni diritto e ogni possibilità di influire, in forza della sua missione salvifica e attraverso la sua dottrina sociale, sulla vita pubblica nei suoi vari aspetti. La Chiesa ha proclamato solennemente l'autonomia delle realtà temporali, la loro "laicità" insita nella loro natura, come pure ha affermato il pieno diritto e dovere dello Stato di occuparsi del bene comune temporale dei cittadini, ma anche ha ribadito il carattere relativo delle realtà temporali e quindi il dovere dell'autorità pubblica di riconoscere, rispettare e proteggere il valore trascendente della persona umana, la sua dimensione spirituale e religiosa; in altri termini, il dovere di promuovere i valori morali come fondamento della vita pubblica, valori morali che rimandano alla dignità dell'uomo come creatura di Dio chiamato a un destino eterno. Lo "Stato laico" come autonomo da Dio e fonte del diritto stà alla radice delle
257

Ef. 1,4

156

peggiori tirannie di questo secolo, e ha portato al degrado morale e culturale della nostra civiltà occidentale. In definitiva alla base di ogni utopia terrena si trova la delirante utopia di Lucifero: essere "come" Dio. Al disegno stupendamente amoroso di Dio che ci voleva "simili" a Lui, gli angeli ribelli e noi uomini abbiamo preteso di sostituire l'assurda utopia di essere "uguali" a Dio. E' l'utopia che ci prende col suo inganno ogni volta che sognamo la nostra vita in contrasto con il progetto di Dio, in un mondo governato dall'uomo, in un futuro che realizzi il sogno tanto bramato del paradiso terrestre. In definitiva, ogni volta che voltiamo le spalle a Dio col peccato. A questo punto, l'unica medicina efficace per guarire la fantasia dalle utopie mondane è, ancora una volta, la fede. La "fantasia" di Dio supera ogni immaginazione, per cui "le cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano". 258 Possiamo sciogliere la nostra fantasia e sognare, sognare, sognare..., ma tutti i sogni umani resteranno immensamente indietro rispetto alla realtà "sognata" da Dio; la fede è la nostra più grande "utopia", ma il suo sogno è la più certa e più sicura delle realtà: è l'immenso, ineffabile, inesauribile mistero di Dio che inonderà la nostra anima per sempre!

258

1 Cor. 2,9

157

IL TEMPO E LA VITA

LA VITA IN NATURA E NELL'UOMO

170 - Un fenomeno impressionante: la vita.
La vita è il fenomeno più impressionante che esista nella natura. E' anche il più denso di mistero così da sfuggire ad ogni adeguata definizione. I biologi stessi possono solo descrivere le manifestazioni che caratterizzano la vita ed esprimerne le leggi ma che cosa sia la vita in sé stessa nessuno ha saputo dirlo. I progressi enormi delle tecniche sperimentali hanno portato la biologia sempre più in profondità nella conoscenza dei fenomeni vitali e più volte si è avuto l'impressione di essere arrivati ai confini della vita così da poterla afferrare nella sua essenza; ma proprio quando si pensava di averla a portata di mano e poterne dare una formulazione, sia pure elementare, essa sfuggiva immancabilmente ad ogni tentativo sgusciando da qualsiasi maglia concettuale, così da trovarci improvvisamente al punto di partenza. Ciò ha dato sempre molto fastidio agli ideologi scientisti i quali, accettando solo ciò che è sperimentabile e quantificabile, non ammettono ci possa essere in natura qualcosa di irriducibile alle categorie delle scienze positive. L'idea che un giorno o l'altro l'uomo "creerà" la vita nei suoi laboratori è troppo affascinante per non suscitare nel cuore di ogni scienziato un'istintiva resistenza all'ipotesi che la vita sia qualcosa che trascende le possibilità della scienza, o possa venire da "fuori", da qualcun altro. In effetti, non è stato ancora possibile documentare la continuità tra la nonvita e la vita. Molti ricercatori, soprattutto di estrazione positivista, erano convinti, e alcuni lo sono tuttora, che spingendosi in profondità, a livello ultramicroscopico e sub-molecolare, si potesse arrivare ai confini della vita, si potesse sorprendere la vita nel suo sorgere, nel suo apparire, o per lo meno si potesse scoprire il meccanismo, le possibili leggi che sollevassero almeno un poco il velo su questo affascinante mistero. In realtà, quello che hanno potuto osservare è soltanto una certa continuit à puramente materiale tra i due mondi, vivente e non-vivente. Il vivente, cioè, è costituito della stessa materia che troviamo nel non-vivente: gli stessi atomi, gli stessi materiali costitutivi, con la sola differenza di una maggiore complessità molecolare. Ma a questa continuità materiale non corrisponde una continuità di struttura, di "forma". 158

La struttura di un non-vivente è rigida, esterna ed estrinseca; è molto simile a un manufatto, venga esso dalla natura (un cristallo, una roccia...) o venga dall'uomo (un utensile, una macchina...). La struttura di un vivente è invece aperta, dinamica, sussistente e persistente, che si auto-mantiene e si auto-rinnova nei materiali. Il vivente è un "turbine metabolico" nel quale l'incessante e totale rinnovamento degli elementi materiali non incide sulla struttura che, invece, si auto-conserva. Ecco perché il "meccanicismo" proprio della filosofia cartesiana, il considerare cioè un vivente alla stregua di una macchina, è l'errore più grossolano al quale possono andare incontro e la scienza e la filosofia. L'uomo dunque potrà arrivare anche a sintetizzare chimicamente e manipolare la "materia" vivente, ma non a fabbricare "un" vivente: un essere cioè che non solo ha una struttura propria, permanente e individua, ma anche una struttura attiva, di un’attività di cui esso è il "soggetto". Non dobbiamo confondere l'organizzazione della materia con la vita. Il vivente è un essere capace di attività propria ed è il "soggetto" dei propri atti vitali: è capace di selezionare gli elementi materiali e di assimilarli, cioè farli propri, rendendoli biologicamente compatibili con quelli già posseduti e rifiutando tutto ciò che non è compatibile; è capace di adattarsi, di crescere, di presiedere alle proprie sintesi e alle proprie funzioni vitali, di riprodursi, rigenerarsi ecc. E questo a tutti i livelli, dai macrorganismi ai microrganismi.

171 - La vita: teofania di Dio Creatore.
Ancora una volta, la vita si presenta in natura come un fenomeno strabiliante, una novità assoluta nel mondo degli esseri materiali. Nessuna legge fisica o chimica, e nemmeno le stesse leggi biologiche sono in grado di spiegare un vivente. Insomma, la vita è nel tempo ma non del tempo. Nella Bibbia leggiamo che Dio ha rivendicato soltanto per sé il titolo di "vivente": Jaweh il Vivente. E in realtà, la vita sulla faccia della terra è una "teofania", è una testimonianza della presenza di Dio, una sua rivelazione, una manifestazione della sua potenza, del suo stesso Essere divino. Il mistero della vita è un aspetto del mistero della creazione. Dio infatti è origine di ogni essere e di "tutto" l'essere, di tutto ciò che una cosa "è": la sua forma, la sua materia, la sua energia con l'attività, il movimento, il divenire e tutto ciò che è costitutivo di quella cosa. Anche la vita, come forza, come principio operativo, come energia vitale che caratterizza un vivente, ha dunque origine da Dio, fa parte della sua creazione, rientra cioè in quell'atto creativo di Dio che si estende a tutto ciò che esiste nel tempo, che si muove, che diviene, che si manifesta nel tempo. Dio continua la sua presenza nelle cose create; esse continuano a dipendere dalla sua potenza, dalla sua sapienza, dalla sua forza vitale; ed è una presenza che non conosce stanchezze, ripensamenti, usure, che agisce incessantemente all'interno dell'essere creato. Egli attua così progressivamente un disegno di cui conosciamo l'esistenza ma che si compirà alla fine del tempo. Intanto, "in Ipso vivimus, et movemur et sumus - in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo". 259 Ciò che sfugge completamente è il "come" Dio sia presente e "come" Egli agisca. La pretesa di "sorprendere" Dio nel suo agire, nel momento in cui crea o interviene in qualsiasi forma, è sempre stata una tentazione per l'uomo, una specie di curiosità malsana, legata alla pretesa mai sopita di essere come Dio. Ma Dio, nessuno mai l'ha visto, nessuno mai ha potuto osservare il lavoro delle sue mani. E' sorprendente il silenzio con cui Dio agisce; fa esplodere la vita senza rumore, cammina dentro le cose senza farsi sentire, conduce la sinfonia di tutti gli esseri
259

Atti, 17,29

159

creati senza colpi di bacchetta. Ogni "inizio" è protetto dal silenzio di Dio: l'inizio dell'universo, l'inizio della vita, l'inizio del genere umano e della sua storia, così come l'inizio di ogni uomo. Ogni uomo è persona, e l'inizio della persona coincide con l'inizio della sua anima. Ci riferiamo non al quando di questo inizio ma al come. Dio infatti è autore della vita non solo nel suo inizio, ma anche nel suo divenire; è perciò attualmente e continuamente presente come creatore nel fenomeno della vita e delle sue leggi. Perciò Egli crea l'anima umana ogni volta che le leggi della vita fanno germogliare la prima cellula di un nuovo essere umano. Ciò significa che l'anima non è una sostanza preesistente che poi viene unita - infusa - da Dio ad una cellulauovo fecondata; è il prodotto di un intervento peculiare ma normale di Dio che agisce all'interno delle leggi stesse della vita; si tratta di un atto creativo che trasforma la prima cellula dell'organismo umano in una "persona", con il suo principio esistenziale proprio e personale di natura spirituale. Il "come" tutto questo avvenga è vero mistero, è silenzio di Dio, la cui onnipotenza non fa rumore anche quando irrompe nel tempo per far scoppiare quel miracolo impressionante che è la persona umana. Del resto tutto ciò che Dio compie è insieme straordinario e normale, miracoloso e "naturale".

172 - Una discontinuità biologica: l’uomo.
Esiste una continuità nelle leggi che in natura presiedono al fenomeno della vita, ma questa continuità viene trascesa nell'istante in cui ha inizio l'essere umano. Infatti il fenomeno-vita nella sua globalità si sviluppa in maniera omogenea nelle sue leggi e nelle sue manifestazioni. Dalle forme di vita più elementari a quelle più evolute, dallo stadio biologico sub-cellulare a quello pluri-cellulare più differenziato e complessificato, il mondo degli esseri viventi si presenta omogeneo nei suoi fenomeni vitali; in altre parole, la natura animata, dal livello protocellulare a quello vegetale e a quello animale più elevato, si rifà a principi biologici univoci che appaiono fondamentalmente uguali. Solo nell'uomo questa omogeneità s'interrompe, e la vita umana presenta fenomeni e principi che sono irriducibili alle leggi biologiche e rimandano a qualcosa che trascende la natura materiale. Già abbiamo visto come l'essere umano si contraddistingue tra tutti gli altri esseri, compresi gli animali, per la ricchezza e straordinarietà dei fenomeni che non sono riscontrabili in nessun altro luogo dell'universo: il pensiero, la libertà, l'arte, il linguaggio, il lavoro, la stessa attività ludica, cioè il gioco... fino all'amore e alla religiosità. E anche se queste attività hanno qualche riscontro, ad esempio negli animali, si tratta di un riscontro solo analogico, perché tali attività rimangono, nella loro natura, essenzialmente trascendenti. In certi ambienti animalisti si interpretano queste affermazioni non come dat i oggettivi che emergono dalla natura delle cose, ma come un abuso arbitrario dell'uomo che approfitta della sua presunta superiorità per sottomettere ad ingiusta schiavitù o ad egoistico sfruttamento gli animali. Maltrattare gli animali, come degradare la natura, è un gesto che va contro la nostra dignità di esseri fatti "a immagine e somiglianza di Dio" e chiamati a collaborare con Lui alla sua creazione, ma questo non giustifica il processo di animalizzazione dell'uomo in atto in vari ambienti scientisti o in movimenti pseudo-culturali più o meno politicizzati. Perciò quando parliamo di vita "umana" ne parliamo in senso proprio e peculiare perché essa, pur avendo le sue radici nelle leggi della natura, ha il suo "principio" fuori della natura, superiore ad essa e da essa indipendente.

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173 - “Actus essendi” – L’atto di essere.
Il cominciamento di una persona umana avviene nel momento in cui si accende il suo "atto di essere"; atto che può venire solo da Dio come partecipazione al suo Essere infinito. Dio lo comunica all'essere umano come principio esistenziale e vitale di natura spirituale. Queste affermazioni che stiamo facendo sono di capitale importanza. Di solito noi ci limitiamo a constatare l'esistenza delle cose; il fatto che le cose esistono. Ora, il fatto di esistere non è sufficiente per rendere ragione della realtà delle cose, per spiegare la loro esistenza. Non basta nemmeno per provare l'esistenza di Dio e la nostra dipendenza da lui. Infatti la semplice esistenza del mondo e delle creature può essere accettata prescindendo da Dio; atei di questo tipo ne ha prodotti a folle la cultura immanentista del nostro secolo. Scientisti di tutto il mondo si interrogano continuamente sulle "origini dell'universo", ma i cosmologi del pensiero immanentista, gli scienziati neopositivisti e marxisti, in una parola i non credenti, si guardano bene dall'andare oltre la semplice esistenza dell'universo. Per loro indagare sull'origine del cosmo significa arrivare a conoscere lo stato iniziale della materia e scoprire il come si è arrivati allo stato e alla struttura attuali, cioè attraverso quali leggi l'universo si è evoluto a partire dal suo stadio iniziale lungo i miliardi di anni della sua esistenza. Essi partono dal fatto che l'universo esiste, appunto dal "fatto" della sua esistenza: "L'universo c'è e basta, - dicono -, noi non vogliamo sapere altro", e si chiudono nel loro agnosticismo o nella loro negazione atea. Ma noi dobbiamo domandarci: cosa c'è sotto il fatto dell'esistenza di una cosa? cos'è che pone un essere nella sua esistenza e fa si che quell'essere sia reale? La domanda sembra astrusa e difficile solo perché l'oggetto di questa domanda è il dato più semplice e immediato che si possa immaginare. Una cosa che esiste in sé stessa, e non solo nel nostro pensiero, è reale perché "è": ecco l'aspetto primo e più profondo che una cosa manifesta di sé stessa. Ora questo "è", che si realizza in una cosa dentro i limiti della sua propria natura (roccia, pianta, animale, uomo, angelo ecc.), lo indichiamo appunto come atto di essere: "actus essendi"; così lo chiama una delle più grandi intelligenze dell'umanità, San Tommaso d'Aquino, genio del pensiero e della santità. Questo "è" può venire solo da Uno che già possiede l'essere e lo possiede da sé stesso, cioè Dio. La scoperta, sul piano razionale, dell'actus essendi - atto di essere - è una conquista fondamentale del pensiero umano. E' un dato semplicissimo, elementare, e appartiene al senso comune di ogni uomo, appartiene cioè alle esperienze elementari della nostra intelligenza nel suo esercizio spontaneo e immediato. E' perciò indimostrabile e sfugge ad ogni discussione; lo si coglie con il semplice sguardo dell'intelletto, per contemplazione. E' una realtà sommamente intelligibile e insieme piena di mistero; costringe in certo qual modo la nostra intelligenza a mettersi in ginocchio, come davanti alla presenza di Dio.

174 - La vita umana.
L'inizio di un uomo è, nella sua normalità, un vero prodigio, è una novità assoluta carica di mistero, che ha dell'infinito, dell'eterno. La vita umana non è soltanto una vita, così come c'è una vita vegetale o una vita animale. Un uomo non è qualcosa che vive, ma "qualcuno" che vive. Non è la stessa cosa che un uomo ci sia o non ci sia. In natura, animale più o animale meno, non cambia nulla; e così vegetale più o vegetale meno, la natura non viene sostanzialmente alterata. Non è così per l'uomo. 161

Si dice talvolta: "Io potrei non esserci e nulla cambierebbe nell'universo". Ma non è vero. Se io non ci fossi ci sarebbe un "buco" nel tempo, anzi mancherebbe un filo nell'ordito della vicenda umana. Il "filo" di un essere umano può avere lunghezze diverse: ci sono esistenze più o meno lunghe e ci sono esistenze che vengono spezzate appena concepite: sono esistenze "puntiformi"; eppure anche un punto ha un suo ruolo e un suo significato. In un tessuto, poniamo in un tappeto, ogni punto non è inutile, ha un suo colore e una sua posizione che concorrono all'insieme del disegno e della trama. Ogni vita umana ha valore perché è un valore; lo è in sé stessa e per sé stessa. Non siamo noi che dobbiamo dare significato alla vita, essa già lo possiede. A noi spetta scoprirlo, entrarci dentro con la nostra responsabilità. La vita si riceve ma non dobbiamo subirla; il significato e il valore che essa porta con sé viene affidato alla nostra libertà e responsabilità di creature intelligenti, "chiamate" da Dio a gestire, in continuo dialogo con Lui, con il suo disegno e con la sua grazia, l'esaltante avventura di esistere e di vivere. La vita, prima ancora di essere una responsabilità, è un dono; se ci limitiamo a vederla esclusivamente o anche prevalentemente come responsabilità, come qualcosa che dobbiamo noi inventare, progettare, pensarne il senso e il significato, essa ci peserà addosso, e le conseguenze potranno essere la paura, l'angoscia, la frustrazione oppure il protagonismo titanico o l'utopia. Ma la vita è innanzitutto e soprattutto un dono; è tutta "data", tutta ricevuta. Quando non sappiamo vederla come un dono non ci resta che subirla come una fatalità. Succede così quando ci si allontana da Dio, quando lo si rinnega o lo si emargina. L'uomo nasce per caso, ha scritto Sartre; ed è un modo per dire che la vita non ha senso, non ha significato perché non ha nessun riferimento, nessuna radice, nessuna spiegazione; è pura fatalità. Il senso della vita non lo danno nemmeno le creature; fossero anche le più preziose o più gratificanti. E' quanto succede, ad esempio, nell'amore possessivo: quando due sposi stanno insieme perché "hanno bisogno l'uno dell'altro per vivere", l'uno diventa schiavo dell'altro e se viene a mancare l'uno, l'altro non sa più vivere; lo stesso avviene quando una ragazza ha bisogno di un ragazzo per vivere o per sentirsi qualcuno, diventa schiava di quel ragazzo e se le viene a mancare le sembra che la vita non abbia più scopo; così è perfino per una madre che ha bisogno di un figlio per vivere... Nessuna creatura può essere il fine della vita; sarebbe un idolo che genera schiavitù.

175 - Esperienza interiore del proprio “Io”.
Ora, se sapremo raggiungere la nostra persona nella sua profondità, alle sue radici, cioè a quell'atto di essere unico e personale che sta all'origine del nostro "io", inevitabilmente ci sentiremo rimandati a "Colui che è", a Dio, fonte dell'essere e della nostra esistenza; comprenderemo con lucida consapevolezza che la vita è dono e arriveremo a una delle esperienze più esaltanti dell'intelletto contemplativo: la percezione dell'essere, e gusteremo anche la gioia più naturale e spontanea: la gioia di vivere, la felicità di esistere. Infatti il salto dal nulla all'essere ha qualcosa di infinito, che dà i brividi. Se ci penso bene, mi riempio di stupore come davanti al mistero. Lo posso intuire guardando dentro di me: mi fermo, penetro nell'intimo del mio "io", e penso: "Potrei non esistere..., e invece esisto!". Retrocedo nel mio tempo interiore fino all'orlo della mia esistenza e mi sporgo a guardare l'abisso del nulla da cui improvvisamente emergo...; in quel momento un brivido indicibile mi pervade, una forte sensazione di vertigine che mi spaventa e insieme mi esalta. Il nulla è solo nulla, nient'altro che nulla, e rimane nulla per sempre; ora, se improvvisamente io esisto, sento che solo 162

una mano onnipotente può averlo fatto. In quel momento percepisco nettamente che i miei genitori non c'entrano, sono stati soltanto strumenti per una cosa enormemente più grande di loro. E' lo stesso sentimento che anch'essi hanno provato quando mi hanno visto per la prima volta, mi hanno contemplato: prima non c'ero, poi, come d'incanto, ero lì nelle loro mani, vivo, in carne ed ossa, con una intelligenza, un'anima, una promessa carica di mistero..., e mi hanno visto come un miracolo, qualcosa di enormemente più grande di ogni loro possibilità; si sono scambiati un sorriso pieno di stupore e d'incredulità come se si dicessero: non è possibile! Hanno avvertito di essere stati soltanto strumenti di Qualcuno infinitamente più potente che ha fatto tutto. Perciò un figlio è sempre una creatura che ci viene "data", è sempre un dono che ci viene consegnato. Ma la conseguenza più importante che può venire dalla scoperta del nostro atto di essere è la possibilità di percepire consapevolmente la nostra identità di creature. Spingersi fino a quel primo momento della nostra esistenza è quasi fare l'esperienza diretta dell'esistenza di Dio; certamente è percepire in modo vivo la nostra creaturalità. E' facile così passare dall'amore verso i genitori all'amore verso Dio. Comprendiamo che i nostri genitori sono stati il luogo dove Dio ci è venuto incontro dall'eternità e ci ha "voluto". Ognuno di noi viene dall'amore, sempre, indipendentemente dall'intenzione dei propri genitori. Perciò non esistono figli "indesiderati" perché sempre, anche quando i genitori non lo desiderano, un figlio è comunque desiderato, amato e voluto da Dio. Penetrare dunque nel nostro intimo e contemplare con stupore il nostro atto di essere ci dà la possibilità di intravedere l'infinita fecondità del nome che Dio ha dato a sé stesso: "IO SONO". "L'atto di essere" che Dio ci comunica è partecipazione al suo nome, a quel "IO SONO" che è fondante di ogni esistenza, soprattutto di ogni essere fatto a "sua immagine e somiglianza". Il Signore diceva a Santa Caterina da Siena: "Tu sei colei che non "è", io sono "Colui-che-sono". E se Caterina, come ognuno di noi, può dire: "Io sono", è perché esiste "Colui che è". Il nostro "Io sono" è partecipazione al "IO SONO" di Dio.

176 - Atto di essere e immortalità.
Il momento iniziale del nostro essere è dunque segnato dall'actus essendi che Dio stesso ci comunica. Questo atto esistenziale, in noi, ha una caratteristica fondamentale: è di natura spirituale. Già abbiamo riflettuto sulla spiritualità dell'anima; qui vogliamo ricordarne una conseguenza: il suo "atto di essere" incomincia nel tempo ma non finisce col tempo; in altre parole, l'essere umano è immortale. La convinzione della propria immortalità, di qualcosa di sé che non finisce col tempo, ha accompagnato l'uomo fin dall'inizio della sua storia. L'uomo di tutti i tempi, di tutte le culture, di tutte le civiltà ha conosciuto il culto dei morti come espressione di questo sentimento insito nell'animo umano: non tutto di no i muore. Ora, l'immortalità della nostra anima ha il suo fondamento nella incorruttibilità del suo "atto di essere". Durante la vita terrena l'anima percepisce sé stessa indirettamente attraverso il corpo e le relazioni che in esso stabilisce con lo spazio e nel tempo. Scissa dal corpo, l'anima percepisce sé stessa solo attraverso il suo "atto di essere" e quindi nella sua vincolazione esistenziale con Dio, con l'Essere infinito, al quale partecipa per una quasi connaturalità. Ciò spiega perché l'anima, in questa condizione di "nudità" assoluta, avverte l'attrazione di Dio in maniera prepotente e si lancia verso di lui con moto incontenibile. Sarà un'esperienza esaltante e indescrivibile per chi passerà alla vita eterna nella fede, mentre si trasformerà in tragedia e disperazione per un'anima che si trovi lontana da Dio e da Lui separata. 163

Qui sulla terra, possiamo trovare analogie nell'esperienza mistica di molt i santi. In essi, ma in fondo in ognuno di noi quando ci lasciamo condurre da Dio, l'esperienza creaturale, cioè il senso vivo della nostra dipendenza esistenziale da Dio, unita all'esperienza morale, cioè al senso vivo della nostra libera e cosciente vincolazione alla sua legge divina, si aprono inevitabilmente all'esperienza mistica nella quale la nostra vincolazione creaturale diventa esperienza globale di tutta la persona e occupa tutto lo spazio anche psichico del nostro essere: i sentimenti, l'immaginazione, i pensieri, gli affetti, i desideri... E' come se questi spazi non ci appartenessero più; sono fatti propri da Dio e da lui abitati. Alcuni autori spirituali parlano di tre vie della vita spirituale: una ascetica, una illuminativa e una unitiva. Qualcosa di simile avviene nella nostra esperienza creaturale. Essa ha bisogno di una ascesi interiore; esige che la nostra anima si liberi dall'esperienza dell'effimero, di ciò che è apparente, che si liberi dalla superficialità e diventi un'anima profonda, che raggiunga le cose nella loro profondità, cioè nel loro rapporto con Dio. Questo allenamento ascetico, che in definitiva è un'ascesa verso la verità, rende l'anima capace di cogliere "l'essere", e la sua esperienza creaturale diventa allora simile a una "illuminazione". L'actus essendi è come un lampo della nostra persona e lo si coglie non per ragionamento ma per intuizione. Infine, quando questa "illuminazione" si trasforma in contemplazione intima, quasi un'esperienza immediata ed intensa dell'anima che avverte nel proprio essere finito la presenza intima dell'Essere infinito, allora l'esperienza creaturale tocca il vertice delle sue possibilità: è l'esperienza unitiva. L'anima si vede creatura, solamente creatura e totalmente creatura, unita al suo Creatore; si sente da lui presa e come soggiogata, talmente a lui unita da non avvertire più una volontà propria, un pensiero proprio, una vita propria. Tutto lo compie Dio. E nel vedersi creatura, con una consapevolezza immediata, abissale e luminosa, si riempie di una felicità indicibile che le toglie ogni interesse verso sé stessa e verso tutto ciò che riguarda la vita terrena.

LA VITA E IL CICLO VITALE NELL'UOMO
177 - Il “ciclo vitale”.
L'atto di essere, costitutivo della realtà della nostra persona, non finisce col tempo; tuttavia, nella fase terrena della vita esso è misurato dal tempo. Esiste cioè un "ciclo vitale" che scandisce la temporalità della nostra vita. E' una legge; forse la legge più specifica che caratterizza il fenomeno della vita sulla terra e ne esprime la dinamicità. Il ciclo vitale è una necessità perché la vita è come una forza che, per esprimere sé stessa in tutte le sue potenzialità, ha bisogno del tempo; il tempo viene così scandito dal ritmo della vita. Il ritmo vitale non ha la stessa durata nei vari organismi viventi ma in tutti ha le stesse fasi, le stesse stagioni. Nell'uomo le fasi fondamentali della vita vengono comunemente così sintetizzate: nascita, crescita, maturità, senescenza, morte. Tuttavia la vita ha una sua continuità che possiamo chiamare in un certo senso immortalità. C'è però una differenza essenziale tra la vita nell'uomo e la vita negli altri esseri viventi: nel regno animale e vegetale la continuità è della vita ma non dell'individuo; i singoli esseri viventi muoiono definitivamente mentre la vita 164

continua in altri esseri viventi. Nell'uomo invece la continuità è non solo della vita ma anche del singolo uomo che sopravvive a sé stesso, nel suo spirito. Inoltre la continuità della vita animale e vegetale è una continuità intra-temporale, si esaurisce nel tempo; nell'essere umano, invece, la continuità supera il tempo, sconfina nell'eternità; è dunque una vera immortalità. Da quanto abbiamo detto, ne segue che il ciclo vitale non ha, nell'uomo, lo stesso significato che esso ha negli altri esseri viventi. In questi il ciclo vitale ha un significato strettamente biologico ed è "chiuso", si spegne cioè nel tempo; nell'uomo, invece, la dimensione immateriale propria dello spirito fa si che il ciclo vitale, pur soggetto alle leggi biologiche, le supera, dal suo inizio e lungo tutto il suo corso, conferendogli un significato e un valore trascendenti che perdurano oltre la sua fine. Dio aveva risparmiato ai nostri progenitori, nell'Eden, questo condizionamento biologico perfezionando la natura umana col dono dell'impassibilità e dell'immortalità. L'uomo cioè non avrebbe conosciuto la negatività biologica della senescenza e della morte ma sarebbe entrato nella vita eterna senza passare attraverso la decomposizione del suo essere corporeo. Sappiamo che l'uomo, non solo perse questi doni ma è rimasto profondamente ferito nella sua natura, per cui la percezione della propria identità spirituale è diventata assai difficile e nebulosa, e la tensione verso Dio rimane pesantemente ostacolata dal disordine interiore. Perciò la vita umana nella sua condizione attuale non è come Dio l'aveva voluta, né come Egli l'aveva effettivamente creata. In tutte le fasi del suo ciclo vitale, la vita umana presenterà i segni di questa condizione, razionalmente inspiegabile, di miseria e di grandezza. Ma Dio ha rifiutato tale condizione; Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, l'ha distrutta con la sua morte e risurrezione restituendo alla vita umana il suo destino di immortalità e di eternità.

178 - Unità della persona.
Abbiamo visto che la vita umana non è riducibile al suo ciclo biologico. Il nostro essere "persona" conserva la sua identità e la sua unicità pur attraversando le fasi del ciclo vitale. Questo significa che la vita umana non solo ha una sua unità e una sua continuità lungo tutto l'arco del tempo, ma significa anche che le singole età della vita sono fasi di un'unica esperienza vissuta da un unico soggetto: vale a dire che l'infanzia e la fanciullezza entrano nell'adolescenza e la influenzano, e l'adolescenza con tutte le sue interazioni passa attraverso la giovinezza ed entra nella maturità forgiando quel tipo di personalità che si esprimerà in un particolare modulo di età adulta e di vecchiaia. In altre parole, la vita umana, pur segnata da sequenze e da ritmi che definiscono le sue stagioni, è un processo lineare dove le esperienze vitali e spirituali si accumulano e si integrano; in ogni stagione c'è la presenza di tutte le altre che l'hanno preceduta. Ma questa unità psicologica e biografica può avere come filo conduttore l'esperienza interiore, fondamentale e profonda, di ciò che abbiamo sopra ricordato: la nostra identità di creature. (cfr. nn. 5, 174, 175). La consapevolezza creaturale, data dalla percezione del nostro "atto di essere" che è unico e tutto ricevuto e segna l'inizio della nostra esistenza temporale, fonda anche l’esperienza della nostra continuità esistenziale nell'unicità dello stesso soggetto. Ricuperare la consapevolezza della nostra creaturalità è una delle operazioni culturali più urgenti della nostra epoca. Il pensiero moderno l'ha da tempo rifiutata e la mentalità corrente, gestita dalle convinzioni oggi dominanti, l'ha completamente dimenticata. Riscoprire questa verità e vederne tutte le conseguenze nella vita personale e sociale rappresenta un'autentica "rivoluzione culturale". Nel cristianesimo tutta l'esperienza religiosa si fonda essenzialmente sul senso vivo della nostra filiazione divina che ci unisce a Cristo, e che discende da quella 165

verità stupenda e consolante che è la Paternità di Dio. Ma questa esperienza non è immediata e diretta perché è del tutto soprannaturale ed esige la fede. L'esperienza creaturale, invece, può essere immediata e diretta perché si tratta di una realtà costitutiva del nostro essere e senza di essa non è possibile nemmeno una vera religiosità puramente naturale. Su questa verità possiamo impostare la descrizione delle stagioni della vita umana e sul filo di questa esperienza percorreremo tutto il vissuto della nostra esistenza.

179 - La fase “notturna” del ciclo vitale.
La prima fase del ciclo vitale va dal concepimento alla nascita. Sono moment i che non appartengono alla nostra esperienza cosciente. Rappresentano la fase notturna che precede il mattino della nostra vita; appartengono al momento buio della nostra memoria. Abbiamo visto tuttavia che possiamo recuperare questa fase della nostra vita attraverso l'esperienza dell'atto di essere, l'atto che segna l'inizio della nostra esistenza. Se io mi spingo oltre il momento iniziale della mia esistenza, mi incontro con Dio, puro "Atto di essere", dalla cui onnipotenza io emergo come creatura, creatura che ormai non si staccherà più da lui perché egli la tiene nelle sue mani, mani grandi di creatore onnipotente e fedele. Dal profondo del mio io sgorgano allora come un grido le parole del salmo: In manibus tuis, sortes meae - nelle tue mani, Signore, è tutta la mia esistenza, tutti i momenti della mia vita con tutte le sue stagioni! 260 - Tu sei la mia Sorgente, la mia Onnipotenza, tu sei per me l'essere e l'esistere, il mio vivere, il mio tutto! Noi non assaporiamo abbastanza questa esperienza creaturale, esperienza esaltante e indicibile. Nell'ateismo questa esperienza creaturale è completamente assente, ed è questa la causa non ultima del degrado spirituale e intellettuale della nostra cultura occidentale. Senza questo riferimento esistenziale, la nostra vita è solo storia, è puro scorrere di un divenire senza l'essere, è una vicenda che affonda e affoga nel tempo. E' ancora l'esperienza creaturale che ci fa comprendere il senso della nostra crescita come persone. Il termine stesso "creatura" - un femminile al futuro passivo indica una crescita che in noi non si limita al puro farsi di un essere vivente, ma implica l'emergere di una persona con lo sviluppo dei primi presupposti della personalità. Questa fase della "crescita" si è soliti racchiuderla in tre momenti successivi che rivestono fondamentale importanza nella nostra vita: l'infanzia, l'adolescenza, la giovinezza. Nella fanciullezza avviene la scoperta del mondo che ci circonda, nell'adolescenza avviene la scoperta dell'"io" personale, nella giovinezza la scoperta dell'"altro" o dell'io relazionale. La descrizione che ne seguirà non avrà né carattere psicologico né finalità pedagogiche, e pur contenendo inevitabili riferimenti a questi aspetti che interessano la crescita dell'uomo, cercheremo soprattutto di riflettere sul come può essere vissuta l'esperienza creaturale nelle diverse fasi della nostra vita terrena.

260

Sal. 30,16

166

L'infanzia

180 - L’età dei “perché”.
Ciò che più colpisce nei bambini sono gli occhi; gli occhi di un bambino sono qualcosa di affascinante. Il bambino "guarda": è tipico dell'età dell'infanzia. Non è lo sguardo contemplativo dell'uomo interiore, è lo sguardo interrogativo di chi vuol leggere il mondo che lo circonda, un mondo che si presenta come tutto da scoprire, tutto da percorrere ma anche tutto da fruire. Perciò tra le caratteristiche del bambino troviamo la curiosità innocente e il gioco. L'infanzia è l'età dei perché; il bambino vuol soprattutto conoscere. Ma la sua conoscenza non è critica, è fiduciosa. Accetta facilmente e con pace le risposte o le spiegazioni di "chi ne sa di più". Perciò il termine di confronto del bambino è l'adulto, identificato nei genitori; il padre e la madre sono per lui garanzia di credibilità perché "sanno" e gli vogliono bene. Di qui la fede "fiduciosa", cioè motivata dalla fiducia, atteggiamento profondamente razionale fondato sul senso comune già presente nel bambino. L'esperienza creaturale del bambino si identifica così con il senso della sua filiazione. Possiamo dire che tutte le esperienze del bambino si riconducono alla sua consapevolezza di essere figlio. E' per questo che il bambino non ha problemi esistenziali. Basta guardare un bambino che dorme, magari in braccio a sua madre: è un sonno profondo, sereno, totalmente abbandonato. Anche in questo sta il fascino dell'infanzia. Anche di fronte alla realtà che ci circonda, lo sguardo del bambino è ben diverso dallo sguardo dell'adulto: un prato fiorito a primavera ha un significato profondamente diverso se viene guardato da un bambino o dal padrone; lo sguardo del bambino è "libero", quello del padrone è interessato. Il bambino vede il prato come un dono da fruire insieme ad altri bambini, il padrone lo vede come un bene da sfruttare per sé. E' responsabilità dell'adulto, soprattutto dei genitori, non derubare il bambino di questi contenuti dell'infanzia. Il corretto e autentico rapporto col padre e con la madre deve garantire nella misura più ricca possibile quel senso della filiazione che dovrà accompagnarlo per tutta la vita. Per noi cristiani questo senso di filiazione quale componente della nostra esperienza creaturale di bambini, diventa un aiuto estremamente importante per acquisire quella consapevolezza della nostra filiazione divina che è il fondamento della vita cristiana. Gesù, per descrivere in modo chiaro ed evidente il rapporto con Dio che devono vivere i suoi discepoli: "..chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: "In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli". 261

181 - “Vita d’infanzia”.
Questa esperienza creaturale vissuta nello spirito e nella consapevolezza consolantissima di essere figli di Dio, è chiamata dagli autori spirituali "Vita d'infanzia". Gesù nel compiere quel gesto si rivolse a degli adulti e usò il verbo
261

Mt. 18,3

167

"convertirsi". Questo per dire che la vita d'infanzia è un atteggiamento interiore non facile e trova le sue maggiori difficoltà nella mentalità "adulta". Questa resistenza naturale ha una sua ovvia e comprensibile spiegazione sul piano umano, e si capisce perciò il termine "conversione" usato da Gesù, cioè la necessità di cambiare modo di pensare per convertirsi alla logica di Dio. Gesù stesso, essendo Figlio di Dio si fece "figlio dell'uomo", in tutto simile a noi, per insegnarci a vivere da figli di Dio, figli piccoli. filiazione Infatti nella vita spirituale del cristiano accade esattamente il contrario di quanto avviene nella vita naturale dell'uomo. La maturità umana si manifesta nel progressivo distacco dai genitori fino alla piena indipendenza da loro, in una completa autonomia delle proprie scelte e delle proprie decisioni. Nella vita cristiana, invece, la maturità spirituale è frutto di un progressivo abbandono a Dio, di una vincolazione a Lui sempre più piena e più profonda fino a lasciarsi portare esclusivamente dalla sua volontà divina. E' un abbandono che si esprime nella docilità sempre più fine e delicata alla grazia che agisce continuamente in noi, e alla Chiesa che ci guida con il suo insegnamento. Questa vita d'infanzia costituisce il modo vero e autentico di essere adulti nella fede e diventa così un correttivo fondamentale per la mentalità "adulta" che, soprattutto nell'età matura, vorremmo applicare alla vita spirituale. Sappiamo che questo insegnamento di Gesù, questa «conversione» alla vita d’infanzia come atto fondamentale nella vita del cristiano, è stato ripresentato con straordinaria semplicità ed efficacia dalla «piccola» Teresa di Lisieux, Santa Teresa di Gesù Bambino, che ha chiamato «piccola via» questo modo di vivere ’abbandono filiale con Dio. Dal canto suo, il Beato Josemaria Escrivà esprimeva questo legame tra la vita d'infanzia e la maturità umana con una frase molto incisiva: noi cristiani diceva - dobbiamo essere "por dentro muy ninos, por fuera muy fuertes"; "dentro", cioè nella vita interiore, nel rapporto con Dio, dobbiamo essere "molto bambini", "fuori" cioè nel rapporto con gli uomini, nelle nostre responsabilità e nei nostri doveri terreni "molto forti", molto maturi e responsabili. E spiegava: "Farsi bambini significa rinunciare alla superbia, alla sufficienza, riconoscere che, per imparare a camminare e perseverare nel cammino, da soli non possiamo nulla, ma abbiamo bisogno della grazia, del potere di Dio nostro Padre. Essere piccoli significa abbandonarsi come sanno abbandonarsi i bambini, credere come credono i bambini, pregare come pregano i bambini". 262 Questa infanzia spirituale - lo ripetiamo - è tutt'altro che facile e spontanea, "anzi, richiede una volontà forte, una maturità ben temprata, un carattere fermo e aperto" 263; è dunque la meta di un impegnativo itinerario ascetico. Dobbiamo ricuperare i nostri occhi di bambini, gli occhi semplici, puliti o almeno purificati di chi sa guardare con stupore le meraviglie di Dio e col desiderio di conoscere i suoi disegni, occhi che lasciano trasparire la docilità di chi si fida di Dio, suo padre e da lui si lascia condurre per cammini di umiltà, di donazione, di semplicità e di abbandono. Per cammini, appunto, d'infanzia.

262 263

Beato J. Escrivà, E' Cristo che passa n. 143 Idem

168

L'adolescenza

182 - L’età critica.
All'infanzia, considerata con la fanciullezza l'età felice della vita, segue il momento critico dell'adolescenza. Di essa si dice che è l'età difficile, l'età in cui non si vuol essere più bambini e non si è ancora adulti. In effetti, l'adolescenza è l'età dell'indeterminatezza, dell'insicurezza, dell'indecisione, della fragilità emotiva, l'età dei timori e delle ribellioni. E' chiamata anche l'età evolutiva, studiata da psicologi e pedagogisti, e sulla quale esiste una letteratura sconfinata. Queste riflessioni che facciamo sull'adolescenza sono rivolte e servono soprattutto agli adulti; primo: perché l'adolescente mal sopporta che si parli di lui, in quanto ogni approccio ai suoi problemi e ogni tentativo di descrivere la sua situazione per capirlo e aiutarlo è sentito come un ulteriore invadenza dell'adulto e conseguente manipolazione sulla sua personalità; secondo: perché è compito dell'adulto, in primo luogo dei genitori, essere presenti in maniera positiva nel travaglio maturativo proprio di questa età. Il fatto fondamentale dell'adolescenza è la scoperta della propria soggettività, la percezione di un "io" proprio, con proprie caratteristiche, che va delineandosi a tutti i livelli: fisico, sessuale, emotivo, psicologico, intellettuale. E' un "io" che va emergendo a poco a poco, dapprima in forma nebulosa e imprecisa, poi in maniera prepotente e anche violenta, dai caratteri più marcati anche se ancora informi e disarmonici. L'io dell'adolescente sotto la spinta evolutiva va cercando le strade per affermarsi e le trova su due fronti: uno interno, quello della famiglia, in particolare nel confronto con i genitori, e l'altro esterno, quello del gruppo, nell'ambiente degli amici. Per affermare e insieme per scoprire la propria identità, l'adolescente prende le distanze dai genitori, cerca di differenziarsi da loro, spesso li contesta, anche ribellandosi e giudicandoli. Nel gruppo, l'adolescente cerca il supporto dell'amicizia e mira a crearsi un suo spazio di consensi. Di qui l'importanza determinante che riveste l'amicizia per l'adolescente. Anche nel rapporto con i genitori, egli li contesta come genitori e li cerca come amici. In fondo ciò che l'adolescente vuole è essere "qualcuno", e tale si sente quando i genitori, dei quali ormai rifiuta di essere un'appendice, lo trattano con amicizia, lo ascoltano, prendono sul serio quello che dice, gli credono in quello che afferma e gli dimostrano fiducia; e tale si sente anche quando nel gruppo viene accolto e realizza i primi successi con gli amici.

183 - “Amici di Dio”.
Ora proprio su questa categoria dell'amicizia, categoria così umana e così divina, può svilupparsi l'esperienza creaturale dell'adolescente. L'amicizia rappresenta uno dei valori più nobili ed elevati della vita umana. Dio ha voluto che fossimo creature "dialogiche", capaci di amicizia, e ci ha offerto, pur essendo noi creature a Lui totalmente subordinate, la possibilità di trattarlo da amico, di conversare con lui familiarmente; in un certo senso ha voluto che ognuno di noi si sentisse "Qualcuno" davanti a Lui, con la possibilità di intrattenersi con lui 169

amichevolmente e di aprirgli la propria intimità. E' un enorme privilegio che la creatura ha ricevuto dal suo creatore. Ogni volta che Dio si è manifestato all'uomo e ha parlato, ad esempio, a tu per tu, gli ha fatto sentire la sua amicizia e lo ha chiamato amico. E' accaduto con Abramo, che Dio stesso chiama "mio amico" 264; è accaduto con Mosé, che parlava con Dio "faccia a faccia", come un amico; è accaduto con molti profeti. Ma è soprattutto in Gesù che Dio ha rivelato il mistero della sua intimità; in Lui, Dio si è fatto amico degli uomini. Egli - il Figlio - venne ad abitare tra noi, passò sulla terra "et conversatus est cum hominibus" e s'intrattenne amichevolmente con gli uomini. 265 Pensiamo all'amicizia intima di Gesù con gli apostoli, con tanti discepoli: Lazzaro, Nicodemo, Zaccheo... e, sia pure con toni e modi diversi, con ogni persona che si avvicinava a Lui. Una delle sue affermazioni più commoventi, che l'apostolo Giovanni - il più intimo confidente di Gesù, l'apostolo quasi adolescente - ci ha tramandato, riguarda proprio l' amicizia: "Voi siete miei amici... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a Voi". 266 Nel vivere l'amicizia con Cristo, la difficoltà è tutta nostra; per quanto egli sia apparso in mezzo a noi come vero uomo, tuttavia egli ora non è più visibilmente sulla terra e dobbiamo perciò lavorare di fantasia. Ma, in compenso, ci ha dato la possibilità di incontrarlo personalmente attraverso due doni preziosi che esprimono il suo amore e il suo desiderio di incontrare ciascuno di noi nell’intimità dell’amicizia: il Vangelo e l'Eucaristia. Sappiamo come l'adolescente, man mano che prende coscienza del suo io, va scoprendo la propria interiorità; un mondo nuovo dove si alternano sentimenti, stati d'animo, pulsioni e fantasmi a cui non era abituato, e pur essendone estremamente geloso non riesce tuttavia a portarne il peso da solo e sente un impellente bisogno di aprirsi, di confidarsi con qualcuno che gli ispiri fiducia, un amico, appunto; spesso finisce col consegnare la propria intimità alle pagine di un diario personale, che diventa il suo confidente. L'adolescente che scopre Gesù, - la sua persona, la sua figura, la sua vita così come Egli si rivela nel Vangelo, e incomincia a vivere una personale amicizia con Lui, ha certamente imboccato la strada sicura non solo per la sua crescita umana ma anche per la sua formazione cristiana; infatti la vita cristiana non è altro che la sequela di Cristo. Alla scuola di Gesù, l'unico vero amico e maestro, l'adolescente può trovare il modo più efficace per conoscere sé stesso e far emergere la propria identità personale. Sappiamo infatti quale importanza hanno nell'adolescente i modelli, i leaders, come ideali di vita nei quali è portato a specchiarsi per imitarli nel suo comportamento. Conoscere Gesù Cristo, osservare con amorosa curiosità la sua vita e camminare con Lui, dovrebbe diventare l'ideale per ogni cristiano fino al punto di entrare in quella amicizia divina capace di aprire al nostro cuore gli orizzonti della donazione e del servizio.

184 - Le impazienze dell’adolescenza.
L'adolescente avverte il bisogno dell'amicizia ma non ne è ancora capace veramente. Si dice: chi trova un amico, trova un tesoro. Ora, quando un ragazzo trova un amico che abbia imparato a vivere la propria esperienza creaturale come
264 265 266

Is. 41,8 Bar. 3,33 Gv. 15,15

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amicizia con Dio - può essere un coetaneo, o un adulto o un sacerdote - e lo aiuti a vivere la propria adolescenza come amicizia con Cristo, ha trovato un vero tesoro, che può essere determinante nella sua vita. Infatti l'adolescenza è l'età dei facili entusiasmi e delle improvvise depressioni, delle decisioni impulsive e delle incertezze, della instabilità e del bisogno di sicurezza. Ora, aiutare un ragazzo a scoprire l'amicizia con Cristo, un Amico che lo capisce, che lo ama, che gli è sempre vicino e che gli è fedele nonostante tutto e al di sopra di tutto, e che conta su di lui sempre, significa salvarlo dai pericoli che insidiano l'età più esaltante ma anche più ingrata nella vita dell'uomo. Il primo pericolo cui è esposto l'adolescente è la fretta; la fretta di essere adulto. Sono soprattutto due le impazienze che lo assillano: l'impazienza della libertà e l'impazienza dell'amore. La fretta della libertà è la più sofferta e combattuta. L'adolescente rivendica un'autonomia che mal sopporta le limitazioni, ed essendo priva di un sufficiente supporto di esperienza e responsabilità, rischia il disordine, l'anarchia, il non rispetto delle persone e delle istituzioni. Un dato che l'adolescente difficilmente riesce a cogliere è la differenza tra la libertà esteriore poter "fare" quello che si "vuole" - e la libertà interiore che esige disciplina e dominio di sé. Prevale, naturalmente, la rivendicazione della libertà esteriore che ha i suoi simboli: tenere le chiavi di casa, non rendere i conti a nessuno, rientrare a qualsiasi ora, possedere cose o strumenti che lo qualificano come emancipato di fronte agli amici. Questa incapacità critica è del tutto naturale in lui ma a farne le spese sono in primo luogo i genitori. Essi incarnano agli occhi dell'adolescente l'autorità intesa come ostacolo all'affermazione di sé e come limitazione ingiustificata alla propria libertà. Per i genitori - e per gli educatori - è questo il momento più delicato e più laborioso. Anche per loro il pericolo è l'impazienza. Impazienza "perché il ragazzo non matura, non capisce, non ragiona, non finisce di assestarsi, una buona volta!"; è un' impazienza che li può portare a rotture pericolose o ad interventi inopportuni. Occorre invece la lunga pazienza del dialogo, unita all'esercizio flessibile ma deciso dell'autorità. L'adolescente contesta l'autorità e spesso vi si ribella ma ne ha un assoluto bisogno. Guai se gli mancasse, perché è l'unico riferimento concreto in mezzo alla sua insicurezza e alla sua confusione. Quello che i genitori devono tener presente è che l'esercizio della loro autorità deve mirare a far sentire al ragazzo la responsabilità delle proprie azioni e delle proprie decisioni. E' un comportamento indispensabile, l'unico modo giusto per educarlo alla libertà e condurlo al dominio di sé stesso.

185 - L’impazienza del cuore.
Altro atteggiamento pericoloso nell'adolescente è l'impazienza dell'amore. Parliamo dell'amore tipicamente immaturo, proprio di questa età. Il prorompere dell'affettività accompagnato dallo sviluppo sessuale è il fatto che maggiormente contribuisce a far scoprire all'adolescente la propria soggettività e la propria intimità. E' anche il fatto davanti al quale l'adolescente si trova maggiormente indifeso per cui viene facilmente esposto alle aggressioni esterne della mentalità edonistica e permissiva propria della società attuale. Sono infatti tali e tanti gli stimoli provocatori che il mondo di oggi esibisce nel campo della sessualità, che l'adolescente ne rimane frastornato e soggiogato non avendo il tempo non solo di razionalizzare criticamente il problema, ma nemmeno di intravvederne il significato per la propria personalità. Vi si aggiunge, poi, una educazione sessuale irresponsabile e galeotta che porta alla desensibilizzazione dell'adolescente non solo riguardo al valore morale ma anche riguardo alla valenza semplicemente psicologica della sessualità. 171

L'adolescente non fa in tempo, oggi, a scoprire la propria intimità personale e sessuale che ne viene immediatamente derubato da una società sfacciatamente qualunquista e amorale. In questa società, il gioco affettivo e le esperienze sessuali sono ormai considerate una norma, qualcosa di naturale nei giovani e anche negli adolescenti. Così i ragazzi e le ragazze che riescono a sopravvivere, a salvaguardare la loro dignità personale in campo sessuale, sono sempre meno numerosi. Addirittura sono molti ormai i genitori che ritengono praticamente inevitabili le esperienze sessuali nei loro figli, anche adolescenti, per cui l'importante, a questo punto, è salvaguardarli dai rischi. E i rischi sono la gravidanza e l'AIDS. E' l'inganno più sporco e ipocrita che la società attuale, la società politica e culturale dei nostri giorni, abbia consumato sulla pelle delle giovani generazioni. A questo punto la vera educazione sessuale consiste nell'aiutare l'adolescente a ribellarsi di fronte a questa mentalità dominante, così anonima e sfrontatamente ipocrita, nella quale la permissività sessuale è pari al più ritardato infantilismo della personalità, al vuoto di valori e alla carenza del dominio di sé. La vera educazione sessuale mira ad una maturità umana che non si identifica per niente con la maturità sessuale, perciò deve portare l'adolescente a saper dire di no alla propria impazienza sessuale ed affettiva, un no che significa libertà interiore, consapevolezza critica della preziosità e dell'importanza che ha il dono della sua persona, coscienza sempre più chiara del proprio io che non si lascia gestire supinamente dal modo di pensare diffuso, dal "tutti la pensano così" o "tutti fanno così". La vera educazione sessuale deve far scoprire all'adolescente che esiste la virtù della purezza, una virtù taciuta, disprezzata e derisa, ma che esige invece virilità, fortezza, rispetto di sé stessi e degli altri, una virtù che diventa custode della propria integrità sessuale e morale, così da permettere, a suo tempo, il dono integro di sé stessi alla persona che sarà chiamata a condividere un amore pieno e gioioso, per tutta la vita, al servizio della vita, o, se Dio vuole, al servizio del Regno dei Cieli. Virtù dunque, e non ignoranza, non paura del sesso, non inibizione psicologica; virtù che è promozionale della personalità, della nobiltà dei sentimenti, in definitiva della vera capacità di amare.

186 - Educazione all’amore.
Questa educazione alla sessualità, alla purezza, all'amore, è opera affidata prima di tutti ai genitori che non possono delegarla a terzi, compresa la scuola, senza venir meno alla loro responsabilità. L'amore vero, l'amore puro, nobile, maturo, l'adolescente lo scopre innanzitutto nel comportamento dei genitori: quando il padre e la madre si vogliono veramente bene, si arricchiscono reciprocamente in una convivenza serena e armoniosa, fatta di stima, di rispetto, di delicatezza, alimentata da gesti semplici ma sinceri, di affetto, di attenzione, di comprensione e anche di perdono, l'adolescente vede di fatto che cosa comporti l'amore di un uomo e di una donna, e quale ricchezza di contenuti affettivi, morali e spirituali tale amore presuppone. Il figlio deve scoprire che i suoi genitori, prima di essere padre e madre, sono marito e moglie, sposo e sposa, e che prima di appartenere a lui essi appartengono a sé stessi reciprocamente. Questo comportamento oltre a garantire stabilità affettiva al nucleo familiare, permette ai genitori di gestire il proprio ruolo di padre e di madre con chiarezza, con libertà ed efficacia, e di veicolare nella coscienza dei figli le leggi morali che regolano il retto comportamento sessuale e difendono la verità dell'amore. Accanto a queste coordinate umane della sua maturazione sessuale, l'adolescente ha bisogno delle coordinate spirituali, soprannaturali; così l'amicizia sempre più intima con Gesù e una filiale, tenera devozione alla Madonna possono 172

aiutare l'adolescente a scoprire nella purezza non solo la virtù che lo matura umanamente ma anche il clima spirituale che lo rende capace del vero dono di sé, sia a una creatura per la famiglia, sia a Cristo per la sua Chiesa.

La giovinezza
187 - L’età dei progetti.
L'esperienza creaturale, con la corrispondente consapevolezza della propria vincolazione a Dio, esperienza così problematica e faticosa nell'età dell'adolescenza, diventa ancor meno facile e spontanea nell'età giovanile. La giovinezza si caratterizza per una proiezione dell'io, già sufficientemente emerso nell'adolescenza, verso l'esterno, verso la vita con le sue promesse e con le sue incognite. E' la scoperta dell'io relazionale. La giovinezza si presenta soprattutto come l'età dei programmi, dei progetti, delle aspirazioni, viste non tanto sul piano ideale e teorico ma sul piano concreto della loro realizzazione. Il giovane matura delle scelte e tende a realizzarle in un progetto di vita. Normalmente le scelte riguardano la professione e la famiglia, concretamente il campo di lavoro e la compagna della propria vita. La giovinezza impegna dunque su due fronti particolarmente importanti: quello dell'inserimento professionale e quello del fidanzamento. L'inserimento professionale ha per il giovane il significato di realizzare un proprio posto nella società che corrisponda il più possibile alla sua personalità. Il conflitto si sposta perciò dall'ambito interiore della persona all'ambito esterno, quello delle situazioni concrete della vita. Queste situazioni sono di due tipi: il primo è di carattere istituzionale; esso riguarda le strutture sociali e politiche già definite e dentro le quali si muovono i membri di una comunità. Sono strutture regolate da leggi, e sono espressione di determinati valori che a loro volta sono costitutivi di una determinata cultura. Il giovane che vuole aprirsi una strada nella società è combattuto tra la necessità di «adeguarsi al sistema" conformandosi allo stato delle cose, e la volontà di rinnovamento che mira alla realizzazione di un nuovo ordine sociale. L'impazienza, che è ancora viva nell'età giovanile, può spingere il giovane ai due estremi di questa alternativa. Nel primo caso, il pericolo è il conformismo. Esso può portare all'appiattimento, alla sfiducia che spegne gli entusiasmi, all'imborghesimento che soffoca le aspirazioni e fa crollare gli ideali. Le energie vitali che la giovinezza porta in sé trovano allora sfogo nel consumismo disordinato che diventa evasione, e nella sete insaziabile di godimento che diventa compensazione. Nel secondo caso la spinta innovatrice può diventare rivoluzionaria ed esprimersi in clamorose contestazioni e violente rotture, fino alla radicale opposizione verso le strutture a tutti i livelli: familiare, sociale, politico, e perfino al rifiuto dei valori della più autentica tradizione.

188 - La vera rivoluzione: la santità.
A questo punto un'esperienza creaturale viva, personale, autentica, che sviluppi nel giovane la coscienza della propria dipendenza da Dio, sapientissimo creatore, e che sproni ad una profonda amicizia con Cristo, Maestro e Redentore 173

dell'uomo, può diventare per lui un fattore determinante nello sviluppo della sua personalità umana e cristiana. Sapersi creatura di un Dio sapientissimo può aiutare il giovane a comprendere che noi non siamo entrati in un mondo sbagliato, tutto da rifare, ma in un universo già ordinato, con leggi buone, stabilite dalla sapienza di Dio. Purtroppo il Maligno e il peccato dell'uomo hanno introdotto nel mondo il disordine e il male che, tuttavia, sono stati vinti da Cristo. Perciò, vivere la nostra esperienza di creature deve portarci a ricevere dalle mani di Dio il mondo da lui creato, per rinnovarlo attraverso Cristo e condurlo sempre di più verso il modello voluto da Dio, nella verità, nella giustizia e nella pace. Non si tratta quindi di distruggere, ma di purificare, di rettificare e semmai di edificare. La vera rivoluzione l'ha operata Cristo perché ha cambiato il cuore dell'uomo. Dobbiamo certamente mettere mano anche alle strutture temporali della società perché siano più giuste e più umane, ma non possiamo illuderci che, cambiate le strutture, venga cambiata la situazione del mondo. Le rivoluzioni che distruggono, sostituiscono violenza a violenza, disordine a disordine, ingiustizia a ingiustizia; alla fine "buttano il bambino e si tengono l'acqua sporca". La ghigliottina non sarà mai uno strumento di giustizia e di pace, né mai servirà a cambiare il mondo. Né conformismo borghese, quindi, né violenza rivoluzionaria, ma santità. Santità con opere. I veri rivoluzionari che hanno cambiato il mondo furono i santi. Essi hanno testimoniato nel mondo i veri valori di cui l'umanità ha bisogno. Non sempre ciò che è nuovo è anche più giusto, più vero, più perfetto, come vorrebbe uno dei principi fondamentali del Progressismo mondano. Spesso accade che una società ha bisogno di rinnovarsi non perché è priva di valori, ma perché non attua e non vive fino in fondo i valori che ha già ricevuto e già possiede. Se un giovane saprà prepararsi pazientemente ma intensamente al lavoro professionale, con competenza e rigore ma anche con le virtù umane e cristiane che la vocazione professionale richiede, non solo troverà posto nella società, ma svolgerà anche una presenza estremamente positiva e costruttiva, veramente innovatrice, così come avviene in ogni creatura vivente, la quale non si rinnova autodistruggendosi ma sviluppandosi dal di dentro, promuovendo le potenzialità che ha in sé stessa, dalla natura.

189 - Fidanzamento e matrimonio.
Altre situazioni che il giovane deve affrontare e che riguardano più direttamente la sua vita privata sono i rapporti umani: le amicizie, le scelte sentimentali con le relative decisioni. Non c'è dubbio che quest'ultimo problema costituisce la preoccupazione più importante nell'età giovanile. Il fidanzamento e la preparazione alla famiglia occupano un posto importante nei programmi dei giovani. E' un impegno che assorbe molte energie fisiche, psichiche e spirituali. Avere una chiara consapevolezza di essere creature significa assumere di fronte al matrimonio un atteggiamento di rispetto verso la verità, e di docilità a valori che non dipendono da noi. La verità sul matrimonio implica due principi fondamentali: primo, il matrimonio viene da Dio e non dall'uomo. In altre parole, il matrimonio è un istituto naturale voluto dal creatore il quale ne ha stabilito il fine e le leggi. Il matrimonio quindi precede la volontà dei singoli e anche i poteri dello Stato e della società stessa; nessuno può intervenire arbitrariamente sulla natura e sulle leggi del matrimonio. Il secondo principio deriva dal primo: il matrimonio non è un affare privato tra due persone, come pensa chi riduce il matrimonio al solo amore. Ora, per essere marito e moglie non basta volersi bene, sia pure con un amore sincero, intenso 174

ed esclusivo, occorre che questo amore diventi "coniugale" attraverso un vincolo esplicito, unico e stabile, attraverso il "patto coniugale". Il matrimonio è dunque un atto pubblico che ha valore giuridico vincolante a norma di giustizia e si configura carico di socialità. Con ciò non si vuol togliere importanza all'amore che, pur non essendo costitutivo del matrimonio ne rimane l'anima e la garanzia, si vuole invece ribadire che l'amore tra l'uomo e la donna per essere "amore coniugale" ha bisogno del "patto coniugale" come suo intrinseco elemento costitutivo. Ciò aiuta a capire che ogni espressione "coniugale" durante il fidanzamento va contro la "verità" dell'amore e non rispetta la realtà delle cose. Diventa un "amore" abusivo, non autentico. Del resto, tutto il lavoro del fidanzamento consiste nell'imparare ad amare e nel prepararsi ad amare veramente, con un amore che non sarà mai scontato, ma che saprà rinnovarsi giorno dopo giorno, con sacrificio e con lotta, per non cadere nella routine e per diventare invece più profondo e più vero nella maturità e nel dono totale di sé stessi. Davanti a questi impegni, il giovane di oggi rischia di impaurirsi; lo assale un senso di incertezza e di insicurezza che durante il fidanzamento rimane mascherato dall'innamoramento. Un ragazzo e soprattutto una ragazza innamorati non hanno dubbi sulla sincerità del loro amore, e pensano che questo può dare una sufficiente garanzia alla solidità e alla durata del loro legame coniugale. E invece l'entusiamo dell'amore non basta. Dopo qualche tempo l'entusiasmo si acquieta e resta l'amore, quello vero, quello fatto di stima, di comprensione, di sacrificio, di ottimismo, di dono totale di sé stessi... fatto di perdono. Il giovane di oggi deve sapere che la cultura dominante non riconosce questo tipo di amore, piuttosto lo deride e lo rifiuta. Deve anche tener presente che la legislazione stessa degli Stati moderni non difende e non tutela sufficientemente il matrimonio e la famiglia. Le leggi civili danno importanza esclusivamente all'amore e alla volontà soggettiva di vivere insieme; non danno quasi alcuna importanza al patto coniugale, il patto che lega con vincoli di giustizia i due coniugi, e li rende responsabili di fronte al diritto dei figli e del bene comune. Sono leggi che spesso finiscono col premiare il colpevole e condannare l'innocente. Tutto questo, non per aggravare ulteriormente l'incertezza e la paura nei giovani di oggi, ma semmai perché sappiano trovare innanzitutto nella certezza delle loro convinzioni e nella determinatezza delle loro decisioni la forza che li farà camminare con fiducia in una società che non li garantisce. Ma soprattutto perché sappiano trovare nel sacramento con il quale Gesù ha voluto elevare il patto d'amore tra l'uomo e la donna a segno e strumento di grazia, la più sicura garanzia del loro cammino coniugale. Se i giovani sapranno mettere Cristo-Sposo nel loro amore umano sperimenteranno che cosa significa amare fino a dare la vita per la persona amata. Su questa strada dell'amore, dell'amore umano e cristiano, la vera risorsa viene dal rapporto sempre più profondo e personale con Cristo. L'amicizia con Gesù, scoperta e iniziata nell'età dell'adolescenza, può aprire nella coscienza giovanile cammini di generosità e di dedizione al Signore, visto come Colui che ha veramente rinnovato il mondo e ha insegnato agli uomini la verità dell'amore. Cristo impegnato nelle strade della Galilea, e ora impegnato nelle strade del mondo, può suggerire all'animo giovanile l'idea, - che può diventare progetto e decisione - di farsi strumento a servizio di Dio e della Chiesa per gli uomini del proprio tempo; strumento affinché Cristo sia "innalzato" su ogni attività umana e si realizzi la pace di Cristo nel regno di Cristo.267 E' questo, anche, un modo di vivere intensamente la consapevolezza di essere creature inserite in un progetto di Dio che conta su di noi per realizzarlo nel mondo. E' un modo diverso di scoprire il senso vocazionale della vita; senso che in noi
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Cammino, n. 301

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cristiani diventa vocazione divina nel Battesimo, per esprimersi poi come vocazione professionale nel lavoro, vocazione sponsale nel matrimonio e nella famiglia, e anche come vocazione verginale nella dedizione piena a Cristo con cuore gioioso e indiviso, e con pienezza di servizio.

190 - Verginità per il Regno dei Cieli.
Questo, della vocazione alla verginità, è oggi un argomento non solo taciuto ma totalmente incompreso. Parliamo della verginità come vocazione, perché come virtù, cioè come castità prima e fuori del matrimonio, è non solo incompresa ma anche derisa e disprezzata, e da più parti è considerata come segno di immaturità e di anormalità psicologica. La chiamata alla verginità "per il Regno dei Cieli" è stata inaugurata da Gesù. E' Lui il "Vergine" per essenza, quasi per costituzione ontologica, una verginità che lo costituisce "Sposo", sposo della Chiesa e sposo di ogni anima che lo segua da vicino e totalmente, che segua "l'Agnello dovunque va". 268 Questo significa che nella verginità cristiana si stabilisce con Cristo un rapporto essenzialmente diverso da quello che si realizza nel matrimonio. Il Sacramento nuziale è una partecipazione solo simbolica al mistero sponsale di Cristo e della sua Chiesa, ed è transitoria perché legata alla condizione terrena; la verginità, invece, è una partecipazione in certo qual modo diretta e perciò reale con il mistero di Cristo-Sposo e non si interrompe con il tempo ma rivelerà la sua pienezza nella Vita eterna. E' vero che una persona sposata può amare Cristo più di una persona vergine, e può quindi arrivare a una santità più alta, tuttavia l'amore verginale resta sempre un amore diverso, perché diverso è il rapporto con la persona di Cristo. E' infatti un rapporto sovraeminente per natura, per significato, per grazia, che qui non possiamo analizzare e approfondire ma che rimane nella tradizione della Chiesa come un fatto di radicale importanza. Gesù stesso allude esplicitamente alla vocazione verginale quando dice "Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso". 269 Questa vocazione alla verginità per il Regno dei Cieli è un dono prezioso che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa di Cristo, e la Chiesa, nei venti secoli della sua storia, ha conosciuto l'immensa fecondità di questo dono che mai potrà venir meno. Oggi, nella nostra società occidentale sembra che queste vocazioni siano diminuite fino quasi a scomparire. In realtà "non est abbreviata manus Domini" - non si è indebolita la mano del Signore" - non sono venute meno le vocazioni, sono venute meno invece le risposte alla chiamata del Signore. L'ambiente fortemente secolarizzato e la visione consumistica della vita impediscono a tante ragazze e ragazzi non solo di rispondere positivamente alla chiamata di Dio ma semplicemente di avvertire la sua voce, che spesso riesce con fatica a farsi strada tra le mille seduzioni della mondanità, e arriva al cuore senza la forza necessaria per attirarlo. Ma nella mentalità edonistica e stoltamente permissiva della società attuale la verginità risulta assolutamente incomprensibile. Scalzati i valori morali, si lascia il posto ad assurde convinzioni che servono solo a ignobili speculatori del sesso per alimentare un turpe mercato ormai non più sommerso ma sfacciatamente esibito. Così la castità prima del matrimonio viene presentata come un peso e le esperienze sessuali tra giovani sono considerate inevitabili, anzi, vengono presentate come normali e psicologicamente utili. Semmai occorre premunirsi contro i rischi. La verginità non sarebbe più una virtù, ma un sintomo di immaturità o addirittura di anormalità. Sono gravi errori morali che non hanno nulla in comune con l'amore, l'amore vero, nobile, autentico dei nostri genitori e offendono violentemente la
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Ap. 14,4 Mt. 9,11

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dignità dell'uomo e ancor più la grande dignità della donna. Contrastare questa ondata di sensualità fondata sulla menzogna è compito di noi cristiani. L'affermazione gioiosa della castità e della verginità come esigenza della nostra dignità di uomo e donna è stato un aspetto importante della rivoluzione culturale operata dal cristianesimo nel mondo pagano, e sarà certamente un elemento essenziale anche per quella rivoluzione culturale che è la nuova evangelizzazione dell'Europa. Se il mondo giovanile e la cultura attuale non sapranno ricuperare il valore della castità e della verginità, cioè il valore positivo della sessualità secondo il disegno di Dio, difficilmente arriveranno ad una fede vera e autentica. La sensualità è lo smog dell'anima; intristisce il nostro paesaggio interiore e impedisce l'azzurro del cuore. Se una ragazza (come pure un ragazzo) non sa difendere e non ama la propria verginità, non solo non capirà la vocazione a servire Dio con dedizione totale per il Regno dei cieli, ma rischia di non comprendere nemmeno il valore della maternità. I due valori si corrispondono intimamente e non a caso la mentalità secolarizzata disprezza l'uno e l'altro, gettando così la donna in una profonda crisi di identità. Rifiutare la verginità e temere la maternità è un tradimento dei valori più nobili della femminilità. Purtroppo la responsabilità di questa aggressione ricade in parte preponderante sulla visione maschilista e corrotta di tanti "uomini di cultura" che i padroni dei mass-media hanno sponsorizzato. L'incontro di Gesù con Erode è estremamente eloquente; ma soprattutto lo è la figura amabilissima di Colei che, essendo "Vergine e Madre", ha meritato di essere "figlia del suo Figlio".

L'età adulta

191 - Quale maturità?
Le stagioni della nostra vita non hanno né durata né confini precisi, e nemmeno sono misurate dagli anni. C'è una continuità profonda che attraversa e unisce tra loro le stagioni della vita umana: è l'unità e l'identità della "persona". Il vissuto interiore di ciascuno caratterizza poi in modo personale la fisionomia delle singole stagioni per cui si rende problematica la loro descrizione. Ma c'è un'età di cui è più difficile definire la fisionomia per la varietà degli aspetti soggettivi e la diversità delle vicende personali attraversate: è l'età adulta. La presenza di molteplici e complesse componenti che definiscono l'età adulta comporta un'ampiezza descrittiva di questa stagione della vita quale non si ha nelle altre età e costringe a farne più descrizioni, tutte variamente incomplete. Normalmente per indicare l'età adulta si usa un termine che sembrerebbe sufficientemente sintetico per definirla: il termine "maturità". Ma che cosa significa veramente una "persona matura"? Basta pensare, ad esempio, alla differenziazione sessuale, che raggiunge nell'adulto l'espressione massima soprattutto sul piano psicologico; è una differenziazione estremamente profonda, tanto che si dovrebbe parlare di una età adulta maschile e di una età adulta femminile. Ne abbiamo una prova nell'interrogativo che l'uomo e la donna adulti si pongono di fronte al significato della vita; l'uomo si chiede: "per che cosa vivo?", domanda che rivela la 177

tensione maschile verso il fare, verso un'impresa da compiere, un lavoro da realizzare; diversamente, è istintivo nella donna domandarsi: "per chi vivo?" , domanda che dice molto sull'atteggiamento femminile, e rivela la tensione interiore della donna verso l'essere umano, verso la persona concreta, sia essa il marito, o il figlio, o una creatura che si trova nel bisogno. Occuparsi dell'essere umano è sentito dalla donna come la missione che le è stata affidata dalla natura. Il solo lavoro professionale, un'impresa da portare avanti, per quanto gratificante, non bastano perché la donna si senta pienamente realizzata. La riflessione su questo argomento potrebbe dilungarsi molto e la psicologia differenziale avrebbe molto da insegnarci, ma qui basta questo semplice accenno per capire quanto il concetto di maturità sia tutt'altro che facile da definire. Tuttavia è possibile enucleare alcuni elementi che chiameremo "sintomi" di maturità e che possono aiutarci a vivere l'esperienza creaturale nell'età adulta.

192 - I “sintomi” della maturità.
Il primo sintomo potremmo vederlo nella consapevolezza sempre più chiara della propria temporalità. L'uomo adulto si rende conto che la vita è critica; è cioè caratterizzata da un equilibrio mai raggiunto e sempre aperto alla ricerca di una stabilità che non è mai fissa, bensì continuamente dinamica. Se l'anziano è l'uomo rivolto al passato e il giovane è l'uomo rivolto verso il futuro, l'adulto è l'uomo del presente. Ma il suo presente è ben diverso da quello del bambino e dell'adolescente nei quali il presente è limitato al presente, è chiuso e si esaurisce in sé stesso. E' un presente, quello dell'adulto, completamente fluido, indelimitato, è una tensione tra un passato che utilizza come esperienza e un futuro inteso come speranza. In altre parole è la tensione tra l'essere e il "dover essere"; è un modo esistenziale di percepire la propria temporalità come situazione in fieri, la situazione di un essere imperfetto non ancora "compiuto" e che tende alla compiutezza. Nasce perciò una nuova percezione di sé stessi, più oggettiva, più critica. Proprio questa percezione può aiutare l'adulto a vivere la propria esperienza di creatura con più consapevolezza. "Creatura" al femminile e al futuro, indica appunto qualcosa che è "in fieri", che si sta formando. La consapevolezza della propria creaturalità unita all'impegno morale della propria perfettibilità - il "dover essere" aiuterà l'adulto a non sentirsi autonomo da Dio in tutto ciò che riguarda la progettualità della propria vita e insieme a sentire più fortemente la propria responsabilità. E' sintomo di maturità capire che tutto viene da Dio e insieme tutto viene da noi stessi. Creaturalità e perfettibilità; da questa consapevolezza l'adulto può anche derivare un atteggiamento maggiormente obiettivo e insieme maggiormente paziente, cioè un atteggiamento di più viva responsabilità di fronte alla vita e agli impegni che essa comporta; può liberarsi dalle impazienze giovanili e insieme rendersi più tenace, più costruttivo, più efficace, nel lavoro, nella famiglia e nelle responsabilità sociali.

193 - Maturità e coscienza.
Il campo più importante in cui l'adulto manifesta la sua maturità in quanto è chiamato a giudicare con obiettività, è il campo dei valori. Si tratta del criterio morale, cioè della capacità di valutare la moralità dei comportamenti prescindendo dall'emotività, dagli stati d'animo, dalle apparenze sensibili. Un adulto è tanto più maturo quanto più è obiettivo il suo criterio morale; in definitiva si tratta della maturità della coscienza. 178

Ora, proprio a livello della coscienza ha enorme importanza la consapevolezza della propria creaturalità. Comprendere e accettare di essere creature porta a capire che la fonte dei valori è Dio e non la nostra coscienza. Un'etica dei valori che prescinda da Dio diventa inevitabilmente un'etica soggettiva e perciò relativa; relativa alle situazioni, alle circostanze, agli interessi e alle ambizioni personali. Questo della coscienza è un aspetto fondamentale nella maturità dell'adulto, tanto da poter dire che il valore di una persona sta nel valore della sua coscienza. Se pensiamo che la coscienza è il luogo più intimo della nostra persona, là dove, soli con noi stessi e avendo come unico interlocutore Dio, maturiamo le nostre decisioni, ci rendiamo conto del perché essa sia la parte più delicata del nostro io personale. Possiamo dire che tutta la nostra maturità si forgia nell'ambito della coscienza: non solo la maturità umana (coscienza psicologica) ma anche e soprattutto la maturità morale e spirituale (coscienza religioso-morale). Se volessimo indicare le caratteristiche di una coscienza matura potremmo definirla: sensibile, viva, integra. Una coscienza è sensibile quando sa percepire i valori e li percepisce come vincolanti. E' come l'occhio dell'anima. Richiede quindi, pulizia, luminosità, educazione. E' la "luce" di cui parla Gesù: "La luce che è in te". E bisogna cercare con ogni cura che questa luce non si oscuri o non si spenga, perché se "la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!". 270 La luce che illumina la coscienza e la rende sensibile ed affinata è la verità. Ora, mentre la menzogna accieca e distorce la coscienza, l'ignoranza e l'errore la rendono incerta, grossolana, confusa. Perciò, mentre dobbiamo difendere la nostra coscienza dalla menzogna, dobbiamo d'altro canto farle guadagnare uno spazio sempre più ampio e profondo alla conoscenza e alla verità. Si capisce allora quale importanza abbia per una maturità della coscienza la formazione dottrinale; beninteso deve essere formazione e non deformazione. Occorre cioè la sana dottrina, la dottrina che ci viene dal Magistero della Chiesa, perché è la Chiesa che, nel suo insegnamento, ci interpreta autenticamente l'insegnamento di Cristo. Un cristiano veramente adulto, maturo, non è dunque colui che arbitrariamente forgia la propria coscienza su criteri personali o su criteri desunti da una mentalità dominante a modo di maggioranza democratica, (la crisi della coscienza collettiva) e nemmeno su criteri sanciti da "esperti" in scienze teologiche e morali. Ancora una volta è alla Chiesa, edificata sul fondamento degli Apostoli, che Gesù ha detto: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni (...) insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato". 271 L'obiettività porta un cristiano adulto a conformare la propria coscienza ai valori proclamati da Cristo e testimoniati dalla Chiesa.

194 - Coscienza “viva”.
Questo ossequio consapevole alla dottrina autoritativa non mortifica la coscienza adulta e matura, non le impedisce di essere una coscienza responsabile, cioè viva. Essere e mantenersi "viva" fa si che la coscienza sia una facoltà attiva, promozionale del bene nella nostra condotta, operativa anche sul piano decisionale. E' una caratteristica legata ad un'altra funzione importante della coscienza, quella di giudicare. Una coscienza adulta non solo percepisce obiettivamente i valori ma anche giudica le nostre decisioni e il nostro comportamento rispetto a quei valori. La coscienza perciò promuove decisioni, suggerisce iniziative, in una parola è simile alla vita che è fonte inesauribile di
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Mt. 6,23 Mt. 28,18

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attività. Nell'adulto, dunque, la coscienza non è una facoltà esclusivamente teorica ma, attraverso un giudizio che precede e accompagna il nostro agire, diventa forza promozionale di una condotta attiva nel bene. La sua dote è la fermezza. Una coscienza matura è una coscienza ferma nel bene, nel servizio alla verità, nella coerenza con i valori. Vive in continuo dialogo col dono e con la virtù della prudenza. Ci si riferisce a una coscienza viva quando si usa l'espressione: "prendere coscienza"; è come la "presa di possesso" di un valore che, appena conquistato, pone i suoi ultimatum. Questa presa di possesso non è mai pacifica, è un combattimento; esige una lotta costante contro il sonno dello spirito. E' un brutto sonno questo dello spirito: una coscienza smorta, sonnolenta, è temibile perché rischia di tramutarsi in una atonia interiore di fronte non solo ai valori ma alla realtà tutta. Le cose e le persone scorrono allora intorno a noi senza sentirne né il calore, né la poesia, né il mistero; non esercitano alcun richiamo, alcuna provocazione. Qui non ha più senso parlare di maturità di una persona: è la morte. Una coscienza che non reagisce più si manifesta nel giovane come rassegnazione, conseguenza di tante battaglie morali perdute, e nell'adulto si manifesta come indifferenza totale, conseguenza di aver maltrattato lungamente la coscienza con l'inganno, il rifiuto, la falsità intellettuale, la violenza delle passioni. L'unica compensazione a questa povertà sarà il denaro, la carriera, o l'appagamento dei sensi, più spesso sono tutte queste cose insieme: il più cupo egoismo. L'immagine evangelica di una coscienza ridotta in queste condizioni è Lazzaro nel sepolcro: inerte, legato dalla testa ai piedi, già maleodorante. Una coscienza ridotta in questo stato è una grande disgrazia. Per uscire da questo sepolcro occorre l'intervento onnipotente della grazia, occorre che la voce di Cristo risuoni nelle profondità dell'anima. Si tratta di una conversione radicale; è un miracolo più grande che resuscitare un morto. Ripetiamo, un adulto è tanto più maturo quanto più è viva la sua coscienza, quanto più essa tiene efficacemente la sua posizione di centro decisionale della persona.

195 - Coscienza “integra”.
Alla coscienza viva, che precede e accompagna l'agire maturo, segue la coscienza integra che ha il compito di giudicare le azioni compiute, un giudizio che approva o disapprova, con sincerità e senza cedimenti, le intenzioni e le opere. E' il più comune e più antico significato di coscienza; viene talvolta confuso col rimorso, che invece è legato al senso di colpa. Una coscienza integra la si vede nell'ora dell'esame di coscienza. Al momento dell'esame, infatti, una coscienza integra non si lascia intimidire, ricattare o zittire né dall'orgoglio, né dall'interesse, né dalla vergogna. Una coscienza integra non scende a compromessi, a sconti, a ipocrisie; ma anche non si lascia turbare da inutili rimorsi che non risanano la coscienza ferita, da scrupoli irragionevoli che vedono il male dove non c'è, o da complessi di colpa che hanno come causa disturbi della sensibilità. Una coscienza integra è inesorabile nel giudizio e nello stesso tempo indica la strada della guarigione e conduce alla conversione. La minaccia più grave all'integrità della coscienza è la disobbedienza abituale e consapevole alle esigenze del bene, i peccati non detestati, il pentimento non sincero e non seriamente vissuto. Una coscienza integra, se lacerata dal peccato, duole, fa male, ed è questo il segno sicuro che essa è ancora sana. Anche dal suo esame di coscienza si può misurare la maturità di un adulto. E' lì, infatti, che emerge una coscienza sana, forte, delicata, sincera. E' 180

lì, anche, dove si intravvede la profondità di vita di una persona adulta: è la profondità delle sue motivazioni. Si arriva così alla vera maturità di una coscienza cristiana: la coscienza che prende per criterio di giudizio e di comportamento non più semplicemente una legge o una gerarchia di valori ma l'Amore, le attese di Dio e le esigenze della santità. Una coscienza innamorata è il distintivo dei santi.

196 - Maturità e libertà.
Il riferimento all'amore ci suggerisce un terzo sintomo della maturità dell'adulto, sintomo che possiamo ricondurre alla libertà, meglio alla capacità di essere libero. Questa capacità costituisce l'aspirazione più profonda dell'essere umano perché la libertà sembra contenere tutti i valori fondamentali dell'uomo. La sua estensione è ampia come la vita, come l'amore, come la felicità. Sappiamo tuttavia quali significati diversi, anche contrastanti, questa parola assume nel linguaggio corrente: perfino nelle varie età della vita essa è percepita con significat i diversi. Come allora percepisce la libertà una persona adulta che abbia raggiunto la sua maturità? Possiamo dire che la capacità di essere libero, in un adulto, coincide con la capacità di occupare pienamente tutta la propria vita, cioè accettare interamente la propria vicenda umana e di muoversi in essa con autonomia. L'autonomia di un adulto suppone innanzitutto il possesso sereno di sé stesso. La battaglia più difficile e faticosa è quella che ciascuno di noi combatte dentro di sé per la conquista del proprio io. Conquistare sé stessi è impossessarsi delle proprie facoltà collocando ognuna di esse al proprio posto, educandole ad accettare e a gestire ciascuna il proprio ruolo; è uscire dalla confusione interiore, dal caos delle passioni, è stabilire dentro di noi la tranquillitas ordinis: la chiarezza del conoscere e la consapevolezza dell'agire. Così, per usare un esempio, una persona matura non è una persona che non si arrabbia mai, che non alza mai la voce, bensì una persona che non si arrabbia fuori tempo, per cose di poco conto, per motivi banali o semplicemente per impulsività o intemperanza di carattere. Un adulto che possiede sé stesso e sa stare con padronanza nelle situazioni, sa arrabbiarsi a ragion veduta, consapevolmente e volutamente, là, dove e quando è necessario od opportuno arrabbiarsi. Non si lascia governare né dal cattivo carattere né dalla paura. Questo significa autonomia interiore, questo è il dominio di sé. L'autonomia interiore, dunque, non significa rifiuto di ogni legame, indipendenza da ogni principio, incapacità di rapporti positivi e costruttivi con gli altri; è invece consapevolezza della propria libertà, consapevolezza che porta a due conseguenze: a rispettare la libertà degli altri e a saper rispondere delle proprie azioni. Il rispetto della libertà altrui è una spia molto importante per misurare la maturità di un adulto; la consapevolezza della propria libertà unita al rispetto della libertà altrui è un presupposto indispensabile per stabilire rapporti interpersonali maturi, positivi e validi con le persone dell'ambiente di lavoro, dell'ambiente sociale, non escluso, anzi a cominciare proprio dall'ambiente familiare. Rispettare la libertà degli altri non significa soltanto rispettare i loro diritti, i loro valori e la loro dignità, ma significa anche capacità di dialogo e di collaborazione, accettazione dei limiti e degli errori senza emarginare o squalificare nessuno, attenzione e ascolto delle ragioni degli altri e magari dei loro bisogni e delle loro necessità, significa saper mantenere la fiducia pur smascherando gli inganni e le inadempienze, significa infine, capacità di comprendere e di valutare con serenità di giudizio l'operato altrui astenendosi da ogni animosità o intolleranza. Si diceva dell'ambiente familiare: è infatti nel suo modo di stare nell'ambiente familiare, nella capacità di gestire in modo responsabile e positivo i rapporti con le 181

persone della propria famiglia, dove soprattutto si manifesta la maturità di un adulto. All'interno della famiglia ognuno è chiamato a ricoprire un ruolo legato ad un compito, ad una responsabilità - padre, madre, coniuge, figlio - compito e responsabilità in cui ha peso soprattutto la maturità dell'adulto. Così non basta che un uomo adulto rispetti la libertà della moglie, la libertà dei figli, occorre anche che sappia promuovere la libertà della moglie ed educare alla libertà i figli. Altrettanto può dirsi per l'educazione alla fede, l'educazione all'amore e alla sessualità, per la promozione del dialogo coniugale, per una presenza rispettosa e insieme promozionale nella vocazione dei figli. Dalla maturità con cui l'adulto sa gestire queste responsabilità dipende l'immagine che egli sa dare al proprio ruolo di fronte a tutta la famiglia. Lo stesso dicasi per l'ambiente di lavoro e per tutti gli ambient i della vita sociale. Rispettare la libertà degli altri non è dunque un fatto meramente negativo ma, nascendo da una conquista - che è laboriosa e difficile - di sé stessi, spinge a intrattenere con gli altri un atteggiamento di servizio promozionale e, per un cristiano, di servizio apostolico. L'altra conseguenza che deriva dalla capacità di essere liberi, come conquista della propria libertà interiore, è la responsabilità delle proprie azioni. La responsabilità riguarda innanzitutto la volontarietà e la consapevolezza. Saper agire con responsabilità significa agire al netto della nostra libertà, e quindi fare una cosa perché vogliamo farla. Troppo spesso facciamo le cose senza volerlo: obbediamo a stati d'animo, a condizionamenti esteriori dovuti a circostanze ambientali, a correnti di opinione, alla propaganda e alla pubblicità con i loro modelli di vita...; inoltre siamo spesso condotti dalla routine, dall'inerzia dell'abitudine. Il vero agire umano, l'agire maturo, è espressione di forza interiore, di vitalità dello spirito, di chiarezza di coscienza; mobilita le energie dell'anima con la forza della convinzione e della decisione. Non si tratta di volontarismo presuntuoso, espressione di autosufficienza mondana, ma semmai di forza obbedienziale, cioè capacità di rispondere ad una chiamata (responsabilità), obbedienza libera - perché lo voglio - alla volontà di Dio, che si manifesta nel piccolo o grande dovere di ogni momento, nei valori che da lui promanano, nella sua legge provvidenziale come nelle circostanze ordinarie della vita. Non c'è espressione di libertà più vera e più nobile dell'obbedienza a Dio; anzi la vera obbedienza non è quella del bambino o dell'adolescente ma quella dell'uomo maturo, perché occorre una volontà forte e libera per saper obbedire con responsabilità. "Volontà - Energia - Esempio.- Ciò che si deve fare si fa... senza tentennare... senza riguardi". 272 Guadagnare spazio alla libertà interiore è guadagnare spazio alla maturità. Più l'uomo adulto è libero - di libertà interiore - e meno sente il bisogno di libertà (libertà esteriore). I veri condizionamenti sono quelli interiori, quelli di una coscienza immatura e di uno spirito infermo.

197 - L’adulto ha nome e cognome.
Altro aspetto nel quale l'adulto esprime la propria responsabilità nell'agire è il rifiuto dell'anonimato. L'anonimato ha due facce: quella di non firmare le proprie azioni attribuendone la responsabilità all'ambiente, alla società, alle circostanze, e quella di firmarle con un nome falso, un nome però che ha due cognomi: inganno e ipocrisia. L'uomo maturo nel suo agire e nel suo parlare non usa mai né l'impersonale né lo pseudonimo; e nemmeno usa il doppio nome secondo le circostanze. Non alludiamo qui all'espediente dello pseudonimo letterario o al nome d'arte; ci
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Cammino n. 11

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riferiamo a quel tipo di vigliaccheria che consiste nel voler uscire sempre e comunque indenni dalle responsabilità del proprio comportamento, qualunque esso sia. Non c'è dubbio che la categoria più esposta a questo tipo di irresponsabilità è quella degli operatori nelle pubbliche relazioni e nei mezzi della comunicazione sociale: giornali, televisione, ambienti dello spettacolo e della cultura. Enorme è il bene che questi operatori possono fare e molti lo fanno, ma anche sono molti coloro che cedono alla tentazione della vigliaccheria: tirano il sasso e nascondono la mano, danno veri e propri giudizi di condanna e si coprono con l'anonimato del "si dice... corre voce... sembra che...", fanno rientrare nel "diritto all'informazione" indegne aggressioni all'intimità altrui, distruggono la buona fama e l'onore delle persone con l'espediente del sospetto, del dubbio, dell'indagine arbitraria o camuffata per offrire ipocritamente elementi di giudizio a lettori e telespettatori. Ma tutti possiamo avere complicità con la vigliaccheria dell'anonimato; ognuno di noi ha qualche momento di immaturità o si trascina dietro qualche residuo di timidezza infantile che lo porta a nascondersi, a sparire nel gruppo, a far credere che le cose sono avvenute fatalmente, per colpa di tutti. L'uomo maturo ha il coraggio delle proprie azioni, non agisce nell'oscurità, o dietro le quinte, non fa il mandante di nessuno, non approfitta dell'omertà delle strutture sociali o politiche; è tanto più maturo quanto più ampio spazio del suo agire egli sa coprire con la sua responsabilità. Questo rifiuto dell'anonimato si collega con un terzo aspetto della responsabilità: l'accettazione leale delle conseguenze delle proprie azioni, anzi di più: l'accettazione virile e paziente di tutto ciò che, volutamente o no, può essere accaduto nella vita. Il bene e il male commessi non sono mai senza conseguenze. Ogni avvenimento incide sulla vita e sulla storia degli altri e nostra. Le nostre azioni possono essere frutto di scelte e di decisioni ponderate, sagge e prudenti ma anche possono derivare in certi momenti da impulsività, leggerezza, imprudenza, se non anche da volontà non buona. Le conseguenze possono essere più o meno gravi, a volte sono drammatiche; in ogni caso lealtà vuole che ci facciamo carico di tali conseguenze, che ce ne assumiamo la responsabilità e anche l'onere con l'impegno della riparazione. L'adulto non può considerarsi un minorenne che fa ricadere sui genitori o su altri, o sulla società, le conseguenze delle proprie azioni. La vera maturità non si limita ad una rassegnata sopportazione delle conseguenze, quasi fossero un'ingiustizia, ma riconoscendole come proprie, cerca una sincera riparazione secondo giustizia. Il cristiano, poi, sa che la vera riparazione suppone un reale pentimento del male commesso e del male arrecato, un pentimento di coscienza, davanti a Dio, e non soltanto davanti alla legge umana come il pentimento di chi si arrende alle strette della giustizia e collabora con essa in vista di vantaggi personali. Il pentitismo mondano non ha i caratteri della vera responsabilità. L'accettazione responsabile delle conseguenze del nostro agire diventa nobile comportamento quando si tratta di conseguenze dovute non a colpe ma ad errori involontari, nostri o degli altri. Nella vita tutti siamo soggetti ad errori che possono portare anche a conseguenze irreparabili fino a condizionare negativamente tutta la nostra vita. L'accettazione diventa allora espressione di quei "valori di comportamento" - fortezza, ottimismo, coraggio, serenità...- che conferiscono nobiltà umana e, nel cristiano, valore soprannaturale a una esistenza penosamente condizionata e apparentemente inutile. Non dimentichiamo che proprio le conseguenze negative del peccato - la sofferenza, il dolore, la morte - sono servite al Signore Gesù per riparare il peccato e redimere l'umanità.

198 - Maturità e prudenza.
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Si potrebbero concludere le riflessioni sull'età adulta ricordando la virtù che più di tutte caratterizza l'uomo maturo: la prudenza. "Auriga virtutum", - la chiama San Tommaso, - guida di tutte le virtù; infatti le coordina e le armonizza. E' quindi collegata con la sapienza, che è virtù dell'intelletto speculativo. Non a caso per indicare la maturità dell'uomo adulto si dice di lui che è "saggio e prudente". Purtroppo, la prudenza non è una virtù demagogica e perciò non se ne parla mai; mentre si parla molto di giustizia, si parla di fortezza, magari come forza rivendicativa o contrattuale e si parla anche di temperanza come moderazione nei comportamenti civici o sportivi; è invece taciuta quasi completamente la prudenza. Eppure è la prudenza che orienta l'agire dell'uomo maturo secondo giustizia, nella fortezza e nella temperanza. La prudenza infatti porta la persona matura ad agire con rettitudine, con coerenza e con responsabilità nel compimento dei propri doveri, senza tentennamenti, senza ipocrisie o compromessi, con forte impegno per essere presente in modo positivo nella vita degli altri e nella vita della società, sempre disposto a pagare di persona le proprie scelte e le proprie decisioni. La prudenza unita alla saggezza fa dell'età matura la stagione più feconda e produttiva di tutta la vita umana. Perciò l'esperienza creaturale è vissuta, nell'età adulta, soprattutto come paternità. La paternità è un attributo fondamentale di Dio. E' anche un nome personale che designa la prima Persona della Santissima Trinità; ma è frequente in tutto il nuovo Testamento il richiamo alla paternità divina come atteggiamento di Dio verso le sue creature, delle quali Egli si prende cura con amorevole e paterna provvidenza. San Matteo, nel Discorso della montagna, e San Luca nel capitolo XII del suo Vangelo, riportano la descrizione che Gesù fa della paternità di Dio; è una descrizione commovente di quanto e come Dio vegli sulle sue creature, dai fiori del campo agli uccelli del cielo, e soprattutto sull'uomo, sua immagine e somiglianza, da lui tanto amato e custodito che perfino i capelli del suo capo sono contati. Ora, la paternità di Dio è fonte e principio di ogni paternità e perciò il cristiano nella sua esperienza di uomo adulto e maturo può non solo capire la bellezza e la fecondità della paternità di Dio, ma in certo qual modo parteciparvi con sempre maggiore consapevolezza attraverso quella maturità umana e spirituale che lo fa sentire strumento e collaboratore della paternità di Dio nel servizio alla vita, quella fisica o quella spirituale. A questa maturità cristiana esortava S. Paolo: " Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda,... di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. Che Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi, quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza, e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio". 273

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Ef. 3,14-19

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La vecchiaia

199 - Il “carico” del tempo.
Tra le parole che provocano fastidio, irritazione, timore, perfino umiliazione e sofferenza, una delle più temute è certamente la parola vecchiaia. Tant'è che essa è finita nel vocabolario degli insulti, mentre nel vocabolario del linguaggio ufficiale, burocratico, e ormai anche nel linguaggio popolare è stata sostituita da eufemismi come: la terza età, l'anzianità, l'età della pensione, ecc. Tutte le stagioni della vita hanno una loro componente di crisi e non c'è dubbio che la vecchiaia sia un'età critica, come, e per certi aspetti, anche più delle altre. E' frequente imbattersi in persone, non più giovani anagraficamente ma ancora valide, che entrano in crisi, anche depressiva, quando vanno in pensione: non sanno più cosa fare, come occupare il tempo, e vengono prese da un senso di angoscia come se, uscite dal lavoro, fossero uscite dalla società. Sono infatti questi i due aspetti critici della "vecchiaia": la perdita di significato che sembra avere la condizione di anziano, e il pericolo dell'emarginazione. L'uno e l'altro concorrono a generare nell'anziano la triste sensazione della solitudine, aggravata a poco a poco dall'apparire degli acciacchi fisici, dal calo di vitalità, e dalle complicazioni psicologiche che ne derivano. Tutto questo è chiamato "il peso" degli anni o il carico del tempo. In realtà gli anni non sono un peso ma una ricchezza e il tempo ha un suo carico di esperienza per il bene ed il male che abbiamo compiuto. Un bene ed un male che ci appartiene anche nelle sue conseguenze perché tutto può avere un valore. "L'anzianità è un coronamento delle tappe della vita. Essa porta il raccolto di ciò che si è appreso e vissuto, il raccolto di quanto si è operato e raggiunto, il raccolto di quanto si è sofferto e sopportato".274 E' un carico, quello del tempo, che fa parte della nostra vita e perciò della nostra persona. Abbiamo ricordato tante volte che viviamo nel tempo e che il tempo misura la nostra vita ma non misura la nostra persona; al contrario, è la nostra persona, con i suoi valori e le sue virtù, che misura il tempo e dà contenuto alla vita; tutto ciò che appartiene alla nostra persona è nostro, ed è un atto di lealtà verso noi stessi e verso la vita assumere ciò che è nostro col suo carico di bene e di male. Se non accettiamo responsabilmente ciò che appartiene alla nostra vita non possiamo offrirlo a Dio, accompagnandolo con l'umiltà della contrizione per il male commesso e con la gioia della gratitudine per il bene ricevuto. L'alternativa è vivere in contrasto con noi stessi e con la nostra vita; contrasto che sta alla radice di tante tristezze, di tante inquietudini, di tante insoddisfazioni.

200 - Sguardo di eternità.
La vecchiaia non è un problema di anni. Certamente essa è anche accompagnata dal degrado fisico di tutto l'organismo che va condizionando progressivamente la vita psichica e intellettuale: scomparsa di migliaia di neuroni ogni giorno, disidratazione delle proteine cellulari, inquinamento progressivo dei
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Giovanni Paolo II, Monaco, nov. 1980

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liquidi circolanti, indurimento dei tessuti, e altri fenomeni di recessione organica ben noti alla scienza e che costituiscono l'esperienza faticosa di quanto sia "mortale" il nostro corpo. La vecchiaia appare allora come una lotta per fermare la morte. Una lotta impari, disperata, perduta in partenza, nonostante le imprese titaniche compiute dalla scienza. Lo sanno chiaramente i geriatri che rimangono impassibili, senza entusiasmo di fronte ai risultati di una scienza medica che è riuscita a spostare notevolmente la data della terza età e a prolungarne considerevolmente la durata. Ora, il momento in cui ci si rende conto e si sperimenta quanto sia "mortale" la nostra condizione umana, è il momento della crisi. Il pericolo, allora, è quello di ripiegarsi sul proprio fisico, sul proprio disfacimento vitale, sui propri "acciacchi", restandone prigionieri come tristi inquilini di sé stessi. C'è invece una frase di San Paolo che può aiutarci ad essere sempre abitatori della vita, anche quando essa sembra inesorabilmente regredire: "Perciò, non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno". 275 Il problema sta dunque nella nostra vita interiore; è lì che troviamo il segreto per "vivere" la vecchiaia in positivo. Se ci fermiamo al fisico veniamo travolti dal corpo in declino e la vecchiaia ci apparirà come una situazione senza futuro, un'attesa senza avvenire. "Ma noi - continua San Paolo - non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne". 276 Solo uno sguardo di eternità può rompere il muro del tempo. Abbiamo visto che l'eternità è la profondità del tempo. L'anziano non deve guardare avant i perché non ha un futuro e rischia la beffa crudele di una illusione alla quale lui stesso non crede. Deve invece guardare in profondità, deve entrare nel suo presente e penetrarvi nella sua dimensione più profonda: gli svelerà orizzonti impensabili con prospettive che il tempo non conosce - "le cose invisibili sono eterne" - ; è l'eternità la profondità del presente. I giovani corrono e gli adulti si impegnano, tutti vivono le cose del tempo; l'anziano deve fermarsi, lasciare che il tempo vada; egli può guardare così gli uomini e la vita dall'alto di una sapienza che non appartiene più al tempo, perché non è dell'uomo "esteriore" ma appartiene all'uomo interiore. In un certo senso l'anziano deve riscoprire la vita; non nel suo scorrere, nel suo divenire, ma nel suo essere, nella sua profondità.

201 - Nessuno deve dire: basta!
Dire che l'anziano deve fermarsi e lasciar andare il tempo non significa inerzia, passività, ripiegamento sulla propria condizione per rimpiangere un passato che ha l'aspetto di un sepolcro sul quale deporre i fiori della propria nostalgia; ma significa far vivere l'uomo interiore che deve "rinnovarsi di giorno in giorno". L'anziano non deve mai lasciare inoperosi né il corpo né la mente; cambieranno il ritmo e l'intensità del suo operare e cambieranno anche le prospettive che si propone, ma non può considerare esauriti i suoi talenti. Curare l'attività fisica, anche col lavoro manuale, coltivare interessi intellettuali - circoli per anziani, università per la terza età, viaggi e visite culturali... - le stesse occupazioni casalinghe o familiari, le prestazioni di volontariato, amicizie e servizi reciproci, e varie altre espressioni di operosità sono un valido aiuto non solo per mantenere una vitalità efficiente e longeva, ma anche per superare la tentazione di vivere in modo negativo l'ultima età della vita. Un anziano inoperoso, che non ha saputo crearsi interessi o che non sa cogliere il significato della sua età può facilmente diventare preda del vittimismo
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2 Cor. 4,16 Idem

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egocentrico. L'anziano si chiude allora in sé stesso e, considerando chiusa la sua vita, è tentato di aggrapparsi a tutto diventando insaziabile di tutto: di attenzioni, di affetto, di compagnia. Invece la soluzione del problema, nella vecchiaia come del resto in tutte le età della vita, sta nel farsi dono, nell'aprirsi agli altri. "Nessuno ha diritto di dire basta - diceva Giovanni Paolo II a gruppi della terza età - Voi non dovete fermarvi, né considerarvi esseri in declino. Davanti agli occhi di Dio questo periodo della vostra esistenza ha un significato di grazia... per questo è necessario innanzitutto che l'anziano prenda coscienza delle possibilità che ha a sua disposizione, perché, anche nell'età più avanzata, il suo animo continui ad affinarsi". E il Papa indicava due mezzi di elevazione che il Signore mette a disposizione degli anziani: la preghiera e il sacrificio. E concludeva: "Per la particolare condizione di età in cui vi trovate, a voi non mancano né le occasioni di soffrire né il tempo di pregare". 277 Nella società industrializzata dei nostri tempi, così efficiente e produttiva, questi due mezzi non vengono minimamente presi in considerazione e anzi vengono guardati con sospetto come un pericoloso deterrente all'impegno. Ma c'è il pericolo che anche l'anziano cada in questo inganno, e vedendosi escluso da una società giovanilista e impaziente, finisca anche lui per considerarsi emarginato, un escluso dal grande gioco della vita, o comunque eliminato dalla società. In questo caso la preghiera e il sacrificio avrebbero anche per lui il significato di un surrogato, di un compenso consolatorio alla sua inutilità.

202 - La solitudine.
Questo senso di frustrazione unito al problema della solitudine può diventare il vero "peso" della vecchiaia, e in effetti è il più temuto dagli anziani. E tuttavia la solitudine non è il problema esclusivo della vecchiaia. Assistiamo a uno dei paradossi del nostro tempo: in una società dove i mezzi di comunicazione e di trasporto hanno reso estremamente facili e immediati i rapporti tra le persone, e le stesse strutture sociali costringono a vivere gli uni accanto agli altri, intorno alla stessa attività e alle stesse mansioni, troviamo che gli uomini sono paradossalmente estranei e lontani fra loro, così da incontrarsi senza conoscersi, parlarsi senza dialogare, camminare sulla stessa strada e ignorarsi. Le strade delle metropoli rigurgitano di folle, ma sono fiumi di atomi che solo si urtano tra loro, piccoli mondi chiusi che nulla hanno in comune. Psicologi e sociologi hanno studiato il problema e ne hanno dibattuto cause e spiegazioni, ma per noi cristiani il problema non esiste o non dovrebbe esistere. Primo, perché il cristiano conosce e accetta la "solitudine", anzi la cerca. La solitudine è una dimensione dell'essere umano e della sua esistenza, perché l'uomo è qualcosa di unico e irrepetibile e ha in sé stesso una parte così intima e così sua da essere impartecipabile, un "fondo" dove nessuno può raggiungerlo e dove si trova solo con sé stesso e con Dio. In secondo luogo, il cristiano ha imparato a vivere col cuore libero, distaccato da tutto, e nello stesso tempo disponibile a tutto e a tutti; capace di accogliere tutti e a tutti donarsi; perciò tutto gli fa compagnia e a tutti offre compagnia. Il problema sta allora proprio qui, nella capacità dell'animo umano di raccogliersi nell'intimo di sé stesso e di sapervi incontrare Dio. Abitare questa "solitudine" e condurvi un dialogo fiducioso e familiare con Dio è l'unico modo per sconfiggere ogni altra solitudine e insieme l’unico modo per imparare a dialogare con tutti e con ogni altro uomo. Purtroppo, può capitarci di arrivare all'ultima età della vita impreparati: con
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Giovanni Paolo II, Udienza 23.3.84

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una vita interiore minima, o una fede troppo povera e stentata, con un senso soprannaturale delle cose insufficiente...; per tanti anni siamo stati assorbiti quasi totalmente dalle occupazioni materiali, dalle necessità della vita terrena, lasciando poco spazio alla vita spirituale, con una preghiera intermittente, con uno sforzo ascetico molto scarso, e perciò viene a mancarci quella familiarità con Dio che ce lo fa sentire presente e assiduo dentro di noi, quel rapporto abituale con lui che facilita il dialogo fiducioso e consolante. Sono cose che non si improvvisano; richiedono, infatti, lungo esercizio e lunga preghiera. Tuttavia, la caduta di tante apparenze e di tante realtà esteriori, può facilitare all'anziano un rapido ricupero del rapporto con Dio e del dialogo interiore con Lui, con l'aiuto della grazia che il Signore dà sempre quando la nostra anima ritrova le vie dell'umiltà e dell'abbandono fiducioso.

203 - Il “Dio inutile”.
A questo punto l'esperienza creaturale può condurre l'anziano a due esperienze importanti: alla percezione viva della finitezza delle cose, in particolare della condizione umana, e in secondo luogo, alla scoperta del Dio "inutile". La finitezza delle cose ci fa cogliere in maniera più evidente il nostro legame con Dio creatore in quanto la precarietà dell'esistenza che sperimentiamo nella mortalità della carne, nel declino del nostro corpo, ci fa capire che non può risiedere in noi la consistenza del nostro essere, ma in un Altro; le nostre radici sono altrove, non in questo mondo dove tutto si deteriora, tutto si sgretola, tutto si presenta con il carattere della provvisorietà. Vengono alla mente tante espressioni della Scrittura che proclamano Dio "roccia" per la nostra stabilità, sicurezza della nostra esistenza. "In manibus tuis tempora mea" - nelle tue mani è tutta la mia vita. "Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre". 278 E si capisce anche, con indiscussa evidenza, quanto ingannano le cose della terra quando hanno la pretesa di apparirci come il fine della nostra vita. In secondo luogo l'esperienza creaturale dell'anziano può portare alla scoperta del "Dio inutile"; cioè, del Dio che non "serve" per la crescita economica della società e nemmeno per il nostro benessere personale. Tutte cose per le quali servono, invece, le banche, le holding, le multinazionali, le grandi organizzazioni commerciali o, a livello casalingo, il libretto della pensione; insomma tutto ciò che la tecnica, la politica, la grande finanza e le strutture sociali sanno mettere a disposizione in una società politicamente avanzata. Nel mondo utilitaristico in cui viviamo - il nostro mondo occidentale soprattutto - che dà importanza solo a ciò da cui può ricavare qualche vantaggio, che cerca solo ciò che può servire a qualche guadagno o a qualche piacere, scoprire l'importanza assoluta di un Dio che non serve per il guadagno o per il successo mondano ma per dare senso alla fatica, al dolore, alla gioia, per dare a ciò che si è amato nella vita una consistenza che vada oltre la precarietà e la caducità terrena, scoprire questo è scoprire il senso e il valore della propria vecchiaia, di questa età così "inutile" e così caduca. Solo questo può far capire quanto sono utili al mondo e agli uomini cose così "inutili" come la preghiera e il sacrificio. Si dice che i vecchi sono come i bambini. Possiamo anche prendere per buona questa analogia e può essere anche saggezza da parte dell'anziano accettarla. E' vero: anche i bambini sono improduttivi; ma cosa sarebbe il mondo senza bambini? Ce lo chiediamo non soltanto perché i bambini sono l'avvenire del mondo e senza di loro la società non avrebbe futuro, ma ce lo chiediamo anche nel senso elementare,
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Salmo n. 72,26

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pensando ai bambini come tali, per i valori che hanno in sé stessi: l'innocenza, la semplicità, la gioia, la fiducia, "la vita". Sono valori che non hanno rilevanza economica, eppure quanto sarebbe povero il mondo senza di essi! Analogamente anche l'anziano può essere improduttivo - in realtà molti non lo sono affatto, costituiscono invece una importante forza economica, - ma cosa sarebbe il mondo - l'umanità - senza gli anziani, e proprio in quanto anziani, per i valori che essi portano? Non esisterebbe continuità tra le generazioni, continuità "storica", perché gli anziani sono depositari delle tradizioni e della storia di un popolo. Sono anche saggezza, esperienza, stabilità, "lungimiranza". Quando un giovane parla, il vecchio capisce molto di più di quanto il giovane dice; l'esperienza, la saggezza, la conoscenza del cuore umano, sono per il vecchio come facoltà in più che amplificano la sua capacità di comprensione e di intuizione.

204 - La gioia del “restauro”.
Ora, noi dobbiamo imparare a vivere tutte le età della nostra vita in maniera positiva e gioiosa. Naturalmente la gioia che troviamo nell'adolescente e nell'età giovanile sarà ben diversa dalla gioia dell'anziano; nel giovane la gioia è "fisica", legata alla vitalità, al prorompere delle forze istintive, ed è una gioia più o meno incosciente, che ha poco spessore e perciò anche fragile; la gioia dell'anziano, quando è vera gioia e non semplice contentezza, è "virtuosa", nasce da un atteggiamento interiore di saggezza, dalla consapevolezza dei valori umani e cristiani della vita. Questo fa si che la gioia dell'anziano sia una gioia più pacata, più profonda; poter riscoprire la vita spogliata dei suoi inganni, delle sue promesse mancate, di tutte le sue vane illusioni è come riappropriarsi di una ricchezza nascosta, che si possedeva senza saperlo; in altre parole, è ricuperare sé stessi, i valori che fanno autentica la nostra vita. E' ritrovare la propria immagine in mezzo a tanti falsi ritratti di noi stessi che avevamo immaginato o che altri ci avevano dipinto, è la gioia di veder emergere il senso vero della nostra esistenza. E' vero, gli anni ci tolgono energie fisiche ma ci danno la sapienza del cuore, affievoliscono gli occhi del corpo, ma affinano gli occhi dell'anima; ci offrono quella che possiamo chiamare la "gioia del restauro". Chiamiamo così la possibilità di riparare gli errori della nostra vita. Riparare il male commesso è uno dei gesti più nobili e degni di rispetto: possiamo riparare accettando innanzitutto con lealtà e umiltà le conseguenze spiacevoli o dannose causate dai nostri comportamenti; possiamo poi riparare rettificando nel nostro cuore tutto ciò che di sbagliato c'è stato nelle nostre scelte e nelle nostre convinzioni, possiamo infine riparare, là dove giustizia esige, il danno materiale e morale arrecato con le nostre azioni. "Se sono stati testimoni delle tue debolezze e delle tue miserie, che importa che lo siano della tua penitenza?". 279 Proprio con la penitenza, che spesso è legata all'accettazione paziente del peso degli anni, possiamo compiere l'opera di "restauro" della nostra anima e della nostra vita. E' uno dei doni che la Chiesa nella sua liturgia chiede al Signore: "spatium verae poenitentiae, emendationem vitae...", tempo per una vera penitenza, per il restauro della nostra vita. La consapevolezza di aver rettificato i nostri errori, i nostri sbagli - anche col sigillo di una buona confessione generale di tutta la vita - e di aver riparato il male commesso è fonte di pace e di gioia, del "gaudium cum pace". Non deve accadere che nella vecchiaia spendiamo tempo e denaro per restaurare il nostro fisico e lasciamo degradare la nostra anima. Man mano che l'uomo "esteriore" viene meno deve emergere l'uomo "interiore". Dobbiamo
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Cammino, n. 193

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perciò saper invecchiare cristianamente perché il mondo ha bisogno degli anziani. Ha bisogno della loro saggezza, della loro preghiera, della loro gioia, del loro esempio di generosità, di distacco, di penitenza; esempio di fede, di amore alla vita come dono di Dio e di speranza e di fiducia nell'uomo. I vecchi sono come i bambini; ma i bambini quando vedono un vecchio è come se vedessero un grosso librone pieno di cose: di favole, di racconti, di vicende misteriose e lontane ma tutte affascinanti, e li accomuna il senso della propria piccolezza di fronte alla vita. Forse per questo vecchi e bambini si comprendono tra loro istintivamente. Ma l'infanzia del vecchio ha qualcosa di più: è l'infanzia impregnata della saggezza dello spirito, è l'infanzia di chi si sente creatura nelle mani di Colui che è l'eterna giovinezza e che custodisce quella delle sue creature.

La morte
205 - La frontiera del tempo.
Il tempo dell'uomo ha una sua frontiera: la morte. Istintivamente gli uomini avrebbero voluto cancellare questa parola dal loro vocabolario, ma non ci hanno mai nemmeno pensato, tanto è ineluttabile la realtà che essa ci ricorda. Realtà inevitabile - ci passa sotto gli occhi ogni giorno - ma realtà soprattutto drammatica e segnata dal mistero. Nella cultura occidentale dell'epoca moderna, la morte costituisce un vero problema carico di incompatibilità e senza giustificazioni. Perciò lo vediamo apparire come tema urgente e obbligato negli scritti e nelle riflessioni di quasi tutti gli esponenti del pensiero moderno: laicisti e scettici di ogni corrente, e di riflesso credenti di ogni scuola. In realtà non basta la descrizione della morte come puro fenomeno biologico, come conclusione di un ciclo vitale al quale non può sfuggire nessun essere vivente. E' troppo forte nell'intimo dell'uomo la convinzione dell'immortalità; il "non omnis moriar" - non morirò totalmente, cioè non tutto di me morirà - è presente nella coscienza umana da sempre. Ne sono testimonianza le varie dottrine sulla sopravvivenza dell'uomo che troviamo in tante religioni, soprattutto orientali. Tale è la dottrina della reincarnazione secondo la quale l'uomo rivive in successivi cicli biologici, o lungo la stessa linea di discendenza o anche in altre razze o specie diverse, in epoche diverse. Così la teoria della metamorfosi, la teoria della metempsicosi (successive purificazioni dell'anima) e altre credenze animistiche come il totemismo, che incarna in oggetti-simbolo lo spirito degli antenati. Sono tutte dottrine prive di fondamento e contraddicono a principi fondamentali come l'unicità e la singolarità della persona umana e la irreversibilità della sua esistenza terrena; sono invece la prova di quanto sia profonda nell'animo umano la convinzione che la morte non è la fine totale e assoluta dell'uomo. Infatti è proprio il "dopo" che assilla l'uomo, e sul quale l'uomo s'interroga. E' un "dopo" che chiama inevitabilmente in causa il "prima" della morte, e l'uomo avverte l'insopprimibile bisogno di una risposta perché sa perfettamente che risolvere il problema della morte è trovare il senso della vita. Finché ci muoviamo nel tempo, lungo le varie età della vita, il problema della morte ci tocca "da lontano", e rischia di essere considerato in astratto, ma quando la 190

morte ci passa accanto - la perdita di un amico, di una persona cara...- tutto il nostro passato: le azioni, i pensamenti, le cose che abbiamo compiuto, desiderato e amato, si assiepano attorno al nostro animo con i loro implacabili "perché" e vengono messe a nudo tutte le nostre convinzioni riguardo alla vita, al mondo, a noi stessi.

206 - Il “bello” deve ancora venire.
Così, gli uomini del nostro tempo hanno assunto di fronte alla morte gli atteggiamenti più diversi, ma tutti orientati ad esorcizzare un fatto che incombe come una condanna, senza appello e senza spiegazioni. Con la morte il discorso sulla vita potrebbe sembrare finito; in realtà per quanto concerne la vita terrena è così, ma non è così per il cristiano. Per lui il discorso sulla vita dovrebbe cominciare proprio con la morte, perché "vita mutatur, non tollitur" - la vita non è tolta ma trasformata. "Il bello deve ancora venire!" - diceva un anziano cardinale della Chiesa sul letto di morte. Il "bello" infatti viene dopo la morte. Per chi muore lontano da Dio, il "bello" avrà un nome terribile, un nome che suona maledizione e condanna, avrà nome: inferno; una tragedia senza fine, pura disperazione e odio assoluto, tenebre profonde come l'abisso dove abitano solo "il pianto e lo stridore di denti". L'inferno è l'unica, vera tragedia dell'uomo; è il fallimento totale della sua persona e della sua vita. Ma per chi si "addormenta in Cristo", per chi muore tra le braccia di Dio, tra le braccia della sua misericordia, il "bello" sarà qualcosa di indescrivibile, non paragonabile ad alcuna bellezza, ad alcuna gioia, ad alcuna estasi di questo mondo; il bello sarà il Volto di Dio, di Dio-Padre nella sua maestà e onnipotenza, di Dio-Figlio nel fascino della sua umanità glorificata, di Dio-Spirito Santo nello splendore della sua luce inaccessibile, sarà il volto dolcissimo di Maria, nostra madre e regina, saranno le schiere luminose degli Angeli e degli Arcangeli, gli sciami ardenti dei Cherubini e Serafini, tutto il firmamento della Chiesa con le costellazioni degli Apostoli, dei martiri, delle Vergini e di tutti i Santi; e Dio sarà tutto in tutti, e con lui la pace, la gioia, la felicità finalmente senza ombre, senza stanchezze, senza timori; e la pienezza del bene sarà l'Amore, solo Amore, per sempre Amore, e il cielo e la terra con tutto l'universo non avranno che una sola voce, un solo canto che proclamerà eternamente: "Santo! Santo! Santo! il Dio degli eserciti; a Lui l'onore, la maestà e la potenza". La sua gloria riempirà ogni creatura. Per sempre! Che cosa succederà quando tutto questo riempirà la nostra anima? "Che cosa sarà il Cielo che ci attende, quando tutta la bellezza, tutta la grandezza, tutta la felicità e l'Amore infiniti di Dio si riverseranno nel povero vaso d'argilla che è la creatura umana...?". 280 Ebbene, "un grande Amore ti aspetta in Cielo: senza tradimenti, senza inganni. Tutto l'Amore, tutta la bellezza, tutta la grandezza, tutta la scienza...! e senza stancare: ti sazierà senza saziarti". 281

207 - L’essere-per-la-morte.
Per molti uomini di pensiero e di cultura la morte rappresenta la più umiliante sconfitta dell'uomo, poiché mette a nudo tutta la sua debolezza e la sua impotenza, e si rifugiano, come per una rivincita, nello stoicismo: "Bisogna comportarsi con impassibile rassegnazione al morire naturale di ogni vivente; bisogna morire decorosamente e solennemente". I positivisti e tutti i seguaci delle ideologie materialistiche, che non danno alcuna importanza all'uomo, non danno importanza
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Solco, n. 891 Forgia, n. 995

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nemmeno alla morte; ciò che conta per loro è l'"Umanità", il fiume della Storia, che sopravvive e continua oltre ogni individuo. Ma la maggior parte degli uomini di oggi che vivono immersi nei loro affari e nelle cose del mondo, al pensiero della morte avvertono un insuperabile disagio e cercano di nascondere il loro imbarazzo, spesso ridicolo, con frasi fatte, tipicamente qualunquiste, come: "Così è la vita!..." Altri evitano l'argomento come se, passandolo sotto silenzio, il problema non avesse bisogno di una risposta. In molte metropoli secolarizzate del nostro mondo occidentale non si incontrano più cortei funebri e viene fatto accuratamente sparire ogni segno che richiami la morte; i cimiteri stessi sono trasformati in giardini o in parchi. La nostra società violenta ci ha poi abituati alla morte; si uccide con tutta facilità senza il minimo scrupolo, con la freddezza e insieme con la superficialità di chi non fa nessun calcolo delle persone, siano innocenti o colpevoli, siano bambini o vecchi, sia per vendetta o per futili motivi, sempre con cinico disprezzo della morte e della vita, disprezzo dell'uomo. Avviene ogni giorno, sotto i nostri occhi, tutto documentato da immagini e descrizioni come se fosse un fatto di normale routine, che tutt'al più coinvolge per un attimo i sentimenti sui quali torna subito il silenzio. L'imbarazzo diventa terrore e angoscia di fronte ad alcuni aspetti con cui si presenta la morte fisica. L'aspetto che ci trova più rassegnati è l'aspetto biologico perché, dopotutto, la morte biologica può essere considerata un fatto interno alla vita stessa: la vita ha un suo ciclo e obbedisce alle sue leggi. Prima che gli esistenzialisti scoprissero "l'essere-per-la-morte", San Tommaso anticipava i biologi osservando come la vita sulla terra si fa, si prolunga e anche si genera tramite la morte. Ma l'aspetto della morte fisica che più spaventa è l'aspetto psicologico. C'è un ciclo anche psicologico nella vita dell'uomo. Il bambino a poco a poco si sveglia intellettualmente alla conoscenza del mondo, l'adolescente prende progressivamente coscienza di sé stesso, il giovane si apre ai progetti dell'amore e della professione, e tutti siamo in fuga sin dall'infanzia verso la maturità, verso la pienezza della nostra vita, della nostra persona con tutti i suoi progetti..., poi viene il crepuscolo. Il bambino muore per lasciare il posto all'adolescente, anche l'adolescente muore e lascia il posto al giovane e il giovane ha fretta di morire perché nasca l'uomo adulto, maturo, padrone di sé e della vita. Ma l'uomo adulto non vuole morire e si rifiuta al ciclo psicologico. Infatti i bambini, gli adolescenti, e in parte anche i giovani, non hanno paura della morte; chi teme la morte è l'adulto. L'uomo adulto teme il crepuscolo; viene infatti la notte psicologica: la mente si smarrisce nei concetti e nei ragionamenti, la memoria non afferra più il tempo e sovrappone i ricordi, gli affetti stessi si riducono alla loro forma elementare, labile e incerta, infine l'orizzonte della coscienza va progressivamente restringendosi e perde i suoi contenuti: progetti che un giorno incantavano ora non dicono più niente, idee che ci abbagliarono e che ora ci lasciano indifferenti, stimoli fortissimi all'azione che poi sono svigoriti, il ricordo stesso delle persone care si allontana e svanisce... Vengono alla mente le parole di Gesù: "Viene la notte, quando nessuno può più operare". 282 E ai farisei, parlando della sua morte, aggiungeva: "Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre". 283 La morte psicologica, che ha la sua espressione più tragica nel coma celebrale, sta diventando sempre più diffusa; i progressi della medicina hanno prolungato la vita biologica, ma poco o nulla hanno ancora potuto sulla longevità psicologica. A questo crepuscolo della vita, succede poi la notte definitiva con la morte anagrafica e biografica: il nostro nome scompare dagli elenchi o rimane sepolto nei registri degli archivi, e tutte le nostre opere vengono dimenticate. Per pochissimi
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Gv. 9,4 Gv. 12,35

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persiste una sopravvivenza storica legata al genio: nell'arte, nella scienza, nella politica, ma della loro persona più nulla. Diversa è la sorte dei santi; la loro "sopravvivenza" non è solamente storica perché il loro potere di intercessione li rende ancora vivi ed operanti nella vita della Chiesa e dell'umanità.

208 - Il “Vincitore” della morte.
Questi atteggiamenti degli uomini del mondo rivelano l'incapacità di andare oltre la concezione della morte come fatto fisico, cioè l'incapacità di pensare il "dopo", di andare "oltre", di affrontare l'eternità, perché essa costringe a rivedere il nostro modo di pensare e di vivere la vita. In molti subentra anche la paura di dover lasciare quanto hanno accumulato e tutto ciò che con tanti sacrifici si sono procurati per il loro benessere, e insieme si affaccia il timore per una inevitabile "resa dei conti". La morte diventa così un tunnel nel quale si spegne ogni prospettiva e si chiude ogni altra alternativa. Ben diversa è la prospettiva cristiana. A una visione puramente biologica della morte la Sacra Scrittura sovrappone una "teologia" della morte facendola entrare nei disegni di Dio; di un Dio, però, che è il Dio-Vivente, il Dio che ama la vita, crea per la vita, e difende invincibilmente la vita. Egli aveva disposto perfino di risparmiarci la morte biologica con il dono dell'immortalità fisica. Ma noi col peccato abbiamo perduto tutto e la morte è diventata così lo "stipendio" del peccato. E tuttavia Gesù ci avverte di non temere la morte fisica: "Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna". 284 E' questa, appunto, la morte che dobbiamo veramente temere, quella che l'Apocalisse chiama la "morte seconda", quella definitiva ed eterna. E' la perdita della vita divina e della felicità eterna, per sempre. Nell'indicibile agonia del Getsemani, Cristo ha provato un'estrema ripugnanza non tanto per la morte fisica in sé stessa, ma per quello che essa significava: la condanna di Dio per il peccato. Ora, nulla è più incompatibile, più estraneo all’essere di Cristo quanto il peccato. Perciò la prospettiva di doversi caricare, Lui, l’Innocenza assoluta, del peso di tutte le nefandezze umane, costituiva un’umiliazione indicibilmente ripugnante, mortale. Possiamo dire che solo Cristo è veramente morto. In noi la morte è solo morte, «stipendio del peccato» e fa parte della nostra condizione. In Gesù la morte è vittoria sul peccato, e perciò sconfitta della nostra morte. Fu lui che «morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato a noi la vita». 285 E' Gesù dunque la risposta al mistero della morte, è lui che ce ne rivela il significato, è lui che ne tiene le chiavi perché è Signore della vita e della morte, e da condanna irreparabile l'ha trasformata in "porta verso la vita". Lui - il Risorto - e nessun altro può fermare un corteo funebre e dire a una madre, davanti al figlio morto: "Non piangere!"; nessuno mai può far togliere la pietra da un sepolcro e gridare a colui che già conosceva i morsi della putrefazione: "Lazzaro, vieni fuori!"; solo colui che ha detto di essere "la risurrezione e la vita" può fermarsi accanto alla salma di una fanciulla e dire: "La bambina non è morta ma "dorme". 286 Il sonno nell'ascetica cristiana non gode di buona fama; fa pensare al sonno dell'anima che è sinonimo di tiepidezza, d'imborghesimento, di accidia e di altre situazioni negative dello spirito. Contro questo sonno dell'anima Gesù nelle sue parabole e San Paolo nelle sue lettere hanno forti e incisivi richiami: Vegliate! "...E'
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Mt. 10,28 Liturgia dei defunti, Prefazio Mc. 5,39

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ormai tempo di svegliarci dal sonno...". 287 Del resto il sonno come immagine della morte è di origine pagana legata allo stoicismo, - appare infatti nella mitologia greca e negli antichi miti mediorientali - e nell'epoca moderna lo troviamo strumentalizzato in chiave laicista dal razionalismo, che ha ispirato molti monumenti funebri nei cimiteri monumentali. Tuttavia questa immagine del sonno trova riscontro anche nella Sacra Scrittura e Gesù stesso la usa quando parla della morte di Lazzaro e di Talita. Per il cristiano infatti la morte è un "sonno" in attesa del risveglio "nell'ultimo giorno", il giorno della risurrezione; anzi la morte è diventata "un'amica", una "sorella", perché mette fine a un "esilio", ad un pellegrinaggio lontano dalla patria. Nella prospettiva cristiana la morte non è un assoluto, non viene mai presentata da sola, è sempre accompagnata dalla certezza della vita, dalla promessa della risurrezione; è sempre inserita dentro un disegno tracciato da Dio, disegno del quale la morte rappresenta un momento di estrema densità e di definitiva importanza. E' il momento in cui si decide per sempre il destino dell'uomo.

209 - La morte “mistica”.
L'unica cosa necessaria per il cristiano, l'unica che abbia veramente importanza, è che la sua morte sia un "addormentarsi in Cristo" 288 cioè una partecipazione al mistero pasquale del Signore. La morte da temere con tutte le forze è quella di terminare la vita terrena separati da Cristo, fuori dal mistero della sua Morte e Risurrezione, esclusi dalla salvezza. Il cristiano si addormenta in Cristo perché ha già superato la morte essendo morto con lui nel battesimo: "Quanti siamo battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme con lui nella morte". 289 E' la mortemistica che caratterizza la vita del cristiano. Nel Battesimo abbiamo lasciato "l'uomo vecchio" - è stato sepolto l'uomo del peccato - e siamo rinati come creature nuove. Tutta la vita del cristiano, il suo scorrere nel tempo, diventa così una misteriosa gestazione: la "creatura nuova", fatta a immagine di Cristo, concepita in noi per opera dello Spirito Santo, andrà crescendo di età in età, nella misura in cui sapremo corrispondere alla grazia, fino alla sua maturazione, quando essa si dischiuderà nella nascita al cielo. Dies natalis - giorno natalizio - è chiamato dalla Chiesa il giorno della morte e su molti sepolcri i rest i mortali di un defunto vengono indicati col termine "exsuviae", le spoglie, una sorta di guscio dal quale si è liberata la creatura battesimale. Questo significato "natalizio" non toglie alla morte il carattere di pena, di castigo per il peccato, e il suo contenuto di sofferenza e di dolore, spesso drammatico e ripugnante, ne è la conferma. Come conseguenza del peccato, la morte è l'ultimo nemico da abbattere, e Cristo lo abbatterà definitivamente nella risurrezione finale, quando Egli estenderà la sua vittoria a tutti gli uomini che hanno avuto parte con lui alla passione e alla croce. Perciò occorre comprendere il significato della morte di Cristo. Essa è stata, come tutta la vita di Gesù, un atto di obbedienza al Padre. Con la sua obbedienza Gesù ha cancellato la disobbedienza del peccato, e la sua morte ha assunto un valore redentivo. Ciò significa che la morte di Cristo non è stata la fine della sua vita, ma è stata il "sacrificio" della sua vita; Gesù non ha subito la morte, egli ha "dato la vita". "Oblatus est quia ipse voluit" - si è sacrificato liberamente, perché lo ha voluto. La sua morte fu un supremo atto d'amore e un supremo atto di adorazione;
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Rom. 13,11 Liturgia dei defunti Rom. 6,3-4

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perciò rappresenta il più sublime atto di culto a Dio. Così dovrebbe essere la morte di ogni cristiano: un atto di adorazione e di culto al Padre. Un "si" a Dio, l'ultimo, quello definitivo che conclude una vita di obbedienza e di fedeltà. Il nostro atteggiamento di cristiani di fronte alla morte non può essere la rassegnazione ma l'accettazione, umile e anche gioiosa. Umile, perché la trasformiamo in un atto di sacrificio e di espiazione in unione alla morte di Cristo: anche noi, in quel momento andiamo a consegnarci nelle mani di Dio, - "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" 290 - e gli offriamo con un gesto di abbandono filiale noi stessi, il nostro essere e la nostra vita. Accettazione, anche, gioiosa, perché essa segna il nostro incontro definitivo con Dio. L'incontro con la persona amata è sempre fonte di gioia; e se ci assale il timore per il fatto che nella nostra vita non c'è stato molto amore di Dio e molte volte ci siamo dimenticati di lui, ci soccorre il pensiero che andiamo incontro a Colui che ci ha amati sempre, che è stato sempre fedele nonostante le nostre infedeltà e che vuol essere un giudice misericordioso.

210 - “Tempus breve est”.
Ha perciò decisiva importanza il poter santificare gli ultimi istanti della nostra vita. Per questo occorre innanzitutto seguire l'avvertimento del Signore: "Vegliate perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà". 291 Appunto perché non sappiamo se nel momento della nostra morte avremo la consapevolezza e la lucidità di coscienza, o anche semplicemente il tempo per affidarci a Dio e alla sua misericordia, è vera saggezza soprannaturale fare subito l'atto di offerta di noi stessi e dire al Signore: "Fin d'ora accetto, o Signore, la morte che tu permetterai per me, quando, come e dove tu vorrai, e la offro a te con le sofferenze che l'accompagneranno in adorazione alla tua maestà divina e in espiazione dei miei peccati." La preghiera - soprattutto frequenti atti di contrizione per i nostri peccati - e la lotta interiore contro ciò che ci allontana da Dio, è questa la vigilanza che il Signore ci chiede e che ci farà arrivare alla fine della nostra vita pronti per l'incontro con Lui. Molti offrono la vita a Dio col testamento; noi dobbiamo offrirla subito, finché l'abbiamo ancora fra le mani e ne abbiamo consapevolezza, finché possiamo darle ancora tutto un contenuto di amore e di servizio che al momento della morte sarà l'unico bagaglio che possiamo portare con noi. Infine, uno dei più grandi doni che il Signore può darci è quello di santificare le ultime ore della nostra vita con la presenza della Chiesa accanto a noi: il sacramento dell'Unzione degli infermi e soprattutto l'Eucarestia, memoriale della morte del Signore ricevuta come viatico per il nostro passaggio dal tempo all'eternità, è il modo più cristiano di "addormentarci in Cristo". Morire tra le braccia di Dio, nostro Creatore e Signore, è anche il modo più bello e più esaltante di concludere la nostra esperienza di creature. La consapevolezza della nostra creaturalità, consapevolezza che ci ha accompagnato lungo tutte le stagioni della vita, trova nel momento supremo la sua espressione più completa. Saperci creature è sperimentare il nostro legame con Dio, Alfa e Omega, Principio e Fine della nostra vita, colui che apre e chiude , con bontà e amore, la nostra vicenda terrena. Così la nostra esistenza sulla terra si apre con un atto dell'onnipotenza di Dio e si chiude con un atto della sua misericordia; l'una e l'altra sono Amore. E l'Amore è il luogo - la culla - dove è chiamata a nascere, a vivere, e a morire ogni creatura umana. Chi rifiuta di considerarsi creatura pensa di nascere per sbaglio, di vivere per
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Lc. 23,46 Mt. 24,42

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inerzia e di morire per caso. E' la triste condizione di chi vive lontano da Dio. Noi invece siamo creature, e perciò veniamo da Dio e a Dio torniamo. Tuttavia questo nostro viaggio nel tempo è come un lampo: "In pochi palmi hai misurato i miei giorni, e la mia esistenza davanti a te è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, come ombra è l'uomo che passa; solo un soffio che si agita...".292 Come dire che abbiamo poco tempo: tempus breve est! Per quanto lunga possa essere la vita, il tempo che abbiamo per compiere il bene è sempre poco. "Ammazzarlo", sprecarlo in occupazioni vane, sciocche, inutili, o consumarlo al servizio del nostro egoismo, delle nostre ambizioni mondane, della nostra sete di comodità e di piaceri ignobili è un vero delitto; delitto che ci farà assaggiare, alla fine della nostra vita, l'amaro sapore della sterilità. La morte ci insegna a profittare del tempo, a riempirlo di frutti duraturi, portando a compimento la volontà di Dio. Ci farà capire "quanto poco valgono le cose della terra, che appena cominciate, sono già finite". 293 La morte ci aiuta così a giudicare gli avvenimenti della vita e la loro importanza in maniera ben diversa: in quel momento non giudicheremo più con il metro del tempo ma con il metro dell'eternità. Perciò la meditazione sulla morte ci aiuta a conservare il nostro cuore libero, staccato dalle cose di questo mondo, in piena letizia. San Francesco d'Assisi volle morire nudo sulla nuda terra, cantando il Magnificat. Ai Santi la morte non toglie nulla ma dona tutto. Per questo molti santi andavano incontro alla morte con gioia; i martiri cantavano. Le parole del Salmo "Quale gioia quando mi dissero: "Andremo alla casa del Signore" 294 esprimono lo stato d'animo di chi ha vissuto la vita come "un'attesa"; è vissuto aspettando l'abbraccio di Colui che sulla terra è stato appassionatamente amato e fedelmente servito. Quando eravamo piccoli, colei che con un bacio, un sorriso e una carezza veniva a chiuderci gli occhi nel sonno era nostra madre. Non c'è un modo più bello e più dolce di chiudere gli occhi alla vita terrena che vedere accanto a noi colei che è "la Madre", madre della Vita, che con un bacio, un sorriso e una carezza ci accompagna nel nostro "sonno" e nel nostro "risveglio", per stare con lei per sempre.

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Salmo n. 38,6-7 Forgia, n. 995 Salmo, n. 121,1

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L'ETERNITA'

211 - Eternità dell’Amore.
Il tempo è nell'uomo e dell'uomo. L'eternità è di Dio. Dio solo è l'Eterno, l'Immenso, l'Onnipotente. Dall'eternità fluisce il tempo e nell'eternità il tempo s'immerge. La creatura è nel tempo ma ha nell'eternità le sue radici. Tempo ed Eternità: creatura e Creatore; un rapporto insondabile, abissale, senza spazio ad altre realtà. Dio è Amore. Perciò l'Eternità è Amore. Dall'amore è esploso il tempo e nel tempo l'Amore è apparso come epifania di Dio. Senza Amore non esiste né tempo né eternità: il nulla. Tutto nel tempo è Amore: la vita è dono d'amore, la libertà è esperienza d'amore, la giustizia è ancella dell'amore, così come il volto dell'amore è bellezza, il frutto dell'amore è la pace, la presenza dell'amore è gioia, il suo appagamento è felicità e il suo splendore è la verità.... La legge dell'Amore è l'amore. Tempo ed Eternità, creatura e Creatore. L'Amore. E' qui tutta la realtà. Per vivere il tempo alla luce dell'Eternità, bisogna vivere amando.

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In tutta la Bibbia il comando esplicito di "amare Dio" lo troviamo nel famoso passo del Deuteronomio citato da Gesù, lo "Shemà Israel", Ascolta Israele... Ma, se guardiamo bene, più che un comando di amare Dio, quel passo è un invito al timore reverenziale di Dio, un monito rivolto a Israele perché si conservi fedele all'Alleanza. L'idea fondamentale, infatti, è che Jahvè è l'unico Signore; e perciò viene prima di ogni creatura. Il Signore è un Dio geloso e non sopporta l'infedeltà né accetta di condividere con gli idoli il suo posto nel cuore degli uomini. Inoltre, Jahvè aveva compiuto prodigi per il suo popolo; da una massa di schiavi, senza patria e senza leggi, lo aveva trasformato in un popolo grande e numeroso, gli aveva dato una terra fertile e spaziosa e una legislazione che non aveva l'eguali presso altri popoli. Perciò Israele non avrebbe dovuto dimenticare il suo Dio né tutto ciò che egli aveva compiuto per lui; avrebbe dovuto ascoltare la sua voce e obbedire ai suoi comandi. In questo contesto il comandamento di amare Dio, - lo Shemà Israel - diventava un invito a proclamare le lodi del Signore, a benedirlo e ringraziarlo per tutte le sue opere e per tutta la sua misericordia. Cantare le lodi della persona amata è la forma più nobile dell'Amore. La santità di Dio, la sua bontà verso tutte le creature, la sua misericordia verso gli uomini, destinatari di tante meraviglie e di tanta benevolenza, sono così manifeste ai nostri occhi che proclamare la sua lode diventa un bisogno e una gioia profonda per la nostra anima. Ne è testimonianza il Cantico delle Creature, l'inno di lode più 197

ardente e sublime uscito da una delle anime più innamorate di Dio. Del resto, tutta la liturgia della Chiesa è un grandioso canto di lode al suo Signore. Ma la rivelazione definitiva dell'Amore è avvenuta in Gesù, pienezza dell'Amore. Di questa pienezza egli si è fatto maestro e modello. Gesù non chiede esplicitamente di amare Dio, si limita a citare il Deuteronomio e a indicare nell'osservanza dei Comandamenti il segno e la condizione dell'amore. Invece, in modo molto esplicito chiede due cose: di "rimanere nel suo Amore" e di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati. "Rimanete nel mio Amore". Lo ripete più volte, consapevole della difficoltà che abbiamo di credere all'amore. La mente dell'uomo, infatti, si smarrisce di fronte all'intreccio delle vicende umane spesso troppo aspro e doloroso per potervi leggere l'Amore di Dio! Noi stessi, i credenti, che possediamo la Rivelazione e la fede in Gesù Cristo, - gli unici mezzi per conoscere l'Amore di Dio - quanta fatica per lasciarci convincere da Gesù, quanta diffidenza, quanto scetticismo! E intanto la nostra vita rimane oscura ai nostri occhi, non sappiamo vedervi i passi di Dio e del suo Amore, e pensiamo che a governare la nostra vicenda terrena sia la fortuna o la sfortuna, la buona o la cattiva sorte, le forze cieche e spesso brutali degli eventi che sono manovrati dal caso o da ogni altra forza fuorché dall'amore. "Rimanete nel mio Amore"; è questo il codice della santità cristiana. L'amore che Dio ci porta è l'unico luogo sicuro per vivere, è la forza più efficace per vincere ogni battaglia, è l'unico modo possibile perché si compiano tutti i desideri del nostro cuore. "Rimanete nel mio Amore". Succede purtroppo che molti non accolgono questo invito del Signore e vivono "fuori", altrove, su strade che non sono state tracciate dall'Amore di Dio. E' questo il grande peccato. E' il peccato che espone l'uomo a tutte le menzogne, lo porta a ignorare Dio e a tenerlo fuori dalla propria vita. Dove manca l'Amore c'è il vuoto, qualunque sia il surrogato. Questo vuoto di Dio è diventato il male oscuro dell'uomo contemporaneo. Di qui le sue esasperate idolatrie, le sue paure angoscianti, le sue aride tristezze. Un uomo lontano da Dio è un albero sradicato; le sue radici inaridite urlano di dolore anche sotto un cielo turgido di primavera. Un uomo può vivere nel tempo e sentirsi raccontare la dolcissima storia d'Amore che ha nome Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per Amore, e restare "indenne". "Rimanete nel mio Amore". Lungo i secoli la Chiesa continua ad offrire l'Amore di Dio: l'Amore che perdona nel sacramento della Penitenza, l'Amore che parla dalle pagine del Vangelo, l'Amore che si fa nutrimento nel corpo di Gesù sacrificato sulla croce, l'Amore che effonde lo Spirito Santo nei nostri cuori e con lui effonde luce e consolazione... infine, quell'amore con cui Dio accompagna continuamente la nostra vita; è l’Amore che ci rende forti nella tribolazione, pazient i nella malattia, gioiosi nella speranza, fiduciosi nelle avversità, sereni nelle prove, umili nelle sconfitte e perseveranti nella preghiera. L'Amore di Dio ci rende poi capaci di amare con lo stesso Amore tutti gli uomini: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati". 295 E' questo l'unico comandamento esplicito del Signore; il comandamento sul quale Gesù non ha concesso attenuanti, e sul quale saremo rigorosamente giudicati. Da questo comandamento gli uomini sapranno che siamo suoi discepoli, e da questo comandamento possiamo valutare se "rimaniamo nell'Amore" di Dio. Perciò non potremo contare sulla misericordia di Dio se non siamo stati misericordiosi, non possiamo pensare di essere perdonati se non abbiamo perdonato, non ci sarà risparmiato un giudizio rigoroso e fino al centesimo se siamo stati impietosi con il nostro fratello, e non ci saranno scontati i nostri debiti se non li avremo rimessi ai nostri fratelli. La misura è dunque l'amore. Molto sarà perdonato
295

Gv. 15,12

198

a chi molto ha amato. Giovanni, l'apostolo della Verità, inflessibile e duramente rigoroso con quant i rifiutano la verità di Cristo, è anche l'apostolo dell'Amore. Egli ha raccolto in queste parole il testamento di Gesù: "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ci ha amato (...). Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. (...) Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui". 296

Dimorare in Dio: è l'Eternità; è condividere la sua Vita come figli. Rimanere nel suo amore: è il tempo; è lasciarci condurre da lui per compiere sulla terra "ciò che a lui è gradito". Amarci gli uni gli altri con l'amore di Cristo: è l'unico vero dialogo tra l'eternità e il tempo, il dialogo che unisce gli uomini a Dio e gli uomini tra di loro. Perciò, dimorare in Dio, rimanere nel suo amore e amarci gli uni gli altri con l'amore di Cristo e come Cristo ci ha amati, è tutta la vita cristiana. Qui approdano la fede e la speranza, qui risiede l'essenza della santità. Qui c'è tutta la grandezza e la dignità dell'uomo; qui egli realizza tutto il suo destino. In queste pagine abbiamo cercato i cammini della fede, ci siamo nutriti con il pane della speranza, abbiamo ascoltato i desideri profondi del cuore; abbiamo anche percorso le vie dell'uomo, della sua identità profonda, della sua dignità offesa e redenta; le vie della sua intelligenza, della sua vocazione e del suo destino; abbiamo cercato con stupore e trepidazione i passi di Dio, silenziosi e commoventi, nella vita dell'uomo e nella storia del mondo. Abbiamo concluso che tutto questo ha un solo nome: Amore. "Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio, chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore. Perciò chi non ama rimane nella morte". 297 Conoscere l'Amore è conoscere Dio, è conoscere l'uomo, è conoscere la vita. Non c'è luce dove non c'è Amore, non c'è verità dove non c'è Amore, non c'è felicità dove non c'è Amore. Vivere sulla terra amando; rimanere nell'Amore qui nel tempo per dimorare nell'Amore per l'Eternità. Signore, nelle tue mani sono tutte le cose, nelle tue mani è il tempo e l'eternità. Hai voluto che tutto fosse amore: il tuo Essere divino, tutte le tue opere, quanto hai fatto nel tempo e quanto porterai a compimento nell'eternità. L'Eternità! Quando, Signore? Quando avverrà che nella nostra luce non ci sarà più ombra, nella nostra gioia non ci sarà più timore, nel nostro desiderio non ci sarà più attesa? Quando le stelle non avranno più bisogno della notte, né i fiori della primavera, né il mare delle sue sorgenti? Quando accadrà che non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate? E non avremo più bisogno del sole, né della luna, perché la tua gloria sarà la nostra luce e l'Agnello la nostra lampada? 298 Quando, Signore, lo Spirito e la Sposa diranno: "Vieni!"? 299 ... allora il velo cadrà dalla tua faccia, e anch'io potrò dirti:
296

1^ Gv. 4,10...16 1^ Gv. 4,7-8 Ap 22,4... Ap. 22,17

297 298 299

199

Piccola sposa del tuo fuoco la mia libertà ieri creata arde al tuo Sempre! 300

300

S. Teresa d'Avila, Castello 7M,2

200

INDICE GENERALE

IL TEMPO
1 2 3 4 Una leggenda Il mistero del tempo Tempo ed Eternità "O cara Eternità!"

essere nel tempo
5 6 7 89 L'Essere e il Tempo L'Essere della creatura L'uomo e la sua identità Ritrovare le origini Il nostro posto di creature

IL TEMPO: ITINERARIO DELLA FEDE Quale fede?
10 11 12 13 14 Fede e vita eterna Fede umana Una "fede" falsa: le sètte Dignità e importanza delle Religioni La fede del cristiano: incontro con Dio in Gesù Cristo

I cammini della fede
15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 L'Epopea della salvezza Gesù: il Roveto ardente In Gesù il compimento delle Scritture Fede: Alleanza tra Dio e il suo popolo Fede e "morale laica" La Chiesa: Arca dell'Alleanza Camminare senza la fede è perdere il tempo Il viaggio dei Magi. Perseverare nella Fede Il cammino dei discepoli di Emmaus "Resta con noi, Signore!"

Fede e vita cristiana
26 27 28 29 30 31 La fede nella vita cristiana La virtù della fede Fede e preghiera Preghiera "cristiana": preghiera di Cristo La fede e la croce Guardare "oltre" la croce 201

atto di fede
32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 L'atto più nobile L'intelletto nell'atto di fede Purificare l'intelligenza "Credibilità" delle verità di fede Il dovere di credere “Intelletto cristiano” L'omaggio della volontà nell’atto di fede L’importanza del cuore nell’atto di fede. La grazia nell'atto di fede La fede di Maria

IL TEMPO: CAMMINO DELLA SPERANZA Quale speranza?
42 43 44 45 46 Il pane della speranza La speranza mondana La speranza teologale Speranza e santità Santità per tutti

Le «ali» della speranza
47 48 49 50 La croce, potenza di Dio La croce e la speranza cristiana Cristo: la fedeltà di Dio Speranza e filiazione divina

I frutti della speranza
51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 La Speranza, madre della pazienza Pazienza e fortezza Speranza e pazienza: attesa di Dio Un male oscuro: la fretta La fretta: un modo sbagliato di vivere Fedeltà e operosità Speranza e povertà Speranza e povertà operosa Speranza e libertà Inno alla Speranza

IL TEMPO: LUOGO DEL DESIDERIO Quale amore?
61 62 63 64 65 66 Dio è Amore La benevolenza L'Amore in Dio: lo Spirito Santo Ferita d'amore Culto pagano e amore cristiano Amore cristiano: "connaturali" con Dio

202

Farsi dono.
67 68 69 70 L'amore è dono La vita: una corsa verso il dono La conoscenza: moto d'amore Dono di sè: conoscere, amare, servire

Amore e perfezione morale.
71 72 73 74 75 76 Bontà di Dio e bontà delle creature Amore e santità cristiana Amore e morale "laica" Un nemico: l'ipocrisia Amore e lotta ascetica Amore e Beatitudini

Il Comandamento dell amore.
77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 Amore e libertà Quale libertà? Libertà e verità La libertà dell'amore Il comandamento dell'amore Amare con tutta l'anima, con tutta le mente Amare con tutto il cuore, con tutte le forze Il "Comandamento nuovo" Amore e misericordia Amore e perdono Amore e servizio Amare per amore Il "quadrilatero" dell'amore fraterno L'amore perfetto sa sorridere

IL TEMPO E L’UOMO uomo nella creazione.
91 92 93 94 95 L'uomo: gloria di Dio L'uomo: chi è? Interpretazioni riduttive dell'uomo Visione biblica dell'uomo La trascendenza naturale dell'uomo

La corporeità.
96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 Trascendenza del corpo Il corpo: epifania dell'anima Il corpo: inno alla bellezza Il "culto" del corpo Il corpo e il suo destino di gloria Il corpo nell'amore coniugale Il corpo nell'amore "sponsale" La triplice "corporeità" in Cristo Il corpo "sacrificato" Il corpo "orante" 203

La dimensione spirituale dell uomo.
106 107 108 109 110 111 L'anima Preziosità dell'anima Fine soprannaturale dell'uomo La persona umana Miseria e grandezza della condizione umana Per una nuova "civiltà dell'uomo"

IL TEMPO E L’INTELLIGENZA DELL’UOMO Intelletto e conoscenza
112 113 114 115 La Luce e la Verità La Luce e l'intelletto L'itinerario dell'intelletto La conoscenza sensibile

La conoscenza e i sensi
116 117 118 119 120 121 122 123 I sensi: il tatto. L'olfatto Il gusto L'udito La vista La sensibilità interiore Sensibilità e responsabilità Finezza d'animo

Il sensibile nella Liturgia
124 125 126 Il rito sacramentale Liturgia e fede La conoscenza sensibile nella Vita eterna

Sensi e intelletto
127 128 129 130 131 132 Conoscenza sensibile e conoscenza intellettiva Il sub-cosciente e la vita dello spirito Sensibilità e libertà Sensibilità e giudizio morale Sensibilità e religiosità Verità delle cose e Verità dell'intelletto

IL «TRIPLICE» INTELLETTO
A) Intelletto speculativo 133 Che cos’è l’intelletto speculativo 134 Un nemico della fede: l'ignoranza 135 "Studiositas" e "curiositas" 136 La "sana dottrina" 137 Il tarlo delle ideologie 138 Un tragico inganno: l'immanentismo 139 Gli idoli della Ragione 140 Scienza e morale 204

141 142 143

-

L'umiltà intellettuale Un idolo "tirannico": la democrazia La Ragione tra Verità e Libertà

B) Intelletto pratico
144 145 146 Che cos’è l’Intelletto pratico. La Torre di Babele Intelletto pratico e attivismo

C) Intelletto contemplativo
147 148 149 Che cos’è l’Intelletto contemplativo La contemplazione mistica Le vie alla contemplazione

IL TEMPO NEL TEMPO: PASSATO, PRESENTE, FUTURO. Il passato: tempo della memoria
150 151 152 153 154 155 156 Il tempo delle cose e il tempo dell'uomo La memoria: archivio del tempo La memoria del cuore Memoria e contemplazione Memoria e sincerità Memoria e dimenticanza di Dio Il "Memoriale di Cristo"

Il presente: tempo della volontà.
157 158 159 160 161 162 163 164 Volontà e intelletto "Debolezza" della Volontà La "forza" della volontà Educare la volontà Volontà e amore Volontà e grazia Oggi, adesso Volontarietà attuale

Il futuro: tempo della fantasia.
165 166 167 168 169 La "pazza di casa"? Fantasia e anarchia La fabbrica dei sogni Fantasia e profezia La fantasia di Lucifero: le utopie

IL TEMPO E LA VITA
205

La vita in natura e nell’uomo.
170 171 172 173 174 175 176 Un fenomeno impressionante: la vita La vita: teofania di Dio Creatore Una discontinuità biologica: l'uomo Actus essendi: l'atto di essere la vita "umana" Esperienza interiore del proprio "Io" Atto di essere e immortalità

La vita e il ciclo vitale nell’uomo.
177 178 179 Il ciclo vitale Unità della persona La fase "notturna" del ciclo vitale

L’infanzia.
180 181 L’età dei perché "Vita d'infanzia"

L’adolescenza.
182 183 184 185 186 L'età critica "Amici" di Dio Le "impazienze" dell'adolescenza L'impazienza del cuore Educazione all'amore

La giovinezza.
187 188 189 190 L’età dei progetti La vera rivoluzione: la santità Fidanzamento e matrimonio Verginità per il Regno dei Cieli

L’età adulta.
191 192 193 194 195 196 197 198 Quale maturità? I "sintomi" della maturità Maturità e coscienza Coscienza "viva" Coscienza "integra" Maturità e libertà L'adulto ha nome e cognome Maturità e prudenza

La vecchiaia.
199 200 201 202 203 204 Il «carico» del tempo Sguardo di eternità Nessuno deve dire: basta! La solitudine Il "Dio inutile" La gioia del "restauro"

La morte .
205 206 La frontiera del tempo Il "bello" deve ancora venire 206

207 208 209 210

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L'essere-per-la-morte Il Vincitore della morte La morte "mistica" "Tempus breve est"

L’ETERNITA’
211 Eternità dell'Amore

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