Giuseppe Bellantonio

“MASSONERIA DA SFOGLIARE ”

MODI E MODE
Parte III°: considerazioni finali Facendo seguito agli argomenti da me già trattati nelle parti I° e II°, ma anche per dare un pur sintetico riscontro a qualche ulteriore quesito che mi è pervenuto – così aggiungendosi a quelli pregressi -, desidero intrattenere i Lettori su un tema correlato ai “modi” ed alle “mode”, in verità un elemento cardine del dire/sentire massonico, formulando due domande: possiamo parlare della Massoneria - in generale, considerandone la diffusione Universale - come di un’Istituzione? Chi, parlando del contesto aggregativo che rappresenta, può definire che questo sia una “Istituzione”? Facciamo un po' di chiarezza, insieme : se desideriamo riferirci alla Massoneria – vista nella sua complessiva valenza, nelle sue tradizioni, nella sua storia, nel suo filosofare, nelle sue relazioni con esoterismo e valori iniziatici di antica data – quale vera e propria Istituzione, solennemente presente nel Mondo pur se con accenti e sfumature diverse, a seconda delle Nazioni in cui è presente e del particolare sentire di ogni Popolo, possiamo dire che è corretto dire che si tratta certamente di una Istituzione di tipo Universale (termine la cui adozione, si riferisce e limita ovviamente al nostro Pianeta... Dal momento che l'astronomia o l'astrofisica non c'entrano per niente, questa volta). Se invece a definire il proprio gruppo come “una Istituzione” fosse l'esponente o un semplice aderente di un qualche gruppo, questi non è in errore solo se si riferisce al “far parte di un contesto (la Massoneria in generale) che è di per sé una Istituzione”. Ma è in errore chi definisce essere il proprio gruppo una “Istituzione” senza che vi sia il requisito basilare: la diffusione ampia su tutto il territorio dello Stato. L'etimo di “istituzione” ci riconduce al latino instituere (“istituire”, unione dell'illativo in e del verbo statuere, ossia “stabilire”: a sua volta derivazione di stare). Se istituire significa “stabilire, costituire”, l'atto di istituire – ossia di “stabilire, fondare, costituire” - è quello che dà luogo ad una “istituzione”, che altro non è se non l'insieme delle norme o delle regole con particolare riguardo ai principi fondamentali.

E' qualcosa, quest'azione, che origina da specifiche esigenze – siano esse particolari o generali – e che viene munito del crisma dell'ufficialità, così che divenga e sia applicato quale fattore comune; un fattore, quindi, che opera in correlazione con le esigenze e le stesse caratteristiche strutturali della Società Civile, così inserendosi tanto nell'ambito delle norme che – conseguenzialmente - della consueta applicazione di esse. Se la “istituzione” è un elemento fondamentale che riguarda la Società nel suo articolato quanto generale complesso, è pacifico che la sua valenza si riverberi su tutto il territorio in cui insista il Consorzio Civile: quindi, su tutto il territorio della Nazione. Cosa ben diversa dall' “istituzione” è l'”istituto”: questo è un ente privato (come pure pubblico, nell'eventualità) che viene costituito basandosi su specifiche esigenze organizzative come pure di obiettivi determinati: un organismo, quindi, che persegue solo determinati fini. Dire che una Loggia possa rappresentare un istituto è sicuramente ardito quanto sconsiderato; dire che alcune Logge che lavorano con una progettualità comune e con degli obiettivi, pur minimi seppure interessanti, possano rappresentare un istituto o una istituzione è cosa altrettanto estremamente temeraria; dire infine che un gruppo massonico (che sempre associazione è, anche per la Legge) - pur se presente a livello di molti Comuni e più Regioni, ma non in tutte le Regioni – possa essere un istituto è cosa avventata, come è del tutto fuori luogo che possa definirsi istituzione. In Italia, si contano sulle dita di una mano gli aggregati che possono dirsi correttamente presenti a livello di istituzione; se poi a questi volessimo aggiungere quanti lo furono nel tempo, prima di una ridimensionamento della compagine originaria – cosa che sono la Storia ed i documenti a definirlo, non certo le versioni soggettive - difficilmente avremmo bisogno di utilizzare l'altra mano. Va detto che il soggetto/rappresentante che dovesse utilizzare impropriamente quanto arbitrariamente la qualifica di “istituto” e/o “istituzione” - vuoi per inadeguatezza strutturale vuoi per limitatezza nella diffusione sul territorio nazionale –, non solo sarebbe in grave errore ma, cosa ancora più grave, “indurrebbe” altri in errore: una sorta di “contagio” che si espanderebbe specialmente tra quanti, dando per scontato il contenuto di dichiarazioni non approfondite, sono i più vicini alla “fonte”. Una “fonte” che in questa sede – vista la generalità del

ragionamento, basato sul reale significato delle parole e sul valore che le stesse possono assumere – è solo virtuale; è solo una ragionamento e una valutazione che si basa su considerazioni personali: quindi, non riguarda alcuno, né soggettivamente né oggettivamente. Ulteriore quesito: possono una “federazione” o una “confederazione” definirsi “istituzione”? La risposta, secca, è “no”. Come abbiamo visto, chi aderisce mantiene porzioni sostanziali di autonomia e, con tale adesione, pur partecipando ad un gratificante meccanismo di mutuo riconoscimento, in realtà non cede alcunché del proprio patrimonio storico-ritualistico-iniziatico: che resta soggettivo. Quindi, ammesso e non concesso che ciò possa verificarsi, l'ente che possiede il requisito di “istituzione” lo mantiene quale proprio patrimonio esclusivo: per cambiare tale dato di fatto, l'atto legale di costituzione o di adesione dovrebbe contenere una rinuncia dei propri diritti, delle proprie qualità e delle proprie prerogative, che verrebbero solo formalmente ceduti al nuovo aggregato. Attenzione, però: la mia valutazione è che un atto del genere, intrapreso tra soggetti tra loro “diversi” (non è il tramandarsi un qualcosa nell'ambito di uno stesso ceppo ) determini comunque una soluzione di continuità; atto formale di rinuncia unilaterale, dal grande contenuto e di sicuro valore, che però non ha una vera sostanzialità. Volendo esasperare tale ipotesi, un quesito: ma chi rinuncerebbe a ciò che ha di maggior valore per cederlo ad una neoformazione di cui non potrà che essere un partecipante seppure a pari dignità con gli altri? Nel chiudere tutte le valutazioni e le mie personali osservazioni – circa le quali sono sempre disponibile ad un confronto tra tesi che pur se contrapposte sfidino la passionalità per rimanere nel recito dell'oggettività – devo riconoscere che molte pulsioni e molti tentativi di unire le forze attraverso formule di tipo federativo fanno riferimento a Fratelli intellettualmente ed iniziaticamente onesti, cui va il merito di questi tentativi pur se gli stessi soffrono le angustie sopra ricordate. Ma non posso che ribadire la mia avversità avverso quanti pensino di dare corpo ad anomale chimere, ennesimo segno di debolezza piuttosto che non testimonianza di forza. Separarsi, dividersi per poi costituire novelle Grandi Logge e poi ancora tentare unioni parziali attraverso formule federative o confederative: ha senso tutto ciò? Situazione che, peraltro, si prestano sovente alla spiacevole

tentazione di chi vuol sminuire se non deridere l'altrui agire: “guardate, avete visto? Tutto era per una lotta di potere; per dare forma ad un nuovo gruppuscolo, un'altra granloggina o un altro grandorientino”. Una nuova proliferazione, una nuova aggregazione di cui, con franchezza, dico che non ci sia l'esigenza: anzi, una decisione in tale direzione andrebbe in senso diametralmente opposta a moltissime cose, non ultimo il desiderio di rifarsi alla Tradizione in quanto Unione. Tradizione. Parola, questa, sulla quale ci si deve intendere. Se deve significare ritornare a forme “vetero-massoniche” o al rispolverare arcaiche e desuete formule non certo applicabili nel XXI° secolo (soprattutto alla luce dei deliberata internazionali), la risposta è negativa . Come è negativa nel caso in cui la Tradizione sia vista come un'ormai inerme e vecchia leonessa alle prese con domatori azzimati e desiderosi di far schioccare la frusta capitata nelle loro mani. Peggio poi se, sempre in nome della Tradizione, si voglia varare un qualcosa di vecchio ed ammuffito, rinfrescato con una “romanella”, che peraltro non riesce a catturare che scarsa attenzione e scarsissima eco. Tradizione: eccellente questo concetto, per carità. Ma sento una certa qual pruderia quando vi si attinge alla rinfusa per prendere ora questo o quell'ingrediente, per dare corpo ad una mistura imbevibile ed indigeribile oltreché molto pericolosa (il pericolo qual'è: dare corpo ad irregolarità ed irritualità e, alfine, ... farsi ridere appresso). E' ora di finirla con questa perenne erezioni di grandi o piccole Torri d'Avorio, create con lo scopo di acquartierarsi e arroccarsi, soffocando il ricambio, il rinnovamento, la creatività e l'esplodere di nuove idee. Quando sento che la discussione delle tematiche e delle problematiche riprende dal “nome” e dalla sua “evidenziazione”, al fine di creare un marchingegno dialettico utile ad intortare i più sprovveduti (forse) ed i meno preparati sotto il profilo storico-cognitivo (sicuramente), approfittando che la memoria storica dei più anziani di noi si sia affievolita o sia già patrimonio del Tutto, ebbene quando sento queste discussioni utili solo a sostenere le traballanti argomentazioni di regolarità-legittimazione di una Grande Loggia o di un Grande Oriente o di una Federazione o anche di una Confederazione spesso create ad hoc, ebbene – dicevo - mi cadono le braccia! Così come mi cadono le braccia appena sento nell'aria il diffondersi delle note stonate rappresentate dalle perduranti tentazioni di determinare contiguità con quella parte di

mondo profano notoriamente appesantito dal gravame di vili metalli! Già l'aria è quella che è, ma addirittura pensare di infilare la testa in un sacco per poi duolersi se la si ritrova trova poggiata sulla lama della ghigliottina, mi sembra eccessivo e carente di seria riflessione. Così come il Popolo dà segnali di stanchezza ed insofferenza nell'ambito sociale, anche i Fratelli di tutte le Logge danno segnali di saturazione: e non hanno torto. E devo prendere atto che ci sono i timidi segnali di un tentativo di reazione, di risveglio che – in barba delle “mode” non vuol perdere l'opportunità di tentare un dialogo aggregativo diverso, con altri Fratelli che vogliano percorrere il loro, il nostro stesso cammino. Tradizione e coerenza: ossia nuovo impulso a quelle parti della Vera Tradizione accantonate nel 1700 da quegli “innovatori” che hanno seminato ciò che in parte oggi il mondo raccoglie. Purtroppo, il mio vezzo – ma confesso che sono cosciente che ciò potrebbe essere o divenire un mio limite – di inanellare argomenti, pur collegati tra di loro, mi porta a scrivere molto. Ma è come se parlassi con Voi – Cari Lettori – preso da quella passione che so essere anche nei Vostri cuori, poiché credo che non sia solo la curiosità a spingerVi a questa lettura. I due temi che hanno dato spunto a questa nota sono esauriti, ma mi permetto di chiedere la Vostra pazienza per dare voce a quei Carissimi Fratelli che si pongono – e mi pongono mentre sto ultimando questa mia – quesiti che pur dovrebbero avere risposte e spiegazioni da quei Maestri che sono pur loro vicini. Mi permetterò quindi di lanciare solo dei flash, che siano parte risposta e parte stimolo tanto per approfondire ben precise tematiche (in ogni caso, con riguardo alle norme correnti nella Massoneria Italiana): prescindendo dalla corretta (o meno...) conoscenza della liturgia massonica con i suoi rituali, i propri riti, i suoi cerimoniali - che in molti praticano, è un illuso chi confida nell'organizzazione e nella gestione del solo Rito, senza preoccuparsi dell'Ordine e dei rapporti con lo stesso: sarebbe assurdo quanto parlare di un “corpo” senza parte della sua “anima”.  Non ci può essere Rito senza Ordine (quantomeno nella regolare Massoneria di Rito Scozzese: il resto può non interessarci, in questa sede), pur se i loro rapporti devono essere regolarizzati e disciplinati da uno specifico “Protocollo di Relazioni”, così da evitare pressioni e/o

coercizioni dall'una come dall'altra parte. A questo preciso riguardo ed al fine di meglio far riflette sui danni che la frettolosità nella preparazione ritualistica e la scarsa dimestichezza con le tecniche procedurali possono arrecare anche a quanti possano pur intendere di muoversi con tutta onestà di intenti, cito una serie di avvenimenti susseguitisi tra la fine del 1980 ed il primo quinquennio del 1990 (omettendo volutamente nomi e riferimenti specifici, anche se la notorietà dei fatti tenne banco a lungo). La memoria storica porta ai mancati riconoscimenti specialmente in campo internazionale, ossia quelli più ambìti – di una figura sovrana dopo la di lui dichiarazione di autonomia e critica dal precedente Ordine che costituiva la base del Supremo Consiglio da lui all'epoca guidato. Successivamente - pur tra alterne vicende aggregative, fors'anche a causa del supporto di “consiglieri” carenti di teoria e operatività tanto nelle pratiche simboliche che rituali - il Rito Scozzese di cui egli era Sovrano fu il regolare completamento della piramide scozzese alla cui base c'era l'Ordine rappresentato dalla Grande Loggia di cui era Gran Maestro un Gentiluomo di Antico Casato, stabilito a Sud di Roma. Per una serie di fatti sostanziali – affatto banali, ma che qui non intendo neanche tratteggiare -, il Gran Maestro informò il Sovrano che i Fratelli della Grande Loggia da lui presieduta non avrebbero più aderito a quel Rito, così che la Piramide Scozzese sarebbe stata interrotta al Terzo Grado al pari di ogni rapporto tra i due Governi. Fu così che il Sovrano – peraltro ignorando o non dando peso ai tanti inviti alla prudenza ed ai disinteressati consigli che riceveva - per un certo numero di lunghi, interminabili e drammatici mesi, volle continuare a fare di testa sua, restando senza un Ordine Simbolico che fungesse da base regolamentare al suo Supremo Consiglio. Così che mentre la Grande Loggia manteneva la propria autonoma e sovrana operatività nel normale ambito Simbolico, il Supremo Consiglio “ormai separato”, in uno alle proprie Camere Capitolari ed ai componenti tutti ad essa tecnicamente iscritti, venne a trovarsi sospeso a mezz'aria, con una piramide assolutamente troncata sotto di sé e quindi in una posizione di non correttezza rituale per potersi più ritenere operante in regime di regolarità. Per chiarire ancor meglio: si trovò in una totale ed assoluta carenza

di continuità – e quindi di legittimità – con la posizione pregressa, perdendo ogni pretesa di possibile regolarità e perdendo quindi ogni legittimazione attiva e passiva per poterla rivendicare. Il fatto, qui da me ricordato sotto il profilo squisitamente iniziatico, è certo e abbondantemente documentato; dimostrò che non si possono affrontare con supponenza o – peggio ancora – con imprecisione e incertezza le precise cadenze e le corrette prescrizioni scandite dai rituali e dalle norme statutarie di riferimento: norme che sono state non solo dapprima solennemente accettate ma persino prese come spunto ed esempio per le proprie azioni di rivendica. Quelle carenze, quelle imperfezioni, quelle irregolarità penalizzarono le aspirazioni soggettive e di gruppo, inficiando per sempre ogni successiva pretesa di regolarità (anche se la memoria dei più si è utilmente affievolita, facendo sì che nell'accarezzare i vecchi sogni di gloria, talvolta vi sia un sussulto di vanagloria, con sommessi tentativi di riannodare un qualche pur esilissimo filo con un passato che non è più).  Non ci può essere Ordine senza una Grande Loggia (o un Grande Oriente, come usa anche in Italia). Una sola Loggia o più Logge libere ed autonome nella loro sovranità, operano nel contesto generale denominato “Ordine Massonico”, ma non sono l'Ordine né “un” ordine.  Se è vero che un Ordine può operare senza Rito – ma ricordiamolo: già la ritualità dei primi Tre Gradi è nel suo complesso un “Rito” che regola l'attività dell'intero Corpo Azzurro -, è pur vero che la crescita di questo “Corpo” non troverebbe elementi prospettici di ulteriore stimolo alla ricerca e quindi alla maturazione interiore. Un organismo che rimarrebbe “non ben sviluppato”. Così come sarebbe incompleto un rapporto del Rito con l'Ordine che non sia disciplinato da un preciso Protocollo. Protocollo che, in special modo, giovi a ricordare che il Rito non è il ventre molle dell'Ordine, ma ha pari dignità con lo stesso.  Le singole Logge, come tali, rappresentano quindi entità sovrane, libere e autonome, costituite da un novero di Fratelli che hanno deciso di unirsi per proseguire insieme la loro attività iniziatica: ma quale ritualità seguono? Quali regole sono alla base del loro agire? Quali Statuti adottano ed in quale versione, con quali correzioni? Quali sono i loro abiti interiori, la loro divisa, i loro labari, le loro insegne? Basta il fatto che costoro si possano definire tout-court come degli “scozzesi” che possano

aspirare ad accedere a delle Camere dei Capitoli Superiori? Direi proprio di no: e non per una fatto di eventuali relazioni (che sarebbero atipiche ed anomale, oltreché contro ogni realtà corrente) tra un Supremo Consiglio ed una Loggia o un piccolo gruppo di singole Logge, quanto perché – ammesso che il Supremo Consiglio proceda a stipulare accordi con “ogni” singola Loggia autonoma (non so come potrebbero risolvere la tematica del rispetto delle autonomie e delle sovranità di ciascuno...) l'intesa non potrebbe mai riguardare né può certo riguardare due soggetti che sono su piani diversi, non alla pari. Quindi se mai un'intesa siffatta potesse scaturirne, sarebbe irregolare ed irrituale in quanto non contratta con un Ordine regolare: è come se lo Stato della Città del Vaticano facesse accordi singoli e separati neanche con le singole Parrocchie, ma con i Seminari che – forse – sforneranno i futuri Parroci, con assenza delle figure intermedie.  Quesito: nella fattispecie di cui sopra può pensare, un Supremo Consiglio - che pur vorrebbe vantare ciò che può vantare – può pensare di svolgere un'attività proficua, una presenza “regolare”, andando a costruire la sua realtà in modo così improvvido e indistinto? La risposta è “no”.  Le Sorelle: tanto preparate quanto desiderose di essere “come” ed “alla pari” dei loro Fratelli. Un desiderio che le porta fuori strada, continuando nell'equivoco che nel nostro mondo la francesizzazione ha arrecato con le sue tecniche “moderne”, dove il femminile copia (ovvero, per dirla con maggiore diplomazia, fa suo) il maschile. A mio avviso le nostre Sorelle devono comprendere che sono spesso “superiori” a noi, ma soprattutto che noi Fratelli abbiamo un modo di “sentire” e di “fare” che è diverso dal loro. Pur nella complementarietà dei ruoli che Madre Natura ci ha riservato quali appartenenti alla medesima specie, ciascuno ha in sé – dall'alba dei nostri giorni – le proprie caratteristiche: caratteristiche che lo portano a pensare, agire e reagire in modo diverso sotto la spinta di fattori ereditari, fisico-chimici e neurologici assolutamente diversi. Per i puristi (direbbe qualcuno), per gli esoteristi e cultori del simbolismo (dico io) ci troviamo da oltre duecento anni di fronte non ad un rompicapo (falso!) bensì davanti ad un bisticcio in termini (vero!). Questo è rappresentato per le Sorelle dalla stessa Leggenda di Hiram, non tanto nella sua parte esoterica ed anche romantica (certamente da loro vissuta con lodevolissima grande intensità emotiva, a loro più connaturale), quanto

nella parte simbolica specie dove i richiami con la quaballah si fanno forti, pregnanti e ineludibili: così determinando di fatto la definizione fittizia di mète in realtà irraggiungibili. Penso a voce alta: ci sarà una Sorella più preparata e studiosa delle altre che riuscirà a ri-trovare quel bandolo spezzatosi nel 1700 e che, riconducendosi alle Antiche Tradizioni saprà aprire il giusto “cassetto”? Che saprà indicare la strada di un affrancamento psicologico ormai inconcepibile? Che saprà ritrovare le tracce e quindi il sottilissimo ma forte filo che ancora oggi, pur se poco visibile e noto, lega i riti femminili dell'Indo a quelli del Tigri, quelli della civiltà di Micene a quelli Atlantidei, quelli del Nilo a quelli del Peloponneso per poi tornare a quelli dell'antica Roma, a quelli dei popoli della Magna Grecia e degli stessi Etruschi, non certo molto dissimili da quelli delle terre del Centro-Sud delle moderne Americhe, e... ? Le scoperte possono intimorire, ma poter di-velare e ri-velare e forse rifare, pur se in chiave attualizzata, ciò che altri neanche immaginano possa esistere, questa sì che è una sfida solo per Donne, per Sorelle vere. Noi Uomini, noi Fratelli, non potremo che stare a guardare: a bocca aperta. Stupiti ma felici. Anche solo per la “loro” felicità! Questo sì che sarebbe vero e disinteressato Amore Fraterno. Roma, 9 Dicembre 2011 f.to Giuseppe Bellantonio

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