LADOMENICA

DIREPUBBLICA

DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011 NUMERO 354

CULT
“Gangs of New York non si avvicina neppure minimamente a quello che vedevo io sulla Bowery” La strada, il cinema
Autobiografia di un grande regista
All’interno

La copertina

La rivincita dello zero Perché la scienza nasce dal “nulla”
RECALCATI E ZELLINI

La recensione

Torna Geda dai coccodrilli all’epica di un nonno
LEONETTA BENTIVOGLIO

L’intervista

Lila Zanganeh “Le lezioni di felicità fatte da Nabokov”
ANTONIO MONDA

MARTIN SCORSESE

bravo ragazzo
L’attualità
MARTIN SCORSESE ROBERTO SAVIANO

Quel

Il teatro

Catastrofi d’Italia, la lunga storia che non insegna
PAOLO RUMIZ

S

Spettacoli

La primavera in cui i Beatles scoprirono l’Lsd
ANGELO AQUARO E PAUL MCCARTNEY

ono nato nel 1942 nel quartiere di Corona, nel Queens. I miei genitori si erano trasferiti lì dal Lower East Side. La loro idea era lasciare il vecchio quartiere per “migliorarsi”, come dicevano. Corona mi piaceva. Condividevamo una casetta con un’altra famiglia. Sul retro c’era un cortile con un albero. Si poteva andare al parco: c’era qualcosa da vedere. Ma poi mio padre si mise in guai seri col padrone di casa e dovemmo ritornare a Elizabeth Street, a Manhattan. In un certo senso fu un’umiliazione: tornare praticamente nelle due stanze e mezzo in cui era nato, per stare con i miei nonni, finché trovammo un appartamento in fondo all’isolato, al 253. Nel Queens fu meraviglioso. Nick Pileggi e io ci abbiamo scritto sopra una sceneggiatura, che vorrei girare. Ma non so se sarò mai capace di portarla sullo schermo. (segue nelle pagine successive)

P

NEW YORK

Franco Branciaroli e il declino di un attore dietro la ribalta
RODOLFO DI GIAMMARCO

arlare di Scorsese è come avvicinarsi a un mondo impossibile da ridurre a sintesi. Perché se ha raccontato come nessuno l’America degli immigrati italiani — lui, figlio di figli di immigrati — è forse uno dei più grandi innamorati di New York, affascinato dalla sua frenesia centrifuga in grado come nessun’altra cosa di raccontare gli elementi universali di una vita. I mafiosi di Scorsese sono raccontati nelle loro vite, più che nelle loro gesta. I comportamenti, le amanti, i vestiti e gli sguardi, gli orologi, i club, i ristoranti. Le stanze che spuntano sempre nei retrobottega. Nei film di Scorsese, nei suoi documentari c’è tutto: musica, guerra, narrazione criminale, costruzione di comportamenti. È un regista che ha battuto talmente tanti sentieri che non può essere toccato dalla solita accusa rivolta a chi racconta la vita, quella di strada: che con quei film si condizionano i comportamenti. (segue nelle pagine successive)

Il libro

Una certa idea di mondo: la piccola America di Elizabeth Strout
ALESSANDRO BARICCO

Repubblica Nazionale

DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011

LA DOMENICA
L’infanzia crudele nel Lower East Side degli anni Quaranta, l’asma che lo isola e gli fa scoprire la magia del grande schermo. È così che il grande regista italoamericano comincia a girare i suoi primissimi film disegnando storie su foglietti di carta, come oggi racconta
in una straordinaria autobiografia

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La copertina
Martin Scorsese

“Il mio cinema è la strada”
MARTIN SCORSESE
(segue dalla copertina) uanto alla storia col padrone di casa, è una faccenda piuttosto complicata. A quei tempi se uno non era istruito e lavorava in una certa zona, doveva stringere legami di vassallaggio con il dato gruppo. C’erano diverse famiglie mafiose, e mio padre fiancheggiava una di queste. Il capo era un suo amico. Fu lui a trovargli casa nel Queens. Mio padre aveva anche molti problemi con suo fratello, Joe. Da quello che ne so, spesso partecipava a riunioni dove cercava di evitare che altri mafiosi lo ammazzassero. Il padrone di casa era uno che aveva un camion per il trasporto della verdura in un garage di fianco a casa nostra. Un giorno passò di lì mio fratello. Prese una gallina che aveva lì e le tirò il collo di fronte a lui, facendolo scappare in lacrime. Dopodiché cominciò a prendersela direttamente con mio padre. Probabilmente il padrone di casa deve avere pensato che mio padre fosse una specie di gangster. Non era vero, però gli piaceva vestire in un certo modo, mentre l’altro era un po’ uno zotico. E poi penso che mio padre piacesse a sua moglie. Così il risentimento cresceva. E a un certo punto ci fu lo scontro. Tornò dal lavoro e, in cortile, dalle parole passarono ai pugni, finché il padrone di casa prese un’ascia. Allora la sorella minore di mia madre uscì fuori e lo spinse da parte dicendogli: «Piantala e molla quell’arnese. Lascia stare mio cognato». E quello si fermò. Proprio come nell’Uomo tranquillodi John Ford: sono state le donne a fermare tutto. Solo che quella sera ci fu un altro scontro. Li vidi che se le davano al bar. Tornai a casa e dissi a mia madre: «Stanno litigando». Lei stava stirando e mi disse: «Lo so». Subito dopo ce ne dovemmo andare. Il Lower East Side era piuttosto duro. Quello che si vede nei film degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, con i Dead End Kids, non era molto lontano dal vero. I ragazzi stavano in strada, giocavano con quello che trovavano. Il coperchio di un bidone dell’immondizia poteva diventare uno scudo, e per fare la spada si staccava un’asse da una cassetta delle arance. C’era un sacco di traffico, un sacco di gente che viveva ammassata. E molta tensione. Praticamente vivevo sulla Bowery, e la cosa mi ha molto segnato. Gangs of New York non si avvicina neanche minimamente a quello che vedevo sulla Bowery. Nel Queens, la casa aveva stanze più grandi, dove potevi sempre sparire, almeno per un po’. Qui era impossibile. Avevo addosso gli occhi di tutti e non potevo dire niente, perché ero il più piccolo. Così presi ad andare in chiesa, e rimasi affascinato dai rituali della messa. L’altra cosa era che mio padre, ovviamente, non sapeva che diavolo fare con me. Dopo avere lavorato tutto il giorno nel Garment District, andava dai miei nonni, cosa che a mia madre non andava giù. Alle undici di sera tornava a casa con i giornali popolari, il Daily News e il Daily Mirror. C’era ancora tempo per una litigata, e poi tutti a letto. E la mattina dopo usciva per andare al lavoro. Così non è che lo vedessi molto. Ma era costretto a portarmi al cinema; mi portava al cinema in continuazione. La mia asma in pratica mi isolava da tutti. E nella mia solitudine, mi mettevano in testa l’idea di non poter fare nulla di fisico. Dovevo stare molto attento e in qualche modo esse-

Q

re sempre protetto. Per questo divenne importante per me il rito di andare al cinema con mio padre, non importa quale film fosse. Frequentavamo il Loew’s Commodore, all’angolo tra la Sesta Strada e la Seconda Avenue. Entravamo sempre a metà film. Anche lì, come in chiesa, c’era un senso di pace. Era come partire per un viaggio. Fuori dalla sala i manifesti vendono sogni, si sa. E quando si entra in un cinema, il sogno è reale, o quasi. E poi, condividere queste emozioni così forti con un padre con cui non parlavo molto, diventò il principale terreno di comunicazione tra noi. Mi portò a vedere Il bruto e la bella, il primo film che vidi su come si realizza un film. A mio padre piacevano i western. Ultimatum alla Terra fu una grande esperienza: di pomeriggio, all’Academy of Music, con duemila spettatori. O La Cosa da un altro mondodi Nyby e Hawks, si apre la porta e dietro c’è James Arness nella parte del mostro: hai mai visto duemila persone balzare sulla sedia contemporaneamente? Straordinario. C’era un grande contrasto tra i film che vedevo e l’ambiente in cui vivevo. I miei venivano da un paese siciliano. E in Sicilia, lo sa, non ci si fida di nessuno, si cresce pieni di diffidenza. E, mi spiace dirlo, ma questo atteggiamento mi venne inculcato a forza. I miei genitori erano brava gente, lavoratori; non era-

BAMBINO
Dall’alto in senso orario: Scorsese a sette mesi con la madre Catherine, la zia e il cugino; nel Queens travestito da indiano; la strada dove viveva, Elizabeth Street a Little Italy; con il fratello Frank. In copertina Martin in toga e cappello neodiplomato alla junior high school no né mafiosi né criminali. Ma c’era questo atteggiamento verso il mondo. Se vedete Nuovomondo di Crialese, i miei nonni erano così. Negli anni Cinquanta era strano cercare di essere americano, di acquisire certi valori americani. Mi era impossibile rendere compatibile l’autorità di un Eisenhower, che giocava a golf tutto il giorno, con la mia esperienza. Venivo da un mondo dove tutto si riassumeva in un unico consiglio: “Fa’ quello che vuoi ma sta’ in campana”. Quando stavo girando The Departed - Il bene e il male, ho scoperto che alla fine la storia parlava di queste stesse cose, di padri e figli. Stavo girando la scena con Jack (Nicholson, ndr) a tavola e Leonardo (DiCaprio, ndr) nel locale. Erano sette pagine di sceneggiatura, le avevamo girate la sera prima, ed era andato tutto bene. Ma a un certo punto dico a Leo: «C’è qualcosa, qui, non so esattamente cosa, che non è ancora uscita fuori bene». Sentivo che doveva essere il punto di svolta del film. Sapevo che dovevo stargli addosso e aiutarlo ad andare in certe direzioni. Così dico a Jack: «Jack, domani rifacciamo la stessa scena. Se ti viene in mente qualcosa per rendere nervoso Leonardo...». Il giorno dopo Jack arriva, si siede, aspetta che si sieda Leo, e la prima cosa che fa è annusare il bicchiere e dire: «Puzza di talpa». E poi tira fuori una pistola. Fu fantastico. La reazione di Leo-

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Né inni ai mafiosi, né condanne moraliste solo il nudo racconto della vita così com’è
ROBERTO SAVIANO
(segue dalla copertina) corsese ci racconta la vita di quegli immigrati che, dopo generazioni, ancora portano l’accento italiano nel loro inglese e ancora si definiscono italiani anche se non l’hanno mai vista l’Italia. Con la trilogia Mean Streets (1973), Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995) non ha voluto costruire la mitologia del mobster, del mafioso. Un’epica positiva dell’antieroe. Ha semplicemente voluto raccontare la vita così com’è, come lui la percepisce e la vive, senza porsi limiti. Ho sempre creduto che un regista, un narratore, debba raccontare, fare arte, senza avere la presunzione di educare. Del resto, se prescindiamo da quelle critiche sterili che mai hanno fatto del bene all’arte, non esistono film che educano al bene e film che educano al male, ma solo film di buona qualità e film di cattiva qualità. L’emulazione e la mistificazione sono sempre esistite e se i film sono prodotti culturali di massa e quindi facilmente individuabili come responsabili di determinati comportamenti, nei secoli non possiamo ignorare che Goethe e Foscolo furono criticati per aver suggerito il suicidio a molti ragazzi delusi da politica e amore. Che Wagner, Nietzsche o Tolkien siano stati — in maniera diversa e in epoche diverse — accusati di aver aderito o ispirato teorie naziste. Ma sono altre le dinamiche che portano a compiere gesti estremi, non guardare un bel film o leggere un buon libro. Del resto, questo grado di empatia tra film e società credo sia ascrivibile alla potenza che Scorsese ha nel mostrare come le vite dei gangster non siano poi così diverse dalle vite di noi comuni mortali. L’alchimia nei film di Scorsese è proprio questa: raccontare il quotidiano, il percorso di tutti i giorni di queste persone, un percorso che si intreccia con i nostri percorsi. Il fascino nasce dal cortocircuito dell’inesistenza, in quei percorsi, del limite. I criminali sembra possano tutto. E poi, presto, pagheranno tutto. Il loro essere cafoni, spesso cialtroni e ridicoli è un aspetto umano. Quei bravi ragazzi e Casinò sono entrambi tratti dai romanzi di Nicholas Pileggi, romanzi in cui lo scrittore descrive come l’atteggiamento paesano che i nipoti di italiani assumono nelle metropoli americane diventino atteggiamenti vincenti che mettono paura e creano soggezione nella comoda comunità Wasp trincerata dietro le sicurezze di un lavoro certo, ma monotono e noioso. Si crea epica perché si raccontano le gesta di persone senza limiti. E quell’assenza di limiti affascina. Non si può negare, e constatarlo non significa aderire al crimine. Il documentario Italoamericani (1974) è un capolavoro in cui Scorsese racconta di sua madre e suo padre, di come vivevano. È la dimostrazione di come non gli stia a cuore solo l’aspetto criminale connesso alla presenza di immigrati italiani in America, ma di come tenda anzi a decostruire i preconcetti che li riguardano. Troppe volte in un cognome italiano echeggia per chi l’ascolta negli Stati Uniti un fascino esotico legato all’immaginario criminale. La comunità italoamericana ne è infastidita, ma non è con il silenzio che si risponde al pregiudizio. È raccontando che dimostriamo di essere altro dalle mafie. Nel 2010 un rapper siciliano, Izio Sklero, in un testo — Tu Vo’ Fari u Siciliano — racconta di come si sfrutti il mito della mafia per sembrare più cattivo e di come ci si dia l’aria da meridionale, magari usando lo slang per intimidire chi crede che Al Pacino sia un altro boss siculo. Ma non c’è imitazione che tenga, a quel mondo o si appartiene o non si appartiene. I boss oggi parlano in italiano, hanno studiato, sono persone curate, dai bei fisici e dall’aspetto gradevole. Quindi guardiamo all’arte come a uno specchio della vita senza eccessivi moralismi. Non sono i film di Scorsese o di Coppola, non è Scarface o Al Pacino, Joe Pesci o Robert De Niro a plasmare la realtà che ci circonda. Quando la maggiore economia del mondo è quella criminale, accade che questi film smettano di essere solo racconti di una parte del mondo. Scorsese non sta solo parlando a te, spettatore che guardi i suoi film. Sta parlando di te. Del resto Martin Scorsese è quello che nel 1986 gira il videoclip di Bad e che riguardo a Michael Jackson ha detto: «L’esibizione che fece al Motown 25: Yesterday, Today, Forever è stata la cosa più bella che io abbia mai visto. Era così semplice, così pura, ballava da solo in scena». Sì, questo è Scorsese.
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IL LIBRO
Il testo riprodotto in queste pagine, come le fotografie, è tratto da Martin Scorsese, conversazioni su di me e tutto il resto, autobiografia del grande regista italoamericano raccolta dal critico cinematografico e filmaker Richard Schickel. In Italia edito da Bompiani (502 pagine, 22,50 euro), è in libreria in questi giorni

I GENITORI
Charles e Catherine Scorsese, spesso coinvolti in film (sotto) e documentari (al centro in Italoamericani, 1974) mes Dean in quel film. Le mie radici sono ancora lì. Non appartengo a un mondo di scrittori o di artisti. Col passare del tempo mi sono reso conto che non voglio considerarmi diverso da quello che sono. Ma da piccolo, quando crescevo in quel quartiere, mi sentivo davvero schiacciato. E l’unica via di sfogo era immaginare storie, cose del genere. Fin da piccolo. Lavoravo molto di fantasia. E disegnavo i miei film. I primi li disegnai in bianco e nero e nel formato 1.33, che era quello standard del cinema dell’epoca. Un giorno mio padre mi vide che ci giocavo e dovetti nasconderli. Non capiva che cosa stessi facendo, e pensò che me ne stessi troppo per conto mio. Non completai più le storie. Stavo diventando un adolescente, e le cose cominciavano a cambiare. Traduzione Alberto Pezzotta © 2011 by Richard Schickel Published by Arrangement with Agenzia Letteraria Santachiara
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STORYBOARD
Dall’alto a sinistra, uno storyboard dell’infanzia; sul set del primo corto (1963); lo storyboard per Mean Streets (1973). A lato, all’università (1963) nardo è in tempo reale. Gli ho detto: «Devi convincerlo che tu non sei l’infame, anche se tu lo sei». Ero felice di come stava venendo la scena, e d’un tratto ho pensato: ma io questa scena l’ho già girata. Col senno di poi, mi accorgo che questo è il tema di tanti miei film, da Mean Streets e Toro scatenato in poi. Ci sono sempre padri e figli, e ognuno deve all’altro qualcosa. Ci sono la fiducia e il tradimento. Nel mondo in cui sono cresciuto io, il tradimento era la cosa peggiore che ti potesse capitare. La caduta di un gangster per me è altrettanto interessante di quella di un presidente o di un cantante famoso. Per esempio in Casinò, prima c’è il tradimento, e poi la caduta. Parliamo di persone che, diciamo così, sono di natura diversa dalla nostra. Ma per me si tratta solo di esseri umani. Il tradimento ha che fare con l’amore. Ci deve essere un legame tra le persone che si tradiscono, altrimenti non farebbe così male. Ecco perché La valle dell’Eden è stato un film così importante per me. Per la lotta tra padre e figlio. C’è il fratello buono e quello cattivo. A casa nostra, il conflitto era soprattutto tra mio padre e mio fratello maggiore. Io in teoria ero quello buono. Ma quando vidi La valle dell’Eden, mi resi conto che mi sentivo come il personaggio di James Dean. Provavo le stesse cose del cattivo. Sentivo tutto ciò che sentivano gli adolescenti quando vedevano Ja-

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DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011

LA DOMENICA
Le alluvioni di Genova, della Liguria e di Messina. L’Aquila ancora città fantasma dopo l’ultimo terremoto. E prima ancora, Vesuvio, Irpinia, Vajont, fino al Medioevo. Ecco come il nostro Paese è stato devastato
dai disastri naturali. E ogni volta ha dimenticato la lezione

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L’attualità
Amnesie

el1859 un tuono nel fondo dell’Appennino fa a pezzi Norcia, squarcia le antiche mura e inghiotte centinaia di vite. Manca un anno all’annessione dell’Umbria da parte dei Savoia, la città medievale fa ancora parte dello Stato della Chiesa e tocca al Papa intervenire. Ebbene, alla notizia del terremoto, Pio IX, l’uomo teoricamente più reazionario dell’epoca, impone un’illuminata normativa antisismica. Queste regole indispensabili, ma impopolari per via degli aggravi alla spesa edilizia, non saranno mai applicate. Motivo: con l’arrivo dei piemontesi l’ordine antico decade. Siamo in Italia, le norme danno fastidio. E poi il Paese ha altre gatte da pelare, a partire dalle rivolte del Sud. Per i norcini, neanche dire, è una festa. Il plebiscito del 1861 è per loro un’occasione unica per accantonare l’impopolare antisismica papalina, azzerare la memoria e gettare le premesse di un secolo e mezzo di malaedilizia e conseguenti disastri. Ce le siamo sempre cercate, le sciagure, ignorando scientemente la storia, e la rimozione continua anche oggi, con le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità che rimbombano di fanfare ma evitano accuratamente i disa-

Storia d’Italia e di catastrofi N
PAOLO RUMIZ
stri. Messina diventa un fiume di fango, la Liguria si squarcia sotto le grandi piogge, l’Aquila è ancora una città fantasma dopo l’ultimo sisma, ma nel grande compleanno dell’Italia i terremoti, le eruzioni, le frane e le alluvioni non hanno cittadinanza. Eppure se c’è una cosa che ci fa nazione è proprio il disastro, la sua anormale frequenza, il modo con cui la catastrofe naturale si riverbera su un territorio notoriamente mal costruito. È la nostra reazione alle avversità, la lezione che ne traiamo, e soprattutto il modo in cui esse vengono (raramente) elaborate o (più spesso) dimenticate. Quando il Tevere invade Roma nel dicembre 1870, sotto l’onda emozionale si decide di dare alla città una migliore difesa dall’acqua, ma ecco che la solita commissione parlamentare insabbia tutto, al punto che cinque anni dopo, non essendoci ancora nulla di deciso, Giuseppe Garibaldi in persona rompe gli indugi, abbandona inferocito la sua Caprera e torna nella Capitale per inchiodare i politici alle loro responsabilità. Accolto da una folla immensa, tiene un memorabile discorso ai romani «con la voce dei bei giorni» e li esorta a essere «seri, seri, seri e fermi». Solo allora il Parlamento si muove e dà via libera ai lavori per i muraglioni di rinforzo alle rive del Tevere. Se oggi Roma è al sicuro è solo grazie a quell’urlo del Generale. È un fatto che l’Italia non può più permettersi di subire terremoti e alluvioni senza trarre lezioni dal passato. E forse ora qualcosa timidamente si muove, anche su spinta della presidenza della Repubblica. A Spoleto è nato un Centro euromediterraneo che raccoglie la documentazione sugli eventi estremi e i disastri. Il 12 dicembre il tema dell’Unità d’Italia riletta attraverso i disastri sarà affrontato a Roma all’Accademia di San Luca in un convegno con i massimi esperti italiani del settore. «È incredibile quanto si debba insistere per far capire cose di un’ovvietà assoluta», dice il professor Domenico Giardini, nuovo presidente dell’Istituto nazionale di geofisica. «Le cose giuste le aveva già dette Rousseau dopo il terremoto di Lisbona del 1755. Disse che l’ecatombe è fatale se l’uomo si ostina a costruire case di sei piani in zone sismiche. Ma noi ormai siamo così freneticamente proiettati sul futuro che non abbiamo più tempo di riflettere sul passato e ogni catastrofe ci sembra un evento eccezionale. È un’amnesia fatale per un Paese che ha una media di mille morti l’anno per terremoti». In confronto alla cecità dell’oggi era quasi meglio la vecchia superstizione, quando alluvioni e terremoti erano punizioni divine. C’erano almeno i preti a tenerci in allerta con le “rogazioni”, processioni che evocavano il male con scongiuri, simbologie, rituali e precisi anniversari liturgici. Il Vesuvio, per esempio, chi ci pensa più. Poi guardi la storia dei 150 anni e vedi che non dorme affatto. Comincia proprio nel 1861, salutando con una botta memorabile l’annessione al Piemonte. Poi brontola, in sequenza ininterrotta, nel 1867, 1872, 1891. Quattro anni dopo un nuovo rigurgito di lava crea il Colle Margherita e a seguire, nel 1899, una Piedigrotta di lapilli genera Colle Umberto. Nel 1906 un’eruzione violenta distrugge Borgo Tre Case, poi c’è quella del ’29 e ancora quella del ’44, descritta dallo scrittore Norman Lewis, che è a Napoli con l’esercito americano. San Sebastiano è minacciato e il paese esce in processione verso la lava con la statua del protettore. Ma la gente non si fida troppo e chiama in rinforzo San Gennaro, il cui tabernacolo viene però tenuto nascosto fino all’ultimo in un vicolo, perché Sebastiano non abbia a offendersi. Da allora il pentolone tace, la memoria del pericolo corso si attenua ed ecco, puntuali, i palazzinari all’assalto della scarpata di lava. Idem per frane e

alluvioni. Palermo pare estranea a catastrofi di tipo messinese, ma basta un’occhiata al passato per cambiare idea. Andrea Goltara, direttore del Centro italiano di riqualificazione fluviale, ricorda l’esondazione del 1862, quella del 1925 e soprattutto quella, eccezionale, del 1931. Da allora si è talmente costruito in zone allagabili che, se oggi si ripetesse la grande pioggia di quell’anno, i danni sarebbero infinitamente più gravi. I disastri sono spesso recidivi, e quello di quest’anno a Genova è stato preceduto da eventi analoghi nel 1945, 1951, 1953 e 1970. E che dire dell’esondazione dell’Arno nel ’66: una fotocopia di quella già accaduta nel 1844. Dal Dodicesimo secolo a oggi, Marco Amanti dell’Ispra ha registrato 480mila frane sul territorio nazionale, estese sul settanta per cento dei Comuni. La mappa dei terremoti dal 1861 registra non solo una sequenza ininterrotta di sismi e quindi la necessità di un’allerta costante, ma mostra con evidenza che negli ultimi vent’anni le scosse forti sono semmai diminuite per cui — statisticamente — c’è da aspettarsi un bel tuono a tempi ravvicinati. Più che l’Aquila, preoccupa il silenzio sismico che le sta attorno. L’amnesia è funzionale al cemento. Lo si è visto nel 2009 all’Aquila,

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L’EVENTO
Si svolge il 12 dicembre a Roma all’Accademia nazionale di San Luca la “Prima giornata per la divulgazione storica, scientifica e culturale sui disastri naturali”. Organizzata dal Centro Eedis (Eventi estremi e disastri) e dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, analizza 150 anni d’Italia unita attraverso i suoi disastri. L’ultima pubblicazione del Centro Eedis è Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise (Bononia University Press)

CRONACHE
Dall’alto a sinistra in senso orario, Laguna di Venezia, dalla parte delle Fondamenta Nuove, completamente ghiacciata nel 1709; Firenze inondata dall’Arno nel 1844; maggio 1926, la Domenica del Corriere racconta l’esondazione del Po a Mortizza (Piacenza); disegno delle rovine della chiesa della Madonna di Loreto a Polla (Salerno) dopo il terremoto del 1857; alluvione del Tevere a Roma nel 1557 in una stampa tedesca

dove molti ignoravano di trovarsi in area sismica e dove, in quel vuoto di memoria, i pirati dell’edilizia avevano fatto carne di porco del territorio. È una tendenza vecchia come l’Italia. Dopo il terremoto di Rimini del 1916, i parlamentari romagnoli fecero di tutto per far revocare le norme antisismiche e quando ci riuscirono, negli anni Venti, furono accolti come eroi alla stazione e portati in trionfo dalla popolazione. Stessa cosa in Friuli, dopo il terremoto del 1928. I paesi più “ammanigliati” scansarono le norme di sicurezza che avrebbero comportato spese edilizie maggiorate del 15 per cento, mentre i periferici subirono. Risultato: nel maggio del 1976 i centri esentati come Gemona videro un’ecatombe. Gli altri, come Pioverno, non ebbero neanche un morto. «Solo chi ricorda sa il pericolo che corre, e quindi accetta di sottoporsi a regole che gli salveranno la vita», sbotta Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e ideatrice del centro di Spoleto. «Per salvarci dai disastri, una forte memoria condivisa è più importante di un sofisticato tecnicismo che porta fatalmente a delegare le soluzioni a pochi, a scelte emergenziali, verticistiche, e allo scavalcamento delle regole. Ricordare ci aiuta invece a fare scelte democratiche e condivise, e a mobilitare la parte

migliore di noi». L’Unità d’Italia azzerò anche la toponomastica “ammonitrice”. Nello zelo cartografico dei sabaudi, piccoli nomi di luogo come Pozzallo, Pietratagliata, Trematerra, Acquapendente, persero il loro senso o furono fraintesi. La costa sarda di “Maluventu” fu registrata come “Maldiventre” dai piemontesi che non capivano il sardo e per parecchie navi quel pezzo di mare divenne infido perché il nuovo nome non conteneva più l’avvertimento. Gli esempi dello stesso tipo non si contano. La frana più estesa d’Italia, quella di Ancona del 1982, avvenne su un pendio detto “Ruina”, dove dall’epoca dei Romani non s’era mai costruito proprio perché si credeva al senso dei nomi. E che dire del Vajont, 1963, dove nel lago artificiale di una diga appena costruita cadde un monte intero detto “Toc”, che significa più o meno “qualcosa in bilico”. L’arroganza dei signori dell’energia nell’uso del territorio e la supponenza degli ingegneri di fronte alla memoria dei montanari fece, in un botto solo, duemila morti. Per un nome ignorato vennero giù trecento milioni di metri cubi di roccia e terra, e fu la più grande frana di sempre. Non fu la natura a essere matrigna, ma gli uomini a essere pessimi figli.
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LA DOMENICA

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La storia
Ideologie
Aborigeni, zulù, uomini-leone, donne-giraffa. Rinchiusi ed esposti al pubblico, immortalati in cartoline e gadget. Per secoli l’Occidente

ha spettacolarizzato “il nero” per inventarsi il mito della superiorità. Come rivela ora una grande mostra allestita a Parigi e curata da Liliam Thuram

L’Europa in fila davanti alle gabbie del buon selvaggio
LAURA PUTTI

C

PARIGI

onsiderandola una cosa del tutto normale per quei tempi, si misero in fila. I tempi erano esattamente tra il 1850, forse anche prima, e il 1930, forse anche dopo. La fila raggiunse il miliardo e quattrocentomila persone, forse anche di più. Erano i “civilissimi” europei che si affollavano felici tra i recinti, le gabbie, i palcoscenici nei quali erano confinati uomini e donne come loro, ma con un diverso colore della pelle. Erano bambini tedeschi, francesi, americani che si divertivano nei circhi o alle feste di piazza vedendo la donna barbuta, lo zulù scatenato, Toro Seduto e Geronimo impegnati in danze e spettacoli. Erano uomini e donne che guardavano altri uomini e donne chiusi negli zoo umani. «Il pregiudizio viene da lontano», dice Liliam Thuram, leggenda del calcio italiano e mondiale, che dal 2008 presiede la Fondation education contre le racisme. Oggi Thuram parla in veste di commissario generale de L’invention du sauvage, la mostra che da martedì 29 fino al 3 giugno, al Musée del Quai Branly, a Parigi, racconterà attraverso più di cinquecento tra oggetti, fotografie, filmati e documenti la costruzione del “diverso”, quindi la nascita del razzismo. Tra la fine del Quindicesimo secolo e l’inizio del Sedicesimo l’Occidente inventa “il selvaggio”. Uomini e donne venuti dall’Asia, dall’Africa e dall’Oceania intrattengono le corti reali. Sono “bottini umani” portati dagli esploratori, uomini che tengono al laccio elefanti e giraffe, e che finiscono per diventare animali essi stessi. Già nel 1550 gli indiani della tribù Tupinamba sfilavano a Rouen davanti a Enrico II. Il successo fu immenso, la gente accorreva, qualcuno fiutò l’affare. Nacquero così gli “zoo umani”, le fiere, i circhi, i freak show (nel 1932, sui deformi, l’americano Tod Browning girerà proprio Freaks, divenuto film cult); i selvaggi, gli uomini esotici, vengono mostrati alle Esposizioni universali e coloniali. Gli zulù a Londra, gli aborigeni a Parigi, i circhi Barnum e Bailey negli Stati Uniti. La diversità diventa spettacolo, e il “selvaggio” la garanzia di un tutto esaurito. Inizia il razzismo scientifico con un esempio per tutti: la “Venere ottentotta” dal sesso smisurato (raccontata dal bel film Venere nera di Kechiche) è prima sfruttata da un sudafricano come lei (ma bianco); poi, morta di stenti e sifilide, sezionata e il suo calco di gesso esposto al pubblico. «Quando nell’Ottocento la gente vedeva queste persone, usciva dagli zoo umani pensando di avere davvero visto “il selvaggio”», dice Thuram, che per due anni, accanto ai commissari scientifici, gli antropologi Pascal Blanchard e Nanette Jacomijn Snoep, ha lavorato alla mostra. «Abbiamo raccolto fotografie dell’epoca, ma anche le cartoline dei “selvaggi” molto alla moda, manifesti dei circhi e degli spettacoli, pupazzi animati, calchi di gesso, filmati. Il razzismo si formava non solo davanti ai recinti, ma anche attraverso quadri bellissimi, manifesti graficamente splendidi, richiami irresistibili». E Thuram, uomo di origine africana, si è mai commosso, o irritato, davanti a questi oggetti? «Alcune cose mi hanno colpito. La prima è l’ingresso dell’Hagenbeck Zoo ad Amburgo: attorno alla porta ci sono foto di animali e uomini venuti da Africa, Asia e Oceania, messi allo stesso livello. Le hanno lasciate lì, nessuno ci fa caso. Poi la storia di un uomo africano microcefalo presentato con il nome di “What is it?”, “che roba è?”, come l’anello mancante tra l’orango e l’uomo. Ma anche due deliziosi sottobicchieri: nel primo vedi un bambino bianco che dà un pezzo di cioccolato a un bambino nero chiuso in un recinto; nell’altro lo stesso bambino bianco dà una mela a un elefante. Ma nella mostra non ci sono colpevoli e vittime: c’è solo la Storia».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Uomini e
SIEGMUND GINZBERG

zoo
S
i è cominciato molto presto a “inventare” il selvaggio, e a esibirlo, farne spettacolo. A farne oggetto di curiosità morbosa, di sfogo alle fantasie più inconfessabili, specie quelle sessuali. A ingigantire il “diverso”, lo “strano”, il “mostruoso”. A farne il ricettacolo delle convenienze propagandistiche del momento, delle paure e, insieme, dei desideri proibiti. Da quando gli antichi egiziani esibivano i “nani neri” provenienti dal Basso Nilo, il Medioevo esibì i propri “mostri”, “esseri difformi” nelle fiere, Juan Bosch i suoi incubi impareggiabili nei dipinti, Cristoforo Colombo e poi conquistadores e pirati riempirono le corti europee con gli strani campioni di umanità strappati al Nuovo mondo, filosofi e scrittori di viaggi suscitavano brividi nei loro lettori con i racconti sui “cannibali”. Ma solo nell’Ottocento e nel primo Novecento l’esibizione del selvaggio e del diverso avrebbero assunto dimensioni industriali. Ne dà conto, in modo enciclopedico, l’esposizione parigina L’invention du sauvage, accompagnata da un catalogo imponente, ricchissimo di documentazione iconografica, cui hanno

La fabbrica del razzismo
collaborato oltre settanta specialisti. «Zoo umani», il sottotitolo, è un termine coniato da Desmond Morris negli anni Sessanta per descrivere la condizione dell’uomo moderno che, costretto a vivere nella «giungla di cemento» della città come un animale in gabbia, svilupperebbe comportamenti animaleschi legati a questa sua condizione di cattività. Nel contesto dell’esposizione parigina il riferimento è invece agli oltre 35mila esseri umani “esotici” o “anomali” che dal 1800 a metà 1900 furono esibiti come animali allo zoo, talvolta letteralmente in gabbia. Erano spettacoli da circo o da baraccone, sapientemente messi in scena e coreografati da impresari specializzati nello stupire ed eccitare il pubblico, sollecitarne il voyeurismo. Pioniere in America era stato P. T. Barnum, quello del famigerato Circo. Pioniere in Europa fu invece il pescivendolo amburghese Carl Hagenbeck, che dopo aver rifornito gli zoo di animali si mise ad esibire indigeni samoiedi o samoani. Il freak show, l’esibizione del mostro, dello scherzo di natura, e la performance con brivido dei

Repubblica Nazionale

DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011

LA DOMENICA

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La storia
Ideologie
Aborigeni, zulù, uomini-leone,
donne-giraffa. Rinchiusi ed esposti al pubblico, immortalati in cartoline e gadget. Per secoli l’Occidente

ha spettacolarizzato “il nero” per inventarsi il mito della superiorità. Come rivela ora una grande mostra allestita a Parigi e curata da Lilian Thuram

L’Europa in fila davanti alle gabbie del buon selvaggio
LAURA PUTTI

C

PARIGI

onsiderandola una cosa del tutto normale per quei tempi, si misero in fila. I tempi erano esattamente tra il 1850, forse anche prima, e il 1930, forse anche dopo. La fila raggiunse il miliardo e quattrocentomila persone, forse anche di più. Erano i “civilissimi” europei che si affollavano felici tra i recinti, le gabbie, i palcoscenici nei quali erano confinati uomini e donne come loro, ma con un diverso colore della pelle. Erano bambini tedeschi, francesi, americani che si divertivano nei circhi o alle feste di piazza vedendo la donna barbuta, lo zulù scatenato, Toro Seduto e Geronimo impegnati in danze e spettacoli. Erano uomini e donne che guardavano altri uomini e donne chiusi negli zoo umani. «Il pregiudizio viene da lontano», dice Lilian Thuram, leggenda del calcio italiano e mondiale, che dal 2008 presiede la Fondation education contre le racisme. Oggi Thuram parla in veste di commissario generale de L’invention du sauvage, la mostra che da martedì 29 fino al 3 giugno, al Musée del Quai Branly, a Parigi, racconterà attraverso più di cinquecento tra oggetti, fotografie, filmati e documenti la costruzione del “diverso”, quindi la nascita del razzismo. Tra la fine del Quindicesimo secolo e l’inizio del Sedicesimo l’Occidente inventa “il selvaggio”. Uomini e donne venuti dall’Asia, dall’Africa e dall’Oceania intrattengono le corti reali. Sono “bottini umani” portati dagli esploratori, uomini che tengono al laccio elefanti e giraffe, e che finiscono per diventare animali essi stessi. Già nel 1550 gli indiani della tribù Tupinamba sfilavano a Rouen davanti a Enrico II. Il successo fu immenso, la gente accorreva, qualcuno fiutò l’affare. Nacquero così gli “zoo umani”, le fiere, i circhi, i freak show (nel 1932, sui deformi, l’americano Tod Browning girerà proprio Freaks, divenuto film cult); i selvaggi, gli uomini esotici, vengono mostrati alle Esposizioni universali e coloniali. Gli zulù a Londra, gli aborigeni a Parigi, i circhi Barnum e Bailey negli Stati Uniti. La diversità diventa spettacolo, e il “selvaggio” la garanzia di un tutto esaurito. Inizia il razzismo scientifico con un esempio per tutti: la “Venere ottentotta” dal sesso smisurato (raccontata dal bel film Venere nera di Kechiche) è prima sfruttata da un sudafricano come lei (ma bianco); poi, morta di stenti e sifilide, sezionata e il suo calco di gesso esposto al pubblico. «Quando nell’Ottocento la gente vedeva queste persone, usciva dagli zoo umani pensando di avere davvero visto “il selvaggio”», dice Thuram, che per due anni, accanto ai commissari scientifici, gli antropologi Pascal Blanchard e Nanette Jacomijn Snoep, ha lavorato alla mostra. «Abbiamo raccolto fotografie dell’epoca, ma anche le cartoline dei “selvaggi” molto alla moda, manifesti dei circhi e degli spettacoli, pupazzi animati, calchi di gesso, filmati. Il razzismo si formava non solo davanti ai recinti, ma anche attraverso quadri bellissimi, manifesti graficamente splendidi, richiami irresistibili». E Thuram, uomo di origine africana, si è mai commosso, o irritato, davanti a questi oggetti? «Alcune cose mi hanno colpito. La prima è l’ingresso dell’Hagenbeck Zoo ad Amburgo: attorno alla porta ci sono foto di animali e uomini venuti da Africa, Asia e Oceania, messi allo stesso livello. Le hanno lasciate lì, nessuno ci fa caso. Poi la storia di un uomo africano microcefalo presentato con il nome di “What is it?”, “che roba è?”, come l’anello mancante tra l’orango e l’uomo. Ma anche due deliziosi sottobicchieri: nel primo vedi un bambino bianco che dà un pezzo di cioccolato a un bambino nero chiuso in un recinto; nell’altro lo stesso bambino bianco dà una mela a un elefante. Ma nella mostra non ci sono colpevoli e vittime: c’è solo la Storia».
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Uomini e
SIEGMUND GINZBERG

zoo
S
i è cominciato molto presto a “inventare” il selvaggio, e a esibirlo, farne spettacolo. A farne oggetto di curiosità morbosa, di sfogo alle fantasie più inconfessabili, specie quelle sessuali. A ingigantire il “diverso”, lo “strano”, il “mostruoso”. A farne il ricettacolo delle convenienze propagandistiche del momento, delle paure e, insieme, dei desideri proibiti. Da quando gli antichi egiziani esibivano i “nani neri” provenienti dal Basso Nilo, il Medioevo esibì i propri “mostri”, “esseri difformi” nelle fiere, Juan Bosch i suoi incubi impareggiabili nei dipinti, Cristoforo Colombo e poi conquistadores e pirati riempirono le corti europee con gli strani campioni di umanità strappati al Nuovo mondo, filosofi e scrittori di viaggi suscitavano brividi nei loro lettori con i racconti sui “cannibali”. Ma solo nell’Ottocento e nel primo Novecento l’esibizione del selvaggio e del diverso avrebbero assunto dimensioni industriali. Ne dà conto, in modo enciclopedico, l’esposizione parigina L’invention du sauvage, accompagnata da un catalogo imponente, ricchissimo di documentazione iconografica, cui hanno

La fabbrica del razzismo
collaborato oltre settanta specialisti. «Zoo umani», il sottotitolo, è un termine coniato da Desmond Morris negli anni Sessanta per descrivere la condizione dell’uomo moderno che, costretto a vivere nella «giungla di cemento» della città come un animale in gabbia, svilupperebbe comportamenti animaleschi legati a questa sua condizione di cattività. Nel contesto dell’esposizione parigina il riferimento è invece agli oltre 35mila esseri umani “esotici” o “anomali” che dal 1800 a metà 1900 furono esibiti come animali allo zoo, talvolta letteralmente in gabbia. Erano spettacoli da circo o da baraccone, sapientemente messi in scena e coreografati da impresari specializzati nello stupire ed eccitare il pubblico, sollecitarne il voyeurismo. Pioniere in America era stato P. T. Barnum, quello del famigerato Circo. Pioniere in Europa fu invece il pescivendolo amburghese Carl Hagenbeck, che dopo aver rifornito gli zoo di animali si mise ad esibire indigeni samoiedi o samoani. Il freak show, l’esibizione del mostro, dello scherzo di natura, e la performance con brivido dei

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DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011

s 37

CARTOLINE
Foto d’epoca in bianco e nero e cartoline ritraggono donne, bambini e gruppi di “selvaggi”. In mostra a Parigi al Musée del Quai Branley

MANIFESTI
Poster e locandine di esibizioni di “selvaggi” alle Folies Bergère, al circo o al museo di anatomia A destra, il manifesto dell’Esposizione di Milano del 1906

“selvaggi autentici” erano le due facce della stessa medaglia. Si misero in scena gemelli siamesi, donne e bambini pelosi, uomini-leone e uomini-elefante. Tra 1800 e 1815 grandi folle accorsero a Londra e a Parigi ad ammirare, sbirciare, misurare, persino toccare eccitati le forme ipertrofiche della povera “Venere ottentotta”. Così come la gente correva a vedere gli Indiani di Buffalo Bill (che almeno erano pagati). L’imbroglio degli imbonitori faceva parte del gioco. Andarono in scena anche uno “spaventoso guerriero del Dahomey”, che invece veniva dal North Carolina, dei “cacciatori di teste del Borneo”, cresciuti però in una fatto-

ria dell’Ohio, persino bianchi trasformati in cannibali del continente nero con una mano di vernice. La messa in mostra del selvaggio si ammantò presto di razzismo scientifico, prima ancora di dar man forte al razzismo popolare. Poi si trasformò in esibizione della prodezza civilizzatrice coloniale. Tutte le grandi Esposizioni internazionali avevano il loro villaggio indigeno fasullo, con centinaia di “selvaggi” in carne e ossa in mostra. L’Esposizione universale di Parigi del 1889 fu visitata da 32 milioni di persone, quella del 1900 da oltre cinquanta milioni. A Chicago accorsero nel 1893 in 27 milioni a vedere eschimesi impellicciati, “amazzoni” a seno nudo e il “villaggio algerino” con tanto di danza del ventre. A Glasgow nel 1888 erano stati quasi in sei milioni ad accorrere per guardare bayadere e fakiri. Sono già cifre da audience tv, prima ancora che si potessero immaginare la televisione, le veline, le abbondanze anatomiche in prime time e il Grande fratello o L’isola dei famosi. Ma il selvaggio di massa che si crede civilizzato cominciava già a rispecchiarsi in quello esotico e immaginato.

Anche l’Italia fece la sua parte. Si era cominciato a Torino a esibire, nel quadro dell’Esposizione generale del 1884, i cosiddetti “assabesi” dell’Eritrea, dancali provenienti dal retroterra della Baia di Assab. Seguirono ricostruzioni con selvaggi “autentici” a Palermo nel 1892 e di una “Cairo”, ovviamente fasulla, a Milano nel 1906. Furono portati per divertimento “selvaggi” persino al Quirinale, ma qualcuno di loro morì prima di allietare la famiglia reale. Seguirono i tempi di Faccetta nera. Poi questo tipo di esposizione “etnica” cadde in disuso. Fino all’atroce replica del 23 giugno 1944 nel campo di concentramento di Theresienstadt (Terezin), a nord di Praga, quando rappresentanti della Croce rossa svizzera e danese furono invitati a visitare il “villaggio ebraico” gestito dalle SS, con tanto di aiuole fiorite, squadre di football, cori di bambini e orchestrine di musica classica e jazz. Per evitare una cattiva impressione di sovraffollamento, giusto alla vigilia dello spettacolo 17mila “ospiti” erano stati trasferiti ad Auschwitz.
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CARTOLINE
Foto d’epoca in bianco e nero e cartoline ritraggono donne, bambini e gruppi di “selvaggi”. In mostra a Parigi al Musée del Quai Branley

MANIFESTI
Poster e locandine di esibizioni di “selvaggi” alle Folies Bergère, al circo o al museo di anatomia A destra, il manifesto dell’Esposizione di Milano del 1906

“selvaggi autentici” erano le due facce della stessa medaglia. Si misero in scena gemelli siamesi, donne e bambini pelosi, uomini-leone e uomini-elefante. Tra 1800 e 1815 grandi folle accorsero a Londra e a Parigi ad ammirare, sbirciare, misurare, persino toccare eccitati le forme ipertrofiche della povera “Venere ottentotta”. Così come la gente correva a vedere gli Indiani di Buffalo Bill (che almeno erano pagati). L’imbroglio degli imbonitori faceva parte del gioco. Andarono in scena anche uno “spaventoso guerriero del Dahomey”, che invece veniva dal North Carolina, dei “cacciatori di teste del Borneo”, cresciuti però in una fatto-

ria dell’Ohio, persino bianchi trasformati in cannibali del continente nero con una mano di vernice. La messa in mostra del selvaggio si ammantò presto di razzismo scientifico, prima ancora di dar man forte al razzismo popolare. Poi si trasformò in esibizione della prodezza civilizzatrice coloniale. Tutte le grandi Esposizioni internazionali avevano il loro villaggio indigeno fasullo, con centinaia di “selvaggi” in carne e ossa in mostra. L’Esposizione universale di Parigi del 1889 fu visitata da 32 milioni di persone, quella del 1900 da oltre cinquanta milioni. A Chicago accorsero nel 1893 in 27 milioni a vedere eschimesi impellicciati, “amazzoni” a seno nudo e il “villaggio algerino” con tanto di danza del ventre. A Glasgow nel 1888 erano stati quasi in sei milioni ad accorrere per guardare bayadere e fakiri. Sono già cifre da audience tv, prima ancora che si potessero immaginare la televisione, le veline, le abbondanze anatomiche in prime time e il Grande fratello o L’isola dei famosi. Ma il selvaggio di massa che si crede civilizzato cominciava già a rispecchiarsi in quello esotico e immaginato.

Anche l’Italia fece la sua parte. Si era cominciato a Torino a esibire, nel quadro dell’Esposizione generale del 1884, i cosiddetti “assabesi” dell’Eritrea, dancali provenienti dal retroterra della Baia di Assab. Seguirono ricostruzioni con selvaggi “autentici” a Palermo nel 1892 e di una “Cairo”, ovviamente fasulla, a Milano nel 1906. Furono portati per divertimento “selvaggi” persino al Quirinale, ma qualcuno di loro morì prima di allietare la famiglia reale. Seguirono i tempi di Faccetta nera. Poi questo tipo di esposizione “etnica” cadde in disuso. Fino all’atroce replica del 23 giugno 1944 nel campo di concentramento di Theresienstadt (Terezin), a nord di Praga, quando rappresentanti della Croce rossa svizzera e danese furono invitati a visitare il “villaggio ebraico” gestito dalle SS, con tanto di aiuole fiorite, squadre di football, cori di bambini e orchestrine di musica classica e jazz. Per evitare una cattiva impressione di sovraffollamento, giusto alla vigilia dello spettacolo 17mila “ospiti” erano stati trasferiti ad Auschwitz.
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LA DOMENICA
Londra, 1° aprile 1966. John Lennon entra in una libreria e ne esce con “L’esperienza psichedelica” dell’inventore dell’Lsd. Da quel giorno i Beatles,

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Spettacoli
Lucy in the Sky

la loro musica, i loro vestiti e le loro copertine non saranno più quelli di prima. E neanche il mondo, come racconta un volume che ripercorre l’epopea della più colorata tra le controculture

Il grande scherzo dei Fab Four

ANGELO AQUARO

YELLOW SUBMARINE
NEW YORK Sopra, disegno preparatorio per il film Yellow Submarine (1968) e, a sinistra, il retro della copertina del disco After Bathing At Baxter’s dei Jefferson Airplane del 1967

orrà pure dire qualcosa la data. È un primo aprile quando John Lennon varca la soglia di una libreria di Londra per uscirne con un volume al posto di un altro sotto il braccio: e dare vita al più grande scherzo mai ordito ai signori della cultura di tutto il mondo. Addio fumo di Londra e circoli Pickwick e gruppi di Bloomsbury. Benvenuti sex and drug and rock’n’roll. E benvenuta, soprattutto, sorella psichedelia. Intendiamoci: la psichedelia non l’hanno inventata certo i Beatles come i Beatles non hanno inventato certo il pop. Ma credete davvero che la stagione dei fiori sarebbe sbocciata così rigogliosa se non fosse stata innaffiata da quei quattro bravi ragazzi che fino ad allora, o quasi, cantavano in giacca e cravatta “Voglio tenere la tua mano”? La metamorfosi di John, Paul, George & Ringo è il primo di quegli incredibili cambi di look che ci regaleranno gli anni Sessanta. I ragazzini sbarbati con la frangetta riappaiono con i capelli lunghi così e il pelo di un Neanderthal. Succederà perfino a Miles Davis: il divino trombettista che nel 1961 viene eletto musicista più elegante nel mondo ora sale sul palco vestito come uno sbandato. E invece del bianco & nero di Francis Wolff, il fotografo-mito della Blue Note, inonda la copertina di Bitches Brew con le fantasmagorie di Mati Klarwein. Sì, nasce davvero tutto quel primo aprile del 1966, quando John Lennon entra nell’Indica Books & Gallery e invece di comprare il libro che cercava, una copia del Nietzschedi Walter Arnold Kaufmann, il filosofo tedesco-americano che aveva reso digeribile a quei faciloni di anglosassoni il genio prussiano venerato da Adolf Hitler, trova L’esperienza psichedelica: un manuale basato sul libro tibetano dei morti

V

IL LIBRO
Electrical Banana: Masters of Psychedelic Art di Dan Nadel e Norman Hathaway (Damiani editore, 208 pagine, 150 illustrazioni, 29 euro), da cui sono prese le immagini che illustrano queste pagine, è in libreria da martedì 29 novembre Lo stesso giorno alle 18 il libro, che ripercorre la storia della cultura psichedelica, viene presentato in anteprima nazionale a Bologna alla Libreria Coop Ambasciatori

scritto da un certo Timothy Leary con Richard Alpert e Ralph Metzner. Naturalmente oggi non la mette giù così il vecchio Paul McCartney. Che in questo Electrical Banana: Masters of Psychedelic Art racconta agli autori Dan Nadel e Norman Hathaway della sua infatuazione per la psichedelia, certo, e ricorda quel periodo straordinario in cui «il villaggio globale stava appena cominciando», e ammette perfino la «forte componente visuale» regalata da quella droga potente chiamata “Lsd”. Ma tace, e ti pareva, sul ruolo dell’altra metà dei Beatles. E che ruolo. «Leary era quello che andava in giro a predicare fatelo, fatelo, fatelo» scrive John. «E noi seguimmo le sue istruzioni. Feci proprio come diceva nel libro: e fu allora che scrissi Tomorrow Never Knows, in pratica la prima canzone sotto effetto acido. “Abbandona ogni pensiero / arrenditi al vuoto”: e tutte quelle altre stronzate che Leary aveva preso dal Libro dei morti». Tutte quelle altre stronzate? Tomorrow Never Knows è anche il titolo del bel saggio in cui Nick Bromell, che ai suoi tempi sarà stato anche flippato ma oggi insegna letteratura americana e inglese all’università del Mas-

sachusetts, una decina d’anni fa ha incominciato a fare i conti con quell’eredità: che molti allora davano seppellita nei mille riflussi dell’irrigidimentazione, come si diceva in socialese, e dell’edonismo reaganiano. «Seduto in un ristorante all’aperto, sorseggiando un bicchiere di vino bianco», scriveva Bromell, «mi chiedo perché mai dovrebbe sorprendermi di più il fatto di ritrovarmi, oggi, un aeroporto intitolato a Ronald Reagan, piuttosto che scoprire che la cameriera che mi sta servendo porta gli orecchini col vecchio segno della pace». Il sottotesto era chiaro: non tutto è perduto, l’eredità di quegli anni rivive ancora adesso, nell’eterno contemporaneo ormai condizione del nostro vivere quotidiano. Ma se oggi, appunto, nel metrò di New York o di Roma nessuno fa più caso a chi si veste strano è (anche) perché i Beatles decisero di trasformare in business quella cultura che inizialmente si chiamava giovanile — ricordava all’alba degli anni Settanta William O’ Neill nell’ormai classico Coming Apart — ma fu subito ribattezzata “controcultura” proprio per il successo trasversale che tracimò tutti i bordi dell’età. Sono sempre loro, i Beatles, a decide-

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Così i nostri giganteschi 33 giri diventarono tele per gli artisti dei fiori
PAUL MCCARTNEY

P

er me che ho sempre disegnato è stato davvero stupendo poter commissionare opere ad artisti che all’epoca ammiravo perché facessero le copertine dei nostri dischi. Che occasione fantastica! Quel che voglio dire è che noi spingevamo sempre le cose più in là, alla ricerca del Mago di Oz… Ce n’erano tanti tra noi che amavano l’arte: molti musicisti inglesi avevano frequentato scuole d’arte o avevano un interesse preciso per l’arte (e questo era il mio caso) ma non avevano frequentato scuole apposite. Così iniziammo, e fummo fortunati da un certo punto di vista perché avevamo a disposizione quei magnifici, grandi 33 (e 1/3) giri, gli ellepì, che costituivano una tela fantastica, grande abbastanza da poterla tenere in mano e grande abbastanza per un artista per farci stare qualcosa. All’inizio fu Klaus Voormann. Nostro carissimo amico sin dai tempi di Amburgo, venne da noi con la cover per Revolver. Sinceramente credo che quello fu il momento preciso in cui iniziammo a prendere sul serio le cover degli album. In precedenza, i dischi di jazz avevano qualche illustrazione, ma credo che il nostro fu davvero il primo disco ad avere la copertina illustrata da un artista. Poi arrivò Yellow Submarine, non parlo del disco ma del film. Fu girato di fronte all’edificio nel quale avevo il mio ufficio a Londra. Avevamo avuto alcuni colloqui con i creativi: erano i King Features a volerlo girare. Così pensai: «Wow! Fantastico! Potremmo fare una specie di film fantastico in stile Disney, pieno di magìa e di questo e di quello». Ma loro — credo giustamente — decisero che il film avrebbe dovuto riflettere lo spirito dei tempi. Volevano fare qualcosa di un po’ più avventuroso. Misero insieme un team di animatori classici e tra loro ce n’erano davvero di molto innovativi. Il loro capo era Heinz Edelmann. Dato che lavoravano proprio di fronte al mio ufficio, ogni tanto capitavo lì e andavo a trovarli. Mi sedevo con lui alla sua scrivania. E ricordo di aver visto nascere così, pian piano, Blue Meanies... Traduzione Anna Bissanti (dall’introduzione a Electrical Banana: Masters of Psychedelich Art. Damiani editore)
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“Lui diceva fatelo, fatelo E noi seguimmo le sue istruzioni. Fu allora che scrissi

Tomorrow Never Knows, la prima canzone sotto effetto acido”
re di aprire all’incrocio tra Baker e Paddington un negozio di dischi, vestiti e quant’altro (antesignano dei vari Fiorucci e Urban Outfitters e Antropology che verranno) che chiamano Apple Boutique. E chi invitano a rianimare le grigie pareti di Londra con un bell’affresco — come si fa in ogni nuova chiesa che si rispetti? Una ragazzotta semisconosciuta che qualche anno prima è scappata da scuola, e dalla sua Amsterdam, e insieme a un paio di amici fuori di testa ha fondato un gruppo dal nome “The Fool”: il Pazzo. I Favolosi Quattro sono così colpiti da Marijke Koger che le chiedono di realizzare la copertina di Sgt. Pepper’s, che poi però viene affidata a Peter Blake sotto la supervisione di Robert Fraser. E lei si accontenta, si fa per dire, di disegnare i vestiti a loro, ai Beatles in carne e ossa — oltre a dipingere di multicolore il piano di John e soprattutto la sua Rolls Royce («Maiale, maiale» gridano per la strada a Lennon che ha svergognato in

COVER
Da sinistra, la locandina del film Sho wo Suteyo Machi e Deyo (Throw Away Your Books, Rally in the Street!) di Shuji Terayama (1967); il poster di Mister Tambourine Man e una copertina del ’67 della rivista satirica Oz, pubblicata a Londra tra il 1967 e il 1973

quel modo l’auto simbolo della potenza britannica: e che oggi, pensa com’è andato il mondo, è esposta in un museo di Sua Maestà). E dici sempre Beatles quando dici Heinz Edelmann, l’art director di quell’altro visionario capolavoro che fu Yellow Submarine: la pop art spiegata ai bambini. E dici sempre Casa Beatles quando dici Martin Sharp, il disegnatore di Disraeli Gears, il secondo e più famoso album dei Cream di quell’Eric Clapton che nel White Albumfaceva gentilmente piangere la sua chitarra (“While My Guitar Gently Weeps”) per l’amico-fratello George Harrison. Questa è la storia. Poi, per carità, gli esperti tireranno le loro belle genealogie, riportando l’origine dell’arte psichedelica nientemeno che ai ghirigori dorati di Gustav Klimt e della Secessione Viennese e dei Preraffaeliti: e allora perché no dello stesso Botticelli e della sua Venere — che infatti Andy Warhol ripresentò riveduta e psichedelicamente corretta? E i moralisti continueranno a chiedersi come sia stato possibile vedere bruciare, nei fumi dell’Lsd, le menti migliori di più di una generazione: e solo, letteralmente, per bellezza. Ok. Ma pensate che pesce d’aprile se il nostro John, quel giorno, fosse davvero uscito dalla sua libreria, invece che con le istruzioni di viaggio del dottor Leary, col bignamino di quel pazzo di Nietzsche.
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SAVILLE THEATRE
A destra, un’illustrazione del Saville Theatre di Brian Epstein, manager dei Beatles (1967)

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DOMENICA 27 NOVEMBRE 2011

LA DOMENICA
COME FUNZIONA L’ASR
(AUTOMATIC SPEECH RECOGNITION)

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Next

Hal 9000

Finora riconoscevano comandi semplici: manda un messaggio, chiama questo numero, segna questo memo. Adesso un nuovo motore tecnologico ha dotato smartphone, pc ed elettrodomestici di una scintilla di intelligenza in più.
Non ubbidiscono: capiscono e ci rispondono. Così tastiere e “touch” diventano un ricordo

1
Tu parli

2
Il computer ascolta

Quando parliamo un dispositivo elettronico divide la nostra voce in segnali per interpretarla

Macchine che imparano a parlare

ERNESTO ASSANTE rano gli anni Sessanta quando sugli schermi dei nostri televisori vedevamo il Capitano Kirk sulla sua Enterprise pronunciare la parola «computer» e poi iniziare a parlare con la macchina per ottenere dati, risposte, suggerimenti. Per ascoltare la voce di un computer abbiamo dovuto aspettare qualche anno, quando nel 1968 Hal 9000 dialogava con gli astronauti di Kubrick in 2001: Odissea nello spazio. Certo, se Kirk arrivasse oggi sulla Terra resterebbe sorpreso dallo scoprire che con i computer ancora non ci si può parlare. Alcuni ascoltano, ma nessuno rispondecon la propria voce perché nessuno ha una propria voce. E nessun computer ha una propria voce perché nessun computer ha un proprio pensiero. Le macchine non hanno imparato a parlare. Fino a oggi. Perché da qualche mese nelle mani di molti nel mondo è arrivata l’ultima generazione di smartphone: macchine in grado di risponderecon la propria voce alla nostra voce perché dotate di un barlume di “intelligenza” aggiunta. Dallo scorso ottobre, quando è arrivato sul mercato l’iPhone 4S della Apple, abbiamo fatto conoscenza con Siri, un personal assistant computerizzato, che ascolta quello che chiediamo, lo capisce e ci ri-

E

L’EVOLUZIONE

1961
COMPUTER PARLANTE
Nei laboratori Bell, compagnia telefonica Usa, i fisici John Larry Kelly Jr e Louis Gertsman usano un computer Ibm 704 per sintetizzare la voce umana. Finalità dell’esperimento, progettare un sistema di risposta automatica

1968
ODISSEA NELLO SPAZIO Primo esempio di interazione uomo-computer è in 2001: Odissea nello spazio. Arthur C. Clarke, autore del libro da cui è tratto il film, aveva visto nei Bell Labs un computer che sintetizzava la voce e lo riproduce nel suo Hal 9000

1978
SPEAK AND SPELL La Texas Instruments introduce uno strumento di assistenza all’apprendimento: Speak & Spell Il chip vocale è tra più simili alla voce umana

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GLOSSARIO
SMARTPHONE
I segnali sono divisi in fonemi Il computer ricompone i fonemi utilizzando il calcolo statistico per determinare la parola esatta
Sono i telefoni “intelligenti”, che si collegano alla Rete, scaricano software dedicati (le app) e svolgono moltissime mansioni: come i computer ma in mobilità

DOVE SI UTILIZZA L’ASR
TELEFONO
I sistemi di risposta automatica (ASR) dedicati alla telefonia risultano efficienti al 100%

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il segnale suddiviso

PERSONAL DIGITAL ASSISTANCE
I sistemi software in grado di “ubbidire” ai comandi dettati da un utente. Scrivono testi, chiamano numeri telefonici, tengono appuntamenti in agenda, trovano località sulle mappe

SMARTPHONE
Un’evoluzione dell’ASR consente di comprendere ciò che diciamo

PERSONAL COMPUTER
I sistemi di dettatura automatici efficaci sono comparsi nei primi anni Novanta
FONTE: WWW.GEEKY-GADGETS.COM

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Il software misura le onde, normalizza la velocità, rimuove i rumori

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è ora fonema

sponde con la sua voce. Siri può dirci che tempo fa, è in grado di cercare su Internet la risposta che ci serve, fissa o cancella appuntamenti . Siri non è solo un sistema di riconoscimento vocale (il buon vecchio Asr, “automatic speech recognition”, sistema funzionale ma basico che ci ha consentito di dettare semplici memo o chiedere al telefono di fare al nostro posto un numero) ma qualcosa in più: è un sistema intelligente che comprende il linguaggio naturale. Si può chiedere: «Ho bisogno di mettere l’impermeabile domani?» e Siri, basandosi sulla nostra localizzazione e sulle previsioni del tempo, ci risponde illustrandoci le condizioni atmosferiche del giorno dopo. È in grado di svolgere funzioni più complesse di quelle che i sistemi di riconoscimento vocale ci hanno consentito. È l’inizio di una rivoluzione? Probabilmente sì. Perché indica quale sarà la strada per l’interazione tra noi e le macchine. Le tastiere, vecchio e solido strumento di comunicazione tra noi e “loro”, abbiamo già iniziato a mandarle in pensione con l’avvento dei touch screen, che ci hanno consentito una comunicazione più immediata, fisica. Ora ci avviamo verso l’interazione vocale. Non sarà più possibile dire «non so come funziona», perché tutti noi sappiamo parlare e le macchine del futuro saranno in grado di comprenderci e di rispondere.

È già così, anche se in uno stadio iniziale, con Siri e l’iPhone 4S: noi parliamo e il telefono esegue gli ordini, cerca, organizza, risponde, cerca nel Web, segnala le strade, prende appuntamenti, ci aiuta, è tutto quello che abbiamo immaginato dovesse fare un computer ma che un pc non era abbastanza intelligente per fare. Come fa? Il cuore di Siri è Wolfram Alpha, un “motore computazionale di conoscenza” creato dallo scienziato e matematico inglese Stephen Wolfram nel 2009, un software che decodifica ed elabora, intrecciando i dati a sua disposizione, eseguendo calcoli e confronti a seconda dei casi, invece di cercare nel Web e restituire una lista di collegamenti ipertestuali. E, come quando si parla con un amico, il modo in cui si pone la domanda influenza l’efficacia della risposta. «È l’inizio di un’era completamente nuova», dice il professor Nelson Morgan dell’università di Berkeley, in California, uno dei più grandi esperti nel campo, «e spingerà verso infinite innovazioni. La vocalità cambierà il nostro rapporto con le macchine, renderà più semplice il loro uso, farà sparire barriere che oggi rendono soprattutto i più anziani degli analfabeti digitali». Del resto, i comandi vocali sono già tra noi, non si comunica a parole solo con il cellulare ma anche con i navigatori e i sistemi hifi che abbiamo nelle automobili, ci sono applica-

AUTOMATIC SPEECH RECOGNITION
È il sistema che fa funzionare i “personal assistant”, riconosce la voce e consente per esempio ai word processor di scrivere testi o agli smartphone di chiamare un numero

WOLFRAM ALPHA
È un “motore computazionale di conoscenza” che comprende le domande in linguaggio naturale e offre risposte specifiche Anziché: “Che tempo fa?” “Devo prendere l’ombrello?”

DOMOTICA
È la scienza che si occupa dello studio delle tecnologie che migliorano la qualità della vita nella casa e ha applicazioni pratiche come i comandi vocali per gli elettrodomestici

zioni nel campo della domotica ovvero già si parla con alcuni modelli di frigoriferi, si comunica a voce anche con alcune console per videogiochi. Ma l’avvento di Siri modifica decisamente lo scenario. Quello che sembra solo un gioco per ragazzini è in realtà il pezzo finale di un piano più grande e visionario, quello che da qualche tempo chiamiamo l’era post pc. Un’era fatta di macchine mobili, leggere, portatili, intelligenti, che sono sempre collegate al Web o al cloud. Macchine senza fili, personalizzate, una diversa dall’altra perché modellate da noi a seconda delle nostre esigenze. Macchine che non fanno solo quello che sanno fare, come accadeva con i computer, ma che fanno quello che noi vogliamo facciano. Macchine fotografiche e televisori, telefoni e computer, strumenti musicali e automobili, con le quali dialogheremo parlando. Che sarebbe accaduto, prima o poi, lo avevano detto in molti. Ma Bill Gates, nel 1996, aveva addirittura predetto che nel 2011 avremmo avuto «computer in grado di riconoscere la nostra faccia e parlarci». Non è esattamente così, la nuova era vocale è appena iniziata, ma di certo la strada è aperta e non si tornerà indietro. Anche perché, come sottolinea Stephen Wolfram, «se le macchine impareranno a parlare, non smetteranno più di farlo».
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IL VOCABOLARIO
parole utilizzate in media da una persona

La vocalità cambierà il rapporto tra noi e loro, farà sparire molte barriere che oggi rendono soprattutto le persone più anziane degli analfabeti digitali

parole utilizzate da un software di sintesi vocale

Nelson Morgan Direttore dell’International Computer Science Institute, UC Berkeley

parole utilizzate dal traduttore automatico di Google

1983
IN AUTO Nella Renault 11 Message una voce sintetizzata comunica quando si entra in riserva, quando fare manutenzione o non si allacciano le cinture. Gli avvisi risultano fastidiosi. Il nuovo modello è un insuccesso

1990
DETTATURA AUTOMATICA Dragon presenta un sistema vocale di 5.000 parole per pc e introduce Dragondictate, sistema speech-to-text per la dettatura Ciò permette il controllo del pc usando comandi vocali ma richiede lunghe pause tra le parole

1999
IL CELLULARE Il Philips Genie è il primo cellulare Gsm che permette di chiamare pronunciando il nome della persona a cui si vuole telefonare Il numero dei contatti attivabili è limitato, errori frequenti con l’esaurirsi della memoria

2011
SMARTPHONE Android e Apple sono tra i primi a introdurre negli smartphone un sistema di controllo vocale in grado di leggere, scrivere e-mail, gestire l’agenda. Può costruire relazioni complesse, per esempio: ricorda di prendere l’ombrello

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LA DOMENICA

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I sapori
Old style
Carote-piselli-broccoli, maccheroni bolliti, fish&chips La tavola di Gran Bretagna non gode certo di buona fama Ma ora, stufa di farsi
rappresentare dal melting pot, rispolvera in chiave moderna due vecchi ricettari. Per dimostrare

che in fatto di arrosti, creme e dolci non è seconda a nessuno

Nella ricetta originale, latte bollito zuccherato, acqua e burro, miscelati con farina, sale, lievito di birra Doppia lievitazione prima di cuocere in padella

Uvette, mirtilli, scorzette candite, pane raffermo grattugiato e grasso di rognone, legati con uova e brandy Pressatura nello stampo, cinque ore di bollitura

LICIA GRANELLO
o be born with a silver spoon in one’s mouth», dicono gli inglesi. Nascere con un cucchiaio d’argento in bocca equivale al nostro «nato con la camicia». Ma se da noi venire al mondo vestiti significa aver già risolto il problema primario (il nuovo nato mangerà bene comunque, povera o ricca che sia la famiglia) in Gran Bretagna fortunato è chi nasce da genitori capaci di garantire su quel cucchiaio pasti ottimi e abbondanti. La cucina inglese è così, sospesa tra limitazioni oggettive — le materie prime — e successo di libri e trasmissioni dedicate al cibo. Un percorso punteggiato di spezie e cibi esotici figli del colonialismo, ancorato all’orgoglio del principe dei cibi di strada (fish&chips), in costante avvicinamento ai piani più evoluti della gastronomia internazionale. In questi giorni, un anniversario e due libri — The Silver Spoon e The Book of Household Management — stanno accendendo il dibattito intorno alla cucina britannica, alla sua ambivalenza alimentare e culturale. Da una parte, la nuova edizione inglese del Cucchiaio d’argento, che in Inghilterra ha venduto oltre un milio-

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Orgoglio e pregiudizio
ne di copie, forte di un adattamento intelligente delle ricette tradizionali italiane. Dall’altra, le celebrazioni per i centocinquant’anni della bibbia delle casalinghe inglesi: mille pagine tra consigli, spiegazioni e ricette, scritte a metà Ottocento da una giornalista londinese, Isabella Mary Mayson, conosciuta come Mrs Beeton (cognome del marito, che editò il libro). Difficile immaginare due tomi più distanti per ispirazione e contenuti. Se il Silver Spoon snocciola duemila ricette calibrate alla perfezione, il libro di Mrs Beeton alterna preparazioni da passerella gourmand, come il Christmas Pudding, a prescrizioni sbilenche, come i maccheroni da bollire per un’ora e mezzo o le carote per più di due ore. Ciò che rende grande l’opera della Beeton è l’imponente ricerca sugli alimenti e sulle modalità di lavorazione, da come si trancia un carré alle differenze tra i tipi di burro. Così, se in tema di ortaggi è difficile andare oltre la triade piselli-carote-broccoli, altre parti del menù vantano piena dignità gastronomica, che siano arrosti o stufati, creme o paste lievitate. Il tutto, senza passare sotto silenzio i due appuntamenti quotidiani più attesi, colazione e merenda, dove la pasticceria inglese dà il meglio di sé, in un trionfo di dolci da nirvana dei golosi. Se avete tempo, organizzate una gita tra le fattorie della foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, dove si produce lo Stichelton, versione a latte crudo dello Stilton (il tradizionale formaggio erborinato), oppure cercatelo sui banchi dei mercati alimentari di Londra, tra un boccone di rognone in casseruola e una pinta di birra. In caso di indigestione, dopo una tisana allo zenzero da Fortnum&Mason, prenotate un tavolo da Zuma e regalatevi la miglior cena anglo-giapponese dell’anno. Prodigi del british melting pot.
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Mix di pesce bianco (merluzzo) pastellato in acqua, farina e bicarbonato, servito con patatine fritte nel cartoccio Nella ricetta originale, frittura in strutto

La ricetta tradizionale prevede il taglio di manzo “on the bone”, con l’osso (almeno tre coste). Si serve con patate al forno, salsa al rafano e verdure al vapore

LA RICETTA
Ingredienti per 4 persone 225 gr di zucchero di canna 225 gr di grasso di rognone tritato 225 gr di uva sultanina 225 gr di uva a pezzi 120 gr di ribes disidratato 120 gr di scorzette candite 120 gr di farina 120 gr di pangrattato 60 gr di mandorle pelate e spezzettate la buccia grattugiata di un limone 3 uova 1 cucchiaino da sale di noce moscata 1 cucchiaino da the di sale 140 gr di latte 1 bicchierino di brandy Preparazione: Sbattere bene le uova, aggiungere latte e brandy Mescolare gli ingredienti asciutti e incorporarli al liquido Versare in due stampi unti e cuocere a vapore per 5 ore

Sopra, la copertina di “The Book of Household Management” di Isabella Beeton (edizione del 1923) da cui è tratta la ricetta qui a fianco

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DOVE DORMIRE
THE SANCTUARY HOUSE HOTEL (con brasserie) 33 Tothill Street Westminster Tel. (+44) 02077994044 Doppia da 140 euro colazione inclusa CLUB QUARTERS (con brasserie) 8 Northumberland A. Trafalgar Square Tel. (+44) 02078710577 Doppia da 150 euro colazione inclusa LONDON CITY SUITES (con ristorante) 52 Chiswell Street Barbican Tel. (+44) 02073742988 Doppia da 185 euro colazione inclusa THINK TOWER BRIDGE APARTMENTS 37 Tanner Street Bermondsey Tel. (+44) 02034659100 Monolocali da 140 euro

DOVE MANGIARE
THE SQUARE 6-10 Bruton Street Mayfair Tel. (+44) 02074957100 Sempre aperto Menù da 45 euro HIBISCUS 29 Maddox Street Oxford Circus Tel. (+44) 02076292999 Chiuso domenica Menù da 40 euro SCOTT’S 20 Mount Street Green Park Tel. (+44) 02074957309 Sempre aperto Menù da 42 euro ZUMA 5 Raphael Street Knightsbridge Tel. (+44) 02075841010 Sempre aperto Menù da 45 euro

DOVE COMPRARE
BOROUGH MARKET 8 Southwark Street City of London Tel. (+44) 02074071002 ALLEN & CO. (carni) 117 Mount Street Mayfair Tel. (+44) 02074995831 LEADENHALL MARKET Gracechurch Street City of London Tel. (+44) 0207929107 NEAL’S YARD DIARY (formaggi) 17 Shorts Gardens Covent Garden Tel. (+44) 02072405700
ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA

Sulla strada

Colazione da Wilton’s
ENRICO FRANCHESCHINI

U
Base pasta sfoglia, farcitura a base di cubi di manzo e rognone d’agnello rosolati in olio e cipolla, cotti nel brodo profumato con pepe e Worcester sauce La patata “ingiacchettata” (con buccia) va bucherellata, unta d’olio, cosparsa di sale grosso, infornata un’ora e mezza, poi incisa a metà e imburrata

LONDRA n tempo gli inglesi si vantavano di non avere una cucina: all’epoca del British Empire, l’impero più grande della storia, ritenevano che la buona tavola fosse un’abitudine per popoli rammolliti, come i «mangiarane» (francesi) e i «macaroni» (italiani). In realtà ce ne avevano una anche loro. E oggi che la multietnica Londra ospita tutte le gastronomie della Terra, con l’opportunità di mangiare italiano meglio che in Italia o thai meglio che in Thailandia, nelle strade della capitale (o poco distante) è possibile scoprire pure le prelibatezze della cucina nazionale. Esplorarle, anzi, è un modo per capire meglio l’Inghilterra, paese in cui gli stereotipi valgono “up to a point”, fino a un certo punto, come il grande Evelyn Waugh faceva dire a un personaggio di un suo romanzo. Cominciamo da Covent Garden, quartiere di borseggiatori, prostitute e mendicanti, quando lo frequentava Charles Dickens, oggi piazza luccicante il cui ex-mercato ortofrutticolo è diventato una fiera delle vanità. E all’angolo della piazza ecco Rules, il più antico ristorante di Londra, aperto nel 1798, monumento nazionale: non esiste una cucina inglese più classica di così. Seconda tappa, poco più in là: a St. James, storico nido dell’aristocrazia a due passi dai palazzi reali, nella strada dei camiciai e di Lord Brummel sorge Wilton’s, eleganza, tradizione, compostezza, cacciagione, sogliole che si sciolgono in bocca, uomini politici e businessmen che leggono silenziosi il giornale (ma ci ho incontrato anche l’attore Hugh Grant che portava a cena i genitori). E dopo il passato, un ritorno al futuro: a Bray-on-the-Thames, idilliaco villaggio sul Tamigi a meno di un’ora da Londra, trovate il celebre quanto caro The Fat Duck, dove Heston Blumenthal ha inventato la «cucina molecolare». E reinventato a suo modo quella inglese.
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Una dozzina di arance amare (dette “di Siviglia”) bio, due limoni e 1.250 grammi di zucchero scuro. Le scorze a bagno nel succo per una notte, poi lenta sobbollitura

Per la crema inglese, latte, panna e bacca di vaniglia fino a sobbollire, poi a filo sui tuorli sbattuti con zucchero Di nuovo sul fuoco fino a che si addensa

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LA DOMENICA

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L’incontro
Mistici

“Sono quarant’anni che medito, potrei anche andare in pensione In questo momento provo un rifiuto istintivo, totale della violenza
Sono allergico alla politica Non temo la morte e mi ricordo di continuo che siamo impermanenti”

Franco Battiato
GIUSEPPE VIDETTI

Mentre esce la sua opera “Telesio” e prepara un film su Händel, il compositore-cantautore si confessa
mistici occidentali sono fantastici», commenta Battiato. «Jäger ha 85 anni e vive in Germania. Da monaco era considerato un eretico. Ratzinger volle leggere il suo libro e gli intimò di non pubblicarlo, pena la sospensione dalla celebrazione e dall’insegnamento, che puntualmente arrivò. Perché la Chiesa non ha mai capito che una cosa è la teologia altro è l’esperienza. Se come mistico non hai una vita pratica — lo sosteneva anche Jung — non vali niente. Non basta una vita per liberarsi dal cattolicesimo e dal romanticismo di cui le nostre esistenze sono infarcite». Non c’è spazio per l’amour fou in questa vita di Battiato. Né per il compiacimento e l’autoindulgenza. I sentimentalismi, banditi. La nostalgia, oltre il giardino. «Forse all’inizio della carriera, quando con Gaber si giocava a poker fino all’alba e poi un cornetto un cappuccino e a letto, le mie canzoni avevano qualche coinvolgimento romantico. Mai sentimentale però. L’amore, l’innamoramento e quel che ne deriva sono state cose facili per me da superare. Puoi amare una persona senza quel tipo di coinvolgimento, diventa tutto magnifico, non hai più controindicazioni. Si può ammazzare un altro perché non ti vuole più? Spengo la tv quando raccontano queste storie di stalking, di delitti passionali; quando l’amore perpetua il trauma diventa il regno degli equivoci. Sono possibili altri tipi di amore, ma se ne parlassi, ah quante ambiguità, quante polemiche. Sarebbe come parlare di Dio. Ecco perché io non parlo mai di Dio». La psicanalisi? Scettico: «Sarà che ho avuto un’infanzia tribale. Da bambino sono cresciuto in strada dove vigeva una legge che non era quella di casa. E nessuno di noi tornava mai la sera a raccontare quel che succedeva là fuori. Chi ci conosce meglio di noi? I traumi gravi si possono risolvere solo se li guardi in faccia». La politica? Allergico, come alla violenza: «Mi sento male quando ascolto le sue (di Berlusconi, ndr) bugie, mi viene il voltastomaco. Spengo la tv». Il cinema? Sì, ma senza compromessi: «Un produttore americano si è interessato al film su Händel; “Facciamone una bella storia d’amore, un nuovo Amadeus”, mi ha detto. Ma se io avrei strozzato Forman per come ha trattato il povero Mozart!». Debolezze? Pochissime. «Se conosci te stesso scateni gli anticorpi che tengono a bada limiti e fragilità». Il mondo? I giovani? «C’è in giro gentaglia che non è degna neanche di appartenere al genere umano. Ma sono sicuro che non siamo dentro un nuovo medioevo. E poi l’Italia non è il mondo. Non tutti i giovani sono sprovveduti e indifferenti a quel che accade, si fidi. Vedo in giro ragazzi svegli, più ventenni che trentenni». Paure? «Di quali paure parla, della morte? Non vorrei dire di aver risolto il problema e poi quando arriva non essere all’altezza, ma poco a poco mi sto convincendo che non sarà così drammatico. I momenti brutti che ho avuto nella mia vita sono stati solo di natura cosmologica. Una volta durante la notte mi sono alzato, sono venuto in questa stanza e ho guardato in faccia la mia paura, con attenzione, e la crisi si è risolta. Non è facile, perché in quel momento ti senti un essere sbattuto nel nulla, non ha legami con niente. È la notte oscura di San Giovanni della Croce, sofferenze che sembrano insormontabili, insopportabili, e che invece puoi superare in un batter d’occhio. Basta ricordare che siamo impermanenti. Noi pensiamo di essere eterni, questa è la nostra disgrazia. A scuola non c’insegnano a morire; sulla morte invece gli antichi egizi hanno costruito una civiltà». Canzoni? «Non ho altri progetti che Händel in cantiere. Il resto deve aspettare, anche il prossimo disco. Se il film va in porto mi prenderà almeno due anni. Non ho canzoni sulla punta della lingua, lavoro a progetto, forse perché sono più un compositore che un cantautore. Né ho mai scritto una canzone mosso dall’urgenza del momento, anzi se di notte mi viene un’ispirazione improvvisa mi giro dall’altra parte; se domattina ci sarà ancora bene, altrimenti addio». Said appare sulla soglia a ricordare che la pasta (integrale) è in pentola. Attraversando il soggiorno con vista sul giardino l’artista fa scivolare le dita sulla tastiera del magnifico Steinway a coda che si è appena regalato; il primo suono della giornata. C’è un’aria incantata sotto il vulcano nel primo pomeriggio. Quando il cancello si chiude e ti restituisce all’asfalto, immagini che improvvisamente lì dentro tutto magicamente si ricomponga come in una perfetta, preziosa miniatura persiana, dove i cipressi sono smeraldi aguzzi, i fiori rubini e diamanti e zaffiri incastonati su un prato di malachite, il cielo una tavola di acquamarina e il pennacchio di fumo levigata madreperla. Ogni cosa a suo posto. Divina e impermanente.
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MILO (CATANIA)

l maestro impartisce ordini severi. Lì si fa a modo suo. Non sono ammesse repliche. Il ragazzo entra nello stanzone, si sistema sul pavimento. Il guru protesta: «Cosa sta facendo?». Il ragazzo obietta che quella è la posizione in cui meglio riesce a rilassarsi e (forse) a meditare. Lui sbraita: «Come si permette?», poi si abbandona a un ingiustificato, eccessivo attacco d’ira che lascia i presenti sbalorditi e dubbiosi. Altro che santone, un imbroglione. Il ragazzo Battiato avrà avuto allora vent’anni o poco più. «Ero a Milano. A quell’età non avevo idea di cosa sarei diventato né mi aspettavo una carriera di questo tipo», racconta l’artista immerso nella quiete della casa di Milo, alle pendici dell’Etna. «Il mio impulso era scappare, lasciarmi alle spalle le lamentele degli adolescenti: “Non c’è niente in questa isola di merda!”. A sedici anni già leggevo qualcosa di cibernetica e di Freud, poi una valanga di letteratura mitteleuropea. Erano avvisaglie, sarei diventato uno strutturalista. Il sapere è infinito, ma puoi crearti i mezzi per esplorarlo. È quel che diceva Stravinsky prima di cominciare a comporre: “Se non mettessi dei paletti mi spaventerei all’idea di essere completamente libero”». Quarantacinque anni e molte ore di meditazione dopo, Franco Battiato sarebbe capace di smascherare un falso profeta ancor prima di trovarsi al suo cospetto. «Come meditante dovrei già

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FOTO PHOTOMOVIE

andare in pensione, sono quarant’anni che pratico», scherza. «In questo momento mi trovo nella stessa condizione del poeta e mistico persiano Sana’i, vissuto nel Dodicesimo secolo, che ha scritto Viaggio nel regno del ritorno, una sorta di Divina Commediain cui il Dante della situazione confessa al suo Virgilio una totale avversione per la violenza che li circonda nelle valli (i gironi) che vanno esplorando. Io mi trovo esattamente in questa fase, un rifiuto istintivo, totale della violenza. C’è un incontro di pugilato in tv? Cambio canale. Ho trovato insopportabili anche alcune scene di Gomorra». Sulla tv scorrono silenziose le immagini di Telesio, opera in due atti su libretto di Manlio Sgalambro che arriva nei negozi in cd e dvd il prossimo martedì. «Una fortunata commissione del Teatro Rendano e del Comune di Cosenza», precisa Battiato. «Non mi sarebbe mai venuto in mente un’opera su Telesio, ero totalmente preso dall’idea di un film su Händel... Con tutti i libri che ho letto negli ultimi due anni so più del Settecento e di Händel che di me stesso. In fondo anche di Telesio a scuola leggevamo quattro righe, invece poi scopri che è un filosofo di grande attualità. Ha intuito una sensibilità umana negli animali — cosa sacrilega per l’epoca — e che il seme non è immesso da Dio. Confesso che quando ho letto il libretto di Sgalambro ho immediatamente esclamato: non è musicabile! Mi sbagliavo. In questo caso, anzi, le parole hanno “attirato” un certo tipo di musica che altrimenti non sarebbe venuta fuori, mi hanno costretto a pescare in zone (metafisiche) che non sono congenite. Abbiamo già una decina di offerte per rappresentarlo in teatro l’anno prossimo. E forse questa volta potremmo mischiare ologrammi e scene reali. A Cosenza, nonostante il pubblico fosse scettico, in scena c’erano solo ologrammi. L’illusione era perfetta. Quando ho visto i primi risultati sono rimasto di stucco: ma siamo anche noi degli ologrammi? Sono nostri fratelli? L’entrata in scena di Giulio Brogi all’inizio dell’opera è impressionante». Il tavolo tra i due divani è colmo di libri. Dipinti di arcobaleno. L’essenza del tantra di Urgyen Tulku; Il mistero del fiore d’oro di Lu-Tzu, la bibbia del taoismo operativo; La mente oltre la morte del tibetano Dzogchen Ponlop; L’essenza della vitadi Willigis Jäger, ex monaco benedettino e maestro zen. «Anche i

L’amore e l’innamoramento sono state cose facili per me da superare
Puoi amare una persona senza un forte coinvolgimento

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