LADOMENICA

DIREPUBBLICA

DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011 NUMERO 345

CULT
All’interno

La copertina

Bentornati vecchi cartoon Così le favole escono dal 3D
BACCALARIO E GROSSMAN

Il libro

L’ambiguità del male nel romanzo amato da Bellow
NADIA FUSINI

L’intervista

“Un po’ medico, un po’ guerrigliero”
Un inedito Ernesto Che Guevara racconta la sua rivoluzione

Uwe Timm “L’epopea della donna aviatrice”
VANNA VANNUCCINI

FOTO RUE DES ARCHIVES

Diari battaglia
I della
OMERO CIAI ERNESTO CHE GUEVARA

La mostra

L’attualità

Il grande sonno arretrato dei pendolari
VITTORIO ZUCCONI

N

L’incontro

Francesco Nuti “Io sono qui: rivoglio il cinema”
MAURIZIO CROSETTI

egliultimi anni di vita, quando scriveva per Repubblica, Carlos Franqui, il fondatore di Revolucion, il primo giornale dei barbudos nella Cuba liberata da Batista, ricordava spesso «una cassa di manoscritti del Che» come un tesoro che per onestà si era lasciato sfuggire. Gliela aveva data Fidel Castro alla fine del 1967 dopo la morte di Guevara in Bolivia perché si avvalesse di quei quaderni nei suoi libri sulla storia della rivoluzione cubana, ma lui li aveva consegnati alla vedova, Aleida March, senza aprirli. Da quella cassa è nata la Fondazione Guevara che possiede i diritti di ciò che scrisse il guerrigliero più leggendario del Novecento e cura l’edizione dei suoi libri. Quest’anno la Fondazione ha mandato in stampa un inedito: gli appunti quotidiani di Guevara dei tre anni (1956-58) sulla Sierra Maestra di Cuba con l’esercito ribelle di Fidel, Raul, Camilo Cienfuegos e Huber Matos. (segue nelle pagine successive)

S

1957: MAGGIO

Artemisia quando la pittura è vendetta
NATALIA ASPESI

enza molta fretta, ci mettiamo in marcia. Giunti sul luogo dell’imboscata del giorno prima, ci raggiunge uno dei nostri uomini staffetta che porta un prigioniero che, secondo alcuni informatori, sarebbe un poliziotto travestito. Dall’interrogatorio non esce fuori nulla di concreto; lui dice di essere un fidelista e che vuole unirsi a noi. Siamo rimasti imboscati per tutto il giorno e nel corso della giornata è sorta una discussione con Fidel perché io dicevo che non si poteva sprecare l’opportunità di prendere cinquanta o sessanta guardie in un’imboscata, e lui che non si può attaccare se non una caserma per la forza simbolica che questo comporta. Per cominciare si è pensato di attaccare Uvedo che ha sessanta soldati [...]. (segue nelle pagine successive)

Il teatro

Barberio Corsetti rilegge Kafka Dagli sms al Castello
RODOLFO DI GIAMMARCO

Repubblica Nazionale

DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

LA DOMENICA
L’assalto alla caserma, l’imboscata, le discussioni con Fidel Castro, i compagni caduti. Ma anche i dubbi, l’ironia, la noia. Escono a Cuba per la prima
volta i taccuini che Guevara scrisse sulla Sierra Maestra, prima della vittoria finale. Eccoli in esclusiva per “Repubblica”

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La copertina
I diari della battaglia

Quando il medico divenne guerrigliero
OMERO CIAI
(segue dalla copertina) responsabilità era stata quella di medico della truppa. Ero entrato in un altro livello». Ci sono episodi comici, come quando racconta di essere scappato a gambe levate davanti a una sentinella nemica che gli sparava contro: «Corsi a una velocità mai raggiunta prima». E c’è uno degli episodi più famosi della rivoluzione cubana: l’intervista di Fidel Castro a Herbert Matthews del New York Times. All’epoca Matthews era uno stimato inviato di guerra che aveva messo alla prova le sue capacità su molti fronti, ma Castro riuscì a ingannarlo facendogli credere di essere alla guida di un esercito di ribelli quando — nel marzo del ’57 — i barbudossulla Sierra Maestra erano poco più di una ventina di uomini. Guevara, colto da una crisi d’asma, non partecipò all’intervista ma prese nota brevemente del «colpo mediatico» di Fidel. Le note giornaliere del Diario arrivano fino al 3 dicembre 1958, poche settimane prima della battaglia di Santa Clara che, diretta personalmente dal Che, fu l’episodio decisivo per convincere Batista alla fuga il primo gennaio del 1960. Ma mancano due quaderni che coprivano nove mesi dall’agosto del ’57 all’aprile del ’58. E, soprattutto, ci sono alcune censure editoriali. In parte inspiegabili perché l’originale del Diario venne fatto leggere negli anni Novanta dalla vedova di Guevara al giornalista americano Jon Lee Anderson che ne riportò stralci nella sua biografia del Che. Almeno un paio di passaggi tagliati in questa edizione del Diario si possono leggere nel libro di Anderson. Il primo riguarda l’esecuzione di Eutimio Guerra, un contadino che faceva da guida ai ribelli ma che si rivelò una spia dell’esercito batistiano. Il secondo è un’annotazione ironica del Che su una graziosa ragazza militante del “26 luglio”, il movimento clandestino che appoggiava la guerriglia nelle città.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

È

il materiale grezzo che servì al Che da manuale per scrivere La guerra rivoluzionaria a Cuba ma che trova la sua forza proprio nell’essere una testimonianza immediata, concisa, giornaliera sull’avventura nella Sierra Maestra. Così scopriamo un Che Guevara spesso ironico, a volte annoiato, altre dubbioso. Ma sempre fresco e diretto. Tra le pagine del Diario de un combatiente (titolo che aveva scelto lui stesso per i quaderni) troviamo dal racconto del disastroso sbarco del Granma, il 2 dicembre del ’56, al battesimo del fuoco, fino alla trasformazione di Guevara da medico — motivo per cui Fidel Castro l’aveva ammesso tra i ribelli ma ruolo che gli stava strettissimo — a comandante guerrigliero. E c’è tutta la complicata relazione con Castro che all’inizio lo guarda con sospetto (era stato Raul a convincere il fratello a portare «l’argentino» sul Granma) e tarda a riconoscerne i meriti di combattente. Annota per esempio il Che dopo l’assalto a una piccola guarnigione dell’esercito di Batista: «Ancora una volta dovevo mutare ruolo, da soldato a dottore, cosa che nei fatti consisteva in poco più che lavarmi le mani». All’inizio il Che si lamenta per la distribuzione delle armi perché a lui toccavano sempre quelle meno efficienti e dopo quattro mesi nella Sierra riporta nel suo Diario che Raul aveva proposto di promuoverlo da «medico» a «commissario politico» ma che «Fidel si oppose». Poi le cose cambiano fino al giorno in cui durante una nuova distribuzione di armi scopre che avrà una mitragliatrice Madsen (“Madzen” nei diari) e ricordandolo annoterà più tardi: «In questo modo feci il mio debutto come combattente a tempo pieno, perché fino ad allora ero stato un combattente part-time e la mia maggiore

ERNESTO CHE GUEVARA
(segue dalla copertina)

F

idel pensa che Casillas (il colonnello che Batista aveva messo al comando del Terzo Distretto Militare Las Villas, ndr) sia vicino e ordina l’avanzata in contemporanea di 80 uomini sul posto. Abbiamo preso posizione quando ci hanno informato che era tutto tranquillo e che le spie erano state catturate. Dopo un po’ sono arrivati i prigionieri, un bianco e un nero; il bianco piangeva a calde lacrime. Hanno confessato di aver avuto l’ordine da Casillas di andare in giro a scoprire qualcosa. Non suscitavano pena ma ripugnanza per la loro vigliaccheria. Gli ordini prevedevano di impadronirci dei posti di guardia e di avanzare sulla caserma per crivellarla di colpi. La mappa della zona di combattimento era questa: I Posti di guardia II Batey III Caserma IV Impianti della Società Babún 1 stato maggiore 2 plotone di Raúl 3 plotone di Almeida 4 e 5 plotoni di Jorge e Guillermo 6 e 7 Avanguardia e Retroguardia 8 plotone di Crescencio 9 Io con la mitragliatrice Madzen Con il far del giorno, ci siamo trovati davanti la sgradevole scoperta che la caserma non si vedeva. Alcuni gruppi hanno sbagliato direzione e a un altro avevano dato delle cattive informazioni e il suo gruppo non dominava la caserma come gli avevano detto. La mia posizione mi permetteva di sparare sulla caserma a una distanza di circa 500 metri. Appena dato l’ordine di aprire il fuoco, con lo sparo di Fidel, le mitragliatrici hanno cominciato a crepitare. La caserma ha risposto al fuoco e in modo abbastanza efficace, come poi sono venuto a sapere [...]. Abbiamo continuato ad avanzare e 2 che sono corsi verso il batey (villaggi costruiti in mezzo alle piantagioni di canna da zucchero, ndr) sono sfuggiti al mio Madzen. Non avendo più cespugli dietro cui trascinarci, cade accanto a me il vecchio Leal e vado a soccorrerlo, il colpo gli ha trapassato la testa, interessando la massa encefalica all’altezza della circonvoluzione parietale sinistra e non riusciva a muovere la mano destra. Gli faccio un po’ d’aria, copro la ferita con un pezzo di carta e lo affido a Joel mentre io riprendo il mitra, quasi subito, tuttavia, la caserma e i posti di guardia si arrendono [...]. La battaglia si era svolta così: dopo lo sparo e le raffiche siamo avanzati tutti, meno lo stato maggiore. Lì c’era Julito [Díaz], appostato dietro un tronco, quando gli hanno sparato in un occhio ed è morto poco dopo. Il vecchio Eligio Mendoza, l’uomo pratico della zona, si è gettato nella mischia con un fuciletto che gli avevano dato e si è preso un proiettile nel ventre, morendo poco dopo. Jorge è avanzato alla testa del suo plotone, ma è stato respinto e si è dovuto buttare in acqua per non farsi ammazzare, “el policía” era dietro di lui e lo hanno ammazzato; nell’avanzata sono stati feriti Manals e Quique Escalona al braccio, a una mano e al gluteo destro; Anselmo Vega, del plotone di Guillermo, si è fatto troppo

Che

“Non abbiamo tempo per seppellire gli eroi”
Repubblica Nazionale

DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

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IL LIBRO
Sotto, la copertina di Diario de un combatiente da cui sono tratte queste immagini

GLI APPUNTI
Nella pagina a sinistra, gli “Ordini Militari” che Fidel Castro scrisse al Che riguardo alla battaglia di Las Villas In questa pagina, esempi del diario del Che. Dall’alto in basso, un manifesto di accusa del Che e di Ciefuegos; le prime pagine di Patria e di Milicianos

tre due guardie. I loro feriti sono stati 19, i morti 12, oltre a 14 prigionieri, se si considera che erano 51 esclusi i sanitari, si ritiene che siano scappate 6 guardie. La cosa stupefacente nel corso della battaglia che è durata 2 ore e tre quarti è che nessun civile è stato ferito. In serata ho potuto prendermi cura dei feriti e dormire che era il mio più grande desiderio [...].

1958: Luglio Si è dato ordine a tutti gli uomini perché si preparino a scendere perché alle 6 è terminata la tregua. Raúl rimarrà sulla Maestra con i suoi uomini e Fonso, tutti gli altri piomberanno su Las Vegas [de Jibacoa], appoggiati da 30 uomini di Camilo che si troverà in un posto intermedio per attaccare Las Vegas o i rinforzi di Santo Domingo. È andato tutto storto perché gli uomini non si sono attenuti agli ordini e sono rimasti a metà strada o qualcosa del genere e infatti non si sono potuti trovare. Il messaggero che doveva fare da contatto con Camilo non si è degnato di svegliarmi e si è addormentato tranquillamente. Il piano d’attacco a Las Vegas è il seguente:
I = Minas de Frío II = Vegas 1 = Guajiro 8 2 = Manuel 6 3 = Silva 15 4 = Joel 18 5 = Io 18 6 = Laferté 20 7 = Camilo 30 Tratteggiate = sentieri Doppie = fiume Jibacoa Frecce = direzione delle nostre forze [...] Arriva un messaggio che chiede un medico, perché Daniel ha una brutta ferita. Ho passato il messaggio a Las Vegas e sono andato di corsa con quello che avevo a portata di mano per riuscire a vedere solo il suo cadavere. Daniel era morto per la ferita causata da un mortaio nello stomaco, era di 10 centimetri ma si sarebbe potuto salvare se avesse avuto delle cure immediate. L’imboscata era viziata da vari errori gravi ma aveva lasciato un saldo di 16 soldati morti e altrettanti gravemente feriti da una mina. Gli uomini si sono affrettati per andare a cercare le guardie e un mortaio ha colpito Daniel; c’è stato un momento di confusione e lui è rimasto solo con il suo piccolo gruppo, ferito, e ha dovuto passare per una via crucis fino alla morte, qualche ora dopo. Delle profonde divergenze ideologiche mi separavano da René Ramos (detto Daniel, ndr) ed eravamo nemici politici, ma ha saputo morire compiendo il suo dovere, in prima linea e chi muore così lo fa perché sente un impulso interiore che io gli avevo negato e che ora rettifico. Senza aver tempo per il lutto, proseguiamo per Las Mercedes, organizziamo un assedio, senza sapere con sicurezza se ci sono o no le guardie. Traduzione di Luis E. Moriones (da Diario de un combatiente, © 2011 Aleida March y el Centro de Estudios Che Guevara, © 2011 Ocean Press y Ocean Sur)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

avanti ed è stato abbattuto, morto. Luis Crespo è venuto dallo stato maggiore per aiutare e siamo riusciti a sterminare il posto di guardia quando ormai non faceva quasi più resistenza. Sul posto sono rimasti tre uomini, il quarto è uscito di corsa ed è stato colpito e ucciso sulla spiaggia. Almeida è avanzato con i suoi uomini sul posto di guardia e anche loro hanno ucciso 3 uomini, ma ce n’era ancora qualcuno che ha fatto molte vittime provocando un allarme perché i nostri credevano che a sparare fossero i nostri compagni. Raúl (Castro, fratello di Fidel, ndr) ha separato il suo plotone e Nano [Díaz] è stato mandato in basso con la mitragliatrice. È arrivato quasi fino alla caserma con il suo treppiedi e quando questa si è arresa ha proseguito con la pistola. In quel momento una

nostra raffica di mitragliatrice ha provocato la replica degli uomini della caserma, e Nano è caduto ferito a morte alla testa. Acuña era con noi e mentre andava a soccorrere Leal è stato ferito alla mano e al braccio destri, allora si è trascinato per uscire dalla linea di fuoco e trovandosi davanti Almeida ferito lo ha portato con sé fino alla retroguardia. Il plotone di Crescencio non è quasi intervenuto per il fatto che la mitragliatrice non ha funzionato: si trovava nel posto migliore per attaccare la caserma. Quando gli uomini si sono arresi, [Víctor] Mora e Vitalio [Torres], dell’avanguardia, hanno catturato il soldato che ci sparava addosso e con il prigioniero siamo andati a prendere il medico e il suo aiutante; dopo avergli affidato i feriti ho proceduto a perlustrare il batey dove ho trovato al-

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DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

LA DOMENICA
In America li chiamano “commuters”, in Giappone “salarymen”, in Italia “pendolari”. Sono la categoria che in tutto il mondo
soffre di un arretrato, perenne e inestinguibile bisogno di dormire. E dai sobborghi di New York alle metro di Milano e Parigi

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L’attualità
Riti urbani

cerca di recuperare come può, dove può, quando può

FOTO MARTIN PARR/MAGNUM

FOTO FERDINANDO SCIANNA/MAGNUM

40% delle coppie in cui uno dei due viaggia più di 45 min al giorno è in crisi
Fonte Umea University

40% l’aumento salariale che compenserebbe le ore passate in viaggio
Fonte Zurigo University

VITTORIO ZUCCONI
il debito inestinguibile che la modernità esige dall’uomo che ha sfidato la propria natura: il sonno. L’inquieto principe di Danimarca che voleva dormire per — forse — sognare, nel Ventunesimo secolo avrebbe sognato di dormire, come i miliardi di uomini e di donne costantemente, a volte ossessivamente, alla ricerca del sonno perduto. Viviamo in un tempo che ci ascolta invocare invano il nome di quel dio dispettoso, Hypnos, anche più

È

Sonno
4 mln i passeggeri giornalieri della metropolitana di Tokyo
Fonte Tokyo Metropolitan Government

Il grande

che il cugino Eros, che ci tradisce quando lo desidereremmo, guardando le cifre della sveglia digitale che avanza verso l’allarme e cercando il lato fresco del cuscino. E poi ci aggredisce quando non lo vorremmo, sulla panca delle metropolitane oltre la stazione desiderata, alla proiezione della Corazzata Potëmkin, in aula durante la lezione di filosofia del diritto. A nessun dio l’umanità ha sacrificato più riti e pozioni, più cerimonie e pillole — quaranta miliardi di dollari all’anno in farmaci ipnotici da ricetta negli Stati Uniti, più miliardi in rimedi effimeri e placebo miracolosi — di questa soave carogna. Il debito con il sonno è più inestinguibile del debito pubblico italiano e ci circonda ovunque. Dormono a milioni nel sonno glutinoso del pendolare perenne i salarymen giapponesi, i salariati sui convogli che li portano dall’ufficio ai lontanissimi sobborghi, nel riposo crudele del commuter casa-lavoro-casa in tutto il mondo. Ho visto dormire persino i vigili del fuoco e i poliziotti affranti dalla fatica e dal dolore nella notte dell’11 settembre, perché Hypnos ha i suoi momenti di misericordia, e la paura, come sa ogni soldato al fronte, concilia il plumbeo abbandono nel vuoto a ogni occasione di bivacco o sosta. Già Sigmund Freud, medico al fronte con l’esercito austroungarico, notava che nelle trincee scompaiono le nevrosi e il sonno cala facile e pietoso co-

me un angelo sul soldato sospeso fra un assalto e un bombardamento. Ho dormito «come un bambino», luogo comune smentito da ogni genitore costretto ad alzarsi più volte nella notte per calmare i risvegli del neonato, anche sotto i missili di Saddam Hussein in Arabia, con la tuta di cerata anti armi chimiche indosso o sull’aereo militare saudita che invano tentò per cinque volte di azzeccare la pista di atterraggio prima di centrarla ed evitare così che il mio sonno si facesse eterno. Non esiste un numero magico buono per tutti. La autorevolissima Mayo Clinic se la cava indicando fra le «sette e le nove ore» la durata ideale per un adulto, contro le dieci o undici per un bambino in età scolare (tanti cari auguri, gentili genitori) ma poi, secondo i dettati dell’astrologia e della miglior clinica, si cautela precisando che «più della quantità conta la qualità del sonno», la durata del Rem, la fase del movimento rapido degli occhi. I colossi di Big Pharma, le grandi multinazionali, investono fortune nella caccia a quella pillola miracolosa, quel Viagra da riposo, che salderà il debito senza esigere interessi di effetti secondari, assuefazione, rintontimenti, e decretano con studi epidemiologici che tutti crediamo di dormire più di quanto in realtà dormiamo. E meno di quanto vorremmo, firmando una cambiale che non potrà mai essere saldata, neppure nell’eterna illusione della giornata festiva

FOTO GUEORGUI PINKHASSOV/MAGNUM

FOTO FERDINANDO SCIANNA/MAGNUM

7/9 le ore di sonno quotidiane consigliate a un adulto
Fonte Mayo Clinic

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DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

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13 milioni
Il numero dei pendolari italiani Pari al 22,2% della popolazione (Censis 2007)

67,8%
La percentuale dei pendolari italiani che utilizza l’auto Il 14,8% si muove in treno, il 7,2% in metropolitana

3,5 milioni
Il numero di cittadini americani che passa più di 90 minuti al giorno su un mezzo di trasporto

5 milioni
I newyorchesi che viaggiano in metro per andare al lavoro Il 52,1% degli americani invece usa la macchina

1 su 10
I lavoratori europei che passano più di 60 minuti al giorno sui mezzi pubblici per raggiungere il lavoro

FOTO GUEORGUI PINKHASSOV/MAGNUM

FOTO PETER VAN AGTMAEL/MAGNUM

2 le ore al giorno perse dai tailandesi per andare al lavoro
Fonte Worldmap.com

11 i giorni passati da un uomo senza dormire (esperimento)
Fonte US Navy

o delle ferie. Dormono, sorprendentemente, secondo la National Sleep Foundation, in media un poco di più (mezz’ora) le femmine dei maschi, e negli Usa molto meno i neri dei bianchi, ma non perché il dna africano impedisca loro il sonno. Perché molti sono gli afroamericani costretti a fare due lavori al giorno o a subire i turni peggiori. Chi non conosce la sofferenza dell’addormentamento, l’insonnia iniziale, o del risveglio antelucano, l’ora diabolica nella quale si agitano gli spettri dell’angoscia, l’insonnia terminale, prova un’insensata invidia per la madre che allatta e deve combattere con le palpebre plumbee, per il pendolare che ronfa con la bocca aperta abbandonato sulla spalla del vicino, per l’ospite che nel primo dopo cena rivolta gli occhi nelle orbite lottando contro l’abbiocco. L’insonne stenta a capire il caso celebre scandaloso dei due piloti di un jumbo jet in volo sull’Atlantico che si addormentarono entrambi e furono svegliati dalle grida disperate dei controllori di volo in cuffia e dalle assistenti di volo che la compagnia era riuscita a contattare grazie ai telefoni di bordo. Come l’inappetente che non capisce il mangione e si sente assediato da ripugnanti buffet, così l’insonne crede di vivere in mondo perennemente appisolato, mentre soltanto lui veglia. La tortura naturale diventa quindi facilmente strumento di sevizie artificiali, ben conosciuto agli aguzzini che ricorro-

no alla sleep deprivation, alla privazione del sonno per costringere le loro vittime a perdere il controllo di loro stesse e confessare qualsiasi cosa. Raccontava Menachem Begin, il premier israeliano che da giovane conobbe in Urss le tenere cure della Nkvd, la polizia segreta staliniana: «Nella testa dell’interrogato comincia a formarsi una foschia che impedisce di pensare, di ragionare, di reggersi in piedi ed è rotta soltanto da un desiderio bruciante e fisso di dormire. Neppure la fame e la sete sono lontanamente paragonabili agli effetti della privazione forzata del sonno». Il Guinness dei primati attribuisce a una donna, l’inglese Maureen Weston, il record mondiale dell’insonnia totale, con diciotto giorni e diciassette ore, ma l’unico caso scientificamente studiato dai neuropsichiatri della Marina americana, resta quello di Randy Gardner, che rimase sveglio, senza l’uso di farmaci stimolanti, per undici giorni. Numeri sbalorditivi, ma certamente più credibili dei trentatré anni senza dormire vantati dal contadino vietnamita Thau Ngoc, secondo la non sempre attendibilissima agenzia di stampa di quella nazione. Di fatto, tutti i tribunali internazionali per i diritti umani, la Corte dell’Aja, l’Onu, il governo degli Stati Uniti scosso dalle rivelazioni sulla prigione di Abu Ghraib e poi sul lager di Guantanamo hanno inserito la privazione del sonno fra i dieci peggiori «trat-

Invochiamo invano il nome di Hypnos, dio dispettoso,

che ci tradisce quando lo desideriamo e ci aggredisce quando non lo vorremmo

Le multinazionali investono fortune per trovare la pillola miracolosa,

che salderà il debito senza esigere interessi

tamenti disumani» (leggi, tortura) dei prigionieri. Eppure un assaggio di questa disumanità è assaporata milioni e milioni di volte a ogni calare della notte, nella giostra dei fusi attraverso il mondo, spesso da innocenti condannati a orari e turni e trasferimenti efferati per lavorare o per trovare un’abitazione a prezzi abbordabili. Chi non dorme, o chi deve rubare un sonnellino alla giornata o lottare al volante contro il micidiale colpo di sonno, per il quale le auto di lusso e più avanzate oggi offrono protezioni elettroniche osservando le palpebre del guidatore e scuotendo il volante, aborre tutta l’odiosa sapienza popolare dell’«oro in bocca», del «pigliapesci». Fruga nell’armadietto delle benzodiazepine, degli oppioidi, dei rimedi via via di moda, melatonina, triptofan, antistaminici, pozioni erbali di efficacia spesso proporzionata soltanto alle fede di chi li inghiotte, essendosi dimostrata ormai l’inefficacia delle pecore, dei rosari e persino della visione di Porta a porta. Ognuno di noi, dal turnista di notte che ciondola ma non cade nelle carrozze vuote della subway di New York, alla mamma che si rigira pensando alla figlia fuori, al turista trafitto dall’agguato dei fusi e della differenza oraria, desidera e teme il sonno, lo corteggia e lo sfugge, nel suo essere la breve eppure chiara metafora quotidiana del lungo sonno.
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FOTO ALEX MAJOLI/MAGNUM

FOTO GUEORGUI PINKHASSOV/MAGNUM

30% di chi viaggia 90 minuti al giorno soffre di mal di schiena
Fonte Gallup

100 le ore l’anno perse dagli americani per andare al lavoro
Fonte Bureau of Labor Statistics

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DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

LA DOMENICA

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L’immagine
Rosso levante

È famoso per la “Grande onda”,

divenuta il simbolo dello tsunami che ha travolto il Giappone lo scorso marzo

Ma il maestro che si definiva “vecchio pazzo per il disegno” fu l’inventore di un genere
che influenzò Degas e Van Gogh

Il manga prima dei manga
RENATA PISU

Hokusai
ANIMALI
In queste pagine, alcuni disegni di animali. Hokusai disse di averne capito la struttura soltanto a 73 anni

H

okusai è famoso per la Grande onda, la terrificante forma assunta dall’acqua marina colta nel momento in cui si inalbera per abbattersi sulla terra come gli artigli spumeggianti di una tigre. L’immagine del suo capolavoro è stata riproposta centinaia e centinaia di volte di recente, quando lo tsunami ha sconvolto le coste del Giappone, e quella sua muraglia di acqua è diventata il simbolo della catastrofe conferendole una valenza estetica esaltata dal comportamento composto, quasi ritualizzato nel rispetto della forma, della popolazione ferita a morte. Ma Hokusai, il «vecchio pazzo per la pittura», come si definiva egli stesso, è famoso anche per aver coniato il termine manga, oggi universalmente noto per designare i fumetti giapponesi, storie raccontate con disegni. I manga di Hokusai, “schizzi o disegni spontanei” questa la non facile traduzione del termine giapponese, costituiscono un’imponente raccolta di oltre quattromila motivi in cui l’artista ha immortalato guerrieri, lottatori, artigiani, contadi-

ni, attori, cortigiane, pescatori, animali di ogni specie, fiori e piante, quasi un’enciclopedia visiva del Giappone a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo. Quasi il film di un’epoca, potremmo dire, per la vivezza delle forme che sono colte nell’atto del movimento, una caratteristica che ha reso Hokusai maestro e non soltanto di pittori giapponesi ma di Monet, Degas, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, tanto per fare alcuni dei più celebri nomi di maestri dell’Impressionismo che a Hokusai direttamente si richiamarono, a dimostrazione di quanto il mondo fosse già globale. Per Degas, «Hokusai è un’isola, un continente, un mondo a sé» e per il suo magnifico dipinto Ballerine agli esercizi si ispirò alla Danza del servo, uno degli schizzi del terzo volume dei manga del grande pittore giapponese che si era spento già da mezzo secolo, nel 1849, in povertà, perché considerato «rozzo e ignorante», non compreso dai suoi conterranei perché troppo anticonformista, troppo originale. E originale lo era davvero, al punto che un giorno inscenò una performance dipingendo con una scopa di canne una superficie di circa duecento metri quadri ottenuta congiungendo vari fogli di carta che poi issò uno ad uno

GEOMETRIE
Nei tre disegni in alto con i relativi bozzetti si può vedere il metodo di lavoro dell’artista fondato su uno studio preparatorio con cerchi e triangoli

su di una intelaiatura e apparve il volto del patriarca Daruma. Ancora, osò esibirsi alla corte dello Shogun versando colore blu su di una lunga striscia di carta di riso, poi tirò fuori da un cesto un gallo, gli intinse le zampe nella vernice rossa, lo fece andare su e giù per la carta: sul foglio si materializzò il disegno di un fiume che trasportava foglie rosse di acero. Più che scandalo queste sue esibizioni destavano stupore, come se si fosse trattato dell’abilità di un giocoliere ma Hokusai, nato nel 1760 da una povera famiglia, di scuola ne aveva già fatta molta quando passò alle stravaganze artistiche. A sei anni già disegnava, a sedici era entrato come ragazzo di bottega nella scuola del famoso maestro Shunso, il più stimato artista di ukiyo-e, ossia del “mondo fluttuante”, come veniva chiamata la varia umanità gaudente che a Edo, l’attuale Tokyo, sperperava ricchezze nei quartieri del piacere, si appassionava alle opere del teatro Kabuki e alle belle cortigiane di Yoshiwara, rinnegando l’austerità dei nobili e dei samurai. Intorno a questo mondo di trasgressione si sviluppò un movimento artistico che si esprimeva con stampe a colori vivaci, a basso costo, che ritraevano attori o belle donne di facili costumi, oppu-

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DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

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Un giorno disse: “A settant’anni ho capito la struttura delle forme, a ottanta migliorerò
A novanta penetrerò il mistero”

Ora per la prima volta in Italia

viene pubblicata la più grande raccolta dei suoi lavori, dalla natura al folklore

IL LIBRO
Hokusai Manga esce per la prima volta in Italia e in Europa il 27 settembre (696 pagine, 29,90 euro) È la più grande raccolta di lavori (alcuni riprodotti in queste pagine) del maestro riprodotti con i colori originali della xilografia giapponese Il libro, curato da Keiko Miaki e tradotto da Fabio Zucchella, è pubblicato da Ippocampo

re scene di romanzi popolari, e Hokusai ben presto superò il maestro in questo genere. Abbandonò la bottega di Shunso, lavorò presso un altro maestro, poi un altro ancora, un lungo peregrinare di bottega in bottega e, alla fine, si decise a mettersi in proprio per affermare la sua indipendenza creativa. Il suo studio era sporco, trattava male i visitatori, viveva in semipovertà, disegnava, ispirato da tutto ciò che vedeva, la campagna, gli alberi, le rive del mare, i mutamenti delle stagioni, il monte Fuji, al quale dedica le sue celeberrime Trentasei vedute (è qui che immortala la Grande onda con la montagna piccola sullo sfondo). Nel 1817 pubblica il primo volume dei manga, al quale ne seguiranno altri quattordici, ed è questo il vero riassunto della sua attività: tutto quello che gli piace è reso con una forma rapida ed essenziale. L’osservazione e la fantasia si mescolano: lottatori, guerrieri, acrobati, artigiani con i loro attrezzi, uomini e donne, paesaggi e divinità. Nella prefazione a uno dei volumi, Hokusai scriveva: «Io mi accorgo che i miei animali, i miei insetti, i miei personaggi vogliono fuggire dalle pagine. Questo non è straordinario? Fortunatamente l’incisore Ko Izumi, abilissimo nello scavare il legno con il suo coltello ben aguzzato, si è assunto il compito di recidere le vene e i nervi de-

VOLTI
Nelle figure umane, un’altra caratteristica di Hokusai: nascondeva spesso i loro volti

gli esseri che ho disegnato e ha potuto togliere ad essi la libertà di fuggire». Per ottenere il movimento, cioè la vita, Hokusai si vale del procedimento artistico che fa dei movimenti una sintesi per la quale dai momenti successivi di immobilità disordinata che assume un corpo quando compie un gesto (come quelli fissati in sequenza da una foto) si ricavano le libere armonie che suggeriscono lo scopo del movimento stesso. Il maestro, il vecchio pazzo per la pittura morì a ottantanove anni senza aver mai smesso di dipingere neanche un solo giorno. A settantacinque anni aveva scritto: «Dall’età di sei anni avevo la mania di disegnare la forma degli oggetti. Verso i cinquant’anni avevo fatto un’infinità di disegni, ma tutto quello che feci prima del mio settantesimo compleanno non merita di essere considerato. A settantatré anni capii in modo approssimato la vera struttura degli animali, delle erbe, delle piante, degli uccelli, dei pesci e degli insetti. Così a ottant’anni potrò fare altri progressi e a novanta penetrerò il mistero delle cose». Ci era andato molto ma molto vicino, gli mancava soltanto un anno, e forse, senza accorgersene, quel mistero lo aveva già penetrato.
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DOMENICA 25 SETTEMBRE 2011

LA DOMENICA
Nel 1978 il regista di “Belle de jour” ha in mente un film che lo ossessiona: la storia di un attentato terroristico e l’avvento di una nuova era. Non farà in tempo a finirlo
Oggi Jean-Claude Carrière, che lavorava con lui a quel progetto, ci mostra quegli storyboard rimasti segreti

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Spettacoli
Surrealisti

MARIO SERENELLINI
11 settembre era già stato immaginato, programmato, scritto. Oltre vent’anni prima dell’attentato alle Twin Towers. Nell’estate del 1978, due uomini, chiusi per tre settimane in un alberghetto nella Spagna più disabitata e solitaria, avevano preparato grafici e scene del terrore: il disegno di un’apocalisse fastosa e assurda, iperbolica e definitiva, paradossalmente possibile, come l’aveva prospettata al cinema, nel ’64, l’allucinazione comica del Dottor Stranamore di Stanley Kubrick. Anche questa nuova ecatombe, che avrebbe avuto per teatro e prima deflagrazione il Louvre a Parigi, era un’ipotesi-cinema: non comica, ma surreale. Perché i due uomini al lavoro si chiamavano Luis Buñuel e JeanClaude Carrière. Ma il film, Agôn o Agonia, «concepito e scritto in ventitré giorni, dal 4 al 27 agosto 1978», come si legge in una nota manoscritta dello stesso cineasta, non è mai stato realizzato. Sarebbe stato l’ultimo diretto da Buñuel che, quasi ottantenne, si considerava però inadeguato a nuove regie: morirà nel 1983 in Messico. «Peccato», sospira Carrière, ottant’anni lo scorso 17 settembre, sceneggiatore del regista spagnolo nei suoi ultimi vent’anni di vita, dal Il diario di una cameriera a Quell’oscuro oggetto del desiderio. «Il film, percorso dagli smarrimenti e dalle violenze di fine anni Settanta, avrebbe lanciato segnali profetici su quel che ci allarma oggi, dal terrorismo alla mondializzazione, dalla minaccia nucleare all’intolleranza sempre più diffusa». Infatti, al centro di Agôn (gara, in greco) o Agonia (lotta, in latino), che in Francia si sarebbe intitolato Une cérémonie somptuese (l’attentato, secondo la provocatoria definizione surrealista), c’è il ricatto alla Terra di un gruppo terroristico che fa scivolare sulla Senna verso il Louvre un’imbarcazione imbottita d’esplosivo: inedito bateau-bomba che polverizzerà il museo più famoso del mondo. «Attentatori ultimo grido», glossa Carrière, «fautori d’un terrorismo anti-culturale». Prima che scada l’ultimatum fiammeggiano atti dimostrativi «minori»: l’assassinio d’un arcivescovo, «gesto giudicato da alcuni terroristi un po’ troppo frivolo e démodé», raffiche di mitra sugli astanti dal tavolo della conferenza stampa... Insomma, piccoli attentati tra amici, scoppiettii intimidatori di gravità progressiva, fino all’attentato supremo — la disintegrazione culturale — cui segue quella del pianeta. È qui che esplode, alla lettera, la trovata più surreale e irridente del cinema di Buñuel: dai fumi della distruzione più cieca e totale, tra le residue nebbioline letali di quel nulla chiamato uomo, ecco apparire il volto di Gesù. «È il fenomeno della parusia universale», spiega l’antico complice del cineasta, «il sogno religioso che la materia si dissolva in spirito, con l’epifania del divino ovunque nell’ex-mondo, nella stupefazione generale di chi non ne ave-

L’

Prove tecniche di un’apocalisse mai girata
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I DISEGNI
In queste pagine, i disegni originali di Jean-Claude Carrière per lo storyboard di Agonia: ecco il Cristo che “con la mano destra alzata si avvicina sempre di più” Nella foto, Luis Buñuel

va mai sentito parlare». Dove s’indovina la perfidia di Buñuel, «ateo per grazia di Dio» come si definiva, che fa coincidere distruzione e benedizione, riscatto dell’aldilà sulla pelle dell’al di qua, suggerendo che il trionfo cosmico del Cristo necessita di un solido incipit terroristico. «Per avere un’idea del paradosso e del suo effetto grande schermo», avverte Carrière, «basterebbe ripensare il nuvolone immenso di Ground Zero dopo l’attentato di dieci anni fa come ribalta per l’apparizione a sorpresa dell’icona una e trina sui teleschermi dell’intero pianeta. La tragedia dell’11 settembre è stata solo una briciola, una modesta prova generale rispetto al cataclisma concepito da Buñuel ventitré anni prima». «Fantasy realistico, politico-religioso», come il film è definito, giocando sugli opposti, in un appunto a mano degli autori sulla copertina dello script originale, rimasto sceneggiatura — ora edita in Spagna e pubblicata in estratto, con disegni d’allora di Carrière, sui Cahiers du Cinéma — condivide il suo limbo cinematografico con altri due progetti inconclusi, Il monaco, da Lewis, e Là-bas, da Huysmans, «uno dei tre scrittori francesi di fine Ottocento, con Mirbeau e Pierre Louïs, che lo perseguitavano dalla giovinezza, l’unico che non sia riuscito a portare sullo schermo», ricorda Carrière. Ma è in questo mancato film della fine — della carriera e della vita — che scalpita più che mai uno dei suoi temi più ossessivi: l’incognita del terrorismo. Era il suo refrain avvelenato, insieme a altri due tormentoni prediletti: le sfide dell’eros nella gabbia borghese (Belle de jour) e la cappa di piombo del cattolicesimo (La Via Lattea). «Il terrorismo è stato il suo tar-

Il cielo, scuro e minaccioso Nel cielo si alza il lugubre fungo atomico Le nuvole che coronano questo fungo si scostano lentamente Una silhouette imprecisa appare sopra le nubi Questa silhouette, posata sulla cima del fungo, si avvicina a noi Riconosciamo il Cristo, con la mano destra alzata, immobile Si avvicina sempre di più, cinto da nuvole sempre più scure I suoi occhi non sono altro che due orbite vuote
Luis Buñuel Dalla sceneggiatura di Agonia

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lo», spiega Carrière, «da quando, ragazzo, in Spagna, era stato scioccato dall’uccisione d’un vescovo». L’incubo terrorista segna l’intera parabola del suo cinema, da L’Âge d’or a Quell’oscuro oggetto del desiderio, infarcito di attentati, tra cui, segnala Carrière, «l’esplosione dell’auto ironicamente guidata dal suo fedele produttore Silberman... In Francia, più volte, durante il Sessantotto, Buñuel si faceva sorprendere, smarrito, tra barricate e lacrimogeni, nel Quartiere Latino, dove di solito ci incontravamo». E dove prendevano corpo, cinematograficamente, le sue ossessioni? «L’elaborazione di una sceneggiatura ci chiedeva ogni volta un lavoro metodico, appartato, monastico», risponde Carrière. «Il ritiro era di norma in Messico o in Spagna, dove andavamo sul finire dell’inverno, in hotel appena riaperti, freddolini, con la neve dintorno. La scrittura ci prendeva due mesi: due mesi di solitudine a due. L’albergo in Spagna era vicino a un convento, dove i frati ci invitavano una volta alla settimana, e mangiavano con noi in silenzio. La giornata era scandita da orari e impegni precisi. I dialoghi, di uomini e donne, li recitavamo insieme, ogni volta, per capire se avrebbero funzionato. Buttata giù la prima stesura, ci ritrovavamo due mesi dopo per rivederla e rimetterla a posto. Ci è capitato spesso di riscrivere la sceneggiatura quattro o cinque volte. Lavorare con Buñuel era vivere con Buñuel: non dovevi avere famiglia, moglie, figli. Ma con lui non si smetteva mai di imparare. Avevo fatto mio il principio di André Gide: bisogna sempre seguire quelli che cercano la verità e fuggire quelli che l’hanno trovata».
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LA DOMENICA
Si chiama “lifelogging”, significa registrare, filmare e archiviare ciò che facciamo ogni giorno

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Next

Diari digitali

da quando ci svegliamo a quando mangiamo, andiamo al lavoro, ascoltiamo musica o navighiamo in Rete. È praticato non solo dal popolo dei social network ma anche da ricercatori impegnati a combattere l’Alzheimer. Ecco perché

RICCARDO STAGLIANO
a scelta, essenzialmente, è tra registrare tutto o soltanto un po’. Perché anche chi non se ne accorge ha il dito sempre più spesso premuto su qualche tasto “rec”. Può non esserci scritto proprio così, possono non essere immagini quelle che ne deriveranno, ma il risultato è lo stesso. Un resoconto, più o meno volontario, delle nostre giornate ad opera di apparecchi digitali. Email scambiate, musica ascoltata, viaggi fatti e mille altri rilevatori esistenziali. La nostra vita, minuto per minuto. Un piccolo Truman Show a uso interno, di cui siamo contemporaneamente vittime e carnefici. La differenza la fa solo l’esserne consapevoli. Ed è meglio diventarlo subito, perché questo futuro è già arrivato. Quindi sorridete: potreste essere su una lifelog camera. Il fenomeno del lifelogging, ovvero il tenere un diario digitale il più completo e automatico possibile, ha dei precedenti. Il guru Ted Nelson, inventore del termine «ipertesto», registrava tutte le sue conversazioni già a

IL CALCOLO

L’ESPERIMENTO
Il professor Cathal Gurrin dell’Università di Dublino dal 2006 filma, registra e fotografa la sua vita grazie a una videocamera costantemente appesa al collo Le foto che seguono sono quelle del suo esperimento

L

Inventeremo norme sociali per decidere quando farlo sia appropriato o no, ma per i più la registrazione totale diventerà pervasiva come il testo oggi Finiremo per non accorgercene neppure, tranne quando qualcosa andrà storto
Kevin Kelly Fondatore di Wired

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Volendo registrare le attività più comuni in una giornata tipo, si può calcolare lo spazio che occuperebbero su supporto digitale

LIBRI LETTI

Una pagina media di un tascabile contiene circa 150 parole, per un peso di 3KB a pagina Totale 100 pagine: 300KB

FOTO © DR. CATHAL GREEN

300KB

e-memory, quanti byte pesa la nostra vita
POSTA ELETTRONICA
partire da metà anni ’80. Gordon Bell, di Microsoft, nel 2000 si è messo una mini-videocamera al collo e ha cominciato ad archiviare ogni sua impronta digitale. Mentre Cathal Gurrin, dell’università di Dublino, sta cercando di organizzare il caos generato dal fotografare ogni sua giornata dal 2006 a oggi. Ieri era un’eccentricità da studiosi. Oggi è una pratica di autocoscienza elettronica a portata di tutti e, in prospettiva, un ausilio pieno di promesse per i malati di Alzheimer. Perché gli strumenti necessari sono diffusissimi. Lo spazio per immagazzinare economico. E il confine tra pubblico e privato labile come non mai. La vera svolta è degli ultimi mesi. Catalizzatori sono stati gli smartphone di cui, stando a Nielsen, deteniamo la percentuale più alta al mondo. Per acquistare un apparecchio specifico serve una motivazione forte, mentre una volta fatto l’investimento di un iPhone, è un attimo scaricare Lifelapse a 0,99 euro. «Un nuovo modo per catturare la tua vita e rivivere gli eventi e le esperienze» promette il produttore. L’applicazione scatta in automatico una foto ogni 30 secondi. Basta mettere il telefono multifunzione nel taschino della camicia o in una custodia apposita per immortalare tutto ciò che passa davanti. Da rivedere poi come video unico o immagini distinte. La parte difficile arriva dopo, se si pretende di trasformare questa specie di moviola in una memoria di scorta, da cui estrarre significato. Perché una cosa è registrare, altra è captare un segnale sotto quell’enorme rumore di fondo. Come ha dolorosamente scoperto anche Bell, sotto gli occhi di Clive Thompson, il giornalista che era andato a intervistarlo: «Mi aveva parlato di un articolo di Krugman che gli era piaciuto ma quando siamo andati per recuperarlo ne sono venuti fuori così tanti che non è riuscito a tirar fuori quello giusto. Idem per una telefonata registrata con un collega, di cui era rimasta l’intestazione ma non il file». È tutto perfettibile, ovvio. Le immagini sono già organizzabili per data e luogo in cui sono state scattate. I software per riconoscere e “taggare” i volti migliorano di giorno in giorno. Così come i programmi che, sbobinando l’audio, lo rendono interrogabile. La documentazione audiovisuale poi non è che un aspetto di questa nuova archivistica di massa. La posta elettronica resta il più grande giacimento da cui riscostruire le esistenze, dalle corrispondenze professionali ai frammenti di discorsi amorosi. L’offerta base di Gmail è di oltre 7 giga ma, per cinque dollari all’anno, potete comprarne altri venti e aumentarla secondo le esigenze. Con l’algoritmo di Google applicato alle vostre conversazioni ogni parola scritta anni e anni prima potrà esse-

Ipotizzando che in media un messaggio in formato solo testo pesi 10KB e assumendo di riceverne un centinaio al giorno, si tratterebbe di 1MB Ma ammettiamo che alcune pesino di più, per allegati, immagini e altro, e raddoppiamo Totale 100 email: 2MB

2MB

PAGINE SCRITTE

Un documento in Word di dieci pagine o un medio foglio elettronico pesa circa 70-80K Per semplicità arrotondiamo a 100 e assumiamo che ne lavoriate una ventina al giorno Totale 20 documenti: 2MB

2MB

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I supporti
PEN DRIVE
(Da 2 a 64GB)

Tre modi per fare “lifelogging”
DVD
(Da 4,7GB)

HARD DISK
(Fino a 2TB)

SMARTPHONE
I nuovi cellulari sono tutti dotati di videocamera

APPLICAZIONI
Lifelapse scatta una foto ogni 30 secondi

MICROCAMERA
Tra i modelli, Vikon Revue, Looxcie e Muvi

NAVIGARE IN RETE

16MB

Per le pagine web è più difficile fare una media: ce ne sono di molto cariche di immagini, altre di solo testo L'homepage di UsaToday è stata pesata qualche tempo fa in 240KB, mentre un suo articolo interno 80KB Facendo una media viene 160KB per pagina Totale 100 pagine salvate: 16MB

RIVISTE LETTE

50MB

Salvandole come Pdf, calcoliamo 100KB a pagina. Diciamo che ne possiamo leggere 50 pagine al giorno Totale 50 pagine: 50MB

re riportata alla luce in pochi secondi. Lo stesso vale per chi segna gli appuntamenti su Calendar, fucina di alibi o prove che potranno essere usate contro di voi. Il matematico Steve Wolfram, per dire, da oltre vent’anni registra ogni singola lettera battuta sulla sua tastiera per inferirne forse indici di produttività. La memoria esterna più promettente, però, rimane quella portatile. Così tra le app di maggior successo c’è Evernote, che consente di archiviare in un unico contenitore foto, appunti audio, testi. Oppure Tripit, che scandaglia la vostra casella postale per raggruppare prenotazioni di treni, aerei o alberghi, calcolando anche il totale dei chilometri percorsi. Anche la musica è ormai more geometrico demonstrata. ITunes ricorda quante volte avete ascoltato un pezzo e le stelle che gli avete dato. Su Amazon potete ricostruire la lista di libri comprati, se non letti, e su Netflix quella dei film visti. Ma non è che un assaggio del catalogo. D’altronde il trasloco online della nostra vita è per molti felicemente ultimato, mentre anche chi punta i piedi sa che il mondo analogico rischia di diventare un lusso per nostalgici. Per questo già un decennio fa l’informatico di Yale David Gelertner aveva proposto di modificare l’interfaccia ai computer: non più finestre e car-

telle ma un lifestream, un flusso vitale, con un passato, presente e futuro su cui innestare gli eventi. Perché noi non funzioniamo mettendo i ricordi in scatole distinte, ma in un continuum dentro al quale cercare (magari con l’aiuto del software). Che vedesse molto avanti l’aveva intuito l’Unabomber che, nel suo delirio antitecnologico, l’aveva mutilato con una lettera esplosiva. Forse oggi i tempi sono maturi, tant’è che il piatto forte dell’annunciato restyling di Facebook è proprio la cronologia delle attività degli iscritti. Kevin Kelly, fondatore di Wired e appassionato «misuratore» della sua esistenza, non ne dubita. Immagina problemi legali e culturali tipo «si tratterà di bugia se una certa parola che uso risulterà diversa da quella che poi rivedremo nella registrazione?» ma per lui è solo questione di quando, non di se. Scrive sul suo blog: «Inventeremo norme sociali per decidere quando farlo sia appropriato o no, ma per i più la registrazione totale diventerà pervasiva come lo è il testo oggi. Finiremo per non accorgercene neppure, tranne quando qualcosa andrà storto». Perché se faremo affidamento sulla nuova «scatola nera» come oggi sui cellulari per ricordare i numeri, sarà davvero essenziale investire sul back up.
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FOTO SCATTATE
Una foto ogni 5 minuti per 16 ore sono 200 scatti Alla risoluzione di tre megapixel pesano circa 1 MB Totale 200 foto: 200 MB

200MB

CANZONI ASCOLTATE
Una canzone di quattro minuti in formato Mp3 di buona qualità (192 Kbps) pesa circa 5,5 MB ovvero 82,5 MB per un’ora Se aggiungiamo otto ore di audio a 96 Kbps, vengono fuori altri 330 MB Totale otto ore audio, più una di musica: 412,5 MB

412,5MB

2,1
GB

RISULTATO: 1 GIORNO = 2,1 GB
Se risparmiate qualcosa vi entra tutto in una chiavetta da 2GB. Oppure, a scelta, potete immagazzinare due giornate su un Dvd (4,7GB) Con un disco fisso da 1TB, che ormai si trova a meno di 80 euro, ci immagazzinate comodamente un anno intero

IL FILM DELLA GIORNATA
Calcoliamo di registrare 16 ore di vita vigile in bassa qualità Ipotizzando di farlo soltanto per 2 ore di vita vissuta e 2 ore di cose viste (film o altro) Risultato: un’ora di video di qualità Dvd = 2GB (che con la compressione Xvid si riduce a 350 MB) Totale: 1.4 GB

1,4GB

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LA DOMENICA
Si è meritata un ruolo di primo piano in pasticceria tra cioccolato, torrone, creme, gelati e strabilianti invenzioni industriali. Importata dall’Asia Minore,
ha trovato nel Mediterraneo l’habitat ideale in cui proliferare fino alla raccolta che in queste settimane anima le nostre campagne. E le feste del prossimo weekend
La crema
La base dei gianduiotti è costituita dalle nocciole infornate mezz’ora a 100 gradi per togliere la pellicina, frullate con burro, latte zucchero e cioccolato, facendo addensare sul fuoco

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I sapori

Non solo Baci
Le varietà
Su tutte vince la “tonda gentile” delle Langhe, protetta dall’Igp. Di alta qualità anche quelle coltivate nel Viterbese, a Giffoni (Salerno), tra Nebrodi e Madonie e in Calabria

Il torrone
Miele e zucchero caramellati a bagnomaria, amalgamati con albumi a neve e nocciole tostate, frantumate in briciole grossolane. Si stende su un’ostia, livellando con il coltello unto

Il gelato
Tuorli montati a spuma, lenta aggiunta di latte bollito con vaniglia e cottura a bagnomaria. Alla crema, raffreddata e filtrata, si aggiungono le nocciole tritate finissime

LICIA GRANELLO

I

l tesoro dentro al guscio. Piccolo, tondo, coriaceo quanto basta a resistere al salto dalle fronde della corylus avellanafino a terra, proteggendo i semi preziosi citati nei manoscritti cinesi di cinquemila anni fa come cibo benefico e curativo. Succede in queste settimane, tempo di raccolta delle nocciole, indimenticabili, se consumate fresche, per la dolcezza dovuta alla presenza abbondante di vitamina E, fitosteroli e grassi monoinsaturi anticolesterolo (riscontrabili nelle oltre 6 calorie per grammo). Importate dall’Asia Minore, le nocciole hanno trovato nel clima del Mediterraneo il migliore degli habitat possibili, così da prosperare tra Grecia e Turchia, Spagna e Italia. Selettive ma non pretenziose, come testimonia il loro adattamento alle colline langarole, calde d’estate ma gelide d’inverno. Difficile distinguere tra intuizione e scelta obbligata, quando a metà Ottocento i parassiti peronospora e fillossera, non lasciando scampo ai vigneti piemontesi, indussero il valente agronomo Emanuele Ferraris a sostituire quelle colture devastate con i più robusti e produttivi noccioleti. In quegli stessi anni, il blocco navale imposto da Napoleone alle flotte commerciali inglesi, con i preziosi carichi di spezie in arrivo dalle colonie, aveva indotto i pasticceri torinesi a modificare la ricetta dei cioccolatini, sostituendo parte del cacao con le nocciole. Nel 1865, durante le sfilate del Carnevale la maschera torinese Gianduja (Gioann d’la doja, Giovanni del boccale) distribuì i nuovi cioccolatini battezzati con il vezzeggiativo del suo stesso nome: gianduiotti. Da lì in poi, le nocciole non sono più uscite dai laboratori di pasticceria, intere in torroni e croccanti, polverizzate nelle torte più

Cinquemila anni dentro a un guscio
amate da chi non può permettersi le farine tradizionali, lavorate a pasta dentro i gelati, mantecate a crema per gli spalmabili più golosi, a cominciare dalla Nutella — dal corrispettivo inglese nut — la cui progenitrice Supercrema venne lanciata sul mercato da Pietro Ferrero esattamente sessant’anni fa. Altra dipendenza stretta e incoercibile dalle nocciole, quella dei Baci Perugina, nati da un’idea di Luisa Spagnoli, che non si rassegnava all’idea di buttar via le briciole di frutta secca avanzate dalla produzione dei cioccolatini. I nuovi nati furono impreziositi dal seme intero incastonato sopra. Provare in diretta il piacere delle nocciole gustate fresche non è difficile, visto che le coltivazioni prosperano in Alta Langa come nella campagna salernitana, passando per la provincia di Viterbo, fino a Calabria e Sicilia. Robuste ma non inossidabili: se le portate a casa, abbiate cura di tenerle al riparo da luce e umidità, esaurendole in qualche settimana. Altrimenti, meglio congelarle. Se le tostate, invece, non andate oltre i 40 gradi, così da preservare l’integrità dei lipidi, sfregandole poi con un panno asciutto per spellarle. Tutto e questo e molto altro è a disposizione di chi raggiungerà oggi a Cravanzana e Cortemilia, terre-madri della Tonda langarola, parate a festa per Nocciolando in Alta Langa, con l’assise delle Città della Nocciola, mentre nel prossimo weekend, la sesta edizione di Dolcemente Pisa manderà in passerella i tradizionali dolci toscani a base di frutta secca e le creazioni della famiglia De Bondt, cioccolatieri con un debole per le nocciole. In caso di dieta, passate oltre.
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Nocciola
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Gli indirizzi
DOVE DORMIRE LE DUE MATOTE B&B Via Umberto I 67 Bossolasco Tel. 0173-793299 Camera doppia da 160 euro colazione inclusa ARVEIA NATURA & BENESSERE Regione S. Girolamo 1 Roccaverano Tel. 0144-93200 Camera doppia da 70 euro colazione inclusa AZIENDA AGRICOLA NOCCIOLE D' ELITE Via San Pietro 6 Cravanzana Tel. 0173-855129 DOVE MANGIARE DA MAURIZIO Via Luigi Einaudi 5 Cravanzana Tel. 0173-855019 Chiuso merc. e giov. a pranzo menù da 30 euro SAN CARLINO (con camere) Corso Divisioni Alpine 41 Cortemilia Tel. 0173-81546 Chiuso a pranzo e lunedì menù da 35 euro VILLA D’AMELIA (con camere) Località Manera 1 Benevello Tel. 0173-529225 Chiuso lunedì, martedì a pranzo menù da 40 euro DOVE COMPRARE ARBIORA FORMAGGI Via Consortile 18 Bubbio Tel. 0144-852010

MULINO MARINO Via Caduti per la Patria 43 Cossano Belbo Tel. 0141-80129

ILLUSTRAZIONE DI CARLO STANGA

AZIENDA AGRICOLA NOCCIOLE D’ ELITE Via San Pietro 6 Cravanzana Tel. 0173-855129

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Sulla strada

Un pranzo nelle Langhe con la testa sul piatto
GIORGIO BOCCA
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lle Langhe si sale, nelle brume della pianura appare la terra promessa, la nube morbida delle colline. Con quegli sfondi alpini che mutano ogni volta, mai visto come questa sera fra i pioppi del Tanaro e le alture di Santa Vittoria d’Alba, un Monte Viso così ghiacciato, così tagliente. Il mondo non si lascia vedere in una sola volta, da questa strada continuo a scoprire castelli, ville, chiese dinanzi a cui sarò passato mille volte. Per andare a San Fereolo passo a Barolo, davanti alla casa del Pira, che fu l’ultimo in Langa a pigiare le uve con i piedi, e un giorno si buttò nel pozzo lasciando le tre sorelle a chiedersi il perché. E poi salgo a Monforte. Lì la strada scende per qualche centinaia di metri e poi curva all’Osteria del Ponte: c’è ancora una scritta scolorita, lì era il cuore del nostro mondo partigiano, arrivavano i comandanti di banda per discutere dei lanci, per spartirsi le armi, le divise americane color nocciola e a chiedersi chi poteva aver rubato il fusto con una striscia rossa con le cose strane degli americani: pillole per restare svegli, benzina rosa in una sacca di plastica, mai vista prima, stecche di Chesterfield. Il vecchio Conterno non era proprio un oste, ma un padrone di vigna che aveva affidato ai figli, e stava lì all’osteria per sentire quelli che vanno per Langa, sentirli raccontare. Per secoli la comunicazione orale è stata l’unica in queste colline per cui non passavano treni o carrozze di posta, ma solo i barrocci di quelli che portavano vino in Liguria e ne tornavano con l’olio e le acciughe. Noi facevamo all’Osteria del Ponte i nostri discorsi di guerra e i nostri progetti di pace, e il vecchio Conterno li scioglieva nel vino; saliva dal crotto con le bottiglie di Barolo e diceva: «Queste è meglio che ce le beviamo noi e non i tedeschi. Le avevo tenute per il matrimonio dei miei

figli». Mi fermo davanti all’osteria, vado a guardare le finestre che danno sul retro, sul fossato per cui fuggimmo quella sera che entrò nell’osteria una donna vestita di nero, e agitava le braccia e diceva: «I tudesc, i tudesc!». Vestita di nero lì a Monforte come alla Ruà del Prà in Val Maira, come al Piasco in Valle Varaita. Che non fosse sempre lei, la nostra Pallade Atena contadina che arrivava a salvarci? Per andare a San Fereolo passo per i miei ricordi. Un po’ spaesato lo sono, mi sembra strano che la gente non mi riconosca, che le sorelle Pira siano morte, che il parroco di Monforte abbia un’altra faccia, che sia pieno di automobili e che abbiano fatto una grande cantina bianca sotto una piscina, quelli che comprano il vino vedono quelli che nuotano sopra le loro teste. In guerra avevamo poche macchine fotografiche e non era consigliabile usarle, tutto è rimasto affidato alla memoria, che ricorda solo ciò che vuole. Un giorno salendo a San Fereolo vedrò che persino l’Osteria del Ponte è scomparsa. Una delle piccole cose importanti di qui è il pranzo in trattoria alla domenica, non quello dei turisti su in Langa, ma dei contadini che hanno finalmente alzato la testa dal lavoro: non c’è nulla di meglio che stare a pranzo al caldo dietro le tendine bianche ricamate e farsi finalmente servire e provare il lusso, perché in tutte le trattorie ormai ci sono la tovaglia bianca, i bicchieri a calice, la carta con i cinque vini e i venti piatti. I contadini hanno alzato la testa nel mondo, ma quando mangiano la tengono piegata sul piatto, solo ogni tanto la sollevano per vedere se è proprio vero, se è arrivato anche per loro il momento di farsi servire.
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LA RICETTA
Torta di nocciole
Ingredienti per 4 persone
5

1 Biscotti alle nocciole 2 3 4 5 6

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con tè alla cannella Tortine al cappuccino con nocciole tostate Torta di nocciole con crema e palline di noci Dessert di yogurt e mele a strati con nocciole e miele Biscotti di Natale con granella di nocciole Cheesecake a due strati con crema di nocciole

Federico Molinari gestisce con la sorella Cristina il “Laboratorio di resistenza dolciaria”, pasticceria-culto nel centro di Alba, dove si recuperano ricette della tradizione, attualizzandole, nel rispetto assoluto delle materie prime naturali e locali

120 gr. nocciole piemonte i.g.p. tostate 120 gr. zucchero semolato 40 gr. zucchero di canna grezzo 90 gr. burro 80 gr. farina 00 3 uova 5 gr. cacao Tempo di cottura: 30 minuti Temperatura: 180 gradi in forno preriscaldato Per prima cosa, occorre frullare le nocciole con 50 gr. di zucchero semolato e lo zucchero di canna grezzo.Arrivati alla consistenza di una farina fine, la si lavora con il burro, per ottenere una crema bella spumosa, in cui incorporare, a uno a uno, i tuorli d’uovo Nel frattempo, bisogna montare i bianchi. Raggiunta la consistenza di neve ferma si incorporano con attenzione gli altri 70 gr. di zucchero Una volta uniti i due composti - la base di nocciole e i bianchi - bisogna aggiungere la farina e il cacao amaro, precedentemente setacciati insieme. L’impasto va diviso in due teglie (diametro 22 cm) imburrate e infarinate. A piacere, l’impasto può essere profumato con un cucchiaino di rum, che funziona anche da conservante naturale Con questo piccolo trucco, chiusa in un sacchetto per congelazione e lasciata a temperatura ambiente, la torta dura qualche settimana

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LA DOMENICA

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L’incontro
Venuti da lontano

Francesco Nuti

“Una notte, cinque anni fa, sono caduto dalle scale e mi sono addormentato” Dopo tre mesi in coma, due anni e mezzo in ospedale e quattro a letto ora il regista e attore rinasce passo dopo passo La voce affidata a un sintetizzatore, un computer per scrivere nuove sceneggiature, la voglia di tornare in scena e un libro che uscirà a giorni: “Io sono qui”,

dice, “la botta mi ha salvato, adesso sono sereno”
MAURIZIO CROSETTI
li occhi di Francesco ci sono ancora, così stropicciati e soli. Occhi a fessura dentro un reticolo di rughe. Occhi birbanti. Ora Francesco Nuti ne strizza uno, sollevando le lenti scure dei Ray-Ban. Poi accende lo strumento che si chiama “comunicatore”, pigia un bottone con la mano sinistra perché la destra è paralizzata, e comincia a picchiare sui tasti col dito indice. Le lettere compaiono una a una, lievi come farfalle, tenaci come zanzare. «Io». Spazio, pausa, un altro spazio. «Sono». Spazio. «Qui». Francesco è vivo, attentissimo. La parola è ancora una conquista lontana, cinque anni dopo la caduta dalle scale, i tre mesi di coma, i due anni e mezzo d’ospedale, i quasi quattro anni a letto. La sua voce è un sintetizzatore collegato alla tastiera. Le frasi diventano suoni pronunciati in un impeccabile accento da accademia d’arte drammatica, però non è quello di Francesco. «Oh bisognerà che lo facciamo parlare in toscano!», dice Giovanni Nuti, il fratello, medico e musicista di alcuni suoi film. Lo ha aiutato a scrivere il libro che uscirà il 28 settembre per Rizzoli (212 pagine, 17 euro), Sono un bravo ragazzo, dove il sottotitolo spiega tutto: Andata, caduta e ritorno. Francesco, perché hai scritto la tua storia? Il dito scivola sui tasti e sul biso-

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PRATO

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Repubblica Nazionale

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FOTO PHOTOMOVIE

gno di essere vivi. «Perché sì». E la risata è un lampo improvviso, un fuoco d’artificio nella bocca che un po’ sbava, e allora la mano raccoglie un fazzoletto di carta per asciugare il viso. Il corpo è fragile, però la volontà non gli concede tregua, sette ore al giorno nel centro riabilitativo a Prato. «Lavoro», spazio, «lavoro». Francesco scrive i nomi delle persone che lo stanno aiutando a uscire dal ventre della balena. «Daniela». È la fisioterapista. «Laura». Lei invece è la logopedista. Il libro si apre con una frase del vangelo di Luca: “Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona”. Perché qui, ragazzi, qui non si scherza soltanto. Qui, strizzando l’occhio, si combatte con la morte. La casa di Francesco non è una villa hollywoodiana, ha muri esterni rosa salmone, nel piccolo giardino dei vicini c’è un melograno. Siamo a Narnali, sobborgo di Prato, dove tutto cominciò. Francesco Nuti è seduto al sole su una seggiola di legno, l’ultimo sole di settembre, l’aria è già frizzante come d’autunno. Scolaretti cinesi trascinano zaini enormi. Da qualche parte, qui vicino, qualcuno sta picchiando con un martello. La mano sinistra di Francesco è un po’ fredda, quando prende la tua e la stringe. Se dici una cosa che gli piace, tipo «nel libro ci sei proprio tu, come ti ricordavamo nei film», lui fa «ok» con le dita, oppure alza il pollice. E le pupille s’accendono dietro lo schermo scuro delle lenti, dentro il mistero dei pensieri. «Volevo raccontare». Francesco ha tolto la funzione vocale del sintetizzatore, è meglio leggere soltanto quello che lui scrive. Serve tempo, tutto ruota attorno al tempo. «La botta mi ha salvato». Il successo, le donne, gli amori, i soldi, le auto sportive, le critiche acide, i primi fallimenti, i produttori che voltano le spalle, la depressione, l’alcol, la solitudine. E poi? «Una notte sono caduto dalle scale e mi sono addormentato». Quasi morto, e invece no. «Stavo meglio prima». Un’altra risata, forte, un po’ gutturale, come di tosse allegra. «Ma adesso», pausa, «adesso sono sereno». Chi ha avuto la sventura di vedere Francesco Nuti in quel collegamento televisivo con Barbara D’Urso, qualche mese fa, dimentichi la scena patetica, il primissimo piano che fu pura violenza. Dimentichi le lacrime e l’affanno, perché Francesco non è così. Oggi è un uomo che fa a pugni con la

malattia, convinto di stenderla. Anzi, ci gioca a biliardo, come nel più famoso dei suoi film. «Vado alla Casa del popolo tutti i giorni». Questa è una frase bella lunga, nel visore si va a capo. Francesco alza la mano, mima un’invisibile boccetta, fa il gesto di chi la sta tirando su un panno verde come un prato dopo la pioggia. «Gioco ancora». Ed è così, tutti i pomeriggi con gli amici di sempre. Altri nomi da sillabare con i polpastrelli. «Alessandro». «Mauro». «Andrea». Ragazzacci di Narnali come lui, c’è da giurarlo. Il fratello Giovanni spiega che Cecco è davvero migliorato molto, e ora il suo sogno è tornare a lavorare. Francesco lo interrompe, alza la mano come si fa a scuola quando si vuole intervenire, riprende a scrivere. Tic, toc, titòc, è bello il rumore delle parole quando nascono. «Da due mesi non penso ad altro», però “altro” gli è venuto male, Cecco in realtà ha scritto “atrrl”: rimette la funzione vo-

Vado alla Casa del Popolo tutti i pomeriggi con gli amici
Ma non gioco più a biliardo... Ora gioco a boccette

cale, la macchina fa una specie di pernacchia e Francesco se la ride, compiaciuto dello scherzo. I bambini non smetterebbero mai di giocare. Eppure il sogno non è folle. Esistono due sceneggiature quasi pronte, Olga e i fratellastri Billie Solo quando avrò cullato unbambino, per la prima è già avviata una trattativa con una casa di produzione. «La storia più bella è ancora chiusa in un cassetto», scrive lentamente, implacabilmente Cecco, assai più forte del suo corpo dispettoso. Si tratta di un soggetto originale, I casellanti: il racconto di due fratelli che s’innamorano della stessa donna, in un casello ferroviario da far rinascere in memoria del nonno. Riecco i temi forti del cinema di Nuti: l’amore, la malinconia, lo spaesamento, l’amicizia. Ma tu, Cecco, puoi ancora dirigere un film? «Sicuro». Stavolta è una frase senza errori, senza incertezze. Di più: «Io posso recitare». E se gli dici che in fondo la sua cifra stilistica è sempre stata il silenzio, non solo l’ironia, e che le scene migliori le ha recitate stropicciando quello sguardo da cane abbandonato, allora Francesco Nuti solleva di nuovo i Ray-Ban per strizzare l’occhio. «Perfetto», scrive sulla sua macchinetta. E poi sta per succedere un’altra cosa bella. Il 2 ottobre sarà inaugurata la mostra dei suoi quadri, grande passione a lungo segreta. Trenta opere esposte all’opificio Malkovich di Prato, spazio polivalente. Il soggetto è uno solo: Pinocchio. Ce n’è uno giallo anche qui, appeso al muro. «Pinocchio è come me». Una seconda frase precisa meglio: «Non come me». Spazio. «Io sono Pinocchio», e la mano si avvicina al naso nel gesto di allungarlo. Cecco sorride, poi passa le dita sul titolo del manoscritto appoggiato al tavolo: Sono un bravo ragazzo. Pausa. «Io sono un attore drammatico che sorride». La mostra, un concerto con le sue canzoni (è anche uscito un cd antologico, Le note di Cecco), forse un dibattito con Maurizio Ponzi, il regista dei primi successi, insieme alla proiezione del documentario di Mario Canale, Francesco Nuti e vengo da lontano. Un sacco di cose. Ma il cinema, Francesco, ti vuole ancora? Si ricorda di te? «Qui viene Giovanni, e ogni tanto i ragazzi». Giovanni sarebbe il regista Giovanni Veronesi, uno dei pochissimi a non avere mai abbandonato Francesco negli anni dentro la balena, e i ragazzi sono quelli della vecchia troupe: i tecnici di

Roma, il costumista, il truccatore. Ogni tanto arrivano, parlano un po’ con Cecco, scherzano, ripartono. Lui gli ripete di tenersi pronti per il prossimo film. E le donne, Francesco? Le star dentro lo schermo e nella tua vita? «La più bella è Ginevra», cioè la sua bambina. È l’unico momento di commozione del nostro incontro, la piccola donna che viene a trovare il papà, separato dalla mamma, una volta al mese. Anche questa, però, non è pena. Questa cosa si chiama amore. «Io ci sono». Oggi Francesco Nuti ha cinquantasei anni, una camicia blu notte, non più i riccioli sbarazzini ma capelli quasi lisci e un po’ ingrigiti. Tra le pieghe della sua storia resta nitido il personaggio notturno, poetico, un po’ stralunato dentro una solitudine sognante. È grande il bisogno di raccontarsi. «Non sono ancora forte come vorrei». Pausa. «Sono molto migliorato». «Il mio futuro è giovane». Pausa più lunga, Cecco ha sete: si brinda con l’acqua naturale. «Devo riposarmi dopo cento passi». Come sarebbe a dire, cento passi? La mano sinistra picchia sui tasti: «Ti mostro». Francesco Nuti si appoggia al tavolo, il fratello Giovanni e la cognata lo aiutano, con il braccio sano si puntella e poi comincia a camminare. Lo fa spesso, in casa, col bastone, e adesso anche senza. La fragilità e la forza. Un giro attorno al tavolo, un secondo, il fiato è un po’ corto, «vuoi riposare?» gli domandano e la risposta è il terzo giro. Una passeggiata dal buio, fino a dove sarà.
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