You are on page 1of 27

Antonio Montanari

Rimini ieri.
Cronache dalla città 1945-1946

Edizione informatica 2011

Articoli apparsi sul settimanale «il Ponte», Rimini, 1988-1989.
SOMMARIO 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 1945. Fame e macerie 1945. «Abbiamo la provincia!» 1946. Referendum anche sul casinò? 1946. Due giugno, è repubblica 1946. Dal Rubicone all'Ausa 1946. Uno storico col bisturi 1946. Sogni e bisogni della ripresa 1946. «Erba nei fossi e forche in piazza» 1946. A rimorchio della santità 1946. Un abbraccio formato francobollo

Rimini ieri. Cronache dalla città [1988] 1. 1945. Fame e macerie Il Ponte, 16.10.1988 L'estate della Liberazione. Manca lo zucchero, non c'è luce elettrica. «Gli sfaccendati affollano i caffé». L'epurazione. Un motopeschereccio salta su una mina, dieci morti. «Zucchero per i golosi e non per i bambini» protestano le madri riminesi: «Lo zucchero, elemento essenziale per i nostri bimbi nel periodo invernale, con la tessera è quasi scomparso». Per fare gelati (denuncia un operaio del settore) nella sola Rimini occorreranno in media cinque quintali di zucchero al giorno: «Non vi sembra più logico e umano che lo zucchero rimanesse a disposizione della popolazione che ne ha tanto bisogno?», Ma per fare i gelati, gli rispondono, la legge permette l'uso di frutta dolcificata con mosto concentrato d'uva. Al caffé commercio, un cono con «zucchero e uova» costa addirittura 50 lire. È l'estate del 1945, la gente fa i conti con il proprio borsellino. Un litro di olio, lo si paga persino 450 lire. Ai reduci di guerra con problemi di vista, per un paio di occhiali a Rimini chiedono 85° lire: a Bologna li ottengono per 350. Il pesce costa troppo, dice qualcuno, la colpa è delle tasse e dei commercianti del Nord. Ma, finalmente, il pane è buono. Gli impiegati si lamentano: «Abbiamo fame», si parla tanto dei salari degli operai e dei diritti dei contadini, ci si dimentica però degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il mercato nero fa affari d'oro. C'è chi ottimisticamente sostiene che è possibile eliminarlo. Altri lo difendono: ha garantito la sopravvivenza. Gli sfollati rientrano nelle loro case. Per chi vuole riparlare, la Cassa di risparmio stanza fondi. Ma sono più le macerie dei muri intatti. In città ci sarebbe posto solo per quattromila persone, dice un censimento degli alleati. Si comincia la ricostruzione. Gli uffici della Camera del Lavoro «brulicano di disoccupati», ma Rimini è piena di lavoratori forestieri. I partigiani si chiedono perché. Manca l'energia elettrica: protestano le famiglie operaie del Borgo San Giuliano. Le prospettive per l'inverno sono nere, di fame e di freddo. Qualcuno scrive ad un giornale lamentando che nei locali della Biblioteca Gambalunga c'è polvere. Il direttore risponde: il personale è insufficiente. «Gira la ruota dell'epurazione». Va di moda il cinema americano che ottiene grandi successi di pubblico. Un giovane è felice perché ha ritrovato la radio rubatagli durante la guerra. Così la vita riminese di quell'estate è raccontata dai periodici locali che escono a pochi fogli e saltuariamente. Sono l'«Arengo» (democristiano), il «Garibaldino» (dei partigiani) ed il «Giornale di Rimini» (delle sinistre).

Il mercato della frutta e verdura dal primo settembre va in piazza San Francesco: nei vecchi locali del museo civico spariscono legname e laterizi. Due cittadini sono denunciati per furto di materiale di ferro in Duomo. «C'è un crescendo spaventoso di furti nelle più varie ore della notte, malgrado l'istituzione della guardia notturna», scrive l'«Arengo»: «tale cosa lascia, più che pensierosi, sbalorditi...». Una richiesta: «Occorre vigilare su tanti sfaccendati che oziano nei caffé e fanno acquisti notevoli nei negozi senza avere cespiti di guadagni corrispondenti alla loro prodigalità». Anche il «Garibaldino» affronta il problema: «Perché durante le ore delle giornate decine e decine di sfaccendati affollano i caffé giocandosi migliaia di lire? Perché qualche partigiano si confonde con gli eroi degli angoli dei caffé?». E poi: «Si direbbe che il furto sia quasi diventato un genere di moda», ad opera di quei «romantici notturni che vivono la loro giornata spensierata, gozzovigliando, spendendo fior di quattrini senza aver nessuna rendita né occupazione». Per il «Giornale di Rimini», invece, «niente rapine» nella città «pattugliata da giovani armati e decidi che, unitamente ad agenti di pubblica sicurezza e a carabinieri, vigilano sulle cose». Nel «Garibaldino» è intervistato un operaio. Grida il titolo «Rimini... città aperta. Aperta ad ogni sopruso, ad ogni losco affare, ad ogni avventura, a discapito totale dei suoi ancora onesti cittadini». Esci la sera, dice l'articolo, e «sei costretto a rientrare scosso e certe volte pieno di paura. Ogni tanto una rivoltella estratta, un colpo ecc.». Il «Giornale di Rimini» debutta in luglio con un titolo che riassume il clima politico di quei giorni: «Cinque ex podestà arrestati nel Circondario». Sotto lo slogan «Il popolo ha sempre ragione», un altro numero presenta la foro della fucilazione di Achille Storace, avvenuta in piazzale Loreto a Milano, il 29 aprile. Per le nuove masse post-belliche, si parla di educazione fisica e sport. Il primario del nostro ospedale civile, prof. Luigi Silvestrini, al cinema Impero tiene una conferenza alle donne del Cif sul tema «Problemi femminili dell'ora». Invece il «Giornale di Rimini» riferisce che «in Norvegia sono nati nel periodo di occupazione tedesca, 9.000 bambini illegittimi di padre tedesco»m e si chiede: «In Italia, quante sono le donne che hanno avuto bambini tedeschi?». Il Circolo culturale ed artistico convoca «professionisti ed intellettuali» della città, perché contribuiscano «alla rinascita ed alla elevazione educativa del nostro popolo». C'è chi pensa a «Riccione come una volta» (e si firma il Cafone). Il richiamo alla realtà è amaro. Su di una mina, nel mare di Cattolica, salta per aria il motopeschereccio Maria Luisa. Dieci morti. Alle onoranze funebri nasce un caso politico. Scrive l'«Arengo» che «dai partiti anticristiani si sono lanciati insulti e minaccie al Parroco, perché ha partecipato come semplice spettatore e non come sacerdote. Il Parroco risponde: "Non ho partecipato per non offendere la memoria dei cari scomparsi, avallando per cerimonia religiosa una manifestazione politica"».

Rimini ieri. Cronache dalla città [1988] 2. 1945: «Abbiamo la provincia!» Il Ponte, 23.10.1988 Come nacque l'equivoco: un ministero sbagliò indirizzo. Cesena si opponeva alle nostre richieste. Tra balli ed arresti, nell'estate di Hiroshima. Durante l'estate del 1945, nel linguaggio comune s'affaccia una parola nuova: penicillina. La definiscono la magica polverina gialla. La gente comincia a parlare anche di bomba atomica. Il «Giornale di Rimini» le dedica un lungo servizio in ultima pagina, con titolo su due colonne. Scrive il cronista: «La bomba atomica può rappresentare il principio o la fine del mondo. Dipende dall'uomo che il 16 luglio rubò al cielo il segreto del sole». Quel 16 luglio, al poligono di tiro di Alamogordo (nel deserto del Nuovo Messico), avviene la prima esplosione sperimentale. L'assemblaggio dell'ordigno era cominciato il 12 luglio, nel laboratori di Los Alamos. Il 6 agosto 1945 sarà il giorno di Hiroshima. Il 9, toccherà a Nagasaki. A Rimini, dal 13 al 19 agosto, nati 11, morti 7, matrimoni 24. Si riprende a vivere. «Il numero dei matrimoni che era bruscamente caduto durante gli anni di guerra, torna ad aumentare», è una tendenza nazionale: «Non c'è più la tassa sul celibato, non ci sono più i premi e i prestiti di nuzialità per incoraggiare le giovani coppie. Ma le giovani coppie non hanno bisogno di incoraggiamento», scrive Miriam Mafai nel suo recente «Pane nero». Donne e cita quotidiana nella seconda guerra mondiale». La gente riprende a divertirsi: al teatro Novelli, la stagione lirica con «Bohéme» e «Rigoletto» ottiene «notevole successo» Si danno feste: «Serata deliziosa alla Casa del Partigiano», scrive il «Garibaldino». Sull'«Arengo», si criticano i balli di beneficenza: «Ci si diverte, cioè, per consolare chi soffre». C'è chi soffre e chi s'offe. Di qui a qualche mese, nel 1946, un giornale farà un'inchiesta sulle "Veneri clandestine", raccontando di protettori riunitisi in città da tutt'Italia per scegliere tra Rimini e Venezia come sede di un grande centro di prostituzione. I turisti arrivano anche in treno. Sulla Bologna-Ancona, dopo ferragosto, si sono tre corse settimanali che subito dopo, però, diventano giornaliere. L'intera tratta fra i due capoluoghi di regione è percorsa in sei ore. Il vicepresidente del Consiglio Pietro Nenni (era il governo di Ferruccio Parri, nato il 21 giugno), arriva in una Rimini tutta tesa ai grandi progetti di ricostruzione e di sviluppo economico. Si discute del nuovo Piano regolare, della richiesta della provincia avanzata in un convegno del 22 luglio , dello

spostamento dell'ospedale verso Covignano. Il sindaco Clari chiede l'annessione del Montefeltro. Rispunta la proposta di trasferire anche la stazione ferroviaria. Se ne parla dal 1927, fa notare qualcuno. Si vorrebbe riattivare la ferrovia Rimini-San Marino, mentre al Deposito locomotive c'è una «rapida ripresa». Buone notizie da Roma, in settembre: il ministero di Grazia e giustizia ha concesso il nulla osta per il tribunale. Sul problema della provincia, si fa sapere dalla capitale, «è stato assicurato il massimo interessamento alle giuste aspirazioni della città di Rimini». Ma da Cesena per bocca del Cnl locale, viene la prima opposizione: e noi? «Adagio amici», puntualizza l'«Arengo» (democristiano), sottolineando l'ingiusto parere dei dc cesenati i quali scrivono che Rimini ha solo un'attività: «ospitare per sessanta giorni all'anno gente che va a passare le vacanze in riva al mare». La provincia per Rimini è «una necessità assoluta, un atto di giustizia che Rimini merita», aveva già sostenuto l'«Arengo» stesso, «un atto di riabilitazione dopo le soverchie umiliazioni patite in questi ultimi 150 anni. Rimini o sarà provincia o rimarrà così e sarà destinata a scomparire». Nell'ottobre, un falso allarme. Lo racconta il «Garibaldino». Da Roma il ministro dei Lavori pubblici Romita invia una lettera al Comune «per questioni non inerenti per nulla alla Provincia. La lettera era indirizzata al Prefetto della città, forse perché l'impiegato al Ministero non sapeva che Rimini era solo Comune». Scrive il giornale: «Informiamo che Rimini Provincia non è, per il momento, che una speranza». È in atto l'epurazione. Vigilare sul presente, ricordare il passato. «Tutti i cittadini che vogliono seriamente contribuire all'epurazione nella nostra zona», scrive il «Giornale di Rimini», «hanno il dovere di denunciare le azioni e gli atti crimonosi o faziosi imputabili» agli ex podestà Pietro Palloni (1929-1933), Guido Mattioli (1933-1939) di Rimini (a loro sono sequestrati i beni), Alfonso Giorgetti e Mario Carlini di Santarcangelo ed al Commissario del Comune di Rimini (1939-1943) Eugenio Bianchini. Questi ultimi tre sono arrestati. Commenta Oreste Cavallari in un suo volume del 1979, «Bandiera rossa la trionferà»: «L'accesa ideologia e la rovente propaganda portavano gli animi alle passioni». L'ex segretario del Fascio repubblichino di Rimini, Paolo Tacchi, racconta il «Giornale di Rimini», è arrestato a Como «per collaborazionismo e per avere determinato l'omicidio per impiccagione di Cappelli Mario [recte: Capelli], Niccolò Luigi e Paglierani Delio [recte: Adelio Pagliarani], eseguito dai tedeschi in Rimini il 18 agosto 1944». La data è sbagliata, i Tre Martiri morirono il 16 agosto. (Capelli aveva 23 anni, Nicolò 18 e Pagliarani 19). Tacchi, lo condanneranno a morte nel 1946, ma si salverà, attraverso un lungo iter giudiziario sarà assolto. Morirà a Senigallia nel 1971. Dal carcere di Rimini (dov'è rinchiuso per «vent'anni di

porcherie»), Giuffrida Platania «nei riguardi di Tacchi non cela un odio ben chiaro. Egli dice che il Tacchi era intrattabile specialmente se in compagnia delle sue belle». Una di queste (Ines Porcellini) scriverà poi «una commovente lettera ad un noto partigiano riminese» e sarà fatta arrestare e mandata alla Rocca Malatestiana (allora carcere). Il direttore del «Garibaldino», Nino Polverelli, racconta l'interrogatorio della donna: «fatto in un silenzio quasi claustrale. Toccò l'apice del sentimentalismo», con lacrime e confessioni «che facevano estasiare noi poveri presenti». Un altro arresto, quello dell'avv. Mario Gabrielli, «seguace di Tacchi» e detto «Occhi neri», «fuggito al Nord prima della liberazione», scrive il «Giornale di Rimini», ricordando anche come «Perindo Buratti (Ras di Coriano) e il suo sicario» siano «in attesta della giustizia popolare». Il 16 agosto, il nuovo Vescovo di Rimini mons. Luigi Santa celebra una messa da campo nella piazza dove furono uccisi i Tre Martiri. Si ricorda anche il primo anniversario della fucilazione da parte delle Brigate nere del santarcangiolese Rino Morali, «reo confesso di appartenere alle organizzazioni cristiane italiane». Don Lorenzo Bedeschi, definito giovane cappellano militare del Corpo italiano di liberazione, e commentatore alla radio dell'Ottava Armata, invia al «Giornale di Rimini» una corrispondenza dalla Venezia Giulia, dove lavorava alla Radio alleata. Sulle stesse colonne, Renzo Renzi, altro giornalista che farà strada, scrive di cinema; Sergio Zavoli recensisce una mostra di pittura di Demos Bonini (nei cui quadri, giacche, fiaschi, attaccapanni e sedie, osserva, sono segni di solitudine, «eroico compiacimento del suo dolore»), e Raffaello Baldini parla della pieve di Santarcangelo, paese natio che poi canterà con versi che lo renderanno famoso. Il direttore del «Giornale di Rimini» è Federico Zardi, che diventerà un noto drammaturgo. La provincia allevava le sue grandi firme.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 3. 1946. Referendum anche sul casinò? Il Ponte, 08.01.1989 La proposta viene dal giornale delle sinistre. Riprende il turismo, ma la Marina è ancora desolante e sconvolta. Se ne vanno gli alleati. Il nuovo Piano regolatore. La criminalità notturna. È l'anno del referendum istituzionale, monarchia o repubblica: il 1946. «Gli alleati se ne vanno», titola il periodico delle sinistre «Città Nuova». A Forlì il 21 gennaio è sottoscritto il Patto di intesa democratica repubblicana. Vi aderiscono il partito d'azione, pci, dc, repubblicani ed il partito socialista di unità proletaria. Si vota anche per l'assemblea costituente. Ad ottobre si andrà alle urne per le amministrative. «Città Nuova» anticipa che il due giugno voteranno a Rimini circa 22 mila donne, contro 21 mila uomini: compresi 64 sacerdoti, 105 frati e 170 suore. Ma il giornale pensa anche ad un altro referendum, tutto locale sulle case da gioco della nostra zona: i pareri sono contrastanti. Altre divergenze a tutto campo, il periodico cerca però di mascherarle, in vista della nuova vita democratica che sta muovendo i primi passi: «Al parroco di S. Cristina i comunisti costruiranno la Chiesa», scrive con malcelato orgoglio. Non tutto però è rosa e fiori. L'altra campana, il democristiano «Arengo» suona una musica diversa. Il 12 maggio, il parroco di San Paolo, don Pietro Montemaggi, mentre celebrava la messa, è stato disturbato prima con rumori e poi «con velate minacce e con sistema di intolleranza di marca prettamente fascista», hanno tentato di metterlo a tacere. Il sacerdote firma una lettera aperta, definendosi «figlio di contadini e volontariamente in una parrocchia di contadini per essere sull'esempio di Cristo amico del popolo e lavoratore». All'inizio dell'anno, era stato scritto su «Città Nuova», il Vescovo di Rimini aveva ricevuto una delegazione comunista che aveva «rassicurato mons. Santa dei sentimenti di rispetto che animano tutti gli iscritti del Pci verso la religione cattolica, auspicando che nelle prossime battaglie elettorali sia mantenuta una atmosfera di serenità che non turbi minimamente la coscienza dei fedeli». La delegazione si era però anche lamentata per una pubblicazione (politica) curata da un sacerdote della nostra diocesi. L'«Arengo» invita elettori ed elettrici a fare «Attenzione!»: l'anagrafe, scrive, «ha molto sofferto a causa del passaggio della guerra e le vicissitudini dello sfollamento hanno impedito una regolare reiscrizione di molti cittadini: non è difficile il caso dell'omissione dalle liste». Perciò, ogni elettore deve compiere il sacrificio di verificare la propria posizione elettorale. Si «Città Nuova» (che ha come redattore capo Renato Zangheri, futuro professore universitario, sindaco di Bologna e deputato del partito comunista), il direttore Gianni Quondamatteo parla

della Villa Mussolini a Riccione, in un pezzo che ha questo sottotitolo: «Dove ieri la mente pazza dell'ex Cesare di cartapesta preparava qualcuno dei suoi piani criminosi». Lo stesso giornale indìce un concorso di ballo, lo vince Lia Sorbini. Lino Tiboni, su quelle stesse colonne, parla di «questi benedetti ceti medi», sostenendo: «Il bisogno li farebbe democratici; il decoro li fa qualunquisti», e si chiede: «Ma è proprio tutta colpa loro?». Riprende la filovia Rimini-Riccione. La gente guarda dalle macerie al futuro, dall'Italia al mondo. La parola ricostruzione è sulla bocca di tutti: «La città più bella d'Europa dicono compiaciuti i riminesi quando parlano tra loro». Ma «Città Nuova» tratta anche del problema edilizio in Russia. «A giorni apriranno i battenti otto grandi alberghi. Rimini Lido lotta per la vita». L'Azienda di soggiorno pubblica un manifesto sulla ripresa della stagione balneare. Polemizza l'«Arengo»: «Parlare di soggiorno in una zona sconvolta e tuttora paralizzata nei suoi servizi essenziali, è per lo meno azzardato. Il collegamento tra la città nuova e la marina manca tuttora, la zona a mare presenta un aspetto desolante che è la negazione del soggiorno». Il periodico della dc aggiunge che questo è «l'unico modo per allontanare anche quelli che a Rimini erano affezionati e fedeli e a Rimini cercavano, col refrigerio che il clima sa offrire, il riposo dello spirito!». Nelle strade c' ancora un «traffico rilevante di mezzi meccanizzati militari con tutti gli inconvenienti che produce». Case, giardini, viali sono ancora «sconvolti e così pieni di raccapricciante linguaggio bellico». Anche «Città Nuova» si lamenta. Il pezzo di strada tra Piazza Tre Martiri e l'Arco non è ancora sistemato: «A Rimini si lavora ma si potrebbe lavorare di più», scrive. Il 28 febbraio è firmata la convenzione tra il Comune di Rimini e la società autrice del nuovo Piano regolatore. Sono 81 articoli che la Sinistra presenta come l'occasione di una vera rinascita per la città. Sull'«Arengo» una precisazione: «Rimini non può avere nessun immediato beneficio dell'avvenuta firma della Convenzione, perché in base ad essa non è possibile cominciare alcun lavoro». Si parla anche di macerie morali. «Città Nuova» rileva che «in questi ultimi tempi trovarsi per strada ad una certa ora della notte non è davvero cosa rassicurante». Negli ultimi giorni del 1945 a Riccione, un settantenne bolognese, Edoardo Scandellari, era stato ucciso per rapina. Nella primavera del 1946 è rubata un'auto «al noto industriale e partigiano Piero Arpesella da Riccione. Imbavagliato il custode».

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 4. 1946. Due giugno, è repubblica Il Ponte, 15.01.1989 Con 30 mila voti, contro i seimila monarchici. Ricostruire è la parola d'ordine. Dante spiegato al popolo. Nel nome dei Tre Martiri, tutti uniti. La questione morale diventa nel 1946 argomento di un'inchiesta dedicata da «Città Nuova» (periodico delle sinistre) alle "Veneri clandestine": «Non giuocano, non annusano cocaina, non ballano! Cosa fanno?». La notizia è questa: Rimini diventerà un centro di raccolta per le Veneri di tutto il mondo? Non si pronuncia la parola prostituzione, e si racconta di protettori riunitisi per una decisione storica. «Il referendum dice: Rimini o Venezia.» Commenta il dc «Arengo»: «"Città Nuova" rende al pubblico maschile segnalati servizi con le sue inchieste, fornendo utili indirizzi. Non per nulla Francesca ricordava "galeotto fu il libro e chi lo scrisse"». A proposito di servizi: «Oggi il reparto chirurgico è un fatto compiuto e fra non molto anche quello di Medicina sarà attrezzato», scrive l'«Arengo», elogiando l'amministrazione ospedaliera (Congregazione di Carità), che sotto la presenza Ugolini «senza strombazzamenti ha quotidianamente affrontato problemi vastissimi superandoli, riuscendo così a costruire saldamente opere durature". Ricostruire. Gli operai disoccupati sono in agitazione. La città attende che da Bologna il Provveditorato alle opere pubbliche dia il via ai lavori dell'Ausa, tenendo conto delle «critiche condizioni» in cui Rimini si trova. All'Università del Popolo si spiega Dante ad operai e studenti (iscrizioni 10 lire) ed ai soci ordinari (50 lire). Il dottor G. Massani tratta invece, in un altro ciclo di conversazioni, delle superstizioni popolari attorno alle malattie infettive. Alla prof. F. Canaletti viene affidato il tema: perché è bene che la donna partecipi alla vita sociale. Rimini torna alla carica per la questione provincia, vantando un'economia che coinvolge molti settori: da Cesena ancora opposizioni. «È strano che quando Rimini è sul punto di formare una provincia a sé, sia proprio Cesena che fa quanto può per opporsi», scrive l'«Arengo». Campagna elettorale. Leggiamo ancora l'«Arengo». A proposito di «un giovanissimo professore di filosofia, Pagliarani, scritturato per la propaganda del comunismo riminese», il giornale dc osserva: «Questi propagandisti comunisti incominciano sempre con l'affermare che rispettano la religione, e poi finiscono con l'insolentire i sacerdoti». È accaduto a Morciano. In vista del referendum istituzionale, la dc si pronuncia per la forma repubblicana. I comizi: «trascinante trionfo di padre

Lombardi», lo chiamano «il microfono di Dio». Interviene il ministro Gronchi, uno dei futuri capi dello Stato. Primo maggio, è inaugurato l'Asilo-giardino italo-svizzero, i cui dirigenti secondo l'«Arengo» hanno dato «una colorazione politica all'istituzione». «L'ora della Costituente si avvicina a grandi passi», intitola lo stesso periodico. Il due giugno porta questi risultati. Referendum istituzionale: repubblica voti 30.273, monarchia voti 6.431. Assemblea costituente: pci 12.587, pri 4.000, psi 10.162, dc 8.232, Uomo qualunque 878, Unione democratica 542, partito d'Azione 530. Il Comune contava 72.878 abitanti. I cittadini ammessi al duplice voto erano 44.172. I votanti furono 38.656. Le schede nulle o bianche per il referendum 1.752, per le politiche 1.876. Comincia una nuova era, sottolinea l'«Arengo»: «La data del 2 giugno deve segnare la ripresa della vita morale. Ad evitare conflitti di attribuzioni, è necessario smontare la residua burocrazia fascista e quella di guerra». Il foglio comunista «l'Unità» scrive che a Rimini «solo i socialcomunisti difendono gli ammalati poveri». Si litiga anche per le sedi dei partiti. I socialisti l'hanno sistemata nel ridotto del teatro comunale, mentre il salone dell'Arengo è utilizzato da una società sportiva come sala da ballo. Soltanto le solenni celebrazioni sembrano riavvicinare le parti in contrasto. Il 16 agosto si commemora il secondo anniversario dell'uccisione dei Tre Martiri. Scrive l'«Arengo»: «Rimini celebra commossa i Suoi Martiri simbolo del nostro riscatto e monito a chi vuole ingiustamente punirci». Su «Città Nuova» Guido Nozzoli pubblica una poesia in loro ricordo, che si conclude con questi versi: «E il sole portò le croci nelle lacrime azzurre delle madri». Quelle madri che vanno in tribunale ad accusare Paolo Tacchi per la morte dei loro figli. Tacchi si difende dicendo: «Ho sempre fatto del bene». Ma poi, scrive «Città Nuova», «crolla sotto la sconvolgente requisitoria delle madri dei '3 martiri'». Il tribunale lo condanna alla fucilazione alla schiena. Ma riuscirà a salvarsi.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 5. 1946. Dal Rubicone all'Ausa Il Ponte, 09.04.1989 Giulio Cesare cambia piazza, va all'arco d'Augusto e cede il passo ai Tre Martiri. Le roventi polemiche in Consiglio Comunale. «Squarciato rimani bel Tempio d'Iddio/ al sole che splende, all'acqua che sferza/ al vento che muove, all'occhio che piange...». La professoressa F. Canaletti racconta sull'«Arengo» la sua commozione provata davanti all'opera dell'Alberti, dopo le distruzioni belliche. Gino Ravaioli sulle stesse colonne parla della Madonna della Colonnella, «coperta nel secolo scorso da un viscido strato di pellicole ad olio...» ed auspica che si intervenga ulteriormente, con il distacco dell'intonaco e con il riporto su tela, per completare il lavoro. Su «Città Nuova» (periodico delle sinistre) Sergio Zavoli parla di «Popolarità e proletarietà dell'arte», tirando in ballo anche la figura di Cristo: dice che sinora la cultura non ha educato e liberato il popolo, ed annota tra parentesi che «non libera Cristo quando invita gli uomini a macerarsi in terra per guadagnarsi il cielo». La redazione di «Città Nuova» tira le orecchie al futuro «socialista di Dio». Vale la pena di rileggere quella nota per intero: «Riguardo al Cristo Zavoli non solo pecca di schematismo. Cristo non solo non è stato cultura consolatrice o informatrice, Cristo non è stato propriamente nemmeno cultura, perché egli è stato vita, non nel senso di via all'altra vita, intendo perché a questo si può anche non credere, ma nel senso di vita di questa vita ed a questo tutti non possiamo non credere. [...] Come si può ignorare il contributo che Cristo ha dato alla liberazione della persona umana, alla sistemazione di un concetto di giustizia, alla più umana pratica di amore? Non si può ignorare Cristo come suscitatore dell'uomo». Gli alleati se ne vanno, la prima notizia è dell'aprile 1946. L'«Arengo» invita un sergente maggiore di Rimini (reduce dalla Russia, che degente in un ospedale della Moravia aveva conosciuto un sottotenente triestino interprete dei bersaglieri), a mettersi in contatto con la famiglia De Giovanni Giannini. L'affresco di Piero della Francesca, dopo varie emigrazioni in città del Nord, è a Bologna. Rimini attende che venga restituito. All'appello mancano in tanti, oltre all'affresco. Il 20 luglio l'«Arengo» esce listato a lutto per le vicende jugoslave. Si vuole ricordare così chi ha preferito la morte alla dittatura di Tito. Ottobre 1946. Dopo le prime elezioni amministrative, si tiene il 25 l'ultima seduta della giunta del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), il cui scioglimento è stato annunciato da Decio

Mercanti il 3 agosto. Il responso delle urne è questo: 18 consiglieri comunisti, 10 socialisti, 9 democristiani e 3 repubblicani. Le schede nulle e bianche sono 2.356, cioè 480 in più rispetto alle politiche del due giugno. Le sinistre governano la città con 28 seggi su 40 e oltre ventimila voti. Quelli della dc sono stati 6.492. La prima seduta del Consiglio comunale si tiene il primo novembre. Primo argomento, i nomi da cambiare a strade e piazze. Giulio Cesare lascia il posto ai Tre Martiri, e si trasferisce all'Arco di Augusto. A difesa di Giulio Cesare, Gino Zannini (dc) sostiene che il personaggio romano non c'entra con il fascismo: «Prima di essere un simbolo, Giulio Cesare è un genio». Gli risponde Guido Nozzoli (pci): «È necessario anteporre le glorie recenti a quelle del passato. Giulio Cesare è il simbolo di ambizioni mancate, può essere sostituito senza rimpianti». Nel riportare la discussione del Consiglio comunale nel suo volume «Bandiera rossa la trionferà» (1979), Oreste Cavallari commenta: «Ritorna in questi giovani comunisti, il ricordo del primo amore infranto. E la frase del giovane Nozzoli, che mi pare faccia, in queste prime sedute del Consiglio Comunale, la parte di Robespierre, è rivelatrice di questo stato d'animo che ha portato molti da una passione che li ha ingannati ad un'altra di segno opposto alla quale riversare una passione riparatrice». I Tre Martiri, scriveva Cavallari, «devono stare insieme in un'arca del Tempio: quello è il loro posto». Nel marzo 1947 toccherà al teatro Vittorio Emanuele cambiare nome. Lo battezzeranno con quello di Amintore Galli, colui che musicò l'«Inno dei Lavoratori». Ma che aveva esordito con un'opera dal titolo di «Cesare al Rubicone». In una veloce carrellata, Flavio Lombardini ricostruisce quegli anni in «Rimini XX secolo»: ad appena un anno dalla fine della guerra, si parla già di Rimini «come della più bella spiaggia d'Italia». «In tanto fervore d'opere non mancano certe note stonate che mal si confanno con la riappacificazione degli animi. Sembra di ritornare ai tempi del primo dopoguerra... ma fra i riminesi torna a prevalere il buon senso e le passioni di parte vengono presto superate dalla generale volontà di pace e di lavoro», scrive Lombardini. Riprendendo un brano dello storico latino Sallustio, Cavallari chiudeva il suo racconto relativo al 1946 con una citazione: «s'alternavano gioia e pianto, lutto ed esultanza». Quelli erano i sentimenti che s'alternavano in quei giorni, nella città.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 6. 1946. Uno storico col bisturi Il Ponte, 16.04.1989 Luigi Silvestrini ricostruiva i cento anni del nostro turismo: ma il suo libro contiene anche la prima, drammatica cronaca della guerra nel Riminese. La prima cronaca del Dopoguerra, raccolta in volume, è nel libro di Luigi Silvestrini «Un secolo di vita balneare al Lido di Rimini (1843-1943)». Il prof. Silvestrini, che in queste pagine si rivela storico attento, proprio in quei giorni era accusato di «poca memoria» dal periodico del pci «Il garibaldino», attraverso una lettera dell'operaio Giovanni Tamburini che, nel clima polemico ed acceso del momento scriveva: «È giusto che si debba accusare il famigerato Tacchi come il carnefice di Rimini e assassino dei nostri tre martiri, ma [...] queste parole le deve dire uno che sia puro e non un ex fascista». Clima acceso, si diceva: al proposito, un ricordo del sen. dc Gino Zannini, confidato di recente a Riccardo Fabbri per il periodico «Chiamami città»: al ritorno dai campi d'internamento, il 19 giugno 1945, Zannini trova in piazza Cavour un comizio tenuto da S. Ghelfi che «tuona minacce, anche fisiche, contro i fascisti». Ma, aggiunge Zannini, il clima non cambiò ancora per qualche anno: «Tra il '2 ed il '53, mentre stavo ascoltando in piazza Cavour un comizio di Nenni, sento qualcuno dietro di me dire: 'Lo conosco quello lì. È di quelli che tra poco faremo tutta ghiaia, tota bressa'». Dalla radio dell'Ottava armata, Gianni Quondamatteo il 9 aprile 1945 ha parlato di «Rimini distrutta che rinasce», concludendo con questa frase: «Non ci interessa [...] il travaglio politico». La città sarebbe risorta «perché tra l'Arco d'Augusto ed il Ponte di Tiberio, la storia ha cambiato sempre. E [...] camminerà ancora». Ma «il travaglio politico» esisteva: «Che cosa c'era in comune tra l'esperienza antifascista dei democristiani e quella dei comunisti? Che cosa tra quella dei repubblicani e quella dei socialisti?», si sarebbe chiesto nel 1979 Oreste Cavallari in «Bandiera rossa la trionferà. Rimini 1944-46», fornendo una risposta negativa: «Ciascuno [...]fornendo una risposta negativa: «Ciascuno [...] aveva vissuto un proprio antifascismo, una propria esperienza. E ciascuno si sarebbe, prima o poi, scontrato con l'altro: era fatale». All'indomani della Liberazione, però, si cercava di presentare unanimità di intenti. Silvestrini chiudeva il suo libro con l'auspicio che tutte le volontà ed ogni sforzo dovessero tendere alla rinascita ed alla «ricostruzione integrale del paese e dell'intera Nazione». Era l'estate del 1945, al mare «diversi capanni, alcuni

ombrelloni, gli immancabili mosconi, qualche vela da diporto, una certa spensieratezza [...] ed alla sera alcuni ritrovi mondani, e perfino una modesta stagione d'opera al teatro Novelli, fortunatamente scampato alla furia devastatrice, incoraggiati dalle truppe alleate». Il libro di Silvestrini (primario chirurgo del nostro Ospedale, senatore dc nella prima legislatura dal 1948 al 1953; nato a Brisighella nel 1882, morì a Rimini nel 1974), è finito di stampare dalla tipografia Garattoni il 20 ottobre 1945. Tra la fine di quell'anno e l'inizio del 1946 ha la sua diffusione. È un documento umano, oltre che storico, ideato per celebrare i cento anni del primo stabilimento balneare riminese (aperto il 3 luglio 1843), e scritto nel «tempo felice» che precedette la guerra. Tempo «felice per lo scenario luminoso del litorale e per lo sciamare festoso della folla che accorreva a Rimini durante quei mesi di gioconda cura balneare», recita la prefazione di Aldo Spallicci. Il volume appare nello «squallore» di una città distrutta che, «grata degli aiuti che le verranno dall'America» (è sempre Spallicci che parla), attendeva la sua resurrezione. Le prime 257 pagine ricostruiscono la vita balneare sino al 1942, e furono finite di stampare il 31 ottobre 1943. L'«Appendice» di 14 pagine ricostruisce il periodo che va dal 1943 alla fine del conflitto: «Il colpo di Stato del 25 luglio [1943] che determinò la caduta del governo fascista di Mussolini, diede luogo a clamorose manifestazioni cittadine, senza però incidenti notevoli, nonostante i facili rancori ed i propositi maturati nella lunga vigilia». Poi la Repubblica sociale di Salò, i bombardamenti, l'arrivo degli alleati il 21 settembre 1944, il ritorno degli sfollati in città: «E su tante e devastazioni, ancora l'impronta di saccheggi e delle devastazioni da parte delle truppe occupanti che non paghe di aver razziato le campagna del bestiame migliore, degli attrezzi del lavoro, si sono riversate come sciacalli sulle rovine della Città martoriata, asportando gli ultimi avanzi del lavoro sudato, i ricordi più cari del focolare domestico, così da rendere talora irriconoscibile il luogo e ardua l'agnognata ricostruzione». La prima stagione balneare, quella del 1945, fa girare pagina alla storia di Rimini. Arrivano i forestieri. Alcuni giovani bolognesi, sorpresi a ballare in piazza Cavour, prima che cominci un comizio, vestiti di «eleganti pantaloncini da spiaggia" (racconta il «Giornale di Rimini»), sono fermati dalla Forza Pubblica. E finiscono nelle cronache locali.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 7. 1946. Sogni e bisogni della ripresa Il Ponte, 23.04.1989 Dalle cifre, il difficile quadro della situazione economica. Il «divieto di immigrazione» non ottiene effetto, mentre nascono progetti «hollywoodiani», tra i miti del West. Estate 1946. I salari orari per i lavoratori agricoli vanno da 35 lire (per chi ha tra 16 e 18 anni) nella falciatura, alle 45 della raccolta frutta, ed alle 55 dell'imballatura. Per la mietitura, ci sono tre diverse tariffe: uomini, donne e ragazzi rispettivamente a 50, 45 e 40 lire. Tanto per avere un punto di riferimento, ricordiamo che i quotidiani nel 1946 costavano 5 lire. Nell'anno precedente, il prezzo era stato di tre lire. Di mezza lira nel 1944 e di 30 centesimi nel 1943 Nel 1947 saliranno a 15 lire, prezzo che resta immutato sino al 1950, quando costano 20 lire. L'Associazione albergatori ed il sindacato lavoratori del settore, firmano un accordo per questi salari mensili, relativi alla seconda categoria: delle due cifre che riportiamo, la prima è per il contratto annuale, la seconda per quello stagionale: primo cuoco 8.190 (13.650), lavapiatti 4.500 (5.000), donna di cucina 4.000 (5.000), lavandaie e guardarobiere 5.500 (6.500). Per la terza categoria, le cifre sono più basse in media di cinquecento lire per gli annuali, e di mille per gli stagionali. Un primo cuoco stagionale di terza categoria, guadagna 10.921 lire contro le 13.650 di quello di seconda. Un aiuto cuoco di terza categoria 7.508 contro le 9.559 di un collega di seconda. Soltanto le guardarobiere e le lavandaie stagionali sono pagate con minore scarto: 500 lire mensili nella terza categoria, contro la differenza di mille lire per una donna di cucina o per uno sguattero. Nelle attività industriali, i minimi salariali sono molto bassi. Il contratto di lavoro, stipulato a Roma il 27 ottobre 1946, prevede che in sede locale i sindacati non possano definire aumenti superiori al 15%. Gli operai specializzati guadagnano dalle 25,25 alle 22,80 lire orarie, secondo il tipo di industria. Un ragazzo inferiore ai 16 anni, va dalle 12,70 alle 12,10 lire. Una ragazza della stessa età scende a 9,60-9,10. Nel 1946 il Comune incassa oltre 56 mila lire per l'imposta sui cani, quasi come per la tassa occupazione spazi. L'imposta di famiglia è di otto milioni sul totale dei 14 milioni che finiscono nelle casse comunali. Il bilancio comunale del 1946 registra entrate effettive per 168 milioni, di cui 110 di contributo statale, con un'uscita di 177 milioni.

Alla fine del 1945, la popolazione residente nel Comune è di 72.173 unità: +774 rispetto al 1944. Nel 1946 essa sale a 73.749 (+1.306). Il movimento naturale è di 1.662 nati e 781 morti (differenza +881) Gli iscritti per immigrazione sono 2.401 contro i 1.976 cancellati: l'incremento è di 425 unità. Nel maggio 1945, il Sindaco ha emesso un'ordinanza per disciplinare i trasferimenti di residenza da fuori Comune, un provvedimento subito battezzato «divieto di immigrazione», e che non ottenne nessun effetto, visto che il fenomeno non cessa, anzi aumenta con i 2.401 immigrati del 1946 appena ricordati. Da questo fatto derivava, scrisse Luigi Silvestrini, «la necessità di provvedere a nuovi alloggi e quindi alla riparazione delle case meno lesionate e suscettibili di un rapido restauro». Il movimento turistico del 1946 è di 177.979 presenze: salirà, l'anno dopo, a 418.551 e nel 1950 supererà il milione. In agricoltura si registra un incremento della produzione. Scatta una tregua salariale, però l'inflazione sale: «La forza delle organizzazioni operaie nei luoghi di lavoro impedisce la concreta applicazione dell'accordo: accanto al rifiuto dei licenziamenti si sviluppano nel Riminese anche forti rivendicazioni salariali», scrive Attilio Gardini nel secondo volume della «Storia di Rimini» edita da Bruno Ghigi. Se ne lamenta nel proprio «Notiziario» la Camera di Commercio di Rimini, denunciando una violazione degli accordi interconfederali. Le tariffe che abbiamo citato più sopra, sono il risultato della lotta sindacale che parte dai braccianti, interessa i lavoratori turistici e poi coinvolge anche quelli dell'industria. Mentre nell'emergenza economica del secondo Dopoguerra, la gente è costretta a fare i conti con il proprio portafoglio, la città pensa al futuro. Dopo le elezioni di ottobre (che portano alla costituzione della Giunta pci-psi, con rispettivamente 18 e 10 seggi), è eletto sindaco l'ing. Cesare Bianchini «uno dei più convinti sostenitori del piano Lapadula-Marconi e della convenzione con la società "Nuova Rimini"», scrive ancora Gardini. Questo piano era stato «reso di pubblica ragione» nel luglio 1945, attesta Silvestrini che lo definisce «grandioso». «Non manca, in tanta confusione e ansia di ripresa chi sogna una Rimini fantastica e hollywoodiana», annota Lombardini in «Rimini secolo XX»: «Si vuole correre, rifarsi del tempo lasciato indietro e si progetta l'abbandono della città vecchia per una Città del tutto nuova e moderna con la stazione ferroviaria alla Gaiofana, il 'centro' alla Colonnella, una trasformata e fantasmagorica industria alberghiera, un grandioso cantiere navale, piazze, giardini, servizi per 300.000 abitanti, ma come tutti i sogni anche quello del Comm. Alessandroni, un anconetano avventuroso che perderà di suo un centinaio di milioni in progettazioni fantasiose e irrealizzabili, non incanta i

riminesi che non si lasciano ugualmente illudere dalle fantasiose esibizioni del Capitano Peter Natale, un americano venuto in Italia al seguito delle truppe alleate, in cerca più di avventure galanti che di glorie militari, ma che si acquista qualche merito nell'apprestamento dei primi soccorsi e riceverà in cambio la "cittadinanza onoraria"». Di parere opposto al liberale Lombardini è il comunista Decio Mercanti che, ricostruendo l'«Attività del Comitato di liberazione di Rimini dalla Liberazione al suo scioglimento» (in «Storie e storia», n. 13, aprile 1985), ha scritto: «Il piano di ricostruzione e di rinnovamento ideato dall'ing. Alessandroni (in collaborazione con l'ingegnere-architetto La Padula, di Roma) sarebbe stato sovvenzionato dal suo gruppo ed era appoggiato dal tenente Natale, americano, il quale affermava di poter contare sull'aiuto finanziario di alcuni Americani interessati a questo progetto. In corso d'Augusto, angolo via Giordano Bruno si erano già preparati gli uffici per dare inizio al programma dei lavori. Il Cln, la Giunta, i partiti e gli altri organismi cittadini accolsero con entusiasmo il progetto». Ma la "Nuova Rimini", in mezzo ai reali bisogni della città, restò soltanto un sogno. Il "piano Alessandroni", come annotò poi il socialista Liliano Faenza (nello stesso fascicolo n. 13 di «Storie e storia», «I partiti politici a Rimini [...] 1945-1948»), era «sfumato con i miti del West e dei pionieri, che aveva suscitati», e di cui si era fatto portavoce nel 1945 (racconta ancora Faenza), Renato Zangheri, uno dei giovani "quattro grandi" del comunismo locale, assieme a Nozzoli, Paglierani, Accreman.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 8. 1946. «Erba nei fossi e forche in piazza» Il Ponte, 30.04.1989 I conti con il passato, l'epurazione, l'attesa dell'ora «X»: dalle camicie nere alla bandiera rossa. Gli amarcord confusi di quei giorni. Venti ottobre 1946. Federico Fellini, classe 1920, dà la stura ai suoi primi amarcord dalle colonne del settimanale «Il Travaso delle idee», rievocando il giorno d'inizio della seconda liceo: «Dal fondo della piazza arriva calmo calmo sotto l'acqua, un ragazzo magro, spettinato, ha in testa un fazzoletto sporco. Svolta, entra nel portone del liceo. Si ferma al riparo, fuma una cicca, attendendo... Ma attendendo cosa, se sono già le otto e tre quarti? Signori miei, anche se è il primo giorno di scuola Fellini per onor di firma deve assolutamente arrivare tardi... Fuma, tirando su col naso perché è sempre un po' raffreddato. Alle nove precise, salirà...» Parla di sé in terza persona come Giulio Cesare. Fellini gode già di una certa fama, nell'ambiente romano. Ha lavorato alla radio. In teatro. Al cinema. Anzi al Cinema. Da tre anni, è sposato con Giulietta Masina. Sta scrivendo con Rossellini il copione di «Paisà», e viaggia in lungo e in largo per l'Italia. Ma la memoria torna con il sentimento alla città che aveva lasciato all'inizio del 1939. «Dal fondo della piazza...». Sono i fantasmi che ritorneranno nel film che appunto si chiama «Amarcord»: tra compagni di scuola innamorati, podestà ansanti nella corsa, turiste dell'Est al Grand Hotel, e una famiglia borghese, come tante, con quel padre repubblicano che in quel film, ma non nella vita, beve tanto olio di ricino marca duce, a causa delle sue idee politiche "sovversive". La memoria fa i conti con la Storia, prima nella dimensione domestica, poi in quella più generale, collettiva. Si chiude con il passato. Ma come? «Ovunque girava una parola nuova: “compagno!”. I vecchi se la scambiavano con un'antica familiarità; i giovani, invece, con un filo di ostentazione forse dovuta all'ebbrezza dell'apprendistato», testimonia Sergio Zavoli in «Romanza» (1987). Ma c'era anche chi compagno non era stato, e a cui non piaceva d'esserlo nemmeno in quel momento. Sergio Wolmar Zavoli (il secondo nome di battesimo è quello tedesco della cittadina lettone di Valmiera), come ci ricorda Liliano Faenza in «Fascismo e gioventù» («Storie e storia», n. 5, aprile 1981), aveva debutatto nel 1942 come giornalista da «camerata studente» in «Testa di Ponte», «bollettino del fascio riminese e dei fasci della Valle del Conca», ed era stato poi «assunto a indice del crescente gradimento del bollettino fra gli adolescenti». Racconta Faenza che Zavoli «in una sua lettera [...] aveva

dichiarato innanzitutto di rifarsi a due discorsi del duce e alla scuola semplice degli insegnanti e del padre che gli aveva passato una copia di quei discorso» del 1939. In un secondo intervento, «Zavoli, però, aveva anche confessato [...] un difetto», prosegue Faenza. Aveva scritto Sergio Wolmar Zavoli: «Abbiamo la brutta abitudine di osservare dall'esterno, senza sufficientemente notare quanto avviene dentro di noi». Commenta Liliano Faenza nel suo saggio: «Era un richiamo autocritico, un'esortazione all'interiorità. Non più il padre o il duce [...], ma Socrate, e sia pure quello dei manuali». Sono commoventi altre parole che Sergio Zavoli ha pronunciato il 23 gennaio 1983, a Rimini nella sala Ressi, a proposito di «un uomo d'ordinbe, non di un antifascista»: sio padre, appunto, di cui (diceva) «ho un ricordo dolcissimo». Un uomo «che aveva accettato quel sistema», il fascismo, dopo esser stato volontario nella Grande guerra del 1915-18. Come vissero questi uomini, onesti ma non 'compagni', anzi ex fascisti, quei giorni di novità? Come vissero non quelli che s'armarono della "nostalgia" con di un baluardo da cui attaccare tutto e tutti. Ma chi fece il suo dovere, nei tempi nuovi, con l'unica colpa di esser stato iscritto al Fascio, forse solo perché era necessaria la tessera a chi occupava posti pubblici? Il processo si chiamò epurazione. Sfogliamo carte ingiallite. È un'autodifesa di quei giorni: nuovi tribunali dell'Inquisizione sembravano innalzarsi nelle piazze. Ad aspettare l'ora «X» non erano soltanto gli operai 'frontisti' del reparto Officina locomotive delle Ferrovie, tra alcuni dei quali serpeggiava un programma da nuovo Terrore: «Se vinciamo impiccheremo tutti», come racconta Liliano Faenza ne «I partiti politici a Rimini [...] 1945-1948». Fra una citazione da quel manoscritto ingiallito, ci pare quasi violare il segreto di una vicenda, cercare una risposta o forse tentare di porsi delle domande che non riguardano un'epoca soltanto, ma scelte individuali; cercare di illuminare persone che non possono più spiegarci con la loro voce il senso di una testimonianza. Nomi, circostanze, vicende, opinioni: la curiosità è in grado di farci capire? Oppure si rischia il pettegolezzo storico, mancando di rispetto ad una memoria? Restano in mente le sicurezze dei 'giustizieri? Chi è stato fascista deve lasciare gli uffici pubblici. «Che cosa darò da mangiare a mio figlio me a mia moglie?» La risposta fu «L'erba nei fossi». È un piccolo spiraglio che si apre sull'atmosfera di quei giorni. Che nei libri di Storia trovano pronta spiegazione. Ma restano sempre da decifrare all'interno di ogni coscienza pulita. Chi ci autorizza a sfogliare là dentro, nei mucchi delle parole che oggi ai nostri orecchi possono suonare tanto diversamente? Chi garantisce che non sbagliamo ad interpretarne i suoni? Sembra, ma è un'illusione, facile rovistare da cronisti nel

passato. Ogni frase risuona come eco di vicende liete o drammi acuti. «Bisognava ricominciare a vivere», scrive quasi di sfuggita Zavoli nella sua «Romanza» che è canto di memoria, anzi coro dell'«impareggiabile compagnia di canto, gente arguta e severa, di ribalta e di palco», tra cui lui si ritrova all'indomani della guerra. Quando il libro esce (come si è detto, nel 1987), la memoria ha depurato i ricordi in quel magico alone che confonde teneramente, e tutto rende distaccato ed affettuoso. Ma allora, la memoria è ancora storia, oppure il racconto si crea e si giustifica da solo? Ripercorriamo un episodio giornalistico legato a quegli anni. Partiamo dal 1988, quando a Rimini esce un nuovo periodico pubblicitario «Chiamami città» che nel secondo numero intitola un suo servizio: «Finalmente svelato il 'giallo' del Kursaal». Si parla della demolizione del celebre edificio (1947). «È una versione dei fatti, inedita, ma anche assurda, quasi al limite della fantapolitica», ammette il periodico, introducendo la sua fonte, il prof. Gino Pagliarani, presidente dell'Azienda di Soggiorno, nel secondo Dopoguerra. Pagliarani sostiene che a volere la demolizione del Kursaal fu il sindaco Bianchini (suo compagno di partito, pci): si dice convinto che Bianchini sia stato ricattato (non aveva la laurea dichiarata) dai suoi avversari politici, affinché prendesse quella decisione in merito al Kursaal. «Nelle successive elezioni amministrative quest'atto quasi vandalico, sarebbe stato l'argomento principale per minare, alla base, il suo prestigio», dichiara Pagliarani nel 1988. «Scrissi un articolo contrario alla demolizione sul “Litorale"», continua Pagliarani. Ma in Biblioteca Gambalunga non abbiamo trovato l'articolo in questione. Invece nel «Corriere Romagnolo» del 13 dicembre 1947, c'è un pezzo del direttore Costantino Zangheri in cui si legge: «Che il Kursaal vada alla fine demolito siamo forswe (diciamo forse) d'accordo tutti. Ma che vada demolito subito, no». E propone per il momento di farlo diventare «un fulcro d'attrazione che diversamente ci mancherà», per la vita balneare. Zangheri ricorda che Pagliarani stesso è favorevole alla «conservazione solo temporanea del Kursaal». Temporanea e non definitiva. Che è tutto un altro paio di maniche. Nell'ottobre 1948, in «Città Nostra», Sergio Zavoli attacca violentemente Pagliarani, accusandolo di aver organizzato manifestazioni non riuscite, di aver parlato «clamorosamente, demagogicamente». Concludeva Zavoli: «Ora pare che Pagliarani se ne vada», e sembrava tirare un sospiro di sollievo, mentre chiedeva «soprattutto la "non ingerenza" della politica nel turismo». Ritorniamo allo Zavoli di «Romanza», che definisce l'amico d'infanzia Pagliarani «il più idoneo» a quella carica di presidente dell'Azienda di Soggiorno da cui si dimise nel 1948. Mai fidarsi della memoria.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 9. 1946. A rimorchio della santità Il Ponte, 07.05.1989 L'esperienza politica e religiosa di Alberto Marvelli, «l'operaio di Cristo», ucciso da un camion alleato il 5 ottobre sera. Dai ruderi di palazzo Gioia, all'angolo di piazza Cavour, le notizie del giorno scendevano sul centro attraverso gli altoparlanti di «Voci della città». Le commentavano Glauco Cosmi e Sergio Zavoli. Cosmi erediterà il mestiere del tipografo, ma farà anche il politico e l'operatore culturale specializzato in musica. Zavoli era a quel debutto radiofonico a cui seguiranno glorie giornalistiche come inviato sportivo, cronista delle coscienze e della storia. L'esperienza di di «Voci della città» comincia dopo la Liberazione. Informazioni e pubblicità si mescolano, qualche volta si fa sentire anche Gino Pagliarani, che aveva contribuito alla decisione di «fondare l'unico giornale che potesse entrare nelle case e starci un tempo ragionevole per lasciarci qualcosa», nel difficile momento di quei giorni in cui «la città era priva di notizie anche e soprattutto di se stessa», come Sergio Zavoli ricorda in «Romanza». Nel ricostruire quell'esperienza, Zavoli non riesce a celare una punto d'orgoglio per la sua invenzione giornalistica: «Credo non sia mai esistito un quotidiano che abbia raggiunto la gente attraverso le finestre». Trasmetteva due volte al giorno, alle 13 ed alle 19, la sigla era un valzer che Glauco Cosmi, l'esperto musicale del trio, aveva scelto con cura. Dal novembre 1945, cambio della testava, che divenne «Publiphono». «A volte, quando una notizia veniva presa da una corrente d'aria, poteva arrivare anche all'altro capo della città. Un giornale che aveva le parole come uccelli era una novità anche allegra. Difficilmente smentibili, dal momento che tutto volava via, ci entusiasmava la nostra stessa faziosità, innocente e impunita...», scrive ancora Zavoli. Era un modo di partecipare alla vita culturale e politica della città, anzi (spiega Zavoli) un tentativo, «il più alto, oltre che più ameno, di rifondare, da dentro, la città». Ma tra quei tre giovani riminesi che nel 1945-1946 s'aggiravano tra le macerie, ce n'erano altri che cercavano una rifondazione meno evanescente e velleitaria di quella, per quanto significativa, affidata al vento delle parole: o delle parole al vento. Uno di quei giovani d'allora, è molto conosciuto in città. È nato nel 1918, ha frequentato con Federico Fellini il Classico, è iscritto all'Azione Cattolica. Ha lavorato a Milano ed a Torino, dove ha conosciuto Carlo Carretto. Nel 1942 è ritornato a Rimini, dopo

aver lasciato la Fiat. Insegna all'Iti, è chiamato alle armi, per la seconda volta: nel 1941, dopo la laurea, era stato mandato a Trieste, e poi congedato quale terzo fratello che aveva ricevuto la cartolina precetto. Adesso parte per Treviso. Uno degli altri due fratelli, Lello, muore sul fronte russo. Dopo l'Otto settembre 1943 torna a casa, ed a Rimini è precettato dalla Todt, l'organizzazione tedesca del lavoro. Questo giovane si chiamava Alberto Marvelli, sua madre era Maria Mayr, il papà Luigi era morto il 7 marzo 1933. Alberto, «sfruttando il cognome tedesco della madre e la conoscenza della lingua, riesce a salvare dalla deportazione diversi giovani. Arrestato, viene imprigionato a Santarcangelo. Poi una notte fugge insieme ad altri amici. Nel novembre del 1943 iniziano i bombardamenti su Rimini. La famiglia Marvelli si trasferisce a Vergiano, a sette chilometri dalla città. Con la bici Alberto fa la spola fra Vergiano e Rimini», si legge nell'opuscolo «Il cammino di un uomo» edito a cura di Francesco Succi e Giorgio Tonelli, dalla nostra Diocesi nel 1984, in occasione di una mostra alla Sala Ottagonale del Tempio, dedicata a Marvelli. Rimini è bombardata. Marvelli soccorre i feriti, assiste i moribondi. Aiuta i ricercati a trovare un rifugio, agli sfollati rimedia un po' di cibo. È sempre in movimento, dopo ogni scarica di bombe, il suo zaino porta i segni delle schegge che lo sfiorano. «Fratello degli sfollati, Alberto regala tutto ciò che ha di suo. Materassi, abiti, scarpe, medicine. Aiuta i feriti e salva chi rimane sotto le macerie», è scritto nell'opuscolo citato, da dove riprendiamo anche queste altre notizie: «Abbandonata anche Vergiano, la famiglia Marvelli, insieme ad altre migliaia, si reca a San Marino. Dalle cime del Titano oltre centomila persone vedono quotidianamente gli aerei bombardare la riviera. Marvelli ogni giorno percorre chilometri di strada in bicicletta per procurare cibo e indumenti ai più bisognosi». Quando gli alleati occupano Rimini, si torna a casa. Il Cln affida a Marvelli la direzione dell'ufficio «Alloggi e ricostruzione», uno dei «più delicati, dove maggiormente si richiede giustizia, onestà e solidarietà». Se non ha nulla da dare per soddisfare le richieste che gli vengono rivolte, offre ciò che è suo, come si è già visto. La gente impara a conoscerlo, cominciano a chiamarlo l'«operaio di Cristo». Scrive in un'altra pubblicazione Luigi Gedda: «Era fratello di ogni sfollato. Era lui che andava a Savignano con i camion a prelevare viveri per i 120.000 sfollati a San Marino, ed era lui che ogni mattina scendeva da San Marino con la gerla del pane per portarlo ai bambini nella galleria, lui che distribuiva materassi di casa. A casa, poi c'era questo ordine: "i poveri fateli passare subito; gli altri possono anche attendere"». Nel 1945 Alberto Marvelli si iscrive alla dc, e diventa presidente dei Laureati cattolici. Sono per la storia nazionale i momenti più inquieti. Per Marvelli sono giorni di sofferenza, perché «l'attività

intensa di questi ultimi anni è andata a discapito della vita interiore», scrive nel suo «Diario» nell'estate del 1946. «A forza di consentire, di cedere su qualche punto dei programmi di vita passata, di non approfondire per mancanza di tempo, di voler abbracciare troppo, di voler dare lo spolvero a troppe cose, di volermi interessare di tutto, sto diventando un superficiale, uno che si lascia entusiasmare od abbattere da un discorso o da un articolo, una mezza cartuccia, uno che non ha idee radicate, profonde, decise. Manco di costanza e di fermezza nei propositi, la volontà non risponde più come una volta, o forse non ha mai risposto a tono. Abituarsi a esercitare la volontà anche nelle piccole cose è sommamente utile: trascurare questo porta a conseguenze gravi». Continua quella pagina limpida e tormentata del «Diario» di Alberto Marvelli: «Pur dedicandomi a varie attività apostoliche, caritative, assistenziali, politiche, non ho lo slancio che ci vorrebbe. Sono un trascinato, lo sento, non un trascinatore, sono un rimorchiato che vive di rendita per la bontà degli altri e della fama immeritata di altri tempi». Conclude quella pagina, Marvelli, con questo proposito: «Più volontà ci vuole, più serietà, più studio, più raccoglimento, più meditazione. È inutile pretendere di voler farsi santi... se si corre dietro ad ogni pensiero...». Era il 23 agosto 1946. La sera del 5 ottobre, verso le 21, mentre usciva di casa per recarsi ad un comizio elettorale, un camion alleato che procedeva a forte andatura investe Alberto che era in bicicletta. Morì alla Clinica Contarini (in via Roma, nei pressi della stazione ferroviaria) senza riprendere i sensi. «Era la vigilia delle prime elezioni amministrative nel Comune di Rimini», ricorda Maria Massani. La notizia della morte di Alberto Marvelli «si diffuse, ma non tutti la conobbero subito. E nella mattinata delle elezioni ebbe 111 voti di preferenza». Quarant'anni dopo, la Chiesa lo dichiara venerabile, nel marzo 1986.

Rimini ieri. Cronache dalla città [1989] 10. 1946. Un abbraccio formato francobollo Il Ponte, 14.05.2011 I prigionieri ucraini, filatelisti anche per bisogno, nel campo di Miramare. Gli incontri con i collezionisti del nostro Circolo raccontati da Severino Massari. Il 29 giugno 1946 i filatelisti di Rimini organizzano con il loro Circolo (fondato il 19 marzo 1940), una gita a San Marino, nella terra dove molti di loro avevano trovato rifugio. Anzi, nel passaggio del fronte, dopo i bombardamenti susseguitisi dal primo novembre 1943, molti loro incontri erano avvenuti proprio nella terra del Titano, in qualche ristorante. «La filatelia faceva scordare per qualche istante, gli stenti e i disagi ai quali tutti eravamo sottoposti (si dormiva nelle chiese e si mangiava, come si poteva, all'aperto)», ricorda Severino Massari nella sua storia del sodalizio riminese, edita nel 1970. Per effettuare quella gita, scrive ancora Massari, «non essendovi pullman, si noleggiarono alcuni autobus militari, sui quali furono sistemate alcune panche di legno per le donne e i bambini, mentre gli uomini, tutti in piedi, erano costretti a fare gli equilibristi a causa degli sbandamenti dovuti alla strada sconnessa e alle numerose curve». Meglio di niente potrebbe pensare oggi chi non ricordasse che la gente era stata costretta durante la guerra ai pellegrinaggi forzati degli sfollamenti e alle lunghe trasferte in bicicletta. Un viaggio così disagiato poteva apparire già un'occasione di eccezionale mondanità. Nell'agosto, il Circolo organizza poi la terza giornata estiva del francobollo, una manifestazione che vede la stretta collaborazione delle Poste sammarinesi che, in occasione della prima e della seconda edizione (1942 3 1943), avevano emesso due francobolli sovrastampati come accadrà anche nel 1947. Dal 1948 la Giornata passerà a Riccione, dopo che l'Azienda di Soggiorno di Rimini aveva fatto sapere al Circolo che «dei francobolli non sappiamo che farcene». Nasceva così quella Fiera internazionale del Francobollo che in quarant'anni di successi è diventata un appuntamento fondamentale del collezionismo e del commercio filatelico italiano. Dopo la Liberazione, il Circolo riminese si era mosso per diffondere l'hobby dei suoi soci: all'angolo di piazza Cavour, nel negozio di Delucca & Vincenzi, tra macchine da cucire e cucine economiche, è allestita una mostra di propaganda. È l'estate del 1945. In quel periodo, racconta ancora Massari, «funzionava presso l'aeroporto di Miramare, un campo prigionieri di guerra ucraini che avevano organizzato un loro Circolo filatelico e che, in "libera uscita", partecipavano alle riunioni del nostro sodalizio per scambi filatelici e per avere la possibilità di imparare la nostra lingua». È una pagina interessante della cronaca di quegli anni, che

Severino Massari ha «Ukrainskyj Filatelist».

ricostruito

in

un

atro

documento,

All'aeroporto di Miramare, gli Alleati, utilizzando i ruderi delle caserme rimasti in piedi dopo i bombardamenti e costruendo enormi baraccamenti di lamiera, crearono uno dei più grandi campi di concentramento di guerra esistenti allora in Italia, diviso in sezioni secondo la nazionalità di provienza dei militari. Nel primo settore si trovavano gli ucraini, «quasi tutti diplomati o laureati, ingegneri, medici, sacerdoti, professori, ecc. che, durante l'occupazione tedesca dell'Ucraina, avevano chiesto di poter combattere per l'indipendenza del loro territorio». Gli alleati li trattavano perciò con un occhio di riguardo. E loro s'impegnavano in molteplici attività, costruirono una chiesetta, crearono un gruppo corale, una banda, un'orchestrina, e stamparono anche dei «francobolli da campo», con il cui ricavato avrebbero finanziato una festa ed aiutato gli amici più bisognosi. La prima emissione avvenne il primo agosto 1946, e raffigura il campo di Miramare, con la chiesetta di stile ucraino. Ecco come Massari ricorda i contatti tra il Circolo filatelico e quei collezionisti ucraini: «All'inizio ci si comprendeva con gesti e qualche parola in latino maccheronico: successivamente, con l'aiuto di Ucraini che conoscevano la lingua francese, fu più facile intendersi e stringersi in un'amicizia sincera». Un segno di quest'amicizia è in un commovente episodio che leggiamo nel volumetto: «Nell'inverno del 1945, mia figlia Paola di tre anni circa, fu colpita dal tifo, tanto che il medico curante non ci nascose la gravità del caso. Solo un miracolo avrebbe potuto salvare la mia piccola.Ebbene, due medici ucraini, filatelisti, che molto spesso usufruivano della mia casa per le riunioni, stabilirono un turno di guardia. Uno dalle 7 alle 13, l'altro dalle 13 alle 20. Quando mia figlia guarì, organizzammo una festa alla quale parteciparono numerosi soldati non solo ucraini, ma anche inglesi, polacchi, sudafricani. La filatelia, infatti, aveva accomunato in un unico ideale fraterno, amici e nemici, e fatto dimenticare la rivalità creata dalla guerra». Un altro curioso episodio, Massari racconta nella sua storia del Circolo filatelico. Il 21 settembre 1944, giorno dell'arrivo degli Alleati, lui ed altri collezionisti si trovavano all'interno di una casa abbandonata, a fare scambi con soldati tedeschi. All'improvviso un sergente entrò, usando poche parole nella sua lingua: «I tre soldati si alzarono di scatto e scomparvero velocemente. Mentre noi eravamo ancora sorpresi..., entrarono dalla parte opposta tre soldati negri ed un allampanato e segaligno canadese il quale, dopo aver ispezionato la casa, si fermò con noi a parlare alla meno peggio di "stamps"», cioè di francobolli. «Ci regalò sigarette e cioccolato, si prese qualcge francobollo con l'effigie di Mussolini ed Hitler e ci salutò con un "good-bye" e un largo sorriso. Nello spazio di cinque minuti, e senza neppure accorgercene, eravamo passati da una parte all'altra del fronte». La casa di Severino Massari era diventata meta di filatelisti di

ogni nazionalità. Figlio del musicista Augusto ed appassionato delle sette note lui stesso, Massari suonava il piano: «Un sergente mauriziano, certo Michel, alla filatelia univa la passione per il canto, e tutti i santi giorni voleva che lo accompagnassi mentre cantava l'"Ave Maria" di Schubert». La musica ritorna anche nei ricordi sui prigionieri ucraini: nel pranzo di Natale, prima di sedersi a tavola, recitarono una preghiera ed intonarono un canto nella loro lingua: «Fu un momento commovente che davvero non dimenticherò». Nel giugno 1947, i prigionieri prima di partire stamparono un «Saluto all'Italia». Erano poche pagine, dense di significato: «L'Italia ci ha avuto con sé, noi che venimmo soldati e partimmo prigionieri. Dio ci ha dato la grazia di essere in questo Paese quando la vecchia Europa periva ed affondava nel sangue e nella polvere. Noi vediamo l'Italia come il sacro terreno in cui molte migliaia di nostri compagni dormono il sonno eterno e già per questo il suo ricordo deve esserci caro». Ormai la guerra è diventata un doloroso bagaglio di ricordi da sopportare assieme ai problemi del presente. La voglia di vivere si mescola al dolre per chi non c'è più. Nascono le feste in famiglia: «In via Duilio la signora Pia Pellegrini ha voluto festeggiare il suo compleanno fra gli amici e li ha invitati ad un "Albana Party"», scrive l'«Adriatico» dell'estate 1947 che fa anche la cronaca di una grande festa goliardica: «Sergio Zavoli aveva lasciato a casa la maschera dell'espressione di annoiata distinzione, e si rallegrava, compiaciuto, per l'originalità e la vivacità dominanti. Zavoli era di buon umore e di grande acutezza e concorse alla gara di barzallette. Come banco di prova per i concorrenti, la serietà del fuoricorso Amedeo Montemaggi. Chi sarebbe stato capace di farlo ridere avrebbe meritato vistosi premi. Zavoli ci riuscì con gran finezza».