Suor Maria Celeste, figlia primogenita di Galileo Galilei

"Donna di esquisito ingegno, singolar bontà et a me affezionatissima" (cit. Galileo Galilei)
LA VITA - «Laborum et molestarum patientem, solitariam, taciturnam, parcam, propri comodi studiosam, zelopitam»: Galileo scrisse di suo pugno un oroscopo (ora visibile presso il Museo di storia della Scienza di Firenze) nel quale descriveva quelli che sarebbero stati i tratti principali del carattere della sua figlia primogenita, Virginia. Lo zelo, la sensibilità e la devozione a Dio, predetti da Galileo, si manifestarono davvero nella personalità di Virginia, nata il 12 agosto del 1600 dalla relazione irregolare di Galilei con una donna veneziana, Marina Gamba, che, dopo essersi stabilita a Padova (non nella casa di Galileo) gli fu compagna affezionata per più di dieci anni. Dalla storia con Marina Gamba nacquero un'altra figlia, Livia, e un figlio, Vincenzo. Tuttavia, Galileo e Marina si separarono; i due, però, rimasero in buoni rapporti: ciò perché probabilmente erano entrambi consapevoli delle difficoltà economiche in cui si trovavano, difficoltà che non avrebbero permesso loro di fondare una famiglia propria. Nel Seicento, le ragazze di buona famiglia avevano come alternative di vita il matrimonio o il velo. Galileo era sommerso di debiti e non poteva permettersi di pagare la dote matrimoniale alla figlia, dinanzi alla quale, quindi, si presentava un'unica alternativa di vita: il convento. Nel 1616, quando aveva solamente 13 anni, Virginia entrò nel convento di San Matteo in Arcetri come monaca di clausura, prendendo il nome di Suor Maria Celeste; qui condusse tutta la sua breve vita. Le suore di San Matteo in Arcetri appartenevano all'ordine delle Clarisse (fondato da Chiara d'Assisi nel 1212), un ordine basato soprattutto sulla scelta di povertà. Il convento, situato al di fuori delle mure della città, risultò essere particolarmente indicato per le esigenze di Galileo: le nuove monache, infatti, erano accolte con una dote abbastanza bassa. Sebbene il convento fosse poverissimo e le monache avessero a malapena di che sfamarsi, Suor Maria Celeste non vide mai intaccata la propria fede, ma anzi, si rivelò adatta alla vita che le era stata imposta, e tanto meno diminuì il profondo affetto che nutriva nei confronti del padre. Tutto ciò emerge chiaramente nelle lettere, nelle quali, infatti, non traspare mai un rimpianto o una Suor Maria Celeste (1600-1634) rivendicazione. Virginia era una donna intelligente e in convento divenne presto un punto di riferimento per le consorelle. Le frequenti

richieste al padre di denaro avevano quasi sempre come scopo quello di migliorare le misere condizioni di vita di tutte le monache. Nel frattempo Galileo viveva nella Villa “Il Gioiello” a Arcetri, dunque vicinissimo alla figlia, alla quale restò estremamente legato fino alla morte della giovane, avvenuta nel1634.

LE LETTERE - Di Virginia rimangono 124 lettere scritte al padre, con il quale la suora ebbe una fitta corrispondenza tra il 1624 e il 1634, e che furono

strumento di conforto per entrambi. Le lettere, conservate gelosamente da Galileo, sono lettere piene di amore che ci fanno intravedere una giovane donna che, sebbene vivesse in clausura, si adoperò per aiutare, anche in cose pratiche, il celebre scienziato. La prima lettera a Galileo è datata 10 maggio 1623: venne scritte in occasione della morte di Virginia, sorella di Galilei, dalla quale Suor Maria Celeste prese il nome; in questa lettera, inoltre, Virginia ringrazia il padre perché le ha inviato in visione riservata la lettera che egli ha ricevuto dal nuovo Papa, Urbano VIII. L'ultima lettera, invece, risale al dicembre 1633, ossia a quando Galileo rientrò da Siena per scontare gli arresti domiciliari inflittogli dal Sant'Uffizio al termine del noto processo. In altre lettere troviamo accenni del fatto che Virginia si prendesse cura di Galileo in molti modi. Ad esempio lei inviava al padre speziali, dolci, e frutta candita di cui Galileo era particolarmente ghiotto; gli raccomandava di andarci piano con il vino (raccomandazione di cui non sempre Galileo teneva conto); gli cuciva colletti o gli rammendava abiti; si faceva copista delle sue lettere a terzi o dei suoi manoscritti. Dalle lettere, inoltre, è stato possibile apprendere che Galileo, uno dei massimi scienziati di tutti i tempi,

aveva personalmente riparato l'orologio del convento. Infine fu lei che, desiderosa di avere il padre più vicino, riuscì a trovare la Villa “Il gioiello” dove Galileo visse gli ultimi anni di vita. Galileo, da parte sua, non rispose mai negativamente a nessuna delle richieste della figlia, fosse denaro, fosse inviare del buon vino, fosse fare l'orologiaio, o qualsiasi altra richiesta. Le lettere che Galileo scrisse alla figlia, invece, sono andate perdute: queste, molto probabilmente, vennero distrutte dalla madre superiora che temeva una una compromissione del convento a causa della condanna di Galileo da parte del Santo Uffizio. Alla fine dei conti, si può affermare che le lettere (per leggerle cliccare in questo LINK) sono la commovente testimonianza di un affetto capace d’illuminare il crepuscolo di quel genio sofferente, tormentato dalle malattie e dall’esito del nefasto processo. Dietro l'apparente cronaca quotidiana, queste lettere fissano in realtà uno sguardo drammatico sulla società del tempo che ebbe in Virginia una testimone d’eccezione.

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fonte 3

Angioni Federica IV F

FONTI:

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