Il giro del mondo in 80 Italiani

Questa è una collezione di 80 interventi da parte di Italiani che sono andati a vivere all‟estero ed hanno condiviso la loro esperienza su Italiansinfuga.com. Vorrei ringraziare tutti loro per aver dedicato il loro prezioso tempo alla stesura delle risposte ed aiutare così chi aspira a percorrere un sentiero di vita simile. Vorrei inoltre ringraziare i volontari che mi cercando, trovando ed intervistando i soggetti. hanno assistito

Invito tutti coloro che ricevono questo documento a CONDIVIDERLO con chi pensiate ne possa trarre beneficio.
Aldo Mencaraglia Melbourne, Gennaio 2012

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Argentina Vado a vivere in Argentina Australia Come un architetto ha ottenuto un visto 457 in Australia I primi tempi in Australia con il visto vacanza lavoro Fare il gelataio in Australia Austria Andare in Austria a 45 anni Da Torino a Innsbruck passando per l‟Australia

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Belgio Vita da ingegnere con MBA in Belgio Brasile L‟Italia perde cosa il Brasile guadagna Imprenditori italiani che emigrano in Brasile “Non c‟è paragone tra il mondo del lavoro del Brasile e quello dell‟Italia” Il mondo del lavoro in Brasile viaggia alla velocità della luce Canada Le mille luci di Vancouver www.italiansinfuga.com @italiansinfuga

Cosa ho imparato dopo sette anni in Canada Primi tempi con il visto vacanza lavoro a Vancouver, Canada Cile Insegnare in una scuola italiana in Cile Cina Studiare in Cina: alti e bassi Si può lavorare in Cina senza sapere una parola di mandarino Lavoro in Cina per un‟azienda cinese Conoscere i cinesi in Italia per andare in Cina www.italiansinfuga.com @italiansinfuga

Colombia Tutto quello che dovete sapere per trasferirsi in Colombia Aprire una pizzeria in Colombia Danimarca Andare a studiare in Danimarca come exchange student Vivere all‟estero con il progetto EVS Fiji Vita vera alle isole Fiji senza cocktails con l‟ombrellino!

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Filippine Consigli per andare a vivere nelle Filippine Finlandia Scoprire la Finlandia e ritornarci Francia Come sopravvivere a Parigi Fabiola ha trovato lavoro come Country Manager Italia a Parigi Ecco come emigra un cervello Emigrare in Francia come ingegnere

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Galles Lavorare e vivere in Galles Studiate all‟estero, magari non vi piace ma almeno lo smitizzate Germania Come ho trovato lavoro nella SEO in Germania Lavorare in Germania come ingegnere e donna Ci ho messo 4 anni per trovare lavoro all‟estero ma ora sono a Monaco! MBA a Trieste, lavoro in Germania

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Giappone Consigli pratici per emigrare in Giappone Le difficoltà del mondo del lavoro in Giappone per le donne Vivere in un villaggio giapponese di 19 case, età media 65 anni India Opportunità in India per aziende italiane (e per voi) L‟India non è per i deboli di cuore Inghilterra Trovare lavoro in 3 giorni in Inghilterra

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Come ho trovato lavoro a Londra in 2 giorni Primi 3 mesi a Londra: consigli praticissimi Dall‟internship (stage) in Italia al lavoro ed alla carriera in Inghilterra Come fondare una ditta di traduzioni in Inghilterra Irlanda La Dublino vera, raccontata da chi ci vive e lavora da quattro anni Aprire quattro attività nella ristorazione in Irlanda Lituania Emigrare in Lituania, da chi l‟ha fatto

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Messico Dieci motivi per emigrare e vivere in Messico Norvegia Infermiere in Norvegia con Erasmus Nuova Zelanda Perchè e come emigrare in Nuova Zelanda Olanda Indipendenti a 23 anni con un dottorato in Olanda

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Dodici anni in Olanda, mi trovo bene, non torno in Italia Polonia Vivere in Polonia per sette anni, la mia esperienza Portogallo A Madeira con il WWOOF Repubblica Ceca La giusta esperienza in Italia è apprezzata in Repubblica Ceca Come è cambiata Praga in 12 anni

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Russia Studiare musica a San Pietroburgo Scozia Un anno di ricerca prima di partire per Edimburgo Fare il Game Tester a Glasgow Spagna Cosa insegna l‟esperienza Erasmus in Spagna La Galizia vista da Italiani in Galizia Giornalista in Spagna, niente Ordine dei Giornalisti

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Stati Uniti Vita a San Diego Vivere vent‟anni a Los Angeles Addio posto di lavoro fisso,vado a New York Andare negli Stati Uniti come studente e rimanerci Il lavoro negli Stati Uniti che non si trova in Italia Svezia Quindici minuti per emigrare in Svezia Come trovare un lavoro in Svezia

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Svizzera 600 CV in Italia, niente. Dopo due mesi trovo lavoro in Svizzera! Tutto ciò che bisogna sapere per trasferirsi in Svizzera Lavoro in Svizzera, vivo in Italia Thailandia Lezioni dopo dodici anni di Thailandia Vivere a Bangkok Turchia Insegnare italiano in Turchia, quasi per caso

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Uruguay Sei motivi per NON vivere in Uruguay L‟Uruguay visto da chi ci vive Vietnam Aprire una catena di ristoranti italiani in Vietnam

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Argentina
Vado a vivere in Argentina
Mario Linzi ha deciso di emigrare in Argentina e condivide la sua esperienza su Vado a Vivere in Argentina. di Stefano Frigerio Mario è un italiano felice. Si capisce dalla voce squillante con cui risponde al telefono, nonostante la linea Cile-Argentina sia abbastanza disturbata. Lui non è il solito backpacker, ha già tanti chilometri nel motore, nelle ferrovie dello stato per le quali lavorava ai sistemi informatici e tra Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Barbados, India e Turchia, in cui ha viaggiato sempre per motivi di lavoro. Mario è un esperto di informatica e lavoratore specializzato del primo gracchiante internet. Dopo essere andato in prepensionamento negli anni novanta ha lavorato in diversi paesi dell‟Europa dell‟est nell‟ambito della delocalizzazione e degli investimenti immobiliari. Tornato in Italia, ma insoddisfatto della situazione lavorativa e sociale, decide di trasferirsi in Brasile per alcuni mesi. Le difficoltà burocratiche per ottenere un visto permanente lo convincono a migrare nella vicina argentina. Mario vive da 15 mesi in Argentina, a Mar del Plata, località balneare di 700.000 persone a sud di Buenos Aires.

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Dopo aver vissuto per la maggior parte dei suoi anni a Trieste, ha deciso di trovare il suo paradiso sulle spiagge oceaniche e ricche di palme di Mar del Plata. Nella provincia argentina ha ritrovato abitudine tipiche italiane, aria pulita ed una vita rilassata. Il cibo buono, sia pescado che i famosi filetti argentini hanno fatto il resto. Mario è estremamente soddisfatto della sua vita in Argentina, ci ha guadagnato in salute e tornerà in vacanza in Italia a salutare la figlia. Italiansinfuga non rappresenta solo i ragazzi con sogni nel cassetto ma anche un pensionato di 55 anni che decide di regalarsi una qualità di vita migliore. Segnatevi la sua mail (mariolinzi2009@gmail.com), per l‟anno in cui forse otterrete una pensione o più verosimilmente passerete per questo angolo di Argentina, che è la località balneare, oltre che il surf spot, numero 1 del paese. Mettetevi in contatto con Mario, avrà sicuramente qualche buona storia da raccontarvi davanti ad una parillada ed un bicchiere di rosso.

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Australia
Come un architetto ha ottenuto un visto 457 in Australia
Salve a tutti, mi chiamo Alessandro e a settembre 2009 ho finalmente fatto l‟ultimo passo per realizzare il sogno di trasferirmi in Australia. Non era la mia prima esperienza fuori casa e devo dire che l‟impatto iniziale è stato decisamente meno difficile di come lo avevo immaginato. Prima di partire infatti ho deciso di affidarmi ad un‟agenzia, la quale mi ha trovato una scuola ed un alloggio per i primi tempi. Credo che uno si possa arrangiare benissimo anche da solo, ma devo dire che seguire questa strada mi ha aiutato a partire in maniera più serena e rilassata. Solo a titolo di cronaca devo far notare che se mi fossi iscritto alla scuola da solo avrei pagato lo stesso identico prezzo, quindi a volte si possono anche trovare agenzie oneste, però alla fine si va sempre un po‟ ad istinto. Sono entrato in Australia con il famoso visto vacanza lavoro (Working Holiday Visa) che mi è stato utilissimo per trovare un lavoro full time e non essere obbligato a frequentare una scuola, come avviene invece con lo Student Visa. Purtroppo il visto vacanza lavoro può essere fatto fino a 30 anni compiuti ed una sola volta*, per una durata totale di 12 mesi. È comunque un ottimo modo per iniziare a guardarsi attorno e

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prendere contatti per riuscire a trovare uno Sponsor**, se siete intenzionati a fermarvi per un periodo più o meno lungo. Altrimenti potete sempre utilizzarlo per farvi una bella vacanza, girare l‟Australia magari lavorando saltuariamente per autofinanziarvi! Il WHV vi consente anche di studiare per un periodo massimo di 4 mesi e quindi mi sembra decisamente il visto più completo e flessibile. Come detto, appena arrivato, mi sono dedicato allo studio della lingua (un mese e mezzo), per rinfrescare uno scarso Inglese che mi trascinavo dai tempi delle superiori e nel frattempo ho iniziato a spedire curriculum per trovare lavoro. Sono laureato in Architettura dal 2005 ed oltre ad essere stato in Spagna sia per l‟Erasmus che l‟ “internship” di un master che ho frequentato a Bologna, ho fatto qualche anno di esperienza lavorativa in Italia. Questo mi è stato decisamente utile perché non avendo, come detto, un livello di Inglese eccezionale ho potuto trovare un impiego grazie alla pratica professionale fatta precedentemente. Penso che essere un architetto, in questo caso, abbia semplificato la situazione, visto che nel mio lavoro non ho la necessità di comunicare con le persone tutto il tempo. Infatti dopo poco ho trovato uno studio per il quale ho lavorato 6 mesi***, mal pagato, poco gratificato dai progetti di cui mi sono occupato e soprattutto scarsamente considerato da uno dei capi e da alcuni colleghi. Ancora però non sapevo che quel sacrificio sarebbe stato molto importante. Infatti se non avete studiato qui (Università, Master o corsi di specializzazione) la cosa che più vi aiuterà a trovare un impiego è il fatto di aver lavorato, anche non pagati, per qualche azienda locale. Per questo se ci tenete veramente a fermarvi, rinunciate a salari più gratificanti per investire in una miglior prospettiva futura.

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Nel frattempo pero‟ avevo iniziato anche a lavorare il sabato mattina come istruttore di nuoto per arrotondare un po‟ ed una volta terminati i 6 mesi presso lo studio ho deciso di iniziare in piscina a tempo pieno. Infatti, vista la situazione economica non idilliaca, le porte, per uno straniero, con poca esperienza locale, Inglese nel frattempo divenuto mediocre, ma non ancora ottimale, e in cerca di uno Sponsor Visa (il visto, a mio avviso, più vantaggioso e meno oneroso per rimanere qui terminato il WHV) hanno iniziato a chiudersi una dopo l‟altra. Lavorare in piscina non era il mio obbiettivo primario ma ha portato comunque diversi vantaggi. Per prima cosa mi ha aiutato a migliorare la lingua, ho iniziato a guadagnare decisamente meglio, ho allargato la mia cerchia di conoscenze e mi ha fatto lavorare per altri 6 mesi stabilmente per un‟azienda locale, tutte cose estremamente importanti per la richiesta di visti successivi. Questo mi ha permesso di avere più tempo per ambientarmi potendo comunque mantenermi. Nel frattempo a luglio 2010 sono stato per qualche giorno in vacanza a Melbourne ospite di amici e qui la mia avventura è decisamente cambiata… La capitale del Victoria è una città fantastica, piena di eventi culturali e sportivi, dove puoi trovare ottimi ristoranti e “cafe” un po‟ in tutti i quartieri, ma soprattutto la gente è estremamente cordiale! Comunque durante quel periodo sono riuscito ad avere un contatto con uno studio che poi, una volta tornato a Sydney, mi ha chiamato per invitarmi a trasferirmi a Melbourne con la proposta di uno Sponsor VISA**** (successivo a un periodo di prova). Così è iniziata la mia avventura! Ho contattato un amico che ha un‟agenzia di immigrazione a Sydney per occuparsi di tutta la trafila burocratica e dopo circa 3 mesi (nel frattempo ho fatto un visto turistico per poter comunque rimanere in Australia dopo la scadenza del WHV) ho avuto il mio visto 457, che mi permetterà di rimanere qui per i prossimi tre anni come residente temporaneo.

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Credo di essere tuttavia un aspirante emigrante, perché non mi sono ancora ambientato completamente e come ho detto prima, il mio visto è solo temporaneo. Però sono a buon punto e per il resto è solo questione di tempo e decisione! Per questo dico a chiunque abbia l‟intenzione di partite, di pianificare il proprio viaggio in maniera seria! Informatevi più che potete, cercando di verificare le notizie che raccogliete, mettete da parte un po‟ di soldi, perché soprattutto all‟inizio vi saranno molto utili, ma soprattutto se lo desiderate davvero provateci senza paura! I momenti difficili prima o poi ci sono per tutti e più di una volta il pensiero che passa per la mente è quello di mollare, ma se siete motivati avrete buone possibilità di farcela! In bocca al lupo! * (se non si fanno 3 mesi di lavoro in zone scarsamente popolate per rinnovarlo di un altro anno) ** (datore di lavoro che vi assuma dandovi la possibilità di richiedere un visto lavorativo) *** (massimo periodo di lavoro consentito dal WHV con lo stesso datore di lavoro, se non con particolare richiesta all‟ufficio immigrazione del governo) **** (visto lavorativo che può avere una durata variabile per un massimo di 4 anni) Alessandro Dalsasso è architetto e vive a Melbourne.

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I primi tempi in Australia con il visto vacanza lavoro
I primi tempi in una nazione straniera come l‟Australia sono fondamentali. Dario Vanin ci racconta la sua storia. Intervista di Fulvio Minichini. Quanto tempo fa sei partito? Cosa ti ha spinto a lasciare l‟Italia e perché proprio l‟Australia? Sono arrivato il primo novembre 2010, 4 mesi fa. Lavoravo come consulente da 10 anni ed avevo visto il mio potere d‟acquisto diminuire di giorno in giorno ed il futuro non prometteva nulla di buono. Mi ero stufato di vedermi passare davanti gli amici degli amici che, malgrado non avessero capacità, andavano avanti a spinte, poi la mia ragazza stava finendo di laurearsi ed il futuro per lei sarebbe stato ancora più incerto. A quel punto abbiamo deciso che bisognava fare qualcosa: l‟Italia oggi sembra il Titanic e chi parte prima secondo me ha più possibilità di accaparrarsi una delle poche scialuppe per non affogare. Abbiamo fatto un‟analisi delle prospettive di vita in tutti i paesi anglosassoni e le migliori prospettive venivano dal Canada e dall‟Australia. Per motivi esclusivamente legati alla temperatura abbiamo optato per il secondo. Quindi siete venuti insieme qui in Australia. Con che visto siete entrati?

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Working Holiday Visa Qual è il primo ricordo che associ all‟Australia? L‟enorme quantità di verde e la manutenzione. Melbourne è stata la città di arrivo prima di ripartire per Perth. Non mi è piaciuta per via del clima. Ci sono stati momenti di scoraggiamento soprattutto all‟inizio? Cosa riguardavano? Come li hai superati? Il Working Holiday Visa è un visto terribile se vuoi emigrare. È ottimo se vuoi fare lavoretti per passare un anno di relax. Mentre in Italia ti offrono contratti sempre più corti, io non riuscivo a trovare lavoro perché nessuno voleva investire in una persona che dopo 6 mesi deve per forza cambiare lavoro. Lo scoraggiamento deriva dal fatto che ti ritrovi decine di applicazioni rifiutate esclusivamente per il visto. Io sono stato fortunato perché ho trovato un imprenditore di origini italiane che mi ha messo alla prova malgrado il visto. Consiglio comunque appena arrivati di fare qualsiasi lavoro si trovi per non demoralizzarsi: io appena arrivato ho lavorato all‟OVAL a montare il palco degli U2. L‟attività era poco legata al mio skill (Sistemista Unix) ma comunque mi ha permesso di parlare con le persone e guadagnare qualcosa. Poi non dimentichiamoci che uno spazzino australiano ha più potere d‟acquisto di un ingegnere italiano.

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Che intendi per un imprenditore che ti ha messo alla prova? Ho trovato un italiano emigrato qua 35 anni fa ad una festa. Parlando è uscito che lui cercava qualcuno, che aveva dei problemi con i software aziendali ed io mi sono offerto di andare a dargli un‟occhiata. Non pensavo che poi sarebbe diventato il mio lavoro full time. Quindi si potrebbe dire che la chiave della tua fortuna è stata la tua disponibilità oltre che la tua competenza ovviamente. La disponibilità viene prima della competenza quando hai il WHV, direi come importanza disponibilità 70%, competenza 30%. Passando ad un altro argomento, come hai trovato il tuo primo alloggio in Australia? La mia ragazza, prima di partire [da Melbourne n.d.r.], aveva trovato uno stage qua a Perth. Questo ci ha permesso di avere una referenza e trovare quindi alloggio più facilmente. La prima settimana l‟abbiamo passata in albergo. Come reputi il costo della vita in Australia se comparato con l‟Italia? Alcune cose costano molto di più ma altre molto meno, dipende da cosa cerchi dalla vita. Se fumi e ti piace bere spendi molto di più che in Italia. Un esempio di qualcosa che costa meno?

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Benzina, carne, andare fuori la sera con amici, ci sono molti spazi verdi pubblici ben curati, barbecue gratuiti al parco dove passare delle belle serate con amici. C‟è o c‟è stato qualche impedimento culturale o sociale alla tua integrazione nella società australiana? Qua a Perth credo che un buon 80% di persone siano immigrati o figli di immigrati. Direi che c‟è MOLTA più integrazione qua che in Italia. Mio padre mi diceva “Vai a fare l‟immigrato!” e ti diró che preferisco di gran lunga fare l‟immigrato australiano che l‟autoctono veneto. Pensi mai ad un possibile ritorno? In quali circostanze? L‟ho detto mille volte: lo spazzino australiano è trattato con più rispetto e pagato meglio di qualsiasi figura professionale italiana. Un ritorno per lavorare non è proprio nelle mie intenzioni. Un ritorno come turista per una vacanza gastronomica invece è probabile. Cosa ti ha dato l‟Italia che ti ha aiutato nella tua vita australiana? Le sfide. In Italia sei abituato a combattere ogni giorno per prendere un pezzo di pane e a valutare attentamente le scelte. Questo ti da una professionalità che in Australia secondo me non esiste. All‟estero l‟italiano non è visto male. Quindi dici che l‟attenzione ai particolari è una marcia in più?

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È il modo di pensare che è diverso. Loro non si pongono tutte le domande che ci poniamo noi quando fanno qualcosa. Ti posso portare un esempio: Ho chiesto qualche tempo fa ad una mia collega autoctona se il suo lavoro le piacesse. Lei ha uno stipendio basso (in euro 2600 al mese circa) Lei fa inserimento dati in un programma, un cosa che personalmente non farei mai. Lei mi ha detto che non le piace il suo lavoro, il motivo per cui non le piace è che non ha istruzioni scritte su come fare il lavoro e le tocca chiedere ad altri Io in vita mia non ho mai avuto istruzioni e mi sono sempre dovuto arrangiare. Questo fa si che nel mio lavoro sappia risolvere problemi che non ho mai visto prima e per me è stimolante. Per loro invece il problema non è fare il lavoro ripetitivo ma non avere istruzioni su come farlo. Un titolare di azienda ovviamente apprezza più uno che risolve i problemi rispetto ad uno che non li vuole affrontare. Hai affrontato colloqui in inglese? Ci sono state delle difficoltà? Quali e come le hai superate? Ho fatto molti colloqui in agenzie e li non ho trovato grossi problemi perché il personale è scelto tra persone che parlano bene inglese “britannico”. Spesso ho trovato proprio inglesi. Malgrado il mio inglese non fosse speciale (IELTS 6) loro parlavano semplice e non facevano caso ai miei errori.

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Altra cosa, ben diversa, è il colloquio in azienda. Ne ho fatti 2. Il primo è stato disastroso: mi sono trovato con 2 esaminatori. Uno inglese e l‟altro australiano. L‟australiano medio del Western Australia ha un inglese molto difficile da capire e molto lontano dal “britannico” L‟australiano mi faceva le domande su argomenti che conoscevo molto bene (avevo lavorato su 10 sistemi uguali ai loro) ma… non capivo le parole. Non riuscivo a distinguere i suoni. L‟altro esaminatore mi ripeteva le domande in inglese ma la cosa ha infastidito il primo e non mi hanno preso. Nel secondo colloquio era l‟azienda italiana ed il colloquio l‟ho fatto con Berry, un Sudafricano. Io credo che l‟inglese sudafricano sia il migliore in assoluto. Il più semplice e chiaro da capire. In quel caso sono riuscito a dimostrare il mio skill. Nel primo caso (era un lavoro da 150K dollari dove ero perfetto per il ruolo), non mi hanno preso per problemi di comunicazione. Nel secondo caso, malgrado lo skill non coprisse tutte le loro aree di interesse, l‟approccio italiano di mettersi in gioco è stato fondamentale. Ora proviamo a fare un salto indietro, all‟inizio della tua esperienza Australiana hai detto di aver montato un palco come primo lavoro. Come l‟hai trovato? Una cosa fondamentale a cui non avevo pensato subito sono le feste. Hanno un potenziale enorme di conoscere persone con le quale stringere legami di amicizia. Lì ho conosciuto amici che mi hanno suggerito il primo lavoretto dandomi direttamente il numero di cellulare del titolare.

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La selezione del personale in Australia non è frutto di meritocrazia: per quanto ho visto la selezione viaggia molto su amicizie/conoscenze. La meritocrazia entra in gioco dopo: qua se sei bravo fai strada e se non sai lavorare vai a casa. In Italia ti fanno credere che devi ringraziare il titolare perché ti offre un lavoro. Qua invece sei una risorsa e ti “coccolano” per non farti scappare. Mi hai detto che all‟inizio avete vagliato varie possibilità. Quali città hai preso in considerazione prima di scegliere l‟Australia? Quali città ancora consideri papabili? All‟inizio Melbourne infatti il volo intercontinentale ci ha portato a Melbourne, poi l‟euro cominciò a scendere e gli affitti diventavano costosi quindi valutammo altre città. Sydney: troppo cara. Hobart: Troppo freddo/squali. Adelaide: non se ne sente mai parlare e non ci ispirava. Brisbane: sembrava un buon posto. Perth: Sembrava un buon posto. A quel punto (per fortuna visti gli ultimi problemi di Brisbane) la mia ragazza ha ottenuto lo stage qua a Perth e il destino ci ha guidato qui. Quali insegnamenti trarresti da questa esperienza?

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L‟immigrato è una risorsa, non un problema se fai una buona selezione e gli dai la possibilità di integrarsi. Prima non avevo mai parlato con un cinese in vita mia. Qui invece ho amici cinesi con i quali si esce assieme e si scambiano pareri. Il problema non sono loro che si isolano ma la comunità italiana che non li accetta. Poi ho avuto conferma che il mio lavoro è un valore e non un dono del padrone dell‟azienda. Vista così la situazione è molto diversa. Infine impari che una vita rilassata e con un po‟ di natura non ha prezzo. Non tornerei in Italia neppure se mi offrissero il doppio dello stipendio di qua. Vedo che sei diretto verso una sponsorship. Che qualifiche avevi prima di partire? Quali qualifiche o certificati hai dovuto ottenere in Australia per poter aspirare a uno skilled? È stato difficile? Io sono un informatico ed ho dovuto fare il riconoscimento competenze all‟ACS. Ci ho messo 4 mesi per fare solo quello. Credimi, è più difficile di quanto si possa pensare all‟inizio. Già l‟idea che ti chiedano le “References” dei vecchi titolari è un problema: i miei avevano paura a firmare le carte perché non capivano a cosa servissero. Devi spendere molti soldi per far tradurre tutta la tua documentazione a traduttori autorizzati. Devi pagare gli agenti di migrazione.

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Chi ti assume deve pagarti uno stipendio alto perché il governo non vuole (giustamente) che l‟arrivo dell‟immigrato abbassi il costo del lavoro dell‟australiano Le liste dei lavori richiesti cambiano continuamente. Io all‟inizio ero compatibile per entrare sponsorizzato dal governo ma 1 mese prima di ottenere il riconoscimento competenze, la lista cambiò precludendomi quella strada. Diciamo che devi essere molto motivato se vuoi partire. Posso chiederti se sei laureato? Sono laureato in Scienze Politiche dal 2009. Mi sono laureato lavorando. La laurea comunque non mi è servita per il riconoscimento competenze in quanto non legata alla mia professione. Quali sono gli aspetti negativi dell‟Australia? 1. Il traffico. Alle 5.00 pm finiscono tutti di lavorare e si creano grossi ingorghi. 2. La mancanza di concorrenza colpisce la professionalità: elettricisti, idraulici, meccanici eccetera fanno pena. Ho avuto pessime esperienze e la cosa è davvero a livelli preoccupanti 3. I ristoranti. Se ti piace mangiare bene devi saper cucinare. I ristoranti fanno pena e sono molto costosi (almeno 20$ per una pizza).

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Fare il gelatiere in Australia
Alessio Tavella ha lasciato l‟Italia per andare in Australia a fare il gelatiere. Trentunenne, Alessio ha deciso di chiudere la gelateria che gestiva da cinque anni a Firenze con suo fratello e di emigrare ad Adelaide, Australia. Lavorando per la catena di caffè/gelaterie Cibo Espresso, Alessio ha rivoluzionato la produzione di gelato raccogliendo grande successo con il pubblico australiano. Come ha fatto? Alessio risponde alle domande di Italiansinfuga! Perché hai deciso di lasciare l‟Italia? Ho deciso di lasciare l‟Italia innanzi tutto per l‟aspetto lavorativo. In Italia qualsiasi lavoro fai e qualsiasi idea hai non verrà quasi mai apprezzata, lo sforzo che ci metti per arrivare ad un obiettivo non ti ripagherà mai con nessuna soddisfazione. È forse un punto di vista negativo, ma è quello che penso. Che tristezza sentire i miei amici che stanno in Italia, laureati con il massimo dei voti, dire:” grazie a Dio mi hanno rinnovato il contratto per altri 3 mesi!” . La dignità ti viene strappata via gratuitamente. Come hai fatto a trovare l‟opportunità offerta da Cibo Espresso? Dopo cinque anni di attività in proprio con mio fratello, stanco di irrangiungibile, quale vivere normalmente, decisi di mandare via email il catena di Bar/Gelateria “Cibo Espresso” ad Adelaide. Una mattina trovai parte di uno dei Titolari, Salvatore Pepe, in cui senza nessun tipo inseguire un obiettivo mio curriculum ad una un‟email di risposta da di problema e molto

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semplicemente mi scrisse:” Caro Alessio vieni quando vuoi che qui c‟è lavoro per te”. (ndr Alessio ha il passaporto australiano essendo nato in Australia prima di crescere in Italia). C‟è comunque da dire che è facile trovare lavoro in Australia, ma comunque devi avere un curriculum e un bagaglio personale lavorativo non indifferente, cioè devi essere un professionista nel tuo campo! Ed è quello che cercava anche Cibo Espresso da me! Sei arrivato con un‟offerta/contratto di lavoro o hai preso dei rischi? Dopo essermi messo in contatto con Salvatore Pepe telefonicamente, lo incontrai a Firenze e a Rimini insieme ad un altro titolare, Claudio Ferraro. Loro sono andati in Italia come ogni anno per tenersi aggiornati professionalmente di tutte le novità italiane e li abbiamo parlato della mia posizione lavorativa all‟interno di Cibo Espresso. Sicuramente non sono venuto in Australia prendendo dei rischi, ma con delle idee precise su cosa fare. Sono finiti i tempi dove bastava partire per trovare lavoro! Consiglio sempre di pianificare quello che si andrà a fare in una nazione che non è la propria, il modo di agire degli anni sessanta non può assolutamente riproporsi ai tempi di oggi! Come descriveresti il mondo del lavoro in Australia? Il mondo del lavoro australiano è totalmente diverso da quello italiano. La propria professionalità viene riconosciuta sia dal datore di lavoro sia dalla società. I diritti e i doveri vengono rispettati all‟interno dell‟ambito lavorativo.

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In 10 mesi di lavoro qui in Australia ho avuto tantissime soddisfazioni a livello lavorativo e lo testimonia il fatto che sono stato intervistato da SBS radio, è stato scritto un articolo su di me in un mensile a tiratura nazionale e ora sono addirittura qui su Italiansinfuga a raccontare la mia storia. Che conoscenza dell‟Inglese bisogna avere per essere efficaci in Australia? La conoscenza della lingua è essenziale al giorno d‟oggi, è indispensabile in qualsiasi campo se si vuole crescere e interagire con la società. È pur vero che la si può imparare piano piano, ma è consigliabile almeno sapere un minimo di inglese. Che consigli daresti a chi sogna di aprire una gelateria in Australia? Aprire un‟attività come una gelateria o qualsiasi altra cosa non è facile come sembra! Bisogna sapere cosa vuole il cliente che non è la stessa cosa che vuole un Italiano. Non è sufficiente sapere fare il gelato o la pizza nel modo italiano per potersi permettere di aprire un‟attività, perché il gusto e la percezione anche visiva di un prodotto è diverso da quello che si può trovare in Italia. Quindi prima di buttarsi in una cosa più grande di noi bisogna un pò rendersi conto di dove siamo e di che cosa vuole la clientela! Grazie Alessio e buon proseguimento!

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Austria
Andare in Austria a 45 anni
Alessandro Sacilotto sta per partire per l‟Austria alla soglia dei 45 anni, dimostrando che sono le competenze che contano, non l‟età. Ecco la sua storia. Perché metterti in gioco alla soglia dei 45 anni? Credo che l‟attuale crisi economica in corso metterà in ginocchio il nostro paese per i prossimi anni abbassando ulteriormente le opportunità lavorative. Inoltre ho moglie e figli, non sono ricco di famiglia e non ho “santoli” (“padrini” in dialetto veneto) che mi possano sostenere in caso di problemi. Per questo, assieme a mia moglie, ho cominciato a guardare all‟estero con particolare riguardo all‟area di lingua tedesca: in Europa la più diffusa e la più dinamica in ambito economico. Cosa hai fatto come lavoro in Italia? Sono sviluppatore software. In questo momento, in particolare, mi occupo di piccoli dispositivi elettronici per la regolazione della climatizzazione degli edifici.

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Qual è la tua impressione del mondo del lavoro italiano dopo tutti questi anni? Sono nato in Svizzera, ma ho sempre vissuto e lavorato nel Nordest d‟Italia. Questa area è composta da una miriade di aziende piccole e medie. Dalla crisi attuale stanno uscendo solo quelli che hanno investito in innovazione del prodotto, hanno sviluppato le opportune sinergie e si sono lanciati nei mercati internazionali. Ha chiuso bottega (o è in grossa difficoltà) chi sperava di continuare a fare il terzista a basso costo, lasciando le cose come stavano e, soprattutto, sperando che (come al solito) le economie del nord Europa ricominciassero a fare da traino come era accaduto nei 50 anni precedenti. Per rimanere competitivi la cosa più ovvia è stata quella di tagliare sul costo del lavoro sfruttando all‟osso la manovalanza a basso costo fornita dagli immigrati e quanto la legge Biagi ha messo a disposizione, co.co.pro, lavoro temporaneo (fino alle work experience). La dimensione delle aziende, poi, non aiuta di sicuro. Ma qui l‟imprenditore che si è fatto da solo di solito: 1) non molla la direzione dell‟azienda fino a che proprio non ce la fa più; 2) non accetta di cedere lo scettro del potere allo scopo di fare quegli accorpamenti tra aziende necessari ad un‟economia di scala. Per contro eccessive garanzie ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato, scarsa partecipazione agli utili dell‟azienda, rigidità dei contratti non incentivano gli stessi dipendenti ad essere propositivi. Come ti sei iniziato a muovere verso l‟estero? Il mio è il tipico lavoro che sfrutta intensivamente la globalizzazione del pianeta: confrontarsi in lingua inglese su problemi comuni è la regola. Internet aiuta molto, ma non risolve tutto.

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Il settore IT viaggia alla velocità della luce e diventa importante il lavoro di confronto e collaborazione “face to face” all‟interno di team di una certa entità. In Italia questi non esistono quasi più (e se esistono non vengono certo a cercare un ultra quarantenne perchè economicamente non gli conviene). All‟estero questo pare essere ancora possibile. Come hai trovato l‟opportunità che ti porterà in Austria? Da circa tre anni ho un profilo pubblicato su Linkedin. Diversi recruiter esteri mi hanno scritto direttamente per valutare un mio eventuale interesse per i loro committenti. L‟offerta austriaca (la società, però, è americana) è arrivata tramite una società di recruiting ungherese. Ha rappresentato un ostacolo la tua età? Francamente no: recruiter e aziende con cui ho parlato erano solo interessati alle mie competenze. Ci descrivi il percorso di selezione del personale per il posto di lavoro che hai trovato? Con il recruiter la roadmap è stata piuttosto breve: dopo avermi illustrato locazione e richieste del committente, avermi spedito l‟andamento dell‟azienda in borsa (!) gli ho inoltrato il mio curriculum con una lettera di presentazione in inglese. Dopo un colloquio telefonico avvenuto con due responsabili tecnici dell‟azienda sono stato invitato in Austria dove mi è stato fatto un esame per verificare le mie reali competenze e dove mi è stato illustrato nel dettaglio il processo produttivo e dove si sarebbe inserita l‟attività della persona che intendevano assumere.

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Il tutto alla presenza del capo del personale e dei responsabili dei vari reparti software. Dopo qualche settimana mi è stata fatta una proposta economica. Assieme a questa mi è stato calcolato anche quanto avrei pagato di tasse, di quali benefit avrei goduto, di quali agevolazioni potevo usufruire lavorando in Austria e via discorrendo. Cosa ne pensano di questo cambiamento i tuoi familiari ed amici? Sapevo che una decisione del genere avrebbe provocato un mezzo cataclisma. Credo che sia abbastanza accettato il fatto che finché sei giovane è giusto che tu espatri (perlomeno per fare esperienza), ma risulta abbastanza incomprensibile che se ne vada un “vecchio” con un posto “sicuro”, famiglia con figli piccoli, mutuo,… Ma io e mia moglie ci abbiamo pensato bene prima di fare il salto. Adesso come adesso forse rischiamo di più a rimanere qui. Come ti stai preparando al salto dal punto di vista pratico? Vorrei chiarire due cose: 1) mia moglie parla bene il tedesco e io ne ho solo una conoscenza molto elementare, 2) lo zona dove andrò a trasferirmi è vicina a dove vivo ora, la mia famiglia e io la conosciamo bene venendoci più di una volta all‟anno. È stato anche questo uno dei motivi ad convincerci nella scelta dell‟espatrio che, quindi, dovrebbe essere meno traumatico. Data la relativa vicinanza farò il “transfontaliero settimanale” (rientrerò in Italia nei weekend) almeno fino alla prossima estate. Questo dovrebbe darmi il tempo di rafforzare la conoscenza del tedesco. Grazie Alessandro ed in bocca al lupo per la vostra avventura!

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Da Torino a Innsbruck passando per l‟Australia
Enzo ci racconta di come si sia trasferito ad Innsbruck, Austria. Ci racconti brevemente dei tuoi trascorsi all‟estero? Innanzitutto vorrei ringraziare Italiansinfuga, per avermi contattato. Io e la mia ragazza vi seguiamo sempre. Dal 2003 che sono in giro per questo mondo fantastico, ho lasciato Torino, la mia città natale e ho vissuto in varie località fra cui Dublino (il mio primo amore), Spagna (mentre lavoravo a Gibilterra), Australia, Londra e l‟anno scorso sono approdato a Innsbruck. Perché adesso Innsbruck? Come molti di noi che vivono all‟estero anche io mi sono spostato per amore. Quando lavoravo a Londra ho conosciuto una ragazza, tramite la mia fantastica amica Claudia. Denise che cercava lavoro e viveva in quel periodo a Milano, si spostò dopo poco a Innsbruck e iniziammo una sorta di relazione a distanza. Dopo 7/8 mesi nella società dove attualmente lavoriamo cercavano del personale con il mio profilo lavorativo e così mi sono spostato anche io in Austria. Cosa fai di lavoro? Questa è la domanda preferita di tutti i miei amici, non sempre facile da spiegare e a volte anche i miei colleghi non sono sicuri di quello che faccio. Lavoro per una società di online gaming e il mio titolo che fa molto figo è “Poker Room Operations Manager”, mi occupo di tenere aggiornati i contenuti sul sito, preparare promozioni, andare a tornei live di poker e moltissime altre cose.

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Come lo hai trovato? Come già detto ho saputo da Denise che cercavano personale nel dipartimento del poker e così si è occupata lei di offrire il mio curriculum vitae al responsabile. Generalmente, lavorando del gaming mi appoggio ad agenzie di recruitment, ho scritto anche un piccolo articolo a riguardo che può interessare a chi è interessato con l‟elenco di tutte le agenzie alle quali faccio riferimento. Che possibilità di lavoro ci sono per uno straniero in una città delle dimensioni di Innsbruck? A dirti la verità non ci sono grandissime opportunità per italiani che parlano tedesco. Dove lavoro io cercano personale attualmente dato che è una compagnia in grossa espansione con delle opportunità lavorative e di carriera veramente interessanti. Bisogna assolutamente conoscere il tedesco? Il tedesco è importante ma non fondamentale. Con l‟inglese vai ovunque e lo parlano quasi tutti, addirittura anche il gommista lo parla… Anche l‟italiano è abbastanza parlato, certo che la modulistica burocratica rimane in tedesco. Quanto si spende a vivere ad Innsbruck? La vita a Innsbruck non è proprio economica. Io vivo a 10 min a piedi dal centro e paghiamo per 45 mq 700 euro, con bollette e internet arriviamo a 800 euro. Nei locali notturni invece c‟è una grossa differenza fra birra che si aggira intorno ai 3 euro e cocktails, dove si arriva a pagare un coca e rhum anche 8 euro…insomma non proprio regalato!

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La spesa invece non è molto differente dall‟Italia, e si spendono cifre simili al nord d‟Italia e i classici prodotti italiani possono essere reperiti senza grossi problemi con un sovrapprezzo (500gr di pasta barilla Eur 1.50). Hai siti web da consigliare a chi vuole andare a vivere in Austria? Non guardo molti siti sull‟Austria a dire il vero, seguo in particolare il sito www.innsbruck.info dove ci sono tutti gli eventi e le attività. Per chi si vuole trasferire a Vienna un bel blog per tenersi aggiornati è www.quivienna.com, per cercare casa in Austria invece www.wohnnet.at e www.immobilien.net. Grazie Enzo e buon proseguimento!

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Belgio
Vita da ingegnere con MBA in Belgio
Aristotele ci racconta di come prima gli studi e poi il lavoro lo abbiano portato in giro per l‟Italia, l‟Europa ed ora il mondo. Intervista di Edoardo Facchini Puoi presentarti agli amici di Italiansinfuga? Ho 31 anni, sono sposato e abbiamo una bambina di 9 mesi. Vengo da un paesino della provincia di Salerno, Centola, e ho studiato al Politecnico di Milano. Ho partecipato ad un programma di scambio della durata di 2 anni che mi permesso di conseguire una doppia Laurea, in Ingegneria Aerospaziale a Milano e in Ingegneria elettro-meccanica in Belgio. Un anno e mezzo fa ho terminato un MBA presso l‟Instituto de Empresa (IE Business School). Lavoro da 6 anni in Alstom Transport, nel settore del trasporto ferroviario, in particolare sui sistemi di segnalamento per le linee ad alta velocità e i “corridoi” ferroviari europei

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Ho ricoperto diverse posizioni, dalla validazione dei prodotti in laboratorio, ai tests su campo, passando per il design di sistemi ferroviari “chiavi in mano”. L‟ultimo ruolo ricoperto é quello di responsabile del procurement dei prodotti Alstom, inclusa la gestione di tutte le problematiche connesse, quali la ricerca e sviluppo dei nuovi prodotti, la gestione di quelli esistenti, gli aspetti legati alla supply chain o alla logistica. Ho vissuto circa 8 anni in Belgio, con la possibilità di lavorare in vari paesi (Francia, Olanda, Grecia, Svizzera e Spagna). Mi é stata offerta l‟opportunità di lavorare come rappresentante della mia società presso un cliente (Railcorp, l‟equivalente di Trenitalia/RFI) e quindi da qualche settimana ci siamo trasferiti in Australia. Hai fatto un MBA, come mai questa scelta? Dopo un paio d‟anni di esperienza lavorativa mi son reso conto che il mio background ingegneristico mi dava delle solide basi per la comprensione e gestione dei problemi. Questa preparazione rappresenta quindi un “asset” importante ma avvertivo comunque la necessità di completare la mia formazione approfondendo altre tematiche aventi un ruolo importante nel mondo industriale, quali ad esempio la finanza, lo sviluppo delle risorse umane o l‟analisi della strategia in una società.

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In altre parole desideravo allargare i miei orizzonti, aggiungendo una sorta di lente per analizzare meglio la realtà che mi circondava, in modo da interpretare correttamente alcuni segnali e affrontare le problematiche con una visione più larga e, se possibile, completa. Quale é il valore attribuito a questo master dai datori di lavoro all‟estero? La business school ti ha sostenuto nella ricollocazione? Ho fatto l‟MBA continuando a lavorare in Belgio e il successivo trasferimento in Australia é un trasferimento sempre con la stessa società. La business school quindi non ha avuto un ruolo attivo da questo punto di vista. Per quanto riguarda il valore dato al master, dal mio punto di vista, la situazione é abbastanza simile all‟Italia. Per quanto riguarda il valore dell‟MBA, penso che sia piuttosto legato al settore di attività. In ambito industriale si attribuisce un valore crescente a questo titolo ma siamo ancora lontani da altri settori quali banking o consulenza direzionale. La differenza principale tra l‟Italia e il Belgio é la possibilità di utilizzare questa carta anche nell‟ambito delle istituzioni europee. L‟idea di andare a lavorare all‟estero come é maturata? Il trasferimento in Belgio é stato il naturale proseguimento del mio percorso accademico. Quando ho cominciato a cercar lavoro subito dopo la laurea, ho ricevuto diverse proposte in Belgio e ho accettato quella dell‟Alstom che corrispondeva maggiormente alle mie aspirazioni.

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Il trasferimento in Australia é stata un‟opportunità che si é presentata in maniera imprevista e improvvisa in cui non ho dovuto giocare un ruolo attivo, poiché é stata un‟offerta della mia società. Come ti trovi? In Belgio ci siamo trovati bene. C‟é un‟ottima qualità della vita e Bruxelles é una citta molto internazionale che offre tante attività sociali e culturali. In effetti dopo aver lavorato in Italia, come expat, per circa 12 mesi abbiamo deciso di tornare in Belgio proprio per approfittare della qualità di vita, in vista dell‟MBA e del progetto di allargamento della famiglia. Difficoltà incontrate? Difficoltà di ambientamento? Personalmente non ho incontrato particolari problemi all‟arrivo in Belgio e durante tutto il mio soggiorno. Bisogna naturalmente mettere in preventivo delle piccole difficoltà o incomprensioni legate alla scoperta di una cultura e di un modo di vivere abbastanza diverso. Diverso é il discorso, a mio avviso, nel caso di una permanenza per un periodo medio-lungo, con la relativa volontà di superare la fase di “italiano all‟estero” . In quel caso l‟integrazione nel tessuto sociale può essere più complicata visto che mediamente, per formazione culturale e caratteriale, la società belga non é molto aperta.

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Dal punto di vista lavorativo non ho incontrato difficoltà. Penso che vada la pena sottolineare il grande rispetto per la vita privata. Infatti é cosa rara essere contattati sul cellulare aziendale fuori dall‟orario di ufficio, anche se si ricopre un ruolo di grande responsabilità. L‟organizzazione del lavoro é abbastanza diversa dall‟Italia. Prima di tutto, per gli ingegneri, visto che si viene assunti come quadro, gli straordinari non sono (quasi mai) remunerati. Non so se sia la causa o l‟effetto, ma di fatto la giornata lavorativa termina mediamente tra le 18 e le 19. Vorrei sottolineare anche la grande flessibilità in termini di orari di lavoro, tele-lavoro, etc… Primo passo per chi vuole emigrare in Belgio? A mio avviso é importante capire quali siano le motivazioni dietre questo tipo di scelta. Preliminarmente bisogna valutare l‟impatto sulla propria vita personale (lontananza dagli affetti, inserimento in un nuovo tessuto sociale, etc…) Una volta convinti, penso convengo contattare qualcuno sul posto per avere qualche consiglio. Per tale ragione é importante dare un‟occhiata al proprio network, sfruttando i career centers dell‟università/business schools oppure semplicemente Linkedin.

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Una volta arrivati in Belgio, consiglio caldamente di chiedere alla società il supporto di un consulente fiscale per valutare la propria situazione e la possibilità di avere una riduzione del carico fiscale in virtù del trasferimento per sole ragioni lavorative. Dove trovare le offerte di lavoro? Il mercato del lavoro é abbastanza trasparente. Il turnover in particolare a Bruxelles é molto elevato e quindi il numero di posizioni aperte é sempre molto alto. Dando un‟occhiata su Monster si ha un‟idea della situazione. Un sito belga molto interessante, contenente informazioni anche sugli aspetti pratici e legislativi é www.references.be. Dovendo fare un paragone con l‟Italia quali sono le differenze che ti senti di evidenziare? Naturalmente si parla di indicazioni generali e sia in Italia che in Belgio sarà semplice trovare delle eccezioni. È importante sottolineare che le mie valutazioni sono basate sulla realtà di Bruxelles. Per il resto del Belgio il discorso é un po‟ più complicato ( differenze linguistiche, diverso tessuto sociale, etc…) Come sottolineato in precedenza, vale la pena sottolineare il grande rispetto della sfera privata.

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Un‟altra grande differenza é nelle prospettive di crescita per un giovane. La curva di crescita degli stipendi é più o meno standard per i primi 5 di attività. È importante sottolineare che una differenza importante é la presenza della scala mobile che rappresenta spesso un aumento annuale sostanziale dello stipendio. Il mercato del lavoro in Belgio é molto dinamico. C‟é un turnover molto elevato ma il livello medio della concorrenza é in genere alto (soprattutto in termini di conoscenze linguistiche) poiché ci sono molti profili di alto livello che, in attesa di una collocazione in ambito europeo, si rivendono nel privato. La mia impressione é che il mercato sia anche abbastanza “trasparente”, con un accesso diretto alle posizioni aperte. La tipologia di contratto é un‟altra differenze. Ai giovani laureati viene molto spesso offerto un contratto a durata indeterminata (CDI) dopo un periodo di prova di 6 mesi. L‟uso di contratti a durata determinata o a progetto é abbastanza limitata. In ambito europeo la situazione é diversa perché si può avere un CDI solo dopo aver superato un concorso. Costo della vita e stipendi Il costo della vita é più o meno simile a quello delle grandi città italiane. La frutta, la verdura e la spesa in genere sono care, cosi‟ come i ristoranti.

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Gli affitti a Bruxelles sono abbastanza alti, proprio a cause del turnover elevato. Rimangono comunque in linea con l‟Italia. Per un appartamento con 2 stanze in una zona carina, si può arrivare facilmente a 800-1000 Euro. Il prezzo delle case é invece molto più accessibile dell‟Italia o delle grandi capitali europee (3000/3500 Euro/m2) La ricerca di un alloggio può essere fatta tranquillamente a distanza utilizzando un sito fatto molto bene: www.immoweb.be Questo sito raggruppa tutti gli annunci relativi alla vendita o locazione di appartamenti a Bruxelles ma anche nelle altre regioni. Una differenza importante da tenere presente é che le agenzie immobiliari sono pagate da chi vende o affitta. Può risultare quindi interessante rivolgersi anche ad un‟agenzia ma consiglierei di farlo quando si ha già un‟idea precisa sul quartiere. Nella scelta della zona bisogna considerare alcuni aspetti:  il traffico nelle ore di punta é abbastanza intenso  la rete della metropolitana non copre tutti i quartieri  lo stesso quartiere può cambiare radicalmente da una strada all‟altra (i prezzi variano di conseguenza)  nei quartieri residenziali si trovano pochissime attività commerciali

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Lo stipendio iniziale per un giovane laureato é sicuramente più alto che in Italia e rimane comunque più interessante per i primi 5-10 anni. Successivamente dipende molto dall‟evoluzione lavorativa. In Italia l‟evoluzione dipende dalle categorie/quando/dirigente. In Belgio invece quest‟evoluzione é spesso fortemente vincolata agli anni di anzianità. Quindi dipende se nella società per cui si lavoro oltre l‟anzianità si considera anche un job grading o meno. Bisogna considerare che, visto il carico fiscale elevato (intorno al 50%), una parte dello stipendio é pagato in “vantaggi in natura” ossia leasing car, assicurazioni, ticket ristorante, etc… Grazie Aristotele e buon proseguimento! Intervista a cura di Edoardo Facchini, un ingegnere con competenze in ambito compliance bancaria. Edoardo è contattabile su Linkedin.

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Brasile
L‟Italia perde cosa il Brasile guadagna
Dario Zanin fornisce un esempio lampante di professionisti italiani che non riescono a trovare sbocchi adeguati sul mondo del lavoro italiano. La sua soluzione? Emigrare in Brasile. Ecco la sua storia. Nel 2006 mi trovavo in una fase di stallo. L‟azienda nella quale lavoravo era bloccata da logiche familistiche e qualsiasi percorso di ascesa era precluso. Nel mercato del lavoro il panorama era per me triste. Dopo qualche mese d‟interviste mi resi conto che, pur avendo maturato una ottima esperienza internazionale, il mio percorso non risultava abbastanza “appealing”. Quindi decisi assieme a mia moglie di spendere la carta Brasile. Pur non avendo mai risieduto avevo lavorato come Sales Manager per vari anni in Latin America e quindi potevo vantare una esperienza ed una rete di conoscenze. Utilizzando il data-base dell‟ICE di San Paolo feci uno screening tra le varie aziende italiane che avevano una realtà industriale in Brasile, privilegiando quei settori dove potevo dare maggiore valore aggiunto.

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Feci partire alcuni curriculum e venni prontamente contattato da varie aziende. Accettai la prima proposta seria ed … eccomi qua. Qualche difficoltà ci fu ma venne superata in fretta. Da un punto di vista professionale l‟esperienza è stata e continua ad essere entusiasmante. Il Brasile sta crescendo da vari anni ma negli ultimi anni sta avendo un nuovo forte slancio. Quest‟anno le aspettative danno una crescita del 7.5%. C‟è grande fermento nell‟ambiente e le opportunità sia di carriera che di nuovi business si stanno facendo più numerose. La sensazione è quella di “stare al posto giusto nel momento giusto”. Sono passati poco più di tre anni da quando ho lasciato l‟Italia ma mi sembrano molto di più. Ho riscoperto la gioia di pensare, organizzare, realizzare e portare a termine progetti. La felicità di terminare qualcosa e di vederne i frutti. Avvenimenti di cui avevo perso il ricordo in Italia. Vien da se che anche la vita familiare e personale ne ha giovato oltre al fatto che spazi e scenari sono enormemente più vasti. Esempio di questo é che sto terminando il conseguimento del brevetto di pilota d‟aereo uno dei miei “sogni nel cassetto”. Aspetti negativi? Una burocrazia asfissiante e un alto costo dei beni di consumo. Ad ogni modo il piatto della bilancia pende decisamente dal lato positivo. Grazie Dario e buon proseguimento in Brasile!

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Imprenditori italiani che emigrano in Brasile
Antonio Oliviero è un imprenditore che, stanco dell‟Italia, ha deciso diemigrare in Brasile. Il suo blog Vivereinbrasile.com fornisce tantissime informazioni utili per coloro interessati ad emigrare in Brasile. Ci spieghi il tuo background in Italia? Sono laureato in ingegneria elettronica ed ho lavorato per circa trenta anni nel settore della Automazione industriale e delle Telecomunicazioni. Sono stato direttore tecnico, direttore commerciale e titolare di diverse Società sia in Italia che all‟estero. Perché hai deciso di partire? Il lavoro gratificante è venuto a mancare in seguito alla disintegrazione del nostro tessuto industriale. Gli imprenditori sono stati lentamente ma inesorabilmente sostituiti da cialtroni in giacca e cravatta. A questo punto, nonostante avessi 50 anni e quindi non fossi proprio un giovanotto, ho preferito emigrare. Cosa ti ha portato in Brasile? La conoscenza fatta nei miei viaggi all‟estero di vari luoghi possibili dove trasferirsi mi ha portato a scegliere il Brasile come destinazione numero uno. Fattori climatici ed affinità culturali in primis. Con che visto sei arrivato e sei ora residente?

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Come tutti sono arrivato con un visto turistico. Nel 2004 ho chiesto il visto permanente che ho ottenuto qualche anno dopo. Senza visto non è possibile aprire un conto corrente e quindi è molto difficile operare. Cosa fai di lavoro oltre a scrivere su Vivere in Brasile? Gestisco investimenti immobiliari e finanziari. Attraverso il Blog mi arrivano numerose richieste di italiani che intendono trasferirsi in Brasile o semplicemente acquistare un immobile. Quali opportunità ci sono per gli Italiani in Brasile? Poche per quanto riguarda il lavoro dipendente. La concorrenza è agguerrita e la nostra laurea deve essere validata in Brasile. Certamente maggiori sono le opportunità per chi possiede un capitale da investire in una attività autonoma. La maggior parte degli Italiani che lavorano in Brasile sono in realtà dipendenti di Aziende italiane con loro filiali in Brasile. Gli altri sono proprietari di attività generalmente legate al turismo: pousade, ristoranti, rent a car, hotel, agenzie immobiliari, ecc. Ci descrivi Natal? Natal è la capitale dello Stato del Rio Grande do Norte e si trova nel Nordeste del Brasile prossima all‟equatore. Come la maggioranza delle capitali brasiliane si trova sul mare ed è caratterizzata da lunghe spiagge di sabbia bianca e dune. Il sole splende 300 giorni all‟anno ma nonostante ciò la costante ventilazione rende il caldo sopportabile. Gli abitanti sono circa 800 mila e non ci sono industrie inquinanti pertanto la qualità dell‟aria è molto elevata. Il costo della vita, benchè in costante aumento in tutto il Brasile, è ancora una frazione delle grandi capitali quali San Paolo e Rio.

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Lo sviluppo immobiliare degli ultimi tempi ne fa un destino naturale per coloro che intendono investire in una città che sarà tra quelle che ospiteranno la Coppa del Mondo del 2014 e che quindi beneficerà dei grandi investimenti in infrastrutture (nuovo aereoporto, strade, Stadio, ecc) che il governo brasiliano ha destinato allo scopo. Puoi consigliare siti internet per chi è interessato a emigrare in Brasile? Esistono numerosi siti e blog che trattano della vita in Brasile e sono riportati sul mio sito alla voce „I preferiti di Vivere in Brasile‟. Grazie Antonio e buon proseguimento!

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“Non c‟è paragone tra il mondo del lavoro del Brasile e quello dell‟Italia”
Alessandro Bartolotta si trova da un anno in Brasile dove sta lavorando per una ditta fondata da un Italiano emigrato decenni fa. Ci spiega come la realtà brasiliana e quella italiana siano diverse, sotto molti punti di vista. Ci descrivi la tua esperienza accademica in Italia? Mi sono laureato nel 2004 in ingegneria per l‟ambiente e il territorio Hai poi lavorato in Italia per cinque anni per la Lidl. Come mai il salto verso l‟estero? Con la Lidl è stata un‟esperienza professionale molto formativa per molti aspetti; poi un mio amico architetto l‟anno scorso è andato a lavorare in Australia; è stato lui che mi ha parlato per la prima volta di italiansinfuga (ancora complimenti); da quel momento ho iniziato a maturare sempre di più l‟idea del cambiamento e quindi della “necessaria” emigrazione (perché per noi giovani rimanere e cambiare certe cose purtroppo è molto, troppo difficile); il sistema Italia infine non mi soddisfava più nè mi rappresentava minimamente. Quali sono stati i passi pratici che hai fatto per muoverti verso il Brasile? Quando, dopo una serie di coincidenze, più di un anno fa, mi si è presentata questa occasione lavorativa, avevo molta voglia di cambiamento, quindi ho accettato quasi subito: vaccini vari, passaporto, niente di complicato, tra l‟altro sono stato sempre guidato e indirizzato dal mio attuale datore di lavoro (un italiano che lavora da circa 30 anni in Brasile) e da lontani parenti che ho a San Paolo.

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Che conoscenza del portoghese avevi prima di partire? In Italia ho comprato un corso online (Babbel) della durata di un mese per prepararmi un po‟, poi arrivato qua per 6 mesi ho frequentato un corso privato, adesso leggo giornali e libri, guardo la tv e capisco quasi tutto; lo parlo abbastanza decentemente, anche se per scrivere bene dovrò studiare ancora; mi sono impegnato abbastanza in questa cosa e sto sempre con persone brasiliane. il portoghese comunque è una lingua latina, quindi le basi sono abbastanza facili da apprendere per noi italiani. Con che visto sei entrato e quale visto hai adesso? Sono entrato con un visto turistico che ho prorogato per una durata totale di 6 mesi, adesso ho un visto di lavoro biennale, non è stato facile ottenerlo, ho dovuto aspettare quasi 4 mesi perchè il ministero del lavoro brasiliano mi ha chiesto tante integrazioni superflue. Che lavoro stai facendo adesso? Sono ingegnere di produzione industriale e sviluppo immobiliare per un gruppo che produce e commercializza estrusi in cls e materiali edili; attualmente sto coordinando dei lavori di tipo edile, impiantistico e industriale, necessari per l‟ampliamento e l‟aggiornamento di alcuni stabilimenti di proprietà del gruppo. Puoi farci un confronto tra il mondo del lavoro del Brasile e quello dell‟Italia? Sarà difficile sintetizzare, anche perché ho tante idee in proposito e nuovi spunti e considerazioni che maturo giorno dopo giorno.

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Innanzitutto le due realtà Italia e Brasile sono sostanzialmente molto diverse, quindi difficilmente confrontabili; generalizzando però, potrei dire che in Brasile attualmente si respira un clima di boom economico (vd BRIC), e ciò in molti contesti e a molti livelli influenza tutto in senso più che positivo. L‟opposto del mondo del lavoro in Italia, dove la situazione attualmente, soprattutto per noi giovani, è a dir poco triste. Come ingegnere noto che ci sono tante offerte di lavoro, la disoccupazione non è un problema, io sono abituato a dei ritmi lavorativi non italiani bensì tedeschi, quindi qua è l‟opposto, nel senso che svolgiamo la stessa cosa in tempi diversi, all‟inizio mi sembravano tutti più superficiali e svogliati, invece poi ho capito che è l‟approccio al lavoro che è diverso, la gente in genere è più tranquilla, nelle aziende private si lavora per vivere e non l‟opposto come purtroppo capita in Europa quando lavori per una multinazionale per la quale sei solo un numero. Per loro qua ci sono tante cose prima del lavoro, la famiglia, gli affetti, gli amici, lo sport, se il lavoro non mi fa stare bene o mi fa vivere male lo lascio, senza problemi ne troverò un altro. Diciamo poi che, mentre in Italia purtroppo c‟è un abisso tra il lavoro pubblico e quello privato, qua per vari motivi, che ancora devo analizzare meglio, il divario è meno accentuato. I giovani hanno molte più possibilità di realizzarsi e di fare quello che vogliono della loro vita, inoltre, essendoci molto più spazio, sia in senso fisico che figurato, di conseguenza c‟è molto più spazio anche per i giovani. Per fare un esempio pratico, noi stiamo chiedendo a una grossa banca nazionale un finanziamento abbastanza oneroso, e per decidere sulla fattibilità o meno di questo investimento, la pratica è sotto la responsabilità e il controllo di 5 giovani, ingegneri e non, con una età media di 27 anni.

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Per chi non lo sapesse il Brasile rispetto all‟Italia è invertito da un punto di vista climatico sociale e economico rispetto all‟Italia; cioè le zone più calde e più belle paesaggisticamente e il mezzogiorno si trovano a Nord est. Io vivo e lavoro nello stato del Paranà, a sud dello stato di San Paolo, e in generale a sud in Brasile. È uno stato grande quasi quanto l‟Italia, molto produttivo, e paragonabile in senso lato per qualche aspetto al nostro Veneto, quindi si lavora abbastanza bene e con entusiasmo in diversi settori. La capitale di questo stato, Curitiba, è la più “europea” del Brasile, sia per il clima, relativamente rigido, che per la prevalenza massiccia di brasiliani con discendenti europei e di popolazione bianca. Per concludere, attualmente non c‟è paragone tra il mondo del lavoro del Brasile e quello dell‟Italia, qua si sta e si lavora nettamente meglio. E per quello che riguarda il costo della vita? In genere è indubbiamente più basso rispetto all‟Italia, ma dipende molto da dove si vive e da quello che si fa. Per alcune cose il potere d‟acquisto dell‟euro è doppio, nel senso che lo stesso oggetto, che in Italia costerebbe 1 euro, qua si può comprare a 1 real (che vale circa 44 centesimi di euro), quindi avendo uno stipendio da quadro, per esempio, si spende meno, per altri beni invece (come tutti i veicoli in genere), i costi sono molto alti. Il cibo è buono e costa poco quasi ovunque. Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Iniziare ad acquisire informazioni, sulla gente, sul clima, stabilire dove si vuole andare a vivere, il Brasileè immenso, se non si ha nessuna opportunità in particolare si può scegliere bene, magari vedere se c‟è qualche amico che già vive qui, qualche lontano parente, studiare il portoghese

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online, scaricare i film preferiti in portoghese, cercare offerte di lavoro sui motori di ricerca in Brasile, iscriversi a qualche gruppo su linkedin, e infine ultimo ma non ultimo…leggere sempre la newsletter di italiansinfuga! Grazie Alessandro e buon proseguimento in Brasile!

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Il mondo del lavoro in Brasile viaggia alla velocità della luce
Lucio Boracchini lavora da più di un decennio in Brasile, un Paese il cui mondo del lavoro è in fortissima e velocissima espansione. Dopo un decennio di lavoro in Italia, hai deciso di partire verso l‟estero. Perché? Ero alla ricerca di una nuova esperienza di vita, non solo lavorativa. Libero, mi sono reso conto che la realtá che vivevo nella mia bellissima cittá, Bologna, mi andava stretta. Cosí nel 1999 ho preso al balzo l‟opportunitá di lavorare e vivere in Brasile, un paese che avevo conosciuto un paio di anni prima, quando visitavo per la prima volta per lavoro l‟America Latina.

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Quali destinazioni hai preso in considerazione? Ho avuto allo stesso tempo due opportunitá di lavoro all‟estero e ne ho scelta una, quella che sentivo piú adatta al mio modo di vivere. Tra USA e Brasile ho scelto di lavorare come professore in una scuola (istituto tecnico) per manager del gruppo FIAT, azienda che in Brasile era giá grande molti anni fa. Alla FIAT mi sono divertito, ho conosciuto molte persone ed ho imparato una cosa molto importante che in anni di Italia non avevo mai apprezzato a fondo, nonostante lavorassi giá come commerciale: l‟importanza del Networking nella nostra vita, non solo professionale. Tanti amici, tante conoscenze significano anche tante opportunitá. Come ti sei mosso per fare il salto verso il Brasile? Tramite mia sorella sono venuto a sapere di una possibilitá di lavoro in una scuola italiana in Brasile. L‟opportunitá si era presentata e lei non era interessata. Detto fatto, invio un curriculum in Brasile e in Italia alle persone responsabili, colloquio in Italia e al telefono col Brasile, un mese dopo mi chiamano e mi danno altre due settimane per decidere su una cosa che in un ora per me era giá decisa. Ed eccomi all‟aeroporto con le valigie, luglio del 1999 vado a vivere a Belo Horizonte.

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Che conoscenza del portoghese bisogna avere prima di partire? La mia conoscenza del portoghese prima di partire era nulla. La scuola italiana della FIAT mi ha messo a disposizione immediatamente una struttura di corsi e lezioni private di conversazione perché potessi imparare in fretta. Sul lavoro ero incentivato a parlare in italiano, visto che gli alunni pagavano perché le lezioni di economia e ragioneria fossero in italiano. Io ho sempre avuto facilitá ad apprendere le lingue e in parallelo ai corsi, mi sono dato da fare per imparare con amici e amiche brasiliani e dando lezioni private di italiano ad amici e amiche. Oggi, a distanza di 12 anni, il portoghese é la mia lingua principale prima ancora di italiano e inglese. Che differenze esistono tra il mondo lavorativo brasiliano e quello italiano? Il Brasile lavorativo viaggia alla velocitá della luce almeno da 10 anni. Per me é stata una sorpresa e lo ho imparato quando da Belo Horizonte mi sono trasferito a lavorare a San Paolo che é la Milano del Brasile. Qui a San Paolo si lavora tantissimo, io tra l‟altro oggi lavoro in una impresa di servizi Internet business to business che funziona 7 giorni su 7, 24 ore al giorno, 365 giorni l‟anno. Il costo di vita e gli stipendi a San Paolo sono molto piú alti rispetto al resto del Brasile e forse anche di alcuni paesi europei e l‟economia oggi prospera non solo a San Paolo, ma anche il tutto il resto del paese dal Nordest, con Recife, passando per Rio e Curitiba fino al Rio Grande do Sul.

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Un altro aspetto che ignoravo é la grande concorrenza nel mercato lavorativo locale non solo tra aziende, ma anche tra professionisti. Infatti corsi di laurea, master MBA sono ormai pre requisito per l‟assunzione in molte aziende, visto che in Brasile ci sono tantissime imprese multinazionali. La manodopera locale di professionisti, manager, ingegneri, avvocati, tecnici etc. é abbondante e quindi per farsi largo occorre essere preparati, dotati di persistenza, avere capacitá di produrre risultati nel breve periodo e anche fortuna. La legge brasiliana da sempre non tutela i lavoratori, protegge le imprese, quindi se l‟azienda non produce i risultati sperati, tutti a casa. Mi sembra che sia la tendenza ormai anche dell‟Europa. Ai turn around del Brasile mi sono abituato, il tempo cambia in fretta, non c‟é sicurezza in molti aspetti della vita, nonostante questo sono contento della scelta di vita che ho fatto perché vivo bene il presente in un paese non facile e mi sento una persona fortunata e privilegiata. Come sta cambiando il Brasile e che prospettive offre per il futuro? Il Brasile é il paese del presente: il lungo periodo in Brasile é un anno, il prossimo. Come si dice qui per ringraziare che va tutto bene, almeno oggi, ”Graças a Deus”! Grazie Lucio e buon proseguimento!

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Canada
Le mille luci di… Vancouver
Vancouver è una delle città più vivibili del mondo, offre servizi eccellenti e molte opportunità per iniziare una nuova carriera. E il Canada è un paese straordinario. Parola di Achille Gardellini, web developer che a sei anni dal trasferimento sta per ottenere, con grande soddisfazione, la cittadinanza canadese. Negli anni Novanta Achille ha trascorso alcuni anni negli Stati Uniti, dove ha frequentato l‟Università di San Francisco. Poi è rientrato in Italia. Quando ha deciso di stabilirsi definitivamente Oltreoceano la sua scelta è però caduta non sugli States, ma sul Canada. In questa intervista ce ne spiega il perché. Intervista di Andrea Muzzarelli (@amuzzarelli) Ciao Achille, potresti parlarci del tuo attuale lavoro? Di recente ho avviato un‟attività da libero professionista come web developer. Il mio lavoro consiste nel creare e configurare siti web impiegando due sistemi di gestione dei contenuti, Drupal e WordPress. La flessibilità dell‟orario e la possibilità di scegliere i progetti a cui dedicarmi sono tra i benefici che mi hanno spinto a intraprendere questa strada.

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A quando risale il tuo trasferimento? Al febbraio del 2005. Dal momento che sono voluto entrare in Canada con la residenza permanente, ho dovuto affrontare un iter un po‟ più lungo del normale, che ha richiesto circa 18 mesi. Ma ci sono altri permessi che richiedono meno tempo, soprattutto se si ha già in mano un‟offerta di lavoro. Come ti sei preparato al “grande salto”? A essere sincero non ero molto preparato… Nel periodo precedente la partenza ero talmente preoccupato dal fatto di riuscire a ottenere la residenza che, fino all‟ultimo momento, non ho pensato a cosa fare una volta arrivato qui. Hai avuto problemi a trovare un alloggio? No, devo dire che sono stato molto fortunato. Conoscevo una persona che mi ha affittato una stanza per il primo mese. Avere un appoggio all‟arrivo è stata una benedizione, un grande aiuto. Il consiglio migliore che posso dare a chi è interessato a trasferirsi all‟estero è quello di trovare una persona di fiducia, un amico o un conoscente al quale appoggiarsi. Almeno per il primo mese circa. Un altro aiuto molto importante l‟ho ottenuto da una guida che il governo canadese offre ai nuovi immigrati: ci sono molti consigli utili e una lista dei documenti da ottenere una volta arrivati. È inoltre possibile fare riferimento a dei centri di assistenza che forniscono tutte quelle informazioni necessarie per gestirsi nella vita quotidiana, dall‟apertura di un conto corrente alla ricerca di un alloggio e di un lavoro.

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Quanto conta sapere bene la lingua? Direi che è fondamentale. Aver studiato e vissuto negli Stati Uniti per sei anni è stato per me un grande vantaggio. Per prepararsi al salto credo sia proprio questa la cosa più utile. In una recente intervista a Italiansinfuga, un italiano che ha lavorato all‟Università di Toronto in qualità di Visiting Professor, Franco Bignone, ha definito il Canada come “il paese meglio amministrato che io conosca”. Condividi questo giudizio? In linea generale direi di sì. Senza dubbio, il sistema amministrativo italiano non è neanche lontanamente paragonabile a quello canadese. Sono su due continenti diversi, in senso reale e figurato. Soprattutto oggi, con l‟uso di internet, bastano pochi click per trovare tutte le informazioni e i contatti che servono sul sito governativo Service Canada. Oppure si può sempre fare una telefonata e parlare direttamente con qualcuno che, con competenza e professionalità, offre tutte le informazioni necessarie. Qual è l‟attuale situazione del mercato del lavoro? Pensi ci siano delle opportunità per chi sta progettando di trasferirsi in questo periodo? Le cose stanno certamente migliorando. La disoccupazione nazionale al momento è intorno al 7,7%. Non male, se si considera la recente crisi finanziaria e la situazione in cui si trovano altri paesi. Il sitoCitizenship and Immigration Canada offre informazioni dettagliate su come ottenere i vari permessi per trasferirsi sia temporaneamente sia come residente. In particolare, elenca le professioni più richieste. Naturalmente, se si ha un‟offerta di lavoro o si conosce qualcuno che ha contatti è ancora meglio. Ad ogni modo, per chi è interessato a un‟esperienza temporanea ci sono ottime possibilità di

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svolgere lavori stagionali nel settore turistico e alberghiero. In tal caso è necessario ottenere un permesso lavorativo di “temporary worker” o “working holiday”. Ci daresti qualche buona ragione per trasferirsi in Canada? Il Canada è un paese bellissimo, che offre grandi opportunità in termini di lavoro e di stile di vita. Ed è un paese cosmopolita dove la maggior parte degli abitanti (perlomeno nelle grandi città) proviene un po‟ da tutto il mondo. Bisogna poi considerare che, pur essendo il secondo stato più esteso del pianeta, il Canada ha una popolazione di soli 34 milioni di abitanti. Per cui ha un continuo bisogno di nuovi immigrati per alimentare la forza lavoro. Avendo vissuto prima negli USA, posso anche dire che il Canada ha un sistema politico, amministrativo ed economico migliore sotto vari aspetti. Soprattutto per quanto riguarda l‟immigrazione, qui l‟iter da seguire è chiaro e ben definito, mentre negli Stati Uniti è molto più complicato, e molte volte imprevedibile. C‟è poi l‟aspetto naturale e ambientale: il Canada offre una ricchezza e varietà, a mio parere, unica al mondo. Quali sono invece i motivi che potrebbero spingere a optare per un‟altra destinazione? Uno degli aspetti più difficili e complicati è il riconoscimento del titolo di studio o della licenza professionale. Prima di considerare il Canada come una possibilità concreta, consiglio di fare un‟attenta ricerca sull‟effettivo riconoscimento delle “credentials”. Un altro fattore, mi preme ribadirlo, è la conoscenza dell‟inglese o del francese, veramente indispensabile: chi non mastica bene né l‟uno né l‟altro dovrebbe prima colmare la lacuna.

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La distanza dall‟Italia, infine, può essere un‟altra ragione. Se si preferisce essere più vicini ai propri familiari, o semplicemente avere la possibilità di viaggiare in Italia più spesso, i costi dei voli (specie se si vive sulla costa occidentale) possono diventare finanziariamente impegnativi. Due parole su Vancouver. È una città che consiglieresti? Assolutamente. Vancouver è una città molto bella, e ogni anno viene elencata tra le più vivibili del mondo. L‟anno scorso ha ospitato le Olimpiadi invernali, un evento che l‟ha lanciata sulla scena internazionale. Vancouver non è una grande metropoli e può essere alquanto cara, ma offre servizi eccellenti e ottime opportunità per iniziare una nuova carriera. Con due università di alto livello come la University of British Columbia e la Simon Fraser University, Vancouver è una città che consiglierei in particolare a tutti i giovani in cerca di un‟esperienza unica e diversa per scoprire nuovi orizzonti a livello personale, culturale e professionale. Un‟ultima curiosità: senti mai nostalgia dell‟Italia? Con tutta sincerità, no. L‟Italia non mi manca per nulla, anche se ci torno volentieri ogni tanto per visitare la mia famiglia. Certo, ne apprezzo sempre la gastronomia, l‟arte e la cultura. Ma non ho mai avuto alcun ripensamento. Tanto è vero che tra qualche mese diventerò cittadino canadese. Grazie Achille, e in bocca al lupo per la tua nuova attività!

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Cosa ho imparato dopo sette anni in Canada
Franco Bignone ci descrive la sue esperienza di sette anni in Canada per tutti coloro che sognano il „maple syrup‟ per colazione. Ci descrivi cosa ti portò in Canada? Personalmente sono stato un “emigrante” privilegiato, ho vissuto in Canada per un totale di quasi sette anni in diverse occasioni come “Visiting Professor” all‟Università di Toronto, ho lavorato in tre Dipartimenti differenti. Le ragioni sono le solite, collaborazioni e lavoro con colleghi in diversi ambiti collegati alla ricerca scientifica. In particolare uno dei Dipartimenti dove ho lavorato, il Dipartimento di Chimica, ha svariati gruppi che sono al top a livello mondiale. Da notare per inciso che questi argomenti non erano nemmeno considerati allora come argomenti significativi o importanti da parte delle Università italiane, e tuttora non ci sono da noi gruppi di eccellenza in merito. Quanto tempo rimasi e dove abitasti? Ho vissuto in due posti in Nord America, due anni ulteriori negli Stati Uniti, a Baltimora, città che ha vissuto periodi di forte tensione razziale, ed a Toronto, in Ontario. Una definizione dell‟attore Peter Ustinov che è diventata famosa è quella di “una New York amministrata dagli Svizzeri”. Conosco bene le differenze tra gli USA ed il Canada. Ci fai un confronto della qualità della vita in Italia con quella del Canada? La definizione di Ustinov dovrebbe già dare un po‟ l‟idea generale di Toronto e del Canada. Come in tutte le cose dipende molto da che cosa voi volete o cercate, da quelle che sono le vostre

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preferenze. Non esiste niente di perfetto al mondo, ma nella mia opinione è il paese meglio amministrato che io conosca. Il sistema sanitario funziona, fornisce inclusi, ad esempio, un paio di lenti e di occhiali all‟anno, lo psicanalista e per le cure dentali ci sono le assicurazioni. I farmaci si pagano, onde evitare gli abusi, ed anche qui ci sono le assicurazioni. Molte categorie hanno assicurazioni specifiche. Le regole in genere sono molto più giuste che da noi e, malgrado ci sia un welfare state organizzato, le tasse sui redditi sono molto più basse. Potete detrarre moltissime spese, incluso tutto quello che ha a che fare con il lavoro. Molto più alte invece, come secondo me è giusto che sia, le tasse sulla casa, quasi un affitto mensile se la casa ha un certo valore. Il risultato è che se uno possiede più di una casa è costretto ad affittarla. Negli anni ho notato che le regole di tassazione portano i rendimenti degli investimenti soliti, per una persona media, tutti più o meno allo stesso livello sul lungo periodo. Il totale delle tasse è un po‟ più basso che da noi ma distribuito diversamente tra redditi da lavoro e redditi fondiari, siano case o siano titoli, caricando meno sui primi e più sui secondi rispetto all‟Italia che carica terribilmente sul lavoro dipendente. Potete fare soldi alla grande ma allora dovete correre rischi finanziari o diventare imprenditori, la legislazione spinge a questo, non esistono o perlomeno sono minoritarie, le rendite di posizione che abbondano da noi. Esistono poi i fondi pensione, lo stato garantisce una minima a tutti, in più potete fare quello che volete, sta a voi, sarete considerati persone mature e con senno. Esistono dei fondi di categoria ma i genere amministrate voi la vostra pensione tramite le Banche. In base alla dichiarazione dei

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redditi potete mettere da parte una percentuale del reddito, a scendere, tutto o in parte. Questi sono soldi tassati pochissimo, se avete dei guadagni, e che sono bloccati sino ai 65 anni. Potete fare quello che volete, operazioni rischiosissime in Borsa o investimenti tranquilli in titoli, tutto rimane lì e si somma sino alla pensione. Una quota sono assicurati, in caso di fallimento bancario, ma se rischiate e perdete, fatti vostri. Arrivati alla pensione potete decidere se avere i soldi o la rendita. Le scuole funzionano, le Università funzionano benissimo, Biblioteche organizzate benissimo, persino Biblioteche di CD di musica e di spartiti, se vi piace suonare. I libri li possono avere gli studenti ed i professori, per default, ma anche qualsiasi privato previo il pagamento di una quota. Le Università non sono come media aggressive nelle loro politiche come quelle USA ma costano poco o niente a confronto e sono buone. Il sistema di trasporto funziona egregiamente, non ho mai posseduto un‟auto, ho sempre girato in bicicletta ed affittato l‟auto se mi serviva. Personalmente ho sempre trovato un poco noiosa la vita culturale. Ci sono cose interessanti ma il Canada secondo me è molto provinciale. La mentalità di fondo è quella Wasp in Ontario e non ci sono molti punti di eccellenza, una vita tranquilla e bene organizzata. C‟è molta varietà culturale, con moltissimi gruppi etnici, ma anche molto diluiti in fondo, più sottocultura etnica che cultura vera e propria. Come vengono accolti gli stranieri in Canada? Gli stranieri sono bene accettati, non ho mai avuto problemi di sorta.

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Se volete fare gli avvocati è meglio se siete Irlandesi o Britannici, se volete mettere su una ditta edile è meglio essere Italiani mentre se volete guidare un taxì è meglio se venite dall‟India. Scherzi a parte esistono piccoli ghetti ma la tensione è minima o inesistente. Consigli per chi vuole emigrare in Canada? Culturalmente rispetto all‟Italia ed all‟Europa non c‟è paragone, e questo vale spesso anche per gli Stati Uniti. La cultura media di un liceale italiano è quella che in USA ed in Canada è insegnata già a livello universitario. Il Latino è la lingua degli avvocati, anche nei paesi anglosassoni, sapere l‟Italiano vi fornisce un‟arma in più. La nostra cultura media classica è molto migliore, la nostra cultura tecnica Universitaria no. Culturalmente escluse le aree attorno a New York e Boston e l‟area Californiana il Nord America è un po‟ un mortorio secondo me. D‟altra parte può essere un trampolino di lancio se avete delle idee che non troverete certamente in Europa, meno il Canada, molto di più gli USA. Una città come Toronto è un po‟ una specie di ghetto in cui vivete chiusi, non è come essere a Milano dove in tre ore di auto, code a parte, potete andare dai monti al mare ed attraversare tre o quattro confini. In Canada per sciare prendete l‟aereo, per il mare prendete l‟aereo, si finisce per essere sempre lì. Quindi sta a voi, se vi piace il baseball e l‟hockey, pattinare, pagaiare nei laghi, pescare, scalare ed altre attività all‟aria aperta è il posto ideale. Se cercate un lavoro e volete tirare su una famiglia, se vi piace la vita tranquilla e con una certa sicurezza è il posto ideale.

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Dovrete sopportare l‟inverno con un viaggio in Florida o a Cancun. Se invece volete più rischio, ambienti fortemente competitivi, la possibilità di diventare miliardari, insomma vi piace una situazione con più adrenalina in circolo, gli USA sono molto migliori. Se volete un ambiente culturale vivo dove parlare di arte, letteratura, poesia e visitare monumenti storici il Nord America non è il posto per voi, a parte pochissimi circoli. Come è stato lo „choc culturale‟ da rientro in Italia? Mi è in parte successo quello che succede a tutti quelli che emigrano. Come ho detto non c‟è niente di perfetto al mondo. Emigrando si finiscono per apprezzare cose del paese di origine che si davano per scontate e cose del paese dove si emigra che mancheranno. È uno degli scherzi che fa la vita, si finisce per essere sempre un po‟ fuori posto. Vedendo l‟Italia come è ridotta, rendendosi conto di quello che abbiamo in mano, è molto frustrante, viste le cose che ho appena raccontato. D‟altra parte si è molto più consci rispetto a chi viaggia soltanto di come è fatto il mondo e si hanno dei vantaggi che altri non possono avere. Grazie Franco!

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Primi tempi con il visto vacanza lavoro a Vancouver, Canada
Diego Marchi ha appena iniziato, insieme alla sua ragazza ed al loro amico Jovan, una avventura a Vancouver utilizzando il visto vacanza lavoro. Potete seguirlo sul suo blog „Diario da Vancouver„ mentre oggi condivide con noi l‟impatto dell‟arrivo in Canada. Perché Vancouver? Intanto perché avevamo il contatto di un nostro amico, Omar, che è venuto a stare qua nel 2009. In secondo luogo perché un sacco di persone che avevano amici e parenti qua o che sono tornate in Italia dal Canada, ci hanno narrato delle meraviglie che ci sono qua, di come tutto funzioni e nessuna di queste ci ha mai detto qualcosa del tipo: -si, bello il canada ma…- elencando qualche aspetto negativo. Negli ultimi anni poi, Vancouver è stata premiata come città più vivibile. Insomma, tirando un po‟ le somme abbiamo pensato che sarebbe valsa la pena di provare la nostra avventura qua. L‟unica pecca è forse che c‟è il mare, ma l‟acqua non è delle migliori per fare il bagno… e per due come me e Jle, la mia ragazza, che adoriamo la seaside, è un trauma! Devo dire però che le altre caratteristiche della città sopperiscono egregiamente a questa mancanza. Come avete fatto per l‟alloggio per i primi tempi?

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Prima dell‟arrivo qua abbiamo prenotato un albergo nei pressi dell‟aeroporto per 5 giorni, tempo entro il quale volevamo trovare un appartamento. Per la prenotazione ci siamo mossi una decina di giorni prima del nostro arrivo per essere sicuri che in quel periodo le strutture avessero posto anche per noi. Abbiamo alloggiato presso l‟Accent Inns di Richmond, un hotel molto pulito con camere ampie ed un buon servizio. Richmond è a sud del cuore di Vancouver ed è popolato principalmente da orientali (cinesi, giapponesi,coreani…), perciò se si cerca un supermercato con cibo “occidentale” si resterà delusi come noi! Abbiamo trovato un appartamento il 3° giorno, praticamente al primo colpo. Siamo in un basement e prima di noi c‟erano due ragazze olandesi che se ne sono andate il giorno prima che entrassimo noi. Per la ricerca ci siamo affidati a vari siti fra i quali Rentcompass e Craigslist e proprio su quest‟ultimo abbiamo trovato l‟appartamento. Consiglio spassionato: andare sempre a visionare l‟appartamento di persona, onde evitare di cadere in truffe. Specialmente su Craigslist stare attenti a chi dice di essere in giro per il mondo (tipicamente in Inghilterra) per lavoro e vuole dare l‟appartamento in affitto. Per farlo vi chiede di versare un mese in anticipo tramite un corriere attraverso il quale vi recapiterà le chiavi. È una truffa! Chiedere anche in giro se conoscono qualcuno che affitta appartamenti o in che zona conviene. A noi hanno indicato Marpole e Burnaby. Andate a visitare le zone per vedere se vi piacciono. Alcuni proprietari mettono il cartello di affitto all‟esterno della casa/condominio, così è possibile contattarli.

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Adesso paghiamo 1000$ al mese tutto incluso e la padrona di casa è davvero gentilissima. È indiana, ci concede di usare la sua lavanderia una volta la settimana ed è sempre molto disponibile. Viviamo a circa 20 minuti di skytrain dal centro città. Ci spieghi come si attiva il servizio di telefonia in Canada? Per il telefonino ho fatto un contratto con la Fido ma penso che tutte le compagnie abbiano un protocollo simile: è sufficiente avere un documento di identità, nel mio caso il passaporto, ed eventualmente la carta di credito. Ci sono varie compagni in Canada, ma solo due supportano il GSM italiano/europeo: la Fido e Rogers. La Fido dovrebbe essere quella un po‟ più economica. Io pago 20 dollari + tasse (12%) per avere 50 minuti di chiamate gratuite al mese più 50 sms e chiamate illimitate nei weekend e dalle 19 alle 7. Oltre questo limite pago 35 centesimi al minuto. Cosa importante: il traffico in Canada viene conteggiato (ossia costa!) sia in entrata che in uscita! perciò se non avete caricato il cellulare non potete neppure ricevere chiamate! Visualizzare il numero di chi chiama e la casella vocale sono servizi a pagamento. A tutti i costi sopraelencati vanno aggiunti 35 dollari di attivazione, 20 dei quali vengono restituiti dopo il 4° mese di contratto con la compagnia. Ad un unico utente possono essere associate più sim a seconda della storia dei pagamenti e del tipo di banca che ha. Ci sono vantaggi legati alle sim collegate in questo modo, ad esempio con il piano tariffario che abbiamo scelto, io e la mia ragazza possiamo chiamarci illimitatamente.

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Come avete fatto a fare il SIN? Una volta arrivati in Canada con un permesso lavorativo, una delle prime cose da fare è ottenere il Social Insurance Number. Una sorta di codice fiscale italiano che serve al nostro datore di lavoro per pagarci. Lo si ottiene immediatamente andando in un Service Canada Centre e richiedendolo. È sufficiente il passaporto con il visto. Rilasciano un foglio di carta dove ti danno subito il tuo SIN, entro una decina di giorni dovrebbe arrivarti a casa il tesserino plasticato. Al SCC ti possono aiutare a fare anche il curriculum se serve. Esempi di costi della vita di tutti i giorni? Costi… Vancouver è classificata come la seconda città più cara del nord america… Tuttavia basta prendere un attimo confidenza con gli esercizi della città per capire dove ci sono le cose che costano meno e le offerte migliori. Ad esempio la catena Buy Low foods è abbastanza economica e lo sono anche alcuni centri commerciali come il Metropolis a Metrotown. Abbiamo trovato il latte, 4 litri a 4.70$, alcune bistecche di roastbeef in offerta a 8.50$ al kilo che è davvero pochissimo rispetto all‟italia! La mozzarella costa circa 5$ per un pacchetto da 400g. Gli alcolici costicchiano, ho preso delle birre a 12 dollari per 8 lattine da 33cl.

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La farina: per 2 kg e mezzo varia dai 3 ai 5 dollari. La cocacola invece non costa molto… 12 lattine le abbiamo pagate 4 dollari mi pare… La pasta varia dai 2 ai 4 dollari circa per mezzo chilo. La verdura costa all‟incirca come in Italia: lattuga Iceberg a 2 dollari al cespo, i pomodori a grappolo costano sui 2.50$ al chilo… Insomma, abbiamo comunque trovato qualche posto abbastanza economico dove fare la spesa! Per un pranzo in un fast food si paga circa 12 dollari. Lo skytrain ed i mezzi pubblici si possono usare tutti con un unico biglietto. Dipende da quale zona si parte o che zona bisogna raggiungere: la città si divide in 3 zones: la prima è il centrocittà e costa 2,50$, la seconda si estende alle zone limitrofe al centrocittà fra le quali Burnaby, Richmond, North Vancouver e costa 3.75$, la terza sono le outskirt di Vancouver e costa 5$. Il biglietto dura 1.30h. I biglietti singoli si possono acquistare sugli autobus o alle stazioni degli skytrain. Si può risparmiare qualcosa con i carnet di 10 biglietti o con l‟abbonamento mensile. Cosa state cercando come lavoro e come sta procedendo la ricerca? La ricerca del lavoro prosegue, essendo in estate tante persone ci han detto che il mercato è più ricettivo ed avremo molte opportunità. Adesso ci hanno corretto i resume all‟ufficio del SCC e possiamo inviarli in giro. Sempre al ufficio SCC ci hanno dato una lista di siti dai quali cercare impiego. Ci sono anche i classici giornali dai quali attingere! Farò una lista sul mio blog una volta che avrò mandato in giro qualche curriculum! Così metto anche qualche impressione sulla fruibilità dei vari siti.

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Anche se siete li da poco, avete consigli per chi vuole intraprendere la vostra strada? Essendo qua da poco non so quanti consigli posso dare, però trovare appartamento è il primo passo da fare. È anche relativamente facile in quanto ci sono un sacco di appartamenti e di persone che vanno e vengono dalla città. Una volta ottenuto quello ci si toglie una preoccupazione dalla testa e si riesce a cercare lavoro più agevolmente. Non abbattersi per la differenza di cultura o di clima o per la diversità che si incontra.. i primi giorni sembrerà di essere in un sogno o in un incubo, ma la cordialità dei canadesi e la la loro ospitalità ti fa subito capire che sei in un paese civile, moderno e multietnico, mettendoti in condizione di sentirti a tuo agio. Grazie Diego ed in bocca al lupo!

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Cile
Insegnare in una scuola italiana in Cile
Katy ci racconta la sua avventura che l‟ha portata da una Laurea conseguita all‟Accademia di Belle Arti ad insegnare in una scuola italiana in Cile. Quale è il tuo background accademico e professionale? Mi sono laureata all‟Accademia delle Belle Arti, poi ho lavorato diversi anni in scuole di vario ordine e grado realizzando laboratori teatrali e artistici. Come hai fatto a trovare il lavoro di insegnamento in una scuola italiana? Quale è stato il percorso che ti ha portata in Cile? Semplicemente inviando il curriculum. Stanca della situazione lavorativa in Italia ed anche del fatto che, comunque, era deprimente trovarsi in un Paese che non mi rappresentava minimamente, ho inviato il mio curriculum alle scuole italiane private di mezzo mondo. Mi hanno chiamata dalla Scuola Italiana di Santiago del Cile. Primo colloquio fine Novembre 2007 (in Italia, ovviamente)…… poi non ho saputo nulla fino a metà Gennaio, quando mi hanno

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chiamata per un secondo colloquio. Il 22 Febbraio sono partita per il Cile ed ho iniziato a lavorare, come insegnante di Arti Visive, presso questa scuola meravigliosa. Quali sono i prerequisiti per insegnare come fai tu? La laurea, ovviamente, ed un‟innata capacità di adattamento. Cosa offre il Cile che l‟Italia non offre? Beh, io dico sempre che è come viaggiare in prima classe, se un giorno dovessi tornare ad insegnare in Italia, mi ritroverei catapultata in turistica! La Scuola in cui lavoro è, sia dal punto di vista della struttura, sia dal punto di vista didattico, avanti anni luce rispetto alle migliori scuole italiane. Il Cile è un paese in continua evoluzione: l‟arte, la cultura, sono in continua espansione, mentre in Italia continuiamo a vivere ancorati ad un passato glorioso, qui c‟è la percezione d‟un glorioso futuro! Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Il consiglio è quello di scappare. A tutti quelli che mi dicono che ho avuto coraggio ad andare in un posto così lontano, senza conoscere nessuno, rispondo che ci vuole più coraggio per restare in Italia che per andarsene….. Grazie Katy ed in bocca al lupo!

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Cina
Studiare in Cina: alti e bassi
Federica Pischedda è partita da Cagliari per andare a studiare a Tianjin, Cina, da dove ci racconta la sua esperienza. Ci racconti il tuo passato in Italia? Sono nata e cresciuta in Sardegna, precisamente a Cagliari. Ho ereditato dai miei genitori la passione per i viaggi. Sin dalle scuole superiori ho iniziato a studiare all‟estero e a sedici anni, dopo un soggiorno di lunga durata negli Stati Uniti presso una comunità asiatica, mi sono interessata ai paesi dell‟estremo oriente. Ragion per cui, ho scelto una facoltà di lingue orientali per proseguire i miei studi universitari. Come sei finita in Cina? Durante il mio percorso di studi ho maturato la necessità di confrontarmi con il “mondo” che stavo studiando ma di cui, in realtà, conoscevo ben poco. Molti dei miei colleghi partivano per le prime esperienze di studio in Cina, così anche io ho scelto di provare. Sono arrivata in Cina nel Febbraio del 2009 e, dopo un primo momento di shock culturale, ne sono rimasta entusiasta tanto da decidere di viverci.

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Con che visto sei li? Vivo in Cina con lo student visa (X). Mentre finivo i miei studi in Italia ho continuato a studiare parallelamente in un‟università in Cina. Vivendo qui, da studente, è l‟università stessa che garantisce per il mio visto. Quale conoscenza del mandarino avevi prima di partire? La mia conoscenza del mandarino era praticamente pari a zero. Ricordo che, il primo mese, è stato tragico. La possibilità di comunicare era veramente minima tanto che, in molti ristoranti, si ordinava a caso sperando che la pietanza fosse commestibile. Spesso, fortunatamente, era possibile chiedere informazioni ad altri stranieri che vivevano qui da più tempo. Cosa stai studiando all‟università? Per ora, continuo a studiare lingua cinese. Ho notato che gli studenti stranieri provenienti da altri paesi asiatici (per esempio coreani e giapponesi) sono molto più portati a sviluppare le loro capacità a livello scritto mentre hanno grosse difficoltà a comunicare oralmente. Nel caso degli studenti provenienti da paesi europei, invece, sembra quasi l‟opposto. Per imparare un buon cinese scritto c‟è bisogno di veramente tanto esercizio. Come ti trovi da straniera in Cina? Personalmente, non ho grossi problemi nel vivere qui. Quel che posso affermare con certezza, però, è che sono convinta non ci si possa integrare in Cina al 100%. Amo davvero questo paese, ma ci sono degli aspetti di questa cultura che è difficile accettare. Per esempio: gli Italiani sono caratterialmente portati al confronto diretto, i cinesi preferiscono evitarlo tanto da preferire il più completo silenzio a una risposta scomoda. Questo, spesso, mi sfinisce.

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Inoltre, anche in Cina come in Italia esiste il pregiudizio. Mi è capitato di essere criticata solo per il fatto di essere straniera così come ho trovato persone gentilissime che mi hanno aiutata in momenti di difficoltà. Quel che è certo è che per vivere in Cina è necessario dimenticarsi gli stereotipi e confrontarsi con una realtà completamente diversa rispetto all‟Europa. Ci descrivi una bella esperienza che sia rappresentativa dei lati positivi della vita in Cina? Di belle esperienze ce ne sono tante. In particolare le festività. In Cina la tradizione è ancora molto presente e i preparativi per le feste sono veramente spettacolari. Specialmente durante in capodanno cinese la Cina si trasforma. Dalle decorazioni per le strade a quelle dentro le case. Per quelli a cui piace la cucina cinese, sopratutto, e se hanno la possibilità di passare le feste presso una famiglia locale, l‟esperienza è unica. E una negativa per i lati negativi? Il sistema sanitario è un problema. In Cina non esiste il medico di base. Anche per una febbre è necessario andare in ospedale. Molti degli ospedali cinesi sono totalmente disorganizzati. Inoltre, i medici, sono molto approssimativi. Per una dermatite, l‟anno scorso, mi sono dovuta recare in cinque ospedali diversi. Ho dovuto pregare il medico del quinto ospedale di non farmi sprecare altro tempo. Esistono ospedali internazionali ma i costi sono veramente alti. Che consigli daresti a chi vuole andare vivere in Cina ma non ci è mai stato/a? A chi sogna la Cina esclusivamente per turismo consiglio di non venire in Cina con lo spirito di onnipotenza. Mi capita spesso di incontrare e mi infastidiscono le persone convinte che la Cina sia solamente un paese del terzo mondo dove regna l‟ignoranza e la sporcizia. In realtà, la Cina, sta facendo passi da gigante. Ricordo i miei genitori alle prese con il primo viaggio in Cina, timorosi di

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cosa avrebbero trovato. Ma anche loro, si sono stupiti e sono rimasti affascinati da questo paese. Inoltre, sempre per i turisti, attenzione alle fregature. È un arte per i cinesi e gli stranieri sono specializzati nel farsi fregare. Non è cattiveria, funziona così. Per chi, invece, come me studia lingua cinese e desidera passare un periodo più o meno lungo o addirittura trasferirsi qui, consiglio di non farsi spaventare dai racconti delle esperienze di amici e colleghi. Per quella che è stata ed è la mia esperienza posso dire che la Cina non è un paese per tutti ma è anche un‟esperienza molto soggettiva. Resettate il cervello pronti per imparare, capire e conoscere tutto di questo paese. Cercate di viaggiare, nel limite del possibile, all‟interno del paese. La Cina non è solo Shanghai o Pechino, mete spesso scelte dagli studenti. Inoltre, se pensate di stare in Cina per almeno un semestre: affittate un appartamento. Vi metterà di fronte alle difficoltà della vita quotidiana, tutto in chinese style. Grazie Federica e buon proseguimento a Tianjin!

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Si può lavorare in Cina senza sapere una parola di mandarino
Simona Romeo si è appena trasferita in Cina senza sapere una parola di mandarino. Ecco come ha fatto. Il tuo background accademico è formato da diverse esperienze di studio di materie linguistiche all‟estero, che vantaggi offre lo studio all‟estero piuttosto che in Italia? Lo studio in Italia dà un‟eccellente preparazione teorica ma è assolutamente carente da un punto di visto pratico. Lasciando perdere l‟apertura mentale che mi hanno dato le diverse esperienze all‟estero, ciò che ho imparato per esempio durante il mio master sono state le abilità di presentare un progetto, le cosiddette “presentation skills” e il lavoro di gruppo, cose che si sono rivelate decisamente utili nel mio lavoro. Perché poi il Master presso la Hult International Business School? Ho frequentato il master in relazioni internazionali presso la sede di Londra, ed un trimestre nella sede di Shanghai. Ciò che cercavo dopo la laurea triennale, era un‟esperienza il più internazionale e pratica possibile. Sicuramente la Hult, soprattutto con la possibilità di frequentare in diversi campus, il corpo studentesco composto da tante diverse nazionalità, era la scelta migliore secondo le mie esigenze.

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Puoi darci un‟idea dei vantaggi del conseguimento di tale Master e dei costi associati? I costi sono alti, è innegabile. Io ho avuto l‟enorme fortuna di essere supportata dalla mia famiglia, ma un buon 60% dei miei colleghi avevano chiesto dei prestiti. Ormai tutti hanno un master, e più passa il tempo, più aumenta la competizione. Un master è un titolo, io lo sceglierei in base a quello che posso realmente apprendere ma, a meno che non si tratti di master costosissimi in università da Ivy League dove sicuramente il nome conta, penso che sia un occasione per migliorare le proprie conoscenze ma tocca a ciascuno sfruttarla a dovere. Un master, specialmente oggi, non assicura un posto di lavoro. Bisogna sempre darsi da fare. Come hai poi trovato lavoro presso Avazu Inc a Shanghai? Ho concluso il master ad agosto ma era da gennaio che facevo domande non stop. Per quanto riguarda Avazu, ho trovato questa posizione tramite il career portal della mia Università in Italia. Mi hanno contattato le risorse umane chiedendomi di rispondere ad alcune domande via mail, alle quali sono seguiti due colloqui via skype con i responsabili dei due principali. Dopo due giorni dall‟ultimo colloquio, ho ricevuto una mail con “the good news” e un mese dopo ero a Shanghai.

Ci descrivi la ditta e le tue mansioni? Avazu è un ad network che opera in scala globale con campagne audience targeting e retargeting, specialmente mediabuying e campagne display. Io al momento sono in un contratto di formazione pagato per un anno, al quale segue al 99% un contratto a tempo indeterminato. Mi occupo delle

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campagne di branding per il mercato italiano, ovvero stabilisco e mantengo i contatti con i possibili clienti fino a raggiungere un accordo, continuando con l‟implementazione e l‟analisi della performance. È possibile lavorare in Cina senza avere una grande conoscenza del mandarino? Assolutamente sì. Io mi sono laureata in russo e non parlavo una parola di cinese quando sono arrivata. Diciamo che ci si fa capire, ovviamente frequentare una scuola almeno per avere le nozioni base è decisamente consigliato, ma con l‟inglese (e tanta pazienza) si sopravvive tranquillamente. Com‟è la vita quotidiana per un‟occidentale in Cina? Voglio precisare che io vivo a Shanghai, che non si può considerare propriamente Cina, è molto più occidentalizzata e la vita da “expat” è, a mio parere, estremamente comoda. La comunità di stranieri è molto ben connessa, i locali e i servizi non mancano, ci sono delle zone dove non sembra nemmeno di stare in Cina, con ristoranti, bar, negozi (e ovviamente prezzi) occidentali. Anche se, in genere, il costo della vita è molto più basso rispetto all‟Europa, e con questa scusa si tende a spendere di più :-) Tre consigli pratici per chi sogna di andare a lavorare in Cina…… 1. Siate aperti alla loro cultura, è semplicemente diversa ma una volta superato lo shock iniziale dovuto ad abitudini completamente diverse, cibo e alle difficoltà linguistiche, si può solamente apprezzarla. 2. Imparate qualche parola di cinese, anche se non riuscirete a dire granchè apprezzeranno lo sforzo!

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3. È normale cercare “l‟italiano” o qualcuno che sia simile alla propria cultura, specialmente all‟inizio (e io ne sono un esempio) ma vivere in Cina facendo “solo” la vita da occidentale, non ha molto senso…siamo in pieno secolo Cinese, esplorate! Grazie Simona e buon proseguimento!

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Lavoro in Cina per un‟azienda cinese
Gianfranco Cappellari si è recentementa trasferito in Cina per lavorare presso un‟azienda cinese. Ecco la sua storia. Che background accademico hai maturato in Italia? Ho un diploma di maturità tecnica, specificatamente in Informatica. In seguito ho frequentato per due anni il corso di Scienze Statistiche all‟università di Padova, che ho abbandonato per seguire un‟opportunità lavorativa che avevo trovato presso un‟azienda del Vicentino. Come hai poi trovato il tuo primo lavoro in Italia e di cosa si trattava?

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Il mio primo impiego stabile è stato presso un‟azienda di Vicenza che produce sistemi di automazione industriale per il settore meccanotessile con la qualifica di sviluppatore software e lavoratore trasfertista. È stata l‟azienda stessa a contattarmi tramite una pratica che era in voga anni fa, quando le aziende erano in salute ed il lavoro non mancava, cioè consultando le liste dei diplomati nel mio anno e contattando le varie persone direttamente. Altri hanno risposto alla chiamata ed abbiamo fatto un piccolo stage, alla fine sono stato scelto io. Che opportunità all‟interno dell‟azienda ti hanno poi esposto all‟estero? L‟azienda lavorava, e lavora tuttora, nell‟ambito dell‟automazione industriale. Il segmento maggiore del suo mercato era all‟estero, al tempo nei paesi Europei e negli Stati Uniti, e la mia qualifica richiedeva che io seguissi personalmente gli avviamenti dei sistemi di automazione che venivano venduti ai clienti. Essere all‟estero era una parte integrante del mio lavoro, il 60%-70% del mio tempo nei primi 5-6 anni era completamente vissuto all‟estero. Che professionalità ti ha permesso di sviluppare la posizione di Area Manager per l‟Asia, Stati Uniti e Canada? Il passaggio ad Area Manager nella stessa azienda è stato un passaggio ad un lavoro completamente diverso. Dalle problematiche prettamente tecniche sono passato a delle tematiche molto diverse: il rapporto diretto e stretto con i clienti, la gestione delle aree geografiche intese come mercati per il

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prodotto da commercializzare, il frazionamento delle stesse aree in sottostrati, l‟affidamento di ciascun sottostrato a degli agenti locali e la selezione e formazione degli stessi agenti locali. Ero responsabile di tutto questo e devo essere grato all‟azienda che mi ha dato la possibilità di maturare in questo modo „totalè. Come si è materializzato il salto verso la Cina? La Cina era una delle mie aree di competenza come Area Manager ed il mercato che a mio giudizio nascondeva ancora più potenziale. Ho viaggiato per molti anni in moltissimi paesi ed in alcuni luoghi mi soffermato più che in altri, sempre seguendo il mio lavoro di Tecnico o successivamente di Area Manager. Ho pressocchè vissuto 3 anni negli Stati Uniti, 1 anno tra Thailandia e Malesia ed a seguire molti altri posti. Moltissimi viaggi in Cina, prima nei paesi di campagna e poi nelle grandi città, Pechino e Shanghai. Ho sempre apprezzato, a livello umano, le diversità che caratterizzano l‟Asia dai paesi occidentali, alcune sono certamente più comprensibili di altre ma io mi sono sempre adattato. Ad un certo punto della mia carriera mi è stata proposta un‟offerta da una persona con la quale avevo già fatto affari in precedenza, e devo confessare che maturavo da anni il desiderio di fare parte di una realtà più internazionale, dove ci fosse ancora lo spazio per crescere, anche professionalmente. È stato quasi naturale per me accettare la proposta ed iniziare a parlare di trasferimento.

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Prime impressioni sul mondo del lavoro in Cina? Io lavoro e vivo qui da prima dell‟estate 2011. La mia prima impressione è che qui c‟è sempre del lavoro da fare, tutti sono alla ricerca di un modo per crescere e decisamente non ci sono orari, tutti sono disposti ad adattarsi a cambiamenti improvvisi ed impegni che sorgono all‟ultimo minuto. Non ho mai incontrato un istante di incertezza nel mio team quando ho chiesto a qualcuno di viaggiare il giorno successivo, senza certezza di quando saremmo rientrati. C‟è anche molta diffidenza, specialmente nei confronti degli occidentali, che deve essere superata per poter iniziare a lavorare sul serio. Io sto cercando di superarla più con le azioni che con le parole, dimostrando che le regole che il mio team deve osservare valgono anche per me. La Cina, come tutta l‟Asia, è un luogo dove le formalità sono ancora molto importanti ed a volte gli occidentali ci camminano sopra, spesso incolpevoli, a volte consapevoli. Che opportunità esistono per chi lavora in un‟azienda manufatturiera italiana e sta pensando alla Cina come destinazione dell‟espatrio? Moltissime, ma bisogna farsi avanti. La lingua non è un requisito necessario, almeno per me non lo è stato. Resta chiaramente importantissimo apprendere almeno la lingua ufficiale e non i vari dialetti, ma quello che qui è richiesto è l‟esperienza e la sensibilità nel lavoro, gli italiani posso dare molto alla Cinain questo senso. C‟è però una distinzione da fare:

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a. lavorare per un‟azienda italiana con sedi in Cina b. lavorare per un‟azienda Cinese. Nel primo caso si ha una retribuzione molto più alta ma le possibilità di accedere a questi posti di lavoro sono un po‟ ristrette, almeno questa è stata la mia esperienza. Se invece si sceglie la strada dell‟azienda Cinese, si hanno più possibilità di trovare un‟impiego e di entrare a stretto contatto con la cultura locale, poi una volta qui ci si può guardare in giro. La retribuzione è un pò più bassa ma si possono negoziare degli altri benefits, tipo assicurazione medica di livello occidentale, alloggio minimo xxx mq, trasporti locali e 2-3 biglietti aerei per il ritorno in Italia all‟anno a carico dell‟azienda e altro ancora. Se si mette tutto questo sul piatto le cose diventano più interessanti. Io ho scelto la strada dell‟azienda Cinese e sono molto soddisfatto però il tutto va al di là del „semplice‟ trattamento economico. Se una persona non riesce ad accettare le diversità ed i controsensi che ci sono qui, alcuni dei quali molto forti, sconsiglio vivamente di fare questo passo. Per il resto, come ho detto all‟inizio le opportunità sono molte ma sono molte anche persone che le ricercano, il suggerimento di „farsi avanti‟ vale qui come vale in Italia. Grazie Gianfranco e buon proseguimento in Cina!

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Conoscere i cinesi in Italia per andare in Cina
Eros Buffarini ha sviluppato negli anni una passione per la Cina attraverso le amicizie con cinesi in Italia. Oggi lavora a Pechino per un‟azienda cinese nel settore delle energie rinnovabili. Ci descrivi il tuo background accademico e lavorativo in Italia? Dopo il diploma come perito elettrotecnico ho deciso di iscrivermi all‟Università degli studi di Padova alla facoltà di scienza giuridiche. Ho comunque iniziato a lavorare per pagarmi gli studi ed essere totalmente indipendente dai miei genitori. Non ho terminato la laurea triennale perché non vedevo un futuro a fare l‟avvocato (ce ne sono troppi, inoltre l‟unica possibilità è di fare il penalista e sinceramente per come sono fatto non me la sentirei mai di difendere un assassino, un pedofilo o un usuraio). In ogni caso ho sempre lavorato nelle vendite, prima come inside sales in un grosso distributore di forniture industriali e poi mi sono specializzato nel settore IT (seguivo il nordest dell‟Italia commercialmente in un system integrator nella zona di Vicenza). In totale ho maturato circa 6 anni di esperienza nelle vendite e nel marketing, come interno ed esterno. Inoltre mi sono anche preso il certificato professionale per fare la pubblicità con Google Adwords e vari corsi di specializzazione nelle vendite.

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Come è nata l‟idea di partire per la Cina? Quando avevo 19 anni frequentavo un bar gestito da cinesi. Ho fatto amicizia con il titolare (mio coetaneo) che mi ha iniziato ad introdurre nelle varie comunità cinesi; prima a Padova, poi a Bologna, Prato e Roma ed infine Milano (diciamo che si conoscono un po‟ tutti). All‟inizio é stato difficile farsi accettare per via della diffidenza che da sempre accompagna gli immigrati cinesi nei confronti degli italiani. Piano piano ho maturato profonde amicizie e rapporti direi quasi “fraterni” con molti cinesi in giro per l‟Italia. Siccome sono una persona curiosa ho deciso di studiare in maniera autonoma la storia e la cultura della Cina (se si conosce il passato si può comprendere meglio il presente). Mi si è cosi aperto un mondo che prima era del tutto sconosciuto. Tutti i miei amici cinesi continuavano a ripetermi: “Eros ma quando te ne vai in Cina? Ti manca solo la lingua e dopo sei uno di noi!”. Ho così messo nella lista delle cose da fare di partire per la Cina, inizialmente come studente di cinese all‟università poi però ho avuto un po‟ di fortuna/bravura e sono stato assunto da una bella azienda di Beijing dall‟Italia. Ci descrivi i passi pratici che hai compiuto per trovare lavoro in Cina? I passi pratici sono stati fondalmente tre: cercare, cercare, cercare. Ci sono vari siti su cui trovare possibili offerte di lavoro: thebeijinger, zhaopin, echinacities, infojobs, camera di commercio. In ogni caso è preferibile essere già qui in Cina per cercare sul posto (è molto difficile che ti assumano quando sei in Italia, a meno che non hai delle skills e un‟esperienza che ti rendano indispensabile). Diciamo che un po‟ di fortuna non guasta

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Che conoscenza della lingua e cultura cinese avevi prima di partire? La lingua cinese non la sapevo, a parte: Ni hao, Zaijian, Xiexie. Della cultura cinese posso dire di saperne abbastanza (frequentando i cinesi per quasi 6 anni in Italia e studiando e leggendo un sacco di libri), in ogni caso si imparano un sacco di cose giorno dopo giorno. Quello che manca secondo me in Italia agli italiani che studiano cinese all‟università è il contatto con i cinesi. Molti italiani arrivano qui e rimangono scioccati dalla Cina, questo perché le aspettative sono completamente diverse dalla realtà. Per chi lavori e di cosa ti occupi? Lavoro per la Beijing Kinglong New Energy Technology (KLNE) di Beijing. È un‟azienda cinese con circa 300 dipendenti (quando sono arrivato ero l‟unico straniero) e siamo produttori di inverter per l‟industria fotovoltaica. Mi occupo di cercare, sviluppare e gestire il business in Italia, Medio Oriente, Sudafrica e Sudamerica. Che stereotipi bisogna smontare sulla Cina? Primo su tutti che i cinesi sono dei grandi lavoratori. Il cinese medio è abbastanza pigro e tende a prendersela comoda sul posto di lavoro, a meno che non venga pagato a cottimo (come in alcune fabbriche tessili). Per riassumere possiamo dire che un cinese riesce a fare un lavoro di 24 ore in 2 minuti e un lavoro di 2 minuti in 24 ore. Un altro mito da sfatare è l‟idea che abbiamo in generale della Cina e dei cinesi: per capire bisogna venire qui e vedere con i propri occhi. In ogni caso la Cina o si ama o si odia.

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Che opportunità sono disponibili a chi vuole andare in Cina e cosa bisogna essere in grado di offrire? Le opportunità sono tante, basta avere le idee chiare prima di partire. Voglio fare un esempio: sono un datore di lavoro cinese e mi arriva un italiano a fare un colloquio. Boss: “Che cosa hai da offrire?” Italiano: “So parlare cinese!” Boss: “Guarda ho un miliardo e mezzo di persone che probabilmente lo parlano meglio di te….”. Altro caso: Boss: “Cosa sai fare?” Italiano: “Ho 3 anni di esperienza nelle vendite e nel marketing in Italia, parlo un ottimo inglese e sono in grado di aprire il tuo business overseas” Boss: “Interessante… parli pure cinese?” Italiano : “No, ma lo sto studiando” Boss: “Ok sei assunto!” Il mio consiglio è quindi: essere preparati in un settore, sapere quello che si vuole fare in Cina e cercare nel settore in cui si vuole operare, inoltre essere disposti a partire da zero e di adattarsi a situazioni lavoro completamente diverse da quelle che ci si possono aspettare in Italia. Apertura mentale massima e far capire a chi c‟è dall‟altra parte di essere la persona giusta e di essere sicuri di se stessi e delle proprie capacità. Non c‟è niente di peggio di assumere una persona che dopo 5/6 mesi cambia idea o che scopre che il lavoro non gli piace.

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Per gli italiani: metterci il massimo della passione in ogni cosa, specialmente nel lavoro; nel lungo termine si viene ripagati. Grazie Eros e buon proseguimento in Cina!

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Colombia
Tutto quello che dovete sapere per trasferirsi in Colombia
Giovanni Pacciani ci spiega come fare per trasferirsi in Colombia senza parlare Spagnolo e senza lavoro. Perché ti sei trasferito all‟estero? Diciamo pure che la mia storia, pur essendo un collage di fattori concomitanti molto diversi fra loro, non è differente da quella di altri “italiansinfuga”. Il principale fattore, sicuramente, è stato la stanchezza. Arrivato a trentacinque anni con un curriculum “pesante” e con quasi dieci anni di esperienza nel mio settore (laureato in architettura allo IUAV, all‟attivo di svariate collaborazioni e progetti), con molteplici aggiornamenti nel campo dell‟architettura sostenibile, con una conoscenza pressoché perfetta dei programmi informatici sull‟architettura e ventinove (si, ben 29) anni di inglese, ho iniziato ad essere stanco della situazione italiana (bassi onorari, progetti pilotati, strapotere delle amministrazioni pubbliche, tasse a livello di strozzinaggio), e di non avere un futuro chiaro. Si è quindi cominciata a formare, nella mia testa, l‟idea di vedere cosa c‟era di là dai patri confini, ed ho passato circa un anno a documentarmi, a chiedere informazioni ai colleghi che lavoravano

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all‟estero, a cercare sui siti di lavoro (principalmente per capire il tipo di professionalità richiesta alle persone della mia età), ad aggiornarmi sui visti, in pratica a cercare di rendere concreta una strategia. Perché la Colombia? Mi son sempre considerato un cosmopolita. Affascinato da luoghi, persone, culture differenti dalla mia. Ed ho sempre amato viaggiare, andare “oltre”, vedere con i miei occhi cosa c‟era realmente dietro al paravento dei classici stereotipi che ben conosciamo in qualsiasi parte del mondo su coloro che per noi autoctoni sono “gli stranieri”. In tutta una vita non avevo mai visitato il Sudamerica, e ho deciso di visitare l‟unico posto al mondo che non era considerato la classica “meta di vacanze”: la Colombia. Fortunatamente in viaggio ho fatto amicizia con persone (fra le quali la mia fidanzata) che mi hanno aiutato a scoprire l‟essenza vera della Colombia. Scoprendo la verità su ogni “barrio” della capitale, girando per i “departamentos”, visitando luoghi densi di storia coloniale, viaggiando per “carretteras” totalmente immerse nella natura, vivendo a stretto contatto con gli abitanti della costa … finché mi sono imbarcato sull‟aereo di ritorno e ho capito che mi sarebbe mancata l‟atmosfera respirata in quei luoghi, perché è stato l‟unico posto visitato in una vita che ho sentito più vicino a “casa”. Mi son preso un anno per sistemare tutte le mie cose in Italia e alla fine … eccomi qui.

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Come hai trovato il tuo primo lavoro? Realmente non è stato né immediato, né facile. La maggior parte delle imprese si spaventava del curriculum, mentre altre mi rifiutavano per l‟età. Fortunatamente non sono mai stato uno che si arrende al primo ostacolo, e così, mentre continuavo ad inviare con cadenza diaria il mio cv a imprese di costruzione, architetti, società di ingegneria, … ho aperto una piccola attività di vendita (che è ancora aperta) in un settore a me totalmente sconosciuto: le batterie per auto. Non chiedetemi perché proprio in questo settore, però posso dirvi che l‟attività l‟ho aperta davvero con poco, e che mi hanno aiutato tutti … dai fornitori, agli ingegneri delle case distributrici, fino ai clienti, curiosi di sapere che ci facesse un Italiano in Colombia a vendere batterie. È stato dopo un anno che ho trovato lavoro nel mio settore di competenza. Ho incontrato un architetto Colombiano della mia età, interessato agli sviluppi sostenibili dell‟architettura, col quale abbiamo deciso di aprire un atelier di architettura in società. Ed ora le cose stanno seguendo il loro corso … Hai incontrato delle difficoltà ad ambientarti? Mentirei se dicessi di no. La Colombia a una prima occhiata sembra molto simile all‟Italia, in realtà è molto ma molto differente. A tutto ci si abitua, e alle volte ci si riesce quasi come se fosse una naturale evoluzione del nostro essere … ma due cose alle quali, temo, non mi abituerò mai sono la percezione del tempo e la maniera di guidare.

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Per noi Italiani, abituati a lavorare con le tempistiche di chi ha bisogno di qualcosa “ieri”, arrivare nel paese degli “ahoríta”, “al ratíco”, “en un minutíco”, è davvero traumatico. Considerando che per il Colombiano questi diminutivi significano un tempo indefinito incluso fra un minuto e una settimana, si spiega come lo stile di vita e tutto ciò che è correlato con esso, rallenti in una maniera paurosa. Con ciò si spiega anche perché il Colombiano, generalmente, non arriva mai in orario. Che sia un appuntamento di lavoro, o una festa di compleanno, o anche una sciocchezza come un caffè per fare due chiacchiere, scordatevi che il Colombiano si presenti dieci minuti prima, o esattamente all‟ora prevista, o con un “accettabile” quarto d‟ora di ritardo. Alle volte vi toccherà aspettare anche tre ore … e il Colombiano si presenterà fresco come una rosa, senza avervi chiamato per dirvi che ritardava e senza nemmeno chiedervi scusa, perché per loro è assolutamente normale. Esistono anche persone assolutamente puntuali (credo l‟1% della popolazione)… a tal punto che se ritardate ad un appuntamento di cinque minuti, vi risponderanno che gli dispiace ma che l‟appuntamento è stato spostato a data da destinarsi. La maniera di guidare è poi quanto di più assurdamente illogico ci sia sulla faccia della terra. Veicoli lenti a sinistra e veloci a destra, autobus e taxi che tagliano da una corsia all‟altra per frenare (senza gli stop) all‟improvviso e scaricare passeggeri dove capita (le fermate degli autobus esistono anche qui, ma sono semplici sculture post-industriali che riparano dalla pioggia), motociclette che procedono con pericolosissimi slalom negli imbottigliamenti, veicoli che procedono contromano e che girano senza mettere le direzionali (e che spesso e volentieri danno

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la svolta dove è vietato), carri a trazione umana e animale che occupano le corsie di mezzo delle strade a scorrimento veloce … la prima regola del guidare a Bogotá è: non ci sono regole. L‟unico motivo per il quale si può essere fermati dalla polizia è per avere il numero terminale della targa non coincidente con le targhe che hanno il permesso di circolare (il temibilissimo “pico y placa”). Conoscevi la lingua prima di partire? Conoscevo tre parole se andava bene. Mi ha salvato che l‟italiano e lo spagnolo sono due lingue molto simili fra loro, e che nell‟anno che mi son preso per “chiudere” con l‟Italia, la mia fidanzata mi ha aiutato a comprendere molte cose. Arrivato a Bogotá, ho fatto un corso di due mesi alla “Universidad Nacional de Colombia” per affinare l‟idioma, ma realmente mi è servito tenere aperta l‟attività di vendita che mi portava ogni giorno a parlare con le persone scoprendo i diversi accenti e “addomesticando” l‟udito. Stereotipi da smontare sulla Colombia? E´un paese del terzo mondo -> Probabilmente per alcune cose lo è ancora, ma vi invito a visitarlo. Bogotá colpisce per la sua modernità, per la grande quantità di spazi verdi, per gli eventi culturali, per i progetti di trasporto massivo in corso e in studio, per le sue università … Medellin per altrettante cose, ma soprattutto per i nuovi progetti architettonici … e la regione (departamento) di Boyacá … e Santa Marta … e l‟asse del caffè … certo più che un paese del terzo mondo si può dire che la Colombia è il paese dei contrasti, questo si.

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È un paese a rischio per i conflitti militari -> si respira un clima differente, questo è certo (cani antibomba all‟entrata dei parcheggi di edifici ad alto grado di affollamento, posti di blocco della polizia e dell‟esercito al di fuori delle città), ma in due anni che vivo e viaggio per le strade di qui, non ho mai incontrato un problema. D‟altra parte i gruppi guerriglieri delle FARC e dell‟ELN oggi non hanno più quel supporto popolare di cui hanno invece goduto in passato. Alcuni sequestri “eccellenti” ma impopolari, e la morte dei leaders Raul Reyes, Ivan Rios e Manuel Marulanda, hanno indotto molti osservatori ha dichiarare in fase discendente la parabola di successo dei gruppi guerriglieri. È un paese dove sequestrano gli stranieri -> il rischio reale di essere oggetto di un sequestro di persona sussiste solamente nelle foreste sperdute come ad esempio Guaviare o Vaupes. Le strade sono molto più sicure rispetto a una decina di anni fa. Io ho guidato per la Colombia, anche di notte, e fino ad oggi ancora devo raccontare di aver incontrato un qualche tipo di problema in questo peregrinare. È un paese caldo -> dipende sempre da dove si va a vivere. Se volete vivere nella capitale, dimenticatevi il “caldo vero”. Per la maggior parte del tempo sarete sotto a un ombrello e con addosso felpe pesanti. È un paese nel quale mancano le strade -> le infrastrutture ci sono, ma sono state sviluppate con concetti ormai sorpassati. Intendo dire che per farsi Bogotá – Pereira in macchina (180km) ci vogliono all‟incirca sette ore e mezza, perché si devono attraversare mille montagne differenti e le strade non hanno un tunnel che sia uno. In questi anni, però, la Colombia ha iniziato una seria politica infrastrutturale. Hanno iniziato appalti per la costruzione di viadotti, ponti, autostrade, tunnel (anche sulla Bogotá – Pereira … ).

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Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Informarsi con largo anticipo su quello che si vuole fare in Colombia. Sapere che tipo di lavoratori sono piú ricercati (un buon sito è computrabajo, ma serve anche Manpower Colombia) per evitarsi problemi di “tempo” nel trovare lavoro. Dove si vuole vivere, che tipo di lavoro si cerca, carte per i vari documenti che servono per vivere e lavorare in Colombia. Evitare i cosiddetti “tramitatori” di visti, carte d‟identità (cedula de extranjeria), documentazioni in genere, che si offrono di fare quello che potete fare voi però vi chiedono fino a dieci volte di più. Cosa avresti voluto sapere prima di partire che nessuno ti ha mai detto, ma hai dovuto scoprire a tue spese? Avrei voluto leggere questa intervista. ;D A parte gli scherzi, ricordate che la Colombia sta attraversando un “boom” economico interessante in alcuni settori … stanno attraversando la classica fase di avere discreta crescita economica senza sapere in quale direzione andare. La cosa interessante è che ci sono molteplici possibilità in molti settori, però bisogna armarsi di pazienza, sapere lo spagnolo, e soprattutto bisogna sapersi vendere bene. Per ogni altra cosa … e compatibilmente col tempo … lasciatemi un messaggio. =)) Grazie della testimonianza Giovanni ed in bocca al lupo!

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Aprire una pizzeria in Colombia
Massimo Maccanti vive in Colombia dove, insieme ad altri Italiani, ha aperto a Medellin la pizzeria Opera Pizza.

Cosa facevi prima di lasciare l‟Italia? Sono stato un tecnico elettromeccanico trasfertista. Cosa ti ha portato in Colombia 9 anni fa? Dopo la prima volta che ci sono andato mi sono prefissato di andare a viverci Come è spuntata l‟opportunità di aprire una pizzeria ed una azienda produttrice di forni? Sono sempre stato un tuttofare e per aprire la pizzeria ho imparato a fare i forni. Qui bisogna essere il piú versatili possibile perché se uno si fossilizza solo nel suo sapere é difficile. Nella nostra società c‟é un pizzaiolo che ci ha insegnato a fare le pizze, poi ognuno ha apportato il suo sapere e cosi é prima nata la pizzeria poi il resto.

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Quali sono i passi pratici per aprire un‟attività in Colombia? Noi abbiamo iniziato da zero, facendo pizze nella strada con un piccolo forno a legna (da due pizze) smontabile e trasportabile. Piano piano siamo cresciuti, correggendo gli errori fatti però con grande sforzo, oggi penso sia meglio studiarsi le normative poi aprire perché le cose sono cambiate in fretta e cambieranno ancora. Quali sono le difficoltà aggiuntive per un italiano? Le principali difficoltà sono di adattamento, un conto é un mese in vacanza, un conto é vivere in un Paese tutti i giorni e con le regole. Poi la cultura, molto differente, a cominciare dalla puntualitá e dalla parola data (inesistente). Riesci a fare un confronto tra il mondo dell‟imprenditoria colombiano e quello italiano? Sinceramente qui l‟imprenditore é molto piú aggressivo, creano un‟attivitá e deve iniziare subito a rendere altrimenti chiudono a differenza nostra che siamo piú lenti peró costanti con piani di sviluppo a piú lungo termine. Quali sono le prospettive a medio-lungo termine per l‟economia colombiana? Qui l‟economia degli ultimi 10 anni é cresciuta ad un ritmo del 4%. Resta da vedere come combatteranno tutti questo lavaggio di soldi e quanto influiscono sull‟economia nazionale. Che consigli daresti a chi sta leggendo queste tue parole e vuole partire per la Colombia? Se volete venire a stare qua é un bel posto. Secondo me ci sono grandi prospettive di crescita, peró resettate il modo di pensare europeo, venite a starci per un paio di mesi per capire la

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fattibilita dei vostri progetti, datevi un budget di spesa per non finire i vostri risparmi e dover tornare a casa senza soldi, come spesso si vede succedere. Venite solo se motivati (lasciate stare la droga). Non sono certo un moralista però fare una vita piú nei canoni possibili, altrimenti i problemi arrivano a frotte. Consigliatevi con persone di fiducia. Non sbagliare in partenza é un 50% di esito.

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Danimarca
Andare a studiare in Danimarca come exchange student
Emanuele Bianco ha studiato per un anno in Danimarca come exchange student alle superiori e condivide la sua storia con i lettori di Italiansinfuga. Perchè hai deciso di andare a studiare in Danimarca? Ho deciso di andare a studiare in Danimarca perchè ero incuriosito all‟idea di trascorrere un anno all‟estero, lasciare la mia famiglia e tutte le mie sicurezze all‟età di 17 anni, e vedere cosa sarei stato capace di fare in una scuola e in un ambiente totalmente diverso dal mio. Ci puoi descrivere la procedura da seguire per diventare exchange student? Diventare exchange studend non è molto difficile. Ci sono tantissime associazioni che permettono di poter rendere questo tuo sogno realizzabile. Io ho scelto AFS-intercultural programs poichè era quella piu famosa, assieme a Rotary club…ne esistono comunque moltissime. Ovviamente sono richieste delle abilità e competenze che sono a priori per un ragazzo che decide di partire all‟estero, come ad esempio lo spirito d‟adattamento, il fatto di non essere tanto calante a scuola, ecc.; ad esempio non è possibile partire se si hanno dei debiti a scuola e non sono stati colmati.

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In linea di massima, quali sono i costi di un anno di studio all‟estero? I costi sono piuttosto alti, ma relativi. Per la mia associazione c‟è una divisione in fasce in base al reddito, la cui quota di partecipazione varia. Ovviamente i costi sono dettati anche dal tipo di paese che scegli, il periodo che varia da un minimo di 1 mese ad un massimo di un anno; è presente anche una graduatoria in base al rendimento scolastico. Tuttavia è possibile essere sponsorizzati da un ente o un‟azienda, e in tal caso le spese si dimezzano ulteriormente. Nel mio caso, sono partito sponsorizzato dalla mia regione, la regione Sardegna, che ha coperto l‟ intera spesa. Come hai fatto per la lingua? La lingua è una cosa seria. È sicuramente una delle cose più importanti, in quanto non si va per fare una vacanza o solo per divertirsi, ma si va per conoscere una nuova cultura, apprezzarla con i pregi e difetti, e farne parte per un anno intero. L‟ integrazione nel paese ospitante è possibile soprattutto grazie alla lingua. Molti partono per gli USA, poichè si vuole perfezionare e migliorare l‟ inglese, pochi invece scelgono paesi di lingua non anglofona. Quando sono partito sapevo un pò di inglese, ma non mi è servito molto. I livelli della scuola italiana per l‟inglese sono ai più bassi al mondo…gli italiani in inglese quando vanno all‟estero sono ad un livello molto inferiore rispetto agli altri (parlo per il mio caso, gli italiani che ho conosciuto). In Danimarca a partire dai bambini e per finire dagli anziani parlano inglese, ecco che intendo in riguardo alle differenze con l‟italia.

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Ho parlato inglese per circa un mese, poi la mia famiglia ospitante mi ha vietato l‟uso della lingua inglese, e ho iniziato a imparare il danese; sono partito il 31 luglio e verso Natale ero in grado di capire quasi perfettamente tutto e parlare fluentemente. Di li sono andato sempre più interessandomi alla lingua, perfezionando l‟inglese a scuola e con gli altri exchange con cui si parlava sempre inglese. Insomma, ho preso diciamo due piccioni con una fava. Non solo ho imparato l‟inglese, ma ho anche imparato una lingua che non mi sarei mai aspettato di imparare. E così ora posso capire molto norvegese, e anche qualcosa di svedese, visto la similarità con il danese, in quanto appartengono allo stesso gruppo scandinavo assieme ad islandese e faroese. Quali sono i maggiori ostacoli che hai incontrato in Danimarca? Per la Danimarca c‟è sempre il solito detto: i Danesi sono come una noce di cocco, esternamente duri e difficili, internamente dolci. Effettivamente possono risultare così nella maggioranza dei casi, ma mi è capitato di conoscere anche persone simpaticissime e aperte, per ricordare di non fidarsi mai del tutto degli stereotipi. Integrarsi in una nuova classe, in una nuova famiglia, in una nuova città, è sempre difficile. Ci vuole tanta forza e adattabilità; bisogna abbandonare i pregiudizi, e non considerare solo il nostro mondo come quello “migliore”. La migliore dote che ognuno di noi deve far crescere è la tolleranza, il rispetto per altri punti di vista. Non partite mai con la considerazione che la nostra cultura e la nostra lingua è la migliore di tutti, perchè non andrete da nessuna parte.

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Non pensate che se da noi lo jogurt si mangia con il cucchiaio quindi in India è sbagliato se lo mangiano con le mani. Non esiste niente di sbagliato, niente di diverso, ma solo un altro modo di vedere le cose, perchè quello che possiamo pensare noi di un Indiano che mangia così lo jogurt, cosi lo penseranno gli Indiani di noi. È difficile ambientarsi. Non è una passeggiata: ci sono momenti bellissimi ricchi di soddisfazione, ma anche momenti bruttissimi e terribili in cui magari si vorrebbe ritornare a casa. Eppure è proprio qui il punto: crescere con le proprie forze, e contare al massimo su se stessi. I Danesi mi sembravano delle persone strane ed stravaganti all‟inizio. Il giorno prima mi salutavano, il giorno dopo non si ricordavano neanche chi fossi. Mi sembrava tutto così strano all‟inizio, pensavo fossero tutti pazzi: il professore si chiamava per nome, il preside arrivava in pantaloncini corti e sandali a scuola, i bambini andavano a scuola in bicicletta, si toglievano le scarpe prima di entrare in casa, le ragazze avevano pochissimi vestiti addosso, tutti si ubriacavano come matti la sera, le ragazze bellissime bionde si tingevano i capelli di nero perche dicevano che erano più belli, si diceva “tak for mad” (grazie per il cibo ricevuto) ogni volta che si finiva di mangiare, il fegato di maiale si metteva sul pane….insomma tutto il mio mondo che avevo vissuto in italia era stato stravolto da tutto questo….e cosa si poteva fare allora? Adattarsi, valutare le tue possibilità ed integrarti il più possibile con loro, aprendoti alla loro cultura e portare la tua in casa loro. In un anno sono successe davvero tante cose, bellissime, incredibili, indimenticabili, e non è possibile descriverle con questi banali aggettivi, bisogna solo provarle. Chi non ha mai fatto un esperienza del genere, non lo potrà mai capire veramente.

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Consigli a chi vuole seguire le tue orme? Crederci veramente, e mollare tutte le proprie sicurezze per crescere, e vedere un mondo che è straordinario e allo stesso tempo difficile da scoprire. Grazie Emanuele ed in bocca al lupo!

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Vivere all‟estero con il progetto EVS
Lucia D‟Addezio vive in Danimarca grazie ad un programma della Comunità Europea chiamato EVS (European Voluntary Service). Ci racconta le sue avventure sul blog I‟m throwing my arms around Denmark (in Italiano) che vi invito a seguire. Che studi hai fatto in Italia? Sono Laureata in Lingue e Letterature moderne. Ho finito sia la triennale che la specialistica e subito dopo la discussione della tesi ho deciso di andare all‟estero per un‟esperienza di vita e lavoro fuori dall‟Italia.

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Come sei venuta a sapere dello EVS? Durante l‟Università ho deciso di aderire al progetto Erasmus. Ho vissuto e studiato per 9 mesi a Coimbra, in Portogallo e qui ho incontrato una ragazza italiana che stava facendo l‟EVS. Lei mi ha parlato del progetto per la prima volta ma lì per lì non ci ho dato molto peso, dato che stavo ancora studiando all‟Università e la mia priorità in quel momento era la Laurea. Una volta conclusa la mia carriera universitaria (lo scorso Febbraio), cercando qualche progetto che mi permettesse di fare un‟esperienza di lavoro all‟estero mi sono ricordata dell‟EVS e ho deciso di provare a fare domanda. Quali sono le procedure pratiche per fare domanda? La cosa è un po‟ complicata, la concorrenza è spietata e bisogna essere davvero molto motivati per non desistere. Innanzitutto bisogna contattare una delle organizzazioni accreditate dalla UE attive nella propria città. Una volta preso contatto, bisogna fare dei colloqui conoscitivi con quella che diventerà, una volta accettata la tua candidatura, la tua “sending organization”. Questa organizzazione si occuperà di tutte le pratiche burocratiche mentre a chi fa domanda toccherà preparare un Curriculum dettagliato ed una lettera motivazionale da inviare ai progetti ai quali si è interessati: tutti i progetti sono elencati nel sito web ufficiale dell‟EVS. Ovviamente bisogna rispettare le scadenze annuali per fare domanda, se non erro sono 2 o 3 ogni anno. Una volta inviata la candidatura bisogna solo aspettare e sperare di essere scelti.

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Cosa fai adesso in Danimarca? Sto lavorando in una scuola chiamata Andebølle Ungdomshøjskole che ospita studenti danesi ed internazionali di età compresa tra i 16 ed i 19 anni. Qui gli studenti vengono a studiare (ci sono Corsi di Arte e Design, Teatro, Psicologia, Musica, etc.) ma, soprattutto, a “imparare” dal contatto con coetanei provenienti da altri Paesi. I ragazzi studiano e vivono nella scuola, imparano a conoscersi e a volersi bene senza badare alla provenienza, al colore della pelle alla religione, e non di rado tra di loro nascono amori e amicizie destinati a durare nel tempo. Qui ad Andebolle mi occupo di diverse cose: faccio lezione di Lingua italiana, collaboro con la webmaster per la creazione di contenuti multimediali per il web, aiuto durante altre lezioni (Film e Media, Intercultural Evening, etc.), collaboro con la responsabile delle pubbliche relazioni e partecipo a tutte le attività extra-scolastiche in cui sono coinvolti gli studenti (viaggi, visite culturali, eventi, sport, etc.). Recentemente abbiamo organizzato un “Free Hugs Day”, distribuendo abbracci per la strada; siamo anche andati in gita in Svezia e Lettonia e, proprio la settimana scorsa tutti gli studenti hanno ideato ed interpretato un musical (con battute, testi e musiche scritti da loro). Come hai fatto per la lingua? Fortunatamente nella scuola tutte le attività e le lezioni sono in inglese perchè ci sono studenti provenienti da altri Paesi (Repubblica Ceca, Turchia, Iran, Lettonia, Ungheria, etc.) che non parlano danese. Sto comunque seguendo un Corso di Lingua Danese perchè mi piacerebbe molto imparare un‟altra lingua. (Parlo già inglese e portoghese, oltre ad aver studiato un po‟ di tedesco e di spagnolo).

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Ci descrivi la vita di tutti i giorni in Danimarca? La mia vita qui è un po‟ difficile da sintetizzare in poche righe, perchè non tutti i giorni della settimana sono uguali ed anche le mie mansioni variano da un giorno all‟altro. Tutti i giorni si inizia con il meeting mattutino, dove si fa il punto sulle cose da fare durante la giornata: lezioni, attività fuori dalla scuola, incontri, dibattiti, proiezioni di film, gite. Quando ho del tempo libero, di solito nei week end, cerco di fare quello che amo: viaggiare. Sto girando parecchio e cercando di conoscere il più possibile la Danimarca. Devo dire che il fatto che molto spesso la scuola organizzi gite e visite culturali mi aiuta molto sotto questo punto di vista perchè posso partecipare e risparmiare sui trasporti, che qui sono costosissimi. Il progetto EVS, inoltre, comprende diversi meeting con altri volontari che vengono organizzati in diverse città della Danimarca: un‟altra buona occasione di visitare posti nuovi e di conoscere altri ragazzi e ragazze impegnati in progetti EVS in Danimarca. Cosa hai imparato su te stessa vivendo all‟estero? Lasciare l‟Italia per andare a vivere all‟estero, in un Paese dove non si conosce nessuno, non è una cosa facile come potrebbe apparire. È comunque un buon modo per mettersi alla prova e per conoscere meglio se stessi. Da quando sono qui ho capito innanzitutto che, a differenza di quello che pensavo quando l‟ho lasciata, l‟Italia mi manca. Innanzitutto mi manca il cibo, che in Danimarca (i danesi mi perdoneranno) é pessimo. Inoltre mi mancano le persone care, come ovvio.

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Sto però anche imparando a cavarmela da sola, in ogni situazione e luogo, e ad apprezzare le stranezze di questa Nazione. Venire in contatto con una cultura diversa dalla propria può causare un senso di smarrimento inizialmente ma, con il passare del tempo, si impara a convivere con l‟ “altro” e a trovare similitudini e differenze senza però connotare né le prime né le seconde positivamente o negativamente. Penso che vivere in un altro Paese aiuti le persone ad abbandonare i pregiudizi e ad accettare il fatto che, in fondo, non siamo poi così diversi. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Tanta buona volontà e pazienza, soprattutto nelle fasi iniziali della candidatura per l‟EVS. Inviate tante domande, ci sono più probabilità di essere scelti almeno da un progetto. Ricordate che la lettera motivazionale è fondamentale per farvi conoscere dai selezionatori e per colpire la loro attenzione. Un buon curriculum (meglio se i vostri studi sono affini al progetto scelto) aiuta. Per il resto, se venite selezionati e dovete lasciare l‟Italia, cercate di partire con la mente libera da dubbi e pregiudizi e lasciatevi “assorbire” dal Paese ospitante. Troverete tante belle persone, esperienze e luoghi ad attendervi. E non dimenticate di mettere qualche pacco di pasta e di caffé in valigia! Grazie Lucia ed in bocca al lupo!

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Fiji
Vita vera alle isole Fiji senza cocktails con l‟ombrellino!
Ivan ed Anna vivono alle isole Fiji e ci raccontano della vita vera alle isole Fiji, non quella delle cartoline con spiagge, sole ed ombrelloni. Visitate il loro sito italianiafiji.it. Com‟è la vita nelle isole Fiji „vere‟, lontano dai resorts turistici? Dipende da che tipo di persona sei. Per noi è tranquillamente caotica. La nostra giornata è sempre piena di impegni o cose da fare, gente da vedere, luoghi in cui andare. Oggi per esempio, devo seguire la produzione di un ufficio in falegnameria, attendere un meeting in banca, poi devo correre a Nadi a cucinare in negozio per un compleanno, dopo di che ho un meeting con la manager di un resort di lusso per illustrare dei nuovi prodotti e presentare l‟idea di VacanzeaFiji.it, per poi tornare a Lautoka a controllare le fatture del mese, assicurarmi che i lavori per l‟ufficio proseguano bene, andare a casa a scrivere l‟articolo del giorno per il blog, portare avanti il sito di OrganicearthFiji.it e se tutto va bene cenare per le 8. Pausa fino alle 11 per poi fare un po‟ di twitter o promuovere l‟articolo.

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Anna, in quanto manager/accountant di un resort, fa una vita più calma ma oggi è sola in ufficio e deve occuparsi anche dell‟area reservation. Molti altri ex-pat a Fiji fanno una vita completamente diversa. Lavorano solo alcune ore e si rilassano per il resto della giornata. Si parla di quelle persone che “fanno lavorare” i fijiani senza troppa supervisione o di coloro che si accontentano di molto poco. La vita alle Fiji, se non si vuole mangiare Tapioka o vivere alla “Fijiana” (in maniera povera) è abbastanza costosa e per mantenere uno stile di vita “Italiano” bisogna davvero impegnarsi. Qui, oltre i beni primari che vengono prodotti localmente, tutto è importato e le tasse di importazione non sono basse. Il caffè, la pasta, il dentifricio, la benzina, la salsa di pomodoro, la carne.. beh‟ rendo l‟idea. Stereotipi da smontare sulle Fiji? Bella domanda.. mi dai spunto per un nuovo articolo.. al momento te ne elenco alcuni ma dovrei pensarci un po‟.

Prima di tutto c‟è da dire che non tutte le isole delle Fiji hanno una spiaggia e chi vive in città (Suva, Lautoka, Nadi, Sigatoka, etc) la spiaggia la vede solo nei weekend quando prende la barchetta e va sulle isole o in qualche hotel. A Fiji non esistono i barettini sulle spiagge.. QUINDI NON PASSIAMO LE NOSTRE GIORNATE IN SPIAGGIA A SORSEGGIARE COCKTAILS CON L‟OMBRELLINO… ma ci piace farlo nei periodi di festa quando, appunto, andiamo sui resort delle Yasawa o Mamanuca. Non tutte le Fijiane sono brutte! Sembra stupido ma si è creato questo mito che le donne Fijiane sono tutte grasse e brutte. Ok, la gran parte potrà anche esserlo ma abbiamo anche delle gran belle figliole.

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Alle Fiji non c‟è sempre il sole!!! La pioggia è una realtà di questo posto soleggiato. A meno che non ci siano giornate nelle quali piove per tutto il giorno o altre dominate dal sole ci si deve sempre aspettare un‟ora o due di pioggia a tardo pomeriggio o di mattina presto (specialmente sulle isole più grandi). Questo non deve deludere chi si aspetta giornate terse ma deve far pensare che una così rigogliosa vegetazione avrà pur bisogno di un po‟ d‟acqua. Il fijiano è sì il popolo più amichevole del mondo ma non è poi così tonto come sembra. L‟ospitalità e amichevolezza del popolo fijiano sono quasi disarmanti all‟inizio ma dopo qualche anno ci si rende conto che o il fijiano abbia capito che non sei più un turista (e ti snobba) oppure ti riempie di attenzioni perchè ha bisogno di qualcosa. Il popolo locale è molto povero e alla vista dei “bianchi” pensa sempre a trarne qualche vantaggio. Come si dice? Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio!

Che consigli dareste a chi volesse seguire le vostre orme? Di pianificare con cura ciò che sta facendo. Di venire in vacanza qualche mese, magari affittando un‟appartamento e vivere al di fuori delle strutture turistiche. Di informarsi bene sulle pratiche e sulle licenze necessarie per aprire un business PRIMA di trasferirsi definitivamente. Grazie Ivan ed Anna!

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Filippine
Consigli per andare a vivere nelle Filippine
Mi ha contattato Paolo, un Italiano emigrato da anni nelle Filippine che condivide con noi la sua esperienza. Ci racconti come sei arrivato nelle Filippine? Sono venuto nelle Filippine per la prima volta nel ‟90, avevo 22 anni, con un indirizzo scritto su un pacchetto di sigarette. Inseguivo colei di cui mi ero innamorato in Italia e che sarebbe diventata la donna della mia vita. Siamo poi tornati per sposarci in chiesa ed ancora quasi ogni anno per le vacanze. Nel 2000 capimmo che le Filippine potevano offrirci la possibilità di una vita migliore ma tra il dire ed il fare c‟erano allora due figli, poi arrivò il terzo. Quindi le difficoltà ci rallentarono ma non non riuscirono a bloccarci in Italia. 5 anni dopo partimmo tutti insieme definitivamente. Quali sono gli stereotipi che gli Italiani dovrebbero dimenticarsi riguardo le Filippine? Vi sono molti pregiudizi e paure spesso infondate che ostacolano in particolare gli italiani a scegliere queste isole.

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Direi che la criminalità è nettamente inferiore a ciò che si può immaginare e in molte provincie è addirittura assente. A parte le zone di Mindanao e le isole dell‟estremo sud, dove è sconsigliato recarsi per la presenza di gruppi separatisti islamici, altrove il Paese è pacifico e tranquillo. La forza della natura, meravigliosa e prepotente, spesso spaventa non poco chi valuta le Filippine come possibile meta. Và ricordato però che i tifoni sono fenomeni naturali e non killer spietati. La causa delle morti che si verificano è quasi esclusivamente da attribuire all‟uomo stesso, per il disboscamento, la cementificazione del territorio, per l‟ apertura delle dighe in concomitanza a grandi piogge oppure per la sottovalutazione dei rischi che fà commettere errori con risultati drammatici. Personalmente mi informo sempre sulla situazione meteo prima di mettermi in viaggio durante la stagione delle piogge. La povertà è un altro fattore che và letto con una chiave diversa rispetto a quella usata in occidente. Qui è considerato povero chi non mangia tre volte al giorno e non ha un tetto sulla testa, seppur sia una baracca. Quindi si parla di una minima percentuale di filippini al di sotto di questa soglia. Comunque vi è uno spiccato senso di solidarietà nella gente comune ed un piatto di cibo non viene negato mai a nessuno. L‟uomo occidentale che viene qui, il più delle volte vede e giudica con la sua metrica diversa che non è applicabile in queste regioni, facendosene quindi un idea distorta. Aggiungerei ciò che quasi nessuno conosce, gli aspetti realmente positivi. Le cose importanti che vanno dette di questo Paese sono che hanno uno sviluppo di coste tra le maggiori del mondo, 36.000 km di spiagge tropicali {più dell‟Australia}, sono 7107 isole delle quali 5000 disabitate e 2000 ancora senza un nome, vi sono meravigliosi vulcani, foreste pluviali, mari con la maggior biodiversità al mondo, chiese e architetture coloniali dell‟epoca spagnola. L‟economia non ha risentito più di tanto della crisi mondiale ed il turismo e gli investimenti stranieri sono in aumento.

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Cose importanti che molti non si conoscono del popolo filippino sono la sua cordialità, l‟ospitalità, la tolleranza, la pulizia, il modo gioioso con cui affrontano la quotidianità. Questo è forse l‟unico luogo al mondo dove l‟ essere straniero è un prestigio e non una vergogna, dove la popolazione locale ti favorisce e non ti ostacola. Ed io che un pò il mondo l‟ho girato posso dire che questo Paese è tra i più felici che esistano sulla terra. Queste cose bisognerebbe far sapere in giro. Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Mi sono stabilito qui perchè sapevo di trovare, allegria e serenità, rispetto e valori, tolleranza ed educazione, libertà ed opportunità. È il posto giusto dove crescere i propri figli senza paure e con ottimismo. Chi cerca queste cose può cominciare a farci un pensierino. È certo che dovrà cambiare lui stesso adattandosi a questa vita. Lo puntualizzo perchè uno dei limiti dell‟Italiano è proprio quello di pretendere che l‟immigrato straniero si adatti alle regole del nostro Paese, il che va bene, però non impone lo stesso principio a se stesso quando esce dai propri confini. A chi è ossessionato dal denaro consiglierei di recarsi altrove, per trovarsi bene nelle Filippine le priorità dovrebbero essere altre. È necessario lavarsi dai pregiudizi e dall‟idea di superiorità che spesso ci inquina. Sentirsi diversi è un fatto giusto e normale, ritenersi migliori no. Tanta umiltà, spirito d‟adattamento, coraggio e un certo budget che permetta di poter avviare un attività in proprio, ed una nuova pagina della propria vita, su una spiaggia delle Filippine può essere scritta. Concluderei con la frase riportata sul mio sito www.spiaggefilippine.com , che spiega chiaramente il senso di questa scelta più di qualsiasi altro discorso: “….cambiare sistema, regole, ritmi, abitudini, latitudine, non alla ricerca ossessiva della ricchezza materiale ma dando piuttosto valore alle semplici umane esperienze e rincorrendo il sogno per certi versi possibile di vivere due volte in una stessa vita.”

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Un caro abbraccio a tutti (grazie Aldo dell‟opportunità offertami ). Paolo (il realizzatore di sogni ). sito: www.spiaggefilippine.com mail: info@spiaggefilippine.com skype ID: meditoinmerito Grazie Paolo!

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Finlandia
Scoprire la Finlandia e ritornarci
Andrea ha colto l‟opportunità di conoscere la Finlandia attraverso il programma Erasmus. Ci è poi tornato dopo una breve esperienza in Italia utilizzando come chiavi di successo lo studio della lingua, la pazienza e l‟uso del passaparola per trovare lavoro. Cosa hai studiato in Italia? Economia Aziendale. Come e perché sei andato a fare l‟Erasmus in Finlandia? Grazie all‟ “Erasmus Day”, dove ho potuto ascoltare le impressioni di chi aveva completato i suoi 6 mesi/1 anno all‟estero. Subito dopo ho chiesto le informazioni all‟ ufficio relazioni estere della mia facoltà. In ordine di preferenza, Helsinki, Lahti, Londra… Che conoscenza del finlandese avevi prima di partire? Nessuna!

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Quale è poi stata la tua esperienza lavorativa in Italia? Insegnavo l‟italiano a stranieri e lavoravo come apprendista presso una azienda nel genovese. Perché poi ripartire per la Finlandia? Per mille motivi, tra cui la voglia di riprendere i contatti con la Finlandia, che ha imparato a conquistarmi e mi ha incuriosito sin dall‟inizio. Come hai trovato il lavoro in Finlandia? Grazie a buoni amici che hanno capito le mie intenzioni e mi hanno aiutato, e grazie alla pratica della lingua locale, notoriamente accessibile più a livello economico (i costi dei corsi sono ridicoli), che a livello linguistico. Col tempo, ci si riesce. In Finlandia si parla generalmente bene inglese, ma avere una base di finlandese serve, soprattutto nel quotidiano. Ho svolto diversi tipi di lavoro lontani “su carta” uno dall‟ altro. ll metodo più antico ed efficace per trovare lavoro? Secondo me, ancora il passaparola. Tutti, dal conoscente all‟ agenzia di lavoro interinale, possono in fondo contribuire a spargere la voce. Nel frattempo, attrezzarsi di pazienza e volontà, per integrarsi nella nuova realtà, certamente porta a risultati più vicini alle nostre aspettative. Quale tua qualità personale o professionale pensi ti abbia aiutato di più nel fare il salto verso l‟estero?

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L‟ Erasmus, come esperienza prima personale poi “professionale”, mi ha fatto capire quanti modi di vivere alternativi al nostro, ci siano oltre confine. È stato il primo vero slancio. E la forte curiosità verso l‟estero, da sempre il vero motore. Che consigli daresti a chi sogna di seguire le tue orme? Di ascoltare il proprio istinto e di credere in se stessi! Grazie Andrea e buon proseguimento in Finlandia!

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Francia
Come sopravvivere a Parigi
Elena di ItalianiPocket condivide con i lettori di Italiansinfuga quello che ha imparato vivendo a Parigi dal 2002. Che conoscenza del Francese avevi prima di partire? Ho studiato sempre francese a scuola (medie, Liceo e Università), ma appena arrivata a Parigi è stato come se non l‟avessi mai studiato in vita mia! Un conto è la lingua che ti insegnano a scuola, e un‟altra cosa è il parigino vero, quello della strada e della vita quotidiana! Mi ci sono voluti circa tre mesi perché il mio cervello cominciasse ad abituarsi all‟accento e a capirci qualcosa di quello che mi si diceva. Che corso universitario hai completato a Parigi? Ho preso la Laurea Triennale a La Sapienza a Roma (Lingue Orientali) e poi a Parigi ho ottenuto una maîtrise in giapponese che corrisponde al vecchio 4° anno di Università… insomma ho una laurea vecchio ordinamento in giapponese se vogliamo dirla in italiano.

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Ti è servito per trovare lavoro a Parigi? La Laurea in giapponese non mi è servita granché perché in Italia siamo molto teorici e quindi ho studiato molto tutto ciò che è intorno alla lingua (letteratura, storia, arte, etc…). All‟Università a Parigi invece mi sono trovata in mezzo a 15 persone che praticavano il giapponese da almeno tre anni quotidianamente ed erano praticamente bilingue, cosa che mi ha alquanto scoraggiata, ma non mi ha impedito di ottenere comunque la mia Laurea! Quello che mi è servito di più è invece la Formazione che ho fatto un paio di anni dopo: grazie al finanziamento di un organismo statale e al fatto che avevo lavorato, ho potuto conseguire una Laurea in Comunicazione Multimediale in un solo anno, cosa che mi ha permesso di riorientarmi nella mia vita professionale e di trovare un lavoro più consono alle mie voglie. Ci fai un confronto tra Parigi e Roma? Oddio ci potrei scrivere un romanzo!! Facciamo che le differenze più evidenti le puoi trovare nella categoria USI E COSTUMI del blog. Sennò la prima cosa che mi viene in mente è: Parigi: organizzata, paradiso dei diritti umani e dei lavoratori, trasporti eccezionali, tempo di m…. e gente aggressiva e complicata (non tutti per fortuna!) Roma: anarchica, caotica, invivibile e assenza di qualsiasi diritto, trasporti catastrofici… ma… clima ideale e la gente! Ah, la gente! Il sorriso sulle facce della gente!!

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Com‟è la vita di tutti i giorni nella Parigi non turistica? La vita nella Parigi non turistica è piena e intensa, Parigi è una città che offre tanto e a volte troppo, è una droga, una volta assaggiato alle innumerevoli possibilità che puoi trovare qui, non ne puoi più fare a meno. Parigi ti vizia, pur essendo una città dura, durissima e dove bisogna imparare a combattere per sopravvivere, perché come tutte le grandi città è una giungla dove vince il più forte e il più veloce… ma una giungla super organizzata! Stereotipi da smontare su Parigi… - si mangia male: non è vero, basta solo evitare le fregature da turisti e smetterla di credere di essere in Italia e quindi cercare le stesse cose. - è cara: dipende… se si viene da un‟altra grande città italiana la differenza non è poi così grossa. A Roma affitti e prezzi delle case sono praticamente gli stessi, con l‟unica differenza che con gli stipendi italiani nessuno può pagarsi nulla! Per uscire idem, solo l‟alcool qui costa un po‟ di più, ma basta come al solito trovare i posti giusti per non pagare 7€ una birra. Errori da non fare quando ci si trasferisce a Parigi… - credere di esser ancora in Italia e cercare di capire gli usi e costumi del luogo (anche per evitare di alimentare il cliché dell‟italiano cafone). - cercare di parlare inglese! eh eh eh!! meglio un francese maccheronico che l‟inglese, perché capire un francese che ti parla in inglese è impresa assai ardua! ;-p - evitare di uscire dagli schemi che ti detta la burocrazia se vuoi uscirne vivo! Segui passo passo sempre tutto quello che ti viene detto di fare, anche se sembra assurdo, altrimenti non otterrai nulla a livello burocratico. - non fare il furbetto italiano che cerca di fregare tutti perché qui poi te la faranno pagare… e non

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conviene a nessuno! Per esempio non mentire alla CAF che ti aiuta per l‟affitto perché prima o poi quando faranno i controlli ti chiederanno di rimborsare quello che hai ricevuto senza averne il diritto. E poi tanti altri consigli nella categoria AMMINISTRAZIONE del sito. Grazie Elena! Visitate Italiani Pocket!

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Fabiola ha trovato lavoro come Country Manager Italia a Parigi
Fabiola Raffa lavora a Parigi come Country Manager Italy presso Netaffiliation, un network di affiliazione online. Cosa hai studiato in Italia? I miei studi hanno avuto come base lo studio delle lingue ma applicate all‟ambito dell‟impresa. Soprattutto negli ultimi anni il mio corso è stato un inter facoltà con esami di marketing, economia, diritto ma anche sociologia e linguaggi di impresa. L‟obiettivo è stato quello di non studiare le lingue come fini a se stesse ma applicarle all‟ambito aziendale in vista della mia futura vita lavorativa. Perché poi l‟università a Liegi? Con le mie due precedenti esperienze all‟estero negli Stati Uniti e Inghilterra, avevo ottenuto il livello da me desiderato in inglese, ma pensando già ad un espatrio post laurea, volevo perfezionare il mio francese con un‟esperienza universitaria, pertanto ho scelto di fare l‟Erasmus in un paese francofono. E perché sei rimasta in Francia? Per caso, ho cominciato con uno stage e un primo lavoro, e l‟offerta di lavoro nell‟ambito del web marketing è concentrata soprattutto su Parigi. Per chi lavori adesso e cosa fai?

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Lavoro per NetAffiliation, network di affiliazione presente su 15 paesi, tra cui l‟Italia. La nostra sede è a Parigi ma, lavorando con e per l‟Italia, passo una buona parte del tempo a Milano. Sono responsabile dello sviluppo e la strategia del mercato italiano, del team italiano di NetAffiliation e di conseguenza del recruitement dei collaboratori. NetAffiliation è un‟azienda che da spazio ai giovani e che permette loro di crescere con l‟azienda: quando sono arrivata 4 anni fa la mia missione era quella di lanciare il business partendo da zero. NetAffiliation mi ha dato fiducia, mi ha dato i mezzi per raggiungere i miei obiettivi e oggi, con l‟aiuto del team italiano, abbiamo più di 100 clienti sul mercato italiano e una crescita esponenziale del fatturato. Come dicevo prima, NetAffiliation è la ragione per la quale sono rimasta a Parigi. Che conoscenze tecniche bisogna avere per lavorare nel tuo tipo di lavoro? Bisogna poter lavorare correttamente nelle 3 lingue (inglese, francese e italiano), la conoscenza delle tecniche principali del web marketing e dell‟advertising, una solida base di economia e una sensibilità per il business. Quello che pero‟ è ancora più importante è la motivazione, la voglia di andare avanti, di creare, inventare, e apportare a NetAffiliation quel valore aggiunto che si aspetta da ognuno dei suoi collaboratori. Quanto è importante la conoscenza del Francese? Direi che è più importante, oltre ad un ottimo italiano, parlare bene inglese. Se il candidato ha un buon livello di inglese, l‟infarinatura di francese è sufficiente per comunicare con i partner e con i colleghi, facilitandone comunque l‟integrazione.

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Cosa è necessario professionalmente per partire ad un livello di base nel tuo team? Oltre agli Account con esperienza, offriamo durante tutto l‟anno Stage retribuiti (rimborso spese e partecipazione all‟abbonamento ai trasporti) per lavorare nel team italiano. Il livello di base richiesto una passione per il web e la comunicazione digitale, un buon relazionale telefonico nelle 3 lingue, capacità di adattamento in tutte le occasione e soprattutto tanta voglia di imparare un mestiere seriamente. Da NetAffiliation lo stage è uno scambio: i giovani che sono brillanti e motivati possono portare tanto all‟azienda. Che consigli daresti a chi sta pensando a Parigi ma non sa da dove partire? Di farsi coraggio e partire, perché possono in pochi anni e nonostante la giovane età, fare carriera velocemente e imparare tanto. L‟unico consiglio è di preparsi bene dall‟Italia e non sbarcare cosi all‟improvviso: Parigi è una delle città più care in cui è difficilissimo trovare un alloggio, perché la domanda è superiore all‟offerta. Grazie Fabiola e buon proseguimento!

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Ecco come emigra un cervello
Alessandro Veltri, 33 anni, è vissuto a Cosenza dove ha studiato fino alla laurea in fisica ed al dottorato di ricerca: ha pubblicato numerosi articoli su riviste internazionali, è co-inventore di alcuni brevetti. Dal 2009 lavora presso il CNRS a Bordeaux con una borsa post-dottorato. Intervista di Luca Guzzardi. Cosa ti ha spinto a cercare una posizione all‟estero? In una parola la necessità. È capitato che in seguito ai tagli dei fondi all‟istruzione e ricerca scientifica, il gruppo di ricerca in cui lavoravo non avesse più i fondi per pagarmi un altro anno. Quanto tempo hai impiegato a trovare una posizione all‟estero? Non ricordo con precisione 5 o 6 mesi, in quel periodo ho anche approfittato della libertà che il fatto di non esser pagato mi dava per realizzare un lavoro che non aveva nulla a che vedere col mio background e che serviva per rendermi appetibile per gente che lavorava in un campo diverso. Di fatto ho usato quest‟opportunità per cambiare campo. Perchè la Francia? Come ti dicevo ho deciso di cambiare campo e dunque ho scelto quello che mi sebrava più cool nell‟ambito dell‟ottica: lo studio dei metamateriali. Dopodiché ho applicato a tappeto su tutti i

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gruppi che se ne occupavano, anche alcuni che non avevano pubblicato posizioni aperte di postdoc. Il feedback positivo mi è arrivato dalla Francia e devo dire che sono stato fortunato in questo. È stato il primo colloquio? Si Com‟è andato? Bene. Il mio capo è piuttosto giovane, ha pochi anni più di me ed è decisamente brillante. Tutte cose evidenti dal primo colloquio ed alla fine anche io devo aver fatto una buona impressione. C‟è qualche domanda in particolare che ricordi ancora e che non ti aspettavi? Confesso che non avevo una grande esperienza pregressa di questo genere di cose, per cui la domanda su quel che volevo fare nel futuro, mi ha sorpreso un po‟. Conoscevi il Francese quando ti sei trasferito? Per nulla Come te la sei cavata? Il mio capo parla un ottimo inglese per cui abbiamo potuto iniziare a lavorare da subito. Poi piano piano il Francese è arrivato, ora credo di poter dire che almeno nel parlato e nella lettura me la cavo meglio in Francese che in Inglese, non ho mai imparato a scriverlo, però.

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Che differenze hai trovato nell‟ambiente di lavoro? Nel mio vecchio laboratorio mi trovavo abbastanza bene, ma lavoravo quasi indipendentemente dagli altri a parte le riunioni organizzative di quando in quando. Qui ho un contatto diretto innanzitutto col capo, e poi con gli altri c‟è molto scambio di idee. Penso che alla fine sia un po‟ più stimolante. L‟Unione Europea ha da tempo eliminato la necessità dei visti: da un punto di vista burocratico hai incontrato difficoltà? Non posso lamentarmi, mi ha stupito dover aprire un conto bancario Francese per essere pagato, ingenuamente pensavo che l‟Europa avesse un‟economia ancora più condivisa. Cos‟è cambiato nelle tue abitudini? Tutto e nulla. Ci sono cose che facevo anche prima ma che qui ha preso connotazioni diverse. Un sacco di miei amici qui sono stranieri come me, condividere gli stessi problemi ed aiutarci quando possibile li rende una specie di famiglia allargata. In questo modo ho anche migliorato il mio Inglese, poi ho preso l‟abitudine ai film ed ai libri in lingua originale, cose che, qualche anno fa, mi sarebbe sembrata una cosa assurda. Com‟è la città dove vivi? Splendida. Bordeaux mi mancherà da morire quando questa esperienza sarà finita, qui ho trovato una dimensione di vita migliore.

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Grazie Alessandro per il tempo che ci hai dedicato ed in bocca al lupo per il futuro.

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Emigrare in Francia come ingegnere
Francesco Polidoro è un giovane ingegnere recentemente emigrato in Francia ed ha gentilmente risposto ad alcune domande di Italiansinfuga. Ci descrivi il tuo background accademico? Sono laureato in ingegneria aeronautica con specializzazione aerodinamica presso il Politecnico di Milano. Ho completato il mio corso di studi a 25 anni ed ho trascorso gli ultimi 9 mesi di studio a preparare la tesi presso l‟École Polytechnique Fédérale di Losanna in Svizzera. In parallelo al corso di laurea magistrale a Milano ho seguito i corsi dell‟Alta Scuola Politecnica che mi ha permesso di conseguire una seconda Laurea Magistrale presso il Politecnico di Torino.

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Perché hai deciso di andare a lavorare all‟estero? La scelta di andare a lavorare all‟estero è maturata durante gli anni di studio. Ci sono diverse ragioni: un aspetto economico dato dal fatto di poter lavorare e guadagnare sufficientemente per un tenore di vita dignitoso, senza dover dipendere dai genitori o dover scendere a compromessi. Un aspetto lavorativo visto he la mia formaziona associata alla mia età è più valutata all‟estero di quanto lo sia in Italia. In fine sul piano personale trovo sia giusto approfittare fino a che si è giovani per allargare i propri orizzonti. Perché la Francia? La scelta è stata orientata più dalla proposta di lavoro che dalla destinazione. Ho cercato lavoro in diversi paesi in Asia, Europa e Nord America; ho ricevuto diverse proposte, ma quella francese era quella più interessante dal punto di vista lavorativo. Dove lavori? Lavoro a Parigi in uno studio di ingegneria che si occupa di studi numerici di aerodinamica e aeroacustica per case automobilistiche e società ferroviarie. Questo studio è filiale di una società basata a Boston e che in parallelo sviluppa il software che viene utizzato per le simulazioni di fluidodinamica numerica. Conoscevi già il Francese? Quando sono partito per Losanna per la tesi ero completamente a digiuno di francese, in quei nove mesi ho potuto apprendere le basi anche se il gruppo di lavoro in cui mi trovavo era

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abbastanza internazionale e quindi si prediligeva l‟inglese. Arrivato a Parigi le basi che avevo associate ai colleghi hanno fatto il resto. Posso dire che la lingua non è stata una barriera. Ci descrivi le opportunità di lavoro per un Ingegnere in Francia? La Francia è un paese molto fiero delle sue università, ogni ingegnere viene classificato per tutta la sua carriera in base all‟école frequentata. La difficoltà venendo dall‟Italia è poter rientrare in questo meccanismo senza avere nel CV nessuna menzione di una università francese. A parte questa difficoltà le opportunità per i giovano ingegneri sono abbastanza numerose e si concentrano principalmente a Parigi. Il mercato dell‟automobile, dell‟energia e dei materiali offono possibilità di lavoro e sono aperti ad assumere anche stranieri. Consigli pratici per gli Ingegneri che vogliono andare a lavorare in Francia? Nel redigere il CV siate concisi, i curricula francesi superano di rado la pagina e mezzo. Date grande rilevanza alla vostra formazione e se scrivete in francese verrete considerati sicuramente di più. Informatevi dei salari presso le università. Mandate una mail ad una università omologa a quella che avete frequentato e chiedete il livello di salario medio degli ex-studenti anche dopo 5-6 anni di lavoro, di norma otterrete una risposta ed anche abbastanza precisa. Ricordate che i salari di Parigi sono di gran lunga superiori a quelli del resto della Francia e di norma anche rispetto a quei italiani.

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Il livello di tassazione è molto simile a quello italiano. La prima cosa da fare una volta deciso di trasferirvi è aprire un conto corrente in una banca francese; vi verrà chiesto per tutto, dall‟affitto di un appartamento al abbonamento per il cellulare. Se cercate casa a Parigi è molto difficile farlo dall‟estero, prendetevi una settimana e cercate sul posto. Tornerai in Italia? Tornerò in Italia sicuramente tra qualche anno, una volta consolidata una certa esperienza lavorativa. La qualità della vita in Italia non si trova facilmente all‟estero. Grazie Francesco ed in bocca al lupo!

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Galles
Lavorare e vivere in Galles
Claudia Farese si è trasferita a Swansea, in Galles, per mancanza di opportunità in Italia. Notate come non si deve per forza andare a Londra!! Ci descrivi il tuo background in Italia? In Italia vivevo in un paesino vicino a Venezia, con la mia famiglia. Ho conseguito una triennale in lingue all‟Università Ca‟ Foscari nell‟estate 2009. In particolare ho studiato Inglese e Giapponese ed altre materie artistiche ed umanistiche. Al liceo avevo studiato altre lingue (Spagnolo e Francese). Dopo la laurea ho tentato di frequentare un Master in Informatica per la Comunicazione, ma purtroppo il corso é stato annullato per mancanza di fondi. Nel frattempo cercavo un‟occupazione, ma a parte stage non pagati e lavoretti di fortuna, come molti miei colleghi non sono riuscita a trovare un lavoro in patria.

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Come mai l‟estero? Come si può intuire dal mio studio delle lingue, sono sempre stata attratta da diversi paesi e culture e dalla possibilità di comunicare e interagire con persone straniere. Quando ho trovato l‟occasione di iniziare il mio attuale lavoro, avevo bisogno di cambiamenti e avevo tanta voglia di vedere posti nuovi, conoscere gente e mettermi alla prova. Ovviamente andare all‟estero mi offriva tutto questo e la possibilità di migliorare ciò che avevo studiato e fare un‟esperienza lavorativa e di vita, completamente nuova. Come sei finita a Swansea? Ad essere sincera, quando mi candidai per la mia attuale posizione ed iniziai poi i vari colloqui, sapevo solo che Swansea era in Galles, ma non sapevo assolutamente niente della città o del posto. Sono sempre stata attratta dal Regno Unito e amo molto la lingua Inglese e dato che ero particolarmente interessata a Scozia e Galles, l‟occasione mi è parsa perfetta! Come hai trovato il tuo lavoro attuale? Mentre cercavo lavoro, controllavo quotidianamente vari siti Internet con annunci per l‟Italia e per l‟estero e trovai sul sito dell‟Eures questa compagnia che cercava madrelingua italiani che sapessero bene l‟Inglese e che fossero interessati a stare via almeno un anno e ad essere formati per questo lavoro. Dopo aver inviato il mio curriculum sono stata contattata telefonicamente e ho fatto vari colloqui al telefono e via Skype e alcune prove scritte via email. Infine dopo circa un mese ho firmato il contratto e ho iniziato i preparativi.

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Com‟è diverso il Galles dal resto del Regno Unito? Difficile per me da dire non avendo vissuto in altre parti del Regno Unito; quel che posso dire é che la gente qui è molto amichevole ed è facile trovare qualcuno che ti aiuti se ti sei perso o se hai bisogno di una mano. Swansea e Cardiff sono città universitarie, quindi ci sono moltissimi giovani e l‟atmosfera è abbastanza vivace ed è facile fare amicizia. Ci sono molti altri stranieri come me (anche nella mia stessa compagnia) che sono qui a lavorare o studiare. Rispetto all‟Inghilterra ed alla Scozia forse lasciano un po‟ a desiderare i mezzi di trasporto da quel che ho potuto osservare. Qui tutto è bilingua, Inglese e Gallese: i cartelli, gli annunci, i nomi dei paesi, qualsiasi volantino e molte scuole (e alcuni asili!) insegnano il Gallese. Il governo cerca di diffondere più possibile la lingua che era stata così a lungo messa al bando. Vicino a dove mi trovo io c‟è la penisola del Gower, con spiagge e posti naturali bellissimi per chi ama la natura e i luoghi tranquilli. A nord ci sono anche i parchi naturali del Brecon Beacons e Snowdonia e ci sono moltissimi castelli ed abbazie sparsi per tutto il territorio gallese. Ci dai un‟idea del costo della vita in una città delle dimensioni di Swansea? Vivendo qui condivido la casa con altre due persone: la mia landlady e un‟altra ragazza. In pratica io affitto la mia stanza, ma posso usare anche il resto della casa (cucina, bagno, salotto), per un costo di £325. Volendo si riesce a spendere meno, di solito gli studenti per esempio affittano camere molto piccole ma economiche, o in zone non troppo centrali. Il cibo costa più o meno come in Italia e ovviamente dopo un po‟ si impara a stare attenti a cosa conviene comprare e dove. I vestiti sono molto economici e a meno che non si vogliano grandi firme ci si può vestire con molto poco! Anche andare fuori non costa esageratamente tanto

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almeno nei pub. Ciò che costa parecchio sono i trasporti, treni e autobus. Se si viaggia in treno conviene prenotare abbastanza in anticipo se si vuole spendere un po‟ meno. In base alla tua esperienza, cosa deve fare chi Italia vuole trasferirsi in Galles? Direi che la prima cosa dopo aver trovato un lavoro è la ricerca di una casa. Non è troppo difficile in città come Cardiff e Swansea, poiché ci sono molte persone che vogliono condividere o affittare con studenti o lavoratori e ci sono opzioni un po‟ per tutte le esigenze. Le opzioni per la ricerca di solito sono o andare in agenzia, o guardare su Internet. Bisogna inoltre prepararsi a tanta pioggia! Il famoso tempo instabile tipico del Regno Unito non esclude il Galles, anzi, Swansea è considerata la città più piovosa della Gran Bretagna! Per il resto direi che con un po‟ di curiosità e voglia di avventura si riesce a far tutto. Una volta superati i primi scogli come aprire un conto in banca, iscriversi da un medico e risolvere le cose burocratiche, siete pronti ad immergervi nella vita del posto e anche per questi primi „ostacoli‟ chiunque, dal datore di lavoro, alla coinquilina, all‟ufficio informazioni saranno disponibili ad aiutarvi. Hai dei siti web da consigliare? Sicuramente il sito dell‟Eures per gli annunci di lavoro. Questi siti sono stati utili per la ricerca di una casa: Easyroommate e Gumtree. Per i trasporti in Galles e UK: FirstGroup e National Rail. Grazie Claudia e buon proseguimento a Swansea!

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Studiate all‟estero, magari non vi piace ma almeno lo smitizzate
Marco Gatti sta facendo il PhD in Galles, ha scoperto che non è tutto oro ciò che luccica e condivide i pro e contro dell‟esperienza di studio e di vita all‟estero. Cosa hai studiato in Italia? In Italia ho frequentato la facoltà di chimica presso l‟Università Degli Studi di Milano ed ho scelto la specializzazione in chimica inorganica. Come hai trovato l‟opportunità di fare il PhD in Galles? È stato il mio relatore dell‟Università, che sapendo la mia intenzione di voler fare un PhD all‟estero mi ha messo in contatto con un suo amico ricercatore che ha una posizione di Post doc a Cardiff, il quale ha girato il mio CV al professore per cui lavora. Ci descrivi la procedura per fare domanda? Per fare domanda ho dovuto compilare un‟application presente sul sito dell‟università di Cardiff. È un modulo in cui ti chiedono i tuoi dati, cosa hai studiato, le tue esperienze lavorative. Non è niente di diverso alle applications che bisogna compilare quando si vuole mandare un CV ad una azienda. Una volta inviata la domanda, ho sostenuto un colloquio con il docente e dei suoi collaboratori presso l‟Università di Cardiff; i costi dell‟hotel e viaggio sono stati tutti a carico dell‟Università di Cardiff.

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Ci potresti dare un‟idea di come ti mantieni? L‟università mi passa un assegno di dottorato di circa 1130 sterline al mese. Con quello mi pago affitto (che per una casa in condivisione (3-4 persone) è di circa 250-300 sterline al mese, mentre se si vuole vivere da soli è di circa 450 sterline per uno studio flat con le spese incluse, per poi salire per sistemazioni one-bed room), cibo e i vizi. Il costo della vita qui non è alto, io riesco anche a risparmiare qualcosa. Diciamo che non è Londra, per cui posso dirti che con quello che guadagno riesco a vivere tranquillamente e quest‟anno ho vissuto da solo. Puoi descrivere l‟ambiente PhD in galles? Il PhD, per quanto mi riguarda personalmente, non è molto differente da quello italiano. C‟è il mito di dire che all‟estero funziona tutto meglio, ti posso assicurare che non è così. Io non trovo alcuna differenza con l‟ Italia, se non nel fatto che qui le aziende investono nell‟università. Qui però devo fare una precisazione: è il professore che deve essere bravo a procacciare i fondi per finanziare la sua ricerca. Altra differenza è che qui viene lasciata molta indipendenza. L‟università è sempre aperta, giorno e notte sabato e domenica compresi per cui uno può lavorare quando gli pare e piace. L‟importante è portare i risultati. Una cosa che non trovo giusta è che qui è possibile fare un PhD dopo la laurea triennale; ovviamente però devi avere dei buoni voti. Il problema è che da noi in Italia non si può fare e se si vuole vedere bene qui si può finire due anni prima e si ha un PhD che vale molto di più di una laurea. Questa cosa non la trovo giusta, perché si parla tanto di uniformità del sistema scolastico europeo, però non è proprio così. Inoltre la trovo sbagliata perché è durante il laboratorio (della

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durata di un anno solare) di tesi della laurea specialistica che uno ha la possibilità di lavorare per un anno intero in laboratorio e capire realmente come lavorare e cosa vuol dire portare avanti un progetto di ricerca. Una cosa da sottolineare è che qui si è pagati per tre anni, ma non è detta che dopo i tre anni si hanno dei dati sufficienti per scrivere una tesi e ottenere il PhD. Se uno lavora sodo si riesce altrimenti bisogna lavorare dei mesi in più senza ricevere stipendio ed inoltre non si è più nella condizione di studente e bisogna incominciare a pagare la Council tax che è una sorta di tassa comunale. Perché non fare il PhD in Italia? Perché credevo anche io nel mito che all‟estero tutto funziona meglio, che tutto è più bello. In più io avevo una grande voglia di fare un‟esperienza di vita all‟estero e di migliorare il mio scarso inglese. Così quando mi è arrivata la proposta, dopo un lungo pensarci su, ho accettato. Rimarrai in UK? Penso proprio di no. La gente diciamo che è abbastanza strana, il loro divertimento è bere fino a stare male e diciamo che non è proprio una bella cosa. Inoltre, scusami se mi permetto, sono un popolo che per non far ragionare la testa sono i numeri uno; ti faccio un esempio: non mi accettano la patente di guida (versione europea, il tesserino per intenderci) perché per rinnovarla ho dovuto attaccare un bollino sul retro. Loro non riconoscono questo bollino perché dicono che posso averlo stampato io. Un altro episodio è capitato ad una mia amica: non volevano venderle delle lenti a contatto perché non aveva la ricetta del medico. In ogni caso sarà anche un mio limite, però come mentalità sono molto diversi, non voglio dire sbagliati, però si discosta molto dalla nostra italiana.

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Cosa consiglieresti agli studenti italiani che stanno leggendo della tua esperienza dall‟Italia? Dico di fare un‟esperienza all‟estero perché ne vale la pena, ambientarsi in un posto nuovo in cui non si conosce nessuno, iniziare una “nuova vita”, essere indipendenti, sono tutte cose che fanno crescere. Si conoscono tante nuove persone, di svariate etnie e la cosa è molto positiva. Un consiglio è di farla il più presto possibile, già dal quarto anno delle superiori e possibile studiare all‟estero. Inoltre consiglio vivamente di fare un Erasmus all‟Università perché ci aiuta a capire se siamo pronti o in grado di fare un‟esperienza più lunga all‟estero, tipo un PhD. Altra cosa molto valida, il laboratorio di tesi all‟ultimo anno di Università, non fatelo in Italia ma in un altro paese europeo. Sono solo 6-9 mesi ma che possono regalare un‟enorme esperienza. Grazie Marco e buon proseguimento!

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Germania
Come ho trovato lavoro nella SEO in Germania
Abbiamo già incontrato Alessio Madeyski alcune volte, l‟ultima quando era recentemente arrivato a Berlino. In questo aggiornamento Alessio ci spiega come ha fatto a trovare lavoro come SEO Manager in Germania. Come sei venuto a conoscenza dell‟opportunità di lavoro per Zalando? Sono venuto a conoscenza di Zalando grazie alla mia ragazza Giulia che lavorava nel team italiano di questa azienda. Lei poi ha trovato lavoro presso una startup chiamata12designer e io ho iniziato la mia esperienza nel campo dell‟ottimizzazione per i motori di ricerca, noto anche come SEO. Qual è la procedura di selezione che hai dovuto superare? Ho fatto un incontro preliminare con il Country Manager italiano che mi ha fatto qualche domanda sul mio background e sulle mie esperienze, focalizzandosi soprattutto sulle mie passioni e su come la pensavo in materia di marketing in generale per aumentare la visibilità del nostro sito. Pochi

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giorni più tardi ho incontrato il capo SEO internazionale di Zalando, che si è focalizzato di più sulla parte tecnica del lavoro. Dopo questi due incontri, ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano che avrei iniziato la settimana seguente. Me la ricordo come fosse ieri… è stata una bellissima emozione. Che tipo di contratto ti è stato offerto? Mi è stato offerto un contratto di 18 mesi, con 6 mesi di prova e la posizione è SEO Manager per l‟Italia. Ovviamente tutto è in regola, quindi pago regolarmente le tasse allo stato tedesco e sono coperto dal punto di vista sanitario. Ci descrivi le mansioni svolte dal team italiano che dirigi? Io dirigo il team che si occupa dell‟ottimizzazione del sito Zalando Italia per i motori di ricerca. Il mio team è inserito in un contesto internazionale, in quanto tutto il reparto SEO lavora insieme, quindi siamo vicini a tedeschi, inglesi, francesi, olandesi… È molto bello e costruttivo come ambiente, in quanto ci rapportiamo sia al team Italia in generale, che al team SEO internazionale. Il nostro lavoro consiste nel rendere il sito “perfetto” per i motori di ricerca in modo che la persona possa trovare nel nostro store online qualsiasi articolo (scarpe, abbigliamento…) che sta cercando, cercando di risultare nei primi posti delle ricerche di Google. Che lingua usi per comunicare con i colleghi? Con i colleghi del mio team parliamo in italiano, in quanto siamo tutti italiani. Con i colleghi internazionali ovviamente parliamo l‟inglese, anche perché onestamente non so ancora il tedesco. Me ne vergogno, ma lo imparerò al più presto, anche per rispetto a questo paese che mi sta accogliendo e mi sta facendo fare una esperienza di lavoro bellissima.

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Com‟è l‟ambiente lavorativo nel quale ti trovi adesso? Un ambiente internazionale. Ci sono persone da tutta l‟Europa, si lavora in un ambiente openspace, con tantissimi servizi per i dipendenti. Sono molto attenti alle richieste dei dipendenti, e infatti spesso fanno dei sondaggi per capire dove migliorare e cosa poter fare di più. Zalando è un ambiente molto giovane, dinamico, privo di formalismi, i fondatori lavorano accanto a noi, si lavora in sneakers e maglietta, e tutto questo porta ad una facilità nel gestire e coltivare rapporti di lavoro. Che conoscenze tecniche bisogna avere per ambire a lavorare nel SEO in un ambiente come il tuo? La cosa veramente importante è la voglia di imparare. Io sono laureato in biologia molecolare, ho lavorato in diversi laboratori prima di intraprendere questa carriera. Mi hanno dato fiducia, in quanto probabilmente hanno visto in me la voglia di imparare e mettermi in gioco. Consiglio comunque di leggere tanto, di informarsi in internet, perché il campo SEO è in continua evoluzione, e i motori di ricerca ogni giorno presentano una caratteristica nuova. Personalmente sto imparando molto grazie a Twitter (per chi volesse il mio account è @madeale), dove seguo dei SEO e degli inbound marketer molto conosciuti in scala mondiale. Inizi a seguirli, poi inizi a parlare con loro, a commentare, a discutere…tutto questo vale di più che leggere un libro che probabilmente è già vecchio quando esce. E poi ci vuole pazienza, perché i risultati del tuo lavoro si possono vedere anche diversi mesi dopo. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Il consiglio che mi sento di dare è di tenere una mentalità aperta in qualsiasi cosa che state facendo nella vostra vita.

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E rischiate, perché solo rischiando si evolve, e solo evolvendo si ottiene qualcosa dalla vita. Con il mio background non avrei mai pensato di finire a fare il SEO manager per una azienda transnazionale, ma ora sono qui ed è l‟esperienza più bella della mia vita. Come ho fatto? Ho rischiato, ho mandato il CV ed ero pronto a non ricevere alcuna risposta. Invece la risposta è arrivata, e ora faccio un lavoro che amo tantissimo. Altro consiglio è quello di usare twitter (in Italia è usato ancora poco) per seguire persone che sono dei maestri in questo lavoro, e imparare da loro. Lo dico sempre anche alle persone che lavorano con me nel mio team: non fate qualcosa che non vi piace, non serve a niente; se sentite che è il momento di cambiare, fatelo. E così è stato per me. Da biologo molecolare a SEO: così, da un giorno all‟altro. Grazie Alessio e buon proseguimento in Germania!

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Lavorare in Germania come ingegnere e donna
Carla Cimatoribus ha studiato ingegneria in Italia ed in Germania da dove ci racconta la sua esperienza di studio e lavoro. Dopo l‟università a Padova, sei andata a studiare in Germania. Perché? Volevo fare un‟esperienza all‟estero e ho preso una borsa di studio dell‟EU a Stoccarda, ma è stato un po‟ un caso che fosse proprio in Germania. Comunque mi interessava anche imparare il tedesco. Che confronto puoi fare tra l‟Università in Germania ed in Italia? Domanda complessa. Posso paragonare solo Ingegneria Chimica in Italia con Ingegneria Ambientale (Civile) in Germania, e in entrambi i casi vecchio ordinamento. In Italia si studiano (o studiavano) piú metodi, piú teoria. L‟ing. italiano puó affrontare temi fra loro diversi perché ha delle basi teoriche molto solide, ma ha bisogno di piú tempo per imparare a lavorare. L‟ingegneria tedesca è piú orientata a preparare dei tecnici che siano “pronti” a entrare nel lavoro molto velocemente, ma a volte troppo specializzati e mooooooooooolto meno flessibili. Il mondo universitario tedesco compensa con un dottorato lungo e faticoso, in cui si impara “a pensare”, cosa che noi facevamo giá nel biennio di ingegneria. Insomma: noi piú orientati a formare un profilo tecnico complesso ma “lento”, loro piú a un tecnico semplice e pret à porter.

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Ci descrivi il tuo ingresso nel mondo del lavoro tedesco, completati gli studi? È stato veramente facile: due curricula, due colloqui, due offerte. Era anche in 2008, anno di boom, in cui anche le donne e gli stranieri hanno avuto una chance! Comunque qui non si elemosina un posto di lavoro, tu vai con la tua professionalitá ad un colloquio e questo valore ti é riconosciuto. Io l‟ho vissuto cosí. Non credo di poter tornare a lavorare in Italia proprio per questo, perché sembra che ti diano un lavoro per farti un favore. Non credo di riuscire piú a sopportarlo! Com‟è il mondo del lavoro in Germania per una donna? Non facile. In Germania Ovest le donne fino ad alcuni anni fa non lavoravano quasi mai quando avevano figli. Quelle che lo facevano erano oggetto di riprovazione. Le cose stanno cambiando ma mooolto lentamente, anche perché purtroppo qui c‟é una spaventosa carenza di asili nido e scuole materne. Le mogli dei miei colleghi sopra i 50 non lavorano, o solo qualche oretta “adesso che i figli sono fuori casa”. Le mamme che non stanno 24hsu24 con i figli fino all‟etá di 10 anni sono cattive madri… Non è un‟esagerazione, ho molti colleghi che parlano cosí. Poi nel mio campo di soli uomini é ancora piú faticoso. Che consigli daresti a chi sta studiando all‟università in Italia? Vuoi provocarmi? STUDIA E SCAPPA

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Grazie Carla e buon proseguimento!

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Ci ho messo 4 anni per trovare lavoro all‟estero ma ora sono a Monaco!
Eve Dietmann è riuscita a trasferirsi a Monaco di Baviera con la famiglia dopo 4 anni di ricerca di lavoro all‟estero. Ci descrivi cosa tu e marito facevate in Italia? Io ero assistente di direzione e lui lavorava in una banca. Cosa vi ha spinto a partire? Penso di scadere nel banale o nel comune, nel dire che l‟Italia non offre granché ai giovani e meno giovani che desiderino un futuro solido. Troppo si basa sulle classiche raccomandazioni o conoscenze e comunque non sulla meritocrazia. Noi abbiamo un figlio, perciò abbiamo pensato anche che non valesse la pena farlo crescere in Italia.

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Inoltre nel Belpaese personalmente sentivo di non riuscire ad esprimere appieno le mie potenzialità. Sognavo di andare all‟estero da anni, perché non mi sono mai sentita completamente a mio agio in Italia: ho sempre visto un paese (troppo) disorganizzato e con una mentalità vecchia, stantia, immobile. Ho sempre fatto fatica anche a sopportare il maschilismo imperante e gli eterni adolescenti che contraddistinguono il nostro paese. Giovani che non solo non vogliono affrancarsi dalla famiglia d‟origine, ma che spesso non possono neppure, per mancanza di stipendi e condizioni contrattuali adeguati. In sostanza per me l‟Italia è un paese strepitoso da visitare come turisti (i paesaggi, il clima, l‟arte, il cibo sono insuperabili), ma non per costruirsi una vita. Perché Monaco di Baviera e non altre città in Germania? In realtà si è trattato di un caso. Non stavo cercando lavoro in Germania, ma in generale in Europa ed erano anni che mandavo CV tramite Internet alle maggiori multinazionali. Poi una sera ho visto un annuncio per una posizione da Executive Assistant in un organismo internazionale con sede a Monaco. Una parte della mia famiglia è proprio di Monaco di Baviera e così ho pensato che sarebbe stato perfetto trasferirsi in una città che in parte conoscevo già e che non è troppo distante da Modena, dove sono nata e ho abitato tutta la vita. Come hai trovato il lavoro in Germania? Ho usato Internet.

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Un‟amica che aveva trovato lavoro in Francia mi aveva segnalato il sito www.eurobrussels.com, ricco di offerte di lavoro in Europa. Ogni settimana mi arrivavano due newsletter stracolme di annunci per “assistants” (ma ci sono annunci per diverse specializzazioni). Una sera ho visto questo annuncio per una posizione a Monaco e ho deciso di inviare CV e lettera di presentazione. Sono stata convocata e ho sostenuto due colloqui, prima di avere la proposta di contratto. Differenze tra il mondo del lavoro in Germania ed in Italia? Lavoro in un ambiente internazionale, quindi non puramente tedesco, ma l‟impronta teutonica si sente. Qui c‟è una distinzione molto chiara tra rapporti personali e lavorativi e questo rende più semplice lavorare insieme: se con un collega il rapporto personale non funziona, si riesce a collaborare comunque, mentre per noi italiani è più difficile. Ho trovato inoltre un‟estrema organizzazione, molta precisione e professionalità. Certo, in compenso c‟è una mentalità un po‟ meno flessibile: come da luogo comune, ho trovato che i tedeschi sono più inquadrati e rigidi di noi italiani. Quale conoscenza del tedesco bisogna avere prima di poter cimentarsi sul mondo del lavoro in Germania? In un caso come il mio, non sarebbe neppure necessario, dato che la lingua ufficiale nel mio posto di lavoro è l‟inglese e questa viene usata per tutte le comunicazioni. Se invece si lavora in un posto “normale” allora una buona conoscenza del tedesco direi sia un base indispensabile per inserirsi bene.

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Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Direi che l‟ingrediente indispensabile per un espatrio di successo, sia la perseveranza. Non scoraggiarsi se ai primi CV inviati, non si ottengono risultati. Io, ad esempio, ho impiegato 4 anni a trovare la posizione a Monaco. Certo, può anche capitare di essere fortunati ed essere chiamati per un‟ottima occasione al primo CV inviato! Hai siti web da consigliare? Sicuramente il sito web citato più sopra e poi, per una buona conoscenza e delle indicazioni dettagliate su Monaco, direi l‟ottimo sito www.muenchen.de disponibile anche in versione inglese. E non può mancare l‟autocitazione del mio blog sulla vita in Germania, per farsi un‟idea di ciò a cui si va incontrowww.latedesca.splinder.com. Grazie Eve e buon proseguimento a Monaco di Baviera!

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MBA a Trieste, lavoro in Germania
Riccardo Arcion ha deciso di studiare per ottenere un MBA a Trieste per poi trovare lavoro in Germania. Edoardo Facchini ci propone la sua intervista. Puoi presentarti agli amici di Italiansinfuga? Ciao, mi chiamo Riccardo ho 28 anni e sono di Trieste. Lavoro in Germania da circa due anni, sposato e in attesa di una bimba. Hai fatto un MBA, come mai questa scelta? Cosa ritieni che possa dare un corso del genere? A suo tempo avevo scelto per l‟MBA in quanto volevo avere esperienze lavorative internazionali, e un MBA mi avrebbe dato un ottimo passaporto lavorativo per l‟Europa e per il mondo, oltre ad un bagaglio di conoscenze, flessibilità e soft skills che pochissimi corsi e Master forniscono. Come mai hai scelto di fare un MBA in Italia e non direttamente all‟estero? Per motivi di costi (il corso era full-time e non sarei riuscito a lavorare e farlo contemporaneamente) e perchè ho avuto la fortuna di avere un‟ottima business school accreditata nella mia città natale. L‟idea di andare a lavorare all‟estero come è maturata?

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È maturata durante e dopo una mia esperienza di scambio con una business school cinese nell‟ambito dell‟MBA. Questa esperienza mi ha dato una scossa e mi ha fatto capire che in Italia, indipendentemente dal tipo di contratto/lavoro che si ha, non si va da nessuna parte. Non c‟è speranza nel futuro. Adesso, poi, si è aggiunto anche il desiderio che mia figlia cresca in paesi (non necessariamente in occidente) dove in futuro avrà possibilità di studiare e realizzarsi. Quindi, purtroppo, l‟Italia si autoesclude. Ritieni che in Italia l‟MBA sia valorizzato a sufficienza? All‟estero com‟è la situazione? In Italia assolutamente no. Per fare un esempio: un mio amico e compagno di corso a suo tempo mi riferì di un colloquio con un HR manager italiano: “quando gli ho detto che ho fatto un MBA, pensavano che giocassi bene a basket (NBA)…” All‟estero solitamente si è più apprezzati, in quanto non sono molti quelli disposti ad investire così tanto in termini di tempo e denaro nella propria formazione. Ovviamente ci sono mercati del lavoro dove l‟MBA è più apprezzato che in altri (UK, US.. ma dipende anche dall‟azienda e dal settore) Perchè fare un MBA in Italia per poi emigrare e non direttamente oltralpe? Ritieni che la business school possa aiutare i diplomati a trovare lavoro all‟estero? Nella mia situazione, come detto, si è trattato principalmente di una questione di costi. Ovviamente, se uno ha possibilità o riesce ad adattarsi, anche fare un MBA direttamente all‟estero non è una cattiva idea.

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Sceglierei però mete anglosassoni, in quanto ci sono scuole prestigiose e possibilità di finanziamenti. La business school dovrebbe aiutare, e dovrebbe avere un network internazionale di aziende da cui attingere in modo costante le posizioni. All‟estero molti ragazzi scelgono la loro business school (giusto o sbagliato che sia) in base allo stipendio alla fine del corso e il ranking (pubblicati da varie riviste, la più famosa il Financial Times). La Germania, scelta o occasione? Occasione ben accetta. Cercavo lavoro “globalmente” e l‟azienda per la quale avevo fatto domanda mi ha riferito che cercavano qualcuno in Germania. Visto che ci avevo fatto l‟Erasmus e conoscevo la lingua… eccomi qua. Come ti trovi? Mi trovo benissimo. Non vivo in una metropoli, quindi è tutto molto tranquillo. La gente è molto gentile e il lavoro stimolante. Poi di sicuro la bimba in arrivo mi terrà alquanto impegnato.. Primo passo per chi vuole emigrare in Germania? Direi imparare la lingua e cambiare “forma mentis”, nel senso che occorre una buona capacità di adattamento. La cultura qui è davvero differente rispetto all‟Italia. Non bisogna aspettarsi di avere le stesse cose, solo “meglio”. È diverso. Ma il primo passo direi che è la lingua. Comunicare è importante. Dove trovare le offerte di lavoro?

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Ci sono i soliti siti internet, oltre a xing, e per chi è sul posto l‟Arbeitsamt. Head-hunters per i profili più interessanti, naturalmente. L‟importanza di conoscere il tedesco per trovare lavoro? Fondamentale se ovviamente si ha a che fare con il pubblico o con colleghi tedeschi, e soprattutto nei centri medio-piccoli. Se si lavora in metropoli come ad esempio Monaco/Berlino/Amburgo o in inglese, ovviamente la necessità di sapere il tedesco viene meno, ma io lo considererei molto utile ugualmente. Consigli per impararlo? Corsi, corsi, corsi. Se possibile vacanze studio/lavori estivi e tanta, tanta determinazione. Trasferirsi: come trovare un alloggio? A meno di non avere trovato alloggio prima di partire, ci sono solitamente degli ostelli con normali condizioni igieniche che non sono troppo cari- almeno per le prime settimane. Poi, ovviamente, o tramite agenzie o annunci sui giornali (e qui andiamo di nuovo a battere sull‟importanza di conoscere la lingua, a meno che uno non sia disposto a comprarsi una cucina per l‟appartamento che ha affittato) Difficoltà di ambientamento (in ambito lavorativo e sociale)? Personalmente, avendo già vissuto in Germania non ho avuto problemi. Devo però premettere che per un italiano può esserci uno shock culturale. Le “regole” vanno rispettate, ad esempio;). E se uno è appena emigrato e non ha amici, può anche avere nostalgia. Costo della vita e stipendi?

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Direi assolutamente proporzionati, salvo eccezioni. Può essere che ci siano cose che costino un pò di più che in italia (NON gli affitti, a meno di essere in metropoli), ma in ogni caso gli stipendi sono ovviamente anni luce lontani dai livelli italiani- per non parlare della diversa impostazione e mentalità dei movimenti sindacali nelle aziende. In genere si riesce a vivere bene e a mettere qualcosa da parte per il futuro. Beh, dipende anche se uno vuole comprarsi il cellulare nuovo ogni 3 mesi.. Intervista a cura di Edoardo Facchini, un ingegnere con competenze in ambito compliance bancaria. Edoardo è contattabile su Linkedin.

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Giappone
Consigli pratici per emigrare in Giappone
Luigi Finocchiaro ci ha già parlato dei dieci motivi per vivere in Giappone. Oggi ci fornisce consigli molto pratici ed utili per come emigrare. La cosa più semplice in assoluto è iscriversi ad una scuola abilitata a rilasciare un visto per studenti e lavoricchiare part-time (non bisogna superare un certo numero di ore), ad esempio in un ristorante gestito da Italiani. Ci si presenta e si chiede il lavoro. Il fatto è che molti si “vergognano”, mentre in Giappone è proprio l‟ultima cosa di cui si ha bisogno. Un‟entrata dalla porta principale, cioè visto di lavoro sponsorizzato da una ditta che provvede a tutto, è pensabile solo se, in aggiunta alla conoscenza del Giapponese (parlato & scritto) si mette sul piatto anche una professionalità specifica, tipo nel campo degli alimentari, vini, macchinari, ingegneria e quant‟altro. Una volta “dentro” si può iniziare anche a dare lezioni di Italiano. Le scuole gestite da Italiani non mancano assolutamente. Dopodichè bisogna darsi da fare per il “salto”, ovvero il contratto di lavoro e la sponsorizzazione. Prima di pensare che gli altri ci devono qualcosa, bisogna mettersi nelle scarpe della ditta che deve fare questo passo e prendersi la responsabilità. Cosa offriamo noi in cambio? Putroppo chi è sponsorizzato dalla famiglia per scuola ed alloggio è chiaramente

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avvantaggiato. Se proprio si vuol vivere in Giapponea tutti i costi (succede…) bisogna armarsi di un‟immensa pazienza ed umiltà magari lavoricchiando in Italia e risparmiare per questo progetto. Proprio perchè non è sicuro che ne valga la pena, forse molti sono restii a dar delle dritte. Una volta agganciato al Giappone, essendo così diverso da tutto il resto, ci si precludono molte altre possibilità (il mondo è grande). Il Giappone è quindi un‟arma a doppio taglio. Conoscerlo ti da un vantaggio immenso, la conoscenza però spesso ti preclude altre possibilità, a meno che…si scappi per tempo senza voltarsi indietro. La conoscenza del Giapponese e/o Coreano chiaramente offrono un vantaggio nel mondo del lavoro non trascurabile. Ci sono anche aziende di altri paesi Europei che offrono possibilità a giovani spigliati ed intraprendenti. Non devi necessariamente fossilizzarti su Italia/Giappone. I settori che tirano per gli Italiani sono: 1) Educazione: insegnare l‟Italiano oppure arte (questo già più difficile) 2) Commercio: occuparsi di import/export sopratutto nel settore alimentare/vini/macchinari 3) Ristorazione: lo dice la parola stessa. Cameriere o “maitre”, in assenza di diploma di sommellier. 4) Moda: pochi sbocchi senza specializzazione Nel caso 1) c‟è sempre lavoro, ma a cottimo. Ovvero sei pagato a lezione/ore, senza assunzione, contratto e/o assicurazione.

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Nel caso 2) adesso c‟è molta crisi. Consiglierei più di contattare aziende Giapponesi che intendono esportare, ma serve la conoscenza del mercato Europeo nel suo insieme e di almeno altre due lingue oltre all‟Italiano a scelta fra il Tedesco oppure il Francese. Inglese è ovviamente scontato. Nel caso di aziende Italiane in loco (rivolgersi alla lista “membri” della camera di commercio Italiana in Giappone, su Google), serve conoscenza del settore (alimentare/vini/macchine/moda). Inoltre parteciperei al programma “JET“. Due anni sovvenzionati con studio, networking, stage e sopratutto accesso a canali preferenziali ed ottenimento di credenziali di tutto diritto. Grazie Luigi!

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Le difficoltà del mondo del lavoro in Giappone per le donne
Lavorare in Giappone come straniero rappresenta una sfida. Lavorare in Giappone come donna straniera rappresenta una sfida anche maggiore. Elena Parmeggiani ha lasciato un commento su un articolo sulla „Classifica globale delle opportunità economiche per le donne„ sulla sua esperienza a Osaka, Giappone. Laureata in Lingue e Studi Orientali a Roma, Elena vive da sei anni in Giappone. All‟inizio lavorò come insegnante poi si sposò, ebbe un figlio e tornò a fare l‟insegnante. Con una „spouse visa‟ (visto da sposata) ha provato a trovare un altro tipo di lavoro senza molta fortuna. Quali sono le difficoltà per una donna straniera nel trovare un lavoro in Giappone? In generale, sommando un po‟ la mia esperienza a quella di colleghe che hanno provato a intraprendere carriere diverse dall‟insegnamento, direi diffidenza e discredito. La donna è quella che quando si sposa, lascia il lavoro si mette a far figli e scompare. Non ci si investe. Quali sono le realistiche tipologie di professioni disponibili? A parte tutti i colleghi insegnanti, gli Italiani che conosco lavorano in ristoranti (quache volta ne sono proprietari) o in ditte di import-export.

Quali sono le attitudini della società giapponese alle donne nel mondo del lavoro?

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La donna giapponese è quella che serve il tè anche quando riveste gli stessi incarichi dei colleghi (a cui serve il tè). Esempio, mio marito è liutaio, lavora con altri 3 liutai e una liutaia. quando arriva un cliente che si trattiene un po‟ è lei (la liutaia) che smette di fare quello che sta facendo per servire qualcosa da bere. Che conoscenza del Giapponese hai? Fluente ma non specializzato. Ci spieghi meglio la frase (nel commento) “E (mio marito a parte) mi fanno sentire in colpa. Di mio figlio dicono „poverino‟”? Poverino perché abbandonato all‟asilo. Molte donne giapponesi stanno a casa con i figli fino a 3 anni. Un po‟ perchè mancano le strutture; e un po‟ perché dai 3 anni in su la retta scolastica è molto meno cara. Di fatto però molti si sorprendono quando dico che mio figlio è all‟asilo. Cosa consiglieresti alle donne che sognano di vivere in Giappone? Di imparare bene la lingua, e soprattutto prendersi una specializzazione prima di arrivare qui. Se anche il giapponese non è perfetto, come ingegnere, architetto ecc si può cominciare a lavorare comunque e nel frattempo perfezionare la lingua. Per una come me che aveva solo studiato il giapponese non si sono aperte molte strade. Grazie Elena e in bocca al lupo per il futuro!

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Vivere in un villaggio giapponese di 19 case, età media 65 anni
Mi chiamo Elena e vivo in Giappone dal 2006 perché mio marito è giapponese. Qual‟è stato il percorso che ti ha portato in Giappone? Ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito più di 11 anni fa in Italia, ma non avrei mai pensato di trovarmi in Giappone oggi! Dopo una prima visita nel 2003 e una seconda nell‟estate 2005 ho deciso di provare a vivere in Giappone, visto che mio marito aveva già iniziato ad avviare un laboratorio di mosaico. Tra l‟altro abbiamo dovuto sposarci subito civilmente, altrimenti non avrei potuto ottenere il visto per rimanere qui! Qual‟era la tua conoscenza del giapponese prima di partire? A parte qualche conoscenza superficiale da prima, avevo dato gli esami del primo anno di giapponese alla Ca‟ Foscari di Venezia. Sebbene posso dire di essere stata una buona studentessa, una volta qui ho dovuto praticamente ricominciare da zero: non capivo niente!!! Adesso dopo più di quattro anni me la cavo con il parlato, non ad altissimo livello però e riesco a leggere e scrivere come un bambino della seconda elementare…

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Cosa fai adesso in Giappone? Adesso lavoro con mio marito nel nostro laboratorio di mosaico, o almeno dovrei, perché faccio la mamma quasi a tempo pieno. Comunque da quando sono arrivata qua ho fatto di tutto: lezioni di italiano, inglese e tedesco, pizze per i vicini, lavoro stagionale in ristorante, raccolta di mandarini e chi più ne ha più ne metta! Ci descrivi il Giappone in cui vivi, lontano dalla metropoli? Dovrei parlarne ore. Vivo in un paese di 19 case con età media 65 anni: io e la mia famiglia siamo la più grossa concentrazione di giovani al di sotto dei 40 anni della zona! Sicuramente non ha niente a che fare con il Giappone che siamo abituati a vedere nei film o nelle notizie al telegiornale. Sembra che la vita si sia fermata 50 o più anni fa: niente grattacieli, niente tecnologia nè strane mode e soprattutto niente vita frenetica. Sono stata al cinema la prima e l‟ultima volta quattro anni fa e per andarci ho dovuto dormire da una zia in città! Recentemente ho sentito che a Tokyo è possibile mangiare specialità di 130 paesi diversi. Noi per comprare il burro dobbiamo fare 40 km tra andata e ritorno… Comunque vi invito a leggere il mio blog se volete farvi qualche risata! Quali sono gli stereotipi da dimenticare? Principalmente due: “i giapponesi sono tutti ricchi” e “i giapponesi sono tutti molto gentili”. Ripeto che la mia esperienza del Giappone è alquanto limitata, ma per quello che ho potuto

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vedere, a parte un grande numero di ricchissimi (milionari? miliardari?), molti più che in Italia per capirci, la gran parte dei giapponesi devono lavorare da morire per mantenere un livello di vita decente e moltissimi muoiono di fame o quasi. In generale posso dire che il Giappone è un paese di poveri, ma che i troppo ricchi rovinano le medie. Per quanto riguarda la gentilezza, posso dire che i giapponesi sono persone del tutto “normali” con alti e bassi. Immagino che chi si è trovato in Giappone per affari o in vacanza abbia trovato sui suoi passi solo gente affabile e carina, ma questo anche perché c‟è una fortissima dose di “educazione alla subordinazione”: il mondo infatti si divide tra quelli a cui devi qualcosa (superiori, clienti, ospiti, persone più anziane..) e quelli che ti devono qualcosa (subordinati, commessi dei negozi, persone più giovani…). Per i primi devi spaccarti in quattro mentre con i secondi è normale avere un atteggiamento che noi riterremmo addirittura offensivo. In generale il Giappone non è niente di ciò che sembra e pochissimo di ciò che si immagina (o è solo la mia esperienza personale?) Che consigli daresti a chi vuole andare a vivere in Giappone? Studiate il giapponese! Non pensate di cavarvela solo perché il vostro inglese è perfetto: vi servirà solo se incontrate qualche altro straniero! I giapponesi imparano la grammatica inglese a menadito, ma per quanto riguarda la conversazione sono un disastro. La loro pronuncia è incomprensibile a noi e comunque la maggior parte delle persone non spiaccica parola.

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Entrare in Giappone per lavorare è piuttosto difficile, a menochè non siate tra le professioni vacanti, tra cui spiccano quelle in campo sanitario. Quindi se siete medici, ostetriche o infermieri avete ottime chance di ottenere un visto, ma dovete prima curare la lingua o di nuovo non servirà a niente. Se avete dei risparmi vi consiglio di iscrivervi ad una delle numerosissime scuole private (quelle al di fuori di Tokyo sembrano avere dei prezzi meno indecenti, oltre al costo della vita inferiore) che in due anni vi rendono praticamente un madrelingua e potete fare esperienza in loco. Da alcuni anni poi il Giappone sta vedendo una grossa crisi economica, oltre che politica, e personalmente non vedo grossi miglioramenti in vista a breve termine. Questo significa un altissimo costo della vita paragonato ai bassi salari e un mercato del lavoro limitato a campi molto specializzati. Pensateci bene prima di prendere decisioni che potrebbero costarvi anche troppi soldi! Grazie Elena!

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India
Opportunità in India per aziende italiane (e per voi)
Andrea Bortolussi ha avuto l‟opportunità di andare a lavorare in India grazie all‟espansione di un‟azienda italiana in questo mercato dalle grosse potenzialità. Per chi sta lavorando in Italia per un‟azienda con una prospettiva internazionale, il mercato indiano può offrire moltissimo. Stai lavorando dal 2001 per la BPT. Ci descrivi l‟azienda e la tua carriera all‟interno di essa? La BPT è un azienda italiana fondata nel 1953 con sede in provincia di Pordenone. Produce sistemi di videocitofonia, automazione per la casa, sistemi di sicurezza e antifurto, sistemi di illuminazione a LED. È inoltre una delle maggiori produttrici in Italia di sistemi per la termoregolazione (cronotermostati). È presente nel mercato italiano tramite una rete di Agenzie Commerciali e all‟estero (in circa 50 nazioni) vende i propri prodotti tramite rivenditori locali. È presente con propri uffici in alcuni stati tra cui India, Dubai e Sud Africa. Ho cominciato la mia esperienza in BPT nel 2001 nel reparto produzione occupandomi dell‟assemblaggio e collaudo di apparecchiature videocitofoniche. Nel 2005 sono passato all‟ufficio Servizio Tecnico in cui mi occupavo di assistenza pre e post vendita, corsi tecnici per i clienti e

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visite sui cantieri per risolvere problemi tecnici. Da gennaio 2010 risiedo a Mumbai dove la BPT ha aperto una filiale assieme a dei soci locali. Dove hai avuto l‟opportunità di viaggiare prima del trasferimento in India? Durante il periodo in cui ho lavorato all‟ufficio Servizio Tecnico in BPT ho avuto spesso occasione per trasferte all‟estero per tenere corsi presso i nostri clienti oppure per seguire lo start up di nostri impianti. In particolare sono stato piu volte a Dubai, Qatar, Iran, Russia Come si è presentata l‟occasione di andare a lavorare in India? A fine 2009 la BPT decise di aprire una filiale in India, e per seguire l‟avviamento delle filiale, gli sviluppi di prodotti specifici per il mercato indiano e per provvedere ai corsi tecnico-commerciali l‟azienda mi chiese se ero disponibile ad un trasferimento a Mumbai. Accettai subito l‟invito, a gennaio del 2010 cominciai la mia attività preso la filiale. Quali sono le tue mansioni in India? Qui in India mi occupo di varie attività delle filiale, in particolare della formazione e aggiornamento tecnico del personale e delle attività commerciali (assieme ai colleghi indiani). Che opportunità offre l‟India alle ditte italiane e, di conseguenza, agli Italiani? L‟India è un paese in forte crescita, si avverte una vivacità economica che in Europa è ormai un lontano ricordo. Per esempio, il mercato immobiliare (a parte alcune pause temporanee) è in continua espansione, stanno nascendo al di fuori delle metropoli vere e proprie città satellite per accogliere gli indiani che si trasferiscono vicino i grossi centri per lavorare.

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Questo fermento economico rappresenta una buona occasione per le aziende italiane. Qui in India è molto forte la percezione della qualità e design del MADE IN ITALY nei vari settori (arredamento, articoli per la casa, abbigliamento, automobili,…) ed è proprio grazie a questa nostra buona “reputazione” che le aziende italiane hanno la possibilità di arrivare qui, dimostrare le proprie potenzialità e sviluppare il business. Ci descrivi lo shock culturale arrivando in India dall‟Italia? L‟impatto con l‟India è difficile in quanto le differenze culturali con l‟Italia sono enormi. Inoltre se si arriva su una metropoli come Mumbai si prende contatto con una situazione di traffico e dimensioni di città a cui non siamo di certo abituati… oltre a questo le prime volte si possono incontrare delle difficoltà col cibo in quanto anche i cibi “occidentali” sono customizzati con le spezie a cui non siamo normalmente abituati. Anche per quanto riguarda l‟aspetto professionale bisogna un po‟ “prendere le misure” con una realtà totalmente diversa, le dinamiche e i rapporti tra colleghi sono un po‟ diversi da quelli a cui siamo abituati (molto più formali qui in India). Tuttavia con un po‟ di spirito di adattamento e un minimo di organizzazione si possono superare agevolmente in breve tempo queste difficoltà. Tre consigli per chi vuole intraprendere un‟avventura come la tua? Innanzitutto premetto che a mio avviso un esperienza da espatriato è utilissima non solo dal punto di vista professionale. Per quanto riguarda i tre consigli… posso sintetizzarli cosi:

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1. essere ricettivi ed aperti alle usanze e tradizioni locali, nel senso che è utile cercarsi di integrarsi il più possibile con le usanze di locali. Partecipare per esempio ad un matrimonio Indiano o a feste di compleanno può aiutare a capire che nonostante le differenze culturali si possono trovare molti punti in comune 2. non abbattersi alle prime difficoltà. Capita a volte di voler mollare tutto, perché il lavoro sembra non andare o perché si avverte un senso di nostalgia… bisogna abbandonare il più presto possibile questi pensieri, crearsi un nuovo obbiettivo e tornare a immergersi nella realtà per raggiungerlo. Questo succede spesso i primi periodi… 3. sviluppare conoscenze con altri espatriati italiani. Specialmente in paesi così culturalmente diversi può essere d‟aiuto trovare degli altri espatriati italiani con cui ogni tanto ritrovarsi e parlare del più o del meno, staccare la spina per una serata ogni tanto permette di ripartire poi di slancio Grazie Andrea e buon proseguimento in India!

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L‟India non è per i deboli di cuore
Elisa Iori sta svolgendo un anno di servizio civile all‟estero e ci scrive daMumbai, India. Cosa ti ha portato in India? In India ci sono arrivata grazie al Servizio Civile Italiano che offre la possibilità di partecipare anche a progetti all‟estero. Cosa fai di lavoro? Io lavoro presso una charity gestita da suore che offre servizi sanitari, micro credito, supporto ad attività generatrici di reddito a donne disagiate che vivono negli slums. Come funziona il sostentamento dal punto di vista finanziario? Il servizio civile offre uno stipendio mensile più, solo per chi sta all‟estero, vitto e alloggio garantiti. Questo mi permette non solo di essere economicamente indipendente ma anche di risparmiare qualche soldino per i prossimi anni. E per quello che riguarda il costo della vita a Mumbai? Fortunatamenete il costo della vita a Mumbai è davvero basso, e anche con uno stipendio minimo in Euro qui si può davvero vivere senza rinunciare a niente (per fare un esempio, una cena in un ristorante piu che discreto si aggira attorno ai 10 Euro). Unico punto negativo, gli affitti. Per avere un appartamento decente si spende tanto quanto si spenderebbe in Italia.

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A chi sconsiglieresti l‟India? L‟India non è per i deboli di cuore e per chi si abbatte facilmente. È vero che ci sono tante Indie quanti sono gli stati, le città e i villaggi, ma in generale è un paese in cui vivere non è semplice. È caotico, molto inquinato e decisamente disorganizzato, non esistono giorni senza imprevisti. Esistono possibilità di lavoro per Italiani che partono all‟avventura verso l‟India? Da quel che vedo in giro è pieno di espatriati che vengono qui a dirigere gli uffici distaccati di aziende europee o stagisti. Qui il mercato è in enorme espansione quindi immagino che spazio ce ne sia in abbondanza. Che confronto faresti tra Italia e India? Per concludere mi è davvero difficile confrontare India e Italia. Qui è tutto un‟altro mondo, un‟altra cultura. Ci vorrebbe un‟enciclopedia per descrivere cosa c‟è di diverso tra questo e il nostro paese. Grazie Elisa e buon proseguimento di avventura!

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Inghilterra
Trovare lavoro in 3 giorni in Inghilterra
Valentina Riva Amicone ha recentemente raccontato ad Italians come ha trovato lavoro in Inghilterra in 3 giorni. Dopo aver iniziato a lavorare dopo le superiori, Valentina decise di andare a studiare Geologia all‟università. Dopo il primo anno andò in vacanza in Inghilterra per 7 giorni nel Somerset. Al terzo giorno andò a visitare le famose grotte di Cheddar, patria del formaggio, e chiese se avessero lavori a disposizione. Non avendo nessuna guida che parlasse Italiano le offrirono un lavoro a tempo pieno per il resto dell‟estate fino al ritorno in Italia per riprendere gli studi. Dopo un anno di Erasmus a Londra la scelta di tornare in Inghilterra una volta finiti gli studi era quasi scontata. Tre mesi di testardaggine spedendo sessanta curriculum diedero i frutti sperati ed ora ci racconta la sua storia. Avendo iniziato a lavorare prima di andare all‟università, pensi di aver affrontato gli studi con un diverso approccio? Non essermi iscritta all‟università subito dopo il liceo mi ha permesso di capire un pò il mondo del lavoro prima di decidere da che parte indirizzare i miei studi, temevo di buttarmi sul primo corso che mi veniva in mente per poi magari perdere tempo e/o non avere buoni risultati. Nel mio caso

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si è trattato di una scelta ottima ma, avendo iniziato “tardi” e sentendo la mancanza dell‟indipendenza economica che avevo prima dell‟università, finita la laurea triennale non me la sono sentita di andare avanti con la laurea specialistica. Cosa hai imparato su te stessa durante il primo lavoro a Cheddar? La mia prima esperienza di lavoro a Cheddar mi ha decisamente messa alla prova. Il mio inglese era prettamente scolastico e non avevo idea delle differenze socio-culturali tra il popolo inglese e quello italiano, per non parlare della difficoltà a comunicare! Direi che quest‟esperienza mi ha fatto acquisire maggiore sicurezza in me stessa e nelle mie capacità relazionali e mi ha dato la carica per buttarmi in nuove piccole grandi imprese. Perché hai deciso di tornare in Inghilterra finita l‟università? Durante il periodo di Erasmus ho conosciuto principalmente gente inglese ( ho cercato di evitare di far gruppo con Italiani per dare all‟esperienza una marcia in più) e parlando con i colleghi locali mi sembrava che il mondo del lavoro in Inghilterra fosse più interessante, e meglio pagato, di quello italiano. Inoltre, in Italia a quanto pare con una laurea triennale si fa fatica a trovare lavoro e sinceramente non mi andava giù l‟idea di esser presa in stage e sottopagata sapendo che altrove questo non succede. Cosa hai imparato sulla procedura di ricerca lavoro in Inghilterra? Per quanto ho potuto sperimentare io la ricerca del lavoro in UK si fa principalmente online o tramite job centres. Ovviamente dipende dal settore e dal tipo di lavoro che si voglia fare, ci sono anche ottime agenzie di Head Hunters specializzati, sempre online, ai quali ci si può affidare e nel mio caso

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sono stati molto utili. L‟importante è scrivere una lettera d‟accompagnamento del curriculum che sia prima di tutto specifica per la posizione richiesta, con riferimento al perché si è contattata quella azienda o agenzia e al motivo per cui si pensa di essere adatti al ruolo. Basta che dimostri entusiasmo, voglia di fare e positività, e soprattutto..meglio evitare di “gonfiare” il curriculum. Per quanto ho visto io è meglio non saper fare qualcosa ma avere l‟entusiasmo e la voglia di imparare. Ci descrivi il colloquio di lavoro in Inghilterra? Il colloquio nel mio caso è durato un paio d‟ore, dapprima abbiamo chiacchierato del mio percorso di studi, della tesi di laurea (ho portato un riassunto ufficiale in inglese che hanno apprezzato) e delle mie aspettative di lavoro. Poi han iniziato a spiegarmi la compagnia, il lavoro etc. Verso la fine del colloquio mi han fatto domande più a carattere personale, hobbies, musica etc. Le attività extracurriculari sono viste di buon occhio così come attività di volontariato, sportive etc. Alla fine delle due ore di colloquio mi hanno offerto il lavoro e si sono anche proposti di rimborsarmi il volo prenotato per il colloquio! Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Il mio consiglio per chi volesse provare a fare un‟esperienza simile è quello di buttarsi. Non importa se si inizia con un lavoretto in un pub o in un ristorante, l‟importante è abituarsi alla lingua e alle abitudini del posto, farsi amici locali e nel frattempo mandare una marea di CV senza scoraggiarsi.

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Hai dei siti web da consigliare? Per quanto riguarda i siti web io li ho trovati semplicemente tramite Google. Per le stanze in affitto www.spareroom.co.uk; uk.easyroommate.com etc Per il lavoro invece c‟è tutta una serie di motori di ricerca come Totaljobs, Monster etc, in pratica gli stessi che ci sono in Italia. Grazie Valentina e buon proseguimento!

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Come ho trovato lavoro a Londra in 2 giorni
Valerio Paradiso ha trovato lavoro a Londra in 2 giorni. Senza laurea. Ma ci vogliono anni per trovare lavoro in 2 giorni! Ci sono state parecchie discussioni ultimamente su quanto sia facile o difficile trovare lavoro a Londra e all‟estero in generale. Ovviamente esiste una moltitudine di esperienze diverse con chi trova il lavoro in 2 giorni e chi non lo trova dopo 2 mesi.

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Valerio mi ha scritto volendo condividere la sua esperienza. Piuttosto che commentare dicendo che è inutile presentare un caso forse raro, vi inviterei a analizzare il metodo con il quale Valerio ha affrontato il trasferimento. La preparazione dura anni: studiando inglese già in Italia in modo da presentarsi pronto al colloquio; facendo esperienza pertinente in Italia; modificando il proprio CV secondo i criteri anglosassoni ed avendo in mente un‟idea precisa di cosa si vuole fare e di cosa non si vuole fare. Valerio ha trovato lavoro in 2 giorni ma avrebbe potuto impiegarci di più. Di sicuro le informazioni che condivide possono essere utili a tutti. Cosa hai studiato in Italia? Ho frequentato l‟istituto tecnico per il turismo a Roma e come lingue avevo Inglese, Francese e Spagnolo. Hai poi lavorato un anno e mezzo in Italia nel settore alberghiero, ci descrivi la tua esperienza? A livello lavorativo penso si essere stato sempre un po‟ fortunato. Ma penso che la fortuna si deve cercare. Tanto è vero che subito dopo l‟esame di maturità mi hanno chiamato per lavorare come check-in agent per conto di Alitalia all‟aeroporto di Fiumicino e con lo stupore di tutti (la maggioranza aveva 30 anni, io ero l‟unico che ne aveva 19) ho passato subito l‟esame d‟inglese. Poi però non mi hanno più chiamato causa della crisi che ha subito la compagnia.

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Comunque io non mi sono dato per vinto e ho iniziato subito la mia ricerca di un lavoro negli hotels del mio quartiere chiedendo anche di lavorare gratuitamente, perché la voglia di fare gavetta era tanta! Dopo qualche mese però il lavoro nel hotel che avevo trovato è calato e siccome io non facevo parte del personale fisso ho dovuto iniziare la ricerca di un altro posto di lavoro. Qui non ho avuto molta fortuna, perché sbagliavo nella impostazione del mio CV e tante altre piccole cose. Risolto questo, non ho più avuto tanta difficoltà a trovare lavoro grazie al mio livello d‟inglese confermato anche in sede di colloquio e dalla mia piccola esperienza. Nonostante tutto ciò però, non tutti i miei datori di lavoro hanno mai offerto un contratto o qualsiasi altra cosa legale o regolare e la tendenza allo sfruttamento era molto alta, questo mi ha spinto a cambiare posto di lavoro molto spesso fino a quando ho trovato il posto giusto dove lavoravo in regola, anche se sempre con contratto a tempo determinato (di sei mesi in sei mesi). Perché poi l‟Inghilterra? Qui non saprei da dove incominciare per risponderti… a me l‟inglese è sempre piaciuto e mi sono sempre detto che non potevo vantarmi di sapere l‟inglese senza mai aver vissuto in un paese dove l‟inglese è la lingua principale. Un‟altra motivazione è quella che mi dovevo staccare dal mondo in cui vivevo prima e incominciare a cavarmela da solo, per avere diciamo, una crescita personale. Volevo sbarazzarmi del bamboccione che era in me!

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Un altro motivo era perche nonostante la crisi io sapevo che il mercato del lavoro a Londra è molto più dinamico che in Italia, e mi sentivo che qui a Londra avevo più possibilità di costruire un qualcosa. Di sicuro non rimarrò qui a Londra per sempre, perché vorrei anche provare altri posti ma sicuramente ci starò per un po‟ di tempo. È anche vero che d‟inglesi a Londra ce ne sono pochi, ma comunque è pieno di tante altre nazionalità e quindi è obbligatorio parlare inglese, anche se a volte pero è difficile stare lontani dai propri connazionali. Conosco gente che vive solo con italiani da anni e fanno poche amicizie di diverse nazionalità, cosa che io cerco di evitare perche sennò qual è lo scopo di venire a Londra? Che conoscenza dell‟Inglese avevi prima di partire? Come ho detto prima, anche se può sembrare strano io l‟inglese già lo sapevo prima di partire, per lavorare poi in alcuni alberghi al centro di Roma l‟inglese era un must! Beh di certo la scuola non mi ha aiutato tanto, in quanto credo che nelle scuole italiane non ci siano i mezzi necessari per imparare una lingua vera e propria. Il merito è tutto mio, perché per imparare l‟inglese ho sempre fatto corsi esterni all‟orario scolastico (vedi il trinity e il first certificate), invece poi nel mio tempo libero mi piaceva frequentare siti di penfriends, guardare film in lingua originale e leggere libri in inglese. C‟è da dire inoltre che internet è il migliore insegnante se lo sai usare bene!!! Lavorando poi, ho avuto il piacere di confrontare il mio inglese per la prima volta con clienti di varie nazionalità, e da li è andato migliorando sempre di più prendendo uno stampo americano. Puoi descriverci in dettaglio la procedura con la quale hai trovato il tuo primo lavoro in Inghilterra?

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Ho semplicemente fatto varie applications e risposto ad annunci inviando il mio CV e cover letter già dall‟Italia e a pochi giorni dalla mia partenza già ricevevo chiamate. È stato invece più lungo il procedimento per rendere il mio CV e cover letter “british friendly”. Io sapevo che a loro non piace il formato europeo (come non piace qualsiasi altra cosa presente negli altri paesi europei, guarda la moneta, il modo di guidare e la presa della corrente ahahahah), quindi li ho coinvolto qualche mio amico con un po‟ più di esperienza, poi ho fatto ricerche su ricerche sul web e sono arrivato a quello che tu hai visto! Una volta arrivato poi a Londra ho fatto 5 colloqui in 2 giorni, 2 dei quali proposti da un mio amico ma ho rifiutato subito l‟offerta in quanto mi veniva proposto di lavorare in ristoranti con altri italiani. Ho fatto centro invece con il mio primo colloquio e ho trovato quello che è il mio primo e attuale lavoro in Inghilterra, cioè receptionist presso un private and military club che ha comunque tutte le hotel facilities! Cosa pensi ti abbia aiutato a trovare lavoro in questo modo? beh io no nessun tipo di conoscenza tecnica. Le uniche mie conoscenze sono le lingue straniere. Quindi penso che quello che mi ha favoreggiato rispetto ad altri sia la mia conoscenza dell‟inglese e la mia esperienza nel settore, che comunque non è tanta però bastava per quella position. Cose che poi mi vennero confermate in altra sede dalla mia manager! Ritieni la tua esperienza un‟anomalia o è davvero cosi facile trovare lavoro in Inghilterra nel tuo settore? Di offerte nel mio settore ce ne sono ogni giorno di svariato tipo!

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Londra non è il paese dei balocchi però e gli italiani se lo devono mettere in testa! Io vedo molta gente che viene qui un po‟ allo sbaraglio, pensando che questa sia la vera terra promessa per poi tornare a casa con la coda fra le gambe! Io ho lavorato tanto sulla realizzazione del mio cv e sulla impostazione di un colloquio seguendo quelli che sono gli standard di comportamento anglosassoni quindi penso che sia anche per questo che ci sono riuscito. Conosco anche altra gente che come me ha trovato subito il lavoro o che magari è partita dall‟Italia con già un lavoro in mano! Quindi rispondendo alla tua domanda io non credo che la mia esperienza sia anomala perche il lavoro c‟è, solo che bisogna saperlo cercare bene e sapersi vendere! Puoi fare un confronto tra il mondo del lavoro in Italia ed in Inghilterra? Beh qui vi dico che il mio lavoro è un permanent job, cioè ho un contratto a tempo indeterminato con un piccolo aumento ogni anno, considerate il fatto che l‟ho trovato dopo 2 giorni. Invece in Italia (secondo quello che ho vissuto e vedo nei miei amici) i contratti se presenti, sono sempre a tempo determinato e se per pura fortuna hai quello a tempo indeterminato lo stipendio non aumenta mai, se c‟è qualcosa che aumenta quelle sono le tasse! Però ripeto che Londra non è il paese dei balocchi! Conosco molta gente che viene pagata poco e lavora il doppio di quanto lavoro io, ma tutto questo dipende dalle proprio conoscenze. Ovviamente se “mastichi” poco l‟inglese questo è quello che ti devi aspettare. Non rispondere se non vuoi, ci dai un‟idea dei guadagni in un ruolo come il tuo?

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Nessun problema! Io prendo intorno ai 1150 euro al mese se consideri poi che più o meno 450 vanno per affitto e 120 per i trasporti pubblici qualcosa ancora mi rimane. Tuttavia c‟è da dire che Londra io non la trovo più cara di Roma, perche i prezzi degli affitti sono gli stessi, i prezzi al supermercato più o meno uguali anche se secondo me c‟è più concorrenza e quindi i “deals” sono più frequenti! I vestiti molte volte costano anche di meno rispetto all‟ Italia, l‟unica cosa che costa tanto sono i trasporti pubblici! Ma io posso andare a tutte le ore in ogni parte di Londra! Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? I miei consigli sono i seguenti:  prima di partire per Londra fate qualche corso d‟inglese in Italia. Di buoni ce ne sono anche se sono molto cari. Se partite con una conoscenza molto limitata dell‟inglese rischiate al 90% cento di ritornare a casa dopo poco tempo a meno che non abbiate uno spirito di adattamento molto forte e molti risparmi!  Anche se i vostri genitori saranno sempre disposti a darvi una mano economicamente, partite con i vostri risparmi, perché sappiate che ci sono sempre delle spese improvvise!  Prima di partire fate tante ricerche! Cercate di capire come funziona qui, perche andare all‟avventura sperando di trovare un lavoro non sempre funziona.  MAI e poi mai affidarsi a quelle agenzie che vi trovano casa e lavoro dall‟Italia a pagamento! Questa pratica in UK è illegale perche questo tipo di servizio deve essere offerto a tutti gratuitamente!!!!!!! Sono poi cose che potete benissimo fare da soli!!!  Mai dare anticipi per affitti se prima non avete visto la casa e/o il landlord!  Dovete prendere molto in considerazione che soffrirete la mancanza di casa e che passerete molti momenti da soli, che all‟inizio sembrano interminabili ma quando superati rafforzano solo il vostro carattere!!

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 Prendete anche in considerazione che le condizioni delle case a Londra sono al di sotto della media italiana. Per me questa è stata una cosa molto dura da digerire ma dopo un ci si fa l‟abitudine. Hai siti web da consigliare? Si, gumtree è il sito per eccellenza dove trovare lavoro, poi ce ne sono molti altri. Italiansinfuga è molto utile anche per chi già vive all‟estero e poi ci sono altri siti come per esempio italiansoflondon e quilondra.com dove viene spiegato bene come funzionano le cose a Londra Grazie Valerio e buon proseguimento!

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Primi 3 mesi a Londra: consigli praticissimi
Fabrizio Grizzanti è partito alla volta di Londra e ci racconta che traguardi ha raggiunto in tre mesi. Vi consiglio vivamente la lettura dell‟intera intervista estremamente pratici che Fabrizio condivide con i lettori. Inoltre seguite Fabrizio sul suo blog „Ma tu sei contento?„ Quali sono le prime cose che hai fatto una volta arrivato a Londra? Dall‟Italia avevo prenotato volo e ostello per 4 notti, l‟aereo ha accumulato un notevole ritardo e così non essendoci treni disponibili ho scelto di passare la notte in aeroporto. Invece di dormire ho sfruttato queste ore per ricercare un alloggio tramite Gumtree dalle postazioni internet a pagamento, concentrandomi su tutti gli annunci pubblicati dopo le ore 22:00 ipotizzando che nessuno andasse a vedere una stanza nel cuore della notte. Una volta aperta la metropolitana mi sono recato all‟ostello, ma non prima di aver acquistato una SIM card, alle 07:00 del mattino ho iniziato a contattare i numeri che mi ero trascritto, la prima stanza visitata in zona est si è rivelata subito un buon compromesso qualità/prezzo sono tornato all‟ostello ho preso la valigia ed in meno di 6 ore dal mio arrivo in UK avevo già un alloggio. Nello stesso giorno ho chiamato per il NI number ed ho fissato l‟intervista di rito per la prima data disponibile (circa 7 giorni di attesa) per carpire i dettagli

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Come hai trovato il lavoro da barista? Avevi esperienza in Italia? Dopo aver chiamato il NI number il terzo passo è stato quello di inserire il nuovo indirizzo inglese nel CV. Per mia fortuna in Italia, essendo cresciuto in una famiglia relativamente modesta, un po‟ per necessità un po‟ per scelta avevo iniziato a lavorare a 15 anni durante le vacanze estive e da li non mi sono mai fermato, ora ho 27 anni e posso dire che ho fatto praticamente di tutto dal muratore all‟aiuto cuoco, dal barista all‟ingegnere, quindi si è trattato solo di adattare il CV in tempo reale per il tipo di lavoro che veniva richiesto nell‟annuncio (sempre su Gumtree). L‟idea era quella di iniziare a lavorare come muratore o piastrellista ma in realtà questa opzione si è rivelata abbastanza complicata per via del sistema inglese che richiede un apposito tesserino (CSCS card) per i lavoratori edili. Per 3 giorni ho mandato CV dalle 8 del mattino alle 19 circa, subito dopo uscivo e giravo per pub e ristoranti lasciando copie cartacee del mio CV. Dopo qualche giorno ho ricevuto una chiamata da un datore di lavoro che mi chiede se sono disponibile a recarmi in un bar in centro per un colloquio immediato. Il colloquio è stato alquanto strano perché dopo i primi 10 minuti/15 minuti mi è stato chiesto quando potevo iniziare una settimana di “training” in una postazione mobile fuori dalla fermata di una metropolitana. Io ho risposto subito, e quando mi è stato chiesto se avevo delle domande ho chiesto semplicemente se il training fosse pagato, alla risposta “solo se vieni assunto” ho chiarito subito che non volevo rischi, che cercavo un lavoro retribuito dal primo giorno, che ringraziavo per il tempo concessomi ma che non ero interessato.

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Alla fine mi hanno preso subito con la promessa che il training sarebbe stato pagato in ogni caso. Quindi fate attenzione, se vi offrono un lavoro mettete subito in chiaro le cose prima di trovarvi a lavorare due settimane gratis… Quanto consiglieresti di portarsi dietro come riserva finanziaria per i primi tempi? Avendo trovato lavoro in fretta ed avendo lavorato come barista praticamente 7 giorni su 7, ho investito relativamente poco, diciamo sui 500 euro, ma se si considera che dopo due mesi il mio conto in banca segnava +1400 Pound (dopo essermi anche comprato una bicicletta) praticamente non ho speso nulla. Però c‟è chi potrebbe essere anche meno fortunato quindi io suggerirei di partire almeno con 2000/2500 euro. Come hai cercato poi il lavoro che hai adesso? In realtà il lavoro da barista mi rendeva abbastanza soddisfatto, riuscivo a guadagnare anche più di 1300 Pound al mese, mi stavo creando un‟ottima rete di contatti e potevo sfruttare ogni occasione per migliorare l‟inglese britannico. Quindi non l‟ho proprio cercato assiduamente. Già dall‟Italia però avevo inserito il CV su Monster e altri siti simili nonché avevo un buon profilo Linkedin. Quindi non ho fatto altro che aggiornare i CV sui vari siti con il nuovo numero di telefono ed il nuovo indirizzo inglese. Un‟agenzia di recruiting mi ha contattato dicendo che un loro cliente aveva delle posizioni aperte nel mio settore chiedendomi se fossi interessato. Ho detto sì, e dopo un paio di settimane mi hanno richiamato per fissare un colloquio, rivelatosi successivamente un test scritto di circa un‟ora

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(andato a mio parere abbastanza male) seguito da un colloquio di circa 35 minuti con il managing director. Dopo una settimana sono stato richiamato e mi è stato chiesto di preparare un report di non più di due pagine descrivendo le mie conoscenze in un determinato settore del quale mi ero interessato precedentemente. E dopo un‟altra settimana mi è stata fatta un offerta formale che ho preso al volo. Ce lo descrivi? Per adesso non si differenzia molto da quello che facevo in Italia o in Cina, si tratta di supportare una grossa azienda che produce materiale rotabile nel certificare che un loro prodotto nelle fasi di sviluppo, test, validazione etc.. abbia seguito gli standard richiesti, per esempio producendo la necessaria documentazione. Questa azienda spazia però su tutti i settori dell‟ingegneria ferroviaria difatti mi è già stato chiesto di iniziare a documentarmi e studiare determinati concetti sul quale sono carente in modo da potermi utilizzare su più progetti. Consigli su lettera/email di presentazione, CV, colloquio di lavoro in inghilterra? So per certo che l‟azienda dove lavoro adesso ha contattato almeno uno dei miei precedenti datori di lavoro chiedendo informazioni su di me, ma comunque prima di partire avevo richiesto alle aziende per le quali avevo lavorato una lettera abbastanza semplice che certificasse che avevo lavorato per loro in modo da far capire che mi ero lasciato in buoni rapporti, durante il colloquio anche un po‟ per spezzare il ghiaccio ne ho consegnata una copia con relativa traduzione a quello che ora è il mio capo.

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Il CV l‟avevo impostato bene seguendo i consigli di Italiansinfuga. Sfruttare anche il servizio di analisi CV di Italiansinfuga si è rivelato utile: credo che alcuni consigli su come mettere meglio in evidenza il mio titolo di studio e soprattutto l‟esperienza cinese abbiano fatto la differenza. Che consigli daresti a chi sta pensando di seguire le tue orme? Pianificare e sognare. Pianificate tutto, non lasciate niente al caso, ogni ora sprecata pensando qual è il prossimo passo mentre siete già emigrati è denaro sprecato. Fate tutto dall‟Italia alla sera dopo il lavoro e durante il week end, sfruttate questo e altri siti fino a consumarli, una volta sbarcati anche avere una semplice connessione a internet potrebbe risultare complicato. Quando avete tutto pronto, valigia compresa, andate dal vostro capo e consegnate le dimissioni, e da li dovete iniziare a sognare! Grazie Fabrizio e buon proseguimento!

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Dall‟internship (stage) in Italia al lavoro ed alla carriera in Inghilterra
Michele Picchioni si è laureato in chimica a Roma e dopo l‟esperienza della disoccupazione e del lavoro non retribuito ha deciso di cambiare strada. Adesso vive e lavora in Inghilterra ed è diventato di recente cittadino britannico. Ecco la sua storia. Per quanto riguarda la ricerca di lavoro in Inghilterra io sono stato fortunato visto che ho fatto un‟internship presso la Procter & Gamble in Italia (dando la mia disponibilità a lavorare all‟estero fin dal primo giorno) e poi finita l‟internship mi è stato offerto un contratto presso la filiale inglese. Un particolare interessante: originariamente io ero il secondo classificato per l‟internship ma il primo classificato non diede la disponibilitè a trasferirsi……. Ancora accendo un cero a san Precario ogni anno! ;-> Una volta in Procter mi sono trovato davvero bene, pagato, rispettato e coccolato a livelli impensabili in Italia. Questo è stato un bene da un punto di vista (a tutti piace essere trattati bene) ma ha anche significato perdere la “fame” e la carica che avevo in Italia. Per farla breve tra mentalità italiana da posto fisso e un po‟ di pigrizia sono rimasto in Procter per quasi 5 anni. Per fortuna un litigio col mio capo e la necessità economica mi hanno spinto a cercare un posto migliore. Ho messo il CV online (Monster, Reed) e qualche settimana dopo ho firmato un contratto con una società di consulenze (10 mila sterline all‟anno in più).

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Da li ho capito che in Inghilterra la mobilità c‟è davvero e che anzi rimanere troppo a lungo nella stessa compagnia nuoce gravemente alla salute del CV e del portafoglio. Forte di questa conoscenza dopo due anni da consulente ho firmato un contratto con Johnson & Johnson (con un aumento di salario ancora più cospicuo). Dal punto di vista pratico consiglierei a chi cerca lavoro anche all‟estero di accettare internship (anche non pagate) con compagnie straniere e di dare la disponibilità a trasferirsi oppure di cercare internship all‟estero direttamente. Ovviamente è molto più facile cercare lavoro se si è sul posto per cui se possible consiglio di trasferirsi per un breve periodo e di cercare lavoro tramite le tante agenzie di recruitment. Nel frattempo è facile trovare lavori part time o lavorare come cameriere nei ristoranti italiani (e non) o come barista nei vari coffee shops. Se non è possible consiglio quanto meno di usare motori di ricerca specifici per il Regno Unito (finiscono tutti per .co.uk) e non solo di tradurre il CV in Inglese (requisito minimo) ma di cercare di allinearlo agli standards inglesi il più possibile. In Inghilterra se si ha voglia di lavorare e grinta non è difficile trovare lavoro o cambiarlo una volta trovato per cui spesso il primo lavoro serve semplicemente a “mettere il piede nella porta”, poi si può cambiare. A chi poi trova lavoro part time o non è soddisfatto del lavoro trovato consiglio vivamente di prendersi una qualche qualifica qui, visto che i corsi abbondano e di solito non sono troppo onerosi in termini di studio.

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Come fondare una ditta di traduzioni in Inghilterra
Valeria Aliperta ha fondato una ditta di traduzioni in Inghilterra dimostrando l‟intraprendenza che ci vuole per il successo all‟estero. Ci descrivi come sei diventata traduttrice? Seguendo una passione che risale alla tenera età (a 12 anni già ero una fanatica dell‟inglese e delle lingue e facevo il mio primo soggiorno inInghilterra in college) ho deciso di fare il liceo linguistico (con inglese, francese e spagnolo per un totale di 18 ore di lingua a settimana). Sempre convinta del percorso linguistico, ho deciso di andare a Genova alla facoltà di Traduttori e Interpreti, e dopo 3 anni il destino mi ha portata alla SSLMIT di Forlì. Dopo anni di studio matto e disperatissimo (!) mi sono laureata in Interpretazione di conferenza. Sì, infatti sono sia traduttrice che interprete. Cosa ti ha portato in Inghilterra ed a Exeter in particolare? Dopo un periodo di folle amore per la Spagna – che ancora coltivo, bada bene! – che mi ha distolto dalle terre di Albione per un pò, nel 2005 inizio un tirocinio in un‟agenzia a Londra e da lì, bam! L‟amore sboccia di nuovo, e torno in Inghilterra fino al 2006, fra studio, vacanza, lavoro e casa. Il nome della mia attività, Rainy London Translations, non mente ma Exeter è stata una scelta dettata ancora una volta dall‟amore: il mio fidanzato lavora a Exeter come web designer e per questo da 3 anni il Devon è la mia casa.

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Ci descrivi la procedura per iniziare un‟attività nel Regno Unito? È stato piuttosto semplice. Tutti coloro che iniziano a lavorare – o aspirano a farlo – in questo paese hanno bisogno di un National Insurance Number – ovvero il codice di sicurezza sociale. Per fare ciò occorre registrarsi presso un Job Centre, dove sono poste al candidato tante domande sulla provenienza, sul periodo di arrivo, sul periodo di permanenza e così via. Una volta „regolarizzati‟ (ovviamente parlo per me, come cittadina UE è molto facile e non si è illegali, non serve un visto ovviamente) si aspettano circa 4 settimane e una volta ricevuto il “numerino magico”, basta registrarsi come sole traders (liberi professionisti) presso l‟ HMCR (l‟Erario inglese). Io ho preferito rivolgermi ad un commercialista, che si occupa del tax return (dichiarazione dei redditi) per me. Superato l‟introito di £10,000 all‟anno, a me è inoltre convenuto aprire una società a responsabilità limitata, di cui sono dirigente. Le spese per il commercialista si aggirano sui £500 all‟anno, mentre quelle di apertura di una Limited Company sono circa £200 – e tutto avviene in 2 settimane! Basta avere un „nome commercialè pronto da registrare – il mio unisce la passione per Londra e l‟inevitabile pioggia della City, raffigurata con l‟icona stilizzata del London Eye. Sei in grado di fare un confronto con la stessa procedura in Italia? Direi che il procedimento è molto più annoso, senza parlare delle imposte: il 21% in UK contro un incredibile 44% in Italia! Più INPS e affini… decisamente sconsigliabile! Quali sono i pro ed i contro dell‟essere imprenditore nel Regno Unito? Per adesso posso solo dirti che ho avuto dei pro! Spero di non smentirmi in futuro!

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Hai dei siti internet da consigliare a chi vuole seguire le tue orme? Quelli citati sopra e le associazioni di cui faccio parte: Chartered Institute of Linguists (IoL) Institute of Translation and Interpreting (ITI) e ovviamente… Rainy London Translations Grazie Valeria e buon proseguimento ad Exeter!

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Irlanda
La Dublino vera, raccontata da chi ci vive e lavora da quattro anni
Alfredo ha appena festeggiato quattro anni a Dublino e ha gentilmente condiviso la sua esperienza con Italiansinfuga. Cosa sai oggi che avresti voluto sapere quattro anni fa? A dire il vero so qualcosa che avrei voluto sapere 10 anni fa. Avrei frequentato un‟università estera se avessi saputo quanto importante fosse un‟esperienza in un paese straniero, visto nell‟ottica di un‟Europa che diventa sempre più un mercato comune. Prima di tutto studiare in un paese europeo apre mentalmente e poi permette d‟avere un titolo da qualche università conosciuta a livello europeo, se non mondiale. Un ulteriore aspetto positivo sarebbe stato il non aver studiato cosi tanti argomenti troppo retorici e lontani dalla realtà, come si fa in Italia, dove le università sono troppo distanti dal mercato del lavoro e nelle mani dei cosiddetti baroni. Visto che tanti sono partiti da Dublino recentemente, che qualità ci vogliono per rimanere?

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Chi nel proprio ambiente lavorativo ha mostrato grandi qualità ed ha investito tempo cercando d‟accrescere le proprie conoscenze ed abilità oggi è fortemente favorito. L‟Irlanda non è morta, si sta solo ridimensionando. Non siamo come in Italia nel 1991, anno in cui tutto si è spento, a mio avviso, lasciando il Paese in uno stato comatoso dal quale non si è mai risvegliato. Qui ci sono ancora aziende che assumono, aziende che investono. Servono purtroppo persone con esperienza, è un momento difficile per i neolaureati anche qui. Consiglio di consultare tuttavia i siti più conosciuti anche ad i neolaureati, soprattutto in informatica ed economia, e di inviare il proprio curriculum. Tentare non nuoce. Ecco un paio di siti tra quelli più comuni: www.monster.ie www.jobs.ie Se non si posseggono determinate qualità acquisite negli anni è troppo tardi per rimediare. Non voglio scoraggiare nessuno ma semplicemente ricordare che, come dice il vecchio proverbio, chi semina raccoglie. Durante il boom c‟era forte necessità di manodopera e cervelli in Irlanda ed era possibile non essere licenziati anche non impegnandosi più di tanto. Le persone pigre e/o poco ambiziose ne hanno approfittato, tralasciando studi di perfezionamento e magari spendendo un bel pò di soldi in divertimento in questa città piena di giovani con tanta voglia di fare baldoria. Oggi le aziende stanno razionalizzando risorse, umane, materiali ed immateriali. Ed era ora. Questo porterà ad una più sana competizione, nei mercati ed anche all‟interno delle aziende tra i lavoratori. Io ho continuato a studiare di tutto anche avendo finito gli studi, prima Inglese, poi Access, Excel, SQL, VBA pur essendo la mia specialità Marketing e Management.

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Perché? Prima di tutto lavorare molto con in numeri aumenta le capacità di astrazione, „problem solving‟ ed organizzative. Secondo, in Irlanda vedo che l‟informattizzazione è alta, o meglio, la conoscenza media è alta e devo adeguarmi. Leggo tanto i giornali nazionali, economici e di cronaca e poi per essere informato suglia avvenimenti internazionali leggo l‟Economist ed il Times quando posso. Ho fatto corsi di management, sponsorizzati dall‟azienda, mi son tuffato in ogni progetto pieno di difficoltà con tanta voglia di imparare ed oggi, in pochi anni, sento d‟essere cresciuto in gran misura. Chi non ha capacità eccezionali e legami idiosincratici con l‟azienda oggi è sostituibile. Questa è la situazione. Vale lo stesso anche per chi ha lavorato in Italia, se avete imparato siete sulla strada giusta. Per chi intendesse venire a cercare lavoro, le figure professionali che hanno ancora successo in Irlanda sono tutte nell‟IT e nel settore economico. Occorrono programmatori, ricercatori e laureati in economia con estreme capacità numeriche e con esperienza. Qualità comuni devono essere: spirito di adattamento, problem solving, ottimo inglese (anche meglio studiarlo prima). Hai mai pensato di tornare? Cosa ti ha fatto rimanere? Mai seriamente pur facendo ogni tanto qualche analisi. Sarebbe stato come tornare indietro. Oggi non avrebbe senso tra l‟altro. Tornerei se potessi spendere la grande esperienza che ho acquisito. In Italia credo ci sia lavoro solo quando torni come “pezzo grosso”, quando hai coperto posizioni a livello di direttori, capi manager o superiori. Parlo del mio campo. In campo informatico, credo sia

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peggio. Conosco persone che qui guadagnano 4000 euro al mese. In Italia con la stessa posizione lo stipendio sarebbe tra i 1400 ed i 1800 euro. Non escludo possa accadere il miracolo, che l‟Italia diventi un posto dove, come in mezzo mondo, gli stipendi non sono appiattiti, dove l‟ambizione è premiata, dove c‟è meritocrazia, dove non valga la legge dell‟anzianità ma delle capacità. Se tutto ciò si avverasse io tornerei. Ovviamente è difficile. Occorrerebbe cambiare tante persone, la loro filosofia di vita. Un episodio personale: dopo 9 mesi in Irlanda un ex collega universitario con il quale avevo elaborato la mia tesi mi chiamò abbastanza entusiasta proponendomi un lavoro a Roma. Il suo capo l‟aveva incaricato di trovare 3 o 4 giovani neolaureati, senza esperienza ma con estreme capacità di crescita, che conoscesse bene, di cui potersi fidare. Lui pensò subito a me. Questo ragazzo è un genio, uno dei migliori del mio corso universitario. Mandai il mio curriculum, sembrava sicuro mi avrebbero offerto lavoro come consulente. Mi chiamò dopo qualche giorno tremendamente sconcertato ed imbarazzato. Aveva detto al suo capo che ero in Irlanda per studiare inglese per un anno e lavoravo come assistente tecnino in Ericsson, la risposta fu: non mi interessa. Ero il candidato ideale, intelligente, neolaureato e di cui fidarsi. Questo ragazzo era cosi deluso che pensò di lasciare il lavoro. Un mese fa ho fatto un colloquio interno per un grosso progetto per cambiare radicalmente la struttura aziendale e mi han detto da subito che chi è straniero è favorito perché è una persona che ha mostrato di sapersi adattare al cambiamento, avendo lasciato il proprio Paese. Confrontate queste due filosofie e capirete perché l‟Italia sta andando al macello.

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Come è cambiata Dublino in quattro anni? Abbastanza ed in meglio anche se c‟è tanto ancora da fare. Oggi abbiamo trasporti migliori, estensioni della rete tramviaria, aumento delle corse dei treni e della metro leggera (chiamata DART). A livello sociale, si vede meno baldoria ma non dispiace. C‟era un eccesso. Persone con stipendi alti ma piene di debiti. Sembrava il paese dei balocchi. Attenzione parlo di Dublino, non dell‟Irlanda o dell‟Interland. È una questione a parte e sulla quale combattiamo tanto sul nostro blog. Dublino non è l‟Irlanda, è una grande città ed è la capitale ma non è l‟Irlanda. Le famiglie, le persone che vogliono una vita seria si spostano di qualche kilometro e possono avere tanto verde, pulizia, tranquillità e spazio. Per chi ha un lavoro la città oggi è più vivibile. Tutto costa meno, gli affitti il 30% ed oltre in meno di due anni fa e sembra caleranno ancora. Oggi puoi affittare una casa con 2 stanze vicino al mare e vicina al centro (10 minuti di autobus) in zone cosiddette “posh” a 1100 euro, tipo Clontarf. Due anni la stessa casa sarebbe costata 1500/1700 euro al mese. Considerando che con un semplice lavoro d‟ufficio si guadagnano 1600/1800 euro, un single in teoria potrebbe vivere da solo. In centro appartamenti con una camera e di dimensioni tra i 40 ed i 55 metri quadri partono oggi da 650 euro. Quello dove vivo ora costerà dal mese prossimo 800 euro. 55 metri quadri, costruito due anni fa in pieno centro, a 200 metri dal tram che porta alle due stazioni maggiori che collegano Dublino al resto del paese. In Taxi con 20 euro arrivo all‟aeroporto e vado al lavoro a piedi. 8 minuti a piedi e trovo 4 supermercati. Di fianco al portone di ingresso del mio palazzo c‟è un piccolo negozio dove si trovano prodotti di prima necessità come pasta, pane e latte. Chiude alle 10 di sera. Anche un cameriere potrebbe permettersi di vivere da solo nel mio appartmento.

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Quali sono gli stereotipi riguardanti Dublino che gli Italiani devono dimenticarsi prima di emigrare? · Il più importante credo sia il “lavoretto” facile. Ristorazione e divertimento non esistono quasi più, non c‟è più lavoro in questi settori, nei quali moltissimi, soprattutto i neolaureati senza esperienza, si son tuffati per un periodo breve o meno agli inizi dell‟avventura estera irlandese negli anni passati per sbarcare il lunario. In molti casi gli stipendi erano più alti di un lavoro d‟ufficio; io, in un‟ottica di lungo periodo, rifiutai un lavoro come chef in un pub (tra l‟altro australiano!) a circa 800 euro a settimana, più del il doppio di quanto ero pagato nel lavoro successivo. · Promozioni facili. Non ci sono mai state ed oggi ancora meno. Avere un buon lavoro, in un‟ottica di lungo periodo, non è mai stato facile. Occorre ed occorreva un buon Inglese e tanta voglia di imparare, oltre all‟esperienza. · I nostri laureati sono migliori dei laureati degli altri paesi. Sbagliato, perchè scambiamo le capacità di superare le difficoltà dovute alla disorganizzazione nel nostro paese con la conoscenza. La scuola di vita, come la chiamiamono noi, è utile dove ci sono queste difficoltà. In molti paesi gli studenti non devono preoccuparsi di cose per noi normali, utilizzando il tempo risparmiato per studiare, magari facendo pratica, cosa che vediamo con il cannocchiale nelle università italiane. Devo ringraziare la mia velocità di apprendimento per aver coperto alcune lacune. Continuo a domandarmi perché non ci insegnano quello che le aziende ricercano. · Molti Italiani di sesso maschile devono dimenticare lo stereotipo di ragazza straniera uguale ragazza facile. Non è vero affatto. C‟è una grande libertà, ma molti la interpretano come “le donne la danno a tutti senza distinzione”. Scusami se sono cosi diretto ma molti Italiani credono d‟essere i maschi più belli del mondo. A dire il vero siamo ridicolizzati, almeno quelli che somigliano al

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maschio delle pubblicità di D&G. Ceretta, occhiali da sole anche quando non c‟è il sole, jeans attigliatissimi. L‟uomo vero all‟estero è meno narcisista. · Un altro stereotipo da dimenticare è quello della mancanza di alimenti di qualità. Non è vero. Si trova oltre il 95% di quello che trovi in ogni grande città Italiana. Se non si sa come fare la spesa, e cioè andando in giro per vari negozi, non è colpa di Dublino o dell‟Irlanda. È una scusa per nascondere la propria incapacità di adattamento. Grazie Alfredo.

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Aprire quattro attività nella ristorazione in Irlanda
Marco Giannantonio ha aperto quattro attività in Irlanda che promuovono il cibo Made in Italy. Dal 2004 il percorso non è stato facile anche a causa della recente crisi finanziaria che ha colpito l‟Irlanda in modo particolarmente duro. Ecco la sua storia. Cosa ti ha portato a Dublino?

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A Dublino mi ha portato l‟istinto. Sentivo infatti che l‟Irlanda potesse darmi quello che l‟Italia non riusciva più ad offrire: dinamismo, multiculturalità, innovazione, opportunità da cogliere…. e così è stato! Da cosa è partita l‟idea che hanno portato alla creazione delle tue attività? L‟idea della Flavour of Italy è nata dalla voglia matta di promuovere l‟Italia all‟estero attraverso il Food and Wine nostrano. Insieme al mio socio Maurizio Mastrangelo abbiamo percepito subito che in Irlanda c‟era un terreno fertile in tal senso e ci siamo inseriti. Dopo una serie di “esperimenti” e prove generali abbiamo fondato una Scuola di Cucina Italiana, una Catering Division, un Tour Operator focalizzato su tour enogastronomici ed infine l‟ultimo nato, Pinocchio, il ristorante wine-bar che sta riscuotendo tanto successo. Abbiamo iniziato da zero con un‟idea chiara in testa: per avere successo bisognava creare una necessità per poi quindi soddisfarla…. l‟inizio è stato duro, molto duro, ma oggi posso ritenermi davvero soddisfatto per l‟interesse ed i risultati ottenuti. Dal punto di vista imprenditoriale, come si differenzia il settore della ristorazione in Irlanda rispetto all‟Italia? Dal punto di vista imprenditoriale il settore del Food and Wine in Irlanda si differenzia assai da quello italiano a cominciare dall‟ ambiente in cui ci strova ad operare. Infatti a Dublino la

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concorrenza è internazionale ed altamente competitiva. Ristoranti indiani, tailandesi, cinesi e francesi spopolano. Bisogna essere innovativi e molto sensibili alle mire del Cliente. Quest‟ultimo è molto attento all‟hospitality. Un servizio di qualità costante richiede uno sforzo di gestione e monitoraggio continuo, parecchio impegnativo. Sul Food invece (a differenza dell‟Italia in cui c‟è una Cultura di base ed una preparazione superiore) il lavoro è più semplice perchè c‟è una fiducia di fondo del Cliente irlandese curioso di abbracciare il nostro patrimonio enogastronomico. Per quanto detto sono due i Sentimenti che mi sostengono nella mia Mission: uno di Responsabilità verso l‟Italia nel cercare di rappresentarla al meglio ed uno di Onestà verso gli irlandesi nel cercare di essere ambasciatori autentici della nostra Italianità. Dal tuo punto di vista, come è stata colpita l‟economia irlandese negli ultimi anni? L‟Economia irlandese negli ultimi anni ha continuato e continua a crescere. Quello che invece è crollato in Irlanda è il sistema finanziario per colpa di assurde politiche di credito delle banche e per orrori nella gestione politico amministrativa del Paese da pare dei governanti. Una bolla che è puntualmente scoppiata, andando ad influire soprattutto nel settore immobiliare e finanziario in genere. La Crisi Economica Internazionale ha di certo contribuito a rendere difficile la situazione nell‟Isola di Smeraldo. Un peccato davvero perchè a mio avviso questa grave situazione poteva essere evitata o quanto meno ridimensionata. Cosa consiglieresti agli aspiranti imprenditori che stanno pensando all‟Irlanda come meta?

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Agli aspiranti imprenditori pronti a sbarcare in Irlanda direi di investire tempo ed energie in ricerche di mercato attente ed oculate. Quindi cercare alleanze con operatori seri già presenti sul territorio in modo da limitare il rischio e guadagnare tempo. Infine puntare su uno stile italiano nell‟azione imprenditoriale. Da queste parti il Made in Italy, infatti, tira ancora tanto e l‟Italian Style è sinonimo di Qualità. Grazie Marco e buon proseguimento!

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Lituania
Emigrare in Lituania, da chi l‟ha fatto
Karim Gorjux è un mio compaesano che dal Cuneese è emigrato in Lituania. Ecco la sua storia.(aggiornamento: Karim è tornato con la famiglia in Provincia di Cuneo nel 2011) Ci racconti come sei finito in Lituania? La storia è veramente lunga, ma bene o male sul mio blog parte proprio dall‟inizio di tutta questa avventura. Nel lontano 2003 un mio amico vola per le vacanze a Riga, in Lettonia. Lui ha la mia età e in quell‟anno aveva 23 anni. Dopo ben due settimane a Riga, si innamora perdutamente di una ragazza e pur di avvicinarsi ad essa, riesce ad organizzare l‟erasmus aKlaipeda, in Lituania, che dista “soli” 400km dalla capitale lettone. Come ogni buon studente erasmus che si rispetti, il mio amico invità me a stare da lui per una vacanza durante l‟inverno tra il 2004 e il 2005 ed è qui che a Klaipeda conobbi Rita, la mia attuale moglie. Che lavoro fai? Mi occupo di consulenze informatiche e lavoro esclusivamente online. Ho un sito che descrive bene i miei servizi ed i clienti li trovo per passaparola e conoscenze. Usando skype, un sito web e la

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fantastica connesione ad internet che la Lituania offre, mi posso permettere di lavorare in casa senza problemi. Come fai per la lingua? In Lituania la maggior parte delle persone parla l‟inglese. Il Lituano lo capisco per un buon 50%, per le cose importanti, di prima necessità, non ho problemi, ma tutto sommato lo parlo ancora troppo poco. In casa, dato che abbiamo una figlia, parlo solamente italiano per permettere alla bimba di crescere bilingue. Con mia moglie invece ho instaurato la buona abitudine di parlare italiano dopo poco tempo che ci siamo conosciuti in modo da insegnarle la mia lingua. Cosa offre la Lituania che l‟Italia non offre? La Lituania è un paese europeo con una storia travagliata e, rispetto all‟Italia, una carenza di “mezzi”. La Lituania non è un paese ricco, è piccolo ed è abitato da appena 3 milioni e mezzo di persone. L‟inverno è freddo e buio, le estati sono fresche e ventilate. Molti pensano alla Lituania come un paese dell‟est, ma a differenza dello stereotipo della Romania, Moldovia o paesi geograficamente ad est, la Lituania si trova a Nord dell‟Europa a poche centinaia di km dalla penisola scandinava. Klaipeda, la città dove vivo, si affaccia sul mar baltico e dista 400km da Stoccolma. Politicamente la Lituania apparteneva all‟est europeo, dato che solo dal 1991 è indipendente dall‟ex URSS. Ora nel 2010 la Lituania è un paese che tenta di crescere a discapito delle apparenze e del passato. Da italiano ci sono molte cose che la Lituania offre e che in Italia non trovo o non esistono:

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L‟asilo per mia figlia è economico, professionale, attrezzato e soprattutto disponibile. Porto mia figlia alle 7:30 del mattino e vado a prenderla alle 17. Internet sia wifi che residenziale è veloce ed economico. Persino il bus che collega la città alle capitali come Riga o Vilnius, ha il wifi internet tra i suoi servizi. Le banche sono economiche e aperte tutti giorni fino a sera inoltrata, persino la domenica. I negozi di alimentari sono aperti fino alle 22. C‟è un‟ampia disponibilità di taxi e taxi collettivi per poter girare la sera se si vuole gustarsi un po‟ di vino al ristorante. L‟autostrada è gratuita e ben curata. I lavori pubblici sono veloci ed efficaci. Spesso lavorano ad orario continuato, anche la notte Le spiagge sono TUTTE pubbliche, non esiste il concetto di spiaggia privata La burocrazia è praticamente inesistente. I trasporti pubblici funzionano e tutti paesi sono collegati con servizi bus. Queste sono le cose che mi sono venute in mente, ma sul mio blog, negli anni ho pubblicato articoli dettagliati su questo argomento. Quali sono le difficoltà di emigrante in Lituania? Italiano? Celentano! MAFFIA! Maccaroni! Molte volte mi sento stereotipato appena dico di essere italiano, la nostra fama mi precede, ma per fortuna non è sempre un fatto negativo.

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I Lituani, generalmente, hanno una buona opinione dell‟Italia, ma negli ultimi anni, l‟invasione turisti italiani in Lituania attratti dalle belle ragazze (le lituane hanno la fama di essere tra le più belle donne d‟europa), ha esportato l‟esatta rappresentazione dello sterotipo che paesi come gli Stati Uniti, l‟Inghilterra o la Germania (tanto per citarne alcuni) hanno di noi. Di conseguenza mi capita di conoscere persone diffidenti semplicemente perché sono italiano, ma a Klaipeda gli italiani residenti sono davvero pochi e quindi non è un problema così grave da farmi sentire un emarginato. La Lituania piace a chi…. Piace a chi ama il nord, il freddo, le foreste, i laghi, la natura e le bionde. Da turista la Lituania è da visitare assolutamente nel periodo Giugno – Luglio, se avete fortuna di essere qui in un bel periodo vi potete anche fare il bagno nel baltico. Da residente posso consigliare la Lituania a chi piace una vita tranquilla in un paese dalla bassa densità demografica ed immerso nella natura. Occhio all‟invero però! Il buio ed il freddo non sono consigliati alle persone solari e a rischio depressione. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Il problema più grande per chi vuole venire a vivere qui sono i soldi. Escludo a priori la possibilità di lavorare per un‟azienda lituana, il dover imparare la lingua e un compenso che difficilmente arriva a 600€ mensili è una soluzione rischiosa e difficile. Ci sono buone opportunità per gli investitori visto il prezzo contenuto della mano d‟opera e l‟assenza di dogane alle frontiere.

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Un‟ultima possibilità sarebbe quella di farsi assumera da un‟azienda italiana (o comunque appartenente ad eurolandia) con sede in Lituania e farsi trasferire qui con lo stipendio in euro. Chi ci riesce ha praticamente fatto un terno al lotto. Io ho scelto di farmi pagare in euro, ma pagare le tasse in Lituania, ma il mio lavoro è prettamente legato all‟informatica ed a internet. Grazie Karim!

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Messico
Dieci motivi per emigrare e vivere in Messico
Mi scrive Giorgio, non li suo vero nome, dal Messico che ci fornisce gentilmente i suoi dieci motivi per emigrare e vivere in Messico. Distanza dall‟Italia Se avete veramente desiderio di tagliare i ponti con l‟Italia, mettere un oceano tra voi ed il vostro paese di origine potrebbe essere un buon inizio. Il Messico rappresenta una delle mete piú geograficamente, socialmente e spiritualmente distanti da tutto ció che avete conosciuto fino ad oggi. E non fatevi ingannare dalla vicinanza agli Stati Uniti, la frontiera é una barriera tangibile tra due culture agli antipodi. Viaggio di sola andata Capito come in Messico il ritmo della vita sia piú a misura d‟uomo se escludiamo Ciudad de Mexíco), la prospettiva di tornare in Italia andrá via via scemando. Certo ci vuole un periodo di tempo per regolarizzarsi biologicamente sui temi del “no pasa nada” e del “mañana „manito, no te apresures”, ed indubbiamente nel mondo del lavoro e della vita di tutti i giorni vi costerá un po‟ di fatica e forse qualche arrabbiatura, peró alla fine risulterá un modo di vivere estremamente meno stressate, che vi fará apprezzare cose delle quali neppure ricordavate piú l‟esistenza.

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Climi estremi Una volta scelto con oculatezza, con cognizione di causa e anche con quel senso di fatalismo tipico dei messicani, dove vivere, potrete godere di un clima che, nella maggior parte dell‟anno e nella maggior parte delle regioni, é meraviglioso: il sole ed il cielo azzuro rappresentano senza dubbi i due cardini dell‟esperienza messicana della maggior parte degli emigrati. Per quanto mi riguarda, gli altipiani del centro del paese, nonostante il cambio climatico in corso, rappresentano un idillio difficilmente comparabile: né troppo caldo, né troppo freddo, e stagione delle pioggie accettabile in estate (nel senso che non é che piova tutti i giorni per tre mesi)… una delizia, insomma. Le cittá Ogni cittá in Messico é un mondo differente e tutto da scoprire. Le cittá sono di grandi dimensioni, prevalentemente, ovviamente di origini coloniali, con servizi sufficienti a tutte le necessitá, e zone commerciali modernissime. Per muoversi, il mezzo migliore é l‟automobile, mentre la qualitá dei mezzi pubblici varia da cittá a cittá. Se escludiamo Ciudad de Mexíco, Guadalajara, Monterrey e le zone turistiche dello Yucatan, il taxi é un‟alternativa valida e relativamente economica. Il lavoro Ció che piú salta all‟occhio a noi italiani nel momento in cui arriviamo in Messico é la relativa facilitá, in termini di costi e burocrazia, con la quale si puó aprire un locale. Il lavoro informale, come lo chiamano qui, é una componente decisiva dell‟economia messicana, ogni persona puó, addirittura, aprire la propria casa e vendere “comida”, sará ovviamente la sua bravura a fare da discriminante tra il successo o il fallimento dell‟attivitá. Il fisco é molto meno pressante che in Italia, i controlli meno rigidi: é possibile aprire con poco e piano piano mettersi in regola…ve lo immaginate da noi?

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Grandi distanze Una delle cose che piú mi ha affascinato del Messico, sono i suoi spazi enormi e desolati, le sue autostrade quasi vuote: tra una grande cittá e l‟altra, centinaia di chilometri di nulla, con tipici “pueblos” dove si puó comprare “comida” e artigiano tipici, e godere del Messico verace, delle storie e delle leggende delle varie popolazioni preispaniche. Il peso e il salario Il fatto che l‟euro sia forte nei confronti del Messico, rende, per una persona che abbia messo da parte un discreto gruzzoletto in Italia, relativamente facile aprire un locale e sistemarsi tranquillamente: una rendita di un migliaio di euro puó garantire un livello di vita agiato e confortevole. Il costo della vita é diffusamente basso, e potrete trovare livelli di prezzo estremamente differenti per i beni di prima necessitá: vi assicuro che nei mercatini si trova abbigliamento della stessa qualitá dei grandi centri commerciali, a prezzi che in Italia sarebbero assolutamente ridicoli. Grandi contrasti Il Messico é una terra di contrasti, senza ombra di dubbio, l‟opulenza e la povertá piú totale possono andare a braccetto, si possono vedere una a fianco all‟altra. Personalmente, e credo che sia un sentimento comune a molti europei, tutto ció ha dato una dimensione ed una visione differente rispetto alla vita, una prospettiva un po‟ meno denaro-centrica della propria esistenza, a favore che invece realmente ha valore. Ma qui entriamo nel filosofico-intimista, e mi fermo… La “comida”

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La cucina messicana é di una varietá e complessitá straordinaria, ed i messicani vivono letteralmente per mangiare: tacos, quesadillas, carne asada, fajitas, corundas, chorizo, qualsiasi cosa ha un sapore davvero incredibile; vale la pena, quando vi sarete fatti le ossa, andare nei localini e non nei ristoranti, a provare la comida tradizionale fatta dalle mani delle mamme e delle nonne messicane, stando attenti soprattutto ai peperoncini (chiles) ed alle salse, sempre presenti a contorno dei piatti: il livello della piccantezza deve essere chiesto al ristoratore, prima di lanciarsi, perché certe salse, a base ad esempio di “chile abanero”, necessitano di uno stomaco davvero forte! La gente La gente é cordiale, gentile, ma scoprirete che il popolo messicano é un popolo fiero, amante della propria patria e geloso dei propri costumi. Amano lo straniero (devo dire a noi Italiani in particolare), il quale peró deve essere rispettoso e non dimenticarsi mai di essere a casa di altri: una buona regola che vale dovunque. Lo sport nazionale é ovviamente il calcio, il fútbol, come lo chiamano loro, e questo ci mette in una posizione relativamente privilegiata, visto che, come ricordo sempre ai miei amici messicani, noi per il momento siamo ancora campioni del mondo! Grazie Giorgio!

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Norvegia
Infermiere in Norvegia con Erasmus
Alessandro Borca, 28 anni, ha avuto la fortuna ed il coraggio di andare a fare l‟infermiere per tre mesi in Norvegia con Erasmus. Ci racconti il tuo background accademico? Mi sono laureato in infermieristica ad Ottobre 2009 con voto 102/110 presso l‟Università degli studi di Padova, distaccamento di Conegliano. Prima ho svolto il Liceo della Comunicazione opzione sociale (il vecchio corso magistrale per intenderci). Cosa ti ha portato a fare l‟erasmus in Norvegia? L‟incoscienza! hahah..nel senso che mi sono buttato, ho rischiato ed è stata una delle più belle esperienze della mia vita. Inizialmente comunque è stata la curiosità di conoscere il sistema sanitario tanto citato dei Paesi scandinavi che sapevo essere molto efficente. C‟erano 2 posti per Bergen, la seconda città più grande di tutta la Norvegia con 250.000 abitanti.

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Ci descrivi la trafila burocratica per arrivare a Bergen? L‟università pubblica un bando di concorso vero e proprio. Fatta la domanda, in base al numero di esami sostenuti e loro voto viene stillata una graduatoria. vinto il posto bisogna confermarlo e si parte l‟anno sucessivo (io ho svolto pratical training del terzo anno, ma il posto lo avevo vinto al secondo anno di studi). L‟application form e il Learning Agreement necessari per il soggiorno trimestrale devono essere obbligatoriamente presentati secondo le date stabilite dall‟ufficio Ersasmus. Prima della partenza l‟ Hogskolen I Bergen mi ha contattato, assegnato un “buddy” (letteralmente un “amico”, uno studente volontario che si impegna a darti tutte le informazioni di cui necessiti,specialmente i primi giorni). A termine del periodo, importantissimo è il Trascript of records, attestante il periodo estero, che ho presentato a Padova al rientro e comprovante il soggiorno e i CFU aquisiti. Come hai fatto per la lingua? Il grosso timore che avevo di non essere adeguatamente pronto per “sopravvivere” 3 mesi e mezzo in un altro Paese europeo è stato grandemente superato dalla gentilezza dei norvegesi e delle persone che mi hanno seguito a livello accademico. Oltre che aver lavorato in ospedale ho svolto 2 mesi in home based care (assistenza domiciliare) e gli utenti che seguivo erano per la maggior parte anziani; solo in quel caso il mio nurse contact mi seguiva e mi traduceva i dialoghi, per il resto la popolazione dai 40 anni in giù è tutta bilingue. L‟ inglese parlato da un norvegese è in genere elementare e molto chiaro come accento per noi italiani.

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Confronto fra un ospedale italiano ed un ospedale norvegese? Dovrei dilungarmi parecchio in questo..parto col dire che i pazienti tendono ad essere seguiti a casa attraverso l‟home based care, servizio molto più sviluppato che da noi in Italia (7 gg su 7, 24h su 24). L‟informatizzazione del Paese ha reso possibile un iter diagnostico e di cura molto efficente con cartelle infermieristiche informatizzate e aggiornamento online. Ho avuto la fortuna di lavorare nel secondo ospedale più grande di tutta la Norvegia (Sito: http://www.helse-bergen.no/english/haukeland/Helse+Bergen+engelsk.htm) Le differenze sono molte anche qui: ad esempio per i circa 6000 dipendenti sanitari è presente una struttura totalmente automatizzata che eroga le divise ogni giorno attraverso l‟uso di una tessera magnetica (a fine turno si butta tutto a lavare!); Come struttura..all‟ingresso vi era un pianoforte e un palco dove vengono regolarmente organizzate delle serate per i pazienti non acuti, all‟interno dell‟ospedale vi era una biblioteca/cineteca, un salone di parrucchieri per i pazienti; in alcune Unit vige il primary nursing e i laboratori sono futuristici e molto sviluppati. La ricerca in genere viene molto presa in considerazione e gli infermieri sono considerati allo stesso livello dei medici: il medico per quel che riguarda la terapia e le diagnosi, l‟infermiere per quel che riguarda la presa in carico del paziente e l‟assistenza. L‟home based case ad esempio è totalmente a carico e gestita da soli infermieri. Puoi darci un‟idea di quanto guadagnano gli infermieri in Norvegia? La Norvegia è il Paese più costoso d‟Europa. Posso dire che lo standard di vita è alto (costa tutto il doppio che in Italia, se non il triplo sulle cose costose) ma che allo stesso tempo la popolazione

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paga il 40 % di tasse. Un infermiere prende in media sui 3000 euro al mese e se ha la specializzazione nel campo in cui opera prende il 50% in più sullo stipendio stesso. La cosa bella è che una persona è totalmente libera di scegliere quanto lavorare, se il 100% (tempo pieno), o il 50%, l‟80, il 20 e via dicendo.. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? La Norvegia è un Paese dalla natura straordinaria, fortemente a contatto con i ritmi di essa. Socialmente forse i norvegesi sono più “freddi” di noi ma fa parte della loro cultura e sono tuttavia molto accoglienti e ben disposti. Consiglio a tutti di poter svolgere un periodo in Norvegia ma solo se avete un budget economico alto (io nonostante sia uscito a festeggiare poche volte, in 3 mesi ho dovuto spendere circa 5000 euro.. e meno male che li avevo messi via in un anno di lavoro). Per il resto viaggiate e viaggiate sempre..apre la mente e il cuore. Grazie Alessandro e in bocca al lupo!

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Nuova Zelanda
Perchè e come emigrare in Nuova Zelanda
La Nuova Zelanda è una delle mete più ambite da chi vuole emigrare all‟estero. La distanza, la vita all‟aria aperta, il tenore di vita e la rilassatezza ne fanno una destinazione sognata da Italiani e non solo. Tomaso Rossi è recentemente emigrato in Nuova Zelanda ed ha gentilmente risposte ad alcune domande su il perchè ed il per come emigrare agli Antipodi. Perchè la Nuova Zelanda? Avevo intenzione di andare in Inghilterra o Australia, per un esperienza all‟estero, un anno, forse più se avessi trovato lavoro, e poi una volta a casa in Italia, specializzarmi su cosa mi piace fare. Invece ho incontrato una stupenda ragazza Neo Zelandese e questo è il motivo per cui sono qui. Non mi pento di essere venuto qui e ho trovato una nazione davvero molto bella con ancora tanto da fare e molte opportunità. Quali sono le differenze (in bene ed in male con l‟Italia)? Ahimè dell‟Italia non scordo la cultura che trasuda in ogni angolo, la storia e le molte possibilità di viaggiare in Europa, un poco mi mancano queste cose. Ma assolutamente non mi manca la cultura del “looking good” ossia del fare “bella figura”, forse questa è la grande differenza che vedo tra le

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due nazioni, in italia si tende a nascondere, all‟apparire a tutti i costi e ci si riduce a gusci vuoti. Qui mi sembra un modo di vivere più veri, forse più spartano ma senza troppi frivoli per la testa. Sono più veri, più sinceri. Cosa consiglieresti a chi sta pensando di emigrare in Nuova Zelanda? Leggere il sito della Immigrazione Kiwi, cercate ogni tipo di informazione attraverso google, controllate il sito dell‟Ambasciata (entrambe Italiana e Kiwi), camera di commercio bilaterale, siti di ricerca del personale, e siate pronti a fare dei sacrifici per i primi tempi, ne vale sicuramente la pena. Grazie Tomaso!

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Olanda
Indipendenti a 23 anni con un dottorato in Olanda
Laura Agazzi si è resa indipendente dalla famiglia a 23 anni grazie alla decisione di andare a conseguire un dottorato in Olanda. Perchè il salto da Pavia all‟Olanda? Per varie ragioni… Partiamo da lontano: a 16 anni ebbi l‟opportunità di andare negli Stati Uniti per un anno come exchange student grazie ad una borsa di studio Intercultura. Un anno all‟estero da sola e a quell‟età è un‟esperienza che fa maturare in fretta e che fa nascere la voglia di viaggiare per conoscere popoli e culture diverse; senza di essa non credo sarei qui oggi. Durante gli anni universitari sentivo in me la voglia di rifare l‟esperienza e tentare nuove avventure anche se questa volta però volevo fare la conoscenza del Nord Europa. Inoltre volevo rinfrescare il mio inglese, che si stava un po‟ arrugginendo. Decisi di non andare in Erasmus perché tutte le persone che conoscevo che ci erano andate finivano per perdere tempo, mentre io volevo laurearmi in fretta. Decisi quindi di rinviare la partenza al dopo-laurea. Qualche mese prima della discussione della tesi iniziai a dare un‟occhiata in giro. Desideravo fare ricerca a livello accademico, per cui il PhD (dottorato) era la scelta d‟obbligo. Pavia non offriva nulla che mi interessasse particolarmente, il che mi rese ancora più determinata ad andare

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all‟estero. Dopo qualche blanda ricerca, trovai una proposta interessante praticamente per puro caso… Una mia compagna di studi andò ad una conferenza dove incontrò un professore del gruppo dove lavoro attualmente, il quale era alla ricerca di potenziali dottorandi con determinati requisiti. Il profilo si adattava perfettamente a me, per cui provai ad inviare domanda e poco tempo dopo mi contattarono per invitarmi ad un colloquio (a loro spese)! Ottenuto il posto, partii una settimana dopo la laurea per l‟Università di Twente. Ci descrivi i passi pratici per seguire un percorso simile al tuo? Basta dar un‟occhiata a siti internet quali Find a PhD o le borse di studio Marie Curie. Oppure, se avete già adocchiato un gruppo o un‟Università che vi interessa, potete andare sul loro sito internet e vedere se vi sono offerte di lavoro. Se state per completare la tesi, potete anche chiedere al vostro relatore se è a conoscenza di colleghi/collaboratori all‟estero che sono alla ricerca di dottorandi. In tal caso, avete una “garanzia” sul luogo dove andrete a finire e rimane aperta la possibilità di eventualmente tornare in Italia dopo il dottorato. Come fai per la lingua? Il gruppo di ricerca dove lavoro molto internazionale, per cui si parla in inglese. Su dodici dottorandi solo tre sono olandesi, il resto viene da Cina, Vietnam, Sud Africa, India, Turchia, Finlandia e Italia. I corsi (specialmente quelli di laurea specialistica) sono tenuti in inglese. Inoltre la grande maggioranza degli olandesi parla inglese. Di conseguenza, imparare l‟olandese non è indispensabile, e la maggior parte dei dottorandi infatti non lo fa. Io ho deciso comunque di impararlo per poter comunicare con le persone con cui interagisco al di fuori dell‟Università. I corsi sono tenuti presso l‟Università e sono gratuiti per i dottorandi, quindi perché non approfittarne… Com‟è l‟ambiente universitario in Olanda?

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Il sistema universitario è un business vero e proprio, per cui i professori scrivono proposte di ricerca, ottengono i finanziamenti e i dottorandi portano avanti il lavoro di ricerca, che viene presentato poi in conferenze o articoli. L‟originalità e l‟interesse delle proposte di ricerca presentate, unite al successo (o meno) dei progetti passati determina l‟attribuzione di finanziamenti al gruppo e quindi la possibilità di comprare strumenti, assumere dottorandi o postdottorandi, eccetera. L‟andamento del proprio lavoro incide quindi sulla sopravvivenza del gruppo, per cui si lavora molto (notti e fine-settimana compresi) per far sì che le cose vadano per il meglio. In genere un gruppo è composto da un capo (il mio ha circa 45 anni), tre o quattro altri professori a capo di “sotto-gruppi”, alcuni tecnici, un numero variabile di dottorandi e post-dottorandi e una segretaria. Ogni “sotto-gruppo” ha una riunione una volta a settimana per discutere l‟andamento dei lavori, ma per quanto riguarda la propria attività il dottorando è lasciato a se stesso sin dall‟inizio, il che comporta l‟assunzione di molta responsabilità individuale e indipendenza, ma anche un discreto numero di errori e perdite di tempo. Comunque possiamo sempre contare sull‟aiuto dei tecnici e le porte del capo sono sempre aperte per una discussione… Altri compiti sono: tenere le esercitazioni per gli studenti di laurea triennale e specialistica, aiutare a preparare e correggere gli esami, seguire stagisti e laureandi e scrivere rapporti per il proprio progetto di ricerca. Due volte l‟anno poi bisogna presentare il proprio lavoro di fronte a tutto il gruppo e una volta l‟anno la presentazione è seguita da una discussione con il capo e i propri supervisori per discutere l‟andamento del progetto. Se la discussione ha esito positivo, otteniamo un aumento di stipendio! Questo lavoro comporta molto impegno e pressione, ma è ben remunerato e l‟Università ci “coccola” non poco. Tanto per fare qualche esempio possiamo usare la palestra, piscina ed usufruire di altre attività sportive gratuitamente, possiamo seguire corsi formativi e di lingua gratis, varie volte l‟anno

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vengono proposte le “settimane della salute” in cui è possibile farsi fare un check-up medico, provare nuove attività sportive, farsi massaggiare e riparare la bici… e la lista non finisce qui. Per quanto riguarda la vita degli studenti, immaginate un campus americano… L‟Università di Twente è l‟unica Università-campus dell‟Olanda, simile ad una cittadella con alloggi, supermercato, banca, palestra e campi sportivi vari, teatro…Gli studenti risiedono qui durante la settimana, ma tornano a casa dai genitori nei weekend. Gli studenti devono seguire un certo numero di corsi ogni trimestre ed ottenere un certo numero di crediti. Il voto di ogni esame viene determinato in base ai compiti a casa, esperienze di laboratorio e l‟esame scritto finale. È obbligatorio fare anche uno stage all‟estero per qualche mese (di solito sei mesi). Come in Italia, c‟è un lavoro di tesi prima della laurea. Data la presenza di un elevato numero di compagnie nella zona, un laureato trova facilmente lavoro entro breve tempo e gli stipendi sono piuttosto elevati. Altro che i mesi/anni di stage non pagato offerti ai neo-laureati in Italia! Puoi darci un‟idea (di massima) dell‟impegno finanziario che una permanenza all‟estero come la tua può comportare? In pratica solo il viaggio (che comunque viene rimborsato più avanti) e il primo mese d‟affitto! Il dottorato in Olanda è considerato a tutti gli effetti come un lavoro, e lo stipendio è uno dei più alti in Europa, per non parlare poi dei numerosi bonus… Ad esempio abbiamo un numero spropositato di giorni di ferie, che per ragioni pratiche nessuno riesce ad utilizzare. L‟Università ci offre allora la possibilità di re-investire le ferie non utilizzate ed ottenere un aumento di salario, o comprare una bicicletta (indispensabile in Olanda), o investire soldi nella pensione, eccetera… Esistono borse di studio? Come detto, il dottorato è un lavoro vero e proprio. Se siete studenti universitari e volete dare un‟occhiata in giro prima di decidere, c‟è la possibilità delle borse di studio Erasmus.

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Ci descrivi la città in cui vivi? Qui arriva il punto dolente… Il campus sta a metà strada (5 Km circa) tra le città di Enschede ed Hengelo. Entrambe le città non sono particolarmente interessanti, soprattutto a chi, come me, piace visitare musei e passeggiare per città d‟arte. Qui siamo nel mezzo di campi e boschi… e le città più interessanti dell‟Olanda (Amsterdam, Rotterdam, Den Haag, Utrecht) si trovano a circa 2 ore di treno da qui. Per i quattro anni del dottorato va bene così, ma dopo mi piacerebbe andare in qualche posto più interessante. Come ti ha cambiata l‟esperienza all‟estero? Sicuramente vivere all‟estero apre la mente, rende indipendenti e self-confident ma specialmente insegna ad essere flessibili e ad adattarsi. Ho imparato a mettere da parte paure e timidezze e a stringere relazioni velocemente. In più ho potuto rinfrescare il mio inglese e imparare una nuova lingua e tra un paio d‟anni avrò un titolo di studio (il PhD) che mi aprirà le porte della carriera universitaria o mi permetterà di accedere a ruoli altamente professionali e ben remunerati in aziende in tutto il mondo. Rimpianti o difficoltà? Ovviamente i primi tempi non sono facili. Si viene catapultati di punto in bianco in un paese straniero, senza famiglia ed amici, alle prese con un nuovo lavoro, una nuova città e la burocrazia olandese (che a volte compete con quella italiana!) Ci vuole tempo per adattarsi costruire una rete di amicizie. Altre piccole cose: a volte mi capita di svegliarmi con una gran voglia di pizza! Il cibo olandese non è particolarmente rinomato…Da gennaio ad aprile non si vede mai il sole e le temperature massime d‟estate superano raramente i 25 C. Mi mancano molto le montagne, il punto più alto in Olanda è una collina di 320 m condivisa con Belgio e Germania. Più seriamente, ho tre nipoti piccoli e rimpiango di non poter essere stata presente quando sono nati o di non

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poterli vedere crescere giorno per giorno. La tecnologia (e-mail, Skype) aiuta, ma non è la stessa cosa. Soddisfazioni? A parte le quelle legate al lavoro, direi che la soddisfazione personale più grande è di essere riuscita a rendermi indipendente dalla mia famiglia a 23 anni… e ciò sarebbe stato molto difficile o addirittura impossibile se fossi rimasta in Italia. Dopo una laurea in Fisica con 110 e lode, in Italia ho ricevuto solo un paio di offerte di stage non pagato in aziende che nulla avevo a che fare con la mia specializzazione. Avrei potuto fare il dottorato in Italia, ma stendiamo un velo pietoso… In più, vivo in un paese di mentalità aperta, molto civile, con un ottimo welfare e in cui la ricchezza viene efficacemente ridistribuita tra la popolazione. Qui non ci sono i “troppo ricchi” e i “troppo poveri” e si respira un‟aria di soddisfazione (anche se agli olandesi piace lamentarsi!) Grazie Laura ed in bocca al lupo!

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Dodici anni in Olanda, mi trovo bene, non torno in Italia
Marco Perniciaro è partito per l‟Olanda dodici anni fa. Non sta pensando di tornare perché ritiene che l‟Italia non offra lo stesso futuro per la sua famiglia. È giunto a questa conclusione perchè si ritiene in grado di fare un confronto più obiettivo tra l‟Italia e l‟estero vivendo in Olanda. Come trovasti il primo lavoro in Olanda, dodici anni fa? Io sono di Genova. Dopo la laurea ho cercato lavoro a Milano e Roma. L‟ho trovato a Milano… ma dopo poco più di 1 anno ho provato a vedere se c‟era una ditta che mi avrebbe spedito all‟estero. Avrebbe dovuto essere per soli 6 mesi, un‟esperienza e una possibilità di migliorare la lingua inglese. Invece sono ancora quì (e, per la cronaca, sono più di 12 anni!). Comunque alla fine hanno scelto loro il dove, a me interessava solo partire. Mi ritengo molto fortunato per la location! Che conoscenza dell‟olandese avevi? Nessuna… e, purtroppo, ancora adesso, la mia conoscenza è minima. Direi che questo è il mio personale punto nero. Tutti parlano un buon inglese, neppure paragonabile alla nostra bassa educazione scolastica. Qual è il tuo lavoro adesso per la Tom Tom? Difficile da formalizzare la posizione ma direi che può essere ben tradotta con: “Responsabile tecnico di produzione focalizzato alla qualità del prodotto”. Praticamente mi occupo che la qualità del software per una certa linea di produzione rispetti certi parametri.

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Dopo questi anni, ti consideri alla pari dei colleghi olandesi? Sì, anzi, questa sensazione l‟ho avuta quasi dall‟inizio, con piccole eccezioni ma non relativi al lavoro. Come dicevo già prima, la lingua è il mio grande punto debole ma come mentalità e comportamento mi sono ambientato al 100%. E noto che l‟apertura mentale LORO nei confronti degli stranieri è invidiabile. Hai gli stessi loro diritti (e si aspettano gli stessi doveri) e la pregiudizio è pressochè assente (eccezioni a parte!) Sul lavoro mi sono sempre trovato a mio agio… c‟è da dire, però, che ho sempre lavorato per società Americane o, comunque, multi etniche. Come è cambiato il mondo del lavoro in Olanda durante gli ultimi dieci anni? È cambiato parecchio. 10/12 anni fa non riuscivi neppure a mettere il tuo CV in rete che ricevevi 3/4 telefonate al giorno, pianificavi 2/3 colloqui a settimana e, alla fine, eri tu a scegliere. Adesso è diverso: molti richiedono la lingua olandese ad un buon livello e, comunque, vista la richiesta altissima, le ditte scelgono solo “la crema” quindi è difficile piazzarsi sul mercato sopra ad un livello base. La cosa positiva è che un lavoro lo trovi quasi sempre, a volte ti devi adattare o abbassare la richiesta economica… Quali professionalità sono ricercate? Sviluppatori ed IT in generale, cuochi, pizzaioli o similari, Finance o Accounting. Direi che ho coperto il 99% dei lavori delle mie conoscenze italiane all‟estero.

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Perché non sei tornato in Italia? Risposta breve: mi mancherebbe troppo l‟Olanda. Risposta più articolata: perché l‟Italia non mi potrebbe mai dare le stesse possibilità che mi ha dato l‟Olanda e tantomeno un futuro tranquillo, per me e la mia famiglia. È brutto dirlo ma l‟Italia è messa davvero male, con pochissime possibilità di recupero. Purtroppo ti rendi conto della situazione del tuo paese quando sei all‟estero perché le informazioni sono più obiettive. Ma soprattutto perché inizi a paragonare, cosa impossibile se rimani dentro lo stivale. Ma su questo ci sarebbe un‟intero libro da scrivere… Consigli per chi vuole seguire le tue orme in Olanda? In generale per chi ha voglia o desiderio di lasciare l‟Italia: farlo subito, farlo in fretta. L‟unica cosa richiesta è un grande spirito di adattamento e molta determinazione. Per il resto le cose prendono forma da sole… Quanti Italiani siete alla Tom Tom? Tanti, un‟ottantina se non di più! Una delle prime lingue parlate è l‟italiano in una compagnia multi etnica con oltre 60 nazionalità. E questo non aiuta il mio olandese… Grazie Marco e buon proseguimento in Olanda!

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Polonia
Vivere in Polonia per sette anni, la mia esperienza
Monica ha vissuto sette anni in Polonia e ci racconta la sua storia. Mi colpì il cielo. Ed è credibile la cosa, quando si passa dall‟inverno romano azzurro-verde (piogge torrenziali escluse e neve che fa capolino ogni quarto di secolo) a una pista fatta di bianco e grigio. Già l‟avvicinamento mi diceva che il passo più grande era stato fatto. Ero in Polonia, in quella megalopoli che per i suoi orgogliosi cittadini, guai a riderne, è Varsavia. Difatti mi sono presa, per quanto potessi, subito sul serio. Perché per me l‟importante era partire, o meglio fuggire a dirla tutta. Una laurea in tasca fresca di stretta di mano e lode, una sorta di cornucopia di progetti per il domani che si dipanavano quando il carrello dell‟aereo toccava terra. Mi chiedevo se il cappotto che portavo addosso sarebbe bastato a coprirmi e la suola delle scarpe mi avrebbe permesso di non scivolare. Perché è una delle prime cose che si fa, s‟impara a camminare. Ed è molto più che una metafora scritta. Rotto il ghiaccio, è il caso di dirlo. Da quel momento in poi il sottozero sarebbe stato la norma, ma anche primavere impazzite, come in un attacco di gioia in maggio, con la birra fresca da

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sorseggiare sul lungo Vistola e gli sternuti da antistaminico senza effetto. Così descriverei la mia storia varsaviana. Di tanti curricula inviati, l‟unico che non mi degnò di risposta scritta fu proprio l‟Istituto di Cultura della più grande città polacca. E pensare che in fondo non fu di cattivo auspicio, visto che gli altri contenevano solo dei no grandi come una casa. Portavo in dote solo la mia laurea in lettere e nessuna specializzazione o esperienza decennale alle spalle. Ma tant‟è. Però riesco a fissare un colloquio con la direzione di Italianistica, proprio con la vice preside della facoltà, in via Obozna. Superate le procedure iniziali dopo qualche tempo mi si comunica che il posto di lettorato è mio e posso cominciare con due gruppi, uno del IV e uno del II anno. È emozionante perché siamo quasi coetanei. È bello poter parlare col pretesto della didattica quasi di tutto, scegliere come a sorteggiarlo un articolo di giornale, soffermarsi sul lessico e parlare di tutto, anche di se, più o meno sotto mentite spoglie, fra i serio e il faceto. E non posso dire di sentirmi fuori casa. A parte la lingua….. difficilissima a cominciare dalla fonetica, all‟inizio mi costringe a un mutismo non sarà esagerato se lo chiamo totale. Questo durerà oltre un anno e non mi permetterà di interagire con la cittadinanza locale al di fuori degli studenti e dei colleghi. Solidarnosc e Woityla. La Polonia noi italiani la vediamo solo così ma è chiaramente molto di più e di difficile interpretazione, si arriva a captarne l‟anima solo dopo averla lasciata o dopo moltissimo tempo. E non senza fatica. Senza compromesso alcuno. C‟è orgoglio e identità nazionale, tradizione e innovazione.

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Mi ha subito colpito la voglia di nuovo, la curiosità e l‟interesse per il mondo che gli rotea attorno e gli invia tanti input che lei è in grado di traslare, assorbire e tradurre. L‟interesse per la lingua italiana è spiccato, nella maggior parte delle città polacche c‟è un dipartimento, una cattedra, una sezione di italianistica, con o senza Master. In base agli accordi intergovernativi i lettori del Ministero degli Affari Esteri italiano sono poi presenti in sette sedi universitarie sul territorio della Polonia. In due città, Varsavia e Cracovia, è anche attivo un Istituto Italiano di Cultura. Ed inizio a lavorare anche qui, all‟Istituto. Ora sono proprio fra gli italiani. Difficile dire quanti siano gli italiani in Polonia, soprattutto concentrati nel cuore pulsante del Paese, Varsavia. Noi italiani siamo bizzarri e in comunità ci muoviamo come in osmosi. Non siamo legati in maniera affine ad altre popolazioni all‟estero. Niente affatto, ciò che ci tiene insieme è una casualità fatta di particolari differenze nel cammino che ci conduce in quel posto determinato. E questo comune nodo è l‟unico aspetto che ci assimila, il resto è fatto di peculiarità biografica. Non sapevo che interagire con un‟altra cultura fosse così bello e così bello sarebbe stato mettere la mia esperienza in Polonia in uno scrigno da portare sempre con me, anche ora che sono tornata in Italia. È patrimonio inestimabile fatto di istantanee dell‟anima, ineludibili e incancellabili. È un Paese la Polonia che non conosciamo e ho sempre avuto idea che debba essere maggiormente promosso dagli enti del turismo e questo è anche un suo piccolo neo. A ben pensarci credo sia anche per la sottile ma palpabile gelosia che i polacchi provano per il loro Paese, di difficile comprensione per chi non c‟è stato mai.

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È la cultura mitteleuropea che si respira forte, la prepotente speranza di ricominciare a vivere con la ricostruzione di una città rasa al suolo come per azzerarla nel secondo conflitto bellico. Non dimenticherò mai la cultura del sociale, l‟attenzione a certa ritualità come l‟appuntamento a teatro o a un caffè, i valori come l‟amicizia e la famiglia, messi a dura prova da un rampantismo accettato e applicato quasi alla lettera dalle generazioni più giovani. Eppoi l‟educazione, il savoir-faire e la galanteria dei signori di mezza età, sempre pronti a cedere il passo a una donna e il rigore quasi teutonico coniugato al rispetto dell‟altro in ambiti più formali, pubblici e lavorativi. In Polonia ho imparato che non è necessario gridare per farsi ascoltare e tornando a casa, molto spesso, ho incontrato non poche difficoltà a farmi ascoltare seppur gridassi. I ragazzi e le ragazze polacchi sono pieni di vitalità e di voglia di conoscere, questa è un‟energia che raramente ho incontrato altrove, non di certo in Italia. Eppoi la natura, gli spazi e gli alberi nei boschi, i bisonti selvatici, il mare del Nord e i grandi velieri, la storia di Cracovia, le cicogne coi loro nidi sui comignoli, la zuppa di rape rosse e i monti Tatra, le aquile, le chiese rupestri, Pan Tadeusz e i pierogi ruskie (ravioli in pasta di farina ed acqua senza aggiunta di uova con ripieno di patate, formaggio bianco ed altri ingredienti) … potrei continuare per ore. Ho avuto dei bravissimi colleghi che mi hanno appoggiata nei momenti di difficoltà, dalla didattica alla gestione della nostalgia da distanza e devo dire che loro sono l‟aspetto che più mi maca di quella esperienza, anche se siamo rimasti in contatto. L‟unico fattore negativo, questo va detto per dovere etico prima ancora che di cronaca è il profilo contrattuale, con un contratto da rinnovare di anno in anno, ma purtroppo la condizione degli

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Istituti Italiani di Cultura si assesta su questa tendenza a istituzionalizzare il precariato attraverso varie forme, fra cui il perenne turn-over di stagisti nelle mansioni d‟ufficio. Viaggiare per lavoro e viverci per un po‟ in quel Paese che il destino o la scelta ci hanno assegnato è la migliore condizione di vita, con tutte le difficoltà del caso, a capitalizzare emozioni ed esperienze senza il timore che ti venga un giorno presentato il conto, anzi, umanamente è implementazione di sé ed evoluzione a rilascio costante. Per farla breve, un biglietto di sola andata e bagaglio leggero… Grazie Monica!

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Portogallo
A Madeira con il WWOOF
Silvia e Luca sono arrivati a Madeira per iniziare un periodo di volontariato attraverso WWOOF. Raccontano la loro avventura sul blog Lo Specchio di Faial. Ci raccontate il vostro passato in Italia? Siamo due ragazzi di 27 anni, fino ad un mese e mezzo fa vivevamo con le rispettive famiglie nella provincia di Modena. Luca si è laureato da poco in giurisprudenza all‟università di Bologna, mentre Silvia, dopo aver concluso gli studi in comunicazione, lavorava con contratto a progetto presso un ente di formazione. La passione per il viaggio e le esperienze di studio all‟estero ci hanno da sempre reso curiosi e con il desiderio di inseguire ciò che sta oltre la realtà delle nostre radici. Perché l‟estero e perché Madeira? In vista della laurea e della scadenza di un contratto che non sarebbe stato rinnovato, dovevamo decidere se ricominciare da zero in Italia oppure tentare la fuga all‟estero.

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Abbiamo scelto di partire, con spirito di avventura, senza pretese di comodità e stabilità, ma anche con l‟obiettivo di realizzare un sogno condiviso: fare del viaggio un lavoro e uno stile di vita, scrivendo, fotografando, raccontando. La scelta è ricaduta su quest‟isola in mezzo all‟Oceano, per il suo fascino, la natura dirompente, e la mancanza, che noi vorremmo colmare, di informazioni recenti fruibili dal viaggiatore italiano. A questo proposito, e nell‟attesa di cominciare un‟attività di volontariato a partire da metà gennaio, abbiamo aperto un blog che si propone di evolvere i contenuti del viaggio, mitigando la freddezza delle guide turistiche e offrendo al lettore un ventaglio di emozioni, immagini e situazioni, in aggiunta a dettagli e curiosità utili per chi decide di approcciare Madeira anche solo per una vacanza. Che progetto di volontariato vi state preparando a fare? Come l‟avete trovato? In cambio di vitto e alloggio aiuteremo la famiglia austriaca che ha fondato il Jardim Orquidea di Funchal, la capitale di Madeira, nell‟ambito di un progetto che prende il nome di WWOOF (World Wide Opportunities on Organic Farms). Ne eravamo venuti a conoscenza tramite amici, e ci è sembrato da subito un buon modo per non partire allo sbaraglio verso una destinazione poco comune e non facile, come riscontrato dalle ricerche su internet. Tramite il sito www.wwoof.org si accede al portale che contiene, nazione per nazione, la descrizione dei progetti disponibili. Pagata una quota associativa annuale, che per il Portogallo è di 15 euro, sono resi visibili i contatti di coloro che cercano woofers. Il fatto che gli accordi siano

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presi direttamente con il privato, senza quindi passare attraverso i filtri e le selezioni di un ente istituzionale, rende il WWOOF di più facile accesso rispetto ad altre occasioni di mobilità europea, per le quali invano abbiamo tentato di fare richiesta. Qual è la vostra conoscenza del portoghese? Siamo partiti senza conoscere una parola di portoghese. Dopo un mese e mezzo, e senza troppe occasioni per relazionarci migliorando la lingua, riusciamo ad esprimere i concetti più semplici. Tuttavia facciamo fatica a capire quando si rivolgono a noi senza rallentare la parlata, anche perché il portoghese madeirense è più dialettale e meno comprensibile di quello continentale. Nonostante l‟impegno su libri e vocabolari, il suono e la pronuncia diversi dallo scritto risultano ancora difficili da riprodurre. Come avete trovato casa e quanto costa? Avevamo prenotato dall‟ Italia tre notti in albergo, così da avere qualche giorno per cercare una sistemazione. Essere arrivati qui con la nostra macchina ci ha permesso di muoverci senza vincoli, e per questo siamo riusciti ad evitare le zone più care dove stabilirsi. Ci serviva un‟abitazione per due mesi e mezzo, ma a dire la verità l‟offerta di immobili da locare a turisti o a per breve tempo risulta molto scarsa a fronte della ricettività alberghiera. Abbiamo deciso di non rivolgerci ad un‟agenzia, poiché le uniche proposte che venivano incontro alle nostre possibilità erano troppo distanti dall‟area più vitale dell‟isola.

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Raccolto quindi un piccolo elenco di numeri telefonici dai cartelli “aluga-se”, preparato uno schema di conversazione in portoghese, siamo riusciti a prendere un solo appuntamento, e visitare così la nostra futura casa. Paghiamo 400 euro al mese, comprese le spese di luce e acqua, per un appartamento di 50 mq circa a 25 chilometri da Funchal. Si riesce a trovare qualcosa a meno, spesso però l‟affitto avviene esclusivamente tramite conoscenze, non essendo presente alcuna segnalazione. Molte di più, invece, sono le possibilità per chi ha intenzione di acquistare o ristrutturare. Com‟è la situazione lavorativa a Madeira? La consigliereste come destinazione per l‟espatrio? Se si viene a Madeira con l‟intenzione di aprire un‟attività o anche solo per cercare un lavoro occasionale, assolutamente no. La situazione è cambiata rispetto a dieci anni fa, quando la burocrazia e i permettevano di investire facilmente nell‟impresa. Il tasso di disoccupazione è mansioni più umili sono già tutte giustamente affidate agli isolani che cercano di divario sociale è netto, e ciò risulta tanto più evidente dalla presenza di veri appena sopra la cornice di charme e lusso che caratterizza la città di Funchal. vantaggi fiscali molto alto e le sopravvivere. Il e propri ghetti,

Al contrario, è una destinazione meravigliosa se si ha la possibilità di intraprendere un‟esperienza come quella che ci prepariamo a fare. Nell‟ovest dell‟isola, poi, risiede una piccola comunità di artisti stranieri, tra cui pittori, scrittori, scultori.

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Il costo sicuramente meno elevato della vita e il clima primaverile nell‟arco di tutte le stagioni potrebbero invogliare chi ha un‟attività ben avviata a trasferirsi qui, anche solo per parte dell‟anno. In definitiva, crearsi o approfittare di opportunità retribuite legate al territorio risulta molto complicato, soprattutto senza avere contatti e conoscere la lingua, ma naturalmente questo è valido per chi, come noi, si trova nella condizione di avere poche risorse a disposizione, umane e materiali. Grazie Silvia e Luca ed in bocca al lupo!

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Repubblica Ceca
La giusta esperienza in Italia è apprezzata in Repubblica Ceca
Massimiliano Orefice ha utilizzato la sua variegata esperienza decennale di lavoro in Italia per trovare lavoro presso la IBM Global Services nella Repubblica Ceca. Ci descrivi il tuo passato accademico in Italia? Ho avuto una breve esperienza accademica in Italia, 2 anni in totale di università (dopo avere conseguito il diploma di ragioneria): Scienze della Comunicazione alla Sapienza di Roma per un anno e mezzo e poi 6 mesi all‟università di Teramo, ma ho lasciato poiché avevo bisogno di lavorare e guadagnare, ma se avessi potuto avrei sicuramente continuato e mi sarei laureato. Hai lavorato poi per alcuni anni in Italia, che esperienza hai maturato? In Italia ho lavorato per quasi 10 anni, principalmente nel settore informatico come Web Developer, e prima di partire avevo anche una ditta individuale. Ho lavorato poi anche in altri settori come: promoter, area manager, technical trainer, operatore call center, e tanti altri, diciamo che mi sono sempre dato da fare anche perché dovendo pagare un affito non potevo permettermi di poter stare senza lavoro

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Da cosa é nata l‟idea di andare all‟estero? È un idea che ho sempre avuto sin da quando avevo terminato il liceo, e a dire il vero una opportunità c‟è stata a quei tempi, in Irlanda come Help Desk informatico, ma motivi familiari mi hanno fatto rimandare la partenza. Quale è stato il percorso di assunzione presso la IBM Global Services dove lavori adesso? A dire il vero inizialmente non avevo preferenze di Paese o di Azienda. Mi sono concentrato sulle aziende informatiche che cercavano personale che parlasse italiano per le proprie sedi estere. Per questo ho iniziato a mandare il mio CV tramite la sezione Careers delle più grandi multinazionali del settore, idem per IBM. Tramite il suo sito ufficiale ho fatto una application online per diverse posizioni per le quali ritenevo di avere gli skills richiesti. Dopo meno di 15 giorni ho ricevuto una richiesta di colloquio via email, nella quale per mia sorpresa già veniva menzionato nel dettaglio il lavoro e lo stipendio offerto. Dopo il colloquio telefonico, sono seguite diverse email più che altro relative a questioni organizzative tra me e il mio futuro manager e da Ottobre 2010 sono qui. In cosa consiste il tuo lavoro? Lavoro nel team che si occupa del monitoring dei server dei clienti italiani, il lavoro si sviluppa su tre turni (mattina, pomeriggio, sera) e 2 weekend al mese. In questo modo ho diversi giorni liberi e uno stipendio leggermente maggiore alla media.

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Riesci a fare un confronto tra il tuo tenore di vita in Italia e in Repubblica Ceca? Il mio tenore di vita è nettamente migliore qui in Repubblica Ceca che in italia, con uno stipendio che in Italia mi sarebbe bastato a malapena per pagare affitto e spese, qui riesco a vivere bene invece, poiché il potere di acquisto è ancora vantaggioso e mi posso permettere ad esempio di poter andare a cena fuori senza dovermi fare i conti in tasca, cosi come facevo in Italia, ma gli esempi che potrei fare sono tantissimi altri. Quale conoscenza delle lingue hai? Inglese, che comunque è necessario per poter lavorare in ambienti multietnici come quello dove mi trovo. Una base di spagnolo e, dopo un anno circa, inizio a comprendere e a intrattenere anche brevi conversazioni in Ceco, anche se la strada è ancora lunga visto che la lingua è abbastanza ostica per noi latini. Hai dei siti web da consigliare a chi sogna la Repubblica Ceca? Certo, sono: itjobs.cz, monster.cz i due più grandi che mi vengono in mente. Oppure direttamente nel sito delle aziende alla voce careers, cosi come ho fatto io, so anche che alcune agenzie mettono gli annunci anche in portali italiani come infojobs.it Oppure per chi è realmente interessato, può contattarmi su Linkedin, e potrò metterli in contatto con alcuni recruiter che ho avuto modo di conoscere e che sono sempre in cerca di varie figure non solo nel settore informatico, visto che la Repubblica Ceca, almeno da questo punto di vista è in discreta espansione.

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Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Se davvero si vuole cambiare paese basta essere convinti e avere la volontà di volerlo fare, il resto vien da sè. Grazie Massimiliano e buona permanenza!

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Come è cambiata Praga in 12 anni
Achille Bucci si è trasferito a Praga 12 anni fa e ci descrive come sia cambiata la città e cosa può offrire agli Italiani interessati a fare una esperienza di vita nella capitale ceca. Cosa ti ha portato a Praga? Mi ha portato a Praga… Praga. La voglia di provare a vivere in una città bellissima, vivibile, viva ma anche non caotica. E la speranza di unire l‟utile al dillettevole, cioè sfruttare opportunità di lavoro migliori rispetto all‟Italia, vista l‟economia in sviluppo, imparando la lingua per tempo. Come è cambiata Praga in 12 anni?

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Difficile dirlo, vivendoci e vedendo i cambiamenti gradualmente. I maggiori cambiamenti sono avvenuti prima, negli anni novanta. A molti filopraghesi di lunga data dispiace la commercializzazione della città ma non mi sembra così drammatica. Basta non frequentare il paio di strade dell‟itinerario turistico d‟obbligo, piene di negozi di souvenir, uffici cambio e ristoranti poco raccomandabili. Basta girare l‟angolo e si possono trovare angoli ancora pieni di fascino. Mi sembra Praga incarni un accettabile compromesso tra la comodità dei servizi ahimé necessari (negozi, centri commerciali, servizi per turisti, ecc.) e comunque un suo fascino mantenuto, nei limiti del possibile. Quanto è importante la conoscenza della lingua ceca per il lavoro e per la vita di tutti i giorni? Ci sono tantissimi stranieri che vivono a Praga anche da diversi anni che non conoscono la lingua ceca. Negli ultimi anni si verifica un fenomeno particolare, gli emigrati italiani sono sempre meno „pragofili‟, cioè persone che hanno scelto di vivere a Praga per amore della città o per amore di una praghese. Sempre di più i nuovi emigrati italiani sono „economici‟ o „multinazionali‟. Molte aziende multinazionali, ad esempio la DHL, la Exxon, la Microsoft o Accenture, hanno localizzato a Praga i loro centri europei, attirando lavoratori da tutti i paesi che sono serviti dai loro uffici di Praga. Pertanto sì, è possibile vivere e lavorare a Praga senza conoscere la lingua ceca. Da sottolineare però che la cerchia dei potenziali datori di lavoro si restringe a queste multinazionali. E inoltre vivere in un paese senza conoscere la lingua significa viverlo a metà. Comunque gli Italiani con una buona conoscenza della lingua ceca non arrivano a venti persone a mia stima.

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Quali sono gli stereotipi su Praga che gli Italiani si devono dimenticare? Economica. La vita costa ancora meno rispetto all‟Italia ma le differenze si stanno riducendo al minimo. Per quanto riguarda l‟abbigliamento, la scelta è minore, i prezzi più alti dato che gli sconti non superano mai il 30%. I costi degli immobili sono inferiori a Milano o Roma ma più elevati della provincia italiana. Resiste la birra, che costa ancora meno di un euro…. Avventure facili. Sono passati gli anni novanta o addirittura prima, quando solo essere Italiano era motivo di interesse da parte del gentil sesso. Cinque motivi per emigrare a Praga?
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È vicina. Ben collegata. Potete volare in Italia per il fine settimana. Vi sembra poco? È tranquilla ma con una buona vita notturna. Potete vendere l‟auto. I mezzi pubblici di Praga sono strepitosi. Il 78% dei praghesi va al lavoro con i mezzi pubblici. Nelle ore di punta l‟intervallo della metro è di 3 minuti… anche di notte tornate tranquilli in tram notturno senza taxi….vi basta? È tollerante. Non sarete mai giudicati per come vi vestite, per la vostra orientazione sessuale, per le vostre idee, ecc. ecc. Se siete lavoratori dipendenti, qui si lavora meno. Il lunedì e il venerdì la maggior parte dei lavoratori fa solo presenza.

Cinque motivi per NON emigrare a Praga?

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Il banco della verdura al supermercato. Le cose stanno migliorando ma incute ancora tristezza…. Se siete datori di lavoro, qui si lavora meno. Farete fatica a far lavorare i vostri dipendenti a ritmi da azienda privata italiana. Il clima. Non piove tanto ma d‟estate due gocce ci scappano quasi tutti i giorni. La lingua. È difficile e se non la imparerete, sarete sempre degli expatriace e mai integrati. La pensione. Il sistema prevede un tetto a 500 euro al mese, qualunque sia la vostra retribuzione. Dovete risparmiare per la pensione….

Grazie Achille e buon proseguimento a Praga!

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Russia
Studiare musica a San Pietroburgo
Marco è un musicista italiano che si è trasferito a San Pietroburgo già da un anno per studiare pianoforte al conservatorio. Oggi racconta la sua esperienza ai lettori di Italiansinfuga. Intervista di Michael Gagliano. Ciao Marco e grazie della disponibilità a condividere la tua esperienza. Innanzitutto, che cosa ti ha spinto a lasciare l‟Italia? Terminando il conservatorio di musica mi spinse la voglia di avere una visione più ampia del mondo, formarmi una mentalità più aperta e riguardo ai miei studi la conoscenza della famosa scuola pianistica russa. Inoltre il parlare più lingue e conoscere altri musicisti di varia nazionalità. Inoltre in questo periodo storico il governo italiano ha tagliato metà finanziamenti per l‟arte e in generale non si vedono buone prospettive di lavoro per i giovani in Italia e purtroppo non solo nel campo musicale. Parliamo della tua meta: la Russia. In generale ho notato che la maggior parte degli emigranti predilige paesi anglosassoni, come mai questa scelta? E dopo un anno di esperienza all‟estero, pensi di tornare in Italia una volta conclusi gli studi?

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La Russia perchè i conservatori di San Pietroburgo e Mosca sono tra i più prestigiosi al mondo, la qualità dell‟insegnamento è eccellente e in queste realtà cosi grosse si possono assistere a concerti e concorsi musicali al massimo livello. Al momento credo continuerò i miei studi in Danimarca o Olanda per motivi economici e di qualità della vita. Purtroppo in Russia anche se la qualità dell insegnamento è ottima non è permesso agli studenti lavorare e le borse di studio dall‟Italia sono un bel ricordo. Comunque per gli studi musicali il paese Italia non ha mai aiutato molto, mentre vedo che molti altri studenti di altre nazionalità si avvalgono di buone borse di studio o comunque vengono aiutati dal proprio paese di origine, in particolare ora la Cina fa da padrone, tutti gli studenti cinesi sono completamente spesati. Ci parli della qualità dell‟insegnamento? Hai dovuto affrontare grosse difficoltà per quel che concerne la lingua? In Russia nei conservatori viene premiata la meritocrazia e gli insegnanti sono musicisti di eccellenza che dedicano tutta la loro vita all‟arte. In gran parte il personale docente è composto dalla vecchia scuola russa, i compensi sono molto bassi in confronto agli insegnanti dei conservatori italiani ma vedo che questi insegnanti ci mettono tutta la dedizione, la serietà e l‟amore possibile per insegnare a suonare. In Italia molti insegnanti lavorano poco e a volte male, negli anni ‟80 sono entrati nei conservatori molti insegnanti non qualificati e incompetenti, dopo è sempre facile dire che l‟allievo non è portato per la musica o non si applica.

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Per quanto riguarda la lingua sto imparando pian piano il russo, ma per chi volesse affrontare un lungo percorso di studi (6 anni) cè un corso apposito che prevede l‟insegnamento della lingua russa in breve tempo, certo bisogna studiare. Fortunatamente il mio professore parla abbastanza bene l‟Inglese e il Francese, ma è uno dei pochi… Com‟è cambiata la tua vita da quando ti trovi a San Pietroburgo? Io ho vengo da un paesino di pochi abitanti in Veneto, per cui per me arrivare in una città come San Pietroburgo che fa 4,5 milioni di abitanti è stato un bel cambio di vita. Qui ho trovato proprio quello che cercavo, musicisti di svariate nazionalità, alcuni già musicisti di eccellenza che suonano in tutto il mondo. Poi qui a San Pietroburgo le attività culturali e i musei sono tantissimi. Non so quanti concerti ci siano in un solo giorno, ma sono veramente tanti ed io essendo studente molte volte posso accedervi gratutitamente, lo stesso vale per i musei e mostre. La cosa che più mi ha colpito è l‟interesse degli altri musicisti per il mio paese, la culla della musica classica e del canto lirico e il primato del patrimonio artistico. Peccato che invece di investire nella cultura e nell‟arte l‟Italia sembra tolga gli investimenti e lasci le opere d‟arte dei musei negli scantinati. Paesi come Cina, Brasile, Germania, USA, Canada con la musica e l‟arte creano reddito ed economia, in Italia è vista come un cosa inutile o marginale. Parliamo invece della parte burocratica: la Russia non fa parte dell‟ Unione Europea, hai quindi dovuto richiedere un visto? Se sì, ci puoi descrivere sinteticamente la procedura che hai dovuto affrontare? Si, la parte burocratica è la più difficile. All‟inizio bisogna richiedere un invito a entrare nel paese, questo richiede un mese circa e bisogna pagare un corriere internazionale per farselo recapitare. Poi ho dovuto fare una sfilza di esami medici: vaccinazioni, raggi x., esame AIDS. Poi copia del

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diploma di piano e passaporto. Il tutto deve essere tradotto in Russo e attestato da un notaio. Fortunatamente sono riuscito a evitare la traduzione in russo e a ad evitare il notaio aiutandomi con parenti e amici. Quando mi han chiesto 13 fotografie senza sorridere (3 in bianco e nero), di compilare alcune carte in stampatello maiuscolo con penna biro nera e senza nessuna sbavatura, una serie di 15 punti da seguire su come compilare queste carte e chiamando il consolato ricevevo risposte frettolose in russo o un italiano non comprensibile volevo lasciar perdere tutto, ma alla fine ho perseverato. Mi sono recato al consolato di Milano 2 volte per la richiesta e il ritiro del visto. In tutto mi ci sono voluti circa 3 mesi ed anche ora che sono qui perdo intere mezze giornate solo per compilare le carte richieste dalla terribile burocrazia Russa. E per quanto riguarda il costo della vita? Il costo della vita a parte i trasporti (il metro sono 60 centesimi, l‟autobus 50), i vestiti e alcuni manufatti specifici (un pianoforte lo paghi solo 200 euro addirittura) è più o meno come in Italia. Il fatto è che il salario russo non è alla pari del costo della vita e finito il comunismo qui ora si ha un capitalismo sfrenato, per cui si possono vedere nelle strade limousine e masse di poveracci che tirano a campare. L‟alcolismo è ancora molto diffuso e nel week end si vede per le strade gente che cade per terra o vomita in giro. Consiglieresti la Russia ad altri ragazzi che vogliono lasciare l‟Italia? Quali pensi che siano le caratteristiche indispensabili per affrontare un‟esperienza del genere? Per quanto riguarda gli studi musicali certamente la consiglio. Anche le università non scherzano, non esistono gli studenti fuori corso, se non passi gli esami sei espulso dall‟università entro breve.

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In generale i russi sono gente che ha una cultura solida e di eccellenza in più campi e hanno una disciplina molto rigida che permette solo a chi studia seriamente e con dedizione di avanzare. Se invece qualcuno volesse lavorare e vivere in Russia è un altro paio di maniche. La gente qui prende dei salari miseri (parliamo anche di credo neanche 2 euro all ora per certi lavori), gli ospedali russi pubblici sono da evitare e l‟inquinamento in certi quartieri è parecchio. Poi il cibo ha una qualità bassa e l‟acqua è sconsigliato berla dal rubinetto, a meno che non si abbiano filtri speciali. Per contro però se si riesce ad avere un lavoro di prestigio e uno stipendio molto alto qui si trova tutto ciò che occorre per vivere bene dall‟assistenza sanitaria ai prodotti italiani di prima qualità. Altra cosa da non traslasciare è il fattore climatico, a Febbraio per qualche giorno le temperature sono attorno ai -30° e si ha neve per 5 mesi, strade gelate e vento dal mar Baltico. Igiene, sicurezza stradale e tutela dell ambiente sono ancora molto indietro. In generale per venire qui a San Pietroburgo bisogna avere un bel pò di spirito di adattamento, anche nei confronti dei rapporti con i Russi, inizialmente possono sembrare molto freddi e brutali, ma niente paura, bisogna solo cercare di conoscerli e entrarci in confidenza. Grazie ancora Marco, e in bocca al lupo per i tuoi studi!

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Scozia
Un anno di ricerca prima di partire per Edimburgo
Gloria Fuson si è trasferita a Edimburgo con il fidanzato dopo un anno di ricerca. Ognuno di noi ha diverse propensioni al rischio e bisogno di conoscere i dettagli prima di tentare l‟avventura all‟estero. Gloria ci fornisce un esempio di come la lunga e metodica preparazione prima di partire abbia consentito loro di ottimizzare le probabilità di successo. Lascio la parola a Gloria. Premetto che ho sempre voluto partire, provare a vivere all‟estero, e questo desiderio nasce sia dalla passione per le lingue straniere che dalla ben più grande passione per la danza. Fin da piccola ho studiato quest‟ultima arte e crescendo mi sono resa conto che l‟Italia non è un Paese che offre molte possibilità in questo campo. Da qui la scelta di studiare all‟Istituto Turistico (che mi ha dato la possibilità di vivere un periodo di studio negli Stati Uniti), e poi la scelta di tentare la carriera nella danza entrando, dopo il superamento di un‟audizione, all‟accademia di Ravenna.

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Nel frattempo l‟amore mi ha trattenuto in Italia e così per due anni ho insegnato danza a Venezia, continuando a perfezionarmi in Italia e all‟estero (e a studiare l‟inglese). Finalmente nell‟ottobre 2010 il mio fidanzato termina gli esami all‟università e così decidiamo di partire subito dopo la sua laurea. Inizia così un periodo fatto di ricerche e preparativi, meta: Edimburgo. La scelta è ricaduta su questa città perchè il primo passo è migliorare l‟inglese, per cui il Regno Unito era la scelta più ovvia. Londra non ci è mai piaciuta come città in cui vivere, nonostante offra ovviamente molte possibilità sia nel mio campo che quello del mio fidanzato (arti visive). Così, la Scozia. Dopo alcuni mesi di ricerche vengo a sapere che alcuni parenti di un mio amico stanno aprendo un ristorante proprio ad Edimburgo: ho iniziato a mettermi in contatto con loro, ci siamo scambiati molte e-mail per 5 mesi, e decidono di darci una possibilità. Partiamo il 14 giugno 2011, il giorno successivo siamo in prova al ristorante, e poi contratto a tempo indeterminato. Grazie a questo riusciamo facilmente a trovare un appartamento. Le prime due settimane sono state molto dure, ospiti in case di ragazzi, cambiare posto ogni giorno con tutti i nostri bagagli – che erano parecchi essendoci trasferiti! Siamo stati anche fortunati. Ora stiamo continuando a lavorare li mentre miglioriamo il nostro inglese, io sto per concludere un corso semestrale presso la Dance Base, una delle migliori scuole di questa città, e ho già progetti

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a partire da gennaio; inoltre ho consegnato decine di CV e finalmente dopo quasi 6 mesi stanno cominciando a chiamarmi per alcune supplenze in varie scuole di danza. Fortunatamente sono partita molto preparata su praticamente quasi tutto, dagli stipendi medi, ai prezzi medi delle bollette, all‟iter da seguire per iscriversi al N.I.N. ecc. Ma per quasi un anno non ho fatto altro che stare davanti al computer a cercare info, mandare e-mail, cercare offerte di lavoro, consigli per come vivere in questa città ecc. Quindi non c‟è nulla che avrei voluto sapere prima di partire. Nel complesso sono molto felice; non so se rimarremo qui a lungo, l‟idea è di spostarci in base alle offerte di lavoro, ad ogni modo è una città a misura d‟uomo, si vive davvero bene e il costo della vita è davvero basso! Grazie Gloria ed in bocca al lupo per il futuro!

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Fare il Game Tester a Glasgow
Stanco della mancanza di opportunità lavorative in Italia, Carlo Cattaneo si è trasferito a Glasgow dove fa il Game Tester per un‟azienda che produce videogiochi. Cosa hai studiato in Italia? Mi sono laureato in Informatica nel 2008 presso l‟Università degli Studi del Piemonte Orientale “A. Avogadro” di Alessandria. Quali opportunità di lavoro sei riuscito trovare in Italia? Inizialmente ho lavorato in una ditta che fornisce assistenza tecnica in ambito informatico, ma in seguito ho continuato con lavori molto sporadici che non mi permettevano di avere un reddito continuo. Cosa ti ha spinto a considerare l‟estero come una soluzione? Principalmente la mancanza di occupazione in Italia, ma anche le decine di interviste lette su Italiansinfuga hanno contribuito alla scelta. Leggere storie di tante persone che hanno trovato un ambiente degnamente pagato e meritocratico mi ha sempre messo la pulce nell‟orecchio, così io e la mia ragazza abbiamo deciso di fare un‟esperienza all‟estero.

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Come ti sei mosso per fare il salto verso l‟estero? All‟inizio semplicemente inviavamo i curriculum alle offerte che più ci allettavano aspettando quella che ci avrebbe offerto un contratto almeno mensile. L‟idea di fondo era quella di muoversi dove uno dei due avesse trovato lavoro, giusto per non partire senza niente. Successivamente però, visto che le offerte tardavano ad arrivare, abbiamo preso la decisione di trasferirci a Londra, un po‟ per le tante occasioni che può offrire, un po‟ per la lingua. Destino vuole che un paio di settimane prima della partenza, la stessa azienda per cui lavoro ora offre un lavoro a tempo indeterminato alla mia ragazza. Tutto da rifare dunque, si va a Glasgow dove, dopo un mese, l‟offerta arriva anche per me. Come hai trovato l‟opportunità di lavoro come Game Tester offerta da e4e Interactive? Dapprima su Gumtree (dove ha risposto la mia ragazza) e in seguito sul sito aziendale (dove ho risposto io). Dopo un mese esatto dalla sua assunzione (durante il quale ho avuto tutto il tempo di trovare casa), arriva il colloquio anche per me, ma questa volta con un contratto a chiamata che si è trasformato in un contratto mensile dopo 5 mesi. Ci descrivi il processo di selezione? È stato un processo lampo, il venerdì ho fatto il colloquio e il lunedì seguente ho cominciato. La selezione prevede un colloquio con la responsabile delle risorse umane in cui vengono fatte tutte

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le domande di rito e al termine delle quali si affronta un test linguistico per verificare la conoscenza della lingua per la quale ci si candida. Quali sono le tue mansioni? Le mie mansioni principali sono quelle di giocare a titoli non ancora rilasciati sul mercato e di controllarne la lingua al fine di trovare tutti quegli errori che inevitabilmente si creano in fase di traduzione non sapendo in che contesto finiranno i testi. Inoltre si controlla anche la formattazione, che non vada a sovrapporsi o a scomparire dietro ad altri elementi della schermata. Attualmente sono stato promosso a Project Second, quindi oltre al lavoro di tester faccio anche le veci del Team Leader nel mio progetto visto che lui, dovendo gestirne diversi, non riesce a rapportarsi con tutti i tester. Che conoscenze tecniche bisogna avere per fare il Game Tester? Non ci sono conoscenze specifiche se non quelle di conoscere una lingua a livello di madrelingua, visto che ad un tester non viene chiesto di tradurre ma di localizzare, ovvero assicurarsi che il testo sia linguisticamente corretto e che rispecchi anche i modi di dire e lo slang di una data cultura. Avere conoscenze informatiche può aiutare visto che tutto il lavoro viene fatto su PC, ma soprattutto può essere utile per un avanzamento di carriera nel settore gaming.

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Cosa consiglieresti a chi vuole seguire le tue orme? Se entrare nell‟industria dei video giochi è quello che volete fare, il Game Tester è il primo passo, provateci! Potreste anche valutarlo come lavoro estivo all‟estero, ho conosciuto un sacco di studenti universitari che lo fanno per guadagnare qualche soldo in più ed è proprio il periodo in cui c‟è più bisogno. Nell‟ambito gaming poi gli ambienti sono sempre molto rilassati, non richiedono un abbigliamento formale, ci sono un sacco di giovani e si è sempre pronti a scherzare. Grazie Carlo e buon proseguimento!

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Spagna
Cosa insegna l‟esperienza Erasmus in Spagna
Sabrina Trulli ha fatto l‟Erasmus in Spagna per migliorare la propria conoscenza dello Spagnolo e ci racconta la sua esperienza. Ci descrivi la tua esperienza studentesca prima dell‟Erasmus in Spagna? Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, fin da piccola, fin dalle elementari. Arrivato il momento di scegliere l‟istituto superiore ho seguito la mia passione per le lingue e mi iscrissi al Liceo Linguistico Niccolò Machiavelli di Roma (l‟ex istituto Oriani). La mia passione per l‟inglese era infinita, adoravo quella lingua e “sognavo l‟America”. Ebbi la fortuna di avere un‟ottima insegnante di inglese, la Professoressa Marina Tornaghi che, all‟età di 15 anni, ci diede l‟opportunità di fare uno scambio culturale in Olanda per praticare e acquisire bene la lingua inglese. Perché l‟Olanda e non l‟Inghilterra?

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Noi ragazzi saremmo voluti andare in Inghilterra: ci “ispirava” di più, era il luogo dove si parlava il “vero” inglese, quell‟inglese che tanto ci piaceva e che probabilmente aveva inciso sulla scelta del liceo. Purtroppo però, la professoressa ci informò che con l‟Inghilterra uno scambio culturale a tutti gli effetti non sarebbe stato possibile, in quanto gli inglesi erano disposti ad accoglierci in famiglia, ma non erano altrettanto disposti a venire accolti da noi, nelle nostre case… Quindi si optò per i Paesi Bassi: in Olanda tantissime persone parlano inglese, e lo parlano benissimo; gli studenti hanno un livello di inglese molto superiore al nostro, un po‟ perché l‟olandese è una delle lingue del ceppo germanico, come l‟inglese, quindi la vicinanza linguistica spesso aiuta, e un po‟ perché lì in Olanda non traducono tutto: molti cartoni animati e film hanno solo i sottotitoli in olandese, quindi un bambino se fin dai primi mesi di vita viene “costretto” quantomeno ad orecchiare i suoni dell‟inglese, in età scolare farà meno fatica nell‟acquisizione di questa lingua anche perché avrà ormai appreso, inoltre, un discreto numero di parole grazie ai cartoni. 15 giorni in Olanda ospitati in famiglie e altri 15 giorni ospitammo noi gli studenti olandesi. Esperienza incredibile e un mese di full immersion nell‟inglese… non male, eh?! Passa qualche anno e, come succede spesso, a quell‟età le cose cambiano, cambiano i gusti e gli interessi. Il mio spasmodico interesse per l‟inglese lasciava il posto a quello per lo spagnolo, lingua che se non fosse stato per uno strano gioco del destino, non avrei neanche iniziato a studiare.

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Arrivò la maturità, e il momento di scegliere il corso di laurea. Ovviamente, rimasi fedele alla mia passione per le lingue e mi iscrissi a Lingue e Comunicazione Internazionale, curriculum Lingue e Linguistica all‟Università RomaTre. Prima però, avrei dovuto superare una prova di ingresso in lingua straniera e cultura generale. Potevo scegliere la lingua del test, e nel caso l‟avessi superato, quella sarebbe diventata la mia prima lingua di studio, ovvero la lingua in cui poi avrei raggiunto un livello C1 e la lingua in cui mi sarei dovuta laureare. Scelsi l‟inglese, perché nonostante volessi scegliere lo spagnolo, in quest‟ultima non mi sentivo proprio all‟altezza per superare il test… in fondo la mia passione per lo spagnolo era nata da poco e nei 5 anni di liceo avevo studiato questa lingua in maniera superficiale e approssimativa. Mi informai se potevo accedere tramite il test in inglese e cambiare poi la prima lingua: si poteva fare, ma avrei dovuto superare un ulteriore test di spagnolo a metà anno. E così feci. Mi impegnai tantissimo e finalmente superai il test di spagnolo. Ora sì, la mia prima lingua era lo spagnolo! Secondo anno di università: la voglia di andare in Erasmus era tantissima. Avevo voglia di migliorare e praticare la lingua. Appena uscì il bando, lo compilai e consegnai.

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Vinsi la borsa… e partì! Quali sono i passi pratici che hai fatto per concretizzare la possibilita‟ di questa esperienza? Le Università, ogni anno, pubblicano un bando per poter usufruire della borsa Erasmus. Basta compilare il modulo e in base al profitto, si stila una graduatoria. I vincitori hanno quindi la possibilità di andare a studiare per un periodo prestabilito, all‟estero. Inizia quindi tutto un iter, previsto dalla propria Università e da quella straniera, in cui bisogna compilare moduli, farli firmare, consegnarli, inviarli all‟Università straniera che ti accoglierà, etc. Almeno fino a qualche anno fa, la procedura era abbastanza scocciante, ma si è abbastanza euforici per non sentirne il peso! In linea di massima, quali sono i costi associati con lo studio all‟estero? Dipende. Dipende da dove si va. Diciamo che la Spagna non è così cara come può esserlo l‟Inghilterra. Italia e Spagna, più o meno, hanno un costo di vita simile. Poi, c‟è da dire anche che conta molto anche la città in cui si andrà a vivere. Il mio consiglio è quello di scegliere città medio/piccole per svolgere l‟Erasmus. Evitare le capitali, in cui gli affitti sono molto alti e il costo della vita anche.

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Comunque, · · · · ·

in

qualsiasi

posto

si

deciderà

di

andare,

bisognerà

mettere

in

conto:

Affitto (e le varie spese di luce, gas, internet, etc) Cibo Libri e dispense da comprare Vita mondana (locali, divertimenti, cinema, musei, etc) Biglietto aereo di andata e ritorno (più eventuali ritorni a casa)

Per quanto mi è riguardato, io ho speso sui 500 € al mese, nel 2007. Però ecco, io vivevo in una cittadina non molto cara e non mi privavo di nulla: se l‟associazione Erasmus organizzava qualche viaggio, io me lo facevo… se c‟era qualche mostra che mi interessava ci andavo; concerti e cinema, stessa cosa. Dove sei andata in Spagna? Sono stata a León, Spagna. León si trova nel nord-ovest della Penisola Iberica. È una bellissima cittadina situata a 820 metri sul livello del mare. Conta con una popolazioni di 134.305 abitanti. D‟inverno fa freddo, ma è un freddo secco, non umido. D‟estate fa caldo, ma non è afoso. Intorno León ci sono montagne favolose e una natura affascinante. La città è a misura d‟uomo: c‟è tutto.

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I mezzi pubblici funzionano davvero, e non come in Italia. Anche se personalmente li ho usati poco, perché León è una città che permette di arrivare da un capo all‟altro anche solo camminando… Questo fa sì che il traffico sia anche meno intenso rispetto alle grandi città. Negozi e supermercati ce ne sono in abbondanza e c‟è anche il famoso “El Corte Inglés”, tipo il britannico “Harrods”, dove si trova di tutto. È una città sicura e tranquilla. L‟unica nota negativa: raggiungere la città. León ha un aeroporto, sì, ma non è raggiunto da compagnie low-cost e comunque non sono previste tratte internazionali da e per questo aeroporto. Quindi, dall‟Italia, per arrivare a León si va fino a Madrid, Santander, o Santiago de Compostela e da lì si prende il pullman o il treno. La mia destinazione l‟ho scelta io, dopo aver ponderato bene una serie di cose. L‟ho scelta, tra quelle disponibili, perché appunto non era una grande capitale, quindi non era cara, poi perché parlano uno spagnolo ottimo, i corsi all‟Università sono tutti in spagnolo (e non come a Barcellona, in cui alcuni corsi sono in catalano, compresi gli esami) e infine perché altre mie due compagne di studio c‟erano già andate l‟anno prima e si erano trovate benissimo.

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Lati positivi e negativi dell‟esperienza? Lati positivi, tanti. Innanzitutto per me, il consolidamento della lingua. E qui c‟è da aprire una parentesi e spiegare che non sempre l‟Erasmus equivale all‟apprendimento della lingua straniera. Il perché è molto semplice, ma non chiaro a tutti: molti studenti italiani vanno all‟estero con un livello di lingua -basso, per lo più- e tornano a casa con uno ancora peggiore perché rimangono “attaccati” ad altri italiani, affittando appartamenti (che io chiamo “only Italians allowed”) con italiani, uscendo con italiani, e ultimo, ma non ultimo, prendendo appunti in italiano durante le lezioni. Lo so è difficile, soprattutto all‟inizio: ci si sente soli, in un Paese straniero, senza sapersi esprimere bene, senza neanche capire bene. Ma attaccarsi ad altri italiani che magari sono arrivati prima, non è la soluzione: questo non significa che non bisogna avere contatti con gli italiani… ma se dobbiamo stare solo con gli italiani, a questo punto uno se ne stava a casa propria. Io non dico neanche che bisogna fare gli eroi della situazione, però su, un po‟ di coraggio e pensiamo che l‟Erasmus, innanzitutto, ha l‟obbligo di farci crescere e farci acquisire, prima che la lingua, le capacità di sbrigarcela da soli. Se aspettiamo che ci venga data sempre la pappa pronta, persino all‟estero, allora forse è meglio restare a casa e lasciare ad altri la possibilità di crescere veramente.

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Altri lati positivi: · Conoscenza di nuove persone straniere. · Conoscenza di una nuova cultura, quella del Paese in cui si va, e conoscenza della cultura delle persone che si andranno a conoscere e con cui ci si relazionerà. · Apprendimento di usi e costumi locali. · Conoscenza di un sistema di professorato e insegnamento diverso da quello italiano. · Maggiore possibilità di conoscere città relativamente vicine al luogo dell‟Erasmus. · L‟Erasmus insegnerà a chi non lo ha mai fatto, a gestirsi la propria “vita domestica” (cucinare, lavare i piatti, i panni, stirare, pulire casa, etc). · È un‟ottima occasione anche per sapersi gestire i propri soldi. · Si impara che per sbrigarsela bisogna fare affidamento in primis, su noi stessi. · Ci si accorge che l‟Italia non è il centro del mondo. Lati negativi dell‟Erasmus, personalmente non credo ce ne siano tanti, soprattutto perché riesco a trasformarli in positivi. Ma comunque potrebbero essere: · Il denaro. Il compenso che dà l‟Università è esiguo. Tre anni fa, a RomaTre, davano 300 euro al mese (ma una parte li davano dopo qualche mese che si era iniziato l‟Erasmus, l‟altra parte a rientro avvenuto, quindi in parole povere bisogna anticipare tutti i soldi). Ovviamente vivere all‟estero con soli 300 euro al mese non è possibile. · Si sta lontani da parenti e amici. · Se non si è fortunati ci si ritrova a vivere con coinquilini con cui non si va d‟accordo. · Per le ragazze, riuscire a far entrare tutti i vestiti nella valigia è una tragedia! J

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Che consigli daresti a chi vuole andare a studiare in Spagna? · Innanzitutto bisogna volerlo veramente. Altrimenti se non si è totalmente convinti, l‟esperienza si potrebbe trasformare in un incubo. · Poi, già l‟ho scritto, ponderare bene la scelta della meta Erasmus sulla base di varie cose, ovvero: - se possiamo permettercela economicamente - se la lingua del Paese che scegliamo è veramente utile ai fini del nostro corso di studi e se è importante per il nostro futuro - se la meta ci offre quello che ci aspettiamo che ci dia. · Seguire le lezioni aiuta tantissimo: un po‟ perché ci fanno immergere negli argomenti dell‟esame e poi perché aiuta nel consolidamento dell‟ascolto in lingua straniera. Inoltre scrivere appunti durante le lezioni ci aiuta ad imparare il lessico specifico per quell‟esame e ci aiuta ad automatizzarci nella lingua. · Portarsi un computer portatile: all‟estero, i metodi di insegnamento sono molto diversi da quelli italiani. Spessissimo i professori chiedono di scrivere relazioni, saggi e resoconti vari al computer e, anche se tutte le Università possiedono computer per gli studenti, averne uno proprio aiuta moltissimo. · Scegliere un appartamento che abbia un collegamento ad internet: Si sa, un computer senza collegamento ad internet è quasi inutile. All‟estero, internet è meno caro che in Italia. · Compare un sim locale. · Evitare di portarsi troppi contanti. Meglio farsi caricare i soldi su una carta prepagata. · Quando si esce, meglio lasciare a casa i documenti originali e girare con le fotocopie, perché se perdiamo il portafoglio con dentro carta d‟identità, passaporto e patente, è davvero un problema enorme.

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· Portarsi un dizionarietto (e se possibile, una piccola grammatica). Lo rifaresti? Assolutamente sì. Grazie Sabrina!

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La Galizia vista da Italiani in Galizia
Erminio Capone è l‟ideatore di Italiani in Galizia, un blog che ha l‟obiettivo di fare conoscere la regione spagnola della Galizia agli Italiani che abbiano intenzione di emigrare dall‟Italia. Ci descrivi la Galizia? La Galizia si trova a nord-ovest della Spagna, quella lingua di terra che molti associano al prolungamento del Portogallo e che, per il fatto di trovarsi geograficamente ai confini estremi dell‟Europa Occidentale, fu chiamata dagli Antichi Romani Finisterrae (la fine della terra del Mondo Antico, l‟ultimo lembo di terra oltre il quale c‟era l‟ignoto rappresentato dall‟Oceano Atlantico). Conserva dentro di se una storia antica fatta di miti e leggende che si radicano in un mondo ancestrale che ricorda il suo passato celtico ma anche cristiano-cattolico legato al “Camino de Santiago” che ancora si rivive in tanti simboli, visitando i suoi villaggi e percorrendo le strade di questa terra che molti considerano Magica. La Galizia, come si può intuire da questa mia premessa, non è semplicemente la descrizione politico/geografica di una delle comunità autonome della Spagna dove si parla e si studia il “Gallego” (lingua regionale ufficiale diversa rispetto al castellano), che ha in Santiago de Compostela il suo capoluogo di regione, una popolazione di circa 3 milioni di abitanti e una superficie paragonabile a quella del Piemonte e della Valle d‟Aosta messe insieme, ma è qualcosa di più…è una esperienza che ti segna e che non può lasciarti indifferente…è un viaggio nel nostro passato, quello più intimo, quello che credevamo ormai dimenticato nell‟oblio della vita frenetica e dei rumori delle grandi città e che, rivivendolo di nuovo in questa realtà, suscita in noi emozioni ed percezioni sensoriali intense e inaspettate…

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Si, la percezione visiva nell‟ammirare il fascino e la bellezza di una natura incontaminata, le cui verdi colline, i suoi fitti boschi, i suoi promontori marini e le strette e lunghe insenature che si addentrano nella costa grazie all‟opera del mare così come accade per i fiordi norvegesi (qui si chiamano Rias), non sono altro che uno dei suoi piú rappresentativi esempi; Ma anche, la percezione olfattiva nel farsi coinvolgere dagli intensi odori e gli austeri profumi di una terra e di un mare cosí lontano da quello dolce e mite di cui sono abituati a respirare sulle coste del Mediterraneo; Ed ancora, la percezione acustica nel restare rapiti dall‟ascolto della sua musica tradizionale, realizzata con strumenti musicali medioevali come la Gaita (la cornamusa galiziana) e la Zanfoña che richiamano sonorita lontane nel tempo. Per non dimenticare, della percezione gustativa nell‟assaporare la cucina genuina di un terra prodiga di prodotti di alta qualità e di un mare pescoso di frutti di Mare e di incredibili crostacei (el Marisco gallego). Ed Infine, la percezione tattile del sentire ed accettare sulla propria pelle le conseguenze di un clima umido e piovoso che tocca nostalgicamente più gli animi (qui la chiamano Morriña) di quanto lo possa fare sui corpi. Questa per me è la Galizia… Come è diversa la Galizia dal resto della Spagna? Quando si parla della Spagna in generale vengono in mente stereotipi che non sempre rispecchiano una realtá territoriale tanto diversa a livello regionale e variegata, tanto dal punto di vista culturale che sociale.

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Se nell‟immaginario collettivo la Spagna é rappresentata dai tori e dalle corride di Madrid, dalla chitarra e dal flamenco andaluso, dalla paella e sangria valenziana o dalle coste assolate di Malaga e Formantera e dalle discoteche e dal divertimento sfrenato di Ibiza e di Lloret del Mar, quando si parla della “Verde” Galizia si va oltre questa classica visione, alla scoperta di un mondo affascinate e suggestivo che si fonda su tradizioni altrettanto forti e radicate nel tempo. Tra le differenze più nette che riscontro in questa terra rispetto al resto della Spagna a parte i colori, i paesaggi e la musicalità di una cultura molto più vicina a quella nord europea (Irlandese in primis), come descritto in precedenza, valuterei la forte propensione ad una autonomia regionalistica che nellalingua galiziana, ufficialmente parlata insieme al castigliano, trova la sua massima espressione. Sto parlando di una lingua antichissima proveniente dalla radice linguistica del latino che può esser considerata come un intreccio tra la lingua portoghese e la lingua spagnola (castellano). Quali opportunita‟ di lavoro offre la Galizia? Individuerei due fattori positivi che porterebbero a considerare la Galizia come un luogo dove incontrare opportunità lavorative interessanti, ma nello stesso tempo, valuterei anche altri due fattori negativi, per non prenderla in considerazione. 1- Fattore positivo di carattere generale: Da sempre questa regione è stata considerata terra di emigrazione in quanto la sua posizione geografica, periferica rispetto all‟Europa industriale e commerciale, e la sua morfologia territoriale, costiutita da aree boschive/montuose e coste frastagliate, ha indotto la popolazione ad emigrare all‟estero (la più grande e importante comunità di spagnoli nel mondo è rappresentata proprio da “los gallegos”).

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Ma le cose cose stanno cambiando: negli ultimi decenni, infatti, spinta dalla generale crescita economica spagnola, dagli investimenti dell‟UE nel settore energetico, dal boom edilizio e dalla maggior comunicazione nei trasporti, la Galizia si è convertita sempre più in un luogo dove poter dirigere i propri interessi per realizzare investimenti economici e sviluppare attività imprenditoriali. 2 – Fattore positivo di carattere specifico: Con l‟arrivo del 2010 si è dato inizio in Galizia all‟Anno Santo Compostellano (Lo Xacobeo)che si celebra ogni volta che il 25 luglio (giorno della festività di San Giacomo Apostolo) cade di dome nica come appunto si verificherà quest‟anno. Durante questo periodo la Galizia diventerà la capitale culturale e spirituale d‟Europa per milioni di pellegrini e turisti che daranno lavoro a tutta l‟economia galiziana con una crescita della offerta lavorativa nel settore turistico e commerciale. Veniamo agli aspetti negativi: 1- Fattore Negativo di carattere generale: La congiuntura economica mondiale e l‟attuale tasso di disoccupazione della Spagna, tra i più alti d‟Europa, sta incidendo fortemente sull‟inserimento lavorativo per tanti giovani soprattutto nel settore dei servizi. 2- Fattore Negativo di carattere specifico: Come detto in Galizia, parlandosi due lingue ufficiali ci si scontra, nell‟inserimento nel mondo lavorativo, di fronte alla difficolà di dover imparare (questo però solo inizialmente) non solo la lingua spagnola (castellano) ma anche quella galiziana. In definitiva, consiglerei questa regione a tutti gli italiani che vogliano investire le proprie risorse economiche per la realizzazione di progetti imprenditoriali autonomi (qui troveranno un terreno fertile) e a tutti gli studenti o laureati che vengano qui già con progetti di studio e di ricerca

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finanziati…avranno in entrambi i casi la possibilità, in seguito, di gettare le basi per poter creare a loro volta ricchezza ed economia per tutta la comunità. Ci descrivi la presenza italiana in Galizia? La realtà italiana in Galizia è abbastanza variengata: dalle stime dell‟autorità consolare gli italiani residenti sono circa 5000 (dati 2008). Una parte è rappresentata da persone di mezza età che, si può dire, hanno vissuto una doppia emigrazione. In realtà stiamo parlando di una popolazione (originaria tendenzialmente del sud Italia) che un tempo emigrò all‟estero (sopratutto in Svizzera e in Germania) e lì costituì famiglia con persone provenienti dalla Galizia. Negli ultimi anni molte di queste famiglie con prole (italogaliziane) hanno deciso di rientrare nel proprio paese d‟origine scegliendo nell‟opzione tra Italia e Galizia quest‟ultima. Poi ci sono italiani oriundi che, nati all‟estero (sud America in prevalenza), hanno ottenuto il passaporto italiano per avere avuto antenati italiani. A parte i circa 5000 residenti ci sono poi altri circa 700 italiani che periodicamente e ciclicamente vivono nella regione, come studenti partecipanti ai progetti Europei (Erasmus, Leonardo, Comenius, Volontariato europeo, etc.). In questa analisi non possiamo non prendere considerazione anche una categoria particolare di persone che si trova qui solo di passaggio ed è costituita dai pellegrini italiani che percorrono il famoso Camino de Santiago e rimangono qui per brevissimi periodi rigenerandosi dal lungo viaggio visitando le bellezze della regione.

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Infine, ci sono persone, come il sottoscritto (iniziamo ad esserne tanti), che spinte da altre motivazioni (diciamo non più con quell‟idea di emigrare con la famosa valigia di cartone), hanno deciso di vivere in una nuova realtà, lontana (ma se vogliono anche vicina!) dai clamori e dalle inutili e improduttive dispute di casa nostra, scegliendo loro stessi quale qualità dare alla propria vita e quale cammino percorrere… Grazie Ermino! Visitate Italiani in Galizia

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Giornalista in Spagna, niente Ordine dei Giornalisti Samara Croci lavora in Spagna come direttore di programma TV avendo iniziato da redattrice e reporter.
Ci descrivi il tuo background accademico in Italia?

Sono di Milano ma negli anni dei miei studi mi sono sempre spostata abbastanza quindi non ho mai avuto radici molto radicate. Da Milano siamo andati in provincia, poi a Cuneo in Piemonte, poi negli Stati Uniti, in Massachusetts, e di ritorno a Milano per l‟università. Ho studiato Scienze della Comunicazione con una laurea specialistica in televisione, cinema e produzione multimediale molto orientata al mondo degli audiovisivi.

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Già durante l‟università ho cominciato a realizzare dei video. Avrei voluto dedicarmi ai reportage, ma capii presto che non davano da vivere. Sono stata in India, a Varanasi, la città dei morti, a fare un video, sponsorizzata dall‟Ente del turismo indiano e poi con l‟associazione Pangea a Kabul nel 2004 per realizzare un video sul progetto di microcredito per le donne afgane che Pangea stava finanziando insieme a Breil. Come sei riuscita a trovare l‟opportunità di andare in Afghanistan a realizzare un video promozionale per Pangea? L‟opportunità di andare in Afghanistan è venuta da un compagno di università che faceva uno stage presso Pangea e che poi ha lavorato a lungo con loro. Io avevo appena fatto il video sull‟India e gli dissi che mi sarebbe piaciuto “raccontare” quello che facevano a Kabul. E così fu, in pochi mesi fu organizzato il viaggio e ricordo l‟urlo di gioia che feci quando ricevetti il mio biglietto aereo dell‟Afghan airline. Sull‟aereo avevo anche rubato il sacchettino per il vomito con il logo della compagnia tanto mi sembrava tutto incredibile! L‟esperienza di Kabul é stata molto interessante; La cittá ha un fascino incredibile, quasi pari alle sue donne. Quello che mi colpì maggiormente fu vedere la struttura elefantiaca degli aiuti occidentali e di alcune associazioni umanitarie in zone di guerra. Ebbi, per varie ragioni che meriterebbero una spiegazione, la strana sensazione che esistevano due mondi paralleli: quello dei locali che subivano pesantemente la guerra, e quello degli occidentali, che ricreavano i loro spazi come potevano, blindati nei consolati, nei neonati locali all‟occidentale, nei giardini dei palazzi governativi e nelle case protette delle associazioni umanitarie.

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Due mondi paralleli ma distanti anni luce e che rendevano gli afgani, degli stranieri nella loro stessa città. In città come Kabul, si notava anche di più, perché era tutto una quartier generale delle associazioni occidentali e dei vari eserciti, e intanto i prezzi andavano alle stelle. È una situazione complicatissima quella delle zone di guerra, difficile da comprendere e che forse non si può giudicare da fuori. Poco dopo il mio ritorno, ci fu il rapimento di Clementina Cantoni, che avevo conosciuto a Kabul e che lavorava con le donne nell‟ambito del microcredito. L‟Afghanistan tornò sulle prime pagine e sky tg24 mandò in onda le immagini che avevo girato a Kabul. Dopo un‟esperienza di lavoro in Italia, cosa ti ha portato a Madrid? Subito dopo l‟università ebbi molta fortuna e in pochi mesi trovai lavoro. Per sei mesi gratis in stage, poi a 600 euro per altri sei mesi e finalmente con uno stipendio. Lavoravo in un‟agenzia di pubblicità di Milano, la J.Walter Thompson, nell‟ufficio cinema (Moviefarm). Ebbi fortuna perché c‟erano persone disposte ad insegnarmi il mestiere e ci fu un importante turnover per cui in poco tempo divenni una delle producer con maggiore anzianità nell‟azienda! Grazie alla fiducia del mio capo e all‟aiuto dei miei colleghi ebbi l‟opportunità di crescere abbastanza e di avere molto presto parecchie responsabilità. L‟ambiente della pubblicità è molto stressante e a volte disorganico e disorganizzato, ma stimolante e la chiave spesso sta nel non prendersi troppo sul serio!

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Però si avvicinavano i trenta, avevo bisogno di un cambiamento e volevo fare un‟esperienza all‟estero, per cui dopo 3 anni in produzione, in agenzia, decisi di iscrivermi ad un master di giornalismo televisivo de El Mundo TV a Madrid. Non avevo mai visto Madrid e la prima volta che ci andai per fare il colloquio di selezione per il master piansi quasi un giorno intero. Non parlavo lo spagnolo, la città mi sembrava cara e distante, gli spagnoli burberi e trovare una casa era un‟impresa titanica. La mattina usciva il giornale con gli annunci e se chiamavi alle 10, la maggior parte erano già affittati. Andai a vedere un appartamento le cui stanze avevano un soffitto alto 1,50 m. e bisognava stare tutti rannicchiati. La proprietaria mi disse: “si, ma é in centro!”. E io “Si, ma dovete mettere nell‟annuncio che cercate nani!”. Fu un inizio duro, come tutti gli inizi. Il master cominciò, ed ero l‟unica straniera. Mi misi sotto a leggere il giornale tutti i giorni e a vedere la tv e in pochi mesi imparai la lingua. Passò più di un anno però prima che capissi anche gli andalusi, i canari e i teen-agers nel metrò! In poco tempo mi innamorai pazzamente di Madrid. È una città viva, organizzata e stimolante. In questi anni ho conosciuto e condiviso casa con sudamericani, portoghesi, tedeschi, spagnoli, polacchi, francesi e italiani. Il solo fatto di convivere con stranieri ti insegna e ti stimola tantissimo. Il bello di essere espatriati è che ogni giorno ci si sorprende per qualcosa e si impara qualcosa su se stessi e sugli altri. A me succede ancora oggi. Come hai trovato il primo lavoro in Spagna nel 2008?

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Come tutti i lavori successivi, anche il primo lo trovai via internet, tra gli annunci di Infojobs o diinfoempleo. Una cosa sorprendente, no? Lo dico sempre. Forse é vero che in Spagna c‟è più disoccupazione che in Italia, ma almeno qui, i pochi posti di lavoro che si liberano sono aperti a tutti, con degli annunci on line. Oggi gli annunci sono sempre meno, ma almeno ci sono, e anche l‟anno scorso il lavoro di reporter per un programma tv, lo trovai tramite un annuncio on line. In Italia, il problema é quello che ormai tutti conoscono, e anche se ci fosse più lavoro, l‟accesso ad esso sarebbe sempre riservato a pochi. Quali sono le principali differenze tra il settore della produzione media/televisiva in Italia ed in Spagna? Premesso che in Italia ho conosciuto più il mondo della pubblicità mentre qui quello televisivo, ci sono sostanziali differenze, soprattutto in quello televisivo. La televisione spagnola somiglia sempre di più a quella italiana. Anche solo a livello proprietario, Mediaset di fatto possiede gia almeno due canali spagnoli: Telecinco e Cuatro (ne ha anche altri minori). Malgrado ciò, ci sono differenze importanti. C‟é un programma che ha segnato più di qualunque altro la televisione spagnola. Si chiama Callejeros ed é un programma che si fa in esterni, con telecamera a mano e un reporter che si muove continuamente per le strade. “Callejero”, letteralmente vuol dire “di strada”. È un programma che si occupa della gente, con reporter tuttofare, combattivi, che vanno nell‟occhio dell‟uragano di ciò che succede appunto nelle strade. È un giornalismo verace ed immediato, vicino ai problemi della gente e lontano dagli estetismi. Da questo programma sono nati molti altri

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simili che hanno avuto grande successo di pubblico e ciò ha dato l‟avvio a un tipo di giornalismomolto interessante,che ha reso famoso ilgiornalismo di investigazione spagnolo e sud americano (con la camera occulta, oggi anche troppo abusata). Altrettanto dirompente come “Callejeros”, è la presenza di tante televisioni locali. In Spagna il panorama televisivo é molto più ricco e competitivo. Ci sono varie tv nazionali controllate da gruppi diversi, e poi ci sono diverse tv locali delle comunità autonome (la Spagna funziona con una sorta di federalismo delle comunità autonome). Sono tv locali, ma totalmente distinte dall‟immagine che possiamo averne in Italia. Hanno buone sovvenzioni, producono programmi di qualità e hanno redazioni serie di telegiornali che coprono in modo efficiente le notizie sul territorio. Questo, unito a quello che dicevo prima, comporta una differenza enorme. Implica, come minimo, maggior pluralità dell‟informazione e vicinanza con i problemi locali delle varie comunità. Queste tv, oltre ad andare in onda con programmi in galiziano, catalano e valenziano, raccontano i problemi del territorio, raccontano la gente del posto, sono vicini alla popolazione e la gente lo sente. Ciò contribuisce a formare una comunità che si sente maggiormente unita, si sente coinvolta nei fatti locali e partecipa. E tutto questo influisce molto nel modo di essere degli spagnoli. In generale poi, il tipo di informazione e il modo di fare giornalismo è abbastanza diverso. Basta aprire El Pais o vedere un‟edizione del TG della 1 per notare che si parla soprattutto di fatti e non di opinioni. Le opinioni hanno un loro spazio a parte, dedicato e dichiarato, ma non si mescolano tanto facilmente al racconto dei fatti. C‟é poi una differenza abissale, soprattutto per chi lavora in questo mondo. Qui, giornalista é chi studia scienze della comunicazione, scienze dell‟informazione o comunicazione audiovisiva. Non si

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deve passare per un‟associazione di categoria chiusa come può essere l‟Ordine dei giornalisti italiano. La differenza é enorme. In Italia per essere giornalisti bisogna o accendere un cero alla madonna e sperare che un giornale ti assuma per fare il praticantado stipendiato di due anni, o avere i soldi e pagarsi il sostituto del praticantado andando in una scuola dell‟Ordine dei giornalisti. E li, pagando, puoi accedere, dopo due anni a tempo pieno, all‟esame di giornalismo. Chi non può seguire queste due strade, ma ha fatto scienze della comunicazione e magari lavora anche nel settore, rimane intrappolato in un limbo strano: in Spagna, e in tutto il resto d‟Europa, può lavorare come giornalista, in Italia, no. Si dice che sia una forma di controllo che assicura la qualità del giornalismo italiano, ma in realtà, da fuori, sembra semplicemente l‟ennesima bizzarria italiana. Come sei cresciuta professionalmente in Spagna? La maggior chance che mi ha dato la Spagna è stata quella di poter, per la prima volta, pensare di poter lavorare come giornalista. Ai colloqui mi dicevano: “ma sei giornalista?”. E io, timorosa: “mah, non esattamente”. E loro: “ma hai fatto scienze della comunicazione, ti sei specializzata in audiovisivi…quindi? Perché no?”. E allora mi toccava spiegargli dell‟unicità italiana dell‟Ordine e, come infinite altre volte capita agli espatriati italiani, vedevo lo stupore per le stranezze italiane negli occhi degli spagnoli.

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Alla fine ho imparato a dire che si, eccezion fatta per il mio paese, sono giornalista. Una volta riconosciuto questo, la mia vita professionale é cambiata e ho potuto concedermi il lusso di sognare di avvicinarmi al giornalismo, che adoro e mi appassiona profondamente. A parte questo, che comunque é stato l‟uovo di Colombo, credo che la mia crescita sia stata soprattutto personale, come essere umano. Si cresce nel confronto con gli altri e in questo il fatto di vivere all‟estero, é una scuola continua. In più, a livello lavorativo, molto spesso gli espatriati finiscono a fare lavori di confine tra le culture, per un fatto di facilità di lingue, spesso finiscono a lavorare nel bilinguismo, tra una cultura e l‟altra. Anche a me é successo, e questo mi ha permesso incredibili confronti tra la cultura italiana, la spagnola e il resto del mondo. Tornerai in Italia? Perchè? Possibilmente no. Poi dipenderà da tante cose, e la vita “da muchas vueltas” (fa molti giri). L‟Italia, dopo quasi quattro anni, mi é lontana e a volte estranea. Recentemente ho fatto una prova di ritorno di sei mesi, ma non é stata piacevole. Ho fatto un colloquio in cui mi hanno chiesto chi era mia madre e chi era mio padre! E poi un giorno, ad un altro colloquio, mi hanno offerto di accedere ad uno stage gratuito per 6 mesi in una redazione. “E poi?” “E poi nulla, fuori te ed entra un altro”. Quello stesso giorno, dalla Spagna mi hanno offerto la direzione di un programma televisivo, e così sono tornata a Madrid.

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L‟Italia é così, a volte mi arrabbio tanto, altre volte la ignoro, ma la cosa peggiore é lo stupore che vedo negli spagnoli tutti i giorni quando hanno a che fare con l‟Italia (e non solo politicamente). Mi ricorda Pirandello: crediamo di intenderci, ma non c‟intendiamo! Non siamo fratelli come a volte si dice. Se vivi qui, giorno per giorno, vivendo a cavallo tra le due culture, ti rendi conto di quanto siamo diversi. Consigli a chi vuole seguire le tue orme? Consiglio a chi ha bisogno di ossigeno e si sente soffocare in Italia, di andare via al più presto. Io penso di essere andata via in tempo limite, credo sarebbe stato meglio farlo prima. Consiglio di sfruttare l‟università e gli studi per cominciare a muoversi altrove, imparare più lingue possibili e fare esperienze di lavoro diverse e di diverso livello. Quello che noto in Italia é soprattutto l‟assenza di una finestra sul mondo. Ci sono poche opportunità di vedere fuori dal “sistema Italia” e finiamo per credere che ovunque si faccia così e che non ci siano altri mondi possibili. Sbagliatissimo e dannosissimo per noi cittadini, mentre invece per chi detiene il potere puó essere una pacchia! Grazie Samara e buon proseguimento a Madrid!

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Stati Uniti
Vita a San Diego
Marica è una ragazza Italiana che, per motivi di lavoro, ha lasciato la capitale Italiana e si è trasferita a San Diego con suo marito. Dopo due anni di vita Californiana, oggi ci racconta la sua esperienza. Potete seguire la storia di Marica sul suo blog Vita a San Diego. Intervista di Michael Gagliano. Ciao Marica, e grazie ancora per la disponibilità. In questa intervista vorrei dedicarmi anche a qualche aspetto non trattato nelle altre, ad esempio un argomento che preme a molti: il visto. Ci descrivi, da dopo aver preso la decisione di trasferirvi, il procedimento svolto per ottenere un visto, e il ruolo che l‟azienda ha avuto in questa fase? Con che visto siete arrivati negli States? Ciao! Nel nostro caso la procedura è stata abbastanza semplice e l‟azienda in cui lavora mio marito ci ha aiutato molto; devo specificare che il nostro trasferimento negli USA è nato proprio da una richiesta di questa azienda, quindi non abbiamo sperimentato la fase della “ricerca dello sponsor per il visto”.

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Da parte nostra abbiamo dovuto prima riempire con i nostri dati tutti i moduli che l‟azienda ci ha mandato a casa, poi prendere appuntamento con l‟ambasciata americana a Roma, quindi andare in ambasciata per un‟intervista con il console americano e per consegnare i suddetti moduli (e pagare una tassa). Dopo un paio di settimane abbiamo ritirato i passaporti con il visto: L1 per mio marito ed L2 per me, in quanto moglie. Il visto L1 è rilasciato solo per chi ha lavorato almeno un anno per l‟azienda che richiede il trasferimento negli USA, svolgendo un incarico quasi a livello manageriale. Molti, fra cui il sottoscritto, spesso dicono ”basta, mollo tutto e vado in America”, dando spesso per scontate tutte le difficoltà , anche emotive, che si possono trovare all‟arrivo. Ci descrivi le prime ore successive all‟arrivo a San Diego, le tue impressioni a caldo? Com‟è stato il primo periodo di vita in un paese nuovo? Nel mio caso all‟inizio non ho avuto molte difficoltà: in passato ho fatto diversi viaggi “a lungo raggio” e all‟inizio l‟impressione era quasi quella di stare in vacanza: l‟oceano, le palme, il sole, le spiagge! Le difficoltà, soprattutto quelle emotive, sono arrivate dopo, con il passare del tempo. In linea di massima il primo periodo è stato intenso (una volta svanita l‟impressione da vacanza), perché abbiamo dovuto “ricreare” la nostra vita, quindi cercare una casa, una macchina, prendere una serie di decisioni… il tutto cercando di mantenere contatti frequenti con le nostre famiglie in Italia, nonostante una differenza di fuso orario di nove ore!

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Sempre parlando dei primi tempi, ci parli della burocrazia Americana? Come si fa a venire a conoscenza di una burocrazia nuova, e ad adattarsi (ad esempio pensiamo alle tasse, alle assicurazioni, alla sanità….) ? La burocrazia americana l‟abbiamo scoperta un pò alla volta, per fortuna mio marito era già a conoscenza delle informazioni di base. L‟ostacolo più grande per chi viene dall‟estero è la “credit history”: a mano a mano che si fanno delle spese pagando con la carta di credito e poi “si ripagano” nei tempi dovuti, si guadagnano dei punti e ci si costruisce una buona “credit history”; se invece il debito viene ripagato in ritardo o addirittura non viene ripagato si perdono punti e la “credit history” perde valore. Quando si richiedono dei servizi o si vuol fare un pagamento a rate, la “credit history” è la prima cosa che viene controllata, per vedere se si è puntuali nei pagamenti o meno: se il punteggio non è buono il servizio viene rifiutato. Noi non avevamo una “credit history” e questo ci ha portato un pò di difficoltà, anche nelle cose semplici quali stipulare l‟allaccio alla società dei servizi elettrici o fare un abbonamento telefonico. Anche la sanità funziona in modo del tutto diverso rispetto all‟italia, fortunatamente l‟azienda in cui lavora mio marito organizza periodicamente delle conferenze rivolte ai dipendenti provenienti dall‟estero, durante le quali viene spiegato il funzionamento dell‟assicurazione sanitaria. Direi che avere un‟assicurazione sanitaria è fondamentale per poter usufruire delle prestazioni sanitarie, altrimenti troppo care. E per quanto riguarda la compilazione dei moduli delle tasse ci siamo rivolti ad un ufficio apposito… è improponibile venirne fuori da soli!

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Al vostro arrivo, oltre al lavoro, disponevate già di un‟abitazione? Dopo due anni di esperienza, cosa consigli a chi emigra per la prima volta e non sa come muoversi riguardo agli alloggi? Appena arrivati l‟azienda ci ha messo a disposizione una stanza in albergo per un certo numero di giorni, nel frattempo abbiamo subito iniziato a cercare casa. Ci siamo rivolti ad un agente immobiliare, a cui abbiamo comunicato il nostro budget e le nostre esigenze (essenzialmente non volevamo allontanarci troppo da dove lavora mio marito e volevamo una zona in cui vivere tranquilli); questa persona ha fatto delle ricerche e ci ha fatto vedere in un weekend almeno venti case! Non avevamo che l‟imbarazzo della scelta! Qui a San Diego trovare un alloggio è molto più facile che a Roma; non è essenziale rivolgersi ad un agente immobiliare, si può iniziare facendo delle ricerche su internet (ci sono diversi siti specializzati in affitti o in vendite) e poi, una volta qui, si possono andare a vedere le case di persona. Per esempio per chi vuole prendere in affitto un appartamento consiglierei di cercare tra i “complex”: sono una serie di appartamenti (più o meno uguali) raccolti in un grande condominio (detto complex), costruiti esclusivamente per essere affittati, ci si rivolge direttamente all‟ufficio affitti per chiedere prezzi e disponibilità. Chiariti questi aspetti importanti, parliamo un po della California non-burocratica. Stradoni infiniti, spiagge da sogno, palme ovunque, estate tutto l‟anno,surfisti e sportivi dappertutto , persone sempre col sorriso, Hollywood e un sacco di altri luoghi da sogno. È così che la California ci viene presentata nei film, e questo ci colpisce molto. Dall‟alto della tua esperienza, cosa ci puoi dire? È tutto un sogno come ci viene presentato, o ci sono aspetti negativi dei quali ignoriamo l‟esistenza?

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Per molti aspetti la California è proprio un posto da sogno, in particolare la California del SouthWest, e questo è vero anche per gli stessi americani. Il clima mite tutto l‟anno permette davvero di fare tanta vita all‟aperto, tanto sport e tanti tipi di sport… ed avere il cielo sempre sereno certamente aiuta anche l‟umore! A volte mi capita di vedere dei film o delle serie televisive girate in California (essenzialmente a Los Angeles) e di pensare “oh mamma, viviamo come in un film!” In realtà la California è (fortunatamente) molto variegata: c‟è tutta la zona a Nord di San Francisco dove fa molto più freddo, mentre andando verso l‟entroterra ci sono zone completamente desertiche e grandi catene montuose… Aspetti negativi ci sono anche in California, ma questi non si vedono in tv. Quello che più mi colpisce è il problema degli homeless (i senza tetto): persone che da un giorno all‟altro si sono ritrovate senza lavoro e senza assicurazione sanitaria e per una serie di eventi sfortunati si sono ridotte a vivere per strada… qui non c‟è lo Stato che le tutela e i legami famigliari sono meno forti rispetto a quelli che abbiamo da noi in Italia. Nel SouthWest della California c‟è sempre il problema della siccità e delle riserve d‟acqua in continua riduzione… il prezzo da pagare per avere sempre il sole! E infine viviamo in una zona sismica, una realtà che non si può negare. Quanto costa la vita in California? Spesso sentiamo dire che, rispetto all‟Italia, le automobili costano molto di meno, ma altre cose molto di più. Ci chiariresti questo aspetto? Alcune cose costano di più rispetto all‟Italia ed altre costano di meno.

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È vero che le automobili e la benzina costano meno per esempio, così come anche l‟abbigliamento… ma frutta e verdura costano di più, il trasporto pubblico costa di più, le bollette dell‟acqua sono molto care! La sanità è cara (se non si ha un‟assicurazione) ed anche le università sono più costose… in compenso è molto diffusa la compra/vendita dell‟usato, cosa che in Italia praticamente non esiste (se non per le automobili). In generale posso dire che a San Diego la vita ci costa di più di quanto ci costava a Roma, ma è anche vero che San Diego è una delle città più care degli Stati Uniti. Finita la settimana, un pò di meritato relax. Cosa offre la California in termini di luoghi d‟interesse o di luoghi dove passare un weekend memorabile? La California offre veramente molto! Visitare San Diego, per esempio, richiede almeno tre giorni pieni, senza considerare le attrazioni quali lo Zoo, il SeaWorld ed il Legoland. Le altre città che tutti visitano quando vengono in California sono San Francisco (che merita ben più di un weekend) e Los Angeles (per la quale però non ho particolare affinità), ma anche Santa Barbara merita una visita! Sempre lungo la costa è molto bello percorrere in macchina il tratto tra Santa Barbara e San Francisco, in particolare la zona del Big Sur. Per gli amanti della montagna invece ci sono il Sequoia National Park e lo Yosemite National Park, dove la natura ha creato delle cose meravigliose! Invece nel SouthEast ci sono i deserti: la Death Valley National Park e il Joshua Tree National Park, posti unici al mondo!

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Ce n‟è per tutti i gusti! Che cosa ci puoi dire di Orange County, Las Vegas, e in generale quelle zone da sogno che tanto ci colpiscono nei film? Orange County è tra San Diego e Los Angeles, ma in realtà non conosco bene questa zona (so solo che c‟è il Disneyworld). A Las Vegas invece sono stata un paio di volte, è un posto molto particolare, oserei dire “finto”… è interessante vedere cosa sono stati capaci di inventare e di costruire questi americani (mi riferisco agli edifici dei casino), onestamente però non ci spenderei più di 24 ore. Per quanto riguarda l‟Italia: È stato difficile separarsi da tutti gli affetti? E dopo due anni come vivi questo “rapporto a distanza”? Si, separarsi dagli affetti è difficile, ogni volta che riprendo l‟aereo per tornare qui a San Diego c‟è davvero da sentirsi male… però una volta atterrata sono sempre contenta di essere qui (il viaggio dura così tanto che si ha tutto il tempo per smaltire la crisi della partenza!). Per fortuna c‟è internet, che ci aiuta a stare vicino alle nostre famiglie e ai nostri amici… ma certo non è come essere lì! Ultima domanda: Dopo la tua esperienza, che cosa consigli a chi vuole trasferirsi in California, in particolare ai giovani attratti da tutti gli aspetti da sogno che abbiamo visto nelle domande precedenti? E cosa non scorderai mai della tua esperienza? A chi vuole trasferirsi qui consiglio di cercare prima un lavoro (se ci si vuole trasferire in modo stabile) o almeno un programma di studio, in modo da avere un visto… e poi consiglio di valutare bene cosa si lascia in Italia.

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Cosa non scorderò mai di questa esperienza? Sicuramente lo stile di vita dei californiani, sempre tranquilli, sorridenti e mai stressati; il rispetto per gli altri e per l‟ambiente; la natura e i paesaggi meravigliosi… e vedere i colibrì che volano fuori in giardino mentre faccio colazione! Michael Gagliano è un ragazzo di 18 anni molto determinato a cambiare il suo futuro in meglio lasciando l‟Italia, un paese che oramai, sostiene, ha molto poco da offrire ai giovani.

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Vivere vent‟anni a Los Angeles
Alessandro Reverberi si è trasferito da Bologna a Los Angeles nell‟ormai lontano 1993, a ventisei anni, e non è ancora tornato. Ancora oggi – da cittadino americano – vive in California, dove si è fatto una famiglia e, dopo avere dedicato molti anni alla musica, lavora come commerciale per la Harley Davidson. Chi pensa di trasferirsi nella mitica LA, avverte Alessandro, deve fare i conti con gli effetti della crisi e con le maglie strette dell‟immigrazione USA.

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Ma come sempre succede nella terra del sogno americano, le opportunità non mancano mai. E la vita, nonostante tutto, sembra più semplice che in Italia. Intervista di Andrea Muzzarelli Alessandro, cosa ti ha spinto ad abbandonare l‟Italia per gli Stati Uniti? Il desiderio di crearmi un nuovo futuro, cosa che non mi sembrava possibile in Italia. E poi ho sempre amato il Rock‟n'Roll e le Harley Davidson… In effetti, è proprio a queste due passioni che mi sono dedicato in tutti questi anni. Puoi descriverci i tuoi primi tempi trascorsi in California? Hai avuto problemi a integrarti nella comunità locale? Quando arrivai qui la situazione era un po‟… caotica. La mia conoscenza dell‟inglese era minima, e i primi tempi riuscire a organizzarmi con la scuola, l‟alloggio e i mezzi di trasporto non fu facile. Integrarsi con gli americani, specialmente qui a Los Angeles, non è comunque mai stato un problema. Le nostre culture sono tuttavia molto differenti, e ci vuole del tempo per riuscire a entrare nella loro mentalità. Come hai trovato il tuo attuale lavoro? Ti dirò che è stato abbastanza facile. Circa sei anni fa, quando ho deciso di lasciare il mondo della musica, ho semplicemente seguito la mia vecchia passione per le moto. Così ho mandato il mio curriculum alla concessionaria locale della Harley Davidson, dove mi hanno assunto senza particolari problemi. Certo, erano altri tempi…

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Poi è arrivata la crisi. Come va oggi il mercato in cui operi? Risente inevitabilmente dei problemi dell‟economia mondiale. Muoversi in moto invece che in auto può essere certo più conveniente (e infatti il segmento medio-basso di questo mercato è cresciuto), ma nella fascia alta alla quale appartiene la Harley Davidson il discorso è diverso. Del resto, parliamo di moto da 25mila dollari… La nostra compagnia non è in buona salute, e molte concessionarie sono fallite. Quali sono i settori nei quali, a tuo avviso, è oggi più facile trovare lavoro a Los Angeles? Penso che il settore Food & Beverage sia probabilmente l‟unico che regge bene in questi tempi di magra. Ci segnaleresti qualche sito particolarmente utile per trovare lavoro? Secondo me i migliori sono quello del Los Angeles Times e il sito craigslist. Congiuntamente coprono tutti i lavori e i settori, dal muratore al dirigente. Un giudizio sul mondo del lavoro, sulla burocrazia e sulla qualità della vita in generale a Los Angeles. Los Angeles è una città completamente diversa dal resto degli Stati Uniti. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per molti aspetti le leggi e la burocrazia sono simili a quelle italiane. Ma il costo della vita – che pure è più alto della media del resto degli USA – mi sembra inferiore, sotto tutti i punti di vista. Per fare un esempio, non penso che in Italia, a parità di stipendio, potrei permettermi una casa come quella che ho a Los Angeles.

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Per quanto riguarda la qualità della vita, dopo la crisi del 2008 c‟è stato un evidente peggioramento. Le cose non sono facili. È certamente vero che molti di coloro che finanziariamente stavano bene prima della recessione non sembrano aver accusato il colpo. Ma la maggior parte delle persone si è trovata improvvisamente a non poter più reggere lo stesso tenore di prima. In tanti hanno perso il lavoro e la casa, e anch‟io ho dovuto stringere la cinghia. Il problema è che per molto tempo l‟economia americana è stata costruita su soldi che, semplicemente, non esistevano. Tutto va a credito: vuoi una TV nuova? Vai al negozio all‟angolo, la compri e la paghi a rate. Ma cosa succede se di colpo non hai più i soldi per pagare? In questi vent‟anni hai mai pensato di tornare a vivere in Italia? È una cosa che ho valutato diverse volte, ma ritornare dopo tutto questo tempo e ricominciare da capo sarebbe per me molto difficile. Quali sono le cose che apprezzi di più e quelle che invece non condividi per niente degli USA? È difficile generalizzare nell‟esprimere dei giudizi, perché le cose cambiano molto da stato a stato. Apprezzo la California perché è un paese aperto e cosmopolita dove la vita (nonostante le attuali difficoltà) sembra comunque più facile che in Italia. Una cosa che invece non mi piace per niente è la discriminazione razziale che è ancora forte in diversi stati. Consiglieresti a un giovane italiano che non riesce a farsi strada nel proprio paese di emigrare negli States? Sì e no, dipende. Innanzitutto non bisogna dimenticare che oggi più che mai, dopo l‟11 settembre, immigrare non è facile, e ottenere permessi di soggiorno richiede tempi lunghi. Nel mio caso,

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anche dopo essermi sposato con un‟americana ho dovuto aspettare ben quattro anni per ottenere la green card. Se tuttavia si è sufficientemente determinati e pazienti, qui si possono sempre trovare delle opportunità. E, magari, la propria strada. Un‟ultima domanda: alla luce della tua lunga esperienza, ci diresti quali sono gli errori da evitare quando si approda in un paese straniero? Per prima cosa, non cercare di mangiare italiano! Scherzi a parte, una cosa secondo me molto importante è evitare di isolarsi e di rimanere troppo legati alle proprie origini e alla propria cultura. Bisogna ovviamente mantenere la propria identità, ma allo stesso tempo occorre anche avere l‟umiltà e la capacità di integrarsi nella cultura del nuovo paese. Altrimenti, come si dice qui, si rimane per sempre “a stranger in a strange land”. Grazie Alessandro e buon proseguimento! Andrea Muzzarelli è un giornalista e traduttore freelance che si è recentemente trasferito da Bologna a Londra.

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Addio posto di lavoro fisso,vado a New York
Alain De Carolis quattro anni fa ha lasciato un posto di lavoro fisso in Italia ed è partito alla volta di New York. Condivide la sua storia e la sua vita a New York su Alain.it. Ci racconti come hai trovato l‟opportunità che ti ha portato a New York? L‟ho trovata per puro caso: nel 2000 mentre ero ancora all‟Università venni assunto da una azienda di Bologna. Ci lavorai per circa un anno poi decisi a lasciare la città e così mi licenziai. Nel corso degli anni sono rimasto sempre in contatto con i miei ex colleghi e nel Gennaio del 2007 mi trovai a chattare con uno di essi durante un periodo di vacanza negli USA. Venni così a sapere che era stato aperto un ufficio qui a New York e che c‟era bisogno di una figura simile alla mia (Systems Engineer ndr). Un colpo di fortuna, insomma. In Italia avevo già il famoso “posto fisso” praticamente sotto casa eppure – nonostante il parere di diversi saggi – non ho esitato un istante nel buttarmi a capofitto su quella opportunità irripetibile. Il resto lo potete immaginare da soli. Quale è stata la trafila burocratica per il visto? Nel mio caso l‟intera faccenda è stata seguita da un avvocato di Manhattan per conto dell‟azienda che mi stava per assumere.

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Sin dall‟inizio ho capito che l‟immigration in America viene presa molto sul serio. Ricordo infatti che dagli USA arrivò la mia application così che io potessi firmarla: si trattava di un carteggio enorme, un malloppo dello spessore di almeno 5 o 6 centimetri con centinaia e centinaia di pagine. Per fare tutto ci vollero circa 6 mesi al termine dei quali dopo un colloquio conoscitivo all‟Ambasciata Americana ricevetti il visto vero e proprio. Hai lavorato in Italia per alcuni anni prima di trasferirti a New York, quali sono le differenze tra i due mondi lavorativi? Credo che la differenza principale si possa riassumere in tre parole: “employment at will”. Negli USA il datore di lavoro è libero di assumere e di licenziare chiunque senza addurre una particolare motivazione e, contrariamente a quanto si pensa in Italia, a mio avviso la cosa è estremamente positiva sia per il lavoratore che per il datore di lavoro. Dal punto di vista lavorativo, secondo te è meglio puntare su New York, dove immagino ci siano maggiori opportunità ma maggiore concorrenza, o puntare ad altre mete? Perlomeno all‟inizio io punterei su New York. Poi magari acquisita una certa conoscenza del mondo del lavoro e delle possibilità offerte dalle altre realtà americane (con relativi pro e contro) valuterei se è il caso di spostarmi altrove. Riesci a fare un confronto tra il tuo tenore di vita in Italia prima di partire e quello a New York appena arrivato? Il mio tenore di vita è rimasto inalterato solo perché in Italia ero un privilegiato.

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Avendo una casa di proprietà (senza mutuo, solo bollette) e mangiando tutti i giorni dai miei potevo permettermi di spendere tutto quel che guadagnavo per divertirmi e togliermi le mie soddisfazioni. Se avessi dovuto pagare l‟affitto dubito che ora starei qui a dire la stessa cosa. Ci descrivi la vita di tutti i giorni lontano dalle mete turistiche? Io vivo in una zona prevalentemente Greca che si chiama Astoria. È nel Queens subito fuori Manhattan. Avete presente quei film coi vialoni alberati e le casette una a fianco all‟altra? Qui è per la maggior parte così. Quando ne ho voglia arrivo a Manhattan in 10 minuti ma sempre più spesso evito di andarci perché mi piace vivere il mio quartiere. Durante la settimana vado in palestra (ce ne sono ovunque) e una volta alla settimana faccio volontariato. Ho diversi amici – tutti Italiani – con cui nei weekend ci troviamo per mangiare o a bere presso il solito giro di ristoranti e locali iper collaudati. Che stereotipi bisogna smontare su New York? 1) Che è una città pericolosa o violenta. Nonostante ormai sia vero l‟esatto contrario nella testa di molti turisti Italiani resiste ancora l‟immagine della New York degli anni ‟70, quella dei Guerrieri della Notte per capirci. 2) Che non è una città a misura d‟uomo. Alcuni vengono qui per 5 giorni e passano tutte le sere a Times Square dopodiché dicono che non riuscirebbero mai a vivere in una città come questa. Del resto nemmeno io ci riuscirei se New York fosse tutta come Times Square!

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3) Che ci sono molti Italiani-Italiani. C‟è da fare una distinzione fondamentale tra Italo-Americani e Italiani-Italiani. Mentre i primi sono letteralmente milioni, i secondi sono poche migliaia (utilizzando dati ufficiali io ne stimo meno di 5000). Succede quindi continuamente di conoscere un perfetto sconosciuto e subito dopo scoprire che si hanno amici in comune. Con che mentalità bisogna affrontare la vita a New York? Per la maggior parte all‟inizio è necessario un certo spirito di adattamento. Nel posto dove vivo ora ad esempio il primo anno non sarei mai riuscito a stare perché mi sembrava pericoloso. Oppure i primi tempi non mangiavo cose arabe o messicane mentre adesso ne vado pazzo. Non cambiano solo le abitudini ma anche il modo di rapportarsi ed interagire con le persone, con le diversità e le complessità degli altri. Questa è una città che inevitabilmente ti cambia e bisogna essere innanzitutto disposti ad accettare questo cambiamento. Come è cambiata la tua opinione di New York dopo quattro anni? Prima di arrivarci New York la conoscevo solo tramite i film ed ero affascinato dall‟idea di trovarmi nei luoghi che fin dall‟infanzia avevo conosciuto attraverso la televisione. Adesso invece sono attratto dagli aspetti meno vistosi e meno mondani, dallo stile di vita informale, dalla dinamicità (talvolta eccessiva) delle relazioni sociali. Pur sapendo che di fatto non lo è, ormai New York la sento come fosse casa mia.

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Per quanto tempo hai intenzione di rimanere? Ho intenzione di rimanere il più a lungo possibile ma i parametri da tenere in conto (personali, lavorativi, legali ecc…) sono talmente tanti che è impossibile fare previsioni a medio/lungo termine. Grazie Alain e buon proseguimento!

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Andare negli Stati Uniti come studente e rimanerci
Andrea Guglielmino ci racconta come attraverso i suoi studi sia riuscito ad emigrare negli Stati Uniti. Hai studiato in tre nazioni diverse: ci descrivi le esperienze? Direi che sono state tre fasi della mia vita ben distinte. Probabilmente, alla luce dell‟esperienze fatte in Francia e negli States, affronterei la prima esperienza, quella italiana, in maniera diversa e più matura. Direi che mi sono lasciato uniformare al sistema prima dell‟Erasmus in Francia, che mi ha assolutamente aperto gli occhi grazie al contatto e confronto diretto con le altre realtà d‟Europa e

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del mondo. Successivamente ho anche avuta la fortuna di studiare a New York e di essere immerso in un sistema che definisco pragmatico. Il sistema italiano, nella mia esperienza, è stato quello più legato a nozioni e che lascia meno spazio allo studente. In Francia i corsi erano generalmente molto più interattivi ed in maniera ancor più marcata in quella americana, molto meno legato a teorie ma all‟applicazione pratica dele materie studiate. In generale le mie esperienze nei tre paesi hanno confermato che, a parità di età, gli studenti stranieri siano più “maturi” e pronti per il mondo del lavoro rispetto a quelli Italiani. Hai maturato diverse esperienze nel mondo del lavoro italiano durante gli studi, cosa hai imparato? Ho in effetti avuto esperienze diverse tra loro. Alcune di esse mi hanno insegnato ad autogestirmi, altre invece puntavano tutto sul lavoro di squadra. Direi che l‟insegnamento maggiore è stato quello del sapersi ingegnarsi per condurre un lavoro al meglio ed ottenere gli obiettivi voluti. Insomma, quelle cose che non si trovano scritte nei libri. Come hai fatto a trovare lavoro negli Stati Uniti? Una volta iscritto al corso di International Marketing a New York ho deciso che avrei cercato un internship in cui avrei avuto possibilità di essere eventualmente assunto. Ho anche rifiutato di fare un colloquio con un‟importante azienda italiana a New York appena avuta la sensazione che sarei stato solo uno stagista dei tanti, senza alcune prospettive di assunzione.

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Con che visto sei entrato a che visto hai adesso? Sono entrato con un visto da studente (M1) e attualmente ho un visto H1B. Ci descrivi il tuo lavoro? Sono direttore del Digital Marketing in una web based travel company. In breve, le attività di cui mi occupo puntano ad aumentare la presenza della mia compagnia in rete con l‟obiettivo di promuovere i prodotti e servizi al contempo sia direttamente ai consumatori finali che agli altri operatori del settore turistico (leggi Agenti di Viaggio). In linea di massima attraverso la creazione di attività promozionali in formato digitale. Mi occupo inoltre di curare le pubbliche relazioni gestendo giornalmente con soggetti di ogni tipo di media – tv, giornali, internet, etc. Siamo stati tra i primi a credere nei social media come strumento di marketing ed ad esplorare nuove forme di comunicazione e creazione di “networks”. Come descrivi il mondo del lavoro statunitense ai tuoi amici in Italia? Veloce, stimolante, fluido, competitivo, generalmente meritocratico. Decisamente diverso da quello italiano. Molti dei miei amici restano stupiti che io non abbia almeno due o tre settimane di ferie ad Agosto…

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Che consigli daresti a chi vuole saltare aldilà dell‟Oceano Atlantico? Come dico spesso alle diverse persone che in questi anni mi hanno chiesto consigli su come sbarcare negli States – bisogna volerlo fortissimamente, provare tutte le strade possibili e cogliere il momento giusto. Informarsi sulle regole dell‟immigration è assolutamente la prima cosa da fare per riuscire nell‟impresa perché solo cosi è possibile pianificare i successivi passi consapevoli delle tempistiche a disposizione e delle eventuali conseguenze. Inoltre consiglierei anche a coloro che sognano l‟America senza averci mai abitato di darsi del tempo e provarla prima di mettere tutto in gioco. Come molti sanno, iscriversi ad una scuola di inglese è uno degli stratagemmi più efficaci per entrare nel paese con un visto che permetta di avere un po‟ di tempo a disposizione per capire se trasferirsi negli USA è una buona idea o meno. Hai dei siti web da consigliare? Per italiani che vogliono partire e provare un esperienza all‟estero consiglio, oltre ad Italiansinfuga, il nuovo nato Goodbyemamma, progetto dal quale sono stato affascinato immediatamente e con il quale ho recentemente cominciato a collaborare. Per gli States e New York in particolare la “bibbia” di Stefano Spadoni e il sito di Alice Avallone, Nuok, una bella vetrina su New York nonostante talvolta non sia d‟accordo. Grazie Andrea e buon proseguimento!

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Il lavoro negli Stati Uniti che non si trova in Italia
Rossella Mariotti-Jones è partita lo scorso millennio per andare nell‟Oregon, Stati Uniti, perché non riusciva a realizzarsi nell‟ambiente lavorativo. Dopo oltre un decennio, sono poche le possibilità che ritorni in Italia. Datori di lavoro italiani imparate a valorizzare i vostri impiegati! Cosa ti ha fatto decidere di lasciare un lavoro in Italia per andare negli Stati Uniti? Ero demoralizzata, non vedevo il futuro, o per lo meno non vedevo un futuro interessante. Lavoravo in un‟azienda che produceva e vendeva pc e facevo la commerciale, ma avrei voluto tanto entrare nell‟ambito tecnico. Purtroppo in Italia non si riesce a cambiare carriera molto facilmente, i titolari non si fidano, non ti danno opportunità, soprattutto il mio titolare che era una persona la cui presenza non auguro a nessuno. Tramite un contatto che avevo negli Stati Uniti sono riuscita a venire qui per studiare l‟Inglese e poi mi sono fermata per studiare nel campo dell‟Information Technology. Che conoscenza dell‟Inglese avevi prima di partire? Una conoscenza basica, scolastica. In 3-6 mesi di completa immersione però chiunque riuscirebbe a parlarlo bene. Come sei finita in Oregon? Stavo chattando e praticando Spagnolo su internet con una famiglia di Argentini che abita qui in Oregon. Loro mi hanno spronato a provare ad andare almeno solo per fare un corso di Inglese, e così è iniziata l‟avventura.

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Come hai trovato il primo lavoro? Mentre andavo a scuola ho fatto uno „stagè o „internship‟ nel college dove studiavo. Quello è stato il mio primo lavoro vero e proprio, almeno nel campo dell‟IT. Dopo essermi diplomata ho trovato unlavoro in un distretto scolastico della zona e sono rimasta con loro per 3 anni prima di ritornare a lavorare per il college dove ho studiato come analista di rete. C‟è da dire che a quel punto ero già sposata con un Americano e quindi non ho avuto problemi di sponsorizzazioni ecc. Dopo così tanti anni all‟estero, pensi che tornerai in Italia? Non penso, se lo facessi sarebbe principalmente per i miei figli, per dare a loro l‟opportunità di crescere, immergersi e andare a scuola in Italia. Sarebbe durissima però per me trovare un lavorosoddisfacente sotto tutti i punti di vista, non solo quello economico. Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? Lasciate i sensi di colpa e le lamentele alle spalle e fate la vostra vita, i cambiamenti a volte sono difficili ma necessari, se son rose fioriranno. Grazie Rossella ed in bocca al lupo!

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Svezia
Quindici minuti per emigrare in Svezia
Silvia e Gabriele di One Way to Sweden ci spiegano come emigrare in Svezia. Ci presentiamo: siamo Silvia e Gabriele, una giovane coppia di italiani, lei 30 anni laureata in medicina e specialista in medicina interna, lui 37 anni laureato in astronomia e di professione meteorologo: a maggio 2009 abbiamo lasciato definitivamente l‟Italia per iniziare una nuova vita all‟estero. Io, meteorologo, dopo dieci di anni di precariato vissuti tra partita iva e cococo alla fine avevo potuto prendere parte ad un concorso pubblico diventando quindi un dipendente a tempo indeterminato di un ente pubblico regionale (il sogno di molti italiani). Silvia invece appena conclusa la specialità a pieni voti si era ritrovata in pratica disoccupata. Ma l‟inizio della nostra storia va ricercata più indietro nel tempo quando, dopo il matrimonio a giugno 2008, avevamo iniziato a pensare “da grandi”, valutando tutte le opportunità che l‟Italia sarebbe stata in grado di offrire al futuro nostro e dei nostri figli (futuri). Il lavoro di meteorologo mi ha portato sempre molte soddisfazioni, ma il vero problema era proprio la dipendenza da un ente pubblico che tra crisi economica e burocrazia si ritrovava ad essere un dinosauro immobile che ben poco si addiceva al mio spirito imprenditoriale ed alle idee sempre nuove che mi frullano in testa.

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Per Silvia invece c‟era un altro problema, forse ancor più grosso del mio: il nepotismo che regna ovunque sovrano in Italia specie negli ospedali ed all‟università. Tutti sappiamo che senza una raccomandazione i 110 e lode non servono proprio a nulla. Così l‟opportunità di lavoro più appetibile per lei sarebbe stato un lavoro da precario (con partita iva) per coprire i turni di guardia in un pronto soccorso. È ovvio che questo significava zero assistenza, zero malattia, zero maternità. Oltre che pochi soldi in tasca. Così abbiamo iniziato a volgere il nostro sguardo oltre confine e prima di giungere alla scelta che oggi ci vede in Svezia abbiamo valutato diverse altre realtà come Stati Uniti, Germania, Emirati Arabi, Svizzera, Inghilterra… per un motivo o un per altro tutte le ipotesi sono state una dopo l‟altra scartate senza tuttavia nascondere di essere andati vicini ad una delle mete: Dubai. La svolta però è arrivata a settembre 2008 quando per lavoro ho avuto la possibilità di incontrare una collega svedese che mi introdotto a questo nuovo mondo. E così da ottobre abbiamo iniziato a valutare questa meta nordica. La scelta della città non è stata difficile anzi diciamo che è stata quasi obbligata visto che il Servizio Meteorologico Nazionale svedese ha sede proprio qui a Norrköping da dove oggi vi scriviamo: una tranquilla cittadina di 120.000 abitanti a 160 km a sudovest di Stoccolma. Per me non c‟era ancora un lavoro ma la Silvia in autunno ha iniziato a spedire il suo CV agli ospedali della zona. E qui è arrivata la svolta che ricordiamo ancora come se fosse adesso. Sapete quanto tempo è passato dall‟invio della mail alla risposta di interesse da parte dell‟ospedale? Un quarto d‟ora, i quindici minuti che hanno cambiato la nostra vita. Da quel giorno sono seguiti mesi in cui la Silvia ha iniziato a studiare svedese su internet cercando a destra e a manca corsi on-line ed io a spedire CV al SMHI (Servizio Meteo). A gennaio, due giorni dopo la discussione della tesi di specialità di Silvia abbiamo preso il primo volo Ryanair utile

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e siamo piombati qui, nel cuore dell‟inverno svedese. Silvia ha trascorso tre giorni in ospedale ed io ho fatto dei colloqui al servizio meteorologico. Alla fine della settimana Silvia era stata in pratica assunta, non appena i titoli fossero stati convertiti nei corrispondenti svedesi. Al rientro in Italia sono seguiti mesi di quella che possiamo definire “suspence”, con la Silvia disoccupata a casa ed io alle prese con una richiesta di aspettativa per moglie all‟estero di cui nessuno sapeva nulla e sulla quale aleggiava un‟aria di mistero ed incertezza. Come al solito in Italia le cose non sono mai bianche o nere, nessuno mai è in grado di darti una risposta che sia univoca e non puoi mai essere certo di essere nel giusto. Alla fine però grazie ad internet ed ad un‟amica avvocato ho scoperto tutto quello che c‟era da sapere su questo genere di aspettativa e, carte alla mano, ho potuto sfruttare l‟opportunità offerta dalla legge. Ad aprile la Silvia, con il suo svedese che piano piano prendeva forma, è ritornata in Svezia per cercare un alloggio. In una settimana di fuoco è riuscita a firmare il contratto, aprire un conto in banca, fare il permesso di residenza ed il codice fiscale ma soprattutto a trovare l‟appartamento. Dopo una settimana, il giorno di pasquetta, ritornavamo in Svezia con la macchina strapiena delle nostre cose per quello che è stato il primo trasloco. Da quel momento viviamo nel presente. La Silvia ha iniziato a lavorare nell‟ospedale pubblico di Norrköping all‟inizio di maggio ed anche io a luglio ho lasciato definitivamente l‟Italia con il secondo trasloco ed il secondo viaggio nel cuore dell‟Europa verso nord. Alla fine possiamo dire che la decisione di lasciare l‟Italia non è stata semplice per diversi motivi: gli affetti di parenti e amici, il fatto di vivere comunque in un posto che ci piaceva, il mio lavoro ormai sicuro… ma le molte cose, forse ormai troppe, che dell‟Italia non ci andavano giù e che mal si combinavano con il nostro modo di vivere e pensare, ci hanno fatto capire che stavamo facendo la cosa giusta.

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Oggi grazie ad internet, a Skype, al nostro blog http://onewaytosweden.blogspot.com ed alla Ryanair che vola da Treviso a Nyköping ci sentiamo meno lontani, ma pienamente convinti e felici della nostra scelta.

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Come trovare un lavoro in Svezia
Renato Golia ci racconta come trovare lavoro in Svezia. Lui ci è riuscito, si è trasferito da Napoli a Stoccolma e racconta la sua vita su Krallo‟s. Ci descrivi il tuo background universitario e lavorativo in Italia? Quando sono emigrato in Svezia, fine luglio 2008, avevo appena conseguito la Laurea Triennale in Ingegneria Informatica presso l‟Università di Napoli. Non avevo esperienze lavorative se non qualche sito web fatto per raggranellare qualche soldo qua e là. Ad ogni modo, la mia passione per la programmazione mi ha permesso di fondere ciò che ho imparato da autodidatta nel corso degli anni con la metodologia che mi ha fornito l‟Università. Poco prima di partire avevo fatto un paio di colloqui a Napoli. Colloqui ottenuti tramite l‟aiuto della Facoltà e che mi hanno permesso di sapere quanto valessi per il mercato del lavoro. Le società per

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cui ho fatto i colloqui, visto il mio background, erano disposte a mettermi direttamente su progetti operativi perché riconoscevano la qualità della mia competenza. Purtroppo questa competenza non permetteva loro di offrire niente di meglio che uno stage di formazione annuale a “400€ mensili più buoni pasto”. In pratica mi volevano pagare come persona da formare ma poi mettermi direttamente sul prodotto che avrebbero dovuto consegnare da lì ad un mese. No grazie. Perché la Svezia? Prima di tutto occorre specificare “Perché Stoccolma?”. La Svezia non era un‟opzione. Io volevo vivere a Stoccolma, del resto non mi interessava. Ci sono diversi motivi che mi hanno portato a Stoccolma. Checché se ne dica non ho inseguito le chiome bionde delle stoccolmesi. Diciamo che quelle sono una piacevole incidentale. Prima di tutto volevo fare un‟esperienza lavorativa all‟estero un po‟ perché il mondo IT in Italia non se la sta passando bene, un po‟ perché amo viaggiare e conoscere nuove cose e culture. Certo, soprattutto prima della crisi, IT + estero voleva dire Irlanda o, al più, Londra. Purtroppo non reputavo il mio Inglese tale da permettermi di trovare lavoro lì e c‟è da dire che mi ero già innamorato di Stoccolma quando sono arrivato qui in Interrail nel lontano 2003 ed in vacanza con mia sorella nel 2006. Cosa mi ha fatto innamorare di Stoccolma? Il suo essere esattamente a metà tra una Capitale europea ed una megalopoli stile Londra e Parigi. Certo, con il passare del tempo anche Stoccolma inizia a diventare “piccolina”, ma c‟è ancora tanto che non conosco, soprattutto al di fuori del centro, quindi ce ne vuole prima che mi stanchi.

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Che passi hai fatto per trovare lavoro in Svezia? Prima di tutto mi sono aiutato con il motore di ricerca Monster già dall‟Italia. Gli annunci erano in svedese e Google Translator non era buono quanto oggi. Per fortuna mi interessavano solo certe parole chiave, ed infatti ignoravo di cosa si occupava l‟azienda per cui lavoro fino al momento del colloquio. Volendo mettere tutto in ordine cronologico, il tutto è iniziato nell‟Ottobre 2007 quando sono stato invitato per un colloquio da un‟azienda che poi sarà quella per cui lavoro tuttora. Il colloquio si tenne a cavallo tra Natale e Capodanno e, per fortuna, con il senno di poi, non andò bene. Oddio, il capo rimase impressionato da un punto di vista tecnico ma all‟epoca lavoravano solo in svedese e, soprattutto, il capo non si voleva assumere la responsabilità di farmi abbandonare l‟Università (ad un esame e tesi dalla fine) per un contratto di prova. Nell‟agosto 2008, con il pezzo di carta in tasca, mi sono trasferito definitivamente a Stoccolma dove ho seguito un corso intensivo di svedese (2 ore al giorno per 5 giorni la settimana per 4 settimane) presso la Folkuniversitetet. Al termine del corso ho iniziato a guardarmi attorno per trovare un lavoro. Mentre mandavo in giro CV come programmatore, iniziavo a cercare un lavoro anche come lavapiatti nei ristoranti italiani della città. Destino ha voluto che sul sito del collocamento svedese ci fosse un altro annuncio della compagnia per cui avevo fatto il colloquio a Dicembre. Di lì in poi ci si può immaginare come sia andata: colloquio andato bene e suggellato da un‟offerta di un contratto a ore (fine settembre 2008), tramutato poi in contratto a tempo indeterminato (fine dicembre 2008); contratto che è stato confermato nel giugno di quest‟anno.

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Quanto tempo ti ci è voluto dal momento di inizio ricerca lavoro al primo giorno in ufficio? Se contiamo le ricerche blande fatte in Italia, un annetto (ma non effettivo perché ottenuto il primo colloquio, mi ero fermato fino a quando non sono tornato definitivamente in Svezia). Se contiamo solo il periodo svedese, direi un mesetto. Ma ritengo di essere stato fortunato ed, al contempo, di essermi giocato bene le mie carte. Sapevi lo svedese prima di trovare lavoro? Come ho scritto, avevo seguito un corso intensivo di base. Diciamo che ero in grado di fare discussioni di livello molto basso. Come sei stato accolto dai colleghi svedesi? Credo che i miei colleghi siano dei ragazzi fantastici: certo ognuno di loro ha il suo lato oscuro, però chi non ne ha? Sta di fatto che il primo giorno trovai lo sfondo del desktop della mia squadra del cuore (cosa appena menzionata durante il secondo colloquio) e sono pronti a suggerirmi cose che vanno oltre la vita lavorativa. Soprattutto quando ho comprato casa mi hanno aiutato con consigli per muovermi in un mondo ostico anche in Patria, figuriamoci all‟estero e soprattutto in Svezia dove il mercato immobiliare è così particolare. Il capo poi è sempre molto disponibile è credo che mi tratti con i guanti, soprattutto per quanto riguarda le ferie visto che, nell‟ambito dei 25 giorni annuali, mi permette di posizionare i giorni di ferie come più mi aggrada per massimizzarne l‟efficacia e permettermi un ritorno in Italia.

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Come descriveresti il mondo del lavoro in Svezia? È strano. Per certi versi i miei colleghi sono molto professionali, dall‟altro si vede che non tutti hanno la mia stessa formazione e la qualità del loro lavoro ne risente. Ma è solo una questione di competenze. Certo il capo ha il viziaccio di fare riunioni spesso ripetitive su aspetti ormai dati per assodati del progetto, però niente di impossibile da sopportare, a patto di avere una buona tazza di caffè con sé. Inoltre in azienda si conta molto sul gruppo. Ad esempio ogni mese si organizza una specie di festa cui partecipano bene o male tutti i colleghi. Consigli a chi volesse seguire le tue orme? Prima di tutto bisogna essere coscienti che non è facile e che il fallimento è un‟opzione che va tenuta in considerazione. Io ho avuto tanta fortuna. Ad ogni modo, l‟importante è avere quel quid che ti permetta di far dire alla persona che hai davanti durante il colloquio che tu sei meglio del biondino che ha fatto il colloquio prima di te. Non voglio essere crudele, ma sui forum come MondoSvezia si legge di tante persone che vogliono venire, spesso gente che non ha una formazione specifica e con una conoscenza marginale della lingua inglese. Purtroppo la Svezia non è la terra promessa. O meglio, lo è, ma non è alla portata di tutti. Grazie Renato e buona fortuna!

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Svizzera
600 CV in Italia, niente. Dopo due mesi trovo lavoro in Svizzera!
Sara Catella lavora per 17 anni in Italia. Quando l‟azienda chiude inizia a cercare lavoro ma dopo 600 curriculum spediti nessuna prospettiva di lavoro. Inizia così a cercare lavoro all‟estero e lo trova nel giro di due mesi in Svizzera da dove ci scrive. Che esperienza lavorativa hai maturato in Italia? Dopo la laurea in amministrazione aziendale, ho iniziato a lavorare per una società di ingegneria, come area manager e in questa società sono cresciuta fino a diventare responsabile di mercati come il nord africa, in particolare l‟Algeria (dove ho anche vissuto per alcuni periodi), il medio oriente e poi l‟asia. La mia esperienza lavorativa è legata soprattutto alla vendita di grossi impianti, quindi un approccio molto diverso alla vendita di un prodotto, che presuppone anche conoscenze di mercato, di contrattualistica internazionale, di finanza. Cosa ti ha portato in Svizzera nel 2005? Come hai trovato l‟opportunità lavorativa? Nel 2004 l‟azienda per la quale lavoravo chiude e io mi ritrovo per la prima volta dopo moltissimi anni a dovermi cercare di nuovo un lavoro e a rimettermi sul mercato.

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Parto fiduciosa, ho una laurea, tanti anni di esperienza di lavoro internazionale, parlo quattro lingue e sono convinta che troverò un altro lavoro senza grandi problemi. Dopo aver inviato più di 600 curriculum, aver fatto interviste che definirei patetiche con recruiters impreparati, il massimo che sono riusciti ad offrirmi erano solo lavori a progetto per 6 mesi e con uno stipendio inaccettabile. Mi sono più volte chiesta, ma come ho diciassette anni di lavoro alle spalle, sono stata in tutto il mondo, ho tanto esperienza, come mai in questo paese sembra che non conti niente? Già non amavo particolarmente le scarsissime opportunità che il nostro amato paese offriva, avevo già vissuto all‟estero e avevo già visto la differenza, così mi sono detta, basta questo paese non ha più niente da offrirmi e ho cominciato a inviare il mio curriculum in Europa. Nel giro di un paio di mesi, vengo chiamata dall‟azienda per la quale tuttora lavoro…e così, ho fatto le valigie e sono partita! Quali erano le tue conoscenze linguistiche allora? Come ho detto prima parlavo quattro lingue, ma non quella che mi serviva qui : il tedesco! Fortunatamente l‟azienda per la quale lavoro, non aveva bisogno del tedesco, lavorando quasi esclusivamente sui mercati overseas. Mi sono ovviamente messa a studiare questa lingua così difficile e oggi ho una discreta conoscenza, ma qui parlano in realtà lo svizzero tedesco, un dialetto che non ha nulla a che fare con il tedesco!

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Cosa stai facendo adesso a Berna? Oggi sono un International Sales Manager, lavoro per una società di ingegneria che si occupa di impianti chimici, sono responsabile dei mercati asiatici, dai quali proviene l‟80% del fatturato dell‟azienda. Come deve affrontare la transizione verso il mondo lavorativo svizzero l‟aspirante emigrante italiano? Come ci si può preparare in modo ottimale? Partite con fiducia ma non aspettatevi che sia tutto facile. La Svizzera è un bel paese, ma la vita agli inizi non sarà facile. Sono molto riservati e diffidenti all‟inizio, ci vuole del tempo perché si aprano verso di voi, ma poi sono ottime persone, rispettosi degli altri e dell‟ambiente in cui vivono. Occorre essere predisposti ad accettare la loro cultura, adattarsi ai loro ritmi, cercare di capirli per poter veramente sentirsi integrati. Il lavoro c‟è, ma bisogna impegnarsi per trovarlo. Preparatevi un curriculum in inglese e mandatelo alle aziende o ai recruiters. E poi c‟è il problema della lingua, se decidete di venire in questa parte della svizzera, meglio se conoscete già qualche lingua straniera, specialmente il francese, e poi mettetevi subito a studiare il tedesco…anzi lo svizzero tedesco…questo vi aiuterà molto. Per il resto, andare a vivere all‟estero è un‟avventura, ma se è davvero ciò che volete, allora sarete disposti a fare qualche sacrificio ma alla fine otterrete quello per cui avete lasciato il vostro paese, una vita decisamente migliore di quella che avevate in Italia.

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Sei in grado di fare un confronto tra il potere d‟acquisto in Svizzera ed in Italia? La vita in Svizzera è più cara che in Italia, soprattutto per quanto riguarda le case. Il sistema sanitario è simile a quello americano, occorre avere un‟assicurazione per poter accedere a cure mediche. Però gli stipendi sono di gran lunga superiori a quelli italiani e quindi permettono di vivere ai costi svizzeri senza particolari problemi. Se consideriamo l‟attuale potere di acquisto degli italiani, bè è difficile fare un paragone…qui tutti riescono a vivere dignitosamente, anche quelli con gli stipendi più bassi. Quali sono le prospettive di mercati come la Cina e India? Sia dal punto di vista del potenziale per aziende che per lavoratori che vogliono andare a lavorare li. Per mia esperienza personale, frequento questi paesi da quasi 15 anni e li ho visti crescere e cambiare. La Cina è un paese in esplosione, in continua crescita, ed è un‟opportunità per qualsiasi azienda poter essere presente su quel mercato. Anche se oggi la Cina è in grado di fare molto da sola, ha ancora bisogno di tecnologie che, soprattutto in alcuni settori, non è ancora in grado di coprire. È un mercato immenso ricchissimo di opportunità, ma non è facile entrare e bisogno sapersi muovere.

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Per chi vuole lavorare in Cina, non ho esperienza diretta, ma i molti expats che lavorano laggiù sono principalmente stranieri che lavorano per società straniere con sede in Cina, anche se si sta cominciando anche a vedere stranieri che lavorano per società cinesi. L‟India invece, anche se è un grosso mercato e in costante sviluppo, anche se non ai ritmi cinesi, è un capitolo a parte. Le aziende straniere che affrontano questo mercato si trovano ad avere come concorrenti ancora i cinesi, che ormai hanno una forte presenza sul mercato a costi ovviamente impossibili da raggiungere per una società europea o americana. Le possibilità di lavoro per uno straniero sono ancora una volta quelle di lavorare per aziende straniere che hanno sede in India, ma non ho esperienza diretta. Grazie Sara e buon proseguimento in Svizzera!

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Tutto ciò che bisogna sapere per trasferirsi in Svizzera
Giulio Sovran è un architetto italiano emigrato in Svizzera e ci racconta la sua esperienza. Giulio sta anche scrivendo un libro sul tema “come lasciare l‟Italia” e cerca persone motivate a collaborare al progetto. Contattatelo a: sovran@goodbyemamma.com Aggiornamento: il progetto, Goodbye Mamma, sta andando a gonfie vele e per ulteriori informazioni visitate www.goodbyemamma.com Oppure sulla pagina Goodbye Mamma su Facebook Per porre quesiti sul tema espatrio, veniteci a trovare direttamente sul nostro gruppo Goodbye Mamma su Facebook Prima di rispondere alle tue domande me ne pongo una io stesso: Perché andare a vivere in Svizzera? Eric Weiner, nel saggio “La geografia della gioia”, parla della Svizzera (8/10) come uno dei Paesi più felici al mondo, assieme a Islanda (8.2/10), Canada (8/10) Australia (7,7/10). L‟Italia (6,7/10), forse a causa della sua filosofia “stavamo meglio quando stavamo peggio”, non é piazzata un granché bene secondo le statistiche redatte da uno studioso della felicità come

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RuutVeenhoven (World Database of Happiness) che parla di società dei valori quali famiglia, relazioni sociali, religione, oltre che di stabilità economica e di welfare state. Uno degli elementi cardine che connota la qualità della vita in Svizzera é l‟onestà delle persone, la fiducia nel prossimo e il profondo senso di stabilità che pervade la vita quotidiana. É possibile che una barriera geografica come le Alpi abbia contribuito a marcare le differenze tra i due paesi. Stili di vita e mentalità sono agli antipodi e sarei propenso a definire la Svizzera la Nuova Zelanda d‟ Europa. Se in Italia dimenticare le tapparelle alzate in un “tranquillo” pomeriggio milanese, com‟è successo a mia madre, significa farsi svuotare la casa, in Svizzera si può ancora lasciare aperta la porta di casa e non occorre un catenaccio in acciaio da cinque kg per bloccare una bicicletta. I bloster qui sembrano, piuttosto, braccialetti multicolori portafortuna. Tuttavia è imprudente abusare della fiducia altrui. Io l‟ho fatto e me ne sono pentito amaramente. Un venerdì come un altro. Partita di calcetto con gli amici bernesi in una palestra; tutti i nostri valori, come sempre, lasciati incustoditi negli spogliatoi: “tanto siamo in Svizzera!”. Finita la partita, il mio portatile Macintosh nuovo fiammante, lo ammetto, nemmeno troppo nascosto nello zaino, era scomparso. Il mondo mi cade addosso. Mi risveglio da un sogno durato più di tre anni. Sono uno stupido, mi dico. La denuncia alla polizia mi prende circa un quarto d‟ora, i furti sono una merce rara, ma anche la Svizzera non é il paradiso. Sono passate tre settimane, la polizia mi chiama sul cellulare: “Il suo portatile é stato ritrovato”. La mia reazione? Una sola e semplice frase: “grazie Svizzera!come ho potuto dubitare di te?” Puoi riassumere brevemente il percorso universitario/professionale che ti ha portato in Svizzera?

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Sono un milanese, amante della mia Milano frenetica e dei suoi ritmi incalzanti. Non sopporto perdere tempo, immaginate la frase “il tempo é denaro” detta con il tipico, e spesso fastidioso, accento milanese. Finito il Liceo artistico Caravaggio mi iscrivo alla Facoltà di architettura di Milano Bovisa. L‟architettura é una passione che assorbe la maggior parte del mio tempo, ma detesto l‟architettura che s‟insegna in quella Università. In tempi record, per architettura (quattro anni e mezzo), conseguo la laurea specialistica e saluto l‟Italia, senza rimpianti. Avevo capito da tempo che oltre confine le cose sarebbero state differenti, le occasioni molto più stimolanti. Come spesso succede, lo scossone che fa crescere il giovane studente universitario é il programma Erasmus, nel mio caso, un anno di vita (2003-2004) trascorso alla T.U. di Delft, in Olanda e sei mesi di tirocinio presso uno studio di architettura de L‟Aia; un‟esperienza fondamentale per le mie scelte future. Quasi la totalità degli studenti Erasmus, una volta finiti gli studi, si ripromette di andare a lavorare all‟estero. Tuttavia se l‟esperienza e le opportunità offerte dall‟Erasmus si collocano in un contesto ambientale ed economico protetto, il campus universitario e la famiglia alle spalle, l‟inserimento nel mercato del lavoro è ben altro discorso, un vero e proprio salto nel buio; anche se io l‟ho vissuto e lo vivo come un‟esperienza eccitante che si rinnova quotidianamente. Il mio unico pensiero è stato dunque di finire gli studi il più presto possibile per andare a lavorare all‟estero. Perché ho scelto la Svizzera? Come spesso accade, per motivi sentimentali, non volevo allontanarmi troppo dall‟Italia.

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La meta più vicina? Losanna o Ginevra nella Svizzera francese. Primo passo, la lingua. Durante l‟ultimo anno di università mi sono iscritto aun corso serale di francese e comincio una ricerca a tappeto di tutti gli studi di architettura nella Svizzera francese ai quali invio altrettanti curricula. Risultato: un colloquio di lavoro in francese maccheronico a Sion, nel cantone Vallese (sud della Svizzera), il giorno successivo al conseguimento della laurea. Un periodo di prova di tre mesi che si è tradotto in una bellissima esperienza lavorativa e di vita durata due anni (2006-2008). Nel 2008 decido di trasferirmi a Berna, la capitale, nella Svizzera tedesca, quella dei così detti luoghi comuni, dove vivo e lavoro ormai da quasi due anni. Conoscevi già il tedesco prima di arrivare a Berna? Il tedesco, il francese, l‟inglese e un po‟ di olandese. Con il tempo ho scoperto l‟amore per le lingue, intese come strumento di conoscenza e d‟integrazione. MoniOvadia, autore, musicista, attore di teatro, profondo conoscitore della cultura ebraica usa correntemente dieci lingue afferma: “tutti e nessuno sono portati ad apprendere una lingua; é soltanto una questione di metodo”, (opinione che non posso che condividere). Io penso che la volontà e la disciplina siano alla base dell‟apprendimento. In questi anni ho messo a punto diversi metodi di apprendimento legati alle circostanze, al tempo e al denaro a disposizione. Rispetto al francese o all‟inglese, il tedesco é una lingua veramente ostica per un italiano. Ho iniziato a studiarla a Sion 6-8 mesi prima di cercare lavoro nella Svizzera tedesca, ho frequentato

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un corso serale, ma soprattutto, una volta tornato a casa dall‟ufficio, ho studiato tutte le sere per circa un‟ora. Benché al colloquio di lavoro non fossi ancora pronto per un dialogo professionale in tedesco, tempo un mese dalla mia assunzione, ho“obbligato” i miei colleghi a parlarmi solo in tedesco ed io a fare lo stesso con loro. Inoltre nei miei continui spostamenti la scelta di condividere con persone del posto l‟appartamento mi ha consentito rapidamente di ottenere ottimi risultati in tempi rapidi. Dopo circa un anno e mezzo dal trasferimento a Berna parlo e scrivo correntemente in tedesco e capisco anche abbastanza bene il dialetto bernese. Eh sì, dovete sapere che lo svizzero tedesco usa abitualmente il dialetto svizzero tedesco anche sul posto di lavoro. Sarebbe come per un milanese trasferirsi in Sicilia e scoprire che la lingua ufficiale è il siciliano… Ci descrivi la vita a Berna? Facendo una proporzione aritmetica, potrei dire che Berna sta a Zurigo come Roma sta a Milano. Berna é la capitale, Zurigo é il business, è il vivere frenetico, come Milano. La contrapposizione tra Berna e Zurigo, come tra Roma e Milano, segna un confine immaginario tra i due cantoni; una frontiera linguistica reale (due dialetti) che si evidenzia in due modi distinti di salutare, Grüezi a Zurigo e Grüessech a Berna. I bernesi la chiamano “Grüezigrabe” (frontiera dei Grüezi). Berna è una città di 125.000 abitanti, dal fascino architettonico ineguagliabile. Costruita in un‟ansa creata dal fiume Aare su di un‟altura, domina il paesaggio collinare circondato dai picchi alpini sempre innevati a sud. Berna è una città “lenta”; e così tutti in Svizzera si prendono gioco del modo flemmatico di muoversi e di parlare dei suoi cittadini. Il bernese non sembra stressato, si gode la vita (gemütlich), il tempo libero, gli aperitivi sotto le arcate, le cene nei numerosi e affollati ristoranti del centro storico.

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Berna è una piccola città a misura d‟uomo, con un centro storico ben caratterizzato dove si concentra una varietà di servizi tipici della grande città. Le limitazioni scoraggiano l‟uso del mezzo privato. Possedere un‟auto a Berna è più una scomodità che un valore aggiunto. La fitta rete di piste ciclabili permette di raggiungere ogni posto al massimo in dieci minuti anche a coloro che abitano in periferia. I mezzi pubblici urbani sono impeccabili per collegamenti e frequenza. D‟estate il cittadino bernese approfitta delle attrezzature ricreative e sportive collegate al fiume Aare. Gratuito è l‟accesso alle piscine e agli spazi verdi che si affacciano sulle sue sponde. Lo svago preferito consiste nel tuffarsi nel fiume dai ponti, nuotare nelle acque a volte gelate, attraversare da una sponda all‟altra, navigare da una cittadina all‟altra su gommoni gonfiabili, utilizzando i trasporti pubblici che permettono la facile risalita del fiume. In quanto a vita notturna non pensate di essere a Madrid o a Barcellona. Durante la settimana si rischierà di sentirsi un po‟ soli per strada. Ma di locali notturni ce ne sono ed anche di gente disposta a divertirsi. Basta adattarsi agli orari locali che prevedono una sveglia mattutina a prova di “galline”, e l‟ orario di inizio lavoro tra le 8.00 e le 8.30 (il mio tra le 7.00 e le 7.30). Di conseguenza la sera si va a nanna presto. Berna è una città cosmopolita, gli stranieri sono numerosi, ben integrati e rispettano le regole del paese che li ospita. Il bernese tipo, oltre al tedesco, adora parlare in francese (il Canton Berna confina con diversi cantoni francesi), conosce l‟inglese e, sorpresa, non è raro scovare bernesi che se la cavano bene anche con l‟italiano. Non vi sentirete mai abbandonati a Berna. Chiunque vi vedrà in difficoltà per la strada sarà disposto a darvi una mano, la lingua? A vostra scelta!

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Cosa offre la Svizzera che manca all‟Italia? La Svizzera offre una qualità di vita di gran lunga superiore alla media italiana, e Berna, in particolare, è una città decisamente più economica di Zurigo o di Ginevra. Il costo di un appartamento in periferia (10 minuti di bici dal centro), con soggiorno, cucina attrezzata e due camere da letto, si aggira intorno ai 900 € al mese. Condividere un appartamento può costare dai 300 ai 500 €. Come a Milano, direte voi. Si, ma lo stipendio mediamente è il triplo di quello che si percepisce in Italia. La Svizzera offre tranquillità e sicurezza. La gente si fida ed è onesta. Nel caso perdiate un cellulare o un portafogli per strada, non è un fatto eccezionale che qualcuno ve lo riporti. Non è necessario guardarsi le spalle continuamente per evitare di essere raggirati, tanto nessuno proverà a farlo. I servizi svizzeri sono impeccabili dalla Sanità, ai Trasporti, alle Poste. Il sistema sanitario è privato (il costo mensile si aggira tra i 100 e i 200 €), ben organizzato e di alta qualità, con tempi di attesa brevissimi. Negli uffici postali il cliente è servito mediamente entro cinque minuti. Attenti però: ultime statistiche registrano in quanto a puntualità dei treni un peggioramento del servizio. Pare che nel 2009 solo il 96% dei treni sia arrivato puntuale rispetto al 97% del 2008. Dati che, rispetto all‟Italia, si commentano da soli! Le tasse? In Italia si usa dire che le pagano solo i lavoratori dipendenti e gli stupidi (arrivano sino al del 50% dello stipendio), a fronte di servizi spesso scadenti. In Svizzera tutti (o quasi) pagano le tasse che variano da cantone a cantone (stato federalista), comunque si aggirano massimo intorno al 30% del reddito lordo.

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Il denaro pubblico è gestito con il massimo della trasparenza. Se in Italia si parla di debito pubblico, nella confederazione svizzera è normale che i bilanci si chiudano in attivo; ho scoperto io stesso qualcosa che non avevo mai sentito prima: il “credito pubblico”. Sembra fantascienza, ma qualche anno fa è stato indetto un referendum (in Svizzera la consultazione popolare è usata di frequente) su come utilizzare le eccedenze del credito da tassazione! E ora parliamo di regole. Le regole di convivenza civile sono accettate e applicate di buon grado. Il cittadino è il primo a pretendere che si rispettino. Il suono del clacson, per fare un esempio, lo sentirete solo quando state facendo qualcosa di contrario al codice stradale, e non certo per sollecitarvi a ripartire allo scattare del verde, oppure per farvi notare da una bella ragazza che passa. Ma anche la polizia stradale non scherza! Sappiate che non fa sconti a nessuno. L‟avete fatta sporca? Allora pagate. Tempo due settimane dal mio arrivo a Berna alle ore 23 di un martedì sera ho collezionato in bicicletta un totale di 100€ di multa perché ho attraversato con il rosso tre semafori pedonali. Una pattuglia della polizia che mi stava seguendo, mi ha fermato prima del quarto semaforo, per fortuna… No, qui su certe cose non si scherza! E sono sempre stato più fortunato di quel diciassettenne tedesco, fermato in bici con un tasso alcolico nel sangue troppo elevato il quale, oltre alla sanzione di 500€, per quindici anni non potrà condurre veicoli non motorizzati (di quelli motorizzati non se ne parla neppure) in Svizzera, skateboard incluso e sarà anche obbligato a pagare 30€ ogni volta che verrà sorpreso sul suolo svizzero persino alla guida di un triciclo!

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Com‟è il mondo del lavoro in Svizzera? La crisi finanziaria mondiale ha colpito gravemente anche la Svizzera dove il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 2,6 al 2,7%, un valore inferioresoltanto a Norvegia e Danimarca in Europa… Parlare di lavoro? In questo momento sto scrivendo (il mio Mac è rimasto a casa) dalla spiaggia di KohLipe, isoletta sperduta nel sud della Tailandia. Accanto a me un cocktail da 80 centesimi di Euro nella noce di cocco. Non ve lo descrivo, potrebbe farvi invidia. Una domanda coerente potrebbe essere: No, il lavoro mi aspetta a Berna dal primo Marzo. Approfitto di un mese di vacanza a Febbraio, tra Malesia e Tailandia, per consumare gli straordinari che ho accumulato l‟anno scorso. Anche qui, come succede in ogni studio di architettura, si lavora molto. Per rispettare le scadenze, passo giornate (spesso nottate) intere in ufficio. Ma le ore eccedenti, vengono pagate o tradotte in giorni di ferie. Il lavoro ben retribuito mi consente di accantonare il denaro senza rinunciare a soddisfare i miei interessi. Cosa chiedere di più? Parliamo ora della leggendaria precisione e puntualità svizzera. Non esiste un luogo comune più vero. Anche per un ritardo di 10 minuti si usa telefonare. Dovrete abituarvi. In quanto a precisione, dopo quasi quattro anni di duro lavoro vengo ancora ripreso. Probabilmente in Italia sarei già pronto per dipingere delle miniature…Questo è lo “SwissMade”!

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Che consigli daresti agli Italiani che vogliono emigrare in Svizzera? Ragazzi,volete andare a lavorare in Svizzera? Provateci! La soluzione più semplice sarebbe quella di cercare lavoro nel Canton Ticino. In realtà il mercato è già inflazionato dai lavoratori italiani frontalieri e le retribuzioni sono decisamente inferiori. Il primo scoglio da superare per accedere al mercato del lavoro nella Svizzera “vera”, sono le lingue. La conoscenza del francese e del tedesco è indispensabile. Nonostante la scarsa conoscenza della lingua, per me è stato più facile spostarmi dalla parte francese a quella tedesca, avendo già maturato due anni di esperienza in uno studio di architettura a Sion. La buona conoscenza del francese e/o del tedesco sono nella maggior parte dei casi obbligatori, dovendo competere con emigrati di madrelingua. Anche loro cercano condizioni lavorative migliori rispetto a Francia e Germania e hanno ben capito dove trovarle. Se lavorate nel business (consulenza, multinazionali, organizzazioni internazionali, ecc.) o nella ricerca, l‟inglese potrebbe bastarvi; in tutti gli altri campi, armatevi di pazienza e studiate. Cercate di capire il mercato prima di mandare un curriculum “a caso”. Riceverete sicuramente una risposta (gli svizzeri rispondono sempre!), ma nel 99% dei casi sarà negativa. Mancando di esperienza e di conoscenza delle lingue potreste proporvi a prezzi competitivi, proprio come fanno gli operai stranieri in Italia, Il datore di lavoro non potrà essere che contento di un lavoratore motivato e che costa meno. La cosa non ci piace? Queste sono le leggi della domanda e dell‟offerta. In definitiva siamo tutti stranieri, salvo che in casa propria. Ma su questo argomento si aprirebbe un‟altra serie di domande ben più spinose.

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Una cosa certa è che si deve lottare. Saggio sarebbe accontentarsi inizialmente di uno stipendio più basso e di condizioni contrattuali meno ambiziose pur di entrare nel mondo del lavoro svizzero. Avrete in questo modo la possibilità di apprendere la lingua locale, il modo di lavorare e, se sarete bravi, avrete la possibilità di far carriera. Perché in Svizzera vige una regola dettata da una parola spesso ignorata in Italia: meritocrazia. E ricordate che anche se accetterete uno stipendio dimezzato e delle condizioni “sfavorevoli”, spesso e volentieri guadagnerete più di quanto vi avrebbero pagato in Italia. Scusa l‟ignoranza,ma un italiano, per vivere nella confederazione svizzera che non fa parte dell‟unione europea, deve essere in possesso del permesso di soggiorno? Giusto. La Svizzera non è parte dell‟Unione Europea ma grazie a trattati economici bilaterali, per coloro che vogliono trasferirsi in Svizzera le procedure sono state semplificate. Quattro anni fa, quando arrivai in Svizzera, il mio datore di lavoro, prima di assumermi, dovette dimostrare di non aver trovato, al momento, nessun cittadino svizzero con le mie stesse competenze. Oggi le cose sono più semplici per chi proviene da Paesi membri della Comunità Europea. La Svizzera rilascia, oltre un periodo superiore ai tre mesi, in cui si è considerati “turisti”, un permesso di soggiorno solo a chi possiede un regolare contratto di lavoro. L‟autorizzazione al soggiorno varia da uno a cinque anni,a seconda del tipo di contratto. La cittadinanza può essere concessa solo dopo dodici anni di residenza continuativa in Svizzera e il superamento di un esame di conoscenza linguistica, politica, geografica; qualche anno prima se sposate una/uno svizzera/o.

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Ma voglio affrontare un altro argomento che mi sta particolarmente a cuore ed è quello della durata dei contratti di lavoro. Il sogno della maggior parte degli italiani oggi è quello di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato, il cosiddetto “posto fisso”, quello che nessuno potrà più toglierci, e che ci consentirebbe di accendere un mutuo trentennale. Purtroppo In Italia capita che il tanto sudato posto fisso significhi “cadesse il mondo, ormai nessuno me lo potrà più togliere”. In Svizzera il lavoro a tempo indeterminato è quasi la normalità, ma ciò non vuol dire che non si possa venire licenziati nelle tempistiche previste dalla normativa (1-2-3-6 mesi). L‟efficienza da parte del lavoratore deve essere garantita. L‟efficienza è un requisito indispensabile per mantenere un posto di lavoro, l‟efficacia dei risultati conseguiti è una condizione per migliorare il profilo personale e di conseguenza le condizioni economiche. Altrimenti… Altrimenti sei libero di cercare qualcos‟altro. Il credito pubblico svizzero non è certo il frutto di un biglietto vinto alla lotteria… Giulio Sovran Tra le tante cose, sto scrivendo sul tema “come lasciare l‟Italia”, cerco persone motivate a collaborare al progetto. Contattatemi pure: sovran@goodbyemamma.com

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Lavoro in Svizzera, vivo in Italia
Roberta Ravelli lavora in Svizzera e vive in Italia. Ecco la sua storia. Ci descrivi i tuoi studi? Dunque, potrei iniziare dicendo che se potessi tornare indietro rifarei esattamente lo stesso percorso, forse con un‟unica aggiunta, cioè un‟esperienza di stage o di studio all‟estero. Reputo il mio percorso formativo completo e solido. Ho frequentato un istituto tecnico per perito aziendale e corrispondente in lingue estere dove ho imparato molto sull‟economia e la gestione aziendale così come ho avuto modo di studiare approfonditamente ben 3 lingue straniere: inglese, tedesco e francese. Questo istituto mi ha anche dato la possibilità di fare brevi esperienze all‟estero e scambi culturali che considero di fondamentale importanza per la mia formazione. Successivamente ho, molto coraggiosamente, intrapreso gli studi ingegneristici, parecchio lontani dalla mia formazione precedente. Mi sono trovata a fronteggiare grosse difficoltà con la matematica, la geometria, la fisica e la chimica, praticamente mai viste prima. Mentre la maggior parte degli iscritti al mio corso di laurea ha “vissuto di rendita” per i primi 2/3 semestri, io ho dovuto letteralmente “rimboccarmi le maniche” e colmare le mie lacune. È stato tosto ma stimolante e, in fin dei conti, nemmeno così difficile.

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Una volta ottenuta la laurea di primo livello in tempi perfettamente in linea e con una valuazione non eccellente ma personalmente molto gratificante, mi sono trovata ad un bivio: iscriversi al corso di specializzazione in lingua inglese, il quale però non consentiva di scegliere un definito corso di specializzazione, oppure scegliere tra i classici corsi di specializzazione in lingua italiana dove la scelta spaziava dal marketing, alla gestione aziendale, alla logistica e produzione, finanza, gestione della pubblica amministrazione, etc. La passione per le lingue mi ha spinta a lanciarmi nel corso di specializzazione in lingua inglese, parte del programma di internazionalizzazione del Politecnico di Milano tanto pubblicizzato all‟estero, dall‟Europa all‟Asia. E così, con una classe composta all‟80% da studenti stranieri (cinesi, indiani, svedesi, norvegesi, francesi, spagnoli…) ho affrontato gli ultimi due anni di studio i quali sono serviti, oltre che ad apportare nuova conoscenza teorica e pratica e a consolidare il mio inglese, ad arricchirmi come persona grazie all‟esperienza multiculturale quotidiana che mi sono trovata a vivere. Quali posizioni lavorative hai trovato in Italia? Dunque, una volta terminati gli studi ho cominciato a cercare lavoro. All‟inizio è molto difficile orientarsi, si hanno molte nozioni in testa, si hanno preferenze che, ad analizzarle a 3 anni dalla laurea quasi mi viene da sorridere. Io avevo le idee chiare: cercare un impiego nel Marketing/Innovazione di una multinazionale del settore Moda/Fashion. Mandati i primi CV e ricevuti i primi feedback mi sono accorta che per il Marketing non mi consideravano proprio, non avevo una formazione così specifica e, forse considerazione più

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importante di tutte le altre, un ingegnere al marketing rischierebbe di impazzire in tempi molto brevi, senza nulla togliere a chi lavora nel settore. Essendo una persona piuttosto frenetica e anche ambiziosa, avevo iniziato ad inviare CV già parecchi mesi prima della laurea quindi, una volta laureata, avevo già raccolto questi feedback che mi hanno poi portata a rivalutare le mie aspettative. Il settore d‟interesse non l‟avrei cambiato per nulla, quindi Apparel and Fashion non cambiava, mentre sulla funzione aziendale ho cominciato a fare qualche valutazione più approfondita. In realtà, non erano i contenuti in se che rendevano il Marketing interessante mentre la Logistica e la Produzione noiose, gli aspetti in gioco erano diversi, e non significativi ai fini lavorativi quindi ho deciso di ricredermi ed accettare il primo impiego in Decathlon, in Produzione e Pianificazione. L‟azienda rispecchiava in pieno il mio stile di vita, avrei prefeito dover utilizzare la lingua inglese ma diciamo che è stata una buona palestra per rispolverare il mio francese caduto nel dimenticatoio. L‟esperienza in Decathlon è durata solo 7 mesi. Diciamo che mi sono trovata ad un mese dalla laurea, in un periodo di piena crisi -era Gennaio 2009, con 2/3 alternative per le mani. Decathlon ha vinto sulle altre cosi ho intrapreso questo percorso che è durato 7 mesi. Il risultato dell‟invio massivo di CV, prima di trovare impiego in Decathlon, ha fatto si che le proposte lavorative continuassero ad arrivare. Sono stata spesso contattata per proposte lavorative finchè un‟azienda con sede a Milano ha attratto la mia attenzione. Dopo aver trovato lavoro, era un mio grande desiderio uscire di casa e raggiungere finalmente la mia autonomia, la

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proposta di lavorare a Milano portava con sè l‟esigenza di trasferirsi, ed è così che ho deciso di accettare. Ho iniziato a lavorare per il settore planning Air Care di Johnson e mi sono trasferita a Milano. Quanto è stato importante studiare il corso universitario “giusto” e richiesto dal mondo del lavoro? Scegliere il corso “giusto” è di fondamentale importanza, senza dubbio alcuno. Vorrei solo precisare che io per “giusto” intendo giusto per se stessi, giusto per le proprie passioni e le proprie attitudini. Non giusto per il mercato del lavoro. Di questo passo ci saranno solo laureati in giurisprudenza e in economia. Scegliere in base alla richiesta del mondo del lavoro non porta lontano, il mondo del lavoro cambia velocemente, la crisi porta disoccupazione e avere giovani disoccupati e insoddisfatti ma con un pezzo di carta in mano non porta proprio da nessuna parte. Può sembrare banale o scontato ma bisogna sapersi ascoltare, partire dai propri punti di forza, dalle proprie passioni e da li magari si, cercare di adattare le nostre scelte alle richieste del mercato dellavoro. Con questo intendo prendersi serenamente una laurea in musicologia, se la musica è la passione primaria, ma nei tempi giusti, con buoni risultati nero su bianco e completandosi con ciò che il mondo del lavoro richiede ormai a tutti, dall‟impiego più umile a quello più al vertice: buon utilizzo del pc e conoscenza della lingua inglese, ad esempio.

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Perché poi il salto verso il lavoro in Svizzera? A 9 mesi dall‟assunzione in Johnson, con contratto di inserimento, 18 mesi; mi è giunta una nuova proposta, questa volta da oltre confine, dalla tanto ambita Svizzera. Si trattava sempre di un lavoro nelle operations per un‟azienda del settore Apparel/Fashion, The North Face; finalmente la combinazione perfetta! Ho accettato immediatamente, spinta anche dall‟ottimo stipendio e dalle possibilità di carriera sia all‟interno dell‟azienda che all‟interno del Gruppo (VF International) a cui TNF appartiene. Ho salutato Milano alla volta di un paese di confine in provincia di Varese, Malnate, dove ora vivo. Come hai trovato il lavoro presso la VF Corporation e cosa fai? Sono stata contattata da un‟agenzia di Recruitment svizzera. In Svizzera queste agenzie fanno spesso da tramite tra l‟azienda e il lavoratore, seguono tutta la fase di selezione mentre poi l‟assunzione viene finalizzata dall‟azienda richiedente. Io avevo inviato spontaneamente il mio CV in formato elettronico dopo i primi mesi di lavoro in Decathlon. Non mi ero candidata per una posizione specifica, mi ero semplicemente registrata nel DataBase aziendale. Ho fatto il primo colloquio con l‟agenzia di selezione e poi 2 colloqui in azienda, 1 con le risorse umane e 1 con la mia futura responsabile. Il processo di selezione è stato piuttosto lungo, circa 1 mese e mezzo dal primo colloquio alla proposta. Il mio ruolo in azienda è Sales Planning Analyst,

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mi occupo delle previsioni di vendita e degli acquisti dei prodotti The North Face per il mercato Wholesale EMEA. Seguo la campagna vendita controllando l‟avanzamento ordini e assicurando consegne on time ai clienti. Garantire la copertura ordini significa gestire i ritardi dovuti alle più svariate cause prendendo appropriate decisioni e mettendo in atto appropriati action plans. Seguo l‟offerta delle collezioni, in termini di aggiunte e cancellazioni in stagione e aggiornamento della relativa anagrafica così come aggiunte/riduzioni rispetto alle stagioni precedenti e variazioni dell‟efficienza della collezione. I principali indicatori che misurano le mie performance sono: on time delivery, inventory level e shortages. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi del lavorare in Svizzera e vivere in Italia? Vantaggi:  livello del stipendio; in Svizzera gli stipendi sono tra il 40% e il 50% più alti rispetto agli stipendi italiani;  potere di acquisto dello stipendio; la vita in Italia è molto meno cara che non in Svizzera;  possibilità di mantenere il servizio sanitario italiano, molto meno caro di quello svizzero;  l‟ambiente multiculturale e meritocratico;  il contratto a tempo indeterminato fin dal primo giorno e anche per le posizioni entry level.

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Svantaggi:  ammontare dello stipendio legato all‟andamento del cambio Euro/CHF;  lontananza dal posto di lavoro, io percorro circa 60Km al gg impiegando dalle 2 alle 3 ore giornaliere per gli spostamenti. Come è diverso il mondo del lavoro nella Svizzera Ticinese rispetto a quello italiano? Focus sui risultati, ambiente estremamente meritocratico e di continua valutazione. Non c‟è nessuna certezza del posto di lavoro in quanto possono licenziare a loro discrezione e questo mette il dipendente in una posizione di subordinazione che spesso porta ad accettare anche situazioni pesanti o non corrette. Ottimo per chi è in grado di dare il 100% e oltre; invivibile per chi cerca stabilità e tranquillità. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Avere un obiettivo chiaro in mente e seguirlo fino al raggiungimento, una volta raggiunto il primo altopiano rivalutare le possibili alternative e decidere il nuovo percorso da intraprendere per raggiungere il nuovo obiettivo. Il raggiungimento degli obiettivi parziali deve sempre portare con se tanta soddisfazione, se non è così c‟è qualcosa che non va, e bisogna capire cosa.

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Non fermarsi mai, non farsi scoraggiare dagli eventi e cercare motivazioni e stimoli dentro di noi. Spesso se si osserva il proprio lavoro con la lente d‟ingrandimento non si notano altro che difetti, mancati riconoscimenti o delusioni e quindi ci si scoraggia, ci si sente insoddisfatti. Bisogna invece avere la capacità di fare un passo indietro per avere una visione macro del percorso lavorativo, valutare l‟apporto dell‟esperienza corrente alla nostra carriera, analizzare il tutto con una certa oggettività e darne il giusto valore. Poi l‟analisi micro ci aiuterà a migliorare le attività di tutti i giorni aumentando la nostra soddisfazione. Crederci. Grazie Roberta e buon proseguimento!

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Thailandia
Lezioni dopo dodici anni di Thailandia
Simone Paoletti condivide la sua esperienza pluriennale di emigrazione a Phuket, Thailandia. Ci racconti il percorso che ti ha portato in Thailandia? All‟età di 26 anni ho sentito la necessità di cambiare aria e in un primo momento avevo pensato di trasferirmi in Centro America in quanto la lingua spagnola mi avrebbe aiutato non parlando inglese poi su consiglio di un amico che aveva visitato la Thailandia decisi di verificare facendo un primo viaggio di avanscoperta e rimasi colpito dalla facilita nel creare relazioni anche masticando un inglese veramente scarso che però nel giro di pochi mesi migliorò. per i primi 5 anni ho fatto un pò il pendolare lavorando in Italia nel periodo estivo e trascorrendo l‟ inverno al caldo. Poi ho messo su famiglia e non avevo più la voglia di starne lontano per lunghi periodi, per questo mi sono trasferito qua definitivamente. Com‟è cambiata Phuket negli ultimi 12 anni? Phuket negli ultimi 12 anni è cambiata notevolmente se uno la vedesse adesso a distanza di cosi poco tempo non la riconoscerebbe affatto, basti pensare che 12 anni fà ancora molte strade non erano asfaltate e le poche che c‟erano erano a 2 corsie. Oggi manca solo la metropolitana, per il resto sono quasi tutte strade a minimo 4 corsie, sorgono centri commerciali come funghi che ad oggi se ne può contare quasi 20 contro gli appena 2 di qualche anno fà.

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Il settore economico che ha registrato il maggiore sviluppo è senza dubbio quello edile e immobiliare portando i prezzi dei terreni ai livelli di quelli europei se addirittura in alcuni casi forse maggiori. tanto per fare una stima posso affermare con certezza che i valori dei terreni di Phuket raggiungono le 50 volte di quelli della media tailandese. Cosa fai a Phuket? Io a Phuket lavoro nel settore edile, ho cominciato qualche anno fà quasi per scherzo o per necessità inquanto avevo da fare dei lavori in casa e da allora un lavoretto quà una ristrutturazione là, oggi stò realizzando delle villette per conto terzi. Quali attività lavorative sono aperte agli Italiani per mantenersi a Phuket? Le attività più gestite dagli Italiani a Phuket sono i soliti ristoranti, piccole pensioni e intrattenimento (bar, locali notturni ecc…) devo dire che non hanno molta inventiva e anche pochi capitali da investire quindi il più delle volte prendono fregature che si tirano l‟un l‟altro. Che visto serve per lavorare in Thailandia come Italiano? Lavorare in Thailandia per gli stranieri è molto complicato perché non possiamo svolgere alcuna mansione manuale, la quale è riservata strettamente ai Thai. Noi possiamo investire in attività, gestire delle società a maggioranza Thai o nel caso si abbia dei ristoranti insegnare ai Thai la cucina italiana. I visti per poter lavorare in Thailandia sono di due tipi: “NON IMMIGRANT B” (business) e “NON IMMIGRANT O” (other). Il secondo lo si può ottenere solo nel caso si sia sposati, si abbia parentela stretta in Thailandia o compiuto i 50 anni di età con capitale sufficente depositato presso una banca Thai e una rendita di circa 1.000$ al mese.

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Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme? A chi volesse seguire le mie orme consiglierei di visitare prima il luogo a lungo e valutare bene le scelte, sconsiglierei di rilevare gestioni di società già avviate che in un primo momento sembra la via più comoda ma si rivelano sempre dei bidoni. Grazie Simone e buon proseguimento!

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Vivere a Bangkok
Niccolò Vecchi si è trasferito in Thailandia dove vive e lavora. Cosa ti ha portato a Bangkok? Come moltissimi il primo impatto con la Thailandia è stata una vacanza. Ero già rimasto fulminato dall‟Asia in un precedente viaggio per lavoro e a Bangkok forse ho avuto la conferma finale che sentivo mia questa parte di mondo. sbarcato

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Con che visto sei residente? Al momento essendo titolare di una azienda locale ho il visto business ed il work permit, il documento che in Thailandia permette agli stranieri di lavorare ufficialmente. Per quasi un anno, prima dell‟apertura della ditta, avevo un visto da studente, in tutti i casi le soluzioni per stare in Thai un lungo periodo ci sono anche se spesso la burocrazia è un po‟ rognosa. Qual è il costo della vita? Essendo stabilmente residenti e lavorando si fa per forza di cosa una vita non da turista mediamente la vita in Thailandia costa 1/3 rispetto all‟Italia, per chi fa il turista invece non c‟è limite ovviamente ma questo è un altro discorso… A cosa bisogna fare attenzione vivendo a Bangkok? Non mi sono mai sentito particolarmente in pericolo a Bangkok, anche in piena notte e da solo. Diciamo che in tutti i casi valgono le stesse regole che si possono applicare a tutte le megalopoli del mondo ovvero evitare di mostrare troppo (orologio costoso, gioielli in vista o mazzette di banconote) e tutte le regole che il buonsenso ci suggerisce normalmente. Quali sono gli stereotipi da smontare su Bangkok? Ce ne sono 2 secondo me principali: il primo che sia una città da Terzo Mondo ed il secondo che Bangkok sia solo prostituzione e bassa moralità.

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Questa città su molti aspetti è all‟avanguardia, ad esempio: wi fi disponibile quasi ovunque anche per strada oppure offerto gratis da molti locali pubblici, negozi ed esercizi pubblici con un lungo orario di apertura oppure con un servizio 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, banche ed uffici pubblici con orari di apertura molto lunghi. Di contro ci sono degli svantaggi che possono rendere la vita a Bangkok un vero inferno come barriere architettoniche, poca sicurezza nei cantieri, traffico elevato. Sulla prostituzione, immagine a cui la Thailandia e Bangkok sono legate a doppio filo, ci si potrebbe scrivere qualche libro. Quello che vorrei sottolineare è che questa città e questo paese è fatto per la maggior parte di gente onesta e che nulla ha a che fare con il mondo del sex business. Purtroppo l‟immagine che dipinge la Thailandia all‟estero è ben altra. Gli aspetti migliori della vita in Thailandia? Quello che trovo molto importante è il rapporto prezzi/servizi. In Thailandia per dei prezzi umani si hanno dei servizi di buona o spesso alta qualità ovviamente insieme ad altri vantaggi come per esempio la cordialità della gente. Grazie Niccolò ed in bocca al lupo!

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Turchia
Insegnare italiano in Turchia, quasi per caso
Laura Bilanceri insegna italiano in Turchia. La destinazione è stata scelta (quasi) dal caso e la sua conoscenza del turco era nulla! Ecco la sua storia. Cosa hai studiato in Italia? In Italia ho studiato Lingue e Letterature straniere, vecchio ordinamento, presso l‟Università degli Studi di Firenze. Mi sono laureata in Lingue e Letterature Portoghese e Brasiliana. Dopo un periodo di tempo trascorso a Lisbona, ho deciso di tornare in Italia e di iniziare un Master in Didattica dell‟Italiano come Lingua Seconda organizzato dall‟Università degli Studi di Padova. Cosa ti ha portato in Turchia? Giunta al termine del Master, volevo fare un‟esperienza lavorativa all‟estero nell‟ambito dell‟insegnamento dell‟italiano, così ho iniziato a inviare il mio CV a tutti gli Istituti Italiani di Cultura del mondo. La maggior parte degli IIC non mi ha risposto, molti mi hanno dato risposte

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negative, qualcuno mi ha detto che mi avrebbe fatto sapere e la sola risposta positiva l‟ho ricevuta dall‟Istituto di Cultura di Ankara. A quel punto, ho accettato subito la proposta e sono partita alla volta della capitale turca. Che conoscenza della lingua avevi prima di partire? Nessuna. Com‟è stato l‟impatto con la Turchia? Scioccante. Ankara non è una città facile in cui vivere per uno straniero che non parla il turco. È una città di 5 milioni di abitanti, situata nel mezzo della steppa anatolica a 800 km dal mare, senza un corso d‟acqua che la attraversi e dal clima continentale (inverni freddi ed estati calde). È la capitale governativa del Paese, abbastanza conservatrice e con pochi stranieri in giro, se si tralasciano coloro che lavorano nelle ambasciate. I primi tempi mi sono sentita un‟aliena, data la mia difficoltà nel comunicare con gli autoctoni. Se non sono scappata a gambe levate devo solo ringraziare le mie colleghe-compagne di casa di allora che mi hanno aiutato in un modo incredibile. Poi, ho iniziato a seguire un corso di lingua turca e le cose sono andate un po‟ meglio.

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Ma il salto di qualità l‟ho fatto trasferendomi da Ankara a Smirne. Smirne è la terza città della Turchia, si trova sulla costa egea e ha moltissimi contatti con l‟Italia, grazie anche alla forte presenza della comunità levantina. Qui a Smirne l‟italiano viene insegnato in un liceo italiano, in molte università sia pubbliche che private e presso il Centro Culturale Italiano. Quant‟è il costo della vita? Dipende dalla città in cui si vive. A Istanbul possiamo dire che il costo della vita è paragonabile alle grandi capitali europee. Qui a Smirne è un po‟ inferiore e con il mio stipendio posso permettermi di vivere da sola in un appartamento nel centro della città, uscire ogni tanto fuori, insomma fare una vita normale. Consigli per chi vuole seguire le tue orme? Tanta pazienza, tenacia e spirito di adattamento. Siti web da consigliare. La rete degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo Società Dante Alighieri Insegnare Italiano a stranieri

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Su Facebook: Gruppo “Offerte di Lavoro insegnanti di Italiano L2/LS” su invito. Gruppo: ITALIANO PER STRANIERI Grazie Laura e buon proseguimento in Turchia!

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Uruguay
Sei motivi per NON vivere in Uruguay
Mi scrive Valeria con la sua esperienza dell‟Uruguay. L‟Uruguay è un piccolo stato dell‟America del Sud. Occupa una superficie di circa 170 mila Km quadrati e ha una popolazione di circa 3.400.000 abitanti. Io ho vissuto a Montevideo, la capitale, per poco più di due anni e vi propongo sei motivi per cui non vivere in Uruguay. Tenete presente che la mia è stata una situazione “singolare”. Non mi sono, infatti, trasferita in Uruguay con l‟idea di aprire una qualche attività mia o per conto di qualche società o corpo diplomatico. Sono andata in Uruguay di mia iniziativa e ho vissuto come tutti gli uruguaiani medi. Mi spostavo in autobus, facevo la spesa al mercato o nei piccoli “almacenes” (tipo negozi di alimentari) e per il mio lavoro (insegnavo lettere nella locale scuola italiana e, alla sera, insegnavo italiano in una scuola di lingue) venivo pagata in pesos uruguayos. Perché non vivere in Uruguay La sicurezza. È vero che rispetto ai vicini Brasile e Argentina l‟Uruguay è considerato un paese sicuro, ma il concetto di sicurezza che si ha in Sud America è decisamente diverso dal nostro. Non

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vi capiterà, infatti, di essere rapinati con una pistola puntata alla testa, ma sì potrà capitarvi di essere scippati e di subire dei furti in casa. In due anni io ho avuto due furti nell‟appartamento nel quale vivevo e tre scippi e altrettanti tentativi di scippo. E vi assicuro che non sono stata un caso isolato. Con il tempo ci si fa l‟abitudine e si imparano piccole strategie per difendersi (ad esempio, mai fermarsi di notte a un semaforo rosso e quando di giorno si è “costretti” a farlo, bisogna tenere la borsa sotto il sedile dell‟auto), ma si vive in un costante stato di tensione. La povertà. Durante le prime ore del mattino e in tarda serata il rumore più diffuso nelle strade della città è quello degli zoccoli dei cavalli dei “carritos”. Molte persone che vivono in periferia in condizioni di estremo disagio girano per la città con i loro carretti, spesso accompagnati dai propri figli e rovistano nella spazzatura alla ricerca di cibo, cartoni, bottiglie e qualsiasi altro oggetto da poter rivendere (nei mercatini domenicali non è raro che ci sia chi vende – e chi acquista! – l‟oblo della lavatrice, stringhe consunte per le scarpe, water incrostati e privi di smalto, medicine. Sono molti i bimbi che, pur avendo una famiglia e un “rifugio”nel quale vivere, trascorrono l‟intera giornata in strada chiedendo l‟elemosina agli incroci o sull‟autobus o commettendo vari furti. Nominalmente ci sono diverse politiche a difesa dell‟infanzia e sul territorio operano diverse ONG e organismi internazionali. Di fatto, però, molti bambini vengono usati dai genitori o dai fratelli più grandi per commettere furti: sono piccoli e agili quindi possono entrare dalle finestre, arrampicarsi sui balconi e, nel caso in cui vengano presi, non sono punibili. Tutto questo preclude la possibilità di trovarsi in alcune zone della città o della periferia in determinati momenti e in alcuni quartieri diventa davvero pericoloso, soprattutto per uno straniero, passeggiare anche nelle ore centrali e più trafficate.

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La corruzione. Purtroppo è presente sia tra le forze di polizia che tra gli impiegati statali. Può capitare di essere fermati quando si è alla guida e di ricevere la proposta di un “accordo”: il poliziotto non scrive il verbale e chiede per sé un piccolo contributo, in genere di qualche decina di euro inferiore all‟ammontare della multa. Per richiedere un sollecito di qualche permesso (sia esso per l‟ottenimento della residenza temporanea, sia per l‟avvio di un cantiere o altro – e vi assicuro che i tempi “normali” sono davvero estenuanti -) anche l‟impiegato pubblico può richiedere un “accordo”. Il clima. Sono in molti a pensare che l‟Uruguay goda di un clima tropicale. In realtà basta osservare un planisfero per vedere che la sua posizione è notevolmente al di sotto dell‟ Equatore e quindi, come l‟Italia, ha l‟alternarsi delle quattro stagioni, con qualche distinguo. L‟Uruguay si affaccia su un Oceano ed è molto esposto a diverse correnti. In inverno certo non nevica, ma la temperatura scende di molto, arrivando anche, per lunghi periodi, a zero gradi. Il vento e il mare rendono l‟aria molto umida ed è molto difficile scaldarsi. Soltanto le scuole private sono dotate di riscaldamento e molti appartamenti ne sono sprovvisti. Anche in estate può capitare di avere intere settimane di pioggia con una temperatura più primaverile che non estiva. Distanza dall‟Italia e grandi contrasti con i paesi vicini. L‟Uruguay è un paese piccolo e quindi dopo un po‟ che ci si vive, si sente la necessità di “evadere”. Tornare in Italia comporta almeno una ventina di ore di viaggio (tra il raggiungere l‟aeroporto, il viaggio aereo e poi il raggiungere la meta stabilita) e un costo non indifferente (difficilmente un biglietto di andata e ritorno costa meno di mille, 1200 euro; a meno che non si vada in buquebus a Buenos Aires, da dove si trovano offerte anche a 700 euro…ma a quel punto, meglio trasferirsi a vivere lì!)

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Se si dispone di uno stipendio in euro e quindi si è riusciti a mettere da parte qualcosa, questo andrà quasi totalmente in fumo con un viaggio in Italia. Sempre se si dispone di un buon stipendio in euro o in dollari, si può pensare che il costo della vita sia notevolmente inferiore all‟Italia. Questo è vero solo in parte: andare a cena fuori non è caro (una grigliata di carne accompagnata da un contorno e vino non costa mai più di 10/15 euro a persona; ben più cara una cena a base di pesce che arriva anche a 40/50 euro a persona), quando necessario ci si può anche muovere in taxi o affittare un‟auto con autista. L‟affitto di un monolocale in un quartiere “sicuro” si aggira intorno ai 400 euro, un appartamento con due stanze da letto e riscaldamento (che va pagato a parte con le varie spese condominiali) può andare dai 900 ai 1300 euro per arrivare ai 1800 di una casetta con giardino. Comprare vestiti di fattura media costa quanto in Italia e anche i “buoni” prodotti alimentari hanno un costo maggiore. Basta però spostarsi a Buenos Aires (si trova a 30 minuti di aereo da Montevideo, ma si può raggiungere anche in auto o bus) e tutto cambia. Molti montevideanos si spostano in Argentina nei fine settimana e fanno spesa di cibo e vestiario: un paio di pantaloni, comprati nella stessa catena di negozi, può costare a Montevideo 50 euro e a Buenos Aires 30. A Buenos Aires (che conta 3 milioni di abitanti – 13 nell‟area metropolitana) sono meno cari anche gli affitti e i trasporti …e allora perché vivere in Uruguay? Le città. A parte Montevideo, la capitale, non esistono altre città. La maggior parte della popolazione vive nella capitale e sono poche le mete interessanti da raggiungere. A parte, forse, Salto, nel nord, famosa per le terme (ma anche lì, si tratta di piscine con acqua calda, niente di più), sono pochi i centri interessanti. Per contro, tuttavia, l‟Uruguay dispone di ampi spazi. Si possono percorrere km e km trovando, ai lati della strada, soltanto vacche e qualche pecora.

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Se, quindi, si ama vivere a stretto contatto con la natura o se si vuole fuggire da qualcosa o qualcuno, l‟Uruguay può fare al caso vostro Grazie Valeria!

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L‟Uruguay visto da chi ci vive
Nora mi scrive dopo aver letto l’articolo Sei motivi per non vivere in Uruguay e, non essendo d’accordo, ci racconta la sua versione dell’Uruguay. L‟Uruguay, è stato costruito in gran parte dal lavoro di tanti emigrati che nei secoli XIXmo e XXmo, sono arrivati in massa e principalmente dalla Spagna, dall‟Italia, dai paesi in cui gli Ebrei venivano perseguitati, cosí come è successo in gran parte dell‟America Latina. E qui hanno trovato un posto per vivere e per far crescere i loro figli. Adesso, tanti uruguaiani hanno pure la doppia cittadinanza: uruguaiana ed europea e tanti emigrano a loro volta verso il Primo Mondo, cercando nuovi orizzonti, ma trovando spesso quella xenofobia implacabile di chi, vivendo bene e scordando il proprio passato storico, crede che tutti gli arrivati siano dei delinquenti o degli sfruttatori.

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Io stessa, ho adesso una figlia che ha studiato e vissuto a Barcellona per tre anni e recentemente si è trasferita a Milano. Lei ha sempre in mente tornare in Uruguay; chissà quale sarà il suo percorso. Ma posso assicurarti che in questi piú di tre anni, anche se lontana da casa e certe volte infelice, ha saputo trovare gli aspetti positivi dei luoghi in cui ha vissuto e dove ha viaggiato. Forse per questo, l´articolo di Valeria mi è sembrato un po‟ ingiusto verso un paese che sicuramente l´avrà accolta bene, anche con i suoi contrasti, perchè gli uruguaiani conoscono il dolore, la solitudine e l´insecurità di chi è lontano da casa. Lo sapevano i nostri nonni e chi ha vissuto vicino a coloro che arrivavano qui con tante illusioni ma anche con tante incertezze, e lo sappiamo anche noi, che vediamo partire i nostri figli o conosciamo tante storie simili da famiglie di ogni strato sociale. È vero, l´Uruguay è un paese piccolo, con una scarsa popolazione, con caratteristiche demografiche che lo accostano ai paesi europei (poche nascite, popolazione che invecchia), ma dai suoi anni di splendore, mantiene ancora molte caratteristiche che lo accostano ancora ai paesi europei della prima metà del sec. XX : nell´architettura, nel modo di vivere, nel modo di mangiare (escludendo le enormi quantità di “carne” che si mangiano a testa). Ma è un paese dove non ci sono quelle enormi differenze tra poveri e ricchi che in altri sono ancora piú scandalose. Abbiamo scuole ed Università gratuite (anche se prive di riscaldamento) e tanti arrivano ad ottenere una Laurea, dopo il percorso di scuola e liceo gratuiti, grazie al contributo del resto. Non è un‟utopia, anche se per molti risulta troppo faticoso, e più faticoso ancora trovare dopo un lavoro. Siamo tre milioni di abitanti, di cui quasi la metà vive a Montevideo. Ma allora dove vive l´altra metà? Da quello che scrive Valeria sembrerebbe che non vivono in nessuna parte, dato che “non

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ci sono altre città”. Forse bisogna chiarire se per “città” si capisce che deve avere oltre un milione di abitanti. Invece ci sono altre città, piccole magari, ma con delle caratteristiche particolari che bisogna pure scoprire : ad esempio, Colonia, quella che si trova di fronte a Buenos Aires, separate dal Rio de la Plata, ha un piccolo centro storico dell‟ epoca della conquista portoghese, che fa parte del Patrimonio Culturale dell´Umanità, secondo l´UNESCO ; Punta del Este è una località balneare riconosciuta internazionalmente, con dei posti meravigliosi per i fotografi della National Geographic, se vogliamo escludere l´aspetto mondano e troppo turistico che la coinvolge. Per chi ama la natura, e non soltanto per chi scappa da qualcuno, ci sono dei posti stupendi lungo tutta la costa del Rio (fiume) Uruguay, Río de la Plata ed Oceano Atlantico, o all´interno dove il paesaggio del campo, con timide colline, risulta affascinante. La gente, anche se vive immersa nei suoi problemi quotidiani, se non può pensare a far vacanze in luoghi esotici o nemmeno pagarsi un biglietto in aereo per andare a visitare i suoi cari lontani, continua ad essere amichevole e cortese verso gli stranieri. Non sarà un popolo allegro e divertente come quello brasiliano, ma semplicemente accetta colui che arriva da un altro posto. Grazie Nora!

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Vietnam
Aprire una catena di ristoranti italiani in Vietnam
Luca Scale è co-proprietario di una catena di ristoranti italiani “Good Morning Vietnam”, vive in Vietnam dal 2004 ed è sposato con una ragazza vietnamita da 4 anni. Sono in attesa del loro primogenito, anche per questo la decisione di trasferirsi ad Hoian, cittadella favolosa e patrimonio dell‟UNESCO, posto tranquillo a 3 Km dal mare e perfetto per vivere in tranquillità. Intervista di Luca Guzzardi Com‟è iniziata questa avventura? Penso che la mia storia sia simile a molte altre: stanco dell‟Italia e delle sue problematiche di vita ho deciso di partire per un anno sabbatico, qui ho conosciuto i miei attuali soci, e pian piano è iniziata un‟amicizia e una stima reciproca che mi ha permesso di entrare in questo progetto e di favorirne lo sviluppo col passare del tempo. Cos‟è “Good Morning Vietnam”? Good Morning Vietnam Restaurants è una catena di ristoranti italiani sparsa per tutto il Vietnam, da quest‟anno si è allargata con l‟apertura di altri 3 ristoranti nuovi: Casa Italia e La Braceria a Saigon e The Grill House a Nha Trang.

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L‟avventura è iniziata 17 anni fa quando 2 cugini si sono trasferiti ad Hanoi e hanno dato vita al primo ristorante italiano in Vietnam, da li pian piano l‟ingresso di nuovi soci e l‟apertura di altri ristoranti a Nha Trang, Muinè, Hoian, ecc… Attualmente i nostri ristoranti sono 6. La nostra società è composta prima di tutto da 4 amici, in ogni città del Vietnam dove abbiamo dei ristoranti vi è un socio, magari aiutato da giovani (chefs o managers) italiani che decidono di venire a fare un‟esperienza all‟estero. Potrebbe capitare che qualche lettore possa essere interessato a lavorare per voi. Si può contattarvi? Per quanto riguarda eventuali persone interessate ad una esperienza di lavoro in Vietnam ti do l‟email del mio socio Marco, responsabile del reclutamento del personale italiano mussonimarco@gmail.com o altrimenti possono scrivere nella bacheca del www.goodmorningviet.com Ti aspettavi il successo che hai ottenuto? Per esperienza, ti posso dire che il lavoro paga. Tra noi c‟è sempre la voglia di migliorare, se 5 anni fa potevamo essere il ristorantino all‟estero da pizza e spaghetti, adesso con l‟ingresso di chefs ben preparati, con l‟uso di prodotti di qualità italiani, siamo in grado di fornire un prodotto che non ha nulla da invidiare ai ristoranti italiani. Chi sono i tuoi clienti? I nostri clienti, nelle città turistiche, sono clienti da tutto il mondo, dal gruppo di universitari australiani, alla coppia francese, alle famiglie del nord europa. A Saigon lavoriamo molto con

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persone che sono in Vietnam per motivi di lavoro, e con la nuova borghesia vietnamita che non disdegna il buon cibo e il buon vino italiano. Sei un ristoratore, chi altri potrebbe parlarne! Com‟è il cibo Vietnamita e quali sono i loro piatti più caratteristici? Il cibo Vietnamita è molto buono, ho la fortuna di avere un‟ottima cuoca in casa, mia moglie! Non ti nascondo che mangio vietnamita 3 o 4 volte la settimana, i piatti piu caratteristici sono le zuppe pho bo, i spring rolls freschi cha gio, e il riso in tutte le salse e gusti. Il Vietnam, visto dagli occhi di un turista, è un luogo di vacanza ideale: la gente è accogliente, il cambio è favorevole, la natura è superba. Da abitante, il punto di vista cambia notevolmente: come sono i servizi, i trasporti, la sanità? Partiamo dal presupposto che secondo me il paradiso non esiste, tutti i posti del mondo hanno i loro pro e contro. Qui si respira un aria nuova, una voglia e un potenziale di emergere che in Italia -ahimè- è scomparso! Il Vietnam, secondo il mio punto di vista, è un paese pieno di contraddizioni dove si mescolano, a volte in maniera troppo irruenta, modernità e consumismo a vecchie tradizioni ed arretratezza. Nelle grandi città non è difficile vedere una Ferrari correre a 10 km/h in mezzo ai motorini su strade sterrate… o vedere l‟ultimo modello di televisore LCD, in una casupola senza corrente… Ho imparato che questo è il prezzo dello sviluppo, e non mi sento di colpevolizzare nessuno se in Asia stanno bruciando le tappe dello sviluppo. Penso che noi in Europa ci abbiamo messo 50 anni a sviluppare e consolidare quello che qui stanno ottenendo in 10 anni.

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A livello di infrastrutture siamo molto indietro, strade e treni sono scarsi e lenti. Attualmente esiste una sola strada e una sola linea ferroviaria che collega il nord con il sud del paese; la situazione è più incoraggiante per quanto riguarda i trasporti aerei. Anche gli ospedali in Vietnam non si distinguono per eccellenza: in caso di urgenza noi siamo soliti andare nelle cliniche private delle grandi città. Che genere di burocrazia hai dovuto svolgere per diventare imprenditore in Vietnam? Tocchiamo un tasto dolente: qui è molto difficile districarsi tra le varie licenze e permessi che a volte servono a volte no. In Vietnam la proprietà privata straniera è ancora un tabu, a meno che non si tratti di grosse compagnie straniere che con i loro milioni di dollari sono le benvenute; ma penso si tratti in ogni caso di concessioni governative a lungo termine, mai di proprietà definitive. Il fatto di essere sposati tutti con ragazze vietnamite, ci ha permesso di avvalerci della burocrazia loro, molto piu vaga e nello stesso tempo diretta. Hai vissuto sette anni a Nha-Trang, ora ti trasferisci ad Hoian. Sono entrambe cittadine turistiche, ma con un anima molto diversa, puoi raccontarcele? Le differenze tra Nha Trang e Hoian sono molteplici, per iniziare la tranquillità, qui si respira un‟aria più pura, più vecchia e antica, la gente è ancora molto tradizionalista. Nha trang è molto cambiata negli ultimi anni, ormai i grattaceli in riva al mare non si contano, il traffico sta diventando come quello delle grandi città, diciamo una piccola Rimini asiatica. Il trasferimento è avvenuto nel momento giusto: oramai dopo il lavoro preferisco la casa ai locali, e la bicicletta al rombo delle moto; diciamo che Hoian è l‟ideale per chi cerca tranquillità, mentra Nha Trang è la città sul mare per divertirsi, ideale per i giovani… com‟ero io 7 anni fa ahhahahaha!

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“Donne e buoi dei paesi tuoi” è un proverbio che non hai seguito. Che succede quando tua moglie viene da una cultura così lontana dalla tua? Per quanto concerne la moglie… ahi ahi… qui tocchiamo tasti delicati…ahahhahahaha! Scherzo ovviamente… Partiamo dal presupposto che le donne sono donne, italiane, asiatiche ecc… Ho conosciuto mia moglie che era molto giovane, e vivendo con me ha assimilato molto facilmente il nostro modo di vivere (parla molto bene italiano), ha avuto la possibilità di vedere spesso l‟Italia e di relazionarsi con molte persone straniere. La donna vietnamita ha nei confronti del marito un rapporto molto simile a quello che aveva mia madre con mio padre, esistono ancora poche donne imprenditrici; diciamo che hanno una visione della famiglia ancora molto tradizionale… un po‟ come piace a me. Che cosa immagini e cosa speri per il tuo futuro figlio? Per quando concerne mio figlio… che dirti? È un‟esperienza totalmente nuova che non saprei ancora che dire. Parlando con amici che sono diventati genitori da poco ho capito che sarà un avvenimento che ci cambierà totalemte la vita, quindi mi preparo a viverla in maniera tranquilla… cercendo di seguire una linea immaginaria che sta in mezzo tra la tradizione asiatica e quella occidentale, a mio avviso la via migliore. Italians in fuga partecipa della tua felicità e ti porge i suoi migliori auguri. Luca Guzzardi è un matematico ed è in cerca di lavoro; scrittore e fotografo dilettante. Seguitelo su Facebook e Linkedin.

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