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com/it/component/content/article/18-interviste/213-signoraggio-intervista-a-sfrigiola-economista-e-studioso-monetario “Europeanphoenix” incontra Savino Frigiola, economista, studioso monetario, scrittore, conferenziere. Partecipa dal 1970 ai lavori del Centro Studi Politici e Costituzionali presso la cattedra di Diritto della Navigazione dell'Università di Roma fondato da Giacinto Auriti. Fa parte del gruppo docenti del Corso Post Lauream di "Perfezionamento in Studi Giuridici e Monetari" (unico al mondo) istituito ad Atri dall'Università d'Abruzzo. Ha pubblicato: "La Fabbrica del Debito, dell'Usura e della Disoccupazione" (1997), "L'usurocrazia mondiale sulla pelle dei popoli" (2008). Intervista a cura di E. Galoppini.

Prof. Frigiola, per prima cosa vorrei che con un linguaggio semplice, alla portata del lettore non specializzato, spiegasse in che cosa consiste la “truffa del debito” (origine, sviluppi, autori primari e gregari), la quale altro non è che un’appendice di una più grande truffa, quella monetaria. Le chiedo di esporre la questione in termini comprensibili anche perché ritengo che gli “economisti” più “autorevoli” alla fine la facciano molto più “complicata” di quel che è, per nascondere la verità. Se si analizza infatti quel che vien detto nella “pagina economia” di un telegiornale, nella quale vengono ripetuti alcuni “dogmi economici”, ci si rende conto che di serio, per non dire di razionale, vi è ben poco, poiché il tutto si limita ad una ripetizione “a pappagallo” (“la borsa vola”, “bruciati miliardi”, “iniezione di liquidità”, “il costo del denaro”!…), in maniera che il famoso “popolo” non potrà mai capire niente e venga così perennemente truffato. Da profano dell’argomento, immagino si debba partire dalla domanda “che cos’è la moneta?”. Alla ben posta domanda “che cos’è la moneta?”, per ben comprendere i sottostanti meccanismi, occorre aggiungere anche: “di chi è la moneta?”. Intanto rispondiamo con ordine dalla domanda diretta. La moneta non è altro che uno strumento di misura che serve per misurare il valore nelle transazioni commerciali, definito strumento “econometrico”. Quando l'uomo si è reso conto della scomodità di continuare ad usare il baratto per scambiare i diversi beni utili ai propri bisogni, ha cercato di dotarsi di strumenti rappresentativi dei valori capaci di sostituire uno dei due beni utilizzati sino a quel momento nello scambio. All'inizio, nei primi e rudimentali nascenti sistemi di scambi commerciali spontanei, questi strumenti con funzioni econometriche avevano anche la caratteristica di poter essere impiegati ed utilizzati direttamente, ad esempio: il grano, l'orzo, il sale, fave di cacao, the pressato, ecc., tutti beni di natura fruibile. In seguito furono sostituiti da oggetti sempre più convenzionali, nella lenta ma continua ricerca di migliorare la qualità e la funzione degli strumenti di misura dei valori, e furono utilizzati anche oggetti vari tipo: conchiglie, madreperla, cristalli più o meno pregiati, pezzi di metalli più o meno rari, sino ad impiegare più avanti il rame, l'argento e l'oro. Pian piano il baratto è caduto progressivamente in disuso. La necessità di razionalizzare sempre più lo strumento di misura dei valori, sulla spinta dell'incremento degli scambi commerciali tra vari paesi e diverse civiltà venute a contatto tra loro, fece sì che i governanti del tempo assumessero il privilegio di poter emettere moneta: il modello si sviluppò prima nell’area del Mediterraneo per poi estendersi al resto di Europa ed Asia. I sovrani emettevano moneta nell'interesse generale del loro mercato; così ebbe inizio l’utilizzo dell'oro, dell'argento e del rame, metalli preziosi usati per coniare monete; il sovrano garantiva il peso ed il titolo di purezza dei metalli impiegati. Ben si comprende la facilità e la velocità che subirono gli scambi commerciali con l'utilizzo di uno strumento di misura dei valori, da tutti accettato e riconosciuto e condiviso poiché garantito da valore intrinseco. Divenne quindi indifferente possedere un bene o la quantità di moneta corrispondente al valore del bene stesso. Sino a quando il valore della moneta era conseguito quasi totalmente dal valore intrinseco dei metalli usati (oro, argento, rame ecc.), la sua funzione di facilitare gli scambi non destava squilibri apprezzabili; infatti i sovrani acquisivano sul mercato, a fronte di un costo reale, i vari metalli, li

convertivano in monete e questi nuovi valori ritornavano in circolo sul mercato stesso. Il piccolo aggio che il governante tratteneva per sé, corrispondeva quasi sempre alle spese di coniazione e di amministrazione, e quindi, tramite la loro remunerazione, anche questo valore finiva per ritornare sul mercato stesso. Nasceva così il “signoraggio”. La moneta, pertanto, nei confronti della vitalità del mercato assunse da allora la stessa indispensabile funzione del sangue e dell’acqua all’interno dell’organismo umano vivente; caratteristica che tuttora permane e si accentua. È facile comprendere che ogni Stato Sovrano, ogni attore del mercato ed ogni individuo diventa un utilizzatore di moneta, proprio in funzione della rappresentatività speculare dei valori, da questa assunta, nei confronti dei beni che debbono essere acquisiti dai vari soggetti per il soddisfacimento dei propri bisogni. Se ne deduce che la carenza di quantità e disponibilità di denaro in circolo sul mercato finisce per produrre la stasi delle attività commerciali, produttive e quindi vitali dell'intera comunità, sia essa tribù, Stato od Impero. Il mercato con una circolazione monetaria insufficiente, come ogni organismo vivente in carenza di acqua e di sangue, diventa anemico, abulico, incapace a svilupparsi e di sopravvivere.

Questo per quanto riguarda la circolazione monetaria; ma che dire, nello specifico, dell’oro e dell’argento? Nel tempo, mentre la necessità di disporre di nuova moneta tendeva ad espandersi proporzionalmente all'incremento degli scambi economici ed al numero delle genti che la utilizzavano, la quantità e la reperibilità di oro e argento per coniare nuove monete restava criticamente contenuta. Infatti questi metalli furono prescelti sì per la loro caratteristica fisica di inalterabilità nel tempo, ma anche per la loro rarità in natura. Molti imperi, molte civiltà scomparvero proprio perché non furono in grado di monetizzare l'espansione dei territori e dei mercati conseguiti. “La demonetizzazione di tutti i popoli del Mediterraneo provocò il crollo dell'Impero Romano” (da “Moneta”, uno studio di Francesco Cianciarelli). La povertà diffusa e le ricorrenti carestie, sino al diffondersi della pellagra, tipiche del basso Medio Evo, furono tutti fenomeni ascrivibili alla carenza di capacità di monetizzazione dei mercati. Tali fenomeni cominciarono a scemare solo con la massiccia immissione in Europa di oro ed argento, dopo la scoperta e la conquista dell'America. Anche questo beneficio fu di breve durata, e ben presto le tensioni economiche e sociali finirono per manifestarsi ovunque, in conseguenza della grave deflazione causata dall'incremento demografico e dalla conseguente richiesta di nuovi beni che dovevano essere misurati. Per ben comprendere gli effetti perversi che si determinano con una scorretta gestione monetaria occorre determinare con precisione chi sia il proprietario della moneta al momento della sua emissione.

E non dovrebbe essere lo Stato il proprietario della moneta? La moneta al momento dell’emissione è, infatti, di proprietà di chi convenzionalmente ne rappresenta e ne garantisce il valore: lo Stato Sovrano. Non per caso Nixon, il 15 agosto 1971 (in occasione dell’abolizione della convertibilità del Dollaro in oro) disse: “Il dollaro vale perché rappresenta tutta la produzione degli USA”.

La moneta diventa, come chiaramente identificata ai giorni nostri, “strumento di misura dei valori, ma anche valore della misura” (G. Auriti). E ad un certo punto entra in scena la banconota… Comincia così ad espandersi patologicamente il potere dei banchieri, fino all’attuale “punto di non ritorno”. L’usurpazione perpetrata dal sistema bancario ai danni dello Stato Sovrano, nella gestione e nell’emissione monetaria, ebbe inizio quando i banchieri furbescamente cominciarono a prestare

oltre l’oro che possedevano, anche e soprattutto i certificati rappresentativi di oro ed argento da loro stessi emessi: nacque così la banconota, nota di banca, note of bank. Nel 1773 nasce la prima banca centrale: la Banca d’Inghilterra. I banchieri, con il pretesto che risultava più facile maneggiare la banconota rispetto alle monete metalliche, definite pesanti ed ingombranti, convinsero facilmente popolazioni e governanti ad utilizzare i loro certificati di pagamento ed i titoli rappresentativi in luogo dell’oro e dell’argento per ogni tipo di transazione, facendosi loro custodi dei metalli preziosi. Con questo passaggio apparentemente razionale ed innocente i banchieri, all’insaputa delle comunità delle persone, dei governanti e delle relative pubbliche amministrazioni di allora, iniziarono a lucrare quanto non dovuto. I banchieri si arrogarono il diritto di stampare banconote in vece del sovrano, il sovrano poi acquistava il valore nominale delle banconote ricevute pagando con dei titoli cosiddetti di debito pubblico. Il nascente concetto di “debito pubblico” coinvolgeva la popolazione che attraverso il sistema impositivo di tasse ed imposte, permetteva al sovrano di tornare in possesso del denaro necessario ad onorare i propri impegni nei confronti dei banchieri. I banchieri si impossessarono non solo del reddito da signoraggio ma anche della proprietà della cartamoneta, sostenendo che la banconota valeva poiché rappresentava l’oro di loro proprietà. I banchieri utilizzarono nelle transazioni i certificati ed i titoli convertibili da loro stessi emessi, ottenendo così il raddoppio delle ricchezze possedute e della capacità d’intervento nei traffici bancari. Mantennero la proprietà dell’oro e si impossessarono anche della proprietà dei certificati convertibili (in oro).

E di che cosa si accorsero ad un certo punto i banchieri? Ben presto, avendo constatato che una percentuale sempre più bassa di persone ricorreva alla convertibilità in oro dei loro titoli, che venivano ugualmente scambiati, cominciarono ad emetterli in quantità ben superiore all’oro posseduto. Pertanto, così facendo, aumentarono il capitale ed ottennero il pagamento degli interessi anche a fronte dei titoli cartacei prestati, ma privi di riserva aurea (come ora avviene con la cartamoneta).Sino a quando rimase la convertibilità in oro dei “titoli” messi in circolazione, questi mantennero la veste giuridica di “fede di deposito”. Man mano che il rapporto del titolo-cartamoneta/oro andava modificandosi (si arrivò presto a stampare, e quindi prestare, cartamoneta in quantità molto più che proporzionale all’oro posseduto), si passò dalla parità effettiva alla quasi parità, con la conseguente modifica dell’aspetto giuridico del titolo da fede di deposito in falsa cambiale (promessa di pagamento ma priva della scadenza)con la classica ed ambigua dicitura stampigliata sulla banconota: “Lire mille pagabili a vista al portatore”.Dicitura addirittura scomparsa sulla cartamoneta dell’Euro, come pure quella relativa alla punizione dei falsari (la legge punisce i fabbricatori e gli spacciatori di biglietti falsi), sostituita unicamente dalla “©” delcopyright che tutela unicamente il “Marchio Euro”, come normalmente avviene per tutti i marchi ed i loghi commerciali privati. Alla fine dell’ultimo conflitto mondiale, nel luglio 1944, a Bretton Woods si tentò di mettere ordine al sistema monetario internazionale. In sintesi, gli accordi raggiunti prevedevano che il Dollaro rimaneva l’unica moneta convertibile in oro, con il cambio fisso di 35 Dollari per oncia, e tutte le altre monete con cambi flessibili rispetto al dollaro potevano istituire riserva, oltre che con l’oro, anche con gli stessi Dollari. Di fatto, con questa impostazione, le varie monete, Lira compresa, mantennero una sorta di convertibilità anche se indiretta ed alquanto limitata, attraverso il Dollaro, che a sua volta restava convertibile in oro. Sino a quando furono vigenti i patti di Bretton Woods, le banche centrali potevano accampare una sorta di flebile giustificazione nell’iscrivere all’attivo dei propri libri contabili l’oro e l’argento che possedevano, nonché i certificati del debito pubblico (BOT, BTP, ecc.) ottenuti in contropartita all’emissione monetaria che cedevano, ed al passivo la cartamoneta da loro emessa. Poiché, pur esistendo solo la parvenza della convertibilità, ciò era sufficiente per considerarla un debito, anche se del tutto teorico e fittizio, della banca verso il mercato, giacché poteva sussistere la remota possibilità che venisse richiesta (in

seguito proibita) la convertibilità in oro della cartamoneta emessa, secondo l’ambigua dicitura “pagabile a vista al portatore”. Veniamo così al fatidico 1971: fine della convertibilità del Dollaro in oro. Una tappa importante verso l’instaurazione del dominio assoluto dei “signori del denaro”. ll 15 agosto 1971, l’America aveva pressoché esaurite le proprie scorte d’oro custodite in Forte Knox, poiché De Gaulle prima e Pompidou dopo riempivano gli aerei di “eurodollari”, li presentavano all’incasso in America per convertirli in oro, come prevedeva il vigente trattato di Bretton Woods, e riportavano in Francia le navi cariche d’oro. Quando l’America si accorse che il proseguimento delle operazioni di convertibilità da parte della Francia avrebbe sbancato Forte Knox (i banchieri avevano stampato Dollari per 9 volte il valore dell’oro che possedevano), il Presidente Nixon, unilateralmente, il 15 agosto 1971, denunciò i patti di Bretton Woods e sospese la convertibilità del Dollaro, ragion per cui da quel momento in poi nessuna moneta, Lira compresa, poteva più essere convertibile in oro. Ciò nonostante, come tutte le altre monete, il Dollaro mantenne inalterato il proprio valore a dimostrazione dell’esattezza della fondamentale teoria sul “valore indotto della moneta” enunciata tempo prima da Giacinto Auriti. Ci spieghi qualche cosa in più sul “valore indotto della moneta”, poiché esso introduce un elemento non misurabile di primaria importanza… Da allora non fu più possibile sostenere che il valore delle monete derivasse dall’oro che rappresentavano. Nonostante ciò, molti dei cosiddetti “economisti schierati” a guardia del sistema dei banchieri hanno continuato a fingere d’ignorare la dimostrata “teoria del valore indotto” per non ammettere che il valore della moneta non è determinato dalla sua riserva, che non c’è più, ma unicamente dalla convenzione condivisa ed accettata dalle persone fisiche che l’accettano sul presupposto di poterla successivamente utilizzare per soddisfare le proprie necessità, all’interno del mercato e della nazione in cui viene fatta circolare. È abbastanza agevole comprendere che se è la convenzione di tutti noi e del mercato al quale apparteniamo a conferire valore ad un semplice pezzo di carta stampata, detto valore nel momento dell’emissione monetaria deve essere accreditato a chi ha determinato il valore stesso e non addebitato come ora avviene. Su questa piccola inversione contabile poggia e si articola tutta la grande truffa monetaria. Il malloppo che s’impossessa arbitrariamente la Banca d’Emissione riguarda il “signoraggio” che consiste nella differenza tra il valore facciale stampato sul foglietto ed il costo della carta e dell’inchiostro sostenuto per realizzare i biglietti stessi. Insomma, siamo in presenza di “tipografi” che si spacciano per “banche di emissione”! Si crea la stessa situazione di quando, il presidente di una squadra di calcio, dopo aver ordinato ad una tipografia la stampa dei biglietti d’ingresso allo stadio, nel momento della consegna e del pagamento, invece dei pochi centesimi per biglietto, si senta avanzare dal tipografo la richiesta di corrispondere il valore facciale da lui stampigliato sui biglietti d’ingresso, con la motivazione che “il biglietto vale l’importo facciale in esso stampigliato, poiché corrisponde a quanto è disposto a sborsare il tifoso per assistere alla partita di calcio”. È del tutto evidente che non è il tipografo che conferisce il valore facciale stampigliato sul biglietto, bensì, il diffuso desiderio dei tifosi di assistere alla partita, tutta l’organizzazione di uomini e mezzi necessari a predisporre l’incontro, nonché tutto l’apparato tecnico calcistico anch’esso rappresentato dal presidente della società di calcio proprietaria della squadra e delle infrastrutture. Alla stessa stregua della pretesa assurda del tipografo, non può essere consentito alla Banca d’Emissione d’impossessarsi del signoraggio che si verifica sempre in occasione dell’emissione monetaria, ergo, al momento dell’emissione monetaria il controvalore (il signoraggio) deve essere considerato di proprietà della comunità che utilizzando la moneta stessa lo ha determinato, e per essa accreditato allo Stato d’appartenenza, come può avvenire unicamente quando lo Stato emette in prima persona i titoli monetari.

In questo senso lo Stato italiano è uno dei pochissimi al mondo ad avere una centennale esperienza in merito all’emissione monetaria diretta. Per cento anni, dal 1874 al 1975 lo Stato italiano, in proprio, ha emesso la propria moneta acquisendone a titolo originario la proprietà mediante iscrizione all’attivo nel proprio bilancio. La prova dell’opportunità di ripetere quanto effettuato nel passato è fornita direttamente dalle tangibili risultanze allora conseguite, ancora presenti e visibili. Ci può fornire qual che esempio storico? Nel 1874 Umberto l° si trovò con il regno unificato ma privo delle elementari infrastrutture necessarie al buon funzionamento di una nuova ed allargata Pubblica Amministrazione, e con le casse vuote. Con i proventi conseguiti dall’emissione monetaria diretta da parte dello Stato, si riuscirono a realizzare, senza aumentare le tasse ai cittadini e senza aumentare il debito pubblico, tutte le infrastrutture necessarie, tutti i palazzi ed i famosi quartieri umbertini in grandissima parte ancora esistenti e funzionanti, contraddistinti dalle loro inconfondibili linee architettoniche. Successivamente altrettanto inconfondibili furono le linee architettoniche dei manufatti delle innumerevoli opere pubbliche realizzate nel periodo fascista riconducibili a quelle del razionalismo e a quelle del Piacentini, anch’esse tutte realizzate senza aumentare il debito pubblico e senza aumentare le tasse ai cittadini, che anzi in quel periodo videro accrescere il proprio tenore di vita. Successivamente, a guerra finita, dal 1945 al 1975, la Repubblica italiana proseguì con l’emissione monetaria diretta da parte dello Stato mediante la quale fu possibile ricostruire in maniera significativa quasi tutto ciò che era stato distrutto dagli eventi bellici.

Si comprende chiaramente l’importanza e la vera funzione dello strumento di misura dei valori, la moneta, che ha sullo sviluppo del “Sistema Paese” in generale. Oltre alla quantità di moneta disponibile, viene infatti ad assumere grande importanza il numero delle transazioni che questa riesce a realizzare, rappresentato con il termine di “circolazione monetaria” = (quantità di moneta per il numero delle transazioni realizzate). Al fine di garantire la stabilità di un mercato e il suo virtuoso sviluppo, per evitare l'inflazione, ma ancor peggio la deflazione, occorre tenere sotto controllo (a tal proposito oggi i mezzi di rilevazione non mancano) il rapporto tra circolazione monetaria e beni da misurare, congiuntamente al numero delle persone che utilizzano la stessa moneta. Ovviamente, volendo evitare squilibri sul mercato, questo rapporto deve restare costante; se il mercato dispone e produce maggiori beni, occorre maggior quantità di moneta, per non incorrere nella “deflazione”; quantità che va ridotta in caso di diminuzione dei beni stessi, per non creare “inflazione”. Si comprende che, qualora il mercato venga sottoposto artificiosamente ad una situazione deflativa (riduzione ingiustificata della circolazione monetaria, al di sotto di quella che consente gli scambi di prodotti già esistenti) - si finisce per avere a disposizione ingenti quantitativi di beni che marciscono nei magazzini, senza che i cittadini abbiano la capacità di poterli utilizzare, proprio per mancanza di denaro per acquistare i beni stessi. Questa vitale ed insostituibile funzione - la monetizzazione del mercato in misura sufficiente ai suoi bisogni - è stata individuata e risolta con la creazione della cartamoneta. Questo nuovo strumento per misurare i valori, replicabile all'infinito senza costi, se correttamente utilizzato, è capace di determinare l'armonioso e virtuoso sviluppo del “Sistema Paese”; in caso contrario la sua catastrofe, tipo quella organizzata nella vicina Albania negli anni 1996-1997, implosa a seguito della drastica riduzione di denaro sul territorio, abilmente rastrellato da parte di finanziarie, con la lusinga di corrispondere alti interessi, poi sparite. La stessa tecnica è stata utilizzata per realizzare l’attuale crisi economica sia nazionale che europea mediante la forsennata distribuzione dei così detti “bond tossici”, contratti inventati, piazzati dalle banche ai privati ed alle stesse banche, valori poi volatilizzati. Se lo Stato è credibile e solvibile quando stampa ed emette i titoli del debito pubblico (BOT, CCT, TPZ, ecc.), al punto tale che vengono accettati e tesaurizzati dai privati e la maggior parte dalle stesse banche, in primis da Bankitalia, a maggior ragione lo deve essere anche quando emette e stampa i propri titoli monetari, in nome e per conto dei propri cittadini. Ecco perché lo Stato deve ritornare alla propria emissione monetaria diretta, non solo per riacquisire la propria sovranità

economica e politica, ma ancor più per smettere d’indebitarsi per acquistare al valore facciale la moneta emessa dai privati (Bankitalia – BCE) pagandola con i propri titoli di debito, sui quali scatta da subito anche il pagamento degli interessi passivi. Stabilito che giornali e tv sono i “portavoce del potere”, e che mai, pertanto, si permetterebbero di riportare “verità scomode”, come giudica l’allarmismo che specialmente in questi ultimi tempi viene introdotto nelle case e nei cuori degli italiani? Agitando uno “spread” in aumento di cui, probabilmente, neppure i giornalisti stessi hanno capito granché, siamo arrivati al “governo tecnico”, che adesso deve imporre i classici “sacrifici” a causa del “debito”. Ma quest’allarmismo è giustificato? O non si tratta forse di ‘piromani’ che adesso si presentano come ‘pompieri’? Occorre ribadire in premessa che contrariamente alle comuni convinzioni, le crisi economiche come l’attuale e tutte le altre che si sono succedute, sino alla più famosa del 1929, non sono fatti ineluttabili che calano dal cielo e capitano per cause arcane od imprevedibili, ma sono la conseguenza di rigorose pianificazioni realizzate a tavolino da inimmaginabili fondazioni legate agli ambienti finanziari e monetari. La tecnica utilizzata per realizzare questi disastri economici è quasi sempre la stessa: diminuire drasticamente la circolazione monetaria sul territorio e far sparire le risorse finanziarie indispensabili al funzionamento del sistema produttivo e distributivo. Queste crisi vengono organizzate essenzialmente, insieme a quasi tutte le guerre guerreggiate, per sottrarre beni e sistemi produttivi ai legittimi proprietari, per farli confluire alle grandi multinazionali controllate dai banchieri stessi. Ciò avviene nei confronti dei complessi di loro interesse, mentre per gli altri o per quelli appartenenti a settori merceologici ritenuti non interessanti o già da loro posseduti, vengono lasciati fallire per appropriarsi delle relative quote di mercato così liberate. L’innovazione in questa ultima crisi, rispetto alle altre che si sono succedute, consiste nell’aver esteso l’attacco oltre che all’apparato privato, anche al sistema bancario (le piccole banche vengono fatte fallire,all’estero, o fagocitate dalle più grosse, in Italia) ed agli Stati. L’attacco frontale agli Stati, al nostro in particolare, mira a razziare i beni pubblici rimasti (i loro servitori infatti in ogni occasione invocano le privatizzazioni) e per continuare a sottrarre quote di sovranità (in questo caso con l’aggravante della complicità del Presidente della Repubblica che invece di attenersi alla Costituzione opera di concerto con i banchieri) per rendere sempre più avvolgente l’azione di controllo sui cittadini da parte dell’apparato bancario. A questa strategia risponde il non celato desiderio di voler assumere la proprietà degli strumenti e la gestione dei servizi pubblici per incrementare ulteriormente la propria capacità di condizionamento, come sempre si verifica quando si agisce in clima di monopolio. I piromani hanno eseguito perfettamente il compito loro assegnato, brandeggiando ed amministrando lo strumento del debito pubblico e privato, da loro stessi costruito, dopo essere riusciti, complici i politici corrotti, ad estromettere lo Stato dalla pubblica funzione dell’emissione e della gestione monetaria. Certamente nel loro programma è anche previsto il ruolo dei pompieri che loro stessi intendono fare entrare in funzione, ammesso che vi possano ancora riuscire, ma solamente dopo aver conseguito gli obbiettivi prefissati: l’aumento di prelievi fiscali in tutte le direzioni per garantire ai banchieri il pagamento degli interessi passivi sul debito pubblico, applicando i tassi che loro stessi, in combutta con i loro peggiori elementi annidati all’interno delle agenzie di rating, fanno crescere.

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