Antonio Montanari

Rimini 1914

Edizione elettronica 2012

Ripubblico tre articoli apparsi su "il Ponte" di Rimini nel 2001, ed una lunga citazione dalla mia storia di Rimini edita nel 2004, che hanno per tema la vita a Rimini durante la "Grande Guerra".

1914, Sarajevo è lontana...
["il Ponte" n. 37, 2001]

Come Rimini visse la vigilia della "grande guerra"
Domenica 28 giugno 1914 l'Agenzia di notizie Stefani comunica che l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e sua moglie duchessa di Hohenberg sono stati uccisi a Sarajevo, capitale della Bosnia, da «uno studente dell'ottava classe liceale, certo Prinzip, nativo di Grakovo (Bosnia)». Poco prima l'arciduca era riuscito a respingere con le braccia una bomba lanciatagli contro da un tipografo di nazionalità serba. Già, la Serbia. A Sarajevo esplode la sua rivalità con l'Austria, a cui premeva che la Serbia non avesse uno sbocco al mare (temuto anche dall'Italia). Quello sbocco, scrive Sergio Romano, avrebbe fatto diventare la Serbia «ciò che il Piemonte era stato sessant'anni prima per le sue provincie italiane». Quel giorno a Sarajevo riesplode il problema dei Balcani. L'impero austro-ungarico nasce nel 1867, con autonomia per i due Paesi uniti nella persona dell'imperatore. Nel 1908 l'Austria si annette la Bosnia-Erzegovina, suscitando il risentimento della Serbia (filorussa) che vorrebbe unire le popolazione slave dei Balcani (Bosniaci, Erzegovini, Croati, Sloveni). Alla conclusione delle due guerre balcaniche (1912-13) nasce l'Albania indipendente, e la Serbia si allarga in Macedonia. Alla fine del giugno 1914, Rimini vive già nel pieno della stagione turistica, ufficialmente aperta dal giorno 14. Ci sono preoccupazioni, ma riguardano la politica interna, non quella estera. Un foglio repubblicano locale, «Il Giornale del Popolo», il 4 luglio accusa: la «stampa quotidiana reazionaria», con «le diffamazioni più balorde», cerca di sabotare la vita turistica che promette bene. Non si guarda a Sarajevo, ma ad Ancona. Il governo Salandra aveva vietato le manifestazioni antimilitariste preannunciate per il 7 giugno, festa dello Statuto. Nel capoluogo marchigiano, l'8 giugno dopo un comizio a Villa Rossa di Pietro Nenni (repubblicano) e di Errico Malatesta (anarchico), c'è uno scontro. Alcuni comizianti, da una terrazza della Villa, tentano di lanciare un pesante barile contro la forza pubblica. Una guardia esplode colpi di rivoltella a scopo intimidatorio. I carabinieri, credendoli partiti dalla folla, aprono il fuoco. Tre dimostranti restano uccisi. E' proclamata una settimana di scioperi nazionali. In altri disordini, muoiono tredici dimostranti ed un appartenente alla forza pubblica. In Romagna e Marche c'è un vero e proprio tentativo insurrezionale.

Dal 9 giugno i tumulti esplodono anche a Rimini. Durano quattro giorni. In prima fila ci sono i contadini, i quali ammassano migliaia di capi di bestiame nel «prato della Sartona» (stadio attuale). La violenza dilaga in città. La gente urla: «Abbasso i preti, evviva la repubblica popolare». Davanti al Seminario, di fianco al Tempio malatestiano, è fatta esplodere una bomba. C'è un tentativo di invadere la stazione ferroviaria, e di incendiare l'ingresso del municipio. I rinforzi militari al loro ingresso in città nel borgo di San Giuliano, tradizionale roccaforte anarchica, sono presi a fischi e sassate. L'ordine viene ristabilito senza colpo ferire il giorno 12. Il rumore di un bambino che cade durante un comizio indetto per annunciare la cessazione dello sciopero generale, è scambiato per un colpo di fucile: la folla se la squaglia. Racconta un testimone di quei giorni, Guido Fabbri che allora aveva dodici anni: «Erano tempi burrascosi, la folla eccitata composta da socialisti, repubblicani e anarchici metteva a subbuglio la città». Il parroco del Suffragio puntellò i portoni d'entrata della chiesa per timore di un'invasione. Quella folla aveva «appiccato il fuoco alla porticina del Duomo, al tempietto di Sant'Antonio, alla Cancelleria vescovile, alla porta della chiesa dei Servi», e aveva «attaccato gli uffici del dazio bruciando i registri». Nel negozio dell'armaiolo Fava, erano state asportate armi. Altri pubblici esercizi furono presi d'assalto. C'era il terrore, e la gente non usciva di casa. [«I miei novant'anni», p. 27] «Il Giornale del Popolo», a commento della «Settimana Rossa», il 27 giugno riporta un articolo di Giovanni Papini apparso sulla rivista fiorentina «Lacerba»: «C'è crisi, c'è miseria. [...] E quando un popolo sta male a quattrini e non ha simpatia né soggezione per i suoi direttori è possibile tutto: anche la rivoluzione». «L'Ausa» (foglio cattolico) il 20 giugno scrive che il governo è stato «debole, impotente, vile di fronte ai sovversivi», ed accusa i «parolai del sovversivismo» di ostentare pietà quando «avviene disgraziatamente un conflitto tra il popolo e la forza pubblica». Rimini resta una città sorvegliata speciale. «Il Giornale del Popolo» parla di «provocazioni poliziesche coi 'pattuglioni'» che perquisiscono a marina gli ungheresi, ed in città o nei sobborghi il domicilio di persone insospettabili, come il «sig. Domenico Francolini». Francolini era un vecchio rivoluzionario: a ventiquattro anni, il 2 agosto 1874 a Villa Ruffi era stato arrestato con altri ventisei partecipanti ad un incontro segreto dei mazziniani, che aveva fatto temere al governo la preparazione di un'insurrezione armata. Era l'unico a non aver avuto esperienza di guerre garibaldine. Liliano Faenza lo definisce un «repubblicano flessibile». Il 4 luglio «L'Ausa» commenta la tragedia di Sarajevo: «Un altro esecrando delitto ha fatto fremere di orrore tutti gli uomini di cuore, e ha piombato nell'angoscia e nel lutto l'augusta casa degli Asburgo». Di Francesco Ferdinando, scrive che aveva «sentimenti cattolici molto accentuati [...]

qualità personali positive ed un carattere fortemente temprato». «Il Giornale del Popolo» osserva: «L'Austria nemica è in lutto; noi non presentiamo le nostre condoglianze. [...] E' deplorevole che il sangue cada sugli innocenti, che la morte segni colla sua tragica sigla le vendette, le rivendicazioni dei popoli oppressi; ma i potenti, i tiranni rifuggono forse essi dal sangue e dalla morte?». La tragedia di Sarajevo, prosegue il periodico repubblicano, è «scontro immane di razze, battaglia di schiatte che si contendono i diritti del dominio e dell'azione vittoriosa. [...] I popoli irredenti che sono incastrati colla forza brutale nel caotico impero di ribellano, chiedono libertà di regolare se stessi, ma il governo coi suoi sbirri ne lo vuole impedire. A Trieste la grande maggioranza è sopraffatta dalla minoranza degli slavi meridionali aizzati dal governo». Il 28 luglio l'Austria invia la dichiarazione di guerra al governo serbo. Il 1° agosto la Germania dichiara guerra alla Russia. Il giorno successivo l'Italia dichiara la sua neutralità. Scrive il 5 settembre «Il Giornale del Popolo»: «E' giunta l'ora della riscossa dei popoli civili, democratici, liberali contro il dispotismo», per cui occorre stare «con le armi al piede». Ai redattori dell'«Ausa» il foglio repubblicano grida «Sciacalli!», per aver essi scritto di non poter «augurare la vittoria alle armi francesi»: «Essi sono per le gesta stupratrici del pronipote di Barbarossa». Intanto l'«Ausa» il 13 luglio critica le «ultime acconciature muliebri, diventate addirittura procaci ed invereconde». Il 1° agosto ospita la lettera di un gruppo di madri che denunciano la «follia sensuale» della «cura balneare» e del «costume da bagno». Il giornale invita le donne cattoliche a lottare «per una moda tutta 'nostra', tutta 'italiana'»: occorre evitare quella francese che offende il pudore con «costumi d'inspirazione semitica» ed indossati dalle «ebree orientali a Tunisi e altrove». [Questo voleva essere il primo di una serie di articoli sul periodo 1914-18. Ma la Biblioteca Gambalunghiana ora non permette di consultare la raccolta dei giornali antichi se non sui microfilm, cosa che risulta molto 'difficile' per chi, oculisticamente, non è più in verde età. Sono così costretto a rinunciare al progetto iniziale. Me ne scuso con gli amici lettori.]

1914, Romagna rivoluzionaria
A Rimini il 25 luglio repubblicani a convegno
["il Ponte" n. 39, 2001] Rimini, 25 luglio 1914. I deputati repubblicani si riuniscono nella nostra città per esaminare la situazione italiana nel contesto internazionale. Il 13 luglio Benito Mussolini ha scritto un articolo nell'«Avanti!» (che dirige) sulla questione serba, tornata drammaticamente alla ribalta con l'uccisione a Sarajevo, il 28 giugno 1914, dell'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e di sua moglie. Secondo Mussolini, un nuovo conflitto nei Balcani potrebbe significare «la guerra europea». Il 25 luglio dalle stesse colonne del giornale socialista, Mussolini ripete che la situazione è «oltremodo critica», ma rinuncia «a formulare ipotesi catastrofiche». Il giorno successivo, dopo il rifiuto di Belgrado di accettare integralmente l'ultimatum di Vienna, Mussolini sostiene l'«assoluta neutralità» italiana, gridando «Abbasso la guerra!»: nel caso di un allargamento dello scontro sarebbe toccato al «proletariato d'Italia» di muoversi, per non farsi condurre «al macello un'altra volta». L'«altra volta» di cui parla Mussolini è la guerra di Libia: il 5 agosto 1911, Mussolini da Forlì aveva lanciato un appello a mobilitarsi con uno sciopero generale contro eventuali avventure militari. In un articolo pubblicato su «Lotta di classe», di cui era direttore, Mussolini aveva definito la patria una «menzognera finzione che ormai ha fatto il suo tempo». Il 23 settembre aveva sostenuto che «l'avventura di Tripoli doveva essere per molti un 'diversivo' che distraesse il paese dal porsi e risolvere i suoi complessi problemi interni». Lo sciopero generale nazionale invocato da Mussolini, ed indetto per il 27 settembre, fallisce. A Ravenna, socialisti e repubblicani litigano tra loro. Soltanto a Forlì lo sciopero riesce per l'accordo dei due movimenti rivali: ricorda Elio Santarelli che è assalita la stazione, invaso lo zuccherificio, sono divelti pali telegrafici; non c'è però «spargimento di sangue fra forze dell'ordine e dimostranti, come era purtroppo capitato negli anni passati e nel susseguirsi degli scioperi e delle dimostrazioni in tante parti d' Italia». «Ancora qualche anno di buona propaganda e questa folla sarà capace di grande eroismo, di sacrifici fecondi», commenta orgoglioso Mussolini: il successo dello sciopero (che è anche un suo successo personale), preoccupa il governo il quale fa arrestare lo stesso Mussolini ed il repubblicano Pietro Nenni, segretario della Federazione Braccianti della «Nuova Camera del Lavoro» di Forlì, per attentato alla libertà di lavoro, resistenza alla forza pubblica ed eccitamento all'odio di classe. Condannati in primo grado il 23 novembre, essi sono trasferiti in carcere a Bologna ad attendere l'appello, dibattuto il 19 febbraio 1912: la sentenza infligge sette mesi e mezzo a Nenni,

cinque mesi e mezzo a Mussolini, con la sua immediata scarcerazione. (Nenni, ad un altro processo, quello per la «Settimana Rossa», dirà: «Io credetti con Giuseppe Mazzini che la vita è missione e che noi siamo qui a collaborare alla lotta dell'umanità verso una società di liberi e di uguali»). Dunque, per Mussolini non si doveva nel 1914 ripetere il «macello» della guerra di Libia, quella per cui Giovanni Pascoli aveva invece scritto: «La grande proletaria si è mossa». Quando il 25 luglio 1914 convengono a Rimini i deputati repubblicani, anch'essi decidono di sposare la linea della resistenza all'intervento a fianco dell'Austria. Il 28 luglio Vienna dichiara guerra alla Serbia. Il 4 agosto il conflitto coinvolge le maggiori potenze europee e la Germania ha già invaso il Belgio. Il 5 agosto Mussolini scrive sull'«Avanti!»: «La neutralità del Belgio è stata violata», solidarizzare con la Germania significa «servire la causa del militarismo nella sua espressione più forsennata e criminale». (Maria José, figlia di Alberto re del Belgio, sposerà nel 1930 Umberto di Savoia, il «re di maggio».) Il 22 agosto Mussolini grida: «Il proletariato offre la materia bruta, la carne da cannone colla quale gli Stati fanno la loro storia». Per ora sono parole di condanna. Più avanti diventeranno il suo comandamento politico (e la rovina dell'Italia). Mussolini è forte del successo elettorale socialista alle Amministrative tenutesi dopo la «Settimana Rossa» in più di trecento comuni tra i quali Milano e Bologna. La predicazione della violenza e della lotta ha dimostrato di poter raccogliere frutti. In Romagna si fanno i conti con le conseguenze politiche e giudiziarie della «Settimana Rossa». A Savignano sul Rubicone il sindaco socialista Giovanni Vendemini è sospeso dalla carica. Il 21 settembre a Roma, la direzione socialista approva un manifesto preparato da Mussolini, che ribadisce l'«antitesi profonda ed insanabile fra guerra e socialismo»: «la guerra rappresenta la forma estrema, perché coatta, della collaborazione di classe, l'annientamento dell'autonomia individuale e della libertà di pensiero». Il 18 ottobre Mussolini cambia rotta. Sull'«Avanti!» inventa una formula nuova: «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante». Così facendo, si distacca dalla linea ufficiale del suo partito, che lui stesso aveva delineato. Contro questa sua svolta, si esprime la direzione socialista il 20 ottobre a Bologna. Mussolini si dimette da direttore dell'«Avanti!». Il 15 novembre egli tiene a battesimo il suo nuovo giornale, «Il Popolo d'Italia», che si dichiara favorevole all'intervento. Mussolini intravede nella guerra l'occasione per realizzare la rivoluzione che aveva sognato durante la «Settimana Rossa». Il 31 luglio ha scritto su «Utopia»: «L'Italia ha bisogno di una rivoluzione e l'avrà». «In Romagna un tempo», osserva Gaetano Arfé, «eran corse coltellate per tener ferma la distinzione tra la rivoluzione dei socialisti e quella dei repubblicani. Mussolini salta il fosso. La sua è una rivoluzione senza aggettivi, è la sua rivoluzione». Sulla testata del «Popolo d'Italia» appare una

frase di Napoleone: «La rivoluzione è un'idea che ha trovato delle baionette». Mussolini in anni avvenire, ne cercherà otto milioni, di baionette. Per il momento ha cercato (in Francia) soltanto i finanziamenti al suo giornale che, nel primo numero, lancia «una parola paurosa e fascinatrice: 'guerra'». «Salta il fosso», Mussolini: ma la sua rivoluzione resta «senza aggettivi» soltanto per poco tempo: «quali che fossero in quel momento le sue intenzioni e le sue illusioni», precisa Giorgio Candeloro, Mussolini «divenne oggettivamente uno strumento delle forze di destra». Così la sua rivoluzione diventerà «fascista», senza timore di smentita. «Nel rapido volgere di pochi giorni», ha scritto Giorgio Lotti, «dell'atmosfera della Settimana Rossa non» rimane «più niente»: ben presto essa appare «lontana e sfocata», mentre un'amnistia generale cancella anche le conseguenze penali per chi vi aveva partecipato (a dicembre, per la nascita di una principessa reale). Ma gli eventi romagnoli, e la loro «esplosione tellurica» (conclude Lotti), proiettano «egualmente conseguenze di incalcolabile portata» sulla politica italiana, durante e dopo la guerra, con la radicalizzazione della lotta politica «dalla quale saranno infrante e distrutte le garanzie della libertà». Il 5 novembre 1914 il foglio cattolico riminese «L'Ausa» definisce Mussolini «un ciarlatano ombroso e un arrivista qualunque» da fischiare e spazzar via.

Le donne combattono la fame
Scene di miseria durante la «grande guerra»
["il Ponte" n. 40, 2001] Il canonico Amedeo Polverelli, nei suoi «Ricordi» licenziati alle stampe l'8 dicembre 1976 per celebrare (il successivo 2 aprile) i cinquant'anni di sacerdozio, parla brevemente della vita in Seminario durante la prima guerra mondiale: «Non sto a raccontare le vicende di quel periodo doloroso. Ricordo soltanto che ho sofferto letteralmente la fame (c'era la razione del pane). Quando potevo avere un po' di pane ammuffito, rimasto ai miei compagni di campagna, facevo festa, come se si fosse trattato di un panettone Motta». Sono poche parole, ma sufficienti a comprendere quale dramma fosse allora, per la maggior parte della popolazione, quello di rimediare qualcosa per riempire le bocche della stragrande maggioranza delle famiglie. Fu un dramma collettivo che colpì soprattutto quanti erano a casa con mariti e padri al fronte. Lo scoppio del conflitto europeo, nell'estate del 1914, fa aumentare i prezzi, diminuire molte delle merci, produce inflazione: i soldi valgono sempre meno. Il governo proibisce di esportare il frumento ed altri prodotti necessari all'approvvigionamento della popolazione. Le banche sono autorizzate a rimborsare soltanto il cinque per cento dei depositi, per fermare la corsa agli sportelli da parte dei risparmiatori in preda al panico. Il 18 ottobre 1914 il governo riduce temporaneamente i dazi doganali sui cereali e le farine. Il 31 gennaio 1915, quando la situazione economica interna si aggrava e ci sono agitazioni popolari contro il caroviveri e la scarsità del pane, si decide l'abolizione provvisoria dei dazi per cinque mesi. Ma il decreto è prorogato ogni sei mesi, dopo l'entrata in guerra. Molti emigrati fanno ritorno in patria, e diventano disoccupati. Aumentano il prezzo del carbone (fornitoci dalla Gran Bretagna), ed il costo delle materie prime necessarie alla nostra industria, costretta in un primo momento a diminuire o ad interrompere la produzione. Poi sul finire del 1914, i preparativi di guerra e la richiesta di merci da parte dei Paesi belligeranti, fanno riprendere la produzione. Nelle campagne, il peso del lavoro ricade sulle donne e sui bambini: gli uomini validi sono tutti al fronte. All'atto della chiamata alle armi, li hanno illusi prospettando la distribuzione di terre, una volta conclusa la guerra. Quando tra il 1919 ed il '20 ci sarà la rivolta contadina che porterà all'occupazione dei latifondi, anche sull'Italia sembrerà allungarsi l'ombra della rivoluzione sovietica, comodo alibi per le scelte future di chi respinge le rivendicazioni popolari. Aldilà del modello leninista, il malessere ha però cause tutte nostrane: «Il malcontento

nelle campagne era dovuto specialmente al fatto che il governo manteneva scarsa fede alle promesse, fatte durante la guerra», appunto quella «di assegnare terre ai contadini poveri» (G. Carocci). Le donne non lavorano soltanto. Protestano anche. Soprattutto di lunedì, quando «si trovavano riunite per riscuotere i sussidi governativi alle famiglie dei richiamati: allora il malcontento individuale diveniva collettivo e sboccava in atti di ribellione aperta» (G. Candeloro). Molti dei soldati che vanno a casa in licenza non tornano a combattere. Alla fine del conflitto, si conteranno 162 mila denunce per diserzione, con 101 mila condanne, delle quali 4.208 a morte (2.967 pronunciate in contumacia, 311 non eseguite e 750 eseguite). Tra il 24 maggio ed il 30 novembre 1915, in guerra si registrano 62 mila morti e 170 mila feriti, su un milione di mobilitati. Alcune migliaia di migliaia di soldati muoiono di tifo e di colera. Nella primavera del '16, a Rimini domina un'atmosfera che Liliano Faenza definisce «cupa, sfiduciata»: «In campagna la sfiducia, a volte, mutava in un rancore sordo, disperato». La causa: «La guerra aveva superato la durata prevista di pochi mesi; non si era conclusa nel giro di un anno al massimo». Nella primavera di due anni dopo «L'Ausa» riferisce che «in una località vicina a Ponterotto è un accorrere continuo di gente, perché una bambina parla di una strana apparizione di una donna la quale predice l'avvenire». Nel Cesenate è accaduto un fatto simile, ricorda il foglio cattolico, ed ha avuto una conclusione giudiziaria: i responsabili delle 'profezie' sono stati condanni a dieci mesi di carcere. Giancarlo D'Orazio ha raccolto, in un volumetto intitolato «I casanoli di Romagna» (1995), la biografia di un uomo come tanti, Giuseppe Dell'Ospedale che quando scoppia la guerra non ha ancora tre anni, e suo padre è al fronte: «Rammenta il freddo terribile con tanta neve, che scendeva tutti gli inverni e le piccole finestre, senza vetri, con i battenti esterni sconnessi e la neve che filtrava e cadeva sui letti», in quella «piccola capanna tutta a pianoterra di Agello, composta da due camerine, una cucina, e una piccola stalla con un solo vitello, quando c'era». I letti avevano materassi ripieni di foglie di granoturco. «Solo ai più piccoli veniva infilato il prete con la suora di coccio e dentro due pezzi di carbonella che mitigassero un po' il gelo delle lenzuola». Aurelia, nonna di mia moglie, nel 1915 ha un bambino di due anni (dopo averne persi quattro per gastroenterite). Anche lei ha il marito in guerra. Per vivere va a lavorare alla corderia di Viserba, tutte le mattine, portandosi dietro una piada che prepara e cuoce prima di avviarsi alla fabbrica, accompagnata da un vecchietto vicino di casa. Un giorno si sveglia tardi, e non fa in tempo a farsi la solita piada. Al mezzogiorno, alla corderia, si accuccia in un angolo piangendo. Le compagne scoprono il perché, e sono loro a darle una parte del loro cibo. Non aveva mai mangiato tanto.

Un giorno la suocera dell'Aurelia ruba al vicino di casa un pollastrino da cuocere per il nipote: «L'è un raztin, ma nu dì gnint a la ma», è un uccellino ma non dir niente alla mamma. Invece il bambino alla sera glielo dice all'Aurelia, «l'è ilé e' raztin». E indica il materasso di foglie di granoturco dove la nonna aveva nascosto l'avanzo del mezzogiorno. L'Aurelia dette furtivamente un morso al «raztin», prima di nasconderlo nuovamente nel materasso. Torno al libretto prezioso di D'Orazio: «I casanoli erano forse l'ultima categoria di lavoratori, al di sotto degli stessi mezzadri che pur vivendo una vita magra come quasi tutti nella bassa Romagna collinare, almeno avevano la sicurezza di una casa e di parte del raccolto; sicurezza finché c'erano braccia sufficienti; quando queste venivano a mancare, il padrone della terra faceva presto a mandarli via. E diventavano a loro volta casanoli, o peggio ancora, vedove dai molti figli esposti alla pubblica carità». Su quegli anni, don Michele Bertozzi ha raccontato a Maurizio Casadei, parlando di don Giovanni Montali: «C'era la legge che i padroni, se gli uomini erano al fronte, dovevano mandare operai sul podere, e pagarli loro. Erano cose che non succedevano. I padroni non le facevano. Diverse volte Don Montali è intervenuto, e per convincere i padroni con le buone, col ragionamento, e certe volte anche con le cattive, però non saprei precisare quali fossero queste cattive, se in termini di legge oppure se alzava semplicemente la voce; comunque so che diversi ricordavano di quello che ha fatto in tempo di guerra a favore dei contadini e di questa povera gente che si trovava proprio con l'acqua alla gola, perché quasi tutti gli uomini erano sotto le armi, a casa rimanevano solo le donne o qualche mezzo inabile. La situazione dei contadini era praticamente disperata». Don Giovanni Montali era nato nel 1881 nel Comune di Santarcangelo (a Canonica), in ambiente contadino, fatto di miserie e malattie (la più diffusa era la pellagra, per l'eccessivo uso di polenta nell'alimentazione): i casanti o casanoli vivevano soprattutto nella zona alta di Santarcangelo. «L'Ausa» nel 1897 aveva descritto le loro condizioni: «miseria estrema, squallore ributtante».

La «settimana rossa» Ad Ancona l'8 giugno 1914 dopo un comizio a Villa Rossa di Pietro Nenni (repubblicano) e di Errico Malatesta (anarchico), c'è uno scontro con tre dimostranti uccisi. Si proclama una settimana di scioperi nazionali. In altri disordini muoiono tredici civili ed un appartenente alla forza pubblica. In Romagna e Marche c'è un vero e proprio tentativo insurrezionale. Dal 9 giugno per quattro giorni i tumulti esplodono anche a Rimini. In prima fila ci sono i contadini. La violenza dilaga in città. La gente urla: «Abbasso i preti, evviva la repubblica popolare». Si colpiscono i «casotti» del dazio, «simboli dell'immiserimento delle masse», bruciandone i registri (Conti 2000, pp. 218219). Davanti al Seminario posto di fianco al Tempio malatestiano, esplode una bomba. C'è il tentativo d'invadere la stazione ferroviaria e d'incendiare l'ingresso del municipio. I rinforzi militari al loro ingresso in città nel borgo San Giuliano, tradizionale roccaforte anarchica, sono presi a fischi e sassate. La folla appicca il fuoco alla porta laterale del duomo, al tempietto di Sant'Antonio, alla cancelleria vescovile, alla porta della chiesa dei Servi. Pubblici esercizi sono presi d'assalto. L'ordine è ristabilito senza colpo ferire il giorno 12. La caduta di un bambino durante un comizio è scambiato per un colpo di fucile. «L'Ausa» scrive che il governo è stato «debole, impotente, vile di fronte ai sovversivi». Rimini resta una città sorvegliata speciale. «Il Giornale del Popolo» (repubblicano) parla di «provocazioni poliziesche coi 'pattuglioni'» che perquisiscono a marina gli ungheresi, ed in città o nei sobborghi il domicilio di persone insospettabili come Domenico Francolini. Sarajevo, 28 giugno 1914 Domenica 28 giugno 1914 l'arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e sua moglie sono uccisi a Sarajevo. Rimini vive già da due settimane nel pieno della stagione turistica. Il 28 luglio l'Austria invia la dichiarazione di guerra al governo serbo. Il primo agosto la segue la Germania nei confronti della Russia. Il giorno successivo l'Italia annuncia la sua neutralità. Intanto sull'«Ausa» un gruppo di madri accusa la «follia sensuale» della cura balneare e del costume da bagno: le donne cattoliche debbono lottare «per una moda tutta 'nostra', tutta 'italiana'», ed evitare quella francese che offende il pudore con «costumi d'inspirazione semitica» indossati dalle «ebree orientali a Tunisi e altrove». Il 25 luglio 1914 convengono a Rimini i deputati repubblicani. Sono per la linea di resistenza all'intervento a fianco dell'Austria con cui eravamo alleati. Il 26 luglio Benito Mussolini grida sull'«Avanti!» che dirige: «Abbasso la guerra!». Nel caso di un allargamento dello scontro sarebbe toccato al «proletariato d'Italia» di muoversi per non farsi condurre «al macello un'altra volta». L'«altra volta» è la guerra di Libia. Come durante il Risorgimento anche per le imprese coloniali sono morti molti nostri giovani: in Eritrea, in Somalia (Carlo Zavagli è il più noto, 1867-1890)

ed in Libia. Il 2 agosto Roma sceglie la neutralità. L'invasione tedesca del Belgio (4 agosto) spinge il governo inglese a dichiarare guerra alla Germania. Mussolini prima approda alla formula della «neutralità attiva ed operante», poi sul suo nuovo giornale «Il Popolo d'Italia» si dichiara favorevole all'intervento. La guerra può realizzare la rivoluzione sognata durante la «settimana rossa». Adesso «L'Ausa» definisce Mussolini «un ciarlatano ombroso e un arrivista qualunque» da fischiare e spazzar via. Qualche mese prima lo aveva elogiato come «battagliero nemico delle ipocrisie e delle mezze coscienze, pieno di rude franchezza romagnola». A Rimini Mussolini è ben conosciuto. C'è venuto nel 1910 per parlare a braccianti e mezzadri, poi l'anno dopo il 25 giugno: un suo comizio nell'atrio del teatro Vittorio Emanuele, disturbato dai repubblicani, è finito in baruffa con Pietro Nenni (Coccoli 2000, p. 28). L'intervento dell'Italia in guerra Il pomeriggio del 23 maggio 1915 i carabinieri a cavallo annunciano a tromba la guerra. Rimini avrà 644 caduti. All'alba del 24 un dirigibile gira sulla città, sostando sopra il ponte della ferrovia Bologna-Ancona che poco dopo è preso di mira da un incrociatore corazzato austriaco. L'attacco provoca un morto, Augusto Merighi. La gente canta: «La guerra è dichiarata. La città di Rimini è stata bombardata», assieme ad una precedente 'canzonetta': «Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina». Il deputato Facchinetti rassicura il capo del governo Antonio Salandra: «Rimini patriottica e marinara, pure attraverso i pericoli» del momento, guarda «serena e sicura al glorioso domani». Il sindaco Adauto Diotallevi proclama: «Nessuno scoramento, nessuna trepidazione, perché le sorti della Patria sono affidate al valore dei nostri soldati di terra e di mare». Pochi giorni dopo, racconterà Facchinetti (1931, p. 8), «partiva da Rimini per la guerra un forte numero di giovani volontari». Il nemico ci riprova. Il 18 giugno un incrociatore spara ottanta granate sopra città e dintorni. Danni ancora al ponte ferroviario ed al binario per Ravenna lungo la linea inaugurata nel 1889, oltre che a qualche casa in centro ed in periferia. I guai maggiori sono per «la numerosa e povera classe marinara», dato che il governo vieta «ai trabaccoli di solcare il mare». Alla «miseria della classe priva di lavoro» s'accompagna il «deperimento dei legni». Alcuni vecchi marinai distruggono «con le loro stesse mani quei trabaccoli la cui costruzione era costata lunga fatica e penosi sacrifici». Giunge l'avanguardia dei profughi friulani che saranno ospitati lungo la Riviera. (Facchinetti 1931, pp. 9-11) Il 15 dicembre e l'11 gennaio 1916 ci sono le prime incursioni aeree nemiche: obiettivo le officine ferroviarie inaugurate nel marzo 1915, nel momento in cui gli operai sono andati a casa per la pausa del mezzogiorno. Scrive Facchinetti: «Le aggressioni già sofferte, il ritmo normale

della vita cittadina in molta parte arrestato, completamente soppressa la pesca, cessato ogni commercio dei trabaccoli che con proficui risultati raggiungevano in passato le rive di Trieste, di Zara, di Pola, di Fiume, scomparso addirittura ogni vantaggio per l'industria del forestiero; tutto ciò fa ben comprendere quale e quanto disagio andava formandosi nella popolazione con particolare ripercussione sulla economia della città» (pp. 10-11). I «trabaccoli» riminesi erano 281, per un totale di 8.041 tonnellate. Per i loro proprietari «dopo lunghe e quanto mai laboriose trattative» sono stabiliti prestiti di favore «col concorso dello Stato nel pagamento degli interessi: provvedimento che agli armatori, cui era possibile una maggiore resistenza, portò qualche sollievo». Il governo affida alla nostra città la confezione di indumenti militari sotto la direzione di Carlo Barbiani (ibid.). Bombe dal cielo e terremoto Dal mare non viene più nessun pericolo nemico dopo che sono state disseminate le mine, e per la presenza frequente di sottomarini che sorvegliano la costa. Invece dal cielo arrivano le bombe del terzo ed ultimo attacco aereo il 15 febbraio 1916 sempre sul mezzogiorno: «ma questa volta i velivoli, attaccati con prontezza dalla nostra artiglieria, furono obbligati a restarsene a considerevole altezza. I danni sempre limitati ai soliti edifici». Un diverso nemico s'avvicina. Il 17 maggio alle 13.50 la città è scossa da un forte terremoto: «per un vero miracolo non rimasero sotto le crollate volte i bimbi dell'Asilo d'Infanzia». Alle 9 e mezzo del mattino del 16 agosto Rimini trema dopo «un rombo fortissimo». Quattro sono i morti e trenta i feriti. Oltre quattromila persone abbandonano le case. Demoliti 615 fabbricati. Nella chiesa di Sant'Agostino le crepe dell'abside permettono di scoprire gli affreschi trecenteschi. (Facchinetti 1931, pp. 12-13) I palazzi comunali saranno restaurati fra 1919 e 1925 «con molta disinvoltura e fantasia» dall'architetto Gaspare Rastelli (Pasini 1978, p. 100). Nella primavera del 1918 si manifestano i primi segni della «spagnola», una broncopolmonite influenzale che miete vittime in tutt'Europa. Per la bibliografia, consultare l’edizione completa di questa Storia di Rimini dal 1859 al 2004 disponibile da tempo su Internet.

Rimini, 20 gennaio 2012