BUSINESS CLUB ITALIA

18 Kensinglon Courl PIace
London W85B.!
Corrado Passera
Amministratore delegato e Direttore generale
Banco Ambrosiano Veneto - Italia
RIGORE, MA ANCHE
SVILUPPO
TAVOLA ROTONDA
"MAASTRICHT, EUROPE, ITAL Y"
Saddlers' Hall, Gutter Lane, London EC2V 6BR
21 marzo 1997
Il processo di uni ficazione europea deve procedere senza ri tardi.
L'Euro è un elemento fondamentale dell 'integrazione, tuttavia non è
l'unico. Troppe volte dimentichiamo che i criteri di convergenza sono
solo una parte degli accordi di Maastricht. Il trattato SI propone un
obiettivo più ampio: rafforzare l'Europa, assicurando le condizioni
finanziarie, economiche e sociali per una crescita omogenea e sostenuta.
Ma in Europa oggi ci sono quasi 20 milioni di cittadini (1'11 % della
popolazione attiva) che cercano un lavoro e non lo trovano: questi numeri
significano che l'appuntamento del 1999 può trovare un continente
indebolito, in recessione e in preda a turbamenti sociali, di cui la
disoccupazione e la sfiducia nel futuro sono le spie più minacciose.
Certamente i parametri di convergenza sono la condizione necessaria ma
non sufficiente per creare un' Europa competitiva e con le minori aree di
disomogeneità p o s s i b i l i ~ possiamo interpretarli anche come un "vincolo
esterno" in particolare per quei Paesi - come l'Italia - che fino a qualche
anno fa non hanno dato prova di particolare rigore nel condurre la politica
economica. Ma sarebbe pericoloso considerarli a sé stanti, quasi fossero
un traguardo che - una volta raggiunto - assicura una stabile e automatica
permanenza nel consesso europeo. "Insiders" e "outsiders" saranno
definiti in base a una decisione anche "politica"' e assunta di comune
accordo tra i partners: l'Italia potrebbe (insieme con altri) agganciarsi in
un secondo tempo al treno dell'Euro, ma non può assolutamente perdere
contatto con il processo che oggi conduce alla convergenza finanziaria ed
economica, ma domani ali 'unione politica e sociale.
Le domande per noi italiani quindi sono:
• che cosa dobbiamo fare per rispettare parametri di Maastricht e
soprattutto sostenerli nel tempo?
• e propno vero che per raggIUngere questi obiettivi non abbiamo
alternative a ulteriori inasprimenti fiscali e al taglio del Welfare State?
Si tratta di domande già complesse, ma non possiamo affrontarle senza
aggiungerne una terza:
• che cosa dobbiamo fare per creare nuova occupazione in particolare nel
Mezzogiorno, dove la situazione sociale sta per diventare insostenibile?
La risposta che permette di perseguire tre obiettivi apparentemente
contraddittori quali Europa, coesione sociale, occupazione sta nella
combinazione di RfGORE e CRESCITA ECONOMICA.
Di rigore abbiamo molti esperti, già si dibatte molto dell' argomento e da
qualche tempo sono improntate al rigore alcune misure prese dai nostri
governanti.
Di crescita economica III Italia si discute invece troppo poco, malgrado il
PIL del nostro Paese continui a crescere meno di quelli dei partners
europei (+1,2% nel '97 e +2,1% nel '98, gli incrementi minori d'Europa),
dei Paesi OCSE e dell'economia mondiale nel suo complesso. È bene
rilevare che con gli attuali incrementi NON si creerà nuova occupaZIOne,
anzi crescerà la disoccupazione; NON si entrerà in Europa o non ci SI
resterà; NON si farà quadrare l'equazione entrate-uscite dello Stato; o lo
si farà a discapito della coesione sociale, senza la quale non c'è successo
di medio periodo in alcun Paese, sviluppato o in via di sviluppo che sia.
La condizione di base per la crescita nel mercato globale, dove la
concorrenza non è solo tra aziende ma tra sistemi-Paese, è la
competitività.
L'Italia ha tutto da guadagnare dalla globalizzazione, come hanno
testimoniato gli avvenimenti successivi alla pesante CriSI valutaria del
1992, quando contemporaneamente alla svalutazione della lira si ebbe
l'incredibile sviluppo del Nord-est, con la nascita di migliaia di nuove
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Imprese. Questo vIgore ha stupito favorevolmente anche Thomas L.
Friedman, che nel! 'articolo dal titolo ltalian Vices Turn to Virtues in the
Brave lnterknit World (New York Times, 13 febbraio 1997) rileva che
"nell 'era della globalizzazione, dove non è il più grande che mangia il
più piccolo, ma il veloce che mangia il lento, l'Italia di oggi è tutto
meno che lenta. Una cultura economica ali 'insegna della rapidità e della
prontezza, che comhina attenzione per l'innovazione tecnologica e
progettuale, disprezzo per il governo, canali commerciali che passano
allraverso gli italiani all'estero, individualismo e imprenditorialità si
ritrova con connotali simili in zone economicamente calde come Hong
Kong, Taiwan, Singapore, in certe regioni della Cina, di Israele e in
parli dell'lndia, come pure in Corea, Brasile, Argentina. "
Questi elementi hanno permesso all'ftalia di superare molteplici CrISI,
uscendo ogni volta più forte. Ma nello stesso articolo si ammonisce:
"{, '/talia sellentrionale è molto avanti, ma a meno che lo Stato non
risani e snellisca le sue competenze, non migliori strade e
telecomunicazioni e non incentivi la ricerca e lo sviluppo, il Nord non
raggiungerà mai il suo pieno potenziale".
Il problema principale è proprio qui . L'Italia ha vaste zone di sviluppo
reale e potenziale non solo al Nord, ma il sistema-Paese soffre di gravosi
svantaggi competitivi e rischia di perdere alcuni dei più importanti
vantaggi competitivi di cui gode .
G I i svant aggi com peti ti vi sono noti: macc hina am m in istrati va i neffi ciente,
infrastrutture inadeguate, numero limitato di aziende di statura mondiale,
fiscalità eccessiva, costo del lavoro "fuori mercato", mercato del lavoro
rigido, sistema educativo in parte obsoleto, carenza di ncerca .
Ma abbiamo anche vantaggi competitivi, fra cui quelli riconosciuti da
Friedman e altri commentatori; non vogliamo oggi rischiare di perderne
due fra i principali : la coesione sociale e l'imprenditorialità diffusa.
La coesione sociale rischia di logorarsi a causa degli errori di una classe
politica in cui - a fianco di personalità di grande autorevolezza - ci sono
troppe persone con scarso senso dello Stato . E non è certo un problema di
maggioranza o di opposizione, ma piuttosto di incapacità - ciascuno per il
suo ruolo - di esercitare credibilmente le funzioni di governo, di controllo
e di indirizzo della politica .
La coesione sociale è poi minacciata anche dal modo superficiale e mIOpe
con cui talvolta si affronta il tema della riforma del Welfare State, come
se ciò di cui abbiamo bisogno fosse un attacco ai diritti dei più deboli e
non piuttosto una razionalizzazione per eliminare sprechi e ingiustizie, di
Clll proprio i più deboli pagano le conseguenze.
In questa sede voglio pero soffermarmi maggiormente sul secondo
aspetto: l'imprenditorialità diffusa . Nei tre anni - peraltro difficili - tra
il 1994 e il J 996 in Italia il numero delle aziende è aumentato di 150mila
unità, portando il totale di imprese registrate a oltre 4,3 milioni, al netto
di quelle attive in agricoltura. Questo tessuto - costituito soprattutto da
aziende medie, piccole e piccolissime - ha creato negli anni milioni di
posti di lavoro e ha dimostrato di sapersi non solo adattare alle regole del
mercato globale, ma addi ri ttura uti l i zzarne Ie enormi opportu n i tà .
Ma oggi queste energie imprenditoriali sono "frenate" e demotivate da
quelli che ho defin ito gl i svantaggi competi ti vi de l nost ro Paese: un onere
che pesa , secondo stime attendibili, quasi dieci punti percentuali sulla
competitività del sistema-Italia; un onere soprattutto a cui è sempre più
difficile far fronte con le sole capacità imprenditoriali .
Credo fermamente che, se vogliamo rimettere III aZIOne il motore della
crescita, e quindi çreare nuova occupazione; se vogliamo uscire dalla
tenaglia dell'atroce alternativa nella quale ci siamo costretti - tra nuove
tasse o nuovi tagli - dobbiamo togliere molti freni al sistema delle
Imprese. Dobbiamo ricreare le motivazioni di fondo perché continuino a
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nascere nuove Imprese, quelle esistenti si sviluppino più velocemente e
l'Italia torni a essere una destinazione interessante per investimenti esteri.
Che cosa dobbiamo fare?
I. Ridurre drasticamente la fiscalità sugli utili reinvestiti e sulle attività
che assorbono nuova manodopera in zone ad alta disoccupazione e
comunque diminuire significativamente la fiscalità assoluta sugli utili di
impresa. Senza la molla del guadagno la motivazione al rischio di
impresa è insufficiente. Credo che una riduzione delle aliquote fiscali ­
anche ipotizzando il permanere delle condizioni attuali non
causerebbe neppure una sensibile discesa delle entrate tributarie. Ma
""
una fiscalità più europea

costituirebbe un potente segnale di
valorizzazione dell'attività imprenditoriale: l'iniezione di fiducia che le
aziende ne riceverebbero farebbe crescere - insieme con la ricchezza ­
anche i proventi per lo Stato . L'esempio degli Stati Uniti e in Europa di
molti Paesi - tra cui il Regno Unito, l'Irlanda e l'Olanda - lo dimostrano
su ffi c i en tem en te .
2. Ridurre il costo del lavoro nelle zone ad alta disoccupazione sIa
attraverso la dei mlmml contrattuali SIa attraverso la
fi s c a l i z z a z i o n e de g I i o n e r i s o c i a I i .
3. Rendere più flessibile il mercato del lavoro: contratti di formazione,
contratti di area, lavoro interinale, part-time devono entrare nella
strumentazione normale della gestione aziendale. Gran parte delle
iniziative prese 111 questo campo dal Governo sono ancora scarsamente
utilizzabili o 111 gran parte vanificate dalle modalità della loro
applicazione. Come pure deve essere culturalmente acquisito che
lavori sono per loto natura non garantiti ma sempre ricreabili. Opporsi a
forme di lavoro considerate "non stabili" può essere oggi la massima
ingiustizia al mondo dei disoccupati.
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4. Allentare la morsa burocratica che stringe le imprese: le parole
chiave devono essere semplificazione, delegificazione e decentramento,
eliminando sovrapposizioni di competenze, autorizzazzioni, regolamenti
e imposte. La flessibilità che ne deriverebbe consentirebbe di valutare
l'efficienza della stessa amministrazione pubblica anche sulla base
della nuova occupazione creata.
5. Liberalizzare tutti i mercati monopolistici o comunque protetti,
eliminando le posizioni dominanti e scegliendo di battere l'inflazione
non più con la recessione ma con la concorrenza.
Queste poche iniziative basterebbero per aumentare la competitività
dell'Italia nel medio periodo? Il punto è che in mancanza di azioni di
questo tipo I a competi ti vi tà del Paese scenderà si curamente, mentre la
loro adozione contribuirebbe a creare quel clima di fiducia e di
motivazione senza il quale lo sviluppo non ripartirà e la disoccupazione
palese aumenterà: nella migliore delle ipotesi perché crescerà l'economia
sommersa e nella peggiore perché anche le aziende italiane cominceranno
a spostare altrove i loro impianti.
Le imprese italiane, in particolare quelle medie e piccole, hanno
prosperato per lungo tempo senza avere alle spalle uno Stato efficiente,
anzi spesso S0110 riuscite a crescere nonostante questo Stato . Ma oggi un
sistema-Paese farraginoso e non adeguato rischia di spostare dall'Italia ad
altre zone del mondo
. '-
gli investimenti domestici ed esteri.
L'Italia ha perciò bisogno di portare a compimento profonde riforme
(finora solo avviate), per incidere a fondo sulle prospettive della Nazione
con un un grande progetto Paese sul quale trovare un largo consenso
sociale e sul quale impegnare l'intera classe dirigente.
Non es i stono purtr0ppo strade sem pl i c i o sol uzioni preconfezi onate di
sicuro successo: è cpmpito della politica e della società civile 'disegnare e
attuare questo Progetto. Ma dovrà sicuramente riguardare il mode]]o di
S t a t o, I a r i f o r m a d eI We l fa r e e i I s i s t e m a fi n a n z i a r i o .
• Modello di Stato: da accentrato a decentrato e da gestore a regolatore.
L'assetto istituzionale deve far leva su un decentramento reale, perché
lo Stato accentrato e accentratore non riesce più - agli occhi di molti
cittadini - a garantire l'interesse generale. Un consistente e reale
decentramento è invece un buon antidoto contro la burocratizzazione,
perché rende l'amministrazione pubblica e i rappresentanti eletti più
direttamente responsabili nei confronti dei cittadini.
Lo Stato deve uscire al più presto dalla gestione diretta dell'economia,
rafforzando invece il ruolo fondamentale di creatore e garante di regole
certe per le condizioni in cui le imprese svolgono la loro attività. Non
deve permettere la nascita di monopoli e posizioni dominanti e dove CI
sono deve contribuire al loro smantellamento. Deve favorire ovunque la
concorrenza, privatizzando le imprese di cui detiene il controllo, e
permettere la nascita e l'ingresso di altre imprese nel mercato .
• Welfare State: va sicuramente riformato, non ridotto.
Ciò che rende oggi - e ancor più in prospettiva - insostenibile il
Welfare State italiano non è l'ammontare della spesa (il 26%) del PIL,
cioè meno di qUqsi tutti i nostri partner europeI, che espongono una
media del 28,5%), ma la sua composizione, che lascia ampi spazi a
inefficienze, sprechi ed eccessi, a tutto scapito del livello di servizio
fornito proprio ai cittadini più deboli e bisognosi . Bisogna privilegiare
un modello che premi - anche attraverso un intervento dei privati o del
cosidetto privato - l'equità e un'assistenza efficace, in grado di
attutire quando non di eliminare le condizioni di disagio.
• Sistema finanziario: l'Italia ha un mercato dei capitali asfittico, le
imprese non hanno convenienza a rafforzarsi patrimonialmente in Borsa,
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ancora oggI i titoli del debito pubblico rappresentano il maggIOr
investimento dei risparmiatori, molte banche, soprattutto pubbliche,
attraversano una crisi da cui non si risolleveranno. In particolare per il
settore bancario - considerata la sua generale arretratezza rispetto a
modelli europeI, seppur In presenza di banche già SUI livelli
dell'eccellenza - la crisi diventerà più acuta già da quest'anno, perché
si sommeranno gli effetti della disintermediazione con la progressiva
convergenza dei tassi a livello europeo, mentre i costi operativi e gli
oneri del cattivo credito rimarranno su quote elevate. Una profonda
ristrutturazione è necessaria e molte banche fortunatamente l 'hanno
iniziata da tempo. Ma la concorrenza sarà spietata ed eliminerà le
Imprese meno efficienti. Da questa crisi trarranno vantaggio gli utenti
(privati e imprese), che riceveranno - grazie alla concorrenza che
favorirà la specializzazione - nuovi e più adeguati servizi e prodotti.
Un ai uto al riassetto potrà giungere dalla pri vatizzazione de II e banche
pubbliche (oltre il 60% del settore); la maggior parte di queste banche ­
se guidate da criteri di efficienza e di imprenditorialità - possono
tornare a produrre ricchezza, per i loro azionisti e per il Paese. La
privatizzazione favorirà i processi di concentrazione già in atto, dando
vita a banche di dimensioni adeguate al nuovo mercato continentale .
E mi limito qui a citare soltanto un altro campo, che tuttavia è altrettanto
fondamentale e forse ancora più importante: la Formazione e la Ricerca.
Sempre più questi elementi costituiscono il vero vantaggio competitivo di
un Paese: ce lo dimostrano gli Stati Uniti che in pochi anni sono riusciti a
riprendere la leadership mondiale proprio nei settori più innovativi.
L'istruzione, la formazione e la ricerca in Italia sono neglette: basti
pensare che l'investimento nella R&S rispetto al PIL è in Italia pari
alI' 1,2%, contro percentuali doppie in Francia, Germania e Regno Unito,
mentre il numero degli scienziati e ingegneri è di 3 knowledge workers
ogni mille occupati, contro i 4,5 nel Regno Unito, 5 in Francia e 6 10
Germania. Qui sta il futuro del Paese.
Rigore non vuoI dire tagli indiscriminati: ngore significa stornare spese
da impieghi improduttivi per investire ancora di più e in modo più
intelligente nell' istruzione, nella formazione e nella ricerca; rendere più
efficiente lo Stato sociale risparmiando su spese improduttive; tagliare gli
aiuti e i piani che per decreto dovrebbero creare posti di lavoro e delegare
questo compito aH 'iniziativa imprenditoriale.
La coesione sociale e la competitività di un Paese si difendono in questo
modo. Il successo del nostro Paese è oggi strettamente legato alla
possibilità di ricominciare a CRESCERE.
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