Massimiliano Vaira

Le ragioni dell’Indignazione
Riflessioni sul libro di Stephane Hessel

Febbraio 2012

Le ragioni dell’Indignazione. Riflessioni sul libro di Stephane Hessel Indignatevi!
Il testo che segue è il mio intervento come relatore alla presentazione in anteprima nazionale del libro di Stephane Hessel Indignatevi!, che si è tenuto all‟Università degli Studi di Pavia il 3 marzo 2011, organizzato dal Prof. Guido Legnante e a cui hanno partecipato come relatori anche Eric Josef – corrispondente in Italia per Liberation e Dott. Marco Dotti docente al corso interfacoltà in Comunicazione dell‟Università di Pavia. Il Post-scriptum è stato scritto nel gennaio 2012. Tag: inquieti, indignatos, indignati, Stephane Hessel, intellettuali, Indignatevi.

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Prossimamente “Inquietudine e Potere” Festa dell’Inquietudine 2012, V Edizione

Copertina: Copertina della rivista Internazionale http://www.internazionale.it/assets/img/covers/880.jpg

Indice I valori di base e la loro liquidazione La lezione di Hessel ii L’indignazione all’indignazione Gli intellettuali Perché tanto successo? Postscriptum Note sull’Autore 3 5 6 8 10 12

I valori di base e la loro liquidazione
Vorrei partire da una considerazione generale: alla base del libro sta il richiamo alla Resistenza identificata non solo come insieme di azioni volte a liberarsi dall‟occupante nazista, ma soprattutto come insieme, anzi sistema, di valori a fondamento della società, della politica e dell‟economia post-bellica. Hessel richiama quel sistema di valori perché li vede soggetti a un pericoloso processo di liquidazione, cioè di una loro graduale eliminazione dal novero dei valori socialmente ritenuti importanti. Eliminazione che può essere in qualche misura intenzionalmente perseguita, oppure semplicemente prodotta dal dare quei valori per scontati, come acquisiti una volta per tutte e per ciò resi più vulnerabili ai processi di erosione, delegittimazione e sostituzione con valori diversi. È questo il primo motivo di indignazione di Hessel. Qualcosa di simile sta accadendo da un po‟ di anni a questa parte anche nel nostro Paese. Non solo i valori del Risorgimento e dell’Unità d’Italia si trovano sotto attacco proprio nel momento del loro centocinquantenario, ma anche – se non soprattutto – la Resistenza, evento e sistema di valori fondativi della Repubblica e della Costituzione, è andata incontro a un sistematico svilimento. Fino a diventare la “festa di una parte politica” e un grumo di eventi nefandi. Si è arrivati a parificare i morti delle due parti in lotta, con la risibile – se non fosse tragica – giustificazione che entrambe le parti lottavano sulla base di valori in cui credevano.

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Allora equipariamo anche i morti alleati a quelli tedeschi: in fondo anche questi ultimi sono morti per un ideale in cui credevano…. Un conto è ricostruire storicamente quegli anni di guerra civile mettendo anche in luce le atrocità che alcuni settori della Resistenza hanno commesso; un conto è fare un uso di ciò, come è stato fatto, per screditare e svalorizzare tutta la Resistenza e i suoi valori che oggi permettono proprio la possibilità di dire e scrivere quelle cose. L‟invito di Hessel all‟indignazione in nome di quei valori, quindi, mi pare ci riguardi piuttosto da vicino.

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Roma Manifestazione Indignati, ottobre 2011 Fonte: http://www.navecorsara.it/wp/wp-content/uploads/2011/10/indignati_roma_1.jpg

La lezione di Hessel
Hessel nel libro si rivolge esplicitamente ai giovani, invitandoli a trovare, o meglio ri-trovare, le ragioni per indignarsi. Tuttavia credo che questo invito non riguardi solo i giovani, ma tutti noi. 3 E allora, quale lezione possiamo imparare da questo ex partigiano 93enne? Indignarsi non vuol dire fare una critica sterile al presente, magari venata di nostalgia. L‟indignazione è per Hessel il primo passo per mettere in questione il presente, evidenziarne le contraddizioni e gli aspetti perversi. È il primo passo per prendere posizione, o meglio prendere una posizione di rifiuto, verso quegli aspetti deleteri della realtà che stanno intossicando la vita sociale. Quando si dice NO, si incomincia non solo a resistere, ma a immaginare qualcosa di diverso da costruire, come ci ricorda l’autore alla fine del libro: «resistere è creare, creare è resistere». L’invito all’indignazione di Hessel ha a che fare con il futuro, con il cambiamento, con l’immaginazione. Ma c‟è qualcosa di più. Perché l‟indignazione non sia un atteggiamento sterile, nostalgico, o addirittura estetico (perché spesso c‟è un‟estetica dell‟indignazione con cui ci si può auto-compiacere), essa necessita della passione. Passione civile in primo luogo. La passione porta all‟impegno, cioè a prendere posizione in modo responsabile verso se stessi e gli altri. L‟impegno responsabile porta ad agire nel e sul mondo. Il libro di Hessel, mi pare sia prima ancora che un’invocazione-sollecitazione all’indignazione, un libro che parla di passione, di impegno e di responsabilità.

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Credo che la sua vita, così come viene presentata nel libro possa sintetizzarsi in queste parole. Dunque, la lezione che possiamo trarre è che si deve ritrovare la passione – da contrapporre all’indifferenza, alla logica menefreghista di cui parla Nadia Urbinati nel suo ultimo libro (Liberi e uguali), all’apatia – per riscoprire l’impegno responsabile, il gusto dell’indignazione e l’energia per l’azione. Cose che aveva detto Antonio Gramsci più di 80 anni fa e che sono state rispolverate recentemente, in modo del tutto inatteso, addirittura al Festival di Sanremo. La lezione e l‟invito di Hessel sono gli stessi di quelli gramsciani.

L’indignazione all’indignazione
Stiamo assistendo a un curioso fenomeno. Chi si indigna per come vanno le cose in questo paese e nel mondo suscita indignazione, subito dopo sdegno e poi reazioni verbali spesso violente. Basta considerare come Gino Strada e Emergency sono stati attaccati da una parte di politici italiani dopo l‟irruzione nell‟ospedale in Afghanistan dei soldati inglesi qualche mese fa; oppure Saviano per il suo libro e i suoi interventi. Indignazione per quanto queste due persone fanno e dicono per rifiutare le, e resistere alle, oscenità della realtà; per cercare di cambiarle in qualcosa di meglio; per far valere e vivere con l‟esempio e la prassi i valori della giustizia, dell‟umanità, della solidarietà. Un‟indignazione davvero indegna quella di cui sono bersaglio. Ma vi è un lungo elenco di vocabolari di indignazione all‟indignazione:

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se si critica Israele per le operazioni militari e la sua politica verso i palestinesi, si è bollati di antisemitismo; - se si criticano gli USA per la guerra in Iraq, si è accusati di antiamericanismo; - se si denuncia come vanno le cose in Italia, si diventa anti-italiani; - se si denunciano i guasti e lo scadimento della politica, l‟accusa è come minimo il qualunquismo e di anti-politica. (Detto per inciso: quest‟ultima è un‟accusa assurda; denunciare lo scadimento della politica è un atto politico con cui si chiede una politica pulita, trasparente, al servizio dei cittadini e della cosa pubblica. Non l‟abolizione della politica, ma della politica corrotta e privatizzata, semmai) - se si pretende che la giustizia sia uguale per tutti, indaghi ed eventualmente condanni chiunque commetta un reato, si è giustizialisti; - se si rivendica il diritto liberale di autodeterminazione delle scelte individuali senza limitare le scelte altrui diverse, si è laicisti e relativisti; - se si chiede più etica nella vita politica, si è dei moralisti bacchettoni; E via enumerando. Le reazioni indignate all’indignazione sono il prodotto dello scadimento dell’etica pubblica in una parte non trascurabile della società e della cultura. L‟indignazione all‟indignazione è una nuova forma di censura dei valori diversi da quelli rappresentati come mainstream. È la sanzione al dissenso. Forse persino una neo-lingua. Voltaire ne sarebbe come minimo indignato.

Ecco, ci si dovrebbe dell‟indignazione.

indignare

di

chi

si

indigna

Gli intellettuali
E a proposito di cultura, che ruolo hanno oggi gli intellettuali, quelli a cui la modernità ha affidato il compito di critica razionale dell‟esistente? Faccio un esempio estremizzando un po‟, ma non tanto. Prendiamo Stefano Rodotà: lui è una specie di sopravvissuto del “vecchio” tipo di intellettuale. Quando prova a parlare in un contraddittorio gli viene sistematicamente impedito, viene continuamente interrotto e spesso sbertucciato. Provo spesso pena per lui e vergogna per quelli che non lo fanno esprimere. E suscitano quasi tenerezza le sue pacate e misurate espressioni verbali e corporali indignate verso il comportamento dei suoi interlocutori.

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Stefano Rodotà

Opposto a questo tipo di intellettuale ve ne uno nuovo, che può essere ben rappresentato da Sgarbi. L’”intellettuale” ululante che si indigna dell’indignazione altrui, sostituendo all’argomentazione l’urlo e l’insulto.

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http://astrattifurori.wordpress.com

Nel mezzo di questi estremi vi è un‟altra tipologia di intellettuale: il cerchiobottista. Il suo modo di procedere e argomentare, anche davanti a misfatti indifendibili, è quello che “bisogna vedere”, “è vero, però anche”, “giusto, ma non è questo il problema”. Questo intellettuale maschera attraverso un discorso apparentemente razionale ed equidistante, il suo rifiuto di prendere una posizione chiara e netta, rinunciando così alla sua funzione critica. Spesso è addirittura quello che più si indigna dell‟indignazione altrui.

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Inoltre è colui che invece di rendere più chiara una situazione, la pasticcia. Non cerca di sviscerarla, la intrica. Alla fine, la mistifica. E il pasticcio va a tutto vantaggio di chi vuole che la situazione non venga razionalmente dibattuta, chiarita, sviscerata, compresa. E lo fa invocando la politically correctedness, ma divenendo socially and culturally uncorrect, per non dire complice di chi vuol mettere la mordacchia alla critica. Penso che l’invito di Hessel all’indignazione riguardi anche gli intellettuali che sono chiamati a riscoprire la loro funzione di coscienza critica della società. Questa è la loro responsabilità a cui gradualmente e pericolosamente stanno rinunciando.

Perché tanto successo?
A questo tavolo ho sentito parole e frasi di stupita meraviglia, da parte degli altri due relatori, all‟enorme successo del libro di Hessel: milioni di copie in vendute in Francia nel giro di una quindicina di giorni. Una stupita meraviglia che sembra non capacitarsi delle ragioni del successo di un libro che non è un dotto e ponderoso saggio scientifico, né un programma, o un manifesto politico tradizionale. Anzi, proprio per questo è stato più o meno esplicitamente criticato, guardato con una punta di svilimento, come se non potesse essere considerato un libro a tutti gli effetti. Una specie di scandalo editoriale. Io dico: per fortuna, non è quel tipo di libro! È proprio la sua forma di pamphlet breve e incisivo la sua forza e la ragione del suo successo. Il lettore non cerca soloniche prediche, o pensose – e non di rado, noiose – argomentazioni. Cerca una sintesi e delle idee-guida in

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grado di dare orientamento, espressione e contenuti al disagio che prova di fronte a quanto gli accade intorno e vive quotidianamente. Il successo del libro sta precisamente in questo: nell‟esser stato in grado di intercettare non tanto degli umori, ma fondamentalmente una domanda di senso presente in forma più meno latente nelle società e una parola in grado di dare un nome a quella domanda, capace di risvegliare le coscienze dall‟anestetizzante melassa in cui siamo immersi e sollecitare l‟azione, l‟impegno, la critica. Indignazione, per l‟appunto. Quell‟imperativo – indignatevi! – ha dato voce, espressione, energia, forse anche speranza, a un‟esigenza che era lì in attesa di essere attivata ed espressa.

Certo, servono poi programmi, organizzazione, capacità di mobilitazione. Ma tutto questo senza il giusto propellente rimane inerte.

Postscriptum
Quando si tenne a Pavia questo dibattito si stavano osservando i primi segnali della Primavera araba. Da lì a poco l‟indignazione popolare sarebbe esplosa in Algeria, in Egitto e poi in Libia portando alla destituzione dei rispettivi padri-padroni di quei paesi. Quasi in contemporanea in Spagna sorgeva il movimento degli Indignados, costituito soprattutto da giovani, ma non solo: donne e uomini che hanno perso il lavoro, pensionati, altri movimenti politico-civili. L‟indignazione si è via, via propagata a livello globale. Occupy Wall Street si è esteso da un pugno di persone che manifestavano a New York a buona parte degli Stati Uniti; poi è stato un crescendo che ha investito il mondo: dall‟Europa, al Nord e Sud America, al Medio-oriente, all‟Asia. Questi movimenti, per certi versi e aspetti parzialmente diversi tra loro, hanno un tratto comune: l‟indignazione verso la situazione e le condizioni delle le società dove sono avvenuti. In particolare sono accomunati da un forte domanda di democrazia, di cambiamento economico e dalla critica alla politica ormai asservita, dipendente e dominata dal potere economico finanziario globale. Non serve essere marxisti-leninisti per sostenere questa critica. Una recentissima indagine scientifica dell'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo "La rete globale del controllo societario", pubblicata da New Scientist, lo certifica. Non più di 150 imprese multinazionali sono in grado di determinare a livello globale la politica attraverso la leva economico-finanziaria delle loro decisioni

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di investimento, controllando il 40% di tutto il potere finanziario. Questi fenomeni confermano quanto ho detto in occasione della presentazione del libro e che ho in questo scritto riproposto, circa il successo del libro di Hessel: intercettava una domanda e delle energie che dovevano essere attivate. In altre parole, il vecchio partigiano, ha visto giusto, con buona pace dei suoi critici. E a proposito di critiche: una di queste che era stata avanzata negli interventi di allora, è che in ultima istanza l‟analisi dell‟esistente che Hessel fa è eccessiva, quasi improntata al catastrofismo e caratterizzata dall‟individuazione di un capro espiatorio: il capitalismo. Ora, sostenere che Hessel è eccessivo, mi pare eccessivo. I mali del mondo e delle società non sono certo derubricabili a semplici effetti collaterali di dinamiche che in fin dei conti producono benessere (sociale, economico, politico, civile, esistenziale). Direi che è proprio il contrario, come un altro grande intellettuale anglo-americano – Tony Judt – ha dimostrato nel suo Guasto è il mondo. Le società, in particolare quelle avanzate, producono malessere (sociale, economico, politico, civile, esistenziale) per molti e benessere per pochi. E quanto al capitalismo come capro espiatorio: quello che dal 2008 a oggi abbiamo sotto gli occhi giorno dopo giorno – che altro non è che il proseguimento e l‟apice di quello che avvenuto con le crisi economico- finanziarie a partire dal 1997 –, chi lo ha prodotto?

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Il capitalismo non è per Hessel, come per altre voci critiche, il capro espiatorio, bensì la causa dei problemi che riscontriamo e richiede una sua profonda riforma, così come accadde con la grande depressione del „29. Cosa che, almeno al momento, è ancora ampiamente di là da venire, tanto nei discorsi e nelle azioni della politica, quanto nelle prassi dell‟economia. Di nuovo, non serve essere marxistileninisti per rilevare questo stato di cose. Ci sono ancora molte ragioni per cui non smettere di indignarsi, impegnarsi e agire.

Massimiliano Vaira insegna Sociologia dei Processi Culturali e Sociologia dell’Educazione e Politiche dell’Istruzione presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Pavia. È membro del Centro Interdipartimentale di Ricerche e Studi sui Sistemi di Istruzione Superiore (CIRSIS) della stessa Università, del Consortium of Higher Education Researchers (CHER), del della Sezione Educazione (di cui è membro del comitato scientifico) e della Sezione Economia, Lavoro, Organizzazione dell’Associazione Italiana di Sociologia (AIS).

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