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PINO APRILE ELOGIO DELL'IMBECILLE Gli intelligenti hanno fatto il mondo, gli stupidi ci vivono alla grande

Presentazione di . SERGIO ZAVOLI

PIEMME Edizione 1997 Il Edizione, dicembre 1997 II Edizione aggiornata, agosto 2002 1997 - EDIZIONI PIEMME Spa . 15033 Casale Monferrato (AL) - Via del Carmine, 5 . Tel. 0142/3361 - Fax 0142/74223 . www.edizpiemme.it

Presentazione . La persona scontenta, incattivita, aggressiva la si può placare con un po' di attenzione, di tolleranza, di simpatia; ma provate a rabbonire l'imbecille, a trarlo dalle sue inflessibili, persino energiche convinzioni, a insinuargli, mica tanto, un dubbio: solo in apparenza spaesato, prenderà tempo per ricominciare a tessere, si fa per dire, il suo ragionamento nell'ostinata idea che a non capire siate voi, inutilmente protesi a scaricare su di lui la vostra stessa imbecillità . Lo avete mai visto in quello stato? Quando non si sa - ed è questo il momento, secondo me, più pericoloso - che cosa stia pensando? «Non pensa niente!», si consolano gli ingenui. Ammettiamolo, ma non è proprio ciò che più va temuto? L'idea, intendo dire, che un pensiero già debole possa come svignarsela, bighellonare chissà dove, perdere1filo, seppure un'inezia, di se stesso, e non trovare più la strada per rifarsi vivo? Da quel pensiero così ridotto quali danni dovremo aspettarci quando il titolare lo richiamerà per rimetterlo in moto? . Sto riflettendo: forse dovremmo augurarci che l'imbecille non si stanchi al di là del normale, e quindi non riposi più del necessario. Ma, soprattutto, che non si metta la testa sotto i piedi per dimostrarci di poterne disporre come crede; e nel frattempo, che so, mette al mondo deífigli, lifa crescere, spiega loro la vita, decide di che cosa e come parlare, magari della libertà, dell'amore, della morte, ma anche delle rondini, della nebbia, dei sogni . Che fissa il modo di pensare e di giudicare: da Bossí a Dio, dallinfinito all'ora di pranzo, dalla gara spaziale alla partita a bocce. Che poi va a votare, e istruisce la moglie e i suoceri in attesa che tocchi anche aifigli. Per la statistica egli rappresenta la maggioranza, ma non è vero: rappresenta l'umanità. La quale, secondo alcuni scienziati americani, non nasce intelligente. o meglio, il tasso di intelligenza di una persona sarebbe ereditato solo per un terzo, tutto il resto si acquisisce. Come? Confrontandoci con la vita. Perché si cresce, per ogni verso, in virtù dei problemi che siamo costretti a risolvere. Primo fra tutti quello dell'intelligenza o, se preferite, dell'imbecillità. Non è una cattiva notizia; l'idea che Michelangelo possa avere avuto, in tenera età, la testa di Esposito Gennaro o di Brambilla Ambrogio, produce grandi consolazioni e alimenta smisurate speranze, ma soprattutto induce a doverose prudenze; il primo imbecille che incontri, infatti, un giorno potrebbe affrescare la volta della Cappella Sistina o scolpire la Pietà . 6. . PRESENTAZIONE . Se tutto questofosse vero, se cioè la scienza riuscisse a provarci che l'imbecillaggine ha abitato in cíascuno di noi fino a quando non l'abbiamo più o meno sgominata mettendole contro, pian piano, l'intelligenza, dovremmo accettare per buona una ipotesi difronte alla quale nessuno si ritrae: tutti, in fondo, siamo migliori della nostrafama. Eforse, proprio per questo, un po'più uguali. Fino ad accogliere, nella media, anche l'ignaro protagonista del libro . Sergio Zavoli PRESENTAZIONE . . 7 .. . . Perché ci sono tanti imbecilli? Non riuscivo a smettere di pensarci: mi sorprendeva la naturale tolleranza che c'è per la stupidità. Mi scoprivo a chiedermi: ma gli altri si accorgono o no di come siano prive di senso troppe cose che abitualmente facciamo? E dal momento che non tutti sono scemi, possibile che non gliene importi nulla? . Poi incontrai Charles Darwin e ne fui folgorato . La scuola mi offriva una concezione tronfia dell'essere umano e delle sue «magnifiche sorti e progressive». Darwin mi insegnò a dubitarne. Delle sue opere, più ancora che l'Origine della specie, mi colpì L'origine dell'uomo, il meno conosciuto dei suoi capolavori. NE diede la sensazione di un segreto rivelato . .

L'essere umano è un animale, molto simile alle grandi scimmie. Ci ha resi quel che siamo un lunghissimo processo evolutivo, regolato dalle stesse leggi che ancora guidano il cammino di tutte le specie (anche vegetali). Ci distingue dagli altri animali, persino da quelli più vicini a noi, la quantità e la qualità della nostra intelligenza. Nessuno ne ha altrettanta, sul pianeta. Mi affascinava l'idea che lo stesso meccanismo che aveva dato a noi questa potenza cerebrale, l'avesse negata agli altri . Insomma: perché solo noi? (E perché, mi domandavo subito dopo, una così bella dote viene usata tanto poco?) . . La regola evolutiva è la stessa per tutti: la selezione naturale, la sopravvivenza del più adatto . Così prevalgono le caratteristiche che permettono alla specie (qualunque specie) di affrontare con vantaggio l'ambiente in cui è inserita. La selezione naturale non ha un percorso stabilito: procede a caso e, da una serie ininterrotta di tentativi riusciti, nasce la caratteristica che garantisce la sopravvivenza della specie. Nel nostro caso si trattò dell'intelligenza . . Darwin stesso applicò all'uomo la sua teoria, da altri banalmente riassunta, fin dall'inizio, nel modo («Discendiamo dalle scímmie») che indusse la pia moglie del vescovo anglicano di Worcester ad augurarsi: «Almeno, che non si sappia in giro» . . Ma il ragionamento di Darwin era molto più complesso. In fondo, l'idea di derivare dalle scimmie non è così terribile: non lo siamo più, questo conta. Molte famiglie hanno antenati altrettanto impresentabili; e, cronologicamente, ben più vicini. Dal pensiero di Darwin mi sembrava di poter trarre qualcosa di più: una spiegazione plausibile dell'intelligenza umana, in base a ragioni soltanto naturali. Che colpo, per l'uomo che si considera il .. . centro dell'universo: la sua potenza mentale, nel teatro della vita, non vale più del mimetismo, della forza fisica o dell'apertura alare di altri animali. E per gioco, ma non troppo, cominciai a chiedermi: se ci furono specie acquatiche poi divenute terrestri; animalí che strisciavano e ora volano; cosa assicura che non avvengano in noi ulteriori adattamenti che mutino la qualità e la quantità delle nostre caratteristiche, comprese quelle cerebrali? Siamo il solo essere pensante del pianeta: e chi ha detto che lo resteremo? . NE resi conto che persino la teoria dell'evoluzione umana poteva alimentare il nostro orgoglio di animali intelligenti, il bisogno di sentirsi speciali: la boria della specie.. . . L'indagine scientifica sulle nostre origini era una volta affidata solo all'esame dei- resti fossili dei primi ominidi e dei loro manufatti_ I risultati di tali ricerche, opportunamente elaborati, permettevano di costruire quelle tavole dell'evoluzione umana che illustrano i manuali scientifici: una serie di bipedi diligentemente messi in fila, secondo F(ipotetico) ordine cronologico della loro comparsa. Il primo, da sinistra, era praticamente uno scímmione: tozzo, peloso, curvo, le braccia e le gambe sproporzionatamente lunghe e arcuate, lo sguardo ottuso. Procedendo verso destra e verso l'oggi, i caratteri animaleschi si attenuavano, sino a sublimarsi nell'ultimo della fila, l'Homo sapiens sapíens. Alto, bello, il mento e lo sguardo protesí verso il futuro (qualcuno do11 i 1 i veva avergli detto che sarebbe diventato Leonardo da Vinci) . . Naturalmente, venivamo messi sull'avviso: quella ricostruzione era solo ipotetica; qualche ominide avrebbe potuto forse scambiare il suo posto nella fila con il vicino più o meno scimmiesco; e c'era sempre l'anello mancante: il nostro antenato più prossimo, già quasi bello come noi, ma ancora un po' brutto e tonto come i predecessori . . Questo non indeboliva la sostanza della ricostruzione: per quanto bestiali potessero essere i suoi progenitori, l'essere umano rimaneva il meraviglioso punto d'arrivo d'un cammino intrapreso milioni d'anni fa. Come dire: in un modo o nell'altro, siamo speciali, unici. Dopo Darwin, non

eravamo più il centro della creazione, l'opera più importante di Dío, l'essere più nobile, il solo a somigliarglí; ma restavamo pur sempre il capolavoro dell'evoluzione. E su questo poteva fondarsi la teoria che voleva vedere nell'uomo il centro della natura, la ragione capace di spiegare l'esistenza dell'intero universo . . Non ero in grado di esprimere giudizi sulle dispute scientifiche e teologiche che dall'intuizione di Darwin traevano origine. Non ero sicuro nemmeno del fatto che zio Charles avrebbe condiviso certi sviluppi (altrui) delle sue idee. Avvertivo soltanto, confusamente, che forse nella materia c'era qualcosa d'importante, che ancora poteva essere colto. Anche se non riuscivo ad andare più in là di questa fastidiosa sensazione . 12 .. . . Ero poi finito giornalista e, dopo molti anni in un quotidiano, ero entrato in un settimanale, proprío in uno dei momenti di maggiore incertezza morale e politica della recente storia italiana. Alla ricerca di risposte, di trasfusioni di saggezza, andavano molto le lunghe interviste a personaggi, famosí per sapere e autorevolezza, in mancanza di un dichiarato 'Tecchio della montagna". Ne venivano fuori dei ritratti commentati, giudiziosi, infarcíti di aneddoti e opinioni su ogni possibile tema. Ho avuto così l'opportunità di incontrare diversi protagonistí della storia del nostro secolo: alcuni mi hanno accolto nelle loro case, ho conosciuto le loro famiglie, a volte ho pranzato alla loro tavola, ho potuto, con H loro permesso (e talvolta ammetto, senza), curiosare sulle loro scrivanie nelle loro biblioteche. Forse avrei dovuto chiedermi: chi mi dà il diritto di irrompere nella loro vita, di estorcere pareri, confessioni, rubare sentimentí? Ma non mi sono mai sentito un intruso Arrivavo a considerare un diritto, il mio, di chie dere; e un dovere, il loro, di rispondere. Perché? Perché siamo animali sociali ed è buona cosa met tere in comune, far circolare, le domande e le ri sposte. Per molto tempo ho pensato che "La ri sposta assoluta" esista, ma sbriciolata fra tutti gl uomini; ognuno ne possiede un granello e nor sa di averlo. Se qualcuno, come in un puzzle.. . . Un giorno, con il direttore della rivista in cui ancora oggi lavoro, decidemmo di fare un servi zio su Konrad Lorenz: era una "grande anúna" già premiato con il Nobel per il suo contributo alla nascita di una nuova scienza, l'etología (che studia gli animali e i loro comportamenti); ma era conosciuto in tutto il mondo per il suo paterno modo di raccontare osservazioni scientifiche, come fossero storielle di animali. Un suo libro, L'anello di re Salomone, lo aveva reso giustamente famoso . . Dopo la mia giovanile infatuazione per Darwin, avevo saltuariamente coltivato, come tutti, per hobby e senza molto impegno, la mia personale ricerca sul "Trittico fondamentale": chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Non avevo fatto alcuna scoperta capitale, ma ero sempre più sorpreso dalla naturalezza con cui l'essere più intelligente del pianeta tende ad agire in modo del tutto irragionevole . . Di Lorenz avevo letto qualcosa e mi era piaciuto. Per prepararmi a incontrarlo, mi procurai tutto quello che trovai di lui e mi ci tuffai: prima per dovere, poi con interesse, poi con tale voracità che fui deluso non ci fosse altro da leggere. Fu una folgorazione, un'altra, e faceva il paio con quella darwiniana. NE domandavo quali sarebbero stati i risultati di uno studio sugli esseri umani e i loro comportamenti, secondo i principi e i metodi dell'etologia. Insomma: se l'uomo non è che un animale (e non c'è ragione, a parte l'orgoglio della specie, di pensare che sia il migliore), perché non sottoporlo a osservazione come si fa con gli altri e valutare le sue azioni alla luce degli stessi criteri 14 .. . scíentifici e dello stesso distacco riservati ai lupi e alle oche? .

Avvertii istintivamente che questa poteva essere la strada per capire qualcosa di più delle ragioni che ci spingono a comportarci da stupidi. Ormai, a ogni livello, la frequenza con cui trovavo degli imbecilli o anche persone che non lo erano, ma da tali, sorprendentemente, agivano, era così alta che non poteva trattarsi di coincidenze. E, pur considerata la benevolenza con cui valutavo me stesso, non potevo fare a meno di notare che le mie scelte non erano sempre ragionevoli e, addirittura, mi capitava di comprendere benissimo che stavo per fare una cosa stupida. Eppure la facevo. Quale forza è alla base di questo modo di agire, tanto da indurre a comportamenti sciocchi, nonostante la consapevolezza e persino la volontà di evitarli? C'è, ecco la domanda, una ragione più potente della ragione e che genera stupidità? Se l'intelligenza è la nostra cifra, ci ha dato la sopravvivenza, il dominio di un ambiente che ci era ostile, perché tutta quest'ímbeciflità? Cosa la giustifica 0, addirittura, può renderla necessaria? . Queste domande erano poco più che un gioco, per me; un argomento che buttavo nella conversazione quando volevo stupire, apparire eccentrico . La scorpacciata di Lorenz mi fece sospettare che, nella materia di quel mio divertimento, potesse esserci più sostanza di quanto riuscissi a scorgerne . . Telefonai all'assistente di Lorenz e gli chiesi la cortesia di combinarmi un appuntamento con il 15 maestro, per un'intervista. NE fu risposto che il professore (già molto anziano) non era in condizioni di ricevere ospiti. Magari più in là... La sera stessa partii per Vienna con un fotografo. La mattina dopo ero ad Altenberg, lungo il Danubio, il paesino in cui Lorenz era nato e dove viveva con la moglie, sua amica d'infanzia, nella casa costruita da suo padre. Il villaggio aveva un nome più lungo della sua strada principale e lo stesso professore abitava in via Lorenz (in onore del padre medico), che aveva un solo numero civico e una sola casa: la sua . . Lo incontrai sulla porta, che rientrava dal suo laboratorio: non ebbe il coraggio di caccianni . Leggendo i suoi libri mi ero fatta l'idea che fosse un uomo meraviglioso. Adesso ne ero sicuro. Era un vecchio, nobile signore nell'anima e nell'aspetto, con un fisico robusto, non dimentico del vigore giovanile, la barba e i capelli candidi di un filosofo greco, una bonaria attitudine al sorriso e gli occhi vivaci, interessati a tutto. 19 bambino Lorenz non aveva ancora smesso di giocare . . Nonostante la prepotenza con cui mi ero imposto, ignorando il suo diniego, mi accolse con cordialità, dopo soltanto un fugacissimo accenno di sconcerto. Mi parve persino contento di far entrare in casa uno sconosciuto che gli voleva fare troppe domande. Lo attribuii alla sua squisita buona educazione. Poi mi resi conto che non solo di quella si trattava: a lui non interessava che fossi un giornalista; gli piaceva parlare delle sue idee, 16 .. . valutare l'effetto che producevano sull'interlocutore (incredibile, se si pensa al consenso e all'ammirazione che riscuoteva in tutto il mondo). E ascoltava le tue parole come fossero osservazioni di un suo pari. Ma io non riuscivo a liberarmi della soggezione che mi ispirava: quello non era più 44un articolo della serie". NE accadeva qualcosa . Non era la prima volta che incontravo un grande personaggio; ma non mi ero mai sentito così tanto nel posto giusto. E inferiore . . Eravamo nel suo studio, davanti a una ampia vetrata che si apriva su un vasto prato delimitato da alberi. L'intervista era finita e il professore si era sottoposto con ironica accondiscendenza al rito delle foto. Sua moglie ci chiese di prendere il tè con loro. «Siete brave persone», osservò Lorenz quando lei si allontanò. «Mia moglie ha una grande capacità di capire l'animo degli altri. E invita solo persone buone a prendere il tè con noi.» Il complimento mi colse di sorpresa. E mi resi conto che ora il maestro guardava il fotografo e me con diversa e più alta considerazione . Un fatto così repentino, che lui dovette accorgersi del mio divertito stupore. Aggiunse allora, quale spiegazione: «Io mi fido della sensibilità di mia moglie e di quella degli animali, che

queste cose avvertono meglio di me: l'etologo in casa sono io, ma i nostri cani ascoltano mia moglie e ignorano me» . . Tutto questo (e la serenità della casa, il tè che era buono e i biscotti che sapevano di forno) creò 17 un delizioso clima di confidenza. Ero orgoglioso del fatto che quest'uomo speciale mi dedicasse il suo tempo e mi trattasse da ospite atteso, piuttosto che da intruso. E quando terminammo il tè, mi invitò a fare due passi in giardino, dietro la casa. Non avevo programmato di parlargli delle mie idee sulla stupidità. Non intendevo approfittare della cordialità che dipingeva di buono quel piacevole pomeriggio. Eppure, quando ruppi il silenzio, fu per chiedere: «Professore, lei non crede possibile che molti comportamenti umani tendano a ridurre e non ad aumentare l'uso dell'intelligenza? E che una cosa del genere sia indotta, o addirittura imposta, dalla società, dalla cultura? Che possa esserci una sorta di selezione culturale (e forse persino naturale) che ci condiziona, per costrìngerci all'imbecillità?» . . Così, tutto d'un fiato. E appena finii, mi sarei morsa la lingua. Venni preso da quella orribile sensazione che ti coglie quando, tutto contento della bella impressione che stai dando, fai una cosa assolutamente sbagliata e pensi: «Adesso si accorgono che sono cretino». Lorenz me lo lesse negli occhi e sorrise divertito. Mi prese un gomito con una mano e fece lentamente spaziare l'altra lungo l'orizzonte, in un gesto che indicava vastità, assenza di confini. «Lei neppure immagina su cosa ha messo le mani», disse. E non vorrei che la mia memoria assecondasse troppo i miei desideri, ma sarei pronto a giurare che nella sua voce c'era un che di grave . 18 .. . ii . incoraggiato dalla sua reazione, raccontai delle idee che mi giravano per la testa e che le pagine stesse di Lorenz avevano aiutato a sedimentare . Cercavo di esporle in modo sistematico, ma, per l'entusiasmo di aver un tale interlocutore e di vederlo disposto a spendere il suo tempo ad analízzarle, è probabile che non sia stato lineare quanto mi sarebbe piaciuto. Lui mi guardò come se mi vedesse per la prima volta. Nei suoi occhi c'erano sorpresa e curiosità. Compresi che dovevo aver detto, sia pure in forma poco scientifica, qualcosa di importante. E che lui voleva capire se, almeno, me ne rendevo conto; se ero consapevole del contenuto profondo di quel che dicevo, o se mi era capitata per caso in mano una pepita di cui non conoscevo il valore . . Continuammo a passeggiare e a parlare per qualche minuto ancora, mentre orinai il sole declinava nella campagna che scivola verso A Danubio . Non ricordo esattamente cos'altro ci dicemmo . Rammento che lui elencò alcune prove della stupidità umana: la follia europea della seconda guerra mondiale, alcune scelte politiche di Reagan, il debrio di potenza che c'è nella corsa ad armamenti sempre più sofisticati e incontrollabili. Ma la cosa che mi segnava davvero, di quella conversazione, era il senso, l'idea forte delle parole di Lorenz: nell'uomo, la selezione culturale è molto potente, forse ormai più incisiva di quella naturale; i comPortamenti sociali, o comunque indotti dalla società, tendono a condizionare e indirizzare le scel19 te dei singoli. E non mi parve affatto che il professore escludesse la possibilità che questa selezione operò nel senso di ridurre le nostre facoltà intellettuali. Mi spiegò come questo avvenga, in modo macroscopico, attraverso un meccanismo banale e inesorabile. Il genio umano escogita vie d'uscita per (quasi) ogni necessità della nostra vita. E una volta scovata la soluzione del problema, non ci è più necessario far uso della nostra intelligenza: basta copiare. Ma replicare non è inventare; così, le nostre doti intellettuali avvizziscono, perché non stimolate . .

La mia intervista a Lorenz non aveva avuto per tema l'imbecillità, ma la conversazione che aveva chiuso il nostro incontro condizionò talmente fl mio lavoro, che l'articolo finì in pagina con il. titolo: «E Dio creò lo stupido». Quando fl mio pezzo venne acquistato per la ripubblicazione persino inGiappone, capii che l'argomento doveva aver toccato corde più sensibili di quanto siamo normalmente disposti ad ammettere . . Molti mesi dopo, mi scrisse un assistente di Lorenz. NE diceva che il. professore ricordava con interesse la conversazione che avevamo avuto e che ne aveva accennato a un suo amico, docente di filosofia in una piccola università austriaca. Era una lettera simpatica: mi si consigliava di non abbandonare quelle mie intuizioni, perché gli sviluppi avrebbero potuto essere sorprendenti; e di cercare, da giomalista, l'occasione per diffonderle . Ne fui lusingato e risposi subito; anche per di 20 .. . re che dubitavo seriamente fosse fl caso di rendere pubbliche quelk mie idee sulla stupidità. Non avrei nemmeno saputo che forma dare ai miei pensieri: ero un giornalista, non uno scienziato . . Non molto tempo dopo, Lorenz morì e il mondo si risvegliò più povero. Avrei voluto sapere tutto di lui, di cosa aveva fatto da quando ci eravamo incontrati, come aveva trascorso gli ultimi mesi, se la serenità della sua vita si era conservata anche negli istanti estremi. Confesso che nutrivo anche un'altra curiosità: il professore aveva avuto modo di elaborare qualcosa che, a partire da quella nostra conversazione e da quel suo incoraggiamento, mi potesse essere utile nei miei ragionamenti attomo all'imbecillità? In fondo, il. libro che aveva lasciato a mo' di testamento spirituale, aveva un titolo rivelatore: Il declino dell'uomo. Ci pensai un po' su, poi decisi di scrivere a quel suo cortese assistente, per informarmi . . Non ne ebbi il tempo, perché ricevetti da lui, inaspettatamente, una nuova lettera: mi chiedeva il permesso di trasmettere A mio indirizzo al professore di filosofia a cui Lorenz aveva parlato delle mie idee. Egli era interessato ad avere, con me, uno scambio di opinioni sull'argomento. E mio orgoglio fu carezzato lungamente da quella richiesta. Però! Un filosofo austriaco, amico di Lorenz, intendeva iniziare, assieme a me, una riflessione su terni da me indirettamente proposti. Una persona Più prudente e meno presuntuosa avrebbe cercato un modo grazioso ed educato di svicolare; io mi 21 abbandonai alla mia forma prediletta di. stupidità Worgoglio) e risposi che sarei stato lieto di offrire al professore amico di Lorenz tutta l'attenzione che chiedeva, a patto di riuscire, io, a meritare la sua . . E, tanto per non far subito brutte figure, mi procurai i libri del futuro interlocutore. Non tantissimi, ma di rara profondità; scritti in stile rigido (o lo vedevo tale io, sapendolo austriaco), preciso nei dettagli, sensibile alle sfumature. Aveva scritto abbastanza di etica politica e filosofia del diritto, ma si era interessato anche (poteva essere altrimenti?) di metodologia della ricerca storica e di scienze naturali. Un suo testo sull'idea di giustizia (cosa sia stato considerato giusto o ingiusto nei rapporti fra singoli e fra stati) era ritenuto il suo capolavoro . . Non passò molto, che ricevetti una lettera del filosofo; fu la prima di una lunga serie. La nostra corrispondenza andò avanti per mesi. Dedicavo pomeriggi e serate liberi a mettere assieme gli argomenti per rispondergli e a cercare di sciorinarli, per quanto nelle mie possibilità, in modo lineare e corretto. Ci tenevo a decifrare, nelle míssive del mio impegnativo interlocutore, tutti i percorsi possibili. Lui andava subito al cuore dei suoi ragionamenti e la sua competenza gli consentiva di esporli in forma chiara e sintetica. Io dovevo risalire i molti rami delle sue idee forti e questo mi conduceva, a volte, alla scoperta di vie ínsospettate. In più, la mia attitudine professionale alla 22 .. .

divulgazione attraverso l'esempio, l'aneddoto, mi portava all'uso di un linguaggio che, per quanto mi fosse abituale, non era forse il più adatto ai temi trattati. Ben diversa la sua prosa essenziale, priva di ornamenti, che appariva ancor più rigorosa a causa della lingua, il tedesco. Ne derivava uno stile che aveva insieme una certa dignità letteraria e la chiarezza (ritengo che la mia traduzione abbia inevitabilmente impoverito la qualità della scrittura del mio corrispondente). Anche la fantasia era adoperata come uno strumento: utile allo sviluppo del discorso. Sull'uomo e la morale, il professore aveva convinzioni profonde, frutto di tanti anni di studio, di riflessione, di insegnamento. Da quanto credevo di aver capito, quelle mie povere idee, riferitegli da Lorenz, lo avevano interessato proprio perché così distanti dalle sue . . Ho conservato tutte le sue lettere; non ho tenuto copia delle mie, di cui mi sono rimasti, comunque, note, appunti, abbozzi. Su quei materiali ho ricostruito la nostra discussione sulla fine dell'intelligenza. Negli anni trascorsi fin qui, ho continuato a riflettere sull'argomento; ho trovato ulteriori dimostrazioni, nuovi documenti, esempi migliori. Mi è sembrato giusto aggiungere tutto questo a quanto già avevo, perché non altera la sostanza del mio discorso e, al contrario, la rende più chiara. In più, senza la copia delle mie lettere, mi sarebbe in ogni caso difficile distinguere, oggi, quanto pensavo e scrivevo anni fa e cosa ho elabo23 rato in seguito. Riporto fedelmente, al contrario, i brani delle lettere del professore. Non ho aggiunto niente; ho solo tolto le parti che non riguardano l'argomento del discorso e testimoniano, invece, di come una fortuita conoscenza, nata per soddisfare la curiosità intellettuale, sia maturata in una amicizia piena di pudore* . . * [N.d.A.] All'inizio di ogni capitolo compaiono, tra virgolette, i brani tratti dalle lettere del professore . 24 . . . Guerra all'intelligenza . " Ho letto con molta attenzione la lettera in cui espone queste sue sorprendenti teorie. L'originalità (o la stravaganza?) di quanto da lei argomentato mi aveva colpito sin da quando me ne parlò il mio caro amico, il professor Konrad Lorenz . . Le sue idee mi hanno impressionato; ma non sono affatto sicuro che si tratti di un'impressione favorevole. La sua intuizione e le elaborazioni che ne ha tratto mi paiono, anzi, molto discutibili . . t mai possibile che l'umana intelligenza si stia estínguendo? Che le nostre facoltà più belle, più significative e, quel che più conta, essenziali per la nostra sopravvivenza, siano davvero destinate a scomparire? . Sono assolutamente convinto che questa eventualità sia un assurdo e che niente del genere potrà mai verificarsi . . Cercherò, pertanto, di analizzare punto per punto le sue tesi e, se possibile, di controbattervi . . Gli ominidi da cui si sarebbe poi evoluto l'uomo si trovavano in una posizione senza dubbio svantaggiosa rispetto a tutti gli altri animali. Erano, infatti, completamente privi delle doti fisiche che avrebbero potuto garantire loro la sopravvivenza; non avevano consisten GUERRA ALL,iNTELLiGENzA 25 ti difese, né mezzi di offesa adeguatù sembrav rnercé di un ambiente naturale ostile e) pertantO~I.' dannati airestinzione. Persino il loro num,11 guo. chi e deboli.. questa era la scOrnOda con . Po .

. ori. pure, covavano p dei nostri progenit . Ee non soltanto che, opportunamente coltival motore di una st loro di cavarsela, ma furono . evoluzione. intelligenza' è A termine che> naria . b ì: guaggio comune, indica l'insieme di queste d tore determinante dello sviluppo della nostra Quanto alle caratteristiche fisiche, A nostro . . pro re non solo era inferiore ai suoi avversany ma suoi concorrenti) quelli con i quali doveva per procacciarsi a cibo e un riparo. Lo sv annullato con Vesaltazione delle facoltà * la cui crescita rappresenta la prerogatii:va deTT ne umana. E questo appare evidente pei~inose Il Iiù . rosolo e pi sidera, fra i tanti, un pararnet della capacità (ma significativo)' l'aumento la dimensione del nostro cervello . . cDn . volume della scatola cranica umana ha Dn . a 30 mila anni fa. Prima in MOdO a lievitare sino . ., con p . ~ ma abbastanza lento; P01 . Ineno costante, iù spinte. La potenza di questo sioni sempre p . ancora più ragguardevole se 591,_ evolutivo appare . o fisico dei conto che5 nel frattempo, l'asPett genitori carnbiava molto Pi~ lentamente . richjamare~ in . Perdoni se sono costretto a mia premessa, nozioni Piuttosto elementari, non ha bisogno di sentirsi, ripetere. Ma mi sOnO p . cipale mentrC sarie per introdurre FassuntO rin pravvivenza (e l'evoluzione) di altre specie 26 . . Gu~ ALL`TaLlGF fisiche, quella del aratteristiche alle loro c- . . doti intellettuali; le no è dipesa dalle sue . . el determinare ~to tale importanza n de11,1g0,no sapiens sapiens2 da continuare a sino a farne un animale a parte, del tutto qualunque altro. Intelligenza fosse 'il . . di. che dire, quIn . . 5 . ci ha salvati dall'estirizIOne o necessario siamo. E tutto questo va in direzione esat posta a quello che lei sostiene. Ma vorrei OP . . osa . . e . ancora qualc e urnano è ")Ito rallentata da e dell'esser . . rebbe) ad arrea parte, fino (par a quest . . aratteristiche, che ne, mil aUora, le riostre C . nente mutate sotto la ti erano ContinUai . le stesse. Addirittura, va, sono rimaste . . gi iden,fisico e il volume del cervello S0110 Og . tmtú fondamentali, a quelli di un nostro . di 3oo secoli fa. . .

conun uomo del paleolitico e un nostro . , le differenze sono tali, e tanto sign'ficati osservatore digiuno di conoscenze antro stenterebbe a considerarli due esemplari sono cambíate le carattería specie. Se non . 1 ~rebrale è rnu . e, se nemmeno la capacita ce cosa determina la distanza che ci separa dai di 30 mila anni fa? ellìntelligenza- ù a va cercata di nuovo n da allora, le dimensioni del cervello sono.riali, ma quando si misura ringegno non ci si e alla quantità di materia grigia. Perché, an~ta non è cambiata, si è profondamente evouso che ne viene fatto. Ed è ciò che pffi conta . GUEUA ALL,INTELLIGENZA 27 . Noi siamo così diversi dai nostri antenati paleolitici, perché adoperiamo le nostre facoltà intellettuali con una intensità a loro sconosciuta. Pensi alla complessità della tecnologia e delle macchine e all'impegno quotidiano che ci richiedono. E se dal mondo delle cose passiamo a quello delle idee, consideri la vastità di conoscenze scientifiche, di temi per la speculazione intellettuale e religiosa, di intuizioni, di valori: apparirà allora evidente la distanza che ci separa da quei nostri lontani avi. Il mondo dello spirito umano si è evoluto molto più del nostro aspetto fisico . . Non voglio ora richiamare le osservazioni di grandi pensatori, da Aristotele a Popper, che potrebbero dar sostegno a quanto io dico; né intendo giocare con le parole. Ma non ritengo sia discutibile il fatto che, mentre noi non siamo cambiati molto, a parità di volume cerebrale, hanno fatto progressi impressionanti le nostre capacità intellettuali. Al punto che oggi siamo in grado di riprodurne qualcuna artificialmente: le più elementari, d'accordo, le più schematiche; ma si tratta di un risultato molto significativo, perché segna un inizio. Le intelligenze artificiali, come i calcolatori, replicano alcune nostre facoltà cerebrali. Per assurdo, se l'essere umano dovesse estinguersi, certe sue caratteristiche non sparirebbero con lui. E questo non si può dire di nessun altro animale . . Io sono sicuro, diversamente da quanto lei sostiene, che le nostre capacità mentali, lungi dal contrarsi, continueranno a svilupparsi. Non vedo quali fattori potrebbero provocare un'inversione di percorso. Il destino della nostra specie resta l'inteffigenza, anche se non è possibile prevedere dove possa condurci questo processo evolutivo: va misurato in tempi troppo lunghi 28 . . GUERRA ALL'INTELLIGENZA per rischiare congetture. Ripeto, la sola certezza che abbiamo, alla luce dei dati oggi a nostra disposizione, è che l'evoluzione umana è legata al continuo aumento delle facoltà intellettuali. E questo aumento è stato prima quantitativo, poi qualitativo. 99 . Le considerazioni del professore non sembravano confutabili facilmente. Di fronte alla sua costruzione logica, le mie congetture sulla fine dell'intelligenza umana rischiavano di naufragare in porto. Ma nella prima lettera che avevo scritto al mio dotto interlocutore, la mia idea era appena abbozzata, poco più che un'intuizione. E nel riepilogo fatto dal professore del nostro percorso evolutivo, mi pareva di scorgere le tracce di un consolante modo di pensare: veniamo da un buio passato e procediamo verso un futuro che potrà essere soltanto più luminoso. Una teoria che, al di là del suo spessore logico e scientifico, è minata da una debolezza di fondo: ci piace pensare che sia così, ci dà ottimismo e la speranza che quanto non riusciamo a capire e a fare oggi, ci sarà possibile domani. Nell'intimo della nostra coscienza, forse non abbiamo mai accettato davvero l'idea di discendere dalle scinunie; ce la rende digeribile solo il fatto che da loro ci separa, ormai, una distanza enorme. E quasi altrettanto si può dire di quei paleolitíci che avevano tanto cervello quanto noi, ma non sarebbero stati in grado di adoperarlo con la nostra intensità. L'intelligenza ci ha allontanato da quegl'impresentabili parenti; ci ha portato GUERRA ALLINTELLIGENzA 29 a questo punto;

ci co - durrà ben Più lontano (sarà, Sti scoperti in Nuova Guinea ma i figli dei troglo non molti anni fa, oggi Pilotano ' jet) . . Queste convinzioni, a mio parere, non stanno in piedi. E lo scrissi al professore . . Sul nostro pianeta, la regola per la sopravvivenza è "il numero o la forza"; non runo e l'altra. 1 leoni sono pochi, ma i più forti nella savana. Anche le gazzelle corrono per la savana, prede dei leoni, ma sono tante; nessuna fiera può sbranarle tutte. Le più lente muoiorio, ma (per terribile che possa essere A massacro) la specie è salva . La regola è questa, i pochi hanno la forza, i deboli hanno A numero. 1 forti non trovano cibo per tutti, quando diventano troppi muoiono di farne. 1 deboli e rari non hanno futuro . . Ma era proprio quest'ultima (come ricordava giustamente A professore) la condizione dei nostri scimmieschi antenati, senza numero di gazzella né forza di leone. Dall'istinto eli conservazione scaturi, allora, una via di salvezza nuova che infranse la regola: l'inteffigenza. Un'arma rivelatasi potentissima, che ha messo nelle nostre mani A destino di tutte le altre specie del pianeta; ci ha moltiplicati dall'equatore ai poli . . L'intelligenza ci ha salvati dalFestinzione, ed è stata il motore della serie di cambiamenti che ci ha fatti come siamo . . Ora, però, la situazione è molto diversa, rispetto alle lontane ere in cui ebbe inizio A nostro carrimino evolutivo. Ormai la nostra sopravvivenza è . GUERp 30 . . . ~A ALL,INTELLIGENZA o asslcu,ata-2 e~ lungi dall'essere messi in pericol da gli attacchi o dalla concorrenza di altre specie animalí, ne abbiamo sterminate diverse. Al punto che a nostro numero (sovrabbondante) e le nostre po. . ono addirittura una minaccia terizialità Costltulsc . . i ma delicato sistema per l'equilibrio del complesso, che è la Terra. E l'ecologo J . ames Lovelock, che rítiene a nostro globo un unico essere vivente, ipotizza che a pianeta ci spazzerà via come pidocchi, di farsi uccidere da noi. Ma questo, per noandrebbe contro un principio evOlu stra 1 rtuna, tivo (e fisico), detto "di economia", secondo A quale, la natura si muove sempre lungo la strada Meno faticosa. E condannare all'estinzione un'intera specie, perché di cervello troppo fertiley è antieconorriicO". Non si taglia una gamba per un'unghia incarnita. L'Homo è pericoloso per la Terra solo se sapiens. Se non lo fosse più o lo fosse meno, A pianeta potrebbe benissimo ìopportarne la presenza . . Per la specie umana, ormai> il rischio non è più quello di estinguersi, ma di moltiplicarsi, di crescere troppo, anche in potere. «Il numero è la bornba», sintetizzava il filosofo Rairnond Aron . . E questo significa che l'intelligenza ha esaurito A proprio ruolo: non è più necessaria, e viene dismessa come, in passato, altre caratteristiche ca duche (peli su tutto A corpo, coda, denti del giudizio ... ). Lo dimostrano la storia della nostra specie, e i nostri comportamenti culturaliy sociali . GUERRA ALL'INTELLIGENZA . Siamo così orgogliosi del nostro genio da ritenere: 1) che possa solo crescere; 2) che sia per sempre; .

3) che, addirittura, l'Homo sapiens sapiens serva solo a perpetuare l'intelligenza. La quale continuerebbe a esistere (magari nel silicio dei computer o in forme di vita diverse), persino senza di noi . . Ma è falso. Dai 50 ai 30 mila anni fa, il volume del nostro cervello subì un robusto taglio; e da allora, l'uso che facciamo di quel che resta è in calo . Come ogni altra specie, noi abbiamo un solo, esclusivo interesse- salvare noi stessi. La gazzella non corre per garantire la sopravvivenza della velocità; il leone non azzanna per tramandare la forza. Così l'uomo non vive per scongiurare l'estinzione dell'intelligenza; che è semplicemente un mezzo, comodo finché serve, ma provvisorio, ove se ne trovasse uno migliore . . E genio è stato solo il ponte inventato dall'evoluzione per condurre la nostra specie alla conquista delle condizioni che ne assicurassero la sopravvívenza. La missione è compiuta; l'intelligenza non serve più, almeno non tanta quanta ne fu necessaria in passato . . Einstein si domandava come mai l'uomo avesse inventato quasi tutto quando vagava sul pianeta in pochi milioni di esemplari, e quasi nulla ora che formicola a miliardi. A questo, non trovò risposta . 32 . . GUERRA ALVNTELLIGENZA La stupidità intimidisce i grandi, perché ne intuiscono le proporzioni e la pericolosità (al contrario dellIntelligenza, non ha limiti) . . Due ricercatori del secolo scorso, Greg e Galton, contemporanei di Darwin (il secondo era anche suo cugino), sollevarono una curiosa questio~ ne. Si fondi un villaggio con cento irlandesi stupidi, analfabeti, ubriaconí e maneschi, e cento inglesi colti, beneducati, sobri (be'... quasi). Dopo alcune generazioni, si troveranno migliaia di cafoni e nemmeno un gentleman . . Greg e Galton avevano scoperto una cosa sorprendente e la esponevano con britannica perfidia. Nella selezione e nella trasmissione dei caratteri, è il peggio che vince; anche quando si tratta di doti ereditarie, la moneta cattiva scaccia quella buona . . Se questo ci sorprende, è perché la nostra valutazione viene sovente distorta da un approccio etico o estetico: è per questo che Abele ci sembra migliore di Caino. Per quanto un tale giudizio possa essere accettabile sul piano morale, rimane il fatto che, fra i due, è il secondo, e proprio per la sua aggressività, ad affermarsi nella selezione naturale. Greg e Galton ne conclusero che, nell'eterna lotta per l'esistenza, è la stirpe inferiore e meno favorita a prevalere, non per le buone qualità (che nemmeno possiede), ma grazie ai suoi difettí. 1 due studiosi furono incuriositi anche da un'altra osservazione, che non riuscirono a spiegare: gli stupidi sono prolifici, gli intelligenti no; an GUERRA ALL'INTELLIGENZA 33 zi, i geni sono tendenzialmente sterili. Nel loro villaggio, quindi, sarebbero gli ottusi irlandesi a garantire la continuità della vita; e i loro caratteri ereditari diventerebbero dominanti. «Mi dispiace», scrisse Galton, «di essere incapace di risolvere la semplice questione» della sterilità di uomini e donne di genio. E meno male che la questione era semplice . . All'origine del nostro percorso evolutivo, non era così. Acquista allora spessore il sospetto che l'intelligenza possa salvare un numero tutto sommato esiguo di esseri scimmieschi, ma distruggere l'intero genere umano. Sarebbe come una potente medicina: provvidenziale, se utilizzata per breve tempo; veleno, se assunta tutti i giorni. Del resto, se gli intelligenti tendono a non avere figli, e gli stupidi si dimostrano invece particolarmente prolifici, l'intelligenza è condannata a non avere futuro. L'uomo è, fra tutti i primati (noi e le scimmie che ci

somigliano), quello che ha più grossi sia il cervello che gli attributi sessuali (il pene per i maschi, le mammelle per le femmine) . . La cosa dà qualche fondamento al sospetto che chi usa più uno dei due organi "eccellenti", abbia dei problemi con l'altro . . t necessario accettare l'idea poco lusinghiera che, per la continuità della nostra specie, importa la quantità e non la qualità. L'istinto di sopravvivenza spinge noi, come ogni altro essere vivente, all'aumento della "massa biologica": è per questo che, oltre che più numerosi, diventiamo più alti. E 34 . . GUERRA ALL'INTELLIGENZA per lo stesso motivo, ogni organismo vivente tende a incrementare il peso complessivo della propria specie. Ecco perché il numero conta davvero . L'essere che più di ogni altro grava sul globo (in senso ponderale), con il totale di tutti i suoi individuí è la formica: come si fa ád ammazzarle tutte? Le balene rischiano l'estinzione . . Nei paesi ricchi e sviluppati, si studia di più e si fanno meno figli. In quelli del terzo e del quarto mondo, coltivare l'intelligenza è un privilegio di pochi; si resta più facilmente ignoranti, e si ha più tempo e attitudine (pare) per procreare . L'esplosione demografica procede con la povertà . Ma la tendenza all'aumento della massa biologica è appagata in entrambi i casi. 1 ricchi sono pochi e ben pasciuti (l'obesità è una malattia sociale che cresce con il reddito medio); i poveri sono esili ma moltissimi. La minoranza di esseri umani ben nutriti e la maggioranza di quelli sottoalimentati, secondo un calcolo basato sui dati della Banca mondiale, raggiungono complessivamente lo stesso peso . . Siamo diventati più numerosi e più grossi; ma il nostro cervello è agli stessi livelli da circa 250 mila anni. Nelle ultime migliaia di anni, la quantità di esemplari della nostra specie è cresciuta con progressione sempre maggiore, ha avuto un'i-inpennata negli ultimi due secoli, e ora siamo all'esplosione demografica. Non cambia il volume della nostra materia grigia. Questo è segno evidente che, dopo aver percorso la via dell'intelligenza, la selezione GUERRA ALL'INTELLIGENZA 35 ha imboccato ormai quella della quantità. Non favorisce più l'ingegno, ma il. numero, la cui crescita sembra avvenire a spese di quella cerebrale . . E che fare degl'intelligenti che, nonostante tutto, e in numero sempre più ridotto, continuano a nascere? Eliminarli. La selezione non è solo naturale, è anche culturale; e da molte migliaia di anni l'Homo sapiens sapiens elabora comportamenti e sistemi sociali che provocano lo sterminio dei migliori . . Le correzioni selettive della specie avvengono anche attraverso i sentimenti: l'amore, l'orgoglio, l'invidia... Ne è ottima prova l'istinto materno e, più in generale, la predisposízione a essere buoni e soccorrevoli con i piccoli della specie. In una certa misura, questo comportamento si ritrova in tutti gli animali e, più in alto si sale lungo la scala evolutiva, meno i piccoli sono indipendenti e più forte è l'istinto di protezione nei loro confronti . La mamma pesce non riconosce i suoi figli, che spesso sono in grado di cavarserla da soli appena nati; mamma orsa, una volta che i suoi cuccioli sono cresciuti, li ignora; il piccolo scimpanzè rimane con la madre, che lo cura amorevolmente, per un tempo maggiore. Ma nessun altro animale avverte questo legame con la stessa intensità dell'uomo. Il cucciolo di sapiens sapiens è quello che più a lungo resta inabile e dipende dagli adulti (i genitori, e non solo) per ogni minima necessità. E questo duraturo rapporto consente, da una generazione alFaltra, una poderosa trasmissione di cultura (in 36 .

. GUERRA ALL'INTELLIGENZA formazioni utili, comportamenti proficui). Così l'amore materno influisce sul destino defia specie e lo determina . . L'Homo sapiens sapiens possiede in misura eccezionale, anzi quasi esclusiva, anche un altro istinto: l'aggressività intraspecifica, la furia distruttríce rivolta contro i propri simili. t pur vero che tutti gli animali hanno questo tipo di carica conflittuale, ma nessuna specie ne è dotata quanto la nostra . . Qual è la funzione dell'aggressività intraspecifica, dell'impulso profondo a praticare lo sterminio dei propri simili, in massa o alla spicciolata? . Basti pensare a che cos'è una battaglia: l'occasione per radunare in uno stesso luogo i più forti e i più validi, di una parte e dell'altra, e farli fuori . Il codardo scappa e ingravida la vedova dell'eroe . L'aggressività intraspecifica opera una scrematura del genere umano, una riduzione chirurgica del suo valore; è uno strumento inventato dafl'evoluzione per abbassare il nostro livello qualitativo . . Darwín si chiedeva come mai gli antichi greci, che considerava superiori per intelligenza a ogni razza umana mai esistita, non avessero colonizzato tutta l'Europa, non fossero riusciti a imporre la loro cultura e abbiano, al contrario, subito un declino inarrestabile. Cercò di indicare una risposta nella pochezza di coesione tra i loro piccoli stati, nella scarsa estensione del loro territorio, nella pratica della schiavitù, e nefia loro «estrema sensualità» . GUERRA ALVINTELIIGENzA 37 . Non c'è una di queste ragioni che stia in piedi . Il genio è fiorito in paesi altrettanto frammentati (si pensi all'Italia rinascimentale) e non c'è alcuna prova che cresca con i confini territoriali; la storia della cultura ci racconta di filosofi sia imperatori (Marco Aurelio), che schiavi (Epitteto); e quanto alla sensualità: non era proprio grazie a quella che gli irlandesi cancellavano gli inglesi dal villaggio di Greg e Galton? . No, i greci furono vittime delle tagliole anti genio poste sul cammino della nostra specie. E, in modo particolare, proprio dell'aggressività intraspecifica. Stando ai poemi omerici, gli eroi achei che andarono a farsi massacrare sotto le mura di Troia erano i più belli, i più forti, i più dotati della loro stirpe nell'animo e nel corpo. Solo i migliori per valore, nobiltà di sangue e intelligenza furono selezionati (la parola è di una sinistra precisione), per l'impresa. E il primo a morire fu Protesilao: il più bello e il più ardito dei greci. Sua moglie si ridusse a giacere con una statua raffigurante il marito: romantico, ma insufficiente per una gravidanza . . In patria, rimasero gli scarti. I più tonti, i vili e gli inabili; a loro toccò di provvedere alla continuità della razza, mentre gli esemplari più pregíati della gente achea facevano poetiche morti fra lo Scamandro e le porte Scee. Per virtuose che fossero le achee (e non lo erano: l'unica, Penelope, meritò quasi un poema a parte), dieci anni senza marito sono troppi; del resto, per certe occorrenze, la 38 . . GUERRA ALL'INTELLIGENZA 1 i i grandezza d'animo o d'ingegno contano poco . Così, il genio acheo fu azzerato per sempre, non tanto dalle armi nemiche, quanto dallo straripante seme della feccia consanguinea. Nessuno degli eroi superstiti, una volta tornato a casa, ardì riconoscere come propria discendenza il popolo di infami e imbecilli cresciuto nel frattempo; preferirono l'esilio, vagare per mare, tentare la fortuna su nuove, infide sponde. Meglio morire che mischiarsi a quegli impresentabilí parenti . . 1 resti degli achei, poche decine di anni dopo, furono sottomessi senza sforzo alcuno dai dori .

Che erano barbari, ma avevano capito la lezione; a Sparta, solo ai migliori era concesso l'onore di andare in battaglia, a patto però che avessero già dei figli. I primi della stirpe potevano rischiare la morte, soltanto dopo aver provveduto a travasare A loro sangue in altre vene. Poi, però, l'orgoglio bruciò la prudenza. Gli spartani giurarono di non tornare a casa, senza aver prima sconfitto i messeni. Ci vollero vent'anni, il doppio che gli achei a Troia. Nell'attesa, le spartane si accontentarono degli schiavi, i discendenti degli scarti achei, presumibilmente resi ancor più tardi dalla condizione servile. 1 figli della vergogna, fattisi adulti, vennero esiliati (non potevano essere schiavi, perché di madre spartana; né cittadini, perché di padre schiavo): fondarono una città oltremare. Da allora la Grecia cominciò a esportare il peggio . . Ma la guerra, o in senso più ampio l'aggressività intraspecifica, non è la sola astuzia del nostro mo GUERRA ALLINTELLIGENzA 39 tore evolutivo. Ogni forma di organizzazione sociale umana (monarchia, democrazia, dittatura ... ) lavora contro l'intelligenza e le sue espressioni. Il potere, appena può, comincia a dar fuoco ai libri, poi anche agli autori. Si può arrivare alla guerra santa, alla persecuzione, allo sterminio contro chiunque sia sospetto di pensiero (sacrilego, sovversivo, deviante: l'aggettivo è un di più, la prova che qualche briciolo di fantasia può salvarsi solo passando dalla parte del boia). Si potrebbe persino trame una norma: «Il potere di una organizzazione sociale umana è tanto più forte, quanto maggiore è la quantità di intelligenza che riesce a distruggere» . . Questa furia livellatrice può assumere forme diverse. Nella democrazia di cui siamo fieri, il peso in voti di alcuni cerebrolesi è pari a quello di Enrico Fermi e dei ragazzi di via Panispema, che hanno rivoluzionato la fisica contemporanea. Perché le menti migliori sono sempre all'opposízione? Altre forme, più brutali, di organizzazione politica si limitano solo a rendere più chiare le cose: l'esilio per Salvemini, per Einstein; il gulag per Solgenitsin; la morte per Socrate. Con l'esercízio del potere, l'Homo sapiens sapíens combatte l'aumento deH'íntelligenza e la riduce . . Erodoto ammoniva che gli dei stroncano tutto ciò che si innalza; colpiscono con il fulmine gli alberi più alti, gli animali più grandi, perché quelli piccoli non h infastidiscono . Racconta poi che Periandro, tiranno di Corínto, 40 . . GUERRA ALL'INTELLIGENZA tramite un araldo, domandò a Trasibulo, feroce signore di Mileto, come si regge una città. Trasibulo condusse l'araldo in un campo seminato, e ogni volta che vedeva una spiga che sorpassasse le altre, la recideva e poi la gettava via, finché atterrò la parte più bella della messe. Periandro capì e mise a morte gli uomini migliori di Corinto . . Charles Darwin si chiese anche le ragioni per cui la Spagna, dominatrice, per un certo periodo, di mezzo mondo, sia rimasta poi terribilmente arretrata. Nel darsi una risposta, dimostrò più acume rispetto a quando si era interrogato sulla decadenza dei greci antichi: «La santa inquisizione», scrisse, «scelse con estrema cura gli uomini più liberi e coraggiosi per bruciarli o imprigionarli. In Spagna, alcuni dei migliori uomini - quelli che dubítavano e ponevano problemi, e senza il dubbio non può esserci progresso - furono eliminati durante tre secoli al ritmo di mille all'anno» . . Che la Spagna fosse in guerra contro l'intelligenza è provato anche dalla contemporanea espulsione degli ebrei, le teste più fini del regno; mentre dei mori, che avevano contribuito a riportare in Occidente le scienze e la filosofia, si era già privata . . Ai giomi nostri, nella Cambogia dei Khmer Rossi, un titolo di studio, la conoscenza di una lingua straniera, una particolare abilità nel giocare a scacchi, erano ragioni sufficienti per essere

condannati a morte. In pochi anni furono massacrati quasi due milioni di persone: poco meno di metà GUERRA ALL'INMLIGENzA 41 dell'intera popolazione. La colpa non era la libertà esdi pensiero, ma persino il semplice sospetto di esseme capaci . . Il cervello fa paura, scatena l'aggressività in chi ne è privo o meno dotato. FEtler, alla testa della più ottusa macchina di potere mai vista in tempi modemi, elesse suo nemico il popolo che ha tneritato il maggior numero di premi Nobel. I sovietici organizzarono il massacro delle fosse di Katyn per azzerare l'intelligenza polacca (a potare la propria provvidero con più calma). Alessandro Magno, giunto nella valle dell'Indo, fece rastrellare i dodici uomini più saggi della regione e chiese chi fra loro fosse il migliore, per metterlo a morte . L'imperatore cinese Shi Huang Ti ordinò la distruzione di tutte le opere letterarie e l'eliminazione fisica di tutti gli uomini d'ingegno del suo sconfinato paese . . Cos'avevano da temere, questi uomini potentissimi, da parte di pochi e deboli, sia pur dotati di intelligenza eccezionale? Nulla; ma era come se obbedissero a un impulso profondo di distruzione dell'intelligenza. Che possiamo chiamare Falce delle Mentaway, dal nome di un remoto arcipelago nell'Oceano Indiano . . Fu un missionario italiano, mandato lì una quarantína di anni fa, a svolgere opera di conversione, che mi parlò delle isole e dei costumi dei suoi abitanti. Alle Mentaway non esisteva propííetà privata, la terra produceva spontaneamente frutti diversi, ospitava numerosa selvaggina; fiumi e mare 42 . . GUERRA ALL'INTELLIGENZA erano ricchi di pesce. Ogni capofamiglia poteva attingere risorse in proporzione al numero di bocche da sfamare. Questo comportava che una vedova con molti figli fosse molto ambita . . Un mentawayano non scemo se ne cercava una già più volte madre, ma ancora fertile, in grado di dargli altri eredi. Così acquistava subito il diritto ai frutti di molti alberi, a pescare in un tratto di fiume più lungo. Se era intelligente, il mentawayano trovava sicuramente il modo di far produrre di più ai (9suoi" alberi e rendere più redditizie la pesca e la caccia nei territori assegnatigli. Se uno ha testa (non solo alle Mentaway), ne trae vantaggio . . Ma agli altri, egli appariva soltanto più fortunato: . . non rubava niente, rispettava le regole, prendeva solo quello . che gli spettava. Però turbava lo stesso l'equilibrio sociale, l'idea universale di un'equa distribuzione dei beni, suscitava invidia e sospetto . . Scattava, allora, un'altra regola dell'arcipelago: l'uomo fortunato (o troppo capace, ma tanto non faceva differenza) veniva portato su un atollo deserto e lasciato a morir di fame. Cos'aveva fatto per meritarlo? Nulla: per aver osservato le leggi della comunità, veniva giustiziato. Sarebbe sfuggito alla condanna, solo se avesse rinunciato ai diritti sui beni messi a sua disposizione dalle norme che governavano l'arcipelago. Ma così avrebbe violato le regole. E avrebbe meritato di essere abbandonato su un atollo deserto . . Se hai cervello, alle Mentaway (alle Mentaway ... ), in un modo o nell'altro sei spacciato . GUERRA ALL'INTELLIGENZA 43 Sono sempre i migliori che se ne vanno . 44 Ritengo che non sia possibile ipotizzare seriamente quanto lei cerca di sostenere: cioè che la selezione naturale tenda al peggio, che il percorso evolutivo di una specie consista, a un determinato punto, in un regresso delle sue caratteristiche e potenzialità .

. Certamente l'evoluzione non segue un cammino lineare; procede a caso e non mostra di avere un progetto. Ma se si abbraccia l'intera esistenza di una specie, ci si rende conto che questa tende sempre verso un miglioramento complessivo, che assicuri le condizioni ottimali per la sopravvivenza. La selezione naturale matura spesso attraverso errori, tentativi abortiti, come il lavoro di uno sperimentatore; una specie potrà sviluppare per un periodo di tempo, anche molto lungo, delle caratteristiche che non sono, in definitiva, le più adatte a garantirle la continuità, ma alla fine, a prevalere, sono le doti più utili alla vita (pena l'estinzione) . . L'intelligenza non è solo la caratteristica peculiare della specie umana, quella che la identifica e la distingue. t stata anche il fattore determinante per la sua so SONO SEWRE I MIGLIORI CFIE SE NE VANNO 45 . Il professore rifiutava quasi con ínsospettato fastidio, mi pareva, le mie osservazioni e quanto avevo esposto a loro sostegno. Ma doveva convenire almeno su di un punto: la selezione naturale opera in vista di un solo scopo, la continuità della specie. Il che è meno banale di quanto appaia, perché non entrano, in questo discorso, giudizi di valore di alcun tipo. L'unico "valore" è la sopravvivenza; non il modo in cui viene assicurata . pravvivenza. E la selezione, in tutte le sue forme: naturali e culturali, continuerà a esaltare questa dote, perché ha dato ottimi risultati evolutivi. 99 . Se si accoglie questo presupposto, bisognerà, quale immediata conseguenza, accettame un altro: non vi sono doti in se stesse "buone" o "cattive", "migliori" o "p . ~eggiori", se non in funzione del risultato: la vita. E buona la caratteristica che raggiunge lo scopo; è migliore quella che lo raggiunge meglio. L'intelligenza non è per se stessa preferibile alla forza bruta. In condizioni ambientali profondamente mutate, una qualità di secondaria importanza può diventare preferibile (perché più utile alla sopravvivenza) rispetto ad altre fin lì dominanti . . M rendevo conto che su queste considerazioni, universalmente accettate, non poteva esserci alcuna discussione fra me e il professore. E punto problematico era un altro. Si trattava di dimostrare come sia davvero all'opera una fortissima selezio 46 . . SONO SEMPRE I MIGLIORI CHE SE NE VANNO ne, naturale e culturale, per ridurre le potenzialità intellettuali dell'essere umano . . Era l'intuizione da cui ero partito: l'intelligenza si sta estinguendo, è destinata a finire (capisco che qualcuno ci sia affezionato e ci resti male. Ma ... ) . . La regola scoperta da Greg e Galton e incontrata nel capitolo precedente, si può formulare anche così: . Nella selezione naturale e culturale della specie prevale il peggio, se il peggio è più utile . . La ragione di questa legge spietata sta in una tragedia nascosta del nostro percorso evolutivo: la scintilla di genio cui dobbiamo la salvezza, divampò incontrollata, al punto di farci rischiare l'estinzione. Il continuo aumento del volume cerebrale, secondo progressioni sempre maggiori, mise in pericolo la nostra sopravvivenza. Solo grazie ai più stupidi dei nostri antenati ce la cavammo, e a stento. Da allora, abbiamo maturato verso l'intelligenza un'istintiva ferocia, per paura della morte, di essere cancellati . . L'essere più cervelluto mai apparso sul pianeta si è estinto meno di 50 mila anni fa; noi siamo i suoi "nipoti": i figli del fratello scemo . .

L'uomo di Neanderthal aveva più materia grigia di qualsiasi altro suo simile, prima (e dopo) di lui; e probabilmente scomparve proprio per questo. Il suo contemporaneo ed erede, l'uomo di Cro Magnon, aveva meno cervello e sopravvisse. Nel fondo della nostra cattiva coscienza ci sarebbe anche un omicidio: perché i resti di SONO SEMPRE 1 MIGLIORI CHE SE NE VANNO 47 Abele Neanderthal, mansueto e di testa grossa, furono del tutto cancellati dal suo parente Caino Cro Magnon, feroce e dalla capoccia più piccola (si ritiene che i microcefali siano più aggressivi) . . I vincitori non amano i vinti; e infatti nessuno tra i nostri progenitori fu più diffamato di Neanderthal, che è stato descritto da moderni paleontologi come decisamente scimmiesco: gambette arcuate, piedi che poggiavano solo sul bordo esterno, alluce divaricato, grandi arcate sopraccigliari, testa incassata. Poi si scoprì che questa mostruosa ricostruzione era inattendibile, perché basata sullo scheletro di un vecchio (di circa 40 anni: età per quei tempi venerabile), malato di artrite deformante (e poi, il cretino sarebbe Neanderthal!) . . In realtà, il nostro antenato non solo non era così brutto, ma le caratteristiche che ci fanno apparire bello un corpo umano potremmo averle ereditate, almeno in parte, da lui. Gli saremmo debitori anche dei caratteri neotenici (infantilí) che ci portiamo appresso; egli sublimò attività tipicamente puerili, come il gioco e l'immaginazione, la capacità di sconfinare nella fantasia. Fu il primo a tramandare delle forme d'espressione artistica, e a praticare riti funebri; doveva, quindi, aver elaborato l'idea di un aldilà, di una vita oltre la morte, passo necessario per spingersi a concepire l'esistenza della divinità . Ma il fatto più straordinario era l'eccezionale 48 . . SONO SEMPRE I MIGLIORI CHE SE NE VANNO i i i ,olume del suo cervello, di circa 1.700 centimetri cubici (convenzionalmente, un centimetro cubo corrisponde al peso di circa un grammo). Alcuni studiosi valutano la quantità di materia grigia ospitata oggi nelle nostre teste, inferiore solo di pochi grammi a quella del più dotato progenito re; altri misurano la differenza addirittura a ettí; tutti concordano sul fatto che né prima né dopo di lui c'è mai stato qualcuno altrettanto fornito . Nell'uomo moderno, ogni chilo di peso corporeo (ossa, muscoli e tutto il resto) regge una ventina di grammí di cervello, e anche meno. A que sta proporzione si arrivava già tra due milioni e un milione e mezzo di anni fa, con l'uomo di Taung, esemplare della specie Afrícanus gracílis: un esseruccio di venti chili e rotti, con circa 500-600 grammi di cervello. Neanderthal, invece, con un fisico più modesto del nostro, trascinava un cranio maestoso; e ogni chilo di carcassa sosteneva una quota di materia grigia quasi doppia (in percentuale) rispetto a noi. . . Ma si può affermare, come aveva fatto fin da subito il professore (per mettere le mani avanti?), che non è la quantità di cervello che conta davvero: il nostro, più modesto, sarebbe ancora il più capace, perché più complesso. Se Neanderthal potesse intervenire nella discussione obietterebbe: «Quando confrontate A vostro cervello con quello della scimmia, dite: "Ma io ce l'ho più grosso". Quando il paragone è con il mio, cambiate criterio e dite: "Ma io ce l'ho SONO SEMPRE 1 MIGLIORI CHE SE NE VANNO 49 più complicato". Sono sapiens anch'io, sapete, e sento puzza di imbroglio» . . La nostra specie, a giudicare dalle dimensioni cerebrali, ha fatto tre passi avanti e uno indietro, sulla strada dell'intelligenza. A spese, come sempre, del migliore: l'uomo di Neanderthal, il capolavoro abortito della nostra specie . . L'Austra1ópithecus africanus, altro nostro progenitore, vissuto due milioni e mezzo di anni fa, aveva un cervello di mezzo chilo (come i gorilla di oggi). Ci volle un milione di anni, perché la

massa cerebrale aumentasse di cento grammi, con l'Homo abilis. Tasso di crescita: un grammo ogni diecimila anni. Seguirono altri 800 mila anni, durante i quali si aggiunsero al nostro piccolo patrimonio quantità ancora modeste di materia grigia. Poi, il grande salto: in soli 600 mila anni il peso del cervello raddoppia, alla velocità di 30-35 grammi ogni diecimila anni . . Al tempo di Neanderthal era normale trovare gente con crani da 1.600 centimetri cubici; è stato rinvenuto un teschio da 1.750 centimetri cubici e non si esclude che ce ne fossero alcuni che si avvicinavano ai due chili. (La media dell'uomo moderno è tra 1.300 e 1.350 centimetri cubici) . . Se si trascura questo eccesso, il volume del cervello umano è immutato da quasi 250-300 mila anni. Il che sembra non scalfisca comunque la nostra certezza di essere molto migliorati, nel frattempo . Quando la nostra avventura evolutiva ebbe ini 50 . . SONO SEMPRE 1 MIGLIORI CHE SE NE VANNO zio, per la nostra specie l'unica vera possibilità di salvarsi dall'estinzione, e anzi di continuare a moltíphcarsi, consisteva nell'intelligenza. Le doti fisiche erano modeste rispetto a quelle dei potenziali nemici e avversari; insufficienti a procacciarsi il cibo e a difendersi dai pericoli . . Ma, se la nostra sopravvivenza si deve al volume della materia grigia, come è possibile che l'evoluzione abbia eliminato proprio Neanderthal, l'esemplare che più aveva sviluppato quella dote? . Circa 250 mila anni fa, i nostri antenati avevano già un cervello pari al nostro; il fisico no, sapeva ancora di scimmiesco. Anche Neanderthal, nell'aspetto, era abbastanza diverso da noi: piccolino, tracagnotto, faccia larga, con arcate sopracciglíari pronunciate. Il corpo umano divenne qual è oggi, solo poco più di 20 mila anni fa. Corpo e cervello hanno seguito ritmi diversi di evoluzione, alla ricerca del proprio (e del reciproco) equilibrio . . La nostra specie inseguì l'intelligenza per garantirsi un futuro; ma il corpo umano non riuscì a sopportare la spaventosa crescita cerebrale di Neanderthal. La ragione per cui il nostro cervello non aumentò più, e anzi diminuì di volume, è il problema del parto, secondo Desmond Collins, docente di Preistoria all'Università di Londra . . Ogni bambino deve passare con tutto il suo corpo per l'apertura pelvica della madre; e la testa, nel forzare il varco, viene un po ' deformata; il che è possibile grazie alla scarsa compattezza SONO SEMPRE 1 MIGLIORI CHE SE NE VANNO 51 delle ossa del cranio nei neonati. Ma la testa del piccolo Neanderthal era comunque troppo grossa, forse il quindici per cento in più della media attuale. E fu la strage. Queste caratteristiche dovettero determinare un'altissima mortalità infantile, che sarebbe aumentata (secondo i calcoli di Collins) fino a raggiungere punte dei 90 per cento . . Così, l'intelligenza venne letteralmente strozzata sul nascere; i bambini con la testa più considerevole morivano al parto, spesso provocando anche la morte della madre, lacerata nel tentativo di darli alla luce. Sopravvissero, in virtù delle loro insignificanti capocce, i più cretini della specie; e solo in quanto imbecilli, a paragone dei più dotati fratelli, ebbero in premio la vita e il compito di tramandarla. Le loro madri superavano senza sforzo il parto e potevano ripetere l'esperienza, soltanto perché capaci di garantire la (scarsa) qualità del prodotto . . Questa tragedia avvenuta tra 50 e 30 mila anni fa ci lasciò la sua impronta: la paura dell'intelligenza, l'astio verso quel genio che può portare all'estinzione e che aveva messo in pericolo il futuro della nostra specie .

. «L'evoluzione biologica», ha scritto Irenáus Eibl-Eibesfeldt, l'erede di Lorenz, «inipara soltanto dalle catastrofi.» . Da allora il nostro destino sembra guidato da un principio, che possiamo enunciare come la Prima legge sulla fine dell'intelligenza: Il cretino vive; il genio muore . 52 . . SONO SEMPRE i MIGLIORI CIìE SE NE VANNO . L'evoluzione procede a casaccio, per tentativi che possono portare a ulteriori sviluppi o arenarsi in un vicolo cieco; chiusa una strada, ne imbocca un'altra, che fino ad allora era apparsa secondaría. t quanto sembra sia accaduto con l'íntelligenza: a un certo punto, si è rivelata una dote troppo pericolosa, cui era meglio rinunciare . L'uomo l'aveva rincorsa, come l'unica possibilità di garantirsi un futuro; ma quando i vantaggi che essa offriva hanno cominciato a richiedere prezzi troppo alti, sino a diventare controproducenti, è stata abbandonata. D'altro canto, l'evoluzione aveva portato l'intelligenza umana a livelli tali, da permetterle di supplire egregiamente alla nostra mancanza di doti fisiche (artigli, zanne, o altro); il futuro della specie era assicurato, e anziché sulla qualità, si poteva, ormai, puntare sulla quantità . . «La nostra specie», sostiene lo scrittore tedesco Ernst jonger, «soffre di ipertrofia delle funzioni intellettive, ha perduto ogni armonia con le forze naturali.» La stupidità ristabilisce l'equilibrio . . Ecco allora che il numero degli esseri umani aumenta, mentre la massa cerebrale degli individui resta stabile, o addirittura diminuisce (c'è qualcosa di serio nella legge di Murphy che dice: «L'intelligenza è una costante, la popolazione in aumento»). In questa tendenza al ribasso è ancora riconoscibile la Prima legge, attraverso il suo corollario . Meglio scemi che morti . SONO SEMPRE 1 MIGLIORI CHE SE NE VANNO 53 . Se, quindi, la nostra specie tende alla stupidità, il giudizio sull'imbecifle va rivisto: piuttosto che tardo, è un anticipatore; non capisce niente, ma è già pronto per il futuro. Il genio che comprende tutto, invece, non si è, paradossalmente, accorto che la sua stessa intelligenza è un vecchio arnese, orinai sorpassato. E pericoloso . SONO SEMPRE I MIGLIORI CHE SE NE VANNO Vivere per rincretinire . 44 Per avvalorare la sua tesi, lei ricorda un momento drammatico nella storia della nostra evoluzione . . Non me ne sfugge l'importanza. Ma non ritengo che sia sufficiente a provare quel che lei dice, il fatto che la selezione naturale, in una fase del percorso evolutivo dell'homo sapiens, abbia avuto come risultato una riduzione della capacità cerebrale; se questo non fosse avvenuto, l'essere umano sarebbe stato condannato all'estinzione! La mortalità infantile altissima avrebbe ri- dotto paurosamente, e forse addirittura compromesso in modo definitivo, le possibilità di sopravvivenza dei nostri progenitori . . Su questo posso essere d'accordo con lei. Ma non per le sue stesse ragioni. Al contrario, dal punto di vista della selezione naturale (e della continuità della specie) la riduzione sensibile della capacità cerebrale è stata un vantaggio. Una scelta vincente . . Ma anche per lo sviluppo delle nostre doti intellettuali è stata utile. Perché alla indubbia (e notevole, sia in percentuale sia in termini assoluti) contrazione quantitativa, si è accompagnato un costante incremento qualitativo. Anzi, la progressione stessa di questa crescita è andata aumentando. E lo sviluppo dell'intel VIVERE PER wNcREmNmE 55 ligenza umana ci ha

condotto alle impressionanti innovazioni tecnologiche degli ultimi due secoli (un periodo estremamente breve, nei tempi dilatati dell'evoluzione). Le nostre doti intellettuali sono lievitate, nonostante l'immutato peso del cervello . . t certamente vero che la differenza tra l'essere umano e le scimmie antropoidi si misura prima di tutto in termini di volume cerebrale; perché questo è il solo parametro davvero oggettivo. Ma non è l'unico; ve ne sono altri basati su approfonditi studi del comportamento, delle capacità mentali e del loro uso; e tutti confermano la distanza che ci separa dalle specie biologicamente a noi prossime . . E non si tratta solo di biologia, natura; nella sostanza, l'abisso tra noi e le scimmie antropoidi, come il gorílla e lo scimpanzé, è culturale. Ancora una volta, il punto non è la quantità di cervello, ma il modo in cui lo si adopera . . Rimane, nella sua apparente banalità, un punto indiscutibile: l'uomo è tale, perché è dotato di intelligenza . E l'intelligenza umana è del tutto particolare. Nessun animale ha le nostre facoltà. ~9 . Gli argomenti del professore erano sensati. t vero che non si può ridurre la differenza tra l'essere umano e le scimmie antropoidi a un problema di cubatura cranica; resta comunque flfl ffattoo che questo parametro è più importante di quanto solitamente si sia disposti a riconoscere. E che la selezione naturale, riducendo drasticamente la nostra capacità cerebrale, ci abbia salvati dall'estinzíone, è esattamente quanto sostenevo . 56 . . vivFRE Pu mNcREnNw . Ma il professore, nella sua replica, non aveva discusso il punto centrale del mio ragionamento. La salvezza della nostra specie, fino all'uomo di Neanderthal, si era identificata con l'aumento delle capacità intellettuali; in seguito aveva invertito bruscamente la tendenza. Il volume cerebrale aveva smesso di crescere e, anzi, si era ridotto di molto. Concesso che l'intelligenza non coincida con la capacità cranica, questa ne è pur sempre, e inconfutabilmente, l'indicatore più importante, l'unico oggettivo, da cui dovremmo partire. Solo così potremo scoprire i meccanismi attraverso i quali il nostro genio viene potato . . Per rincretinirci, salvarci e impedire che ci estinguessimo, lo spirito di conservazione, tramite la selezione naturale, ha infatti disseminato, sui cammino della nostra specie, valvole riduttrici dell'intelligenza. Esse governano la corsa al ribasso della nostra capacità cerebrale . Valvola numero 1, o del massimo 1 . E la più gravida di conseguenze, quella rivelatasi deteriffinante nel corso del nostro lungo processo evolutivo; ha stabilizzato, contraendola, la quantità massima di materia grigia che può essere ospitata nel nostro cranio. Questa valvola si identifica, in sostanza, con la strettoia pelvica (se fosse più ampia, si disarticolerebbe l'anca e le donne non potrebbero più camminare); un nascituro dal cranio troppo sviluppato non riuscirà a passa vivF_RE PFR RiNcRETi~ 57 re attraverso l'apertura pelvica materna, se non mettendo a repentaglio le sue possibilità di sopravvivenza e la vita stessa della madre. Si impedisce, In questo modo, che l'amAamento del nostro cervello prosegua senza limiti, rivelandosi distruttivo (come nel caso dell'uorno di Neanderthal) . . La nostra capacità cranica è pertanto ferma, ormai da decine di migliaia di anni, a una media di 1.350 centimetri cubici, più o meno. E anche se l'intelligenza non si misura a grammi, quello quantitativo rimane il criterio in base al quale abbiamo costruito le scale dell'evoluzione, con in cima le specie più dotate di cervello. Allo stesso modo, abbiamo tracciato la linea di

demarcazione tra noi e le grandi scimmie. Sotto una certa capacità cranica non si è più uomini, ma scimpanzé, gorilla; si è Cita e non più Tarzan. E dobbiamo ammettere che noi siamo molto più vicini a quel limite, di quanto non lo fosse l'uomo di Neanderthal . Proprio perché a lui il riduttore, la valvola del massimo, mancava; e ne morì. La nostra salvezza è dipesa, con tutta probabilità, dalla conquista di quel limite. L'incapacità di dire «basta», di porsi un freno, è tipica dell'infanzia. In tal senso, noi rappresentiamo la "maturità" della specie . Valvola numero 2, o del minimo . Tende a rimpicciolire sempre di più la dote relativa di cervello posseduta al momento della nascita. 1 nostri progenitori, come oggi le scimmie 5 8 VIVERE PER RNcREITNw antropoídi, venivano alla luce con una quantità di Inateria grigia pari circa alla metà dello sviluppo rnassimo da adulti. Negli uomini moderni invece il cervello del neonato è, in proporzione, circa un quarto di quello dell'adulto. Questa drastica riduzione dovette verificarsi attorno alla fine del periodo neanderthaliano, sostiene il professor Collins . La ragione è evidente: i nascituri con la testa più piccola permettevano un parto meno traumatico, avevano maggiori possibilità di sopravvivenza e non ponevano m pericolo la vita della madre; avevano, insomma, più chances di farcela . . Da un certo punto di vista, questo significa che l'uomo moderno, rispetto ai suoi progenitori, ha uno sviluppo cerebrale maggiore, dalla nascita all'età adulta. Che A suo cervello, in proporzione, cresce di più; che il bambino, per diventare un esemplare maturo della sua specie, deve subire più cambiamenti rispetto al piccolo scimpanzé, al piccolo gorilla e agli omínídi preneanderthaliani . . Ma moltissime malattie, o semplici disgrazie, possono bloccare, del tutto o in parte, la crescita del cervello nel neonato e nell'infante; un piccolo di Neanderthal in un caso del genere avrebbe comunque conservato, da adulto, più materia grigia di un bambino di oggi . . Ma un nascituro con la testa più piccola ha maggiori possibilità di sopravvivenza; e per garantire il futuro della specie conta solo questo. Da qui derivano due potenti conferme della Prima legge: 1) Pevoluzione preferisce un cretino vivo a un genio morto; 2) per darci vita, chiede in cambio cervello . VIVERE PER RINCRETINmE 59 Valvola numero 3, o sommatoria del massimo e del minimo . La combinazione delle prime due valvole produce un effetto che va addirittura al di là della loro semplice somma, racchiudendo in un percorso obbligato il destino della nostra specie. L'evoluzione dei nostri progenitori, nella corsa all'intelligenza, aveva conquistato una dotazione cerebrale ragguardevole per i soggetti adulti, metà della quale era già disponibile alla nascita. In questo modo, era assicurata subito una buona quantità minima di materia grigia, mentre quella massima sembrava destinata solo a crescere. La regola (se una vogliamo trame) era: «Il minimo non può diminuire; il massimo può aumentare» . . Ma l'uomo di Neanderthal scoprì, a sue spese, che esisteva un limite non superabile, oltre al quale l'intelligenza (la capacità cerebrale) non era più d'aiuto e, anzi, diventava un fattore decisamente negativo. A quel punto del nostro cammino evolu- tivo, si definì la valvola del massimo. Quella del minimo perfezionò il processo, con la progressiva riduzione del volume cranico alla nascita. Oggi, per la combinazione di queste due valvole, la regola che guida la nostra evoluzione risulta essere stata capovolta; la nuova è: «Il minimo può dímínuire; il massimo non può aumentare». Giusto il contrario di prima . . t evidente come ciò tenda a spingere verso il basso il nostro sviluppo cerebrale . 60 vi~ PER RuicREnNw .

Altri potenti fattori fisiologici capaci di ridirnensionare le nostre facoltà mentali divengono particolarmente attivi soprattutto negli ultimi decenni della vita umana. E hanno, ormai, tale rilevanza da aver acquisito un peso notevole anche nelle statistiche sociali, per via dell'innalzarsi della vita media e dell'aspettativa di vita, specie nei paesi più ricchi . . Il primo di questi riduttori (primo, se non altro, in ordine cronologico) è l'ínsulto ipossico, a causa del quale, il fatto stesso di nascere comporta una potatura del cervello. La prima cosa che facciamo, nel venire alla luce, è rincretinire (qualcuno dírebbe: «Chi ben comincia ... »). L'insulto ipossíco non è altro che una temporanea mancanza d'aria: dal momento in cui A cordone ombelicale viene reciso a quello in cui emette A primo vagito, il neonato non riceve più ossigeno tramite la madre e non è ancora in grado di procurarsene da solo, con il proprio apparato respiratorio. Tra gli altri effetti, questo brevissimo, ma fatale, intervallo asfittico provoca lo sterminio di una certa quantità di cellule neuronali: non meno di 200 o 300 milioni. La cifra non è, in percentuale, molto alta su un totale di parecchi miliardi; ma si tratta pur sempre di un trauma che raccorcia le capacità intellettive del neonato. Nel caso di parti difficoltosi, la temporanea mancanza d'aria può durare troppo, sino a compromettere senza rimedio A cervello del bimbo, che resta demente. Otto handicappati su dieci sono tali proprio per le conseguenze dellInsulto 61 Soltanto la nostra dote cerebrale viene tosata alla nascita. Nessun altro organo subisce amputazioni. t la nostra prima esperienza: non abbiamo ancora cominciato a gonfiare i polmoni, che già ci viene svuotata un po' la testa . . 1 tessuti che formano il cervello sono i più deperibili di tutto il corpo. Si sviluppano molto rapidamente nei primi cinque anni di vita; poi continuano a crescere, ma a un ritmo sempre più lento, fino ai vent'anni. Una volta raggiunti i livelli massimi, inizia il deperimento, prima quasi impercettibile (dai vent'anni in poi muoiono da 50 a 100 mila cellule cerebrali al giorno: circa 2 mila-4 mila all'ora); poi sempre più veloce, inarrestabile, verso la demenza senile. Non tantissimi millenni fa, la durata media della vita era compresa fra i venti e i trent'anni, ed è aumentata molto lentamente. All'età a cui oggi ci si scopre "giovanilisti", nell'antichità classica (e tuttora nelle società arcaiche) si era considerati vegliardi, circondati da un alone di rispetto, di sacralità. Il vaneggiamento del demente senile era venerato come un oracolo: «Un dio lo possiede», mormoravano compunti gli antichi del vecchietto (appena oltre gli "anta"), ormai rimbambito. La demenza senile non era un morbo, ma un trofeo di cui gloriarsi; riuscire a mivecchiare, tanto da finire rincitrulliti, voleva dire sfidare il destino, approssimarsi agli dei, e i nomi di chi ne era capace venivano conservati come una speranza per tutta l'umanità . 62 . . vwERE PER wNcRETiN= . Oggi, invece, nei paesi più industrializzati l'aspettativa di vita si aggira attorno agli ottant'anni (e tende ad aumentare); l'età media si alza sempre di più e i dementí senili si contano a decine di milioni. Sono soprattutto i paesi ricchi i più interessati al fenomeno, perché i bassi indici di natalità e la pronunciata longevità concentrano una percentuale rilevante della popolazione nelle fasce di età (sopra i 70-75 anni), in cui la stupidità indotta dall'invecchíamento non è più un ríschio, ma una certezza statistica. La proporzione fra reddito pro-capite, aspettativa di vita e decadímento cerebrale è così stretta, che il tasso di demenza senile di un paese potrebbe essere derivato dai dati sulla ricchezza media . . In questo modo, la longevità, che sembrerebbe una meta ambita, una buona "scelta" dell'evoluzione, si rivela un'arma per diminuire l'intelligenza: una valvola genio-riducente . . La stessa funzione viene esercitata dalla vera peste del nostro tempo, che non è FAIDS, ma il morbo di Alzheimer, un male che intacca e distrugge le cellule cerebrali. Le infermità sono fra

gli strumenti principali di cui la selezione naturale dispone, per determinare il processo evolutivo e indirizzare il cammino delle specie animali (e vegetali). L'esempio più eclatante è quello delle epidemie: quando una popolazione è in eccesso rispetto all'ambiente, tanto da rischiare di non avere più un futuro, interviene spesso una forma epidemica, per sfoltire seri MIERE PER RINCREnNmE 63 sibilmente il numero degli individui e dare, così, un avvenire ai sopravvissuti e alla loro progenie . . La funzione dell'Alzheimer è quella di contenere il potenziale intellettuale complessivo della specie umana, provocando il rimbambimento di un numero crescente di individui. Colpisce i neuroni e non a caso, ma in particolare quelli dove si localizzano la memoria, le funzioni del linguaggio e del pensiero astratto. Cioè, proprio le attività che più ci caratterizzano come uomini, distinguendoci dagli altri animali. Con il morbo di Alzheímer. la natura pota l'intelligenza umana e ne mortifica la specificità, il suo essere tanta e unica. Questo male venne individuato nel secolo scorso, quando sia l'età media che l'aspettativa di vita alla nascita erano ancora tanto basse, perfino nei paesi più avanzati, da farne poco più di una curiosità medica. Oggi, appena un secolo dopo, il morbo di Alzheimer è responsabile di un caso di demenza senfle su due; ne sono vittime il 3-4 per cento degli anziani dai 60 ai 74 anni, il 20 per cento di quelli fino agli 84, e addirittura il 47 per cento di quelli con oltre 85 anni. Il che vuol dire che almeno un vegliardo su due è rimbambito dall'Alzheimer. E, ancora una volta, si conferma la regola secondo cui, persino a livello di singoli individui e non di specie, píù vita comporta un prezzo: meno cervello . Chi evita queste malattie, rischia di rincitrul 64 . . vwEPP- PFR RiNcREnNw lire per altre cause: per problemi neurologici di diversa natura, per la conseguenza di piccoli infarti, di traumi, del morbo di Parkinson e di numerose condizioni patologiche tipiche dell'età senile. Già alla fine degli anni Settanta, da un convegno a Stresa, cui parteciparono tutti i migliori geriatri del mondo, venne questo allarme: «La società di domani sarà ad alto rischio demenziale». Quel domani è oggi . . Tanti anziani meravigliosi onorano il genere umano con l'acume delle loro menti e la grandezza del loro cuore; ma è indubbio che, dopo una certa età, rimbecillirsí è molto più facile. E sono proprio queste fasce d'età, oggi, a far registrare la più forte crescita percentuale. Con l'eccezione dei paesi dove il problema della fame e le condizioni igienico-sanitarie sono più drammatiche, il numero degli anziani aumenta con tassi di incremento sempre maggiori. Nei paesi più ricchi questo è ormai un problema sociale . Si dice, così, che «il mondo invecchia». «E diventa più stupido», bisogna aggiungere . . Solo negli Stati Uniti, vi sono quasi quattro milioni di persone affette dal morbo di Alzheimer. E come se non bastasse, l'età in cui la malattía si manifesta tende ad abbassarsi . . Ritengo ce ne sia abbastanza per poter riassumere quanto fin qui detto, in un enunciato, la Seconda legge sulla fine dell'intelligenza: L'uomo moderno vive per rincretiníre . VWERE PER RiNcRETiNiRE 65 Lo stupido copia e vince . Sulla riduzione della capacità mentale, nel corso dell'evoluzione umana, le nostre opinioni restano discordi. Riguardo a questo punto non c'è quindi molto spazio per la discussione . . Quanto, invece, ai fattori fisiologici che sono stati da lei indicati, basterà una considerazione: il tempo lungo il quale si sono rivelati significativi. Le varie forme di demenza senile hanno assunto l'attuale rilevanza da molto meno di un secolo; un periodo del tutto trascurabile nel quadro di un processo evolutivo che si misura a decine di millenni. Circa l'insulto ipossico, e le situazioni patologiche legate a conseguenze di parti difficoltosi, la risposta è facile. Nascere e

far nascere sono oggi esperienze molto meno pericolose che in passato. E questo, proprio grazie all'uso dell'intelligenza che ha permesso di ridurre i rischi . . Ma anche volendo ammettere che la selezione naturale abbia effettivamente dimostrato la tendenza a mortificare la capacità cerebrale, e con questa le qualità mentali, vi è stata una selezione culturale che ha operato tanto potentemente in senso contrario, da bilanciame l'effetto negativo. Osservando la storia di LO STUPMO COPIA E VINCE 67 questi ultimi millenni, si . vede, al di là di ogni possibile dubbio, che proprio la dimensione sociale e comunitaria della vita umana ha determinato il continuo progredire delle doti intellettuafi. Basterà una osservazione antropologica. Le popolazioni culturalmente più arretrate, legate a idee e a concezioni del mondo traIzionali, tecnologicamente meno avanzate, sono sempre quelle vissute in isolamento. Sulle alte montagne o in isole sperdute nell'oceano, o in mezzo ai deserti o nelle foreste, ovunque vi siano degli ostacoli naturali ai contatti tra società diverse, è facile che prevalgano le culture arcaiche; le capacità intellettuali non sono stimolate a elaborare nuovi sistemi di pensiero, soluzioni inedite. Mentre i confronti tra civiltà diverse hanno sempre accelerato il progresso tecnologico, il formarsi di patrimoni di conoscenza e di rapporti umani complessi e variegati . . La cultura è quella somma di sapere, di idee, di valori, che l'individuo condivide con gli altri membri della comunità; è quindi una funzione del vivere insieme. La vita associata, la dimensione culturale dell'essere umano, sono stati fattori primari per il potenzíamento dell'intelligenza; e la selezione naturale ha operato in questo senso. 99 . Non mi sembrava difficile, questa volta, trovare argomenti per replicare al professore . . La tendenza che ha dominato tutta l'evoluzione umana, da quando ci è stato possibile ricostruirla, fu ed è tuttora all'aumento continuo e sempre più rapido dell'età media e dell'aspettativa di vita. Se appena di recente abbiamo raggiun 68 . . LO STUPIDO COPIA E VINCE to l'attuale longevità, non è sensato dire che fenomeni come le varie forme di demenza senile (qualunque ne sia la causa), hanno assunto rilevanza statistica soltanto da pochi decenni, e non possono avere significato nel complesso del nostro cammino evolutivo . . Non c'è mai stata, nella storia della nostra specie (e parlo di lunghi periodi), una sostanziale inversione di tendenza riguardo all'aumento dell'età media (è dell'aspettativa di vita). Quindi, proprio in base alla stessa logica del mio interlocutore, bisogna affermare che la demenza senile inciderà sempre di più e che siamo solo all'inizio di un processo di rimbambimento destinato ad assumere proporzioni enormi . . Se non sbaglio, poi, l'insulto ípossico è, tra i molti rischi connessi col parto e che sono stati felicemente eliminati o ridotti, uno di quelli che maggiormente continuano a incidere. Questo perèhé l'unico modo di cancellarlo davvero, sarebbe sostituire l'incubatrice naturale (la madre), che in questo caso non dà molto affidamento, con un utero artificiale; ma per serie, profonde ragioni morali, e non tecniche, tutti siamo terribilmente spaventati da questa idea, perché cozza contro il pregiudizio consolidato che la migliore incubatrice sia la madre naturale. La quale, invece, presenterebbe numerosi svantaggi. Al punto che sono ormai molti gli studiosi che cercano il modo di escluderla dal processo di riproduzione umana . Il professore aveva anche proposto un tema LO STUPIDO COPIA E VINCE 69 d'importanza decisiva: l'influsso della cultura sull'intelligenza . .

La sua idea, in proposito, mi trovava perfettamente d'accordo. Un grande studioso sovietico, jury Lotinan, aveva definito la cultura il cervello della società. E intendeva quell'insieme di conoscenze teoriche e pratiche che possediamo in condominio con gli altri membri della comunità . . E mio corrispondente aveva chiamato in causa questo argomento per sostenere la propria visione delle cose; ma io mi proponevo di dimostrare l'esatto contrario, e cioè che proprio la selezione culturale (forse ancora più efficace di quella naturale) mira a ridurre le nostre capacità intellettualì . . L'essere umano non è esclusivamente il prodotto della natura; assieme a questa agisce l'altra grande forza, la cultura. E l'una e l'altra cooperano per renderci quali siamo . . L'uomo, secondo la fin troppo ripetuta definizione di Aristotele, è un animale sociale; siamo fatti per vivere assieme agli altri; la cultura riguarda appunto le comunità, piuttosto che i singoli, si accumula e si tramanda con lo stare insieme. E stare insieme ci piace . . Ma ci fa scemi. Quando un esemplare della nostra specie, particolarmente dotato di intelletto, mette il proprio genio al servizio della comunità, la rende più stupida, produce imbecillità; perché gli altri si limiteranno a imitarlo, a sfruttare le sue intuizioni, copiandole pedissequamente, e 70 . . LO STUPIDO COPIA E VINCE i non saranno indotti a esercitare le proprie facoltà mentali . . La concezione dell'anima elaborata nella mitologia dell'antica Cina chiarisce bene questo concetto. L'uomo possederebbe due anime, Hun e Po. Po si origina all'atto del concepimento (viene trasmessa col seme, dal genitore al nascituro) ed è la sede della memoria. Hun, invece, scocca alla nascita, col primo respiro; è la forza che accende e stimola l'intelligenza e cresce se viene tenuta desta e in esercizio . . Po è l'anima inferiore, legata alla fisicità (non per nulla passa per via spermatica), sede di tutte le nostre pulsioni più basse, della malvagità e dell'invidia. Hun, invece, captata col respiro nell'aria, alito degli dei, è elevata, portata alla speculazione . Po è la tenebra, Hun la luce; Po è l'àncora, Hun la vela; Po cerca di trascinare Hun verso il basso, verso la materialità . . Hun è la creatività, la scintilla del genio, la riflessione originale e innovativa. Po è la memoria: spenta, piattamente ricettiva, assimila, ricorda e replica le intuizioni dell'anima più elevata, senza neppure avere la necessità di comprenderle. Nell'anima bassa vengono raccolte e sedimentate le attività di quella alta. Attraverso la procreazione di nuovi esseri, le opere originali dell'anima superiore, razionale, verranno tramandate . . Questa sintesi mitologica illustra molto bene il processo di formazione della cultura. Un insieme di nozioni e idee, patrimonio comune di tutta LO STUPIDO COPIA E VINCE 71 una società, si trasmette di generazione in generazione. Le idee e le scoperte di poche menti illuminate entrano a far parte di questo bagaglio e si trovano, così, a disposizione di tutti, anche di chi non le capisce. Solo la cultura permette a tutti i membri della comunità umana di ripetersi ai livelli dei migliori tra loro, di godere condizioni di vita che non sarebbero stati in grado di raggiungere con le loro forze; di risolvere problemi superiori alle proprie capacità. Non accade in nessun'altra specie animale . .

19 gorilla più forte e robusto del branco non potrà trasmettere il suo vigore all'esemplare più mingherlino; una gazzella lenta non è avvantaggiata, nella corsa, dalla velocità delle sue compagne . Ma anche il più tonto tra gli uomini si servirà delle invenzioni dei suoi geniali simili. Nel momento in cui le scoperte delle menti più fini saranno entrate nel patrimonio culturale dell'intera comunità, anche l'ultimo imbecille ne parteciperà, in qualche modo. Un colpo di genio portò un uomo eccezionale a scoprire il fuoco; ma a quel falò si scaldarono pure i cretini . . Queste considerazioni conducono verso la Terza legge sulla fine dell'intelligenza, che ha forma articolata . . L'intelligenza opera a beneficio della stupidità e ne alimenta lespansione . . E che questo sia vero, ormai dovrebbe essere evidente: grazie alla cultura, alla messa in comune delle conoscenze, ogni passo avanti compiuto dai 72 . . LO STUPLDO COPIA E VINCE più dotati diventa patrimonio di tutti. In questo sta la nostra unicità: solo fra gli esseri umani le conquiste dei migliori diventano un vantaggio per gli scarti della specie . . Ma la conseguenza più stupefacente di questo meccanismo è che la cultura, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, tende a inibire l'esercizio delle facoltà mentali, della riflessione, dell'inventiva . Per restare all'esempio del fuoco: è certo che anche altri, a parte il primo geniale scopritore, sarebbero stati in grado di arrivarci; ma se qualcuno l'ha già acceso, perché cercare ancora i fiammiferi? In questo modo, il potenziale ideativo di tanti, di troppi, rimane inutilizzato; e la cultura, per via del sapere accumulato e condiviso, induce alla pigrizia e all'inerzia intellettuale. E metodo soffoca l'ingegno e lo sostituisce . . Un grande della meccanica inventò la serratura; da allora, chiunque può adoperarla: basta girare la chiave . . La scintilla del genio brilla per un attimo nell'oscurità. La cultura trasforma quel lampo in luce per tutti. E ne acceca le menti. La ripetizione è un esercizio banale, ma ha un effetto riduttivo devastante per le capacità mentali di chi la pratica . L'intelligenza ha bisogno di continui stimoli, di mantenersi in attività, come qualsiasi altro organo o facoltà: l'uso la esalta, il riposo la atrofizza. Se un poderoso patrimonio culturale offre già le soluzioni pronte per una infinità di problemi, cosa dovrebbe aguzzare l'ingegno che, notoriamente, si LO STUPMO COPIA E VINCE 73 muove solo in caso di necessità? La tecnologia risolve, come una docile schiava, le molte difficoltà pratiche della nostra vita ed è stato persino inventato il metodo per inventare («per tentativo ed errore», Galilei). L'intelligenza non è più necessaria per assicurare A futuro della nostra specie, i geni hanno esaurito il loro compito e sono messi da parte: possiamo permetterci di essere stupidí, senza rischiare nulla . . Ma è il caso di dare un nome al meccanismo che fa della cultura uno strumento per cumulare prodotti dell'ingegno, renderli alla portata del più scemo e moltiplicarne l'uso all'infinito. Lo abbiamo sotto gli occhi, solo che non lo riconosciamo subito in un oggetto così grande (la condivisione dell'immenso patrimonio di conoscenze e costumi sociali della specie). A me ne rivelò la natura Konrad Lorenz, in quella nostra conversazione. «Ogni colpo di genio, ogni invenzione lascia un sedimento materiale», gli dicevo, «sia esso un oggetto o un modo di agire

» «Si chiama utensile», mi interruppe lui. «t t 1 ciò che può essere adoperato anche dal più idiota.» E di fronte alla mia perplessità, aggiunse: «Guardi che questa è una definizione scíentifica» . . Utensile può essere uno strumento tecnico, ma anche un metodo logico, una forma di organizzazíone sociale e ogni altra cosa che, frutto dell'intuizione di una mente geniale, possa essere adoperata da chiunque, «anche dal più idiota» . Oggi il mondo stesso è a misura dell'imbecille, 74 . . LO STUPIDO COPIA E VINCE al punto che macchine complesse e pericolosissime, organizzazioni planetarie, strutture basílari per la, vita umana sono nelle mani di persone universalmente conosciute come cretini, psicotici, affetti da malattie invalidanti delle facoltà che più parrebbero necessarie a certi livelli (equilibrio, saggezza, intuizione, tolleranza, altruismo, intelligenza) . . Basterà pensare a chi erano, nei momenti di maggior tensione e pericolo, i leader delle potenze mondiali, i padroni del dest Mio della Terra. Si diceva che Gerry Ford, il presidente degli Stati Uniti nella prima metà degli anni Settanta, fosse íncapace di fare due cose assieme: scendere dalla scaletta dell'aereo e masticare chewing gum. Leonid Breznev, uno dei più longevi leader della vecchia Unione Sovietica, quando non era ubriaco, appariva per quel che era: un alcolizzato. Per distruggere il pianeta, avrebbero dovuto solo pigiare un bottone. In quale specie animale due così sarebbero diventati capobranco? . «Solo fra gli uomini A figlio del re diventa re, anche se cretino», mi diceva lo scrittore e pastore Gavino Ledda. «Per questo preferisco le pecore> . La nostra è l'unica specie che riesca a mettere a disposizione degli esemplari meno adatti tutto un corredo di strumenti per consentire loro una vita facile e sicura, garantendone così la sopravvivenza. E l'intelligenza che ha permesso questo. Ma, assolta tale funzione, essa non è più necessaria; la più grande, geniale delle sue imprese è supera LO STUPIDO COPIA E VINCE 75 re la sua stessa ragione di esistere e rendersi superflua . . Charles Darwin ha spiegato che alcune conquiste particolarmente significative ottenute dagli animali, si traducono poi, nel corso di generazioni, in comportamenti che entrano nel bagaglio ereditario degli esemplari della stessa specie . . Nel caso degli animali, si tratta di un processo esclusivamente naturale. L'istinto guida i figli a non commettere gli stessi errori dei genitori e a imitarne le azioni vantaggiose. t una trasmissíone di sapere da individuo a individuo . . Nella specie umana, le acquisizioni dell'intelligenza si depositano e si sedimentano nella cultura, diventano mernoria della società. E si trovano, così, a disposizione di tutti. Si ha, a questo modo, un passaggio di conoscenza da tutti a uno e da uno a tutti . . Ma quando replichiamo un pensiero o un'azíone che ci hanno raggiunto attraverso la memoria collettiva, la nostra intelligenza non è chiamata in causa; e questo, per quanto geniale possa essere stata l'intuizíone che portò a quell'idea, a quel comportamento utile . . Tutto ciò che fa parte della nostra cultura lo abbiamo ereditato, senza alcun personale impegno, sotto forma di istruzioni per l'uso. t il "che fare" della specie . .

E c'è ancora una strada attraverso la quale la selezione culturale avrebbe contribuito molto alla prevalenza dell'imbecillità. Se ne può riconoscere la traccia nel mito della donna "oca ma bella". t 76 . . LO STUPIDO COPIA E VINCE la risposta alla domanda: «Perché ci Montoe?» . . Negli animali, anche tra i mammiferi, il sesso è sostanzialmente legato alla riproduzione (anche se ormai è assodato che non è solo ed esclusivamente funzionale alla propagazione della specie, come si credeva qualche tempo fa) . . Nell'uomo, invece, tale legame si è andato sempre più affievolendo; e questo passaggio evolutivo fu tra quelli che maggiormente contribuirono a renderci diversi dagli altri animali. La nostra sessualità smise di essere una pulsione soltanto naturale e divenne un fatto culturale . . Negli animali, la femmina emette una serie di indicatori visivi, olfattivi, che segnalano il periodo in cui è disponibile al rapporto sessuale: il maschio si eccita quando h percepisce. Col tempo, nella nostra specie tali richiami vennero sostítuití da altri, artificiali, come i profumi, il trucco, e la gonna di Marylin sollevata dall'aria calda dello sfiatatoio della metropolitana . . Un guru dell'antropologia, Claude Lévi-Strauss, cita una teoria molto suggestiva. In epoche remote, le donne più accorte e astute compresero che, in determinati periodi, potevano "farlo" senza il pericolo di restare incinte, mentre in altri giorni (e proprio quel fertili, in cui il loro corpo emetteva i ríchiami sessuali che attiravano l'uomo), era meglio lasciar perdere. Le ragazze meno sveglie non facevano queste sottili distinzioni e continuavano a sfornare un figlio dopo l'altro . piace Marylin LO STUPIDO COPIA E VINCE 77 . Le più furbe trovarono dei sistemi artificiali (culturali, direbbero gli antropologi) per suscitare l'attenzione degli uomini: inventarono la cosmetica; nei giorni "sicuri» si truccavano, si profumavano e imitavano i segnali dell'estro. Così, senza rischiare gravidanze indesiderate, potevano lo stesso legare sessualmente a sé i maschi e trarne i vantaggi conseguenti. Le altre dovevano continuare a fare affidamento su quei richiami naturali che, purtroppo, venivano emessi solo durante i giorni fecondi . . Il risultato di questa situazione sarebbe stato che le donne stupide avrebbero avuto più figli di quelle furbe. La selezione naturale e quella culturale combinate insieme avrebbero così operato, anche tramite il sesso, per una diffusione rnassiccia dell'imbeciffità . 78 . . LO STUPIDO COPIA E VINCE Perché il capo è un imbecille . " Le sue considerazioni sono interessanti; cercherò di esaminarle una per una, in modo da poter dedicare loro la dovuta attenzione . . Non voglio soffermarmi a lungo sulla immorale idea di violentare la natura in quanto questa ha di più sacro e meraviglioso: il processo di generazione. lo sono profondarnente convinto che taluni procedìtnentí naturali non siano altro che la concretizzazione di una legge morale, di un principio etico tanto alto, che forse ci sfugge nella sua ìnterezza . . Siamo ora arrivati a quello che fu il punto centrale della sua conversazione col caro Konrad Lorenz, secondo quanto lui stesso mi raccontò. Lo straordinario sviluppo dellIntellígenza umana avrebbe avuto, come conseguenza estrema, quella di deprimere se stessa, di rendersi

superflua. Questo era il senso di tutto il discorso, che non riassumerò, dato che è ormai sufficientemente chiaro, tanto a me quanto a lei . . Ma insisto: tutto ciò mi sembra quantomeno discutibile. t senza dubbio vero che le conquiste dellIntelligenza umana, messe a disposizione di tutti dalla vita sociale e dalla cultura elaborata nel tempo dalla comunità, danno già la soluzione di molti problemi, concreti PucHt n, CAPO t UN mBEciLLE 79 o astratti. Ma le difficoltà, gli interrogativi non costituiscono un insieme finito; al contrario, non si esauriscono mai, sono un universo senza limite. Affrontato e risolto un quesito, se ne presenterà un altro, e così via . In sostanza, allíntelligenza umana non mancheranno mai occasioni di esercitarsi, perché si troverà sempre di fronte a nuove sfide, ad altre domande. Di più, gli enigmi già superati saranno lo stimolo a cercarne altri . . Sono convinto che l'intima nostra natura stia nella sua razionalità; in parole povere, l'essere umano è tale, perché si serve in continuazione, in tutta la sua vita, della propria intelligenza. Molto semplicemente, non può fame a meno; è la sua essenza . . Per questo io sono persuaso che il nostro genio non finirà; nel momento in cui non fosse più la nostra caratteristica fondamentale, cesseremmo di essere quello che siamo e torneremmo a essere delle bestie . . Lei ha appena sfiorato una questione vitale: il problema dell'anima. Generalizzando un poco, è evidente che in tutti i sistemi di pensiero, in ogni religione, in tutte le filosofie, domina una concezione dualistíca dell'uomo. L'essere umano sarebbe composto di una parte materiale e di una spirituale. Quella materiale è la sede degli impulsi che più ci avvicinano agli animali (o agli altri animali, come direbbe, giustamente, lei); la parte spirituale governa le attività che sono caratteristiche, se non esclusive, dell'essere umano, come la riflessione. Questa duplicità è stata vista come il confronto tra l'aníma e il corpo, o tra parti diverse dell'aníma . . Non mi sembra che costituisca una buona prova di quanto da lei sostenuto; e, anzi, dimostra che l'uomo è sempre stato consapevole di essere un animale molto 80 . . PERCHP- IL CAPO t UN IMBECILLE particolare, e di avere qualcosa di unico: appunto, l'intelligenza . . Certo, non posso che convenire con lei almeno su un punto: nel mondo c'è un numero di imbecilli che non cessa di sorprendermi. Questa situazione è resa ancor più interessante dal fatto che molti, tra questi, occupano posizioni di prestigio e di notevole potere, per cui esercitano una grande influenza sulla vita dei loro simili . Anch'io ho cercato di spiegarmi non solo perché ci siano tanti stupidi, ma perché riescano a fare delle eccellenti carriere . . La risposta, a mio parere, sta nella debolezza umana, e nell'uso insufficiente dell'intelligenza. Riprenderò l'esempio da lei avanzato. Il successo di un uomo politico imbecille si spiega col fatto che, in un modo o nell'altro, ha saputo lusingare i lati deboli dei potenti e delle masse. E che, proprio per la sua stupidità, viene ritenuto non pericoloso e più adatto a ricoprire incarichi che una persona di genio gestirebbe con ben altra autorità . Non c'è bisogno di invocare la fine dell'intelligenza! 99 . Il vero problema, nel mio dialogo epistolare con a professore, era che, come molte persone di grande talento e profondità, mi sembrava stentasse a rendersi davvero conto delle proporzioni immani assunte dall'imbecillità umana . .

Non che la negasse, o che volesse a tutti i costi sottostimarla; uomo esperto del mondo, si rendeva perfettamente conto di come il pianeta fosse popolato da idioti . . Ma continuava a voler spiegare la stupidità e i suoi effetti come un incidente di percorso, magari PERCHft IL CAPO t UN IMBEciLLE 81 macroscopico, ma pur sempre, solo un intoppo lungo il felice cammino dell'intelligenza . . Questa logica, in sostanza, rifiuta di affrontare il cuore del problema; e così faceva anche il professore, che alle mie considerazioni sulle cause strutturali, rispondeva cercando di spiegare i meccanismi grazie ai quali l'imbecillità riesce a propagarsi. Per di più, il professore era così onesto, che non potevo accusarlo dell'errore comune a tanti saggi che, secondo quanto ne dice Robert Musil nel suo Discorso sulla stupidità, «evitano di studiarla, nel timore di essere confusi con l'argo~ mento» . . In effetti, se nessuno, almeno credo, aveva mai analizzato davvero il problema dell'imbecillità, chiedendosi da dove questa derivi, molti si sono dedicati allo studio dei meccanismi che ne assicurano la diffusione, facendo sì che gli stupidi riescano a influenzare profondamente la vita di tutto il genere umano (compresi gli intelligenti) . . Uno dei più noti moltiplicatori di imbecillità è il cosiddetto principio di Peter (da colui che a suo tempo lo individuò, Lawrence Peter), che recita: «In qualsiasi gerarchia, ognuno tende a essere promosso, finché non raggiunge il suo livello di incompetenza; pertanto, ogni incarico è destinato a finire nelle mani di un incapace» . . Si tratti di strutture aziendali, culturali, politiche, religiose o altro, la regola non cambia . . Il principio di Peter opera secondo un meccanismo logico abbastanza semplice. Chi entra in un 82 . . PERCHIá IL CAPO t UN IMBECILLE sistema gerarchico e svolge bene il proprio lavoro, di solito "fa carriera": sale sul gradino superiore nella scala. Se anche in quella posizione si dimostra efficiente, è ragionevole pensare che sarà ancora promosso. E così via. A questo modo, occupa livelli sempre più elevati, di maggiore responsabilítà; ma le complicazioni crescono di pari passo e aumentano la qualità e la quantità dell'impegno e delle doti richieste. Fino a quando il nostro uomo ottiene un incarico con un grado di difficoltà superiore alle sue capacità . . A quel punto, si rivela inefficiente, e la sua carriera si arresta. Attenzione: non verrà degradato, retrocesso a una posizione adeguata alle sue doti . Continuerà a occupare il posto che ha fatto emergere la sua natura di incapace e per il quale si è dimostrato inadatto . . Questo principio ebbe un grande successo. Ma ha un difetto: è fondato sul presupposto della razionalítà. Voglio dire: parte dall'idea che, in una gerarchia, i comportamenti umani, almeno fino a un certo punto, siano ispirati a criteri ragionevoli . E in base a un principio intelligente (secondo Peter) che viene promosso il migliore, anche se verrà il momento m cui si rivelerà un imbecille. Ma fino ad allora, il meccanismo obbedisce a regole logiche. Non sei scemo, operi bene, e vai avanti; quando ti scopri incapace, la tua corsa finisce . .

Ma le cose non stanno così. Gli sforzi per spiegare il diffondersi dell'imbecillità non riescono a cogliere il vero interrogativo, che è questo: come PFRCHt IL CAPO t UN IMBECILLE 83 mai, nonostante il dilagare della stupidità il mondo va a gonfie vele? . Se le organizzazioni umane si reggessero davvero sull'operato dei migliori e fossero regolate dal principio di Peter (quindi dominate, sia pure a causa di un sistema perverso, dagli incompetenti) tutto dovrebbe andare a rotoli. Al contrario, il mondo funziona, non siamo alla catastrofe, né con tutta probabilità ci arriveremo prossimamente . . Allora: come è possibile che la società continui il suo cammino nonostante l'aumento della stupidità? . C'è una sola risposta possibile: l'intelgenza non è (più) necessaria per far marciare il mondo: l'imbecillità sa farlo altrettanto bene. E persino meglio . . Questo è esattamente quanto cercavo di chiarire al professore. E cretino non solo non ha una funzione negativa, ma anzi ha assunto un ruolo salvifico: la sopravvivenza della nostra specie dipende orinai dall'imbecillità, come un tempo dall'intelligenza . . Le persone di genio si rifiutano di concepire e di accettare questa verità. Per loro è semplicemente impossibile pensare che l'essere umano debba diventare stupido per poter avere un futuro. Vedono l'essenza della nostra specie nelle sue doti intellettuali; e anche quando si rendono finalmente conto delle proporzioni assunte dall'imbecillità, si ostinano a considerarla un fatto deleterio e accidentale . 84 . . PERCI#_ IL CAPO t UN IMBECILLE . L'errore è dare, sulla stupidità, un giudizio etico o estetico. Essa va considerava "tecnicamente", alla pari dell'intelligenza, come uno degli strumenti di cui l'evoluzione può disporre. Se l'imbecillità avesse un valore negativo per la nostra specie, i casi sarebbero due: o ci saremmo estinti da un pezzo, o non ci sarebbero più cretini. Una caratteristica nociva così diffusa, infatti, porta alla sicura estinzione, oppure viene corretta dalla natura . La specie umana, al contrario, è lungi dallo scomparíre e la stupidità continua a espandersi. Non c'è altra conclusione che questa: l'imbecillità è necessaria alla sopravvivenza della nostra specie, per quanto possa dar fastidio aglIntelligenti rimasti . . Le nostre comunità sono strutturate in base a principi gerarchici: più o meno vistosi, più o meno brutali, comunque presenti. E le burocrazie tendono a diffondere stupidità (lo abbiamo sempre sospettato; ora sappiamo perché; fra poco vedremo come). Se davvero l'imbecíflità avesse una funzione distruttiva, le società umane sarebbero al collasso: invece godono ottima salute e si moltiplicano . . Evidentemente, è proprio la stupidità che sostíene le strutture sociali e ne garantisce il futuro . Le burocrazie, dunque, contrariamente a quanto male si pensa di loro, hanno una funzione positiva, non malgrado, ma proprio perché accrescono il numero e il potere dei cretini . . La gerarchia è lo strumento che l'evoluzione ha inventato per raggruppare i sapiens sapiens e costringerli alla demenza. Se la guerra, espressio PERCHt IL CAPO t UN IMBECILLE 85 ne dell'aggressività umana, raduna i migliori della specie per sterminarli, il sistema burocratico, espressione del nostro istinto sociale, mette assieme i cervelli e li spegne: è la continuazione della lotta all'intelligenza, condotta con aaltri mezzi . .

Lavoro in un gruppo editoriale. Anni fa, cominciarono a verificarsi dei furti nelle redazioni dei periodici di proprietà dell'azienda. I derubati non la presero bene, e si lamentarono dell'insicurezza della nostra sede: un palazzotto d'epoca nel centro di Roma. 19 sindacato ritenne utile far osservare che, in uffici in cui i ladri entravano impunemente, anche altri avrebbero potuto presentarsi senza invito. Ed eravamo nella stagione più calda del terrorismo . . L'editore fece finta di non sentire. Ma la protesta, per abitudine, continuò ad apparire nei comunicati sindacali, soprattutto quando scarseggiavano altre possibili lamentele . . Anni dopo, quando la minaccia del terrorismo era ormai solo un ricordo, fu annunciato, «per motivi di sicurezza», il trasferimento delle redazioni in ambienti più sicuri. La nuova sede si trovava in una delle zone più malfamate di Roma, infestata da ladri, barboni, spacciatori di droga, prostitute e loro irascíbili protettori . . Non si era trovato niente di meglio, ci dissero . Ma ci venne garantito che i nostri uffici sarebbero stati una vera fortezza: porte blindate ad apertura elettronica, telecamere da ispezione in ogni locale 86 . . PERCIIú IL CAPO t UN IMBECILLE (sperammo che almeno i bagni fossero esclusi), vigilantes in portineria . . Per poter penetrare nel maniero era necessaria una tesserina magnetica, con la nostra foto. A chi la dimenticava, veniva impedito l'ingresso . Questo generò una serie di liti e proteste che portarono a un correttivo. Chi si fosse trovato sprovvisto della tesserina magnetica doveva depositare un documento in portineria e gli sarebbe stato dato un lasciapassare, previa identificazione da parte della guardia giurata . . Che ci conosceva tutti benissimo; ma la prassi doveva essere quella. Con un problema. Di solito, i documenti vengono custoditi insieme alle carte di credito e alle tesserine magnetiche, nel portafògli o nell'agendina. Così, a molti capitava ancora di non riuscire a entrare in ufficio . . L'accesso era stato reso difficile, e in certi casi impossibile, a noi, che eravamo le persone da proteggere. Le cose andarono diversamente con gli ospiti indesiderati. In pochi giorni, una collega fu aggredita da uno scippatore, un fotoreporter derubato della costosa attrezzatura, il mio ufficio venne svaligiato, la cassaforte aperta. L'allarme non funzionò . . Nel frattempo, un barbone elesse a propria residenza la tettoia all'ingresso del palazzo; poco male, se non fosse stato per l'angolo accanto al portone, destinato a servizi igienici. Ma la circostanza sembrava non dare fastidio ai drogati che ci si rifugiavano, per contrattare o iniettarsi la dose . PERCHt M CAPO t UN IMBEcILLE 87 . Qualcuno si decise, dopo lunghe discussioni, a inviare una lettera aperta all'azienda, suggerendo una proposta che cercava di conciliare libertà e prudenza: le guardie all'ingresso avrebbero lasciato entrare i dipendenti (anche sprovvisti di tesserina di riconoscimento) e agli estranei avrebbero dovuto chiedere chi erano e cosa volevano . . L'idea apparve sospetta. 1 top manager disposero discrete indagini sull'agitatore, per arrivare a stabilire che era uno che «dava fastídio». L'incauto venne avvisato che si metteva in cattiva luce . Alla fine egli, vile o saggio, decise di ignorare le stupidaggini che gli accadevano attorno. Lo fece sapere in giro, e si prese atto con soddisfazione che aveva messo la testa a posto .

. Mesi dopo, l'allora grande capo della nostra azienda annunciò di aver risolto definitivamente il problema. Le guardie armate avrebbero concesso ai dipendenti di entrare anche senza documenti; gli estranei sarebbero stati ammessi solo previa identificazione . . L'azienda in cui lavoro non è peggiore di altre: né quel dirigente un cretino, anzi era stimato uno dei più abili. E allora? . Questo episodio mi sembra un ottimo esempio di come funziona la società umana, con le sue strutture gerarchiche. Tutti possono riferire di esperienze che hanno visto trionfare l'imbecillità, persino dove e quando si trattava di questioni molto serie . Il mio direttore, quando andavo a proporgli 88 . . PERCHt D, CAPO t UN MECULE un'idea che mi pareva brillante, mi ammoniva: «Regola numero uno: ricorrere alle cose intelligenti, solo dopo aver esplorato le infinite possibilità dell'ovvio». E quando decisi di prenderlo sul serio, capii che aveva ragione . . Perché i comportamenti dei sistemi gerarchici sono così immancabilmente stupidi? t mai possibile che tutti gli imbecilli si siano concentrati nei ruoli di responsabilità? E che tutti gli intelligenti, nessuno escluso, ae siano stati eliminati? In realtà, nei posti chiave delle gerarchie non ci sono più stupidi che in qualsiasi altro gruppo umano; il tasso di imbecillità è lo stesso tra i manager, i politici, e i parrucchieri . . Le gerarchie si comportano in modo stupido, non perché siano tutti cretini coloro che ne fanno parte, ma perché non possono, per questioni di funzionalità, agire diversamente. In una burocrazia non è possibile "mettersi a fare gli intelligenti" . . Tutti i sistemi gerarchici funzionano tendenzialmente allo stesso modo; i loro comportamenti collettivi sono dettati da semplici regole generali. La più importante è questa: le norme e le consuetudini vanno rispettate. Esiste un modo, e uno solo, di fare le cose; e a quello bisogna attenersi . . Al contrario, la mente umana è portata al dubbio, alla critica, all'innovazione. Chi è abituato a mettere a frutto le proprie doti intellettuali si chiederà sempre cosa sta facendo, perché lo fa, e se non ci sia un altro modo (magari míglíore) di farlo . . La struttura gerarchica della società prevede, invece, che in ogni determinato caso, ci si comporti secondo la regola prefissata. Qualcuno, dotato di mente sveglia e curiosa, potrebbe cominciare a obiettare: «Perché?». «Non c'è un sistema meno sciocco di fare la tal cosa ... ?» (sì, di solito c'è). «Possibile che nessuno si sia reso conto che ... » (possibilissimo. E anche quando se ne rende conto, se è furbo, sta zitto) . . Ma le ragioni della gerarchia sono profonde. E le sue norme più sono stupide, più vanno considerate indiscutibili. (Le regole intelligenti si difendono da sole) . . La ragione principale è questa: se tutti cominciassero a sollevare dubbi, a mettere in discussione i comportamenti e le soluzioni date, l'attività della struttura ne resterebbe paralizzata. Nelle gerarchíe conta chi fa qualcosa, non chi cerca il modo migliore di farla . . L'intelligenza, per le società umane, è sabbia negli ingranaggi; rischia di fame inceppare i meccanismi. Il genio è sovversivo non soltanto perché, invece di applicare la norma, la discute; ma perché, così facendo, blocca il cammino regolare dell'intero sistema burocratico.

L'intelligenza, mentre valuta con spirito critico il. funzionamento delle strutture sociali, di fatto lo rallenta o lo interrompe. L'acume, o semplicemente il. buon senso, portano confusione. Se il. sistema reagisce, riaffermando la supremazia della propria imbecillità,fá bene: si difende, come un organismo qualsiasi 90 . . PERCIAP, IL CAPO t UN IMBECILLE contro un agente estemo che ne metta in pericolo la sicurezza, l'esistenza . Ecco perché la stupidità è necessaria: è la vera 1 linfa vitale della società umana. E la regola, il motore che la fa marciare . . t tempo di trarre una prima conclusione e commentare l'errore più grosso commesso da Peter, nel concepire il. suo famoso principio. Peter vede le gerarchie come strumenti che mirano a cumulare intelligenza e che, per errore, portano a un aumento della stupidità. Se questo è vero (e, anche senza la felice sintesi di Peter, era già intuitivamente noto a tutti), perché non si cambia sistema? . Una contraddizione da cui non si esce, senza improponibili contorcimenti. Ma che non esiste più se cambiamo l'assunto. Così: il compito delle gerarchie è aumentare il tasso di imbecillità. E dal momento che ci riescono benissimo, non c'è alcuna ragione di modificarle. E si capisce, ora, perché si viene promossi: non per le prove di intelligenza che si forniscono, ma per la garanzia che si dà, di agire in modo stupido, nel posto assegnato . . La struttura sociale, dunque, impone ai singoli individui di conformarsi a comportamenti prestabiliti. In questo modo, attraverso un potente condizionamento sociale, si ha una massiccia opera livellatrice verso fl basso. Lo spirito critico e l'esercizio in genere delle doti intellettuali vengono depressi, o addirittura spenti . PFRCHt IL CAPO t UN IMBECILLE 91 . Il genio, costretto nelle maglie delle strutture gerarchiche, viene reso inoffensivo . . L'unica cosa non stupida che può fare l'intelligenza, in questo caso, è adattarsi alla stupidità: osservare le regole, accettare la condotta imposta dalla struttura. In definitiva, si chiede poco: solo di attenersi alle soluzioni già stabilite. E se, per agire così, non è necessario essere geniali, non è nemmeno indispensabile essere imbecilli. Un intelligente può benissimo farlo. Mentre un cretino non può decidere, se cambia idea, di comportarsi da genio . . Molte persone intelligenti, una volta compresa l'irrimediabile stupidità delle strutture sociali in cui sono inserite, commettono un errore: cercano di porvi rimedio. Si rovinano così la vita, nel tentativo di rendere le società umane meno -sceme . . Altri, invece (e sono loro i veri geni), capiscono che un tale progetto è destinato a fallire, perché nasce da un grave equivoco: il desiderio che diventíno meno stupidi degli organismi che funzionano soltanto se stupidi . . Non è difficile individuare e distinguere questi due tipi umani. I primi sono animati da uno spiríto di crociata, che li spinge a impegnarsi nel vano sforzo di cambiare ín meglio la società. Gli altri invece hanno capito che questa lotta, prima che perdente, è inutile, perché sbagliata. E si adeguano all'imbedIlità delle strutture in cui operano. Non per questo rinunciano alla loro intelligenza. Talvolta la coltivano nel tempo libero, e quelli che 92 . . PERci-it, n, cApo t UN wBEciLLE vengono etichettati come innocui passatempi sono, in realtà, le cose in cui spendono il loro ingegno, che h appassionano davvero, che danno senso alla loro vita. Altre volte, riescono a utilizzare l'intelligenza anche all'interno delle strutture

sociali. Sono quelli che cambiano veramente le cose; ottengono risultati che sfuggono spesso agli aspiranti riformatori, con tutto il loro spirito di crociata. Ma questo ramo del discorso ci porterebbe troppo lontano e, dopo un lungo giro, esattamente al punto da cui siamo partiti . . Le strutture sociali possono anche tollerare una limitata dose di intelligenza, di spirito critico, di innovazione. Ma la norma generale, i comportamenti cui tutti sono obbligati a rifarsi, devono restare stupidi, cioè stupidi, cioè stupidi. Se così non fosse, molti di quelli chiamati a compiere una determinata funzione verrebbero meno al proprio compito, perché lo troverebbero troppo difficile. Se la regola fosse l'improvvisazione, lo sprazzo di genialità, pochi sarebbero in grado di fare la cosa giusta al momento opportuno. E la gerarchia crollerebbe . PERCHt IL CAPO t UN IMBECULE 93 L'imbecillità uò solo aumentare . 64 Devo confessare che le sue argomentazioni mi hanno colpito. Lei ha espresso, nel suo stile paradossale, alcune delle idee che hanno ispirato tutta la mia riflessione attorno ai problemi dell'etica sociale . . Come lei sa, ho dedicato molti anni di studio e di insegnamento ad alcune questioni che mi sembravano e mi paiono tuttora fondamentali. Una domanda, in particolare, ho sempre ritenuto di vitale importanza: qual è A ruolo dell'individuo nella società umana? Come è possibile per le singole persone vivere insieme, in una comunità, e conservare la libertà, l'autonomia, l'indipendenza? Che influsso ha la società sugli individui? . Ho raggiunto alcune conclusioni, dei punti fermi . Sono anch'ío profondamente persuaso che la società tenda sempre, necessariamente, a reprimere l'individuo, a mortificarne le capacità. Come lei afferma, le strutture burocratiche sono organizzate in modo da obbligare tutti a comportarsi secondo regole prestabilite e ugualí per tutti. Al contrario, l'individuo dovrebbe poter essere libero di sviluppare le proprie qualità, senza costrizioni . . Ecco quindi il conflitto tra il singolo e la società; tra l'esigenza della libertà personale, e la necessità di stare L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 95 assieme agli altri. Non siamo fatti per vivere isolati, ma in comunità. L'uomo solo, l'eremita, è una contraddizione vivente; abbiamo bisogno dei nostri simili per soddisfare esigenze primarie. Ma essere parte di una comunità influenza pesantemente l'individuo, lo condiziona, ne limita la libertà . . E possibile fare in modo che la vita sociale non mortifichi la personalità e i talenti del singolo? Non costringa le persone a uniformarsi a quanto è già codificato? Esiste una via di mezzo tra il bisogno di vivere in comunità e l'esigenza di libertà dell'individuo? . Nella ricerca della risposta a queste domande, mi guidano due convinzioni. La prima: sarà l'intelligenza a salvarci dal conformismo. Solo esercitando in continuazione lo spirito critico l'uomo potrà reagire a forze e strutture sociali che cercano di appiattire la sua identità . . La seconda è che il tentativo messo'in atto da parte di pochi, isolati individui, di opporsi alla massificazione si tradurrà nella salvezza per tutti. Le grandi innovazioni, nel pensiero, nelle arti, nelle scienze e in tutti i campi in cui l'essere umano si è cimentato, sono state raggiunte perché qualcuno ha rifiutato le soluzioni obblígate. E ha preferito, magari con rischio e fatica, tentare il nuovo, affidarsi alla sua libertà e all'intelligenza . . Forse è vero: la società umana ha bisogno, come lei afferma, di una buona dose di imbecillità. Ma senza l'intelligenza saremmo ancora all'età della pietra. 99 . «E lei cos'ha contro l'età della pietra?», avrei voluto rispondere. La passione con cui il professore difendeva le sue certezze e il limpido senso morale che da esse traspariva erano ammirevoli. Ma 96 .

. L'IMBECILLITA Può SOLO AUMENTARE ero convinto che queste sue difese non intaccassero la mia tesi . . Anzi, proprio nel corso del nostro scambio epistolare, per la necessità di ribattere alle sue argomentazioni, approfondii quella che era stata solo un'intuizione, ed ebbi ulteriori prove della fondatezza delle idee che ormai andavo sviluppando . . Ero pronto a concedere che la società possa tollerare una circolazione limitata di intelligenza, ma solo fino a quando questa non rischia di bloccare l'attività del sistema. Nel suo insieme, la struttura resterà comunque e necessariamente stupida, perché solo un tale stato di cose ne garantisce il funzionamento . . Se non è trasformata in utensile, alla portata di qualsiasi cretino, la gerarchia non può esistere né resistere . . Ma cosa accade se in una burocrazia si fissano compiti con un grado di difficoltà troppo alto? In questi casi, se non si autodistrugge, la struttura dimostrerà una sorprendente capacità di adattamento verso il basso . . Quasi sempre, alle origini delle gerarchie vi sono uomini d'eccezione, che creano qualcosa di irripetibile. Cavcur~ Bismarck, De Gaulle concepiscono l'Italia unita, l'Impero tedesco, la Francia contemporanea e riescono nel loro progetto, in virtù delle proprie doti. Le grandi aziende, quasi tutte, sono parimenti sorte per l'energia e la capacità (anche visionaria) di persone di valore . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 97 . Ma il genio muore (va in pensione, passa alla concorrenza), portandosi appresso i suoi talenti . La struttura sociale, invece, una volta messa in piedi, deve continuare il proprio cammino. L'Italia ha dovuto fare a meno di Cavour, la Germania di Bismarck, la Walt Disney di Walt Disney. Si pone A problema della successione: dopo di lui, chi manderà avanti la baracca? . Si può cercare di sostituire il genio con qualcuno capace di assicurare uno standard elevato di comportamenti. Ma è un tentativo destinato adI fallimento. Per due motivi. Prima di tutto, le grandi doti intellettuali non si prestano a venir tradotte in un insieme di regole: si esprimono con la creatività, l'originalità, non solo con il metodo. E poi, anche se fosse possibile codificare le azioni geniali, sarebbero necessarie persone di straordinario talento per garantime l'esecuzione . E una burocrazia che dovesse dipendere, per A proprio funzionamento, da una merce cosi rara come A genio, sarebbe spacciata in partenza . . L'organizzazione deve poter sopravvivere senza le doti del cervelluto padre fondatore. Può farlo solo se scende alla misura dell'imbecille, in modo da non avere alcuna difficoltà nel reperimento della materia prima. Questo intendeva Stalin, quando disse che persino una cuoca può sostituire un capo di stato (sconsiglierei il contrario). Se l'organizzazione sociale funziona, non c'è alcuna possibilità di errore: è a portata di cretino (e chi la guida, o ci fa, o ci è) . 98 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE A ridurla così è, normalm . ente, il genio che le dà vita. Egli sa che se disegnasse una gerarchia a sua immagine e somiglianza, la condannerebbe a morte. E, infatti, dopo aver creato gi'imperi (economici, militari, politici), i fondatori dedicano tutto A loro impegno a renderli scemi. Se sono onesti . (E un'altra dimostrazione del fatto che la maggior produttrice di stupidità è l'intelligenza) .

. Capita, anche, che alcuni leader mantengano artificiosamente alti i compiti richiesti all'intemo della struttura che guidano. Lo fanno per rendersi indispensabili, insostituibili (se anche uno stupido fosse in grado di svolgeme i compiti, rischierebbero il posto). Di norma, si tratta di manager di primo piano, bravissimi, ma deleteri, perché, a questo modo, tengono sotto ricatto le aziende a essi affidate e le condannano a traballare o a sfaldarsi, quando le lasceranno. Violano, e non possono non saperlo, la regola fondamentale per 9 consofidamento e l'efficienza di ogni burocrazia: sminuire continuamente il livello delle qualità minime richieste per fame parte, in modo da espanderla, abbassando il vertice e allargando la base. . La soluzione più frequente per sostituire l'ingegnoso fondatore è, di solito, questa: dividere i suoi compiti fra più persone, per supplire con la quantità al calo di qualità. C'è la divertente convinzione che si possa ottenere un genio sommando due mezzi geni. Appare logico che quello di cui era capace un grande, da solo, possa riuscire a una coppia di mediocri. Ma non è così: ci si accorge ben L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 99 presto che l'intelligenza non cresce con l'addizione. Come la non sommabilità della luce è A limite del nostro universo (più rapidi di 300 mila chilometri al secondo non si può andare), la non sominabilità dell'intelligenza si rivela essere il limite della nostra specie. Con la stupidità, al contrario, l'addizione funziona. Lo si evince dai risultati . . E quando i ruoli che una persona di talento svolgeva da sola vengono parcellizzati, al posto del creatore della gerarchia (azienda o altro), sale una miriade di co-presidenti, amministratori, responsabili tecnici e commerciali, sottosegretari, funzionari, capi sezione... Ciascuno con il proprio ambito ben definito, con la sua minuscola funzione, da curare secondo norme catalogate . . La suddivisione parossistica dei compiti è la salvezza delle strutture sociali, perché, a forza di sminuzzarli, si arriverà al punto in cui, a ogni livello, si richiederà di attenersi a comportamenti e regole così semplici, che chiunque sarà in grado di osservarli. A questo punto, l'organizzazione è diventata un utensile e può sfidare il tempo . . Fra i costruttori di gerarchie, il vero genio è colui che mette le cose in modo da rendere superflue le proprie, strepitose capacità. Se l'impresa "riduzione a utensile" non riesce, la struttura muore. t quello che accade tutti i giorni. Quante aziende sono fallite appena dopo la morte del fondatore? 1 figli del capitano d'industria, i vicepresidenti, quei personaggi di secondo piano che la figura del capo lasciava nell'ombra, non sono sempre al 100 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE l'altezza del Numero l. E se, quando lo sostituiscono, il sistema non è già "alla portata di un cretíno", finiscono per distruggere quanto l'altro aveva creato . . Dopo la morte di Cavour, l'Italia non riuscì a risolvere i tanti problemi posti dall'unificazione e ne paghiamo ancora le conseguenze; la Germania, quando il Kaiser decise di poter fare a meno di Bismarck, si avviò verso un delirio di onnipotenza che la portò alla rovina della prima guerra mondiale. E gli unni dopo Attila, i mongoli dopo Gengis Khan e suo figlio? . La gerarchia che ha bisogno, non diciamo di geni, ma anche solo di persone troppo capaci, si estinguera per mancanza di rifornimenti. Pertanto, le strutture sociali più stupide prosperano, quelle più intelligenti, muoiono. Ne consegue che: L'imbecillità può solo aumentare . . Questa è la Quarta legge sulla fine dell'intelligenza . .

Non ci sono apparentemente limiti alla parcellizzazione delle funzioni che porta qualsiasi società umana alla misura del cretino. La sapienza popolare sostiene che, una volta toccato il fondo, si possa solo risalire. Ma le cose non stanno così, nel nostro caso (qualcuno ha ricordato che, toccato il fondo, si può ancora scavare). Una struttura, pur pregna di imbecilli, tenderà comunque a espandersi, a sminuzzare ulteriormente i compiti, ad abbassare, fin che può, i requisiti minimi per farne parte . LIMBECILLITAPUò SOLO AUMENTARE 101 . Ma c'è un limite? Sì: è zero. Il numero sta a indicare sia il livello di intelligenza, che la quantità di mansioni da svolgere per riuscire a diventare membro della gerarchia. Detto in altro modo: la società perfetta è quella in cui l'unico talento richiesto per potervi entrare è... entrarvL E non fare, assolutamente, nulla . . La cosa è dimostrata, una volta per tutte, dalle conclusioni cui giunse, a suo tempo, uno dei più acuti studiosi di sistemi organizzativi umani, l'inglese Lord Nórthcot Parkinson (niente a che fare col famoso morbo. Anche se ... ). Egli divenne giustamente famoso per aver scoperto che qualsiasi burocrazia, per il semplice fatto di esistere, tende a crescere secondo un tasso minimo del 5 per cento annuo. Questa non è che una diversa formulazione della Quarta legge sulla fine dellIntelligenza (che è stata appena enunciata), ma ha il pregio di quantificare il gradiente di sviluppo delle società a misura di' cretino. Attenzione: la struttura moltiplica il numero delle persone necessarie al suo funzionamento, senza che ci sia alcuna necessità di aumentare anche la mole e la qualità del suo lavoro. In altre parole: la folla di imbecilli richiesta per fare le stesse cose, cresce continuamente . . Il cinque per cento annuo è tanto: vuol dire che, in meno di vent'anni, nella società-utensile, le funzioni che prima erano curate da uno solo diventano competenza di due. E personale è raddoppiato e ogni membro di quella burocrazia farà 102 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE la metà di prima, poi un quarto, poi un ottavo.. . Questo, pur sempre nel caso di una struttura sociale che qualcosa faccia. Perché non è affatto necessario che essa abbia un lavoro (pur minimo) da svolgere. Può tranquillamente non averne, senza che la sua tendenza al gigantismo ne soffra. Lord Parkínson ha dimostrato che ogni organizzazione umana, indipendentemente dalla sua natura, continuerà a espandersi anche nel caso che non abbia nulla, ma proprio nulla, da fare . . Tale spinta interna all'accrescimento contemporaneo delle strutture sociali (in numero e dimensione) e della loro imbecillità è caratteristica della nostra specie. La stupidità si muove nel mondo come un corpo vivo e vorace che conquista sempre nuovi spazi. L'aumento della quantità è considerato cosa buona, la conferma d'essere sulla giusta via. Tanto da essere accompagnato da una sensazione di piacere. «Solo di recente», ha scritto Eibl-Eibesfeldt in L'uomo a rischio, «si è scoperto che è negativo> . Ma ancora nessun cretino è disposto ad ammettere a cuor leggero di essere tale; tantomeno se occupa una posizione di responsabilità. E quando un incapace giunge al vertice di una burocrazia, si pone H problema di mascherare o compensare la propria insufficienza. Il metodo cui ricorre ha tutta l'aria di essere una specie di "furbizia evolutiva", con cui le strutture sociali si assicurano un'ulteriore crescita di dimensioni e imbecillità. Ancora una volta, è stato Lord Parkínson a scoprire il principio L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 103 moltiplicatore, che recita così: «L'incompetente tende a nascondere la propria incompetenza dietro l'aumento delle competenze» . . Questa specie di scioglilingua descrive un comportamento osservabile in tutte le attività umane .

Chi non è capace di fare una cosa, cercherà di farne molte. Chi non riesce a svolgere con successo i compiti che ha, se ne procurerà altri (aggiuntivi, non sostitutivi). In questo modo potrà giustificarsi: «Se devo fare tutto io, non posso farlo anche bene. E già tanto che riesca a ... ». . Va detto che tale modo di agire non è necessariamente consapevole. L'incapace che si comporta così, può farlo anche in buona fede: vede che le cose non marciano come vorrebbe e si dà da fare, si impegna, spende se stesso più di prima. Soltanto che è un darsi da fare catastrofico. (Apparentemente, perché il risultato più importante e non voluto, moltiplicare la stupidità, lo ottiene) . . Ormai ai vertici delle organizzazioni umane ci sono persone che cumulano su di sé una quantità di mansioni impressionante. Si tratta persino, a volte, di incarichi fittizi, del tutto ininfluenti sul funzionamento della struttura e moltiplicati per donazione, al solo scopo di rendere più spessa la cortina dietro cui si cela un incompetente . . L'intero meccanismo è chiaro quando si sommano (curioso che nessuno lo abbia fatto sinora) il principio di Peter (a) e la legge di Parkinson (b): «In una gerarchia, ogni uomo tende a salire sino a che si rivela incapace (a); da quel momen 104 . . L'IMBECILLITA PUO SOLO AUMENTARE to in poi, comincia a moltiplicare i suoi compiti, per nascondere la propria incompetenza (b)» . . Tale sistema (potremmo chiamarlo moto ascendente delle gerarchie, perché porta i più stupidi dal basso in alto) ricorda molto da vicino quello che spinge ogni specie all'aumento della propria massa biologica . . Le società umane si comportano come esseri viventi. Dei quali mostrano di avere la stessa pulsione, quasi un istinto, ad accrescersi, a dilatarsi. t come se avvertissero che nella continua espansione c'è la sicurezza di sopravvivere . . La storia fornisce ottimi esempi di questo sistema nei suoi aspetti fondamentali. Uno dei migliori è la formidabile estensione dell'impero di Carlo V . E rampollo di casa d'Asburgo trovò concentrate sul suo capo, quando era ancora un bambino, le corone di mezza Europa, per via di oculati matrimoni contratti dai suoi antenati. Erede di Spagna, Borgogna, Austria, Boemia, Italia, e altro; destinato a divenire Imperatore del Sacro Romano Impero; ma assolutamente inadatto a un ruolo così impegnativo . . E come tutti coloro che, incapaci di affrontare un problema, lo ingrandiscono, Carlo V, dopo aver accumulato tutti questi domini, estese il suo impero al continente americano, del quale ampi territori divennero preda del colonialismo spagnolo. Ma le navi che portavano in Europa le favolose ricchezze delle terre appena scoperte non risolsero i problemi. Semmai li appesantirono. L'improvvisa abbon L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 105 danza di metalli preziosi, oro e argento, ne fece crollare il valore, determinando così un generale innalzamento dei prezzi. In Europa, e particolarmente nei possedimenti di Carlo V, si scatenò una devastante crisi economica, che fece peggiorare ancora la situazione, già drammatica . . Altrettanto si può dire della strategia di governo di Adolf Ffitler. 19 dittatore, giunto alla testa di un grande paese in pieno caos politico, sociale ed economico, non fu in grado di raddrizzamele sorti; ubriaco di potere, esportò i guai del suo paese nel resto del continente, moltiplicandoli e aggravandoli, prima con l'annessione alla Germania dell'Austria e dei Sudeti;

poi provocando la più immane catastrofe della storia europea. Infine, incapace di sconfiggere la Gran Bretagna, si lanciò contro l'Unione Sovietica, e spinse gli Stati Uniti a intervenire anche nella guerra europea. Quando orinai l'epilogo era prossimo, l'Armata Rossa alle porte di Berlino, FEtler, chiuso nel suo bunker, stendeva i piani per nuove invasioni . . Questi modelli macroscopici illustrano in modo esemplare quanto accade tutti i giomi sotto i nostri occhi. La cronaca degli ultiini anni, le vicende economiche in particolare, offrono un campionario inesauribile. Molte industrie, attività finanziarie che sembravano destinate a consolidare il proprío successo, sono state condotte al tracollo da disegni espansionistici di dirigenti che tentavano di mascherare la personale incapacità dietro l'aumento delle competenze . 106 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE . Questo appare evidente soltanto quando provoca conseguenze drammatiche. Il che avviene di rado. Nelle situazioni normali, moltiplicare gli incarichi non fa danni; al contrario, garantisce il funzionamento delle strutture a misura di imbecille . . Il disastro causato dal gigantismo parossistico prova che le società umane sanno soltanto espandersi o perire; o espandersi e perire, perché lo sviluppo senza limiti può risultare distruttivo, paralizzante . . Anche in natura, l'incremento della massa biologica non è sempre vantaggioso . . Riporto qui uno scambio di battute che ebbi con Konrad Lorenz. Il professore mi spiegava che, per la specie umana, l'incontrollata spinta all'aumento è ormai un pericolo molto serio . «L'economia cresce in maniera esplosiva, da tutte le parti», mi diceva. «I sostenitori di questo modello di sviluppo affermano che le aziende devono continuare a ingrandirsi o falliranno. E, per giustificare questa tesi, aggiungono che anche gli alberi crescono continuamente. La crescita sarebbe insomma un fatto naturale.» «E non è vero?», gli chiesi . . «Sì, ma solo fino a un certo punto. Le ricordo un detto popolare: "Gli alberi non crescono mai fino al delo". Persino quelli secolari, più grandi, più alti, a un certo punto si fermano. Perché se continuassero a crescere senza limiti, il vento spezzerebbe i rami, la linfa non riuscirebbe a raggíun L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 107 gere la cima, e ben presto morirebbero.» E nel dirlo, A grande scienziato indicò il bosco, sulla collina . . «Questo è vero», riprese, «per tuttti gli esseri viventi. Diventare troppo grandi, vuol dire diventare vulnerabili, e condannarsi all'estinzione. Come i dinosauri: di crescita si può morire.» . Quando visitai il Cremlino (ero a Mosca per *intervistare l'ex ministro degli esteri, Shevardnadze), un collega russo mi fece da guida. NE mostrò un cannone gigantesco: «Iff più maestoso mai costruito al mondo», disse. «Pensa che sfracelli!», commentai. «Non ha mai sparato», mi spiegò . «Troppo grande per poter funzionare.» . Poco più in là, su un prato, una ciclopica campana. «La più pesante del mondo?», chiesi. «Sì^ assicurò la mia guida «ma non ha mai fatto udire i suoi rintocchi. t così grande che, issata su un campanile, si sgretolerebbe da sola> . E io cominciai a capire qualcosa in più dell'impero russo-sovietico. E di altro . .

Lo sviluppo senza confini non esiste in natura, né per le società umane. Ogni organismo ha un suo limite e tende a raggiungerlo; se la crescita non si arresta e lo supera, arriva la catastrofe . . Il disastro, comunque, è solo l'eccezione dovuta ally eccesso; da un certo punto di vista, un semplice caso di cattivo funzionamento della stupidità (se persino l'intelligenza ha le sue défaillances ... ) . . Eppure, l'incapace, nella fase in cui dilata le sue competenze, esercita un fascino irresistibile. Le 108 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE masse lo adorano, lo seguono acríticamente in qualsiasi avventura . . Qualche interessante osservazione viene dagli studi di un acuto ricercatore, Erich von Holts e da una sua indagine, semplice, ma di grande portata per le scienze del comportamento (non solo animale) . . Von Holts si interessò ai cabacelli, minuscoli pesci che si spostano in branco alla ricerca del cibo. Ogni tanto, uno di loro si stacca dal gruppo e nuota, da solo, in una direzione diversa. E non è detto che sia quella giusta: potrebbe non esserci cibo, di là, o persino nascond ' ersi un predatore in agguato. Il cabacello indipendente si volta a guardare cosa fa il branco; soltanto se gli altri, convinti della sua scelta, lo seguono in numero sufficiente, lui, confortato, prosegue . Altrimenti, rientra nel mucchio. t il modo d'agire tipico degli animali che vivono in branchi, in stormi . . Von Holts privò un esemplare della parte anteriore del cervello, quella che sovrintende alle attività di gruppo, alla vita sociale. 19 pescetto continuò a comportarsi in tutto e per tutto come gli altri ma, quando si separava dal branco, non si girava più indietro per osservarne le reazioni. Lui tirava diritto, senza esitazioni . . E l'intero branco lo seguiva. L'unico pesce senza cervello era diventato il capo indiscusso . E proprio a causa del suo difetto . Nessuno è tanto determinato, come chi non L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE 109 sa dove sta andando. Lo ammise (parlava di sé) anche Oliver Cromwell, uno dei padri della potenza inglese . . Ma, prima o poi, il cabacello decerebrato porterà il branco in bocca al predatore. E sarà la strage. Eppure, troverete sempre qualcuno che commenterà: «Che condottiero, quel cabacello. Se non avesse fatto quell'unico, fatale errore ... » . 110 . . L'IMBECILLITA PUò SOLO AUMENTARE La compagníá dei nostri simili ci fa scemi . 44 Partirò dalle battute conclusive della sua argomentazione. Gli esempi da lei citati mi sembrano dimostrare non la fatale fine dell'intelligenza, ma (non si stupisca) la sua vitalità . . E penoso, per me, ricordare la catastrofe che ha travolto il mio paese, assieme alla Germania e a tutta l'Europa. Lei forse non era ancora nato, o troppo giovane, allora, per capire davvero. Molti di noibanno compreso troppo tardi cosa poteva succedere, verso quale baratro stavamo precipitando. t così doloroso pensare quanti disastri morali e materiali sarebbero stati evitati se i nostri fratelli tedeschi, e anche noi austriaci, purtroppo, non ci fossimo lasciati affascinare da

Hitler; se, invece di dare ascolto alle paure, ai sentimenti irrazionali, avessimo seguito quanto consigliava il sano giudizio; se ci fossimo fatti guidare dal nostro spirito critico . . Eravamo come travolti da un ciclone; uomini sensati, dall'animo profondo e dalla vasta cultura, si lasciarono abbagliare da Ilider; oppure, più semplicemente, non riuscirono a scorgere, a intuire, quali sarebbero state le conseguenze del nazismo . Quella tragedia è la prova migliore di come la nostra unica possibilità di salvezza, come individui e come specie, stia nelle facoltà mentali. Sarà lo spirito critico a salvarci; mentre la sua mancanza ci condurrà alla distruzione . . Questo era anche quanto voleva affermare il mio amico Konrad. Pure lui era rimasto colpito dall'esperimento del collega von Holts, e non solo perché spiegava la propensione tipica degli animali da branco a seguire un capo. L'uomo è, a sua volta, un essere che vive in comunità che rischiano di degradare in branco (e sarebbe una beffarda sconfitta dell`animale sociale' per eccellenza) . . Ma, grazie a una superiore provvidenza, mentre le bestie non possono che assecondare il loro istinto, anche quando le conduce alla rovina, noi abbiamo una diversa possibilità. Non siamo condannati a seguire la massa. Abbiamo l'uso della ragione, possiamo valutare eventi e circostanze. Siamo capaci di prendere decisioni autonome, dettate dall'intelligenza. E questo (anzi: quella) può salvarci . . Siamo individui, singoli, liberi e indipendenti, prima di essere membri di un gruppo sociale. E questa dignità ci spetta in quanto esseri umani, non quali componenti di una comunità . . Così, non sono affatto convinto dai suoi discorsi sul moltiplicatore d'imbecillità. Sono interessanti, lo ammetto; e mi hanno costretto a riflettere su alcuni aspetti del vivere insieme che avevo finora ritenuto, erroneamente, marginali . . Per questo, sento di doverla ringraziare; col suo gusto per il cinismo e per il paradosso, mi ha aiutato a comprendere alcune cose. Lei ha ragione: le persone intelligenti, che cercano di ricorrere al ragionamento, 112 . all'intelletto (e io mi sforzo di essere tra queste), stentano davvero a rendersi conto di quanto l'imbecillità sia grande. Noi tendiamo sempre a presumere che anche gli altri, tutti gli altri, siano esseri ragionevoli: e purtroppo, non è così . . Ma non posso e non voglio credere che la società sia in grado di controllare e determinare completamente le azioni di ogni persona, perché la società non è onnipotente. Noi, individui liberi e autonomi, abbiamo scelto di vivere insieme agli altri, per soddisfare i nostri bisogni e le nostre necessità, meglio di quanto non potessimo fare separatamente. Da questa reciproca convenienza è nata la società umana. Che deve rimanere un mezzo per permettere a ognuno di noi di esaltare i propri talenti, secondo le sue possibilità . . Ora, sono d'accordo con lei su una constatazione di fatto. In molte occasioni, la comunità soffoca l'individuo e il vivere insieme può avere sugli esseri umani un effetto negativo. Spesso h costringe a conformarsi a dei comportamenti prefissati, a spegnersi nella massa . . Ma questo è solo un rischio necessario. La norma è diversa, perché la società è nata per aiutare l'uomo a sviluppare le sue doti e le sue abilità; non per reprimerle . .

Ecco perché mi rifiuto, nel modo più assoluto, di accettare e condividere la sua idea, che la comunità abbia, quale funzione principale, quella di condurre gli individui a un livello medio di imbecillità. 99 . Forse mi sbagliavo, ma avevo come la sensazione che l'armatura del professore stesse cedendo . La sua fiducia nell'uomo e nelle sue qualità (an- che morali), era davvero nobile; e su quella convínzione si basavano le sue riflessioni riguardo all'etica all'individuo, alla società . Ma cominciava a darmi ragione su troppe cose . . t vero, consentiva con me solo su delle osservazioni di fatto: che l'imbecillità sembra dominare il mondo e che le organizzazioni umane hanno il potere di propagarla e aumentarla . . Mentre non ci trovavamo d'accordo sull'interpretazione da dare a queste evidenze. Ma se fossi riuscito a trovare una falla nelle idee del professore, a individuare il suo punto debole, forse alla fine sarebbe stato costretto a darmi ragione anche sul resto . . Una società molto vasta, che riunisca milioni di persone (per esempio, un paese come l'Italia) è a sua volta formata da una miriade di organizzazioni più piccole. Questi gruppi minori interagiscono tra loro, hanno contatti, si influenzano reciprocamente; e le loro relazioni ricalcano pari pari quelle degli individui all'intemo di una comunità . . Pertanto, le leggi sulla fine dell'intelligenza hanno valore sia per i singoli che fanno parte di una struttura organizzata, che per le associazioní più piccole, quando si uniscono per formarne una più grande . . Si possono classificare i diversi gruppi umani, secondo il livello di capacità intellettuali richiesto per divenirne membri. t evidente che le società ai gradini più bassi di questa ipotetica scala 114 . . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMMI CI FA SCEMI avranno, almeno potenzialmente, il maggior numero di affiliati . . Per entrare in un club di tifosi del Milan, i requisiti sono minimi: basta saper gridare (ed è facoltativo!): «Forza Milan». Per essere accolti nella ristretta comunità degli astrofisici, sono necessarie ben altre doti, come comprendere il senso di frasi del tipo: «una singolarità è nuda, quando inghiotte persino il suo orizzonte degli eventi», o: «un buco nero evapora, se l'attrazione gravitazionale è tanto forte, da infrangere la coppia spazio-tempo e lasciare che una delle due dimensioni resti nel nostro mondo, in forma di radiazione» . . Il punto è che, in entrambi i casi, il livello intellettuale che identifica il gruppo coincide con il requisito minimo per aderirvi. Per dirla in altro modo: la caratteristica che qualifica l'organizzazione, che la fa esistere e la distingue dalle altre è la competenza più stupida necessaria per farne parte, non quella richiesta ai soci più dotati. Di Einstein ce n'è uno solo; le conoscenze e le capacità per essere ammessi nella comunità scientifica dei fisici sono molto più modeste delle sue. Così, anche tra i fanatici milanisti ce ne saranno (è un'ipotesi ... ) di intellettualmente ben forniti, ma non sono loro a qualificare il gruppo-_ è il tifoso più scemo a farlo, quello che riesce a malapena a non stonare nel coro di uno stadio . t chiaro che gli spostamenti, lungo questa sca LA COMPAGNIA DEI NOSTRI S^I CI FA SCEMI 115 la, sono possibili solo in una direzione: verso il basso. Il cenacolo degli astrofisici potrà confluire nell'orda dei milanisti, mentre il contrario non è concepibile, perché se anche il più stupido astrofisico sa urlare «Forza Milan» (o «Forza» qualsiasi altra cosa), è da escludere

che il più cretino dei milanisti sia in grado di sostenere una disputa sull'espansione dell'universo . . La nostra natura ci obbliga a comunicare con i nostri simili (è una delle pulsioni più forti). E accade la stessa cosa (come fossero individui) alle società umane; ma, come si è visto, questo può avvenire solo in un senso: il "più" si abbassa al livello del "meno", altrimenti il "meno" non capirebbe niente e ogni tipo di relazione diverrebbe ímpossibile. Questo è il Moto discendente che regola i rapporti fra gerarchie (e persino fra i singoli che ne fanno parte) e ne aumenta le dimensioni e il grado di imbecillità . . Ma tale generalizzato calo di tono intellettuale è, in fondo, l'aspetto meno appariscente nelle dinarniche dei gruppi sociali. Quelle interne hanno effetti persino più profondi e vistosi . . L'assunto fondamentale è stato già enunciatoin un'organizzazione, la cifra dominante è data dai requisiti minimi per farne parte. L'andatura di una carovana di cento cammelli non sarà imposta dai novantanove più veloci, ma dall'unico cammello zoppo. 1 corridori dovranno adeguarsi al suo passo, fossero anche "le frecce del deserto" . 116 . . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI . Tra noi esseri umani accade la stessa cosa. Quando più esemplari della specie si uniscono, la capacità collettiva di pensiero è regolata su quella del più scemo . . Fernando Savater, sociologo e filosofo spagnolo, ha scritto che «l'unione di molti individui è sempre più elementare di ciò che può essere un individuo da solo». Vi sono funzioni per le quali la società è molto utile, se non indispensabile: procacciarsi il cibo, difendersi dai nemici, da un ambiente ostile . . E pensiero non sembra rientri fra queste necessità. Due persone possono discutere, centomila no: forse riescono a urlare uno slogan, ma non a esprimere un concetto, a riferire in modo comprensibile una frase articolata. Per ríflettere e ragionare bisogna essere da soli o in pochi. La differenza fra il contributo dato alla genialità umana da Leonardo da Vind e dalla curva sud dovrebbe essere sufficiente come dimostrazione . . In altre parole, lo stare assieme, in società, ha un effetto deprimente sullo sviluppo e persino sul semplice esercizio delle facoltà mentali. Perché comporta un livellamento verso il basso. Funziona sui cervelli, come l'acqua su certi tessuti: li restringe . . Questa consapevolezza trova espressione in un'ulteriore legge sulla fine defl'íntelligenza: la Quinta, che si può enunciare così: . Quando gli uomini si mettono assieme, diventano più scemi . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI 117 . E, dato che l'uomo è animale sociale, le conse~ guenze sono prevedibili. E una trappola per genio: 1) l'Homo sapiens sapiens è intelligente; . 2) l'Homo sapiens sapiens ama la compagnia dei suoi simili; . 3) in compagnia dei suoi simili, l'Homo sapiens sapiens non è più così intelligente . 1 . E però necessario riflettere su un'eccezione, molto significativa: alcune delle più notevoli conquiste della scienza, dell'arte, del pensiero astratto sono state ottenute da piccoli gruppi di persone. Dalle scuole filosofiche dell'antica Grecia, ai cenacoli rinascimentali, ai team dei modemi ricercatori, la collaborazione intellettuale ha dato risultati formidabili .

. Come si concilia questa osservazione con quelle fatte in precedenza? . La cooperazione tra persone dotate di grandi capacità può funzionare da moltiplicatore, anziché da ríduttore di intelligenza. Le micro-comunità di individui geniali sfuggono alla regola generale, costituendo una vistosa, non si sa quanto epísodica, eccezione. Di gruppi simili ve ne sono pochi, anche perché sono davvero scarsi quelli in grado di fame parte . . 19 fatto che si tratti di un'eccezíone non ci permette di trascurarla. t doveroso almeno un tentativo di individuarne la ragione; e di cercare una risposta alla domanda che, di conseguenza, 118 . . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI sorge: «Esiste un numero minimo di componenti, ,aggiunto il quale, l'associazione umana comincia a produrre stupidità e, al di sotto del quale, consente e stirnola l'esercizio dell'intelligenza?» . . In tutte le società è presente la tendenza a formare piccoli sottogruppi all'intemo di organizzazioni più grandi. Se si guarda nel passato della nostra specie, o a quanto accade nelle tribù primitive tuttora esistenti, si potranno trarre utili indicazioni. Per il 99 per cento del suo tempo (da quando è apparso, sino a oggi), l'uomo ha vissuto di caccia e della raccolta dei frutti spontanei della terra. L'agricoltura e l'industria sono recentissime. Le tribù di cacciatoriraccoglitori costituiscono comunità ristrette: poche decine di individui (fossero di più, il territorio non potrebbe sfamarli tutti). Ma non tutti vanno all'inseguimento della preda. Di norma un «gruppo di dieci» (poco più, poco meno) si dedica alla caccia, gli altri (una quarantina: vecchi, invalidi, imbecilli, donne e bambini) restano all'accampamento . . La propensione a formare sottogruppi fu studiata da un arguto inglese, Antony jay, non nelle tribù primitive, ma nel moderno mondo del lavoro. Nel suo libro, L'uomo d'azíenda, dimostra che in tutte le organizzazioni umane (eserciti, chiese, compagnie finanziarie, comunità sportive) sorgono coalizioni formate, di solito, da non più di 11 e non meno di 9 componenti. In esse jay invita a riconoscere i «gruppi di dieci» dei cacciatori del Neolitico. Egli ipotizza una selezione naturale e LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI 119 culturale che avrebbe eliminato i sottogruppi troppo esigui e quelli troppo numerosi, perché «non convenienti». Il «gruppo di dieci», in quanto vincente, si sarebbe imposto in tutta la nostra storia. La più potente organizzazione del mondo antico, l'esercito romano, era strutturata in multipli di dieci. L'unità base di combattimento era composta da dieci soldati (agli ordini di un decurione), che vivevano insieme nella stessa tenda. Dieci unità di questo tipo formavano la centuria e così via, sino alla legione. Le idee di jay vennero approfondite da un altro inglese, Martin Page, di mente altrettanto sveglia, anche lui curioso dei problemi di organízzazione nel mondo del lavoro. Nel suo libro, significativamente intitolato La tribù azíendale, esamína una cellula di primaria importanza nelle società umane: il «gruppo nucleico», che può essere costituito anche da otto individui . . Con ben altri intenti, il grande studioso francese George Dumézil (ancor oggi considerato il maggior esperto delle antiche civiltà indoeuropee, da cui deriviamo) studiò la cultura e le strutture sociali degli sciti, popolazione che occupava le vaste pianure a nord del Mar Nero. Egli analizzò la mitologia degli Ossetí (attuale gente caucasica che avrebbe conservato, miracolosamente indenne, la tradizione scíta), che usavano organizzarsi in gruppi di sette uomini armati. Al giovane eroe Atsaemaez, che sta per intraprendere la sua prima missione quale guerriero e cacciatore, il padre rammenta di costituire un gruppo di sette uomini; e 120 . .

LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI che si sta in sette attorno al fuoco. E sette è il numero particolarmente carico di magia e simbolismo nella tradizione indoeuropea . . Esiste dunque un numero, compreso fra sette e undici, che gli esseri umani tendono a raggiungere nel formare sottogruppi afl'íntemo di organizzazioni più grandi. Si può ipotizzare che, al di sotto di questo numero (per esser sicuri: meno di sette), l'associazione di Homo sapiens sapiens non produca imbecillità. Ma questa non è una certezza; anche se è intuitivamente accettabile l'idea che fra quattro o cinque persone sia più agevole discutere, ascoltare gli altri ed essere ascoltati con sufficiente attenzione, non correre il rischio di diventare dispersivi: insomma, coltivare l'intelligenza. Lo abbiamo tutti, in qualche modo, sperimentato personalmente: quando vogliamo ragionare di cose importanti, cerchiamo la compagnia di pochi. (1 parlamentari sono mille) . . Quanto alla funzione dei sottogruppi «di dieci» o «gruppi nucleici», non dovrebbero esserci dubbi: essi sono il nerbo delle gerarchie, perché non le indeboliscono ma, al contrario, ne assicurano l'efficienza. Il «gruppo di dieci» o «nucleico» rappresenta, allora, l'unità minima per ottenere il ríncitrullimento di chi ne fa parte; permette una sufficiente distinzione dei compiti e il controllo reciproco. In questo modo, ognuno ha poche regole e mansioni specifiche, con relativi comportamenti obbligati, cui attenersi (sotto sorveglianza) . Sorge, allora, la necessità di una vera struttura LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI 121 gerarchica, in cui non solo ognuno sappia cosa fare e quando farlo, ma anche qual è la sua posizione rispetto agli altri. La conseguenza è che, indipendentemente dai talenti personali, in una burocrazia, per convenzione (per regola culturale, quindi), chi occupa un posto inferiore è inferiore . . Al contrario, in un cenacolo di geni, conta solo il libero e mutuo riconoscimento del rispettivo valore. Socrate non si era autonominato a capo di quell'irripefibile pugno di ateniesi che cercava la verità, ma gli altri spontaneamente lo consideravano la loro guida . . Non c'era alcun impegno che legava Picasso ai grandi che rivoluzionarono l'arte nel Novecento. Ma nessuno dubitava che fosse lui il migliore. Tranne uno, forse, lo stesso Picasso, che faceva razzia di premi, riconoscimenti (a volte con mezzi meschini), ma che quando sentì approssimarsi i suoi ultimi giorni, esclamò: «Alla fine, non resta che Matisse», meno celebrato, ma più libero di lui. Giudizio sbagliato, ma utile a capire che, in una (9 gerarchia di valori", nulla è certo . . Al contrario, nelle "gerarchie di potere", tutto è chiaro. Lo stesso ordine burocratico che spegne creatività e originalità, stabilisce la scala dei "meriti presunti", dalla quale non si può derogare, senza sconvolgere il fondamento stesso della società. La struttura gerarchica elimina il bisogno di distinguere gli esseri umani in base alle loro qualità, ai talenti . In una burocrazia, il capo è il capo, perché oc 122 . . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI Il cupa tale posizione, non perché sia il migliore. E può benissimo essere più scemo dell'ultimo fattorino: non vuol dire nulla, è lui che comanda; perché lui è il capo. 1 sottufficiali non sono necessariamente più imbecilli dei soldati semplici, ma sono i gradi sulla manica o sulla spalla che danno loro l'autorità di comandare . . 1 giudizi di valore sono del tutto assenti dai sistemi burocratici, perché la struttura gerarchica h ha resi inutili e ha così sancito la fine del vantaggio costituito dall'intelligenza . .

L'imbecillità è al potere. E il potere non ha bisogno di genio . . Ma opera a beneficio di se stesso, tende a imprimere la propria immagine sul mondo circostante e a moltiplicare la stupidità, da cui trae la sua ragione d'essere . . Nell'antico Egitto (e, in generale, nel mondo arcaico) il ladro ingegnoso non veniva castigato, gli si riconosceva, in premio, una parte del bottino. Per il furto? No (era reato e punibile anche sulle rive del Nflo), per l'intelligenza. L'Egitto aveva bisogno di genio e cercava di farlo emergere in tutti i modi. Un ladro intelligente può diventare onesto; un cretino probo resta cretino, e c'è il rischio che si metta pure a rubare . . Oggi il codice punisce con una pena maggiore il furto con destrezza. Per il furto? No, per la destrezza. E nuovo Egitto in cui viviamo teme l'intelligenza e la castiga. L'incapace di intendere e di volere può contare sulle attenuanti . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI 123 . Così (il meccanismo è lo stesso anche quando si esce dal campo giudiziario), H potere premia se stesso, la stupidità ed estende i suoi connotati all'intero corpo sociale . . Tutti i regimi provvedono a soffocare l'ínteWgenza, che in ogni forma di organizzazione non solo non è necessaria, ma costituisce un fastidio e addirittura un pericolo. Le persone di buon senso, per dirne una, si fanno domande spaventose, sovversive. Tipo: «Possibile che proprio quel cretino sia il mio capo?» (Possibile e come). «Ma non ce n'era uno migliore per quell'incarico così delicato?» (Quasi certamente c'era; ma non è questo il punto). Le dittature sopprimono la libertà di pensiero (e spesso anche il pensatore). In democrazía ogni testa vale un voto, anche una testa vuota. Tutte le forme di dominio cercano di dettare una consonanza di pensieri, di desideri, di massificare gli individui e costringerli a uno standard comune di imbecillità . . Questa è l'essenza del potere. Ed è il risultato di scelte evolutive e culturalí della nostra specie. L`uomo massa" della moderna società industriale (dissuaso dal pensare, educato a desideri idenfici a quelli dei suoi simili, perché imposti da effìcientissimi sistemi di condizionamento), l'uomo che sa svolgere solo una determinata funzione, è il prodotto di un processo evoluzionistico durato molti millenni e volto a deprimere l'intelligenza. Chi dice: «Non mi piace», intende: «L'evoluzione ha sbagliato tutto». Sicuro? 124 . . LA COMPAGNIA DEI NOSTRI SIMILI CI FA SCEMI Il miglior amico delt'uomo è un cretino . 44 t molto interessante, lo ammetto, il modo in cui lei ha descritto come la ragione umana lavora quando è in gruppo. Lei ha individuato (riassumo) due possibili dinamiche fondamentali, una positiva, l'altra negativa . . E così facendo, lei stesso è stato costretto a riconoscere che la vita associativa può pure avere un effetto vìvificatore sulle nostre doti intellettualí. Anche se solo in pochi casi, ben determinati. Ma la semplice ammissione di questa possibilità, significa che il ruolo della società non è sempre, necessariamente, deleterio . . Esiste, infatti, una fqrma di comunicazione che, lungi dal deprimerla, esalta l'intelligenza; che non mortifica la nostra ragione, ma ne favorisce lo sviluppo . .

La circolazione di idee all'interno di un gruppo ristretto di persone, dotate di un buon cervello e abituate a usarlo, può dare risultati eccellenti, sono d'accordo con lei; purtroppo, ne convengo, queste condizioni si verificano molto di rado; ma si verificano . . Un esempio evidente é l'istruzione. Il più delle volte, a scuola e all'università, gli studenti non fanno che assorbire, con mente stolida, un insieme di nozioni semplici, quasi banali. Non esercitano la loro intelligenza, il loro spirito critico; né, del resto, sono stimolati a far IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO 125 lo. Ma in qualche caso l'istruzione riesce davvero a dare ai giovani l'occasione di sviluppare i loro talenti e una capacità di giudizio indipendente . . Mi sembra un esempio eloquente; la società, che nella maggior parte dei casi ha un influsso negativo, può in situazioni particolari, essere un moltiplicatore d'intelligenza e non d'imbecillità. 99 . La fiducia nella scuola che il professore dimostrava con la sua lettera, non era facile da smontare: tutta la sua vita era stata dedicata allo studio. Ma non sono molti a condividere la sua opinione. La scuola, infatti, è uno strumento potentissimo per livellare le doti intellettuali verso il basso. Specie ora che tutti gli istituti, università compresa, hanno raggiunto dimensioni smisurate. L'istruzione di massa, che nei paesi più avanzati è una realtà da circa due secoli, non ha fornito attive basi culturali; persino contro l'analfabetismo, hanno fatto di più i fotoromanzi e i fiimetti . . La scuola sforna persone che entrano nell'età adulta con un identico, scarso bagaglio nozíonistico; mentre le poche intelligenze notevoli, quei giovani curiosi e ricchi di capacità, vengono mortificati fin dall'infarizia, costretti a procedere al passo dei loro compagni più tardi . . Ashley Montagu ha esposto queste idee nel suo appassionato libro sulla neotenía (l'insieme dei caratteri infantili che conserviamo anche da adultí). In quelle pagine racconta che l'istruzione di massa rappresenta, di fatto, una delle ultime forme di 126 . . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO stragi rituali, perché indebolisce l'attitudine a pensare. La genialità, egli sostiene, è soffocata progressivamente, dalle elementari all'università, fino a che il bambino diventa un adulto capace solo di uniformarsi a comportamenti «socialmente accettati». La scuola, così, anziché essere una palestra dell'intelligenza, è una macelleria del genio . . Sono state finora individuate alcune caratteristiche delle associazioni úmáne, volte a incrementare il tasso di imbecillità . . Non si tratta di qualità negative, di errori evolutivi che hanno deturpato qualcosa che avrebbe potuto essere perfetto. La società non avrebbe potuto diventare altro. Il nostro modo di organizzarci è stato ed è lo strumento più efficace per quella selezione culturale che riduce l'intelligenza per salvare la specie (in tale rincretinimento di massa, detto senza ironia, c'è del genio). E questo è avvenuto in tempi molto più corti di quelli richiesti dalla selezione naturale che, per giungere allo stesso risultato, avrebbe impiegato ben più che pochi millenni . . t il momento, allora, di porci la domanda a lungo rinviata: se discendiamo dalla scimmia, come mai nessuno degli altri primati (gorilla, orango, scimpanzé) si è evoluto in ominide? Perché ci somigliano, ma non ci sono pari? Perché sono rimasti sulla soglia del genio, senza varcarla, come noi? .

«Una possibile risposta, mi pare», scriveva Carl Sagan in I dragbi deltEden, «è che gli uomini han IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO 127 no sistematicamente sterminato tutti quei primati che mostravano segni di intelligenza> Una continua potatura del genio altrui. E, taglia oggi, taglia domani, «abbiamo fatto indietreggiare le frontiere dell'intelligenza e della capacità di linguaggio dei primati non umani, fino al punto in cui l'intelligenza si è tatta appena riconoscibile». (Nulla di diverso da quanto facciamo a noi stessi, con il potere genio-riducente delle strutture sociali) . . E perché lo avremmo fatto? «Noi uomini», ragionava Sagan, «siamo forse stati gli agenti di una selezione naturale destinata a sopprimere la competizione intellettuale.» Detto con altre parole: a eliminare il vantaggio dell'intelligenza nella lotta per la vita, individuale e di specie . . E quanto continuiamo a fare. Basta vedere cosa accade non solo a noi stessi, ma anche agli altri animali, i più vicini a noi: quelli addomesticati . . L'uomo sembra davvero dotato di un tocco che rincretinisce. Persino le bestie più sveglie, se ci frequentano regolarmente, finiscono stupide. Sino a quando se ne stanno fra i loro simili, non succede nulla del genere. Ma più ci diventano amiche e devote, più le loro capacità cerebrali diminuiscono, al punto che un animale allo stato brado e il suo parente domestico non sembrano più esemplarí della stessa specie. Tra il musetto del micio di casa e il ghigno di quello selvatico c'è la differenza che passa tra un giocattolo e una belva . . E sono proprio gli animali più dotati di cervello ad amare (o sopportare) maggiormente la nostra 128 . . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO compagnia. L'ipotesi che l'uomo tenda ad aumentare il vantaggio datogli dall'intelligenza, cercando di ridurre quella di specie prossime alla sua, non regge: perché, allora, distruggerebbe anche la propria? Questo modo di agire ha senso soltanto se si ammette che egli davvero opera quale strumento di selezione naturale e culturale per ridimensionare la quantità e il potere dell'intelligenza sul pianeta Terra . . E se gli animali che ci frequentano rimbecilliscono, è appunto perché questa è la funzione che abbiamo. Quelli che si sottraggono alla nostra potatura cerebrale, di norma sono considerati 4(cattivi" e sterminati. Come il lupo, che oggi rischia l'estinzione. Quelli della sua specie che si sono assoggettati, hanno pagato la loro sopravvivenza con una pesante contrazione delle capacità intellettive, sono diventati cani e non corrono alcun pericolo di estinguersi . . Ogni animale ha necessità di provvedere a bisogni fondamentali: mangiare, difendersi (anche ríprodursi, ma per questo, normalmente, non può ricorrere a contributi esterni). Ad alcuni è stata offerta la possibilità di cavarsela da soli o di farsi aiutare dall'uomo: coabitare con lui, dipendere da lui, servirlo, e non doversi più preoccupare per vitto e alloggio . . Ma se delega a noi queste funzioni, il lupo non ha più occasione e necessità di affidarsi alla sua fiera natura e di svilupparla. Comincia così anche per lui una lenta decadenza: avrà la pappa pronta IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO 129 e il cervello spento. Noi abbiamo svolto, nei confronti del lupo, ormai mite cane domestico, una funzione simile a quella esercitata dalla società sui singoli individui della specie umana . . Sono state, infatti, selezionate, nel corso del tempo, razze canine diverse, ognuna delle quali con un compito limitato: cani da guardia e da difesa, da caccia e da pastore. Ognuno è stato programmato per eseguire una serie definita e specifica di azioni, e solo quella. E cane

addestrato a stanare le lepri non saprebbe riportarle al cacciatore, che poi le uccide. Per questi animali, l'intelligenza ferina non è più necessaria, basta che si adattino alle mansioni per le quali sono stati allevati . . E stato possibile calcolare di quanto la nostra azione addomesticatrice riduce il potere cerebrale delle bestie . . In Spagna esiste una sottospecie di gatto selvatico che non ha mai accettato contatti con gli esseri umani. Dei ricercatori, neurologi delle università di Madrid e di Memphis (Tennessee, Stati Uniti) hanno messo a confronto le capacità íntellettuali di questo felino con quelle del comune micio domestico. Il risultato è stato sorprendente . Nei millenni di convivenza con l'uomo, il gatto ha perso non soltanto un terzo della sua capacità cranica, ma anche circa la stessa percentuale di neuroni (le cellule cerebrali). Questo, a causa di un meccanismo biologico, semplice e spietato, che ha indotto le bestiole a sopprimere le cellule rivelatesi ormai superflue . 130 . . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO . Il processo di domesticazione ha risolto alcuni dei problemi per i quali i gatti, finché restano selvatici, devono impegnare tutte le loro risorse, non solo fisiche. Ma al felino, diventato mite ospite delle nostre case, è stata tolta la necessità di provvedere da solo a se stesso. E la selezione naturale ha, di conseguenza, eliminato caratteristiche e doti divenute inutili . . Sullo stesso filone di ricerca, esperimenti condotti presso l'università di Amburgo hanno dimostrato che anche altri animali, se addomesticati, perdono parte della loro capacità mentale. 19 lupo si riduce a cane, il muflone si trasforma in pecora, lo stallone in bestia da soma. In tutti questi casi, gli studi hanno rilevato che il dimagrimento del cervello è rapportabile a quello quantificato per A gatto: un terzo del peso . . Non è tutto. La materia cerebrale che rimane dopo tale ridimensionamento, ha circonvoluzioni meno profonde e incise. Questo confermerebbe che gli animali addomesticati "pensano meno" dei loro simili selvatici . . C'è ancora da aggiungere un dato significativo. Il calo percentuale di capacità cranica e di neuroni negli animali domestici, è proporzionale al tempo trascorso dal momento in cui hanno accettato di convivere con l'uomo e di subirne la tutela. In altre parole, i primi a divenire nostri amici e servi, sono più imbecillì di quelli ammaestrati di recente . . Questi studi dimostrano, oltre ogni possibilità di dubbio, che l'uomo ha svolto (e tuttora eser IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO E UN CRETINO 131 cita) una potentissima azione di potatura dell'intelligenza, non solo su di sé, quindi, ma anche attomo a sé . . E cervello esiste per risolvere problemi. t la sua ragion d'essere. Soltanto l'esercizio mantiene vivaci le capacità mentali . . Quando gli ostacoli che le stimolerebbero vengono superati in altro modo (per esempio grazie a interventi estemi o a risposte preconfezionate), l'intelligenza non è più necessaria. E sfiorisce . . Dei brillanti neurologi hanno scoperto come avviene negli animali domestici lo sfoltimento della materia grigia: per mezzo di una sorta di suicidio cellulare. Quando il cervello non utilizza più i suoi neuroni, o parte di essi, viene secreta una tossina che li distrugge, avvelenandoli .

. Nell'uomo, non risulta siano state condotte ricerche di questo tipo. Ma anche in noi sono all'opera meccanismi per la contrazione del potenziale intellettivo. Questa potrebbe essere una spiegazione, dal punto di vista evolutivo, di una malattia come il morbo di Alzheimer, che mortifica così ferocemente le capacità mentali di soggetti in età adulta . . Il cervello dell'uomo non può essere poi molto diverso, nelle funzioni fondamentali, da quello dei mammiferi superiori. Lo sosteneva anche Karl Popper, il grande filosofo della scienza, in Verso una teoria evoluzionistica della conoscenza. Pertanto, non è del tutto fuori luogo ipotizzare che, nella nostra specie, possa verificarsi un'autodistruzione delle cellule cerebrali . 132 . . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CREnNO . Alla nascita, il cervello degli animali addomesticati non è più piccolo di quello dei loro simili allo stato selvaggio. Il suicidio dei neuroni si verifica solo più tardi, nel corso dello sviluppo . . E quasi superfluo, a questo punto, notare che l'uomo è l'animale che ha in assoluto il più lungo periodo di addestramento, cui corrisponde anche una crescita piuttosto lenta della capacità cerebrale. Egli raggiunge la piena maturità intellettuale quando è circa a un quarto della vita: un record. E al termine del suo percorso formativo dispone di più cellule cerebrali di quante effettivamente ne utilizzi. Il morbo di Alzheimer potrebbe costituire il tentativo, da parte dell'índividuo adulto o anziano, di liberarsi dei neuroni superflui? . Ebbi l'occasione di esporre le mie idee a un neurologo. Mi stette a sentire, ogni tanto annuiva. Poi, quando stavo visibilmente per esaurire gli argomenti, alzò una mano, come per interrompermi, e aprì un,,cassetto della scrivania, per tirame fuori una radiografia . . Me la porse, mi chiese se ero in grado di leggerla. Era un cranio umanoi visto dall'alto; e l'interno, salvo un'area ristretta attomo alle pareti, era completamente nero. Alzai gli occhi verso il mio interlocutore con aria interrogativa, perplessa. Con pazienza, lui mi spiegò che la zona nera afl'íntemo del cranio era acqua. Quell'uomo, tranne una fascia marginale, non aveva cervello. Pure, si trattava di un adulto che aveva goduto di una vita normale, raggiungendo persino posizioni di re IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CRETINO 133 sponsabilità. Vedendomí stupito e quasi incredulo, il neurologo mi assicurò che buona parte del nostro cervello, in realtà, è «ridondante», che le nostre facoltà intellettuali sono molto più vaste di quanto ci serva. Il sovrappiù funziona da scorta, pronta all'uso, se qualcosa venisse danneggiata . . Chiesi conferma a un mio amico, valente neurochirurgo. «Nei testi», mi riferì, «è detto che, per una vita normale, potrebbe bastare una pellicola di corteccia cerebrale di appena 0,5 millimetri». Pensai che esagerasse, mi prendesse in giro. «E il resto acqua?», domandai. «Preferisci la segatura?», replicò . . Da qualsiasi lato girassi la questione, giungevo sempre allo stesso punto: l'uomo, allo stadio attuale della sua evoluzione, ha bisogno di una quantità limitata di materia cerebrale, e quindi di intelligenza . . Quello che è successo agli animali domestici si è verificato anche per noi. Già Darwin aveva avuto questa intuizione, quando affermò che possiamo essere paragonati alle bestie addomesticate da lunghíssímo tempo. In questo senso, anzi, nessuna lo è quanto noi . .

Il confronto tra gli effetti dell'addomesticamento sui cani, e della società sugli uomini, non è nuovo. Addestrare un animale vuol dire: educarlo a reagire, in modo prestabílito, a determinati stimoh. E cane allevato per fare la guardia è condizionato ad azzannare qualsiasi sconosciuto che si avventuri nel territorio da lui difeso . Allo stesso modo, l'uomo inserito nella società è 134 . . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CREHNO indotto a operare secondo le norme della funzione assegnatagli. Mediante regole, precetti, istruzione, abitudini, viene imposta tutta una serie di comportamenti cui attenersi * . . In entrambi i casi, l'intelligenza è superflua; cade in disuso o viene soppressa. Per dire di come il genio diminuisca nel tempo, lo scrittore argentino jorge Luis Borges, uno dei più grandi del xx secolo, mi spiegò che gli uomini di vero talento, in ogni epoca, sono contemporanei di altri vissuti nel passato, non di quelli dei loro giorni. Più acuta è la loro mente, più essi dialogano con una remota e «sparsa dinastia di solitari». Per trovare qualcuno al loro livello, devono risalire nei secoli (il meglio è alle spalle). «Persino Omero», osservò Borges, «fu costretto a raccontare di fatti accaduti quattrocento anni prima di lui.» . Sintetizzando: il percorso evolutivo della nostra specie, quanto alle capacità intellettuali, ha fatto segnare una crescente propensione all'aumento per milioni di anni. Poi la corsa si è arrestata, e la tendenza si è invertita. Questo è innegabile. La domanda, destinata a restare per noi senza risposta, è: questa diminuzione è stata solo un assestamento, un recedere dal troppo, o è l'inizio di un cammino in senso opposto a quello che ha guidato la nostra evoluzione? In altre parole, il declino dell'intelligenza continuerà sino alla totale scomparsa? . * Sull'azione di appiattimento cerebrale svolta dalla televisione si rimanda all'appendice a p. 163 . IL MIGLIOR AMICO DELL'UOMO t UN CFETINO 135 Ma è la scimmia che discende dall'uomo . 94 Quando lei, come ha fatto nelle sue ultime lettere, rinuncia, almeno in parte, al rigore quasi matematico delle dimostrazioni, riesce a risultare più convincente . . In questi giorni, ho dovuto ripercorrere il cammino della nostra piccola disputa epistolare. Ho pertanto riletto con attenzione tutte le sue lettere, e ho riguardato anche le minute di quelle che io le ho inviato. E riesaminando la nostra corrispondenza, mi si è formata nella mente come un'immagine, o una visione, se si vuole essere più poetici. Quella di uno scoglio nell'oceano; e la marea sale, sale finché, dello scoglio, solo la cima rimane al riparo dalle onde . . Le sue argomentazioni non hanno davvero intaccato nessuna delle mie certezze; i principi morali, le concezioni dell'uomo, dell'etica, della società, che ho elaborato in lunghi anni di studio, le idee cui ho in qualche modo votato la mia vita, non sono state certo scosse dalle sue parole . . Ma ho dovuto, quasi mio malgrado, almeno all'inizio, prendere atto di come si restringe sempre di più lo spazio, l'ambito in cui queste mie teorie si rivelano vere. Da qui la metafora dello scoglio . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 13 7 . lo ero sinceramente convinto che le mie idee dovessero valere per tutti gli uomini, per tutte le società. Nella mia opinione, l'intelligenza, la razionalità dovevano essere necessariamente il valore supremo nella vita di tutti. Certo, sono consapevole che, nella realtà, le cose non stanno così. So fin troppo bene che tante volt~ gli uomini si fanno guidare da passioni irrazionali, che ne offuscano il giudizio. Mi rendo conto, inoltre, dell'effetto repressivo della società, di come

spesso questa mortifichi le doti intellettuali dei singoli, costringendoli a uniformarsi a soluzioni prestabilite . . Ma credevo che tutte queste fossero eccezioni. In un certo senso, persino necessarie . . Al contrario, lei mi ha mostrato che questa è la norma per la stragrande maggioranza delle persone; e che intelligenza e razionalità caratterizzano solo una sparuta minoranza . . Ma almeno per questa, restano valori fondamentali. Non per tutti gli uomini, d'accordo; per pochi, ma i migliori . . E saranno loro la salvezza della specie. Quanto lei stesso ha detto riguardo a quei gruppi formati da persone di straordinaria intelligenza, mi ha confortato, mi ha dato speranza. Mi è parso di vedere, anche nel mare delle sue convinzioni, uno scoglio su cui possano sussistere idee diverse da quelle che ha fin qui esposto. I Socrate, i Leonardo: sono loro che danno senso all'umanità; non fa niente se sono rari . . Per questo io non posso seguirla; e allInterrogativo (in sé perfettamente legíttimo) che lei si pone e mi pone, devo rispondere che l'intelligenza non può essere destinata a finire. E se per assurdo lo fosse, questo coinciderebbe con la fine del genere umano. 99 138 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO . Avevo saputo fin dall'inizio che non sarei mai riuscito davvero a convincere il professore, a smuoverlo dalle sue certezze. Tutto sommato, non avevo nemmeno desiderato di farlo. Non condividevo la sua visione dell'uomo e della società: era certo seria e profonda, ma mi sembrava troppo ottimistica, consolatoria, inclinata più verso i desideri che i dati di fatto. Nella forma in cui l'aveva esposta, restava comunque una visione molto bella, nobile. Perché avrei dovuto cercare di confutarla? . In realtà, nell'impegnarmí in quella disputa a distanza, non mi ero prefisso nessuno scopo definito. Ero soddisfatto di poter dare espressione alle idee che avevano assorbito molte mie energie e mi avevano dato tanto da riflettere. Mi sentivo lusingato di poterne discorrere con un grande accademico, conosciuto e rispettato. Ma, mentre la nostra discussione progrediva, era sorta in me l'ambizione di scuotere, per quanto possibile, il convincimento profondo del professore, di indurlo a dubitare, almeno in parte, delle sue opinioni . . Sapevo che avrebbe continuato a considerarle valide. Ma sarebbe stata per me una conquista portarlo a riconoscere che le sue idee si applicavano a una minoranza di persone così ristretta, da poterla considerare trascurabile . . E ormai ritenevo di esserci quasi riuscito. Nella sua ultima lettera, il professore aveva ammesso che l'intelligenza caratterizza solo un piccolo numero di esseri umani. Questa sua affermazione MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 139 i mi sembrò un successo personale. E volli cercare di fare ancora un passo avanti, l'ultimo e definitivo. Riuscire a fargli dire che l'intelligenza è destinata a finire, perché è una dote provvisoria, del tutto strumentale nell'avventura della specie e, mi quanto non più necessaria, caduca . . In quegli anni si erano affermate nuove tecniche e metodologie scientifiche per investigare sull'origine dell'uomo e che si rifacevano alla biologia. Cercai di informarmi sui primi risultati cui erano giunte . .

Lo studio della genetica aveva fatto compiere un balzo in avanti alle conoscenze sulla nascita e l'evoluzione della specie umana, che fino ad allora si erano alimentate solo delle ricostruzioni ottenute dall'analisi di resti ossei e manufatti. Le scienze biologiche applicate all'archeologia e all'antropologia permettevano, invece, nuove, rivoluzionarie scoperte . . Ogni essere vivente è distinto da un patrimonio genetico originale. Si tratta di un insieme di dati e qualità ereditarie che racchiudono i caratteri fondamentali della specie e di cui quelli particolari di ogni individuo costituiscono una variante. Tutte queste informazioni sono contenute nel DNA, una grande molecola formata da una catena di proteine, disposte a doppia elica . . L'evoluzione della vita e il formarsi di tantissime specie diverse (animali e vegetali), si deve a una incessante serie di variazioni genetiche. Si è scoperto che tali mutazioni avvengono a intervalli 140 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO regolari di tempo. E, dal momento che l'origine della vita è una, si può stabilire, contando le differenze, quanto tempo è passato prima che da una specie ne sorgesse un'altra e quanto sono biologicamente (oltre che cronologicamente) distanti le varie forme di vita. Si è così accertato, per dire, quale grado di "parentela" ci sia fra l'uomo e la carota . . Queste metodologie vennero inizialmente applicate, in una sorta di lunghissimo rodaggio, a 18 mila specie di uccelli. E i risultati furono notevoli . . Le sorprese vennero quando si misero a confronto l'uomo e le grandi scimmie antropoidi, quelle più simili a noi. Furono paragonate alcune molecole proteiche di sangue umano, con quelle del sangue di scimpanzé. Le differenze si rivelarono minime. E patrimonio genetico dell'uomo è diverso da quello dello scimpanzé per meno del 2 per cento. Il valore del dato si comprende meglio, quando si aggiunge che tra alcune razze di cani ci sono difformità ben maggiori (quasi il doppio). Noi e gli scimpanzé siamo molto più simili, "fratelli", di quanto lo siano il bassotto e il pastore tedesco. Addirittura, lo scimpanzé è biologicamente più distante, più diverso dal gorilla che da noi . . Ma, per quanto stupefacenti fossero tali risultati, fu altro che lasciò gli studiosi (e non solo loro) a bocca aperta. Questo metodo di ricerca, chiamato 94 orologio biologico", rivelò che le due specie, la nostra e gli scimpanzé, si erano separate circa un MA t LA SCIMMIA CIIE DISCENDE DALL'UOMO 141 milione e mezzo di anni fa. «Ma quando nasceva lo scimpanzé, l'uomo esisteva ormai da molto tempo», mi spiegava anni fa, con infinita pazienza, il professore Giuseppe Sermonti, nel suo studio di docente di genetica all'Università di Perugía. «Soltanto se lo scimpanzé è il figlio e non il padre dell'uomo, i dati si rivelano giusti», concluse. Ero così stupito che, nell'articolo che poi ne scrissi, sbagliai tutti i nomi degli studiosi che Sermonti mi citò, tranne il suo (e a mio, la firma) . . Sarebbe quindi lo scimpanzé a discendere dall'uomo, e non viceversa. 0 quantomeno, lo scimpanzé si è sicuramente evoluto dopo di noi. (E provate a immaginare cosa avrebbe detto quella poverina della moglie del vescovo di Worcester) . . Questo apparirà meno strano, se si tiene conto che l'uomo è, tra gli animali, il meno "specializzato". Le altre specie hanno tutte caratteri definiti: sono carnivore o erbívore, predatrici o no, diurne o notturne, tropicali o polari... Ogni animale è costruito dall'evoluzione naturale per vivere in un determinato ambiente. Le nostre caratteristiche, invece, non

presuppongono alcuna specializzazione: l'uomo non è fatto per mangiare carne o verdure, per vivere all'equatore o al polo. Questo Midica che siamo una specie arcaica, non molto evoluta, in senso biologico, perché non abbiamo trovato ancora il nostro posto nella natura. L'essere umano possiede anche altri caratteri che vengono normalmente considerati propri delle specie primitive: nelle vene dell'adulto scorre ancora, Mi 142 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO minima parte, il sangue fetale; le femmine conservano l'imene; le dimensioni del cranio non aumentano molto dal neonato all'adulto (crescono molto di più nello scimpanzé) . . jared Diamond, docente di fisiologia all'University of California di Los Angeles, ha studiato approfonditamente la genetica umana in parallelo a quella delle grandi scimmie, fino a concludere che l'uomo potrebbe essere considerato una sorta di terzo scimpanzé, assieme allo scimpanzé comune e a quello pigmeo (il bonobo); tanto i rispettivi patrimoni genetici sono simili . . Le differenze, senza dubbio molto appariscenti, non sarebbero tanto di tipo biologico, quanto culturali. Infatti, l'essere umano ha potuto sviluppare capacità intellettuali maggiori di quelle del suo parente più stretto (lo scimpanzé), grazie al linguaggio complesso. L'uso sempre più elaborato della parola ci avrebbe consentito di potenziare le quafità cerebrali e di trasmettere ai nostri simili il risultato di esplorazioni e scoperte. In questo modo, le società umane hanno costruito culture sofisticate, diversificando la propria specie da quelle bíologicamente prossime . . Ma dopo la scoperta dell`orologio biologico" (e del fatto che siamo più anziani dello scimpanzé), l'uomo non può più essere ritenuto il punto culminante, il fine dell'evoluzione, perché altre specie sono nate dopo di lui, da lui . . Ma se le differenze da altri animali simili a noi sono soprattutto culturali e non naturali, vuol dire MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 143 che, più del sangue, ci fa diversi l'uso dell'intelfigenza. Se smettessimo di adoperarla, davvero poco ci distinguerebbe dagli scimpanzé. Ma è proprio in quella direzione che ci muoviamo. (Ricordate lo zio Vania che torna al ramo in Il più grande uomo scimmia del Pleistocene?) . . Forse è tempo che la natura torni a prevalere sulla cultura e la nostra specie rientri nell'equilibrio della vita, sul pianeta, senza più sconvolgerlo. Anche a costo di subire una drastica riduzione del volume cerebrale e delle facoltà intellettive; la diffusione di patologie che distruggono la materia grigia o causano una contrazione delle capacità mentali; il dilagare di strutture e comportamenti sociali che mortificano il genio individuale . . Tutte cose che possono dispiacere al mio amico professore e a pochi altri affezionati a quel delizioso giocattolo chiamato intelligenza. Ma per Mamma Evoluzione conta solo quello che è utile alla sopravvivenza della nostra e (visto che siamo diventati un pericolo) delle altre specie. A tal fine la stupidità fornisce garanzie maggiori dell'intelligenza. E vince nella lotta per la vita . . La risposta del professore questa volta fu molto breve . . Doveva venire a Roma, di h a poche settimane, per un convegno. Una circostanza particolarmente felice, diceva; perché la nostra discussione aveva toccato temi tali, da non poter più proseguire soltanto in via epistolare. Era necessario che ci incontrassímo .

144 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO . Fissava già l'apPuntamento, per le tre del pomeriggio di un giorno del mese seguente, nella hall del suo hótel. Avrei dovuto chiedere di lui al concierge, aggiungeva. Un dettaglio rivelatore del puntiglioso rigore e dell'amore per la chiarezza, che lo caratterizzavano non solo nel pensiero e nella attività di studioso e di docente, ma nella vita . . Ero rimasto in contatto con l'assistente di Lo-renz, ormai diventato lui stesso professore di scienze naturali. Gli scrissi -subito, per dirgli che finalmente avrei conosciuto questo personaggio, per me ancora misterioso. L'antico allievo di Lorenz aveva la passione molto austriaca della chiacchiera, se non del pettegolezzo; e il fatto di doversi limitare a esercitarla per lettera, non lo aveva trattenuto dal farmi qualche confidenza in modo, diceva lui, che sapessi con chi mi sarei dovuto misurare . . Apprendevo, così, che il professore veniva considerato una leggenda vivente, nella piccola comunità degli accademici austriaci. Non si era mai voluto sposare, nonostante, fino a qualche anno prima, non fossero mancate le ragazze e poi le signore ben disposte nei suoi confronti. Apprezzava talvolta la conversazione delle donne, ma si diceva che i rapporti con l'altro sesso (e, se è per questo, anche con il suo), non fossero mai andati oltre una frequentazione, diciamo, formale. Come se rifuggisse da contatti umani troppo ravvicinati, che rischiassero di scuotere la sua imperturbabilità. Era sempre cordiale con tut MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 145 ti, colleghi e allievi; ma con nessuno davvero in amicizia o in confidenza. Insomma, aveva costruito attorno a sé un muro, per impedirsi di provare emozioni troppo forti, che avrebbero indebolito la solidità del suo giudizio . . Aveva vissuto a lungo assieme al fratello, anch'egli professore universitario, ma di matematica; poi, dopo la sua morte, avvenuta pochi anni prima, era rimasto solo, in una grande casa al centro della città. Nonostante fossero di famiglia agiata, i áe fratelli non si erano mai serviti di camerieri o governanti; e anche ora, il professore badava da solo a se stesso e al grande appartamento . . La puntualità e la precisione delle sue abitudini, anche nelle piccole cose, era proverbiale. Arrivava nel suo ampio studio all'università sempre alla stessa ora, alle 9 precise. Teneva lezione, riceveva gli studenti, oppure studiava e scriveva, secondo i giorni. Alle 12, immancabilmente, andava in un caffè vicino all'università, dove si sedeva a un tavolino, sempre lo stesso, che il padrone gli riservava. Consumava un pasto leggero, non fosse stato per l'enorme gelato al caffè con cui lo concludeva. Non parlava con nessuno, durante quell'intervallo, limitandosi a scambiare qualche battuta sul tempo o sull'attualità politica con il padrone del caffè e con l'anziana cameriera che lo serviva. Mentre aspettava di mangiare, sorseggiando una birra scura, leggeva «Die Presse», l'autorevole quotidiano viennese di tendenze liberali. Alle 14 tornava all'università, dove restava fino alle 17 in 146 . . MA t LA SCIMMIA CIIE DISCENDE DALL'UOMO t punto, e prima di tornare a casa faceva una lunga passeggiata, sempre lungo lo stesso percorso . Queste confidenze mi impensierirono . . E mi infastidì scoprirmi ansioso quando mi recai da lui . .

Appena entrato nel grande albergo romano, dal gusto un po' decadente, dove alloggiava, mi diressi verso la reception. Il concierge mi fece segno di seguirlo e mi guidò verso l'angolo più lontano del grande salone . . Sprofondato in una poltrona di cuoio, un uomo anziano, dai capelli bianchi, lunghi e curati, leggeva attentamente «Die Presse». H concierge dovette richiamare la sua attenzione con un discreto colpo di tosse. Come ci vide, congedò il mio accompagnatore con un sorriso, si alzò in piedi, e si inchinò leggermente davanti a me, sbattendo appena i tacchi (davvero, o mi aspettavo che lo facesse?) Mi accolse col classico, antico saluto austriaco: «Servus» . . M invitò a sedere al suo fianco. Lo osservavo intensamente, cercando di comprendere qualcosa di lui, prima ancora che cominciasse a parlare . . Dimostrava un'età indefinita: chiaramente al di sopra dei sessanta, non si poteva dire con certezza di quanto h avesse superati. Non era alto, e il fisico lasciava ancora trasparire una certa giovanile agilità. Ricordai che l'assistente di Lorenz mi aveva spiegato come il professore fosse un appassionato delle escursioni in montagna. Ma la cosa che colpiva di più erano gli occhi: chiari, limpidi, MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 147 volti a scrutare l'interlocutore fin nelle sue profondità, con innocente insistenza . . NE trasse dall'imbarazzo cominciando subito a parlare. Mi raccontò della sua amicizia con Konrad Lorenz, dell'affetto che h aveva uniti. I suoi studi di etica, di filosofia del diritto, di scienze sociali, affermò, dovevano molto al legame con lui, alle lunghe discussioni insieme. Le indagini di Lorenz sugli animali avevano influenzato le sue ricerche sull'uomo e sulla società umana . . Il professore parlava come scriveva; un tedesco preciso, con frasi elaborate, senza risultare stucchevole. Discorreva velocemente, ma non c'era una parola di troppo, una frase fuori posto. Aveva un accento molto marcato, che non riuscii a individuare . . Durante una di quelle loro conversazioni, continuò, il suo amico Lorenz gli aveva parlato di un giornalista italiano che, prima timidamente, poi prendendo sempre più coraggio, gli aveva esposto certe sue idee sull'evoluzione e sul destino della specie umana; in particolare di come, a suo parere, l'intelligenza fosse ormai condannata all'estinzione. Secondo Lorenz, erano considerazioni meno bizzarre di quanto potessero sembrare; c'era in esse qualcosa di sensato, e forse meritava dedicare un po' di attenzione a questo tema . . «E un argomento che riguarda i miei studi molto da vicino. Come forse saprà», disse piegando leggermente il capo, «uno dei postulati su cui si 148 . . MA là LA SCIMMIA CIAE DISCENDE DALL'UOMO basano le mie concezioni dell'uomo e della morale, è che siamo esseri razionali e dobbiamo sempre esercitare le nostre capacità critiche. Semplificando, comportarsi bene vuol dire prima di tutto riuscire a comprendere cosa è bene e cosa è male. Ora, se l'intelligenza, la razionalità, fossero solo una condizione passeggera, lei capisce che questi presupposti andrebbero almeno rivisti.» . M guardò negli occhi, sorridendo. «Il mio amico Konrad era spiritoso, e si divertiva a mettermi in difficoltà, fin da quando eravamo studenti. Voleva vedere come me la sarei cavata con le sue teorie», disse, puntandomi contro l'indice, «come sarei riuscito a trovare un'argomentazione che potesse confutare la sua strana congettura sulla fine dell'intelligenza> . Poi la salute di Lorenz iniziò a peggiorare. 19 discorso sulla fine dell'intelligenza cadde . .

Ma, nonostante la scomparsa del suo grande amico, il professore non aveva dimenticato. E quando ne ebbe l'occasione, cercò il modo di mettersi in contatto con me . Iniziò così la nostra corrispondenza . . «Io devo sinceramente ringraziarla», mi disse, «perché questa nostra disputa mi ha indotto a prestare attenzione a dettagli che reputavo, a torto, marginali. Ho così riflettuto su alcune cose che, lo confesso, mi erano sfuggite.» Ora il suo sguardo sembrava cercare un orizzonte lontano da fissare . . «Temo di essere ormai troppo vecchio per dedicarmi a una materia tanto vasta come le scienze MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 149 biologiche. Ma ho sempre cercato di avere molti interessi, al di là del mio ambito specifico. Per studiare l'uomo, la sua morale, la società che ha costruito, le scienze naturali possono essere molto utili, perché ci mostrano le cose da un'altra angolazione; rivelano aspetti fondamentali della natura umana, che altrimenti resterebbero nascosti per noi fflosofi.» . Continuava a parlare, e io lo ascoltavo affascinato. E suo eloquio metodico, ma non privo di bellezza, mi aveva conquistato; e del resto, per seguire passo dopo passo A filo dei suoi pensieri, in tedesco, dovevo proprio concentrarmi . . A un certo punto, fece una pausa più lunga. Si sistemò comodamente sulla sedia e mi disse: «Ma io sono stato terribilmente scortese! Non le ho ancora offerto nulla da bere; cosa gradisce?». Avrei preso un caffè; lui guardò l'orologio, e annunciò che, secondo le sue abitudini, era troppo tardi per il caffè. Mi avrebbe fatto compagnia con una birra leggera . . Mentre la sorseggiava con gusto, riprese a parlare: «Io sono certo che lei, con l'incontro di oggi, si riprometteva di risolvere la nostra disputa sulla questione che le sta a cuore: la fine defl'íntelhgenza! » . . Potevo negare? Confessai che il mio proposito era stato proprio quello; ma ora mi sembrava che le mie idee perdessero importanza, tanto era piacevole starlo ad ascoltare . «Vede, caro amico», continuò (ed era la prima 150 . . MA t LA SCIMMIA CIAE DISCENDE DALL'UOMO L volta che mi chiamava così), «le questioni, in particolare quelle così complesse, non si possono davvero mai risolvere. Se ne parla, se ne discute, ed è tutto quello che possiamo fare. A chi cerca la verità assoluta, questo può sembrare poco. Invece è tantissimo. t molto giusto e ragionevole dire che fu il linguaggio a fare di noi esseri umani quello che siamo adesso. La parola: il confronto, il dialogo. Qui sta l'essenza deH'umanítà.» Altra pausa, lunga sorsata di birra . . «E il nostro scambio epistolare mi ha raflegrato perché è stato un interessante dibattito. Abbiamo confrontato le nostre idee; ci siamo comunicati, senza nemmeno conoscerci personalmente, le nostre opinioni e non solo. Ciò prova che eravamo tutti e due sicuri dell'importanza di questa disputa; sapevamo che era in gioco qualcosa di vitale.» . Sentivo che stava arrivando al punto focale del nostro incontro . . «Ma le convinzioni più profonde non possono cambiare», continuò. «Io posso metterle in discussione, solo nel senso che accetto di parlarne, riesaminarle alla luce di un diverso punto di vista; non per rinunciarvi davvero. Lei mi ha esposto la sua tesi in modo accattivante; ma mi dica: ne è proprio convinto? Pensa sul serio che la nostra intellígenza sia condannata all'estinzione?» .

Non mi aspettavo una domanda così diretta. E professore mi aveva spiazzato. Riuscii solo ad assentire, senza dire una parola. Poi, intercettai il MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 151 suo sguardo benevolo, ma curioso: lui aspettava una risposta vera. E mi feci coraggio . . «Sì, professore. Queste idee sono nate come un dubbio, un divertente sospetto. Poi, riflettendoci, elaborandole, cercando le conferme nei libri di chi ne sapeva più di me, mi sono convinto che a quella intuizione corrispondeva una verità.» Scrutai l'effetto delle mie parole sul volto del professore. Sì, era davvero interessato. Continuai: . «Vede, mi rendo conto che si tratta di una teoria paradossale, e forse troppo perché possa essere accettata. E probabile che la sua base scientifica non sia poi così sicura. Ma mi sembra la spiegazione migliore di una serie di fenomeni. Prima di tutto della dilagante ímbecillità, che ci rende la vita più misera. Poi dell'indifferenza, della volgarità diffusa, che distruggono piccole cose di grande civiltà che solo il genio poteva inventare: la gentilezza, l'attenzione per l'altro, la cui vita riempie anche la nostra. Solo una specie stupida, autolesionista, può impoverirsi così. E poi la ferocia, professore. Uno dei punti da cui sono partito è stato l'Olocausto. NE chiedevo cosa potesse spingere l'uomo a pianificare lo sterminío dei suoi simili, a coltivare il razzismo. Il giorno dopo il mio incontro con Lorenz, ebbi una lunga conversazione (la prima di una piccola serie) con Simon Wiesenthal, il cacciatore di criminali nazisti. E lui mi raccontò della sua delusione quando, dopo essere riuscito a portare davanti a un tribunale di Israele il regista della--soluzionefinale", Adolf Eichmann, ne sco 152 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO prì la nullità: "Chi, questo?", continuava a domandarsi. Capì allora, io con lui, che solo la stupidità può essere così feroce. E che l'intelligenza è -pericolosa, - se mette a disposizione degl'imbecilli un potere immenso», . . Il professore assenti, accarezzandosi le labbra E mi rispose: . «Io, in vagone letto, non sono mai riuscito a dormire bene. A dir la verità, per riposare davvero ho bisogno della mia casa, del mio letto. E mentre viaggiavo verso Roma, non potevo fare a meno di ripensare alle sue lettere, alla s ' ua originale teoria . All'improvviso, mi è sembrato che non fosse la prima volta che ne sentivo parlare. Ho compreso che, quanto lei ha escogitato, era già stato detto molto tempo fa» . . A questo non ero preparato. Avrei accettato delle critiche che smontassero "tecnicaruente" la mia ipotesi. Ma mi seccava sentir dire che, nella sostanza, potevo aver copiato . . E professore notò, naturalmente, il mio imbarazzo: «E sorpreso? Si chiede a cosa sto pensando?». Annuii. E che altro? «Eppure è tanto semplice! Ma le confesso che anche a me è ve nuto in mente, come ho detto, solo la scorsa notte.» . Mi ero spinto a sedere sul margine. della poltrona, proteso verso di lui . «Ricorda il mito di Dedalo?», chiese . «Sì, certo.» Gli angoli della sua bocca si sollevarono leg MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 153 germente, mentre chinava il capo, in cenno d'assenso . . «Naturalmente. Spero non le dispiacerà se glielo racconterò di nuovo, con una chiave di lettura un po' diversa, ma, a questo punto, più vera, ritengo. Vedrà, quanto sto per dirle si accorda molto bene con le sue strane idee> . E professore si interruppe ancora, portando alla bocca il bicchiere di birra, che vuotò con una lunga sorsata . .

«I greci, nei loro miti, hanno dato espressione a un insieme ricchissimo e complesso di concezioni sull'uorno, sulla vita, sulla società. Quei racconti non sono creazione di un individuo; non hanno un singolo autore. Sono il costrutto di un intero popolo, di una collettività, di cui ritroviamo, nelle vicende e nei personaggi mitologici, la psicologia, i desideri e le paure ancestrafi. Con i miti, i greci esprimevano cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. E il bambino doveva impararli a memoria, perché avevano funzione educativa. Penso che su questo lei sarà d'accordo con me.» . Non era una domanda, ma una constatazione. Non richiedeva una risposta. Restai in silenzio, e lui continuò. Parlava, orinai, come se stesse facendo lezione; il suo tono era accattivante, privo di esitazioni . . «Dedalo rappresenta l'intelligenza creativa, il genio sempre volto a nuovi progetti. Per questo il re di Creta, Minosse, incarnazione mitologica 154 . . MA t LA SCIMMIA CIAE DISCENDE DALL'UOMO i 1k- I\ della giustizia, lo incarica di costruire il labirinto (nelle cui circonvoluzioni, lei può vedere l'effigie del cervello, se vuole). A cosa serviva il labirinto?» Anche questa volta, nonostante il tono interrogativo, la domanda era solo apparente; prima che potessi aprire bocca, il professore aveva _già ricominciato . . «Nel labirinto era prigioniero A Minotauro, mostro metà uomo e metà toro. Il Minotauro partecipa della natura dell'animale e di quella umana. Ha una forza smisurata; non frena i propri impulsi; non domina il suo potere e i suoi desideri. Il Minotauro è l'essere umano non guidato dalla ragione; siamo noi sino a quando la razionalítà.non interviene a governare l'istinto, il sentimento. L'intelligenza di Dedalo (e la sua, e la mia) serve a controllare la natura bestiale dell'uomo. Questo è il signifi cato ' della prima parte del mito.» . Fece una pausa, per accertarsi che stessi seguendo il ragionamento. Quando un mio cenno lo rassicurò, proseguì . . «Ma Dedalo aiutò Arianna e Teseo a violare il labirinto; non ci interessa soffermarci su questa parte del racconto, che invece ha sollecitato molto l'immaginazione di poeti, musicisti e pittori. L'importante è che Dedalo viene meno al compito, al dovere, della ragione umana: tenere a freno la nostra componente bestiale. Per questo Minosse lo punisce, rinchiudendolo nel labirinto assieme al figlio Icaro. Ma l'intelligenza, l'energia creativa può affrontare ogni ostacolo; e Dedalo non si lascia MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 155 sgomentare: trova il modo di uscire dal labirinto. Con delle piume tenute insieme dalla cera, costruísce due paia di ah (le ali del genio, se crede, con cui si può sfuggire al nostro bestiale retaggio). E padre e figlio si salvano in volo.» . Forse cominciavo a capire dove portava il suo ragionamento . . «Dedalo ammonisce Icaro di non volare troppo in alto, altrimenti il calore del sole avrebbe sciolto la cera, facendolo precipitare. La fine è nota. Icaro ignorò l'ammonimento paterno, e cadde in mare. Secondo lei, qual è il significato di tutto questo?» . «Professore,» esclamai, allargando le braccia, «credo di aver compreso; ma vorrei sentirlo da lei! » . Sorrise. (In fondo gli sarebbe dispiaciuto se gli avessi sottratto proprio la conclusione). «I greci hanno espresso così il tabù dell'intelligenza: non è vero che non ha limiti; h ha e non deve superarh, pena l'autodistruzione. Insomma,» concluse, «è la stessa cosa che sostiene lei: troppa intelligenza fa male; c'è un confine oltre il quale la ragione umana non è più un vantaggio, ma un danno. E guardi che non è solo il mito di Dedalo a dirci questo. Nella nostra cultura, la condanna della pretesa umana di voler "sapere troppo" è espressa in molti modi. t il peccato che sconta Prometeo. t per questo che Adamo ed Eva sono espulsi dafl'Eden.» .

«Ma allora, professore, alla fine lei mi dà ragione?» Mi sembrava incredibile, ero sbalordito . «In un certo senso, sì.» Adesso aveva unito le 156 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO punte delle dita, e le guardava pensosamente. «Ma, mi capisca bene: solo in un certo senso. L'intelligenza, ripeto, ha dei limiti, e occorre che ne sia perfettamente consapevole. L'uomo deve guarire dal suo delirio di onnipotenza, dall'illusione di poter fare tutto ciò che vuole, Se non capisce questo, prima o poi, si distruggerà. Non siamo onnipotenti e non lo diventeremo mai, nonostante le conquiste della nostra intelligenza. Sono, dunque, prontissimo a darle ragione su due punti. Primo:» e alzò il pollice di fronte al viso, «una riduzione delle capacità intellettuali della nostra specie c'è indubbiamente stata, ma ha avuto un valore positivo; forse, dopo tutto, ci ha davvero salvati dall'estinzione. Secondo:» e sollevò pure l'indice, «la natura, ma in modo particolare la cultura, la società umana, non agiscono in modo da potenziare le nostre doti intellettuali; al contrario, le mortificano sistematicamente. Come dice lei, ci rendono irnbecilli.» . Non poteva essere vero. Ero riuscito a persuadere il professore? No, non era come pensavo . . «Ma queste due idee, questi due assunti fondamentali, se vogliamo chiamarli così, cosa dimostraiao?», mi chiese . . «Io una conclusione l'ho già tratta, professore. t lei che deve dirmi cosa, a suo parere, dimostrano o non dimostrano i due assunti.» . «Non dimostrano assolutamente nulla!», disse ridendo e agitando- le braccia. «Sono solo delle MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 157 ~ 9 constatazioni, dei dati di fatto. A partire dai quali, lei ha costruito una brillante teoria. E io la ringrazio di avermi dedicato tanto del suo tempo, per espormi le sue idee. Ma resto della mia opinione. Forse troppa intelligenza (specie se usata a sproposito) è un fatto negativo. Ma è tutto quello che abbiamo: rimane e rimarrà la nostra ricchezza, quello che ci salva. Sì, lo sono convinto di questo> . Lo confesso, per un attimo mi ero esaltato al pensiero di essere riuscito a portare sulle mie posizioni uno stimato professore di filosofia. Adesso ero infastidito dalla delusione . . E professore dovette accorgersene, perché s?'sporse verso di me, facendomi un gesto consolatorio . . «Non se la prenda. Le mie opinioni sono buone quanto le sue. Quando si costruiscono delle teorie così generali, nessuno può essere sicuro di niente. Le ripeto, le sue idee sono brillanti e ben congegnate. Saranno vere? Le cose staranno davvero come lei crede? Nessuno può saperlo. E anch'io devo riconoscere, pur pensandola diversamente, che quanto lei dice è molto probabile. Forse l'intelligenza è davvero destinata a finire.» . Ci fu un lungo silenzio. Il professore si lasciò andare contro lo schienale della poltrona. Respirò profondamente e lasciò cadere le mani sulle gambe . . Evidentemente considerava chiuso il discorso. E mi dispiacque doverlo lasciare, quando, poco dopo, con estrema cortesia, mi fece capire che doveva tornare al suo convegno . 158 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO Z . Era uscito da pochi istanti, e già mi sembrava appartenesse a un tempo remoto; ne avvertivo l'immagine e il ricordo come se non fosse mai esistito: così vero, reale, dímostrabde era tutto quello che riguardava il mio incontro con Lorenz, tanto evanescenti risultavano sia la lunga disputa epistolare con il professore che la conversazione appena avvenuta. Egli avrebbe potuto essere null'altro che la proiezione di una parte di me stesso: da un lato, io e quello che so

(l'evoluzione sopprime il genio umano, perché non più necessario); dall'altro, il professore, incarnazione di quello che desidero (giocare senza fine con l'intelligenza e le sue possibilità; anche se l'unico gioco che la vita ama è continuare a tramandarsi, non~a pensare) . . «E vero, professore,» mormorai, come se lui ci fosse, potesse ascoltarmi, «nessuno di noi vivrà abbastanza per vedere come finirà> . Questo era stato il primo argomento sleale usato dal mio interlocutore in tutta la nostra discussione. Ma non avevo replicato: non potevo chiedergli di buttare i valori cui aveva dedicato una vita di studi; né aveva senso ricordargli quello che lui sapeva meglio di me: il nostro compito non è aspettare gli eventi, ma prevederli (raccoghere indizi, formulare ipotesi, giungere a conclusioni attendibili). Null'altro si propone la scienza. Ogni formula, ogni legge matematica, fisica, chimica, non è che lo strumento per anticipare un risultato, a partire da alcuni dati . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO 159 . E in me era nato il sospetto che non avesse più nulla a che fare con l'intelligenza, un essere il cui percorso evolutivo elimina l'esemplare più cervelluto, favorisce la diffusione del più scemo e di strutture organizzative stupide, rette da dementi, distrugge (anche con lo sterminio intraspecifico e la morbilità epidemica e no) tutto ciò che ostacola 9 dilagare dell'imbecillità . . E dubbio era venuto anche agli scienziati della NASA, l'ente spaziale statunitense. Ne avevo la prova in tasca (un flash d'agenzia), ma non l'avevo mostrata al professore, perché non sarebbe servito a nulla, ormai. Al più sofisticato satellite artificiale fino ad allora costruito, i cervelloní dell'Olimpo della cosmonautica avevano affidato una missione all'apparenza incredibile, ma che tale non doveva essere per i suoi promotori. E lo si vedeva dal malcelato orgoglio con cui il direttore dell'ambizioso progetto, Torrence Johnson, ne annunciava i risultati al mondo, in una conferenza stampa: «Possiamo esserne certi: il robot cosmico ci ha fornito le prove che sulla Terra vivono esseri intelligenti» . . Suona strano che, su questo, abbia bisogno di essere rassicurata proprio la NASA, che vanta una delle più alte concentrazioni di cervelli a metro quadro. E mette i brividi il tono celebratorío della dichiarazione di Torrence johnson: le cose morte si celebrano . . Resta da aggiungere un'osservazione che ridimensiona la portata della scoperta della NASA . 160 . . MA t LA SCIMMIA CHE DISCENDE DALL'UOMO Il robot cosmico, dotato di (e in collegamento con) apparecchi elettronici in grado di elaborare una mostruosa quantità di informazioni al secondo, per avere la certezza che sul nostro pianeta ci fossero tracce di intelligenza, aveva impiegato tre anni (avete letto bene: tre anni) . . Accartocciai, in tasca, il flash d'agenzia e, mentre uscivo dall'albergo, lo buttai nel cestino-della carta straccia. Non mi serviva più per dimostrare che solo la cosmologia (e con quale fatica) era in grado di scovare qualche segno di genialità sul pianeta. Sapevo quale nuova disciplina avrebbe tentato l'impresa: l'archeologia . Appendice Perché la TV ci imbroglia . La televisione è deficiente, dice nonna Franca. E io vi scrivo dall'unico Paese al mondo governato dalla televisione. Che è anche pericolosa. E una delle più severe coscienze dell'ultimo secolo, il filosofo Karl Popper, chiedeva almeno un riguardo per le nuove generazioni, forse ritenendo le vecchie già compromesse . .

Per questo, mamma Veronica manda i suoi figli alla scuola steineriana, i cui canoni educativi condannano ed escludono la TV. Nelle famiglie, oggi, si parla poco.. . . Il marito di nonna Franca è Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica italiana che ha nominato primo ministro Silvio Berlusconi, marito di Veronica, padre dei pargoli TV-esentí, padrone di tutte le reti televisive private del mio Paese e adesso pure controllore-, quale capo del governo, di tutte quelle pubbliche . . Il marito della signora Franca non aveva scelta: gli italiani hanno votato per "il partito della televisione" e Berlusconi, entrato in politica per salvare le sue TV, si è salvato con le TV. Non era mai successo che si votasse con il telecomando . . Berlusconi non ammette che le sue televisioni gli hanno fatto conquistare voti (però le vuole e le usa), e si lamenta, perché due soli programmi a lui ostili, alla vigilia delle elezioni, gli avrebbero fatto perdere milioni di voti. Persino se questa sciocchezza fosse vera (lo schermo non dà, può solo togliere), il potere della televisione resterebbe enorme . . t una situazione unica al mondo. L'Italia è ora un laboratorio per gli studiosi del rapporto fra informazione e politica. Negli altri Paesi democratici, il legislatore pone limiti alla proprietà di strumenti informativi così potenti. In Spagna, il Paese più generoso (esclusa l'Italia), nessuno può possedere più del 49 per cento di un solo canale televisivo; altrove le quote sono più basse, e si ritiene sconveniente che chi ha mezzi di informazione, si candidi a cariche pubbliche. L'esclusione potrebbe apparire ingiusta. Non lo è. Anzi, è figlia di un'idea molto alta dell'informazione: chi ha il privilegio di gestirla, detiene già un potere pubblico (cioè: di tutti) e non può pretendere di averne anche un altro . . La televisione non può essere né scema né intelligente: è un utensile (che, per definizione scientifica, «può essere adoperato anche da un idiota»). Quelli che fanno televisione non sono più stupidi o più geniali degli altri. La potenza del mezzo può esaltare le loro azioni e farli sembrare più brillanti, ma è solo un inganno della percezione . . A Piero Angela, il nostro migliore divulgatore scientifico televisivo, il figlio di un collega chiese: «t vero che tu sei il più bravo a raccontare la scienza?». «No», rispose lui, con onestà, «il migliore è un altro, ma io sono più visto, e sembro più bravo.» . Per la stessa ragione (una sorta di elefantiasi percettiva), quando uno appare cretino in televisione, lo sembra in modo irrecuperabile . . Questo inganno dei sensi facílita la comprensione: anche la lingua e, in certe condizioni, la vista (e credo pure il tatto) trasmettono al nostro cervello una percezione delle dimensioni maggiorata rispetto alla realtà. t come se il nostro sistema ricettivo dovesse gridare, ingrandire le cose, per farcele capire (ci conosce bene ... ) . . La televisione lo fa con maggior potenza. E con un inganno, perché ci dà parole e immagini. Nella nostra evoluzione da microbi a esseri umani, abbiamo sviluppato prima la capacità di vedere, poi quella di parlare. Il nostro cervello era già attrezzato a percepire le immagini, quando non era ancora in grado di concepire la parola . . Così, le immagini viaggiano più rapide nella nostra testa (anche senza considerare che la velocità della luce è un milione di volte maggiore di quella del suono): esse arrivano, per una scorciatoia, in una zona più antica del nostro cervello e generano reazioni, mentre la corteccia (più nuova e selettiva) deve ancora elaborarle e selezionare una rispqsta .

. E questo che ci fa uomini. Ma è per questo che mentre le parole ci pongono domande (sono discutibili), le immagini sembrano darci risposte e sono ricevute senza essere criticate . . Riassumo: la parte più recente del nostro cervello, quella umana, dà risposte più lente, ma ragionate (l'ombra di un uomo alle tue spalle con un braccio alzato: è tuo padre che sta per accarezzarti? No: un delinquente che ti pugnala, ma ci hai pensato troppo e orinai è tardi ... ); la parte più vecchia del nostro cervello, di quando eravamo rettili e poi mammiferi non pensanti, dà risposte più veloci e meno analitiche (Fombra di un uomo alle tue spalle, con un braccio alzato: un delinquente vuole pugnalarti. Ti giri di scatto e lo accoltelli: sei stato troppo precipitoso, era tuo padre che voleva accarezzarti) . . La televisione, con le immagini, agisce sulla regione più istintiva, al punto da generare effetti ipnotici che creano videodipendenza, secondo i meccanismi dell'oríenting response (risposta orientata, riflesso condizionato), descritti da Ivan Pavlov. Lo sostengono, nel più recente studio sull'argomento, due ricercatori americani, Robert Kubey e Mihaly Csikszentmihaly. Ora penserete: questo cognome è troppo strano per essere vero; oltretutto, nella parte finale, ricopia il nome... t un sospetto che ho avuto anch'io . Ma la rivista «Le Scienze» è seria, non fa scherzi. AJIora perché abbiamo dubitato dell'esistenza di Csikszentmihaly? Perché abbiamo letto e visto scritto il suo nome. In televisione, avremmo visto e ascoltato un uomo che ci veniva presentato come lo scienziato Csikszentmihaly (ma se non lo conoscete già, come fate a dire che non è un commercialista di Bilbao?). E non solo nessuno si sarebbe chiesto: «Esiste Csikszentmilialy?», ma tutti avrebbero testimoniato: c'è, e io l'ho visto . . Questo è A potere della televisione, questo il potere di Berlusconi: un uomo che dice e si contraddice senza problemi (nel senso che non se ne pone e non gliene pongono), ma appare, con un look studiatissimo, maniacale e orinai leggendario, rassicurante e credibile. Perché solo il sette per cento della comunicazione passa attraverso le parole, il resto è trasmesso e recepito in modo inconscio (e quindi non "criticabde"), con le immagini, i toni, la gestualità . . Questa è la ragione per cui le parole generano sospetti e le immagini certezze. Ed è la ragione per cui, in TV, suona affidabile anche chi è stato scoperto a testimoniare il falso sotto giuramento, in tribunale . . La televisione riduce il linguaggio a suono ed esalta le immagini a verità. Per questo, quando il mio collega e maestro, Sergio Zavoli, mi chiese di aiutarlo in una grande inchiesta televisiva a puntate sul Sud d'Italia, lavorammo un anno e APPENDICE - PERCEt LA TV CI IMBROGLIA 167 1 oltre a scrivere i testi per più di dieci ore di trasmissione. E altrettanto a cancellarli e sostituirli con immagini. Alla fine, di scritto, rimase poco. E quando la casa editrice collegata alla televisione pubblica ci chiese i testi, per farne un libro, risposi: «Sì, ma di fotografie ... ». Ho la presunzione di aver dimostrato (sulle spalle dei giganti, da Darwin a Konrad Lorenz), che l'intelligenza è una dote temporanea e calante della nostra specie, che può salvarsi solo se rincretinisce . . Ma la televisione è innocente: è solo lo strumento più potente finora inventato, per aiutare Mamma Evoluzione nel lavoro di potatura cerebrale dell'homo sapiens. Parlame male è stupido e inutile. 19 prodotto televisivo, poi, è tanto più riuscito, quanto più alto è il numero di individui che lo vedono. Ma la quantità di persone in grado di comprendere un messaggio è tanto maggiore, quanto più elementare è il messaggio. Da qui la tendenza verso il basso dei contenuti televisivi. Sono un giornalista di carta stampata (irrilevanti le mie incursioni nell'etere). Questo

mi rende sospetto, se parlo di televisione: chi scrive per essere letto (e chi legge), si crede più colto di chi scrive per essere ascoltato (o ascolta). Non è così: la complessità è della parola e l'immediatezza è dell'immagine (la prima dubita, la seconda non pensa). Ma chi non si rassegna, sostiene che si tende a somigliare ai materiali con cui si lavora.. . . La nostra specie ci ha messo milioni di anni a conquistare la stupidità, che è comoda. La televisione è uno dei mezzi con cui ce la godiamo. Ma è altrettanto potente quando la usiamo con intelligenza (qualcuno, ancora, si diverte ... ). Finché ce n'è . Pino Aprile