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Pètr Demianovic Uspenskij - La strana vita di Ivan Osokin

La strana vita di Ivan Osokin

Questo romanzo breve è una delle tante sorprese che possono emergere da quella terra letteraria incantata che fu la belle èpoque russa. Pètr Demianovic Uspenskij nacque a Mosca nel 1878; nel 1909 aveva scritto il volume sulla teoria matematica della quarta dimensione, che influì sulla teoria dell’arte e accese la vena speculativa di Pavel Florenskij. Nel 1912 compose una somma della sua filosofia, Tertium Organon, e partì, come a concludere un tempo della sua vita, per l’Egitto e l’India. Aprendo le prospettive della quarta dimensione egli aveva spalancato su quegli spazi la segreta in cui il positivismo voleva rinchiudere l’uomo. Ora cercava la guida che lo conducesse per quelle terre incognite. Tornato in Russia, attraeva folle alle sue conferenze: la sua chiarezza matematica era animata dall’estro del favolista e del narratore; ma ancora cercava una guida ulteriore. Si aggiravano in quegli anni a S. Pietroburgo Grigorij Rasputin. Il santo siberiano, e il dottor Badmaiev, il terapeuta mongolo; ma il suo maestro Gurjeev, terzo tra costoro, Uspenskij lo incontrò nel 1915 a un tavolino d’un caffè sulla Neva: veniva dal Caucaso, era greco, aveva avuto iniziazioni sufi(forse zoroastriane) nel Pamir. Come lo vide, di schianto Uspenskij gli offrì la propria mente colta e delicata da plasmare, le proprie energie da dirigere, tutto se stesso. La guerra civile li cacciò dalla Russia. Per sua fortuna, Uspenskij trovò che nel frattempo i suoi libri erano stati tradotti in Inghilterra, procurandogli una cerchia di devoti; così potè impiantarsi a Londra, mentre Gurjeev teneva scuola di danza e trasmutazione vicino Parigi. A poco a poco Uspenskij si rifece una persona letteraria in inglese, riscrivendo e rivivendo per la seconda volta tutto ciò che aveva scritto e vissuto nell’anteguerra sanpietroburghese. Questo romanzo fu ripreso dall’originale russo, apparso col titolo di Kinemadrama, e fu approntato per il 1947; in quell’anno esso appariva e Uspenskij moriva. A V.S. Pritchett parve che il nucleo dell’opera fosse “il sentimento di sospensione del momento presente, simile ad una stilla di pioggia in bilico sul vetro, la quale racchiude in se stessa un intero mondo”. Vi si osa porre la domanda se l’arbitrio umano sia libero o servo. Inesauribile, perenne e futile domanda, salvo che la si sappia scavalcare. Le dottrine sapienziali prescrivono di farla scoppiare portando alle estreme conseguenze sia l’una che l’altra delle opposte soluzioni possibili. Ritenersi liberi al punto di aver scelto tutto ciò che accade. Ritenere di non poter deliberare niente in un mondo in cui non cade foglia che il Cielo non voglia. Si scoprirà, per le conseguenze pratiche che ne risultano, che le due soluzioni sono equivalenti. La vita di Ivan Osokin dimostra che l’umano arbitrio è servo, e lo fa in modo inflessibile, commosso, veristico, facendo ripercorrere a un uomo la sua vita. Egli si accorge così che, pur essendo, in questa sua seconda, reiterata esistenza, del tutto lucido e preveggente, non può non ripetere inesorabilmente ogni passo. Ma proprio la scoperta tremenda di come egli sia legato, gli fa balenare l’intuizione di come si potrebbe slegare. Ellèmire Zolla

1.

LA SEPARAZIONE

Sullo schermo cinematografico, una scena che si svolge alla stazione di Kursk a Mosca. Una luminosa giornata dell’aprile 1902. Sulla piattaforma, presso il vagone-letto, un gruppo di amici venuti a

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salutare Zinaida Krutitskij e sua madre, in partenza per la Crimea. Tra loro c’è Ivan Osokin, un giovane di circa ventisei anni. Osokin è visibilmente agitato, sebbene cerchi di non darlo a vedere. Zinaida sta parlando con suo fratello Michail, amico di Osokin, un giovane ufficiale con la divisa di un reggimento di granatieri di Mosca, e con due ragazze. Poi si volge verso Osokin, e insieme si allontanano di qualche passo. “Mi mancherai moltissimo”, gli dice. “ E’ un peccato che tu non possa venire con noi. A me, però, sembra che non ne abbia troppa voglia, altrimenti verresti. Tu non vuoi fare nulla per me. Il fatto che tu rimanga qui, adesso, rende ridicolo e futile tutto ciò che ci siamo detti. Ma sono stanca di discutere con te. Devi fare come vuoi”. Ivan Osokin è sempre più turbato, ma cerca di controllarsi e si sforza di risponderle: “Non posso venire subito, ma ti raggiungerò più tardi, lo prometto. Non immagini quanto mi sia penoso rimanere qui”. “No, non lo immagino, e non ci credo”, dice in fretta Zinaida. “Un uomo, quando vuole una cosa con forza, come tu dici di volere, agisce. Sono sicurissima che sei innamorato di qualcuna delle tue alunne di qui……qualche fanciulla soave e poetica che studia scherma. Confessa!”. Ride. Le parole e il tono di Zinaida feriscono Osokin molto profondamente. Inizia a parlare, ma si arresta; poi dice:”Sai che non è vero; sai che sono tutto per te”. “E come faccio a saperlo?”, risponde Zinaida con aria sorpresa. “Sei sempre occupato. Ti rifiuti sempre di venire a trovarci. Non hai mai tempo per me. E ora vorrei tanto che venissi con noi. Staremmo insieme per due giorni interi. Pensa che viaggio piacevole sarebbe!”. Getta una rapida occhiata ad Osokin. “E poi laggiù, in Crimea, andremmo a cavallo e faremmo gite in barca insieme. Mi leggeresti le tue poesie…….così, invece, mi annoierò”. Aggrotta le sopracciglia e volge altrove lo sguardo. Osokin vorrebbe rispondere, ma non trovando nulla da dire rimane li, in piedi, a mordersi le labbra. “Verrò più tardi”, ripete. “Vieni quando ti pare”, risponde Zinaida indifferente, “tanto ormai quest’occasione è perduta. Mi annoierò a viaggiare da sola. Mamma è una compagna di viaggio piacevolissima, ma non è questo che voglio. Grazie al cielo ho visto un signore che conosco: evidentemente prende anche lui questo treno. Forse mi distrarrà lui durante il viaggio”. Osokin prende nuovamente a parlare, ma Zinaida continua: “A me interessa soltanto il presente. Che mi importa di quel che può succedere in futuro? Tu questo non lo capisci. Nel futuro puoi viverci tu, non io”. “Io capisco tutto”, dice Osokin,” ed è molto penoso per me; ma non posso farci nulla. Ma ti rammenterai di quello che ti ho chiesto?”. “Si, me ne rammenterò e ti scriverò. Ma scrivere lettere non mi piace. Non aspettartene molte; spicciati a raggiungermi, invece. Ti aspetterò un mese, due mesi; poi però non aspetterò più. Be’, andiamo. La mamma sta cercandomi”. Insieme raggiungono il gruppo in attesa presso il vagone-letto. Osokin va verso l’uscita della stazione insieme al fratello Zinaida. “Che cosa c’è. Vanja?”, domanda Michail Krutitskij.”Non mi sembri molto allegro”. Osokin non è di umore loquace. “Sto benone”, risponde, “ma sono stufo di Mosca. Anche a me piacerebbe andare da qualche parte”. Escono sul vasto piazzale asfaltato antistante la stazione. Krutitskij stringe la mano ad Osokin,scende i gradini, ferma una vettura e se ne va. Osokin rimane a lungo in piedi a seguirlo con lo sguardo. “Certe volte ho l’impressione di ricordare qualcosa”, dice lentamente fra sé, “altre volte mi sembra di aver dimenticato qualcosa di molto importante. Ho la sensazione che tutto questo sia già accaduto in passato. Ma quando? Non saprei. Che strano!”. Poi si guarda intorno come un uomo al momento del risveglio. “Ora lei è partita e io sono qui da solo. E pensare che in questo stesso istante potrei essere in viaggio con lei! Non potrei desiderare nient’altro, in questo momento. Andare al sud, verso il sole, e stare insieme a lei per due giorni interi. E poi, una volta arrivati in Crimea, vederla tutti i giorni……vedere il mare, e le montagne……Ma invece eccomi qui. E Zinaida non capisce neppure perché non sono partito con lei. Non si rende conto che in questo momento ho in tasca esattamente trenta copechi. E quand’anche se ne rendesse conto, questo non mi faciliterebbe di certo le cose”.

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Si gira ancora una volta a guardare l’ingresso dell’atrio della stazione; poi, a testa china, scende la scalinata che porta al piazzale.

LE TRE LETTERE

Tre mesi più tardi, nell’alloggio di Ivan Osokin. Un’ampia stanza ammobiliata, in affitto. L’ambiente è piuttosto spoglio. Un letto di ferro con una coperta grigia, un lavabo con catino, un cassettone, una piccola scrivania, una cassa di libri aperta; al muto, ritratti di Shakespeare e di Puskin, dei fioretti e alcune maschere. Osokin, con aria molto turbata e irritata, cammina su e giù per la stanza. Scansa bruscamente una sedia che lo intralcia. Poi va alla scrivania, estrae dal cassetto tre lettere dalle buste grigie, lunghe e strette una dopo l’altra e le rimette dentro. Prima lettera. Grazie per le lettere e per i tuoi versi. Sono deliziosi. Mi piacerebbe soltanto sapere a chi si riferiscono: di certo non a me, altrimenti saresti qui. Seconda lettera. Ti ricordi ancora di me? Davvero A volte mi sembra che tu mi scriva per pura abitudine, o per curioso senso del dovere che ti sei inventato tutto da solo. Terza lettera. Mi rammento tutto quello che ho detto. I due mesi volgono al termine. Non cercare di giustificarti o di dare spiegazioni. So bene che non hai denaro, ma io non ti ho mai chiesto di averne. C’è gente che vive pur essendo molto più povera di te. Osokin cammina per la stanza, si ferma accanto alla scrivania e a voce alta dice: “ E non ha più scritto. L’ultima lettera è arrivata un mese fa. E io che le scrivo ogni giorno!”. Qualcuno bussa alla porta. Entra Stupitsin, un giovane medico amico di Osokin. Gli stringe la mano e si siede alla scrivania senza togliersi il soprabito. Che cos’hai? Sembri ammalato”. Si avvicina rapido ad Osokin e con finta serietà cerca di tastargli il polso. Osokin sorride e fa un gesto per allontanarlo, ma un istante dopo sul suo volto passa un ombra.

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“Va tutto a rotoli, Volodia”, dice. “Non riesco ad esprimermi con chiarezza, ma ho la sensazione di essermi tagliato fuori dalla vita. Voialtri continuate tutti a muovervi, mentre io sto fermo. E’ come se avessi voluto plasmare la mia vita a modo mio, ma fossi riuscito soltanto a mandarla i pezzi. Voialtri andate avanti per le vie normali. Oggi avete la vostra vita e un futuro davanti. Io ho tentato di scavalcare tutti gli ostacoli, e il risultato è che non ho niente adesso e niente in serbo per il futuro. Se solo potessi ricominciare tutto daccapo! Ora sono certo che agirei in tutt’altro modo. Non mi ribellerei così alla vita e a tutto quello che mi ha offerto. Ora so che bisogna sottomettersi alla vita, prima di vincerla. Io ho avuto tante occasioni, e le circostanze mi sono state favorevoli tante e tante volte. Ma ora non rimane nulla”. “Stai esagerando”, gli dice Stupitsin. “ Che differenza c’è fra te e il resto di noi? La vita non è particolarmente piacevole per nessuno. Ma perché, ti è forse successo qualcosa di sgradevole?”. “Non mi è successo niente…….Solo che mi sento tagliato fuori dalla vita”. Ancora un colpo alla porta. Entra il padrone di casa di Osokin, un impiegato statale in pensione. E’ un po’ alticcio, ed estremamente affabile e loquace, ma Osokin, temendo che stia per chiedergli il denaro dell’affitto, fa in modo di liberarsi di lui. Quando il padrone di casa esce, Osokin con un’aria disgustata in volto, fa un cenno di saluto verso la porta. “Lo vedi, la vita intera non è che una lotta meschina contro difficoltà meschine come questa”, dice “Che cosa fai stasera?”. “Vado dai Samojlov, Parlano di formare un circolo di studi spiritistici, medianici e cose del genere….. una società di ricerca psichica a Hamovniki. Ci sarai anche tu? Credo che queste cose possano interessarti, no?”. “Si m’interessavano, anche se vedo sempre meglio che sono tutte sciocchezze. Ma non sono invitato. Vedi, te l’ho già detto che mi sono allontanato dal branco. Quella è tutta gente che con l’Università ha rapporti vaghi ma non fa che vantarli di continuo. Che cosa sono io per loro? Sono un estraneo e un escluso; ed è così dovunque. Tre quarti dei loro interessi e delle loro conversazioni mi sono completamente indifferenti, e se ne rendono tutti conto. Qualche volta mi invitano per pura cortesia, ma sento che l’abisso si fa ogni giorno più profondo. Le persone con me parlano in modo diverso da come parlano tra di loro. La settimana scorsa, tre studentesse mi hanno stupidamente consigliato di leggere Karl • Marx, e quando ho risposto che preferivo la zuppa di latte non hanno nemmeno capito. Comprendi cosa intendo dire? Certo, sono tutte sciocchezze, ma queste sciocchezze cominciano a stancarmi”. “Be’, non posso discutere con te”, risponde Stupitsin, “ma sono certo che è tutto frutto della tua immaginazione”. Si alza in piedi, dà una pacca sulla spalla ad Osikin, prende il libro che era venuto a cercare ed esce. Anche Osokin si prepara per uscire. Poi si avvicina alla scrivania e si ferma, con indosso cappotto e cappello, perso nei suoi pensieri. “Tutto sarebbe stato diverso”, dice, “se avessi potuto andare in Crimea. Dopotutto, perché non sono partito? Avrei potuto almeno arrivarci, e una volta che ci fossi stato, che importanza avrebbe avuto tutto questo? Forse avrei potuto trovarmi un lavoro. Ma come si fa a vivere a Yalta senza denaro? Cavalli, battelli, caffè, mance……tutte cose che significano denaro. E uno deve vestirsi decentemente. Non potevo andarci con gli abiti che porto qui. Tutte queste sono solo sciocchezze, ma sommate assieme… E lei non capisce che non avrei potuto vivere laggiù. Pensa che io non voglia andarci, o che qualcosa mi trattenga qui in città…..Rimarrò senza lettere anche oggi?”.

Nei Quaderni di Puskin si legge la storia di un burlone cui venne chiesto se preferisse essere squartato o impiccato. Egli rispose che preferiva la zuppa di latte.

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III . L’UOMO COL SOPRABITO BLU SCURO

Ivan Osokin va a domandare se ci sono lettere per lui alla Posta Centrale, dove ha chiesto a Zinaida di scrivergli in fermo posta. Nessuna lettera. All’uscita si imbatte in un uomo con indosso un soprabito blu scuro. Osokin si arresta e segue con lo sguardo l’uomo. “Chi è quell’uomo? Dove l’ho veduto? Il suo volto non mi è nuovo. Conosco quel soprabito”. Perso nei suoi pensieri, riprende il cammino. All’angolo della via si ferma per lasciar passare una carrozza scoperta tirata da due cavalli. Nella carrozza ci sono un uomo e due signore che ha conosciuto in casa Krutitskij. Osokin fa per togliersi il cappello, ma quelli non lo vedono. Egli ride e prosegue. All’angolo successivo incontra il fratello di Zinaida. Questi lo ferma e, prendendogli il braccio, si incammina accanto a lui dicendo: “Hai saputo la notizia? Mia sorella sta per sposare il colonnello Minskij. Il matrimonio sarà celebrato a Yalta, e dopo pensano di andare a Costantinopoli, e di li in Grecia. Io parto fra qualche giorno per la Crimea. Hai qualche messaggio?”. Osokin ride e gli stringe la mano, rispondendo in tono allegro:” Si, portale i miei saluti e le mie felicitazioni”. Krutiskij dice ancora qualche frase, ride e se ne va. Osokin lo saluta con volto sorridente. Ma una volta separatisi, la sua espressione cambia. Continua a camminare per un poco, poi si ferma e resta lì a guardare in terra, senza curarsi dei passanti. “Ebbene, ecco che cosa significa”, dice fra sé e sé. “Ora tutto mi è chiaro. Che cosa debbo fare? Andare fin laggiù e sfidare Minskij a duello? Ma perché, poi? Tutto era evidentemente già deciso in partenza e io le sono servito soltanto per divertirsi. E’ un bene che non sia partito insieme a lei. No, questo è vile da parte mia! Non ho il diritto di pensarlo, e non è vero. Tutto questo è successo perché non sono partito con lei. Ora, poi, non partirò davvero…. E non farò proprio niente. Ha scelto. Che diritto ho io di essere scontento? Dopotutto che posso offrirle? Potrei forse portarla in Grecia?”. Riprende il cammino, poi si ferma ancora una volta e continua a parlare fra sé. “Eppure mi sembrava che provasse davvero qualcosa per me. E come parlavamo insieme! Non c’era nessun altro al mondo con cui potessi discorrere a quel modo….E’ così straordinaria! E Minskij è il più comune degli uomini: un colonnello di Stato maggiore che legge Novoe Vremya. Però tra non molto sarà un uomo in vista….quanto a me, gli amici di lei non mi riconoscono neppure per la strada. No, non posso….Debbo andare da qualche altra parte, altrimenti….Non posso rimanere qui”.

II.

FINE DELL’ IDILLIO

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Sera. Osokin è nella sua camera. Sta scrivendo una lettera a Zinaida Krutiskij, ma strappa un foglio dopo l’altro e ricomincia daccapo ogni volta. A tratti salta su e cammina per la stanza, poi riprende a scrivere. Infine getta la penna e si lascia andare nella poltrona esausto. “Non riesco più a scrivere”, dice fra sé. “Le ho scritto per giornate intere e intere nottate. Ora ho la sensazione che qualcosa dentro me si sia spezzato. Se nessuna delle mie lettere le ha detto nulla, neanche questa potrà comunicarle qualcosa. Non ci riesco…….”. Si alza lentamente e, con le movenze di un cieco, prende dal cassetto della scrivania un revolver con alcune cartucce, lo carica e se lo mette in tasca. Poi prende cappotto e cappello, spegne il lume ed esce.

V.

DAL MAGO

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Ivan Osokin va a trovare un mago che conosce da qualche tempo. E’ un buon mago e in casa ha sempre ottimi sigari e un brandy squisito. Osokin e il mago siedono insieme vicino al fuoco. La stanza è spaziosa, riccamente arredata in stile vagamente orientale. Il pavimento è ricoperto di preziosi tappeti antichi, persiani, cinesi, buchara. Le alte finestre sono nascoste da antichi broccati dagli splendidi disegni. Tavoli e sedie di ebano scolpito. Statuette in bronzo che raffigurano divinità indiane. Libri indiani di foglia di palma. In una nicchia, una statua a grandezza naturale, di fattura aggraziata, che raffigura Kwan Yin seduto. Una grande sfera celeste su di un piedistallo di lacca cinese. Su un tavolino d’avorio, scolpito presso la poltrona del mago, c’è una clessidra. Sullo schienale della poltrona è seduto un gatto siberiano nero, intento a guardare il fuoco. Anche il mago, un vecchio curvo dallo sguardo acuto e penetrante, è tutto vestito di nero, e in capo ha un piccolo berretto piatto anch’esso nero. Nella mano tiene un sottile bastone persiano intarsiato di turchesi. Osokin è cupo. Fuma un sigaro senza dir nulla. Proprio mentre egli è tutto assorto nei suoi pensieri, il mago prende a parlare. “Mio caro amico, tu lo sapevi”. Osokin trasalisce e lo guarda. “Come fai a sapere cosa sto pensando?”. “Io so sempre cosa stai pensando”. Il giovane china il capo. “Si lo so che adesso non ci si può fare nulla”, dice. “Ma se solo potessi tornare indietro di qualche anno, in questa vita infelice che, come dici sempre, non esiste nemmeno…. Se solo potessi riavere tutte le occasioni che la vita mi ha offerto e che ho sempre gettato via…. Se solo potessi agire diversamente….” Il vecchio prende dal tavolino la clessidra, la agita, la capovolge e osserva la sabbia che scorre. “Si può sempre tornare indietro”, dice, “sempre. Ma nemmeno questo ti servirà”. Osokin senza ascoltarlo, completamente immerso nelle sue riflessioni, continua:”Se soltanto avessi saputo a che cosa andavo incontro. Ma io credevo talmente in me stesso, credevo nella mia forza. Volevo seguire la mia strada. Non avevo paura di nulla. Ho gettato via tutto ciò che la gente considera prezioso senza mai voltarmi a guardare indietro e diventare come gli altri”. Si alza e percorre la stanza a grandi passi. Il vecchio siede e lo osserva, crollando il capo con un sorriso. Il suo sguardo è divertito e colmo d’ironia: un’ironia non priva di simpatia, anzi piena di comprensione e di compassione, come se volesse aiutarlo, ma non potesse. “Io ho sempre riso di tutto”, continua Osokin, “e ho persino provato piacere a ridurre in pezzi la mia vita. Mi sentivo più forte degli altri. Nulla poteva piegarmi, nulla poteva fare di me un vinto. Ma non riesco più a combattere. Mi sono cacciato in una specie di palude. Non riesco a fare neanche una mossa. Mi capisci? Debbo star fermo a guardare mentre vengo inghiottito”. Il vecchio siede e lo guarda. “Come è potuto succedere?”, dice. “Come? Tu mi conosci tanto bene, che dovresti saperlo perfettamente. Mi sono perduto quando sono stato espulso dalla scuola. Questo solo è bastato a cambiare tutta la mia vita. Per via di quel fatto ho perso contatto con ogni cosa. Prendiamo i miei compagni di scuola: alcuni sono ancora all’Università, altri si sono laureati; ma tutti hanno i piedi saldamente piantati sulla terra. Io ho vissuto dieci volte più di loro, so di più, ho visto e letto cento volte più di loro…..eppure sono un uomo che la gente tratta con degnazione”. “E questo è tutto?”, chiede il vecchio. “Si è tutto…..No, non proprio. Ho avuto altre occasioni, ma mi sono sfuggite una dopo l’altra. La più importante fu la prima. Che cosa terribile, quando, senza capire e senza volere, ancora troppo giovani per renderci conto di quali possano essere le conseguenze, compiamo azioni che influenzano tutta la nostra vita e cambiano radicalmente il nostro futuro. Quello che feci io a scuola era soltanto uno scherzo: mi annoiavo. Se avessi saputo e compreso a che cosa avrebbe condotto, pensi forse che l’avrei fatto?”. Il vecchio annuisce col capo. “Si, l’avresti fatto”, dice. “Mai!”. Il mago ride.

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Osokin continua a passeggiare su e giù per la stanza, poi si arresta e riprende a parlare. “E, in seguito, perché ho litigato con mio zio? Il vecchio era assai ben disposto nei miei confronti, eppure io l’ho provocato quasi intenzionalmente, scomparendo per intere giornate nel bosco con quella ragazza, la sua governante. E’ vero, Tanecka era straordinariamente dolce, io avevo soltanto sedici anni, e i nostri baci erano così piacevoli! Ma il vecchio si offese a morte quando ci sorprese a baciarci nella stanza da pranzo. Che cosa sciocca è stata! Se avessi saputo a che cosa avrebbe portato, non credi forse che mi sarei fermato?”. Il mago ride di nuovo. “Tu lo sapevi”, risponde. Osokin, in piedi, sorride come se vedesse e ricordasse qualcosa di remoto. “Forse è vero, lo sapevo”, dice. “Solo che in quel momento era tanto emozionante. Ma certo, non avrei dovuto farlo. Se avessi saputo chiaramente che cosa sarebbe accaduto, mi sarei certamente tenuto alla larga da Tanecka”. “Ma tu lo sapevi benissimo”, risponde il vecchio.”Pensaci bene e vedrai”. “No che non lo sapevo”,dice Osokin. “Il guaio è proprio che non si sa mai di certo che cosa accadrà. Se sapessimo con sicurezza quale sarà il risultato delle nostre azioni, credi forse che faremmo tutto ciò che facciamo?”. “Si sa sempre”, risponde il vecchio, guardando in faccia Osokin. “Un uomo può non sapere quale sarà il risultato delle azioni altrui, o di cause sconosciute, ma conoscerà sempre tutte le possibili conseguenze delle proprie azioni”. Osokin si perde nella riflessione e un’ombra gli passa sul volto. “E’ possibile”, dice, “che certe volte abbia previsto gli eventi….Ma questo non si può prendere come una regola….E poi, io ho sempre affrontato la vita in modo diverso da come l’affrontavano gli altri”. Il mago sorride. “Non ho ancora incontrato un uomo”, sono le sue parole,”che non fosse convinto di affrontare la vita in modo diverso dagli altri”. “Ma persino io”, continua Osokin senza dargli ascolto, “se sapevo con certezza ciò che sarebbe accaduto, perché avrei fatto tutte quelle cose? Prendiamo quello che è successo alla Scuola Militare. Mi rendo conto che per me la vita là dentro era dura perché non ero avvezzo alla disciplina, ma dopotutto è un’assurdità. Avrei potuto indurmi a sopportare. All’inizio tutto andò liscio, e mancava solo poco tempo. Poi, all’improvviso, quasi intenzionalmente, cominciai a rientrare in ritardo dalle licenze. Una domenica dopo l’altra….finchè mi dissero che mi avrebbero espulso, se avessi tardato un’altra volta. Dopo di allora, per due volte rientrai in orario, e poi, quella sera, da Leontjev…la ragazza con il vestito nero….e io non mi feci vedere a scuola. Ma a che serve tornare su tutto questo? Il risultato fu che mi espulsero. Ma io non sapevo in partenza che sarebbe finita così!”. “Si che lo sapevi”, ripetè il mago. Osokin ride. “Be’, poniamo pure che in quel caso lo sapessi; ma tutte quelle sciocchezze mi annoiavano, e poi, uno spera sempre nel meglio. Vorrei che tu capissi che, quando parlo di sapere, non intendo quel genere di conoscenza che in realtà è soltanto supposizione. Voglio dire che se conoscessimo con assoluta certezza ciò che accadrà, allora si che agiremmo diversamente”. “Mio caro amico, non ti rendi conto di quel che stai dicendo. Se tu sapessi una cosa con certezza assoluta, vorrebbe dire che quella cosa è inevitabile. In tal caso, nessuna delle tue azioni potrebbe mutare nulla. Qualche volta, si sanno cose di questo genere: ad esempio, tu sai che se tocchi il fuoco ti brucerai. Ma non è di questo che sto parlando. Io voglio dire che si sa sempre quale sarà il risultato di questa o di quella nostra azione; ma curiosamente vogliamo fare una cosa e ottenere il risultato che si potrebbe ottenere soltanto facendone un’altra”. “Non sempre sappiamo tutti i risultati che otterremo”, dice Osokin. “Sempre”. “Aspetta un momento:forse che io sapevo già tutto, quando facevo il soldato in Turkestan? Io non avevo proprio nessuna speranza. Eppure aspettavo qualcosa”. Il mago sorride di nuovo,”Non c’era niente che tu potessi fare”, dice. “Nulla dipendeva da te, e tu non facevi nulla”. “Improvvisamente ricevetti un’eredità da una zia”, continua Osokin. “Trentamila rubli. Quella fu la mia salvezza. Dapprincipio mi misi a comportarmi da persona sensata. Andai all’estero:viaggiai per qualche tempo. Poi cominciai a seguire certe lezioni alla Sorbona. Di nuovo tutto era possibile…..Molte cose andavano addirittura meglio di prima, ma poi, in un momento d’incoscienza, come uno stupido, come un insensato, persi tutto quello che mi rimaneva alla roulette, in compagnia di ricchi studenti inglesi

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e americani che non se ne accorsero neppure. Forse allora sapevo quel che stavo facendo? Eppure, in quel momento stavo perdendo ogni cosa. Sono certo che se sapessimo dove stiamo andando, molto spesso ci fermeremmo”. Il vecchio si alza in piedi appoggiandosi al bastone: ora è ritto di fronte ad Osokin. “Ma tu avevi già perduto somme di denaro ragguardevoli alle carte e alla roulette prima di allora”, gli dice. “Me l’ hai detto tu stesso. Perché ti era rimasto solo un terzo della tua eredità?”. “Oh, ma non avevo perso tutto giocando a carte. Vivevo all’estero ormai da quattro anni”, risponde Osokin. “E in ogni modo, non potevo certo vivere della mia rendita. Mi restava appena a sufficienza per laurearmi e trovare un lavoro”. “Si”, ribatte il mago,”sarà pure come dici, ma stavi già perdendo il tuo denaro, ed era inevitabile che lo perdessi tutto. E sapevi che l’avresti perduto. Si sa sempre tutto, ma non ci si ferma mai”. Osokin scuote il capo con impazienza. “Ma no! Nient’affatto!”, esclama. “Se soltanto potessimo saperlo…! La nostra disgrazia è che brancoliamo come gattini ciechi su un tavolo, senza mai sapere dov’è il bordo. Facciamo cose assurde perché non sappiamo nulla di quel che abbiamo davanti. Se soltanto potessimo saperlo! Se potessimo vedere un poco più lontano!”. Cammina su e giù per la stanza, poi va a fermarsi di fronte al vecchio. “Ascolta: la tua magia non potrebbe fare questo per me? Non puoi farmi tornare indietro? E’ da molto che ci penso, e oggi, quando ho ricevuto la notizia di Zinaida, ho sentito che è l’unica cosa che mi rimane. Non posso continuare a vivere. Ho rovinato tutto. Fammi tornare indietro se è possibile. Agirò in modo completamente diverso. Vivrò in un modo nuovo, e quando arriverà il momento sarò pronto per incontrare Zinaida. Voglio tornare indietro di circa dieci anni, al momento in cui ero ancora uno scolaro. Dimmi, è possibile questo? Il vecchio annuisce. “E’ possibile”, risponde. Osokin si ferma stupefatto. “Puoi farlo?”, chiede. Il vecchio fa ancora cenno di si, dice:”Posso, ma questo non ti servirà a migliorare le cose”. “Ebbene, questo è affar mio”, dice Osokin. “Fammi soltanto tornare indietro di dieci anni; anzi, di dodici anni: ma a condizione che io ricordi tutto, capisci?, tutto, compresi i minimi dettagli. Tutto ciò che ho acquisito durante questi dodici anni deve restare in me, tutto ciò che so, ogni mia esperienza, ogni mia conoscenza della vita. Allora si che potrei fare qualsiasi cosa!”. “Io posso farti tornare indietro di quanto vuoi, e tu ricorderai tutto, ma non ti servirà a nulla”, dice il vecchio. “Come non può servire a nulla?, esclama Osokin eccitato. “La cosa più orribile è proprio che non conosciamo la strada. Se io la conoscerò, se ricorderò, farò tutto in modo diverso. Avrò una meta, sarò consapevole dell’utilità e della necessità di tutte le cose che dovrò fare. Che cosa dici? Ma certo che trasformerò la mia vita per intero. Incontrerò Zinaida mentre sono ancora a scuola. Lei non saprà nulla, ma io già saprò che dovremo incontrarci ancora in seguito, e farò ogni cosa con questa prospettiva. Pensi forse che farò di nuovo della mia vita tutto ciò che stupidamente ne ho fatto? No, invece!”. Il vecchio si risiede lentamente e continua ad osservarlo. “Fallo, se ci riesci”, gli dice. “Tornerai indietro di dodici anni così come desideri. E ricorderai tutto, sempre che tu non voglia dimenticartene. Sei pronto?”. “Prontissimo”, risponde Osokin. “Tanto non posso davvero ritornare a casa. Questo, lo sento, è proprio impossibile”. servitore del mago. Ha un lungo codino, è vestito di una tunica di seta blu orlata di pelliccia e ai piedi porta pantofole dalla spessa suola di feltro. Il mago gli parla a bassa voce. Il cinese, movendosi senza far rumore, prende un piccolo braciere colmo di carboni accesi e un altro vaso, e li posa di fronte al mago. Il gatto salta giù dallo schienale della poltrona ed esce dietro al cinese. Il mago immerge allora una mano nel vaso e con l’altra fa cenno ad Osokin di sedersi. Osokin obbedisce. Guardando fisso il fuoco, il vecchio pronuncia lentamente alcune parole incomprensibili e poi con la mano estrae dal vaso un pugno di cenere grigioverde e la getta nel braciere. Contemporaneamente prende dal tavolino la clessidra, la agita e la capovolge. Dal braciere si leva una nube di fumo dall’aroma pungente. La stanza è invasa da quel fumo in cui si scorgono forme in movimento come se essa, d’un colpo, si fosse riempita di gente. Quando il fumo si disperde, il vecchio è seduto nella sua poltrona e tiene in mano la clessidra.

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Osokin è scomparso.

VI.

MATTINO

Ottobre 1890.Una mattina presto. Il dormitorio di una scuola maschile. File di letti. Figure dormienti avvolte nelle coperte. Al di là di un’arcata, si scorge un’altra parte del dormitorio. I lumi sono accesi. Di fuori è ancora buio. Un orologio batte le sei. L’inserviente della scuola, un veterano delle guerre caucasiche soprannominato “Ranocchio”, compare all’estremità più lontana del dormitorio e comincia a suonare una grossa campana, mentre avanza lungo l’ampio corridoio che separa le file di letti. Il dormitorio si risveglia immediatamente. Agitazione e rumore. Qualche ragazzo salta su gettando di lato le coperte, altri cercano di rubare un altro mezzo minuto di sonno. Un ragazzo di circa tredici anni salta sul letto e si mette a ballare. Qualcuno, dall’altra estremità del dormitorio, gli tira addosso un guanciale. Il preside, un tedesco allampanato dalla barba rossa, che indossa una giacca blu a code dai bottoni d’ottone, passa da un letto all’altro dando una tirata alle coperte di quelli che non sono ancora alzati. In un letto presso la parete è seduto Ivan Osokin: egli guarda fisso intorno a sé con aria meravigliata. Ha l’aspetto di un ragazzo quattordicenne. “Che sia stato tutto un sogno? E cosa significa?”, si domanda. “ E quello che vedo adesso, è un sogno anche questo? Sono andato dal mago a chiedergli di farmi tornare indietro. Ha detto che mi avrebbe riportato indietro di dodici anni. E’ mai possibile che questo sia vero? Ho preso un revolver e sono uscito. Non potevo rimanere in casa. Ma è proprio vero che Zinaida sta per sposare Minskij? Che strano sogno! Il dormitorio sembra un dormitorio vero. Non sono tanto sicuro di volere realmente essere qui: anche qui a scuola, la vita era piuttosto bestiale. Ma come potrei continuare a vivere? Per me Zinaida non esiste più. Io questo non posso accettarlo; non lo accetterò mai. Ho detto al mago che volevo cambiare vita per intero e che dovevo ricominciare da molto tempo addietro. E se davvero mi avesse fatto ritornare indietro? E’ impossibile! Sono certo che si tratta di un sogno. Ora provo a immaginare di essere a scuola….Va meglio o peggio, così? Non so neanch’ io cosa dire. Perché tutto questo mi spaventa tanto, e mi rende così triste? In fondo, non può esser vero…Ma Zinaida…No, è proprio un circolo vizioso, e io sono davvero un collegiale, quindi è stato tutto un sogno, Zinaida e il resto. Ma può essere vero, o no? Be’ ci sono migliaia di cose che quand’ero in collegio non sapevo e non potevo sapere. Farò subito la prova. Che cosa posso cercare di ricordare? Ah ecco! A quel tempo non sapevo l’inglese. Lo imparai più tardi. Se adesso lo so, vuol dire che è tutto vero, che sono stato all’estero, eccetera. Come incomincia quel racconto di Stevenson che parla della figlia del re che non aveva potere sul domani. “La canzone del domani”? Si, proprio così. “Il re di Duntrine ebbe una figlia da vecchio, ed essa era la più bella figlia di re tra due mari…”.

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Allora è tutto vero. Lo so, l’inglese. Ricordo anche come continua: “…le sue chiome erano come oro filato, e i suoi occhi come acque in un fiume; e il re le diede un castello sulla spiaggia del mare, con una terrazza, e un cortile di pietra tagliata, e quattro torri ai quatto angoli”. Ma allora, vuol dire che è tutto quanto un sogno…” “Osokin, Osokin”, chiama il suo amico Memorskij. “Perché te ne stai li appollaiato come una civetta? Ti sei addormentato? Non senti, il tedesco sta prendendo i nomi di quelli che non sono ancora vestiti. Svegliati, che il diavolo ti porti!”. Osokin afferra il guanciale e, rabbioso, lo scaglia addosso a Memorskij, che lo schiva agilmente con una risata. Proprio in quell’istante, da dietro l’arcata, entra il preside tedesco, e il guanciale, passando sopra la testa di Memorskij, va a colpirlo in pieno viso. Egli vacilla sotto quel colpo inatteso, poi si avventa furioso su Osokin. Il tedesco ha l’abitudine di “acchiapparli” con le sue proprie mani e trascinarli in qualche posto dove li costringe a rimanere in castigo:”sotto l’orologio a muro”, oppure “sotto la lampada” “vicino allo scaffale”,o semplicemente “al muro”. I ragazzi non considerano vergognosa la punizione, ma “farsi acchiappare” dal tedesco è ritenuto ridicolo e umiliante. Dapprima, Osokin guarda il tedesco con aria sperduta, vorrebbe spiegargli l’accaduto, ma alla vista di quella faccia infuriata, e comprendendo le sue intenzioni, impallidisce e mette le mani avanti per difendersi. Il tedesco, accortosi in tempo della mossa e dell’espressione del viso di Osokin, si ferma. Per qualche istante, rimangono l’uno di fronte all’altro. Intorno si forma rapidamente un capannello di spettatori incuriositi. Il preside soffoca la rabbia, ma si controlla e decide di fare in modo che la cosa sia il più possibile spiacevole per Osokin. “Perché non sei vestito?”, gli urla. “Per quanto ancora dovrà continuare questa condotta scandalosa? Ti azzuffi fin dal primo mattino! Stai facendo aspettare tutti. Dirò agli inservienti che ti lavino loro, visto che non vuoi lavarti da solo. Fa’ in fretta a vestirti, e va’ sotto l’orologio a pendolo. Resterai senza colazione, e durante la lezione starai in piedi vicino allo scaffale. Dopo parlerò con Gustav Lukic. Avanti, vèstiti!”. Il tedesco si gira di scatto ed esce. I ragazzi si disperdono:alcuni ridono, altri prendono le parti di Osokin con grida d’incoraggiamento. Osokin comincia nervosamente a vestirsi. “Che cosa completamente assurda”, è il pensiero che gli attraversa la mente. “Che sogno idiota! Pensa un po’ dover rivedere quel brutto ceffo. Ma perché mi sto vestendo? Ora mi rimetto a letto e ci resto. Tanto è un sogno”. Ma in quell’istante si ricorda del mago, ed è tale la meraviglia che a stento si trattiene dal ridere forte. “Mi figuro che cosa direbbe il mago! Questo è proprio un bel modo d’incominciare una nuova vita. E, curiosamente, è la stessa cosa che mi accadde l’altra volta. Ricordo benissimo quella faccenda del guanciale. Ma come facevo a sapere che cosa sarebbe successo oggi? Di certo il mago direbbe: “Lo sapevi”. Effettivamente, mi è passato per la testa qualcosa del genere, proprio mentre stavo per tirare il guanciale. Avrei potuto fermarmi, volevo fermarmi, eppure l’ ho tirato. Accidenti al tedesco! Proprio lui doveva arrivare. Adesso si lamenterà con Gustav e sarà proprio un brutto pasticcio. Vorrà dire che mi ritireranno la licenza e forse mi abbasseranno il voto di condotta. Ma perché sto a pensarci? Per me non ha importanza né in un caso né nell’altro. Ora mi sveglio subito. Devo fare uno sforzo; non c’è niente di reale in tutto ciò. Voglio svegliarmi. Ma….” Da dietro l’arcata ricompare il tedesco. “Non sei ancora pronto?”, grida ad Osokin, “Prokofij, portalo sotto l’orologio”. Un altro inserviente della scuola. Prokofij, anche lui veterano e grande amico di Osokin – i ragazzi lo chiamano “Patata” – si dirige a malincuore verso di lui dall’altro capo del dormitorio. Rendendosi conto che tra due mali conviene scegliere il minore, Osokin afferra un asciugamano e, senza guardare il tedesco, esce a passi rapidi dal dormitorio. Il pianerottolo che divide il dormitorio dei piccoli da quello dei grandi. Un’ampia scalinata in ferro battuto conduce al piano inferiore. Alla parete, una vecchia pendola rotonda di legno giallo. Sotto l’orologio c’è Osokin ritto in piedi con un’aria agitata e sconvolta. Davanti a lui i ragazzi passano avanti e indietro. Nessuno gli fa caso.

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“Sto impazzendo, o sono già pazzo?”, si chiede Osokin. “Sogni del genere non esistono. Eppure non riesco a svegliarmi. E’ impossibile che sia davvero ritornato in collegio. E’ tutto troppo stupido. Sento che se soltanto mi metto a pensare alla mia vita, a Zinaida…. Mi sveglierò; ma non riesco a smettere di pensare a quell’idiota di un tedesco e al fatto che sabato mi toccherà restare dentro. Ecco perché continuo a dormire. Sarebbe davvero buffo tornare a scuola per farsi tenere dentro senza licenza come al solito. No, è assurdo. Se ritornassi indietro davvero, in ogni caso, dovrei cavarne tutti i vantaggi possibili: e debbo dire che sarebbe proprio interessante vedere Zinaida da bambina. So persino a che scuola andava. Ma può essere vero che sta per sposare Minskij, e che diventerà una completa estranea per me? E allora, perché ho voglia di vederla? Ma c’è una cosa che non capisco: perché questo stupido sogno continua? In genere, nel sonno, appena comincio a rendermi conto che sto sognando, mi sveglio subito. Adesso, per chissà quale motivo, o non ci riesco. Lo so, quello che farò. Scavalcherò la ringhiera e salterò di sotto. Se galleggio in aria, significa che si tratta di un sogno. In fondo, non può essere la realtà, quindi non posso cadere”. Con un lungo passo Osokin attraversa decisamente il pianerottolo, si appoggia alla balaustra di ferro e guarda in basso, In quell’istante, alcuni ragazzi più o meno della sua età escono di corsa dal dormitorio. Alla vista di Osokin che si sporge dalla balaustra si precipitano verso di lui sorprendendolo alle spalle. Ridono tutti. Osokin tenta di divincolarsi e involontariamente colpisce in viso con il gomito uno dei suoi assalitori. Il ragazzo prova evidentemente un forte dolore: caccia uno strillo e si porta la mano al viso. Il sangue gli gocciola tra le dita. Gli altri ragazzi lasciano andare Osokin e rimangono in attesa di vedere che succederà. Il tedesco esce dal dormitorio degli anziani e capisce la situazione al primo sguardo. Osokin, che già si trovava in castigo, in piedi sotto l’orologio questa volta, e che non aveva il diritto di spostarsi senza permesso, ha lasciato il suo posto e ha preso parte ad una zuffa rompendo il naso a Klementjev. Osokin, consapevole che tutto depone in suo sfavore, tenta di dire qualcosa ma il tedesco non lo lascia parlare. “Un’altra zuffa, e ancora una volta si tratta di Osokin”, urla “Tanto per cominciare chi ti ha dato il permesso di muoverti dal tuo posto? No, questo è troppo!”. Il tedesco si sta scaldando sempre più.”Dobbiamo forse incatenarti, o metterti in gabbia? Oppure metterti la camicia di forza? Non ti si può lasciar solo un istante! Basta! Qui non ci sono infermieri per te. Quando gli altri vanno in refettorio, tu resterai in castigo, in piedi sotto l’orologio per tutta la durata delle lezioni fin quando arriva Gustav Lukic. Faccia lui quel che vuole di te. Io ci rinuncio. E se ti sposti un’altra volta di qui, ti spedisco in sanatorio”. Osokin è infastidito e disgustato da tutto quel che sta succedendo; al tempo stesso, però, la vista del tedesco lo diverte immensamente. Ha voglia di dirgli qualcosa per fargli capire che lui, Osokin, non è un collegiale e che questo è solo un sogno, ma non gli viene in mente nulla. E, ciò nonostante, si sente turbato per le minacce del preside, come se ci fosse in agguato qualcosa di terribilmente spiacevole. Ora Osokin è di nuovo in castigo sotto l’orologio. All’altra estremità del pianerottolo, gli altri alunni stanno mettendosi in fila per due: i più piccoli davanti, gli anziani dietro. In tutto sono circa un centinaio. “Prokofij”, strilla il tedesco. “Osokin deve restare li in piedi sotto l’orologio. Se si muove dal suo posto, vieni a riferirmelo”. Il tedesco lancia ad Osokin un’occhiata colma di disprezzo, poi scende lentamente la scala in testa alla fila dei ragazzi: questi lo seguono a due a due senza fare attenzione ad Osokin “Verrò a rifornirti, Osokin!”, gli grida Memorskij. Nel gergo del collegiale, questo significa che più tardi porterà un panino o almeno un boccone ad Osokin che altrimenti resterebbe senza colazione.

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VII.

PENSIERI

Osokin rimane solo. Contro la sua volontà, si va impadronendo di lui l’agitazione tipica dello scolaro che ha fatto qualcosa di male e si aspetta la punizione: una sensazione di cui il giovane non riesce a liberarsi. Rimanere solo nel dormitorio e stare in piedi “sotto l’orologio” durante la colazione e per tutte le lezioni non è una punizione qualsiasi che si possa trascurare. Essere spedito in sanatorio, poi, è la cosa peggiore che un preside possa minacciare, dall’alto della sua autorità. Il sanatorio, di per sé, non ha nulla di spaventoso. Anzi, è un luogo assai piacevole; ma farcisi spedire quando non si ha nulla significa essere separati dagli altri, e generalmente è il passo che precede l’espulsione dalla scuola. Gli inservienti del collegio, tutti vecchi soldati, stanno pulendo i dormitori. Dal pianerottolo si scorge sia quello dei piccoli che quello dei più grandi. “Prima di tutto, io a questa storia non ci credo affatto”, dice Osokin fra sé, “e poi, ho voglia di fumare”, conclude inaspettatamente. “Chissà se ho qualche sigaretta”. Si fruga nelle tasche. “Neanche una. L’orologio, una moneta d’argento da venti copechi, un temperino, una candela, una lente d’ingrandimento, un pettine, una matita e basta”.

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Osokin non può trattenere un sorriso, alla vista del contenuto delle sue tasche di scolaro. “Solo il diavolo sa che strani sogni si possono fare!”, pensa. “Però è stupefacente; sta ritornando tutto quanto, pezzo per pezzo. E’ esattamente lo stesso che accadde allora: colpii il tedesco con il guanciale, spaccai il naso a Klementijev, e credo persino che cercai una sigaretta, mentre stavo in piedi sotto l’orologio. Ma ieri non avrei saputo ricordare tutte queste cose né esporle nei minimi dettagli come adesso. Ora invece ricordo persino quel che accadde dopo: Gustav venne a farmi la lezione, poi mi abbassarono il voto di condotta e in seguito rimasi senza licenza per tre domeniche. La cosa mi fece infuriare, e perciò smisi del tutto di studiare. Fu l’inizio di tutta una serie di piacevoli eventi che mi hanno portato a ripetere la quarta per due anni di seguito. Se sono tornato indietro per rifare tutto per bene, non avrei potuto davvero scegliere un inizio migliore. Ma sono tutte sciocchezze. Che me ne importa della scuola? Ora mi sveglio e tutto finirà. E’ soltanto un ricordo che è tornato a galla per chissà quale motivo….meglio pensare al presente”. Cerca di pensare a Zinaida, ma prova una stretta al cuore che gli fa scuotere il capo, e dice fra sé: “No, qualsiasi cosa ma questo no; è proprio da questo che ho voluto fuggire. Non mi importa se questo è un sogno o no; ma il pensiero di Zinaida non lo sopporto! E a che cos’altro potrei pensare, allora? Va tutto così male….sia qui che là. Non è possibile. Devo trovare qualcosa su cui fissare la mente, altrimenti è insopportabile… Chi era che ieri è venuto trovarmi? Ma certo Stupitsin! M’immagino quanto riderebbe se gli dicessi che il mago mi ha fatto ritornare a scuola. Credo che non potrebbe esistere punizione peggiore. A proposito, anche Stupitsin dovrebbe essere qui, solo che lui non frequenta da pensionante. Sarebbe interessante incontrarlo. Comunque, devo cercare di far qualcosa, sogno o non sogno. Non voglio restare in piedi sotto l’orologio. Non è certo per questo che sono tornato a scuola. Ma è un sogno maledettamente strano; una specie di incubo o di delirio.Forse sono malato, forse ho il tifo. E’ strano che riesca a ragionare in modo così coerente; però dicono che a volte succede proprio così. Se questo è vero, debbo ritrovare l’inizio. Quando potrebbe essere cominciato questo delirio? Ricordo che ieri Stupitsin mi ha detto che non avevo un bell’aspetto. Poi sono andato alla posta e ho incontrato Krutiskij che mi ha detto di Zinaida. E’ stato quello l’inizio di tutta questa storia…Ma in fondo può darsi che non sia successo proprio niente; forse alla posta non ci sono mai andato e Krutiskij non l’ ho incontrato; forse anche questa storia di Zinaida che si sposa è delirio. E’ possibile che mi sia ammalato subito dopo che Stupitsin se n’è andato ed ora sono nella mia camera, delirante…o all’ospedale….e non riesco a svegliarmi. Questa è la cosa più probabile. Be’ allora, appena sarò guarito, partirò per la Crimea…anche senza biglietto, se è necessario, magari seduto sui respingenti del treno, ma ci andrò… Forse però non ho il tifo ma una di quelle febbri che mi venivano quando ero in Turkestan”. Intanto ecco Prokofij, che è in ottimi rapporti con gli allievi, venirgli incontro sorridente, facendogli un cenno col capo. “Be’ te la sei meritata, Osokin! Per cosa vi azzuffavate?”. Osokin dapprima non capisce, poi, senza volere, gli risponde con le parole di uno scolaro: “Ma non stavamo mica azzuffandoci. L’ ho solo colpito per sbaglio col gomito”. Prokofij scuote il capo. “Be’ , l’ hai preso in pieno. Come gli sanguinava il naso!Non si riusciva a fermarlo. E tutti a dirgli:"Tieni su la testa!". E adesso ha il naso tutto pesto e gonfio così”. E mostra quanto è diventato grosso il naso di Klementjev. “Ma è stato un incidente”, dice Osokin bilanciandosi prima su un piede poi sull’altro. “Eh già, e anche il guanciale che hai tirato in testa a Wilhelm Petrovic è stato un incidente? Aspetta un po’ e vedrai che a te ci penserà Gustav Lukic!”. Prokofij lo saluta con la mano ed entra nel dormitorio. Il filo dei pensieri di Osokin si è spezzato. “Non riesco a capire”, dice. “ Che cosa sono adesso, uno scolaro o un uomo adulto? Si, questa è la ripetizione di tutto quello che è accaduto prima, fin nei minimi particolari. Ma allora, se sono tornato indietro, non è stato certo perché questo accadesse. E se è un sogno,perché dura tanto? Quanto spesso sognavo la scuola, prima! Ed era sempre buffo da morire. Ricordo che quando ero a Parigi sognavo di essere di nuovo a scuola. Tutto era esattamente come adesso. E ricordo che volevo uscire per andare da qualche parte, e domandavo il permesso a Gustav, e lui non voleva lasciarmi andare.Io gli dicevo:”Debbo andare a trovare certa gente. Gustav Lukic, per via di un affare importante. 14 lui, col suo buffo accento ceco, mi rispondeva:”Questo non m’interessa. Se ti sei iscritto a questa scuola, devi accettarne tutte le regole”. Be’, questo significa che ora dovrò avere un’altra spiegazione con Gustav Lukic. Però, maledizione!, debbo ammettere, che è tutto molto strano: debbo proprio cercare di non dimenticare questo sogno. Uno si scorda sempre le parti più interessanti. Ecco un buon soggetto per una

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poesia: dove finisce il sogno e dove incomincia la realtà? E’ impossibile stabilirlo. Quello che vediamo ci sembra realtà, ma poi chiamiamo sogno la stessa identica cosa. Però mi domando se questo sogno continuerà ancora a lungo. Se sapesso per certo che durerà, potrei farlo andare come voglio. Potrei vedere tante cose! Vediamo un po’…chi vorrei vedere? Mai madre?” Osokin si arresta nel mezzo delle sue riflessioni con un senso di spavento. “Ma è morta”, dice tra sè e sé, “mi rammento il suo funerale. Come la vedrò adesso? Non potrò mai dimenticare di averla vista morta. Mi ricordo: anche allora, a scuola, pensavo che sarebbe venuto il momento in cui lei sarebbe morta, e mi domandavo che cosa avrei dovuto fare. E poi, è morta davvero…e io non ho fatto nulla, ho continuato a vivere. La cosa più tremenda è che ci si rassegna a tutto. Ma adesso, quanto vorrei vederla! Perché questo sogno è così stupido? Perché sogno il tedesco, Prokofij, e non la mamma? Che strana sensazione! E’ esattamente la stessa cosa che mi succedeva di continuo a scuola. Ricordo che a volte mi veniva da pensare che la mamma avrebbe potuto morire, e mi veniva un desiderio disperato di vederla subito, di essere a casa in quello stesso istante, seduto accanto a lei, e di parlarle. Ed ora è la stessa cosa. Non so che cosa darei per poterla soltanto vedere, adesso. Ma tanto penso che sabato mi faranno restare dentro. Che cosa stupida! Perché sto a pensarci? Questi sogni non possono impedirmi di fare quello che desidero. Voglio vederla, debbo vederla! E’ tutto come prima un’altra volta. Quanto mi annoiavo quando non mi lasciavano uscire per la fine di settimana! Queste creature ottuse non possono capire che significa stare qui dentro per una settimana senza poter andare a casa il sabato. E’ l’unica cosa che rende possibile vivere qui dentro. Ma che posso fare per vedere la mamma? E’ necessario, ma al tempo stesso mi spaventa. Come farò a guardarla e a parlarle, ora, con in mente il ricordo del suo funerale?Ora capisco perché sentivo sempre quel senso di compassione per lei. Era un presentimento”. Osokin rimane a lungo immerso nei suoi pensieri. “Non riesco proprio a venire a capo di questa storia”, dice, guardandosi intorno.”Voglio capire se questo è un sogno o no”.

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VIII.

IL PASSATO

Sullo schermo cinematografico scorre una serie di immagini della vita di collegio. La mattinata continua. Prima delle lezioni Osokin è chiamato al cospetto del vicepreside, un grasso ceco di nome Gustav Lukic, che gli impartisce una lunga ramanzina. Osokin tenta di spiegargli l’accaduto, ma quello si rifiuta di ascoltarlo e lo minaccia di ogni sorta di terribili punizioni. Alla fine, per tutte le mancanze commesse durante la mattinata, Osokin si vede sospendere la licenza per tre domeniche. Le lezioni hanno inizio. Osokin non sa neppure quali fossero le materie da preparare. Pessimo voto in greco. Le altre lezioni trascorrono senza incidenti: Osokin non viene interrogato. Lo scolaro rimane seduto al suo posto per tutta la durata delle lezioni, e durante l’intervallo si muove come avvolto da una specie di nebbia. Gli risulta penoso pensare di essere un uomo adulto, perché allora i suoi pensieri vengono occupati da Zinaida; ma è altrettanto penoso pensare di essere uno scolaro, perché allora gli viene in mente sua madre e sente che presto ella dovrà morire. Alla fine delle lezioni i collegiali si cambiano, indossano camiciotti di tela e scendono al piano inferiore. Non escono perché è brutto tempo. In autunno accade talvolta che i ragazzi non escano per tre settimane di fila. Che piacere sarebbe per il maestro affondare nel fango o camminare sotto la pioggia? E poiché i maestri sono cinque, e ogni giorno ne è in servizio uno diverso, ciascuno immagina che a portar fuori gli alunni provvederanno gli altri. E in fondo che cosa importa se i ragazzi restano dentro per un paio di giorni? Nessuno pensa mai che in questo modo passano le settimane, una dopo l’altra. E preside e vicepreside non vogliono saperne nulla. Tanto vengono a scuola soltanto la sera. I ragazzi si sparpagliano per tutto il vasto edificio del collegio. I più piccoli corrono al piano di sotto, in palestra. Osokin è seduto su un davanzale al primo piano e il suo sguardo si posa sulla strada. Tutto è esattamente lo stesso. C’è l’insegna che dice “Salumi e formaggi” e, più in là, quella delle “Carni e pesci”. Fango, pioggia, uno scorcio dell’odioso autunno moscovita. Passano tram a cavalli con le bestie sfiancate, grondanti di pioggia, e carrozze con le capotes rialzate. Osokin si sente triste e infelice. Vorrebbe essere a casa con sua madre, a leggere, o ad ascoltarla leggere a voce alta. Oppure, sarebbe bello andare da qualche parte, in giro per le strade sotto la pioggia; a volte anche questo è molto piacevole. Forse potrebbe addirittura vedere Zinaida!…Ecco, di nuovo gli stessi pensieri! “Ma insomma, in fin dei conti, è un sogno o è realtà?”, si domanda. “Che cosa dimostra che si tratta d’un sogno? L’inglese? Si, perché non avrei potuto saperlo, prima. Ho iniziato a studiarlo a Pietroburgo. Come incomincia quel racconto? “Il re di Duntrine ebbe una figlia da vecchio, ed essa era la più bella figlia di re tra due mari…”. Gli tornano alla mente, a frasi spezzate, altre parole della favola di Stevenson. “Non riesco a ricordarla per intero”, dice Osokin fra sé. “Debbo trovare quel libro. Ma è curioso davvero: se sono uno scolaro, come faccio a conoscerlo? E so benissimo di essere stato a Londra e di aver vissuto in una pensione nei pressi del British Museum; e di Parigi, poi, conosco ogni strada e ogni angolo di Montmartre e della Rive Gauche. No, proverò a far finta che non sto dormendo, e che il mago mi ha davvero fatto tornare indietro, così come volevo, perché possa rivivere la mia vita in modo nuovo. Quindi, che debbo fare? Tutto dev’essere diverso. Debbo terminare la scuola, e per questo occorre lavorare sodo ed evitare avventure come quella di stamattina. Naturalmente sarà difficile, all’inizio, ma dopo un paio di giorni mi ci abituerò. Ora sono in quarta; ciò significa che quando terminerò la scuola avrò diciott’anni e andrò all’Università. Quando incontrerò Zinaida sarò già laureato. Tutto sarà

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differente. Ma quanto tempo ci vorrà…E che noia, qui dentro: una noia semplicemente mortale. Si, capisco perfettamente perché non riuscivo a studiare, e perché non ho mai terminato la scuola. Come posso sopportare questa noia? Debbo pensare a quando andrò in Crimea con Zinaida. Che cosa meravigliosa sarà! La sera, in treno, siederemo fianco a fianco e guarderemo passare i campi…poi comincerà la steppa, e poi le colline di gesso, e poi ancora steppa. Forse riuscirò a conoscerla prima….Effettivamente, dovrei averla già c conosciuta. E’ qui a Mosca. Lei non lo saprà, ma io la vedrò, ogni tanto. Ma come ha potuto accettare di sposare Minskij? E’ stata colpa mia. Deve aver pensato veramente che non sono partito perché m’interessava un’altra donna; ma adesso, sarà tutto differente”. Gli si avvicina il suo amico Sokolov. E’ un poco più giovane di Osikin, ed è una classe indietro rispetto a lui, ma per qualche strana ragione è l’unico con cui Osokin sente di poter parlare. “Che cosa sogni Osokin?”. “Sai, Sokolov”, risponde egli, “tu diventerai avvocato”. “Che sciocchezza!Io andrò alla facoltà d’ingegneria”. “Ma nient’affatto, tu studierai legge. E ora, indovina che cosa farò “Se passi il tempo a far quello che hai fatto oggi, a tirare guanciali in faccia a Wilhelm e a prendere almeno un brutto voto al giorno, la cosa più probabile è che diventi un vagabondo o un mendicante. Be’, forse, in nome della vecchia amicizia, ti troverò un posto di segnalatore”. “Be’ lo vedremo”, risponde Osokin. “Non c’è proprio niente da vedere. E? chiaro come il sole che non terminerai mai la scuola”. “Come puoi parlare con tanta sicurezza?”. “Perché non fai niente”. “Ma qui è una noia terribile”, ribatte Osokin. “Comunque ho preso la decisione di darmi da fare. Non voglio ripetere la quarta un’altra volta per tutto l’oro del mondo”. Sokolov ride. “Quante volte l’ho sentita!Sono mesi, ormai, che dici che ti metterai al lavoro! Be’, dimmi un po’, che cosa c’è di greco per domani?”. “Uh secchione!”, ride Osokin. “E, sai? , avrai la barba rossa”. “Dai, dimmi ancora un po’ di bugie. Perché dovrei avere la barba rossa? Ho i capelli neri!”. “Si, avrai la barba rossa e farai l’avvocato. L’ho sognato”. “Andiamo di sotto” dice Sokolov. E i due ragazzi escono insieme. Qualche giorno più tardi. La lezione serale. File di banchi. Attraverso la porta aperta si scorge la classe dei più piccoli. I lumi sono accesi. I ragazzi stanno preparando la lezione. Osokin, deciso a mettersi a studiare, si è fatto un programma e sta ripassando la grammatica latina. Dopo aver letto una pagina, chiude il libro e guardando fisso davanti a sé ripete mentalmente; “Cupio, desidero, opto, volo, appeto… Maledizione! Che diavolo significa appeto?”. Guarda nel libro di grammatica. “Ah, si…Allora: volo, nolo,appeto, expecto, possum, postulo, impetro, sdipiscor, experior,praestolor…praestolor….L’ho dimenticato un’altra volta!”. Consulta il libro, poi sbadiglia e si guarda intorno. “Ma che noia infernale. Si, ora capisco perché prima non riuscivo ma i a studiare. Ma pensa un po’, inventarsi un’assurdità come questa per farci imparare la grammatica latina nuda e cruda! Eppure, anche il latino potrebb’ essere interessantissimo. Ricordo quelle lezioni, alla Sorbona. Ci andai per studiare psicologia e mi prese un grande amore per la poesia latina…E ora questo latino scolastico è dieci volte più noioso di prima. Be’ devo dire che mi sono cacciato in un pasticcio. E debbo cavarne tutto il possibile. Ma che cosa nauseante, dover stare seduto qui dentro per tre settimane! Sarebbe tanto interessante vedere Mosca. Strano che non mi sia reso conto di quanto sarebbe stato noioso e insopportabile qui. Sembra proprio che io non possa farci nulla. Ma già prima era altrettanto noioso e insopportabile…”. Nella classe dei piccoli, dove si trova il maestro, si odono rumori: tutti si alzano. La prima lezione è terminata. Due amici di Osokin, Telehov e un polacco di nome Brahovskij, gli si avvicinano. “Hai preparato la lezione?”, chiede Brahovskij con una risata. “Si”. “Stai mentendo. E’ mezz’ora che ti osservo. Non riesco a capire che cosa stai facendo. Se stessi leggendo si vedrebbe, ma tu ti limiti a fissare il libro: è ovvio che non impari un bel niente. Stai li seduto a fissare il vuoto”.

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“Sta’ a sentire, Brahovskij”, dice Osokin:”conosci la storia del polacco e del khokhol ? Il polacco disse al khokhol: “Sei un fannullone: da tre ore sto seduto a guardarti, e non hai fatto un bel niente!”. E il khokhol rispose:”E tu, che cos’hai fatto per tutto quel tempo, panie ?”. Tutti ridono, eccetto Osokin, che guarda Brahoskij perplesso mentre nella sua mente si fa strada un nuovo turbine di pensieri. Non sente neppure il resto della risposta di Brahovskij. “Ricordo benissimo”, dice tra sé e sé. “Eravamo qui in piedi, esattamente come adesso, e Brahovskij disse la stessa cosa: che non riusciva a capire come facevo a star seduto a fissare il libro, e io gli raccontai la stessa storiella. Il che dimostra quant’è facile ricadere nel solito solco. Ma no, tutto questo deve cambiare”. A queste parole; si ferma. “Mi sembra che anche allora ripetevo a me stesso che tutto doveva cambiare”. Alcuni giorni dopo. Di nuovo la lezione della sera; Osokin è molto annoiato e si sente lacerare interiormente. “Debbo uscirne fuori”, si dice. “In fondo, in una giornata vi sono tanti momenti in cui uno potrebbe semplicemente prendere e uscire dal collegio. Perché non l’ho fatto subito? Tutta questa storia del tornare indietro è assurda. Proprio non ne posso più di stare qua dentro. Non capisco questa situazione e non ci credo neanche un po’, ma, anche se sono stato tanto stupido da ritornare, prima riesco ad andarmene, e meglio è; se la possibilità di cambiare esiste, il cambiamento può cominciare soltanto se riesco ad andar via dal collegio, a qualsiasi costo. Non debbo far altro che scappare”. Ma, mentre pensa tutto questo. Osokin sa bene che non lo farà mai. “Sarebbe troppo facile se potessimo fare cose del genere”, dice ancora fra sé. “C’è in noi qualcosa che ci trattiene qui dove siamo. E’ questa, credo, la cosa più terribile”. Ma non ha voglia di pensare. Rimane per un po’ seduto con la mente vuota, poi scivola impercettibilmente in una di quelle fantasie ad occhi aperti che in passato sono state causa di molte lezioni non preparate e di tanti brutti voti. Questi sogni si chiamano “Viaggio in Oceanine”. Sono il metodo migliore per sfuggire alla realtà. Osokin naviga sul Pacifico. Durante una tempesta la nave urta contro uno scoglio e cola a picco. Un’onda lo scaglia mezzo morto sulla costa di un paese ignoto. Viene trovato, portato in una casa, rianimato e nutrito dagli abitanti. Una volta pienamente ristabilito, Osokin comincia a interessarsi molto a questa gente. Presto si rende conto che non si tratta di uomini come tutti gli altri che abitano il resto del mondo. Sono una razza molto colta e civile. Hanno fondato uno Stato ideale in cui la miseria, i delitti, la stupidità e la crudeltà non esistono. Tutti sono felici, tutti si godono la vita: il sole, la natura, l’arte. “Viaggio in Oceanine” è un miscuglio di elementi tratti da una mezza dozzina di libri che ha letto, ma per Osokin c’è qualcosa di molto personale e di molto emozionante, nell’Oceanide. Laggiù gli accadono mille cose interessanti. Uno o due abitanti di Oceanine – a volte si tratta di una ragazza dal viso allegro e gaio – gli fanno da guida, mostrandogli le istituzioni del Paese e spiegandogliene l’organizzazione sociale. Scendono insieme nel cratere di un vulcano spento; scalano le vette innevate delle montagne; vivono dozzine di avventure strane ed inconsuete. A volte, quando è la ragazza dal viso allegro a fargli da guida. Osokin si trova in situazioni assai complicate: o debbono passare la notte nella stessa stanza in una locanda disabitata; oppure, in montagna, la pioggia e il temporale li costringono a rifugiarsi in una caverna; oppure ancora, la barca a bordo della quale attraversano il fiume si capovolge, ed essi raggiungono a nuoto un’isoletta dive fanno asciugare i vestiti davanti al fuoco. In molte di queste occasioni, la compagna di Osokin si veste e si spoglia davanti a lui senza il minimo imbarazzo: e tanta naturalezza e libertà dalle inibizioni gli danno un piacere particolare, ed eccitano la sua immaginazione. Mentre sta vivendo qualcuna di queste avventure in Oceanine, Osokin è incapace di interessarsi a qualunque altra cosa. “Ma perché sto pensando un’altra volta a tutte queste sciocchezze?”, si domanda indeciso. “Perché non ho nient’altro cui pensare”, si risponde. “In fondo, è tutto ugualmente assurdo”. Dopo un po’, però, con una curiosa sensazione d’interesse, nota una differenza marcata fra i suoi sogni. Gli sembra di essere diviso. Una parte di lui continua a lasciarsi trasportare, a inventare avventure sempre più stravaganti e nuovi argomenti di conversazione con gli abitanti di Oceanine, mentre l’altra parte osserva il formarsi dei sogni e ne trae le sue conclusioni. I sogni stessi subiscono un cambiamento percettibile. Prima di tutto, le

Piccolo russo, ucraino

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avventure con le fanciulle di Oceanine si fanno meno innocenti e acquistano il sapore di un’ esperienza più adulta; e in secondo luogo, Osokin ha l’impressione che il suo atteggiamento nei confronti dell’ Oceanine stessa e dei suoi abitanti sia completamente mutato. In passato – o, come dice lui quando parla a se stesso, allora – il suo atteggiamento era pieno di curiosità e di ammirazione; adesso si è fatto ironico, incredulo e critico; Osokin si rende conto non solo di aver perso la capacità di credere nelle Utopie e di trovarle piacevoli, ma di aver decisamente acquisito una sorta di diffidenza nei loro confronti, un sospetto che si tratti di menzogne deliberate, o almeno di un camuffamento intenzionale della verità. Le sue conversazioni con “quelli del partito”, in Svizzera, a Parigi, a Mosca, e le sgradevoli sensazioni che gli hanno sempre lasciato dentro, ormai si riflettono in modo deciso su tutto ciò che accade in Oceanide. Ha un involontario sorriso quando si rende conto che sta cercando, adesso, di dimostrare agli abitanti di Oceanine che non possono essere ciò che pretendono di essere. “Siete degli impostori”, dice loro. “Non potete esistere nella realtà. E persino nella immaginazione, siete concepibili soltanto in circostanze che non possono avverarsi”. “Ma noi siamo soltanto la dimostrazione di quello che tutti i popoli, di tutti i Paesi, possono fare”, replica l’abitante di Oceanine con cui Osokin immagina di discutere in quel momento. “E invece dimostrate proprio ciò che è impossibile per tutti i popoli, di tutti i Paesi”, dice Osokin. “Perché voi esistiate, occorre che ogni logica sia mandata all’aria, e che si creino condizioni artificiali che nella vita reale non possono verificarsi; e chiunque tenti di realizzare un’ organizzazione sociale simile alla vostra non otterrà altro risultato che distruggere quel po’ che resta di passabile, e farà soltanto l’infelicità di tutti”. Osokin si ferma di colpo, e il suo volto cambia espressione. “Eppure, questa è proprio la dimostrazione che io ho lasciato una vita completamente diversa per ritornare indietro”, riflette. “Non ci avevo mai pensato. Ero tutto preso dalle Utopie. Adesso so che sono soltanto un’ impostura, e di bassa lega. Molto interessante. Ho cercato di dimostrarlo: ebbene, questa è una prova certa. Non avrei mai potuto pensarla così, prima”. Fine delle lezioni. Osokin esce mescolandosi alla folla chiassosa dei ragazzi, tutto preso dalle sue nuove riflessioni e dalla sua scoperta inattesa. Si sente molto triste: Oceanine non gli sembrerà più bella come prima. Probabilmente, scomparirà del tutto, come altri suoi sogni in cui immaginava di essere un famoso generale, un celebre poeta i un grande pittore. Alcuni giorni più tardi. E’ notte. Il dormitorio del collegio. Osokin è sdraiato su un letto duro, sotto una coperta rossa. Dall’altra estremità del dormitorio proviene la fioca luce di un lume mezzo consumato. “Non capisco niente”, pensa fra sé il ragazzo. “Adesso sembra tutto un sogno, sia il presente che il passato. Vorrei tanto svegliarmi da tutt’e due. Vorrei poter essere nel sud da qualche parte dove ci siano sole, mare e libertà. Vorrei non pensare a nulla, non aspettarmi nulla, non ricordare nulla. Ma che strano! Il mago diceva che avrei ricordato tutto, a meno che non avessi voluto dimenticare: ed ecco che ho voglia proprio di dimenticare. Mi sembra di aver dimenticato molte cose, in questi ultimi giorni. Non lo sopporto. E’ troppo penoso per me pensare a Ainaida. Forse questo è un sogno. Ma no, non può essere: io ci sono stato davvero…Dunque, tutto ciò che succede adesso. Quel che più mi stupisce è che prendo tutto con questa calma, senza neanche meravigliarmi troppo: come se tutto fosse esattamente quel che dev’ essere. Ma che cos’ altro potrei fare? Forse, tutti gli eventi fuori dell’ ordinario li accettiamo in questo modo. Per quanto possiamo stupirci, non cambia niente, e allora cominciamo a far finta che nulla ci sembri stupefacente. Quando morì mia nonna, pensai: “Che cosa inspiegabile, straordinaria, è la morte!”. Ma tutti la danno per scontata. E che cos’altro possono fare? Mi ricordo che durante il funerale mi venne da pensare che se tutti gli uomini scomparissero improvvisamente, e ne restasse uno solo, la cosa gli sembrerebbe tremenda e sconvolgente magari per un giorno…ma l’indomani, probabilmente, la troverebbe del tutto normale e inevitabile. Che strano, ritrovarmi a scuola! Ricordo il suono del respiro dei compagni, diverso per ciascuno, simile al ticchettio degli orologi nella bottega dell’ orologiaio. Ricordo di essere rimasto spesso sveglio di notte, ad ascoltarlo. Che cosa significa tutto questo? Come vorrei poter capire! “.

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IX.

UN SOGNO

Osokin sogna che, mentre dopo le lezioni passeggia in palestra con Sokolov, conversando del più e del meno, qualcuno viene inaspettatamente e convocarlo nella stanza dei ricevimenti. Capita a volte che

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sua madre venga a trovarlo verso quest’ora, cosicché Osokin sale le scale e attraversa i lunghi corridoi senza aspettarsi nulla d’insolito. Nel salotto dei ricevimenti c’è invece una giovane donna elegantissima il cui aspetto gli è del tutto sconosciuto. Egli si arresta confuso, terribilmente imbarazzato a causa del suo camiciotto di tela macchiato d’inchiostro, dei ciuffi di capelli spettinati, di tutto il suo aspetto di scolaro. E’ chiaro che l’hanno chiamato per sbaglio, confondendolo con qualcun altro; ma la giovane signora lo guarda, ride e gli tende una piccola mano guantata di camoscio giallo. “Cielo, quanto sei cresciuto!”,esclama. “Si direbbe proprio che tu non mi riconosca”. Osokin la guarda e non sa che dire. E’ molto bella, i suoi occhi sono grandi e luminosi. Si sente sempre più impacciato. Vorrebbe dire qualche parola cortese, ma è pronto a scommettere di non aver mai incontrato quella donna in vita sua. Per qualche motivo ha l’impressione che ella si prenda gioco di lui, dicendogli quanto è cresciuto come se lo conoscesse da un pezzo. Non riesce a capire per quale ragione lo faccia. “Ebbene, non mi riconosci?”, dice la signora con una voce straordinariamente piacevole, limpida, una voce da fanciulla. “Pensaci e ti rammenterai”. Lo guarda ridendo. Per un breve istante un ricordo attraversa veloce, più veloce del pensiero, la mente di Osokin. Si, la conosce. Perché non l’ha capito subito? Ma quando può averla conosciuta? Egli fruga in fretta nella memoria e ripercorre tutta la sua vita fino al momento in cui è andato a trovare il mago: potrebbe affermare con certezza che quella donna nella sua vita non è mai esistita. “Oh, come sei buffo!”, esclama lei. “Insomma, tu sei proprio dimenticato di me. Non ti ricordi, a Zvenigorod? Io ero più grande di te; rammenti? Portavo un nastro rosso nella treccia. Hai dimenticato le volte che andavamo al mulino, e quel giorno che andammo a cercare Jucka?”. Osokin ricorda di aver abitato a Zvenigorod da piccolo, con sua madre e suo padre; ricorda il mulino ad acqua nel bosco e l’odore della farina, l’aroma di catrame delle barche presso il traghetto, il monastero tutto bianco sulla collina e la foresta con le sorgenti d’acqua ghiacciata, proprio sopra la strada; ricorda Jucka, il cagnolino nero che un giorno sparì e non si trovò più per un pezzo. Ma la ragazza con il nastro rosso nella treccia con c’era: ne è assolutamente convinto. Di nuovo, ha l’impressione che la donna si stia prendendo gioco di lui. Ma perché? Chi è? Come fa a sapere di Zvenigorod e di Jucka? Osokin tace mentre alla continua a ridere della sua risata contagiosa. Lo prende per la mano e lo fa sedere accanto a sé. Osikin avverte il profumo di lei: un profumo lieve, ma stranamente penetrante. Ma si, certo che la conosce. Ma quando, dove l’ha incontrata? Forse fa parte di qualche altro sogno. Questa sensazione non gli è nuova: nel sogno egli ricorda un altro sogno. “Perché sei così taciturno?”,domanda la donna. “Di’ qualcosa. Sei contento di vedermi? “Sono contento”, risponde Osokin arrossendo penosamente, incapace di smettere di essere un semplice collegiale. “E perché sei contento?”. “Perché ti amo”, risponde lui senza sapere da dove gli venga il coraggio di dirlo, e intanto brucia per la vergogna insopportabile di essere uno scolaro, mentre lei è una donna adulta. Ormai ella ride apertamente, risono i suoi occhi, e ride persino la fossetta che ha nella guancia. “Da quando mi ami?”, domanda. “Ti ho sempre amata”, è la risposta. “Anche quella volta, a Zvenigorod”. Egli sente che questa bugia è necessaria. La donna gli lancia una rapida occhiata, e d’improvviso tra loro c’è qualcosa che viene compreso ed accettato. E’ come se avessero deciso qualcosa di comune accordo. “Benissimo”, dice lei, “ma adesso che cosa facciamo? Sono venuta qui perché non ti trovavo da nessuna parte”. Osokin capisce che lei l’ha cercato laggiù….ma non sa dire dove si trovi, questo “laggiù”. Capisce anche che per qualche strana ragione non è necessario spiegarsi più chiaramente, “Be’, allora”, dice lei, “hai intenzione di rimanere qui?”. “No”. Questa parola sorprende lo stesso Osokin. “Certo che no! Ce ne andremo insieme. Voglio dire, io fuggirò con te. Scenderemo insieme al piano di sotto, e mentre tu ti vesti nell’ingresso, io mi metterò il cappotto di un altro e uscirò dalla porta principale. Poi prenderemo una carrozza e ce ne andremo”. “Ebbene, andiamo”, dice lei come se fra loro due fosse tutto già deciso da un pezzo. Osokin capisce e insieme non capisce: un turbinio di speranze gli invade la mente. E’ straordinariamente piacevole provare all’ improvviso tante sensazioni nuove ed accorgersi di tanti

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cambiamenti inattesi. Davanti a lui c’è qualcosa di nuovo, qualcosa che non gli è mai accaduto prima, qualcosa che splende di colori smaglianti. I due escono sul pianerottolo e scendono insieme la scalinata. Ma questa è lunga e buia, a differenza di quella che conduce all’ ingresso. “Abbiamo preso la scala sbagliata” , dice Osokin. “Non fa nulla”, sussurra piano lei. “Questa ci porterà dritti dritti fuori di qui”. Nell’ oscurità ella lo circonda con le braccia e con una dolce risata preme il capo di lui contro il proprio. Osokin avverte il tocco delle braccia di lei, sente la seta e la pelliccia contro il viso, avverte il profumo della donna e il suo contatto morbido, tenero, caldo. Con esitazione, la prende tra le braccia: attraverso il vestito e il corsetto sente i seni di lei, soffici e sodi. Il suo corpo è assalito da un tremito penosamente dolce. Le sue labbra le premono una guancia ed egli ode il respiro affrettato di lei. Le labbra di lei cercano le sue. Dentro di lui, una voce si domanda: “Ma è proprio vero?”. E un’altra risponde: “Si, certo”. Una gioia incontenibile lo assale. In quell’ attimo gli sembra di staccarsi dalla terra con lei e di volare. Improvvisamente, in cima alla scalinata si sente il suono aspro e sgradevole di una campana, e si odono delle voce. Una sensazione dolorosa assale d’ improvviso il cuore di Osokin. Ella scomparirà di nuovo! “E’ troppo tardi”, gli dice in fretta svincolandosi dall’ abbraccio. Anche Osokin sente di averla perduta, sente che quella cosa infinitamente bella, luminosa, piena di gioia gli sta sfuggendo. “Caro, ascolta! Debbo correr via, prima che sia troppo tardi. Ma tornerò. Aspettami. Mi ascolti? Non dimenticare….”. Dice ancora qualcosa prima di correre veloce giù per le scale, ma Osikin non la sente, perché la campana che suona sempre più forte soffoca la sua voce. Ormai è già scomparsa alla vista. Osokin vorrebbe rincorrerla; si sforza di vedere da che parte sia andata….e apre gli occhi. “Ranocchio”, coi suoi piedi all’infuori, sta passando proprio vicino al letto di Osokin e suona la campana con aria molto assorta. E’ mattina. Passa qualche secondo prima che Osokin torni in sé. E’ ancora pieno del tremito gioioso del bacio, dell’angoscia bruciante della sua fine, e della felicità per quanto è accaduto. Ciò che ha vissuto è infinitamente lontano dalla realtà del dormitorio, dalle grida dei compagni e dal bagliore delle lampade a olio. Egli percepisce ancora acutamente il profumo, la sensazione di quelle braccia che lo circondano, dei capelli che gli accarezzano il volto….Tutto questo lo accompagna ancora. Il cuore gli batte velocissimo. Il suo corpo sembra diventato una cosa viva, consapevole di sé, piena di gioia e di stupore a un tempo. Alla fine, il primo pensiero chiaro gli attraversa la mente:”Chi è? Ha detto che sarebbe ritornata: ma quando? Come mai non ho sentito le ultime parole che mi ha detto? E ora, che debbo fare?”. E’ disperato per aver perduto il suo sogno. Gli sembra che forse potrebbe ancora raggiungerla, domandarle chi è, da dove viene, chiederle che cosa significa tutto questo mistero. Se quella era realtà, allora tutto ciò che gli accade intorno sembra terribilmente vano, insensato e stupidamente irritante. E’ insopportabile che un altro giorno sia incominciato, e che a lui tocchi viverlo fino alla fine. Al tempo stesso, è bello che tutto ciò sia accaduto, anche se è stato solo un sogno. Questo significa che può succedere ancora. Un raggio di sole brilla ora in lontananza, come se il mattino stesse sorgendo. “Ma chi è lei, da dove viene?”, si domanda ancora Osokin. “Io non conosco quel viso….eppure lo conosco bene. Ma è poi vero?”. Per tutta la giornata, ancora sotto l’influsso del sogno, Osokin vive in una specie di nebbia. Vorrebbe conservarlo sempre nella memoria e riviverlo ancora e ancora: vorrebbe capire chi sia la sconosciuta. Ma il sogno si fa meno distinto, impallidisce, svanisce…tuttavia qualcosa rimane. Nel mezzo della giornata Osokin torna al suo sogno per paragonarne il ricordo alle impressioni della vita reale, e improvvisamente si rende conto con stupore che l’immagine di Zinaida si è fatta sfocata e lontana. Adesso può ripensare a lei senza provare dolore. Ancora ieri, era diverso: non appena ella gli tornava nella memoria, provava una pena acuta. Mentre riflette su questo, per un millesimo di secondo gli attraversa la mente non il ricordo, ma l’ombra del ricordo di una ragazzina con un nastro rosso nella treccia di capelli scuri, alla quale egli parlava di Zvenigorod…

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“Ebbene, ecco come faceva a sapere tutte quelle cose”, pensa fra sé Osokin. Ma nell’istante stesso sente di aver dimenticato tutto ancora una volta. Rimane soltanto la consapevolezza che ogni cosa è accaduta in un momento in cui tutto ciò che riguardava Zinaida apparteneva ormai già al passato. Forse anche quello era stato un sogno. Ancora una volta la sua mente segue un certo corso di pensiero. “Si,si”, dice fra sé quasi timoroso di respirare. “Forse vuol dire… ma può essere successo dopo? E poi, dopo che cosa?”. Allora, in modo del tutto inatteso, la sua mente giunge a una conclusione, e Osokin capisce: ”Questo non è accaduto, ma accadrà se continuerò a vivere”. Egli non comprende ancora appieno la conclusione cui è giunto, ma tutta la sua persona si colma di gratitudine verso la fanciulla per essere venuta da lui. Dopo quest’ ultimo sforzo, la sua mente si rifiuta di capire ancora. Osokin sente il suo sogno farsi sfocato e svanire rapidamente, sente che presto non ne rimarrà più nulla. Fino a sera continua a tornarvi su nelle sue riflessioni, e più volte gli sembra di comprendere a sprazzi alcuni particolari strani. “Tra passato e futuro non c’è nessuna differenza essenziale”, pensa. “ Siamo noi che li chiamiamo con nomi diversi: è stato e sarà. In realtà, tutto questo è stato e contemporaneamente sarà”. Per tutta la giornata la scuola e ciò che lo circonda gli paiono completamente irreali, simili ad ombre trasparenti. A tratti, egli ha l’impressione che se riuscisse a perdersi fino in fondo nella riflessione e poi a guardarsi intorno, tutto gli apparirebbe completamente diverso…. E forse, allora, avrebbe inizio la continuazione del suo sogno.

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IX.

UN COLLEGIALE

Domenica. Inverno. Nevica. Osokin, un collegiale col cappotto grigio dal collo di pelo nero e dai bottoni d’argento, e col berretto blu scuro ornato dal distintivo a foglie d’alloro della scuola, anch’ esso d’argento, sta scendendo una stradina nei pressi della porta Pokrovskij. All’angolo si ferma e si guarda intorno. “Si, certo”, pensa, “ecco le vecchie case, proprio com’ erano allora. Ma vedo che tutto è molto cambiato. E’ sorprendente, quanti mutamenti possano avvenire nel giro di dodici anni. Bene, ora debbo dare un’ occhiata qui intorno. La nuova casa dei Krutiskij ancora non esiste, ma loro abitano qui nei paraggi. Oh, se potessi vedere Zinaida! Ma che sciocchezza: che cosa mai potrei fare, anche se la vedessi? Io sono uno scolaro, e lei è una ragazzina. E la cosa strana è che anche allora me ne andavo in giro per le strade e i viali di Mosca, e a volte venivo proprio qui, con la sensazione di dover incontrare qualcuno, trovare qualcuno. Ma è inutile disperarsi fin d’ora. Sarebbe bello vederla, ma occorre prima che io trovi suo fratello, che faccia la sua conoscenza e che diventiamo amici. Dovrebbe essere in uno dei corpi cadetti, ma non so quale. Mi è uscito del tutto di mente. Ricordo che mi parlava molto del corpo cui apparteneva. Ora comincio a scordarmi tutto! Si, certo debbo trovarlo, altrimenti non c’ incontreremo mai. Spero che stavolta andrò all’ Università e non alla Scuola militare. E, tra l’altro, quando eravamo a scuola Zinaida era già andata all’ estero. Questa volta bisogna che c’ incontriamo prima. Com’ è strano tutto questo! A volte è come se la mia vita precedente, il mago, Zinaida, fossero tutti simili ai miei sogni sui “Viaggi in Oceanine”. Be’ , ora vedremo”. Osokin si ferma di fronte a una casa e legge il nome scritto sulla targa del cancello. “La casa è questa. Che fare, adesso?”. Guarda all’ interno del cortile. “Ecco l’ingresso principale. Probabilmente loro abitano qui”. • Un dvornik attraversa il cortile. Osokin si ritrae e riprende a camminare per la strada. “Girerò un po’ qui attorno”, dice fra sé e sé, “forse qualcuno uscirà. Sarebbe splendido se uscisse Krutiskij: gli parlerei subito. Accidenti! Adesso ricordo che stava a Pietroburgo, oppure apparteneva a qualche corpo stanziato in provincia. Maledizione! Se è così, come faccio adesso a trovare Zinaida?”. Mentre continua a camminare su e giù per la via, una slitta lo sorpassa e va a fermarsi davanti all’ ingresso di casa Krutiskij. Ne scendono una ragazzina e una signora che indossa una cappa di pelliccia. Mentre la signora paga il vetturino. Osokin le supera e intanto guarda la bambina. “E’ Zinaida o non è lei? Non mi pare, dovrei senz’ altro riconoscerla. Forse però è proprio lei: in ogni caso, questa ragazzina le rassomiglia”. Si volta ancora per osservarla. La signora col mantello di pelliccia si accorge di lui e lo guarda sorpresa: Osokin arrossisce e si allontana rapidamente senza voltarsi. “Maledizione! Ma che stupido! Uno scolaro che sta lì a guardare una bambina e non è nemmeno lei. Ma perché la signora mi ha lanciato quell’ occhiata stupita e interrogativa? Che cosa assurda! La gente prende sempre tutto nel modo più stupido. Come poteva sapere perché mi sono voltato? Che idiozia! Eppure mi domando proprio chi fossero. E’ un peccato non aver veduto bene la signora. Forse era la madre di Zinaida, ma non credo”. Osokin si ferma all’ angolo della strada. “Ebbene, e adesso? Finora mi sto comportando come uno scolaretto qualsiasi, e non mi viene in mente nient’altro da fare. E’ una cosa semplicemente idiota camminare su e giù per una stradina deserta, e fra l’ altro comincia a far freddo. E poi, sarebbe imbarazzante se si accorgessero di me. Poi direbbero: “Ti abbiamo già visto. Andavi sempre su e giù per la nostra via. Perché?”. No adesso me ne vado. Tanto ormai so dove abitano. Peccato non essere riuscito a trovare Krutiskij”. Osokin volta l’angolo e se ne va.

Portiere

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XI. LA MADRE

A casa. Domenica sera. Osokin e sua madre siedono insieme al tavolino da tè. La madre legge, ed egli la osserva pensando che presto potrebbe morire. Davanti ai suoi occhi scorre nitida la scena del suo funerale, in una giornata rigida ma assolata. Osokin ha paura per lei e prova una pena terribile. La madre posa il libro e alza gli occhi su di lui. “Hai ripassato le lezioni, Vanja?”. La domanda coglie Osokin di sorpresa. Si era completamente dimenticato delle lezioni. Tutti i suoi pensieri erano rivolti a cose che non avevano nulla a che vedere con la scuola. La domanda della madre gli sembra fastidiosa e priva d’ importanza, e questo lo irrita. “Oh, mamma”, risponde, “non fai che parlare delle lezioni. C’è ancora un sacco di tempo. Stavo pensando a tutt’ altra cosa”.

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Ella sorride. “Lo so che stavi pensando ad altro, ma non sarà piacevole, domani, quando andrai a scuola senza aver preparato la lezione. E se stai alzato stanotte, domattina non ti sveglierai”. Osokin sente che sua madre ha ragione, ma è riluttante ad abbandonare le sue tristi riflessioni. Vi trova qualcosa che lo incanta, quasi fosse in trance, mentre le parole di lei lo richiamano a cose concrete, orinarie, quotidiane. E poi, vorrebbe dimenticare che esistono i libri di testo, lezioni e scuole. Vorrebbe che sua madre capisse i suoi pensieri, capisse quanto è addolorato per lei, quanto le vuole bene e come gli sembra strano, adesso, aver potuto rassegnarsi alla sua morte. Osokin sente di non poterle dire nulla, sente che tutto è vero solo nella sua immaginazione, e che persino a lui sembra uno dei soliti sogni ad occhi aperti. Come può parlarle del mago, della vita precedente dalla quale è tornato indietro? Come farle comprendere che la sua sola vista suscita in lui quella compassione, quella pena cocente? Vorrebbe trovare un modo, anche indiretto, per dirle tutto quanto. Ma le parole di sua madre gli impediscono di parlare e lo costringono a pensare a cose che ha voglia di dimenticare. “Oh, mamma”, le dice, “parli sempre delle stesse cose. Ebbene, poniamo pure che io non sappia la lezione, e che domani non vada a scuola: vale forse la pena di parlarne?”. Nell’ irritazione. Osokin comincia a perdere la sensazione di quell’ altra vita, vivendo la quale osserva la sua vita presente. Diventa sempre più difficile dire a sua madre che cos’ è che lo turba: è assalito dall’ irritazione nei confronti di lei e gli vien voglia di dirle qualcosa di spiacevole, sebbene al tempo stesso provi per lei una compassione che rasenta quasi il dolore fisico. “Domani a scuola non ci vado”, le dice. “Perché no?”, risponde sua madre, stupita e allarmata. “Oh, non so, ho mal di testa”: è la scusa classica di ogni scolaro. “Ho voglia di starmene a casa a pensare. Non posso restare ancora in mezzo a quegli idioti. Se non fosse per quelle stupide punizioni, adesso non sarei a casa. Non posso andare avanti così. Mi rinchiuderanno di nuovo là dentro per due o tre settimane”. “Fa come credi”, gli dice la madre, “ma ti avverto che questo peggiorerà la tua situazione in collegio. Se domani non ci vai, la prenderanno come una sfida da parte tua. Ma devi decidere da solo. Sai che non interferisco mai nei tuoi affari”. Osokin sa che sua madre ha ragione e questo lo riempie ancor più di rabbia. La squallida realtà della sua esistenza e la necessità di pensarvi lo distraggono dalle sue tristi riflessioni, dalla strana sensazione di vivere due vite, dai ricordi inquietanti del passato e del futuro. Non ha voglia di pensare al presente, ha voglia di sfuggirlo. “Domani non ci vado”, ripete per pura ostinazione: ma in cuor suo sente il dispiacere che sta dando a sua madre e si rende conto di violare tutte le risoluzioni di vivere la sua vita in modo nuovo. “Be’, sarà l’ultima volta”, promette a se stesso. “Domani ci penserò su. Debbo restare a casa per una giornata. Tanto, la scuola non scappa. E dopo, mi metterò al lavoro”. Ha voglia di tornare alle sue riflessioni. “Sai, mamma”,dice, “ho l’impressione di aver già vissuto su questa terra in precedenza. Tu eri esattamente come sei adesso, e anch’ io ero lo stesso, e così molte altre cose. Spesso, mi sembra di poter ricordare tutto e di potertelo descrivere”. “… E tu non mi volevi bene, proprio come adesso, e facevi di tutto per rendermi spiacevole ogni cosa”, dice la madre. Dapprincipio Osokin non capisce, e la guarda sorpreso che le parole di lei si armonizzino tanto poco con ciò che egli sente. Ma poi capisce che la madre è offesa e arrabbiata con lui perché non ha preparato le lezioni e perché non vuole andare a scuola. Protestare gli sembra inutile e tedioso. Sente che in questo momento sua madre appartiene interamente a questa vita, ed è incapace di comunicarle la sensazione di star vivendone un’ altra. L’impossibilità di capirlo che sua madre dimostra non fa che accerescere il suo sconforto. “Continui a parlarne, mamma. E va bene, andrò a scuola”. Pronuncia queste parole malvolentieri perché dentro di sé sa benissimo che non lo farà. Il pensiero di non andare a scuola continua ad essere così forte che basta smettere un attimo di resistergli perché sopraffaccia ogni altra considerazione. “Certo, io voglio che tu ci vada”, gli dice sua madre. “Sai bene come vengono valutate le tue assenze. Il vicepreside mi ha già detto che non sanno più come prenderti, in collegio”. “Ti hanno mandato a chiamare?”. “Ma certo”.

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Il ragazzo tace, senza sapere che cosa ribattere. Ci sono tutte le ragioni per tornare a lezione domani ma non ne ha voglia, e sa già che non lo farà. Per un po’ cerca di trovare qualche pretesto, qualche giustificazione, ma il solo pensiero lo infastidisce e lo annoia. Le sue riflessioni lo turbano già abbastanza. E’ proprio impossibile trovare un modo di farle comprendere a sua madre? E’ necessario, è importante che ella capisca. Osokin, seduto, osserva sua madre mentre dentro di lui si scontrano le riflessioni più contrastanti. Avverte che lei è preoccupata e allarmata; e questo fa si che tutti i ricordi della sua vita, sino al momento in cui è andato dal mago, si facciano sfocati e abbiano un’ apparenza sempre più fantastica. La sua vita all’ e- stero, Zinaida, la casa grigia di Arbat dive abitava meno di un mese fa: tutto questo è ormai diventato un sogno. Ma soprattutto non riesce a credere che sua madre debba morire, e non vuol ricordare il suo funerale. Pensare a questo, li, in quella stanza, in presenza di lei, è un incubo, una fantasia irreale. Si sforza di non pensare al passato, tenta di dimenticarlo. In fondo al cuore sa bene che tutto ciò è realmente accaduto, ma ripensarci gli rende la vita semplicemente insopportabile. Tre settimane di vita in quel collegio hanno aperto un abisso fra lui e l’Osokin che è andato a trovare il mago. E ora lo stesso abisso si spalanca fra lui e sua madre. I suoi pensieri descrivono un circolo vizioso e vanno a fermarsi continuamente su alcuni punti particolarmente dolorosi. “Non posso credere che mamma debba morire così presto”, pensa mentre la guarda. “E’ ancora così giovane. E se pure allora è successo, perché dovrebbe accadere di nuovo? Questa volta, tutto dovrebbe essere diverso. Se sono tornato indietro è proprio perché sia così. Naturalmente ci sono molte cose che non dipendono da me; ma forse cambiando la mia vita riuscirò a cambiare anche la sua. In fondo tutte le angosce e i dispiaceri che le ho dato debbono aver avuto il loro effetto… è morta di mal di cuore. Questa volta non accadrà nulla del genere”. Egli desidera ardentemente poter dire a sua madre che cambierà, che studierà e per amor suo condurrà una vita completamente diversa, cosicché ella possa vivere. Ha voglia di cerder che ciò sia possibile, che sarà realmente così. Cerca ansiosamente il modo di comunicarle questa certezza, ma non trova le parole: non sa come affrontare l’ argomento. Lo tormenta l’abisso d’ incomprensione che giace tra loro due, un abisso incolmabile. La sua mente passa dal pensiero di sua madre a quello di Zinaida. Adesso pensa a lei senza amarezza. La notizia che ella sta per sposare Minskij si è fatta quasi vaga, è diventata una semplice possibilità minacciosa. Rimangono solo le cose belle: i loro incontri, le gite sul fiume, persino le loro liti… tutto questo accadrà ancora, e sarà più bello senza le nubi nere che lo oscuravano. Si preparerà per il loro nuovo incontro: non si troverà più in una condizione così disperata, e riuscirà a non perderla; e sua madre sarà ancora viva. E’ necessario che ella conosca Zinaida: ha la sensazione che si piacerebbero molto. Questo pensiero lo turba in modo particolare. Egli vede chiaramente il momento in cui condurrà Zinaida a conoscere sua madre. Avverte la lieve sensazione di tensione e di impaccio dei primi istanti, che poi passa lasciando il posto a un meraviglioso senso di fiducia, come se le due donne si conoscessero da sempre. Come al solito. Osokin comincia a immaginare nei particolari in che modo tutto questo si svolgerà. “Quant’ è cara tua madre!”, esclama Zinaida guardandolo con un sorriso, mentre fanno ritorno a casa. “Te l’avevo detto”: nel rispondere le stringe leggermente la mano e ne riceve una risposta lieve, quasi impercettibile. “Vuoi ancora un po’ di tè?”, domanda la madre di Osokin. La domanda lo fa trasalire: egli la fissa sorpreso. Per un attimo prova vergogna per i suoi sogni romantici, perché si rende conto che né Zinaida né sua madre potranno parteciparvi. Un istante dopo, lo coglie l’irritazione. Né l’una né l’altra lo capiranno mai, né sentiranno ciò che egli sente. Hanno sempre preteso da lui cose esteriori, insignificanti, mentre egli si sforzava di dar loro quanto di più intimo e profondo aveva dentro. “Si, grazie”, risponde meccanicamente mentre tenta di riannodare il filo spezzato della riflessione. Così trascorre la serata.

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Agli occhi di sua madre Osokin appare stranamente sognante, taciturno e assorto in se stesso. Le risponde a monosillabi; a volte non l’ascolta nemmeno, come se stesse pensando ad altro. Ella si sente a disagio in sua compagnia, è triste ed ha paura per lui.

XII.

LUNEDI’

Mattino. Alle sette e mezzo, la cameriera va a chiamare Osokin. Il ragazzo si sveglia con la spiacevole sensazione di dover prendere una decisione. “Debbo andare a scuola o no?”. Ieri non ha aperto libro: è impossibile andarci senza aver preparato le lezioni. Molto meglio restarsene a casa per un paio di giorni. In cuor suo, già ieri mattina aveva deciso che oggi non sarebbe andato: ora occorre trovare un pretesto. Che sciocchezza aver detto alla mamma che sarebbe andato! Anziché alzarsi. Osokin rimane a letto per molto tempo. Mette l’orologio vicino al guanciale e segue il movimento delle lancette. La cameriera entra nella sua stanza parecchie volte. Infine, alle otto e mezzo, quando dovrebbe già essere a scuola. Osokin si alza. E’ irritato con se stesso per essere rimasto a casa, e tuttavia sente che nulla avrebbe potuto indurlo a tornare in collegio. Oggi ha voglia di pensare a qualcosa di piacevole; ogni pensiero sgradevole, difficile e noioso sarà rimandato a dopodomani. Oggi se ne starà sdraiato sul divano a leggere e a riflettere… Ma c’è qualcosa che lo rode interiormente: non riesce a soffocare i rimorsi di coscienza e quella sensazione di scontento nei confronti di se stesso. “Tutto sbagliato”, pensa fra se. “Se sono davvero tornato indietro per cambiare tutto, perché continuo ad agire esattamente come prima? No, debbo decidere fermamente in che modo, e a partire da quale momento, cambierò tutto. In fondo, forse è stato un bene rimanere in casa. Perlomeno posso pensarci su tranquillamente. Ma perché mi sento così scoraggiato? Ora che l’ho fatto, dovrei sentirmi contento, altrimenti stare a casa è altrettanto spiacevole che andare a scuola”. In quell’ istante si rende conto che ciò che lo deprime è pensare come farà ad affrontare sua madre. La cosa peggiore è che lei non dirà nulla. Sarebbe molto più semplice discuterne insieme e cercar di considerare i rispettivi punti di vista. Forse allora, parlando con lei, potrebbe trovare il modo di farle capire quello che sa e che pensa. Purtroppo non sarà così. Ella non dirà niente: e questa è la cosa più insopportabile. Osokin è scontento di se stesso e il mondo intero lo disgusta. “Ora mi rammento di una mattina esattamente identica, in cui non andai a scuola”, dice fra se. “Ricordo che quel fatto mi procurò guai a non finire, e alla fine la mia situazione scolastica divenne assolutamente intollerabile. No, tutto questo deve cambiare: mi metterò al lavoro oggi stesso. Manderò qualcuno a scuola per sapere che lezioni c’ erano da preparare per oggi. Poi debbo parlare con la mamma: non posso più rimanere al convitto. Occorre che faccia in modo di andare a scuola soltanto di giorno”. La sua immaginazione disegna rapida un quadro in cui egli siede vicino alla madre, la sera, e studia le lezioni. Lo colma una piacevole sensazione di calore che lo accompagna mentre esce dalla sua camera. Ora Osokin sta facendo colazione con sua madre: ella è offesa e rimane in silenzio. Irritato perché sua madre non si rende conto di quanto sia seria la sua decisione di mettersi a studiare, e invece continua a dare tanta importanza al fatto che oggi non è andato a scuola. Osokin resta anche lui imbronciato e taciturno. La madre esce dalla stanza da pranzo senza dire una parola. Osokin si sente offeso: voleva dirle tante cose, ma lei ha eretto una specie di barriera tra loro due. Il ragazzo è infelice:

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quando pensa al collegio si rende conto che la sua assenza di oggi non passerà inosservata. Ormai non ha più voglia di fare niente, né di leggere, né di pensare, né tantomeno di studiare. Per un po’ rimane in piedi alla finestra: poi, deciso, si accinge a uscire. “Andrò a fare una passeggiata”, pensa. “Poi tornerò e mi metterò a studiare”. Ora girare per le strade di Mosca gli sembra straordinariamente interessante. Tanto per cominciare, in un giorno non festivo, quindi per lui insolito, tutto è diverso; e poi, anche i luoghi più familiari gli ricordano il passato, gli riportano alla mente fatti avvenuti in un tempo lontano: un insieme di ricordi strani e inquietanti. Osokin rientra a casa per il pranzo. “E’ venuto un maestro del collegio”, gli dice la cameriera. “Ha parlato con la padrona. Era molto arrabbiato”. Osokin sente un tuffo al cuore. “Come ho fatto a non pensarci?”, si chiede. “Il vicepreside deve aver mandato uno dei maestri. Ma certo! E non mi ha nemmeno trovato in casa. Ora cominciano i guai. Chissà cosa gli avrà detto la mamma”. Entra sua madre: ha l’aria sconvolta. “Vanja, è venuto qui un maestro del collegio!”, gli dice, “e io nemmeno sapevo che tu fossi uscito. Non sapevo cosa dirgli. Ho cercato d’ inventare una scusa: ho detto che avevi avuto mal di denti tutta la notte e che probabilmente eri andato dal dentista, ma era molto inverosimile. Il maestro ha detto che non appena rientrato dovevi andare immediatamente a scuola e portare il certificato del dentista altrimenti avrebbero mandato a prenderlo loro stessi. Tutto questo è orribilmente penoso per me: io non sono capace di mentire. Quel maestro mi ha interrogata come se fosse un investigatore: mi ha domandato a che ora eri andato a letto, quando ti eri alzato, da quale dentista eri andato. Perché mi metti in queste situazioni? E adesso, che farai?”. Osokin è dispiaciuto per lei: si sente colmo di vergogna e di mortificazione, e soprattutto è terrorizzato per il fatto che tutto stia svolgendosi esattamente come prima, come se lentamente si fosse messa in moto la ruota di qualche tremendo ingranaggio, una ruota alla quale è legato e che non riesce né a trattenere né ad arrestare. Si, tutto questo è già accaduto. Ricorda ogni minimo dettaglio: le parole di sua madre, l’espressione del suo viso, i vetri della finestra coperti di brina. E non sa che cosa rispondere. “Volevo parlarti, mamma”, dice infine col cuore stretto da un senso di gelo, consapevole di stare ripetendo le stesse parole. “Non posso rimanere al convitto, e oggi a scuola non ci andrò. Dovrai andarci tu, a parlare col preside. Bisogna che mi lascino andare soltanto di giorno. Sono tre domeniche che mi tengono dentro, e sono tre settimane che non mi fanno uscire. I maestri sono troppo pigri per portare gli allievi fuori a passeggio, e si servono del cattivo tempo come pretesto. Ciascuno pensa solo a se stesso e non si rende conto di comportarsi esattamente come gli altri. Dillo al preside. E’ uno scandalo: io non ne posso più”. “Lo sai, Vanja, io stessa ho sempre desiderato che tu vivessi qui in casa”, risponde sua madre, “ma capisci bene che se smetti di vivere in convitto perderai il diritto di studiare a spese dello Stato. E poi non potrai più pretenderlo. Pensa a cosa sarebbe di te se io morissi improvvisamente. Preferirei che tu rimanessi in convitto ancora un anno o due”. “Non voglio pensare che tu potresti morire”, esclama Osokin,.”Tu non morirai affatto. Perché pensarci? Forse morirò io prima di te. Al convitto non posso più viverci. Non lo sopporto. E’ meglio perdere la borsa di studio”. Parlano ancora a lungo, poi la madre esce di casa. Osokin rimane solo. “E’ tremendo”, riflette. “E’ mai possibile che il mago avesse ragione? E’ proprio vero che non posso cambiare nulla? Finora tutto è andato esattamente come aveva previsto. Sta diventando una cosa spaventosa, ma non può esser vero. Io non sono uno scolaro: sono un uomo adulto. E allora, perché non sono capace di affrontare la vita e i problemi di uno scolaro? E’ troppo assurdo. Debbo prendere in mano la mia sorte e costringere me stesso a studiare e a pensare al futuro. Finora, tutto sta andando per il meglio. Andrò a scuola soltanto di giorno; so benissimo che questo è possibile. Allora, tutto sarà più facile. Leggerò, disegnerò e scriverò. Debbo cercare di non dimenticare tutto quanto. Dunque, come va il mio inglese?”. Riflette a lungo. “Ci sono molte cose che non ricordo. Dirò alla mamma che voglio imparare l’inglese, comprerò un manuale e farò finta di studiarlo; sono certo di sapere ancora leggere in inglese. Ma la cosa principale è studiare le lezioni. Per nulla al mondo voglio ripetere la stessa classe un’altra volta. E se non la ripeto,

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significa che riuscirò a terminare la scuola. Il mio passaggio in quinta sarà un segno che le cose cominciano a cambiare in meglio. Allora, ricordo, non superai la quarta”.

XIII .

REALTA’ E FANTASIA

Un anno dopo. La palestra del collegio, prima del pranzo. Osokin e Sokolov sono in piedi presso la finestra e guardano fuori in cortile. Osokin, adesso, viene a scuola solo di giorno, ma è rimasto in quarta, e così Sokolov l’ha raggiunto nella stessa classe. “Che cos’è quest’ ultima storia fra te e “Rapa”?”, domanda Sokolov. “Non ho ben capito di che si tratta”. “Oh, niente di particolare. Sono tutti degli idioti. Tu non c’eri, a lezione di geografia. Be’, mi stava interrogando sulle città bagnate dal Volga. Ho cominciato dalle sorgenti, e quando sono arrivato a Niznij ho detto che quella è la città dove il Volga si getta nell’ Oka.

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Quello dapprincipio non capiva, poi è addirittura balzato in piedi e mi ha urlato:”Non sai di che stai parlando!Forse vuoi dire che l’Oka si getta nel Volga”. “No”, replico io, “voglio proprio dire quel che ho detto: dove il Volga si getta nell’ Oka”. Allora quello strilla: “Ma sei matto?”. “No”, rispondo, “non sono matto per niente”. “E cosa vorresti dire, allora?”. “Voglio dire che nei nostri libri di geografia c’è un errore, perché è non è l’Oka che si getta nel Volga, ma il Volga che si getta nell’ Oka”. A quel punto, pensa, ha aperto la bocca e non riusciva più a parlare! “E tu come lo sai?”, mi ha chiesto alla fine. “Oh, l’ho veduto”, gli ho risposto. “Se uno sta in piedi sulla sponda dell’ Oka, che è più alta, vede benissimo che il Volga ha le sponde piatte e si getta nell’Oka, che in quel punto è molto più largo dell’altro, ed è chiarissimo che quello che continua con una sponda alta è l’Oka”. A quel punto si è proprio arrabbiato; ha mandato a chiamare prima Gustav, poi Zeus, ma quest’ ultimo non è venuto. Credo che stesse ancora pranzando”. “Forse ti espelleranno”. “Oh, è possibilissimo. Non immagini quanto sono stufo di tutto! Stufo dei compagni e di tutti quegli altri idioti!”. Sokolov fa spallucce:” Non ti capisco proprio”, risponde.”Hai voluto uscire dal convitto. Adesso che vieni a scuola soltanto di giorno, che cos’ altro vuoi? Che diavolo te ne importa se è il Volga che si getta nell’ Oka o l’Oka che si getta nel Volga? T’interessi sempre delle cose che non ti riguardano. Un giorno ti hanno trovato il banco pieno di giornali. Ci occupiamo di politica! Un’altra volta ti hanno trovato certi libri, che i nostri pedagoghi non sanno nemmeno da che parte cominciare a leggerli. Sei proprio buffo! A casa fa pure quel che ti pare, ma perché continuare a scuola? E mai che tu faccia quel che dovresti. Hai imparato l’inglese in una sola estate, ma in greco hai preso “insufficiente” per due anni di fila”. “Ma non capisci!”, esclama Osokin. “Mi annoio. A che cosa mi serve il greco? Di’ un po’, a che cosa? Se mai mi servirà lo imparerò, ma perché proprio adesso?”. “Adesso? Ma perché così finisci la scuola e vai all’Università!”, dice Sokolov. “Continui a far della filosofia, e invece dovresti prendere le cose più semplicemente”. “Oh, sei troppo saggio, tu. Sarò proprio contento quando finalmente farai un bello scivolone”. “Lo vedremo”: Osokin guarda Sokolov e ride. Spesso si diverte al pensiero di sapere ciò che accadrà in futuro. Si avvicina un supplente. “Osokin, va’ nella sala grande, il preside ti vuole”, dice. “Ecco qua, ti hanno beccato! Addio. Non ci rivedremo mai più”, ride Sokolov. Anche Osokin ride, ma la sua è una risata nervosa. E’ sempre sgradevole doversi spiegare coi direttori della scuola, e a suo sfavore depone una lunga serie di peccati. Dieci minuti più tardi, i due ragazzi s’incontrano di nuovo sulla porta dell’ aula. “Ebbene, sei ancora vivo?”. “Si, la vecchia “Rapa” ha perso. Zeus era di ottimo umore oggi: evidentemente il pranzo era buono. Quando gli ho detto che è il Volga che si getta nell’ Oka, è scoppiato in una risata di coccodrillo e poi ha esclamato: “Non lo sapevo, anzi ho sempre creduto che il Volga si gettasse nel Mar Caspio!”. Insomma, era abbastanza ben disposto, e anche molto divertito. Be’, ora mi tocca rimanere a scuola fin dopo le cinque, e naturalmente dovrà essere “l’ultima volta”, eccetera eccetera; la prossima volta, ha detto, non mi rivolgerà “neppure la parola”, e così via”. “ha detto proprio così?”. “Eccome se l’ha detto, quel ciccione”. “E così devi restare dentro!Sai, ho sentito dire che verrà un ispettore del ministero dell’ Istruzione. Tu sarai portato ad esempio come alunno esemplare, che sa l’inglese, legge Schopenauer ed è tanto diligente che si rifiuta di uscire di scuola prima delle sei!”. “Allora è probabile che l’ispettore arrivi durante le lezioni”. “No, dopo, dicono”. “Be’, per me può anche andare all’ inferno!”. Osokin va a sedersi al suo banco.

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Seconda campana. Entra l’ insegnante di francese. La sua è una delle lezioni preferite di Osokin; egli si trova in una condizione privilegiata, perché sa la lingua abbastanza bene, tanto da non dover faticare troppo sulle lezioni. Non c’è bisogno di prestare eccessiva attenzione a quello che succede in classe, e quindi può pensare ai fatti suoi. Il professore di francese non gli dà motivo di preoccuparsi, e lo chiama alla cattedra solo di rado, anzi per la verità quasi mai: e quando lo interroga, chiacchiera un po’ in francese con lui e gli da sempre ottimi voti. Il Francese è l’unico insegnante a parlargli come ad un adulto, e interiormente Osokin gli è molto riconoscente per questo. Quando s’incontrano per strada, il Francese si ferma sempre a stringergli la mano e a scambiare un saluto. “L’unica persona decente qua dentro”, pensa Osokin guardandolo. Ora il nostro collegiale apre il famoso Margot – il manuale di francese su cui molte generazioni di ragazzi russi hanno dimenticato quel po’ di francese che sapevano prima di andare a scuola – e si immerge nelle sue riflessioni. “Ci capisco sempre meno in tutta questa storia”, dice fra sé e sé. “Se sono tornato indietro da un’altra vita, e se tutto quel che vedo qui è reale, allora dov’è Zinaida, dove sono tutti gli altri? Alcuni ci sono, ma questo vuol forse dire che nel frattempo continuano a vivere anche nell’altra vita? Se è così, significa che non si vive in un solo tempo e in un solo luogo, ma si vive simultaneamente diverse volte e in posti diversi. Roba da far ammattire chiunque. Come si fa a trovare la verità? E’ accaduto davvero o no? Ah, meglio non pensarci. Ora mi metto a leggere. Come si fa a vivere senza leggere? E’ l’unica maniera per sfuggire ai miei pensieri”. Apre un libro inglese sotto il banco: sono i Racconti favolosi di Stevenson. “Si, eccolo. “The song of the morrow”.Come si potrebbe tradurre questo titolo? Be’, visto che non riesco a sfuggire ai miei pensieri, cercherò almeno di capire qualcosa di questa storia”. Osokin legge a lungo, tentando di sondare il vero significato dello strano racconto di Stevenson. Alla fine richiude il libro e resta seduto a fissare un punto dello spazio, con la testa quasi vuota. Quel racconto nasconde un significato intimo e riposto di cui egli è solo vagamente consapevole…. A esso sono legati tanti ricordi strani e incomprensibili.

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XIV . IN CASTIGO

Lo stesso giorno, dopo le lezioni. Un’aula vuota. Osokin è seduto al banco presso la finestra, con un libro in mano. Sta calando la sera. Osokin chiude il libro, guarda fisso davanti a sé per qualche istante, poi dà un’occhiata alla lampada. “E’ chiaro che vogliono farmi stare allo scuro”, pensa.”Benone, dovrò restare al buio, ma quant’è stupido tutto questo. Dio, che stupidaggine! E la vita stessa, che cosa significa se non posso cambiarla in nulla? E’ soltanto un orologio a carica. Qual è allora il senso di tutte le cose? Che senso ha mai la vita. Il fatto di essere qui a scuola? E’ chiaro che non posso obbligare me stesso ad essere un collegiale. E’ chiaro che senza la gente, senza la vita mi annoio. Mi aggrappo alle letture per non lasciarmi sopraffare dalle circostanze. In compagnia di questi ragazzini ho l’impressione di diventare un ragazzino anch’io. Mi rendo ridicolo ai miei stessi occhi. Sono come un uomo costretto a vivere in qualche cittadina sperduta, che cerca di mantenere i suoi legami intellettuali con la capitale in modo da non diventare un provinciale: si abbona a giornali e riviste che in realtà, nella sua nuova situazione, sono del tutto inutili e persino ridicoli, e continua a pensare a cose che forse avevano un senso a Mosca, o a Pietroburgo, ma là dove si trova non significano niente. In ogni caso, questa è proprio una strana storia. Per me leggere i giornali è particolarmente interessante perché so già quello che succederà. E’ soltanto un gran peccato che abbia dimenticato tante cose. In fondo, il mago aveva ragione. Non solo non riesco a cambiare niente, ma comincio a scordarmi di un mucchio di cose. E’ strano come le impressioni sfuggano rapidamente dalla memoria. La ripetizione continua è l’unica cosa che le mantenga vive. Se questa ripetizione s’ interrompe, ecco che le impressioni svaniscono. Nella mia memoria io ho un vero e proprio caleidoscopio di volti e avvenimenti, ma ho dimenticato la maggior parte dei nomi. Ho tentato di ritrovare Zinaida, ma il tentativo è fallito. E’ assurdo continuare a passare sotto le sue finestre. Ho ritrovato la scuola femminile che dovrebbe frequentare adesso, ho aspettato li per due sabati, ma come faccio a riconoscerla? Le bambine escono tutte insieme, sono una folla vera e propria, ridono. E io devo proprio avere un aspetto strano, mentre me ne sto li come uno sbarbatello liceale. C’erano due ragazzine che mi piacevano, ma nessuna delle due può essere Zinaida: erano entrambe più grandi dell’ età che avrebbe lei adesso. Krutiskij, poi non appartiene a nessuno dei corpi di cadetti di qui. Questo significa che non è a Mosca, e che potrò incontrarlo solo all’Accademia militare. Ma allora Zinaida sarà andata all’ estero e non tornerà prima di sei o sette anni. Ebbene, è inevitabile: occorre che io la cerchi all’ estero, oppure che l’aspetti qui: quando la incontro non debbo ritrovarmi nella stessa situazione disperata di prima. A quel punto, potrei essermi laureato all’ Università. Non ci sarà bisogno di andare all’Accademia, e tutto sarà ben diverso. La cosa terribile è che non sto facendo niente perché tutto questo si avveri… Come è potuto succedere che io abbia ripetuto la stessa classe due anni di seguito? Perdere un anno! Altri quattro anni e

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mezzo fra queste mura! Non so, mi sembra che non riuscirò mai a sopportarlo. La cosa più importante è che ormai non ho più uno scopo, e il fatto di sapere tutto quel che so non fa che annoiarmi. Il peggio è che anche prima quand’ero a scuola, mi annoiavo allo stesso modo perché anche allora sapevo tutto. Questo è il pensiero che più mi spaventa. Mi sembra che tutto si ripeta, non una o due volte, ma dozzine e dozzine di volte, come un organetto che suona il Danubio blu… E io so già tutto a memoria. Poi, a volte, mi capita di pensare esattamente il contrario, di pensare che nulla è già accaduto prima, che è tutto frutto della mia immaginazione, che il mago non esiste, non esiste Zinaida, né l’altra vita. Ma come ho potuto immaginare tutto questo? Non lo so proprio. Una cosa è certa: spesso, per la noia, mi vien voglia di sbattere la testa contro il muro!”.

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XV . NOIA

Osokin si alza dal suo banco e va su e giù per l’aula semibuia. Poi si dirige verso la grande porta a vetri che conduce nel corridoio e ne saggia la maniglia. La porta non è chiusa a chiave. “Si sono dimenticati di chiudere”. Pensa Osokin. “Non c’è proprio niente che io possa fare? E’ una noia mortale. Debbo restare seduto qui dentro ancora un ‘ora”. Sente un rumore, e dei passi affettati lungo il corridoio. “Probabilmente sono in attesa che arrivi il grand’uomo, o forse è già qui”, riflette.Poi si schiude appena la porta e guarda fuori.”Non c’è nessuno. Be’, andiamo a fare un giro di ricognizione”. Esce nel corridoio senza far rumore. Tutto è silenzio. Osokin procede gettando ogni tanto un’ occhiata attraverso le porte a vetri delle aule vuote, e raggiunge la biblioteca, cioè la sala dei ricevimenti in cui nel sogno ha visto la fanciulla. La stanza è illuminata a giorno. Osokin si accosta alla porta e guarda dentro con circospezione. Nessuno. “Accidenti. Sua Eccellenza passerà di qui. Potrei scrivere qualcosa sul muro! “Benvenuto, Eccellenza” con un paio di errori d’ortografia? Potrebb’essere una buona idea. Peccato che non ci siano gessetti”. Riflette. “No, c’è una cosa molto migliore che potrei fare”. Si mette le mani in tasca e ne estrae un paio di occhiali con le lenti blu. Di fronte a lui, sull’ architrave della porta che da nel salone c’è un busto in gesso di Giulio Cesare. “Ora metto gli occhiali a Cesare. Non è cosa da passare inosservata”. In punta di piedi corre all’ altra estremità della biblioteca, prende una sedia, ci si arrampica su e sistema gli occhiali blu sul naso della statua. Le vanno a pennello: Giulio Cesare assume un’ aria molto dotta. Osokin riporta la sedia al suo posto ed esce nel corridoio. Ora però non gli va di tornare nell’ aula vuota, avrebbe voglia di inventare qualcos’ altro. Tenta di aprire una dopo l’altra le porte delle aule che si affacciano sul corridoio. Una di esse non è chiusa a chiave. Osokin si guarda intorno con attenzione, poi scivola dentro e a tentoni cerca nel buio fin quando trova un pezzo di gesso dietro la lavagna. Ritorna in fretta nella biblioteca, e sul muro, proprio sotto le “tavole” d’oro” su cui sono incisi i nomi degli alunni migliori, in una scrittura grossa e tondeggiante, tutta diversa dalla sua, e con un errore per ogni parola, scrive:” Benvenuto, Eccellenza!”. Poi disegna una brutta faccia con gli occhi e bocca spalancati e un’ espressione sciocca; quindi, scosso da una risata convulsa, esce di corsa e torna nella sua aula. Qui, seduto sul davanzale della finestra, si mette a guardare nella via, dove i fanali sono ormai accesi. “Che diavolo mi spinge a fare tutte queste sciocchezze?”, si domanda. “Adesso apriranno un’inchiesta e naturalmente la prima persona a cui penseranno sono io. Il peggio è che ricordo benissimo di aver già fatto la stessa cosa prima, e di essere stato espulso per questa ragione. Ed ora, perché l’ho rifatto? Certo qui dentro ci si annoia, ama a che altro serve la scuola? E questi idioti, proprio non capiscono gli scherzi? Per loro sono un alunno come tutti. Di sicuro indovineranno che sono stato io. Se soltanto potessi trovare il modo di chiudermi dentro….”. Si accosta alla porta e saggia di nuovo accanto alla finestra e guarda giù in strada. “Be’, quella degli occhiali non è poi tanto grave”, pensa, “ma la scritta con gli errori e la faccia disegnata sul muro non me le perdoneranno mai. E anche gli occhiali… Mancanza di rispetto, eccetera eccetera. Be’, naturalmente io giurerò di non saperne nulla. Come nelle favole:” Io non sono io, e il cavallo non è il mio cavallo, e io non sono il cavaliere…”. Ma purtroppo il vicepreside sa riconoscermi a fiuto. Spesso, anche quando non ci sono indizi contro di me, dice:”Chiamatemi Osokin”, e basta. E andrà così anche stavolta; non ci sarà nemmeno bisogno di mandarmi a chiamare quando si scoprirà che mi trovavo nell’ aula accanto: sarà tutto chiarissimo. Accidenti! Forse farei meglio ad andare a cancellare tutto… No, non ne vale la pena. Potrei cacciarmi in un pasticcio ancora peggiore”. Consulta l’ orologio. “Ancora quindici minuti. Chissà se posso chiudermi dentro?”.

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Torna verso la porta ed esamina la serratura. Nel corridoio si odono dei passi. Osokin si allontana d’un balzo dalla porta e torna vicino alla finestra. Il tempo trascorre lentamente. Ogni minuto controlla l’orologio. Finalmente si avvicina alla porta l’inserviente soprannominato “Scarafaggio” con un mazzo di chiavi in mano. Per un po’ traffica cercando quella giusta: tenta di aprire la serratura, scuote il capo, prende un’altra chiave. Alla fine prova a spingere la porta, e questa si apre. “Ma come?” dice. “Non era chiusa a chiave?”. “Si ma era chiusa. L’hai aperta tu con la prima chiave”, risponde Osokin affacciandosi sull’ uscio. “Be’, puoi andare, adesso”, gli dice l’inserviente. “Khrenic mi ha detto di lasciarti uscire”. “Bene, “Scarafaggio”, risponde Osokin, “eccoti venti copechi”. “Scarafaggio” è molto contento e dà al ragazzo un’amichevole pacca sulla spalla. “Scarafaggio” sarà dalla mia parte”, pensa fra sé Osokin, “ma tra poco ha inizio lo spettacolo, quindi è ora di filarsela”. Corre al piano di sotto e attraversa la palestra, che in occasione dell’ arrivo di Sua Eccellenza è illuminata sfarzosamente.

XVI .

ZEUS

Il mattino seguente, a scuola. Fin dal primo momento Osokin avverte qualcosa nell’ aria. I suoi compagni sono riuniti in crocchi e sussurrano tra loro. Sul pianerottolo si imbatte in Sokolov. “Be’, fratello”, gli dice quest’ ultimo, “se è farina del tuo sacco, complimenti! Però stavolta è proprio finita”. “Che cosa vuoi dire?” “Oh, non far tanto l’innocentino. Lo sai benissimo”. “No che non lo so”, risponde Osokin. “Appena entrato mi sono reso conto che è successo qualcosa, ma di che si tratta?”. “Si tratta di questo. Ieri doveva arrivare l’ ispettore del ministero. Come sai, si dice che da molto tempo abbia da ridire nei riguardi di Zeus. Dunque, è arrivato dopo le cinque e a quanto pare qualcuno

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aveva messo gli occhiali a Giulio Cesare…. Sai, sopra la porta del parlatorio, e aveva scritto sul muro “Sua Eccellenza è un cretino”, o qualcosa di simile. Be’, tanto scommetto che tu ne sai più di tutti noi. E’ successo il finimondo. L’ispettore era furioso, o almeno faceva finta. Ha detto con voce sibilante che Zeus è incapace di mandare avanti il collegio; poi, senza dire altro, ha girato i tacchi e se n’è andato. Ora hanno aperto un’ inchiesta. Zeus ha dato ordine di licenziare tutti gli inservienti di questo piano: “ Scarafaggio”, che era di servizio, e poi Vassilij e il cosacco. Hanno dato tutti la colpa a te. Tu sei rimasto solo tutto quel tempo dentro un’ aula, e te ne sei scappato proprio prima dell’ arrivo dell’ ispettore. Ecco! Ti stanno chiamando”. Si sentono nel corridoio delle voci che gridano:” Osokin dal preside! Osokin! Osokin!”. Il ragazzo attraversa una folla di compagni che lo guardano tutti con curiosità. Percorre il corridoio, attraversa la biblioteca dove si trova il busto di Giulio Cesare e raggiunge il salone. Il preside, cioè Zeus, è in fondo all’ ampio salone adorno dei ritratti degli zar a grandezza naturale, nelle loro pesanti cornici dorate; il vicepreside, Gustav Lukic, è seduto insieme ad altri insegnanti presso un lungo tavolo ricoperto di panno verde. Accanto a loro, in piedi, tre inservienti, due maestri supplenti e Khrenic, altrimenti detto “Rapa”, l’insegnante che era di servizio il giorno precedente. Osokin si avvicina al tavolo. Il preside è molto adirato. Il ragazzo getta un’occhiata agli inservienti: due di essi, e specialmente “Scarafaggio”, lo guardano con aria sospettosa e ostile. Vassilij, che gli è molto amico, cerca di non incontrare il suo sguardo. Dapprima il preside non riesce a proferir parola, infuriato com’è, e si limita a grugnire. Alla fine riprende fiato e comincia a parlare, evitando di guardare Osokin in faccia. Quest’ ultimo percepisce che Zeus è irritatissimo con se stesso per aver riso, il giorno prima, della faccenda del Volga e dell’ Oka. “Ieri, dopo la fine delle lezioni, sei rimasto chiuso in un’ aula fino alle cinque?”. “Si”, risponde Osokin. “Sei mai uscito dall’ aula?”. “No”. “Stai mentendo, furfante!”. Il preside, tutto rosso in viso, picchia il pugno sul tavolo. Osokin arrossisce e fa un passo verso di lui. I loro sguardi s’incontrano. Il volto di osokin per un istante assume un’ espressione minacciosa, e il preside abbassa gli occhi. Osokin avrebbe voglia di urlargli addosso qualcosa di villano e insultante per ripagarlo delle parole offensive che gli sono state rivolte e per tutto ciò che ha dovuto sopportare a scuola, per tutta la noia, la mancanza di comprensione; ma la voce gli si strozza in gola, il labbro inferiore gli trema e per qualche secondo non riesce a dire una parola. Senza guardare in faccia l’allievo, il preside chiede dopo aver ripreso fiato: “Chi era l’inserviente di servizio?”. “Ivanov”, risponde il vicepreside, e “Scarafaggio” scatta sull’ attenti. “Hai chiuso a chiave la porta dell’ aula dov’era Osokin?”, domanda il preside. “Eccellenza, non saprei dire chi l’ ha chiusa. Ero in giardino”, risponde “Scarafaggio”. “Quando sono rientrato per aprirla, non era chiusa a chiave. Mi sa tanto che l’ha aperta proprio lui”. “Scarafaggio” guarda Osokin sprezzantemente: uno sguardo che suscita nel ragazzo una sensazione spiacevole. Gli rincresce per “Scarafaggio” e per gli altri due inservienti, ma il solo pensiero di aver potuto scherzare e parlare con lui da amico in un certo senso lo disgusta. “Che significa “Deve averla aperta lui?”, chiede ancora il preside. “Mi sa che ha rotto la serratura, Eccellenza. Quando sono andato per aprirla nessuna delle mie chiavi girava. Spingo la porta e quella si apre. Allora chiedo:”Ma non era chiusa a chiave, Osokin?”, e lui:”Si che era chiusa, ma tu non dire niente”; e mi ha dato una moneta da venti copechi. Eccola qua!”. Tutto sudato per la gran tensione, “Scarafaggio” ficca la mano in tasca e ne estrae una moneta. Tutti gli sguardi passano dalla moneta ad Osokin. Questi si rende conto che quella moneta costituisce la prova più convincente a suo carico. Sa che ciò che è realmente accaduto è ben diverso, e tuttavia sente che è inutile protestare. La sua vita in collegio lo ha allenato fin troppo bene a non rispondere. Cercare di dimostrare la propria innocenza è considerato ammissibile, e per far questo è anche consentito mentire per quanto è necessario, ma soltanto quando si ha una probabilità di riuscire, e di far apparire l’accusatore come uno sciocco. Se questa possibilità non esiste, il codice del collegiale impone uno stoico silenzio, giuste o ingiuste che siano le accuse. Al tempo stesso dentro di lui cresce l’impulso di mettersi a ridere. Di colpo, si sente lontanissimo da tutto quanto. Torna ad avvertire la propria persona come una persona adulta; ha la sensazione che

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quanto sta accadendo in quel momento non accada a lui. La sua indignazione svanisce del tutto, ed egli osserva ora freddamente lo svolgersi degli eventi come uno spettatore estraneo. “E’ vero che la serratura è stata rotta?”, domanda il preside al vicepreside. “Non funziona”, risponde quest’ ultimo. “Dev’ esserci stato messo dentro qualcosa”. “Basta così”, esclama il preside, e per un paio di secondi continua a sbuffare di rabbia, “Ebbene”, dice infine, rivolto ad Osokin, “puoi andare ad esercitare il tuo talento altrove. Qua dentro non abbiamo bisogno né di scassinatori, né di bugiardi, né di furfanti. Gli inservienti possono tornare al lavoro”, dice poi al vicepreside prendendolo da parte. “Le conseguenze di questa storia non debbono ricadere su di loro…. Mi sembra che siamo abbastanza per riunire il Consiglio”, osserva poi guardandosi attorno. E, rivolto ad uno dei maestri supplenti:”Portatelo nella stanza dei ricevimenti e aspettate insieme a lui. Quando vi manderò a chiamare lo condurrete di qua”. Osokin, accompagnato dal maestro, il cui soprannome è “Violino”, esce diretto in parlatorio. Passando, scorge “Scarafaggio” ancora in piedi con la moneta da venti copechi nel palmo aperto, e la cosa lo diverte al punto che deve fare uno sforzo per trattenersi dal ridere. Giunti in parlatorio, i due si siedono e aspettano. La mente di Osokin è come annebbiata: non ha voglia di pensare a nulla. Dopo cinque o dieci minuti, un altro maestro, un ometto dalla barba rossa soprannominato “Profeta Elia”, apre la porta di comunicazione col salone e col capo fa un cenno a “Violino”. Rientrano tutti nel salone. Il preside prende dal tavolo un gran foglio di carta dall’ aspetto molto ufficiale, tossisce due volte e inizia a leggere a voce alta, evitando di guardare Osokin. “Per decisione del Consiglio degli insegnanti, l’alunno di quarta Ivan Osokin è radiato dal novero degli allievi del Secondo Ginnasio di Mosca, con voto di condotta tre”. Poi posa il foglio sul tavolo, si alza in piedi dirigendosi con aria d’importanza verso la sua scrivania e prende un registro. Osokin capisce allora che per lui non c’è più niente da fare. Per un istante lo assale di nuovo la rabbia contro quegli stupidi che stanno decidendo la sua sorte; ma quasi in risposta a questo sentimento si sente attraversare da una sensazione di gelo: la sensazione che tutto sia già accaduto esattamente nello stesso modo. Si sente inghiottito da quella sensazione. Egli non è! Non esiste! Le cose accadono intorno a lui, ma non a lui; tutto è quindi completamente, assolutamente privo di qualsiasi importanza ai suoi occhi. Le cose non lo turbano più di quanto potrebbe turbarlo un avvenimento della storia romana. Tutte queste persone, il preside, il vicepreside, “Scarafaggio”, tutti quanti sono convinti che quella scena stia realmente svolgendosi in quel momento. Non capiscono che tutto è già esistito, e che perciò nulla esiste. Osokin non sa spiegarsi perché il fatto che tutto è già accaduto significhi che non esiste adesso. Ma sente che è così, e sente anche che nulla più lo riguarda.

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XVII.

IL SANATORIO SCOLASTICO

“Violino” posa la mano sulla spalla di Osokin e insieme escono dal salone. “Che cosa mi succederà adesso?”, domanda Osokin con una smorfia sul volto. “Posso andare a casa?”. “No”, è la risposta dell’ insegnante. “Chiameranno tua madre e ti condurrà via lei”. I due attraversano tutti i corridoi e le sale che conducono al sanatorio della scuola. Quest’ ultimo consiste di tre camerette a pianterreno, separate dagli altri locali e dotate di un ingresso proprio che dà sul cortile. Vi soggiornano due ragazzi della prima classe, che indossano grembiuli blu, e un giovanotto grasso e occhialuto della settima, che Osokin trova antipatico. I compagni lo sospettano di avere la sifilide, e perciò passa la maggior parte del tempo in sanatorio. Il maestro lascia Osokin e va via. Il ragazzo ora è seduto presso la finestra e guarda in strada. La sua sensazione d’indifferenza verso se stesso e tutto il resto del mondo sta svanendo. Ora si sente come uno scolaro che ha appena preso una sgridata dal preside…. Un collegiale che è appena stato espulso dalla scuola. “Che ti è successo, Osokin?”, gli domanda il ragazzo occhialuto. “Oh, niente di particolare”, risponde Osokin voltandosi dall’altra parte. L’altro rimane per un po’ in piedi davanti a lui, visibilmente senza saper che dire, e poi se ne va in un’altra stanza. Il tempo trascorre lentamente. I ragazzi della prima classe giocano a domino nella stanza accanto. Osokin siede sempre vicino alla finestra e guarda fuori. Il suo senso di nausea è così profondo che ha persino paura di pensare. “Che cosa significa?”, si domanda. “Lo so, era necessario terminare la scuola per poter fare tutto come volevo io. Ma ora, che ne è di tutto questo? Sempre la stessa cosa. Ora so che anche prima sedevo così, vicino alla finestra, e pensavo esattamente le stesse cose che sto pensando in questo momento: eccomi qui, espulso dal collegio. Questo significa che tutto si ripete senza mai cambiare. E allora, a che è servito tornare indietro? E’ chiaro che non andrò all’Università come sarebbe stato normale fare. Povera mamma! Ci teneva tanto! Che cosa orribile le ho fatto! Il suo cuore non è più forte come un tempo. Adesso la trascineranno qui e le diranno le cose più tremende sul mio conto, e per lei significherà che sono praticamente rovinato. Sono cose che per lei contano moltissimo. Naturalmente, dopo, tutto si aggiusterà in qualche modo. Studierò sodo per l’esame di ammissione. Non è necessario che io vada all’ Accademia militare. Ma è ora, che tutto va male. Povera mamma, questi idioti la tormenteranno a morte. Quel che non capisco è perchè l’ ho fatto; perché tutta la storia degli occhiali e di Giulio Cesare, io me la ricordo perfettamente da prima. Per essere proprio sincero con me stesso, sapevo tutto dal principio alla fine; sapevo che mi avrebbero beccato. Sapevo persino che sarei stato accusato di aver rotto la serratura. Eppure ho fatto esattamente quello che avevo fatto prima. Perché diavolo mi è venuta voglia di fare scherzi a Giulio Cesare e all’ ispettore del ministero? Ma la cosa più curiosa è che anche allora. L’altra volta, sapevo già tutto e dopo mi sedetti qui, come adesso, accusandomi per aver fatto quel che avevo fatto nonostante sapessi già da prima quali sarebbero state le conseguenze. Adesso me ne rammento chiaramente. E ora, che succederà? E’ mai possibile che tutto continui così com’è andato prima? No, sarebbe orribile! Non posso crederlo. Debbo trovare qualcosa cui aggrapparmi: non posso continuare così. Non debbo lasciare la porta aperta a questi pensieri. Si, va tutto male, malissimo, ma dopotutto dev’ esserci una via d’uscita. E’ evidente che a scuola non potevo far nulla per cambiare. Probabilmente era già tutto compromesso da prima. Li in collegio avevo le mani legati, ma ora sarò libero. Studierò, leggerò. In fondo, è meglio così. A casa mi preparerò molto più in fretta per l’esame di ammissione. Debbo soltanto convincere la mamma a non sentirsi troppo delusa. Debbo farle capire che per me la scuola era soltanto un impedimento.

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E’ questa, probabilmente, la ragione per cui tutto, forse, andrà meglio. Ora posso cominciare una pagina nuova, e scriverci quello che voglio”. Osokin, seduto immobile alla finestra, comincia a sentir freddo e ad aver fame. Di sopra intanto si odono dei rumori. “Il secondo intervallo”, pensa. Poi i rumori si affievoliscono; evidentemente le lezioni sono riprese. Il tempo si trascina con una lentezza incredibile. Alla fine portano il pranzo anche agli ospiti del sanatorio. L’inserviente della mensa incaricato di portare da mangiare chiacchiera col sorvegliante. Il ragazzo occhialuto della settima classe si avvicina a loro, e Osokin sente che stanno parlando di lui. Lo assale un’ondata di rabbia e di disgusto per tutti. E’ stufo di star li seduto; è annoiato e ha freddo, ha voglia di mangiare e di fumare. Ma al tempo stesso vuole che tutto questo duri il più possibile, cosicché sua madre non arrivi troppo presto. Il pranzo è terminato. Si sente un acciottolio di piatti. Vengono portati via i vassoi. Di sopra ricominciano i rumori. Un lungo intervallo. Il tempo scorre a rilento. Alla fine ritorna ancora una volta il silenzio. Osokin comincia a sperare che sua madre non venga più. Tutto sarebbe più semplice. Potrebbe tornare a casa accompagnato da un maestro. “Però, dopo la quarta ora proverò a uscire coi ragazzi che non stanno a convitto”, pensa. “Naturalmente i portieri avranno ordine di non lasciarmi uscire, ma forse si può sgattaiolare via lo stesso”. Osokin passa nella camera accanto. Il sorvegliante non c’è. Sarebbe possibile uscire all’ esterno, ma occorre aspettare l’intervallo. Si siede di nuovo vicino alla finestra. Ormai non ha più la minima voglia di pensare alla scuola e alla sua espulsione. La sua mente vaga inseguendo pensieri molto più piacevoli: pensa all’ estate, pensa di comprare un fucile e di andare a caccia. Davanti ai suoi occhi le scene sorgono e passano una dopo l’altra: un lago tra i boschi, una palude con le betulle argentee… Poi si guarda intorno e quasi si compiace di aver preso la sua espulsione con tanta calma. “Credo proprio che sapessi davvero che questo sarebbe accaduto, e ciò spiega perché non sono sorpreso!, riflette. Finalmente, quando meno se l’aspetta, nella camera contigua si sente sbattere una porta ed entra sua madre accompagnata da un maestro. I due ragazzi della prima stanno in piedi presso la porta e la osservano con curiosità, il convittore grasso apre l’uscio della sua stanza e si sporge anche lui a guardare incuriosito. Osokin vede lo sconforto profondo di sua madre e ha un tuffo al cuore. Quella calma di cui un momento prima si compiaceva, adesso gli appare come l’egoismo più incallito. I suoi progetti per l’ammissione all’Università gli sfumano davanti, e non resta altro che la nuda e cruda realtà: è stato espulso dal collegio. E sa che cosa ciò significhi per sua madre. “Vanja” ella domanda, “che cosa succede?”. Osokin non risponde, e invece guarda verso il maestro. “Perché me lo domandi davanti a questo bestione? Che cosa posso risponderti?”, dice dentro di sé. Ma a vederlo si direbbe muto per la vergogna. “Andiamo via”, dice a voce alta.”Ti dirò tutto. E’ andato tutto in un altro modo”. Escono dal sanatorio e attraversano il corridoio e la palestra vuota, per raggiungere l’ ingresso. D’improvviso Osokin si rende conto che in fondo è affezionato al collegio e che gli dispiace andarsene per non tornare mai più. E’ stupido e fastidioso pensare che è stato espulso. E alla vista di sua madre così demoralizzata il suo disagio aumenta. Nell’ ingresso la madre dà segni di nervosismo. Rimane un pezzo a cercare i guanti. Tira fuori il borsellino e dà al facchino una mancia molto più lauta del necessario. Osokin è terribilmente addolorato per lei e al tempo stesso è urtato della sua venuta. Sarebbe stato assai meglio se sua madre l’avesse lasciato a sbrigarsela da solo. Escono in strada. “Che cosa mi stai facendo, Vanja?”, ella esclama. “Perché mi sottopone a quest’ umiliazione, e che cosa stai facendo a te stesso?”.La voce le s’incrina. Osokin capisce che sta per scoppiare in lacrime. “Andiamo a casa, mamma”, dice, La ti dirò tutto”. Vorrebbe aggiungere che tutto si aggiusterà, ma gli basta un’ occhiata al volto della madre per rimanere zitto. Salgono su una slitta e partono. Osokin non parla durante tutto il tragitto e solo ogni tanto guarda sua madre di sfuggita. Anch’essa è taciturna.

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“Una sola cosa vorrei chiarire”, pensa Osokin”. “Se sapevo tutto ciò che sarebbe accaduto, perché ho agito come ho agito? Perché non mi sono comportato diversamente? E, se è vero che non potevo fare altrimenti, perché ho spesso la sensazione che tutto dipenda interamente da me?”. Egli si immerge nelle sue riflessioni. “Probabilmente, un coniglio ragiona esattamente come ragiono io, quando un serpente lo guarda”, dice fra sé. “Perché non fugge via? E’ libero di farlo, e sa bene cosa succederà altrimenti: se non fugge, il serpente lo divorerà. Vorrebbe scappare, e invece si accosta sempre più al serpente. Mentre le fauci del serpente gli si avvicinano, il coniglio probabilmente non cessa di chiedersi perché fa quello che fa. Ma il punto più importante è questo: perché il coniglio si comporta così pur sapendo fin dall’ inizio quale sarà la sua fine? Forse, pensa che vi sia ancora una possibilità di scampo. Tutto questo significa forse che debbo dichiararmi battuto? No, non sono battuto. Mi metterò subito in cerca di Zinaida”. Ormai Osokin ha acquisito l’abitudine di osservarsi mentre riflette e di guardarsi come dall’ esterno; egli sospetta quindi che “mettersi in cerca di Zinaida” sarà un mero pretesto per non rimanere in casa – cioè per non studiare – e che alla fin fine tutte le sue buone intenzioni non condurranno a nulla. E’ profondamente disgustato di se stesso. Se fosse solo, potrebbe facilmente riacquistare il buonumore, inducendosi a pensare a cose piacevoli. Ma la presenza di sua madre costituisce un monito, un rimprovero vivente che lo costringe di continuo a vedere la cruda realtà della vita e i risultati delle sue buone intenzioni. Al tempo stesso egli è stanco di quei pensieri “in tono minore” – così gli viene spontaneo di chiamarli – e la sua mente se ne va per conto suo indirizzandosi verso oggetti più piacevoli… Non gli piace essere di cattivo umore a lungo.

XVIII . A CASA

Giunti a casa, Osokin e sua madre entrano insieme nella camera di lei. “Ebbene, che significa tutto ciò?”, domanda la madre. “Che cos’è questa storia della serratura che hai rotto? E quali altri misfatti hai commesso? Il preside ha parlato di te come se fossi un delinquente. Non hanno voluto neppure lasciare che fossi io a richiedere di mia iniziativa di portarti via; in quel modo avresti avuto il diritto di iscriverti ad un’ altra scuola. Ma ormai non è più possibile, perché sei stato espulso per decisione del Consiglio”. Si asciuga gli occhi col fazzoletto. “Non so proprio che cosa farai”. “Sono tutte sciocchezze, mamma”, risponde Osokin. “Non ho rotto nessuna serratura. Dopo le lezioni mi hanno lasciato in un’aula vuota; non c’era nemmeno la luce e mi annoiavo mortalmente. Non immagini che noia là dentro. A un certo punto mi sono accorto che la porta non era chiusa a chiave. Forse la serratura era rotta davvero, non so. Sono uscito in corridoio e sono andato in sala d’attesa…sai, dove c’è la grande biblioteca. Ieri era atteso un ispettore del ministero. Poi…”. A questo punto Osokin si ferma. “Sai, c’è un busto di Giulio Cesare là dentro. Be’, insomma, gli ho messo un paio di occhiali blu”. “Quali occhiali?”. “Mah, normalissimi occhiali che comprai tempo fa a Sukarevka. Non so perché l’ho fatto. Insomma, ho messo quegli occhiali a Giulio Cesare. Era buffo da morire, sembrava proprio un professore tedesco. E poi col gesso ho scritto sul muro “Benvenuto, Eccellenza!” con qualche errore d’ortografia”. “E questo è tutto?”. “Si, Ah, ho anche disegnato una faccia sul muro”. La madre di Osokin avrebbe voglia di ridere, ma al tempo stesso è profondamente scoraggiata. E’ accaduto ciò che più temeva. Vanja rimarrà senza istruzione. Il futuro le appare buio. E tutto questo è successo in modo così inatteso. Di recente, le era parso che suo figlio si fosse finalmente abituato al

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collegio. E’ molto irritata con lui, ma è ancor più indignata coi direttori della scuola. Ora guarda suo figlio: si direbbe ch’egli abbia in mente un pensiero fisso, ed è evidente che soffre anche lui. La madre è profondamente addolorata e ferita per causa sua; è triste per la sorte del figlio, ma anche per le proprie speranze infrante. Ma lei pure vorrebbe credere in un futuro più roseo. In fondo, il ragazzo non ha fatto niente di male: una sciocchezza, forse, ma nulla di veramente grave. Di ciò non sarebbe capace, ne è certa. Questo pensiero la libera di un grave peso. “E ora, che cosa farai?”, chiede al figlio. “Oh mamma”, è la risposta, “adesso tutto andrà molto meglio. Mi preparerò per l’ esame di ammissione e riuscirò a iscrivermi all’ Università molto prima che se avessi continuato la scuola. Hai visto come ho imparato in fretta l’ inglese: sarà così anche per le altre materie. Vedrai. Quel collegio è stato soltanto tempo sprecato”. La madre di Osokin si fa triste ancora una volta. “Ma avrai bisogno di un maestro che ti aiuti”, dice. Osokin trasalisce. Queste parle le ha già dette allora, con la spessissima voce, lo stesso tono incerto e scoraggiato. Se ne ricorda bene! “Studierò, mamma, studierò. Perdonami per quello che è successo. Farò tutto come si deve, vedrai”. XIX . TANECKA

Diciotto mesi dopo. La madre di Osokin è morta. Egli vive ora con lo zio, un ricco proprietario terriero, in una grande casa di campagna nella Russia centrale. La veranda si apre sul giardino. Un lungo viale fiancheggiato da tigli. Osokin, in stivaloni, camicia bianca alla russa con cintura di cuoio, berretto bianco e un frustino cosacco che gli pende dal fianco, cammina su e giù per la veranda in attesa che gli portino il cavallo. “Esteriormente, tutto va per il meglio”, riflette fermandosi a guardare il giardino, “ma c’è qualcosa che mi opprime senza darmi tregua. Non riesco a rassegnarmi al pensiero che la mamma sia morta, ma a me sembra ieri. So che per me sarà sempre così. E so anche che è tutta colpa mia. La mamma si ammalò poco dopo che fui espulso dal collegio, e non si riprese mai più. Lo so benissimo. E il peggio è che sapevo tutto già da prima”. Continua a riflettere. “Non so se la storia dell’ incontro col mago sia stata tutta un sogno, ma per me il futuro ha lo stesso sapore del passato. So che tutto ciò che mi è accaduto era già accaduto in precedenza, e quindi per me il futuro è privo di interesse. Sento che per me non ha in serbo altro che tranelli e insidie. Mi pare sempre di poterli prevedere in tempo, ma ora che la mamma è morta non m’ importa più di nulla. Non ho nemmeno voglia di fare quel che mi converrebbe fare”. Passeggia ancora su e giù per la veranda. “Qui mi sento lievemente a disagio”, fra sé guardandosi attorno. “Lo zio è un uomo simpatico, e vedo che è davvero ben disposto nei miei confronti, ma io non ho alcuna fiducia nel futuro. Sento che tra me e lui accadranno cose spiacevoli. Io sto sempre in guardia, sono sempre in ansia per qualcosa. E per via di questo disagio, o di chissà che altro, non faccio nulla. Sono diciotto mesi che sono andato via da scuola, e ancora sto pensando a mettermi al lavoro. In tutto questo tempo ho letto molti libri. Ho imparato l’italiano: riesco perfino a leggere Dante; ho studiato matematica, ma il latino e il greco… no, il greco temo proprio di non saperlo più leggere. Non riesco a indurmi a studiare. Dovrò passare l’ esame in una scuola moderna. Anche questo è tremendamente difficile, per via di un mucchio di piccole questioni. Nel programma ci sono tante di quelle cose stupide e inutili: teologia, geografia, eccetera; e con quest’ esame, senza sapere il latino e il greco, non potrò andare all’ Università. Se supero l’ esame, sono certo che lo zio mi darà la possibilità di andare a studiare all’ estero. Ma tanto, ormai, sono così indifferente a tutto che non so nemmeno se ne ho voglia o no”.

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Ecco che sulla veranda appare Tanecka, la pupilla e governante dello zio. E’ una bella ragazza alta dai lineamenti tipicamente russi, con una folta treccia, le guance rosse e grandi occhi scuri. Ha poco più di vent’ anni. Ha frequentato la scuola femminile di una cittadina di provincia, le piace vestirsi da contadina russa e andare in giro a piedi scalzi. La servitù mormora che Tanecka ha fatto girare la testa al vecchio padrone. Furtivamente, Tanecka si avvicina ad Osokin che le volge le spalle, e batte le mani proprio dietro la sua testa. Osokin si volta di scatto e l’ afferra per un braccio. “Oh Tanecka, come mi hai spaventato!”. “Lasciami andare, brutto bestione!Mi spezzerai le braccia”. “No che non ti lascio andare”. Osokin l’attira ancora più vicino. Il suo viso è a poca distanza da quello di lei. Guardandola negli occhi, vede le sue labbra leggermente dischiuse e i suoi piccoli denti bianchi. Avverte il contatto dei suoi seni, delle sue spalle, di tutto il suo corpo. D’un tratto, Tanecka cessa di resistergli per un istante, e il suo corpo si fa tenero e cedevole. I suoi occhi ridenti si chiudono e le labbra calde, piene e sode dal profumo di fragola si premono contro quelle di Osokin. Egli sente mille scintille elettriche percorrergli il corpo. Lo assale un senso di sorpresa gioiosa e di calore insolito. Vorrebbe stringeresela ancor più vicino, ha voglia di baciarla, di chiederle perché, come mai si sia trasformata così. Ma Tanecka si è già divincolata dal suo abbraccio e ha raggiunto l’altra estremità della veranda. “Guarda! Stanno portando Zampa Bianca”, dice come se nulla fosse accaduto. Ma mentre guarda Osokin sorride, e negli occhi le si legge un’ espressione nuova. Lo stalliere conduce verso la veranda un cavallo sellato. E’ una robusta giumenta baia dalle zampe bianche; ha il collo un po’ corto, ma gli occhi sono insolitamente vivaci ed espressivi. Ha un aspetto molto elegante con quella sella cosacca e le staffe d’ argento alla moda caucasica. Adesso Osokin è riluttante ad andar via. Tanecka è ancora sulla veranda, appoggiata alla balaustra. Osokin sente che se l’ abbracciasse di nuovo e la stringesse ancora a sé, il corpo di lei si farebbe ancora una volta morbido ed arrendevole. Questa sensazione lo turba e lo fa sentire attratto verso di lei. Tanecka assume un aria innocente e dice:” Vai molto lontano, Ivan Petrovic?”. “Vado a Orchovo, a comprare i giornali, Tatiana Nikanorovna”, le risponde Osokin nello stesso tono e con un inchino solenne. Tanecka alza la mano per minacciarlo, poi si gira e lascia di corsa la veranda per entrare in casa. “Torna in tempo per pranzo”, gli grida. “Ho colto un sacco di fragole”. Osokin scende di corsa i gradini, saggia le cinghie della sella e accarezza il muso bianco della giumenta, giù giù fino alle narici tenere e calde. Zampa Bianca ha un movimento che sembra quasi di danza, e gli strofina la testa sulla spalla. Osokin prende allora le redini, appoggia la mano sul pomello, mette il piede nella staffa e si issa agilmente in sella. “Arrivederci!”, gli grida Tanecka da una finestra del primo piano. “Non ti scordare di me. Scrivimi!”. Lo stalliere sorride. Osokin fa voltare di scatto Zampa Bianca e si getta al trotto giù per il viale , le gambe spinte bene all’ indietro, quasi ritto in piedi sulle staffe. Il movimento possente ed elastico del cavallo sotto di lui, il vento caldo che profuma di fiori di tiglio e la sensazione di Tanecka che pervade il suo corpo lo trascinano lontano da ogni pensiero. Gli alberi scorrono via rapidi e il rumore sordo degli zoccoli sulla strada sterrata è meravigliosamente piacevole. Zampa Bianca protende il collo tendendo le redini, e il suo trotto sostenuto si fa sempre più veloce. Osokin tiene i piedi saldamente ancorati alle staffe e, con una sensazione insolita di gioia nel cuore, segue il ritmo incalzante del movimento del cavallo. “Tesoro”, dice accarezzando il collo di Zampa Bianca, e non sa nemmeno lui se le parole siano dirette a Tanecka o alla giumenta. Le labbra della fanciulla sono ora di nuovo vicine alle sue, e i suoi seni alti e sodi sotto la camiciola bianca premono contro di lui ed emanano un senso di calore, di tenerezza e di fiducia. Osokin è preso da una leggera vertigine e stringe con più forza le redini. “Tanecka cara!”, esclama. “Che cosa meravigliosa è stata!Ma allora anche lei sente quel che sento io.Può esser vero? Si, si, dev’ essere così. Ecco perché era tanto….”. Ma in quell’ istante dal più profondo del suo animo si leva una nube scura. “Perché”, si domanda, “perché tutto è così bello da una parte e così terribile dall’ altra? Perché la mamma non c’è più? Se la sapessi viva, come godrei di tutto questo… la strada, il bosco, Zampa Bianca e Tanecka. Invece ora non ho voglia di niente. Ieri mi sono ricordato di una storia divertente; avrei tanto

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voluto raccontarla alla mamma, l’unica persona che avrebbe saputo capirla. Ma lei non c’è, e io non so il perché, non so dov’è, non so che senso abbia tutto questo. Se fosse possibile, desidererei una sola cosa: tornare indietro all' estate scorsa. Ma perché è impossibile?”. Nemmeno lui capisce bene perché questo pensiero gli faccia venir freddo e lo spaventi; è come se improvvisamente avesse toccato un punto dolente che aveva deciso di non toccare, o avesse risvegliato un intero esercito di fantasmi che da un momento all’ altro potrebbero stringerglisi intorno accerchiando il suo animo da tutti i lati. E nel tentativo di sfuggire a se stesso, egli lancia Zampa Bianca giù per la collina al galoppo, quel galoppo che è così tipico dei cavalli cosacchi. Poi, ritto in piedi sulle staffe, percorre al trotto un ponticello che trema sotto gli zoccoli scalpitanti e, chino sulla sella, risale di volata la collina. Sollevando una nuvola di polvere, galoppa come un uomo inseguito lungo la vecchia strada sterrata, larga cento iarde e fiancheggiata da alte betulle argentee. Un’ ora e mezzo più tardi Osokin fa ritorno, al passo, in sella a una cavalcatura grondante di sudore. Tutto perso nelle sue riflessioni, egli cavalca un po’ di traverso sulla sella; così esce dal bosco e raggiunge l’ ampia radura oltre la quale incomincia la boscaglia confinante col giardino della casa. Ormai non pensa ad altro che a Tanecka. Ogni altra immagine si ritira sullo sfondo. Tanecka, con la gonna rialzata sulle gambe ben tornite coperte di calze a righe e con le scarpette rosse ai piedi, che cammina con aria guardinga tra l’ erba bagnata; Tanecka così come la scorse un mattino di buon’ ora, con le spalle nude e il seno mezzo scoperto, affacciata alla finestra per contare i richiami del cuculo… E poi ancora il tocco delle sue labbra piene e quel corpo che si fa tenero e soffice tra le sue braccia. Tutte queste sensazioni e queste immagini lo colmano di felicità e di spensieratezza, ma al tempo stesso egli vuole comportarsi in modo sensato. “Tanecka è un tesoro”, dice fra sé, “ma debbo stare molto attento a non rovinare tutto. Le cose che mormorano sul conto di lei e dello zio sono tutte sciocchezze; eppure, sento che i miei rapporti con lui potrebbero guastarsi per causa di Tanecka. Se lo zio si accorge di qualcosa, si riterrà in dovere di proteggerla da me, e questo è stupido. Io non voglio nulla. Tanecka fa parte della natura, come questo campo, come la foresta o il fiume. Non avevo mai immaginato il sapore di donna assomigliasse tanto a quello della natura. Ma non debbo lasciarmi trascinare”. Con un tocco del frustino incita la sua cavalcatura al trotto e, attraversata la radura, si fa largo tra la boscaglia per raggiungere la casa. Tanecka è sulla veranda a pulire fragole per fare la marmellata e Osokin non appena la scorge è invaso da un’ inspiegabile allegria. Ha voglia di chiacchierare con lei, di ridere e di farla divertire. Se non temesse lo zio, si spingerebbe a cavallo fin sotto la veranda e farebbe inginocchiare Zampa Bianca davanti a lei. Il capostalliere gli ha detto, qualche tempo fa, che la giumenta ha avuto un addestramento speciale e sa fare alcune evoluzioni da circo. “Sapessi quanti funghi ho visto, Tanecka”, esclama Osokin balzando giù di sella. “Dove, dove?”. Tanecka si avvicina di corsa alla balaustra. “Vicino alla palude di Zuevo. Andiamoci dopo pranzo. Te li farò vedere”. Tanecka scuote la treccia aggrottando le sopracciglia. “Va bene”, dice. “Ma non si metterà mica a piovere?”. “Non mi sembra”. “Va bene. E ora, il pranzo è pronto. Sbrigati”. Osokin passeggia nel bosco insieme a Tanecka. Con loro c’è un grosso cane nero di nome Polkan. Osokin porta due panieri colmi di funghi. Giungono al torrente poco profondo che attraversa il bosco; intorno sono vecchi alberi di pino, e verdi arbusti di ontano costeggiano le sponde del torrente. Ormai si sono allontanati da casa da quasi quattro ore, e Osokin è perdutamente innamorato di Tanecka. Hanno chiacchierato senza posa. Osokin le ha parlato del collegio, facendo l’imitazione di tutti i maestri, le ha detto dell’ Esposizione francese a Mosca, e poi di Parigi… non c’è mai stato, ma s’ immagina di conoscerla perché nella sua mente gli pare di vederla. Tanecka gli ha parlato degli ammiratori che aveva in città, e del teatro, dove è stata ben due volte. Osokin sente la sua attrazione per lei rinnovarsi di continuo. Quando le ha detto degli occhiali blu di Giulio Cesare, è scoppiata in una risata contagiosa. Il suo collo abbronzato ha una dolce curva, le sue ciglia sembrano di seta e le sopracciglie sono folte. E’ flessuosa ma forte… “ proprio come una bella gattina”, pensa fra sé Osokin. Egli ha paura di guardarla troppo e spesso volge altrove gli occhi. Teme che possano lasciarle capire tutto ciò che pensa

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e che sente. I suoi stessi pensieri lo infiammano. Tanecka lo guarda spesso, e a lui sembra che un paio di volte i suoi occhi esprimano stupore, come se si fosse aspettata qualcosa di diverso da lui. “Dobbiamo attraversare il torrente”, esclama Tanecka, correndo giù lungo la sponda. “Cerchiamo un guado”. Si siede a terra vicino all’ acqua e si sfila rapida le scarpette e le calze color sabbia. Quando osokin la raggiunge, è ritta in piedi sulla rena e raccoglie la gonna e il sarafàn: egli scorge le sue gambe bianche e tornite, con le caviglie sottili e i piccoli piedi; e gli fa piacere che Tanecka non badi alla sua presenza. Reggendo i vestiti con una mano e bilanciandosi con l’altra, ella fa un primo cauto passo nell’ acqua. “Oh, che sassi acuminati!”, grida. “Però, l’ acqua è tiepida! Farò il bagno. Ma tu non azzardarti a guardarmi! Vai là dietro e non tornare finchè non ti chiamo”. Osokin aggira un poggiolo e discende di nuovo verso il torrente, che in quel punto forma una curva. Il cuore gli batte e avverte un’ eccitazione insolitamente piacevole. Un brivido leggero gli corre per tutto il corpo come se fosse entrato nell’ acqua fredda: si sente allegro e ha voglia di ridere. Ora è sdraiato vicino all’ acqua e si accende una sigaretta. “Ehi!”. La voce di Tanecka lo raggiunge. “Vanja! Vanecka! Ivan Petrovic, dove sei? Ehi!”. “Ehi! Sono qui!”, grida Osokin balzando in piedi. “Perché sei andato così lontano?”, dice ancora Tanecka. “Avvicinati!”. Osokin si fa strada fra i cespugli lungo la sponda del torrente. Crede che la ragazza sia ancora lontana, ma all’ improvviso gli arbusti si diradano e la scorge in mezzo al torrente, con l’acqua fino alle ginocchia; è li, in piedi, tutta nuda, e il suo corpo bianco e lucente per l’acqua, contro lo sfondo verde scuro, rivela curve che egli non si aspettava. Vedendolo, Tanecka ride forte, si immerge nuovamente e con le mani solleva alti spruzzi agitando l’ acqua intorno a sé. “Non andartene così lontano”, gli grida. “Ho paura di restare sola nel bosco!”. Per un istante riemerge dall’ acqua, provocante e spavalda, e lo guarda dritto negli occhi, I loro sguardi s’ incontrano, e in quell’ attimo ha la sensazione che loro due sappiano qualcosa che nessun altro sa. Il respiro gli si spezza per la gioia e l’ eccitazione. Tanecka ride, gli fa la linguaccia e si tuffa in una polla profonda, sotto i cespugli. “Perché sei arrossito?”, gli grida poi dall’ acqua, coprendosi il seno con le mani. “Ecco! Mi hai fatto bagnare i capelli. Hai più paura tu di me che io di te. Va’ nel bosco, adesso. Voglio rivestirmi. E’ ora di rientrare”. Osokin risale lentamente l’erta della collina ascoltando il suo cuore che batte, e va a sedersi sull’ erba. E’ tutto come un sogno. In lontananza si sentono tubare i colombi selvatici. Un grosso ragno scivola lento giù da un abete, appeso al suo filo lucente… Qualche minuto più tardi, Osokin si rialza e ridiscende il poggio per andare incontro a Tanecka; ella è vestita, ma ha ancora i piedi scalzi. Gli sembra di vederla arrossire lievemente mentre si avvicina, ma lo sguardo che gli rivolge è spavaldo e provocante, come prima, nell’ acqua. “Ora dobbiamo tornare a casa”: Tanecka parla come se non fosse accaduto nulla di insolito; ma contemporaneamente guarda Osokin con un’ aria un po’ stupita e interrogativa. Osokin vorrebbe dire qualche cosa, ma non trova le parole. Camminano in silenzio per alcuni minuti. Tanecka mordicchia uno stelo d’ erba, e di tanto in tanto gli lancia un’ occhiata. Mentre la osserva, Osokin non riesce a capire le proprie emozioni. Appena ieri avrebbero potuto far la lotta per strapparsi a vicenda uno scarabeo verde. Ancora quella mattina, egli avrebbe potuto prenderla per la vita e stringerla a sé, e sarebbe stato semplice e naturale. Ma adesso Tanecka è cambiata. Egli avverte qualcosa di profondamente misterioso in questo, un mistero che lo spaventa e lo turba, come se intorno a lei vi fosse un cerchio magico che non gli è consentito oltrepassare. Avrebbe voglia di comunicarle la sua intenzione di comportarsi da persona sensata, ma sente che sarebbe persino sciocco provarci. Lei potrebbe offendersi. Potrebbe sembrare che lei si sia comportata da civetta e lui si sia tirato indietro, mentre in realtà ella non ha detto nulla. E quando l’ha veduta mentre era in acqua… è stato così bello! Perché davanti a lui dovrebbe provar vergogna più di quella giovane betulla?

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“Come sei diventato mansueto!”, gli dice Tanecka. “Stamattina eri tutto diverso. Che ti è successo? Hai mal di testa? Poverino!”. Passa velocemente la mano sul capo di Osokin, poi gli tira giù il berretto fin sugli occhi e corre via ridendo e saltando. “E t, come preferisci?”, risponde Osokin aggiustandosi il berretto: e intanto sente messa a dura prova la sua determinazione di comportarsi bene. “Ma come sei adesso, naturalmente”. Tanecka parla trascinando le parole. “Ora sembri proprio una signorina di Mosca, di quelle che vanno in collegio; par di vederla!”. Di nuovo gli calca il berretto sugli occhi e corre via ridendo. Osokin lascia andare i canestri pieni di funghi, la raggiunge, l’ afferra per la vita sottile e flessibile e preme le labbra contro la sua guancia fresca e rosea. Tanecka si divincola, ride in modo provocante, e i baci di Osokin finiscono sul collo, sulle tempie e sulla gola. Alla fine ella riesce a liberarsi dalla sua stretta ed esclama: “Ma guarda che cos’ hai fatto ai funghi! I miei funghi! Oh, brutto zoticone!”. La sua mano si leva come per minacciarlo. “Polkan, mangialo!”, strilla. Il cane saltella intorno a loro, abbaiando. Tanecka si mette a raccogliere i funghi; Osokin l’aiuta: poi, afferrandole le mani, l’attira a sé e le bacia gli occhi, le labbra, le guance. Ella non oppone alcuna resistenza. Al contrario, leva il volto verso di lui con un’ espressione seria e lo sguardo basso: si direbbe che ascolti i suoi baci dentro di sé. I due riprendono il cammino lungo il verde sentiero nel bosco: di tanto in tanto, Tanecka gli lancia un’ occhiata e ride. La mattina seguente. All’ alba, Osokin dischiude appena la porta della sua camera, al pianterreno, vicino alla scala, e guarda fuori nel corridoio. Non c’è nessuno. Allora la porta si apre, e Tanecka scivola fuori. Indossa una lunga vestaglia gialla e ha uno scialle sulle spalle. Sulla soglia si volta, getta le braccia al collo del giovane e lo bacia sulle labbra, con un lungo bacio che mozza il respiro a entrambi. Poi, senza una parola, si avvolge lo scialle intorno al capo e sale di corsa le scale senza far rumore. Osokin la guarda andar via, e quando scompare dietro la curva della scala rientra in camera sua. Con un vago sorriso, getta uno sguardo al letti disfatto, si avvicina alla finestra, la spalanca e si affaccia in giardino. Di colpo lo avvolge un’ ondata di aria fresca, umida e fragrante, piena del fruscio delle foglie, delle voci degli uccelli che si destano mentre il sole splende oltre le cime degli alberi. Sente i polmoni dilatarsi, e vorrebbe quasi inghiottire l’intero giardino in un solo respiro. Si siede sul davanzale, poi passa le gambe dall’ altra parte e, con un balzo, è in giardino. L’erba è tutta bagnata e scintilla per la rugiada. L’aria è carica del profumo dei tigli. All’ improvviso spunta il nero Polkan, tutto ansimante, agitando la coda per la gioia; abbaia e con un salto posa le zampe bagnate sul petto di Osokin. “Andiamo al lago, Polkan”, dice il giovane. “Come si fa a mettersi a dormire, adesso?”. Polkan agita la coda come se avesse capito le sue parole, e si avvia di corsa per il viale, precedendolo. Giunti al lago, poco distante dalla casa, Osokin siede sull’ alta riva sotto un gruppo di giovani abeti. Posa la mano sulla testa bagnata del cane e con un sorriso fuggevole s’ immerge nei suoi pensieri. Il sole si fa largo tra le nuvole e inonda il lago con la sua luce. “Com’ è strano tutto questo!”, pensa Osokin. “E pensare che è venuta di sua iniziativa. Ma che idiota quel Tolstoj! Quante sciocchezze ha scritto nella Sonata a Kreutzer! Dove sarebbe la bruttezza e la volgarità di questa cosa? Cara Tanecka! Come la capisco adesso! Si, è vero, ed è l’unica cosa vera al mondo. La verità è che tutto sta nelle mani della donna, ed è lei l’ unica che ha diritto di decidere. Bisogna comprendere questo, e poi tutto il resto cambia. Ma perché la gente non capisce? Perché intorno a questa cosa ha creato tante stupidaggini e tanta volgarità? E perché vogliono nasconderne a se stessi il vero significato, circondandola di diffidenza e di paura?”. Siede a lungo a guardare il lago, accarezzando la testa di Polkan. Ciò che gli è appena accaduto continua a scorrere davanti ai suoi occhi, ripetutamente: le stesse parole, lo stesso palpito nel cuore, la stessa sensazione di gioia mista a spavento. Un velo è caduto di colpo, e la vita splende ora di mille luci, mentre le nere calunnie e le menzogne che fanno dell’ amore una cosa da temere svaniscono come una nube. Nel villaggio oltre la collina, un pastore suona il suo flauto di canna, da cui si dipanano, come fili d’oro, lunghe note trillanti che toccano il cuore colmandolo di gioia malinconica. Si, si, Tanecka! Ella è venuta da me spontaneamente. Com’ è stato bello! E’ entrata, si è messa a ridere e a stuzzicarlo, e lui ha

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cominciato a baciarla, mentre ella rideva dicendogli: “Tu hai paura di me”. Non avrebbe mai immaginato che Tanecka fosse così esperta. “Ma non ha forse ragione? E perché non dovrebbe fare ciò che vuole? Ma certo che ha ragione, certo che può farlo! Chi dice che avrebbe fatto meglio a sposare il diacono di un villaggio di provincia, o il figlio del bottegaio. Sinebriukov, il cui nome significa “pancia blu”? Invece lei se lo è trovato da sola, un compagno, senza aspettare il matrimonio. Di certo, lo zio non ne sa nulla, ma ancora adesso Tanecka s’ incontra col giovane ispettore forestale di Zaozerje: e non è nemmeno il primo. Ma chi può darle toro? E’ meravigliosa. Tutto, in lei, è così dolce e naturale! Come rideva piano, mentre lasciava che la spogliassi e la baciassi. Quanto sono calde le sue labbra, e che corpo sensibile ha…. I suoi seni, le sue spalle, le sue gambe. E’ straordinario, meraviglioso! Come fa la gente a calunniare l’ amore, a farne un vizio, un delitto? Tutte quelle parole disgustose, quelle espressioni ignobili…. E i termini medici, fisiologici… come se nell’ amore esistessero cose simili. E’ come fare l’analisi chimica di un violino. E invece non è così! Assomiglia proprio al suono di quel flauto… non ci sono parole per descriverlo”. Il suono del flauto di cane giunge lentamente fino a lui, risveglia nel suo animo tanti pensieri dimenticati, che lo turbano, ma che gli sono familiari; qualche cosa gli torna alla memoria, qualche cosa affiora alla superficie dal fondo delle tenebre. Ora egli vede davanti a sé il lago incendiato dal sole, e le nuvole bianche orlate d’ oro, e le verdi canne che frusciano dolcemente. “E’ tutto così incredibilmente bello!”, pensa Osikin,”Ma perché esiste la morte? O forse, invece, non esiste affatto? Se ci penso un istante lo capisco. Nulla muore. Tutto esiste per sempre. Siamo noi che ci allontaniamo dalle cose, che le perdiamo di vista. Ieri esiste. Tanecka nell’ acqua, e io, timoroso di guardarla. Questo non è morto e non può morire. Posso sempre tornarvi e ritrovarlo. Ma in questo c’è qualcosa di misterioso: è il mistero che chiamiamo morte. Eppure in realtà la morte è semplicemente la nostra incapacità di capire le cose. Ora lo sento chiaramente. E perché non sempre si riesce a sentirlo in modo così distinto? Potremmo non aver paura di nulla …. Ed è Tanecka che mi ha dato questo. Finalmente comprendo che questa non è solo la cosa più bella, ma anche la cosa più importante della vita, la più essenziale. Quando accade quella cosa, tutto il resto deve tacere e cedere il passo. Come si fa a “non perdere la testa”? Quelle due ore valgono più di ogni cosa al mondo. Se sapesso che oggi stesso sarò decapitato per via di questo, bacerei Tanecka lo stesso…E ora,avrei voglia di volare oltre il lago, così come volo sempre, nei miei sogni!”.

XX . LO ZIO

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Alcuni giorni più tardi. Tanecka è seduta sulla veranda con un lavoro di cucito. Dal giardino entra Osokin. “Io vado alla palude di Zuevo, dopo cena… Chi ha voglia di venire con me?”, dice Tanecka con voce cantilenante mentre sorride maliziosa senza alzare il capo. “Io, cara Tanecka”, le risponde Osokin avvicinandosi. “Però, sai dovremmo stare un poco più attenti. In questi ultimi giorni siamo stati sempre insieme, e la cosa dà troppo nell’ occhio”. “Ebbene, e con questo?”, dice lei tagliando il filo coi denti e guardandolo di sotto in su. “Be’ penso che potrebbe finire molto male. Mi sembra che lo zio ci osservi con molto sospetto, e probabilmente la servitù chiacchiera già sul nostro conto”. “Piccolo codardo!”, esclama Tanecka con voce sprezzante. “Sei proprio una signorina: hai paura di tutto. Be’, che guardino, che parlino pure: io non ho paura di niente”. Scuote il capo con aria di sfida. “Tanecka, tesoro, non arrabbiarti!”, le dice Osokin. “Ora assomigli proprio a Zampa Bianca quando fa la cattiva”. “Mi prendi sempre in giro”, dice la fanciulla, imbronciata. “Ora assomiglio a Zampa Bianca, domani chissà a cos’ altro assomiglierò…”. “Non essere in colera, cara”. “Vieni a cercare funghi?”. “Ah, ma tu chiedi troppo!”. “Be’, allora lascia che ti baci sul collo”. “Gli dai un dito…Oh, accidenti! Mi ero dimenticata che stanno apparecchiando. Debbo preparare la zakuska”. E corre via. “E’ proprio un tesoro”, pensa Osokin tra sé e sé, “ma stiamo camminando su una lastra di ghiaccio molto sottile, che si romperà di certo. Tutto è successo così all’ improvviso!”. E va a raggiungere Tanecka. Nella stanza da pranzo, la fanciulla è china sul tavolo e prepara una salsa di senape per le aringhe. Osokin le si avvicina di soppiatto e la bacia sul collo. Lei caccia uno strillo; e lo colpisce col tovagliolo. Osokin l’afferra per la vita, l’ attrae a sé e la bacia sulla bocca. Tanecka resiste debolmente, ma poi, sempre tra le sue braccia, si volta ed offre ai suoi baci la guancia, l’orecchi, il collo. In quell’ istante la porta si apre: lo zio si affaccia nella stanza fermandosi sulla soglia. D’ un balzo Tanecka si allontana da Osokin. “Ecco qua”., pensa il giovane, “sapevo che sarebbe successo”. Egli è contrariato e pieno di vergogna; il cuore gli batte con violenza. Lo infastidisce non riuscire a nascondere la sua confusione, ma al tempo stesso la cosa lo diverte: tutto è andato precisamente come aveva previsto. Lo zio li guarda e si avvicina alla tavola senza dire una parola. Osokin si sente impacciato. La cosa peggiore è dover sedere a tavola e far finta che non sia successo nulla. Tanecka, confusa e rossa in volto, serve la zuppa cercando di non guardare né Osokin né lo zio. Quest’ ultimo è visibilmente furioso, ma non apre bocca. Quanto a Osokin, il suo unico desiderio sarebbe scappare. Lo zio butta giù di malavoglia un bicchierino di vodka, e sorbisce la minestra senza toccare la zakuska. Il silenzio si fa opprimente. “Dove sei stato?”, domanda lo zio ad Osokin in tono tutt’ altro che amichevole. “Sono andato a Orehovo, a prendere la posta e i giornali”, risponde il giovane. “Potevi mandarci uno stalliere”. “Che cosa intende con questo?”, si domanda Osokin. “Probabilmente vuol dire che io non faccio nulla”. “Tu non fai altro che gingillarti”: sembra quasi che lo zio stia rispondendo ai suoi pensieri. Poi, dopo una lunga pausa, riprende: “Voglio parlarti. Vieni in camera mia alle quattro”. Finalmente, il pranzo termina. Osokin scende in giardino, poi passeggia intorno alla casa. Tanecka è introvabile. Il giovane ha una sensazione spiacevole, quasi di disgusto per quanto è accaduto, ma al tempo stesso nota con stupore di essere perfettamente calmo dentro di sé, molto più calmo di quella mattina. E’

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come se ciò che fosse accaduto fosse destinato ad accadere; e ora si sente sollevato, perché nulla più dipende da lui. “Sarà quel che sarà!” Non ha voglia di pensare. “Tanto è lo stesso”, dice fra sé. “Dannazione! Sapevo che sarebbe successo, ma non potevo agire diversamente. Se tutto dovesse ripetersi ancora una volta, rifarei le stesse cose. Non c’è dubbio, è stato stupido baciare Tanecka proprio nella stanza da pranzo, ma tanto prima o poi ci avrebbero scoperti. Mi domando che cosa dirà lo zio. Ma, qualunque cosa accada, non avrei potuto rinunciare a Tanecka”. Osikin si spinge fino all’ estremità del giardino dove ha inizio la macchia, l’ attraversa e arriva in un campo. Si siede sul limitare del bosco e resta li a lungo, con la testa vuota. Poi rientra in casa. Sono ancora soltanto le tre. “Dov’è la padroncina?”, domanda a una cameriera che attraversa correndo il cortile. “E’ venuta la signora di Polivanovo, poco fa: la padroncina è andata via con lei e ha preso i nostri cavalli. I loro li hanno lasciati qui a riposare”. Polivanovo dista circa trenta miglia. “Ma perché diavolo è andata fin laggiù?”, si domanda Osokin. “Questo significa che non sarà di ritorno prima di domani sera. La cosa probabile è che sia stato lo zio a spedirla lontano. Chissà che cos’ ha in mente!”. Osokin è annoiato e depresso. Ritorna in giardino e va a sedersi sotto un vecchio melo, a fumare. Alle quattro sale in camera dello zio. Quest’ ultimo siede su una poltrona di cuoio di fronte a un’ ampia scrivania su cui giace una lettera sigillata. “Siediti”, dice lo zio senza guardarlo. E’ chiaro che gli pesa dovergli parlare, e ha voglia di sbrigarsela prima possibile. Osokin avverte, nell’ umore dello zio e in ciò che questi sta per dirgli, qualcosa che appartiene al mondo tetro e serio degli adulti, che gli è sempre tanto ostile, e che è così lontano dal suo mondo fantastico fatto di baci, di sogni ad occhi aperti, delle spalle nude di Tanecka, di albe sul lago e di cavalcate solitarie per i sentieri della foresta. Avverte in modo penetrante l’ ostilità profonda, intrinseca tra questi due mondi. “Poco prima di morire, tua madre mi scrisse”, comincia lo zio, “ e io le promisi di occuparmi di te”. Osokin guarda il calamaio d’argento sulla scrivania. Se tra i due pozzetti si potesse costruire un ponticello arcuato, rassomiglierebbe proprio a quello stagno che c’è a Sokolniki. Ma che cosa sta dicendo lo zio? “Ora vedo che qui tu ti limiti a oziare senza fare nulla. Ho deciso di mandarti a Pietroburgo. E’ inutile pensare a Università straniere; dal momento che ti hanno espulso dal collegio, significa che non sei all’ altezza. Non interrompermi! Ecco quel che ho da dirti: ho visto che ti dai da fare: così non combinerai niente. Quindi ho deciso di mandarti all’Accademia militare. Se lavorerai sodo, diventerai ufficiale. Andrai a Pietroburgo. Questa lettera è per il colonnello Jermilov, che prepara gli allievi per l’ esame di ammissione all' Accademia. Vivrai in casa sua. Ecco il denaro per il viaggio. Jermilov ti darà il necessario per comprarti gli abiti e le altre spese. Fa’ i tuoi bagagli; il treno parte da Gorelovo alle otto e mezzo. Se vai via alle sette, farai in tempo”. Lo zio si alza in piedi. “io vado in città”, dice. Poi, sempre senza guardarlo, porge la mano a Osokin e, dopo una stretta frettolosa, esce. Osokin va in camera sua. E’ ferito e sconvolto, ha un nodo alla gola. Contemporaneamente si accorge con stupore di una cosa: è quasi felice. Felice di che cosa? Non sa rispondere. Ma davanti a lui ha qualcosa di nuovo, d’ ignoto. Domani accadrà qualcosa che ieri non è accaduto. Questo qualcosa di nuovo lo attrae. Non è mai stato a Pietroburgo, e ha sempre sognato di andarci. Ma Tanecka? Questo pensiero lo rattrista, sente una fitta al cuore. Al tempo stesso i suoi sentimenti nei confronti dello zio si fanno sempre più spiacevoli. Osokin si vergogna di ammetterlo di fronte a se stesso: aveva quasi cominciato ad affezionarsi al vecchio signore. “Se è arrivato a trattarmi in questo modo”, pensa, “allora sono proprio contento che sia andata così. Se avesse voluto, avrebbe potuto trovare mille altre soluzioni. Perché crede di avere il diritto di disporre di noi? Naturalmente adesso non darò nulla a vedere. Ma pensa di potermi indurre a rinunciare a Tanecka, si sbaglia di grosso”.

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Nella sua mente cominciano d’ un tratto a formarsi una miriade di progetti. A Pietroburgo non si preparerà affatto per l’Accademia. Troverà un lavoro come giornalista e qualche traduzione dall’ inglese e dall’ italiano. Si preparerà per iscriversi all’ Università e farà in modo che Tanecka lo raggiunga. Ma deve scriverle subito tutto quanto, affinché ella lo aspetti. Non deve lasciarle pensare che la dimenticherà come hanno fatto gli altri suoi innamorati. Prende un foglio di carta e scrive: “Carissima Tanecka, lo zio mi manda a Pietroburgo perché vada all’ Accademia militare, ma io studierò per iscrivermi all’ Università. Non dimenticarti di me. Ci rivedremo presto. Non ti dico ancora come e dove, ma resta in attesa della mia prossima lettera. La indirizzerò alla posta di Gorelovo. Quando arriverà, ti avvertiranno loro. Ti bacio tante volte quante ti baciai al lago: ricordi? Il tuo I. O.”. Sigillata la lettera, Osokin guarda l’ orologio. Sono le cinque passate. Ha una strana sensazione: è trascorsa poco più di un’ ora dalla conversazione con lo zio, ma ha l’impressione di non essere già più dov’ è. Tutto gli sembra remoto. Su tutti i suoi sentimenti prevalgono l’impazienza e il desiderio di andarsene prima possibile. “Darò la lettera a Miska”, pensa Osokin, “e gli dirò di consegnarla a Tanecka in giardino, anziché in casa. Saprà come fare. Ebbene”, pensa poi, “ora vedremo. Ma debbo fare i bagagli. Si, ora capisco perché sono quasi contento di sapere che sto per andarmene. Per tutto questo tempo ho avuto la fastidiosa sensazione di essere osservato: perché non studio, perché vado a cavallo troppo spesso, e poi per via di Tanecka… In ogni caso, non avrei potuto rimanere qui a lungo. Voglio avere il diritto di fare quello che mi va, e non quello che gli altri ritengono giusto e necessario. Non mi sono mai sottomesso, e mai lo farò”. Due ore dopo. Col suo baule, Osokin sta andando alla stazione in una trojka guarnita di sonagli. Zampa Bianca trotta al fianco del cavallo di mezzo. Il giovane ha il cuore gonfio, e nella sia mente si insinuano pensieri pieni di sconforto. Ripensa a sua madre e ricorda di non aver mai fatto nessuna delle cose che voleva fare per lei mentre era viva. “Prima tutto questo mi sembrava importante”, pensa fra sé, “ma adesso ogni cosa sembra aver peso. Non ho voglia di niente e non m’importa di niente”. Poi, perc chissà quale ragione, nella sua mente sorge il ricordo della stanza del mago, e dell’ ultima conversazione avuta con lui; tutto gli torna alla memoria. E tutto sembra reale, ma allo stesso tempo assomiglia ad un sogno: uno stranissimo sogno più reale della realtà, e a paragone del quale ogni realtà sembra un sogno. La trojka attraversa il ponte a passo lento, tra lo scalpitio degli zoccoli. Alla vista dell’ acqua, Zampa Bianca fa uno scarto, e con un movimento danzante si stringe più accosto al cavallo di mezzo. I sonagli tintinnano più piano. Il cuore di Osokin palpita di uno strano dolore. Soltanto ieri mattina passeggiava qui insieme a Tanecka.. E poi, tanto, tanto tempo fa, era accaduta la stessa cosa; c’ erano la stessa trojka, lo stesso fiume, la stessa angoscia lacerante nel suo cuore. Tutto è già stato. Osokin è invaso da una tristezza inesprimibile e ha voglia di piangere. Contemporaneamente, nel misterioso domani, qualcosa di allettante, di inevitabile gli balena davanti agli occhi, invitante.

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XXI.

UN MECCANISMO DIABOLICO

Tre anni e mezzo più tardi. Osokin è un giovane junker e frequenta il secondo anno di una scuola militare di Mosca. Ha quasi vent’ anni. Tra sei mesi avrà terminato il suo corso e sarà promosso ufficiale. Domenica sera. Osokin ha proprio l’ aria di un soldato ben addestrato, con le spalle ampie e dritte; indossa la mantella militare nera della scuola, le spalline rosse orlate d’oro, una cintura di cuoi nero, pantaloni ampi da cavallo e alti stivali lucenti. Si trova ad un ricevimento in casa del suo vecchio compagno di scuola Leontjev, che ora frequenta un liceo tecnico. Gli ospiti, fra cui alcuni giovanotti, un ufficiale dei dragoni, un vecchio attore, due ragazze francesi e due attrici di music-hall, sono intenti a giocare a chemin-de-fer. Osokin è seduto presso il tavolino della zakuska con un bicchier di vino in mano: fuma ed osserva i giocatori. Le due francesi e una delle attrici sono molto graziose, vestono in modo assai vistoso, e hanno indosso troppo profumo e cipria. Ridono e parlano a voce alta. In loro non vi è nulla di stridente o di spiacevole, però al tempo stesso appartengono ad un tipo ben definito. La sua attenzione, invece, è attratta particolarmente dalla quarta, una fanciulla bionda dallo strano aspetto pensieroso, che indossa un abito nero dallo scollo quadrato. Di primo acchito non dà molto nell’ occhio, ma in realtà è la più interessante fra tutte. Ha un profilo fine, le ciglia lunghe e scure, e i suoi modi sono singolarmente calmi, semplici e pieni di dignità. A lei la gente non si rivolge nello stesso tono che alle altre ragazze. Si direbbe una fanciulla di ottima famiglia, e vien da pensare che ovunque si trovi ella sappia sempre cosa dire e come dirle. Al tempo stesso, in lei più che in tutte le altre insieme, si avverte un qualcosa che dà alla testa come lo champagne. Si sente che, se vuole, sa essere diversa. Osokin le guarda le braccia, nude fino ai gomiti e solcate da sottili vene azzurrine, e percepisce con forza e con intensità la donna che è in lei. E’ la terza volta che si vedono, e sembra a Osokin che durante le loro conversazioni, sempre brevi e di poco conto, si sia svolta fra di loro un’altra conversazione. E’ piacevole parlare con lei: sa tutto, e si interessa di tutto. La fanciulla avverte lo sguardo di Osokin e si volta verso di lui. “Venga ad aiutarmi”, dice, “Perdo in continuazione”. Osikin si avvicina al tavolo da gioco. “Debbo andar via tra poco”, le risponde. “Non val la pena d’ incominciare”.

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“Almeno provi! Giochi lei per me”. Ella emana un profumo lieve, quasi impercettibile, un profumo che le assomiglia; e nel chinarsi a guardare le sue carte. Osokin scorge nell’ apertura dell’ abito la curva dei suoi seni. E’ colmo di allegria e di gioia. Si siede accanto a lei ed accosta la sedia alla sua. La fanciulla sorride; ed Osokin è invaso da quella sensazione tanto particolare che conosce così bene: ora tutto accadrà proprio come desidera, ma in seguito dovrà scontarlo amaramente. “Ebbene, sia quel che dev’ essere!”, esclama fra sé mentre avverte il tepore che emana dal corpo di lei. Vengono distribuite le carte. Osokin prende quelle di lei. Diversi giocatori chiedono ancora carte. Osokin ha in mano sette punti. “Una per me”, dice. La carta gli viene data. E’ un due! “Otto!”, dice uno dei giocatori. “Nove!” esclama Osokin, posando un bel mucchietto d’oro e d’ argento davanti alla sua vicina. “bravo, bravo!”, ella esclama. “No, non deve andarsene! Non la lascerò andare. Se fosse stato per me, con sette punti in mano non mi sarebbe mai venuto in mente di pescare”. “Qualche volta è necessario”, risponde Osokin, “ma solo qualche volta”. “E come si fa a sapere quando?” “Bisogna sentire quando è necessario e quando non lo è”. “E allora la prego, “senta” lei per me, questa sera”. “Ahimè! Ho soltanto mezz’ ora per continuare a sentire”, le risponde il giovane. “Il mio permesso scade a mezzanotte, e debbo essere di ritorno a scuola a mezzanotte meno cinque”. “E se fa tardi, la mettono in castigo?”. “Molto peggio! Se faccio tardi perdo un punto, e non potrò essere ammesso nella prima categoria, il che significa che non potrò scegliermi un buon reggimento. Già mi tengono sott’ occhio, se faccio tardi un’ altra volta potrebbero espellermi”. “Davvero si può essere espulsi per una cosa del genere?”. “Possibilissimo. Vede, a scuola cercano di insegnarci la disciplina, quindi attribuiscono grande importanza a molte cose. Il permesso scade a mezzanotte, e questo significa che io posso anche morire, ma debbo essere di ritorno entro mezzanotte! Ma questo è niente: c’è di peggio. Tanto per cominciare, non abbiamo il diritto di rispondere, qualsiasi cosa dicano. E’ questa la cosa più difficile. Immagini che le venga detto qualcosa di ingiusto, qualcosa che lei non ha mai fatto, o che qualcuno la accusi di azioni di cui non sa nulla. E di dover stare zitta”. “Io non ci riuscirei mai”, dichiara con enfasi la sua vicina. “E allora, sarebbe espulsa dalla scuola militare!”. Il gioco riprende. Osokin vince ancora. Intanto servono un cocktail allo champagne. Leontijev si avvicina ad Osokin e alla sua compagna. “E allora, Vanja, hai perduto?”, domanda. “No, perbacco! Al contrario, temo proprio di star vincendo. Lo avevo già predetto a me stesso”. “Lei sa predire il futuro?”, chiede la ragazza. “Si. Io so tutto in anticipo”, risponde Osokin, “ma non per tutti”. “Può predire qualcosa per me?”. “Per lei non so, probabilmente no. Ma spesso prevedo il mio futuro, e certe volte la cosa è nettamente spiavecole. Capisce, spesso io so in anticipo cosa mi accadrà, ma non posso cambiare nulla. E’ come se fossi sotto incantesimo”. “Ebbene, che cosa sa, adesso?”. Osokin ride. “So che mi cacceranno via dalla scuola, se non rientro immediatamente! Davvero, debbo andare”. “Oh, che peccato! Senza di lei, perderò tutto un’ altra volta. Non potrebbe far qualcosa per rimanere?”. “Be’ potrei”, dice Osokin, “ma sarebbe molto complicato. Dovrò ammalarmi, e sarà necessario che mi procuri un certificato medico”. Osokin continua a giocare, e vince ancora. “So che non dovrei”, pensa. “Lo faccio soltanto per lei. Be’, se perdo, questa volta me ne vado. D’accordo?”.

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Ma vince un’ altra volta, e il gioco continua. “Ebbene, direi che sono bell’ e malato”, dice con un sospiro mentre passa il denaro alla sua vicina e le stringe appena le punte delle dita, “ e già so cosa succederà. Lei non immagina quanto sono stanco, a volte, di sapere sempre tutto fin dal principio”. “Ma come fa ad esserne tanto certo?”. “Oh, so per certo che accadrà qualcosa di molto spiacevole”, risponde lui, “ma non m’importa. A volte mi vien voglia di agire contro ogni ragione, e di fare tutto il contrario di quel che dovrei… accada ciò che vuole!”. “E lei sa soltanto che le succederà qualcosa di spiacevole, nient’ altro?”, gli chiede la donna guardandolo di sghembo con un sorriso negli occhi. Di colpo, Osokin capisce che fra loro due si è deciso qualche cosa, e il solo pensiero di essere stato tanto idiota da pensare di tornare a scuola lo lascia esterrefatto. Naturalmente accompagnerà la fanciulla a casa… Il gioco prosegue: egli vince più di tutti e intanto fa la corte alla sua compagna. Gli altri ospiti si congedano alle prime luci del mattino, e Osokin se ne va anche lui, insieme alla sua dama. “Tornerò presto qui da te”, dice a Leontjev, prendendolo da parte. “Dovresti dire:”se me lo permetti”! Questa non è mica una scuola militare, amico mio! Inutile tentare di evitare la disciplina, qui dentro!”. Sono passate tre settimane. Osokin, molto dimagrito, è in visita nell’ appartamento di Leontjev. E’ stato espulso dalla scuola militare e spedito al suo reggimento perché termini il servizio come un qualunque soldato di leva. “E allora, Vanja, dimmi com’è successo”, gli chiede Leontjev. “Be’, è cominciato quando sono andato via con…. Sai di chi parlo, no?”. “Certo, di Anna Stepanovna”. “Ebbene, sono rimasto insieme a lei. E’ meravigliosa… ma questo non c’ entra. Dovevo andarmene entro la mattinata. Non potevo restare li da lei fino a sera. Be’ esco da casa sua e al primo angolo incontro un colonnello dei gendarmi. Naturalmente, mi ha subito tolto il foglio di licenza e mi ha ordinato di rientrare a scuola e mettermi a rapporto dall’ ufficiale di servizio. Mi hanno messo agli arresti difilato. Poi hanno rispolverato certi vecchi peccatucci che avevo sul mio conto, e mi hanno tenuto sotto chiave per tre settimane. E questo non è affatto piacevole, te l’ assicuro. Insomma, per farla breve, mi hanno espulso e degradato alla truppa, e mi toccherà andare con un reggimento di fanteria di stanza all’ altro capo del mondo, in Asia centrale o alla frontiera persiana. Grazie a Dio, mi hanno dato una licenza di tre giorni, e mi hanno concesso di recarmi laggiù a mie spese”. “Bell’ affare! Hai proprio una fortuna da impiccato”. “Eh già; anche se non riesco a capire perché gli impiccati siano considerati tanto fortunati!”. “Anna Stepanovna non ha fatto altro che chiedere di te. Doveva partire, ma non ha voluto andar via prima di avere avuto tue notizie. Attraverso Krutiskij abbiamo cercato di sapere se eri vico o morto. Poi ci hanno detto che eri vivo ma in gattabuia”. “E’ andata a Pietroburgo?”. “Si. E tu, che farai adesso?”. “Che cosa posso fare? Soltanto una cosa: raggiungere il mio reggimento. Dopo vedremo. Ma pensa che cosa detestabile, aver saputo tutto fin dall’ inizio”. “Se lo sapevi, perché mai l’ hai fatto?”. “Già! Vorrei vedere te! Sei proprio un buffo tipo. E’ chiaro che non ti rendi conto di che razza di trucco diabolico si tratta. Il fatto, vedi, è che non succede tutto insieme; le cose procedono un poco alla volta. Solo adesso comincio a capirlo. E Dio solo sa che cosa può fare uno, quando è così! Non ti accorgi di niente fintantoché tutto va come doveva andare. Da lontano si vede ogni cosa; ma quando ci si avvicina, non si scorge più l’ insieme, ma solo parti separate, piccoli dettagli insignificanti. No, caro amico mio, è una trappola tale che anche il diavolo ci cascherebbe. Ed ecco qui che ancora una volta sono rimasto con un pugno di mosche. Ma ti rendi conto che non mi dispiace neanche un poco? Non credo che nessuno di voi possa capirlo”. “Be’, allora dovremo organizzare una bella festa di congedo”. “Eh già, non resta altro; fallo, se ne hai voglia”. “Ma insomma, tu che farai?”.

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“Che cosa mai posso fare? Farò il soldato, punto e basta. Forse mi lasceranno andare fra un po’ di tempo, e quando sarò libero vedrò il da farsi. Credo che mio zio non voglia più saperne di me. Non gli scriverò neppure. Cosa posso dirti, adesso? Sento che ci sarà qualche cambiamento, ma non so da che parte verrà”.

XXII .

PARIGI

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Quattro anni dopo. Osokin studia a Parigi. Proprio mentre stava per terminare il servizio militare, una sua zia è morta lasciandogli una piccola eredità che gli ha permesso di recarsi all’ estero. Dapprima ha soggiornato in diversi Paesi: è andato in Svizzera, ha trascorso un anno in Inghilterra; alla fine è approdato a Parigi, dove vive ormai da due anni. Frequenta le lezioni di vari professori, ma non si è ancora deciso a scegliere una facoltà precisa. Una bella giornata autunnale rischiarata da un pallido sole: sopra il fiume aleggia una bruma leggera. Osokin e Valerie Dale, una studentessa inglese, passeggiano sulla riva della Senna lungo le bancarelle di libri. La ragazza è alta e bionda, i suoi capelli hanno il colore delle foglie d’ autunno; ha un profilo delicato e occhi pensosi grigio scuro. Appartiene ad una ricca famiglia inglese, ed è elegantissima, al punto che persino a Parigi la gente si volta a guardarla. “Però, è davvero una ragazza straordinariamente intelligente”, sta pensando Osokin. E’ l’allieva più brava del vecchio Sorel. Studia storia e arte medievale, e ha scritto una monografia interessantissima: I costruttori di cattedrali. “Ma da dove pesca queste idee?”, si chiede Osokin. “Neanche a Sorel è mai venuto in mente. E poi, che cosa straordinaria, che conosca il russo, e la storia e la letteratura del mio Paese”. Un giorno hanno parlato a lungo di Puskin e dei massoni russi. E’ stato allora che Valerie gli ha detto di aver intrapreso lo studio della lingua e di voler andare in Russia. In seguito però si è dedicata interamente allo studio dell’ arte gotica. Osokin la osserva. Ella indossa un mantello dall’ aspetto costosissimo, guarnito di zibellino, e un cappello a larghe tese ornato di una piuma di struzzo. Osokin ha sempre ammirato i suoi piedini calzati di raffinate scarpe parigine coi tacchi alti. Stanno proseguendo una conversazione iniziata nel museo del Louvre. “Io credo nel destino”, dice Osokin. “So che il nostro futuro sta scritto da qualche parte, e noi non facciamo altro che leggerlo pagina dopo pagina. Io, poi, da ragazzo facevo fantasie strane. Mi sembrava di aver già vissuto una volta; per esempio, conoscevo Parigi anche se non c’ero mai stato. Anche oggi, a volte, mi sembra di aver già vissuto in questa città. Quando venni a conoscenza delle teorie di Nietzsche sull’ eterna giovinezza, tutte quelle fantasie mi sono tornate alla mente. Ed ora sono certo che tutto si ripete davvero”. “Conosci “La canzone del domani” di Stevenson…. Robert Louis Stevenson?”, gli domanda la sua compagna. Osokin trasalisce e la guarda. “Ma come, che cosa c’è?”, ella chiede. “Che cosa stupefacente! Ma come ho potuto dimenticarmene? Certo che la conosco. Come comincia?”. “Il re di Duntrine ebbe una figlia da vecchio”, inizia lentamente a recitare lei, “ ed essa era la più bella figlia di re tra due mari…”. Osikin ascolta queste parole come stregato. La sua mente è attraversata da una sequenza di scene che stenta a credere: la mattina, a scuola, quando ripeteva fra sé l’ inizio di quel racconto per dimostrare a se stesso di aver già vissuto in precedenza; tutti i pensieri fuggevoli e le sensazioni incomprensibili legate al mago, e a ciò che a lui – giovane collegiale – appariva come il passato, ma che ora – qui a Parigi – gli appare come un impossibile, fantastico futuro. Che cosa significa tutto ciò? E quel racconto, di nuovo… Gli pare che se soltanto potesse arrestare i propri pensieri per un istante, riuscirebbe a comprendere tutto…. Ma i suoi pensieri si susseguono tanto rapidamente che non riesce ad afferrare nulla. Tutto quel che gli rimane è una vaga impressione che ogni cosa sia capovolta: il passato diventa futuro e il futuro diventa passato. Per un istante, sente che se solo fosse capace, o se osasse pensare al futuro come a qualcosa che è già in atto, lo vedrebbe altrettanto chiaramente di quanto vede il giorno che è appena trascorso. Nel contempo lo assale la vecchia, consueta sensazione – che prima aveva tanto spesso, ma che si è fatta sempre più rara – che tutto ciò che lo circonda sia già esistito. Il fiume scorreva nello stesso modo, la stessa bruma aleggiava sull’ acqua; lo stesso cielo verdastro di Parigi sorrideva impercettibilmente dall’ alto, e dagli alberi si staccavano le ultime foglie. I riccioli d’ oro della fanciulla sfuggivano di sotto il suo cappello nero nello stesso modo, così come identico era il suono della sua voce…. “Ti ricordi esattamente come finisce?”, domanda Osokin.

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“Si, me lo ricordo”; ed ella recita lentamente la fine del racconto: “E la figlia del re di Duntrine andò in quella parte della spiaggia dove strane cose erano state fatte negli antichi tempi: e là sedette. La spuma del mare correva ai suoi piedi, e le foglie morte sciamavano dietro di lei, e il velo soffiava contro il suo viso nel soffiare del vento. E quand’ essa alzò gli occhi, c’ era la figlia di un re che veniva, camminando sulla spiaggia. Le sue chiome erano come oro filato, e i suoi occhi come acque in un fiume, e non aveva pensieri per il domani, e non aveva potere sull’ ora, alla maniera degli uomini semplici”. “E’ stupefacente”, pensa fra sé il giovane. “Perché mai queste parole risvegliano in me tanti ricordi? Sento che essi vengono direttamente dalle parole, indipendentemente dal loro significato, come se io sapessi una cosa legata a quelle parole, ma anno dopo anno la dimenticassi”. “E’ notevole, questo racconto”, dice a voce alta. “ Come interpreti l’uomo incappucciato”? Chi è, o che cos’è”. “Non saprei”, risponde lentamente Valerie, “ e sento che non è neanche necessario tentare di capirlo; queste cose debbono essere soltanto sentite. Io le sento così come sento la musica; e interpretare la musica mi è sempre parso ridicolo”. Raggiunta Place Saint-Michel, Valerie prende un fiacre. Il suo compagno la saluta. “Andrai da mio fratello, strasera?”, ella domanda. “E’ probabile, ma ancora non lo so”. “Digli che lo aspetto per domani”. Osokin attraversa il ponte in direzione della Citè. “Debbo andarci o no?”, si domanda una volta solo. “Parlando seriamente, non dovrei. Bob e i suoi amici sono troppo assurdamente ricchi. Lui e Valerie sono molto alla mano, e frequentano ogni genere di persone, qui a Parigi, ma appartengono a una famiglia piuttosto importante in Inghilterra. Valerie è una ragazza interessante, è vero, e in ogni caso, considerate le nostre diverse condizioni, so che se lascio che le cose vadano da sé, rischiano di prodursi conseguenze impreviste. Anche ora, sento che nella nostra amicizia c’è qualcosa di insolito, come se ogni tanto fra di noi scoccassero delle scintille ardenti come tizzoni. Eppure so che insieme non staremmo mai bene. Prima di tutto ci sono i suoi milioni, e poi credo che Valerie sia troppo virtuosa per me. Rimarrà sempre tranquilla, affascinante e ragionevole. Sono certo che ben presto mi allontanerei da una donna del genere, e lei ne soffrirebbe. Come tipo assomiglia ad un’ eroina di Turgheniev. E’ decisamente troppo buona per me. E se Lulù viene a sapere di lei mi caverà gli occhi. Lulù è l’assurdità fatta persona, ma è l’ assurdità più incantevole del mondo. Non faccio che lasciare una Lulù e incontrarne subito un’ altra. Ieri mi ha fatto una scenata perché non mi sono accorto che mi stava seguendo per la strada. Mi aveva visto da lonano, mi aveva raggiunto, e camminava dietro di me… e io non me ne sono accorto! Questo significa che non l’amo! Io posso andarmene nella mia Russia, e lei se ne tornerà alla sua Marsiglia”, e così via di seguito. E la settimana scorsa – santo cielo! – ha sognato che buttavo giù dalla finestra il suo cagnolino pechinese, e per tre giorni non mi ha lasciato entrare in camera sua. Strillava che ero un barbaro, che non me l’avrebbe mai perdonata, che aveva paura di me… e Dio sa cos’ altro! Qualche volta avrei voglia di frustarla per quanto è assurda, però è una vera donna. Si, le comprerò quella spilla con le pietre gialle, e per questo stasera andrò a giocare alla roulette coi figli dei milionari.. anche se a dire il vero non dovrei. C’ è un odor di milioni troppo forte là dentro, e non mi fa bene. Be’, decidiamoci: che sia l’ultima volta. Probabilmente non dovrei andarci, ma mi annoio talmente..Lulù è tanto cara, ma ieri ho passato con lei tutta la giornata e tutta la serata, ed è meglio che non ci vediamo tutti i giorni. A dosi troppo forti, cominciamo a darci sui nervi l’ uno con l’ altra. E poi, Lulù è troppo primitiva per passare giornate intere insieme a lei. Ma che altro posso fare di me stesso? Rimanere in casa a leggere, o sedermi a un caffè, o andare a sentire i “compagni”; no, è troppo stupido… Ma c’è un fatto curioso: comincia a sembrarmi che qui a Parigi la vita scorra troppo liscia; tutto troppo semplice, quasi borghese, un’ esistenza da pantofole e vestaglia”.. non è affatto il mio genere, e mi annoia”. Qualche ora dopo Osokin si trova nell’ elegante appartamento di Bob Dale. Sul tavolo c’è una roulette. Insieme a lui nel salone vi sono alcuni studenti e pittori americani e inglesi, oltre a un giovane principe russo che ha appena ricevuto un’ eredità. Tutti fumano, devono whisky and soda e champagne, e si affollano intorno al tavolo della roulette. Si punta forte. Il principe ha già perduto più di centomila franchi, e il tavolo è interamente cosparso di oro e di banconote. Osokin punta venti franchi alla volta sui

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numeri, e perde. Dopo aver perduto la sua ultima moneta d’ oro, lascia il tavolo da gioco. Il principe vince una posta altissima e il banco passa a lui. Osokin ingolla due bicchieri di whisky and soda. E’ adirato con se stesso. “Che il diavolo se li porti!”, dice tra sé. “Loro possono buttare via i soldi a diecimila alla volta, ma per me cinquecento franchi rappresentano un patrimonio. Però sono stato stupido a venire qui con tanto poco denaro. Nel corso della serata la fortuna dovrà pur girare, a avrei potuto avere chissà quante occasioni per rifarmi delle perdite”. “Ma perché te ne stai li seduto tutto solo?”, gli chiede Bob andandogli incontro. “Assaggia questo champagne: è la marca preferita di re Edoardo. Anche a me comincia a piacere”. “Ho perso”, risponde Osokin. “Posso puntare degli assegni da cento franchi ciascuno?”. “Ma perché prendersi la briga di firmare tutti quegli assegni? Glieli cambierò io, qualsiasi cifra”, interviene un giovanotto americano alto dai capelli lisci e biondi. Si sta preparando un assenzio versandovi lentamente dell’ acqua attraverso una zolletta di zucchero. “Quanto le serve?”. Tira fuori dalla tasca dei pantaloni una manciata di monete d’oro e di banconote e si mette a contare. “Ho della valuta inglese… due, tre, cinquecento sterline. Le bastano?”. “E’ persino troppo”, dice ridendo Osokin. “Me ne dia cento. Fanno duemilacinquecento franchi”. Egli firma un assegno e lo passa all’ americano. Questi si caccia in tasca assegno e denaro, sorseggia la sua mistura e col bicchiere in mano si avvicina al tavolo della roulette. Anche Osokin si alza e lo segue. Un quarto d’ora più tardi, il giovane è rimasto senza niente. Non solo ha perduto le cento sterline, ma anche tutti gli assegni da cento franchi che aveva firmato prima. “Le avevo detto che non sarebbero bastati. Ne vuole ancora?”, dice l’ americano biondo in tono cordiale, mentre si siede accanto a lui. “Assaggiamo questo champagne”. “Mi dia ancora mille franchi”, risponde osokin. “Debbo recuperare quello che ho perduto”. E firma un altro assegno. Dentro di sé, sa perfettamente di star commettendo una sciocchezza. Ha già perso tanto che ha paura di ammetterlo davanti a se stesso. Giocare ancora è pura follia. Sa che dovrebbe alzarsi e andarsene, ma invece beve due coppe di champagne e torna verso il tavolo della roulette. Punta cento franchi sul rosso, e vince. Ne punta altri cento sul nero, e vince ancora. La cosa lo incoraggia. “Debbo tentare un’ altra volta coi numeri”, dice tra sé e sé. “Se recupero quel che ho perduto, metterò il denaro nella tasca sinistra e non lo toccherò più. Giocherò solo quello che vinco”. Punta cento franchi per volta sui numeri, e perde ogni volta. Dopo dieci minuti è di nuovo senza un soldo. “Debbo andarmene”, pensa. Ha voglia di uscire all’ aria fresca. E’ già stanco del gioco. Dapprincipio vince, ma poi perde e resta di nuovo senza denaro. Poi vince ancora. Le cose vanno talmente male che aumenta le puntate. Alla fine, dopo aver perduto per diverse volte di seguito, lascia il tavolo da gioco. “Debbo rendermi conto della situazione”, pensa. “Credo proprio di essermi spinto troppo in là”. Tira fuori il libretto degli assegni per calcolare il totale di quello che ha cambiato. Mentre da l’ addizione, si sente assalire dal freddo e dallo spavento… anche se fin d’ ora sa di che si tratta. “Ecco!”, dice a se stesso. “E’ proprio vero?”. E si rende conto in quell ‘istante di aver avuto il presentimento che sarebbe finita esattamente così. Dal suo libretto di assegni risulta che gli rimangono in tutto trecento franchi. Ha perduto più di trentamila franchi: tutto quel che restava della sua eredità. Compila un assegno per trecento franchi e si avvicina al tavolo da gioco. “Venticinque”, dice. La pallina ruzzola nella roulette. “Ventisei”, dice il principe, che tiene ancora il banco. “ Chi ha puntato sul ventisei?”. Osokin si allontana dal tavolo. Gli altri sono tutti assorti nel gioco. Nessuno lo nota. Trova il suo cappello e se ne va. Il giovane scende le scale e d esce in strada. E’ accaduta una cosa mostruosa e assurda che d’ un colpo ha interamente mutato la sua vita. Non vuole crederci. Ma al tempo stesso sa che è la verità, l’ orrenda, ripugnante verità che ha già incontrato tante volte in vita sua. Non si fa ancora sentire – tutto è

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come prima: la strada, le case – ma si farà sentire domani. Con l’ istinto di chi è passato per sgradevoli sorprese di ogni genere, Osokin sa che è bene guardare la verità dritta negli occhi senza cercare di illudersi o di rimandare. “Sapevo che sarebbe andata così”, dice a se stesso. “Ma ora che è successo non debbo avere debolezze, rimpianti, pentimenti. Questa è la cosa più importante: se non si fa così c’è da impazzire. Sono stato capace di sopravvivere a catastrofi di ogni genere; ora vediamo come sopravvivere anche a questa. Sono stato proprio io: la colpa è mia, e sono io che debbo rimediare. Nessuno ne saprà mai nulla. Probabilmente, da Bob non si sono neppure accorti che ho perduto tanto. Che cosa sono per loro trentamila franchi, quando sul tavolo c’ era quasi mezzo milione? Be’, eccola qui la spilla per Lulù! Ora debbo mettermi a pensare. Il fatto è che ho perso tutto il denaro che mi sarebbe servito per vivere fino al termine dei miei studi. E’ chiaro che debbo andarmene. Sarebbe impossibile cambiare vita rimanendo a Parigi e vivere del mio lavoro. E poi, cosa fare per guadagnare qualcosa? No, andrò in America, oppure tornerò in Russia. Povera Lulù! Non capirà mai che cosa è successo, e non mi crederà se le dico che ho perso trentamila franchi. Penserà semplicemente che ho voluto sbarazzarmi di lei. Ne rimarrebbe troppo ferita; non ho il diritto di farlo. Dovrò inventare una bugia da dirle; e poi, prima parto, meglio è”. Osokin raggiunge il suo alloggio e passa la nottata intera a fare ordine tra le sue cose; strappa vecchie lettere, fa i bagagli e scrive biglietti ai suoi amici. Il mattino seguente tutto è ormai pronto. Stanco morto, si getta sul divano senza neppure svestirsi e cade addormentato. Si sveglia dopo circa tre ore e subito si tira su a sedere. Ricorda ogni cosa: ricorda anche che deve stare attento a non lasciarsi sopraffare dal terribile istante del risveglio che segue un disastro improvviso, da quell’ istante in cui l’ uomo debole dice a se stesso: “ Ma forse non è vero, forse non è mai accaduto…”. “Già”, pensa Osokin, come continuando la conversazione con se stesso iniziata la notte precedente, “debbo partire oggi stesso. Se rimango fino a domani, mi sparo. Povera Lulù! Però la spilla con le pietre gialle l’ avrà lo stesso. Per fortuna che questi duemila franchi li tenevo in casa! Adesso sembrano addirittura un patrimonio. Andrò a Mosca, e poi vedremo… Che cosa strana, ne ho risentito pochissimo! Ieri notte avevo paura di addormentarmi: pensavo che al risveglio, ricordando tutto quanto, sarei impazzito. Ora invece ho la sensazione che tutto ciò doveva accadere. C’ è una cosa, però: debbo andarmene da qui al più presto. Rimandare sarebbe troppo penoso; se è necessario, debbo farlo! E’ chiaro che questo è il mio destino. Ed ora capisco di aver avuto una premonizione, e di sapere tutto già da prima. Questo significa che non vedrò più Valerie. Che strano! Ora mi fa quasi dispiacere. Mi sembrava che tra noi sarebbe nato qualcosa. Era sempre tanto piacevole vederla, e avevamo tante cose da dirci. Io ridevo di lei, ma in realtà m’ interessava molto più di quanto mi rendessi conto; e forse sono stato un po’ ingiusto con lei. Mi è sembrata troppo fredda, ma forse è perché non conosce se stessa, ed ha solo bisogno di risvegliarsi. Be’, non importa, tutto questo è già storia vecchia. Valerie, Lulù, Parigi intera sono divenute quasi irreali. Mi sento come se fosse stato tutto un sogno e, ora che sono sveglio, non esistesse più niente. Ma al suo posto appaiono altri sogni. Ora rivedo il mago, e mi torna alla mente la nostra conversazione. Ed ora questo mi appare del tutto reale, più reale di quanto è accaduto ieri. Be’, basta con la filosofia! Debbo decidere il da farsi. Prima di tutto, ho il coraggio di andare a trovare Lulù, o debbo scriverle? No, è meglio che ci vada. Le dirò così: “ Ho ricevuto un telegramma. Mio zio è moribondo, debbo partire immediatamente…” Si, quando penso a Lulù comincio a dispiacermi motlo. Vorrei essere già in treno. Quando la smetterò di fare queste operazioni su me stesso? Credo che nessun altro abbia mai messo la propria vita sottosopra come ho fatto io. Ma che strano! Ho di nuovo la sensazione che tutto questo sia già accaduto. E quando penso a Mosca, è come se qualcosa di nuovo e di ignoto mi stesse già attirando laggiù. Ieri, quando mi sono separato da Valerie, mi sono chiesto, per chissà quale ragione, che cosa le direi se la vedessi per l’ultima volta. E’ chiaro che dentro di me sentivo che stavo per distruggere tutto un’ altra volta… E non avevo neanche voglia di andare da Bob, ma al tempo stesso mi andava di tentare la fortuna. Negli ultimi anni la vita è trascorsa così tranquillamente che cominciavo ad annoiarmi. Ebbene, ho tentato. Ora debbo ricominciare tutto daccapo: e non so neppure da che parte. Be’, comincerò con un biglietto per Mosca e con la spilla per Lulù!”. Si alza dal divano e si guarda intorno. Poi indossa il cappotto ed esce.

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XXIII .

ZINAIDA

Diciotto mesi dopo, Osokin vive a Mosca. Dapprima aveva sperato di guadagnare un po’ di denaro per tornare a Parigi, ma le cose non sono andate secondo i suoi piani, e alla fine si è ritrovato a vivere alla giornata, a tratti nella speranza che avvenisse qualche cambiamento, e a tratti cessando del tutto di sperare. Ha provato a dar lezioni di francese; poi ha trovato qualche traduzione da fare; alla fine gli è venuto in mente che alla famosa scuola di scherma che frequentava a Parigi era considerato un allievo molto promettente, e si è messo a dare lezioni di scherma.

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Inoltre scrive versi, ma non ha voglia di pubblicarli. Per lo più, se si vuol ricominciare tutto daccapo, bisogna andare in luoghi lontani, in Australia o in Nuova Zelanda. Un giorno, per strada, incontra il suo amico Krutiskij, che frequentava quando era in collegio; questi lo invita nella casa di campagna dove abita d’ estate. Ora Krutiskij è ufficiale, e si sta preparando per entrare all’ Accademia militare. Ha fatto un matrimonio molto brillante. A casa sua, Osokin viene presentato a sua sorella, appena tornata dall’ Italia dove ha vissuto sette anni. Già prima di andare a trovare il suo amico, Osokin sa che là incontrerà Zinaida Krutiskij, e per chissà quale ragione si aspetta molto da questo incontro. Ha tanto sentito parlare di lei, quando era ancora in collegio, e la conosce per averla vista in fotografia. Ma in realtà tutto si svolge nel modo più ordinario. La conversazione è banale, e Osokin non riceve nessuna impressione particolare. Zinaida gli sembra una ragazza della buona società destinata a fare un matrimonio conveniente: una ragazza che si occupa molto si se stessa, e che vive di interessi del tutto artificiali, e a lui incomprensibili: rappresentazioni teatrali di beneficenza o concerti privati di qualche solista di fama. Anche il suo viso non è poi molto attraente agli occhi del giovane: è il volto inespressivo di una persona annoiata. “Che strano!”, pensa Osokin mentre fa ritorno a casa sua. “Quando ero in collegio, qualunque cosa sentissi dire a proposito della sorella di Krutiskij risvegliava in me un interesse straordinario. Mi sembrava addirittura di averla già conosciuta in passato. Mi ero quasi innamorato di lei a vedere le sue fotografie e a sentirne parlare. Era tutto collegato con le mie fantasie sul mago e sulla mia vita precedente. Mi piaceva sognare il modo in cui avrei incontrato Zinaida: ed ora che la conosco, sento che non abbiamo nulla in comune. Lei non capirebbe niente della mia vita. Sono gente troppo agiata, specialmente Krutiskij e sua moglie… Ed è davvero assurdo che da quest’ incontro mi sia aspettato qualcosa di diverso. Viviamo in due mondi completamente distanti. No, debbo prendere una decisione definitiva. Lavorerò e metterò da parte il denaro per sei mesi, poi me ne andrò. Per me qui a Mosca non c’è assolutamente nulla da fare”. “Una settimana più tardi. Osokin, solo in città, si sente malinconico e va a trovare Krutiskij un’ altra volta. In casa però non c’è nessuno, tranne Zinaida. Krutiskij e sua moglie sono andati nell’ altra casa di campagna a trovare certi parenti e torneranno soltanto il giorno dopo. Per qualche ragione, la cosa fa molto piacere ad Osokin. Zinaida è seduta sulla veranda con un romanzo francese, ed è evidente che anche lei è contenta di vederlo. Ma la conversazione langue, si fa sforzata. Osokin è infastidito per il fatto di non riuscire a toccare il tasto giusto con lei; ogni argomento che abbordano si esaurisce da solo dopo la terza frase. “Andiamo a fare una passeggiata”, propone Zinaida dopo l’ ennesima, lunga pausa. “Questa casa e questo giardino mi fanno venir sonno”. Oggi ella appare molto diversa agli occhi di Osokin, che tuttavia ancora non la capisce bene. E’ molto donna, ma al contempo in lei si avverte una certa distanza. All’ aspetto sembra più matura di quanto probabilmente non sia. Il suo volto è pallido: a prima vista si direbbe che i suoi lineamenti siano quasi indefiniti. Ma a guardare meglio, si nota, come attraverso un velo, che i suoi tratti sono invece piuttosto marcati. Le sue movenze sono lente: in lei qualcosa ricorda le donne orientali. Antenati tartari. La cosa più stupenda sono gli occhi. Non sono molto grandi, ma hanno un colore scuro, a volte sono cupi come velluto, a volte invece sono limpidi. La loro espressione muta di continuo: a tratti scintillano di mille fuochi, a tratti sono quasi torpidi. Osokin comincia a pensare che quegli occhi debbono avere chissà quante altre espressioni, e questo risveglia la sua curiosità. Camminano fianco a fianco in un boschetto di pini; Osokin sta osservando Zinaida in ogni particolare. Ella è abbigliata secondo un suo stile personale alquanto insolito: un abito sciolto in seta cinese dai colori tenui, ornato da molti merletti, e scarpette color bronzo dai bottoncini di perla. Ha con sé un parasole e si ripara il capo con un fazzoletto giallo. Non usa profumo. Il suo profilo, i suoi occhi e specialmente la sua bocca attraggono sempre più gli sguardi di Osokin. Arrivano alla sponda del fiume: li sono ormeggiate alcune barche. Il giovane la aiuta a salire, poi inizia a remare risalendo la corrente all’ ombra degli alberi. “Sa, Zinaida”, le dice, in modo inatteso anche per lui,”quando ero in collegio, ero innamorato di lei, ma la immaginavo tutta diversa”. “La cosa si fa interessante”, ride Zinaida. “E come mi immaginava?”.

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“Non saprei…. È difficile a dirsi con precisione, ma diversa. Mi sembrava anche di averla già conosciuta in precedenza, molto tempo prima di vedere la sua fotografia in casa di suo fratello. Questo era legato a certi strani sogni sulla mia vita precedente, a certe fantasie complicate. In queste fantasie c’ era un mago che mi sembrava di aver sognato, e che mi prediceva il futuro. E lei, in un modo o nell’ altro, aveva a che fare con questo. Intendo dire che, quando ho visto la sua foto, mi sono convinto che fosse lei la persona di cui il mago aveva parlato”. “Ma che cosa aveva detto di preciso?”. “Lei non lo crederà, ma l’ho dimenticato! Ricordo solo questo: “Tutto ciò che è stato sarà”. “Perché i maghi dicono sempre cose tanto incomprensibili?”,chiede Zinaida. “E poi com’ era, questo mago? Ha detto di averlo veduto in sogno?”. Forse si trattava di un sogno, forse era realtà, forse l’ ho inventato io. Non so”, è la risposta di Osokin. “Be’, certo, lei è poeta, e ho sentito dire che ha scritto versi bellissimi. Perché l’ ultima volta che è venuto da noi non ha voluto leggerli ad alta voce?”. “Non leggo mai in pubblico. Voglio dire, tra persone che non conosco. Basta che una sola persona non sia – o non sembri – in armonia con i miei versi perché mi diventi impossibile leggerli. Non c’è più senso a farlo, perché tutto andrebbe perduto”. “E la volta scorsa chi è che le dava fastidio? Io, forse?”. “No, lei no”, risponde Osokin ridendo; e mentre la guarda, vede i suoi occhi e l’ intero suo volto trasformarsi. “La difficoltà era che quella volta c’ erano alcune persone che sembravano provenire da un altro pianeta. Prendiamo suo fratello, ad esempio. Gli voglio molto bene, ma lui è convinto fermamente che tutte quelle “impressioni di un altro mondo” siano stupide invenzioni. Per i miei versi, effettivamente, la Terra potrebbe anche non esistere affatto. Ma se gli dicessi una cosa del genere penserebbe che sto dicendo sciocchezze di proposito per mostrarmi originale”. “Si, probabilmente è vero”, dice Zinaida. “Le invidio la sua forza di carattere. Io stessa sento spesso che non sempre si può parlare di tutto con tutti, ma non sempre riesco a trattenermi… A me le leggerà, le sue poesie?”. “Forse, tra un po’ di tempo”, risponde Osokin. “C’è sempre molto di me nei miei versi, quindi lei deve conoscere me, prima. Credo che debba essere cos’. Amo molto le poesie di un solo verso: alcuni poeti latini ne hanno scritte. Però sono difficili a comprendersi senza conoscere gli uomini che ne sono autori”. Per un po’ continua a remare in silenzio. “Anch’io la conosco da molto tempo”, gli dice a un tratto Zinaida, “ o almeno, ho sentito parlare di lei”. “Che cosa ha sentito dire sul mio conto?”. “Ho sentito che lei ha avuto un’ avventura molto interessante in collegio, e che in conseguenza di quell’ avventura si è ritrovato ad Askabad… E’ vero?”. “Verissimo, solo che ero ancora più lontano”, risponde il giovane ridendo. “Ma è stato tanto tempo fa”. “E allora? Ciò che è stato sarà di nuovo”. “Non credo sia questo che il mago intendeva”, dice Osokin ridendo ancora. “E cosa voleva dire, allora?”. “Credo volesse dire che il futuro è già stato, e che nulla esiste realmente, che è tutto un sogno, miraggio. A volte riesco a capirlo con molta chiarezza. Lei non sente l’ irrealtà di tutto questo?”, le chiede poi descrivendo un ampio gesto con la mano. “La foresta, l’ acqua, il cielo… niente di tutto questo esiste, sa? Certi giorni ho avuto la sensazione che tutto stesse diventando trasparente, per così dire, e che avrebbe potuto scomparire da un momento all’ altro. Proprio così: uno vede tutto quel che ha intorno, e crede che esista; poi chiude gli occhi, e quando li riapre, non c’è più nulla. Una volta – ero a Parigi da poco tempo – andai a Notre Dame e salii sulla torre meridionale, dove in genere non si lascia salire nessuno, e li trascorsi un’ intera giornata, da solo. Improvvisai versi per tutto il tempo, e a tratti li scrivevo. In quei versi, immaginavo che la gente fosse tutta scomparsa… Sono passati tanti anni ormai, e io guardo dall’ alto della torre di Notre Dame una Parigi deserta, mentre le grondaie gotiche guardano giù insieme a me… Capisce, non c’è rimasto nessuno, sono spariti tutti da un pezzo, due, trecento anni fa: i ponti sono stati invasi dalle erbacce, e in alcuni punti, cominciano a crollare. Gli argini del fiume si stanno sbriciolando, l’ asfalto è pieno di crepe da cui spuntano ciuffi di verde, alberi. I vetri delle finestre sono stati rotti dal vento, e sono caduti in pezzi. E Notre Dame rimane

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in piedi a ricordare il passato di Parigi. Le grondaie parlano fra loro di tutto ciò che hanno veduto e che non sarà mai più; e all’ improvviso capiscono che non è mai esistito nulla, che loro stesse non esistono, che niente esiste. Nel momento in cui capiscono questo, rivedono la gente e la vita, così com’ erano, e d’ un tratto Parigi torna ancora ad essere la Parigi di sempre. Ma ora, esse scorgono chiaramente che né la gente, né la vita, né la cattedrale, né loro stesse esistono realmente… Questi sono i versi che ho scritto; ma in seguito li ho perduti, e così anche loro oramai non esistono più”. Zinaida rabbrividisce come se sentisse freddo. “Lei mi dà l’ impressione che nulla esista”, dice. “Ma come ha potuto perdere i suoi versi? Non se li ricorda?”. “Non ricordo nulla. Ricordo soltanto che per molto tempo una delle grondaie si rifiutò di parlare, e alla fine disse qualcosa di strano e d’ incomprensibile”. “Ma di certo lei saprà che quelle non sono le vere grondaie. Non hanno mai veduto Esmeralda”. “Così dicono; ma per me non fa nessuna differenza. In fondo, nessuno lo sa per certo. Personalmente, non credo che possano essere fabbricate nel diciottesimo secolo”. Restano in silenzio per un poco. Poi Zinaida inizia a parlare dell’ Italia. Osokin ascolta. Improvvisamente lo assale il pensiero che presto dovranno rientrare, e sente una strana fitta al cuore. Vorrebbe che non finisse mai: il lento risalire lungo il fiume, il rollio della barca, lo sciacquio dell’ acqua, la conversazione che passa da un argomento all’ altro. Involontariamente sente che tra le altre persone e in altre circostanze, anche Zinaida sarà differente, sarà di nuovo un’ estranea, mentre qui è così meravigliosamente vicina a lui. Si sta tanto bene, qui sul fiume, all’ ombra degli alberi. Ha voglia di farla parlare di sé. “E ha avuto molti ammiratori, all’ estero?”, le domanda. “Moltissimi”, risponde lei ridendo, “ma tutti irreali”. “E che differenza c’è tra ammiratori rali ed irreali?”. “Quelli reali sono quelli che potrei ammirare anch’io, o comunque con cui mi piace stare, e non solo quelli che mi ammirano e che hanno voglia di stare con me. Mi capisce?”. “Forse. Allora gli ammiratori sono irreali quando lei non ha voglia di vederli. E’ così?”. “Si, certo. Se lei fosse una donna, saprebbe cosa significa ricevere proposte di matrimonio. E’ una cosa tremendamente spiacevole. Un uomo non conosce questa sensazione. A molte ragazze piace, ama a me no. Capisce, magari si è in rapporti amichevoli con un uomo e non si ha nulla contro di lui. Si va a cavallo insieme, a ballare insieme, magari si civetta un po’… ma da questo lui trae conclusioni tutte sue, il che è molto fastidioso. Poi, un bel giorno, ci si accorge che quello ha già in mente certi progetti, e sta solo aspettando l’ occasione giusta per svelarli. Allora fra te e lui inizia una specie di lotta. Tu fai del tuo meglio per evitare che lui ti parli dei suoi progetti. A volte può anche essere divertente… La lotta prosegue. Non tutti gli uomini sono abbastanza sicuri di sé da non farci caso e da insistere. Per lo più, occorre che siano d’ umore sentimentale, altrimenti non riescono a parlare. E allora tu eviti accuratamente di suscitare questo tipo di sentimentalismo, e per un po’ ci riesci. Certe volte puoi schivare il pericolo se,in una conversazione, usi il tono giusto. Ma prima o poi capita un momento infausto in cui vieni informata per filo e per segno dei suoi splendidi progetti e delle sue intenzioni nei tuoi riguardi. E qui ha inizio la parte più sgradevole. Tanto per cominciare, alcuni uomini rimangono sinceramente e profondamente sorpresi che tu non apprezzi le loro intenzioni; semplicemente non riescono a capire perché. A loro questo sembra il frutto di un malinteso, e credono che tutto si risolverà una volta che ti abbiano spiegato per benino cos’ hanno in mente. Allora si mettono a spiegarti le loro idee. Sono onestamente convinti che tu non ti sia resa conto che loro hanno pensato a tutto, fin nel minimo dettaglio. Alla fine, se continui a rifiutare come un’ ingrata i luminosi progetti che hanno in serbo per te, ritirano fuori parole che hai detto tempo prima e che avevi dimenticato, e con cui volevi dire tutt’ altra cosa, quando le pronunciasti per la prima volta; e cercano di convincerti che l’ idea è stata tua, che l’ hai suggerito tu stessa, e così via. No, è assolutamente terribile!”. “Si direbbe che lei abbia una grande esperienza.Ma è sempre stata così fredda?”. “E questo perché la interessa?”. “Perché io capisco una cosa che solo pochissimi uomini capiscono”, risponde Osokin. “E sarebbe?”. “Capisco quant’è difficile, per una donna intelligente e interessante, conoscere un uomo di cui possa innamorarsi, di cui valga la pena d’ innamorarsi. A mio parere, le donne interessanti sono molto più numerose degli uomini, e spesso penso che, se fossi donna, mi sarebbe difficile trovare un uomo che possa suscitare il mio interesse”.

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“E perché?”. “Non lo so, ma ho questa sensazione. Tra tutti gli uomini che conosco, non ce n’è uno che potrebbe interessarmi, se fossi donna. A volte penso addirittura che se avessi una sorella non vorrei che sposasse nessuno dei miei amici o dei miei conoscenti”. “Ma che cosa insolita”, ride Zinaida. “In genere gli uomini sono convinti della loro superiorità!”. “Io no. A me pare che le donne appartengono a una categoria superiore a quella degli uomini. E il perché si capisce facilmente. Per migliaia d’anni esse hanno occupato una posizione privilegiata”. “Una posizione privilegiata! Mi immagino che cosa direbbero le mie due amiche inglesi. Loro sono profondamente convinte che le donne sono state schiavizzate dagli uomini, e che solo recentemente hanno iniziato a conquistarsi la libertà”. “Si, immagino cosa direbbero le sue amiche, ma insisto: le donne occupano una posizione privilegiata nella vita. Con questo, naturalmente, intendo le donne delle classi colte e dei Paesi più o meno civili. Consideri una cosa soltanto. Per migliaia di anni, le donne non hanno preso parte attiva alle guerre, e raramente hanno avuto a che fare con la politica o con incarichi governativi. In questo modo hanno potuto evitare quegli aspetti della vita dove più spesso ci s’ imbatte nell’ inganno e nel delitto. Questo semplice fatto ha reso le donne più libere degli uomini. Naturalmente ci sono vari tipi di donna; ma non c’è dubbio che la donna moderna fa del suo meglio per perdere i privilegi della categoria cui appartiene. Ma da questo non bisogna trarre la conclusione che io sia poi entusiasta delle donne così come sono”, continua Osokin con una risata. “Penso che manchino di discernimento. Al loro istinto è stato affidato un compito immenso: il compito della selezione. Non in senso biologico, ma piuttosto in senso estetico e morale. Adempiono male a questo compito perché si accontentano di uomini insignificanti. Il primo peccato delle donne, infatti, è di non essere sufficientemente esigenti, e spesso di non esserlo affatto”. “Molte delle cose che ha detto mi convincono”, replica Zinaida, “anche se debbo pensarci meglio. Ma lei, che genere di donne ha incontrato, esigenti o non esigenti?”. “Non credo di averne mai incontrata una abbastanza esigente”, è la risposta. “E le piacerebbe conoscerla?”. “Moltissimo”. “Questo mi fa piacere”, ella dice;” sono d’accordo con lei quando sostiene che non pretendiamo abbastanza. Le donne si danno via per poco”. “Queste sono parole pericolose”, dice Osokin ridendo ancora. “Possono essere male interpretate. Vede, io non parlo degli interessi materiali delle donne. Se una donna pretende molto per se stessa, è semplicemente volgare; e di questo genere di richieste ve ne sono più che a sufficienza, qualsiasi forma assumano. La donna, però, non pretende abbastanza dall’ uomo per ciò che riguarda lui”. “Ma non ha forse il diritto di esigere molto per sé?”. “Ma questa è un’ altra questione. Questa è vita. Non m’interessa”. Per un poco rimangono in silenzio, mentre la barca si muove lentamente lungo la corrente verso l’ attracco. Poi, apiedi, attraversano di nuovo il bosco di pini, e giunti nei pressi della casa Osokin si congeda. Con sua grande sorpresa, Zinaida gli dice: “Domani verrò in città; potremmo vederci, se lei non ha da fare. Venga all’ appartamento di mio fratello alle tre, avrò finito tutte le mie commissioni”. E’ sera. Osokin fa ritorno a casa. Seduto in uno scompartimento del treno, guarda fuori dal finestrino e vede i campi scorrere via veloci; sorride, colmo di un’ insolita gaiezza. “Mio Dio, quanto abbiamo parlato!”, pensa. “E’ un tesoro, e in fondo è proprio come la immaginavo, tanto tempo fa. E’ incredibile che la conoscessi bene già da prima, e che al nostro primo incontro mi sia poi sembrata tanto diversa. Era molto tempo che non parlavo come oggi. E’ meraviglioso pensare che domani la rivedrò. Naturalmente, questo non può portare a niente: quest’ inverno, o comunque all’ inizio della primavera, io partirò. Ma è sempre una bella cosa aver conosciuto Zinaida. Mai ho sognato una donna così spesso; e tutto solo per aver visto qualche fotografia e aver sentito parlare di lei. E’ molto interessante. Be’. Vedremo come andrà in nostro incontro di domani. Sono contento che l’ abbia proposto lei stessa. E’ davvero una donna affascinante. E’ intelligente quanto Valerie, e ha dieci volte più immaginazione di Lulù. Si, è una buona cosa averla conosciuta: almeno avrò qualcosa che mi ricordi Mosca..”.

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XXIV .

L’ INEVITABILE

Quindici giorni dopo, Osokin aspetta Zinaida in un parco in riva al fiume. Cammina su e giù per un sentiero fumando. “Quant’ è strano tutto questo”, dice fra sé. “Non mi è mai successa una cosa simile. Non so che cos’ è … amore, o qualcosa del genere. Mi piace vederla, mi piace parlarle. L’ aspetto qui ogni giorno come uno scolaretto, e andiamo a passeggio insieme lungo il fiume. Mi sarebbe difficile mancare a un solo appuntamento. Eppure, la prima volta che l’ho vista, decisamente non mi è piaciuta: né il suo stile, né lei come donna. In seguito, al contrario, ha cominciato a piacermi moltissimo. Ma nel mio atteggiamento verso di lei non c’è nulla di personale. E’ diverso da tutto quello che ho letto o di cui ho sentito parlare, ed è così lontano da me. Tuttavia, so fin d’ora che questi incontri non avranno nessuna conseguenza. Debbo partire. E’ inevitabile. Se rimango qui, non combinerò niente. Mi piace molto frequentare Zinaida, ma ben presto la vita metterà fine ai nostri incontri. E’ stato un mero caso che in queste ultime due settimane non sia stato impegnato, e abbia avuto abbastanza denaro per venire qui. Ma

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non ho la minima idea di quel che farò la settimana prossima. Naturalmente, lei non lo capisce e non se ne rende conto…”. “osokin si volta e guarda verso il viale. “Ma perché non viene? E’ già l’ una, e a casa sua si pranza a mezzogiorno. Be’, fra un anno, tutto sarà esattamente come adesso, qui. Può darsi che lei camminerà per questo stesso viale, e io non sarò più qui. Ma dove sarò? E’ difficile persino immaginarlo”. Una settimana più tardi. Osokin passeggia con Zinaida nel parco. Il sentiero è già coperto di foglie gialle. “Ebbene, parti presto per l’ Australia?”, domanda Zinaida con un sorriso, guardando Osokin. “Lo sai che non andrò da nessuna parte”, è la risposta. Zinaida ride e lo tira per la manica. “Non ti perdonerò mai!, gli dice. “Se solo sapessi quanto mi hai fatto arrabbiare con la tua Australia! Ho avuto spesso una gran voglia di schiaffeggiarti. Certe volte gli uomini sono terribilmente stupidi. Una donna lascia vedere chiaramente che un uomo le interessa, se è disposta a vederlo tutti i giorni; se passa tutto il suo tempo insieme a lui e s’ inventa un mucchio di pretesti per vederlo. E in cambio di tutto questo mi sono sentita esporre i tuoi progetti per l’Australia! Si, mio caro, sei stato proprio delizioso… Ma adesso voglio che mi parli dell’ Australia”. “Tesoro”, dice Osokin prendendole la mano, “dovresti capire quanto mi è stato penoso dirti tutte quelle cose”. “Se era penoso, perché l’hai fatto?”. “Pensavo fosse inevitabile. Le circostanze si erano disposte in modo che io non potevo pensare ad altro; ed era tutto deciso già molto prima che ti incontrassi”. “Eh già, ma io sono stata tanto imprudente da credere che conoscermi avrebbe potuto farti cambiare qualcuno dei tuoi progetti. Evidentemente non è così; questo non ti è neppure venuto in mente. E quindi alla fine mi son presa la briga di spiegarti io stessa come stanno le cose. Cos’ hai da dire in tua difesa?”. “Non posso dire nulla”, risponde Osokin. “E le tue circostanze? Hai detto che esse ti imponevano di andare in Australia. Sono forse cambiate?”. “Non sono cambiate, hanno semplicemente perso ogni significato. Credo di non essermi mai sentito tanto vicino al mondo delle fate come adesso… e quando ci penso, mi sembra che d’ ora in poi tutto sarà diverso da come pensavo, che avrebbe dovuto essere”. “Ebbene”, ribatte la fanciulla, “poniamo che tu non vada in Australia e resti qui. Vorrei tanto sapere se io posso occupare un posto nei tuoi progetti o no!”. All’ improvviso, Osokin la prende fra le braccia e la bacia. “Senti un po’! Ma sei impazzito?”. Zinaida si svincola dalla sua stretta e si aggiusta i capelli. E’ veramente adirata e spaventata. “Potrebbero vederci in qualsiasi momento”. “Lascia pure che ci vedano! Ti do la mia parola d’ onore che ti bacerò ogni volta che pronunci la parola Australia”. “Grazie tante! Eh già, ora sei diventato coraggioso. Ti ricordi com’ eri una settimana fa? Avevi paura persino di toccarmi la mano. Naturalmente è facile fare il leone, ora che la cosa più difficile l’ ho fatta io… cominciare a parlarti di me e indurti a parlare. Chiaro, adesso hai il coltello dalla parte del manico. Succede sempre così, e noi donne dobbiamo scontare il nostro candore e la nostra franchezza. Ma ho intenzione di punirti. Quando arriviamo a casa, continuerò a parlare dell’ Australia e per mantenere la promessa dovrai baciarmi tutto il tempo”. Ride. “M’ immagino la faccia che farà la mamma quando mi bacerai! E ci sarà anche la signora con il cagnolino, e tutte le zitelle perbene della provincia che verranno a trovarmi… Che te ne pare? Lo vedi quant’è facile farti cadere in contraddizione? Le tue promesse valgono ben poco!”. I suoi occhi scintillano di mille fuochi. !Questo per cominciare. Ma c’è dell’ altro. Vorrei proprio sapere quanto saremmo andati avanti a parlare di poesia e di Art nouveau, se un bel giorno io non avessi sconvolto le tue buone maniere. Di solito si dice che voi uomini siate il sesso forte, ma chissà che fareste, senza di noi… Perché mi guardi negli occhi? No, fa’ il favore, non darmi altre prove di coraggio, ci stiamo avvicinando alle case… Parliamo seriamente. I tuoi progetti m’ interessano ancora. Se non vai in Australia, che cosa hai intenzione di fare? Hai qualche idea, o no? Lo vedi, le mie domande te le faccio chiare e tonde”.

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Osokin a questo punto lancia un’ occhiata a Zinaida, e si rende conto di quanto sforzo le è costato indursi a parlare come ha fatto, sapendo che lui non avrebbe preso l’ iniziativa. Capisce anche che ella sta cercando di rendergli più facile il compito di avvicinarla, ma che al contempo è imbarazzata e vuol nascondere l’imbarazzo parlandogli in tono giocoso. Lo assale un senso di grande tenerezza nei confronti di lei, ma al tempo stesso dentro di sé sente una specie di fastidio. Perché vuole farlo parlare? Dovrebbe capire che ancora non può parlare. Guardando di nuovo Zinaida, Osokin prova dolore per lei e si vergogna per i propri pensieri. Come rimproverarla? Lei vuole soltanto aiutarlo. Ora è colmo di gratitudine nei confronti di lei, e prova un rimorso acuto per poterle rispondere così come ella vorrebbe. Che cosa glielo impedisce? La codardia, e insieme una specie di ridicolo orgoglio. Ha paura di trovarsi in una posizione difficile. Lei è ricca, lui invece non possiede nulla. Anzi, è talmente squattrinato che ieri ha dovuto impegnare il cappotto per venire a trovarla. E non ha assolutamente nulla davanti a sé, tranne quello che può capitargli per caso. Si è allontanato dai sentieri battuti. Che penseranno di lui la madre e il fratello di Zinaida? In che posizione si troverà nei loro confronti? Se lei fosse sola… e se lui non avesse la lingua legata, se non avesse paura di parlare, ma potesse dirle chiaro e tondo come stanno le cose… Allora forse,fra loro due, potrebbero trovare una via d’ uscita. Osokin avverte il desiderio che ella ha di indurlo a parlare, eppure sa che non dirà nulla. Già molte volte in vita sua, per via dell’ orgoglio, ha fatto finta di non accorgersi che la gente voleva aiutarlo e gli veniva incontro. In quel modo egli ha respinto tutti, pur essendone consapevole. Ora è lo stesso. Ebbene, questo è il suo destino; non può agire diversamente. “perché non dici nulla? “, gli chiede Zinaida. “Perché non posso dire quel che vorrei dire”. “Che cosa te lo impedisce?”. “Ho bisogno di tempo. Anche adesso tutto continua ad andare come prima. Sai che avevo voglia di partire e che non m’ importava un gran che di quel che succedeva qui a Mosca. Ora non partirò più, e voglio costruirmi una vita qui, ma ci vuole tempo”. Zinaida aggrotta le sopracciglia, corrucciata. “Non mi piace il tempo. Lo sai che io voglio averle subito, le cose. Se mi dicono che debbo aspettare, son capace di rinunciare a ciò che volevo; per me ormai ha perso ogni interesse. Conosci questa sensazione? Se mi offrissero un viaggio sulla luna, e poi saltasse fuori che devo aspettare due anni, rinuncerei a tutte le lune del mondo. E tu?”. “Capisco benissimo”, le risponde il giovane, “ma forse, per la luna, aspetterò”. Sorride e la guarda. “Ecco perché adesso non posso dire niente”. Per un po’ restano in silenzio. Osokin ha una fitta al cuore. Sa di avere offeso Zinaida e di averla respinta, e al tempo stesso sa che non avrebbe potuto parlare diversamente. Zinaida guarda dritto davanti a sé con le labbra strette. Osokin ha l’ impressione che ora ella rimpianga di aver parlato, e questo lo fa irritare contro se stesso e contro tutto quanto. “Dovrebbe capire che il nostro rapporto non può essere come tutti gli altri”, pensa. “Le cose non possono andare come andrebbero con un altro uomo. Io mi trovo in una situazione fuori dell’ ordinario; non ho neppure di che vestirmi decentemente. Quando i Krutiskij si trasferiranno in città Zinaida vorrà che io l’accompagni dappertutto. Me ne ha già parlato. Come faccio a procurarmi tutto il denaro necessario? Ora mi basta a malapena per vivere, e con difficoltà. No, qualcosa deve cambiare, altrimenti dovrò partire davvero. Finora, per qualche ragione, il destino è sempre vento in mio soccorso all’ ultimo momento; vedremo che succede questa volta. Ma forse sono soltanto un imbecille. Forse è lei il mio destino. Forse dovrei dirle tutto nel modo più semplice, e discutere con lei il da farsi. E’ questo che vuole, e che mi sta chiedendo… ed è proprio questo che io non posso fare. Ma in questo modo la respingo. Lo so, e non posso farci nulla”. Ormai sono giunti nelle vicinanze della casa. Osokin ha la sensazione che gli sarebbe bastata un’ altra mezz’ ora, e avrebbe parlato. “Vuoi entrare?”, gli domanda Zinaida. “No, ci vediamo domani”, risponde il giovane. “Non ho voglia di parlare con nessun altro all’ infuori di te, oggi. Ma tu, non vai da nessuna parte?”. “Io? No, da nessuna parte”, dice Zinaida lentamente, volgendo lo sguardo altrove come se pensasse ad altro. “Per un po’ di tempo non andrò da nessuna parte”. Osokin sente che ella è urtata e ferita per le sue parole. Ha un’ aria turbata e triste. Si china leggermente verso di lei. Sente per lei un dispiacere folle, doloroso. Ha voglia di dirle qualcosa di tenero

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per consolarla, ha voglia d’ inginocchiarsi davanti a lei, di mendicare il suo perdono, di chiederle di non lasciarlo, di non credere alla sua apparente freddezza. Le mani di Zinaida sono fredde. Quando le bacia le dita, esse ricadono inerti. In silenzio raggiungono il cancello del giardino. “Naturalmente, so benissimo che è colpa mia”, dice Osokin fra sé, camminando su e giù sotto la pensilina di legno della stazione in attesa del suo treno. “Un uomo non ha diritto di ritrovarsi in situazioni disperate come la mia. Non si può essere un fallimento perpetuo. In quel caso, uno dovrebbe partire, sparire, oppure ricominciare una vita nuova. Non serve a niente continuare a gingillarsi…Si, ora darei molto per riavere il denaro che persi a casa di Bob. Ma d’ altra parte, per essere onesto nei riguardi del destino, se non avessi perso il mio denaro non sarei tornato a Mosca e probabilmente non avrei mai conosciuto Zinaida. Quindi anche in quello c’è stato qualcosa di buono… Be’, va bene, vedremo che cosa succede. Debbo trovarmi un lavoro, in modo da potermi almeno vestire decentemente e avere denaro a sufficienza per andare a teatro e altre stupidaggini del genere, altrimenti non potrò vedere Zinaida per tutto l’ inverno. E’ un bene che abbiano deciso di rimanere in campagna per tutto settembre. Ma che persona meravigliosa è Zinaida! Come sarebbe bello se potessi dirle… Ma allora è vero! E’ vero che per lei sento qualcosa di veramente straordinario. E lei? Perché le piaccio? Non riesco a capirlo. Dice di non aver mai parlato a nessuno come ha parlato a me. Ma che cosa strana: non ho mai vissuto nulla di simile. E’ un fatto assolutamente nuovo. E lei mi è diventata così necessaria… Perché, quando discutiamo insieme, non trovo le parole? Se adesso fosse qui, potrei dirle tutto”.

XXV .

UN GIORNO D’ INVERNO

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Una giornata invernale assolata e gelida, a Mosca. Osokin e Zinaida passeggiano lungo il viale Tverskoj. Il giovane indossa un soprabito leggero e un cappello di feltro. Sono rimasti in silenzio a lungo, e ora Zinaida comincia a parlare. “Io non ti capisco. Dici che hai voglia di vedermi e che hai sempre tante cose di cui parlarmi; ed è vero abbiamo sempre molto da dirci. Ma allora perché dobbiamo incontrarci di nascosto per la strada? Perché non puoi venire a casa nostra come fanno tutti gli altri? Comincio a credere che per qualche ragione non vuoi attrarre l’ attenzione degli altri su noi due. Tutto questo mi dà l’ impressione che tu abbia paura di qualcuno, che stia cercando di nascondere a qualcuno il tuo interesse per me. Questo mi sembra strano. Mi rendo conto che le tue finanze non sono molto floride, ma perché non sistemi la situazione? Sarebbe tanto facile! Tu hai una specie di ridicolo orgoglio. Perché non vuoi fare quello che ti è stato suggerito poco tempo fa? Io lo so. Per un po’ di tempo devi dimenticare di essere un poeta e devi trovarti un lavoro. Si può realizzare facilmente. E allora potrai avere credito e fare quel che vuoi”. “Cara, tu non capisci che è impossibile”. “Ma perché è impossibile? Tutti gli altri lavorano. Potresti scrivere di sera. Ti rendi conto certamente che di poesia non si vive. Sono forse molti quelli che capiscono i tuoi versi?”. Osokin ride allegramente. “Oh, voglio raccontarti una storia divertente. L’altro ieri sono andato a quel picnic coi Leontjev perché pensavo che saresti venuta anche tu. Nell’ insieme è stato abbastanza monotono, anche se la giornata era bellissima. Faceva freddo e tutto scintillava. I campi, il lago e i pini erano coperti di neve fresca e soffice. Il sole splendeva e tutto quanto luccicava, specie quando all’ uscita dalla foresta abbiamo visto la strada che si snodava giù in basso, davanti a noi. Sai, ho avuto l’ impressione di vedere un enorme gatto bianco sdraiato sul dorso che si crogiolava al sole facendo le fusa. Il modo migliore di esprimere queste fuggevoli impressioni è scrivere una poesia di un verso solo, perché più si lascia all’ immaginazione del lettore, o dell’ ascoltatore, meglio è. E così ho messo tutto in un solo verso: Il ventre bianco e soffice dell’ inverno. Che te ne sembra? Non ti fa pensare a un gattone bianco e morbido?”. Zinaida non può trattenersi dal ridere. “E’ molto bello”, risponde, “ma temo proprio che dopo aver letto quel verso qualsiasi comune mortale domanderebbe;”E poi?”. “Hai ragione, ed è giusto che sia così. Ma il “poi” sta nel lettore. Se non sa vederlo, e vuole che tutto gli sia servito pronto, farebbe meglio ad abbonarsi alla Niva. Proprio come è successo l’ altro giorno; questo volevo dirti. Ho avuto l’ imprudenza di parlare dei miei esperimenti poetici ai miei compagni di slitta. Si sono messi a ossessionarmi con la domanda: “E poi?”. Allora, visto che non rispondevo, hanno provato a comporre loro il seguito della poesia. Si sono messi a cercare le rime – cose da pazzi – e hanno cominciato a divertircisi. Lo stesso hanno fatto gli altri: il gioco è piaciuto a tutti. E così è diventato una specie di scherzo in cui tutti esercitavano il loro spirito”. Zinaida gli lancia un’ occhiata. “Dimmi la verità, non l’ hai trovato spiacevole?”. “All’ inizio non c’ era nulla di spiacevole. Anch’ io ridevo di cuore insieme a loro, e condividevo il loro punto di vista, perché – è vero – non riescono proprio a vedere le cose in un altro modo. Ma dopo un po’ ho cominciato a irritarmi con me stesso per aver dato inizio a quella conversazione, e nel tentativo di farli smettere mi son messo a improvvisare versi su di loro. Non sapevano se ridere o fare gli offesi. Mentre si ripetevano i versi l’ uno con l’ altro ridevano a crepapelle, ma in realtà si sentivano presi in giro”. “E questo ti diverte?”, gli chiede Zinaida con una lieve smorfia. “No, non particolarmente. E’ stato sciocco da parte mia iniziare a parlare delle mie poesie, ma mi annoiavo. Mi dispiaceva che tu non ci fossi”.

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“A me invece non dispiace per niente”, dice Zinaida. “Sei stato allegro anche senza di me”. Ella guarda dritto davanti a sé. Osokin le lancia uno sguardo sorpreso. “Non capisco”, pensa. “Che cos’ è che le ha dato fastidio? Certamente non quello che le ho detto; ma c’ è stato qualcosa che le è dispiaciuto”. Osokin dice ancora qualche frase, ma Zinaida lo ascolta con aria assente, seguendo il corso dei propri pensieri. “Abbiamo perso il filo di quello che dicevamo”, gli dice. “Non c’è bisogno che ti giustifichi. Non mi dispiace che tu ti diverta, ma mi sembra strano che non abbia tempo per me, e che ci sia sempre qualcosa che t’ impedisce di venire a casa nostra. Sto solo cercando di capire. Non so perché rifiuti di prendere in considerazione il lavoro di cui Misa ti ha parlato. Avresti un impiego ben pagato e, se vuoi, potresti considerarlo come un’ occupazione temporanea”. Osokin le lancia un’ altra occhiata, e per un istante ha voglia di dirle che è d’ accordo con tutto quello che sta dicendo. “Hai ragione”, risponde, “e ci penserò seriamente. Ma cerca di capire che, per me, diventare un • cinovnik sarebbe una cosa strana come per esempio iscrivermi ad un partito rivoluzionario – anche questo mi è stato suggerito, non molto tempo fa – e stampare volantini nelle cantine e fare l’ agitatore tra gli “operai politicizzati”. Non riesco a immaginarmi nei panni di un “compagno”. Grazie al cielo ne ho visti abbastanza all’ estero. “Sai”, prosegue senza far caso al cipiglio corrucciato di Zinaida, “una volta, quando ero a Parigi, sono stato invitato a una “serata” organizzata da uno di questi “partiti” o “gruppi”. Non hanno fatto altro che parlare, parlare: di quanto andavano male le cose, di come tutti erano infelici, di quanto sarebbe stato bello se la polizia, le guardie cosacche e i governatori generali non fossero esistiti… Ma quando è venuta l’ ora del tè, si è scoperto che i membri del comitato avevano mangiato tutte le arance e i dolci, e avevano bevuto tutto il tè! E per noialtri non era rimasto niente!”. Zinaida è ormai esasperata. “Non m’ interessano i tuoi amici, né quelli di Parigi né quelli di Mosca”, dice con impazienza. “Che cos’ hanno a che vedere queste due cose? Quei “partiti” sono pura follia, se non peggio. E lo sai benissimo anche tu. Io sto parlando di una cosa perfettamente normale. Tu lavoreresti per te stesso e anche per il piacere di stare con me.”. Per un po’ camminano in silenzio. “Cara signora Zulù”, pensa Osokin ricordando le parole di un poeta di Pietroburgo che gli piace particolarmente. “Come si è sbarazzata in fretta della rivoluzione! Non si rende conto neppure per un istante che c’ è gente che muore per quest’ idea. E la cosa più buffa è che fondamentalmente ha ragione. La gente che crede in quei partiti probabilmente causerà grossi danni, ma non creerà mai niente. Alcuni di loro sono brave persone, molto sincere ed altruiste”. Frattanto però Osokin si sente leggermente a disagio, e lo sguardo che rivolge a Zinaida ha qualcosa d’ interrogativo. Negli ultimi vent’ anni, il governo e tutti coloro che con esso hanno a che fare sono diventati talmente impopolari che lui, come tutta l’ intelligentsia, è quasi costretto a simpatizzare con le attività e gli atteggiamenti anti- governativi; e non riesce a capire perché Zinaida non condivida il suo modo di pensare. Egli stesso non crede alla necessità o ai benefici di una rivoluzione in Russia. Sarebbe possibile, gli sembra, ottenere le cose in altri modi, sempre che quanti occupano posti di responsabilità non fossero puerili, egoisti e stupidi come sono. Nella gente c’ è ancora molto di buono. E poi, Osokin detesta il “pubblico dei partiti”, col suo linguaggio pieno di presunzione, tanto quanto detesta l’ arroganza della Russia ufficiale. Ciò nonostante l’ atteggiamento di Zinaida lo irrita leggermente, e in un certo senso la diminuisce ai suoi occhi, cosa che gli dispiace. Ora la sua mente è attraversata da un’ immagine straordinariamente vivida. Era un ragazzo di dodici o tredici anni, e frequentava la seconda o la terza ginnasio. Un sabato pomeriggio camminava per la Petrovska in direzione del Kuznetskij Most, per andare da Babuskin a comprare un paio di guanti di capretto col denaro regalatogli per il nuovo anno. A un tratto, nella vecchia, angusta stradetta dalle case basse e con la chiesa sull’ angolo – sulla quale però si trovano tra i migliori e più cari negozi di Mosca, specialmente i grandi negozi di fiori – spuntò una slitta bassa e larga, da campagna, tirata da un cavalluccio pezzato, e guidata da un contadino in cappotto di montone e berretto di pelo. Nella slitta, fra due soldati con le sciabole sguainate, era seduto, anzi inginocchiato, un uomo dall’ aspetto estremamente insolito, che indossava il camice giallo dei galeotti e un berrettino giallo. Le sue

Impiegato statale.

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mani erano strette da catene che pendevano dai suoi polsi. Il suo volto magro ed emaciato, coperto da un arida barba nera, che gli ricordò subito quello di San Giovanni Battista nel quadro di Ivanov, era levato verso l’ alto. La testa dai lunghi capelli neri era gettata all’ indietro, e lo sguardo dei suoi strani occhi, che sembravano ciechi, pareva oltrepassare la strada e la folla gaia, le slitte e le carrozze tirate a lucido con i loro bei cavalli. Quella visione durò solo pochi istanti. La slitta scomparve nel traffico… Osokin ricorda di essersi fermato a seguire la slitta con lo sguardo. “Dove lo stanno portando?”, si era chiesto. “Al tribunale, evidentemente. Lo spediranno in Siberia… Ma chi è? Che cosa ha fatto?”. Si era sentito di colpo afflitto da perdere interesse per ogni altra cosa. Ora sente che Zinaida non capirebbe mai il significato della sua visione, che non ne avvertirebbe mai l’ aspetto misterioso. A lei, col suo atteggiamento serio e maturo, sembrerebbe davvero soltanto “una follia, se non peggio”. “Sento che qualcosa si frappone tra noi”, gli dice Zinaida spezzando il filo dei suoi pensieri.”Non voglio pensare a nulla né fare supposizioni, ma lo sento. Forse fai bene a non parlarmene”. “Ma cara, non c’ è niente di cui parlare”. “Forse no, però questo è ciò che sento”, ripete lei. “Credo che qualcosa stia gradualmente impadronendosi di me. Non sono più la stessa di quest’ estate, nei tuoi confronti. Non offenderti. I miei sentimenti per te sono sempre vivi, ma non sono più come prima. Mi fai un po’ paura… mi fa paura l’ idea di avvicinarmi a te per poi scoprire che non ti sono necessaria o che interferisco con qualcosa o qualcun altro. Non rispondere. So cosa stai per dire; ma io sto solo parlando di quel che sento io. E temo che più passa il tempo e peggio andranno le cose. Cerca di capire che questo mi addolora molto. Mi piacevano molto i nostri incontri, ed ero contenta di sentire per te ciò che sentivo. Non mi sono mai comportata così con nessuno prima d’ ora. Avevo persino voglia di occuparmi di te, di pensare alla tua vita. Dico tutto questo molto seriamente; e non ne ho l’ abitudine. Io sono molto egoista, e di regola non mi occupo mai degli altri. Cerca di capire che mi piaceva il fatto di cambiare atteggiamento e di essere con te come non ero mai stata mai… Ma tu mi costringi a rimanere com’ ero, e ad avere verso di te lo stesso atteggiamento che verso tutti gli altri. Ebbene, sia; solo che mi dispiacerà se i miei sentimenti per te svaniranno del tutto. Be’, è ora di rientrare… è già tardi. Domani potremmo andare al Museo Rumiantsevskij, come hai suggerito; confesso che non ci sono mai stata, e tu dici che ci sono dei quadri interessanti. Allora, potremmo vederci al solito posto, alla stessa ora di oggi. Ma pensa a quel che ti ho detto. Non ribattere, pensaci soltanto…”. Osokin sta andando a casa. “Non ci capisco niente”, dice tra sé e sé. “Perché sta succedendo tutto questo? Lei mi piace, mi piace stare insieme, per lei farei qualsiasi cosa. Non ho mai vissuto niente di simile in vita mia. Ogni sera passo sotto casa sua due volte, spesso anche di più, e il solo fatto di vedere le finestre della sua camera mi dà un immenso piacere. Eppure, tutto sta andando nel peggiore dei modi, e io non faccio che commettere errori. Non le dico mai ciò che dovrei dirle, né ciò che penso o che sento. Perché? E’ come se intorno a me vi fosse una specie di nebbia, o come se fossi legato e costretto ad agire in questo modo e non altrimenti. E poi, perché, tutto d’ un colpo, mi disgusta tanto il pensiero di quell’ impiego? All’ inizio, quando sono venuto a Mosca, lo avrei afferrato a due mani se me l’avessero offerto. Ma adesso, al solo pensiero di questo lavoro, mi coglie una noia talmente mortale che non riesco ad alzare un dito per far qualcosa. Invento pretesti d’ ogni genere per Zinaida… e vedo che non mi crede. Ma, seriamente, come faccio ad accettare l’aiuto dei suoi parenti o dei suoi amici? E’ assolutamente impossibile. Però mi rendo conto al tempo stesso che con le mie azioni sto rovinando tutto quel che ho. Lei non mi capisce; le sembro strano. Se solo potesse comprendere ciò che sento per lei, e quanto mi è penoso tutto questo! Passo il tempo a tormentarmi e non trovo vie d’ uscita. Soluzioni che agli altri parrebbero semplici e naturali a me sono precluse, impossibili, per chissà quale motivo. Può davvero succedere che Zinaida cambierà per essermi più vicina? C’è forse qualcosa che posso fare? Perché dentro di me ho questa tremenda sensazione di freddo, come se già sapesso e sentissi che qualcosa di disastroso e definitivo è destinato ad accadere, così come è sempre stato?”.

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XXVI . LA RUOTA GIRA

Sullo schermo cinematografico, una scena che si svolge alla stazione di Kursk a Mosca. Una luminosa giornata dell’ aprile 1902. Sulla piattaforma, presso il vagone letto, un gruppo di amici venuti a salutare Zinaida Krutiskij e sua madre, in partenza per la Crimea. Tra loro c’ è Ivan Osokin, un giovane di circa ventisei anni. Osokin è visibilmente agitato, sebbene cerchi di non darlo a vedere. Zinaida sta parlando con suo fratello Michail, amico di Osokin, un giovane ufficiale con la divisa di un reggimento di granatieri di Mosca, e con due ragazze. Poi si volge verso Osokin, e insieme si allontanano di qualche passo. “Mi mancherai moltissimo”, gli dice. “E’ un peccato che tu non possa venire con noi. A me, però, sembra che tu non ne abbia troppa voglia, altrimenti verresti. Ma tu non vuoi fare nulla per me. Il fatto che tu rimanga qui, adesso, rende ridicolo e futile tutto ciò che ci siamo detti. Ma sono stanca di discutere con te. Devi fare come vuoi”. Ivan Osokin è sempre più turbato, ma cerca di controllarsi e si sforza di risponderle: “Non posso venire subito, ma ti raggiungerò più tardi, lo prometto. Non immagini quanto mi sia penoso rimanere qui”. “No, non lo immagino, e non ci credo”, dice in fretta Zinaida. “Un uomo, quando vuole una cosa con forza, come tu dici di volere, agisce. Sono sicurissima che sei innamorato di qualcuna delle tue alunne di qui.. qualche fanciulla soave e poetica che studia scherma. Confessa!”. Ride. Le parole e il tono di Zinaida feriscono Osokin molto profondamente. Inizia a parlare ma si arresta; poi dice:”Sai che non è vero; sai che sono tutto per te”. “E come faccio a saperlo?”, risponde Zinaida con aria sorpresa. “Sei sempre occupato. Ti rifiuti sempre di venire a trovarci. Non hai tempo per me. E ora vorrei tanto che venissi con noi. Staremmo insieme per due giorni interi. Pensa che viaggio piacevole sarebbe!”. Getta una rapida occhiata ad osokin. “E poi, laggiù in Crimea, andremmo a cavallo e faremmo gite in barca insieme. Mi leggeresti le tue poesie… così, invece, mi annoierò”. Aggrotta le sopracciglia e volge altrove lo sguardo. Osokin vorrebbe rispondere, ma non trovando nulla da dire rimane lì, in piedi, a mordersi le labbra. “Verrò più tardi”, ripete. “Vieni quando ti pare”, risponde Zinaida indifferente, “tanto ormai quest’ occasione è perduta. Mi annoierò a viaggiare da sola. Mamma è una compagna di viaggio piacevolissima, ma non è questo che voglio. Grazie al cielo ho visto un signore che conosco: evidentemente prende anche lui questo treno. Forse mi distrarrà lui durante il viaggio”. Osokin prende nuovamente a parlare, ma Zinaida continua:

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“A me interessa soltanto il presente. Che m’ importa di quel che può succedere in futuro? Tu questo non lo capisci. Nel futuro puoi viverci tu, non io”. “Io capisco tutto”, dice osokin, “ ed è molto penoso per me; ma non posso farci nulla. Ma ti rammenterai di quello che ti ho chiesto?”. “Si, me ne rammenterò e ti scriverò. Ma scrivere lettere non mi piace. Non aspettartene molte; spicciati a raggiungermi, invece. Ti aspetterò un mese, due mesi; poi però non aspetterò più. Be’, andiamo. La mamma mi sta cercando”. Insieme raggiungono il gruppo in attesa presso il vagone letto. Osokin va verso l’ uscita della stazione insieme al fratello di Zinaida. “Che cosa c’è Vanja?”, domanda Michail Krutiskij. “Non mi sembri molto allegro”. Osokin non è di umore loquace. “Sto benone”, dice, “ma sono stufo di Mosca. Anche a me piacerebbe andare da qualche parte”. Escono sul vasto piazzale asfaltato antistante la stazione. Krutiskij stringe la mano ad Osokin, scende i gradini, ferma una vettura e se ne va. Osokin rimane a lungo in piedi a seguirlo con lo sguardo. “Certe volte mi sembra di ricordare qualcosa”, dice lentamente fra sé, “ e certe altre volte mi sembra di aver dimenticato qualcosa di molto importante. Ho la sensazione che tutto questo sia già accaduto in passato. Ma quando? Non saprei. Che strano!”. Poi si guarda intorno, come un uomo al momento del risveglio. “Ora lei è partita e io sono qui solo. E pensare che in questo istante potrei essere in viaggio con lei! Non potrei desiderare nient’ altro, in questo momento. Andare al sud, verso il sole, e stare con lei per due giorni interi. E poi, una volta arrivati, vederla tutti i giorni… vedere il mare, e le montagne… Ma invece, eccomi qui. E Zinaida non capisce neppure perché non vado con lei. Non si rende conto che in questo momento ho in tasca esattamente trenta copechi. E quand’ anche se ne rendesse conto, questo di certo non mi faciliterebbe le cose”. Si gira ancora una volta a guardare l’ ingresso dell’atrio della stazione; poi, a testa china, scende la scalinata che porta al piazzale. Tre mesi più tardi, nell’ alloggio di Ivan Osokin. Un’ ampia stanza ammobiliata, in affitto. L’ambiente è piuttosto spoglio. Un letto di ferro con una coperta grigia, un lavabo con catino, un cassettone, una piccola scrivania, una cassa di libri aperta; al muro, ritratti di Shakespeare e di Puskin, dei fioretti e alcune maschere. Osokin, con aria turbata e irritata, cammina su e giù per la stanza. Scansa bruscamente una sedia che lo intralcia. Poi va alla scrivania, estrae dal cassetto tre lettere dalle buste grigie, lunghe e strette; le legge una dopo l’ altra e le rimette dentro. Prima lettera. Grazie per le lettere e per i tuoi versi. Sono deliziosi. Mi piacerebbe soltanto sapere a chi si riferiscono: di certo, non a me, altrimenti saresti qui. Seconda lettera. Ti ricordi ancora di me? Davvero, a volte mi sembra che tu mi scriva per pura abitudine, o per un curioso senso del dovere che ti sei inventato tutto da solo. Terza lettera. Mi rammento tutto quello che ho detto. I due mesi volgono al termine. Non cercare di giustificarti o di dare spiegazioni. So bene che non hai denaro, ma io non ti ho mai chiesto di averne. C’è gente che vive qui pur essendo molto più povera di te. Osokin cammina per la stanza, si ferma accanto alla scrivania e a voce alta dice: “E non ha più scritto. L’ ultima lettera è arrivata un mese fa. E io che le scrivo ogni giorno”. Qualcuno bussa alla porta. Entra Stupitsin, un giovane medico amico di Osokin. Gli stringe la mano e si siede alla scrivania senza togliersi il soprabito. “Che cos’ hai sembri ammalato”. Si avvicina rapido ad Osokin e con finta serietà cerca di tastargli il polso. Osokin sorride e fa un gesto per allontanarlo, ma un istante dopo sul suo volto passa un’ ombra. “Va tutto a rotoli, Volodia”, dice. “Non riesco ad esprimermi con chiarezza, ma ho la sensazione di essermi tagliato fuori dalla vita. Voialtri continuate tutti a muovervi, mentre io sto fermo. E’ come se avessi voluto plasmare la mia vita a modo mio, ma fossi riuscito soltanto a mandarla a pezzi. Voialtri andate avanti per le vie normali. Oggi avete la vostra vita e un futuro davanti. Io ho tentato di scavalcare tutti gli ostacoli, e il risultato è che non ho niente adesso e niente in serbo per il futuro. Se solo potessi ricominciare tutto daccapo! Ora sono certo che agirei in tutt’ altro modo. Non mi ribellerei così alla vita e a tutto quello che mi ha offerto. Ora so che bisogna sottomettersi alla vita, prima di vincerla. Io ho avuto tante occasioni, e le circostanze mi sono state favorevoli tante e tante volte. Ma ora non rimane più nulla”.

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“Stai esagerando”, gli dice Stupitsin. “Che differenza c’ è fra te e il resto di noi? La vita non è particolarmente piacevole per nessuno. Ma perché, ti è forse successo qualcosa di sgradevole?”. “Non mi è successo niente… Solo che mi sento tagliato fuori dalla vita”. Ancora un colpo alla porta. Entra il padrone di casa di Osokin, un impiegato statale in pensione. E’ un po’ alticcio, ed estremamente affabile e loquace, ma Osokin, temendo che stia per chiedergli il denaro dell’ affitto, fa in modo di liberarsi di lui. Quando il padrone di casa esce, Osokin, con un’ aria disgustata in volto, fa un cenno di saluto verso la porta. “Lo vedi, la vita intera non è che una lotta meschina contro difficoltà meschine come questa, dice. “ Che cosa fai stasera?”. Rimangono a parlare per un po’ . Da sempre, Osokin sente che Stupitsin lo capisce meglio di qualunque altro dei suoi amici, e gli piace discutere con lui. Ora cerca di spiegargli il proprio stato d’ animo e i propri pensieri, ma senza far parola di Zinaida. Stavolta, però, sente che Stupitsin non lo capisce e si limita a controbattere ciò che dice. Dopo un po’, Stupitsin si alza in piedi, dà una pacca sulla spalla ad Osokin, prende il libro che era venuto a cercare ed esce. Anche osokin si prepara per uscire. Poi si avvicina alla scrivania e si ferma, con indosso cappotto e cappello, perso nei suoi pensieri. “Tutto sarebbe stato diverso”, dice, “se avessi potuto andare in Crimea. Dopotutto, perché non sono partito? Avrei potuto almeno arrivarci, e una volta che ci fossi stato, che importanza avrebbe avuto tutto questo? Forse avrei potuto trovarmi un lavoro. Ma come si fa a vivere a Yalta senza denaro? Cavalli, battelli, caffè, mance…. Tutte cose che significano denaro. E uno deve vestirsi decentemente . Non potevo andarci con gli abiti che porto qui. Tutte queste cose sono solo sciocchezze, ma sommate assieme.. E lei non capisce che non avrei potuto vivere laggiù. Pensa che io non voglia andarci, o che qualcosa mi trattenga qui in città.. Rimarrò senza lettere anche oggi?”. Osokin va a domandare se risono lettere per lui alla Posta Centrale, dove ha chiesto a Zinaida di scrivergli in fermo posta. Nessuna lettera. All’ uscita si imbatte in un uomo con indosso un soprabito blu scuro. Osokin si arresta e segue lo sguardo dell’ uomo. “Chi è quell’ uomo? Dove l’ho veduto? Il suo volto non mi è nuovo. Conosco quel soprabito”. Perso nei suoi pensieri, riprende il cammino. All’ angolo della via si ferma per lasciar passare una carrozza scoperta tirata da due cavalli. Nella carrozza ci sono un uomo e due signore che ha conosciuto in casa di Krutiskij. Osokin fa per togliersi il cappello, ma quelli non lo vedono. Egli ride e prosegue. All’angolo successivo incontra il fratello di Zinaida. Questi lo ferma e, prendendogli il braccio, si incammina accanto a lui dicendo: “Hai saputo la notizia? Mia sorella sta per sposare il colonnello Minskij. Il matrimonio sarà celebrato a Yalta, e dopo pensano di andare a Costantinopoli, e di li in Grecia. Io parto fra qualche giorno per la Crimea. Hai qualche messaggio?”. Osokin ride e gli stringe la mano, rispondendo in tono allegro:” Si, portale i miei saluti e le mie felicitazioni”. Krutiskij dice ancora qualche frase, ride e se ne va. Osokin lo saluta con volto sorridente. Ma una volta separatisi, la sua espressione cambia. Continua a camminare per un poco, poi si ferma e resta lì a guardare in terra, senza curarsi dei passanti. “Ebbene, ecco che cosa significa”, dice fra sé e sé. “Ora tutto mi è chiaro. Che cosa debbo fare? Andare fin laggiù e sfidare Minskij a duello? Ma perché, poi? Tutto era evidentemente già deciso in partenza e io le sono servito soltanto per divertirsi. E’ un bene che non sia partito insieme a lei. No, questo è vile da parte mia! Non ho il diritto di pensarlo, e non è vero. Tutto questo è successo perché non sono partito con lei. Ora, poi, non partirò davvero…. E non farò proprio niente. Ha scelto. Che diritto ho io di essere scontento? Dopotutto che posso offrirle? Potrei forse portarla in Grecia?”. Riprende il cammino, poi si ferma ancora una volta e continua a parlare fra sé. “Eppure mi sembrava che provasse davvero qualcosa per me. E come parlavamo insieme! Non c’era nessun altro al mondo con cui potessi discorrere a quel modo….E’ così straordinaria! E Minskij è il più comune degli uomini: un colonnello di Stato maggiore che legge Novoe Vremya. Però tra non molto sarà un uomo in vista….quanto a me, gli amici di lei non mi riconoscono neppure per la strada. No, non posso….Debbo andare da qualche altra parte, altrimenti….Non posso rimanere qui”.

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Sera. Osokin è nella sua camera. Sta scrivendo una lettera a Zinaida Krutiskij, ma strappa un foglio dopo l’altro e ricomincia daccapo ogni volta. A Tratti salta su e cammina per la stanza, poi riprende a scrivere. Infine getta la penna e si lascia andare nella poltrona esausto. “Non riesco più a scrivere”, dice fra sé. “Le ho scritto per giornate intere e intere nottate. Ora ho la sensazione che qualcosa dentro me si sia spezzato. Se nessuna delle mie lettere le ha detto nulla, neanche questa potrà comunicarle qualcosa. Non ci riesco…….”. Si alza lentamente e, con le movenze di un cieco, prende dal cassetto della scrivania un revolver con alcune cartucce, lo carica e se lo mette in tasca. Poi prende cappotto e cappello, spegne il lume ed esce.

XXVII . IN BILICO

Osokin è a casa del mago. Il mago, lo stesso vecchio curvo dallo sguardo penetrante, tutto vestito di nero, ha in mano un sottile bastone persiano intarsiato di turchesi; egli siede presso al fuoco insieme ad Osokin. La stessa ampia stanza dal mobilio stravagante, coi suoi tappeti, i suoi broccati, gli scaffali di libri e le statuette di divinità indiane in bronzo. In una nicchia la statua di Kwan Yin, il grande mappamondo sul treppiede laccato di rosso, la clessidra su un tavolino d’ avorio vicino alla poltrona del mago, e il grosso gatto nero siberiano che dorme sullo schienale. Osokin è tetro. Fuma un sigaro senza dire nulla. Proprio mentre è tutto immerso nei suoi pensieri, il mago inizia a parlare. “Mio caro amico, lo sapevi”. Osokin trasalisce e lo guarda. “Come fai a sapere a cosa sto pensando?”. “Io so sempre a cosa stai pensando”. Osokin china il capo e fissa il tappeto. “Si, lo so che ormai non ci si può far nulla”, dice. “Ma se solo potessi tornare indietro di qualche anno, in questa vita infelice che neppure esiste davvero, come dici sempre… se soltanto potessi riavere tutte le occasioni che la vita mi ha offerto e che ho gettato via.. potrei agire diversamente…”. Ma mentre pronuncia queste parole, di colpo lo coglie lo spavento, senza che ne sappia la ragione. Smette di parlare e guarda il mago, perplesso. Poi si guarda intorno. “Che strana sensazione”, dice fra sé. “ Ma tutto questo è già accaduto? Proprio in questo istante mi è sembrato di essermi già seduto qui. Tutto era esattamente lo stesso, e io stavo pronunciando le medesime parole”. Guarda il mago con aria interrogativa. Il mago gli restituisce lo sguardo, ride silenziosamente e annuisce. “Tutto è già stato”, risponde, “e tutto si può far tornare indietro, tutto. Ma neppure questo servirà”.

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Osokin si accorge che sta rabbrividendo. Cosa mai significa tutto ciò? E’ venuto dal mago con un’ idea precisa in mente, ma ora quell’ idea gli sfugge, e non riesce a esprimerla a parole. Deve ricordarsi di che si trattava, deve spiegarlo al mago. Perché questa stupida paura lo paralizza? Getta il sigaro nel fuoco, si alza dalla sua poltrona e passeggia su e giù per la stanza. Il vecchio siede e lo osserva: annuisce col capo e sorride. Nel suo sguardo si leggono divertimento e ironia; un’ ironia non priva di simpatia, anzi piena di comprensione, di pietà e di compassione, come se volesse aiutare il giovane e non potesse. Osokin si ferma davanti al mago e, come in trance, dice: “Debbo tornare indietro. Allora cambierò tutto quanto. Non posso continuare a vivere così. Facciamo cose assurde perché non sappiamo che cosa ha in serbo per noi il futuro. Se soltanto potessimo saperlo! Se soltanto potessimo vedere un poco più in là”. Riprende a camminare su e giù, poi si arresta nuovamente di fronte al mago. “Ascolta”, gli dice, “la tua magia non può forse far questo per me? Non puoi farmi tornare indietro? E’ molto tempo che ci penso, e oggi, quando ho ricevuto la notizia di Zinaida, ho sentito che è l’unica cosa che mi resta da fare. Fammi tornare indietro, farò tutto in un altro modo. Vivrò in modo diverso, e quando arriverà il momento, sarò pronto per incontrare Zinaida. Ma debbo ricordare tutto, capisci?, debbo conservare tutta la mia esperienza e tutta la mia conoscenza della vita. Debbo ricordare di essere tornato indietro e non dimenticare per quale ragione…”. Si ferma. “Dio mio, ma che cosa sto dicendo? Allora dissi esattamente le stesse parole!”. Guarda il mago. Il vecchio annuisce e sorride “Io posso esaudire il tuo desiderio”, gli risponde, “ma non ti servirà a nulla; non ti renderà affatto più facili le cose”. Osokin si accascia nella poltrona prendendosi il capo fra le mani. “Dimmi”, sono le tue parole, “è proprio vero che sono già stato qui, vicino a te, prima d’ ora?”. “E’ vero”, risponde il mago. “E ti ho chiesto la stessa cosa?”. “Proprio così”. “E tornerò ancora?”. “Di questo non sono tanto sicuro. Può darsi che tu desideri tornare ancora, ma forse non potrai. Questo problema ha molti aspetti che ancora non conosci. Può darsi che tu incontri difficoltà impreviste. Una sola cosa posso dirti con certezza. Le circostanze possono mutare, ma non c’ è il minimo dubbio che tu giungerai alla stessa decisione. Non può essere altrimenti, non può cambiare”. “Ma ciò significa semplicemente girare in tondo, come su una ruota!”, esclama Osokin. “E’ una trappola!”. Il vecchio sorride. “Mio caro amico”, gli dice poi, “questa trappola si chiama vita. Se vuoi ripetere l’ esperimento un’ altra volta, sono al tuo servizio. Ma ti avverto: non cambierai nulla; puoi soltanto peggiorare le cose”. “Ma se ricordassi tutto?”. “Anche se ricordassi tutto. In primo luogo, perché non conserveresti il ricordo a lungo. Sarà troppo doloroso, e tu stesso avrai voglia di liberartene, di dimenticare. In secondo luogo, anche se ricordassi tutto, non ti servirebbe a niente. Ricorderai e continuerai a fare le stesse cose”. “Ma è orribile!, esclama Osokin. “Non esiste nessuna via d’ uscita?”. Un tremito nervoso s’ impadronisce di lui impedendogli di parlare. Nella sua mente sente il gelo di tomba. Sente che quella è la paura dell’ inevitabile, paura di se stesso, paura di quell’ io da cui non si può sfuggire… Sarà sempre lo stesso, e tutto sarà sempre uguale. In quell’ istante Osokin capisce che, se torna indietro così com’ è, tutto si svolgerà esattamente come prima. Ricorda chiaramente la catena di eventi che gli sono accaduti a scuola e in seguito, quando tutto succedeva come se fosse regolato da un meccanismo ad orologeria, come in una macchina in cui il moto di una ruota fa girare un’altra ruota. Ma nello stesso tempo sente di non poter accettare le cose come stanno, di non potersi rassegnare a perdere Zinaida e al pensiero che è stata tutta colpa sua. Osokin e il mago tacciono entrambi. “Ma allora che cosa debbo fare?”, dice alla fine il giovane, quasi in sussurro. C’ è una lunga pausa.

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“Mio caro amico”, dice poi il mago rompendo il silenzio, “queste sono le prime parole sensate che ti sento dire dall’ inizio della nostra amicizia. Mi chiedi che cosa devi fare. Ascoltami attentamente. Ciò che sto per dirti viene detto una sola volta nella vita di ogni uomo, e soltanto a pochissimi uomini. Se non capiscono, è solo colpa loro, perché non si può ripetere. Tu vieni da me a lamentarti e mi chiedi un miracolo. E io, quando posso, faccio quel che mi chiedi, perché desidero sinceramente aiutarti. Ma ciò non ha seguito. Ora cerca di capire perché ciò accade, e perché non ho il potere di aiutarti. Capisci che posso esaudire soltanto i desideri che esprimi, soltanto ciò che domandi. Non posso darti nulla di mia iniziativa. Questa è la legge. Anche quel che ti sto dicendo adesso, sono in grado di dirtelo solo perché tu mi hai chiesto che cosa devi fare. Se non l’ avessi chiesto, non avrei potuto parlare. A questo posso ancora aggiungere qualcosa. Se tu tornassi indietro, tutto sarebbe come prima o anche peggio. Ad esempio, potrebbe darsi che non m’ incontrassi. Devi capire che le possibilità sono limitate: nessuno ha possibilità infinite. D’ altra parte se tu continui a vivere, forse qualcosa può cambiare abbastanza da consentirti di cominciare in un altro modo la prossima volta”. “Ma vale la pena di vivere per questo?”. “E’ affar tuo: devi deciderlo da solo. Ma ricorda una cosa: se ritorni indietro e rimani cieco come sei ora, farai le stesse cose un’ altra volta, ed è inevitabile che tutto si ripeta. Non si può sfuggire alla ruota: tutto sarà uguale a prima. Mi chiedi che cosa devi fare. Io ti rispondo: vivi. E’ la tua unica possibilità. Se ci pensi bene, nelle mie parole troverai tutto ciò che ti serve. Ma se continui a voler tornare indietro e a voler ricominciare, ti farò tornare indietro anche fino al giorno in cui sei nato, se vuoi. Però t’ avverto che, se potrai, tornerai da me un’ altra volta. Ora decidi!”. Osokin siede immobile nella poltrona. C’ è un altro lungo silenzio. Ecco che davanti ai suoi occhi vede di nuovo scorrere le scene della sua vita: la madre, il collegio, Parigi, Zinaida. Dio, quante possibilità ha avuto e perduto una dopo l’ altra! E la vita lo ha stretto sempre più in una morsa, finchè da ultimo si è trovato in una galleria angusta, senza vie d’ uscita. Ma se invece la via d’ uscita esistesse? Perché il mago insiste a dirgli di vivere? E che senso ha tornare indietro, se è destinato ad arrivare un’ altra volta allo stesso punto, se non a qualcosa di peggiore? Che cosa intende dire il mago, con questo? Come potrebbe andare peggio? “Quando per la prima volta ho cominciato a capire che tutto si ripete, che tutto ritorna”, dice fra sé il giovane, “mi pareva un’ avventura interessante. Ma ora mi spaventa, e sento di dover fare il possibile per ritardare questa esperienza. L’ avventura che mi affascinava si trova in tutt’ altro posto. Dove, ancora non lo so. Ma debbo trovarla, per non rischiare di tornare allo stesso punto di prima”. Finalmente, Osokin alza lo sguardo da terra. “Vivrò”, esclama. “Hai ragione. Ancora non capisco bene, ma vedo che ricominciare da capo non è una via d’ uscita”. Il mago lo osserva a lungo, come se cercasse di penetrare nella sua mente. “Ora che hai deciso che vivrai”, soggiunge alla fine, “posso dirti ancora qualcosa. Ma prima voglio chiederti: pensi di conoscere bene la tua Zinaida?”. Osokin lo guarda meravigliato. “Penso di si”, risponde; “ma che intendi dire?”. Il vecchio sorride di nuovo. “Se la conosci bene, come hai potuto credere che avrebbe sposato Minskij?”. “Come ho potuto crederlo?..Mi disse di non volermi più aspettare. E io non potevo andare a raggiungerla. Poi ho incontrato Krutiskij e lui mi ha informato che…”. Improvvisamente smette di parlare, e di colpo lo invade uno strano, meraviglioso senso di speranza; o, più che di speranza, di attesa d’ un miracolo. Perché il mago ha parlato di Zinaida? “Non potevo dirtelo prima”, prosegue il vecchio, “perché non posso predirti nulla che influenzi le tue decisioni. E solo ora posso rivelarti che il colonnello Minskij è passato oggi per Mosca diretto a Pietroburgo. Zinaida ha rotto il fidanzamento tre giorni prima del matrimonio. Anzi, non ha mai avuto intenzione di sposarlo. Soltanto tu potevi non capirlo”. Osokin resta seduto, ma un’ espressione di stupore gli si dipinge in volto. “Allora… non si sposa!”, esclama, come se non capisse di che cosa si stia parlando. “Ma, allora, perché?…”. Guarda il mago come se lo vedesse per la prima volta.

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“Ma perché non me l’ hai detto prima?”. “Perché tu non me l’ hai domandato. L’ hai dato per scontato, e sei venuto da me con una decisione già pronta. Io non posso discutere le decisioni già prese”. Osokin sente a malapena quel che il mago sta dicendo. “Dio, che idiota sono stato”, rimprovera a se stesso. “Come ho potuto crederlo? Ma certo, non è altro che il suo solito modo di fare. Ha adoperato Minskij soltanto per divertirsi, fino a un certo punto; poi ha smesso. Ora vedo benissimo che non avrebbe mai potuto sposarlo. Come ho potuto fraintenderla fino a questo punto?”. Gli scorrono davanti le immagini degli ultimi mesi. Ora capisce chiaramente di essersi rinchiuso nel proprio orgoglio e nella propria ostinazione. Naturalmente, avrebbe dovuto seguire Zinaida a qualunque costo. Naturalmente, ora tutto sarà diverso. Nella sua mente cominciano a prendere forma dozzine di progetti. Si vede già in treno. Le ruote cigolano; sta andando in Crimea: vedrà Zinaida. In fondo, le cose si possono sempre aggiustare. Il mago sta parlando. Dapprincipio, Osokin non lo sente. “Nulla cambierà”, sta dicendo il vecchio. “Che cosa intendi dire, con “nulla cambierà”?”, domanda Osokin. “Tutto è già cambiato”. Il mago scuote il capo e sorride. “Mio caro amico, ti stai illudendo un’ altra volta. Non è cambiato niente. Tutto è esattamente com’ è stato finora, e tutto rimarrà lo stesso. Nulla poteva cambiare, e nulla è cambiato: “Il vento ritorna sul proprio cammino: ciò che è stato, è ciò che sarà; e ciò che è fatto, è ciò che si farà”. “E non si può far nulla per cambiare?”, domanda Osokin. “Non ho mai detto che non si può cambiare niente. Ho detto che tu non puoi cambiare niente, e che niente cambierà da sé. Ti ho già detto che per cambiare qualcosa devi prima cambiare te stesso. E questo è molto più difficile di quanto tu creda. Richiede sforzi costanti per un tempo molto lungo, e anche molta saggezza. Tu sei incapace di uno sforzo simile e non sai neppure da che parte cominciare. Nessuno è in grado di farlo da solo. Gli uomini ripetono sempre gli stessi errori. Dapprima non si rendono conto di muoversi in circolo; e se qualcuno lo dice loro, si rifiutano di credergli. Poi, se cominciano a scorgere la verità e ad accettarla, pensano che basti questo: sono incrollabilmente convinti di sapere ormai tutto quel che c’è da sapere, e di poter cambiare ogni cosa. E allora trovano subito qualche ciarlatano che li assicura che tutto è facile e semplicissimo. Questa è la peggiore delle illusioni. In questo modo gli uomini perdono le possibilità acquisite sopportando molte sofferenze e a volte anche grandi sforzi. Devi ricordarti che si possono sapere molte cose e tuttavia si può essere incapaci di cambiare, perché cambiare richiede conoscenze di altro genere, e a volte anche qualcosa che gli uomini non possiedono”. “E cos’è questa cosa che non possediamo?”. Questa domanda è tipica delle persone come te. Come tutti gli altri, anche tu credi di poter sapere tutto, quando invece non puoi sapere né capire nulla. Come faccio a dirti che cos’ è, se per te non esiste?”. Osokin tace. Si, sente che il mago ha ragione. Non può cambiare niente. Dopo il suo momento di entusiasmo, si sente attanagliare dalla paura e dall’ angoscia. Commetterà un’ altra volta le stesse assurdità e perderà di nuovo Zinaida. “E allora, che cosa ci vuole per far si che le cose comincino a cambiare?”, domanda. Si aspetta che il mago gli risponda con una delle sue frasi, probabilmente molto acute, ma per lui quasi prive di significato, come questa:”Quando tu sarai diverso, anche tutto il resto cambierà”. Ma il mago dice qualcosa che coglie Osokin di sorpresa. “Devi capire”, sono le sue parole, “ che da solo non puoi cambiare nulla e che devi cercare aiuto. E devi capirlo a fondo, perché capirlo oggi e dimenticarlo domani non è sufficiente. Bisogna vivere con questa convinzione”. “Ma che significa “vivere con questa convinzione”?”, chiede il giovane. “E chi può aiutarmi?”. “Io posso aiutarti”, risponde il mago, “ e vivere con questa convinzione significa sacrificare per essa qualcosa do grande, e non una sola volta, ma continuare a fare sacrifici finchè si ottiene ciò che si cerca”.

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“Tu parli per enigmi”, risponde Osokin. “Che cosa posso sacrificare io? Non ho niente”. “Tutti hanno qualcosa da sacrificare”, dice il mago, tranne coloro che è impossibile aiutare. Ma, naturalmente, non è possibile stabilire in anticipo che cosa si otterrà in cambio dei propri sacrifici. Ricordi l’ uomo che dovette faticare sette anni per trovarsi una moglie, e che alla fine si vide dare in sposa la sorella di colei che aveva scelto? Dovette faticare altri sette anni. Questo accade molto spesso”. “Osokin è taciturno. Dentro di lui si agita una sensazione sgradevole. Che cosa vuole da lui quel vecchio? “Quel che sto dicendo potrà sembrarti strano”, dice ancora il mago, “perché non hai mai pensato a queste cose nel modo giusto. Inoltre, pensarci da soli non serve. Ancora una volta: bisogna sapere. E, per sapere, bisogna imparare. E per imparare, bisogna sacrificarsi. Nulla si conquista senza sacrificio. Questo è ciò che non capisci, e finchè non lo capirai non potrai fare niente. Se io avessi voluto darti tutto ciò che desideravi senza che tu facessi un sacrificio, non avrei potuto. Un uomo può ricevere soltanto quello di cui ha necessità; e solo quello per cui ha sacrificato qualcosa gli è necessario. Questa è la legge della natura umana. Quindi, se un uomo vuole essere aiutato ad acquisire certe conoscenze o certi poteri, nuovi e importanti per lui, deve sacrificare altre cose che per lui in quel momento sono importanti. Per di più, può ricevere solo tanto quanto ha sacrificato. E in questa sua condizione vi sono anche altre difficoltà. Non può sapere con esattezza ciò che otterrà, ma se si rende conto di essere in una situazione senza scampo acconsentirà a fare sacrifici anche inconsapevoli. E sarà lieto di farli, perché è l’unico modo per acquisire la possibilità di conquistarsi qualcosa di nuovo o di cambiare se stesso; se invece non sacrifica nulla, tutto per lui resterà sempre uguale, quando non peggiorerà”. “Non esistono altre strade?”, domanda Osokin. “Intendi dire strade per le quali non sono necessari i sacrifici? No, non esistono, e tu non ti rendi conto di che cosa stai chiedendo. Non si possono ottenere risultati senza cause. Mediante il tuo sacrificio tu crei le cause. Esistono diverse strade, ma esse differiscono soltanto per la natura, la grandezza e la finalità del sacrificio. In molti casi, occorre rinunciare a tutto quanto insieme, senz’ aspettarsi nulla in cambio. C’è un canto dei dervisci che dice: Attraverso quattro rinunce Elèvati alla perfezione. Lascia la vita senza rimpianti: non aspettarti ricompense in Cielo. Capisci che cosa significa? La maggioranza degli uomini riescono a seguire soltanto questa strada, o una simile. Ma qui, ora, tu ti trovi in una situazione differente. Hai me con cui parlare. Puoi sapere a cosa rinunciare, e cosa aspettarti in cambio”. “Come posso sapere ciò che otterrò? E come farò a sapere a cosa posso rinunciare?”. “Puoi sapere che cosa otterrai tramite la comprensione di ciò che desideri. Per qualche ragione molto complessa che risiede dentro di te, si da il caso che tu abbia indovinato un grande segreto che gli uomini in genere non conoscono. Di per sé, questo è inutile, perché tu non sai metterlo a frutto. Ma il fatto di conoscere questo segreto ti apre alcune porte. Tu sai che tutto si ripete in continuazione. Altre persone hanno fatto questa scoperta, ma non hanno saputo trarne niente di più. Se potessi cambiare qualcosa dentro di te, potresti usare questa conoscenza a tuo vantaggio. Quindi, come vedi, tu sai cosa vuoi e cosa puoi ottenere. Ora passiamo alla questione di cosa sacrificare, e come sacrificarlo. Tu dici di non possedere nulla. Non è così. Possiedi la tua vita. Perciò puoi sacrificare la tua vita. E’ un prezzo molto basso da pagare, visto che in ogni caso avevi intenzione di gettarla via. Anziché gettarla via, dalla a me, e io vedrò che cosa si può fare di te. Non ti chiederò tutta la vita. Vent’anni, forse quindici saranno sufficienti. Ma durante quegli anni, devi appartenere a me: intendo dire che devi fare tutto ciò che ti dico senza sfuggire e senza cercare pretesti. Se tu mantieni la tua promessa, io manterrò la mia. Quando questo periodo sarà terminato, sarai in grado di usare le tue conoscenze da solo. Sei fortunato a potermi esser utile proprio in questo momento; non subito, certamente, ma posso aspettare, se necessario. E così, ora sai che cosa hai da sacrificare. C’ è ancora un’ altra cosa da dire. Le persone che hanno indovinato quel che tu hai indovinato godono di alcuni vantaggi e di alcuni svantaggi, che non spettano invece a chi non ha indovinato niente. Il

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vantaggio sta nel fatto che a loro si possono insegnare cose impossibili da insegnare ad altri; e lo svantaggio è che per loro il tempo diventa molto limitato. Un uomo comune può continuare a girare sulla ruota senza che gli accada nulla fino al giorno in cui finalmente scompare. Ti ripeto ancora una volta che ci sono cose che non sai, ma devi capire che nel corso del tempo anche le reciproche posizioni delle stelle mutano; e gli uomini dipendono dalle stelle molto più di quanto credano, anche se non nel modo che pensano, sempre che ci pensino. Nel tempo, nulla rimane uguale a se stesso. Ma un uomo che abbia cominciato a indovinare il grande segreto deve farne uso, altrimenti esso si svolgerà contro di lui. Non è un segreto privo di pericoli. Quando si capisce questo, si deve andare avanti, altrimenti ci si perde. Una volta trovato il segreto, o sentitone parlare, restano ancora soltanto due o tre vite, in ogni caso molto poche. Devi capire che, per certe mie ragioni, a me interessano queste persone, così come m’ interessi tu. Ma posso offrire il mio aiuto solo in un preciso momento e solo una volta. Se il mio aiuto non viene accettato, può darsi che la prossima volta non mi si trovi più. Questo potrà sembrarti strano, ma il fatto è che a volte vedo persone che vorrebbero venire da me e camminano per la strada, ma non riescono a trovare la mia casa. Ecco perché prima ti ho detto che può succedere di voler tornare da me e di non riuscirci”. “Che ne è di coloro che non riescono a trovare la tua casa?”. “Oh, hanno altre possibilità, ma devi capire che ogni possibilità comporta sempre difficoltà maggiori della precedente; il tempo è sempre più breve. Se quegli uomini non trovano presto una nuova guida e un nuovo aiuto, le loro vite cominciano a declinare, e dopo un po’ smettono di rinascere, e vengono sostituiti da altri uomini. Devi capire che divengono inutili, e a volte pericolosi, perché sono a conoscenza del grande segreto e ricordano molte cose; ma tutto ciò che sanno lo capiscono nel modo sbagliato. E in ogni caso, se non hanno già usato le loro possibilità, ogni volta queste diminuiscono. Ora devi pensare a te stesso. Quindici anni ti sembrano un’ eternità perché sei ancora molto giovane. In seguito ti renderai conto che è un periodo breve, specialmente quando capirai quanto puoi ricevere in cambio. Ora va’ a casa e pensaci. Quando avrai capito tutto quel che ti ho detto e lo avrai collocato al posto giusto puoi tornare da me a dirmi che cos’ hai deciso. Posso dirti ancora una cosa. Come tutti, tu credi che vi siano modi diversi per fare una stessa cosa. Devi imparare a capire che esiste sempre soltanto un modo per fare una cosa; non possono mai essercene due. Ma a questo non arriverai facilmente. Per molto tempo conoscerai grandi conflitti interiori. Tutto questo va eliminato. Soltanto allora sarai pronto per il vero lavoro. E capisci un’ altra cosa: solo quando sarai utile a me, sarai utile a te stesso. Infine, debbo avvertirti che il cammino è irto di pericoli, pericoli di cui non hai mai sentito parlare, oppure ne hai sentito parlare in modo sbagliato. Molto tempo fa conobbi un signore molto antipatico che a volte è raffigurato con le corna e i piedi di capra. Non è poi tanto grande come alcuni lo descrivono, ma la sua occupazione principale consiste nell’ ostacolare lo sviluppo di coloro che hanno scoperto il grande segreto. La mia è di ostacolare lui. Perciò devi capire che ti troverai contro forze molto potenti, e sarai solo, sempre solo. Ricordalo. Va’, adesso, e torna quando avrai deciso. Prendi tutto il tempo che vuoi, ma ti consiglio di non tardare troppo”.

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CONCLUSIONE

Fuori, in strada, Osokin cammina a lungo senza guardare dove va, e cerca di non pensare. Poi si siede su una panchina in un viale periferico e resta lì immobile, con la testa vuota… Ma, a poco a poco, tutto quello che è successo gli torna alla mente. “Debbo arrivare a prendere una decisione”, dice a se stesso. “Se do me stesso al mago per quindici anni, perderò Zinaida. Se no, la perderò lo stesso. E’ stato il mago che l’ha trovata. Se solo potessi parlarle! Ma no, sarebbe inutile: sarebbe impossibile spiegarle quel che il mago ha detto. Si spaventerebbe. Con tutte le sue complicazioni, è sempre una persona molto elementare. Direbbe che debbo fare quello che lei mi ha consigliato: cioè vivere come tutti gli altri, trovarmi un lavoro da qualche parte, e cose del genere. Questo non posso farlo; è inutile che tenti. Ma forse mi sbaglio di nuovo sul conto di Zinaida; forse può capire tutto, persino il mago. E’ vero che ha detto tutte quelle cose sulla vita e sulla normalità, ma da un punto di vista diverso, e io non ho mai tentato di spiegarle le cose per intero, anche se voleva sempre che le dicessi tutto. Ma quant’ è strano tutto questo! La notte scorsa sembrava tutto finito. Credevo che Zinaida stesse per sposarsi, e sono andato dal mago per chiedergli di farmi tornare indietro in modo che potessi cambiare vita e aggiustare tutto quanto. Poi, mentre parlavo con lui, all’ improvviso mi sono reso conto di essere già andato da lui una volta per chiedergli la stessa cosa, e che egli mi aveva fatto tornare indietro, e che mi ero ritrovato a scuola, e che tutto era andato esattamente come prima. Avevo fatto un’ altra volta le stesse sciocchezze, fin nei minimi particolari, sebbene fin dall’ inizio sapessi sempre che cosa sarebbe successo. E sono tornato un’a latra volta dal mago. Può essere vero? Forse non è mai successo niente di tutto questo. Forse il mago mi ha semplicemente fatto addormentare e io ho sognato di rivivere la mia vita. Che cosa è accaduto veramente? E’ impossibile saperlo. Non lo so né mai lo saprò. Forse la verità sta proprio nel fatto che non si può né dimostrare né confutare. In fondo, una differenza c’è. Ieri credevo che Zinaida stesse per sposarsi: ora so che non avrebbe mai potuto sposare Minskij. E ora debbo decidere che risposta dare al mago. Questa è una novità. Non è mai successo prima d’ ora. E poi, a proposito del diavolo, che cos’ ha detto su quel signore antipatico con le corna e i piedi di capra? C’ era qualcosa di molto interessante, ma debbo confessare che non sono stato ad ascoltare attentamente mentre mi parlava. La prossima volta glielo chiederò. Ora il punto è che debbo far qualcosa per evitare che tutto vada di nuovo nella stessa maniera. Il mago ha detto che il diavolo ha a che vedere con questo fatto. Che buffo! Ho sempre pensato che sapessimo fare del nostro peggio senza il suo aiuto… Quindi l’unica cosa da fare è dare me stesso al mago. Strano! Ho già sentito parlare di qualcosa di simile, ma mi sembravano sempre invenzioni, e non ci vedevo nessun significato e nessuna utilità. Ora sembra che succedano davvero, e che contengano profondi significati e scopi ben definiti. So che è sciocco, ma dentro di me c’è qualcosa che ha un po’ paura del mago, anche se contemporaneamente so di trovarmi in una posizione privilegiata. Non ho nulla da temere perché non ho nulla da perdere, e non può andare peggio di come va adesso”. Osokin si fa scivolare una mano in tasca e tocca qualcosa di freddo e pesante. Il revolver! L’aveva proprio dimenticato. Sorride ironicamente.

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“Già, le tre strade della favola russa”, pensa fra sé. “Se prendi la prima perdi il cavallo; se imbocchi la seconda, muori; e se prendi la terza, perdi il cavallo e la vita insieme. Quale scegliere?”. Si alza in piedi e lentamente percorre il viale. Il sole sta sorgendo. “Domani occorre che dia la mia risposta. Non posso aspettare ancora.. Però non so ancora come risponderò. E’ difficile crede che non posso fare nulla. Ma d’ altronde, che cosa ho fatto finora? Ho soltanto rovinato tutto. Darmi al mago? Mi sembra una cosa strana, e anche vigliacca. Ma forse è proprio questa l’ illusione più grande. Infatti, non c’è niente di vigliacco nel convincersi e nell’ ammettere di fronte a se stessi di non poter fare nulla. Al contrario, se questo è vero, è la cosa più coraggiosa che si possa fare; ma quant’ è difficile crederlo! Se solo potessi vedere Zinaida appena una volta, prima di dare la mia risposta! Il mago mi ha detto di prendere tutto il tempo necessario. Forse potrei andare in Crimea. Le cose si possono sempre aggiustare… Be’, domani!”. Osokin si incammina verso casa. Mosca si sta svegliando. Le campane di tutte le chiese suonano per annunciare la prima messa. I carri passano cigolando. I dvornik spazzano le strade selciate sollevando nuvole di polvere. Due gatti, uno grigio e l’ altro rosso, sono seduti sul marciapiede l’ uno di fronte all’ altro, con aria assorta, e sembra che conversino fra loro. Osokin si guarda intorno, e di colpo lo assale una sensazione straordinariamente penetrante: gli sembra che, se lui non fosse dov’è, tutto sarebbe esattamente lo stesso.

FINE

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