OBBLIGO O VERITA’?

Un racconto di Marco Orlando

1- La voce del silenzio

Martina raggiunse in silenzio il tavolo della cucina, si arrampicò sullo sgabello (ancora un pò troppo alto per lei), e si mise con le braccia conserte e il mento appoggiato sui polsi. La madre le dava le spalle, impegnata com'era a gestire - su un fornello - uno stufato di manzo in una grossa pentola di ceramica bianca e - sull'altro - una pentola ancora più grande piena solo di acqua vicina al punto di ebollizione. Mina, intanto, aveva iniziato un famoso dialogo con Alberto Lupo - Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei - Non vorrei parlare un dialogo che la madre di Martina sottolineava a ogni passaggio con un leggero movimento dei fianchi. Un movimento quasi impercettibile sotto l'ampio grembiule da cucina che le copriva fin sotto il ginocchio i pantaloni a sigaretta, - Cosa sei - Ma tu sei la frase d'amore cominciata e mai finita oppure muovendo il capo, assentendo o dissentendo a seconda dell'alternanza tra il cantato e il parlato tra i due. Dal suo silenzioso punto di osservazione, a Martina sembrò che la madre fosse molto d'accordo con Mina quando lei disse - Quando la cosa mi va, se mi va quando è il momento e dopo si vedrà e fu certa di vederla scrollare le spalle dopo che Alberto Lupo chiese per la quarta volta, nel pieno crescendo del finale - Che cosa sei?

Martina sapeva che il venerdì non era il giorno giusto per porre domande alla madre ma, quella sera, decise di farlo ugualmente. Perché sentiva in cuor suo che, tre ore prima, la sua vita in qualche modo era cambiata. Non aveva ancora capito come fosse cambiata, né perché. Ma qualcosa era successo, e tra le tante domande che affollavano la sua mente di ragazzina, il come era quella più urgente. Solo la mamma avrebbe potuto aiutarla, ne era certa. Perciò prese il coraggio a due mani, fece un bel respiro, e scivolò in cucina dove la madre era nel posto in cui avrebbe dovuto essere. Le sneakers rosa della ragazzina non fecero abbastanza rumore da sovrastare il suono che usciva dallo stereo sul mobile di rovere sbiancato: su quel mobile, Mina aveva appena finito di cantare ha talento da grande lui nel fare l’amore sa pigliare il mio cuore e poi e poi e poi e poi Era un'interpretazione poco sentita e molto rituale del brano con il quale lei e Cristiano Malgioglio, trent'anni prima, avevano fatto scandalo. Più o meno nello stesso periodo in cui la mamma di Martina aveva buttato via le scarpe con i due occhietti, che indossava sopra i calzini bianchi con l'orlo ricamato. Le aveva cambiate con un paio di Kickers sopra calzettoni a righe colorate.

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A quel punto, Martina si sentì pronta per svelare la sua presenza nella stanza, e si rivolse alla madre accentuando la voce piccola e infantile che ancora le usciva dalle corde vocali. "Mamma?", la chiamò. “Principessa! Da dove sei sbucata? Non ti ho sentita arrivare!”, la madre sobbalzò girandosi. Il cucchiaio di legno le sfuggì di mano e finì dritto nella pentola dello stufato, incastrato tra due rotonde patate sbucciate alla perfezione. Con un gesto velocissimo (come se fosse stata beccata dal capoufficio a rifarsi le unghie durante il lavoro), lei si passò le mani sul grembiule e le mostrò alla figlia aperte sui palmi e improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto ed io ti sento amore, ti sento nel mio cuore stai riprendendo il posto che tu non avevi perso mai Accadde nell'attimo esatto in cui la voce di Mina raggiungeva senza sforzi un acuto che Paolo Limiti e Mogol, nel 1968, avevano costruito per la voce di Dionne Warwick. Un acuto grazie al quale la miglior interprete di Burt Bacharach aveva conquistato il Festival di Sanremo donando, forse senza saperlo nemmeno, un attimo di pace e di speranza a tutti gli italiani, immersi e distratti com'erano tra il dolore del Belice, l'eco di un Vietnam mai compreso, i mille tadzebao che spuntavano come funghi, tra i campi e le officine. Quell'acuto, rieseguito da Mina con la consueta maestria, che fermò lo sguardo tra la madre e la figlia, in un fotogramma pieno d'amore, sorpresa, e intima complicità.

2- Il tempo se ne va

“Devo dirti una cosa, mamma. Oggi pomeriggio…”, rispose Martina tenendo gli occhi bassi sul tavolo. La madre si riprese dallo spavento e incrociò le braccia sul grembiule da cucina. Nessun problema per favore, pensò, oggi è venerdi e non voglio problemi. “Cosa c’è tesoro? Hai di nuovo litigato con Carlotta per la storia dei diari?”, provò a chiederle mentre si dirigeva verso lo stereo sul mobile della cucina. A fianco del piccolo hi-fi teneva una pila disordinata con una decina di cd. Sopra la pila, un biglietto attaccato con lo scotch alla mensola diceva: “MUSICA PER RICETTE - NON TOCCARE!” . Tolse dallo stereo il disco di Mina e ne infilò un altro. Spinse il tasto play del telecomando e si girò verso Martina, sperando di sentirla rispondere che “sì, aveva di nuovo litigato con Carlotta”. Avevo una ferita in fondo al cuore Soffrivo, soffrivo Le dissi non è niente ma mentivo Piangevo, piangevo La voce di Nada si diffuse in cucina e la ragazzina non aprì bocca. La madre allora le si avvicinò e, da dietro le spalle, iniziò ad accarezzarle i capelli, come faceva da quando Martina era nata. Erano capelli lunghi e sottili, color biondo cenere, ma alle radici si poteva già intravedere il castano chiaro che, di lì a qualche anno, l’avrebbe accompagnata nelle foto di classe durante tutto il liceo. Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va Catene non ha….

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Martina abbandonò il capo all’indietro tra le mani della mamma. “Oggi è successa una cosa a scuola. Ma Carlotta non c’entra…”, iniziò il racconto. “Avete fatto pace?”, le chiese la madre speranzosa. “No, cioè…sì, avevamo già fatto pace.” Martina chiuse gli occhi e ripensò a due giorni prima, al pomeriggio passato a litigare al telefono con Carlotta dopo che, al mattino, aveva letto sul suo diario della gita al centro commerciale con Alessia. Martina non era stata invitata e se l’era presa moltissimo, ma Carlotta le aveva giurato che con Alessia non si era divertita per niente e che, anzi, la sua migliore amica le era mancata tanto. A quel punto Martina le aveva risposto che, se era vero quel che diceva, questa volta avrebbe davvero dovuto aiutarla. Altrimenti non le avrebbe mai più parlato. Sul mobile della cucina, intanto, Massimo Ranieri aveva iniziato a cantare. Nasce così la vita mia Come comincia una poesia Io credo che lassù C’era un sorriso anche per me La madre si avvicinò ancora e le sussurrò all’orecchio l’inizio della strofa successiva: “Una stella una chitarra, primo amore biondo è mio…”, e le diede un bacio leggero sulla tempia. I capelli di Martina profumavano di balsamo all’aloe e la sua pelle, chiara e perfettamente liscia, sapeva di biscotto. “Allora, patata, vuoi dirmi cosa è successo o ti devo mettere nella pentola insieme allo stufato?” Mentre lo diceva, la mamma alzò gli occhi verso i fornelli e si ricordò che avrebbe dovuto aggiungere ancora un po’ di brodo alla pentola dove stava cuocendo il secondo. “Mamma, te lo dico solo se smetti di fumare”, le rispose seccamente la figlia, “quando mi baci sembri un portacenere!”. La madre si staccò e si diresse di nuovo al suo posto tra i fornelli, piuttosto dispiaciuta della risposta di Martina. Ma era da qualche tempo, ormai, che la figlia non rispondeva più alle sue coccole come faceva da piccola. Martina era cambiata o, meglio, stava cambiando con

una rapidità impressionante. E lei, pian piano, si sarebbe abituata a non vederla più come una bambina. “D’accordo, io smetto di fumare. E tu, però, vuoti il sacco. Ok?”, le disse ormai di nuovo di spalle, cambiando tono. Sì, lo stufato aveva bisogno di un altro bicchiere di brodo e lei aveva bisogno di non pensare troppo al tempo che stava passando. Prima che Martina iniziasse a parlare, la mamma ebbe il tempo di ripensare alla sua prima sigaretta. L’aveva rubata dalla giacca dello zio durante una vacanza al mare. La sigaretta era una “Futura” e aveva il filtrino bianco. Ricordò che era un pomeriggio di fine luglio, il mare davanti a lei era calmo come una tavola e da un giradischi di una delle case vicine usciva una canzone di Adriano Celentano. E intanto il tempo se ne va E non ti senti più bambina Si cresce in fretta alla tua età Non me ne sono accorto prima Era il 1980, l’anno era iniziato di martedi, durante l’inverno il sangue aveva imbrattato le strade, le università, le redazioni dei giornali e i palazzi di giustizia. A giugno un aereo di linea era scomparso dai radar e di lì a qualche giorno una stazione ferroviaria sarebbe saltata in aria. Ma, in quel momento, su quella terrazza davanti al mare piatto, c’era solo lei, il sole e la sua prima sigaretta. Ricordò che l’accese, e inspirò forte.

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3- Ricordati di me

"Tutto è iniziato l'altroieri...io non so più cosa fare mamma...mi sembra che il tempo si sia fermato lì!", disse finalmente Martina. "Allora: riepiloghiamo", rispose la madre con il tono paziente che sapeva usare nei momenti importanti, "l'altroieri tu e Carlotta avete litigato al telefono per la storia dei diari. Quante volte ti ho detto che non dovete più scambiarveli? Non ti fa bene guardare quello che fanno le tue amiche, perché è facile equivocare. Ma comunque: e poi? Mi hai detto che avete fatto pace..." "Sì ma io ho chiesto a Carlotta di aiutarmi, perché..." "...perché ti sei innamorata di Riccardo", concluse la madre pregustando il colpo di scena. "Mamma!" "Dimmi, Martina", le rispose sfilando lentamente il diario segreto della figlia dal tascone del grembiule. "Mamma, quello è il mio diario!? Cos...". Martina scoppiò a piangere, rovesciò lo sgabello per terra e si avventò verso la madre cercando di strapparglielo dalle mani. Ma non ci riuscì. "Niente paura, piccola mia. Non te l'ho rubato, è semplicemente caduto da sotto il materasso. Stamattina, mentre facevo le pulizie. L'ho raccolto e ho voluto vedere cosa scrive una undicenne di oggi sul diario segreto. Non ho visto cose molto diverse da quelle che scrivevo io alla tua età, sai?". La madre non aveva mai perso il tono pacato e l'ultima sua affermazione sconcertò la figlia. "Ma come, anche tu....?" "Certo", le rispose. Inforcò gli occhiali, lo aprì all'ultima pagina scritta e iniziò a leggere: << Stavolta Carlotta mi deve aiutare perché sennò per me resterà sempre una stronza. Io amo <3 <3 <3 Riccardo <3 <3 <3 e forse anche lui mi ama perché ha scritto il mio nome sul foglietto delle più carine della classe quindi ci dobbiamo fidanzare. Andrà così: oggi pomeriggio quando andiamo al museo egizio (keppalle) io mi siedo dietro sul pulman insieme ai maschi e quando faranno il gioco della bottiglia se capita a me io dico Obbligo! e Carlotta mi dovrà dire che devo

baciare <3 <3 <3 Riccardo <3 <3 <3. Sarà proprio come il bacio che ho visto in quel cartone che mamma mi ha fatto vedere sul canale di sky dove danno i cartoni di quando era piccola lei. C'era questa Candy che a un certo punto ha dato un bacio a uno che si chiamava Terence (che però assomiglia un casino a <3 <3 <3 Riccardo <3 <3 <3) sotto l'albero della collina di Pony. Quando abbiamo visto il cartone io ho visto che a mamma era venuto da piangere un pò perché forse si ricordava anche lei di un suo Terence, che poi non so se era papà oppure no ma non importa e mi sono detta anche io un giorno bacerò il mio Terence che è un principe con un bacio bello così che poi tra tanti anni anche io potrò piangere ricordandomi il bacio più bello della mia vita. E oggi quel giorno è arrivato!!!!!!!!!!! >> "Mamma, se continui a leggere mi vergogno", la interruppe Martina. Stava ricominciando a piangere. "Allora continua tu, tesoro. Com'è andata sul pullman oggi? Il tuo Terence è venuto alla gita al Museo Egizio?", le rispose la madre. Chiuse il diario di Martina e lo ripose di nuovo nel tascone del grembiule. Si diresse verso il mobile della cucina e, stavolta, scelse accuratamente il cd da mettere nello stereo. Pensò che Antonello Venditti potesse andare bene. In cucina si diffuse presto il grido dei gabbiani, poi un celebre giro di sax ad annunciare l'iniziò una cover di "Don't Dream It's Over" dei Crowded House, un pezzo del 1986 che all'inizio degli anni Novanta fece battere molti cuori in Italia. Ma a Venditti quel lavoro fu facile: gli bastò sostituire l'organo Hammond con il sax, appunto, e ribattezzarla con un titolo che richiamasse il mare. Tu sei dentro di me come l'alta marea che scompare e riappare portandoti via sei il mistero profondo la passione, l'idea sei l'immensa paura che tu non sia mia

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"Sì che c'era!", disse Martina alzando la voce di due toni, "ma...mamma...ti devo dire anche un'altra cosa prima di questa...." "No, non mi devi dire niente. Lo so che ti sei portata via nello zaino i jeans e la felpa rosa, ho letto tutto sul diario. Fece per riprenderlo in mano, ma la figlia la fermò spalancando gli occhi e facendo segno di no con la testa. Era un "no, ti prego no, per favore no, ti scongiuro" e la madre si fermò. "Comunque," riprese, "la prossima volta che non ti piacciono i vestiti che ti metto sul letto, basta che me lo dici. Io non sapevo che oggi era una giornata importante, e perciò mi sembrava che i pantaloni di velluto e la maglia di lana con le trecce potessero andare bene. Capito sciocchina?" "Sì mamma, promesso". "Allora, dai, continua a raccontare. Sei andata in bagno a cambiarti prima di salire sul pullman e Carlotta ti ha messo tra i capelli una sua molletta con i brillantini. Giusto? E poi ti ha detto: - Oggi o mai più Marty, guarda che se poi Riccardo si fidanza con quella della 2^C per te è finita. - E tu cosa hai fatto allora?" "Mamma, io sono salita sul pullman insieme a lei, poi lei mi tirava verso la parte in fondo dove c'erano già i maschi, seduti con i piedi sopra gli zaini e in mezzo c'era Riccardo. Mamma, era bellissimo...." "Eh, lo immagino. Scarpe da ginnastica sfasciate, jeans con le toppe e quella testa tutta piena di capelli scompigliati. Va beh, vai avanti, forza....", interloquì la madre, non senza tradire un sospiro più lungo del normale dentro un tono volutamente annoiato. "Solo che Riccardo era già circondato da tutte quelle oche della 2^C, e allora io gli ho detto solo: - Ciao, Riccardo - e lui...sai mamma....mi ha risposto. Mi ha guardato e mi ha detto un fantastico: - Ciao, Marty! - con quel suo sorriso che mi piace un sacco. Io ero stra-felice, sai mamma? E anche Carlotta se n'è accorta e mi ha dato una gomitata sul fianco mentre ci sedevamo. Poi Alessia ha detto che dovevamo giocare alla bottiglia, e siamo andati tutti verso i sedili in mezzo al pullman che erano liberi. Allora Stefano ha preso la bottiglietta della Coca e l'ha fatta ruotare la prima volta . Solo che si è fermata tra Giorgia e Ilenia, ma tanto io speravo che non si fermasse mai davanti a me. Stefano ha chiesto a Giorgia: - Obbligo o

verità? - e lei ha risposto: - "Verità!" - ma tanto lo so che quella scema dice sempre le bugie, quindi comunque non vale. E allora Stefano le ha detto: - E' vero che l'altra estate ti sei fidanzata col Nasca? - e la scema gli ha risposto....." "Martina, perché non vieni al dunque? Non è che mi devi fare tutta la telecronaca," la interruppe la madre. Per la verità, era più interessata a seguire il testo della seconda canzone di Venditti, che era arrivata poco oltre la metà. Ricordati di me, della mia pelle, ricordati di te com'eri prima, il tempo lentamente ti consuma, ma non c'è sesso e non c'è amore, né tenerezza nel tuo cuore L'aveva sentita miliardi di volte, perfino una dal vivo in una notte indimenticabile allo Stadio Olimpico a Roma, in mezzo a centomila accendini accesi. Era stato nel 1996, quando ancora ai concerti si accendevano le fiammelle gialle e non i display blu dei cellulari. Era stato tre anni prima che Martina nascesse, era stato l'ultimo suo concerto da figlia, prima di smettere per sempre di esserlo e diventare madre. "Sì mamma, poi la bottiglia si è fermata anche davanti a me," disse Martina con un filo di voce. "All'inizio io non sapevo cosa rispondere, sentivo le guance tutte rosse e calde, volevo andare via e speravo che Riccardo si alzasse e dicesse a tutti quanti di lasciarmi stare, io volevo che mi prendesse per mano e mi portasse via di lì, e dicesse a tutti che quel gioco era stupido perché con l'amore non si scherza, e che mi portasse nei sedili davanti a sentire l'mp3 solo io e lui, mano nella mano, fino alla fine del viaggio". Mentre parlava alla madre, Martina sentiva i goccioloni scenderle lungo le guance ma non se ne curò più di tanto, perché a undici anni iniziava a capire che l'acqua non si tiene, quando esce dagli argini. Iniziò a singhiozzare, e non capiva se era un pianto di gioia o di paura, ma sapeva che era un pianto di una specie nuova. Perciò la madre riprese in mano il diario, lo riaprì alla pagina giusta, e proseguì:

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<< Ho detto Verità!, caro diario. Volevo un bacio come quello di Candy e Terence, quando lui le ha preso il viso tra le mani, ha avvicinato le labbra e poi l'ha sollevata un pò dalla vita e hanno chiuso gli occhi tutti e due. Dovevo dire Obbligo! perché Carlotta a quel punto avrebbe detto che dovevo baciare Riccardo, ma io volevo che fosse lui a farlo, a farsi avanti come Terence. Perciò ho detto Verita! e Giorgia mi ha fatto una smorfia come per dire che ero solo una bambina sciocca. Ma lei è una stronza che ci prova con tutti, e io la odio e ora non sarà mai più mia amica, perché a quel punto ha detto: - E' vero che ti vuoi fidanzare con Riccardo? - Io la odio, sai diario? Te lo scrivo perché qui le cose restano per sempre e io non lo cancellerò mai: io odio Giorgia! Però a quel punto è successo un miracolo sai? Perché <3<3<3 Riccardo <3<3<3 che è un vero principe mi ha salvata. Si è alzato in piedi ed era tutto rosso in faccia e ha detto: - Ma sempre a questo gioco scemo dobbiamo giocare? - e ha preso la bottiglia e l'ha fatta volare per aria. Poi siamo arrivati e le due sceme (ke per me resteranno per sempre Carlotta-eGiorgia-le-due-sceme) sono scese mano nella mano dal pulman e se ne sono andate. Allora ho capito che per me era finito tutto, sai diario? Riccardo resterà per sempre il mio principe segreto, perchè lui mi ha protetta da quelle lì che volevano solo ridermi dietro perché ho l'apparecchio ai denti e non ho mai baciato. Però ora lo so che non vorrà mai più parlarmi, perché io ho avuto la mia occasione e non ho risposto la verità che c'è nel mio cuore. E quindi ora è tutto finito per sempre per sempre, caro diario mio. E' finito tutto, anche se....>> Martina aveva smesso di singhiozzare, e la madre interruppe la lettura. "Te la senti di andare avanti tu, piccola mia? Mi vuoi dire com'è finita?" "E' finita così, mamma. Riccardo è stato tutto il tempo con Stefano e Gianluca. Sì, ogni tanto mi lanciava uno sguardo, ma io non so cosa vuol dire questo. Io speravo che tornasse indietro e mi desse un bacio, come quello che mi hai fatto vedere tu in quel cartone animato. Solo che

non lo ha fatto, almeno non oggi. Se lui lo avesse fatto, eravamo fidanzati per sempre, e avremmo potuto fare i compiti insieme e andare a prendere il gelato mano nella mano tutte le estati quando fa caldo. Avremmo ascoltato insieme tutte le mie canzoni sull'mp3, con una cuffia a testa e al suo compleanno gli avrei regalato un cuore enorme con sopra scritto il mio nome, con i brillantini argentati. Ecco mamma, se solo lui fosse tornato indietro, tutto questo sarebbe successo. E invece no, e io ora non posso fare altro che continuare a scrivere i miei sogni sul diario. Ma tanto, lui non lo leggerà mai perché questo è il mio diario segreto. Quindi è proprio finito tutto, lui si dimenticherà di me ed è finito tutto così, senza un bacio." Rimasero in silenzio per qualche minuto. La mamma cercò nella memoria un passaggio della propria vita che le ricordasse il dramma che Martina stava vivendo. Ma erano ricordi troppo lontani e chiusi nel cestino del tempo, ormai irraggiungibili. Ma quelle lacrime - le prime lacrime d'amore della sua bambina - quelle no. Quelle erano le stesse lacrime di sempre, di quando il cielo si fa cupo e si chiude in una stanza. Si tolse il grembiule da cucina, spense i fornelli e in silenzio cambiò il disco nello stereo ancora una volta. Fissò a lungo il viso di Gino Paoli in copertina, il suo sorriso amaro di sempre, i suoi baffi ormai bianchi. E pensò che quelle erano davvero note senza tempo, buone per tutte le generazioni. Buone per le lacrime di ogni donna.

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4- Sapore di sale "Vieni qui vicino, Martina, ora ti dico una cosa seria". La ragazzina aveva smesso di piangere e si fece appresso alla madre, pronta ad ascoltare. Dal mobile della cucina usciva un duetto tra Gino Paoli e Ornella Vanoni che aveva le note, e ancor più le parole, di un testamento spirituale. Ti lascio una canzone da indossare sopra il cuore ti lascio una canzone da sognare quando hai sonno ti lascio una canzone per farti compagnia ti lascio una canzone da cantare… una canzone che tu potrai cantare a chi… a chi tu amerai dopo di me. "Sai, bimba mia, noi siamo donne." La madre superò lo sguardo stranito della figlia e proseguì. "Nella nostra società essere donne significa vivere un pò come dentro una gabbia. Non so dirti quando esattamente ci finiamo, voglio dire in quale momento preciso della nostra vita. Forse ci siamo dentro da sempre, da quando nasciamo. O forse - giorno dopo giorno ce la costruiscono attorno e poi si portano via la chiave." "Cosa vuoi dire, mamma? Perché parli di una gabbia?" "E' la gabbia dei nostri doveri, la gabbia dell'apparenza, di quello che gli altri si aspettano da noi. Fin dall’inizio ci insegnano che dobbiamo essere brave bambine, poi brave ragazze, poi brave mogli, brave professioniste e anche brave madri. A quasi nessuno interessa davvero chi siamo, qual è il nostro carattere, cosa c'è nel profondo del nostro cuore, quali sono i nostri veri desideri. Quasi nessuno vuole andare a vedere cosa c'è dietro, prenderci per mano. Renderci libere, portarci fuori dalla gabbia, insomma accettarci per quel che siamo." La mamma si fermò un attimo, perché sapeva di stare trasmettendo alla figlia un concetto contraddittorio, forse troppo difficile per la sua età. Tuttavia si fidò dell'istinto: quello era il momento, e doveva farlo. Prese un bel respiro, e lasciò che Gino Paoli iniziasse a raccontare una lunga storia d'amore.

Quando ti ho vista arrivare bella così come sei non mi sembrava possibile che tra tanta gente che tu ti accorgessi di me. "Vedi, Martina, per gli uomini è diverso. In un certo senso, loro nascono liberi". Martina non aveva smesso un istante di ascoltare le parole della mamma e, a quel punto, iniziò a capire. Pensò ai suoi compagni maschi che si vantavano delle loro prime conquiste, che facevano a gara in ogni cosa, che esibivano tutto, dai vestiti firmati al lavoro di papà, e perfino i primi muscoli sotto la maglietta quando giocavano a braccio di ferro. E poi ripensò a quell'accenno di seno che stava iniziando a spuntarle, quante volte a ginnastica si era sentita in imbarazzo per quella modifica del proprio corpo, che non le permetteva più di correre libera come prima. Ripensò a quante volte aveva provato a nasconderlo sotto la felpa. E pensò a quante altre volte avrebbe dovuto vergognarsi di sorridere, per quel cavolo di apparecchio che le avevano ficcato sui denti. Iniziò a comprendere e fece cenno alla madre di continuare. "Anche a noi ogni tanto piacerebbe essere come i maschi, ma non ci è permesso. Poter essere sfrontate e volgari come loro, oppure romantiche quando ci va di esserlo, gridare a squarciagola quando siamo tristi o felici, vivere tutti i nostri desideri come fanno loro. Ci piacerebbe essere un pò più libere, sentirci meno in trappola, mostrare il nostro carattere senza preoccuparci del giudizio degli altri. Ma noi dobbiamo sempre essere brave qualcosa, sempre perfette senza mai sbagliare, senza mai una virgola fuori posto, e perciò non ci è permesso niente di tutto questo." "Ma anche tu, mamma, mi dici sempre che io devo essere brava! L'altro giorno mi hai detto che non devo fare come Alessia che si porta a scuola i trucchi e se li mette in bagno di nascosto....." "Certo, anche io te lo dico. E' il mio dovere dirtelo, perché io devo essere una brava madre, e tu una brava figlia. Io e te non siamo diverse da tutte le altre donne. E' il nostro destino, Martina, e al destino non si sfugge. Ma adesso stammi a sentire, perché ti

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devo svelare un segreto che non dovrai mai dire a nessuno, almeno per un pò di anni." "Non lo dirò mai a nessuno!" "Quel mondo che ci creano attorno, tutto pieno di doveri e di cose che non dobbiamo fare, a noi va un pò stretto, giusto?" Martina annuì. "Però ci piace anche un pò.. ", Martina fece di nuovo sì con la testa, "...perché, in definitiva, il mondo perfetto ci fa sognare di essere delle principesse, e non è niente male esserlo, vero?" Martina sorrise, pensando a Riccardo vestito da principe azzurro, che le tendeva la mano per invitarla al ballo più meraviglioso di tutta la storia dei balli meravigliosi. "E allora", proseguì la madre, "visto che non siamo libere di esprimerci nella realtà, lo facciamo nel nostro diario segreto. Lui è il nostro fedele amico, discreto e comprensivo. Lui non fa come le persone che mentre parli ti interrompono, e non ti lasciano far uscire quel che il tuo cuore ha da dire in quel momento. Il diario ascolta, non è come le amiche che ti rubano il momento per dirti: "certo, pensa che invece a me una volta è successo che...". Il diario ci lascia parlare sempre e accetta tutto quello che gli diciamo. Lì possiamo disegnare tutti i cuoricini che vogliamo quando siamo innamorate, e il nome del nostro principe accanto al nostro senza che nessuno ci prenda in giro. Nel diario i nostri sogni sono al sicuro, perché lui li protegge sempre. E così, quando siamo tristi e non possiamo gridare a nessuno la nostra voglia di piangere, disegniamo pagine di goccioline perché il nostro principe non ci ha rivolto lo sguardo per un'intera mattina in classe. Non è così, piccola mia?" Martina non sapeva cosa rispondere. La mamma aveva detto le cose esattamente come stavano. Pensò che aveva fatto proprio bene a parlarle, anche se era venerdì sera, perché solo lei poteva capire il suo tormento. Si limitò ad annuire, continuando a guardarla negli occhi. La madre si sentì confortata da quello sguardo: ancora per qualche minuto avrebbe avuto la sua Martina, la bimba adorante che seguiva ogni suo consiglio. Poi, da quel momento in avanti, chissà. Quindi decise di andare fino in fondo, per gustarsi quell'ultimo

scampolo di infanzia. "Nel nostro diario segreto è tutto come vorremmo che fosse: lì siamo le principesse e i maschi sono i principi che verranno a rapire il nostro cuore e ci porteranno via sul loro cavallo bianco. Ma nel diario ci sono anche i nostri desideri più nascosti, quelli che non possiamo dire a nessuno perché - se li raccontassimo - non saremmo più brave ragazze." "Ma ora che hai letto il mio diario, io non sono più una brava ragazza?", chiese Martina con apprensione. "No, tesoro. Tu per me lo sei sempre, perché io sono la tua mamma e ho scritto il mio diario prima di te, esattamente come tu stai facendo ora." "Ma se lo capisci tu, perché anche i maschi non possono capirlo? Come faccio a dire a Riccardo che lui è il mio principe azzurro se non posso fargli leggere il mio diario segreto?" "Certo che puoi farglielo leggere, ma non è detto che lui lo capisca", rispose la madre. "Ma se non lo capirà, vuol dire che lui non è il mio principe azzurro....e io morirò di dolore", disse Martina sconsolata. Stava iniziando a capire quanto è difficile essere donna, fuori dalle pagine del diario segreto. "Se pensi che lui sia il tuo principe azzurro, faglielo leggere. Perché vedi, i maschi sono molto diversi da noi. Loro capiscono solo quello che gli viene mostrato. Loro sono molto più stupidi, in un certo senso. Quel che vedono li attrae, e molto raramente si interrogano su quel che può esserci dietro l'apparenza. Perciò non hai scelta: se vuoi che Riccardo si accorga di te, devi mostrargli il tuo diario segreto. Altrimenti non si accorgerà mai del tuo amore e non tornerà a darti il bacio che aspetti. L'amore è sempre una scommessa, Martina, spetta a te decidere di farla o meno." "Non so se ho voglia di scommettere, sai mamma? Se poi resto delusa...." "...Vorrà dire che non è lui il tuo principe azzurro, e prima o poi ne arriverà un altro." "Ma non è vero! E' Riccardo l'amore della mia vita! E' lui, e nessun altro!" "Certo, tesoro, io ti auguro che lo sia davvero. Ma attenzione a quel che fai: se gli mostrerai il tuo diario con i pensieri più segreti, quelli che non confesseresti a nessuno, avrai fatto la tua scommessa. E se lui è il vero principe, ti accetterà per come sei e non solo per come tutti gli altri vogliono che tu sia. Ti prenderà per mano, ti porterà fuori

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dalla gabbia degli obblighi e delle apparenze. Ti renderà libera." "Voglio fargli questo dono, mamma. Voglio che Riccardo legga i miei pensieri segreti e mi porti via sul suo cavallo bianco." "E' un gran dono, credimi, è il dono più bello che una donna possa fare a un uomo. Ma se è Riccardo il tuo principe, non fare l'errore di fare lo stesso dono anche ad altri. Scegli il tuo principe, e se lui ti accetterà, non esitare più, perché solo chi ti accetta per come sei merita il tuo bacio. Solo lui e nessun altro." "E se dovessi sbagliare, mamma? Io vedo che le mie compagne, per non sbagliare, fanno le sceme un pò con tutti...." "Loro vogliono solo esibirsi, Martina, vogliono solo essere al centro dell'attenzione. Loro non conoscono il nostro segreto e non sono delle vere principesse." "Hai ragione mamma, loro non sono delle principesse, perché tutti sanno i loro segreti." "Dona il tuo diario solo a Riccardo, piccola mia. Scommetti sul tuo principe, ma non deluderlo. Perché chi ti accetta come sei, se poi vede che porti via i tuoi sogni e li dai a qualcun altro, crederà che non vali niente. Penserà che l'hai preso in giro e che sei come tutte le altre, che non sono delle vere principesse. E allora sarà lui a morire di dolore." "Ho capito mamma", disse Martina, "ho capito". La madre vide disegnarsi sul viso della ragazzina un'espressione nuova, una consapevolezza che non le aveva mai visto prima di allora. Vide il viso di Martina come sarebbe stata da adulta. Sentì che stavano attraversando insieme uno di quei ponti che nella vita accadono poche volte: quei ponti oltre i quali guardi indietro, e scopri di non essere più com'eri prima. Ne fu felice, in una maniera indescrivibile. Con un groppo in gola riuscì a concludere il suo insegnamento: "Ricordati figlia mia: solo chi conosce i tuoi segreti più intimi, ti accetta per come sei, e ti vuole libera, merita il tuo bacio. Perché quello è il bacio della verità, e non è quello dell'obbligo." Rimasero di nuovo in silenzio per lunghi minuti, nella cucina ormai piena degli odori della cena. Anche il disco era finito e nell'aria risuonava solo l'eco le parole che si erano dette. Poi, Martina fece un'ultima domanda.

"Mamma, ma tu ce l'hai ancora un diario segreto?", le chiese. Poi ci ripensò, si disse che forse non doveva essere così sfrontata, che questa volta la madre gliel'avrebbe fatta pagare. Ai grandi non bisogna mai fare domande dirette, pensò, come ho fatto a non ricordarlo? Martina ripensò a quella domenica in cui era venuto lo zio a pranzo, poco dopo che era tornato dalla missione in Afghanistan. Lei gli aveva chiesto se durante la guerra lui avesse ucciso qualcuno, e la mamma l'aveva trascinata in bagno e le aveva fatto giurare di non fare mai più domande come quella, perché "...ai grandi non bisogna mai fare domande dirette, ricordatelo!". Ecco, ora me la farà pagare, pensò Martina, ma non fu così. La madre le piantò gli occhi negli occhi e - di nuovo - quei due sguardi, fatti dello stesso verde acqua, si incastrarono l'uno nell'altro. Irrimediabilmente. I fari di un'auto spazzarono il vialetto del cortile di casa e la finestrella della cucina si illuminò di luci gialle e bluastre. Seguirono due colpi di clacson, come tutte le sere. "Vai a lavarti le mani, insolente che non sei altro. E' arrivato tuo padre." La madre restò a guardare Martina trotterellare verso il bagno, silenziosa come le sue sneakers rosa. Poi si girò verso il mobile della cucina e prese un altro disco di Gino Paoli dalla pila. Se qualcuno l'avesse potuta vedere in viso, l'avrebbe vista sorridere a labbra strette. Un sorriso dolceamaro, a occhi umidi. Ripensò alla prima volta che lei e il suo principe azzurro avevano fatto l'amore, a com'erano giovani e audaci in quel lontano 1983, a come le sembravano belli tutti i suoi difetti e le sue imperfezioni. Ripensò a quella spiaggia di notte e a tutte le stelle che aveva contato mentre era sdraiata sulla sabbia tiepida, con la schiena inarcata e i capelli attorcigliati tra le dita di lui. Ripensò a quell'ansimare nuovo, pieno di paura e di libertà. Ripensò al momento in cui l'amore si era portato via la sua infanzia e a quel bacio che sapeva di sale. Scosse la testa per riportare i ricordi laggiù da dove erano saliti, mise il disco nello stereo per l'ultima volta e schiacciò il tasto. Il display si illuminò di luce blu. Uno scatto e poi un ronzìo leggero

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annunciarono l'inizio del brano, come se una puntina invisibile fosse atterrata sui solchi di un vecchio vinile, reso sottile e fragile dal tempo. Sottile, fragile, e anch'esso invisibile.

5- Divenire Quel venerdì sera cenarono con calma e per lo più in silenzio. Si scambiarono solo qualche battuta sulla giornata di lavoro del marito e si trovarono subito d'accordo sul programma per il fine settimana. Quando a Martina fu chiesto com'era andata la gita al Museo Egizio, la sua risposta fu lapidaria: "Bene papà, davvero un bel museo!". Lui non si accorse dello sguardo furtivo, né della smorfia che la mamma fece alla figlia come quando si vuol dire acqua in bocca ma non lo si può dire. Nel complesso, lo stufato con le patate fu molto apprezzato e, solo dopo aver finito la cena, accesero la televisione. Quella della tv solo dopo cena era una delle poche regole che lui era riuscito ad affermare in casa, oltre a cose facili-facili del tipo quando si esce dalle stanze si spegne la luce oppure se a voi dà fastidio la tavoletta del wc alzata, sappiate che a me danno fastidio i capelli nel lavabo. A suo modo, era fiero di queste piccole conquiste del quieto vivere in una casa con due donne. Sparecchiarono tutti e tre insieme come d'abitudine, mentre alla televisione veniva presentata l'anteprima del Festival di Sanremo 2012. Ascoltarono la lista degli artisti in competizione: Arisa, Emma Marrone, Francesco Renga, Dolcenera e molti altri. C'erano tutti i cantanti preferiti di Martina, gli idoli che teneva appesi in cameretta. Il papà e la mamma, invece, erano perplessi: li conoscevano molto poco, forse li avevano visti in qualche talent-show ma non si ricordavano bene. Poi si parlò di Adriano Celentano in forse per un'ospitata e della partecipazione straordinaria di Eugenio Finardi. Il trailer del Festival finì sulle note di Extraterrestre; anche loro, a quel punto, tirarono un sospiro di sollievo. ...e la notte sdraiato sul letto, guardando le stelle dalla finestra nel tetto con un messaggio voleva prendere contatto, diceva...

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Poi Martina andò in camera sua senza che nessuno gliel'avesse chiesto o men che meno imposto. La mamma e il papà, invece, aspettarono l'ora di andare a dormire guardando - forse per la settima volta da quando era uscito nel 2005 - "La marcia dei pinguini", il bel film documentario di Luc Jacquet. Quando arrivò il momento di "Midnight Lady" di Chris Norman, naturalmente si commossero. Appena finì la mamma disse: "Vado a dare la buona notte a Martina". Lui rispose con un cenno del capo, sprimacciò i cuscini del divano e si avviò verso il bagno. Per la prima volta da quando Martina era nata, la mamma bussò prima di entrare nella sua cameretta. "Avanti, avanti! Perché bussi?", la figlia indossava il suo pigiama invernale ed era seduta sul letto, a gambe incrociate. Guardava fuori dalla finestra, con lo sguardo perso. Non si girò nemmeno quando la madre entrò. "Sei pensierosa, principessa?", le chiese. "Sì mamma, ho paura." "E di cosa hai paura?". "Non voglio diventare grande, ecco." "Visto che non vuoi diventare grande, stasera ti racconterò una fiaba," le rispose la madre. Martina si distese docilmente nel letto, tirò su la trapunta e chiuse gli occhi. Non vide la mamma estrarre il suo diario segreto dalla tasca dei pantaloni e - con un gesto leggero, mentre fingeva di rimboccarle le coperte - riporlo dove l'aveva preso quel mattino, sotto il materasso. Nello stesso posto in cui Martina l'avrebbe ritrovato al risveglio il giorno dopo, o magari anni dopo. Si sedette al bordo del letto e le osservò i lineamenti distesi, i capelli ben pettinati e raccolti dietro la testa, le ombre disegnate sul viso dalla luce arancione della lampada. Era sempre la sua Martina, senza alcun dubbio. Ma qualcosa le pareva diverso, cambiato. Forse era l'inganno della luce, forse era autosuggestione.....ma no. Qualcosa nel viso di Martina stava veramente mutando. Probabilmente, si disse, è l'aria nuova che si respira al di là del ponte. Poi chiuse gli occhi e trasse un bel respiro. "C'era una volta, in un castello incantato, una bellissima principessa che non voleva diventare grande," - iniziò a raccontare.

Quando, dopo mezz'ora, entrò in camera da letto, il marito era ancora sveglio e controllava qualcosa sull'iPad. Nell'aria scaldata dal termoconvettore risuonavano le note di "Divenire", uno dei migliori brani di Ludovico Einaudi. Le tornò in mente quando, durante un viaggio a Vienna, avevano notato la locandina che annunciava un suo concerto alla Sala Grande della Konzerthaus. Ricordò quanto si erano sentiti orgogliosi di essere italiani, in quel momento. "Tutto bene cara? Stasera tu e Martina eravate così silenziose...," le chiese senza togliere gli occhi dal display. La moglie si spogliò in fretta, si mise la camicia da notte ed entrò nel letto. "Fa freddo stasera, non trovi? Sì caro, va tutto bene, Martina ha soltanto avuto una giornata difficile a scuola." Sfregò i piedi sotto le coperte, prima di avvicinarli al corpo del marito. "E sono cose di cui non si può parlare? Sono i vostri soliti segreti?", fece di rimando lui, accostandosi alla moglie come chi sa che dovrà fare presto i conti con due ghiaccioli a forma di piede piantati nel polpaccio. "Sì caro, sono i nostri segreti di donne. Sono cose che gli uomini non possono capire. E tu sei un uomo," concluse dando un'occhiata a cosa il marito stesse guardando sul tablet. Vide che non stava controllando l'agenda degli appuntamenti bensì un sito internet, forse un blog. La testata in alto riportava la dicitura "waiting for the blackout", scritta tutta in lettere minuscole bianche su sfondo blu. A fianco, la foto in bianco e nero di un ragazzino in maglietta e pantaloncini. Vide che il marito era assorto nella lettura di un un breve racconto: non voleva essere indiscreta, ma non poté fare a meno di vedere che parlava di uomini di mezza età, del seno delle ventenni, di pance delle donne, di benzina che muove il mondo. Doveva essere un bel racconto, a giudicare dall'espressione complice del marito, uno di quei racconti capaci di suscitare empatìa in chi legge, soprattutto se uomo. Distolse lo sguardo e attese che lui finisse, poi gli tolse delicatamente l'iPad dalle mani. "E' ora di dormire," gli sussurrò nell'orecchio. Un bacio leggero sulle labbra e si girò di

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spalle, spense l'abat-jour e allungò i piedi finché non incontrarono la gamba del marito. Stette per qualche minuto ad ascoltare il silenzio. Tutto era sotto controllo. Le due ragioni della sua vita erano lì con lei e ogni cosa sarebbe stata al proprio posto anche domani. Finalmente, sentì di poter chiudere gli occhi su quella lunga, e indimenticabile giornata. L'indomani all'alba il marito la svegliò con una carezza sulla guancia, come di solito. Le disse che l'aveva tenuto sveglio tutta la notte, e che si era preoccupato. Era stata molto agitata, forse a causa di qualche brutto sogno. Le disse che l'aveva sentita lamentarsi e che a un certo punto lei aveva cantato, con voce soave, qualche nota di una melodia strana, simile a una fiaba o a una filastrocca. Poi l'aveva sentita sospirare, un gemito che sembrava di piacere. Le disse infine che, verso le prime ore del mattino, lei aveva biascicato le parole "...diario....segreto...." e poi aveva pronunciato il nome di un uomo che lui non aveva mai sentito nominare prima. La moglie si tirò su dal letto bruscamente: era un pò frastornata ma non ricordava nulla dei sogni che aveva fatto. Prima di andare a svegliare Martina, gli domandò quale fosse il nome di uomo che le aveva sentito pronunciare nel sonno. Glielo chiese anche mentre preparava la colazione, e un'altra volta mentre il marito si stava radendo. Glielo domandò più e più volte, scherzando e facendosi seria, in tono giocoso oppure preoccupato. L'ultima volta fu sulla soglia di casa, mentre lui stava per uscire. Glielo chiese ancora, ma il marito non rispose. Scosse lentamente il capo, guardandola negli occhi, senza mai smettere di sorriderle. Non glielo disse quel mattino, né il giorno dopo, né una settimana appresso. Né mai, in tutti gli anni che seguirono. ***
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