Elenco delle illustrazioni e loro didascalia per l’articolo: Volturno 1860.

L’ultima battaglia, di Giovanni Cerino-Badone

Fig. 1. Le tattiche di combattimento dell’esercito borbonico secondo L’ordinanza di Sua Maestà per gli esercizj e le evoluzioni delle truppe di fanteria del 1846. La fanteria ordinaria, dispiegata in linea per enfatizzare al massimo la propria potenza di fuoco, o in colonna per i movimenti più rapidi, era sopravanzata da un velo di fanteria leggera con compiti di copertura e “preparazione” del fronte avversario. Molto più spesso nel corso della campagna del 1860 i battaglioni cacciatori operarono autonomamente, inseriti in apposite brigate. Le unità di cacciatori avevano l’abitudine di dividersi in due battaglioni di manovra, dette “Sezioni”, per aumentare la loro flessibilità tattica e le capacità di comando e controllo da parte degli ufficiali.

Fig. 2. Ricostruzione di una linea di fanteria leggera pronta al combattimento. Una simile disposizione tattica permetteva di assorbire ed in parte vanificare la potenza di fuoco dell’avversario e sfruttare ogni appiglio tattico per avanzare ed isolare le posizioni nemiche. Si noti anche la vasta area di fronte coperto; nell’immagine cinquanta uomini riescono a tenere sotto controllo una linea di circa 100 metri.

Fig. 3. Il 16° Battaglione Cacciatori a Capua nel 1860. Questi reparti, unitamente ai battaglioni esteri, si dimostrarono l’elemento più affidabile ed efficace dell’intero esercito del Regno delle Due Sicilie. L’unità qui raffigurata non partecipò alla battaglia del 1-2 ottobre, ma si distinse all’assedio di Gaeta.

Fig. 4. La Furia Garibaldina. L’estrema eterogeneità delle truppe volontarie, la mancanza di addestramento e di disciplina rendevano impensabili l’impiego di articolate tattiche di combattimento. La dottrina di impiego garibaldina era pertanto piuttosto semplice; “ammorbidire” il fronte avversario con il fuoco dell’artiglieria o il tiro di precisione di reparti di tiratori scelti, come i Carabinieri Genovesi, e sfondarlo tramite un massiccio assalto alla baionetta. Tale tattica lavorava molto bene contro un nemico poco motivato o già scosso, assai meno se impiegata contro un esercito agguerrito e ben guidato, come avvenne durante la campagna trentina del 1866. Alla sola battaglia di Bezzecca le perdite di Garibaldi nei confronti degli austriaci raggiunsero la proporzione di 7:1.

Fig. 5. Il piano operativo borbonico per la battaglia del Volturno. Si nota subito la dispersione delle forze in due grandi e distanziate masse di manovra, a loro volte suddivise in un secondo momento. Nonostante la forza numerica, circa 28.000 uomini, le forze del maresciallo Ritucci risultarono deboli ovunque e, di fatto, non riuscirono mai a sfondare il fronte avversario, ma solo a farlo retrocedere.

Fig. 6. Il piano di difesa di Garibaldi. Lavoro di intelligence, analisi dei dati raccolti e valutazione corretta delle possibili intenzioni del nemico permisero al generale di disporre al meglio le sue forze. Le scelte strategiche e tattiche dei comandanti borbonici consentirono poi a tale dispositivo difensivo di funzionare alla perfezione.

Fig. 7. L’attacco della Divisione De Rivera al Monte Tifata. Si nota subito l’imponente mole dei Monti Tifatini, obbiettivo tattico della divisione borbonica, e la profondità delle difese garibaldine, appoggiate ad edifici rurali e fortificazioni campali. La Divisione Medici era poi la migliore unità a disposizione di Garibaldi.

Fig. 8. L’attacco della Divisione De Rivera al Monte Tifata. L’abilità dei comandanti di brigata della Divisione De Rivera permise il superamento della fascia esterna di difesa della Divisione Medici e la conquista del villaggio di Sant’Angelo. In particolare vennero impiegate con successo le strade agricole incassate nel terreno per aggirare i centri di fuoco garibaldini. Non di meno i

Cacciatori di Polizzy e Barbalonga impiegarono otto ore prima di riuscire a far arretrare le truppe di Medici verso le pendici occidentali del Tifata.

Fig. 9. Appigli tattici. La stampa dell’Illustrated London News raffigura efficacemente l’impiego fatto dalle truppe borboniche delle strade agricole della zona, il cui tragitto spesso sprofondava nel terreno a causa dell’uso di secoli. Garibaldi stesso, mentre in carrozza superava su un ponte una di queste vie, fu attaccato da alcuni cacciatori dell'11° Battaglioni che stavano transitando proprio sotto il convoglio del generale. I proiettili uccisero il cocchiere e crivellarono la carrozza. Scesi dal mezzo di trasporto, Garibaldi e i suoi aiutanti furono immediatamente soccorsi dai carabinieri genovesi di Mosto e dai lombardi di Simonetta, i quali contrattaccarono respingendo il nemico.

Fig. 10. L’azione della Brigata von Mechel a Ponti della Valle. Il 3° Battaglione Carabinieri impiegava Maddaloni e il territorio circostante come area di addestramento. Sfruttando la perfetta conoscenza del terreno, gli uomini di von Mechel riuscirono a travolgere la Brigata Eberhardt e ad

impadronirsi delle strutture dell’acquedotto. L’ala destra dello schieramento della Divisione Bixio aveva praticamente cessato di esistere.

Fig. 11. Lo sviluppo dell’attacco della Brigata von Mechel a Ponti della Valle. Il 2° Battaglione Carabinieri fu in grado di impadronirsi del Monte Caro, mettendo in crisi anche l’ala sinistra della Divisione Bixio. Da quel luogo sarebbero potuti giungere gli eventuali rinforzi della Brigata Ruiz. Tuttavia i garibaldini rimasero saldamente in possesso delle alture di San Michele, mentre gli uomini di Ruiz non comparvero se non nel pomeriggio inoltrato. La riconquista da aprte garibaldina del Monte Caro mise di fatto fine all’azione della Brigata von Mechel.

Fig. 12. La gita guerresca del generale Ruiz. La lentezza dei movimenti della colonna impedirono l’impiego ai Ponti della Valle (freccia grande) e sul Monte Caro (freccia piccola). L’inesperienza e l’assenza di buon senso portarono il tenente colonnello Nicoletti all’assalto del castello di Morrone,

del tutto decentrato rispetto all’asse di marcia della colonna principale, che proseguì indisturbata la sua lenta avanzata.

Fig. 13. “Le Termopili d’Italia”. L’immagine ritrae il castello di Castel Morrone dalla strada per Caserta, la stessa seguita dalle truppe di Ruiz il 1 ottobre 1860. Si noti come fosse impossibile per gli uomini di Bronzetti colpire la colonna borbonica in marcia e quanto poca fosse l’urgenza di attaccare la posizione, di per sé piuttosto isolata.

Fig. 14. Veduta area dei ruderi di Castel Morrone. Un proverbio medievale diceva che “un castello mezzo distrutto è un castello mezzo costruito”. In effetti senza il supporto dell’artiglieria, rimasta al traino presso la colonna di Ruiz, per Nicoletti non era un’operazione semplice occupare la struttura

che funzionava da ottimo trinceramento per gli uomini di Bronzetti. Furono necessarie quattro ore di combattimento per annientare il reparto garibaldino.

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