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Volume : 3 Numero: 64 Data: Febbraio 2012 Sede: Gruppo Alternativa Liguria Di: Asta Paolo, Martini Claudio

Alternativa news
In collaborazione con: Megachip

IN QUESTO NUMERO
1 - Latouche: per un'abbondanza frugale - di Luca Barbirati (pag. 1/2) 2 - Il fiscal compact europeo – il più monotono caso di suicidio mai conosciuto nella Storia? - di James
Meadway (pag. 2/3)

Latouche: per un'abbondanza frugale
di Luca Barbirati - www.decrescita.com

É uscito da qualche giorno il nuovo saggio di Serge Latouche, eco-intellettuale francese, il
quale prende in esame i malintesi e le controversie originate sul tema della decrescita. Edito da Bollati Boringhieri, s’intitola “Per un’abbondanza frugale”. Nell’introduzione, spiega Latouche, il titolo “abbondanza frugale” è definito come: orizzonte di senso per una fuoriuscita dalla società dei consumi, ma anche un obiettivo politico a breve termine da opporre alle pseudoterapie neoliberali o keynesiane nella situazione attuale di depressione repressiva. Cerco, attenendomi al testo, di sintetizzare gli argomenti (limitatamente ai malintesi) trattati, rimandando al sopracitato volume ogni approfondimento e/o chiarimento. La decrescita è crescita negativa? Per i non partigiani della decrescita questo concetto fa rabbrividire al solo sentire ed indica la diminuzione dell’indice feticcio delle società della crescita: il PIL. Indica recessione, depressione, declino, crollo di una economia; non esiste scenario peggiore della mancanza di crescita in una società produttivista. Tale indice deve essere tenuto distinto dal programma cultural-politico della decrescita, che presuppone, invece, la fuoriuscita stessa dal produttivismo. La decrescita è un programma, di austerità volontaria, avviato nel momento in cui l’iperconsumo rischia di farci cadere nell’obesità. Non è crescita negativa, è il superamento dell’idea - illusoria - della crescita. … è stato stazionario? La tesi, economica classica, sottesa è quella dei rendimenti decrescenti, che portano inevitabilmente al blocco dell’accumulazione e all’avvento di uno stato stazionario. Se i principali economisti classici (Smith, Malthus, Ricardo) la considerano come una condanna alla sopravvivenza ed alla miseria, di ben altra opinione è John Stuart Mill, che intravede l’etica di una società, liberata dall’ossessione della crescita, dedita all’educazione di massa e all’elevazione della cultura. I classici rendimenti decrescenti altro non sono che la finitezza della natura, l’esaurimento delle risorse, il limite del Pianeta (Club di Roma); pertanto l’etica dello Stato Stazionario è un modello non molto lontano dalla frugalità gioiosa proposta dagli obiettori di crescita (Illich, Gorz). … è tecnofoba? Gli obiettori di crescita non si oppongono ciecamente al progresso, ma è vero che si oppongono al progresso cieco. La decrescita mette in discussione la fede irrazionale nella scienza prometeica e l’onnipotenza della tecnica. La decrescita si oppone all’ideologia transumanista di Kurzweil dato che la fede irrazionale nella razionalità porta al delirio della ragione. Il problema fondamentale è la fede dell’uomo medio in una qualche entità, sia essa divina, mitica, superumana o transumana, che riporti il problema alla normalità, perdendo la definizione stessa di uomo libero e responsabile di fronte alle proprie azioni. Considerando che la ricerca, oggi, è organizzata al fine di ridurre gli ostacoli nei processi della produzione, per aumentare lo sfruttamento delle risorse, la società decrescente metterà al controllo della società tali illusioni. … è ritorno all’età della pietra? Spesso viene tacciata di antimodernismo, lo stesso Massimo Fini ha pubblicato il Manifesto per l’Antimodernità; ma l’età della pietra è poi così male? Stando agli studi di Paul Goodman…

3 - No debito, no Monti - di Giovanna
Tinè e Anna Lami (pag. 3)

4 - Decrescita, il catalogo è questo - di
Giuseppina Ciuffreda (pag. 4)

5 - La lettera della troika che strangola la Grecia - di Argiris
Panagopoulos (pag. 4)

6 - Quanto vale una laurea - di Piero
Bevilacqua (pag. 5/6)

7 - Lettera ad ogni candidato Sindaco di ogni tempo in ogni luogo - di Marco
Bersani (pag. 6)

8 - Romania, si è dimesso il premier Emil Boc. Verso un governo tecnico? di Matteo Zola (pag. 6/7)

9 - Lettera aperta di Mikis Theodorakis - di Mikis Theodorakis
(pag. 7/8)

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… Marshall Sahlins e John Zerzan, i primitivi dovevano passarsela piuttosto bene: due ore di lavoro per giorno e il rimanente tra svago e giochi. Dopo questa provocazione Latouche ribadisce che il progetto della decrescita non è un passo indietro, piuttosto un passo di lato, per abbandonare la strada che ci sta portando alla catastrofe. Essere progressisti è arrivare sempre in ritardo sulla cattiva strada. … è localismo? Non si nasconde l’evidenza. La volontà di ridurre l’impronta ecologica passa in primo luogo per una profonda rilocalizzazione. Si smantellerà la grande distribuzione e si tornerà a coltivare il proprio orto (anche sui balconi), cuocere il proprio pane, fare lo yogurt, …, riscoprendo il piacere e la soddisfazione della semplicità delle piccole cose. [vedasi ad esempio i consigli di Marta Albè, NdA]. Occorre riterritorializzare l’intera vita, e per farlo – non è tabù – si può seguire la struttura piramidale delle democrazie locali su base bioregionale, ossia regioni naturali dove l’allevamento, le piante, gli animali, le acque e gli uomini formano un insieme relativamente coerente. … è comunitarismo? L’inizio è imperativo, Latouche cita Cochet: Non possiamo più sognare un “mondo comune” continentale o planetario come quello a cui aspirava Hannah Arendt cinquant’anni fa. Bisogna però star attenti che la concezione della eco – o bio – regione non si fonda sulla razza e il sangue ma sull’adesione, vissuta o scelta, a un luogo di vita. La decrescita è reinquadramento dell’economia nel sociale, reintroduzione della solidarietà e reciprocità orizzontale, non gerarchia a senso unico. L’autentico individualismo è plausibile come superamento della massificazione. La persona adulta costruisce riconoscendo in modo critico le sue appartenenze e affiliazioni; se un superamento della logica individuo-comunità non fosse possibile, allora non resterebbe altro che aspettare passivamente l’apocalisse ecologica. … è disoccupazione? Riduzione del PIL equivale a depressione economica e disoccupazione, lo scenario peggiore in una società produttivista del ben-avere. La società decrescente non si pone il problema dell’indice PIL, superandolo. Il primo obiettivo è una riduzione massiccia dell’orario di lavoro, moltiplicando così i posti occorrenti (si provi a immaginare turni da 4 ore, o anche meno). Per raggiungere l’obiettivo dell’affrancazione dal lavoro occorre una transizione disintossicatoria, nella quale – non è un mistero – non è detto che si blocchi subitamente la crescita; ad esempio per una riconversione sociale occorrerà molto lavoro in alcuni settori: assistenza sociale insegnamento deindustrializzazione agricola rilocalizzazione industriale riconversione ecologica ristrutturazione termina degli edifici energie alternative (solare ed eolico) artigianato riciclaggio dei prodotti riparazioni e trasformazioni. Sarà organizzata una società di transizione non senza traumi – è vero – verso una società in cui il lavoro sarà abolito in quanto significazione immaginaria centrale. … è democrazia? I problemi continuano ad essere linguistici. Attualmente non stiamo vivendo in una democrazia; attualmente il contenuto democratico (responsabilità e coscienza politica del cittadino) è offuscato dall’asservimento cerebrale alle lobbies del marketing multinazionale. Viviamo – non è una novità – in una postdemocrazia, ossia una democrazia caricaturale, priva di contenuto effettivo (l’impossibilità di scegliere i propri rappresentanti, il non rispetto dei referendum cittadini, governi tecnici ecc ecc). La decrescita ha come obiettivo la rifondazione della democrazia attraverso la decolonizzazione dell’immaginario produttivista ed attraverso la pratica di comportamenti virtuosi, approdando a ciò che si può chiamare Democrazia Ecologica. È imperativo l’evoluzione della mentalità; ma se l’uomo non…

… riuscirà ad essere responsabile e capace di gestire la sua libertà, ci penseranno o il realismo-pedagogico o l’insorgenza di aggregazioni neofasciste (peraltro già in movimento). … è destra o sinistra? La decrescita non è soltanto contro il capitalismo, è antiproduttivista, ossia anche contro l’ideologia del socialismo scientifico che ha in sé l’immaginario capitalista ed allo sfruttamento dei padroni sostituisce la dittatura del proletariato, senza porsi il problema dell’ambiente naturale. La decrescita può essere espressa con un’ideologia eco-socialista. Lo slogan dei movimenti di contestazione indigeni amerindi è appropriato: “Non c’è giustizia sociale senza giustizia ecologica”. La decrescita non è comunque prerogativa della sinistra, anche perché – paradossalmente – il capitalismo è avanzato negli ultimi decenni grazie alle socialdemocrazie finto-sinistroidi. La decrescita è stata studiata, sviluppata e proposta da movimenti marxisti ortodossi, anarchici, antimoderni, consiliaristi, situazionisti, e non meno da eco-fascisti (vedi Alain de Benoist). La decrescita è il riflusso di un torrente straripato. Siccome il fiume dell’economia è uscito dagli argini, è quanto mai auspicabile che vi rientri.

Il fiscal compact europeo – il più monotono caso di suicidio mai conosciuto nella Storia?
di James Meadway, Senior Economist - neweconomics.org. I cittadini europei dovrebbero volgere il loro sguardo altrove per avere una soluzione della crisi. c’è un altro modo di descriverlo. Una volta che abbiamo strappato il velo del gergo tecnico dei burocrati europei, il fiscal compact della UE non rappresenta altro che una disperata accettazione del declino terminale. L'austerità si farà ora carico della forza della legge. Dimenticate la democrazia, come Angela Merkel ha inflessibilmente annunciato, sarà la Corte Europea di Giustizia ora a determinare le politiche economiche, e «non potrai più cambiarle attraverso una maggioranza parlamentare». L'Europa del sud sta per essere dilaniata dai programmi di austerità. Semplicemente non ci sono prospettive realistiche di ripresa se nel frattempo si prosegue con le politiche dei tagli. Un fatale meccanismo è all'opera: i tagli riducono la domanda. La caduta della domanda significa che le imprese venderanno meno. Le minori vendite delle imprese comportano il calo dei salari e l'aumento della disoccupazione, e quindi ulteriori riduzioni della domanda. Questo è il circolo vizioso dentro il quale l'Europa sta rinchiudendo sé stessa. Altrove il commentatore del Financial Times Wolfang Munchau, che non è certamente un'anima bella keynesiana, ha descritto il trattato come “piuttosto pazzo”. È fin troppo generoso: è totalmente folle, un’imbecillità economica su grande scala continentale. L'austerità sta trascinando l'Europa verso uno stato di perenne stagnazione. La crisi non è stata causata dalla spesa pubblica, ma dal collasso del sistema bancario e dai persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. E invece tutta la discussione è ancora incentrata, almeno per le élite europee, intorno alla necessità di effettuare tagli via via più aspri. La diagnosi è sbagliata, e la prescrizione seriamente pericolosa. Nell’accordarsi volontariamente su ciò, come nel trattato che i 25 hanno firmato, è un suicidio. La crisi, nel frattempo, peggiora. La disoccupazione nella zona euro ha raggiunto un nuovo picco. I negoziati sulla riduzione del debito greco continuano, i detentori delle obbligazioni sul debito del settore privato del paese danno battaglia per tenersi stretto anche il più piccolo pezzo di valore dei loro prestiti che rischiano di…

Non

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… perdere. La Banca Centrale Europea, mostrando tutta la compassione e la solidarietà per le quali è famosa, si è autoesclusa da qualsiasi riduzione volontaria, insistendo nel chiedere che il pieno valore dei prestiti che ha concesso alla Grecia sia rimborsato. E dopo mesi passati a perfezionare il loro ruolo di zerbini, le richieste tedesche volte a una diretta sorveglianza della spesa pubblica greca, hanno provocato perfino nella supina classe politica greca degli strilli indignati. Il maestoso raduno di Bruxelles non ha portato con sé reali prospettive di azione contro la crisi. È troppo frazionato, e compromesso dai suoi intrecci con la finanza e il progetto fallito dell'euro. Si è adagiato sul percorso che incontrava meno resistenza: pagare i banchieri, fregare la società. I passi che sarebbe stato necessario compiere erano troppo distanti dalle capacità di veduta dei leader europei: un default sovrano per la Grecia e gli altri paesi membri dell'euro indebitati soggetto a un accordo con i creditori, un blocco all'austerità, nonché la democratizzazione del sistema finanziario, obbligando le banche ad agire nel pubblico interesse. L'accordo è una pozione letale. Il problema è come neutralizzarlo al meglio. Ieri i lavoratori belgi stavano scioperando contro i tagli. In milioni lungo tutta l'Europa hanno protestato e dimostrato. È a partire da questo che un movimento contro l'austerità potrà formarsi.

No debito, no Monti
di Giovanna Tinè e Anna Lami

"Via il Governo Monti. Non pagheremo il debito". È perentorio lo striscione che apre il partecipato corteo nazionale organizzato dai sindacati di base. Si tratta del primo sciopero generale dall’insediamento del Governo "tecnico" ed ha raccolto diverse migliaia di lavoratori, giunti a Roma da tutt’Italia. USB, SLAICobas, Cib-Unicobas, Snater, USI, S.I.Cobas e Orsa, manifestano uniti il loro dissenso "contro le politiche del governo Monti che penalizzano i lavoratori, i pensionati, i precari e i disoccupati e che, con il ricatto del debito, cercano di far pagare la crisi a tutti, tranne a coloro che hanno generato, speculato e fatto profitti su di essa". Diversi tra i manifestanti sono gli iscritti alla Cgil. Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom, afferma: "è stato importante esserci oggi, pur con tutte le difficoltà del caso: di questi tempi, anche perdere una giornata di lavoro è un costo pesante. In tutta Europa le mobilitazioni stanno aumentando. E devono crescere anche in Italia: abbiamo un governo che crede di risollevare l’Italia trasformandola in un paese low-cost". Cremaschi dà anche una personale lettura del contestato "Movimento dei Forconi", alla nostra domanda a proposito delle considerazioni espresse da alcuni settori della sinistra perbenista per cui si tratterebbe di una protesta simil-cilena, sorride e ribadisce la differenza che intercorre tra un governo di sinistra come quello di Allende ed il Governo Monti: "tra i forconi troviamo alcune categorie che potevano dirsi abbastanza privilegiate fino a pochi anni fa, ma che negli ultimi anni hanno visto peggiorare le loro condizioni di reddito e i loro diritti, ed oggi giustamente reagiscono". Commentando gli arresti di ieri a seguito delle proteste in Val di Susa dello scorso luglio, solidarizza: "si è trattato di un’operazione assolutamente politica e repressiva, inaccettabile e volta a criminalizzare un intero movimento". E, ampliando il discorso dagli arresti dei No Tav alle rivendicazioni di cittadini e lavoratori ingiustamente vessati,…

… sottolinea come paura e intimidazione siano gli strumenti utilizzati di continuo, politicamente e psicologicamente, per disinnescare ogni forma di opposizione da parte della società civile. Secondo Alessandro Trevisan, di Orsa trasporti, "il decreto liberalizzazioni di Monti distrugge il contratto nazionale lasciando mano libera alle imprese di applicare i contratti più disparati, sino ad accordi ad persona senza alcuna tutela sindacale. Questo genererebbe un dumping sociale fondando una concorrenza tra imprese basata unicamente sul minor costo del lavoro e sulla riduzione dei diritti. I ferrovieri chiedono l’abolizione del comma 2 dell’art 37 del decreto liberalizzazioni, affinchè venga loro riconosciuto il diritto ad avere un contratto collettivo nazionale applicato da tutte le imprese ferroviarie come avviene per tutti gli altri comparti lavorativi". In piazza anche il Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua: Simona Savini sottolinea l’importanza della campagna di "obbedienza civile" per il ricalcolo delle bollette dell’acqua con una riduzione del 7%, in modo tale che venga rispettato l’esito referendario.” Altro bene comune sotto attacco: la scuola statale. I lavoratori in corteo denunciano la continuità di un percorso di screditamento del bene-scuola che ha radici lontane e che dalla riforma Berlinguer ha visto complici sia governi di centro-sinistra che di centrodestra, fino alla voce "tecnica" del governo Monti. Un percorso volto da un lato al depauperamento, dall’altro all’aziendalizzazione della scuola, che ha tra i risultati la creazione di istituti di serie a e di serie b e la conseguente "lotta tra poveri" - tutto ciò non esattamente in linea con il compito di formazione di cittadini solidali e consapevoli che la scuola dovrebbe svolgere - e lo screditamento dell’operato del docente. Ci ricorda ad esempio uno dei manifestanti come, attraverso il meccanismo della riconversione professionale, un docente in esubero sulla sua classe di concorso rischi di essere passato forzatamente a diversa mansione. Tra i partecipanti, anche gli…

… studenti del collettivo "Senza Tregua", che per voce del giovane leader Alessandro Mustillo sottolineano la gravità delle ripercussioni delle politiche neo liberiste del governo: "Ma quale governo tecnico, questo è un governo assolutamente politico". Mustillo ha la determinazione dei suoi vent’anni, e combattivamente dice che, come in Inghilterra l’anno scorso, c’è il rischio concreto che anche da noi le rate universitarie triplichino. "Siamo in piazza con i sindacati di base perché questa è una giornata importante che non riguarda solo i lavoratori, ma anche noi giovani e studenti: infatti si parla di istituzionalizzare il cosiddetto "prestito d’onore" per gli studenti universitari. Praticamente vogliono farci pagare gli studi con un mutuo. È inoltre in pericolo il valore legale del titolo di studio: si tratta di un’ipotesi che se si concretizzasse porterebbe ulteriore discriminazione tra gli studenti appartenenti alle diverse classi sociali". Tra gli studenti incontriamo anche Petros Kipouropoulos, dirigente della KNEGioventù Comunista di Grecia. Secondo lui, "la crisi che sta attraversando anche l’Italia non è che la crisi del capitalismo. E se l’attacco ai diritti è globale, le risposte devono essere globali". Da segnalare che durante il corteo, che si è concluso a Piazza San Giovanni, sono stati frequenti gli slogan e gli attestati di solidarietà con gli arrestati del movimento No Tav e con tutto il popolo della Val Susa. Adesso il prossimo appuntamento per continuare il percorso di costruzione dell’opposizione sociale alle politiche liberiste è per l’11 febbraio prossimo con la manifestazione nazionale della Fiom. In attesa del corteo del Comitato No Debito il 10 Marzo a Milano, che dovrebbe concludersi con l’occupazione di Piazza Affari.

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DECRESCITA, QUESTO www.ilmanifesto.it

IL
di

CATALOGO
Ciuffreda

È
-

Giuseppina

LA LETTERA DELLA TROIKA STRANGOLA LA GRECIA

CHE

Come nascono le alternative politiche, e dove? Non come
Atena, adulta e armata, dalla testa di Zeus. Bisogna sperimentare intuizioni, verificare ipotesi, lottare, creare, fallire, correggere, perfezionare. Ci vuole tempo, tenacia, coraggio e inventiva. Il tavolo dei partiti che stilano programmi e la scrivania dei teorici di professione sono i luoghi meno adatti. Kapuscinski raccomandava: «Se vuoi scrivere di qualcuno dovresti condividerne almeno un po' la vita». Quando la ricerca sul campo prevale e la mente si apre, il mondo appare oggi un laboratorio vivente, un crogiolo alchemico animato dai cittadini resilienti che agiscono sul territorio, formano legami, producono innovazione spinti da sensibilità, bisogni, desideri che non possono essere soddisfatti da società consumiste votate al libero mercato. Di qui le resistenze, le lotte, le nuove pratiche, le reti locali e planetarie. Nel caos delle crisi si abbozzano scenari su come vorremmo e potremmo vivere e l'alternativa si può già assaporare perché il cambiamento non è rinviato a un futuro di magnifiche sorti ma comincia adesso, nella propria vita e nelle comunità. Prendiamo l'economia, matrice delle crisi a ripetizione che ci affliggono, grazie anche alla finanza, sorellastra dominante. Intellettuali e attivisti che ne contestano elementi fondamentali, la versione neoliberista e i processi produttivi, commerciali e speculativi che ne derivano non hanno ancora elaborato una disciplina interamente rinnovata ma abbondano le idee e le azioni in cui la relazione umana è al primo posto, l'economia torna ad essere uno strumento per la convivenza umana e la percezione che la natura sia un organismo vivente impone limiti e dà altre possibilità evolutive. Nel catalogo delle idee la critica della crescita continua e del Pil è centrale. Economisti pionieri e attivisti fin dagli anni Settanta hanno lavorato sul dogma ispiratore delle politiche di sviluppo, disvelandone danni e impossibilità, ed hanno definito altri indicatori della ricchezza, tenendo conto di valori immateriali e dei costi ambientali e sociali, che devono entrare nella formazione del prezzo. Drastici gli interventi sostenuti su finanza e speculazione: abolizione di strumenti che la favoriscono, Tobin tax sulle transazioni, separazione delle attività bancarie di gestione del risparmio dagli investimenti, con la rivalutazione dell'intervento politico d'indirizzo. Fermare il saccheggio della natura e la concentrazione abnorme della ricchezza per condividere con gli altri la bellezza e i dolori della vita sono obiettivi di una diversa cultura economica che ha parole chiave eco-solidali: beni comuni non mercificabili, uso e non proprietà di merci, economia del dono, decrescita conviviale, prosperità senza crescita, nuovi modelli di benessere, sobrietà-frugalità-buen vivir, economie miste monetarie e di sussistenza o per il bene comune... Un elenco delle pratiche ideate da comunità e centri di ricerca raccoglie il microcredito, le monete locali, il baratto, le banche del tempo, bilanci di giustizia, comunità autosufficienti per cibo ed energia, conversioni produttive basate sul risparmio energetico e su nuovi materiali, innovazione dei prodotti e dei cicli, economie bioregionali che rispettano le vocazioni dei territori, mercatini locali, coproduzione agricola e gruppi di acquisto, botteghe solidali, riuso e riciclo.

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di Argiris Panagopoulos - www.ilmanifesto.it Richieste due grandi privatizzazioni subito, licenziamenti di massa nel settore pubblico, enorme flessibilità del lavoro nel settore privato, un nuovo taglio di pensioni e stipendi e altre montagne di soldi per le banche. «Terra e acqua», come nell'antichità, ha chiesto ieri la troika (Fmi-Bce-Ue) per concedere il nuovo maxi prestito al governo tecnico di Lucas Papadimos, mentre ancora è in trattative con i creditori privati per il taglio del debito dei bot greci. In dodici fitte pagine la troika ha avanzato dure condizioni alla Grecia per la concessione del secondo prestito (130 miliardi di euro), che suonano come un chiaro avvertimento per gli altri «maiali», i piigs della eurozona che aspettano un secondo prestito, come Portogallo e Irlanda, o i paesi che hanno problemi a finanziare i loro debiti, come Spagna, Italia e più a lungo il Belgio. La troika vuole due grandi privatizzazioni nel periodo breve, licenziamenti di massa nel settore pubblico, enorme flessibilità del lavoro nel settore privato, un nuovo taglio delle pensioni e degli stipendi e ancora montagne di soldi per le banche, esautorando lo stato da ogni decisione. Il sistema bancario sarà salvo con i prestiti che pagheranno i greci delle prossime generazioni, con il loro governo che prenderà in cambio solo azioni privilegiate, senza diritto di voto e di controllo sulle politiche dei banchieri. L'unica «concessione» della troika è la diminuzione del deficit per il 2012 (dell'1%) con tagli alla spesa pubblica e non con nuove tasse: il buco nero dei 2 miliardi per il 2011 sarà coperto con tagli alla spesa farmaceutica e alla difesa. Ue, Bce e Fmi chiedono nello specifico 150mila licenziamenti o pensionamenti nel settore pubblico fino al 2015, un nuovo taglio delle pensioni integrative e dei salari, con la scomparsa di tredicesima e quattordicesima, l'abolizione del sistema della contrattazione del lavoro con la sepoltura dei contratti collettivi in cambio di contratti individuali privati o al massimo a livello di impresa, la diminuzione del salario minimo e l'abolizione dei contratti settoriali nelle banche, negli enti e nelle imprese statali e parastatali. Vogliono anche tasse più salate per i proprietari di case e l'aumento del 25% del valore nelle compravendite degli immobili. Impongono la flessibilità salariale più assoluta, la diminuzione dei contributi delle imprese al 5%, la liberalizzazione completa del settore dei trasporti stradali, delle farmacie, di notai e avvocati. Nel ricatto della troika c'è la volontà di «neutralizzare» il controllo politico della direzione delle entrate fiscali e delle dogane, con la creazione di una speciale segreteria generale e, per combattere la corruzione, pretende il cambio degli alti funzionari delle direzioni del fisco ogni due anni e la sostituzione dei funzionari che non raggiungono gli obbiettivi. Naturalmente il nuovo pesantissimo memorandum dovrà essere firmato dai leader dei tre partiti (il partito socialista Pasok, Nea Dimocratia di centrodestra e Laos di estrema destra) che sostengono il governo Papadimos di coalizione nazionale. Una «firma» che è diventata prassi anche in Grecia dopo l'esempio dei partiti di governo in Irlanda e Portogallo per assicurarsi i prestiti. Il premier ha fretta di concludere la partita per il taglio del debito con i creditori privati per finire il prima possibile le trattative per il secondo maxi prestito, attraverso il massacro dei diritti dei lavoratori. La stessa fretta hanno anche Angela Merkel, l'Ue e il Fondo monetario internazionale visto che Portogallo e Irlanda aspettano con ansia in anticamera per seguire il triste destino della Grecia. C'è da credere tra la popolazione, dopo due anni di inutili sacrifici, montino ancora rabbia e indignazione destinate a sfociare in una nuova ondata di proteste. Basta guardare l'atmosfera che si respira ad Atene. Migliaia di cittadini in coda, mercoledì scorso, per accaparrarsi le 25 tonnellate di patate distribuite gratis dagli agricoltori di Boiotia-Thiva a piazza Syntagma. Migliaia di lavoratori della sanità che hanno preso d'assedio il ministero per protestare contro i tagli e lo sfasamento dei sistema sanitario pubblico. Una folla arrabbiata e triste come quella che ieri pomeriggio ha accompagnato il registra Theo Angelopoulos per il suo ultimo viaggio.

Quanto vale una laurea
di Piero Bevilacqua.

Il presidente del Consiglio e il suo governo
hanno dunque deciso di rinviare la decisione di abolire il valore legale della laurea universitaria. Non trattandosi di una materia che rivesta particolare urgenza c'è tutto il tempo per decidere con ponderazione ed anche per aprire una consultazione nel Paese. Mi sembra un scelta saggia, espressione, forse, di quella saggezza che Asor Rosa ha ricostruito analiticamente sul Manifesto (19.1.2012) come pilastro di questo esecutivo e dell'operazione politica generale su cui si reggono oggi le sorti dell'Italia. Potrei anche aggiungere che la scelta inaugura un apprezzabile stile di coinvolgimento democratico degli italiani, che oggi vorremmo esteso ad altre questioni: per esempio ai problemi della Val di Susa, al conflitto sul TAV, a cui sinora si è risposto con la militarizzazione del territorio e con la criminalizzazione di una intera popolazione. Ma non sono sicuro di poter essere così magnanimo, per le ragioni che dirò alla fine. Debbo, peraltro, aggiungere che se si fosse proceduto immediatamente all'abolizione del valore legale, il governo avrebbe compiuto un atto di imperdonabile arroganza. E avrebbe ricevuto un contraccolpo di non trascurabile ampiezza. Come avrebbe potuto, dopo tutto quello che è successo, con il precedente esecutivo? Rammento che il governo Berlusconi, non ha soltanto, per quasi quattro anni , coperto di vergogna e di disonore il nostro paese, ma ha inferto colpi micidiali, i più gravi in tutta la storia della Repubblica, all'intero sistema dell'istruzione. Ha gettato letteralmente sul lastrico la scuola pubblica, dalle elementari alle superiori, ha ridotto nelle condizioni forse più precarie della sua storia recente l'Università. Oggi gli studenti italiani hanno sempre meno borse di studio per poter frequentare i corsi, pagano le tasse più elevate d'Europa dopo quelle del Regno Unito e dell'Olanda, ricevendo servizi sempre più scadenti per assenza cronica di personale amministrativo, spazi collettivi, orari delle biblioteche, rarefazione dei docenti. Al tempo stesso migliaia di giovani con in tasca la laurea con lode, dottorato, master vari, conseguiti talora anche all'estero, non sanno dove sbattere la testa, sono gettati nella più grave angoscia che una persona possa subire: la consapevolezza di avere alle spalle anni e anni di studi, di possedere saperi, idee, energie volontà di essere utile al proprio paese e non sapere che cosa fare un giorno dopo l'altro. E a questa condizione, a tale drammatica…

… situazione, nella sua prima uscita sui problemi dell'Università, il governo avrebbe davvero potuto rispondere con la grave decisione di abolire valore legale alla laurea? Ma entriamo nel merito della questione. Le argomentazioni più serie a favore dell'abolizione non reggono alla prova. Sostengono i fautori di tale scelta, che nei concorsi pubblici il voto di laurea altera la corretta valutazione dei candidati, premiando spesso gli immeritevoli che hanno strappato a buon mercato, in qualche Università di serie b, un alto voto. L'abolizione del valore legale metterebbe tutti in condizioni di parità. A questa apparentemente giudiziosa obiezione si possono tranquillamente fornire più risposte. Intanto, quello sollevato, è un problema che riguarda le norme sull'accesso alle professioni, le modalità con cui vengono valutati curricula, titoli, nei diversi concorsi. E lì che caso mai bisogna intervenire se si vuole essere più certi di premiare il merito, ma il valore legale della laurea non c'entra affatto. D'altronde, una cosa è la formazione universitaria, un'altra cosa sono le professioni. Per esempio, per l'accesso dei laureati all'insegnamento scolastico i legislatori italiani hanno di volta in volta varato dispositivi di “abilitazione” alla professione, che si aggiungevano alla semplice laurea e fornivano un vantaggio concorsuale a chi la conseguiva. D'altra parte, nei concorsi pubblici si valuta la prova a cui i candidati sono sottoposti, non è certo il voto di laurea, da solo, a decidere della selezione. E le norme variano comunque da professione a professione. Gli abolizionisti ritengono invece che senza il condizionamento della laurea la valutazione sarebbe più libera, meno condizionata e premierebbe di più il merito. Ma è davvero così ? Faccio notare che un giovane uscito dall'Università italiana ha svolto – a seconda della Facoltà – almeno tra 30 e 50 esami per conseguire la laurea. È stato cioè sottoposto alla valutazione di decine e decine di professori di diversi insegnamenti e ha subito il filtro legale di almeno due commissioni di lauree, se ha conseguito triennale e specialistica. Dunque ha superato innumerevoli “piccoli concorsi”. Non c'è merito alla fine di una tale carriera? Perché queste numerose verifiche di formazione e preparazione non dovrebbero avere più per noi una validità legale, utile per valutare il merito di un candidato? Noi ci affidiamo alle cure di un medico perché ha vinto il tale concorso o perché sappiamo che è passato per lunghi studi e ha superato prove e verifiche accademiche lunghe e ripetute? Gli…

… abolizionisti, ribattono: ma perché una laurea conseguita in una Università marginale deve avere lo stesso valore di una guadagnata in un ateneo di antico e riconosciuto prestigio? La risposta, è, innanzi tutto, che le Università realmente marginali sono davvero poche nel nostro paese. Oggi, che si emarginano quelle telematiche, lo sono ancor meno. Dobbiamo allora colpire e svalutare l'intero sistema universitario italiano? È come se a una persona che zoppica da un piede si prescrivesse il taglio di tutte e due le gambe. Ma quello che gli abolizionisti e in generale i “riformatori neoliberisti,” ispiratori spesso di queste amenità, non considerano è che le Università italiane non sono state create semplicemente per consentire ai cittadini di accedere ai concorsi, ma incarnano un percorso di formazione. Sono un patrimonio pubblico, che si è consolidato nel tempo, che è fatto della storia delle varie discipline scientifiche, delle diverse scuole accademiche, dei saperi, delle norme e dottrine destinate a formare le classi dirigenti del paese. Le università, da noi, più che altrove, sono la sede storica delle diverse comunità scientifiche. In questo grande collettivo di studi si sono formati e si vanno formando non solo dei professionisti, ma il corpo intellettuale della nazione, con la sua identità e i suoi valori condivisi. Qui risiede la legalità, nel senso più alto, dei saperi che il nostro paese produce con la sua straordinaria e creativa operosità. Che senso ha, dunque, smembrare questo patrimonio in cui una parte estesa degli italiani riconosce le sue conquiste più alte ? Che senso ha svalutare un lascito straordinario del nostro passato, ingiustamente vilipeso negli ultimi tempi per episodi certamente gravi di corruzione, ma che solo il moralismo indiscriminato e il neoliberismo interessato hanno potuto trasformare in una generale svilimento del nostro sistema formativo? Ma ostinatamente si perora la necessità di creare una “pluralità di agenzie di accreditamento e di certificazioni a livello nazionale dei percorsi formativi”, come si continua a dire. Si vogliono giurie esterne a quelle già esistenti. Queste garantirebbero il riconoscimento del merito. Molti dirigenti di Confindustria spingono in tale direzione, e così alcuni economisti, mai paghi dei fallimenti sotto cui sono state seppellite le loro misere dottrine. Davvero, in Italia, questa sarebbe una soluzione desiderabile? In Italia, paese di antica e lacerante frammentazione? Paese storicamente alle prese con i più gravi problemi di legalità civile di tutto l'Occidente? Si abolisce valore a un titolo…

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... garantito da un lungo processo pubblico e lo si mette in mano agli interessi dei privati? Qual è la ratio, se non la superstizione neoliberista, che non vuol vedere l'infinita serie di fallimenti di cui ha costellato la recente storia del mondo? In realtà si vuole continuare a colpire tutto ciò che è pubblico, deregolamentare tutto ciò che è fissato in norme di valore collettivo, come si fa in altri campi: dai contratti nazionali del lavoro agli articoli della Costituzione. Credo che all'intelligenza dei lettori posso risparmiare ogni mio commento. Aggiungo solo che è con passi come questi, demolendo un presidio pubblico come la laurea, che si tende a piegare tutte le relazioni a logiche contrattualistiche private, a rapporti dare/avere, e si avanza verso il dissolvimento del tessuto culturale del paese come comunità nazionale. Devo, tuttavia, concludere con un chiarimento. Tutte le considerazioni sin qui svolte si sono rese necessarie perché ho dovuto stare al gioco e prendere sul serio anche alcune fandonie neoliberali, che non meriterebbero alcun commento. Ma quel che occorre dire, e avrei dovuto dirlo subito, è che la questione del valore legale della laurea è solo e semplicemente una astutissima manovra diversiva del governo. Nulla di più. Altro che saggezza, caro Asor, qui si tratta di astuzia raffinata. Con l'aggiunta di tanta professionalità. Il professor Monti e alcuni suoi ministri hanno studiato marketing o comunque ne sono esperti. Oggi l'Università, ha un disperato bisogno di soldi, di personale tecnico e amministrativo, di nuovi docenti e ricercatori, di Dottorati, di borse di studio. E che cosa orchestra il governo ? Tira fuori un coniglio bianco dal cappello per incantare la folla, per dare in pasto ai furori contrapposti questo bel tema e distrarli per un po' dai problemi in cui annaspa l'intero sistema formativo nazionale. Non ci caschiamo. Il ministro Profumo non si faccia illusioni. Metteremo le questioni reali dell'Università al centro dell'attenzione e non sarà facile farci distrarre con qualche trovata pubblicitaria.

Lettera ad ogni candidato Sindaco di ogni tempo in ogni luogo - di Marco Bersani
Dicci piuttosto se quando arriveremo troveremo le porte aperte o protette dalle guardie ...

Fra poco più di un mese tappezzerai con la tua faccia ammiccante i muri della città. Non farlo. Mandaci piuttosto una registrazione audio con i battiti del tuo cuore, l’attività del tuo cervello e i brontolii del tuo stomaco. Dirai che sarai sobrio. Non farlo. Lo consideriamo un pre-requisito, a patto che non chiami sobrietà la glaciale, cinica e feroce esecuzione della volontà dei mercati contro i diritti delle persone (Monti docet). Dicci piuttosto se ami la vita. Dirai che ti vuoi mettere al servizio della città. Non farlo. Dicci piuttosto se al termine del tuo mandato tornerai al tuo lavoro o ti infilerai in qualsivoglia Consiglio di Amministrazione di qualsivoglia SpA. Dirai che sarai il sindaco di tutti. Non farlo. Perché non siamo tutti uguali. Le città e i territori sono oggi ostaggio dei poteri forti della proprietà fondiaria e immobiliare, delle banche e della finanza e i cittadini ne subiscono le conseguenze. Dicci piuttosto da che parte stai. Dirai che l’acqua è un bene comune. Non farlo. Dicci piuttosto entro quanto tempo rispetterai il voto referendario della maggioranza assoluta dei cittadini. Dirai che cambierà la politica del territorio, dei rifiuti, dell’energia e dei trasporti. Non farlo. Dicci piuttosto quando, dove, come e in quanti prenderemo le decisioni al riguardo. Dirai che realizzerai grandi opere per dare impulso all’economia, ma che saranno compatibili con l’ambiente. Non farlo. L’unica compatibilità con l’ambiente è non fare le grandi opere. Dicci piuttosto se per te è vero che l’economia è la cura della “casa” e la “casa” ha bisogno di manutenzione costante del territorio e delle reti, di prevenzione idrogeologica, di restauro dei centri storici, di servizi di qualità, tutti interventi che producono lavoro fisso e non noioso. Dirai che darai impulso ai servizi e ne realizzerai di nuovi. Non farlo. Chiedici piuttosto di cosa abbiamo bisogno e come pensiamo debba essere progettato e realizzato. Dirai che lavorerai per garantire sicurezza. Non farlo. Dicci piuttosto se per sicurezza intendi diritti per tutti o l’ennesimo carnevale di ordinanze sui comportamenti individuali e collettivi. Farai molte promesse, sapendo già che una volta eletto non potrai rispettarle, perché il Comune è indebitato e le casse sono vuote. Non farle. Dicci piuttosto che passerai l’intero tuo mandato a non pagare il debito illegittimo, a lottare per l’uscita dal patto di stabilità di tutte le spese per i servizi pubblici locali e per il welfare comunale, a chiedere una nuova fiscalità generale e la ripubblcizzazione della Cassa Depositi e Prestiti. Dirai che fornirai prodotti. Non farlo. Dicci piuttosto se innescherai processi. Dirai che promuoverai la partecipazione. Non farlo. Dicci piuttosto se quando arriveremo troveremo le porte aperte o protette dalle guardie. *Dirigente di Attac Italia, è stato uno dei principali animatori del Comitato Promotore del Referendum "2 Sì per l'Acqua Bene Comune" (12 e 13 giugno 2011). Oggi è in prima linea nel sostenere la Campagna di "obbedienza civile" promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.

Romania, si è dimesso il premier Emil Boc. Verso un governo tecnico?
di Matteo Zola - segnalato da FabioNews

I

cosiddetti “indignados” romeni da tre settimane protestano per le piazze, una su tutte: piazza delle Università a Bucarest, simbolo della Romania che vuole cambiare. Nell’assordante silenzio dei media internazionali. East Journal nel suo piccolo ha seguito gli avvenimenti, dall’Italia e da Bucarest. Emil Boc, leader del partito liberal-democratico (Pdl) al governo, si è dimesso dopo tre settimane di proteste senza sosta che nemmeno il gelo e le temperature polari hanno fermato. Ad annunciare le dimissioni è stato lo stesso Boc in diretta tv, una mossa obbligata a seguito del vertiginoso calo di consensi del suo partito. Emil Boc, al governo dal 2009, ha introdotto una serie di impopolari tagli alla spesa pubblica per risanare le finanze del Paese, dal taglio di decine di migliaia di posti di lavoro alla riduzione dei salari e all’aumento delle imposte. Misure di austerità necessarie anche a seguito del prestito ricevuto dal Fondo Monetario Internazionale. Aver “svenduto” il Paese al Fmi è una delle accuse che i manifestanti, da tre settimane in piazza, gli rivolgono. La protesta romena, però, ha obiettivi più ampi. O sarebbe…

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… meglio dire “aveva” poiché queste dimissioni rischiano di disinnescarla di fatto, suggerendo un cambiamento politico che nella realtà non ci sarà. E questo in Romania lo sanno bene, infatti il vero oggetto della contestazione è sempre stato Traian Basescu, controverso presidente della Repubblica. Basescu è il simbolo di una Romania in perenne transizione, dove la corruzione è endemica, la democrazia fragile quando non apparente: “Vi preghiamo di scusarci, non riusciamo a produrre quanto voi riuscite a rubare!” era uno degli slogan dei manifestanti. La rivolta romena di queste settimane, colpevolmente passata sotto silenzio da parte dei media internazionali, ha molte anime: dai monarchici, agli hooligans, dagli studenti fino ai pensionati. Quasi tutta la società romena è scesa in piazza, in circa quaranta città, per chiedere diritti. In un primo momento il governo ha reagito con la violenza, infiltrando nei cortei dei provocatori che consentissero la repressione poliziesca. I poliziotti, dal canto loro, col passare dei giorni hanno solidarizzato con i manifestanti. La violenza, che delegittima ogni manifestazione che voglia dirsi democratica, è progressivamente diminuita e il giornale Romania Libera ha ricordato, in un editoriale, come “violenza non sia solo lanciare sassi verso la polizia: depauperare il Paese con la corruzione, licenziare migliaia di persone, tagliare stipendi e pensioni, quella è violenza”. Ora la domanda è: chi guiderà il nuovo esecutivo? C’è già chi parla di governo tecnico, e malignamente ci chiediamo se anche quello non sarà guidato da qualche banchiere come già in Italia e in Grecia. A Bucarest, intanto, si registrano venti gradi sotto zero ma l’atmosfera resta rovente.

Lettera aperta di Mikis Theodorakis
di Mikis Theodorakis

Esiste

un complotto internazionale che ha l'obiettivo di cancellare il mio paese. E’ iniziato nel 1975 opponendosi alla civiltà neo-greca, è continuato con la distorsione sistematica della nostra storia contemporanea e della nostra identità culturale e adesso sta cercando di cancellarci anche materialmente con la mancanza di lavoro, la fame e la miseria. Se il popolo greco non prende la situazione in mano per ostacolarlo, il pericolo della sparizione della Grecia è reale. Io lo colloco entro i prossimi 10 anni. Di noi, resterà solo la memoria della nostra civiltà e delle nostre battaglie per la libertà. Fino al 2009 il problema economico non era grave. Le grandi ferite della nostra economia erano la spesa esagerata per la difesa del paese e la corruzione di una parte dei politici e dei giornalisti. Per queste due ferite, però, erano corresponsabili anche dei paesi stranieri. Come la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti che guadagnavano miliardi di euro da noi con la vendita annuale di materiale bellico. Questa emorragia continua ci metteva in ginocchio e non ci permetteva di crescere mentre offriva grandi ricchezze ai paesi stranieri. Lo stesso succedeva con il problema della corruzione. La società tedesca Siemens manteneva un dipartimento che si occupava della corruzione dei nostri politici, per poter piazzare meglio i suoi prodotti nel mercato greco. Di conseguenza, il popolo greco è stato vittima di questo duetto di ladri, Greci e Tedeschi, che si arricchivano sulle sue spalle. È evidente che queste due ferite potevano essere evitate se i due partiti al potere (filo americani) non avessero raccolto tra le loro fila elementi corrotti, i quali, per coprire l’emorragia di ricchezze (prodotte dal lavoro del popolo greco) verso le casse di paesi stranieri, hanno sottoscritto prestiti esagerati, con il risultato che il debito pubblico è aumentato fino a 300 miliardi di euro, cioè il 130% del Pil. Con questo sistema, le forze straniere di cui ho detto sopra, guadagnavano il doppio. Dalla vendita di armi e dei loro prodotti, prima; dai tassi d’interesse dei capitali prestati ai vari governi (e non al popolo), dopo. Perché come abbiamo visto, il popolo è la vittima principale in ambedue i casi. Un esempio solo vi convincerà. I tassi d’interesse di un prestito di 1 miliardo di dollari che contrasse Andreas Papandreou nel 1986 dalla Francia, sono diventati 54 miliardi di euro e sono stati finalmente saldati nel…2010! Il Sig. Juncker ha dichiarato un anno fa, che aveva notato questa grande emorragia di denaro dalla Grecia a causa di spese enormi (ed obbligatorie) per l’acquisto di vari armamenti dalla Germania e dalla Francia. Aveva capito che i nostri venditori ci portavano…

… direttamente ad una catastrofe sicura ma ha confessato pubblicamente che non ha reagito minimamente, per non colpire gli interessi dei suoi paesi amici! Nel 2008 c’è stata la grande crisi economica in Europa. Era normale che ne risentisse anche l’economia greca. Il livello di vita, abbastanza alto (eravamo tra i 30 paesi più ricchi del mondo), rimase invariato. C’è stata, però, la crescita del debito pubblico. Ma il debito pubblico non porta obbligatoriamente alla crisi economica. I debiti dei grandi paesi come gli USA e la Germania, si contano in tris miliardi di euro. Il problema era la crescita economica e la produzione. Per questo motivo furono contratti prestiti dalle grandi banche con tasso fino al 5%. In questa esatta posizione ci trovavamo nel 2009, fino a quando in novembre è diventato primo ministro Georges Papandreou. Per farvi capire cosa ne pensa oggi il popolo greco della sua politica catastrofica, bastano questi due numeri: alle elezioni del 2009 il partito socialista ha preso il 44% dei voti. Oggi le proiezioni lo portano al 6%. Papandreou avrebbe potuto affrontare la crisi economica (che rispecchiava quella europea) con prestiti dalle banche straniere con il tasso abituale, cioè sotto il 5%. Se avesse fatto questo, non ci sarebbe stato alcun problema per il nostro paese. Anzi, sarebbe successo l’incontrario perché eravamo in una fase di crescita economica. Papandreou, però, aveva iniziato il suo complotto contro il proprio popolo dall’estate del 2009, quando si è incontrato segretamente con il Sig. Strauss Kahn per portare la Grecia sotto l’ombrello del FMI (Fondo Monetario Internazionale). La notizia di questo incontro è stata resa pubblica direttamente dal Presidente del FMI. Per passare sotto il controllo del FMI, bisognava stravolgere la situazione economica reale del nostro paese e permettere l’innalzamento dei tassi d’interesse sui prestiti. Questa operazione meschina è iniziata con l’aumento “falso” del debito interno, dal 9,2% al 15%. Per questa operazione criminale, il Pm Peponis, ha chiesto 20 giorni fa, il rinvio a giudizio per Papandreou e Papakostantinou (Ministro dell’economia). Ha seguito la campagna sistematica in Europa di Papandreou e del Ministro dell’economia che è durata 5 mesi, per convincere gli europei che la Grecia è un Titanic pronto per andare a fondo, che i greci sono corrotti, pigri e di conseguenza incapaci di affrontare i problemi del paese. Dopo ogni loro dichiarazione, i tassi d’interesse salivano, al punto di non poter ottenere alcun prestito e di conseguenza il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea hanno preso la forma dei nostri salvatori, mentre nella realtà era l’inizio della nostra morte. Nel Maggio del 2010 è stato firmato da un solo Ministro il famoso primo accordo di salvataggio. Il diritto greco, in questi casi, esige, per un accordo così importante, il voto favorevole di almeno tre quinti del parlamento. Quel primo accordo è dunque illegale. La troika che oggi governa in Grecia, agisce in modo completamente illegale. Non solo per il diritto greco ma anche per quello europeo. Da quel momento…

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… fino ad oggi, se i gradini che portano alla nostra morte sono venti, siamo già scesi più della metà. Immaginate che con questo secondo accordo, per la nostra “salvezza”, offriamo a questi signori la nostra integrità nazionale e i nostri beni pubblici. Cioè Porti, Aeroporti, Autostrade, Elettricità, Acqua, ricchezze minerali ecc. ecc. ecc. i nostri, inoltre, monumenti nazionali come l’Acropolis, Delfi, Olympia, Epidauro ecc. ecc. ecc.; perché con questi accordi abbiamo rinunciato ad eventuali ricorsi. La produzione si è fermata, la disoccupazione è salita al 20%, hanno chiuso 80.000 negozi, migliaia di piccole fabbriche e centinaia di industrie. In totale hanno chiuso 432.000 imprese. Decine di migliaia di giovani laureati lasciano il paese che ogni giorno si immerge in un buio medioevale. Migliaia di cittadini ex benestanti, cercano nei cassonetti della spazzatura e dormono per strada. Intanto si dice che siamo vivi grazie alla generosità dei nostri “salvatori”, dell’Europa, delle banche e del Fondo Monetario Internazionale. In realtà, ogni pacchetto di decine di miliardi di aiuti destinato alla Grecia torna per intero indietro sotto forma di nuovi incredibili tassi d’interesse. E siccome c’è bisogno di continuare a far funzionale lo stato, gli ospedali, le scuole ecc., la troika carica di extra tasse (assolutamente nuove) gli strati più deboli della società e li porta direttamente alla fame. Un'analoga situazione di fame generalizzata l’avemmo all’inizio dell’occupazione nazista nel 1941, con 300.000 morti in 6 mesi. Adesso rivediamo la stessa situazione. Se si pensa che l’occupazione nazista ci è costata 1 milione di morti e la distruzione totale del nostro paese, com’è possibile per noi greci accettare le minacce della sig.ra Merkel e l’intenzione dei tedeschi di installare un nuovo gaulaighter… e questa volta con la cravatta… E per dimostrare quant’è ricca la Grecia e quanto lavoratori sono i greci, che sono coscienti del Obbligo di Libertà e dell’amore verso la propria patria, c'è l'esempio di come si reagì all'occupazione nazista dal 1941 all’Ottobre del 1944. Quando le SS e la fame uccidevano 1 milione di persone e la Vermacht distruggeva sistematicamente il paese, derubando la produzione agricola e l’oro dalle banche greche, i greci hanno fondato il movimento di solidarietà nazionale che ha sfamato la popolazione ed hanno creato un esercito di 100.000 partigiani che ha costretto i tedeschi ad essere presenti in modo continuo con 200.000 soldati. Contemporaneamente, i greci, grazie al proprio lavoro, sono riusciti non solo a sopravvivere ma a sviluppare, sotto condizioni di occupazione, l’arte neo greca, soprattutto la letteratura e la musica. La Grecia scelse la via del sacrificio per la libertà e la sopravvivenza. Anche allora ci colpirono senza ragione e noi rispondemmo con la Solidarietà e la Resistenza, e siamo riusciti a vincere. La stessa cosa che dobbiamo fare anche adesso con la certezza che il vincitore finale sarà il popolo greco. Questo messaggio mando alla Sig.ra Merkel ed al Sig. Schäuble, dichiarando che rimango sempre amico del Popolo Tedesco ed ammiratore del suo grande contributo alla Scienza, la Filosofia, l’Arte e soprattutto alla Musica! E forse, la miglior dimostrazione di questo è che tutto il mio lavoro musicale a livello mondiale, l’ho affidato a 2 grandi editori tedeschi “Schott” e “Breitkopf” con cui ho un’ottima collaborazione. Minacciano di mandarci via dall’Europa. Ma se l’Europa non ci vuole 1 volta, noi, questa Europa di Merkel e Sarkozy, non la vogliamo 10 volte. Oggi è domenica 12 Febbraio. Mi sto preparando per prendere parte con Manolis Glezos, l’eroe che ha tirato giù la svastica dall’Acropolis, dando così il segnale per l’inizio non solo della resistenza greca ma di quella europea contro Hitler. Le strade e le nostre piazze si riempiranno di centinaia di migliaia di cittadini che esprimeranno la propria rabbia contro il governo e la troika. Ho…

… sentito ieri il nostro Primo ministro – banchiere, rivolgendosi al popolo greco, dire che “siamo arrivati all’ora zero”. Chi, però, ci ha portati all’ora ZERO in due anni? Le stesse persone che invece di trovarsi in prigione, ricattano i parlamentari per firmare il nuovo accordo, peggio del primo, che sarà applicato dalle stesse persone con gli stessi metodi che ci hanno portato all’ora ZERO! Perché? Perché questo ordina l’FMI e l’Eurogroup, ricattandoci che se non obbediremo ci sarà il fallimento… Stiamo assistendo al teatro della paranoia. Tutti questi signori, che in sostanza ci odiano (greci e stranieri) e che sono gli unici responsabili della situazione drammatica alla quale hanno portato il paese, minacciano, ricattano, ordinano con l’unico scopo di continuare la loro opera distruttiva, cioè di portarci sotto l’ora ZERO, fino alla nostra sparizione definitiva. Siamo sopravvissuti nei secoli, in condizioni molto difficili ed è certo che se ci porteranno con la forza, con la violenza, al penultimo gradino prima della nostra morte, i Greci, non solo sopravvivranno ma rinasceranno. In questo momento presto tutte le mie forze all’unione dinamica del popolo greco. Sto cercando di convincerlo che la Troika e l’FMI non sono una strada senso unico. Che esistono anche altre soluzioni. Guardare anche verso la Russia per una collaborazione economica, per lo sfruttamento delle nostre ricchezze minerarie, con condizioni diverse, a favore dei nostri interessi. Per quanto riguarda l’Europa, propongo di interrompere l’acquisto di armamenti dalla Germania e dalla Francia. E dobbiamo fare tutto il possibile per prendere i nostri soldi, che la Germania ancora non ha saldato dal periodo della guerra. Tale somma ad oggi è quasi 500 miliardi di euro!!! L’unica forza che può realizzare questi cambiamenti rivoluzionari è il popolo greco, unito in un enorme Fronte di Resistenza e Solidarietà, per mandare via la troika (FMI e Banche) dal paese. Nel frattempo devono essere considerati nulli tutti gli accordi illegali (prestiti, tassi d’interesse, tasse, svendita del paese ecc.). naturalmente, i loro collaboratori greci, che sono già condannati nella coscienza popolare come traditori, devono essere puniti. Per l’Unione di tutto il Popolo stò dedicando tutte le mie energie e credo che alla fine ce la faremo. Ho fatto la guerra con le armi in mano contro l’occupazione nazista. Ho conosciuto i sotterranei della Gestapo. Sono stato condannato a morte dai Tedeschi e sono vivo per miracolo. Nel 1967 ho fondato il PAM, la prima organizzazione di resistenza contro i colonnelli. Ho agito nell’illegalità contro la dittatura. Sono stato arrestato ed imprigionato nel “mattatoio” della dittatura. Alla fine sono sopravvissuto e sono ancora qui. Oggi ho 87 anni ed è molto probabile che non riuscirò a vedere la salvezza della mia amata patria. Ma morirò con la mia coscienza tranquilla, perché continuo a fare le mie battaglie per gli ideali della Libertà e del Diritto fino alla fine.

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