Po s t e I t a l i a n e s . p . a . s p e d . i n A . P. - D. L . 3 5 3 / 0 3 ( c o nv. i n l e g g e 2 7 / 0 2 / 0 4 n . 4 6 ) a r t .

1 c o m m a 1 - D C B R o m a - A u s t r i a - B e l g i o - F r a n c i a - G e r m a n i a - G r e c i a - L u s s e m b u r g o - O l a n d a - Po r t o g a l l o - P r i n c i p a t o d i M o n a c o - S l o v e n i a - S p a g n a n 5 , 1 0 - C . T. S f r. 6 , 2 0 - S v i z z e r a S f r. 6 , 5 0 - I n g h i l t e r r a £ 3, 8 0

Settimanale di politica cultura economia www.espressonline.it

N. 9 anno LVIII 1 marzo 2012

GLI SCANDALI HANNO INQUINATO LA SUA IMMAGINE. NON LA SUA FORZA. E COMUNIONE E LIBERAZIONE PASSA AL CONTRATTACCO. CERCA NUOVE STRATEGIE E NUOVE SPONDE. DA PASSERA AD ALFANO FINO A RENZI
LA CASTA DEL TURISMO COSTANO MILIONI GLI SPRECHI DELLA POLITICA p.50 MANAGER E IMPRESE COME CAMBIA VOLTO IL POTERE FINANZIARIO p.126 PIACERI PROIBITI LA RIVINCITA DEL POPOLO DEI FUMATORI p.140

LA MARCIA DI CL

INCHIESTA

Altan

il sommario di questo numero è a pagina 34
1 marzo 2012 | lEspresso | 13 ’

Michele Ainis Legge e libertà

C’è democrazia anche senza partiti

I
Non è vero che non se ne può fare a meno. Da Atene in poi la sovranità popolare si è reinventata di continuo. E la politica già ora ha trovato altri sbocchi come liste civiche, referendum e social network

partiti rappresentano «l’ossatura politica» del popolo, diceva Montesquieu. Ma ormai sono soltanto scheletri, senza un popolo incollato alla carcassa. Dopo il caso Lusi, la fiducia degli italiani nei partiti è precipitata all’8 per cento secondo un sondaggio Demopolis per “l’Espresso”. E il 95 per cento pensa che la corruzione propagata dai partiti s’estenda a tutti gli apparati pubblici, aggiunge Eurobarometro. Nel 2007 un’altra ricerca dell’università di Siena offriva un dato ancora più eloquente: per la metà degli intervistati ci s’iscrive a un partito politico soltanto per fare carriera. A ripeterla oggi, probabilmente il risultato sarebbe ben peggiore. Da qui una doppia domanda: ce la faranno i signori del Palazzo a uscire dal discredito? E quali armi hanno in tasca i cittadini per opporsi alla dittatura dei partiti? Il primo dubbio passa attraverso la riforma del sistema politico italiano, su cui difatti in questi giorni fervono i lavori. Una legge per garantire la democrazia all’interno dei partiti, applicando dopo 64 anni l’art. 49 della Costituzione (meglio tardi che mai). Nuove regole sui finanziamenti pubblici e privati. La macellazione del Porcellum. Meno parlamentari, meno bicameralismo, meno ricatti dei partiti sul governo. E se poi alla fine della giostra prevale il Gattopardo? Potremmo ricambiarlo con uno sciopero del voto, come nel “Saggio sulla lucidità” di José Saramago. Ma è una soluzione sterile: se anche si recassero alle urne 60 italiani su 60 milioni, ci terremmo pur sempre mille parlamentari sul groppone. A meno che il numero degli eletti non fosse rapportato al numero degli elettori. Vota la metà del corpo elettorale? E allora in Parlamento rimane la metà dei banchi vuoti. Così al pachiderma verrebbe inflitta una bella cura dimagrante, in dosi stabilite volta per volta dai medesimi elettori. Ma qui entriamo nella fantapolitica; figurarsi se i partiti potranno mai accettare marchingegni che gli taglino le piume. È IL VICOLO CIECO su cui sbattiamo il grugno: per restituire lo scettro ai cittadini servirebbero nuove regole del gioco, ma le re-

gole vengono decise dai partiti. Non è affatto vero, però, che il loro abito normativo sia perenne, che non potranno mai indossare un vestito di ricambio. Ed è altrettanto falso che sia impensabile una democrazia senza partiti. La prima ha ricevuto i suoi natali 25 secoli fa, nell’Atene di Pericle; i secondi nascono viceversa in Inghilterra, con il Reform Act del 1832. In questo lasso di tempo hanno cambiato pelle per almeno tre volte: raggruppamenti di notabili durante l’Ottocento; partiti di massa dopo l’introduzione del suffragio universale; infine partiti personali, dove una folla di carrieristi e di voltagabbana tesse i suoi traffici mentre gli occhi del mondo s’appuntano sul faccione del leader. INSOMMA LA FORTUNA dei partiti coincide con uno specifico modello di democrazia, quella rappresentativa; e infatti la loro disgrazia adesso si riflette sulla crisi di legittimità delle assemblee legislative. Può darsi che a lungo andare questo processo riporti in auge la democrazia diretta cara agli ateniesi, la democrazia dei cittadini. Non sarebbe affatto una sciagura. E dopotutto la democrazia ha la caratteristica di reinventarsi di continuo, come ha scritto Pierre Rosanvallon. D’altronde già adesso la politica s’esprime al di fuori dei partiti. Con le liste civiche che fioccano in ogni elezione locale, dove conta la faccia, non la bandiera. A livello nazionale, con la corsa a firmare i referendum. Oppure con le manifestazioni organizzate attraverso i social network, come quelle del popolo viola. Ma già all’alba degli anni Settanta il movimento femminista cambiò i costumi occidentali senza una vera cabina di comando, senza portavoce eletti in Parlamento, in breve senza costituirsi in partito. C’è però un’alternativa al suicidio dei partiti: la loro quarta stagione. Se adotteranno un corpo più leggero. Se accetteranno di diventare partiti porosi, permeabili rispetto ai cittadini. Se sapranno svolgere un ruolo concorrente, anziché da mattatori della scena pubblica, come del resto vuole la Costituzione. Una cosa è sicura: questo non è più il tempo della manutenzione. È tempo di ristrutturazione. michele.ainis@uniroma3.it
1 marzo 2012 | lEspresso | 15 ’

Foto: M. Sestini

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Michele Serra Satira preventiva

E Belen arrivò con la sciarpa

C
Celentano che attacca il Real Madrid. Morandi e le modelle dell’Est. I cantanti della De Filippi che vincono sempre. Le tenute osée della Rodriguez. Ecco come non cambierà Sanremo

ome saranno le prossime edizioni del Festival di Sanremo? 2013 Presenta Gianni Morandi, accompagnato dalla modella bulgara Ivrina Ivrinova, una rossa con gli occhi verdi alta un metro e 98 che conquista il pubblico per la sua semplicità: non avendo capito di essere in televisione trascorre le prime quattro serate passandosi lo smalto sulle unghie dei piedi e la quinta al telefono con la madre. Vince la sedicenne Vitaliana, di “Amici” di Maria De Filippi, con la canzone “Ti voglio mi vuoi ci vogliamo”. La canzone è molto brutta e Vitaliana urla così forte che sul finale sviene in scena. Ma è sostenuta dal pubblico del Web perché è orfana e fa volontariato. Polemiche per l’esibizione di Belen Rodriguez che mostra una sua radiografia del bacino. Torna Celentano, che conquista per un mese le prime pagine di tutti i quotidiani con un monologo nel quale propone di modificare il gioco degli scacchi, sostituendo uno dei due alfieri con il fante di quadri. Decine di interrogazioni parlamentari denunciano lo scandalo. 2014 Con Gianni Morandi c’è la modella rumena Iula Popetreanu, che con i suoi due metri e cinque è costretta a presentare tutta la prima serata piegata sul microfono e dalla seconda in poi rimane in albergo con il colpo della strega. Vince il quindicenne Saverio Pancrazi, di “Amici” di Maria De Filippi, con la canzone “Ti voglio bene”, che piace molto al pubblico nonostante il titolo sia giudicato troppo astruso dal popolo del Web. Polemiche per l’esibizione di Belen Rodriguez, che si presenta indossando una pesante sciarpa di lana, ma solo quella. Breve apparizione di Celentano che critica il Settecento e chiede di ritirare l’ambasciatore italiano in Francia. Ogni quotidiano pubblica un editoriale indignato del suo commentatore più prestigioso dal titolo “Chi tiene in vita Sanremo?”, seguito da pagine e pagine di articoli di centinaia di inviati.

2015 I 14 mila inviati dei quotidiani italiani vengono alloggiati in una tendopoli. I loro direttori pubblicano un editoriale dal titolo “L’Italia è stanca di Sanremo”. La modella ucraina Ekatrina Hop affianca Gianni Morandi: con i suoi due metri e tredici è in prestito dal circo Medrano dove lavora come gigantessa. Non parla italiano, non balla, non canta e ha difficoltà anche nella deambulazione, ma conquista il pubblico piangendo in diretta perché ha perso le chiavi della sua stanza d’albergo. Celentano manda un lungo video che lo riprende mentre dorme per 40 minuti. Nell’ultimo minuto si sveglia e attacca la Russia e il Real Madrid. Pioggia di interrogazioni parlamentari. Vince la tredicenne Sandrina, di “Amici” di Maria De Filippi, con la canzone “Ti voglio ma davvero”: il Web la trascina al successo finale nonostante non si sia presentata al Festival e sia rimasta a casa per preparare gli esami di terza media. 2016 Insieme a Morandi c’è la modella estone Polifema, che appena entrata sul palco divora un orchestrale, sollevando molte polemiche. Vespaio anche per la performance di Belen Rodriguez, che per la prima volta si presenta senza un solo centimetro di pelle in vista, ma tenendo per mano sua sorella completamente nuda. Vince Amos, di “Amici” di Maria De Filippi, cantando “Tu mi vuoi? Io ti voglio!”. Il popolo del Web lo vota all’unanimità perché Amos è l’unico cantante in gara. Per le altre canzoni non c’è stato spazio a causa del protrarsi del monologo di Celentano sulle ciliegie, dell’esibizione delle star internazionali che intepretano i successi di “Amici” di Maria De Filippi, del dibattito tra i giornalisti dal titolo “Abolire Sanremo?” e della lettura delle interrogazioni parlamentari. 2017 Presenta Morandi, vince a tavolino Maria De Filippi con la canzone “Amici di Maria De Filippi”. Il Festival viene sospeso dopo pochi minuti a causa dell’ingresso all’Ariston della enorme modella cosacca Olga Titanja, una fantastica rossa alta 4 metri e 50 che distrugge la scenografia con una gomitata.
1 marzo 2012 | lEspresso | 17 ’

Foto: P Bossi / AGF .

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Luigi Zingales Libero mercato

Il vero contagio è quello politico

C
Il default greco è solo rimandato. Ma l’effetto domino è sui partiti: ad Atene sono favorite la destra, colpevole del dissesto, e l’estrema sinistra. Chi si comporta in modo responsabile, come il Pasok, perde le elezioni

osa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa - scrive Shakespeare - anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo. Ma i paesi dell’area euro non sembrano essere d’accordo. Per loro un default della Grecia ha conseguenze molto diverse se si chiama “ristrutturazione volontaria”. Con default si intende il mancato pagamento di un debito. Già due anni fa, dopo la rivelazione che i suoi conti pubblici erano truccati, la Grecia era in procinto di fare default. Per ben due anni, però, i Paesi dell’area euro hanno cercato di nascondere la realtà. Non per ignoranza, ma per paura delle conseguenze. Il primo timore è che le banche greche, che prendono a prestito dalla Banca centrale europea (Bce) depositando come garanzia i titoli di Stato greci, vengano tagliate fuori dall’accesso alla Bce nel momento in cui questi titoli sono considerati ufficialmente in default. Nel qual caso le banche greche, prive di liquidità, non sarebbero in grado di operare senza aiuti da parte dell’Unione europea. Lasciarle fallire peggiorerebbe ulteriormente la situazione economica della Grecia, costringendola a un’uscita dall’euro. La seconda paura è legata ai contratti di assicurazione contro il default (i famigerati credit default swap). Nessuno sa quanti ce ne siano in giro e chi debba pagarli. Questo aumenta il rischio di insolvenza di altre banche al di fuori della Grecia. Il terzo timore è quello di un contagio. Se la Grecia fallisce, il mercato comincia a domandarsi perché non il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna, l’Italia. DEI TRE TIMORI, il primo è sicuramente fondato: senza una garanzia da parte dei Paesi “forti” le banche greche falliscono, trascinando il Paese in una spirale pericolosa. Il secondo è esagerato. La maggior parte di queste assicurazioni sono tra operatori che si riassicurano tra loro. L’ammontare netto è limitato. Il terzo timore è reale, ma si confonde causa con effetto. Il mercato sa che la Grecia è insolvente. L’unica informazione

aggiuntiva se la Grecia fallisce è che gli altri Stati non intervengono a salvarla. Ma questo non può cambiare le aspettative su quello che succederà nel caso che a fallire dovesse essere l’Italia: la Germania non interverrebbe comunque. Quindi che la Grecia fallisca o no il risultato finale non cambia. CIÒ NONOSTANTE, per gli ultimi due anni l’area euro ha concesso credito alla Grecia rimandandone il default. Questi aiuti ne hanno peggiorato la situazione debitoria, ma hanno permesso alle banche, soprattutto tedesche, di rientrare dai propri crediti con perdite limitate. Adesso i pochi creditori privati rimasti sono costretti a uno scambio volontario (un ossimoro) in cui il valore facciale del loro debito viene ridotto del 70 per cento. Trattandosi di un accordo “volontario” i credit default swap non dovrebbero scattare e, secondo le autorità, il panico non dovrebbe diffondersi. Nel frattempo, però, la Grecia langue. Dopo una riduzione del Pil del 2,3 per cento nel 2009, del 4,4 per cento nel 2010 e del 5 per cento nel 2011, si avvia al quarto anno di recessione consecutiva. Applicandosi solo al debito in mani private (la Bce e il Fondo monetario si rifiutano di accettare alcuna perdita) la ristrutturazione volontaria porta il debito greco al 120 per cento del Pil, un livello non sostenibile. Il default generalizzato, quindi, non è evitato, è solo rimandato. Così facendo si ignora il vero contagio della Grecia: quello politico. Il Pasok di Papandreu, che ha ereditato senza colpe proprie il dissesto finanziario e ha cercato di risolverlo con misure draconiane, nei sondaggi è ridotto all’8 per cento. Le previsioni danno vincente la destra, che ha causato il dissesto finanziario, lavandosene poi le mani. Ma è possibile anche una vittoria dell’estrema sinistra, che si è rifiutata di sostenere le misure richieste dall’Europa. La lezione è chiara: chi si comporta in modo responsabile perde le elezioni. Non è un caso che Berlusconi ha passato la patata bollente: vuole che a bruciarsi sia un altro.
1 marzo 2012 | lEspresso | 19 ’

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a cura di Gianluca Di Feo / Primo Di Nicola

Riservato
Affittopoli in Galleria

SCARONI VERSUS MONTI | SANTISSIMI VOLI | GASBARRA SCRIVE AI MORTI | CACCIATE GUARGUAGLINI | MONTI ALL’ATTACCO

Governo-Eni

Pisapia fa pulizia
Per gli inquilini privilegiati della Seconda Repubblica è finita la festa. A 16 anni dalla prima Affittopoli milanese, Giuliano Pisapia ha deciso di liberare i piani alti della Galleria più prestigiosa d’Italia dagli ultimi occupanti che lassù s’erano ricavati uffici a prezzi stracciati. Anche l’Udc, dopo 15 anni, dovrà lasciare cinque stanze vista Duomo, 145 metri quadri a 2 mila euro al mese. E non è il solo caso. In soffit- IL SINDACO DI MILANO GIULIANO PISAPIA ta ci sono 31 inquilini d’antan che occupano 2.714 metri qua- ne per l’Alzheimer. Pisapia pensa a una dri di raro pregio e versano al Comune «ricollocazione bonaria» nella semicenappena 127 mila euro l’anno: la Cisl, le trale via Duccio da Boninsegna. Sarà inassociazioni delle vittime civili, dei vo- vece sfrattato un inquilino che si dichialontari, dei mutilati, Italia Nostra, gli ra figlio adottivo del pittore Saturnino. Amici del loggione del teatro alla Scala, L’arte di stare in Galleria ai costi del camil Centro problemi donna, l’associazio- peggio è in declino per tutti. T. Mac.

SEPARATI IN CASA
La spinta liberalizzatrice di Mario Monti non piace molto a Paolo Scaroni, l’amministratore delegato dell’Eni. Soprattutto non piace al capo dell’ente petrolifero la norma con la quale, nel decreto sulle liberalizzazioni all’esame del Parlamento, il governo chiede la separazione tra l’Eni e Snam, la società che gestisce la rete del trasporto del gas. L’obiettivo di Monti è di abbassare i prezzi, tra i più cari in Europa. Ma Scaroni non condivide. E, in una sede molto riservata, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), l’organismo che sorveglia i nostri servizi segreti, lo ha fatto capire nel corso dell’audizione del 16 febbraio, mostrandosi peraltro molto infastidito per le troppe attenzioni governative intorno all’Eni. Lo scorporo della Snam non porterà alcun vantaggio agli utenti, ha detto Scaroni. Che, per il dopo, non si mostra comunque preoccupato: quello che in termini di business perderà in Italia è sicuro infatti di recuperarlo all’estero. P. D. N.

Bilancio Agcom

Viaggi papali

Carissimo Calabrò
«Il bilancio di previsione per il 2012 non risulta in equilibrio». Con questa frase si concludono le quattro pagine con cui la Ragioneria generale dello Stato giudica il progetto di budget predisposto dall’Autorità di garanzia per le comunicazioni (Agcom). Mario Canzio, Ragioniere generale, aggiunge nella lettera che «l’equilibrio non potrà essere conseguito nemmeno mediante l’utilizzo del presunto avanzo di amministrazione 2011», come ipotizzato dall’Autorità presieduta da Corrado Calabrò. Nel documento, la Ragioneria rileva anche che le spese correnti 2012 previste dall’Agcom (92,6 milioni di euro) registrano un incremento del 9,7 per cento rispetto al preconsuntivo del 2011. L’aumento raggiunge il 20,7 per cento se le previsioni di spesa di quest’anno sono confrontate con quelle definitive del 2009. M. A.

Benedetto salasso
È sempre più costoso viaggiare in compagnia di papa Ratzinger. Questa volta ai giornalisti che vorranno seguire Benedetto XVI nel suo viaggio a fine marzo a Cuba e in Messico, sono stati chiesti ben 7 mila euro per salire a bordo dell’aereo papale: un velivolo della compagnia Alitalia che la Santa Sede noleggia in occasione dei viaggi pastorali in giro per il mondo. Tra i cronisti della Sala stampa vaticana circola il sospetto che i super-prezzi imposti servano per coprire anche le spese di viaggio della delegazione pontificia. Per invogliare i giornalisti e i giornali a sottoporsi al salasso è prevista una intervista concessa da Ratzinger. In volo, naturalmente. Chi scegliesse altre compagnie prenderebbe il “buco”. S. An.
1 marzo 2012 | lEspresso | 21 ’

Foto: F. Cavassi - Agf

Riservato
Le primarie di Gasbarra
INFRAZIONI ALL’ITALIANA
La Commissione europea ha da poco aperto una procedura d’infrazione per aiuti di Stato contro l’Italia per la proroga concessa nel pagamento delle multe per le cosiddette quote latte. È solo l’ultima della serie. Le procedure d’infrazione a carico del nostro Paese sono in totale 138 di cui 97 riguardano casi di violazione del diritto dell’Unione e 41 si riferiscono a mancato recepimento di direttive. Ecco comunque tutti i procedimenti in corso suddivisi per settore
Ambiente Fiscalità e dogane Lavoro e affari sociali Trasporti Libera circolazione delle merci Affari economici e finanziari Salute Appalti Affari interni Energia Libera prestazione dei servizi e stabilimento Affari esteri Agricoltura Comunicazioni Concorrenza e aiuti di Stato Pesca Giustizia Libera circolazione delle persone Tutela dei consumatori TOTALE 33 16 12 12 9 8 8 7 6 6 5 3 3 3 2 2 1 1 1 138

LETTERE ALL’ALDILÀ
La grandeur ha fatto fare un brutto passo falso a Enrico Gasbarra, neo-segretario del Pd Lazio. Nonostante il sostegno di tutto l’apparato, in vista delle primarie di domenica 12 febbraio poi rinviate per neve al 19, il comitato elettorale dell’ex presidente della Provincia di Roma ha spedito lettere a migliaia di simpatizzanti utilizzando il database delle consultazioni del 2007 (quelle vinte da Veltroni). Peccato che fra i destinatari ci fossero anche molti defunti. Uno scivolone che ha provocato l’ira di molti simpatizzanti, che a decine hanno telefonato risentiti e infuriati per denunciare l’accaduto. Uno spiacevole episodio, al quale non mancano i contorni del giallo: su richiesta formale di Giovanni Bachelet (vicino a Rosy Bindi), sfidante di Gasbarra insieme a Marta Leonori (mozione Marino), il comitato ha affermato di aver spedito solo 3 mila missive, spendendo 3 mila euro. Eppure il progressivo di varie lettere reca un numero superiore a 50 mila, mentre il budget di spesa per la campagna elettorale era stato fissato a un massimo di 30 mila euro a candidato. Ombre che rischiano di rovinare la festa al neo segretario regionale. P. Fa.

Guido Quaranta Banana Republic
Da qualche tempo i salotti televisivi della Capitale vantano, tra i tanti, un nuovo ospite di riguardo: piuttosto assiduo e spesso imprevedibile. È Gianfranco Polillo, sottosegretario all’Economia e alle Finanze del governo Monti. Polillo (ormai l’avrete certamente individuato) è un romano de Roma. Ha 68 anni, è alto, distinto, con la chioma grigia, il sorriso amaro e la faccia, un po’ arcigna, del capitano di un distretto di polizia a Manhattan. Di solito, quando partecipa a un dibattito, se ne sta, come molti romani, pigramente sdraiato, anzi immerso, in una poltrona, con i gomiti regalmente posati sui braccioli, le mani giunte sotto il mento, le lunghe gambe accavallate con eleganza.

Il Polillo che non ti aspetti
E guarda, anzi, sogguarda gli altri ospiti con un’aria vagamente ironica e sorniona. Quando prende la parola non gradisce essere interrotto e, se qualcuno incautamente ci prova, non si volta verso di lui per ribattere: gli stringe con polso ferreo un braccio, o gli palpa più volte la spalla, e quello, subito, si tace. Ha un eloquio fluido e garbato, con i vocaboli, gli incisi, le coordinate al posto giusto; ma, soprattutto, da romano de Roma, animato da qualche battuta alquanto impertinente («Il ministro Elsa Fornero? Una fontana che piange») o da qualche giudizio sorprendente («Berlusconi capo dello Stato? Perché no?»). Vivaddio, un sottosegretario inaspettato.

PARLAMENTO IN CIFRE

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UNA BARCA DI VITALITÀ
Addio distretti industriali, è l’ora delle “aree di vitalità industriale”. A cercarle e a classificarle, al Sud, è un gruppo di lavoro voluto dal ministro della Coesione, Fabrizio Barca. Del comitato fanno parte 30 tecnici in cui spiccano il vicedirettore Svimez, Luca Bianchi, l’economista e presidente della Fiera del Levante, Gianfranco Viesti, e Paola Casavola della Fondazione siciliana Res di Carlo Trigilia, oltre a economisti della Banca d’Italia. Alle prime riunioni del “gruppo di riflessione”, come lo chiama Barca, ha partecipato anche uno degli alti dirigenti del ministero dello Sviluppo: Andrea Bianchi, esperto di incentivi e fratello di Luca Bianchi. Nella mappa dell’Italia che campeggia durante le riunioni, Barca ha fissato bandierine variopinte segnalando grandi imprese, società di ricerca e pmi. M. A.
22 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

IN ALTO: IL SEGRETARIO DEL PD LAZIALE ENRICO GASBARRA. SOTTO: GIANFRANCO POLILLO

Foto: P Tre - A3, M. L. Antonelli - Agf .

saranno i giorni a fine febbraio trascorsi dalla presentazione in Parlamento del ddl anti-corruzione. Il provvedimento, proposto dall’allora ministro della Giustizia Alfano, è stato approvato dal Senato ma la sua discussione alla Camera è stata sempre rimandata. L’ultima richiesta a fare presto viene dalla Corte dei conti che ha stimato in 60 miliardi di euro l’ammontare della corruzione annuale in Italia.

Riservato
Commissione Fulbright Marco Damilano

Guarguaglini perde la borsa
Pier Francesco Guarguaglini non è più presidente di Finmeccanica dallo scorso dicembre, anche a causa dell’inchiesta giudiziaria sugli appalti assegnati dall’Enav a Selex Sistemi Integrati. Tuttavia mantiene ancora un prestigioso incarico: è uno dei sei membri italiani del Comitato direttivo della Commissione Fulbright. Il programma Fulbright-Best (Business Exchange and Student Training), promosso dall’ambasciata degli Stati Uniti d’America, elargisce borse di studio a studenti italiani aspiranti imprenditori. Guarguaglini è fra coloro che assegnano le borse. Un fatto che non è passato inosservato: Niccolò Rinaldi, europarlamentare, capo delegazione dell’Italia dei Valori, solleciterà con una lettera il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, affinché provveda a sostituire Guarguaglini nel Comitato, mentre il senatore Stefano Pedica (altro Idv) annuncia che presenterà un’interrogazione parlamentare sullo stesso tema. C. C.
L’EX PRESIDENTE DI FINMECCANICA PIER FRANCESCO GUARGUAGLINI

TOP e FLOP

Monti/1

TOP EMMA «Se tu guidi e credi nel Paese/ dimmi cosa devo fare per pagarmi da mangiare...». La critica “da sinistra” al governo Monti risorge in un luogo inatteso: il palco dell’Ariston. La vincitrice di Sanremo è più radicale di Bertinotti. E dà ragione all’autocritica di Rossana Rossanda sul “Manifesto”: «Noi comunisti abbiamo dato poco spazio alla struttura sociale». Meglio Emma. FLOP ADRIANO CELENTANO Crede di essere il Bene contro il Male. Vorrebbe chiudere i giornali e sostituirsi ai loro direttori. Fa la vittima con i media («Si sono coalizzati contro di me»). Si incazza per i fischi. Grida alle congiure: «C’era una claque per contestarmi». Da rispedire nel suo villone in Brianza. Insieme al modello originale. TOP SAMUELE BERSANI «Un pallone bucato/ non è più di nessuno./ Anzi viene scansato da tutti i bambini/ e lasciato a ingiallire nel fumo...». È un ritratto del Cavaliere depresso nell’era Monti? Molto di più: da Bersani (Samuele, non Pier Luigi) arriva la più spietata fotografia di un’intera classe politica in via di estinzione. Costretta a «mantenere la calma adesso/ Per non sentirsi un pallone perso...». FLOP GIANNI MORANDI Si districa tra le farfalline e altre patonze, tiene i rapporti con i vertici Rai, si scusa con il Vaticano, giustifica il suo amico fuori controllo che da anni lo usa come spalla: «Lui non odia nessuno...». Poco ci manca che invochi il Partito dell’Amore. Elegante, ossequioso, ben educato. Eppure ormai démodé, come l’altro zio Gianni nazionale: Letta.

Alla faccia di Lombardo
Raffaele Lombardo batte cassa a Palazzo Chigi. Ma Mario Monti gela il governatore siciliano: «Con quale faccia chiedete soldi allo Stato se non siete riusciti a spendere i fondi europei?». Il duro botta e risposta tra il presidente del Consiglio e il presidente della Regione Sicilia è stato rivelato dal presidente dell’Assemblea regionale siciliana Francesco Cascio in una riunione del Pdl, il partito di cui è espressione. Per tre ore Monti e Lombardo hanno parlato negli uffici della presidenza del Consiglio di Ponte sullo Stretto ed altre grandi opere da realizzare in Sicilia. Ma a un certo punto Monti è sbottato con Lombardo, ripentendogli più volte: «Prima di venire a chiedere altri soldi qui, spendete quelli che vi dà Bruxelles». B. C.

Monti/2

Promossi e tagliati
Dopo le province, le prefetture. Sarà sull’organizzazione del ministero dell’Interno che si abbatterà la prossima scure del governo Monti. Al tavolo sulla spending review coordinato dal ministro per i Rapporti con il Parlamento e per l’Attuazione del Programma Piero Giarda, è il Viminale il dicastero che si è presentato con il piano più avanzato di ristrutturazione: accorpamenti delle prefetture, forbice alla spesa ordinaria e soprattutto una generale revisione delle promozioni. Negli ultimi anni soltanto i viceprefetti sono passati da poco più di 400 a quasi 700, con una lievitazione della spesa che ha destato allarme. V. D.

Campidoglio

Agli amici ci pensa Alemanno
Il disastro nella gestione dell’emergenza neve a Roma e la rielezione a rischio sta accelerando i piani di ricollocazione degli uomini vicini a Gianni Alemanno. Il sindaco sta premendo su Giancarlo Cremonesi, presidente dell’Acea, perché faccia passare al cda della multi-utility capitolina la nomina dell’attuale portavoce del Campidoglio, Simone Turbolente, come successore del capo delle relazioni esterne Pier Guido Cavallina, scomparso recentemente. Per Turbolente, 33 anni, già gratificato in Comune da uno stipendio lordo di 87 mila euro, sarebbe pronta una poltrona a tempo indeterminato e un sostanzioso ritocco salariale. Ma non è finita: secondo i sussurri del Campidoglio, il sindaco sta pensando a una nuova sistemazione anche per altri storici collaboratori. A cominciare dal capo segreteria, Antonio Lucarelli e dalla potente segretaria particolare, Laura Mangiante. M.D.B.
24 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Foto: A. Dadi - Agf, C. Romaniello - Emme Foto / Olycom, C. Corri - Olycom, V. Zunino Celotto - Agf, M. L. Antonelli - Agf, S. Carofei - Agf

Riservato
Morti sul lavoro

Doveva avere un’approvazione-lampo, invece l’intenzione di istituire il Giorno della memoria dedicato alle vittime sul lavoro ha dato vita a un’incredibile guerra sotterranea. A presentare la proposta di legge, due anni fa, è stato il deputato Pd Antonio Boccuzzi, l’ex operaio scampato al rogo della Thyssenkrupp in cui nel 2007 persero la vita sette lavoratori. Nonostante l’accoglienza bipartisan e oltre 100 sottoscrizioni da parlamentari di tutti gli schieramenti, finora il provvedimento non ha mosso un passo. Il motivo? L’Anmil (associazione di mutilati e invalidi del lavoro) è contraria. Una giornata dedicata alle morti bianche c’è da 60 anni e si celebra la seconda domenica di ottobre, ha fatto presente l’Anmil: istituirne un’altra il 6 dicembre (giorno della strage alla Thyssen) creerebbe un doppione e rischierebbe di oscurare quella esistente.

MEMORIA THYSSEN

GIACHETTI SI È ROTTO
Il deputato del Pd, Roberto Giachetti, interpreta gli appelli alla trasparenza della politica in senso ampio e letterale. Giovedì 16 febbraio, l’onorevole scivola sulle scale dell’emiciclo della Camera, cade e viene trasportato in barella fuori dall’aula costringendo il presidente di turno, Rosy Bindi, a sospendere la seduta. Poche ore dopo, la radiografia del piede infortunato e la diagnosi vengono postate sul suo profilo Facebook: rottura dei legamenti della caviglia e tre settimane con le stampelle. «E speriamo che finisca lí», sospira Giachetti ringraziando sul social network gli amici che gli hanno rivolto gli auguri. M.D.B.

CRAXI L’EDUCATORE
UNA IMMAGINE DELLA ACCIAIERIA DI TERNI

Una posizione irremovibile, condita peraltro da velate accuse di carrierismo a Boccuzzi, che ha creato un’impasse impossibile da risolvere. P. Fa.

Fateci largo siamo Romani

I pesanti tagli nei confronti dei precari hanno lasciato strascichi velenosi al ministero dello Sviluppo economico. Decine di lavoratori a contratto hanno perso il posto a causa del mancato rinnovo, molti altri sono stati smistati altrove e un ufficio che si occupava del cerimoniale è stato addirittura azzerato. Le riduzioni di spesa hanno però risparmiato la più stretta collaboratrice di Romani. Insieme all’ex ministro, consulente del suo successore Corrado Passera per gli affari in Afghanistan e in Iraq, ha infatti spuntato un contratto di collaborazione da 30 mila euro l’anno Francesca Esposito, 32 anni, ex portavoce del ministero ed ex capo della segreteria tecnica, a lungo candidata per un posto nella nuova Ice o per l’ufficio di comunicazione di Invitalia. Esposito, che Romani accreditava nelle missioni all’estero come numero due del ministero suscitando diffuso malumore tra dirigenti e diplomatici, si occuperà di “internazionalizzazione” e in questo modo, dicono fonti ufficiali del dicastero di Via Veneto, potrà mettere al servizio dell’amministrazione l’esperienza maturata nei tre anni di viaggi di lavoro a fianco di Romani. M. D. B.

Per Stefania Craxi, fan della prima ora di Matteo Renzi, il no del sindaco rottamatore all’intitolazione di una strada fiorentina alla memoria del padre, è stata «un’offesa profonda». E non tanto per il diniego, quanto per la motivazione. Renzi infatti ha spiegato che l’ex segretario socialista non sarebbe stata una figura educativa per i giovani. «Via Bettino Craxi non ha un valore pedagogico. Le nuove strade che intitoleremo saranno dedicate a personaggi del ’900 in grado di lasciare un messaggio di bellezza e legalità per le nuove generazioni», spiega Renzi. È il riferimento alla pedagogia che ha urtato la figlia di Craxi. Cattivo educatore? Ma, come si permette, Renzi? «Posso assicurare, da figlia ribelle, che Bettino è stato un pedagogo noioso e insistente», conclude Stefania Craxi. M. La.

Grilli leghisti
Sulla scia del capo, quel Beppe Grillo che ha sconvolto i suoi elettori invitando a non dare la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, il candidato sindaco del Movimento 5 stelle di Legnano, Daniele Berti, ha deciso di andare oltre e se l’è presa con i 150 rom che vivono ai confini del paese. Sul suo blog ha scritto che l’unica soluzione è «lo sgombero ad oltranza» perché «i rom non hanno alcuna intenzione di integrarsi, non è nel loro Dna». Con argomentazioni degne di un militante del Carroccio, ha spiegato le sue idee. Senza giri di parole, ha scritto che nel campo «si mangia e si caga nello stesso luogo». Gli attivisti del Movimento di tutta Italia lo hanno riempito di commenti, quasi tutti critici: «Non hai niente di 5 stelle, mi sai più di leghista». R.B.

Abbasso le Authority
Le Autorità indipendenti stanno sempre meno simpatiche. Così nel documento appena approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera per Antitrust, Consob, Authority delle Comunicazioni e dell’Energia si profila un magro futuro. Il rapporto sottolinea un “nodo problematico” tra “decisore politico” e “decisore tecnico”. Secondo i deputati in settori come credito, telecomunicazioni ed energia, ci sono sempre più «competenze regolatorie che attengono anche a scelte di carattere strategico», tipiche di «politiche pubbliche» e non di decisori tecnici. In altre parole è materia per il Parlamento, non per i burocrati. M. A.

26 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Foto: Valentini - Giacominofoto / Fotogramma

Riservato
PARTITI ON LINE

CON API SI RIDE
Ma che c’azzecca Adriano Altorio, ex rugbista con la passione per il Web e la comicità, con l’Api di Francesco Rutelli? Già, perché i 533 mila euro spesi nel 2010 dall’ex tesoriere Luigi Lusi per il sito Internet della defunta Margherita non sono l’unica stranezza nel rapporto tra la Rete e le schegge impazzite della Margherita. Basta una passeggiatina sul sito www.whois.net, per scoprire che alleanzaperlitalia.it, il sito del movimento rutelliano è stato registrato ed è amministrato da Altorio. E con una ricerca su Google ci s’imbatte rapidamente nella sua fiorente attività: un passato nel rugby semi-professionistico, un presente che lo vede fondatore dei siti barzellette.it e cucina.it e autore di oltre 60 libri comici. Mistero sulla genesi dei rapporti tra il simpatico ex atleta e l’ex sindaco di Roma. Quello che è certo è che con i tempi che corrono ci vuole ben altro che le battute di Altorio per strappare un sorriso a Rutelli. R. L.

Denise Pardo Pantheon

I MONTI VENGONO AL PETTINE
TU QUOQUE C’è di meglio e di più

A SPASSO PER MAFIA
Che fine fanno le aziende sequestrate alle mafie? Le cifre elaborate dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati alla criminalità organizzata lo dicono chiaramente: su 1.516 imprese confiscate (gennaio 2012), solo 176 sono attive. Nella maggior parte dei casi, quindi, le aziende muoiono e i lavoratori restano senza occupazione. Per provare a risolvere la situazione la Fillea Cgil ha promosso una raccolta di firme, 30 anni dopo l’approvazione delle legge RognoniLa Torre che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e il sequestro dei beni per mafia. Il sindacato chiede all’Agenzia nazionale di istituire «l’ufficio attività produttive e sindacali» e di affidare a imprese edili sequestrate ai clan i lavori di ristrutturazione degli immobili anch’essi sottratti alle mafie. Fra i primi firmatari, Pier Luigi Vigna, ex procuratore nazionale antimafia e Franco La Torre, figlio di Pio La Torre. M. G.
28 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

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Foto: M. Chianura 9 Agf, F. Cavassi - Agf, S. Caleo

del ramo shampoo, lui vale? importante, ma ecco una gran buona LA FINTA DI SILVIO Che la sua fabbrica notizia. Abbiamo la prova: Mario Monti, tricologica gli fosse particolarmente cara super eroe che sta mettendo ko la politica si era capito. Nei primi giorni convulsi e i suoi braccianti, è umano. Ha perfino del governo, un’ora piena della sua un lato debole. E siamo in grado di scappata domenicale a Milano era stata dimostrarlo. Il 15 febbraio, come è noto dedicata al barbiere di fiducia, aperto anche ai sassi finlandesi di Lappeenranta, solo per lui. Oddio un’ossessione il premier è a Strasburgo per il discorso tricologica ce l’aveva pure Berlusconi all’Assemblea plenaria che in una parata del 2 giugno, fresco dell’Europarlamento. Entra trionfale, di sonnellino, aveva esibito il fatale delegazione al seguito, nella saletta con le pettinino. Una finta, come al solito, bandiere, quella della photo opportunity, impossibile infilare qualcosa nella la stretta di mano dei leader ad uso dei impalcatura dipinta e pluritrapiantata. media. Bene. Ma Monti rallenta. Estrae Mai persone furono più differenti, qualcosa dalla tasca. Cosa? Un pettinino! dalla punta dei tacchi alla cima dei ALTO RATING Un pettinino! Quello dei capelli, è il caso di dire. film anni Cinquanta, nascosto nei GIÙ LE MANI Ma torniamo a Strasburgo. taschini degli italici gagà? L’utensile della E al fatto che il coup de théâtre del pre seduzione del latin lover più primitivo pettinino si è svolto proprio sotto gli nella tasca dell’uomo del loden, occhi del neo presidente del Parlamento manifesto vivente della nota sobrietà, europeo, un passo indietro al nostro indifferente a tralalà e falpalà? Proprio premier e quindi in prima fila nei pochi lui. In mano al premier che, gesto secondi dell’acconciatura: chissà, un esperto, bastano due ravviate, ta-tà a colpo al cuore per il caro amico Martin destra, ta-tà a manca, ora è pronto per i Schulz afflitto da una ben misera flash rapaci e le impietose telecamere. Per produzione di bulbi (piliferi). Poi la buona pace degli amici Pd, anche Monti standing ovation dell’Europarlamento, non sta mica a pettinar le bambole. Certo i sussurri dei giornalisti stranieri agli che no, e ce ne siamo accorti. Pettina italiani «Beati voi che avete uno come altro: caso mai la sua chioma ad alto lui» - dopo tante stalle ecco finalmente rating, tre A di sicuro. rivedere le stelle - e arriva l’ora della ICONA POP Ecco il segno, la capriola, conferenza stampa e la domanda di Ivo l’ombra del narcisismo, e Caizzi del “Corriere della MARIO MONTI. A SINISTRA: che mitologia! La forza di Sera” fresco di una tesi FRANCESCO RUTELLI Sansone. Non solo. Anche sulla contaminazione la sicurezza sexy di nepotismo e nell’affrontare il raccomandazioni del revisionismo della governo. Apriti cielo! pettinatina in pubblico Qualsiasi altro si sarebbe - e che pubblico - e nel messo le mani nei capelli, diseppellire il pettinino lui pur innervosito se n’è della vergogna, guardato bene (per forza imbarazzante iconuccia pop si era appena pettinato). maschile, molto desiderata, Morale della favola: c’è da generalmente repressa. stare sempre più tranquilli. Altro che “No” alle Monti è molto preparato Olimpiadi e alle fumisterie sui nodi che vengono italiane. Sarà perché, come al pettine. Anche dice in uno spot una guru al pettinino, però.

Marco Travaglio Carta canta

Tempi duri per il partito dei ladri

P
LÕanniversario di Mani Pulite capita nel momento peggiore per i teorici del complotto dei magistrati: la corruzione dilaga e gli italiani sono inferociti per i sacrifici che devono affrontare

er i nemici di Mani Pulite, il ventesimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa non poteva capitare nel momento peggiore. Poveretti: mentre preparavano le solite litanie sulle toghe rosse, l’invasione di campo, l’accanimento giudiziario, le manette facili, la persecuzione, lo sterminio della miglior classe politica dell’universo, la Corte dei Conti ricordava che la corruzione ci costa 60 miliardi l’anno e l’evasione fiscale 120, il governo Monti respingeva l’assalto delle cricche agli appalti olimpici di Roma 2020, l’opinione pubblica plaudiva ai blitz dell’Agenzia delle Entrate e il presidente della Repubblica tedesco si dimetteva per un mutuo agevolato. Che sfiga. COME NEL 1992, quando gli italiani furono chiamati a pagare il conto di Tangentopoli con la finanziaria Amato da 93 mila miliardi di lire, nel 2012 la gente impoverita da tre manovre in sei mesi (90 miliardi di euro o giù di lì) considera corruzione ed evasione le prime emergenze da combattere. E assiste con la bava alla bocca ai penosi tentativi di riabilitare i ladri della patria che ci hanno lasciato in eredità il primo debito pubblico d’Europa e il terzo del mondo. Solo due anni fa, nel decennale della morte di Craxi, le più alte cariche dello Stato facevano a gara a riabilitare il noto latitante. Napolitano, in una lettera alla vedova, deplorò che «le indagini sulla corruzione» (non la corruzione) avessero determinato «un brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia» e l’amico Bettino fosse stato trattato «con una durezza senza eguali» (nessun accenno alle sue tangenti senza eguali). In una commossa cerimonia in Senato, davanti a una folta schiera di pregiudicati e alla senatrice Finocchiaro, il presidente Schifani definì Craxi «vittima sacrificale», mentre il premier Berlusconi e Violante parlarono di «capro espiatorio». Intanto ben tre ministri del “partito degli onesti” - Frattini, Brunetta e Sacconi - volavano ad Hammamet in pellegrinaggio sulla tomba dell’“esule”. Tutt’intorno il solito coro di turiferari si destreggiava

imparzialmente fra il “partito dei pm” e quello dei ladri. Oggi pare trascorso un secolo. Berlusconi si tiene alla larga dal dibattito sulla corruzione (essendone fra l’altro imputato). I ministri tecnici tentano di recuperare un po’ di “equità” con l’impegno a varare una seria legge anti-corruzione. E in tv si torna ad ascoltare chi ha qualcosa di serio da dire: non i ladri e i figli dei ladri, ma i magistrati che nel 1992 salvarono l’Italia dalla bancarotta. Non che i nemici di Mani Pulite battano in ritirata. Tiziana Maiolo pubblica un libro per dimostrare che l’inchiesta fu un buco nell’acqua, ma non ci crede nessuno: 1.300 condanne, 700 prescrizioni e appena 500 assolti (quasi tutti grazie a leggi vergogna che han depenalizzato i reati o cestinato le prove), per un’indagine condotta per due anni da cinque pm, sono un trionfo. Bobo Craxi ed Enzo Carra (condannato definitivo) evocano il complotto Cia-Fbi, tra le risate generali. Stefania Craxi vaneggia di «guerra civile», forse ignara del fatto che le guerre civili non mandano in Parlamento i figli del principale sconfitto. Attempati ex democristiani e socialisti trasvolati nel Pdl, nel Pd e nel Terzo Polo piangono «l’eliminazione di un’intera classe politica», senza spiegare che ci fanno tanti “eliminati” ancora in poltrona. SGARBI SNOCCIOLA sul “Giornale” il consueto rosario dei «suicidi scagionati dopo anni di umiliazioni», tra cui «Moroni, Gardini, Cagliari e Taneschi». Moroni, come confermò il processo sulle discariche lombarde, aveva incassato 200 milioni avvolti in carta da giornale. Gardini era responsabile della maxitangente Enimont (140 miliardi, la più grande della storia). Cagliari aveva un conto in Svizzera con 9 miliardi, poi restituiti dalla vedova. Taneschi si chiamava Caneschi e i magistrati che fecero in tempo a occuparsi di lui lo ritennero sempre colpevole. «L’inutile impresa di Tangentopoli», conclude Sgarbi con logica stringente, «è servita a legalizzare le tangenti senza eliminare la corruzione». Come dire: oggi la mafia c’è ancora, dunque fu inutile arrestare Riina, Provenzano & C. Liberiamoli.

30 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

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Foto: Maki Galimberti

1 marzo 2012

L’altra copertina
NONOSTANTE I RISCHI PER LA SALUTE, I DIVIETI E LE SANZIONI, I FUMATORI, A CUI È DEDICATA L’ALTRA COPERTINA (IL SERVIZIO È A PAG. 140) SI PRENDONO LA LORO RIVINCITA. CON MOLTI LOCALI CHE APRONO SALE SOLO PER LORO E I FILM CHE DOPO ANNI DI DIVIETI RISCOPRONO IL FIL DI FUMO. IL NUOVO CORSO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE È INVECE LA COPERTINA DI QUESTA SETTIMANA (SERVIZIO A PAG. 38). DOPO GLI SCANDALI ORA CL CERCA NUOVE ALLEANZE E NUOVE SPONDE POLITICHE. DA PASSERA AD ALFANO, FINO A RENZI. PER FAR DIVENTARE CL IL POTERE FORTE DEL PROSSIMO FUTURO

Settimanale di politica cultura economia - www.espressonline.it

N. 9 anno LVIII 1 marzo 2012

Foto: TRUNK ARCHIVE - CONTRASTO

NONOSTANTE I RISCHI PER LA SALUTE, I DIVIETI E LE SANZIONI, GLI IRRIDUCIBILI DEL TABACCO NON SI ARRENDONO. E MOLTI LOCALI APRONO SALE SOLTANTO PER LORO
COMUNIONE E LIBERAZIONE DOPO GLI SCANDALI CL CAMBIA ROT TA E ALLEATI p.38 L A CASTA DEL TURISMO COSTANO MILIONI GLI SPRECHI DELLA POLITICA p.50 MANAGER E IMPRESE I NUOVI RAPPORTI DI FORZA DEL POTERE FINANZIARIO p.126

LA RISCOSSA DEI FUMATORI

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lEspresso | 33 ’

n. 9 - 1 marzo 2012

Sommario
COMUNIONE E LIBERAZIONE
FONDATORE PRESIDENTE
DON LUIGI GIUSSANI (1922-2005) DON JULIÁN CARRÓN (1950)
ASSOCIAZIONE DI CIRCA 60 MILA ADERENTI A CL CHE SI IMPEGNANO A EFFETTUARE MOMENTI QUOTIDIANI DI PREGHIERA, A PARTECIPARE A INCONTRI DI FORMAZIONE SPIRITUALE, A SOSTENERE ECONOMICAMENTE LE INIZIATIVE CARITATIVE E CULTURALI DEL MOVIMENTO

Questa settimana su www.espressonline.it
Ogni giorno l’attualità, i commenti e le inchieste sulla situazione politica
Tutti i giorni sul nostro sito gli approfondimenti sulla situazione politica ed economica, i commenti, le analisi, i retroscena, le curiosità, più naturalmente i blog dei nostri giornalisti.

FRATERNITÀ

ASSOCIAZIONE DI CIRCA 1.500 LAICI ADERENTI A CL CHE LAVORANO REGOLARMENTE ALL'ESTERNO MA SI IMPEGNANO A VIVERE IN CASE COMUNI, A PRATICARE L'OBBEDIENZA, LA PREGHIERA E LA CASTITÀ

MEMORES DOMINI

ATTIVITÀ DI FORMAZIONE E LOBBY POLITICA PER AFFERMARE IL PRIMATO DELLA PERSONA RISPETTO ALLA SOCIETÀ E DELLA SOCIETÀ RISPETTO ALLO STATO

FONDAZIONE PER LA SUSSIDIARIETÀ

RETE DI ONLUS ATTIVE IN PROGETTI DI COOPERAZIONE NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

AVSI

RACCOLTA CIBO PRESSO LE INDUSTRIE AGRO-ALIMENTARI E LA GRANDE DISTRIBUZIONE AL FINE DI DISTRIBUIRLO ALLE ASSOCIAZIONI CARITATIVE CONVENZIONATE

BANCO ALIMENTARE

COMPAGNIA DELLE OPERE
ASSOCIAZIONE DI FATTURATO COMPLESSIVO

36.000 IMPRESE
NATA ALLÕINTERNO DI CL

70 MILIARDI

126 70

38

PRESENTI IN

PAESI

6

PRESENTI IN

PAESI

9

IN ITALIA

40 SEDI

Tutte le ricette e le idee per un ingrediente di moda: la canapa

IN EUROPA

IN AMERICA LATINA

62 56

1 14 76 140

88
Questa settimana
37 / C’ERA UNA VOLTA IL GOVERNO TECNICO di Bruno Manfellotto

98

Attualità
50 / VIAGGIA LO SPRECO Assunzioni. Incarichi. Sedi estere. Così le società pubbliche per il turismo bruciano milioni. Mentre il settore resta in crisi di Emiliano Fittipaldi 55 / NIENTE PONTE, NIENTE SOCIETÀ Lettera aperta al premier Monti sul progetto per lo Stretto di Messina di Cesare De Seta 56 / GREMBIULINO PRÊT-À-PORTER Collari. Cappucci. Paramenti ricamati. Ma anche valigie, kit di attrezzi e cazzuole istoriate. Ecco la moda massonica. Dall’apprendista al maestro venerabile di Denise Pardo 60 / LASCIATE CHE LE BOMBE... Facciamo ciò che il governo ci chiede, ma non possiamo dirlo. Parla il comandante dell’Aeronautica. E chiede chiarezza di Gianluca Di Feo 62 / I FURBETTI DEL SINDACATO Doppie e triple dichiarazioni Isee. Intestate anche a morti. Per incassare soldi pubblici. L’Inps denuncia i Caf: truffa milionaria di Stefano Livadiotti 66 / PALERMO VAL BENE TRE PD La signora antimafia, il rottamatore, mister grande coalizione. Alle primarie siciliane Bersani si gioca leadership e alleanze di Marco Damilano 70 / MILANO IMPARA L’ARTE Boom di arrivi. Musei affollati. E mostre da record. Così la città del Cenacolo e della Triennale sfida Roma, Venezia e Firenze di Enrico Arosio

Mondo
76 / 2012 FUGA DA TEHERAN I giovani iraniani hanno solo un sogno: fuggire dal Paese, stremato dalle sanzioni, impoverito e con un regime oppressivo di Andrea Milluzzi 80 / LA BOMBA FINANZIARIA Per evitare la guerra Iran-Israele Obama pensa a una sanzione per Teheran di Gigi Riva 84 / UN’ELEZIONE NON FA PRIMAVERA Analisi del voto in Egitto, Marocco e Tunisia. Dove le urne non fanno la democrazia di Leonardo Morlino

Scienze
114 / RICERCOPOLI Va in aula a Perugia il primo processo penale per falsificazione di dati scientifici di Nicola Nosengo 118 / SALUTE

Primo Piano
38 / COMUNIONE & SPECULAZIONE Cl fa i conti con la crisi di Formigoni. E per restare al centro dei grandi affari stringe nuovi rapporti: da Alfano a Renzi. Con l’asso nella manica del ministro Passera di Gianluca Di Feo, Luca Piana e Michele Sasso

146 / GLAMOUR GLASGOW La città ha reinventato se stessa. E ora è polo d’attrazione per gli amanti dell’arte di Emanuele Coen 149 / ECO-ASTRONAUTI In orbita non si spreca nulla colloquio con Paolo Nespoli di Emanuele Coen

È una piccola miniera di vitamine, sali minerali, proteine di alta qualità, fibre e acidi grassi essenziali. Da fibra tessile a elemento botanico guardato con sospetto, la canapa viene oggi rivalutata come versatile ingrediente culinario. Entra in cucina sotto forma di farina, foglie, semi o olio in piatti elaborati dall’Università dei Sapori di Perugia a partire da antiche ricette italiane di qualche secolo fa. Così la Cannabis Sativa porta ai fornelli un innegabile tocco di originalità. Lo speciale e le ricette nella sezione Food&Wine del nostro sito

Documovie: tutta la vita attraversando l’Italia alla guida di un camion
Nel documentario “Diario di bordo” di Matteo Alemanno, la storia quotidiana di Enzo, autotrasportatore calabrese, che da 27 anni attraversa il Paese, da Catanzaro a Verona. Un reportage on line sul nostro sito che descrive la difficile vita quotidiana di uomo che in solitudine esercita un lavoro sempre piu faticoso e sempre meno remunerativo.

Tecnologia
122/ LADY FACEBOOK Dietro il boom globale del social network c’è Sheryl Sandberg, quarantenne femminista con un futuro in politica di Antonio Carlucci

Passioni

Tema del giorno
46 / INCURABILE POLICLINICO “L’Espresso” è tornato nell’ospedale degli scandali. Cinque anni dopo nulla è cambiato. Anzi i problemi si sono aggravati. Dagli allarmanti livelli di radiottività all’odissea dei pazienti nei reparti di Fabrizio Gatti

Reportage
88 / IERI A PARIGI, OGGI A BERLINO Come fu per la Ville Lumière, la capitale tedesca ora è il simbolo della cultura di Mario Fortunato

Economia
126 / C’È TRAMBUSTO IN SALOTTO Il crollo Ligresti. L’alleanza Mediobanca con le coop. La sfida di Arpe. La partita Rcs. Ecco come cambia la mappa del potere di Paola Pilati 132 / UN CERTO MENEGUZZO Scala la Fondiaria-Sai. E sfida Mediobanca. L’ascesa del patron di Palladio di Luca Piana 134 /DUELLO SU IMPREGILO Gavio e Salini affilano le armi per arrivare al controllo della società di costruzioni di Gianfrancesco Turano 136 /EQUITALIA SEI ESOSA Per la Cassazione le sanzioni sono illegittime di Peter D’Angelo

152 / Cinema 153 / Spettacoli 154 / Musica 155 / Arte 156 / Libri 158 / Moda 160 / Beauty 162 / La tavola 163 / Viaggi 164 / Motori 166 / Per posta, per email COPERTINA: foto di Contrasto (1) FotoA3 (4) Photomasi (1)

Milano Moda Donna dalla A alla Z
Il meglio delle sfilate per la stagione Autunno-Inverno 2012 raccontate per immagini nel nostro “Abbecedario dalle passerelle”. Il servizio nella sezione Style&Design del sito.

Cultura
98 / SPIEGELMAN SI CONFESSA Ricordi, schizzi, foto. Il grande fumettista racconta in un libro la genesi di “Maus” di Silvia Santirosi e Philippe Victor 102 / IN DIRETTA DALLA STRAGE Dalla mostra sull’Archivio segreto vaticano il primo resoconto delle Fosse Ardeatine di Angiola Codacci-Pisanelli 105 / TUTTO CAPOSSELA I suoi dischi in vendita con “l’Espresso” di Alberto Dentice 106 / LASCIO IN MUTANDE LECORBUSIER L’artista Monica Bonvicini si racconta di Stefano Vastano 108 / PAROLA DI BOCCA Da un’antologia degli scritti migliori: c’è del buono anche nel localismo di Giorgio Bocca

Rubriche
13 / Per esempio di Altan 15 / Legge e libertà di Michele Ainis 17 / Satira preventiva di Michele Serra 19 / Libero mercato di Luigi Zingales 21 / Riservato a cura di G. Di Feo e P Di Nicola . 24 / Top e flop di Marco Damilano 28 / Pantheon di Denise Pardo 30 / Carta canta di Marco Travaglio 69 / Riforme istituzionali di Sofia Ventura 82 / Senza frontiere di Paul Salem 131 / Avviso ai naviganti di Massimo Riva 170 / Il vetro soffiato di Eugenio Scalfari
34 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

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Società
140 / LA RIVINCITA DEI FUMATORI I rischi per la salute, i divieti e le sanzioni non riducono la passione per le bionde di Paolo Cagnan

* Il costo massimo della telefonata da rete fissa è di € 0,1426 al minuto + 6,19 cent di euro alla risposta (IVA inclusa)
1 marzo 2012 | lEspresso | 35 ’

Bruno Manfellotto Questa settimana

C’era una volta il governo tecnico

P
Superati i suoi primi cento giorni, l’esperimento Monti acquista sempre più i connotati di un vero progetto politico. Tanto che i partiti si chiedono quanto durerà e se continuerà anche “dopo”. Ma non sanno darsi una risposta, né che fare

iù passa il tempo - e ormai è stato tagliato il fatidico traguardo dei cento giorni di governo più l’esperimento Monti perde i connotati di intermezzo tecnico tra una Repubblica e l’altra per mostrare i contenuti di un vero progetto politico. Lo stesso premier, senza rinunciare al suo scudo preferito, l’understatement, ostenta una sfida politica dopo l’altra, tanto che la sua promessa (minaccia?) di giungere a una riforma del lavoro anche senza l’accordo sindacale rappresenta in fondo il suggello di un ufficiale cambio di passo. Anzi, a giudicare dai risultati ottenuti e dalle conseguenze che ha comportato, appare evidente che il governo tecnico è stato utilizzato finora come un cavallo di Troia sospinto nel campo parlamentare per vincere le resistenze dei partiti e convincerli a starsene in panchina. Magari nella speranza di ritrovare ruolo, consistenza, identità. Sforzo niente affatto facile. E foriero di nuove angosce. Da qualche tempo, infatti, non si discute più delle capacità del governo tecnico di fare ciò che deve fare: è ormai chiaro a tutti in cosa il pacchetto economico ha funzionato a dovere e in cosa ha invece raggiunto risultati più modesti (si leggano su “l’Espresso” della scorsa settimana i professori che danno la pagella al Professore); ora la domanda alla quale i partiti cercano risposta è un’altra: quanto durerà questo governo? E soprattutto: Monti resterà a Palazzo Chigi anche dopo le elezioni del 2013? IN QUANTO A DOMANDE, ce n’è una prima di ogni altra: che cosa nasconde quest’ansia di sapere come va a finire? L’anno prossimo, dopo le elezioni politiche, il nuovo Parlamento eleggerà il successore di Giorgio Napolitano: ovvio quindi che più o meno giovani cavalli di razza scalpitino e si chiedano se della partita sarà anche il senatore a vita Mario Monti, sull’esempio dell’illustre precedente di Carlo Azeglio Ciampi, o se una sua permanenza a capo del governo garantisca continuità da una parte e un ingombrante concorrente in meno dall’altra.

Foto: Massimo Sestini

Secondo elemento. La crisi non è affatto finita e anche l’accordo europeo per salvare la Grecia dal default appare a molti più un prendere tempo che la conclusione di un incubo. Insomma, l’Italia e l’Europa sono ancora in piena emergenza, e chissà quanto ancora durerà, e dunque saranno necessarie altre misure e una mano ferma per condurle in porto. Se le cose stanno davvero così, un eventuale ritorno in campo dei leader dei partiti non potrebbe che avvenire alle stesse condizioni, costringendoli quindi ad adattarsi a un modo di essere e di fare che non appartiene alla loro tradizione e non corrisponde all’immagine che ne hanno gli elettori. Nell’attesa, però - ed è davvero incredibile e pericoloso - i partiti balbettano incerti e aspettano come salvifiche le elezioni amministrative che presto indicheranno rapporti di forza, pesi specifici e possibili alleanze. La parentesi tecnica ha messo in crisi i due maggiori schieramenti che con il loro muro contro muro hanno paralizzato la Seconda repubblica. IL GOVERNO MONTI ha liquefatto Silvio Berlusconi mostrando al Paese che è possibile una politica moderata e non ad personam, efficiente e non necessariamente caratterizzata da scontri e contrapposizioni. Lo sconquasso è stato altrettanto significativo nel Pd. Con coraggio Pier Luigi Bersani ha favorito la nascita del governo Monti ma ora, come prevedibile, deve fare i conti con le diverse anime che si agitano nel suo partito e nelle sue immediate vicinanze. E il clima è pesantissimo, come dimostra l’accoglienza riservata alle parole di Walter Veltroni alla “Repubblica” sull’articolo 18 e sulla ineluttabilità per il centrosinistra di “baciare il rospo”, cioè di fare di Monti il suo candidato premier così come fu con Lamberto Dini. Sono i due temi che dividono il Pd. L’attesa, l’incertezza, l’inconcludenza favoriscono nei partiti il sogno di frantumazioni politiche, nuove aggregazioni, big bang. Nella speranza che il destino decida per loro. O che altri poteri li spingano ad affidarsi a loro.
Twitter@bmanfellotto
1 marzo 2012 | lEspresso | 37 ’

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Primo Piano POTERI FORTI
FONDATORE

COMUNIONE E LIBERAZIONE
PRESIDENTE

COMUNIONE & SPECULAZIONE
Cl fa i conti con la crisi di Formigoni. E per restare al centro dei grandi affari stringe nuovi rapporti: da Alfano a Renzi. Con un asso nella manica: il ministro Passera
DI GIANLUCA DI FEO, LUCA PIANA E MICHELE SASSO

DON LUIGI GIUSSANI (1922-2005)

DON JULIÁN CARRÓN (1950)

ASSOCIAZIONE DI CIRCA 60 MILA ADERENTI A CL CHE SI IMPEGNANO A EFFETTUARE MOMENTI QUOTIDIANI DI PREGHIERA, A PARTECIPARE A INCONTRI DI FORMAZIONE SPIRITUALE, A SOSTENERE ECONOMICAMENTE LE INIZIATIVE CARITATIVE E CULTURALI DEL MOVIMENTO

FRATERNITÀ

ASSOCIAZIONE DI CIRCA 1.500 LAICI ADERENTI A CL CHE LAVORANO REGOLARMENTE ALL'ESTERNO MA SI IMPEGNANO A VIVERE IN CASE COMUNI, A PRATICARE L'OBBEDIENZA, LA PREGHIERA E LA CASTITÀ

MEMORES DOMINI

I

l loro futuro passa dalla rimozione del passato: cancellare l’abbraccio con Silvio Berlusconi ed evitare che i guai di Roberto Formigoni si trasformino in un problema per l’intera organizzazione. Uscire da quell’intreccio di trame alla Dan Brown, con le gerarchie dei Memores, gli uomini di Cl, che affrontano la confraternita dei Sigilli, i fedelissimi di don Luigi Verzè patron del San Raffaele, tra indagini per corruzione, bancarotte miliardarie e fondi neri volatilizzati nel nulla che danno toni da feuilleton alle sempre più numerose inchieste giudiziarie milanesi. Ma la loro metamorfosi è già in fase

molto avanzata. E punta a cambiare pelle per fare di Comunione e Liberazione il potere forte del prossimo futuro. Non uno dei tanti “poteri forti” che spesso vengono evocati nell’eutanasia della Seconda Repubblica, ma l’unico network capace di unire aziende bianche, cooperative rosse e colossi delle infrastrutture fornendo sostegno nelle istituzioni nazionali, regionali ed europee. In più hanno un asse di ferro con Intesa Sanpaolo e tanti altri istituti di credito sul territorio, per garantire ossigeno alle ditte minacciate dalla crisi: la formula magica della Compagnia delle Opere (Cdo), il braccio economico di Cl che continua a prosperare in numeri e fat-

ATTIVITÀ DI FORMAZIONE E LOBBY POLITICA PER AFFERMARE IL PRIMATO DELLA PERSONA RISPETTO ALLA SOCIETÀ E DELLA SOCIETÀ RISPETTO ALLO STATO

FONDAZIONE PER LA SUSSIDIARIETÀ

RETE DI ONLUS ATTIVE IN PROGETTI DI COOPERAZIONE NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

AVSI

RACCOLTA CIBO PRESSO LE INDUSTRIE AGRO-ALIMENTARI E LA GRANDE DISTRIBUZIONE AL FINE DI DISTRIBUIRLO ALLE ASSOCIAZIONI CARITATIVE CONVENZIONATE

BANCO ALIMENTARE

COMPAGNIA DELLE OPERE
ASSOCIAZIONE DI FATTURATO COMPLESSIVO

36.000 IMPRESE
NATA ALLÕINTERNO DI CL
PRESENTI IN

70 MILIARDI

PRESENTI IN

PAESI

6

PAESI

9

IN ITALIA

SEDI

40

IN EUROPA

IN AMERICA LATINA

MARKET

Elaborazione infografica: Giacomo De Panfilis

Il cardinale di Milano Angelo Scola, tra i favoriti alla successione di Benedetto XVI

INDUSTRIA ALIMENTARE

SANITÀ

PRODOTTI AGRO-ALIMENTARI, DISTRIBUZIONE, COMMERCIO

GESTIONE DI OSPEDALI, CASE DI CURA, STRUMENTI DIAGNOSTICI, MENSE, SERVIZI DI PULIZIA

IMPRESE DI COSTRUZIONE, PROGETTAZIONE, IMPIANTISTICA

EDILIZIA

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Primo Piano
Venti miliardi dagli ospedali
Venti miliardi: è il giro d’affari annuo della sanità lombarda. E i Memores lo gestiscono in larghissima parte sia attraverso il sistema di potere costruito sulla rete degli uomini di Cl nei posti chiave dei grandi ospedali privati, come dimostrano le vicende del San Raffaele e dell’Humanitas che raccontiamo in queste pagine, sia controllando direttamente le poltrone pubbliche. E anche nei 29 nosocomi della regione vige la regola delle strette relazioni tra chi amministra gli appalti e le imprese legate, in qualche modo, alla Compagnia delle Opere. A partire dai nove ospedali controllati direttamente da un direttore generale di Cl. Per proseguire con gli altri 19 guidati da un uomo della maggioranza e ampiamente “forniti” dalle imprese della Cdo. Come la Ngc Medical, leader del mercato lombardo delle emodinamiche per le cardiochirurgie, con un fatturato di oltre 50 milioni di euro. Gli ospedali bandiscono le gare e la Ngc le vince: 12 volte, da Varese a Mantova, ma anche al Sacco, al Fatebenefratelli, al San Carlo e al San Paolo. Con ampi sconfinamenti, in Piemonte, Veneto e Sardegna. Il fondatore Eugenio Cremascoli è ospite fisso al Matching, la fiera organizzata ogni anno dalla Cdo, ed è personalmente molto vicino al presidente Roberto Formigoni. Proprio la Regione Lombardia gli ha venduto nel 2007 Avionord, la società che trasporta organi ed équipe mediche, e oggi gli ha confermato il servizio fino al 2013, garantendo 1.892.520 euro in tre anni. Pubblici, naturalmente. Come lo sono quel miliardo e 400 milioni di euro spesi dai nosocomi (nel 2010) per i beni e i servizi dati in appalto a cooperative e società: lavanderia, pulizia, servizio mensa e trasporto. Ma anche consulenze e acquisti di materiale, e i posti di lavoro legati agli appalti: portinai, addetti alle pulizie, autisti di ambulanze. Senza dimenticare che anche una cospicua parte del personale sanitario (infermieri ma non solo) sono ormai dipendenti di imprese autonome alle quali l’ospedale appalta la fornitura del personale, con i relativi costi. E con un direttore targato Cl per le imprese legate alla Compagnia delle Opere la strada è tutta in discesa. All’Asl di Monza, per esempio, le cooperative Pangea e H.c.m hanno l’appalto per gli infermieri, il personale sociosanitario e gli assistenti al servizio dentistico. Con centinaia di dipendenti sperimentano la gestione tanto cara a Formigoni: misto pubblico-privata con i ciellini a controllare gli appalti. Come è accaduto ai Riuniti di Bergamo, saldamente guidati da Carlo Nicora, che gestisce quasi 80 mila ricoveri l’anno e che ha acquistato beni e servizi per 176 milioni di euro. In area Cl anche il direttore generale di Legnano, Carla Dotti - l’ospedale ha appaltato più di un terzo del suo budget (120 milioni su 346, nel 2010) - e Luigi Macchi, nominato lo scorso dicembre direttore del Policlinico di Milano dove è presidente Giancarlo Cesana (ex responsabile del movimento): dalle sue mani passano appalti che nel 2010 hanno toccato quota 178 milioni. Ma il caso a Milano è quello del Niguarda: 114 mila ricoveri all’anno e un budget di quasi 500 milioni, saldamente in mano a Pasquale Cannatelli, ciellieno doc. Vincere uno di questi appalti è fare bingo. Così un universo di piccole e grandi imprese si buttano nelle gare: Noema Life fornisce software all’ospedale di Mantova, stessi prodotti per Delta informatica che ha come cliente l’azienda ospedaliera di Busto Arsizio. Beta 80 group si occupa dei collegamenti radio e della sperimentazione della centrale 118 di Varese. E mille altre ancora. Perché il binomio Cdo-sanità è vincente. Michele Sasso

TANGENTI, FONDI NERI, TRUFFE. E UNA BANCAROTTA. I MAGISTRATI DI MILANO INDAGANO. MA LA CHIAVE È UNA MISTERIOSA DAMA IN CARCERE IN SVIZZERA
sono riusciti a diventare uno dei pilastri della Firenze di Matteo Renzi, che hanno sostenuto fin dalle primarie con migliaia di voti. Il vicesindaco Dario Nardella è ciellino; l’assessore alla mobilità Massimo Mattei era a capo di una società della Cdo, dove tra l’altro lavoravano l’ex segretario cittadino dei Ds, Michele Morrocchi, e il coordinatore locale del Pdl, l’onorevole Gabriele Toccafondi. Ma la figura determinante della liaison è il braccio destro del sindaco: Marco Carrai, costruttore cattolico suo coetaneo e cugino dell’imprenditore che ha creato la Cdo in Toscana. Come spiegava al telefono un manager intercettato: «Quello che dice Carrai è quello che dice Renzi, e viceversa». A chiusura del cerchio, l’amico di Matteo il Magnifico è entrato nel consiglio dell’Ente Cassa di Risparmio, azionista di Intesa e grande finanziatore delle attività culturali, sociali e politiche fiorentine.

turato, facendo man bassa di appalti pubblici. E schierano il cardinale Angelo Scola che dal Duomo di Milano viene dato in pole position per prendere il posto di Benedetto XVI.

Nel nome di Passera
Oggi sulla scacchiera italiana gli eredi di don Luigi Giussani (che festeggiano i trent’anni del riconoscimento vaticano della loro Fraternità e vorrebbero la beatificazione del fondatore) contano sui pezzi più prestigiosi, in una manovra che assomiglia sempre più a uno scacco matto che potrebbe consegnare loro il potere spirituale e quello temporale. Come premier, puntano apertamente su Corrado Passera: persino Formigoni, nel tentativo di garantirsi una ritirata onorevole, ha tributato omaggio alla leadership del superministro. E nel segno della trasversalità, il legame con l’ex banchiere di Intesa è diventato politico dopo essere stato imprenditoriale, con il ruolo della banca in diverse operazioni della Cdo, nonché familiare visto che la sorella e la prima moglie del ministro sono operosamente inserite nel network di Cl. La storia l’hanno raccontata loro stesse a “Famiglia Cristiana”. Tutto parte nel 2003, quando Bianca Passera e Cecilia Canepa si rivolgono a Mario Ciaccia,
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Foto Pagine 38/39: M. Chianura - Agf Pagine 40/41: Olycom, A. Casasoli - A3, E. D'Agostino, S. Del Puppo - Fotogramma

oggi vice di Passera al ministero delle Infrastrutture, per scrivere il testo della cosiddetta “legge del buon samaritano”. All’epoca dare in carità i pasti non utilizzati nelle mense aziendali, nelle scuole o negli ospedali non era possibile per questioni igieniche. In pochi mesi Berlusconi fa propria la legge compilata da Ciaccia e le due cognate battezzano Siticibo, una fondazione che ogni giorno spedisce i propri furgoni in giro per Milano e Como a raccogliere le eccedenze di cibo nelle mense di aziende e enti pubblici, refettori scolastici e alberghi, per poi donarlo ai poveri. Fin dall’inizio, il partner dell’intera operazione per far approvare la

IL NIGUARDA DI MILANO. A SINISTRA: ROBERTO FORMIGONI SULLA BARCA DELL’IMPRENDITORE PIERANGELO DACCÒ, CORRADO PASSERA E LA CASA DEI MEMORES DOVE VIVE IL GOVERNATORE

legge in Parlamento, fornire personale e mezzi è il Banco Alimentare, un’istituzione di Cl che molti conoscono per le collette di cibo nei supermercati. Al di là di Passera, però, il movimento conta su altri candidati ben piazzati: a sinistra hanno un feeling antico e profondo con Pier Luigi Bersani, il segretario del Pd che al Meeting di Rimini trattano come «uno di loro», affidandogli il commento delle opere di don Giussani. In più

Supermarket Sicilia
Che in uno scenario elettorale con il Pd al potere vinca il segretario o il rottamatore, per loro ci saranno dunque porte aperte. Ma anche a destra Angelino Alfano guarda a Cl per rendere sempre più democristiano il Pdl e scaricare le anime nere di An e i plurinquisiti della defunta Forza Italia: suo fratello è uno degli uomini chiave della Cdo in Sicilia, dove la compagnia raccoglie diversi produt1 marzo 2012 | lEspresso | 41 ’

Primo Piano
Contro Cl l’ira di Dario
Dario Fo dice no alla raccolta fondi dei ciellini e scoppia la polemica. È successo sabato scorso al teatro Apollonio di Varese dove il premio Nobel ha messo in scena il suo“ Mistero buffo”. Nel foyer un gruppo di volontari di “Banco nonsolopane onlus” (associazione locale legata alla Cdo), sono radunati per una raccolta fondi. E parte la richiesta a Fo di annunciare l’iniziativa alla fine della rappresentazione. Ma lui non lo fa. Perché? Interrogato da “l’Espresso” il maestro risponde: «Questi di Cl volevano farsi pubblicità politica con la scusa della carità. Non mi è piaciuto. Anche perché il volontario che è venuto nel camerino a fare la sua richiesta, non mi ha detto subito di essere di Cl. Ho avuto la sensazione che non volesse palesare con chiarezza la colorazione politica dell’iniziativa. Insomma, è stato tutto molto sgradevole». Le ragioni del suo dissenso col movimento di Don Giussani, il Nobel le riassume così: «Per anni i miei spettacoli sono stati boicottati da Cl, che mi ha impedito di andare in scena in parecchie piazze. In particolare ricordo che per anni mi è stato vietato il teatro Verdi di Padova, di proprietà del Comune ma in gestione a un società vicina alla Compagnia delle opere». Per questo Dario Fo ha dovuto traslocare al Palasport della città. La cosa non gli è andata giù, e non se l’è dimenticata. Se ne sono accorti oggi quelli di Banco nonsolo pane. M. S.
DA SINISTRA: MATTEO RENZI, UNA COLLETTA DEL BANCO ALIMENTARE, ANGELINO ALFANO. SOTTO NELLA PAGINA ACCANTO: DARIO FO

ELETTO CON L’APPOGGIO DEL MOVIMENTO, IL SINDACO DI FIRENZE HA MESSO I CIELLINI SULLE POLTRONE CHE CONTANO
tori e consorzi agro-alimentari, dall’olio alle arance. E intorno ad Alfano fa quadrato Maurizio Lupi, che nella stagione berlusconiana ha tentato di scalzare Formigoni dall’empireo ciellino e che oggi combatte nell’ombra una sfida insidiosa contro il governatore lombardo, che nel 2008 lo aveva stoppato nella corsa a un ministero importante. Una battaglia di retroguardia, la loro, perché le interviste parallele e convergenti rilasciate qualche settimana fa al “Corriere della Sera” dal cardinale Scola e da don Julián Carrón, il successore di don Giussani che papa Ratzinger ha nominato di recente “Consultore del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione”, sono state
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novembre è in cella Pierangelo Daccò, compagno di yacht e di vacanze sarde del governatorissimo: è accusato come architetto dei fondi neri di don Verzè per aver incassato 2 milioni di euro che, sostiene lui, erano il semplice risarcimento per spese che aveva anticipato e che il San Raffaele gli ha poi restituito in modi un po’ spicci. I suoi avvocati Giampiero Biancolella e Jacopo Antonelli sono riusciti a ottenere un successo parziale in Cassazione ma la detenzione rischia di essere ancora lunga.

anche Maurizio Lupi. Simone, tra i fondatori del braccio politico di Cl, è una vecchia conoscenza dei magistrati: fu arrestato durante Mani Pulite come smistatore di tangenti percepite assieme a un altro ciellino quando era assessore al Territorio in Lombardia. Condannato in primo grado, nel 1999 ha concor-

dato con la Regione un risarcimento di 140 milioni di lire, mossa utile per puntare alla prescrizione in appello. Vent’anni dopo, qual è stato realmente il suo ruolo nel naufragio del San Raffaele? Quella dell’ospedale creato da don Verzè è una ferita aperta per Cl. A differenza di quanto amasse mostrare in

La mano di Milady
Tanti attori secondari si muovono però in questa storia, tutti potenzialmente capaci di rivelazioni importanti. Si parla ad esempio di Milady, il soprannome rocambolesco assegnato alla manager di una fiduciaria elvetica, arrestata in Svizzera un mese fa e che ora rischia l’estradizione: è accusata per i soldi sporchi delle bonifiche lombarde, ma nelle sue mani sono passati molti altri denari. E nell’inchiesta sul San Raffaele sta crescendo l’attenzione per le mosse di Antonio Simone, che sarebbe socio di Daccò nell’arcipelago di società internazionali che l’imprenditore ha utilizzato per costruire, fra l’altro, un ospedale in Terra Santa. Nel massimo silenzio Simone si è presentato già due volte dai pubblici ministeri per cercare di chiarire il suo ruolo: lo difende Giuseppe Lucibello, il legale uscito a testa alta dall’affaire dei prestiti di Antonio Di Pietro, che oggi assiste

C’è uno spallone dal Governatore
Per i vescovi cattolici l’evasione fiscale è peccato. Ma per Alberto Perego, amicissimo e convivente di Roberto Formigoni, non sembra un problema. “L’Espresso” aveva già rivelato che Perego, accusato di falsa testimonianza nell’inchiesta Oil for food, vive da anni insieme al governatore lombardo in una casa-comunità affittata dai Memores Domini, la più potente e riservata organizzazione ciellina: una villa a Milano di proprietà della famiglia Ligresti. Imputato di aver mentito al pm negando di essere il beneficiario di due conti svizzeri, Perego è stato condannato dal tribunale, il primo febbraio scorso, a quattro mesi con la condizionale. La sentenza spiega che quei conti, chiamati Memalfa e Paiolo, sono serviti a Perego «per creare una riserva di fondi fuori dall’Italia», cioè per incassare segretamente soldi versati dal gruppo Finmeccanica e dai petrolieri italiani dello scandalo Oil for food. Ma c’è di più. Nelle deposizioni agli atti del processo, il suo fiduciario svizzero S.R. testimonia che «Perego disponeva di due società italiane, Estella e Professionals», con cui «gestiva una pianificazione fiscale per un gruppo di aziende italiane, attraverso la Fidinam di Zurigo e Lugano». La Fidinam è la fiduciaria svizzera che era già emersa nelle indagini di Tangentopoli e nei crac di Cragnotti e Tanzi come organizzatrice di sistemi riservati di conti esteri. Anche un ex socio milanese della Estella spa, L.B., ha confermato che Perego attraverso la Fidinam «offriva la possibilità di effettuare operazioni internazionali o societarie in cui non si rivelasse l’identità dei clienti italiani». Nel suo unico interrogatorio, Perego ha dichiarato di lavorare tuttora come fiscalista «con lo studio Sciumè e associati», guidato da professionisti ciellini, e di controllare anche «una società di revisione e una quota della Interfield srl», un’altra ditta di consulenze tributarie di Milano. La difesa di Perego ora prepara l’appello contro la sentenza di condanna, che ha definito «desolante l’atteggiamento menzognero» di chi predica «elevati ideali». Paolo Biondani

pubblico, il prete-manager scomparso il 31 dicembre non era per niente estraneo al movimento. È vero che aveva fondato fin dal 1964 una sua associazione di fedeli, i cosiddetti “Sigilli”, che vivevano con lui in una grande cascina costruita accanto al San Raffaele e che facevano voto di dedicare la vita intera all’ospedale. Ed è altrettanto vero che nell’università che aveva creato dal nulla, don Verzè si era tolto lo sfizio - impensabile per le gerarchìe cielline - di chiamare a insegnare molti spiriti liberi, dal filosofo Massimo Cacciari al teologo Vito Mancuso.

Ha chiamato Don Luigi
Al San Raffaele si racconta però che negli anni Novanta don Luigi, come lo chiamavano i suoi medici, avesse il timore di non riuscire a fare nuovi proseliti per i Sigilli. E che, per questo motivo, avesse aperto le porte della sua cascina a numerosi Memores, che aveva collocato in posizioni chiave all’interno dell’ospedale. Per anni la comunione è filata liscia. Poi, qualche tempo fa, l’intesa è andata in frantumi e c’è stata la cacciata dalla cascina. Il motivo? Mistero. Una spiegazione che circola è legata ai timori di ridimensionamento che, viste le capacità e gli appoggi politici dei ciellini, nutrivano le due storiche assistenti di don Verzè, Raffaella Voltolini e Gianna Zoppei, tuttora molto presenti negli affari dell’ospedale e dell’università. Nonostante l’apparente
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lette come un de profundis per le ambizioni di Formigoni e l’estrema unzione ai vecchi assetti politici. Il passato però continua a vivere nei corridoi della procura di Milano. E può rovinare i piani per il futuro. La questione chiave oggi è il San Raffaele, che ridisegnerà gli assetti della sanità lombarda e potrebbe scoperchiare un verminaio di tangenti e finanziamenti opachi. Nel mirino c’è il rapporto con il Pirellone. Da

Foto: F. Lovino - Contrasto, P Tre - A3, D. Dainelli - Contrasto, M. Chianura - Agf .

Primo Piano

rottura, però, don Verzè ha continuato a coltivare rapporti fortissimi con il mondo di Cl e l’entourage di Formigoni, come dimostrano la permanenza al vertice dell’ospedale di Alessandro Longo, responsabile del controllo di gestione, o di Renato Botti, tuttora a capo di una delle tante società nate nel gruppo, la Telbios. Per non parlare, ovviamente, degli affari di Daccò. A che cosa arriveranno le indagini della magistratura è difficile prevedere. È però plausibile che l’acquisto del San Raffaele da parte di Giuseppe Rotelli cambierà gli equilibri che si erano ormai consolidati e che vedevano i ciellini in posizione di forza. Si dice che Formigoni avrebbe preferito pilotare l’ospedale verso il gruppo Humanitas della famiglia Rocca, guidato da Ivan Colombo, un altro manager transitato dal San Raffaele che viene indicato come uno dei protetti di Cl. Ora, invece, il movimento dovrà cercare di riposizionarsi, visto che Rotelli, pur in buonissime relazioni con gli ex Forza Italia, non è ritenuto organico ai circoli ciellini. Se la sanità è uno dei business più redditizi della Cdo, che ha saputo infilarsi in maniera organizzata negli appalti

L’OSPEDALE SAN RAFFAELE DI MILANO. A DESTRA: MAURIZIO LUPI. SOTTO: BRUNO TABACCI

pubblici e nei servizi affidati all’esterno dagli ospedali (vedi articolo a pagina 40), nel tempo il ventaglio di attività si è allargato parecchio. Il concetto è quello della rete. Se un’iniziativa parte, si diffonde un nodo dopo l’altro fra le migliaia di imprese aderenti. Negli anni passati si è puntato tantissimo sull’energia verde e così fra gli associati spiccano progettisti, produttori e installatori di pannelli solari. Che a volte si uniscono in consorzio, come accaduto con le otto imprese lombarde riunite sotto il nuovo marchio B.next. La parola d’ordine è digitalizzazione? Ecco allora accorrere le ditte informatiche che incamerano valanghe di commesse. Per non parlare delle iniziative che nascono ad hoc, come il portale GTours che, partito dal Gargano, vuole catalogare, colle-

Il bosco del malaffare

gare e offrire con speciali convenzioni agli associati Cdo alberghi, bed & breakfast, noleggi d’auto e tutte le strutture turistiche di proprietà dei soci. Resta il fatto che, come spesso accade in Italia, i soldi veri si fanno nell’edilizia

e nelle infrastrutture. E le grandi opere della rinascita urbanistica milanese che sta facendo spuntare grattacieli come funghi costituiscono l’officina dove viene messa a punto l’alleanza con le cooperative rosse che fa da sfondo «all’amicizia

operativa» con Bersani, come la chiamerebbero i ciellini. Due nomi spiccano su tutti. La Montagna Costruzioni di Pesaro, presieduta da Marco Montagna, consigliere Cdo, ha fatto incetta di appalti milionari a Milano, dal centro congressi della Fiera al nuovo grattacielo della Regione Lombardia. In quest’ultimo cantiere ha lavorato insieme alla Cooperativa Muratori e Braccianti (Cmb) di Carpi, che in città ha vinto anche la mega ristrutturazione dell’ospedale Niguarda. Fra i cooperatori, c’è chi nega che ci sia un rapporto strutturale con la Cdo. «Se collaborare vuol dire mettere insieme valori e capacità, perché no?», dice Paolo Cattabiani, presidente di Legacoop in Emilia. Che aggiunge: «Però il nostro obiettivo resta un altro: la costituzione di un’unica centrale insieme ad Agci e a Confcooperative», ovvero le coop storiche, rispettivamente repubblicane e bianche. Sarà. A Milano però, con l’arrivo dell’Expo 2015, il risultato più con-

creto è un mega quartiere che sorgerà proprio lì accanto, a Cascina Merlata, dove un tempo c’era il “bosco del malaffare”, così chiamato per i briganti che rapinavano i viandanti. Gli alberi non ci sono più da tempo. Ma sui terreni sorgeranno decine di palazzi, scuole e uffici costruiti da cooperative rosse, bianche, ditte senza etichette e, naturalmente, aderenti alla Cdo come la Montagna Costruzioni. Ci sarà anche il villaggio per gli ospiti dell’Expo, che sarà poi riconvertito in case popolari. Grande finanziatore: Intesa Sanpaolo. Il futuro è iniziato.
hanno collaborato Riccardo Bianchi e Natascia Ronchetti

DAL CAPOLUOGO LOMBARDO ALLE REGIONI ROSSE: NEI GRANDI APPALTI COMPAGNIA DELLE OPERE E COOPERATIVE VANNO A BRACCETTO
ha bisogno il governo Monti. L’idea di dare il calcio dell’asino e giocare una partita nuova non regge». Si può vincere in Lombardia senza fare i conti con la Cdo e con Cl? «La Cdo resta una realtà importante. E non si mette su uno schieramento politico contro Cl che è un movimento ecclesiale. Serve un recupero di pluralismo, trasparenza, tolleranza. Sapendo che Milano e la Lombardia governano già la fase nuova del Paese: nessuno è più lombardo di Mario Monti». E dunque serve un tecnico anche per la Lombardia? «Monti non è un tecnico, è un grande politico. E in Lombardia per voltare pagina servirà un buon politico».
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Hanno tradito don Giussani

COLLOQUIO CON BRUNO TABACCI DI MARCO DAMILANO

«È un sistema che arriverà al capolinea per ipertrofia. Ha conquistato tutto il potere che era possibile, la sanità, le infrastrutture, la Fiera, ma ora che tutto sta cambiando corre il rischio di essere eroso dall’interno». Bruno Tabacci, deputato, assessore al
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Foto: L. Passoni - Tam Tam, P Tre - A3, M. Chianura - Agf .

Bilancio della giunta Pisapia, conosce bene Comunione e liberazione, la Compagnia delle Opere e Roberto Formigoni. Ha assistito alla loro ascesa, nella Milano degli anni Ottanta, quando era giovane segretario regionale della Dc e poi presidente della Regione Lombardia. «Guardavo con simpatia a quel movimento. Non condividevo certe esasperazioni, ma mi piaceva quel loro essere una minoranza intensa che esprimeva valori. Appena eletto segretario della Dc lombarda, nel 1986, andai a trovare don Luigi Giussani. Un uomo spartano, un cattolico integrale. Organizzai nell’87 un convegno con lui e con il gesuita padre Angelo Macchi. Lo scontro tra Cl e la Curia del

cardinale Martini era così duro che dall’arcivescovato si tentò di impedire l’evento con pressioni su di me e su De Mita. Io le respinsi, era la prima volta che Giussani partecipava a un convegno della Dc e per i ciellini fu uno sdoganamento. Ricordo che Giussani era infastidito, già allora, per l’attivismo dei suoi ragazzi. Presagiva che la loro ossessione politica li avrebbe portati fuori strada. Era preoccupato che il movimento potesse essere contaminato da una gestione troppo disinvolta». E oggi? «Oggi mi permetto di dire che don Giussani aveva ragione. C’è stato un tradimento del suo insegnamento e del suo stile di vita. Quando c’è troppa

commistione tra il potere e i valori si passa facilmente ai valori bollati». Si riferisce agli scandali? «Prima il San Raffaele, poi gli arresti degli ex assessori, Formigoni dice che lui non c’entra nulla, ma i casi giudiziari sono la conseguenza di un problema politico. In Lombardia c’è un potere tanto presuntuoso quanto incontrollato, tipico di un presidenzialismo senza contrappesi, costruito da un governatore che si compiace di farsi chiamare così per scimmiottare il modello americano. Le leggi sono fatte a sua immagine e somiglianza. Il segretario generale della Regione, l’ex deputato Dc e mio amico Nicola Sanese, fa parte della

giunta, promuove e rimuove i dirigenti degli assessorati. È tutto centralizzato: le nomine nelle fondazioni sanitarie, il Niguarda, il Policlinico. Formigoni replica che la sanità lombarda è la migliore d’Italia. Sì, ma lo era anche quando governavo io. E lo è dai tempi di Alessandro Manzoni, anzi, di Carlo Borromeo e di Ambrogio». Quel potere assoluto è arrivato al capolinea? «In ogni sistema si creano gli anticorpi. Il caso di Berlusconi è emblematico: quale potere era più inossidabile del suo? Il sistema Formigoni sta franando per due motivi. La parte finale della conquista è stata bloccata: volevano mettere le mani sull’urbanistica a Milano, con

il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi e con l’assessore Carlo Masseroli, ma i milanesi li hanno bloccati votando Giuliano Pisapia. E in questi giorni il nuovo assessore Lucia De Cesaris, una professionista preparata e specchiata, sta avviando il difficile percorso del nuovo piano regolatore. E poi c’è la vera questione: dall’alto del suo grattacielo oggi Formigoni è al massimo del suo potere, ma sul piano politico è al punto più basso. Esprime un nanismo politico. E si allontana dalla dimensione popolare che è sempre stata il suo punto di forza». In cosa vede questo scollamento? «Il successore di don Giussani alla guida di Cl, lo spagnolo

don Julián Carrón, in un’intervista al “Corriere” ha preso nettamente le distanze dal sistema di potere formigoniano, dicendo che non esistono politici ciellini. Il messaggio è chiaro: da ora in poi nessuno potrà fregiarsi di quel distintivo, soprattutto di fronte a quelle migliaia di giovani che si impegnano con generosità e passione nel movimento. Lo stesso ha detto qualche giorno dopo il cardinale Angelo Scola, che è a Milano in nome di un progetto ben più universale di quello che si agita in Palazzo Lombardia». Formigoni è già passato alla fase successiva candidando Passera premier per il 2013... «Passera non ha bisogno di Formigoni. Soprattutto non ne

Tema del giorno Malasanità

Incurabile POLICLINICO

“L’Espresso” è tornato nell’ospedale degli scandali. Cinque anni dopo nulla è cambiato. Anzi i problemi si sono aggravati. Dagli allarmanti livelli di radioattività all’odissea dei pazienti tra i reparti
DI FABRIZIO GATTI

C’

è un giardino a Roma, dentro il Policlinico Umberto I, dove non cresce più l’erba. Una segnalazione anonima porta proprio lì. E Attila ovviamente non c’entra. L’indicazione è precisa: «Passare dall’ingresso di viale Regina Elena. Camminare fino al padiglione di radiologia. Guardare a sinistra. Si arriva a un’aiuola sopraelevata». È vero. Ai bordi dell’aiuola l’erba è verde e rigogliosa. Ma lungo una larga fascia al centro, non cresce nulla. Nonostante ci abbiano steso un tubo nero per l’irrigazione. Nonostante la neve ormai sciolta abbia dissetato le radici. Lì in mezzo tutte le piantine sono morte. Eppure la terra non sembra diversa dalle altre aiuole del Policlinico. Dalle finestre del secondo piano di radiologia si vede meglio. La zona senza vegetazione segue una geometria. Più o meno un rettangolo. Più o meno la stessa dimensione del bunker nascosto lì sotto: il laboratorio con le macchine a raggi X delle unità di radioterapia 2 e 3. Secondo la segnalazione, sarebbero proprio le radiazioni a uccidere l’erba. Se fosse vero, è un altro guaio. Perché ogni giorno, intorno a quell’aiuola, si siedono decine di studenti della facoltà di Medicina. Sul terrapieno costruito sopra il laboratorio, i ragazzi studiano, fumano,

telefonano. Accanto, gli autisti parcheggiano le ambulanze. E lì davanti è un passaggio continuo di centinaia di pazienti, medici, infermieri, parenti. La direzione tecnica dell’ospedale, informata da “l’Espresso”, ha avviato un’indagine. Non c’è solo l’affollamento disumano al pronto soccorso del Policlinico: i malati lasciati tre, quattro giorni ad aspettare il trasferimento in un reparto. Come è successo anche al San Camillo, l’altro ospedale di Roma. E in tante città italiane dove direttori generali e primari si stanno contendendo prestazioni e servizi al costo di letti e contratti da tagliare. Così impongono le misure anti crisi del governo di Mario Monti. Ma all’Umberto I, il più grande istituto universitario d’Europa, ai problemi della gestione sanitaria si aggiungono le conseguenze di anni di incuria. Di mancanza di fondi. O di soldi usati troppe volte malissimo. Al punto che il Policlinico romano è ancora il simbolo della Sanità. E dei suoi fallimenti. Tra Nord e Sud, a metà strada. Come nel 2007, quando “l’Espresso” raccontò l’ospedale dal di dentro. Un finto addetto alle pulizie. Un mese da infiltrato. Ci siamo tornati. Passando proprio dall’ingresso di viale Regina Elena. Questa volta con un contatore di radioattività. Dal cancello aperto si arriva alla piccola piazza con l’edicola. Il padiglione di radiologia è qui davanti. Più ci si avvi-

2007, l’inchiesta-choc
“Policlinico inferno”. È il titolo della copertina de “l’Espresso” firmata da Fabrizio Gatti che scoperchiò, a gennaio 2007, il disastro del policlinico Umberto I di Roma, aprendo un caso nazionale. L’inviato, in tuta blu, lavorò per un mese sotto copertura come addetto alle manutenzioni nel più grande ospedale italiano. E documentò con una lunga inchiesta, corredata di foto e video, il disastro della malasanità romana. Fra sprechi, pazienti abbandonati nei corridoi, disservizi, negligenze, lavoratori incustoditi, sporcizia.

Il Pronto soccorso del Policlinico Umberto I

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Tema del giorno Malasanità

cina, più i bip del contatore suonano. Ogni punto sulla Terra ha la sua radioattività di fondo naturale. La dose misurata davanti alle finestre interrate delle unità di radioterapia è tre, quattro volte superiore al fondo naturale rilevato in altre parti del Policlinico. I picchi si toccano dietro la palazzina di radiologia, pochi passi dai tavolini di un chiosco. È il bar dove decine di dipendenti vanno a pranzare. Ed è l’ora di pranzo. Il contatore rileva più volte per alcuni secondi 1,07 microSievert per ora, l’unità di misura della dose di radiazione. Sale anche a 1,17 microSievert. Sempre pochi istanti di picco, l’emissione è discontinua. Poi l’indicatore continua a rimbalzare tra 0,60 e 0,97. Questo contatore di radioattività cattura i raggi gamma. Le macchine per la radioterapia sfruttate oggi emettono invece raggi X. Soltanto i vecchi strumenti con la sorgente a base di cobalto irradiavano raggi gamma. Ma all’Umberto I non se ne usano più dal 2003. La dose di fondo in altri settori del Policlinico varia da 0 a 0,48 microSievert per ora. E comunque da nessun’altra parte si raggiungono 1,17 microSievert. Un mistero. I laboratori di radiologia e di radioterapia dovrebbero essere adeguatamen-

DA SINISTRA: IL PICCO DI RADIOATTIVITÀ MISURATO DALL’ESPRESSO; IL TRASPORTO PAZIENTI IN AMBULANZA TRA I REPARTI; L’UMIDITÀ NEI TUNNEL RISTRUTTURATI; L’AIUOLA SU CUI NON CRESCE L’ERBA; CAVI IN UN TUNNEL. IN BASSO: UBALDO MONTAGUTI

te schermati. Al punto che all’esterno, nelle zone aperte al pubblico, non dovrebbero esserci aumenti di radioattività. E nemmeno piantine d’erba rinsecchite. La direzione tecnica dell’Umberto I esclude al momento che ci siano pericoli per la salute. Anche perché la misurazione fatta da “l’Espresso” non può essere considerata ufficiale. Il direttore, Claudio Voglino, ha passato la segnalazione al dipartimento di Fisica sanitaria. «Non mi hanno segnalato anomalie finora», spiega Voglino: «Le eventuali dispersioni di radiazioni verrebbero rivelate in tempo dai dosimetri dislocati negli ambienti di reparto. Gli stessi che il personale porta addosso. Faremo tutte le verifiche». Il viavai di ambulanze tra i padiglioni del Policlinico diffonde puzza di scarico fin dentro l’atrio dei reparti. È in queste condizioni che medici e infermieri sono costretti a lavorare. E i cittadini a farsi curare. Il traffico di ambulanze, oltre a essere un costo aggiuntivo per l’amministrazione, è il risultato della ristrutturazione delle gallerie sotto l’ospedale. Nel senso che prima, come aveva documentato “l’Espresso” nel 2007, i malati venivano spinti da padiglione a padiglione sui lettini attraverso i tunnel. Capitava che persone appena operate finissero in coda ai carrelli che trasportavano rifiuti. Oppure che le lettighe, con tanto di supporto per la flebo e relativo paziente, dovessero passare sotto soffit-

ti scrostati dall’umidità, tubi rotti o accanto a cantine trasformate in discariche e cumuli di macerie con escrementi di animali. Ora non succede più. I tunnel sono stati rifatti. E più volte inaugurati negli ultimi anni. Una ventina di milioni la spesa. Ogni galleria adesso ha un colore diverso. Luci che si accendono al passaggio. Telecamere digitali perché le guardie giurate possano controllare cosa accade. Piastrelle nuove e lavabili. Porte tagliafuoco. Da inizio febbraio però i collegamenti sotterranei non possono essere utilizzati per trasferire i pazienti. La Procura di Roma li ha messi sotto sequestro. L’accusa è violazione delle «norme sulla prevenzione degli infortuni e sull’igiene del lavoro». Secondo le indagini, la direzione dell’ospedale, i progettisti e gli esecutori dei lavori si sarebbero lasciati sfuggire qualche precauzione. Il nuovo controsoffitto infatti nasconde alla vista tubi di varie età che non sono stati sostituiti. Chilometri di condutture di ossigeno e gas medicali passano accanto all’acqua e ai cavi elettrici. In caso di perdite, i pannelli impedirebbero la dispersione del gas aumentando il rischio di incendio o addirittura di esplosione. Una svista da 20 milioni. Più il costo del noleggio di decine di ambulanze. Corrono avanti e indietro per portare agli appuntamenti con esami, radiografie e prelievi i malati che non camminano. Sono soprattutto anziani. Trascinati dai reparti sui loro letti, su e giù per gli ascensori. E poi fuori al freddo. Fin dentro l’ambulanza che li attende all’aperto davanti ai padiglioni. Occhi tristi che luccicano tra la coperta di lana e i maglioni annodati come turbanti sulle loro teste. Se le infezioni ospedaliere sono un

dramma, ecco un rimedio obbligato che ne aumenta i rischi. La polmonite da legionella qui era di casa. Il batterio mortale si diffondeva grazie alla mancata disinfezione delle tubature dell’acqua. E almeno fino al 2007 il pericolo è stato scrupolosamente sottovalutato o ignorato. Lo sa bene Franco Maccarelli che al Policlinico ha perso il figlio, Cristian, 21 anni. Lo scrive il giudice Donatella Pavone nelle motivazioni della sentenza del Tribunale di Roma che il 14 ottobre scorso in rito abbreviato ha condannato a due anni e quattro mesi per epidemia l’allora direttore generale, Ubaldo Montaguti: «Nel 2006 i laboratori di igiene tecnica ospedaliera hanno eseguito un unico controllo dell’acqua e ciò a causa della drastica diminuzione del fondo spesa riconosciuto dal Policlinico al servizio d’igiene». Mancano soldi per comprare il cloro, lo stesso anno in cui viene speso un milione e mezzo per ricoprire di parquet e legni aromatici lo studio di un professore. Sette i casi di infezione riconosciuti dal 2003. Chiede il giudice a un testimone, il dirigente della Siram spa, la società di manutenzione tuttora presente all’Umberto I: «Le era noto che sulla rete idrica vi era un problema di legionella?». Risposta del dirigente: «No». Cristian Maccarelli viene operato al cuore per l’impianto di un pacemaker. Intervento riuscito. Muore di legionella 21 giorni dopo il ricovero, il 31 maggio 2007. Il 10 dicembre 2006 stessa causa per la morte di un’altra paziente, Concetta Carboni. Prima della distribuzione in ospedale, l’acqua delle rete idrica viene accumulata «in vecchi cassoni di cemento-amianto nel sottotetto degli edifici», è scritto nella sentenza. I ri-

www.espressonline.it
MALASANITÀ IN PRIMO PIANO Nel nostro sito, le immagini e i filmati girati all’interno del Policlinico, la documentazione delle misurazioni di radioattività e numerose testimonianze sulla malasanità

coverati ora bevono acqua in bottiglia. In questo modo è possibile aumentare la concentrazione di cloro nei tubi. Ed eliminare i batteri da docce e bagni. «Mi chiedo», dice il papà di Cristian, «quante persone, oltre a mio figlio, si potevano salvare. E quante siano le morti archiviate come complicazioni e invece dovute alla mancata disinfezione dell’acqua». Il processo sui casi di legionella prosegue con rito ordinario contro l’allora direttore sanitario e tre primari. Tra loro Claudio Modini, il capo del dipartimento emergenze sospeso in settimana con il coordinatore Giuliano Bertazzoni dopo la scoperta di una paziente legata nel pronto soccorso affollato. La mancanza di posti letto liberi nei reparti non è dovuta soltanto ai tagli. C’è anche quanto ha scoperto un’inchiesta riservata condotta dall’Alto commissariato contro la corruzione. Inchiesta finita nel nulla dopo che nel 2008 Silvio Berlusconi ha sciolto l’Alto commissariato. “L’Espresso” ha potuto leggere alcuni verbali di quelle audizioni. Alle 10.20 del 27 ottobre 2007 parla un anestesista del Policlinico: «I pazienti che ho trattato al di fuori delle mie mansioni non sono transitati tramite pronto soccorso, ma sono stati ricoverati in quanto pazienti di medici del dipartimento trattati in altre sedi, quali clini-

che private... Sono a conoscenza della circostanza che i singoli medici quando sono nel servizio di guardia, indirizzano i propri pazienti al pronto soccorso ai fini del ricovero per un successivo intervento chirurgico (tagli cesarei)». Un ginecologo: «Effettivamente sono a conoscenza di episodi in cui non sono state rispettate le liste di attesa per le prenotazioni di ricoveri non urgenti. Tali episodi sono stati da me prontamente segnalati, peraltro senza riscontro». Un altro medico: «Sono a conoscenza diretta della circostanza che soggetti non strutturati hanno effettuato interventi chirurgici in sala operatoria... Sono a conoscenza che la scorsa settimana a causa della mancata disponibilità del letto destinato alle urgenze, in quanto occupato per intervento chirurgico oncologico di lunga durata, una paziente è stata sottoposta tardivamente a taglio cesareo con conseguente sofferenza fetale e quindi decesso del neonato». Sullo sfondo, lo scontro di sempre. Ospedale e Università. Queste sono le parole dell’allora direttore generale, Montaguti: «Se noi continuiamo a pensare di dover gestire l’ospedale tenendo conto dell’impatto che esercita il potere accademico dell’Università sull’ospedale, non ce la caviamo più. Ogni barone, ogni professore universitario ritiene di essere al centro del mondo. Ma nella Sanità vige la regola assolutamente dimostrata dell’interdipendenza nell’organizzazione, della collegialità... La regola delle elezioni accademiche, dei rapporti di forza tra componenti di professori, rende tutto più difficile». Gennaio 2007. Febbraio 2012. Cinque anni buttati via. ■

PER LE GALLERIE SOTTERRANEE SONO STATI SPESI 20 MILIONI. MA RESTANO CHIUSE PERCHÉ PERICOLOSE E NON IGIENICHE
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Foto 46-47 A. Franceschi - F3. Pag: 48-49 P Tre - A3 .

Attualità CASTA CONTINUA
A SINISTRA: L’EX MINISTRO DEL TURISMO MICHELA VITTORIA BRAMBILLA. IN BASSO: PIAZZA DEL CAMPO A SIENA

VIAGGIA LO SPRECO Assunzioni. Incarichi.
DI EMILIANO FITTIPALDI

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Foto: P Tre - A3, T. Bonaventura - Contrasto .

Sedi estere. Iniziative inutili. Così le società pubbliche per il turismo bruciano milioni. Mentre il settore resta in crisi

C

hi dice che lo Stato non assume più, che il lavoro fisso è una chimera, che nella pubblica amministrazione è impossibile trovare un posto al sole non ha mai fatto un salto a via San Claudio 61 a Roma. Qui, a due passi da Montecitorio, ci sono gli uffici di Promuovitalia. Una società pubblica che nel 2011 è costata la bellezza di 26 milioni di euro, più del doppio rispetto al 2009. È accaduto che la Spa è passata da 31 dipendenti ai 97 registrati l’anno scorso. E nel 2012 - si legge in un documento riservato che “l’Espresso” ha po-

tuto consultare - si prevede di arrivare a 106 unità. Rispetto al 2009 l’aumento del personale è del 312 per cento. Un bel record che fa il paio con il rialzo (più 750 per cento) del monte stipendi, passato dai soli 768 mila euro del 2007 a ben 6 milioni. Che fa tutta questa gente, a cui bisogna aggiungere un esercito di co.co.co (233 nel 2011, quest’anno potrebbero arrivare a 324) degno di una multinazionale? Organizza progetti per promuovere il turismo. Come «l’addestramento dei vigili urbani a fini turistici» (con 530 mila euro a Napoli, Roma, Firenze e in altre città sono stati organizzati 32 corsi dove gli agenti hanno im-

parato «competenze sul patrimonio turistico locale, gestione dello stress, problem solving»), il programma per la «diffusione del codice mondiale di etica del turismo» (costo 515 mila), senza dimenticare gli studi per «iniziative sperimentali per l’ampliamento stagionale della domanda turistica» (1,3 milioni) e misteriosi «progetti di eccellenza» costati alla collettività 1,7 milioni. Il turismo italiano è boccheggiante (nel 2011, secondo l’Istat, pernottamenti e viaggi sono calati del 15 per cento), gli stranieri preferiscono altre destinazioni e la crisi sta ammazzando operatori, alberghieri e tour operator. Eppure nessuno come noi è

bravo a sprecare vagonate di denaro. Ogni anno lo Stato spende oltre 100 milioni per sostenere un settore che vale tra il 10 e il 13 per cento del nostro Pil. Un fiume di soldi che finisce nelle casse dell’Enit e di varie agenzie e Spa a capitale pubblico. “L’Espresso” ha studiato bilanci, documenti riservati e progetti scoprendo che i quattrini servono, oltre che a inutili promozioni, a foraggiare l’appetito di manager e dirigenti indicati dai politici, a finanziare strane strutture di missione governative, assurde conferenze e improbabili “bureau”. Che in teoria dovrebbero rilanciare l’immagine del Paese, ma che nella pra1 marzo 2012 | lEspresso | 51 ’

Attualità
L’ENIT VANTA ANCORA BEN 25 SEDI ESTERE, CON DIRIGENTI PAGATI 15-20 MILA EURO NETTI AL MESE
tica ottengono risultati modesti, inversamente proporzionali agli sprechi e ai benefit (di lusso) destinati ai potenti. Andiamo con ordine, tornando a Promuovitalia. Sconosciuta ai più, controllata al 100 per cento da Enit (l’Agenzia nazionale per il turismo), è stata creata nel 2004 dal governo Berlusconi. La sua mission è «il supporto per l’occupazione e lo sviluppo dell’industria turistica». In realtà la società è una via di mezzo tra un doppione dell’Enit, un’agenzia di collocamento e la Cassa del Mezzogiorno. I progetti (finanziati con i soldi del ministero dello Sviluppo economico e del dipartimento al Turismo) sono tanti e svariati. A parte l’educazione dei vigili, la torta più grande finisce nei progetti “Replay”, “Motus” e “Lavoro e Sviluppo”, che prevedono corsi di formazione e tirocini per disoccupati calabresi, campani, pugliesi e siciliani. In «modo da favorire l’incontro tra domanda e offerta nel settore turistico». Di fatto, Promuovitalia raccoglie i curriculum e li gira alle aziende interessate. Solo “Lavoro e Sviluppo 4”, con 6 mila “percorsi formativi” previsti, costa 60 milioni di euro. Ma sono stati spesi milioni anche in altre avventure. Si va dal sito Internet del secondo “Polo turistico di Roma” (dove si consiglia di visitare, oltre al Colosseo, «il museo delle cere e quello della Civiltà romana») al volo low cost Monaco di BavieraLamezia Terme, lanciato per portare più tedeschi in Calabria. Passando al libro “Qualità Abruzzo” sull’enogastronomia della regione e al sito dell’Osservatorio nazionale del turismo, che si è mangiato 1,8 milioni di euro. Attenzione, non va confuso con il portale nazionale “Italia”, voluto dalla Brambilla e pubblicizzato con uno spot recitato da Silvio Berlusconi: spulciando l’ultimo bilancio della presidenza del Consiglio, scopriamo che qui lo start-up è costato ancora di più, 5,4 milioni di euro. Dietro il boom di Promuovitalia ci sono due donne. Formalmente fu il capo dell’Enit Matteo Marzotto a chiamare, nel 2009, Maria Teresa Patti alla presidenza della società. Ma è stata l’ex ministro Brambilla a suggerire la nomina. La Patti era la proprietaria e l’ad della Valtur. Al di
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Convegno a caro prezzo
Se le società pubbliche che dovrebbero rilanciare il turismo gettano decine di milioni l’anno, forse Monti dovrebbe cominciare a fare pulizia anche nel dipartimento di Palazzo Chigi che governa il settore. Nel 2010 ha speso cifre faraoniche per il suo funzionamento: 15 milioni, contro i 684 mila euro dei tempi di Prodi. Convegni e manifestazioni varie sono costati 589 mila euro e le missioni della Brambilla e dei suoi collaboratori 418 mila. Per rimettere a posto gli uffici e per la loro pulizia è stato impegnato più di mezzo milione: non sappiamo se i soldi siano stati usati anche per le lettere dorate “Ministro del turismo” che la Brambilla fece mettere sul palazzo (sede di un semplice dipartimento, il “ministero del Turismo” è stato abolito per via referendaria) e che Gnudi ha fatto subito rimuovere. Altro denaro, infine, per la conferenza nazionale del turismo a Cernobbio nel 2010: vi partecipò anche Corrado Passera, al tempo ad di Intesa. «Tanto è stato fatto ma tanto resta da fare», disse dal palco, «è uno dei pochi comparti che può raddoppiare il proprio Pil, è pazzesco se solo ci pensiamo». Pazzeschi anche i costi di quella due giorni: 255 mila euro tondi tondi.

IL MINISTRO DEL TURISMO PIERO GNUDI. A DESTRA: SCIATORI IN ALTO ADIGE

là del possibile conflitto d’interessi, va segnalato che mentre Promuovitalia s’ingigantiva la Valtur è quasi fallita, a causa di debiti superiori ai 300 milioni: a ottobre 2011 il gruppo ha ottenuto dal ministero dello Sviluppo economico (che, ricordiamolo, paga i progetti di Promuovitalia) l’amministrazione straordinaria, ma per ora i tre commissari non hanno trovato acquirenti interessati ai villaggi vacanza. «Bisogna modificare il Titolo V della Costituzione, non per riappropriarci di un potere che è delle Regioni, ma per lavorare meglio insieme e non buttare i soldi», ha detto il nuovo ministro Piero Gnudi, fedelissimo di Mario Monti e assai critico con gli sperperi causati dagli enti locali. Giusto. Peccato che il governo - per recuperare la fiducia delle regioni virtuose - forse dovrebbe cominciare a fare pulizia cominciando da casa sua, a Roma. Al di là di Promuovitalia, l’Enit, nonostante i tagli subiti nell’ultimo lustro, secondo la Corte dei conti costa (per il solo personale dipendente) ancora 15,8 milioni di euro, e in totale per far funzionare la struttura (che vanta 25 uffici esteri sparsi tra Oceania, Europa, Americhe e Asia, i cui direttori prendono tra stipendio e indennità 15-20 mila euro netti al mese) i contribuenti italiani continuano a spendere 30 milioni l’anno. Soldi usati, di fatto, solo per far soprav-

vivere il carrozzone. Nel 2011 l’unico progetto degno di nota si chiama “Italy comes to you”. Investendo 2,4 milioni di euro l’Enit ha organizzato una sorta di mostra itinerante in Cina, India, Russia e Brasile. Nei video delle varie inaugurazioni visionati da “l’Espresso” poca gente e clima da festa paesana. A San Paolo c’erano una trentina di tour operator locali, e tutto è finito con una biciclettata (10 partecipanti) sotto il diluvio. «Non solo. A febbraio, prima delle inaugurazioni, il direttore dell’area sudamericana che avrebbe dovuto svolgere il suo compito a San Paolo», racconta una fonte dell’agenzia, «ha fatto scadere il suo visto di soggiorno, ed è stato costretto a lasciare il Brasile. Così è stato spostato a Buenos Aires, in Argentina, dove abbiamo un’altra sede. Indovinate un po’ chi gli paga i viaggi...». A volte la casta del turismo supera se stessa: per le mostre (di artisti locali) allestite in Cina è stato chiesto aiuto a una multinazionale americana, la McKinsey. Che ha mandato un consulente a «supervisionare» le attività. L’onorario? «20 mila euro al mese, omnicomprensiva più Iva per ciascuno dei 5 mesi di progetto», si legge nel contratto. Non basta: la McKinsey ha preteso (e ottenuto) che le spese extra del suo Mr Wolf, in primis le trasferte, fossero a carico dell’Enit. Un accordo assurdo, dal momento che l’Enit ha sede e di-

pendenti anche a Pechino. Marzotto, la cui carica di commissario straordinario dell’Agenzia è terminata, non verrà riconfermato presidente. Gnudi e Monti vorrebbero che sulla poltrona si sedesse il loro amico Pier Luigi Celli. I maligni fanno notare, però, che il direttore della Luiss non sarebbe l’uomo giusto per promuovere l’immagine dell’Italia: nel 2009, infatti, in una lettera pubblica invitò il figlio laureando ad andar via da «un Paese che non ti merita», da un posto - disse - in cui non è «possibile stare con orgoglio». Anche l’attuale direttore generale Paolo Rubini (170 mila euro l’anno e un uso compulsivo del cellulare aziendale: vedi box in bas-

so) è in bilico, e tra i papabili alla sua successione sgomita Eugenio Magnani, ex responsabile della «struttura di missione per il rilancio dell’immagine dell’Italia». Nell’elenco della sprecopoli del turismo non può mancare la storia di quest’ufficio a via della Ferratella, una strada diventata famosa grazie alla “cricca” di Angelo Balducci e Guido Bertolaso che discuteva qui i grandi eventi della Protezione Civile. Voluta nel 2008 da Brambilla e Berlusconi, la struttura di missione dovrebbe essere decaduta, ma chiamando al centralino della presidenza del Consiglio spiegano che esiste ancora. «Non c’è nessuno, però. I nuovi responsabili non sono stati ancora nominati». Per anni ci hanno lavorato in tanti. Troppi, visto i risultati. I decreti istitutivi firmati dal Cavaliere in persona prevedono quattro dirigenti apicali (tra cui c’era l’animatore della Tv della Libertà Giorgio Medail, scomparso un anno fa), dieci dipendenti fissi, otto co.co.co e «non più di nove incarichi individuali a esperti di comprova-

ta competenza». Oltre 30 persone, tra cui (come scoprì “il Fatto”) spiccavano ex segretarie di redazione della Tv della Libertà legata al Pdl. Il documento specificava che per far funzionare la struttura non si potevano comunque spendere di «più di 2,2 milioni di euro» complessivi. Cifra astronomica, che in appena 12 mesi è stata però sforata alla grande: nel 2010 il totale impegnato ha toccato i 6,3 milioni, come risulta dal bilancio della presidenza. Tra le iniziative della “struttura di missione” va ricordato il lancio del sito “Turisti a 4 zampe» (realizzato dalla Viamatica srl, azienda del consulente della Brambilla Luca Moschini) e “Magic Italy In Tour”, trovata da 3,3 milioni di euro, spesi per promuovere i prodotti alimentari tricolori in 19 città europee. A parte l’errore ortografico del titolo del progetto che ha fatto ridere i partecipanti di mezzo continente (la traduzione corretta in inglese è “On Tour”, non “In Tour”), gli eventi sono costati in media 173 mila euro

E per il direttore una bolletta da 15 mila euro
Foto: M. Chianura - Agf, M. Borzoni - Terraproject / Contrasto

Il direttore generale dell’Enit si chiama Paolo Rubini e il neoministro Piero Gnudi non ha ancora deciso se tenerlo al suo posto. Nominato da Michela Brambilla, nel suo curriculum non v’è traccia di esperienze nel turismo. Piuttosto, un lavoro come responsabile della “banca dati” dei Circoli della Libertà e la vicepresidenza della StemWay Biotech, azienda specializzata nel congelamento di cordoni

ombelicali. Non sarà un esperto di spiagge e hotel (anche se l’incarico all’Enit gli ha portato fortuna, tanto che dal 2010 è nel cda del gruppo Boscolo, in barba a eventuali conflitti di interesse) ma di certo Rubini è uno che tiene molto ai contatti: la bolletta del suo cellulare aziendale trovata da “l’Espresso” (ottobre-novembre 2011) segnala una spesa monstre di 15.067,91 euro. In

pratica il 62 per cento della voce “costi” del contratto Vodafone dell’Enit pesa sulla sua utenza. Circa 250 euro al giorno tra telefonate e Internet. Nel caso Gnudi volesse sostituirlo (in pole ci sono Eugenio Magnani, l’ex presidente di Federturismo Daniel Winteler e lo spagnolo Josep Ejarque, titolare della società Four Tourism) si spera pretenda dal successore più sobrietà nell’uso del telefonino.
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Attualità

l’uno e sembra non siano stati un successone. A Madrid, ha scritto in un’interrogazione Laura Garavini del Pd, nel torrido mese di luglio lo stand di “Magic Italy” era piazzato «nel quartiere periferico e malservito Madrid Rio», e aperto solo nelle ore più calde della giornata: dalle 14 alle 20. Per la cronaca, il coordinatore della struttura Eugenio Magnani (190 mila euro l’anno) una volta caduto il governo non è tornato a casa, ma è rientrato trionfalmente all’Enit. Oggi è direttore dell’area di New York e qualche giorno fa ha accompagnato Monti nel viaggio negli States. In ultimo, la casta del turismo s’è inventata il “Convention of Bureau”, una società controllata da Promuovitalia nata nel 2011 per commercializzare il turismo congressuale. L’anno passato l’Enit ha girato alla nuova società pubblica 6 milioni di euro. Nel carniere, cinque partecipazioni a fiere e convegni; sul sito non c’è nemmeno il calendario delle iniziative 2012. Chi c’è a capo di questo carrozzone nuovo di zecca? Il solito Rubini, che fa il consigliere, e Mario Resca, ex capo di Mc Donald’s, direttore generale del ministero dei Beni culturali e uomo assai apprezzato da Berlusconi, che l’ha messo nel cda MARIO RESCA della sua Mondadori. Resca, dicono i deputati che a novembre hanno proposto una commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’Enit di Marzotto, avrebbe però già troppi incarichi per potersi sobbarcare anche il nuovo Bureau. A meno che non debba fare solo atto di presenza. ■

Niente Ponte, niente Società
DI CESARE DE SETA
Caro presidente Monti, la questione del Ponte sullo Stretto di Messina si è trasformata, in quarant’anni, in una trista saga gotica. In soli tre anni un Paese povero come il Portogallo ha costruito il ponte sul Tago lungo 17,2 chilometri, il più lungo d’Europa. Il ponte sullo Stretto, con Berlusconi e i colpevoli cedimenti della sinistra, è divenuto un simbolo araldico delle prospere sorti e progressive del Paese di Cuccagna. Gli argomenti di chi è contrario a questa impresa faraonica sono di natura tecnica, ambientale ed economica. Un gruppo di lavoro di 30 esperti e docenti universitari delle più diverse discipline ha scritto un rapporto di 245 pagine di osservazioni al progetto definitivo, che le è stato inviato lo scorso 27 novembre. Sostenuto da tutte le associazioni ambientaliste. L’Unione eutopea, intanto, ha cancellato il ponte dall’elenco delle opere da finanziare entro il 2030. La Società Stretto di Messina ha ingoiato come un’idrovora, non acqua, ma oltre 200 milioni di euro secondo la Corte dei conti dal 1986 al 2008. Negli anni trascorsi da allora, seguendo accurate valutazioni, si arriva a una cifra che rasenta i 300 milioni: lo documenta l’inchiesta su “La Repubblica” (18 settembre) di Giuseppe Baldessaro e Attilio Bolzoni. Con questo fiume di soldi si sono elaborati progetti in permanente aggiornamento, si sono fatte trivellazioni, si è creata una struttura di gestione (tecnici e burocrazia annessa) che fa impallidire il Pentagono. Daniele Ialacqua di Legambiente questa storia “tragicomica” l’ha raccontata in un libro con acribia. L’area dello Stretto è, per plurisecolare esperienza, quella a più alto rischio, sotto il profilo sismico e geologico, del Mediterraneo. Si dice che il ponte sarebbe contributo essenziale al rilancio economico del Mezzogiorno: a mio avviso l’unica grande opera da intraprendere, non solo nel Mezzogiorno ma nell’intero Paese, è porre mano allo stato di endemico sfacelo delle montagne e delle colline, dei fiumi e delle coste, del degrado urbano ed edilizio che, con drammatica periodicità, arreca danni incalcolabili e semina vittime. Il Paese ha bisogno di una sistematica politica del suolo e di una minuziosa protezione delle aree a rischio. Che non è solo tutela del paesaggio, ma difesa delle popolazioni che vivono in aree il cui assetto geomorfologico fa tremare appena piove o nevica. Queste opere in soccorso dell’ambiente necessitano di un programma organico: per finanziarlo si richiedono risorse ingenti, con investimenti pluriennali che riparino lentamente lo stato di decomposizione del Belpaese. A che cosa serve citare i vilipesi articoli della Costituzione? Con vantaggi per l’occupazione incomparabilmente più convenienti e necessari confronto a qualunque investimento in grandi opere infrastrutturali. Chiamare a progettare i servizi un archistar come Daniel Libeskind è la classica manovra diversiva. Al governo, caro Monti, non si chiede solo di bloccare l’insensata ambizione di costruire il ponte, si chiede che si avviino le necessarie procedure per sciogliere la Società Ponte di Messina a totale capitale pubblico (consociata Eurolink, con capofila Impregilo): vero vaso di Pandora, immobile e vorace, dal cui coperchio - una volta sollevato - non è prevedibile cosa potrà uscire.
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LETTERA AL PREMIER

A PROMUOVITALIA IL PERSONALE È TRIPLICATO IN TRE ANNI E LA SPESA PER GLI STIPENDI È AUMENTATA DEL 750 PER CENTO

Foto: A. Casasoli - A3

Attualità LOGGE E SHOPPING

Collari. Cappucci. Paramenti ricamati. Ma anche valige, kit di attrezzi e cazzuole istoriate. Ecco la moda massonica. Dall’apprendista al Maestro venerabile
DI DENISE PARDO
unque si vestono cos“. E quindi fa un effetto stupefacente vedere da vicino la spettacolare gamma di grembiuli e cappucci da indossare in riunioni di loggia, si immagina molto laboriose. Per non parlare dell’assortimento lusso e super lusso destinato agli eventi solenni, due tre volte l’anno dipende, dei raduni delle Gran Logge e del Grande Oriente. Tra l’altro, il momento • conveniente: da S&C, insegna anonima - solo l’accenno di un compasso - Lungotevere romano, punto nevralgico, due passi dal Palazzo spesso tacciato di molte fraterne presenze, • stagione di saldi. Non chissachŽ, circa un 20 per cento di sconto: il cappuccio nero, 100 per cento cotone, misura unica ma molto arioso, due bei buchi per occhi massonici, • sceso da 26 a 21 euro, il grembiule da Maestro Venerabile in vera pelle da 110 euro ora ne costa 90, un affarone ma • uno dei tipi pi• basici. ÇLa crisi c’•, eccome!È, si dispiace il fratello

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Grembiulino prêt-à-porter
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NELLA FOTO GRANDE: IL TEMPIO DI PALAZZO VITELLESCHI A ROMA. NELLE ALTRE IMMAGINI, DALL’ALTO: COLLARE DA GRANDE UFFICIALE; IL NEGOZIO ROMANO DI ARTICOLI PER MASSONI; GREMBIULE DA MAESTRO VENERABILE; CAPPUCCIO

muratore SegrŽ proprietario di S&C. Crisi economica, vero? MacchŽ economica, ribatte innervosito. ÇC’• crisi nelle vocazioniÈ. O Santo cielo, anche i massoni stanno perdendo la fede. Ma non il gusto per lo shopping. Almeno a sfogliare il catalogo anche on line di S&C. Una marea di libri e manuali accademici. Una cantina di vino non per sbornie ma per iniziazioni, quindi kosher ovvero puro. Ma soprattutto un pr•t-ˆ-porter massonico di grande livello, molto globalizzato, un made in Italy apprezzato anche dalle logge d’oltralpe - le parigine notoriamente piuttosto pretenziose d’oltreoceano e perfino presso un Paese dei Brics, il Brasile dove la massoneria ha un’ascesa commovente. Nessuna linea griffata e post moderna ancora, nŽ un Armani, una Stella MacCartney, un Marc Jacobs, peccato. Ma una haute couture grembiulini, collari, cappucci su misura preferita dagli elegantoni delle pi• alte sfere, pronte le matasse di fili d’oro e argento e un elenco di ricamatrici tra le pi• raffinate da chiamare per l’occasione. Marco Segr• lavorava nel mondo dell’abbigliamento, prima. Ma la moda che passa continuamente di moda era un turbamento, anzi l’antitesi del massonico feeling. E cos“, dopo aver visitato in Gran Bretagna i negozi dei suddetti articoli, e anche le multinazionali quotate in Borsa come la prestigiosa Toye Kenning and Spencer, la decisione di provarci in Italia. A Roma dove, racconta lui, se avevi bisogno di uno straccio di grembiulino nuovo, ti si era rotto il compasso o storta la cazzuola, una sola via: andare in un noto negozio di forniture militari, sussurrare al commesso la bisogna per ricevere poi dal retro un pacchetto chiuso e sigillato. Segr• ci ha visto giusto, lungo la Penisola almeno 80 gruppi massonici, e cos“ gli affari vanno. Molte vendite dal catalogo Web, massoni assai vip comprano, ovvio, per interposta persona, un certo movimento in coincidenza con i nuovi governi (anche per le tintorie nei dintorni) e su questo Segr• non proferisce verbo. Ma quale conforto invece per lui, al posto dell’insostenibile leggerezza dell’effimero occuparsi di un guardaroba fedele a se stesso, ora come cent’anni fa! Pur trattandosi di moda massonica e del lato estetico della faccenda • pur difficile dimenticare il ricordo del piano
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Attualità
MEDAGLIA DA GRAN COMMENDATORE DELL’ORDINE TEMPLARE

di Rinascita nazionale di Licio Gelli, e le voci di nomi, ruoli di spicco e di potere (segreti però) che di volta in volta vengono attribuiti al noto ordine iniziatico che ha per scopo (brrr!) «il perfezionamento dell’umanità» (come?). In pratica, un’affettuosa società di mutuo soccorso deprecabilmente occulta: traduzione, più fratelli per tutti e soprattutto nei posti chiave. Segrè si rivolta alla tesi e imbocca la strada dei “fratelli che sbagliano”: «Stavamo ancora scontando i disastri dello scandalo della Banca romana, quando ecco che ti arriva Gelli con la P2. Voglio chiarire: la P2 non si muoveva in nome della massoneria. Faceva gli affari suoi. Non era “apro la mente” ma “apro il portafoglio”». Si scalda: «Vuole sapere cos’era? Un utilizzo improprio del marchio». In effetti, il marchio per essere forte, è forte. Per non parlare del brand. Mentre l’immaginazione ha un calo di zuccheri al pensiero, all’epoca di Gelli, di Fabrizio Cicchitto in allegro grembiulino rosso e oro, Maurizio Costanzo in mezzo tight o tight (è il dress code per le Gran riunioni, in alcune è accettato anche l’abito scuro) più grembiule in seta ricamata con rosette o livelle, la gerarchia massonica si mostra sotto forma di paramenti di ogni genere e per ogni grado. Per l’apprendista, ovvero il primo grado, il grembiule è bianco o bianco e nero, dipende dai rituali, quello più trendy è il “rito scozzese antico e accettato” (gli altri sono francese, italiano, inglese, ma la differenza, tranquillizza Segrè, sta nell’ideologia non nel guardaroba). I guanti immacolati molto chic, 10 euro al paio, quattro misure, servono per tutti i gradi, sono simbolo di purezza (vedi quella del Cavaliere tessera 625 della P2). Per l’iniziazione i futuri fratelli sono incappucciati fino a quando il neofita non è sbendato (benda in velluto, nero o rosso, 42 euro) e non promette di non svelare mai parola e segni di riconoscimento. Questo il rito, dice Segrè, ma poi ognuno fa quello che gli pare. Naturale. Massoni ma pur sempre italiani. Per il Compagno, stessa mise dell’Apprendista, grembiule anche bianco e celeste ma portato in modo diverso: come? Intorno al collo modello shatoush? Intorno alla testa, vedi turbante? Di dietro, di lato? Non si è tenuti a sapere. Ma la ver58 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

PER ARREDARE UNA LOGGIA DECOROSA CI VOGLIONO ALMENO TREMILA EURO. CHE DIVENTANO DIECIMILA PER UNA DI UN CERTO TONO
ve stilistica massonica comincia ad esprimersi al meglio con il p-a-p da Maestro. Un tripudio di sciarpe celesti e verdi. Grembiuli op, un po’ Courreges in bianco e nero, molto bianco e rosso in dimensioni varie, esplosioni di ricami, vasta scelta di materiale simbolico (per esempio, il grembiule in agnello rappresenta l’innocenza, la vicinanza alla perfezione: il modello è in via di estinzione vista la scarsità del requisito). Un amichevole suggerimento: chi è scozzese o sverna in Scozia e riceve un invito massonico, dovrebbe presentarsi con grembiulino e sciarpa tartan, possibilmente del clan del fratello ospite. Vista la decadenza dei costumi, alcune logge hanno aperto alle donne: sono le cosiddette logge miste, proprio come le classi a scuola. È segnalata anche una loggia tutta femminile ma a quanto pare deve ancora farsi le ossa. Però è una consolazione sapere che in quelle miste le quote rosa massoniche rappresentano il 30, 40 per cento degli iscritti. Altro che il risicato 20 per cento del Parlamento, vergogna! In compenso c’è grande gelosia

tra le varie logge, spesso in lotta sotterranea, alcune molto ingarellate anche sull’arredo più eclatante. Squadre, aste, scettri, cuscini, Bibbie, maglietti, urne per votazioni (390-450 euro), tappeti (350 euro), stiletti per iniziazioni in fodera nera (240 euro): per allestire una loggia decorosa ci vogliono 3 mila euro come minimo. Diecimila per una di un certo tono. Non è chiaro se si può richiedere il finanziamento a rate (per le logge che devono prendere piede). Ci sono da prevedere anche gli utensili del caso come il set di pala, piccone e piede di porco (540 euro) o la scatola con gli attrezzi da 1.100 euro. Non mancano gli articoli da regalo: la cazzuola incisa (67 euro), le fiaschette o il set di utensili in miniatura (43 euro) molto apprezzato quando si viaggia. A proposito, ben fornito anche il settore valigeria: vari modelli di 24 ore ad hoc per il grembiule da Gran loggia (da 100 a170 euro), in pelle per il Maestro Venerabile disteso (il grembiule o il MV medesimo?) da 315 a 450 euro. Per chi preferisce il bagaglio morbido, ecco la sacca per Maestro e per Venerabile (92 euro). A proposito: raggiunto il grado di Maestro, scatta l’ambita vetta di Maestro Venerabile, capo della loggia? «La carriera non è così automatica», spiega Segrè piuttosto sibillino, non ama addentrarsi in particolari diversi dal prêt-à-porter. Ma, a quanto pare, in alcune logge prima si viene nominati Gran ufficiale regionale, in altre, invece, Gran ufficiale nazionale. Poi, solo chi ha doti e meriti, può diventare Venerabile. A quei livelli, ça va sans dire, il guardaroba deve essere all’altezza: ricami da 250 euro ad libitum, collari, cappelli, grembiuli riccamente decorati (rispettivamente 115, 320, 335 euro). Tra Venerabili la concorrenza sull’eleganza è spietata. Uno di loro ha voluto far copiare un grembiule settecentesco: 3 mila e 200 euro, tre mesi di lavorazione, ma si immagina la venerabile bile degli altri. Investimenti ragguardevoli. È anche vero che si è Venerabili a vita. «No, no, le cariche sono elettive. Il MV può durare un anno o tre anni. Ma dopo smonta». Smonta? Meglio dei segretari dei partiti allora. ■

Foto pag 56-57: P Scavuzzo - Imagoeconomica .

Attualità DIFESA / LE MISSIONI DI PACE

Veniamo al supercaccia F35: è la prima volta nella storia italiana che si apre un dibattito pubblico su un programma militare. Lei è convinto che non ci siano alternative a un mezzo così costoso?

E ci vuole una macchina così costosa?

UN F-35 IN VOLO; A DESTRA: IL QUADRO DI COMANDO. SOTTO: IL GENERALE GIUSEPPE BERNARDIS

compiti di ricognizione potranno usare bombe e missili. Una scelta del governo Monti che arriva dopo quattro anni di polemiche.

Lasciate che le bombe...

Facciamo ciò che il governo ci chiede, ma non possiamo dirlo agli italiani. Parla il comandante dell’Aeronautica. E chiede chiarezza
COLLOQUIO CON GIUSEPPE BERNARDIS DI GIANLUCA DI FEO
nuovi mezzi senza parlare anche dei compiti affidati ai nostri militari: «Sono vent’anni che governo e Parlamento ci chiedono di andare in missione: la prima fu l’Iraq nel 1991. Oggi noi siamo impegnati in Afghanistan, Libano, Balcani, Oceano Indiano e abbiamo appena concluso in Libia un’operazione senza precedenti».
Ma agli italiani di quello che avete fatto in Libia non è stato detto nulla: ancora una volta si è parlato di “missione di pace”, senza fornire informazioni sui bombardamenti.

«Io sono sempre stato critico verso la polemica su armare o meno i nostri aerei in Afghanistan: mi sembrano valutazioni ipocrite. Una volta che si è deciso che le truppe italiane possono essere sostenute dai bombardamenti degli stormi americani, olandesi e francesi non capisco perché non lo possano fare direttamente gli aerei italiani. Se riteniamo che i bombardamenti non siano etici, allora non lo sono nemmeno quelli che chiediamo agli alleati per aiutare le nostre truppe. E perché è etico bombardare un miliziano libico e non un talebano? Dal punto di vista tecnico ritengo sia più sicuro che il pilota italiano comunichi con il comandante nella stessa lingua e possano valutare insieme l’azione».
Anche in questo caso, però, nessuno ha mai parlato dei bombardamenti compiuti in Afghanistan per sostenere le truppe italiane. “L’Espresso” ne scrive dal 2005, senza una reazione delle Camere, dove si continua a parlare di “missioni di pace”...

«Sono contento che si sia aperto il dibattito, io lo auspicavo da anni: mi occupo dei programmi di acquisto da decenni e tante volte sono andato in Parlamento, ma non ho colto interesse perché il problema della Difesa era secondario. Ora le missioni internazionali hanno cambiato la situazione ma bisogna impostare il dibattito correttamente mentre l’F-35 è stato trasformato in un’icona. La scelta interforze sul nuovo cacciabombardiere in realtà è stata presa da anni e condivisa da tutti i governi e i Parlamenti dell’ultimo decennio. Poiché bisogna rimpiazzare anche i velivoli a decollo verticale della Marina, l’F35 non ha alternative. Ma è anche l’unico aereo di nuova generazione, che “dialoga” con tutti i sistemi di un dispositivo militare avanzato e che verrà prodotto in grandi numeri: in passato l’Aeronautica e il contribuente hanno pagato a caro prezzo la scelta di puntare su velivoli costruiti in serie limitata. I cacciabombardieri Amx, ultimi ad essere acquistati, saranno i primi a venire radiati».
Ma gli F35 servono proprio adesso?

«Anzitutto ne verrano acquistati solo una novantina, contro i 131 previsti inizialmente. Ma anche sui costi bisogna fare alcuni distinguo. L’ordine per i primi tre F-35 è stato confermato pochi giorni fa: costeranno 80 milioni di dollari l’uno, ma i successivi verranno meno con un prezzo vicino ai 60 milioni. Certo, se si divide la spesa globale del programma, con gli stanziamenti per la progettazione e lo sviluppo tecnologico, il prezzo di ogni F-35 aumenta. Ma allora bisogna usare lo stesso metodo nei confronti delle possibili alternative: l’Eurofighter in tal caso verrebbe a costare più di 160 milioni di euro ad esemplare».
Il ministro Di Paola,ammiraglio ed ex capo delle forze armate, ha annunciato il programma di tagli che prevede di eliminare 40 mila uomini e razionalizzare la Difesa. Che ne pensa?

I

l nuovo cacciabombardiere F-35? «Noi dell’Aeronautica ci stiamo occupando di questa scelta da diciotto anni. Ricordo personalmente quando l’allora ministro Beniamino Andreatta nel 1996 segnalò allo stato maggiore il progetto e disse al mio superiore: “Perché non lo prendete in considerazione...”. Abbiamo valutato tutte le possibili alternative, ma quel velivolo resta la migliore soluzione». Il generale Giuseppe Bernardis da due anni comanda l’Aeronautica militare. È una figura di militare molto diversa dai luoghi comuni e lontana dai provincialismi: sin dalla scuola di volo negli Stati Uniti, è abituato a misurarsi con le migliori realtà internazionali. È stato pilota e numero uno delle Frecce Tricolori, poi manager con la supervisione dei programmi più costosi per le casse pubbliche, incluso il “supercaccia” F35 che ha diviso gli italiani sull’opportunità di spendere miliardi in tempi di crisi. Ma per Bernardis non si può discutere di
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vuole Trento e Trieste sul tavolo della pace, allora deve fare vedere quello che ha realizzato. Perché se le forze armate hanno compiuto 8.500 ore di missioni aeree senza un risultato per il Paese, allora si sta sbagliando tutto».
Lei ha detto che in Libia gli aerei italiani hanno sganciato 710 tra bombe e missili, con il 96 per cento di successo. Può garantire che non ci siano stati danni collaterali?

«Se non li compriamo adesso, i piloti saranno costretti a volare sui Tornado costruiti da più di 45 anni. Sulla Libia hanno condotto i raid con aerei prodotti da oltre trent’anni: mezzi che vengono di continuo aggiornati e tenuti in condizioni perfette, ma che oltre una certa età non potranno funzionare».

«Quella di non comunicare è stata una scelta politica. Il governo ha preso le decisioni e noi abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto. Anzi, abbiamo anche avuto problemi quando un ufficiale si è presentato davanti ai giornalisti a descrivere la sua missione. Ma la mia opinione personale è che se si fanno delle cose, bisogna renderle note ai cittadini e farle pesare a livello internazionale: la pubblicità non sarebbe servita all’Aeronautica, ma al Paese. Parafrasando un motto di altri tempi, se l’Italia

E adesso si è deciso che anche i cacciabombardieri Amx schierati in Afghanistan con

Foto: Corbis (2), D. Scudieri - Imagoeconomica

«Sapevamo quel che facevamo e l’abbiamo fatto bene. L’intervento militare dell’Italia è partito in condizioni estremamente critiche perché la campagna in Libia è nata in modo repentino per la volontà di altre nazioni. Ma il nostro ruolo è stato determinante per far sì che la seconda fase del conflitto venisse affidata al comando della Nato, dove sono presenti i nostri ufficiali che hanno partecipato alla selezione dei bersagli da colpire: sin dalla pianificazione, si è fatto di tutto per evitare incidenti».

«Io come cittadino ritengo che sia giusto spiegare ai cittadini cosa faccio. Le ripeto: la scelta di non comunicare non è mai stata nostra, noi non abbiamo nulla da nascondere. E nessuno degli organismi parlamentari ci ha chiesto di illustrare la nostra attività: basta chiamarci».

“BISOGNEREBBE SPIEGARE A TUTTI COSA SONO GLI F35, CHI LI HA VOLUTI, COME FUNZIONANO E A CHE SERVONO”

«La sfida maggiore da affrontare oggi è quella dell’integrazione tra le diverse forze armate secondo quello che viene chiamato lo spirito “joint”. Su questo ci vorrebbe maggiore coscienza, anche nei cittadini: non si tratta di uno slogan, ma di un modo nuovo di concepire la Difesa con la massima collaborazione tra le forze, in modo da evitare sovrapposizioni di impiego. Quanto ai tagli, noi a differenza dell’Esercito non abbiamo bisogno di grandi quantità di personale, quindi avremo minori problemi ad adeguarci. Ma ci prepariamo a un’Aeronautica molto più piccola rispetto al passato: negli anni Novanta schieravamo 450 caccia mentre nel prossimo decennio ci saranno solo 80/90 Eurofighter per la difesa aerea e 70/80 F-35 per l’attacco. E si passerà da una trentina di aeroporti a meno di una decina di basi primarie attive. Insomma, sarà una forza ridotta ma in grado di svolgere i compiti previsti. A patto che non vengano a mancare le risorse per l’operatività: oggi abbiamo dovuto ridurre gli stormi perché non ci sono i fondi per la manutenzione e i ricambi. Teniamo fermi gli aerei che così rischiano di diventare rottami mentre i piloti faticano a volare le ore minime per l’addestramento. Ma nonostante si tratti di un periodo pesante, sono soddisfatto perché tutte le attività procedono con professionalità altissima. Di questo sono orgoglioso, non del fatto che siamo andati a bombardare in Libia, come ha detto qualcuno: gli attacchi sono solo una parte dell’attività che personalmente mi auguro non debba mai essere svolta». ■
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Attualità ESCLUSIVO
Tutti i numeri
sono le dichiarazioni presentate dai Caf di Campania, Sicilia e Calabria per Ise e Isee nel 2008-2010 e sottoposte a verifica: rappresentano il 43 per cento del totale

sono le dichiarazioni per le quali l’Inps ha pagato i Caf e sulle quali c’è il sospetto di irregolarità

UNA SEDE DELL’INPS. A SINISTRA: IN ALTO IL PRESIDENTE DELL’INPS ANTONIO MASTRAPASQUA, SOTTO SUSANNA CAMUSSO

sono le pratiche relative a persone decedute

I furbetti del
DI STEFANO LIVADIOTTI

SINDACATO
U
na tentata truffa ai danni dello Stato da più di 2 milioni di euro. Costruita su una montagna di carte fasulle. E che potrebbe far saltare un business da oltre 110 milioni di denaro pubblico che ogni anno va a rimpinguare le casse di tutte le maggiori organizzazioni sindacali italiane. È la storia raccontata in una denuncia depositata nei giorni scorsi dai vertici dell’Inps alla procura della Repubblica di Roma in base all’articolo 331
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Doppie e triple dichiarazioni Isee. Chieste anche da morti. Per incassare soldi pubblici. L’Inps denuncia i Caf: truffa milionaria
del codice di procedura penale (riguarda l’obbligo di denuncia per i pubblici ufficiali e gli incaricati di pubblici servizi che incappino in notizie di reato perseguibili d’ufficio). Nel documento, 23 pagine ricche di tabelle, il più grande istituto di previdenza italiano punta l’indice sul mondo dei Caf, i Centri di assistenza fiscale che da sempre rappresentano uno dei polmoni finanziari delle grandi centrali sindacali (alimentate da una forma di finanziamento pubblico mascherato) e un canale privilegiato per la raccolta delle tessere di iscrizione. Secondo gli uomini del presidente dell’istituto, Antonio Mastrapasqua, i Caf truccano le carte quando compilano, a spese proprio dell’Inps, le domande per il calcolo dell’Ise e dell’Isee, gli indicatori che consentono ai cittadini meno abbienti di beneficiare di una serie di prestazioni agevolate a carico dello Stato (dall’assistenza domiciliare all’ospitalità nelle case di riposo, fino al contributo sulle spese di affitto e sulle bollette).

«Le anomalie riscontrate evidenziano», si legge nella denuncia, «che appare sussistente l’ipotesi di dichiarazioni strumentalmente costituite e presentate al fine presumibile di ottenere dall’Inps l’erogazione del relativo compenso previsto per i Caf autorizzati». In poche parole: un imbroglio in piena regola. Che allo Stato è finora costato di sicuro 2.114.341 euro e 80 centesimi (la cifra sborsata dall’Inps per le dichiarazioni farlocche) ma forse molto di più: per conoscerne la reale portata bisognerebbe infatti appurare se, grazie alle scartoffie taroccate, qualcuno abbia indebitamente beneficiato di agevolazioni pubbliche. Un’accusa grave, quella dell’Inps. E che cade in un momento particolarmente delicato: sono infatti scadute nel 2010, e dunque in attesa di rinnovo, le convenzioni in base alle quali l’istituto di Mastrapasqua riconosce a 83 Caf di tutta Italia (a partire da quelli della Cgil di Susanna Camusso, della Cisl di Raffaele Bonanni e della Uil di Luigi Angeletti) un importo compreso tra i 10 e i 16,5 euro per ogni dichiarazione compilata per conto di chi richiede benefici pubblici. Nel 2010 le pratiche intermediate dai centri di assistenza fiscale sono arrivate a quota 7.285.081 (6.670.685 nel 2009), per un importo pari a 110.332.320 euro (102.173.835 nel 2009). Un fiume di denaro che l’Inps, in base all’esito del-

sono le dichiarazioni non pagate dall’Inps nel triennio ai Caf perché intercettate e ritenute anomale

è la somma delle dichiarazioni ritenute irregolari o anomale, pari al 3,73 per cento del totale

euro è la cifra pagata dall’Inps ai Caf per ogni dichiarazione (13,50 se la documentazione riguarda da due a cinque soggetti; 16,50 per oltre cinque)

euro e 80 centesimi: è la somma, comprensiva di Iva, che l’Inps ha versato ai Caf per dichiarazioni ritenute irregolari

Foto: P Tre - FotoA3 (2), F. Merlini - Prospekt .

è la somma pagata dall’Inps nel triennio ai Caf convenzionati (77 nel 2008; 82 nel 2009; 83 nel 2010)

è il record di dichiarazioni sospette di irregolarità di un singolo Caf FONTE: INPS

la denuncia, potrebbe anche decidere di rimettere in discussione. Al prezzo però di uno scontro violentissimo con i sindacati, forti della maggioranza assoluta nel Consiglio di indirizzo e vigilanza (oggi presieduto dall’ex segretario generale della Filt-Cgil, Guido Abbadessa), l’organo cui spetta mettere il timbro finale sul bilancio dell’istituto. Un modello che sembra fatto apposta per dare vita a un groviglio di interessi praticamente inestricabile. E il cui costo rischia di scaricarsi sui contribuenti. Ad alzare il velo sul business dei Caf, da sempre chiacchierato ma finora mai oggetto di una vera e propria indagine, sono stati gli 007 dell’Inps inquadrati nella Direzione centrale ispettorato, audit e sicurezza-area analisi strategica, operativa e di intelligence antifrode. I segugi di Mastrapasqua si sono mossi sulla base di un preciso segnale d’allarme: negli ultimi tre anni il sistema informativo dell’istituto aveva intercettato 195.790 Dsu (Dichiarazioni sostitutive uniche) arrivate dai Caf di Campania, Sicilia e Calabria che costituivano semplicemente dei doppioni di altre pratiche e che di conseguenza erano state respinte al mittente e non pagate. A quel punto, sono state messe sotto osservazione tutte le Dsu presentate nel triennio 2008-2010 dai Caf delle tre regioni del Mezzogiorno: 8.768.876 dossier, pari al 43 per cento circa del totale nazionale. Il risultato dell’indagine ha fatto balzare sulla sedia i vertici dell’istituto. La prima sorpresa è arrivata quando i computer dell’Inps si sono imbattuti nel codice fiscale di BLLFNC..., che risultava aver sottoscritto una dichiarazione presso il Caf Fiap srl Unipersonale, in Sicilia, il 7 ottobre del 2008. Peccato che BLLFNC...fosse passato a miglior vita giusto un mese prima (il 7 settembre). E non si trattava di un caso isolato. Alla fine della ricerca le persone ormai scomparse indicate nelle Dsu (a volte come titolari della dichiarazione, in altri casi come familiari) sono risultate 19.462, con una crescita del 13,7 per cento tra il 2008 e il 2010. Per le loro dichiarazioni l’Inps ha versato ai Caf 290.134 euro (Iva compresa). Si legge nella denuncia: «Nella
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Attualità
La top ten dei casi sospetti
CAF CAAF Acai dipendenti e pensionati Srl CAF dipendenti e pensionati Usppidap Srl CAAF Ugl Srl CAAF Uil Spa CAF Conf Lavoratori Srl CAF Italia Srl CAAF dipendenti e pensionati Uci Srl CAF Fenapi Srl CAF Aeuropean Srl CAAF Cisal Srl COMUNE DELLA SEDE LEGALE DEL CAF Roma Francolise (CE) Roma Roma Palmi (RC) Roma Roma Fiumedinisi (ME) Roma Roma TOTALE DICHIARAZIONI IRREGOLARI 13.705 8.474 8.030 7.218 7.077 6.922 5.972 5.493 5.272 4.907

platea dei deceduti sono presenti soggetti che risultano morti da molti anni. Tra di essi è inoltre singolare la presenza di residenti all’estero, non censiti all’Anagrafe tributaria, nati quasi esclusivamente nelle province di Catanzaro e Vibo Valentia». Nel mirino sono finite anche le 2.118 Dsu di chi è risultato averne presentate nello stesso anno più di una in regioni diverse. Cosa che può succedere, s’intende, anche in una Paese a scarsa mobilità come l’Italia. Ma non con le modalità registrate per il titolare del codice fiscale CNSMLE..., che il 30 ottobre del 2008 avrebbe sottoscritto due dichiara- LUIGI ANGELETTI E, SOPRA, RAFFAELE BONANNI zioni, una in Campania (come residente a Teano) e una in Sicilia (come residente a Caltanissetta), con il Caf Dipendenti e pensionari Usppidap srl, che le ha inspiegabilmente registrate con due numeri di protocollo consecutivi (4709745 e 4709746). Una vicenda bizzarra, e pure capitata anche a DLSLNE..., che il 10 settembre del 2008 sembre64 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

rebbe aver compilato gli stessi moduli presso il caf Acai dipendenti e pensionati srl della Calabria (protocollo 3299593), in quanto residente a Scalea, e presso quello della Campania (protocollo 3299594), come residente a Napoli . La terza categoria sospetta è quella dei nuclei familiari per i quali sono state formulate nello stesso anno più dichiarazioni (il record è per ora a quota 18). In 112.242 casi l’Inps parla apertamente di irregolarità (fatturate per 1.823.206 euro). È il caso di BLTMRA..., che il 20 maggio 2010 risulta aver sottoscritto una dichiarazione basata sul suo reddito del 2009 e quattro mesi dopo (sempre con Caf Italia srl) un’altra nella quale sono riportati invece le entrate dell’anno precedente. O di PLTFNC..., che il 4 marzo 2009 pare aver riempito due diversi moduli nello stesso Caf Uil spa indicando, a poche ore di distanza, prima il reddito del 2007 e poi quello del

2008. O ancora di FBRRST... che l’8 febbraio 2010, secondo la documentazione, avrebbe compilato due stampati, uno presso il Caf dipendenti e pensionati Uci srl (dove dichiarava un nucleo familiare di due persone) e l’altro presso il Caf dipendenti e pensionati Usppidap srl (dove nel frattempo la famigliola si era dimezzata). Se in questi casi c’è ben più che puzza di bruciato, in altri resta quanto meno il dubbio: nel 2008 in Campania le famiglie con più di quattro Dsu erano 43.896. E l’anno dopo sono salite a 62.992. Nella denuncia depositata alla procura di Roma si legge: «Risulta concreta l’ipotesi che le anomalie si riferiscano a dichiarazioni strumentalmente costituite o presentate da soggetti diversi da coloro i quali appaiono formalmente dichiaranti, in maniera tale da eludere il sistema di controllo automatizzato predisposto dall’istituto, al fine di ottenere indebitamente l’erogazione del compenso previsto dalla convenzione tra l’istituto e i Caf autorizzati». Gli 007 di Mastrapasqua, dunque, non ci girano davvero intorno. Parlano di «condotte finalizzate a trarre un ingiusto profitto in danno dell’Inps», delineando il quadro di un abuso sistematico. E chiedono «specifiche indagini di una forza di polizia specialistica». Alla quale sembrano proprio non voler far mancare la loro collaborazione. «Si allega l’elenco delle sedi dei Caf e dei nominativi dei presidenti con i quali questo Istituto ha stipulato specifiche convenzioni». Come dire che l’Inps ha fornito alla procura direttamente gli indirizzi. ■

Foto: A. Casasoli - FotoA3, FotoA3

Attualità LABORATORIO SICILIA

Palermo val bene tre Pd
La signora antimafia, il rottamatore, mister grande coalizione. Alle primarie siciliane Bersani si gioca leadership e future alleanze
DI MARCO DAMILANO

È

una tappa obbligata per i big del centrosinistra: tutti a Palermo. L’ultimo fine settimana è sbarcato il sindaco di Firenze Matteo Renzi, domenica 26 è il turno del primo cittadino di Napoli Luigi De Magistris, la settimana prossima arriverà Pier Luigi Bersani. A Roma la politica deprime, tutta in mano ai tecnici e a Bruxelles, a Palermo risorge. L’altro giorno, riuniti a Montecitorio attorno all’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, palermitano doc, c’erano il massiccio senatore Mirellino Crisafulli, ex diessino, l’ex ministro delle Poste nei governi D’Alema di fine anni Novanta Totò Cardinale, che nel partito di Bersani ha piazzato la figlia come deputata, a un certo punto si è avvicinato anche l’ex ministro dell’ultimo governo Berlusconi Saverio Romano, incuriosito. Argomento obbligato: chi vince? Già, chi vince le primarie a Palermo? La domanda tormenta i vertici nazionali del Pd, più che nei casi precedenti: la Puglia, Napoli, Cagliari, Milano, Genova. Stazioni di una via Crucis per il partito più grande. Nel capoluogo siciliano, dove si vota il 4 marzo, Bersani si gioca qualcosa di più di un sindaco. E questa volta il nemico non arriva da sinistra, dall’area di Nichi Vendola, che pure nell’isola domenica scorsa ha inflitto l’ennesimo smacco al Pd a Piana degli Albanesi, dove uno sconosciuto professore di liceo ha battuto il senatore democratico Costantino Garraffa, dal 2001 in Parlamento. Anzi, a Palermo Vendola e Antonio Di Pietro sono uniti sul nome preferito da Bersani: l’europarlamentare Rita Borsellino, 67 anni, indipendente senza tessera del partito eletta a Strasburgo nel 2009 come capolista del Pd nella circoscrizione Isole con 229 mila preferenze. Talmente indipendente che Renzi, in
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RITA BORSELLINO. A DESTRA: DAVIDE FARAONE. SOTTO: VENDOLA, BERSANI E DI PIETRO A VASTO

un’intervista all’“Unità”, l’ha collocata addirittura in un altro partito, definendola «eurodeputata di Sel» e accusando il Pd di finanziare la sua campagna elettorale: «Una situazione paradossale». E chissà se si è trattato di un semplice errore, o di un lapsus (se la candidata Borsellino è in grado di vincere le primarie non può che essere vendoliana), o più probabilmente di un affondo malizioso che punta a svelare il vero peccato originale di Rita: la foto di Vasto. La coalizione Bersani-Vendola-Di Pietro, indubitabilmente gauchista, che fu ufficializzata la scorsa estate nella simpatica cittadina

abruzzese alla festa di Idv. Nei sondaggi il trio era dato saldamente sopra la coppia Pdl-Lega, ma poi è successo di tutto, è crollato Berlusconi, è arrivato il governo Mario Monti, il Pd è andato in maggioranza con il Pdl e con il Terzo polo, Idv è rimasto all’opposizione, Sel non è in Parlamento e corteggia la piazza, di quella breve stagione non sembrava essere rimasto nulla. E invece eccola rispuntare a Palermo, nei tratti gentili della signora Rita, farmacista di professione, sorella del giudice ucciso dalla mafia esattamente il 19 luglio di vent’anni fa in via D’Amelio, amatissima dai movimenti della società civile. Accompagnata dall’ex sindaco Leoluca Orlando, protagonista all’inizio degli anni Novanta della Primavera di Palermo e oggi portavoce dell’Idv, uno schiacciasassi in campagna elettorale che era tentato di correre e poi si è ritirato: «Le grandi storie non si ripetono, solo quelle piccole ci provano». Bersani ci spera. Perché una vittoria

della Borsellino a Palermo, città amministrata negli ultimi undici anni dal centrodestra berlusconiano, rilancerebbe a livello nazionale le sue speranze di candidarsi a premier nel 2013, nel momento più difficile, quando Walter Veltroni riapre la questione della leadership. Mentre una sconfitta di Rita significherebbe il trionfo di chi chiede il cambio di cavallo anche a Roma. È il motivo per cui Renzi è sceso a fare campagna a Palermo, a fianco del suo candidato, il deputato regionale Davide Faraone. Vite parallele: entrambi classe 1975, entrambi scafati professionisti della politica nonostante la giovane età, uno democristiano, l’altro figiciotto (nel 2000 Faraone, venticinquenne, fu nominato segretario cittadino dei Ds, un anno prima Renzi era stato eletto segretario provinciale del Ppi fiorentino), entrambi decisi a bombardare il quartier generale. A Palermo si è piazzato da oltre un mese lo spin doctor di Renzi, l’ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori, e i risultati si vedono. Convention all’americana, al teatro Golden la stessa scenografia della stazione Leopolda che ospitò il raduno di Renzi, social network invasi, polemiche di fuoco. Come quella sui finanziamenti dei candidati: «Il Pd nazionale ha già versato 40 mila euro alla Borsellino», accusa Faraone. «Vogliono schedare gli immigrati che andranno a votare, roba da Soviet supremo», rincara il giorno dopo. Se il rottamatore palermitano dovesse riportare un buon risultato, o addirittura vincere, lo spread di Renzi a livello nazionale salirebbe alle stelle. Ma quella del sindaco di Firenze, com’è nel suo stile, è una sfida a viso aperto. Mentre è molto più complicato capire chi punta sul terzo incomodo (la quarta candidata è la ginecologa Antonella Monastra): il consigliere comunale Fabrizio Ferrandelli che ha lasciato l’Idv in rotta con Orlando. Tra i suoi sponsor c’è il potente capogruppo del Pd al consiglio regionale Antonello Cracolici e il senatore Giuseppe Lumia, che nel 2008 strappò la quinta ricandidatura consecutiva

al Parlamento grazie agli appelli del movimento antimafia e che non ha ricambiato la cortesia con la Borsellino. Cracolici e Lumia a Roma fanno riferimento a Massimo D’Alema, Luciano Violante, Anna Finocchiaro. A Palermo sostengono la giunta Lombardo, il governo dei tecnici versione siciliana, con il politico di lunghissimo corso Lombardo al posto del professor Monti. E si preparano a sfiduciare il segretario regionale Giuseppe Lupo, appoggiato da Bersani. A Palermo potrebbe incrinarsi, per la prima volta, l’asse Bersani-D’Alema che governa il Pd nazionale. Anche per questo le primarie di Palermo non sono una sfida solo locale. Per questo il Pd di Bersani, quello del rottamatore Renzi e quello che parteggia per la Grande Coalizione à-la-Monti anche dopo il 2013 si danno appuntamento sotto il Monte Pellegrino. Per testare alleanze passate e future, leadership antiche e nuove, scomposizioni e ricomposizioni. Palermo è una metafora, come sempre. ■

Pdl al debutto
«Mi chiamo Paolo Pagliaro e non mi mantengo facendo politica». Già sentita? Sì, nel 1994, quando l’imprenditore Silvio Berlusconi scese in campo con Forza Italia. Passati quasi vent’anni è lo slogan del candidato che vorrebbe abbattere l’apparato del Pdl fondato dal Cavaliere, il Pdl. Il 26 febbraio si fanno le primarie anche nel partito azzurro, per la prima volta in Italia. Il laboratorio è la Puglia, come già successe nel centrosinistra con Nichi Vendola nel 2005. Si vota per scegliere i candidati sindaci del centrodestra a Trani e a Lecce. E qui, nel centro salentino, roccaforte del Pdl, feudo dell’ex ministro Raffaele Fitto, contro il sindaco uscente Paolo Perrone si è candidato Pagliaro. Editore e proprietario del gruppo Mixer Media di cui fanno parte Telerama, Radio Rama, Radio Salento, Radio Nice e Radio Mambassa. Un piccolo tycoon che vanta la sua campagna “teaser”, ad annunci successivi. Videolettere, manifesti con lo slogan “Piacere, Paolo” e «una postura inusuale, per niente ingessata, molto rilassata e familiare, che vede Pagliaro sporgersi, appoggiato sull’avambraccio, quasi per entrare nell’inquadratura del format, al fine di presentarsi a chi guarda e a tutta la città», si legge in un suo comunicato. Le primarie del Pdl produrranno un berluschino? M. D.

SI DIVIDONO I BIG DEL PARTITO. E RENZI HA SPEDITO NELL’ISOLA GIORGIO GORI AD AIUTARE IL SUO CANDIDATO

Foto: D. Scudieri - Imagoeconomica, F. Lannino - Studio Camera, Olycom

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Attualità

Sofia Ventura Riforme istituzionali

Il cantiere della grande beffa

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dl, Pd e Terzo Polo hanno deciso di affrontare la questione delle riforme istituzionali. Bene. Bene? Purtroppo non tanto, perché non basta decidere di intervenire sull’impianto istituzionale, bisogna anche sapere quali risultati si vogliono ottenere e a quale tipo di democrazia ci si vuole ispirare. Nulla di tutto questo, peró, sembra emergere dalle prime notizie sulle riforme. Vediamole. La diminuzione dei parlamentari è una scelta condivisibile, popolare, ma non cambia nulla nel sistema di governo. Certamente è utile prevedere nuovi regolamenti che consentano una via preferenziale alle proposte del governo. Significativo sul piano simbolico il diritto di revoca dei ministri. Ma solo sul piano simbolico, perché se il capo del governo è davvero il padrone della sua maggioranza non ne ha bisogno. Altrimenti gli si possono attribuire tutti i poteri formali che si vuole, ma se i ministri sono espressione di partiti o correnti difficilmente potrà procedere a revoche. E VENIAMO ALL’UNICA MISURA che rientra tra gli strumenti di razionalizzazione del parlamentarismo, quelli cioè adottati in varie democrazie che rafforzano la funzione di direzione politica del governo. Quell’unica misura è la sfiducia costruttiva (si può proporre la sfiducia solo se al contempo si presenta un premier alternativo). Adottata nella Legge fondamentale tedesca, dopo l’esperienza di Weimar, con le estreme in grado di mettere in difficoltà i governi centristi, e introdotta nella Costituzione spagnola, essa è uno strumento insufficiente a garantire stabilità se non esistono maggioranze coese e inutile (come in Germania e Spagna) se invece queste esistono. La sfi-

Pdl, Pd e Terzo Polo si sono eletti nuovi “costituenti”. Ma i loro progetti non toccano il sistema di governo. Così si rischia un altro pastrocchio
ducia costruttiva legittima, inoltre, i cambiamenti di maggioranza senza il ricorso a elezioni (accadde in Germania nel 1982, anche se il nuovo cancelliere Kohl si adoperò per andare al voto sei mesi dopo; si farebbe altrettanto in Italia?) e inserisce elementi di rigidità: la deterrenza garantita da questa fiducia avrebbe potuto indurre Berlusconi in tentazione e allungare la vita del suo governo. Eppure proprio la fiducia costruttiva sono andati a pescare. Dimenticando che sia in Germania, sia in Spagna esistono ben altri strumenti di razionalizzazione, come l’investitura da parte del Parlamento solo del capo del governo e non dell’intero esecutivo e il potere di scioglimento della camera bassa. Singolare, inoltre, il fatto che i nostri nuovi “costituenti” si siano dimenticati che ovunque è solo la Camera bassa che vota la fiducia e hanno inventato la bizzarra fiducia delle Camere riunite, tanto per rendere più difficile formazione e vita dei governi. LA SUPERFICIALITÀ, l’assenza di visione d’insieme, con le quali si sta affrontando il tema delle riforme non sono casuali. Es-

se sono funzionali al fatto che non si vuole decidere quale modello di democrazia adottare. In Germania, in Spagna, in Francia, l’efficacia e la stabilità degli esecutivi sono assicurate da dispositivi istituzionali che si sposano a una dinamica maggioritaria, con una continuità tra scelta elettorale, formazione delle maggioranze e creazione dei governi. Alfano e Bersani dicono di volere un sistema del genere, ma non sono conseguenti nelle loro scelte; Casini, invece, appare interessato a un sistema tripolare, basato su un centro di fatto inamovibile. E così loro e i loro sherpa cercano l’accordo su misure frammentarie, che non prefigurano alcuna direzione, ma che consentono di raccontare la bella favola di partiti responsabili che sulle cose importanti trovano l’accordo. Poi saranno i manovratori più abili che imprimeranno una direzione piuttosto che un’altra. QUEL CHE È CERTO È che una democrazia con maggioranze solide e coese non potrà realizzarsi senza un cambiamento complessivo (istituzioni e legge elettorale), mentre un bel pastrocchio consociativo potrà farsi strada nella situazione attuale (anche se fossero approvate le misure di cui si è detto), tanto più se si continua a credere alla storia, empiricamente infondata, che il sistema di governo tedesco deve il proprio assetto (prodotto della sua storia politica) alla legge elettorale e alla sfiducia costruttiva: l’argomento è efficace, consente di promettere un bipolarismo che parte della classe politica e gran parte dell’opinione pubblica sostengono, per incassare poi la sua definitiva scomparsa. Gli italiani assisteranno in silenzio a questa ennesima beffa che si sta consumando ai loro danni?
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Foto: Granata

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Inchiesta

CAPITALI

La mappa della cultura

Milano impara

LÕARTE
DI ENRICO AROSIO

Boom di arrivi. Musei affollati. E mostre da record. Così la città del Cenacolo e della Triennale sfida Roma, Venezia e Firenze

I

l giorno di Capodanno, una coda immane di milanesi e turisti tagliava piazza della Scala infilandosi a Palazzo Marino. Per omaggiare il sindaco Pisapia? Ma no. Tutti in fila per l’“Adorazione” di Georges de la Tour, il Caravaggio di Francia. Ora di sera erano entrati in 5.100. Una passeggiata simile se l’era concessa il 7 dicembre, prima del “Don Giovanni”, il presidente Napolitano, tra l’Hotel de Milan e le nuove Gallerie d’Italia, le raccolte dell’Ottocento di Banca Intesa e Cariplo. Confidate al banchiere Giovanni Bazoli le sue ansie per l’amata Napoli, il capo dello Stato si era detto impressionato dalle novità (aveva trovato ottimo anche il Museo del Novecento): «A Milano si respira arte e cultura a ogni angolo». In linea con Londra, dove la mostra “Leonardo pittore al-

la corte di Milano” alla National Gallery si è appena chiusa con la bellezza di 323 mila visitatori, conquistando gli inglesi più di Mario Monti a Downing Street; un video vi illustrava la Signoria degli Sforza come una “Atene del Rinascimento”. Uno storico dell’arte per nulla patriottardo, Marco Carminati, dichiara: «Che Milano sia così bella dovremmo saperlo senza farcelo insegnare da Londra. Noi viviamo con il tesoro in casa». Milano è una città d’arte, e non lo sa. E se non lo sa lei, figurarsi il resto d’Italia. I fatti raccolti dall’“Espresso” con questa inchiesta suggeriscono una prospettiva nuova. E un’amichevole provocazione: la storica triade Roma-Venezia-Firenze che il turismo mondiale promuove da sempre, per certi aspetti si potrebbe riformulare in Roma-Venezia-Milano (e Firenze al quar-

Foto: S. G. Pavesi - Contrasto, elaborazione fotografica di Daniele Zendroni

to posto). È uno scherzo? No. Ragioniamo un minuto insieme. Il primato dei musei classici fiorentini, con le loro meraviglie, non si discute: nei puri numeri gli Uffizi (1,7 milioni di visitatori) e la Galleria dell’Accademia (1,1) si pappano i musei milanesi; è un fatto. Attenzione, però. Il TurisMonitor 2012 del Touring Club segnala che già nel 2009 Milano scavalcava Firenze al terzo posto (dopo Roma e Venezia) tra le «città di interesse storico-culturale» per presenze, con 7,7 milioni contro 6,5; è un trend che si mantiene malgrado la crisi economica. Firenze è indietro anche in presenze annue per provincia (11,2 milioni a10,2). E se vediamo la classifica dei musei più visitati, Milano sorprende ancora: con quasi 700 mila ingressi nel primo anno, il Museo del Novecento in piazza Duomo si colloca, unico non statale, al quarto posto assoluto tra i musei italiani, dietro agli Uffizi, alle Gallerie dell’Accademia e a Castel Sant’Angelo a Roma; batte un beniamino dei media come il Maxxi di Roma (490 mila nel primo anno: 200 mila in meno); e sempre nella capitale umilia la Galleria nazionale di arte moderna (130 mila ingressi appena). Non solo: Milano piazza quattro musei d’arte nella top 20 italiana dei visitatori:
TURISTI IN CODA AL MUSEO DEL NOVECENTO IN PIAZZA DUOMO

1. Palazzo Reale Museo del Novecento piazza Duomo 2. Gallerie d'Italia via Manzoni 10 3. Museo Scala piazza Scala 4. Museo Poldi Pezzoli via Alessandro Manzoni 12 5. Museo Bagatti Valsecchi via Santo Spirito 10 6. Pinacoteca di Brera via Brera 28 7. Biblioteca Sormani corso di Porta Vittoria 6 8. Rotonda della Besana via Enrico Besana 12 9. Palazzina Liberty largo Marinai d'Italia 1 10. WoW Spazio Fumetto viale Campania 127 11. Pac via Palestro 14 Galleria d’Arte Moderna via Palestro 16 12. Museo di Storia Naturale corso Venezia 55 13. Palazzo Dugnani via Daniele Manin 2b 14. La Permanente via Filippo Turati 34 15. Palazzo della Ragione piazza dei Mercanti 1 16. Pinacoteca Ambrosiana piazza Pio XI 2 17. Castello Sforzesco piazza Castello 3 18. Triennale viale Emilio Alemagna 6 19. Museo Diocesano Corso di Porta Ticinese 95 20. Centro delle Culture del Mondo ex Ansaldo, via Bergognone 30 21. Fondazione Pomodoro via Andrea Solari 35 22. Caserma Mascheroni via Mascheroni 26 23. Palazzo delle Scintille area City Life, via Boezio 24. Fabbrica del Vapore via Procaccini 4

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MdN, Cenacolo Vinciano (338 mila), Castello Sforzesco (330 mila) e Pinacoteca di Brera (287 mila). Se poi diamo un occhio alle mostre più visitate del 2010, il “Salvador Dalí” di Palazzo Reale (330 mila) va al secondo posto assoluto dopo “Caravaggio” (582 mila) alle Scuderie del Quirinale. E nel 2011 Milano piazza una fila di buoni risultati, tra i 100 e i 200 mila ingressi, con gli Im-

pressionisti della collezione Clark, Arcimboldo, Michelangelo architetto, Cézanne e Artemisia Gentileschi, più discreti numeri sul moderno e contemporaneo: Anish Kapoor alla Fabbrica del Vapore, la Pixar al Pac, l’Arte povera in Triennale. Cosa indica tutto ciò? Che Firenze è leader nel Rinascimento, e offre tante cose belle tra Palazzo Strozzi e il Bargello, ma tende al monoculturale, alla “città a te-

ma”. Milano vince nella varietà dell’offerta: è il principale centro d’arte in Italia sull’Otto e Novecento, e ha un palinsesto spalmato sugli ultimi otto secoli di storia, dai fondi oro del Duecento a Brera fino alle ultimissime tendenze. Nel contemporaneo operano diverse realtà private: la Fondazione Trussardi; l’Hangar Bicocca che Pirelli sta ristrutturando; la Fondazione Prada, altra notizia, che sta per avviare
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Inchiesta

le demolizioni nella periferia nobilitata di largo Isarco, conferma il progetto architettonico di Rem Koolhaas e la fine lavori entro il 2013. L’unico affanno economico è per la Fondazione Pomodoro, che ha sospeso l’attività espositiva. Il tutto è un modello misto, comunale, privato e statale, che non ha pari altrove. Questa leadership non è forse del tutto presente neanche al sindaco, Giuliano Pisapia, che di cultura parla poco, preso com’è dall’arduo ripianamento del bilancio e dalla rivoluzione dell’Area C, il piano antitraffico. Pisapia ha anche avallato la nomina a presidente della Triennale del costruttore Claudio de Albertis con un certo fastidio per il dissenso di molti intellettuali e dell’assessore alla Cultura Stefano Boeri, che la ritengono poco opportuna (eppur gradita all’altro assessore chiave, il centrista Bruno Tabacci). Polemica rientrata, ma sensazione che resta: la città richiede uno scatto di fantasia. Un connaissseur indipendente come Philippe Daverio conferma la lettura de “l’Espresso”: «Per i contenuti, Milano è la capitale italiana dell’Ottocento e del moderno. Ciò che manca è il coordinamento di questo materiale: un grande museo, o un sistema museale, che incarni il primato. Qualcosa come il binomio parigino

Musée d’Orsay-Centre Pompidou. Il Museo del Novecento ha i suoi limiti: un museo dev’essere uno spettacolo, non un armadio. Ma il potenziale c’è, e mi spingo a dire che Milano potrebbe in teoria diventare il quarto polo europeo del Novecento: dopo il Pompidou, la Tate a Londra e lo Sprengel a Hannover». Due nuove aperture, nel 2012. Entro l’estate le Gallerie d’Italia apriranno, con ingresso in piazza Scala, la sezione di arte del Ventesimo secolo, 200 opere delle 2.700 possedute da Intesa Sanpaolo. PunCOLLOQUIO CON STEFANO BOERI

ti di forza, il secondo dopoguerra da Fontana a Burri a Dorazio a Vedova, e l’Arte povera; le Gallerie offriranno al turista 8.300 metri quadri di superficie lorda. E in autunno sarà pronto il Centro delle culture del mondo all’ex Ansaldo, progetto dell’inglese David Chipperfield: sarà il polo della Milano multietnica. L’assessore Boeri sta rimettendo a fuoco questa struttura avviata dalla giunta Albertini il cui comitato scientifico è presieduto dall’antropologo Marc Augé. L’assessore ha chiamato a raccolta con-

La nostra buona stella
Una stella a sei braccia, con al centro Palazzo Reale. È la visione di Milano città d’arte di Stefano Boeri, l’assessore alla Cultura, che ci spiega alcune strategie per il 2012 elaborate con la giunta Pisapia. Perché un modello a stella? «Bisogna uscire da un equivoco: quello che Milano, a parte finanza, media, università, sia solo la capitale del design e della moda. Milano è all’avanguardia anche nell’arte moderna e nell’arte sacra: per offerta museale, spazi espositivi, gallerie, collezionisti. I bracci della stella partono da piazza del Duomo, nella logica del museo diffuso. Per dirne solo uno: Palazzo Reale-Gallerie d’Italia-Museo Scala-Bagatti Valsecchi-Poldi Pezzoli-Brera. È una densità formidabile in pochi chilometri quadrati, dall’arte classica al
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Ventunesimo secolo. Bisogna però darle un’identità precisa. E il Comune tornerà a produrre mostre. Simbolicamente, la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale sarà il fulcro degli incontri culturali, affidata al critico Hans Ulrich Obrist». Come gestire l’offerta espositiva? «Differenziandola. A Palazzo Reale, grandi mostre storiche ed eventi internazionali: dopo Tiziano, la prima vera antologica di Dario Fo, l’arte degli anni Settanta e la riscoperta dei “Funerali dell’anarchico Pinelli” di Enrico Baj. Il Museo del Novecento si rinnova con mostre a tema, approfondimenti e la Card 900 per fidelizzare il pubblico. Vorremmo estenderlo al secondo corpo dell’Arengario, quando troveremo le risorse. Al Pac, artisti contemporanei: attivato il gemellaggio con la Serpentine Gallery di Londra, ne seguiranno altri. In autunno aprirà il Centro delle culture del mondo all’ex Ansaldo, metà per le

collezioni di arti extraeuropee, metà per le esposizioni mirate. Al Castello Sforzesco autoprodurremo una grande monografica sul Bramantino, a cura di Giovanni Agosti, già richiesta in molti Paesi. La Rotonda della Besana, invece, avrà un programma dedicato a bambini e famiglie». Poi c’è il polo dell’Ottocento. «Sono più poli, pubblici e privati: in piazza Scala le collezioni bancarie delle Gallerie d’Italia, in via Palestro la Galleria di arte moderna, dove valorizzeremo Hayez, Segantini, Medardo Rosso. La Gam è da mettere in rete con le case museo Poldi Pezzoli e Bagatti Valsecchi». Come reperire risorse, tra il buco nel bilancio comunale e il patto di stabilità? «Stiamo discutendo con banche e imprese un piano di adozioni di progetti e luoghi su un arco triennale. Non deve più essere un tabù, per valorizzare il Castello Sforzesco, affidarsi a un main sponsor in chiave di adozione». E. A.

Giraldi, dichiara all’“Espresso”: «Milano ha il collezionismo più stimolante d’Italia. Manca solo un sistema museale all’altezza del fenomeno. Vedere Brera così compressa negli spazi è un dispiacere. Due buoni esempi, per le istituzioni, sono la donazione Gian Ferrari a Villa Necchi Campiglio del Fai che però è, di nuovo, proprietà privata. E il Museo del NoveLE GALLERIE D’ITALIA A MILANO. A SINISTRA: LA MOSTRA cento, operazione molto riu“TRANSAVANGUARDIA” AL PALAZZO REALE. SOTTO: STEFANO BOERI scita che ha reso più bella piazza Duomo». sulenti di valore che lavorano, in parte, a Il caso Brera merita qualche riga a sé. titolo gratuito: lo svizzero Hans Ulrich Retroscena: Letizia Moratti, non più sinObrist, Francesco Bonami, Giovanni daco, si era offerta di attivare consenso Agosti, lo spagnolo Vicente Todolì; e per politico e sponsor sul progetto Grande i rapporti con banche e imprese, Alessan- Brera, l’eterna incompiuta; poteva divendro Profumo. Boeri (nell’intervista a sini- tare presidente di una fondazione ad hoc, stra) s’ispira a un modello «a forma di stel- ma a settembre ha lasciato. Non si è vista la» per la Milano d’arte e cultura, pur con incoraggiata dal nuovo asse Pisapia-Boebudget ridottissimo, 800 mila euro. Il ful- ri. Così il progetto è di nuovo fermo. E la cro è piazza del Duomo, con Palazzo Rea- soprintendenza è debole sebbene a Roma le e la sala delle Cariatidi, rinati dopo il vi sia un ministro milanese, Lorenzo Orlungo restauro concluso dalla giunta Mo- naghi. Gli Amici di Brera hanno 800 soci, ratti. Per fare un esempio, immaginate le relazioni della borghesia illuminata, ma una passeggiata che dalla futura Grande finché non si potrà traslocare l’Accademia Brera, via Poldi Pezzoli, Bagatti Valsecchi, dal palazzo di Brera alla caserma MaschePalazzo Morando, Gallerie d’Italia, Scala, roni (c’era l’ok del ministro La Russa) il Galleria Vittoro Emanuele, Palazzo Rea- sogno non si avvererà. «Con il cambio di le, termina al Museo del Novecento. Una governo c’è stata un’impasse», spiega Aldensità che ridisegna l’immagine stessa di do Bassetti, presidente degli Amici: «Ma Milano. Basti vedere com’è mutata piaz- Boeri ha capito, e il sottosegretario Roberza Scala. La politica (Palazzo Marino) è in to Cecchi conosce bene il dossier. Noi minoranza; e l’economia diviene econo- chiediamo di studiare un criterio di commia della cultura: Gallerie d’Italia (arte), patibilità tra i due progetti già pagati per Scala (musica), Palazzo Trussardi (moda la Grande Brera, di James Stirling e di Ale arte), Galleria Vittorio Emanuele (shop- berico Belgiojoso, e la proposta di Mario ping, ristoranti, librerie). Questo assetto Bellini, che ha vinto la gara d’idoneità. dice più di tante analisi economiche. Indi- Manca un piano finanziario, e un progetca un cambio di paradigma. to per trasformare la caserma. Confido Non bastasse, Milano è leader nel mer- nel ministro Ornaghi, malgrado le emercato dell’arte. Ospita un corpus di colle- genze del Colosseo e di Pompei...». zionisti imparagonabile col resto d’Italia, Quanta carne al fuoco. Il vento dove i Prada competono con una quanti- delNord ha sedotto anche uno dei tà di meno appariscenti “grandi borghe- maggiori artisti italiani. Mimmo si” laici e cattolici. I galleristi coprono i più Paladino ha donato alla città vari desideri, da Lia Rumma a Christian un’opera splendida, “Terremoto”, Stein, da Cardenas a Marconi a Massimo enorme tela del 1983 (con una quoDi Carlo. Le case d’asta stanno addirittu- tazione importante). Un regalo ra profittando della crisi. Christie’s Italia davvero generoso: come mai, gli ha venduto nel 2011 per 28 milioni di eu- chiediamo? «Perché credo in Milaro (più 21,7 per cento sull’anno scorso). E no», risponde. Si spera che la città l’amministratore delegato, Clarice Pecori saprà dirgli grazie come merita. ■

Ma il turista soffre

Foto: G. Aresu - AGF, S. Del Puppo - Fotogramma, D. Piaggesi - Fotogramma

Milano ha buone carte dal punto di vista logistico per essere una potenza turistica. Eppure non decolla. Per capire perché bisogna mettersi nei panni di uno straniero. Primo problema: decidere se visitare la città. Non esistono spot promozionali nelle altre capitali che invoglino a passare “un weekend a Milano”, magari con un pacchetto a basso costo. Bisogna arrangiarsi col fai-da-te a tal punto che, secondo un sondaggio del portale Tripadvisor, è una delle città europee più difficili da visitare (Roma, Venezia e Firenze sono nella top ten delle più accessibili). Il problema non sta nei collegamenti. Gli aeroporti dell’hinterland ne fanno un polo low cost più forte anche di Parigi: 7 milioni di passeggeri usano Ryanair per arrivare a Orio al Serio, mentre a Malpensa il principale operatore, Easyjet, ne fa 5 milioni circa. E Linate sta guadagnando terreno sulla fascia alta. Una volta atterrati, c’è da capire cosa Milano offre: non ci sono sportelli che spiegano quel che succede in città. Anche arrivati in centro, gli info point funzionanti sono solo due. Un deficit da correggere, in vista dell’Expo 2015. Le strutture extra-alberghiere, più gradite al pubblico giovane, sono tuttora scarse ma in aumento: secondo l’Associazione Albergatori, 107 affittacamere, 78 bed & breakfast, 17 ostelli. Orientarsi e vivere la città è la terza barriera. Manca una segnaletica bilingue, fatta eccezione per i nuovi totem in italiano e inglese accanto ai monumenti principali. Una lacuna, perché tedeschi, americani e francesi sono i primi visitatori; nell’intera provincia sono in testa cinesi e giapponesi. Alberto Brambilla

SETTE MILIONI E MEZZO DI VISITATORI. PER VEDERE LEONARDO, ARTEMISIA, E IL MUSEO DEL 900. COSÌ I NUMERI SFIDANO FIRENZE. E PREPARANO L’EXPO
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n. 9 - 1 marzo 2012

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Fatima business
Il Santuario di Fatima non ha acqua miracolosa come quella di Lourdes, ma potrebbe rifarsi con l’olio. È di questi giorni l’annuncio che inizierà a commercializzare una marca di olio prodotto con i 4.700 ulivi che ricoprono 60 ettari di terreno di sua proprietà a Cova da Iria, dove nel 1917 tre pastorelli affermarono di aver visto «una signora», più tardi identificata con «Nostra Signora». La notizia sarebbe solo curiosa se non avesse rilanciato nel Paese la polemica sui privilegi di cui gode la Chiesa grazie all’accordo tra Vaticano e Stato siglato nel 2004 e che, in tempi di forte crisi economica, irrita non poco i contribuenti: prevede infatti forti esenzioni fiscali sui beni mobili e immobili. E permette agli istituti religiosi di non rendere pubblici i loro bilanci. Così, l’ex rettore di Fatima, Virgílio Antunes, ha potuto tranquillamente spiegare il perché, dal 2005 il Santuario non fa più conoscere l’entità delle sue attività. In quell’anno, fra attività commerciali, offerte dei fedeli, servizi alberghieri e “valorizzazioni finanziarie” il Santuario aveva fatturato 17 milioni di euro. E adesso arriva l’olio. Marcello Sacco

Tibet

I suicidi dei monaci anti-Cina

L’ultimo si è suicidato dandosi fuoco lunedì 20 febbraio a Ngaba nel Sichuan, ed aveva solo 18 anni. In totale sono 26 in due anni i tibetani, non solo monaci ma anche pastori disperati, che hanno preferito darsi fuoco perché il mondo apra gli occhi sulle crudeltà inflitte da Pechino al Tibet e per chiedere l’indipenenza dalla Cina dell’altopiano. Nelle ultime settimane il numero dei suicidi è aumentato. E la causa è da ricercare nella totale mancanza di prospettive per il futuro. Le proteste del 2008, represse e poi dimenticate da una Cina certa che il resto del mondo non ha intenzione di farle sgarbi aiutando la causa tibetana, non hanno portato alle riforme sperate. E anzi le rivolte continuano ad essere represse nel sangue. La regione è chiusa a sinologi e giornalisti da quattro anni, fatta eccezione per le gite organizzate dal potere di Pechino. Ma, stando ai video girati da quei pochi che sono riusciti a superare i

posti di blocco, il Tibet assomiglia sempre più a una zona di guerra. Le cittadine di Aba e Yushu (quest’ultima già stremata dal terremoto di due anni fa) sono letteralmente sotto il controllo delle forze militari: carri armati ogni cento metri, cecchini sui tetti, migliaia di soldati posizio-

nati ai margini delle strade e nei caffè per terrorizzare il popolo. Mentre la propaganda di governo alterna la censura degli eventi agli strali contro la “cricca del Dalai Lama” e i soliti “agenti stranieri” che mirano a dividere e colonizzare la Cina.
Federica Bianchi

Perù Si spegne Sendero Luminoso
Sendero Luminoso, l’organizzazione terroristica peruviana di ispirazione maoista, è stata defintiivamente sconfitta? Sembra di sì, stando alla dichiarazione entusiasta nel neo-presidente Ollanta Humala: «Ha vinto il Perù». O all’analisi di Pedro Yaranga, uno dei massimi esperti di Sendero: «Non esistono più leader preparati sia sul piano politico sia su quello militare». E questo dopo che è stato catturato, nei giorni scorsi, il comandante “Artemio”, al secolo Florindo Eleuterio Flores Hala, l’ultimo capo ancora in libertà. Sendero, fondato da Abimael Guzmán, ha scatenato una guerra contro il governo peruviano costata 35 mila vittime dal 1980 al 1992, anno dell’arresto di Guzmán. Da allora le milizie si sono ritirate nell’entroterra del Paese, tra le regioni dell’Alto Huallaga e del Vrae, continuando nelle azioni di guerriglia e dedicandosi al crescente business della cocaina (il Perù supera la Colombia come superficie coltivata per la droga) in alleanza con i narcos. I quali adesso potrebbero diventare egemoni nelle stesse aree. Il processo contro “Artemio” avrà inizio alla metà del mese di marzo. Mario Magarò
lEspresso | 75 ’

Foto: J. Horner - Panos / Luzphoto

Mondo MEDIO ORIENTE
IL PRESIDENTE IRANIANO MAHMOUD AHMADINEJAD. A SINISTRA: TECNICI IRANIANI E STRANIERI AL LAVORO NELLA CENTRALE ATOMICA DI BUSHEHR

2012 fuga da
I giovani iraniani hanno solo un sogno: lasciare il Paese impoverito e senza democrazia. E danno l’assalto alle ambasciate straniere. Sperando di ottenere un visto

TEHERAN
C
DI ANDREA MILLUZZI DA TEHERAN
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he cosa siete venuti a fare? I ragazzi di Teheran guardano stupiti i (pochi) occidentali che si avventurano nella capitale di uno Stato che, oggi, per la comunità internazionale è, ancora più di dieci anni fa all’epoca della famosa espressione di George Bush, l’architrave dell’“asse del Male”. Il programma nucleare con le conseguenti sanzioni sempre più stringenti, la risposta muscolare con i test missilistici, la minaccia di bloccare lo stretto di Hormuz, lo stop alla vendita di greggio ad alcuni Paesi Ue (Francia e Gran Bretagna in testa). E, sullo sfondo, la minaccia di una guerra con Israele (e gli Sta-

ti Uniti) che sarebbe imminente e che rischierebbe di destabilizzare il Medio Oriente tutto. Non bastasse il già complicatissimo quadro internazionale, il 2 marzo si vota per il rinnovo del Parlamento, il primo test dopo le controverse presidenziali del 2009 che diedero il via a una Primavera soffocata nel sangue e andata per questo a sbocciare altrove. Il ministro dei servizi segreti e della sicurezza nazionale le ha già definite «le elezioni più difficili della storia dell’Iran». La guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei vede nel voto un «potenziale rischio per la sicurezza». Quando in realtà è uno scontro tra il suo potere, il potere

dei religiosi ultraconservatori contro il potere, ugualmente conservatore, del presidente “laico” Mahmoud Ahmadinejad. Posta in gioco: il controllo del Parlamento. E senza opposizione visto che i riformisti, coi loro leader agli arresti sono orientati verso il boicottaggio delle urne. Eppure tutto questo sembra interessare assai poco ai ragazzi di Teheran, alla gente comune, alle prese con più urgenti

problemi spiccioli di sopravvivenza. E col sogno, spesso, di andarsene, pur con qualche nostalgia, da un Paese carico di passato ma senza prospettive per il futuro. Dietro quella domanda: «Cosa siete venuti a fare?», c’è la frustrazione verso un presente troppo difficile da accettare per i cittadini, figurarsi per i forestieri, se il corollario che ne segue suona più o meno, così: «Non è come quattro mesi fa,

non è come due mesi fa, non è come ieri. Ogni giorno che passa va sempre peggio». La rassegnazione è figlia da una parte dei sogni traditi circa la possibilità di un cambiamento e dalla dura repressione che ne è seguita. Dall’altra da condizioni di vita ormai al limite del sopportabile. Dice Reza, 34 anni, un piccolo imprenditore che non se la passerebbe neanche male ma che è abituato a guardarsi attorno e a trarre delle conclusioni: «Questi che ci governano sono dei pazzi, non sono veri musulmani. L’economia va sempre peggio, i giovani fanno di tutto per lasciare il Paese e loro? Parlano di religione, di regole di comportamento». Gli iraniani hanno un’età media di 25 anni, la stragrande maggioranza di loro è nata dopo la rivoluzione khomeinista e del 1979. Ma sono cresciuti con Internet e la televisione tv satellitare, ufficialmente banditi ma comunemente diffusi. E sognano una vita lontano dall’antica Persia, magari proprio in quei Paesi dipinti ogni sera dai canali ufficiali come nemici e simbolo di ogni nefandezza. Si ritrovano, i ragazzi, in fila ogni mattina davanti alle ambasciate europee alla difficile caccia di un visto. Leila ha 28 anni e una sorella che vive a Roma, dove la vorrebbe raggiungere: «L’Europa non ci rilascia facilmente visti, non è come ai tempi dello Scià, quando il nostro passaporto aveva un valore. Per uscire dal Paese qualcuno deve garantire per noi pagando una cauzione che, nel caso dell’Italia, è di 3 mila euro. Mio padre ha dovuto fare una colletta fra i suoi amici». Babak, invece, vive a Tabriz, nell’Iran settentrionale vicino alla Turchia. Sta finendo gli studi da traduttore all’Università, poi dovrà fare i due anni obbligatori del servizio di leva. E dopo? «Do1 marzo 2012 | lEspresso | 77 ’

Foto: Eyevine - Contrasto, B. Baker - Redux / Contrasto

Mondo

po voglio solo oltrepassare quella frontiera e andarmene da qui dove ogni cosa è un problema e passiamo le giornate a risolvere questioni burocratiche». Il malcontento è espresso sottovoce. Per strada non c’è nessuno che sfidi lo sguardo severo e attento di pasdaran e basiji, i guardiani della rivoluzione. In molti sognano di creare un proprio business ma in pochi ci provano realmente. Con 200 euro si può iniziare un’attività, non esiste copyright, ma la burocrazia e la diffusa corruzione uccidono ogni entusiasmo. Ancora Babak: «Vorrei entrare nella Mezza Luna (la Croce rossa locale), ma solo per farmi dare il certificato di un corso che ho seguito devo scrivere decine di lettere piene di reverenze e sperare che siano sufficienti». La difficoltà a trovare un lavoro costringe i giovani a rimanere in casa coi genitori fin oltre i trent’anni. E il caso ad esempio di Saeed, 40 anni, che sta ancora con mamma e papà e aspetta solo di avere i documenti necessari per sposare un’iraniana emigrata in Australia e conosciuta sul Web. La fuga dal regime ha un prezzo da pagare ed è la nostalgia delle radici. Arash ha 25 anni, è originario di Shiraz. Da tre anni si è trasferito a Kiev dove sta studiando come progettista di aeroplani, ma non ha mai dimenticato l’Iran, tanto che non riesce a trattenere una lacrima quando il treno che da Istanbul lo sta riportando a
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UNA IMMAGINE NOTTURNA DELLA CENTRALE ATOMICA DI BUSHEHR

Tehran passa il confine: «Non posso vivere in Iran, non avrei futuro. Ma qui ci sono la mia famiglia, i miei amici, qui si parla la mia lingua. Avevo anche una fidanzata, ma quando sono partito per l’Ucraina ci siamo lasciati. E le donne occidentali non sono ancora riuscito a capirle». Non sempre l’estero si rivela un Eldorado. Marlen ha lasciato Los Angeles per tornare a Teheran e con 60 mila dollari ha aperto il Bistrò, ristorante italiano, e in cucina non può usare naturalmente né alcol né carne di maiale. «L’Iran ha dei limiti evidenti. Ma pensate che a Los Angeles siano liberi? Con tutte quelle tasse da pagare e la polizia che controlla le strade con le telecamere?». In Iran si sopravvive se si hanno molti molti soldi e gli amici giusti da comprare. Altrimenti è battaglia quotidiana. Uno stipendio medio si aggira sui 400 euro al mese, l’affitto di un appartamento a Teheran sfiora i mille. La sanità non è un bene comune e per garantirsi le cure gli iraniani devono pagare un’assicurazione privata. Un chilo di riso, piatto alla base della cucina persiana, costa 8 mila toman (quasi cinque euro), banane e albicocche superano l’euro al chilo, un chilo di carne vale 25 euro. Le bollette di luce e gas viaggiano in media sull’equivalente di 60

euro mensili. Per un litro di benzina (razionata dal 2007) si spende quasi un euro, nonostante questo sia il terzo Paese produttore di petrolio al mondo. Racconta Alì: «Il sussidio mensile che ci dà il governo è di 40 euro che se ne vanno in un giorno. Noi siamo fortunati perché lavoriamo in due e abbiamo un solo figlio, ma siamo un’eccezione» L’ultimo aumento dei prezzi, in alcuni casi del 500 per cento, è di due settimane fa, primo risultato di un embargo occidentale che nel 2012 si annuncia ancora più duro e che ha già prodotto l’effetto della svalutazione dell’8,5 per cento della moneta nazionale rispetto al dollaro. E la Cina ha già iniziato a pagare il petrolio in merci e non in denaro. Se non sulla pubblica piazza, il dissenso verso l’operato di un governo capace solo di dichiarazioni reboanti e di sfide internazionali ma che riduce in miseria i suoi abitanti, di solito si esprime nelle urne. Non sarà il caso del 2 marzo quando si voterà per il il rinnovo del Majles, il Parlamento. Il fronte riformista, che ora ha il 20 per cento dei seggi ma che ha un seguito reale molto più ampio, ha invitato i suoi elettori ad astenersi dal voto. All’opposizione manca un leader. Mir-Houssein Moussavi e Mehdi Karrubi, i due capi dell’ Onda verde sono costretti al silenzio: sono agli arresti domiciliari nello sperduto nord, al confine con l’Azerbaijan. Arrestati nel febbraio 2011, quando sulla scia della primavera araba i giovani iraniani tornarono in piazza per un breve periodo, i due politici aspettano ancora un processo. Sono stati gli stessi pasdaran ad ammettere che Moussavi e Karrubi non possono essere processati perché l’opinione pubblica

IL 2 MARZO SI VOTA PER IL PARLAMENTO. MA L’OPPOSIZIONE RIFORMISTA NON ANDRÀ ALLE URNE. SARÀ UNO SCONTRO TRA CONSERVATORI

Foto: Eyevine - Contrasto

Mondo
La bomba finanziaria DI GIGI RIVA
E se, come spesso succede, più delle bombe potessero i soldi? C’è un’arma, nel campo finanziario, che non è ancora stata usata e che avrebbe un effetto devastante perché colpirebbe direttamente il regime iraniano, quando le sanzioni via via più arcigne hanno finora stremato solo la popolazione. L’arma si chiama Swift e l’avrebbe evocata David Cohen, il sottosegretario americano del Tesoro con delega al terrorismo e all’intelligence finanziaria. Swift è l’acronimo di Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunications che ha base a Bruxelles ed è il meccanismo di garanzia che rende possibili in tempi brevi le transazioni sul mercato globale. Lo utilizzano le banche di tutti i Paesi e, fra queste, anche quaranta istituti di credito di Teheran. Da lì, passano i pagamenti del petrolio, voce che rappresenta circa l’80 per cento dell’export del Paese e che garantisce al regime degli ayatollah, oltre alle cospicue fortune personali, anche la possibilità di redistribuire parte dei proventi e garantirsi quel minimo di consenso di cui ancora gode. Cohen avrebbe chiesto agli alleati occidentali di valutare l’espulsione dell’Iran dal sistema Swift. Mark Dubowitz, un esperto di sanzioni consulente di Barack Obama, ha confermato che l’ipotesi è in discussione alla Casa Bianca. Sarebbe la carta che il presidente degli Stati Uniti intenderebbe utilizzare anche durante l’incontro, previsto per metà marzo, con il premier israeliano Bibi Netanyahu per convincerlo a desistere dall’idea di un attacco contro i siti nucleari iraniani dato per possibile tra la tarda primavera e l’inizio dell’autunno. Obama è riottoso all’idea di essere coinvolto in un’altra guerra e teme soprattutto che l’alleato mediorientale la possa scatenare nell’imminenza delle elezioni di novembre, periodo nel quale gli sarebbe difficile condannarla, salvo giocarsi le simpatie della comunità e della lobby filo-ebraica negli Stati Uniti. Ma l’arma-Swift non è così semplice da dispiegare. L’esclusione di un Paese su pressione di Washington sarebbe un precedente che mina l’autorità e l’indipendenza dell’istituzione attorno alla quale gira la finanza mondiale e che sinora si è distinto per imparzialità. Swift o meno, di sicuro c’è però da studiare una mossa creativa capace di riportare Teheran al tavolo di una trattativa finalmente seria sul nucleare e prima che la parola passi agli ordigni. Che i piani per un attacco preventivo siano pronti ormai da tempo è cosa nota. Lo strike ha un sostenitore in Netanyahu e uno ancora più convinto in Ehud Barak, ministro della Difesa, ex premier, ex laburista, oltre che il militare più decorato del Paese. I sabotaggi del programma atomico iraniano, condotti anche con gli omicidi mirati di scienziati (e a cui i pasdaran stanno rispondendo con attacchi a sedi diplomatiche israeliane nel mondo), hanno rallentato ma non fermato la corsa verso la bomba. Secondo alcune informazioni di intelligence, anzi, nei laboratori superprotetti e scavati in profondità se ne potrebbero già confezionare almeno quattro usando l’uranio che si è riusciti ad arricchire. Anche secondo gli scenari più ottimisti Teheran, se non lo è ancora, è comunque vicina ad essere una potenza nucleare. E l’ipotesi ormai considerata ineludibile, per paradosso, fa crescere il partito di coloro che già pensano al dopo e a come convivere con la nuova realtà. Fareed Zakaria, ad esempio, ha scritto che il problema attuale di Israele, gli Stati Uniti lo hanno affrontato alla fine degli anni Quaranta quando venivano da più parti sollecitati ad attaccare preventivamente l’Unione Sovietica prima che fosse troppo tardi, ma «i rivoluzionari globali di Mosca, i pazzi autocrati di Pyongyang e i generali simpatizzanti dei terroristi in Pakistan hanno tutti trovato il miglior deterrente nel timore della distruzione reciproca». È la tesi dell’equilibrio del terrore. Tel Aviv è a portata dei missili di una Repubblica islamica che dichiara di voler cancellare Israele dalla faccia della terra. Ma nemmeno gli ayatollah eredi di Khomeini sembrano disposti a un suicidio collettivo per veder realizzare quel sogno.

potrebbe trarne nuova linfa per tornare in piazza. Un’eventualità che il regime vuole assolutamente evitare, vista la paralisi politica in cui è bloccato da più di un anno, da quando cioè i contrasti fra Ahmadinejad e la guida suprema Alì Khamenei sono diventati pubblici. Nonostante i ripetuti appelli di Khamenei all’unità, la maggioranza conservatrice si presenterà alle elezioni con cinque liste diverse. Le due principali sono Jebhe mottahed (Fronte unito dei conservatori) capeggiata dal presidente dell’Assemblea degli esperti, l’Ayatollah Mohammad Reza Mahdavi e Jebhe paydari (Sopravvivenza della rivoluzione islamica), nata nel 2011, con l’ex guida spirituale di Ahmadinejad, l’ayatollah Mesbah Yazdi, come leader. E

L’IRAN MOSTRA I MUSCOLI: L’ESIBIZIONE DI MISSILI DURANTE UNA PARATA MILITARE

Ahmadinejad? Il presidente appare isolato, tanto che il Majles lo ha convocato, dopo le elezioni, per avere spiegazioni sulla politica economica ed estera, mossa che ha il solo precedente del 1981, quando il Parlamento fece cadere il presidente Banisadr. Tutti sanno che in Iran la ricchezza derivata dal petrolio esiste ma serve a mantenere il potere, la sua corruzione e i suoi giochi politici con i finanziamenti ad Hezbollah, Hamas, ai talebani e al regime siriano di Bashar al Assad. È difficile trovare qualcuno che appoggi il regime, ma è impossibile avere opinioni favorevoli ad un intervento dell’Occidente: il solito riflesso che i popoli hanno contro la minaccia del nemico esterno. L’attenzione piuttosto è rivolta ai manifestanti nella vicina Siria, perché se avessero successo potrebbe verificarsi quello che in molti profetizzano: «Ogni 25 anni abbiamo fatto una rivoluzione. Questa volta siamo solo un po’ in ritardo». ■
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Foto: Eyevine - Contrasto

Mondo

Paul Salem Senza frontiere

Sta per sbocciare una nuova Libia

U

n recente viaggio in Libia mi ha reso ottimista sulle possibilità che il Paese ha di compiere con successo una transizione verso la stabilità e la democrazia. Durante la mia permanenza, ho avuto incontri con funzionari del Consiglio nazionale di transizione, con il governo provvisorio, con i ribelli e con i membri dei movimenti politici e della società civile. I rischi e le sfide sono enormi, ma le possibilità di successo li superano. LA LIBIA OGGI è un Paese privo di un esercito nazionale, di forze di polizia , di uno Stato, che funzionino. I ribelli armati controllano l’aeroporto e diverse parti della capitale e del Paese. Le differenze tribali e regionali, così come le tensioni tra i vari gruppi armati, generano occasionalmente degli scontri. Le differenze tribali e regionali in Libia, tuttavia, non sono in alcuna misura profonde come le divisioni settarie ed etniche di altri paesi, come Iraq, Siria o Libano, che rappresentano una piaga. In Libia le tribù coesistono, i matrimoni intertribali sono comuni da anni e le differenze regionali non sono strettamente legate a identità politiche radicate in profondità. Inoltre la Libia è avvantaggiata dalla sua posizione geografica. I suoi vicini arabi, africani ed europei non le sono nemici né sono in forte conflitto tra loro. Ciò contrasta marcatamente con la situazione di altri paesi del Levante, come Iraq, Siria o Libano, nei quali Iran, Arabia Saudita, Stati Uniti, Israele e Turchia lottano per estendere la propria influenza. Il Consiglio nazionale di transizione

Le tribù coesistono. I paesi confinanti non sono ostili. E il cammino è definito: elezioni, costituzione, governo. Così Tripoli rinascerà
ha una serie di difetti, ma ha compiuto ciononostante un lavoro eccezionale nel traghettare la Libia dalla dittatura attraverso la ribellione armata per incamminarla infine sulla via verso la transizione democratica. I governi provvisori che esso ha incaricato sono riusciti a restaurare in una certa misura la calma e a ristabilire i contatti con i partner regionali e internazionali. L’attuale governo sta gestendo con saggezza il problema dei ribelli armati offrendo loro un’integrazione nell’esercito o nella polizia o un percorso di formazione con tanto di borse di studio che permetta loro di costruirsi una carriera nell’ambito civile. A LIVELLO NAZIONALE il consenso sulla strada da percorrere è esteso: elezioni a giugno, redazione della bozza di una nuova costituzione ed elezione di nuove autorità esecutive democratiche. Inoltre, nel contesto della primavera araba, c’è anche un consenso generale sulle caratteristiche della costituzione, che sarà democratica e pluralistica con un accento sul rispetto dei diritti umani. Il fatto che essa preveda

l’Islam come principale fonte d’ispirazione legislativa non dovrebbe sorprendere o allarmare particolarmente: la società libica è semplicemente molto conservatrice e religiosa. I giovani e le donne della società civile appartenenti a vari schieramenti hanno svolto un ruolo essenziale nella rivoluzione e continueranno a lottare con efficacia per i loro diritti e il loro ruolo nella Libia post Gheddafi. IL FATTO CHE LA LIBIA, diversamente dalla Tunisia o dall’Egitto, sia un importante paese esportatore di energia costituisce un altro elemento molto importante. Anche se i proventi delle vendite di petrolio e gas potrebbero rappresentare una fonte di corruzione e scontro, come accade in Iraq, attualmente essi hanno l’effetto di convincere le tribù e i gruppi libici che il loro interesse dovrebbe mirare a ottenere una quota parte della torta in uno Stato libico ricostruito e in grado quindi di estrarre ed esportare combustibili fossili, piuttosto che a smembrare questo Stato. La strada che la Libia ha davanti è tutt’altro che facile, ma l’euforia condivisa per la liberazione da Gheddafi, il vasto consenso sulla strada da intraprendere, il fatto reale che tutti i gruppi vogliono conquistarsi uno spazio, in aggiunta a un ambiente regionale favorevole, mi portano a concludere che nonostante la situazione corrente, il popolo libico possa, come la Tunisia e l’Egitto, realizzare con successo una transizione dalla dittatura a un governo democraticamente eletto.
traduzione di Guiomar Parada Direttore del Centro Carnegie per il Medio Oriente a Beirut, Libano

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Se ne parla su www.espressonline.it

Mondo ANALISI
ELEZIONI IN TUNISIA Assemblea Costituente (23 ottobre 2011)

In Tunisia, Marocco ed Egitto si è votato. Ma non basta. Ecco quali passi deve ora compiere il Nordafrica per dirsi democratico
DI LEONARDO MORLINO

I

n Tunisia, Marocco ed Egitto si è votato: vuol dire che si stanno sviluppando tre democrazie? Oppure vi possono essere elezioni senza democrazia? E se è così qual è il significato reale di quelle elezioni e quali prospettive si stanno aprendo? Da italiani, abbiamo il ricordo del voto durante il fascismo. Basta, poi, vedere come in questi anni si siano aperte urne in tutti i Paesi autoritari. Dunque, elezioni senza democrazia ci molto: avvengono in Paesi vicini che rien- regolarità e ricorsi di candidati, sembra sono e sono anche frequenti. Come mai? trano nell’area più rilevante del Pianeta a che fosse di fatto ammessa la propaganda La ragione è semplice: in un mondo in cui causa del petrolio. di partiti islamici all’interno dei seggi e che la politica riguarda tutti, le elezioni sono Circa la correttezza del procedimento laddove votavano cristiani-copti la tenun modo per legittimare chi sta al gover- elettorale, sulla base dei rapporti degli os- sione all’interno dei seggi sia stata molto no. Oltretutto, le elezioni sono facilmen- servatori, non vi è molto da dire per Tuni- forte. Inoltre, in Marocco, ancora non è te manipolabili. sia e Marocco. Non vi sono state denun- noto il numero dei votanti per ciascun Cosa è necessario allora per avere ele- ce di frodi e, soprattutto in Tunisia, una partito: i dati specifici per ciascun distretzioni che siano anche democratiche? La forte partecipazione al voto, quasi il dop- to elettorale esistono, ma nessuno sembra risposta è: le elezioni devono essere cor- pio di quella marocchina, ha assicurato averli sommati, dando spazio a sospetti. rette, competitive, libere. Se osserviamo una sostanziale correttezza del risultato. In Tunisia e in Marocco vi sono leggi quelle che si sono appena svolte in Nor- In Egitto, l’andamento è stato diverso: al proporzionali con un tasso di proporziodafrica sulla base dei criteri appena indi- di là di un certo numero di denunce per ir- nalità più o meno accentuato (in Maroccati ne capiamo meglio il senso. co, la soglia da superare In Tunisia servono a fissare la ELEZIONI IN EGITTO (28 novembre 2011-11 gennaio 2012) per ottenere seggi è del 6 prima fase di una transizione PARTITI per cento). In Egitto, vi è un SEGGI SEGGI probabilmente verso una qual- aree ideologiche sistema elettorale farragi% propor. magg. totale. % che democrazia, sia pure per noso con due terzi dei seg37,5 127 101 228 45,8 molti anni minima; in Marocco Alleanza democratica per l’Egitto gi ripartiti su base proporislamica-musulmana sembrerebbero mirate a raffor- Blocco Islamico zionale e un terzo su base 27,8 96 31 127 25,5 zare un regime ibrido o semi- islamica - salafita maggioritaria. Oltretutto 9,2 36 2 38 7,6 democratico mantenendo al Nuovo Partito della delega le elezioni a doppio turno potere istituzioni tradizionali nazionalista liberale si sono svolte per l’Assem8,9 33 1 34 6,9 come la monarchia; in Egitto Blocco egiziano blea del Popolo dalla fine social-liberale potrebbero essere l’evento es- Nuovo Partito di Centro di novembre a metà genna3,7 10 10 2,0 senziale su cui ricostruire un re- islamica moderata io e per la Camera Alta 2,2 8 1 9 1,8 gime militare o un regime ibri- Partito della Riforma e Sviluppo (Shura) alla fine di gennado con un forte potere militare. liberale io. I risultati ufficiali si sa2,8 7 1 8 1,6 Aggiungiamo che capire bene Alleanza della Rivoluzione Continua pranno in marzo. Insomsinistra quelle elezioni a noi interessa Nominati dai militari ma, in poco più di due me10 si si è votato una decina di Popolazione: 81.121.077 elettorato: 50.000.000 votanti: 27.065.135 (54%) volte in tre parti diverse del FOTO IN ALTO: IL QUARTIERE ABDIN Sono riportati i risultati dei principali partiti. Fonti: giornalistiche. AL CAIRO IL GIORNO DEL VOTO Paese e non contempora-

Un’elezione non fa Primavera

neamente. Questi e diversi al- PARTITI di coalizione composto dal VOTI SEGGI tri aspetti peculiari della legge aree ideologiche partito islamico (Ennahda), num. % num. % egiziana danno spazio a notema anche dal Congresso per 1.500.649 37,0 89 41,0 voli possibilità di manipola- Movimento della Rinascita (Ennahda) la Repubblica di centro siniislamica zione dei risultati, anche se è Congresso per la Repubblica (Cpr) stra e dal socialdemocratico 341.549 8,4 29 13,4 possibile che non vi siano sta- socialdemocratica, nazionalismo arabo Ettakatol (Foro democrati252.025 6,2 26 12,0 ti brogli. Quanto sono state li- Petizione Pop. per Libertà Giustizia Svil. co per il lavoro e le libertà). bere le elezioni nei tre Paesi? I islamico, riformista Competizione vi è stata an248.686 4,3 20 9,2 tunisini, i marocchini, gli egi- Foro democ. Lavoro e Libertà (Ettakatol) che in Marocco dove il parsocial-democratico ziani hanno avuto la possibili- Partito Progressista Democratico (Pdp) tito islamico ha una mag111.067 2,7 16 7,4 tà di farsi liberamente un’opi- social-liberale gioranza relativa e numero97.489 2,4 5 2,3 nione su chi votare? In Tunisia L’Iniziativa si sono i partiti e gruppi di un dibattito politico effettivo centrista-moderata orientamento diverso. La elettorato: 7.500.000 votanti: 6.150.000 (82%) vi è stato. Si ha, quindi, l’im- Popolazione: 10.549.100 tabella sul Marocco evidenpressione che si stia formando Sono riportati i risultati dei principali partiti. Fonti: ufficiali. zia anche un altro aspetto un’opinione pubblica demoimportante: con la parziale cratica. Questa sensazione ELEZIONI IN MAROCCO (25 novembre 2011) eccezione del Pam (formaSEGGI non vi è negli altri due Paesi PARTITI tosi nel 2009), i principali num. % 2007 con tutta l’importanza che si aree ideologiche partiti che ottengono seggi vuole attribuire al ruolo dei Partito della Giustizia e Sviluppo (Pjd) esistevano già in Parlamen107 27,1 +61 nuovi media attraverso Inter- islamica to, ma il partito islamico è 60 15,2 +8 net, specie in Egitto. Su questo Partito dell’Indipendenza (Pi) quello che aumenta magnazionalista,monarchica,conservatrice punto, non si riesce a sfuggire Raggruppamento Nazionale Indipendenti (Rni) giormente voti e seggi. Le 52 13,2 +13 a un problema evidente: quei moderata-liberale elezioni sono state meno media alla fine riguardano Partito dell’Autenticità e Modernità (Pam) competitive in Egitto. Qui, 47 11,9 +47 un’élite ristretta, che è più conservatrice-liberale più del 73 per cento dei seg39 9,9 +1 aperta e democratica della so- Unione Socialista delle Forze Popolari (Usfp) gi è stato vinto dai partiti socialista cietà nel suo insieme, compreislamici. L’opposizione agli Movimento Popolare (Mp) 32 8,1 -9 sa quella parte che va in piaz- conservatrice- liberale islamici è debole e divisa, za Tahrir. Il punto è che nei tre Unione Costituzionale (Uc) quel compromesso tra reli23 5,8 -4 Paesi e in tutta quell’area esi- conservatrice-liberale gione e rispetto dei diritti al18 4,6 +1 ste una forte cultura comuni- Partito del Progresso e del Socialismo (Pps) la base delle possibili demotaria che non è in se stessa con- socialista crazie arabe ha scarse spinte traria alla democrazia, come Popolazione: 31.951.412 elettorato: 13.600.000 votanti: 6.174.000 (45%) organizzate e presenti in Sono riportati i risultati dei principali partiti. Fonti: ufficiali. Amartya Sen si è sforzato di Parlamento. L’alleanza di convincerci. Ma quella cultufatto tra i militari e i Fratelli ra tradizionale sopravvive all’autoritari- esplicito soprattutto nei confronti delle Musulmani, presenti in Parlamento con il smo precedente e mantiene - almeno nel- donne. Qui sta l’aspetto centrale che por- Partito della Libertà e Giustizia (principal’immediato - identità claniche, locali, e rà le basi della democrazia nel mondo ara- le formazione all’interno dell’Alleanza nazionali che lasciano poca libertà nel de- bo musulmano o ne decreterà il fallimen- Democratica per l’Egitto), è il maggiore cidere per chi votare. to: in Tunisia, Marocco e soprattutto fattore di stabilità e al tempo stesso di rePeraltro, non si dimentichi un altro Egitto, ma anche in altri Paesi dell’area, si sistenza a una trasformazione democratiaspetto fondamentale: in tutti questi Pae- tratta di trovare e fare accettare un com- ca. La spinta della mobilitazione sociale si la libertà può uccidere la libertà, cioè promesso che garantisca il rispetto dei di- egiziana in senso opposto è ancora forte e l’apertura di spazi di libertà consente a po- ritti individuali, specie delle donne, senza i numeri dei partecipanti alle dimostraziosizioni radicali di esprimersi e persino di negare la legge musulmana. ni danno loro un senso di impunità. diventare dominanti al punto di sollecitaInfine, per valutare le elezioni è imporL’esame dei criteri democratici stanre interventi repressivi, come è avvenuto tante vedere quanto siano state competi- dard permette anche di intravedere i posin Algeria nel 1992 e in Egitto, specie do- tive. Basta guardare alle tre tabelle eletto- sibili scenari nei tre Paesi: una via demopo l’uccisione di Sadat (1981), a seguito rali per capirlo. In Tunisia i partiti islami- cratica, anche se piena di ostacoli, è queldel ruolo assunto dai Fratelli Musulmani ci superano il 50 per cento dei seggi, ma vi la che sembra avere preso la Tunisia; che avevano approfittato di un primo ten- è uno spazio non piccolo per altre posizio- l’adattamento per cambiare nella sostantativo di liberalizzazione in quegli anni. ni, liberali, moderate, socialiste anche di za il meno possibile è il percorso, accidenProprio nel più libero dei tre Paesi, cioè in sinistra, che danno presenza, voce e forza tato, del Marocco e, nel migliore dei casi, Tunisia, nell’ultimo anno numerose sono a una potenziale opposizione anti-islami- una situazione di stallo reale nel contesto state le occasioni in cui l’ortodossia reli- ca. A conferma di questo dall’Assemblea di un regime semi-autoritario sembra la giosa è stata riaffermata in modo forte ed costituente tunisina è emerso un governo via che l’Egitto ha iniziato a percorrere. ■
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Foto: A. Zambardino - Contrasto

Reportage

IERI A PARIGI OGGI A BERLINO
Come la Ville lumière degli anni ’50, è diventata la capitale internazionale dell’arte e della cultura. La popolano giovani con molto talento e pochi quattrini. Di ogni parte del mondo
DI MARIO FORTUNATO - FOTO DI SIRIO MAGNABOSCO PER L’ESPRESSO

Un’immagine del quartiere Mitte di Berlino. A sinistra, dall’alto: inaugurazione di una mostra d’arte all’Hbc in Alexanderplatz. Una galleria popup nel quartiere di Prenzlauer Berg

Reportage

Studio di design con dj
Sopra: uno studio di design e molto altro a Kreuzberg (il quartiere noto per l’immigrazione turca, i punk e gli artisti alternativi) dove un disc jockey sta facendo la sua performance. Sotto: un ragazzo parla al telefonino all’interno di una galleria d’arte a Linienstrasse. A destra: la biblioteca dell’università Humboldt con gli studenti chini sui libri

Reportage

Giovani a caccia di successo
Dall’alto e da sinistra: l’artista spagnolo Francisco Bernà Perez, vive da quattro anni a Berlino dove sta avendo un grande successo; l’italiana Monica Bonvicini nel suo studio; la videoinstallazione dell’americano Carrick Bell assistente del cinese Ming Uong. Sotto: galleria di Linienstrasse; una ragazza al King Berg, locale di Prenzlauer Berg e il proprietario di un caffè nello stesso quartiere

Reportage

C’

è un particolare da cui si capisce subito che a Berlino è in corso la Settimana della Moda: di colpo vedi per strada un mucchio di giovani molto belli ma vestiti malissimo. Da questo punto di vista, c’è poco da fare: quando imita Milano o (più spesso) Londra, Berlino fa un po’ ridere. È inutile che provi a mettersi in ghingheri. Non ci riesce: l’aria da smart set internazionale non ce l’ha, non le appartiene, non è la sua. Grazie al cielo. E non ce l’ha, secondo me, neppure in quello che molti definiscono il locale più hip del mondo, e cioè il Berghain, con il suo tanto desiderato Panorama Bar, al piano di sopra, impreziosito dalle foto di Wolfgang Tillman. Alle tre del mattino, la gente si mette in fila, incurante della temperatura, nella speranza che i buttafuori non giudichino improprio l’abito che si indossa, conquistando in tal modo la comica consolazione di superare l’ingresso che si è pagato a caro prezzo. Miracoli del conformismo. No, Berlino, non ce l’ha - quel gusto glam e in definitiva ricco, tipico di Londra - neppure durante il suo Festival del Cinema, perché la città ha una vocazione tutta sua e per giunta storica: Berlino è trashy, giovanilista, squattrinata, vintage. Qui non esistono i negozi di antiquariato. Qui ci sono i mercatini. L’usato è una filosofia di vita. Chi non ha più bisogno di una sedia o di una poltrona, le mette semplicemente in strada: sicuro che a qualcun altro potranno far comodo. Ma è proprio questo gusto casuale e, se volete, un po’ approssimativo a fare la bellezza della capitale tedesca. Certo, qui, come dicono quelle simpatiche canaglie di

Moody’s e Standard & Poor’s, della crisi economica non c’è neanche l’ombra. Berlino è pur sempre la capitale di uno dei pochi paesi in zona euro che abbiano conservato la fatidica tripla A. Tuttavia, non solo la città è lontana anni-luce dall’opulenza auto-soddisfatta (e diciamo pure arrogante) di Monaco o Amburgo, ma rischia di essere oggi quello che Parigi fu negli anni Cinquanta: la capitale internazionale dell’arte e della cultura. In altri termini: della bohème. Cioè insomma di tutto quanto fa a pugni (almeno apparentemente) con i mercati finanziari. Fondamentale requisito (soddisfatto): per ogni bohème che si rispetti, bisogna essere giovani e senza un soldo. Bene: Berlino ha un’altissima popolazione giovanile (single al 60 per cento) e costa mediamente molto meno delle altre metropoli europee. In un buon ristorante, non si spende più di 20-25 euro. Le case sono abbordabili: se a Roma con 80 mila euro comprate forse un box auto, qui

potete permettervi un appartamento sui 50 metri quadri in zone decenti. Non parliamo degli affitti più che ragionevoli. E così è successo che per esempio gli artisti giovani - naturalmente bisognosi di grandi spazi per i loro studi - sono piovuti da Nord e da Sud. Di giovani italiani ce ne sono talmente tanti che, meritoriamente, la nostra ambasciata ne ha promosso, nei suoi spazi restaurati “comme il faut”, una specie di censimento, dando vita a una serie di mostre di straordinario successo, “Italiens”, curate da Alessandra Pace e Marina Sorbello, che proponevano opere di Federico Pietrella, Andrea Salvino, Loris Cecchini, Benedetto Pietromarchi, per citarne qualcuno. Tutti residenti a Berlino ormai da qualche anno. Il nesso fra prezzi bassi e arte contemporanea risulta evidente anche quando la si guarda dal punto di vista dei collezionisti (che certo squattrinati non sono). Costando poco il famoso mattone, parecchi di loro - cioè gente con possibilità piuttosto comode - hanno acquistato interi edifici nelle zone di Mitte o Prenzlauer Berg. Li hanno ristrutturati, ma-

gari ricavandovi anche mini appartamenti di buon gusto da vendere a qualche straniero, e intanto collocandovi le proprie collezioni di Richter e Kiefer, visitabili previo appuntamento e biglietto d’ingresso. Ne è un esempio il complesso di Sophienstrasse al numero 21, sede della collezione di Erika Hoffman, ma anche indirizzo di un café molto en vogue, Barcomi. L’andamento dei prezzi segue quello che è lo swing dettato da artisti e scrittori: subito dopo la caduta del Muro, nel 1989, tutti si trasferirono nell’ex Berlino Est. Poi lì sono arrivati gli yuppies diciamo così - e i prezzi sono cresciuti. Adesso tutti riscoprono i vecchi quartieri operai di quella che era Berlino Ovest - Moabit, Wedding, Neukölln - e vedrete che nel giro di poco tempo diventeranno aree alla moda. Per esempio, lo studio di quella che viene giustamente considerata una delle migliori artiste dei giorni nostri, Monica Bonvicini, è appunto a Wedding. A Moabit hanno invece preso casa la librettista svizzero-cinese Sabine Wang e un grande traduttore dall’italiano, Moshe Kahn (che ha fat-

LA STAZIONE DI EBERSWALDERSTRASSE NEL CUORE DI PRENZLAUER BERG A NORD DEL CENTRO. SOTTO: MARIO FORTUNATO

to conoscere al pubblico tedesco l’opera di Pier Paolo Pasolini, Luigi Malerba, Andrea Camilleri, e del sottoscritto). Resiste la vecchia Kreuzberg, centro dell’enorme comunità turca (e curda) e sempre popolata da ex punk, anarchici e consanguinei. Mentre, malgré tout, Schöneberg è ancora il quartiere della borghesia colta e dei locali gay. Topografia a parte, c’è un infallibile indicatore che segnala Berlino come l’odierna capitale occidentale della cultura: l’espandersi della comunità angloamericana. Qui si sono trasferiti Douglas Gordon, Rirkrit Tiravanija e Clare Wigfall, qui passano periodi cospicui di tempo Jeffrey Eugenides e Adam Haslett, mentre un apposito giornale in inglese, “Exberliner”, fa da specchio di un gruppo sociale che è sempre più affollato e composito e che infatti ha anche il suo teatro, l’English Theatre Berlin. Del resto, sull’offerta culturale della città, c’è poco da stare a discutere. Ogni

weekend le gallerie d’arte (sono più di 400 quelle censite, che meritano di essere viste) offrono opening a ripetizione. Nel quartiere di Mitte, oltre all’esuberante Kw, ci sono talmente tanti spazi dedicati all’arte contemporanea da far venire il capogiro. Ma date un’occhiata anche ai programmi delle istituzioni più classiche: alla Neue Nationalgalerie in febbraio sta per approdare una grande antologica di Gerhard Richter. Alla Philarmonie potete sentire i Berliner o la London Simphony Orchestra quasi tutte le settimane. Al Deutsche Oper è un susseguirsi di opere in nuovi adattamenti (qualche volta anche molto discutibili, come una recente “Turandot”). A teatro si può scegliere fra una regia di Claus Peymann al Berliner Ensemble e una di Thomas Ostermeier alla Schaubühne. La letteratura è protagonista alla Literaturhaus e alla Literaturwerkstatt, che organizzano ogni settimana reading, festival, seminari con autori tedeschi e di tutto il mondo. La scena musicale contemporanea si dedica invece per quasi tutta la durata del 2012 (fino a settembre) al suo nume tutelare par excellence, John Cage, con concerti, mostre, dibattiti. Sul versante delle tendenze ultime, segnalerei un massiccio ritorno ai gusti musicali anni Ottanta, nel genere pop, mentre si afferma come sound specifico della città la cosiddetta minimal techno. Nelle cui fila ritrovo quello che, fino a pochi anni fa, era solo il figlio teen-ager di un vecchio amico: Nicolas Jaar, figlio di Alfredo (grande artista cileno, newyorkese d’adozione). È appunto a Berlino che Nicolas, oggi appena ventiduenne, si è affermato con il suo ultimo lavoro, “Space Is Only Noise”. Ma so benissimo che ciò che davvero attrae enormemente soprattutto le persone giovani in questa città è la sua vita notturna. Diceva Christopher Isherwood, autore del mai dimenticato “Addio a Berlino”, che il motivo principe per il quale aveva deciso di precipitarsi qui, nei primi anni Trenta del secolo scorso, furono le parole di un vecchio zio moralista, secondo il quale la città era la capitale di tutti i vizi. Ho una buona notizia: è ancora così. ■

La città è lontana da quanto è lusso e ostentazione. Il suo gusto casual e approssimativo è la sua bellezza
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n. 9 - 1 marzo 2012

Cultura
FILUMENA parla inglese
Teatro

SPIEGELMAN SEGRETO | ARCHIVI VATICANI: IN DIRETTA DALLA STRAGE | TUTTO C APOSSELA | L’ARTE SECONDO BONVICINI | PAROLA DI BOCCA

Cantautori

Con De André in Via del Campo
Basta il nome: Via del Campo. È il titolo di una canzone mitica di Fabrizio De André ma è anche l’indirizzo di un posto storico, l’ex negozio di musica Gianni Tassio: qui si incontravano Faber, Gino Paoli, Tenco, Lauzi, Fossati, Vittorio De Scalzi... Sabato 25 il negozio, chiuso dopo la morte del proprietario e acquistato dal Comune di Genova, riapre con una nuova missione: sarà un centro sperimentale in cui far nascere, dalle grandi radici del passato, la nuova musica genovese. Accanto a cimeli storici, come la mitica chitarra Esteve di Faber, edizioni originali dei vinili, e foto d’epoca, ViadelCampo29rosso (questo il suo nuovo nome) sarà la sede di laboratori culturali, attività didattiche, e di percorsi guidati alla scoperta di Genova e un riferimento per tutte le iniziative collegate alla musica ed alla poesia presenti in città.

Filumena alla conquista di Londra. Va in scena all’Almeida Theatre dal 15 marzo “Filumena Marturano”, diretta e prodotta da Michael Attenborough, con Samantha Spiro nei panni dell’eroina napoletana, prostituta e madre coraggio pronta a qualsiasi inganno e sacrificio per il bene dei suoi tre figli. Anche a fingersi moribonda per farsi sposare e a lasciare il marito ingannato col dubbio: quale dei tre ragazzi è davvero figlio suo? Scritta da Eduardo De Filippo e messa in scena per la prima volta nel 1946, calzava a pennello a Titina, sorella di Eduardo. La storia fu poi ripresa in una produzione cinematografica diretta da Vittorio De Sica, con Sophia Loren e Marcello Mastroianni nei L’ATTRICE INGLESE SAMANTHA SPIRO ruoli principali, “Matrimonio all’Italiana” (1964). E sarà il con- mena”». Quanto alla napoletanità, per il fronto con la Loren, più che con Titina, regista non è un ostacolo: «Filumena non è quello con cui dovrà fare i conti la brava vincolata al suo contesto culturale: sarebSpiro. Che senso ha una storia così tipica- be una lettura limitata del personaggio. mente italiana in un teatro londinese di og- Nella mia produzione non c’è nessun segno gi? Attenborough non ha esitazioni: «L’Al- della napoletanità che era fondamentale meida non rappresentava opere europee da nella messa in scena curata da Zeffirelli qui diversi anni, così quest’anno abbiamo de- a Londra nel ’77: lì il cast parlava con acciso di rappresentare “La Casa di Bernarda cento italiano, la mia Filumena invece parAlba” (Federico Garcia Lorca) e poi “Filu- la un “inglese Bbc”». Emilia Ippolito

Lirica

Casa Caruso
Il buen retiro del tenore Enrico Caruso, a Villa Bellosguardo di Lastra a Signa presso Firenze, è diventato un museo dedicato al cantante, l’unico in Italia. Apre il 25 febbraio, per l’anniversario della nascita, avvenuta a Napoli nel 1873. È il traguardo di un percorso iniziato con l’acquisizione comunale della villa cinquecentesca. Al piano nobile trovano posto centinaia di cimeli donati dal Centro studi carusiani fondato da Luciano Pituello a Milano: dagli oggetti quotidiani dell’artista alle foto di scena, dalle cartoline alle caricature schizzate da Caruso stesso, e poi costumi, spartiti, dischi. In due sale si potrà ascoltare la voce che incantò i Due Mondi, vedendo i luoghi delle tournée. R. L.

Foto: R. Jack - Corbis

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Cultura

Le confessioni di
Ricordi. Schizzi. Foto di famiglia. A 25 anni dall’inizio della saga di “Maus”, il grande fumettista americano dedica un nuovo libro alla genesi del suo capolavoro. E rivela a “l’Espresso”: non so disegnare
COLLOQUIO CON ART SPIEGELMAN DI SILVIA SANTIROSI E PHILIPPE VICTOR

SPIEGELMAN

Foto: N. Guerin - Contour / GettyImages

A

rt Spiegelman arriva all’appuntamento con qualche minuto di ritardo e l’immancabile sigaretta tra le dita. Si siede e la prima cosa che chiede è un posacenere. Nel corso della chiacchierata lo riempirà con sette mozziconi. Il 2012 per lui è un anno speciale: è stato presidente del Festival del Fumetto di Angoulême - dandogli un’impronta più mondiale e meno europea, per non dire francofona e ricorre il venticinquesimo anniversario della pubblicazione del primo tomo di “Maus”, celebrato con un nuovo libro, “MetaMaus”. «Spero che non parleremo solo di Maus», esordisce. E allora decidiamo di cominciare da qualcos’altro.

Non amo farmi intervistare. Guardare la mia faccia in uno specchio non è la cosa più interessante del mondo
Autore di fumetti,ma anche illustratore. Perché, dopo nove anni al “New Yorker”, nel 2002 lo ha lasciato?

«Questa intervista può essere l’occasione di correggere un malinteso: hanno scritto che avevo lasciato il giornale in segno di protesta, ma non è vero. Da allora non fanno che chiedermi per cosa protestavo. Per non parlare della reazione del mio editore che si è sentito insultato da parole che non ho mai pronunciato. Quello che real-

mente è successo è che avevo bisogno di lavorare al mio nuovo albo, “L’ombra delle torri”, del 2004, e per questo era preferibile che mi ritirassi. Il “New Yorker” è una delle riviste più aperte al mondo, né conservatrice né tantomeno superficiale. Semplicemente i nostri bisogni in quel momento erano diversi e i nostri cammini dovevano separarsi. Dico questo perché in quanto narratore, sono molto attento a quello che si racconta di me».
Per questo è reticente a farsi intervistare?

«Quello ha più a che vedere con il film “Ricomincio da capo”: la storia di un giornalista che deve fare un reportage sul giorno della marmotta, il 2 febbraio, e che si ritrova a vivere all’infinito la stessa giornata. Il fatto di essere stato intervistato così tante volte mi fa sentire esattamente così. Ogni volta penso, questa è la risposta 12C, quella la 50D. Dover rispondere a domande su un libro (“MetaMaus”) costruito come una serie di interviste basate su altre interviste (quelle al padre) che hanno contribuito alla realizzazione di un altro libro (“Maus)”, è un po’ come passare tutto il tempo a guardare la propria faccia in uno specchio. Non è la cosa più interessante al mondo».
Anche se comunque sta al gioco…

«È un dovere, quando si ha un pubblico. C’est la vie».
Françoise Mouly, sua moglie, dichiara in “MetaMaus” che dopo essersi lamentato per anni della mancanza di riconoscimento, di critica e pubblico, ora il problema è di non essere compreso…

«Avete mai ascoltato degli ebrei in una sinagoga? È quello che definiremmo una grande lamentazione (ride, ndr). Un artista ha detto una volta che prima di raggiungere il successo solo sette persone lo capivano. E dopo, il numero non era cambiato. Il mio malcontento è dunque giustificato in ogni caso!».
Ma è meglio essere incompreso o non riconosciuto?

ART SPIEGELMAN . A DESTRA: DUE PAGINE DEL NUOVO LIBRO, “METAMAUS”

«Non riconosciuto, perché cerco di lavorare per essere capito. Il mio obiettivo non è essere oscuro. Qualche anno fa ero nella sala d’attesa del dentista con mia figlia. Faceva i suoi compiti e ad un certo punto mi ha chiesto: “Papà, cos’è l’arte?”. Fortunatamente, era arrivato il mio turno, anche se sapevo che, uscendo, avrei dovuto risponderle. Mi sono ricordato di
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Cultura
Se diventassi cieco scriverei, se diventassi muto disegnerei di più. Tra parole e immagini c’è il fumetto: lì mi sento a casa
vita rispetto a quelle subite dagli afroamericani. Non sono mai stato veramente interessato al mio essere ebreo. Quello che per me era importante era la questione dell’oppressione degli uomini da parte di altri uomini. Quando mi sono lanciato nella versione lunga di “Maus” desideravo lavorare a qualcosa di più simbolico e al tempo stesso personale. Nelle tre tavole pubblicate dentro “Raw”, qualche tempo prima, non facevo riferimento a nazisti ed ebrei: si trattava solo di gatti e topi. Il resto è arrivato dopo. Un po’ come è successo con “MetaMaus”. Non è semplicemente una guida per capire meglio “Maus”. Per non parlare del fatto che, una volta assemblati tutti i materiali, è stato necessario sintetizzare ogni cosa. Nel rispetto della mia estetica e per evitare che quel libro fosse più lungo di quello che ne era all’origine».
Anche se a volte accade…

però che non troverò mai nessuno che disegni male esattamente come voglio io. Ognuno deve essere capace di usare i suoi talenti e le debolezze. A ciascuno i suoi. Per questo è necessario che me ne occupi. E per la stessa ragione credo che gli albi migliori siano quelli realizzati da una sola persona».
Tra le sue debolezze c’è anche l’essere ambliope?
ART SPIEGELMAN BAMBINO IN MEZZO AI GENITORI. NELLA PAGINA A FIANCO: UNA TAVOLA DA “METAMAUS”

non è stato così semplice lavorarci o pubblicarlo come speravo invece all’inizio».
E come considera “MetaMaus”, una terapia o piuttosto una sfida per i suoi lettori?

Ci sono domande che rimpiange di non avergli fatto?

quello che avevano cercato di insegnarmi all’università: “L’arte è quello che qualcuno pensa sia l’arte”. Non ne fui soddisfatto allora, figuriamoci ora! Quello che le ho dunque detto è questo: “L’arte è dare forma ai pensieri e ai sentimenti di qualcuno”. E, al tempo stesso, un modo di comunicare e condividere qualcosa. Per esempio, i lavori che ho pubblicato in “Breakdowns”, che è una specie di grammatica del mio linguaggio e che possono sembrare complessi, non sono stati creati per essere incompresi. Il fatto è che le idee che traducono non sono così semplici da rappresentare come “vado al cinema”».
Il suo approccio sembra più quello di uno scrittore che di un disegnatore. Si considera più un uomo di lettere o di immagini?

«Vedo molto male dall’occhio sinistro, è vero, ma quello per me è quasi un vantaggio: Rembrandt e molti altri pittori erano ambliopi. Se volete sapere cosa significa, andate in un museo, chiudete un occhio per qualche istante e poi ammirate i quadri. È come guardare attraverso un vetro. L’immagine non è più piatta, è reale. Nell’introduzione alla riedizione di “Breakdowns” c’è una sequenza chiamata “Eye ball” che parla proprio di questo».
Venticinque anni dopo la pubblicazione di “Maus”, è ancora stupito dal suo successo?

«Sarebbe dovuto uscire per festeggiare i vent’anni di “Maus”, ma ha preso più tempo. Sapevo che sarebbe stata una tortura. La cosa più difficile è stata immergermi nel mio passato e nella Storia, spiegare come e perché quel libro ha interferito e cambiato il mio futuro. Non credo sia stato una terapia né per me, né per nessun altro. Questo anniversario era l’occasione per rispondere alle domande che le persone si erano poste, mostrare bozzetti, ricerche e note, e far ascoltare alcuni estratti della voce di mio padre».
Lui le aveva chiesto di non rivelare alcuni dettagli sulla sua vita, come la relazione con Lucia. Perché non ha rispettato la sua volontà?

«Perché non mi hai amato di più? Questo però è un altro libro. No, quello che rimpiango davvero è di non aver parlato con mia madre».
Perché un libro e non un documentario?

«Perché è qualcosa che resta nel tempo, contrariamente alle nuove tecnologie che non sopravvivono più di una manciata di secondi».
E che cosa pensa allora della creazione di fumetti per i tablet?

«Solo perché le persone non sanno comprimere. La maggior parte dei libri dovrebbero essere giornali, i giornali articoli, gli articoli paragrafi, e la maggior parte dei paragrafi nemmeno essere scritti!».
In “MetaMaus” si legge che non avrebbe la forza di realizzare fumetti di 300 o 400 pagine. Che ne pensa di alcune graphic novel che si sviluppano su 500, 600 pagine?

«È facile abituarsi al successo, anche se

«Perché in questo modo si arriva a saperne di più su di lui. Non mi ricordo chi ha detto che avere uno scrittore in famiglia, è avere un assassino. È vero. Non potevo che scrivere la sua storia e la relazione che esisteva tra di noi. Per non parlare dell’obbligo che, in quanto narratore, sentivo di avere verso i lettori. Non si spiegherebbe altrimenti la frase che gli faccio pronunciare in “Maus”: “Non voglio che tu parli di questo!”».

«Penso che un nuovo medium, cugino del fumetto che conosciamo oggi, apparirà presto. È sicuro. E sebbene non sia interessato a lavorare a un fumetto concepito per questi apparecchi, devo ammettere che ne scarico di vecchi e molto costosi, o che non sono più pubblicati, leggendoli sul mio iPad. Non è un caso che mi sia rappresentato sul poster del Festival d’Angoulême nell’atto di leggere un’opera di Töpffer».
Questo periodo di transizione rappresenta un pericolo per il fumetto che conosciamo oggi?

«Forse, se fossi capace di disegnare più facilmente, “Maus” avrebbe potuto essere un libro di 2 mila pagine. Ma il fumetto è per me l’arte della compressione. Penso che la maggior parte degli albi non sia destinata ad avere 300 pagine. Gli editori amano i libri lunghi perché li vendono meglio di quelli corti: ma questo è parlare del mercato dell’editoria, non di fumetto».
Un’altra tendenza è il reportage a fumetti, il cui iniziatore può essere considerato Joe Sacco. Che ne pensa del suo lavoro?

Uomini e topi
Art Spiegelman nasce a Stoccolma nel 1949 e approda qualche tempo dopo negli Usa con i genitori, entrambi sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti. Dà per la prima volta alle stampe nel 1977 una raccolta di storie brevi, “Breakdowns: Portrait of the Artist as a Young %@&*!” in cui esplora le possibilità narrative e grafiche del fumetto, arrivando a definire la propria grammatica ed estetica. Portando avanti la sua carriera di illustratore (di cui “Baci da New York”, edizioni Nuages, 2002, offre un esempio), fonda e dirige “RAW” dal 1980 al 1991 con la moglie Françoise Mouly, attuale direttore artistico del “New Yorker”. Questa rivista avanguardistica, interessata soprattutto a nuovi connubi tra fumetto, illustrazione e grafica, ha fortemente influenzato il gusto contemporaneo e ospitato artisti del calibro di Lorenzo Mattotti, Baru, Loustal, Chris Ware, Charles Burns o Gary Panter. Il successo mondiale e il Premio Pulitzer (1992) arrivano con “Maus”, un’opera di 300 pagine (tradotta nel 2000 da Einaudi), in cui Spiegelman affronta il tema dell’Olocausto attraverso il racconto dell’esperienza vissuta da suo padre. Dopo anni di silenzio, saranno gli attentati dell’11 settembre a causare il ritorno al fumetto dell’artista americano. Le tavole, inizialmente pubblicate dalla rivista tedesca “Die Zeit”, sono raccolte in “L’ombra delle torri” (Einaudi, 2004). Lo scorso anno è uscito per la casa editrice Orecchio acerbo “Jack e la scatola”, un suo fumetto per bambini.

«Non privilegio un linguaggio rispetto all’altro: il mio consiste nel combinare parole e immagini. “Maus” è certamente nato dalle parole, dalla storia trasmessami da mio padre. Eppure resta intimamente un lavoro visivo. Questa complementarietà può spiegare, forse, perché questo libro rappresenta per molti appassionati di letteratura un primo passo nel mondo del fumetto. In generale, prima scrivo poi disegno. Se diventassi cieco, scriverei e se diventassi muto, disegnerei certamente di più. Tra parole e immagini c’è il fumetto, dove io mi sento a casa. In questo momento per me è più facile scrivere, non sono mai stato un grande disegnatore e sono per questo geloso dei miei colleghi. Penso
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«No: è un periodo importante e ogni evoluzione tecnologica ha avuto un suo impatto. Per restare a Töpffer, lui ha beneficiato del progresso della stampa e in particolare quello della litografia. Credo che il fumetto sia meno vulnerabile di altri settori. Più un autore è attaccato alla specificità della sua tavola, meno sarà disposto a far cambiare le sue dimensioni, perché l’essere ingrandita o ristretta influenza enormemente la lettura. Si dice che quando una tecnologia di massa è rimpiazzata da un’altra, quest’ultima deve diventare un’arte o morire. È quello che è successo nel caso della scultura del legno. O per il teatro, per fare un esempio migliore. Perché esiste ancora, nonostante l’invenzione del cinema?».
Un giorno vedrà la luce il progetto “Ku Klux Kats” di cui accenna in “MetaMaus”?

«Mi piace molto. Potremmo definire quello che fa come un ritorno all’epoca in cui la fotografia non era stata inventata, quando i disegnatori erano anche giornalisti. Ha immaginato un nuovo modo di fare fumetto. O meglio, ha fatto rinascere un mestiere che era scomparso».
A cosa sta lavorando adesso?

«Sto realizzando la vetrata per una scuola d’arte a New York. Dovrò andare presto in Germania per seguirne la realizzazione, che dovrebbe essere finita per maggio. A quel punto potrò procedere all’assemblaggio. Sono contento, anche se ho dovuto delegare parte del lavoro a qualcuno che sapesse lavorare il vetro. Spero venga bene, e che i colori non siano troppo tristi. Ho sempre sognato di lavorare a delle vetrate: le considero i primi fumetti della storia».
E a quando un nuovo albo?

«L’ho sospeso per consacrarmi a “Maus”, volevo parlare di un’oppressione che era più vicina alla mia

«Dopo l’anno passato a prepararmi per il Festival di Angoulême e la mostra che verrà inaugurata al Centro Pompidou in marzo, molto stancanti, mi sono dato un anno per sparire. Dopo questa pausa, saprò rispondervi». ■
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Cultura
Questo divorzio non s’ha da fare
I cento documenti più interessanti raccolti nei quattro secoli di vita dell’Archivio Segreto Vaticano: sceglierli non è stato facile per i quattro curatori della mostra “Lux In Arcana” (ai Musei Capitolini di Roma dal 29 febbraio al 9 settembre). Eccone alcuni: saranno accompagnati da schermi interattivi che ne inquadreranno il valore storico. Privilegium Ottonianum. È una pergamena dell’anno 962, scritta in porpora e oro, bellissima ed essenziale per la storia d’Europa. L’imperatore Ottone conferma il dominio del papa su quasi tutta l’Italia e si impegna a difenderlo da chiunque lo attacchi: è l’atto di nascita dello Stato della Chiesa, ma pone il papato sotto il controllo dell’Impero. Elezione di Celestino V. È il 1294. Dopo un conclave durato due anni, i cardinali scelgono Pietro del Morrone e glielo comunicano con una lettera su pergamena adorna di sigilli. Dopo tre mesi a Roma però l’eremita molisano rinuncia: le uniche dimissioni nella storia del papato, richiamate da Moretti nel recente “Habemus Papam”. Abiura dei Templari. Risale al 1311 il documento più spettacolare in mostra: un rotolo di pergamena lungo 60 metri raccoglie le confessioni dei sopravvissuti alle torture e ai roghi che conclusero il processo con cui il re Filippo il Bello distrusse l’ordine più potente di Francia. Il mancato divorzio di Enrico VIII. Una grande pergamena accompagnata da 81 sigilli: è la petizione firmata da 83 lord e dignitari inglesi perché il papa conceda al re di divorziare dalla prima delle sue sei mogli. È il 1530: il papa rifiuta e Londra si stacca dalla Chiesa di Roma. Atti del Processo a Galilei. Un grosso volume raccoglie l’incartamento completo del procedimento durato dal 1616 al 1633 contro lo scienziato, che finì per rinnegare la scoperta copernicana che la Terra gira intorno al Sole.

IN DIRETTA DALLA STRAGE
L’Archivio Segreto Vaticano mette in mostra tesori mai visti. Come il primo resoconto delle Fosse Ardeatine
DI ANGIOLA CODACCI-PISANELLI

I

n principio furono i bambini. «Alle ore 13 una ventina di monelli di Tormarancia in cerca di bottino riescono a scoprire un buco che dall’alto immette in una galleria». È il 27 marzo 1944. Siamo a sud di Roma, vicino a delle cave di arenaria chiamate Fosse Ardeatine che nei giorni precedenti i nazisti, dopo misteriosi movimenti di macchine e camion, hanno minato per chiuderne gli accessi. I bambini si fermano lì. Anche i primi sacerdoti chiamati dalle vicine catacombe di San Callisto non vanno oltre. A entrare per primo nella galleria è don Michele Valentini, salesiano vicino alla Resistenza. Trova quello che si temeva da
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giorni, da quando i nazisti avevano fatto sapere di aver compiuto una rappresaglia («Dieci italiani per ognuno dei soldati delle S.S. uccisi») per vendicare l’attentato del 23 marzo in via Rasella. «A circa due metri dall’imboccatura si riscontra un mucchio di cadaveri», scrive don Valentini. «Sei sono ben visibili, per quanto abbino il viso rivolto all’ingiù: dietro si prolunga la galleria tutta piena di altri cadaveri in atteggiamenti penosi. Da un lato si rinviene un bastone da vecchio e un barattolo con zolfo. Gli infelici hanno le mani legate dietro la schiena con cordicelle: uno di essi ha la mano sinistra libera, mano aristocratica». Il racconto di don Valentini è rimasto chiuso fino ad oggi nell’Archivio Segreto Vaticano: un nome che basta per evocare nel pubblico più vasto scenari da thriller in stile “Angeli e demoni”. Ai più colti invece ricorderà le polemiche per i documenti ancora inaccessibili agli studiosi,

quelli dal 1939 in poi: documenti che potrebbero gettare luce sul pontificato di Pio XII e sulla sua politica - diplomatica o connivente? - verso il nazismo. Dal 29 febbraio per la prima volta l’Archivio Segreto si mette in mostra. Cento documenti lasceranno il palazzo del Vaticano che lo ospita - stanze coperte di boiserie, sale, studioli, in tutto 85 chilometri di scaffali racchiusi tra la Torre dei Venti affrescata nel Cinquecento e il bunker che custodisce i file più recenti - e approderanno nei Musei Capitolini. Tra i tesori selezionati dai curatori (Alessandra Gonzato, Marco Maiorino, Pier Paolo Piergentili e Gianni Venditti), tra una lettera autografa di Michelangelo e la bolla di scomunica di Martin Lutero, la missiva di seta con cui l’imperatrice cinese Wang annuncia la propria conversione e un messaggio su corteccia con cui gli Indiani d’America mandano al papa i propri omaggi, la segreteria di Stato di Benedetto XVI ha autoriz-

zato ad esporre anche alcuni documenti che risalgono alla Seconda guerra mondiale, e che quindi ancora non sono mai stati messi a disposizione degli storici. Il più clamoroso è appunto il racconto della scoperta dell’eccidio delle Fosse ardeatine. Per diversi giorni infatti i nazisti erano riusciti a nascondere i dettagli di quel massacro, di quelle 335 persone, in maggioranza ebrei, portate cinque alla volta in una galleria e uccise «con un sol colpo al cervelletto» - come ha raccontato al processo Herbert Kappler, che diresse l’operazione. Il segretario generale dell’Archivio, Luca Carboni, mostra questi documenti a “l’Espresso” in anteprima nel bunker, su un tavolino di fronte alle grate che racchiudono gli scaffali ancora vietati al pubblico: «Finiremo di metterli in ordine in vista della consultazione nel 2014, ma spetta al papa decidere quando togliere il segreto». La cartellina contiene la breve relazione originale di Valentini e

LA LETTERA DI ELEZIONE DI PAPA CELESTINO V. A SINISTRA: UN CORRIDOIO DELL’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO; IL MAUSOLEO DELLE FOSSE ARDEATINE; IL CAMPIDOGLIO CON I MUSEI CAPITOLINI

la versione compilata qualche giorno più tardi da un altro sacerdote, Luigi Pedussia, che copia la prima testimonianza e ne aggiunge altre. Questa versione è quella che sarà esposta ai Musei Capitolini. Il racconto inizia dalle manovre che nel giorno del massacro vengono notate intorno alle Fosse. Nel pomeriggio del 24 c’è un via vai di macchine e camion, poi la notte e la mattina seguente si sentono diverse esplosioni. Il 25 mattina due soldati tedeschi, mentre visitano le catacombe, si vantano con la guida della riuscita della rappresagli: anzi uno dei due aggiunge: «È ancora poco». Fino al 31 non si sa nient’altro. Dopo Valentini, che avverte subito il Vaticano, nella galleria entrano «due giovani (G. F. e G. N.) accompagnati da una laureata in medicina». Per tre ore

i due fratelli cercano il corpo del padre. Non lo trovano, ma raccontano di una galleria «piena di cadaveri accatastati in quattro strati» quasi incollati tra loro da «una materia adesiva caustica al contatto». Descrivono «un uomo alto, distinto, con baffi neri all’insù e occhiali con stanghette d’oro», «un giovane con giacca militare e calzoni a quadretti bianchi e neri», un altro che ha le mani fasciate da cui spuntano «tre dita (medio, anulare e mignolo) scarnificate da precedente tortura»: il trattamento riservato ai partigiani nel carcere di via Tasso. «Un giovane è stato sorpreso dalla morte mentre tenta di aggrapparsi alla parete della galleria e ha le dita conficcate nella sabbia; un altro tiene le unghie conficcate nel petto del compagno caduto sotto di lui». Il primo aprile i tedeschi minano di nuovo le cave: «Ora l’Arenario Ardeatino è riconoscibile solo per il capace cratere prodotto dalle mine». Ma questo non basta a fermare la processione dei romani che cercano parenti spariti dal carcere: nei giorni di Pasqua, 10 e 11 aprile «sono stati recati moltissimi fiori. Ciò ha fatto intervenire nuovamente i tedeschi, i quali hanno ricoperto la fossa con terra». A quasi settant’anni dalla strage, il pellegrinaggio non è mai smesso. L’anno scorso per l’anniversario tra i visitatori c’erano due anziani che in quei giorni del ’44 erano adolescenti su fronti opposti. Uno era qui a scavare nella sabbia per cercare suo padre, l’altro gettava la divisa dalla Hitlerjugend e fuggiva come disertore. Oggi uno è cardinale (Andrea Montezemolo, figlio di quel Giuseppe che era a capo della resistenza romana). L’altro è papa. ■
1 marzo 2012 | lEspresso | 103 ’

Foto: M. Frassineti - Agf

Cultura

Ritmi popolari. Strumenti raffinati. Citazioni colte. Con “l’Espresso” i dischi di un grande cantastorie
DI ALBERTO DENTICE

C

CAPOSSELA
che rielabora testi di Oscar Wilde e musiche dei film di Charlot, Capossela vince la targa Tenco. Nel 2006 pubblica “Ovunque proteggi”, un kolossal in cui l’epica western di Sergio Leone si fonde con i sonetti di Michelangelo e la mitologia greca. “Da solo”, dove riscopre alcune canzoni del cantastorie Matteo Salvatore, esce nel 2008. Tutti dischi da riascoltare nell’antologia e possibilmente dal vivo: in quei concerti imprevedibili che fondono cinema, teatro, canzone, sfrenate danze popolari e citazioni colte. ■

MARINAI, PROFETI, BALENE E

anzoni che parlano di balene, come “Moby Dick”. Che citano la Bibbia e affondano radici nel mito, primo fra tutti quello del mare e degli scrittori di avventura che lo hanno celebrato. Difficile riscontrare nella canzone italiana un personaggio simile a Vinicio Capossela, capace di tenere assieme una mole così poderosa di elementi che spaziano dalla letteratura all’arte, dal fumetto alla religione. Per capire come possa essere successo sarà bene considerare la vicenda artistica di Capossela a partire dalla sua più recente avventura musicale: “Marinai, profeti e balene”, seguendo la prospettiva rovesciata proposta dall’antologia del più eccentrico e fantasioso dei nostri cantautori, che “l’Espresso” propone ai suoi lettori. In quest’opera “Ciclopedica”, o “Marina Commedia”, come l’ha definita l’autore, tra i ritmi esotici di una rumba e i canti delle sirene ritroviamo molti di quegli elementi di stretta inattualità che hanno nutrito e nutrono la sua bizzarra poetica: un pianoforte ubriaco e una voce arrugginita come quella di Tom Waits; riferimenti letterari colti (da Melville a Conrad, da Céline a Omero); arrangiamenti esotici ispirati al jazz anni Trenta, all’antico folclore greco, alla tradizione popolare balcanica; strumenti insoliti come il theremin, il gamelan indonesiano, il san-

tur indiano, le onde Martenot, la viola d’amore barocca, che insieme compongono il curioso armamentario dell’orchestra. Tutto converge a determinare l’affascinante atmosfera senza tempo che pervade l’ultimo album, uscito l’anno scorso: un mix di cui è possibile rilevare tracce e indizi in tutta la sua produzione precedente. Pensiamo al primo album dal titolo assai curioso: “All’una e trentacinque circa” (1990), nel quale già si percepisce un gusto stralunato e minacciosamente controtendenza rispetto al pop dell’epoca. L’anno successivo sarà la volta di “Modì” in collaborazione con Paolo Rossi, poi “Camera a Sud” (’94), con cui Capossela comincia a farsi conoscere anche all’estero. Nel ’96 pubblica “Il ballo di San Vito” da cui emerge con prepotenza quell’attrazione per i diversi, i marginali, le musiche popolari che resterà una costante della sua poetica. All’album collaborano Evan Lurie e per la prima volta il chitarrista newyorkese Marc Ribot che lo accompagnerà in quasi tutti i suoi dischi. Nel 2000 con “Canzoni a manovella”, un disco

Istrionico poetico visionario Vinicio
Foto: G. Giovannetti - Olycom, R. Jack - Corbis

Tutti gli album in studio di Vinicio Capossela. Sabato 25 febbraio sarà in edicola “Marinai, profeti e balene” (2 cd) a 9,90 euro in più con “l’Espresso” o “Repubblica”. Il 3 marzo, insieme al secondo cd “All’una e trentacinque circa” un libretto inedito di 60 pagine che attraverso parole e immagini ripercorre la straordinaria avventura artistica di Capossela.
1 marzo 2012 | lEspresso | 105 ’

Cultura

Lascio in mutande LE CORBUSIER
Prende in giro i grandi architetti, lancia provocazioni, rompe gli schemi. Un’artista veneziana conquista Londra
COLLOQUIO CON MONICA BONVICINI DI STEFANO VASTANO
spar David Friedrich. Mi interessava una scultura aperta al pubblico, ma che si stagli con la sua luce di fronte ad un’altra architettura, la New Opera House».
Quindi la sua scultura fa concorrenza o integra l’edificio costruito dagli architetti?

N

el 2007 ha piazzato un iceberg di vetri e acciaio in un fiordo di Oslo. Da allora “She Lies”, come Monica Bonvicini ha battezzato quella che lei definisce «una rovina di luce» è un’icona della capitale norvegese. Dal prossimo marzo spetterà a Londra far spazio ad una scultura della Bonvicini. Che per arredare il nuovo quartiere olimpico della capitale inglese ha costruito tre enormi lettere. Una R, una U, una N alte dieci metri ciascuna, ma luminose e leggere come nuvole di Magritte. «O come cieli di acqua che spingano la gente a muoversi e sognare», inizia a spiegarci Bonvicini nel suo atelier di Berlino. Dove l’artista italiana («Veramente, veneziana», precisa) vive dal 1986 riscuotendo un crescente successo internazionale.
Come nasce “Run”, la sua nuova creatura londinese?

«Sì. Con la mia scultura di luce ho voluto creare più spazio sociale in quel fiordo dove gli architetti, come Renzo Piano, stanno costruendo musei. La stessa dimensione mi ha ispirato a Londra».
Anche lì è in gara con gli architetti?

ce su stessa. Le tre lettere di Londra sono un’accumulazione di fasci di specchi interni ed esterni che entreranno in un gioco di luci e ombre con il Centro Acquatico di Zaha Hadid, il nuovo stadio e le palazzine del futuro quartiere olimpico».
Tutta questa magia con solo tre lettere?

“Run” vuol dire corri, muoviti...

«Sì, la mia arte farà da specchio ustorio alle architetture circostanti stimolando, spero, più vitalità nei cittadini. Vede, gli architetti tirano su opere stabili: il mio compito invece è rendere gli spazi urbani più trasparenti e liquidi».
Già, ma come?

«A Oslo la mia struttura è una rovina architettonica che gira come un’elica di lu-

«Ma non sono di cartapesta! Ognuna di esse è una struttura alta 9 metri e larga 5. E pesano tra le 14 e le 16 tonnellate ognuna. Spero che per i ragazzi del nuovo quartiere sia bello ritrovarsi sulla piazza da 70 metri per 70 dove brillano queste tre enormi lettere-specchio. E, di notte, vedere gli alberi del parco illuminati da questo enorme “Run” gli apra una prospettiva».

«Sì, è un invito ai più giovani: come in quella canzone di Lou Reed, “Run run run”, a cui ho già dedicato un’installazione (“Run, Take one Square or Two”, ndr). Londra è la città del rock ed ho voluto farla un po’ traballare con la mia scultura di luce».
L’illuminazione sarà solo solare?

MONICA BONVICINI. SOPRA: “DON’T MISS A SEC” ESPOSTO AL LOUISIANA MUSEUM. A SINISTRA: OSLO, “SHE LIES”

Con l’arma dell’ironia
Ha iniziato con dei video scioccanti, ossessivi. E anche scurrili, sebbene divertenti. Come quel famoso “Wall Fuckin’” in cui vediamo una giovane donna nuda che prende la rincorsa e si sbatte più volte contro un muro. L'ironia è una delle armi di Monica Bonvicini, nata nel 1965 a Venezia. L'altra sono i materiali spesso sciatti con cui costruisce le sue installazioni. Come lo strato di cartongesso traditore che nel ’98 ha spalmato sul pavimento di un museo a Vienna: sembrava solido e invece si sbriciolava sotto il peso degli allibiti visitatori. O l’arsenale di catene e chiodi, fibie e gomme con cui Bonvicini ricostruisce un osceno mondo di abnormi letti e lampadari, o divanetti e poltrone. Nell’acido mirino dell’artista, oltre alle fisime sessuali, finiscono soprattutto i tic degli architetti. Non solo nelle sue opere più grandi, come “She Lies” a Oslo e “Run” a Londra: anche nei disegni rivela una passione per cantieri, piazze e catastrofi architettoniche. Come vediamo negli oltre 300 schizzi per la prima volta esposti - dal 4 marzo al 20 maggio - al Museum Abteiberg di Mönchegladbach. Non è l'unica mostra con cui l’artista italiana celebra quest’anno il suo definitivo trionfo in Germania. Dal 24 agosto la mostra di disegni “Desire Desiese Devise” sarà alla Phoenix Hallen di Amburgo. Mentre la Galerie Max Hetzler, una delle più prestigiose di Berlino, ha appena inaugurato “NeedleKnows”, che riunisce tre delle più grandi “scritture luminose” della Bonvicini (come la gigantesca “Satisfy Me” del 2010). Più la nuova serie di circa 200 divertenti “ricami” su carta, ricuciti apposta per la galleria berlinese (in mostra sino al 14 aprile).

«Da un concorso a cui sono stata invitata per un’opera pubblica nel nuovo parco olimpico di Londra. All’inizio ero titubante, ma poi una serie di fattori mi hanno convinto a far nascere “Run”».
Quali fattori?

Foto: A. Brandstroem, J. Linders, Courtesy by the Artist and Galerie Max Hetzler - Berlini

«No, ogni lettera è un serpente con un triplo strato di pelle. All’interno dei doppi specchi c’è un’anima concava d’alluminio riflettente, ma ai lati una scia di Led segna la sagoma delle lettere. Il risultato è che, di giorno, “Run” si diluisce in uno specchio d’acqua. Di notte sparisce in un fascio di luci psichedeliche».
Le sue prime installazioni tendevano a una maggiore carica sessuale, spesso provocatoria. Si è placata con gli anni?

prio lavoro. Un muratore italiano gestisce i propri muri culturali in modo molto diverso da un tedesco o inglese. Comunque, mai prendere troppo sul serio l’aspetto sociale dell’arte».
I suoi disegni in effetti sono più un ironico fumetto su architetti & Co...

strade in cui viviamo e moriamo giorno dopo giorno».
È per questo che fa cose come disegnare oscenità sui progetti di Le Corbusier?

«Il fatto che quelle tre lettere saranno un’installazione permanente e non solo legata alle Olimpiadi. E il budget - 2,1 milioni di sterline - davvero allettante: non ho mai avuto a disposizione tanti soldi per un’opera. Questa a Londra supera il mio lavoro finora più grande, quello di Oslo».
Vogliamo parlare dell’opera nella capitale norvegese?

«Gli anni ’90 sono stati quelli in cui abbiamo consumato molta “Gender Theorie”, teoria del maschile e del femminile. Video ossessivi come “Wall Fucking” esprimevano l’esigenza primaria d’emancipazione sessuale. Oggi forse questa carica erotica è passata in secondo piano».
Lasciando il primo piano alla sua lotta continua all’architettura...

«Con piacere. A Oslo ho ricostruito il centro di “Mare di ghiaccio”, il quadro di Ca106 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

«Se vuoi fare arte o scultura non puoi far finta che non ci siano in giro architetti, con le loro teorie ed opere. Ogni artista finisce oggi per sbattere contro il potere e le sagome dell’architettura: i loro muri e cantieri, le finestre, porte e

«Mi piace l’idea di prendere in giro il loro potere. Sì, mi diverte “lasciare in mutande” i big come Le Corbusier e tutti i guru del sistema sociale. Sono come gli psicoanalisti, con i loro discorsi sulla sessualità e sulla sua importanza. L’arte deve demolire le barriere del suo tempo, distruggere le reti che archistar e psicoanalisi gettano sulle persone. Spesso la gente ha cose più profonde da dire dei teorici della mente o delle case».
Si riferisce ai “Questionari” che sparge nei cantieri di mezzo mondo?

«Anche se i giovani architetti si vedono oggi con più relax rispetto ai tempi di Piano e Gehry. La funzione dell’artista è alleggerire gli spazi: in città, nei ruoli sociali, nel corpo. E rendere sdrucciolevole il terreno sotto i piedi dei presunti guru».
Si può dire che il suo padre spirituale sia James Turell, l’americano che nelle sue installazioni gioca con luce e spazio?

«Scherza? Turrell è metaforico, spirituale, io sono minimalista e costruisco spazi di rottura: come il gabinetto che dall’interno è trasparente e ho chiamato “Don’tMiss a Sec”, non perdere un istante».
Con tutti i riconoscimenti che ha si sente “arrivata”, come artista?

«Finora ne ho raccolti più di 400. Sono un archivio di come la gente sente il pro-

«Se fossi “arrivata” non avrei tirato su tre lettere che dicono “Run”, non crede?». ■
1 marzo 2012 | lEspresso | 107 ’

Cultura

PAROLA DI Un’antologia di
articoli del grande cronista in arrivo in edicola con “l’Espresso”. Ecco un brano sul localismo e sull’Italia del 1990
DI GIORGIO BOCCA
Da “Il partigiano della parola”, antologia di articoli di Giorgio Bocca in arrivo in edicola, pubblichiamo un articolo del 1990 sui primi successi della Lega

BOCCA
ranza e magari neofascismo; spesso con il pretesto che i leader di questi localismi sono personaggi modesti che si appellano ai moventi più grossolani del localismo. Noi siamo fra coloro che credono che la spinta al localismo sia rispettabile e in certo modo necessaria e vorremmo qui proporre un paragone certamente forzato, certamente esagerato ma che può rendere l’idea di questo fenomeno reattivo. La Valle d’Aosta autonoma ha poco più di centomila abitanti, quanti ne stanno in ciascuno dei quartieri popolari di Roma, Milano, Torino. Ebbene in Valle d’Aosta, dico la Valle d’Aosta dei valdostani, non quella turistica di Courmayeur o di Cervinia, ogni occasione, gara di sci, festa patronale, convegno dei donatori di sangue, castagnata, processione, inaugurazione, mostra artigiana, raduno delle guide, diventa partecipazione comunitaria festevole. In questa festa continua è ritornato il gusto di spendere per la partecipazione, per onorare la propria famiglia o il proprio villaggio, per contribuire all’organizzazione e non per il consumo fine a se stesso. La Valle d’Aosta, si dirà, non è l’esempio più probante di localismo perché è la regione con il più alto reddito d’Italia e con l’amministrazione più ricca, mentre i quartieri dormitorio delle grandi città sono poveri e dimenticati dai municipi. Sì, ma non è solo la ricchezza a proporre la Valle d’Aosta come modello localistico, è il suo controllo sociale che ha azzerato gli stupri, i sequestri di persone, le rapine compiute da locali; che nei villaggi consente ancora di lasciare le porte aperte e i beni incustoditi. Crediamo che stia crescendo anche nelle grandi città, anche nei loro quartieri più poveri, il bisogno di partecipazione comunitaria e crediamo che crescerà in modo reattivo se i nostri partiti insisteranno nella politica demagogica sull’immigrazione. La gente comune, di poche e mediocri letture, è comunque in grado di capire che cosa ostacola la sua appartenenza a una patria intesa come identità storica, etnica, culturale. La gente comune vede i due nemici opposti ma complementari. Da un lato, quella

B

ettino Craxi è andato a Pontida, per aprire la crociata elettorale dei grandi partiti contro la Lega lombarda e altre formazioni localistiche. Abbiamo l’impressione che questa crociata si fermerà per strada. La voglia di appartenenza comunitaria cresce, di anno in anno, come la delusione per una partitocrazia che ha dimenticato il bisogno di cui parla Edmund Husserl: «Ogni io ha una patria originaria». Al tema del localismo, Marcello Veneziani ha dedicato due capitoli di un ottimo saggio appena edito da Sugarco, “Processo all’Occidente”, e dice le ragioni per cui è un grave errore della partitocrazia e della cultura dei media considerare i movimenti localistici come espressioni di razzismo, oscurantismo, igno-

IL MEGLIO DI GIORGIO
Un grande giornalista e il suo mestiere. “Il partigiano della parola” (pp. 286, € 9,90), da cui proviene il brano che pubblichiamo, è l’antologia di Giorgio Bocca in edicola da mercoledì 29 con “la Repubblica” o “l’Espresso”. È curata da Piero Colaprico (con la collaborazione di Enrico Arosio) e introdotta da Eugenio Scalfari. C’è il meglio del Bocca cronista e opinionista degli ultimi 35 anni, dalle Brigate Rosse al tramonto di Berlusconi. Un modo per salutare un amico e sentirlo vicino a tutti noi.
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Foto: F. Gattoni - Blackarchives, Olycom (2)

modernizzazione tecnologico-consumistica sovrannazionale che vede solo il mercato e che tende a scambiare l’uomo per una merce; dall’altro, la marea che sale del Terzo mondo prolifico e affamato; le sue ondate immigratorie, il suo procedere verso una società multietnica e multiculturale. Da un lato, si può dire con Edgar Morin che «la modernizzazione ha conferito una nuova vitalità all’arcaismo»; dall’altro, si può essere con Giulio Bollati quando parla di una Italia di «turisti in patria» o con Renzo De Felice quando dice che l’idea dell’Italia che si va diffondendo è quella di «un contenitore che deve assicurare solo alcune regole del gioco per vivere e lavorare alla meno peggio». Saranno lamenti eccessivi, ma sta di fatto che l’unica stagione di passione patriottica degli ultimi quarant’anni è stata la vittoria della nazionale di calcio ai mondiali di Spagna e sta anche di fatto che neppure fra intellettuali, fra gente che qualche libro della storia patria lo ha pur letto, si riesce a mettersi d’accordo nel considerare i Savoia come qualcosa di più e di diverso dai fascisti epurati, ma come i protagonisti della storia italiana e di quella dell’Italia unita in particolare. Non sottovalutiamole le leghe e gli altri movimenti localistici. Non hanno ancora espresso un ceto dirigente di valore, spesso confondono il peggior folklore con la cultura locale, ma non hanno il vitalismo omicida dei nazionalismi, non progettano nessuno Stato moloch, non sono aggressive verso gli altri localismi, vogliono sostanzialmente una consonanza con la terra, i costumi, le tradizioni e una loro difesa. Non saranno i localismi a rifondare l’Italia, ma non è escluso che possano correggerla, in meglio.
“L’Espresso”, 18 marzo 1990

Attenti a quei tre COLLOQUIO CON GIANCARLO ANERI DI ENRICO AROSIO
Produce amarone, prosecco e pinot nero, Giancarlo Aneri, ma in gessato blu al Principe di Savoia pare un banchiere milanese. Pervaso da tenacissima passione per i giornali. Lo scrigno più prezioso del suo premio È Giornalismo, quest’anno assegnato al triestino Claudio Magris, colonna del “Corriere della Sera”, è la memoria dei tre cofondatori: Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Indro Montanelli. «Non ci sono più», dice, «ma è come se ci fossero». La giuria oggi include Giulio Anselmi, Curzio Maltese, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella. E lui, naturalmente. Chi agganciò per primo, nel 1994? «Il più avvicinabile: Biagi. Anche se, storicamente, io ero un fedele lettore di Montanelli e del “Corriere”». Dove vi riunivate, per discutere? «Prima da Santini in corso Venezia, poi per sedici anni in casa Bocca; ora al Bolognese. Con i miei vini, si capisce. A volte Bocca offriva il barbaresco di Gaja, o il nebbiolo di sua figlia Nicoletta. Bocca amava l’amarone nel calice grande. Una sola volta, quando vinse Sergio Romano, lo ricordo con un bicchierino: chissà, il rispetto per l’ambasciatore...». Montanelli che giurato era? «Io gli ero molto vicino, lo vedevo a Punta Ala, a Montemarcello. Lo aiutai a raccogliere i primi soldi per “la Voce” tra i miei amici, a cominciare dai Benetton. Una fatica. Dapprima Montanelli fu cauto: “Un altro premio!”, esclamò. Dovetti giurare di non farne un evento affollato. Fino all’anno di Natalia Aspesi tenemmo duro, dopo esplodemmo a 120 invitati. Bocca e Biagi erano più vicini nei giudizi, ma con Montanelli discutevano con lealtà. Da ultimo, Indro tendeva al pessimismo, si intuiva la paura della morte». Lei si definisce di centrodestra; ma premiate più giornalisti di sinistra... «La giuria è sovrana. Io sono liberale e liberista. Ma tranne certi personaggi che usano il megafono, ne ammiro tanti anche a sinistra. Pensi che Biagi, l’anno che premiammo Altan, insisté per venire da noi in giuria anche nei giorni in cui sua moglie stava morendo. Stella, io trovo, ha qualcosina di Biagi. Ma Biagi era un uomo suscettibile, specialmente quando Bocca lo prendeva in giro». È vero che sul nome di Vittorio Feltri non si è mai trovata la maggioranza? «Ancora no. Un po’ mi spiace. Feltri se n’era accorto, e ci chiamava il premio Stalin. Buon bevitore, anche lui». E Mieli come se la cava? «È più un tipo da pinot nero». Su Berlusconi vi sarete divisi spesso. «Per il Berlusconi imprenditore ho avuto simpatia, l’uomo mi pareva generoso. Ma Montanelli, a un certo punto, ci ha visto bene. Quando lo attaccava tutti i giorni io gli consigliavo: “Indro, per una settimana evita di scriverne”. E lui: “Hai ragione”. L’indomani l’aveva di nuovo bastonato». Lei in giuria ha diritto di veto? «Solo se emergesse una candidatura indigeribile. L’osso duro era Bocca. L’anno che aveva proposto Michele Serra, ma Riotta era stato offeso da Serra e non ci stava, Bocca s’impuntò e impose a forza Attilio Bolzoni, il cronista antimafia». Il premio più veloce? «A Ettore Mo. In sessanta secondi». È vero che ha fatto una rilevante scoperta su Mario Draghi, l’eurobanchiere? «Sì. Quando venne alla cena per omaggiare il vincitore Francesco Giavazzi, del “Corriere”, parlò tutta la sera con Antonio Ricci. E non dell’euro, ma di “Striscia la notizia”». Premierete più donne in futuro? Poche, finora. «Lo spero davvero». Meglio il giornale di carta o on line? «Ah, per me la carta è sacra. L’iPad è il prêt-à-porter, la carta è l’alta moda».

GIORGIO BOCCA CON INDRO MONTANELLI ED ENZO BIAGI. A DESTRA: GIANCARLO ANERI. SOPRA: UN RITRATTO DI BOCCA

1 marzo 2012 | lEspresso | 109 ’

n. 9 - 1 marzo 2012

Scienze
TRUFFE IN LABORATORIO
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MEDICINE COMPLEMENTARI

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ALIMENTAZIONE

Bioetica

Chi ha paura del testamento biologico?
DI IGNAZIO MARINO

Inquinamento Da dove viene il mercurio
Una serie di voli ad alta quota ha permesso di scoprire come la stratosfera terrestre funzioni come un grande laboratorio chimico per trasformare i vapori di mercurio e facilitarne l’ingresso nella catena alimentare. Ogni anno le attività industriali immettono nell’atmosfera migliaia di tonnellate di vapori di mercurio, metallo particolarmente pericoloso. Questi vapori possono però rimanere nell’atmosfera anche per molti anni, prima di essere trasformati in una forma ossidata, che precipita facilmente al suolo e finire negli ambienti ac-

Tutta colpa della pioggia
quatici e da lì, attraverso i pesci, sulle nostre tavole. Grazie a una serie di misure ad alta quota, Seth Lyman, dell’Università dello Utah, ha mostrato che l’ossidazione del mercurio avviene principalmente nella stratosfera, da cui poi facilmente rientra nella troposfera e cade al suolo insieme alla pioggia. Questo significa che il mercurio può ricadere al suolo a distanza di migliaia di chilometri dal luogo della sua immissione nell’atmosfera, e magari dopo aver fatto varie volte il giro del mondo.
Aldo Conti

FISICO DA TAFANO
Foto: D. Goldman -Gallerystock.com, S. Hussein - Gettyimages

Ricercatori australiani dello CSIRO hanno deciso di dedicare una nuova specie di tafano alla cantante Byoncee. L’idea è venuta a Bryan Lessard, dopo aver guardato bene l’animale che, con il suo addome dorato, è una vera diva tra i tafani. Tra le altre cose, l’esemplare di Scaptia beyonceae appena descritto fu in realtà catturato nel 1981, anno di nascita della cantante, ma riconosciuto come nuova specie solo di recente. La specie appartiene a un gruppo di sole cinque, studiato l’ultima volta negli anni Sessanta. L’animale si unisce così alle quasi 4.400 specie di tafani note nel mondo. Anche se da noi i tafani sono noti più che altro per le dolorose punture, alcune specie sono in realtà utilissime come impollinatori di molte piante e si nutrono di nettare. A. Con.

Non ne parla più nessuno eppure il problema è ben lontano dalla soluzione. L’arrivo del governo Monti ha cambiato gli equilibri e ha fatto scomparire dall’agenda parlamentare tutti i temi cosiddetti sensibili, a partire dal testamento biologico. Nel 2009 sembrava si trattasse di un’urgenza improcrastinabile mentre oggi la legge giace in un polveroso cassetto del Senato. E lì è destinata a rimanere a dimostrazione del fatto che non si trattava di approvare una legge per i cittadini, ma dell’esatto contrario ovvero misurare, sulla pelle dei pazienti, i rapporti di forza dei partiti e di alcuni esponenti della Chiesa. In questo momento di stallo è interessante leggere il libro di Carlo Troilo “Liberi di morire. Una fine dignitosa nel paese dei diritti negati” (Rubettino 2012) in cui l’autore ricostruisce con dovizia di dettagli di cronaca il percorso della legge sul testamento biologico o, come la definisce, “contro il testamento biologico”, ma racconta anche come si è arrivati a leggi equilibrate in altri Paesi, soffermandosi su Germania e Spagna dove il dibattito è stato costruttivo in Parlamento e anche con la Chiesa. Oggi, invece, una legge in Italia non c’è e, in silenzio, gli ammalati continuano a morire senza poter indicare le loro volontà nelle ultime fasi della vita, mentre i familiari continuano ad affidarsi al buon senso di medici che decidono in scienza e coscienza, ma senza regole chiare, quando sospendere le terapie per evitare l’accanimento terapeutico. L’auspicio dell’autore, a cui aderisco pienamente, è che i diritti civili non siano dimenticati ma messi in primo piano nei programmi delle prossime elezioni. La politica, insomma, si occupi della crisi e dell’economia ma non trascuri le tante questioni che riguardano la vita e i diritti delle persone.

lEspresso | 113 ’

Scienze LABORATORI TRUFFA

DI NICOLA NOSENGO
114 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Foto: A. Pagliarulo - Prospeckt

È il primo processo penale in Italia per falsificazione di dati scientifici. Un medico di Perugia avrebbe manipolato dati. Che riguardano farmaci

RICERCOPOLI U
na “Ricercopoli” non poteva mancare tra le città fittizie della storia giudiziaria italiana. E infatti è proprio questo il nome scelto dalla Procura di Perugia per l’inchiesta che ha coinvolto la locale università. E che il prossimo luglio arriverà in aula, per il primo processo penale in Italia basato su un’accusa di falsificazione di ricerche scientifiche. Alla sbarra si ritroverà Stefano Fiorucci, professore associato di gastroenterologia all’università di Perugia, accusato di peculato e truffa dopo un’inchiesta durata oltre cinque anni. Per la procura, Fiorucci avrebbe «manipolato consapevolmente» studi pubblicati su riviste internazionali, abusando dei fondi di ricerca (da cui l’accusa di peculato) e prendendo soldi da case farmaceutiche in barba al suo accordo di esclusiva con l’università (da cui la truffa). Tutte accuse partite da una denuncia di Antonio Morelli, ordinario e direttore della sezione di gastroenterologia a Perugia, mentore di Fiorucci e coautore di alcuni degli studi incriminati. L’imputato respinge con decisione, controaccusando Morelli di essere a sua volta al centro di

una “parentopoli” e di voler fare fuori un concorrente scomodo nelle lotte di potere interne all’ateneo. Storia poco edificante in ogni caso. E che nel bene o nel male farà scuola, perché cade in un momento in cui le accuse di frode si fanno preoccupantemente frequenti nel mondo scientifico. La vicenda perugina inizia nell’ormai lontano 2005. Fiorucci è già un nome di primo piano della gastroenterologia non solo italiana, con centinaia di pubblicazioni internazionali all’attivo. Un giorno l’università riceve una segnalazione dalla rivista “Journal of Clinical Investigation”, a proposito di un articolo dell’anno prece-

STEFANO FIORUCCI, GASTROENTEROLOGO DI PERUGIA, AL CENTRO DI UN’INCHIESTA PER AVER MANIPOLATO STUDI SCIENTIFICI

dente di cui Fiorucci è primo autore. Qualcuno si è accorto che c’è una figura identica a quella di un articolo più vecchio, relativo a un altro esperimento. Un copia e incolla, insomma. Parte da lì un’inchiesta interna dell’università, richiesta da Morelli che di Fiorucci è diretto superiore, che passa in rassegna i lavori recenti del ricercatore. Lavori che riguardano soprattutto mo-

di per rendere più efficaci e meno tossici alcuni farmaci di largo uso, per esempio il paracetamolo. Ritoccandone la molecola con ossido di azoto, in modo da proteggere fegato e pancreas da effetti collaterali. I lavori di Morelli confermano l’efficacia delle molecole in questione, potenziali candidate a diventare farmaci dal grande valore di mercato. L’inchiesta dell’università trova elementi sospetti in 15 articoli a firma di Fiorucci pubblicati tra il 2001 e il 2005: immagini (tipicamente, le fotografie delle strisce di gel che rivelano la presenza di alcune proteine nei tessuti, e quindi la loro risposta al farmaco) definite “completamente compatibili” con manipolazioni e duplicazioni, e “non compatibili” con il normale processo di produzione delle immagini. Quattro articoli, tra cui quello da cui era partita l’inchiesta, vengono ufficialmente ritirati dalle riviste (si tratta del “British Journal of Pharmacology” e dell’“American Journal of Physiology”), in alcuni casi su richiesta di Morelli che ne è coautore. Altri nove appaiono ad oggi accompagnati dalla “expression of concern” che nell’editoria scientifica segnala gli articoli su cui pende una verifica. Fiorelli non è ovviamente l’unico autore delle ricerche incriminate. «Ma ne era l’organizzatore e scriveva materialmente gli articoli, raccogliendo il lavoro altrui», spiega David Brunelli, l’avvocato che rappresenta Morelli. Una posizione che Fiorucci nega decisamente: «Sono il capo del laboratorio, non faccio personalmente gli esperimenti. Ogni ricercatore ha scritto il suo pezzo e fornito i suoi dati. Se io avessi alterato qualcosa, l’autore dell’esperimento avrebbe protestato prima della pubblicazione». Nel frattempo, siamo nel 2007, Morelli denuncia il tutto alla magistratura, e il pm di Perugia Sergio Sottani vede nella vicenda gli estremi del peculato, l’appropriazione indebita di fondi pubblici. Sono quelli del ministero della Ricerca e dell’Unione europea, che Fiorucci avrebbe utilizzato per “fini diversi” da quelli a cui erano originariamente destinati. Questa parte dell’accusa, a dire il vero, può lasciare perplesso chi sa come funziona l’Università: che fondi assegnati per un progetto vadano in parte a coprirne anche altri, o servano per spese di struttura, è piuttosto normale. Ma l’indagine, aggiunge Bru1 marzo 2012 | lEspresso | 115 ’

Scienze
VACCINI, ANTIDOLORIFICI, RESVERATOLO. E PERSINO L’INTELLIGENZA DELLE SCIMMIE. LA LISTA DELLE FRODI È LUNGA
nelli, rivela anche che Fiorucci percepiva compensi dalle aziende proprietarie delle molecole che testava, come la francese NicOx e l’americana Intercept. Per l’accusa è lì che va cercato il “movente”: nella volontà di far salire le azioni di quelle società. Ma per l’indagato si tratta di compensi alla luce del sole. «L’università ha collaborato con le aziende per alcuni brevetti e io figuro come inventore, da cui i piccoli compensi. È legale e ha permesso all’università di ricevere a sua volta dei fondi». A un certo punto, nel 2008, Fiorucci viene brevemente arrestato. La commissione universitaria ha richiesto gli originali delle immagini. Non sapendo di essere intercettato, il professore parla al telefono con una collaboratrice e le dà istruzioni per scansionare le lastre fotografiche in modo che corrispondano meglio alla figura pubblicata. Un colloquio che per il pm è un tentativo di inquinamento delle prove, ma che Fiorucci liquida come un equivoco. Il gip in ogni caso ordina immediatamente la scarcerazione. Ma, a dicembre, decide il rinvio a giudizio di Fiorucci, e fissa per luglio l’inizio del processo. La difesa annuncia battaglia, e come prima cosa chiede una nuova perizia informatica, sostenendo che la commissione universitaria non aveva le competenze tecniche per analizzare le immagini. Fiorucci concede che gli articoli possano contenere errori, ma non falsificazioni consapevoli, e si definisce bersaglio di un gruppo di potere che ruota attorno a Morelli, alla moglie Monia Bardelli, alla figlia Olivia (entrambe ricercatrici nello stesso dipartimento), deciso a farlo fuori dai giochi per la successione alla carica di direttore della struttura. Sarà, ma il punto lo coglie Francesco Bistoni, il rettore dell’università di Perugia, che si è schierata con Morelli costituendosi parte civile contro Fiorucci: «Le beghe accademiche ci possono essere, ma questo caso va molto al di là, e tocca anche il rapporto non sempre chiaro tra ricercatori e case farmaceutiche». Ora toccherà al giudice capirci qualcosa. E per farlo (in questo senso, il caso farà scuola) dovrà trovare un modo per accertare se quegli esperimenti sono stati fatti davvero. Magari chiederne la replicazione, mettendo le mani in un mondo, il laboratorio scientifico, dove per gli stessi addetti ai lavori è sempre più difficile capire se qualcuno imbroglia. Lo dimostra la lunga lista di accuse di frode che negli ultimi anni hanno portato grandi riviste scientifiche a ritirare decine di lavori. A partire dalla madre di tutte le frodi scientifiche, quella che in Gran Bretagna ha coinvolto Andrew Wakefield, autore nel 1998 di una ricerca (pubblicata su “The Lancet”, nel box a destra trovate l’intervista al direttore della più importante rivista medica europea) sui presunti legami tra i vaccini e l’autismo nei bambini. Il caso esplose in Gran Bretagna come una bomba, facendo crollare per diversi anni le vac-

È la legge della giungla
COLLOQUIO CON RICHARD HORTON DI NICOLA NOSENGO

cinazioni per morbillo, rosolia e parotite. Presto però, mentre altri ricercatori non riuscivano a replicare i risultati, un’inchiesta giornalistica rivelò i legami finanziari tra Wakefield e uno studio legale che preparava una class action contro il sistema sanitario e le case farmaceutiche. Al termine di una lunga inchiesta che ha dimostrato la palese falsificazione dei dati, nel 2010 l’articolo è stato ufficialmente ritirato come “fraudolento” da “Lancet”. Scaricato anche da tutti i collaboratori, Wakefield continua a respingere ogni accusa, e a parlare di un complotto ordito da governo e case farmaceutiche. Non meno rumore ha fatto, dall’altra parte dell’Oceano, il caso di Scott Reuben, anestesiologo al Baystate Medical Center del Massachusetts, considerato uno dei più grandi esperti mondiali di terapia del dolore. Inchiodato da una inchiesta interna del suo ospedale, Reuben ha dovuto ammettere nel 2009 di avere letteralmente inventato i dati contenuti in 21 articoli scientifici. Con un impatto difficilmente calcolabile sulla salute dei pazienti, visto che le linee guida sull’uso post operatorio di alcuni dei più diffusi farmaci antidolorifici si basavano proprio sui suoi studi. Nel 2010 Reuben è stato condannato a sei mesi di carcere per frode sanitaria. Solo nell’ultimo anno, il mondo scientifico è stato scosso da tre casi clamorosi. Prima Marc Hauser, uno dei più noti primatologi del mondo, sospeso dalla sua

A SINISTRA, IN ALTO: MARC HAUSER E, SOTTO, DIETRICH STAPEL, ENTRAMBI SOTTO ACCUSA. A DESTRA: RICHARD HORTON

cattedra ad Harvard perché su di lui pesa il sospetto di avere falsificato esperimenti sulle capacità di apprendimento delle scimmie (Hauser ha ammesso solo «errori»). Poi, nei Paesi Bassi, lo psicologo sociale Diederik Stapel, cacciato dall’università di Tilberg dove dirigeva il centro di studi comportamentali. Anche i suoi lavori erano in gran parte inventati, resoconti di esperimenti mai svolti, eppure passati indenni per anni al vaglio delle riviste scientifiche, compresa una corazzata come “Science”. Ultimo in ordine di tempo, poche settimane fa, Dipak Das, cardiologo dell’Università del Connecticut, accusato di aver falsificato per almeno sette anni gli studi sugli effetti benefici del resveratrolo: una molecola contenuta nel vino rosso che si è meritata molti titoli di giornale per i presunti effetti benefici sul cuore e contro l’invecchiamento. Casi isolati o punta di un iceberg? Adam Marcus, giornalista medico statunitense e fondatore del sito web “Retraction Watch”, che riporta fedelmente tutti i casi di articoli ritirati dalle riviste scientifiche, propende per la seconda ipotesi: «I dati mostrano che il numero di articoli ritirati è in crescita. E la frode, anche se di rado viene indicata ufficialmente come causa, è

Foto: A. Rizzi - Gallerystock.com, F. Clay - Eyevine / Contrasto, R. Friedman - The NYT / Contrasto

Possiamo ancora fidarci degli scienziati? È una domanda che si è dovuto fare molto seriamente Richard Horton, direttore di “The Lancet”, rivista britannica che è una delle più rispettate pubblicazioni mediche del mondo. La rivista si è trovata al centro dello scandalo Wakefield (vedi articolo). Dopo quel caso clamoroso, Horton ha sempre ribadito di non avere nulla da rimproverarsi e che non c’era modo di riconoscere la frode dal semplice esame dell’articolo. Ma ammette che il sistema delle pubblicazioni scientifiche è sempre più esposto a questi rischi. Dottor Horton, dopo il caso Wakefield è cambiato qualcosa a “The Lancet”? «Quella di Wakefield è stata una vicenda molto grave, ma alla rivista siamo stati molto attenti a non avere reazioni eccessive che finissero per danneggiare la stragrande maggioranza dei ricercatori onesti. In Inghilterra diciamo “hard cases make bad laws”, vale a dire che i casi estremi non dovrebbero mai essere la base per regole generali che non funzionerebbero per tutti gli altri casi». Negli ultimi anni i casi di frode scientifica sembrano in crescita, almeno quelli che finiscono sulle pagine dei grandi giornali. Che sta succedendo? C’è più attenzione al fenomeno e gli imbroglioni vengono scoperti più spesso, oppure le frodi sono davvero diventate più frequenti? «Temo che entrambe le cose siano vere. Da un lato le riviste scientifiche sono più consapevoli del problema rispetto al passato. Abbiamo perso una certa fiducia ingenua negli scienziati. Dall’altro,

ci sono condizioni oggettive che favoriscono le frodi. La competizione accademica è feroce, ed è resa ancora peggiore dai tagli ai finanziamenti che stanno colpendo il settore un po’ dappertutto, negli Stati Uniti come in Europa. I ricercatori devono competere tra loro per sempre meno soldi, e alcuni di essi, una piccola minoranza, finiscono per gonfiare i risultati, o per accomodarli alle esigenze delle case farmaceutiche che rimangono una delle maggiori fonti di finanziamento». Molti imputano il fenomeno anche alla crisi della peer review, il meccanismo usato dalle riviste per valutare le ricerche, basato su altri scienziati che in veste di revisori anonimi devono dare l’ok alla pubblicazione. In certi campi la ricerca ormai è così specializzata che ci sono poche persone al mondo in grado di capire la qualità di un articolo. «La peer review non è mai stata un buon meccanismo per individuare le frodi. Serve a valutare la qualità di una ricerca ma presuppone che i dati, dietro, ci siano davvero. Solo l’analisi di molti articoli dello stesso ricercatore può rivelare delle anomalie, ma dopo anni. Ma non penso che certe proposte di riforma, come l’idea di mettere on line gli articoli prima della pubblicazione perché vengano commentati dall’intera comunità (è l’idea degli “archivi aperti”, già abbondantemente usata in fisica, ndr) porterebbero alcun vantaggio, almeno rispetto al problema delle frodi».

molto più comune di quanto si creda. Ci piace pensare che gli scienziati, che per mestiere cercano la verità, siano al di sopra di scorrettezza e venalità, ma non è così». Il problema, spiega Marcus, è che la tecnologia rende le riviste scientifiche sempre più indifese. «Non saranno mai capaci di fermare un imbroglione che sia bravo a usare Photoshop. Così come non c’è mo-

do di beccare un autore che inventi i suoi dati, almeno finché qualcuno non prova davvero a replicare l’esperimento». Il lavoro dei giudici di Perugia, che dovranno decidere se il caso di Fiorucci vada effettivamente aggiunto a quella lista, si annuncia insomma difficile. Tanto che entrambe le parti prevedono almeno un paio d’anni prima di arrivare a una sentenza. ■
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Scienze Salute
Malattie genetiche Un primato italiano

O
Depressione

STORIA DI MOHAMMAD
mentale di terapia genica i cui costi sarebbero stati sostenuti da Telethon. Ovviamente abbiamo accettato». È iniziato così, ad aprile del 2011, un lungo iter terapeutico fatto interamente a Milano, un momento di grandi difficoltà ma anche di speranze mai esistite per i fratelli, e di rapporti umani molto profondi. Racconta infatti: «La terapia è stata lunga e talvolta difficile da sostenere. I medici hanno prelevato le cellule staminali dal midollo osseo di Mohammad e poi lo hanno sottoposto per cinque giorni a una chemioterapia, per eliminare le cellule malate e far posto a quelle corrette con la terapia genica, reinfuse dopo la manipolazione in laboratorio. Tutto questo lo ha costretto a stare due mesi in ospedale, in isolamento, per evitare che contraesse pericolose infezioni. Il team del Tiget, però, ci ha assistito davvero in tutto: ci ha garantito una casa vicino all’ospedale, i pasti, i trasporti, l’assistenza nei visti da e per il Libano, i viaggi e un interprete, ed è stato vicino a tutti noi ogni giorno». Superato con successo il ricovero, Fatme, Mohammad e il resto della famiglia sono tornati a Tripoli, nel nord del Libano, dove ora vivono una vita normale, e un po’ italiana. «Mohammad è entusiasta della pasta e la chiede spesso, perché si è abituato a mangiarla durante le cure. E parla sempre, in particolare, di un’infermiera, Morina, con cui aveva stabilito un legame profondo a Milano». Tra dieci mesi sapranno se il piccolo ce l’ha fatta. E Fatme spera che «d’ora in avanti Dio tenga d’occhio Mohammad».
Agnese Codignola
Foto: G. Benni, S. G. Pavesi - Contrasto, Gettyimages (2), Corbis

È L’ORA DELLA MELATONINA

I nuovi analoghi della melatonina venduti per combattere le irregolarità del ritmo circadiano potrebbero avere un ruolo nella terapia della depressione grave, perché sono efficaci almeno quanto gli antidepressivi più comuni. La consacrazione giunge da “Lancet”, che ha ospitato il lavoro di due neurologi australiani che hanno sottolineato il forte legame esistente tra umore e alternanza di luce e buio. Per questo, hanno spiegato Ian Hickie e Naomi Rogers, negli ultimi anni sono stati sviluppati farmaci quali l’agomelatina (il più promettente), che agiscono sia sulla serotonina, come gli antidepressivi classici, ma anche sulla melatonina. Secondo i dati già ottenuti su pazienti, nel breve periodo l’efficacia dell’agomelatina è paragonabile a quella di antidepressivi come la fluoxetina (prozac), e nel lungo periodo il tasso di ricadute è circa la metà (24 per cento) di quello del placebo (50 per cento). Non solo: questi farmaci migliorano molto la qualità del sonno e hanno pochi effetti indesiderati perché non causano un aumento di serotonina circolante. A. Cod.

ggi Mohammad sta benissimo, ha iniziato a camminare, a dire le prime parole, a giocare. Una normalità che sembrava preclusa al piccolo libanese fino da quando, a 40 giorni, aveva ricevuto una diagnosi che suonava come una condanna a morte: leucodistrofia metacromatica, malattia genetica che causa la perdita progressiva delle capacità intellettive e motorie, e che aveva già ucciso una sorellina, all’età di tre anni, e un fratello di cinque. Per Mohammad però il futuro potrebbe essere diverso, perché lui è il primo bambino al mondo curato con una terapia genica messa a punto dai ricercatori dell’Istituto Tiget dell’Ospedale San Raffaele di Milano: anche se è presto per dirlo, per lui sembrano esserci speranze di guarigione fondate. Racconta Fatme, la mamma di Mohammad: «Non appena ricevuta la diagnosi abbiamo deciso che avremmo cercato di salvare questo terzo figlio a tutti i costi, e ci siamo rivolti a Nabil Cabara, il nostro medico in Libano. Lui si è messo in contatto con un centro medico in Olanda dove cercano di rallentare l’evoluzione della malattia con il trapianto di midollo, ma nel nostro caso questa via era preclusa: oltre a essere una procedura troppo costosa, richiedeva un donatore compatibile che, nel caso di Mohammad, non si trovava. Cabara, però, non si è dato per vinto e ha contattato Alessandra Biffi, dell’Istituto Telethon Tiget di Milano, che cercava bambini privi di sintomi, e che ci ha proposto di sottoporre Mohammad a un intervento speri-

MEDICINE COMPLEMENTARI

L’ayurveda è scientifica
L’ayurveda è morta, viva la ayur-biologia. Nuovi centri di ricerca e investimenti milionari puntano a rilanciare l’antica medicina, sotto attacco nel mondo occidentale e sempre più ignorata anche in India. A Nuova Delhi il consiglio per la ricerca scientifica e industriale (Csir) ha stanziato 25 milioni di dollari per rilanciare le tecniche tradizionali. Praticata nel subcontinente indiano per

oltre 3.500 anni, l’ayurveda sfrutta varie pratiche terapeutiche - farmaci, massaggi dieta e esercizi - per rimettere il corpo in equilibrio. Ma sono stati proprio i farmaci a base di ricette segrete, spesso integrate con metalli pesanti, che hanno aumentato la diffidenza della comunità scientifica. Nel 2008 una ricerca realizzata dal Boston Medical Center ha segnalato che un quinto dei prodotti ayurvedici venduti on line contiene piombo mercurio o arsenico; e nel maggio scorso l’Unione europea ha proibito la vendita di preparati ayurvedici non autorizzati. Ma la nuova generazione di medici e ricercatori ayurvedici punta proprio sul riconoscimento della comunità scientifica occidentale. Come Vaidya Balendu Prakash, direttore della Vcpc Research Foundation di Dehradun, che ha presentato ai National Institutes of Health americani un preparato base di argento e mercurio che sembra dare risultati interessanti nel trattamento della Lap, una forma di leucemia acuta. Secondo i ricercatori indiani - che hanno chiesto una consulenza a un gigante della chimica, il

Tata Research Center di Pune - i particolari metodi di lavorazione consentirebbero di ridurre la tossicità del mercurio. E stanno arrivando anche risultati concreti, come quelli ottenuti dai ricercatori dell’Università della California a Los Angeles che hanno messo a confronto un preparato ayurvedico contro l’artrite con il farmaco comunemente usato per questa patologia, il metotressato, e con un placebo. Dimostrando - in un articolo apparso sul “Journal of Clinical Rheumatology” che la preparazione ayurvedica ha efficacia paragonabile a quella del farmaco ma meno effetti collaterali. E stanno partendo altri test: un farmaco contro la psoriasi, a base di estratto di papavero messicano, è già in sperimentazione clinica presso i Lupin Laboratories di Mumbai, mentre secondo i ricercatori del Csir un tradizionale tonico ayurvedico a base di bacopa monnieri potrebbe avere effetti positivi sulla memoria. Paola Emilia Cicerone
A SINISTRA, IN ALTO: MOHAMMAD, CURATO CON UNA TERAPIA GENICA, E LA MADRE FATME

Alimentazione di Nicola Sorrentino

LA RISCOPERTA DEL BURRO
Partiamo da un dato di fatto: il burro è esente da trattamenti di rettifica e idrogenazione. Ed è il processo di idrogenazione che può portare alla formazione di acidi grassi trans, pericolosi per la nostra salute perché abbassano il colesterolo buono ed alzano il colesterolo cattivo. Spesso sono, invece, oli di non buona qualità e prodotti da forno come biscotti o dolci ad essere idrogenati. Ci sono poi in commercio prodotti con dicitura “grassi vegetali non idrogenati”: certamente non contengono acidi grassi trans, ma non sono prodotti da poter identificare come i migliori. Da preferire, invece, sono quelli che contengono olio extravergine d’oliva o burro. Il burro si ottiene separando la parte grassa (solida) del latte da quella liquida. Per ottenere 1 kg di burro occorrono 2325 kg di latte. E certamente il burro è un alimento molto energetico perché costituito soprattutto da grassi: i lipidi, o grassi, sono i nutrienti a più alto potere calorico, forniscono circa 9 calorie al grammo, più del doppio degli zuccheri (carboidrati) e delle proteine. Certamente il burro contiene grassi prevalentemente di tipo saturo, e contiene colesterolo, sostanze che assunte smodatamente predispongono alle malattie cardiovascolari, ancor più se abbinate ad altri fattori di rischio come il fumo, il sovrappeso ed una vita sedentaria. I grassi del burro, però, a differenza di altri, sono a catena corta: importanti per ottenere energia prontamente disponibile, e facilmente digeribili se consumati crudi perché si sciolgono ad una temperatura inferiore a quella del nostro corpo. Il burro e poi un’ ottima fonte di vitamine liposolubili (A e D). Per quanto riguarda il colesterolo, poi, va detto che 100 grammi di burro ne apportano 250 milligrammi, meno di due uova che da sole ne apportano circa 360, meno di 100 grammi di cervello bovino che ne apportano addirittura 2000. E faccio notare che 100 grammi di burro sono tanti: non riusciremmo a mangiarli neanche in due giorni. Le linee guida per una sana alimentazione italiana, in assenza di patologie specifiche, non dicono di evitare il burro, ma ne consigliano una porzione (10 grammi) al giorno per cinque volte alla settimana.
specialista in Scienza dell’Alimentazione e professore presso l’Università di Pavia

Si va dal medico estetico per un trattamento antirughe laser e si rischia di uscirne col volto gonfio. Anche se il dottore aveva detto che non ci sarebbero stati arrossamenti. Mentiva? No. Intendeva qualcosa di diverso da quello che aveva in mente il suo paziente, e magari persino da quanto avrebbe inteso un suo stesso collega. Perché, spesso, «l’assenza di una terminologia standard ha finito col creare aspettative irrealistiche», spiega Michael Kulick, membro della commissione sui laser dell’American Society for Aesthetic Plastic Surgery, su “Aesthetic Surgery Journal”. Per esempio: “Nessun gonfiore” significa che il gonfiore c’è ma passa in meno di tre giorni; “nessun arrossamento” che la pelle ritorna normale in meno di 24 ore. E così via. Agnese Ferrara

CONFUSIONE LASER

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1 marzo 2012 | lEspresso | 119 ’

Tecnologia
AUTOMOBILI
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n. 9 - 1 marzo 2012

ECOLOGIA

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BAVAGLI DIGITALI

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SOCIAL NETWORK

Mobilità

Non solo cyber
DI ALESSANDRO GILIOLI

CITY CAR? SÌ MA PIEGHEVOLE
Parcheggiare in un metro e mezzo di lunghezza? È possibile se si può piegare la macchina. La frontiera della mobilità urbana è popolata non solo da vetture elettriche ma anche da city car di ridotte dimensioni, in grado, all’occorrenza, di compattarsi ancora di più. Come avviene con Hiriko, una biposto elettrica con un’autonomia di 120 km, e una serie di innovazioni tecnologiche: ad esempio il motore è tra le ruote, tutte indipendenti e in grado di ruotare completamente sul loro asse. Tuttavia la sua particolarità è quella di potersi restringere per il parcheggio, grazie a una sospensione centrale che fa scorrere in alto l’abitacolo. La macchina, il cui prototipo è stato presentato a Bruxelles, è anche un esempio di

Libero Web, Monti balbetta
Dopo il no di Repubblica Ceca, Bulgaria, Slovenia e Polonia, anche i governi di Germania e Olanda sono orientati a votare contro l’Acta, l’accordo che imporrebbe limitazioni alla libertà della Rete delegando inediti poteri di polizia e di oscuramento ai service provider. La contrarietà di Amsterdam e Berlino è emersa dopo le manifestazioni di protesta che hanno animato le piazze di molte capitali: segno tangibile dell’esistenza di una nuova opinione pubblica internazionale che vuole difendere il Web da ogni tentativo di controllo politico, magari travestito da “accordo commerciale”. Anche in Italia sono in corso proteste contro l’Acta (come quella di Firenze, il 25 febbraio) seppur poco riprese dalla grande stampa. E anche da noi sta crescendo l’attivismo trasversale pro-Internet, talvolta in grado di influenzare i decisori della politica: com’è di recente capitato, ad esempio, per l’infausto “emendamento Fava” approvato in commissione all’unanimità e poi ritirato nell’imbarazzo generale dei partiti, dopo che era esplosa la contestazione on line. Anche per questo lascia un po’ perplessi il fatto che il governo italiano non abbia preso una posizione pubblica sull’Acta: sarà uno di quei Paesi che al Parlamento europeo, l’11 giugno prossimo, ne proporranno la ratifica oppure no? Non si sa. Meritoriamente impegnati (almeno a parole) nella creazione di un’Agenda digitale per la diffusione della banda larga, sia Monti sia i suoi ministri sembrano meno attenti all’altro lato della medaglia, cioè impedire leggi che imbavaglino la Rete e proporre norme che tutelino la libertà degli utenti. (Ps: chi è interessato alle iniziative contro l’Acta in tutto il mondo, Italia compresa, le trova sul sito www.accessnow.org). www.piovonorane.it
IN ALTO: L’AUTO PIEGHEVOLE HIRIKO lEspresso | 121 ’

innovazione sociale. Progettata dal Mit di Boston, è prodotta da un consorzio di aziende basche (infatti Hiriko, che significa urbano, viene dall’euskara, e non dal giapponese), finanziata da risorse europee, assemblata in Svezia in una zona socialmente svantaggiata. Sarà sul mercato dal 2013 per circa 12.500 euro. Carola Frediani

Ambiente

Il sapone non inquina più
Un sapone liquido addizionato di ferro che deterge e poi sparisce. Non è uno slogan pubblicitario di qualche prodotto per la casa: è la descrizione del nuovo super-detergente sviluppato dal un team di ricerca dell’Università di Bristol, concepito per l’intervento di pulizia nel caso di sversamenti di inquinanti in mare. Il principio del suo funzionamento, tralasciando la complessa chimica sottostante, è semplice: unire alle sostanze detergenti dei sali di ferro. Il sapone ferroso, dopo aver pulito la macchia, potrà essere rimosso tramite magneti. La scoperta è seguita con interesse non solo dall’industria, che ne immagina le applicazioni più varie, ma anche dagli ambientalisti. Alcune ricerche hanno infatti dimostrato che per l’ecosistema marino spesso i detergenti non sono molto meno pericolosi degli idrocarburi. Per i coralli sarebbero addirittura peggio. Se il sapone “sporca” non basta quindi che porti via la macchia, deve portare via anche se stesso. Gabriele De Palma

Foto: G. Doyle - GettyImages

Tecnologia RITRATTI / L’EMERGENTE DELLA SILICON VALLEY

Dietro il boom globale del social network c’è Sheryl Sandberg: quarantenne, femminista e con un futuro in politica
DI ANTONIO CARLUCCI DA NEW YORK
desso è certo, Sheryl Sandberg ha vinto la più importante scommessa della sua vita. Quando in aprile Facebook sbarcherà in Borsa, lei sarà miliardaria in dollari. I conti sono presto fatti: le azioni che già possiede, i diritti su quelle che può riscattare a un prezzo prestabilito e di gran lunga più basso di quella che sarà la quotazione del

Lady FACEBOOK
primo giorno del listino, significa che la sua quota varrà tra 1,5 e 1,8 miliardi di dollari. Niente male per una manager che quando accettò di lavorare per Facebook sapeva di entrare in un’azienda che non possedeva ancora un business plan che disegnasse, sia pure teoricamente, il modo di generare profitti. Era la sera di Natale del 2007 e Mark Zuckerberg, l’ex studente di Harvard che ha inventato il social network, seppe che al

SHERYL SANDBERG, NUMERO DUE DI FACEBOOK. NELL’ALTRA PAGINA. LI UFFICI DEL SOCIAL NETWORK A PALO ALTO

A

party dove stava andando era stata invitata anche Sheryl Sandberg, a quel tempo vice presidente di Google con la delega alle vendite on line. Zuckerberg aveva 23 anni, la Sandberg 38. Quel primo incontro ne generò un’altra dozzina, i primi due in un ristorante, un altro paio al global summit di Davos, in Svizzera, gli altri nella casa di Palo Alto della Sandberg. Sia per mantenere riservato il contatto, sia perché la vice presidente di Google aveva due figli piccoli e il marito spesso in viaggio. Sheryl Sandberg, che in quelle settimane aveva ricevuto una proposta di unirsi al management del “Washington Post”, il rispettato quotidiano americano con i conti in crisi e la necessità di cercare una seconda vita attraverso Internet, alla fine accettò l’offerta di Facebook ed entrò con il ruolo di Chief operating officer, di fatto direttore generale che doveva fare del social network un’azienda capace di generare fatturato e profitti. Stipendio 300 mila dollari l’anno, ma bonus in azioni da riscattare nel tempo che potevano significare una montagna di denaro nel giro di pochi anni. Già a quel tempo, il curriculum di Sheryl Sandberg era di quelli che fanno impressione. La laurea ad Harvard e un master alla business school della stessa università fecero subito emergere la brillante studentessa, che arrivava dalla Florida dove viveva con il padre oftalmologo, la mamma insegnante e tre fratelli. L’economista Larry Summers, a quel tempo a Harvard, la notò (era la prima del corso) e le offrì di seguirlo quando andò a lavorare alla Banca mondiale e poi quando diventò Segretario al Tesoro con Bill Clinton la elevò a capo del suo staff. La Sandberg ebbe un passaggio di 12

mesi alla Mc Kinsey come anche un breve, primo matrimonio (si è sposata una seconda volta nel 2004 con il dirigente di una società di Internet). Quindi, approdò nella Silicon Valley, al quartier generale di Google, dove se la cavò egregiamente, anche se dopo qualche anno le sue sollecitazioni a cambiare ruolo e a diventare più operativa incontrarono la resistenza dei fondatori.

Per questo, l’apparire del giovane Zuckerberg, anche lui ex Harvard che però non ha concluso gli studi per dare vita alla sua creatura, offrì alla Sandberg l’occasione di mettere in mostra il suo talento in una impresa in cui c’era tutto da costruire. Nel 2007, Facebook era già un fenomeno da studiare. Ma i numeri, se paragonati a oggi in cui si parla di un valore di Borsa che

potrebbe arrivare ai 100 miliardi di dollari, erano assai limitati: vantava 70 milioni di utenti, 130 impiegati, quasi tutti ingegneri smanettoni costretti a inseguire un giocattolo che cresceva negli accessi giornalieri in misura esponenziale, un fatturato praticamente inesistente, compensato però dalle immissioni di denaro di coloro che credevano in quell’impresa e quindi la finanziavano nella speranza di aver puntato su una gallina dalle uova d’oro. Tutte speranze che adesso stanno per avverarsi, ma a quel tempo in cassa c’erano solo 10 milioni di dollari. La missione di Sheryl Sandberg era quella di inventare un sistema per vendere Facebook agli inserzionisti pubblicitari. Lei si presentò in punta di piedi nella società con sede a Menlo Park. «Ciao, sono Sheryl la nuova responsabile operativa. Che ne pensi di…?», era l’approccio che non risparmiò nessuno di coloro che lavorava al social network, tecnici o dirigenti, fondatori o giovani appena arrivati. La Sandberg voleva presentarsi a tutti senza troppo sottolineare il suo ruolo di comando, visto che alle questioni finanziarie univa anche l’incarico di supervisionare le nuove assunzioni. Quanto al fatturato, si trattava di inven1 marzo 2012 | lEspresso | 123 ’

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Foto: T. Selby - Outline / Corbis, D. Butow - Redux / Contrasto

Tecnologia
«Con noi si uscirà dalla recessione»
COLLOQUIO CON SHERYL SANDBERG DI SIMONE PORROVECCHIO

n. 9 - 1 marzo 2012

Sheryl Sandberg, braccio destro e numero due “au pair” di Mark Zuckerberg, spiega così il ruolo che vuole giocare il suo social network nell’economia mondiale: «Siamo un virus positivo, vitale. C’è un solo modo per ricostruire posti di lavoro in Occidente: sviluppare le tecnologie. Noi lo stiamo facendo. Contagiando settori inimmaginabili». Dappertutto però infuria la crisi. Quanto ancora la Silicon Valley ne resterà immune? «Facebook è un punto d’incontro per quasi un miliardo di persone. Soprattutto per le piccole imprese è uno strumento irrinunciabile. E la piccola e media impresa non costituisce la spina dorsale dell’economia europea?». Intende dire le piccole start-up di musica e entertainment? «Anche. Ma anche il fioraio dietro casa al quale Facebook consente un contatto diretto con i clienti. Per la prima volta quel fioraio sa cosa vogliono i clienti prima che arrivino alla cassa. Il valore aggiunto realizzato dalle imprese europee grazie a Facebook si attesta intorno ai 15,3 miliardi di euro. Con circa 230 mila posti di lavoro di indotto». Facebook è sempre più nel mirino di associazioni per la tutela dei dati personali. Non ci vede un pericolo per il futuro? «Facebook è un fornitore di servizi. Per tutti. La nostra sfida è conquistare gli utenti con una sensibilità spiccata su questo tema. Sono i nostri utenti ad avere il potere su Facebook. A decidere come, dove e quanto». Sempre più persone utilizzano Internet in mobilità. «L’accesso mobile a Internet sta acquistando un significato enorme a livello globale. Facebook si attesta già tra le prime cinque apps più scaricate al mondo. Vogliamo essere il numero uno». L’obiettivo finale? «Già raggiunto. Costruire un ponte ideale tra generazioni. Quella dei giovani e giovanissimi, per i quali una vita senza Internet è inimmaginabile, e quella degli over 40, per i quali Facebook è un gioco». MARK ZUCKERBERG, FONDATORE DI FACEBOOK

Ha conosciuto Mark Zuckerberg nel 2007. E da allora sul sito è iniziata ad arrivare la pubblicità
Zuckerberg occupa 2.500 addetti, fattura 3,7 miliardi di dollari con un profitto dopo le tasse di un miliardo di dollari (la pubblicità su Internet sta diventando un affare gigantesco: il fatturato pubblicitario 2011 degli Stati Uniti sul Web ha superato i 70 miliardi di dollari, con una quota del 13 per cento sull’intero ammontare). Nel giro di poche settimane arriverà a Wall Street (un obbligo dovuto anche al fatto che ha già 500 soci e dunque non può più restare una compagnia privata) e la Sandberg è pronta ad entrare nella lista delle donne più ricche d’America: segue la produttrice, creatrice e anchor woman della televisione Oprah Winfrey che possiede un patrimonio di 2,7 miliardi di dollari e precede Meg Whitman, presidente e Ceo di Hewlett Packard. Sheryl Sandberg non è però una donna tutta lavoro e profitti. Le piace la politica, e qualcuno prevede che prima o poi si farà tentare da un incarico elettivo. Per adesso ha accettato di far parte del Council of Jobs creato da Barack Obama alla Casa Bianca e dei consigli di amministrazione di Starbucks e Walt Disney. Ma, soprattutto, è una instancabile avvocato della causa delle donne. Non una femminista, come una volta sottolineò il suo mentore Larry Summers, bensì una donna che si batte perché il suo genere trovi fiducia in se stesso e rompa quel soffitto di vetro che impedisce ancora la piena parità sui luoghi di lavoro e fuori tra uomini e donne. L’approccio intellettuale della Sandberg al problema lo si può riassumere così: lei critica le donne per la insicurezza che troppo spesso dimostrano nella gestione della loro professione, sapendo che i dubbi che hanno sono alla fine un modo per difendersi dall’ambiente che le circonda. E critica gli uomini per la loro insensibilità nei confronti delle donne e per il loro approccio sessista. Così, appena può accetta inviti a conferenze e dibattiti, e solo per parlare di questo. Che i suoi interventi lascino sempre il segno lo si deduce quando si vanno a riguardare su YouTube e si scopre che sono stati visti sino a 200 mila volte. ■

Economia
NUOVA MAPPA DEL POTERE
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PALLADIO

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IMPREGILO

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ACI BRESCIA

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EQUITALIA

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MONACI E FOTOVOLTAICO

Superburocrati Il comma Grilli

Toglietemi tutto ma non la pensione
Quando ha lasciato la poltrona e il ricco stipendio (circa mezzo milione) di direttore generale del Tesoro per essere promosso a viceministro di via XX settembre (a circa 200 mila euro), Vittorio Grilli ha chiesto e ottenuto almeno un paracadute pensionistico. Che è stato ben nascosto nelle pieghe del decreto Salva-Italia. Esattamente al sesto comma dell’articolo 23, che contiene l’interpretazione di una legge di oltre trent’anni fa e recita: «...ai dipendenti pubblici che non siano membri del Parlamento e
NELLA FOTO: VITTORIO GRILLI

siano chiamati all’ufficio di ministro e di sottosegretario non spetta la parte del trattamento economico... eccedente il limite indicato... fermo restando, in ogni caso, che il periodo di aspettativa è considerato utile ai fini dell’anzianità di servizio e del trattamento di quiescenza e di previdenza, con riferimento all’ultimo trattamento economico in godimento, inclusa, per i dirigenti, la parte fissa e variabile della retribuzione di posizione, ed esclusa la retribuzione di risultato». Un comma ad personam e la pensione di Grilli si è salvata. S. L.

La cifra della settimana

+ 3,7per cento
È l’aumento medio dei listino delle polizze Rc Auto nel 2011, secondo l’Osservatorio dell’Aiba, l’Associazione italiana dei broker assicurativi. Nel 2010, la crescita dei listini era stata del 12,2 per cento

Mps/1 Caltagirone

Mps/2 Profumo-Mancuso

Uniti in Fabrica
Lontano dagli occhi ma non dal cuore e, soprattutto, dagli affari. Francesco Gaetano Caltagirone ha lasciato il consiglio di amministrazione e la vicepresidenza del Monte dei Paschi ma non ha detto addio a Siena. E non solo perché rimane ancora con un piede nel capitale di Rocca Salimbeni con circa l’1 per cento. Nonostante il cda del Monte scada fra due mesi, l’ingegnere romano non ha voluto lasciare vuoto il suo posto che il 9 febbraio è stato occupato da un suo manager di fiducia, Mario Delfini. Presidente della Vianini e consigliere in oltre trenta società della galassia Caltagirone, Delfini siede al fianco di Massimiliano Capece Minutolo in rappresentanza del gruppo di costruzioni. Il presidio, dunque, resta. Anche perché con Mps l’ingegnere continuerà a condividere il business del mattone in Fabrica Immobiliare Sgr, la joint venture partita nel 2005 che al momento detiene in portafoglio 9 fondi immobiliari e gestisce circa 2,5 miliardi di attività. L’ultimo colpo è stato messo a segno qualche settimana fa nel centro di Milano dove Fabrica ha comprato un palazzo di 20 mila metri quadrati (oggi interamente affittato a Telecom Italia) per 45,4 milioni di euro. Per Caltagirone Siena è lontano dagli occhi ma non lontano dal cuore e, soprattutto, dagli affari. Camilla Conti

Candidati e vecchie ruggini
Il sindaco di Siena, Franco Ceccuzzi, si è trovato in un bell’impiccio. Come regista ombra del salvataggio della Fondazione che controlla il Monte dei Paschi, gli erano arrivati sul tavolo due nomi. Il primo è quello di Alessandro Profumo, papabile per la carica di presidente della banca. L’altro è quello di Salvatore Mancuso, che con il suo fondo lussemburghese Equinox è stato fra i primi a offrirsi per comprare le azioni Mps che la Fondazione ha messo in vendita. I due, tuttavia, hanno vissuto in passato parecchi alti e bassi dei loro rapporti. Il momento più buio è stato il Natale del 2007. Dopo la fusione di Capitalia in Unicredit, dove Profumo era amministratore delegato, Mancuso si era ritrovato nel duplice incarico di consigliere della banca milanese e di presidente della controllata Banco di Sicilia. Per rimettere in ordine il Banco, Profumo aveva inviato a Palermo un nuovo capo del personale. Che non era stato ben accolto. Durante gli auguri natalizi con i dirigenti, Mancuso raccontava di averlo salutato così: «Fino a quando ci sarò io, lei qui potrà fare solo il turista». Poche settimane dopo il capo di Equinox aveva firmato la resa, dimettendosi dal Banco e da Unicredit. Vecchie ruggini che ora hanno costretto Ceccuzzi ad allargare la rosa dei candidati sia per la presidenza sia per l’azionariato del Monte, nel tentativo di evitare incroci pericolosi. L.P.
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tare il modo di portare la pubblicità su Facebook: un obiettivo non facile, perché ancora alcuni anni fa le aziende non erano così convinte di investire in quel settore e perché anche gli utenti di Facebook non sembravano gradire le intrusioni dei messaggi pubblicitari ritenendo che la pagina aperta a proprio nome fosse una proprietà personale intoccabile. Il successo della Sandberg è stato pieno. La pubblicità è entrata nel social network, gli utenti non si sono ribellati per il modo in cui appaiono gli spot e molte aziende hanno scelto Facebook per lanciare in esclusiva i loro prodotti, prima tra tutte la Procter & Gamble con il promo di un deodorante riservato alle donne più giovani.
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Ma la Sandberg ha giocato un ruolo determinante anche nell’irrobustire il gruppo dei dirigenti del social network: facendo arrabbiare i suoi ex datori di lavoro, ha portato via a Google persone di primo piano e che avevano nell’azienda del motore di ricerca un ruolo strategico. Hanno accettato le offerte della Sandberg Priti Youssef Choksi per diventare direttore per lo sviluppo del business, Molly Graham per seguire lo sviluppo di Facebook sui cellulari, Elliot Schrage per la comunicazione e le politiche pubbliche, David Fisher per essere il vice presidente per le operazioni. I numeri di oggi raccontano una situazione ben diversa da quella del 2008 quando in azienda entrò la Sandberg: la creatura di

Foto: J. Greenberg - Outline / Corbis

Foto: D. Scudieri - Imagoeconomica

Economia GUERRE FINANZIARIE
2%

Mediobanca connection
Mediolanum 35,13% Mediaset 40,179% Mondadori 53,06%

Italcementi 60,262%

+Della Valle
Fondazioni

Caltagirone

Del Vecchio
3% 67,8

Mediolanum 35,13%

Mondadori 53,06%

Mediaset 40,179%

C’è trambusto
IN SALOTTO
Chi controlla il “Corriere della Sera”

Pesenti 2,62%

2,02%

Be 5,4 rlus 4% con i

Il crollo Ligresti. L’alleanza di Piazzetta Cuccia con le coop. La sfida di Arpe. La partita Rcs. Ecco come sta cambiando la mappa del potere
DI PAOLA PILATI
Letta faceva da stanza di compensazione degli interessi contrapposti. Infine, il tramonto di Silvio Berlusconi, che come convitato di pietra influiva in un modo o nell’altro in tutte la partite. Il primo risultato è stato il big bang della galassia Ligresti, fino a ieri superprotetto pivot della finanza ambrosiana di osservanza berlusconiana. Don Salvatore e la sua cucciolata, da Jonella regina dei consigli d’amministrazione a Giulia e Paolo, devono adesso accettare di trasferire in mani altrui sia il ramo assicurativo del business di famiglia, cioè la Fonsai, che quello dell’edilizia, cioè la loro quota di Impregilo, prima impresa italiana del settore. Innescando un effetto a catena di cui ancora non si vede la fine. Il secondo tsunami è quello che ha come epicentro Mediobanca e la complessa relazione con quella che è stata definita la sua “galassia”: azionisti e controllati, sfere di influenza e protettorati. Il mondo dei solotti buoni, sui quali il premier Mario Monti non ha avuto peli sulla lingua: hanno tutelato l’esistente, e non sempre per il meglio, ha detto durante la visita in Borsa. Ebbene anche

Mercato

16,829%
9% 41,60

Be 2,1 netto 6% n

13 ,46 %

T

ra colpi di scena, alleanze impreviste, voglia d’imboscate, la finanza sembra tornata ai tempi d’oro. In salotti fino a ieri proibiti come quello di Unicredit avanzano rampanti protagonisti come Francesco Gaetano Caltagirone e Diego Della Valle, assetti intoccabili come l’asse Mediobanca-Generali appaiono incrinati, sogni impossibili come quello di Unipol di sfidare il leone di Trieste, trovano varchi inaspettati. Cosa sta succedendo ai piani alti del potere economico? A essere cambiato, innanzitutto, è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Una “congiunzione astrale” davvero unica vede i partiti svirilizzati, la Borsa che viaggia su valori bassissimi, l’uscita da Intesa Sanpaolo cabina di regia di tanti affari italiani - di Corrado Passera, che da banchiere “di sistema” a ministro non ha ancora pienamente ricalibrato la propria influenza; ma anche l’assenza nel dicastero dell’Economia di un trapezista dei poteri forti come Giulio Tremonti, e l’uscita di scena di Cesare Geronzi, che con Gianni
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Mediobanca

14,209% La Fondiaria

Giovanni Agnelli & C.

10,497%

Efiparind (Pesenti)

7,747%

Giuseppe Rotelli Diego Della Valle Fondiaria Sai (Ligresti) Pirelli & C. Si.To. Financière Edizione Holding (Benetton) Intesa San Paolo Assicurazioni Generali Banco Popolare Merloni Sinpar

7,546%
45%

5,499% 5,461% 5,166% 5,140% 5,100% 5,065% 3,957% 3,634% 2,090% 2,060%

Tronchetti
25,565%

2,6 8%

sti Ligre 4,06%

rŽ llo Bo ,02% 5

it ed cr ni 9% U ,6 8

MEDIOBANCA
i sk le % Za ,20 2
3,95%
% 72 1,

Boroli Drago

6% ,6 59

% 77 4,

Impregilo
59,28 %

Intesa San Paolo
Fonte: Consob; dati aggiornati al 2011

Atlantia

Autogrill Gavio
1,89% 5,46%

Telco

Telecom

30,04%

4,79%

1 marzo 2012 | lEspresso | 127 ’

Economia
Dov’è il cash
QUOTATE LIQUIDITË INCIDENZA al 9/2011 % sui debiti (mln. di euro) finanziari 17.853 15.494 4.335 4.142 3.940 1.541 1.531 1.401 985 914 727 713 647 620 607 606 566 550 501 445 443 394 373 372 320 287 66,2 47,8 6,8 10,7 23,7 5,2 120,9 413,3 2238,6 8,5 28,7 10,5 51,6 107,1 20,2 22,6 65,2 27,6 8,2 12,2 27,6 75,5 36,6 35 12,4 16,4 Fiat Exor (dati 2010) Enel Telecom Italia Fiat Industrial Eni Stmicroelectronics Danieli Parmalat Atlantia Autostrada To-Mi Terna Impregilo Maire Technimont Italcementi Luxottica Tenaris Prysmian Finmeccanica Cofide Buzzi Unicem Caltagirone Davide Campari Astaldi Beni Stabili Pirelli

Ai pubblici la parte del leone
Il capitale investito dei maggiori gruppi (in milioni di euro, nel 2010) Azionista di comando (leva del controllante in %) Enel Eni Finmeccanica A2A ST Telecom Italia Exor Edizione Holding (Benetton) Italmobiliare (Pesenti) Fininvest De Agostini Riva Minoranze Debiti finanziari 40.000 80.000 120.000 117.193 (8,9%) 83.511 (3,9%) 12.899 (5,3%) 9.029 (3,6%) 7.662 (3,8%)

71.256 (9,9%)

47.622 (13,6%) 23.146 (5,3%) 9.442 (7,1%) 9.127 (1,7%) 8.347 (2,8%) 7.339 (0,9 %)
Fonte: R&S

La leva indica quanti euro sono stati raccolti per ogni euro investito dallÕazionista di controllo

NON QUOTATE

LIQUIDITË INCIDENZA al 12/2010 % sui debiti (mln. di euro) finanziari 3.009 2.651 1.873 1.208 1.093 640 568 497 488 469 18,9 298,5 12,9 38,2 26,6 5,1 19 16.566,7 159 275,9

Foto: Oliverio - Imagoeconomica, Scarpiello - Imagoeconomica Pag. 126 - 127 - 130 elaborazione infografica: Daniele Zendroni

Edizione Holding Fintecna Coop (aggregato) Fininvest Poste Italiane Ferrovie dello Stato Aurelia (Gavio) Giorgio Armani Air Liquide Italia Angelini Finanziaria
Fonte: R&S

lì, a partire da Unicredit - a monte - fino alle Generali - a valle - la “pax” garantita da Piazzetta Cuccia sembra messa in discussione. Innazitutto c’è la dinamite delle nuove norne sull’incompatibilità dei doppi incarichi nella governance di banche e assicurazioni, che imporrà molti addii dal salotto (esempio: due pesi massimi come Fabrizio Palenzona e Dieter Rampl dovranno optare tra Unicredit e Mediobanca). In secondo luogo,
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c’è la sfida che la finanziaria Palladio e Fabio Arpe hanno lanciato ai progetti di Alberto Nagel sul riassetto delle spoglie Ligresti, che potrebbe scrivere un altro epilogo al salvataggio Fonsai. Di certo, il futuro è gravido di colpi di scena. Abbastanza da far uscire il piccolo mondo antico della finanza italiana dai suoi rituali, e da mettere in crisi i “guardiani dello status quo”, come li ha definiti l’economista Salvatore Bragantini? Vediamo scenari e variabili. La foto dei Lord Intanto, chi sono questi guardiani? Secondo un paper appena pubblicato da tre studiosi dell’assetto del capitalismo italiano, Carlo Drago, Stefano Manestra e Paolo Santella (rispettivamente università di Napoli, Banca d’Italia ed Esma), la sua caratteristica di fondo è quella della collusione: stabilita non solo dagli incroci azionari, ma soprattutto dalla presenza negli organismi di governo delle imprese di un gruppo ristretto di persone, sempre le stesse. Una élite degli affari che si avvale di relazioni per-

sonali e dello scambio di informazioni per amplificare la propria influenza, e che riesce a dominare a spese delle minoranze. Seguendo solo le partecipazioni rilevanti (superiori al 2 per cento) nell’ambito delle Blue chip della Borsa italiana, lo studio mette a fuoco il peso della galassia Mediobanca, dove la banca di Cuccia fa da collante a una fetta cospicua di regine del listino, legate per un verso o per l’altro da rapporti azionari: considerando solo le 40 imprese del Ftse Mib, la galassia rappresentava il 36 per cento della capitalizzazione totale del mercato nel 2008, è ancora quasi del 30 oggi; allargando il raggio a soggetti che con essa hanno comunque delle relazioni (vedi grafico a pagina 130) può arrivare al 37 per cento. Un blocco di interessi a cui fa da contraltare solo quello delle blue chip a partecipazione pubblica. Gli incarichi multipli negli organismi di governo societario all’interno della galassia, avvertono gli autori, conducono poi a un manipolo di “Lord” che go-

vernano il cuore del nostro capitalismo; il paper non li nomina, ma l’identikit è chiaro: Berlusconi, Ligresti, Pesenti e Benetton sono azionisti di peso di Mediobanca, Diego Della Valle, Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio di Generali, che è il gioiello della corona di Mediobanca, insieme azionisti e consiglieri d’amministrazione. A questi occorre aggiungere i Boroli-Drago, signori di Lottomatica e azionisti di Generali, e Marco Tronchetti Provera, vicepresidente di Mediobanca e azionista di Pirelli, partecipata da Mediobanca, Generali, Benetton e Ligresti. Nove famiglie in tutto. Con un grande assente: gli Agnelli, sempre più defilati dalle trame del capitalismo nazionale, ma che peseranno in una partita imminente, quella sulla Rizzoli-Corriere della Sera. Un barbaro alle porte Di questa foto di famiglia sta per rendersi necessario un nuovo scatto: accanto ai volti noti spunta un signore robusto, look brianzolo più che da piazza Affari: Carlo Cimbri. Ma

andiamo con ordine. Come si diceva, i Ligresti si preparano a uscire di scena. Questo comporterà la ritirata da parecchi posti in consigli d’amministrazione dei membri della famiglia, Jonella innanzitutto, che detiene il record di sei poltrone in altrettanti cda (vedi tabella a pagina 130). Ma soprattutto un nuovo destino per le loro preziose partecipazioni, tra cui quelle in Mediobanca e in Rcs. Chi prenderà il loro posto? Per Impregilo, si è già fatto sotto Beniamino Gavio, che ha fatto sua anche la quota dei Benetton. Ma è sul ramo assicurativo la partita più interessante. Per il salvataggio, il vertice di Mediobanca, che come Unicredit ha prestato molti soldi a Fonsai, ha pescato fuori dalla galassia: la Unipol delle cooperative rosse, praticamente un marziano, di cui Cimbri è amministratore delegato. Per capire la scelta, basta seguire il denaro. Secondo la tabella elaborata per “l’Espresso” da R&S, il centro studi di Mediobanca, sui gruppi più liquidi, le coop nel loro insieme possono contare (in base ai conti 2010) su più di un miliardo e 900 milioni di liquidità: più di Fininvest, Eni, o Stmicroelectronics (vedi tabella a pagina 128). Ma soprattutto molto più dei mezzi liquidi dei

GIUSEPPE ROTELLI. A SINISTRA: LA SEDE DI MEDIOBANCA

gruppi dell’inner circle della galassia, come l’Italcementi dei Pesenti, o la Pirelli di Tronchetti. La crisi, è questa un’altra novità di cui tenere conto, ha messo a dieta le grandi famiglie, e chi ha il proprio business industriale da curare non può più permettersi gli sfizi di un tempo. Viceversa, risulta premiato chi ha liquidità, e capacità di leva. Tanto che a manovrare contro l’affare è un outsider, come la Palladio di Roberto Meneguzzo, che ha rastrellato un pacchetto di Fonsai insieme alla Sator di
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Economia
Una Borsa per tre
I 40 titoli Ftse Mib della Borsa italiana aggregati in tre blocchi per “aree di appartenenza” e peso percentuale di ciascun blocco sulla capitalizzazione totale del mercato al 31/1/2012

Gli “ind 5,5% ipendenti
Buzzi Unicem Parmalat Banca Popolare dell’Emilia Romagna

Intesa Impregilo

Luxottica Autogrill

7,37 %
Banco Popolare Ubi Banca Azimut Holding

Popolare di Milano

Mediaset

Tenaris*

Campari Diasorin

Lottomatica

La galassia 29,26%
Generali

Tod’s*

Fiat

Ferragamo

Mps Prysmian

Mediolanum

Mediobanca

Pirelli Unicredit Atlantia Telecom

Enel

A2A

Ansaldo Sts Snam

ubblica zione p pa Terna par teci e chip a blu Le 41,30%

Saipem
Finmeccanica Eni Enel GP Stm
* escluse dal calcolo
Fonte: nostre elaborazioni su dati Borsa Italiana

Poltrone da Lord

Numero di incarichi ricoperti in società quotate nel 2011

21 14 9 9 8 7 5 2

Famiglia Caltagirone Francesco Gaetano 5*; Francesco 5; Azzurra 3; Alessandro 4; Gaetano 2; Saverio 1; Edoardo 1 Famiglia Ligresti Jonella 6; Giulia Maria 4; Paolo 3; Salvatore 1 Famiglia Benetton Gilberto 4; Alessandro 2; Luciano 1; Carlo 1; Giuliana 1 Famiglia Della Valle Diego 5; Andrea 2; Fabrizio 1; Emanuele 1 Famiglia Pesenti Giampiero 3; Carlo 5** Famiglia Berlusconi Marina 3; Piersilvio 2; Luigi 2 Famiglia Tronchetti Marco 3; Giuseppe 1; Luigi 1 Famiglia Del Vecchio Leonardo 2

Arpe, e ora vuole sedersi al tavolo (vedi pezzo a pagina 132). Camera con vista Per altri, invece, la crisi apre nuove opportunità. Lo si è visto con l’aumento di capitale di Unicredit, dove hanno fatto il loro ingresso Caltagirone, il patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio, e quello di Tod’s Della Valle. Ottima occasione di investimento finanziario? Certo. Ma la banca guidata da Federico Ghizzoni è anche il maggior azionista di Mediobanca (ha l’8,6 percento), e una camera con vista al piano

*nel 2012 si è dimesso da Mps. **all’inizio del 2012 ha lasciato l’incarico in Unicredit.
Fonte: Consob

FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE

attico della galassia sono in pochi a poterselo permettere. Loro tre sì. Non è detto però che vada loro altrettanto bene nella caccia a un posto in consiglio. Una nuova norma voluta dal governo Monti promette infatti di rompere con un colpo di maglio quegli “interlocking directorates”, gli incarichi incrociati, su cui hanno costruito la loro rete i Lord. E così, visto che Della Valle siede nel consiglio di Generali come Caltagirone, per entrambi dovrebbe scattare il divieto di cumulo e l’obbligo di scegliere tra l’uno e l’altro; l’unico libero è Del Vecchio, che dalle Generali si è dimesso da tempo. Sfide e soldi Oggi più che mai a condizionare i movimenti del potere economico sono i soldi. Poiché in giro ce ne sono pochi, chi detiene il capitale, comanda. Chi è in queste condizioni? Le banche - Unicredit e Intesa in testa - che per molti anni hanno fatto il bello e il cattivo tempo, oggi hanno le loro gatte da pelare tra crediti incagliati e ricapitalizzazioni. Le imprese private hanno preferito crescere a debito, piuttosto che irrobustire la propria struttura patrimoniale. E oggi si trovano in difficoltà. Il mer-

cato offre nuove interessanti partite: «C’è il business della sanità privata che avanza», dice Mauro Macchi, managing partner di Accenture, «nell’energia c’è la riconfigurazione delle utilities e delle reti, la meccanica di automazione va forte: il fattore del successo è la capacità di innovare». Per entrare in queste partite servono munizioni. E chi le possiede? Dalla tabella a pagina 129 appare chiaro che a fare la parte del leone nell’accumulo di capitale nel recente passato sono state le aziende pubbliche: per ogni euro di capitale dell’azionista, l’Enel ne ha “presi” 8,9 dal mercato, Finmeccanica 5,3. Ma anche i privati hanno fatto man bassa, Fiat e Telecom in testa. Ora reperire nuovi mezzi è diventato difficile. Il grande giacimento di capitale sono rimaste le assicurazioni: alle Generali non a caso Mediobanca ha assegnato il ruolo di holding di partecipazioni dei soggetti della sua galassia; per la Fonsai, non esita a cooptare Unipol, anche a costo di irritare Trieste con un concorrente in crescita. Media, croce e delizia La penuria di capitale ha il suo peso anche nella prossima partita del salotto buono, la Rcs, che con la chiusura del bilancio 2011 deve affrontare il rinnovo dei vertici. Cosa fanno gli azionisti di controllo, riuniti in un patto di sindacato che detiene il 63 per cento del capitale? Alcuni come Benetton, Toti e anche gli Agnelli, temendo un aumento di capitale per ripianare le perdite, avevano lanciato segnali di disimpegno. Il socio emergente, il signore delle cliniche Giuseppe Rotelli (un pacchetto di azioni dell’11 per cento, per di più fuori dal patto che governa la società, e quindi con le mani libere) puntava invece sull’aumento di capitale per crescere. Ma i tempi si sono fatti bui, e Rotelli nel frattempo ha speso 400 milioni per assicurarsi l’ospedale San Raffale. Così, per ora, è prevalsa la linea dello status quo: niente aumento di capitale, e bocce ferme. In attesa che la faccenda Fonsai-Unipol si risolva. Perché? Perché il patto di Rcs prevede che un cambio di proprietà della quota di uno dei pattisti mette in discussione la sua partecipazione al patto stesso. A quel punto, il 5,4 per cento dei Ligresti potrebbe andare al migliore offerente (magari Della Valle?). E cambiare di nuovo i giochi. ■

Avviso ai naviganti Massimo Riva

Banchieri senza qualità
L’ITALIA È IN RECESSIONE. Lo è “tecni-

130 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Foto: A. Dadi - Agf

camente” secondo la convenzione per cui un paese raggiunge questo cattivo risultato quando realizza una crescita negativa per due trimestri consecutivi. Ma le cattive notizie non sono finite. Secondo la voce autorevole del governatore Ignazio Visco, infatti, quest’anno andrà anche peggio con una caduta del Pil stimata all’1,5 per cento. Previsione, purtroppo, allineata (decimale in più o in meno) con quella dei principali osservatori internazionali. Simile prospettiva è davvero grama perché si innesta su una situazione economica e sociale già pesante con consumi e investimenti in frenata, mentre la disoccupazione soprattutto giovanile offre l’unico dato in aumento. Il tutto, come non bastasse, in un quadro di rallentamento generalizzato della nostra principale area di riferimento che è e rimane l’Europa. Il governo Monti, che ha dovuto calcare la mano del fisco per fermare la corsa verso il baratro dei conti pubblici, si mostra ora impegnato a bilanciare l’effetto frenante dei suoi primi provvedimenti con riforme anticicliche sia del mercato del lavoro sia del regime tributario. Quanto alle prime, posto che si riesca a mandarle in porto senza il contrappasso di dannose tensioni sindacali, non c’è comunque da aspettarsi che possano produrre effetti significativi se non nell’arco di qualche anno: è accaduto così anche in Germania dove forse si è innovato al meglio in materia. Frutti, viceversa, più immediati è lecito attendersi dal progetto di un taglio dal 23 al 20 per cento del prelievo sul primo scaglione dell’imposta sui redditi. Oltre che apprezzabile sul piano dell’equità sociale, tale misura potrà avere benefi-

ci esiti economici perché riguarda proprio quella gran massa di italiani a basso reddito che più degli altri si sono visti costretti a tagliare i loro consumi. Ma basterà questa sperata ripresa della domanda ad attenuare gli effetti negativi della recessione? Probabilmente no, perché oggi gli investimenti latitano non solo a causa dei bassi consumi ma anche in forza del corto circuito che si è verificato fra banche e imprese sul mercato del credito. Tanto che perfino lo stesso supremo vigilante del sistema - ovvero sempre il governatore Visco - ha ritenuto di dover suonare la sveglia ai suoi vigilati richiamandoli a fare il loro mestiere di finanziatori dell’economia reale. Un invito al quale i banchieri replicano che a calare è in realtà la domanda di finanziamenti da parte delle imprese, così sorvolando sul piccolo ma decisivo particolare che la richiesta di prestiti si appiattisce anche, se non soprattutto, a causa dei tassi d’interesse sempre più onerosi pretesi dai medesimi banchieri. Maggiori siano le colpe degli uni o degli altri, fatto sta che il cavallo non beve. Avrà anche fatto bene, quindi, la Bce di Mario Draghi a mettere a disposizione delle banche una montagna di denaro a buon mercato per evitare il tracollo del sistema creditizio. Ma se questi soldi si esauriscono principalmente in comodi acquisti di titoli pubblici - come sta accadendo si potranno pure salvare gli Stati dalle minacce di default e però al prezzo di lasciar morire le economie ad essi sottostanti. Negli anni Trenta il normale circuito dei crediti agli investimenti fu rimesso in moto anche riformando a fondo la struttura del sistema bancario. Perché oggi no?
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Economia PERSONAGGI
Scala la Fondiaria-Sai. Sfidando Mediobanca. L’ascesa del patron di Palladio. Cominciata rilevando perdite fiscalmente deducibili
DI LUCA PIANA

spalma i benefici sui piccoli azionisti di Fondiaria, visto che si vuole evitare l’Offerta pubblica d’acquisto (Opa) sulle quote di minoranza, dovuta in teoria nei casi di cambiamento degli assetti di controllo. Chi non vede di buon occhio l’incursione di Meneguzzo e Arpe sottolinea però che nessun altro, finora, ha proposto alcuna Opa sulla disastrata compagnia di Ligresti. E che forse nemmeno la coppia Meneguzzo-Arpe, se non farà intervenire un cavaliere bianco, può reperire i 2,5 miliardi di euro che si stimano necessari per lanciare l’Opa su Fondiaria e sulla controllata Milano Assicurazioni. E poi risanare il gruppo. In attesa degli sviluppi, dunque, l’attenzione è tutta sulla coppia di scalatori a sorpresa. Mentre Arpe è un volto noto, grazie alla lunga carriera in Mediobanca prima e in Capitalia poi, il finanziere vicentino si è mosso finora su posizioni più defilate. Oggi che è sceso in campo per la conquista di Fondiaria, viene descritto come «l’ariete che prova a sfondare il vecchio salotto di Mediobanca». O, ancora, come la punta di diamante di quell’imprenditoria veneta in genere tagliata fuori dai giochini del capitalismo italiano. Sull’origine delle sue fortune, tuttavia, si sa poco. Ricostruire i trent’anni di attività

della Palladio, in effetti, non è impresa facile. In una girandola di operazioni che hanno coinvolto di volta in volta società italiane e lussemburghesi, la Palladio ha infatti cambiato forma e azionisti più volte, perdendo lungo la strada alcuni investitori che negli anni Novanta l’avevano sostenuta con convinzione, come fece ad esempio lo storico manager dell’Antonveneta di Pa-

Foto: A. Paris - Imagoeconomica, P Scavuzzo - Imagoeconomica, S. Oliverio - Imagoeconomica .

C

ome avrà fatto i soldi? Da giorni in Borsa a Milano questa domanda è sulla bocca di tutti. L’uomo del mistero è Roberto Meneguzzo, colui che sta facendo tremare Mediobanca. Meneguzzo, 56 anni, è il commercialista-imprenditore originario della provincia di Vicenza che sta mettendo i bastoni fra le ruote all’operazione architettata da Alberto Nagel, il numero uno della più importante banca d’affari d’Italia, per unire due compagnie assicurative di prima grandezza come Fondiaria-Sai e Unipol. Attraverso la sua Palladio Finanziaria, che a Vicenza è nota per una serie di spericolate operazioni di ingegneria fiscale e per i rapporti con alcuni importanti esponenti del Pdl veneto, Meneguzzo ha prima rastrellato il 5 per cento di Fondiaria. Poi ha stretto un’alleanza con l’ex banchiere Matteo Arpe, oggi a capo di un’altra holding finanziaria, la Sator, che a sua volta ha comprato un ulteriore 3 per cento della compagnia assicurativa finita nei guai dopo anni di cattiva gestione da parte di Salvatore Ligresti. E ancora, insieme, hanno messo in piedi una serie di operazioni che, stando alle prime indiscrezioni, potrebbe portarli complessivamente al 20 per cento di Fondiaria. Una quota che permetterebbe a Meneguzzo e Arpe di bloccare la prevista fusione tra Fondiaria e Unipol, matrimonio che darebbe vita alla seconda compagnia italiana dopo il colosso Generali. E che è stato organizzato da Mediobanca con l’obiettivo, tra gli altri, di mettere in sicurezza gli ingenti prestiti che nel tempo la banca ha concesso a Fondiaria stessa. Da giorni le autorità di mercato e gli analisti finanziari si interrogano sulle strategie dei contendenti che combattono per la Fondiaria. I critici del matrimonio con l’Unipol osservano che l’operazione mette al sicuro le banche creditrici dei Ligresti ma non
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UN CERTO MENEGUZZO

dova, Silvano Pontello. Altri supporter pe- san, dove la Palladio incrocia interessi vicirò non l’hanno mai mollato o sono suben- ni a quelli di Lia Sartori, un’esponente di trati. Uno di questi è Roberto Ruozi, l’ex primo piano della politica locale, prima rettore della Bocconi che fu vicinissimo a con il Partito socialista poi con Forza Italia, Gianpiero Fiorani e alla Popolare di Lodi. che in Veneto la fa conoscere come «la doSpicca poi Vincenzo Consoli, numero uno gessa» del governatore Giancarlo Galan. di Veneto Banca, mentre altri ancora sono La Regione è da sempre il più redditizio celati dietro le fiduciarie che compaiono a cliente della Tesan, posseduta dalla Pallapiù livelli nel sistema di scatole cinesi che dio Partecipazioni, dove per alcuni anni figarantisce a Meneguzzo il ruolo di azioni- gura come consigliere di amministrazione sta di maggioranza. l’architetto Vittorio Altieri, socio di MeneLa Palladio in bilancio scrive oggi di ave- guzzo ma anche, fino alla scomparsa avvere attività per 494 milioni di euro e di gesti- nuta qualche anno fa, compagno di vita di re risorse di terzi, attraverso una serie di vei- Lia Sartori. Dettaglio importante: all’inizio coli d’investimento, per svariate centinaia del 2000, subito dopo l’ennesimo rimescodi milioni. All’inizio i primi soldi veri gli ar- lamento azionario della Palladio, la quota rivano però proprio da Mediobanca, che di controllo della Tesan viene venduta con alla fine degli anni Ottanta acquista per una una ricca plusvalenza a nuovi soci privati, ventina di miliardi di lire una piccola atti- affiancati però dalla finanziaria regionale vità di leasing che la Palladio ha creato ma Veneto Sviluppo. Una mossa che proietta la che non ha più le forze di gestire. All’epoca Regione nell’insolito doppio ruolo di clienMeneguzzo è solo uno dei professionisti te e di azionista della fortunata ditta. raccolti attorno al presidente Armando L’altro passaggio cruciale per il gruppo Cremonese, uno degli avvocati più noti di incrocia la nota finanziaria Gemina, da doVicenza. Molto abile nello stringere rela- ve arriva Giorgio Drago, che oggi ricopre zioni, il commercialista è però ritenuto l’ar- con Meneguzzo il ruolo di amministratore tefice di due operazioni che a metà degli an- delegato di Palladio. Si tratta di un’operani Novanta proiettano la società al centro zione che, stando a quanto è possibile ricodi un sistema di rapporti eccellenti. struire dai bilanci, porta la Palladio ad acLa prima riguarda una piccola attività di tele-assistenza per MATTEO ARPE (SATOR) E, A SINISTRA, LA SEDE DI FONDIARIA-SAI. monitorare lo stato di salute de- SOPRA, ROBERTO MENEGUZZO gli anziani e dei malati cronici, che la Regione Veneto sceglie di fornire sul proprio territorio. Il servizio è realizzato dalla Te-

Gli affari della sua società nella sanità con Lia Sartori, la «dogessa» di Forza Italia in Veneto

quistare e, nel giro di pochi mesi, a liquidare o rivendere una holding appartenuta al colosso elvetico Swiss Re, le attività nell’abbigliamento sportivo del Gft, nonché lo storico produttore di macchine da cucire Rimoldi Necchi. Una sequenza che, probabilmente, ha senso solo nel beneficiare fiscalmente delle perdite accumulate da alcune di queste società. Tutto ruota attorno a una holding che si chiama Sicen, che la Palladio acquista da Swiss Re a metà del 1995. Dentro la Sicen non c’è nulla se non un bel mucchietto di quattrini, 80,7 miliardi di lire, una plusvalenza che la società ha incassato vendendo un pacchetto azionario del 10,3 per cento del Lloyd Adriatico. La Swiss Re non può distribuirsi quelle risorse se non pagando una marea di tasse, come sembra indicare un fondo imposte messo nel bilancio di quell’anno, pari alla bellezza di 41 miliardi. Appena subentrato in Sicen, però, Meneguzzo utilizza il tesoretto per fare un prestito alla Palladio stessa, sposta la sede sociale da Roma a Firenze e ottiene la possibilità di posticipare la chiusura dell’esercizio di alcuni mesi. Nel frattempo compra dalla Gemina la Gft Sports Wear, che si porta dietro un bel carico di perdite fiscalmente detraibili. Non è però finita. Perché la Palladio acquista un’altra società in perdita (la Iniziative Finanziarie) che custodisce la proprietà della Rimoldi Necchi, rivende la stessa Rimoldi ai vecchi proprietari e, secondo quanto si deduce dai bilanci, ne utilizza le perdite sempre a fini fiscali. L’entità del beneficio di queste acrobazie è da calcolare, anche se probabilmente si tratta di decine di miliardi di lire. Quel che è certo è che Meneguzzo ne esce più forte di prima e che, da allora, gli affari decollano. Al punto che, dieci anni dopo, entra in affari direttamente con il colosso del Nord Est, le Generali, controllate per paradosso proprio da Mediobanca. Assieme ad altri soci ne compra il 2,2 per cento. Si dice che su quei titoli, che in Borsa sono crollati, ci sia oggi una perdita di oltre 400 milioni. Non tutto il male vien per nuocere, però, perché le Generali sono diventate il principale finanziatore di un altro veicolo d’investimento creato da Palladio, chiamato Vei Capital. Doveva investire in infrastrutture ma alla fine s’è comprato il 33 per cento della Snai, leader italiano delle scommesse ippiche. Il vero azzardo, però, è la scalata in Borsa. ■
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Economia DINASTIE

Duello su IMPREGILO
S
imili e opposti. Simili perché hanno in comune la struttura familiare. Opposti nel carattere. Il romano Pietro Salini, classe 1958, pare sempre avere sulla punta della lingua la frase del marchese del Grillo (copyright G.G. Belli): “io so’ io e voi nun siete un cazzo”. Beniamino Gavio, 46 anni, sembra il ragazzo di bottega persino a casa sua che è Tortona, paesone di 30 mila abitanti in provincia di Alessandria. L’assalto a Impregilo, numero uno quotata delle costruzioni in Italia, riflette il temperamento dei duellanti. Salini è partito all’assalto rastrellando in Borsa il 20 per cento circa dell’impresa, anche se lui contesta il termine “rastrellare”. Gavio, già azionista di Impregilo attraverso Igli, ha giocato in difesa. Si è rafforzato comprando la quota in Igli del gruppo Ligresti. Poi ha fatto un’offerta consistente ai Benetton, terzo socio di Igli. Calcolando anche la quota di Pon-

PIETRO SALINI E, SOTTO, BENIAMINO GAVIO. A SINISTRA LA DIGA DI KARAHNJUKAR (ISLANDA), REALIZZATA DA IMPREGILO

Gavio e Salini affilano le armi per arrivare al controllo della società di costruzioni. Ecco come e a cosa puntano
DI GIANFRANCESCO TURANO
zano Veneto, il segnapunti del match vede Gavio in testa per 30 a 20. Poiché il flottante residuo è poco meno del 50 per cento, la partita è aperta e ogni risultato è ancora possibile. Può vincere l’attaccante Salini con un’Opa valutata a 1,2 miliardi di euro. Può prevalere la difesa di Gavio, che ha sempre la risorsa di una controfferta in Borsa. Alcuni puntano sul pari, con una Grosse Koalition d’impresa. Il modello Mario Monti applicato alle ruspe eviterebbe un’inutile emorragia di risorse finanziarie. E l’Italia, si sa, non è paese per Opa. Dall’1X2 teorico alla pratica, alcuni elementi inediti potrebbero incidere sull’esito dello scontro. Benché Salini e Gavio siano entrambi alla guida di un gruppo in origine trasmesso agli eredi da due fratelli (rispettivamente Simonpietro e Franco Salini, Marcellino e Pietro Gavio), i rapporti tra i rami della famiglia hanno un’impronta ben diversa. A casa Gavio tra i cugini regna l’accordo. Be-

niamino e Daniela, figli di Marcellino morto a novembre del 2009, si sono divisi i compiti e le aree di gestione con Marcello e Raffaella, figli di Pietro scomparso nell’aprile del 2009. I più operativi sono i due maschi, con Beniamino che segue costruzioni e concessioni autostradali, mentre Marcello si occupa della flotta di mezzi pesanti, delle manutenzioni e dell’immobiliare. Un trio di manager esterni completa la squadra. L’eminenza grigia è l’intramontabile Bruno Binasco, “il Dottore” come lo chiamano a Tortona. Con lui ci sono Paolo Pierantoni, il tecnico di caselli e corsie, e Alberto Sacchi per la parte finanziaria. In via della Dataria, ai piedi del Quirinale, dove ha sede il gruppo Salini, tiFoto: A. Scattolon - FotoA3, C. Carino - Imagoeconomica, Corbis

Il pedaggio a Benetton
Costruzioni o concessioni? Il dilemma, a casa Benetton, ha avuto vita breve. L’uscita da Impregilo della famiglia veneta è l’abbandono definitivo dei cantieri in favore dei caselli. In verità, la trattativa con Gavio comporta anche una razionalizzazione delle varie concessionarie autostradali. Le società raccolte sotto l’ombrello di Atlantia-Aspi hanno presentato buoni risultati economici ai consigli di amministrazione tenuti la scorsa settimana. Ma durerà? L’aumento automatico dei pedaggi compensa il calo del traffico che, però, dovrebbe diminuire ulteriormente nel 2012. Si calcola che un punto in meno di pil equivalga a un meno 4 per cento nei passaggi al casello. Per questo motivo, Atlantia vuole tagliare in Italia per aumentare la presenza in Sudamerica. Da questo punto di vista, la trattativa con Gavio su Impregilo presenta chiari vantaggi rispetto a un negoziato con Salini. Con l’acquisto dai Benetton della Torino-Savona, il gruppo guidato da Beniamino Gavio si assicura una presenza esclusiva sul quadrante di Nordovest, ad eccezione della Valle d’Aosta. In cambio, Gavio cederà la cilena Autopista del Pacífico, 119 chilometri di autostrada a pedaggio che interessano ad Atlantia.

ra un’aria sempre più tesa per i problemi di governance tra i due rami della famiglia. Il 9 febbraio, pochi giorni fa, è stato registrato il trasferimento a Milano della Salini costruttori che è la società controllata dall’accomandita di Simonpietro con il 47 percento e dalla Sapar di Franco con il 43 percento. Un’operazione incomprensibile se non si considera il precedente, datato 21 dicembre 2011. Poco prima di Natale la Salini costruttori, fulcro operativo dell’intero gruppo, è stata svuotata dal suo portafoglio lavori. La polpa dell’impresa è stata conferita nella controllata Salini spa. Nel trasferimento del ramo d’azienda, Salini costruttori ha conservato l’indebitamento a medio-lungo termine. In questo modo, Pietro Salini non ha solo allungato la catena di controllo e prorogato gli amministratori rispetto all’originaria scadenza al prossimo giugno, ma ora i suoi cugini riuniti nella Sapar di Franco Salini hanno il 43 percento di una holding senza commesse e con 113 milioni di euro di debiti, secondo i dati del bilancio 2010. Va da sé che l’operazione su Impregilo la sta conducendo la Salini spa, dove Pietro Salini è padrone assoluto. Sul trasferimento di sede, spiegabile anche con la volontà di guadagnare tempo spostando il lungo contenzioso di famiglia dal tribunale di Roma a quello di

Milano, c’è stata l’impugnazione degli eredi di Franco, che hanno vinto il ricorso con procedura d’urgenza. Il ramo cadetto starebbe considerando un’azione analoga, da qui ai prossimi giorni, anche sullo svuotamento di Salini costruttori a favore di Salini spa. Per l’appoggio a un’eventuale Opa Salini su Impregilo circolano i nomi di alcune banche straniere, Jp Morgan e Bnp Paribas, l’azionista di controllo di Bnl. Gavio non ha ancora fornito l’identikit di un possibile partner per la controOpa, anche se si conoscono i suoi rapporti privilegiati con Mediobanca, ereditati dai tempi in cui il padre Marcellino si fece riorganizzare il gruppo da Enrico Cuccia. Ma è la preistoria. Nella concessione di credito alle aziende, l’attualità è molto più difficile. In questo

campo, comunque, sembra favorito il gruppo Gavio. Nel consolidato 2010, l’ultimo bilancio a disposizione, la holding Aurelia ha esibito una contabilità brillante con 2,2 miliardi di euro di ricavi, 170 milioni di utili, 1,7 miliardi di euro di debiti verso il sistema bancario e un patrimonio netto di 2,1 miliardi di euro. Nello stesso anno, Salini costruttori ha ricavato 1,1 miliardi di euro, la metà dei rivali di Tortona, con 31 milioni di utili netti, 370 milioni di euro di debiti con le banche e un patrimonio netto di 231 milioni. Dal punto di vista dei finanziatori, il fattore decisivo a vantaggio di Gavio sta nel suo portafoglio di concessionarie autostradali. I pedaggi, in crescita automatica dopo il provvedimento del governo Berlusconi nel 2008, fanno del gruppo piemontese una banca drivein. Nonostante il calo del traffico, nel 2011 i risultati economici sono in crescita. Sul fronte Salini, invece, pesa l’assorbimento dell’impresa Todini. L’azienda umbra, guidata dall’ex europarlamentare forzista Luisa Todini che oggi siede nel cda di Salini, ha portato alla società romana un portafoglio lavori robusto sull’estero e in esaurimento sul mercato italiano, oltre a parecchi debiti. Insomma, l’attacco sferrato da Salini su Impregilo potrebbe esporre il gruppo romano al contropiede. Forse per questo, da via della Dataria stanno partendo segnali di dialogo e di confronto sul piano industriale da presentare all’assemblea dei soci Impregilo. Oggi come oggi, il vero punto debole di Gavio non è in banca né in Borsa ma negli uffici giudiziari, come varie volte in passato. L’affaire Milano-Serravalle, con un’ipotesi di corruzione dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati da parte del gruppo piemontese, ha da poco visto il sequestro preventivo di 14 milioni di euro all’impresa Codelfa dei Gavio, su ordine del tribunale di Monza. Ma le inchieste procedono come certi lavori autostradali, con tempi lunghi e incerti. Chi diventerà il primo costruttore italiano si saprà molto prima. ■
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134 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Economia

Una lite lunga MILLE MIGLIA

AUTOMOBILE CLUB

IL MONASTERO DI MONTE ULIVETO MAGGIORE. DA SINISTRA: L’ULTIMA EDIZIONE DELLA MILLE MIGLIA; LA SEDE DI EQUITALIA A ROMA

La corsa storica, la governance, il bilancio. A Brescia l’ente è tra i veleni
DI MAURIZIO MAGGI
Angelo Centola e dei consiglieri Bonomi, Gnutti e Gaburri. Tutti e e tre evidentemente muniti del dono dell’ubiquità. Nell’esposto c’è spazio per la discussa vicenda della cessione dello sfruttamento del marchio Mille Miglia alla Chopard, per il settore orologi. Secondo Ramponi, l’accordo (i cui termini non sono mai stati resi ufficialmente noti) ha creato un grosso danno economico all’AcB e favorito l’azienda elvetica. Negli ultimi cinque anni, da quando è gestita dal consorzio di imprese ligure e romane guidato da Alessandro Casali, la Mille Miglia è diventata un evento sempre più internazionale, con un giro d’affari di 6-7 milioni di euro, e manifestazioni in giro per il mondo, dalla California agli Emirati arabi. Il contratto con l’attuale gestore, che sgancia all’ente 1,2 milioni di euro, scade con l’edizione 2012. L’AcB è intenzionato a far tornare la gestione in casa, in nome della brescianità. Ma se lo farà senza affidarsi a pubbliche gare, la guerra in tribunale s’arricchirà di un altro pesante capitolo. ■

O

ra c’è pure lo spettro del falso in bilancio nella lunga battaglia sugli affari dell’Automobile Club di Brescia (AcB). Già commissariato in passato, con tanto di arresti clamorosi (finì ai domiciliari anche Giuseppe Lucchini, il figlio del re del tondino, Luigi), l’ente scatena appetiti soprattutto perché gestisce la corsa storica Mille Miglia. Nell’ultimo tassello della battaglia giudiziaria che contrappone gli esponenti della lista che ha perso nel 2009 le elezioni per governare l’AcB e l’attuale leadership incarnata da Aldo Bonomi, vicepresidente della Confindustria, la Mille Miglia ha un ruolo importante. Prima e dopo le votazioni, le prime a vedere due liste contrapposte, il capo degli sconfitti, il commercialista Giulio Ramponi, ha denunciato alla magistratura i presunti brogli elettorali (tessere regalate, firme false per la presentazione della lista) della lista “Rinnovo nella tradizione” di Bonomi. In attesa che la magistratura si pronunci, lo scorso 2 febbraio al tribunale di Brescia è arrivato l’esposto-denuncia di un socio, S.B., che ritiene falso il bilancio dell’AcB, approvato il 28 aprile 2011: questo perché non poteva contenere i saldi corretti dei conti della controllata AC Brescia Service Srl, che è stato approvato contemporaneamente a quello dell’ente controllante il 28 aprile, negli stessi minuti, alla presenza del medesimo segretario
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Equitalia sei esosa
Per la Cassazione le sanzioni sono illegittime
DI PETER D’ANGELO

FISCO / UNA SENTENZA

C’

è una sentenza, datata febbraio 2007, che potrebbe annullare le sanzioni di migliaia di cartelle di Equitalia. Una sentenza della Corte di Cassazione per anni introvabile anche nei database giuridici più forniti. Una pronuncia che, almeno sulla carta, segna un piccolo gol a favore dei debitori del fisco, dichiarando “illegittime” le sanzioni che la società di riscossione applica sulle multe e sulle ammende amministrative. A partire dalle infrazioni del codice della strada. Per cinque anni, da quando cioè la Cassazione s’è pronunciata, nessuno ne ha mai sentito parlare. Fino a quando un avvocato di Bari, Vito Franco, ha deciso di andare in fondo alla vicenda. Abbonato a una delle più prestigiose banche dati giuridiche private d’Italia si mette a dare la caccia alla sentenza fantasma. Eppure anche negli archivi telematici per i professionisti non trova alcun riscontro. Quel pronunciamento fantasma sembra non esistere. La ricerca si trasferisce online, fra siti, blog giuridici, forum di discussione fra fiscalisti. Anche qui niente. L’unica soluzione è andare a Roma e spulciare negli archivi cartacei della Suprema Corte. E così, si mette a scar-

tabellare fra mucchi di carte alti come armadi. E alla fine ecco che spunta la sentenza annulla-sanzioni. È stata depositata in Cassazione il 16 luglio 2007. Porta il numero di protocollo 3701. E parla chiaro: gli interessi del 10 per cento semestrale applicati da Equitalia sono illegittimi. Una pretesa del fisco, insomma, che i giudici contestano, spiegando che non è diritto dello Stato incassare quella specie di tassa sulle multe. Eppure, anche di fronte a una decisione del genere, dal 2007 a oggi Equitalia ha continuato ad applicare il rincaro: «Non è cambiato nulla. Le maggiorazioni continuano a essere presenti in tutte le cartelle relative alle sanzioni amministrative», spiega l’avvocato Franco. Proprio come risulta da centinaia di cartelle esattoriali. Gli esempi possono essere molti. Una, ad esempio, chiede la riscossione di 13.561 euro per un cumulo di multe non pagate. Ecco che nel conto di Equitalia ben 3.292 euro di maggiorazioni, secondo la sentenza della Cassazione, sarebbero “illegittime”. Un caso molto diffuso, visto che gli automobilisti in debito con il fisco sono una percentuale piuttosto alta dei “clienti” di Equitalia: «A occhio e croce potrebbero rappresentare il 30 per cento delle cartelle emesse», spiega il legale, che fa da consulente anche a un’associazione di tutela dei consumatori, l’Assdac di Bari, che negli ultimi anni ha presentato oltre 3.500 ricorsi. A fare due conti le sanzioni “irregolari” creano maggiorazioni di milioni di euro, soldi che non sarebbero dovuti, secondo la Cassazione. Che sul “no” alla sovrattassa del 10 per cento parla chiaro: in caso di ritardo nel pagamento della sanzione, va applicata «l’iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10 per cento. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». ■

Fate luce in abbazia

FOTOVOLTAICO

Una centrale nelle Crete senesi. Per i frati. Ma è polemica
DI MARIO LANCISI
ra et labora, recita il motto di San Benedetto e i monaci dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore, nel comune di Asciano, hanno preso molto sul serio il precetto del fondatore. Tra il canto delle lodi e dei vespri da anni i monaci gestiscono infatti un’azienda agricola di 850 ettari coltivando farro e ceci, producendo vini e olio. I discepoli di San Benedetto hanno deciso ora di dedicarsi anche al fotovoltaico. Nel giro di pochi mesi hanno presentato alla provincia di Siena un progetto per la costruzione, in un terreno di 4.500 metri quadrati della loro azienda, di un impianto fotovoltaico da 199 kw. Ma il diavolo sembra averci messo lo zampino. Al progetto dei monaci infatti si è opposta l’azienda agricola Mezzecrete, della famiglia Mezzedimi, origine senese, architetti da generazioni. La quale ha promosso una campagna pubblicitaria sui giornali locali con lo slogan: “Crete Senesi a rischio”. Sì, perché l’azienda dei monaci si trova nel cuore delle Crete senesi ed è vincolata paesaggisticamente dal Codice Urbani, salvo - e solo per una manciata di metri - il terreno dove dovrebbero essere installati i pannelli.

O

A dar man forte all’azienda Mezzecrete è scesa in campo anche Italia Nostra per la quale non ci sono dubbi: i pannelli solari, posti in collina, sarebbero visibili da tutta la vallata del fiume Ombrone fino a 11 km di distanza e rappresenterebbero uno sfregio nella visione delle Crete, descritte dalla stessa agenzia per il turismo di Siena come «terra dei grandi panorami dove lo sguardo può spaziare ovunque, inseguendo orizzonti lontani, linee mirabili…». I monaci però non mollano. Di rinunciare ai pannelli solari non ci pensano proprio. Padre Vito Lofiego, l’economo di Monte Oliveto, ha spiegato al “Corriere di Siena”, che per mantenere l’abbazia i monaci sono costretti «a investire su ciò che può produrre reddito». E che si tratti di un buon investimento (per l’energia prodotta si stima un ricavo di 80 mila euro l’anno) lo si deduce dal fatto che la Congregazione di Monte Oliveto ha già versato all’azienda Icp Energie, installatrice dei pannelli, un acconto di 540 mila euro su un totale di 700 mila, pur senza avere in mano i necessari permessi. Ma i monaci, convinti delle loro ragioni, sostengono che il loro progetto è in regola con le normative. Anche con quelle della Regione Toscana. Che un anno fa ha approvato una legge che vieta di installare impianti da 200 kw e oltre nelle aree agricole di pregio. Ma il progetto dei monaci, guarda caso, si ferma a 199 kw. Per 1 kw e per qualche metro, tutto in regola? «La legge consente in via eccezionale di installare gli impianti, ma col minore impatto paesaggistico. Basterebbe localizzare l’impianto in una zona nascosta anziché in aperta collina», spiega Marcello Mezzedimi della azienda Mezzecrete. Che è determinata ad andare fino in fondo. Ricorrendo, se necessario, al Tar, se la provincia di Siena dovesse dare ragione ai monaci. Contando sul fattore tempo. Sì, perché la nuova norma del decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti prevede - oltre all’abolizione degli incentivi per il fotovoltaico sui terreni agricoli - che i progetti già approvati o presentati siano realizzati entro un anno. Intanto l’assessore all’Urbanistica della Regione Toscana Anna Marson, ha elaborato una serie di criteri “per il miglior inserimento di impianti fotovoltaici” nel paesaggio. Come appunto le Crete senesi. ■
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Foto: B. Roessler- dpa / Corbis, Ag. Sintesi, S. Campanini - AGF

n. 9 - 1 marzo 2012

Società
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PERSONAGGI

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MODE

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TALENTI

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TEMPO LIBERO

Mostre

Vanità in fiera

La vanità, per Peter Lindbergh, è una donna seducente e sicura di sé. Come le top model Cindy Crawford, Helena Christensen, Linda Evangelista, Claudia Schiffer, Naomi Campbell. Per David LaChapelle la vanità è eclettica e imprevedibile come il colore fucsia, superba come il fisico della modella sudanese Alek Wek. È elegante e sofisticata per Richard Avedon, che la rappresenta con Marilyn Monroe, Brigitte Bardot e Sophia Loren. Provocatoria e persino splatter per Guy Bourdin. È perfetta, come la somiglianza tra due gemelle per Louise Dahl-Wolfe. O rigorosa, se incarnata dai tratti geometrici della Brigitte Bauer di Franz Christian Gundlach. Gundlach, collezionista e fotografo, sul concetto di vanità ha costruito un mondo, raccogliendo per anni l’interpretazione che i più grandi fotografi di moda ne hanno dato. Il risultato è “Vanity. Fashion - Photography from the F.C. Gundlach Collection”, in mostra alla Kunsthalle di Vienna: un percorso che racconta la storia della fotografia di moda dagli anni ’20 a oggi. Un itinerario segnato dall’audacia dei nudi di Helmut Newton e dalla dolce vita sognante di William Klein. Ci sono le star rock’n’roll di Nick Knight e il glamour classico delle dive di Cecil Beaton. Fino all’estetica “less is more” di Irving Penn (fino al 2 aprile). Micol Passariello

OSSERVATORIO SKIPASS

Il senso degli italiani per la neve
Con le nevicate delle ultime settimane gli italiani riscoprono il gusto per le vacanze ad alta quota. E al posto di una destinazione esotica, preferiscono evadere, anche per brevi periodi, in un confortevole hotel sulle piste da sci in località vicine a casa. Il tutto puntando su strutture il più possibile aperte ai bambini, con “baby club” e maestri di sci per i piccoli. È la fotografia del Belpaese e del suo rinato “senso per la neve” secondo un’indagine condotta da JFC per Skipass Panorama Turismo, centro di ricerca specializzato nel mercato del turismo e degli sport invernali di Skipass, fiera di punta del settore. E per le famiglie italiane, che rappresentano il 56,6 per cento degli ospiti delle località montane d’Italia, il 2012 segna il ritorno all’acquisto delle attrezzature tecniche rese più accessibili, invertendo la passata tendenza al noleggio. Enrico M. Albamonte

Foto: B. Jonkmanns - Laif / Contrasto

DESTINAZIONE LUNA

Sembrava lontanissimo il giorno in cui i turisti sarebbero arrivati sulla Luna. Invece ci siamo. Partiranno tra la fine del 2012 e il prossimo anno i primi vacanzieri intergalattici. E lo faranno in uno scalo d’eccezione, un aeroporto spaziale. Costruito nel deserto del New Mexico e voluto dal multimiliardario britannico Richard Branson per i suoi voli Virgin Galactic, “Spaceport America” è un progetto dell’architetto inglese Norman Foster. Concepito pensando a una maxi navicella spaziale, lo scalo è studiato per avere il minimo impatto ambientale: l’edificio riduce all’essenziale le emissioni di anidride carbonica e si alimenta con energie alternative. Il costo di un volo? Sui 200 mila dollari. M. P.

CORTINA D’AMPEZZO. A SINISTRA: LO SPACEPORT AMERICA. SOPRA: BRIGITTE BAUER DALLA MOSTRA ALLA KUNSTHALLE DI VIENNA

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Società Polemiche
In barba ai rischi per la salute, a divieti e sanzioni, alle campagne informative. La passione per le bionde non cala. Anzi: è il contrario. E il mercato ne approfitta

F

DI PAOLO CAGNAN

LA RIVINCITA DEI FUMATORI
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umatori italiani, vil razza dannata? Forse sì. Ma in via d’estinzione, decisamente no. Quasi 12 milioni di amanti della nicotina non sono certo pochi. Secondo l’ultimo annuario Istat, sono il 22,3 per cento della popolazione: considerando che nel 2005, ovvero nell’anno dell’introduzione della legge antifumo, erano il 25,6 per cento, cantare vittoria è perlomeno inopportuno. La scomparsa delle sigarette da tutti i luoghi pubblici (uffici, scuole, bar, ristoranti) può aver dato l’impressione che la pattuglia dei fumatori si sia notevolmente assottigliata, ma le statistiche dicono un’altra cosa. E cioè che, malgrado una legislazione considerata tra le più severe d’Europa, il numero degli ultrà della “cicca” in Italia è sostanzialmente stabile da anni. Resistente ad ogni forma d’ostracismo sociale e, anzi, pronto a prendersi la sua rivincita con l’appoggio di una folta schiera di alleati: dai locali di tendenza alle compagnie telefoniche, dalla moda alle case automobilistiche. Sono i membri di una fiorente industria trasversale che proprio sulle campagne antifumo si sta ricavando spazi commerciali tutt’altro che secondari. C’è infatti chi, in Italia ma anche nel resto d’Europa, considera i fumatori un target molto interessante. A dirlo è un’indagine condotta dalla società Euromonitor International di Londra. Sono trascorsi otto anni da quando l’Irlanda aprì la via europea alla lotta alla

Società
È come convertirsi a una religione

nicotina, introducendo per prima il divieto di fumo in pub e ristoranti. Da allora, quasi tutti i Paesi dell’Unione europea hanno adottato norme simili; ultima arrivata, l’Austria nel 2009. Il rovescio della medaglia è che l’Europa non dispone di una legislazione unica e univoca in materia di lotta antifumo e in molti casi sono emersi buchi legislativi. Paesi con un elevato numero di tabagisti, come Grecia e Ungheria, hanno previsto restrizioni piuttosto soft, mentre la Spagna ha rafforzato lo scorso anno i divieti sanciti ancora nel 2006; nel frattempo i risultati sono poco efficaci. In Italia, secondo un’indagine Doxa del 2011, chi ha smesso di fumare lo ha fatto soprattutto per problemi di salute: alla domanda «Quanto hanno influito i divieti nella sua decisione?» il 43,2 per cento ha risposto «per nulla», il 26,8 «poco» e il 27,1 «abbastanza». Solo il 2,9 per cento ha detto «molto». L’identikit del fumatore tracciato dall’Istat vede la netta prevalenza degli uomini sulle donne (rispettivamente il 28,4 per cento contro il 16,6), ma la quota femminile è in ascesa. Così come non c’è verso di fermare la propensione al vizio tra i giovani: nella fascia tra i 25 e i 34 anni si registra una diffusione record di fumatori, addirittura il 38,9 per cento tra i maschi e il 22,4 tra le donne. Non sarà un caso che il 71,3 per cento degli italiani abbia acceso la prima sigaretta sotto i vent’anni. Ma il dato sconfortante è un altro. Alla domanda: «Lei sta pensando seriamente di smettere nei prossimi sei mesi?», il 78,2 per cento ha risposto che no, non ci pensa nemmeno. La situazione è simile in molti altri Paesi d’Europa. Così, c’è chi sta facendo rapidamente dietrofront, laddove le leggi lo consentono. Emblematico il caso austria-

co, record europeo di tabagisti con il 30 per cento della popolazione: qui, avendo avuto facoltà di scegliere se applicare o meno i divieti anti-fumo, la quasi totalità dei piccoli bar e caffè (con superficie inferiore ai 50 metri quadrati) ha deciso di tenersi stretti i fumatori. La stessa catena di wine bar e ristoranti Wein & Co ha riaccolto i “raucher”, i fumatori appunto, dopo averli sbrigativamente cacciati: gli incassi erano crollati del 20 per cento; inSOTTO: LO SCRITTORE DAVID SEDARIS, ACCANITO FUMATORE

Anche l’America traballa, sedotta dal “nicotine chic”. E i serial tv di successo mostrano atmosfere anni ’50, dense di fumo: da “Mad Men” a “Pan Am”
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vece l’apertura sperimentale di uno spazio apposito in un nuovo locale viennese ha avuto un tale successo da far rivedere ogni decisione. Fatto singolare, i 300 dipendenti si sono detti d’accordo: anche le loro mance (in tedesco si dice “trinkgeld”, letteralmente soldi per bere) erano drasticamente diminuite. Molti altri bar e locali, costretti dalle leggi dei rispettivi Paesi a vietare il fumo, si sono ben presto adeguati. All’inizio erano solo i posacenere all’esterno, per consentire ai clienti di fumare e rientrare. Poi sono venuti i “funghi” riscaldati e le tettoie. Infine, gazebo esterni e persino minipagode. Visto che in molte nazioni è consentito creare locali separati purché siano isolati e dotati di adeguati impianti d’aerazione, chi non ci aveva pensato prima ora torna sui suoi passi, alla grande. L’hotel di lusso parigino The Royal Monceau, a due passi dagli Champs-Elysées, ha aperto La Fumée Rouge, un cigar-bar ideato da Philippe Starck con tanto di deposito climatizzato per i sigari dei clienti. Un altro club privato frequentato da attori e musicisti, Chez Castel nel Quartiere latino, ha creato la sua sala fumatori, alle pareti i poster di celebri amanti della ni-

«Non si dovrebbe mai prestare denaro a chi fuma sigarette al mentolo. Non c’è da fidarsi. Ma i peggiori sono i fumatori occasionali. Sottoclassi colpevoli di aver fuorviato i brand di tabacco, di averli portati sulla cattiva strada: quella del light e ultralight». A parlare, al magazine “New Yorker”, è David Sedaris: se c’è un esperto in fatto di fumo è lui. Lo scrittore americano provoca e paragona la scelta di una marca di sigarette alla religione: «Scegliere cosa fumare è un po’ come decidere in cosa credere. Anzi, è meglio: puoi convertirti più facilmente». Era ancora a scuola quando ha iniziato a fumare, «mio padre mi diceva “è veleno”. Mia madre vedeva il lato positivo: “Ora so cosa metterti sotto l’albero a Natale”». Senza contare il fascino alla Humphrey Bogart. «Per tipi come me, che parlavano cinguettando con voce flebile, iniziare a fumare è stata una manna dal cielo. Un rimedio per giunta con un buon sapore. Soprattutto la prima sigaretta del mattino». Per poter fumare in santa pace in passato ha persino lasciato una New York asserragliata dai divieti di fumo, e si è trasferito a Parigi, ha raccontato. Un antiproibizionista in un’America a tolleranza zero. «Le persone vivono in città iperinquinate, ma se ti accendi una sigaretta per strada iniziano a tossire». Qualche anno fa Sedaris ha pubblicato una raccolta di racconti dal titolo “Diario di un fumatore” (Mondadori). «Adoro l’odore delle sigarette, non ci posso far niente. Mi fa pensare al profumo della torta di mele, o del bacon croccante». Micol Passariello

Inguaribile Richards
Sulla copertina di “Life”, la sua autobiografia, campeggia una foto in bianco e nero: il profilo segnato da rughe profonde dell’ultimo ribelle del rock’n’roll. E una Marlboro che gli pende dalle labbra. Keith Richards, il leggendario chitarrista dei Rolling Stones, ha rinunciato a (quasi) tutto, ma non al piacere delle bionde. Ormai lontani i tempi degli stravizi e la dipendenza dall’eroina, il musicista inglese continua a essere un fumatore impenitente. Sono migliaia gli scatti che lo immortalano con la sigaretta in bocca: un marchio di fabbrica. Un annuncio pubblicitario vivente, e gratuito, per i produttori di tabacco. Nel dvd del “Live at the Hollywood Palladium” si nota il microfono col posacenere agganciato all’asta, e Keith che accende una bionda dietro l’altra. Ancor più iconica la sigaretta incastrata tra le corde della chitarra: un’immagine che i fan hanno mandato a memoria. Perché Richards non ha mai smesso di fumare, come rivela quella voce arrochita. Del resto, fu lui a scrivere in un verso della canzone più famosa, “(I Can’t Get No) Satisfaction”, che l’omino della pubblicità «non è un uomo, perché non fuma le stesse sigarette che fumo io». Roberto Calabrò

cotina. Parigi, ma anche Berlino: dalla Havana Smokers’ Lounge del Newton Bar all’esclusivo Grill Royal sino al Times Bar dell’Hotel Savoy sulla centralissima Ku’Damm, sono in molti a caccia degli amanti di sigari e sigarette. Un diverso segmento, racconta lo studio di Euromonitor, riguarda le catene alberghiere e i singoli esercizi che si rivolgono esplicitamente ai fumatori. Sul portale www.smokingwelcome.com è possibile trovare gli hotel che lasciano liberi i clienti di fumare nelle loro stanze,

a dispetto dell’odore acre che il fumo lascia e dei rischi per la salute. Dalle Bahamas ad Andorra, dal Canada alla Grecia, non mancano le proposte, anche se l’elenco degli aderenti non è proprio sterminato. Un’alternativa pratica molto più hi-tech è quella ideata dalla croata TDR, che si è inventata il primo pacchetto di sigarette -marca Ronhill - interattivo: dotato di codice QR, se scannerizzato attraverso uno smartphone consente il collegamento ad un sito che mostra la mappa dei locali situati negli immediati dintorni; dove, ovviamente, il fumo è consentito. Un’applicazione che presto potrebbe essere copiata da altri. E poi c’è il filone “nicotine chic”. La maggior parte dei player del settore lifestyle ha abbandonato l’abbinamento con la sigaretta, considerato disdicevole, ma alcuni non vi hanno rinunciato. Anzi, vista la diminuita concorrenza, hanno deciso di puntare proprio sul tabacco. Nel campo della moda brand come Cartier, Pierre Cardin e Yves Saint Laurent hanno consentito alle case produttrici di usare i propri logo. YSL produce sigarette “fashion” destinate soprattutto alle donne russe e asiatiche e la modella utilizzata per

la campagna pubblicitaria assomiglia significativamente a Kate Moss, che lo scorso anno si presentò in passerella a Parigi per Louis Vuitton con una sigaretta in bocca, scatenando un coro di riprovazione. Porsche Design, sussidiaria della casa automobilistica, ha lanciato, definendolo un “oggetto culturale”, un sofisticato narghilè al prezzo di 2 mila sterline, ora in vendita sui prestigiosi scaffali di Harrods. Anche la fiction si ispira al fascino vintage della sigaretta. Due serie tivù americane di successo, “Mad Men” e “Pan Am”, celebrano gli anni Cinquanta e Sessanta, quando lui con la sigaretta tra le dita era un viveuer e lei una donna finalmente emancipata. Fortuna che siamo negli Usa, patria di ogni crociata anti-nicotina. Ma in Italia come vanno le cose? Una buona parte dei 34 mila alberghi ha mantenuto un certo numero di stanze per fumatori, anche se quantificarle non è possibile. La clientela internazionale, a cominciare da americani e scandinavi, apprezza i divieti introdotti, ma specie nelle grandi città, spiegano alla Federalberghi, si fa strada un turismo d’affari che spesso non intende rinunciare al vizio. È il caso dei cinesi, grandi tabagisti, il cui aumento

esponenziale nei nostri alberghi potrà in futuro creare qualche problema a più di un hotel, specie quando viaggiano in delegazioni. Non esistono statistiche neppure per bar e ristoranti: anche per questo, l’analisi diverge. «La sensazione è che, in questi ultimi anni, diversi ristoranti abbiano allestito salette per fumatori», interviene il direttore di Fiepet-Confesercenti, Tullio Galli: «Di certo più di quanti lo fecero all’indomani dei divieti, anche perché la conversione dei locali è piuttosto costosa e impegnativa. Subito dopo la legge del 2005 si parlò di un misero 2 per cento, adesso forse siamo tra il 5 e l’8 per cento. Ma è solo una stima». Quanto ai bar, hanno retto alla prova, laddove più d’uno pronosticava il loro collasso: «Una grande prova di maturità sia degli imprenditori, sia dei consumatori», commenta Galli. La Fiepet aveva chiesto, in verità, che dal divieto di fumo fossero
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Foto: A. Wandael - Gallerystock, G. Jepson - Black Archives Pag. 132-133: G. Aroch - Trunk Archive / Contrasto

Società
La sigaretta è mia e la gestisco io
COLLOQUIO CON PAOLA GREMIGNI DI SABINA MINARDI

I NUMERI DEL BUSINESS
Quanto vale complessivamente il mercato del tabacco in Europa (in milioni di euro)

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Foto: D. Myers - Corbis (2)

Piaceri che danno dipendenza. Gesti che lentamente diventano abitudini quotidiane, tra le più nocive. Paola Gremigni, ricercatrice confermata del dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, si occupa di questo: delle ragioni profonde che inducono a esagerare. Compulsioni come il mangiare troppo. O il fumare: il suo libro, intitolato “Psicologia del fumo” (edito da Carocci), è dedicato alle motivazioni, alle credenze, ai valori, agli obiettivi e alle caratteristiche del tabagismo. Perché il fumo è, prima di tutto, un comportamento. E solo avendo chiari i meccanismi psicologici che lo sostengono è possibile smettere. Fumare fa male: è oggi un’informazione diffusa e condivisa. Come mai, allora, è così difficile rinunciare alla sigaretta? «Ci sono innanzitutto ragioni biologiche: la dipendenza dalla nicotina è ormai ampiamente dimostrata. E se interpelliamo i fumatori, la maggior parte di loro ha espresso il desiderio di smettere almeno una volta nella vita e ha pure provato: dunque la dipendenza può anche essere involontaria. Poi c’è una dipendenza di tipo psicologico, fattori motivazionali e di piacevolezza legati al gesto di fumare. Decisivo, rispetto a questa dipendenza, è il momento in cui la persona ha cominciato a fumare: di solito si inizia in adolescenza, è piuttosto difficile trovare adulti che iniziano a fumare». Perché? «Proprio perché oggi c’è una maggiore consapevolezza dei danni del fumo. Non dobbiamo mai trascurare questo aspetto: stiamo parlando di un comportamento che comunque produce un danno per la salute. Si inizia in adolescenza, quando questi rischi sono considerati fattori irrilevanti: fumare fa parte della sperimentazione. Solo che, iniziando presto, probabilmente un ragazzo svilupperà da adulto una dipendenza. E a quel punto fumare diventerà un’abitudine come un’altra, entrando a far parte dell’immagine che uno ha di sé». C'è, nella sigaretta, un aspetto di ritualità, e uno di rappresentazione.

Fumare a dispetto dei divieti è una forma di trasgressione sociale? «Io vedo relativamente questo aspetto. Più che una manifestazione di esibizionismo, mi sembra che il fumatore ritenga il suo un comportamento perfettamente rientrante nelle scelte personali». È, cioè, un modo per ribadire la libertà individuale? «Direi proprio di sì, è un comportamento individuale. Il ragionamento che il fumatore fa è: “A me piace fumare, so quali danni produce. Se non impongo agli altri il fumo passivo, perché qualcuno me lo deve impedire?”». Nel caso degli adolescenti, invece, si fuma per imitazione? «Si sa che le prime esperienze col fumo si hanno nelle scuole medie, con un boom nel primo anno delle scuole superiori, e con un calo verso gli ultimi. C’è sicuramente un effetto imitazione: fumare è un comportamento che si sperimenta in gruppo. Ma ha a che fare anche con l’immagine sociale: è una rappresentazione di “adultità”. Nel caso delle ragazzine, ad esempio, il fumo spesso si associa a un trucco più pesante, a un abbigliamento più appariscente, per sembrare più grandi». C’è chi considera il fumo un piacere perfetto. Ne avrebbe anche le caratteristiche, non foss’altro per il ricordo e per la nostalgia che lascia. Lei che ne pensa? «Sono d’accordo, il fumo è considerato un piacere. Ovviamente è una esperienza soggettiva, però persino ex fumatori da molti anni, che hanno smesso anche per seri motivi di salute, riferiscono questo ricordo piacevole. Il fumo colpisce positivamente l’intero sistema sensoriale: il gusto, l’olfatto, l’odore. Piace il gusto del tabacco, il fumo caldo, la gestualità. Però dobbiamo sempre ricordare che è molto dannoso per la salute, quindi è fondamentale aiutare chi desidera smettere di fumare. È altrettanto importante scoraggiare gli adolescenti dall’iniziare a fumare, quindi bisogna investire nella prevenzione e proporre loro comportamenti alternativi, e non nocivi, per essere accettati dai pari e sentirsi più grandi».

STATI
Europa occidentale Austria Belgio Danimarca Finlandia Francia Germania Grecia Irlanda Italia Olanda Norvegia Portogallo Spagna Svezia Svizzera Turchia Regno Unito
© Euromonitor International

2005
119.407,7 2.245,4 3.406,6 2.033,7 1.095,8 14.121,0 24.090,6 4.492,8 1.815,8 15.837,9 3.298,1 1.660,2 2.184,1 14.487,9 2.352,2 3.340,3 6.255,4 16.173,6

2011
137.348,7 3.189,9 3.470,8 1.904,2 1.238,9 17.470,1 23.625,7 4.677,1 1.622,6 19.083,2 4.455,2 2.012,7 2.112,1 14.830,4 2.464,5 3.531,9 11.763,7 19.341,0

2015
147.142,7 3.728,7 3.573,0 1.924,6 1.277,9 18.725,0 25.156,9 5.080,4 1.395,3 21.354,8 4.844,0 2.165,9 2.197,7 15.972,8 2.657,1 3.547,2 13.646,4 19.279,3

esentati locali caratteristici come i pub all’inglese (in Gran Bretagna 6 mila locali tradizionali rischiano la chiusura entro quest’anno), ma il ministero della Salute ha negato questa deroga. Non vede alcuna concessione ai “diritti dei fumatori” la Fipe-Confcommercio, per la quale non solo non c’è stato il tanto temuto “trauma sociale”, ma neppure la reale necessità, per i gestori, di studiare soluzioni creative per tamponare la paventata emorragia di clienti tabagisti. Di certo, il settore che più è stato messo in difficoltà dalla legge è quello delle discoteche e locali notturni in genere: frequentati proprio da quella fascia d’età più affezionata al vizio e da molti baby-smoker. Qui si è assistito negli ultimi mesi a un fenomeno prima sconosciuto. Ovvero, a locali dove si fuma in barba al divieto, complice involontaria una sentenza del Consiglio di Stato che nel 2009 ha di fatto annullato ogni sanzione verso i titolari dei locali che non segnalino gli avventori in contravvenzione, mantenendo solo le multe per chi viene sorpreso a fumare all’interno. Luoghi della movida, lounge bar e pub pre-discoteca: se nessuno protesta, i ge-

stori fanno finta di non vedere, con l’accortezza di nascondere i posacenere. Le cicche si spengono per terra, a volte nei boccali di birra vuoti. Il vero terrore è che passi la Finanza a chiedere gli scontrini, non la Polizia urbana a verificare se qualcuno sta fumando. Anche in alcune discoteche il fenomeno starebbe prendendo piede: locali senza security, magari capannoni con pavimento in cemento, senza arredi in legno da bruciacchiare o divanetti a rischio incendio. Ma non lo confermerà nessuno. ■

IN AUMENTO ANCHE IN ITALIA LA QUOTA DI FUMATRICI. A DESTRA: UOMINI D’AFFARI CON LA SIGARETTA IN MANO

E in Asia scattano i divieti
Negli anni Settanta era l’isola dei “fricchettoni” e di hashish ne girava parecchio. Cambiano i tempi, cambia anche Bali: nell’isola indonesiana è scattato un divieto di fumo nei luoghi d’interesse turistico, alberghi, bar, ristoranti, discoteche, aeroporti. Il tema è molto sentito nel Paese, dove la quota di fumatori maschi è del 60 per cento e quasi un ragazzino su tre ha fumato la sua prima sigaretta sotto i dieci anni. Dipende dal prezzo bassissimo del tabacco: un pacchetto costa meno di una confezione di caramelle. Secondo un’indagine di Euromonitor International, i divieti antifumo si stanno estendendo rapidamente nel mondo, ma si punta anche sulla deterrenza psicologica: in oltre 50 Paesi, sui pacchetti compaiono per legge immagini shock di polmoni malati e feti deformi. La Cina, il più vasto mercato mondiale per l’industria del tabacco con i suoi 300 milioni di fumatori (le donne sono solo il 2,4 per cento), ha introdotto nel maggio del 2011 una legge che rende illegale il fumo nelle sale d’attesa delle stazioni ferroviarie, ma le sanzioni sono blande e nei locali pubblici poco sembra essere cambiato. Nella vicina Macao non se la sono sentita di estendere i divieti ai casinò, principale fonte di ricchezza dell’isola. A Singapore, città-Stato nota per il suo rigore, l’Agenzia nazionale per l’ambiente ha lanciato un sondaggio on line: obiettivo, creare consenso attorno all’ipotesi di estendere i divieti anche a parchi e spiagge. In India, come da tradizione secolare, i primi contatti dei giovani col fumo avvengono attraverso gli hookah-bar, dove si fuma narghilè con tabacco alla rosa. Il problema è stato sollevato nelle scuole, a Mumbai, Bangalore e Nuova Delhi. Nella capitale si trova Gurgaon, distretto mondiale dei call-center: qui i bar-narghilè sono stati chiusi. P. C.
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Società Mete dell’anno
Da polo industriale in declino a nuova attrazione per gli amanti dell’arte e dell’architettura. Così la città ha reinventato se stessa
DI EMANUELE COEN
IL CLYDE AUDITORIUM “ARMADILLO” FIRMATO NORMAN FOSTER. SOTTO: “SHARMANKA KINETIC THEATRE” AL TRONGATE 103. NELL’ALTRA PAGINA: TURISTI IN GEORGE SQUARE

ll’orizzonte le nuvole si rincorrono veloci, il vento gelido soffia sul fiume Clyde. Fino a quarant’anni fa a Glasgow, sulle banchine lungo il corso d’acqua, si costruivano locomotive a vapore, corazzate da guerra e transatlantici come il Queen Elisabeth II, simbolo maestoso e regale. E dal porto scozzese le navi cariche di emigranti salpavano verso il nuovo mondo: America, Australia, Nuova Zelanda. Demolite le fabbriche a mattoni rossi, dell’epoca d’oro dei cantieri navali oggi sopravvive solo Titan Crane, la gru imponente eretta un secolo fa sul lungofiume. Per salire in cima si prende l’ascensore, il colpo d’occhio è notevole: il bacino del Clyde è un grande museo a cielo aperto di architettura contemporanea. Una manciata di chilometri quadrati trasformata in palcoscenico per archistar: la grande scatola in vetro e acciaio disegnata da David Chipperfield per il quartier generale di Bbc Scotland convive con la silhouette oblunga e scintillante del Glasgow Science Center, il museo delle scienze progettato dallo studio internazionale Bdp, a fianco della Glasgow Tower, alta 127 metri, e della sala IMax per le proiezioni in 3D. Sulla sponda opposta, oltre il Millennium Bridge e accanto alle due ope146 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

Foto: copyright VisitScotland / Scottish Viewpoint

A

GLASGOW
re già realizzate da Norman Foster - lo Scottish Exihibition and Conference Center (Secc), premiato come migliore centro congressi britannico, e il Clyde Auditorium, ribattezzato “Armadillo” per la forma simile all’animaletto dal dorso curvo e coriaceo - sorgerà la nuova creatura del famoso architetto: la Scottish Hydro Arena, lo stadio dalle pareti trasparenti destinato a ospitare fino a 12 mila spettatori per concerti e altri eventi, sarà pronta entro due anni. Giusto in tempo per i Giochi del Commonwealth, le ex colonie dell’Impero britannico, che la città scozzese ospiterà nel 2014. La risposta alle Olimpiadi di Londra 2012. Investimenti milionari con cui, nell’arco degli ultimi vent’anni, Glasgow ha reinventato se stessa, da centro industriale a polo culturale, destinazione obbligata per i viaggiatori di passaggio in Scozia (www.visitscotland.com/it e www.visitbritain.com), tanto da meritare un posto nella lista delle 45 destinazioni imperdibili del 2012 secondo il “New York Times”. Nel frattempo comincia a vacillare anche la tradizionale fama di città violenta, con un tasso record di omicidi, roccaforte delle gang giovanili più aggressive: mentre i riot infiammavano Londra e l’Inghilterra, la scorsa estate, a sorpresa qui le strade erano tranquille. Intanto lo skyline continua a cambiare. L’ultimo tassello è stato aggiunto di recente: il Riverside Museum firmato Zaha Hadid con il profilo a zigzag, il tetto coperto da lastre di zinco, la grande vetrata che riflette la Tall Ship Glenlee, il veliero ottocentesco ormeggiato lì accanto. In poche settimane il museo dei trasporti è diventato una delle principali attrazioni turistiche scozzesi: sospesi tra orgoglio e nostalgia, i visitatori si assiepano davanti a moto,

GLAMOUR

auto e bici d’epoca, tram e treni, stazioni e negozi, barche e navi in miniatura, oltre 3 mila oggetti per ricostruire la storia della locomozione e un pezzo di memoria collettiva. «Il contrasto tra il veliero e le forme avveniristiche dell’edificio disegnato da Zaha Hadid simboleggia la continuità tra passato, presente e futuro della città», spiega Lawrence Fitzgerald, direttore del progetto museale: «Trent’anni fa Glasgow si rese conto che per continuare a prosperare aveva bisogno di un grande cambiamento. La trasformazione è ancora in corso ma abbiamo già raggiunto risultati importanti: oggi nella cultura e nel turismo c’è più lavoro di quanto ce ne fosse un tempo nei cantieri navali e nell’industria». La rinascita, tuttavia, è il frutto di un lungo percorso, che negli ultimi anni ha preso velocità. Nel 1984 riapre la Burrell Collection nel Pollok Country Park, considerevole collezione di opere d’arte (Rodin, Cézanne, Degas) e manufatti tardomedioevali, islamici e cinesi. Sei anni più tardi Glasgow diventa capitale europea della cultura e in seguito anche capitale britannica dell’architettura e del design. Cinque anni fa, il decollo definitivo con il restauro del Kelvingrove

Art Gallery and Museum in Argyle Street, vicino al centro, il grande museo civico all’interno di un edificio in stile moresco spagnolo di inizio Novecento. C’è da dire che la riscossa poggia su solide basi. Questa è la patria di Charles Rennie Mackintosh, il massimo esponente dell’Art Nouveau nel Regno Unito, che a cavallo tra Ottocento e Novecento firmò alcuni tra gli edifici più significativi della città scozzese - pubblici, privati e sale da tè (le Willow Tea Rooms, in 217 Sauchiehall Street e 97 Buchanan Street) - tra i quali The Lighthouse (al numero 11 di Mitchell Lane), destinato in origine al giornale “Glasgow Herald” e trasformato in centro espositivo, e la Glasgow School of Art (167 Renfrew Street), aperta al pubblico, che continua a preparare ottimi designer e artisti tra cui il 43enne Martin Boyce, vincitore del premio Turner 2011. Gli investimenti, adesso, si concentrano sul restyling di Merchant City. Il quadrilatero di strade dove due secoli fa abitavano i “Tobacco Lords”, i ricchi mercanti di tabacco, zucchero e tè, ora è il cuore della vita notturna e del divertimento, tra gallerie d’arte e fotografia, bar, ristoranti e indirizzi per lo shopping. Nella zona più hip di Glasgow viene girata anche la serie tv “Lip Service” (in onda anche in Italia su Fox Life), le avventure di un gruppo di lesbiche ventenni, la risposta scottish all’americano “The L Word”. Qui i giovani mod, capelli a caschetto, parka e polo attillate, si danno appuntamento su In-

gram Street da Pretty Green, il negozio della linea di abbigliamento creata dal fondatore degli Oasis, Liam Gallagher, mentre i trentaquarantenni per farsi vedere prenotano al Corinthian Club - alti soffitti, colonne, scalinate vittoriane e lampadari di cristallo - e fanno la fila nella piazza centrale, George Square, per cenare da Jamie’s Italian, il ristorante di cucina italiana della star dei fornelli Jamie Oliver. Meno glam ma molto in voga il Café&Bar Gandolfi (64 Albion Street), cucina scozzese con innesti contemporanei, con il vicino Gandolfi Fish. Oltre agli indirizzi della nightlife, però, Merchant City racchiude le migliori energie creative di Glasgow. Trongate103, il principale centro cittadino per le arti inaugurato due anni fa, occupa quasi un intero isolato. Un imponente edificio in stile edoardiano (1902) ristrutturato a spese del Comune e dei privati con quasi dieci milioni di euro: 8 mila metri quadrati su sei piani, tra gallerie d’arte, laboratori di stampa fotografica, archivi digitali di immagini, residenze per artisti, studi di design, con un teatro e “Project Ability”, centro per la formazione artistica dei disabili. «Ogni settimana oltre 300 persone in difficoltà partecipano ai nostri laboratori gratuiti di pittura, scultura, ceramica e tecniche di stampa», spiega la responsabile delle arti visive, Lesley Hepburn, mentre sorseggia una cioccolata calda da Cossachok, il caffè russo affacciato su strada: «Siamo riusciti a coinvolgere persone molto diverse tra loro per estrazione e livello culturale. Trongate 103 è un mix unico: punto di incontro tra artisti affermati e giovani emergenti, centro di produzione e apprendimento, luogo di svago per famiglie». Intanto la giovane curatrice pensa al prossimo impegno: il Glasgow International Festival of visual arts (20 aprile-7 maggio), la Biennale dell’arte con decine di eventi in ogni angolo della città. ■
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Esperimenti Società
LA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE FOTOGRAFATA DA PAOLO NESPOLI. SOTTO: L’ASTRONAUTA (IMMAGINI NASA)

ECO-ASTRONAUTI
In orbita si riciclano acqua, aria, persino il sudore. Per non sprecare nulla
COLLOQUIO CON PAOLO NESPOLI DI EMANUELE COEN
tutto deve essere portato dalla Terra, compresa l’aria che si respira e l’acqua che si beve. L’impatto sull’ambiente deve essere minimo: aria e acqua vengono riciclate ovvero ripulite, re-inspirate e ribevute fino all’ultima molecola. Il nostro sudore, circa un litro al giorno a testa, viene condensato e riciclato, ritrattato e ribevuto. Quanto al cibo, una volta aperto va consumato tutto, per evita-

re la nascita di batteri negli avanzi».
Qual è l’attività più complicata a bordo?

L

asagne e bistecche termostabilizzate e confezionate in scatolette. Pasta, fragole e pollo liofilizzati. Salame e cioccolato secchi. Bisogna accontentarsi, a bordo della Stazione spaziale internazionale: in tutto un’ottantina di prodotti da scaldare, reidratare oppure spacchettare a seconda della consistenza, proposti in un menù che si ripete ogni quindici giorni. Zero sperperi, confezioni ermetiche, leggere e ignifughe per il cibo e tutti i materiali, effetti personali inclusi. Ci ha fatto l’abitudine Paolo Nespoli, 54 anni, il primo astronauta italiano ad aver soggiornato nello spazio per una missione di lunga durata: MagISStra, oltre cinque mesi sulla ISS lo scorso anno, in cui ha condotto decine di esperimenti, “twittato”, parlato in diretta con il papa e con il capo dello Stato. A IpackIma l’astronauta dell’Esa parlerà dell’importanza degli imballaggi durante la permanenza in orbita. Ma anche per limitare gli sprechi nei Paesi in via di sviluppo.
La vita nello spazio può insegnare a comportarsi meglio sulla Terra?

«Le cose normali, mangiare, dormire, lavarsi e andare in bagno, si fanno abbastanza semplicemente. O semplicemente non si fanno, come la doccia. Alcuni degli equipaggiamenti e esperimenti, invece, sono veramente diabolici e complicati. Ogni vite, ogni pezzo ha un nome proprio, la maggior parte delle volte un acronimo. È difficile parlare questa lingua straniera e soprattutto non fare errori».
Mentre gli Shuttle sono andati in pensione e la Nasa ha rinunciato alle missioni su Marte, i privati entrano nel business del turismo spaziale. Ha fiducia in questo tipo di progetti?

Packaging in fiera
Paolo Nespoli sarà ospite della conferenza introduttiva di Ipack-Ima, la triennale dedicata alle macchine, alle tecnologie e ai materiali per gli imballaggi e il confezionamento (a Fieramilano dal 28 febbraio al 3 marzo), con oltre 1.400 espositori. Una filiera in crescita, che in Italia dà lavoro a 143 mila persone ed esporta quasi il 29 per cento della produzione. Oltre che per la vita nello spazio, il tema del packaging è cruciale in settori come ambiente e alimentazione. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, viene sprecato il 60 per cento del cibo prodotto proprio perché mal conservato o non conservato affatto. Ipack-Ima ospiterà anche il convegno sulla sicurezza alimentare e le tecnologie legate al confezionamento dei cibi in Africa, in collaborazione con la Fao e altre agenzie dell’Onu.

«Sono convinto che il turismo spaziale crescerà, probabilmente anche a breve termine. Per due ragioni: l’assenza di peso è una sensazione così nuova ed eclatante che mi ha fatto sentire di nuovo bambino. E poi la vista della Terra da lassù è talmente bella da togliere il fiato. Vuoi mettere l’idea di trascorrere una settimana in orbita o addirittura sposarsi e fare una luna di miele spaziale...».
La sua missione dei sogni?

Foto: courtesy Nasa

«Sprecare dovrebbe essere vietato dovunque. A maggior ragione sulla Stazione spaziale, un ambiente artificiale dove

«Un viaggio su Marte è la meta ultima di un astronauta moderno. Vorrei veramente conoscere questi marziani!». ■
1 marzo 2012 | lEspresso | 149 ’

Passioni
CINEMA
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n. 9 - 1 marzo 2012

SPETTACOLI

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ARTE

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MUSICA

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LIBRI

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MODA

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DESIGN

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TAVOLA

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VIAGGI

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MOTORI

Concerti

Corde magiche
Foto: Felix Broede

Dieci anni fa, la violinista olandese Janine Jansen esordiva a Londra con la Philharmonia Orchestra e Vladimir Ashkenazy. Da quel momento i grandi direttori, da Maazel a Chailly, da Harding a Dudamel, si sono contesi la sua presenza. In Olanda è uscito un film di Rudolf van den Berg su uno Schindler locale durante la Seconda guerra mondiale, “Süskind”, il cui solo per violino è stato scritto per lei. Bellissi-

ma, nata nel ’78 a Utrecht, la Jansen sarà all’Auditorium Parco della Musica di Roma dal 3 al 6 marzo, con il concerto per violino di Brahms (abbinato alla Sinfonia n. 5 di Prokofiev), diretta da Antonio Pappano con l’Orchestra di Santa Cecilia. A seguire tournée a Colonia, Düsseldorf, Francoforte, Friburgo. «Ho cominciato a suonare il violino a sei anni», racconta: «Vengo da una famiglia di musicisti. I miei

genitori, i nonni, i miei fratelli suonavano. Io cantavo e suonavo il piano, ma mancava un violino in famiglia e i miei genitori mi mandarono a studiarlo». Il concerto di Brahms «è molto impegnativo, a livello tecnico ed emotivo. La prima volta l’ho suonato a sedici anni nella cattedrale di Utrecht, diretta da mio padre». Nel 2008 ha registrato un live per iTunes: la Trio Sonata in Sol maggiore di Bach e la Sonata n. 6 per Violino e Clavicembalo in Sol maggiore: in Rete, successo assoluto.
Monica Capuani
LA VIOLINISTA JANINE JANSEN, IN ARRIVO A ROMA

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Passioni Cinema
ANCHE SPIELBERG SBAGLIA. IN “WAR HORSE”, COLLAGE DI STORIE MELENSE SENZA EMOZIONI
utto si direbbe giusto in “War Horse” (Usa, 2011, 146’). Giusti sembrerebbero i colori saturi della campagna del Devon, intensi come le facce dei contadini che ci vivono, poi quelli cupi e freddi delle trincee, e infine il tramonto infuocato sul cui sfondo il giovane Albert Narracott (Jeremy Irvine) e il suo cavallo Joey evocano il sapore nostalgico del mito western. E giusti sembrerebbero anche il montaggio, le musiche, le luci, tutti insieme orientati a far partecipare il pubblico all’epica tragica d’un racconto che attraversa l’Europa insanguinata dalla Grande Guerra. Eppure è un film sbagliato, e con l’aggravante d’essere astuto, questo che Steven Spielberg e gli sceneggiatori Lee Hall e Richard Curtis han tratto da un racconto dell’inglese Michael Morpurgo. In un piccolo paese del Devon, Ted Narracott (Peter Mullan) compra Joey, un mezzo purosangue che non è certo adatto a lavorare i campi. Pressato dai debiti, l’uomo è deciso a rivenderlo, ma il figlio adolescente Albert riesce nel miracolo: aggiogato all’aratro, Joey dissoda un terreno pietroso che Ted potrà coltivare. Il cavallo sarà egualmente venduto a un ufficiale della cavalleria britannica, in partenza verso la

Spettacoli Passioni
Teatro di Rita Cirio
con la genitrice nel clima più secco e antireumatico dell’Arizona, tra canyon e cactus. Sotto la direzione di Armando Pugliese, Mariangela D’Abbraccio interpreta il ruolo di Enid con ironia e una sorta di malinconia un po’ mediterranea; Emanuele Sgroi reinventa un divertente Woody Allen adolescente, occhiali spessi, tic e nevrosi assortite; Fulvio Falzarano è una credibile creatura del sottobosco di Broadway.

WOODY PRESTIGIATORE
Per dirla con Tolstoj, tutte le famiglie felici si assomigliano, quelle sfigate - per dirla con un viceministro - lo sono ognuna a modo suo. La famiglia Pollack, ebrei di Brooklyn, è sfigata tutta a modo suo. Il padre Max insegue la fortuna al gioco e gli strozzini inseguono lui, tradisce la moglie Enid che da giovane voleva fare la ballerina e si ritrova a fare la madre oppressiva di Steve, che per hobby fa il piromane, e dell’adolescente Paul, timidissimo aspirante prestigiatore. È la famiglia di “La lampadina galleggiante” scritto da Woody Allen nel 1981, evidentemente autobiografico perché ambientato nel dopoguerra, quando l’autore era adolescente e anche lui era un aspirante prestigiatore. Cosa che riuscirà a fare da grande nel film “Scoop”. Testo malinconico, crepuscolare e non frequentato dalle solite battute fulminanti a cui ci ha abituato Allen, “La lampadina galleggiante” ha uno scatto nel secondo tempo con l’esibizione, disastrosa, dell’apprendista stregone balbuziente davanti a Jerry, manager teatrale che con la sua scuderia di artisti improbabili anticipa quel pittoresco bestiario dello spettacolo raccontato da Allen in “Broadway Danny Rose”. Dal fallimento del giovane mago sembrerebbe nascere una storia più ottimista tra la madre e l’agente teatrale ma anche lui ha una mamma ebrea possessiva, e artritica, e deve abbandonare Broadway per trasferirsi

T

Il film di Roberto Escobar

CAVALLO ZOPPO
Francia invasa dai tedeschi. E là passerà di padrone in padrone, “combattendo” ora con una parte e ora con l’altra… Sono molte le terre che Joey attraversa, e altrettante le storie che Spielberg ha l’aria di raccontare. La prima è quella del rapporto speciale fra l’animale e Albert. Segue quella di eroici cavalieri che affrontano la mitraglia con la sciabola sguainata. Poi ce n’è un’altra, d’una ragazzina malata (e insopportabile) che s’innamora d’un cavallo trovato in un mulino. Via via, si arriva alla più tragica - e alla meglio girata - con Joey che corre terrorizzato per la terra di nessuno, alla fine soccorso da

JAZZ IN ROSA
Il dodicesimo Festival Donne in jazz, diretto da Claudio Di Dionisio, punta su una “grande maestra” come Ornella Vanoni, che presenta un progetto inedito, e sulla “voce nuova” di Simona Molinari. La chicca del programma è il ritorno dei Matt Bianco, band inglese famosa negli anni ’80. Appuntamento fra l’8 e il 15 marzo in due storici teatri abruzzesi: il Marrucino di Chieti e il Francesco Paolo Tosti di Ortona. A. Mat.
“PARADISO” DI PELLISSARI. SOPRA: MARIANGELA D’ABBRACCIO. A SINISTRA DALL’ALTO: “WAR HORSE”; “QUASI AMICI”; “HYSTERIA”

Danza di Vittoria Ottolenghi

due nemici che smettono di odiarsi. Quelli che Spielberg mette in scena sono sempre ottimi sentimenti. D’altra parte, di ben altro dovrebbe vivere il cinema, soprattutto di un autore che, a suo tempo, lo ha saputo rinnovare e reinventare, ora con una tensione narrativa magistrale e ora con una altrettanto magistrale ironia. A War Horse servirebbe un’emozione, una sola, sincera. Ma tutto quello che ha è una astuzia di racconto ben consumata. E si farebbe meglio a dire usurata. P.S. Per motivi misteriosi, l’edizione italiana è funestata da un doppiaggio patetico, e spesso ridicolo. ★✩✩✩✩

Paradiso filarmonico
L’Accademia Filarmonica Romana ha una tradizione di grandi animatori culturali. Adriana Panni, per 22 anni presidente, e sua figlia Luisa Panni Pavolini sono state - almeno per la mia generazione - tra i protagonisti del teatro di danza a Roma, per quanto riguarda i suoi aspetti sia didattici, sia audacemente innovativi. Senza le loro scelte, a volte temerarie, la danza sarebbe stata ancora considerata un raffinato passatempo delle “fanciulle bene”. Dopo che nel dopoguerra si sono susseguiti personaggi del calibro di Casella, Petrassi, Vlad, Bogianckino, Henze, Berio, Battistelli, oggi il direttore artistico della Filarmonica è il musicologo Sandro Cappelletto, da molti anni attento alla vita della danza in Italia e altrove. A lui si deve l’iniziativa della II edizione del “Festival Internazionale della danza 2012”, in collaborazione con il Teatro Olimpico. Dal 6 marzo al 22 aprile, sul palco dell’Olimpico, vedremo quattro compagnie di diversa provenienza e formazione artistica, che porteranno in scena quattro diversi volti della danza di oggi. Si parte dalla Spagna con la Compagnia di Miguel Ángel Berna e il suo spettacolo “Mudéjar… Bailando mi tierra!”. Poi sarà la volta dell’Africa con lo spettacolo “Waxtaan” della Compagnia Jant-Bi del Senegal, dove il folklore delle danze popolari è osservato da una prospettiva contemporanea. Con il titolo “Nuove Stelle” (dal 21 al 25 marzo) andranno in scena gli aspiranti talenti che si formano nella Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala: inoltre vi sarà un “Open Day Accademia Teatro alla Scala” (24 marzo) con incontri, presentazioni e dimostrazioni pratiche. Si chiude con il “Paradiso”, ultima parte della Trilogia sulla “Divina Commedia” del coreografo-regista Emiliano Pellisari.
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ALTRI FILM
Quasi amici di Olivier Nakache ed Eric Toledano, Francia, 2011, 112’ ★★★✩✩
Tetraplegico e stanco di vivere, ma sfacciatamente ricco, Philippe assume come badante il giovane Driss, che dal Senegal è emigrato a Parigi quand’era bambino. Senza alcuna esperienza paramedica, e con una vivace propensione a comportamenti illegali, Driss sconvolge (e decisamente migliora) le giornate di Philippe. Una commedia simpaticamente accorta, ispirata a una storia vera.

Hysteria di Tanya Wexler, Gran Bretagna, Francia e Germania, 2011, 100’ ★★★✩✩
Stanco dell’arretratezza della sanità pubblica nella Londra del 1880, un giovane medico sceglie la professione privata. Sotto la guida di un luminare del settore, inizia dunque a occuparsi della cura per così dire manuale di donne “isteriche”, ma ben presto passa a quella tecnologico-elettrica. È la nascita del vibratore. Nulla è taciuto, ma tutto è detto con eleganza e divertimento.

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Passioni Musica
Concerto di Alberto Dentice

Arte Passioni
e country: da “A Ghost is Born” l’album che valse nel 2004 alla band una vagonata di Grammy, al recente “The Whole Love”, ottavo lavoro in studio, dal quale viene fuori la loro anima più sperimentale. Le canzoni di Tweety raccontano una provincia inquieta e oscura, oscillando tra ballad intimiste e improvvise accelerazioni elettriche delle chitarre che si sviluppano in lunghe code strumentali. È vero, come accusano i critici, che dietro tanto eclettismo sono palesi le influenze anni ’60 e 70, dai Television (riferimento esplicito di “Impossible Germany”) ai CSN& Young per gli impasti vocali. Però i Wilco hanno il grande merito di aver saputo immergere le radici del folk rock nelle acque turbinose di una rigenerante scrittura contemporanea.

ECLETTICI WILCO

ART BOX

Arte

di Alessandra Mammì
Stoffa d’artista Kaarina Kaikkonen. Dal 25 febbraio. Collezione Maramotti. Reggio Emilia. Galleria Z20-Sara Zanin. Roma. Poi dal 14 aprile, al museo Maxxi. Roma Ha tappezzato di vecchie camicie scalinate e cupole. Ha usato cravatte irrigidite dall’amido come sculture. Ha trasformato panni stesi in una gigantesca operazione da Land Art. Ora questa bravissima artista finlandese è pronta a conquistare l’Italia con più azioni. Uno: ricoprire di colore il cemento dell’edificio Maramotti. Due: utilizzare abitini usati di bimbi per innalzare gigantesche bandiere sul museo di Zaha Hadid. Tre: inaugurare il nuovo spazio di Sara Zanin, giovane gallerista, da tempo sua compagna di strada.

Sculture danzanti
DI GERMANO CELANT
C’era una volta il Nord Eija-Liisa Ahtila. Fino al 6 maggio. Moderna Museet. Stoccolma Come Kaarina anche Athila è superstar finlandese. Anche lei viene da un altro mondo. Quel profondo Nord dove le betulle sono alberi cosmici e le favole sono piene di elfi. Così lei costruisce le sue favole in forma filmica, trasformando le leggi di natura, producendo visioni emozionanti, facendo levitare tra le nebbie uomini e cose tra paradisi-inferni che sembrano un sogno ma invece parlano di natura, ecologia, bioetica. L’interazione tra arte e spettacolo ha subito nell’ultimo secolo una accelerazione a partire dalle avanguardie futuriste e costruttiviste, così da spaziare nel campo della danza e del teatro, del cabaret e dell’opera. Nell’ambito del balletto l’intreccio tra apparato visuale e azione sonora e corporale è stato prima anticipato dalla trattazione del soggetto pittorico, da Degas a Munch, da Matisse a Kandinsly. Poi si è articolato sulla scena con le collaborazioni tra i balletti russi di Diaghilev e i pittori Bakst e Benois, tra

KASABIAN IN ROCK
L’energia e le tessiture strumentali sono quelle di un’orchestra anche se spesso la critica si ostina a etichettarli come un gruppo alternativo o country. Invece i Wilco (concerto 8 marzo a Milano e 9 a Bologna) rappresentano l’anima più inquieta e creativa della scena musicale Usa. Alle spalle della band di Chicago guidata dal carismatico Jeff Tweedy cantante, chitarrista e autore dei testi - ci sono anni di tormentata ricerca espressiva a cavallo tra classico rock, folk, blues
WILCO. IN BASSO: GUANO PADANO. A DESTRA, DALL’ALTO: KAIKKONEN, “DEPARTURE”; ROMA, STADIO DEI MARMI; HALPRIN “PAPER DANCE PARADES AND CHANGES”

I Kasabian alla conquista del mondo. «Con “Velociraptor” abbiamo voluto essere più diretti rispetto ai dischi precedenti, per questo i brani sono più melodici», spiegano. Il gruppo guidato dal cantante Tom Meighan e dal chitarrista italo-inglese Sergio Pizzorno, e considerato la “next big thing” del rock britannico, è in una tournée che tocca il 24 febbraio Roma (Atlantico) e il giorno seguente Padova (Gran Teatro Geox). R. C.

Architettura di Massimiliano Fuksas

OPERE IN SOSPESO
Tutti, o quasi, d’accordo con il primo ministro Monti: non sulle tasse, ma sul netto no alla candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020. L’argomento principe del rifiuto è nelle pessime condizioni economiche e nelle esauste casse dello Stato. Ma non tutti poi sono convinti che un grande evento globale assicuri il rilancio economico di una nazione o di una città: alla Grecia le Olimpiadi del 2004 non hanno portato fortuna. Nonostante la bellissima linea metropolitana, con l’integrazione di parte del patrimonio archeologico scoperto per l’occasione, finita la festa sono comparsi i veri problemi di un Paese non in grado di sostenere l’ingresso nella zona euro. In Italia, poi, le esperienze di eventi come Italia ’90 o i Mondiali di nuoto a Roma non sono di buon auspicio. A Italia ’90 risalgono edifici mai ultimati e ormai ridotti in ruderi, e uno stadio del nuoto non completato deturpa il Foro Italico. Oltre al cantiere sospeso, e dai costi incredibili, per il complesso sportivo progettato da Calatrava. Monti ha parlato di atto di responsabilità. Come dargli torto? Non saremmo d’accordo, però, se la vera ragione di non competere fosse la corruzione che è insita in ogni tessuto della nostra società. O se le cricche responsabili del moltiplicarsi dei costi delle opere pubbliche o di opere abbandonate, come il complesso del G8 della Maddalena, fossero il pretesto per non fare più nulla. Il problema, Monti and company lo avranno di nuovo per le infrastrutture previste per l’Expo di Milano. Da anni la nostra Corte dei conti ci ricorda che siamo una Repubblica delle banane, ma non è ipotizzabile fermare ogni opera in attesa di un ipotetico bagno purificatore.
Martha Graham e Noguchi. È arrivato a interessare Picasso e Picabia, Gabo e Pevsner, Léger e Duchamp che con i loro apparati plastici hanno spinto i coreografi a modificare il territorio e il ritmo dei movimenti. Tanto che, sulla scia di queste esperienze storiche, il coreografo Merce Cunningham ha più volte usato le stimolazioni visuali di artisti come Rauschenberg, Johns e Nauman per modificare il linguaggio della danza contemporanea. Questo percorso si è articolato in costumi e scenografie, effetti luminosi e proiezioni (in “Danser sa vie”, Centre Pompidou, Parigi, fino al 2 aprile) che hanno permesso alle nuove generazioni, da Yvonne Rainer ad Anna Halprin e Steve Paxton, di produrre eventi aperti sebbene altamente strutturati, in cui il danzatore si afferma come scultura mobile. Il dialogo tra i media arriva a includere il ricorso a film e video, fino a porsi in parallelo con le performance degli artisti che, come Acconci e Barney, Fabre e Seghal, hanno azzerato l’oggetto fino a far coincidere l’opera con il corpo umano, attivo in uno spazio che non ha altra gerarchia se non quella dell’effetto visivo.
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In uscita di Roberto Calabrò
Un immaginario cinematografico, l’attrazione fatale nei confronti delle colonne sonore di film d’antan, un seguito crescente di estimatori: ecco il fil rouge che lega Calibro 35, Ronin e Guano Padano. Tre apprezzate formazioni underground che tornano in scena quasi in contemporanea con album dal fascino indiscutibilmente cinematico. I Calibro 35 sono maestri nel creare atmosfere sempre diverse e attraversarle con nonchalance. In ”Ogni riferimento a persone esistenti…”, registrato in soli cinque giorni a New York, passano dal funk caldo dei polizieschi all’italiana all’afro-beat psichedelico, omaggiando anche

Musiche a caccia di film
i maestri Morricone e Piccioni. Una colonna sonora di un film immaginario è pure “Fenice”, quarto album dei Ronin, progetto che gira

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Foto: Getty Images, Agf

attorno alla figura irrequieta del chitarrista Bruno Dorella. “Fenice” è un eclettico viaggio musicale che rimanda a scenari e mood diversi in un mix di rock desertico, brioso swing, rarefatto post-rock. Con un unico brano cantato dalla guest Emma Tricca: l’omaggio a Frank Sinatra di “It Was A Very Good Year”. Con i Guano Padano ci spostiamo in territori al confine tra spaghetti western e avventura americana. Musica di frontiera, quella della band guidata dal chitarrista di Vinicio Capossela, Alessandro “Asso” Stefana. Un trio che si muove evocando strade assolate e polverose, fumose atmosfere jazz, esotici sprazzi di world music. Come emerge dai solchi di “2”, emozionante lavoro firmato con un cast di ospiti prestigiosi come Marc Ribot e Mike Patton.

Passioni Libri

Libri Passioni
Cartooning di Oscar Cosulich
Il cartoonist canadese Dave Sim è l’autore della più ambiziosa serie indipendente a fumetti mai scritta e disegnata da un solo autore. Il protagonista, Cerebus, è un oritteropo, mammifero africano detto anche “maiale di terra” per il lungo muso. La saga, avviata nel 1977 come parodia fantasy con le avventure di Cerebus il Barbaro, si espande e allarga per un quarto di secolo lungo 300 puntate mensili, per concludersi solo nel 2004 ed essere poi raccolta in sedici volumi. Un’epopea di oltre 6 mila pagine, dove l’umorismo iniziale si trasforma negli anni in satira sociale, sessuale, politica e religiosa sempre più spinta, tanto da scatenare ogni sorta di polemica. “Chiesa e Stato (Vol. 1)”, (Black

Dopo molti anni di assenza dalle nostre librerie, tornano tre racconti di Thomas Bernhard, riuniti sotto il titolo “Al limite boschivo” (Guanda, traduzione di Enza Gini, pp. 70, € 10). I tre pezzi - “Kulterer”, “L’Italiano” e appunto “Al limite boschivo” - possiedono diverso spessore e rilevanza: il primo testo è anche il più cospicuo, oltre che quello secondo me più tipicamente bernhardiano (un detenuto, che per anni ha scritto storie dedicandole idealmente ai propri compagni di prigionia, si trova di fronte all’improvvisa vertigine di avere scontato tutta la pena e insomma di ritornare in libertà). Il secondo viene definito dallo stesso autore come un “frammento” e l’ultimo è una vicenda minima che si colora di un improvviso risvolto giallo. In tutti e tre i brani, però, si sente a mio modo di vedere la forte vocazione teatrale dello scrittore austriaco, scomparso nel 1989. Nei suoi racconti, come nei romanzi, si ha infatti quasi sempre l’impressione che una voce, un personaggio, un carattere prenda di colpo la pa-

IL MONDO DI BERNHARD
rola, avanzando dal fondo della scena e illuminando di una luce baluginante, capricciosa, ondivaga il buio che abbraccia le nostre esistenze. Non è il plot quello che conta nella narrativa bernhardiana quanto il clima, la temperatura emotiva, che può oscillare dal gelo più assoluto a un ca-

Il libro di Mario Fortunato

POTERE AL MISANTROPO
Velvet, pp. 592, € 32), è il secondo volume tradotto in italiano delle avventure dell’oritteropo, un misantropo aggressivo che vive in un mondo di umani più corrotti di lui. Cerebus, dopo le battaglie come mercenario e la sua bizzarra elezione a primo ministro dell’immaginaria città-Stato di Iest, è ora designato addirittura papa della Chiesa Orientale di Tarim, entrando così di prepotenza in un conflitto di poteri senza esclusione di colpi. Il tratto dolce con cui Sim disegna il suo oritteropo, la presenza di personaggi apparentemente comici, come i cloni di Groucho e Chico Marx e le irresistibili schermaglie del protagonista con la mostruosa suocera, non devono trarre in inganno: si tratta di un’opera che denuncia molti degli abomini compiuti in nome della fede, proprio come il volume precedente (“Alta società”) evidenziava le falle del sistema elettorale americano.

Come dire

lore parimenti insopportabile. Molto letto e amato fra gli anni Settanta e Ottanta (alla sua fortuna in Italia contribuì non poco il plauso di Italo Calvino), Bernhard sembra un po’ dimenticato, se non per qualche riduzione teatrale. Ragione di più per leggere o rileggere questo breve libro.

DI STEFANO BARTEZZAGHI
Santorum non è il sistema elettorale propugnato da Servizio pubblico al posto del Porcellum e del Mattarellum, e Rick Santorum non è un rimedio contro il raffreddore: si tratta del candidato americano più fondamentalista, che per le sue deliranti opinioni sul mondo gay si è meritato una terribile rappresaglia semiotica: il suo cognome è stato oggetto di un concorso satirico, come nome comune da dare a qualcosa di veramente schifoso. Il concorso è la variante hardcore di uno scherzetto fatto da Gore Vidal ai membri della Corte Suprema che avevano sottoscritto una sentenza censoria: nel suo romanzo “Myron” sostituì i più comuni termini di turpiloquio con i loro cognomi, in frasi come «Testa di Rehnquist!» e «Mi sono rotto le Powell». Ai dubbi onori toccati a Santorum e Rehnquist in Italia pare aspirare Carlo Giovanardi, l’ex sottosegretario i cui chiodi fissi (Chiesa, famiglia, gay, droga, bioetica) sono capaci di mantenerlo in quella forma di vita artificiale che è il dispaccio di agenzia. Le spara abbastanza grosse da essere ripreso dai tg, ma anche da essere escluso, sinora, da ruoli politici minimamente significativi. Sta al suo capo come Borghezio sta a Bossi: ma mentre Borghezio ha almeno idee chiare su chi sia il suo capo, Giovanardi non ha mai ben deciso fra Gesù e Silvio Berlusconi e questo ha certamente nuociuto un po’ alla nettezza delle sue posizioni. Una volta ha commentato così un crollo di Wall Street: «Ci sono pubblicazioni che collegano il crack di New York all’abuso di droga» e dato che “crack” è anche il nome di una sostanza stupefacente, la dichiarazione si annodava su se stessa. Un genio. Ora ha detto che vedere due donne che si baciano per la strada è come vedere qualcuno che orina in pubblico. Ha aggiunto che nell’anatomia umana ci sono organi fatti solo per espellere e organi fatti solo per ricevere. Il suo cervello deve essere tra i primi.
Anagramma: Carlo Giovanardi = valga

Parola di Giovanardi

Il romanzo di Maria Simonetti

EPOPEA NERA
Redivivo Moby Dick
I grandi libri della letteratura occidentale - da “Gilgamesh” alle “Relazioni pericolose” a “Gente di Dublino” - diventano fumetto: 3 tomi per un totale di 1.344 pagine in uscita a marzo, luglio e ottobre per la Seven Press di New York, da un’idea dell’editore Russ Kick. Gli autori saranno artisti come Will Eisner (che firma il “Don Chisciotte”), Bill Sienkiewicz (“Moby Dick”) e Robert Crumb (“La nausea” di Sartre). A. Rin.
essere grato al curatore, al responsabile di collana Alberto Sinigaglia, all’editore, del recupero di una prosa tra le più efficaci del nostro giornalismo. Uno stile che attira dentro l’evento con parole sobrie ma evocative, come se chi legge fosse presente insieme al giornalista nei luoghi dove agiscono i personaggi e avvengono o sono avvenuti i fatti. Insomma, una lettura in diretta. E la fatica di Sisifo dell’autore - ha ragione il titolo - si è trasformata in forza.

THOMAS BERNHARD NELLA SUA FATTORIA. IN BASSO A DESTRA: SCONTRI A ROMA NEL 1968

La biblioteca di Enzo Golino
Quando morì, il cardinale Achille Silvestrini disse: «È stato un partigiano della verità». In anni giovanili - recita la biografia - partecipò alla Resistenza come staffetta di Giustizia e Libertà. Sono due momenti che spiegano bene le caratteristiche umane e professionali di Alberto Cavallari (Piacenza 1° settembre 1927 - Levanto 20 luglio 1998), letterato e giornalista precoce, inviato speciale al “Corriere della Sera”, direttore del “Gazzettino” di Venezia, poi corrispondente da Parigi a “La Stampa”, editorialista di “la Repubblica”, suoi libri pubblicati anche all’estero. Tra gli scoop più rilevanti l’intervista a Paolo VI e il reportage sull’invasione sovietica
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STILE CAVALLARI
in Ungheria. Raccolti a cura di Marzio Breda in quattro sezioni sotto il titolo “La forza di Sisifo” (Aragno, pp. 258, € 15), i 37 articoli affrontano un arco di argomenti piuttosto ampio, dal malaffare economico allo sport, dalla cronaca nera ai matrimoni principeschi: è il caso delle nozze di Grace Kelly con Ranieri di Monaco dove il tono mai scade nelle fatue banalità a cui il mestiere si lascia andare. Nella prefazione da «corrierista sentimentale», come lo è stato Cavallari anche nella tormentata vicenda del “Corriere” affidato a lui (un grande ritorno, 1981-1984) dall’editore Rizzoli, consigliato da Sandro Pertini all’epoca della P2 per salvaguardarne la dignità ed evitarne il tracollo, Breda disegna l’animato percorso giornalistico e culturale di un uomo verticale dotato di fascino e spigolosità, amicizia e intransigenza. E il lettore d’oggi dovrà

Sostiene Miguel Gotor ne “Il memoriale della Repubblica” che per scrivere la verità storica bisogna lasciare tempo al tempo, e una generazione non basta. Sarà per questo che il più riuscito e avvincente romanzo sui terrorismi degli anni Settanta in Italia l’ha scritto un giornalista che nel 1968 aveva un anno: è il parmense Alberto Garlini, autore di “La legge dell’odio” (Einaudi Stile Libero, € 22), quasi mille pagine frutto di cinque anni di ricerche per raccontare come il fascino brutale della violenza nera e i miti sottoculturali di virilità, onore, potenza e bella morte abbiano potuto divorare una generazione di ragazzi e farne strage. Siamo nel 1985 a Milano, dove il neofascista Franco Revel (Stefano Delle Chiaie?), capo del gruppo Lotta nazionale, è accusato di aver ammazzato il camerata friulano Stefano Guerra (nomen omen). Seguendo la sua deposizione si torna al periodo tra il 1968 e il 1972, quello dello stragismo fascista e delle bombe, e si ricostruisce l’educazione all’odio del giovane Stefano. Il cui padre,

un missino fallito e alcolizzato, si è impiccato nella stalla davanti a lui bambino. Come un vero camerata Stefano brucia tutte le tappe dell’iniziazione, uccide, contrabbanda armi e fa rapine agli ordini di Revel e di un misterioso superclan nero, l’Arcipelago. Finirà per sentirsi manovrato («Siamo noi che usiamo loro o loro che usano noi?»), tradito nei suoi ideali rivoluzionari e abbandonato («Nessun figlio sa darsi sberle da solo»). Intrecciando personaggi e luoghi finti e veri - l’editore Meneghello/Feltrinelli, piazza del Monumento/piazza Fontana - Garlini raddoppia il pathos, e anche la pietas verso questi giovani assassini neri, vittime di un carico d’odio che gli è stato tramandato.

Foto: Anzenberger - Contrasto, A3

orci d’orina.
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Passioni Moda
Nuove aperture

Moda Passioni
PARCHEGGIO IDEALE
Uscirà il prossimo 8 marzo, omaggio al pubblico femminile, la nuova Peugeot 107, city car compatta, maneggevole e a prova di parcheggio. Disponibile in otto tonalità, fra cui spicca il color Plum, nelle varianti 3 e 5 porte, l’autovettura è anche ecologica: le emissioni di CO2 del suo motore benzina sono state ulteriormente ridotte a 99g/km. Per quanto riguarda gli accessori, un sistema di navigazione a scomparsa, dotato di connessione per l’iPhone e l’iPod e di funzionalità Bluetooth, si integra nella plancia. Ideale per viaggi rilassanti nella giungla metropolitana. A. Mat.

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NEL SALOTTO TUTTO GIALLO
na raffinata “dimora italiana” dove poter scegliere e acquistare tutti i simboli del marchio oltre a sperimentare il rituale della rasatura secondo la più classica tradizione italiana: la boutique milanese di Acqua di Parma, si affaccia con cinque vetrine su uno degli angoli più prestigiosi del quadrilatero della moda, tra LA NUOVA BOUTIQUE DI ACQUA DI PARMA, A MILANO; GABRIELLA SCARPA. SOTTO: PEUGEOT 197; SOLITARIO DI STROILI ORO via Gesù e via Monte Napoleone. L’apertura è stata festeggiata con due novità-prodot- Quali sono stati i contributi delle aziende to: un’edizione limitata di soli 30 pezzi italiane a livello di design? di Colonia, storico profumo fin dal «L’intero spazio è un inno al made in Ita1916, e la Jumbo Cube Candle, nove ly: sono stati selezionati fornitori di alchili di cera purissima plasmata a mano tissimo livello fra cui Poltrona Frau di e trasformati in oggetto di design per la Tolentino per le sedute, Pretolani di Bocasa. Filo conduttore del progetto, il ca- logna per gli arredi, Padoa di Milano per ratteristico giallo Acqua di Parma. Co- le opere in ferro battuto, Preformati Itame ci racconta Gabriella Scarpa, presi- lia di Bassano del Grappa per le cornici dente di Acqua di Parma. e gli elementi decorativi in gesso. Grazie Come è stata concepita la nuova boutique a questi maestri artigiani, per esempio, e di quali collaborazioni si avvale? abbiamo riprodotto il design Art Déco «Il progetto è stato sviluppato e ideato del tappo di Colonia sulle mensole con dall’architetto Nathalie Ryan di Kirei bordi bisellati in legno wengé e sulla maStudio Parigi con la collaborazione del niglia della porta d’ingresso». milanese JR Studio di Jolanda Sbrana: Prevedete di aprire nuove boutique monoun allestimento con scorci quasi teatra- marca in Italia e all’estero? li che rivela nelle luci, nei marmi, negli «Per ora l’unica è questa milanese, che arredi una cultura artigianale di grande resterà il flagship store. Il piano di svitradizione. Che è poi quella che caratte- luppo del progetto retail sarà graduale e rizza il nostro marchio». molto selettivo». Antonia Matarrese

BENTORNATI FIGLI DEI FIORI
Giacca in lino stampa cachemire nei toni del rosa-viola-arancio e giacca in lino fantasia paisley blu (1.020 euro l’una) della collezione primavera-estate Etro (tel. 02 55020201, www.etro.com). Sono abbinate ai pantaloni di cotone (a partire da 210 euro), alle camicie a righe (da 180 euro) e alle cinture intrecciate in corda e pelle (200 euro).

Una barriera contro il vento
Protegge dal vento la giacca blu notte con cerniere rosse a contrasto della collezione primavera-estate Dolomite (tel. 0422 884488, www.dolomite.it). Costa 165 euro.

Linee fluide
Pantaloni palazzo in seta azzurro pastello (1.350 euro), maglia in cachemire (1.150 euro), sandali piatti in rafia (350 euro), borsa in cotone con dettagli di pelle (1.250 euro). Tutto Ralph Lauren Collection (tel. 02 7788721, www.ralphlauren. com).

Maschio a quadri
Camicia button down in cotone effetto lino fantasia a quadri con interno collo, lista e polsi a contrasto della collezione p/e Alan Devis (tel. 0871 5781, www.alandevis.it). Disponibile anche in altri colori, costa 62 euro.

Cristalli di rose
È realizzata in ottone e decorata con cristalli e rose di resina colorata la collana di gusto vintage firmata Prada (www.prada.com). In vendita a 1.250 euro.

Il più amato dagli orientali
Che i cinesi avessero un debole per gli anelli di fidanzamento si era già capito. Almeno da quando il principe William regalò lo zaffiro blu contornato di diamanti appartenuto alla madre, Lady Diana, alla futura sposa Kate Middleton. Allora in Cina cominciarono a produrre e vendere migliaia di
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Comodi passi
americana, giapponese o italiana. Quindi, con una potenzialità di crescita incredibile. «Siamo molto soddisfatti: il nostro modello sembra funzionare, siamo percepiti come marchio di alto livello, glamour ed esotico, mentre alcuni grandi player locali continuano a vendere i gioielli in stile tradizionale», dice l’amministratore delegato, Maurizio Merenda. Emanuele Coen Francesina modello Duilio in pelle scamosciata marrone della collezione primavera-estate MBT (tel. 0428 644198, www.it.mbt.com). In vendita a 230 euro.

Per lupi di mare
Forme morbide e capienti per la Sacca Marina di Pineider (tel. 030 2130172, www.pineider.com). È realizzata in vitello bottalato con dettagli a contrasto in vitello liscio e costa 690 euro. Disponibile anche in blu.

copie a prezzi stracciati. Stavolta, invece, a fare affari con gli anelli di fidanzamento - in particolare quelli in oro bianco con diamante - è un brand in ascesa del made in Italy, Stroili Oro, che ha otto negozi nel Paese asiatico, secondo mercato al mondo per vendita di gioielli e bijoux ma con una spesa pro-capite molto più bassa rispetto a quella

a cura di Antonia Matarrese

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Passioni Beauty

Tendenza blood
Quattro fragranze, 0, A, B e AB, che parlano dell’uomo attraverso il suo stesso flusso vitale: il sangue. L’idea è dei creativi Antonio Zuddas e Giovanni Castelli di Blood Concept in collaborazione con APF France e Osmos. La fragranza 0, particolarmente intensa, è perfetta per personalità forti e sicure di sé, la A è un jus verdearomatico che rassicura chi lo usa e rispecchia amore per la natura, la B ha un’identità nomade ed è caratterizzata da sentori legnosi e speziati, la AB è ricca di aldeidi e molecole frizzanti. Tutte accomunate dal retrogusto metallico del sangue. A. Mat.

MAKE UP AD ALTA DEFINIZIONE
Un trattamento che idrata, nutre, purifica, protegge la pelle dai raggi Uva. Il fondotinta è multifunzione grazie a polimeri intelligenti che seguono i movimenti del viso, polveri minerali che attenuano le discromie, madreperle e filler che riducono le imperfezioni.

Radiosità naturale
Contiene il liquido di Andersen: cariche lamellari con forme geometriche dall’aspetto leggermente luminoso; quando si applica il prodotto, le piastrine si dispongono in modo da ottimizzare la riflessione. È Lumi Magique di L’Oréal Paris, anche idratante.

Con quella pelle un po’ così
Texture leggera, ideale per la pelle mista e grassa, ed effetto opacizzante per Ever Matte di Clarins: composto da estratto di tè bianco, ricco di flavonoidi, ed estratto di lassana, rinforza l’azione trattamento neutralizzando i radicali liberi.

Effetto rassodante
Un mix di principi attivi fra cui l’adenosina, ridensificante, vitamina E antiossidante, agenti emollienti e leviganti: è la formula di Designer Lift di Giorgio Armani. Che forma una rete micro lifting e dona una pelle più compatta.

HILLARY, KATE E LE ALTRE
COLLOQUIO CON ESSIE WEINGARTEN
Il Segretario di Stato americano Hillary Clinton indossa Sugar Daddy. Camilla Parker Bowles anche, ma nella versione Marshmallow. E persino Kate Middeleton per sposare il principe William Windsor ha voluto uno smalto Essie, Allure. Loro, come decine di star e sette milioni di donne in 101 Paesi. Appassionate alle oltre cento nuances proposte da Essie Weingarten. Che da marzo sbarca anche in Italia, grazie a L’Oréal Paris. L’abbiamo intervistata.
Come si crea un brand di culto?

Intensivo anti età
Aiuta a riparare i segni dell’invecchiamento cutaneo grazie al collagene e all’elastina di origine marina, alla vitamina E, al complesso peptidico, il Fondotinta Alta Definizione Ricompattante Antirughe SPF 10 di Collistar.

La Clinton. Mrs Windsor. E 7 milioni di donne. Ecco i perché di un brand di culto
a cura di Antonia Matarrese
ra delle mani. Offrire alle donne una perfetta esperienza di manicure, con smalti dalle nuance fervide e trattamenti curativi per ogni tipo di unghia. Ho investito molto nella ricerca: abbiamo una formula antigraffio a base di pigmenti di puro colore super resistenti e brillanti, un applicatore piatto anti sbavatura e una boccetta anti spreco che permette l’utilizzo di ogni singola goccia di prodotto».
In che modo le mani fanno look?

«Con la passione. Per il colore e per la cu-

EAU DE NAPOLÉON
Si dice che ne consumasse anche 60 flaconi al mese: imperatore rude, Napoleone I, ma con un debole per la sua Acqua di Colonia Jean Marie Farina. Per averla sempre con sé, aveva persino fatto disegnare un flacone oblungo, che entrasse nel gambale dei suoi stivali. Oggi, per celebrare i suoi 150 anni, la maison parigina Roger&Gallet offre la versione rivisitata dello storico Rouleau de l’Empereur. In edizione limitata, è disponibile in tre fragranze: Jean Marie Farina, Bois d’Orange e Fleur d’Osmanthus. In farmacia a 45 euro.
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«Quando gli altri ci guardano notano tre cose: i nostri occhi, le scarpe che indossiamo e l’aspetto delle nostre mani. Le mani dicono chi siamo veramente. Con unghie ben curate si dà subito l’impressione di essere persone attente, organizzate e ben strutturate».
Tre consigli.

«Mai tagliare le cuticole: portare indietro la pelle in eccesso fino alla base dell’unghia e applicare prodotti oleosi specifici per ammorbidirle; limare sempre le unghie nella stessa direzione per non indebolirle; per rafforzare e migliorare la tenuta del colore, applicare una base nutriente e infine un top coat protettivo».
Guia Colturani

IN ALTO: ESSIE WEINGARTEN

Viaggi Passioni
La Tavola di Enzo Vizzari

TRATTORIA FANTASIA

Isola con vista
Grandi terrazze ombreggiate da morbidi tendoni bianchi, e un giardino mediterraneo di 5 mila metri quadrati che profuma di rosmarino e lavanda. Il nuovo volto di Procida si vive nel resort La Suite, ricavato dal restauro di un antico palazzo. Stanze di design, piscina, Spa, sdraio e ombrelloni riservati nella spiaggia dove è stato girato il film “Il Postino” (doppia in b&b da 100 euro, tel. 081 8101564 www.lasuiteresort.com). La primavera è il momento migliore per godersi l’isola e i tavoli in riva al mare del ristorante La Conchiglia, sulla spiaggia di Chiaia. Si fanno acquisti nella boutique di Creje, ricavata da un’antica grotta di pescatori, o nell’atelier di Dina Tramontano, che realizza orecchini con fili e cotone pregiato. Alla sera vale la pena di affrontare la salita che porta a Torre Murata, il centro storico nel punto più alto dell’isola, per ammirare il panorama sul Golfo di Napoli e le isole. Luisa Taliento

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OCA. RISOTTI. MONDEGHILI. RAVIOLI. PIATTI DALLA FORTE IDENTITÀ, ABILMENTE RINNOVATI, RIVIVONO IN UNA VECCHIA E BELLA CASCINA NON LONTANA DA MILANO
na bella e vera trattoria di campagna, con cucina e cantina che non sono affatto “da trattoria”. Dove? Nel Parco del Ticino, fra Abbiategrasso e Pavia, nel comune di Morimondo. La località è Coronate, Milano è a poco più di mezz’ora ma sembra tanto lontana. La campagna è coltivata e ordinata, la grandiosa, dugentesca abbazia di Morimondo impone una visita, la Trattoria è in una vecchia cascina perfettamente conservata. I mobili antichi, il grande camino che domina la sala centrale, il portico esterno per le sere d’estate, la cantina climatizzata che protegge vini scelti con competenza e proposti con prezzi che fanno sussultare di gioia chi è abituato ai ricarichi milanesi. Padrone di casa, signore e riservato, oggi è Marco Tacchella, dopo nonni e genitori che qui hanno operato da quasi ottant’anni. In cucina un giovane cuoco inglese esegue e interpreta il credo di Marco: territorio sì ma con giudizio, creatività moderata, sapori garbatamente decisi. Nel “Menu di Coronate”, così recita la carta, prevalgono piatti maschi e identitari come il risotto con pasta di salame, il tortino di riso al salto con ossobuco, i mondeghili con spinaci. Altra pagina della carta e altro registro, dove i richiami del territorio - Mortara, con la tradizione ebraica dell’allevamento e della lavorazione delle oche, è a una ventina di chilometri - si leggono nei piatti in cui entra appunto l’oca (carpaccio di petto con foie gras, scaloppa di foie gras su pane alle noci e prugne, tagliolini all’uovo con petto d’oca, foie gras e cipollotto). Oppure ravioli di zucca con stracotto di coda di bue, spaghetti in salsa di cavolfiori e tagliata di tonno, “segreto” di maiale iberico con crema

Altre tavole
LA OSTERIA Marcon (Ve) Piazza IV Novembre 11 Tel: 041 5950068 Chiuso: lunedì; domenica Osteria dall’anima moderna, dove le proposte di terra e mare esprimono attenzione alla leggerezza e quel tanto di creatività che occorre per uscire dalla routine. Accattivanti i ravioli con burrata, la guancetta di vitello brasata e i semplici e gustosi dessert. Ridotta ma appropriata la selezione dei vini, specie locali. Ospitalità e professionalità, per circa 50 euro. GOLDEN GATE Bortigiadas (Ot) Loc. Liscia di Banca S.S. 127 km 53 tel: 0796 274174 chiuso: lunedì Situato in una stretta e lussureggiante vallata, il ristorante, con annesso hotel, è un’oasi di pace e di piaceri marinari. Una scelta coraggiosa che sta riscuotendo consensi, perché le proposte tra mare e terra sono molto accattivanti: bottarga con carciofi, fregula con l’aragosta, ma anche arrosti e porcetto allo spiedo. Vini pochi e del territorio. Si spende sui 35 euro.

ESORDI D’AUTORE

In principio c’era l’uva
Estrarre i distillati dalla gabbia dorata di fine pasto, e servirli lungo un’intera esperienza a tavola, non è idea del tutto inedita. E l’ambizione, alla prova, s’è spesso venata d’azzardo. Ma se a proporre sul cibo una fine acquavite d’uva, in dichiarata alternativa al sakè, è il funambolico Moreno Cedroni, già inventore del susci all’italiana, sfidante dell’originale (con l’acca) made in Japan, il risultato è garantito. E così il défilé-menu per Prime Uve (fiore all’occhiello della Bonaventura Maschio) testato nel contesto del megashow meneghino di Identità Golose, ha centrato il bersaglio. Cedroni ha scommesso su un’accorta riduzione di tasso alcolico mediata da ghiaccio trito e in cubi. E ha poi disegnato un percorso dei suoi, aperto da Prime Uve Oro elaborata in Ital-Mojito; poi la Bianca “on the rocks” arditamente maritata ad anguilla cotta in brodo d’acqua, zucchero, nuance d’acquavite, soia, e guarnita con gelatina di Prime Uve, pappa al pomodoro e ristretto di salsa di cottura; e finale in souplesse con la Prime Uve Nera a suo agio sia (com’è logico) nel calice che trasformata in gommosa e servita con marmellata di mele “pink lady” e di passion fruit, strudel alle spezie e salsa di cioccolato al profumo d’acquavite. Si replica con altre ricette. Antonio Paolini
SOPRA: PRIME UVE. A DESTRA: IL PORTO DI LE HAVRE. IN ALTO: MORENO CEDRONI; LA SUITE A PROCIDA. NELL’ALTRA PAGINA: LA TRATTORIA DI CORONATE

Luoghi da scoprire di Giovanni Scipioni
Ci voleva un regista finlandese per fotografare una città che tutti conoscono sull’atlante ma che solo pochi turisti hanno attraversato. Aki Kaurismaki è sceso a Le Havre per raccontare il miracolo di un piccolo africano arrivato in un container. «È Londra?», chiede al protagonista un lustrascarpe di nome Marx. «No. Londra è dall’altra parte» gli risponde. Da questa città portuale della Francia, alta Normandia nel dipartimento della Senna Marittima, l’Inghilterra, dove vuole arrivare il bambino per raggiungere la madre, si raggiunge con il traghetto. Il poetico racconto di Kaurismaki disegna una città insolita, a volte cupa come le nuvole minacciose sopra il porto, a volte solare. Le Havre è stata interamente ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, il centro per opera dell’architetto Auguste Perret. Proprio il centro della città è “un esempio eccezionale dell’architettura e dell’urbanistica del dopo guerra”: l’Unesco lo ha inserito tra i Patrimoni dell’umanità. Si tratta di uno spazio di 133 ettari, pianta ortogonale, uno dei rari siti contemporanei iscritti in Europa. Architettura e urbanistica ma anche verde. Spazi estesi. Oltre alla moltitudine di parchi nella città bassa, c’è la foresta di Montgeon, il vero polmone della città. Laghi, una serra tropicale, una voliera. Tra i numerosi parchi vale la pena visitare quello di Rouelle: 150 ettari di bosco, di paludi e di stagni, 20 km di sentieri e un arboreto con 200 essenze differenti. Le Havre è una città portuale dove il cemento degli uomini convive con la natura. Quasi un miracolo, come quello raccontato dal regista finlandese.
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Modello Le Havre

TRATTORIA DI CORONATE Morimondo (Mi) Cascina Coronate tel. 02 9462127 chiuso: domenica sera e lunedì www.trattoriadicoronate.it guide@espressoedit.it

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Foto: J. Glaescher - Laif / Contrasto, C. Romaniello - Olycom

di carote e insalata di verze, più qualche piatto di pesce per onor di firma. Corposa e fantasiosa la carta dei dessert, fra classici come la torta di mele calda al Calvados ed esercizi più coraggiosi come la trasparenza di cremoso fondente con salsa di lamponi, zabaione e mandorle. È evidente che di cucina di trattoria, come d’abitudine la si intende, proprio non si può parlare. Da trattoria sono invece i prezzi: sui 30-35 euro, se si resta sul “menu di Coronate”, mentre si viaggia sui 55-60 voltando pagina. Comunque meritati.

È L’ORA DELLA PAPPA
Pane toscano raffermo rinvenuto in acqua o brodo leggero, pomodori, aglio, tanto olio extravergine di oliva e basilico: ecco fatta la Pappa al pomodoro, un classico piatto povero della cucina toscana, nato per recuperare il pane rimasto. Ritrovate la stessa ricetta nel vasetto da 350 gr della linea biologica La Casa di Caccia distribuita da Officina Alimentare Italiana, i pomodori sono coltivati nell’azienda agricola in Maremma e sa tanto d’olio buono. Si diluisce con acqua bollente e si aggiunge a piacere basilico strappato con le mani, una macinata di pepe nero e se volete ancora un giro d’olio a crudo. E in 5 minuti siete a tavola con una zuppa buona e saporita che sembra fatta in casa. www.officinaalimentareitaliana.it Sandra Longinotti

Passioni Motori
Sicurezza di Marco Scafati
Bmw Serie 3 320d Sport
Prezzo: 39.050 euro Cilindrata: 1.995 centimetri cubi Motore: 4 cilindri turbodiesel Potenza massima: 184 cavalli Velocità massima: 235 km/ora Accelerazione da 0 a 100 km/ora: 7”5 secondi Cambio: manuale a 6 marce Consumo medio: 22,2 km/litro Emissioni di CO2: 119 grammi/km Lunghezza: 4,62 metri Bollo: da 393,45 a 476,15 euro

A prova di alce
La frontiera più avanzata della sicurezza? La protezione dagli (e degli) animali. Non è una battuta, ma l’impegno concreto di una casa come la Volvo, che del viaggiare sicuro ha da sempre fatto la propria bandiera. E che non ha intenzione di rinnegare questo orientamento neanche ora che è passata in mani cinesi. Anzi, rilancia: i suoi tecnici stanno studiando una nuova generazione di sistemi anti-collisione che permettano di evitare urti con gli animali. Siano essi piccoli come un gatto, o grandi come un alce. Spiegano alla Volvo: «Quando si fa un incidente, di solito si colpisce quasi sempre qualcosa. E se un animale compare all’improvviso è molto probabile che chi è alla guida non riesca a evitarlo, con conseguenze che possono essere gravi per tutti». Di qui l’idea di un congegno composto da radar e telecamere che monitorano lo spazio davanti all’auto: se un malcapitato cucciolo si para davanti e il conducente non fa nulla, il sistema si attiva da solo, frenando o addirittura arrestando la macchina, se la distanza è particolarmente breve. Insomma,

il cagnolino non muore e la macchina non finisce dal carrozziere. Quanto basta per pensare a una dotazione del genere, anche se ancora non se ne conosce il prezzo visto che arriverà sul mercato non prima di un paio d’anni. Intanto, però, le alci svedesi ringraziano per il pensiero. Marco Scafati
(costa 500 euro in più). In effetti il TMax si guida come una buona moto divertendosi anche ad andature da manette ai polsi. Rapido e preciso come uno stiletto, molto ben frenato e soprattutto stabilissimo e con sospensioni a punto, è anche assai accogliente per due persone, e il suo plexiglas protegge più che bene. Maurizio Tanca

Auto di Maurizio Maggi

I

Rolling Stones aprivano i concerti del tour americano con “Honky Tonk Woman”, quando nasceva la prima Serie 3. Correva l’anno 1975, la Serie 3 si apprestava a diventare l’auto più importante di sempre per Bmw, con oltre 12 milioni di unità vendute in tutto il mondo. Adesso tocca alla sesta generazione, che con la precedente condivide solo il nome. Il look è da berlina grintosa per merito del tetto arcuato (che sconsiglia gli spilungoni di farsi Roma-Berlino sul divanetto di seconda fila, e comunque in tre neppure Milano-Como) e del muso che ricorda quello della bassa Z4. Particolari i fanali, allungati come gli occhi di una geisha: arrivano fino a al radiatore col tradizionale doppio rene, inconfondibile biglietto da visita della casa bavarese. Il posteriore - che ha rubacchiato qualcosa alle sorelle maggiori, le

LUSSO EVERGREEN

Serie 5 e 7 - è un po’ meno esuberante. La novità sotto il cofano è il due litri a benzina da 245 cavalli, mentre per chi tiene d’occhio i consumi l’opzione numero uno è il motore a gasolio ecologista, che dichiara percorrenze medie, almeno sul libretto di circolazione, da citycar: oltre 24 chilometri con un litro di carburante. Tuttavia, la parte del leone, in Italia la farà il 2 mila diesel più pimpante, con cui si sfrutta meglio il carattere sportivo di una macchina che può far divertire persino in pista. Il cambio manuale a sei marce è okay, ma lo steptronic automatico/sequenziale a 8 marce è più chic. Peccato che per averlo ci vogliano 2.500 euro, da sommare a prezzi di partenza che - come ogni premium tedesca che si rispetti - non sono mai troppo abbordabili. Con gli optional, i 40 mila euro di listino riescono a involarsi con noncha-

lance fino a quota 60 mila o poco sotto. Nessuno, d’altronde, s’è mai comprato una Serie 3 per risparmiare. Sono talmenti innamorati della nuova berlina, quelli della Bmw, da ritenere che persino in Italia, dove si preferisce sempre di gran lunga la station, stavolta la quattro porte sarà un po’ meno lontana, in quanto a vendite, dalla futura familiare, in arrivo dopo l’estate.

Due ruote

Scooter, anzi moto
Il TMax 530 è l’evoluzione del re dei maxiscooter da oltre dieci anni. Profondamente rimaneggiato, il bestseller Yamaha è diventato grintoso, più potente e veloce. Dimagrito di 4 chili, è più sportivo che mai. E pur non essendo il più grosso di una classe che conta anche altri bicilindrici da 600 fino a 850 cc, c’è da scommettere che rimarrà il più ambito e glamour del lotto. In barba alla crisi e al prezzo piuttosto alto (anche se immutato), l’anno scorso l’Italia ne ha infatti assorbiti ben 115 mila sui 180 mila esemplari in Europa. Il nuovo TMax 530 ha il motore maggiorato di 31 centimetri cubi - con tre cavalli in più e una coppia irrobustita sempre incastonato nel mirabile telaio in alluminio, ma con differenze tecniche sostanziali: adesso la trasmissione finale

Germania über alles
Marca e modello Vendite gennaio 2012 Volkswagen Tiguan 2.068 Fiat Freemont 1.396 Bmw Serie 3 1.095 Ford Kuga 1.052 Audi A4 1.036 Volkswagen Passat 979 Audi Q5 894 Mercedes Classe C 886 Bmw X3 814 Peugeot 5008 752 Con quasi 22 mila nuove auto il segmento D vale circa il 16% del mercato italiano. Fonte: Unrae

Yamaha TMax 530
Prezzo: 10.290 euro Cilindrata: 530 centimetri cubi Motore: bicilindrico, 4 valvole Potenza massima: 46,5 cavalli Velocità massima: oltre 155 km/orari Consumo medio: 17,5 km/litro Capacità serbatoio: 15 litri Peso col pieno: 220 chilogrammi Altezza sella da terra: 80 centimetri Bollo: da 49,03 a 56 euro

è a cinghia esterna, come per le moto, al pari del nuovo forcellone posteriore. Non è un caso se Yamaha ha sempre inserito il suo gioiello automatico nel listino delle moto, e non tra gli scooter, dove figura anche la versione con Abs

Passione vintage
L’anno scorso l’assegno più sostanzioso lo staccò un appassionato olandese: 45 mila euro per portarsi a casa una Harley-Davidson del 1950. Furono oltre 200 le moto esposte a cambiare proprietario, durante la prima edizione di Passione e Moto, che già all’esordio del 2011 si è rivelata la più importante mostra-mercato d’Europa, in programma alla Fiera di Padova. Dove, il 3 e il 4 marzo, si replica. Attesi 350 espositori con almeno mille mezzi da ammirare. Ci saranno splendide Indian e introvabili Testi, bellicose Laverda e Bimota, e molto altro. Rappresentanti di tanti marchi spariti ma pure di brand in salute, bolidi da corsa e custom da West Coast. E parecchie, affascinanti Harley, comprese quelle che appartenevano all’esercito Usa o alle polizie delle città, con tanto di reggimanganello o portafucile. Molti collezionisti arrivano a Padova convinti di farli solo vedere, i propri gioielli. HARLEY-DAVIDSON DELL’ESERCITO AMERICANO. DALL’ALTO: VOLVO XC Poi arriva l’offertona e la moto prende il volo, magari all’estero, visto che il 30-40 per cento dei visitatori è straniero. Nel mondo delle moto d’epoca 60; MOTO TMAX 530 YAMAHA. NELL’ALTRA PAGINA: BMW SERIE 3 320D SPORT; PNEUMATICO YOUMYAKU DELLA CASA GIAPPONESE YOKOHAMA e rare, le cose funzionano così.
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Eco-pneumatici senz’aria
Dentro non c’è bisogno dell’aria. Quindi, all’esterno, non serve neanche la valvola: è minimalista ma intrigante, il prototipo di pneumatico per vettura che la Yokohama esibirà in marzo al Salone dell’auto di Ginevra. Youmyaku è più leggero di una gomma tradizionale gonfiata e la sua struttura è composta da un reticolato d’acciaio e materiali speciali, capace di mantenerne la forma rotonda. Non si sa ancora se diventerà effettivamente un prodotto finito, ma certo la sfida appare intrigante. Intanto, sul mercato, l’azienda nipponica specializzata nel top di gamma è pronta a lanciare il BluEarth AE-01, la cui caratteristica è la bassa resistenza al rotolamento, che riduce i consumi. Una gomma che vuole allargare la presenza di Yokohama nel settore dei pneumatici “ecologici” di massa, dopo che il battistrada di famiglia s’è fatto apprezzare su parecchi macchinoni giapponesi e europei.

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Lettere
PER POSTA
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L’Espresso Via C. Colombo, 90, 00147 Roma. E-mail: letterealdirettore@espressoedit.it precisoche@espressoedit.it

Lettere
stiamo partecipando, un azzardo molto pericoloso che avrà una conclusione tragica.
CRISTIANO MARTORELLA, email

PER E-MAIL

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LE OPINIONI DEI NOSTRI LETTORI

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N. 9 - 1 MARZO 2012

Primavera cagliaritana Le spese del Senato tra agende e uniformi
In relazione agli articoli “E l’agenda allunga le ferie” e “I papillon d’oro del Senato” (“l’Espresso” n. 8), si precisa che la spesa per le agende 2012 è di 224 mila euro (non 300 mila), 187 mila compensati dalle vendite. Su oltre 20 mila agende, nessuna lamentela è giunta agli uffici del Senato per errori come quello segnalato («Dal giorno 29 febbraio 2012 salta direttamente al 21 giugno»). Evidentemente, è capitata una copia difettosa, dalla quale è azzardato concludere che «l’errore è drammatico: Palazzo Madama spende per queste agende oltre 300 mila euro l’anno». Infine, le “uniformi” di cui si parla nell’altro articolo riguardano solo la divisa di servizio degli Assistenti parlamentari, cioè dei “commessi”, come accade in tutta la Pubblica Amministrazione.
SENATO, Ufficio Stampa e Internet

zionalità del giudice nel valutare il motivo del licenziamento ecc. Si perderebbe così un formidabile deterrente nei confronti di chi vorrebbe trasformare il mercato del lavoro in Far West. D’altro canto l’applicazione della reintegrazione riguarda una sessantina di casi l’anno su 6 mila cause. Il “Corriere della sera” dell’8 febbraio 2012 scrive che in cinque anni «su 31 mila cause contro i licenziamenti considerati illegittimi soltanto l’1 per cento si sarebbe risolta con il reintegro del lavoratore». Quindi, parliamo di numeri piccoli, soprattutto se pensiamo alle centinaia di migliaia di posti di lavoro persi negli ultimi anni per la crisi economica. Ma allora perché questa battaglia e che cosa accadrebbe se non esistesse l’articolo 18?
UGO DEGL’INNOCENTI, email

Risponde Stefania Rossini
stefania.rossini@espressoedit.it

Batman contro Pulcinella
Cara Rossini, le feste di Carnevale sono appena finite ed è iniziato il periodo di purificazione del corpo e dello spirito che durerà fino alle feste di Pasqua... la prego, continui a leggere, non è una predica sulla Quaresima, ma lo spunto per qualche considerazione di quotidiana sociologia sul cambiamento delle tradizioni festive. Ho 57 anni e ricordo con tenerezza i miei Carnevali da bambino, con meravigliose maschere classiche che ci tramandavamo tra fratelli e cugini. Qualcuno di loro forse conserverà ancora in un baule i nostri costumi da Arlecchino e Pierrot. Oggi invece il Carnevale è tutta un'orgia di costumi che ricalcano i cartoni televisivi o i personaggi del momento. Giovedì grasso, sfidando i residui delle neve capitolina, passeggiavo al Gianicolo e, ripercorrendo i passi della mia infanzia, mi sono fermato davanti al teatrino dei burattini che staziona lì da decenni sfidando l'imbarbarimento dei tempi. Lo spettacolo era quello di sempre: un esilarante sketch con Pulcinella e gendarmi che si bastonavano a vicenda. Mi sono guardato intorno: i pochi bambini che si erano fermati erano vestiti da Batman, Dracula, scheletrino o Barbapapà di vari colori, e ce n’era anche uno mascherato da Michael Jackson. Gli unici davvero attenti allo spettacolo erano gli adulti, anche perché a quei piccolini nessuno aveva mai parlato o fatto vedere Pulcinella. Che ne è delle nostre tradizioni popolari? Perché abbiamo lasciato sparire le rappresentazioni delle tipizzazioni regionali e dei tanti caratteri della nostra faticosa unità nazionale? Gianfranco Marchesini Forse il Carnevale di una volta non c’è più, come le mezze stagioni, ma forse lei idealizza un po’ i bei tempi andati. Guardi che quando lei era bambino, i suoi coetanei erano vestiti soprattutto da Zorro, da pirata, da principe azzurro o da diavoletto. Se non c’era ancora l’influsso totalitario della tv, c'era quello del cinema, dei fumetti, della letteratura per ragazzi, delle fiabe e del catechismo. Anche allora, le maschere classiche della nostra Commedia dell’Arte sopravvivevano per la cura di alcuni appassionati, come in quel meraviglioso “Arlecchino servitore di due padroni” di Goldoni messo in scena da Strehler nel 1947, che va in giro per il mondo da 60 anni. Pochi fortunati potranno vederlo anche quest'anno, al Piccolo di Milano nei giorni del Carnevale Ambrosiano. Omaggio vero alla grande tradizione.

C’è ancora, in Italia, chi sostiene che noi giovani dovremmo attendere il nostro turno, abbandonare le nostre idee nel cassetto dei sogni irrealizzabili e lasciar inaridire le nostre menti in questo ineludibile processo di assuefazione alla crisi continua. Per fortuna esiste anche chi, invece comprende l’importanza di mettere i ragazzi al centro di un progetto. È il caso del neo-ministro del Miur, Francesco Profumo che ha detto: «Vorrei che la scuola diventasse il centro civico della città... In modo che Comuni e privati possano investire nel-

la scuola stessa... Compito del nostro governo è porre le basi perché questo percorso si avvii». A Cagliari dall’ottobre scorso, nel Liceo classico G.M. Dettori, con un gruppo di studenti portiamo avanti questa stessa iniziativa incontrando però l’opposizione degli organi burocratici dell’istituto. Noi pensiamo che da Cagliari possa partire una primavera giovanile per portare la scuola oltre l’inverno gelminiano. Dai nostri rappresentanti comunali, regionali e nazionali attendiamo un segnale di fiducia.
STEFANO ROVELLI, stefanorov94@gmail.com

Si fa presto a dire botox
L’articolo “Botox nemico per la pelle” (“l’Espresso” n. 4) indica con il termine botox

qualunque trattamento a base di tossina botulinica. Allergan segnala che Botox è un nome commerciale che identifica esclusivamente la tossina botulinica di tipo A prodotta e commercializzata dalla Allergan. L’utilizzo del termine botox in modo generico ed improprio, oltre a non corrispondere al vero, lede i diritti di proprietà intellettuale della società Allergan. Inoltre il Botox non è autorizzato in Italia per il trattamento delle rughe, ma per indicazioni terapeutiche in ambito neurologico. La tossina botulinica Allergan per uso estetico è stata autorizzata nel 2004 dall’Agenzia italiana del farmaco con il nome commerciale di Vistabex per il trattamento delle rughe glabellari (quelle che si formano tra le sopracciglia). Botox

e Vistabex sono due specialità medicinali prodotte da Allergan che contengono in un flaconcino una quantità infinitesimale (4 miliardesimi di grammo) di tossina botulinica di tipo A altamente purificata e vengono somministrate a dosi differenti in funzione dell’indicazione terapeutica, mediante iniezione nell’area da trattare. La tossina botulinica rilassa i muscoli e la sua azione è temporanea e reversibile. Per quanto riguarda la pubblicità dei farmaci, Allergan applica i più elevati standard di compliance e di integrità di business, con particolare impegno e accuratezza nel rispetto delle norme relative alla interazione con la classe medica.
NICOLA DI MENNA, legale rappresentante Allergan SpA

A che merito giochiamo
Si parla molto di meritocrazia, ma chi ne stabilisce i criteri? Se provengono da una parte sola che si rifà a teorie astratte, allora si rischia di premiare qualcosa che non ha valore. Ed è proprio ciò che è successo con la crisi economica dal 2008 ad oggi. Ci si è affidati alle valutazioni delle banche, della finanza, degli istituti economici, ma nessuno ha controllato che tali valutazioni avessero un riscontro con la realtà. Lo stesso si fa ora, rispolverando le vecchie teorie liberiste che hanno provocato la crisi, e presentandole come la soluzione. È chiaro il gioco a cui

Ma lo conoscete l’articolo 18?
«Il giudice annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo e ordina al datore di lavoro con più di quindici dipendenti di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro». Ecco in sintesi il famoso art. 18, «pilastro di civiltà» secondo il segretario della Cgil Susanna Camusso. Nelle trattative di questi giorni si parla di sospensione temporanea dell’art. 18 per le nuove imprese, di ridimensionare la discre-

Altre lettere a Stefania Rossini e la rubrica “Preciso che” su www.espressonline.it
166 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

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In edicola la prossima settimana
La Classica Celestini Johann Sebastian

Bach
Johann Sebastian Bach compose i sei Concerti Brandeburghesi, il suo capolavoro strumentale, nel periodo che trascorse a Köthen, ducato della Sassonia, dal 1717 al 1723. Intese esaltarvi la forma solistica e ideò questi spartiti per i principali strumenti del tempo, costituendo nelle sue intenzioni una specie di enciclopedia didattica e dimostrativa delle possibilità del genere, una sorta di forma universale del concerto. Ne è interprete per i lettori de “l’Espresso” il celebre clavicembalista e conduttore Raymond Leppard, membro onorario del Trinity College a Cambridge, direttore musicale di alcune delle più raffinate orchestre britanniche: prime fra tutte l’English Chamber e quella della Bbc. Fra le sue incisioni discografiche più rinomate la musica barocca, in particolare Bach, Monteverdi ed Haendel. L. Q.
Venerdì 2 marzo quarto Cd a 2 euro in più con l’Espresso + Repubblica

Parole sante

Venerdì 2 marzo volume a 2,90 euro in più con l’Espresso

GRUPPO EDITORIALE L’ESPRESSO SPA
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE: Carlo De Benedetti AMMINISTRATORE DELEGATO: Monica Mondardini CONSIGLIERI: Agar Brugiavini, Rodolfo De Benedetti, Giorgio Di Giorgio, Francesco Dini, Sergio Erede, Mario Greco, Maurizio Martinetti, Tiziano Onesti, Luca Paravicini Crespi DIRETTORI CENTRALI: Alessandro Alacevich (Amministrazione e Finanza), Pierangelo Calegari (Produzione e Sistemi Informativi), Stefano Mignanego (Relazioni Esterne), Roberto Moro (Risorse Umane)

“Parole sante” per indagare il mondo della precarietà, dei diritti scomparsi. Un racconto realizzato con lo stesso metodo di ricerca dei precedenti spettacoli teatrali di Ascanio Celestini. Basato su «interviste a persone che hanno attraversato Roma per arrivare nella periferia in cui abito anche io. Quella che sta attorno all’uscita 21 del raccordo anulare. Quella dell’ultima fermata della metro A, Anagnina», dice Celestini. È la storia dei precari dell’Atesia, il più grande call center italiano dove lavoravano in 4 mila con contratti a progetto, pagati pochi centesimi a telefonata. Le parole sante a cui fa cenno il titolo sono quelle di chi vive la precarietà sulla propria pelle e chiede soltanto una cosa: un lavoro degno di questo nome. Roberto Calabrò
Venerdì 2 marzo sesto Dvd a 9,90 euro in più con l’Espresso + Repubblica

I Grandi Romanzi GIOVANNI VERGA

Mastro Don Gesualdo
Venerdì 2 marzo Dvd più libretto a 7 euro in più con l’Espresso + Repubblica

Il Caffè dell’Arte LUCA M. BARBERO RACCONTA

DIVISIONE STAMPA NAZIONALE
00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 98 DIRETTORE GENERALE: Corrado Corradi VICEDIRETTORE: Giorgio Martelli DIREZIONE E REDAZIONE ROMA: 00147 Roma, Via Cristoforo Colombo, 90 Tel. 06 84781 (19 linee) - Telefax 06 84787220 - 06 84787288 E-mail: espresso@espressoedit.it REDAZIONE DI MILANO: 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 480981 - Telefax 02 4817000 Registrazione Tribunale di Roma n. 4822 / 55 Un numero: € 3,00; copie arretrate il doppio PUBBLICITÀ: A. Manzoni & C. S.p.A. 20139 Milano, Via Nervesa, 21 Tel. 02 574941 ABBONAMENTI: Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it. Tariffe (scontate di circa il 20%): Italia, per posta, annuo € 108,00, semestrale € 54,00. Estero annuo € 190,00, semestrale € 97,00; via aerea secondo tariffe Abbonamenti aziendali e servizio grandi clienti: Tel. 02 7064 8277 Fax 02 7064 8237 DISTRIBUZIONE: Gruppo Editoriale L’Espresso, Divisione Stampa Nazionale, 00147 Roma, Via C. Colombo, 98 ARRETRATI: L’Espresso - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (da rete fissa o cellulare). Fax: 02 26681986. E-mail: abbonamenti@somedia.it Prodotti multimediali: - Tel. 199.78.72.78; 0864.256266 (per chiamate da rete fissa o cellulare) STAMPATORI: Rotosud: loc. Miole Le Campore-Oricola (L’Aquila); Puntoweb (copertina): via Variante di Cancelliera snc Ariccia (Rm); Legatoria Europea (allestimento): Ariccia (Rm) Responsabile trattamento dati (d.lgs.30.06.2003, n.196): Bruno Manfellotto Certificato ADS n. 7194 del 14/12/2011

Paul Cézanne

SCONTRO NELLA FORESTA

ZAGOR VS ZAGOR
“Zagor contro Zagor”, dove Olaf Botegosky ruba incolpando lo Spirito con la Scure, si conclude all’inizio del terzo volume della riedizione a colori della saga di Sergio Bonelli e Gallieno Ferri, con il duello tra Zagor e il suo sosia. Poi le vicende cambiano registro, fedeli all’intento di Sergio Bonelli «di spaziare in ogni campo, senza ancorare il personaggio a un genere definito». Zagor combatte un orso; libera con Cico i pellerossa schiavi in una miniera; ma il colpo di scena è nella “Lancia spezzata”. Qui a consacrare il successo di un western programmaticamente meno “adulto” di Tex, la storia è firmata proprio da Gianluigi Bonelli, il creatore del ranger, con Zagor sfidato da Nakawa, indiano accompagnato da un corvo e da un lupo che guida la rivolta degli Uroni. È il viatico che intreccia idealmente la fantasia di Zagor all’epica di Tex. Oscar Cosulich
Lunedì 27 febbraio ottavo cofanetto a 12,90 euro in più con l’Espresso o Repubblica

L’inglese per il lavoro

Giovedì 1 marzo a 6,90 euro in più con l’Espresso o Repubblica

SPEAKNOW! FOR WORK
1 marzo 2012 | lEspresso | 169 ’

N. 9 - ANNO LVIII - 1 MARZO 2012
TIRATURA COPIE 432.600

Eugenio Scalfari Il vetro soffiato

Il trionfo dei nuovi barbari

H
C’è una massa che vive il presente senza progetti e con uno sbiadito ricordo del passato. Il Festival di Sanremo è l’apoteosi di questa società. Che non ha una visione politica del bene comune

o letto domenica scorsa sulla “Repubblica” tre articoli che riguardano un tema molto importante, visto da diverse angolazioni. Ne cito gli autori perché vale la pena di leggerli: Massimo Recalcati, Benedetta Tobagi, Giuseppe Videtti. Il tema è questo: «È sempre più difficile crescere in un mondo che sogna l’eterna giovinezza. Dai videogame ai social network si è diffuso un modello di società a “responsabilità zero”». È un bel tema, non è vero? Ne parlò un anno fa il compianto Tommaso Padoa-Schioppa con la parola “bamboccioni” che allora fece molto discutere. Più recentemente l’ha ripreso Mario Monti a proposito della monotonia del posto di lavoro fisso. Ma qui si tratta d’altro. Non più e non soltanto di giovani che non vogliono invecchiare ma di adulti che non sono tali e diventeranno vecchi essendo rimasti bambini per tutta la vita. Ce ne sono sempre stati al mondo di tipi così, a cominciare da Telemaco col padre Odisseo; ma ora sono diventati massa, una massa che vive il presente senza progetti e speranza di futuro e con uno sbiadito ricordo del passato. Questo tema dell’eterno presente mi è familiare e gli ho dedicato molte pagine nei miei ultimi libri, ma forse vi stupirete se dico che, dopo aver letto gli articoli sopracitati, m’è venuto in mente per associazione di idee il Festival di Sanremo da poco concluso. Gianni Morandi, Pupo, i cantanti e il pubblico, quello dell’Ariston e quello appiccicato ai televisori: 12-14 milioni di persone con punte anche superiori. BAMBOCCIONI? Adulti non cresciuti? E Celentano, bravissimo cantante e modesto profeta, per il quale vale la perfetta definizione datagli all’Ari-

ston da Geppi Cucciari: «Nessuno deve sapere prima che cosa dirà e nessuno deve capire dopo che cosa ha detto». Ma forse siamo noi, io e voi che mi leggete, a essere fuori del tempo, chiusi in torri non certo d’avorio ma di plastica per ripararci dal nuovo che avanza? Il discorso è lungo e per quanto mi riguarda l’ho già fatto nel mio libro “Per l’alto mare aperto” dove racconto che cosa è stata l’epoca della modernità fino all’arrivo dei nuovi barbari. Io vedo i nuovi barbari come una generazione di giovani vigorosi che scelgono nuove forme di linguaggio e lottano per costruire un futuro del tutto diverso dal nostro lascito, ma confesso che questa visione positiva dei barbari ha trovato fin qui scarso riscontro. L A M O D E R N I T À è certamente un’epoca ormai conclusa, ma la società attuale è profondamente imbarbarita, non crea nuovi valori e si limita a deturpare quelli ricevuti dal passato. Non è capace né di custodire il ricordo della modernità né di rinnovarla e di proiettarla verso il futuro. Una società imbarbarita può avere una visione politica del bene comune? Ne dubito. Una visione del bene comune comporta un’assunzione di responsabilità poco compatibile con l’imbarbarimento. Le società imbarbarite sono piuttosto sedotte dal populismo e dall’antipolitica. Gli interessi particolari soverchiano quelli generali, lo Stato è considerato un nemico, la Costituzione un vincolo inutile, la legalità una parola vuota, una sorta di plastilina che ciascun interesse lobbistico modella a proprio uso e consumo. E questa è appunto la situazione dalla quale il nostro Paese è appena uscito, o almeno così sembra. Naturalmente il rischio di ricascarci dentro è tutt’altro che scongiurato.

170 | lEspresso | 1 marzo 2012 ’

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