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DOMENICA 22 GENNAIO 2012 www.ilriformista.it
ANNO XVII N. 18 SPED. IN ABB. POST - D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N. 46) ART. 1 COMMA 1, DCB - ROMA

EMANUELE MACALUSO
SETTIMANALE DI POLITICA E CULTURA

n Italia e nel mondo è stato trasmesso l’aspro dialogo tra il comandante della nave “Concordia”, Francesco Schettino, e il capitano di fregata Gregorio De Falco, catalogate come espressione del carattere degli italiani. Ascoltando e leggendo i commenti al dialogo, per un momento mi sono chiesto: e se il capitano Gregorio De Falco anziché campano fosse nato in Padania cosa avrebbe scritto il giornale della Lega? Infatti Schettino e De Falco sono entrambi terroni, direbbe Bossi. Il primo è indicato come un ufficiale superficiale, donnaiolo, senza spina dorsale, bugiardo e fellone, degna espressione del tran-tran napoletano, simbolo dell’Italia deteriore; il secondo, invece, con la sua voce e le sue espressioni forti, chiare, perentorie, razionali, in linea con la storia dei marinai di rango, viene indicato come simbolo dell’Italia migliore. Emerge, anche in questa occasione, l’abissale ignoranza di una parte dei media, per non parlare della Lega. Bossi, nei giorni scorsi, farfugliando una lingua incom-

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EMMA DELLA DOMENICA

Italia una e indivisibile

prensibile e rivolgendosi a cittadini italiani, ha bollato Giorgio Napolitano come “terrun”, un sottoprodotto della stirpe. Nessuno di quelli che gli stavano attorno o di chi lo ascoltava lo ha interrotto per dirgli: imbecille. Chi ha una cultura elementare sa bene che il capitano De Falco è erede della tradizione giacobina napoletana. Due le riviste che segnarono la vicenda politica di Napoli e del Mezzogiorno, “Cronache meridionali”, diretta da Giorgio Amendola, Mario Alicata e Francesco De Martino e, nella sponda opposta, “Nord e Sud” di Chinchino Campagna e di Vittorio De Caprariis, li accumunava il rigore culturale e morale, il senso alto del dovere, dello Stato e della collettività. De Falco, giustamente rifiuta di essere catalogato come eroe e anche come eccezione. Nel Sud ci sono gli Schettino e i De Falco, come al Nord ci sono i Bossi, i Calderoli e i Berlusconi ma anche i Vanoni, gli Einaudi, i Ferruccio Parri. L’Italia è veramente una e indivisibile.

Palermo & Budapest Due storie lontanissime Un timore comune
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www.ilriformista.it

er dire: che cosa c’entrano i Forconi siciliani, di cui ci scrive Peppe Provenzano, con la nuova (e vecchia) destra al potere in Ungheria, che Marco Benedettelli e Alessandro Grimaldi ci raccontano nel loro reportage? Ma è chiaro, Palermo con Budapest non c’entra niente. Anche perché a Palermo non hanno la minima idea di chi fosse, che so, l’ammiraglio Horthy, e a Budapest non sanno che cosa sia un’infiltrazione mafiosa. Nel Terzo Millennio è particolarmente difficile, ma i casi sono due. O ripeschiamo negli archivi della memoria almeno i rudimenti del caro, vecchio metodo dell’analisi differenziata, rinunciando così in partenza alla tentazione di somUn filo lega quello che sta mare le pere e le mele. Oppure dobbiamo ricapitando in tante diver- nunciare in partenza a cercar di capire quel se plaghe d’Europa. che ci capita intorno, e adeguarci alla proFinora abbiamo cercato spettiva di vivere in un gigantesco spettacolo di spiegare questi feno- di suoni e luci, in cui ogni cosa, purché rimmeni usando la catego- bombi e luccichi fino ad accecare, equivale ria del populismo. Non a tutte le altre, e tutto scorre, senza lasciare traccia, a velocità porè servito a niente. tentosa. La prima strada è naturalmente difficile, molto difficile. Anche perché ci siamo già tanto inoltrati sulla seconda da faticare persino a comprendere che gran parte dei nostri strumenti di interpretazione della realtà, ammesso pure che in passato fossero utili, si sono arrugginiti fino a diventare inservibili. È vero che Palermo con i suoi Forconi è Palermo, e Budapest con il suo Orban è Budapest, e Parigi (dove tutti i sondaggi danno in forte ascesa madame Le Pen, e in calo ancora più forte il tradizionale rifiuto
KARLMARXSTRASSE

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PAOLO FRANCHI

“repubblicano” della maggioranza dei francesi di riconoscere una qualsiasi legittimità al Fronte nazionale) è Parigi. Ma un qualche filo che lega quello che sta capitando in tante e tanto diverse plaghe d’Europa, partiti che perdono pezzi, governi e istituzioni che traballano, nazionalismi e localismi che rialzano la testa, ci deve pur essere. Le premesse, i segnali (e qualcosa di più) c’erano da un pezzo. Per anni, ma sarebbe meglio dire per un paio almeno di decenni, li abbiamo guardati con fastidio, sussiego e anche un po’ di disprezzo. Se abbiamo cercato di analizzarli, lo abbiamo fatto ricorrendo pigramente a una categoria, quella del populismo, che spiega tutto e niente. Adesso che rischiano di dilagare destre illiberali e movimenti radicali di protesta (chissà se prepolitici o postpolitici) dei quali sappiamo solo che sono lontani anni luce da noi, siamo senza parole. E i politologi, che non si sono letteralmente accorti degli sconvolgimenti che hanno investito e investono l’habitat di una politica sin troppo abituata a prestar loro orecchio, da prestarcene non ne hanno. Ha ragione Ilvo Diamanti: meglio, molto meglio i sociologi, almeno quelli che hanno studiato e provato a raccontare a una politica del tutto indifferente i sommovimenti tellurici e i mutamenti molecolari della società italiana e, aggiungerei, delle società europee. Ma forse un aiuto ancora più sostanziale potrebbero e dovrebbero darlo gli storici. Perché questi movimenti sono inediti, sì, ma fino a un certo punto. All’origine della loro esplosione c’è anche, eccome, il riaprirsi di faglie antiche, e il riaffacciarsi, in forme in parte nuova, in parte no, di tensioni, di pulsioni, di rancori e pure di orrori che a torto si credevano archiviati da un pezzo. Finché si fanno chiacchiere sugli indignati, non c’è problema. Ma se si vogliono almeno tentare delle analisi concrete di situazioni concrete, le cose si complicano. Per

Red chair, Buenos Aires (Alberto Mileti 2007) stampa Giclée cm 33x40

restare a Palermo e a Budapest. Chi non sa nulla della storia del ribellismo meridionale, di come in Sicilia tante volte si siano intrecciate l’antipolitica più feroce e la politica più oscura, difficilmente capirà qualcosa dei Forconi, recupero del “sicilianismo” ed eventuali infiltrazioni mafiose comprese. Chi ignora quanto profonde siano le radici della reazione in Ungheria, difficilmente capirà qualcosa della nuova destra ungherese, della paura che suscita, delle resistenze che incontra. Ragioni è una piccola cosa, un foglietto o poco più. Nutriamo, però, un’ambizione, o ma-

gari una presunzione. Per fare, come possiamo e come sappiamo, cultura politica, e una cultura politica non accademica, o si prova a lavorare con un minimo di sistematicità su questi temi, cercando di rintracciare in Italia e in Europa i fili che legano il passato e presente o è meglio lasciar perdere. Un po’ perché, come il famoso soldato di Napoleone, siamo tignosi; un po’ perché in questi due mesi la nostra ambizione (o la nostra presunzione) qualche riscontro lo ha avuto, ci proviamo. Dateci una mano a farlo di più e meglio di quanto, e non è pochissimo, siamo riusciti a fare sin qui.

QUESTA SETTIMANA

Ci saranno pure due statue a Berlino

Noi frequentatori di Karl Marx Strasse siamo molto, molto preoccupati per l’iniziativa del ministro tedesco dei Trasporti, dell’Edilizia e dello Sviluppo urbano, il cristiano-democratico Peter Ramsauer. Il quale, come è noto, ha colto l’occasione della ricostruzione del Castello di Berlino per chiedere alla grande coalizione Spd-Cdu che governa la capitale della Germania di rimuovere dall’area circostante le grandi statue bronzee del vecchio Carlo e del vecchio Federico, fatte erigere nel 1986, tre anni prima della caduta del Muro, da Erich Honecker. Nostalgie per la Repubblica democratica tedesca, possiamo assicurarlo, dalle nostre parti proprio non ce ne sono. E siamo pure convinti che in cuor loro Marx ed Engels non sarebbero affatto dispiaciuti di fronte alla prospettiva di raggiungere Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, e altre decine di dirigenti e militanti comunisti e socialdemocratici nel cimitero di Friedrichsfelde. A tutto avevano pensato da vivi fuorché a diventare da morti icone bronzee o marmoree di un “socialismo reale” che gli avrebbe fatto drizzare i capelli in testa. Meno ancora dovrebbe entusiasmarli l’idea di essere utilizzati come attrazione turistica della Grande Berlino. Ma il ministro della signora Merkel li vuole mandare giù a Friedrichsfelde perché quel cimitero, dice, è «una specie di centro dei resti del socialismo». Sono parole che la dicono lunga su come il signor Ramsauer e i suoi amici concepiscono e vivono la storia europea e, se ci è concesso, tedesca; e che innervosiscono anche tipi sin troppo mansueti come noi. Cari socialdemocratici berlinesi, avete risposto bene: se la mettete in questi termini niente da fare, «Berlino ha un passato movimentato ed è una metropoli aperta». Continuate così. (c.for.)

I Forconi di Sicilia visti da Giuseppe Provenzano. Sergio Bertolissi ancora sull’Urss e sul perché il partito non fu mai in discussione. Marco Benedettelli e Alessandro Grimaldi sulla nuova destra ungherese (e il parolone della settimana: populismo di Mario Ricciardi). È possibile un’ alleanza nonni-nipoti? Intervengono Fulvio Tudisco, Michele Petriccione e Danilo Di Matteo. La poetica di Ezra Pound e la destra secondo Melo Freni. I verbali del mercoledì dell’Einaudi recensiti da Alfonso Musci (e i musicisti “letti da” Daniele Rubatti). L’integralismo e la Raffaello Sanzio di Laura Landolfi. Il “seme” di Isgrò e la cultura che censura di Anita Tania Giuga. I dipinti in Proust e Yehoshua di Francesco Longo.

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Alessandro Cidda

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DOMENICA 22 GENNAIO 2012

RIVOLTE

Forconi di Sicilia Chi c’è dietro? No, cosa c’è davanti
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a voragine di drammi e rivendicazioni, fame e offese che il movimento dei “forconi” ha richiamato può far venire le vertigini. È il ventre di Sicilia, aperto da tempo, che la crisi ha rovesciato per strade e porti. Per la verità il movimento POPULISMI è un blocco, come capita. E quaggiù sempre vi s’aggiunge la metafora, il segno che rivela verità mangiate a parole: il blocco nell’Isola bloccata, moltiplicatore d’immobilità. Gli imbecilli di sinistra – peggiori di quelli di destra, diceva Leonardo Sciascia, per il vizio di In un’antipolitica feroce complicare sempre le cose, specie quansi infiltra la politica peg- do le cose andrebbero semplificate – ora giore. Ma la sinistra, se spiegano che «non c’è nessuna rivoluci fosse, più ancora che zione in corso», che «voi non sapete chi degli avventurieri si c’è dietro», e così via cantandosela e suodovrebbe occupare nandosela. Come se qualcuno davvero cercasse rivoluzioni degli sventurati. nei padroni dei Tir che rivendicano il consumo a buon mercato di gasolio. E cosa c’è dietro, se non il marasma economico, sociale e persino umano nella Sicilia e nel Sud della crisi? Una crisi che ha colpito tutto il paese, ma per lo squilibrato sistema di welfare e l’elevato grado di evasione e di elusione contributiva, e per essersi sommata a debolezze strutturali aggravate negli anni Duemila, ha scaricato sul Sud gli effetti sociali più drammatici di disoccupazione, scoraggiamento e miseria: meno della metà di occupati tra la popolazione attiva e licenziamenti “senza paracadute”; imprenditoria (quasi tutta) legata a commesse pubbliche bloccata nella paralisi amministra-

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GIUSEPPE PROVENZANO

tiva e strozzata dal credito, mentre l’industria mafiosa è l’unica con liquidità; un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà e crollo dei consumi perfino di beni di prima necessità. È così che una protesta scomposta, dai programmi generici o minimi ed egoisti – nel ripiegamento localistico di un Sud impoverito e offeso dall’ostilità diffusa dell’opinione pubblica che conta e abbandonato alla seduzione di fenomeni culturali deteriori come quello di Pino Aprile (teorico insidioso del “terronismo” a cui non pare vero di vederlo praticato a mani grosse) – raccoglie vasta solidarietà e simpatia popolare, da parte degli stessi cittadini pur vittime di disagi gravissimi. Ma davvero può sorprendere, in un Paese che ripetutamente si chiedeva del suo Mezzogiorno: «Com’è che non scoppia la rivolta?». Il Sud in condizioni da “primavere arabe” finalmente l’ha accontentato – ed è l’ennesima volta, in verità, ché le rivolte sono sempre scoppiate, in questi anni, per acqua, rifiuti e sanità quasi ovunque, e da Castelvolturno a Nardò. Stavolta il Paese – che accorre a Palermo con le sue migliori firme, che si soffermano sulle «bocche sdentate» – quanto ci metterà a dimenticare? Tra i “forconi” si addensano ombre nere e si registrano violenze e intimidazioni di stampo mafioso: e certo non può sorprendere, a chi ha un minino di cognizione delle cose di Sicilia (e d’Italia, dunque) che si siano mossi, persino tra i più attivi organizzatori, uomini in puzza di mafia. In movimenti del genere c’è di tutto, si sa, e le etichette servono solo a camuffare meglio. Però, il problema principale non sono gli avventurieri neri ma gli sventurati sempre più in balìa, quelli che partecipano in buona fede, che chiedono magari risposte sbagliate a problemi veri (l’accesso al credito, il costo dei prodotti agricoli, la pesca nel Mediterraneo, e così via). La disperazione sociale, che ha provato a sfogare la sua rabbia in proteste troppo al lungo “senza voce”, ora si volge nel vecchio ribellismo meridionale buono a preparare ogni conservazione. Nelle forme di un’antipolitica feroce e brutale vi s’infiltra la peggiore politica, e non è detto che tutto non finisca con il ridare ruolo all’intermediazione impropria dei soliti notabili. Gravi sono i sospetti e i tentativi di strumentalizzazione da parte di personale di riciclo (specie nella galassia autonomista e della destra pidiellina), che è il precipitato purissimo – impurissimo, cioè – degli oltre sessant’anni di classi dirigenti sici-

There are only two kind of music, Rock & Roll (Alberto Mileti 2008) stampa Giclée cm 33x40

liane che hanno ridotto l’isola alla marginalità e alla dipendenza. Liquidare la protesta, persino con le migliori ragioni, come fa il Presidente della Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, per il fatto che vi siano fascisti, reazionari e mafiosi, può solo aggravare le cose e le responsabilità della politica. Non tutto si può fare a Palermo, e quasi niente. Ma quel “quasi” è decisivo, anche sul piano simbolico, di fronte a un popolo che sprofonda in una miseria che non è mai solo materiale. Perché i piani (e i fondi) per l’agricoltura, per dire, sono bloccati? Il movimento si lamenta della disattenzione dei media per la Sicilia, e così ora vuole risalire la penisola: è già in Calabria. Ecco, l’Italia forse guarda la Calabria? La Calabria deindustrializzata guarda lo smantellamento delle industrie in Lombardia? L’Europa guarda forse a Lampedusa e i siciliani forse guardano alla Romania? È il naufragio che ci fa tutti ciechi e vigliacchi, ma la politica ha il dovere di tornare a bordo. Non serve guardarele facce dei capipopolo d’occasione o le loro storie ambigue, per capire che con gli indignados non c’entrano proprio nulla. Ma se a loro va la solidarietà di quelli che dovrebbero indignarsi ad ogni età, il problema è di chi avrebbe avuto il dovere di rappresentare questi ultimi nel mondo che s’è guastato. La solidarietà popolare (di cui internet e i social network sono espressione genuina) passerà presto, per le modalità gravi e sbagliate della protesta e per la mancanza di richieste concrete, a parte quelle prive di ogni buon senso. Però c’è stata. E ci racconta di una grande fallimento: quello della sinistra meridionale e delle sue classi dirigenti, della mancata prossimità ai bisogni prim’ancora della capacità di rispondervi. Non c’è più tempo per ricostruirne analisi e ragioni. È accaduto, bisogna solo prenderne atto. Se sono stati i “forconi” a risvegliare la coscienza di

un popolo troppo assopito, bene, non avvertiamo noi, la sinistra democratica, una forte responsabilità? Non si sono mossi alla denuncia del lungo malgoverno meridionale, che sotto il berlusconismo si era rinnovato e riprodotto, provocando buona parte dei disastri di oggi? È vero, ma che importa, se larghi settori delle nuove generazioni, le più offese dal nostro tempo, dopo la lunga e diffusa disaffezione, al primo fruscio di protesta hanno solidarizzato e mostrato tutto il loro disprezzo per la politica. O pensiamo davvero di coinvolgerli, in questo marasma, con le sole cose che dalle nostre parti sembrano appassionarci: primarie, candidature e cavallerie rusticane? Alcuni di loro sono ai blocchi, altri inneggiano su facebook ai forconi e già evocano le forche. Sono loro la questione democratica, vecchia e nuova come pane e lavoro. La gente che lavora (sì, anche i “padroncini” – così li chiama la stampa progressista – dei camion e dei trattori) e la gente che non ha mai lavorato, e gli uni e gli altri che non ce la fanno più. Per “cinque giornate” protagonisti e per tutte le altre vittime, in qualche caso anche di se stessi. Fra un giorno o due passerà pure questa rivolta (che i giornali borghesi, avrebbe detto Salvemini, chiameranno “rivolta degli ignoranti e degli straccioni”), ma il Sud resterà della sua fame. Cosa c’è davanti ai “forconi”, bisognerebbe chiedersi a sinistra, non dietro. Davanti alla lunga recessione, alla deprivazione materiale e morale, alla mancanza di prospettiva, che fare? Non è vero, si sa che fare, e sono così tante cose che basta solo cominciare.

GIUSEPPE PROVENZANO. Siciliano. Nato nell’82, ha studiato a Pisa in un bel posto e un po’ qua e là. Lavora e vive tra Roma e Milena. Legge, scrive e viaggia verso Sud.

DISCUSSIONI

Urss, perché il partito non fu mai in discussione
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SERGIO BERTOLISSI

uciano Pellicani, nel suo intervento di domenica scorsa ha allargato l’orizzonte del dibattito che avevo aperto con Cervetti e la sua distinzione cronologica e, dunque, politica, sui momenti della caduta dell’Urss nel 1991. Pellicani, infatti, riprende la querelle sulle basi ideologiche del bolscevismo, sulla sua volontà di «realizzare il socialismo» annientando il capitalismo, richiamando le posizioni di von Mises, Weber e Merlino.Mentre vorrei, invece, tornare ai motivi del mio intervento, precisandone i termini, anche per evitare l’accusa di «determinismo storico» rivoltami da Cervetti, che non era comunque al fondo di esso. Lenin, nell’agosto del 1917, stava stendendo Stato e rivoluzione, che portava come sottotitolo La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, e che do-

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veva rappresentare la netta definizione dello «Stato (che) è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili fra le classi»(c.vo Lenin), ma gli eventi in corso presero il sopravvento e Lenin poté affermare:«È più piacevole e più utile vivere l’esperienza di una rivoluzione che non scriverne». Le capacità politiche di Lenin lo portarono alla decisione di prendere il potere e di difenderlo a tutti i costi, anche abolendo di forza l’Assemblea costituente, nel gennaio 1918, nella quale i bolscevichi erano in minoranza. Eppure, Lenin, almeno in due decisivi momenti, tentò a suo modo di rettificare quello che egli vedeva come il pericolo più insidioso e foriero di conseguenze negative per la stessa rivoluzione: la sovrapposizione di compiti e di decisioni tra partito e governo, denunciata più volte dallo stesso Lenin, portò alla costituzione nel 1920 del Commissariato del popolo per l’Ispezione operaia e contadina (in sigla Rabkrin), che doveva svolgere un’azione di

controllo e di repressione contro il burocratismo e la corruzione negli organismi dirigenti dello Stato. Le critiche all’operato del Rabkrin, più o meno giustificate, indussero Lenin, nell’ XI Congresso del partito del 1922, a farlo confluire nella Commissione centrale di controllo del partito, che doveva provvedere d’ora innanzi alla nomina dei membri del Rabkrin e all’invio di propri membri presso i collegija dei vari commissariati del popolo. Risulta evidente che una struttura del partito, sia pure di controllo, ritornava ad essere il punto di riferimento di quello che doveva - in teoria- essere un organismo di verifica autonomo ed esterno. Il secondo momento decisivo nell’azione di Lenin alla ricerca di rettifiche possibili alla burocratizzazione della rivoluzione, fu rappresentato dal lancio della Nep, al X Congresso del partito del 1921, quando la fine della guerra civile indusse a passare dalle requisizioni forzate all’imposta in natura, lasciando spazio a forme di mercato, e al costituirsi di nuove figure sociali come i nepmen. La Nep, che rappresentò effettivamente una svolta nella politica sovietica del tempo, si arrestò - ancora una volta- alle soglie del ruolo del partito, la cui funzione fu accresciuta dall’articolo segreto della risoluzione del Congresso che vietava la formazione, organizzata o meno, di dissensi all’interno del partito. La conseguenza, dopo la morte di Lenin nel 1924, fu la affermazione della linea politica del so-

cialismo in un solo paese, che nata come contrapposizione alla trockista rivoluzione permanente, sarebbe divenuta la base per l’affermazione personale di Stalin. Ho richiamato, brevemente, alcuni noti momenti del periodo postrivoluzionario russo, soprattutto per riaffermare che il carattere distintivo dell’Unione Sovietica, dopo il momento rivoluzionario, fu effettivamente imperniato sul ruolo del partito unico sovrapposto sempre più allo Stato, nonostante i timidi e spesso confusi tentativi di Lenin e di altri di correggerne la crescente inclinazione e che di qui, a mio avviso, nasce sì un’effettiva dialettica tra momento rivoluzionario e costruzione dell’Unione Sovietica (non deterministica, dunque!) ma anche, al fondo, la impossibilità di correzione del sistema proprio per le incertezze decisionali, le condizioni di fondo della storia russa aggravate dall‘isolamento internazionale. Molte riforme furono tentate negli anni proprio sul piano economico, ma nessuna su quello politico, perché mettere in discussione il ruolo del partito significò, via via, intaccare il protagonista assoluto della Rivoluzione d’Ottobre e metterne dunque in discussione il significato, e poi indebolire irrimediabilmente l’equilibrio sociale e economico dell’intero Paese, retto proprio da quell’unico organismo che ne era espressione e ne tutelava la sopravvivenza complessiva.

DESTRE

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L’inverno ungherese: la libertà in pericolo il paese in bilico
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è una piccola statua, quasi affacciata sul Danubio, che da quarant’anni veglia sulla piazza del Parlamento, sotto due archi di bronzo che si sfiorano e non si incontrano. È il monumento a Karolyi Mihaly, il conte rosso, aristocratico di idee progressiste, primo presidente della Repubblica ungherese (nel 1919) e figura amata dal regime di Kàdàr. Chi passa lì davanti dovrebbe guardarla bene quella statua, perché potrebbe essere l’ultima volta che vi posa sopra gli occhi. A breve infatti verrà rimossa. Come verrà trasferito in soffitta il monumento al poeta Ady Endre, che sta dall’altro lato di Kossuth tèr. Intanto la piazza della ReBUDAPEST pubblica, Köztarsáság tér, ha già cambiato nome in piazza Giovanni Paolo II. È già cambiata anche la toponomastica di piazza Mosca e piazza Roosevelt ed altre statue saranno rimosse. La piccola metamorfosi della simbologia urbana di Budapest è, fra i segnali lanRadiografia di una ciati dal nuovo esecutivo, il più tangidestra apertamente illi- bile per sottolineare che i riferimenti culberale che non tollera turali della nazione da ora devono rimachiunque non accetti la nere legati alle tradizioni magiare. Dal 1° gennaio è sua retorica nazionalientrata in vigore la sta e di un’opposizione nuova Costituzione, e mentre il Governo divisa ma, nonostante e il partito di maggioranza Fidesz la tutto, combattiva che festeggiavano al Teatro dell’Opera, fuori 100mila persocerca di resisterle. ne sfilavano sul viale Andrássy, l’elegante boulevard della città. Una protesta rivolta agli aspetti antidemocratici della nuova Legge Fondamentale, individuati e sanzionati con delle procedure d’infrazione anche dalla Commissione Europea. «La gente ha votato per noi perché il programma del nostro partito è chiaro e perché il partito socialista ha deluso gli elettori a suon di false promesse e corruzione, falsificazioni e bugie. La gente ha voluto punirlo e ci ha chiesto nuove leggi e riforme. Ci ha dato la maggioranza, e noi siamo chiamati a cambiare le cose, anche in profondità». Chi parla è János Horváth, parlamentare di Fidesz dal ’98, un decano del Parlamento ungherese. È stato uno dei leader politici nei moti del ’56, e per sfuggire alPAROLONI

C’

M. BENEDETTELLI E A. GRIMALDI

la repressione sovietica per lunghi decenni ha vissuto da esule negli Stati Uniti. Oggi però il suo Paese appare più diviso e sbandato che mai. Appeso alle iniezioni di capitale dell’Fmi, sull’orlo del baratro, col fiorino ungherese in picchiata anche grazie alla politica economica di impronta nazionalista che ha messo in fuga i capitali stranieri. Secondo recenti sondaggi, se si andasse a votare oggi, il 60% degli elettori resterebbe a casa. La società civile è in fermento. Nel nuovo inverno ungherese brilla una galassia di movimenti, che cercano di ricostruire un’alternativa democratica nel paese. Ovunque, dove c’è una protesta, sventola la bandiera di Magyar Szolidaritás Mozgalom, (Movimento Ungherese di Solidarietà), un gruppo di opinione pronto ad accogliere i delusi della politica e ispirato ai valori di Solidarnosc. Al suo fianco c’è “Un milione per la libertà di stampa ungherese”, una corrente che attraverso i social network è stata capace di richiamare in piazza decine di migliaia di persone, come è avvenuto in una delle prime grandi manifestazioni anti Orbán, il 4 ottobre 2011. Libere associazioni di cittadini si stanno dando forma di partito, come 4K! (in ungherese si legge: “quarta Repubblica!”). «La terza Repubblica, battezzata dalla nuova Legge Fondamentale, deve già essere superata» racconta il portavoce del movimento András Nagy, seduto in un caffè dalle vetrate colorate nel VII distretto, l’ex quartiere ebraico di Budapest. «La nostra base è formata da giovani. Siamo la Generazione Y, che per motivi anagrafici non ha mai conosciuto la guerra fredda. Ma è dall’89 che sogniamo un’Ungheria diversa. Non ci piace come sono andate le cose finora. Troppa corruzione. Troppa voglia di fare soldi facili». Ma poi ci sono anche gli elettori che guardano a Fidesz con fiducia. Dal 2002 al 2008 il paese è stato guidato dai socialisti del Mszp. Poi è stata la volta di un governo tecnico, chiamato a salvare l’Ungheria dal default dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime costata ai magiari, già quattro anni fa, un forte indebitamento con l’Fmi. Così, nell’aprile 2010, Fidesz, raccoglie il 52,7%: una vittoria schiacciante che grazie al sistema maggioritario ha dato alla nuova forza di governo i 2 terzi dei seggi in Parlamento. Un trionfo della destra reso ancor più clamoroso dal 16,7% dei voti (e 47 parlamentari) ottenuto dal movimento xenofobo e antisemita Jobbik. Helga e Orsi sono amiche, vengono da famiglie di imprenditori, di gente che passa anche il giorno di Natale in fabbrica per timore dei furti. Sono due elettrici di Fidesz: «I comunisti hanno mandato mio nonno ai campi di lavoro. Da piccola la maestra mi emarginava perché andavo in chiesa. Oggi, sempre gli stessi, siedono sugli scranni del Parlamento. Sono quelli che lavoravano nei servizi segreti comunisti. Si sono solo cambiati d’abito e arricchiti con il potere e la corruzione». Helga lavora in banca, in questi giorni molti le si rivolgono preoccupati per salvare i loro risparmi, uno dei consigli che lei dà è di

Roma IX (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

Roma II (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

cambiare tutto in corone norvegesi. Dell’Ue hanno un’opinione chiara: «Per noi i valori nazionali sono la religione e la nostra storia. Con che diritto l’Ue vuole dirci cosa scrivere nella nostra Carta Fondamentale ed entrare nelle nostre banche? La nostra terra, la nostra acqua appartiene a noi, vogliamo essere liberi». Parole forti, ma d’uso comune in un paese che in fondo non ha mai elaborato la perdita di più dei due terzi del territorio con la sconfitta nella prima guerra mondiale e il trattato di Versailles, noto qui come trattato di Trianon. Parole che abbondano anche nel frasario di Orbán e di tutto il suo partito. E il governo non sembra ammettere chi non assecondi la sua retorica. La legge sui media è stata una delle prime approvate dal nuovo esecutivo. Vi si stabilisce la nomina di una autorità nazionale delle telecomunicazioni eletta dal Governo, con piene facoltà di vigilare sul contenuto delle notizie e in grado di sanzionare i giornalisti “poco equilibrati”. Ad aumentare il clima di tensione e a creare i presupposti per il ricatto c’è anche una imponente ristrutturazione aziendale prevista dalla radiotelevisione pubblica. Su 3500 dipendenti, 900 sono in fase di licenziamento. Per il 2012 però il Governo ha in programma di investire in radiotv 250 milioni di euro. Nagy Navarro Balázs, vicesegretario del sindacato dei giornalisti radiotelevisivi ed ex caporedattore degli esteri, licenziato dopo aver denunciato forme di manipolazione all’interno dell’azienda, da 40 giorni resiste con un sit-in di protesta insieme ad altri colleghi davanti al palazzo di Mtv, la tv pubblica ungherese. Da tutto il mondo sono arrivate lettere di solidarietà anche a Klubrádio, una radio indi-

pendente che non si è vista rinnovare la licenza per le sue frequenze. «Siamo sempre stati una voce indipendente. E così il governo ci ha sfavorito, ha fatto vincere il nuovo bando a una compagnia radiofonica a lui vicina», racconta nel suo ufficio András Arató, direttore dell’emittente. Proprio questa domenica nei pressi di Kossuth tèr si tiene una manifestazione dal titolo Let’s sound, per solidarizzare con Klubrádio. I promotori sono ancora le associazioni della società civile e i partiti di opposizione si sono solo accodati. L’ex primo ministro socialista Gyurcsàny, che ha ora fondato un proprio partito, il Dk (coalizione democratica) è stato franco: «L’opposizione è divisa e impreparata, è solo la piazza che si deve far sentire ora». Ma intanto questa settimana il Governo ha reso noto che per la settimana del 15 marzo, giorno di festa nazionale, dedicato a importanti comizi del primo ministro e di tutte, ma proprio tutte le forze politiche, l’intero centro di Budapest sarà negato alle manifestazioni dell’opposizione.

MARCO BENEDETTELLI, nato nel 1978 lavora come freelance e collabora con varie testate nazionali. Si occupa prevalentemente di flussi migratori e politica estera soprattutto attraverso reportage dall’estero. ALESSANDRO GRIMALDI vive a Budapest dal 2005, dove ha collaborato dell’ambasciata italiana. Si interessa di Ungheria, Est Europa, energia e ambiente.

Populismo

DI

MARIO RICCIARDI

«L’esecuzione degli otto condannati ebbe luogo nella piazza del mercato, il 20 agosto, alle ore due pomeridiane, nel più fulgido trionfo del sole. Il concorso del popolo fu immenso; la grande piazza era tutta circondata da truppa di linea e da soldatesca sanfedistica, con due interi reggimenti di cavalleria e con i cannoni puntati. Si disse che, nel breve tragitto, invano il popolo tentò di sforzare Eleonora a gridare: Viva il re! […] Il carnefice, degno rappresentante del suo sovrano, faceva il buffone con le sue vittime […] . Elenora, vestita di bruno, salì per ultima, cristianamente e coraggiosamente, sul patibolo. […] Il corpo penzolante restò

esposto per un intero giorno alla vista e agli insulti del popolaccio. E s’udì allora cantare per le vie di Napoli: A signora donna Lionora, che cantava ncopp’o triato, mo abballa mmiezo o Mercato. Viva viva u papa santo, c’ha mannato i cannuncini, pe scaccià li giacubini! Viva a forca e Mastro Donato; sant’Antonio sia priato!». Commosso e indignato, Benedetto Croce racconta gli ultimi momenti di Eleonora Pimentel Fonseca giustiziata per la gioia del “popolaccio”. Lo stesso popolaccio – la “plebe” lei la chiamava – su cui Eleonora, preoccupata per le sorti della Repubblica Partenopea, si interrogava poche settimane prima: «Una gran linea di separazione disgiunge fra noi questa parte dal rimanente del popolo, appunto perché non si ha con essa un linguaggio comune.

Se ben si rimonti alla cagione de’ nostri ultimi mali, si vedranno derivati particolarmente da questa separazione; e tuttavia la plebe diffida de’ Patrioti, perché non gl’intende. In una parola, per fin che lo stabilimento di una educazione nazionale non riduca la plebe a essere Popolo, conviene che il Popolo si pieghi ad apparir plebe. Ogni buon cittadino dunque, cui per la comunione del patrio linguaggio, si rende facile il parlarle e ’l commischiarsi fra lei, compie con ciò opera non solo utile, ma doverosa». Andare incontro alla plebe, parlarne la lingua per conquistarne il cuore e poi la mente. Ancora oggi il populismo ben intenzionato dei giacobini napoletani e il suo fallimento interrogano i Patrioti: riusciremo a trovare un linguaggio comune?

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DOMENICA 22 GENNAIO 2012

GENERAZIONI

Quando scoprimmo che libertà e diritti non sono scontati
DI

M. PETRICCIONE E F. TUDISCO

er anni l’Italia è stata una nazione fiduciosa. Era l’era del grande disimpegno: le ideologie stavano finalmente per finire, tutto doveva essere svago, divertimento, possibilità. Il neo liberismo stava trionfando ovunque. Il mercato, superbo I VECCHI E I GIOVANI arbitro dei destini umani, avrebbe garantito sempre maggiore benessere a tutti i cittadini. Questi anni, gli Ottanta e i Novanta, avevano come parole d’ordine “liberalizzazione” e “deregolamentazione”, due concetti, anzi, due dogmi, da declinare in tutti i campi della vita. Nell’economia È possibile la strana come nel sociale, bisognava liberarsi da alleanza tra nonni e tutti vincoli morali e giuridici che limitanipoti suggerita in un vano la sana aspirazione al successo. Almeno due genostro recente editorianerazioni politiche e le? Tre “nipoti” interven- intellettuali di sinistra hanno creduto in questa bella favogono per dirci la loro.

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la e hanno coltivato, o peggio ancora, hanno fatto finta di coltivare l’illusione che i diritti e le conquiste sociali fossero ormai qualcosa di acquisito e di immutabile. Probabilmente, proprio la dissacrante voglia di abbattere i tabù, fondamento dell’educazione rigida che aveva ingessato la loro adolescenza ed anche una innata antipatia per la mitizzazione epica di qualunque cosa avevano fatto sì che spesso si perdesse il senso delle tante battaglie sostenute da chi li aveva preceduti per rendere la loro vita decisamente migliore. Se le conquiste nate dalle battaglie sociali per il lavoro, i diritti civili, le tutele sociali, l’educazione, le pari opportunità erano oramai messe tutto sommato in cassaforte, e dunque costituivano una specie di pacchetto di certezze ricevuto in dono alla nascita, perché penare per trasmettere il senso di tutto ciò che si era dovuto sudare per ottenerle ai propri figli? Parole come diritti, tutele, impegno, emancipazione, libertà, sacrificio, militanza, solidarietà, giustizia e tante ancora, diventavano contenitori svuotati del loro significato. Proprio le fortissime convinzioni politiche e valoriali trasmesse in modo assoluto, come dato di fatto servito su un piatto d’argento, erano l’esatta negazione di ciò che serviva per trasmettere quella “fame” di cambiamento e innovazione che aveva caratterizzato il periodo dall’immediato dopoguerra sino agli anni Settanta. Il risultato è stato che la generazione nata mentre si compiva l’agonia del secolo breve (quella di chi vi scrive, per intenderci) è cresciuta credendo di poter continuare ad avere il mondo nelle mani, di essere immune dal rischio

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di un vistoso arretramento. Anzi, per i figli degli anni Ottanta, i partiti, così come i sindacati, e lo stesso impegno politico erano qualcosa di ripugnante da evitare come la peste, causa di mille vessazioni per la povera e innocente società civile. Le ideologie, simboli insanguinati di un secolo feroce, avevano finito la loro funzione perché non c’era più bisogno di valori generali in cui riconoscersi: niente e nessuno avrebbe potuto più cancellare il benessere economico e sociale. Paradossalmente questa generazione di “figli” è diventata fortemente conservatrice, con una scarsa tendenza a mettersi in gioco per analizzare, capire, agire senza blocchi ideologici, senza tabù. L’esatto contrario di ciò che aveva dato ai “nonni” la forza di ricostruire, e ai padri e alle madri quella di abbattere le rigidità dei nonni stessi. Come accade sempre, chi ha lo sguardo rivolto solo alle certezze ereditate diventa debole dinanzi ai cambiamenti. Il mondo invece è cambiato, molto più velocemente di quanto ci si immaginasse, aiutato da rivoluzioni tecnologiche che hanno reso possibile la diffusione delle informazioni in pochi istanti. La favola bella del mercato portatore di pace e di benessere si è rivelata un pia illusione. I diritti e il livello di benessere che consideravamo per sempre acquisiti non si sono rivelati tali e la realtà si è dimostrata completamente diversa. Qui sta la nostra debolezza, la debolezza di una generazione cresciuta nell’idea che tutto si può conquistare da soli, senza bisogno degli altri. Nell’era della flessibilità ontologica, la nostra generazione è costretta a confrontarsi con una realtà impalpabile fatta di insicurezza, competitività e paura perenne. L’unico modo per poter sopportare la sofferenza di una vita che appare senza speranze non può che essere cancellare completamente dalle proprie aspettative il futuro. Pensare, infatti, a un domani totalmente incerto, in cui i diritti che avevamo considerato acquisiti sono solo un miraggio e senza poter fare all’apparenza nulla per cambiare le cose, rappresenta un fardello troppo pesante da sopportare sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. Ma, ovviamente, chi è paralizzato dal panico non ha la forza di chiedere che siano rispettati i propri diritti. Chi vive nella paura è di-

sposto ad accettare qualunque rapporto di lavoro perché c’è il rischio di non lavorare mai, è più vulnerabile alle sirene di chi vorrebbe portare via la libertà e magari convincere che in fondo non serve più tanto. Tuttavia, la mobilitazione di tanti giovani in tutti i continenti per affermare i propri diritti è la dimostrazione lampante che gli antidoti a questo generale senso di apatia ci sono: la paura di un futuro senza progetto può trasformarsi in una molla in più per individuare possibili soluzioni, la frammentazione e l’incertezza possano trasformarsi in una risorsa. E, prima ancora, in un’ occasione per prendere coscienza del sacrificio e dello sforzo che ci vogliono per cambiare le cose. Nella ribellione ai blocchi e alle rigidità dei “nonni” si era sottovalutata forse proprio l’importanza del legame tra ciò che si vuole ottenere e il percorso necessario per averlo, sacrifici compresi. Ciò che rende oggi molti giovani più vicini ai nonni piuttosto che ai genitori è proprio quella voglia di cambiare le cose sapendo che ogni conquista deve essere mantenuta e non può essere mai data per scontata. Chi ha scritto la Costituzione sapeva che ciò che aveva portato al fascismo poteva ripetersi ancora e la libertà e la democrazia non erano dati acquisiti, ma valori da difendere continuamente, anche nel più piccolo degli atti quotidiani, con concretezza e senza paura del cambiamento. La generazione dei nonni ha dovuto ricostruire dalle macerie della guerra la società e i partiti, senza scorciatoie, lottando per i diritti e modellando gradualmente il paese anche a costo di sacrifici ed errori. Sì, oggi ha un senso mettere in contatto i nonni e i nipoti. Perché in comune hanno il fastidio per i luoghi comuni e il vizio di farsi domande e cercare risposte.

FULVIO TUDISCO, nato a Napoli nel 1980, storico e giornalista, scrive e collabora con riviste culturali e politiche. MICHELE PETRICCIONE, nato nel 1976 in Svizzera. Cresciuto in una famiglia socialista vicina a De Martino, è stato segretario della giovanile nello Sdi Campania.

BINOMIO

Un patto simbolico per riprendere un cammino
DANILO DI MATTEO

ovente ricorre l’immagine dei bamboccioni mantenuti da genitori e nonni, e, più in generale, di un welfare familiare emblema di un Paese ripiegato su se stesso. Paolo Franchi, però, ci ha offerto un vertice osservativo originale, esortandoci a leggere «le parole potenti di Helmut Schmidt al congresso della Spd», quelle di Giovanni Pieraccini sulla sinistra e la crisi, e ad ascoltare i discorsi del Capo dello Stato. Già; sinistra e famiglie: un binomio in apparenza strano. Nonni, nipoti, fratelli maggiori, generazioni che si accavallano: quelle venute su prima del ’68, i figli del ’68, i ragazzi di oggi che a malapena sanno cosa il ’68

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abbia rappresentato. E poi le riforme previdenziali e del mercato del lavoro, a proposito delle quali si sottolinea come “il sistema” sia sbilanciato a vantaggio di nonni e padri e penalizzi fortemente figli e nipoti. Insomma: dove prima vi era un contrasto intergenerazionale aperto, ora il conflitto edipico si insinuerebbe in maniera sotterranea. Ci è stato anche insegnato, però, che il socialismo mira soprattutto a unire gli esseri umani, magari proprio facendo leva sulle differenze. Prendere coscienza dei comuni interessi di classe è stato il primo passo. Seguito dal tentativo di superare l’assetto autoritario della società valorizzando le istanze giovanili e provando a disegnare un mondo un po’ più al femminile. E oggi? Quasi tutto sembra riproporre muri e stecca-

ti: il rischio di una neogerontocrazia, un’immagine degradata della sessualità, la generazione dei nipoti alla deriva. A dispetto di ciò, Franchi prospetta un patto fra nonni e nipoti. Non una semplice provocazione, bensì il tentativo di ricucire il tessuto sociale, a livello materiale e simbolico, e di riprendere un cammino. Anni fa si puntava a dividere i deboli, collocando alcuni fra i parassiti e gli oziosi e altri fra i capaci e i meritevoli: da lì il discorso, attualissimo, dell’alleanza fra i meriti e i bisogni. Oggi si fa leva sull’anagrafe: da qui l’idea dell’incontro di nonni e nipoti. Sono i piccoli prodigi della politica. Un nonno, il nonno di tanti italiani, Giorgio Napolitano, non dimentica mai contrasti e contraddizioni: guai a rimuovere le linee di frattura del no-

stro tempo, in un conato ecumenico destinato a cadere nel vuoto. Però non si ferma a esse, consapevole che la politica, quella vera, e la cultura devono tendere a ricomporre spinte dissimili in uno spirito di apertura e di condivisione. Innanzitutto a beneficio dei più deboli. Così parlare di ricerca e di innovazione non significa misconoscere ad esempio le difficoltà di coloro che rischiano di perdere il posto di lavoro o la tragedia di chi di lavoro muore. E dietro i grandi numeri dell’economia e della finanza e gli sforzi per il risanamento non possiamo non scorgere il volto talora disperato di tante persone. Analogamente, insistere sulla libertà e la responsabilità dei singoli non ci esonera dal prendere in considerazione le famiglie, nonni e nipoti compresi.

CULTURE

DOMENICA 22 GENNAIO 2012

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La forza della poesia Pound e lo scoglio della sua illusione
DI

MELO FRENI

i è tornati in questi giorni a parlare di Ezra Pound a causa della querela che la figlia dello scrittore ha sporto nei confronti del centro sociale romano che porta il suo nome. Insomma per parlarne il pretesto è sempre politico. Ma c’è un argomento che merita di essere riproposto anche per ciò che riguarda il rapporto che il poeta ebbe con il problema delle banche e del denaro. «Nel sogno del poeta, l’incubo del denaro» scrisse Fernanda Pivano ed i versi (ne estraiamo un campione) lo confermano : «... e che il denaro si dia / a chi sia per impiegarlo più utilmente / a prò delle case loro, o a beneficio / de’ negozi di campo, come ancora di lana, di seta / e i sopravanzi si devino ogni cinque anLO SCRITTORE ni / distribuire dal Collegio / ai lavoratori del Contado ...» Pound era nato nel 1885 ad Haily, nel Midwest degli States, ma invaghitosi dell’Italia in seguito ad un viaggio fatto a tredici anni assieme alla zia Frank nel 1908, si trasferì a Venezia, dove pubblicò il suo Dopo le polemiche su primo libro di versi A lume spento e per Casa Pound si è tornati a mantenersi faceva il gondoliere. Poi ebbe parlare in questi giorni del un periodo londinese, ambasciatore poeta. Delle sue simpa- delle lettere americane in quel centro tie politiche, del rappor- nevralgico della nuova poesia, ed to con le banche e delle uno parigino alla fonte dei provenzali, sua grande passione, sue teorie sull’usura. che riscoprì e tradusse. Ritornato in Italia nel 1912 si stabilì a Rapallo e si dedicò agli stilnovisti, a Cavalcanti in particolare, all’Alighieri della Commedia e, venendo più avanti, a Leopardi, arricchendosi di un’esperienza con la quale apportò un notevole contributo al rinnovamento della poesia americana ed europea. I Cantos, che iniziò a comporre nel 1910, (il primo volume fu pubblicato a Parigi nel 1925), sono una foresta di echi, rifrazioni, richiami, allegorie, dove, fra letteratura, storia e leggende di tutti i tempi e di tutte le civiltà, vi è un fluire di immagini e di suoni che si sovrappongono, si innervano, si spezzano per riannodarsi fra salti assai ardui di scandagli filologici sullo scibile dell’avventura umana, da rendere talvolta difficile se non proprio impossibile trovare la “chiave di tanti versi impenetrabili”, o forse sarebbe meglio ripetere con Dante: «O voi che avete li ’ntelletti sani / mirate la dottrina che s’asconde / sotto il velame de li versi strani». ( Inf.IX ) Con il suo ecclettismo intellettuale, studiò anche le lingue e le filosofie orientali, tradusse le 305 odi dell’antologia di Confucio, trasportando tutto nei Cantos, ed in particolare, con commossa nostalgia, descrisse la vitale semplicità dei contadini cinesi, quale opposto ( e qui si entra nell’attualità ) alle tante mistificazioni delle civiltà capitalistiche ed industriali dell’occidente. Con la sua poesia incideva sui problemi della società, dava la responsabilità della depressione economica alla politica monetaria, alla cattiva amministrazione del denaro, all’usura praticata dalle banche, accusando del collasso la sua America e la Banca Centrale d’Inghilterra (indicava invece come buon esempio il

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Monte dei Paschi di Siena) e per la diffusione delle sue idee si servì oltre che dei versi, materia per iniziati, dei discorsi alla radio, di popolare e più diffuso impatto. (Anche il presidente Mario Monti, per quel che riguarda oggi, dichiara che «la crisi attuale dipende dagli Usa, perché in Europa non sarebbe mai potuta succedere» - Corriere della Sera dell’ 11 gennaio). Come reazione, nel 1945, finita la seconda guerra mondiale, il poeta fu dichiarato pazzo dagli americani ed internato nel campo di concentramento di Pisa (da dove i Cantos pisani), sotto l’accusa di tradimento, e da qui trasferito nell’ospedale psichiatrico di S. Elizabeth, presso Washington, dove rimase per 13 anni, fino al 1958, e dove conitinuò la stesura dei Cantos. Riabilitato e rimesso in libertà, tornò a vivere in Italia, fra Merano, Rapallo e Venezia, dove morì (e vi è seppellito) il primo novembre del 1972. Le sue invettive contro l’usura, che ricorre letteralmente e nello spirito dei suoi versi, sono frutto delle sue teorie monetarie; sosteneva l’ importanza della tassazione del denaro e che i governi, invece di far pagare le tasse, dovessero addirittura fare partecipi i cittadini dei dividendi del capitale. «In quel paese la situazione è tanto incerta che / ritengo i ricchi preferiscono depositare il loro denaro / all’estero / … ma allo stesso tempo il pubblico pagava / un interesse pari a quattro milioni di dollari. / Dove sta allora il profitto delle parti / così da definirlo un beneficio pubblico ?» (canto XXXI) Ed ancora: «Con usura nessuno ha una solida casa / ...con usura / non v’è chiesa con affreschi di paradiso / ...peccato contro natura / ...usura priva lo scalpellino della pietra / il tessitore dal telaio/ ...peggio della peste è l’usura/ ...» (canto XLV) Ahi lui, però, non tutto era poesia, c’erano anche i discorsi, la cui diffusione affidava alle trasmissioni della radio fascista (ora raccolte nella Biblioteca del Congresso a Washington) ed ancora peggio, l’avere individuato in Mussolini l’unico statista capace di riequilibrare le sorti politiche ed economiche dell’Italia. Per cui, accettare l’invito della radio fascista non fu l’approfittare di una occasione come di un’altra, Pound era proprio invaghito del Duce degli italiani, l’unico che avrebbe potuto ricondurre l’Italia ai fasti dell’antica grandezza imperiale, allo splendore dei fasti rinascimentali. E qui calano le ombre. Come nessun dubbio, ad esempio, si pose di fronte a tanto “mito” che, nel condividere le follie del nazismo, arrivò persino ad accettare l’atrocità delle leggi razziali? E come non reagire alle morti per percosse di Giovanni Amedola, di Giacomo Matteotti, ed inneggiare, invece, all’altra follia della guerra per la conquista dell’Impero, senza interrogarsi sulla sproporzione dell’impresa, sui silenzi che nascondevano la perdita di tante vite umane ricorrendo persino allo sterminio ? Nell’infatuazione Pound aveva perduto anche l’orientamento della stessa poesia, ben lontano da quel tempus tacendi che caratterizzò, in seguito, gli ultimi 10 anni della sua vita, quando si chiuse nel silenzio più assoluto e si esprimeva anche in casa per gesti. Le tribune su Pound, che si svolgono sempre sul piano politico dell’esaltazione o della condanna, limitano lo stesso dibattito, parziale e discriminante rispetto ad altri casi che si possono ricordare. Prendiamo Pirandello, Tagore ed Heidegger. Pirandello dichiarava in una intervista del 1924, all’indomani dell’uccisione di Matteotti, che in quel momento aveva sentito di scriversi al Partito nazionale fascista per un atto di dovuta solidarietà: «Ho grande stima di Mussolini, lui è datore di realtà perchè ha potenza di sentimento e mirabile lucidità d’intelligenza, ha l’altissimo merito di aver

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Roma VII (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

messo in valore l’Italia» e poi, scrivendo al figlio Stefano: «Ho visto una recente fotografia del Duce nell’atto di parlare a Eboli e mi è parso il Davide di Bernini». La «santa ingenuità del maestro», avrebbe commentato Marta Abba, ma del mussoliniano trasporto di Pirandello, dichiarato fino a qualche giorno prima di morire, è ricco il capitolo 4° del bel volume di Matteo Collura Il gioco delle parti. Quale importanza può dunque avere discernere, per Pirandello, tra fascista dal punto di vista ideale e non politico? Sono scorciatoie per distrarre, ma quello che va rilevato è che di Pirandello si parla solo ed esclusivamente sotto il profilo letterario mentre della sua adesione al fascismo, così convinta, non si parla per nulla, o si tentano scusanti assolutorie. Tagore, premio Nobel per la letteratura nel 1913, fu in Italia nel 1925, ospite del Circolo Filologico di Milano e, su invito del governo, nel 1926. Da indiano, Tagore non poteva avere interessi politici a favore o contro il fascismo, ma dopo esssere stato a lungo con Mussolini ebbe a dichiarare in una intervista: «Senza dubbio è un grande personaggio, c’è un tale massiccio vigore nella sua testa che pare cesellata da Michelangelo, … c’è una semplicità in quell’uomo che rende arduo credere che sia il tiranno crudele che molti si compiacciono di dipingere». Ed a lui direttamente: «Eccellenza, siete l’uomo più calunniato al mondo». . . Orbene, come per Pirandello, neppure per quest’altra debolezza di discernimento c’è mai stato in Italia ostracismo nei confrontoi del poeta e filosofo di Calcutta, il cui Gitaniali, il giardiniere spagnolo, addirittura ha sbancato le vendite con numerose edizioni. Di lui si parla solo ed esclusivamente sotto il profilo letterario e nulla del resto ha pesato sulla considerazione del grande poeta che è. E di Heidegger? La sua adesione viscerale al nazismo, il non avere voluto ritrattare la sua fedeltà ad Hitler neppure alla fine della guerra nel 1945, tanto da essere stato radia-

to da ogni incarico universitario. Altri esempi si potrebbero portare, ma bastano questi a dimostrare che è riduttivo comprimere strumentalmente la figura di Pound, sorvolando sulla statura del poeta al quale, riconosce in modo unanime la critica, deve tanto la grande poesia del 1900, da Whitman a Eliot, da Dylan Thomas a Yeats a Joyce, mentre in Italia ne fa testo, con Ungaretti, Montale, Quasimodo, Bertolucci, Zanzotto, l’intera generazione dei poeti del ’900. Nel 1981, ideai e curai la regia per il Festival dei Due Mondi di Spoleto (direttore Romolo Valli) di un Ezra Pound concert – i Cantos a teatro spettacolo vero e proprio, non un recital, messo su con un particolare assemblaggio di 900 versi tratti dagli 11mila della poesia di Ezra. Ne fu protagonista un indimenticabile Riccardo Cucciolla. Altre repliche avvennero al Piccolo Eliseo di Roma e subito dopo lo spettacolo fu registrato e trasmesso dalla Radio della Svizzera Italiana. Dato il personaggio e considerata la difficoltà della sua metabolizzazione, basta sintetizzare i giudizi con quanto scrisse allora L’Unità:«... Questo Pound, poeta maledetto del nostro tempo, sale al rango di un Ulisse dei nostri giorni, in guerra con gli inganni del mondo, sempre tramati da Circe, Calipso e Polifemo, che appaiono sotto altre sembianze nell’esercitare i loro inganni ...ed ancora una volta la poesia afferma la sua forza proprio di spettacolo, la sua capacità di evocare la storia». Ebbene, fu la forza della sua stessa poesia a nascondere a Pound lo scoglio della propria illusione.

MELO FRENI. Giornalista e scrittore, ha pubblicato 10 romanzi, 5 saggi e 5 raccolte di poesie. È presente in “Cultura e scuola” della Treccani.

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DOMENICA 22 GENNAIO 2012

LIBRI

Spiritus durissima coquit: quei verbali del mercoledì
DI

ALFONSO MUSCI

l 2 gennaio del 1912, a Dogliani, in provincia di Cuneo, nasceva Giulio Einaudi. Tra le iniziative promosse per il centenario spicca il volume «Fuori collana»: I Verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 1943-1952, pubblicato a cura di Tommaso Munari e introdotto da Luisa Mangoni, nato però per espressa volontà di Ernesto Franco e Roberto Cerati, autentici epigoni del fondatore. Un libro misterioso, che racconta di mille altri libri, di collane, liste Parliamo del libro pub- di nomi, telegrafiche fantasie, labiblicato da Einaudi nel rinti, censure, decisioni autoritarie, centenario della nascita guerre di scrittura come quella tra Padell’editore: i resoconti vese e Vittorini, di sentieri interrotti delle riunioni redazionali dalla vita e dalla morte. Un mondo tra il 1948 e il 1953. Il dietro il mondo, o almeno dietro le compromesso tra fedi scansie che, pur dopo mezzo secolo, contrapposte come cifra serbano intatte le collane dello Struzdi uno straoridnario suc- zo, così simili per bellezza ed elegancesso, la sua crisi come za a tesori in bilico nel tempo, eterni e mai nati, come i gisintomo del declino. ganti e le muse dei Dialoghi con Leucò di Pavese. Una «storia interna» e “preconciliare”, severa e senza pose come la Torino del dopoguerra, in cui l’unico «lusso» ammesso (almeno sino all’uscita del Politec-

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nico) sarebbe stato l’emblema dello Struzzo che ingoia un chiodo, nato dalla fantasia cinquecentesca di Paolo Giovio e riscoperto da Mario Praz. Ma anche una vicenda conciliare e concordataria, in cui il mercoledì oltre che il giorno della libertas philosophandi era anche il termine del compromesso tra fedi contrapposte: «Comunisti, azionisti, cattolici comunisti della sinistra cristiana, socialisti, liberali di sinistra». Sarà proprio Giulio Bollati molti anni dopo a insistere sul “compromesso” come cifra del metodo Einaudi e del suo successo, e sulla sua assenza come sintomo del declino e della crisi. Chissà se un discorso del genere non valga anche per la politica di quegli anni, che vide su altri fronti - ad esempio con Togliatti in parlamento e con Di Vittorio nelle lotte sindacali - emergere e primeggiare proprio chi manifestava l’esigenza del compromesso tra le energie più vive della società del dopoguerra e lo rendeva percorribile per la maggioranza degli italiani. Casa Einaudi (in via dell’Arcivescovado 7, nello stesso palazzo che aveva ospitato l’Ordine Nuovo di Gramsci), salone borghese affollato da chierici irregolari, come Balbo, Bobbio, Mila, Solmi, Giolitti, Cantimori, Muscetta…una «conventicola» (sic Walter Barberis) di alti sacerdoti della cultura, e da una sola donna, Natalia Ginzburg, illuminato a giorno da questo volume verde acqua, restituisce prospettive e miniature d’un’epoca “organica” e febbrile, d’un rifare l’Italia e gli italiani, inzuppati di «storiografia e pubblicistica cortigiana» (Carlo Dionisotti), la cui ispirazione genuina …il senso vero della città, proprio quello che sfuggiva a quelle talpe di medievalisti eruditi, ed a quelle cornacchie di archeologi… sarà descritta al crepuscolo degli anni Cinquanta, con asciutte parole, da Luciano Bianciardi ne Il lavoro culturale. Un’epoca breve e dorata, al galoppo della crisi postbellica, ma satura d’idee. Ogni cento manoscritti che giungevano sulla scrivania di un editore come Einaudi, solo uno ne

Fear of fear (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

vedeva la stampa. Si doveva ricostruire l’edificio delle lettere italiane in una società ancora afflitta dall’analfabetismo e dai divari di cultura e di benessere fissati nel rapporto d’uno scrittore per ogni analfabeta. Per risolvere l’analfabetismo - suggeriva sarcastico Bianciardi - «ogni scrittore avrebbe potuto insegnare a leggere ad un analfabeta, servendosi del suo libro inedito come di un sillabario». E questo al “circolo” Einaudi era ben noto, e non si può non dire che quei libri pensati e disegnati a tavolino non abbiano contribuito come le lotte sindacali degli stessi anni a redistribuire un po’ di cultura e di ricchezza. Lo scenario dei Verbali è il cuore pulsante del Piemonte illuministico e riformatore, dove nascono le idee e l’industria per diffonderle. Verbali come testimoni di carta, in «edizione critica», estratti dal carniere dello Struzzo per soddisfare l’inevitabile interesse degli storici, e seminati non meno a rifioritura di memorie private e collettive o, che sarebbe il minimo, per abbeverare l’insaziabile e curio-

sa malizia dei detrattori. «Un tarlo - come scrive Luisa Mangoni di cui uomini e organismi culturali, spesso di minor rilievo, non riescono a liberarsi». Primo atto d’una trilogia che si propone di «far luce sui fatti e disintossicare l’atmosfera» svelando le carte custodite a Torino sino al 1983, anno fatale, che scandirà l’inizio dell’amministrazione controllata e segnerà la più ruvida delle secche del torrenziale programma di cultura einaudiano.
”I Verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi 19431952” a cura di Tommaso Munari Einaudi 2011, pp. 536, €40,00

MUSICISTI LETTI

DA DANIELE RUBATTI

Questa non è una biografia
La prima frase del libro recita «Vasco dalla A alla Zocca non è una biografia». Ed è la pura verità. Non siamo di fronte al solito libro musicale che con intenti didascalici ci racconta la vita del cantautore ma a un vocabolario emotivo che riesce a raccontare Vasco Rossi meglio di qualsiasi altra biografia. Locandine e biglietti dei concerti, ritagli di riviste, copertine dei primi Lp, oltre a tantissime foto inedite scattate da Henry Ruggeri, il massimo poeta dell’immagine rock in Italia, sono accompagnate da frammenti di poesia, lividi di vita vissuta, discorsi abbozzati intorno alle parole chiave del fenomeno Vasco Rossi, scritti da Claudio Bardi, Salvatore Il Nero Martorana, Ka Bizzarro, tre ragazzi, appartenenti alla «generazione degli sconvolti», che hanno trovato nel cantautore modenese un maestro di vita. Tutto il libro è strutturato in modo confusionario, caotico, anarchico ma allo stesso tempo secondo la rigida struttura alfabetica: si parte dalla A di Albachiara e si finisce con la Z di Zocca, due discorsi per ogni lettera dell’alfabeto. La capacità di questi tre ragazzi di restituire e interpretare attraverso queste pagine l’opera del cantante è impressionante: con una prosa un attimo vibrante, emotiva e romantica, l’altro feroce e ironica. Insomma è il libro dei sogni per i fan di Vasco Rossi ma tutti dovrebbero leggerlo.
VASCO. DALLA A ALLA ZOCCA di Henry Ruggeri, Claudio Bardi, Salvatore il nero Martorana, Ka Bizzarro. Arcana, pp. 146, 16,00 euro

“Autoaiuto” per musicisti
Che il mercato della musica sia in crisi non è una novità. Moltissime case discografiche sono state assorbite dai principali colossi musicali: Sony e Universal. L’ultimo caso risale a qualche mese fa quando l’etichetta “Emi”, che pubblica fra gli altri Tiziano Ferro e Vasco Rossi, fu assorbita dalle due majors: l’ennesimo segnale della fine dell’industria discografica. Tuttavia il panorama musicale internazionale è più florido che mai: sono tantissimi gli artisti che producono ottima musica. Hoover e Voyino, due ragazzi canadesi, hanno pensato di realizzare un blog ricco di consigli per chiunque voglia trasformare la propria passione per la musica in un lavoro. Proprio da questo blog è nato “The new rockstar philosophy” un affresco lucido del mondo musicale contemporaneo e allo stesso tempo un manuale di autoaiuto (che Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, non ha esitato a definire “una Bibbia”).Come possono i nuovi artisti a costruirsi una carriera? I due blogger e produttori analizzano, capitolo dopo capitolo, diversi argomenti: la promozione, i rapporti all’interno della band, l’organizzazione dei concerti e l’utilizzo dei social network. «Naturalmente “The New Rockstar Philosophy” nasce dall’altra parte dell’oceano ed è a quello scenario che fa riferimento» precisano nell’introduzione i due curatori dell’edizione italiana e a questo proposito hanno deciso di arricchire il libro con esperienze relative al mercato indipendente italiano attraverso il blog sopravvivenzamusicale.com.
THE NEW ROCKSTAR PHILOSOPHY

La Londra del Duca Bianco
David Bowie è in assoluto uno degli artisti più eclettici, controversi degli ultimi cinquant’anni. Il Duca Bianco, come fu soprannominato alla fine degli anni Settanta, cambiò attraverso la sperimentazione il modo di fare musica in Europa. Su di lui sono state scritte tantissime cose, spesso troppo superficiali. Ora arriva “David Bowie. Any Day Now. Gli anni londinesi: 1947-1974”, una ricchissima e voluminosa biografia dedicata agli albori della sua carriera. Kevin Cann, giornalista, grafico e collaboratore di David Bowie negli anni Novanta, traccia la carriera della leggenda del rock internazionale attraverso una rassegna cronologica e una minuziosa raccolta di rare fotografie, copertine di riviste musicali, volantini, spartiti di canzoni, illustrazioni inedite e centinaia di interviste. Si comincia dal giorno della sua nascita «in una casa a schiera al 40 di Stansfield Road», passando per le avventure dei “Konrads”, il primo gruppo di cui Bowie fece parte, proseguendo con l’amicizia con George Underwood e con le esperienze nel mondo del folk acustico e del rock psichedelico, fino ad arrivare all’era oscura di “The man who sold the world” e al periodo glam rock di “Diamond Dogs”che gli fece raggiungere il successo planetario. Cann mescola esperienze artistiche ed umane che hanno segnato la vita dell’artista creando un ritratto affascinante e pieno di mistero. Una doverosa nota: durante la lettura si consiglia l’ascolto del singolo “Ziggy Stardust”.
DAVID BOWIE. ANY DAY NOW. GLI ANNI LONDINESI: 1947-1974 di Kevin Cann Arcana, pp. 338, 39,50 euro

di Hoover e Voyino nda press, pp. 160, 12,00 euro

CENSURE

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Raffaello Sanzio L’onda oscurantista si abbatte sul teatro
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n’onda oscurantista sembra abbattersi in questi giorni sullo spettacolo di Romeo Castellucci, Sul concetto di volto nel figlio di Dio. manifestazionidi disappunto di integralisti cattolici, attacchi antisemiti alla direttrice ebrea del teatro ospitante (il teatro è il Franco Parenti dove andrà in scena dal 24 gennaio, la direttrice è Andrée Ruth Shammah). E se non bastasse ci si è messa anche la Curia milanese a dire che forse il cartellone andava composto con maggior attenzione perché «fosse riconosciuta e rispettata la sensibilità di quanti vedono nel volto di Cristo l’incarnazione di Dio». E, dulcis in fundo, l’intervento del Vaticano stesso con una lettera di monROMEO CASTELLUCCI signor Peter Wells che parla di «opera offensiva nei confronti di nostro Signore Gesù Cristo», cui ha dato man forte il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, per il quale si tratta di «un’opera che risulta offensiva delle convinzioLa voce del regista sul- ni religiose dei cristiani». l’attacco cattolico al suo Al centro della polemica una scena spettacolo in scena dal in cui escrementi verrebbero gettati 24 gennaio a Milano: sul volto del Cristo (qui un dipinto di «Sono dei Pasdaran». Antonello Da Messina che campeggia sul palco). Peccato che la scena nello spettacolo non c’è. E non c’è perché in realtà non è mai esistita (si trattava di cento bambini-soldato che gettavano bombe, schiavi di quell’integralismo che lo spettacolo combatte). Non c’è perché nella versione italiana non era contemplata a causa delle dimensioni del palco (e non perché

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LAURA LANDOLFI

il regista abbia ritenuto di censurarla). Gli escrementi invece ci sono: sono quelli del figlio che lava il padre malato e incontinente,«un simbolo tratto dal IV comandamento: onora il padre e la madre. E il figlio lo porta alle estreme conseguenze: mi prendo cura del padre e non ricorro alla badante» ci spiega al telefono Castellucci. Strano è che lo spettacolo è andato in scena già due volte-l’anno scorso con il Romaeuropa festival e quest’anno alla Biennale di veneziae nessuno ha avuto niente da ridire. Lo scandalo scoppia invece in Francia quando la piéce del direttore della Societas Raffaello Sanzio è allestita al Théâtre de la Ville e un gruppo di fondamentalisti cristiani, l’InstitutCivitas, entra in azione. Si tratta di un gruppo antisemita, con una struttura ben organizzata, che ogni sera, per un mese, crea azioni di disturbo durante lo spetatcolo. «È un fatto politico. Si tratta di un gruppo di estremisti che, nel momento in cui Martine Le Pen sta dando alla destra un aspetto laico, mandano un messaggio ai loro compagni: “Rilanciamo l’integralismo”. Dietro tutto questo c’è un vescovo negazionista lefebvriano (Richard Williams che negò l’esistenza della Shoah, tento per capire il personaggio, ndr)». E un lefebvriano, guarda caso, è anche dietro le proteste milane-

L’evolution, NYC (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

APPELLO PER LO SPETTACOLO
Pubblichiamo stralci dell’appello “Lo spettacolo di Castellucci deve andare in scena” dei critici teatrali Massimo Marino, Attilio Scarpellini e Oliviero Ponte di Pino. «...Quando la censura preventiva prende il posto del dissenso e diviene intimidazione, non è più questione di questa o quella interpretazione, è la libertà stessa di interpretare che viene messa in pericolo»...«Di fronte allo sconfortante avanspettacolo dell’intolleranza che si traveste da diritto di critica e dell’intimidazione che si richiama alla libertà di parola pensiamo di non potere e di non dovere restare indifferenti». Pertanto «chiediamo ai cittadini, agli intellettuali, agli artisti e a chiunque consideri la libertà dell’espressione artistica un cardine irrinunciabile della nostra esistenza civile di non lasciare Castellucci e la sua opera nel cerchio di solitudine che l’alleanza tra il fanatismo di pochi e la reticenza di molti rischia di creargli attorno». Adesioni via mail a circocritico@libero.it

si: Alessandro Galvanetti. Insomma, una vera e propria fatwa si estende su internet prendendo di mira tutti i direttori dei teatri che ospiteranno lo spettacolo. Con tanto di foto. L’accusa? Cristianofobia. E c’è di che avere paura. Ma se in Francia Castellucci incassò l’appoggio del ministro della cultura francese Frédéric Mitterrand e del sindaco Bertrand Delanoë, qui (almeno momento di chiudere il settimanale) a parte le esternazioni in suo favore dell’Assessore alla cultura milanese Stefano Boeri, la compagnia è circondata da un silenzio assordante da parte delle istituzioni. Nessuna preoccupazione di fronte ad un attacco cattolico che sa tanto di censura e strizza l’occhio all’integralismo fomentando, pericolosamente, le fasce fondamentaliste. Insomma nessuno ha pronunciato le parole di Frédéric Mitterrand che condannò gli attacchi perché «violano il fondamentale principio della libertà di espressione, protetto dal diritto francese» ribadendo che nulla «giustifica simili metodi violenti, contrari alla democrazia. Il teatro è il luogo della libertà di espressione, libertà che va garantita». Nessuno, come hanno fatto il Comune di Parigi e il Théâtre de la Ville, ha sporto denuncia contro i gruppi di estremisti cattolici con l’accusa è di «atti di degrado del patrimonio pubblico» e «violazione della libertà di espressione e di creazione artistica». Storia diversa è, infatti, quella di casa nostra dove tale diritto non sembra essere garantito e si chiede, invece, di bloccare lo spettacolo. Una sorta di condanna in contumacia per un lavoro che è invece, come spesso lo sono quelli di Castellucci, intriso di un forte senso religioso. E come potrebbe essere altrimenti se a

firmarlo è uno che dichiara: «La natura del teatro occidentale è religiosa, perché viene da un Dio: Dioniso. Ma soprattutto perché “religio” vuol dir mettere insieme che è proprio quello che il teatro». E ancora: «Gesù è ancora concepito come un problema, uno scandalo. Quando non è stereotipo non lo vogliono vedere. Ma esiste anche una gelosia perché una vera grande arte religiosa, come in passato, oggi non esiste più». Se non fa più scandalo una bestemmia lanciata al Grande Fratello, là dove trionfa la volgarità più becera, come può farlo il rapporto disperato di un figlio con suo padre? Della vita che accompagna verso la morte? Di iconoclastia allo stato puro si tratta: l’offesa all’immagine della perfezione che si contrappone all’imperfezione del corpo che cede alla malattia. Con una Chiesa che, invece di rinnegare il fondamentalismo, si fa portatrice di istanze di gruppuscoli estremisti. Il teatro dunque ancora oggi scuote le coscienze e crea scandalo? Castellucci, e noi con lui, appare disilluso: «Scuote le coscienze ma in base a dei falsi. Scandalizza la falsa notizia e non lo spettacolo. Questi pasdaran della cultura cattolica hanno bisogno di un demonio e non vogliono perderlo, per questo non verranno mai a vedere lo spettacolo».

LAURA LANDOLFI si è dedicata al teatro con Luca Ronconi, Peter Stein e Carmelo Bene. Passata al giornalismo ha collaborato con D di “Repubblica”, “Ilsole24ore online”, “Il manifesto”, è stata redattrice delle “Nuove Ragioni del Socialismo”. Ora è al “Riformista”.

SICILIA

Il Seme di Isgrò e la cultura pomposa che non tutela
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ANITA TANIA GIUGA

milio Isgrò nasce come poeta visuale e gran “cancellatore”. Si sposta dalla Sicilia prima a Venezia e nel 1956 è già a Milano. Nel 1964 realizza le prime Cancellature: enciclopedie e libri parzialmente o completamente cancellati, con i quali contribuisce anche allo sviluppo dell’arte concettuale. Impegnato fino a oggi nella polverizzazione della cultura alta con una forza dissidente che gli ha guadagnato stima e antipatia in uguale misura. Da quando il direttore del museo Luigi Pecci di Prato Marco Bazzini gli ha dedicato una grande retrospettiva (2008), il logoclasta, genio della retorica contrariata, è stato chiamato all’opera con forza crescente. Nel 1997 Isgrò fu contattato dal sindaco di Barcellona di Sicilia che lo invitava a dare una mano alla città che aveva bisogno di proiettare verso l’esterno un’immagine meno negativa, soprattutto dopo gli ammazzamenti riferiti da giornali e televisioni, con cadenza pressoché quotidiana. Gli si domandava perciò un’opera da sistemare all’aperto, ché tutti la vedessero e ne traessero ispirazione al buon vivere civico. All’autore viene

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in mente di fare assumere al “minimo” proporzioni innaturali. Un Seme d’arancia di vetroresina dal sudario di cemento sarà posto a giganteggiare su una piazza di Barcellona Pozzo di Gotto. Forma convessa e rugosa che rappresenterà il suggello della potenza tetragona che risorge dalle proprie ferite. Isgrò si prepara quindi a inaugurare l’azione dimostrativa; non un’opera che si fa contemplare, ma un segno che agisca e fruttifichi. Come spazio di collocazione del Seme gli fu proposto, fra gli altri, il cuore di Piazza Duomo, il luogo più prestigioso del paese. Lo rifiutò — racconta Isgrò —, respingendo l’idea che la sua opera dovesse avere un tono celebrativo o, peggio ancora, auto celebrativo. Scelse la piazza della Vecchia Stazione, con l’edificio sbrecciato e i binari da cui un tempo partivano per l’Europa i treni carichi di arance e di scorze di limone candite. Una realtà produttiva quest’ultima che non aveva bisogno di assistenzialismo, pur senza mitizzarla, visto che i problemi di sfruttamento intensivo della manodopera — non esclusa quella femminile — esistevano anche allora e offuscavano non poco il ruolo sociale di quelle imprese d’agrumi. Ci viene qui da riflettere sulle modalità con cui l’intero paese si è adeguato alla peggiore lezione meridionale, che con i suoi esodi e la sua idea pa-

dronale del lavoro sembra avere infettato non solo il Nord (come alcuni facili detrattori vorrebbero), ma anche buona parte d’Europa. Era quel tipo di realtà, comunque più dinamica, che conveniva ricordare ai barcellonesi. Dal punto di vista della collocazione, inoltre, il Seme aveva due caratteristiche da lui predisposte con scrupolo: da un lato, il luogo era abbastanza angusto perché la scultura esplodesse con la sua mole sproporzionata; dall’altro, era visibile da un capo all’altro della città. Il gran Seme fu inaugurato dal ministro per le Pari opportunità, al tempo Anna Finocchiaro, il primo giorno di primavera del ’98, e vi intervennero, più di duecento sindaci in fascia tricolore provenienti da tutta la Sicilia e da molte parti d’Italia; qualcuno poi anche dall’estero, racconta Isgrò. Un momento corroborato dall’attesa che intanto si era ingenerata grazie a un Tir, ermeticamente chiuso, che aveva percorso in lungo e in largo l’Europa con una scritta, in italiano e in inglese, impressa a lettere cubitali sul telone cerato: «Questo veicolo trasporta un seme d’arancia». Senza precisare, tuttavia, se si trattasse del Gran Seme di Barcellona o di un residuo. Fra le autorità si levò qualche dissenso sulla collocazione, pur cozzando con l’ufficialità dell’evento.

Il rifiuto di quel drappello era certo una faccenda partitica, dice l’autore. In quanto l’arte, la sua arte, è fatta per includere, non per escludere. Storie italiane, quasi epiche, nelle quali la possibilità di un artista di convertire un “non luogo” in monumento nazionale, sembra soggiacere alle logiche del più pragmatico ragionamento politico. Negli ultimi tempi — dalla morte di suo padre — Isgrò aveva avuto meno occasioni di tornare nella città natale. Finché ricevette la telefonata informale di una personalità di Barcellona, la quale gli comunicava che avevano deciso di spostare il Seme e che, in via del tutto amicale, era stato incaricato di sondare le sue reazioni. La prassi gli parve strana, come se la decisione fosse stata già presa. Quando il 31 luglio 2011 torna in città per una breve vacanza, l’artista vide che la sua opera era già completamente distrutta nella sua parte inferiore. Ora «quel Seme, spostato da lì, non potrà più fruttificare da nessuna parte», dice l’artista. Neanche nel parco-museo dove, ribadisce Isgrò, pare vogliano collocarlo a fare da decoro, in nome di una cultura pomposa che censura invece di tutelare.

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IDEE

Proust e Yehoshua Quando la lettura è un’opera d’arte
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a mano destra tiene stretto un rotolo, la mano sinistra lo svolge. Un circolo di persone è concentrato nell’ascolto di un uomo che sta leggendo ad alta voce. Il viaggiatore legge sulla carrozza. La giovane legge stesa sull’erba, o sotto un porticato. Nel corso dei secoli, i pittori hanno spesso ritratto scene di lettura. È meno frequente, ma gravida di conseguenze, la presenza di quadri nelle pagine della letteratura. Nell’ultimo romanzo di Yehoshua, La scena perduta (Einaudi) si racconta di un problematico quadro che evoca, inevitabilmente, una celebre pagina della Recherche, dove Proust si riferisce ad un affresco di Giotto. Yehoshua parla ALLEGORIE della “Carità romana”, Proust della “Carità di Giotto”. L’interazione tra questi due testi (e tra le opere dei pittori che vengono chiamati in causa) fa luce sul curioso ruolo delle icone nelle narrazioni letterarie. Il protagonista del romanzo di Due scritti: “La scena Yehousha è un regista che viene invitaperduta” di Yehoshua, la to a Santiago de Compostela per “Recherche” di Proust. una retrospettiva sulla sua opera ciDue dipinti: la “Caritas” nematografica. Nella sua camera d’alromana e la “Carità” di bergo, è appeso un quadro in cui ricoGiotto. E il curioso ruo- nosce la scena di un suo film. La scena lo delle icone nelle nar- era stata inserita dallo sceneggiatore, e il regista la tarazioni letterarie. gliò. È la famigerata scena perduta a cui si riferisce il titolo del romanzo. Nel quadro “Caritas romana”, che ora interroga il regista dalla parete della stanza, una giovane donna offre il suo seno per allattare
LE IMMAGINI

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FRANCESCO LONGO

un vecchio in pericolo di vita. Nella Recherche, Swann chiama la sguattera “la Carità di Giotto”. Quando chiede notizie sulla sguattera, domanda: «Come sta la Carità di Giotto?». Swann è un maestro nel cogliere le somiglianze. Si comporta, precisamente, come la metafora: coglie analogie tra cose diverse. In questo caso, sono gli «ampi grembiuli» della sguattera, secondo Swann, a somigliare alle «guarnacche» di alcune figure simboliche, le Virtù ritratte da Giotto a Padova. Aggiunge Proust: «Grazie a una bella invenzione del pittore, essa [la Carità] tende a Dio il suo cuore infiammato o, per essere più precisi, glielo “passa” così come una cuoca passa un cavatappi attraverso la finestrella del suo seminterrato a qualcuno che gliel’ha chiesto dal pianterreno». Turbato per la vista del quadro, il protagonista del libro di Yehoshua si mette a fare indagini su quella rappresentazione di cui ignorava l’esistenza. Scopre che la scena è stata ritratta molte volte, da numerosi pittori, in epoche diverse. Il gesto della donna che allatta il vecchio descrive il sentimento della Compassione. Tuttavia, è facile intuire che tale scena può imprevedibilmente rappresentare qualcosa di molto diverso. Tutti i pittori infatti si sono sforzati per contenere l’indubbia carica erotica di una donna che offre il suo seno a un uomo. Hanno aggiunto elementi, hanno amplificato il pudore, hanno inserito una catena ai piedi del vecchio, hanno inventato delle sbarre, hanno fatto in modo che i loro sguardi non si incontrassero. Sostanzialmente, hanno lavorato per contrastare l’emergere di un altro, incontenibile, scaltro, significato. Invece della Compassione, il quadro rischiava di rappresentare un sentimento di segno molto diverso: la Passione. Si legge in Yehoshua: «L’erotismo latente in questo atto di carità ha dissuaso e forse spaventato gli artisti del Medioevo non meno di quanto abbia entusiasmato quelli del Rinascimento, del Barocco e fino ai primi decenni del ventesimo secolo». In un vertiginoso saggio di Paul de Man su Proust, contenuto nel volume Allegorie della lettura (Einaudi) il critico belga nota, nel passo della Carità di Giotto, una presenza stimolante. La sguattera, come nota Swann, assomiglia alla Carità, che a sua volta però si comporta, nel donare il suo cuore a Dio, come una cuoca. È noto che la cuoca

With all my heart, NYC (Alberto Mileti 2009) stampa Giclée cm 33x40

Françoise (di quelle pagine proustiane) e la sguattera sono due personaggi che incarnano caratteri opposti: una è premurosa, l’altra è crudele. Come fa la “Carità” di Giotto ad assomigliare a due atteggiamenti così diversi? Com’è possibile che l’allegoria della “Carità” dipinta da Giotto contenga tracce che vanno in direzioni così divergenti? Bisogna ora aggiungere un cruciale retroscena. Proust conosce il dipinto attraverso gli scritti di Ruskin. E Ruskin, all’inizio, interpreta la “Carità” ritenendo che la figura femminile stia sollevando il suo braccio verso Dio per ricevere il cuore che Dio le dona per farla essere caritatevole. Solo in un secondo momento Ruskin si accorge dell’errore interpretativo: è la Carità che dona il suo cuore a Dio. È probabile che Proust si sia convinto che la “Carità” di Giotto fosse un’allegoria instabile, con una doppia possibilità di lettura. Ed ecco che anche nel suo testo, la Carità mantiene due anime inconciliabili: quella della sguattera e quella della cuoca. Paul de Man conclude la sua analisi così: «Una sola icona genera due sensi, l’uno di rappresentazione letterale, l’altro allegorico e “proprio”, e (…) questi due sensi si combattono l’un contro l’altro con la forza cieca della stupidità». La stessa ambiguità denunciata in Proust, la ritroviamo in Yehoshua. Anche qui il tema è la difficoltà di interpretazione di un quadro. Alla fine del romanzo La scena perduta, il regista parla con lo sceneggiatore, non si frequentano più da molti anni. Il loro sodalizio si interruppe proprio per il rifiuto del regista di girare quella scena. Adesso, parlano della scena tagliata. Lo sceneggiatore dice al regista: «Quella scena era importante e ancora oggi tu non ne capisci il significato». Sia Proust che Yehoshua parlano di quadri per parlare dei loro testi. Di come vanno interpretate le loro storie. Di come i significati si muovono dalle profondità alla superficie del testo, e di come una volta a galla, acquistano altri numerosi riflessi. La complessità allegorica non va depotenziata con letture semplici e schematiche. «A volte è meglio che un autore non capisca

tutto quello che si dice delle sue opere», dice Ruth, la protagonista femminile del libro di Yehoshua, al regista. Lo scrittore conosce ciò che accade ai suoi testi. Scoraggia chi vuole fornire letture spericolate. Tracy Chevalier ha scritto La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza). L’espressione della ragazza raffigurata nel quadro di Vermeer è un’esplosione di ambiguità (innocenza e languori si danno battaglia nel suo sguardo). I protagonisti del romanzo di Philippe Besson, E le altre sere, verrai? (Guanda) sono i personaggi del quadro di Edward Hopper Night Hawks. Cosa ritrae veramente quella scena? Quali sono le relazione tra i protagonisti? Nei romanzi che parlano di quadri, i quadri ci parlano di come si devono leggere i romanzi. Proust e Yehoshua mettono in guardia i loro lettori. La grande letteratura è sempre attraversata da molti significati. A volte, non riescono ad afferrarli tutti neanche gli autori stessi. I testi sono caritatevoli verso i lettori, abbondano di significati. Un vero lettore deve avere carità verso il testo. Lo deve ascoltare. E scoprire che l’atto della lettura è già un’opera d’arte.

FRANCESCO LONGO. Autore de “Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito” (Laterza, 2009), “2005 dopo Cristo” (con la Babette Factory, Einaudi, 2005), scrive per le pagine culturali del “Riformista”.

Ragioni è il settimanale di politica e cultura del Riformista. In edicola tutte le domeniche.
A cura di Paolo Franchi Redazione: Laura Landolfi Progetto grafico e ricerca iconografica: Cinzia Leone

Pugliese, classe ’65, Alberto Mileti studia economia ma si appassiona alla fotografia: prima come lettore di testi critici e immagini, poi come sperimentatore. Utilizza procedimenti come il Sistema Zonale di Ansel Adams e, con l’avvento del digitale, prosegue con gli inchiostri a pigmenti di carbone. I primi lavori sono in bianco e nero: Berlino e il muro e una serie sul paesaggio della costa pugliese. Le sue foto sono stampate con inchiostri a pigmenti puri su carta fine art “acid free” per ottenere il massimo della durata sul supporto in fibra di cotone puro. Le immagini di questo numero nascono a

Buenos Aires. dove l’autore si imbatte in una saracinesca con su scritto: conSUMOs (e) ACTO. Una folgorazione. Mileti estrae le parole Sum-o e Acto che, per l’assonanza, prendono il significato di somma delle azioni: l’essere azione o l’essenza dell’azione. La trasformazione ribalta l’atto da passivo in attivo o come avrebbe detto Spinoza “Causa Adeguata”. Scattate a Buenos Aires, Vienna, Sao Paolo, Rio de Janeiro, Berlino, Varsavia, Francoforte, Roma, New York, Bologna, Barcellona, sono piccole rappresentazioni della realtà che si illuminano: objects trouvé, come direbbe Duchamp . L’ultima, trovata a NYC, è una pistola puntata contro il torpore dell’inerzia: un risveglio della volontà proprio come

Cartesio. Tra Borges e i filosofi, una lettura dei segni quella di Mileti, che indaga il rapporto tra visibile e invisibile: la metafora di uno spazio vuoto riempito dall’esperienza. Alberto Mileti ha esposto nella personale “Immagini in Costa” alla MiCamera Gallery di Milano, nel 2005, nella collettiva Photo & Foto a Cesano Maderno, Milano nel 2006, nella personale Die Berliner Maurer alla MiCamera Gallery a Milano nel 2007 con “Fuoriluogo” alla BLUorG Galley di Bari nel 2007 e nella collettiva “Paura” alla Divisione Arte Gallery di Bari nel 2010. Le immagini di questo numero del Riformista Ragioni sono state gentilmente concesse dall’autore.
CINZIA LEONE

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