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Disuguaglianza e povertà.

Fatti, teorie e possibili
interventi.

Sandro Brusco

Irene Tinagli

Febbraio 2012
Abstract
In questo lavoro passiamo dapprima in rassegna la principale ev-
idenza empirica e le principale spiegazioni teoriche su disuguaglianza
e povertà. Ci dedichiamo poi a una analisi più dettagliata del caso
italiano e ai possibili interventi di politica economica.
1 Introduzione
Di disuguaglianza, povertà e mobilità si discute continuamente e non sempre
in modo chiaro. A nostro avviso una discussione razionale intorno a questi
temi dovrebbe tener fermi alcuni punti.
Primo, i tre fenomeni vanno tenuti distinti. La povertà (opportuna-
mente definita) può aumentare o diminuire in modo indipendente dalla dis-
uguaglianza (opportunamente definita) e lo stesso vale per la mobilità. An-
che se spesso queste variabili hanno andamenti correlati, la correlazione non
è perfetta. Per esempio, vari studi documentano il fatto che in vari paesi
è cresciuta la disuguaglianza del reddito all’interno del 10% superiore della
popolazione. È evidente che tale aumento della disuguaglianza non ha alcun
impatto sulla povertà.
Secondo, non bisogna mai smettere di cercare e valutare correttamente i
dati empirici relativi a questi fenomeni. La verità è che ottenere buoni dati,
comparabili nel tempo e tra paesi, su disuguglianza, mobilità e povertà è
difficile. Il compito è reso ancora più difficile dal fatto che su questi temi
molti hanno preferenze ideologiche che spingono a cercare e interpretare i

Relazione preparata per il convegno “Non importa se il gatto è bianco o nero. Politiche
per la crescita”, Roma 28-29 febbraio 2012. Tutti gli errori sono responsabilità esclusiva dei
due autori, tranne gli “a capo” sbagliati che sono da imputare al programma di scrittura.

Department of Economics, Stony Brook University. sandro.brusco@stonybrook.edu

Departamento de Economía de la Empresa, Universidad carlo III de Madrid.
irene.tinagli@uc3m.es
1
dati al fine di dimostrare una tesi precostituita, piuttosto che per meglio
capire i fenomeni. Soprattutto nel dibattito politico si osserva spesso una
tendenza a usare in modo ultrasemplificato certe statistiche, ignorando tutti
i problemi di misurazione che vi stanno dietro.
Terzo, una volta che si è arrivati a un qualche accordo su quali sono i
fatti rilevanti, tali fatti vanno interpretati alla luce della teoria economica.
Il dibattito politico sembra sempre oscillare tra due interpretazioni estreme.
La prima afferma che la disuguaglianza (o la povertà, o la scarsa mobilità
sociale) deriva da rapporti di forza tra le classi sociali, ed è quindi facilmente
contrastabile mediante crudi interventi redistributivi: si tassano i ricchi e si
distribuiscono i soldi ai poveri. La seconda afferma che la disuguaglianza
è determinata unicamente da fattori tecnologici e che ogni tentativo di in-
terferire non può che risultare fallimentare, creando più problemi di quelli
che si propone di risolvere. Le cose, come è facile immaginare, sono più
complicate, e pensare a forme di intervento che permettano di allargare il
ventaglio di opportunità per le persone meno avvantaggiate agendo in modo
appropriato sugli incentivi e sulle cause strutturali della povertà è cosa non
banale.
In questo lavoro cercheremo di tener ferma l’impostazione appena de-
scritta, fornendo sia una valutazione della evidenza empirica sull’andamento
di povertà, disuguaglianza e mobilità sia una quadro teorico per la migliore
comprensione di questi fenomeni. Inizieremo nella sezione 2 riassumendo
ciò che sappiamo riguardo all’evoluzione delle variabili distributive a livello
internazionale; adottare una procedura comparata è in questo caso essen-
ziale, perché è importante capire se gli andamenti di fondo dipendono da
specifici fattori nazionali (tipicamente politico-istituzionali) o se invece li
trascendono. È chiaro infatti che un aumento della disuguaglianza indotto
da mutamenti tecnologici è fenomeno che ha implicazioni e va affrontato in
modo diverso da un aumento della disuguaglianza dovuto principalmente
a cambiamenti istituzionali. Nella sezione 3 discuteremo invece le princi-
pali teorie elaborate riguardo all’andamento delle variabili distributive. Pur
senza pretesa di completezza, dato che la letteratura al riguardo è ster-
minata, cercheremo di individuare quelle spiegazioni dell’andamento della
disuguaglianza che hanno ricevuto più attenzione. Una volta posta in tale
modo le basi dell’analisi, rivolgeremo nelle sezioni 4 e 5 l’attenzione all’Italia.
Specificamente, la sezione 4 si occupa di discutere in maggiore profondità
le caratteristiche peculiari della disuguaglianza italiana, mentre la sezione 5
introduce alcune proposte di politica economica finalizzate a una riduzione
della povertà in Italia.
2
2 I fatti in prospettiva internazionale
Vi sono parecchie misure della disuguaglianza, con diverse proprietà e tese
a focalizzare vari aspetti. Dato che questo non è il luogo per un disamina
delle proprietà di ciascun indice, ci limiteremo all’analisi delle misure che più
hanno trovato utilizzo. In particolare, per quanto riguarda la distribuzione
del reddito considereremo:
1. Indice di Gini, che cerca di fornire una misura sintetica del grado com-
plessivo di disugaglianza lungo tutta la distribuzione. Si tratta di un
numero che varia tra 0 e 1, con zero che rappresenta il caso di per-
fetta uguglianza e 1 che rappresenta il caso di massima disuguaglianza
(tutte il redito in mano all’individuo più ricco).
2. Percentuale di reddito che va alla frazione più ricca della popolazione
(tipicamente il 10%, l’1% oppure lo 0,1%).
3. Rapporto tra decili, tipcamente 90/10 (rapporto tra il reddito di un in-
dividuo che è più ricco esattamente del 90% della popolazione e reddito
di un individuo che è più ricco esattamente del 10% della popolazione).
Altri rapporti frequentemente usati sono il 90/50 e il 50/10.
Come vedremo queste misure tendono a essere correlate a livello di paese, ma
non sempre. Inoltre l’andamento nel tempo in diversi paesi è stato difforme.
2.1 L’indice di Gini
Per quanto riguarda l’indice Gini, i dati relativi ai paesi OCSE mostrano
come nel corso degli ultimi venticinque anni la diseguaguaglianza dei red-
diti abbia registrato un deciso aumento. L’aumento maggiore però si verifica
dalla metà degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta, con un sostanziale
livellamento negli ultimi dieci anni. A ben vedere, dal 2005 in poi la dis-
eguaglianza nella distribuzione dei redditi è diminuita in Belgio, Irlanda,
Norvegia, Portogallo, Grecia, Spagna e anche in Italia (dove dal valore di
0,352 del 2004 si è passati allo 0,337 del 2008), mentre è aumentata in Svezia
e Danimarca ed è rimasta più o meno stabile per gli altri paesi, in cui ha
oscillato di poco. In particolare la diseguaglianza è diminuita in alcuni paesi
extra-europei (non mostrati in tabella) che tradizionalmente soffrivano di
alti livelli di diseguaglianza, come Turchia, Cile e Messico.
3
Fonte Ocse. I dati in neretto si riferiscono all’anno precedente.
(*) dati calcolati su forza lavoro anziché su totale popolazione
I dati quindi, almeno per quanto riguarda l’indice Gini, non supportano la
convinzione diffusa secondo cui la disuguaglianza complessiva dei redditi è
significativamente aumentata ovunque negli anni più recenti. È vero però
che la disuguaglianza è aumentata in molti paesi a partire negli ultimi 30-40
anni, rovesciando una tendenza precedente alla compressione dei redditi.
2.2 La frazione che va ai redditi più alti
Un altro modo per valutare la disuguaglianza dei redditi, particolarmente
comune nel dibattito pubblico, è quello di guardare alla frazione del reddito
complessivo che va ai redditi più alti. Misure comuni sono la frazione di
reddito che va al 10% dei cittadini più ricchi, oppure all’1% o anche allo 0,1%.
Monitorare e studiare a livello internazionale la porzione dei redditi che va ai
più ricchi e il suo andamento nel tempo non è semplice. La fonte principale
di questi dati sono le dichiarazioni dei redditi, che non sono una fonte ideale
per osservare i movimenti effettivi del reddito
1
, tuttavia in tempi recenti
vari lavori hanno cercato di sfruttare questi dati per ottenere informazioni
utili sull’andamento delle quote dei percentili più ricchi. Buona parte del
lavoro fatto in questa area per differenti paesi è racolto nei due volumi curati
da Atkinson e Piketty [2], [3]. Atkinson, Piketty and Saez [4], fanno una
panoramica di questa letteratura e mostrano dati sulla porzione di reddito
1
I contribuenti hanno ovvaimente tutto l’interesse a minimizzare le tasse pagate, dis-
torcendo le proprie dichiarazioni dei redditi a tale fine. Anche quando non viene violata
alcna legge i contribuenti adottano strategie come pretendere che guadagni da attività la-
vorativa sono in realtà guadagni di capitale etc. Inoltre il concetto di “reddito imponibile”
varia da paese a paese e nel tempo in ciascun paese, rendendo più difficile la comparazione.
4
posseduta dallo 1% e dallo 0,1% più ricco della popolazione in circa venti
paesi, dall’inizo del secolo scorso fino al 2005 circa.
I dati mostrano che tutta la prima metà del secolo scorso (1900-1949) ha
visto una drastica riduzione della porzioni di redditi nelle mani dello 1% più
alto della popolazione, una caduta che è andata stabilizzandosi verso il 1950,
per poi tornare a salire negli anni successivi. In altre parole, l’andamento
dei redditi dei più ricchi ha seguito una forma a U. Un andamento parti-
colarmente marcato negli Stati Uniti, dove l’aumento dei redditi nelle mani
dell’uno percento più ricco della popolazione è stato particularmente mar-
cato negli ultimi decenni.
Circa 1949 Circa 2005
Frazione del 
top 1%
Frazione del top 
0.1%
Frazione del 
top 1%
Frazione del 
top 0.1%
Indonesia 19.87 7.03
Argentina 19.34 7.87 16.75 7.02
Ireland 12.92 4 10.3
Netherlands 12.05 3.8 5.38 1.08
India 12 5.24 8.95 3.64
Germany 11.6 3.9 11.1 4.4
United Kingdom 11.47 3.45 14.25 5.19
Australia 11.26 3.31 8.79 2.68
United States 10.95 3.34 17.42 7.7
Canada 10.69 2.91 13.56 5.23
Singapore 10.38 3.24 13.28 4.29
New Zealand 9.98 2.42 8.76 2.51
Switzerland 9.88 3.23 7.76 2.67
France 9.01 2.61 8.73 2.48
Norway 8.88 2.74 11.82 5.59
Japan 7.89 1.82 9.2 2.4
Finland 7.71 7.08 2.65
Sweden 7.64 1.96 6.28 1.91
Spain 8.79 2.62
Portugal 3.57 9.13 2.26
Italy 9.03 2.55
China 5.87 1.2
Fonte. Atkinson, Piketty e Saez [4]
Tuttavia all’interno di questo macro-trend emergono situazioni anche molto
differenziate. Troviamo infatti paesi di lingua inglese come come Inghilterra,
Irlanda, Canada, Stati Uniti e Nuova Zelanda (ma anche Cina e India) in
cui si registrano aumenti significativi dei redditi in mano dell’1%, mentre
paesi dell’Europa continentale come Francia, Germania Olanda e Svizzera
(ma anche il Giappone) in cui l’andamento è stato molto più piatto, con
aumenti modesti della quota che va ai redditi più alti.
La situazione si complica ulteriormente se guardiamo ai livelli della con-
centrazione dei redditi anziché ai tassi di crescita, rendendo difficile rilevare
patterns significativi e, soprattutto, correlazioni chiare tra porzione di ric-
chezza in mano a pochi e altri indicatori di diseguaglianza come l’indice Gini.
5
Per esempio, tra i paesi con i più alti livelli di concentrazione di reddito nelle
mani dell’1% più ricco troviamo la Norvegia, che ha uno degli indici Gini più
bassi. Viceversa paesi come la Spagna, il cui indice Gini è tradizionalmente
piuttosto alto, ha un concentrazione di reddito in mano ai più ricchi analoga
alla Francia. Questo non è interamente sorprendente dato che i due indica-
tori si riferiscono a grandezze diverse (reddito imponibile degli individui a
fini fiscali per la frazione dei redditi più alti, reddito netto delle famiglie per
l’indice di Gini). Tutto questo suggerisce che i dati sulla frazione dei redditi
che va ai redditi più alti rappresentano indicatori parziali del livello di disug-
uaglianza nella distribuzione del reddito di un paese, ed è bene non vengano
usati in modo isolato senza guardare ad altri indicatori della disuguaglianza.
2.3 I rapporti interquantili
Altri indicatori possono essere costruiti guardando in maggiore dettaglio la
forma della distribuzione, cercando di catturare l’andamento in punti diversi
dalla “coda”. Tipicamente si può guardare al rapporto tra quantili o al
rapporto tra quote possedute al di sopra e al di sotto di un certo quantile.
Considerando dapprima il rapporto tra quantili, sia 1r, con r che va
da zero a 100, il valore del reddito a cui r per cento dei contribuenti ha un
reddito inferiore a r. Per esempio, 150 è il valore della mediana, mentre
190 è il reddito al di sopra del quale si appartiene al 10% più ricco. Un
indicatore molto usato è il rapporto 190,110 (spesso chiamato ‘rapporto
interdecili’), ossia il rapporti tra il reddito di chi è esattamente al novantes-
imo percentile e di chi è esattamente al decimo percentile (ossia, 110 è il
livello di reddito al di sotto del quale si appartiene al 10% più povero della
popolazione). Altri rapporti spesso usati sono il 190,150, che cerca di va-
lutare la disuguaglianza nella parte alta della distribuzione, e il 150,110,
che fa lo steso lavoro per la parte bassa della distribuzione.
Per quanto riguarda il rapporto tra le quote, questo viene calcolato come
il rapporto tra il reddito totale ricevuto dal r% più ricco della popopazione
e il reddito totale ricevuto dal r% più povero. Una misura comune è il
o80,o20 (spesso chiamato ‘rapporto interquintili’), che misura appunto il
rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero. Per esempio, un valore di
o80,o20 pari a 3 indica che in media le persone che appartengono al 20%
più ricco guadagnano il triplo delle persone che appartengono al 20% più
povero.
Osservando i dati relativi a queste due misure di diseguglianza si nota una
notevole similitudine con i dati dell’indice Gini, pur con qualche differenza.
La correlazione tra indice di Gini e rapporto interquintilli è più bassa rispetto
a quella tra índice di Gini e rapporto interdecili, soprattutto per valori bassi
6
dell’indice Gini.
Il rapporto interquintili viene calcolato dall’Eurostat per i paesi europei.
Fonte Eurostat, Income Distribution Statistics.
Come per l’indice di Gini, i paesi dell’Europa meridionale (Italia compresa)
tendono a manifestare valori abbastanza alti.
3 Le spiegazioni teoriche
È legittimo affermare che non esiste una spiegazione uniformemente condi-
visa dell’aumento della disuguaglianza verificatosi in alcuni paesi nel pas-
sato recente. Il cambiamento della disuguaglianza può derivare o da inno-
vazione tecnologiche o da mutamenti politico-istituzionali. È importante, e
7
purtroppo anche molto difficile dal punto di vista empirico, stabilire quale
delle due componenti sia prevalente, dal momento a seconda dell’origine si
possono formulare giudizi differenti sulla opportunità di intervenire per lim-
itare la disuguaglianza e sui provvedimenti specifici da adottare nel caso si
decida di intervenire.
In un lavoro di rassegna della letteratura, Gordon e Dew-Becker [10]
analizzano e valutano empiricamente spiegazioni tecnologiche e istituzionali
dell’aumento della disuguaglianza negli USA.
La spiegazione più semplice dell’aumento della disuguaglianza è quella
cha fa riferimento al cosidetto skill-biased technical change, e che si può rias-
sumere come segue: a partire da circa metà degli anni Settanta il progresso
tecnologico ha reso particolarmente più produttivo il lavoro qualificato e, in
misura inferiore il capitale, e questo ha comportato un aumento del reddito
per i lavoratori meglio pagati, mentre i lavoratori meno qualificati hanno
visto il proprio salario stagnare. Per dirla in modo un po’ semplicistico:
mentre gli altiforni che si installavano negli anni Cinquanta aumentavano
in modo particolare la produttività degli operai, i personal computers che
si sono installati negli uffici a partire dagli anni Ottanta hanno accresciuto
in modo particolare la produttività degli impiegati, soprattutto quelli più
istruiti. Questo ha ridotto, fino a renderla quasi nulla, la crescita dei salari
nella parte più bassa della distribuzione mentre ha aumentato la crescita
dei salari nella parte più alta. Il risultato è stato una maggiore dispersione
dei salari e di conseguenza un aumento della disuguaglianza. La spiegazione
è solo parzialmente soddisfacente quando si guarda al più lungo periodo.
Infatti un aumento del salario per i lavoratori qualificati (una cosa partico-
larmente visibile nell’aumento del college premium negli Stati Uniti) avrebbe
dovuto aumentare l’offerta di tali lavoratori, mediante un aumento del tasso
di scolarizzazione, con una corrispondente riduzione della offerta di lavora-
tori meno qualificati. Tale processo avrebbe dovuto limitare l’aumento della
diseguaglianza. In realtà tale processo non sembra essersi verificato nella
misura che ci si poteva attendere e a tale processo si è aggiunto l’aumento
dell’immigrazione negli USA e altrove.
A questo si è aggiunto un fenomeno aggiuntivo, quella della “economia
delle superstar”, che si è riflesso in un aumento assai marcato di alcuni
redditi da lavoro più alti. Essenzialmente l’idea è che la facilità di trasmis-
sione delle informazioni e del contenuto di intrattemento fa sì che piccole
differenze in talento si traducano in enormi differenze di reddito. Per fare
un esempio estremo: in un mondo in cui gli attori possono guadagnare solo
con il teatro (e quindi con un solo spettacolo alla volta per un numero rel-
ativamente piccolo di spettatori), anche l’attore più bravo avrà possibilità
di guadagno relativamente limitate, mantenendo la disparità di reddito tra
gli attori contenuta. In un mondo in cui la performance di un attore può
essere riprodotta senza limiti, tuti vorranno vedere l’attore più bravo; di
conseguenza il compenso dell’attore più bravo (magari solo marginalmente
8
più bravo) sarà enormemente superiore a quella degli altri. L’analisi della
“economia delle superstar” venne iniziata da Rosen [17] nel 1981 ed è stata
estesa e popolarizzata da Frank e Cook [9].
Per quanto riguarda le spiegazioni di tipo politico-istituzionale, una pos-
sibile spiegazione dell’aumento sproporzionato dei redditi più alti è dato
dal cambiamento del sistema fiscale che in molti paesi si è verificato a par-
tire dagli anni Ottanta. Quasi ovunque l’aliquota massima dell’imposta sui
redditi venne infatti ridotta in modo cospicuo. L’argomento però non è
immediato. L’aumento della disuguaglianza riguarda infatti i dati relativi
ai redditi lordi, ossia prima del pagamento delle tasse. Deve quindi essere
il caso che, come conseguenza di tale riduzione, i percettori di tali redditi
hanno o aumentato la propria offerta di lavoro o diminuito le attività di
elusione (per esempio il pagamento mediante fringe benefits) ed evasione.
Tra le spiegazione di carattere istituzionali, l’attenzione della letteratura
si è concentrata sull’indebolimento dei sindacati e sulla riduzione del val-
ore reale del salario minimo (negli USA). I salari della fascia bassa della
distribuzione sono rimasti stagnanti in termini reali o sono comunque sal-
iti molto più lentamente di quelli della fascia più alta. Un qualche ruolo è
stato sicuramente giocato da fattori istituzionali, come è logico attendersi.
Per esempio, se lascia che il valore reale del salario minimo si riduca la
teoria predice da un lato un’espansione dell’occupazione e dall’altro un au-
mento nella dispersione dei salari, che è più o meno ciò che è accaduto negli
USA. Anche questa spiegazione è parzialmente insoddisfacente, dato che
bisognerebbe in primo luogo spiegare perché i sindacati si sono indeboliti e
cosa ha reso politicamente possibile la riduzione del salario minimo.
4 Il caso italiano
Un breve riassunto del caso italiano può essere il seguente:
1. l’Italia è un paese con un alto livello di disuguaglianza del reddito,
tra i più alti in Europa continentale ma simile al livello di altri pesi
dell’Europa meridionale.
2
.
2. La disuguaglianza è oggi più alta che negli anni Ottanta ma l’aumento
è stato concentrato all’inizio degli anni Novanta. Dopo il balzo di inizio
anni 90 l’indice di Gini si è stabilizzato.
3. Buona parte della disuguaglianza deriva dal persistente divario tra
Nord e Sud del paese. Il Sud è non solo più povero (il ché aumenta
l’indice complessivo di disuguaglianza) ma anche più diseguale.
2
In questo lavoro concentriamo l’attenzione sulla disuguaglianza del reddito. Vale però
la pena menzionare che l’evidenza empirica disponibile mostra che la ricchezza in Italia,
oltre a essere in generale abbastanza alta, sembra essere distribuita in modo più egualitario
che negli altri paesi europei e e nel nordamerica.
9
4. Le famiglie povere sono principalmente quelle giovani dove entra un
solo reddito e con un capofamiglia poco istruito. La povertà tra gli
anziani è molto inferiore che nel resto della popolazione.
In questa sezione forniremo dapprima evidenza empirica puntuale delle af-
fermazioni precedenti. Nella sezione successiva discuteremo le implicazioni
per gli interventi di politica economica.
4.1 Livello e andamento della disuguaglianza
A livello nazionale, l’indice di Gini italiano mostra un valore relativamente
alto rispetto ai paesi dell’Europa continentale e simile a quello degli altri
paesi del Sud Europa.
Andamento dell’indice di Gini in Italia nel dopoguerra.
Il primo punto è il 1947. La serie riparte dal 1965 fino al 2008.
Fonte. Indagine sui bilanci delle famiglie, Banca d’Italia.
La disuguaglianza è calata durante la fase dello sviluppo economico e il
calo è poi proseguito negli anni Ottanta, raggiungendo un minimo nel 1991.
Guardando agli ultimi venti anni, la disuguaglianza ha subito una impen-
nata durante la recessione di inizio anni Novanta, per poi stabilizzarsi e
restare ai livelli alti allora raggiunti; al tempo stesso la disuguaglianza stava
aumentando pressoché ovunque.
La figura sopra si riferisce alla disuguaglianza nei redditi familiari netti
equivalenti. Tale disuguaglianza è il risultato di una disuguaglianza che
possiamo chiamare “primaria”, ossia generata dai redditi di mercato, cui si
sovrappone l’opera di redistribuzione dello Stato. In Italia la disuguaglianza
10
basata sui redditi di mercato (prima della redistribuzione) risulta essere
molto alta, addirittura superiore a quella di Regno Unito e Stati Uniti. Il
fatto che la disuguaglianza dei redditi di mercato sia così alta è ovviamente
preoccupante e sembra indicare una certa debolezza strutturale del paese,
che è incapace di mantenere la disuguaglianza a livelli moderati senza inter-
vento pubblico.
Alvaredo e Pisano [1] usano dati sulla dichiarazioni dei redditi per osser-
vare la variazione del reddito che va ai percentili più alti della popolazione.
6%
7%
8%
9%
10%
11%
12%
13%
14%
1
9
7
4
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0
2
2
0
0
4
I
n
c
o
m
e
S
h
a
r
e
Top 10-5% Top 5-1% Top 1%
L’uso di dati fiscali per analizzare l’effettivo andamento della distribuzione
del reddito ha ovvi problemi, soprattutto in Italia. Comunque la figura
mostra che la quota dei redditi più alti in Italia è cresciuta negli ultimi venti
anni, sopratutto per il 5% più alto della distribuzione. L’uno per cento più
ricco controllava a metà della decade scorsa il 9% del reddito. L’aumento è
assai più moderato di quello avvenuto negli Stati Uniti (dove l’1% più ricco
controlla una quota di reddito pari al 17,4%).
4.2 La disuguaglianza territoriale
Alla disuguaglianza complessiva contribuiscono da un lato i divari tra le
diverse aree territoriali italiane e dall’altro le disparità interne a tali aree.
Data la perdurante grande differenza tra il reddito pro-capite del centro-
nord e quello del sud del paese, è logico attendersi che questo sia un fattore
che contribuisce all’elevato livello di disuguaglianza in Italia. La più recente
indagine sui bilanci della Banca d’Italia fornisce i seguenti dati.
11
Reddito familiare medio netto, 2010
Reddito pro-cap. Consumo pro-cap.
Nord 36,508 27,544
Centro 37,543 28,167
Sud e isole 23,912 19,624
Italia 32,714 25,164
Le disuguaglianze tra territori si sono accentuate negli ultimi 20 anni. La
indagine sui bilanci della Banca d’Italia mostra che nel 2010 il reddito fa-
miliare medio equivalente calcolato a prezzi costanti nel Sud era addirittura
inferiore a quello del 1991. Infatti nel periodo 1991-2010 tale variabile è
aumentata del 17,2% al Centro, del 10,1% al Nord mentre è calato del 2,6%
al Sud. Un grosso contributo all’aumento della disuguaglianza avvenuto a
principio degli anni 90 è venuto da un netto calo del reddito equivalente
nelle regioni meridionali, che nel 1995 risultava essere calato di più del 10%
rispetto al 1991. Ci sono voluti più di 10 anni per recuperare tale perdita,
arrivando nel 2006 a un reddito equivalente più alto che nel 1991, ma subito
dopo la grande recessione ha fatto di nuovo perdere terreno. Le ragioni
dell’aumento della disuguaglianza nella prima metà degli anni Novanta sono
ancora dibattute, anche se è difficile non metterlo in relazione con la forte
manovra di aggiustamente dei conti pubblici che venne messa in atto in quel
periodo. Dato che negli anni Ottanta l’Italia era chiaramente su un sentiero
insostenibile di debito, si può speculare che la disuguaglianza in questo pe-
riodo venne “occultata” da politiche fiscali insostenibili, e quindi in qualche
modo venne tenuta artificialmente bassa. Quando è diventato impossibile
continuare sulla strada dell’indebitamento esponenziale, la disuguaglianza è
salita, dato che le sue cause strutturali non sono mai state affrontate.
Il divario tra territori non è tuttavia l’unica spiegazione della disug-
uaglianza italiana. Risulta infatti che la disuguaglianza interna alle regioni
risulta essere molto differente tra le diverse regioni. Gli indici di Gini re-
gionali sono calcolati annualmente dall’ Istat, nell’indagine sulle condizioni
di vita e distribuzione del reddito in Italia. Riportiamo in questa tabella gli
ultimi dati disponibili. Mostriamo da un lato le tre regioni con l’indice di
Gini più alto e quelle con l’indice di Gini più basso, e a fianco mostriamo i
valori per le macro-aree.
12
Indice di concentrazione di Gini sui redditi netti familiari
esclusi i fitti imputati
Sicilia 0,335
Campania 0,327
Lazio 0,324
Veneto 0,266
Friuli-VG 0,265
Abruzzo 0,263
Nord-ovest 0,294
Nord-est 0,281
Centro 0,304
Centro-Nord 0,294
Mezzogiorno 0,319
Italia 0,314
Per dare un’idea dell’entità della differenza, la differenza di 6,9 punti che
separa il Veneto dalla Sicilia è più alta di quella che separa l’Italia dalla
Svezia (che ha un indice di Gini di 24,8). Dai dati risulta evidente che la
disuguaglianza tende a essere più alta nelle regioni in cui il reddito pro-capite
è più basso. Un indice molto crudo può essere ottenuto guardando all’indice
di correlazione tra indice di Gini regionale e reddito familiare mediano re-
gionale, che risulta essere pari a circa −0, 5 (ricordiamo che l’indice varia
tra -1 e 1).
13
La situazione è riassunta nella figura (tratta da Istat [11], in cui le regioni
più chiare sono quelle che manifestano indici di Gini più bassi. Il centro
(Lazio escluso) e il nordest appaiono le zone più egalitarie.
L’andamento recente della disuguaglianza nelle regioni è riassuta nella
seguente tabella, sempre tratta da Istat [11],
Diseguaglianza dei redditi per regione
Anni 2003‐2008 (a) (Indice di concentrazione di Gini sui redditi netti familiari esclusi i fitti imputati)
REGIONI
RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE
2003 2004 2005 2006 2007 2008
Piemonte 0.309 0.309 0.290 0.284 0.291 0.291
Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste 0.298 0.296 0.256 0.287 0.270 0.310
Lombardia 0.317 0.320 0.304 0.313 0.291 0.295
Liguria 0.299 0.314 0.292 0.288 0.292 0.290
Trentino‐Alto Adige 0.287 0.285 0.260 0.266 0.259 0.289
Bolzano/Bozen 0.288 0.298 0.267 0.282 0.271 0.298
Trento 0.285 0.271 0.253 0.244 0.244 0.280
Veneto 0.283 0.281 0.271 0.277 0.263 0.266
Friuli‐Venezia Giulia 0.283 0.273 0.262 0.262 0.261 0.265
Emilia‐Romagna 0.295 0.299 0.304 0.291 0.301 0.297
Toscana 0.291 0.268 0.281 0.279 0.275 0.283
Umbria 0.288 0.286 0.301 0.305 0.284 0.280
Marche 0.271 0.280 0.278 0.292 0.281 0.289
Lazio 0.354 0.328 0.326 0.339 0.315 0.324
Abruzzo 0.296 0.293 0.284 0.300 0.288 0.263
Molise 0.299 0.286 0.305 0.304 0.308 0.319
Campania 0.357 0.347 0.343 0.335 0.332 0.327
Puglia 0.333 0.303 0.328 0.311 0.295 0.310
Basilicata 0.272 0.298 0.273 0.295 0.305 0.289
Calabria 0.322 0.333 0.348 0.326 0.318 0.314
Sicilia 0.368 0.348 0.346 0.338 0.318 0.335
Sardegna 0.318 0.323 0.304 0.314 0.296 0.292
Nord‐ovest 0.314 0.317 0.299 0.304 0.291 0.294
Nord‐est 0.290 0.289 0.284 0.281 0.278 0.281
Centro 0.319 0.300 0.304 0.312 0.296 0.304
Centro‐Nord 0.309 0.305 0.297 0.300 0.289 0.294
Mezzogiorno 0.344 0.334 0.335 0.327 0.316 0.319
Italia 0.332 0.328 0.321 0.322 0.310 0.314
Fonte: Istat, Indagine sul reddito e condizioni di vita (Eu‐Silc)
(a) Per il 2008 i dati sono provvisori.
Nel periodo 2003-2008 si è ridotta in tutte le aree del paese, anche se l’ultimo
anno sembra segnalare una leggera inversione di tendenza.
4.3 Istruzione e partecipazione alla forza lavoro
La correlazione negativa esistente tra reddito e disuguaglianza suggerisce
che per meglio comprendere le radici della disuguaglianza è importante com-
prendere quali sono le caratteristiche che rendono le famiglie povere. Tra
queste sono indubbiamente importanti il titolo di studio del capofamiglia e
il numero di percettori di reddito. L’indagine sui bilanci delle famiglie della
Banca d’Italia fornisce anzitutto dati quantitativi sulla incidenza dei diversi
14
livelli di istruzione per le famiglie italiane. Nella seguente tabella riassumi-
amo l’andamento degli ultimi dodici anni, a intervalli di 6 anni. Nonostante
l’arco di tempo relativamente breve rispetto al fenomeno considerato, i cam-
biamenti sono stati importanti.
Distribuzione famiglie, titolo studio capofamiglia
1998 2004 2010
Senza titolo 8,8 6,4 4,0
Elementare 29,0 24,0 19,7
Medie 32,2 35,7 37,1
Medie Superiori 22,9 25,7 26,9
Laurea 7,1 8,3 12,3
La percentuale di famiglie con un capofamiglia almeno diplomato è pari a
39,2% nell’ultima indagine, mentre era il 30% nel 1998. Ancora più spet-
tacolare è stata la diminuzione della percentuale di famiglie in cui il capo-
famiglia ha un titolo inferiore o uguale alla 5
a
elementare, passato dal 37,8%
nel 1998 al 23,7% nel 2010. L’Italia si sta chiaramente muovendo nella giusta
direzione e ci sono buone ragioni per essere ottimisti riguardo all’evoluzione
di questa variabile, dato che le coorti più giovani hanno un tasso di scolar-
izzazione nettamente più alto delle coorti più anziane.
Guardiamo ora alla distribuzione delle famiglie per numero di percettori
di reddito.
Distribuzione famiglie, numero percettori di reddito
1998 2004 2010
Un percettore 44, 0 49, 6 47,8
Due percettori 42,0 39,4 43,1
Più di due 14,0 10,9 9,1
In questo caso l’andamento non è monotono e non appare particolarmente fa-
vorevole. Giocano qui due tendenze. Da un lato, la maggiore partecipazione
alla forza lavoro, in particolare delle donne (si veda ad esempio Istat [13])
dovrebbe aumentare il numero di famiglie con due percettori. Dall’altro
la tendenza alla riduzione del numero medio di componenti della famiglia
15
tende a ridurlo. Il risultato netto è incerto. La diminuzione della dimen-
sione media della famiglia ha chiaramente causato la drastica riduzione nella
percentuale di famiglie con più di due percettori, mentre per le famiglie con
esattamente due percettori l’andamento è incerto.
La ragione per cui tali variabili sono importanti può essere apprezzata
guardando all’indice di povertà economica. Una famiglia viene consider-
ata in povertà economica quando il suo reddito è inferiore alla metà della
mediana.
Percentuale famiglie in povertà
Reddito equiv. Reddito pro-cap.
Un percettore 26,3 30,6
Due percettori 7,5 9,6
Elementare 15,3 16,6
Medie 18,1 21,7
Medie sup. 8,3 10,8
Oltre 64 anni 6,0 3,8
Totale pop. 14,4 17,6
Il reddito equivalente tiene in conto le economie di scala generate dalla con-
vivenza comune
3
. Guardando all’intera popolazione nazionale, il 14,4% delle
famiglie risultava avere un reddito equivalente inferiore alla soglia di povertà,
mentre il 17,6% risultava avere un reddito pro-capite inferiore alla soglia di
povertà. Le percentuali però cambiano drasticamente nei sottocampioni di
famiglie con uno o due percettori e a seconda del grado di istruzione
4
. Si
può apprezzare la enorme differenza tra famiglie con un percettore e famiglie
con due percettori. Il dato sulla percentuale relativamente bassa di poveri
tra i cittadini con licenza elementare va letto congiuntamente al basso dato
sulla povertà per famiglie anziane (dato che gli anziani hanno un livello
di istruzione più basso dei giovani). Essenzialmente è una conferma delle
3
Ci sono vari modi di calcolare scale di equivalenza per i redditi familiare. Nell’indagine
sui bilanci delle famiglie nel 2010 è stata usata la scala OCSE modificata. Secondo tale
metodologia si assegna un valore di 1 al capofamiglia, di 0,5 a ogni componente con più di
14 anni e di 0,3 per i componenti con meno di 14 anni. La somma è il numero di “adulti
equivalenti” e il reddito equivalente è il reddito familiare diviso per il numero di adulti
equivalenti.
4
Non abbiamo riportato i dati per i laureati perché, come ci si può attendere, sono
molto bassi.
16
caratteristiche del sistema di welfare italiano, che si concentra in modo im-
portante sulle pensioni a scapito di altri strumenti.
5 Che fare? Una prospettiva riformista
Ci sono essenzialmente due modi, possibilmente complementari, di affrontare
la disuguaglianza: redistribuzione e crescita
5
. In questa sezione argomenter-
emo che le politiche di redistribuzione più tradizionali (aumentare la tas-
sazione di redditi e patrimoni alti e sussidiare con i proventi i redditi e i
patrimoni più bassi) hanno in Italia un potenziale limitato. D’altro canto, la
difficile situazione del bilancio pubblico impedisce l’attuazione di programmi
di spesa di dimensioni tali da poter effettivamente incidere sulla povertà. È
quindi necessario, se si vuole seriamente ridurre la disuguaglianza in Italia,
puntare da un lato a favorire la crescita dell’occupazione e dall’altro a mis-
ure redistributive di stampo meno tradizionale, in entrambi i casi puntando
a interventi a costo zero o comunque ridotto per il settore pubblico.
5.1 Quanto si può redistribuire?
La quota di reddito che va al settore più ricco della popolazione (1% o 0,1%
superiore), pur essendo cresciuto negli ultimi anni, resta in Italia comunque
parecchio inferiore a quello di paesi come gli Stati Uniti. L’aliquota massima
è abbastanza elevata, essendo pari al 43% cui si aggiungono quasi ovunque
le addizionali regionali. Se aggiungiamo almeno parte dei contributi sociali
è facile vedere che un lavoratore ad alto reddito si trova di fronte ad aliquote
marginali assai alte.
Un aumento abbastanza drastico della tassazione sull’1%, ottenuto per
esempio introducendo aliquote marginali più alte per redditi nell’1% . Se la
quota di reddito imponibile del top 1% è simile a quella stimata da Alvaredo
e Pisano [1] nel 2004, intorno al 9%, un aumento di 10 punti dell’aliquota
marginale massima può portare a un gettito pari allo 0,9% del reddito im-
ponibile (assumendo che esso non cali, a causa di riduzione dell’offerta di
lavoro, elusione o evasione). Simili cifre possono dare un qualche contributo
al risanamento del bilancio pubblico, ma è difficile pensare che su di esse si
possa basare il grosso di una politica di riduzione della povertà. Per ottenere
un gettito rilevante sarebbe necessario aumentare in modo significativo la
5
Al di là della redistribuzione fiscale in senso stretto, la disuguaglianza può essere
ridotta anche mediante interventi amministrativi. Un esempio è l’imposizione di massimali
sulle retribuzioni pagate nel settore privato, o l’imposizione di livelli salariali minimi. Si
tratta di provvedimenti che da un lato implicano una redistribuzione diretta da privato
a privato, non intermediata dal sistema fiscale, e dall’altro generano il rischio di una
allocazione inefficiente delle risorse. Non considereremo quindi questo tipo di interventi.
17
tassazione del decile o del quintile superiore, il ché non appare auspicabile.
zero 0.67 0.67
da 0 a 1.000 5.38 6.05
da 1.000 a 1.500 1.64 7.69
da 1.500 a 2.000 1.34 9.03
da 2.000 a 2.500 1.21 10.24
da 2.500 a 3.000 1.14 11.38
da 3.000 a 3.500 1.05 12.43
da 3.500 a 4.000 1.00 13.43
da 4.000 a 5.000 1.98 15.41
da 5.000 a 6.000 6.13 21.54
da 6.000 a 7.500 5.36 26.90
da 7.500 a 10.000 8.04 34.94
da 10.000 a 12.000 5.93 40.87
da 12.000 a 15.000 9.98 50.85
da 15.000 a 20.000 16.44 67.29
da 20.000 a 26.000
13.66 80.95
da 26.000 a 29.000 4.53 85.48
da 29.000 a 35.000
5.41 90.89
da 35.000 a 40.000 2.40 93.29
da 40.000 a 50.000
2.44 95.73
da 50.000 a 55.000 0.72 96.45
da 55.000 a 60.000 0.56 97.01
da 60.000 a 70.000 0.83 97.84
da 70.000 a 75.000 0.32 98.16
da 75.000 a 80.000 0.26 98.42
da 80.000 a 90.000 0.39 98.81
da 90.000 a 100.000
0.27 99.08
da 100.000 a 120.000 0.33 99.41
da 120.000 a 150.000 0.24 99.65
da 150.000 a 200.000 0.17 99.82
oltre 200.000 0.18 100.00
Questa tabella, elaborata dal Ministero delle Finanze [15], mostra la dis-
tribuzione delle dichiarazioni per classi di reddito complessivo. nell’anno
2007, ultimo anno disponibile (ma la situazione non è cambiata molto, data
la stagnazione dei redditi nominali). Per appartenere al top 20% è neces-
sario un reddito di poco meno di 26.000 euro annuali. Per appartenere al
top 10%, il reddito richiesto è di poco inferiore a 35.000 euro annuali. Il top
5% si raggiunge con un reddito vicino a 50.000 euro, e il top 1% si raggiunge
sulla soglia dei 100.000 euro.
In realtà il consenso più o meno esplicito che esiste in Italia è che il
problema principale del sistema fiscale resta l’alto livello di evasione. Mentre
è chiaro che la riduzione dell’evasione, se non si traduce in un aumento puro e
duro della pressione fiscale, può aiutare il raggiungimento di una allocazione
più efficiente delle risorse, non è altrettanto chiaro che essa possa contribuire
in modo significativo alla diminuzione della disuguaglianza. Data la natura
del fenomeno non è facile ottenere dati affidabili sull’evasione, ma alcuni
studi indicano che essa sembra essere più importante al Sud, in particolare
nei servizi. Spesso non si tratta di attività ad alto reddito.
5.2 Partecipazione alla forza lavoro e riduzione della povertà
Dato che l’attuale elevato livello di tassazione non sembra lasciare molti
margini per politiche redistributive di stampo tradizionale, la soluzione più
18
percorribile è quella di ridurre la povertà attraverso un ampliamento della
occupazione e del reddito, soprattutto nelle regioni più povere. È tuttavia
indispensabile porre termine alla serie di interventi distorsivi che vengono
continuamente proposti per sanare, ad esempio, la bassa partecipazione fem-
minile in certe industrie e in certe zone. La strada da imboccare è una dras-
tica riduzione del carico fiscale e contributivo sui redditi più bassi, in modo
da favorire la partecipazione alla forza lavoro che in Italia è da sempre assai
più bassa che nel resto dei paesi europei, specialmente per quanto riguarda
la componente femminile.
È evidente che le condizioni del bilancio pubblico non permetteranno
per qualche tempo di perseguire una politica di aggressiva diminuzione delle
tasse per i redditi bassi. Nei margini di manovra concessi però è impor-
tante tenere a mente che l’obiettivo principale, più che di mettere in tasca
qualche euro in più alle famiglie bisognose, dovrebbe essere quello di stimo-
lare la partecipazione al mercato del lavoro. Se questo obiettivo è mantenuto
chiaro, diventa più facile comprendere quali interventi di riduzione delle tasse
possono risultare maggiormente efficaci e quali invece vanno scartati.
È chiaro che l’occupazione non si crea con colpi di bachetta magica. I
provvedimenti che discutiamo in questa sezione sono centrati sull’offerta di
lavoro, ossia mirano a modificare gli incentivi per stimolare una maggiore
partecipazione alla forza lavoro. Il solo aumento della offerta di lavoro ha
effetti limitati, in assenza di dinamismo dell’economia, ma i provvedimenti
che proponiamo hanno perlomeno il pregio di avere un costo molto basso
per lo Stato e di evitare distorsioni nell’allocazione delle risorse.
Povertà e partecipazione alla forza lavoro
Data la loro rilevanza per la determinazione dei livelli di povertà è utile
guardare più da vicino i dati su occupazione e partecipazione alla forza
lavoro. Questi sono i dati più recenti, riferiti al dicembre 2011, di fonte Istat
(pubblicazione mensile su occupati e disoccupati).
Uomini 15-64 anni Donne 15-64 anni
Tasso di occupazione 67,1% 46, 8%
Tasso di disoccupazione 8,4% 9,6%
Tasso di inattività 26,7% 48,2%
La scarsa partecipazione alla forza lavoro in Italia è fenomeno che interessa
entrambi i generi ma che per le donne si manifesta in modo assolutamente
abnorme. Quasi metà delle donne nella fascia di età 15-64 anni non lavora e
nemmeno cerca lavoro. Anche se questi dati risentono un poco della grande
19
recessione, la drammatica differenza tra partecipazione maschile e parte-
cipazione femminile è tipica dei dati italiani e rende l’Italia una evidente
anomalia a livello internazionale. In una recente pubblicazione Istat [13] la
situazione è riassunta come segue:
Nonostante nel corso del decennio 1999-2008 il tasso di occu-
pazione nazionale sia cresciuto di 5,0 punti percentuali, e in
misura maggiore nella componente femminile, la differenza tra
l’Italia e gli altri paesi europei è ancora rilevante. Nel 2008 il
tasso di occupazione maschile italiano risulta inferiore a quello
medio dell’Ue27 di 2,5 punti percentuali, ma quello femminile di
11,9 punti.
I dati aggregati però nascondono una realtà molto variegata per età e area
territoriale. L’indagine sulla forza lavoro dell’Istat riporta i seguenti tassi di
attività, disaggregati per genere e macro area.
Tasso di attività, 15-64 anni, anno 2009
Uomini Donne Totale
Nord-Ovest 78,1% 60,0% 69,1%
Nord-est 78,2% 60,9% 69,6%
Centro 76,6% 57,3% 66,8%
Mezzogiorno 66,3% 36,1% 51,1%
Italia 73,7% 51,1% 62,4%
Di interesse risulta anche la disaggregazione per classe di età e per livello
di istruzione. Guardando prima all’età, osserviamo il crollo della parteci-
pazione femminile dopo i 45 anni, totalmente assente per gli uomini.
20
Tasso attività per età, 2009
Uomini Donne
15-24 34,0% 23,9%
25-34 85,0% 65,7%
35-44 92,9% 67,3%
45-54 91,2% 60,3%
55-64 48,5% 26,1%
Questi numeri indicano la tendenza delle donne a uscire dalla forza lavoro
ben prima dell’età pensionabile. Infatti, nella classe di età 55-64 il gap
tra tasso di attività maschile e femminile può essere parzialmente spiegato
dal più favorevole trattamento pensionistico delle donne (finora almeno)
ed il basso tasso di partecipazione sotto i 24 anni può addirittura essere
considerato un segno positivo di maggiore scolarizzazione. Ma, come si
vede, il gap è in realtà più forte proprio nel “fiore dell’età”, per le classi di
età 35-44 e 45-54. È qui pertanto che bisognerebbe indirizzare gli sforzi.
Il tasso di attività è particolarmente basso per i livelli d’istruzione più
bassi.
Tasso di attività, 15-64 anni, anno 2009
Uomini Donne Totale
Lic. elementare 54,0% 17,5% 32,7%
Lic. media 67,7% 38,9% 54,4%
Diploma 2-3 anni 85,0% 65,2% 75,1%
Diploma 4-5 anni 86,5% 77,6% 71,1%
Laurea breve e oltre 86,5% 77,6% 81,5%
Come si può vedere, sono principalmente le donne meno istruite che restano
fuori dalla forza lavoro. L’Istat mostra anche i dati per aree territoriali
incrociati con il livello d’istruzione. Anche qui il messaggio è forte e chiaro.
Se guardiamo ai laureati, il tasso di attività per le donne nel Mezzogiorno è
del 71,5%, a fronte di un 81,5% per gli uomini, una differenza relativamente
piccola e in parte spiegabile dalle diverse regole pensionistiche. Invece se
21
guardiamo alle persone con la licenza media, nel Mezzogiorno il tasso di
attività femminile è del 25,3% a fronte del 61,6% per gli uomini.
L’esclusione dal mercato del lavoro colpisce quindi le donne con scarsa
istruzione, in modo particolarmente massiccio nel Mezzogiorno. Questo a
sua volta genera alti tassi di povertà, che come abbiamo visto colpiscono
soprattutto le famiglie con un singolo percettore. Nel lungo periodo la
riduzione del tasso di inattività passa per un aumento della scolarizzazione,
e in effetti negli ultimi 20 anni si sono ottenuti risultati positivi al riguardo.
Ma nel breve periodo, lo stimolo alla partecipazione alla forza lavoro può
essere ottenuto solo riducendo la tassazione dei redditi più bassi.
Un credito fiscale per rientrare nella forza lavoro
In principio un modo per ridurre la tassazione sul lavoro senza aggravi per il
bilancio è quello di ridurre le tasse solo per quei lavoratori che, in assenza di
una riduzione fiscale, non lavorerebbero. Un tale intervento “chirurgico” non
avrebbe costi per il bilancio pubblico, dato che si applicherebbe unicamente
a quei lavoratori che, in assenza di taglio alle imposte, non genererebbero
reddito. Questo è ovviamente impossibile, ma possiamo avvicinarci a tale
obiettivo permettendo a quei lavoratori (che sono soprattutto lavoratrici)
che restano a lungo fuori dal mercato del lavoro di accumulare nel tempo le
detrazioni di imposta non utilizzate.
Per capire meglio la proposta occorre spendere un paio di parole su come
funziona la determinazione dell’IRPEF in Italia. Consideriamo una persona
singola che è occupata come dipendente. Per determinare le tasse da pa-
gare si considera anzitutto il reddito (chiamiamolo 1 ) di questa persona e si
applica a tale reddito il calcolo del’imposta. Questo produce un primo am-
montare di imposta, diciamo pari a t (1 ). Questa non è però l’imposta che
si paga, dato che un lavoratore dipendente può applicare una detrazione, che
chiamiamo d (1 ). La detrazione è decrescente con il reddito e contribuisce
a rendere la tassazione più progressiva (e l’aliquota marginale effettiva per
i percettori di redditi medio-bassi più alta). L’imposta effettivamente pa-
gata è data da T (1 ) = t(1 ) − d(1 ). Le aliquote e gli ammontari delle
detrazioni. Per comprendere meglio facciamo un paio di esempi. La tabella
seguente raccoglie le aliquote IRPEF e le detrazioni che spettano per lavoro
22
dipendente.
Aliquota Detrazione
fino a 8000 23% 1840
8.001-15.000 23% 1.338 +502×
h
(15000− )
7000
i
15.001-28.000 27% 1.338×
£
55000−
40000
¤
28.001-55.000 38% 1.338×
£
55000−
40000
¤
55.001-75.000 41% 0
Oltre 75.000 43% 0
Le detrazioni sono modulate in modo che un contribuente con un reddito di
8.000 euro paghi zero di imposta. Un contribuente con un reddito di 15.000
euro invece gode di una detrazione pari a 1.338 euro, per cui la tassa pagata
è 2.112 euro (si noti che questo significa che l’aliquota marginale effettiva che
si paga sul reddito tra 8.000 e 15.000 euro è pari al 30,2%, ossia 2.112/7.000,
ben più del 23% “ufficiale”). Infine, la detrazione si annulla per i lavoratori
dipendenti che hanno un reddito di 55.000 euro o superiore.
L’osservazione rilevante per la nostra proposta è che i redditi inferiori
agli 8.000 euro non godono interamente della detrazione, dato che la de-
trazione non si applica oltre l’imposta lorda dovuta. Quindi, per esempio,
un contribuente con un reddito imponibile di 5.000 euro avrà un’imposta
lorda pari a 1.150 euro (il 23% di 5.000) e userà la detrazione solo fino a tale
ammontare, ottenendo un’imposta netta di zero. In particolare chi resta
fuori dal mercato del lavoro e in un dato anno ha un reddito di zero non
ottiene alcun beneficio dalla detrazione.
La proposta è che, a partire da una certa età (per esempio 35 anni), le
detrazioni non godute in un determinato anno possano essere utilizzate negli
anni successivi, funzionando quindi come credito d’imposta. Tale possibilità
non dovrebbe avere limitazioni temporali. Per capire meglio, consideriamo
ad esempio un contribuente di 40 anni che è rimasto per tre anni fuori dalla
forza lavoro. Tale contribuente accumula un credito pari a 5.520 euro, ossia
1.840 × 3. Supponiamo ora che nel quarto anno tale contribuente trovi
un’opportunità di lavoro che paga 15.000 euro lordi. Con il metodo attuale
accettare tale lavoro porta a un reddito netto di 12.888 euro. Se invece
si applicasse la proposta, il reddito netto sarebbe pari a quello lordo, ossia
15.000 euro, dato che il credito d’imposta maturato potrebbe essere usato per
pagare le imposte. Resterebbe inoltre un residuo credito d’imposta di 3.408
da applicare negli anni successivi. Quindi, tale contribuente pagherebbe zero
tasse per i primi due anni di lavoro e un’imposta di 816 nel terzo anno (dopo
23
due anni il credito residuo è 5.520-2.112x2=1.296, che sottratto all’imposta
di 2.112 dà 816). Solo a partire del quarto anno si inizierebbe a pagare in
pieno l’imposta.
La detrazione per il coniuge a carico
Un elemento del nostro sistema fiscale che scoraggia la partecipazione fem-
minile alla forza lavoro è la detrazione per il coniuge a carico. La detrazione
è pari a 690 euro per la fascia di reddito da 15,000 a 30,000 euro, e viene
perduta se il coniuge ottiene una qualche forma di reddito. Per intendere
gli effetti dell’imposta supponiamo che un coniuge trovi un lavoro che paga
9.000 euro annuali lordi, ripartiti su 13 mensilità. La perdita della detrazione
per il coniuge a carico è equivalente a perdere una mensilità.
È evidente che l’eliminazione della detrazione porterebbe a maggiori in-
centivi alla partecipazione alla forza lavoro, ma in questo caso non si pos-
sono ignorare gli effetti distributivi. Infatti una eliminazione secca della
detrazione porterebbe a un aumento della pressione fiscale proprio sulle
famiglie più povere (famiglie monoreddito con reddito basso).
Idealmente, la detrazione dovrebbe essere semplicemente aggiunta alle
altre detrazioni esistenti. Per esempio, per i lavoratori dipendenti, la de-
trazione di 1840 euro potrebbe essere aumentata a 2530, modificando poi
opportunamente il meccanismo di riduzione. È chiaro però che in tal modo
si riduce il gettito fiscale, per cui la manovra non è a costo zero. Infatti, la
detrazione complessiva resterebbe la stessa per le famiglie monoreddito ma
crescerebbe per le coppie che lavorano. La proposta può comunque essere
attuata in modo graduale, descrescendo parzialmente le detrazioni per il co-
niuge a carico e aumentando contemporaneamente dello stesso ammontare
le detrazioni per tipo di reddito.
5.3 Cose da non fare
Vale la pena di menzionare una cosa da non fare, almeno se l’obiettivo è
quello di fornire incentivi alla partecipazione alla forza lavoro: il quoziente
familiare. La ragione è semplice. Per le famiglie monoreddito il quoziente
familiare implica un aumento dell’aliquota marginale che il conige attual-
mente inoccupato dovrebbe pagare nel caso trovasse laoro. Agisce quindi
da potente disincentivo alla ricerca di un nuovo lavoro. Spieghiamo meglio
questo punto.
Semplificando, il quoziente familiare funziona sommando tutti i redditi
della famiglia e dividendo tale totale per un coefficiente che dipende dal
numero di componenti della famiglia. La tassa sul reddito viene calcolata
applicando l’aliquota sul reddito pro capite e moltiplicando poi per il coef-
ficiente. Per capire meglio facciamo un esempio molto semplice. Consideri-
amo un sistema fiscale in cui vi sono solo due aliquote, il 25% fino a 20.000
24
euro e il 40% da 20.000 in poi; non vi sono detrazioni, deduzioni o altre
complicazioni.
Consideriamo due famiglie, entrambe composte da un marito e da una
moglie. Nella prima lavora solo il marito, che guadagna 40.000 euro. Nella
seconda lavorano sia il marito sia la moglie, e ciascuno guadagna 20.000 euro.
Il reddito guadagnato dalle due famiglie è quindi lo stesso. Le tasse pagate
però sono differenti. La famiglia monoreddito paga un totale di 13.000 (ossia
0,25 x 20.000 + 0,4 x 20.000) mentre la famiglia in cui entrambi lavorano
paga un totale di 10.000 (ossia 0,25 x 20.000). Quindi la famiglia monored-
dito paga più tasse di una famiglia che guadagna lo stesso reddito ma diviso
su due componenti. Questa situazione si presenta quando il sistema di im-
posizione è progressivo. Con il quoziente familiare invece, per la famiglia
monoreddito si imputerebbe ai due coniugi un reddito di 20.000 euro cias-
cuno (40.000 diviso due). A quel punto, applicando le aliquote sopradette,
ciascun coniuge pagherebbe 5.000 euro di tasse, per un totale di 10.000. Per
la famiglia con due redditi non ci sarebbe alcun cambio, per cui le tasse
pagate dalle due famiglie sarebbero le stesse.
Con tassazione progressiva il quoziente familiare inevitabilmente riduce
le entrate fiscali dello Stato e può quindi essere attuato solo se la sitiuazione
di bilancio migliora. Sarebbe però una idea nefasta. Infatti il quoziente
familiare, a differenza di vari altri meccanismi di riduzione del carico fiscale,
aumenta l’aliquota marginale per un buon numero di contribuenti.
Per capire come ciò funziona, torniamo alla nostra famiglia monored-
dito. Immaginiamo che si presenti alla moglie l’opportunità di lavorare per
10.000 euro l’anno. Senza quoziente familiare, il reddito netto che si ottiene
accettando il lavoro è di 7.500 euro, dato che l’aliquota rilevante è quella
del 25%. Ma se viene introdotto il quoziente familiare le cose cambiano.
Ora il reddito familiare totale è 50.000 euro. Applicando il quoziente, ogni
membro della famiglia ha un reddito di 25.000 euro. Se fate i calcoli, vedete
che la tassa pagata dalla famiglia aumenta di 4.000 euro. In altre parole,
grazie al meccanismo del quoziente familiare la donna paga il 40% del red-
dito addizionale che genera, anziché il 25%. È chiaro che in tal modo si
scoraggia ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, che è
esattamente l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.
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dati al fine di dimostrare una tesi precostituita, piuttosto che per meglio capire i fenomeni. Soprattutto nel dibattito politico si osserva spesso una tendenza a usare in modo ultrasemplificato certe statistiche, ignorando tutti i problemi di misurazione che vi stanno dietro. Terzo, una volta che si è arrivati a un qualche accordo su quali sono i fatti rilevanti, tali fatti vanno interpretati alla luce della teoria economica. Il dibattito politico sembra sempre oscillare tra due interpretazioni estreme. La prima afferma che la disuguaglianza (o la povertà, o la scarsa mobilità sociale) deriva da rapporti di forza tra le classi sociali, ed è quindi facilmente contrastabile mediante crudi interventi redistributivi: si tassano i ricchi e si distribuiscono i soldi ai poveri. La seconda afferma che la disuguaglianza è determinata unicamente da fattori tecnologici e che ogni tentativo di interferire non può che risultare fallimentare, creando più problemi di quelli che si propone di risolvere. Le cose, come è facile immaginare, sono più complicate, e pensare a forme di intervento che permettano di allargare il ventaglio di opportunità per le persone meno avvantaggiate agendo in modo appropriato sugli incentivi e sulle cause strutturali della povertà è cosa non banale. In questo lavoro cercheremo di tener ferma l’impostazione appena descritta, fornendo sia una valutazione della evidenza empirica sull’andamento di povertà, disuguaglianza e mobilità sia una quadro teorico per la migliore comprensione di questi fenomeni. Inizieremo nella sezione 2 riassumendo ciò che sappiamo riguardo all’evoluzione delle variabili distributive a livello internazionale; adottare una procedura comparata è in questo caso essenziale, perché è importante capire se gli andamenti di fondo dipendono da specifici fattori nazionali (tipicamente politico-istituzionali) o se invece li trascendono. È chiaro infatti che un aumento della disuguaglianza indotto da mutamenti tecnologici è fenomeno che ha implicazioni e va affrontato in modo diverso da un aumento della disuguaglianza dovuto principalmente a cambiamenti istituzionali. Nella sezione 3 discuteremo invece le principali teorie elaborate riguardo all’andamento delle variabili distributive. Pur senza pretesa di completezza, dato che la letteratura al riguardo è sterminata, cercheremo di individuare quelle spiegazioni dell’andamento della disuguaglianza che hanno ricevuto più attenzione. Una volta posta in tale modo le basi dell’analisi, rivolgeremo nelle sezioni 4 e 5 l’attenzione all’Italia. Specificamente, la sezione 4 si occupa di discutere in maggiore profondità le caratteristiche peculiari della disuguaglianza italiana, mentre la sezione 5 introduce alcune proposte di politica economica finalizzate a una riduzione della povertà in Italia.

2

Rapporto tra decili. Inoltre l’andamento nel tempo in diversi paesi è stato difforme.2 I fatti in prospettiva internazionale Vi sono parecchie misure della disuguaglianza. Altri rapporti frequentemente usati sono il 90/50 e il 50/10. dal 2005 in poi la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è diminuita in Belgio. che cerca di fornire una misura sintetica del grado complessivo di disugaglianza lungo tutta la distribuzione. in cui ha oscillato di poco. Irlanda. In particolare. Dato che questo non è il luogo per un disamina delle proprietà di ciascun indice. Grecia. tipcamente 90/10 (rapporto tra il reddito di un individuo che è più ricco esattamente del 90% della popolazione e reddito di un individuo che è più ricco esattamente del 10% della popolazione). per quanto riguarda la distribuzione del reddito considereremo: 1. 2. Cile e Messico. con zero che rappresenta il caso di perfetta uguglianza e 1 che rappresenta il caso di massima disuguaglianza (tutte il redito in mano all’individuo più ricco). Portogallo. con diverse proprietà e tese a focalizzare vari aspetti.1%). ci limiteremo all’analisi delle misure che più hanno trovato utilizzo. In particolare la diseguaglianza è diminuita in alcuni paesi extra-europei (non mostrati in tabella) che tradizionalmente soffrivano di alti livelli di diseguaglianza. Spagna e anche in Italia (dove dal valore di 0. Come vedremo queste misure tendono a essere correlate a livello di paese. Percentuale di reddito che va alla frazione più ricca della popolazione (tipicamente il 10%. con un sostanziale livellamento negli ultimi dieci anni. 2. mentre è aumentata in Svezia e Danimarca ed è rimasta più o meno stabile per gli altri paesi. ma non sempre. 3. come Turchia.1 L’indice di Gini Per quanto riguarda l’indice Gini.337 del 2008). l’1% oppure lo 0.352 del 2004 si è passati allo 0. Indice di Gini. 3 . A ben vedere. i dati relativi ai paesi OCSE mostrano come nel corso degli ultimi venticinque anni la diseguaguaglianza dei redditi abbia registrato un deciso aumento. Norvegia. L’aumento maggiore però si verifica dalla metà degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta. Si tratta di un numero che varia tra 0 e 1.

tuttavia in tempi recenti vari lavori hanno cercato di sfruttare questi dati per ottenere informazioni utili sull’andamento delle quote dei percentili più ricchi. Inoltre il concetto di “reddito imponibile” varia da paese a paese e nel tempo in ciascun paese. oppure all’1% o anche allo 0. 2. Piketty and Saez [4]. almeno per quanto riguarda l’indice Gini. Misure comuni sono la frazione di reddito che va al 10% dei cittadini più ricchi. Anche quando non viene violata alcna legge i contribuenti adottano strategie come pretendere che guadagni da attività lavorativa sono in realtà guadagni di capitale etc.1%. che non sono una fonte ideale per osservare i movimenti effettivi del reddito1 . è quello di guardare alla frazione del reddito complessivo che va ai redditi più alti.Fonte Ocse. [3]. fanno una panoramica di questa letteratura e mostrano dati sulla porzione di reddito I contribuenti hanno ovvaimente tutto l’interesse a minimizzare le tasse pagate. I dati in neretto si riferiscono all’anno precedente.2 La frazione che va ai redditi più alti Un altro modo per valutare la disuguaglianza dei redditi. rendendo più difficile la comparazione. La fonte principale di questi dati sono le dichiarazioni dei redditi. 1 4 . distorcendo le proprie dichiarazioni dei redditi a tale fine. Atkinson. Monitorare e studiare a livello internazionale la porzione dei redditi che va ai più ricchi e il suo andamento nel tempo non è semplice. rovesciando una tendenza precedente alla compressione dei redditi. particolarmente comune nel dibattito pubblico. non supportano la convinzione diffusa secondo cui la disuguaglianza complessiva dei redditi è significativamente aumentata ovunque negli anni più recenti. È vero però che la disuguaglianza è aumentata in molti paesi a partire negli ultimi 30-40 anni. (*) dati calcolati su forza lavoro anziché su totale popolazione I dati quindi. Buona parte del lavoro fatto in questa area per differenti paesi è racolto nei due volumi curati da Atkinson e Piketty [2].

95 11.88 2. soprattutto.67 2.79 17.24 9.31 10.74 7.56 13.8 12 5.05 3.76 8.1% 16.91 2.25 8.7 5.03 19.38 8. Piketty e Saez [4] Tuttavia all’interno di questo macro-trend emergono situazioni anche molto differenziate.91 10. Un andamento particolarmente marcato negli Stati Uniti. 5 .95 3.65 1.61 8.13 9.2 7.2 Indonesia Argentina Ireland Netherlands India Germany United Kingdom Australia United States Canada Singapore New Zealand Switzerland France Norway Japan Finland Sweden Spain Portugal Italy China Fonte.4 5.75 10. Atkinson.79 9. l’andamento dei redditi dei più ricchi ha seguito una forma a U.6 3.69 2.29 2.03 5.68 7.57 Circa 2005 Frazione del  Frazione del  top 1% top 0.26 3.51 2.76 7. con aumenti modesti della quota che va ai redditi più alti.71 7.posseduta dallo 1% e dallo 0.88 3. mentre paesi dell’Europa continentale come Francia.24 11.19 2. I dati mostrano che tutta la prima metà del secolo scorso (1900-1949) ha visto una drastica riduzione della porzioni di redditi nelle mani dello 1% più alto della popolazione.87 7.55 1. Stati Uniti e Nuova Zelanda (ma anche Cina e India) in cui si registrano aumenti significativi dei redditi in mano dell’1%.45 11.96 3.26 2.62 2. Canada. Circa 1949 Frazione del  Frazione del top  top 1% 0.9 11.34 10.34 7.73 11.23 9.64 1.87 12.38 3.92 4 12. In altre parole.82 7.1% 19. dall’inizo del secolo scorso fino al 2005 circa.01 2.42 13.89 1.08 6.28 8.87 7.59 2.23 4. La situazione si complica ulteriormente se guardiamo ai livelli della concentrazione dei redditi anziché ai tassi di crescita.28 8.82 9.64 4.08 3.42 9. Germania Olanda e Svizzera (ma anche il Giappone) in cui l’andamento è stato molto più piatto. dove l’aumento dei redditi nelle mani dell’uno percento più ricco della popolazione è stato particularmente marcato negli ultimi decenni.02 1.1 14. Irlanda. una caduta che è andata stabilizzandosi verso il 1950.4 2.47 3.98 2. per poi tornare a salire negli anni successivi. correlazioni chiare tra porzione di ricchezza in mano a pochi e altri indicatori di diseguaglianza come l’indice Gini.3 5. rendendo difficile rilevare patterns significativi e.1% più ricco della popolazione in circa venti paesi. Troviamo infatti paesi di lingua inglese come come Inghilterra.48 5.

ossia il rapporti tra il reddito di chi è esattamente al novantesimo percentile e di chi è esattamente al decimo percentile (ossia. il cui indice Gini è tradizionalmente piuttosto alto. ha un concentrazione di reddito in mano ai più ricchi analoga alla Francia. tra i paesi con i più alti livelli di concentrazione di reddito nelle mani dell’1% più ricco troviamo la Norvegia. Altri rapporti spesso usati sono il  90 50. che cerca di valutare la disuguaglianza nella parte alta della distribuzione. cercando di catturare l’andamento in punti diversi dalla “coda”. sia  . un valore di 8020 pari a 3 indica che in media le persone che appartengono al 20% più ricco guadagnano il triplo delle persone che appartengono al 20% più povero. pur con qualche differenza. e il  50 10. il valore del reddito a cui  per cento dei contribuenti ha un reddito inferiore a . Tutto questo suggerisce che i dati sulla frazione dei redditi che va ai redditi più alti rappresentano indicatori parziali del livello di disuguaglianza nella distribuzione del reddito di un paese.  10 è il livello di reddito al di sotto del quale si appartiene al 10% più povero della popolazione). mentre  90 è il reddito al di sopra del quale si appartiene al 10% più ricco.3 I rapporti interquantili Altri indicatori possono essere costruiti guardando in maggiore dettaglio la forma della distribuzione. Per esempio. Per quanto riguarda il rapporto tra le quote. ed è bene non vengano usati in modo isolato senza guardare ad altri indicatori della disuguaglianza. reddito netto delle famiglie per l’indice di Gini). Una misura comune è il 8020 (spesso chiamato ‘rapporto interquintili’). che ha uno degli indici Gini più bassi. Viceversa paesi come la Spagna. Per esempio. Tipicamente si può guardare al rapporto tra quantili o al rapporto tra quote possedute al di sopra e al di sotto di un certo quantile.Per esempio. Un indicatore molto usato è il rapporto  90 10 (spesso chiamato ‘rapporto interdecili’). con  che va da zero a 100. soprattutto per valori bassi 6 . 2. questo viene calcolato come il rapporto tra il reddito totale ricevuto dal % più ricco della popopazione e il reddito totale ricevuto dal % più povero.  50 è il valore della mediana. Questo non è interamente sorprendente dato che i due indicatori si riferiscono a grandezze diverse (reddito imponibile degli individui a fini fiscali per la frazione dei redditi più alti. che fa lo steso lavoro per la parte bassa della distribuzione. La correlazione tra indice di Gini e rapporto interquintilli è più bassa rispetto a quella tra índice di Gini e rapporto interdecili. che misura appunto il rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più povero. Considerando dapprima il rapporto tra quantili. Osservando i dati relativi a queste due misure di diseguglianza si nota una notevole similitudine con i dati dell’indice Gini.

È importante. Income Distribution Statistics. Come per l’indice di Gini. 3 Le spiegazioni teoriche È legittimo affermare che non esiste una spiegazione uniformemente condivisa dell’aumento della disuguaglianza verificatosi in alcuni paesi nel passato recente. Fonte Eurostat. e 7 . Il rapporto interquintili viene calcolato dall’Eurostat per i paesi europei. i paesi dell’Europa meridionale (Italia compresa) tendono a manifestare valori abbastanza alti.dell’indice Gini. Il cambiamento della disuguaglianza può derivare o da innovazione tecnologiche o da mutamenti politico-istituzionali.

fino a renderla quasi nulla. Gordon e Dew-Becker [10] analizzano e valutano empiricamente spiegazioni tecnologiche e istituzionali dell’aumento della disuguaglianza negli USA. che si è riflesso in un aumento assai marcato di alcuni redditi da lavoro più alti. Essenzialmente l’idea è che la facilità di trasmissione delle informazioni e del contenuto di intrattemento fa sì che piccole differenze in talento si traducano in enormi differenze di reddito. e questo ha comportato un aumento del reddito per i lavoratori meglio pagati. In realtà tale processo non sembra essersi verificato nella misura che ci si poteva attendere e a tale processo si è aggiunto l’aumento dell’immigrazione negli USA e altrove. i personal computers che si sono installati negli uffici a partire dagli anni Ottanta hanno accresciuto in modo particolare la produttività degli impiegati. La spiegazione è solo parzialmente soddisfacente quando si guarda al più lungo periodo. mediante un aumento del tasso di scolarizzazione. stabilire quale delle due componenti sia prevalente.purtroppo anche molto difficile dal punto di vista empirico. A questo si è aggiunto un fenomeno aggiuntivo. mantenendo la disparità di reddito tra gli attori contenuta. di conseguenza il compenso dell’attore più bravo (magari solo marginalmente 8 . Infatti un aumento del salario per i lavoratori qualificati (una cosa particolarmente visibile nell’aumento del college premium negli Stati Uniti) avrebbe dovuto aumentare l’offerta di tali lavoratori. la crescita dei salari nella parte più bassa della distribuzione mentre ha aumentato la crescita dei salari nella parte più alta. mentre i lavoratori meno qualificati hanno visto il proprio salario stagnare. In un lavoro di rassegna della letteratura. In un mondo in cui la performance di un attore può essere riprodotta senza limiti. La spiegazione più semplice dell’aumento della disuguaglianza è quella cha fa riferimento al cosidetto skill-biased technical change. Per fare un esempio estremo: in un mondo in cui gli attori possono guadagnare solo con il teatro (e quindi con un solo spettacolo alla volta per un numero relativamente piccolo di spettatori). Tale processo avrebbe dovuto limitare l’aumento della diseguaglianza. Il risultato è stato una maggiore dispersione dei salari e di conseguenza un aumento della disuguaglianza. Questo ha ridotto. Per dirla in modo un po’ semplicistico: mentre gli altiforni che si installavano negli anni Cinquanta aumentavano in modo particolare la produttività degli operai. anche l’attore più bravo avrà possibilità di guadagno relativamente limitate. e che si può riassumere come segue: a partire da circa metà degli anni Settanta il progresso tecnologico ha reso particolarmente più produttivo il lavoro qualificato e. quella della “economia delle superstar”. con una corrispondente riduzione della offerta di lavoratori meno qualificati. in misura inferiore il capitale. tuti vorranno vedere l’attore più bravo. dal momento a seconda dell’origine si possono formulare giudizi differenti sulla opportunità di intervenire per limitare la disuguaglianza e sui provvedimenti specifici da adottare nel caso si decida di intervenire. soprattutto quelli più istruiti.

l’Italia è un paese con un alto livello di disuguaglianza del reddito. L’analisi della “economia delle superstar” venne iniziata da Rosen [17] nel 1981 ed è stata estesa e popolarizzata da Frank e Cook [9]. L’aumento della disuguaglianza riguarda infatti i dati relativi ai redditi lordi. se lascia che il valore reale del salario minimo si riduca la teoria predice da un lato un’espansione dell’occupazione e dall’altro un aumento nella dispersione dei salari. Un breve riassunto del caso italiano può essere il seguente: In questo lavoro concentriamo l’attenzione sulla disuguaglianza del reddito. Deve quindi essere il caso che. 2 9 . come è logico attendersi. Il Sud è non solo più povero (il ché aumenta l’indice complessivo di disuguaglianza) ma anche più diseguale. tra i più alti in Europa continentale ma simile al livello di altri pesi dell’Europa meridionale. oltre a essere in generale abbastanza alta. sembra essere distribuita in modo più egualitario che negli altri paesi europei e e nel nordamerica.più bravo) sarà enormemente superiore a quella degli altri. Per esempio. I salari della fascia bassa della distribuzione sono rimasti stagnanti in termini reali o sono comunque saliti molto più lentamente di quelli della fascia più alta.2 . dato che bisognerebbe in primo luogo spiegare perché i sindacati si sono indeboliti e cosa ha reso politicamente possibile la riduzione del salario minimo. 4 Il caso italiano 1. Per quanto riguarda le spiegazioni di tipo politico-istituzionale. Dopo il balzo di inizio anni 90 l’indice di Gini si è stabilizzato. Vale però la pena menzionare che l’evidenza empirica disponibile mostra che la ricchezza in Italia. Quasi ovunque l’aliquota massima dell’imposta sui redditi venne infatti ridotta in modo cospicuo. l’attenzione della letteratura si è concentrata sull’indebolimento dei sindacati e sulla riduzione del valore reale del salario minimo (negli USA). Tra le spiegazione di carattere istituzionali. che è più o meno ciò che è accaduto negli USA. i percettori di tali redditi hanno o aumentato la propria offerta di lavoro o diminuito le attività di elusione (per esempio il pagamento mediante fringe benefits) ed evasione. 3. 2. ossia prima del pagamento delle tasse. come conseguenza di tale riduzione. Buona parte della disuguaglianza deriva dal persistente divario tra Nord e Sud del paese. Un qualche ruolo è stato sicuramente giocato da fattori istituzionali. La disuguaglianza è oggi più alta che negli anni Ottanta ma l’aumento è stato concentrato all’inizio degli anni Novanta. L’argomento però non è immediato. Anche questa spiegazione è parzialmente insoddisfacente. una possibile spiegazione dell’aumento sproporzionato dei redditi più alti è dato dal cambiamento del sistema fiscale che in molti paesi si è verificato a partire dagli anni Ottanta.

Le famiglie povere sono principalmente quelle giovani dove entra un solo reddito e con un capofamiglia poco istruito. In Italia la disuguaglianza 10 . Il primo punto è il 1947.4. La figura sopra si riferisce alla disuguaglianza nei redditi familiari netti equivalenti. La povertà tra gli anziani è molto inferiore che nel resto della popolazione. Tale disuguaglianza è il risultato di una disuguaglianza che possiamo chiamare “primaria”. 4. al tempo stesso la disuguaglianza stava aumentando pressoché ovunque. Banca d’Italia. l’indice di Gini italiano mostra un valore relativamente alto rispetto ai paesi dell’Europa continentale e simile a quello degli altri paesi del Sud Europa. Guardando agli ultimi venti anni. In questa sezione forniremo dapprima evidenza empirica puntuale delle affermazioni precedenti. per poi stabilizzarsi e restare ai livelli alti allora raggiunti. La disuguaglianza è calata durante la fase dello sviluppo economico e il calo è poi proseguito negli anni Ottanta. cui si sovrappone l’opera di redistribuzione dello Stato. Indagine sui bilanci delle famiglie. La serie riparte dal 1965 fino al 2008. Andamento dell’indice di Gini in Italia nel dopoguerra. Nella sezione successiva discuteremo le implicazioni per gli interventi di politica economica. Fonte.1 Livello e andamento della disuguaglianza A livello nazionale. raggiungendo un minimo nel 1991. ossia generata dai redditi di mercato. la disuguaglianza ha subito una impennata durante la recessione di inizio anni Novanta.

La più recente indagine sui bilanci della Banca d’Italia fornisce i seguenti dati. 14% 13% 12% 11% e r a h 10% S e m o c 9% n I 8% 7% 6% Top 10-5% Top 5-1% Top 1% 4 7 9 1 6 7 9 1 8 7 9 1 0 8 9 1 2 8 9 1 4 8 9 1 6 8 9 1 8 8 9 1 0 9 9 1 2 9 9 1 4 9 9 1 6 9 9 1 8 9 9 1 0 0 0 2 2 0 0 2 4 0 0 2 L’uso di dati fiscali per analizzare l’effettivo andamento della distribuzione del reddito ha ovvi problemi. Il fatto che la disuguaglianza dei redditi di mercato sia così alta è ovviamente preoccupante e sembra indicare una certa debolezza strutturale del paese. sopratutto per il 5% più alto della distribuzione. che è incapace di mantenere la disuguaglianza a livelli moderati senza intervento pubblico. L’aumento è assai più moderato di quello avvenuto negli Stati Uniti (dove l’1% più ricco controlla una quota di reddito pari al 17.4%). Data la perdurante grande differenza tra il reddito pro-capite del centronord e quello del sud del paese. Comunque la figura mostra che la quota dei redditi più alti in Italia è cresciuta negli ultimi venti anni. Alvaredo e Pisano [1] usano dati sulla dichiarazioni dei redditi per osservare la variazione del reddito che va ai percentili più alti della popolazione.2 La disuguaglianza territoriale Alla disuguaglianza complessiva contribuiscono da un lato i divari tra le diverse aree territoriali italiane e dall’altro le disparità interne a tali aree. L’uno per cento più ricco controllava a metà della decade scorsa il 9% del reddito. soprattutto in Italia. 11 . 4. è logico attendersi che questo sia un fattore che contribuisce all’elevato livello di disuguaglianza in Italia.basata sui redditi di mercato (prima della redistribuzione) risulta essere molto alta. addirittura superiore a quella di Regno Unito e Stati Uniti.

2010 Reddito pro-cap. Il divario tra territori non è tuttavia l’unica spiegazione della disuguaglianza italiana. arrivando nel 2006 a un reddito equivalente più alto che nel 1991. 12 . nell’indagine sulle condizioni di vita e distribuzione del reddito in Italia. Ci sono voluti più di 10 anni per recuperare tale perdita. Riportiamo in questa tabella gli ultimi dati disponibili. Risulta infatti che la disuguaglianza interna alle regioni risulta essere molto differente tra le diverse regioni. Dato che negli anni Ottanta l’Italia era chiaramente su un sentiero insostenibile di debito. Un grosso contributo all’aumento della disuguaglianza avvenuto a principio degli anni 90 è venuto da un netto calo del reddito equivalente nelle regioni meridionali.714 Consumo pro-cap.Reddito familiare medio netto.544 28.508 37. che nel 1995 risultava essere calato di più del 10% rispetto al 1991. La indagine sui bilanci della Banca d’Italia mostra che nel 2010 il reddito familiare medio equivalente calcolato a prezzi costanti nel Sud era addirittura inferiore a quello del 1991. Infatti nel periodo 1991-2010 tale variabile è aumentata del 17.164 Le disuguaglianze tra territori si sono accentuate negli ultimi 20 anni. e a fianco mostriamo i valori per le macro-aree. del 10. Mostriamo da un lato le tre regioni con l’indice di Gini più alto e quelle con l’indice di Gini più basso. e quindi in qualche modo venne tenuta artificialmente bassa. Quando è diventato impossibile continuare sulla strada dell’indebitamento esponenziale. ma subito dopo la grande recessione ha fatto di nuovo perdere terreno.2% al Centro.912 32. dato che le sue cause strutturali non sono mai state affrontate.6% al Sud. Le ragioni dell’aumento della disuguaglianza nella prima metà degli anni Novanta sono ancora dibattute.167 19.543 23.624 25. Gli indici di Gini regionali sono calcolati annualmente dall’ Istat. anche se è difficile non metterlo in relazione con la forte manovra di aggiustamente dei conti pubblici che venne messa in atto in quel periodo. 27. la disuguaglianza è salita. si può speculare che la disuguaglianza in questo periodo venne “occultata” da politiche fiscali insostenibili. Nord Centro Sud e isole Italia 36.1% al Nord mentre è calato del 2.

304 0.265 0. Un indice molto crudo può essere ottenuto guardando all’indice di correlazione tra indice di Gini regionale e reddito familiare mediano regionale.263 Nord-ovest Nord-est Centro Centro-Nord Mezzogiorno Italia 0.314 Per dare un’idea dell’entità della differenza. la differenza di 6.9 punti che separa il Veneto dalla Sicilia è più alta di quella che separa l’Italia dalla Svezia (che ha un indice di Gini di 24. 13 . che risulta essere pari a circa −0 5 (ricordiamo che l’indice varia tra -1 e 1).Indice di concentrazione di Gini sui redditi netti familiari esclusi i fitti imputati Sicilia Campania Lazio Veneto Friuli-VG Abruzzo 0. Dai dati risulta evidente che la disuguaglianza tende a essere più alta nelle regioni in cui il reddito pro-capite è più basso.335 0.266 0.324 0.294 0.319 0.294 0.327 0.8).281 0.

280 0.301 0.285 0.296 0.266 0.284 0.298 0.296 0.271 0.309 0.277 0.288 0.321 2006 0.262 0.294 0.319 0.288 0.316 0.292 0.348 0.328 2005 0.282 0.260 0.292 0.299 0.286 0.271 0.301 0.298 0.263 0.253 0.300 0.357 0.244 0.285 0.300 0.288 0.309 0.310 0.292 0.310 0.320 0. L’indagine sui bilanci delle famiglie della Banca d’Italia fornisce anzitutto dati quantitativi sulla incidenza dei diversi 14 .318 0.266 0.318 0.291 0.319 0.305 0.305 0.334 0.313 0.La situazione è riassunta nella figura (tratta da Istat [11].290 0.290 0.304 0.270 0.297 0.299 0.261 0.289 0.256 0.333 0.354 0.290 0.314 0.278 0.299 0. L’andamento recente della disuguaglianza nelle regioni è riassuta nella seguente tabella.289 0.326 0.280 0.327 0.304 0.295 0.304 0.294 0.310 2008 0.291 0.295 0.335 0.304 0.318 0.314 Fonte: Istat.286 0.305 0.283 0.317 0.297 0.268 0.279 0.273 0.323 0.328 0. 4. Indagine sul reddito e condizioni di vita (Eu‐Silc) (a) Per il 2008 i dati sono provvisori.344 0.298 0.296 0.304 0.304 0.314 0.281 0.333 0.259 0.281 0.263 0. Il centro (Lazio escluso) e il nordest appaiono le zone più egalitarie.284 0.322 0.346 0.289 0.275 0.267 0. sempre tratta da Istat [11].335 0.339 0.368 0. Tra queste sono indubbiamente importanti il titolo di studio del capofamiglia e il numero di percettori di reddito.324 0.291 0.343 0.300 0.327 0.338 0.303 0.280 0.335 0.281 0.305 0.272 0.314 0.311 0.281 0. in cui le regioni più chiare sono quelle che manifestano indici di Gini più bassi.287 0.281 0.293 0.283 0.273 0.319 0.291 0.347 0.244 0.332 0.298 0.287 0.289 0.299 0.291 0.284 0.292 0. Diseguaglianza dei redditi per regione Anni 2003‐2008 (a) (Indice di concentrazione di Gini sui redditi netti familiari esclusi i fitti imputati) REGIONI RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE Piemonte Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste Lombardia Liguria Trentino‐Alto Adige Bolzano/Bozen Trento Veneto Friuli‐Venezia Giulia Emilia‐Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna Nord‐ovest Nord‐est Centro Centro‐Nord Mezzogiorno Italia 2003 0.262 0.283 0.295 0.332 2004 0.326 0.278 0.289 0.315 0.328 0. Nel periodo 2003-2008 si è ridotta in tutte le aree del paese. anche se l’ultimo anno sembra segnalare una leggera inversione di tendenza.265 0.308 0.288 0.309 0.271 0.322 2007 0.3 Istruzione e partecipazione alla forza lavoro La correlazione negativa esistente tra reddito e disuguaglianza suggerisce che per meglio comprendere le radici della disuguaglianza è importante comprendere quali sono le caratteristiche che rendono le famiglie povere.284 0.312 0.291 0.295 0.348 0.314 0.296 0.271 0.317 0.304 0.

in particolare delle donne (si veda ad esempio Istat [13]) dovrebbe aumentare il numero di famiglie con due percettori. mentre era il 30% nel 1998. a intervalli di 6 anni.0 19.livelli di istruzione per le famiglie italiane.8 43.0 14. Ancora più spettacolare è stata la diminuzione della percentuale di famiglie in cui il capofamiglia ha un titolo inferiore o uguale alla 5a elementare.9 7. Da un lato. Guardiamo ora alla distribuzione delle famiglie per numero di percettori di reddito.4 10. passato dal 37.1 2004 6.9 12.4 24.7 37.7% nel 2010. Dall’altro la tendenza alla riduzione del numero medio di componenti della famiglia 15 . dato che le coorti più giovani hanno un tasso di scolarizzazione nettamente più alto delle coorti più anziane.2 22.1 In questo caso l’andamento non è monotono e non appare particolarmente favorevole.0 35.7 25.7 8.0 32. numero percettori di reddito 1998 Un percettore Due percettori Più di due 44 0 42. Distribuzione famiglie. i cambiamenti sono stati importanti.0 2004 49 6 39.3 La percentuale di famiglie con un capofamiglia almeno diplomato è pari a 39. Nella seguente tabella riassumiamo l’andamento degli ultimi dodici anni.8 29.8% nel 1998 al 23.9 2010 47. Nonostante l’arco di tempo relativamente breve rispetto al fenomeno considerato. Distribuzione famiglie.3 2010 4. titolo studio capofamiglia 1998 Senza titolo Elementare Medie Medie Superiori Laurea 8.1 9. Giocano qui due tendenze.2% nell’ultima indagine. la maggiore partecipazione alla forza lavoro. L’Italia si sta chiaramente muovendo nella giusta direzione e ci sono buone ragioni per essere ottimisti riguardo all’evoluzione di questa variabile.1 26.

Il risultato netto è incerto. sono molto bassi. 3 16 .6 21. Le percentuali però cambiano drasticamente nei sottocampioni di famiglie con uno o due percettori e a seconda del grado di istruzione4 .6 16. Guardando all’intera popolazione nazionale.3 7. Una famiglia viene considerata in povertà economica quando il suo reddito è inferiore alla metà della mediana. come ci si può attendere.6 9. Nell’indagine sui bilanci delle famiglie nel 2010 è stata usata la scala OCSE modificata. 26. Il dato sulla percentuale relativamente bassa di poveri tra i cittadini con licenza elementare va letto congiuntamente al basso dato sulla povertà per famiglie anziane (dato che gli anziani hanno un livello di istruzione più basso dei giovani).0 14.7 10.8 3.8 17. La ragione per cui tali variabili sono importanti può essere apprezzata guardando all’indice di povertà economica. Oltre 64 anni Totale pop.3 per i componenti con meno di 14 anni.tende a ridurlo. mentre per le famiglie con esattamente due percettori l’andamento è incerto.6 Il reddito equivalente tiene in conto le economie di scala generate dalla convivenza comune3 . Secondo tale metodologia si assegna un valore di 1 al capofamiglia. Essenzialmente è una conferma delle Ci sono vari modi di calcolare scale di equivalenza per i redditi familiare. La somma è il numero di “adulti equivalenti” e il reddito equivalente è il reddito familiare diviso per il numero di adulti equivalenti. mentre il 17.5 15.1 8. Percentuale famiglie in povertà Reddito equiv.3 18. 30.4% delle famiglie risultava avere un reddito equivalente inferiore alla soglia di povertà.4 Reddito pro-cap.5 a ogni componente con più di 14 anni e di 0.3 6. La diminuzione della dimensione media della famiglia ha chiaramente causato la drastica riduzione nella percentuale di famiglie con più di due percettori. 4 Non abbiamo riportato i dati per i laureati perché. Si può apprezzare la enorme differenza tra famiglie con un percettore e famiglie con due percettori. Un percettore Due percettori Elementare Medie Medie sup. il 14. di 0.6% risultava avere un reddito pro-capite inferiore alla soglia di povertà.

D’altro canto. di affrontare la disuguaglianza: redistribuzione e crescita5 . pur essendo cresciuto negli ultimi anni. L’aliquota massima è abbastanza elevata. la disuguaglianza può essere ridotta anche mediante interventi amministrativi. un aumento di 10 punti dell’aliquota marginale massima può portare a un gettito pari allo 0. In questa sezione argomenteremo che le politiche di redistribuzione più tradizionali (aumentare la tassazione di redditi e patrimoni alti e sussidiare con i proventi i redditi e i patrimoni più bassi) hanno in Italia un potenziale limitato. non intermediata dal sistema fiscale.1% superiore). possibilmente complementari. Un aumento abbastanza drastico della tassazione sull’1%. a causa di riduzione dell’offerta di lavoro. ma è difficile pensare che su di esse si possa basare il grosso di una politica di riduzione della povertà. o l’imposizione di livelli salariali minimi. Se la quota di reddito imponibile del top 1% è simile a quella stimata da Alvaredo e Pisano [1] nel 2004. intorno al 9%. resta in Italia comunque parecchio inferiore a quello di paesi come gli Stati Uniti. elusione o evasione). essendo pari al 43% cui si aggiungono quasi ovunque le addizionali regionali. puntare da un lato a favorire la crescita dell’occupazione e dall’altro a misure redistributive di stampo meno tradizionale. in entrambi i casi puntando a interventi a costo zero o comunque ridotto per il settore pubblico. Simili cifre possono dare un qualche contributo al risanamento del bilancio pubblico. ottenuto per esempio introducendo aliquote marginali più alte per redditi nell’1% . 5. che si concentra in modo importante sulle pensioni a scapito di altri strumenti. Per ottenere un gettito rilevante sarebbe necessario aumentare in modo significativo la 5 Al di là della redistribuzione fiscale in senso stretto. la difficile situazione del bilancio pubblico impedisce l’attuazione di programmi di spesa di dimensioni tali da poter effettivamente incidere sulla povertà.9% del reddito imponibile (assumendo che esso non cali. Si tratta di provvedimenti che da un lato implicano una redistribuzione diretta da privato a privato. 5 Che fare? Una prospettiva riformista Ci sono essenzialmente due modi.1 Quanto si può redistribuire? La quota di reddito che va al settore più ricco della popolazione (1% o 0.caratteristiche del sistema di welfare italiano. Non considereremo quindi questo tipo di interventi. È quindi necessario. se si vuole seriamente ridurre la disuguaglianza in Italia. Se aggiungiamo almeno parte dei contributi sociali è facile vedere che un lavoratore ad alto reddito si trova di fronte ad aliquote marginali assai alte. e dall’altro generano il rischio di una allocazione inefficiente delle risorse. Un esempio è l’imposizione di massimali sulle retribuzioni pagate nel settore privato. 17 .

000 da 15.73 96.000 euro annuali. se non si traduce in un aumento puro e duro della pressione fiscale.000 da 2.48 90.000 da 35.000 da 26.000 a 3.38 12.82 100.53 5.000 a 200.44 13.000 da 12. ultimo anno disponibile (ma la situazione non è cambiata molto.29 95.36 8.000 da 20. Per appartenere al top 20% è necessario un reddito di poco meno di 26.500 da 3.000 a 80.000 a 12.56 0.14 1.000 a 70.95 85.17 0.39 0. zero da 0 a 1.000 euro.85 67.16 98.000 a 6.500 a 2.000 da 55.000 da 80. il reddito richiesto è di poco inferiore a 35.45 97.000 a 7.43 13.000 a 90.000 a 2.00 Questa tabella.000 da 4.33 0.000 da 6.000 a 26. data la stagnazione dei redditi nominali).13 5.24 0.000 a 40.94 40.000 0. il ché non appare auspicabile.000 da 90.000 da 10.98 6.2 Partecipazione alla forza lavoro e riduzione della povertà Dato che l’attuale elevato livello di tassazione non sembra lasciare molti margini per politiche redistributive di stampo tradizionale.05 1.26 0.08 99.000 euro annuali. Mentre è chiaro che la riduzione dell’evasione.00 1. Il top 5% si raggiunge con un reddito vicino a 50.000 da 5.000 da 60.000 a 15.72 0.81 99. la soluzione più 18 .27 0.000 a 150.03 10.64 1.000 a 75.000 a 1.24 11. non è altrettanto chiaro che essa possa contribuire in modo significativo alla diminuzione della disuguaglianza.000 a 55.40 2.93 9. 5.500 a 3.000 euro.01 97.44 0.34 1.000 da 1.41 21.32 0.500 da 2.98 16.000 a 100. elaborata dal Ministero delle Finanze [15].500 da 1.000 da 70.43 15.500 da 7.41 99.05 7.21 1. mostra la distribuzione delle dichiarazioni per classi di reddito complessivo.67 6.500 a 10.42 98.04 5.18 0.000 oltre 200.89 93. Spesso non si tratta di attività ad alto reddito.67 5.000 a 29.90 34.65 99.87 50.000 da 29. Per appartenere al top 10%. può aiutare il raggiungimento di una allocazione più efficiente delle risorse.000 da 100.000 a 120.000 da 120.66 4. Data la natura del fenomeno non è facile ottenere dati affidabili sull’evasione.000 a 35.000 a 60. ma alcuni studi indicano che essa sembra essere più importante al Sud.000 da 40.000 a 50.000 da 75.000 da 50.000 a 20.41 2.38 1.000 a 5. In realtà il consenso più o meno esplicito che esiste in Italia è che il problema principale del sistema fiscale resta l’alto livello di evasione.000 da 3.69 9.54 26.84 98.tassazione del decile o del quintile superiore.000 da 150. in particolare nei servizi. e il top 1% si raggiunge sulla soglia dei 100.83 0.500 a 4.29 80. nell’anno 2007.

Nei margini di manovra concessi però è importante tenere a mente che l’obiettivo principale. di fonte Istat (pubblicazione mensile su occupati e disoccupati). Povertà e partecipazione alla forza lavoro Data la loro rilevanza per la determinazione dei livelli di povertà è utile guardare più da vicino i dati su occupazione e partecipazione alla forza lavoro.1% 8. La strada da imboccare è una drastica riduzione del carico fiscale e contributivo sui redditi più bassi. Se questo obiettivo è mantenuto chiaro. dovrebbe essere quello di stimolare la partecipazione al mercato del lavoro. soprattutto nelle regioni più povere. specialmente per quanto riguarda la componente femminile. Il solo aumento della offerta di lavoro ha effetti limitati. I provvedimenti che discutiamo in questa sezione sono centrati sull’offerta di lavoro. ossia mirano a modificare gli incentivi per stimolare una maggiore partecipazione alla forza lavoro. È tuttavia indispensabile porre termine alla serie di interventi distorsivi che vengono continuamente proposti per sanare. Quasi metà delle donne nella fascia di età 15-64 anni non lavora e nemmeno cerca lavoro. Uomini 15-64 anni Tasso di occupazione Tasso di disoccupazione Tasso di inattività 67. È chiaro che l’occupazione non si crea con colpi di bachetta magica. ma i provvedimenti che proponiamo hanno perlomeno il pregio di avere un costo molto basso per lo Stato e di evitare distorsioni nell’allocazione delle risorse. È evidente che le condizioni del bilancio pubblico non permetteranno per qualche tempo di perseguire una politica di aggressiva diminuzione delle tasse per i redditi bassi.6% 48. in modo da favorire la partecipazione alla forza lavoro che in Italia è da sempre assai più bassa che nel resto dei paesi europei. riferiti al dicembre 2011. Anche se questi dati risentono un poco della grande 19 . in assenza di dinamismo dell’economia.percorribile è quella di ridurre la povertà attraverso un ampliamento della occupazione e del reddito. diventa più facile comprendere quali interventi di riduzione delle tasse possono risultare maggiormente efficaci e quali invece vanno scartati. Questi sono i dati più recenti. più che di mettere in tasca qualche euro in più alle famiglie bisognose. ad esempio.7% Donne 15-64 anni 46 8% 9.2% La scarsa partecipazione alla forza lavoro in Italia è fenomeno che interessa entrambi i generi ma che per le donne si manifesta in modo assolutamente abnorme. la bassa partecipazione femminile in certe industrie e in certe zone.4% 26.

8% 51.2% 76. la differenza tra l’Italia e gli altri paesi europei è ancora rilevante.9% 57.1% Totale 69. 20 .1% 51.1% 69.7% Donne 60.3% 36.6% 66. la drammatica differenza tra partecipazione maschile e partecipazione femminile è tipica dei dati italiani e rende l’Italia una evidente anomalia a livello internazionale.6% 66. e in misura maggiore nella componente femminile. Tasso di attività.4% Di interesse risulta anche la disaggregazione per classe di età e per livello di istruzione. Nel 2008 il tasso di occupazione maschile italiano risulta inferiore a quello medio dell’Ue27 di 2. ma quello femminile di 11. I dati aggregati però nascondono una realtà molto variegata per età e area territoriale.recessione.1% 62. L’indagine sulla forza lavoro dell’Istat riporta i seguenti tassi di attività. disaggregati per genere e macro area.0% 60. osserviamo il crollo della partecipazione femminile dopo i 45 anni.9 punti.0 punti percentuali. anno 2009 Uomini Nord-Ovest Nord-est Centro Mezzogiorno Italia 78. totalmente assente per gli uomini.1% 78.3% 73. In una recente pubblicazione Istat [13] la situazione è riassunta come segue: Nonostante nel corso del decennio 1999-2008 il tasso di occupazione nazionale sia cresciuto di 5.5 punti percentuali. Guardando prima all’età. 15-64 anni.

Tasso di attività. il tasso di attività per le donne nel Mezzogiorno è del 71.5% Donne 23. È qui pertanto che bisognerebbe indirizzare gli sforzi. Se guardiamo ai laureati. nella classe di età 55-64 il gap tra tasso di attività maschile e femminile può essere parzialmente spiegato dal più favorevole trattamento pensionistico delle donne (finora almeno) ed il basso tasso di partecipazione sotto i 24 anni può addirittura essere considerato un segno positivo di maggiore scolarizzazione.5% 38. media Diploma 2-3 anni Diploma 4-5 anni Laurea breve e oltre 54.1% 71. il gap è in realtà più forte proprio nel “fiore dell’età”.1% Questi numeri indicano la tendenza delle donne a uscire dalla forza lavoro ben prima dell’età pensionabile. come si vede.3% 60. sono principalmente le donne meno istruite che restano fuori dalla forza lavoro. Il tasso di attività è particolarmente basso per i livelli d’istruzione più bassi.9% 65.9% 91. una differenza relativamente piccola e in parte spiegabile dalle diverse regole pensionistiche.6% Totale 32.5% Donne 17.0% 86. elementare Lic.2% 77.7% 67.0% 92.5% Come si può vedere.6% 77.0% 85.9% 65. anno 2009 Uomini Lic.5%.1% 81.5% 86. Invece se 21 .2% 48. Infatti. L’Istat mostra anche i dati per aree territoriali incrociati con il livello d’istruzione. 2009 Uomini 15-24 25-34 35-44 45-54 55-64 34.7% 85. per le classi di età 35-44 e 45-54.0% 67.3% 26.7% 54. a fronte di un 81. Ma. 15-64 anni.Tasso attività per età. Anche qui il messaggio è forte e chiaro.4% 75.5% per gli uomini.

Un tale intervento “chirurgico” non avrebbe costi per il bilancio pubblico. in modo particolarmente massiccio nel Mezzogiorno. in assenza di una riduzione fiscale. lo stimolo alla partecipazione alla forza lavoro può essere ottenuto solo riducendo la tassazione dei redditi più bassi.3% a fronte del 61. L’esclusione dal mercato del lavoro colpisce quindi le donne con scarsa istruzione. nel Mezzogiorno il tasso di attività femminile è del 25. non lavorerebbero. La tabella seguente raccoglie le aliquote IRPEF e le detrazioni che spettano per lavoro 22 . diciamo pari a  ( ). dato che si applicherebbe unicamente a quei lavoratori che. Questo produce un primo ammontare di imposta. Per capire meglio la proposta occorre spendere un paio di parole su come funziona la determinazione dell’IRPEF in Italia. Ma nel breve periodo. Questo è ovviamente impossibile.6% per gli uomini. in assenza di taglio alle imposte. L’imposta effettivamente pagata è data da  ( ) = ( ) − ( ). La detrazione è decrescente con il reddito e contribuisce a rendere la tassazione più progressiva (e l’aliquota marginale effettiva per i percettori di redditi medio-bassi più alta). Per determinare le tasse da pagare si considera anzitutto il reddito (chiamiamolo  ) di questa persona e si applica a tale reddito il calcolo del’imposta. Nel lungo periodo la riduzione del tasso di inattività passa per un aumento della scolarizzazione. Consideriamo una persona singola che è occupata come dipendente. dato che un lavoratore dipendente può applicare una detrazione. Un credito fiscale per rientrare nella forza lavoro In principio un modo per ridurre la tassazione sul lavoro senza aggravi per il bilancio è quello di ridurre le tasse solo per quei lavoratori che. che come abbiamo visto colpiscono soprattutto le famiglie con un singolo percettore. ma possiamo avvicinarci a tale obiettivo permettendo a quei lavoratori (che sono soprattutto lavoratrici) che restano a lungo fuori dal mercato del lavoro di accumulare nel tempo le detrazioni di imposta non utilizzate. non genererebbero reddito. Questa non è però l’imposta che si paga. e in effetti negli ultimi 20 anni si sono ottenuti risultati positivi al riguardo. che chiamiamo  ( ).guardiamo alle persone con la licenza media. Le aliquote e gli ammontari delle detrazioni. Questo a sua volta genera alti tassi di povertà. Per comprendere meglio facciamo un paio di esempi.

000) e userà la detrazione solo fino a tale ammontare. tale contribuente pagherebbe zero tasse per i primi due anni di lavoro e un’imposta di 816 nel terzo anno (dopo 23 . funzionando quindi come credito d’imposta. ossia 1840 × 3.000 euro paghi zero di imposta.112/7. In particolare chi resta fuori dal mercato del lavoro e in un dato anno ha un reddito di zero non ottiene alcun beneficio dalla detrazione. Per capire meglio.000 Oltre 75. Con il metodo attuale accettare tale lavoro porta a un reddito netto di 12.338× 1.001-75. Supponiamo ora che nel quarto anno tale contribuente trovi un’opportunità di lavoro che paga 15. il reddito netto sarebbe pari a quello lordo. per esempio.150 euro (il 23% di 5.888 euro.dipendente.000. dato che il credito d’imposta maturato potrebbe essere usato per pagare le imposte.001-28.408 da applicare negli anni successivi. ossia 15.000 55. Se invece si applicasse la proposta.000 euro non godono interamente della detrazione. Aliquota fino a 8000 8.000 euro avrà un’imposta lorda pari a 1.338× £ 55000− ¤ £ 55000− ¤ 0 0 Le detrazioni sono modulate in modo che un contribuente con un reddito di 8.112 euro (si noti che questo significa che l’aliquota marginale effettiva che si paga sul reddito tra 8. un contribuente con un reddito imponibile di 5.000 28.000 15. Quindi.000 euro lordi. la detrazione si annulla per i lavoratori dipendenti che hanno un reddito di 55. La proposta è che. per cui la tassa pagata è 2.000 23% 23% 27% 38% 41% 43% 1. Un contribuente con un reddito di 15.338 euro. ben più del 23% “ufficiale”).338 +502× h Detrazione 1840 i (15000− ) 7000 40000 40000 1. le detrazioni non godute in un determinato anno possano essere utilizzate negli anni successivi.000 euro è pari al 30. Quindi.000 e 15. Tale possibilità non dovrebbe avere limitazioni temporali. ossia 2. ottenendo un’imposta netta di zero. Infine.001-15. a partire da una certa età (per esempio 35 anni). consideriamo ad esempio un contribuente di 40 anni che è rimasto per tre anni fuori dalla forza lavoro.000 euro o superiore.520 euro. Resterebbe inoltre un residuo credito d’imposta di 3.2%. L’osservazione rilevante per la nostra proposta è che i redditi inferiori agli 8.000 euro invece gode di una detrazione pari a 1.000 euro.001-55. dato che la detrazione non si applica oltre l’imposta lorda dovuta. Tale contribuente accumula un credito pari a 5.

la detrazione complessiva resterebbe la stessa per le famiglie monoreddito ma crescerebbe per le coppie che lavorano. il 25% fino a 20. modificando poi opportunamente il meccanismo di riduzione.520-2. Spieghiamo meglio questo punto. La tassa sul reddito viene calcolata applicando l’aliquota sul reddito pro capite e moltiplicando poi per il coefficiente. che sottratto all’imposta di 2. Solo a partire del quarto anno si inizierebbe a pagare in pieno l’imposta. Per le famiglie monoreddito il quoziente familiare implica un aumento dell’aliquota marginale che il conige attualmente inoccupato dovrebbe pagare nel caso trovasse laoro.000 24 . ripartiti su 13 mensilità.due anni il credito residuo è 5. La detrazione per il coniuge a carico Un elemento del nostro sistema fiscale che scoraggia la partecipazione femminile alla forza lavoro è la detrazione per il coniuge a carico. e viene perduta se il coniuge ottiene una qualche forma di reddito.296. È evidente che l’eliminazione della detrazione porterebbe a maggiori incentivi alla partecipazione alla forza lavoro. Per intendere gli effetti dell’imposta supponiamo che un coniuge trovi un lavoro che paga 9. Consideriamo un sistema fiscale in cui vi sono solo due aliquote.000 euro.3 Cose da non fare Vale la pena di menzionare una cosa da non fare.000 euro annuali lordi. Semplificando. Infatti. 5. descrescendo parzialmente le detrazioni per il coniuge a carico e aumentando contemporaneamente dello stesso ammontare le detrazioni per tipo di reddito. il quoziente familiare funziona sommando tutti i redditi della famiglia e dividendo tale totale per un coefficiente che dipende dal numero di componenti della famiglia. per cui la manovra non è a costo zero. Per esempio.112x2=1. Agisce quindi da potente disincentivo alla ricerca di un nuovo lavoro. ma in questo caso non si possono ignorare gli effetti distributivi. La proposta può comunque essere attuata in modo graduale. È chiaro però che in tal modo si riduce il gettito fiscale. almeno se l’obiettivo è quello di fornire incentivi alla partecipazione alla forza lavoro: il quoziente familiare. per i lavoratori dipendenti. La perdita della detrazione per il coniuge a carico è equivalente a perdere una mensilità.000 a 30. Infatti una eliminazione secca della detrazione porterebbe a un aumento della pressione fiscale proprio sulle famiglie più povere (famiglie monoreddito con reddito basso). Per capire meglio facciamo un esempio molto semplice. la detrazione di 1840 euro potrebbe essere aumentata a 2530. la detrazione dovrebbe essere semplicemente aggiunta alle altre detrazioni esistenti. La ragione è semplice. La detrazione è pari a 690 euro per la fascia di reddito da 15. Idealmente.112 dà 816).

A e T. Questa situazione si presenta quando il sistema di imposizione è progressivo. eds. a differenza di vari altri meccanismi di riduzione del carico fiscale. per cui le tasse pagate dalle due famiglie sarebbero le stesse.000 (ossia 0.000.000 euro l’anno. Immaginiamo che si presenti alla moglie l’opportunità di lavorare per 10. F.000 euro ciascuno (40. deduzioni o altre complicazioni. Per capire come ciò funziona. Infatti il quoziente familiare.000 euro. vedete che la tassa pagata dalla famiglia aumenta di 4. Atkinson e T.000 in poi.000 euro. (2007) Top Incomesover the Twentieth Century: A Contrast Between Continental European and English Speaking Countries. ciascun coniuge pagherebbe 5.euro e il 40% da 20. che è esattamente l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. È chiaro che in tal modo si scoraggia ulteriormente l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro.000 diviso due). Se fate i calcoli. ogni membro della famiglia ha un reddito di 25. per la famiglia monoreddito si imputerebbe ai due coniugi un reddito di 20. Il reddito guadagnato dalle due famiglie è quindi lo stesso. Ma se viene introdotto il quoziente familiare le cose cambiano. Sarebbe però una idea nefasta. Piketty.25 x 20. Piketty. che guadagna 40. torniamo alla nostra famiglia monoreddito. e ciascuno guadagna 20. Ora il reddito familiare totale è 50. Consideriamo due famiglie.000 + 0. Applicando il quoziente. [2] Atkinson. in Top Incomes: A Global Perspective. Con tassazione progressiva il quoziente familiare inevitabilmente riduce le entrate fiscali dello Stato e può quindi essere attuato solo se la sitiuazione di bilancio migliora. Quindi la famiglia monoreddito paga più tasse di una famiglia che guadagna lo stesso reddito ma diviso su due componenti. anziché il 25%. non vi sono detrazioni. 25 .000 euro di tasse. Pisano (2010) “Top Incomes in Italy 1974—2004”. Nella prima lavora solo il marito. A quel punto. References [1] Alvaredo.000 euro. Senza quoziente familiare. In altre parole.500 euro. dato che l’aliquota rilevante è quella del 25%. grazie al meccanismo del quoziente familiare la donna paga il 40% del reddito addizionale che genera. Con il quoziente familiare invece.000) mentre la famiglia in cui entrambi lavorano paga un totale di 10. e E. Per la famiglia con due redditi non ci sarebbe alcun cambio.000). il reddito netto che si ottiene accettando il lavoro è di 7. Oxford University Press.000 euro. aumenta l’aliquota marginale per un buon numero di contribuenti.000 euro. Oxford University Press. Nella seconda lavorano sia il marito sia la moglie.000 (ossia 0. per un totale di 10.25 x 20. entrambe composte da un marito e da una moglie.4 x 20. Le tasse pagate però sono differenti. a cura di A. applicando le aliquote sopradette. La famiglia monoreddito paga un totale di 13.

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