mARZO CON: BILBOLBUL, mIHAI mIRCEA BUTCOvAN, GIANLUCA mOROZZI

dal 1993, il giornale di strada di Bologna

fondato dalle persone senza dimora

Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 ( conv. in L27/02/2004 N.46) ART. comma 2 DCB - Bo (Num. 2) per Poste Spa

la città delle donne

3/2012

PRODURRE QUESTO GIORNALE COSTA 0,75 EURO • QUELLO CHE DATE IN PIù è IL GUADAGNO DEL DIFFUSORE QUALSIASI RICHIESTA AL DI Là DELL’OFFERTA LIBERA NON è AUTORIZZATA

Laboratorio di giornalismo sociale

gran finale con lucarelli
Un mese a fumetti

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una lezione per i partecipanti al laboratorio di giornalismo sociale di Piazza grande, ma anche un’occasione per incontrare gli ospiti del dormitorio “Beltrame”. Lo scittore Carlo Lucarelli (nella foto insieme al nostro direttore Leonardo Tancredi) è stato il protagonista dell’ultimo appuntamento del laboratorio, che si è svolto nella struttura di via Sabatucci.

Nelle pagine centrali di questo numero ospitiamo il vincitore di “Perdersi a... esplorazioni urbane a fumetti”, il concorso lanciato da Flashfumetto, insieme a Yoda e hamelin, per la sesta edizione di Bilbolbul, festival internazionale di fumetto, a Bologna dall’1 al 4 marzo. Il tema del concorso sono le “esplorazioni urbane” ai margini della città. La storia vincitrice si chiama “mare d’asfalto” ed è opera di monica Rossi. Tutti gli altri selezionati sono in mostra fino al 10 marzo nell’Auditorium della Biblioteca Sala Borsa.

editoriale/ Uno sciopero particolare
p LeoNARDo TANCReDI

Q

In copertIna
il volto in prima pagina è quello di letizia (nome di fantasia), una delle “donne di strada” di cui parliamo nell’inchiesta di questo numero. l’illustrazione è di marina Girardi, che racconta l’incontro con letizia nella sua rubrica “Piantaggini. diario di una pittrice di strada” (a pagina 14).

uANDo LeggeReTe queSTo eDIToRIALe, PRoBABILmeNTe IL PRImo mARZo SARà gIà PASSATo e Lo SCIoPeRo DegLI STRANIeRI SARà gIà STATo uN SuCCeSSo. NoI Ce Lo AuguRIAmo DAVVeRo. IL PRImo mARZo è uNo SCIoPeRo PARTICoLARe, L’ASTeNSIoNe DAL LAVoRo è uN’AZIoNe Che I LAVoRAToRI DI SoLITo PRATICANo IN ReLAZIoNe A SPeCIFIChe VeRTeNZe, NoN hA uNA SCADeNZA FISSA. LA RICoRReNZA DeLLo SCIoPeRo DegLI STRANIeRI – queLLA DeL 2012 è LA TeRZA eDIZIoNe – hA gIà IN Sé uN SIgNIFICATo: Le DIFFICoLTà DeI LAVoRAToRI STRANIeRI IN ITALIA SoNo PeRmANeNTI e NoN LegATe A CoNgIuNTuRe PARTICoLARI (Che ComuNque PoSSoNo PeggIoRARe LA SITuAZIoNe). DAL 2002 L’ImmIgRAZIoNe VeRSo queSTo PAeSe è RegoLATA DA uNA Legge xeNoFoBA, LA BoSSI-FINI, Che IN DIeCI ANNI NeSSuN goVeRNo, DI DeSTRA, SINISTRA o TeCNICo, hA SAPuTo e VoLuTo CAmBIARe. I LAVoRAToRI STRANIeRI VIVoNo SoTTo LA PeReNNe mINACCIA DeL PeRmeSSo DI SoggIoRNo, Se PeRDoNo IL LAVoRo RISChIANo DI FINIRe IN uN CeNTRo DI eSPuLSIoNe (DA quALChe TemPo PeR SeI meSI IN PIù) e I LoRo FIgLI NATI IN ITALIA NoN hANNo DIRITTo ALLA CITTADINANZA. queSTe SoNo Le CoNDIZIoNI STRuTTuRALI IN CuI VIVoNo oggI PIù DI quATTRo mILIoNI e meZZo DI PeRSoNe. NeLLA FILA DeI SeNZA DImoRA A BoLogNA, IL NumeRo DeI mIgRANTI è IN CReSCITA, mA queSTA oRmAI NoN è uNA NoVITà. è ImPoRTANTe PeRò CoNSIDeRARe Che moLTI DI LoRo hANNo ANCoRA IL PeRmeSSo DI SoggIoRNo VALIDo e VIVoNo A BoLogNA DA ANNI. NoN SI TRATTA SoLo DI PRoFughI o DI gIoVANI APPeNA SBARCATI, BeNSì DI LAVoRAToRI DeLLe FASCe SoCIALI PIù DeBoLI Che, Come I LoRo CoLLeghI ITALIANI, hANNo SuBITo PRImA DI ALTRI gLI eFFeTTI DeLLA CRISI eCoNomICA. queSTo TeRReNo ComuNe DoVReBBe eSSeRe (SARà STATo?) LA SPINTA PeR uNA PARTeCIPAZIoNe DIFFuSA ALL’INIZIATIVA. Come SI Legge NeL mANIFeSTo DeLLo SCIoPeRo: “LA CoNTRAPPoSIZIoNe TRA ‘NoI’ e ‘LoRo’ DeVe FINALmeNTe CADeRe NeLLA CoNSAPeVoLeZZA Che oggI SIAmo ‘INSIeme’, ImPegNATI A mANDARe AVANTI queSTo PAeSe e A CoSTRuIRe uN FuTuRo mIgLIoRe”. NeL 2010 SI PARTIVA DALLA RIVoLTA DI RoSARNo e NeLLe PIAZZe ITALIANe SI CoNTARoNo PIù DI 300mILA PeRSoNe. oggI Le ARANCe DI RoSARNo, CoLTe DA LAVoRAToRI mIgRANTI ASSuNTI NeL PIeNo RISPeTTo DeI LoRo DIRITTI, ARRIVANo ogNI meSe FINo A BoLogNA gRAZIe AL PRogeTTo SoS RoSARNo e ALLA CoLLABoRAZIoNe DI CAmPI APeRTI, gASBo, LABoRAToRIo CRASh e quARTIeRe NAVILe. è uN PRImo SegNALe, DoPo IL PRImo mARZo 2012 Ce Ne ASPeTTIAmo moLTI ALTRI. (leonardotancredi@piazzagrande.it)

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gerenza

Piazza Grande Giornale di strada di Bologna fondato dalle persone senza dimora “TeNDeRe uN gIoRNALe è megLIo Che TeNDeRe uNA mANo”

redazione Via Corazza 7/8 40128 Bologna, tel. 051 342328, fax 051 3370669 www.piazzagrande.it | redazione@piazzagrande.it CaPoredattore Pietro Scarnera Consulenza editoriale Agenda (www.agendanet.it) ProGetto GrafiCo Fabio Bolognini distriBuzione Redazione Piazza grande aBBonamenti & eventi: eva Brugnettini, erika Casali

COMITATO EDITORIALE Jacopo Fiorentino, mauro Sarti DIRETTORE EDITORIALE Leonardo Tancredi direttore resPonsaBile Bruno Pizzica stamPa Industrie grafiche galeati Registrato presso il Tribunale di Bologna il 15/09/1995 n°6474

in redazione eva Brugnettini, erika Casali, Ilaria giupponi, Simone Jacca, olga massari, giuseppe mele, Salvatore Pio, mauro Sarti, Donato ungaro. Hanno CollaBorato a questo numero Cecilia Andrea Bacci, Claudio Cannistrà, Alessandra Caputo, elisa Cassoni, Selene Ciluffo, marika Di Cristina, esther Di Raimo, marina girardi, margherita gombi, gruppo fotografico Bandiera gialla, Francesco mele, Dania meoni, gianluca morozzi, oana Parvan, Paolo Perini, Fabrizia Petrei, Carmine Roccia, Paola Sapori, Chiara Tolomelli, Alain Verdial Rodriguez, mario R. Zampella.

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A colpi di pala per sentirsi “uguali”
N.P. non era nella “squadra antineve” di Piazza grande, ma pur di offrire il proprio aiuto ha “sbadilato” in proprio
p CARmINe RoCCIA
ondata di maltempo giunta dalla Siberia, che ogni quarto di secolo più o meno ci fa visita, ha portato con sé tanta, tantissima neve, facendo scattare emergenze di ogni genere. ognuno si è attivato come meglio ha potuto per cercare di far funzionare una città quasi collassata. marciapiedi impraticabili e lastricati dei portici scivolosi hanno messo a dura prova caviglie e ginocchia di anziani, bambini e tutti quelli che per lunghi giorni ci si sono dovuti avventurare. Per cercare di risolvere il problema, il nostro sindaco ha lanciato un appello a tutti quelli disposti a prendere in mano un badile e dare una mano. molti hanno risposto alla chiamata, coordinati da enti, associazioni, comunità. un caso mi ha colpito più di altri. è quello di N.P., un ragazzo con problemi di tossicodipendenza che vive in un dormitorio della città. La sua storia è semplice ma singolare. N.P. è originario di un paese dell’est, è

giornalismo d’asfalto

gruppo in la di spalaneve q| foto diin piedi da piazza maggiore perpersquadraGrande messa roberto morgantini Piazza

L’

giunto a Bologna dopo molte peripezie in vari paesi d’europa. è stato individuato in una notte fredda dal Servizio mobile di sostegno di Piazza grande, in un momento in cui stava molto male. Lui ha chiesto aiuto e il servizio lo ha preso sotto le sue ali, guidandolo per mano, per i dedali della burocrazia italiana, riuscendo a fargli ottenere la residenza, un posto letto in un dormitorio, quindi assistenza sanitaria. Assistito dal Ser.T. (il servizio per tossicodipendenti) N.P. è riuscito, attraverso l’assunzione a scalare di metadone, a ridurre la dipendenza dalle sostanze, ma a volte il cammino è pieno di insidie e le forze non sono sufficienti per superare tutti gli ostacoli. N.P. ha delle ricadute, le avversità lo conducono inevitabilmente in un vicolo cieco, che è quello della solitudine e dell’emarginazione. Piazza grande ora è costretta a seguirlo meno da vicino, sperando con ciò che riprenda coscienza dei propri errori, quindi non lo include nella squa-

dra di “sbadilatori” organizzata in occasione della nevicata. N.P. però si sente escluso, non ha altra scelta che procurarsi un badile e mettersi in proprio, offrendo il suo aiuto a tutti quelli che vogliono. Si è visto girare col badile in spalla nei giorni in cui la neve cadeva fitta. N.P. ha sbadilato molta neve in questi giorni di crisi, e fra una palata e l’altra ha anche avuto modo di riflettere sulla propria condizione. Poi anche la neve ha smesso di

cadere, il sole è ritornato a splendere e l’emergenza è cessata: i marciapiedi sono transitabili, ognuno può camminare sereno, senza il timore di spaccarsi una gamba. grazie anche alla collaborazione di N.P. Il suo gesto mi ha commosso. Significa forse che abbia voglia di rendere il proprio cammino più sgombero, meno faticoso? Io me lo auguro! mi ritorna in mente il vecchio detto: “Sotto la neve, pane!”(redazione@piazzagrande.it)

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Sugli homeless Wikipedia non basta
p mARIo R. ZAmPeLLA

Licenziamenti, separazioni, crack finanziari: oggi basta poco per finire in strada

C

ome si diventa senza dimora? Alla voce “senzatetto” dell’enciclopedia Wikipedia sul web, troviamo il significato del termine e via via le cause che ne determinano lo status, le statistiche, i confronti fra le varie nazioni, eccetera eccetera, in un compendio sufficientemente accurato e piuttosto didascalico di ciò che inerisce l’intero ventaglio di possibili connessioni al termine. Vivendo in prima persona il dramma legato alla perdita dell’abitazione, all’insufficienza di entrate per gestirne una in completa autonomia, al travaglio connesso alla ricerca di un’occupazione e non essendo del tutto

esauriente, in tale voce, la casistica delle problematiche che conducono a tale infima esistenza, mi sono arrogato il diritto di aggiungerne una non contemplata nell’elenco di Wikipedia. ho ritenuto opportuno aggiornare la voce “senzatetto”, anche in virtù delle nuove figure che nel terzo millennio vivono le disperate condizioni che un tempo rappresentavano lo stereotipo del classico “barbone”, quindi riservate a chi subiva o per miseria ereditata o per scelta meditata, la condizione di nomade errante. Fra le molteplici concause che concorrono a ridurre un individuo a vivere per la

strada, ho aggiunto: “Casi di malagiustizia, in cui le vittime, deprivate di tutto da rei ignoti, non ottengono né giustizia né risarcimento”. Alla luce dell’evoluzione odierna, può incappare facilmente nel fatidico elenco chiunque abbia subito tracolli finanziari disastrosi e chiunque sia rimasto vittima delle bolle speculative di derivati e subprime, o ancora, coloro che scegliendo la separazione coniugale, non hanno i mezzi sufficienti al mantenimento di due abitazioni, e ancora, in seguito alla crisi economica globale e alle nuove leggi sempre meno rispettose dei diritti dei lavoratori, chiunque, già in equilibrio

precario, venga licenziato in tronco. La panoramica è ampia e ben nutrita, e troppi sono i pregiudizi che sopravvivono attorno a tale problematica, partendo dall’emarginazione sino al marchio infame della residenza fittizia. questo è un escamotage indispensabile all’esistenza giuridica del cittadino senza dimora, eppure provoca discriminazioni nelle selezioni del personale lavorativo, perché associata alla figura di un colpevole, reo di non possedere una dimora, di essere un parassita della società, o possibile infetto di non meglio definite patologie cliniche. (redazione@piazzagrande.it)

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delle

la città

InchIesta

Fra i senza dimora le donne sono una minoranza, ma il loro numero è in aumento. Le nuove arrivate sono soprattutto straniere che hanno perso il lavoro, ma per loro la strada è meglio che tornare in patria

donne

p oANA PARVAN FoTogRAFIe DI ChIARA ToLomeLLI

statistiche ci dicono che le persone senza dimora sono prevalentemente uomini. Per ogni nove uomini che vivono per strada, però, c’è una donna che condivide la stessa condizione, e il fenomeno riguarda un numero sempre maggiore. ma chi sono le donne che si trovano oggi a vivere senza una casa? Che età hanno, che lingua parlano? La curiosità sorge innanzitutto perché sono molto meno visibili degli uomini; durante la stagione fredda, per fortuna, non se ne incontrano proprio. una breve incursione nella realtà dei dormitori, a contatto con gli operatori del Servizio mobile dell’associazione Amici di Piazza grande, aiuta a capire quali e quante sono le nuove figure di donne senza dimora. è la sera del 14 febbraio, San Valentino, la festa degli innamorati. Come ogni sera, il Servizio mobile si reca al binario est della stazione di Bologna, per distribuire viveri e cercare di trovare un posto nei dormitori alle persone che si trovano a passare la notte all’addiaccio. ma i posti scarseggiano, molti non verranno accolti da nessuna struttura: a loro verranno distribuite delle coperte. Il freddo punge le ossa. e le persone sono molte. Si riscaldano le mani stringendo il bicchiere di tè caldo. Colpisce subito la varietà delle persone: tanti ragazzi arabi, uomini rumeni – alcuni rom -, qualche italiano di mezz’età, un ragazzo asiatico. Spicca un gruppo di tre donne. Anche loro si riscaldano col tè. Non si direbbe che non hanno un posto dove dormire: vestite bene contro il freddo, curate, capelli biondi tinti, lunghe unghie perlate. Verrebbe da pensare che siano delle badanti, come quelle che si vedono passare la domenica ai giardini margherita o quelle che accompagnano i nonni in giro per i parchi. ma cosa ci fanno delle badanti la notte di San Valentino al binario est della stazione? Anche loro, come gli altri, sono in cerca di un posto letto in un dormitorio. una di loro è fortunata. Viene portata in macchina dagli operatori al dormitorio femminile di via Lenin. Durante l’inverno, qualche posto per le donne c’è anche al dormitorio di via Capo di Lucca, a due passi da via Zamboni. Aperto con il Piano freddo 2010/2011 del Comune, ospita adesso soprattutto persone con problemi di salute. In via Capo di Lucca, su cinquanta ospiti, solo sette sono donne. Serena Panico, una delle operatrici del dormitorio, ci spiega la ragione per cui le donne

le

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InchIesta
si vedono di meno per strada. le “nuove arrivate” sono sempre più Innanzitutto, le giovani donne, numerose: donne straniere di mezz’età spesso ragazze madri, sono ac“in italia da poco o da 2-3 anni, che si colte insieme ai figli da altre sono poi rimaste senza lavoro”, spiega strutture. ma anche le donne di serena, “ora si trovano qui in dormitorio, mezz’età “hanno, bene o male, senza nessun progetto, perché non hanno una rete diversa dagli uomini: messo nulla da parte, perché molte sono ospiti da qualcuno o riemandano i soldi alla famiglia”. scono a trovare una qualche sistemazione. Sono in parte più fortunate, anche perché, a livello di accoglienza pubblica, c’è sempre qualche posto per le donne. Perché è pericolosissimo che una donna viva per strada. Fuori non si riesce a vivere, per quanto una sia forte”. Le signore di via Capo di Lucca sono donne di una certa età, estremamente rispettate dagli “inquilini” maschi, hanno personalità molto forti ed esercitano sugli altri una sorta di potere matriarcale. Parlandoci, è impossibile non notare quasi un’ostentazione della forza, della loro resistenza, del coraggio e della determinazione. Serena spiega: “La vedo come una ricerca dell’individualità, come un voler dire: ‘Io ci sono’”, mese, nell’agosto del 2011: il padre, il fratello e la madre; e di non voler tornare in Sicilia perché in conflitto con gli altri quattro fratelli. Cita malinconica le parole della madre, “Bella gioventù, brutta vecchiaia!”, e ricorda le sue avventure dell’infanzia: i dispetti fatti ai fratellini, i battibecchi con la madre superiora in collegio e le cinghiate ricevute dal padre, alle quali resisteva grazie a ingegnosi trucchi. queste storie rivelano solo una parte della specificità del fenomeno delle donne senza dimora, ultimamente in continuo aumento. una parte cospicua delle donne non ha la possibilità di raccontarsi, per semplici ragioni linguistiche: le “nuove arrivate” sono, infatti, per lo più straniere, rimaste improvvisamente senza lavoro. Serena, che ha fatto una ricerca sulle storie di vita dei senza dimora, elenca i casi più comuni. Da un lato ci sono le donne italiane o le straniere naturalizzate, che sono poche e hanno spesso molte problematiche, anche gravi: “Presentano più spesso storie di violenza, di separazioni, anche disturbi psichici”, spiega l’operatrice. ma le “nuove arrivate” sono sempre più numerose: donne straniere di mezz’età “in Italia da poco o da 2-3 anni, che sono poi rimaste senza lavoro. ora si trovano qui in dormitorio, senza nessun progetto, perché non hanno messo nulla da parte, perché molte mandano i soldi alla famiglia”. espulse da un mercato del lavoro sempre più spietato, queste donne aspettano pazientemente di ritrovare la normalità, passando le notti

in un ambiente in cui la convivenza non manca di tensioni e difficoltà quotidiane. Due delle presenze femminili più rispettate di via Capo di Lucca sono indubbiamente mariana e Pina (nome di fantasia). mariana è una signora rumena, naturalizzata italiana. Arrivata in Italia a 26 anni, si è sposata e ha sempre abitato tra Casalecchio e Budrio, dove ha lavorato come assistente sanitaria ed è stata molto attiva nella promozione della comunità rumena. Racconta fiera della sua città natale, Timisoara, “la città dei fiori”, dove è iniziata la rivoluzione rumena del 1989. Durante i giorni della rivoluzione, mariana ha rischiato la vita, partendo dall’Italia, per portare aiuti umanitari ai suoi concittadini. “ho fatto il mio dovere per il Paese”, racconta fiera, “e sono stata riconosciuta come eroina nazionale”. mariana si trova a vivere nel dormitorio in seguito a un conflitto sul lavoro. ma il suo più grande rammarico è quello di non poter stare vicino al suo attuale compagno, cittadino marocchino. Racconta arrabbiata di come lui sia stato portato al Cie (Centro di identificazione ed espulsione), dove lei non è riuscita a entrare: “Non mi hanno riconosciuta come convivente”. Attualmente, dopo essere stato espulso dall’Italia, lui si trova a Casablanca. Con le lacrime agli occhi, mariana promette di raggiungerlo il prima possibile. Diversa è la storia di Pina, siciliana di Palermo. Racconta di avere 64 anni e di aver vissuto per un anno e sei mesi su una panchina al binario 11 della stazione. La sua condizione di senza dimora è cominciata con la perdita del marito, morto nella strage della galleria del monte Bianco del 1999. Spiega di aver pianto tre morti in un solo

tra ospedali e dormitori. La maggior parte di loro proviene dall’europa dell’est, ed è priva del requisito della residenza a Bologna, fondamentale per accedere ai servizi territoriali. Nonostante le condizioni estreme in cui vivono, non pensano di tornare a casa, si preoccupano, anzi, di continuare a mantenere la famiglia. “Che torno a fare?”, hanno detto a Serena, “Cosa vado a fare lì? Non è che riesco a lavorare lì. qua, bene o male, anche se dormo qualche notte in ospedale, riesco a mandare i soldi a mio figlio, ad arrangiarmi, invece lì non riuscirei”. ma il prezzo pagato per restare in Italia è spesso troppo alto per questo esercito di donne in attesa di lavoro, assolutamente impreparate alla vita di strada. “Il problema è che in questo momento è difficilissimo rientrare nel mercato del lavoro, e quelle che non ci riescono rimangono in questo circuito di dormitori”. Significativa la testimonianza di una ex-badante rumena, raccolta da Serena: “Io non ce la faccio perché penso sempre, penso continuamente, quando sto in dormitorio penso continuamente, io non ci voglio stare là dentro, perché ho paura di diventare matta”. Per molte delle donne venute in Italia in cerca di lavoro basta una breve parentesi di disoccupazione per trasformare quella che doveva essere la terra delle opportunità in un baratro esistenziale. (redazione@piazzagrande.it) f

012345678910111213141516 I dati dello sportello aperto dalle consigliere di parità

InchIesta

Per le straniere la crisi è doppia
p mARIkA DI CRISTINA

Isolamento sociale, problemi col lavoro, tensioni in famiglia: sono le difficoltà più comuni segnalate dalle migranti

La

situazione delle donne straniere nel nostro Paese spesso non è delle migliori. Discriminazioni, violenze, problemi in famiglia e sul lavoro sono le difficoltà più comuni che le migranti devono fronteggiare. ma c’è chi si occupa di loro e dei loro problemi, come le associazioni Trama di terre e Agorà di mondi, che da settembre 2011 hanno attivato un progetto a loro dedicato. “Donne invisibili - alla conquista della parità” ha l’obiettivo di far conoscere la figura della consigliera di parità alle donne straniere per agire sulle discriminazioni di genere sul posto di lavoro. Il progetto è stato realizzato con le consigliere provinciali di parità della Provincia di Bologna e prevede l’attivazione di uno sportello informativo a favore delle donne immigrate. Le donne che finora si sono rivolte allo sportello sono state circa una ventina, tutte tra i 35 e i 55 anni. “molte hanno problemi legati alla ricerca del lavoro”, spiega Blagovesta guetova, presidente dell’associazione Agorà di mondi e responsabile del progetto, “noi non possiamo trovare loro un impiego, ma diamo loro informazioni e le aiutiamo con i curriculum e le lettere di accompagnamento”. Allo sportello le donne chiedono anche aiuto per ottenere il riconoscimento dei titoli di studio e informazioni su corsi di specializzazione e di formazione. Ci sono però anche richieste non legate al mondo del lavoro: riguardano il problema del ricongiungimento con i figli e la famiglia o capire come ottenere il congedo per matrimonio o per maternità. La maggior parte delle donne che si rivolgono allo sportello vengono dall’europa dell’est e lavorano come badanti. queste donne, spiega guetova, “oltre ad avere problemi legati al loro lavoro, hanno anche difficoltà di carattere sociale. Soffrono spesso di isolamento, soprattutto se giovani, dovendo lavorare chiuse in casa 24 ore su 24. hanno poche ore di riposo alla settimana e per questo faticano a trovare contatti umani”. Così molte si rivolgono allo sportello anche solo per conoscere altre donne, per trovare po-

sti in cui incontrarsi e svagarsi insieme. “Si tende a pensare che le donne che lavorano come badanti tutto sommato non se la passino male per quanto riguarda il lavoro”, aggiunge guetova. ma è un luogo comune da sfatare. “La verità è che, oltre ad avere problemi legati all’occupazione, queste donne soffrono molto per questo isolamento forzato”. Con la crisi economica, inoltre, aumentano i problemi delle donne legati alle dinamiche famigliari. “In questo periodo difficile sono aumentane le violenze in casa”, spiega Silvia Torneri, responsabile del centro interculturale di Trama di terre: “gli uomini sono spesso frustrati dai problemi sul lavoro ed economici e così sfogano tutto sulle mogli, usandole come capro espiatorio. La tensione aumenta per tutti e ci sono famiglie che esplodono. Inoltre molte sono costrette a tornare a casa, a causa dell’impossibilità di trovare lavoro”. Lo sportello per le donne straniere è attivo nella sede di Agorà dei mondi (in via Andrea da Faenza 14/a) e nell’ufficio delle consigliere di parità (in via Benedetto xIV 3) il lunedì e il mercoledì dalle 13.30 alle 17.30 e il giovedì dalle 9 alle 12. L’accesso è gratuito, ma si consiglia di prenotare l’incontro ai numeri 051 353980 o 333 58182828 o all’indirizzo agoradeimondi@larok.org. (redazione@piazzagrande.it)

Assunzione collettiva alle Libreria delle donne
p ALeSSANDRA CAPuTo
ancano solo 45 sottoscrizioni per “l’assunzione collettiva” lanciata dalla Libreria delle donne lo scorso novembre. È una battaglia tutta al femminile quella portata avanti dalle associate della libreria di via San Felice 16, che nel 2012 compie i 15 anni di vita. L’obiettivo sta per essere raggiunto, ma i tempi stringono e il termine di scadenza previsto per il 31 gennaio è stato spostato a fine marzo. Lo scopo? Raccogliere i fondi necessari per assumere una giovane donna, al di sotto dei 29 anni, da avviare al mestiere di libraia. Alla nuova assunta verrà offerto un contratto di apprendista. “Stiamo andando molto lentamente”, spiega Alessandra Cassarini, una delle associate, “ma ci avviciniamo sempre di più al traguardo. Finora i risultati ci fanno ben sperare. Ci auspichiamo di arrivare entro fine marzo a 150 sottoscrizioni”. I sostenitori dovranno versare un contributo annuale di 100 euro per i prossimi 4 anni. “La necessità”, continua, “è quella di rinnovare il personale della libreria che, altrimenti, sarà costretta a chiudere”. Unica nel suo genere in Emilia Romagna, la Libreria delle donne costituisce una realtà preziosa e insostituibile nel panorama della cultura femminile. Proprio per questo le associate lanciano l’allarme, affinché questa unicità, questa realtà così particolare possa continuare a vivere. Ma c’è bisogno anche di un ricambio generazionale. “In questi mesi”, prosegue Cassarini, “sono arrivati molti curriculum di giovani donne disposte a collaborare, come volontarie, per il mantenimento dell’associazione. È come se venisse a frutto, in piccolo ovviamente, tutto quello che le donne, negli ultimi 30 anni, hanno realizzato in nome dei propri diritti. È un gesto di solidarietà che racchiude il segno di un’esperienza basata sulla relazionalità femminile, affinché tutto il nostro lavoro, così come quelle lotte, non sfumi in una bolla di sapone”.

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012345678910111213141516 “Ho sempre lavorato”, spiega Ana, “è la prima volta che vivo in un posto così”

InchIesta

Un dormitorio al femminile
Al momento sono 17 le donne ospitate nel centro madre Teresa di Calcutta. Crescono le nuove arrivate, in gran parte straniere, ma per tutte la sfida è tornare autonome
p DANIA meoNI

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ove vanno a dormire le donne senza dimora? A Bologna c’è un dormitorio riservato a loro: si chiama “madre Teresa di Calcutta”, è una casa di riposo notturno femminile che può ospitare fino a 19 donne in stato di disagio. è il servizio sociale a valutare i casi che necessitano di aiuto e a inserire le donne all’interno di un progetto di adattamento e rinserimento in società. L’educatrice della struttura, Annamaria Nicolini, spiega che l’obiettivo principale è creare strumenti affinché le ospiti diventino autonome. A questo serve ad esempio il gruppo appartamento, un progetto nato proprio con lo scopo di restituire una vita dignitosa alle donne che riescono ad autogestirsi e a essere autonome economicamente attraverso un lavoro. Spesso però, racconta Annamaria, le donne “non ricostruiscono il proprio sé e si comportano come se fossero a casa. Abbiamo avuto casi in cui chi entrava non voleva più andarsene”. è qui che educatori e assistenti sociali devono intervenire: il dormitorio deve essere un passaggio, non un punto di arrivo. La struttura ospita attualmente 17 donne dai 25 ai 65 anni di età, di varie nazionalità. “Non mancano problemi a livello di servizi”, spiega l’educatrice: “Chi è extracomunitario ed è in possesso soltanto della tessera sanitaria gialla (S.T.P.) non ha accesso alle visite gratuite. Soltanto quelle ginecologiche sono garantite e spesso le donne sono costrette a rinunciare alle cure”. I tagli agli enti locali si sentono anche qui. “Dal primo gennaio abbiamo anche diminuito l’orario di apertura. Per l’emergenza gelo però tre operatori hanno tenuto

aperto 24 ore su 24 per due settimane e non è stato semplice”. Si avvicina Ana, bulgara di 55 anni. è una donna dolce, curata, dal viso segnato di chi nella vita ne ha viste tante. è in Italia da sei anni e da più di un anno è ospite al madre Teresa. “ho sempre lavorato, accetto anche i lavori più umili”, racconta. “ho prestato servizio a titolo gratuito nel monastero di San Benedetto in cambio di vitto e alloggio per me e mio marito. A Bologna ho lavorato come assistente per anziani e donna delle pulizie in un albergo per 5 euro l’ora in nero. è la prima volta che vivo in dormitorio”. Il 23 marzo Ana sarà costretta a uscire dalla struttura. Non sa dove andare, non trova lavoro, è preoccupata. Anche suo marito è a Bologna, paga 200 euro al mese per un posto letto e lo scorso agosto anche lui ha perso il lavoro. Perché sono venuti in Italia? Per aiutare economicamente i loro due figli di 21 e 28 anni che studiano in Bulgaria e attendono i sussidi mensili dei genitori. Incontriamo anche maria, 31 anni, veneta. Vive nella struttura da sei mesi. ha occhi grandi, un sorriso discreto e tanta voglia di raccontarsi. è madre di due bambine che vivono a Torino con l’ex marito. La fami-

glia di origine abita in provincia di Venezia, ma non sono in buoni rapporti. Dopo la morte del padre, maria si è avvicinata alla droga, ha avuto problemi di tossicodipendenza ed è stata abbandonata dai suoi cari. Si è quindi trasferita a Bologna dove ha convissuto per un breve periodo con un uomo che la picchiava. Adesso è seguita da uno psichiatra che la cura per bipolarismo e attacchi di panico. maria però è forte, ha una gran voglia di ricominciare. “Lo psichiatra dovrebbe inserirmi nel progetto borsa lavoro”, dice. “Lavorerò tre ore al giorno per 300 euro mensili. Il lavoro potrà aiutarmi a rinnovarmi totalmente” asserisce con fiducia e convinzione. Siamo sicuri che ce la farà. (redazione@piazzagrande.it)

in regione già tre femicidi nel 2012, “ma non sono delitti Passionali”
p eSTheR DI RAImo
tre donne uccise e una gravemente ferita in meno di 50 giorni. È il bilancio dei delitti commessi in emilia-romagna nel 2012 da uomini che si sono accaniti contro le loro compagne. l’ultima vittima è edyta, 39 anni, di origini polacche, trovata morta alla periferia di modena, nell’appartamento dove conviveva con un italiano di 58 anni. È stato l’uomo a dare l’allarme, ma nel giro di poche ore proprio lui è stato accusato di averla uccisa a botte. un caso analogo si è registrato a febbraio a Bologna, dove una donna di 45 anni è rimasta gravemente ferita dopo che il suo findanzato le ha sferrato tre fendenti al collo con un coltello da cucina. l’uomo ha confessato il crimine, spiegando che la relazione sessuale con la donna lo faceva sentire “impuro”. nelle sue intenzioni doveva trattarsi di un “sacrificio”, come quello di abramo con isacco. “ma è sbagliato parlare di delitti passionali”, spiega angela romanin del coordinamento dei centri antiviolenza dell’emilia-romagna e responsabile della formazione per la casa delle donne di Bologna. secondo romanin l’uso di un linguaggio adeguato è il primo passo per cambiare le condizioni culturali che portano alla violenza contro le donne. “la dicitura di delitto passionale ha l’effetto di legittimare una serie di comportamenti distruttivi nei confronti delle donne”, spiega, “nascondendoli dietro alla scusa dell’impeto di gelosia. in realtà, in molti casi l’omicidio da parte dei compagni è premeditato e arriva solo alla fine di una lunga serie di violenze e maltrattamenti”. si tratta a tutti gli effetti di crimini dettati dalla volontà di esercitare un potere totale sulle donne e sulla loro esistenza. Per questo, i centri antiviolenza promuovono l’uso del termine “femicidio” per vicende come quelle di edyta. “È una parola”, aggiunge romanin, “che indica chiaramente il contesto misogino in cui si consumano questi delitti. la usiamo per parlare di tutti i casi in cui l’omicida colpisce la vittima perché donna”. (redazione@piazzagrande.it)

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questo numero di Piazza grande ospitiamo il vincitore di “Perdersi a... esplorazioni urbane a fumetti”, il concorso lanciato da Flashfumetto, in collaborazione con l’associazione Yoda e hamelin, per la sesta edizione di Bilbolbul, festival internazionale di fumetto, a Bologna dall’1 al 4 marzo. La storia vincitrice del concorso si chiama “mare d’asfalto” ed è opera di monica Rossi. La mostra che espone i fumetti selezionati per il concorso è aperta all’Auditorium della Biblioteca Sala Borsa fino al 10 marzo.

In

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Redattore Sociale la guida è on line
p FRANCeSCo meLe

T

rovare in maniera rapida i dati essenziali sui temi del welfare, del disagio sociale, dell’impegno nel volontariato e nel terzo settore. è questo, in sostanza, il nuovo servizio in abbonamento dell’Agenzia Redattore Sociale che, attraverso una guida online all’informazione sociale, offre tutti i vantaggi del web e aggiunge l’aggiornamento continuo dei materiali rispetto alla vecchia edizione cartacea biennale. La guida, pensata per i giornalisti e gli operatori della comunicazione in generale, gli amministratori locali, gli operatori sociali pubblici e delle associazioni non profit e gli studiosi, si compone di centinaia di schede, archiviate sotto 28 aree tematiche e oltre 100 tag, con migliaia di numeri e grafici selezionati. e per ogni area offre anche una scheda riassuntiva (in pillole), una tavola dei numeri principali (in cifre) e numerosi documenti in versione integrale. questo strumento rappresenta altresì un modo responsabile per provare a conoscere e magari contribuire in maniera obiettiva al dibattito su temi che molto spesso vengono trattati dai media mainstream con eccessivo sensazionalismo e populismo. Senza approfondimenti e analisi che possono essere co-

La qualità della salute Un’
p ANNALISA BoLogNeSI

struite attraverso dati oggettivi, come invece la guida propone. Basti pensare al tema dell’immigrazione dove si rincorre la caccia al titolo che accompagna molti episodi di cronaca “connotati etnicamente”. Si dipingono mostri e casi di pietà, parlando poco dei macrodati demografici che ad esempio indicano che i 2 milioni 89 mila lavoratori stranieri (Istat, 2011) versano nelle casse dello Stato italiano oltre 7 miliardi annui di contributi pensionistici. L’accesso alla guida è gratuito per gli abbonati a Redattore Sociale (esclusi quelli in prova), che potranno accedervi con gli stessi codici usati per il notiziario quotidiano dell’Agenzia. Tutti gli altri potranno fare un abbonamento annuale direttamente on-line. Su http://guida. redattoresociale.it è possibile guardare il video e tre “schede demo” gratuite. (www.bandieragialla.it)

esperienza positiva di partecipazione, sia per il numero di incontri e di argomenti trattati, che per le proposte sui temi che stanno a cuore dei cittadini. è questo in estrema sintesi il bilancio dell’ultimo triennio di attività (2009-2011) del Comitato consultivo misto dell’Ausl di Bologna, organismo di partecipazione dei cittadini per il controllo della qualità dei servizi sanitari. Nell’ultimo triennio il Comitato – composto da associazioni di volontariato e di familiari, sindacati, pensionati e tecnici dell’usl – ha infatti promosso 30 sedute e organizzato quattro gruppi di lavoro interni mirati ad approfondire alcune tematiche specifiche: dagli anziani alle visite a strutture, fino al delicato tema delle liste d’attesa. un percorso di partecipazione che ha visto il coinvolgimento di più di 35 associazioni, tra cui anche l’Auser di Bologna, a cui è stata affidata la presidenza. Nel 2012 è previsto il rinnovo della composizione del Comitato e l’obiettivo è quello di estendere il confronto ed allargare la partecipazione ad altri soggetti del territorio, a partire dal mondo del volontariato e delle istituzioni locali. “L’attuale Comitato consultivo misto, nominato nell’aprile del 2009, pur con le defezioni iniziali di alcune associazioni, può vantare un’esperienza positiva di partecipazione e di impegno”, sottolinea maria Leone, rappresentante di Auser e presidente del Comitato, “tuttavia non sono mancate alcune difficoltà, in particolare nella creazione di sinergie tra le associazioni partecipanti e quelle esterne al comitato. Criticità che si potrebbero superare attraverso l’allargamento della partecipazione di nuove associazioni e cercando nuove formule per lavorare insieme attraverso percorsi formativi condivisi”. (www.auserbologna.it)

Sgomberi appartamenti e cantine Tinteggiature appartamenti e vani scale Stuccature, cartongessi, murature Verniciature infissi, termosifoni, cancelli Riparazione tapparelle, maniglie, serrature

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LAVORI RAPIDI IN TUTTA LA PROVINCIA DI BOLOGNA

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Corte di Strasburgo sanziona l’Italia per aver respinto delle persone in mare aperto senza accertarsi sulla loro condizione di rifugiati. Accade mentre siamo giunti alla terza edizione dello “sciopero degli stranieri”. Nel 2010 due sono stati gli interrogativi posti dai promotori. Il primo viene letto da qualcuno con sorrisi ironici: “Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno?”. Facile immaginarlo, difficile saperlo, soprattutto se manca un appoggio vero da parte dei sindacati. La seconda provocazione del comitato Primo marzo è ancor più incisiva: “e se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo?”. Appunto. quanti sono i milioni di italiani stanchi del razzismo? Non lo sappiamo. ma certamente sono molti di più coloro che hanno legittimato negli ultimi anni ministri che andavano fieri della loro educazione civica e lessicale fatta a suon di “respingimenti”. La rete Primo marzo è formata da numerosi comitati territoriali sparsi in tutto il territorio nazionale. Non è difficile sostenerla. Anche se non ci si astiene dal lavoro il giorno proposto. Perché lo spirito è quello di uno sciopero “attivo e militante”, di una mobilitazione che duri tutto l’anno non come astensione dal lavoro ma come permanente pre-

Scioperiamo tutto l’anno La
p mIhAI mIRCeA BuTCoVAN

non Parlate al conducente

Se il tranviere scende dal bus
p DoNATo uNgARo

sidio culturale antirazzista. Al di là dei cortei la vera riuscita di questa iniziativa non sta nei numeri proclamati o nelle adesioni formali. Sono tante le iniziative di sensibilizzazione sulle questioni che riguardano i migranti d’Italia, dalla legge Bossi-Fini ai Cie, dalla cittadinanza per i figli di immigrati alle tasse sui permessi di soggiorno, dall’accoglienza dei profughi al trattamento dei rifugiati.

Al

Possiamo “scioperare” attivamente tutto l’anno partecipando a queste iniziative o magari leggendo un libro sull’argomento. Suggerisco una lettura che non può lasciare indifferenti: “Il mare di mezzo” di gabriele del grande. Sarà il vostro Primo marzo anche se il foglio del calendario è già stato strappato da un bel po’. Facciamo piccole cose ma tutto l’anno. Così altri milioni di italiani si stancheranno del razzismo e i governi da loro eletti cambieranno la situazione attuale approvando leggi più giuste, più eque. Perché in Italia, in quanto a politiche sull’immigrazione, siamo ancora in mare aperto. (redazione@piazzagrande.it)

le volte i tranvieri guardano fuori dal finestrino e vedono una banca nascere quasi da un giorno all’altro. Alle volte i tranvieri scendono dall’autobus e girano a piedi, per il centro. Alle volte i tranvieri si fermano a parlare con gli sconosciuti e nascono delle amicizie. Così è successo con il mio amico Florian, un senza dimora che bazzica spesso in via San Felice, nei pressi del nostro circolo dopolavoro. Ci salutiamo in francese, per gioco. “Bonjour monsieur, comment ça va?”, lo saluto, e lui, di rimando: “Bien, merci”. Poi scambiamo quattro chiacchiere sul tempo, sulla gente che passa davanti a Florian e alle sue sacche a quadretti abbandonate a terra. Forse non sarà proprio la lingua di Napoleone, ma noi ci capiamo. Non conosco il vero nome del mio amico clochard di San Felice, e così ho iniziato silenziosamente a chiamarlo Florian. Nei giorni della grande nevicata su Bologna, tutte le volte che lo vedevo seduto sui suoi sacchi, all’angolo con via marconi, davanti alle vetrine scintillanti di una banca nuova nuova, mi faceva una gran tenerezza. e mi faceva riflettere quel contrasto tra ricchezza e nobiltà d’animo, all’ombra della targa che ricorda la citazione dantesca nel “De vulgari eloquentia”, a proposito della differenza di parlata tra “i bolognesi del Borgo di San Felice e i bolognesi di Strada maggiore”. Nei giorni “dell’inferno bianco” bolognese noi tranvieri abbiamo saltato tutti i capolinea, e alle volte il desiderio di un caffè si faceva feroce. Così un giorno ho deciso che in una pausa, tra un turno e l’altro, un caffè me lo sarei concesso; un caffè con Florian, in Borgo San Felice. ho preso un caffè e un té al circolo e sono uscito in strada, da Florian. Abbiamo gustato le nostre bevande calde con i passanti che ci guardavano straniti. e l’emozione è stata grande. Forse non è stata la stessa di prendere un caffè all’alba, in piazza San marco, a Venezia. ma in quel caso Florian è solo un bar, mentre nel mio caso Florian è qualcosa di più: è un uomo. (donatoungaro@piazzagrande.it)

la Posta degli altri
La redazione di Piazza Grande risPonde aLLe Lettere PubbLicate sui quotidiani boLoGnesi

Fuori programma

lettera pubblicata su il resto del carlino del 24 febbraio 2012

non capisco quale zelo animi il sindaco merola per dirsi favorevole all’apertura di piccole moschee nei quartieri, all’islam expo in periodo natalizio e per dichiararsi speranzoso di ospitare il prossimo “gay pride”. non c’è altro da fare a Bologna? È così sicuro che i suoi “sudditi” accettino questi fuori programma? io ho i miei dubbi.

cara lettrice, forse a Bologna c’è qualcosa da fare il sabato sera, ma per il resto è una gran noia. dovrebbe apprezzare queste nuove opportunità di svago. cambiare religione o, a scelta, orientamento sessuale sarà un fantastico fuori programma! P.s.: pssst... volevamo farle notare che nell’elenco ha dimenticato i rom, come mai?

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q| in riunione per organizzare l’apertura di morus

Un museo per gli squat
La nostra inviata a New York ha incontrato i promotori di morus, il museo degli spazi urbani recuperati
lato pratico, i cofondatori sottolineano come non abbiano ricevuto alcun contributo di supporto, “quindi tutto quello che stiamo facendo lo stiamo facendo con le nostre forze”, continua Bill, “intanto possiamo contare sul supporto del C-squat che ci concederà spazio per l’esposizione del materiale”. Nel museo troveranno spazio foto che ricostruiranno quella che era la vita nell’east Village per terminare con un tour fra i vari squat e community garden. Per chi si chiede ancora quale sia la ricchezza dell’east Village, Bill ha una risposta pronta. “In tutti gli Stati uniti non c’è zona che si possa neanche lontanamente paragonare ad Alphabet City. Ci siamo spesso chiesti se di questa cosa importasse a qualcuno”, continua Bill, “secondo me semplicemente non si sono resi conto che ci stavamo sì impossessando degli spazi, ma per migliorarli. Venticinque, trenta anni fa questo era veramente un cattivo quartiere e quando noi abbiamo iniziato, nel 1985, tutti questi edifici erano davvero in cattive condizioni. Abbiamo salvato questo ghetto dal diventare un cimitero di spazi perduti e mano a mano tutto questo è diventato qualcosa di profondamente politico”. eppure non è tutto oro quello che luccica. “Il problema del free housing”, racconta Bill, “è che ha rovinato quello che era il centro sociale con tutta la sua azione politica. Non fraintendetemi, sono e siamo fieri di accogliere nei nostri spazi qualunque tipo di persona... semplicemente l’assenza di una selezione (concedetemi il termine) comporta spesso una perdita in senso di impegno politico”. Per questo Bill parla un po’ a malincuore di umbrella house, il suo centro sociale divenuto esclusivamente residenziale. “queste forme di resistenza sociale”, scrive Christopher mele nel suo Selling the lower east Side, “avevano una grande valenza simbolica. Trasformando l’ambiente, questi movimenti hanno mostrato come il successo del reclamare comune può essere un mezzo per combattere una decadenza sia fisica che sociale”. una rivoluzione da cui prendere spunto? (redazione@piazzagrande.it)

p CeCILIA ANDReA BACCI
accontare anni di housing, centri sociali e giardini comuni dal 1985 a oggi per evitare che la storia finisca nel dimenticatoio: questo il fine di Laurie mittelmann e Bill di Paola, cofondatori del progetto morus, Museum of reclaimed urban spaces. Chi è stato a New York avrà sentito parlare dell’east Village e probabilmente avrà anche camminato nelle sue vie particolari, quando i palazzi iniziano a contare meno piani e si viene catapultati in una realtà parallela vagamente portoricana. è così che ci si introduce nel cuore pulsante della New York dei centri sociali e degli orti di quartiere. C’è chi sostiene che tutto questo abbia salvato l’east Village dalla sua decadenza anni ‘80. eppure New York non ringrazia, dato che non ha mai tentato di preservarne l’unicità, così ci penserà morus. Laurie e Bill ci raccontano

R

del loro progetto davanti a una tazza di caffé biologico made in Avenue C. uno sguardo all’incrocio sulla nona strada e si possono vedere contemporaneamente due centri sociali, C-squat e umbrella house, e ben due community garden. Probabile incontrare anche qualche inquilino: come hassan, che assomiglia a Babbo Natale e vive al C-squat da ben 15 anni, più o meno da quando, messe le sue scarpe da globetrotter al chiodo, ha fatto ritorno nella grande mela. Non solo housing ma anche pianificazione urbana sostenibile, anche questo è uno dei valori che si trovano alla base del progetto morus. “Il simbolo vuole essere un connubio dei nostri principi ispiranti”, spiega Laurie, “il simbolo globale del centro sociale diventa la ‘m’ di museo, la punta della lancia una pala con cui coltivare la terra”. Passando al

Primo numero per “L’illegante”, il giornale della Scuola di italiano con migranti dell’XM24

tutto il mondo in redazione
p SeLeNe CILLuFFo, FABRIZIA PeTReI, eLISA CASSoNI
un appartamento di San Donato arrivano dolci dal Bangladesh e dalla Sardegna, guacamole, succo d’arancia e grappa di Valdobbiadene. Così inizia la prima riunione di redazione del 2012 de “L’Illegante”, il giornale della Scuola di Italiano con migranti (SIm) di xm24. I lavori di redazione sono già iniziati a fine 2011 e hanno portato alla pubblicazione e distribuzione del primo numero del giornale, che sottotitola «Scriviamo tutto quello che non riusciamo a dire». L’idea nasce dalla collaborazione tra gli insegnanti e i ragazzi che frequentano la SIm: una scuola senza cattedre, attiva da circa dieci anni che, negli ultimi due, si è sviluppata come un vero e proprio progetto politico e sociale,

In

rifiutando tutte le forme di razzismo. La scuola ha sviluppato un metodo didattico basato sull’orizzontalità: la lingua è il mezzo con il quale ci si emancipa, si reclamano diritti e si raccontano storie e vite, senza più nessuna distinzione tra la voce di chi è migrante e chi non lo è, tra quella di chi insegna e di chi impara. “L’Illegante” è l’espressione scritta di tutte le voci. “Ci piacerebbe far arrivare al lettore la realtà che si vive quotidianamente a scuola, far comprendere la sua diversità rispetto alle altre, parlare di xm come spazio e luogo di incontro”, si legge nel primo numero. “L’Illegante” è anche un esperimento di redazione multiculturale, in contrapposizione all’informazione spesso deforman-

te e fuorviante del mainstream: “Scrivere per rendere chiare le cose che sui giornali non si capiscono”, scrive Sala Taif. “Saper scrivere vuol dire potere”, ammette karim. uno degli obiettivi è contribuire a colmare lo scarto tra la realtà delle migrazioni e la rappresentazione e la percezione che se ne ha a livello di discorso pubblico. Il giornale vuol essere un veicolo di comunicazione, dando un volto

alle persone che vengono genericamente definite immigrate. Per collaborare con “L’illegante” o richiedere una copia: www.simxm24.noblogs.org. (redazione@piazzagrande.it)

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Ad Ancona l’incontro fra una ventina di strutture e polisportive solidali

spalle alla porta

Un altro sport è possibile G
p mARgheRITA gomBI
arantire il diritto allo sport per tutti, quindi senza discriminazioni di tipo sessuale, culturale o razziale, svincolato da scopi di lucro. è questo l’obiettivo delle palestre e delle polisportive popolari sempre più numerose in Italia. Luoghi in cui si tenta di abbandonare l’arrivismo, l’agonismo a tutti i costi e la mercificazione dell’attività sportiva. meglio puntare sull’inclusione dei giovani in un contesto sano e formativo che può essere quello che si crea nello sport, a maggior ragione in quello di squadra. un modo per dare ai ragazzi nuovi stimoli, obiettivi e opportunità per sottrarli da realtà contraddistinte da marginalità e degrado sociale. Numerose palestre popolari hanno aderito alla campagna “gioco anch’io”, volta a mettere lo sport al centro di un discorso legato alla socialità e alla solidarietà. Le polisportive popolari si sono incontrate ad Ancona a gennaio, per “fare rete” e scambiarsi opinioni e idee. Il primo passo è stata una raccolta fir-

me da portare al Coni affinché vengano eliminate le disposizioni che limitano la possibilità di praticare sport agli stranieri e ai loro figli nati in Italia. La pratica sportiva viene vista come uno strumento contro le discriminazioni e per l’abbattimento di stereotipi e pregiudizi. Fare attività sportiva è un diritto e come tale deve essere riconosciuto a tutti i cittadini. Tra le polisportive che hanno aderito a “gioco anch’io” c’è una realtà operante in provincia di Taranto, la palestra popolare “mustakì”. I fondatori della “mustakì” pensano che, a causa dei tagli a tappeto nei settori del welfare e dei servizi sociali, sia necessario proporre un’offerta concreta sia in termini di strutture sportive sia per quel che riguarda luoghi di aggregazione e confronto. All’incontro di Ancona non poteva mancare la polisportiva “Assata Shakur” di Ancona, operativa dal 2001 e divenuta polisportiva nel 2003. Assata Shakur è il nome di una donna afroamericana attivista contro il razzismo, oggi rifugiata a Cuba dopo un’evasione dalle carceri statunitensi.

Il raduno di Ancona, partendo da esperienze di gestione e implementazione di progetti sportivi differenti, ha permesso lo scambio di pratiche positive tra tante realtà differenti. un’esperienza partita dal basso, tra tante strutture sparse in Italia che condividono un modello di avvicinamento allo sport basato sulla fruizione della pratica sportiva per tutti. La due giorni è stata caratterizzata da momenti diversi, in cui dal triangolare di calcio di sabato alla riunione della domenica, si sono confrontate una ventina di palestre e polisportive. Ce n’è annastanza per dire che un altro modo di vivere lo sport è possibile. (redazione@ agendanet.it)

Le paLesTRe popoLaRI a boLoGna
sport davvero per tutti. a Bologna a offrirlo è la palestra popolare del tpo, con corsi di thai boxe, pugilato e parkour (informazioni su http:// tpo.bo.it/). in città è attiva anche la palestra antirazzista red rose del laboratorio Crash!

quando cadono i tabù
p gIANLuCA moRoZZI

cronaca delle Partite Precedenti

secondo me è san Valentino. il Bologna è una squadra romantica, e nel mese di febbraio, intorno alla celebre ricorrenza degli innamorati, regala i suoi momenti migliori agli innamoratissimi tifosi. sono ormai tre anni che si ripete questa gradevole abitudine: dal Bologna di colomba, che in questo periodo espugnava genova con uno storico quattro a tre, a quello di malesani, che sfatava il tabù della vittoria in casa Juventus, a questo, che tra un rinvio per neve e l’altro ha trovato un rendimento esaltante, la continuità salta senza dubbio all’occhio. che poi il calcio è una cosa logica, a suo modo, e a volte basta un allenatore intelligente come stefano Pioli a mettere i pezzi al posto giusto. la parola “difesa a tre” creava scompiglio e raccapriccio in tutti noi tifosi, visti i trascorsi, e il nuovo modulo creava diffidenza anche solo a nominarlo. Be’, da quando Pioli ha inaugurato la difesa a tre, da quando raggi si è spostato dalla fascia destra al centro, da quando mudingayi e Perez possono giocare vicini creando un muretto a centrocampo, il Bologna ha preso solo un gol a napoli (su un rigoretto) e un altro a roma (su punizione). non ha più perso una partita nel 2012. ne ha vinte tre, con catania, inter e fiorentina. si è portato a quota ventotto. e ha anche trovato un portiere come gillet che – ricordate? - tutti dicevano che era basso, che non si poteva avere un portiere così basso, e lui si è messo a parare qualunque cosa, tanto per smentire le voci di cui sopra. il Bologna non vinceva a san siro, casa inter, in campionato, dal giorno in cui Baggio – sì, c’era Baggio - metteva un pallone in mezzo da destra e Paramatti – sì, c’era Paramatti - segnava il gol della vittoria. Quel giorno, dopo la partita, ero andato a vedere “Harry a pezzi” di Woody allen. t anto per inquadrare a livello cinematografico il periodo. Poi c’era stata una vittoria nello spareggio uefa, ma l’ultima in campionato era quella lì. ecco: svariati film di Woody allen dopo, di Vaio ha segnato due gol in un minuto nel primo tempo di inter-Bologna, acquafresca ha sigillato in tre a zero nel finale, e un altro lunghissimo tabù è stato sfatato. il Bologna non vinceva in casa con la fiorentina dai tempi di fresi – sì, c’era fresi - e cruz – vedi sopra - che sparava un rigore in curva. dai tempi di “criminali da strapazzo”, parlando di Woody allen. il tempo di vedere ramirez che lancia di Vaio, di Vaio che mette diamanti davanti al portiere, diamanti che sbaglia il primo tiro, riprende la palla sulla respinta del portiere, gira intorno a tutti i difensori viola e di sinistro sigla l’uno a zero. e il tempo di vedere, rivedere, rivedere ancora diamanti che lancia di Vaio, di Vaio che mette in mezzo un pallone da destra, ramirez che inventa un colpo di tacco da film di fantascienza e segna il due a zero. e a questo punto l’unico rammarico che si ha è di avere quarant’anni e non undici o dodici, perché ad avere undici anni quel colpo di tacco lì lo si sognerebbe di notte più e più volte e si cercherebbe di riprodurlo ogni pomeriggio al campetto della parrocchia, rischiando di slogarsi una caviglia. ora, con i vari rinvii per la neve, il Bologna giocherà quattro - ! - partite consecutive in casa. tutte tra febbraio e l’inizio di marzo, che è ancora un mese buono, viste le ultime annate. se volessimo arrivare ad aprile già salvi come al solito e poi crollare rilassati, oh, ce ne faremo tutti quanti una ragione.

012345678910111213141516 “Psicantria”, un disco per spiegare la malattia mentale attraverso la musica

I cantori della psiche
p PAoLo PeRINI

Diario da una favela
p SImoNe JACCA

sullo scaffale

S

drammatizzare la malattia mentale e smontare i luoghi comuni che l’avvolgono con un pizzico di ironia e sagacia. già, perché il modenese gaspare Palmieri (psichiatra) e Il bolognese Cristian grassilli (psicoterapeuta e musicoterapeuta), hanno deciso di farlo con “Psicantria”, un “manuale di psicopatologia cantata”, ovvero un libro e un disco di tredici tracce scritte a quattro mani. Le tracce che compongono il disco sono dedicate ognuna a una diversa malattia, con titoli che sono tutto un programma. Pezzi divertenti e di facile ascolto come “Cara depressao”, “Jessica anoressica”, “Funky fobico” e “Il cowboy bipolare”, ma anche ballate come “mio fratello” e “Abbi cura di te”, un vero e proprio inno a non lasciarsi andare. I due si tolgono anche una soddisfazione, con la prima traccia, “Psicantria”, che ironizza su chi fa confusione tra psicologo psichiatra e psicoterapeuta. “Volevamo trovare un modo per parlare a tutti della sofferenza mentale”,spiega grassilli, “abbiamo cercato di mettere all’interno dei testi delle canzoni alcuni sintomi, la vita e l’esistenza del malato, a volte anche in maniera ironica cercando di alleggerire il tema”. Il tutto però stando attenti a non trasformare il disagio psichico “in uno spettacolo da baraccone o un circo bar”, come spiega grassilli. Accanto al disco c’è il libro, con schede in-

formative, contributi di esperti e testimonianze dirette di pazienti, e anche una preziosa introduzione a firma Francesco guccini. Il progetto ha fatto presa anche all’università di modena e Reggio emilia: lo scorso ottobre Palmieri e grassilli si sono esibiti nell’aula magna, e ora gli studenti di medicina hanno deciso di proporre “Psicantria” come libro di testo ai loro professori. “Psicantria” è diventata anche un’associazione che si propone di organizzare eventi musicali e culturali che coinvolgano attivamente le persone affette da patologie psichiatriche. L’ambizione sarebbe aiutare a nascere le cosiddette psychiatric band, complessi musicali costituiti da utenti psichiatrici, operatori della salute mentale e musicisti volontari. Il prossimo concerto del duo psicantrico, come grassilli e Palmieri amano definirsi, si svolgerà il 14 marzo al teatro di Pieve di Cento. Info su www.psicantria.it. (redazione@piazzagrande.it)

ponti avvicinano luoghi destinati altrimenti a restare lontani. quando sono di carta risultano fragilissimi, eppure più preziosi. Perché mettono a contatto realtà sociali e culturali diverse, destinate forse a ignorarsi. Così, accade che un libro possa farci vivere una quotidianità che ci appare lontana, fatta di ragazzi che giocano in strada e crescono troppo in fretta; e di uomini e donne che provano a crescerli in mezzo a tanti problemi. “Novos Alagados. Diario di una favela” di José eduardo Ferreira Santos (Ponti di Carta, 104 pagine, 15 euro) è il primo progetto editoriale di una giovane casa editrice bolognese. Si chiama Ponti di Carta (www.pontidicarta.org) e con la sua prima pubblicazione propone ai lettori un testo suggestivo, che si muove tra il documento e il racconto. Storie di una favela, insomma, che diventano “la storia” di uno spazio umano: la piccola Daiane, la signora Tibúrcia, gli ubriachi alla fermata dell’autobus… sono i ritratti che compongono un affresco in cui prende forma, nei suoi aspetti di gioia e di dolore, il vivace bagaglio di ricordi dell’autore ma anche la memoria di una comunità che non rinuncia alla propria identità. La “macchina da presa” che descrive la variegata umanità della favela è infatti guidata da un “operatore” che è protagonista di molte delle storie che racconta e che non cede, quindi, alla tentazione di rappresentare un patetico “spettacolo per turisti”. José eduardo Ferreira Santos, autore finora inedito in Italia, descrive i luoghi in cui è cresciuto e ha poi svolto il suo lavoro di educatore: una favela costruita sull’acqua, fatta di baracche di compensato e improvvisate file di ponteggi. La sua pagina è asciutta ed essenziale, eppure particolarmente densa, perché riesce a cogliere, senza mistificarli e anzi con estrema lucidità, l’intimità di un volto o l’attimo in cui un pensiero diventa gesto. (redazione@piazzagrande.it)

I

dell’edizione q| la copertina“novos alagados” originale di

Piantaggini diario di una Pittrice di strada

p mARINA gIRARDI

Letizia

L

etizia ha 47 anni e fino a pochi mesi fa aveva un lavoro e viveva in un appartamento in affitto. Il lavoro però era in nero e una volta licenziata si è trovata senza soldi, né tutele, così anche da casa hanno fatto presto a sfrattarla. ha fatto richiesta per ottenere un posto al dormitorio e ora condivide, con altre cinque donne, un grande stanzone dalle alte pareti bianche.

“qua dentro c’è gente che sta in strada da una vita, io sono una novellina e me ne voglio andare al più presto, anche se qui mi hanno accolto bene, sono diventata un po’ la loro mascotte...” Letizia non vuole rivelare la sua vera identità perché tra pochi giorni ha un colloquio per un impiego “La gente è piena di pregiudizi, non si sa mai, e poi basta che racconti la mia storia in modo

generico, così non mi si riconosce, sono poi cose che succedono a tante altre donne”. Il suo volto è quello ritratto in prima pagina. (marina girardi, in arte magira, è una

fumettista e illustratrice nata a Belluno nel 1979. Vive a Bologna da più di dieci anni e quasi ogni sabato dipinge in via oberdan. Il suo blog è www.magira.altervista.org)

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Dopo 10 anni di lotte, a Tandil è partita la costruzione di 5 alloggi per senza tetto. merito di una vera “pasionaria”

Dalle stalle alle stelle
p CLAuDIo CANNISTRà, DISegNI DI PAoLA SAPoRI

(canniclau@libero.it)

Il sogno di Cacha, una casa per homeless
p ALAIN VeRDIAL RoDRIgueZ
decennio nella città argentina di Tandil ha dato i suoi frutti. Dopo dieci anni di lavoro e di lotte, a gennaio 2012 è stato dato il via finalmente al Programa de emergencia habitacional (che tradotto sarebbe il Programma di emergenza Alloggio) con la costruzione di cinque delle dieci case progettate ed ideate per i senza dimora di Tandil. Se tutto procede come dovrebbe, le cinque abitazioni restanti cominceranno a edificarsi a partire da aprile. L’idea originale di creare degli alloggi per i senza tetto di questa città situata al sud-est di Buenos Aires non è affatto recente. Nel 2001, in piena crisi finianziaria argentina, le strade di Tandil cominciavano a riempirsi di bambini affamati. Fortunatamente per loro, in una di queste vie ubicate nel quartiere più povero della città, el barrio de Tunitas, abitava (e abita ancora oggi) Stella maris Cena. “Cacha” Cena - così viene chiamata - fece onore al suo cognome trasformando la sua dimora di via De Los granaderos 269 in una vera e propria

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PRImA DeCADe AFFATICATA DAI TANTI PRogeTTI

LA PRImA DeCADe SI CoNFRoNTA CoN Le oSTILITà mARZIANe

mensa gratuita, per questi ragazzi e per tutti quelli che avevano bisogno. Presto la casa si convertì in un centro sociale e “Cacha”, aiutata da alcune donne dello stesso quartiere, creò la Asociación Civil de Corazón Tandilense e più tardi anche la Asociación de mujeres sin Techo. Dopo più di sette anni di richieste continue verso l’amministrazione sia comunale che nazionale, il 22 marzo 2011 il governo argentino cede e vara una donazione di 700 mila pesos (più di 100 mila euro) all’associazione. Le mujeres sin techo così hanno potuto rendere realtà il loro sogno, avviando a gennaio l’edificazione di dieci case, cinque nel quartiere di La movediza e cinque nel

barrio de Tunitas, che servirano da residenza per i più bisognosi della città di Tandil. ma Stella maris Cena non si vuole fermare a questo traguardo. Infatti, l’anno scorso durante la celebrazione del decimo anniversario della mensa di via De Los granaderos 269, l’attivista ha rinnovato il suo impegno. “è triste festeggiare il compleanno di una mensa per poveri”, ha detto, “ma fino a quando ci saranno persone in cerca di aiuto io non smetterò mai di lottare”. Di recente “Cacha” è entrata nella vita politica di Tandil: è infatti stata eletta come consigliere comunale a capo del partito Frente para la Victoria. (redazione@piazzagrande.it)

Cancro

Capricorno
NoNoSTANTe PLuToNe, AVReTe uNo SLANCIo NoTeVoLe

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Leone

acquario

PICCoLI mALumoRI VI DISTuRBANo, SoPRATTuTTo NegLI AFFeTTI

LA PRImA DeCADe AVVeRTe LA SPINTA uRANIANA AL CAmBIAmeNTo

Vergine

pesci

eSISToNo SoLuZIoNI AI VoSTRI PRoBLemI: NoN DISPeRATe!

ComINCIATe AD AVVeRTIRe Le SoTTILI INTuIZIoNI NeTTuNIANe

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