RACCONTI

Alessandro Maisto

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Dicono.Che.Sono.Pazzo

Dicono che sono pazzo e mi hanno rinchiuso dentro questo orribile buio. Mattina. Accendono la luce, aprono la finestra, spalancano le porte, mi iniettano roba, mi spingono, mi tirano, mi picchiano, mi accarezzano. Chiudono le porte. Rimango solo e non capisco come possa guarire se vivo al buio aspettando uno spiraglio di luce. Branda. C’è una brandina ma io non la vedo. È buio, come potrei vederla?. È buio e io non ho paura del buio perché se non vedo cosa mi minaccia come posso avere paura. Ho sempre preferito non vedere la mia morte. La morte fa paura. La morte mi spaventa non il buio. Ma se non vedo la morte allora non ho paura e se sono al buio non vedo niente. È da pazzi aver paura della morte? È da bambini o da pazzi aver paura del buio? Il pazzo dicono che sia irrazionale. Io ragiono, ma qualche volta manca qualcosa. forse capita perché i miei sensi mi tradiscono. E allora è inutile razionalizzare una illusione, un inganno, se il tuo cervello la produce come fosse vera. Effetto placebo. Se sento dolore io lo sento. Mi convinco certe volte che quello che vedo lo vedo solo perché io ho il dono di vederlo. In realtà mi credono pazzo, ma io sono l’unico sano. Io vedo cose che gli altri non vedono. Se le cose esistono non sono pazzo. Se le cose non esistono io sono pazzo. Come un malato immaginario. Se il dolore esiste lo sa solo lui, solo lui lo sente, allora è malato davvero e gli fa male. Se il dolore non esiste allora è malato lo stesso ma nella testa, perché sente il dolore ma non ha niente. Allora va curata la sua mente. Ma il modo giusto di curare una mente è farla stare al buio? I sensi ingannano. Dicono che sono pazzo perché vedo persone che non esistono, ma si sbagliano di grosso. Prima di tutto loro non possono sapere se esistono o no, magari sono fantasmi, magari sono esseri soprannaturali. Magari sono alieni. Loro non possono saperlo, perché loro non li vedono. E poi sbagliano perché li sento anche, altrimenti come potrei parlare con loro, annusare la loro puzza quando stanno arrivando. Non so se li posso toccare, non ho mai avuto il coraggio di avvicinarmi tanto. Se lo faccio dovrei leccarli perché così potrei sapere anche se hanno un gusto. A quel punto sarei sicuro che esistono, o per lo meno se sono pazzo, che i miei sensi hanno fantasie coordinate. Certo hanno odore di terra umida, di erba bagnata. Non si addice tanto questo odore ai loro immacolati vestiti grigi. Alle camice bianche. Alle cravatte nere. Vengono e dicono che non sono pazzo. Dicono. Che. Non. Sono. Pazzo.

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E mi tengono al buio e non capisco perché lo facciano se non sono pazzo. I pazzi li tengono al buio. Quella dei vestiti è buona perché io in realtà non li vedo al buio. Sento che uno di loro è seduto sulla mia branda. L’altro in piedi appoggiato a una parete sta fumando una sigaretta che puzza di ammoniaca. Ma qual è l’odore dell’ammoniaca non so se me lo ricordo. Forse era candeggina. Il terzo è davanti alla porta e parla con me mi dice cose strane come l’ultima volta. Dice che non sono pazzo. Ma cosa sono? Sono un diplomato, non laureato, ex commesso, prima che qualcuno dicesse che. Sono. Pazzo. Ma perché poi? Un giorno vennero queste persone al negozio a parlare con me furono molto persuasivi. E da allora non ho più lavorato in quel negozio. È buio, non li vedo. Ho sonno, ma se mi addormento mi rapiscono. Ma è buio ed è meglio che mi rapiscano al buio piuttosto che alla luce, almeno così non vedrei le loro brutte facce. E se poi accendessero la luce prima di farmi del male allora vedrei tutto e preferisco non vedere. Mi fa male la gola e sento che sono raffreddato perché nella cura del dottore c’è il freddo. Il pazzo al freddo si tranquillizza. Non ha tempo di distrarsi dal proprio malessere fisico e non pensa alla sua pazzia. Ma che ne sa il medico se non è mai stato pazzo. Il pazzo è colui che non sa della sua pazzia. Colui che non distingue la visione dalla realtà. In questo mento non ho una visione. La visione implica il vedere qualcosa. Se non ho visioni non sono pazzo. Ma forse il dottore direbbe ironicamente che sto avendo una visione olfattiva-uditiva. Mi voglio alzare. No, mi ricordo che non sono seduto sulla branda. Allora ci vado e mi ci siedo. Accanto all’uomo. O alla donna. In genere sono uomini. L’altro continua a parlare. Tasto il braccio della persona accanto a me. all’inizio si ritrae appena. Poi tranquillo mi lascia fare. Raggiungo tastoni la faccia. Con uno scatto la lecco. Sa di calce. Che schifo. Mi rialzo e vado da quello in piedi appoggiato al muro. Prendo la sua sigaretta scottandomi. Ma sono al buio non posso vedere se ho la bruciatura davvero. Così fumo la sua sigaretta all’ammoniaca. Magari muoio e si spegne definitivamente la luce. Mi ricordo le cose strane che mi costrinsero a fare il giorno che vennero a trovarmi al negozio. Mi ricordo la faccia di quella cliente nel camerino, impaurita, disgustata. Cara mia non sono bellissimo ma quella faccia se la risparmi per un mostro. Ma loro avevano ragione infondo era eccitante. Ma per questo dicono che sono pazzo. Ma meglio pazzo che criminale? Loro mi dissero che dovevo farlo se non volevo che mia moglie morisse. Il dottore dice che non ho una moglie. Il. Dottore. Dice. Che. Non. Ho. Una. Moglie. Non lo so se ha ragione. E se lei è andata via proprio perché ero pazzo? Allora se sono pazzo non ho la moglie. Ma se avevo la moglie se ne
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potrebbe essere andata perché sono pazzo. Ma quanti anni ho? Non mi ricordo. È buio e chi sa quanta robaccia mi hanno dato per farmi stare bene. Quello che parla dice che non sono pazzo. Che. Non. Sono. Pazzo. E dice che posso uscire dall’ospedale se solo voglio. Che io sono superiore. Una mente superiore a quella di tutti gli altri uomini. Non gli credo, ma sai com’è magari sono pazzo a non credergli. Magari è vero e io non ci credo perché dicono che sono pazzo. Che. Sono. Pazzo. Ma allora mi fido, no, non mi fido. Però faccio finta di fidarmi per vedere se è vero. Quello sulla branda impreca perché gli ho leccato la faccia. L’altro si sta accendendo un’altra sigaretta. Mi dice di costruire un passaggio. Io posso. Allora lo faccio. Seguo le sue istruzioni. Metto la sedia al centro della camera e con le lenzuola arrotolate faccio un nodo. Poi lo appendo al soffitto. Ecco il passaggio è pronto. Metto il collo nel passaggio e salto.

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Il Lupo
Sento il peso, nella tasca destra del giaccone invernale, quello di finta pelle, quello caldo non ostante la leggerezza delle sue fibre, sento il peso del flacone quasi vuoto che sto cercando di dimenticare. Infilo la mano sinistra nella tasca trovando un fazzoletto sporco ormai secco, qualche centesimo che non ho avuto la pazienza di mettere nel portafogli e il biglietto della metropolitana che mi è costato fin troppo. Sto per infilare l’altra mano in tasca, in quella più pesante, ma mi fermo prima ancora di pensare di farlo. Sono una bilancia; una di quelle vecchie, con due braccia e due piattini. Da una parte il ticket della metropolitana, dall’altra il flacone. A sinistra c’è quel biglietto preso ormai senza pensare di poter non pagare. Una volta… un tempo non sapevo nemmeno che forma avesse un biglietto della metropolitana. Fortunatamente non la prendo quasi mai. È sporca; ma scendere in quella latrina mi costa sempre troppo. Eppure lo faccio. Pago la responsabilità. Nell’altra tasca il flacone semivuoto. L’ho preso quando ero ancora nervoso. Quando non stavo ancora camminando lungo il marciapiede ampio e umido del corso Kennedy, che dal centro, da casa mia, porta al mare, al porto, alla ferrovia. L’ho preso con l’intenzione chiara di svuotarmelo in gola e vivere di nuovo pericolosamente. L’ho preso quando la mia stessa gola non produceva le nuvolette di fumo che vedo perdersi davanti ai miei occhi. L’ho preso prima di entrare in metro, di pagare quel maledettissimo biglietto e di rendermi conto che ormai non sono più uno che vive pericolosamente. Svolto a sinistra, lasciando dietro l’angolo le scale della stazione dalla quale sono emerso pochi attimi prima. Mi ritrovo al cavalcavia di San Giorgio, quello vecchio che costruirono sulla ferrovia abbandonata che dalla zona industriale conduceva al porto. Mi avvicino. Da giovane vivevo in questo quartiere. Sono nato con una madre e un fratello maggiore nella zona popolare della città, dove la polizia ha paura di intervenire, dove le donne sole o sono prostitute oppure sono nate li. Il caso di mia madre, e non lo penso solo perché mi ha generato, non è esattamente il primo. Nacque in questo posto quando ancora c’era benessere, quando il porto turistico era pieno di barchette a vela e gli stranieri affollavano gli hotel sulla costa. La disgrazia che colpì tutta la città, distrusse la sua famiglia e lei fu costretta a prostituirsi. Così sono nato, benché non abbia grandi ricordi della mia breve infanzia.
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Breve perché già a dieci anni andai a vivere in una stanza di quello che un tempo era l’Hotel Grecia, con mio fratello come padre. A dodici anni ero un abile borseggiatore e a quindici ero considerato il migliore. Fu a causa di una di quelle guerre tra ragazzi, proprio contro quelli del San Filippo, che la conobbi. Ancora non avevo venti anni. Mio fratello era ancora vivo. Arrivo al ponte e sento l’umidità provenire dal mare, l’odore avvolgente della salsedine. Mi guardo intorno senza vedere anima viva. Ricordo il passaggio che scende direttamente sui binari. Spero di non essere cresciuto troppo da non poterci più entrare. Lo cerco tra gli arbusti spinosi, pungendomi tagliandomi le mani. Lo trovo. La rete è ancora bucata, ma quasi si lacera il cappotto mentre attraverso il passaggio. I rovi rendono più difficile l’ingresso e io sono più grosso di un tempo. Esco dal groviglio d’acciaio e legno che mi separava dalla mia infanzia. Sono completamente bagnato. Tutto è bagnato intorno a me e le pozzanghere sono sazie dopo la pioggia del pomeriggio. Qualche impercettibile sottile goccia sta ancora cadendo, ma me ne accorgo solo guardandone il riflesso nelle luci gialle dei lampioni. Raggiungo i binari sul fondo di quella piccola valle costruita per il passaggio dei convogli e mi metto in marcia verso il porto, lasciandomi il ponte alle spalle. È buio nel fosso, ma le luci della smisurata metropoli che ha mangiato la mia città, riflettendosi sulle nuvole e arrossendole, mi permettono di vedere dove metto i piedi e creano una sinistra atmosfera, che non fa parte dei miei ricordi dell’infanzia. All’epoca la città non era così illuminata né così grande. Non era proiettata verso il cielo come oggi, ma piuttosto verso il basso, verso i fossati delle ferrovie, la sabbia delle spiaggie, le stradine infestate dai ciclomotori e dalla spazzatura. Oggi anche io vivo in alto. In un appartamento di lusso, privo del bagno, ma con il lavandino in modo da lavarsi, la mattina, senza dover ricorrere ai bagni condominali. Vivo con lei da sei anni, ed ero ovviamente convinto di conoscerla. Ma non si conosce mai veramente una persona. Riprovo la rabbia che mi rodeva mentre scendevo i ventiquattro piani di ascensore che mi hanno portato qui. Rivivo l’odio che mi ha indotto ad uscire verso il passato. Sento di nuovo la voglia di prendere quelle pesantissime pillole. Proseguo, stringendo nella mano il biglietto della metro, accartocciandolo in tasca e mescolandolo al fazzoletto rinsecchito. Arrivo sotto il ponte della Marina. Percepisco nel buio un movimento. Vedo il puntino rosso di una sigaretta accesa. Ne sento l’odore nell’aria già acre per la salsedine e lo smog.
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Accelero il passo sperando che mi lasci in pace. Il ragazzo che esce dall’ombra avrà si e no vent’anni. È magrolino e maleodorante. Alla sua giacca sono state strappate le maniche e i suoi pantaloni sembrano essere usciti da un lavaggio sbagliato. I capelli grassi e sporchi, ricadendo sul nero del suo gilet, sembrano più biondi di quanto in realtà non siano. «Non c’è bisogno che te lo dica, vero?» dice muovendo rapidamente le rosse labbra sottili. La sua voce è sottile, acuta e fastidiosa. Gli mostro la faccia di chi non immagina, ma so benissimo cosa vuole. «Quanto hai con te?» mi chiede ancora. «Niente, il resto di un biglietto della metro.» dico io con calma. So già cosa succederà; ero il migliore quando lo facevo io. Almeno una volta nella mia vita sono stato il più bravo. Mette rapidamente una mano dietro la schiena, mostrando la peluria chiara delle ascelle sudate; scricchiolano gli stretti pantaloni mentre piega le gambe in posizione da cowboy. Non sa chi sono, non ne ha nemmeno idea. In questo caso il passato mi invade con la rapidità di un treno, e non posso fare niente per scacciarlo. È vivere, o morire. Prima ancora che lui porti a termine il suo movimento, il mio corpo e la mia mente vengono fusi da quella cosa che per tanti anni ho dovuto tenere a bada, dall’animale che ho cercato sempre di sopprimere, almeno da quando ho conosciuto lei. L’istinto si impadronisce di ogni fibra del mio corpo. Mi chino sul ginocchio sinistro, ruotando sulla gamba che fa da perno e colpendo con tutta la mia forza, con la caviglia destra, le gambe del ragazzo. Lo sbilancio. Perde l’equilibro e cade sui binari. Il braccio destro è spezzato dal peso del suo stesso corpo, e la testa, che ha urtato il binario, sta già sanguinando. Prima ancora che il dolore giunga alle sue cellule nervose sono in piedi e gli schiaccio la faccia sotto il mio stivale. Il sangue gli sporca i capelli biondi, gocciolando poi sul metallo arrugginito del binario. «Non c’è bisogno che te lo dica, vero?» grido, lasciando andare la rabbia, lasciandomi impossessare dall’animale represso. Gli do un calcio alla testa colpendolo con la punta della scarpa nell’occhio destro. Non si muoverà più. Lo giro e estraggo dai suoi strettissimi pantaloni in fibra, la pistola con la quale avrebbe voluto uccidermi. Piccola, leggera e letale. Controllo il caricatore. Quanto tempo che non stringo tra le dita una pistola automatica! Troppo. Trenta colpi tutti pronti ad essere usati. La infilo nel pantalone, proprio come la teneva lui, dietro la schiena.
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Lo perquisisco e trovo un accendino e un pacchetto di sigarette. Le butto. Mi fanno schifo. Sono bagnate e puzzano di lui. Lo controllo per bene e noto che ha un’amplificazione. Il suo braccio destro è parzialmente modificato. L’avambraccio è di metallo. Un lavoro fatto male e poco discreto. Ci sono spuntoni di acciaio su tutta la zona interessata dalla modifica. Leggo la marca, Uluru. Ha anche un coltello nascosto nei calzini. Banale da parte tua Hal! Mi rimetto in viaggio. La voglia di prendere quelle pillole aumenta. Estraggo dalla tasca sinistra il biglietto per calmare l’istinto, per tornare alla razionalità. «Questo non è nemmeno più un biglietto della metro!» affermo ad alta voce. L’ho distrutto stringendolo nel palmo, giocherellando mentre camminavo. Questo mio vizio di tenere le mani sempre in tasca! Sorrido ed estraggo la mano destra. Al suo interno la capsula. La apro. Conto. Tre. Ne prendo una e la avvolgo nel fazzoletto sporco. Il resto lo ingoio; butto il flacone e mi incammino verso il porto, verso un quando preciso. Verso quando lei non c’era. Tra quindici minuti cominceranno a fare effetto. L’effetto delle pasticche mi investe come poco prima aveva fatto l’odore della salsedine; mi turba più dell’istinto represso sguinzagliato dall’incontro con quel ragazzino. La odio per avermi sottratto ad una vita che forse valeva la pena di essere vissuta. La odio perché adesso mi ci ha scaraventato dentro. Adesso che non posso più viverla. Odio, si è questa la prima sensazione che mi invade. Poi, pian piano, fiducia, forza e sicurezza. Mi sento meglio, mi sento bene. Dietro le mie spalle sento la canna della pistola muoversi viscida come fosse una biscia. Cammino guardando verso le luci del quartiere portuale. Prostitute, giocatori d’azzardo e mendicanti. Ladri e assassini. Questo era il mio mondo prima di quella guerra contro il San Lorenzo, contro quei super amplificati ragazzini dei quartieri bene. Lei era distante, in alto, irraggiungibile. Come posso dimenticare il suo sguardo disgustato mentre spaccavo la testa a quel maledetto figlio di papà. Usavo il suo stesso braccio di metallo per ucciderlo. Perdemmo e dovetti fuggire. Quel giorno la sconfitta non bruciò tanto come quegli occhi inorriditi. La rividi due settimane dopo con i suoi compagni di scuola. Lascio il percorso dei binari per camminare sulla sabbia. I piedi affondano, ma ancora di più la mia mente affonda nel passato, in quell’odore, in quel
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rumore rilassante delle onde che piano si posano sulla riva. La sabbia inizia ad aprirsi sotto di me e rischio di sprofondare fino alle ginocchia. Scappo verso il marciapiede della zona portuale. Esco dalla spiaggia proprio davanti al Sentinella, il vecchio VCS. È pieno di ragazzini. L’insegna rossa e luminosa si muove sinuosa danzando verso me. Non voglio che mi tocchi, prenderei la scossa. Entro. La porta di vetro si apre automaticamente e mi trovo catapultato in una affollatissima sala giochi. È piena di stupidi, intenti a spendere i soldi rubati durante il pomeriggio. Do retta all’odio che si era momentaneamente nascosto in un angolo del mio cervello; lo sento muoversi tra le sinapsi come un topo e raggiungere, dalla zona dietro l’orecchio, quella della fronte. Gratta sempre più forte contro le pareti del mio cranio. Supero la sala giochi ed entro nel corridoio riservato ai maggiorenni. Guardo lo schermo all’ingresso. Tre sale su otto sono libere. Ne seleziono una toccando il grafico sullo schermo. Il prezzo è venticinque euro. Tiro fuori il portafoglio e pago inserendo la carta di credito. Non mi interessa se la mia maledettissima moglie lo verrà a sapere. Scelgo tra i volti delle ragazze che vedo apparire sullo schermo quella che più le somiglia. I suoi capelli castani, lunghi. I suoi occhi verdi, penetranti e sdegnanti. Ecco. Adesso so perché l’ho odiata tanto. Gli occhi che mi guardavano questa sera, prima di uscire di casa, mentre lei cercava una scusa per non essersi fatta viva tutto il giorno, mentre lei cercava una scusa per non amarmi più, mi ricordavano terribilmente quegli occhi disgustati che mi guardavano mentre uccidevo quell’anonimo omino della San Lorenzo. Lo schermo mi chiede il tipo di fantasia e io so già cosa voglio. La seleziono e mi avvio soddisfatto verso la mia capsula. La apro ed entro. Mi sbottono la camicia, in modo da avere spazio per infilare lo spinotto sul collo. Infilo gli occhiali neri e mi sdraio sul letto. Nel buio appare un puntino verde intermittente. Diventano due, poi tre. Li vedo aumentare gradualmente mentre compare la scritta caricamento. Quando la procedura termina, è come riaprire gli occhi, come svegliarsi dopo dieci anni di sonno. Sono per strada, in un vicolo buio. Mi nascondo perché so che lei sta per uscire. Eccola. Sento la voce provenire da un portone. Sta salutando un amico. Scende i gradini che la portano in strada e la porta si richiude. Siamo soli adesso. Aspetto che mi passi davanti, poi all’improvviso, uscendo dal buio, mi metto dietro di lei e le faccio lo sgambetto. Cade a terra e le salto addosso. Riesco ad immobilizzarle le mani.
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Sento l’eccitazione crescere mentre lei cerca di liberarsi della mia stretta, mentre si dimena. La picchio con forza e abuso di lei finché non termina la simulazione. Qui non arrivano mai poliziotti. È come svenire quando finisce il tempo a tua disposizione; dopo un minuto sei di nuovo nella capsula. Tolgo lo spinotto ed esco. L’odio è appagato. Attraverso la sala giochi ed esco di nuovo in strada. Non so come mi ritrovai ad uscire con lei. Accadde proprio in questa spiaggia. Faceva caldo. Facevamo il bagno, io e lei. Era notte e noi eravamo nudi. Fu proprio qui che la vidi per la prima volta. Improvvisamente mi metto a correre. Attraverso la strada evitando una prostituta ferma sul marciapiede, riscaldandosi accanto ad una piccola fiamma che mi segue con lo sguardo, ondeggiando intimorita. Corro nella sabbia fino ad entrare nel mare. Immergo le gambe fin sopra il ginocchio. L’acqua è petrolio e mi sento come un uccello impregnato da quel nero acido. Resto a lungo a bagno; chiudo gli occhi e immagino di stare con lei. Mi eccito. La odio perché pensavo di conoscerla, ma in realtà non so chi sia. La odio perché pensavo che mi amasse, ma non sa nemmeno cosa significhi amare. La odio perché lei pensa di sapere chi sia io, ma non sa proprio un bel niente. Ha spento il telefono tutto il giorno per non essere rintracciata. Ho visto nel suo sguardo il disprezzo, ho visto che io le faccio schifo così come lei mi ha trasformato, così come lei pensa che io sia. Si dovrà ricredere. Mi giro verso la spiaggia. L’effetto delle due pillole è quasi scomparso. Dovrò ingerire l’ultima. Girandomi vedo sulla battigia un gruppo di ragazzi che mi osserva. Erano nella sala giochi. «Vuoi uscire dall’acqua dottore?» mi grida uno. Inizio a camminare verso di loro. L’acqua adesso mi arriva giusto alle ginocchia. «Che ci vieni a fare sulla mia spiaggia, non sai che devi pagare per fare il bagno?» dice un altro, gesticolando furiosamente contro di me. Avanzo. «Sei sordo? Sto parlando con te dottore. Io lo so che razza di persone siete Voi. Ma non sperare di venire a fare l’eroe nel mio quartiere solo perché hai una carta di credito e una bella moglie che ti aspetta a casa». Parla scuotendo la testa, facendo ondeggiare la lunga cresta che parte dalla nuca per arrivare fino alla fronte. Il resto dei capelli sono rasati. Anche gli altri hanno acconciature strane e so che sono drogati perché non sembrano aver freddo con le loro canotte, mentre io, con il cappotto e i vestiti invernali
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sono gelato. Prima di avvicinarmi troppo a loro, caccio dalla tasca il fazzoletto dove ho conservato l’ultima pillola. Li fisso. «Ma questa è l’ultima volta che torni, vero ragazzi?» dice rivolgendosi ai compagni, cinque o sei, che annuiscono e ridacchiano. Ci sono due donne con loro. Vedo su ognuno di loro amplificazioni luccicare alla luce dei lampioni. «Adesso noi accetteremo la tua offerta, poi, se non ci soddisferà, prenderemo anche qualche pezzo della tua faccia, in modo che quando la settimana prossima uscirai dall’ospedale, i tuoi colleghi capiranno che non è saggio andare al porto a fare le passeggiate, che sarebbe meglio per loro restare nei loro quartieri protetti, ai loro ventesimi piani, a godersi i soldi rubati che le vostre maledettissime aziende vi danno per procreare!» detto questo, il capo della banda si china per raccogliere una pesante spranga di ferro e si mette a correre. Grave errore venirmi incontro solo con un’arma da mischia. Mi fa capire che non possono sparare. Con calma estraggo la pistola e velocemente, mirando alla gamba destra, faccio fuoco. Vedo la sua espressione rabbiosa trasformarsi in sorpresa mentre estraggo l’arma; poi spavento e in fine dolore. A causa dello slancio rotola più volte nella sabbia, macchiandola del sangue che fuoriesce copioso dalla caviglia maciullata. Si ferma a pochi metri da me a pancia in su, con la testa accarezzata dalle onde. Osservo gli altri, indecisi sul da farsi. «Ho altri ventinove colpi in questa mia amica che sono ansiosi di correre incontro a chiunque voglia avvicinarsi» urlo mentre mi chino sul capobanda. «Se non mi credete potete chiedere ad Hal, il vostro amico sdraiato sui binari verso nord, andate a vedere se vi risponde ancora!» li osservo mentre perquisisco il capo. La spranga è finita in acqua affondando. Loro sembrano scossi dalle mie parole. Probabilmente sanno di chi parlo, benché non si chiami necessariamente Hal il ventenne che ho ucciso poco prima. Il capobanda ha solo pochi soldi. Mi guarda, anzi, guarda la canna delle pistola puntata contro la sua testa. È ancora vivo e sveglio, benché il suo viso sia una maschera pallida di dolore e rabbia, piena di sabbia bagnata e alghe. Osservo le sue costose amplificazioni. La marca è la stessa, Uluru. Capisco cosa significhi… «Adesso lasciate che vi spieghi una cosa…» inizio a dire io, guardando prima la faccia del capo, poi rivolgendomi ai suoi compagni: «Non sono un dottore, non sono laureato e non ho nemmeno la licenza media. Sono nato qui, quindi questo quartiere è più mio che vostro. Ho un appartamento al ventesimo piano? Si, e forse non me lo sono nemmeno guadagnato da solo, ma la cosa non mi importa. Ho una moglie, una macchina, un lavandino nel
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soggiorno e un giaccone di pelle. Bene, sono miei. Non ho nessuna amplificazione perché non ho ancora abbastanza soldi, ma non dubitate che quando potrò della mia umanità resterà ben poco. «Ma sapete, quando avevo dieci anni e valevo più di tutti voi messi insieme, quello che facevo lo facevo per me. Rubavo per vivere; uccidevo per sopravvivere. Non potevo certo farmi amplificare, eppure ero il migliore. «Voi mi accusate di rubare. Voi, sottospecie di punk moderni, accusate la compagnia dove lavoro di rubare? Non posso darvi torto. Non so da dove provengano tutti i soldi, non so se sia legale tutto quello di cui si occupano, nemmeno so se facciano bene ad avere un esercito personale per tenere pulite le strade da ragazzi che potrebbero essere com’ero io un tempo. Ma su una cosa non sbagliano: non sbagliano nel riempire di loro prodotti dei pazzi come voi, per tenere alla lontana la gente per bene dal porto, dove arrivano e partono tutte le merci di cui la compagnia non va fiera. Fanno bene perché danno la possibilità a me di dimostrarvi che fare i ribelli con le amplificazioni delle compagnie a cui volete ribellarvi, non vi rende degni nemmeno di calpestare la sabbia dove io ho cagato quando avevo dieci anni. Quindi, miei cari ragazzi, non accetto le vostre ipocrite critiche e sputo sulle vostre false facce da punk.» Ingerisco l’ultima pillola, sentendola subito fare effetto; mi giro verso il capobanda e gli sparo un colpo alla testa da distanza così ravvicinata che gli schizzi mi invadono il giaccone. Poi mi volto, sorridendo con la faccia sporca di sangue e comincio a sparare all’impazzata verso la banda. Stavano già scappando! Sono tornato nel mio mondo, sono tornato in quel posto dove i colpi di pistola fanno meno notizia degli incidenti stradali. Sono tornato in quel momento della mia vita nel quale non ero niente, eppure mi sentivo qualcosa. La pillola mi rende euforico. Rifaccio tutta la strada al contrario. Passo per il corpo del povero Hal, passo dal mio buco nella rete, fino alla stazione della metro. Salto le barrire per non pagare il biglietto. Corro ai treni e ne prendo uno al volo, mentre le porte si chiudono. All’uscita mi volto un attimo, salutando definitivamente il mio passato. Corro fuori dalla stazione e arrivo al mio palazzo. Salgo i ventiquattro piani di ascensore che mi portano all’appartamento pagato centoventunomila e cento euro, sette anni fa. Salgo senza preoccuparmi di nascondere la giacca sporca di sangue. Entro. Trovo lei seduta sul divano. Mi guarda.
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Il suo sguardo è ancora quello, ma c’è di più rispetto al momento in cui sono fuggito. C’è sorpresa, c’è interesse, c’è paura. Facciamo l’amore.

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Quella notte in una stanza
Cosa muove la mia mano? Cosa spinge verso l’assoluto il mio spirito, cresciuto talmente tanto da non somigliare nemmeno più a se stesso? Chi tiene assieme a me il coltello teso nell’aria, e velocemente mi accompagna nel irrimediabile gesto? Chi soccombe assieme alla vittima al martirio premeditato che si sta compiendo questa notte? Dubbi. Codardia. Questo mi rimane dopo tutto il meditare? Emozioni. Si loro sono la rovina di noi povere pedine di noi stessi. Emozioni, istinti. Cose animalesche dalle quali si guarda l’uomo saggio, il razionale. Avevo due me quando tutto ciò ha avuto inizio. Il primo, quello che mostravo alla gente, quello razionale e savio, quello colto e onorato, camminava per strada innamorato del pensare, del sognare, della calura umida dell’estate, così come dell’odore legnoso dell’inverno. Il primo quello che ingannato e tradito si vide togliere l’orgoglio tutto in un solo istante e senza alcun preavviso. Il primo, quello ormai da tempo sepolto, disoccupato, pensionato, abbandonato. Il secondo me invece, quello che è sopravvissuto, che è cresciuto, che si è ingigantito smisuratamente, come fuoriuscito dalla ferita aperta nel mio onore, quello guida le mie azioni e tiene in gabbia i miei tristi pensieri, che solo adesso si tolgono il bavaglio, adesso che è troppo tardi. L’io che ho tenuto nascosto, l’io che ho lasciato uscire solo con chi più amavo. L’io che ho conservato per i momenti di intimità, quando io solo scrivevo pagine e pagine bianche, macchiandole di inchiostro, di umana animalità. Due me stesso, eppure uno. Non anima e corpo, non mente e cuore. Mente e mente, divisi da un voler essere, da un voler apparire e un cercar di non essere, un voler conservare. Pudore assoluto dettato dal dominio del primo verso il secondo. Folle desiderio di giustizia, dettato dal secondo, una volta rinchiuso il primo. E allora cosa sono le emozioni? Oltre alla guida che ora mi tiene la mano pronta a scagliarla verso quel corpo? C’è ragione nelle emozioni, possiamo comandarle, gestirle, tenerle a bada? È amore che mi spinge? L’amore che mi è stato tolto? È odio forse, odio verso chi me lo ha tolto? Odio verso me stesso che l’ho perso, che me lo sono fatto togliere? Amore eccessivo verso il mio apparire, macchiato dagli altri? Disperazione non è, l’ho provata prima ancora di meditare questa notte, prima che si trasformasse in insoddisfazione. Ma questa nemmeno può essere, visto che mi ha solo portato a chiedermi perché. Tutto si risolve, tutti i sentimenti possono essere sintetizzati in Odio e Amore? Forse è alla base stessa della dicotomia precedente, quella tra il me
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razionale e il me impulsivo. Odio verso me, verso lei, verso lui, verso Dio. Amore per lei, amore per me. O forse è proprio il contrasto tra tutto ciò che ha generato la mia voglia estrema e irrimediabile di vendetta? Odio non poter più amare lei. Odio non amare le mattine assolate, le montagne innevate, la pioggia scrosciante e il gelo dell’inverno, il sole al tramonto, il calore della sabbia. Odio non amare me stesso, per quello che mi è stato fatto. Odio l’uomo, un po’ perché ne sono un esempio, perché sono così, ancora di più perché lei, lui ne sono una classe ben peggiore. E allora l’unico me che esiste in questo momento ucciderebbe chiunque possa solo ricordargli quel giorno incredibile, dove l’involucro della sua razionalità fu ferito, e lasciò sgorgare via tutte le emozioni. Ma io ci provo ancora ad usare il cervello, ci provo ancora a ragionare, a pensare a me stesso come essere umano intelligente, come non animale, come soggetto non guidato dall’istinto. Ci ho provato pensando all’assurdità del mio gesto. E sapete cosa mi sono detto? Codardo! La decisione è presa. Morissero entrambe, la ferita resterebbe, ma l’orgoglio smetterebbe forse di sanguinare. Morissero entrambe la fame del mio odio forse potrebbe placarsi. Morissi io, bene, cosa comporterebbe? Si esita a uccidere una mosca, una zanzara, uno scarafaggio? Un insetto qualunque, un animale se non gli si attribuisce fallosamente un’anima, se non lo si cura come un figlio, come un essere pensante? No. Chiunque preferirebbe salvare una vita umana piuttosto che uccidere un animale. Ebbene la mia parte umana vale la pena del gesto, vale il rischio della morte della mia parte animale. La luce è spenta. Penetra dagli infissi quella del lampione di sotto, andando a sbattere, frammentata in tanti piccoli quadratini, sul tappeto incolore sotto i miei piedi, sul tavolino di legno, sull’agenda chiusa poggiata sopra, sul divano un po’ più in la, sul quadro appeso sopra il divano, sulla porta aperta a metà alla sua destra, sulla grossa tenda che mi nasconde. Il coltello che stringo tra le mani è una pistola, efficace, non altrettanto silenziosa, sicura e più razionale, distaccata. Avrei voluto un coltello, ma sarebbe stato troppo complicato. Sento ogni tanto una macchina passare per la strada di sotto. Ogni volta il cuore mi sbatte forte, pensando che sia l’auto giusta. Ogni tanto sento dei passi e delle voci. Pioveva quando sono entrato, ma non ho lasciato tracce bagnate sulla mia strada. Sento le voci della gente che passeggia e immagino i tacchi che fanno tanto rumore sull’asfalto umido illuminato dalla luce di quello stesso lampione. Ancora silenzio. I miei occhi abituati all’oscurità vagano per la stanza cercando appigli per la mia razionalità che sta venendo fuori, tirata in ballo da non so cosa. Dubbi e domande insistenti che fuoriescono dalla mia gola senza fare
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rumore, non intaccando le corde vocali, ma solo la materia grigia, quella che mi rimane. E se non avessi mai smesso di ragionare? E se le emozioni fossero solo una accurata e ben detta bugia per ingannare l’unico me stesso che adesso mi sembra spezzato? Tutto si amplifica quando sento la chiave che entra nella serratura. La testa prende a girarmi. Chiudo un momento gli occhi e quando li riapro non gira più. Adesso c’è un po’ di luce che filtra dalla porta metà aperta. Sento passi nella casa. Due persone. Non parlano. Sento i cappotti, se li stanno togliendo. Adesso che c’è più luce riesco a vedere che quella che mi sembrava una agenda non è che una cornice capovolta, poggiata alla scrivania. Alzo la pistola e la punto verso la porta. Vedo un uomo passare nel corridoio appena fuori. Dopo un attimo torna indietro. Infila prima solo la mano sinistra, alla ricerca dell’interruttore. Non lo trova. Cresce l’ansia dentro di me, ma la mia mano è ferma. La sua sagoma occupa l’uscio. Adesso lo vedo bene. Accende la luce. Sparo. Sento lei gridare «che succede?» e camminare verso la stanza. La vedo attraverso la porta e sparo. Cade sul corpo di lui. Il sangue ancora non inonda il pavimento. Niente emozioni adesso. È tornata la mia parte razione. Pulisco velocemente la pistola e la lascio cadere sul divano. Sempre con il fazzoletto prendo la cornice, la guardo. Dentro c’è una loro foto. Mi ricordo di quando l’ho scattata. Si sono stato io quando non avrei mai detto che potesse andare a finire così. La rimetto a posto. Esco dalla stanza velocemente cercando di non toccare i corpi, prima che perdano troppo sangue e lasci inevitabilmente le mie impronta. Ha funzionato, la razionalità è tornata. È la paura che l’ha tirata fuori. Adesso c’è solo la paura. Niente odio né amore. Per quelli ci sarà tempo più avanti. Non sono pentito. Sono pronto ad assumere il controllo di me stesso e delle mie azioni. Rinato, esco dalla porta e me ne vado inosservato. Il delitto è compiuto. La vendetta è indescrivibilmente bella in questo momento. Odio non ne avverto più. Hanno pagato e non li odio. Non odio più me stesso perché adesso so chi sono. Torno ad amare. Lei non la avrò mai più, ma evidentemente non era lei che amavo così tanto…egoismo la più selvaggia delle caratteristiche, ma contemporaneamente quella che l’uomo solo può portare alla più estrema definizione. Ciò che distingue l’uomo dalla bestia, l’essere pensante da quello istintivo è la coscienza del proprio inguaribile, smisurato, pregnante egoismo.

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La Spiaggia
Non c’è spiegazione del perché Stefano si sia trovato a passare in quel posto in quel preciso istante, così come non c’è modo di quantificare le emozioni che quel attimo ha provocato in lui. Fosse accaduto un’ora prima forse non ci avrebbe nemmeno fatto caso. Un anno prima non ne parliamo nemmeno. Ma quel momento gli scatenò una tavolozza di colori contrastanti con i quali dipinse in un attimo svariate vite non vissute e centinaia di futuristici paesaggi che mai arriveranno. Precisamente nove minuti e ventotto secondi prima di passare accanto a quella spiaggia, Michele, il suo primogenito di quattordici mesi, aveva iniziato a lamentarsi, e in brevissimo tempo, quel lamento diventato pianto, aveva contagiato Ambra, sua moglie da tre anni, sua compagna da sette, la quale aveva immediatamente perso le staffe con il mondo, iniziando a rimescolare tutto il possibile, in un minestrone di rimproveri insopportabili e irritanti proprio per il loro cattivo tempismo. Ed ecco che nel momento culminante dell’anno più nero della sua vita, nell’attimo in cui la frustrazione per le delusioni sul lavoro, le delusioni sulla vita, le perdite, gli svaligiamenti e i furti, le lamentele e le discussioni di un anno, si dissolsero intorno a Stefano, isolandolo dalla realtà oggettiva della sua macchina in viaggio vicino a quella spiaggia, e proiettandolo in un mondo di passati che sarebbero stati possibili e futuri che non lo saranno mai più. Tutti meno uno, che delle infinite possibilità, aveva estratto dal cilindro. Passare davanti a quella spiaggia, proprio lei, aveva ravvivato i ricordi di quando tutto questo non sarebbe mai dovuto accadere; aveva acceso la voglia di cambiare un solo minuto della sua vita. Un minuto per non alzarsi dalla sabbia, per non andar via dopo un contatto rubato. Erano gli anni dell’università. Non la conosceva nemmeno Ambra. Erano gli anni quando il mare era pulito e ci si poteva fare il bagno. Erano gli anni in cui ogni pomeriggio d’agosto si cercava qualcosa da fare. Era il giorno in cui conobbe quella ragazza di cui nemmeno ricorda il nome. Era il giorno in cui se non si fosse alzato e andato via sarebbero potute succedere migliaia di altre cose. Il contatto sarebbe potuto continuare. Avrebbe potuto crescere e trasferirsi in un altro posto, avrebbe potuto generare qualcosa di psicologico. Avrebbe potuto non cambiare niente. Oppure avrebbe generato qualcosa di fisico che avrebbe costretto Stefano a qualcosa di brutto. Avrebbe potuto generare ricordi di una estate più bella del solito.

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Avrebbe ma non l’ha fatto. E allora sarà sempre l’attimo in cui si è alzato ed è andato via. E l’unico passato che ha scelto. Davanti a se ha solo la sua scelta. Il piccolo Michele continua a sbraitare. Anche la madre, Ambra. È solo sua madre ormai? È suo figlio quello che piange? Il futuro potrebbe essere in quella casa che ha affittato per ritrovare una pace che ha capito non troverà. Il futuro potrebbe essere l’incertezza di una separazione. E poi ricominciare da capo, ma senza le migliaia di possibilità che aveva nell’attimo in cui si è alzato su quella spiaggia ed è andato via. E allora le possibilità lo portano ad immaginarsi a pochi centimetri da quella parete di pietra, ad una velocità di circa novanta chilometri orari, con gli occhi chiusi, lasciando che non ci siano altri futuri, lasciando che non ci siano sofferenze per Ambra e Michele. Ma Michele piange e lui fa finta di non sentire niente. Forse non sente davvero. No quel muro non lo prenderà. È da codardi scappare dal proprio futuro. È da immaturi fuggire le responsabilità, rinnegare le proprie scelte. Infondo non potrà mai sapere se il suo presente è il migliore possibile. Superato il muro deciderà di andare avanti e arrivare a quella casa al mare, fare del suo meglio per salvare la sua scelta. Ma prima di superare il muro un ultimo sguardo a quella spiaggia Stefano lo vuole dare, almeno dallo specchietto, per rendersi conto del fatto che la sua vita è stata una scelta. Per ricordare il momento felice in cui poteva ancora scegliere. Si gira giusto in tempo per vedere il cane fermo al centro della carreggiata ed evitarlo, invadendo quella opposta, dove in quel momento passava il camion. Chiuse gli occhi e non ascoltò l’ultima lamentela di Ambra, l’ultimo pianto di Michele. Chiuse gli occhi. Che scelta ha avuto?

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Immagine tempo
È sveglio da troppo tempo. Si è alzato presto un po’ perché costretto da una indiscreta aspirapolvere un po’ perché il suo sadismo voleva che il giorno peggiore fosse più lungo degli altri. Bruciava la gola, bruciava mentre beveva a secco. Bruciava ma non come ora. La fitta allo stomaco lo aveva intontito nei primi minuti della mattinata. Non è mai colpa del alcool ma del essersi alzato presto. Adesso era sveglio da troppo tempo. In quella giornata erano successe troppe cose, ma nessuna importante. In quella lunga giornata aveva fatto di tutto per non pensare a niente. Ma la notte viene sempre a chiedere il tributo. Prima notte completamente sobrio. Lunga notte a pensare e pensare di pensare. La notte fresca e luminosa. Rigenerante e un po’ appiccicaticcia. La fuga della notte prima in una notte più calda era giustificata ma gli eventi che la avevano favorita no. Troppo tempo sveglio e nemmeno un arma per difendersi. Poco dopo essersi vestito e lavato ancora sonno e spossatezza. Il caldo si il caldo della sera prima. Il caldo della mattina e la fitta alla pancia. Confusione nella sua testa dopo tutto quel tempo sveglio. Giornata troppo lunga per capirci qualcosa. Giornata insignificante per capirci qualcosa. C’è silenzio nella notte fresca sobria e lunga. C’è silenzio nella testa. Far fare silenzio a quella maledetta ventola. Quanto calore che sputa. Ma la notte è lunga e può darsi che tra non molto lui decida di uscire fuori a godere di un maggior fresco. Ma fa paura. La notte fa paura. Il fatto di essere sobrio fa paura. La sua barriera funziona meglio con il caldo e le frasi allusive. Fermo immagine su di lui. Vestito con gli stessi panni della mattina. Occhi che calano. Su quella sedia dove si siede ogni mattina per prima cosa. Batte sui tasti. Fermo immagine sulla sua testa piena di informazioni inutili che si rifiuta di esprimere, di scrivere sul computer che ha davanti. Le sue orecchie percepiscono pochi rumori dalla finestra aperta. Poco più in la, fra i due organi sensoriali un bel po’ di campo aperto sulle proprie intenzioni.

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Immagine tempo di una persona che non vuole andare in giardino. Immagine spazio del giardino al buio che lo aspetta. Immagine temperatura del fresco del giardino e del caldo del computer che lo perseguita. Paura, immagine sensazione. Ha paura che qualcuno abbia preso troppo alla lettera i suoi desideri inespressi, qualcuno che quei desideri può ascoltarli. Ormai è tardi per cambiare idea, li ha espressi. Combatte ancora un po’ con la sensazione di non essere. Pensieri inutili i suoi perché infondo non esiste al di fuori della sua testa. Se è li è solo grazie ad una voce narrante che parla dalla sua testa. È l’unico a sapere di essere li. L’unico a possedere l’immagine di se stesso. Ha sonno e si può leggerlo sul suo volto. Giornata lunga, giornata lunga. Giornata vuota, serata pazza. Sta impazzendo. Scrive cose senza senso. Ha dato un pugno sul computer perché ha talmente sonno da non azzeccare una lettera. Gli brucia il piede. La gola no, un po’ più giù. La gola bruciava ieri sera. La testa girava. La testa brucia ora. Gli occhi bruciano per il sonno. Le mani si gonfiano. La testa girava. La testa gira un po’ anche adesso. È vuota. Scrive di volersi alzare ma non lo fa. Scrive di voler andare a dormire ma non lo fa. Sa che la sua testa è piena di fantasmi. Se spegne le luci gli escono dal naso. Se spegne le luci non lo fanno dormire. E lui ha sonno. Si abbandona allo scrivere a computer cercando il momento in cui l’automatismo dello scrivere lo faccia riposare. Gli impedisca di pensare. Scrive parole e parole. Nessun senso. Non ha alcun senso. Immagini e immagini tempo. Fermo immagine su quella persona che vuol fermare il tempo. Sta pensando che è il caso di smettere. La sera prima ha bevuto troppo. La sera fresca in cui scrive al computer, quella sera sobria, sarebbe stato meglio bersela. È il caso di smettere di pensare pensa. Pensa che è ora di smettere di lasciarsi trasportare dall’alcool che non beve, quello che è già dentro la sua testa, quello che brucia. Pensa che deve finirla con questa storia del preoccuparsi. Sta pensando che è meglio andare a dormire e lo scrive, ma non si muove. La giornata è stata snervante. Troppi pensieri per cercare di distrarsi. Non funzionano. Ora se spenge la luce i fantasmi vorranno sentire a quali conclusioni è arrivato. Ma non c’è un filo logico in quello che succede, in quello che fa in quello che vuole. Non c’è un filo logico e non c’è nessuna conclusione perché è solo un’immagine tempo.
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Non c’è trama, non c’è rischio di essere banali mai. Non c’è il rischio di essere capiti. Tranquillo davanti al computer sapendo di aver detto tutto e di non aver detto niente. Di aver pensato a tutto e di non averlo fatto bene. Di aver pensato a tutto ma senza pensare veramente. L’immagine tempo è così. Non è comprensibile se non dall’attore protagonista. Dalla persona che soffre il caldo al fresco della sera. Protagonista certo del racconto di se stesso davanti al computer, ma intimorito dall’essere semplice comparsa in qualsiasi altro racconto. Ma l’immagine tempo non è un racconto. È una immagine ferma, che cattura un attimo. In un attimo quanti pensieri si possono fare? Infiniti? Un pensiero ne racchiude un altro che è racchiuso in uno più profondo. Il nocciolo dov’è? Non c’è. Per questo l’immagine tempo è inconcludente e incomprensibile. E il tempo? È il tempo? C’è silenzio adesso. Il giardino lo attrae ma di più il letto. Il fantasma è ancora nella sua testa. Non uscirà dalle dita, non uscirà che dal naso. Ma non uscirà in giardino perché li si che sarebbe il fantasma di una gatta da pelare. Si i rimorsi da pelare neri come i gatti neri. Scappare era l’unica soluzione ma poteva evitare di farla diventare la sola alternativa. Scappare era stata una cosa saggia. Scappare quella mattina di corsa no. Se ne era pentito e ora pelava. Pelava la sua fuga sobria mattutina o primopomeridiana che fosse. Andava pelata per bene prima che si mettesse a miagolare dalla prigione di cemento in cui voleva seppellire tutti i motivi che lo avevano spinto prima ad affrontare e poi a scappare. Sono solo scuse. Aveva trovato scuse tutto il pomeriggio. Che la gatta non riveli altre cose sepolte. La verità è che mettersi il pigiama e andare a letto e spegnere quella maledetta luce sarebbe voluto dire cercare di tornare indietro e non scappare ne ieri ne oggi. Sarebbe voluto dire rendersi conto di dover pelare veramente tanto. L’immagine tempo brucia. La sua immagine tempo è dilatata su quel foglio che ha davanti. Gira la testa, brucia la testa. Bruciano le mani e i piedi e i ricordi e lo stomaco bruciava la sera prima. Ed è il caso adesso di smettere con il bere e bere qualcosa. Sarebbe il caso di smettere di fumare anche se non ha mai fumato. Ma i fantasmi che escono dal suo naso sono come fumo che esce dai polmoni. Però passando per la testa. No non esiste nessun altro posto dove si esprima una immagine tempo. Nella testa e basta. Gli occhi non sanno nemmeno cos’è. Il cuore non esiste veramente. Il cuore, è divertente pensarlo, è della stessa pasta del tricipite, del bicipite e del polpaccio. È il caso di smettere di giocare a pallone se brucia il polpaccio. È il caso di
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smettere di giocare a pallone se bruciano i muscoli. È il caso di smettere di bere quando brucia. Fa caldo in quella serata fresca e senza senso. Alcun. Si alza dalla scrivania. Chiude il monitor senza far caso a niente. Si alza di nuovo. No, non si era seduto. Siamo fuori dall’immagine tempo. Nell’uscire ho avuto un dejà vu. Si alza ancora dalla scrivania. Il computer è spento. Non ha nemmeno salvato quello che stava scrivendo. Ora l’immagine è dinamica. Ora va verso il letto. Chiude prima la persiana. Poi spenge la luce finalmente. Al buio, ma non può tornare nell’immagine tempo. Ha paura si ma di sbattere contro un muro. Tentoni arriva al suo letto. Ci si siede. No. Prima deve mettersi il pigiama. E allora si alza dalla scrivania e chiude la finestra. Spegne computer e luci. Con il cellulare si fa strada al bagno. Ha dimenticato di prendere il pigiama. Torna in camera; spegne ancora il computer. Va verso il letto al buio e trova il pigiama sotto il cuscino. Si spoglia meccanicamente. Spegne il computer. Si mette il pigiama al buio. Si sdraia sul letto. Non dorme. Accende la luce. Ha dimenticato di spengere il computer. Avesse bevuto qualcosa almeno. C’è troppo alcool nella sua testa e troppo poco nel suo stomaco. Ha sete. Va a spegnere il computer. Le casse fanno un bel suono quando restano accese mentre si spenge la macchina. La ventola tace. Non sputa calore. La finestra ingoia aria fresca. Si risiede sul letto. Porta i piedi e si stente. Brucia un piede. Fresco. Si infila sotto il lenzuolo. Fresco. Perfetto. La luce. Deve spegnerla. Spegne il computer e resta al buio. Il cellulare. Un ultimo sguardo poi anche quel monitor inizia a svanire. Un fantasma appare. Di nuovo immagine tempo. Ma un altro tempo. Il tempo della notte. Una immagine tempo infinita. Talmente infinita che sembra non esistere. Ma è forte come immagine, brucia. Brucia il tempo. è mattina un’altra volta. Ancora un giorno trascorso. L’immagine tempo della mattina è spezzettata quando si sveglia centinaia di volte prima di trovare lucidità e tornare ubriaco senza bere. Allora la prima cosa che dovrebbe fare è bere un bicchiere. Ma non è un ubriacone. Si lo è ma non lo è davvero. Si alza ancora dal letto. Il computer è già acceso. Accende il computer e si risiede li. Rilegge la sua immagine tempo e inizia a perdere tempo. Sarà una giornata più breve la prossima. Dannata aspirapolvere.

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Distorto
Ho cinquant’anni. Quanti anni ho veramente? Mia moglie di la sta sciacquando i piatti. Chiedo a lei nella mia testa quanti anni ho. Non sa rispondere che cinquanta. Ma quanti ne ho veramente? Il problema è, quanti ne ho vissuti? Quanti valgono la pena di essere ricordati? Quanti vanno cancellati? Quanti me ne sento sulle spalle? Ora qui davanti alla televisione mi sembra di averne cinquanta, uno più uno meno. Domani quando mi siederò davanti alla mia bella sudata scrivania, nel mio caldo ufficio, guardando dalla finestra il sole nascondersi dietro nubi autunnali, guardando le foglie gialle alzate dal vento danzare nel fresco mattino di ottobre, me ne sentirò ancora cinquanta? Mi sentirò più pesante? E quando domani, tornato a casa, dopo aver baciato distrattamente mia moglie e sgridato senza senso i ragazzi per colpe delle quali quante volte mi sono macchiato io, dopo essermi tolto quegli abiti pesanti ed aver incrociato per radio quella canzone vecchia, quella che mi ricorda di quando non avevo cinquant’anni, di quando avrei potuto non averli mai, quanti me ne sentirò in quel momento? Forse allora ho iniziato ad avere cinquanta anni, quel pomeriggio, quando ho deciso che la cosa più saggia da fare era sposare questa ragazza che oggi lava i piatti di là. Forse in quel momento, di fronte ad una possibilità, di fronte a due paure, ho scelto di avere cinquant’anni. Perché quel giorno quando davanti a me c’era un bivio, o forse un trivio, ora non ricordo più bene quante strade avessi davanti agli occhi, quel giorno io sceglievo una via dove i miei cinquant’anni erano già chiari così come lo sono oggi! E se la vita mi avesse spinto in un’altra direzione, mi chiedo. Se ora avessi ancora diciotto anni? Ma ho diciotto anni. Mi sveglio dall’incubo. Stavo sognando di averne cinquanta. Sono in camera mia. Potranno essere le dodici. Mi alzo tardi. È domenica. Penso nel letto per un po’, al buio, ascoltando fuori dalla finestra il vento che soffia, la pioggia che cade strapazzata dalle raffiche. Il freddo cerca di penetrare la barriera del piumone. Il freddo ha cercato di penetrare nella mia mente stanotte. Quanti anni ho? Diciotto o cinquanta. Non lo so
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più. Ieri sera la vita mi spingeva verso i cinquanta. Oggi mi spinge ai diciotto. Cosa voglio? Quanti anni voglio avere? Come posso evitare di decidere di decidere qualcosa? Come si fa sapere quale sia il nostro futuro, in modo da evitarlo? Ieri sera ero con lei. Seduti uno affianco all’altra. Mi parlava. Diceva un sacco di cose. Ma niente, niente che mi facesse pensare a domani, a ieri. Oggi sono a letto e ci penso. E penso che forse ho ancora diciotto anni. Che non so cosa farò quando il liceo finirà, quando dovrò iniziare l’università. Non so nemmeno se parlerò con lei almeno un’altra volta. Ma ieri sera ho solo parlato. Niente più. Ho deciso di averne cinquanta ieri sera. Devo cambiare la mia scelta. Ma non ne ho diciotto, mi sto sbagliando. Ne ho venticinque. Ho finito già l’università. Mi sono laureato a gennaio. È primavera adesso e sento nell’aria il profumo dei fiori. La casa della mia vicina è piena di gelsomini e hanno un odore fortissimo. Mi piace quando di giorno passo davanti al suo cancello, con il caldo che amplifica l’odore e la sua dolcezza. Ho venticinque anni e sono solo come un cane. Cosa voglio? Voglio una donna, una ragazza, un futuro che adesso mi scappa. Non voglio una scelta. Sono solo da troppo tempo. mi basta qualcuno che mi voglia bene, qualcuna che si innamori di me e che mi sopporti, finché non avrò cinquant’anni e ripenserò che a ventitre avevo una scelta. Ma io voglio che arrivino subito i miei cinquant’anni. Voglio averli domani. Voglio trovare un lavoro, una donna, una moglie, un futuro, perché non posso vivere senza un futuro. Non è giusto nei confronti del mio presente! Adesso è notte e sono seduto sul balcone a guardare fuori la strada povera di macchine. Qualcuna passa ogni tanto, illuminando i gelsomini della signora affianco, ma per lo più sto al silenzio e al buio a sognare un futuro. Quanti anni mi servono per realizzare qualcosa? Per far si che questa mia vita senza alcun senso ne acquisti uno. Per far si che non debba passare tutte le notti seduto sul balcone a guardare le macchine e a chiedermi quanti anni ho. Non venticinque, non cinquanta, non diciotto. Non voglio avere anni. Il tempo mi corre dietro e proprio non voglio sapere quanti anni ho. Nemmeno festeggerò questo mio compleanno. Fa caldo. Sono sulla spiaggia sdraiato a guardare il cielo, o il mare non so.

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C’è gente intorno a me. C’è tanta gente che non conosco. Conosco qualcuno? Conosco me stesso se non so nemmeno quanti anni ho? Quanti ne avrò domani? Sono qui e penso. Penso di averne venticinque e di ricordare quel sogno fatto a diciotto. Guardo le onde e le stelle senza saper scegliere. No non voglio sapere chi sono e quanti anni ho. Voglio in questo momento che qualcuno si sieda affianco a me e mi parli. Che qualcuno mi conosca prima che l’io di oggi lasci il posto a quello di domani. Voglio conoscere qualcuno, voglio dimenticarmi di averlo conosciuto. Voglio che pensino che sia fatto così e si rendano conto del loro errore. Ma io come sono? Come voglio essere? Sento ripetitive le onde infrangersi sulla spiaggia. Vedo lo spazio stretto tra due stelle e lo immagino infinito. Il sapore della salsedine. Lo sento mentre penso a quanto mi affascini guardare il cielo. Il tempo è poco. Mi corre dietro. Ho paura di domani se ci penso. Meglio pensare ad adesso. Ho paura di ricordare ieri. Il mio unico desiderio è dimostrare che non sia già tutto pronto per i miei cinquant’anni. Non voglio sapere cosa fare a settembre. Non voglio pensare a quando su questa spiaggia tornerò da solo, con in mano il mio futuro ben confezionato. Non voglio pensare a quella parte scomoda di me che vuol prendere il sopravvento. L’io di domani, quando questa gente che nemmeno conosco sarà da un’altra parte, vuole marchiarmi, affibbiarmi un futuro che è troppo mio, che è più mio di questa notte a guardare le stelle, o forse il mare, aspettando che qualcuno venga a salvarmi da me stesso.

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Morte e silenzio
(Quattro amici) Un impercettibile attimo dopo l’impatto un’infinita serie di cerchi andò nascendo intorno al luogo dell’incidente e man mano, uno ad uno, allargandosi fino a schiantarsi silenziosamente contro le pietrose rive tutt’intorno. Ci fu ancora un altro impatto e continuarono a susseguirsi cerchi crescenti di diverse velocità e sempre diverse cadute. Pioveva e la pozzanghera si stava espandendo. Improvvisamente le gocce cessarono di scendere e il laghetto che nell’asfalto si era venuto a creare visse qualche attimo di pace. Le sue dimensioni si stabilizzarono e flemmaticamente andarono a diminuire sotto l’assetato sole che rideva impassibilmente e insensibilmente alle disgrazie umane. Tutto il silenzio fatto di fruscii e cinguettii fu interrotto dal lontano ronzio di un motore. Velocemente cresceva l’intensità e quel suono innocuo si fece sempre più rombo devastante, finché comparve all’orizzonte la grossa automobile nera, lucente sotto l’azzurra volta celeste. La pozzanghera vedeva avvicinarsi la sua incauta sciagura e tutto ad un tratto, lì dove centinaia di gocce avevano riempito, una sola immensa ruota aveva svuotato. L’auto sobbalzò e gli schizzi arrivarono fino al parafango; frenò un momento e continuò la sua corsa. La natura la guardava severamente. Silenzio all’interno della macchina. C’erano quattro persone. Al posto di guida sedeva un uomo cupo, con grossi occhiali rifrangenti, una tuta ed un berretto verde militare. Affianco c’era un altissimo africano senza l’ombra di un capello, scheletricamente magro, coperto di croste. Dietro, oltre all’affascinante donna vestita di nero che gli teneva la mano, stava un pover’uomo, il cui viso, deturpato da decine di pustole rosse, ricordava vagamente quello di un essere umano. Era avvolto in una coperta scura, a quadri scozzesi. Tremava. Un finestrino era aperto e i lunghi biondi capelli della donna sventolavano qua e la ricadendo contro il cupo colore della sua giacca. Il nero seduto davanti si voltò lentamente a guardarla e sorrise pigramente, con difficoltà. Lei a sua volta alzò lo sguardo verso lo specchietto che rifletteva gli imperscrutabili occhiali del conducente. Corse lungo l’irregolare fondo stradale l’auto e si fece sempre più vicina alle immense montagne che si stagliavano contro il cielo turchino. Il bianco delle loro cime si confondeva col colore di una nuvoletta che solitaria vagava per i campi celesti. Tutto intorno alla strada, verdi prati e alberi poveri.
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Dopo che il sole ebbe compiuto metà del suo tragitto, i quattro viaggiatori girarono verso gli alti monti. Si trovarono costretti a fermarsi li per la notte, poiché il grosso tunnel che gli era dinanzi, antica tana di interminabili vermi luccicanti di automobili, che una volta conduceva alla grande città, era crollato. Attesero placidamente in cerchio che il sole andasse a nascondersi dietro la montagna, intimidito dalla chiara bellezza della luna. Fu il militare a sistemare la tenda ed accendere un pallido fuoco. Dormirono tutti e quattro insieme ed i tre uomini, uno alla volta, ebbero il corpo sinuoso e attraente della donna. Tutto questo senza proferire una sola parola. Appena il sole concesse i suoi primi raggi, i quattro erano già nell’auto pronti a partire di nuovo. Tornarono qualche chilometro indietro per riprendere la strada che aggirava i monti; corsero per deserte strisce di asfalto senza mai rallentare, senza usare il freno, finché la via fu percorribile. Nei pressi di un piccolo villaggio ai piedi dell’ultima montagna, l’uomo che conduceva l’auto dovette rallentare a causa dei detriti che erano riversati sulla strada e dell’enorme fosso che deturpava il suolo. Un vuoto tra due scheletri di cemento testimoniava il crollo di un palazzo. Polvere e mattoni, mobilio, legno, vetro, una culla semisommersa dai detriti, un braccio che fuoriusciva dal cumulo delle macerie e ancora oggetti di vita quotidiana, una televisione distrutta, uno spazzolino che chissà come era finito su quello che una volta doveva essere un cuscino, un telefono; tutto questo adornava la collinetta pietrosa che occupava il passaggio verso la grande città. Salendo sul marciapiede riuscirono comunque a passare e continuare il viaggio. Giunsero più avanti ad una specie di accampamento. C’erano delle persone per terra, immobili. L’unico suono percepibile, oltre il sussurrare incessante del vento era il pianto di un neonato. Si fermò la macchina e la donna insieme all’uomo vestito da militare scesero per guardare al di la del ciglio. Affacciandosi videro un fosso enorme, una tomba, che conteneva una ventina di luridi corpi insanguinati, polvere e puzza. Una bambina così piccola da essere vista a fatica muoveva ancora le braccia al cielo e con la bocca aperta urlava fino a divenire paonazza e violacea. Una zolla di terra le colpì il volto invadendo il suo urlo; dall’altra parte cinque o sei uomini, tutti puntualmente vestiti di bianchi smoking, servendosi di grosse pale, gettavano nel buco cumuli di terra. L’uomo guardò la donna e sorrise. Tornarono in macchina velocemente e ripartirono con più fretta di prima. Alle venti erano alle porte della grande capitale.
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Parcheggiarono la macchina scura ai piedi di un palazzo semidistrutto, con le poche pareti rimaste macchiate di fumo. Poggiarono i piedi su un tappeto di sabbia e vetro ed osservarono la lunga strada dissestata ed interrotta da cumuli di macerie, che tra i palazzi sventrati si perdeva gradualmente. Il militare si voltò verso i compagni e pronunziò le sue uniche parole: «Il mio turno è terminato, ora inizia il vostro.». I tre si incamminarono a piedi lungo la via. L’uomo li vide rimpicciolirsi e scomparire, poi salì nell’automobile e consultò la sua agenda. Tempo di nuovi impegni.

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La discesa
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris? Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” Catullo Oh, Catullo, oh saggio Catullo, ogni qual volta l’aere fresco del mattutino mi riempie, mi chiedo cosa mai provassi tu di tanto sacro e profano da forgiare questi versi eterni? Anche io ad ogni risveglio, sento di odiare, di amare, e mi chiedo fino a che punto può giungere la buia contraddizione nascosta dal mio cuore e dai tuoi versi. Fatale donna ti fu ispiratrice e allo stesso modo una bellissima e tremenda femmina apre la breccia nelle mie membra. Le ha spinte e tirate, le ha baciate dolcemente. Davvero bella quella donna. Davvero terribile. Il suo volto sublime da forma all’informe, ordine al disordine e bellezza a ciò che non è bello. Non mi chiedevo un tempo quale fosse la sua natura, quale Dio misericordioso e buono potesse avermela donata. Sbagliavo. Quando bambino giocavo con lei nel prato macchiato di vermiglio dell’inverno, sotto un azzurro cielo freddo e fumoso, quando correvo tra gli alberi sterili e respiravo quell’odore di grigio e verde che inebriava i sensi. Non me lo chiedevo quando più grande cavalcavo verso le spiagge estive, sotto adorabili ombre, circondato da giallo e giallo, a tal punto giallo da perdesi nel blu; non me lo chiedevo nemmeno quando passeggiavo all’ombra delle fronde oblique, insieme ad un rivo veloce tra giganti verdi e bianchi. Quanto fui stolto ora lo dico. Innamorato di un regalo inconcepibile, che non riuscivo a capire. Soggiunse l’odio tutto a un tratto, senza che alcuno ne auspicasse la venuta, indesiderabile indesiderato Odio. Fu per caso l’insensatezza di quel dono, la sua malvagia beltà? Fu la mia paura di scoprire fino in fondo cosa potesse celare dopo, fu forse il terrore dell’invecchiamento del mio corpo, di non piacerle più, di vivere con essa senza che lei volesse posare il suo dolce sguardo rigeneratrice su di me? Fu tutto e non fu niente. L’odio si sa, viene quanto meno lo si cerca. Proprio la mia donna, dunque, la Vita. Oh Catullo, oh saggio Catullo, quante volte ho sognato di tornare indietro, quante volte ho voluto essere stupidamente inconscio. Ultima ebbrezza, ultimo vero contatto con la mia fausta donna lo dedico a te. Sento i miei capelli come mare ondeggiare alla brezza vigorosa, sento la mia pelle rabbrividire tellurgicamente, i miei occhi fissare la discesa che mi attende.
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Amico mio, non è cosa ci sia dopo quello che conta. Mai ho preteso di conoscere l’inconoscibile e mai potrò narrarlo ad anima viva. Tu che però già conosci afferra questa mia mano e conducimi dove il mio amore mi vuole, dove il mio odio mi spinge. Ah com’è bello lasciarsi andare, volare, osservare il mondo ingrandirsi sotto di se, lasciarsi cullare dall’aria e dal vento inquieto, chiudere gli occhi e in un ultimo istante rivedere scene di un amore vero. Mai commettere l’errore di pensare, mai lasciarsi andare in stupide disquisizioni cervellotiche mentre la caduta si fa precipitosa. L’orgoglio, se non ci fosse lui dove sarei ora? A godere della mia amorosa vita, senza permettere che la nebulosa delle mie riflessioni partorisca la cosmica idea della discesa. È tardi mio Catullo per pentirmi, ma lascia che io veda ancora il mio bel volto felice, lascia che ripeta per l’ennesima volta i tuoi sublimi versi e permetti che questi occhi sputino lacrime così pesanti da cadere più veloci di me. Drogato dall’orgoglio la mia ultima estasi d’amore la dedico a me stesso. Oh, Catullo, mio buon Catullo, l’odio non è forse troppo amore?

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La porta
«Vedi quella porta?» Michele guardava la porta. Era una normalissima porta e non la avrebbe guardata troppo se non fosse che si ergeva sola al centro del prato. Davanti a lui stava l’uomo che aveva cercato per tutto questo tempo. La ricerca era cominciata quando aveva iniziato a sentirsi scontento. La sua vita aveva incontrato un periodo buio e da quel momento non era più riuscito a rialzarsi. Ogni cosa gli andava storta. Il suo giorno di dolore continuava imperterrito, senza folate di vento o improvvisi cambi di direzione. La sua vita si era messa in salita e aveva la netta sensazione di non poter fare nulla per cambiare le cose. Così era iniziato un periodo durante il quale aveva cercato rifugio nella sua camera, in un mondo virtuale, a volte creato da lui stesso, altre volte nato in forma informatica. Non seguiva più i corsi universitari e usciva da quella camera solo per pranzo e per cena. Il suo intero universo era racchiuso in quella stanza. Aveva perfino smesso di avere amici. Ogni tanto metteva il guscio fuori dal portone di casa e incontrava gente che rivedeva poi nei suoi sogni, che conosceva, gente con la quale intraprendeva amicizia. Internet offriva un’altra occasione di mettere fuori il muso, ma con molto meno impegno. Così era iniziato il declino della sua persona fisica, declino che spesso segue quello della persona morale. I capelli lunghi e poco curati, la barba folta, il fisico asciutto, troppo, quasi rinsecchito, la pelle bianca, occhiaie e occhi spenti; faccia da malato. La disintegrazione del suo corpo andò avanti finché un giorno, per puro e semplice caso, non incontrò vagando per l’infinite trame della rete, un individuo simile a lui per destino. Un altro eremita delle chat, un altro povero disperato, sfortunato e privo di interesse per le faccende della vita. Questo ragazzo gli raccontò di aver sentito di un uomo, introvabile, un folle nascosto su una montagna che rendeva possibile qualunque vita si potesse desiderare. In principio Michele fu molto scettico, ma poi, informandosi, iniziò a credere realmente nella possibilità che questo vecchio esistesse e che rendesse davvero reali i desideri. Si documentò e scoprì dove si trovava. Si rimise in sesto, mangiando, uscendo, andando in palestra, recuperando la tonicità muscolare che ormai aveva perso. Tornò ad essere quasi l’Michele che era prima del suo periodo nero. Partì per il suo viaggio e si recò tra queste montagne. Durante il suo soggiorno visse intensamente e finì anche per conoscere una donna. Di nuovo si presentò la paura, pesante e minacciosa come la lama di una spada. La ragazza che aveva conosciuto era troppo bella, troppo desiderabile e troppo irraggiungibile per lui. Decise dunque di ignorarla, per non incappare in un’altra cocente delusione. La vita nuova che andava a
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farsi donare era ben altra cosa e non voleva abbracciarla con il ricordo di un’altra batosta. Lasciò perdere la ragazza e proseguì per la sua strada, finché quel pomeriggio assolato d’estate non fu accolto da quello strano vecchio, in quello strano prato, con quella strana porta. «Benissimo, consegnami le carte, i documenti e i soldi e segui le mie istruzioni» disse il vecchio. Michele poggiò la sua valigia sul bancone al quale era seduto il vecchio in mezzo al prato, e la aprì. «è tutto qui. I soldi che volevate, i miei documenti e la documentazione dei miei beni.». «Allora è tutto a posto. Manca solo la sua firma qui… ah, ecco la penna… benissimo, ora segua attentamente le mie istruzioni.» il vecchio voltò leggermente il busto verso la porta alle sue spalle e con la mano iniziò ad indicare. «Si porti su quella pietra pitta di fronte alla porta e si concentri sulla vita che desidera fare. Quando si sentirà pronto parta di corsa, apra la porta spingendola all’interno e chiuda gli occhi. Non si fermi, mi raccomando, è importante che lei continui sempre a correre. Non si fermi per nessuna ragione, ne va del funzionamento della porta. Ora può andare.» disse infine il vecchio dopo essersi di nuovo girato verso Michele. Il ragazzo chiese permesso e si andò a mettere sulla grande pietra piatta. Il vecchio intanto contava i soldi con freddezza, senza fare caso a cosa accadesse alle sue spalle. Michele chiuse gli occhi e si concentrò qualche secondo, sentendo il cuore battere rapidamente. Si rese conto di non aver preparato il desiderio, e si costrinse a pensare a qualcosa. Non riusciva a immaginare un possibile futuro felice. Aveva paura. Fu così che pensò alla ragazza conosciuta pochi giorni prima. Bella, allegra. La paura che lo aveva bloccato non sarebbe esistita in quella nuova vita, sarebbe stata lei stessa ad andare da lui, a chiedere di lui. Tenne ancora chiusi gli occhi, pensando che in effetti tutti quei soldi valevano quella ragazza, che non gli importava di come sarebbe potuta andare nella realtà, la realtà si sa, riserva brutte sorprese. Così di colpo aprì le palpebre e corse. Arrivò alla porta con le lacrime agli occhi e il cuore sempre più pieno di speranza. Aprì la porta mentre, così come aveva detto il vecchio, chiudeva ancora gli occhi. Anna era in camera sua e pensava. Quel ragazzo, Michele, era andato via, stava cercando qualcuno. Le piaceva. Era un bel ragazzo, era simpatico, brillante, carino. Era davvero ciò che cercava. Non che lei credesse a quelle storie dell’anima gemella o cose del genere, ma le era piaciuto subito e ora erano almeno due giorni che pensava a lui. Quella settimana vissuta a
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stretto contatto le aveva ancor più aperto gli occhi. Non era amore. L’amore non esiste. Ma la voglia di conoscersi meglio c’era. Non poteva fare altro che sperare che lui scegliesse la stessa strada al ritorno e che si fermasse ancora. Il vecchio stava ancora contando i soldi. Sentì lo sparo alle sue spalle e non si voltò nemmeno. Conosceva benissimo il funzionamento della porta, che collegata ad un fucile causava uno sparo preciso e secco alla testa di chiunque varcasse quella soglia. L’altezza e il peso non potevano cambiare la sorte di chi si avventurava fin li. Il colpo era fatale sempre. Mai una volta era stato costretto a finire lo sfortunato di turno. Sorrise pensando a quel momento di esitazione che questo aveva avuto di più rispetto ai suoi predecessori, chissà in quale fantastica vita si era catapultato. Posò i soldi nella valigia e si alzò. Prese tutto e lo portò in casa, prese il cadavere senza volto del ragazzo e lo portò sul retro, dove lo avrebbe poi seppellito. Aprì il recinto lasciando uscire i suoi tre cani e li guardò pulire il prato da quello che restava dei sogni di Michele.

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