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CREDO IN UN SOLO DIO… PADRE

RIFLESSIONE BIBLICO-TEOLOGICA (a cura di Andrea Pacini) “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2Cor 1,3) 1. Chi ci rivela che Dio è Padre? E’ questa una affermazione che non può essere dedotta per pura via di ragione, e non per niente è tipica e originale, nel suo significato specifico, della fede cristiana. E’ infatti Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che ci rivela la paternità di Dio e definisce in modo compiuto i lineamenti del volto di Dio come Padre. Il fatto che la conoscenza della paternità di Dio sia radicata nell’evento cristologico, ha una conseguenza importante: Dio è Padre non in senso cosmologico, ma in senso ontologico, ovvero la paternità è il carattere fondamentale della sua identità, del suo “essere” eterno. Dio è Padre in primo luogo non perché crea (cioè in senso cosmologico), non perché ha un rapporto con noi uomini, ma perché dall’eternità “prima di tutti i secoli” genera il Figlio nell’intimità della vita trinitaria spirando lo Spirito Santo. Proprio perché Dio è Padre in se stesso (Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Figlio eterno) e attua in se stesso una comunione piena e personale di amore – il mistero trinitario –, Egli effonde anche al di fuori di sé il suo amore comunionale, la sua “relazionalità” comunionale tramite la creazione del mondo e dell’uomo. 2. L’identità relazionale di Dio fonda la sua opera creatrice e la caratterizza come azione salvifica: la caratterizza cioè come azione che si dispiega nella storia per dare origine al creato e all’uomo all’interno di un progetto di comunione con Dio. La creazione è inizio della storia salvifica: Dio crea per chiamare a vivere la comunione con sé. Questo è il progetto originario, ed è anche il costante desiderio di Dio nei confronti del creato e dell’umanità. L’uomo è creato non solo da Dio, ma “per” Dio, al fine di vivere un’identità comunionale che si attua nel rapporto con Dio e con gli altri. In questa prospettiva la creazione è per mezzo di Cristo e in vista di Cristo: in Lui infatti si attua la piena comunione tra Dio e l’uomo e degli uomini tra loro. 3. In questo senso allora la storia della salvezza si configura con una struttura dialogica: Dio chiama l’uomo, si offre al rapporto con lui, gli si rende prossimo, e chiede – spera – la risposta positiva dell’uomo, la cui identità è di essere “persona” dunque di essere “relazionale”, “comunionale”; si tratta di un’identità da attuare nella libertà dell’intelligenza e dell’amore. L’atto di autonomia con cui l’uomo ricerca la propria identità in concorrenza, in competizione con Dio, indebolisce, ferisce la struttura comunionale del creato: questo è il peccato e la sua forza. Ma Dio rivela la sua “paternità” prendendosi cura dell’uomo e proponendogli un itinerario di ritorno a Lui tramite il perdono – esercizio gratuito di misericordia – tramite il dono della sua presenza adiuvante e salvatrice, facendo appello alla libertà dell’uomo perché tramite

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l’ascolto della Parola di Dio si apra all’orizzonte di una comunione piena con Lui e gli altri uomini. 4. Temi biblici connessi alla paternità di Dio. Israele sperimenta il rapporto di comunione con Dio (che attua la salvezza) come alleanza: alleanza che esprime comunione di vita. L’ideale è Mosè che parla a Dio come un amico con il suo amico (Es 33,11). Alleanza che nasce dall’amore gratuito di Dio ed è finalizzata a vivere accogliendo tale amore e rispondendovi con fedeltà e gratitudine: Identità comunionale di Dio: Es 3, 14: la rivelazione del nome di Dio: “Io sono colui che sono”: colui che ha in sé la propria ragione di essere, colui che è “dinamicamente” prossimo all’uomo in maniera totale e gratuita a partire dalla piena disponibilità di se stesso nell’amore. L’amore di Dio è amore di elezione: Dt 7,7: “Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi degli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli – ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri, il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattato liberandovi dalla condizione servile…”. Dt 4,40: “Tu sei diventato spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e che non ve ne è altri al di fuori di lui. Dal cielo ti ha fatto udire la sua voce per educarti; sulla terra ti ha mostrato il suo grande fuoco e tu hai udito le sue parole di mezzo al fuoco. Poiché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro posterità e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua stessa presenza e con grande potenza…” Amore di risposta: Dt 6,5: “Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore” Dt 4: “Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”. Il possesso del paese, espressione del dono di amore di Dio, è finalizzato a vivere “liberi”, “felici”, nella comunione con Dio e tra gli uomini: è una tappa verso la realizzazione del progetto originario di Dio per l’uomo. Dt 10,16-11,1: la circoncisione del cuore si coniuga con l’apertura a una prospettiva più ampia tendente alla comunione universale “ama dunque il forestiero”. 5. La salvezza è sperimentata dal popolo di Israele come liberazione dalla schiavitù, dal male, dalla mancanza di “senso”, da una autonomia autoreferenziale che toglie speranza (la fiducia negli dei che sono “nulla”); ma è sperimentata anche – dimensione positiva – come “vita felice” in comunione con Dio e tra gli uomini. 6. L’esperienza dell’infedeltà di Israele nel corso della storia fa maturare con forza la fiducia nella fedeltà unilaterale di Dio: l’attesa messianica (circoncisione del cuore, dono del cuore

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di carne, dono dello Spirito: cfr. Geremia) in cui si compie la regalità di Dio, la sua cura, la sua potente misericordia. L’alleanza è in vista del Cristo (il Messia). 7. In Cristo si compie la rivelazione della cura di Dio, della sua intenzione salvifica verso l’uomo; in Cristo – il Messia atteso – la cura di Dio entra personalmente nella storia: è la Parola in persona che rivela, educa, salva donando la vita nuova. Cristo rivela pienamente la paternità di Dio perché Egli è il Figlio. Gv 1,18: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Gesù Cristo, il Verbo fatto uomo, vive la propria identità filiale – che da sempre vive nel mistero trinitario – come uomo: così facendo rivela la paternità Dio testimoniandola nella sua persona attraverso la parola e gli atti; rivela e dona la paternità di Dio, perché invita a riconoscere Dio come Padre accogliendolo secondo la sua verità nella nostra vita. Il vissuto esistenziale umano di Gesù Cristo è la grammatica attraverso cui ci viene rivelata l’identità paterna di Dio e l’identità filiale degli uomini. Mt 11, 25-27: “In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo»”. La rivelazione della paternità di Dio è tratto tipico e originale di Gesù: egli chiama Dio “Abba”, termine aramaico usato al tempo di Gesù nel linguaggio familiare, ma che nelle fonti a nostra disposizione non troviamo mai applicato a Dio nel linguaggio religioso. E’ dunque un modo di chiamare Dio tipico e originale di Gesù, che ci dischiude la relazione paterna-filiale che Egli vive con Dio. Gesù Cristo ci rivela Dio come Padre che ama i suoi figli – gli uomini - e che si adopera e spera nella loro risposta, nella loro apertura a Lui (Lc 15,11ss: parabola del Figliol prodigo). Cristo rivela la paternità di Dio con la totalità della sua esistenza “filiale”: con la sua preghiera; con le sue parole; con la sua obbedienza; con le sue azioni di ricerca nei confronti degli uomini “perduti”, caduti in situazioni di lontananza da Dio. Dio si fa conoscere come Padre entrando concretamente nelle vite degli uomini tramite il Figlio che è il suo amore, con cui ha creato tutto ciò che esiste e che dona perché l’uomo – e tutto il creato – torni alla piena comunione con Lui: “Dio ha amato il mondo di un amore unico, ha donato il suo Figlio unico” (da un antico inno della Chiesa maronita). Cristo rivela anche all’uomo l’identità filiale per cui l’uomo è stato creato. Cristo attua in sé nella sua umanità l’identità filiale e la rivela agli uomini. Non solo la fa conoscere, ma la dona loro in modo unilaterale: si compie la fedeltà unilaterale di Dio. In Cristo l’identità filiale è vissuta e donata gratuitamente (qui sta l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito): all’uomo sta di accoglierla nella libertà esercitando in essa le proprie facoltà (intelligenza, volontà ecc.). 8.
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Credere in Dio Padre significa superare la tentazione di pensare che Dio sia in competizione con l’uomo e che la realizzazione dell’uomo si trovi nell’antagonismo rispetto a Dio. Dio non è in concorrenza con l’uomo perché Dio è Padre e ci dice: “figlio, tutto ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31). Ce lo dice non solo a parole con l’evento fondamentale del dono del Figlio che è tutto ciò che Dio ha ed è. L’identità paterna di Dio è una sfida permanente e un correttivo contro ogni visione di Dio distorta (Dio è in competizione con l’uomo), riduttiva e strumentalizzante (Dio è datore e dispensatore di beni di cui usufruire), puramente razionale (Dio è l’essere perfetto nella totale separazione dalla relazione con l’uomo: idea tipica della metafisica greca. Dio invece è perfetto nella relazionalità di amore che vive con il Figlio, dunque nella sua identità di Padre). 9. Il dono del Figlio (in cui si esprime l’amore del Padre) fino alla morte di croce è segno concreto che l’amore del Padre è tale da rifiutare ogni forma di violenza: Dio è Padre che ama per primo, e ama perdonando e donandosi. In questo senso bisogna evitare di proiettare su Dio Padre concezioni o esperienze contraddittorie o negative di paternità umana, ma cogliere l’identità paterna di Dio rivelataci da Gesù Cristo come originaria, archetipo e modello di esercizio di ogni paternità (Gesù stesso ce lo dice in Mt 23,9: “E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste”). 10. In Cristo – il Figlio generato prima di tutti i secoli – il Padre “genera” gli uomini come suoi figli (cfr Gv 1,12-13). In Cristo Dio rivela – ci fa conoscere e attua – la sua paternità, perché ci “genera” come suoi figli. Agli uomini sta di accogliere questo dinamismo di “generazione” credendo in Cristo, dunque credendo in Dio Padre: è questa la grande essenziale opera della fede, che ci innesta nella vita del Figlio grazie all’obbedienza alla Parola e agli eventi sacramentali accolti e vissuti nella fede. La fede in Dio Padre determina almeno due effetti sul credente: un effetto mistico (rigenerazione del nostro essere tramite la grazia del Cristo, che ci rende atti a vivere un vissuto relazionale filiale); un effetto spirituale-morale (essere capaci di pregare in modo filiale; essere capaci di esprimere nelle nostre azioni e scelte la vita nuova ricevuta in dono: vivere nell’obbedienza liberante al Vangelo); un effetto più globalmente storico: imperativo di incarnare nella storia il Vangelo accompagnati dalla presenza di Cristo e dal dono dello Spirito. L’identità filiale, radicata sull’identità paterna di Dio, è dono e appello. Dono di Dio e appello a personalizzare tale identità tramite il dinamismo dell’intelligenza, degli affetti, della volontà. 11. Sperimentare la paternità di Dio è davvero allora la dimensione centrale della fede: riconoscere Dio come Padre e come tale accoglierlo nella nostra vita è fede vissuta: un Padre che ama in primo luogo, ma di un amore che alimenta e fa crescere, che guida e pone esigenze per il nostro pieno compimento filiale. Questo implica il dono di tutto noi stessi, nella preghiera e nell’obbedienza che può spaventare e spingerci a rifugiarci in rapporti più controllati, più ridotti, ma in cui in definitiva escludiamo Dio dalla nostra vita.

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Neppure la morale è sufficiente, almeno nel suo aspetto normativo: “ho obbedito a ogni tuo ordine”. Perché Dio non è un Dio dell’ordine, ma è il Padre dell’amore, della comunione attuata nel dono totale di sé. All’uomo sta di credere a tale amore nei suoi riguardi, di lasciarcene coscientemente “travolgere”, rivestirne, per viverlo a nostra volta per Lui: “e io vivrò per Lui”. Quanto dice il padre nella parabola del Padre misericordioso “figlio, tutto ciò che è mio e tuo”, è l’eco diretta di quanto il Figlio dice al Padre “tutto mi è stato dato dal Padre mio” (Lc 10): il riconoscersi in comunione totale di vita, che scaturisce dal Padre, scaturisce in gratitudine, gioia, responsabilità lieta, anche di fronte alle avversità e alle sconfitte. Questa è l’esperienza del Figlio Unigenito, di cui noi siamo chiamati a partecipare. Di questa esperienza è mediatore il Figlio: ecco l’importanza di crescere nell’appartenenza personale di affetto al Signore Gesù, perché lui ci introduce nel riconoscimento della paternità di Dio, e in questo sta la sua glorificazione (Gv 17, 9-10). Di fronte al dono totale che Dio fa di se stesso in Cristo e nello Spirito – sovrana umiltà e intensità dell’amore di Dio – l’uomo può anche spaventarsi: tante volte di fronte al “tutto ciò che è mio è tuo”, possiamo ritirarci, avanzare preferenze riduttive, cercare di selezionare…sottrarci a un amore totale – perché tale è l’amore paterno – che stimola a un analogo dono della totalità di noi stessi, sorretti e sostenuti dal suo abbraccio, che sostiene negli inciampi e nelle cadute. La paternità di Dio costituisce il credente nella propria personale responsabilità “integrale” di figlio (laddove uno schiavo ha responsabilità limitate verso il padrone, e così un mercenario a contratto). Il Padre che ci dà tutto se stesso, ci chiede tutti noi stessi: è questo il percorso di morte e resurrezione in cui scaturisce la vita risorta che il Padre dona ai credenti di vivere. E questo esige il superamento delle paure, che ci fanno trattenere in umbra mortis. Significa rendere efficace nella nostra vita la fede fiduciale nell’amore che è il Padre: “E noi abbiamo creduto all’amore” (1Gv 4,16). La grande speranza di Dio è che l’uomo accolga la sua paternità, si lasci abbracciare da Lui, si riconosca e viva come suo figlio, lo preghi come un figlio, con una preghiera che è in primo luogo godimento gratuito di un rapporto personale, stimato con gioia e gratitudine superiore a ogni altro dono, e in cui ogni altro dono riceve il suo senso, e senza il quale nulla ha senso. Vivere pienamente la paternità di Dio è anche frutto di un percorso, che presenta i suoi alti e i suoi bassi, e in cui è importante il “ricordo”, come memoria vivente di un esperienza di rapporto paterno con Dio che resta sedimentata in noi, a cui ritornare nei momenti di buio e di tentazione, per attingerne la luce che in essa continua ad essere presente e per farci infiammare dalla brace che sotto le ceneri della storia successiva continua però ad ardere. Il “ricordo del padre” svolge allora una funzione di grazia efficace e di mozione di noi stessi nel “ritrovarci” nel rapporto con Lui.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI J. Ratzinger, Credo in Dio Padre onnipotente, in Communio n. 208-210 (luglio-dicembre 2006), pp. 8 – 16. L. A. Schökel, Dio Padre. Meditazioni bibliche, Ed. Apostolato della Preghiera, Roma 1999.
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P. Coda, Dio Uno e Trino. Rivelazione, esperienza e teologia del Dio dei cristiani, San Paolo, Milano 2009. F.X. Durrwell, Il Padre. Dio nel suo mistero, Città Nuova, Roma 1999. Segnaliamo inoltre due sussidi di preghiera: Preghiamo con S. Agostino. Un itinerario di ricerca e di incontro con Dio, a cura delle Monache Agostiniane di Lecceto, Paoline, Milano 2010 Padre di Gesù e Padre nostro, a cura delle Monache Benedettine di Civitella San Paolo, Paoline, Milano 1999

NELLA LITURGIA (a cura dell’Ufficio Liturgico) “Con la fiducia e la libertà dei figli” La preghiera del Padre Nostro Il nome, ancora oggi, rappresenta qualcosa di unico e misterioso della persona. Ne racchiude l’essenza, rappresenta la sua singolarità, apre alla relazione e alla conoscenza. Dare un nome o chiamare per nome costituisce un’esperienza significativa ed è alla base di ogni relazione umana. Anche nell’esperienza di fede, conoscere il nome di Dio costituisce un evento fondamentale. Dio, infatti, ha un nome, non si è celato dietro un anonimato misterioso ma lo ha svelato perché a tutti possa essere concessa la possibilità di invocarlo, di conoscerlo, di lodarlo e ringrazialo. Nel cammino della storia della salvezza Dio si è rivelato progressivamente e con diversi nomi, in ciascuno di essi vi è una verità donata, un mistero svelato, un volto riconosciuto. Chiamare Dio per Nome è dunque un dono concesso, una rivelazione ricevuta, nel suo Nome c’è la sua essenza, la conoscenza del suo progetto di salvezza, la confidenza di una relazione filiale. Per questo, invocare Dio per nome costituisce il dono che ogni figlio riceve nel rito del Battesimo: la consegna della preghiera del Padre Nostro. Il rito dell’Iniziazione cristiana degli adulti prevede un apposito rito di consegna che abitualmente può svolgersi durante il tempo del catecumenato, o più opportunamente, nella settimana successiva al terzo scrutinio (tempo di Quaresima). Così, infatti, ci ricordano le Premesse al RICA (Rito dell’Iniziazione Cristiana degli Adulti): «Nella preghiera del Signore gli eletti conoscono più profondamente il nuovo spirito filiale con il quale, specialmente durante la celebrazione eucaristica, chiameranno Dio con il Nome di Padre» (n° 25.2). Anche nel rito del battesimo dei Bambini, i genitori, a nome del proprio bambino, sono chiamati a invocare Dio con il nome di Padre (cfr. Rito del Battesimo dei Bambini, n° 76). Infine, nella guida per l’itinerario catecumenale per i ragazzi, la preghiera del Padre nostro viene consegnata con queste parole: «Signore Dio nostro, che abiti nell’alto dei cieli e che ami essere chiamato Padre, volgi lo sguardo su di noi riuniti nel nome del tuo Figlio, il Signore Gesù. Donaci il tuo spirito, il maestro nella nostra preghiera, perché possiamo pregarti nel suo nome». Il Padre nostro è la preghiera filiale per eccellenza, il Nome con cui Dio domanda di essere invocato e che nella liturgia cristiana l’assemblea pronuncia con una certa audacia, e parresia, cioè con semplicità, schiettezza, fiducia, con quella gioiosa certezza che possiede solo chi sa di essere profondamente amato (cfr CCC, n° 2778). Certezza e audacia che Dio stesso pone nel cuore di ogni figlio nel donare la sua stessa forza divina: lo Spirito Santo (cfr Rm 8,15). Nella liturgia eucaristica, in particolare quella domenicale, l’esortazione che introduce la preghiera del Padre nostro ci ricorda costantemente che invocare Dio
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come Padre è un dono continuamente rinnovato e concesso alla comunità radunata nel suo nome: Il Signore ci ha donato il suo Spirito. Con la fiducia e la libertà dei figli diciamo insieme. La preghiera del Padre Nostro unisce in una sola voce la preghiera di ogni cristiano, così come il pane Eucaristico ci rende un solo corpo. Per questo, infatti, nella celebrazione eucaristica, apre i riti di comunione. Come ci ricorda San Giovanni Crisostomo: Il Signore ci insegna a pregare insieme con tutti i nostri fratelli. Infatti, egli non dice Padre “mio” che sei nei cieli, ma Padre “nostro”, affinché la nostra preghiera salga, da un cuore solo, per tutto il Corpo della Chiesa. Questa preghiera, dunque, richiede di essere pregata o cantata da tutti. Andrebbe prima di tutto curata una buona recitazione corale, calma, senza fretta, con voce chiara e sostenuta. Inoltre, il testo del Padre Nostro, costituisce una di quelle parti liturgiche considerate “immutabili”, tanto che, perfino nel rito della Messa dei Fanciulli, si sottolinea l’importanza di restare fedeli al testo liturgico: «Perché non sia troppo accentuata la differenza tra le messe per i fanciulli e quelle degli adulti, non si faccia mai per i fanciulli un adattamento di certi riti e testi, quali “le acclamazioni” e le risposte dei fedeli ai saluti del sacerdote, il Padre nostro, la formula trinitaria della benedizione conclusiva della Messa» (n° 39). Di conseguenza, è sconsigliabile l’uso di parafrasi o testi che semplicemente si ispirano alla preghiera liturgica. Va incoraggiato, invece, l’uso di “cantare” o meglio “cantillare” il Padre Nostro. A questa preghiera comunitaria si addice una musica semplice, con una melodia non eccessivamente ornata, sullo stile della cantillazione delle orazioni, un “cantar dicendo”, con scioltezza, leggerezza, senza appesantimenti e inutili ripetizioni. Infine, un invito a favorire e incoraggiare l’uso di pregare con le braccia aperte e alzate verso l’alto, senza intrecciare le mani (gesto sconosciuto nella tradizione della Chiesa e più adatto per esprimere il Segno della pace). Infatti, il senso di questa preghiera insegnataci da Gesù non esprime primariamente la comunione e volontà fraterna, quanto l’invocazione del Nome santo di Dio. Alcuni esempi e proposte per pregare il Padre Nostro vengono proposte nel sussidio liturgico-musicale (vedi allegato).

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CREDO IN DIO PADRE ALCUNI SUGGERIMENTI E PISTE DI LECTIO DIVINA
(a cura di M. Marenco) significa fidarsi e affidarsi a Dio, secondo le sue parole “Non temere, perché Io sono…” con te…: AT: Gn 15,1-21 (Abramo); Es 14-15 (Mosè); 1Re 19 (Elia); nella profezia: Is ; Ger; Ez; Zc; …. NT: Mt 1-2; Lc 1-2 (Vangeli dell’infanzia); nei gesti e parole di Gesù nei Vangeli; Ap 1,1217a; 2,8-11; 1Gv 4,18. significa riconoscere che Dio è il Vivente: AT: Gn 2-3; Dt 30,15-20; Is 25,6-8; 55,10-11; Ez 47,1-12 NT: l’Albero della vita in Ap 21-22; Gv 6,35; 11,25; 14,6;…. 6,13; 17,3; 1Pt 1,3; significa imparare a conoscere Dio: AT: Is 45,3; Osea; Geremia; NT: Gv 17; Gv 10,14; significa custodire il creato e coltivare la pace: AT: Sal 150 (la gloria di Dio è l’uomo vivente); Es 16,12-21 (la manna); Dt 15,1-11 (il perdono dei debiti ); Es 21,1-6 NT: 2 Cor 8 (una colletta per i poveri); Ap 21

Testi per la preghiera: AT: la preghiera di Abramo (Gn 18), di Mosè e il canto dei liberati (Gn 14-15), di un profeta: Geremia; di Giobbe; dei Salmi; NT: la preghiera di Gesù (soprattutto Lc che mostra spesso Gesù in preghiera; e Gv 17); Atti degli Apostoli e Paolo (es: 2Ts 2,11; Fil 1,4; 4,6; Ef 6,18; Col 1,3); “Cercare Dio”: AT: Salmi; Qohelet; Is; Am 5,1-17; NT: Lc (le parabole); Gv “La parola diventa preghiera”: AT: Es 14-15; Dt 26,1-15; NT: Lc 2,22-40; Gv 17; Ap 21 “Insegnaci a pregare”: AT: Gn 18,1-19,28; Es 32; Tobia; Sal 4; NT: Mt 6,9-13; Gv 17; Gesù modello di preghiera in Luca; la preghiera apostolica in Paolo.

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