Enrosadira

© 2012 Daniele Gatti

Indice
Il percorso in sintesi Introduzione Primo giorno. Inizia l’avventura Secondo giorno. Sulle Pale di San Martino Terzo giorno. La valle delle meraviglie Quarto giorno. Colline boscose Quinto giorno. Riposo forzato Sesto giorno. Il sentiero della paura Settimo giorno. L’ultima maratona 3 5 10 32 54 73 91 95 137

Il percorso in sintesi

Il viaggio ha inizio venerdì 2 settembre 2011, intorno alle ore 10:00, a San Martino di Castrozza (altitudine 1.462 metri). Percorro un chilometro e mezzo a piedi per arrivare alla località Col Verde, a quota 1.965 metri. Da lì prendo la funivia, che mi porta in pochi minuti fino alle immediate vicinanze del Rifugio Rosetta (quota 2.578 metri). Il secondo giorno parto dal rifugio Rosetta, raggiungo il Ghiacciaio e la Cima Fradusta (2.939 metri) e infine scendo dal Passo Pradidali Basso verso il Rifugio Pradidali, situato a 2.278 metri di altitudine. In questa giornata percorro circa 10 km.
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Il terzo giorno abbandono il rifugio Pradidali e scendo in Val Canali per poi risalire fino al rifugio Treviso, a quota 1.630 metri. In questa giornata percorro altri 10 km. Il quarto giorno mi dirigo al Passo Cereda, ritornando indietro per parte del sentiero già battuto e passando per Malga Canali. Il Rifugio Cereda si trova a 1.369 metri di altitudine, e per raggiungerlo percorro altri 10 km. Il quinto giorno rimango bloccato al rifugio Cereda a causa del cattivo tempo che mi impedisce di rimettermi in marcia. Il sesto giorno lascio il rifugio Cereda e percorro l’Intaiada e il Troi dei Caserìn, in direzione del Bivacco Feltre (1.930 metri) e successivamente del rifugio Bruno Boz (1.718 metri). La tappa è lunga circa 14 km. Il settimo e ultimo giorno percorro 25 km attraverso tutte le Vette Feltrine, giungendo al rifugio Giorgio Dal Piaz (1.993 metri) e poi ridiscendendo al Passo Croce d’Aune (1.011 metri) e infine ad Aune (891 metri). Il viaggio termina l’8 settembre 2011 intorno alle ore 17:00. In totale percorro circa 70 chilometri.

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Introduzione
Innumerevoli anni fa, quando i nostri antenati faticavano per procurarsi quotidianamente il cibo e per non diventare essi stessi il pranzo di qualche animale feroce, la montagna era un luogo privo di interesse, un terreno da evitare ad ogni costo. Con tutte le difficoltà che già esistevano nella vita “normale” in pianura e in collina, dove ogni giorno la sopravvivenza era precaria, a chi sarebbe mai venuto in mente di arrampicarsi su per i monti, impervi e severi, cercando chissà cosa? Non poteva esserci nulla di utile lassù, tra sassi e pietre. Con il passare dei millenni, la montagna ha cominciato a mostrare un volto utile: i contadini tracciarono sentieri per raggiungere i prati dove far crescere il fieno, e i soldati fecero lo stesso per assicurarsi il controllo di postazioni strategiche, spesso situate anche in luoghi molto elevati e pericolosi. Qualcuno si accorse che le montagne erano ricche di minerali preziosi e utili, come il rame e l’oro; con l’avvento del progresso tecnologico, i monti acquisirono sempre più importanza, ad esempio per essere usati come basi sulle quali installare ripetitori e antenne, così da poter trasmettere comunicazioni vitali tra i diversi versanti. Solo in tempi relativamente recenti la montagna è diventata anche un luogo dove ritrovare sè stessi, immersi nel silenzio e nella contemplazione di luoghi ameni e paradisiaci, ma anche selvaggi e inospitali. Le pianure e le colline sono ormai civilizzate in ogni angolo, il cemento ha invaso tutto, le stelle di notte non si vedono più, annegate nella comoda ma inquinante illuminazione artificiale. Dove ritrovare il rapporto con la natura e con le sensazioni più primordiali e istintive, se non a tremila metri di quota, dove a malapena giunge uno stretto sentierino da seguire con attenzione onde evitare di rotolare giù a valle? Chi non ama la montagna stenterà a riconoscersi in questo pensiero, ma è giusto che sia così. Non tutti possiamo essere appassionati delle stesse cose, ed è un bene che non tutti siano
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interessati alla montagna, altrimenti anch’essa presto diverrebbe un luogo inflazionato, che perderebbe il suo particolare fascino. È giusto che essa rimanga un luogo frequentato solo da chi ricerca sensazioni particolari, che lo portino lontano dalla vita ordinaria. Del resto, la montagna esige molto da colui che ci si avventura: tempo da dedicarle, fatica fisica e mentale, adattamento alle condizioni climatiche avverse, a volte persino la salute, e nei casi estremi anche la vita. Non si può prendere nulla da essa, se non si è disposti a dare altrettanto. Da come parlo, penso si sia capito: la montagna ha sempre avuto per me un fascino particolare, e il mio destino è indissolubilmente legato ad essa. Non è solo perché mi affascina in sè, ma è anche una questione pratica e legata alla mia storia personale. Provenendo da una famiglia di origine bellunese, che possiede una casa alle primissime pendici delle Dolomiti meridionali, era impossibile che in qualche modo la mia vita non ne sarebbe stata influenzata. Situata nel paese di Aune, il quale fa parte del comune di Sovramonte, questa fiera dimora ha significato molto per me nel corso degli anni. Ricordo ancora con piacere le innumerevoli e interminabili estati trascorse lassù, stando via da casa per due o anche tre mesi, lontano dalla vita a cui ero abituato ma contemporaneamente vicino ad una realtà molto più spettacolare e stimolante. Il paese è incastrato in una valle dominata a nord da montagne granitiche e torreggianti, mentre a sud predominano rilievi verdi e lussureggianti dall’aspetto molto meno minaccioso, i quali degradano lentamente e lasciano spazio ad altri paesini profondamente incuneati nelle valli. Mille aneddoti e milioni di fotogrammi mnemonici sono legati a quel ridente agglomerato di casette, che conta appena un centinaio di abitanti. L’unico esercizio aperto è un piccolo negozio di alimentari, che vende lo squisito pane prodotto nel forno del paese, e nel quale si usa ancora appiccicare sui prodotti le etichette con il prezzo. Negli anni, molte cose sono cambiate: persone, vicende, relazioni sociali. Il fiumiciattolo che attraversa il paese è diventato sempre più piccolo fino a
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seccarsi quasi completamente, i boschi sono cresciuti a dismisura invadendo tutto. Quasi tutte le case sono state ricostruite, dopo che nell’agosto del 1944, in pieno conflitto mondiale, i tedeschi bruciarono il paese per rappresaglia contro i partigiani che osavano resistere nascondendosi tra le montagne. L’unica cosa che non è cambiata sono proprio le montagne: quei giganteschi monoliti di granito sono sempre stati lì, ad osservare silenziosamente la vita dei piccoli esseri umani sottostanti. La loro conformazione cambia così lentamente che non riusciamo a coglierne le variazioni, nel corso della nostra effimera esistenza. Il sapore rustico e antico che si respira nei pittoreschi viottoli di questo borgo è un qualcosa che ancora oggi mi affascina e al quale non mi posso sottrarre, nonostante le mie visite si siano molto diradate nel corso degli anni. Con il passare del tempo, infatti, i miei viaggi si sono rivolti sempre di più all’estero e sono diventati sempre più arditi, mentre i lunghi mesi di “trasferta” montana sono diventati sempre più brevi, fino a ridursi a poche settimane e infine a pochi giorni l’anno, o addirittura niente. Crescendo si cambiano interessi e si allargano gli orizzonti, tuttavia non si dimenticano mai le proprie radici: è per questo motivo che stavolta ho deciso di tornare all’ovile e di organizzare un viaggio che avesse come cardine proprio il mio paese e le scoscese pendici che lo circondano. Un viaggio che configurasse la mia seconda abitazione come un punto di partenza e contemporaneamente di arrivo, per simboleggiare che dietro ogni avventura c’è sempre la propria dimora, la quale viene temporaneamente abbandonata ma dopo un po’ fa sentire il suo irresistibile richiamo. Obbligato a partire in solitaria, poiché per vari motivi non ho potuto coinvolgere gli storici compagni di viaggio con i quali ho girato metà Eurasia, ho quindi scelto di scartare un ulteriore viaggio all’estero e di dedicarmi interamente alle Dolomiti. Paradossalmente, al momento di organizzare il viaggio conoscevo ancora poco le meraviglie che offrono queste montagne, nonostante ci avessi vissuto a due passi per numerose estati e
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qualche inverno. Non mi ero mai spinto molto più in là delle valli e delle cime che potevo vedere dalla finestra di casa mia, anche perché ero troppo piccolo per poter prendere una qualsiasi iniziativa. Ma la ruota della vita gira per tutti, ed è infine giunta l’occasione di spingermi oltre i confini conosciuti e andare a scoprire cosa ci fosse dietro quelle creste rocciose, che finora avevo solo visto da lontano. L’idea era quella di compiere una camminata di una settimana (tale è il tempo che mi è stato concesso dal mio lavoro di infermiere) attraverso i mirabolanti sentieri dell’Alta Via delle Leggende, che tra le dieci Alte Vie esistenti è probabilmente la più famosa e frequentata. Da Aune a San Martino di Castrozza, trasportato in automobile, e poi di nuovo fino ad Aune, attraversando a piedi le montagne e concludendo in bellezza proprio con l’ingresso a casa mia. Un programma compatibile con le mie possibilità fisiche, un’occasione speciale per gustare alcuni dei panorami più suggestivi del mondo (e non credo di essere presuntuoso, mentre affermo ciò). Un’idea che andava assolutamente assecondata e portata avanti, poiché era una di quelle idee che saltano subito alla gola e ti afferrano con una forza irresistibile, facendoti capire che non puoi opporti al loro volere ma puoi solo cedere e metterle in pratica. Se tenti di ignorarle o di accantonarle temporaneamente, si ripresentano ancora più forti e agguerrite: probabilmente questi impulsi irresistibili sono un segno del destino, al quale non si può scappare. Non si trattava certamente di un’idea straordinaria: il percorso che sarei andato a compiere era solo un terzo della lunghezza complessiva dell’Alta Via, e la via stessa è molto conosciuta e frequentata, dunque niente luoghi inesplorati o estremi. Tuttavia, il fatto di essere da solo avrebbe costituito un’incognita nuova, un’esperienza mai provata prima, che nonostante fosse forzata mi stuzzicava non poco. Qualcuno dirà subito: “Da solo? Ma è pericoloso! Non si va mai in montagna da soli, bisogna sempre essere almeno in due. Se ti dovesse succedere qualcosa, chi ti soccorre?”. In effetti, è quello che mi hanno detto praticamente tutti, prima di partire. Un pensiero perfettamente condivisibile, non ho nulla da obiettare:
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tuttavia, qualcosa mi diceva che l’esperienza in solitaria era da provare, che non avrei potuto lasciarla nel limbo delle esperienze pensate mille volte e poi mai attuate. Per cui, finalmente libero dalla morsa del lavoro, un bel giorno all’inizio di settembre ho racimolato lo stretto indispensabile, l’ho cacciato in uno zaino sdrucito ma fedele e sono partito alla volta del Veneto, per andare a scoprire queste affascinanti montagne.

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Primo giorno
Inizia l’avventura
Da molto tempo non metto piede ad Aune, e il primo impatto ha un sapore decisamente diverso da quello che di solito provavo arrivando qua. Stavolta vengo per partire di nuovo, non per restare: quasi mi dispiace di non avere il tempo sufficiente per perdermi un po’ nei viottoli, esplorando zone che già conosco bene ma che magari vedrei sotto una luce diversa, in questo momento. Essere di passaggio in un luogo familiare è una sensazione contraddittoria, ma che viene facilmente sovrastata dal pensiero fisso a ciò che mi aspetta nei prossimi sette giorni, o forse più. Chissà infatti se riuscirò a percorrere tutta la distanza che mi sono prefissato senza incappare in ritardi o impedimenti vari. Come al solito, nel momento in cui sto per cominciare un viaggio vengo assalito da innumerevoli dubbi, i quali rappresentano non un noioso handicap, bensì un ulteriore elemento di spinta, che porta a vivere il viaggio più intensamente. Dopo una buona dormita, che spazza via la stanchezza dovuta alle quattro ore di viaggio in automobile, mi ritrovo a preparare lo zaino. So bene che ho ancora poco tempo per godermi il calduccio e la sicurezza di casa mia, prima di doverla abbandonare e di ritrovarmi in mezzo ai monti. Nello zaino trova posto solo lo stretto necessario: pochi vestiti scelti accuratamente per non essere né troppi né troppo pochi, mezzo litro d’acqua, fazzoletti, sacchetti di plastica, alcuni indispensabili accessori e un minimo kit di pronto soccorso, che spero di non dover usare mai. Da mangiare ho solo qualche pezzetto di cioccolata, poiché conto di rifocillarmi sempre nei rifugi: così facendo sicuramente alleggerirò il portafogli, ma contemporaneamente il mio fardello peserà molto meno. Nel marsupio invece tengo i documenti, il telefono cellulare (che ho comunque deciso di portare, nonostante la tentazione di lasciarlo a casa fosse forte) e
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l’indispensabile macchina fotografica con cui immortalare i momenti salienti del viaggio, nella speranza che ciò mi aiuti a non dimenticarli con il passare del tempo. A questo proposito, non poteva mancare nemmeno il taccuino per gli appunti. Naturalmente non mi sono dimenticato della chiavetta, caricata con ore di musica affine al primordiale ambiente montano. Tecnicamente è l’oggetto più inutile che mi sto portando appresso: in realtà, sarà quello che donerà al viaggio un contributo fondamentale e irrinunciabile. Dopo aver riposto tutto il materiale nella bisaccia, lancio un ultimo sguardo alla cucina, il locale principale di casa mia. Osservo bene la grossa stufa, sulla quale abbiamo cucinato innumerevoli polente; il vecchio lavandino in pietra, ormai corroso ma ancora perfettamente funzionante; la credenza che poggia su gambette metalliche sorprendentemente sottili, e che tante volte abbiamo temuto potesse sfondare il pavimento con il suo peso; il divano in tela verdastra sul quale tante volte ho pisolato, quando non riuscivo a dormire nel letto a causa della troppa polvere. Prima di varcare la soglia, prometto a tutti questi oggetti che tornerò presto a utilizzarli di nuovo. La mia storia è legata ad essi, e ho un impegno nei loro confronti, anche se loro non lo sanno. I primi passi Il punto zero del viaggio è a San Martino di Castrozza, sotto un cartello che segnala la funivia Rosetta a poche centinaia di metri di distanza. Il tabellone segna il punto in cui finisce l’asfalto e inizia il sentiero sterrato, che d’ora in poi sarà il mio amico inseparabile per diversi giorni. Nel momento in cui mi giro verso il sentiero e comincio a muovere i primi passi, sono le dieci di mattina del 2 settembre 2011. Cammino velocemente, senza voltarmi indietro: ho paura di essere assalito da un irresistibile impulso a rinunciare, e intendo contrastarlo. Forse è un bene che non riesca a rilassarmi totalmente: quando il livello di stress
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emotivo è troppo basso, la concentrazione cala e si rischia di compiere errori. Il sentiero che porta al rifugio Rosetta mi dovrebbe impegnare per circa tre ore, salvo rallentamenti dovuti al mio non perfetto allenamento, ma potrei accorciare di molto decidendo di salire in funivia, meno eroica ma sicuramente più comoda e ugualmente panoramica. Il cielo è coperto da nuvoloni vagamente minacciosi, che potrebbero decidere di rovesciarmi addosso cateratte d’acqua da un momento all’altro: ma per ora il meteo sembra resistere, e le goccioline d’acqua rimangono saldamente sospese in aria. In ogni caso so come difendermi dall’acqua, essendomi portato la giacca da velista, totalmente idrorepellente fino a cinque metri di pioggia: tuttavia è sempre meglio che non piova, essendo la montagna piuttosto insidiosa quando il terreno è bagnato. Se a casa mia la pioggia può essere gestita più o meno facilmente con l’ausilio di un buon ombrello, quassù le cose sono diverse, e dunque spero vivamente di non essere mai sorpreso da un acquazzone. La mia buona stella “viaggiatrice”, che tante volte mi ha salvato da situazioni disagevoli o noiose, non mi abbandonerà proprio in quest’occasione, almeno spero. I primi minuti di camminata sono piuttosto stentati e incerti. I muscoli sono ancora freddi e la mente non è ancora entrata completamente nell’ottica di dover percorrere quasi settanta chilometri a piedi, attraverso gli aspri sentieri dell’Alta Via: di conseguenza, nonostante il sentiero sia una facile mulattiera che chiunque potrebbe percorrere senza sforzo, avverto già una lieve stanchezza che mi preoccupa un po’. Ma in cuor mio so che è l’affaticamento del lunedì mattina, e non del venerdì sera: è quella stanchezza latente, dovuta al fatto che bisogna ancora carburare e svegliarsi del tutto. L’inizio di qualcosa è sempre motivo di sconvolgimento, anche minimo, nella psiche di ognuno: il cervello fatica a rendersi conto che deve abbandonare ciò che già conosce e cominciare a fare qualcos’altro, magari un qualcosa che non ha mai tentato prima. Per contrastare la pigrizia mentale continuo quindi a camminare senza mai fermarmi, trovando così
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un rimedio al frescolino della mattinata, priva di sole e molto umida. A furia di camminare, presto inizio a sudare e il problema del freddo è risolto, almeno fino a quando non mi dovrò fermare per riposare o per mettere qualcosa sotto i denti. Ben presto mi rendo conto che, nonostante sia da solo nel mio viaggio, la mia è una solitudine relativa, non assoluta: molte persone stanno percorrendo il mio stesso itinerario in entrambi i sensi, e non posso mai dire di essere veramente solo. Lo sono da un punto di vista mentale, ma certamente non materiale. Ciò da una parte mi consola, poiché se mi prendo una distorsione so che qualcuno mi potrà aiutare, ma allo stesso tempo mi infastidisce: è come se le altre persone mi stessero “rubando” una parte del viaggio, come se lo rendessero meno puro e meno autentico, perché non conforme a ciò che mi sarei aspettato. Pensavo che in questo periodo dell’anno non avrei trovato praticamente nessuno, invece come al solito la realtà è ben diversa da come la si immagina. Presto, tuttavia, imparerò che quando si cammina per le montagne non va mai disdegnata la compagnia. Funivia Camminando con passo ormai abbastanza sicuro, ma con una punta di fiatone, raggiungo il primo punto in cui devo prendere una decisione. La località Col Verde mi mette di fronte al dilemma della funivia: usarla o no? Questo dubbio amletico viene presto risolto da alcune considerazioni di carattere pratico, che sovrastano velocemente il fattore “romantico” del voler percorrere tutto ostinatamente a piedi. Il cielo, infatti, è coperto di nuvole sempre più scure e appare manifesto che presto ci sarà uno scroscio di pioggia, presumibilmente violento. Le alte montagne che mi circondano, rocciose e severe, non fanno che incoraggiarmi a scegliere la funivia, poiché sicuramente un sentiero che si inerpica per montagne tanto selvagge non è semplice e non va sottovalutato. Alla luce di ciò, mi ritrovo presto a chiedere un biglietto di sola andata al bigliettaio, e ho
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perfino la fortuna di partire dopo pochi minuti, essendo arrivato con perfetto tempismo. È significativo il fatto che abbia chiesto un biglietto di sola andata, e non uno di andata e ritorno: ciò rappresenta uno strappo netto con il fondovalle, che sto abbandonando in favore dell’alta montagna, e che non potrò riguadagnare prima di qualche giorno. Per quanto la sensazione sia molto minore, mi sento come i ricercatori antartici che svernano al Polo, confinati in un luogo dove per lunghissimi mesi nessuno può arrivare e dal quale nessuno può andarsene. Lassù troverò dei rifugi e delle persone, ma nulla mi impedisce di sentirmi ugualmente intrappolato nella morsa delle montagne. L’addetto alla funivia entra nella cabina con fare piuttosto pigro e svogliato, azionando più volte il meccanismo di apertura e chiusura della porta per controllare che tutto sia a posto. Chissà quante volte ha ripetuto questi gesti in vita sua: ormai in questo contesto non ci sarà più nulla che riesca a smuovergli una qualsiasi emozione, nemmeno la vista delle maestose Pale che torreggiano su di noi come dei denti aguzzi e pronti a ghermirci. Non c’è nessuno nella mia cabina, ma nonostante ci troviamo in due in uno spazio così ristretto, non scambiamo nemmeno una parola, come se un sottile imbarazzo permeasse la scena. A dire il vero sono piuttosto nervoso, perché tra poco percorrerò un dislivello notevole in pochi minuti, e perché in quei pochi minuti sarò sospeso nel vuoto, assicurato unicamente da un robusto ma non indistruttibile cavo d’acciaio. Mi ripeto più volte che una simile fune è stata più volte collaudata ed è perfettamente tarata per sopportare il peso della cabina, tuttavia non posso trattenere il batticuore mentre la mia scatola di latta si solleva da terra senza fare alcun rumore e inizia a salire vertiginosamente lungo il fianco della montagna, guadagnando quota rapidamente e senza esitazioni. Le dense nuvole che avvolgono le cime delle montagne non mi permettono una grande vista panoramica, tuttavia non posso fare a meno di notare un sentiero piuttosto sconvolgente. È composto da innumerevoli serpentine che scendono lungo tutta la parete della montagna, e da quassù
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appare così stretto da far dubitare che qualcuno ci possa camminare sopra. Eppure, quello non può essere altro che il sentiero che dovrò percorrere domani: assolutamente inconfondibile è quella “impressionante serie di zig zag”, che la guida turistica descrive con toni enfatici. Alla tensione derivante dal trovarmi su questo cubo semovente, ora si aggiunge il vago timore che quello strettissimo sentiero mi procura. Tuttavia, presto mi convinco che appare così stretto solo perché mi trovo molto in alto, e che una volta riguadagnate le proporzioni “a misura d’uomo” il sentiero assumerà connotati molto meno minacciosi. Con sinistra tranquillità, e sempre nel silenzio più assoluto, il mio cubo d’acciaio si ferma passando a pochi millimetri dalla parete dell’edificio che si trova in cima alla montagna. Sono arrivato, incolume e con rinnovata volontà di affrontare al meglio le Pale di San Martino. Non mi rimane che scendere e saggiare il terreno del brullo altopiano, nonché respirare l’aria dei 2.600 metri, rarefatta ma limpida. Tuttavia, più che aria respiro vapore acqueo: la spoglia distesa di roccia sulla quale la funivia mi ha lasciato è completamente coperta dalla nebbia. La visibilità non supera i dieci metri, ma il sentiero è tracciato in maniera così evidente che è impossibile perderlo. Inoltre, mi sembra di essere capitato su una spiaggia di Riccione, considerata la massa di gente che popola le immediate vicinanze della funivia. Questo mi infastidisce non poco, perché se potevo tollerare una nutrita presenza umana sul fondovalle, sono meno disposto a farlo quando si supera una certa quota, e soprattutto quando si poggiano i piedi su montagne così particolari. Montagne che dovrebbero essere vissute in totale solitudine, nella quale fare incontri con gli esseri elementari ed elevare il proprio spirito. Tuttavia, chi sono io per pretendere di essere l’unico ad avere il diritto di vivere queste sensazioni? Il segnavia CAI indica il rifugio Rosetta a meno di cinque minuti di cammino dal punto in cui mi trovo ora. Deve essere molto vicino, ma il nebbione è così denso da lasciarmi a malapena
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intravedere le sagome delle persone che camminano vicino a me. Solo quando mi trovo a poche decine di metri dall’edificio, riesco finalmente a intravederlo. Si tratta di un’ampia costruzione squadrata, verniciata di giallino, con le finestre bianche e blu. Più simile ad un alberghetto che ad un vero rifugio, è il mio primo punto fisso, sul quale faccio un importante affidamento. In particolare spero di trovare dei gestori affabili e disposti a risolvere i miei numerosi dubbi, che reputo legittimi dato che è la prima volta che mi avventuro da solo per i monti. Non essendo abituato ad andare allo sbaraglio, vorrò sapere tutto il possibile sul percorso che mi attende, e soprattutto vorrò sapere come comportarmi in ogni situazione che mi potrebbe capitare. Rifugio Rosetta Il rifugio è in ristrutturazione, dato che un intero lato è occupato da impalcature, tubi metallici e nastri bicolori bianco – rossi. Attorno ad essi, diversi uomini stanno lavorando alacremente, incuranti del brutto tempo e della nebbia. Non c’è tuttavia bisogno di deviazioni per entrare: l’ingresso è ancora libero, per cui varco la soglia e vengo subito investito da un muro di calore impressionante, che mi appanna completamente gli occhiali. Quando riesco a ripulirli, noto immediatamente il responsabile di tale cambiamento di temperatura: una grossa stufa maiolicata, posta esattamente al centro del grande stanzone. Attorno ad essa vi sono numerose persone intente a rifocillarsi con un buon piatto di polenta e funghi, o con una sempreverde pasta al pomodoro e basilico. Quasi tutti fanno parte di un gruppo, e questa prima immagine di vita all’interno del rifugio mi causa una sensazione strana: che ci faccio io qui, da solo? Qual è il mio posto qui dentro, ammesso che ce ne sia uno? Rimango qualche minuto ad osservare la scena, quasi pietrificato, mentre le persone mi passano davanti senza curarsi affatto della mia presenza. Tra boccali di birra, piatti fumanti e rumorose chiacchiere, un po’ in italiano e un po’ in tedesco, mi sento veramente fuori posto. È
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come se fossi capitato all’improvviso su un altro pianeta, popolato da esseri strani e incomprensibili, e non sapessi assolutamente come comportarmi. Per eliminare questa situazione imbarazzante, vinco l’inerzia dell’immobilità e mi dirigo al bancone, gremito di persone, per cercare di parlare con un responsabile del rifugio e farmi assegnare una camera. Non dispero di trovarne una libera, dato che ho telefonato qualche giorno fa e mi sono sentito rispondere che c’è posto finché voglio. Il mio interlocutore è un uomo dall’aspetto vissuto, con i capelli grigi e un’espressione apparentemente burbera, ma venata di lieve simpatia. Mentre aspetto che si accorga della mia presenza, mi cade l’occhio su una fotografia che non capisco se sia reale o no: raffigura proprio lui nell’atto di scalare una parete, soltanto che tiene la roccia con una sola mano, mentre nell’altra tiene un grosso boccale di birra, innalzandolo al cielo come se stesse brindando. Osservando le luci potrebbe essere un fotomontaggio, ma si sa che i montanari sono gente strana…che quella foto sia autentica? Ma ecco che finalmente l’uomo si gira verso di me e mi rivolge la parola, con un tono piuttosto secco ma non sgarbato. Dopo aver appreso che desidero una camera per passare la notte, mi ritira la carta d’identità affermando che me la restituirà l’indomani alla partenza, e mi assegna la stanza raccomandandomi di non salire nelle camerate con indosso gli scarponi. Imparerò presto che questa è una regola indispensabile in ogni rifugio, per evitare che le camere da letto vengano insozzate completamente. Dopo aver imprecato un po’ per togliermi gli scarponi e per cercare un paio di ciabatte decenti tra le numerose varietà offerte dal rifugio, decido di battere subito la ritirata e di fiondarmi in camera per prendere confidenza con la mia nuova casa, ma soprattutto per sottrarmi a quell’ambiente che percepisco così ostile e spiazzante, pur nella sua spensierata e dilagante allegria. Spero che sia solo un’impressione passeggera. Mi è stata assegnata una camerata con tre letti a castello. Le porte non hanno serratura e possono essere aperte tranquillamente da
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chiunque: motivo valido per portarsi sempre dietro gli oggetti importanti, poiché anche in alta montagna gli istinti ladreschi non sono mai del tutto sopiti. Noto subito che due brande sono già occupate, in quanto ci sono dei vestiti e dei sacchetti di plastica poggiati sopra: dunque avrò compagnia. È già un inizio incoraggiante. Dopo solo pochi minuti trascorsi in camera, infatti, inizio a rendermi conto di cosa significhi realmente il viaggio in solitaria. La mia unica compagnia è rappresentata dall’untuosa parete di legno che mi circonda: per il resto, se mi servono degli stimoli mi devo arrangiare e trovare dentro di me quello che serve. Avendo sempre viaggiato in due, o comunque in compagnia, questa è una sensazione che non avevo ancora provato e che suscita in me sentimenti contrastanti. Da una parte c’è la consapevolezza di essere libero e sciolto da qualsiasi legame, dall’altra c’è il rovescio della medaglia di quest’assenza di vincoli, che non è propriamente semplice da gestire, e potrebbe perfino risultare eccessiva. Non basta essere liberi, bisogna anche sapere cosa farsene, della libertà. Dal mio cantuccio, situato al secondo piano e quindi piuttosto distante dal gremito salone principale, mi giungono all’orecchio solo voci attutite e rumori ovattati. Sembra che non ci sia nessuno che si ritira in camera a quest’ora, e infatti anche il corridoio esterno è vuoto e silenzioso. Ora non sono più immerso nella folla, tuttavia mi sento comunque un po’ alienato, e sono incerto se rimanere a crogiolarmi nella mia solitudine o se scendere e cercare di fare amicizia con qualcuno, oppure farmi una passeggiata, o magari cercare di acquisire informazioni in più sul percorso che mi aspetta domani. In ogni caso, trovo più sensato ritornare da basso e vivere un po’ l’atmosfera del rifugio, piuttosto che rimanere a vegetare in camera. Alla luce di questo pensiero, ridiscendo le scale e mi infilo nuovamente gli scarponi, per andare a fare quattro passi cercando di dare un senso ad una giornata iniziata in maniera piuttosto spiazzante. Poiché reputo lo stanzone comune ancora troppo affollato per i miei gusti, decido di uscire e di esplorare un po’ le immediate
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vicinanze del rifugio. All’esterno non c’è più nessuno, ma sono comunque in compagnia della solita nebbia, che non accenna ad abbandonare la spoglia e pietrosa distesa che mi circonda. Mi incammino per qualche metro in direzione nord, nel tentativo di trovare un punto il più possibile panoramico dove sedermi a riflettere, ma presto qualcosa guasta i miei piani: non ho percorso nemmeno trenta metri quando inizio a sentire dei pesanti goccioloni infrangersi sulla mia giacca impermeabile. Ho a malapena il tempo di tornare a ripararmi sotto la veranda del rifugio, dopodiché si scatena il finimondo. Una pioggia torrenziale, venuta da non si sa dove, cancella immediatamente tutti i miei propositi esplorativi e mi costringe a ripararmi nuovamente all’interno, poiché l’acqua è accompagnata da un vento particolarmente intenso che gela fin nelle ossa. Devo ricordarmi che mi trovo in alta quota, e che qui il tempo può cambiare con brutale rapidità. Sconfitto dalle condizioni meteorologiche, tento quindi di stabilire un ulteriore contatto con i gestori del rifugio, per ottenere un po’ di preziose informazioni da chi ha infinitamente più esperienza di me. L’uomo che inizialmente mi aveva accolto ora non c’è più, forse impegnato in qualche lavoro di manutenzione. Dietro il bancone c’è un ragazzo molto più giovane, che probabilmente è il figlio, dato che la maggior parte dei rifugi della zona è a conduzione familiare. Un po’ tentennante, mi presento e comincio subito a porre alcune domande: in particolare mi interessa sapere se l’itinerario migliore per raggiungere il rifugio Pradidali sia quello che attraversa il ghiacciaio della Fradusta oppure il sentiero classico dell’Alta Via, quello delle numerose serpentine che ho intravisto dalla cabina della funivia. Il ragazzo mi risponde che con il brutto tempo è più consigliabile il percorso classico, ma che anche la traversata del ghiacciaio è perfettamente fattibile, poiché ormai il sentiero non è più una semplice traccia scavata nel nevaio, bensì un normalissimo sentiero di ciottoli, reso tale dal progressivo scioglimento dei ghiacci. Vengo rassicurato anche sulle terribili
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serpentine, che apparivano così anguste solo in virtù del fatto che le osservavo dall’alto: in realtà quella traccia contorta è un sentiero agevole e sufficientemente largo da non creare problemi a nessun escursionista con un minimo di esperienza. Al massimo, potrei avere qualche dubbio sul tratto di sentiero successivo, attrezzato con corde fisse e scavato per un centinaio di metri nella roccia viva. Sulla guida è segnalato come tratto non difficile, e anche il ragazzo mi conferma che non è un tratto particolarmente problematico, tuttavia non posso sapere effettivamente quanto sia forte l’esposizione al vuoto, e in cuor mio sto già pensando di effettuare la traversata del vecchio ghiacciaio, che si svolge su un sentiero totalmente privo di tratti attrezzati. Il suddetto sentiero è segnato sulla cartina con la linea puntinata, che indica un sentiero difficile o incerto, ma le mappe sono vecchiotte e non tengono conto del fatto che ormai il ghiaccio è sparito quasi del tutto. Già che ci sono, chiedo anche se sia il caso di telefonare al rifugio successivo per avvisare che domani ad una certa ora partirò, così da lasciare traccia del mio itinerario sia nel punto di partenza sia nel punto di arrivo. Egli mi risponde che non è necessario, poiché i sentieri non sono problematici e c’è sempre gente che li percorre: inoltre, afferma che in trent’anni di gestione del rifugio Rosetta non è mai capitato a nessuno di dover effettuare una missione di soccorso a causa della nebbia, perché nessuno si è mai perso. Abbastanza rassicurato da queste parole, ringrazio e decido di ritornare in camera a riposare un po’, poiché non trovo modo di inserirmi nell’incessante cicaleccio che popola lo stanzone, e mi serve un po’ di tranquillità per studiare le cartine. Cima (Colonna sonora: Blut Aus Nord – “Ultima Thulee”) La camera è ancora vuota, e i materiali poggiati sulle due brande sono ancora nelle stesse posizioni di prima. Le pareti di legno scricchiolano, sospinte dal vento, che si è fatto ancora più forte e
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sta ululando sinistramente, quasi con voce umana. I suoi toni sono lamentosi e stridenti, non mi comunicano nulla di positivo. Sono soddisfatto di aver scelto la via più facile per arrivare al Rosetta, cioè la funivia: se avessi scelto di salire a piedi, a quest’ora mi sarei trovato a metà strada, in mezzo all’acquazzone e alla bufera di vento. Come al solito, ho fatto bene a dar retta al mio istinto. Soddisfatto dalla mia piccola prodezza, mi butto sul letto e cerco di non pensare a niente. Il vento continua a strepitare, e ben poca luce filtra dalla finestrella posta proprio di fronte a me, le cui imposte sono quasi completamente chiuse, ma lasciano uno spiraglio per far entrare la luce del giorno. Ho già provato tempo fa la splendida emozione di trovarmi in un rifugio di montagna, ben protetto e riscaldato da un sacco a pelo, mentre fuori la natura si scatenava e colpiva con furia tutto ciò che trovava. Ora che mi sta succedendo di nuovo, provo finalmente la prima emozione positiva del viaggio, e mi convinco che non sono affatto fuori luogo, bensì sono nel posto giusto al momento giusto. Non importa se sono da solo e se fuori è brutto tempo: questo è solo il primo giorno e la situazione cambierà sicuramente, prima o poi. Piano piano, il suono della pioggia e del vento mi rilassano e mi fanno sprofondare in uno strano dormiveglia, nel quale i pensieri si confondono e si uniscono senza tener conto della logica razionale. Ma proprio mentre sto per addormentarmi inebetito, un sussulto mi scuote e mi rendo improvvisamente conto che dalla finestrella sta filtrando un po’ di luce. Non solo, il chiarore aumenta sempre di più, a vista d’occhio. Vuoi vedere che sta tornando il bel tempo? In un batter d’occhio mi passa la sonnolenza, avvampo e mi rimetto gli scarponi, pronto a uscire. Quando esco, stento a riconoscere il luogo dove mi trovo. Tutto il nebbione si è volatilizzato, e adesso appaiono netti i profili delle montagne su ogni lato, così come appaiono anche in lontananza le profonde valli che si snodano tra i monti. La luce ha invaso tutto, cambiando completamente la faccia del paesaggio. Inutile dire che, dopo un simile stravolgimento, non posso esimermi dall’esplorare un po’ la piana
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rocciosa, ringraziando silenziosamente la montagna per aver allentato un po’ la sua possente morsa su di me. L’aria esterna è sempre fresca e pungente, ma non più umida e fredda come prima. Come prima escursione di prova, decido di salire sulla cima Rosetta, la montagnola sul fianco della quale è stato costruito il punto di arrivo della funivia. Nessuno segue il mio itinerario: sembra invece che tutte le persone stiano facendo spola tra la funivia e il rifugio, oppure si stanno incamminando verso sud – est, lungo i sentieri dell’Alta Via che domani mattina percorrerò anch’io. La cima Rosetta è dunque tutta per me, e la conquisto poco alla volta salendo su un sentierino ghiaioso e facile, che si snoda lungo diverse serpentine. Un cartello recita che è severamente proibito uscire dal sentiero tracciato, poiché l’abitudine a tagliare i sentieri e a creare scorciatoie sta distruggendo il delicato ecosistema delle Pale di San Martino, dal terreno friabile e popolato da una flora particolare e precaria. Rimango dunque diligentemente sul sentiero, anche se tagliando potrei accorciare notevolmente la distanza che mi separa dal crinale roccioso, sul quale scorgo una solitaria croce infissa nel punto più alto. Quando finalmente raggiungo le ultime sporgenze rocciose, mi rendo conto che appena oltre c’è il vuoto: un immenso strapiombo di almeno mille metri, e verso il quale provo subito una sorta di timore reverenziale. Non oso avvicinarmi troppo al bordo, poiché uno svarione significherebbe quasi la certezza di volare giù, perciò mi mantengo prudentemente dietro alcune sporgenze rocciose, abbastanza grandi da proteggermi e al contempo non così grosse da impedirmi la visuale. Ad un certo punto però, vinto dalla curiosità, decido di sdraiarmi e di sporgere la testa oltre il bordo. La vista è spettacolare. Il verdeggiante fondovalle è coperto in parte da nuvole, che stanno molto più in basso di me. Si muovono pigramente, non più sospinte dal potente vento che fino a poco fa spazzava quest’arida conca. Evidentemente anche alle quote inferiori il meteo si è calmato, ma non si sa per quanto andrà avanti: da est stanno infatti arrivando dei grossi nuvoloni
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che cominciano a coprire le cime delle montagne vicine a me. Stare sull’orlo dello strapiombo mi mette un po’ d’ansia, perciò mi limito a girare un video di una decina di secondi, dopodiché riguadagno possesso del sentiero, sufficientemente lontano dal baratro. Fortuna che non soffro di vertigini, altrimenti questi luoghi così impervi mi sarebbero negati, e contemporaneamente mi sarebbero precluse anche le sensazioni che provocano. Senza contare che non potrei nemmeno percorrere i sentieri dell’Alta Via, essendo a volte stretti ed esposti al vuoto, quindi assolutamente sconsigliabili per chi non ha un buon senso dell’equilibrio. Stranamente, la croce pare non essere raggiungibile: il sentiero finisce dove mi trovo ora, e il monumento sta a una decina di metri di distanza, oltre alcune rocce piuttosto irregolari che decido di non provare nemmeno a scavalcare, in quanto pericolosamente vicine allo strapiombo. Soddisfatto della mia piccola escursione, comincio a ripercorrere il sentiero a ritroso, in direzione del rifugio che scorgo a qualche centinaio di metri. In men che non si dica, mi ritrovo di nuovo immerso nella nebbia. Fortuna che i sentieri sono segnati molto bene, altrimenti mi perderei nel giro di pochi minuti. Fino a poco fa era sparita tutta la caligine, ora da dove è saltata fuori? Può essere quella nuvola che ho visto avvicinarsi poco fa? Quel che so per certo è che quest’altopiano è un luogo strano, paradossale, in continuo mutamento, che non offre sicurezze né garanzie. La musica che ho nelle orecchie è perfettamente affine ad esso: grezza, severa, ricca di atmosfera e di pathos, eccezionalmente evocativa. Potrei stare qui per ore a gustarmi il connubio offerto dalla natura e dai magici suoni, ma ora mi pare perfino di sentire delle gocce di pioggia volare giù dal cielo. Mi conviene affrettare il passo, per non rischiare una doccia fuori programma. Libri Nel momento esatto in cui arrivo al rifugio, la pioggia si ingrossa un po’ e diventa un rovescio vero e proprio, non più una
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semplice pioggerellina. Vorrei rimanere un po’ ad osservare la scena, molto suggestiva dato che ora non vedo nessuno attorno all’edificio e l’unico movimento è proprio quello delle gocce che si infrangono al suolo, ma il vento e il freddo pungente mi convincono presto a rientrare per scaldarmi vicino alla stufa. Non c’è nulla di meglio di un qualcosa che dispensi calore, quando si staziona in un rifugio di alta montagna. Il calore è vita, richiama le persone e dà sicurezza, nonostante sia una forma di energia poco nobile, che in fisica viene considerata “degradata”. Lo stanzone si è svuotato di buona parte dei suoi occupanti, e ora prevalgono il silenzio e la tranquillità. Solo poche persone sono rimaste sedute ai loro tavoli: qualcuna di esse è accompagnata dall’inseparabile bicchiere di birra. Ci sono un paio di coppie di giovani fidanzati, qualche viaggiatore solitario come me che sta sistemando i suoi kit da ferrata, qualche anziano signore che legge i numerosi libri conservati nella biblioteca del rifugio. Ovviamente si tratta esclusivamente di riviste e libri che parlano di montagne, trekking, escursioni, arrampicate e via dicendo. Per ingannare il tempo, mi siedo a un tavolo vuoto e comincio anch’io a leggere qualcosa, lasciandomi ispirare dalle copertine e dagli affascinanti titoli. Il primo libro che trovo si intitola “Sul Cimon della Pala tira il vento”: esso narra le vicende alpinistiche consumatesi su quest’affascinante e torreggiante montagna, posta a due passi da dove mi trovo ora, e che svetta su buona parte delle Dolomiti grazie ai suoi tremila metri abbondanti. Cima famosa per la sua forma slanciata, oltre che per essere raffigurata sullo stemma araldico della Guardia di Finanza (non a caso, un bivacco situato vicino alla vetta si chiama proprio “Fiamme Gialle”), è una montagna affascinante sia da vedere, sia da scalare, sia da leggere su carta stampata: sono infatti divertenti i racconti e gli aneddoti che vengono narrati sui primi alpinisti, i pionieri delle Dolomiti, che decisero di conquistarne la vetta. Aneddoti che rivelano esperienze difficilmente immaginabili, che vanno vissute per essere comprese, e che rimarranno per sempre proprietà di chi ne è stato protagonista, anche se decide poi di
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divulgarle con un libro. Leggendo di queste imprese pionieristiche e ardite, mi viene in mente un pensiero apparentemente banale ma in realtà importante: a chi dobbiamo la possibilità di salire su queste montagne con relativa facilità, oggigiorno? Quando ancora nessuno aveva tentato un’ascensione, chi si è preso la briga di essere il primo e di rischiare la vita, per tracciare un sentiero o per piantare dei chiodi di sicurezza da usare per l’arrampicata? E questo non vale solo per le cime rocciose da raggiungere con fatica dopo ore e ore di arrampicata selvaggia, bensì anche per i sentieri più banali, quelli che ora sono tracciati magistralmente con i segnavia CAI, dati spesso per scontati. Eppure qualcuno avrà dovuto faticare e magari anche pagare con la vita per permettere a noi di scavalcare questi mostri di roccia. Un pensiero a tutte queste persone è doveroso e sincero, almeno per chi ama la montagna e sente di dovere qualcosa sia a lei sia a chi la rende praticabile, a prezzo di grandi fatiche e pericoli. Cena Continuo poi a sfogliare un po’ di riviste, che parlano di viaggi avventurosi ed escursioni fantastiche in Nepal, in Tibet, in Norvegia, e in altri luoghi meravigliosi, pochissimi dei quali ho già visitato. Ci vorrebbero troppe vite per riuscire a vedere tutto ciò che questo mondo ha da offrire, ma posso già ritenermi più che fortunato a poggiare i piedi sulle Dolomiti, riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Chiudo le riviste dopo circa una mezz’oretta, ormai stufo di leggere descrizioni tecniche di arrampicate delle quali non capisco quasi nulla, ma non c’è molto altro che io possa fare. Ormai il salone è quasi vuoto, le poche persone presenti sonnecchiano o si occupano dei fatti loro, non individuo nessuno per un’eventuale conoscenza. Rimango così inerte, osservando l’accogliente ambiente del rifugio, legnoso e rustico ma al contempo molto ben curato e ricco di suppellettili, abbellimenti e quadri recanti dei suggestivi
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disegni montani. C’è un gruppo di tedeschi che è seduto all’angolo, con i boccali di birra ancora pieni per metà, e pare che non si siano ancora mossi da quando ho messo piede per la prima volta nel rifugio: sono ancora gli stessi e i bicchieri di birra sono sempre lì. Sembrano molto rilassati, parlano tra loro con tranquillità, non mostrano particolare desiderio di fare alcunché: semplicemente si crogiolano nel calduccio del rifugio. Noto anche un’altra signora tedesca, esile e bionda, con degli occhiali dalle lenti ottagonali, che ogni tanto scambia qualche parola in lingua madre con il gestore del rifugio. I tedeschi qui hanno un canale preferenziale rispetto agli altri europei, come ad esempio francesi e spagnoli, perché in buona parte dei rifugi del Trentino si parla anche il tedesco. Questa signora è da sola, e per qualche ragione non si è ancora unita al gruppo dei suoi connazionali, ma ciò non deve stupire più di tanto: anche noi italiani, quando viaggiamo all’estero, non andiamo necessariamente ad unirci agli altri italiani. Anzi, talvolta li evitiamo, quasi infastiditi dalla loro presenza. La donna sembra piuttosto riservata e solitaria, in attesa solo di mangiare per poi magari farsi un giro nell’atmosfera serale delle Pale e poi andare a dormire, in vista di chissà quale percorso l’indomani. Magari anche lei fa la mia stessa strada, chi può dirlo. Sembra tuttavia indaffarata a consultare le cartine, perciò non oso avvicinarmi per chiederle alcunché, anche perché non so se capisca l’italiano e non ho molta voglia di intraprendere una conversazione in inglese. Ormai si sono fatte le sei di sera e il salone ricomincia a riempirsi di gente, accorsa per la cena che qui viene servita alle sei e mezza. Vedo arrivare una coppia di italiani dal forte accento romano, più altri due ragazzoni robusti e gagliardi, che stanno discutendo animatamente indicando una cartina. Uno dei due ha un inconfondibile accento veneto, l’altro sembra provenire dal centro Italia. Finalmente c’è qualche connazionale, in mezzo a tutti questi tedeschi! Pensavo che stasera non avrei conosciuto nessuno, invece ora si prospettano buone possibilità di fare amicizia. Dopo cena, infatti, ci ritroviamo tutti fuori per
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ammirare il tramonto sulle Pale, e cominciamo piano piano ad attaccare bottone. La complicità che si forma tra viaggiatori indipendenti che si conoscono per caso è strana: non ci si chiede nemmeno il nome, ma ci si capisce al volo ed è facile intavolare una conversazione e passare una bella serata. Non conta sapere chi si è, cosa si fa nella vita, e via dicendo: o meglio, conta relativamente. L’unica cosa importante è che in quel preciso istante ci si sta relazionando, e si sta arricchendo la propria esperienza di viaggio. Il resto viene dopo, è di importanza secondaria. Dato che siamo in montagna, i discorsi vertono ovviamente sull’ambiente in cui ci troviamo adesso e sulle cose che si fanno sui monti. Il ragazzo romano prende l’iniziativa, e a questo proposito ci racconta un po’ delle sue esperienze sulle piste da sci. Pratica questo sport da parecchi anni e quindi ha molte cose di cui parlare, mentre io, che non ho mai imparato a sciare e non ne ho nessuna intenzione, ascolto comunque con interesse, poiché si tratta pur sempre di una cosa nuova, un mondo che non conosco. In particolare il ragazzo insiste a lungo sugli incoscienti che popolano le piste da sci, raccontando un episodio piuttosto crudo a cui ha assistito: un pazzo incosciente, che non si è fermato in prossimità di un trampolino di neve che ostruiva la visuale, ha proseguito senza rallentare ed è saltato in mezzo alla pista, atterrando esattamente addosso ad una signora che passava lì sotto. Con gli sci le ha fratturato il bacino e causato altre lesioni piuttosto serie, e il bello è che il colpevole non si è nemmeno fermato: si è dato alla fuga. Il nostro uomo, avendo assistito a tutta la scena, si è premurato di fermarlo facendolo inciampare e cadere, e denunciandolo poi per omissione di soccorso. E pensare che il soggetto voleva denunciare lui, perché l’aveva sgambettato! Assurdo. Quando sento questa storia, mi sento lievemente soddisfatto: ho un motivo in più per giustificare la mia decisione di non imparare a sciare. Non voglio rompermi una gamba a venti gradi sotto zero, preferisco farlo cadendo dalle scale di casa mia, se proprio è necessario.
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Il ragazzo è accompagnato dalla fidanzata, che è alla prima esperienza di montagna “seria” ed è quindi un po’ titubante riguardo ai sentieri che troverà. Un po’ come me, del resto, anche se io ho già affrontato qualche sentiero esposto prima d’ora, quindi più o meno so cosa potrei aspettarmi. Ad un certo punto, la ragazza confessa che si è spaventata durante la salita con la funivia, quando ha visto il sentiero serpeggiante e apparentemente strettissimo. Lo stesso che ha spaventato anche me. Sono felice di non essere l’unico ad aver avuto quella spiacevole impressione, se non altro mi sento meno solo! Ma esattamente come me, anche lei viene subito tranquillizzata, nonostante una vaga ombra di preoccupazione non abbandoni il suo volto. C’è poco da fare: una cosa che non si conosce non è mai banale, anche se a qualcun altro potrebbe apparire scontata. In particolare, un sentiero montano mai battuto è pur sempre un’incognita, da non sottovalutare mai. Gli altri due partecipano alla conversazione, mentre io preferisco rimanere zitto ad ascoltare, in quanto sono l’unico che sta viaggiando da solo e quindi non ho confidenza con nessuno. Il ragazzo più alto, con la coda di cavallo, è vestito di tutto punto come me; mi stupisco invece dell’abbigliamento dell’altro. Ora sta tirando un vento piuttosto insistente e la temperatura è calata molto, ma lui se ne sta tranquillo senza berretto in testa e addirittura con i sandali, senza nemmeno le calze. Come faccia a non congelare, proprio non lo so. Deve essere particolarmente abituato alla montagna, oppure avere qualche mutazione genetica che gli impedisce di provare la sensazione di freddo. Io avrei la tentazione di rientrare, considerato anche che sono in piena fase digestiva della polenta e spezzatino che ho mangiato, ma non vorrei interrompere questo momento di scambio, perciò resisto e rimango fuori. In fondo, la vista del tramonto sulle Pale è un motivo sufficiente per rimanere fuori ancora un po’, anche se il cielo non è particolarmente tinto di rosso, ma solo un po’ sporcato di giallino e ocra. Dopo non molto tempo, tuttavia, la mia inespressa idea trova l’approvazione anche degli altri, poiché
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decidono tutti di rientrare a scaldarsi attorno alla gigantesca stufa. L’uomo insensibile al freddo si prodiga a spiegarci che questa è una stufa ad altissimo rendimento, che si può caricare la mattina con pochi chili di combustibile, e che con quelli può andare avanti a scaldare tutto il giorno. Spiega anche il motivo per cui i gestori lasciano aperta la finestrella dalla quale si introduce il combustibile: pare che sia un accorgimento indispensabile per non soffocare. E io che pensavo fosse stata una semplice dimenticanza. Niente viene lasciato al caso, in un rifugio di alta montagna. Unione I due romani optano per il ritiro in branda, per cui li salutiamo e rimaniamo solo noi tre. Il cerchio si restringe e la confidenza aumenta, per cui ora saltano fuori anche i nomi: il ragazzo alto e capellone si chiama Alberto, viene dall’Umbria ed è un biologo naturalista, che però non ha trovato di meglio che fare il fruttivendolo. Sono le solite, nauseanti e reiterate storiacce italiane, c’è poco da commentare: ormai ci stiamo abituando al fatto che una situazione come questa sia normale. L’altro ragazzo si chiama Dennis, è bellunese ed è un ingegnere ambientale, che nella vita fa l’ingegnere ambientale. Almeno lui svolge il lavoro per il quale ha duramente studiato! Entrambi si stupiscono quando gli rivelo che sono infermiere, dato che gli paio ancora molto giovane, e mi fanno i complimenti non solo per aver scelto un lavoro impegnativo, ma soprattutto per la fortuna di avere un impiego sicuro ed un discreto stipendio già alla mia età e con i tempi che corrono. In effetti, alla data odierna un giovane su tre non ha lavoro, qui nel Bel Paese. Non parliamo molto delle nostre rispettive occupazioni, poiché tutti e tre siamo venuti sulle montagne per staccare un po’ dalla vita di tutti i giorni e non abbiamo voglia di richiamare alla mente un qualcosa che è spesso fonte di preoccupazioni. Presto, dunque, salta fuori una cartina topografica e cominciamo a discutere di sentieri, itinerari,
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difficoltà escursionistiche e percorsi alternativi. Loro non mi seguiranno nel mio itinerario, dato che hanno in programma una lunga serie di escursioni ad anello con partenza dal rifugio Rosetta, ma l’indomani percorreranno il sentiero che attraversa il ghiacciaio della Fradusta, e mi propongono di percorrere il primo tratto assieme a loro. Dopodiché ci divideremo, io proseguirò per il rifugio Pradidali e loro si incammineranno dalla parte opposta, per completare l’anello. Non mi aspettavo che me lo proponessero, e la cosa mi sorprende piacevolmente. Accetto subito, entusiasta di essere finalmente riuscito a stabilire un contatto con qualcuno. C’è poco da fare, quando si viaggia da soli è molto più facile stringere amicizia. Non ci sono compagni che condizionano il proprio operato, e che inevitabilmente tendono a “chiudere” il gruppo, rendendolo quasi impermeabile agli stimoli esterni. Inoltre, ora ho un buon motivo per scegliere il sentiero del Fradusta, tranquillo e sicuro, e non il sentiero classico che scende con quelle inquietanti curve e che presenta il misterioso tratto scavato nella roccia. Se posso evitare un sentiero anche solo vagamente pericoloso, sono sempre contento: la montagna procura già abbastanza emozioni quando è tranquilla, non è necessario andarsi a cercare il rischio a tutti i costi. Ormai stiamo parlando di montagna come se ci conoscessimo da tempo, quindi posso approfittare dell’ottima esperienza montana di Dennis, il quale ha percorso buona parte degli itinerari dolomitici, per chiedergli come saranno i sentieri che mi aspettano. Parliamo a lungo del tratto dell’Intaiada e della traversata del Sasso di Scarnia, i due punti più rognosi che mi troverò ad affrontare prima di giungere sano e salvo al rifugio Dal Piaz, ma lui mi assicura che sono tratti sì esposti, sì attrezzati con corde metalliche, ma non sono poi così difficili se non si soffre di vertigini (che io non ho) e se si ha un minimo di esperienza (che penso, o meglio spero, di avere). Il brutto sarebbe eventualmente doverli percorrere con la pioggia battente, cosa che conto di evitare, all’occorrenza rinunciando a partire se il meteo fosse troppo proibitivo. Non so se fidarmi pienamente
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delle sue parole, dato che lui affronta spesso anche le ferrate e forse perfino le arrampicate, e quindi potrebbe essere portato a sottovalutare le difficoltà di un sentiero “normale”, che si svolge poggiando sempre i piedi per terra. Tuttavia, il ragazzo pare proprio sapere ciò di cui sta parlando, perciò mi tranquillizzo e non ne parliamo più. Andrà come deve andare: non mi rimane che affidarmi al mio solito spirito fatalista. Ormai è tardi e il sonno ci sta catturando, perciò decidiamo tutti di andarcene a dormire. Lo stanzone è rimasto praticamente vuoto, siamo gli ultimi a cedere le armi. Salutiamo i gestori, che stanno pulendo le ultime tazzine sporche di caffè, e ci dirigiamo nella stessa camera. Ormai ero quasi sicuro che tutto il materiale “estraneo” nella mia stanza fosse di questi due ragazzi, essendo andato per esclusione. Puntiamo la sveglia molto presto, intorno alle sei: per quanto riguarda me potrei alzarmi anche più tardi, ma loro intendono percorrere un anello di otto ore, dunque devono partire presto. Ma non mi importa nulla di fare una levataccia, mi va benissimo, almeno domani potrò godere della compagnia di qualcuno.

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Secondo giorno
Sulle Pale di San Martino
Magia mattutina Imbozzolato nel caldo e accogliente sacco a pelo, la notte trascorre molto bene. Non riesco tuttavia a farmi un’unica tirata di sonno: verso le due mi sveglio, forse perché non sono a casa mia e quindi il sonno è inevitabilmente più leggero. Tuttavia, dopo una mezz’oretta riesco a riprendere sonno. Al primo “bip” della sveglia sono già desto come un grillo: mi alzo immediatamente e comincio a preparare le mie cose, per non rischiare di rimanere l’ultimo e di farmi attendere, ma Dennis e Alberto non sembrano intenzionati ad alzarsi in fretta e tentano di dormicchiare ancora un po’. Tuttavia, si tratta solo di un impigrimento momentaneo, poiché dopo qualche minuto siamo tutti in piedi e scendiamo a fare colazione. Ci siamo levati così presto che la porta dello stanzone comune è ancora chiusa, ma troviamo una porticina laterale che ci permette almeno di uscire un po’ all’aria aperta. Per puro caso, o forse per timore di furti, mi sono portato il marsupio che contiene tutti gli oggetti importanti, inclusa la macchina fotografica. Ciò si rivela provvidenziale: non appena usciamo all’esterno, infatti, Dennis e Alberto si precipitano di nuovo indietro per recuperare la fotocamera, che hanno lasciato di sopra. Sanno di avere solo pochi minuti, per cui corrono velocissimi, e hanno ragione di farlo. Non penso di aver mai visto un cielo così intensamente colorato come adesso: sembra che stia bruciando di un fuoco divino, nonostante la perfetta immobilità. Le dense nubi in alto hanno assunto un colore porpora violaceo, fiero e fiammeggiante, mentre una striscia quasi scarlatta corre orizzontalmente lungo tutto il cielo, prima di lasciare spazio all’arancione e al giallo sottostanti, non meno intensi degli altri colori. Gradazioni infinite si intersecano l’una sull’altra in un
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mosaico stupefacente, un caleidoscopio naturale che mi lascia letteralmente a bocca aperta. So che dispongo di pochissimo tempo per immortalare questo autentico capolavoro della natura, così corro sulla collinetta rocciosa più vicina, nonostante sia in ciabatte, e scatto immediatamente qualche fotografia. Quando sono sicuro di averne scattate almeno un paio di buona qualità, rimetto a posto gli apparecchi tecnologici e decido di usare solamente gli occhi per godermi la scena. Ecco che arrivano anche i miei due compari, anch’essi estasiati dalla meravigliosa alba, e iniziano a fotografare come pazzi. Dennis approfitta del momento per tenere una lezione di orografia dolomitica, nominando una per una tutte le cime che possiamo vedere a nord, e ognuna di queste montagne mi dice qualcosa. Non sono mai stato su nessuna di esse, ma le ho sentite nominare infinite volte: le maestose Tofane, il Lagazuoi con i suoi cunicoli scavati durante la prima guerra mondiale, il largo e panciuto monte Pelmo, e tantissimi altri mastodonti che piano piano spero di riuscire a conquistare, nel corso degli anni. Fa molto freddo e tira vento, ma nessuno se ne cura, e nonostante non mi sia coperto con vestiti pesanti, non soffro assolutamente per la temperatura. La scena è troppo spettacolare per pensare a quello. Ma l’alba non è l’unica cosa che rapisce la nostra attenzione: c’è anche l’enrosadira, quello stranissimo e peculiare fenomeno che fa colorare le rocce dolomitiche di un rosa violaceo, in corrispondenza delle prime e delle ultime luci del giorno. Il termine deriva dal ladino e indica una tonalità di colore che non si riscontra da nessun’altra parte, una gradazione unica e irripetibile che solo le nostre Dolomiti possono regalare. Vediamo chiaramente questo unicum naturale sulle frastagliate Pale alla nostra sinistra, così come sulla sommità della cima Rosetta, divisa a metà tra il suo colore normale e questa tonalità sfuggente ed effimera. È incredibile pensare che sia solamente questione di chimica e mineralogia. No, non credo proprio. Come ho già pensato più volte lungo i miei viaggi, vedendo certi spettacoli superlativi, anche stavolta sono convinto che ci deve essere qualcos’altro sotto, un qualcosa di arcano e
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incomprensibile all’intelligenza umana. Una scena come questa può essere pennellata solamente da qualche entità sovrumana che non possiamo raggiungere con i sensi, e che decide di mostrarsi con questi spettacoli maestosi e gratuiti, visibili solo a chi decide di rinunciare a qualcosa per poterseli gustare. Tuttavia, ogni cosa bella è destinata a finire, e anche in fretta. Non sono passati nemmeno tre minuti, ma i fiammeggianti colori dell’alba e il delicato enrosadira sono già scomparsi nel nulla, senza quasi farcene accorgere. Solo ora mi rendo conto di quanto effettivamente siamo stati fortunati ad uscire proprio in quel preciso momento in cui l’alba raggiungeva la massima intensità. Nessuno aveva fatto calcoli sugli orari in questa stagione e a questa altitudine, anzi a dire il vero nessuno aveva nemmeno pensato all’alba. Eppure è successo di trovarla, per caso: molte delle cose più interessanti della vita succedono per casualità apparentemente inspiegabili. Forse una spiegazione c’è, ma noi non possiamo comprenderla con la nostra misera intelligenza. Sta di fatto che quando capita una di queste “casualità”, spesso qualcosa in fondo al cuore ci dice che quel qualcosa aspettava proprio noi per manifestarsi. Ora il sole è spuntato, la luce è aumentata notevolmente e la scena ha perso la sua connotazione sovrannaturale. L’assenza di una reale illuminazione lasciava quel soffuso alone di mistero, così affascinante e al contempo così labile da resistere solo per pochissimi minuti. Ora che invece il protagonista della scena è diventato il sole, paradossalmente cominciamo a percepire il freddo, nonché la fame. Ritorniamo quindi nel rifugio, piuttosto velocemente e senza più voltarci indietro. Nessuno dei tre vuole guastare la meravigliosa immagine che abbiamo in testa, inframmezzandola con uno scenario che sta diventando, a confronto, scialbo e ordinario. Tutto ciò ovviamente vale soltanto in termini relativi, poiché in termini assoluti è sempre un luogo fatato, di quelli che rimangono impressi nella memoria come francobolli tenacemente adesi ad una vecchia cartolina logora e sgualcita.
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Fradusta Siamo gli unici occupanti che si sono alzati a quest’ora. Non si vedono né il gruppo di tedeschi, né la loro connazionale solitaria, né i due romani. Sandra, la moglie del gestore venuta a servirci la colazione, ci fa i complimenti per il tempismo: non avremmo potuto scegliere un momento migliore per alzarci e per goderci lo spettacolo delle prime luci sull’altopiano delle Pale. Ora sta arrivando la turista tedesca che viaggia sola, la quale prima di tutto si dirige fuori per osservare anche lei il sorgere del sole. Sottovoce, tutti e tre commentiamo allo stesso modo: “Troppo tardi!”. Quel ricordo rimarrà solo di noi tre, perché possiamo essere sicuri che nessuno ha visto la stessa cosa nello stesso luogo e nello stesso momento. È un onore averla condivisa, anche se si tratta di persone che ho conosciuto ieri e che con tutta probabilità dopo oggi non rivedrò mai più. Facciamo colazione con calma, abbondando con il miele, con la marmellata e con la cioccolata per assicurarci le necessarie energie a lungo termine, dopodiché regoliamo le formalità con il rifugio, ritorniamo in possesso dei nostri documenti d’identità, recuperiamo tutta l’attrezzatura e finalmente giunge il momento di abbandonare il caldo e accogliente rifugio Rosetta. I due romani non si sono visti, perciò non possiamo salutarli: speriamo solo che se la cavino bene e si godano anche loro questa giornata e il resto della vacanza che gli rimane. Il mio pensiero si rivolge soprattutto alla ragazza, poiché mi sembrava davvero sperduta e poco convinta di potercela fare, ma chissà che quest’esperienza non la faccia innamorare perdutamente della montagna? In fondo, anch’io ho passato le mie prime escursioni montane nello sconforto e nella stanchezza cronica, lamentandomi e pregando solo che arrivasse in fretta il momento in cui la tortura sarebbe finita, prima di rendermi conto di quel che andavo effettivamente a conquistare con quelle sgradite fatiche: un qualcosa che negli anni a venire mi avrebbe regalato soddisfazioni non da poco, e mi avrebbe lasciato emozioni impagabili. Proprio come mi sta succedendo adesso.
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Sono decisamente contento di non essere solo nella mia prima giornata di cammino, anche se ho una piccola preoccupazione che mi ronza in testa: a giudicare dal loro fisico e dal tono che usano nel descrivere le loro esperienze, i due ragazzoni sembrano stambecchi umani, e chissà quale sarà il loro passo. Non vorrei proprio fare la figura del brocco che rimane indietro perché è poco allenato! Chissà da quanti anni sono abituati a camminare per ore e ore consecutive su sentieri impervi…ma mi paiono comunque persone comprensive e che non hanno intenzione di correre come disperati, bensì di godersi un po’ il paesaggio e la solitaria, brutale bellezza dei luoghi che attraversano. C’è anche da dire che la presenza di altre persone contribuirà a darmi un ritmo e a spronarmi maggiormente a camminare senza fermarmi di continuo, come sarei invece tentato di fare se fossi solo; dunque va bene lo stesso. Alle sette meno un quarto siamo sul sentiero che conduce al ghiacciaio. Capiamo che avremo davanti una giornata serena, poiché le nuvole si stanno diradando velocemente e l’aria inizia a farsi più secca. Il sole è ancora basso sull’orizzonte ma già acceca, riflettendosi sulle diafane rocce che ricoprono interamente il desolato altopiano. A mano a mano che proseguiamo sul primo facile sentiero e ci addentriamo sempre di più nell’altopiano, ricco di sinuosi avvallamenti e di bizzarri assembramenti di macigni, sembra proprio di essere nel deserto. La sensazione di morte sarebbe totale, se non fosse per alcuni sparuti fiorellini gialli che crescono caparbiamente in mezzo alle rocce, abbarbicandosi alla pochissima terra fertile con quell’irrefrenabile impulso vitale che non può fare a meno di lasciare stupefatti. Perfino in un luogo così brullo e arido, infatti, la vita riesce a svilupparsi: è un segno abbastanza evidente del fatto che la vita sia davvero un bene prezioso, se cerca così spasmodicamente di conservare sè stessa e di insediarsi ovunque può, anche nelle condizioni più difficili. Faccio attenzione a non calpestare i fiorellini con i miei pesanti scarponi, per rispetto del delicato equilibrio naturale che si regge quassù; uno dei motivi per cui queste zone sono famose è
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proprio la flora, che annovera specie anche molto rare e in via di sparizione. Non riesco a non sentire un particolare senso del dovere, trovandomi qui: sto calpestando un patrimonio dell’umanità, che non è tale solo per il fatto di essere riconosciuto dagli organi internazionali, e mi sento di dovergli portare tutto il rispetto che merita. Il passo dei miei compagni di escursione è piuttosto rapido, ma il sentiero è semplice, quasi pianeggiante, quindi non faccio alcuna fatica ad adattarmici. A mano a mano che proseguiamo, salendo di quota lentamente ma costantemente, in lontananza cominciano ad apparire delle montagne davvero imponenti: impossibile non riconoscere il profilo “a panettone” della Marmolada, la regina delle Dolomiti. L’ho sentita nominare innumerevoli volte, ma non l’avevo mai vista dal vivo: e devo dire che è proprio splendida, magnificamente illuminata dal sole, così fiera nella sua forma panciuta e rettangolare. Dà proprio l’idea di una regina seduta sul suo trono, intenta a controllare tutti i monti “sudditi”. Ormai se ci giriamo indietro non è più visibile il rifugio Rosetta: in compenso si vede benissimo l’aguzza vetta del Cimon de la Pala. Chissà quanto vento sta tirando lassù, ora; e chissà se qualche ardito scalatore sta tentando di conquistarne la parete. Se la guardassi come si guarda una qualsiasi montagna sconosciuta, proverei una semplice ammirazione: ma dopo aver visto le tremende fotografie delle scalate, nel libro di ieri, quel massiccio di roccia mi incute ancora più soggezione e acquista un significato diverso. Non è solo una montagna qualsiasi, è una montagna che ha una storia, che io non conosco ma che sicuramente è degna di essere ricordata e raccontata da chi ha avuto la fortuna di uscirne vivo. Il terreno comincia a diventare molto ghiaioso e la traccia si sviluppa lungo un costone, dove praticamente diventa invisibile per una ventina di metri. Il sentiero pende verso l’esterno e quindi bisogna stare attenti a dove mettiamo i piedi, per non rotolare giù. Non ci sarebbe un grande salto, e forse non ci ammazzeremmo, ma ci fermeremmo solo dopo alcune decine di
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metri: meglio non provare questa pessima esperienza. Rallentiamo quindi il passo per tutto il tempo necessario, e presto arriviamo a vedere le prime pendici del ghiacciaio della Fradusta. Trent’anni fa, il suolo era tutto ricoperto da una coltre bianca e dura: ora sopravvive solo qualche lingua di ghiaccio qua e là, alcune abbastanza grandi, altre solo degli accenni. E pensare che c’è ancora qualcuno che sostiene che il riscaldamento globale non esiste! Ci stanno scomparendo tutti i ghiacciai da sotto i piedi, ma ancora esistono gli scettici che negano tutto. Siamo ora arrivati vicino al Passo Pradidali Basso, dal quale io dovrei proseguire per l’omonimo rifugio. Tuttavia, i due ragazzi mi convincono ad unirmi a loro anche nella salita alla cima Fradusta, che si eleva fino a quasi tremila metri di quota e permette una visuale mozzafiato delle Dolomiti. Considerato che il tempo è bello e si tratta di una deviazione di un paio d’ore, la quale non mi creerebbe alcun problema sulla tabella di marcia, accetto volentieri quest’invitante proposta. Invece di cominciare a scendere lungo il detritico vallone, quindi, iniziamo a salire lungo un crinale e presto arriviamo al sentiero 708. Le nostre cartine sono piuttosto datate, infatti segnalano ancora questo sentiero come “difficile e incerto”: in realtà ormai è un sentiero normalissimo, di scarsissima o nessuna difficoltà, proprio perché il ghiaccio è quasi completamente sparito. In virtù di questo, ci concediamo una piccola deviazione e usciamo dal sentiero per tentare di raggiungere un nevaio, che piano piano si sta sciogliendo e ha formato un laghetto. Lo specchio d’acqua è limpido, ma non potremmo rifornire qui le bottigliette: la neve sciolta manca quasi totalmente di sali minerali, e berla non ci sarebbe di alcun aiuto per placare la sete. Anzi, finirebbe per danneggiare l’organismo, sottraendogli ulteriori risorse. Al massimo andrebbe bene per rinfrescare un po’ la gola inaridita, ma nulla di più. I miei due compari si avventurano fin sotto il nevaio, che si erge come un muro lungo le pendici della montagna, mentre io preferisco rimanere ad una certa distanza: ci sono alcune crepe nel ghiaccio, meglio non rischiare di farsi
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precipitare addosso una tonnellata di neve. Anche loro, comunque, si mostrano prudenti e non si avvicinano più del necessario. Approfitto di questa sosta per riposare un po’, anche se obiettivamente non sono per nulla stanco, e per osservare meglio questa muraglia bianca che sembra una grossa frana intrappolata. Essa si interrompe nettamente, con una parete quasi perfettamente verticale, ed è destinata a sciogliersi del tutto nel giro di qualche anno, andando ad ingrossare il laghetto. Sono dunque fortunato a vedere quest’ultimo baluardo di quello che una volta era un ghiacciaio imponente, e che ora è destinato a scomparire nel nulla, semplicemente evaporato. Dopo un quarto d’ora, Dennis e Alberto ritornano verso di me e possiamo riprendere il cammino. Essendo usciti un po’ dal sentiero segnato, dobbiamo andare a intuito per ritrovare la traccia corretta, ma non ci vuole molto: dobbiamo sorbirci soltanto una noiosa e irregolare salitina attraverso un terreno ciottolato e poco stabile. Camminiamo tranquilli e serafici, senza pensieri in testa, finché non sentiamo uno strano rumore provenire dal lato invisibile di una montagna vicina. Sono necessari solo pochi secondi per capire che si tratta di una frana. Il suono è distante, eppure chiarissimo: dura solo una manciata di secondi, ma che paiono interminabili. Mi è già capitato in passato, e non molto tempo fa, di ascoltare in diretta il rumore di una frana mentre ero impegnato in una salita su un sentiero accidentato. Non era stato per nulla piacevole: improvvisamente mi ero sentito in balia delle catastrofi, e avevo avuto paura, nonostante anche allora la frana avesse interessato una montagna relativamente distante. Fino a un attimo prima ero perfettamente tranquillo, e un secondo dopo ero assalito dai dubbi e dalla paura che qualcosa di terribile stesse per succedere. Il rumore delle pietre che incespicano e rotolano a valle ha il potere di far sentire immediatamente sperduti e indifesi, e infatti tutte e tre ci guardiamo per un attimo, in silenzio, prima di commentare con un liberatorio “Era dall’altro lato, tutto bene”. Riprendiamo il cammino pochi istanti dopo, ma tendendo sempre l’orecchio
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verso quella montagna, della quale ignoriamo il nome, ma ora conosciamo la pericolosa instabilità, quella stessa instabilità che a volte si rivela traditrice e assassina. Ripreso possesso del sentiero, nonché del nostro coraggio, arriviamo infine ad un bivio munito di segnavia, dove tra qualche ora le nostre strade divergeranno e tornerò ad essere solo. Ma per adesso siamo ancora uniti nella salita alla cima Fradusta, che ci sta aspettando con indifferenza qualche centinaio di metri più in alto. Il sentiero è facile, ma comincia a farsi ripido, e presto rimango indietro rispetto ai due uomini stambecco; tuttavia, non mi preoccupo di perderli, poiché il percorso è davvero ben tracciato. A mano a mano che saliamo, diminuisce la pressione atmosferica e la quantità di ossigeno disponibile, ma contemporaneamente l’aria diventa sempre più pura, un vero toccasana per il corpo e lo spirito. Inoltre, nonostante stia cominciando ad avvertire un po’ di stanchezza, non soffro la rarefazione dell’aria, continuando ad avere un buon fiato. Mentre l’ambiente si fa sempre più selvaggio, le poche piantine presenti diventano sempre più rare e la visuale inizia ad allargarsi, noto che il cielo ha un colore azzurro particolarmente intenso, esaltato dal fatto che ci sono pochissime nuvole. Ed ecco che finalmente, oltre l’ultimo crinale, appare una sorta di stretto sentierino che viaggia proprio in cresta alla montagna, e che si può scegliere se percorrere sulla sommità oppure un pelo più in basso, a seconda di quanto una persona si senta sicura. Il tratto è abbastanza esposto, tuttavia non è affatto pericoloso e decido di percorrerlo in cresta, anche perché a esagerare saranno una trentina di metri. In lontananza posso vedere una piccola lastra di ferro arrugginito che segna il punto più alto della montagna: e in un batter d’occhio quest’ultimo baluardo viene raggiunto. Siamo in cima! Il punto più alto raggiunge la quota di 2.939 metri. Non mi sono mai trovato così in alto prima d’ora, escludendo ovviamente i viaggi in aereo. Il panorama è di una bellezza talmente abbagliante che pare quasi irreale. E sono le nostre Dolomiti, tutte italiane, che troppo spesso ci dimentichiamo di avere e che
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io stesso ho snobbato per lunghi anni, anche se mi sarebbe bastato pochissimo per raggiungerle. Da una parte si estende l’interminabile altopiano delle Pale, che ora posso vedere nel suo desolante insieme: rocce e pietre per decine di chilometri, un deserto arido stranamente dislocato in quell’Eden che è la nostra nazione, ovunque ricca di verde e di natura rigogliosa. Sembra quasi che la gigantesca pietraia sia stata relegata qui per essere resa invisibile dal popolo che sta in basso, così da non far scoprire che anche in Italia ci sono dei deserti. Eppure, oggi ci ho camminato sopra e l’ho scoperta: forse questo farà arrabbiare gli ignoti artefici di questa creazione ancestrale, e speriamo che ciò non si traduca in situazioni scabrose nei prossimi giorni. Tuttavia, non è solo la nuda roccia che si vede da quassù: girando la testa dall’altra parte è visibile tutta la verdeggiante valle del Primiero, i suoi paesi ridotti a puntolini quasi invisibili, le cittadine più grandi che sembrano grosse torte sbriciolate, i boschi che coprono gran parte dei monti e che celano innumerevoli sentieri, sui quali decine di escursionisti avventurosi stanno ora camminando. Molte centinaia di metri sotto di noi, ma vicino alla parete della montagna, è visibile il minuscolo Bivacco Minazio, che potrebbe essere una tappa dei miei prossimi giorni, a meno che non scelga di percorrere qualche variante al percorso ordinario. Ma il piatto forte è diritto davanti a me: posso scorgere infatti la magica catena delle Vette Feltrine, che dovrò raggiungere al termine del mio viaggio. La forma triangolare e appuntita del Monte Pavione, la cima più alta delle Vette, è inconfondibile. Da quassù sembra così lontano…riuscirò a raggiungerlo solo con le mie gambe? Non ho mai camminato tanto in vita mia. Ma devo raggiungerla a tutti i costi, perché oltre quella montagna si estende la valle in cui si trova il mio paese, nel quale mi aspetta una casa e un pasto caldo, che dovrò meritarmi scavalcando questi titani geologici indifferenti al mio passaggio. Dennis e Alberto sono stupefatti quanto me della bellezza disarmante del paesaggio, e non fanno che ripetere aggettivi molto calcati come “fantastico”, “eccezionale”, “spettacolare”.
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Nonostante ci sforziamo di trovare parole più articolate e frasi di senso compiuto, non riusciamo a dire nient’altro. Per quanto banali possano sembrare, questi termini iperbolici sono gli unici adatti per descrivere un momento simile. La visuale a 360° offerta da questa cima, unita alla sua altitudine, permette di sentirsi sul tetto del mondo, ma sapendo bene che una volta raggiunta la vetta, si può solo scendere. Decidiamo infatti di concederci uno spuntino veloce proprio in vetta, per assaporare ancora un po’ questi momenti, ma dopo dovremo riprendere il cammino perché ci aspetta ancora molta strada. Il pasto è un momento divertente, poiché un falco vorace si posiziona a pochi metri da noi e ci guarda con insistenza, sperando di ricevere qualche boccone di cibo. Addirittura, dopo qualche minuto inizia a chiamare a gran voce i suoi simili, con versi acuti e insistenti, come per dire: “Ehi ragazzi, venite qua, c’è cibo in abbondanza per tutti!”. Ma nonostante passino parecchi minuti nessun altro uccello si presenta, così decidiamo di lasciare un premio al pennuto, per ricompensarlo della sua tenacia. Dopodiché ci alziamo, diamo un’ultima occhiata circolare per riempirci ancora gli occhi di questa bellezza, e cominciamo a scendere. L’emozione, per definizione, dura poco: ora è tempo di provarne altre. Separazione (Colonna sonora: Forest Stream – “The Crown Of Winter”) Non ci vuole molto tempo per ripercorrere il sentiero in discesa, e presto ci troviamo nuovamente al bivio, il che significa che dobbiamo salutarci. Dennis si premura di tirar fuori la cartina dallo zaino e di spiegarmi nel dettaglio il percorso che mi rimane prima di arrivare al rifugio Pradidali, anche se non c’è possibilità di sbagliare, viste le ottime segnalazioni. Probabilmente vuole solo sincerarsi che non mi faccia prendere dal panico nel momento in cui mi troverò da solo. Apprezzo comunque questo improvvisato tutorial, poiché una spiegazione in più è sempre
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meglio di una spiegazione in meno. Dopo avermi istruito per bene, Dennis ripone la cartina e giunge l’imbarazzante momento di doversi dire addio, poiché tutti sappiamo che non ci rivedremo mai più. Mentre scendevo dalla cima Fradusta ho pensato a lungo se fosse il caso di chiedere loro i recapiti telefonici, o anche solo l’indirizzo email, e ora che sono arrivato a questo punto decido di rimanere fedele all’idea per la quale propendevo già, ovvero di non chiederli. Può sembrare un peccato perdere i contatti con loro, ma voglio che quest’esperienza rimanga una cosa a sé stante, una parentesi perfetta che non ha bisogno di appendici né di seguiti. Così come Achille è morto giovane, ma ancora nel pieno della sua gloria da eroe, preferisco chiudere qui quest’esperienza, che è stata particolarmente positiva ed ora può considerarsi conclusa. E poi, anche volendo mantenere i contatti, molto probabilmente non sapremmo più che dirci. Esaurito il contesto che ci teneva assieme, probabilmente ci sentiremmo degli estranei e tutta la magia di queste ore passate insieme verrebbe inquinata da un ricordo molto meno significativo. Sembra che anche loro la pensino allo stesso modo, poiché non avanzano alcuna richiesta. Così ci stringiamo la mano, ci ringraziamo con larghi sorrisi e prendiamo il sentiero in direzioni opposte, ponendo la parola fine alla nostra conoscenza, non senza una punta di malinconia. E così ora sono pienamente solo, dipendente solo dalle mie gambe. Da una parte mi dispiace aver dovuto abbandonare i miei improvvisati amici, ma dall’altra posso finalmente dire di aver cominciato le mie camminate in solitaria, e questo mi riempie di energie e speranze, solo leggermente venate da una leggera preoccupazione. Nel bene e nel male, ora devo cavarmela da solo! Smarrimento Dopo pochi minuti, trovo un paio di comitive che procedono in senso opposto al mio, entrambe composte da almeno quindici
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persone. Prima non c’era assolutamente nessuno: ora che potrei finalmente gustarmi la mia agognata solitudine, scopro che è pieno di gente dappertutto. Imbocco la strada che mi pare giusta per giungere al Passo Pradidali Basso, aiutato anche da un cartello che reca almeno cinque indicazioni diverse e tutte rivolte in direzioni differenti. Spero di non sbagliare, anche se il segnale che mi interessa pare abbastanza chiaro. Secondo il cartello ci vogliono solo cinque minuti, perciò procedo con passo spedito, confidando di trovare presto la roccia che avevo preso come punto di riferimento per capire dov’è il passo. Tuttavia, dopo dieci minuti abbondanti non sono ancora arrivato da nessuna parte, e anzi davanti a me c’è una montagnola che non ricordo proprio di aver mai visto. Il sentiero prosegue su di là, e la roccia di riferimento non si vede. Che abbia sbagliato? Non è possibile che ho già perso il sentiero, nemmeno mezz’ora dopo essermi separato dai miei compagni. Meno male che fino a poco fa ritenevo impossibile perdersi! Lo spiacevole inconveniente mi fa affiorare pensieri negativi, come per esempio che da solo non andrò da nessuna parte, poiché non ho senso dell’orientamento e mi perderò di continuo. Dopo qualche minuto di immobile riflessione, non immune da una punta d’ansia, decido di tornare indietro per la strada da cui sono venuto, e leggere meglio il cartello. Ripercorrendo il sentiero incrocio le stesse persone di prima, tutte ferme a riposare su un tratto pianeggiante: sicuramente si accorgeranno che mi sono perso. O meglio, che ho dei dubbi sulla strada da percorrere, dato che sto comunque camminando su un sentiero e non posso dire di essermi veramente smarrito. Tuttavia, l’eventuale figuraccia ora mi interessa ben poco, la priorità è ritrovare la strada. Giungo di nuovo al famigerato cartello, e pare proprio che la strada che stavo percorrendo fosse giusta: anche controllando più volte l’inclinazione del segnale, è inequivocabilmente quello il sentiero giusto. Tuttavia non sono convinto, e provo a incamminarmi in direzione perpendicolare, seguendo un’altra traccia che secondo il cartello dovrebbe portare al Rifugio Pradidali. Dopo averla percorsa per circa venti metri, mi accorgo di essere su una
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pietraia irregolare, nella quale il sentiero sparisce e la traccia viene segnalata solo da pochi e scoloriti tocchi di vernice sparsi qua e là. Non vedo più il cartello, né il sentiero, né le persone: qui sì che ho la sensazione di essermi perso. Ciò è un monito sufficiente per tornare indietro subito, finché riesco ancora a ricordarmi da dove sono venuto. Con sollievo ritrovo in fretta il cartello, e non appena osservo l’indicazione mi accorgo che avevo letto male, il passo è distante quindici minuti e non cinque. Mi sembrava strano! Decido quindi di ritentare con la strada di prima. Anche se potrei aver risolto il problema senza che nessuno si accorga della mia temporanea dèfaillance, quando arrivo nei pressi della comitiva decido di chiedere comunque indicazioni sulla strada. Meglio mettere da parte l’orgoglio e dare la precedenza alla sicurezza. Una guida alpina mi conferma che per il Passo Pradidali Basso devo semplicemente proseguire diritto: seguendo le sue indicazioni, scavalco la montagnola che inizialmente mi aveva spinto a tornare indietro, e finalmente dopo averla superata trovo la roccia a forma di uovo che mi indica la presenza del passo. Poche decine di metri più sotto, ecco finalmente apparire il bivio dal quale sono transitato con Dennis e Alberto, salendo poi in direzione del ghiacciaio. Sono salvo, ma quest’esperienza me la ricorderò a lungo: è stata una bella lezione su come in montagna sia facile perdere l’orientamento, anche se i sentieri sono ben tracciati e segnalati. Con il cuore finalmente leggero, comincio a scendere in valle. Una volta superato il Passo Pradidali Basso non c’è più nessuno in giro, e la mia unica compagnia diventano i sassi e le pietre. Il sentiero, abbastanza accidentato, scende inizialmente ripido ma poi leggermente più pianeggiante lungo questa cupa e stretta gola, sul fondo della quale posso già scorgere un caseggiato grigio, che si confonde con le montagne retrostanti ed è appena visibile a causa della distanza. Sarà già quello il rifugio? Quasi sicuramente sì, dato che il cartello segnala un’ora di camminata per raggiungerlo, e non ci sono molti altri luoghi dove potrebbe sorgere un rifugio. Sembra così vicino a vederlo da qui, quasi a
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portata di mano, ma è un inganno: in montagna le distanze non sono mai quelle che appaiono. A dire la verità, dispero di percorrere la strada che mi separa dal rifugio in un’ora soltanto, poiché già dopo qualche centinaio di metri il ginocchio sinistro inizia a farmi male, traumatizzato dai continui saltini che la roccia irregolare mi costringe a compiere, facendomi atterrare con tutto il peso su una gamba sola. Devo avere qualche problema a questo ginocchio, perché è sempre lui a darmi rogne, mentre il destro non si fa mai sentire. Tuttavia, non sarà certo qualche legamento capriccioso a fermarmi. Per ovviare al problema tento di rallentare coscientemente il passo, ma non c’è modo: la pendenza e la tentazione di camminare più forte vincono sempre, e continuo a farmi male. Pazienza, sopporterò. Se non altro ho il mio fido bastone di bambù, leggero e resistente, che mi aiuta a caricare in parte il peso sugli arti superiori, altrimenti me la vedrei piuttosto brutta, rischiando oltretutto di scivolare. La gola del Pradidali Quando ho finito di percorrere il primo tratto, mi trovo su una spianata ghiaiosa molto ampia, e se guardo in alto devo curvare parecchio la nuca prima di vedere l’azzurro del cielo. Mi sembra di attraversare un luogo atavico, incantato da qualche maledizione antica, con queste punte rocciose dai colori indefinibili che mi osservano dall’alto, silenziose. Penso che se queste montagne dovessero franare ora, non avrei alcuna possibilità di sopravvivere, verrei sepolto completamente. Non mi rimane che sperare che questi giganti di roccia conservino ancora per un po’ la loro stabilità, almeno finché sono qui io. L’ambiente si fa sempre più ostile a mano a mano che scendo lungo la gola, abbandonando la spianata ghiaiosa per ritornare sul sentiero pietroso e ciottolato. Scendendo gradualmente di quota, io divento sempre più piccolo e le montagne diventano sempre più grandi. Mi viene da pensare che se già io mi sento in soggezione di fronte a queste cime, che toccano sì e no i
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duemilacinquecento metri, chissà come si devono sentire gli alpinisti che tentano scalate ad autentici mostri come gli Ottomila himalayani, oppure i massicci delle Ande. Non c’è alcun limite al senso di piccolezza che una persona può provare, trovandosi ai piedi delle montagne. Inoltre, comincia ora ad apparire un grosso agglomerato di nuvoloni, il quale si allarga sopra le cime alla mia destra. Apparentemente si è materializzato dal nulla in pochi istanti, ma chissà da quanto tempo quelle nuvole stavano viaggiando per il cielo, magari fermandosi sul versante opposto per ore, prima di riuscire a scavalcare la cresta della montagna. Tuttavia, queste masse d’acqua sospesa in aria non mi preoccupano: non sembrano nuvole da pioggia, e anche se si mettesse a diluviare proprio ora, ho sempre i miei vestiti anti – acqua a disposizione. Manca più o meno mezz’ora di cammino, non sei ore. Certo è che il sentiero non è propriamente semplice: tecnicamente non presenta alcun punto problematico, ma è molto irregolare e talvolta capita che il piede si storti un po’ dopo averci caricato il peso troppo bruscamente. Fortunatamente, i pesanti scarponi da trekking hanno il bordo molto alto e mi difendono egregiamente dalle distorsioni articolari, temibili spauracchi dei camminatori solitari. Il sentiero pare non finire mai, non a causa della sua intrinseca lunghezza, ma a causa del fatto che ne posso scorgere il distante termine. A causa di questo, infatti, mi pare di essere sempre fermo nello stesso punto. Inoltre, le caviglie e le ginocchia mi fanno sempre più male, sforzate dall’irregolare discesa. Il lato positivo della situazione è che non c’è proprio nessuno, e finalmente mi posso sentire il solitario viaggiatore che volevo essere. Ho avuto piacere a condividere un tratto di strada con altre persone, poco fa: ma quel che volevo veramente era starmene per conto mio, e affrontare le Dolomiti solo con l’aiuto delle mie gambe e della mia forza di volontà. Non c’è ovviamente nulla di eroico o di trascendentale nell’effettuare questi sentieri in solitaria: non è per la gloria che compio questo viaggio. Migliaia di persone l’hanno percorso prima di me, e non sto facendo
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assolutamente nulla di nuovo, né di particolarmente difficile. La questione è diversa: nel viaggio che si fa con altre persone non si possono provare certe sensazioni, che invece vengono amplificate quando si viaggia da soli. Me ne sono accorto molto bene ieri, al rifugio Rosetta: abituato com’ero a poter sempre parlare con il mio compagno di viaggio nei momenti di stasi, e a contare su di lui per qualsiasi difficoltà, ho avuto inizialmente qualche problema ad adattarmi alla nuova situazione. Tuttavia, essere da solo mi costringe a pensare a tutto io e mi impedisce di delegare ad altre persone i piccoli problemi del viaggio, come per esempio interpretare una cartina che non riesco a leggere; in sostanza, mi costringe a “vivere” ogni minuto del viaggio in maniera più intensa e partecipe, cosa che permette ai ricordi di fissarsi nella memoria molto più efficacemente. Allo stesso modo, il viaggio solitario mi consente anche di staccare la spina quando voglio, di fermarmi a riposare esattamente quando lo dico io, di avere insomma la libertà assoluta di decidere qualsiasi cosa. Essere in due o più persone limita molto questo aspetto, perché per quanto ci si possa trovare d’accordo su tutto, non sarà possibile desiderare sempre le stesse cose, e prima o poi si dovrà scendere a compromessi. La convinzione che il viaggio in solitaria sia noioso, poi, è talmente priva di fondamento che non mi sento nemmeno di commentarla: chi volesse può sperimentarlo in prima persona e si renderà conto che la noia è qualcosa di ben diverso, a meno che per “viaggio” non si intenda qualcosa di completamente diverso da ciò che intendo io. Rifugio Dopo essermi sfasciato i piedi e le caviglie scendendo da roccetta a roccetta, finalmente raggiungo un tratto pianeggiante che si snoda su un cupo ghiaione. Ricompare anche un po’ di erba, che fino a pochi metri prima era totalmente assente: si vede che sono sceso di quota. Il rifugio Pradidali, dalle finestre verniciate di rosso e bianco come il simbolo CAI, ora è molto vicino, anche se
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continua ad apparire e scomparire dietro le numerose sporgenze rocciose che attorniano la stradina. Contemporaneamente, il grosso banco di nubi si sta spostando sempre più e sta abbandonando questa gola, cedendo però il posto a nuvole molto più scure e belligeranti. Per quel che mi riguarda, ora può anche diluviare: la salvezza è a un palmo di naso e le nuvole non mi fanno più paura. Ma ovviamente spero che non piova: se ci fosse qualcun altro in viaggio lungo questi sentieri, potrebbe vedersela piuttosto brutta. Dopo tutte queste ore di cammino sono molto stanco, nonostante l’ultima ora e mezza sia stata di sola discesa, perciò mi fermo spesso per riprendere un po’ di forza nelle gambe. Potrei semplicemente obbligarmi a proseguire, dato che il fiato non mi manca, ma si tratta più che altro di una questione mentale: la forza di volontà sta infatti scemando lentamente, e ora che mi sento praticamente arrivato a destinazione, le forze svaniscono insieme ad essa. Mi succede sempre così, non è la prima volta. Prima di giungere al rifugio devo fare uno slalom tra alcuni grossi massi punteggiati di erba, che sembrano costituire una difesa naturale per questa costruzione, apparentemente così minacciata da queste masse di roccia giganti. Ed ecco che finalmente imbocco la scaletta di legno, incastonata nella pietra, che conduce fino al cortile. Sono ormai in uno stato quasi catatonico per via della stanchezza, i piedi quasi non li sento più, l’immagine di un letto dove sdraiarmi mi penzola davanti agli occhi con insistenza. Ho decisamente bisogno di fermarmi e riposare. La prima cosa che noto, aprendo la pesante porta di legno dell’ingresso, è un grosso cartello che recita “Siamo temporaneamente senza acqua. Non è possibile usare i servizi igienici per ora. Scusateci per il disagio”. Come inizio non c’è male, direi! Ma questo è un problema che non mi preoccupa più di tanto. Sono più impensierito dall’idea di non trovare posto, dato che non ho prenotato nulla e i posti letto sono meno numerosi di quelli del Rosetta: ma anche questa preoccupazione svanisce nel nulla, nel momento in cui scopro che saremo sì e no
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in dieci a dormire qui, su un totale di quaranta posti. Mi accoglie una ragazza giovane, bionda e un po’ formosa, che calza due orribili ciabatte di plastica color verde scuro. La mia espressione stravolta sicuramente la diverte alquanto, ma la ragazza si trattiene dal ridere, poiché sono pur sempre un ospite, anche se suo coetaneo o quasi. Non posso tuttavia nascondere la mia fretta di stanziarmi da qualche parte e soprattutto di togliermi questi maledetti scarponi, che mi stanno cuocendo i piedi dentro una morsa insopportabile. Parlo dunque velocemente e con un tono piuttosto concitato, che mi esce del tutto involontariamente e che dona alla situazione un forte accento comico. Sembro quasi impasticcato, da come parlo. Tuttavia, riesco ugualmente a formulare frasi di senso compiuto. Dopo avermi consegnato la chiave della stanza, la ragazza mi chiede se voglio salire subito in camera, oppure se prima preferisco mangiare qualcosa. Una lotta momentanea si svolge nella mia mente, e infine decido di concedermi subito un buon piatto di pasta al sugo. Finalmente posso sedermi e togliermi le ingombranti calzature, che per fortuna non mi hanno causato vesciche né irritazioni. Constato che ho fatto bene a scegliere scarponi di una misura più lunghi, poiché in questo modo le punte dei piedi non si sono sfracellate durante la lunga discesa, cosa che mi succedeva regolarmente con i vecchi scarponcini. Ammasso tutto il mio armamentario su una panca libera e mi siedo ad uno dei numerosi tavoli vuoti, desideroso solo di entrare in coma, possibilmente con lo stomaco pieno. Non occorre molto tempo prima che il mio desiderio venga esaudito: quasi subito arriva la pasta, calda e fumante nonché intinta in quantità immorali di sugo. In preda alla frenesia, mi ci getto sopra e in un batter d’occhio l’ho già divorata. E dire che di solito mangio lentissimamente! Si vede che avevo proprio bisogno di calorie. Dopodiché, raccatto in fretta tutte le mie cose e me ne vado a riposare un po’ in camera, che conta due letti a castello entrambi vuoti. Oggi la socializzazione non è la mia priorità: non desidero assolutamente che le altre tre brande vengano occupate.
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Finestra (Colonna sonora: Skepticism – “Stormcrowfleet”) La sensazione di pura estasi che si prova nel momento in cui, stanchi e maciullati, ci si adagia infine su un materasso morbido, è impareggiabile. I muscoli delle gambe mi sembrano in fiamme, ma sono comunque felice. La stanchezza che provo adesso, infatti, non è quella di una giornata massacrante di lavoro, che nessuno ha mai voglia di sperimentare: si tratta invece di una stanchezza positiva, derivante da un’esperienza faticosa ma che mi ha portato ad arricchirmi notevolmente e a mettere nel cuore un altro po’ di bei ricordi. Cosa mi ha regalato la giornata di oggi? Splendidi panorami, due persone che ricorderò a lungo, aria pura, silenzio, pace interiore. Mi è costato qualcosa nel fisico, ma ci ho guadagnato mille volte nello spirito, e questo è quel che conta. Ecco perché anche dopo una camminata massacrante non mi è mai successo di pensare “Non lo farò mai più in vita mia!”, ma ho sempre pensato “In questo momento sono stanco e non ne posso più, ma per niente al mondo abbandonerò la montagna, perché la stanchezza è passeggera, ma i ricordi no”. La camera è stretta e ha un’unica finestra, posta in mezzo ai due letti. Fuori dalla finestra si vede solamente una gigantesca parete di roccia, che non scompare nemmeno cambiando l’angolazione dalla quale si osserva l’esterno. Le minacciose nuvole se ne sono andate, non piove e non sembra che ci siano altri fronti temporaleschi in giro. Nel completo silenzio di questa piccola e accogliente stanzetta, sovrastato da queste masse geologiche così prominenti, mi sento isolato dal mondo esterno e contemporaneamente a mio agio. La sensazione più bella che un viaggiatore possa ricercare ora è tutta mia: amplificandola con una musica celebrativa e dai toni maestosi, che affianca magistralmente chitarre distorte e un organo, me la gusto tutta senza lasciare che ne vada sprecato anche solo un pezzettino. I pensieri si confondono, il sonno prende il sopravvento. E come per magia, il fuoco nelle gambe si spegne.
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Programmi All’ora di cena ritrovo una vecchia conoscenza: la signora tedesca che viaggia da sola e che ho visto per la prima volta al Rosetta. Ci sediamo allo stesso tavolo, ma non scambiamo più di qualche parola stentata: lei pare troppo timida per intavolare un discorso, e da come si comporta mi sembra che non abbia molta voglia di avere a che fare con altre persone, quindi ci limitiamo ai saluti e a qualche frase di circostanza. Qualcosa mi dice però che continueremo ad incontrarci lungo il nostro percorso: se si trovava al rifugio Rosetta ed è arrivata fin qui, molto probabilmente sta percorrendo l’Alta Via, esattamente come me. Magari con il tempo riusciremo anche ad avere un qualche scambio. In ogni caso, stasera le persone non mancano nella sala da pranzo: sulle rustiche panche di legno sono sedute numerose famigliole con bambini, gruppi di rocciatori pieni di muscoli, e perfino una chiassosa comitiva che sta cercando di abbordare in massa una ragazza slovena, che non parla l’italiano ma conosce bene l’inglese. Mi diverto non poco ad osservare la scena, poiché il ragazzo più espansivo parla un inglese piuttosto maccheronico e i suoi strafalcioni vengono puntualmente derisi, sia dalla ragazza sia dai suoi stessi amici. Probabilmente hanno tutti esagerato con il vino, a giudicare dal volume della loro voce e dall’ampiezza dei loro gesti. La cena consiste in goulasch con polenta, che divoro senza tanti complimenti, in preda ad una fame genuina che nella vita di tutti i giorni stento a provare, abituato come sono a disporre di cibarie in qualsiasi momento della giornata. Devo pur riparare tutti i malridotti muscoli delle gambe, che hanno iniziato a dolermi e che domani sicuramente mi faranno male anche di più. Alla luce delle mie condizioni generali, ancora buone ma non perfette, decido che l’indomani arriverò al rifugio Treviso percorrendo l’itinerario di valle, quello che scende lungo Val Canali. L’alternativa sarebbe un percorso più breve, ma decisamente più impegnativo: meglio soprassedere. Non si tratta però di un itinerario di ripiego: la Val Canali è considerata come una delle
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più belle di tutte le Dolomiti, e considerando che per domani mattina si prevede bel tempo, essa potrebbe regalarmi la giornata più emozionante del viaggio. Passo il resto della serata cercando di rimettermi il più possibile, e l’unico modo per farlo è andare a letto presto: non appena terminato di mangiare, infatti, torno in branda. Passa diverso tempo prima che mi addormenti, nella solitudine della mia camera da quattro persone nella quale ci sono solo io, e più volte mi scorrono davanti agli occhi le immagini dell’intensa giornata appena trascorsa, tra ghiacciai morenti, interminabili distese pietrose ed eccezionali vedute panoramiche.

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Terzo giorno
La valle delle meraviglie
Fedele ai miei principi, alle sei e mezza del mattino sono già in piedi, pronto a ripartire. Prima si comincia a camminare e prima si arriva a destinazione, quindi se capita un imprevisto c’è un ottimo margine per rimediarvi. Inoltre, a quest’ora è più raro trovare escursionisti già in marcia, e nondimeno la montagna di prima mattina ha un fascino tutto particolare. Questa volta non assisto all’alba, ma lo scenario che mi trovo davanti non appena uscito dal rifugio è comunque degno di nota: la verdeggiante Val Canali si estende davanti a me, illuminata da una luce ancora primitiva e appena accennata ma per nulla sporcata da nebbia o nuvole, totalmente assenti. La catena montuosa all’orizzonte è leggermente ricalcata di rosa a livello dei crinali, mentre il rumore del vento è l’unico, seppur impetuoso, abitante di queste lande. Mi viene in mente quella splendida canzone strumentale, il cui titolo tradotto recita “Solo il vento ricorda il mio nome”: oltre ad essere un pezzo commovente ed epico, mai come ora sento che questa frase si adatta a me, solitario viaggiatore del quale non importa niente a nessuno, poiché appunto nessuno mi conosce e si ricorda del mio nome, tranne il vento che spazza queste terre. Val Canali (Colonna sonora: Agalloch – “Pale Folklore”) Facendo colazione, trovo solo poche persone nella stanza comune, che siedono tutte nei tavoli vicino al muro, distanti da me. Quelli che si alzano così presto sono i rocciatori, che oggi affronteranno pareti impervie con grande coraggio. Io non mi sognerei mai di arrampicarmi e rimanere appeso nel vuoto, nonostante ami la montagna. Uno di loro sta polemizzando sul fatto che ci sono scalatori che si sono alzati alle cinque e hanno
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già iniziato a salire da oltre mezz’ora. Secondo lui, cominciare così presto serve solo a gelarsi le mani sulla roccia. Probabilmente, le “allodole” avranno preferito partire in anticipo rispetto a tutti gli altri per non rischiare di trovare rivali che li rallentino lungo la salita. Può anche darsi che abbiano esagerato con l’anticipo, magari per motivazioni prettamente egoistiche, ma dev’essere comunque emozionante affrontare una scabra parete rocciosa quando ancora non c’è luce, ricordando le imprese dei grandi scalatori del passato che bivaccavano di notte su cenge anguste ed esposte a vuoti spaventosi, in condizioni di buio pressoché completo, senza tutte le attrezzature e gli ausili di cui possiamo disporre oggi. Potrebbe essere che questi scalatori “prematuri” abbiano semplicemente voluto vivere tali sensazioni, scegliendo di partire ad ore antelucane. In tal caso, non mi sentirei proprio di biasimarli. Dopo essermi previdentemente ingozzato di cibarie sane e nutrienti, in quanto anche volendo mangiare schifezze qui non ne troverei, esco all’aria aperta e questa volta non torno più indietro verso il salone comune, bensì inizio a scendere a valle. L’aria pungente del mattino e la temperatura piuttosto rigida non mi impediscono di perdere qualche minuto con lo sguardo rivolto in su, cercando le sagome degli impavidi scalatori, ma non riesco a distinguere alcunché sulle pareti rocciose, complice anche la scarsa luce. Presto mi dimentico di loro e comincio la discesa vera e propria, in perfetta solitudine. Qualcosa mi suggerisce che questa sarà una giornata meravigliosa, e non solo dal punto di vista meteorologico. Qualche doloretto al ginocchio e ai muscoli delle gambe mi è rimasto, ma non mi desta alcuna preoccupazione: cammino benissimo e inoltre la strada che mi attende oggi è tutta in discesa. Certamente è più distruttiva di una salita, per quanto riguarda l’integrità di muscoli e tendini: tuttavia, è molto meno faticosa. E poi, di fronte allo spettacolo della Val Canali non si può provare alcuna sensazione negativa. Il sentiero scende infatti serpeggiando tra isole di roccette bianche e vaste chiazze erbose, spalmate irregolarmente su collinette che
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terminano con pendii ripidissimi e che si accalcano le une sulle altre. Il sentiero però rimane sempre facile, permettendomi di osservare queste strane forme senza impensierirmi. Non dovrò infatti scendere per quelle muraglie quasi verticali, che fanno paura anche solo a vederle da lontano. Il sole piano piano sta salendo nel cielo, illuminando la scena in modo del tutto particolare: le zone in ombra sono cupe e fredde, mentre quelle illuminate sono bianchissime e abbacinanti. Il contrasto è così netto che pare quasi irreale. Scendendo, inoltre, aumenta la temperatura: progressivamente devo togliermi i guanti, il berretto e la giacca antipioggia, colpevoli di farmi sudare troppo. Ritorna il verde (Colonna sonora: Agalloch – “The Mantle”) Mi fermo spesso ad osservare la ripida discesa che sto percorrendo, e a fantasticare su cosa nascondano quei lussureggianti boschi che mi attendono poche centinaia di metri più sotto. Sicuramente saranno punteggiati di vecchi ruderi, contorte mulattiere e cataste di legna messe a seccare; lungo le stradine scorreranno chissà quanti torrentelli dei quali ora posso percepire il distante scroscio, appena accennato. Con il diminuire della quota, parallelamente aumenta la vegetazione, che all’inizio diventa poco più che erbosa, poi arbustiva, e infine arborea: mi rimane da superare solo un tratto composto da numerose curve a gomito incastonate nella roccia, prima di toccare i primi alberi del mio viaggio. Quest’ultimo tratto è un po’ più difficoltoso e presenta addirittura alcune corde metalliche per aiutare la discesa, ma non ci sono tratti esposti, le corde sono lì solo per sicurezza e le uso ben poco. Probabilmente sono state aggiunte solo di recente, dato che nessuna guida segnalava la loro presenza. Con qualche incertezza dovuta alle roccette, le quali a volte fanno scivolare il piede e mancare l’appoggio, finalmente i piedi raggiungono l’inizio del sentiero boschivo. Gli alberi inizialmente sono rari e caduchi, ma aumentano velocemente di numero e
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presto mi trovo immerso in una macchia verde molto fitta, della quale percepisco subito l’intenso aroma. L’odore del bosco è un qualcosa di peculiare, racchiude in sé mille fragranze diverse, che solo un olfatto fine può distinguere nei particolari. Ciò che viene decifrato dai miei sensi è solo l’insieme di tutti questi odori e profumi, che conferiscono al bosco la sua particolarissima aura. Ora il sentiero è diventato facile e pianeggiante, sono immerso tra cespugli e abeti, e il cocente sole non fa che colorare di una luce magica l’intera vallata. Presto però la visuale d’insieme mi è preclusa, poiché entro nel bosco vero e proprio, che mi circonda da ogni lato. Sento aumentare il rumore dell’acqua, e quando arrivo al primo crocevia, mi accorgo di essere proprio sul fianco di un vivace torrentello che scorre impetuoso e gagliardo. Siccome non so esattamente dove andare, ne approfitto per fermarmi un po’ e consultare la cartina, sedendomi in mezzo a questa paradisiaca radura. In fondo, che fretta c’è? Sono partito la mattina presto, non manca molto al rifugio Treviso e posso tranquillamente concedermi un po’ di sano relax. Rovine (Colonna sonora: Ulver – “Bergtatt - Et Eeventyr I 5 Capitler”) Dalla cartina apprendo che ormai sono sceso a quasi millecinquecento metri di quota, e che non lontano da qui si trovano i ruderi di Malga Pradidali, dai quali prenderò la strada per Malga Canali e da lì infine per il rifugio Treviso. Non devo però proseguire dritto, lungo la strada con il segnavia rosso e bianco: devo invece deviare a sinistra, superando un piccolo ponticello e incamminandomi su una stradina bianca che si inoltra nel fitto del bosco. Duecento metri dopo, infatti, trovo questa baita ormai in rovina, i cui muri sono ancora quasi tutti in piedi, ma alla quale mancano le finestre e il tetto. Chissà da quanto tempo è in disuso, ma soprattutto chissà per quanto tempo è stata in attività, quante persone ci sono passate e hanno lavorato sodo per tenerla in piedi e assicurarsi una vita dignitosa,
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ai tempi in cui il lavoro era molto più difficile e impietoso di oggi. Essendo di origine contadina, e per giunta proprio di queste zone, qualsiasi cosa che mi ricordi il lavoro dei miei nonni e bisnonni mi suscita sempre una certa ammirazione: e infatti scatto una fotografia commemorativa anche a queste mura mezze crollate, consapevole che dietro di sé hanno una storia e per questo meritano rispetto. Questa è una delle cose che più apprezzo della montagna: essa insegna ad avere rispetto delle cose, anche delle più banali. Nella mia casa di Aune c’era una volta una grossa madia di legno, ben costruita e solida, ma che era pur sempre una semplice madia di legno. Ad occhi estranei è solo un mobile abbastanza malridotto: ma agli occhi di mia nonna, che ha trasportato le pesanti tavole sulle spalle per cinque chilometri dalla segheria al paese, sotto il sole e senza spuntini né bevande energetiche, per poi portarle a far assemblare dal falegname, quel semplice pezzo di legno ha un significato molto diverso. Infatti, quella madia è ancora lì, nonostante sia vecchia e tarlata. Anche se io sono nato parecchie decine di anni dopo quel faticoso evento, considererei ugualmente un delitto l’eventuale demolizione di questo tarlato pezzo di storia familiare. Superati i ruderi, il sentiero prosegue in mezzo agli alberi e attraversa alcune oasi di muschio, che in passato i nostri genitori e nonni raccoglievano per poi metterlo nel presepe. Il soffice tappeto verde ricopre non solo il terreno, ma anche la corteccia degli alberi, rendendo il bosco ancora più verde di quello che normalmente è. Sto facendo il pieno del mio colore preferito, una piacevole indigestione che raggiunge il culmine quando il sentiero esce dall’area boschiva e sfocia in una vasta piana erbosa, punteggiata di casere. L’amena vallata che si estende di fronte a me è talmente invitante che quasi mi dispiace dover deviare a sinistra, salendo per un ripido sentierino, invece di proseguire in direzione delle abitazioni. Devo infatti raggiungere Malga Canali, punto di ristoro al quale conto di fermarmi per mezz’oretta prima di ripartire verso il rifugio Treviso: e la suddetta malga è segnalata in direzione opposta a quella che avrei la tentazione di prendere.
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Sosta Malga Canali si trova in una posizione veramente formidabile: posta in mezzo ad un vasto pascolo erboso, è fiancheggiata dal bosco e circondata da aspre cime rocciose su ogni lato, che si stagliano in lontananza come dei severi guardiani. È obbligatorio fermarsi e rimanere in contemplazione di un siffatto panorama, poiché probabilmente un luogo come questo ha pochi eguali nelle Dolomiti e nel mondo intero. La malga è popolata da numerosi animali, tra galline, cani, pecore e mucche, che se ne stanno tranquille nei loro recinti a brucare l’erba: perché non imitarle? In fondo, ancora una volta sono in perfetto orario e non c’è alcuna ragione di correre. Decido quindi di concedermi una mezz’ora abbondante seduto su una panchina di legno, occupandomi unicamente di ammirare quest’incantevole luogo, sgranocchiando le mie tavolette di cioccolata alla nocciola. Le costruzioni sono tutte in muratura, zeppe di fiori appesi ovunque, nonché di attrezzi da lavoro anch’essi penzolanti dai muri. Lungo le pareti è accatastata parecchia legna secca, tagliata in pezzi di varie forme e dimensioni. L’intera scena trasuda una tranquillità particolare, di quelle che non possono essere scalfite da nulla. Il telefono cellulare è spento e tace obbligatoriamente, dunque ho la possibilità di godere di questo momento senza interruzioni né disturbi di alcun genere, cosa che capita raramente nella vita di tutti i giorni. Stavolta non scelgo nessuna musica per accompagnare il momento: preferisco lasciar spazio al silenzio. Rifugio Treviso La strada che attornia Malga Canali è asfaltata, e ai suoi lati sono parcheggiate numerose automobili. Questo sporadico contatto con la tecnologia mi risulta un po’ fuori luogo, e non vedo l’ora di ritornare su sentieri selvaggi, dove nessun mezzo motorizzato può arrivare. Presto sono accontentato: dopo un tratto di strada sterrata ma molto larga, si passa un ponticello e si ritorna in mezzo al bosco, salendo lentamente verso il rifugio Treviso.
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Inizialmente me la prendo piuttosto comoda, finché non realizzo di essere circondato da un folto nugolo di bambini che stanno percorrendo la stessa strada nella medesima direzione. Saranno almeno una quarantina. Quasi subito, un pensiero mi giunge alla mente: e se mi occupassero tutti i posti liberi del Treviso, che sono all’incirca una quarantina? Se hanno prenotato i posti e stanno andando lì, potrebbe succedermi di non trovare nemmeno un letto libero. Alla luce di ciò, inizio ad accelerare notevolmente il passo, cercando di superare tutti e di portarmi in testa al gruppone, che si è disperso in varie piccole fazioni. La paura di non trovare posto, per quanto sia probabilmente immotivata, è una formidabile e inesauribile fonte di energia: inizio infatti ad avanzare in stile “carro armato”, quasi di corsa, superando qualsiasi essere vivente che si aggiri su questo sentiero. Quando i malcapitati tardano a scansarsi, inizio quasi a scalpitare dall’impazienza, e anche se non pronuncio parola, presto tutti capiscono che gli conviene lasciarmi passare, se non vogliono sentire il mio fiato sul collo per tutto il tempo. In pochi balzi supero il primo tratto e arrivo nel bosco vero e proprio, dove un’interminabile serie di serpentine si inerpica progressivamente lungo il pendio boscoso. Ormai ho superato tutto il gruppo dei bambini, ma continuo a trovare gente che sale, e ciò mi spinge ad accelerare ancora di più il passo, come catturato da una strana smania di arrivare. Non sento nemmeno la stanchezza, nonostante stia sudando abbondantemente. E dire che sto camminando da parecchie ore, anche se finora sono andato quasi esclusivamente in discesa o in piano! Che sia l’adattamento del fisico allo stress di questi primi giorni? In effetti, mi sembra che il fiato e la resistenza delle gambe siano aumentati notevolmente rispetto a quando sono partito da San Martino. Ma forse è solo un effetto temporaneo dell’adrenalina che ho in circolo. Dopo aver percorso le serpentine per almeno venti minuti, non sono ancora giunto in nessun posto. Esse si susseguono le une alle altre, sempre uguali, e il mio obiettivo ancora non è visibile. Più volte credo di intravederlo dietro gli alberi, qualche decina di
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metri sopra di me, ma puntualmente scopro che si tratta di nude rocce, le quali simulavano la forma di una casa. Non so se rallentare e risparmiare un po’ di energie, oppure se continuare ad andare veloce nella speranza che non manchi ormai molta strada. Scelgo la seconda opzione, poiché sono ancora preoccupato di non trovare posto. Ormai ho superato tutti, che problema c’è? Inoltre, se davvero quell’enorme comitiva ha prenotato i posti (e qualsiasi comitiva così numerosa lo farebbe), perché affannarsi tanto? Arrivare prima o dopo non muterebbe la situazione. Tuttavia, ormai ho preso questo ritmo e non mi posso fermare. Mi incoraggiano alcuni gruppi di persone che scendono dal rifugio, e lo fanno in due modi diversi: in primis assicurandomi che mancano solo cinque minuti all’arrivo, e secondariamente per il fatto che se scendono significa che hanno liberato dei posti letto (sempre sperando che abbiano dormito al rifugio e non siano semplicemente di passaggio). Così mi faccio forza e continuo a spingere per arrivare in fretta, tagliando per il bosco ove i sentierini “diretti” mi permettono di bypassare le serpentine, e finalmente vedo apparire la sagoma di un caseggiato in muratura: il rifugio Treviso! Mi accorgo ora che è davvero impossibile notare il rifugio, se non proprio arrivandoci a pochi metri di distanza. È nascosto così bene nel fitto della foresta, da risultare praticamente invisibile. La visuale che si apre dal rifugio, tuttavia, è tutt’altro che limitata. Gli alberi che ricoprono il fianco della montagna non sono abbastanza alti da impedire la visuale della muraglia rocciosa che circonda il rifugio, ancora più alta e minacciosa di quanto si poteva vedere dal Pradidali, complice anche il cambiamento di quota. Ora infatti mi trovo a milleseicento metri di altitudine. La visuale è completata da una valle che si estende a ovest, e da uno stretto sentierino che prosegue dietro il rifugio, e sul quale c’è un’indicazione per il Passo Cereda, la naturale continuazione dell’Alta Via. E così anche oggi sono arrivato, sudato e sporco, ma soddisfatto: non mi rimane ora che entrare e risolvere finalmente il mio dubbio in materia di stanze libere per la notte.
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La mia preoccupazione, come al solito, si è rivelata eccessiva. Il rifugio è pieno di letti liberi e non ho nessuna difficoltà ad assicurarmi una camera, che stavolta è una doppia. Un singolo letto a castello occupa più di metà della stanza, lasciando solo uno spazio di circa un metro per muoversi, ma nonostante la scarsità di spazio dispongo perfino di un tavolino. Una piccola finestrella quadrata è l’unica fonte di luce della stanza, escludendo ovviamente l’illuminazione elettrica, che però in montagna va rigorosamente risparmiata. E non c’è nessuno in stanza con me. Ora che sono tranquillo e che mi sono assicurato un posto per dormire, posso sdraiarmi a riposare. Finché la rocambolesca salita mi teneva in tensione, non avvertivo la stanchezza: ma ora che finalmente sono fermo, mi accorgo di essere distrutto e talmente coperto di sudore da aver impiastricciato tutti i vestiti. Per fortuna, l’acqua corrente qui funziona, e ne approfitto per dare una lavata generale a me stesso nonché ai vestiti, che non cambio praticamente mai, avendone portato solo il minimo indispensabile. Mentre li sistemo sugli appendini, noto che le legnose pareti del mio loculo sono in buona parte tappezzate di scritte a penna. Incuriosito, mi avvicino per leggere meglio, dato che la maggior parte delle scritte è molto sbiadita. La prima è un lamento di due giovani diciottenni che affermano di trovarsi qui ma di non sapere se sopravviveranno alla gita che si sono proposti di fare. Sembra quasi la mia stessa situazione! Poi passo ad una specie di poesiola, poi ad una storiella surreale, poi a dichiarazioni amorose. Gli occupanti si sono sbizzarriti in quanto a tematiche. Avendo con me l’indispensabile penna per gli appunti, decido di dare anch’io un contributo a questo cocktail di fantasia umana, scegliendo un verso di un brevissimo ma intenso brano degli Ulver, che mi pare molto adatto al momento che sto vivendo ora: “Non dovrebbe promettere di camminare nell’oscurità colui che non ha mai visto la notte”.
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Storie di vita vissuta Dopo essermi assestato e aver riposato degnamente, scendo nello stanzone comune per mangiare qualcosa. C’è un gran viavai in questo rifugio: probabilmente stanotte sarà pieno di gente, e qualcuno occuperà il posto sopra il mio nel letto a castello. Quasi nessuno sta all’interno: gli escursionisti stanno tutti fuori a godersi il sole che la giornata offre, non dimenticando però di coprirsi con berretti, occhiali da sole e crema solare. Anche se non siamo più sopra i duemila metri, le scottature sono sempre in agguato. Ci sono orde di bambini che corrono qua e là, probabilmente gli stessi che ho superato salendo, ma non sembra che interagiscano più di tanto con il rifugio: la loro sembra più che altro una pausa per rifocillarsi, dopo la quale proseguiranno oltre. Meglio così, forse allora la nottata sarà tranquilla e non mi sorbirò strilli devastanti fino a tarda serata, come invece sento ora. Perché non se ne stanno un po’ zitti? Non riesco più a sentire il silenzio, che già mi manca. Non ho mai sopportato la ressa, e tutta questa presenza umana un po’ mi infastidisce: tuttavia, sono anch’io un ospite come loro e non ho nessun diritto in più degli altri per essere qui, dunque mi metto il cuore in pace. Per non sentire il chiasso imperante, ritorno presto all’interno e ordino il pranzo, che arriva in un tempo record. Mentre mangio, mi diverto ad ascoltare le storie di un nutrito gruppo di rocciatori che stanno pranzando a qualche tavolo di distanza dal mio. Uno di loro tiene banco, raccontando episodi su episodi, snocciolando con perizia termini tecnici e nomi di vie d’arrampicata, discettando su quale sia la più difficile, quale sia la più esposta, poi passando a raccontare di quella volta che il suo amico ha improvvisato un temerario balletto sulla roccia… Per quanto l’arrampicata non sia l’aspirazione della mia vita, potrei rimanere ad ascoltare per ore la sua voce chiara e limpida, lievemente ironica e sempre vigorosa, che descrive queste stupende storie di montagna, che sicuramente sono un po’ calcate ed esagerate su certi particolari, ma che proprio per questo sono così coinvolgenti e divertenti. In fondo, chi non
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tende a enfatizzare un po’ le proprie gesta, quando ne parla ad altre persone? Quasi mi dispiace di non essere seduto al loro tavolo, anche se sono così vicino che non mi perdo una parola. In realtà, per quanto normalmente mi ritenga un solitario, non so resistere nemmeno io all’impulso primordiale dell’uomo, che è quello di aggregarsi, di avere degli scambi con i suoi simili. Quando sono nel mio contesto ben conosciuto, posso permettermi di ritagliarmi i miei spazi come meglio credo; ma quando mi trovo sperduto su una montagna senza conoscere nessuno, le cose si fanno diverse. L’insita necessità di socializzare si fa sentire impellente anche in chi, come me, non ama particolarmente la compagnia. Chissà se oggi riuscirò a fare amicizia con qualcuno, come successe al Rosetta! Una cosa che mi colpisce è che buona parte delle persone che entrano in questo rifugio conosce il gestore di persona. Non è solo una mia impressione, lo chiamano per nome! Significa che sono frequentatori abituali del rifugio, o che sono passati di qui diverse volte. Magari abitano qui vicino e usano il rifugio come punto di partenza per qualche ferrata, o per arrampicare sulle tremende pareti che svettano quasi verticali tutto attorno a noi. Una di queste pareti attira la mia attenzione, poiché non appena ho finito di mangiare ed esco un po’ a godermi il sole, sento un gruppo di rocciatori che ne parlano. Guardano tutti in su, e inizialmente stento a credere che stiano parlando di arrampicare proprio su quel costone roccioso. Dietro il rifugio, infatti, una montagna dalla forma particolarmente slanciata ha una specie di appendice che forma un canalone, il quale rimane nascosto tra due speroni di roccia. E loro vogliono avventurarsi proprio in mezzo a quel canale di roccia, scuro e tetro, che da quaggiù sembra talmente lontano da apparire quasi extraterrestre. Oltre a sembrarmi inverosimile (anche se so bene che non lo è), mi fa riflettere sul coraggio che l’essere umano può arrivare a dimostrare. Si parla sempre in termini relativi, è ovvio: per chi va a conquistare la cima del K2, o si avventura senza protezioni per la Via del Pesce sulla parete sud della Marmolada, probabilmente
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quell’arrampicata è cosa banale. Per me che vado solo per sentieri, tuttavia, è una cosa fuori dal comune, che mi suscita incredibile ammirazione, anche se non vorrei mai essere al loro posto. Ma anche rispetto a qualcuno che non ha mai camminato in montagna, perfino la mia settimana di escursione deve sembrare una cosa fuori dal comune. Questo gioco di relatività mi fa capire che nessuno si deve sentire un eroe per quello che fa, poiché ci sarà sempre qualcuno più bravo di lui. E non si parla solo di scalate e arrampicate: a volte, dire una semplice parola o compiere un banale gesto al momento opportuno è più difficile che affrontare un’impegnativa e ardita ferrata. Il lungo pomeriggio al rifugio viene allietato dal figlio del gestore, che a un certo punto improvvisa un balletto acrobatico su una stretta fune tesa tra due tronchi. Con salti, giravolte e numeri di equilibrismo che non falliscono mai, ci tiene tutti con gli occhi incollati alla scena, riempiendoci di ammirazione. Chissà per quanto tempo si è esercitato per diventare così bravo! Del resto, quassù non è che ci sia molto da fare, e il tempo non manca… Buio (Colonna sonora: Oskoreien – “Oskoreien”) A mano a mano che il sole continua il suo apparente cammino verso ovest, sempre più persone lasciano il rifugio e si incamminano di nuovo giù per le serpentine. Chissà dove vanno tutti quanti. Anche il gruppo di bambini se n’è andato, e di questo sono molto felice: ora infatti c’è molto più silenzio, e la mutata luce può suggerire pensieri molto più fecondi adesso che non c’è più quel continuo brusio di fondo. È infatti affascinante osservare come le montagne cambiano aspetto a mano a mano che il sole scende, diventando via via più scure e severe, se è possibile farle apparire più severe di quanto non siano già. Inoltre, da qualche ora il cielo ha iniziato a coprirsi di nuvoloni, all’inizio lentamente e poi sempre più velocemente. Si prepara probabilmente un temporale notturno, e l’atmosfera non fa che
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diventare sempre più minacciosa. Quelle che circondano il Treviso non sono infatti montagne che ispirano protezione, o che riempiono il cuore di gioia a vederle: piuttosto, si tratta di montagne aspre, dall’aria arcigna e ostile, quasi intimidatoria. Non credo che qualcuno possa stare al loro cospetto senza provare un vago senso di angoscia. Questa sensazione, già presente perfino nelle più limpide giornate di sole, è amplificata mille volte al calar della sera. Ora infatti, complice il rannuvolamento, si sta facendo buio per davvero. Nel rifugio saremo rimasti al massimo in dieci persone, che sono quasi tutte rientrate all’interno, e ormai rimangono visibili solo i profili delle creste montuose, tenuemente illuminati da un sole ormai prossimo a morire. Il rumore del vento che spira nelle profonde gole e nelle valli è un qualcosa che attrae irresistibilmente la mia attenzione e mi spinge a rimanere fuori a lungo, nonostante il freddo. È come se stessi osservando il lento addormentarsi di un mostro megalitico. Non so perché, ma ho l’impressione che queste montagne e queste vallate siano vive, e abbiano una volontà propria. Tutte quelle persone che in montagna ci muoiono, per le classiche “fatalità” come le scariche di sassi o il maltempo, non saranno forse le vittime di un’entità superiore spietata, che abita le montagne e decide il destino di chi osa sfidarle? A volte, infatti, quel che succede in alta quota è davvero inspiegabile. Incontri Dato che il freddo sta aumentando sempre più, decido infine di rientrare al calduccio dello stanzone comune per ordinare la cena. I tavoli liberi sono molto più numerosi di quelli occupati, ma per istinto chiedo ad un signore solitario se posso sedermi al suo tavolo. Potrei scegliere uno qualsiasi dei tavoli liberi, anche ad una certa distanza da ciascun occupante in modo da ritagliarmi la mia indipendenza, ma quella di sedermi ad un tavolo già occupato è una decisione presa d’impulso, senza riflettere.
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L’uomo, un tranquillo signore brizzolato sulla quarantina, accetta di buon grado la mia presenza. Dopo qualche minuto di rispettoso silenzio, cominciamo a parlare, avendo entrambi capito che siamo nella stessa barca in quanto a solitudine, e quindi vale la pena di condividerla. Apprendo così che il mio nuovo compagno di viaggio temporaneo si chiama Massimiliano, è di origini veneziane anche se ora abita ad Agordo, ed è di ritorno da una ferrata. Purtroppo per lui, è riuscito a completare la ferrata ma non a raggiungere il punto di arrivo del suo itinerario, e di ciò incolpa le cattive condizioni meteorologiche nonché l’insufficienza delle scorte d’acqua. Non se l’è sentita, giustamente, di scendere per un sentiero ripido e aspro dopo tutta la fatica compiuta sulla ferrata, per giunta con pochi centilitri di acqua residua a disposizione. Alla luce di ciò, ha deciso di ripiegare verso il vicino rifugio Treviso, facilmente raggiungibile in meno di una mezz’oretta, e infatti eccolo qua. Domani gli toccherà tornare a Fiera di Primiero, a piedi, per poi farsi venire a prendere dalla moglie. Preferirebbe tornare in autobus così da non doverla scomodare (galante!), ma domani è domenica e non ci sono mezzi utili a questo scopo, come scopriamo consultando un tabellone appeso al muro che reca gli orari di tutti gli autobus locali. Pazienza: in viaggio bisogna sapersi adattare a qualsiasi imprevisto, e infatti lui la prende con filosofia. In fondo, quello che voleva fare l’ha fatto: tutto il resto non ha importanza, è solo un piccolo sovrapprezzo da pagare, come ce ne sono tanti nella vita. Dato che è bloccato qui fino a domattina, volente o nolente, ne abbiamo di tempo per chiacchierare e raccontarci storie. Siccome mi interessa molto capire come funzioni effettivamente una ferrata, mi faccio spiegare bene cos’ha fatto oggi: e anche quest’uomo diventa una specie di mito, per me. Ha infatti percorso una ferrata totalmente in solitaria, superando settecento metri di dislivello, e quasi mi scappa da ridere quando mi dice che soffre di vertigini. Ma com’è possibile allora che sia capace di affrontare addirittura una ferrata? Eppure è serissimo: afferma
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che se per caso guarda giù, mentre sta salendo, si sente male. La ferrata diventa quindi, oltre ad essere un’impegnativa fatica fisica, anche uno sforzo di concentrazione e di volontà non indifferente, in quanto non bisogna mai guardare in basso. E come si fa a resistere alla tentazione, almeno una volta in ore e ore di salita? Evidentemente, con molta determinazione e parecchio allenamento è possibile questo e altro. L’amico passa poi una buona mezz’ora a illustrarmi il funzionamento di tutti gli attrezzi necessari, che osservo con molto interesse, poiché non è detto che prima o poi non decida anch’io di cimentarmi con tutto ciò. Per ora non ci penso nemmeno, ma ormai so che nella vita nulla si può dare per scontato, e ho smesso di accantonare pregiudizievolmente le eventualità, anche le più remote. Può capitare di tutto. Parlando, scopro con piacere che Massimiliano è un appassionato della montagna affrontata “alla vecchia maniera”, vale a dire evitando le zone troppo battute e cercando il contatto con la natura, spesso in solitaria, senza scadere nel turismo becero e irrispettoso della natura. Mi racconta, a proposito, un assurdo episodio che gli è capitato sulla Marmolada, durante un’escursione guidata al ghiacciaio: per iniziare a scendere ha dovuto aspettare addirittura un’ora, poiché si era formato un intasamento sulla via, a causa della massiccia presenza di turisti, spesso equipaggiati in modo assolutamente non consono all’ambiente di alta quota. Peggio che dal benzinaio sotto casa: no, questa non è la nostra idea di montagna, decisamente! Dopo che mi ha raccontato questo tragicomico episodio, capisco di avere a che fare con uno che la pensa molto simile a me, perciò decido che vale la pena di approfondire la conoscenza. Continuiamo dunque a parlare, finché non si fa viva una persona che già conosco: la tedesca solitaria, che sta spuntando ora dalla porta di comunicazione tra il salone e le camere. Da dove è saltata fuori? In tutta la giornata non l’ho vista. Forse è arrivata in un momento in cui ero in camera, o sul retro della baita ad ammirare il panorama, e poi è rimasta a riposare per tutto il
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tempo. Dato che siamo due galantuomini, decidiamo di invitarla al nostro tavolo. Anche lei ha diritto di entrare nel club dei solitari viaggiatori dolomitici! Lei accetta, seppur mostrando una certa titubanza. Forse avrebbe preferito starsene per conto suo, confermando gli stereotipi sul fatto che i tedeschi siano freddini e distaccati, ma non sono così convinto che disdegni la compagnia. Tedesca o non tedesca, sono giorni che è da sola e quindi molto probabilmente le farà piacere avere scambi con qualcuno. Scopriamo quindi che la signora si chiama Marianne e parla italiano: non ha una padronanza linguistica eccellente, ma se la cava più che bene col nostro idioma, a livello sia lessicale sia grammaticale. Possiamo dunque evitare di usare l’inglese e parlare solo nella nostra lingua madre, avendo però cura di non parlare troppo velocemente, altrimenti la poveretta non capisce nulla. Dopo qualche minuto di conversazione, anche Marianne riesce a stupirmi: sta infatti percorrendo tutta l’Alta Via a partire da Bressanone, da sola. Lo sapevo, però. Qualcosa mi suggeriva che questa figura timida e riservata nascondesse qualche sorpresa. Anch’io inizialmente avevo pensato di partire da Bressanone, ma un po’ per mancanza di tempo e un po’ per incertezza sulle mie risorse fisiche, non me la sono sentita di percorrere tutti i duecentodieci chilometri che separano Bressanone da Feltre. Essendo la mia prima esperienza di trekking spalmato su più giorni, ho preferito optare per un percorso più breve, seppur non meno emozionante: è infatti verso la fine, che l’Alta Via diventa più selvaggia e sconosciuta, e dunque più simile ad un vero trekking nell’ignoto. Questo viene confermato anche da Marianne, che racconta di come al Passo Pordoi ci fosse così tanta gente da non riuscire quasi a camminare, e addirittura di come la strada fosse intasata da puzzolenti e rumorosi motorini. Decisamente lì mi sarei sentito un pesce fuor d’acqua, e infatti anche lei non parla di quella parte di percorso con toni particolarmente entusiastici. Sentire la puzza dei gas di scarico in montagna, poi, è davvero deprimente, per non dire di peggio. Da quando ha superato le Pale di San Martino, invece, l’affollamento è notevolmente diminuito: in effetti, anche se ho incontrato
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anch’io un po’ di gente lungo i sentieri, non posso certo dire di aver trovato affollamento. La cosa più interessante è che ora ci attendono ancora la valle del Primiero e infine le Vette Feltrine, notoriamente poco battute: chissà se rimarremo gli unici a percorrerle, io e lei. Potrebbe benissimo essere, poiché ormai è palese che quasi nessuno dormirà in questo rifugio stanotte. Oltre a noi tre, infatti, è rimasto solo un gruppo di uomini, quelli che l’indomani affronteranno quell'apparentemente impossibile scalata della quale discorrevano oggi pomeriggio. E io che pensavo di non trovare posto! Se ne sono andati quasi tutti, uno dopo l’altro. Qualcuno è sceso addirittura con il buio: sicuramente erano persone pratiche del luoghi, che si sarebbero fermate poco distante, magari in una casa della quale non c’è traccia sulle carte escursionistiche. Non mi sembra però di aver visto nessuno proseguire sul sentiero che porta a Passo Cereda: quattro ore di cammino sono troppe per essere affrontate a partire dal tardo pomeriggio. E così, rimaniamo solo noi tre a raccontarci le rispettive vicende. Al contrario di Massimiliano, che è piuttosto loquace e sempre lieto di intavolare un discorso, Marianne è molto riservata e quasi timorosa di noi, forse perché è l’unica donna ed è pure straniera. Risponde comunque a tutte le domande che le poniamo, osservandoci con una strana espressione dietro le lenti a ottagono, espressione che non si riesce pienamente a decifrare. È come se in lei ci fosse una contentezza trattenuta, che non riesce a rivelarsi completamente. Magari è felice di aver trovato qualche compagno di viaggio, ma il suo temperamento le impedisce di manifestarlo. Può essere: in fondo, se esiste lo stereotipo che i tedeschi sono un po’ freddini, da qualche parte sarà pure nato. Noi italiani, ad esempio, abbiamo tanti di quegli stereotipi addosso…e la maggior parte sono veri, o comunque non troppo distanti dalla realtà! Dopo aver divorato la cena, piuttosto abbondante, ci interroghiamo su cosa faremo l’indomani. Io e Marianne dovremo proseguire per il Passo Cereda, fedeli al tracciato
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dell’Alta Via; Massimiliano invece dovrà scendere fino al ristorante Cant del Gal, non lontano dalla già conosciuta Malga Canali. Dal ristorante dovrà poi proseguire per la strada statale che conduce a Fiera di Primiero, e lì verrà recuperato dalla consorte, che si spera non sarà troppo arrabbiata. Sarebbe già tutto deciso, se non fosse che si sta inequivocabilmente preparando una giornata di brutto tempo. Già Marianne racconta che oggi, essendo arrivata piuttosto tardi al Treviso, si è trovata in mezzo alla pioggia ed è arrivata bagnata come un pulcino; io non vorrei fare la stessa fine domani, poiché ormai il cielo è completamente coperto di nuvoloni minacciosi ed è molto probabile che si scateni almeno un temporale notturno, il quale renderebbe il sentiero scivoloso. Ma non è il temporale di stanotte che mi preoccupa, poiché anche Tullio, il gestore del rifugio che lavora qui da trent’anni e che di esperienza ne ha tanta, ci informa che le previsioni del tempo per domani sono negative, ma anche senza previsioni possiamo star sicuri che domani pioverà, specialmente in mattinata. Alla luce di tutto ciò, io so già cosa fare: ritornerò indietro per il bosco e sceglierò di arrivare al Cereda tramite il sentiero boschivo Piero Agostini, che è tranquillo e molto sicuro anche quando piove. Non è così invece per il sentiero classico, che si sviluppa in cresta, e pur non essendo rischioso in sè, con la pioggia può diventare insidioso. Marianne è più incerta e vorrebbe proseguire per l’itinerario classico, da vera tedesca dura e pura: probabilmente, avendo già preso l’acqua oggi, le importa relativamente di bagnarsi anche domani. Io però non sono d’accordo e scelgo l’itinerario più sicuro, anche se meno panoramico. Probabilmente non ci sarebbero problemi nemmeno a camminare in cresta, ma non conosco le montagne e credo sia meglio non rischiare. Ninna nanna Marianne è piuttosto stanca, perciò ci saluta con compostezza e se ne va a dormire. Oggi ha percorso parecchi chilometri,
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passando dal sentiero più difficile (quello che io non ho voluto tentare), deviando più volte dal percorso normale e percorrendo perfino qualche improvvisato anello, e in più si è presa anche l’acqua. È comprensibile che ora abbia voglia unicamente di poggiare la testa sul guanciale ed entrare in coma fino a domattina. Anche noi presto andremo a nanna, ma prima ci accordiamo sul ritrovo per l’indomani: grazie alla mia decisione di ripiegare sul sentiero di valle, andremo infatti a percorrere insieme il primo tratto fino al Cant del Gal. E così, anche stavolta avrò compagnia, in un modo o nell’altro. Fissiamo quindi la sveglia per le sette, ritenendo stavolta ingiustificata la levataccia di primissima mattina, e andiamo a ritirarci ognuno nel proprio loculo legnoso, con la pancia piena e la mente ringalluzzita da questa serata di piacevoli scambi umani. Dato che siamo rimasti in pochissimi, nessuno occupa la seconda branda della mia stanza, per cui passo la notte da solo. Anzi, non esattamente da solo: mi fa compagnia il temporale, che ha infine deciso di scatenarsi, e che mi fa un bellissimo regalo. Nulla è più rilassante del suono di miliardi di gocce di pioggia che ticchettano sui vetri e sul tetto, come tamburelli impazziti. La più antica ninna nanna del mondo.

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Quarto giorno
Colline boscose
Nuvole Sono io il primo a svegliarmi, poco prima delle sette di mattina. Non sento alcun rumore, se non quello del mio amico che sta russando a pochi metri di distanza da me. Ne deduco che ha smesso di piovere. Curiosamente, scopro di aver anticipato la sveglia di pochi minuti: è come se il corpo si fosse autoregolato. Sarà un caso? Forse no. Mi vesto velocemente ed esco dalla camera cercando di non fare troppo rumore, ma porte e pavimenti scricchiolano e non riesco ad evitare di produrre cigolii fastidiosi. Sentendo che Massimiliano prosegue nel suo beato russamento, tentenno un attimo: lo sveglio subito, oppure aspetto che si svegli da solo? Dopo una momentanea lotta mentale, decido di mettere da parte il timore di disturbare e busso alla sua porta, con delicatezza. Del resto, me l’ha detto lui di svegliarlo. Così facendo ottengo subito risultati: in un attimo si alza e scendiamo a fare colazione. La prima cosa che facciamo è guardare fuori per capire quali siano le condizioni meteorologiche, e il quadro che appare dalle finestre non è molto incoraggiante. Pare proprio una giornata uggiosa e umida, e appare inevitabile che qualche altro piovasco arriverà a guastarci la mattinata. Il temporale di stanotte forse non è stato sufficiente ad esaurire la sete di violenza della natura. Pazienza: la giacca da velista comincerà a tornarmi utile, e inoltre potrebbe essere affascinante camminare in mezzo al bosco con la pioggia, attraversando sentieri erbosi imperlati di goccioline e saturandomi i polmoni con l’inebriante odore della terra bagnata. Dopo aver divorato una grossa quantità di vivande e aver bevuto almeno mezzo litro di caffelatte a testa, una quantità che in condizioni normali non ingurgiterei mai in una volta sola, rimaniamo qualche minuto seduti a digerire e ne approfittiamo
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per osservare i preparativi del gruppo di scalatori che è prossimo a iniziare la salita per il canalone. Ciascuno porta una cintura alla quale è appeso un numero incalcolabile di moschettoni. Sembrano dei negozi di ferramenta viventi. Anche i rotoli di corda che portano sulle spalle non scherzano: oltre all’ingombro, chissà quanto pesano. Sistemano ogni cosa con una cura meticolosa, quasi maniacale, provando e riprovando a indossare gli zaini per trovare il miglior bilanciamento dei pesi. Sembra che si stiano preparando ad una missione impossibile, come quelle che si vedono nei film: e in un certo senso è proprio così, perché quello che stanno per fare ora è fuori dalla portata naturale dell’uomo, ed è permesso solo in virtù di aiuti artificiali che un tempo non esistevano. Certo, esiste sempre qualche “uomo ragno” che riesce a salire per pareti impossibili senza alcun aiuto, rischiando la vita ad ogni movimento, ma si tratta di eccezioni: queste attrezzature invece consentono a chiunque di cimentarsi con le arrampicate, previo un minimo di allenamento. Tempo fa parlavo con una mia amica che ha la passione per le scalate, e lei mi aveva perfino detto che io sarei avvantaggiato in questo sport, poiché peso poco e il fisico leggero e snello è l’ideale per uno scalatore. Quindi, potrei benissimo essere io, in un prossimo futuro, a maneggiare con precisione tutti questi arnesi d’acciaio, in previsione di una splendida conquista su rocce aspre e selvagge. In questo momento mi pare inverosimile, ma ancora una volta non mi permetto di esprimere un giudizio: in futuro potrà capitare di tutto, e non voglio mettere barriere. Cant del Gal Uno alla volta i rocciatori escono dalla porta, salutando a turno il gestore Tullio, e rimaniamo dunque soli. Marianne dorme ancora, o forse è già partita, quindi non c’è più alcun motivo per cui dovremmo ritardare la partenza: salutiamo anche noi, paghiamo il dovuto e cominciamo a scendere lungo le serpentine, sferzati da un venticello lieve ma costante. Ancora non piove, ma sarà solo
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questione di tempo. L’aria umida del bosco, ancora reduce del temporale di stanotte, è un toccasana per i sensi e fa scomparire immediatamente la sonnolenza residua, risvegliando l’olfatto con prepotenza. Il dolore alle gambe, alle caviglie e soprattutto al ginocchio sinistro è sempre presente, mai scomparso dal momento della discesa verso il Pradidali, ma riesco ancora a camminare senza troppi problemi. Certo che mi servirebbe un giorno di riposo pieno, se volessi risolvere il problema una volta per tutte, ma il tempo è poco e la strada da fare è tanta! Mi fermerò solo se sarà proprio necessario, altrimenti mi toccherà sopportare e proseguire lo stesso. Scendiamo piuttosto velocemente, incoraggiati dalla discreta pendenza e incalzati dal cielo grigio che minaccia in ogni momento di rovesciarci addosso fiumi di pioggia. Siamo entrambi concentrati nel mettere un piede davanti all’altro senza inciampare, e io sono ancora più preso dato che ogni passo mi provoca delle fitte al ginocchio, per cui non parliamo granché. Scambiamo solo qualche parola di circostanza, breve e fugace, e continuiamo a camminare spediti, finché arriviamo alla strada asfaltata. Stranamente, sembra che non abbiamo più molto da dirci: ma forse è solo la grigia mattinata che intorpidisce la voglia di chiacchierare. Una volta giunti sotto Malga Canali, ci rimane da percorrere il tratto asfaltato fino al Cant del Gal, prima di separarci. La strada scende piuttosto ripida e tende a trascinarci verso il basso troppo velocemente, perciò dobbiamo spesso imporci di rallentare, per non stressare troppo muscoli e articolazioni. Ogni tanto passa qualche rara automobile, e mi fa uno strano effetto: per qualche minuto ho l’impressione di essere tornato alla civiltà, e che il viaggio sia ormai giunto al termine. Ma mi basta pensare a tutta la traversata delle Vette Feltrine per capire che in realtà il bello deve ancora venire. La parte più selvaggia, pittoresca e impegnativa è ancora tutta da vivere, e non importa se si tratterà solo di pochi giorni: sono sempre rimasto fedele al detto “conta la qualità, non la quantità”, e il mio viaggio è particolarmente in sintonia con questa filosofia di pensiero. La
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sensazione di avventura è aumentata anche dal fatto che saremo in pochissimi a tentare di scavalcare quelle montagne, perché stamattina solo io e Marianne partiamo dal rifugio Treviso per continuare con l’ultimo tratto dell’Alta Via. Non so che fine abbiano fatto tutti gli altri: forse intendevano solo percorrerne un pezzo e si sono fermati prima, oppure se la stanno prendendo comoda e arriveranno alle Vette Feltrine in ritardo rispetto a noi. Qualsiasi motivo ci sia dietro, ho la certezza che quelle montagne saranno “mie”, che le vivrò pienamente e che saranno il culmine del viaggio, non solo in senso geografico ma anche emozionale. L’asfalto che calpestiamo sembra non finire mai, nonostante il cartello indicasse il ristorante Cant del Gal a meno di venti minuti di distanza. Forse indicava venti minuti per le automobili? Speriamo di no! Non che io abbia fretta, ma la strada è noiosa e non vedo l’ora di ritornare in mezzo ai boschi e alle montagne, specialmente ora che ho richiamato alla mente ciò che mi aspetta nei prossimi giorni. Massimiliano continua a parlare poco, finché finalmente dopo un’ultima curva ecco che appare il nostro ristorante, bianco con il tetto nero, e riccamente decorato da fiori, quadri e sculture di legno. Possiede numerosi abbaini, che gli conferiscono un’aria tipicamente montanara e che lo rendono una costruzione pittoresca e affascinante. Il ristorante si trova a lato di una larga strada che costeggia il bosco, e tra gli alberi sono visibili alcune lievi tracce di sentiero che mi porterebbero presto al Passo Cereda e che accorcerebbero notevolmente i tempi rispetto al percorso canonico, ma delle quali non mi fido assolutamente. Nonostante siano tracciate anche sulla cartina, sono mulattiere destinate a chi è esperto della zona, poiché non sono ben segnalate e si rischia di perdersi nel bosco, avventurandocisi imprudentemente. Infatti, sulla cartina sono delle anonime righe nere tratteggiate, segno che non sono sentieri affidabili. Dato che non ho nessuna voglia né intenzione di perdermi, decido di prendere la strada più lunga, cioè proseguire per la strada statale che scende a Fiera di Primiero, e da lì imboccare il sentiero Piero Agostini.
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Rimaniamo qualche minuto a riposare nelle vicinanze del ristorante, osservando le montagne sopra di noi che continuano a essere coperte da un velo persistente di nubi, il quale tuttavia pare un po’ meno minaccioso rispetto a stamattina. Ora ci rimane da percorrere la strada statale, larga e piuttosto noiosetta. Guardando la cartina, mi sembra di dover camminare parecchio prima di incontrare il mio sentiero, e invece inaspettatamente appare il segnavia CAI dopo nemmeno un chilometro. Giunge così il momento di salutare Massimiliano, anche lui compagno di avventura "temporaneo", che ha contribuito a rendere quest'esperienza ancora più intensa e ricca di quello che sarebbe stata altrimenti. Di nuovo si presenta nella mia mente la momentanea lotta sul da farsi: gli chiedo i recapiti, oppure no? Stavolta decido più velocemente, ma rimango comunque fedele ai miei propositi. Desidero che questi incontri rimangano unici, confinati a questo specifico contesto che li ha resi così speciali. Anche Massimiliano sembra pensarla come me, infatti mi saluta ringraziandomi della compagnia e poi se ne va per la sua strada, mentre io svolto a sinistra entrando nel bosco. Ancora non ha piovuto, speriamo che il tempo tenga fino a quando arriverò al rifugio Cereda, segnalato ad un'ora e mezza di distanza da qui. Nel bosco (Colonna sonora: Agalloch – “Marrow Of The Spirit”) Il sentiero Piero Agostini è molto particolare. Pur essendo un sentiero boschivo, non manca di possedere lunghi tratti in salita, che si inerpicano tra arbusti contorti e grossi macigni caduti da chissà dove, e che hanno terminato la loro corsa schiantandosi contro un albero. Camminare lungo questo sentierino, a tratti stretto e poco agevole, è davvero suggestivo, poiché posso sentire bene i profumi del bosco, amplificati dall'umidità dell'aria, e sentirmi veramente a contatto con l'elemento vitale che anima gli alberi. Ogni tanto drizzo le orecchie, sentendo le foglie crepitare o qualche ramo muoversi: sicuramente qualche animale
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mi sta facendo compagnia, tenendosi a distanza di sicurezza. Tuttavia, non mi spaventa il trovarmi in mezzo al bosco da solo. Ci sono luoghi dove non ci si sente sicuri, dove si ha l'impressione che qualcosa di malvagio aleggi su di sè: questo bosco invece mi dà una strana sensazione di sicurezza, di tranquillità profonda. Cammino speditamente tra radici e sentierini terrosi scavati sui pendii, attraversando oasi di muschio e calpestando rami e foglie secche, completamente assorbito dalla poesia della situazione. Non si può dire che questo sia un sentiero panoramico, poiché le fronde degli alberi oscurano quasi completamente la visuale a valle e perfino il cielo, tuttavia ciò non gli toglie nulla della sua piacevolezza. Al contrario, il fatto che il sentiero sia diverso dal solito dona al viaggio un tocco di varietà in più. Verso il Passo Cereda Mi occorre circa un'ora di leggera salita prima di raggiungere un largo sentiero sterrato, che si snoda su numerose curve in salita e sbuca infine su una serie di dolci collinette erbose. Qui, alcune casette di legno popolano la scena, alcune in ottime condizioni, altre più simili a stalle. Sono tutte chiuse da catenacci e serrature, e sembra che non vi sia nessuno all'interno. Vedere queste abitazioni dalle porte e finestre pesantemente sprangate è un potente stimolo che mi ricorda il mio essere solo in questo tratto di viaggio. E' vero che ci si può sentire così anche quando si è circondati da persone, ma non ce n'è come vedere una lunga serie di case disabitate per vivere la sensazione della solitudine. Niente fa sentire soli come vedere un’abitazione deserta. Questa è l'esperienza che ricercavo, partendo per le montagne in solitaria, e ora l'ho trovata: paradossalmente, il contesto mi strappa un sorriso, anche perché il disco che ho nelle orecchie raggiunge in questo momento una delle sue vette più alte, incastonando quattro irruente chitarre in una geometria praticamente perfetta ed esaltante.
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Dovrei sentirmi strano, per il fatto che in questa condizione di alienazione dalla civiltà mi sento perfettamente a mio agio? E dire che il primo giorno avevo avuto dei seri dubbi riguardo al viaggio, chiedendomi se avessi fatto bene a partire da solo, e se non fosse stato magari un azzardo, una di quelle decisioni che si prendono senza riflettere e poi fanno pentire di averle intraprese. Invece ora, più passano i giorni e più mi rendo conto che il viaggio in solitaria è un'esperienza che mi mancava e che andava assolutamente provata. Non vedo l'ora di arrivare ai piedi delle Vette Feltrine e iniziare a scavalcarle lentamente...sempre che il mio ginocchio non mi tradisca. A mano a mano che proseguo, infatti, comincia a farmi sempre più male. Se prima mi doleva solo durante le discese, ora ha cominciato a darmi noie anche quando cammino in piano e in salita. Questa cosa comincia a preoccuparmi, poiché ora non si tratta più di un leggero doloretto che viene ogni tanto e che si può tranquillamente sopportare, bensì una tortura costante che si ripete ad ogni passo, sempre uguale, e che ha tutta l’aria di poter peggiorare. Al rifugio Cereda dovrò cercare di sistemarlo in qualche modo, poiché non posso affrontare le Vette Feltrine se le ginocchia non sono perfettamente salde. Qualcosa mi inventerò, per ora cerco di sopportare e andare avanti lo stesso. Al passo (Colonna sonora: Novembre – “Arte Novecento”) Tra una fitta e l’altra, finalmente esco dal bosco e mi trovo su una mulattiera affiancata da una lunga siepe. Poche centinaia di metri sono sufficienti per trovare la strada asfaltata, il che significa che tra non molto sarò arrivato. Se avessi un'automobile, arrivare al Cereda sarebbe questione di un attimo, ma essendo appiedato ci vorranno ancora almeno venti minuti. Qualche automobile passa, lungo lo stradone, ma non mi sogno lontanamente di chiedere un passaggio a qualcuno: non perché abbia paura di fare l'autostop, ma perché non voglio guastare la purezza, chiamiamola così,
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delle mie intenzioni. Devo arrivare davanti alla porta di casa mia utilizzando unicamente le mie gambe, dall'inizio alla fine, e usufruire di un aiuto sarebbe ingiusto nonché scorretto nei confronti di me stesso. Anche se mi fanno male, possono ancora portarmi, perciò proseguirò così. Ho fatto un'eccezione con la funivia Rosetta, ma lì si trattava ancora delle primissime fasi del viaggio, ora sarebbe diverso. Una scorciatoia rovinerebbe tutto. Percorro i tornanti con passo piuttosto spedito, incontrando un agglomerato di case dai balconi strapieni di fiori. Una di queste, più grande di tutte le altre, è il rifugio Cereda. A fianco è piantato un cartello indicativo, che segnala proprio in quel punto il superamento del passo. E così ora ho toccato il punto più basso del viaggio, ovviamente parlando in termini altimetrici. Lo chiamano rifugio, ma in realtà il Cereda è un vero e proprio alberghetto, viste le dimensioni e la fattura della sala da pranzo, con il bancone del bar al centro che straborda di bicchieri, caramelle e bottiglie di liquori. Le tovagliette sono raffinate, di un bel colore viola intenso, e le pareti sono riccamente decorate. Il mio aspetto, lacero e madido di sudore, stride notevolmente con il rispettoso contegno di quest’accogliente albergo, che spero vivamente mi possa ospitare per la notte, dato che come al solito non ho prenotato niente. Ancora una volta, i miei vaghi timori di rimanere all’addiaccio si rivelano fuori luogo: la ragazza della reception mi accompagna nello stanzone comune, che conta dieci letti a castello ed è totalmente vuoto. Ovviamente si trova all’ultimo piano, e con il ginocchio ormai decisamente dolorante non riesco quasi a starle dietro, mentre sale le cinque rampe di scale necessarie. Devo tuttavia simulare indifferenza e compiere anche quest’ultimo sforzo. Quando però mi sta per salutare, decido di tentare una richiesta “insolita” e domandarle se per caso ci sia una farmacia aperta nelle vicinanze. Infatti, da bravo testone, ho lasciato a casa la pomata all’ossido di zinco, dall’azione antinfiammatoria e antidolorifica, e che ora mi farebbe molto comodo per aiutare il ginocchio a riassestarsi. La sua risposta è inizialmente poco incoraggiante, dato che la
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farmacia più vicina si trova a Fiera di Primiero, distante una decina di chilometri. Non posso certamente andarci a piedi, conciato come sono. Ma non tutto è perduto: sembra che il padre della ragazza, che è il gestore dell’albergo, stia per recarsi proprio ora in paese per delle commissioni. Potrebbe passare dalla farmacia e comprarmi un tubetto di pomata, che poi gli rimborserei. Quando si dice la fortuna! Ringrazio mille volte per questa inaspettata gentilezza e mi ritiro finalmente a letto, rinvigorito dalla consapevolezza che le cose stanno ricominciando a girare per il verso giusto. In effetti, ho decisamente bisogno di un antinfiammatorio. Quasi non riesco a piegare la gamba, dal male che mi fa il ginocchio: mi chiedo come ho fatto ad arrivare fin qui. Forse durante il cammino ero troppo concentrato sulla strada per sentire pienamente il dolore, ma ora che sono fermo e rilassato è inevitabile che esso torni in primo piano. Massaggi e frizioni non servono a niente, anzi peggiorano la situazione: non mi rimane che riposare e sperare che la pomata arrivi presto. Nel frattempo prendo confidenza con il mio nuovo ambiente, che è decisamente spazioso. Una porta – finestra posta di fianco al mio letto lascia intravedere un bello scorcio di montagne, ai cui piedi si estende un fitto bosco di conifere, avvolte dalla nebbia che ha cominciato rapidamente a scendere. Il cielo, nuvoloso fin dall’inizio della mattinata, è stato clemente con me e non mi ha scatenato addosso la sua furia, ma ora comincia a farsi davvero minaccioso e appare chiaro che presto pioverà. Chissà se l'indomita Marianne, impegnata a percorrere l’itinerario di cresta, è stata sorpresa da qualche piovasco improvviso. Non è da escludere, visto che in quota le condizioni meteo possono cambiare significativamente anche da un versante all’altro della stessa montagna. Quando arriverà, scoprirò se ho fatto bene a scegliere il sentiero di valle o se mi sono inutilmente perso un tratto più panoramico e interessante. In ogni caso non rimpiangerò la mia scelta: anche se meno paesaggistico, il sentiero boschivo mi ha regalato dei momenti di vera pace interiore.
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Caos Dopo essermi convenientemente riposato, scendo a mangiare qualcosa, dato che sono le due del pomeriggio e l’ultimo pasto risale alle sette di stamattina. Fare le scale è un’impresa: ormai posso a malapena piegare il ginocchio, e sono costretto a scendere tenendo le gambe larghe, come un handicappato. Mi chiedo come farò domani a camminare ancora, anche con l’eventuale aiuto della pomata. Dopo una discesa piuttosto pietosa, per fortuna non testimoniata da nessuno, giungo al piano terra e quasi non riconosco la stanza che mi ha accolto al mio arrivo. Decine di individui ora popolano la sala da pranzo, e sembra che non abbiano lasciato nemmeno un tavolo libero. Ma da dove sono arrivati? Sono ospiti dell’albergo, o gente che non c’entra nulla? E se sono tutti ospiti, hanno tutti scelto le camere singole o doppie, trascurando l’economica camerata comune? Probabile. Sembrano infatti tutte persone piuttosto anziane, oppure famiglie con bambini, alcune delle quali hanno l’aria di essere solo di passaggio. Dato che non c’è un posto per sedermi, decido di ritentare più tardi; ma proprio mentre sto girando i tacchi, la ragazza che mi aveva accompagnato in camera mi ferma con un gesto e mi consegna un tubetto di crema all’ossido di zinco. Grandioso! Pago subito il dovuto e ritorno in camera, litigando con le scale anche durante la salita, per applicare subito il trattamento alla mia sfasciata articolazione. Sperando che serva a qualcosa, ovviamente. Dopo una mezz’oretta ridiscendo, sempre con la mia andatura sbilenca, e stavolta c’è un posticino anche per me. Mi concedo l’ennesima pasta al sugo, divorandola velocemente, poi come di consueto passo alla consultazione dei gestori per sapere come sarà il sentiero che mi aspetta l’indomani. Qualcosa mi aveva già detto Dennis, ma è meglio sentir parlare molte persone diverse, così da potermi fare un’idea mia. Mi rispondono che l’Intaiada è un sentiero abbastanza impegnativo, ma che se c’è bel tempo non presenta particolari problemi, è un po’ esposto ma non terrificante. Più o meno conferma quel che mi aveva detto Dennis, e ciò mi tranquillizza. Meno incoraggianti
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però sono le previsioni del tempo per domani: pioggia battente per tutto il giorno, specialmente in mattinata. In effetti, se non si mette a piovere tra cinque minuti, lo farà tra dieci, e non sembra proprio che si tratterà di una pioggerellina passeggera. Mi sconsigliano di partire con un tempo simile, poiché in caso di pioggia l’Intaiada può diventare insidiosa: in cuor mio, ho già capito che dovrò passare una giornata in più al rifugio Cereda. Da una parte ciò mi scoccia, perché perdere un giorno inutilmente è sempre seccante, ma dall’altra comprendo che questa è un’occasione per riposarmi degnamente, far guarire il povero ginocchio e per riflettere un po’ sul mio viaggio. Quando torno in camera, camminando sempre male ma con meno fastidio di prima, sono definitivamente convinto che sia meglio fermarsi un giorno in più, piuttosto che forzare le tappe e correre il rischio di rovinare tutto. Il problema sarà trovare qualcosa da fare, poiché con il brutto tempo si prospetta difficile anche solo una gitarella nei dintorni, ma mi adatterò alle circostanze. Quello che avevo pensato mentre iniziavo a scendere dal Treviso si tramuta dunque in realtà: avrò più tempo per far riposare il mio sciancato ginocchio. Marmaglia La tranquillità della mia sistemazione è destinata ad essere guastata irrimediabilmente da un manipolo di giovani marmocchi, la cui età varia dagli otto ai quindici anni, che stanno facendo un campus, o qualche genere di iniziativa simile. Presumibilmente rimarranno qui diversi giorni, usando l’albergo come base per varie escursioni e allenamenti. Dal camerone sento urla e passi veloci, e prego con tutte le mie forze che nessuno si sistemi dove sono io. Non ho proprio voglia di condividere la stanza con decine di ragazzini scalmanati, anche se ciò potrebbe essere un elemento di vivacità nel mio viaggio. Le mie preghiere sono comunque esaudite: i ragazzi si sistemano nelle stanze accanto alle mie, e nessuno apre la porta del mio stanzone per entrarvi.
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Sento perfettamente il trambusto che creano, quasi come se li avessi in stanza con me, ma perlomeno non hanno invaso il mio piccolo spazio personale, a cui tengo particolarmente dato che sono pur sempre in una situazione di vulnerabilità. Dovrò comunque armarmi di pazienza, perché ho già capito che oggi e domani saranno giornate che metteranno a dura prova i timpani e i nervi. Urla, schiamazzi, versi mostruosi, oggetti che cadono con tonfi sordi, scherzi e lazzi senza fine: cosa ci si può aspettare da una comitiva di quaranta ragazzi, accompagnati solo da due adulti che certamente non possono stare a controllarli di continuo? Mi vengono in mente le mie vecchie gite scolastiche, nelle quali nessuno dormiva e nessuno si sdraiava, ma si stava sempre in giro a far casino e si crollava solo a notte fonda. Si dormiva tre ore per notte, poi ci si svegliava e si ripartiva da capo: e quando si tornava a casa, si dormiva per venti ore filate. Per fortuna, almeno qui ci sono dei bambini in tenera età, che crolleranno molto prima della mezzanotte: quelli che mi preoccupano sono i più grandicelli, capaci di tirare avanti a lungo prima di essere sopraffatti dal sonno. Ma alla fine dovranno cedere anche loro, almeno spero. Dato che non ho molto da fare se non rimanere solo con i miei pensieri, mi metto un po’ a guardare fuori dalla finestra, cercando un appiglio per perdermi in un loop di pensieri liberi. Finalmente la pioggia si è decisa a cadere, e per strada posso vedere le ultime persone che cercano affannosamente di ripararsi sotto un tetto improvvisato, per evitare una lavata colossale. Le nuvole si sono abbassate e circondano le creste delle montagne vicine, nascondendole quasi completamente, mentre l’atmosfera si fa grigia come non mai, e un alone depressivo avvolge il paese come una pesante coperta. Fortuna che ora sono al chiuso, anche se non posso dire di stare al caldo: lo stanzone è infatti piuttosto grande e i caloriferi sono spenti, quindi il poco calore presente si disperde subito e mi costringe a rimanere vestito con qualcosa di pesante. Per evitare di prendere freddo, mi sistemo dentro il sacco a pelo. Cosa mi rimane da fare, a parte dormicchiare e
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aspettare che l’ossido di zinco faccia effetto? Piano piano mi rilasso ascoltando il suono del temporale, che ora si sta arrabbiando e inizia a tuonare. Decisamente non vorrei trovarmi fuori a camminare, ora. Chissà che fine avrà fatto Marianne? Sarà già arrivata? Me lo auguro per lei. Quella donna mi dà l’idea di essere un po’ temeraria, di non tenere in considerazione il pericolo. Quando eravamo al Treviso, le avevo chiesto come aveva fatto a percorrere il Sentiero delle Farangole, il punto considerato come più impegnativo dell’Alta Via: mi aveva risposto che l’aveva superato senza nemmeno assicurarsi con un semplice cordino, e che il sentiero era molto esposto, attrezzato con corde fisse per lunghi tratti. Considerando che il sentiero è classificato come EEA, vale a dire “escursionistico per esperti, con attrezzatura da ferrata”, direi che il coraggio non le manca. Io stesso avevo pensato, nel caso fossi partito da Bressanone, di saltare quel tratto percorrendo l’itinerario alternativo, mentre lei ci si è buttata senza preoccuparsi troppo. Addirittura, se la memoria non mi inganna, Marianne ha uno zaino di dieci chili e non usa nemmeno il bastone per camminare, eppure ce l’ha fatta. E pensare che a guardarla non le si darebbe nemmeno mezza lira: sembra gracile, un fuscellino timido che pare sul punto di spezzarsi. Ben coperto e riscaldato dal sacco a pelo, riesco a dormire per un paio d’ore, che smaltiscono buona parte della stanchezza residua, e in minima parte anche i dolori a muscoli e articolazioni, ormai divenuti cronici. Applico ancora la crema antinfiammatoria al ginocchio, abbondando nel tentativo di farlo guarire prima, ma per ora i risultati sono scarsini. In compenso, ora non sento più urla né passi concitati, e regna il silenzio, rotto solamente dalle gocce d’acqua che si infrangono con violenza sul tetto e sui vetri. Forse i ragazzi sono giù in salone, oppure sono andati a fare qualche spietato allenamento sotto la pioggia, incalzati dal loro sardonico allenatore. Non ho mai invidiato quegli sfortunati ragazzini indottrinati allo sport a tutti i costi, magari da genitori che vogliono a tutti i costi trasformarli in calciatori o tennisti
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provetti. Io ho sempre avuto un rapporto conflittuale con lo sport, ho provato a praticarlo solo quando ne ho avuto voglia, scegliendomelo con cura e accantonandolo non appena smetteva di darmi soddisfazioni. Nessuno mi ha mai imposto niente, e così facendo mi sono stati risparmiati tanti problemi e tante frustrazioni inutili. Mi chiedo quanti di questi ragazzini in realtà preferirebbero starsene a casa a disegnare o a leggere, invece che perdere tempo in attività che non gli piacciono. Sicuramente ce ne saranno almeno un paio che si sentono pesci fuor d’acqua, esattamente come mi sentivo io durante le famigerate “giornate sportive”, terrificanti torture legalizzate. Ma può anche darsi che mi sbagli, chissà. Marianne ritorna all’ovile Trascorrendo il pomeriggio in forzato ozio, la sera arriva lentamente, facendomi sperimentare quanto sia lento l’incedere del tempo nel momento in cui non si ha veramente nulla da fare e si è in solitudine. Penso a come devono sentirsi i miei pazienti in ospedale, specialmente quelli soli e senza parenti, abbandonati a sè stessi e costretti a stare a letto tutto il giorno. Sfido io che alla fine qualcuno perde la testa e inizia a vagare in un mondo tutto suo, esasperato dalla mancanza di stimoli. Questo mi aiuta a capire che quando si parla di “mantenere i propri spazi”, bisogna sempre riferirsi ad un contesto generale in cui c’è la presenza di altre persone: un conto è ritagliarsi dei momenti, per quanto lunghi, all’interno di un contesto dove non si è soli, un conto è sperimentare questa condizione in maniera costante, il che è ben diverso. Tuttavia, un elemento di novità è destinato ad interrompere questa situazione: quando scendo per cenare, infatti, intravedo Marianne seduta ad un tavolo, solitaria come sempre. Dato che ormai abbiamo fatto conoscenza e che ho voglia di comunicare con qualcuno, non ci penso due volte a dirigermi al suo tavolo e a chiederle se posso sedermi. Anche lei sembra vivere la mia stessa esperienza, poiché accetta con più
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entusiasmo rispetto all’altro giorno, nonostante mantenga comunque la sua compostezza. In fondo, ormai siamo sulla stessa barca e conviene unire le forze. Come sospettavo, Marianne oggi ha preso un macello di acqua. Non solo ha scelto l’itinerario di cresta, espostissimo al maltempo, ma prima di intraprenderlo ha effettuato un giro attorno al rifugio Treviso, che le ha richiesto qualche ora. Da brava stakanovista della montagna, ha voluto vedere il più possibile. Logicamente, a causa di questa deviazione è arrivata tardi e si è trovata in mezzo al temporale, che l’ha infradiciata per bene. Ma non sembra preoccuparsene né lamentarsene troppo: il suo volto stoico non fa una piega, mentre mi racconta di questa disavventura. Sembra tuttavia un po’ meno fredda e più “umana” di quando l’ho conosciuta al Treviso, per non parlare dei precedenti incontri nei primi rifugi: ora sorride di più e le è un po’ passato quell’alone di timidezza che la rendeva difficilmente avvicinabile. Avendo un obiettivo comune, presto finiamo a parlare di ciò che abbiamo in programma per l’indomani. Io sono ormai sicuro di voler rimanere al rifugio Cereda, e le spiego tutti i miei motivi, che le paiono abbastanza convincenti. Ma come sospettavo, lei è in dubbio se partire ugualmente nonostante il brutto tempo, oppure se fermarsi. Sembra però che stavolta il suo spirito d’avventura stia avendo la peggio sul buon senso, infatti dopo un po’ di ragionamenti decide che è meglio non forzare la tabella di marcia e rassegnarsi alla necessità di perdere un giorno. Anche lei ha ricevuto le stesse mie informazioni a proposito dell’Intaiada, e non se la sente di affrontarla sotto la pioggia. La sua decisione mi rallegra: almeno non rimarrò bloccato qui in completa solitudine, ma saremo in due. Dal momento in cui capiamo che ormai i nostri destini sulle montagne sono in qualche modo legati, iniziamo ad entrare un po’ più in confidenza. È chiaro a entrambi che saremo gli unici ad affrontare le Vette Feltrine, e che essere in due è meglio che essere da soli. Marianne comincia a raccontare qualcosa di sé: nella vita fa l’assistente sociale e si occupa del reintegro in società
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dei giovani disagiati, in particolar modo coloro che hanno avuto problemi di droga o che sono stati maltrattati dalle famiglie. Un lavoro che richiede molto contatto con le persone e molta empatia, esattamente come il mio, per cui su questo tema ci intendiamo molto bene. Mi spiega che ha avuto delle ferie insolitamente lunghe e quindi ha potuto programmarsi questo trekking con calma, tuttavia non è la prima volta che viene in Italia. Scopro dunque che non sono solo gli italiani a prediligere i viaggi all’estero a scapito della propria nazione, ma anche i tedeschi: lei mi conferma infatti che sono tantissimi i suoi connazionali che ogni anno partono per l’Italia, mentre le vacanze in Germania sono molto più snobbate. Ma del resto lo sapevo già: quando ho campeggiato sul lago di Garda, qualche anno fa, sentivo parlare solamente in tedesco, dato che la quasi totalità delle tende erano occupate da tedeschi. In particolare, la nostra Alta Via è molto famosa in Germania, e questo spiega la massiccia presenza di tedeschi al rifugio Rosetta. Dopo non ne ho più trovati molti, ma del resto non ho più trovato nemmeno molti italiani. Da questo spunto inizia un divertente elenco delle caratteristiche di italiani e tedeschi: lei osserva che ogni italiano ha la smania del bere caffè a tutte le ore del giorno (e io rappresento un’eccezione a questa regola), poi che noi italiani praticamente non facciamo colazione in confronto a ciò che mangia un tedesco la mattina (cita addirittura le uova e il formaggio…), e infine mi fa notare che quando noi italiani abbiamo finito di pranzare ci alziamo e ce ne andiamo, mentre i tedeschi amano tirare per le lunghe, seduti a tavola. Mi torna in mente ora la scena vista al rifugio Rosetta, vale a dire quei quattro tedeschi seduti al tavolo per ore e ore, apparentemente inchiodati alle panche, con il loro bravo bicchierone di birra che non finiva mai. A quanto pare non era un caso, ma è proprio una questione culturale, l’attardarsi a tavola. Ovviamente Marianne non manca di elogiare l’Italia come nazione, ma invece di mettere il cibo al primo posto delle cose che apprezza di più, stranamente ci mette il nostro idioma. Lei è infatti molto appassionata della lingua italiana, l’ha studiata a lungo e i risultati si vedono. Conosce
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anche molte parole di uso non comune, e nonostante debba ricordarmi di parlare lentamente per permetterle di capire tutto, se la cava benissimo e necessita di poche correzioni. Ovviamente, questa buona conoscenza dell’italiano ha avuto un prezzo: afferma infatti di averci dovuto sbattere la testa più e più volte, specialmente per capire come funzionano i tempi verbali, croce di ogni straniero. Marianne è inoltre incuriosita da un’usanza tutta italiana, quella di dire “pronto” ogni volta che si risponde al telefono. Non si aspettava certo che io fossi in grado di spiegarle il motivo, dunque rimane piacevolmente stupita quando glielo illustro: ai tempi dell’invenzione del telefono, infatti, le chiamate dovevano passare tutte tramite un operatore, il quale appunto doveva avvisare il cliente che il collegamento era “pronto”. Ecco spiegato il piccolo mistero italiano. La chiacchierata prosegue piacevolmente finché non arrivano le prime prelibatezze da mangiare, e allora dedichiamo tutta la nostra attenzione alle pietanze. Una polenta e funghi semplicemente divina mi fa dimenticare per un attimo di tutte le preoccupazioni e perfino del dolore al ginocchio, che si è attenuato ma non tarda a ripresentarsi ad ogni movimento errato o troppo brusco. E dire che i funghi li ho sempre odiati, fin da bambino. Marianne ordina una quantità incredibile di vivande in relazione alle sue dimensioni: ma questa donna è piena di sorprese, e lentamente mangia tutto, anche se non riesco a capire dove trovi il posto per stoccare quell’enorme ammasso di cibarie. Chiara dimostrazione del fatto che spesso non sono le persone grasse che mangiano più degli altri, e viceversa. Mentre finiamo di mangiare, improvvisamente sentiamo un gran baccano provenire dalle scale, e immediatamente capiamo cosa sta per succedere: la pletora di giovani cuccioli d’uomo sta per invadere la stanza. Ci rimangono solo pochi secondi di tranquillità, prima di trovarci nel mezzo di una mandria impazzita. Ci guardiamo con rassegnazione: anche lei ha fatto in tempo a conoscere la rumorosità di questo gruppo e mi capisce al volo. I due “animatori” che li sorvegliano fanno
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del loro meglio, ma è impossibile tenere a freno un concentrato di gioventù come questo, nonostante dimostrino di avere una buona autorità e non si lascino mai sfuggire la situazione. I ragazzi irrompono nello stanzone facendo un baccano infernale, gridando e correndo in tutte le direzioni, mentre gli affannati tutori dell’ordine cercano di riportare i decibel ad un livello accettabile. Per non farci trapanare la testa, ce ne torniamo presto a dormire: io nello stanzone comune, lei in una stanza singola due piani più in basso. Non avevo dubbi che Marianne, timida e riservata com’è, avrebbe evitato la stanza comune, che può essere occupata sia da uomini che da donne. Salutandoci, ci diamo appuntamento per la colazione, la mattina seguente. Prima di andare a letto, provo di nuovo a chiedere ai gestori quali saranno le condizioni meteo l’indomani, e invariabilmente mi rispondono che il tempo sarà brutto, e che forse il maltempo si estenderà fino al giorno dopo ancora. Non rimane che aspettare e sperare in bene.

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Quinto giorno
Riposo forzato
All’alba del mio quinto giorno sulle montagne, vengo svegliato in una maniera insolita. Non dal trillo di una sveglia irritante, né da un’odiosa suoneria del cellulare, bensì dal canto di un gallo in carne e ossa. Per quanto possa sembrare un dettaglio di poco conto, trovo la cosa emozionante: è come tuffarsi nel passato, ai tempi in cui le maledette sveglie e i loro suoni non erano ancora stati inventati. Grazie a questo regalino comincio la giornata con ottimismo, nonostante sappia che oggi non potrò combinare granché e mi toccherà aspettare fino all’indomani per proseguire con il mio itinerario. Infatti sta ancora piovendo intensamente, e non accenna a smettere. Decisamente non si può partire con un tempo simile: non mi muoverei nemmeno se dovessi percorrere una mulattiera pianeggiante. Strano che il gallo abbia cantato, dato che il sole non si vede nemmeno per sbaglio! Ma la saggezza popolare dice che quando il gallo canta durante la pioggia, il bel tempo non è lontano. Un altro motivo per essere ottimista. Scendo per la colazione e scopro di essere l’unico ospite in piedi a quest’ora. Le luci sono spente e non c’è nessuno al bancone. Mi siedo al posto della sera precedente, in paziente attesa che qualcuno arrivi, e intanto mi godo questo momento di perfetta tranquillità. La marmaglia di ragazzini, che come prevedevo ha fatto baccano fino a tarda sera, ora dorme profondamente e non produce il minimo rumore. Nel salone si forma un’atmosfera davvero particolare: mi ricorda quando passavo l’estate nella mia casa di Aune, e mi capitava di svegliarmi prestissimo la mattina e non essere più capace di riaddormentarmi. La polvere che invadeva le stanze mi riempiva le vie respiratorie e mi scatenava l’allergia, perciò dovevo alzarmi per respirare bene. Allora scendevo in cucina, facendo scricchiolare le vecchie scale e temendo di svegliare qualcuno, e mi sedevo sul divano ad
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osservare la stufa, i quadri appesi ai muri, la vecchissima cassapanca di legno scrostata dentro la quale tenevamo la legna da ardere. E rimanevo lì, aspettando l’alba, accompagnato unicamente dal ritmico ticchettio del vecchio orologio a muro, che talvolta perdeva qualche secondo, incespicava per un attimo e poi infine ripartiva. Quei momenti avevano qualcosa di magico, esattamente come quello che sto vivendo adesso mentre osservo la pioggia cadere e imperlare i fiori di tremule goccioline d’acqua, che si accumulano e si uniscono per poi precipitare nei sottovasi. Si trattava di attimi irripetibili, che vivevo solo io e dei quali nessuno era a conoscenza, e per questo rimanevano confinati in un bagaglio di ricordi che sarebbe rimasto solo e unicamente mio, da conservare gelosamente. Ora sto nuovamente arricchendo quel vasto calderone di ricordi esclusivi e incomunicabili. Tuttavia, come spesso succede, la magia dura poco. Dopo nemmeno cinque minuti, infatti, un gran scalpitare di passi lungo le scale mi riporta alla dura realtà: i marmocchi stanno scendendo per la colazione. È un incubo. La prendo con ironia, non mi rimane altro da fare. Riparazione (Colonna sonora: Woods Of Desolation – “Sorh”) Per ingannare il tempo e per distogliere l’attenzione dall’incessante vociare, cerco di recuperare qualcosa da leggere, ma a parte un giornale locale non trovo nulla di stimolante. Decido quindi di tornarmene in camera e dedicarmi alla riparazione dei miei pantaloni, in quanto stamattina mi sono accorto che hanno un buco in corrispondenza della coscia sinistra. Il problema è che non ho il materiale da cucito: anche in questo caso, ero convinto di averlo portato e invece non c’è. Nella smania di portare meno cose possibili in modo da ridurre il peso, ho lasciato a casa alcuni accessori che possono rivelarsi cruciali. Ma subito mi viene l’illuminazione: Marianne è una donna, non può non averlo in valigia. Aspetto dunque nel salone,
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tendendole una specie di imboscata, e infatti quando arriva a fare colazione le chiedo se può prestarmi un ago e un rocchetto di filo. Avevo visto giusto: ce li ha! Passo una buona oretta cercando di rattoppare lo squarcio, per via della mia scarsa esperienza con il cucito. In particolare, non riesco a fare il nodo una volta terminato di passare il filo, con il risultato che la cucitura non è mai stabile. Apparentemente i pantaloni reggono, ma non appena mi piego o mi siedo il buco si riapre, impietosamente. Dopo il settimo tentativo andato a vuoto, decido di risolvere il problema in maniera “infermieristica”: praticamente chiudo il buco come se stessi dando dei punti di sutura. Non è un sistema ortodosso, ma funziona perfettamente: in dieci minuti ho dei pantaloni di nuovo degni di essere indossati (in realtà sono da buttare, ma perlomeno lo squarcio si è chiuso). Soddisfattissimo del mio operato, restituisco a Marianne il materiale e ne approfitto per attaccare nuovamente bottone, così da tirare avanti fino a sera in modo più sopportabile. Presto però lei si ritira in camera a riposare ancora un po’, e io rimango solo. Fortunatamente, i giovanotti sono andati tutti in giro con il rubicondo istruttore, perciò posso godermi un po’ di pace seduto nel salone, ormai vuoto e silenzioso. L’aria esterna comincia a diventare meno pesante, non piove e sembra che un impercettibile velo di luce riesca a penetrare la spessa coltre di nubi, conferendo al luogo un alone meno opprimente. Sono sempre più tranquillo e serafico, nonostante il momento della partenza si stia avvicinando: un po’ perché finalmente il ginocchio ha cominciato a farmi meno male (non ringrazierò mai abbastanza gli albergatori per avermi procurato la crema), e un po’ perché sono convinto che tutte le situazioni si stiano evolvendo per il meglio, incastrandosi perfettamente nella geometria del viaggio come un puzzle armonico nel quale ogni pezzo si colloca spontaneamente nel posto giusto. Mi sento come se il resto del viaggio fosse già stato deciso, come se non dovessi più angustiarmi di nulla, perché qualcosa o qualcuno dall’alto mi sta proteggendo ed eviterà che le cose si mettano male.
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Attesa (Colonna sonora: Ea – “Ea Taesse”) Passo il resto della giornata ad osservare il cielo, cercando di interpretare i segnali di una possibile schiarita. Ogni tanto compare qualche brandello di sereno, ma verso metà pomeriggio tutto torna come prima e la nebbia comincia di nuovo a scendere. Immancabilmente riprende a piovere, ma è solo un accenno: quasi subito l’acqua smette di cadere e lascia il posto ad un superbo arcobaleno. Un piccolo e grazioso obolo cedutomi dalla natura, per onorare i suoi capricci climatici: un regalino che accetto con gioia, fissandolo a lungo fino a quando non scompare del tutto. Siccome il tempo è così variabile e imprevedibile, non ritengo opportuno andare a camminare nelle vicinanze del Cereda. Arrivo dunque a sera alternandomi tra la stanza da letto e la sala da pranzo, intercettando ogni tanto Marianne, con la quale però non mi intrattengo a lungo: oggi è un po’ sfuggente. Dopo la cena, prendo comunque accordi con lei per trovarci domattina nella hall alle sette di mattina precise. È meglio partire presto, dato che la tappa non è breve. Il giornale segnala meteo in miglioramento per domani, cosa confermatami anche dai gestori, perciò non possiamo più rimandare: domani bisogna proseguire, o rischiamo di rimanere qui in eterno.

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Sesto giorno
Il sentiero della paura
La mattina ci accoglie una giornata ambigua: non piove, le nubi sembrano meno spesse e filtra più luce rispetto ai giorni precedenti, ma ancora non si vede il sereno. Tuttavia, le previsioni indicano che oggi migliorerà, dal rifugio non arriva alcun monito di aspettare, dunque non c’è motivo per cui dovremmo trattenerci qui. Alle sette stiamo già facendo colazione, con gli zaini già preparati e pronti per essere messi in spalla, e alle sette e un quarto salutiamo definitivamente i gentilissimi gestori del Cereda, avventurandoci di nuovo nel fatato mondo dolomitico. Oggi raggiungeremo il rifugio Bruno Boz, che tante volte ho sentito nominare negli anni: quando ero piccolo sognavo spesso di andarci, di superare il limite del rifugio Dal Piaz e spingermi più in là, e ora finalmente potrò coronare quest’antico sogno, anche se vi giungerò dalla parte opposta rispetto a quella che avevo immaginato. Qualche doloretto mi è rimasto, ma non è certamente paragonabile a quelli di due giorni fa. La pomata ha fatto il suo dovere, e ora sono di nuovo pronto ad affrontare una lunga camminata come quella di oggi, che richiederà quattro ore, se tutto va bene. Il primo tratto si svolge su una larga mulattiera che si inoltra nel bosco, tra numerose curve che percorriamo speditamente. L’aria è umida, ma nessuna goccia cade dal cielo, e speriamo che rimanga così per tutto il giorno. Per precauzione, ovviamente, ho già addosso la giacca da velista, che non è pesante e quindi non mi fa sudare, complice anche la bassa temperatura mattutina. Dopo una mezz’oretta trascorsa senza particolari emozioni, data la monotonia della strada, giungiamo al limite di una radura erbosa posta ai piedi di un bosco di conifere. Una casetta solitaria si erge in cima al pendio, e la raggiungiamo subito, convinti che da quella parte prosegua il sentiero: in realtà
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ci troviamo spaesati, poiché la traccia sembra scomparire nel nulla. Di fronte a noi, oltre il bosco, si ergono pareti di roccia davvero impressionanti, non tanto perché sono alte, ma perché sono estremamente irregolari e inoltre sono avvolte in una leggera nebbiolina che le rende sinistre. Hanno inoltre dei colori strani, difficilmente definibili. In sostanza, sono montagne che appaiono severe e ben poco rassicuranti. Siccome non c’è verso di individuare un sentiero, è meglio tornare fin dove c’era una traccia sicura, e poi valutare il da farsi con la cartina in mano. Nessuno dei due ha voglia di inerpicarsi per quel pendio erboso e poi tuffarsi in un bosco del quale non sappiamo assolutamente nulla, senza che ci sia un’indicazione a suggerirci di farlo. Come volevasi dimostrare, ci siamo persi. Ci sarebbe un sentierino che prosegue nel bosco, ma indica un paese: non c’è scritto da nessuna parte che quella sia la continuazione dell’Alta Via. Ma come al solito, quando le cose si mettono male c’è sempre qualcuno pronto a risolverle, e infatti passano proprio in quel momento due uomini, diretti alla casetta, che ci danno dei ragguagli. Dobbiamo proseguire proprio per quel sentierino boscoso, costeggiare il paese di Sagron e poi seguire le indicazioni, che scendendo si faranno più chiare. Dopo i dovuti ringraziamenti, cominciamo a calarci giù per questo ripido sentierino pieno di radici ed erba scivolosa, ancora bagnata dalle recenti piogge. Marianne cammina ora ad un passo particolarmente veloce, e non ho proprio idea di come faccia ad essere così stabile sulle gambe, considerando che ha uno zaino ben più pesante del mio e non ha nemmeno un bastone a cui appoggiarsi. Dice che non le serve, che è abituata a camminare senza. Ma come fa? A causa della forte inclinazione, infatti, io sto scendendo con un’andatura quasi ridicola, puntandomi disperatamente col bastone ad ogni passo, in preda al terrore di scivolare sull’erba fradicia. Un paio di volte infatti il piede scappa via e lancio un grido soffocato, ma mi rimetto sempre in piedi senza danni. Marianne reagisce sempre allo stesso modo a questi miei scivoloni mancati. Con una calma olimpica, si gira e mi dice,
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con un tono del tutto privo di espressione: “Attenzione!”. Poi si rigira di nuovo e riprende a camminare, quasi come se non esistessi. Quella donna è proprio strana. Sentiero alpinistico difficile? Presto è visibile il paesino di Sagron, attraverso un piccolo spazio vuoto tra gli alberi. In men che non si dica siamo già arrivati su un’altra mulattiera, abbandonando finalmente il sentiero erboso, e possiamo proseguire senza indugio, vedendo un cartello che reca scritto “Alta Via 2” e segnala una direzione impossibile da equivocare. Il dubbio ci viene dopo circa una ventina di minuti: la mulattiera prosegue dritta, ma il sentiero dell’Intaiada è segnalato sulla destra, con un cartello che reca scritto “Sentiero alpinistico difficile”. Ci fermiamo un attimo a riflettere, cartina alla mano. Dopo una rapida consultazione, sembra proprio che dobbiamo abbandonare la strada maestra e inoltrarci di nuovo per il bosco, poiché i numeri dei sentieri non mentono. Mi desta qualche preoccupazione quel cartello, non tanto per la parola “difficile”, quanto per la parola “alpinistico”. Ho chiesto a numerose persone, letto guide turistiche, e nessuna mi ha segnalato l’Intaiada come sentiero prettamente alpinistico, o come ferrata. La descrivono come un sentiero per escursionisti esperti, che nei punti salienti presenta delle corde metalliche fisse per tenersi, niente di più. Ma in fondo non do troppo peso a questo cartello: ha l’aria di essere vecchio, magari risale ancora all’epoca in cui non erano state posizionate le corde. E poi mi è già capitato di percorrere sentieri segnalati come “difficili”, e ne sono uscito indenne: non sono un esperto, ma nemmeno un neofita totale. Rocce fantasma Il primo tratto di questo nuovo sentiero sale lungo il bosco, mantenendosi sempre piuttosto stretto, ma comunque protetto dai numerosi alberi e dai cespugli. Successivamente diventa più
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faticoso e passa in mezzo a qualche torrentello, che ci costringe a scavalcare alcune grosse rocce, non tutte molto stabili. C’è da dire che il bosco è molto fitto e ciò rende il sentiero particolarmente affascinante, anche considerando il fatto che come previsto siamo assolutamente soli. Arriviamo dunque in un punto dove non è chiara la direzione da seguire, poiché i segnali rossi e bianchi sono spariti, e il sentiero si è ridotto ad una vaga traccia. Tuttavia, in lontananza intravedo un albero con una scritta rossa verticale. Da lontano non si legge bene, ma non appena arrivo alla distanza giusta, appare la scritta “Feltre”. Perfetto, la direzione è quella! Infatti, la nostra prima meta è il bivacco Feltre, che però non è il luogo dove contiamo di fermarci, non essendo un rifugio ma solo un ricovero di fortuna privo di personale e di riscaldamento. Continuiamo dunque a salire, in una zona dove gli alberi si fanno via via più radi e aumenta la vegetazione arbustiva. Si nota che l’altitudine sta aumentando. La fatica comincia a farsi sentire, ma ho con me dei preziosi alleati, che ora finalmente inizio a sfruttare: le bustine di integratori energetici che mi sono portato da casa. Dopo averne bevuta una, in pochi minuti effettivamente sento nuove forze rifiorire, e la stanchezza regredire progressivamente. Sarà suggestione dovuta all’effetto placebo, o veramente questi beveroni dal sapore schifoso e dolciastro sono così efficaci? Non sto troppo tempo a chiedermelo, le forze mi sono tornate e questa mi basta come spiegazione. Ne offro uno anche a Marianne, che rifiuta. Oggi è davvero di poche parole: forse è tesa per via del sentiero che stiamo per affrontare. In tal caso, la capisco: anch’io sento una lieve tensione sottopelle, ma la tengo a bada, anteponendo la bellezza del paesaggio alle mie sensazioni. Non so per quanto tempo ancora ci riuscirò: spero che il sentiero non diventi davvero così brutto da lasciar spazio solo alla paura e all’angoscia, cancellando qualsiasi sensazione positiva. In fondo, quel cartello incontrato all’inizio alberga ancora nella mia mente. Nel momento in cui emergiamo dal bosco, siamo circondati da sassi e pini mughi, che si contendono equamente lo spazio
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disponibile. Dietro di noi appaiono alcune profonde vallate, sovrastate dalle solite nuvole grigie, e sono visibili anche i piccoli paesini che abbiamo intravisto nelle prime parti di sentiero. La coltre nuvolosa forma un’insolita linea orizzontale perfettamente diritta, che pare dividere le montagne in due tronconi netti. La parte sopra rimane del tutto invisibile. Che posto inquietante! Attorno a noi, massi giganti paiono forme di vita arcane che si sono cristallizzate in rocce, mentre se guardiamo dritto innanzi a noi veniamo annichiliti da muraglie spettrali, che appaiono e scompaiono nella nebbia. È in questo momento che comincio a sentire la tensione che sale, e che non è più così semplice da tenere a bada. Sento come se ci fosse una presenza maligna tra queste rocce, che potrebbe guastarmi i piani. Non che io creda agli spettri, ma penso di non essere l’unico ad aver percepito la severità di queste montagne, la loro natura inospitale. Anche Marianne, infatti sembra intimorita. Se già prima parlava poco, ora non parla proprio più, e si limita a lanciare occhiate ai muraglioni, forse domandandosi se dovremo veramente salire su per di lì. Se è così, stiamo pensando la stessa cosa. Una grossa pietra reca di nuovo la scritta rossa “Feltre”, perciò dobbiamo deviare nuovamente, transitando vicini ad un torrente insolitamente largo. Tra poco passeremo sotto una parete imponente e quasi perfettamente verticale, al cospetto della quale il sentiero appare minuscolo e indifeso, estremamente esposto ad eventuali cadute di sassi. Speriamo solo che non si stacchi qualche quintale di roccia proprio mentre ci siamo sotto noi. Per raggiungere questo monolite naturale dobbiamo saltare da un masso all’altro, stando attenti a non finire nell’acqua del torrente che ci scorre in mezzo. In questi casi il bastone è praticamente indispensabile, per darsi stabilità durante i saltini: voglio proprio vedere se Marianne dirà che avrebbe fatto meglio a portarsene uno. Niente da fare: lei riesce comunque a muoversi bene e non sembra proprio soffrirne la mancanza. Io ormai sono abituato a camminare con un appoggio e non potrei proprio farne a meno: ma forse è semplicemente questo il punto. Se non lo si è mai
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usato, si impara a fare senza. Per quanto lo trovi strano, è l’unica spiegazione possibile. Giungiamo infine ai piedi del gigante. Vorrei percorrere velocemente il tratto di sentiero che lo costeggia, ma per qualche strana ragione indugio a lungo proprio su queste poche decine di metri, guardando spesso verso l’alto. Forse per la paura inconscia di qualche frana? Ma allora dovrei fare proprio come pensavo, cioè correre veloce (per quanto possibile) e liberarmi in fretta del potenziale pericolo. Invece no, preferisco quasi sfidare la roccia camminando lentamente. È troppo fascinoso essere al cospetto di una parete simile: in effetti, sto provando una piccola parte di quelle sensazioni che prova uno scalatore, nel momento in cui deve dare il primo attacco alla parete verticale. L’unica cosa che mi costringe a smuovermi un po’ è l’acqua: anche se non piove, l’umidità si è condensata sulla roccia e da essa cadono continuamente dei goccioloni, che a volte si trasformano in veri e propri rivoletti. Ciò non è un bene, perché significa che il sentiero d’ora in poi sarà bagnato. Avremmo forse dovuto aspettare un giorno ancora, prima di proseguire? Ci liberiamo infine del grosso sasso verticale e iniziamo a salire lungo un pendio molto accidentato, solcato da un sentiero a zig zag che però non è ben visibile. Sulla destra si erge un’altra parete di roccia, fiancheggiata da un immobile torrente di grossi sassi, franati chissà quanto tempo prima. Evitiamo accuratamente quei massi, poiché sono sicuramente instabili, e cerchiamo di concentrarci sul lato opposto, dove il terreno è più libero. Ma nonostante ciò, seguire il percorso non è semplice. Più volte finiamo fuori dal sentiero, trovandoci a lottare con un terreno instabile e cedevole, e facendo rotolare ad ogni passo valanghe di sassolini giù per il fianco della montagna. Cerchiamo di farne cadere il meno possibile, in modo da non essere i potenziali responsabili di una frana a valle, ma siamo troppo concentrati per rimanere in piedi, e non possiamo stare attenti a tutto. Ancora una volta mi trovo ad arrancare, appeso al bastone al quale mi reggo con tutte le mie forze, perché la pendenza è irta e la traccia
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è davvero stentata. Non so come faccia Marianne a continuare a camminare dietro di me, ma ogni volta che mi giro la vedo sempre in movimento, lento ma costante. Stiamo entrambi cominciando a renderci conto che il sentiero non sarà per niente facile, inoltre dalla parete rocciosa alla nostra destra continua a gocciolare acqua, e come se non bastasse sta arrivando anche la nebbia, che ci ha seguiti con discrezione fin dalla partenza. Piano piano, infatti, la sgradita ospite sta iniziando a ricoprire anche le basi delle montagne, non più le sommità. Parallelamente al suo espandersi, aumenta l’inquietudine: è vero che un temporale non sembra imminente, ma siamo comunque soli in mezzo alle rocce. Non si può nemmeno dire che Marianne sia una compagna di viaggio così presente: spesso, infatti, camminiamo ognuno per conto proprio, anche se a distanza ravvicinata. Sembriamo due escursionisti che si mantengono l’uno nei paraggi dell’altro per convenienza, più che per reale interesse a condividere un’esperienza. Mi capita spesso, infatti, che Marianne mi passi davanti e continui a camminare anche quando io sono fermo e cerco il punto migliore dove passare; dopo un po’ mi scopro a fare la stessa cosa. Sempre smuovendo sassi e ghiaia, ma rimanendo in piedi senza mai scivolare, arriviamo al primo crinale roccioso. Si tratta di superare una distanza di pochi metri, ma il dislivello relativo è notevole. Fortunatamente, una rudimentale scaletta metallica ci permette di arrivare sull’altro lato senza troppa fatica. Tale ausilio mi preoccupa leggermente: è molto simile alle scalette che si trovano sulle vie ferrate. L’Intaiada non è una ferrata, almeno tecnicamente, ma allora perché ci sono questi paletti di ferro infissi nella viva roccia? Non è che mi nasconde qualche brutta sorpresa? Speriamo di no, anche perché il panorama che si apre da questo punto è abbastanza impressionante, e non infonde molta sicurezza. Le verdeggianti e selvagge valli continuano a sprofondare in lontananza, inghiottite dalla nebbia, e un silenzio tombale avvolge l’intera scena. Il sentiero inizia ora a salire lungo una stretta cengia, dotata di funi metalliche per agevolare gli
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escursionisti meno abili o inesperti. Per quanto il tratto non sia particolarmente difficile, la presenza delle corde è sempre un motivo di lieve ansia, che aumenta notevolmente quando raggiungiamo un’altra forcelletta poco più in alto. A preoccuparmi non è tanto lo spuntone di montagna alla mia sinistra: il sentiero infatti non prosegue verso quell’appendice protesa nel vuoto. Mi preoccupa il sentiero che prosegue verso destra, costeggiando un enorme sassone dalle pareti quasi verticali, ma che in certi punti si rigonfiano verso l’esterno. Pochi passi sono sufficienti per capire che la cengia è strettissima, e infatti quasi subito appaiono altre corde per tenersi. Ma non è più un sentiero protetto, nel quale se si perde l’equilibrio si può sempre buttarsi dal lato opposto al burrone e salvarsi. Qui ho una parete rocciosa invalicabile alla mia destra, un burrone ripido e profondo un centinaio di metri alla mia sinistra, e in mezzo ci stanno solo questi trenta centimetri scarsi di sentiero, che come se non bastasse è irregolare e bagnato dalle gocce che continuano a cadere dalle rocce soprastanti. Paura Se non fossimo in due, avrei quasi la tentazione di tornare indietro. Altro che sentiero impegnativo ma fattibile, questo è un sentiero pericoloso! Ora sì che inizio a sentire il battito cardiaco accelerare, e mi dimentico di qualsiasi altro aspetto della mia vita che non sia il “qui e ora”. Marianne passa per prima, con il suo zainone e le sue gambe magre ma robuste. Io rimango fermo e la osservo con apprensione, timoroso che da un momento all’altro possa perdere la presa e volare giù. Il sentiero è infatti così stretto e precario che è assolutamente indispensabile tenersi alla corda con due mani, e in certi punti bisogna voltare la schiena al burrone e procedere camminando di lato. Si tratta sempre di pochi metri, ma possono fare la differenza tra un escursionista vivo e un cadavere ritrovato dal Soccorso Alpino in un tetro canalone roccioso. Marianne cammina lentamente, dosando ogni
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passo, tastando prima le rocce col piede in modo da rilevare eventuali punti franosi, e infine passa, approdando su un tratto di sentiero leggermente più largo e sprovvisto di corde. Ora tocca a me passare. Mi sembra di avere un gatto vivo nello stomaco, poiché non ho mai avuto a che fare con un sentiero così esposto e ho decisamente paura di rovinare a valle. Mi faccio coraggio, ben sapendo che ormai tornare indietro è cosa poco fattibile, e provo anch’io. Il bastone in questo caso è un intralcio, poiché non posso riporlo nello zaino e devo tenerlo in mano, tenendo contemporaneamente la corda con le due mani. Cammino con una prudenza che non ho mai conosciuto in vita mia, temendo ad ogni passo di mettere un piede in fallo o perdere la presa e rotolare. Coraggio, sono pochi metri e poi sarò salvo. Nel punto critico, dove la roccia protrude verso l’esterno, ho seriamente la tentazione di tornare indietro: stento infatti a trovare il coraggio necessario per girarmi con la schiena verso il vuoto. Lasciando perdere tutte le implicazioni morali e relative al mio programma di viaggio, mi accorgo che però non sarebbe una buona idea: rifare questi cinque metri al contrario sarebbe ugualmente angosciante, per cui ormai mi conviene tentare il tutto e per tutto. Così afferro saldamente la corda, umida e gelida, e comincio a camminare lateralmente. Non so quale santo del Paradiso mi stia proteggendo, ma riesco a passare indenne, grazie ad un’attenzione estrema e probabilmente anche grazie a molta fortuna. Quando arrivo anch’io a poggiare i piedi oltre il punto critico, e posso respirare liberamente, mi sale una certa rabbia: com’è possibile che nessuno, e dico nessuno, mi abbia avvertito sulla pericolosità di questo tratto? Come minimo qui ci vorrebbe una corda, due moschettoni e un’imbragatura, che ingenuamente non ho portato, fidandomi delle ottimistiche testimonianze altrui. Ho fatto male, malissimo! Dovevo seguire il mio istinto diffidente e procurarmi tutto il materiale necessario. Magari per altre persone questo è un sentiero banale, se sono abituate a fare alpinismo, ma l’Alta Via è aperta a chiunque, anche a normali escursionisti che camminano per sentieri pianeggianti e più in là non sanno andare. Non sarebbe forse il caso di segnalare questo
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sentiero come prettamente alpinistico, e obbligare chi lo percorre a munirsi di attrezzatura di sicurezza, pena una multa? Ora capisco il perché di quel cartello che parlava proprio di sentiero “alpinistico”. Forse è stata un’ingenuità anche mia, il volerlo percorrere senza portarmi dietro nulla: o meglio, il non porsi nemmeno il problema, confidando nel fatto che comunque non sarebbe stato troppo difficile. Ma del resto, da dove sarei dovuto passare? Per entrare nelle Vette Feltrine c’è una sola strada, ed è questa. I percorsi alternativi sono lontanissimi, impiegherei giorni e giorni per raggiungerli, e tagliano fuori la maggior parte delle montagne. Ormai è andata così, sono in ballo e mi tocca ballare. Anche dopo diversi minuti, non riesco proprio a tranquillizzarmi, nonostante il peggio sia apparentemente superato. L’Intaiada è appena all’inizio e chissà se ci saranno altri punti ancora più brutti di questo, più avanti. Ne parlo con Marianne, anche lei piuttosto scossa nonostante cerchi di dissimularlo con pallidi sorrisi. Le leggo nell’espressione che se l’è vista brutta quanto me. Ma non possiamo perderci d’animo, dobbiamo proseguire. La cengia che corre lungo il fianco della montagna è ora lievemente più larga e non appare più minacciosa, anche se l’acqua che piove dalle rocce sta aumentando e mi costringe a rimettermi la giacca da velista, che avevo tolto poco prima poiché sudavo troppo. Non solo siamo su un sentiero traditore, ma per di più è bagnato! Comincio a pensare di aver fatto un sonoro errore di valutazione, partendo oggi senza aspettare che il suolo si asciugasse completamente dopo le piogge, ma d’altra parte ora non si può più tornare indietro. Rifare al contrario quel tratto è tabù, per me. Quando il sentiero me lo consente, mi volto indietro e tento di ammirare il panorama, per rilassarmi un po’. Tuttavia, la visuale non è di molto aiuto se si cerca il rilassamento: pur essendo spettacolare, è angosciosa. Le valli appaiono remote e irraggiungibili, gli speroni di roccia sui quali il sentiero si inerpica lasciano un grande senso di precarietà, il burrone che stiamo costeggiando è completamente coperto di detriti e sassi, caduti da chissà quanto tempo e che sembrano dire “siamo quaggiù,
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raggiungeteci! Aspettiamo solo voi!”. Il colpo di grazia è dato dall’odiosa nebbia, in continuo movimento ma sempre presente. L’aria è fredda, il vento è teso. Mi sembra di essere all’inferno, che non per forza deve trovarsi sottoterra. Appeso Marianne cammina davanti a me, ad una certa distanza. Quasi si è dimenticata che esisto, ma in fondo la cosa è reciproca. Mi ricordo di quando leggevo le imprese dei grandi alpinisti sulle mostruose cime himalayane: affermavano che “sopra gli ottomila metri non c’è più solidarietà, non c’è più gruppo, ognuno pensa per sé e pensa solo a sopravvivere”. Evidentemente, questo non succede solamente sopra gli ottomila: può capitare anche a quota millesettecento, proprio come ora. Siamo sempre insieme, ma solo formalmente: in realtà ognuno sta pensando alla propria salita, preoccupandosi poco per l’altro. Non è bello, sicuramente è un errore dal punto di vista escursionistico, anche tralasciando l’aspetto morale: ma non so proprio cosa farci. Marianne non è per nulla comunicativa e non riesco proprio a rompere il muro che sembra aver eretto attorno a sé. Di conseguenza decido di lasciar stare e di cavarmela da solo: in caso di incidente grave, so che nessuno dei due starebbe a guardare. Questo è già sufficiente, contando che secondo il mio programma originale oggi avrei dovuto essere completamente solo su quest’interminabile pietraia. Tuttavia, nutro qualche dubbio anche sull’utilità di essere in due. È vero che l’altro può sempre dare una mano in caso di bisogno, ma è anche vero che se qui uno scivola e cade, chi rimane in piedi non ha assolutamente la possibilità di far nulla, nemmeno di telefonare al Soccorso Alpino: entrambi i nostri cellulari hanno campo zero. Lo sventurato potrebbe solo stare a guardare mentre l’altro si schianta in fondo al burrone. Guardandomi indietro, il sentiero fa davvero paura. Ora che sono salito un bel po’, esso sembra un minuscolo filo di lana bianca teso sul fianco di un gigante di pietra. Posso solo sperare
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che proseguendo le cose migliorino, anche se so che tra non molto raggiungerò il fondo di un canale di detriti che andrà risalito per ben duecento metri di dislivello. Non duecento metri di sentiero, ma di dislivello, che è ben diverso. Stranamente, però, non avverto alcuna sensazione di stanchezza: probabilmente la tensione mi sta facendo esternare un’energia che non pensavo di avere. C’è anche da dire che continuo a fermarmi, magari anche dopo cinque o sei passi: è la paura a bloccarmi così spesso, facendomi ispezionare mille volte il sentiero percorso, e duemila volte quello ancora da percorrere. In teoria dovrei essere ansioso di liberarmi dell’Intaiada e quindi dovrei proseguire senza mai fermarmi, in pratica faccio tutto l’opposto, come se avessi un qualche genere di timore reverenziale che mi impedisce di affrontare il sentiero con il dovuto distacco. Marianne invece non si ferma quasi mai, e infatti adesso è parecchio avanti a me. Tuttavia, una sua improvvisa e prolungata sosta mi consente di raggiungerla. Scambiamo solo qualche parola e due occhiate stentate, poi riprendiamo a camminare lungo una cengetta che si fa nuovamente angusta. Stavolta vado io per primo. Ad un certo punto, mentre percorro un tratto abbastanza esposto, sparisce il sentiero davanti a me, come se fosse interrotto: ma guardando meglio, vedo che piega ad angolo retto verso destra. E c’è una corda d’acciaio infissa nella roccia d’angolo, corda che sicuramente prosegue anche dall’altro lato, visto il modo in cui è tesa. Ecco che mi prende di nuovo il mal di stomaco. Lo sapevo che non poteva essere finita così facilmente, e che il brutto doveva ancora venire. Ho il terrore di vedere cosa c’è oltre l’angolo: tuttavia, non ho intenzione di tentennare. E qui faccio un’amara sorpresa: c’è un punto brutto, molto brutto. È stretto come il precedente tratto “critico”, ma invece di essere diritto, è in curva. Praticamente lambisce il vuoto su tre lati. Inoltre, per arrivare sani e salvi oltre la curva bisogna fare un saltino, poiché c’è un mezzo metro di vuoto in cui manca la roccia sotto i piedi. Qui sì che mi sale il panico, anche se faccio del mio meglio per controllarlo. Non so nemmeno da dove
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cominciare a passare, nonostante sia cosciente del fatto che ci vogliono solo pochi secondi, se si sa dove mettere i piedi. Il problema è che io non lo so. La situazione, già resa pericolosa dal fatto che non ho niente per assicurarmi alla corda, è ancora più difficile del previsto a causa del fatto che le rocce sono bagnate e scivolose. So che un minimo errore potrebbe farmi scivolare giù, e allora tanti saluti: la mia carriera di camminatore finirebbe all’istante. In questo momento darei qualsiasi cosa per essere già dall’altra parte. Comincio per gradi: per prima cosa mi aggrappo alla corda, saggiandone la resistenza. Per fortuna è ben tesa. Poi avanzo di qualche passettino, cercando di non guardare in basso in modo da non farmi prendere dalle vertigini. I primi passi sono stentatissimi, mossi con un’attenzione che non ho mai usato in vita mia in nessun’altra circostanza. Le mani stringono la corda spasmodicamente, nonostante una mano sia impegnata anche a reggere il bastone, che in questo momento è solo un impiccio. Arrivo dunque con il piede sul bordo del piccolo buco, e inizio a calcolare la forza che devo imprimere al suolo per poter arrivare sull’altro lato senza danni. Passo almeno trenta secondi, che a me paiono eterni, a figurarmi il saltino e a cercare di renderlo il più sicuro possibile. Finalmente mi decido: sposto la mano più avanti lungo la corda metallica, in modo da bilanciare il baricentro, e mi do la spinta all’improvviso. Nel momento in cui il corpo passa sul vuoto, sento come un brivido: se ora dovessi mollare la presa, o se il piede dovesse poggiarsi male sull’altra sponda rocciosa, le conseguenze sarebbero facilmente immaginabili. Ma in una frazione di secondo lo scarpone fa blocco saldamente con la roccia sull’altro lato, e issandomi con l’aiuto delle braccia riesco a portare anche l’altro piede oltre il vuoto. Ce l’ho fatta, sono passato. Percorro ancora qualche metro, sempre con l’ausilio della corda metallica, e finalmente arrivo in un punto dove posso riposare: il sentiero è tornato normale, vagamente protetto da un rudimentale parapetto di sassi.

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Ancora sconvolto dal tremendo passaggio, mi giro e aspetto che anche Marianne passi. Lei non pronuncia una parola, ma è palesemente spaventata quanto me. Se la cava meglio, poiché non ha il bastone che la intralcia, e mi sembra che grazie a ciò riesca a superare l’ostacolo in un tempo molto minore del mio. Ma subito dopo capisco che è stata la paura a darmi l’impressione che quel minuto scarso sia durato un’ora. Nel momento in cui Marianne poggia il piede dove sono arrivato io, ci guardiamo e non possiamo fare a meno di lanciare una contenuta imprecazione. Potevamo rimanerci secchi, accidenti! Se riesco a tornare a casa, voglio dirne quattro a chiunque consideri l’Intaiada un sentiero alla portata di escursionisti “con un minimo di esperienza”. Altro che! Qui serve innanzitutto essere imbragati e assicurati alla corda, e in secondo luogo ci vuole una grande sicurezza di passo, nonché un buon livello di preparazione psicologica. Peccato che nessuno l’abbia spiegato né a me né a Marianne, che si dimostra sorpresa quanto me. Per qualche minuto discutiamo animatamente, prendendocela con chiunque, ed è forse il momento in cui le barriere difensive di Marianne crollano, anche se temporaneamente. Lei infatti si lascia andare a qualche commento piuttosto acido e per una volta non si trattiene. Scossi come siamo, qualsiasi freno inibitore viene meno. Ma presto ci ricomponiamo e ci ricordiamo che nulla è finito: il gigantesco canalone detritico, infatti, inizia proprio qui. Il canalone della morte Le nebbie avvolgono questo spettrale braccio di roccia concavo, impedendoci di vedere in profondità e quindi di renderci conto di quanto sia effettivamente vasto. L’unica nota positiva di questa maledetta situazione è che il sentiero ora è diventato più largo, e presumibilmente non troveremo più tratti spaventosi come quello che abbiamo appena lasciato. Dico presumibilmente perché ormai niente è sicuro, in questo luogo infernale. Anche se lo spazio per muoversi è aumentato, c’è il rovescio della
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medaglia: finora il sentiero era tracciato e inequivocabile, ora non più. Bisogna cercarselo. Il risultato è che dobbiamo scavalcare dei gradini di roccia piuttosto alti, pieni di sassi che continuano a staccarsi e a cadere. Nel momento in cui tento la salita in un punto particolarmente ripido, ma che mi sembra più agevole degli altri, smuovo col piede un grosso sasso che inizia a rotolare a valle: immediatamente grido “Sasso!” a Marianne, che sta una decina di metri più indietro di me, ma fortunatamente il proiettile roccioso devia lateralmente e si ferma dopo qualche metro di rotolamento. Pericolo scampato. Sarebbe il colmo che, dopo aver superato indenni certi tratti, uno dei due si ferisse perché colpito da un sasso smosso dall’altra persona. Dopo che tutto sembra essersi fermato e il consueto silenzio scende di nuovo sull’Intaiada come una morsa gelida e crudele, riprendo a salire lentamente. La guida turistica (della quale ormai non mi fido più granché…) spiegava che è meglio rimanere sulla sinistra, mentre si risale il canalone di detriti: al centro e a destra (cioè a contatto con la parete rocciosa) c’è pericolo di smottamenti e di caduta massi. Il problema è che rimanendo a sinistra si cammina sulla sabbia e sulla ghiaia, instabile e umida, quindi pericolosissima. Non ci sono nemmeno punti ai quali appoggiarsi, da quella parte. Considerata la pendenza non indifferente, preferiamo tutti e due rischiare e rimanere dove ci sono i sassi, accumulati disordinatamente gli uni sugli altri. Perlomeno, le pietre offrono un terreno più agevole per camminare, anche se non sono certo stabili e qualche volta rotolano per diversi metri. I sassi sono di grande aiuto, poiché dobbiamo spesso e volentieri usare le mani per aiutarci nella salita. Le gambe da sole spesso non bastano a superare le pendenze, rese ancora più difficili dalla natura accidentata del terreno. Il mio bastone in questo momento è un’ancora di salvezza, se lo perdessi andrei in crisi, mentre Marianne come al solito se la cava senza. Sono però sicuro che almeno in questo frangente avrebbe preferito averlo. Tuttavia, non mi curo particolarmente della mia taciturna compagna di escursione: ormai l’assalto al canalone è una questione personale
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e non ci calcoliamo quasi più, vicendevolmente. Sono consapevole del fatto che sia un atteggiamento sbagliatissimo, poiché bisogna stare vicini nell’eventualità che uno dei due si trovi nei guai, ma qualche strana forza sembra separarci, e ognuno pensa esclusivamente per sé. Da questo punto in poi, infatti, io inizio ad accelerare l’andatura e presto non vedo più lo zaino rosso che segnala la sua presenza, inghiottito dalla nebbia e nascosto dalle numerose irregolarità e protuberanze del terreno. Tutta la mia attenzione si sposta nel calcolo della forza impressa ad ogni passo, nella scelta del punto al quale appoggiarmi con la mano, nel posizionamento del bastone nei punti che mi paiono sufficientemente solidi. Qualsiasi sensazione di stanchezza è abolita, sono completamente assorbito dall’esperienza. Nel contesto, ciò mi rinvigorisce notevolmente lo spirito: mi sto rendendo conto che in caso di bisogno il mio fisico è capace di trasformarsi in una macchina da guerra perfettamente efficiente, cosa della quale ho spesso dubitato. Continuo infatti ad aggredire il suolo con gli scarponi, ogni tanto scivolando e inciampando, ma senza mai cedere, e le gambe rispondono ad ogni mio comando senza intopparsi né accusare dolori o bruciori. Non può essere effetto solo dell’abbondante colazione consumata prima di partire: questa è la forza data dalla necessità, un tipo di forza che all’occorrenza non manca mai. Nei rari momenti in cui mi fermo, non posso che rimanere affascinato da questo “canalone della morte”: poche volte in vita mia ho visto un luogo così inquietante e austero, che stimola l’immaginazione e il risveglio di antichi istinti resi sonnolenti dalla vita normale. Anche se il luogo è indubbiamente spettacolare, ormai comincio a provare una certa insofferenza verso di esso, e comincio a desiderare sempre più di andarmene. Peccato che non ci sia modo per farlo se non quello di continuare a salire, pazientemente, passando da un masso traballante all’altro. E finché ci sono i sassi, la cosa è anche abbastanza agevole: ma puntualmente ecco arrivare un altro punto difficile. Mi trovo infatti su una specie di piccolo crinale, con entrambi i lati
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vagamente scoscesi, ed è un punto esclusivamente ghiaioso e sabbioso, che non offre punti di appoggio. Nonostante stavolta non ci siano terrificanti tratti esposti da superare, ma si tratti solo di superare una decina di metri di terreno spoglio, comincio di nuovo a sentire quella fitta allo stomaco. La pendenza da superare è infatti molto ripida, e non essendoci più massi a cui appoggiarsi salendo, devo unicamente fare forza sulle gambe e sul bastone. Non c’è modo di prendere una deviazione, poiché anche dall’altro lato le cose non cambiano. Immediatamente mi assale la paura di poter inciampare, rotolare all’indietro o di lato, giù per il fianco del canalone: con i battiti nuovamente accelerati, mi fermo a valutare la situazione e a pensare sul da farsi. Mi guardo indietro, e sono perfettamente solo. Ormai è una questione tra me e la montagna: devo superare anche questo punto. So che posso farcela, si tratta solo di capire come. Dopo qualche secondo di riflessione sulla tattica da adottare, decido di sbloccare la situazione in modo drastico: prenderò una piccola rincorsa e cercherò di superare il tratto ripido grazie allo slancio, senza fermarmi a metà. Se infatti decidessi di proseguire a piccoli passi, potrei facilmente bloccarmi e non essere più capace di muovermi, in quanto sarei in equilibrio molto precario. La motivazione di questa scelta brutale mi viene fornita da una vaga sensazione di capogiro, che va immediatamente contrastata: guai a lasciarsi prendere dal panico, altrimenti è finita. Racimolando in fretta il coraggio e le energie necessarie, arretro di qualche passo e poi avanzo con decisione, una falcata dopo l’altra. Il terreno si lamenta, scricchiola e si muove, ma la tecnica funziona. Sono meno di dieci metri, anzi forse sono solo cinque: lo sforzo richiesto è intenso ma breve. Facendo appello a tutte le energie e confidando in modo assoluto sul bastone, riesco infine a poggiare entrambi i piedi in un punto dove la pendenza si riduce notevolmente e ricominciano a comparire i sassi “di sicurezza”. Anche se non dovrei farlo, perché rischio di sbilanciarmi, mi volto indietro per vedere il tratto che ho appena superato, e stavolta non mi preoccupo per me, ma per Marianne. In questo frangente non so proprio come farà a cavarsela senza bastone:
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ma alla fine sono affari suoi, è lei che ha scelto di affrontare l’intera Alta Via delle Dolomiti senza nemmeno un bastone a cui appoggiarsi. E finora sembra non averne mai avuto bisogno, nemmeno su tratti più impegnativi di questo. Poco dopo il punto difficile che ho così rocambolescamente superato, mi trovo a dover aggirare un ostacolo roccioso apparentemente insormontabile, e l’unico modo che ho per farlo è traslare lateralmente di qualche metro. Il problema è che per fare ciò devo camminare su un terreno particolarmente instabile, e stavolta non riesco ad evitare di scivolare e cadere col sedere per terra, nonostante l’attenzione prestata. Nel momento in cui capisco che sto finendo a terra non emetto alcun suono, ma per un breve attimo mi passa per la testa un’immagine spiacevole: quella di me che rotolo a fondovalle, senza più freni, e mi sfracello al suolo. Fortunatamente, è solo un velocissimo lampo mentale che sfuma con altrettanta rapidità: dopo circa cinque metri di scivolata, che dura pochi secondi ma appare interminabile, mi fermo e riacquisto il controllo della situazione. Sono perfettamente illeso, ma pieno di terra e sassolini ovunque, e inoltre le cuciture dei pantaloni sono saltate. Proprio quelle cuciture che ho orgogliosamente confezionato ieri, con tecnica sopraffina e impegno certosino. Evidentemente, era destino che non durassero. Conquista Mi rimetto in piedi in pochi istanti e riesco a ritornare sul sentiero principale, incespicando e traballando ma senza più perdere l’equilibrio. E così, anche quest’ennesimo punto critico è andato. Quanti ce ne saranno ancora? Ormai non ne posso davvero più di ricevere brutte sorprese, e sto aspettando solo l’arrivo alla salvifica forcella Comedon. Tuttavia, quella dannata ancora di salvezza pare non arrivare mai: complice la nebbia, fedele compagna che ancora non mi ha abbandonato nemmeno per un istante, è difficile capire se il crinale che ho davanti è realmente
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l’ultimo oppure se ce ne sono ancora degli altri. Il sentiero inizia tuttavia a farsi un po’ meno aspro, lievemente più gestibile: sento che ormai non può mancare molto, sono più di due ore che sono impegnato con questo maledetto canale franoso. Ad ogni passo cerco di calcolare mentalmente il dislivello che ho percorso e quello che mi rimane ancora da superare, più per tenere la mente occupata che per scoprirlo veramente: il calcolo è infatti molto approssimativo e tendo a uniformarlo a valori più ottimistici, così da convincermi che manca realmente poca strada all’arrivo. Tuttavia, non c’è bisogno dell’autoconvinzione: quel crinale che ora vedo a poche decine di metri da me ha tutta l’aria di essere l’ultimo degli ultimi. Il tratto di sentiero che mi congiunge con quel fatidico crinale è scavato nella roccia e protetto da entrambi i lati, cosicché risulta agevole inerpicarcisi, nonostante sia il punto più contorto dell’intero percorso. Ormai manca poco, tra meno di trenta secondi vedrò cosa c’è oltre quel confine. Con un’energia fiammeggiante in corpo, donatami dall’ossessiva curiosità che mi sta divorando, sto ora superando gli ultimi bagnatissimi gradini di roccia…e improvvisamente mi trovo su uno spiazzo pianeggiante di due metri per uno, al quale sono arrivato tramite un sentiero roccioso largo sì e no venti centimetri, e da cui parte un'altra traccia di larghezza più o meno uguale, solo che quest’altro sentiero si dirige verso destra e rimane pianeggiante per un po'. Sono arrivato al passo. Mi servono solo pochi secondi per notare, immediatamente alla mia destra, un rugginoso e vetusto cartello recante la scritta “Forcella Comedon, 2.067 metri”. Non ci posso credere: sono arrivato per davvero! La gioia per essere riuscito è troppa, e quasi perdo il controllo di me stesso, cominciando a ripetere ossessivamente e ad alta voce “Ce l’ho fatta, ce l’ho fatta!!”. Mi sento esaltato come quando si ha appena finito di compiere un mirabolante giro sulle montagne russe. Quasi non credevo che ce l'avrei fatta, anzi a dirla tutta ho pensato che quel sentiero sarebbe stato l'ultimo della mia vita. L’adrenalina è a livelli stellari, mi sento paradossalmente carico di energie come non lo sono
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mai stato, e non ho sete nonostante non abbia bevuto nemmeno una goccia d’acqua dal momento della partenza dal Rifugio Cereda. Anche il ginocchio pare completamente guarito, dato che non si è fatto sentire per tutto il tempo. Ripensandoci, se ci si fosse messo pure il ginocchio a complicare le cose, penso che me la sarei vista proprio grama. E così è questa la forcella Comedon, un passo minuscolo e insignificante, nel quale c’è a malapena lo spazio per poggiare uno zaino a terra e sedersi. Il piccolo spiazzo consente una cupa visuale sia sulla megalitica frana appena attraversata, sia sull’altro versante della montagna, altrettanto selvaggio e pietroso. Tuttavia, posso vedere poco del nuovo versante che mi si è aperto dinanzi. Oltre il passo, infatti, la nebbia è ancora più fitta e non lascia trasparire quasi nulla. Mentre un vento gelido e insistente si accanisce contro la mia giacca da velista, senza tuttavia riuscire a penetrarla, faccio una promessa a me stesso: mai più percorrerò un sentiero che presenta tratti difficili senza prima procurarmi l’adeguata attrezzatura di sicurezza. E sicuramente non risalirò mai più per questo diabolico itinerario. È la prima volta che giuro di non ripercorrere mai più un sentiero: e spero che sarà l’ultima. Tra l’altro, mi torna in mente che in passato questo è stato un importante crocevia per il traffico illegale di merci. Mi chiedo come facevano i contrabbandieri a trasportare chili e chili di oggetti e materiali, senza poter contare sull'aiuto di animali come i muli, che qui non potrebbero mai avventurarsi. Chissà quante persone sono morte, quassù. A pensarci, mi vengono i brividi. Oggi poteva tranquillamente toccare a me. Solo dopo che sono passati parecchi minuti e l’eccitazione è ormai scemata, mi ricordo della mia compagna (o meglio, “non compagna”) di escursione. Marianne è infatti rimasta notevolmente indietro, era da almeno mezz’ora che non la vedevo più nemmeno girandomi indietro e guardando in lontananza, perciò decido che è meglio aspettarla. Forse era un lavoro da fare prima, ma ero troppo concentrato nel salire quel
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maledetto canale, e probabilmente lo era anche lei. Adesso che sono arrivato mi posso concedere una sosta e aspettare di ricongiungerci, così da sincerarmi se tutto sia andato bene. Mentre aspetto, seduto sul masso più stabile che sono riuscito a trovare, non faccio che ripensare a tutto ciò che ho passato nelle ultime quattro ore, cioè da quando ho abbandonato il Cereda. Questo è stato sicuramente il sentiero più pericoloso, difficile e affascinante che io abbia mai percorso finora. L’ho conquistato grazie a molta fortuna: sono stato obiettivamente un po’ incosciente a non portarmi nemmeno un cordino ed un paio di moschettoni, ma del resto non è tutta colpa mia. Se solo qualcuno, non dico tanti, ma uno solo, mi avesse detto che erano effettivamente necessari! Anche questo lo metto in conto, nella mia promessa a me stesso: mai più tenere conto di ciò che dicono i cosiddetti esperti, quando si parla di sentieri di montagna. Devo dare retta principalmente al mio istinto, per valutare queste cose, ed effettivamente c’era una vocina che mi suggeriva che forse non sarebbe stato tutto facile come sembrava. Ma ora senza dubbio posso dire di aver imparato la lezione, e sono grato al destino per avermela fatta pagare così poco. Altre persone hanno ricevuto trattamenti meno gentili da parte dei monti, talvolta in occasioni apparentemente meno problematiche di quella che ho appena vissuto. C’è chi è morto per fotografare un fiore, o per aver voluto ammirare un panorama stupendo, che l’ha tradito spietatamente. Gli animali della montagna Sarà necessaria mezz’ora di attesa, nella quale solo l’ululato del vento mi farà compagnia, prima di scorgere l’arrancante sagoma di Marianne e il suo zaino rosso che dondola ritmicamente ad ogni passo, con movimenti ormai visibilmente scomposti e viziati da una stanchezza notevole. Quando infine l’indomita viaggiatrice raggiunge la forcella e poggia i piedi sull’angusto pianoro, mi guarda con un’espressione stravolta e incredula,
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poiché sicuramente anche lei non si aspettava di farcela. Invece ce l’ha fatta, è la seconda sopravvissuta di oggi. Vengo a sapere che anche lei si è bloccata nel punto dove io ho poi deciso di salire prendendo la rincorsa, e che è rimasta ferma per almeno dieci minuti, pensando a come fare. Era convinta che non si sarebbe mai più sbloccata da lì. Come abbia fatto, tuttavia, non glielo chiedo: meglio non rivangare troppo in ricordi spiacevoli, dato che la giornata ne ha già prodotti diversi e inoltre i problemi sono finiti solo temporaneamente. Dobbiamo ancora raggiungere il bivacco Feltre e poi il rifugio Bruno Boz, perciò non possiamo rilassarci troppo. Dobbiamo mantenere sempre alta la tensione emotiva, poiché nei momenti in cui si abbassa il livello di attenzione succedono le peggiori disgrazie. Magari proprio quando si pensava di essere ormai al sicuro. Con le gambe un po’ malferme e i sensi ancora sconvolti dalla terrificante salita, ci incamminiamo lungo una striminzita lingua di ghiaia che costeggia l’ennesimo dirupo, non profondissimo ma sufficiente per spaventare chiunque ci passi accanto. Camminiamo vicini, ma mantenendo comunque una certa distanza tra noi. Dopo l’Intaiada è saltato anche quel precario legame che pareva essersi formato, e probabilmente ciascuno dei due si è accorto che non abbiamo granché da spartire, se non il fatto di essere qui adesso, in balìa delle Dolomiti. Solo questo fattore ci tiene ancora uniti, almeno fino a quando le cose sembrano andare bene. In fondo, nessuno dei due ha niente da pretendere dall’altro: siamo solo due estranei che condividono assieme un’esperienza, lasciando però l’altra persona a debita distanza, non solo in senso fisico. Non si è formato quello spontaneo affiatamento che avevo sperimentato con i precedenti compagni di escursione. Temo che non si formerà mai. Quasi non mi sono reso conto che, con il passaggio della forcella Comedon, ho abbandonato il Trentino Alto Adige e sono entrato nel Veneto, la regione della quale sono originario. E non sono entrato solo in Veneto: più precisamente, ho mosso i primi passi all’interno del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Ciò
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potrebbe farmi sentire quasi a casa, se non fosse che fino a quando non sarò arrivato al rifugio Dal Piaz non mi sentirò tranquillo: solo lì, infatti, avrò la piena cognizione di ciò che mi aspetta prima di poter varcare di nuovo la soglia di casa mia, dato che ho già battuto quei sentieri in passato e so bene che non presentano alcuna difficoltà. Ma finché sarò in queste zone a me sconosciute, nelle quali ogni passo mi fa vivere un’esperienza nuova, non potrò dire di essere vicino alla salvezza e mi sentirò costantemente in bilico. Prima non mi preoccupavo troppo di questo aspetto: è stata l’Intaiada ad aprirmi improvvisamente gli occhi, e a ricordarmi che in montagna non c’è nulla di scontato. Finalmente si comincia a vedere dell’erba, che costeggia la nostra autostrada a tre corsie (ci appare come tale, se confrontata al sentiero che abbiamo appena lasciato dietro di noi). I fragili cespi verde pallido sono ovviamente zuppi d’acqua e ciò li rende estremamente scivolosi: ancora una volta la montagna ci ricorda, con una gentilezza diabolica, che non possiamo distrarci. Procedendo con lentezza ma con costanza, arriviamo infine ad un crinale dal quale si inizia a scendere. Dopo tanta salita, una discesa sembra un elemento talmente anomalo da non sembrare quasi vero. Ma è soprattutto il paesaggio sottostante a destare dubbi sull’effettiva esistenza di un luogo simile, nonostante ce l’abbiamo sotto gli occhi. Un puntino rosso che corrisponde all’agognato bivacco Feltre è l’unico segno di presenza umana in una conca surreale, che pare quasi un cratere lunare, se non fosse ricoperta di erba per buona parte della sua estensione. La nebbia crea delle forme stranissime sul fondo della conca e lungo le sue pendici, e intersecandosi con le irregolari creste delle montagne sembra quasi pennellare un quadro impressionista, fatto di tocchi di colore veloci e stentati. Non si muove nulla: perfino il vapore acqueo ristagna beatamente sul fondo di questa depressione spettrale ed eterea. Mentre scendiamo lungo un sentiero ciottolato e caratterizzato da numerosissime curve, c’è qualcosa che attrae la mia attenzione: a qualche centinaio di metri mi sembra di scorgere dei puntolini in movimento. Guardando
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meglio, scopro che sono camosci! Si muovono quasi al rallentatore, e sembrano non averci visti, altrimenti scapperebbero di gran carriera. Mentre osservo quei distanti animali, mi torna in mente una scena vissuta qualche mese addietro, mentre affrontavo insieme a un amico una salita ad un passo particolarmente severo e situato in alta quota. Dopo una salita massacrante durata quasi sei ore, in luoghi dove non transitava anima viva, raggiungemmo quota 2.600 metri: ne mancavano altri centocinquanta per arrivare in cima e scollinare, in previsione di una discesa che poi non saremmo mai riusciti a compiere a causa della troppa neve. Anche allora ci trovavamo immersi nella nebbia più fitta, con una visibilità di circa dieci metri, ma non eravamo preoccupati di perderci: il sentiero era ben tracciato e ogni nostro sforzo era teso ad arrivare finalmente in cima alla montagna, più che ad angustiarci per ciò che avrebbe potuto andare storto. A quell’altitudine, solo massi e licheni ci facevano compagnia, immoti e silenziosi: pareva di stare in un mondo preistorico, se non fosse stato per l’esile traccia scavata inequivocabilmente da mani umane, traccia che aggirava pietroni e sporgenze rocciose con un percorso tortuoso ma aggraziato. Mentre camminavo, con la testa bassa e il fiato un po’ corto, ho avvertito improvvisamente una presenza estranea, come un’ombra: il tempo di girarmi e ho realizzato che di fianco a me c’era uno stambecco, a non più di sei o sette metri di distanza. Lo stupore ha subito sovrastato la paura, e istintivamente ho gridato al mio amico, che era qualche metro davanti a me: “Uno stambecco! C’è uno stambecco!”. Solo pochi istanti dopo ho pensato che quel grido avrebbe potuto spaventare l’animale, facendolo fuggire o peggio arrabbiare, ma nulla di tutto ciò è accaduto: il pacifico abitatore della montagna si è limitato a rimanere immobile, girando di quando in quando la testa verso di noi e mostrandoci le sue possenti corna ricurve, per poi tornare a girarsi dall’altra parte, come assorto in pensieri insondabili. La nostra presenza pareva non disturbarlo affatto: sembrava quasi che per lui non ci fossimo. Non era certamente così per me, e nemmeno per il mio compagno di escursione: con un misto
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indefinibile di ammirazione, stupore e timore reverenziale, poiché avevamo entrambi una comprensibile ma infondata paura di essere assaliti e incornati, estraemmo in silenzio le macchine fotografiche, per documentare quell’evento eccezionale e mai capitato a nessuno dei due. L’erbivoro ci concesse giusto il tempo di scattare un paio di istantanee prima di riprendere il suo cammino verso valle, dove avrebbe trovato erbe più saporite da brucare. Si allontanò tranquillo, fiero, senza più degnarci di uno sguardo. Ho conservato quest’episodio come uno dei momenti più significativi delle mie esperienze vissute in montagna, e la vista di quei camosci sparsi in giro per la conca mi richiama alla mente tutto ciò che provai allora: una frastornata gioia e un senso di profondo rispetto per la montagna e per tutto ciò che la abita, siano essi piante, animali, vento o gocce di pioggia inferocite. Nel momento in cui ci avviciniamo abbastanza da essere visti, o più probabilmente uditi, il branco di animali si disperde con fulminea rapidità, e dopo una ventina di secondi tutti i camosci svaniscono dietro i contorti crinali. Si sono inerpicati su pendii ripidissimi con una facilità impressionante. Tutti sanno che gli animali della montagna sono agili e veloci quando si tratta di sparire tra le cime, ma vederli in azione è uno spettacolo impagabile: pare di assistere ad una manifestazione acrobatica, comandata da un domatore invisibile e dispettoso. Tuttavia, non tutti gli animali sono scappati: quando arriviamo sul fondo della conca scopriamo che ce n’è ancora uno. Si tratta infatti di uno stambecco, il secondo che incontro nella mia vita. Stavolta però è una femmina: le sue corna sono troppo piccole e poco ricurve. Quello che incontrai al passo era un maschio, dotato di corna ben più temibili e impressionanti. Come il suo simile, anche questo esemplare non tradisce alcuna emozione nel vederci avvicinare, ma continua a mangiare tranquillamente il suo pranzo, che sceglie con cura meticolosa. Lo stambecco non teme l’uomo, e per questo motivo è stato seriamente minacciato dalla colonizzazione umana, che si è spinta fin sulle montagne più alte e lo ha messo in serio pericolo di estinzione. Fortunatamente,
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oggi lo stambecco è una specie protetta ed è stato oggetto di campagne di salvaguardia e ripopolamento, per cui oggi possiamo ancora provare l’emozione di incontrarne uno, senza bisogno di raggiungere quote particolarmente elevate né luoghi troppo impervi e solitari. Quando l’animale infine si allontana e sparisce dietro una collinetta erbosa, cercando le sue erbette preferite, lo saluto col pensiero: è stato un degno risarcimento che la montagna mi ha concesso, dopo avermi richiesto lacrime e sangue sull'Intaiada. Bivacco Camminando sul fondo di questa inquietante conca, risaliamo leggermente lungo un pendio molto dolce e arriviamo infine al bivacco Feltre, anche chiamato Walter Bodo in onore del presidente del CAI morto tragicamente sulle Vette Feltrine il 19 marzo 1963, travolto da un’impietosa valanga. In precedenza, il bivacco si chiamava solo Feltre, aveva quattro brande e offriva praticamente solo il tetto sopra la testa, nonché quattro lamiere rosse e arrugginite attorno. Ora invece si è aggiunto un secondo edificio, sempre in lamiera rossa, che però ospita ben quindici letti a castello e un grosso tavolo con alcune panche, nonché piccole scorte di viveri e generi di prima necessità. Non manca nemmeno il classico “libro del rifugio”, che contiene tutte le annotazioni e i saluti delle persone che negli anni sono passate di qui. Storie diverse, persone diverse, mete diverse: ma un obiettivo comune, conquistare la montagna e la sua peculiare bellezza. Ovviamente, trattandosi di un bivacco e non di un rifugio, nel gabbiotto non c’è personale, non ci sono elettrodomestici né stufe, e nemmeno elettricità o acqua corrente. Per bere bisogna recarsi ad una vicina fonte, ma siamo ben forniti di acqua e ciò non rappresenta un problema. L’interno del bivacco ci accoglie in silenzio, essendo le uniche persone presenti, e nonostante mostri un’aria abbastanza accogliente, abbiamo entrambi intenzione di effettuare una sosta
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molto breve e ripartire quasi subito verso il rifugio Bruno Boz. Sarebbe bello fermarsi qui per una notte intera a contemplare questo panorama così insolito: oltre la conca, infatti, sprofonda una valle a dir poco selvaggia, striata da numerosissimi ghiaioni che lambiscono gruppuscoli irregolari di alberi e macchie verdi. Il tutto con la presenza pressoché costante di nuvole basse e massicce, che non lasciano penetrare facilmente i raggi solari. Rimanere un giorno in più in questo luogo irreale, attorniati da animali sfuggenti e immote valanghe di ghiaia, è un’idea invitante: tuttavia, il contesto non lo permette. Un bivacco non fornisce la necessaria sicurezza che invece un rifugio è in grado di offrire. Nel rifugio troveremo altre persone, un camino acceso, un pasto caldo: qui, invece, c’è solo una rozza branda sulla quale far riposare un po' le membra. Dopo una giornata nella quale possiamo dire di aver visto chiaramente il volto più crudele della montagna, preferiamo entrambi metterci al riparo, soprattutto da ulteriori emozioni forti. Mi rendo conto che ormai il mio pensiero è altamente condizionato dall’esperienza di poche ore fa, e qualcosa mi dice che ne rimarrà condizionato ancora per molto tempo. Su quelle cenge e su quei ghiaioni è successo qualcosa di particolare, che dovrà ancora essere metabolizzato, ma che sicuramente porterà a conseguenze durature e mai del tutto eliminabili. Nell’immediato, mi rendo conto di non essere affatto tranquillo: ho passato il punto più difficile, ma ora non ho più alcuna certezza. Nuova separazione Nell’intimo silenzio di questo bivacco, impregnato di fragranze variopinte, ci concediamo un panino con la cioccolata e alcune generose sorsate di acqua, ma il cibo non è la nostra principale priorità. Nonostante le energie spese, non abbiamo particolarmente fame e mangiamo solo per rinnovare le scorte di glicogeno nei muscoli, più che per reale soddisfazione del palato e dello stomaco. Entrambi abbiamo un pensiero fisso:
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raggiungere il rifugio Bruno Boz, simbolica roccaforte che ci farà dimenticare di essere sperduti in mezzo alle Vette Feltrine. Da programma, mancano circa due ore di strada: considerando però che abbiamo impiegato cinque ore e mezza per arrivare qua, a fronte di un tempo previsto di circa quattro ore, e considerando anche il fatto che siamo stanchi e quindi rallenteremo progressivamente il passo, è meglio partire immediatamente, anche se è solo l’una e mezza. Qualsiasi imprevisto si affronta meglio con la luce del giorno che con il crepuscolo serale. Presto, dunque, lasciamo il freddo stanzone del bivacco e prendiamo il sentiero che costeggia il fianco della montagna, sperando di non incappare in un altro incubo. Inizialmente, la strada non è poi così problematica. Attraversiamo velocemente pendii ricoperti da pini mughi, incontrando altre innumerevoli frane ghiaiose, che conferiscono al luogo un alone antichissimo. Sembra di camminare in una Terra primitiva, ancora in formazione e in perenne rimescolamento, a giudicare da tutte le frane che mi circondano. Presto, tuttavia, alcuni inequivocabili segni di presenza umana ci riportano alla realtà: un piccolo tratto attrezzato con una scala ci aiuta a risalire sul sentiero dopo una depressione creata da un corso d’acqua, mentre poco dopo troviamo altre corde metalliche in un tratto in discesa, tratto che però non crea assolutamente alcun problema. Sta di fatto che ormai, quando vedo un infisso d’acciaio sulla roccia, automaticamente mi sale l’ansia, controllabile ma sempre spiacevole. Noto che la distanza tra me e Marianne sta già aumentando: io sono davanti, ho il passo più veloce e tendo ad allontanarmi sempre di più. Omai non me ne curo: siamo tornati allo stato di escursionisti separati, è palese. Non che la cosa mi crei qualche problema: anzi, per certi versi sono contento. Certo, non avrò un pronto aiuto nel caso servisse, così come non lo avrà lei: ma qualche strano meccanismo nella mia mente fa sì che questo aspetto venga messo in secondo piano, anzi quasi dimenticato. Forse perché so che entrambi siamo diretti nello stesso posto, e quindi se uno dei due non
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arrivasse all’appuntamento, l’altro saprebbe che è successo qualcosa di grave e potrebbe attivare un eventuale soccorso. Decido quindi di non aspettarla e di proseguire da solo, tenendo il mio passo: sono sicuro che a lei non farà alcuna differenza. A mano a mano che risalgo, il panorama si allarga e il bivacco Feltre diventa solamente un minuscolo puntino color porpora in mezzo ad una natura veramente eterogenea. Da quassù, gli alberi paiono pezzi di muschio sbriciolato, i ghiaioni sono come immense cicatrici biancastre, le pareti rocciose sembrano tessuti dalle trame finissime ed estremamente complicate. Cammino su una striscia di terreno battuto, che mi porta in quota lentamente, con dolcezza. Capisco che mi sto avvicinando ai duemila metri nel momento in cui la vegetazione arborea ed arbustiva inizia a diminuire, e presto mi ritrovo a percorrere costoni esclusivamente erbosi, con il sentiero che taglia orizzontalmente e non lascia alcuna protezione a lato. Mi sto avvicinando al Col dei Bech, oltre il quale inizierà il famigerato Troi dei Caserìn, altro sentiero segnalato come piuttosto impegnativo, seppur non difficile come l’Intaiada. “Troi” significa sentiero, “Caserìn” è il caprone: non tardano infatti a mostrarsi altri occupanti della montagna, sempre su quattro zampe, solo che non sono caproni ma caprioli. Stavolta sono molto più vicini a me, e mi osservano immobili dalla cima di una montagnetta erbosa, a circa cinquanta metri da me. È un branco numeroso, saranno almeno in quindici. Per fortuna non sono animali aggressivi: se mi assalissero non avrei alcuna possibilità di sopravvivere, dato che i miei piedi poggiano su una lingua di terreno appena sufficiente per garantirmi la stabilità, ma sulla quale non potrei nemmeno girarmi senza prima arrabattarmi con complicate manovre. Ogni tanto, qualcuno dei caprioli emette uno strano suono, un frinito stridente e acuto: chissà se sta parlando con me, o se stia invece impartendo un ordine ai suoi simili. Più probabile la seconda ipotesi, in quanto al terzo suono i caprioli avvampano e cominciano a correre verso l’altro lato della montagnetta. Ancora una volta, bastano pochi secondi per vederli svanire tutti nel
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nulla. La montagna non è fatta per chi pretende tutto e subito: ciò che essa regala va conquistato con fatica, spesso dura poco, ed è totalmente indipendente dalla nostra volontà. Proprio come quest’emozionante ed effimero incontro con i caprioli. Troi dei Caserìn Dopo tutte queste ore comincio a sentirmi veramente stanco, perciò rallento notevolmente l’andatura, dilatando le pause di riposo e sforzandomi di non perdere il ritmo nei momenti in cui cammino. Questa salita al Col dei Bech, che si trova a quota duemila metri, si è ormai quasi conclusa, ma mi ha richiesto molte più energie dell’Intaiada, proprio a causa della stanchezza accumulata. La vista di un vicino crinale però mi spinge a non prendermela troppo comoda, poiché so che tra poco scollinerò e comincerò a scendere, compiendo un dislivello di trecento metri fino ad arrivare al rifugio Boz, che è a quota millesettecento metri. Dato che manca così poco alla fine della salita, è bene fare un ultimo sforzo e rimandare un pochino il riposo. Quando infine arrivo al passo, mi si apre una visuale ancora una volta spettacolare. Alla mia sinistra vedo la valle del Feltrino, dal fondo pianeggiante e punteggiato di cittadine e paesi; davanti a me scende vertiginoso un prato di erba alta e infida, che i camosci avranno sicuramente affrontato senza alcun timore né difficoltà durante la loro funambolica discesa; il lago della Stua, incastrato a fondovalle, ha una forma che ricorda quella di uno stomaco; alla mia destra comincia un sentiero che percorre tutto il fianco della catena di montagne, scomparendo dietro un’ampia curva e poi ricomparendo sulla montagna più distante che riesco a vedere. Laggiù dovrebbe terminare il calvario, e appena dietro l’ultimo crinale dovrei trovare il rifugio Boz, mia agognata ancora di salvezza. Il sentiero è praticamente pianeggiante, per cui non dovrebbe richiedere un eccessivo sforzo fisico: è piuttosto la sua conformazione a preoccuparmi. Non supera mai una larghezza di quaranta centimetri, e prosegue così per diversi chilometri. La
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mia guida turistica, della quale non mi fido più granché ma alla quale decido comunque di dare una seconda possibilità, mi segnala che sul Troi dei Caserìn c’è un singolo tratto attrezzato. Uno solo, ma c’è. Mentre percorro i primi metri di quest’angusta via di comunicazione tra me e la salvezza, comincio a chiedermi dove sarà questo tratto, quanto sarà difficoltoso, e una serie di mille domande tormentose alle quali non posso trovare risposta. Tuttavia, presto il sentiero si fa così stretto da spazzar via i dubbi per il futuro, poiché mi devo concentrare unicamente sul presente. Non ci sono difficoltà particolari, bisogna solo rimanere concentrati per minuti e minuti consecutivi, prima di incontrare un punto più largo nel quale fermarsi a riposare un po’, soprattutto mentalmente. Mettere un piede in fallo è un’eventualità che può capitare in qualsiasi momento, e farlo succedere ora che sono quasi arrivato sarebbe davvero una beffa del destino. Alla luce di questo, decido di usare tutta la prudenza possibile e rallento l’andatura oltre i limiti del ridicolo, per essere sicuro di poggiare sempre i piedi nel posto giusto. Ci metterò parecchio tempo, rischiando magari di farmi sorprendere dal brutto tempo, ma almeno non volerò giù. In fondo, continuo a ripetermelo, è unicamente una questione di attenzione prestata. Quasi non mi accorgo che in lontananza ci sono degli squarci azzurri nel cielo. Lo noto per caso, durante una sosta nella quale guardo quasi esclusivamente il sentiero, curandomi poco dell’ambiente che sto attraversando. Tuttavia, ad un certo punto alzo la testa e mi cade l’occhio su questa anomalia meteorologica, che non mi aspettavo più di trovare oggi, dopo tanta nebbia e tante nuvole. La vista di questi brandelli azzurri, inizialmente timidi ma poi sempre più larghi e diffusi, mi rincuora un pochino: la giornata comincia a farsi meno tetra e più luminosa, il sentiero acquisisce una luce diversa e meno minacciosa, le probabilità di incappare in un temporale improvviso diminuiscono drasticamente. Potrebbe però essere solo una schiarita temporanea: meglio tenere sempre gli occhi aperti e non accelerare il passo. Non sono ancora fuori dalla zona pericolosa,
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e il famigerato tratto attrezzato ancora non l’ho superato. Proseguo quindi con la solita prudenza, quando all’improvviso appare qualcosa che mi fa sussultare: dietro una curva cieca c’è un grosso camoscio, esattamente in mezzo al sentiero e a meno di due metri di distanza da me! Tuttavia non mi lascia nemmeno il tempo di stupirmi o di fare qualsiasi cosa, poiché subito si lancia in discesa verso valle e in pochi secondi è già scomparso. La montagna mi ha ricordato ancora una volta la sua affascinante ed eterna imprevedibilità. C’è da dire che, per quanto possano essere complicati e impervi i sentieri delle Vette Feltrine, tali montagne sono uno spettacolo unico. Sapevo che qui avrei trovato panorami mistici e superbi, ma non immaginavo che fossero davvero così speciali. Avevo azzeccato anche le previsioni per quanto riguarda la solitudine: nessuno, oltre a me e Marianne, sta attraversando le Vette in questi giorni. Difficile trovare le parole per descrivere il carattere di queste montagne: l’isolamento dal turismo di massa le ha preservate come erano secoli fa, senza profanarle, e ha permesso che la loro intrinseca bellezza diventasse ancora più spettacolare. In un mondo odierno nel quale abbiamo cementificato anche le montagne, costruendovi skilift, alberghi e funivie, un luogo come questo rimane contemporaneamente accessibile eppur depositario di un’antica impervietà, da conquistare passo dopo passo. Sono felice di poter provare queste sensazioni di “conquista”, e sono felice del fatto che il mio obiettivo richieda una certa quantità di sforzo fisico e mentale: so bene che tutto ciò che vale la pena di fare è difficile e richiede un pagamento, niente viene regalato. Non mi viene regalata nemmeno la visione di una cascatina che, prima di essere libera di scendere a valle, viene costretta a raccogliersi in una piccola conca, dalla quale poi le acque tracimano e proseguono la loro corsa nel vuoto. Uno splendido sifone naturale, che ho potuto vedere solo dopo aver camminato per parecchie ore. Questo piccolo spettacolo mi dona nuova forza per continuare: in fondo, ormai ho percorso gran parte del costone della montagna, perciò non può mancare molto
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tempo all’incontro con il famigerato tratto attrezzato, oltre il quale dovrei essere al sicuro. Neanche a farlo apposta, non appena il mio pensiero si rivolge nuovamente ad esso, ecco che compare. Il sentiero infatti si interrompe e costeggia una grossa roccia sporgente, fradicia fino al midollo poiché dall’alto sgorga dell’acqua. Non più delle gocce isolate come sull’Intaiada, ma veri e propri ruscelletti che solcano la pietra, erodendola lentamente. A lato è fissata una corda, che però non mi ispira molta fiducia: è lasca, bagnata e scivolosa, in definitiva poco sicura. Scelgo dunque di non passare per il sentiero “classico”, che tra l’altro mi pare così irregolare che quasi non capisco dove bisogna mettere i piedi. Opto invece per una piccola deviazione, scendendo verso valle di pochi metri e bypassando il punto critico. Per fortuna, qui si può adottare questo escamotage, poiché non c’è una pendenza esagerata e inoltre ci sono delle larghe rocce piatte che agevolano la discesa. Anch’esse sono bagnate, perciò ancora una volta procedo così lentamente da far quasi vergogna a me stesso, ma prima di tutto viene la sicurezza e ho intenzione di metterci tutto il tempo che serve. Non riesco ad evitare di bagnarmi, anche perché ad un certo punto devo strisciare con il sedere per terra, in modo da avanzare con maggior sicurezza. Pazienza, i pantaloni ormai sono già indecenti e bagnarli rappresenta solo la ciliegina sulla torta. Quando infine riesco a riguadagnare il sentiero, risalendoci attraverso un brevissimo canaletto terroso, mi sento finalmente al di là della barricata. Sono finiti i punti di difficoltà, almeno sulla carta, e ormai il rifugio Boz non può essere lontano, sarà per forza dietro l’angolo. Dopo aver camminato ancora qualche decina di metri, trovo la conferma al mio pensiero: sulla destra si apre una pittoresca grotta naturale, dalla forma così regolare che pare scolpita da mano umana. Sulle guide c’era scritto che pochissimo prima del rifugio c’è questo anfratto naturale che si può usare come riparo di emergenza. La consapevolezza di essere ormai arrivato mi ricarica completamente di energia e mi fa accelerare il passo, con la complicità del sentiero che finalmente diventa protetto,
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fiancheggiato da folti cespugli sul lato esposto. Quando infine arrivo al Passo Mura e si apre la visuale sul lato opposto della montagna, ciò che vedo è un vero spettacolo: appena sotto di me, a non più di duecento metri di cammino, compare il rifugio Boz. Più distante c’è un'altra casera imponente, probabilmente una stalla, collocata in cima ad una collinetta erbosa che si contrappone alla lieve conca in cui è incassato il rifugio della salvezza. Sullo sfondo, fieri e selvaggi, gli ultimi contrafforti delle Vette Feltrine: e all’estremità della catena, riesco a riconoscere facilmente il triangolare Monte Pavione, quello che avevo intravisto dalla cima Fradusta e che allora mi pareva così lontano e irraggiungibile. Eccolo lì, invece, in pochi giorni ci sono quasi arrivato. Ho tuttavia intenzione di rimandare a domani lo studio delle montagne che mi aspettano ancora da scavalcare, poiché ora non ho altro pensiero che rifugiarmi in un ambiente caldo e sicuro, di parlare con qualcuno più affabile di Marianne e di raccontargli l’esperienza odierna. Poi ho ovviamente intenzione di farmi riempire di consigli sulla tappa che mi aspetta domani, consigli che comunque ho intenzione di valutare molto bene. Il rifugio è vicino, ma prima di arrivare devo sorbirmi un’apparentemente interminabile serie di serpentine discendenti, che mi fanno tornare il dolore al ginocchio e pure alle caviglie, martoriate dalla giornata odierna. Poco importa, in confronto al rimanerci secco è già un notevole passo avanti. Passo attraverso un tratto in cui il bosco mi oscura completamente la visuale del rifugio, dopodiché finalmente emergo in un vasto prato, e in men che non si dica mi trovo sul piazzale esterno del rifugio. Ovviamente non c’è nessuno nei dintorni, ci sarà solo il custode all’interno. Approfitto di questo momento di solitudine per sistemarmi un po’. Non posso certo entrare così conciato, vale a dire con le scarpe zeppe di fango, i pantaloni per metà inzuppati, i capelli in condizioni pietose e un bastone che ormai sembra un reperto archeologico, tanto è sporco e incrostato di fanghiglia. Anche se ormai fa freddino, preferisco cambiarmi direttamente all’esterno, indossando i leggeri pantaloni di ricambio e le
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ciabatte, posando poi gli scarponcini e il bastone all’esterno. Quando mi pare di essermi sistemato, sperando di non spaventare qualcuno, mi decido a varcare la porta e ad entrare nel rifugio. Sono le quattro e mezza passate, e sono partito alle sette e mezza di stamattina. L’orso Boz Non trovo nessuno nei primi minuti che passo all’interno di quest’accogliente costruzione in muratura, piccola ma molto curata e dall’aspetto ridente. Esattamente davanti a me c’è un piccolo bancone in legno, mentre nell’anfratto a sinistra sono situati un grosso camino e una piccola stufa, che dispensa il suo prezioso calore nell’ambiente e mi permette di ritornare in temperatura, dopo che mi sono un po’ gelato cambiandomi all’esterno. La stanza, sviluppata più nel senso della lunghezza che in quello della larghezza, è piena di tavoli di legno dall’aspetto molto solido, mentre sulla destra sale una scala che presumibilmente porta alle camere da letto, il mio vero obiettivo. Tuttavia, finché non compare nessuno, non posso muovermi da dove sto. Sento tuttavia dei rumori provenire dalla cucina, che riesco appena a intravedere oltre la porta che sta dietro il bancone. Qualcuno c’è, si tratta solo di aspettare che si accorga della mia presenza. Non voglio chiamare nessuno, per non disturbare: ormai stando in montagna ho sviluppato una certa pazienza, che già avevo di mio, e penso che dopo tutte queste ore spese in mezzo a sentieri impervi e difficili, posso anche aspettare qualche minuto, comodamente seduto su una panca in un ambiente riscaldato. Mi limito dunque a fissare l’immagine cartonata dell’Orso Boz, mascotte del rifugio che solleva orgogliosamente un boccale di birra come se fosse il suo amico inseparabile. Ubriacarmi adesso non è il mio primo pensiero, tuttavia non disdegnerei una modica quantità di alcool per festeggiare la conclusione di questa giornata così intensa e rocambolesca.
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Dopo qualche minuto, finalmente una sagoma umana appare sulla porta, e per un istante non riesce a celare un’evidente espressione di sorpresa. Pare proprio che non si aspettasse di trovarmi lì. Il mio interlocutore è una donna sulla cinquantina, con i capelli corti e l’aspetto da vera montanara, come le donne di una volta. Quasi involontariamente, comincio a riversare su di lei un fiume di parole: probabilmente è la tensione accumulata da tutta la giornata, che finalmente ha modo di sciogliersi. Dopo aver ricevuto istruzioni sul rifugio e su come posso lavare e asciugare i vestiti, e dopo aver ricevuto i complimenti per aver lasciato le scarpe infangate fuori senza che nessuno me lo dicesse, apprendo di essere l’unico occupante del rifugio, che oggi è completamente vuoto. Scopro di aver indovinato anche il motivo del suo stupore: la signora infatti afferma che oggi non si aspettava l’arrivo di nessuno, poiché avendo piovuto ieri si aspettava che nessuno avrebbe tentato di superare l’Intaiada. Ciò mi fa sentire ancora più miracolato: ecco perché non c’era nemmeno un’anima oggi. A posteriori, mi rendo conto di aver commesso un’imprudenza, ma ne approfitto per lamentarmi con lei del fatto che nessuno mi abbia detto niente sull’effettiva pericolosità del sentiero. Si stupisce molto quando le dico ciò che mi è stato riferito al rifugio Cereda: secondo lei i gestori sono molto preparati e ben difficilmente consiglierebbero di prendere alla leggera un tratto simile. Eppure, sono sicuro che nessuno mi ha mai sconsigliato apertamente di andarci. La dissertazione sull’Intaiada mi fornisce lo spunto per iniziare a parlare della tappa che mi aspetta domani: la più lunga, la più selvaggia, senza punti di appoggio intermedi e immersa nella natura incontaminata delle Vette Feltrine. Sei ore di cammino, in condizioni normali, è quanto bisogna mettere in conto per raggiungere il rifugio Giorgio Dal Piaz. Dalla lettura della guida so che ci sono dei tratti attrezzati ed esposti anche lungo questo tragitto, e comincio dunque a tempestare di domande la donna, che mi risponde sempre con competenza, e soprattutto con comprensione. A differenza di altri, sembra che lei mi stia consigliando in relazione a quelle che sono le mie effettive
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capacità, e non a quelle che pensa io abbia. Afferma, infatti, che il sentiero non è facile e presenta dei tratti aerei, in cui non ci sono protezioni e la montagna scende ripida da entrambi i lati, lasciando solo una stretta lingua di sentiero in mezzo. Anche se questi tratti sono lunghi solo qualche metro, possono sempre creare problemi a chi soffre di vertigini: inoltre, il sentiero del Sasso di Scarnia (la prima montagna che si supera) è molto simile al Troi dei Caserìn, che seppur non terrificante è comunque un sentiero impegnativo, e non da sottovalutare. Mi rimane impressa soprattutto una frase da lei pronunciata: “Il sentiero esposto rimane sempre esposto, sia col brutto tempo che col bel tempo”. Sono perfettamente d’accordo: non è detto che un sentiero “difficile” diventi automaticamente privo di pericoli, solo perché non piove o non nevica. A questo punto, dopo aver appreso tutte queste informazioni utili, le chiedo se ci sia un’alternativa al percorso classico, che già immagino come rischioso e non ho nessuna voglia di affrontare. Mi risponde che c’è, ma è lunga e fa perdere molto tempo e fatica, poiché si scende di seicento metri e poi si risale altrettanto. La strada alternativa permette di bypassare il Sasso di Scarnia e di ricongiungersi col sentiero normale più avanti, ma risulterebbe faticoso scendere di così tanti metri e poi, soprattutto, risalire fino alla cresta della montagna. Inoltre, è un itinerario decisamente meno panoramico, dato che va ad inoltrarsi nel folto bosco a valle, che non lascia intravedere nulla se non fronde e tronchi. Nella mia testa si svolge dunque una momentanea lotta: scegliere il sentiero ardito e spettacolare, o quello più tranquillo e anonimo? Mentre sto ancora decidendo, la signora mi consiglia di aspettare l’arrivo del marito e del figlio, che dovrebbero rientrare tra poco e mi sapranno consigliare molto meglio di lei, dato che conoscono il sentiero come le loro tasche. Rimando dunque la decisione, ma ormai sono condizionato dall’esperienza di oggi e so che probabilmente sceglierò il sentiero più sicuro. Dopo aver chiacchierato ancora un po’, esco a lavare le scarpe e i pantaloni nella fontana vicina. Un vento insistente ha cominciato
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a farsi vivo anche qui, mentre il sole sta iniziando lentamente a calare e le montagne circostanti assumono un aspetto differente, come se fossero più distanti e irraggiungibili. Un cumulo di nuvole sta quasi per coprire il monte Pavione, ormai appena visibile. Mentre il fango incrostato viene via con difficoltà, il mio sguardo cerca spesso questa distante montagna, che rappresenta il raggiungimento di casa mia: ormai mi rimane solo quest’ultimo sforzo da compiere. Sono ancora molto indeciso e tentennante sulla direzione da prendere: da una parte non vorrei che la paura rovinasse tutto, impedendomi di godere al meglio di quello che sicuramente sarà uno dei tratti più spettacolari di tutta l’Alta Via, e sceglierei quindi il percorso alternativo. Dall’altra parte, il sentiero potrebbe non essere così tremendo come mi descrivono, e potrei perdermi qualcosa di veramente bello, che rimpiangerei amaramente. Dove andare a parare? Ancora non lo so. I due uomini che stanno per arrivare mi aiuteranno a decidere, e infine ci penserà il sonno di stanotte a far chiarezza nella mia mente. Non appena le scarpe e i pantaloni mi sembrano sufficientemente puliti, corro dentro a ripararmi dal freddo, poiché sto cominciando a tremare. Trovo Ginetta, la signora del rifugio, che mi sta liberando un po’ di posto per stendere i pantaloni ad asciugare sulla stufa. Ne approfitto per scaldarmi un po’ anche io, e per scambiare ancora qualche parola con lei. Ad un certo punto le confesso di essere originario di Aune e che fin da piccolo avevo in mente che un giorno sarei andato a vedere il rifugio Boz, e ciò sembra farla molto contenta: dice infatti che aveva riconosciuto un vago accento locale, ma che non ne era sufficientemente sicura per chiedermelo direttamente. Poi mi promette che avrò uno sconto sul prezzo del pernottamento. Non ho certamente ostentato le mie origini con questo scopo, ma come proposta non mi sembra male, e mi guardo bene dal rifiutare! Ma proprio nel momento in cui cominciamo a parlare delle mie origini auninesi, ecco che la porta si apre cigolando, ed entra una sagoma a me ben nota: Marianne! Anche lei ce l’ha fatta ad arrivare fin qui e mostra la stessa contentezza
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irrefrenabile che ho mostrato io, solo che questa non si traduce in un’esplosione di loquacità come è stato per me. Lei mantiene sempre la sua ineccepibile compostezza, e solo gli occhi mostrano quel che prova davvero. Ci salutiamo e iniziamo dunque una conversazione a tre, nella quale anche Marianne fa emergere gli stessi aspetti che avevo sottolineato io, esprimendosi col suo italiano stentato ma preciso. Non facciamo in tempo a parlare due minuti, che il rifugio è visitato da altre due persone: solo che stavolta non sono escursionisti temerari, bensì il marito e il figlio di Ginetta, che tornano da una passeggiata nelle vicinanze. Il rifugio è invaso da persone! Dopo i convenevoli e i saluti, contornati da larghi sorrisi, cominciamo quindi un’interminabile discussione sul sentiero che porta da qui al rifugio Dal Piaz. È logico che vogliamo sapere tutto il possibile, e per qualche ora il nostro duo si ricompone, dopo essersi sfasciato più volte nella giornata di oggi. I due uomini ci dicono grosso modo le stesse cose che mi ha detto già la moglie, ma aggiungendo alcuni particolari. Il marito sostiene che se abbiamo superato indenni l’Intaiada e il Troi dei Caserìn, per giunta in condizioni non proprio ottimali, non potremo avere problemi a traversare il Sasso di Scarnia. I tratti veramente esposti sono solo due, sono molto brevi e si possono tranquillamente superare camminando a quattro zampe, se proprio uno non si dovesse fidare. In ogni caso, sono sufficientemente larghi da poterci camminare senza bisogno di esercizi d’equilibrio. L’uomo sembra un montanaro esperto, e quindi tendo a non fidarmi ciecamente di quello che dice, memore delle passate esperienze: tuttavia, con il progredire della conversazione capisco che le informazioni che mi danno sono attendibili, poiché anche il figlio e la moglie intervengono spesso spiegando e commentando, e i loro punti di vista sono concordi. Nessuno di loro sa dirmi granché sui tratti attrezzati con le corde metalliche, poiché sostengono che non sono degli indicatori affidabili della difficoltà di un percorso. Talvolta, infatti, le corde sono messe in luoghi dove non servirebbero, e viceversa mancano dove invece sarebbero utili.
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Noto che anche Marianne è un po’ tentennante, e sono sicuro di sapere il motivo. Anche lei è rimasta un po’ traumatizzata dall’Intaiada e vorrebbe evitare altre emozioni troppo intense, ma piano piano ci convinciamo che possiamo tentare il Sasso di Scarnia, evitando così una lunghissima e noiosa deviazione, che al netto ci farebbe perdere circa un’ora e mezza. Continuiamo a lungo a fare domande, spesso ritornando sugli stessi punti e risultando probabilmente un po’ noiosi, ma del resto i gestori sono qui per questo, per aiutare gli escursionisti a non farsi male sulle montagne. Cartina alla mano, esaminiamo tutto il percorso e infine prendiamo la nostra decisione: ce la possiamo fare a superare lo Scarnia, non sembra nulla di terrificante. Partiremo dunque assieme per il sentiero classico, e se proprio qualcuno non se la dovesse sentire, potrà sempre tornare indietro e scegliere la deviazione. Mi sembra strano parlare nuovamente di “partire assieme”, poiché dopo l’esperienza di oggi pensavo che io e Marianne non ci saremmo più nemmeno parlati, ma alla fine siamo solo noi due a percorrere questa strada, ed è inevitabile che in qualche modo avremo ancora a che fare l’uno con l’altra. Dopo che ci siamo finalmente rilassati, è il momento di cenare. Stavolta abbiamo fame per davvero, dobbiamo recuperare parecchie energie. Il rifugio avrebbe spazio per qualche decina di persone, ma dato che noi siamo gli unici due occupanti, abbiamo l’imbarazzo della scelta nel decidere dove sederci. I tre gestori ci onorano della loro presenza sedendosi al nostro tavolo, e da lì cominciamo una chiacchierata che va ben oltre le mere informazioni sui sentieri. Io racconto della mia provenienza e spiego la storia della mia famiglia materna, che si è trasferita da tempo in Lombardia ma non ha certamente dimenticato le proprie radici venete e montanare. L’attenzione dei tre si rivolge però maggiormente a Marianne, che viene sommersa di domande sempre cortesi e partecipi, animate da una curiosità sana e non morbosa. Sono contento che ci sia un buon clima qui dentro, e che una giornata partita in maniera così precaria si stia concludendo nel migliore dei modi.
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Polenta e tosella A furia di domande, anche Marianne è costretta a cedere e a raccontare come mai è qui, come ha fatto a imparare l’italiano così bene, e altre domande classiche che si fanno ad uno straniero. I tre gestori, tuttavia, si animano in modo particolare quando Marianne rivela di avere ancora cinque giorni a disposizione da passare in Veneto, prima di tornare in Germania. Un giorno lo impiegherà domani per arrivare al rifugio Dal Piaz, un altro per arrivare a Feltre, sempre a piedi, e poi ne rimarranno ancora tre, che non sa come far fruttare. Non può anticipare la partenza, poiché il treno è già prenotato: dovrà arrabattarsi in qualche modo e cercare qualcosa da visitare. Inizia così una gara nella quale ognuno dei tre rifugianti cerca di consigliare il luogo o la città che ritiene più interessante, e la scelta cade quasi subito sulla stessa Feltre, cittadina storica ed esteticamente magnifica, ricca di musei e segni del passato, come la splendida città vecchia circondata da mura. Feltre è una cittadina che conta più o meno ventimila abitanti, ma che contiene di sicuro più storia e più cultura di qualsiasi metropoli statunitense. E pensare che io sono stato a Feltre chissà quante volte, da quando ero piccolo ad oggi, ma non mi sono mai preso la briga di visitarla veramente, tranne forse in un’occasione, nella quale accompagnavamo un amico straniero per le viuzze della città vecchia. Come al solito, quando un luogo si dà per scontato, finisce per diventare quasi insipido e non ci si fa più caso: ma basta cambiare un po’ il proprio punto di vista, e subito rivela cose nuove da scoprire, che erano sempre state ad un palmo di naso ma che non si era mai riusciti a percepire. La prossima volta che passerò da Feltre starò più attento a tutte le piccole cose belle che si trovano in giro per le strade e in mezzo alle piazze: anche questo rientra nella famosa promessa a me stesso che ho stipulato oggi. Dopo aver sbafato la polenta con la tosella, abbondante e particolarmente gustosa, torniamo a parlare un po’ del Sasso di Scarnia e delle difficoltà che ci attendono l’indomani, ma dato che tutto quello che c’era da dire è stato detto, presto il discorso
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si chiude nuovamente e ha come unico effetto quello di convincerci maggiormente che possiamo tentare il sentiero “difficile”. Ora però stiamo crollando dal sonno, è il caso di andare a dormire nel vuoto camerone comune. Marianne si sistema nel posto più distante possibile dal mio: evidentemente ci tiene alla sua privacy. Io scelgo la branda più vicina alla finestra, così l’indomani avrò il piacere di essere svegliato dai primi raggi di sole, che spero vivamente riusciranno a squarciare le nubi e a regalarci una soleggiata giornata conclusiva.

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Settimo giorno
L’ultima maratona
Sembra che io abbia visto giusto: intorno alle sei e mezza vengo destato da un chiarore rosato che non conosce ostacoli. Le poche nuvole in cielo, probabilmente spazzate via in larga misura da una brezza notturna, oggi non saranno uno degli elementi di cui preoccuparsi. O almeno è quello che mi auguro, le Vette Feltrine sono capricciose. Raccatto velocemente le mie poche cose e scendo a fare colazione, ma è ancora troppo presto e non c’è nessuno che mi può servire qualcosa da mangiare. Decido quindi di fare due passi fuori dall’edificio, ammirando la catena montuosa che oggi dovrò attraversare per intero. Lo spettacolo è notevole: anche se ormai i colori dell’alba sono sfumati, i grossi mostri rocciosi sono illuminati da una luce che non si può vedere se non a quest’ora, e che regolarmente tutti ci perdiamo, vivendo in grigi agglomerati urbani. Sto assistendo al risveglio delle montagne, e contemporaneamente l’aria pungente risveglia anche i miei sensi, ancora leggermente ottusi dal sonno. Chissà cosa mi aspetterà oggi, se dovrò ancora una volta mettere alla prova il mio coraggio, o se sarà una giornata splendida e piacevolissima, che non conosce ansie di alcun genere. Mentre aspetto di scoprirlo, scende a far colazione anche Marianne, con la quale mi sono dato appuntamento per le sette. Da vera tedesca, è puntualissima. Abbiamo una mezz’ora di tempo per rimpinzarci di cibarie e poi prendere la via verso la nostra meta finale. Non nutro grandi aspettative nella sua compagnia, e a dire il vero non ho molta voglia di camminare assieme a lei, ma convengo che potrebbe tornare utile essere in due. Tuttavia, preferirei essere da solo, e le argomentazioni razionali che dovrebbero spingermi a pensarla diversamente non mi risultano convincenti. Qualcosa mi dice che in ogni caso succederà come ieri, vale a dire che prima o poi ci separeremo e proseguiremo ciascuno per conto proprio.
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Non appena arriva Ginetta, dall’aria assonnata ma sempre vigile e attenta, facciamo velocemente il pieno di cibarie e liquidi, e in men che non si dica siamo già pronti per abbandonare il rifugio, che ieri pomeriggio ha rappresentato un luogo paradisiaco, ma che ormai è diventato solo un luogo da abbandonare in previsione di vivere l’avventura conclusiva, che si spera sarà la migliore di tutte. Al momento di saldare il conto, la donna si ricorda di avermi promesso uno sconto, e riesco a ottenere cinque euro di abbuono sul totale. Non è molto, ma considerando che nessuno la obbligava a concedermelo, posso ritenermi più che soddisfatto! Con gli ultimi ringraziamenti e i migliori auguri, lasciamo infine l’accogliente rifugio Boz e cominciamo la lunga strada verso il Dal Piaz. Mi sento pronto a qualsiasi sforzo fisico, ma non ad un altro sentiero difficile o pericoloso: speriamo che vada tutto bene. Il primo tratto, che dura circa un’ora, è esclusivamente boscoso. Tuttavia, le cateratte d’acqua che sono cadute dal cielo nei giorni scorsi fanno sì che il suolo sia estremamente fangoso, e già nei primi trenta metri abbiamo le scarpe completamente marroni. Sembra quasi un bosco fatto di acqua: il fogliame è infatti molto fitto ed è impregnato di gocce di rugiada, che si infrangono sulle giacche senza riuscire a penetrarle, ma che non cessano un momento di cadere. Se il buongiorno si vede dal mattino, questa giornata non mi convince granché: troppo umida. Camminiamo veloci e silenziosi, sfruttando le prime energie della mattinata ancora assicurate dalla sostanziosa colazione, non parliamo e sopportiamo in silenzio l’accumularsi della poltiglia fangosa sulle calzature da trekking. Non posso sapere cosa pensa la mia evanescente compagna di escursione, ma dopo aver percorso le prime centinaia di metri, il sentimento che mi sta animando è quello dello stoicismo: questa tappa s’ha da fare, in un modo o nell’altro, e non mi fermerò davanti a niente. Men che meno di fronte a un po’ di fanghiglia. Dopo la necessaria ora di scarpinata per il bosco, arriva il primo punto chiave: il Passo Finestra. Da qui il sentiero piega verso
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destra e inizia a costeggiare la montagna, restringendosi notevolmente. Ma prima di notare il sentiero, quello che mi salta all’occhio e mi lascia senza parole è il panorama della Val Canzòi. Sono circa le otto di mattina e la luce è ancora abbastanza scarsa, per cui la valle sprofonda in una cupezza che la rende quasi spettrale. Numerose catene montuose si accalcano le une sulle altre, lasciando una valle al centro che conduce dritto alla piana di Feltre, ora coperta da nuvole basse e spesse. Si vede distintamente il nastro bianco del fiume Piave. Sullo sfondo, magnificamente lontane e fiere, altre catene montuose mi ricordano che il mondo è grande e io sono troppo piccolo per poterlo vedere tutto prima di passare a miglior vita. Questo pensiero alberga spesso nella mia mente: cerco sempre di scacciarlo il più possibile, ma in momenti come questo esso prende il sopravvento e non ci posso fare nulla. A volte, vedere troppa bellezza può far male. Marianne indugia per scattare foto e girare dei video, ma io sono come sospinto da una forza misteriosa e scelgo di incamminarmi subito per la stretta lingua di ghiaia che mi condurrà fino al Sasso di Scarnia, mastodonte roccioso che intravedo in lontananza e che dovrò aggirare. Da questa distanza, vedo che il sentiero è tracciato fino ad un certo punto, poi si perde nella roccia. Spero che ciò che vedo sia solo un effetto ottico dovuto alla distanza, e che non sia invece ciò che temo: un sentiero che diventa esclusivamente scavato nella roccia. Solo proseguendo potrò capire di che cosa si tratti realmente, e ciò che mi preoccupa maggiormente è il fatto che una volta scoperto non potrò decidere di tornare indietro così facilmente. E così ora sono nuovamente solo. Mi sono defilato con grazia, in maniera invisibile: non avrei comunque saputo cosa dire a Marianne. Avrei forse accampato qualche scusa, quando la verità è che questo sentiero voglio percorrerlo per conto mio, senza nessuno attorno. In sostanza, voglio mettermi alla prova e assaporare la montagna al cento per cento, anche se ciò potrebbe portarmi a rischiare di più. Non avrei potuto confessare un
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pensiero simile, sarebbe stato offensivo. Ho preferito sparire silenziosamente. Sono sicuro che non si è offesa, anzi probabilmente non ha nemmeno notato la differenza: in tutto il tratto dal rifugio Boz al Passo Finestra non abbiamo scambiato nemmeno una sillaba. Il sentiero che percorro non è pericoloso in senso stretto, ma richiede un’attenzione costante e un passo molto fermo, per essere affrontato in sicurezza. Mantengo un’andatura lenta, molto più del necessario, proprio per non rischiare di inciampare, in quanto ciò mi metterebbe seriamente a rischio di rotolare a valle. Mi sto accorgendo anche del fatto che la stanchezza accumulata da diversi giorni, unita alla tensione emotiva sempre presente, sta rendendo difficile anche una camminata che in condizioni normali sarebbe solo un po’ pepata, ma non problematica. A volte mi trovo quasi a dovermi fermare in presenza di ostacoli banalissimi, come una radice o un sasso posizionato per traverso al sentiero: se fossi fresco e riposato li supererei in un lampo, ma ora come ora devo fare uno sforzo anche per capire come mettere i piedi e compiere i pochi passi necessari per proseguire oltre. Il sentiero non perdona anche per un altro motivo: è lungo, e pare non finire mai. Non esiste un momento in cui mi posso rilassare completamente, poiché la parete rocciosa quasi verticale a destra e il ripido strapiombo a sinistra sono presenze costanti delle quali non ci si libera mai. Ma ciò non rappresenta solo un aspetto negativo: in realtà, il bello di questo sentiero è proprio la sua intransigenza. È così affascinante voltarsi indietro e non vedere più la traccia sulla quale stavi camminando solo fino a pochi minuti prima, inghiottita dalle continue curve che fanno del sentiero un tortuoso percorso “a scomparsa”. Sembra quasi un ammonimento che la montagna mi sta dando: stai attento, sei sospeso in una zona infida e che non offre garanzie, nella quale la terra ti può improvvisamente mancare sotto i piedi. Dopo aver superato l’ennesima curva, davanti a me appare un cartello verniciato di rosso e bianco, che però non è un segnavia, bensì un indicazione che reca scritto “Tratto attrezzato”.
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Cercando di non preoccuparmi troppo, mi avvicino e scopro che un pezzo di sentiero è franato, e per superarlo è necessario tenersi alla corda, poiché se si scivola si finisce giù per un canale che pare lungo chilometri. Non mancano gli appoggi per i piedi, forniti dai monconi di roccia e da alcune zone ghiaiose che offrono lo spazio per piantarsi abbastanza stabilmente, ma nei brevi istanti che mi servono per passare dall’altra parte rivedo comunque la scena vissuta sull’Intaiada, e non posso fare a meno di agitarmi. Per fortuna non si tratta di un punto così severo, e mi bastano solo una decina di passi per arrivare oltre. Il bello è che dopo una decina di minuti incontro un altro tratto simile, però privo di corde: per superarlo sono costretto a tenermi alla parete rocciosa sulla destra, puntandomi con il bastone a sinistra e sperando di non scivolare. Stavolta sono forse cinque passi, ma doppiamente difficili rispetto ai precedenti, a dimostrazione che un sentiero di sei ore può essere reso complicato anche da pochi metri di tratti esposti. Capisco che al rifugio stavano parlando di questi pezzettini, quando mi dicevano che il sentiero è paragonabile al Troi dei Caserìn, o forse leggermente più difficile. Questo ha un che di consolatorio: ci sono buone probabilità che i punti di difficoltà siano terminati, anche perché dopo il famigerato tratto senza corde il sentiero comincia a salire lungo alcune serpentine, riparate dal burrone e meno esposte. C’è da dire che non ho ancora incontrato i tratti “aerei”, perciò non posso ancora sentirmi al sicuro. In realtà, potrò sentirmi pienamente al sicuro solo una volta che sarò tornato a casa mia, poiché la montagna può essere pericolosa anche quando si conosce a menadito la sua geografia. Il sole sta cominciando a bruciare, per cui mi fermo un attimo ad applicare la crema solare, prima di ritrovarmi completamente ustionato. Vorrei rimanere a riposare più a lungo, contemplando l’eccelso panorama che si sta aprendo sempre più con l’aumentare della quota, ma preferisco rimandare a quando mi sentirò più tranquillo, cioè dopo aver terminato la traversata del Sasso di Scarnia. Racimolo dunque le energie rimaste, per fortuna
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abbondanti, e ricomincio a salire per le serpentine, aspettandomi da un momento all’altro di trovare un sentiero fiancheggiato dal vuoto da entrambi i lati. Piegando più volte su sè stesso, il sentiero mi permette di salire velocemente di quota. Ad un certo punto però mi trovo nella spiacevole situazione di aver perso il sentiero, poiché dopo l’ennesima curva non capisco più dove devo andare. Mi guardo attorno, con un po’ di apprensione, ma non riesco proprio a vedere nulla, se non natura selvaggia. Provo a salire lungo un tratto che assomiglia vagamente ad un sentiero, ma dopo pochi metri mi ritrovo quasi incastrato: è una traccia illusoria, non si va da nessuna parte su per di là. Sono salito solo di un paio di metri lungo il fianco della montagna, tra arbusti e terra, ma già ho problemi a scendere, e ci riesco solo con un improbabile numero di contorsionismo. Come basta poco per essere sconfitti dalla natura! Ma ora devo capire dove si prosegue, non posso rimanere qui, l’ansia sta già strisciando vicino a me e minaccia di prendermi. Torno quindi indietro verso il sentiero conosciuto, e non appena lo raggiungo di nuovo, noto che la serpentina prosegue in discesa, non più in salita. La curva era talmente stretta che non l’avevo vista, ed ero convinto di dover salire ancora. Molto sollevato dalla mia scoperta, riprendo a camminare con passo incerto, rendendomi conto che queste iniziali due ore di cammino hanno fiaccato la mia resistenza mentale, più che quella fisica. Ore di esposizione al vuoto sono uno stress che non mi sento in grado di gestire ancora per molto tempo, e spero vivamente che presto il sentiero si addolcirà e mi permetterà anche di godermi la camminata senza ansie. Dopo essere sceso leggermente e poi risalito, arrivo infine a ciò che caratterizza il sentiero: il primo dei due tratti aerei. Si tratta di un monumento naturale straordinario, che incute un po’ di timore ma al contempo non può che lasciare stupefatti. Una specie di muro roccioso fa da ponte tra le due montagne, unendole con una lingua di sentiero ricoperta di ghiaia, i cui lati scendono ripidi sia a destra che a sinistra. La larghezza del tratto
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sarà di mezzo metro, più o meno, e la lunghezza non supera i dieci metri: tuttavia, per una persona che soffre di vertigini, anche questi pochi metri rappresenterebbero un tabù insormontabile. Il breve ponte naturale è uno spartiacque tra due immense vallate che, complice la giornata splendida, sono inondate di sole e risplendono maestose, saturando la vista di verde. Ma prima di sedermi in estatica contemplazione, devo superare questi dieci metri, e decido di farlo senza troppi complimenti: con decisione mi lancio sul sentiero, guardando dove cammino ed evitando di alzare lo sguardo, o peggio di fermarmi. In poche falcate sono già passato dall’altra parte, e mi stupisco di quanto sia stato facile, in relazione a come mi avevano descritto quest’attraversamento. Non ho avuto bisogno di camminare a quattro zampe né di vincere chissà quale panico: insomma, ho avuto meno problemi con il tratto considerato più impegnativo, e più problemi con ciò che mi è stato descritto come più semplice. Ma è meglio non cantare vittoria troppo presto: i tratti “aerei” sono due, e questo è solo il primo. Ora che sono passato dall’altra parte, posso rilassarmi per qualche minuto. Davanti a me si erge una scalinata intagliata nella roccia viva, con gradini quasi identici a quelli che troviamo sulle scale di casa nostra. Approfitto di uno di questi gradini per sedermi, rivolgendo le spalle al sentiero che prosegue e gustandomi la vista di queste due valli, da una posizione privilegiata e spettacolare. Quasi non so dove guardare più spesso, poiché si contendono ferocemente il primato di bellezza. Le Vette Feltrine mi hanno stupito fin da subito con la loro peculiarità, ma proseguendo e addentrandomi sempre di più nel loro reame incantato rimango sempre più colpito dai loro panorami, che paiono pennellati da un geniale pittore, tanto sono particolari. Se osservo la lingua di terra che mi ha portato fin qui ora, essa appare come una sottile e stentata linea bianca che solca il fianco della montagna come una lunga cicatrice, che non sparisce mai nonostante il passare del tempo tenda ad uniformarla alla sua pelle, cioè alla montagna. Da quassù mi
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sembra incredibile aver percorso tutta quella strada in così poco tempo, ma come al solito i momenti più intensi sono di breve durata, e so già che presto quest’avventura sarà finita, così come ogni cosa si consuma, presto o tardi. Mi sembra ieri che ho cominciato a muovere i primi passi sulle Pale di San Martino, e nonostante abbia ancora davanti quattro ore abbondanti di cammino, mi sembra che prestissimo tutto sarà terminato e dovrò ritornare alla solita vita, tra lavoro, famiglia e inghippi vari. Ciò mi spinge a respirare a fondo, a osservare avidamente le maestose valli e ad assaporare maggiormente il panino al prosciutto che ora sto addentando, perché tutte queste percezioni hanno ora un sapore particolare, che non sarà facile ritrovare di nuovo. Passo una ventina di minuti in questo stato inebriante, che però non può durare a lungo, in quanto l’intensità di un’esperienza è inversamente proporzionale alla sua durata. Ricordandomi che non sono nemmeno a metà strada, mi rialzo e continuo a salire lungo questa breve e suggestiva scala ricavata dalla roccia, poggiando i piedi su gradini talvolta corrosi e irregolari, ma per la maggior parte uniformi e quasi lisci. Immediatamente ripartono altre serpentine che mi conducono sempre più in alto, mentre le rocce prendono il sopravvento sulla vegetazione e cominciano a invadere tutto. Non passa molto tempo prima che mi trovi nuovamente al cospetto di una lingua di sentiero sospesa a metà tra due immense bolle di vuoto, a destra e a sinistra. Senza lasciare il tempo al mio cervello di preoccuparsi, colgo l’attimo e attraverso velocemente il tratto, con cinque passi sicuri che però esigono la massima attenzione. Ce l’ho fatta anche stavolta, sono passato dall’altra parte, e non è stato per niente difficile! Il secondo tratto “aereo” è più breve del precedente, ma una volta superato permette di godere di una vista ancora più spettacolare. Dato che la roccia ai lati del sentiero è assente solo in quei pochi metri, mentre prosegue ininterrotta prima e dopo, mi sembra quasi di osservare le vallate attraverso una finestra magica, cosa che più volte ho sognato potesse esistere. Una
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finestra dalla quale si possa osservare tutto il mondo da casa propria, spaziando tra deserti, altopiani ghiacciati, montagne e interminabili distese d’acqua, ogniqualvolta se ne avesse voglia. Per adesso, la mia finestra mi lascia ammirare una vallata profonda e silenziosa, nella quale per molte persone si sta svolgendo la vita di tutti i giorni, che però non riesce a raggiungermi. Da quassù infatti non vedo le automobili che circolano per le strade, non vedo le persone che lavorano, non sento i rumori molesti della modernità: vedo solo la statuaria imponenza della natura che è punteggiata qua e là di insediamenti umani, troppo piccoli e insignificanti per risaltare sulla magnificenza generale. Oltre lo Scarnia (Colonna sonora: Summoning – “Stronghold”) Questo era l’ultimo punto in cui mancano le protezioni da ambo i lati. Sono quasi arrivato alla fine del Sasso di Scarnia, e finalmente sto emergendo dalla montagna, mentre si apre una visuale fantastica sulle Pale di San Martino che ho attraversato pochi giorni fa. Quei giganteschi denti di sega mi fanno quasi impressione, se penso che sono partito da laggiù per arrivare qua: la strada che separa i due gruppi montuosi mi sembra davvero lunghissima, e stento a credere di averla percorsa in così poco tempo, ma viaggiando a piedi si fa tanta strada, più di quella che si possa immaginare. Del resto, quando ancora non esistevano i mezzi di trasporto, come si muovevano gli uomini attorno al globo? A piedi! Questo mezzo di locomozione, ormai desueto, andrebbe riscoperto per via del grande senso di libertà che comunica, e inoltre per il fatto che viaggiando a piedi si “vive” appieno ogni singolo istante. Per lasciare i ricordi più vividi, il viaggio deve essere il più lento possibile, e non esiste mezzo più lento che le proprie gambe, che tra l’altro sono anche il mezzo più affidabile, economico e antico che esista. È proprio grazie a

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loro che adesso mi sto inoltrando in un luogo particolarmente suggestivo, che non sarebbe raggiungibile in altra maniera. Il sentiero ora si snoda attraverso monoliti rocciosi che paiono montare la guardia. Mi sembra di camminare attraverso una Stonehenge in versione montana, con il sentiero che piega più volte e diventa tortuoso, in parte nascosto da una tenue nebbiolina che avvolge questo lato della montagna. Difficile non sentirsi osservati, camminando a fianco di queste rocce grosse come capanne: facendo riferimento alla mitologia nordica, potrebbero benissimo essere dei troll pietrificati dalla luce del sole. Creature mostruose che ora osservano i viaggiatori con malignità, ma senza più nuocere. Una volta emerso dal pittoresco reame delle rocce, il sentiero comincia a scendere, inizialmente costeggiando uno strapiombo spettacolare e poi fiancheggiando pareti quasi perfettamente verticali, che grondano incessantemente umidità. Tuttavia, la discesa non dura molto, poiché si riprende quasi subito a salire. La vegetazione inizia a cambiare, compaiono pini mughi e arbusti, mentre gli alberi progressivamente spariscono e lasciano il posto all’erba. Il Sasso di Scarnia è ormai aggirato, e sto cominciando a salire verso l’Alpe Ramezza, a quota duemila metri. Per raggiungerla percorro un lungo tratto che si fa strada tra ammassi rocciosi e aspre pendici, fino ad arrivare ad un plateau erboso dal quale godo di una vista completa sulla pianura di Feltre. Alcune montagne, poste centralmente rispetto alla scena, emergono con la cima da un basso strato di nubi, mentre le catene montuose più distanti appaiono quasi del tutto sgombre. Il sole splende con forza, e in questo momento capisco di trovarmi in uno dei punti più panoramici delle Vette Feltrine. Chissà quante volte, da piccolo, passando per Feltre e i suoi dintorni ho guardato quassù, verso le cime delle montagne sulle quali ora poggio i piedi; non sapevo i loro nomi, non sapevo a che quota si ergessero, non sapevo cosa ci fosse sopra; insomma, non sapevo nulla di loro, eppure già le guardavo con ammirazione. Ecco che ora mi ritrovo proprio su quelle
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montagne, ad osservare il ricordo di ciò che ero laggiù in quella valle, più di dieci anni fa. Chissà se in quel distante agglomerato di abitazioni è rimasto qualche segno tangibile del mio antico passaggio: un’orma, un ciottolo scheggiato, un segno tracciato sul terreno. Sarebbe bello che ci fosse ancora qualcosa. Anche solo il ricordo nella mente delle persone che vivono lì. Presto spariscono del tutto le piante ad alto fusto e comincia un lungo tratto erboso, attraverso il quale cammino speditamente, incontrando infine una vecchia mulattiera militare che attraversa un ghiaione. Mi trovo ora in una specie di conca, annegata nella luce solare, che si riflette in maniera quasi abbacinante sulle roccette bianche che compongono la vasta frana. Ovviamente, non c’è anima viva nel raggio di chilometri. Sono piuttosto stanco, ma tutto sommato il fisico regge ancora bene: è sufficiente la bellezza del paesaggio a rinvigorirmi, ovviamente con l’aiuto della cioccolata e dei sostanziosi panini che consumo voracemente in questa oasi di luce. Penso di aver vissuto raramente un momento così perfetto: sono in piena salute, non c’è nessuno attorno a me, niente che mi infastidisca, niente che mi possa causare problemi. Sono circondato da scenari surreali e fantastici, il meteo è splendido e sono perfettamente in pace con me stesso. Cosa si può desiderare di più? Alpe Ramezza Dopo lo spuntino, attraverso il ghiaione e comincio una lieve salita che mi porterà in breve sulla cima dell’alpe Ramezza. L’erba è punteggiata da fiori dai colori stupefacenti: viola, giallo arancione, blu intenso, colori dalle gradazioni mai viste prima. So che le Vette Feltrine sono famose per l’eccezionale varietà della flora, e presumo che questi fiori così splendidi siano anche di straordinario valore botanico: guai anche solo pensare di calpestarli, o peggio, di strapparli e portarseli via. Sarebbe una vera e propria violenza nei confronti della montagna. Mantengo invece una rispettosa distanza da quei bellissimi petali colorati,
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avanzando lungo il sentiero che ormai sta per superare il crinale. La pendenza rimane sempre lieve, poi aumenta improvvisamente, finché si apre la visuale sulla vallata del Primiero…e in questo momento ho la certezza di essere di fronte alla visione più bella che il mio viaggio ha da offrirmi. Non so dire se sia più spettacolare questo panorama o quello che vedevo dalla Cima Fradusta: certo è che mi sento quasi il padrone del mondo. E forse, dato il contesto in cui mi trovo, non sono molto lontano dalla verità. Come i signorotti medioevali salivano sulle alture per ammirare i loro territori, sembra che io sia salito quassù per avere una visione completa del mondo sottostante, che per un breve momento mi sembra “mio”. La valle si estende interminabile, spaziando per decine di chilometri, mentre le catene montuose la circondano senza mai interrompersi, al massimo accavallandosi le une sulle altre. Sulla destra sono ben visibili le Pale di San Martino, che appaiono in tutta la loro selvaggia bellezza, con quelle forme così irregolari e fascinose. Di nuovo mi torna alla mente che sono partito da laggiù, solo pochi giorni fa, e ora mi trovo quasi al termine del mio viaggio, ad una distanza che pare incolmabile dalle gambe umane, e invece è risultata perfettamente fattibile. Ciò mi fa pensare al fatto che i viaggi sono più che altro questione di volontà, e non tanto questione di forza o resistenza fisica. Dopo essere rimasto una decina di minuti in immobile e religioso silenzio, contemplando la magnificenza delle Dolomiti, decido dunque di proseguire, poiché anche il più eccezionale panorama non può essere ammirato per troppo tempo senza che poi inevitabilmente l’interesse diminuisca e la mente inizi a vagare altrove. Non voglio arrivare a questo punto, guastando l’emozione che tale vista mi ha provocato, per cui riprendo a camminare con passo svelto, in attesa di giungere alla Piazza del Diavolo. Noto che il sentiero ora scende leggermente e si sviluppa lungo un pendio erboso estremamente ripido, sul quale devo fare moltissima attenzione, poiché l’erba alta si ripiega sul sentiero e lo rende a tratti scivoloso. Mentre cammino devo
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osservare il terreno, non posso permettermi di guardare altrove o rischio di mettere un piede in fallo e scivolare giù. Solo una volta che il tratto è concluso posso soffermarmi ad osservare un gigantesco sperone roccioso che si erge proprio davanti a me, dalla forma irregolare, e che pare scavato da millenni di erosione in quanto è striato da livelli rocciosi differenti. Quando mi capita di vedere montagne dalla forma così strana, aspre e inaccessibili, mi viene in mente sempre la stessa cosa: immagino di poter essere teletrasportato all’istante in uno dei punti più impervi di tale montagna, come potrebbe essere un costone roccioso quasi verticale oppure un prato racchiuso tra canali di roccia, e cerco sempre di immaginarmi cosa proverei. Sarei sicuramente in preda al terrore, totalmente sperduto e senza la minima possibilità di fare alcunché per mettermi in salvo. Esattamente quello che potrebbe capitare se perdessi il sentiero e scivolassi in un canalone, oppure se improvvisamente mi trovassi in mezzo a una frana, o ancora se venissi sorpreso da un grande temporale. Possono bastare anche solo dieci minuti per vedere una montagna coprirsi di nuvole tempestose, quando fino a un attimo prima il cielo era completamente limpido. Il confine tra fantasia e realtà, quindi, non è così netto: anche ora che sono relativamente vicino alla mia meta finale, non devo dimenticare che sono ancora sperduto in mezzo al nulla e che non mi devo considerare fuori da possibili pericoli. Piazza del Diavolo (Colonna sonora: Askival – “Eternity”) Con la dovuta attenzione, supero indenne anche questo tratto “aereo”, e posso finalmente dire di aver superato l’ultimo dei punti difficili. Al rifugio Boz, infatti, mi ricordo che qualcuno aveva accennato ad un “passaggio a nord”, situato poco prima della Piazza del Diavolo, e che tale passaggio avrebbe potuto costituire un problema per chi soffre di vertigini, ma che una volta superato avrebbe spianato la strada ad una camminata
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perfettamente tranquilla e sicura. Doveva per forza essere questo, non ci sono dubbi. Per stavolta voglio essere ottimista. Inoltre, la mia convinzione viene rafforzata dal fatto che proprio ora sto iniziando ad addentrarmi nella Piazza del Diavolo, facilmente riconoscibile anche dopo averla vista in foto una sola volta. La visuale sulla vallata sparisce, i sentieri esposti finiscono, e presto mi ritrovo chiuso in quest’enorme pentolone naturale, che non solo è un luogo affascinante, ma gode anche di una fama particolare. L’Alta Via 2 viene infatti chiamata anche “Via delle Leggende”, e l’anfiteatro che sto attraversando ha dato vita a una di queste: secondo la tradizione popolare, qui si riunivano streghe e demoni per festeggiare i loro rituali oscuri al calar della sera. Obiettivamente, il luogo ha un qualcosa di fatato e arcano: osservando in giro posso vedere centinaia di rocce irregolari ammassate le une sulle altre, che formano complessi inquietanti e modellati da forze sconosciute, forse non solamente dall’erosione. Alcune rocce hanno forme veramente strane: i macigni paiono teste di creature mostruose, artigli affilati e giganteschi tappeti di denti, residui di strane esplosioni, esiti di valanghe inarrestabili che non si capisce bene dove abbiano concluso la loro corsa. Ovviamente, non c’è alcun segno di presenza umana, a parte il tenue sentiero. In particolare mi colpisce una roccia perfettamente rettangolare, che sta adagiata sul fondo della conca, e ricorda moltissimo un libro chiuso. Che sia un antico grimorio utilizzato da qualche sacerdote oscuro, e ora pietrificato dal passare degli eoni? Attraverso la Piazza in totale silenzio, gli unici rumori sono quelli dei miei scarponi che scricchiolano sulle roccette e sulla rada vegetazione arbustiva. Camminando in un luogo simile viene quasi spontaneo fare meno rumore possibile: gli antichi demoni potrebbero svegliarsi. Sono tutte superstizioni, ma non si sa mai…in fondo all’anima c’è sempre il dubbio che tutte queste leggende abbiano un fondo di verità. La sensazione di trovarmi in un luogo soprannaturale viene amplificata dalla nebbia, che ristagna sul fondo della conca e sta ora cominciando lentamente a
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salire verso l’alto: potrebbe benissimo essere il fumo del calderone dove si celebrava il Sabba. Non mi fermo quasi mai durante la veloce traversata della Piazza, che si affronta camminando sempre in alto: sembra quasi che il sentiero sia stato tracciato così perifericamente apposta per tenere lontani i curiosi dal misterioso centro della conca. Non so perché, ma la Piazza non mi ispira una serena contemplazione, perciò non mi fermo se non per pochi minuti: continuo a camminare e presto arrivo al valico che conduce al cupo valico di Pietena, che fu un importante rifugio partigiano durante la guerra. Prima di attraversare il passo, getto un ultimo sguardo indietro verso la Piazza del Diavolo: ormai si sta coprendo quasi completamente di nebbia. Sembra quasi che i malefici fumi abbiano voluto concedermi di passare, squarciandosi temporaneamente per il tempo necessario a farmi attraversare la conca, mentre ora si stanno richiudendo minacciosi, tentando di sbarrare la strada a chi osasse passare di nuovo. Se davvero c’è qualcuno nascosto laggiù, non posso che ringraziarlo per avermi concesso la vista di uno dei luoghi più particolari di tutte le Dolomiti. Ma ora è tempo di proseguire, scacciando anche i tristi pensieri sulla guerra, e di puntare dritti verso la Busa delle Vette Grandi, conca ancora più enorme dell’altra, che appare improvvisamente dopo aver superato una leggera pendenza. Come a simboleggiare il diverso carattere delle due località, la Busa è quasi completamente sgombra da nebbia. Solo alcuni brandelli di vapore si muovono pigramente sul fondo, in attesa di una corrente d’aria calda che li sollevi e li sbrindelli in goccioline troppo fini per essere considerate tali. Il sole, che poco fa era scialbo e spento poiché nascosto dalle nuvole, è tornato a splendere con forza e mi regala una luce scintillante, positiva e serena. Ora mi sento pienamente al sicuro: so che laggiù, oltre quella salita, c’è il Passo delle Vette Grandi, ultimo valico dell’Alta Via. Per raggiungerlo non devo fare altro che incamminarmi su questa comoda mulattiera, con uno stato d’animo a metà tra la gioia e la tristezza. Gioia, perché so di essere ormai arrivato e che presto ritroverò la civiltà; tristezza per il medesimo motivo. L’ultimo valico, così come la
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fine di qualsiasi cosa, non può non portare con sé uno spesso velo di malinconia. Ancora non sono consapevole del fatto che quel velo me lo sarei portato dietro per molto più tempo di quello che mi sarei aspettato. La grande Busa Mentre comincio a scendere verso il centro della Busa, il mio pensiero si rivolge agli scalatori che dopo immani fatiche conquistano vette altissime come l’Everest, l’Annapurna, il K2 e tanti altri mastodonti. Nel momento in cui compiono l’ultimo passo e si rendono conto di essere arrivati in vetta, mentre un eccezionale panorama si dispiega davanti ai loro occhi, sono sicuro che provano una felicità difficilmente descrivibile. Eppure, non mi sento da meno: nonostante non abbia compiuto niente di paragonabile a quelle imprese mostruose e storiche, che richiedono decenni di dura preparazione, dedizione assoluta e una volontà d’acciaio, credo che la sensazione sia più o meno la stessa. Anche la Busa delle Vette riempie di meraviglia e ammirazione con la sua bellezza, esattamente come la vista della potente catena dell’Himalaya, osservata dal punto in cui niente può più impedire la visuale dell’orizzonte. Qualcuno potrà dire che non c’è paragone tra i due panorami, e soprattutto tra le due sensazioni: e io potrei rispondere che nulla è oggettivo, perché qualsiasi cosa viene sempre filtrata dagli occhi e dallo stato d’animo di chi lo osserva. Chi può entrare nel mio cervello e dire che io provo qualcosa “di più” o “di meno” rispetto a un’altra persona? Le caviglie e i piedi mi fanno ormai malissimo, le gambe sono distrutte dalla fatica, gli occhi affaticati dal sole riverberante; tuttavia, il pensiero di essere ormai quasi arrivato mi sprona a continuare il cammino senza indugi. Non so perché, ma sento uno strano bisogno di arrivare in fretta. In teoria dovrei rallentare e cercare di far durare questo momento il più a lungo possibile, dato che comunque è l'una, sono in anticipo sulla tabella di
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marcia e non mi corre dietro nessuno. Dovrei cercare di ritardare il più possibile il momento in cui dovrò dire a me stesso “Sì, è davvero finita”, e invece sto accelerando il passo. Probabilmente è perché non amo le situazioni transitorie: preferisco concludere ciò che sto facendo senza lasciare nulla in sospeso. Anche se ciò significherà accorciare il tempo che passerò su queste meravigliose montagne. La Busa delle Vette Grandi ospita una malga di una certa importanza, e non è una malga qualunque: essendo di proprietà del cugino di mia madre, non posso esimermi da una visita di cortesia. Ricordo la posizione della grande stalla che accoglie decine di mucche e altri animali, una struttura difficile da non notare, ma camminando lungo la mulattiera non riesco a scorgerla. Forse è coperta da un qualche genere di altura, che rende impossibile individuarla a meno di essere proprio vicini. Tutto ciò che vedo è una mandria di mucche che pascolano beate a qualche centinaio di metri da me, tra continui scampanellii che probabilmente le infastidiscono non poco. Spero solo che non ci sia un toro in mezzo ad esse, poiché il sentiero ora sta virando verso sinistra e dovrò avvicinarmi parecchio alla periferia della mandria. La vista di questi animali, molto più domestici rispetto ai caprioli o agli stambecchi, paradossalmente mi intimorisce di più: se un animale selvatico quasi sempre scappa al contatto con l'uomo, il toro potrebbe al contrario inferocirsi e caricare. Fortunatamente, nulla di ciò accade: gli animali mi ignorano, continuando a brucare la loro erba, e presto diventano un ricordo, che mi torna alla mente solo quando percepisco i deboli suoni provenienti dai campanacci, ormai lontani. Un cane arrabbiato Sono ormai oltre la metà del mio percorso lungo la Busa, ma della malga Vette Grandi ancora non c'è traccia. Possibile che non ci sia più? Ma no, deve esserci per forza. Sarà solo un po' nascosta. Il sentiero vira verso l'alto e comincia a diventare
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ghiaioso, avvicinandosi alle pareti della conca, e finalmente dopo una decina di minuti mi giro e vedo la malga a meno di cento metri in linea d'aria. Eccola lì! Proprio come me la ricordavo dalla mia ultima visita, quando il proprietario ci regalò diverse forme di formaggio giganti che imbandirono la nostra tavola per molto tempo. Il complesso di edifici non si vedeva dall'inizio della Busa poiché si trova in una depressione del terreno, e quindi era rimasto nascosto. Comincio subito a scendere lungo il sentierino che conduce alla malga, ma qualcosa mi ferma immediatamente: vicino all’entrata dell’edificio principale, un rabbioso cane sta diventando idrofobo a furia di abbaiarmi contro. Rimango fermo qualche minuto ad osservare il suo comportamento: non c'è niente da fare, non si calma. Non amo i cani, soprattutto quelli arrabbiati, perciò sono molto combattuto tra il desiderio di salutare i miei lontani parenti e la necessità di evitare quella belva assatanata, che se potesse mi dilanierebbe di sicuro. Solo dopo che sono passati cinque minuti di immobile riflessione mi accorgo che il cane continua a girare in tondo, e che ormai ha quasi scavato un solco nel terreno a furia di camminare lungo quella linea. Ma certo, è legato al palo con la catena! Dovevo immaginarlo subito che i padroni non avrebbero lasciato il loro cane in libertà, con il rischio che azzannasse qualche incauto escursionista come me. Anche se non sono tranquillo fino in fondo, poiché la belva continua a contorcersi e a latrare, arrivo fino al cancello della malga ed entro, rimanendo sempre a distanza di sicurezza dall'animale. Dopo pochi minuti capisco che non c'è nessuno: tutte le stanze sono vuote, anche se le finestre sono aperte e il luogo ha l'aria di essere stato abbandonato da poco, con l'intenzione di ritornarvi presto. Probabilmente i mandriani stanno radunando gli animali per iniziare le operazioni di rientro in paese, poiché presto farà troppo freddo per tenere quassù le mucche. Lascio comunque un messaggio scritto, con i saluti miei e della famiglia, nonché i migliori auguri per una produzione di formaggio eccellente. Sono sicuro che li gradiranno, al loro ritorno.
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Un po' deluso dalla fallita spedizione, ma felice di allontanarmi dal latrante bestione che a causa mia non riesce proprio a darsi pace, ritorno sul sentiero principale e riprendo la leggera salita che sta per portarmi trionfalmente al Rifugio Dal Piaz. Non manca ormai molto allo scollinamento del Passo Vette Grandi: come a simboleggiare una salita trionfale, la pendenza del sentiero non lascia intravedere nulla di ciò che si trova al di là del passo. Curiosamente, iniziano a mancarmi le forze. Ancora una volta si sta avverando il solito copione: nel momento in cui la meta di un viaggio si delinea davanti ai miei occhi, le energie che mi hanno sorretto per ore vengono improvvisamente a scarseggiare, come se fossero risucchiate da un potente aspiratore. Nei cento metri scarsi che mi separano dal punto oltre il quale si può solo scendere, mi fermo almeno dieci volte per riprendere fiato, mentre le gambe quasi non mi vogliono obbedire. Sarà un messaggio del mio inconscio, che in realtà non vuole che io arrivi e cerca di trattenermi ancora per un po' nel fatato mondo dolomitico? Tuttavia, c'è da dire che ormai sono in cammino da sei ore, e che non mi sono quasi mai fermato a riposare. Rientro a sorpresa Nei pochi metri che mi separano dal Passo Vette Grandi, mi torna in mente un’esperienza vissuta su queste montagne circa un anno prima, durante un freddo mese di maggio. Anche in questo caso il protagonista era il rifugio Dal Piaz, che ora mi sta aspettando dietro il crinale. Il programma era il seguente: partendo da Aune, io e un mio amico avremmo dovuto superare mille metri di dislivello, arrivare al rifugio, pernottare nell’annesso bivacco (a maggio la struttura principale è chiusa) e ridiscendere il giorno dopo verso casa. Un programma apparentemente semplice, ma che venne funestato da diversi piccoli inconvenienti che resero l’escursione travagliata, anche se memorabile. Decidemmo di salire dal sentiero di Sant’Antonio, una via
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secondaria e impegnativa che comincia subito a nord del paese e conduce fin sulla piana delle Vette. Dopo aver superato le ultime baite del Vallon di Aune, immerse nel fitto del bosco, sbagliammo strada e ci incamminammo lungo un sentiero cieco che progressivamente andava a scomparire nella boscaglia. All’inizio non ci accorgemmo di nulla, finché non ci trovammo praticamente in mezzo al bosco selvaggio, appesi in un punto imprecisato del fianco della montagna. Quando capimmo che quel sentiero era ingannevole, realizzammo di aver buttato via la bellezza di un’ora e mezza di cammino per niente. Tra l’altro, non avevamo camminato in piano, bensì lungo una salita incerta e ripida, che ci tradì spudoratamente e ci prosciugò molte energie preziose. Solo dopo scoprimmo che quel sentiero era una vecchia stradina per il pascolo delle pecore, ormai in disuso da decenni. Imprecando, voltammo i tacchi e ridiscendemmo, scivolando e incespicando quasi ad ogni passo sui tappeti di foglie secche e sull’instabile erbaccia di quel finto sentiero. Quando riuscimmo a trovare la traccia giusta, seminascosta nella boscaglia e segnalata in maniera quasi invisibile, cominciammo infine a salire lungo l’ispido sentiero di Sant’Antonio, che si inerpica tra i massicci di Monsanpian e Cavaren, penetrando nel cuore della montagna come una lama affilata. Un sentiero impressionante, a volte esposto, piuttosto lungo e faticoso. Ma non solo, è anche un sentiero ingannevole: più volte perdemmo la strada, andando a finire in mezzo alle rocce per poi accorgerci di dover tornare indietro per qualche decina di metri. Una volta arrivati in cima, alle stalle di Monsanpian trovammo quello che doveva essere un bivacco, ma che in realtà si rivelò essere nulla più che quattro mura di pietra e un tetto, senza assolutamente nulla all’interno. Ma la cosa più importante è che il suddetto bivacco era completamente circondato da neve, che ammantava anche le vicine creste! Lì ci rendemmo conto di aver commesso un errore di valutazione, poiché se dal fondovalle le montagne apparivano pulite e sgombre dal bianco elemento, in quota la storia era ben diversa. Dopo aver scartato l’ipotesi di pernottare nel bivacco, in
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quanto era decisamente poco invitante, raccogliemmo le forze residue e proseguimmo nella camminata verso il rifugio Dal Piaz. La strada che parte da Monsanpian è quasi tutta pianeggiante e percorre alcune larghe conche, solcandone i margini esterni: tuttavia, non passò molto tempo prima di trovarci ad affondare nella neve fino alle ginocchia, mentre il tempo passava ed erano ormai arrivate le cinque del pomeriggio. Per fortuna il meteo sembrava clemente. Ma il bello doveva ancora arrivare: ad un certo punto, arrivati all’inizio di una vasta conca, ci accorgemmo che il sentiero era interrotto a causa di una frana! Già da lontano si vedeva che non sarebbe stato possibile passare, a meno di rischiare una traversata su un lastrone di neve e rocce instabili. Non sapevamo più che pesci pigliare, quando all’improvviso ci accorgemmo che orme umane ci avevano preceduto e si allontanavano dal sentiero, in direzione del centro della conca. Qualcuno prima di noi era riuscito ad aggirare l’ostacolo! E così ci mettemmo in marcia lungo quella traccia stentata e appena visibile, creata da un impavido esploratore che molto probabilmente avremmo poi trovato al bivacco, sempre ammesso che ci saremmo arrivati per davvero. La conca pareva interminabile, e al centro si affondava quasi fino alle cosce, ma tra sbuffi e sforzi riuscimmo infine a riguadagnare il sentiero, dopo aver tagliato in due l’immensa scodella. Il buio stava cominciando a calare sulla scena, quando finalmente dietro un costone erboso apparve la sagoma del tanto agognato rifugio, raggiunto dopo nove ore di camminata. La felicità salì ai massimi livelli, poiché non saremmo nemmeno stati in grado di affrontare una notte all’esterno, in quanto privi di tenda e sacco a pelo. Se fossimo stati sorpresi dal buio, avremmo passato una nottata decisamente spiacevole. Percorremmo dunque le poche decine di metri necessarie per arrivare al bivacco, che si trova sul retro del rifugio. Il bivacco è una piccola costruzione in legno, lunga poco più di tre metri e larga due, che ospita quattro brande per gli escursionisti “fuori stagione”, cioè che si avventurano per le montagne nei periodi
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insoliti. La neve lassù in cima era così alta che tutto l’edificio era circondato da una spessa muraglia bianca alta circa un metro. Un vento teso e inquietante iniziava a soffiare, perciò ci rintanammo subito all’interno, con metà pantaloni inzuppati di acqua e una spiacevole sensazione di stanchezza mista a freddo, quello che penetra nelle ossa e non ti molla più. Dentro questo piccolo ma accogliente bivacco trovammo il nostro salvatore, colui che aveva aperto per primo la via lungo la conca nevosa: si trattava di un ragazzo ventottenne, che come noi aveva programmato una capatina al rifugio. Subito ci spiegò di aver abbandonato il sentiero dopo aver notato la frana, consapevole che sarebbe stato pericoloso tentare di attraversarla. Esattamente ciò che avevamo pensato noi. Poi iniziammo a chiacchierare un po’ di montagne e di trekking, con quella complicità che si forma subito tra persone sconosciute che si trovano a condividere un momento piuttosto particolare, nel quale le condizioni ambientali sono ostili. Nessuno, infatti, riusciva a ignorare il freddo pungente che invadeva il bivacco, ovviamente privo di riscaldamento e di qualsivoglia altro servizio. Mentre approfondivamo la nostra conoscenza, ricevemmo una visita inaspettata: un altro escursionista solitario, che ricalcando anche lui i nostri passi andò ad occupare il quarto ed ultimo posto nel bivacco! Per quanto fossimo contenti di avere un’altra persona con cui parlare e magari condividere cibarie e bevande, cominciammo a preoccuparci un po’ delle condizioni di potenziale sovraffollamento. Se infatti fosse arrivato anche solo un escursionista in più, avremmo dovuto inventarci un qualche sistema per fargli posto, dato che l’etica montana impone categoricamente di accogliere tutte le persone in difficoltà. Fortunatamente, il quarto arrivato risultò essere l’ultimo. Questo ragazzo, anch’egli intorno ai trent’anni di età, spiegò che stava iniziando a percorrere l’Alta Via, partendo però da Feltre e non dalla tradizionale Bressanone, e quindi andando in senso contrario. Partì quindi una discussione con l’altro escursionista solitario, che lo interrogò sul suo equipaggiamento, e vedendolo piuttosto deficitario affermò che secondo lui non sarebbe stato
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possibile completare l’Alta Via in questo modo. Troppa neve e troppa poca attrezzatura per affrontarla, fu il suo giudizio. Li lasciammo nelle loro disquisizioni e, dopo una cena simbolica condita da un rovente caffè, ci preparammo per la notte. Non potrò dimenticare la mia bardatura notturna: dormii con tutti i vestiti, la giacca, più cinque coperte di lana una sopra l’altra. Fortuna che ce n’erano in abbondanza. Durante la notte, serena e ventosa, il nostro loculo fu invaso da rumori simili a esplosioni, talmente potenti da farci temere che la montagna stesse crollando su sé stessa, polverizzandosi come un gigantesco castello colpito alla base da decine di cannoni. In realtà si trattava solo del feroce assalto dell’aria, che sibilando e sbuffando fragorosamente ci ricordò che eravamo stati davvero fortunati a raggiungere un riparo in tempo. Quella fu un’esperienza che mi rimase impressa, e che ora rivivo minuto per minuto, mentre finalmente supero il Passo Vette Grandi e comincio a scendere lungo la stradina che in poche decine di metri mi recapita davanti al rifugio Dal Piaz. Sulla linea del crinale c’è una pietra dipinta che indica la strada per il monte Pavione: proprio quella montagna che vedevo apparire lontanissima dall’altopiano delle Pale di San Martino, e che ora ho praticamente raggiunto! Da questo punto ci vuole solamente un’ora e un quarto per conquistarne la vetta. Ripromettendomi di pensarci più tardi, in quanto ormai il mio desiderio è solo quello di riposare e mangiare qualcosa, non mi fermo e raggiungo subito il rifugio, dipinto con il suo bel colore a metà tra il rosa e l’ocra. L’edificio è avvolto da una nebbiolina persistente, che lascia intravedere le immediate vicinanze della costruzione, ma scherma completamente la vallata, forse per il gusto di farmi sentire isolato. Non manca tuttavia un po’ di presenza umana: due ragazzi stanno accovacciati vicino ad un minuscolo laghetto artificiale, mentre qualche zaino è appoggiato sulle panche esterne del rifugio. Nel momento in cui spingo il portone di legno e varco la soglia del rifugio, rimango per un attimo interdetto: l’esterno è uguale, ma dentro è cambiato tutto! Sono parecchi anni che non entro più nell’edificio principale, e noto che è stato tutto rimodernato e ampliato. Il sapore rustico
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che si respirava anni fa è stato sostituito da un piglio più moderno, funzionale, adatto a ospitare un numero più elevato di persone. Non so dire se ciò sia un bene o un male: le cose sono sempre destinate a cambiare, niente rimane per sempre, nemmeno la raccolta e confortevole atmosfera di un vecchio rifugio montano. Non vedo più nemmeno la sedia di vimini sulla quale un pacifico gatto e un peloso cagnolino dormivano assieme, con un’espressione beata stampata sul muso; chissà se quegli animali sono ancora vivi, e se il loro giaciglio non è magari stato spostato al piano di sopra, per essere usato come arredo in qualche camera. Non so nemmeno come sono le camere: tutte le volte che sono capitato quassù non mi sono mai fermato a dormire. A posteriori, un po’ me ne pento. Adesso avrei la possibilità di rimediare: il mio programma originario è per l’appunto riposarmi un po’, dormire qui e l’indomani raggiungere la cima del Pavione, per poi ridiscendere fino ad Aune e concludere in bellezza la mia avventura. Tuttavia, c’è qualcosa che mi spinge a proseguire e a concludere subito ciò che ho cominciato partendo dal rifugio Boz. Un impulso di quelli che non si possono spiegare e che solleticano la coscienza: non posso ignorarlo, e conoscendomi so che alla fine cederò. Ma per adesso la mia preoccupazione è un’altra: rifocillarmi. Nel momento in cui prendo posto ad un tavolo e mi siedo, comincio a rendermi conto di essere fisicamente distrutto. Piedi doloranti, caviglie martoriate, quadricipiti infiammati, schiena a pezzi nonostante la relativa leggerezza dello zaino, clavicole segate in due e rossissime a causa dei legacci del medesimo; tutto suggerirebbe di rimanere a dormire qui, stanotte. La mente razionale tuttavia non riesce a prevalere sull’istinto, così decido di mangiarmi una pastasciutta per poi scendere subito ad Aune. Il monte Pavione dovrà aspettare: per questo turno mi accontento di averlo visto da lontano, e di averlo solo gentilmente sfiorato. Dentro di me sento che non è ancora arrivato il momento di conquistarlo. Forse perché inconsciamente voglio riservarmi un motivo per tornare qui un’altra volta.
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L’ultima discesa (Colonna sonora: Shape Of Despair – “Shades Of…”) Le due donne che gestiscono il rifugio, e che non ricordo di aver mai conosciuto nelle mie passate avventure, non mi dimostrano particolare interesse e si limitano a ricevere la mia famelica ordinazione con qualche sorriso di circostanza, ma senza risultare sgarbate. Fanno semplicemente il loro lavoro, né più né meno. Del resto, non è nemmeno mia intenzione intessere relazioni sociali, in questo momento. Ho semplicemente una fame inarrestabile e attendo con ansia il momento di gettarmi sul cibo. Quando finalmente arriva il piattone di pasta al sugo, lo divoro in due minuti con una voracità che non pensavo di possedere. Ma in effetti è tutto il mio organismo che è preso da una specie di frenesia, non solo alimentare. Qualcosa mi dice che devo prendere e andare, e anche volendo non riuscirei a rilassarmi e a impormi il contrario. Mi rimetto quindi gli scarponi, tolti per qualche minuto così da far evaporare le tonnellate di sudore che giacciono all’interno, raccatto tutte le mie poche cose e mi dirigo alla cassa per pagare. Prima di congedarmi, tuttavia, ritengo doveroso avvertire le due signore del fatto che sta arrivando anche Marianne, che ormai ho quasi rimosso dalla memoria. Lei sa che io dovevo arrivare qua, ma sa anche che in teoria io mi sarei dovuto fermare per la notte. Non vorrei quindi che arrivasse qua, non mi trovasse e pensasse che mi sia capitato qualcosa lungo la strada. Lascio dunque in consegna di comunicarle la mia decisione di scendere in anticipo, così da non far partire inutili spedizioni di soccorso. Sciolto anche quest’ultimo vincolo morale, sono di nuovo libero e posso cominciare la mia ultima discesa. So già che sarà una discesa piena di sensazioni e di ricordi, poiché d’ora in poi ogni punto del percorso mi risveglierà episodi già vissuti, e il mio occhio si poserà costantemente su panorami già familiari. A questi aggiungerò l’esperienza attuale, che andrà a sommarsi e ad arricchire l’immagine che ho di questa lunga e sinuosa serpentina
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che conduce dritto dritto al mio paese, snodandosi tra le aspre pendici dei monti di granito posti al margine estremo delle Dolomiti. Per un attimo sono in dubbio se ridiscendere per il sentiero di Sant’Antonio, fascinoso ma impegnativo, o se scegliere la via più semplice, e non meno panoramica: ma l’ago della bilancia pende velocemente verso la seconda ipotesi. Voglio togliermi di dosso ogni sensazione di precarietà, e sentirmi finalmente sicuro nell’abbraccio della montagna, piuttosto che sempre in bilico. Per giorni sono stato sospeso nell’incertezza, ora ho voglia di un po’ di tranquillità e di pacata contemplazione. Per questo motivo, inizio a scendere diritto davanti al rifugio, evitando di imboccare la mulattiera che si allontana in direzione laterale. Il sentiero è tortuoso e ricchissimo di svolte e tornanti, ma è finalmente largo, spianato e ben tracciato, con dei rudimentali parapetti di plastica e fil di ferro a fungere da vaghe protezioni. La nebbia è piuttosto fitta e non c’è nessuno che percorre il sentiero, per cui mi sento per metà disperso e per metà sicuro: disperso perché non vedo praticamente nulla a parte il sentiero, sicuro perché so esattamente dove andare e so che la strada non mi tradirà. In qualche modo si ricorderà di me e della passione che ho messo nel camminare su queste vie, tempo fa: sono convinto che non mi giocherà brutti tiri. Mentre cammino, una musica spettrale e ipnotica mi avvolge con queste parole: “Sono un viaggiatore solitario in attesa di riposare in eterno sotto questi freddi boschi”. Un brivido mi percorre la schiena, mentre sento la catacombale voce declamare questa poesia oscura. Quel solitario viaggiatore potrei essere io. Ma improvvisamente, dopo l’ennesimo tornante, riemergo dalla cappa biancastra e torno alla prorompente luce del giorno, che spazza via l’effetto dell’angosciante litania. Noto solo
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ora che la montagna è avvolta da una massa candida che pare un cappello, e che traccia un confine netto lungo le irregolari sporgenze rocciose, le quali paiono così livellate e poggianti su uno stesso piano. L’effetto “mozzato” è molto particolare, sembra quasi un confine tra il mondo fatato delle Dolomiti e quello più ordinario della civiltà moderna: ma dire dove sia situato esattamente questo confine è difficile, poiché la nebbia si muove sempre, lentamente ma costantemente. Forse il confine cambia anche in base a quanto ognuno di noi è disposto a lasciarsi indietro, mentre parte per la montagna armato di zaino e bastone. Sta di fatto che ora ho superato quell’impalpabile linea di demarcazione, sentendomi di nuovo vicino alla civiltà eppure ancora indissolubilmente legato a quel poco di montagna che mi rimane da vivere. La sensazione di essere ormai tornato a casa nasce dalla vista del mio paese, che per un breve tratto di sentiero compare parzialmente sul fondovalle, come una fugace apparizione che quasi subito viene di nuovo inghiottita dalla morsa delle rocce. Si vedono solo poche case, le più periferiche, ma so che quelle case appartengono al luogo dove mi aspetta un focolare domestico, non più un rifugio nel quale devo pagare per poter rimanere, e che comunque non mi può ospitare in eterno. Vorrei rallentare il passo per gustarmi ancora un po’ la situazione, ma qualcosa dentro di me la pensa diversamente, e continua a dirmi di scendere senza fermarmi. Così proseguo lungo la mulattiera, ormai sempre più larga e regolare nella sua pavimentazione ghiaiosa, superando curve a gomito e innumerevoli tornanti, finché non cominciano ad apparire i primi alberi. Un segnavia CAI suggerisce una deviazione per il Passo Croce d’Aune: abbandono quindi il sentiero ed entro nel bosco. Alberi familiari (Colonna sonora: Ikuinen Kaamos – “The Forlorn”) Il sentiero è ora rivestito di aghi di pino, mentre innumerevoli radici solcano la strada e la rendono a tratti insidiosa, complici le
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condizioni delle mie caviglie ormai martoriate. Il raccoglimento del bosco e la totale solitudine in cui mi trovo rende questa discesa un qualcosa di speciale, poiché più volte ho percorso questo sentiero in salita e in discesa, ma mai da solo: tutti i luoghi, seppur familiari, mi appaiono sotto una luce diversa e affascinante, quasi come se stessi scoprendo una via parallela, che si rivela solo in determinate condizioni. Mi pare quasi di poter dare un nome ad ogni albero che incontro, tanto li sento affini a me in questo momento. Mentre proseguo, inoltrandomi per il bosco e percorrendo un tratto di un largo sentiero pietroso che ho sempre considerato come la parte più noiosa del percorso, mi sento rapito da questa solitudine e capisco che ora, essendo molto vicino alla mia meta, essa assume un significato diverso rispetto a giorni fa. Quella che provo adesso è più meditativa, più rilassante rispetto a quella che ho provato in cima alle montagne. Lì prevaleva la meraviglia, mista al vago timore che qualcosa di brutto potesse succedere, nonché alla paura di perdermi: paura che la rendeva una condizione stimolante ma non sempre piacevole. La vicinanza con la civiltà, invece, mi lascia sufficientemente tranquillo da rendere la solitudine una condizione desiderabile, perché so che tra poco potrà avere fine e non si prolungherà in eterno. Abbiamo tutti bisogno dei nostri spazi per pensare e dedicarci a noi stessi, ma un conto è avere dei momenti per sé, un conto è non poter mai contare su nessuno. Decido quindi di godermi al meglio queste ultime ore di libertà assoluta, e finalmente mi decido a rallentare un po’ il passo, cercando di fiutare gli effluvi del bosco e di percepire la presenza di qualche animale furtivo, se mai avrà la bontà di mostrarsi a me. Ma non credo che succederà: ormai non siamo più in alta montagna, bensì in mezzo al bosco. Qui non ci sono molti animali ben disposti nei confronti dell’uomo: essi ci conoscono meglio rispetto agli stambecchi, e hanno imparato a stare alla larga da noi. In questo momento posso contare solo sugli alberi, per avere un po’ di compagnia: silenziosi, fieri e immobili, non giudicano nessuno, non tradiscono mai, sono sempre pronti a sorreggerti se hai bisogno. Sono degli amici.
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Senza quasi rendermene conto, mi trovo ad un bivio che conosco fin troppo bene. A dire la verità, più di due strade si biforcano da questo punto: una è quella che ho abbandonato circa un’ora fa, preferendo tagliare per il bosco; se avessi scelto di continuare per la strada maestra, sarei sbucato da quella parte. Un’altra scende verso sinistra, verso la vicina località di Sorafontana; e l’ultima prosegue proprio dritta davanti a me, restringendosi notevolmente e infilandosi nel fitto del bosco. L’ultima volta che discesi da qui, girai verso sinistra pensando che quella fosse la via più breve per il Passo Croce d’Aune, e infatti sbagliai: dovetti attraversare tutto Sorafontana, e ci impiegai ben mezzora in più del previsto. Stavolta non voglio ripetere lo stesso errore. Ormai poco più di un quarto d’ora di strada mi separa dall’asfalto di Croce d’Aune, e mentre il disco che ho nelle orecchie finisce con un inquietante arpeggio di chitarra e sfuma con il rumore del vento in sottofondo, tutt’a un tratto mi rendo conto che non c’è il solito silenzio dell’alta montagna a circondarmi con il suo abbraccio. Il possente rombo di una motocicletta, distante eppure chiaramente udibile, mi fa infatti capire che ormai sono arrivato, anche se non riesco ancora a vedere niente, poiché il bosco mi preclude ogni visuale. Sento solo questa rombante motocicletta mentre percorre i vicini tornanti che portano al monte Avena, sulla cima del quale sorgono ampi prati e si ammirano panorami fantastici, da gustarsi magari con l’ausilio di un parapendio. I toni del motore sono proprio quelli di una salita, non si possono confondere. Perché questo rumoraccio turba la tranquillità del bosco? Dopo giorni passati quassù, le mie abitudini sono cambiate e il rumore di una motocicletta mi risulta molto meno tollerabile rispetto ad una settimana fa. Se già prima lo trovavo fastidioso, ora mi sembra quasi disgustoso, riprovevole. Ma so già che presto mi riabituerò al fracasso della vita normale, e mi dimenticherò di come si sta bene senza dover pensare a nulla tranne che a continuare a camminare. La scorciatoia non mi ha tradito, stavolta: dopo aver percorso l’ultimo tratto boschivo, esco all’aria aperta e mi trovo nel bel
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mezzo di Croce d’Aune, di nuovo circondato da abitazioni e con i piedi appoggiati sull’asfalto. La motocicletta non dà più segni di vita, forse è arrivata a destinazione: altri rumori non è che ce ne siano molti, in quanto per le strade non c’è praticamente nessuno. Attraverso velocemente la piccola frazione, preparandomi all’ultima discesa verso il mio paese: due chilometri di tornanti che mi lasciano intravedere le case poco alla volta, facendomi sentire apparentemente vicino, mentre in realtà quei due chilometri possono essere molto lunghi da percorrere. Ormai non sto più nella pelle dalla voglia di arrivare, per cui allungo notevolmente il passo, rischiando di procurarmi delle distorsioni o peggio: la pendenza in certi punti è abbastanza pronunciata e se cadessi mi farei sicuramente molto male. Dovrei andare piano per risparmiare ciò che rimane delle mie articolazioni tibio – tarsiche, ma il cervello non è in grado di elaborare gli stimoli dolorosi, in questo momento: è concentrato unicamente sull’arrivare in fondo a questa serpentina d’asfalto che mille volte ho percorso in salita e in discesa, per andare ad osservare il paese dall’alto o anche solo per andarmi a comprare un gelato e un giornale a Croce d’Aune. Anche in quelle occasioni amavo andare a piedi, nonostante l’automobile fosse comodissima: arrivare infine al passo era una piccola conquista, che non mi causava particolare fatica ma mi lasciava molta soddisfazione. Finalmente le prime case del paese si rendono visibili, facendomi accelerare ancora di più il passo. Ormai sto quasi correndo, voglio arrivare in fretta e gustarmi l’emozione di far scattare la vecchia serratura ed entrare in casa, senza sapere se ci sarà qualcuno ad accogliermi: non ho infatti avvertito nessuno della mia decisione di scendere anticipatamente. Ovviamente l’ho fatto perché ho le chiavi di casa, altrimenti avrei sicuramente avvisato! Aune L’ultima curva lascia spazio ad una lunga discesa che finalmente si inoltra in paese. Guardando a sud, appare la solitaria chiesa
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bianca, a metà strada tra Aune e il vicino paese di Salzen; a fianco, il cimitero. In questa chiesa, ben conservato e perfettamente funzionante, si trova un prestigioso organo Callido, realizzato nel 1765 e acquistato a Feltre dagli auninesi nel 1806. Le prime case mi accolgono con un’esplosione di fiori variopinti, che da sempre decorano i balconi e le finestre. Lungo l’unica strada che attraversa il paese, passo davanti alla casa dove un tempo abitava la mia vecchia zia, ormai defunta. Adesso la casa è stata interamente restaurata, e non è rimasto praticamente nulla di ciò che esisteva prima. Ricordo con nostalgia ciò che era la vecchia dimora, rustica ma accogliente: le scale scricchiolanti, la credenza pitturata di verde acqua e un po’ scrostata, i mobili tutti costruiti a mano dal falegname del paese, la polverosa soffitta zeppa di tesori come vecchi libri impolverati, giocattoli d’altri tempi fatti con legnetti e corde, attrezzi da lavoro dei quali ormai si ricorda a stento la funzione. Proseguendo, trovo una casa pittoresca, il cui piccolo cortile è interamente occupato da vasi e sculture in legno realizzati dallo stesso proprietario. Ogni anno se ne aggiunge qualcuno di nuovo. Poi incontro una delle due fontane del paese, e subito a ridosso c’è la minuscola chiesetta dedicata alla Madonna della Neve, dotata di un altrettanto minuscolo campanile. Sotto la chiesetta, in comunicazione con la fontana, c’è ancora la vecchia cisterna dalla quale si attingeva l’acqua per spegnere i possibili incendi. Attraverso quindi il ponte sul torrente Ausor, che data la stagione è in secca, e finalmente arrivo alla piazza principale, sulla quale si affaccia la mia casa. Il luogo da dove tutto ha avuto inizio, e dove ora tutto sta per avere fine. Oggi ho percorso venticinque chilometri, e nel momento in cui cerco le chiavi per entrare, la stanchezza e i dolori si risvegliano, diventando improvvisamente fortissimi. Mi rendo conto di essere davvero sfasciato, di non poter quasi camminare. Ma sono arrivato, ed è questo che conta. La meridiana dipinta sulla parete rivolta alla piazza recita: “Tempora mutantur, nos et mutamur in illis”. I tempi cambiano, e noi cambiamo con essi. Posso sicuramente dire di essere cambiato.
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La chiave gira nella toppa e la porta si sblocca, aprendosi con un rumore morbido e familiare. Dentro è quasi buio, le luci sono spente. Salgo le scale, apro la porta della cucina e non trovo nessuno. Provo a chiamare, nessuna risposta. Con uno sforzo di volontà, raccolgo le energie residue per salire a perlustrare le camere: niente. Torno in cucina e appoggio lo zaino su una sedia, poi crollo sul divano, sentendo le gambe che mordono ferocemente per la stanchezza. Non riesco più a muoverle. A poco a poco mi rilasso, godendomi questi ultimi momenti di solitudine e ripensando a tutto ciò che ho fatto in questi sette giorni, con la consapevolezza di aver portato a casa qualcosa di speciale. Il ticchettio dell’orologio, come sempre un po’ impreciso, è l’unico suono che mi tiene compagnia. Le montagne fuori dalla finestra, come è loro solito, stanno in silenzio. POST SCRIPTUM Pochi giorni prima che io partissi per quest’avventura, due scalatori tedeschi rimasero bloccati su una stretta cengia del monte Pelmo, dopo essere stati feriti da un’improvvisa scarica di sassi. Due coraggiosi soccorritori, Alberto Bonafede e Aldo Giustina, hanno pagato con la vita la loro missione di recupero: quando ormai erano arrivati a poche decine di metri dai due scalatori, un’ulteriore gigantesca frana ha tranciato le corde alle quali erano assicurati, facendoli precipitare nel vuoto per 700 metri. Questa piccola ma doverosa nota è dedicata a loro, in perenne ricordo del coraggio e dell’abnegazione che hanno dimostrato sulla montagna.

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