L’ultima evoluzione comunicazione.

Introduzione

A cura di Maglione Tommaso – corso di laurea in culture digitali e della

Questa tesi intitolata “L’ultima evoluzione” è ispirata a un celebre film di fantascienza, del 1995 intitolato Ghonny Mnemonic, tratto a sua volta da un’antologia del 1986 di racconti scritti precedentemente dall’autore Cyberpunk William Gibson intitolata “La notte che bruciammo chrome” (Burning chrome). È lo stesso Gibson, a scrivere l’adattamento cinematografico di Ghonny Mnemonic, diretto da Robert Longo ed interpretato da Keanu Reeves. Il film descrive: Un secondo decennio del XXI, dominato dalle multinazionali e un mondo minacciato da una nuova piaga: NAS (sindrome da attenuazione del sistema nervoso), incurabile ed epidemica. Le multinazionali sono combattute dai loteks : un movimento di resistenza nato dalla strada, ossia Hacker, veterani delle guerre informatiche. Per difendersi le multinazionali ingaggiano la yakuza, la più potente organizzazione criminale, racchiudono i loro dati nell’ ice nero cioè virus letali in grado di bruciare il cervello degli intrusi, ma i lotecks sono in agguato nelle loro roccaforti, nel cuore delle vecchie città, come topi nelle viscere della terra, a volte le informazioni più preziose devono essere affidate a corrieri mnemonici , e qui entra in gioco il protagonista, chi è Ghonny Mnemonic?: Ghonny Mnemonic si è fatto inserire nel cervello al posto della memoria, un microchip che è in grado di archiviare una quantità enorme di dati. Grazie a questo trapianto informatico, Ghonny diventa un moderno corriere che trasporta messaggi estremamente riservati in modo sicuro, al riparo da ogni insidia di pirati informatici. Ma quando vuole riappropriarsi dei suoi ricordi, per sfuggire al pericolo di una disorientante crisi di identità, la sua memoria diventa un territorio di scontro tra una potente multinazionale e un gruppo di rivoluzionari. Il cyber - cervello di Ghonny corre il rischio di condurlo alla morte fino a che riesce con l’aiuto dei lotecks. In questa tesi cercherò di analizzare sia da un punto di vista sociologico sia da un punto di vista filosofico i concetti chiave del film, estrapolandoli dal loro contesto immaginario e cinematografico e proiettandoli nella più reale società moderna. I concetti chiave che sono stati estrapolati e che cercherò di analizzare il più possibile con atteggiamento critico e relazionandoli a fenomeni sociali esistenti e reali della nostra società sono:
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Fusione tra uomo e tecnologie informatiche (rapporto uomo-macchina) Il mondo è minacciato da una nuova malattia, incurabile ed è dominato dalle multinazionali che non diffondono informazioni a scopo di lucro. Le informazioni vengono protette nell’ice nero cioè virus letali che addirittura riescono bruciare il cervello degli intrusi . Le multinazionali sono combattute da lotecks, hacker, che si battono come sempre, nel rispetto della loro etica di diffusione distribuzione e condivisione libera della conoscenza e del sapere. Lo scenario futuro è caratterizzato da un nuovo oro, il bene più prezioso diventa l’informazione. Le informazioni sono talmente importanti, da proteggerle attraverso corrieri mnemonici, creando quindi una figura che non è altro che un contrabbandiere di informazioni. Internet nel 2021 si presenta come una rete globale in grado di gestirsi autonomamente Nel film è presente una componente mistica, una sorta di spirito o fantasma nella macchina, che interviene nei momenti più critici, l’idea dell’anima come una sorta di memoria virtuale, come pura energia che riesce a sopravvivere anche all’interno di impianti artificiali, la

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metafora dell’anima come un software e l’hardware come corpo.

La salvezza del mondo avviene grazie allo spirito libertario della cultura hacker (i loteks).

Homo technologicus (una simbiosi antica) . Quando parliamo di interazione tra uomo e tecnologia (o uomo-macchina) è impossibile non ricordare la riflessione del padre del determinismo tecnologico ossia Herbert Marshall cLuhan. Per Mc Luhan i media, in un accezione “allargata,”che comprende l’intera gamma degli artefatti umani, dalla ruota al computer, sono estensioni del corpo umano: tutte le tecnologie possono essere considerate come estensioni specializzate delle funzioni psichiche e mentali dell’uomo. La parola estende il pensiero, la ruota estende il piede, l’abito estende la pelle, la radio estende l’orecchio e così via, fino ai media elettronici successivi all’invenzione del telegrafo, che estendono il sistema nervoso centrale. In particolare i media estendono i nostri sensi; e ogni nuova tecnologia, alterando gli equilibri sensoriali, modifica significativamente la nostra percezione del mondo, e uno dei concetti principali del film (Ghonny Mnemonic) è proprio questa simbiosi uomo-macchina e in particolare uomo e cibernetica. Il microchip che il protagonista ha nel cervello non è altro che un estensione artificiale della sua memoria, facendoci cogliere come molte capacità cognitive e sensoriali umane siano simili alle nuove tecnologie informatiche, si tratta dell’idea del cervello e in particolare della memoria come un hard disk sul quale è possibile scaricare una quantità massima di informazioni calcolata in Gigabyte. Ma questo non è l’unico elemento del film anticipato dalle idee di Mc Luhan, nel film il protagonista e però costretto a causa di questo trapianto cibernetico a cancellare parte della sua memoria o meglio la memoria artificiale in eccesso ha sovrascritto una parte della sua memoria naturale. Mc Luhan aggiunge: ogni estensione corrisponde a una parallela “amputazione”, giacchè ciascun medium o tecnologia, nell’estendere un senso, fatalmente ne narcotizza altri, se qualcosa si potenzia un’altra si perde, sbilanciando l’equilibrio sensoriale nell’una o nell’altra direzione. L’importanza della tecnologia, quindi, nella definizione dell’uomo è sempre più evidente, ma fin dalla sua comparsa la nostra specie si è ibridata con gli strumenti che costruisce: in realtà homo sapiens è sempre stato homo technologicus, simbionte di uomo e tecnologia in perpetua trasmutazione. Parte dell’umanità sembra destinata ad una profonda trasformazione culturale, epistemologica e perfino fisiologica. Ma la rapidità del cambiamento, favorito in particolare dalla tecnologia dell’informazione, minaccia il nostro equilibrio biologico ed emotivo e lacera le componenti etiche ed estetiche tradizionali. 1.1 E’ l’uomo che fa la tecnologia o è la tecnologia che fa l’uomo? Quando si riflette sui complessi rapporti tra uomo e tecnologia, si fa spesso la tacita ipotesi che si tratti di due entità distinte e separate, per quanto interagenti , inoltre, si assume che oggi l’evoluzione dell’uomo sia lentissima o addirittura ferma, mentre la tecnologia si sviluppa con grande rapidità. A volte non si percepisce che il fenomeno davvero interessante non è tanto la tecnologia in sé, quanto il rapporto uomo-tecnologia. Il noto filosofo e informatico Giuseppe Longo in relazione a questo argomento fa delle premesse importanti: 1) tra uomo e tecnologia non esiste distinzione netta 2) l’evoluzione della tecnologia contribuisce potentemente alla nostra evoluzione, anzi ormai coincide con essa. Le due evoluzioni biologica e tecnologica, sono intimamente intrecciate in un’evoluzione biotecnologia, al cui centro sta l’unità evolutiva homo technologicus, una sorta di ibrido di biologia e tecnologia in via di continua trasformazione. Da sempre il corpo umano è stato ampliato da strumenti e apparati che ne hanno esteso e moltiplicato le possibilità di interazione col mondo, in senso sia conoscitivo sia operativo. Tanto che non è facile stabilire dove termini il corpo. Per esempio se noi riflettiamo, oggi, la tecnologia produce sistemi di cui, ci serviamo senza capirne bene il funzionamento, e spesso non ci interessa

affatto comprenderlo. Mentre la scienza ha sempre cercato di fare affiorare la complessità soggiacente per ridurla a darne una descrizione semplice attraverso le teorie, la tecnologia tende a nascondere la complessità dei manufatti sotto una superficie o interfaccia di grande semplicità ed efficacia operativa. Siamo indotti ad usare i suoi strumenti con la stessa inconsapevole disinvoltura con cui usiamo gli organi del nostro corpo. In questo senso la tecnologia è già incarnata nell’uomo. Osserviamo che l’invenzione e l’uso degli strumenti si configura non tanto come l’aggiunta di protesi, quanto una vera e propria ibridazione: la protesi supplisce ad una abilità compromessa o perduta, mentre innestandosi nell’uomo, ogni nuovo apparato da luogo ad un’unità evolutiva ( un simbionte) di nuovo tipo, in cui possono emergere capacità percettive, cognitive e attive, inedite e a volte del tutto impreviste, e di questa evoluzione ibridativa non è possibile indicare i limiti. Lo stesso G.Longo sostiene chiaramente che l’affermare che il corpo sia racchiuso nei suoi limiti topologici, segnati dalla pelle, è sotto il profilo comunicativo ed effettivo – arbitrario e sostanzialmente inesatto. Tutto ciò che è fuori è strumento. Non solo: come suggerisce implicitamente una metafora utilizzata da Longo quando scrive che il primo e più importante strumento tecnologico è il corpo, è il corpo stesso, in quanto esterno alla mente, che viene considerato come uno strumento. In conclusione possiamo dire che come l’uomo fa la tehonny cnologia, così la tecnologia fa l’uomo. L’intelligenza collettiva – internet una rete globale pensante Nel film (GMnemonic) è descritto, con uno straordinario cupo realismo, il volto di internet nell’anno 2021. La rete si presenta come uno spazio infinito in grado di autogestirsi nella quale si accede non attraverso la tradizionale tastiera, mouse e un browser, ma direttamente con la propria mente, usando come strumenti un visore collegato al cervello e dei guanti, che permettono all’utente di immergersi nella rete come in uno spazio virtuale, di toccare con mano, anche se senza tatto, e di interagire in maniera tridimensionale con la rete stessa. Una rete minacciata da virus in grado di bruciare e recare danni al cervello degli utenti, che si intrufolano in spazi riservati dove risiedono informazioni top secret di proprietà delle multinazionali, un vero e proprio cervello planetario in grado non solo di gestire l’immenso flusso di informazioni ma anche di crearne delle nuove, insomma una rete globale pensante. Questa visione della rete ci ricorda seppure in parte Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Al padre gesuita Pierre Teilhard paleontologo e filosofo, nonché responsabile di un’affascinante teologia dell’evoluzione, spetterebbe di diritto il titolo di patrono della rete, dal momento che, elaborando il concetto di Noosfera, ha formulato l’idea di un cervello planetario. Il suo pensiero ottiene oggi ottiene entusiastici riconoscimenti da parte delle cyberculture, mentre gli esponenti della media philosophy citano con ammirato stupore la sua visione profetica in merito alla nascita di una “rete nervosa planetaria”, concepita quando l’intelligenza artificiale e realtà virtuale erano sogni nella testa dei pionieri della cibernetica. Il pensiero di Derrick de Kerckhove In un autore come Derrick de Kerckhove, per esempio, troviamo un discorso su internet che ripercorre quasi puntualmente le tappe di quello di Teilhard de Chardin sulla Noosfera . All’inizio, scrive de Kerckhove, l’emergere di una sfera mentale planetaria che trascende la capacità di comprensione dei singoli genera angoscia: Non molto tempo fa, il mondo era scemo e noi eravamo intelligenti. Ma il mondo con l’aiuto dei computer, sta diventando più rapido e intelligente di noi. Molto presto la nostra intelligenza tecnologica collettiva supererà le intelligenze individuali e organiche per velocità e integrazione. Evento che appare tanto più inquietante in quanto rispetto alla noosfera , internet incarna la metafora del cervello planetario in modo assai più rapido, efficiente e realistico: la rete è infatti un cervello collettivo e vivente che clicca mentre voi leggete. È un cervello che non cessa mai di funzionare, di pensare, di produrre informazioni, di smistare e combinare. Infine, allo stesso modo in cui Teilhard de Chardin esortava l’umanità a vedere nella noosfera una tappa del cammino verso la propria unificazione con Dio, de Kerckhove ci invita a vedere nei nuovi media – o psicotecnologie. Come preferisce definirli, l’inedita e inaudita

opportunità di costruirci un’identità allargata, che dall’io personale balza verso le distanza più grandi di tutto quello che possiamo raggiungere con queste sensibilissime estensioni percettive e motorie in perenne espansione – un nuovo umano si sta formando. Pierre Lèvy - intelligenza collettiva e l’importanza dell’informazione libera nella società moderna Alla domanda che cos’è l’intelligenza collettiva? P.Lèvy risponde: In primo luogo bisogna riconoscere che l'intelligenza è distribuita dovunque c'è umanità, e che questa intelligenza, distribuita dappertutto, può essere valorizzata al massimo mediante le nuove tecniche, soprattutto mettendola in sinergia. Oggi, se due persone distanti sanno due cose complementari, per il tramite delle nuove tecnologie, possono davvero entrare in comunicazione l'una con l'altra, scambiare il loro sapere, cooperare. Detto in modo assai generale, per grandi linee, è questa in fondo l'intelligenza collettiva. E' il progetto dell'Illuminismo che si realizza , ma evidentemente senza l'ingenuità degli illuministi di credere che il progresso sia garantito dall'evoluzione scientifica e tecnica. Oggi si sa che la soluzione di questo problema non è garantita e che dipende dalla volontà politica, dipende dagli operatori culturali fare in modo che le possibilità aperte dalla tecnica siano sfruttate in un senso socialmente positivo. L’intelligenza collettiva ha anche un etica lo stesso P.Lèvy spiega: oggi si cerca di sfruttare, di valorizzare al massimo, per esempio, le ricchezze e i beni economici. Sul piano ecologico si cerca di evitare gli sprechi e ci si rende conto che ciò che più va sprecato, che è meno valorizzato, che è meno preso in considerazione, è forse proprio ciò che è più importante e cioè i valori e le qualità propriamente umane, le qualità degli esseri umani viventi, ed in particolare le loro competenze, ma non soltanto quelle, piuttosto l'insieme delle loro qualità umane. Credo che abbiamo oggi i mezzi tecnici per valorizzare e non sprecare queste ricchezze umane. Se si prende, per esempio, il fenomeno della disoccupazione, si capisce che si tratta di un enorme spreco di competenze umane - lo si potrebbe definire proprio così - ma anche nel lavoro classico, nel lavoro taylorista, in cui si mette una persona a un certo posto per eseguire un compito ben determinato, c'è un enorme spreco di ricchezze umane. L'etica dell'intelligenza collettiva consiste appunto nel riconoscere alle persone l'insieme delle loro qualità umane e fare in modo che essi possano condividerle con altri per farne beneficiare la comunità. Quindi mette l'individuo al servizio della comunità - ma per fare questo bisogna permettere all'individuo di esprimersi completamente - e al tempo stesso la comunità al servizio dell'individuo - poiché ogni individuo può fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità. A grandi linee è questa la prospettiva dell'intelligenza collettiva, a cui, beninteso, si oppongono tutti i giochi di potere, di oppressione e di dominio. Ritroviamo qui la battaglia per l'emancipazione: se non è possibile rimuovere questo aspetto negativo della vita sociale, bisogna almeno tentare di contenerlo nella giusta misura. Nella comunicazione mediatica tradizionale, per esempio la stampa, la radio, la televisione, c'è un centro di emissione e un gran numero di ricettori che sono insieme passivi, perché non c'è reciprocità nella comunicazione, e, soprattutto, isolati gli uni dagli altri. Allora, dal punto di vista dell'intelligenza collettiva, questo fatto è interessante, perché tutti partecipano alle stesse rappresentazioni, emesse dal centro, ma non c'è interattività, non c'è costruzione collettiva. Un altro schema di comunicazione possibile è quello del telefono: qui c'è reciprocità nella comunicazione, ma non c'è costruzione collettiva. La comunicazione passa semplicemente da individuo a individuo. Con il cyber-spazio, con i forum di discussione elettronici, con Internet o anche su scala più ridotta con le BBS su scala di impresa o di associazione o di quartiere c'è la possibilità non solo che uno emetta verso tutti, non solo che uno comunichi facilmente con un altro, come sulla rete telefonica, ma che tutti possano comunicare con tutti. Si crea dunque un contesto comune, ma questo contesto comune non risulta più dall'emissione di un centro, risulta dall'apporto di ciascuno alla discussione collettiva. Credo che il vero, autentico atto di comunicazione è quello che consiste nel costruire in cooperazione un universo di significati comune, nel quale ognuno si può situare. Nessuno è obbligato a condividere le idee degli altri: semplicemente si partecipa allo stesso universo di significati, allo stesso contesto. Secondo il mio modo di pensare, non si tratta affatto di arrivare a un consenso, per fare in modo che la maggioranza governi. Questa è in un certo

modo la democrazia rappresentativa classica. Credo invece che ognuno può, mediante questo sistema, prendere posizione, sviluppando una argomentazione assolutamente singolare. Si potranno formare anche delle maggioranze, tante maggioranze per quanti sono i problemi. E questo farà sì che un individuo possa avere su un dato problema una certa posizione e su un altro problema un'altra posizione e non essere semplicemente incluso in una grande categoria massiccia di persone che condividono tutte le stesse idee. Al contrario si può arrivare a differenziazioni molto sottili. questa prospettiva dell'intelligenza collettiva, che permette alle persone di unire le loro forze intellettuali, la loro immaginazione, le loro conoscenze, eccetera, era la prospettiva di coloro che hanno costruito questo sistema e si potrebbe dire che, in un certo senso, è il risultato di un vero movimento sociale. Non c'è nessuna grande società, nessun governo che ha deciso di costruire Internet: è un fenomeno del tutto spontaneo, è il movimento sociale di una gioventù cosmopolita di diplomati, che si interessano ai fenomeni dell'intelligenza collettiva. Ciò che accade oggi è che il cyber-spazio, costruito da un movimento sociale di gente che condivideva questa utopia, è recuperato dai governi che ne vogliono fare una specie di apparato collettivo, di grande televisione, e che spesso non capiscono che la televisione interattiva è una contraddizione in termini: la televisione non può essere interattiva, se no non è più televisione; o ha una interattività estremamente limitata. Oppure è recuperato dai commercianti, dalle grandi imprese, che vedono in esso l'occasione di sviluppare un immenso mercato, un nuovo spazio di vendite, uno spazio mobile, in definitiva. Non credo affatto che sia qualcosa di puramente negativo il fatto che sia investito dal mercato capitalistico. Ma sarebbe veramente un peccato che questo aspetto commerciale sopprimesse o si sostituisse completamente all'altra dimensione. Sarebbe un po' come nei paesi dell'Est quando dicono: ci siamo battuti per la democrazia e abbiamo ottenuto il capitalismo. Io dico che ci vuole il formaggio e la frutta. Perché non sviluppare nuovi mercati? Ma a condizione che il mercato non faccia passare in secondo piano le altre dimensioni, che sono l'aumento di ricchezze umane e di civiltà. Per me questo è il pericolo principale. Altri, in un'ottica un po' paranoica, parlano di controllo eccetera. Non sono molto sensibile a questo aspetto, in primo luogo perché tutti i sistemi di comunicazione sono stati usati dalla polizia, a cominciare dalle poste: si sa che le lettere sono state sempre aperte dalla polizia. Oggi se un servizio di spionaggio o di contro-spionaggio vuole intercettare le comunicazioni telefoniche lo fa. Si può fare anche nel cyber-spazio, ma da questo punto di vista non c'è nessuna novità qualitativa secondo me. Anzi forse è più difficile, a causa della pratica del linguaggio cifrato. Ciò che succede in internet è che si ha un'enorme massa di informazioni, anzi non soltanto una massa, un flusso di informazioni, ma un vero e proprio diluvio. Ho un mio amico che dice: stiamo vivendo il secondo diluvio. Il primo diluvio è stato di acqua, il secondo è il diluvio dell'informazione. Dunque il problema è di sapere che cosa si deve salvare, che cosa si deve mettere nell'arca, come dovremo navigare. Il problema della navigazione nel cyber-spazio si presenta come navigazione dell'arca nel diluvio informazionale. E' bene esserne coscienti. Non potremo usare validamente tutti questi sistemi se non avremo degli strumenti per orientarci e filtrare l'informazione. Ma ce ne sono sempre di più, e questo è molto importante. In secondo luogo credo che il rapporto con il sapere sia completamente cambiato: viviamo in un'epoca in cui una persona, un piccolo gruppo, non può più controllare l'insieme delle conoscenze e farne un tutto organico. E' divenuto impossibile anche per un gruppo umano importante. Ciò vuol dire che la ricostituzione di un tutto organico, che abbia senso, non può essere fatta da individui o da piccoli gruppi. Dobbiamo imparare a costruire un rapporto con la conoscenza completamente nuovo. In un certo senso non è un male: dà molta più libertà all'individuo o al piccolo gruppo, ma certo è molto più difficile. Bisogna soltanto saper prendere partito. Se si resta con la nostalgia di una cultura ben costituita, organica, con la nostalgia di una totalità culturale, non se ne esce. La conoscenza, la cultura, è qualcosa che si sta definitivamente detotalizzando. Vi dicono: potrete avere accesso a tutte le informazioni, alla totalità delle informazioni, ma è proprio il contrario: adesso sapete che non avrete mai accesso alla totalità. Questo è il messaggio del cyber-spazio e voi dovete saper selezionare. Ritorno sull'intelligenza collettiva. Voi e il piccolo gruppo a cui appartenete e con cui avete uno scambio più stretto non potrete mai sapere tutto e quindi sarete, necessariamente, obbligati a fare appello ad altri, alle conoscenze d'altri e alle loro capacità di navigazione: i

messaggi che hanno più valore nel cyber-spazio sono quelli che vi aiutano a trovare dei riferimenti, a orientarvi, quelli che hanno meno valore sono quelli che aumentano la massa senza dare visibilità o trasparenza alle conoscenze disponibili. Vediamo il Word Wide Web, che è un caso molto interessante. Se mettete un documento sul Word Wide Web, fate due cose insieme: primo, aumentate l'informazione disponibile, ma in secondo luogo, fate anche un'altra cosa: con i nessi che stabilite tra il vostro documento e l'insieme degli altri, voi offrite al navigatore che arriverà su quel documento il vostro punto di vista. Quindi non soltanto aumentate l'informazione, ma inoltre offrite un punto di vista sull'insieme dell'informazione. Il Word Wide Web non è soltanto una enorme massa di informazione, è l'articolazione di migliaia di punti di vista diversi. Bisogna considerarlo anche sotto questo aspetto. Forse siamo di fronte a un paradosso, perché, se abbiamo paura che si possa realizzare il Grande Fratello di Orwell, può darsi che oggi dobbiamo combattere, al contrario, l'appiattimento, il fatto che ogni controversia sarà appianata e che non ci saranno più padroni del pensiero. Ma P. Lèvy trova molto positivo che non ci siano più padroni del pensiero. C'è un fenomeno di appiattimento, ma è soltanto mettendosi dal punto di vista di Dio che c'è propriamente appiattimento, perché non c'è più centro, non c'è più controllo, non c'è più istanza di controllo. Viceversa, da ciascun punto di vista individuale, bisogna ricostituire un paesaggio differenziato con superfici concave e convesse, eccetera. E' una forma di dualismo. Ma per ogni individuo o per ogni microgruppo è un paesaggio diverso. Parla al futuro, ma succede già oggi. A questo punto secondo il punto di vista dello studioso la domanda sorge spontanea: Ma gli uomini non troveranno difficoltà a orientarsi in uno spazio in cui non c'è più il prima o il dopo, il fuori o il dentro, l'interno o l'esterno? : Lo spazio in cui ci situeremo sarà uno spazio alla Moebius, in cui l'interno passa all'esterno e l'esterno all'interno. Ma non soltanto perché lo spazio virtuale sfrutta le onde dello spazio fisico. E' molto più profondo. Si dice normalmente: l'informazione informa su una realtà. Per questo deve essere possibile distinguere tra la carta e il territorio. Ma oggi il territorio principale è l'insieme delle carte e dunque il passaggio dall'interno all'esterno e dall'esterno all'interno non avviene più soltanto nello spazio fisico, avviene nello spazio ontologico, per così dire, della realtà della rappresentazione. La realtà passa continuamente nella rappresentazione, e la rappresentazione diventa continuamente la realtà stessa. In ciò risiede la difficoltà con cui ci dobbiamo confrontare. In un certo senso è stato sempre così, perché, beninteso, non c'è realtà al di fuori del linguaggio, della cultura che la pone. Ma oggi è diventato assolutamente evidente: non è più il risultato di argomenti filosofici, è una cosa che possiamo vivere, al limite, tecnicamente e socialmente, ogni giorno, e un gran numero di persone ha cominciato a rendersene conto. Qualcuno potrebbe pensare a un futuro dove regna un’atrofia della percezione sensibile, in un mondo in cui non servono più i sensi. Ma P.Lèvy sostiene: : in primo luogo pensa che ci sia un'enorme sviluppo della vista, con tutti questi sistemi di comunicazione che permettono di vedere cose che gli occhi non vedevano. Voi vedete con i satelliti, con gli infrarossi, con gli scanner, che hanno permesso, in medicina, la produzione delle lastre eccetera, eccetera. Anche il tatto, l'interazione sensorio-motrice con la telepresenza si sta sviluppando enormemente, come l'udito con il telefono, le nuove musiche e simili. Non so se si possa parlare veramente di un'atrofia dei sensi, perché si ha piuttosto una virtualizzazione e uno sviluppo dei sensi con tutti questi sistemi di telepresenza e di virtualità. Non è l'atrofia, ma la virtualizzazione delle percezioni, la loro estensione, la loro trasformazione e, in un certo senso, la loro messa in comune. La loro messa in comune perché la televisione, come dice la parola, è un modo di vedere lontano, ma la cosa più interessante della televisione è che tutti vedono con lo stesso occhio; e, del telefono, che tutti, per ascoltare, usano lo stesso sistema uditivo. Invece l'intelligenza collettiva è fatta di tutte le dimensioni dell'intelligenza, della memoria e della percezione. Derrick de Kerckhove – L’intelligenza diventa connettiva Direttore del Programma McLuhan di cultura e tecnologia e professore del Dipartimento francese all'Università di Toronto (Canada), Derrick De Kerckhove, amico e ammiratore di Pierre Lévy, ha collaborato allo sviluppo del concetto di intelligenza collettiva, per poi dare vita a un'altra tipologia di intelligenza, quella connettiva. Di fatto la seconda non solo nasce dalla prima e ne è una costola, ma è contenuta in essa. Per chiarire: se, secondo Lévy, «l'intelligenza collettiva è il prodotto della

memoria collettiva, dell'immaginario collettivo, e diventa progetto quando l'uomo mette a disposizione della collettività gli strumenti che permettono una interazione tra gli individui», l'intelligenza connettiva come la intende De Kerckhove «è la pratica della moltiplicazione delle intelligenze le une in rapporto alle altre all'interno del tempo reale di un'esperienza». Se una è la teoria, l'altra è la pratica e la sua applicazione va di pari passo con la realizzazione di un qualcosa. Se due intelligenze si confrontano, di fatto si connettono e ne formano una terza, comune, frutto dell'una e dell'altra. Anche in questo caso naturalmente il rischio è il conformismo a un modello unico e più forte, ma non solo: per usare un'altra metafora culinaria, basta un solo ingrediente guasto a rovinare una torta. La linea guida, dunque, è quella che vale in ogni situazione: saper scegliere. In una recente intervista, l’erede intellettuale di McLuhan, parla di blog, politica, tagging, intelligenza connettiva e del futuro della comunicazione mediata dalle tecnologie. Durante uno degli eventi collaterali che hanno contraddistinto l’edizione 2005 di SMAU, il filosofo De Kerckhove, Direttore del Programma McLuhan in Cultura e Tecnologia dell’Università di Toronto e docente di lingua Francese, ha rilasciato una ricca intervista a Massimo Mattone, caporedattore di Internet Magazine - la rivista italiana di riferimento per i professionisti della rete - che abbiamo avuto modo di leggere in anteprima. Ecco i concetti chiave analizzati nell’intervista. Tra i temi trattati, De Kerckhove ha risposto a specifiche domande relative al ruolo dei blog, e, più in generale, sul fenomeno della blogosfera, sottolineando come “ora la differenza fra giornalismo e blog va a divenire sempre meno grande” e che il blog, definito il fenomeno del momento, sia il media “che ti dice la verità quando le cose si fanno sul serio” sempre che – cosa auspicabile per il bene dell’informazione – riesca a salvaguardare “la propria indipendenza da parte di tutto il resto dei media potenziali, poiché esprimono una verità priva di filtri nella sua pura forma essenziale”. De Kerckhove, nella lunga e interessante intervista, ha avuto modo di chiarire anche i termini della polemica che lo vede storicamente contrapposto al suo grande amico Pierre Lévy, con lui padre spirituale del movimento filosofico e sociale noto come neoumanesimo. Nei confronti del concetto che sta alla base della filosofia di Lévy, quello dell’intelligenza collettiva, De Kerckhove a mostrato per l’ennesima volta una posizione molto netta: “Lui non capisce l’importanza essenziale, dal mio punto di vista”, afferma De Kerckhove rivolgendosi a Lévy, “di ottenere la valorizzazione dell’individuo e anche dell’importanza costruttiva e creativa dell’interazione nel gruppo. Nel caso dei Blog è assolutamente chiaro che il Web non è una forma di intelligenza collettiva. Per niente! E’ un’intelligenza totalmente connettiva!”. L’approccio epistemologico alle tecnologie di comunicazione, condivisione e collaborazione (in altre parole il Web) che contrappongono in termini dialettici Lévy e De Kerckhove e che viene esemplificata dalla dicotomia intelligenza collettiva vs intelligenza connettiva, è probabilmente uno degli aspetti chiave dell’interpretazione del ruolo del Web e dei fenomeni correlati, (es. blog) nella società contemporanea. Per quanto riguarda lo scenario prossimo futuro e le tendenze che caratterizzeranno la comunicazione mediata dal Web, De Kerckhove non ha dubbi e afferma: “per me quel che conta adesso è il tagging, un fenomeno che io ritengo fondamentale”. Sono questi gli strumenti che apriranno il mondo ad un nuovo modo di concepire l’Internet. Il tutto secondo quell’ “intelligenza connettiva” a lui tanto cara, un modo nuovo di intendere il Web che ha reso De Kerckhove uno degli studiosi dell’Internet più autorevoli in tutto il mondo. Derrick De Kerckhove per arrivare alla sua teoria dell’intelligenza connettiva che, come suggerisce il termine stesso, sottolinea l’importanza della connessione, del collegamento, della messa in relazione delle intelligenze, ne sottolinea il “rapporto” che esse intrattengono. L’intelligenza connettiva fa maggior riferimento alla “moltiplicazione” delle intelligenze (favorita appunto dalla connessione) piuttosto che alla loro somma. Gli schermi dei computer divengono quindi i luoghi in cui il pensiero viene condiviso e elaborato da persone che possono incontrarsi quando vogliono e indipendentemente dal posto in cui si trovano, per dare il proprio contributo ad un processo di pensiero comune. Questo concetto si accompagna molto bene alla “filosofia” del blog anche perché io credo che, come ha scritto De Kerckhove, “la lotta politica non si farà più tra destra e sinistra ma tra chi guarda la tv senza una risposta e chi accede alla Rete Internet dove vi è un’ informazione molto più completa che ognuno di noi può gestire e alimentare”.

L’informazione diventa viva – Philip Dick e il mito di Valis L’intelligenza Artificiale è alle porte, e valis (titolo della trilogia narrativa che conclude l’opera narrativa di Dick e, al tempo stesso, nome della divinità suprema della religione personale dello scrittore) è un acronimo che sta per Vast Active Living Intelligence System. Valis è un sistema attivo e intelligente simile a quello descritto nel film Ghonny Mnemonic, ma valis è un sistema che ci incorpora come proprie cellule nervose, è anche il vertice evolutivo della tecnosfera che noi stessi abbiamo creato. È una creatura planetaria di cui l’umanità ha lentamente assemblato i pezzi, finchè essa non si è trasformata in un’entità vivente che ci trascende: qualcosa di simile al concetto di noosfera elaborato da Teilhard de Chardin. Concetto. Del resto, che Dick cita esplicitamente: è possibile che la noosfera contenesse modelli di pensiero sottoforma di energia debole, finchè non abbiamo inventato la trasmissione radio; a quel punto il livello di energia della noosfera si è liberato dai vincoli e ha acquistato una vita propria. Ha smesso di essere semplice ricettacolo passivo dell’informazione umana, e invece a causa dell’incredibile flusso di carica proveniente dai nostri segnali elettronici e dal materiale denso di informazioni in essi contenuto, abbiamo potuto oltrepassare una soglia importantissima: abbiamo per così dire resuscitato ciò che Filone e gli altri antichi chiamavano logos. L’informazione dunque è diventata viva, dotata di una sua mente collettiva indipendente dai nostri cervelli. Non sa semplicemente quello che noi sappiamo o ricorda quello che si sapeva un tempo, bensì inventa soluzioni sue proprie: è un sistema titanico di intelligenza artificiale. Infomorfosi – vita e coscienza come processi informatici Al centro dei numerosi dibattiti filosofici e scientifici e alla base della gravissima crisi ecosistemica globale, oggi vi è la frattura tra scienze fisiche e scienze umane e psicologiche,e , più in generale tra scienza e natura. Riunire queste due dimensioni (che di fatto non sono mai state separate se non nella nostra mente) dovrebbe diventare nell’immediato futuro l’impegno primario dell’intelligenza internazionale. Un contributo a questa sfida emergente è rappresentato dalla cibernetica solistica e dalla teoria del cyber. Ma perché proprio la cibernetica? Cosa c’è di cos’ tanto particolare e profondo in questa branca della scienza che ha dato vita all’esplosione informatica dei computer e delle comunicazioni digitali?. La cibernetica nasce negli anni quaranta grazie al matematico Norbert Wiener del MIT. La cibernetica, nonostante sia stata quasi totalmente utilizzata in modo materialista, può essere considerata una scienza di confine in quanto, come specifica il premio nobel Manfred Eigen, la natura delle informazioni è immateriale. Sin dagli inizi della cibernetica, l’informazione è stata dichiarata concettualmente priva di energia e di massa. Potremmo dire quindi, che la cibernetica è la più sacra fra le scienze: essendo basata su un concetto immateriale, può avvicinarsi alla comprensione e quantificazione della coscienza, la più immateriale delle cose esistenti. Grazie ad essa la grande divisione tra corpo e mente, tra materia e coscienza sta per cadere. Utilizzando i codici dell’informazione, Mandre Eigen ha dato una nuova, affascinante luce al fenomeno dell’origine della vita sulla terra e all’intero processo dell’evoluzione. Secondo Eigen l’informazione rappresenta l’essenza stessa della vita e , pur essendo sempre coerente alle leggi di natura, costituisce un codice di interpretazione che apre una dimensione evolutiva del tutto nuova. Siamo alle soglie di una possibile rivoluzione scientifica globale: la coscienza e i fenomeni dell’intelligenza naturale, fino ad ora non considerati dalla scienza, iniziano ora ad essere misurati in termini di informazione e , quindi analizzati e compresi come processi reali, l’uomo si trova di fronte a una sorta di infomorfosi. Lo spirito nella macchina Nous in greco significa anima, mente, coscienza. Il secondo principio cibernetico sostiene che ogni informazione implica coscienza. Le informazioni sono la porta della coscienza e sono esse stesse coscienza. L’informazione in quanto messaggio presuppone necessariamente una coscienza che la conosca. Il valore intrinseco di un informazione è rappresentato dal suo senso o significato e la coscienza e ciò che comprende il senso, significato delle informazioni, e quindi più in generale il

senso della vita. Lo studioso Pierre Grassè in “L’evoluzione del vivente” afferma che l’informazione fa e anima l’essere vivente. Afferma che l’informazione è coscienza. Ossia che ogni quanto di informazione è un quanto di coscienza. Quindi l’energia fisica di un qualunque fenomeno di natura è intimamente permeata dalla coscienza, che la anima attraverso codici e logiche informatiche. La coscienza è informazione viva. Ogni informazione è un punto di coscienza di sé. Riportando questo concetto all’essere umano possiamo dire che noi siamo le nostre informazioni ossia la coscienza di tutte le informazioni della nostra unità vivente. Questo approccio filosofico è ben evidente nel nostro film Ghonny Mnemonic sottoposto ad analisi: nel film è presente una componente mistica, una sorta di spirito o fantasma nella macchina, che interviene nei momenti più critici, l’idea dell’anima come una sorta di memoria virtuale, come pura energia che riesce a sopravvivere anche all’interno di impianti artificiali, la metafora dell’anima come un software e l’hardware come corpo. L’informazione-coscienza non può annullarsi o annichilirsi ma solo trasformarsi. Il principio di conservazione dell’energia e della massa sostanzialmente afferma l’impossibilità che qualsiasi energia e massa venga distrutta o si annichilisca, riproponendo l’antica massima del grande filosofo Anassagora che nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. All’inizio e alla fine del processo, la quantità totale di energia e massa è assolutamente uguale. Dal punto di vista fisico, l’energia e la massa di una persona in vita o dopo la morte sono identiche, anche se il corpo si è totalmente decomposto: l’energia fisica e atomica del suo corpo si trasformerà in calore, sostanza i decomposizione, gas, liquidi e altri residui che, sommati, bilanceranno perfettamente la quantità iniziale. Se interagiamo questo principio con l’ipotesi coscienza, avremo il principio di conservazione dell’informazione e della coscienza. Nessuna informazione e coscienza può andare distrutta o annientata ma può certamente cambiare di stato o livello. Una sorta di principio di conservazione cibernetica. Questo approccio è reso ancor più evidente non appena si esamina il modo in cui i tecnognostici affrontano il tema dell’opposizione fra mente e corpo, ricorrendo alla tesi dell’intelligenza artificiale, vale a dire, sfruttando la metafora riduzionista secondo cui la mente non sarebbe nient’altro che una specie di software che gira nell’hardware del cervello. A partire da questa metafora, si tenta di trasformare la presunta possibilità scientifica di spiegare l’emergenza della mente dal corpo, in imperativo morale di liberare la mente dalla prigione del corpo. Se è vero che la mente è informazione, argomentano, e se è vero che ogni nucleo di informazione è una scintilla di luce nell’oscuro oceano dell’entropia, allora è nostro dovere impedire che la mente finisca con il corpo. E la speranza di liberare la nostra info-anima dalle catene della materia coincide con la speranza che prima o poi, si riveli possibile realizzare il progetto di downloading della mente elaborato dallo studioso di robotica Hans Moravec. In sostanza il progetto contempla la possibilità teorica di copiare e scaricare la mente individuale nella memoria di un computer. Lo studioso americano di cyberculture Mark Dery enumera i non trascurabili vantaggi che, sempre secondo Moravec, comporterebbe questa reincarnazione elettronica : possibilità di spostare la mente d un computer a un altro, possibilità di viaggiare lungo gli stessi canali sui quali viaggia l’informazione, fino a farsi spedire da un pianeta all’altro sottoforma di un messaggio laser a, ma soprattutto evidente che queste menti disincarnate diverrebbero sostanzialmente immortali, a condizione di proteggersi adeguatamente contro guasti meccanici dell’hardware o eventuali virus, ecc. Secondo questa teoria la tecnica ci regalerà un’esistenza immortale, nel corso della quale potremmo vagare liberamente nei labirinti della rete o da un sistema solare all’altro – ma le due cose potrebbero coincidere. Se è vero che l’universo a sua volta, non è altro che un immenso web. Nel frattempo, però, siamo ancora prigionieri di un corpo che non rinuncia all’abitudine di ammalarsi, invecchiare e morire. Ma gli extropiani non si arrendono, studiando tute le possibili strategie per prolungare la propria vita biologica in attesa che divenga possibile realizzare l’immortalità cibernetica. Conclusioni I vari approcci teorico-filosofici affrontati fin ora ci mostrano la tecnoscienza come uno strumento per accelerare l’incarnazione dello spirito, o, al contrario, per consentire a quest’ultimo di sciogliersi definitivamente dai vincoli della materia: Il Dio di Teilhard de Chardin , per esempio si

incarna nella Noosfera, così come l’angelo dell’intelligenza collettiva di Lèvy si incarna nei mondo virtuali, mentre gli extropiani immaginano piuttosto un futuro senza corpi, non appena la tecnica avrà dissolto l’universo in una nuvola di byte. Verso un futuro tecno-scientifico libertario – la tecnologia come chiave verso l’ultima evoluzione. Nel film Ghonny Mnemonic, una delle cose che si percepiscono di primo impatto è un ambiente futuristico molto cupo, ma nello stesso tempo si percepisce un certo caos metropolitano, la stessa sensazione che percepiamo dalla rete . Quella rete che si estende infinita e sembra l’ammasso lampeggiante delle luci di una città infinita in una notte buia. La rete come città (essenzialmente la città americana, fatta di vie parallele e perpendicolari e di alti grattacieli squadrati) un intuizione scenografica tipica di Gibson e degli scrittori cyberpunk. La rete come città, ma città notturna, pulsante delle luci del traffico che non riescono però ad illuminarla, perché nella rete è sempre notte come nell’inconscio dell’individuo. In particolare nel film, personalmente ho avvertito, una società che lascia intuire una certo sbandieramento di una fede cieca nel progresso, rivendicando il diritto morale di usare qualsiasi mezzo tecnico disponibile per estendere le loro capacità fisiche e mentali, e accrescere il controllo sulla natura. Come è facile immaginare. Questo programma politico che mira a eliminare ogni vincolo alla sperimentazione scientifica, si integra con le tesi più radicali in favore del liberismo economico, identificando giustamente nel mercato un potente alleato nella battaglia per tacitare le profezie di sventura dei tecnofobi di ogni risma. Per spiegare la peculiarità di questo liberismo in salsa extropiana, Mark Dery scrive: la libertà non viene definita in termini di libertà civili ma in termini comportamentali, morfologici, neurologici e genetici. Libertà, insomma di modificare e trasformare il proprio corpo e la propria mente con mezzi chirurgici, chimici, genetici , elettronici, ecc. Un futurismo libertario, scrive ancora Dery, che considera la società come un sistema dinamico di ego in continua evoluzione e che affida al governo politico il solo compito di fornire il contesto necessario a sostenere un progresso personale veramente a lunga scadenza e di fornire energia, spazio e contesto adatto a esprimere la diversità implicata in una trasformazione individuale. La società libertaria secondo Alexander Chislenko – e gli infomorfi Chislenko immagina una futura società libertaria, nella quale l’idea di liberta dovrà tutta via subire radicali trasformazioni per adeguarsi all’evoluzione dei concetti di personalità e identità individuali, provocata dalla tecnologia. Finora gli esseri umani, per scambiarsi informazioni, sono stati costretti ad avere contatti diretti, oppure a servizi di mezzi di comunicazione relativamente lenti e inefficienti, ma nel futuro immaginato da Chislenko l’uomo si trasformerà in cyborg, ibridandosi con tecniche capaci di estenderne prodigiosamente il suo potenziale fisico, mentale e comunicativo. In questo modo le differenze tra uomini e macchine si assottiglieranno al punto che il mondo sarà popolato da “infomorfi” , cioè da entità che non sarà più possibile distinguere in base alle origini, artificiali o naturali. Più che una società composta di atomi, si tratterà dunque di una ecologia della mente fondata sulla simbiosi fra intelligenze artificiali e post-umane, ma che, non di meno, secondo Chislenko, potrà ugualmente fondarsi su principi libertari, grazie a un economia superliquida e a inedite forme di cyberanarchia politica. Le tradizionali forme di produzione e scambio, infatti, non avranno senso in un’economia fatta esclusivamente di flussi di informazioni, così come le tradizionali procedure di formazione del consenso appariranno superate dalla possibilità di assumere decisioni in tempo reale. Ma chi deciderà? Chislenko risponde descrivendo una complessa architettura sociale che, a suo parere, consentirebbe di esorcizzare lo spettro di un totalitarismo informatico. Infatti, dal momento che le intelligenze infomorfe sarebbero collegate fra loro in un’unica rete planetaria, sembrerebbe difficile evitare la formazione di una mente globale che concentri le informazioni e il potere decisionale. Ma Chislenko si dichiara convinto che la mente globale adotterà, al contrario, una struttura modulare, sarà cioè composta da individui relativamente indipendenti e dotati di personalità e interessi diversi. Certamente termini come individuo, personalità, interesse assumeranno un significato differente in una comunità che non sarà più costituita da una sommatoria di sé isolati. Una comunità nella quale la questione della libertà individuale si

presenterà soprattutto come il problema di stabilire quali informazioni vadano condivise da tutto il sistema e quali, invece, possano essere considerate private. Attorno a questa distinzione andranno ridefiniti i concetti di privacy, sicurezza, libertà e interesse. Nel campo dell’educazione, per esempio, le cose funzioneranno così: se un infomorfo vorrà imparare qualcosa, gli basterà copiare determinate informazioni da un altro infomorfo, ma in determinati casi costui potrebbe rifiutare l’accesso alla propria memoria. E anche la politica si trasformerà in una questione di copyright: quali informazioni posso considerare mie e quali sono tenuto a condividere in nome dell’interesse generale del sistema? 4. La tecnoscienza come chiave verso l’ultima evoluzione Al padre gesuita Pierre Teihllard de Chardin si deve un importante teologia sul rapporto tra tecnologia ed evoluzione della specie umana. La sua non è solo una filosofia evoluzionista, ma è soprattutto una mistica evoluzionista. E per di più una mistica che non accetta il ruolo di ancella del discorso scientifico, che non si limita cioè a offrire legittimazione religiosa alle verità della scienza, ma, al contrario, si sforza di annettere le verità scientifiche alle verità di fede, interpretando le leggi dell’evoluzione come frutto di una finalità immanente che anima la materia. Ed è precisamente questo il motivo per cui il pensiero di Teihllard de Chardin , mentre viene esaltato dalle cyber culture, risulta irritante tanto per gli scienziati, quanto per i teologi ortodossi. A provocare rigetto, da parte degli uni e degli altri, sono le sue teorie sulle origini della vita e della coscienza, in quanto contraddicono quel principio di contingenza al quale si ispirano, sia pure in modo diverso, tanto il creazionismo religioso quanto l’evoluzionismo scientifico: il primo affermando che vita e coscienza sono frutto di un atto arbitrario della volontà divina, il secondo considerandole l’effetto altamente improbabile delle particolarissime condizioni ambientali venutesi a creare sul nostro pianeta ( due modi diversi per definire lo stesso miracolo). Una volta agganciate scienza e tecnica al carro che dovrebbe condurre l’umanità verso la salvezza e l’immortalità, Teihllard de Chardin non ammette alcun ostacolo morale che possa frenare la corsa: la sua etica del progresso teologicamente fondata appare così estremista da far impallidire gli slogan di chi, oggi si propone di eliminare ogni ostacolo legislativo e morale sul cammino della ricerca scientifica. Ne sia esempio questo incitamento all’uso di pratiche eugenetiche per migliorare la qualità della specie: un immenso compito (già intrapreso, si certo, ma senza prospettive di insieme) si presenta alla biologia, alla fisiologia, alla medicina. Non solo debellare scientificamente le malattie e i fenomeni controevolutivi (sterilità , indebolimento fisico) che minano gli sviluppi della Noosfera , ma far nascere con svariati metodi (selezione, controllo dei sessi, azione degli ormoni, ecc.) un tipo umano superiore. Considerato questo discorso,è facile immaginare che Teilhard de Chardin avrebbe accolto con entusiasmo gli attuali sviluppi dell’ingegneria genetica, e che avrebbe senza dubbio difeso la causa degli scienziati disposti a effettuare esperimenti di clonazione umana, in nome del motto tentare tutto e fino in fondo! Ma perché tentare tutto? E per chi? Il modo in cui Teilhard de Chardin risponde a queste due domande smaschera – e al tempo stesso giustifica – il principio religioso immanente alla ricerca scientifica. Lo smaschera perché mette in luce come la tecnoscienza risponda a un unico imperativo: tutto ciò che è possibile fare deve essere fatto. Lo giustifica in quanto offre un fondamento razionale alla fede nell’intrinseca “bontà” della curiosità scientifica: per Teilhard de Chardin tutto deve essere tentato perché la tensione verso il progresso è suscitata dall’Amore o Desiderio che attrae l’Umanità verso Dio, dalla Forza che ci costringe ad accelerare verso quel Futuro in cui noi tutti saremo Uno. In questo senso, la stessa Noosfera è solo una tappa intermedia che, consentendo di sperimentare una sorta di “comunione artificiale” attraverso i mezzi di comunicazione, ci aiuta a divenire consapevoli che le nostre menti non sono monadi separate, bensì neuroni strettamente interconnessi gli uni con gli altri, cellule nervose del “cervello in costruzione” della Terra. La Noosfera è un catalizzatore che ha il compito di sospingere la massa pensante che ricopre il pianeta fino al Punto Omega, fino al punto critico, cioè, a partire dal quale il cervello della Terra non sarà più una sommatoria di tanti piccoli sé, bensì un'unica’ immane sfera pensante. Scrive Mark Dery : per esempio, gli eventi cibernetici dello scrittore di fantascienza Stelarc sono prove in costume per l’evoluzione postumana. Le protesi high tech e le tecnologie mediche per il controllo e

la mappatura del corpo, a parer suo, rilanciano la promessa di un evoluzione autodiretta – risultato non di mutazioni graduali nel corso delle generazioni, ma di cambiamenti somatici portati dalla tecnologia. E poche righe sotto aggiunge, citando le parole dello stesso Stelarc: “l’evoluzione finisce quando la tecnologia invade il corpo. Quando la tecnologia fornisce a ogni individuo la possibilità di progredire individualmente nel proprio sviluppo, la coesione della specie non è più importante”. In realtà, l’evento che Stelarc tenta di rappresentare in questo passaggio, più che come fine dell’evoluzione, andrebbe definito come una sussunzione dell’evoluzione biologica da parte dell’evoluzione tecnologica, o meglio ancora,come un salto verso quella che potremmo chiamare una sorta di “metaevoluzione”, non dissimile dall’ accelerazione evolutiva che Teilhard de Chardin considerava una conseguenza necessaria dello sviluppo della Noosfera. Analogamente, nelle feroce pratiche di manipolazione del corpo messe i opera da Stelarc, è possibile riconoscere un’eco della giustificazione del ricorso all’eugenetica per creare “un tipo d’uomo superiore” da parte del teologo gesuita. Stelarc sembra insomma adottare un punto di vista non molto dissimile da quello di Teilhard de Chardin, anche se il motore della sua “ mistica evoluzionista” non è il desiderio dell’Umanità di ricongiungersi in Dio, bensì il desiderio individuale di sfuggire al destino biologico. Che sia questa la chiave per una nuova evoluzione della specie umana?. 5 Cultura Hacker – la salvezza dell’umanità Nel film Ghonny Mnemonic hanno una particolare importanza i loteks (hacker) i cosiddetti veterani delle guerre informatiche. Nel gran finale del film sono proprio loro che aiutano Ghonny ad entrare virtualmente nella propria testa per togliersi le informazioni in eccesso che potrebbero causare la sua morte, informazioni che nascondono la cura per la malattia del secolo NAS (sindrome di attenuazione del sistema nervoso) e che le multinazionali farmaceutiche volevano tenere segrete per scopi di lucro, a vantaggio di pochi ma a discapito della collettività. Questa è una scena del film che ci fa riflettere sull’importanza della diffusione libera delle informazioni, che proiettata nella società reale, acquista ancora più importanza, dato che oggi si parla di web 2.0, un web dal volto nuovo fatto dagli utenti, che fa della cooperazione e, condivisione della conoscenza i pilastri su cui reggersi, concetto simile anche se meno fantascientifico a quello di Pierre Lèvy dell’intelligenza collettiva: L'etica dell'intelligenza collettiva, ricordiamo, consiste appunto nel riconoscere alle persone l'insieme delle loro qualità umane e fare in modo che essi possano condividerle con altri per farne beneficiare la comunità. Quindi mette l'individuo al servizio della comunità - ma per fare questo bisogna permettere all'individuo di esprimersi completamente - e al tempo stesso la comunità al servizio dell'individuo - poiché ogni individuo può fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità. A grandi linee è questa la prospettiva dell'intelligenza collettiva, a cui, beninteso, si oppongono tutti i giochi di potere, di oppressione e di dominio. La stessa filosofia la troviamo proprio nella cultura Hacker, una cultura che è stata tra i principali fenomeni sociali che hanno portato alla nascita della rete stessa. Le radici di internet sono dunque di natura collaborativa , per la ricerca scientifica condivisa. La realtà Hacker si sviluppa per la voglia di autonomia e spirito di libertà. La creatività e la soddisfazione sono sentimenti comunitari nella cultura hacker. La comunità hacker è organizzata inoltre, secondo regole precise: vi è una gerarchia delle norme da seguire e quindi una propria etica, e le trasgressioni sono punibili con l’esclusione dalla comunità. In definitiva la cultura hacker è di convergenza tra uomini e macchine, in un processo di interazione senza restrizioni, di libertà di espressione, di condivisione della conoscenza su scala globale e in difesa della privacy su internet.