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Il commissario Lorenzo Martini accese l’abat-jour e cercò il cellulare sul comodino con gli occhi ancora chiusi, in fretta, prima che potesse svegliare la sua compagna. Caddero tre libri nella concitazione e Viola, che prima gli dormiva accoccolata addosso, si spostò dall’altra parte del letto. - «Pronto?» - «Commissario, sono Montali», gracchiò il suo braccio destro da chissà dove, «so che lei è ufficialmente in vacanza, ma…» - «Vieni al sodo». - «Sono all’ex Italgas, al distaccamento di Scienze Politiche e Giurisprudenza. Abbiamo ricevuto una chiamata, una studentessa ha trovato un cadavere». - «E perché non hai chiamato Matta?», s’inalberò, riferendosi al suo vice. - «Non era raggiungibile al cellulare, l’abbiamo cercato a casa, dai genitori… Non si trova». - «Va bene, poi a lui ci penso io… La Mobile non è ancora arrivata?» - «Hanno dichiarato il caso di nostra competenza». - «Mmmm… Amore chi è?», mugugnò Viola ancora in dormiveglia. - «Dormi, ora ti spiego... Montali, dammi una mezz’ora e sono lì. Spanò è già arrivato?», chiese, parlando del capo della Scientifica.

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«Sì, stanno già effettuando i rilevamenti anche se c’è ben poco da rilevare… È arrivato anche il dottor Pignataro». Salvo Pignataro, calabrese di origini, ironico e diretto, era il miglior medico legale di Torino e una tra le migliori nuove leve in Europa. Il fatto che fosse il suo migliore amico da sempre facilitava non poco le cose. - «Me lo passi un secondo?» Si sentì un po’ di trambusto e poi una serie di improperi. - «Lorenzo, e che cazzo! Non so niente tranne che aveva un alluce valgo! Piuttosto alza le chiappe e raggiungici, ci servi perlomeno per sorridere ai fotografi». - «Dammi mezz’ora, tempo di una doccia e un caffè e arrivo, ok?» Interruppe la comunicazione e si preparò alla sfuriata. Viola Ferrari sapeva essere più pericolosa di un plotone di Marines sul piede di guerra quando si arrabbiava davvero, e quella era la terza volta che le vacanze saltavano. - «Fammi indovinare… Non partiamo, vero?» - «Dammi il tempo di rintracciare quello stronzo di Matta e torno», garantì, sollevato dalla reazione pacata di lei. - «Stai scherzando vero? E con questa sono tre… Ma per chi ti hanno preso per un burattino, per un cane che possono tenere al guinzaglio?» - «No, ma…» Mi sembrava strano che si mantenesse così calma. - «Ecco, appunto. Siamo sempre noi a rimandare. Non è possibile che Matta sparisca tutte le volte che dobbiamo partire! Amore, è il tuo lavoro, so quanto è importante per te e se hanno bisogno di te… È giusto che restiamo. Però non intendo sottostare ai ritardi del tuo vice!» - «Hai ragione, però non posso lasciare gli altri nella merda… Cerca di capire». È proprio incazzata, chissà per quanto tempo me la farà pagare…

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«Beh, senti, io… Non volevo prendermela con te, solo che è già la terza volta che va tutto all’aria. I fiordi della Norvegia non si muovono, se andiamo via tra dieci giorni non succede niente… Però di questa storia ne riparliamo, non sei pagato per sopperire alle mancanze degli altri!» «Viola, la vacanza è andata a monte, però ci tenevo. E ci tenevi tu. È un mucchio di tempo che non ti prendi una pausa, l’ultimo libro ti ha portato via un sacco di energie, è stato un successone, però sei stanca e mi rendo conto che tu abbia bisogno di evadere. Abbi pazienza per altri dieci giorni». «Va bene, ti concedo dieci giorni, dopodiché parto da sola e ti lascio qui a badare ai tuoi bei cadaveri… so che i colleghi non si tradiscono, ma parlane col questore, è una persona comprensiva e Matta si merita un cazziatone senza precedenti». «Hai effettivamente ragione… Prometto che gliene parlerò oggi, i superiori devono essere a conoscenza di un certo tipo di cose, dopo un tot di volte è perlomeno corretto. Se ha dei problemi ha solo da dirlo. Finché non ne parla rimane uno stronzo assenteista». «Mi alzo anche io magari… ti preparo il caffè?» «No rimani a letto, in fondo è sabato e tu sei comunque in vacanza, sono solo le otto…». Le stampò un bacio sulle labbra. «Ti chiamo dopo, ok?»

Martini si fece una doccia a tempo di record. Allo specchio i capelli scuri, ravvivati da qualche tocco di grigio sulle tempie e la barba di tre giorni lo fecero apparire ancora più pallido. Trentacinque anni, occhi blu, alto più di uno e ottanta, Martini faceva la sua figura nonostante un po’ di pancetta e le maniglie dell’amore. Uscì dall’appartamento di piazza Cavour che divideva con Viola e in capo a venti minuti giunse sul luogo del ritrovamento. L’aria era gelida, il quattordici ottobre a Torino poteva riservare qualche sorpresa climatica; un’intera sezione della Squadra Mobile di Torino sembrava essersi

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trasferita nel giardino antistante alla Palazzina Einaudi. Montali gli andò incontro. - «Commissario, mi segua… È dietro i giochi per bambini, venga». Dopo una ventina di metri trovarono Pignataro inginocchiato vicino al corpo di una ragazza nuda, con una stella inscritta in un cerchio incisa sulla pancia, probabilmente con un coltello, e una bottiglia di vetro, delle dimensioni di quelle da birra da trentatré cc, inserita nella vagina con la forza. - «Era ora che arrivassi…», lo provocò Pignataro. - «Era ora un corno, dimmi piuttosto cos’abbiamo». - «Donna, bianca, razza caucasica, tra i venti e i trent’anni…», attaccò il medico, impostando la voce come se parlasse ad una platea. - «Salvo, sai che la tua sindrome di Gil Grissom non la sopporto, per favore», si lamentò Martini. Per Pignataro i cadaveri erano la normalità e riusciva a scherzarci sopra ma lui non riusciva ad abituarsi alle brutture della morte, soprattutto su soggetti così giovani. - «Scusa, scusa… Ti sei svegliato male? Comunque, la ferita che vedi non può averla uccisa. Dagli occhi direi un’overdose, probabilmente di coca». - «Perché?» - «Perché ho l’impressione che le sia scoppiato il cuore, i vasi sanguigni dei bulbi oculari si sono fracassati, e solo un’assunzione elevata di cocaina comporta cose simili. A meno che non avesse patologie cardiache gravissime, ma questo lo potrò sapere soltanto dopo averla aperta. Hanno per caso trovato i documenti?» - «No», intervenne Montali, «nei dintorni non c’è niente». - «Salvo, quando pensi di potermi dire qualcosa di più preciso?» - «Dammi tre ore almeno, anzi quattro. Ti chiamo io, ora la faccio portare via… Pensi a qualcosa legato al satanismo?»

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«Non è da escludere del tutto secondo me»

Dopo i primi rilevamenti della Scientifica, Martini tornò in questura con Montali e cominciò a disporre le prime indagini, richiamando a sé tutto il gruppo di lavoro che di solito lo assisteva. - «Allora, cominciamo dalle persone scomparse, non fa mai male... Bassani, te ne occupi tu? Ferretti, devi chiamare Costel e Brahim», ordinò, alludendo a due informatori, «quella è zona di immigrati ed è a due passi da Porta Palazzo. Voglio sapere se qualcuno ha visto qualcosa, un ufo, un unicorno, Babbo Natale fuori periodo, qualsiasi cosa. Montali, tu stai addosso a Spanò, Andrea se la prende sempre comoda quando può e io ho bisogno di sapere subito chi è la vittima, le indagini su i figli di NN non mi piacciono. Io chiamo il questore, è importante che concordi con lui cosa far sapere ai giornalisti e cosa no». I colleghi si accinsero a dedicarsi ai compiti assegnati ed uscirono dal suo ufficio, e Martini digitò il numero diretto del questore. Bruno Fissore, astigiano, robusto e dall’espressione gioviale, era un poliziotto sveglio, nonostante l’aria paciosa ed inoffensiva. Poco amante dei salamelecchi di solito tributati alla sua carica, aveva intavolato un rapporto di stima ed amicizia con Martini da quando era il capo della polizia di Torino. - «Bruno, sono Lorenzo. Immagino che avrai già saputo del ritrovamento di stamattina…» - «Sì. E’ chiaro che di Viola ho tutta la fiducia possibile, so che spesso le parli di lavoro e non mi dispiace, è ovvio, ma per il resto… Una ricostruzione grafica del volto al tg regionale di stasera e niente altro. Finchè non sappiamo chi è manteniamo il riserbo sulle cause di morte e i dettagli del rinvenimento del corpo, soprattutto su quella stella a cinque punte. Il giudice è stato molto chiaro, non deve trapelare nulla. Siamo d’accordo?» - «Siamo d’accordo».

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«Ah, chiama il professor Sellino dell’università, quando ha tenuto il seminario sulle sette sataniche tu eri in vacanza, potrebbe tornarti utile per riuscire a determinare la pista giusta… a Torino è sin troppo facile scaricare il barile su bestie di Satana e compagnia bella.» - «Certo… è un vecchio professore di Viola, è molto disponibile, cercherò di parlarci già oggi.» - «A proposito di Viola, quando ha saputo che non sareste partiti mia moglie ha pensato di invitarvi a cena una di queste sere, è molto che non venite…» La moglie del questore, una ginecologa di cinquantatre anni, e Viola, giornalista de La Stampa e scrittrice di successo di vent’anni più giovane, apparentemente non avevano nulla in comune. Marta Gassino Fissore era alta non più di un metro e cinquanta, era esile, aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e le labbra sottili; Viola era alta uno e settanta, era mora, aveva gli occhi grandi, scuri, espressivi, la bocca carnosa ed aveva le forme che di solito un uomo si volta a guardare per strada. Si erano incontrate la prima volta ad una cena di rappresentanza tre anni prima e si erano piaciute subito, tanto da essere diventate buone amiche. - «Dirò a Viola di chiamarla.» - «Ah, senti un po’, il tuo vice, Matta, che fine ha fatto?! È ancora irreperibile? Stavolta gli faccio passare un brutto quarto d’ora, non è la prima volta che si comporta così. Appena ricompare mandamelo». Il cellulare di Martini trillò. - «Bruno, è Pignataro, forse ci sono novità… ti tengo aggiornato». Concluse il colloquio con Fissore ed aprì il suo Motorazer. - «Era ora!», sospirò Pignataro. «Credevo fossi a casa per pranzo e tanto che c’ero ho scippato un invito a Viola». - «Hai novità, squartatore della Sila? Oppure stai aspettando che Grissom ti porti le novità dell’ultima ora? »

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«Ma vattene affanc… Comunque è morta di droga, overdose di cocaina come pensavo, aveva il cuore in pappa praticamente… Lo stupro è… strano. Ante mortem e post mortem, ti farò avere i risultati al più presto, sto verificando alcune cose che non mi tornano.» «Pensi ad una prostituta?» «Non con quella manicure.» «Che vuoi dire?» «Che è raro che una prostituta abbia le unghie ricostruite in ceramica e dei residui di creme costose sulla faccia… Chiunque fosse si trattava bene ed aveva i soldi per farlo». «Mandami i risultati con Spanò, e scrivi una spiegazione dei tossicologici, abbi pazienza. Ci vediamo stasera, porta i dolci».

Pietro Sellino aveva avuto una predilezione per Viola quando, dieci anni prima, era stata sua studente nel corso di Storia delle religioni, e Martini non si stupì di vederlo nel suo ufficio nel primo pomeriggio. Era bastata una telefonata della sua vecchia allieva per attivare l’anziano e grassoccio docente, addentro nelle credenze più strambe mai sentite dal commissario: era arrivato a tempo di record, stravolgendo le abitudini di lentezza esasperante di Palazzo Nuovo. Dopo i convenevoli, il professore andò al punto. - «Allora, ragazzo mio, che è successo?» - «Professore, lei è debole di stomaco?» Sellino lo guardò come avrebbe guardato una matricola dai voti mediocri. - «Fammi vedere, su.» Martini gli porse una cartellina, all’interno della quale si trovavano le foto scattate sul luogo del ritrovamento del cadavere non ancora identificato. - «Che grandissima puttanata!» Il professore era visibilmente agiato. - «Perché?»

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«Sembra una presa per il culo, mio caro. E non posso garantirti che non lo sia.» - «Perché?» - «Perché lo schema parzialmente coincide, ma siamo a Torino e dare la colpa alle bestie di Satana o ai figli di Lucifero è sin troppo semplice.» A Martini sembrò di sentire il questore. - «Continui.» - «Scusami, ma dov’eri quando ho tenuto il seminario per la Squadra Mobile?» - «A Parigi con Viola», confessò il commissario, sorridendo come un ragazzino che aveva marinato la scuola con la fidanzatina. - «Bene, la prossima volta cerca di esserci…» - «Professore, la prego, mi spieghi come funziona il satanismo, quello vero però.» Sellino aprì la sua portadocumenti e tirò fuori dei tomi. - «Dovresti leggere questi, ti aiuterebbero ad addentrarti nell’arg…» - «Professore, mi piacerebbe poter studiare ma abbiamo in ballo un omicidio che potrebbe crearci non pochi problemi. La prego, cerchi di essere esauriente per quanto possibile.» - «Ti faccio un riassunto delle puntate precedenti allora, ma scordati Torino Magica e simili», l’avvisò il professore, alludendo ad un tour organizzato per i turisti, che con quello visitavano i luoghi misteriosi della città. - «D’accordo.» - «Prima di tutto, l’uguaglianza heavy metal – satanismo va sfatata per il settanta per cento. Chi segue l’heavy metal solitamente pratica un satanismo d’ottava categoria, i veri satanisti sono quelli che non ti aspetti. Industriali, avvocati, figli di papà. E ci credono eccome.» - «Come funziona?» - «Le strutture sociali sono principalmente circolari, con un Grande Maestro al centro, o piramidali, con il

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maestro posto al vertice. Si è posti ad una certa distanza, diciamo, dal centro o dal vertice a seconda del livello di conoscenza raggiunto.» «In cosa consiste questa conoscenza?» «Mantra, evocazioni, lettura di testi “sacri”. Non giocano a fare i macellai coi gatti del vicino di casa. La fede è volta al raggiungimento della piena conoscenza e consapevolezza del tutto, che secondo gli ideali cristiani è negata all’uomo proprio dalla sua stessa natura umana.» «Capisco.» «No, non capisci, perché adesso sicuramente starai pensando che sia un fenomeno nato col Cristianesimo, mentre non è così.» «Non lo è?» «Sicuro che non vuoi leggerti questi testi?» «Sicuro, continui.» «Dicevo, è un fenomeno ampiamente precristiano. Perlopiù ha origini nel nord Europa. Cosa sai sui riti druidici?» «Poco.» «Il centro dei culti druidici è la Madre, identificata con la Terra, che è la madre di ogni cosa. Il ciclo delle stagioni è paragonato ad una ruota, le ricorrenze principali sono otto, Samhain il trentuno di ottobre, l’inizio dell’anno, Yule il solstizio d’inverno, Imbolc l’uno e il due febbraio, Ostara l’equinozio di primavera, Beltane il primo maggio, Litha il solstizio d’estate, Lughnasadh con il primo di agosto, Modron, la fine dell’anno, l’equinozio d’autunno», sciorinò pazientemente Sellino. «Ehm… e?» «Bene, Ostara e Beltane sono le celebrazioni volte alla fertilità e alla luce, in cui la Dea Madre si accoppia col Dio maschio di turno e regala vita e prosperità. Durante Beltane, ed è su questo che mi concentrerei per farti capire a fondo la cose, succedeva qualcosa di particolare.»

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«Perché?» Martini immaginò Viola affascinata dalle lezioni di Sellino, e comprese perfettamente perché le piacessero tanto. L’insegnante era un affabulatore nato. «Beltane è la festività durante la quale la Dea si accoppia con il Dio Cervo. Il cervo è anche uno degli animali venerati dai satanisti, anzi, rappresenta il Dio per eccellenza.» «Ah.» «Ad ogni modo, devi pensare a riti di quel genere che si sono evoluti con il tempo. Essendo precedenti al Cristianesimo è totalmente sbagliato considerarli suoi nemici, perlomeno all’inizio; è stato proprio il Cristianesimo, con la sua diffusione, a dichiararli tali. Non dimentichiamoci che per molti popoli il Cristianesimo è stato una vera e propria piaga, una religione imposta con la forza, e il mancato rispetto dei suoi dettami poteva portare ad accuse di eresia e di stregoneria. Le pene non erano certo miti, Lorenzo. Carcere, torture, morte sul rogo. Questo ha portato i fedeli agli antichi culti a nascondersi, l’aura di segretezza che li ha circondati per secoli non ha fatto altro che aumentare il livello di fascinazione per gli aspiranti adepti.» «Credi che il mio caso possa, almeno in parte, riguardare l’ambiente delle sette sataniche?» «Sì. Se la ragazza è stata stuprata è possibile, quella stella a cinque punte mi fa dubitare però. Non avrebbero mai lasciato una traccia di questo genere, insomma, non sono certo stupidi.» «Gli stupri di gruppo sono parte dei riti?» «Prendono una ragazza esterna alla setta, la fanno divertire e bere e poi la drogano con sostanze che solitamente si usano per gli animali. I riti durano molte ore, gli accoppiamenti sono molteplici e tutti volti a celebrare la superiorità maschile. Se la poveretta si risveglia, e dico se, è fortunata. A meno che non venga sacrificata come capri, cani e galli, tutti neri ovviamente. Lì le cose si complicano. Se è

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stato un sacrificio ti anticipo che sarebbe inutile cercare un… movente, li chiamate ancora così?» «Sì certo… capisco, perché sarebbe una vittima al tempo stesso designata e casuale… oppure c’è un criterio nella scelta?» «I criteri purtroppo sono nella testa di chi sceglie, in questo non posso aiutarti, mi spiace.» «Saprebbe farmi qualche nome sui fedeli qui a Torino?» «Naaa, sono più guardinghi e cauti di un gruppo di carbonari durante il Risorgimento. Sono società segrete vere e proprie, in cui è difficilissimo entrare e dalle quali solitamente non si esce vivi. La conoscenza va tutelata da coloro che non la comprenderebbero perché non hanno la stessa… chiamiamola apertura mentale.» «Professore, io non so come ringraziarla per il suo tempo e per la sua collaborazione…» «Non scherzare… piuttosto, di’ a Viola da parte mia di passare a trovarmi più spesso: non ho studenti svegli come lei di questi tempi.»

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«Salvo», chiese Martini all’amico quella sera a cena, «ho letto la tua relazione, devi darmi dei chiarimenti». «Dimmi… Buono l’arrosto, Viola». «Grazie», rispose lei. «Dicevo… Hai scritto che gran parte della cocaina è stata iniettata…» «Vedi, quando uno la coca la sniffa ci impiega pochissimo a fare effetto, è una cosa veloce ma l’assorbimento è paradossalmente più lento, perché avviene per mezzo delle mucose nasali, che sono meno veloci del sangue. Quando però viene iniettata l’overdose è quasi istantanea perché le sostanze raggiungono il cervello e il cuore praticamente subito, considera che il cuore pompa circa cinque litri

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di sangue al minuto in un soggetto con quella costituzione fisica…» - «Vuol dire che in nemmeno venti secondi, a seconda di dove la inietti, puoi andartene al Creatore?» - «In parole povere sì. Tra l’altro gli esami non hanno individuato le sostanze che solitamente si accompagnano alla cocaina, niente anfetamine, lidocaina, efedrina, mannite e nemmeno un po’ di bicarbonato, di solito la tagliano con questa roba… C’erano solo alcaloidi della coca. Era pura, è morta senza accorgersene». - «Qualsiasi tossico con un minimo di coscienza dei propri limiti non si farebbe mai una dose del genere… Per riuscire a capirne un po’ di più dobbiamo aspettare di ident…» Suonò il telefono, Viola rispose dal cordless ma la chiamata durò pochissimo. - «Era Montali. Si è presentato in commissariato un ragazzo, dice di conoscere la vostra vittima, deve aver visto la foto che avete dato al TG3. Devi andare subito». Chi aspettava Martini in via Verdi era di buona famiglia, era evidente dai suoi modi e dai suoi abiti ma soprattutto dal suo accompagnatore, l’avvocato Vincenzo Marchi, principe del Foro di Torino. - «Sono il commissario Lorenzo Martini… Noi ci conosciamo già, vero avvocato?» Si strinsero la mano. - «Infatti… Eravamo un po’ titubanti sul pronunciarci data l’identità della ragazza ma non appena ho saputo che era lei ad occuparsi della cosa ho tranquillizzato il mio cliente… » Cliente che, finalmente, proferì parola. - «Mi chiamo Marco Ajmoni-Marsan, commissario». Gli tese la mano, e Lorenzo fece lo stesso, rendendosi contemporaneamente conto che la faccenda era più grossa di ciò che si aspettavano, se non altro per le persone che vi

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erano coinvolte. Il padre di quel ragazzo era Giovanni Ajmoni-Marsan, discendente di una famiglia di banchieri torinesi che operava in Piemonte dalla metà del Seicento. Oltre alle ovvie disponibilità liquide aveva proprietà immobiliari in ogni dove, la sua era un istituzione d’élite, col tempo si era trasformata in una banca d’investimenti dalle grandi alleanze internazionali. - «Allora, signor Ajmoni-Mars…» - «Mi chiami Marco e mi dia del tu, la prego, di solito la gente fa persino fatica a scriverlo il mio cognome». - «Bene Marco. Tu sai chi era la ragazza che abbiamo trovato». - «Sì, è la ragazza del mio migliore amico e anche io la conoscevo da moltissimo tempo, sebbene non la frequentassi con piacere». - «E di chi si tratta?» - «Di Marika Del Gaudio, la figlia del professor Del Gaudio», s’intromise l’avvocato. Porca miseria. Immaginava una cosa grossa, ma non così grossa. Luciano Del Gaudio era professore di medicina all’università di Torino, era titolare della cattedra di chirurgia plastico-ricostruttiva. A Torino era una celebrità non soltanto per i meriti accademici e scientifici, ma perché lavorava in tutto il mondo e si dedicava continuamente a progetti umanitari. Operava pro bono casi provenienti dai paesi più poveri in convenzione con una clinica tedesca, collaborava con alcuni premi Nobel italiani per la ricerca di nuove soluzioni applicabili al suo ramo chirurgico. Un santo, in pratica, sul quale non era mai circolata una brutta parola o una chiacchiera di troppo. Chissà quante se ne sarebbero scatenate quando si sarebbe saputo che sua figlia era morta in circostanze tanto sporche. - «Posso chiederti da quanto non la vedevi?» - «Commissario, Marika era una drogata che aveva rovinato la vita del mio migliore amico. Quando potevo la evitavo, cercavo di vedere solo Carlo… L’ultima volta l’ho vista circa venti giorni fa, ero andato a casa dei genitori di Carlo a prenderlo e lei lo aspettava fuori. So che vivevano insieme da un paio

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d’anni ma non ho mai voluto sapere dove, così come non volevo vederla… Spacciava, commissario. Era per resistere alla tentazione di denunciarla, oltre che per il disgusto che provo per lei. Carlo non me l’avrebbe mai perdonato. Non ho mai capito cosa trovasse in lei». Evidentemente Marco non aveva bisogno di essere incalzato. - «Perché dici questo?». - «Io e Carlo siamo coetanei e ci conosciamo da sempre, i nostri genitori erano amici da prima che noi nascessimo. Ci siamo laureati in International Management a Eton, abbiamo fatto un master negli Stati Uniti. Contavamo di avviare un’attività nostra, chiaramente avremmo avuto bisogno dei nostri genitori all’inizio ma sarebbe servito per poco. Avevamo un’idea ottima, i soldi sarebbero arrivati in pochissimo, avremmo restituito tutto. Ho già ventisei anni, le cose mi hanno costretto a fondare una società con mio padre all’inizio dell’anno scorso per realizzare il nostro progetto, Carlo non era più lo stesso.. Durante le vacanze di tre anni fa siamo tornati a Torino e ha avuto un flirt con Marika. Quando siamo rientrati del tutto lei gli si è incollata addosso. Tra i due la personalità forte era lei, non lui. Ha cominciato a pippare di brutto, sono andati a vivere insieme. Il resto è storia, commissario. Lei aveva appena la maturità, ha lasciato l’università perché “non riusciva a concentrarsi”, diceva. Carlo era una persona intelligente, lei un’ochetta che bramava per la coca e i vestiti firmati». - «Chi è il Carlo di cui mi stai parlando?» - «Carlo Bosco». Se continui a lanciare bombe simili finirai per aprirmi un cratere nella scrivania. Eugenio Bosco era stato uno dei primi imprenditori italiani ad intrattenere rapporti commerciali con il Sud America e a credere nelle sue potenzialità senza limitarsi a caffè e cacao. Trent’anni prima aveva cominciato un’intensa attività di import-export con gli Stati Uniti e col tempo aveva spostato

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l’attenzione verso il Brasile, la Colombia, il Perù, il Cile ed il Venezuela. Per un caso del tutto fortuito era diventato amico personale del presidente João Baptista Figueiredo. Grazie alle indubbie doti imprenditoriali e ai suoi favori, guadagnati grazie al fatto che il brasiliano amava i prodotti di lusso italiani che Bosco poteva agevolmente fornirgli, era diventato uno dei principali imprenditori italiani nel campo. Da circa dieci anni stava espandendo gli affari anche in Russia e in Cina . Aveva appreso tutte queste cose da Viola che, abbonata a Forbes, aveva scritto un articolo su uno dei pochissimi italiani, torinese doc, ai quali la rivista americana dedicava attenzione. - «Da quanto non vedi Carlo?» - «Da cinque giorni. È normale però… Carlo aveva un appartamento a Milano e spesso ci andavano, non mi è parso granché strano non incontrarlo a Torino finché non ho visto la foto di Marika al telegiornale un paio d’ore fa. L’ho cercato ovunque e non l’ho trovato, i suoi sono fuori Torino e non sanno assolutamente nulla, comunque dovrebbero rientrare stanotte stessa, erano in ansia anche loro e l’avermi sentito li ha messi in allarme ». - «Temi che possa essergli successo qualcosa? Sai se anche lui spacciava?» - «Carlo odiava la sua dipendenza, era uscito da poco da una clinica per la disintossicazione e non toccava coca da sei mesi, questo glielo posso garantire, lo controllavo di continuo anche con le analisi e sono sicuro che ne era venuto fuori, era addirittura venuto a lavorare con me, sarebbe diventato socio a breve. Non ha mai spacciato, si rifiutava di venderla, Marika continuava a dargli dello scemo perché era “un’attività redditizia”. Ultimamente era arrivata anche ad organizzare festini in casa sua, nel periodo in cui Carlo è stato in clinica mi ha chiamato per invitarmi ad una di queste… orge». Un bel soggettino, questa Marika… Si spiegherebbe però l’intensa attività sessuale precedente alla morte.. - «Devo pregarti di lasciarmi tutti i recapiti telefonici di cui disponi, gli indirizzi, tutto quello che può aiutarci

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a trovare i loro genitori e a scoprire i loro ultimi movimenti». Prontamente Marco tirò fuori dalla portadocumenti un’agenda ed un block notes e cominciò a trascrivervi sopra numeri di telefono ed indirizzi. La conoscenza fra le due famiglie doveva essere piuttosto profonda, i dati erano ordinatamente divisi fra “lavoro” e “privato”; di Marika invece c’era solo un cellulare, e nonostante fosse ben poco rispetto alle informazioni su Carlo era una traccia importante. Marchi prese nuovamente la parola, approfittando del silenzio di Marco. - «Commissario, direi che il mio cliente ha finito…» - «Infatti, e non ha idea di quanto ci sia stato utile. Marco» disse poi, rivolgendosi al testimone, «ti chiedo comunque di non lasciare Torino per almeno una settimana, conosci bene Carlo e se non dovessimo riuscire a rintracciarlo nemmeno noi potremmo avere ancora bisogno di te, se non altro perché conosci le sue abitudini» - «Ho seriamente paura per lui, commissario». - «Ti terrò aggiornato personalmente, Marco, hai la mia parola». Il ragazzo era chiaramente affezionato a Bosco, ed appariva seriamente preoccupato. In meno di dieci minuti Ajmoni-Marsan e Marchi lasciarono il commissariato e Martini chiamò il questore direttamente a casa. - «Pronto?» - «Marta, sono Lorenzo. Perdonami ma ho necessità urgente di parlare con Bruno». Il tono grave di Martini riuscì a scoraggiare la ciarliera moglie del suo superiore. - «Te lo passo subito». Lorenzo sentì del movimento in sottofondo e qualche secondo dopo era il linea con il suo superiore. - «Non sei il tipo da chiamarmi a casa per lavoro, che è successo?» - «Abbiamo un testimone, hanno riconosciuto la vittima. È la figlia del professor Del Gaudio». - «Brutto affare, bruttissimo».

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«Dobbiamo assolutamente parlare con lui e la moglie al più presto, mi chiedevo se volevi venire con me data la famiglia coinvolta». «Dammi una mezz’ora e sono in commissariato da te».

Cinquanta minuti dopo Martini, il questore ed un paio di agenti erano seduti nel salotto della villa sulle colline torinesi di proprietà del professor Del Gaudio. La signora piangeva silenziosamente in un angolo della stanza arredata in stile Luigi XIV, probabilmente con mobili originali dell’epoca, mentre il professore ostentava un’espressione rassegnata, quella di chi si aspettava da tempo una notizia tanto terribile, ed aveva preso posto vicino al questore. - «Siamo davvero desolati, speriamo sempre di non dover mai dare notizie simili ad un genitore ma vostra figlia è stata riconosciuta da un suo amico, Marco Ajmoni-Marsan, come la ragazza rinvenuta questa mattina nel giardino della vecchia Italgas», esordì il questore. - «Devo provvedere al riconoscimento, comunque». - «Certo, domattina potrà recarsi al centro di medicina legale». - «Mi scusi, professore, ma se dovesse trattarsi di sua figlia come pensiamo… può dirci qualcosa di lei?», domandò Martini. - «Non avevamo grossi contatti con Marika, ormai era grande, si gestiva da sola». - «Aveva terminato gli studi?» - «No, aveva cominciato Medicina ma non è andata oltre il secondo anno». - «È proprio vero che a volte non si seguono le orme paterne… Si era iscritta ad un’altra facoltà?» - «No ma le ripeto, non avevo grossi contatti con mia figlia, non so se avesse optato per qualcos’altro». Il professore sembrava nervoso, il che era comprensibile visto che gli avevano annunciato che con grossa probabilità sua figlia era ospite di una camera mortuaria, ma le ragioni

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dovevano avere ben diverse da quella che appariva come scontata. Martini aveva già avuto a che fare con genitori che avevano appena perso un figlio e le reazioni erano state diverse, dalle urla al dolore composto, dagli svenimenti alle aggressioni a chi era stato incaricato di avvisare le famiglie. Non aveva mai visto tanta indifferenza in un padre. - «Professore, lei sapeva che genere di compagnie frequentava sua figlia?» - «So che non erano consone alla sua persona ma soprattutto a noi. I nostri rapporti si erano diradati anche per questo». - «Immaginava che facesse uso di sostanze stupefacenti?» - «Non vedo come…» - «Professore, le parlerò da uomo a uomo, la prego di non prendersela». Lo sguardo di Fissore diceva Attento a dove metti i piedi. - «Mi dica commissario». - «Se la ragazza che è in questo momento all’obitorio è sua figlia, lei ha il diritto di sapere che era piena di coca quando l’abbiamo trovata, ed è morta ammazzata da un’iniezione di cocaina pura. Dovrebbe sapere meglio di me che non è una bella morte». - «Certo che lo so». - «Le sto solo chiedendo di essere sincero, professore. Tutto quello che lei dirà non uscirà da questa stanza, non siamo giornalisti. Il questore ed il giudice per le indagini preliminari hanno disposto il più alto grado di segreto istruttorio. Se quella ragazza è sua figlia merita il suo aiuto». - «Mia figlia non meritava nulla, commissario». - «Per quale motivo?». L’affermazione era piuttosto pesante. - «Si drogava. Aveva vent’anni la prima volta che ha provato la cocaina a Montecarlo. L’abbiamo mandata nelle migliori cliniche del mondo, a ventidue anni sembrava esserne completamente uscita, ma ci ha

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solo presi in giro. Io e sua madre siamo stati a Parigi per festeggiare un anniversario di matrimonio, quando siamo tornati avevamo la casa letteralmente invasa da ragazzi pieni di coca. Abbiamo minacciato di chiamare la Polizia e sono scappati tutti. Lei ha fatto una scenata, non ha nemmeno provato a negare. Quando ha alzato le mani su sua madre ha fatto traboccare il vaso… L’ho cacciata di casa, in maniera definitiva». - «Non avete più provato a mandarla in comunità?» - «Commissario, sono un medico. Aveva avuto le migliori cure ed assistenza possibili, nonostante questo aveva continuato a fare i suoi porci comodi alle nostre spalle. Fingeva di volere il nostro aiuto e poi ci pugnalava alle spalle. L’ha fatto per due anni. Ci siamo stancati, la sopportazione ha un limite anche verso i figli». - «Come faceva Marika a mantenersi? Non aveva un lavoro fisso e abitava da sola... Abbiamo dei sospetti ma crediamo che il tenore di vita che riusciva a sostenere non fosse raggiungibile soltanto con dello spaccio saltuario». - «Mia moglie ha insistito perché continuassimo a darle dei soldi, per quello che mi riguarda avrei speso tutto in adozioni a distanza. Un bonifico di cinquemila euro partiva tutti i mesi dal mio conto corrente in maniera automatica. Non ha mai detto grazie». Una vera vipera. - «Da quanto tempo non vi vedevate?» - «Dalla sera in cui l’ho trovata in casa con quei maledetti». - «Non sa dove abitasse? Non l’ha più sentita nemmeno al telefono?» - «No». Bene, ci toccherà trovare la casa seguendo le tracce del cellulare, riesco già a sentire i cristoni di Spanò. - «L’ho sentita io».

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La signora Del Gaudio parlò per la prima volta, stupendo soprattutto il marito. - «Come dice, signora?», interloquì il questore. - «La sentivo io». - «Antonia! Non posso crederci!», il professore si alzò in piedi e prese a percorrere la stanza a grandi passi nervosi, gesticolando con foga. «Ti rendi conto? Hai sempre voluto dargliele tutte vinte! È stata colpa nostra se Marika è diventata quello che era». - «Era mia figlia, tu non l’hai mai capita!» Martini si avvicinò alla donna, visibilmente sconvolta, e l’approcciò con tono comprensivo. - «Signora, quando ha parlato con sua figlia l’ultima volta?» - «Giorno undici, verso le sette… Stava bene, diceva che sarebbe andata a Milano con Carlo, era tranquilla…» - «Non le ha detto nulla? - «Nulla, commissario». - «Aveva rovinato anche quel povero ragazzo», lamentò Del Gaudio. «Tutto quello che toccava si distruggeva! E tu l’hai aiutata!» - «Era mia figlia!» Martini e il questore si scambiarono un’occhiata d’intesa. Leviamo le tende, i litigi non sono affar nostro. - «Professore, signora… Noi togliamo il disturbo, la nostra presenza qui non è più necessaria e ci rendiamo conto della difficoltà di questo momento... Il dottor Pignataro dell’istituto di medicina legale vi aspetta domattina per un riconoscimento ufficiale, io sono disponibile in questura per ogni vostra richiesta, la stesa cosa vale per il dottor Martini». Il professore li accompagnò alla porta, li ringraziò brevemente e li accomiatò; in macchina Martini e Fissore si scambiarono le prime impressioni. - «Lui è un uomo duro. Corretto, ma duro… Non sono in molti a trattare i propri figli in questo modo, anche se ne combinano di tutti i colori».

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«Mettiti nei suoi panni… È un medico, è una persona importante. Non può rischiare di perdere la faccia e a pensarci bene non sarebbe neppure giusto. Evidentemente la moglie è una persona debole o comunque facilmente manipolabile… È dovuto intervenire il marito quando la figlia ha cercato di aggredirla, e nonostante questo lei ha insistito per continuare a passarle dei soldi e tranquillamente le rivolgeva ancora la parola». «Abbiamo informazioni ufficiose su questo fiorellino di famiglia?» «Mia moglie fa la ginecologa, è la tua ragazza la giornalista…»

Martini rientrò a casa che erano le tre passate. Trovò sul tavolo un biglietto di Viola. “Ti ho lasciato da parte la cena ed il dolce, ti aspetto a letto, se dovessi dormire quando torni svegliami, voglio sapere chi è la ragazza”. Saltò la cena, gli eventi e le parole della serata gli avevano fatto passare la fame, e raggiunse la donna a letto. Dormiva talmente beata che gli dispiaceva destarla, cercò di spogliarsi senza fare rumore. Quell’immagine di lei contrastava talmente quella diurna, chiacchierona ed attiva, che spesso rimaneva a guardarla chiedendosi quale gli piacesse di più. Sorrise ricordando come si erano conosciuti. Poco più di dieci anni prima dei suoi cugini, figli di una sorella del padre trasferitasi in gioventù a Roma, erano andati a Torino a visitare la città e lui li aveva portati al Museo Egizio. Uno aveva insistito per vedere anche la Galleria Sabauda, che si trovava al piano superiore. I cugini erano spariti nelle varie sale e lui aveva preso a girare da solo per la pinacoteca. Ad un certo punto aveva notato una ragazza, immobile davanti ad un quadro. Bellissima, aveva pensato. Le si era avvicinato, aveva preso a fare lo scemo e quando si era presentato lei aveva chiesto, evidentemente interessata, “Discendente di quel Martini?” e lui aveva risposto “Sì, forse alla lontana ma dovrei essere parente dei proprietari della Martini&Rossi”. Lei era scoppiata a ridere come se lui avesse detto la cosa più assurda del mondo, e

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aveva un sorriso bellissimo. “A dire il vero parlavo di Simone Martini, era un pittore del Duecento”. Il resto era storia. - «Viola, amore?» - «Mmmmm… Sei tornato… Ma che ore sono?» - «Le tre e venti». - «Allora, cosa dice Del Gaudio?» - «Sapevano che la figlia si drogava, le passavano un tot al mese per evitare gli scandali». - «Ma che bella famiglia felice...» - «Del Gaudio dice che la figlia aveva rovinato Bosco…» - «Non mi riesce difficile concordare con lui». - «Salvo ha tardato qui da noi?» - «Abbiamo finito di cenare e poi abbiamo fatto due chiacchiere, nulla di che, saranno state le undici quando è andato via... Vieni a nanna?» - «Agli ordini capo…»

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Martini dormiva ancora alle otto meno venti del mattino ma a quanto pareva Montali no: La cavalcata delle Valkyrie di Wagner, gentilmente offerta dal suo Motorazer, svegliò lui e Viola di soprassalto. - «Pronto?» - «Commissario sono Mont…» - «Giuseppe, sono andato a dormire alle tre e mezza… Spera di avere una buona ragione». - «Abbiamo trovato Carlo Bosco».

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«Ah… Era a Milano?» «Era morto, commissario. Sotto il ponte sulla Dora di via Rossini…» - «Il dottor Pignataro è lì?» - «Sì, ci sono anche anche il dottor Spanò e il giudice». - «Benissimo, manda una volante a prendermi tra una mezz’oretta». - «Ah, commissario, Costel ha chiamato Ferretti questa mattina alle sette, ha detto di avere qualcosa per noi». - «Lo voglio alle undici in ufficio. Ricordati di mandarmi la macchina, ci vediamo più tardi» Appoggiò il cellulare sul comodino e guardò Viola. - «Hanno trovato Bosco, morto». - «Quando chiedi di Salvo immagino sempre…» Lorenzo ebbe un’idea. - «Amore, c’è una qualche tuo collega che si occupa di cronaca cittadina… rosa?» - «Sì… Aspetta… Non proprio “cittadina”, ma lei è di Torino, quindi conosce molto bene l’ambiente… Si chiama Chiara Pozzato. Perché?». - «Pensi che ci potrebbe passare qualche pettegolezzo su Del Gaudio e su Bosco? Stranamente voi giornalisti sapete spesso cose che noi sbirri neppure ci sogneremmo» - «È il nostro mestiere… Vuoi che te la porti in ufficio?» - «A cena non si può?» Viola sfoggiò un’espressione che diceva Quella stronza in casa mia non ci metterà mai piede. - «Non sono esattamente pazza di lei, preferirei portarla lì». - «Come vuoi… Se riesci a rintracciarla riesci ad organizzarmi un incontro nel pomeriggio?» - «Ti chiamo… Ti ripeto, non siamo grandi amiche, può anche darsi che mi dica di no». - «Aspetto una tua chiamata allora» Un paio d’ore dopo Martini ed il questore erano a casa dei signori Eugenio e Maria Bosco e si resero conto che

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quasi sicuramente i due non immaginavano quali fossero e vizi e le virtù del figlio. La loro sì che è una reazione normale, pensò Martini. La signora aveva avuto una crisi di nervi e il marito l’aveva messa a letto con l’aiuto di una domestica e di un paio di sonniferi; lui stesso, con gli occhi gonfi di pianto, scuoteva la testa e non si capacitava di ciò che era successo. - «Signor Bosco», disse finalmente il questore, «abbiamo bisogno che rispondiate a qualche domanda. Ci rendiamo conto di quando possa essere terribile ma è necessario che ricostruiamo le ore precedenti alla morte di Carlo». - «Non posso nemmeno aiutarvi, è questo il fatto. Ero in Germania con mia moglie, io ero lì per lavoro e lei voleva vedere Francoforte… Siamo rientrati cinque ore fa, abbiamo fatto i salti mortali per tornare a Torino dopo che Marco ci ha avvertiti… Lui e mio figlio erano molto legati, povero ragazzo, le aveva provate tutte per aiutarlo». - «Lei sapeva che suo figlio faceva uso di stupefacenti, signor Bosco?» - «L’ho saputo soltanto quando ne è uscito… Aveva chiesto aiuto a Marco e non a me, ma Marco ce l’aveva fatta… L’ha portato in Svizzera per tre mesi e quando è tornato Carlo era una persona diversa…». - «Non si è stupito quando ha appreso questo lato di suo figlio? Non è intervenuto in nessun modo?» - «Le ripeto, avevo qualche sospetto prima ma ho avuto la certezza della sua tossicodipendenza soltanto quando ne era già fuori… Purtroppo nel nostro ambiente non è raro che avvengano cose simili». - «Voi conoscevate Marika?», s’inserì Martini. - «La conoscevamo perché era figlia di suo padre, commissario, e sinceramente non ci piaceva. Sebbene non si drogasse più Carlo non voleva abbandonarla, diceva che era buona, che l’amava... Né io né mia moglie l’abbiamo mai avuta in simpatia ma certo non potevamo proibire a Carlo di

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frequentarla, non puoi permetterti di scremare le amicizie e gli amori dei tuoi figli se hanno già ventisei anni». - «Lei sostiene comunque che Carlo avesse smesso con la droga…» - «Sì, ne sono sicuro. Era evidente. Si era messo a lavorare con Marco, stavano sviluppando un’idea che avevano sin dal liceo… Insomma, nell’ultimo anno c’erano stati dei cambiamenti positivi». - «Marco non viveva più con voi, vero?» - «No, divideva un appartamento con Marika in via Belfiore». - «Potrebbe lasciarci l’indirizzo preciso?» Finalmente qualcosa di concreto! - «Dovrebbe essere il numero… Aspetti…», Tirò fuori il portafoglio dalla tasca della giacca ed estrasse un bigliettino. «Via Belfiore quarantatre». Sia a Martini che a Fissore parve chiaro che Bosco non poteva aiutarli oltre e dopo le rituali raccomandazioni, riguardanti il non allontanarsi dalla città ed il renderli partecipi di ogni cosa che potesse facilitare le indagini, lasciarono la villa. - «Tu pensi che Bosco ne fosse uscito come sostiene suo padre?» - «La sua versione e quella di Marco collimano… Chiama Spanò, Bruno, se sente la tua voce è possibile che si sbrighi molto prima… Quell’appartamento va perquisito, per adesso abbiamo soltanto vittime e qualche pista impercorribile per mancanza di conferme… Non è detto che invece non troviamo lì qualcosa che ci aiuti davvero». - «Perfetto… Tu senti cos’ha da dire il tuo informatore, e speriamo che la collega di Viola possa rivelarci qualcosa che ancora non sappiamo su queste persone… I figli ormai li conosciamo, sono i padri quelli che vorrei riuscire a capire meglio». Quando riuscì a sedersi sulla poltrona del suo ufficio erano ormai le undici e venti e Costel Baltag stava già

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aspettando da un bel po’ insieme a quello che doveva essere un suo connazionale e a Montali. Rumeno, cinquantenne, paffuto, con qualche precedente per scippi e furti d’auto, Costel aveva deciso di smettere di delinquere e aveva messo la testa a posto una quindicina d’anni prima per sposare una coetanea italiana altrettanto ben piazzata fisicamente. La sua attività al mercato di Porta Palazzo come verduriere, la sua curiosità morbosa, l’udito fine e la marea di conoscenze dovute al carattere gioviale e alla parlantina lo rendevano un prezioso collaboratore. - «Ciao Costel». - «Salve commissario». La mano ruvida del rumeno strinse la sua. «Il mio amico Marian ha qualcosa da dirle». Marian guardò Costel, titubante. - «Ti ho detto che puoi parlare col commissario, Marian, è una persona fidata e tu non hai fatto nulla di male… Sta’ tranquillo». - «Commissario, l’altra notte ero in giro e avevo bevuto moltissimo… Ero andato a casa di un amico che festeggiava l’anniversario di nozze, poi ci siamo spostati in una taverna rumena e lì ci siamo ubriacati... Tornavo a casa a piedi sul Lungo Dora e ho pensato di accorciare un po’ la strada, volevo passare dal giardino interno della scuola che c’è lì». Martini capì che parlava dell’università. - «Non sapeva che adesso c’è il cancello?», domandò, riferendosi alle basse ringhiere in metallo con le quali da poco tempo veniva chiusa la facoltà alla sera, come se la si potesse, con quel mezzo ridicolo, preservare dai furti. - «Sì, ma quelle scavalca anche un bambino commissario… e poi io non rubare, solo accorciare la strada per tornare a casa». L’italiano del suo interlocutore era incerto, ma Martini comprese dal suo sguardo che questi aveva soprattutto paura di finire in galera e lo rassicurò. - «Continui pure, Marian, nessuno la sta accusando di niente».

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«Sono entrato nel giardino e per terra ho visto una bella ragazza nuda… ero ubriaco, io non ho mai fatto una cosa simile altrimenti, ma era lì senza vestiti…» Marian non poteva sapere di aver violentato una morta, sicuramente tra l’ubriachezza e la foga non se n’era neppure accorto. - «Marian, le ripeto, lei non è accusato di niente… Deve dirmi soltanto se ricorda qualcosa in particolare, non so… Un oggetto, una macchina, delle persone». - «Non c’era nessuno in quel momento, era tardi, era mezzanotte, solo… sì, forse una cosa ma non credo che importa». - «Non si preoccupi di sembrare superfluo, mi dica tutto». - «C’era una macchina molto bella, commissario». - «Che macchina? Me la può descrivere? Ricorda il marchio?» - «No, non ricordo… in realtà l’ultima cosa chiara che ho in mente è qualcuno che mi punta una forchetta in faccia, non ricordo chi è stato però. Hanno provato a cacciare me e miei amici in molti modi dalla taverna, forse è stato lì… ma me confuso». - «Solo un’ultima domanda… È stato lei a mettere nella vagina di quella ragazza quella bottiglia?» - «Non avevo bottiglie, non ho fatto niente a parte…» - «Capisco. Signor Marian, la ringrazio moltissimo, lei ci è stato molto utile». Forse non sapremo mai chi le ha messo lì quella bottiglia, potrebbe essere stato chiunque sia passato di lì, per sfregio. - «Davvero non dovete farmi niente? Non vuole vedere nemmeno il permesso di soggiorno?», si stupì, mentre riponeva il prezioso documento che Martini nemmeno aveva dispiegato. - «No. Può andare. Grazie per l’aiuto Costel». Strinse la mano di entrambi e notò che Marian non riusciva a distenderlo completamente. - «Che le è successo al braccio?»

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«Nulla, credo mi sono fatto male l’altra notte ma di nuovo non ricordo come, ho livido e molto dolore anche sul fianco ma io deve lavorare, non può andare in ospedale». - «Cerchi di non trascurare… Arrivederci». I due salutarono e lasciarono l’ufficio. - «Crede che abbia detto la verità, commissario?» - «Ti dirò, mi è parso sincero. Avrebbe potuto anche non presentarsi, è venuto addirittura col permesso di soggiorno… Che doveva fare ancora?» - «È che a volte sono davv…» Squillò il telefono. - «Pronto?» Era Spanò della Scientifica. - «Lorenzo, sono Andrea. Sono al quarantatre di via Belfiore, il questore ha detto che era della massima importanza… E lo è davvero. Vuoi fare un salto o preferisci che ti riassuma tutto al telefono?» - «Riassumi, ieri sera non ho mangiato, stanotte ho dormito quattro ore e se non bevo una tanica di caffè con un chilo di croissant adesso mi sento male». Montali si allontanò, cogliendo il messaggio subliminale del suo capo: Procurami del cibo. - «Ti do prima le cattive notizie, che però confermeranno i tuoi sospetti, credo. Abbiamo trovato il “kit del piccolo tagliatore di cocaina” nei pensili della cucina, delle dosi nell’armadio della camera da letto, dei video porno fatti in casa, un sacco di bei giocattolini nel comodino, mezzo miliardo di preservativi usati fra pattumiera e gabinetto…» - «Sembra evidente che la Del Gaudio si prostituisse». - «Beh, a meno che non fosse una gran…» - «Andrea…» - «…non vedo altre possibilità, questa stanza sembra un sexy shop..» - «Il testimone ha parlato di orge, festini a base di coca… combacia. Dammi le buone notizie adesso». - «Ci sono due cellulari e in cucina abbiamo trovato una rubrica ed un quaderno di partita doppia con dei dare ed avere in denaro ed in dosi, ci sono un sacco

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di numeri di telefono, non sarà facile tracciarli tutti ma in capo a stasera dovrei poterti dare i risultati, se non altro di quelli che risulteranno essere i più rilevanti». - «Era precisa… Puoi mandarmi le fotocopie dell’agenda?» - «Sembra il servizio clienti “Pronto Spaccìno”, a parte i numeri è zeppo di nomi, cognomi, per alcuni anche indirizzi… doveva avere un bel giro». - «Sfido, conosceva tutti i ricchi di Torino, i consumatori abituali di coca sono loro». Martini sorrise fra sé e sé. Spanò era sempre a dir poco creativo nelle sue descrizioni. - «Infatti qualche cognome è veramente altisonante». - «Analizzala e mandamela, ok?» - «Sarà fatto… ti faccio sapere». Mentre finiva di parlare con Spanò era tornato Montali con un vassoio colmo ed un messaggio per lui. - «Ha chiamato la signorina Viola, ha detto che per le due e mezza sarà qui con una sua collega come avevate concordato… le ho preso qualcosa da mangiare, non vorrei mai che la signorina la trovasse di cattivo umore». Puntuali come un orologio, Viola e Chiara Pozzato alle due e ventinove erano sedute nel suo ufficio. - «Finalmente conosco il commissario con gli occhi blu che ha incantato la nostra scrittrice!» Chissà perché il modo in cui aveva detto nostra scrittrice non gli era piaciuto, suonava quasi derisorio. Viola lo guardò come a dire Capisci adesso perché non la sopporto? La Pozzato aveva più o meno cinquant’anni, i capelli biondo platino e sembrava essersi truccata appositamente per mettere in luce le rughe che di certo cercava disperatamente di nascondere. - «Chiara, Viola ti ha spiegato perché abbiamo bisogno del tuo aiuto?» - «Sì, ma non credo che vi sarò utile. I genitori di quei due sono personaggi troppo in vistai, di loro si sa praticamente tutto…»

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Il telefono interruppe il discorso. - «Pronto?» - «Ho i risultati di Bosco». Era Pignataro. - «Allora?». - «Il nostro amico è morto per un’iniezione di coca come la sua fidanzata, ti stupirà sapere che non era abbastanza per ucciderlo in condizioni normali… era malato di cuore, probabilmente non lo sapeva neppure lui, ha ceduto per una malformazione congenita che da problemi reali in un caso su diecimila, avrebbe potuto vivere fino ad ottant’anni e non avere attacchi. La cocaina pura in vena ha creato un meccanismo per il quale il cuore è stato sottoposto ad uno sforzo eccessivo, la malformazione ha fatto il resto. I genitori non hanno mentito comunque, non si drogava da parecchio». - «Capisco… Ti ringrazio molto». Forse non volevano ammazzarlo… Una morte accidentale? - «Aveva due costole rotte». Il tono del medico era dubbioso. - «Che vuoi dire?» - «Capita quando si cerca di rianimare qualcuno e ci si mette troppa forza, solo che… Perché dare della coca in vena a qualcuno e poi fargli un massaggio cardiaco? Non ha senso… Ho cercato segni di caduta, ecchimosi, altre fratture, ferite da difesa, ma non c’è niente. Non può esserseli fatti in nessun altro modo, hanno cercato di evitare che morisse ma non capisco perchè». - «Questo cercherò di scoprirlo io… Ciao Salvo» - «Ciao Sherlock». L’attenzione di Martini tornò a Chiara e Viola. - «Delle mogli di Del Gaudio e Bosco cosa sai dirmi?» - «Antonia Macchi ha sposato Luciano Del Gaudio nel settantotto. Faceva l’anestesista, si sono incontrati in una sala operatoria ed è scattato il colpo di fulmine. Lei è milanese di origini ma quando si sono sposati Del Gaudio ha insistito per abitare a Torino. Non esercita più dal giorno prima del matrimonio, e che io

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sappia non ha mai tradito il marito, sebbene sia una bella donna e sia rimasta a casa da sola molto spesso non si è mai udita una chiacchiera. E se non lo so io puoi star tranquillo. Praticamente vive nell’ombra del marito». - «E la Bosco?» - «Maria Bellone è figlia di operai, esattamente come il marito. Hanno fatto fortuna insieme, pare che si siano conosciuti ad una festa universitaria e che non si siano mai più lasciati. Al contrario della Del Gaudio si fa spesso vedere in giro, viaggia con il marito… Lavorava con lui prima, la nascita di Carlo l’ha costretta ad assentarsi sempre di più finché non ha smesso del tutto. La conosco di persona, è quella che viene comunemente definita una brava donna». - «In città si sapeva delle defaillance dei due pargoli?» - «Si sapeva, ma si preferiva evitare di parlarne. Come al solito, insomma». - «Beh, Chiara, io ti ringrazio molto…» La donna gli allungò un biglietto da visita ed un floppy disk, cercando di usare uno sguardo seducente. - «Qui ci sono dei file, articoli che ho scritto sulle famiglie, interviste fatte, magari possono esserti utili, potrei aver dimenticato qualcosa… Qui invece ci sono tutti i miei numeri, se hai bisogno di me… chiamami quando vuoi». Quando fu uscita dall’ufficio Martini si avvicino a Viola, visibilmente contrariata. - «Mi dai un bacio?» - «No, sto programmando un omicidio… Anzi, un cretinicidio». - «Non penserai davvero che possa prendere in considerazione quella strega avvizzita, vero?» - «No, è lei che ha preso in considerazione te, mentre io sto prendendo in seria considerazione un cretinicidio…» - «Se commetterai questo cretinicidio dovrei metterti le manette… So che si chiama istigazione a delinquere ma l’idea mi piace, falla fuori». Viola scoppiò a ridere e lo guardò maliziosa.

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«Magari più tardi, commissario, ci vediamo a casa».

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Verso le sei e mezza del pomeriggio Martini dava un’occhiata distratta al dischetto che Chiara Pozzato gli aveva portato. Solo cose inutili, pensò. Il colore del vestito della signora Bosco al Ballo della Croce Rossa di Monaco; una partita di tennis di beneficenza fra vip a Milano; il professor Del Gaudio che annunciava la prossima apertura di una sua clinica specializzata in chirurgia plasticoricostruttiva sulle colline torinesi, centro che probabilmente avrebbe visto scorrere fiumi di botox nelle rughe di donne

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facoltose; il nuovo collier di brillanti acquistato dalla signora Del Gaudio durante lo shopping in via Condotti a Roma. Entrò Bassani con le copie appena giunte dell’agenda che Spanò aveva trovato a casa delle vittime. Andrea non aveva esagerato dicendo che c’erano nomi e cognomi del fior fiore della città. Al fondo, però, senza seguire l’ordine alfabetico rigoroso usato per i clienti, c’erano due nomi che forse potevano sbloccare davvero la situazione. Ci meditò su una ventina di minuti, poi chiamò i “soccorsi”. - «Montaaalii!!!», urlò. In meno di dieci secondi il collega si materializzò nel suo ufficio. - «Dottore?» - «Siediti qui, ho bisogno di ragionare». Montali, che ormai conosceva il suo capo, prese posto di fronte a lui. Sapeva che l’acume di Martini aveva bisogno di uno specchio con cui confrontarsi e piuttosto che parlare da solo preferiva avere davanti lui, che solitamente esprimeva il proprio parere per le sue elucubrazioni. Martini era strano, poco ma sicuro. A volte camminava per le strade del centro, per ore, con la fidanzata, spiegandole lo svolgimento di un’indagine in un dato momento, chiedendo la sua opinione su ogni cosa. La signorina Ferrari era notoriamente una persona intelligente ma Montali si era convinto col tempo che anche lei fosse un mezzo per comparare le sue impressioni con qualcun altro. Martini aveva anche la testa dura, era ostinato e coriaceo, e Viola sapeva sicuramente tenergli testa, molto più di quanto sapesse e potesse fare lui. - «Allora, sappiamo che lei era un bel fiorellino di campo, guarda qui chi frequentava però». Il commissario gli mise sotto il naso una fotocopia sottolineata con un evidenziatore, alla quale aveva aggiunto dei cognomi a penna. - «Amhed Kassam e Jamel Ysuf…Mmm…» - «Ho fatto una ricerchina sul database nuovo... Dovremmo proporre per il premio Nobel l’informatico che l’ha creato». Il nuovo sistema prevedeva anche ricerche incrociate. Martini aveva inserito i nomi Amhed e Jamel, il criterio era la parola “cocaina”: i

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nomi erano molteplici ma due risultavano essere stati arrestati nella stessa data. Prima che Montali entrasse aveva stampato le loro schede. «Questi due simpatici benefattori li ha messi dentro Morelli di Barriera Nizza sei anni fa. Il Pm aveva prove circostanziali per lo spaccio di cocaina, non hanno potuto dimostrarlo però, sono stati dentro per spaccio di droghe leggere fino a due anni e mezzo fa… Chiamiamo Morelli, voglio capire cosa non ha funzionato e che prove mancavano, perché forse adesso le abbiamo noi». In meno di mezzo minuto si misero in comunicazione con Daniele Morelli, commissario del distretto di Barriera Nizza. - «Oh, Martini, dimmi tutto. Non ci vediamo da una vita! Come stai? Ma non dovevi partire?» - «Stendiamo un velo pietoso, se incontri Viola per strada evita le parole “Norvegia”,”viaggio”, “partenza” e “vacanze”… Sto bene comunque, ti ringrazio… Tu? La tua famiglia? Tua moglie a che mese è?» - «Non ci lamentiamo! Dovrebbe partorire tra un mesetto… sembra un dirigibile! Piuttosto, volevamo fare i complimenti a Viola per l’ultimo libro, l’abbiamo letto in meno di due giorni, è stupendo!» - «Le porterò i vostri complimenti, magari una sera di queste andiamo a mangiare una pizza fuori». - «Per me va benissimo, ma qualcosa mi dice che non mi hai chiamato solo per invitarmi in pizzeria». - «Infatti… Ti dicono qualcosa Amhed Kassam e Jamel Ysuf?» - «Qualcosa posso dirtela di sicuro, sono due stronzi. Ai tempi ero ancora ispettore in zona San Donato… Li abbiamo tampinati per mesi ma non siamo comunque riusciti ad incastrarli sulla coca. Sono furbi, molto furbi». - «Dove credevate che prendessero la coca? Il Marocco non è un paese produttore di certo». - «Infatti, l’operazione era coordinata con dei colleghi di Milano, le tracce portavano sin lì, stavamo cercando di capire chi fossero i fornitori ma ti ripeto,

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quei due sono furbissimi. Avevamo persino pensato di infiltrare qualcuno, a Milano il giro è molto piiù grosso che qua, e so che… Aspetta… Teodoro Brambilla, ecco chi è il collega, sta ancora dietro alla cosa, cercalo… Comando Duomo, lì nel locali del centro scorre a fiumi, quando sono stato lì ho visto cose che noi poveri poliziotti torinesi neppure sogniamo». Milano? Ma quei due non avevano casa a Milano? Forse le complicatissime ipotesi accampate da lui e dal questore di ritorno da casa Del Gaudio la notte precedente erano del tutto inconsistenti, la morte dei due ragazzi cominciava a farsi sempre meno misteriosa. - «Insufficienza di prove, dice la scheda». - «Sì. Lo spaccio c’era, mettici la mano sul fuoco. Quanto siamo andati a prenderli però non ne avevano né in casa né addosso. Nemmeno un granello. Spanò e company avevano rivoltato l’intero condominio e non avevano trovato nemmeno un grammo di polvere bianca». - «E sei io potessi darti la prova che ti mancava?» - «La pizza te la offro io. Cos’hai?» - «La ragazza che abbiamo trovato ieri mattina…». - «La Del Gaudio? Sì, il questore mi ha detto che te ne stai occupando tu». - «Bene, Spanò stavolta ha recuperato a casa sua un’agendina, lì c’erano scritti i nomi di quei due simpaticoni. Spacciava coca e ne è morta. Fatti due conti». - «Notiziola di prima mano… Andiamoli a prendere». - «Sento prima il questore, dopodiché organizziamo il tutto. Tieni conto dell’effetto sorpresa, non si aspettano niente, possiamo anche sbatterli dentro domani no? Ti faccio sapere». Montali lasciò che Martini terminasse la chiamata, dopodiché domandò cosa avesse in mente. - «Vedi Giuseppe, noi pensavamo che ci fosse dietro chissà cosa visto chi c’è di mezzo, invece dopo il ritrovamento dell’attrezzatura per tagliare la coca a

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casa della Del Gaudio mi è parso evidente lo schema più classico degli omicidi nel mondo dello spaccio». «Il regolamento di conti fra pesce grosso e pesce piccolo? Pensa ad uno sgarro?» «Mah, abbiamo trovato un sacco di dosi nell’armadio, è possibile che trattenesse la coca pura per se stessa e rivendesse dosi molto più impure ai clienti. I due l’hanno saputo e l’hanno rimessa al suo posto». «Questi nomi sono stati un immenso colpo di fortuna… Telefoniamo al questore?» «No, tu chiami Teodoro Brambilla e gli chiedi da parte mia vita, morte e miracoli di tutti quelli che sono coinvolti nella loro indagine che sono riconducibili per qualunque motivo alla nostra città… Fatti mandare tutto, digli che c’è grossa possibilità che ciò che era sfumato qualche anno fa con Morelli ora forse si può fare, spiegagli tutto insomma, più gli spifferi più ci aiuterà, non vorrei che pensasse che cerco di fregargli l’indagine. Soprattutto, lasciagli l’indirizzo di Bosco a Milano e raccomandagli una perquisizione accurata». «E poi?» «Poi te ne torni a casa come faccio adesso, sono quasi le otto… Ho molto, molto da fare e ti prego, non disturbatemi prima delle dieci domattina, potrei diventare pericoloso».

Svegliarsi con Viola accanto era una delle cose che gli piacevano di più, se però era il telefono a scuoterlo dal sonno e dall’altra parte del filo c’era Montali la giornata non cominciava benissimo. Rispose al quarto squillo. - «Dimmi la verità Giuseppe, tu sei un androide». - «Perché?» - «Non dormi mai, ecco perché. Che ore sono?» - «Le undici meno un quarto, ho mantenuto la promessa… Sono arrivati da Milano tutti i documenti, anzi, Brambilla è stato molto disponibile, ha chiesto di poter parlare con lei al più presto per poter decidere una strategia comune, si è già messo in contatto con Morelli».

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Martini per un momento si vergognò di essere ancora a letto, poi guardò di nuovo la schiena di Viola e la vergogna svanì all’improvviso. - «Per curiosità… quando ti ha chiesto di me cosa gli hai detto?» - «Che aveva improrogabili questioni familiari da risolvere e che lo avrebbe richiamato appena rientrato in ufficio». La voce di Montali lasciava trasparire ironia. - «Che farei senza di te? Dammi una mezz’ora, arrivo». Brambilla era effettivamente una grossa fonte d’informazioni e Martini comprese di aver trovato un alleato prezioso nonché un buon investigatore. - «Lorenzo, giusto? Perdonami, ma io odio chiamare i colleghi per cognome. Sono Teo Brambilla, mi ha cercato per tuo conto Giuseppe Montali». - «Ciao Teo… Ti ringrazio per avermi dato risposte tanto in fretta, è talmente insolito di questi tempi che mi hai stupito. Ho letto con grandissimo interesse l’incartamento che avete messo insieme, chiaramente non ho fatto in tempo a finirlo ma devo ammettere che dalle vostre parti c’è un bel movimento..» - «Grazie a te per averci messo in condizioni di riaprire le indagini in direzione Torino, credevamo dover gettare la spugna dopo l’arresto di sei anni fa, la mancanza di prove concrete ci aveva tagliato le gambe… Piuttosto, i tuoi imprevisti familiari si sono risolti per il meglio?» - «Sì, ti ringrazio molto». Martini tornò per un momento a casa da Viola con la mente, poi si concentrò sul proposito della telefonata. «Immagino che le spiegazioni di Morelli e di Montali ti siano state d’aiuto per comprendere la situazione di Torino…. Kassam ed Ysuf sono dei galletti qui ma sappiamo bene che in confronto ai loro capi milanesi sono dei signori nessuno».

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«Ti dirò, a questo punto i capi milanesi a cui ti riferisci devono essere per forza i gemelli Dida e Ronaldo, come pensavamo sin dall’inizio». - «Eh?!?!» - «Dida e Ronaldo, sì, altrimenti non se ne esce. Clicca sui link che ti sto inviando via mail, è più semplice che dettarti i nomi». Martini armeggiò per qualche secondo con il pc e si trovò davanti le facce di due sudamericani dall’aria innocua, paffuti e sorridenti. - «Sembrano le foto dell’annuario scolastico, non delle segnaletiche». - «Sono carini, vero? Mai visti bastardi simili, te lo garantisco». - «Non si direbbe». - «Provengono da una zona del Brasile…» - «Brasile, non Colombia?», l’interruppe Martini. - «Sì… Nazario e Diego Valera Dos Milagros y Randega, che noi in commissariato chiamiamo per comodità Dida e Ronaldo, sono fratelli. Sono nati a Cruzeiro do Sul, una cittadina relativamente piccola per i canoni del Brasile, “appena” duecentotrentamila abitanti, fra Amazzonia e Mato Grosso». - «Complimenti per la fantasia, non avreste potuto trovargli nomi migliori…» - «In commissariato siamo tutti del Milan o dell’Inter e dovresti vedere come gli somigliano, è pazzesco», ridacchiò Brambilla. - «In geografia avevo cinque quando andava bene, puoi spiegarmi perché è così rilevante la loro provenienza? - «Quelle regioni confinano con la Colombia a nord, il narcotraffico spesso passa per le regioni tropicali del Brasile per forza di cose». - «Capisco…» - «Per quello che ne sappiamo hanno grosse conoscenze in Colombia, che a loro volta ne hanno in Olanda, dove avviene lo smercio principale della coca per l’Europa… Hanno problemi con la giustizia da

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quando erano ancora in fasce… Sono sospettati anche di usura e tempo fa pensavamo che fossero trafficanti internazionali di esseri umani, forse questo era troppo persino per loro… La loro occupazione principale è la cocaina». «E loro sono i principini milanesi della situazione». «Vedo che hai capito… Milano è lo spaccio principale della coca per l’Italia e via di seguito. Considerata la vicinanza i nostri Dida e Ronaldo preferiscono conoscere direttamente i loro parigrado torinesi, prima di tutto per verificare quanto sono al sicuro e poi per valutare le potenzialità del mercato, diciamo». «E così conoscono Kassam e Ysuf». «Già, collaborano ma qualcosa va storto, perché Morelli li arresta». «Ed è allora che la migliore cliente di Kassam ed Ysuf si fa avanti e funge da corriere fra Milano ed i momentanei sostituti dei due… A proposito, a che punto siete con la perquisizione a casa di Bosco?» «È un bell’appartamento naïf sui Navigli, vale un sacco di soldi… Abbiamo già finito, non c’era nulla di particolare dentro. Qualche busta di cocaina, una specie di registro dei corrispettivi, per il resto è una casa normalissima». «Non mi stupisce, lui si era ormai ripulito, era lei la mela marcia tra i due… Noi abbiamo trovato un quaderno con registrazioni in dare ed avere, controlliamoli, magari sono uguali. Ah, il padre di Carlo Bosco conosce mezzo Brasile, non è detto che il figliol prodigo fosse il santo che abbiamo creduto sinora. Potremmo approfondire in questa direzione, magari troviamo elementi utili». «Certo, tienimi informato, intanto ti faccio avere delle copie appena possibile, intanto avviso il mio questore della collaborazione e spero racimolare abbastanza prove per convincere il giudice a firmarmi un mandato d’arresto per Dida e Ronaldo, direi che voi per Kassam ed Ysuf ne avete anche per omicidi…»

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Quel pomeriggio stesso, verso le cinque, Martini, il questore, Morelli ed il Pubblico Ministero Cosimo Dogliani, a capo delle indagini, erano nel pieno dell’interrogatorio di Amhed Kassam. L’avvocato di Amhed, il giovanissimo Giuliano Fortebracci, assegnatogli d’ufficio dal tribunale, non aveva abbastanza esperienza da manipolare l’interrogatorio ed aggirare le domande più spinose, come invece avrebbe fatto un qualsiasi giurista più navigato. Kassam parlava a ruota libera, faceva mezze ammissioni per quanto riguardava gli stupefacenti ma rispetto alla morte dei due giovani declinava ogni responsabilità, il tutto nell’imbarazzante silenzio del suo difensore. - «Commissario Morelli, Marika lavorava per me. Che motivo ho per ammazzare lei?» - «Spacciava la cocaina per tuo conto, sai che il traffico di droghe pesanti adesso va dagli otto ai vent’anni?» - «Già», disse Dogliani, il reale titolare dell’interrogatorio. «Considerate le aggravanti, induzione a commissione di reato, concussione sessuale del tossicodipendente, uso di sostanze illegali, medicinali e tossiche per il “taglio” della roba, starai dentro per circa trent’anni. Tutto questo senza considerare l’omicidio, pensa!» Aveva citato tutte le più tipiche cause di aumento della pena, forse senza rendersi conto che potevano essere tutte realisticamente applicabili. - «Io non ho ammazzato lei! Lei puttana! Lei spacciava per noi sì ma noi amici di lei!» - «E Bosco?» - «Carlo diverso… lui è buono, lui non spaccia perché dice che cocaina uccide e lui non vende morte». Il sorriso sardonico che gli si dipinse in faccia lasciò intendere ai tre uomini di legge che Kassam vedeva in Carlo Bosco un sempliciotto, un buono a nulla. I sospetti di Martini sul ragazzo nati durante lo scambio di informazioni con Brambilla caddero del tutto. - «E Marika vi faceva da tramite con Milano?» - «Sì». - «Chi le dava la roba a Milano?»

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«Io non sa». «Suuuu, Amhed! L’omicidio è quanto di peggio potessi fare, se ci dai una mano magari un’altra te la diamo noi». - «Voi sempre dice così, io non crede». - «Vedi Amhed», disse il questore, «il tuo problema è che non capisci… Sai che Marika vi fregava sulle dosi?» - «Impossibile, Marika fidata, io conosce e controlla sempre, lei segna sempre tutto!!!» Il marocchino era livido dalla rabbia, l’idea di essere stato gabbato da una ragazzina di vent’anni più giovane lo faceva imbestialire. - «Tu sei un’idiota invece Amhed, perché tu controllavi male! Marika tagliava la roba di nuovo dopo che tu gliel’avevi passata, non so dirti se la rivendeva o se se la faceva direttamente, fatto sta che guadagnavi lo stesso rivendendo un prodotto molto più scarso. Forse era un modo dei milanesi per estromettere te e Jamel, che ne sai? Per quello che ne so io potresti averla ammazzata per questo motivo». - «Noi non ha ammazzato, io non ha ammazzato! Forse Valera ha ammazzato ma non io non Jamel!» - «Quindi la roba da Milano vi arriva dai Valera?» - «Sì, loro porta in Italia, noi gestisce Torino ma Milano più ricca e loro piange noi compra poco». Da quel momento in poi Amhed Kassam prese a lamentarsi della crisi, esattamente come avrebbero potuto fare il suo panettiere o un pensionato alla fermata del tram. Si lagnava di insolvenze e di clienti troppo esigenti, la volevano sempre più pura ma poi volevano pagarla poco, sosteneva. Dogliani aggiunse qualche domanda i rito, dopodiché passarono a Jamel Ysuf, che li deluse rimarcando la stessa identica linea del “collega” e negando a gran voce l’omicidio. - «Tu che ne pensi, Bruno?», chiese Martini mentre tornavano verso il centro della città in auto. - «Ti dirò, stranamente… mi veniva quasi voglia di credere ad entrambi. Hanno ammesso tutto, fino all’ultima schifezza, per quanto riguardava la droga,

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ma l’hanno definita addirittura un’amica, una persona fidata… Bosco sembrava fargli quasi pena», rispose il questore. - «Sono dei commedianti nati», s’inserì Morelli, pienamente convinto della colpevolezza dei due. - «Senza dubbio… sicuramente il pm formulerà anche l’accusa per omicidio… Quei due disgraziati staranno comunque dentro un bel po’, se non altro perché avranno una difesa di quelle che Dogliani abitualmente mangia a colazione… Bisogna solo aspettare notizie da Milano adesso, credo che i due brasiliani abbiano responsabilità più grosse». - «Che io sappia Dida e Ronaldo sono ancora uccel di bosco, Brambilla ha tirato su una vera caccia all’uomo però, in capo a qualche giorno dovremmo sapere qualcosa». - «Benissimo, abbiamo trovato gli assassini di Marika Del Gaudio e Carlo Bosco o comunque coloro che hanno commissionato il tutto… Lorenzo, direi che puoi andare in vacanza, vai pure a congelarti in Norvegia, Matta rientra domattina stesso». - «Posso sapere come mai è sparito senza dare spiegazioni?» - «Gli hanno rubato l’auto in una stazione di servizio sulla Salerno-Reggio Calabria». Pensando al suo schizzinosissimo vice in una situazione simile a Martini trattenne a stento le risate. - «Vorrà dire che per questa volta lo perdono…».

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Due sere dopo Martini e Viola stavano cenando, mentre il telegiornale della sera, quasi giunto al termine, propinava nuovamente ai telespettatori un servizio sullo sviluppo dell’enogastronomia già mandato in onda all’ora di pranzo. - «Mi dicevi che Brambilla ha preso i suoi Dida e Ronaldo?» - «Sì, li hanno presi ieri, con tanto di ringraziamenti al sottoscritto, a Morelli e a Fissore». - «Io ringrazio soprattutto Matta per essere tornato… Chissà che brutta avventura la storia della macchina Questo vuol dire che noi possiamo partire per la Norvegia?» - «Sì, certo, vado domattina stesso in agenzia a prenotare i voli». Si sorrisero, poi l’attenzione di Viola fu distratta da una pubblicità. Un’importante azienda di telefonia aveva ingaggiato due calciatori, non certo famosi per la loro cultura, per una réclame.

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«Guarda che bella Maserati che hanno». Mentre Viola pronunciava il marchio dell’auto, Martini mosse un braccio ed una posata cadde dal tavolo. «Amore, ti cambio la forchetta?» A Martini sembrò che qualcuno lo avesse punto con uno spillo dietro la nuca, e quella era la sensazione che si presentiva sempre quando qualcosa gli stava sfuggendo, lui se ne rendeva conto e comunque non riusciva a capire di cosa si trattasse. Viola lo capì al volo. - «Questa è la segreteria telefonica del commissario Lorenzo Martini, sono momentaneamente assente, lasciate un messaggio dopo il segnale acustico, grazie!» - «Viola, devo aver trascurato qualcosa di importante, non può essere così… facile». - «Perché no?» - «È per qualcosa che hai detto, è come se… non lo so, forse non significa nulla, ma domattina darò di nuovo un’occhiata all’incartamento della Del Gaudio prima di farlo archiviare. Non si sa mai». Il mattino seguente Martini rilesse da cima a fondo tutto il caso Bosco-Del Gaudio senza che i suoi dubbi fossero fugati. Riguardò i risultati delle autopsie, le foto dei ritrovamenti, le schede dei malviventi coinvolti. Dida e Ronaldo, dall’aria tanto serafica, oltre che per le imputazioni che avevano comportato la collaborazione fra Brambilla e Morelli, erano stati sospettati di traffico esseri umani, bambini sudamericani, molti dei quali erano spariti senza lasciare traccia una volta messo piede in Europa. Brambilla, come già gli aveva sottolineato per telefono, aveva annotato che per quel ramo dell’inchiesta le prove erano talmente incerte e poco attendibili che non era possibile accusarli di nulla. Kassam ed Ysuf avevano una carriera da spacciatori di serie A, erano al secondo arresto e non sarebbero più usciti. Era tutto lì, sotto i suoi occhi, e non riusciva a capire cosa mancasse. Squillò il telefono. - «Pronto?»

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«Martini, sono Fissore… Dobbiamo andare dai Bosco e dai Del Gaudio a comunicare la chiusura dell’inchiesta… Viene con noi anche il pm, vuole informarli a proposito del processo… Facciamo in commissariato da te alle quattro?» «Va benissimo». E speriamo che fino ad allora riesca a capire cosa non mi quadra. «Signori Bosco, la Polizia di Stato ha concluso le indagini riguardanti la morte di vostro figlio… Allo stato attuale avete domande? Chiaramente comprendiamo il vostro dolore, capiremo se preferirete aspettare il processo…» «No, dottor Dogliani, io una domanda ce l’avrei», disse Eugenio Bosco. «Ho fatto in modo che un perito di nostra fiducia si mettesse in contatto con il dottor Pignataro, che è stato molto disponibile e davvero gentile e comprensivo, un professionista degno della sua fama». «Posso chiederle quali sono stati i risultati delle analisi del vostro perito?» «Identiche a quelle del dottor Pignataro, non intendevo contestare i risultati infatti». «Ebbene?» «Il professor Maggiorana, che voi sicuramente conoscerete», continuò, ben sapendo che lo specialista citato era noto in tribunale per svariate ottime perizie, «mi ha ventilato un’ipotesi che, visti i risultati degli esami, potrebbe non essere del tutto inattendibile. Mio figlio potrebbe essere morto per uno sbaglio di chi gli ha iniettato la cocaina». «Cosa vuole dire?», lo incalzò Dogliani. «Vuol dire», intervenne Martini con voce bassa, come se stesse parlando a se stesso, «che chiunque abbia ucciso i due ragazzi non voleva Carlo morto, voleva solo tenerlo buono per poter far fuori Marika in tutta tranquillità… Solo che non sapeva dei problemi di

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cuore di Carlo e l’ha ucciso, ma è stato… collaterale, diciamo». Dogliani guardò prima lui e poi il questore, rendendosi conto che Martini poteva aver ragione, poi riprese la parola. - «Signori, analizzeremo la perizia del professor Maggiorana al più presto, voglio che siano esclusi tutti i dubbi riguardanti i possibili colpevoli, che tra l’altro abbiamo già arrestato». - «Chiediamo solo giustizia, dottor Dogliani. Solo quella». La casa dei Del Gaudio alla luce del giorno sembrava un polveroso e trascurato museo. Tutto quel mobilio Luigi XIV, i soffitti ricoperti di stucchi dorati ed i lampadari infondevano all’espressione assente della signora una luce giallastra che la rendeva inquietante. Il professore aveva mantenuto il solito atteggiamento duro ed implacabile nei confronti della figlia, anche se ormai non poteva più nuocergli in nessun modo. - «Dottor Dogliani, non ci costituiremo parte civile al processo. Per quanto mi riguarda mia figlia è morta quando ha messo piede fuori da questa casa». - «Professore, noi avremmo comunque agito d’ufficio, non sono qui per questo, volevo informar…» Il cellulare di Martini squillò, domandò scusa ed uscì sulla veranda antistante il salone della grande casa. - «Pronto?» - «Lorenzo sono Teo, scusami se ti disturbo ma mi hanno detto che non eri in ufficio e la cosa è di importanza vitale». - «Dimmi tutto». - «Abbiamo avuto i nastri delle conversazioni dei brasiliani, stavano concordando qualcosa di davvero impensabile con la Del Gaudio, non avremmo mai pensato che si appoggiassero ad un pesce così piccolo per un affare tanto rischioso». - «Di che stai parlando?»

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«Traffico di organi… I sospetti erano fondati. Chi gestiva l’affare per l’Italia aveva deciso di ritirarsi e si erano rivolti a lei, ma perché proprio lei?» - «Non ha senso, non era andata oltre il primo anno di medicina e in casa sua non c’era nemmeno un cerotto… Dida e Ronaldo non parlano?» Ecco di nuovo quella maledetta sensazione di aver dimenticato qualcosa. - «Stavo pensando di minacciarli con l’olio bollente ma non credo servirebbe, sembrano due statue… Le chiedevano quando sarebbe stato tutto pronto, lei nicchiava dicendo che “la vecchia” dava problemi. Non c’è altro di utile, purtroppo». La comunicazione con Brambilla non durò molto, ma Dogliani aveva già praticamente finito con i Del Gaudio. Probabilmente si era dovuto scontrare contro un muro di gomma, un padre troppo duro ed una madre inesistente. Il professore li accomiatò in fretta, giustificandosi elencando una serie di operazioni infinita. Erano già quasi arrivati al fondo del vialetto che giungeva al cancello quando Martini si accorse di aver dimenticato il cellulare sul tavolino del salotto dei Del Gaudio, e rientrò in tutta fretta a recuperarlo. L’uomo lo attendeva già sulla porta di casa. - «Ha dimenticato questo, commissario». - «La ringrazio professore». Voltandosi per riprendere il vialetto notò, parcheggiata sul retro dell’abitazione, una lunga auto nera, con il tipico tridente della Maserati rivolto proprio verso di lui, con la calandra anteriore leggermente ammaccata. Ebbe la sensazione di essere stato investito da una secchiata d’acqua gelata. Oddio, torna tutto. Lui l’ha vista e lei l’ha investito! - «Bella macchina, è sua la Maserati?» - «La Maserati? No, l’ho acquistata per mia moglie qualche anno fa, la usa quando esce da sola, le piaceva tanto». - «Che idiota,… il tridente della Maserati!» - «Come mi scusi?»

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Martini capì ogni cosa, finalmente. Fece segno al questore e a Dogliani di tornare indietro e guardò Del Gaudio negli occhi. - «Professore, devo parlare con sua moglie». Ecco la “forchetta” che le hanno puntato in faccia, signor Marian. Come ho fatto a trascurare una cosa simile?? Come ho potuto non pensare ad una Maserati quando ha parlato di forchette e belle macchine? Come ho fatto a non capire che chiunque avesse ammazzato Bosco senza farlo apposta non poteva sapere che lui era malato di cuore, ma aveva calcolato la dose di cocaina ad occhio, come un professionista, qualcuno che conosce bene droghe, narcotcii, tutto quanto? Ma perché l’ha ammazzata? - «Signora, da quanto tempo sua figlia la ricattava?» Antonia Del Gaudio non provò nemmeno a negare, nemmeno stesse aspettando di essere scoperta. - «Da quando aveva saputo che mio marito aveva terminato i lavori per la clinica». - «Cosa le aveva chiesto di preciso?» - «Aveva detto che alcuni amici avrebbero avuto bisogno di una sala operatoria qualche notte al mese, che dovevo solo procurarle gli agganci giusti all’interno della clinica». - «Infermieri compiacenti, guardiani ciechi… sbaglio?» - «Non sbaglia». - «Lei sapeva che ne aveva bisogno per l’espianto di organi da clandestini comprati in Sud America? Perché non ha detto tutto suo marito? Perché non ha chiamato noi?» - «Gli aveva già creato tanti di quei problemi che questa volta ho preferito occuparmene io. Di persona». - «E così l’ha uccisa, ma perché anche Carlo?». Martini volle piena conferma delle sue teorie. - «Non volevo che morisse, il suo cuore ha ceduto, ho persino cercato di rianimarlo…».

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Ne sarà felice Salvo, non dormiva la notte per quelle due costole rotte, la sua ipotesi era corretta. - «Come ha fatto ad entrare in casa?» - «Avevo la chiave. Ho aspettato che uscissero i due che stava… intrattenendo. Poi sono entrata. Stavano dormendo, Carlo era nella camera al fondo del corridoio, lei in salotto… Sono andata prima da lui, poi da lei». - «Certamente non avrà avuto dei problemi, d’altronde lei è un’anestesista anche se non esercita più da quasi trent’anni.». - «Gli studi di una vita non si dimenticano mai». - «Perché è arrivata a tanto, signora?» - «Perché non potevo tollerare che uccidessero delle persone per curarne delle altre ricche e potenti, perché avrebbe rovinato la reputazione che suo padre si era costruito con tanta fatica nel corso degli anni, perché era arrivata ad offrire della cocaina persino a me pur di convincermi ad aiutarla,» - «Perché avrebbe dovuto accettarla secondo sua figlia? Avete fama di benefattori, lei è un medico, perché avrebbe dovuto prendere della coca?» - «Diceva che sono sciatta e depressa, che mi avrebbe aiutato a darmi un tono». - «L’ha disegnata lei quella stella a cinque punte?» - «Volevo che pensassero che li avevano ammazzati i satanisti, con il giro che avevano mi sembrava quasi normale che avessero contatti del genere». - «Ha fatto tutto da sola, signora?» - «Sì, tutto da sola». - «Carlo era un ragazzo robusto, come ha fatto caricarlo in macchina?» - «Li ho trascinati per il corridoio con un tappeto ed ho usato l’ascensore, nessuno ha visto nulla. Il tappeto lo troverete nel cofano della mia auto». - «E perché è rimasta lì dopo aver scaricato il corpo nel giardino?»

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«Volevo accertarmi che qualcuno passasse di lì, che la vedessero e dessero l’allarme...» - «Però ha investito un uomo». - «L’ho aiutato, l’ho messo sul marciapiede. Mi aveva vista, mi avrebbe riconosciuta». - «Quell’uomo era ubriaco, signora, ricorda a malapena quello che è successo». - «L’ho visto col corpo di mia figlia commissario… Ma lei era un mostro. Un mostro». La signora tacque e Martini capì che non avrebbe più parlato in quel frangente. Sembrava quasi in trance, mentre il marito non proferiva parola, la guardava come se non la conoscesse. Martini scambiò un’occhiata con il questore, poi si avviarono insieme verso la porta di casa. - «Meglio evitare clamore intorno a questa cosa, ok?» - «Certo… Dove stai andando?» - «A casa. Troppo marcio in questa storia, troppo schifo. Chiamo subito Montali, verrà qui con qualcuno, ma cerca di capire. Mi si rivolta lo stomaco». Fissore, comprensivo, gli diede una pacca sulla spalla. - «Divertiti in vacanza, stacca la spina». La sera prima non aveva potuto fare a meno di raccontare tutto a Viola e aveva letto dapprima il disgusto e poi l’orrore nei suoi occhi; quel mattino però, quando il suo cellulare squillò mentre ancora dormivano non si aspettò comprensione da parte sua. Se non fossero partiti sul serio si sarebbe uscita dai gangheri. - «Pronto?» - «Commissario, sono Montali…» Viola scattò a sedere sul letto. - «Commissario, tu sei in vacanza, chiaro?» Lo sguardo non ammetteva repliche. - «Chiarissimo… Dimmi Giuseppe». Il tono di Martini era piuttosto eloquente. Spero che tu non abbia cattive notizie perchè sarei nella merda

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Montali avrebbe dovuto dirgli che Antonia Del Gaudio si era tolta la vita nella sua cella nemmeno un’ora prima, probabilmente schiacciata dal senso di colpa e dalla vergogna che avrebbero travolto la sua famiglia. Che avrebbe potuto fare però Martini, se non litigare con la fidanzata e rimandare la partenza di un paio d’ore? Conoscendo il senso del dovere del suo capo, che si sarebbe ributtato nella mischia pur rischiando musi lunghi per almeno un mese, preferì tacere, mettendo comunque in conto a Martini un grosso favore. - «La chiamavo per augurarvi buone vacanze, commissario. Solo per questo. Ricordi che il vostro aereo parte alle diciassette, ha bisogno di un’auto per arrivare fino in aeroporto?». - «No ti ringrazio, ci accompagna il dottor Pignataro… Sicuro di non dovermi dire altro?» - «Sicurissimo, mi saluti la signorina Viola e ci mandi una cartolina in commissariato. Buone vacanze». - «Grazie mille Giuseppe. Grazie mille».

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