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NFL 2010 - Preview

Scritto da Alessandro

Lunedì 13 Settembre 2010 10:35

AFC North I Pittsburgh Steelers partono con un handicap considerevole: l'iniziale squalifica di Ben Roethlisberger. Non è insormontabile ma i Baltimore Ravens dovrebbero approfittarne e blindare la division. Ormai sto per rinunciare alla speranza di rivedere il Carson Palmer pre-infortunio (ormai remoto, a dire il vero). Senza questa premessa a Cincinnati possono aggiungere tutti i wide receiver che vogliono. Tagliando Antonio Bryant prima di cominciare hanno limitato i possibili grattacapi a due sole lingue roventi (ma nel campo sono l'eccellenza): Chad Ochocinco e Terrell Owens. Quanto durano insieme? E Cedric Benson sarà costante ad alto livello. Per me ci sono troppi punti di domanda. I Cleveland Browns ancora sul fondo. Se non si scannano i Bengals. Division ai Ravens e nessuna wild card. AFC South Il talento abbonda ma ci sono degli evidenti scompensi nel Sud della Afc. Gli Indianapolis Colts rimangono sulla poltrona più comoda ammassando più qualità di tutte le altre compagini del lotto. Houston ne ha a sufficienza per issarsi al secondo posto con Andre Johnson e Matt Schaub, ma non passeggerà. E gli servirà trovare un minimo di gioco di corsa (peccato per l'infortunio immediato del rookie Ben Tate) per riuscirci. Gioco di terra che non mancherà ai Tennessee Titans di Chris Johnson. A Nashville però sono i lanci di Vince Young a creare qualche perplessità. Sembra in ritardo Jacksonville sebbene non sia il caso di darla già per seppellita. Hanno solidità, il che non è poco. Difesa sospetta. Division ai Colts. Wild card ai Texans. AFC East New York Jets favoriti. Nessun effetto sorpresa quest'anno. Quarterback (Sanchez) e running back (Greene) giovani ma con un anno di gioco alle spalle (e un Championship). Difesa straordinaria. Aspettando Revis. Holdout in corso. Tomlinson per i terzi down non farà rimpiangere Thomas Jones. I bersagli a disposizione di Sanchez sono di livello, ammesso che Braylon Edwards trattenga qualche ovale ogni tanto. Alle spalle dei J-e-t-s New England, nonostante un Brady apparentemente meno motivato che in passato. Rientra Welker, non una quisquilia. Devo ancora capire, invece, la forza della difesa. Un passetto dietro Miami. Mi stupirebbe riuscisse a inserirsi al vertice. Marshall è un atleta di primo piano, non disporre di sufficienti neuroni però è problema non trascurabile. La combo Ricky-Ronnie torna in pista. Da tenere d'occhio. Sul fondo i Bills. Buffalo è diventata una voragine da cui è complicato risalire. Division ai Jets e wild card ai Patriots. PS: Revis ha firmato. Si fa sempre più dura per i rivali AFC West Si gioca per il... terzo posto! San Diego anche senza Vincent Jackson (sciopero pro nuovo contratto di cui non si vede la fine) ha un paio di giri di pista di vantaggio e un rb rookie in più nel motore (Mathews). Il secondo posto sarà un terno al lotto. Nessuna delle altre tre franchigie mi fa sobbalzare. E sono stato buono. Denver ha perso Marshall e le redini sono sempre in mano a Orton. Non un fulmine. Moreno deve restare sano e far vedere se vale davvero. Altrettanto incerto il destino di Oakland e Kansas City, con i Raiders che almeno avranno a lanciare un giocatore presentabile in Campbell. I Chiefs correranno e correranno e correranno. Basterà? E soprattutto potranno farlo anche se saranno sotto nel punteggio rapidamente? Per me no. Vero che le continue sfide tra loro garantiranno a una delle tre un record decente. Division dei Chargers e nessuna wild card.

NFC North Favori del pronostico tutti per i Green Bay Packers. L'armata verde sembra un treno lanciato verso il Superbowl. Basterà l'ennesimo ritorno di nonno Brett Favre con i Vikings per contendere la vittoria divisionale al suo erede nel Wisconsin, Aaron Rodgers? Secondo me no. Favre non può ripetere la stagione passata (migliore in carriera). Molti i motivi. Linea peggiorata. Rapporto col coach sospetto. Ricevitori infortunati (l'assenza di Rice peserà molto). Calendario molto, molto meno benevolo. Lo scorso anno le prime 5-6 partite per i Vikes furono allenamenti pro-numero 4. Pressioni e attese sono sui Packers, Adrian Peterson potrebbe diventare la chiave di volta per scalzare i gialloverdi. E i Chicago Bears? Campagna acquisti apparentemente sontuosa. Julius Peppers, Chester Taylor, Brandon Manumaleuna... Nella sostanza i ricevitori mi sembrano tuttora poca cosa e il destino della stagione è legato a Jay Cutler, gravemente insufficiente lo scorso anno, e Brian Urlacher. Non mi soddisfano i ricevitori. Per Mike Martz il lavoro non sarà poco. A sorpresa potrebbero finire dietro i Detroit Lions. Matthew Stafford non è tra i miei qb preferiti ma promette bene e hanno aggiunto una freccia come Jahvid Best all'attacco. I leoni potrebbero accusare in difesa nonostante l'innesto dal draft di Suh. Division ai Packers. Wild card ai Vikings. NFC South Terreno di caccia per i campioni in carica dei New Orleans Saints. Ai nastri di partenza nessuna delle rivali sembra in grado di fronteggiare con possibilità di spuntarla i nero-oro di Drew Brees. All'inseguimento ci sarà un testa a testa tra Carolina Panthers e Atlanta Falcons. Vedo in vantaggio questi ultimi, visto che Matt Moore non mi dà sufficienti garanzie per i Panthers che ancora una volta dovranno puntare principalmente sul gioco di corsa. I Falcons al contrario mi sembrano piuttosto bilanciati. In difesa potrebbero subire nelle secondarie. Non eccelse. Chiude mestamente la division Tampa Bay. I Buccaneers sono nel pieno di un processo di ricostruzione che richiederà tempo. Division ai Saints e nessuna wild card. NFC East Deve essere l'aria dell'est. Così come nella Afc anche nella Nfc la division orientale è la più competitiva e aperta del lotto. Quattro squadre potenzialmente da vertice. I punti di domanda però non sono pochi e si incollano a tutte le formazioni. In prima fila per aggiudicarsi il titolo vedo i Dallas Cowboys. Talentuosi e profondi. Il "se" più pericoloso è legato a Tony Romo. Vale davvero i primi quarterback della lega? Appiccicati alla schiena degli "stellati" ci sono i Washington Redskins. Il ritorno sulle scene di Shanahan secondo me basta per candidarli al vertice. Aggiungiamoci l'acquisto di Donovan McNabb, ora libero dalle pressioni philadelphiane. Difesa apparentemente tosta (ditemene una che non lo sia qui nella East almeno prima del via!). Le nuvole si addensano sul running game sebbene proprio Shanahan sia un esperto nello scovare gemme dal pantano (Torain?). In seconda fila metto i New York Giants. Basterà lo stadio nuovo come motivazione per un club che ha bisogno di sentirsi in missione per raggiungere traguardi importanti? La differenza per i Gmen la farà la difesa. I Manning boys in attacco non mi stuzzicano particolarmente. Peraltro ho letto un interessante articolo che cogitava della forza prevalentemente interna del Manning minore legata al vento nel vecchio Giants Stadium. Ci sarà del vero? Ruolo di Cenerentola infine per Philadelphia. In prospettiva la più esplosiva delle quattro, vista l'età media. La linea offensiva potrebbe essere un grosso handicap con un qb alla prima esperienza da titolare e un rb non ancora maturato definitivamente. Division ai Cowboys. Wild card per i Redskins. NFC West Uno dei gruppi più deboli dell'intera Nfl. Arizona senza Kurt Warner ha la forza di un gattino. Derek Anderson vive sullo slancio di uno squarcio di stagione a Cleveland. Non abbastanza per impensierire i San Francisco 49ers, destinati a vincere la contesa se solo Alex Smith riuscirà a restare sui livelli decenti dell'anno passato. Patrick Willis in difesa è una garanzia. Il principale avversario di Frank Gore e soci potrebbero essere i Seattle Seahawks. Nuovo corso con Pete Carroll. Passare dai college alla Nfl non ha portato troppo bene negli ultimi anni. I Seahawks cercano una svolta dopo il declino seguito al Superbowl perso contro gli Steelers. Il gioco a terra affidato al leggerissimo Justin Forsett sarà ancora molto sospetto. Per via aerea sorprende il

taglio di Houshmandzadeh. Era stato il colpaccio della scorsa estate ma non ha reso per quanto si auguravano nello stato di Washington. Restano i St. Louis Rams. Un progetto in divenire a cui è stato aggiunto un qb franchigia come Bradford, per cui stravedo. Un nuovo infortunio a Donnie Avery è il modo peggiore per cominciare una stagione da cui si chiede solo di migliorare un po'. Peccato per Steven Jackson, agli ultimi anni da leone. Division ai 49ers, nessuna wild card.

[W1] AFC East: la division più forte della lega?

Scritto da Mauro

Martedì 14 Settembre 2010 19:44 La domanda si rincorre da molti anni. E per parecchio tempo la AFC East è stata davvero la division più forte della lega, in bilico fra periodi caratterizzati da una franchigia dominante (i Bills dei Superbowl oppure i Dolphins di Dan Marino fino agli ultimi Patriots della dinastia) e periodi in cui l’equilibrio regnava sovrano, ed ogni partita era uno scontro all’ultima yard con il coltello fra i denti in stadi urlanti e gelidi dal freddo. E, a dire la verità, ancora oggi il panorama non è cambiato molto. La dinastia di New England è finita e, dopo il titolo divisionale di Miami due anni fa e la cavalcata dei Jets negli ultimi playoffs, sulla carta si è tornati ad una fase più equilibrata. Alla vigilia, poi, gli esperti erano chiari nei pronostici: Jets in prima fila, Patriots attaccati al collo a giocarsela e Dolphins un po’ più indietro ma da starci attenti. Solo per i Bills unanimità nel prevedere una stagione avara di soddisfazioni. Insomma, anche se non dovesse essere la division più forte sarà di sicuro la più combattuta. E alla partenza, tanto per essere chiari, i Patriots hanno voluto subito precisare che loro sono tutt’altro che finiti. Il modo in cui Tom Brady e i suoi ricevitori hanno abusato della difesa di Cincinnati nella prima metà della partita è stato impressionante. Nel 31-3 che si registrava dopo la prima azione del secondo tempo c’erano le mani di Randy Moss, dei due rookies TE Hernandez e Gronkowski, ma soprattutto quelle di Wes Welker, autore di 2 TD (ma davvero 5 mesi fa aveva il ginocchio massacrato??). E quelle di Tom Brady, ovvio. È però altrettanto degno di nota il modo in cui nella seconda metà gara hanno incassato tre touc hdown. Vero che il livello dell’attacco dei Bengals è comunque degno di nota, ma la difesa di New England probabilmente ha ancora qualche problema da risolvere. Lo scontro di Orchard Park fra Miami e Buffalo ha poi chiarito un’altra cosa: che i pronostici sui Bills, per ora, sono azzeccatissimi. La squadra di casa ha molto (molto molto) lavoro da fare, e se in difesa qualche nota positiva c’è stata, l’attacco è stato un pianto. Nemmeno l’atteso CJ Spiller è riuscito a rivitalizzare il reparto offensivo, che è riuscito a segnare l’unico touchdown della partita solo grazie ad una dormita clamorosa della secondaria dei Dolphins su un 4° e 11 giocato alla mano da Buffalo. Anche sui Dolphins i pronostici non si erano sbagliati di molto: squadra con della sostanza, a cui bisogna stare attenti, ma che deve ancora migliorare per potersela giocare ai piani alti. Chad Henne è l’uomo da cui dipendono i destini della squadra. L’innesto di Brandon Marshall ha reso l’attacco irriconoscibile (in meglio) rispetto all’anno scorso, e il lavoro di Mike Nolan con la difesa molto ringiovanita inizia a far intravvedere buon frutti. Ma nella NFL di oggi non si va da nessuna parte senza un quarterback, e al terzo anno è Henne che deve dimostrare cosa può diventare. Se riuscirà ad essere costante nella gestione delle partite, allora i Dolphins potranno dire la loro; e se,oltre a ciò, riuscisse anche a diventare qualcosa di più, allora ad una squadra giovane come Miami sognare non sarebbe precluso. Chi invece ha deluso i pronostici sono stati i Jets. Non tanto per la sconfitta, che contro i Ravens ambiziosi di quest’anno ci può anche stare, quanto piuttosto per l’impressione che hanno lasciato di fronte a quelli che hanno preso come modello. Quando il trash-talking ha lasciato il posto ai fatti si sono viste due squadre impegnate a dimostrarsi sul campo chi fosse la più cattiva: per capire chi lo è stato, riguardare il tackle di Ray Lewis su Dustin Keller a 47 secondi dalla fine e partita ancora in bilico e ogni dubbio sarà dissipato. La partita è stata fisica, e parecchio, quasi da playoff (e non è detto che quest’inverno non vi si trovino di nuovo). E i Jets ne sono usciti ridimensionati soprattutto in attacco, dove la loro arma migliore è stato un giocatore che lo scorso anno sembrava finito a questi livelli. Non che Tomlinson abbia fatto un figurone (62 yards totali), ma è il resto dell’attacco biancoverde che è uscito malconcio dal confronto con una difesa tosta come la loro. Anzi, di più: Mark Sanchez è riuscito chiudere con solo 74 yards all’attivo mentre Joe Flacco è arrivato a 248. Questione, probabilmente, di cattiveria. Ora per i Jets è il momento di radunare le idee, e di dimostrare che, dopo tutto l’hype dell’estate e gli show televisivi e le uscite di un coach bravissimo a sparare con le parole, i Jets non si sono rammolliti diventando solo le classiche “chiacchiere e distintivo”. E il nuovo test non è certo più facile di quello in cui sono appena stati bocciati: domenica è già Jets-Patriots. Quindi: division più forte della lega? Presto per dirlo, certo l’intensità nella AFC East non mancherà mai. E, in chiusura, i pronostici aggiornati: 1) Patriots; 2) Jets; 3) Dolphins; 4) Bills. Da rivedere, settimana dopo settimana.

[W1] AFC South: La fine di un regno?

Scritto da Dario

Martedì 14 Settembre 2010 08:41 Quattro stagioni fa Peyton Manning aveva 30 anni. Affrontò il fratellino Eli, lo battè con un sorriso e poi dichiarò che forse quello sarebbe stato il primo e unico incontro tra i due. Nessuno badò a questa frase, sicuri che il 18 non si sarebbe fatto mancare molte altre stagioni sulla cresta dell'onda. Ieri pomeriggio i suoi Colts erano schierati contro i Texans, vera forza emergente della division, squadra di talento con un upside infinito e pochissimo da perdere. Subito avanti nel punteggio, Houston ha mantenuto un distacco comodo per tutta la partita, conducendo in porto un 34 a 24 che rispecchia la reale forza delle due compagini. L'ha fatto con le corse di Arian Foster (231 yard), praticamente mai toccato dalla linea difensiva ospite, che hanno esaurito il tempo a disposizione e lasciato l'MVP seduto tranquillamente in panchina per buona parte del terzo quarto. Con Indianapolis, da ormai più di dieci anni, la chiave è sempre la stessa, escludere Manning. Che, per inciso, chiude con il suo career best per tentativi e completi (40/57) e 433 yard. L'analisi è così abbastanza banale. Houston, una volta avanti, ha corso, e ciò è bastato per arrivare alla seconda vittoria della sua storia contro Indy, che è ora 15-2 contro i texani. Per capire quanto questa vittoria candidi i vincenti al predominio nella AFC South, proviamo a tirare indietro l'orologio di qualche stagione. Possiamo farlo addirittura fino al 2006, quando poi la banda di Tony Dungy andò a prendersi il tanto sospirato SuperBowl. Se Houston avesse giocato esattamente come ieri, avrebbe vinto? Il nostro parere è sì. Indianapolis ha sempre avuto problemi sulle corse, anche in quella stagione conclusasi col trionfo, che guarda caso è coinciso con un migliore rendimento della difesa nei Playoff. Ma una partita di regular season, con un runningback che corre 230 yarde, l'avrebbero vinta i Texans. Questo quindi vuol dire che le gerarchie non sono cambiate? No, non vuol dire nemmeno questo. Ieri Matt Schaub ha lanciato per 100 yarde, quando la regola sono 300, e Andre Johnson ha ricevuto per 30 quando andare sopra le 100 è per lui facilissimo. I Texans non sono solo Foster, anzi, fino a ieri nessuno lo conosceva. C'è molto di più, da tutte e due le parti del campo. La partita di ieri ha semplicemente presentato al Mondo un nuovo runningback, il resto lo si sapeva già. Così come si sapeva che la difesa di Indy senza Bob Sanders vale la metà o che i Colts hanno sempre il miglior attacco aereo di tuta l'NFL, guardare gli highlights per chiarimenti. Inoltre, Sanders dovrebbe tornare a breve e la schedule, prima del prossimo incontro con Houston, è molto facile. All'appuntamento del primo novembre le due squadre si dovrebbero presentare appaiate sul 5-1 o, se Houston dovesse battere Dallas in casa, con un leggero vantaggio per i texani. Aspettiamo dunque un paio di mesi e lo scontro del Lucas Oil Stadium prima di ritirare la scettro ai biancoblu e consegnarlo a Gary Kubiack. Intanto, nel resto della division, le cose vanno bene per tutti. Dietro le corse di Chris Johnson Tennessee ha distrutto i Raiders per 38 a 13. CJ2K corre per 143 yard e 2 TD, mentre Vince Young in regia fa il suo meglio con precisione e atleticità. La difesa raggiunge spesso Jason Campbell, al deludente esordio con Oakland, creando turnover e deragliando le idee dei californiani, rendendoli niente più di uno sparring partner. Titans da rivedere contro avversari più performanti, come Pittsburgh settimana prossima o i Giants tra due. I Jaguars sono riusciti ad avere la meglio sui Broncos, a Jacksonville. In una giornata estiva tipica della Florida, con 40 gradi all'ombra e temporali torrenziali, David Garrard ha fatto la differenza in una delle più belle partite della prima settimana. I 3 TD del QB da East Carolina testimoniano la ritrovata fiducia di un giocatore che ha deluso l'anno scorso ma che in questo 2010 potrebbe tornare a brillare per precisione. Maurice Jones-Drew non è stato certo risparmiato nonostante le ginocchia scricchiolino, portando palla per 23 volte e 98 yard. La W è arrivata sulla difesa di un quarto down, in cui un ricevitore del Colorado è stato pescato con un piede sulla linea laterale; 5 centimetri che valgono l'1-0 in stagione e che aumentano l'entusiasmo di una squadra guidata come sempre al limite da Jack Del Rio. Pur essendo un team completo, consideriamo ancora i Jags come una mina vagante più che come una forza vera all'interno della division.

Jacksonville va a San Diego settimana prossima, mentre abbiamo già detto che Pittsburgh visiterà il Tennessee. Houston va a Washington a verificare quanto la vittoria di McNabb e soci sui Cowboys sia stata frutto del caso. E i Colts? Domenica sera (2.30 italiane) Peyton ed Eli si incontreranno al nuovo Meadowlands Stadium per un Sunday Night in famiglia. Non diteci che avevate veramente creduto alle esternazioni del numero 18 quel giorno di settembre del 2006...

[W1] NFC North: la normalità di Favre

Scritto da Alessandro

Martedì 14 Settembre 2010 12:26 E se quest'anno lo specchio fosse sincero? Dodici mesi fa la nuova maglietta viola aveva tratto in inganno lo stesso Brett Favre. "Mi dona, sembro più giovane" deve aver pensato il veteranissimo numero 4 alla soglia delle 40 candeline. Ne è nata una stagione stratosferica. Statisticamente la migliore delle 19 giocate tra i professionisti. Oltre alla caviglia martoriata nel Championship probabilmente l'idea di non poter bissare un campionato altrettanto eccezionale deve aver inciso nel teatrino estivo "Torno, non torno" ormai alla terza stagione su tutti i media della terra. Alla fine però ha prevalso la passione (o la follia) e Favre si è riallacciato casco e spalliera. Lo scenario però è cambiato. Non tanto per la sconfitta nell'opener contro i campioni in carica dei New Orleans Saints. Sì, anche questa incide. Va letta però in termini di calendario, e non di 0-1. Se nel 2009 Favre saltò senza il training camp senza subirne le conseguenze fu anche e soprattutto perché poté giocare le prime partite del campionato contro avversari che le fecero sembrare preseason. Arrivare al Championship ha tolto questo privilegio. E uno schedule subito molto più complesso rischia di trasformarsi in un ostacolo insormontabile. E' solo il primo dei fossati che dovranno saltare Favre e i Vikings. La pattuglia dei ricevitori è ai minimi termini. Fosso numero due. Sidney Rice nella prima apparizione vichinga del venerabile quarterback è immediatamente diventato il bersaglio preferito. Ora l'infortunio che lo terrà fuori almeno per 8 partite toglie le mani più sicure e il giocatore in grado di allungare il campo. E' solo l'inizio. Il "nonnetto", infatti, aveva legato da principio anche con il rookie Percy Harvin. I problemi fisici però hanno impedito all'ex Florida di lavorare assiduamente per migliorarsi in estate e nella gara contro i Saints si è visto. Per ricreare la giusta chimica 4-12 servirà tempo. Elemento quest'ultimo che i Vikes non hanno a disposizione, perché Green Bay non farà sconti. Le traversie peraltro non sono finite. La luna di miele tra Favre e coach Brad Childress sembra essere finita la scorsa stagione dopo il diverbio nel corso della gara in casa dei Carolina Panthers. Potrà non essere decisivo fatto sta che non aiuta. A questo va ovviamente aggiunto il peso di una primavera in più (il 10 ottobre diventeranno 41) e degli acciacchi. Inoltre dopo aver visto i Saints punire fisicamente il 4 e trarne vantaggio nonostante una manciata di penalità è chiaro che la "strategia" sarà comprensibilmente attuata dal resto delle contendenti. Una linea non troppo convincente (e vedere uscire prima del tempo Bryant McKinnie non è stata un buon inizio giovedì scorso) rischia di fare il resto e compromettere la stagione gialloviola. Ecco perché Favre difficilmente potrà essere anche quest'anno il fattore determinante nella stagione dei Minnesota Vikings. Il quarterback di Gulfport dovrà essere gestito con ancor maggior cura del 2009. A condurre verso i playoff il vascello vichingo dovranno essere Adrian Peterson e la difesa. Se arriveranno a quel punto potranno spiegare la vela Favre e augurarsi che possa essere abbastanza integro per trascinarli fino all'ultimo atto. I principali candidati al Superbowl della Nfc North però quest'anno sono i Green Bay Packers. Nonostante il grave infortunio di Ryan Grant nella prima giornata contro i Philadelphia Eagles, nonostante il turno d'esordio abbia evidenziato come la linea d'attacco sia ancora insufficiente. I Packers possono contare su un attacco aereo stratosferico e una difesa particolarmente solida. Cominciare a Philadelphia, dove non vincevano dal 1962, non era agevole. A proposito di inizi in salita. Calvin Johnson ha vanificato lo sforzo dei Detroit Lions bruciando il touchdown della vittoria allo scadere sui Chicago Bears. L'impressione è che se fosse stato un pizzico più attento l'81 avrebbe potuto completare la ricezione come vuole il regolamento. La regola c'è e finché è quella bisogna prendere atto e farci l'abitudine, sebbene appaia non del tutto vicina allo spirito del gioco. Ne hanno tratto vantaggio i Bears che cominciano con il piede giusto nonostante una faticaccia non da poco.

[W1] NFC West: tutto cambia perchè nulla cambi?

Scritto da Massimo

Martedì 14 Settembre 2010 19:24 Anche quest'anno la NFC West si presenta ai nastri di partenza con l'etichetta di division più scarsa della lega. E poco importa se negli ultimi cinque anni ha prodotto due finaliste dimostratesi piuttosto ostiche da superare. Il 2010, però, sulla carta sembra destinato a confermare questa impressione generale, con tre squadre in rebuilding mode ed una, San Francisco, che dovrebbe iniziare a raccogliere i frutti del decennio di ricostruzione. La prima giornata proponeva un doppio scontro divisionale, tanto per chiarire le cose fin da subito, ed in effetti molte risposte sono arrivate, ma alcune non sono quelle che ci si attendeva. Se ci si fermasse alle apparenze, si potrebbe gattopardescamente sentenziare che “tutto deve cambiare perché tutto resti uguale”. St.Louis ed Arizona hanno infatti dovuto affrontare dei cambiamenti epocali, i Cardinals dovendo sostituire l'immenso Kurt Warner, che aveva riportato la franchigia a giocarsi il titolo dopo 60 anni di buio assoluto, ed i Rams piazzando sul ponte di comando il miglior quarterback uscito dal college negli ultimi 10 anni, secondo la quasi totalità degli scout e degli analisti. Il risultato, però, non è apparentemente cambiato rispetto alla passata stagione, con i Rams che hanno dovuto soccombere ed i Cardinals che hanno portato a casa la vittoria come oramai capita da quattro anni a questa parte. La franchigia dell'Arizona ha sorpreso un po' tutti in offseason tagliando Matt Leinart ed affidando le chiavi dell'attacco a quel Derek Anderson che non era propriamente conosciuto per essere una macchina da completi a cui i tifosi del cardellini si erano abituati e che risponde al nome di Kurt Warner. La partita di esordio ha in parte confermato le preoccupazioni della vigilia. Anderson, abbastanza maltrattato dalla difesa dei Rams, è riuscito a portare a casa la vittoria, più grazie ad un bel drive fatto tutto di corse con cui ha attraversato il campo in cinque azioni, che non per il suo gioco aereo, spesso inconcludente ed impreciso. Molti palloni sono stati indirizzati verso Fitzgerald, ma spesso fuori portata o difficilmente ricevibili, un po' come accaduto a Steve Breaston, che si è visto recapitare palloni inguardabili per tutta la partita. la differenza tra i due ricevitori è stata la condizione atletica: ancora scarsa quella di Fitz, eccellente quella di Breaston, permettendo a quest'ultimo di fare numeri da circo per aiutare il proprio quarterback a tenere una percentuale di completi oltre il 50%. Con Beanie Wells fuori, il gioco di corsa ha stentato molto, eccezion fatta per quell'unico solitario drive di cui abbiam parlato prima, ed il quadro complessivo per l'attacco di Arizona non è certamente incoraggiante. Il rientro di Wells ed il crescente affiatamento tra Anderson ed i suoi ricevitori dovrebbe migliorare le cose, ma bisogna fare in fretta, perchè la stagione vola via in un attimo. Diverso il discorso per la difesa, che è sembrata essere già abbastanza in buone condizioni. Il pacchetto linea / linebackers ha svolto egregiamente il proprio ruolo chiudendo bene i varchi sulle corse e costringendo i Rams a tentare la via aerea più di quanto avrebbero voluto fare, e la secondaria ha fatto la sua parte, grazie anche ad un Adrian Wilson in gran spolvero, presente sia nel backfield difensivo con copertura, deviazioni ed intercetti, che in quello offensivo, con uno spettacolare sack su Bradford. E proprio Bradford ha fatto un debutto altrettanto spettacolare. Non tanto nei numeri (se si eccettua l'insolito numero di 55 passaggi tentati), quanto piuttosto nella performance. A St.Louis non si vedeva un quarterback così da qualche anno, e nemmeno il primo Bulger, che comunque completava ed ammassava yards, aveva la stessa determinazione e combattività del rookie d'oro. L'esordio di Bradford ha avuto due facce, perchè da una parte il coaching staff l'ha subito caricato di pressione e responsabilità con un playcalling smaccatamente sbilanciato sui passaggi, e dall'altra gli schemi chiamati lo tenevano a mezzo servizio, cercando pochissimo la palla profonda, probabilmente con un occhio anche alla temibile secondaria avversaria. Con tutti gli occhi puntati su Bradford, è stata una giornata in sordina per Steven Jackson, chiamato poco in causa. Bisognerà vedere se si è trattato di una situazione contingente, oppure anche nel corso della stagione Spagnuolo preferirà affidarsi al braccione di Bradford piuttosto che alla potenza devastante delle corse di Jackson. Stante anche la deprimente situazione dei ricevitori, sarebbe bene un po' piu' di equilibrio. In questa prima uscita la linea offensiva ha finalmente dato segni di consistenza, ben proteggendo Bradford, ma l'efficacia sulle corse e' tutta da rivedere. A proposito di linea offensiva, a St.Louis non hanno potuto esimersi dal guardare con una certa soddisfazione i Cowboys vedersi annullare il TD della vittoria a tempo scaduto a causa di un holding commesso da Alex Barron. La soddisfazione non era per la sconfitta di Dallas, ovviamente, ma per il fatto che ora l'attacco guadagna dalle 20 alle 40 yards a partita in penalità evitate. E se si sommano quelle di Barron a quelle di Richie Incognito, il sorriso si allarga ancora di piu'. Vedere nella top ten dei giocatori che commettono più penalità due EX giocatori dei Rams è la migliore dimostrazione del buon lavoro fatto con la linea offensiva solo tagliando i giocatori dannosi.

Nell'altra partita divisionale, è arrivata totalmente inaspettata la sconfitta di San Francisco, che ha ceduto il passo ai Seahawks dopo che la preseason, conclusasi con il percorso netto di quattro vittorie, aveva già fatto salire l'entusiasmo alle stelle nei dintorni della baia. Seattle ha maltrattato i Niners sotto tutti gli aspetti, non ultimo quello riguardante il coaching staff. Contrapposto a Mike "Mooning" Singletary c'era quel Pete Carroll che ritentava l'avventura in NFL a tredici anni dalle tre stagioni non proprio esaltanti a New England e dopo un decennio di vittorie (con polemiche e disonore finale) a USC. l suo entusiasmo e la sua carica hanno letteralmente energizzato i Seahawks. Il veterano Hasselbeck ha dato l'ennesima lezione di football, lanciando per due touchdown e segnandone uno personalmente, mentre il buon Alex Smith è stato autore di una buona prova ma anche di un paio di intercetti letali che hanno impedito ai niners di conservare qualsiasi speranza di riprendere la partita in mano. Nulla o quasi ha funzionato per San Francisco, nè in attacco nè in difesa, e dopo la prima giornata già si alza il coro dei critici e si sentono i primi mugugni. Certamente non avere Crabtrree e Davis per tutta la preseason ha influito sull'alchimia generale dell'attacco, così come l'improvviso ritiro di Glenn Coffee ha stravolto i piani di Singletary, ma è evidente che qualcosa non ha funzionato a dovere domenica,ed ora si tratta solo di vedere se è stato solamente un passo falso recuperabile in stagione oppure se deve suonare un campanello d'allarme per la franchigia californiana.

[W2] Band of brothers

Scritto da Dario

Martedì 21 Settembre 2010 13:52 Quattro anni fa era tutto diverso in casa Manning. Niente anelli, niente MVP del Superbowl, niente posto fisso ai Giants, niente contrattoni record. Eli era ancora il fratellino piccolo, quello più giovane ed inesperto, quello capriccioso a cui non piace il sole della West Coast e piange se non lo scelgono i Giants. Peyton era già il migliore QB della lega, conscio dei suoi mezzi ma totalmente logorato dalla rivalità con Tom Brady dominata da quest'ultimo. L'altra sera, invece, Olivia ed Archie non hanno guardato i loro due figli con gli occhi orgogliosi di chi ha due bambini in NFL, a guidare due grandi franchigie, ma con quelli rilassati di chi si gode lo spettacolo. Se quattro anni fa avrebbero pregato Peyton di non umiliare troppo il fratellino, ieri avrebbero solo detto “Vinca il migliore”, seguendo il feeling di molti addetti ai lavori che pronosticavano un matchup molto equilibrato. Per i Giants è finita invece molto peggio di come finì nel settembre 2006. Le 17 yarde di Eli nel primo tempo dicono quasi tutto su una partita in cui i Colts hanno preso la palla e ne hanno fatto ciò che hanno voluto, senza mai guardarsi indietro. Joseph Addai, veloce ed intelligente, e Donald Brown, più fisico, stabiliscono subito un gioco di corse che permette al loro QB di disporre della difesa di New York in modo completo. Primo drive Colts: 7 a 0. Primo drive Giants: una yard. E così via fino all'intervallo, nel quale Indy è andata negli spogliatoi su un 24 a 0 anche strettino. Se Reggie Wayne, nel secondo drive, non avesse droppato un pallone facilissimo, in campo aperto, saremmo qui a parlare di una partita finita nell'ordine dei 60 a 14, non 38 a 14. La difesa dei Giants non è riuscita ad opporsi, in nessun frangente della partita, all'attacco avversario. L'attacco si è svegliato con colpevole ritardo solo nel terzo parziale, con un passaggione di Eli sul profondo per Mario Manningham. Le corse non hanno funzionato, e forse questo sminuisce, in qualche modo, la prestazione degli uomini di Jim Caldwell. Qualora i Colts avessero vinto in modo così sfolgorante pur concedendo le loro classiche centinaia di yard di corsa, potremmo concludere che la sconfitta di settimana scorsa era stata solo un episodio. Così non possiamo, vista la pochezza di questi Giants. Che, ciliegina su una torta indigesta, hanno anche perso Brandon Jacobs durante la partita per problemi disciplinari, quando il prodotto di Southern Illinois ha fatto rimbalzare il suo casco sul terreno per poi farlo atterrare involontariamente sugli increduli tifosi dei Colts, qualche fila più in là. Risultato? Coughlin che gli dice: “Dai, siediti pure lì, prenditi una pausa!”. Venute meno anche per questo episodio le corse dei dirimpettai, ad Indy è bastato pressare Eli con regolarità per non correre alcun rischio e ridare la palla in mano a Peyton con costanza. Impressionante la prova di Robert Mathis (2 sack) soprattutto nelle prime azioni, e bene anche Dwight Freeney. Dall'altra parte, censurabile l'idea di giocare con un linebacker e 6 DB, cosa che ha permesso ai Colts di stabilire il gioco di corse che ha aperto varchi inaspettati al braccio di Peyton. Sul piano anedottico-sentimentale dell'incontro tra i due fratelli, la cronaca è pure più opaca di quella di una partita scontata come è stato il Sunday Night. Un paio di strette di mano prima della partita, una pacca della spalla alla fine, tanta indifferenza nel frattempo. Il rapporto è abbastanza facile da intravedere, è probabilmente qualcosa che esiste solo fuori dal campo, se escludiamo i clinic estivi che tengono con il terzo fratello ed il padre. Le dichiarazioni della vigilia sono sempre le stesse: “No, non ci pensiamo...” e crediamo che sia veramente così. Il rapporto tecnico è altrettanto palese. Peyton rimane un predestinato, ha più intelligenza e più maturità, oltre che più precisione. A parte quel titolo del SuperBowl, nulla è cambiato per lui dal 2006, e proprio la notte del Lucas Oil testimonia quanto questo sia vero. E' riuscito ad infondere in tutti i suoi compagni di squadra l'orgoglio che ha permesso loro di strapazzare i Giants, e non ha sbagliato nulla quando era più importante, cioè nel primo quarto. Eli quindi rimane la seconda scelta della famiglia. E' più atletico, sfugge meglio alla pressione, ma non sa essere decisivo, oltre a sparire nel confronto col fratello. Senza quei 15 giorni in cui regalò il più grande upset della storia del football alla grande mela, probabilmente i Giants non l'avrebbero ricoperto d'oro rendendolo il più pagato giocatore della lega, anzi starebbero mandando i loro scout a vedere le partite nei

college per trovare un erede migliore. Dopo 6 anni nella lega dovrebbe essere al suo apice, sembra che invece dovrà aspettare ancora un po' prima di ritornare sui palchi che Peyton, nella post season, calca con alterne fortune. Niente esternazioni su un possibile ritiro da parte di Peyton, e siamo fiduciosi nel rivedere un “Manning Bowl” tra altri 4 anni. Nel frattempo si dedicherà alla ricerca del quinto titolo di MVP della lega ed all'inseguimento al secondo SuperBowl, stavolta da vincere per riscattare l'onta del febbraio scorso. I Texans hanno stentato questa settimana, così come i Titans sconfitti da Pittsburgh in una partita incredibile. L'orizzonte è quindi un po' più terso per i Colts e per il loro QB. Le prospettive divisionali di Eli, invece, sono di più difficile previsione. Con il tonfo di Dallas e la sconfitta di Washington tutto è meno definito e la corsa ai Playoff potrebbe davvero rivelare sorprese. Che a poco serviranno se New York giocasse ancora come l'altra sera.

[W2] NFC West, che tristezza

Scritto da Massimo

Martedì 21 Settembre 2010 13:59 Le partite della scorsa settimana ci avevano illuso, almeno un po', che la NFC West potesse finalmente risalire la china e lasciare l'ultimo posto nella classifica delle division. Dopo la seconda giornata, però, possiamo constatare con una buona dose di certezza che questa division avrà una competizione interna sfrenata, ma riceverà molte bastonate non appena le sue squadre metteranno il becco fuori dai propri confini. Non si spiega altrimenti lo 0-4 rimediato in settimana, con i soli Niners in corsa fino all'ultimo secondo per non lasciare a zero la casellina delle vittorie. Solo un field goal di Hartley a tempo scaduto ha impedito alla squadra di Singletary di portare all'overtime i campioni del mondo uscenti, ed i Saints sono ben consapevoli di essersela vista bruttissima nel monday night, nonostante i quattro turnover regalati dai Niners. Il 25-22 finale sta evidentemente stretto ai californiani, che hanno per lunghi tratti dominato la gara con una difesa davvero impressionante, capace di contenere a sole 287 yards l'attacco dei Saints, che ci aveva abituato a superare spesso e volentieri le 400 yards guadagnate. Con una difesa in piena forma, l'attacco ha girato a mille, con Alex Smith che finalmente inizia a far vedere i numeri che lo resero famoso al college, grazie anche ad un buon parco ricevitori, e con Frank Gore che contina con le solite, solide prestazioni a cui ci ha abituato, portando a casa la ventunesima partita con oltre 100 yards guadagnate su corsa. Peccato, come accennavamo in precedenza, per i troppi turnover, senza i quali i Niners avrebbero portato a casa la partita con tranquillità. Due intercetti e due fumble (di cui uno evitabilissimo su un punt return) che hanno permesso ai Saints di restare in partita. Chi invece in partita non ci è entrato fin dall'inizio sono i Seahawks, che solo la scorsa settimana avevano demolito i 49ers, il che faceva pensare ad una stagione da inaspettati protagonisti per i gabbiani marini. Di fronte avevano i Denver Broncos che, al contrario dei Seahawks, erano reduci da una inaspettata sconfiotta contro Jacksonville alla prima giornata. L'esordio del rookie Demaryius Thomas, unito ad un'ottima prestazione di Orton e del tandem Buckhalter-Moreno, ha permesso ai Broncos di passeggiare sui Seahawks per tre quarti e mezzo, subendo (si fa per dire) il loro ritorno solo nel finale. Oltre ai soliti problemi di continuità mostrati da Hasselbeck (tre intercetti subiti), ci hanno pensato i quattro turnover (di cui uno su un punt return, proprio come i 49ers) a tenere i gabbiani lontani dalla end zone avversaria. Il 31-14 il finale in favore di Denver ha smorzato parecchio gli entusiasmi a Seattle, anche se Pete Carroll resta ottimista sulla competitività della sua squadra, attribuendo la sconfitta ad una giornata poco felice di Hasselbeck. L'ottimismo non trova invece molto spazio in Arizona, dopo la rullata subita dagli Atlanta Falcons che, tenendo fede alle caratteristiche ornitologiche della loro mascotte, hanno strapazzato i cardellini con un 41-7 che rispecchia esattamente il predominio visto sul campo da parte della squadra della città della Coca Cola. La partita è stata aperta fino all'inizio del secondo quarto, quando Hightower ha trovato l'unico lampo della giornata con una corsa in TD da 80 yards. Dopo, è stato il buio più assoluto, con Anderson in blackout, la difesa che non riusciva a fermare le corse di Snelling (in campo grazie agli infortuni di Turner e Norwood) e Atlanta che segnava a ripetizione. I Cardinals stanno evidentemente soffrendo molto la mancanza di Warner, e la sua sostituzione è un problema più grosso di quanto Wisenhunt potesse pensare, soprattutto dopo la decisione piuttosto singolare di tagliare Matt Leinart, cioè il quarterback a cui Warner aveva fatto da chioccia negli ultimi anni, per affidare l'attacco ad un Derek Anderson che, anche nella vittoriosa partita contro i Rams della scorsa settimana, ha chiaramente dimostrato di non essere più di un buon backup. E parlando di Rams, registriamo un'altra sconfitta per la franchigia del Missouri. Questa volta sono i Raiders, tutt'altro che irresistibili, a fare bottino nei confronti dei Rams che, nonostante i miglioramenti, non riescono a trovare la via della vittoria. In una partita che ha visto una miriade di errori da parte di tutte e tre le squadre in campo (compresa la crew arbitrale) ha vinto non chi ne ha fatti meno, ma chi non li ha fatti in momenti topici della partita, quando ormai il tempo per recuperare non c'era più. Se sembra ormai confermato che i Rams abbiano trovato in Bradford il quarterback del futuro, è altrettanto certo che il rookie non ha a chi lanciare il pallone, essendo il parco

ricevitori piuttosto mediocre, e che l'offensive coordinator Shurmur non ha ancora le idee ben chiare su come strutturare l'attacco intorno a Bradford (e questo, a stagione iniziata, è un grosso problema). Tenere ilò gioco di lancio corto quando gli avversari piazzano otto giocatori nel box ed i cornerback in bump è un insulto ai manuali del football, ancor di più quando hai un quarterback cosiddetto "con il braccione". Se a St.Louis riusciranno a trovare il giusto equilibrio in attacco, e se arriverà Vincent Jackson a dar manforte ai ricevitori come si vocifera da più parti, i Rams potrebbero risollevarsi e mettere in cascina qualche vittoria tanto per fare morale e proseguire nel percorso di ricostruzione. In caduta libera le azioni dei Cardinals, mentre per Seahawks e Niners le possibilità di fare un'ottima stagione ci sono ancora tutte, e soprattutto per i californiani, dopo la prestazione di lunedi' sera, l'imbarazzo della prima giornata è stato già cancellato.

[W2] Pesce di razza?

Scritto da Mauro

Giovedì 23 Settembre 2010 08:41 La seconda domenica di football per la AFC East ha portato una conferma (anzi, due), un riscatto e una parziale sorpresa. La conferma è venuta dai Buffalo Bills che, dopo il “non brillante” esordio casalingo contro Miami, sono stati quasi asfaltati dai Packers. Certo, i Packers sono una delle squadre favorite per arrivare fino in fondo, e perdere a Lambeau Field ci può anche stare, ma non così. Come già la scorsa settimana non è stata a difesa il problema più grosso: 34 punti presi non sono pochi e 250 yards ad Aaron Rodgers le concederanno in molti, ma in compenso sulla terra Green Bay è stata in qualche modo limitata. Le note dolenti vengono da un attacco ancora una volta inesistente. Dopo le 166 yards totali ottenute contro i Dolphins il miglioramento è stato quasi impercettibile: 186, e di queste nessuna nell’intero primo quarto. Marshawn Lynch è stato il migliore, ed è arrivato a 64 yards, Fred Jackson ha al suo attivo poco più del TD che nel secondo quarto sembrava poter dare una speranza ai Bills (all’intervallo il punteggio era di 13-7 per i padroni di casa) e CJ Spiller non è proprio pervenuto (1 corsa e 4 ricezioni per 26 yards totali). Trent Edwards ha di poco superato le 100 yards, lanciando 2 intercetti, ed ora rischia il posto a favore di Fitzpatrick per la gara contro New England. A questo punto tanto vale provare qualcos’altro, anche se a Buffalo è l’ennesimo avvicendamento di qb in corsa visto in questi anni, e i risultati non son mai stato chissà che. Anche i Patriots si sono confermati, sia nel bene che nel male. Prima controllando e sopravanzando i Jets con relativa tranquillità, grazie alla potenza del proprio attacco (magata di Randy Moss che riceve ad una mano in faccia a Darrelle Revis il TD del 14-7), e poi lasciando dilagare i Jets nel secondo tempo a casua dell’inaffidabilità della propria difesa. E qui si innesta il riscatto anticipato all’inizio. Se New England conferma quello che aveva fatto intravvedere nell’esordio contro Cincinnati, cioè di essere ancora capace di tutto ma di non poter (ancora?) contare su una difesa capace di proteggere le partite, New York riscatta la brutta sconfitta contro Baltimore con una prestazione che serve soprattutto per esaltare i tifosi e tutto l'ambiente. L'impennata della seconda metà gara, dominata 17-0 si deve soprattutto a un Mark Sanchez in gran spolvero, a cui la difesa dei Patriots ha concesso di tutto. A supportarlo ci hanno pensato soprattutto il TE Dustin Keller e Braylon Edwards, anche se pure Jerricho Cothcery ci ha messo del suo. E anche Tomlinson ha ocnfermato le cose buone fatte intravvedere domenica scorsa, mentre Shonn Greene continua a stentare. Quello che preoccupa ora è però l’infortunio a Darrelle Revis che dovrebbe costringerlo sulla sideline per – pare – un paio di settimane, a partire dalla sfida in trasferta contro Miami. Ed arriviamo alla parziale sorpresa. I Dolphins hanno ripetuto quasi in fotocopia la prestazione della scorsa settimana. Ma se 7 giorni fa a soccombere 15-10 erano stati i Bills, ora la vittima – sempre in trasferta e con il punteggio praticamente identico di 14-10 - è stata molto più illustre, cioè i Vikings vice-campioni in carica della NFC . Anche la ricetta è stata praticamente identica: tanta difesa e un attacco mirato soprattutto ad evitare stupidaggini. E Chad Henne sta diventando bravino in questo, aiutato non tanto dal suo duo di runners Ricky&Ronnie (per loro un avvio di stagione a rilento ma soprattutto, contro Minnesota, un fumble a testa che potevano costare cari) quanto da un Brandon Marshall che, in attesa di affinare gli schemi e l'intesa col suo qb, ha già cominciato a farsi apprezzare facendosi trovare libero e pronto a giocate che a Miami non vedevano fare ad un WR da molto - troppo – tempo. Le buone notizie arrivano soprattutto dalla difesa, rigenerata dalla mano di Mike Nolan e da una robusta iniezione di gioventù con gli ultimi due draft. Magari all'esordio l'attacco dei Bills non sarà stato un test troppo veritiero, ma aver bloccato Favre e - soprattutto – Adrian Peterson a soli 10 punti è già una misura migliore di cosa possa fare il reparto. Domenica, comunque, nell'esordio casalingo contro i Jets sarà l'attacco ad essere testato contro una difesa di quelle vere. Poi, forse, ne capiremo di più. In chiusura, i pronostici rivisti: questa settimana Miami guarda tutti dall'alto in basso; potrà essere lo stesso a fine stagione? 1) Dolphins 2) Patriots 3) Jets 4) Bills.

[W2] Tutti a casa di Favre

Scritto da Alessandro

Martedì 21 Settembre 2010 14:16 Le due vignette sono davanti a voi. Proprio come sulla Settimana Enigmistica. Sotto leggete: trovate le differenze. Ma non vi sembra vero, perché i disegni sono troppo diversi tra loro. Così è un gioco da ragazzi. Non c'è divertimento. I Minnesota Vikings vivono questo inizio 2010 sotto il segno della crisi dopo aver cavalcato l'arcobaleno fino al Championship della Nfc un anno fa. Le maglie sono le stesse. Molti degli interpreti anche. I meccanismi, quelli no. Che il calendario sarebbe stato un bastone tra le ruote per la squadra di coach Brad Childress lo si era intuito anche in estate. La difesa regge, lotta, combatte ma non può sopperire a un attacco Adrianocentrico che inciampa ogni volta che deve mettere un pallone per aria. Dopo aver ammirato un Brett Favre in formato Mvp, i tifosi vichinghi stanno scoprendo il lato oscuro del numero 4, quello che conoscono bene i fan dei New York Jets. Il Favre 2010 infatti ricorda pericolosamente l'incarnazione biancoverde del 2008. Tanti turnover, nessuna sincronia con i ricevitori, il volto perennemente abbattuto. In sessanta minuti al Mall of America Field contro i Miami Dolphins Favre ha lanciato lo stesso numero di intercetti casalinghi della scorsa stagione e vi ha aggiunto un fumble, superando di già il totale di turnover interni del 2009 quando sconfitte sul turf amico non ne erano arrivate. Minnesota era stata in svantaggio per poco più di venti minuti in tutto il campionato, gruzzolo doppiato solo domenica. Non sono le statistiche però a essere sconfortanti, quanto la pochezza intravista. Senza l'infortunato Sidney Rice e con Percy Harvin perennemente acciaccato non c'è sufficiente talento tra i ricevitori per sfruttare la classe di Favre, penalizzata peraltro da un lato destro della linea offensiva tutt'altro che brillante. A questo va aggiunto che la condizione del brizzolato quarterback è ancora lontana dal cento per cento così come lo era nel settembre di dodici mesi fa, quando gli avversari però si chiamavano Cleveland Browns. Totale: due partite, due sconfitte. Nonostante né i New Orleans Saints, né i Miami Dolphins siano parsi schiacciasassi inarrestabili. Nonostante una difesa tutto sommato molto positiva: sorvolando su alcuni passaggi a vuoto delle secondarie (Ashley Allen contro i Saints e Lito Sheppard contro i Dolphins) Jared Allen e soci hanno concesso solo tre touchdown in due incontri. Nonostante un Adrian Peterson da mille portate e nessun fumble. Questa però può essere la settimana dell'inversione di marcia. Due i motivi. Se davvero il proprietario Zygi Wilf farà "all in" come ha dichiarato di voler fare nell'ultimo anno di Favre e rileverà lo squalificato Vincent Jackson dai San Diego Chargers, il numero 4 avrà quell'arma in più fondamentale per rendere efficace il gioco aereo, potendo relegare a un ruolo di terzo piano il deludente Bernard Berrian e formando un trio spettacolare con Harvin e Rice una volta che saranno tutti e tre in campo. Domenica c'è il match contro i Detroit Lions, sulla carta gli avversari giusti per centrare la prima vittoria e arrivare alla settimana di riposo con il morale al livello almeno dei polpacci e non sotto sette o otto yard di terreno. Occhio però, perché le prime due partite dei giovanissimi leoncini sconsigliano di prendere sotto gamba l'appuntamento. Hanno sì perso ma restando aggrappati alle partite con Chicago e Philadelphia sino all'ultimo istante. Se non dovessero verificarsi queste due "soluzioni" i Minnesota Vikings si ritroverebbero in un crepaccio da cui sarà durissima risalire, visto che una tra Green Bay Packers e Chicago Bears, entrambe imbattute, volerà a tre vittorie. Lunedì prossimo infatti al Soldier Field è in programma il Monday Night tra i favoritissimi Packs di Aaron Rodgers e i sorprendenti orsi del ritrovato Jay Cutler. Una prova di maturità per entrambe nonché la ghiotta occasione per distanziare le rivali sin dalla terza di campionato. I gialloverdi arrivano all'appuntamento reduci dalla tranquilla passeggiata su quel che resta dei Buffalo Bills, i padroni di casa con l'entusiasmo in poppa per aver sgambettato a domicilio i Dallas Cowboys.

[W3] AFC East, (quasi) tutti insieme appassionatamente

Scritto da Mauro

Giovedì 30 Settembre 2010 08:29 Nella AFC East è stata una domenica di scontri incrociati: i Bills sono andati a Foxboro a sfidare i Patriots mentre i Jets sono scesi al caldo della Florida per la rimpatriata di Jason Taylor a Miami. Come da tradizione, entrambe le partite sono state combattute e non prive di sorprese e alla fine la classifica si è raggruppata: Dolphins, Jets e Patriots alla pari con 2 vittorie ed una sconfitta. Cosa si è capito quindi sulla division più forte della lega (cit.) dopo la terza giornata di regular season? Si è capito che i problemi dei Bills sono profondi e, purtroppo, non si limitano alla squadra. Che, se fosse così, sarebbe tutto più semplice: basta che l'atteso rookie si svegli (CJ Spiller, sbocciato contro New England dopo un avvio di stagione non proprio esaltante) e basta che il quarterback faccia il suo dovere (Ryan Fitzpatrick, schierato titolare un po' a sorpresa e capace di chiudere con un 20/28 niente male, 247 yards, 2TD e 2 intercetti) e le cose possono subito andare meglio. Invece pare che a Buffalo ci sia un po' troppa confusione a tutti i livelli, dalla sideline al front office. Solo pochi giorni prima della partita coach Gailey parlando di CJ Spiller diceva chiaramente che non si aspettava un suo contributo all'attacco ancora per un bel po' di tempo. Invece si è visto che, nonostante i suoi numeri limitati (4 portate e 3 ricezioni per 49 yards totali e 1 TD) i Bills hanno un disperato bisogno delle scintille che solo lui può dare: il kickoff ritornato per 95 yards in touchdown ne è l'esempio. E la farsa di Trent Edwards, tagliato improvvisamente poche ore prima della stesura di quest'articolo dopo esser stato titolare indiscusso solo due settimane fa e prima riserva domenica sembra purtroppo sintomatica di un front office privo di un progetto. In questa situazione, anche una prestazione tutto sommato incoraggiante come quella contro New England rischia di essere una rondine che chissà se farà primavera Si è inoltre capito che i problemi dei Patriots con la difesa non sono solo apparenti. All'esordio contro Miami i Bills erano riusciti a rimediare soli 10 punti, ridotti poi addirittura a 7 nel bis contro i Packers. I Patriots invece hanno concesso a Buffalo la bellezza di 30 punti, e solo il fatto che l'attacco può segnare e anche tanto (38 i punti finali contro i Bills) in ogni momento e contro ogni avversario ha evitato a Belichick di doversi presentare in sala stampa a spiegare una sconfitta che sarebbe stata quanto meno imbarazzante. Non sono questi i Patriots che possono ambire ad un ruolo da protagonisti nella division, men che mai in un momento in cui gli avversari più pericolosi hanno iniziato bene quanto loro, se non meglio. È comunque di conforto il fatto che, nonostante i problemi, New England sia ugualmente 2-1, anche se l'unica sconfitta pesa perchè arrivata contro i Jets. Si attende quindi con curiosità la trasferta a Miami nel prossimo Monday Night per capire qualcosa di più sul vero livello della franchigia bostoniana. Si è poi capito che i Dolphins hanno del potenziale, ma che non sono ancora arrivati al punto di saperlo sfruttare fino in fondo. In effetti, è una situazione classica di qualsiasi squadra giovane, e quella affidata a coach Sparano lo è senza dubbio. Domenica sera la partita è stata persa 31-23 soprattutto per dei gravi errori difensivi nel drive decisivo a fine partita, ma anche senza di quelli si è intravista l'incapacità di saper sfruttare nel modo giusto i momenti chiave di una partita. E il rilievo va fatto non solo o non tanto alla squadra (Chad Henne, ad esempio, contro i Jets è stato esemplare, sbagliando pochissime decisioni e chiudendo 26/44 per 363 yards, 2 TD ed un intercetto giunto però solo all'ultimo disperato passaggio nel 4° down dell'ultimo drive), ma anche al coaching staff ed al front office, colpevole di decisioni o indecisioni ugualmente strane nella gestione della partita (perchè un ricevitore fisicamente dominante come Marshall è poco sfruttato in prossimità dell'end zone?) e del roster (perchè gli special team a Miami sono carenti da anni?). Di tempo per migliorare ce n'è ancora molto, ma nel frattempo la sconfitta contro i Jets fa male, soprattutto ai tifosi. E si è infine capito che i Jets si stanno ritrovando. Solo che a differenza di quello che tutti si aspettavano non è la difesa che sta portando avanti la squadra, ma l'attacco. E, in particolare, Mark Sanchez. Contro i Dolphins il quarterback ex-Trojan ha pareggiato la sfida tutta gioventù con Chad Henne chiudendo con un brillante 15/28 per 256 yards e 3 touchdown. I primi due nel primo e nel secondo quarto sul fido TE Dustin Keller - ormai punto di riferimento affidabile ed imprescndibile negli schemi dei Jets - ed il terzo lanciato nel terzo periodo su Braylon Edwards, bravo dopo una finta ad involarsi per 67 yards verso l'end zone per riportare i Jets avanti 21-17, vantaggio che i biancoverdi non molleranno poi più fino alla fine. Per il resto ci ha pensato un

Tomlinson che non sarà magari ringiovanito, ma che sembra aver ritrovato la brillantezza smarrita negli ultimi anni. Il confronto interno con il giovane Shonn Greene, per il momento lo sta vincendo lui; e, alla fine, chi ne guadagna sono comunque i Jets. Chiusura con i soliti pronostici aggiornati: stavolta, con quasi tutte le squadre assieme in classifica, è più difficile. Ma proviamoci lo stesso: 1) Jets; 2) Dolphins; 3) Patriots; 4) Bills.

[W3] Hail to the Rams

Scritto da Massimo

Martedì 28 Settembre 2010 18:04 Una squadra che perde 27 delle ultime 28 partite, e la sola vittoria che ottiene arriva a fatica contro una squadra che la stagione precedente aveva avuto una "imperfect" season (0-16), può darsi che non sappia più vincere, che non si ricordi più come fare. E così era parso l'inizio di stagione dei Rams, sconfitti nelle prime due giornate da due squadre ampiamente battibili o, sarebbe forse meglio dire, sconfitti dalle proprie paure e dalle proprie insicurezze che l'abitudine alla sconfitta hanno cementato partita dopo partita. Ma come "non esiste notte tanto lunga da non permettere al sole di risorgere" (cit.), anche per i Rams è arrivata l'alba domenica scorsa all'Ed Jones Dome. I Rams affrontavano i Redskins e quel Donovan McNabb che in carriera aveva sempre fatto vedere i sorci verdi alla difesa di St.Louis che, tradizionalmente, ha sempre patito molto i quarterback con grandi abilità di scrambling. E invece stavolta i sorci verdi li ha visti lui, sotto forma di una linea di difesa che lo ha messo costantemente sotto pressione, lo ha colpito più volte, lo ha a poco a poco sfiancato facendogli perdere lucidità, guidata da un Chris Long che sembra sempre più essere il clone di suo padre Howie, e che se solo avesse un altro end al pari suo dalla parte opposta della linea, diverrebbe praticamente inarrestabile. Ad inizio partita è comparsa a video una statistica che mostrava la differenza di esperienza tra McNabb (144 partite da titolare) e Bradford (2 partite da titolare), ma a metà gara ci si chiedeva se la statistica fosse accurata o non avessero confuso i numeri, perchè il veterano sembrava Sam Bradford, ed il pivellino McNabb. Bradford è la grande arma in più dei Rams in questa stagione. Ormai è risaputo, ma fa sempre bene sottolinearlo, perchè raramente avevamo visto un quarterback rookie cavarsela alla grande come sta facendo lui. Ovviamente commette ancora parecchi errori, così come i Rams non sono improvvisamente diventati da Superbowl grazie a questa vittoria, ma la buona notizia è che sia il ragazzo che la squadra sembrano determinati a non lasciarsi influenzare dai propri errori, restando concentrati sull'obiettivo finale. Ed è successo così anche quando, a cinque minuti dalla fine del primo tempo, Steven Jackson è rientrato negli spogliatoi per un infortunio muscolare, privando quindi l'attacco dei Rams della sua arma migliore. Il sentore comune era che i Rams sarebbero crollati come un castello di sabbia, e gli stessi commentatori si dicevano sicuri che l'ex di turno Jim Haslett, DC dei Redskins, avrebbe sfruttato al 100% il fatto che i Rams non avevano più un gioco di corsa credibile per ingannare la difesa con le play action. La partita, in effetti, sembrava segnata. Dopo un rapido avvio con due touchdown in meno di sette minuti, i Rams si erano fatti rimontare fino al 14-13 con cui andavano al riposo, ed alla ripresa delle ostilità i Redskins erano passati in vantaggio con un field goal di Godee, dopo che allo scadere del primo tempo Brown si era fatto bloccare il secondo calcio stagionale. Sull'orlo del baratro, invece, i Rams hanno trovato la reazione che serviva, e soprattutto hanno tirato fuori un Kenneth Darby incredibile, capace di sostenere il gioco di corsa come e più dello stesso Jackson, andando anche a segnare un touchdown, il primo della sua carriera. Nel secondo tempo i Redskins sono lentamente spariti dal campo, non più supportati dal tandem McNabb-Moss ma anche grazie all'inspiegabile gameplan di Shanahan il giovane, che si dimenticava completamente di Clinton Portis se non in situazione di terzo down. Il 30-16 finale liberava l'urlo dei tifosi di casa, lungamente represso da due anni (l'ultima vittoria a St.Louis risaliva infatti al 2008), e lanciava i Rams verso una schedule abbastanza favorevole, che potrebbe riservare ancora qualche soddisfazione a Spagnuolo e compagnia. Tira invece una bruttissima aria nella baia, e non si tratta delle solite fastidiose correnti famose per rendere San Francisco un posto affascinante ma a volte gelido (soprattutto in estate). I Niners riponevano molte speranze in questa stagione, che avrebbe dovuto essere quella del rilancio e della conquista dei playoff che mancano oramai da diverso tempo. Dopo tre giornate, invece, le casacche rosse che furono di Montana e Rice si trovano con zero vittorie e tre sconfitte, due delle quali piuttosto nette contro

avversari che, sulla carta, non avrebbero dovuto rappresentare un problema. A parte gli sprazzi di buon gioco fatti vedere contro i Saints nello scorso Monday Night, i Niners hanno sempre stentato parecchio, soprattutto in attacco dove la bravura di Frank Gore e le ottime caratteristiche di Alex Smith sono sembrate mal sfruttate, o meglio, impiegate a casaccio. La confusione regna sovrana anche in sideline, con Singletary che sembra non riuscire a far altro che urlare in testa ai propri giocatori, senza però riuscire ad imbastire una strategia, senza riuscire a fare i dovuti aggiustamenti sugli avversari, senza fare, in poche parole, il lavoro che ci si aspetta da un head coach. Per ora il primo a farne le spese è stato l'offensive coordinator Jimmy Raye, ritenuto il maggior responsabile di questo disastroso inizio di stagione, ma come spesso succede, si cambia l'allenatore perchè non si può far altro, e spesso si tratta di un tentativo di dare la classica scossa all'ambiente, mentre le responsabilità reali solgono trovarsi da altre parti. C'e' da dire, comunque, che soprattutto domenica scorsa contro i Chiefs, l'attacco dei Niners è stato particolarmente improduttivo, mettendo a segno 50 delle 200 yards guadagnate solo nell'ultimo drive, che ha portato alla segnatura di Frank Gore che ha ridotto il passivo a 31-10, e sicuramentre bisognerà ripartire dallo stesso attacco per cercare di riprendere la strada. La NFC West è forse una delle division più incerte, quest'anno, ed anche una partenza 0-3 potrebbe non essere compromettente. In testa alla division troviamo infatti i Cardinals ed i Seahawks con due vittorie ed una sconfitta, ma nessuna delle due ha dato segni di forza tali da far pensare ad un facile dominio. I Cardinals hanno evitato la sconfitta ad Oakland solo grazie al piede sbirulo del polacco dei Raiders, che in tre partite ha già sbagliato lo stesso numero di field goal mancati in tutta al scorsa stagione. I Seahawks hanno battuto i Chargers principalmente grazie a due ritorni di kickoff in touchdown (che potevano essere tre) ma, vittoria a parte, non hanno particolarmente impressionato. Situazione fluida, dunque. E domenica c'è un sugoso ("divisionalmente" parlando) Rams - Seahawks.

[W3] Saints in difficoltà

Scritto da Alessandro

Venerdì 01 Ottobre 2010 08:10 La NFL della free agency non è una lega per musicisti. I bis solitamente non si concedono. E non sarà facile riuscirci per i campioni in carica New Orleans Saints, reduci da un avvio di stagione decisamente meno brillante dell'anno passato. Proviamo a mettere qualche paletto prima di tornare ai nero-oro. Negli ultimi 20 anni - il sistema dei free agent è stato introdotto nel 1989 e aggiornato nel 1993 - ci sono riusciti i San Francisco 49ers (1989 e 1990), i Dallas Cowboys (1993 e 1994), i Denver Broncos (1998 e 1999) e i New England Patriots (2004 e 2005). Ripetersi è possibile, ma raro. La difficoltà nel trattenere tutti i pezzi pregiati però, non è la causa principale dell'assenza di vere e proprie dinastie, sebbene sia il secondo tassello dopo il draft per edificare le "pari opportunità" per ogni squadra; pietra angolare dello sport professionistico negli Stati Uniti. Quello che davvero le impedisce sono gli aggiustamenti. L'altissima specializzazione della Nfl infatti fa sì che gli allenatori, studiando minuziosamente ogni dettaglio del gioco, riescano a trovare i rimedi più efficaci per quelle situazioni che per un breve periodo sembrano inattaccabili. Un lungo preambolo che spiega in parte come mai Drew Brees e soci siano parsi involuti nelle prime tre uscite dell'anno rispetto alla passata stagione, quando erano esplosi sin dai primi turni: 45 punti in faccia ai Lions e 48 agli Eagles. Sì, il fuoco e le fiamme del 2009 sembrano un ricordo lontano. Nell'opener contro i Vikings i punti segnati sono stati appena 14, contro una formazione che successivamente ha palesato non pochi problemi. Vero che un po' di ruggine estiva era prevedibile, altrettanto vero che la tensione per la rivincita del Championship Nfc deve essersi sentita, ma il sentore che la perfezione e la fame del campionato scorso fossero svanita c'era, nonostante un game plan ben studiato e in grado di sorprendere i vichinghi (corse all'osso nel primo tempo, aumentate drasticamente nella ripresa). Sensazione rafforzata da una seconda uscita tutt'altro che entusiasmante contro i San Francisco 49ers. Gara, questa, vinta in extremis, in cui non ha aiutato l'infortunio a Reggie Bush. Di fronte in ogni modo c'era un'altra compagine in enorme affanno (0-3 di record e offensive coordinator licenziato). Eppure New Orleans non è riuscita a imporre il suo football. Alle due risicate vittorie è poi seguita la sconfitta contro i rivali divisionali di Atlanta in una partita dai contenuti agonistici altissimi ma con i primi segni di "cedimento" dello stesso Brees (due intercetti). Un accenno della pioggia di yard del 2009 c'è stato (30 su 38 per 365), non tradotto in un forsennato movimento del tabellone: solo 24 punti (contro i Niners erano stati 25). Un altro acciacco, a Pierre Thomas, et voilà: un nuovo bastone nella ruota. E il gioco di corsa senza i due titolari rischia di diventare un problema primario nel procedere della stagione. A questo si è aggiunto il momentaccio di Garrett Hartley. Già negativo contro Minnesota, il kicker si era rifatto a San Francisco prima di una debacle clamorosa contro i Falcons, che ha spinto Sean Payton a richiamare John Carney. Sommando il tutto a una difesa non imperforabile, disastrosa, persino, contro le corse, e a un ginocchio sospetto di Drew Brees; ecco che anche gli aspetti positivi, Shockey sempre più dedito alla causa e lontano dagli atteggiamenti indisponenti di inizio carriera, passano in secondo piano. A soccorrere parzialmente i Saints potrebbe essere il calendario. La visita dei Carolina Panthers appare la medicina migliore per rilanciare le azioni dei "who dat" boys. Successivamente ci sarà modo di riorganizzare i meccanismi contro Arizona, Tampa Bay e Cleveland. Se nemmeno quattro giornate particolarmente agevoli riusciranno a ringalluzzire i nero-oro le possibilità di rivederli alzare il Vince Lombardi Trophy si ridurranno al lumicino. I Saints 2010 non sembrano lo stesso treno lanciato verso l'obiettivo di dodici mesi fa e si sa, le annate perfette difficilmente si ripetono, così come abbiamo già ricordato per Brett Favre. Nella Nfl poi anche i suonatori migliori stentano nel replicare le loro musiche. La melodia di New Orleans aveva accordi divini un anno fa, ma proprio per questo riproporli sembra essere diventato una missione estremamente complicata, per non dire impossibile.

[W4] AFC Cambiare perchè nulla cambi

Scritto da Mauro

Giovedì 07 Ottobre 2010 20:34 Sta a vedere che scrivere sulla AFC East a metà settimana può diventare una buona idea. La settimana scorsa erano stati i Bills a illuminare le cronache con il repentino e in parte illogico taglio di Trent Edwards, poi prontamente raccolto e firmato da Jacksonville. Questo mercoledì invece alla ribalta sono saliti i New England Patriots, con una improvvisa mossa di mercato effettuata in puro stile Belichick: Randy Moss è stato spedito ai Vikings in cambio di una terza scelta nel prossimo draft. Al di là del ritorno a casa del talentuosissimo wide receiver, che va ad aiutare la sua storica prima squadra NFL in disperato bisogno di aiuto da dare al braccio di Brett Favre, guardandola dal punto di vista di New England la mossa è facile da spiegare: quello che Moss poteva ancora dare ai Patriots è stato giudicato inferiore al vantaggio di avere, il prossimo anno, una dotazione di scelte al draft impressionante. A fine aprile 2011 Bill Belichick avrà infatti a disposizione due scelte per ognuno dei primi quattro giri di draft, e riuscirà così ad innestare ancora più talento giovane su una squadra che, è bene ricordarlo, quest'anno è stata l'unica a schierare, in ognuna delle prime 3 giornate di regular season, almeno 14 giocatori al primo o secondo anno. E in quanto a saper valutare il talento e gestire il draft i Patriots non sono certo secondi a nessuno. D'altro canto, per capire cosa poteva ancora dare Randy Moss ai Patriots basta guardare le ultime due partite, quella persa contro New York e quella stravinta domenica a Miami. Contro i Jets Moss si è limitato a due soli palloni ricevuti; uno però è stato la spettacolare ricezione a una mano sola in end zone in faccia Darrelle Revis che, finita in tutti gli highlights, ha fatto passare in secondo piano che pure sempre di due soli palloni si parlava. E domenica, contro i Dolphins, è stato completamente annullato da un Vontae Davis che sta salendo in fretta di livello, e ha chiuso la gara con zero ricezioni al suo attivo, roba che non gli succedeva da tantissimo tempo. Del resto è da un po' che il bersaglio preferito di Tom Brady non è più Moss ma Wes Welker, e l'emergere quest'anno di due forze nuove come i due giovani tight end Hernandez e Gronkowski ha ulteriormente spostato l'asse del passing game verso il “più corto”. Rinciare a Moss non sarà stato semplice, anche perchè il messaggio chiaro è che per quest'anno non si pensa di competere per il Superbowl (andatelo a psiegare a Tom Brady, però), ma che i Patriots non avessero più bisogno di Moss per vincere le partite è un dato di fatto. Il Monday Night di questa settimana, però, non fa testo. Gli sforzi sistematici e prolungati che i Dolphins hanno fatto per perdere la partita - e perderla male – sono stati superiori a qualsiasi cosa i Patiots avessero potuto fare per vincerla. La prestazione degli special team è stata, in particolare, imbarazzante: un punt bloccato, un field goal bloccato – nello stesso modo – e riportato in touchdown, un kickoff riportato 103 yards in touchdown. In più, 3 intercetti lanciati da Henne (che, va detto, per il resto non è stato poi male). Non un bel modo di arrivare al bye week: due settimane di riposo, a meditare sugli errori commessi invece che su una vittoria che sarebbe stata ampiamente alla portata der i Dolphins visti nelle prime due gare di stagione. Invece musi lunghi, sguardi bassi e un allenatore licenziato (guarda un po', proprio il coach degli special team). Di tempo per recuperare ce n'è, ma la sensazione è che Miami non sia ancora pronta per girare l'angolo. Angolo che invece hanno abbondantemente girato i Jets. La trasferta di Orchard Park contro i Bills è stata poco più di una passeggiata, ed ha portato con sé alcune gradite conferme. Su tutte il fatto LaDainian Tomlinson sembra davvero rinato, visto che dopo tanto tempo è tornato a superare le 100 yards di corsa (133 e 2 TD per lui, su 19 portate). Mark Sanchez, poi, sembra stia davvero maturando, visto che pur senza ottenere grosse cifre ha gestito bene la partita, senza fare errori e sfruttando bene le occasioni che gli capitavano. Dustin Keller è ormai un tight end solido e affidabile, specialmente nei momenti che contano (4 ricezioni e 2 TD contro Buffalo). E anche Shonn Greene sembra risvegliatosi dopo l'inizio stentato, dal momento che anche lui è riuscito a superare le 100 yards guadagnate. Aggiungendo il solito Braylon Edwards c'è da chiedersi come farà, da domenica prossima, a trovare spazio anche Santonio Holmes, che rientrerà contro i Vikings dopo aver scontato le 4 giornate di squalifica inflittegli dalla lega. Ma probabilmente questo è il tipo di problemi che Rex Ryan si augurerebbe di avere sempre. E dei Bills che dire? Quando il tuo quarterback è anche il tuo miglior corridore (come Ryan Fitzpatrick domenica contro i Jets: 12/27, 128 yards e 2 TD; 7 corse per 74 yards) è facile pensare che qualcosa non va e che in attacco serve un po' di aiuto. Ma intanto il front office di Buffalo ha spedito Marshawn Lynch – uno di quelli che in questo inizio di stagione era sembrato fra i meno peggio - a Seattle in cambio di un paio di scelte (una quarta e una condizionale) al prossimo draft. Quello stesso Lynch che i tifosi un paio di anni fa vedevano in coppia con Trent Edwards come i perni della rinascita della squadra. Ora nessuno dei due c'è più, e i tifosi iniziano a guardare a CJ Spiller come l'uomo della nuova

speranza. Sperando che anche lui non duri solo un paio d'anni. Non è semplice essere tifosi dei Bills, oggi come oggi. Infine, i soliti pronostici riveduti e corretti: 1) Jets; 2) Patriots; 3) Dolphins; 4) Bills. In pratica, come all'inizio di stagione. Durerà?

[W4] Doppia sorpresa nella AFC North

Scritto da Paolo

Mercoledì 06 Ottobre 2010 22:23 Domenica la AFC North Division si è divertita a stravolgere ogni pronostico; e così una giornata che doveva lanciare in fuga Pittsburgh, seguita a ruota da Cincinnati, e sancire le difficoltà di inizio stagione di Baltimore e la crisi nera di Cleveland, si è trasformata invece in un trionfo per Ravens e Browns ed ora tutte e quattro le compagini sono racchiuse in due partite. I Ravens, che hanno inflitto agli Steelers il primo k.o. stagionale, hanno raggiunto proprio gli uomini di Tomlin con un record di 3-1, seguite poi da Cincinnati a 2-2 mentre chiude Cleveland che piegando i Bengals nel derby dell’Ohio ha cancellato lo 0 dalla casella delle vittorie. A Pittsburgh la sfida Steelers-Ravens prometteva scintille nonostante i due attacchi fossero menomati da squalifiche ed acciacchi vari: da una parte era sempre assente il regista giallo-nero Roethlisberger che scontava l’ultimo turno di squalifica, dall’altra il temutissimo runner Ray Rice aveva casco e paraspalle addosso ma i guai al ginocchio lo facevano essere ben lontano dalla forma ideale. Ciononostante, con in campo due delle più temute difese della NFL, lo spettacolo era assicurato. E così è stato, con Pittsburgh che ha però parecchio da recriminare per non essere riuscita a chiudere la partita sfruttando una difesa che ha annullato il rushing game ospite (a fine gara saranno appena 70 le yards corse da McGahee e compagni in 27 portate). Naturalmente sul 17-14 finale pesano i due errori del kicker degli Steelers Jeff Reed, che nel secondo tempo falliva piazzati non impossibili da 45 e 49 yards. Però è da sottolineare come i due errori di Reed siano venuti al termine di drive iniziati grazie a due palle recuperate dalla difesa di Pittsburgh, in cui l’attacco giallo-nero cumulativamente non solo non ha guadagnato un metro, ma ha addirittura perso una yarda. E un reparto offensivo che dopo due palle recuperate non si muove di un millimetro deve anche recitare il mea culpa. La partita in realtà ha avuto un andamento anomalo: nel primo tempo, chiuso 10-7 per i Ravens (mete di Mendehnhall per gli Steelers, di McGahee e field goal di Cundiff da 33 yards allo scadere per gli ospiti), Baltimore ha dettato legge soprattutto grazie al passing game doppiando quasi il team di casa nel computo delle yards (181 a 92). Nel terzo quarto invece l’attacco di coach Harbaugh si spegneva e in tre serie totalizzava due turnover ed un tre e fuori. Pittsburgh, che nel complesso in attacco faticava non poco a causa dell’ottima difesa dei Ravens sulla corsa e della giornata tutto sommato no di Batch che passava per appena 141 yards, falliva le due chance già citate con Reed, poi in avvio di ultimo quarto sembrava in grado di infliggere il colpo del k.o.: con un impressionante drive da 93 yards gli Steelers trovavano nuovamente il vantaggio, ancora con una corsa di Mendenhall da 7 yards. Quindi i padroni di casa resistevano a quattro tentativi giocati dai Ravens all’interno della proprie dieci yards, ed avevano il pallone indietro con due minuti e quaranta da giocare. L’attacco degli Steelers optava a questo punto per una tattica conservativa e Pittsburgh doveva andare subito al punt, lasciando la palla sulle proprie 40 con sessantotto secondi da giocare grazie anche ad una penalità assolutamente evitabile di Fox sul ritorno di punt. E qui dopo un secondo tempo tutto sommato da dimenticare, Flacco, che chiuderà 24 su 37 per 274 yards una meta ed un intercetto, trovava il ritmo sfruttando soprattutto l’esperienza dei suoi ricevitori: due passaggi a Mason e due a Houshmandzadeh (69 anni in due), l’ultimo dei quali da 18 yards direttamente in end zone a 30 secondi dal termine, sancivano il 17-14 finale ed il primo stop stagionale di Pittsburgh. A Cleveland invece andava in onda il settantacinquesimo “derby dell’Ohio” in cui di scontravano due team che vivevano situazioni opposte: i Bengals cercavano l’ottavo successo consecutivo all’interno della AFC North e di proseguire nella striscia vincente mentre i Browns, con un record stagionale di 0-3, erano già ad una sorta di ultima spiaggia anche se, ad onor del vero, i tre stop erano arrivati con uno scarto totale di appena 12 punti. Fra l’altro la sfida Browns-Bengals aveva regalato epiche battaglie in tempi recenti: basti ricordare il successo 51-41 dei Browns nel 2007 o addirittura il 58-48 del 2004 (ma quella sfida fu giocata a Cincinnati). In realtà questa volta di epico non c’è stato molto: il 23-20 finale è soprattutto frutto di una prestazione tutta sostanza dei Browns e di una Cincinnati che nonostante abbia travolto il secondario opposto grazie ad una prestazione monstre del sempreverde Terrell Owens (10 ricezioni per 222 yards e una meta) fra fumble, penalità e calci bloccati ne combinava un po’ di tutti i colori. Ancora senza il regista titolare Delhomme, sostituito da Seneca Wallace, e guidati in attacco dal runner bianco Payton Hillis, i Browns capitalizzavano con 6 punti i due fumble recuperati ed avevano una prestazione piuttosto solida da Wallace (14 su 21 per 154 yards, una meta ed un intercetto) mentre la difesa annullava il rushing game dei Bengals, che in 18 portate guadagnava appena 67 yards, ed infliggeva ben quattro sack a Palmer. Al resto ci

pensavano i Bengals che si suicidavano facendosi bloccare un field goal sul finire del primo tempo, totalizzando 78 yards di penalità, e riuscendo, nel drive che poteva dare loro il sorpasso a cinque minuti dalla fine, prima a farsi penalizzare per offensive pass interference e poi a subire un sack che portava l’attacco dei nero-arancio fuori dal raggio da field goal. Per altro non tutto era da buttare per Cinci: doveroso sottolineare la giornata storica per il trentaseienne Owens che diventava il secondo ricevitore della storia della NFL per yards ricevute con 15.225, ma anche Palmer si dimostrava in grande forma completando 25 passaggi su 36 tentati per 371 yards e due lanci da touchdown. Per chiudere una piccola nota statistica: il passaggio da 78 yards a Owens con cui i Bengals impattavano momentaneamente sul 10-10 era il più lungo della carriera NFL del prodotto di USC.

[W4] McNabb: la tua casa è qui...

Scritto da Alessandro

Martedì 28 Settembre 2010 18:04 I boooo del 1999 sono stati cancellati definitivamente. Donovan McNabb non fu accolto come in un sogno quando fu scelto dai Philadelphia Eagles. Non avevano fiducia nel quarterback di Syracuse. Avrebbero preferito quel Ricky Williams da Texas. Lui li ha fatti ricredere con 11 stagioni memorabili. Per carità, le difficoltà ci sono state. Le contestazioni anche. Dal 2005 al 2007 gli infortuni hanno inciso nel rendimento del quarterback numero 5 e nell'umore sugli spalti. A Philadelphia del resto non può che essere così. I tifosi degli Eagles sono un mondo a parte. Domenica però quando hanno rivisto il "loro" McNabb presentarsi in città con la maglia dei Washington Redskins devono esser riaffiorati alla loro mente i ricordi delle cavalcate nei playoff, dei cinque Championship giocati, del Superbowl. E' mancata la grande vittoria, il suggello definitivo, ma Donovan McNabb per 11 anni è stato gli Eagles. Praticamente da solo. Ha sorretto la franchigia. Si è identificato con la città. Philadelphia, McNabb, Iverson. Un trio indissolubile. E così domenica scorsa l'accoglienza del Lincoln Financial Field è stata diametralmente opposta al 1999. All'ingresso sul terreno di gioco solo applausi a scena aperta. Standing ovation. Un riconoscimento meritato. L'amore e odio che ha caratterizzato la relazione aquile-McNabb però non è scomparso. Al primo gioco di Washington qualche boooo si è sentito. Poca cosa però... Ma chissà cosa ha pensato McNabb durante la partita. Ascoltare i fischi a Kevin Kolb, il suo successore designato subito accantonato a inizio stagione per far posto a Michael Vick, l'ombra dell'ultima stagione vissuta in biancoverde, e tornato d'attualità dopo l'infortunio all'ex Atlanta Falcons. Deve aver ricordato subito, McNabb, quanto sono folli d'amore per i loro Eagles gli abitanti di Philadelphia. Quanto sono critici con la loro squadra e quanto pretendono dai loro giocatori. Lui ha giocato al massimo per "regalare" un dispiacere alla città che l'ha lanciato. E non poteva essere altrimenti. Checché se ne sia detto McNabb è stato ed è un grande interprete del gioco. E' arrivato nella lega con più gambe che abilità da quarterback. Si è trasformato negli anni. Completandosi. Nella vittoria dei Redskins su Philadelphia peraltro ha dimostrato di non aver perso le sue qualità d'inizio carriera. Ha usato tutto contro gli Eagles per centrare un successo che voleva ad ogni costo. Il primo round se l'è preso McNabb. La contesa però resta aperta. Washington è tutto fuorché una corazzata e Philadelphia nonostante i problemi di infortuni può dire la sua, sempreché Kolb riesca a liberarsi dalle pressioni e giocare come aveva lasciato intravedere di poter fare l'anno scorso durante l'assenza di un tal Donovan McNabb.

[W5] Il fattore 13

Scritto da Marco

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 La quinta settimana vede in calendario all'Alameda County Coliseum una delle sfide divisionali più vecchie della AFC: Raiders-Chargers non si vedono per niente di buon occhio e soprattutto nell'era Tomlinson San Diego ha fatto sudare lacrime amare ai predoni, vincendo le ultime 13 sfide, molte delle quali piuttosto nettamente. Il numero 21 in maglia Bolt adesso è a New York dopo essere stato scaricato, ma i Chargers sono la squadra favorita per la vittoria divisionale, nonostante la partenza sprint dei Chiefs, una delle sorprese del primo quarto di stagione. I Raiders vengono da due sconfitte consecutive, la prima evitabilissima contro i Cardinals (grazie anche a tre field goal sbagliati di Janikowski, l'ultimo un calcio di rigore senza portiere), la seconda contro i Texans che però hanno dominato la linea di scrimmage, il gioco di corsa e causando turnover nei punti cruciali della gara. Non c'è lo stadio pieno, ma in California sembra ormai una triste consuetudine in questa stagione, forse la NFL dovrebbe prestare più attenzione a questo trend che riguarda diverse franchigie e rendere gli impianti più accessibili. Non sempre i numeri dicono la verità e la storia di una partita, non sempre una gara quasi perfetta di un QB porta automaticamente alla vittoria, non sempre passare le 500 yards di produzione offensiva garantisce successo. La storia di Raiders-Chargers la fanno gli episodi, quasi tutti a vantaggio dei padroni di casa, che portano a casa una partita nella maniera più anti-Raiders possibile: di solito sono i Raiders a farsi fregare dagli special teams, di solito sono i Raiders a perdere palloni cruciali nella redzone avversaria, di solito sono i Raiders ad avere l'ultimo drive e non riuscire a rimontare per vincere. Questa volta è San Diego a commettere gli errori peggiori: primi due drive, primi due punt, entrambi bloccati. Il primo esce dalla endzone e dà due punti a Oakland, sul free kick successivo Janikowski da 50 yds calcia il FG del 5-0; il secondo viene raccolto da Hiram Eugene e portato in meta per il 12-0 parziale. Il drive d'attacco dei Chargers dura 14 giochi, 79 yards e frana sulla yard col fumble di Tolbert. Palla ai predoni. A inizio secondo quarto l'intesa Rivers-Gates porta San Diego sotto 7-12, il simpaticissimo QB dei Chargers è inarrestabile, calmo nella tasca e preciso, il secondo drive porta al TD di Tolbert su corsa dalle 4. Sul finire del tempo le squadre si scambiano due field goal e lo score è 17-15 per gli ospiti, ma Rivers è a 290 (DUECENTONOVANTA) yards lanciate, 153 delle quali verso Malcom Floyd che sta vivendo la partita della vita. Nel frattempo per Oakland il "regista" è Zuppa Campbell, perche Gradkowski ha subìto un infortunio e non rientrerà. A metà terzo quarto Floyd si mangia la secondaria per la lunga e Rivers lo trova da 41 yards per il 24-15 che sembra spaccare in due la gara; i Raiders stranamente non crollano e Campbell orchestra un drive da 97 yards che culmina col passaggio verso la Banca Zach Miller. Siamo 24-22. Inizia il quarto periodo e San Diego allunga 27-22 con un calcio di Kaeding, ma un altro possente drive di Campbell da 73 yards manda avanti i padroni di casa con la corsa di Michael Bush (al rientro dall'infortunio, 102 yards per lui) che entra in endzone dalle 4. La trasformazione da due non va a buon fine e un solo punticino separa le compagini: 28-27 e 3:36 sul cronometro...un'enormità. Infatti Rivers non perde tempo e arriva sulle 33 dei Raiders, quando però un blitz mette pressione e causa un fumble che viene ricoperto da Michael Huff che lo riporta in touchdown dop 64 yards di volata quasi solitaria. Turner tenta il challenge, ma le zebre confermano il responso del campo: TD Raiders. Con un minuto sul cronometro parte l'ultimo assalto, ma dopo 5 giochi i Chargers si devono arrendere e dare a Oakland una vittoria dopo 7 anni di batoste. San Diego rimane squadra più forte, ma oggi c'è voluto dell'altro per vincere: maroni, grinta e rifiuto di perdere, e per una volta sono state caratteristiche infilate sotto le maglie nere e i pantaloni argento.

[W5] Il ritorno di Randy Moss

Scritto da Alessandro

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 "All in" doveva essere e "all in" sarà. Al punto da riportare a casa il figlio più adorato e discusso: Randy Moss. Zygi Wilf, il proprietario dei Minnesota Vikings ha prestato fede alla sua promessa: Superbowl quest'anno o è fallimento. Dopo cinque giornate (quattro giocate) sembra aver perso. Il ritorno di Moss aveva acceso la speranza dei tifosi gialloviola. Il ricevitore per eccellenza degli ultimi 20 anni, quando si discute nel freddo del nord, poteva risollevare un attacco zoppo del suo terminale aereo più pericoloso: l'infortunato Sidney Rice. Così anche il complicatissimo Monday Night a Meadowlans contro i New York Jets è sembrato abbordabile. Perché con Brett Favre e Randy Moss tutto è possibile, no? La seconda. Senza una prova difensiva extra lusso Mark Sanchez e soci avrebbero dominato la partita anziché limitarsi a vincerla. La linea offensiva resta il grattacapo maggiore dei Vikings. Più che altro perché con il Favre attuale servirebbe un gruppo di offensive linemen invalicabile. Eccolo il nocciolo della questione. Al Favre 2010 non basta nemmeno Randy Moss. L'eccezionale stagione scorsa pare essere stata, appunto, un'eccezione. Come non fossero sufficienti i problemi in campo poi, ecco anche le sventure esterne a minare la stabilità del futuro hall of famer. E così le fiches di Wilf hanno preso la direzione del croupier. Il ritorno di Moss in ogni modo potrebbe non essere un azzardo ugualmente. Se rimarrà concentrato (il se non è di quelli irrilevanti) potrà contribuire anche negli anni a venire, per far crescere un quarterback giovane o cercare l'assalto con un altro passatore in cabina di regia. Sì, perché qualora Favre non riesca nell'impresa di rivoltare la stagione in corso (il calendario è impietoso sin dal prossimo turno contro i Cowboys), Wilf se avrà ancora voglia e denaro per provare l'assalto al Superbowl potrà cercare di convincere alcuni free agent intriganti come Donovan McNabb e Carson Palmer a farsi carico del tentativo. Moss quest'anno non sarà né salvifica benzina supplementare né croce cui addossare le colpe di un sempre più probabile fallimento vichingo. La chiave di volta rimane il numero 4. Da lui comincia e finisce tutto. E' lui l'all in.

[W5] La crisi dei Cowboys

Scritto da Paolo

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 Fra tante incertezze concernenti il possibile rendimento dei team della NFC East nella stagione 2010, la maggior parte degli addetti ai lavori aveva tutto sommato una certezza: che il titolo divisionale sarebbe rimasto saldamente in mano ai Dallas Cowboys. Poi, cosa avrebbero fatto nella post season gli uomini di Wade Phillips dipendeva da molti fattori, ma più di una voce si era levata sostenendo che il 6 febbraio avremmo avuto il primo Superbowl giocato in casa da uno dei due contendenti, dato che il Gran Ballo numero 45 si giocherà proprio al Cowboys Stadium. E questa certezza, almeno nel successo divisionale, era data in parte dall’indiscutibile solidità del team con la stella sul casco, in parte dai problemi delle altre contendenti: Washington, Philadelphia e New York Giants. I Redskins, ad esempio, pur avendo cambiato coach, riuscendo a far uscire dal lungo letargo Mike Shanahan, protagonista dalla panchina dei due titoli dei Denver Broncos e soprattutto pur avendo strappato ai rivali degli Eagles il quarterback McNabb, sarebbero stati in grado di cambiare la rotta di una franchigia ormai da anni nella mediocrità nonostante le spese folli del presidentissimo Snyder ? E Giants e Eagles non sembravano star meglio: dopo il successo nel Superbowl del 2008, New York pareva aver imboccato un inesorabile viale del tramonto, a partire dalla difesa, una volta punto di forza del team in blu, capace di subire 402 punti nel 2009 (trentesima su trentadue team), per finire con una linea di attacco in parabola discendente. E Philadelphia in una sola estate aveva perso McNabb e Brian Westbrook, cioè le due pedine che nel nuovo millennio erano stati l’anima di una attacco solitamente efficiente che aveva trascinato il team di coach Reed a otto partecipazioni alla post season negli ultimi dieci anni. Dallas invece sfruttando una difesa sempre temibile con fuoriclasse come la nose tackle Ratliff, l’outside linebacker DeMarcus Ware e il cornerback Newman ed un attacco che con l’esplosione di Austin aveva trovato un sostituto forse ancora migliore (e meno distruttivo) di Terrell Owens, sembrava pronta per un grande cammino. Oltre a tutto nella stagione 2009 i Cowboys erano riusciti a sconfiggere due maledizioni di lunga data: con un record di 3-0 nelle ultime tre gare e il successo nel primo turno di playoff contro Philadelphia, i texani avevano cancellato i fantasmi del rendimento negativo del mese di dicembre e quello della vittoria in una gara di playoff. Ed invece è bastato un mese di campionato per far svanire tutto: dopo quattro gare Romo e compagni sono desolatamente ultimi nella NFC East con un solo successo e già due gare di ritardo sul trio Washington, New York e Philadelphia che pur non facendo vedere cose strabilianti viaggia con un record superiore al 50%. Non solo, ma domenica i Cowboys faranno visita ad un altro team sull’orlo del collasso, i Minnesota Vikings in una sfida che sa già quasi di ultima spiaggia per le due delusioni più grosse del 2010 nella NFC. Come quasi sempre succede, i colpevoli sono più di uno, anche se il reparto contro cui si è sparato a zero è sicuramente la linea di attacco, gruppo che sta rapidamente invecchiando senza sostituti all’altezza. Vero, all’ultimo Pro Bowl sono stati convocati il centro Gurode e la guardia Davis, ma decisamente più per la fama conquistata in anni precedenti che non per il loro effettivo rendimento. E quest’anno le cose stanno andando anche peggio, visto che nell’ultima sconfitta casalinga contro Tennessee, Davis è stato addirittura invitato ad accomodarsi panchina durante il secondo quarto, sostituito da un “journeyman” come Montrae Holland, non esattamente Steve Hutchinson. Anche i tackle comunque non si salvano: vero che nelle prime tre giornate Romo era stato placcato dietro alla linea di scrimmage solo una volta, ma i 6 sack subiti contro i Titans sono suonati come un sinistro campanello di allarme. A livello di yards per game, i Cowboys sono addirittura secondi nella NFL, ma i tantissimi errori, anche del regista Romo, si riflettono sul -4 fra palle perse e palle guadagnate ed un deludente sedicesimo posto a livello di punti segnati. E non è che a difesa possa chiamarsi fuori con due soli intercetti, una pass rush molto più soft dell’anno scorso e quasi 22 punti subiti a partita, che la pongono al ventunesimo posto su trentadue squadre. Naturalmente in questi frangenti il primo a finire sotto accusa è il capo allenatore Wade Phillips. Jerry Jones ha più volte giurato fedeltà al suo tecnico (in un intervista il padre-padrone dei Cowboys ha detto che Dallas non ha mai licenziato nessun head coach durante la stagione e lui non avrebbe sicuramente iniziato quest’anno), però le cose quasi certamente cambieranno se dovesse sfumare la possibilità di giocarsi in casa il Superbowl. Anche la cabala è contro i Cowboys: secondo l’Elias Sports Bureau dal 1933 soltanto l’8,4 per cento dei team che hanno iniziato la stagione 1-3 è poi arrivata ai playoff e nessuno ha mai vinto il titolo. E domenica come detto i Cowboys saranno impegnati in casa di Minnesota, in una sorta di rivincita dei playoff della passata stagione. Lo scorso gennaio il Metrodome fu fatale ai ragazzi di coach Phillips il cui attacco fu letteralmente fatto a pezzi dal front four dei Vikings che trascinato da Ray Edwards e Jared Allen inflisse sei sack a Romo il quale fra fumble ed intercetti perse anche tre palloni. Quest’anno i Vikings stanno faticando non poco, ma se i texani non riusciranno in fretta a ricompattarsi,

potrebbero di nuovo veder sfumare i sogni di gloria nel freddo del Minnesota, ma stavolta il declino sarebbe ben più lungo e doloroso. .

[W5] Le ultime della classe

Scritto da Alessandro

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 Ho scaldato la penna per una settimana, rimandando l'analisi sui team senza vittorie di sette giorni. Così la pattuglia si è un po' sfoltita dopo la vittoria dei Detroit Lions. Visto però che avevo cominciato a riflettere anche su di loro, non lesinerò un commento. Partiamo. Buffalo Bills 0-5 La compagine più in difficoltà in assoluto. Manca talento. Più che ristrutturare bisogna abbattere e ricostruire da principio. Scelta azzeccata scaricare Trent Edwards. Aveva fatto il suo tempo. Ryan Fitzpatrick ha dato una mini-scossa, ha svegliato Steve Johnson, non ha rivitalizzato Lee Evans. Non è la risposta. Squadra da riprogettare dalle fondamenta. Linea d'attacco in primis. Carolina Panthers 0-5 Il primo passo sarà il cambio d'allenatore. Non mi stupirei avvenisse prima di fine campionato. Fox è al capolinea. Dall'anno scorso. Nonostante abbia fatto molto, molto bene in passato con le pantere. Il futuro passa dallo sviluppo di Jimmy Clausen. Il gioco di corsa è forte e rodato ma deve avere un minimo sostegno nell'aria. San Francisco 49ers 0-5 Alex Smith è il problema principale, ma non il solo. Troppa qualità per essere senza vittorie dopo cinque turni. Sulla carta aveva tutto per vincere a mani basse la division, invece ecco una stagione al contrario. Licenziato l'offensive coordinator, se fossi in Mike Singletary mi farei un bell'esame di coscienza. E' la delusione più grande tra le squadre sul fondo della Nfl dopo Dallas Cowboys e Minnesota Vikings (di cui parliamo approfonditamente in altri due articoli). Detroit Lions 1-4 Il loro record senza vittorie era il più bugiardo. Avrebbero vinto all'esordio se Calvin Johnson non avesse lasciato l'ovale con troppa fretta. Hanno lottato punto a punto in ogni gara. Tre sconfitte su quattro sono avvenute per meno di un touchdown. Solo con i Vikings hanno concesso un margine superiore in un match comunque equilibrato. L'attacco è una macchina da yard e punti. Perso Matthew Stafford per infortunio Shaun Hill ha saputo sostituirlo efficacemente. Va registrata la difesa che è stata positiva solamente contro St. Louis nella vittoria di domenica. Wild card comment: Cleveland Browns 1-4 Più simili ai Bills che ai 49ers. Rispetto a Buffalo in teoria hanno iniziato a ricostruire prima. Risultati rivedibili. Il qb è ancora un grosso punto di domanda e non credo possa essere una soluzione Colt McCoy. Felice di sbagliarmi. Peyton Hillis sta ripagando la fiducia dello staff in attesa di vedere il prossimo anno Montario Hardesty. Difficile valutare il resto con i due presunti leader di attacco e difesa (Jake Delhomme e D'qwell Jackson) entrambi infortunatissimi. Seneca Wallace è un mestierante o poco... meno. A differenza del plotone delle disastrate (eccetto i Lions) la linea d'attacco è validissima. Chi tra queste ha più possibilità di emulare il prossimo anno Kansas City e Tampa Bay? Scontato dire i 49ers, ma se l'anno scorso mi avessero chiesto un pronostico sui Chiefs e sui Bucs non l'avrei mai azzeccato. Tenendo conto del precedente quindi dovrei tuffarmi su Cleveland e Buffalo. Ce la faccio solo a metà però e sparo Cleveland, perché se trova un qb ha la linea giusta per farlo lavorare, e Detroit, che ha ammassato così tanti buoni giocatori da non poter rimandare oltre l'esplosione.

[W5] Rollercoaster

Scritto da Massimo

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 Quest'anno la NFC West è davvero imprevedibile. Non fai in tempo a recitare il de profundis dei Cardinals, che ti tirano fuori la partita della vita, guidati da un quarterback rookie, e fanno fuori con autorità nientemeno che i Saints campioni in carica, anche grazie alla prestazione di una difesa che solo una settimana fa era stata ampiamente surclassata. Eroe della giornata è stato proprio Max Hall, un quarterback da BYU che Arizona ha firmato come free agent, non essendo stato scelto al draft, che ha sostituito Derek Anderson ed ha timbrato il suo esordio con un ottimo 17/27 per 186 yards e, cosa importantissima, una vittoria insperata. Dicevamo della grande difesa, ed in effetti una particolarità della partita di domenica è stata proprio che l'attacco, a parte tre field goal, ha segnato soltanto con un fumble recuperato ed avanzato dal tackle Levi. Gli altri due touchdown sono arrivati da un ritorno di fumble di Kerry Rhodes ed un ritorno di intercetto di Rodgers-Cromartie. Ma non sono solo le segnature a testimoniare la grande prova della difesa. Brees ha subito tre intercetti, dopo che nelle prime quattro partite ne aveva subiti solo due, ed i Saints sono stati limitati ad un solo touchdown su quattro viaggi in red zone. I Cardinals si avviano verso la bye week sorprendentemente in testa alla Division, leadership che manterranno in ogni caso la prossima settimana, indipendentemente dai risultati delle altre. Chi voleva invece approfittare della bye week dei Seahawks e della sconfitta (sulla carta probabile) dei Cardinals, per conquistare la vetta solitaria della NFC West erano i Rams, reduci da due vittorie che avevano infuso entusiasmo ed euforia nella squadra. Come recita il vecchio adagio trapattoniano, però, "non dire gatto finchè non l'hai nel sacco", e nello specifico il gatto è stato sostituito da un leone, che ha letteralmente divorato l'ariete. Il 44-6 con cui Detroit si è sbarazzata di St.Louis fotografa perfettamente la partita: un lungo monologo dei Lions che hanno sovrastato in ogni parte del campo i Rams. Tutto quello che poteva andare storto per gli ospiti, è andato storto, a cominciare da un improbabile onside kick iniziale che non ha sorpreso gli avversari, passando per un fumble in red zone, per un ritorno di kickoff in touchdown da parte di Stefan Logan e finendo nell'infortunio che ha terminato la stagione del ricevitore di punta dei Rams, quel Mark Clayton che stava mettendo assieme numeri interessanti in sostituzione dell'infortunato Donnie Avery. I Rams cercheranno il rilancio già domenica prossima contro i San Diego Chargers, in una partita impegnativa ma interessante, anche perchè St.Louis, quest'anno, sembra rendere meglio con le squadre forti piuttosto che con quelle alla propria portata. L'unica costante della division è costituita dai fortyniners, che non sorprendono più nemmeno ora che sono 0-5. Il Sunday night contro gli Eagles, guidati da Kolb in cabina di regia, è stata una lenta agonia con un improvviso sussulto nel finale, quando una improbabile rimonta ha fatto sperare per qualche tempo i tifosi della baia,prima che l'intercetto di Trevard Lindley mettesse il sigillo al 27-24 con cui Philadelphia ha battuto San Francisco. Una partenza 0-5 non si vedeva a San Francisco dal 1979, ed anche se l'ottimismo del presidente della franchigia lo porta ad affermare su Twitter che i 49ers saranno i campioni della NFC West 2010, qualche dubbio che i Niners saranno competitivi quest'anno sta venendo un po' a tutti.

[W6] Il ritorno di Big Ben

Scritto da Paolo

Mercoledì 20 Ottobre 2010 22:58 Nella sesta giornata della NFL, i riflettori, non solo della AFC North ma un po’ di tutta la Lega, erano puntati sul ritorno in campo di uno dei “cattivi ragazzi” del campionato professionistico: il quarterback dei Pittsburgh Steelers Ben Roethlisberger. “Big Ben” esordiva infatti domenica dopo aver scontato la squalifica comminatagli dal Commssioner Roger Goodell in seguito ai fatti del marzo di quest’anno: Roethlisberger, che dai suoi antenati svizzeri non ha certo preso l’abitudine a rispettare le regole, fu accusato da una studentessa ventenne di averla fatta dapprima ubriacare, e poi di aver abusato di lei nel bagno di un night club in Georgia. In realtà, la ragazza ha poi ritirato l’accusa, però il buon Goodell ha lo stesso inflitto a Roethlisberger sei giornate, poi ridotte a quattro, di squalifica, in parte per violazione del codice di comportamento della NFL, in parte perché non era la prima volta che il regista nero-oro incappava in episodi poco piacevoli. E l’esordio di Big Ben coincideva con l’arrivo a Pittsburgh dei disperati Cleveland Browns, avversari di division degli Steelers già sull’orlo dell’eliminazione dalla lotta per i playoff. E come se non bastasse l’affrontare un avversario più forte fuori casa, i Browns lamentavano anche non pochi problemi di infortunio, visto che non solo dovevano fare a meno del regista titolare Delhomme, ma anche della sua riserva Wallace. Così a coach Mangini non restava altro che buttare nella mischia il quarterback rookie McCoy, in una partita che definire “battesimo di fuoco” è assolutamente un eufemismo. Alla fine, secondo pronostico, l’hanno spuntata 28-10 proprio gli Steelers , con Cleveland che però è rimasta in partita, grazie alla prestazione assolutamente dignitosa di McCoy, fino alla meta del 21-3 segnata da Mendenhall a poco meno di sei minuti dalla fine. Il regista dei Browns, dopo aver iniziato con un intercetto al quarto lancio della sua partita, ha comunque concluso con un ottimo 23 su 33 per 281 yards una meta e due intercetti. Nonostante i 5 sack subiti, Il gioco aereo, soprattutto sull’asse McCoy-Watson, è stato l’unico vero motore dell’attacco dei Browns, visto che la difesa di Pittsburgh ha praticamente annullato non solo un acciaccato Hillis (12 corse, 41 yards), ma tutto il rushing game ospite che ha chiuso con 22 portate per appena 70 yards. Il tight end Watson si è confermato come la vera sorpresa in positivo di questo avvio di stagione per Cleveland, ed è stata l’unica autentica spina nel fianco della difesa degli Steelers contro cui ha segnato l’unico touchdown ospite ed ha guadagnato 88 yards in 6 ricezioni. E Roethlisberger ? Beh, erano oltre nove mesi che Big Ben non giocava un match ed in avvio il quarterback locale ha dimostrato un po’ di ruggine, mancando alcuni bersagli con lanci troppo alti e consegnando anche un pallone nelle mani del cornerback rookie di Cleveland Joe Haden che dalle 3 dei Browns ha riportato il pallone per 62 yards, propiziando il field goal di Dawson che ha aperto le segnature. Poi dal secondo quarto, Ben ha trovato gradualmente ritmo e con lui l’attacco degli Steelers, con statistiche che alla fine dicono 16 passaggi completati su 27 per 257 yards, tre mete a Wallace, Ward e Miller, ed un intercetto. Però, il vero momento in cui i tifosi di Pittsburgh hanno avuto la conferma che la ruggine stava rapidamente scomparendo è stato verso la fine del terzo quarto allorchè, inchiodato sulle sue 4 yards, Big Ben trovava prima Wallace con un passaggio lungo da 50 yards e poi Miller con un’altra sassata da 36 yards. In difesa invece solita prestazione monstre dei linebacker degli Steelers, che hanno messo a segno quattro dei cinque sack inflitti a McCoy e la coppia Timmons e Harrison ha anche aggiunto 19 tackle. Il successo permette a Pittsburgh di agguantare in vetta Baltimore che invece domenica è andata k.o. in casa dei Patriots per una sconfitta ai tempi supplementari che i Ravens potrebbero pagare più avanti. In quella che era una piccola rivincita per New England, umiliata 33-14 nei playoff della passata stagione, Baltimore ha clamorosamente gettato al vento dieci punti di vantaggio negli undici minuti finali e poi ancora tre possessi in overtime, prima che Gostkowski completasse la vendetta di Brady e compagni centrando i pali con un field goal da 35 yards a due minuti dal termine per il 23-20 finale. Anche contro i Patriots, Baltimore ha potuto contare su un passing game estremamente efficace con Flacco (27 su 35 per 285 yads e due mete per lui) bravo ad utilizzare un arsenale impressionante, composto da Mason, Rice, Boldin, Houshmandzadeh e Heap, assolutamente troppo per il giovane secondario di casa. Ha invece faticato non poco il gioco sulla terra dei Corvi, con Rice che in 28 portate racimolava appena 88 yards. Anche la difesa per altro non ha troppo convinto: vero che sono arrivati tre sack e due intercetti contro Brady, però Woodhead il runner-receiver dei Patriots ha fatto il bello ed il brutto tempo, così come Branch devastante soprattutto durante un ultimo quarto (dei tempi regolamentari) in cui la difesa viola ha ceduto in modo preoccupante. In classifica Pittsburgh (4-1) ha agganciato i

Ravens a quota 4 vittorie, ma Baltimore è dietro per le due sconfitte già subite, anche se il calendario sembra favorire gli uomini di Harbaugh. Fermi a due vittorie e tre sconfitte i Bengals, che riposavano in questo sesto turno, ma che con cinque trasferte terribili in vista, ben difficilmente potranno mettere i bastoni fra le ruote alle due corazzate là davanti. Chiude, come al solito in queste recenti annate, Cleveland, con un solo successo. I Browns possono già concentrarsi sul prossimo anno, ma se il buongiorno si vede dal mattino vista la buona prova di McCoy, forse i tifosi di Cleveland possono nutrire un po’ di fiducia nel futuro. Per chiudere una piccola nota a lato dei match di domenica: nelle due partite dei team della AFC ci sono stati placcaggi durissimi effettuati casco contro casco, che sono costati una commozione cerebrale e buona parte della partita a Massaquoi e Cribbs dei Browns, entrambi livellati dal linebacker degli Steelers Harrison, e una lunga assenza dal campo a Heap , cui la safety dei Patriots Meriweather ha cercato di staccare il collo mentre era in volo. Per la cronaca, Harrison è stato multato dalla Lega per 75.000 dollari poichè gli interventi pericolosi sono stati due, mentre Meriweather per 50.000 (ma avrebbe meritato anche lui i 75). Ora, ho letto numerosi commenti sull’accaduto che giustificavano gli interventi di Harrison e Meriweather (ma non solo loro) dicendo che il football è uno sport duro, violento, che i giocatori sono ben a conoscenza dei pericoli ma sono pagati profumatamente, e che Goodell è un’ipocrita perché la NFL ha bisogno di questi colpi. Bene, personalissima opinione, ma permettetemi di dissentire: vero, la NFL ha bisogno dei grandi placcaggi, il football è uno sport duro, e nella NFL questa durezza è elevata alla massima potenza, ma il corpo umano offre una superficie sufficiente per “punire” l’avversario senza rischiare di renderlo invalido vita natural durante…

[W6] La tripletta del West

Scritto da Massimo

Giovedì 21 Ottobre 2010 20:12 E' stato un weekend particolarmente proficuo per la NFC West, che ha visto tutte e tre le squadre impegnate vincere le proprie partite, uno scenario che sicuramente i Cardinals, fermi per la bye week, non si auguravano (e, in parte, non si aspettavano). I Cardellini sono stati infatti raggiunti in testa alla division dai Seahawks, che hanno approfittato della pausa della scorsa settimana per riprendersi dalla sconfitta patita contro i Rams e rimettere in sesto la squadra dopo le due trade che li avevano visti protagonisti. Con Branch tornato a New England e Lynch arrivato a far compagnia a Forsett, l'attacco di Seattle si è dovuto un po' reinventare, ma il risultato è stato abbastanza soddisfacente. Contro i Bears, forti di un record di 4-1, sono arrivati il record stagionale di yards per Hasselbeck, con 25 su 40 per 242 yards ed un touchdown, ed il record personale per il ricevitore Mike Williams, autore di 10 ricezioni per 123 yards, mentre Lynch e Forsett, oltre a segnare un touchdown a testa, hanno corso per complessive 100 yards. A complemento di una buona giornata dell'attacco, è arrivata la splendida prestazione della difesa, che ha martellato il rientrante Jay Cutler bombardandolo di blitz, sackandolo 6 volte (una per una safety), obbligando i Bears ad un ridicolo 0 su 12 sui terzi down e contribuendo non poco alla vittoria per 23-20 di Seattle. L'unica nota positiva per i Bears è arrivata dall'ennesima meta su ritorno di punt per Devin Hester. E' la nona in carriera, che porta Hester ad un ritorno di punt in TD dal reecordman Eric Metcalf, mentre se si parla di ritorni di calcio in generale, i TD diventano 13, miglior prestazione di sempre alla pari con Brian Mitchell. Muovono finalmente la classifica anche i Niners, che sconfiggono gli Oakland Raiders nel derby della baia al termine di una partita bruttina, trasformatasi nel quarto periodo da battaglia di field goal a partita vera grazie ai due TD pass di Alex Smith che hanno permesso a San Francisco di cancellare finalmente lo zero dalla casellina delle vittorie. Dopo tre quarti in cui i Raiders avevano preso il sopravvento grazie a tre field goal di Janikowski, con lo stadio che iniziava a reclamare la sostituzione di Smith con David Carr, il quarterback dei Niners decideva di imprimere una svolta decisiva alla partita lanciando in TD prima Crabtree e poi Vernon Davis, fissando il risultato sul 17-9 finale. Arrivati ad un bivio, Singletary doveva assolutamente vincere questa partita,non importa come, e almeno questo è riuscitoa farlo.Non c'èda stare troppo allegri a San Francisco, comunque, perchè se lo zero in classifica è cancellato, non lo sono certamente i mille problemi che questa squadra sembra avere trovato per strada in questa stagione. Tolto Frank Gore, che continua a dimostrare sul campo di essere uno dei migliori back della lega, in attacco poco o nulla pare funzionare, Smith non sembra avere il controllo della squadra e, cosa più preoccupante, lo stesso si può dire di coach Singletary, che oltre ad urlare nelle orecchie ai giocatori, non sembra riuscire a fare. Discorso totalmente differente invece a St.Louis, dove in sei giornate di campionato i Rams hanno già accumulato un totale di vittorie pari a quelle ottenute nelle ultime due stagioni. Il primo tempo contro San Diego lasciava intendere un altra partita dominata come successo contro Seattle due settimane fa, ma inspiegabilmente nel secondo tempo nulla sembrava più andare per il verso giusto, nonostante la difesa continuasse a giocare su altissimi livelli (sei sack su Rivers). L'attacco iniziava a soffrire la mancanza di ricambi nei ricevitori, anche perchè il rookie Alexander, un prodotto di Mizzou firmato giovedì e subito in touchdown domenica, pensava bene di procurarsi un lieve infortunio, tanto per restare in linea con il reparto più colpito dalla sfortuna in questa stagione. Diminuendo ulteriormente learmi a propria disposizione, Bradford non riusciva più a condurre l'attacco come aveva fatto nel primo tempo, favorendo così la rimonta dei Chargers, che si portavano sul 20-17. Con la palla in mano e 3 minuti sul cronometro, i Rams parevano quasi spacciati, perchè in tutto il secondo tempo non avevano chiuso nemmeno un terzo tentativo, ed i Chargers avevano preferito lasciare la palla in mano all'attacco avversario, viste le premesse, piuttosto che rischiare un onside kick. Ma Norv Turner non aveva fatto i conti con Steven Jackson, che portava tutti i palloni di questo finale di partita, conquistando primi down cruciali, facendo bruciare tutti i time out a San Diego e consentendo ai Rams di portare a casa la vittoria.

[W6] Vikings e Cowboys: quando si può perdere in due

Scritto da Alessandro

Giovedì 21 Ottobre 2010 21:46 Un vincitore doveva esserci, visto quanto è raro il pareggio nel football. Eppure la sfida di domenica tra Minnesota Vikings e Dallas Cowboys non ha lasciato buone sensazioni né ai "trionfatori" gialloviola, né, tantomeno, ai texani sconfitti. Il lampo di Percy Harvin su ritorno di kickoff, che ha sostanzialmente risolto la contesa a favore dei padroni di casa, è un palliativo: la vittoria del malato più fortunato nella briscola che si è giocata al Mall of America Field versione "terapia intensiva". Vikes e Boyz sono gravi. Molto. Stanno peggio i secondi, incapaci di vincere un match decisamente ben indirizzato. Sempre avvezzi a rovinarsi con le proprie mani. Il catalogo è ricco: dalle penalità agli errori di un Tony Romo ormai perennemente con la maschera del bambino smarrito. Risollevarsi da 1-4 non sarà facile in una division competitiva come la Nfc East. Il posto di Wade Phillips ufficialmente non è in discussione. Nella realtà il suo regno è a un passo dal crollo. E mentre la competitività del raggruppamento è una sentenza di condanna per i Cowboys, il livellamento verso il basso della Nfc North potrebbe diventare l'ancora di salvezza dei Vikings. In vetta ci sono i Chicago Bears. A sorpresa. Il mercato estivo scopiettante infatti non aveva ingannato nessuno. La favorita era Green Bay con Minnesota subito dietro. L'inizio della stagione ha confermato come gli "orsi" siano tutto fuorché una corazzata. Alle loro spalle chi schiacciasassi doveva essere, i Packers, si trova impantanato in una melma di radiografie e risonanze magnetiche. Gli infortuni stanno ridimensionando pesantemente le velleità di Aaron Rodgers e soci. Ecco allora che la banda di Brad Favre, cui i problemi "exta-curricolari" non servivano nella maniera più assoluta, potrebbe trovare un pertugio in cui infilarsi per scoprire di poter ancora dire la sua. Il Sunday Night di domenica proprio contro i Packers dirà se i Vikings hanno ancora qualche speranza di giocarsi fino in fondo l'ultimo anno del numero 4 o se viceversa dovranno iniziare a pensare al domani. Cosa? Mancherà ancora molto dopo la gara di domenica? Verissimo, ma il colpo che riceverebbe Minnesota perdendo sarebbe durissimo e i Vikings invece hanno un bisogno impellente di uscire dal reparto e provare a iniziare a camminare spediti.

[W7] AFC South: Titans davanti

Scritto da Paolo

Giovedì 28 Ottobre 2010 08:25 Sette ricezioni, duecentoventicinque yards e tre touchdown. Questo il formidabile apporto del ricevitore dei Titans Kenny Britt all’importantissimo successo di Tennessee 37-19 contro i Philadelphia Eagles. Non male per uno che… non doveva nemmeno giocare! Perché? Consentitemi un piccolo passo indietro: l’una del mattino del venerdì precedente la gara con gli Eagles, in un nightclub di Nashville scoppia una rissa nella quale sono coinvolti Britt ed un suo compagno: il fenomenale runner Chris Johnson (in realtà mentre sembra assodato che quest’ultimo abbia cercato di raffreddare gli animi, la parte avuta da Britt è molto meno chiara…). Viene chiamata la polizia, ma nel frattempo la rissa viene sedata, nessuno sporge denuncia ed i giocatori lasciano il locale prima che arrivino i tutori dell’ordine. Naturalmente però la notizia arriva al quartier generale dei Titans, e l’head coach di Tennessee Jeff Fisher decide di volerci veder più chiaro prima di decidere se punire Britt facendogli saltare la gara con Philadelphia. Così, novello Sherlock Holmes, Fisher si reca nel nightclub fa un po’ di domande e alla fine decide… di non decidere. Come lui stesso dichiara ai giornali locali, non avendo prove attendibili circa il comportamento di Britt opta per una momentanea via di mezzo: giocatore sospeso sì ma solo per un quarto e mezzo. Così i Titans, già privi per infortunio del regista titolare Young sostituito dal veteranissimo Kerry Collins (ma forse, come vedremo, questo non è del tutto un male…) iniziano il match senza il loro ricevitore più talentuoso e la difesa degli Eagles domina l’attacco di Tennessee che nei primi quattro possessi totalizza due punt e due palle perse. Per fortuna del team di casa, anche la difesa in maglia bluazzurra tiene alla grande e a metà del secondo quarto il punteggio dice Phiadelphia avanti ma solo 3-0. A sei minuti e mezzo dalla fine del primo tempo, inizia la show di Britt: ricezione e meta grazie ad un pass da 26 yards. Il periodo a cavallo fra la fine del secondo quarto e l’avvio del terzo è però tutto di marca Eagles: McCoy e compagni si portano infatti avanti 16-7 ed arrivano fino sulle 3 dei Titans, pronti a dare il colpo di grazia ai padroni di casa. Invece improvvisamente la partita cambia volto e padrone: sul primo e goal il defensive tackle dei Titans Jason Jones sorprende la linea offensiva degli Eagles e disturba lo scambio del pallone fra il quarterback Kolb ed il runner McCoy, con relativo fumble ricoperto dai Titans. Sul drive seguente Tennessee mette a segno tre punti, imitata subito dopo dagli Eagles, ma il team di casa ha ora tutta l’inerzia a suo favore, ed il primo drive del quarto conclusivo è emblematico: ottimo lancio di Collins per Britt, che fa fare a due defensive back degli Eagles la figura dei polli, più che delle aquile, gran volata da 80 yards e vantaggio ospite che scende a due punti. Da qui non c’è più partita: Philadelphia non chiude più un down mentre prosegue lo show di Britt che segna la terza meta della giornata e chiude con le già citate 225 yards, la miglior prestazione stagionale per un ricevitore. Il successo permette a Tennessee di balzare in vetta alla AFC South con un record di 5-2, approfittando della settimana di pausa di Indianapolis e Houston che rimangono 4-2. Ma, anche se Colts e Texans non hanno giocato un down, la scorsa settimana è stata comunque pessima per le due compagini: Houston ha infatti avuto la conferma che l’infortunio che aveva colpito il middle linebacker DeMeco Ryans, giocatore da 130 placcaggi a stagione e due Pro Bowl, era la rottura del tendine di Achille della gamba sinistra, per cui stagione finita per la vera anima della difesa dei Texans. E per una sorta di “par condicio della sfiga”, a Indianapolis non andava meglio: già senza il suo leading receiver Collie, i Colts apprendevano infatti venerdì che la frattura al polso rimediata contro Washington dal fortissimo tight end Dallas Clark, richiedeva un operazione che voleva dire fine della stagione per uno dei bersagli preferiti da Manning ed un pesante colpo alle speranze di Superbowl per Manning e soci. A questo punto la domanda è: potrebbe essere l’anno che vede i Titans diventare i nuovi padroni della AFC South? La risposta è ovviamente sì: Chris Johnson non è il giocatore che lo scorso hanno ha asfaltato tutte le difese che hanno cercato di fermarlo ed ha ammassato 2006 yards, però il passing game è sicuramente più temibile e soprattutto la difesa riesce a mettere molta più pressione sul regista avversario ed il secondario non è decimato dagli infortuni come era successo nel 2009. Poi certamente anche la dea bendata, sotto forma dei k.o. a Clark, Ryans e Collie sembra voler dare una mano ai Titani. Per altro, una prima risposta arriverà probabilmente molto tardi: per uno scherzo del calendario, Tennessee e Indianapolis incroceranno le armi la prima volta addirittura nella quattordicesima settimana, a Nashville, e lì capiremo se i Titans avranno la forza per spodestare i Colts. Già lunedì comunque avremo un importante indizio su come potrebbe proseguire la stagione, visto che proprio Colts e Texans saranno di fronte in casa di Manning e compagni. Naturalmente l’analisi di giornata della AFC South non può prescindere da uno sguardo anche al fanalino di coda della division: quella Jacksonville che con il pesante k.o. 42-20 subito a Kansas City è scivolata ad una partita e mezzo di ritardo dalla coppia Texans e Colts, non ancora tagliata

fuori dai playoff ma certamente già con le spalle al muro. Anche se il record di 3-4 non è da buttare via, in casa Jaguars sono già suonati molti campanelli di allarme: l’arrivo di Kampman non ha finora giovato troppo ad una difesa che continua a faticare a mettere pressione sul regista avversario ed ha la pessima abitudine di concedere big play a ripetizione: i Chiefs hanno infatti segnato una meta grazie ad una galoppata da 70 yards del runner Thomas Jones ed una con una ricezione da 53 yards di Dwayne Bowe. Non a caso i Jaguars sono la squadra che ha concesso più punti, ben 209. Anche l’attacco per altro non sta certo brillando: il runner Jones-Drew ha una media a portata di 3,8 yards, decisamente la peggiore da quando è arrivato nella NFL ed il passing game è ventottesimo su 32 squadre. Domenica i Jaguars saranno di scena sul campo di un team in grossa crisi, i Dallas Cowboys, ed un eventuale k.o. sarebbe un colpo durissimo al sogno di playoff di Jacksonville e probabilmente alle speranze di coach Del Rio, che ha già annunciato grandi cambiamenti in vista della sfida in Texas ed ha iniziato l’epurazione mettendo in panchina il defensive end ex prima scelta Harvey, di restare in sella anche l’anno prossimo.

[W7] Seahawks al comando

Scritto da Massimo

Martedì 26 Ottobre 2010 21:28 Dopo un weekend di gloria con un eccellente en-plein di vittorie, la NFC torna ai suoi standard naturali fatto di sconfitte, magari negli ultimi secondi, e prestazioni a dir poco sconfortanti. In effetti una vittoria è arrivata, ed è quella dei Seahawks, che si isolano così al comando della division. Essendo però arrivata contro i Cardinals in in confronto divisionale, va da sè che una delle due doveva forzatamente vincere ed era praticamente impossibile lasciare a zero la casellina delle vittorie per la NFC West questa settimana (solo con un improbabile pareggio ci si poteva riuscire). A rientrare nella normalità delle sconfitte ci hanno pensato i Rams, che hanno gettato alle ortiche una partita praticamente vinta nel primo tempo con una seconda frazione di gioco decisamente inguardabile in attacco. I Buccaneers hanno così avuto vita abbastanza facile nella rimonta culminata con il TD del 18-17 a 10 secondi dalla fine della partita. Nonostante le incredibili dichiarazioni del capo allenatore di Tampa ("Siamo la migliore squadra della NFC") probabilmente causate dall'eccesso di adrenalina ancora in corpo dopo il finale thrilling, la vittoria dei Buccaneers è stata servita su un piatto d'argento da St.Louis che, dopo aver letteralmente dominato il primo tempo, si è semplicemente scordata di rimandare in campo l'attacco per la seconda parte della partita, lasciando il solo Steven Jackson solo là fuori a combattere contro la difesa avversaria. S-Jax, come sempre, non ha deluso, ed oltre alle 100 yards su corsa è anche arrivato il record di yards corse di tutti i tempi per i Rams, che ha portato Jackson a superare un mostro sacro come Eric Dickerson, che negli anni '80 fece vivere gli ultimi momenti di gloria alla franchigia di Los Angeles prima del trasloco in Missouri. Ma l'oscena prestazione del resto dell'attacco nel secondo tempo, complice anche un Sam Bradford alle prese con un insolito (per lui) problema di precisione nei passaggi ha fatto sì che la difesa, in campo per lunghissimi tratti nel terzo e quarto quarto, alla fine cedesse e permettesse a Josh Freeman di lanciare il TD pass della vittoria di fronte ad uno stadio vuoto per tre quarti, a testimonianza dello scarso feeling che c'è oggi tra i Buccaneers ed il suo pubblico. Anche a Charlotte la partita si è risolta nei secondi finali, con i Carolina Panthers che riuscivano ad ottenere la prima vittoria della stagione ai danni dei San Francisco 49ers, che avevano appena cancellato lo zero dalla casellina delle vittorie la scorsa settimana. I Niners avevano appena ritrovato Alex Smith, autore di due TD pass la scorsa settimana e di uno splendido lancio in meta per Vernon Davis ad inizio partita, ma lo perderanno presumibilmente per qualche tempo a causa di un infortunio alla spalla causato da un placcaggio piuttosto duro da parte di Charles Johnson. Con Smith fuori, i Niners si dovevano affidare all'ex prodigio David Carr, il rookie più sackato della storia quando giocò la sua prima stagione con i Texans, e la risposta del backup era di quelle che non ammettono repliche: 5/13 per 67 yards ed un intercetto. Un turnover costosissimo, tra l'altro. I Panthers avevano appena pareggiato il conto portandosi sul 20-20 a 1:53 dalla fine grazie ad una spettacolare presa in volo di Gettis, e Carr stava tentando di portare i Niners in zona field goal per andare a cogliere la seconda vittoria consecutiva. Tanto per andare sul sicuro, Carr lanciava su una doppia copertura, e Richard Marshall intercettava il pallone, permettendo a Carolina di rientarre in attacco e di arrivare a calciare un field goal dalla media distanza che fissava il risultato sul 23-20. I Niners partono per Londra, dove incontreranno i disastrati Broncos, con l'incognita Smith, che si sottoporrà a risonanza in Inghilterra, ma al pari del suo collega di Tampa Bay, l'head coach Singletary continua a dirsi certo che questa squadra può aggiudicarsi la division,. Certo, la matematica lo consente, ma le partite si giocano sul campo, e non sull'abaco, e finora il campo ha detto che i Niners per questa stagione dovranno riporre i loro sogni di gloria. Chi invece i sogni di gloria ricomincia a farli, dopo un inizio un po' altalenante, sono i Seahawks di Pete Carroll, che domenica hanno vinto lo scontro divisionale dominando gli Arizona Cardinals strapazzando il QB rookie dei cardellini Hall. Un solo touchdown per i falchi di mare, ma ben cinque field goal da parte di Olindo Mare, e Seattle ha portato a casa una vittoria decisamente più larga rispetto al 22-10 che recita il punteggio finale. Migliorando un po' la finalizzazione dei drive, il punteggio avrebbe potuto tranquillamente essere piu' cionsistente, anche perchè l'attacco di Seattle ha disposto come ha voluto della difesa avversaria, salvo incagliarsi nei pressi dell'end zone avversaria soprattutto a causa di penalità stupide ed evitabili. Arizona, nonostante il tandem di runner abbia superato le 100 yards guadagnate su terra, non è mai riuscita a muovere il pallone con regolarità, e quando anche Max Hall ha dovuto lasciare il campo vittima del devastante sack dal lato cieco da parte di Chris

Clemons, per Arizona si sono definitivamente spente le luci, sebbene il rookie avesse accumulato dei numeri imbarazzanti fino a quel momento: 4/16 per 36 yards ed un intercetto. Derek Anderson, che aveva lasciato il posto di titolare proprio a Hall, non ha saputo o potuto cambiare le sorti della partita per i Cardinals. Arizona si unisce quindi al lotto delle squadre in caduta libera, lasciando via libera ai Seahawks, che tentano un allungo decisivo per il titolo divisionale, sebbene Pete Carroll getti ampiamente acqua sul fuoco per spegnere prematuri entusiasmi che potrebbero rivelarsi controproducenti per una squadra che non aveva ancora nei propri piani immediati la vittoria divisionale e la qualificazione ai playoff.

[W7] NFC East: Deangelo in paradiso

Scritto da Dario

Giovedì 28 Ottobre 2010 08:13 Il ruolo del defensive back e` il meno pronosticabile. Puoi avere annate confortanti e non fare assolutamente nulla nelle seguenti. Soprattutto in NFL, dove l'aspetto tattico prevale e, qualora il tuo stato di forma sia conclamato, vieni evitato con sistematicita`. Basti pensare a quanto succede con Darrelle Revis, migliore cornerback della lega che quando gioca vede raramente qualche pallone da difendere, spauracchio com'e` dei quarterback avversari. A quanto pare, pero`, Jay Cutler non ha paura di nessuno. Nella contesa tra Redskins e Bears di domenica lancia 4 intercetti per DeAngelo Hall, stella delle secondarie capitoline, che riporta in meta il secondo di essi, per 92 yarde che separano Chicago dalla vittoria e li fanno scivolare nell'anonimato di una stagione iniziata alla grande. In un pomeriggio in cui Washington non sembrava poter arrivare all'ennesima insperata vittoria del 2010, si ritrova invece con una W figlia non solo degli errori di Cutler, ma anche di qualche parentesi fortunata, come quando un intercetto di Chicago non viene convalidato per un delay of game di McNabb, che gioca male per larga parte dell'incontro. Ryan Torain invece sembra essere la risposta per Mike Shanahan sulle corse, ammassando 125 yard di qualita`. Il risultato e` una partita comunque sempre in bilico, fino a che il QB ex-Denver si intestardisce nel cercare Johnny Knox, e dimentica che sulle sue tracce c'e` Hall, per cui tre dei 4 intercetti finali sono facilissimi. Quello che vale la vittoria invece e` un capolavoro: presa ad una mano in salto e corsa verso la End Zone avversaria. L'azione della stagione per Washington, che li manda sopra quota .500 e che getta luce su una schedule non proibitiva grazie alla quale I pellirossa potrebbero davvero ambire alla Post Season. Nel panorama offuscato della divison, il Monday Night ha segnato l'arrivederci ai Cowboys, sconfitti dai rivali Giants nel palazzo che ospitera` il prossimo SuperBowl. Tony Romo, infortunatosi gravemente, ne avra` per 6 o 8 settimane, ma dato il record di 1-5 dei texani, ci stupiremmo di vederle tornare affannato prima della chiusura della regular season. Le chiavi dell'attacco passano nelle mani di Jon Kitna, veterano che ha ben figurato nella parte di match giocato dopo la dipartita dell'ispanico, e che traghettera` la squadra verso un record di media fascia prima che Wade Phillips venga allontanato e si apra una nuova era tecnica per la compagine piu` deludente di questo 2010. New York, cinica, ne approfitta per mantenere la partita di vantaggio su Redskins e Eagles, che senza Michael Vick non riescono, dopo aver ammansito Chris Johnson per tutta la partita, ad avere la meglio sui Titans. Sulla carta, Philadelphia ha diversi vantaggi su Washington nell'inseguimento a New York, ma l'abilita` dei Redskins di vincere partite improbabili potrebbe vanificare le differenze tecniche, anche quando Vick sara` di nuovo in campo tra due settimane. Dall'alto del trono, con la seconda difesa sui passaggi e la terza sulle corse dell'intera lega, I Giants sembrano lanciati verso un titolo divisionale che dopo la figuraccia contro I Colts nessuno, sottoscritto compreso, avrebbe pronosticato. E` forse meglio non dare mai per morti I ragazzi di Coughlin, chi l'ha fatto in passato ne ha pagato le conseguenze!

[W7] NFC North: catch me if you can

Scritto da Alessandro

Venerdì 29 Ottobre 2010 20:27 Division dal passato prestigioso, con giocatori che hanno fatto la storia del football americano, giovani campioni e freschi virgulti in attesa di affermarsi, offresi al miglior offerente. Si accettano anche record di poco superiori al 50%. La Black and Blue division soffre. Assenza di leadership acuta. L'anno scorso era riuscita a curare un 2008 in cui i Vikings si erano appropriati del titolo Nfc North con un misero 10-6 grazie all'esplosione definitiva dei Packers e, soprattutto, all'arrivo in gialloviola di un Brett Favre tirato a lucido come non mai. Alla vigilia del campionato attuale sembravano esserci tutti gli ingredienti per una sfida ancora più appassionante. I Chicago Bears erano stati aggressivi sul mercato dei free agent cercando di creare un cast adeguato al colpo (?) 2009, Jay Cutler. E così gli Orsi parevamo il terzo incomodo nel duello senza esclusione di colpi tra i candidati principali al Superbowl della Nfc, Packers, e i Vikings versione ultimo assalto del numero 4. Le prime sette giornate invece anziché riportare la division ai fasti degli anni '90 l'hanno consegnata all'anonimato. Bears e Packs la guidano con il peggior record (4-3) per una prima della classe in tutti gli otto raggruppamenti. E le partite della scorsa settimana non lasciano presagire nulla di buono per entrambe. Green Bay, tartassata dagli infortuni, ha faticato enormemente nell'aver ragione dei Vikings. Con coach Childress tutt'altro che estraneo (tra challenge non chiamati e decisioni di non provare ad attaccare nel finale di primo tempo tutt'altro che inappellabili) alla sconfitta dei vichinghi, condannati da un Favre ampiamente inadeguato. Perdere Ryan Grant, Jermichael Finley e Nick Barnett non può non incidere sulle prestazioni della compagine allenata da Mike McCarthy. Per non parlare di Chicago, reduce dalle sconfitte con Seahawks e Redskins e afflitta dal mal di protezione. L'incapacità assoluta di garantire a Jay Cutler secondi utili alla sua sopravvivenza e alla possibilità di creare gioco. Cutler su cui pesano troppi errori, linea d'attacco inconsistente o no. Troppe partite con maree di intercetti nello spazio di una stagione e mezza. All'orizzonte un provvidenziale turno di riposo. "Bye" che gradirebbero anche i Packers e i Vikings. Invece Green Bay dovrà far visita a una delle squadre più calde della lega, i New York Jets, mentre Minnesota si confronterà con i Patriots, non brillanti in questo 2010 ma sempre scomodi. Specie se Favre passeggia tutta settimana con un "piedone artificiale" per proteggere la caviglia con frattura da stress annessa. Da sano era in difficoltà, azzoppato difficilmente potrà migliorare le sue prestazioni. Tasto dolente. Alle spalle non c'è un Aaron Rodgers qualsiasi come negli ultimi anni ai Packers, bensì un Tarvaris Jackson, eletto a erede da Childress, almeno per quanto dimostrato sinora, incomprensibilmente. Di tre potenziali "acquirenti" non ne emerge una con le credenziali adatte a completare l'acquisto. Il pronostico è sempre per Green Bay, apparentemente più strutturata delle rivali. Chi manca? I Detroit Lions, nel principio dell'ennesima ricostruzione. Con Shaun Hill al posto di Matthew Stafford prima del bye, sembravano aver trovato una quadratura almeno in attacco. Questa settimana torna il franchise quarterback, per continuare a progredire nella speranza di poter fare un'offerta d'acquisto per una Nfc North in crisi d'identità sin dal prossimo campionato.

[NFL] International Series 2010

Scritto da Dario

Giovedì 04 Novembre 2010 09:20 International Series 2010: tra spettacolo ed emozioni A volte ci chiediamo cosa sia in realtà l'NFL. Vista da fuori è una macchina da soldi, un qualcosa di ben poco umano, contorta tra contratti milionari, problemi di diritti televisivi e l'evoluzione di uno sport in bilico tra professionalità e fanatismo. La lega ha però una funzione molto più alta, perchè è l'unica lega al Mondo che rappresenta un intero sport. Chiunque ami o pratichi il football guarda all'NFL come unico punto di riferimento, e questo, data la bellezza del gioco stesso, avviene a tutte le latitudini. Europa, Asia, Americhe: il football è amato grazie all'NFL, grazie al modo in cui essa gestisce I suoi giocatori, grazie al modo in cui essa integra spettacolo e veridicità, gloria e sofferenza. Le International Series sono quindi un modo per riunire chi ama il football all'infuori dei confini americani sotto l'effige di questa potente organizzazione, tronfia dei suoi team e del grado di popolarità dei suoi dipendenti. Quest'anno il giorno prima della partita era previsto un 'pep rally' a Trafalgar Square. Sarebbe stata presente una rappresentanza della squadra di casa, in questo caso I San Francisco 49ers, il Coach, il Presidente, il Commisioner Roger Goodell e qualche leggenda del team californiano. La piazza “apre” perfettamente in orario, alle 13, quando gli steward iniziano le perquisizioni di sicurezza per tutti gli accorsi che sbrigata la formalità possono entrare. Intorno al palco principale dove si terrà il vero e proprio show pomeridiano, una serie di stand degli sponsor sfidano I fan in gare di velocità o forza promettendo in cambio un gadget o l'iscrizione a qualche successiva estrazione. L'atmosfera è gioviale, caricata dalla pubblicizzatissima presenza di Jerry Rice per un'intervista sul palco e dai balletti delle cheerleader che sfidano il tiepido clima londinese fasciate in abiti succinti. Alle loro performance si alternano le interviste dei big. Della squadra attuale si prestano a scherzare col pubblico tre uomini di linea difensiva accompagnati dall'OL prima scelta Mike Iupati, mentre Mike Singletary si concentra sulla necessità di vincere la partita dell'indomani. Particolarmente significativo l'intervento di Goodell, che paventa l'intenzione di arrivare presto ad organizzare più di un solo incontro in Europa, per poi pensare a fondare una franchigia a Londra. Per tutti gli intervistati il vero punto focale sono però i fan europei. Parole di elogio e gratitudine piovono per loro da chiunque impugni il microfono, compreso Rice, che da grande uomo di palcoscenico improvvisa scherzi e battute quando la folla grida il suo nome o lo sprona con il classico “One more game, one more game!”. Ad ogni modo, nonostante lo spettacolo continui, quando il più grande di tutti abbandona il posto lo fanno anche molti sostenitori, che si riversano nelle strade attigue per mangiare o si rintanano nel padiglione di Madden per giocare. Il giorno dopo tutta la carovana si trasferisce a Wembley, dove il Tailgate Party è sconfinato. Gli stand si moltiplicano, la coda per stringere la mano alle leggende dei Niners è ai limiti dello sconfortante, così come quelle per il cibo e la birra. Vengono ammessi tutti coloro in possesso di un biglietto per l'incontro, ed inevitabilmente gli 80000 si ritrovano tutti in questi padiglioni. Si può mandare un messaggio per vincere dei palloni autografati, uno per squadra, si può chiedere informazioni sul game pass, si può assistere alla riproposizione dello spettacolino del giorno prima che si svolge su un palco a forma di rettangolo di gioco, con tanti di pali. La NFL non sembra avere bisogno, come altre volte, di sovrapubblicizzare il suo marchio, o quello delle squadre, per giungere ai tifosi. Come proclamato il giorno prima, la linea è quella del ringraziamento verso i tifosi, della valorizzazione del loro attaccamento alla lega ed al gioco. E' il momento di entrare nel tempio del calcio inglese, momentaneamente dedicato all'evento di cui vi stiamo parlando. Terza perquisizione in due giorni, ma nemmeno l'ombra di un poliziotto, a cui fa da contraltare la presenza di almeno due steward per ogni gradinata di qualsiasi anello. E' l'inflessibile e gentile modo inglese di mantenere l'ordine sin nel minimo particolare, senza nemmeno lasciarti vagare in cerca del tuo seggiolino. Il kickoff è preceduto dall'esibizione (abbastanza rivoltante a dire la verità) dei My Chemical Romance e dagli inni. Fantastica la performance di Michelle Williams per il “Star-Spangled Banner” che

commuove I molti americani presenti, mentre è forse poco adatta all'occasione la chitarra di Jeff Beck per il “God save the queen”, di cui vengono a mancare I classici brividi della folla britannica che lo urla. Denver riceverà il pallone. Dalle gradinate si alzano 83.947 bandierine rosse dei 49ers regalate a tutti i presenti. E` quando ti giri verso di loro, ammirando uno dei più grandi stadi d'Europa completamente ricoperto dall'entusiasmo per il tuo sport preferito e che a volte senti così lontano, che capisci quanto per te significhi quella palla ovale, quanto importante sia far parte di una famiglia così vasta ma così intima, quanto necessario sia il confronto con le persone che condividono le tue passioni. Sopraffatti dalle emozioni di quel momento che per ora avviene solo una volta l'anno è facile passare sopra a molto, come ai grossi problemi che il football ha e che sono elencati ad inizio articolo. Durante le International Series 2010, però, la NFL ha fatto quanto di meglio poteva per rendere l'esperienza qualcosa di diverso, di personale, di indimenticabile. Ha portato la sua stella più splendente ad irradiare luce nel cielo plumbeo di Londra, ha dato più spazi ai suoi fan ed ha duplicato la festa. 48 ore che assolutamente non riescono a rispondere alla domanda “Cos'è davvero l'NFL?” ma che sicuramente ce la fanno amare di più. Per la cronaca, vinceranno I Niners, come è giusto che sia per una squadra che sacrifica una partita nel suo impianto, dopo che un illegal block in the back stronca le speranze di rimonta dei Broncos che nel terzo quarto sembravano poter controllare il match. Chissà se l'anno prossimo potremo addirittura scegliere che partita vedere, sarebbe fantastico. Chi sta leggendo ed ancora non è riuscito a recarsi nella capitale inglese per una delle 4 passate edizioni dell'evento, spero si renda conto ora che esso è semplicemente imperdibile, che si giochi Colts – Patriots oppure Buccaneers – Rams poco importa.

[W8] Colts e Bengals, due facce della medaglia

Scritto da Paolo

Giovedì 04 Novembre 2010 10:00 Cincinnati Bengals e Indianapolis Colts erano chiamate in questa stagione 2010 a difendere il titolo divisionale conquistato lo scorso anno. Quasi al giro di boa stagionale però il torneo di Bengals e Colts ha preso due strade diametralmente opposte: i nero-arancio di coach Lewis arrivano da quattro k.o. consecutivi, e con un record di 2-5 e tre partite di ritardo dalla coppia Pittsburgh-Baltimore che guida la AFC North, sembrano già quasi tagliati fuori dalla lotta per la post season, anche perché proprio gli Steelers sarebbero ad oggi l’ultimo team a disputare i playoff. Indianapolis invece, grazie al successo nel Monday Night contro i rivali di division di Houston, si è ripresa la vetta della AFC South, grazie anche allo stop subito da Tennessee in quel di San Diego. Ma cosa ha fatto letteralmente deragliare una stagione che per Cincinnati iniziava con ben altri auspici? In molti hanno parlato di un attacco che non riesce a trovare ritmo, prigioniero di un gioco sulla terra decisamente meno efficace del 2009 e di un Palmer che soprattutto nelle prime giornata ha faticato non poco nonostante il suo arsenale si sia arricchito notevolmente durante la offseason sia via free agency con l’ingaggio del collaudatissimo Terrell Owens (finora compagno e cittadino modello, durerà?) sia via draft con l’arrivo del tight end Gresham e dello slot receiver Shipley. In realtà il reparto offensivo non ha fatto faville, ma neppure disastri: il gioco sulla terra è in effetti passato da 4,1 a 3,8 yards a portata, e questo 0,3 di peggioramento è dovuto soprattutto ad un Benson meno efficace della scorsa annata (la media a portata del runner ex Bears è passata da 4,2 a 3,8) mentre il passing game è sì migliorato a livello di yards, ma raramente è stato in grado di sostenere il peso offensivo del team. In realtà comunque i veri problemi dei Bengals sono gli altri aspetti del gioco, vale a dire la difesa e gli special teams. Cincinnati, che lo scorso anno vantava la quarta difesa a livello di yards concesse, è scivolata nel 2010 al diciannovesimo posto ed il secondario, guidato dal tandem di cornerback Hall-Joseph, fra i più forti della Lega, ha finora mostrato una pesante flessione di rendimento facendo sì che la difesa contro il passaggio scendesse dal sesto al ventesimo posto. Parte di questo crollo è per altro attribuibile anche alla pass rush (o meglio alla mancanza di essa): lo scorso anno i Bengals chiusero a metà classifica a livello di sack messi a segno: quest’anno dopo sette giornate sono ultimi con appena sei sack. Dicevamo anche degli special teams: domenica contro Miami, su sei kickoff return solo una volta i Bengals sono riusciti a partire da oltre le proprie 30 yards, ed è da sottolineare che erano tre partite che Cincinnati non riusciva ad avere una posizione così favorevole dopo un kickoff. Ed anche la copertura sul calcio di inizio è veramente deficitaria: dei dieci kickoff return di Atlanta e Miami, gli ultimi due avversari di Cincinnati, ben sei sono stati ritornati fino ad oltre le 30 yards, e almeno uno per squadra è andato a terminare nella metà campo nero-arancio. Poi, in realtà, anche la “dea bendata” sembra aver voltato le spalle alle Tigri: lo scorso anno sei delle dieci vittorie giunsero per un touchdown o meno, mentre quest’anno quattro delle cinque sconfitte sono venute per una meta o meno. A questo punto quali speranze di salvare la stagione ? Non me ne vogliano gli amici di Cincinnati, ma direi decisamente scarse: vero che nelle ultime nove giornate i Bengals giocheranno cinque gare in casa, ma gli avversari da affrontare in trasferta si chiamano Colts, Jets, Steelers e Ravens. E per un team che sembra faticare terribilmente a restare “sul pezzo” eccone invece un altro che ha fatto della vittoria ormai un abitudine e non è affatto intenzionato a smettere. Sto naturalmente parlando degli Indianapolis Colts, che nonostante gli infortuni che ne hanno falcidiato il roster, sembra nuovamente in lizza per raggiungere la doppia cifra in fatto di vittorie, cosa che ai Colts riesce addirittura dal 2002. Ma mai come quest’anno il coaching staff biancoblù ha veramente dovuto fare i miracoli: oltre alla safety Bullitt e al fortissimo tight end Clark, già fuori per la stagione, e ai lungodegenti Sanders e Collie, lunedì sera nel delicatissimo match contro i rivali di division degli Houston Texans, gli uomini di coach Caldwell erano anche privi dei cornerback Lacey e Powers, e del runner titolare Addai. Nonostante ciò, i Colts hanno dominato (30-17) contro i Texans sfruttando al meglio, grazie ad un intercetto di Hayden riportato in meta, l’errore di uno Schaub ben contenuto dal rabberciato secondario di casa, e l’ottima prestazione del runner Hart che ha asfaltato una difesa texana priva del leader Ryans, ma anche terrorizzata da Manning. A fine gara le statistiche diranno 12 portate per 84 yards

per Hart, mentre Generale Manning chiuderà con 26 su 45 per 268 yards e due mete. E se volevate un’ulteriore riprova della grandezza del regista dei Colts vi bastino un paio di dati: nella sfida con Houston, Peyton è riuscito a far sembrare il tight end Tamme un piccolo clone di Dallas Clark, con 6 ricezioni per 64 yards e una meta. Il tight end da Kentucky aveva già totalizzato 6 ricezioni per 47 yards, ma in quasi due campionati e mezzo. L’altro dato riguarda il rating dello stesso Manning che nonostante tutti i problemi raccontati sopra, è addirittura migliorato (da 99,9 a 101,4) rispetto alla passata stagione in cui il regista da Tennessee ha vinto per la quarta volta il titolo di MVP della NFL assegnato dalla Associated Press. Certo questa stagione non è paragonabile a quella scorsa, in cui i Colts conobbero il primo stop al quindicesimo turno, anche per la controversa decisione di Caldwell di far riposare Manning nel secondo tempo del match con i Jets, ma con un record di 5-2 i Colts si sono ripresi la vetta della AFC, grazie anche all’harakiri dei Titans che avanti 19-7 a San Diego si sono fatti rimontare e battere 33-25. E dato che si parla del rientro di Addai già nel prossimo turno contro Philadelphia e di quello di Collie per la week #10 ecco che la vita per il resto della AFC South si conferma difficile. Tra l’altro a proposito della AFC South c’è da rilevare la grande competitività ed il buon livello generale del girone: in classifica infatti tutti e quattro i team sono racchiusi in una partita e mezzo e l’ultimo, vale a dire Jacksonville, ha comunque un record pari fra vittorie e sconfitte (4-4) ed è reduce dalla brillantissima vittoria 35-17 sui Dallas Cowboys ormai in caduta libera. Protagonista assoluto della giornata è stato il quarterback Garrard che ha lanciato per ben quattro mete e ne ha segnata una lui stesso di corsa eguagliando o battendo alcuni record di franchigia: dal numero di touchdown lanciati in un match, al rating (un mostruoso 157,8), al numero di touchdown realizzati su corsa da un quarterback con la maglia dei Jaguars (14).

[W8] Squadre senza rotta

Scritto da Alessandro

Sabato 06 Novembre 2010 11:39 I due vascelli hanno le vele lacerate e l'equipaggio stanco. Dovevano solcare il mare della regular season autoritari e fieri, per approdare ai playoff e giocarsi le loro possibilità di Superbowl. Invece eccoli lì che vanno alla deriva, incapaci di invertire la rotta. Minnesota Vikings e Dallas Cowboys stanno vivendo un incubo parallelo, sbagliando tutto quel che si può sbagliare. Se il proprietario dei Cowboys, Jerry Jones, è arrivato persino a chiedere scusa ai tifosi significa che nel Texas il bicchiere è colmo. Il primo a pagare dovrebbe così essere coach Wade Phillips, tutt'altro che estraneo al disastroso cammino di Dallas. Vero è che ora l'infortunio a Tony Romo ha fornito un prezioso alibi per le disgrazie texane, ma niente quest'anno sembra aver funzionato. Un attacco sempre meno convincente, penalità come se piovesse. Manca disciplina, le scelte non hanno un filo conduttore. Facile ricondurre all'allenatore questo tipo di difficoltà. Ed ecco che la prospettiva di un cambio di tecnico a stagione in corso non è più così lontana. Un'ipotesi che rischia di prendere corpo anche nel Minnesota dove alla mancanza di risultati si è aggiunta una gestione dei Vikings da soap opera. Il taglio di Randy Moss dopo 4 sole partite è solo l'ultimo degli scivoloni di coach Brad Childress. Una terza scelta letteralmente gettata al vento per un giocatore che non è stato in grado di gestire. Poco importa quale sia il motivo del taglio: l'essersi arreso sul gioco che ha portato all'infortunio di Favre o le interviste post Patriots o interperanze varie e assortita. La mossa è stata pessima. Grave, gravissima. Come lo è non avere un paracadute per Brett Favre o un giocatore che possa crescere nella sua ombra. La stagione di Minnesota è sempre più una pantomima e viste le condizioni in cui sta giocando Favre potrebbe diventare addirittura tragica se non fermeranno in tempo il numero 4 che dà sempre più l'impressione di poter subire colpi davvero pericolosi per la sua salute. Anche in questo caso sembra ormai necessario guardare oltre. In casa peraltro c'è un coach che può essere promosso domattina, Leslie Frazier, il defensive coordinator. Dopo aver investito vagonate di milioni di dollari per vincere... ieri, adesso Zygi Wilf deve iniziare a pensare a ricostruire. Questa squadra non può andare lontano, è palese. Perciò meglio portarsi avanti. E il primo passo è un cambio al timone.

[W8] E se i Rams...

Scritto da Massimo

Venerdì 05 Novembre 2010 12:54 Con un record di 4-4 a metà stagione, i Rams si trovano nell'inconsueta (viste le ultime stagioni) posizione di fare un pensierino ai playoff, aiutati anche da un calendario abbastanza favorevole nei prossimi turni. Sicuramente forse solo i più irriducibilmente ottimisti tra i tifosi dei Rams (bonariamente identificati con l'intraducibile appellativo di "Slack-Jaw Dribblers" nella Rams Nation) riponevano qualche speranza di post season già da quest'anno, anche perchè il posto riservato alla NFC West era saldamente in mano agli arcirivali dei San Francisco 49ers, che l'avevano prenotato con mesi di anticipo. Qualcosa deve essere andato storto con la spedizione, però, perchè ad oggi proprio i 49ers sono i più lontani ad occupare tale posto, dal basso del loro 2-6 appena ravvivato dalla vittoria contro i Broncos a Londra domenica scorsa. Aiutati da una difesa che, nonostante i mille infortuni della secondaria, sta imponendo la propria legge a tutte le squadre che incontra, e soprattutto grazie all'enorme ed in parte imprevisto impatto che ha avuto in attacco Sam Bradford, i Rams hanno finora perso male una sola partita, delle otto disputate: quella contro i Detroit Lions. Le altre tre sconfitte sono arrivate dopo aver dominato il primo tempo ed essere calati nel terzo e quarto quarto (Oakland e Tampa Bay), oppure al termine di partite sempre in bilico (Arizona), a riprova che con un po' di fortuna e determinazione in più , questio Rams avrebbero tranquillamente potuto trovarsi a 7-1 e con più di un piede nei playoff. In molti, nei giorni scorsi, hanno affermato che se i Rams avessero scommesso su Randy Moss, disponibile come free agent dopo il secondo taglio stagionale da parte dei Vikings, i playoff sarebbero stati assicurati per la franchigia del Missouri, ma ci piace pensare che le possibilità di aggiudicarsi la division siano rimaste intatte anche senza Moss e con tutti i problemi che persistono tra i ricevitori. Non è un mistero che questo reparto sia quello messo peggio nei Rams, dopo che una serie di infortuni a catena ha decimato la pattuglia, che resta formata da Danny Amendola, Laurent Robinson, Mardy Giliard e Brandon Gibson, non esattamente quello che ci vorrebbe per sfruttare le potenzialità di Bradford. Aiuta molto, in questa situazione, l'equilibrio che finalmente pare aver trovato Pat Shurmur nel playcalling. Adattare un bombardiere come Bradford alla West Coast non era facile, ed il fatto di non avere una reale arma pericolosa sul profondo ha fatto sì che il gioco di passaggio del ragazzino si sia forzatamente limitato al medio corto, cioè proprio il "bread and butter" della West Coast Offense, facilitato anche dalla presenza nel backfield di Steven Jackson, uno che non puoi mai dimenticarti di considerare nelle marcature difensive. Spagnuolo approfitterà della pausa per recuperare molti infortunati per presentarsi alla ripresa della stagione al pieno, o quasi, delle forze, anche perchè la partita dopo il bye sarà delicatissima per entrambe le squadre. I Rams visiteranno Candlestick Park in cerca della prima vittoria fuori dalle mura amiche di questa stagione raggiungendo così per la prima volta un record positivo dopo più di tre anni. Inutile dire che la partita segnerà anche il destino dei 49ers che, in caso di sconfitta, sarebbero virtualmente tagliati fuori dalla lotta per i playoff in cui coach Singletary crede ancora fermissimamente. La sua convinzione sembra però più un atteggiamento da giapponese nella jungla che non si rassegna ad aver perso la guerra, piuttosto che derivare da una analisi oggettiva della situazione. A San Francisco non tira una buona aria, ed ogni volta che Singletary apre bocca si sprecano le smorfie e gli occhi sgranati alla Arnold ("Cosa cavolo staui dicendo, Willis?"). E' stato così anche domenica sera nella conferenza post partita a Wembley, quando Singletary parlava di una partita che sembrava aver visto solo lui, con i giornalisti che si guardavano perplessi ad ogni sua affermazione. La speranza di Singletary si chiama Troy Smith. Perso Alex per un mese, stabilito che Carr non gode della sua fiducia (ma allora ci si chiede perchè tenerlo come secondo Quarterback), i numeri fatti vedere a Londra da Troy Smith, quando finalmente gli ha lasciato le briglie sciolte, possono far sperare i tifosi dei Niners che ci sia un po' di luce in fondo al tunnel. Dare 30 volte la palla a Gore dimenticandosi completamente di Davis (infortunio a parte) e Crabtree, è una scelta abbastanza incomprensibile, e lo è ancor di più dopo aver silurato l'offensive coordinator perchè faceva la stessa cosa. L'impressione che si ha dall'esterno è che Singletary abbia perso completamente il controllo della situazione, a San Francisco, e

non abbia le idee chiare sul come riprenderla in mano. Diventerà quindi fondamentale non solo per la franchigia, ma anche per il futuro del coach con la grande croce sul petto, la partita contro i Rams, che si preannuncia come uno degli epici confronti degli anni 80 dove ci si giocava una stagione intera.

[NFL] Analisi di metà stagione

Scritto da Dario

Mercoledì 10 Novembre 2010 16:58 Benissimo, siamo già a metà stagione ma dopo 9 settimane è tutto molto fumoso in NFL. Se escludiamo due o tre franchigie, non scommetteremmo sulle possibilità di nessuna di raggiungere la Post Season, inclusi squadroni come New Orleans o Indianapolis, protagonisti di un grande SuperBowl lo scorso febbraio. Recitando la parte dei neutrali, almeno qui sulle pagine di Huddle, possiamo affermare di essere estremamente contenti di tale livellamento.

NFC East – Attuale capolista New York Giants (6-2) I Giants visti contro I Colts nel Manning Bowl di qualche settimana fa non valevano nemmeno il prezzo del biglietto del trenino per raggiungere il New Meadowlands Stadium. Semplicemente inesistenti. Poi qualcosa è cambiato. Affrontando avversari scarsi sui passaggi, Eli ha avuto gli spazi per imbeccare un emergente Hakeem Nicks. Sarà però da valutare quanto la schedule abbia favorito I ragazzi di Coughlin, e quanto le 5 vittorie consecutive sappiano effettivamente contribuire ad una striscia positiva che non dovrebbe arrestarsi settimana prossima con Dallas. In attesa di misurarsi con Philadelphia o Green Bay, I Giants si godono il momento, cercando di sfruttare al meglio una stabilità di rendimento offensvio che li fa essere il quarto miglior attacco della lega. Gli Eagles, vincenti su Indy nel weekend con un Vick in forma MVP (che sappiano tutti non vincerà mai) e con I Cowboys da affrontare ancora due volte, dipendono totalmente dalla velocità dei loro giocatori in posizioni chiave della difesa. Senza di essa, non sarebbe arrivata l'ultima W e staremmo parlando di impresa riguardo le possibilità di raggiungere NY. Non è cosi` e se non ci saranno problemi di infortuni vediamo I neroverdi alle calcagna dei rivali anche a fine dicembre, quando conterà. Washington è staccata solo un paio di partite. Non ha le stesse credenziali delle concorrenti già citate, ma possiede un paio di personalità (Shanahan e McNabb) in grado di mantenere alto il livello di concentrazione della squadra e cercare di non cadere in classifica, cosa che le statistiche suggerirebbero (penultima difesa sui passaggi). Anche il caso del QB messo in panca per l'assalto finale all'ultima vittoria poi sfumata prima del bye non sembra aver lasciato strascichi, nonostante il cumulo di contraddizioni che ha portato con sè. A Dallas, dopo l'allontanamento di Wade Phillips, si pensa al draft. Non c'è però alcun interesse nel “battere” I Bills per la prima scelta assoluta. Infatti I 'boys hanno un ottimo QB in Romo anche per le prossime stagioni e la rifondazione può tranquillamente partire da un difensore (magari nelle secondarie) che dovrebbe essere libero qualche posizione più in giù. Quindi non aspettiamoci che Dallas getti I remi in barca e affondi non aggiungendo nessuna vittoria al suo record. Pronostico: Giants vincenti, con un record di 10-11 vittorie. Philadelphia di poco dietro a lottare per la Wild Card, Redskins fuori dal discorso playoff ma con record positivo. Cowboys con la quarta/quinta scelta al draft 2011. NFC North – Attuale capolista Green Bay Packers (6-3) Non aspettiamoci grosse sorprese qui. I Packers erano e sono la squadra migliore, a prescindere dalle defezioni in difesa, soperite da un Clay Matthews assoluto dominatore delle scommesse sul migliore giocatore difensivo dell'anno e da Charles Woodson. L'assenza che si farà più sentire è quella di Jermichael Finley, uno dei migliori TE della lega costretto in IR a causa del poco spazio nel roster lasciato dai molteplici infortunati. Le sconfitte maturate fin qui (due all'overtime ed una di tre punti) non fanno preoccupare I tifosi del Winsconsin, che vedono ogni domenica una squadra in controllo della partita che lascia poco agli avversari ma che forse non capitalizza quanto dovrebbe. Insomma, Green Bay è meno performante del previsto, ma sembra davvero essere migliore delle rivali. Rivali che, con la debacle di Minnesota, sembrano sostanzialmente sullo stesso livello. Chicago non gioca meglio dell'anno scorso, ma ha una difesa sulle corse che gli permette di essere sempre in lizza per la vittoria finale. I migliori gioatori difensivi della squadra (Tillman, Urlacher) fanno sentire la loro presenza in campo, e gli avversari sono costretti ad aspettare che l'attacco di medio livello dei Bears e del loro condottieri lancia-intercetti dia loro la possibilità di imporsi. Detroit sta crescendo, ma ora il nuovo infortunio alla spalla di Matthew Stafford getta nuove ombre sulla

stagione dei Lions. L'incapacità di correre probabilmente taglierà le game al record del 2010 ma la schedule abbordabile garantirà ancora qualche vittoria. Il capitolo Minnesota è complicato. Childress non riesce mai a tacciare le critiche, e se un Brett Favre stoico (c'è chi dice noioso o ridicolo) non avesse salvato la barca che affonda domenica contro I Cardinals I vichinghi sarebbero già annegati, al pari di Dallas. Le statistiche non sono male, ma il rendimento sul campo non corrisponde assolutamente alle aspettative o al talento dei singoli. Adrian Peterson è il solito fuoriclasse, tanto da glissare I problemi dei ricevitori, ma il record è ormai compromesso. Semplicemente non possiamo dire come finirà la stagione dei Vikes, ma la Post Season è decisamente fuori portata. Quindi, Green Bay prima senza dubbi, diciamo con 12 vittorie. Le altre tre molto staccate, attorno o poco sotto quota .500. NFC West – Attuale capolista Seattle Seahawks (4-4 2-1 nella division) Come si fa a pronosticare qualcosa in questa division? Nessuna delle squadre sembra poter dettare legge. Arizona è un cantiere senza, per il momento, nessun QB a dirigerlo, San Francisco ha deluso, Saint Louis è migliorato molto nelle linee offensiva e difensiva ma fa ancora molta fatica ad imporsi e Seattle ha entusiasmo ma statistiche penose (attorno al fondo della lega in praticamente tutto). La sensazione è che si giunga alla fine della stagione tutti appaiati, con la vincitrice di division unica qualificata alla Post Season. Potrebbero essere proprio I 49ers, che a Londra hanno trovato una vittoria insperata e dovuta in modo determinante alla poca compattezza dimostrata dagli avversari di giornata. Prima di quel passaggio fortunato di Troy Smith per il TE di riserva, San Francisco era destinata all'oblio nel 2010, mentre ora è solamente due partite dietro alla capolista, con un doppio turno casalingo in seguito al bye dello scorso weekend. Le ultime due imbarcate (74 punti subiti in due giornate) suggeriscono che I Seahawks possano arrivare con ulteriore fiato corto alla fine della stagione e non discostarsi molto dal record pessimo pronosticato per loro ad inizio stagione dai più. I Rams dal canto loro devono ancora affrontare Atlanta e New Orleans, cosa che SF ha già fatto, e quella sconfitta maturata a Tampa Bay in quella che forse è stata la peggiore partita di questa stagione in senso assoluto peserà come un macigno nel proseguio. La stagione di Arizona, invece, si deciderà nel trittico casalingo contro San Francisco, Saint Louis e Denver di inizio dicembre. Nessuno è però fiducioso, visto che il running game latita e Larry Fitzgerald non è mai arrivato in stagione a superare le 100 yarde, tranne nell'ultima settimana. Ci si interroga anche sul futuro di Max Hall e di quanto egli e John Skelton debbano avere un mentore (McNabb nel 2011?) prima di essere legittimati come partenti a livello NFL. Tentiamo un pronostico: 49ers ai playoff con record 8-8 e le altre escluse dalla corsa con record attorno al 5-11 NFC South – Attuale capolista Atlanta Falcons (6-2) Tecnicamente il miglior attacco della lega sulle corse, Atlanta ha molte ragioni per essere fiduciosa. Può aggiungere alle corse le ricezioni di Roddy White, che ha 100 yarde di media a partita, e duna protezione di Matt Ryan più che efficace da parte della linea offensiva. Hanno approfittato della partenza lenta dei campioni in carica ed ora sono davanti a tutti, unica squadra della NFC ad avere un record perfetto tra le mura amiche. A dire la verità la schedule non era proprio proibitiva, ma le qualità della squadra della Georgia sono ben evidenti ed in questo caso l'NFL ci viene incontro proponendo giovedi` notte lo showdown contro I Ravens, wquadra che può davvero testare le velleità degli uomini di Mike Smith. Cosi` come potranno farlo I Saints. Fatta di alti (vittoria contro Pittsburgh) e bassi (sconfitte ad Arizona e in casa con Cleveland) la stagione dei gigliati è enigmatica ma potrà contare, dopo la pausa, su una ripresa dolce dolce contro Seattle, Dallas, Cincinnati e Saint Louis. La corsa contro Atlanta è quindi lanciata! Peccato per un gioco di corse che risente dei mille fastidiosissimi infortuni a Reggie Bush e Pierre Thomas e che costringe Drew Brees ad esporsi agli intercetti altrui. La difesa, specialmente sui passaggi funziona egregiamente, assottigliando ancora più le differenze con I Falcons. Un arrivo in volata è ciò che ci aspettiamo. Tampa Bay è la vera sorpresa del 2010. Lottando nelle partite più abbordabili, I Bucs finiscono per vincerle nonostante il personale non sia di primo livello. Essi stanno traendo il massimo dai matchup favorevoli, e come sempre è una strada difficile da percorrere, dipendente da molte variabili e che fa affidamento su una meticolosa preparazione della partita e degli aggiustamenti. Di sicuro il running game va a singhiozzo e cosi` fa anche la difesa sulle corse. C'è da monitorare lo sviluppo dei rookie Benn, Williams ed il runningback (vagabondo già dopo 6 mesi in NFL) LeGarrette Blount, tipo difficile ma sul cui talento si può scommettere, e la consistenza di Josh Freeman (solo 5 intercetti ma non una grossa minaccia per le difese altrui fin qui). Carolina, Seattle e Detroit in casa fanno pensare che I Buccaneers per una volta non saranno tra I primi a scegliere al prossimo draft. Cosa dire di Carolina invece? Clausen è un ottimo prospetto ma per ora non lo sta dimostrando, e tenendo

cosi` poco la palla in attacco si subiscono troppi punti. Saint Louis ha passeggiato due settimane fa sui Panthers, per darvi un'idea della devastazione della squadra di John Fox. L'anno prossimo si ripartirà, molto probabilmente con la seconda o terza scelta al draft da spendere in OL o in un buon ricevitore poliedrico, probabilmente senza lo stesso Fox nel ruolo di head coach. Il futuro è dei Pathers, il presente è fatto di una stagione che difficilmente supererà le 2 vittorie. Chi è favorito dunque? Per quanto visto finora dobbiamo direi Falcons, sopra le 10 vittorie di sicuro. Saints alla Wild Card e Tampa Bay leggermente dietro, forse con l'illusione della Post Season ancora viva ad una o due giornate dal termine. Come detto, per Carolina non ci aspettiamo molte altre W dopo quella contro San Francisco del 24 ottobre. Scenario NFC al termine della stagione: 1 – Green Bay, 2 – Atlanta, 3 – Giants, 4 – San Francisco (peggior record delle qualificate) WC1 – Saints, WC2 – Eagles

AFC East – Attuale capolista New York Jets (6-2 3-0 nella division) Che non sia la solita stagione si è capito domenica, quando Cleveland ha passeggiato su New England, che ha cosi` perso la testa della classifica ed il miglior record della lega. Il fatto stesso che I Pats siano cosi` avanti contro ogni pronostico sorprende. La squadra di Belichik ha trovato constantemente il modo giusto di vincere le partite e, a parte il flop contro i Browns, l'unica squadra a non aver dato loro spazio erano stati proprio I Jets, autori di una prova autoritaria che infuse fiducia nei sostenitori della grande mela nella seconda settimana. Le sconfitte con Green Bay e Baltimore possono essere fisiologiche, ma la prima citata è stata molto pericolosa, contro un team che perdeva la maggior parte dei suoi playmaker difensivi proprio in quei giorni e doveva riorganizzarsi. Mark Sanchez sembra molto migliorato, anche se sta tornando nelle ultime settimane sui livelli dell'imprecisa compagna da rookie. Ladainian Tomlinson è rinato ed è una delle ragioni del miglioramento del giovane QB, ma si può supporre un suo calo nelle settimane a venire. Queste due squadre sono destinate a giocarsi il primo posto nel Monday Night della tredicesima settimana, visto che fin qui I due percorsi sono stati speculari. Il pronostico lo daremmo a New York, semplicemente perchè ha già dimostrato di poter tenere a bada gli avversari, ma la situazione è di difficile lettura, nonostante il loro primo incontro indichi il contrario. Ora I Patriots hanno due partite difficili contro Steelers e Colts, che sicuramente diranno qualcosa di più sulla consistenza di una squadra che è cambiata dalle ultime stagioni. Miami insegue, giocando benissimo e mettendo sempre in difficoltà gli avversari diretti. Avessero un gioco di corsa, I Dolphins insidierebbero le prime due da molto vicino. Il calo da primo attacco sulle corse della scorsa stagione al 17esimo attuale ha compromesso il gioco, tanto da non permettere nessuna velleità contro Baltimore nell'ultimo turno o Jets e Patriots in quelli precedenti. Guardando la schedule, Miami potrebbe vincere altre 6 partite, giungendo ad un 10-6 che potrebbe confidare nella caduta di una delle due capoliste e fornire un'altra grossa sorpresa nello scenario dell'AFC. I Bills aspettano il draft per prendere presumibilmente un QB e ricostruire partendo da li`. Nonostante la buona difesa aerea (viziata in ogni caso dalla facilità di correre sopra alla squadra di Buffalo), il loro record non si sposterà troppo dall'1-15 a fine stagione. Quindi Jets favoriti davanti ai Patriots, che potrebbero giungere pericolosamente appaiati ai Dolphins però. Buffalo peggior record della NFL. AFC North – Attuale capolista Baltimore Ravens (6-2) Baltimore guida in totale coabitazione con gli Steelers. In quello che ormai è un superclassico, Pittsburgh si giocherà la possibilità di vincere la division in Maryland, il prossimo 5 dicembre in una sfida che forse stabilirà quale è la candidata AFC per il SuperBowl di Dallas. Infatti, contro Pittsburgh non si può assolutamente correre, e contro Baltimore prender e un primo down è impresa da annali. Anhce qui entrambe le squadre hanno perso o rischiate di perdere brutte partite, ma sono sicuramente team più performanti ed affidabili rispetto a queli della AFC East. Le dinamiche sono cambiate (Baltimore corre di meno, Pittsburgh è diventata una squadra da big play) ma il risultato no, e, anche complice la delusione Cincinnati, non ci saranno sorprese e, come due anni or sono, dovremmo aspettare lo scontro diretto per proclamare un vincitore. Forse ci porteremo questa rivalità fino al championship... I Bengals hanno perso le ultime cinque partite.A parte la vittoria con Baltimore, non si intravede nessun lume

per la squadra dell'Ohio, che ha una schedule impressionante nella seconda metà di stagione. Terrell Owens si è rivelato trascinatore, ma in pratica funziona solo lui in questa squadra, che non dovrebbe troppo discostarsi dal record attuale a fine stagione, salendo l'ordine di scelta al draft settimana dopo settimana. Dopo le vittorie con New Orleans e New England, il futuro sembra roseo per Cleveland invece. La fiducia sta salendo e, nonstante le possibilità di raggiungere la Post Season siano nulle, gli uomini di Eric Mangini, che certo non è tipo da farsi bacchettare da Mike Holmgren, possono pensare a chiudere la stagione su una nota molto positiva. Colt McCoy magari non sarà una scommessa a lungo termine, ma finchè le difese non troveranno modo di fermare la doppia minaccia (aerea e sulle corse) che rappresenta il prodotto di Texas, farà il suo. Senza parlare di Peyton Hillis, esponente del crescente numero di full back convertiti in corridori primari che sta mettendo insieme numeri e prestazioni da primi 5 runningback della lega. Diamo a Baltimore un'incollatura di vantaggio, con Pittsburgh comunque facilmente qualificata ai Playoff. Cleveland non giungerà molto dietro, mentre Cincinnati potrebbe scegliere davvero in alto in primavera... AFC West – Attuale capolista Kansas City Chiefs (5-3) La competenza del coaching staff ha dato a questi giovani ed inesperti Chiefs un altissimo profilo NFL. Primo attacco sulle corse, pericolosità ben sparsa su tutto il fronte offensivo, un duo di RB insospettabilmente duttile e produttivo, un receiver ritrovato in Dwayne Bowe, oltre ad un rookie TE che passa da essere un semplice bloccatore ad un vero e proprio asset in sei mesi. Se KC finora ha sorpreso, possiamo dire che d'ora in poi non lo farà più, acquisterà fiducia nei proprio mezzi e rimane la favorita per questa stagione nella division. Ma, e c'è sempre un “ma”, potrebbero aver perso molte possibilità domenica, travolti dalla furia dei rivali storici di Oakland, che li hanno sbeffeggiati all'overtime prendendo la testa della serie stagionale e proponendosi come anti-Chiefs. I Raiders riarruolando Jason Campbell hanno trovato tutto d'un colpo, e probabilmente a loro stessa insaputa, un attacco stellare, capace di mettere insieme 106 punti in tre partite. Impressionante anche Darren McFadden, in ascesa, e se Campbell riuscirà a sopravvivere ad una pass rush sospetta, sicuramente il discorso vittoria finale passare dallo scontro dell'Arrowhead dell'ultima settimana. Sicuramente però non staremmo parlando della division più divertente dell'NFL se non fosse anche per chi insegue. Di poco staccati infatti, I San Diego Chargers stanno tentando di ribaltare le sorti di un 2010 iniziato molto male. Lo fanno con il miglior attacco della lega guidato da Philip Rivers, migliore QB dell'NFL per yard lanciate e TD. Insomma, ci divertiremo fino alla fine. Sui Broncos c'è poco da dire. è una squadra metodica che ha ben poco talento ed ha molte falle a livello organizzativo. A volte soperisce a queste mancanze, ma la loro stagione è purtroppo terminata prima di iniziare con l'infortunio di Elvis Dumervil. La mancanza di running game li relegherà sul fondo di una division in cui mantenere il pallone e tenere gli attacchi altrui fuori dal campo sembra essere l'unica chiave per sopravvivere. Chiefs vincenti secondo noi, con San Diego e Oakland a battersi per la seconda piazza e forse la Wild Card. Denver dietro con 3-4 vittorie. AFC South – Attuale capolista Tennessee Titans (5-3 1-0 nella division) Dopo più di dieci stagioni di dominio I Colts sono sulle ginocchia. L'injury list è infinita, l'attacco ridotto all'osso, e ci sono problemi anche in difesa. Se Indy è riuscita a vincere un solo SuperBowl in questi anni con situazioni migliori, non vediamo come possa farlo quest'anno. Per loro fortuna hanno un quarterback che punta al quinto titolo di MVP della lega, ma anche Manning lotta contro I problemi che giocare contro squadre veloci e atletiche pone al suo team. Se la ridono I Titans, che stanno conducendo una stagione dignitosa dovendo spesso fare a meno di Vince young, e che ora possono contare sull'aiuto che Randy Moss vorrà e potrà dare alla causa. La sfida si combatterà proprio tra Colts e Titans, che devono ancora giocare i due scontri diretti. Parlando proprio di scontri diretti, si potrebbe trovare il divario tra le due squadre. A Tennessee mancanoancora I due scontri con i Texans, che stanno concedendo troppo sui passaggi ed in generale agli attacchi avversari. Sfruttando questi mismatch, I Titans dovrebbero avere la meglio. Poche speranze per Houston e per Jacksonville, autrice comunque di un'ottima stagione, da molti ipotizzata come l'utlima di Del Rio sulla panchina. I problemi della franchigia della Florida sono innumerevoli, ad esempio la difesa concede troppo, ma un Garrad da career highlight potrebbe portarli a mantenere un decoroso record attorno al .500. Titans per il titolo dunque, poi Colts per l'ultima Wild Card e Jaguars. Data la facilità di individuare I punti deboli della difesa, Houston probabilmente chiuderà all'ultimo posto.

Scenario AFC al termine della stagione: 1 – Baltimore, 2 – Jets, 3 – Tennessee, 4– Kansas City (peggior record delle qualificate) WC1 – Steelers, WC2 – Patriots/Colts

[W9] Il sud alla riscossa

Scritto da Paolo

Giovedì 11 Novembre 2010 13:43 The South will rise again – il Sud risorgerà – recita una famosa frase probabilmente nata durante la guerra di Secessione. E quest’anno la NFL sembra confermare questo vecchio adagio: a metà stagione infatti le due South Division sono i raggruppamenti le cui squadre hanno vinto, complessivamente, più partite, cioè 18. Se però nella NFC South è presente un anello debole, vale a dire Carolina, a segno una sola volta su otto gare disputate, nella AFC South è invece lotta senza quartiere, con tutti e quattro i team racchiusi in una sola vittoria. E nell’ultima giornata, una volta tanto, gli assenti hanno avuto ragione: mentre i giocatori di Tennessee e Jacksonville riposavano menti ed ossa, Houston e Indianapolis andavano k.o. rispettivamente contro San Diego e Philadelphia, lasciando immutata una classifica che ora vede appaiati in vetta proprio i Colts e i Titans a quota cinque vittorie e tre sconfitte, seguite da Texans e Jaguars con un record di 4-4. E dei due team k.o. domenica, sono i Texans a recriminare di più: in primo luogo perché hanno perso l’ennesima occasione di conquistare una vittoria sul terreno amico, e quest’anno su cinque gare disputate sono già tre le avversarie che hanno espugnato il Reliant Stadium. Poi perché ad un certo punto l’attacco dei Chargers era veramente ridotto ai minimi termini ed invece di approfittarne i Texans hanno finito per subire 29 punti. Il regista californiano Rivers era infatti già senza il fortissimo tight end Gates ed i ricevitori Floyd e Naanee tutti infortunati, e Vincent Jackson, ancora squalificato, e durante il match ha perso per problemi ad una caviglia anche il runner titolare Mathews. Ma evidentemente nessuno aveva avvertito di questa ecatombe la difesa dei Texans che è stata messa a ferro e fuoco dallo sconosciuto rookie Ajirotutu (quattro ricezioni, 111 yards e due mete) e dal veteranissimo tight end McMichael, autore di qualche errore ma anche di un paio di ricezioni da touchdown veramente pregevoli. Oltre a tutto grazie all’ennesima prova devastante del runner Foster (ventisette portate per 127 yards e due mete più quattro ricezioni per 70 yards) i Texans sono stati avanti per quasi 55 minuti prima del secondo touchdown di Ajirotutu. La meta del prodotto di Fresno State fissava lo score sul 29-23, punteggio che non sarebbe più cambiato perché nell’ultimo drive, un Andre Johnson al di sotto dei suoi stratosferici standard, riceveva palla sulla linea delle 10 yards avversarie, ma inavvertitamente con il ginocchio colpiva il pallone che si impennava per poi finire docile docile fra le braccia del cornerback di San Diego Oliver che sigillava così la vittoria dei californiani. Questo epilogo oltre a tutto, veniva a confermare un’impressione diffusa nella NFL, che Houston sia un team soft, cioè morbido. In realtà da un punto di vista fisico, i Texans non si sono risparmiati contro i Chargers, però la squadra ha confermato una preoccupante fragilità mentale quanto il match è in bilico. E questa caratteristica potrebbe diventare un ostacolo insormontabile, dato che fra i prossimi avversari di Houston ci sono squadre che fanno della fisicità il loro marchio di fabbrica come i Jaguars, gli Eagles e soprattutto Ravens e Jets. Curiosa tra l’altro è la metamorfosi dei Texans soprattutto in attacco: lo scorso anno il passing game di Schaub e compagni funzionava come un orologio svizzero, mentre il rushing game era veramente inguardabile. Quest’anno invece il gioco aereo è sicuramente più in difficoltà, anche se rimane un’arma temibile, mentre con un Foster formato Superman (leader della NFL con 864 yards corse in 157 portate) il gioco sulla terra è il sesto della Lega. Il punto debole di Houston rimane una difesa che è la peggiore della NFL e che nonostante grandi nomi come Mario Williams, Ryans, Cushing e Okoye non è mai riuscita a trovare la giusta compattezza. I Texans quest’anno sono stati anche poco fortunati, con la squalifica che li ha privati per quattro gare del linebacker Brian Cushing, defensive rookie of the year nel 2009, e poi con l’infortunio di DeMeco Ryans che li costringerà a giocare dieci gare senza il loro leader difensivo, però anche prima del k.o. di Ryans la difesa non era certo impenetrabile. In quel di Philadelphia invece i Colts hanno perso 26-24 sciupando una buona occasione per staccare l’agguerrita concorrenza. Indianapolis ha giocato a corrente alternata e alla fine ha pagato la maggior fame degli Eagles che arrivavano dal pesante k.o. subito contro i Titans e poi dalla bye week dopo la quale non hanno mai perso nei dodici anni sotto la guida di coach Andy Reid. I Colts sono partiti al rallentatore, così al primo gioco dopo il kickoff hanno subito una corsa da 62 yards di McCoy e due azioni dopo il primo touchdown ad opera di DeSean Jackson imbeccato dal rientrante regista Vick. Nel drive seguente Manning veniva intercettato da Samuel e dopo tre minuti e mezzo di gioco gli Eagles erano avanti 10-0. I Colts andavano sotto 13-0, poi finalmente si svegliavano e all’intervallo erano avanti 17-16 grazie alle mete del tight end Tamme e di Javarris James, cognome che è musica per le orecchie dei tifosi dei Colts, visto che è cugino del ben più famoso Edgerrin James che con la maglia bianco blu di Indianapolis ha ammassato oltre 12000 yards fra corse e ricezioni. Nel secondo tempo però la luce si spegneva nuovamente e gli Eagles segnavano altri dieci punti. Le reazione finale dei Colts era tardiva: il secondo touchdown di James limava a due il vantaggio dei verdi

padroni di casa, e Manning aveva pure un’ultima chance ma il suo lancio della disperazione a diciotto secondi dal termine veniva intercettato ancora da Samuel. Indianapolis ha pagato contro gli Eagles le numerose assenze, soprattutto in difesa, però ha anche confermato una preoccupante fragilità del reparto difensivo nel fermare il rushing game avversario lontano dalle mura amiche. Le 195 yards corse dagli Eagles (di cui 95 da McCoy e 74 da un Vick sembrato quello delle giornate migliori) fanno infatti il paio con le 257 subite a Houston e con le 174 percorse dai Jaguars a Jacksonville. In attacco invece Manning ha provato ben 51 passaggi ma è parso meno brillante del solito. In realtà il buon Peyton ha parecchie attenuanti, a partire dal k.o. che ha tolto dal match il rientrante Austin, rimasto esanime a terra per parecchi minuti dopo una terribile collisione col cornerback Coleman ma poi per fortuna vittima “solo” di una commozione cerebrale, per continuare con una linea in costante affanno contro la temibile pass rush degli uomini in verde, per finire con un rushing game che ha faticato moltissimo contro la difesa di casa (62 yards totali in 19 tentativi) ma che era anche privo dei due runner in cima alla depth chart, cioè Addai e Hart. Già domenica prossima comunque i Colts dovrebbero recuperare il cornerback Powers e soprattutto il linebacker Session mentre quasi sicuramente dovranno attendere almeno un paio di settimane per il ritorno di Addai. Per altro, dando uno sguardo a ciò che aspetta i team della AFC South, proprio i Colts avranno nel prossimo turno il compito sulla carta più facile: in casa contro una Cincinnati praticamente fuori dai playoff ma comunque da non sottovalutare. Tennessee farà infatti vista ai Miami Dolphins in lotta per la post season ma in ritardo rispetto a Jets e Patriots, mentre il match clou si giocherà a Jacksonville con la sfida diretta Jaguars-Texans, già una sorta di spareggio playoff.

[W9] Disastro Bills

Scritto da Massimo

Venerdì 12 Novembre 2010 09:48 Due anni fa erano i Lions, la scorsa stagione i Rams, e quest'anno tocca ai Buffalo Bills arrivare a metà stagione senza ancora aver vinto una partita. Dal basso del record 0-8, e nonostante le aspettative iniziali sulla squadra non fossero altissime, è sempre lecito chiedersi quali siano i problemi di un team che, tutto sommato, ha giocato molte partite punto a punto, ma non è ancora riuscito a piazzare il colpo del KO. L'avvento di Chan Gailey in panchina è stato abbastanza problematico. Data fiducia piena a Trent Edwards in cabina di regia, la fiducia è stata revocata dopo sole due giornate in maniera definitiva, rilasciando il giocatore su cui i Bills avevano puntato molto in questi ultimi anni, e che rappresentava la base di partenza per la ricostruzione di una squadra competitiva. La mossa ha sortito gli effetti desiderati, perchè il sostituto Ryan Fitzpatrick non ha affatto deluso o fatto rimpiangere Edwards. Tredici touchdown pass e sette intercetti, gli sono valsi il nono rating della lega, il che non è niente male per il quarterback di una franchigia che non ha vinto una partita. Se si aggiunge a ciò la scoperta di un talento come Steve Johnson, che ha perfettamente complementato Lee Evans nel gioco aereo, quando i Bills mettono la palla per aria sono abbastanza temibili. I problemi arrivano però quando si gioca sulle corse. Una linea d'attacco inesistente ed un parco runner decisamente sottotono (Marshawn Lynch è stato addirittura mandato a Seattle) sono i problemi fondamentali di questo attacco, incapace di muovere palla se non per via aerea. Passando alla difesa, la situazione appare ancora più compromessa. Il passaggio alla 3-4 non sembra essere stato assorbito molto bene, ed il risultato più evidente di questa difficoltà è l'ultimo posto in statistica sulle corse per la difesa in maglia blu. Per ovviare a questo problema è stato firmato la scorsa settimana Shawne Merriman, sul quale il coaching staff ripone molte speranze per rimettere in sesto una difesa brutalizzata dagli avversari in queste prime otto partite. Non possiamo, però, non menzionare che i Bills hanno anche dovuto affrontare la peggior schedule dell'intera lega in questa prima metà di stagione. Quattro leader divisionali e tre squadre con record positivi non sono certamente un casmmino facile per chiunque, ed il solo fato di essere rimasti in partita fino alla fine in diverse occasioni dovrebbe infondere un po' di ottimismo nei tifosi dei Bills. Lo zero potrebbe essere cancellato già domenica prossima, quando i Bills ospiteranno i Detroit Lions, che sembrano la squadra più alla loro portata tra quelle che devono ancora affrontare. Oltre alla prossima partita, però, le uniche due abbordabili sembrano essere Cleveland e Cincinnati, per cui sulla carta il massimo a cui si potrebbe aspirare per quest'anno sarebbe un record di 3-13. Come sappiamo, i pronostici sono fatti per essere smentiti, e ci auguriamo che sia questo il caso!!

[W10] La rinascita dei Cowboys

Scritto da Alessandro

Venerdì 19 Novembre 2010 14:02 Chi non ci ha pensato alzi la mano. Chi dopo aver visto i Dallas Cowboys sbarazzarsi dei New York Giants non ha pensato che forse i giocatori texani avevano già deciso il futuro di coach Wade Phillips prima dell'esonero avvenuto la settimana prima, alzi la mano. Va bene, probabilmente è una riflessione ingenerosa. Forse siamo troppo legati alla malsana mentalità italiota e pallonara. Il dubbio rimane, però. In una settimana di lavoro Jason Garrett non può aver ribaltato la squadra per schemi e atteggiamento. Semplicemente la presa di Wade Phillips nella locker room era andata a stendere. Tant'è che con le "riserve" al comando (coach e quarterback) è arrivata l'insperata vittoria sui Giants. Nota a margine tutt'altro che ininfluente: i Gmen non hanno giocato la loro miglior partita della stagione. Anzi. Hanno sostanzialmente concesso ai Cowboys di provare a fare il loro gioco. E così Jon Kitna ha inscenato un discreto spettacolo aereo, mentre le corse rendevano un poco più del nulla solito. Eccolo il tallone d'achille più evidente di questi Cowboys. Le corse. In estate il trio Marion Barber III, Felix Jones e Tashard Coiche prometteva di spaccare le montagne. Nulla di fatto, invece. Barber sembra aver raggiunto il capolinea. Jones è una promessa che non ne vuole sapere di esplodere (credo che a Dallas non si azzarderanno a scegliere un Jones come running back a lungo dopo le esperienze Felix e Julius). Choice ammuffisce sulla sideline ignorato da Phillips prima e Garrett ora. A questo vanno aggiunte una difesa che definire porosa è fargli un complimento e un mare di penalità nei momenti meno opportuni (perché numericamente c'è chi ha fatto peggio). Cosa resta? Tanto, tantissimo lavoro per il nuovo coach. Che non può illudersi di aver trovato la chiave di volta solo perché i Giants si sono svegliati con il piede sbagliato domenica scorsa. Più che Garrett però a riflettere in questo ultimo scorcio di campionato dovrà essere Jerry Jones. Scegliere in fretta la guida per la prossima stagione per consentirgli di portarsi avanti con la costruzione del futuro e valutare se sia ancora il caso oppure no di dar fiducia a Tony Romo. Oltre ovviamente a utilizzare le gare che restano per far migliorare Dez Bryant e stabilire se uno tra Jones e Choice può essere utile alla causa. Il primo inevitabile passo in ogni modo è stato mosso una dozzina di giorni fa. Proseguire con Phillips alle redini era un inno all'eutanasia.

[W10] Monday Night Massacre

Scritto da Dario

Mercoledì 17 Novembre 2010 20:58 “The Monday Night Massacre”, cosi` titolava nfl.com il giorno dopo la vittoria larghissima degli Eagles sui Redskins di lunedi. Lo stesso sito della lega da ormai qualche tempo permette di scegliere il “livello di memorabilita`” di ogni partita. Probabilmente la scala pensata per tale scopo non e` abbastanza alta per dare un'idea dell'importanza del match. Prima di allora la stagione di entrambe le squadre sembrava essere qualcosa di differente da cio` che avremmo detto all'inizio dell'anno. I Redskins erano preda di alti e bassi, ma avevano un record pari figlio della caparbieta` di giocatori e tecnici in alcuni aspetti del gioco. Cio` iniettava un certo ottimismo nella situazione capitolina, che aveva addirittura spinto la dirigenza a rifirmare l'attuale quarterback, Donovan McNabb per 5 anni, una eternita`. Il contratto, giunto qualche ora prima del kick-off, avrebbe dovuto dare una spinta al morale della squadra. Gli Eagles dal canto loro avevano avuto delle difficolta` a stare in scia ai fuggitivi Giants nella division, e avevano gia` perso contro Washington in stagione. Il fatto di giocare nella capitale contro un avversario che li aveva gia` portati ad una L in precedenza bastava di per se` a gettare ombre su questo Monday Night, ma a cio` si aggiungeva l'instabilita` del gioco, spettacolare, veloce ma anche poco fisico, che era costato in precedenza una sconfitta abbastanza umiliante con Tennessee nella nona settimana. In questo scenario, a gettare altro nervoso dove ce ne era gia` abbastanza, I New York Giants usciti sconfitti alla domenica, che aprivano cosi` la porta ad un riavvicinamento di chi si doveva incontrare quella sera. Gli ingredienti per gustare un football un po' “contrato” c'erano tutti, ma per fortuna siamo stati contraddetti. Prima azione: Michael Vick per DeSean Jackson. 7 a 0. 88 yarde. Terzo drive: Vick corre per 7 yarde in touchdown. Settimo drive: il nuovo arrivato Jerome Harrison ne fa 50 prima della zona di meta avversaria. Il riassunto e` 28 a 0 Eagles alla fine del primo quarto, 45 a 14 all'inizio del secondo tempo. Il divario lo fa la partenza degli Eagles, perche` dal secondo quarto Washington la sua partita in attacco l'ha fatta. Continuando pero` a peccare in difesa, riuscendo molto raramente a mettere qualsiasi tipo di pressione al QB avversario, le distanze sono rimaste quelle e lo score finale e` stato di 59 a 28. Ci sono 31 punti tra le due squadre, e sono tutti di Michael Vick. La performance dell'ex Falcons e` qualcosa di straordinario, con 333 yarde su passaggio e 4 TD che si sommano ai 2 di corsa. Fanno il 70% di tutto l'attacco in verde e nero. Per il prodotto di Virginia Tech e` la prestazione della vita, giunta dopo un infortunio alle costole ed altri acciacchi di cui si ha traccia sul campo ma che non hanno inciso. La mancanza di pass rush dei Redskins giustifica ampiamente tali numeri, ma bisogna ammettere che Vick e` tornato ad essere la stessa identica arma che ha portato i Falcons al Championship della NFC qualche anno fa, prima che la giustizia ponesse apparentemente fine alla carriera di Vick. Ora e` il giocatore piu` temuto della lega, senza paragoni. Senza parole anche, perche` le sue dichiarazioni dopo il carcere escono col contagocce dalla sua bocca, senza altresi` pressioni nel guidare una squadra che non gli spettava ed ora gli appartiene. Kevin Kolb e` ridotto, giustamente, a passare la palla al runningback nell'ultimo drive, mentre il collega si gode il ringraziamento della folla o il silenzio del pubblico della squadra che ha appena stracciato. Si potrebbe, in un Mondo oggettivo, parlare di lui per il titolo di MVP. Nessun fumble, nessun intercetto, statistiche che se avesse giocato tutte le partite si avvicinerebbe a quelle di Rivers e Peyton Manning, ad oggi i due giocatori piu` indiziati per questo titolo. Pero` siamo in NFL, e salti 5 partite solo per essere sospettato di un qualsiasi reato, figuriamoci se sei stato in galera per due anni. Vick non pensa nemmeno di poter ricevere il premio di miglior giocatore della lega, cosa che al momento e` senza dubbio. La velocita` di Philadelphia da entrambe le parti della palla e` enorme, e` stato il motivo della vittoria su Indy e quello della Caporetto dei pellerossa. E` qualcosa di unico, e non vediamo in NFC nessuno che possa opporsi. Probabilmente solo Green Bay e Atlanta hanno margini contro Philadelphia, per cui I Playoff, superato l'ostacolo Giants della prossima settimana, potrebbero rivelarsi molto vicini. Come sempre, sara` la stagione degli uomini di Reid a stabilire quanto questo Monday Night sia stato memorabile. Per ora e` stato un gran momento di intrattenimento; se avra` il suo posto nella storia del football e` ancora presto per dirlo. Mentre alziamo l'asticella della “memorabilita'” della partita (non si puo` proprio dirlo in un modo diverso), assistiamo ad una regressione, quella dei Redskins, difficilmente pronosticabile. Un coach storico, un QB carismatico, sprazzi di altissima fiducia in

stagione buttati in una notte di contraddizioni folli. La societa` estende il contratto in modo insensato ad un 33enne con molti infortuni alle spalle, per guidare una squadra che andrebbe invece rifondata a vedere questa partita. L'idea e` che la dirigenza non parli con lo staff tecnico, errore che in NFL non si puo` fare, e che sia in qualche modo lontana dal campo di gioco. Campo su cui lunedi` e` scesa una squadra senza qualita` e grinta, confusa, che deve ancora affrontare New York due volte e la scheggia impazzita Cowboys. Che proprio ai Cowboys gli uomini di Shanahan possano levare la palma di peggior record divisionale? Non ci stupirebbe.

[W10] Chi vincerà l'AFC?

Scritto da Paolo

Giovedì 18 Novembre 2010 20:34 Forse mai come quest’anno l’equilibrio regna sovrano nella AFC: dopo nove gare disputate ci sono infatti ben dieci team racchiusi fra il record di 7-2 detenuto da Jets e Patriots, ed un gruppone fermo a quota 5-4, cioè con due sole gare di ritardo dalla coppia di testa. Proviamo comunque a vedere cosa potrebbe succedere in questa seconda parte di campionato e chi potrebbe, alla fine della stagione regolare, strappare il vantaggio del fattore campo durante la post season. Come detto, New York Jets e New England Patriots hanno il record migliore, seguite dal trio Baltimore, Pittsburgh e Indianapolis con 6-3 e curiosamente tutti e cinque i team di testa hanno ancora quattro gare casalinghe e tre fuori casa. Prendendo in considerazione il record e la schedule rimasta, la migliore combinazione sembrano averla i Patriots. Gli uomini di Belichick non hanno infatti, almeno sulla carta, trasferte proibitive, dato che dovranno far visita a Detroit, Buffalo e Chicago (occhio comunque a quest’ultimo match) e dunque si giocheranno parecchie delle chance in casa, con una lista di gare non certo agevoli, dato che comprende Indianapolis, nel big match del prossimo turno, poi Jets, Packers e Dolphins. Ma questo calendario, che sembra leggermente più facile del resto delle pretendenti, li pone in pole position per il miglior record? L’impressione che hanno lasciato i Patriots è quella di una squadra in grado di vincere con chiunque ma anche di perdere gare sulla carta assolutamente abbordabili, come ci si potrebbe attendere da un team che ad esempio domenica a Pittsburgh è partito con cinque rookie come titolari, di cui quattro in difesa . Come spiegare altrimenti il pesante k.o. subito meritatamente contro i Cleveland Browns (record 3-6) e poi, appena sette giorni dopo, la mostruosa prestazione che ha consentito a Brady e compagni di espugnare senza troppi patemi addirittura il campo dei Pittsburgh Steelers piegati 39-26 grazie ad una difesa stellare e ad un Brady formato stagione 2007? Ad onor del vero, da un punto di vista statistico, i Patriots sono la squadra meno appariscente con il diciottesimo attacco e addirittura la ventinovesima difesa, penalizzata da un pessimo rendimento a livello di passing game (trentesima difesa su trentadue squadre), ma in compenso finora il Gillette Stadium si è rivelato un fortino inespugnabile. I Jets sono, come detto, l’altro team a quota sette vinte, ed hanno, almeno statisticamente, più argomentazioni dei Patriots: quinta difesa a livello di yards, che diventa la terza come punti subiti e l’undicesimo attacco, trascinato da un rushing game spesso decisivo grazie all’incredibile rinascita di Ladainian Tomlinson. Il calendario non sembra però venire incontro agli uomini in verde: le trasferte a Foxborough (New England) e Pittsburgh sono da far tremare i polsi ed anche a Chicago non sarà una passeggiata, mentre il poker di gare in casa non è terribile, visto che faranno visita ai Jets nell’ordine Houston, Cincinnati, Miami e Buffalo. Del gruppo a quota 6 vittorie Baltimore sembra il team con maggiori probabilità di vincere la corsa al miglior record: equilibrio fra attacco e difesa, tredicesimo il reparto offensivo, decimo quello difensivo, senza più trasferte particolarmente insidiose (Carolina, Houston e Cleveland) ma con due gare decisamente impegnative in casa con Pittsburgh ed i campioni uscenti di New Orleans, che non saranno quelli dello scorso anno, ma che rimangono sempre una bella gatta da pelare. Il dubbio in questo caso riguarda la difesa, solitamente il punto di forza dei Ravens: improvvisamente vulnerabile contro il passaggio (nelle ultime cinque gare ben quattro attacchi hanno passato per oltre 290 yards contro Reed e compagni), il reparto guidato dal formidabile linebacker Ray Lewis sembra dare segni di cedimento verso la fine delle partite, come dimostrano le rimonte di New England nella week #6, di Buffalo la settimana seguente e di Atlanta nell’ultimo turno. La difesa rimane assolutamente temibile, come i Dolphins possono confermare, ma questo potrebbe essere un preoccupante campanello di allarme vista l’età non più verde di numerosi atleti in maglia nero-viola. Siamo così alla coppia finale Pittsburgh e Indianapolis. Gli Steelers hanno perso un’altra grandissima occasione, ancora in casa, per staccare i Ravens andando k.o. nel già citato match con New England, ed ora tener dietro i Corvi sarà dura. Non solo gli Steelers faranno visita a Baltimore, ed in caso di k.o. Flacco e compagni completerebbero la sweep, ma riceveranno i Jets, sicuramente in lizza fino alla fine per il miglior record della AFC, e per un team che in casa è 2-2 il rischio è grosso. Pittsburgh sta avendo una stagione stellare dalla propria difesa sulla corsa che, scivolone di domenica a parte, sta riscrivendo il libro dei record (un dato su tutti: Harrison e compagni sono stati la prima difesa della storia della NFL a concedere meno di 75 yards a partita nelle prime otto giornate), mentre la difesa sul passaggio sta avendo non pochi problemi nonostante la presenza della safety Polamalu, rientrato a tempo pieno dopo aver saltato praticamente tutta la scorsa stagione. Gli Steelers sono ventiseiesimi in questo fondamentale, e domenica nel Sunday Night, Brady ha messo a nudo

in maniera impietosa i difetti del secondario giallo-nero. Inoltre il rientro del regista Roethlisberger non sembra aver dato quella marcia in più che tutti si attendevano: gli infortuni alla linea di attacco e l’attenzione che le difese mettono nel contenere nella tasca un quarterback che diventa letale quando ne esce, hanno limitato l’efficacia di Big Ben. Infine ci sono gli Indianapolis Colts: con tutta la stima che nutro per un fuoriclasse assoluto come Peyton Manning, non credo che il team dell’Indiana abbia chance di chiudere col miglior record della AFC. Oltre alla schedule che sulla carta appare la più ostica con trasferte a Foxborough, Nashville e Oakland, la squadra in biancoblù ha subito troppi infortuni ed il rushing game non dà segni di vita neppure quest’anno, col rischio che le cose vadano ancora peggio, visti i problemi fisici ormai cronici di Addai e Hart, cioè i due runner in cima alla depth chart. Al ventisettesimo posto dell’attacco alla voce rushing game, con appena 90 yards corse a partita, fa naturalmente da contraltare il terzo posto assoluto come passing game, in una annata che vede i Colts giocare senza Clark, con un Collie praticamente assente ormai da un mese ed un Garcon che almeno finora è l’ombra dell’ottimo atleta del 2009. OK, direte voi, ma alla fine chi si aggiudicherà il vantaggio di giocare tutti i playoff in casa ? Come visto non c’è un team si cui puntare forte, ma se dovessi scommettere un dollaro lo metterei sui Jets: se Sanchez riuscirà a mantenere un buon livello di rendimento generale e soprattutto il gran sangue freddo dimostrato nelle due recenti vittorie in overtime con Detroit e Cleveland, con la crescita del runner Greene ed il rientro di Santonio Holmes, New York sembra il team più equilibrato. Certo, proprio i due recenti successi risicati contro due team assolutamente abbordabili, possono far nascere dei dubbi, ma attenzione: in queste partite i Jets hanno dimostrato di avere un ottima preparazione fisica, una gran fame e, come ha riconosciuto anche il loro head coach Rex Ryan, anche un pizzico di fortuna che non guasta mai.

[W10] NFC North: quella sporca 53ina...

Scritto da Alessandro

Sabato 20 Novembre 2010 20:31 Brutti e, apparentemente, inspiegabili. Sono i Chicago Bears in cima alla Nfc North. Inguardabili per gran parte delle loro partite. Eppure fortunati quanto basta e vincenti. Una squadra che non sai come prendere. Con un quarterback potenzialmente fortissimo ma drammaticamente propenso a combinare un turnover più di Bertoldo (che mai in vita sua avrebbe pensato di essere accostato a intercetti e fumble), specialmente nella red zone. Senza un gioco di corsa seriamente dominante. Con una batteria di ricevitori vicina all'improponibile e una linea d'attacco con tendenze omicide (nei confronti del suddetto qb, maltrattato più di tutti: 37 sack subiti). Eppure sono lì. Non nel mezzo come canta Ligabue dei suoi mediani, bensì in cima dove non te li aspetteresti. Trascinati dalla difesa e da quel qualcosa che rende le stagioni vincenti e gli americani chiamano intangibles. Briggs, Urlacher e soci sono più facili da analizzare. Hanno il maggior numero di palle recuperate della Nfl (poi sperperate per buona parte dai compagni dell'attacco ma questo è legato all'essere brutti e cattivi) nonché il primo posto nella graduatoria dei punti concessi: appena 14,6 a gara. E non poteva essere che dietro il segreto dei Bears (secondi contro le corse e settimi contro i passaggi). Poco importa che la pass rush sia perfettibile. Julius Peppers va raddoppiato e il resto della difesa ne giova. Così ecco la sporca 53ina di Lovie Smith staccare almeno per qualche giorno i compagni di viaggio, e favoriti estivi, Green Bay Packers. Sedersi a 7-3 con un biglietto playoff solo da confermare all'agenzia di viaggi. Prenotazione effettuata con un'altra gara esteticamente trascurabile ma storica. La vittoria sui Miami Dolphins di giovedì notte infatti oltreché aver dato il la alla volata per il titolo divisionale è stata la numero 700 nella storia degli Orsi, i primi a raggiungere la soglia nella Nfl. Complimenti. Se Chicago è brutta e vincente, i Packers, chiamati a rispondere ai Bears domenica nel IV Favre Bowl al Mall of America Field di Minneapolis, sono rotti e coriacei. Devastati dagli infortuni non stanno comunque mollando la presa. L'obiettivo sarà anche ridimensionato, pensarli al Superbowl senza Ryan Grant, Nick Barnett, Jermichael Finley e tutti gli altri azzoppati è obiettivamente difficile, ma resta di prestigio: spuntare il titolo divisionale e cercare di fare più strada possibile in gennaio. C'è poi quella storia di far pagare un nuovo salato conto al vecchio idolo Brett Favre. Domenica, appunto l'ultima occasione. Non che, obiettivamente, serva questo gran sforzo per infierire sui Minnesota Vikings. Testimonianza vivente, i gialloviola, che se una rondine non fa primavera, un record non fa una stagione. E non dovrebbe salvare nessuna panchina. Così dopo la straordinaria prova del vecchio numero 4 contro gli Arizona Cardinals (record di yard lanciate: 446, seconda volta in carriera oltre le 400) quando è riuscito a far rimontare 14 punti ai Vikes in una manciata di secondi, con la non trascurabile complicità dei giocatori del deserto, domenica scorsa è arrivata una nuova mazzata proprio contro i cattivi Bears. Minnesota è tornata piccola, piccola. E i ricevitori chicagoani sono quasi improponibili quelli viola, tolto Harvin, rivaleggiano ad armi pari. L'anziano Favre stavolta non ci ha messo troppo del suo. Sono bastate le mani quadrate dei Camarillo e dei Berrian e i tacchetti degli scarpini sbagliati di Shiancoe a far deragliare per l'ennesima volta la locomotiva ansimante e sferragliante di coach Brad Childress. Ecco il nodo. Minnesota quest'anno non va da nessuna parte. Ormai è chiaro anche al più piccolo laghetto del freddissimo stato. Allora perché intestardirsi? Cambiare Favre non serve. Almeno non per trarne profitto in campo dato che alle spalle c'è un Tarvaris Jackson su cui è impensabile voler puntare. Sarebbe bene, se proprio, farlo per tutelarne la salute e la vecchiaia del quarterback 41enne. Muovere oltre Childress al contrario è un dovere per la proprietà. Mossa facilitata peraltro dall'avere un head coach in pectore come Leslie Frazier sulla sideline. Frazier se non farà il capo allenatore a Minneapolis il prossimo anno andrà altrove a coprire un posto vacante. Queste ultime gare perciò sono l'occasione giusta per capire se lui può essere un successore con cui avviare un nuovo progetto a lungo termine. Sarebbe sciocco incaponirsi in un'annata che non ne vuole sapere. I milioni buttati al vento tali restano comunque. Meglio pensare a ripartire. Da Frazier e Peterson e Harvin.

[W10] NFC West: e se i Niners...

Scritto da Massimo

Lunedì 15 Novembre 2010 15:40 Con il doppio scontro divisionale, questa settimana rappresentava un punto di svolta per la NFC West ed il suo futuro in ottica playoff. Da una parte Seattle cercava di riprendersi da una doppietta di scoppole prese nelle ultime due settimane per tentare di riconquistare la leadership solitaria della division e contemporaneamente eliminare virtualmente Arizona dalla tenzone. A San Francisco, invece, andava in onda l'estremo tentativo dei 49ers di restare aggrappati alla stagione cercando di avvicinare i Rams approfittando dello scontro diretto. Nella prima partita, Arizona partiva subito forte andando in vantaggio grazie ad un TD di Larry Fitzgerald, perfettamente imbeccato da Derek Anderson, ma era Matt Hasselbeck a fare la partita per Seattle, trasformando un promettente inizio in un pomeriggio da incubo per i Cardinals. Hasselbeck sembrava indemoniato, facilitato anche da una prestazione a dir poco indecente da parte della secondaria difensiva di Arizona, e con una serie di passaggi veloci metteva ripetutamente in difficoltà gli avversari, concentrandosi principalmente su Greg Toler, rupetutamente ridicolizzato al punto da essere sostituito dal coaching staff dei Cardinals nel tentativo, piuttosto infruttuoso, di porre un freno allo scatenato Hasselbeck. Il quarterback dei Seahawks superava anche un infortunio al polso, che lasciava spazio al backup per un solo, disastroso drive, continuando imperterrito a colpire la difesa dei Cardinals in ogni posizione, con lanci corti, medi e lunghi: quello che spesso si definisce un vero e proprio "passing clinic". Il risultato finale di 36-18 per i falchi di mare proietta Seattle in testa alla division, aprendo ufficialmente la crisi dei Cardinals, sconfitti nelle ultime quattro partite, ma soprattutto privi di un quarterback affidabile, con una secondaria colabrodo ed una difesa complessivamente inaffidabile. La leadership dei Seahawks verrà subito messa alla prova domenica prossima, quando Seattle incontrerà i New Orleans Saints. Con i Rams impegnati contro Atlanta, saranno i Niners a poter più facilmente sfruttare un eventuale scivolone di Seattle, dovendo incontrare i Tampa Bay Buccaneers. E se fino a poche settimane fa i bookmakers non avrebbero avuto dubbi nell'assegnare una decina di punti di vantaggio per i Bucanieri, dopo la prestazione di ieri sera contro i Rams le azioni di San Francisco si sono improvvisamente impennate. Tutto d'un tratto le bellicose dichiarazioni di Singletary, che continua a sostenere che i Niners vinceranno la division, sembrano poter poggiare su basi solide. Le stesse basi solide che hanno permesso a San Francisco di portare a casa una partita che diverse volte era stata riconsegnata ai Rams, che hanno a loro volta dimostrato di essere ancora una squadra acerba, sebbene instradata sulla giusta via per risalire la china. La partita di Candlestick park è stata virtualmente decisa da una penalità, una interferenza chiamata ad O.J.Atogwe sulla quale si potrebbe discutere delle ore, che ha posizionato i Niners in raggio da field goal in voertime, dopo che sempre delle penalità avevano privato San Francisco di ben tre touchdown ed un intercetto. Al di là della bontà della chiamata decisiva, comunque, resta il fatto che a fine partita i Rams sono stati vittima della mentalità tipica di Spagnuolo, "build a lead and sit on it", che però non è ancora in grado di sostenere con una squadra che ancora una volta si dimostra incapace di finire una partita in maniera aggressiva. Con i Niners a metà campo a giocarsi prima un terzo e trentadue e poi un quarto e diciotto, la chiusura del down avrebbe dovuto essere un vero miracolo, ed invece è avvenuta con una tale facilità che Troy Smith ha ben pensato di approfittarne ancora segnando il touchdown del momentaneo sorpasso. Pareggiati i conti sul 20-20 a tempo scaduto, i Rams sono poi totalmente implosi nel supplementare, fino all'interferenza decisiva. Da quanto si è visto ieri Mike Singletary dovrà avere delle motivazioni più che valide per far rientrare Alex Smith una volta guarito dall'infortunio. L'innesto di Troy Smith ha portato ad una totale rivoluzione in attacco. Come ha sottolineato un commentatore, Troy Smith è un "big play waiting to happen", e l'ha dimostrato con una prestazione favolosa, in cui i big plays (davvero una marea) hanno abbondantemente sovrastato le cattive giocate ed i cinque sack subiti da una difesa molto aggressiva. I Niners sono ora a due partite dai Seahawks e ad una dai Rams, che però sono ancora troppo vulnerabili in trasferta per

rappresentare una minaccia seria. Chissà che alla fine della fiera non si sia obbligati a dare ragione a Singletary, che non ha mai smesso (nemmeno quando erano 0-5) di indicare la suq squadra come la vincitrice della NFC West 2010.

[W11] Colts vs Patriots

Scritto da Paolo

Giovedì 25 Novembre 2010 15:23 Domenica 21 novembre 2010, Gillette Stadium di Foxborough: il tabellone dice New England Patriots 31 Indianapolis Colts 14, con dieci minuti da giocare. Il vantaggio, anche se di fronte hai quel “diavolo” di Peyton Manning, è piuttosto rassicurante per tutti i tifosi, ma non per quelli dei Patriots che ancora adesso soffrono di incubi dopo la sfida del 2009. Anche allora il punteggio, nel quarto conclusivo, diceva 31-14 e poi ancora 34-21 con quattro minuti e mezzo da giocare. Poi successe l’incredibile: i Colts accorciarono le distanze con una meta di Addai, quindi con una decisione che scatenò infinite discussioni nel dopo-partita, l’head coach di New England Belichick optò per giocarsi un quarto e due sulle proprie 28 quasi al two minutes warning: il passaggio a Faulk fu completato ma il runner non riuscì a ottenere il primo down e Manning punì i Patrioti trovando Wayne in meta per il 35-34 finale con 13 secondi da giocare. Torniamo a domenica: i Colts, con le spalle al muro, segnano in un paio di minuti il touchdown del 21-31 con il rookie Blair White. Il drive seguente dei Patriots è fermato subito, e Manning riprende a macinare gioco ed avversari; sei passaggi completati su sei tentati, gran lancio in meta ancora per White ed ecco Indianapolis di nuovo alla porta a bussare: tre punti da recuperare e quattro minuti e mezzo al fischio finale. I Patriots chiudendo un paio di down potrebbero congelare il possesso dell’ovale ma non ci riescono; punt e palla a Manning con 150 secondi da giocare. Un brivido corre lungo la schiena dei tifosi di New England. Il numero 18 dei Colts ricomincia a martellare il secondario di casa: un completo a Wayne, uno a Tamme, un incompleto, due corse di Donald Brown e poi altri tre completi, uno a Garcon e due a Wayne. Trentasette secondi, ventiquattro yards alla meta: i Colts sono già a distanza di tiro del kicker Vinatieri, l’ex di turno, che regalerebbe l’overtime agli ospiti, ma giustamente Indianapolis tenta il colpo del k.o. Lancio di Manning, sulle 6 di New England a Garcon… Intercetto! James Sanders! I pochi tifosi dei Patriots che non hanno le palpitazioni esultano, gli altri si accasciano sfiniti come se avessero corso la cinquanta chilometri. Perdonatemi un po’ di teatro, ma ormai è come Yankees-Red Sox nel baseball o Lakers-Celtics nel basket: la sfida fra i New England Patriots e gli Indianapolis Colts, è una classicissima della NFL e la rivalità, oltre al valore intrinseco dei due team, è stata amplificata anche dai capricci di un calendario che le ha messe di fronte in ognuna delle ultime otto stagioni di regular season, nonostante le due squadre facciano parte di division differenti. Di più, Patriots e Colts, i due team più vincenti dal 1999 ad oggi, negli ultimi dieci anni si sono incontrate altre tre volte nei playoff ed hanno messo insieme quattro vittorie al Superbowl, di cui tre per i rossoblù di Boston, e sei apparizioni al Gran Ballo. Ad onor del vero, anche se in queste ultime stagioni si sono succeduti con le due casacche moltissimi fuoriclasse, alla fine nell’immaginario collettivo New England-Indianapolis è soprattutto la sfida fra i due quarterback che hanno dettato legge in questo decennio, cioè Tom Brady e Peyton Manning. E, come già raccontato, la gara giocata al Gillette Stadium non ha deluso, sia come sviluppo sul campo che come storie di contorno che spesso supportano queste grandi rivalità, a partire da quella di Woodhead: il piccolo runner di New England (5-7 di altezza per 195 libbre, cioè 170 centimetri per 88 chili di peso) scaricato ad inizio stagione dai Jets, dimostrava che il fisico non è tutto anche nella NFL: nel terzo quarto, sul 21-14 per i Patriots, trovava un’esaltante galoppata da 32 yards fino alla meta avversaria riportando New England a +14. Ma il mini-runner non aveva finito lo show: sul kickoff seguente con un gran placcaggio sbarrava la strada ad un ritorno potenzialmente pericoloso di Blair White. E proprio quest’ultimo regalava un'altra curiosità al match, chiudendo con cinque ricezioni per 42 yards e soprattutto due mete: non male per un rookie rimasto undrafted e a rischio taglio ad inizio stagione. E i due quarterback ? Hanno giocato entrambi un grande match anche se in modo molto diverso e con un grosso neo nella prestazione di Manning. Brady ha infatti regolarmente sezionato un secondario dei Colts formato patchwork completando 19 passaggi su 25 per 186 yards e due touchdown, mentre Manning, giocando quasi sempre sotto di due mete e con un gruppo di ricevitori decimato (durante la partita andava nuovamente k.o. Collie probabilmente per i sintomi della commozione cerebrale rimediata contro gli Eagles) trovava un compagno in 38 occasioni su 52 tentativi per 386 yards e quattro touchdown. Il neo di cui parlavo prima, sono naturalmente i tre intercetti che portavano a dieci punti dei Patriots e soprattutto facevano svanire la speranza di un nuovo miracolo nell’ultimo drive. A difesa di Peyton c’è però anche il diverso apporto del rushing game: la coppia Green-Ellis e Woodhead garantiva infatti a Brady un buon aiuto (21 portate per 96 yards il primo, 7 corse per 69 il secondo) anche in fatto di segnature, visto che i due runner siglavano una meta a testa. Il gioco sulla terra dei Colts si confermava invece asfittico: anche se a fine gara Brown chiuderà con 68 yards in diciassette portate, in tutto il primo tempo il rushing game dei biancoblù era addirittura imbarazzante, con 9 yards “ammassate” in dieci tentativi.

Fra i ricevitori dei Colts spiccava il solito Wayne con otto ricezioni per 107 yards ed una meta, mentre in casa Patriots era il figlio prodigo Branch a fare la parte del leone, con sette ricezioni per 70 yards. Figliol prodigo perché nel 2006, il ricevitore, che aveva vinto con New England il titolo di MVP nel Superbowl dell’anno prima, lasciava dopo un lungo holdout la corte di coach Belichick per approdare a Seattle dove però non ha mai convinto. Tornato ai Patriots un mese dentro la stagione 2010, il trentunenne prodotto di Louisville sta dimostrando che ha ancora parecchio da dare, visto che nelle sei gare giocate con New England ha già ricevuto 30 palloni per 320 yards. L’esito del match di domenica consente intanto ai Patriots di restare incollati ai Jets in vetta alla AFC East in attesa di uno scontro diretto, fra due settimane, che si preannuncia veramente come un assalto all’arma bianca. I Colts non riescono invece a distanziare i Titans ed anzi sono agganciati in vetta alla AFC South dall’avversario sicuramente meno pronosticato ad inizio stagione: i Jacksonville Jaguars. Per altro visti i problemi recentemente palesati da Tennessee e il tasso tecnico, onestamente inferiore, dei Jaguars che oltre a tutto hanno perso per il resto della stagione il defensive end Kampman, il posto di Indianapolis sul ponte di comando della division non sembra assolutamente in pericolo.

[W11] Falcons vs Rams

Scritto da Massimo

Mercoledì 24 Novembre 2010 19:57 Un'altra sconfitta per i Rams, che cedono il passo a dei Falcons effettivamente troppo forti per gli arieti attuali. Nonostante il risultato di 34-17 sembri dire il contrario, però, i Rams sono rimasti in partita fino alla fine, e per pochissimo non portavano a casa un risultato di prestigio. Partendo dalla fine, infatti, troviamo i Rams sulla linea delle due yards avversarie, con il risultato sul 27-17 e 3 minuti abbondanti da giocare. La svolta della partita arriva proprio in quella situazione. Bradford prende lo snap e lancia uno shovel pass per Hoomanawanui, il quale resta però intrappolato dietro un uomo di linea che non riesce a contenere la penetrazione avversaria. La palla finisce quindi direttamente nelle mani di Moore, che mette fine alla striscia di passaggi consecutivi senza intercetti da parte di Bradford (169, record NFL per un rookie) e, soprattutto, sigilla la partita regalando il successo ai Falcons. Il touchdown di Turner che fisserà il punteggio sul 34-17 finale sarà solo una statistica in più, arrivando in una situazione in cui i Rams schieravano 10 uomini nel box ed un solo difensore profondo, per cercare di causare un turnover. Moltissimi gli spunti positivi che arrivano da questa sconfitta. Bradford non ha subito sack, ed è la prima volta quest'anno, e non avendo una batteria di ricevitori che obbliga la difesa avversaria a dover scegliere se mettere pressione o curare le coperture, è un buon segno sul grande lavoro che sta facendo la linea d'attacco sulla pass protection. Il lavoro della linea viene un po' a mancare in fase di corsa, costringendo Shurmur a non dare palla a Jackson troppo spesso, e su questo punto dovrà focalizzarsi Spagnuolo per migliorare il gioco offensivo. Assolutamente di rilievo anche la prestazione della secondaria difensiva. Certo, si guardano i numeri e si vede che Matt Ryan ha fatto il diavolo a quattro, ma oltre a considerare che molte yards sono arrivate dalle zone mal coperte dai linebacker esterni, che quest'anno stanno lavorando egregiamente sulle corse ma molto meno bene in fase di copertura, tanto che slot receiver e tight ends ci massacrano letteralmente ogni santa domenica, la secondaria ha fatto un egregio lavoro nel limitare Roddy White al minimo sindacale, tenendolo anche fuori dalla end zone. Considerando gli infortuni ed il fatto che sia Atogwe che Bartell non sono al 100%, tenere White a 9 ricezioni per sole 83 yards è tutto sommato un successo. Molto criticata è stata la linea di difesa, che non ha messo troppa pressione su Ryan, ma ad onor del vero la linea d'attacco dei Falcons ha fatto un lavoro davvero egregio sia nel contenere Long e compagni, sia nel fronteggiare tutte le diverse situazioni che Flajole gli ha messo contro. Quando una linea d'attacco risponde a dovere a tutti i tuoi tentativi, non bisogna fare altro che togliersi il cappello e complimentarsi. La situazione divisionale è sempre la medesima, visto che tutte e tre le altre squadre hanno perso, ed i Rams affrontano ora un trittico di partite fuori casa che iniziano domenica prossima a Denver, dove St.Louis è chiamata a giocare quello che si definisce uno "statement game", cioè una partita in cui si chiarisce al mondo a che punto è la squadra. Una vittoria all'Invesco Field farebbe salire le quotazioni dei Rams alle stelle, visto che fino ad ora le partite in trasferta sono state sempre un grosso problema per gli arieti.

[W11] I Jets vogliono il Texas

Scritto da Dario

Mercoledì 24 Novembre 2010 13:39 Quando Rex Ryan dice, e lo ha fatto più di qualche volta, che I Jets vinceranno il SuperBowl, ormai nessuno si scandalizza più di tanto. Non ci sono dubbi sul fatto che la sua squadra sia una forza ora, e che possa puntare al titolo finale, ed in aggiunta la frequenza di tali esternazioni è di molto superiore a quanto i media intendano con la parola “news”. Ma New York può ambire, in pochi anni, a vedere entrambe le sue squadre titolate, dopo che i Giants ce l'hanno fatta nel 2008, confidando nei Jets? Potremmo considerare criteri personali come la sfrontatezza di alcuni giocatori, la classe di altri o l'organizzazione di una franchigia determinata sul mercato e saggia nelle scelte. è tuttavia miglior pratica basarsi, ora che il numero di partite ci permette di inizare a trarre conclusioni oggettive, sui risultati conseguiti fino a qui. I Jets sono 8–2, con un immacolato 5–0 in trasferta, statistica migliore della lega. Le due sconfitte in stagione sono giunte contro due altre pretendenti alla notte del prossimo febbraio, come Green Bay e Baltimore, principalmente perchè gli avversari sono riusciti ad annullare l'attacco guidato da Mark Sanchez, QB al secondo anno in sicura ascesa. Se per la L con Baltimore si può dire poco, visto che si trattava della prima giornata, sulla sconfitta con Green Bay si può affermare che sia stata figlia di una partita equilibrata in cui la differenza l'hanno fatta i turnover e le penalità. E' confortante e molto più preciso considerare che uno dei migliori attacchi della NFL sia stato tenuto a soli tre field goal. è comunque difficile trovare una certa continuità nelle prestazioni dei biancoverdi, soprattutto offensivamente. Se da una parte i passaggi stanno subendo un'impennata grazie alle ricezioni cruciali di Santonio Holmes, dall'altra il gioco di corse si sta arrestando, a causa del calo previsto di Ladainian Tomlinson. Il risultato di questa evoluzione sono partite molto più avvincenti, a discapito della possibilità di vittoria, scesa drasticamente nelle ultime tre settimane, con le sudatissime affermazioni su Lions, Browns e Texans, alla vigilia della stagione tre facili passeggiate trasformatesi in un incubo a causa del livello di gioco dei Jets. Nella prima Detroit merita la vittoria, costringendo I più quotati avversari ad inseguire per buoan parte del secondo tempo, prima di commettere qualche errore nella gestione del cronometro e permettere cosi` l'aggancio da parte degli avversari che giungeranno alla vittoria nell'overtime. Da notare che New York proveniva dalla sconfitta con i Packers. Come a dire che in quei momenti la piega della loro stagione poteva farsi molto complicata. La settimana successiva altre proverbiali camice da sudare sul campo di Cleveland. Non per quattro quarti ma per cinque, come successo 7 giorni prima. La meta risolutiva di Holmes arriva a pochi secondi dal primo pareggio in NFL di questo 2010, dopo che per tutta la partita le squadre avevano dimostrato di sapersi equivalere. Le 82 yard di corsa di Peyton Hillis e l'imprevedibilità del giovane Colt McCoy avevano dato più di qualche grattacapo alla difesa ospite, che si era fatta raggiungere in prossimità della fine del tempo regolamentare. L'altro giorno, invece, incredibili cali di concentrazione hanno permesso ad una squadra, i Texans, in resa continua, di impensierire di nuovo i Jets, costretti, dopo essere entrati nell'ultimo periodo con un 23 a 7 quantomeno comodo, ad uscire ancora vincitori dopo essersi fatti rimontare. Qui molto credito va a Sanchez ed al suo ultimo drive, culminato in due passaggi perfetti per Braylon Edwards e Santonio Holmes. Ma tutte queste vittorie al fotofinish serviranno a New York? Sicuramente al morale, in vista dei Playoff, ma probabilmente li affaticheranno nel proseguio della stagione. Inoltre, dovessero trovarsi in una situazione del genere contro Pittsburgh o New England, cosa succederebbe? Perchè, se è vero che al momento attuale New York non ha nulla da invidiare a queste due avversarie dal punto di vista del rendimento o del record, siamo certi che trovandosi in situazioni del genere contro di loro, soccomberebbe. è a quel punto che dovranno vedersi le individualità, come quella del quarterback col numero 6. Se in quelle occasioni egli saprà ancora come portare alla vittoria i suoi, saremo convinti anche noi che i Jets possano vincere il SuperBowl. Per quanto visto finora solo Ryan e molti dei tifosi biancoverdi lo sono all 100%. La linea offensiva sta proteggendo il prodotto di USC a dovere, e se qualche ricevitore doveva fare il salto di qualità, l'ha fatto. Gli ingredienti ci sono tutti, e se si tratterà solamente di badare a quei momenti in cui la squadra sembra perdere contatto con la

partita, potrà farlo con la maggiore serenità possibile. L'anno scorso avremmo affermato che non era possibile, vista l'immaturità dimostrata per tutta la stagione, ora sarebbe una profezia alquanto rischiosa. In definitiva, bisogna stare attenti a questi Jets, e soprattutto dimenticarsi di quelle due sconfitte molto importanti ma poco significative. Affrontare la squadra di New York deve essere considerato uno degli impegni peggiori che la lega possa offrire, ma sulle possibilità di Lombardi Trophy, siamo ancora un po' scettici, pur ammettendo che potremmo essere costretti a ricrederci ben presto.

[W11] Il gioco del falco

Scritto da Massimo

Giovedì 25 Novembre 2010 14:57 Questi Falcons fanno davvero sul serio? Snobbati dalle preview prestagionali e dati per morti dopo l'infortunio che ha terminato la stagione di Jerious Norwood, con Matt Ryan dato in parabola discendente (di già?!?) ed una division di ferro in cui cercare di detronizzare i Saints era considerato impossibile, i Falcons si trovano ora alla guida della NFC South comn un rispettabilissimo record di 8 vittorie e 2 sconfitte, meglio del 7-3 dei Saints e dei Buccaneers e, ovviamente, dell'1-9 dei Panthers. La schedule fin qui non irresistibile e qualche passo falso di troppo da parte dei Saints, spiegano solo in parte il primato divisionale di Atlanta. L'attacco dei Falcons è il motore trainante della squadra. Sesta in yards guadagnate e punti segnati, l'offense guidata da Mike Mularkey può contare su uno dei migliori quarterback giovani in circolazione (alla faccia di chi aveva bollato come overachievement l'ottima stagione da rookie), su un playmaker come Roddy White e su un tight end di esperienza come Tony Gonzalez. Se aggiungiamo un runner completo ed adatto al power running come Turner ed una linea offensiva tra le migliori in circolazione, abbiamo il pacchetto completo che ogni offensive coordinator sognerebbe di guidare. La partita contro i Rams di domenica scorsa ha dato l'esatta prospettiva sotto la quale esaminare l'attacco di Atlanta. Messo di fronte ad una difesa caratterizzata da una grande varietà di blitz e da una costante pressione da parte della linea, con un chiaro punto debole nei linebacker esterni ed una secondaria disciplinata ma portata allo svarione occasionale, Mularkey ha saputo rispondere colpo su colpo ai differenti fronti che si presentavano davanti a Matt Ryan, aiutato in questo all'ottima capacità di lettura e di utilizzo degli audibles da parte del proprio Quarterback. Si è visto così un attacco che ha incassato il contenimento di White sul profondo, per sfruttare gli spazi lasciati ai tight end ed agli slot receiver, tutto l'opposto di quanto invece era successo la settimana precedente, quando White aveva ripetutamente punito sul profondo la secondaria di Baltimore. Sempre in attacco, l'infortunio a Norwood che avrebbe potuto dare una svolta in negativo alla stagione dei Falcons, è invece servito per riscoprire il talento di Jason Snelling, che seppur non raggiungendo standard di Norwood, ha dato quella varietà al gioco di corsa che è servita per liberare maggiormente Turner. Da notare, infine, che oltre alle 45 ricezioni di Gonzalez che si mantiene sui suoi standard abituali nonostante i 34 anni, c'è un Roddy White che sta disputando la stagione migliore della sua carriera. Continuando così White arriverà a fine stagione con ben 126 ricezioni, cioè la seconda miglior prestazione di tutti i tempi. Sebbene il vecchio adagio reciti che l'attacco vende i biglietti ma la difesa vince le partite, non possiamo fare a meno di notare come la difesa di Atlanta non sia allo stesso livello rispetto al reparto offensivo. Una difesa agile e snella, che gioca una 4-3 ancorata sul MLB Lofton e la coppia di Defensive Tackle Babineaux e Peters, molto compatta sull'interno ma leggermente più vulnerabile sulle corse esterne, ha comunque consentito ai Falcons di essere la settima squadra per punti subiti e la diciassettesima per yards concesse. L'infortunio a John Abrahams ha tolto un po' di aggressività alla pass rush, ma fortunatamente dovrebbe già rientrare questa settimana. La secondaria fa sorgere qualche dubbio sull'affidabilità, e non inganni la buona partita disputata dal pacchetto cornerback/safety domenica scorsa contro i Rams, visto che i Rams hanno uno dei peggiori reparti ricevitori di tutta la lega, soprattutto se si parla di gioco verticale e profondo. Detto questo, le restanti partite in programma sono leggermente più difficili rispetto alla prima parte della stagione, a cominciare dalla partita con Green Bay di domenica prossima. Atlanta deve ancora affrontare due volte Carolina, ed a meno di miracoli dovrebbero arrivare due vittorie, ma saranno decisive per il titolo divisionale sia la partita a Tampa fra due settimane, che quella con i Saints in casa alla penultima giornata. Inutile dire che replicare le vittorie ottenute a New Orleans ed in casa contro i Buccaneers sarà quasi un obbligo, per conquistare la NFC South.

[W12] Chargers vs Colts

Scritto da Paolo

Giovedì 02 Dicembre 2010 10:36 Vi sarà capitato spesso di sentire prima o durante lo svolgimento di una partita che il commentatore, per far vedere che si è documentato, pronunci frasi del tipo “il runner Tizio non ha commesso fumble nelle ultime 150 portate” o “il kicker Caio è dodici su dodici nei field goal dall’inizio dell’anno”. Poi, puntualmente, durante la partita o sovente addirittura pochi giochi dopo l’avventata affermazione, la mannaia della sfiga si abbatte sul malcapitato runner che perde la palla ad un centimetro dalla goal line avversaria o sul kicker che colpisce il palo calciando il field goal del sorpasso alla fine dei tempi regolamentari. Il giornalista, pur sapendo benissimo che i record sono fatti per essere battuti e le serie per essere interrotte, in fondo in fondo si sente per un po’ il “gufo” della situazione. Beh, devo confessare che così mi sento io questa settimana: una ventina di giorni fa in un articolo avevo elogiato il gran rendimento dei team della AFC South, le cui squadre avevano più vittorie di tutte le altre division. Bene, da allora una serie di sventure ha colpito le compagini della raggruppamento Sud della Conference più giovane, fra infortuni, risse, litigi fra giocatori ed allenatori, prestazione inguardabili di superstar, k.o. clamorosi e sconfitte in match che sembravano già vinti. E questo momento no ha colpito anche un team che negli ultimi otto anni sembrava immune da ogni calamità: gli Indianapolis Colts sono stati letteralmente asfaltati fra le mura amiche del Lucas Oil Stadium dai San Diego Chargers ed anche se rimangono i favoriti nella corsa al titolo della division, con un record di 6-5, rischiano seriamente di vedere interrotta la serie di stagioni con vittorie in doppia cifra che dura appunto dal 2002. Il 36-14 finale, con i Chargers che ad un certo punto hanno addirittura alzato il piede dall’acceleratore per evitare di umiliare la truppa di coach Caldwell, rispecchia fedelmente la differenza fra un team con qualche defezione, ma in piena salute soprattutto psicologica, ed uno invece che sembra accusare tutte insieme le difficoltà di una stagione onestamente poco fortunata. Paradossalmente il match era sembrato mettersi subito bene per i biancoblù di casa, con Manning che trovava in end zone il tight end Tamme dopo un ottimo drive di apertura (12 giochi, 78 yards e quasi sei minuti consumati), in cui i Colts erano sembrati poter avere facilmente la meglio sulla difesa ospite. Ma era un fuoco di paglia perché il resto della sfida era un lungo monologo, difensivo ed offensivo, degli ospiti californiani che si confermavano bestia nera di Manning cui infliggevano quattro intercetti (dopo averne messo a segno uno nella sfida del 2008 e addirittura sei nel 2007), due dei quali riportati in meta. In attacco pur senza il runner titolare Mathews, sostituito alla grande dall’ex fullback Tolbert e con un Gates al 60% per un problema al piede, Rivers completava diciannove passaggi su ventitré per 185 yards, mentre il già citato Tolbert aggiungeva 103 yards su corsa. Ma più della prova di un attacco sicuramente temibile, era la prestazione dominante della difesa a risaltare di più, con i vari Burnett, Garay, Philips e Cooper che hanno passato la giornata nel backfield avversario a bloccare le corse del team di casa o a dare la caccia a Manning, e la coppia Jammer e Cason che non lasciava scampo ai ricevitori dei Colts. L’immagine emblematica della sfida di Indianapolis è sicuramente l’azione in cui la nose tackle di San Diego Garay praticamente prende di peso la guardia rookie dei Colts Linkenbach (uomo da oltre 130 chili di peso) e la scaraventa addosso a Manning. Se i tifosi dei Colts pensavano di aver visto quanto di peggio il rushing game dell’attacco aveva da offrire purtroppo sbagliavano: in tutto il match Brown e compagni correvano per appena 24 yards, non conquistando neppure un primo down di corsa. E questa volta Manning è affondato con il resto della barca: attaccato fin da subito dalla pass rush avversaria, il regista da Tennessee non riusciva mai a are continuità all’attacco a parte il drive di apertura e non era immune da errori anche su alcuni degli intercetti. Contemporaneamente sono assolutamente da elogiare i Chargers, sicuramente uno dei team caldi in questo novembre della NFL, giunti domenica al quarto successo consecutivo. San Diego, che pur potendo vantare il miglior attacco e la miglior difesa a livello di yards per partita dell’intera Lega aveva incredibilmente un record di cinque vittorie e cinque sconfitte, stavolta non commetteva errori di concentrazione, gli special teams finalmente limitavano i pasticci, e per i Colts era notte fonda. Nell’anno Uno dell’era post Tomlinson, il quarterback Rivers, che nel secondo tempo contro i Colts ha completato tutti e undici i passaggi tentati per 113 yards, è più che mai in lizza per il titolo di MVP della NFL 2010 e sta veramente confermandosi uno dei primi cinque quarterback della Lega. E la prestazione di Rivers assume ancora maggiore rilevanza se si tiene conto che, a parte Gates, fra i ricevitori dei Chargers non ci sono certo dei fenomeni, in una stagione che oltre a tutto ha visto il lunghissimo hold out, seguito da una squalfica della NFL per utilizzo di sostanze proibite, di Vincent Jackson, il più dotato fra i wide receiver. Proprio Jackson oltre a tutto, esordiva in questa stagione 2010

contro i Colts, ma si è infortunato praticamente subito ed ha osservato tre quarti del match da bordo campo. In difesa invece i Chargers schieranno una “no-name defense” che il coordinatore difensivo Rivera ha plasmato in modo eccellente, nonostante in estate siano stati ceduti il cornerback Cromartie e la nose tackle Jamal Williams. San Diego vanta infatti la miglior difesa per numero di sack con 33, la seconda difesa contro la corsa e la terza contro il passaggio, confermando oltre a tutto ciò che molti analisti dicevano a proposito della coppia di cornerback cioè che Cromartie fosse quello maggiormente pubblicizzato ma il più forte fosse in realtà Jammer. Ed ora cosa aspetta Colts e Chargers? I Colts sono sempre in vetta alla AFC South seppur in coabitazione con i Jacksonville Jaguars rimasti appaiati a Indianapolis a causa della sconfitta 24-20 patita in casa dei New York Giants dopo aver chiuso il primo tempo avanti 17-6. La coppia è inseguita ad una sola partita di distanza da Houston e Tennessee in una AFC South che rimane apertissima ad ogni soluzione. I Colts avranno subito due gare da prendere con le molle: la prima fra le mura amiche con Dallas, la seconda in casa dei Titans. E’ previsto il rientro del runner Addai, e il destino dei Colts dipenderà molto da quello che succederà in questa coppia di partite, anche perché proprio domenica si giocherà anche un interessantissimo Tennessee-Jacksonville. San Diego è invece all’inseguimento di Kansas City che precede Rivers e compagni di una vittoria. Domenica Chiefs e Chargers saranno impegnate in casa in due sfide intradivisionali rispettivamente contro Denver e Oakland, poi domenica 12 dicembre scontro diretto al Qualcomm Stadium nel sud della California, che potrebbe già dare indicazioni precise circa il padrone 2010 della AFC West.

[W12] Tacchino ovale

Scritto da Paolo

Sabato 04 Dicembre 2010 11:44 Giovedì della scorsa settimana negli Stati Uniti si festeggiava il Thanksgiving Day, cioè il Giorno del Ringraziamento, le cui origini risalgono ai primi pellegrini che lasciarono l’Inghilterra ed approdarono nel Nuovo Mondo. Oggi naturalmente il significato della ricorrenza, un segno di gratitudine per il raccolto, si è un po’ perso ma la festa è una delle più sentite nel paese, con gli americani che godono in pratica di una sorta di week end lungo dal giovedì alla domenica. E così come è tradizione avere il tacchino sulla tavola, altrettanto lo è il football della NFL che quasi dalla sua nascita ha sempre offerto almeno due, e dal 2006, tre partite nell’arco della giornata (ma negli anni ’20 le gare erano addirittura quattro o cinque). E “tradizionale” è anche una parte delle squadre che giocano al Thanksgiving Day, cioè Detroit e Dallas. I Lions sono protagonisti nel giorno del Ringraziamento addirittura dal 1934, allorquando il loro presidente George Richards che aveva appena spostato la franchigia da Portsmouth nell’Ohio a Detroit, decise di fare propria la tradizione già diffusa nelle high school e nelle università, di giocare appunto in tale ricorrenza, con l’obiettivo di creare maggior interesse attorno alla neonata squadra. Per Dallas ovviamente il discorso è molto più recente: nel 1966 la NFL cercava un secondo team per creare una tradizione simile a quella dei Lions. La leggenda vuole che tutte le squadre abbiano rifiutato l’offerta, che voleva dire giocare una partita a metà settimana quasi a fine stagione, tranne i Cowboys i quali, con l’eccezione di due annate, il 1975 ed il 1977, quando furono gli allora St.Louis Cardinals a prenderne il posto, da allora giocano nel Turkey Day come viene anche soprannominata la ricorrenza visto il ruolo fondamentale del tacchino. Esaurito il debito con la storia eccoci a parlare di questo Thanksgiving 2010 che presentava un menù veramente per tutti i gusti: in lista c’erano infatti un team in forma strepitosa, i campioni del mondo uscenti, una squadra che punta al titolo anche se non sta certo attraversando un momento brillante, una compagine che dopo aver deluso clamorosamente è parzialmente rinata dopo il cambio dell’allenatore, una cenerentola degli ultimi anni che sembra sia però sulla strada buona per la redenzione ed un team che è fra le delusioni più grandi di questa stagione 2010. E allora partiamo con la prima delle sfide in programma, quella che opponeva i Detroit Lions ai New England Patriots. Negli ultimi sette anni la gara di apertura del giovedì del ringraziamento, giocata alle 12.30 ora di New York con i Lions protagonisti, non aveva certo rischiato di creare problemi di digestione per la tensione agli appassionati di football. Dal 2004 infatti i Leoni non solo avevano perso tutte le partite, ma spesso erano stati umiliati dallo sfidante di turno: in queste sei partite infatti Detroit aveva segnato in tutto 74 punti subendone addirittura 213. E visto che l’avversario di turno era il team probabilmente più in forma del momento, le premesse di una nuova debacle c’erano tutte. Invece i Lions hanno chiuso il primo quarto avanti 7-3, si sono portati addirittura sul 14-3, e sono rimasti in vantaggio fino ad oltre metà del terzo quarto, ribattendo colpo su colpo a Brady e compagni. L’attacco di New England ha poi innestato la marcia più alta negli ultimi venti minuti di gioco, segnando ventotto punti consecutivi, che hanno fissato il punteggio finale su un impietoso 45-24 che però non rende giustizia ad una squadra di casa che ha commesso molti errori ma che ha confermato di essere sulla buona strada per uscire dalla crisi che ha attanagliato il team per buona parte di quest’ultima decade. In un match in cui le difese non sono certo state impenetrabili (853 yards ammassate dai due attacchi) spiccano soprattutto la prova di un Brady perfetto (21 su 27 per 341 yards, quattro mete e nessun intercetto) e del runner dei Lions Morris, che pur dividendo le portate con Aaron Brown ha comunque chiuso con 55 yards in nove corse più altre 20 yards di ricezione, il tutto condito con due touchdown. A Dallas veniva invece presentato il piatto più prelibato della giornata: i Cowboys imbattuti nelle due gare sotto il nuovo coach Garrett, ospitavano i campioni uscenti dei New Orleans Saints, in piena lotta per la conquista della leadership nella combattutissima NFC South, la division più forte della NFL insieme alla AFC East. Ed il match non deludeva le attese: i Saints, trascinati da un Brees in grande spolvero, erano decisamente più bravi in avvio e si costruivano un importante vantaggio (17-0) grazie a due touchdown segnati dal runner Ivory. Ma il protagonista delle serie era soprattutto il passing game, con Brees che trovava Henderson con una bomba da 57 yards nel primo drive e con una da 22 nel secondo. Dallas però, soprattutto in attacco, non stava certo a guardare e con un Kitna sicuramente ispirato i Cowboys macinavano yards ma erano incapaci di trasformarle in punti e così in tutto il primo tempo il reparto offensivo dei texani riusciva a portare a casa solo 6 punti. Dopo l’intervallo, il match si apriva con i fuochi d’artificio: al secondo gioco il ricevitore di Dallas Austin perforava la difesa dei Saints con un end around da 60 yards riavvicinando i Cowboys (13-20). Il team di casa continuava a giocare bene in attacco e grazie alle mete su corsa di Barber e Choice, Dallas si portava avanti 27-23 con palla in mano quasi a metà campo a tre minuti e mezzo dalla fine del

match. E qui la partita cambiava in modo incredibile: Kitna, che chiuderà con un più che onorevole 30 su 42 per 313 yards ed un intercetto, completava un lancio corto a Roy Williams che si involava verso l’area di meta, ma sulle undici di New Orleans il cornerback dei Saints Malcolm Jenkins non solo fermava il ricevitore dei Cowboys ma gli scippava letteralmente la palla. Galvanizzati dallo scampato pericolo i Saints ritrovavano lo smalto in attacco, Brees pescava prima Colston con un passaggio da 22 yards, poi su un terzo e dieci serviva Meachem che guadgnava altre 55 yards. Quindi, per una sorta di par condicio del football l’ex Charger cercava e trovava direttamente in end zone Moore per il nuovo sorpasso. Dallas riprendeva la palla con 110 secondi da giocare e riusciva ad arrivare fino sulle 41 ospiti: qui il drive andava in stallo ed il conseguente field goal di Buehler dalle 42 finiva largo. Brees si guadagnava il titolo di MVP completando ventitré passaggi su trentanove per 324 yards una meta ed un intercetto, avendo come terminali principali Colston (6 ricezioni per 105 yards) ed Henderson (4-97). Già detto di Kitna, fra i ricevitori dei Cowboys era Witten a fare la parte del leone con 10 ricezioni per 99 yards. Nessuno dei due rushing game era particolarmente efficace, con l’ex di turno Julius Jones che risultava il migliore fra i runner dei Saints con dieci portate per 45 yards. Per i Cowboys invece né Felix Jones (tredici corse per 44 yards) né soprattutto Marion Barber (10-19) riuscivano ad avere successo contro una difesa di New Orleans guidata alla grande dal linebacker Vilma che disputava il miglior incontro della sua stagione. L’ultimo appuntamento era quello fra i New York Jets ed i Cincinnati Bengals, match che in conclusione si rivelava quello meno spettacolare. Alla fine la spuntavano 26-10 i biancoverdi di coach Ryan che sfruttavano i tre palloni persi da un attacco di Cincinnati che in tutto guadagnava la miseria di 163 yrds, 63 delle quali nel drive che permetteva ai Bengals di mettere il naso avanti 7-3 alla fine del primo tempo. In avvio del secondo una galoppata da 53 yards del runner/ricevitore/quarterback/ritornatore dei Jets Brad Smith permetteva alla compagine della Grande Mela di riconquistare un vantaggio che si sarebbe ampliato via via, grazie anche al ritorno di kickoff in meta ancora dell’eroe di giornata Brad Smith. La prestazione di attacco e special team dei Bengals era imbarazzante, a partire dal 17 su 38 per 165 yards una meta e due intercetti di Palmer, per proseguire con le 41 yards in 18 portate ammassate dal runner Benson, con la già citata meta subita su ritorno di kickoff e con il punt che Caldwell non controllava, permettendo ad Ihedigbo di recuperare il pallone che poco dopo la coppia SanchezHolmes trasformava nel 17-7. Anche la prestazione del quarterback newyorkese Sanchez era tutt’altro che indimenticabile, con sedici competi su ventotto tentativi per 166 yards un touchdown ed un intercetto, con il regista da USC che oltre a tutto veniva graziato in almeno un paio di occasioni dal secondario ospite. In casa Jets neppure la coppia di runner Greene-Tomlinson brillava (diciotto portate per 70 yards il primo, tredici per 49 il secondo) anche se Greene era sicuramente più efficace in un paio di situazioni delicate.

[W12] Tutto è possibile nella NFC West

Scritto da Massimo

Giovedì 02 Dicembre 2010 08:01 Se vi dicessi che a 3-8 i Catrdinals sono ancora pienamente in lizza per un posto ai Playoff, mi prendereste sicuramente per matto. Se esaminaste la classifica della NFC West, ritirereste le vostre considerazioni perchè, parafrasando la nota pubblicità del fast food il cui simbolo è formato da due Archi di St.Louis affiancati, "Succede solo nella NFC West". La sconfitta dei Seahawks con Kansas City, la vittoria dei Rams a Denver e quella dei 49ers contro i Cardinals, hanno generato una delle classifiche più pazze che la storia della NFL ricordi. Appaiati in testa ci sono Rams e Seahawls a 5-6, seguono i Niners a 4-7 e chiudono i Cardinals a 3-8, a sole due lunghezze dalla vetta, quindi. C'è la concreta possibilità che, per la prima volta nella storia della NFL, una squadra con record negativo vinca la Division e si qualifichi per i playoff, dal momento che analizzando le schedule delle quattro squadre, sulla carta potrebbe bastare un 7-9 per vincere la division. La squadra più vicina ad ottenerlo, questo 7-9, sono proprio i Rams, che domenica hanno regolato a domicilio i Denver Broncos 36-33, nonostante Orton abbia lanciato per 347 yards e 3 touchdown. I Broncos sembravano avviati ad una facile vittoria, dopo essersi portati sul 10-0 apparentemente senza sforzo, ma un Bradford in giornata di grazia, decideva che i 1600 metri di Denver erano il posto giusto per mettere a segno la prima partita tra i pro oltre le 300 yards lanciate, concedendosi anche la ciliegina sulla torta di lanciare 3 touchdown pass sui tight end Bajema ed Hoomanawanui nello stuipore generale dei fans bluoro, che non vedevano un loro tight end così ben sfruttato sin dai tempi della prima guerra mondiale. Leggermente sottotono Steven Jackson, ben contenuto da una difesa molto attenta sulle corse. I Broncos sono riusciti a mettere sul piatto le prodezze di Knowshon Moreno, Brandon Lloyd ed Eddie Royal, ma non è stato abbastanza per recuperare dal 33-13 in cui si erano trovati alla fine del terzo quarto. Piuttosto amara la vittoria ottenuta da San Francisco ai danni degli Arizona Cardinals. Il 27-6 ottenuto sotto i riflettori del Monday Night, che mantiene i californiani incollati al duo di testa formato dai Rams e dai Seahawks, non può non essere leggermente intaccato dallanotizia dell'infortunio che terrà Frank Gore sulla sideline fino alla fine della stagione. Brian Westbrook ha sostituito egregiamente Gore, correndo 23 volte per 136 yards ed un touchdown, ma l'impressione generale è che l'ex Eagle non sia in grado di sostituire al 100% Gore, ed in partite contro difese più impegnative di quelle viste lunedi' notte, la sua produttività ne potrebbe decisamente risentire. Singletary ha decisamente ridimensionato il ruolo di Troy Smith, autore di 11/23 per 129 yards, 1 touchdown ed un intercetto, ma visto come andavano le corse contro la disastrata difesa dei Cardinals non gli si può certo rimproverare la scelta. Arizona, dal canto suo, non ha certo sfigurato come il punteggio pottrebbe lasciar pensare. Con Derek Anderson a lanciare un 16/35 per 196 yards, quello che è mancato quasi del tutto è stato il gioco di corsa, che vede come leading rusher Beanie Wells con "ben" 13 yards in cinque portate. I Cardinals ospitano i Rams domenica prossima, in una partita che potrebbe già dare, in caso di sconfitta per i pettirossi, un primo verdetto sulla post season. Decisamente più difficile il compito per i Niners, che andranno nella frozen tundra a cercare di rallentare la corsa playoff dei Packers e, contemporaneamente, tenere vive le proprie speranze. A completare il quadro, la pessima battuta d'arresto subita in casa dai Seattle Seahawks. Il 42-24 con cui i Chiefs hanno spazzato via Seattle, è chiaramente indicativo di come Matt Hasselbeck, nonostante un ottimo 20/37 per 282 yards e 2 TD pass, predichi nel deserto in assenza del suo ricevitore preferito Mike Williams. Se togliamno il touchdown da 87 yards di Obonamu, il restro dei ricevitori non ha mai dato l'impressione di poter trovare la giocata vincente, limitandosi a fare il solito compitino senza strafare più di tanto. Il problema di questi Seahawks è sempre ed ancora il gioco di corsa. Da quando hanno perso Shaun Alexander, i Seahawks non sono mai riusciti a rimpiazzarlo degnamente, tanto che da cinque stagioni un runner di Seattle non supera le 1000 yards corse in stagione. I Chiefs hanno impresso subito la loro impronta alla partita, garantendosi anche un ottimo tempo di possesso palla (19 dei primi 23 minuti di gioco), anche se la capitalizzazione di tutto il lavoro è arrivata nel quarto periodo, dove hanno messo a segno 21 punti raddoppiando il bottino fin lì accumulato. Seattle è rimasta in partita fino al terzo periodo, più che altro grazie all'egregio lavoro degli special team che hanno anche bloccato un punt

(riportandolo per un touchdown) ed un field goal, ma alla fine ha dovuto cedere alla maggior efficienza dell'attacco della squadra in magli arossa. La sconfitta di domenica è comunque une brutta botta per Seattle in prospettiva playoff, e quasi sicuramente diventerà decisivo lo scontro divisionale con i Rams all'ultima giornata di campionato per decidere chi rappresenterà la division ai playoff.

[W13] AFC South con sorpresa

Scritto da Paolo

Giovedì 09 Dicembre 2010 16:39 Dopo i primi due mesi di campionato la classifica della AFC South rispecchiava assolutamente i pronostici della vigilia: Colts e Titans a contendersi la leadership con un record di 5-2, poi a 4-3 l’eterna incompiuta Houston che però aveva ancora davanti metà torneo per rifarsi, e quindi a chiudere la fila i Jacksonville Jaguars che erano 3-4 soprattutto grazie ad un calendario piuttosto agevole ed al miracolo del kicker Scobee che nella quarta settimana aveva permesso al team di coach Del Rio di sconfiggere gli Indianapolis Colts 31-28 grazie ad un field goal da 59 yards, l’ottavo calcio più lungo della storia della NFL. Oltre a tutto i Jaguars arrivavano da due pesantissimi k.o.; il 3-30 casalingo rimediato contro Tennessee ed il 24-42 subito a Kansas City. In realtà, tornando alla Division in generale, qualche scricchiolio proveniente dallo status quo c’era: gli infortuni che stavano decimando i Colts, l’anno incolore del regista di Tennessee Young e quello assolutamente normale del fenomenale runner Chris Johnson, e le difficoltà di Houston il cui rendimento stellare nel rushing game offensivo non bastava a nascondere i problemi, soprattutto difensivi, erano dei campanelli d’allarme da non sottovalutare. Dunque scricchiolii o poco più ma nulla che facesse presagire lo tsunami che di lì a poco avrebbe stravolto completamente le gerarchie del raggruppamento: nelle ultime cinque partite infatti Houston e Indianapolis hanno racimolato una vittoria a testa, Tennessee addirittura è 0-5 mentre la cenerentola Jacksonville sembra aver trovato la sua Fata Madrina e vanta un 4-1 che poteva anche essere un record perfetto se i Giants non avessero trovato un travolgente sussulto di orgoglio nel secondo tempo della sfida con i Jaguars di due settimane fa. La crisi che fa più effetto è naturalmente quella degli Indianapolis Colts, fermi a quota sei vittorie e sei sconfitte, i quali, non solo sono veramente ad un passo dal veder interrotta la serie di stagioni di vittorie in doppia cifra, giunta ad otto, ma se il torneo finisse oggi sarebbero fuori dai playoff, evento accaduto in una sola stagione dal 1999 e due volte da quando Manning è arrivato nella NFL. Le ragioni di questo crollo che, lo ricordo, arriva appena un anno dopo una stagione che aveva visto il team di coach Caldwell raggiungere un record di 14-0 prima di perdere le ultime due, insignificanti gare, e l’apparizione al Superbowl poi perso con i Saints, sono come sempre molteplici. Anche qui, la cosa che salta all’occhio sono naturalmente gli undici, sì, undici, intercetti subiti da Peyton Manning nelle ultime tre gare; non a caso tre sconfitte. Nel caso di quasi tutti gli altri quarterback della Lega la notizia farebbe al massimo alzare un sopracciglio agli appassionati, ma se succede ad uno dei più forti registi di tutti i tempi l’effetto è naturalmente ingigantito. In realtà, se si analizzano le crude statistiche le cose non sono così evidenti: è stato detto che Manning abbia perso in velocità e dunque la sua produttività stia decrescendo. In realtà in questo 2010 il quarterback che a Marzo compirà trentacinque anni, ha lanciato per 24 mete, cioè due a partita, esattamente lo stesso ritmo della favolosa stagione 2009. Inoltre ha subito un intercetto ogni 36,6 passaggi tentati; nel 2009 la media era di 36,7, dunque assolutamente in linea. In più Manning rimane il leading passer della Lega con 3709 yards lanciate. Una prima spiegazione è data dal numero di passaggi: lo scorso anno il prodotto dei Tennessee Volunteers lanciava una media di 37,3 palloni a partita, e già era il valore più alto delle ultime cinque stagioni. Quest’anno Manning ha messo la palla per aria una media di di 46,8 volte a match e più l’attacco è monotematico più le difese hanno buon gioco. Il tutto è causato naturalmente da un rushing game assolutamente inguardabile che, quando viene chiamato in causa, guadagna tre yards e mezzo ad azione, il valore peggiore dell’intera Lega. Oltre a tutto Manning, uno dei migliori passatori dalla play action l’azione in cui il quarterback finta di dare la palla al running back e poi lancia, si trova in difficoltà anche in questo fondamentale: con un rushing game così in crisi, i linebacker avversari, prime vittime della play action, ovviamente non abboccano più alle finte di un gioco di corsa che sanno essere inoffensivo, e si dispongono tranquillamente ad aspettare il lancio. Lo stesso Manning ci mette anche del suo: abituato ad essere efficace in quasi tutte le situazioni, non si preoccupa più di tanto di nascondere a linebacker e secondario avversario le sue intenzioni, magari guardando vari possibili target prima di prendere la mira, così le difese avversarie hanno maggio facilità nel leggere gli occhi del regista biancoblù ed anticipare i lanci. Inoltre un intercetto subito dallo stesso Manning nei secondi finali ha impedito ai Colts un possibile sorpasso nella gara persa con New England ed uno patito domenica nei tempi suppementari ha regalato il successo ai Cowboys favorendo il field goal decisivo di Buehler. Parlavamo ad inizio articolo di infortuni: in attacco i guai fisici hanno riguardato soprattutto i cosiddetti skill player, cioè runner e ricevitori, con i k.o. più o meno gravi di Clark, Collie, Addai, Garcon e Brown, cosa che ha lasciato Manning a lavorare con ricevitori privi di esperienza, e certe cose nella NFL si pagano. Anche la difesa per altro ha il suo peso nello spiegare la crisi dei Colts: due possibili safety titolari, Sanders e Bullitt hanno giocato rispettivamente una e quattro partite ed hanno già concluso la

stagione, i due promettenti cornerback Lacey e Powers hanno accusato problemi vari, e quest’ultimo è pure lui approdato due giorni fa nella injured reserve, ed anche i linebacker hanno patito l’assenza di Session. Il tutto si è tradotto in un calo di rendimento di una difesa che statistiche alla mano non è poi nemmeno così malvagia, essendo a metà del gruppo in molte categorie, ma che è la penultima a livello di yards concesse per ogni corsa e questa pecca anche in una Lega in cui il passaggio è diventato una religione, è una lacuna non da poco. A fare da contraltare alla crisi dei Colts c’è il momento veramente di grazia dei Jacksonville Jaguars, culminato con il preziosissimo successo 17-6 sul terreno dei Titans, che ha letteralmente lanciato in orbita Jones-Drew e compagni che ora guidano la division in solitaria con un record di 7-5. E allora andiamo a conoscere un po’ più da vicino una delle rivelazioni di questo 2010. In attacco i Jaguars sono in realtà dipendenti da quel fenomeno della natura che risponde al nome di Maurice Jones-Drew, runner di appena un metro e settanta per 93 chili di peso che nei sei anni di esperienza nella NFL ha già corso per 5100 yards e ricevuto per oltre 2000. In questo 2010 MJD, come viene soprannominato, ha già corso per 1177 yards e guida un attacco che è il quarto della NFL con 141,8 yards corse a partita. Il regista è Dave Garrard che dopo essere esploso nel 2007 ha conosciuto due anni di oblio ma quest’anno è tornato su buoni livelli, come dimostrato dalla percentuale di completi di 66,3 la quarta nell’intera NFL. I suoi bersagli preferiti sono i ricevitori Sims-Walker e Mike Thomas ma soprattutto il tight end Marcedes Lewis che dopo essersi distinto come gran bloccatore nei primi anni della sua carriera professionistica, quest’anno è parte integrante del passing game anche come terminale dei lanci di Garrard ed è già arrivato a quota 41 ricezioni per 517 yards e ben otto mete. La difesa dopo esser stata il tallone d’achille del team negli ultimi anni, soprattutto a livello di front four, è stata decisamente rivoluzionata (otto dei dieci defensive lineman a roster non erano con i Jaguars nel 2009), a partire dall’ingaggio del veterano Aaron Kampman, specialista nei sack, un fondamentale che la difesa di Jacksonville si era completamente dimenticata esistesse nell’annata 2009. L’ex defensive end dei Packers, che arrivava da un grave infortunio, ha per il secondo anno consecutivo terminato prematuramente la sua stagione andando k.o. in allenamento ancora per un problema al ginocchio l’11 di novembre ma la sua influenza sui tanti giovani in squadra si è fatta sentire in campo e fuori, tantochè Jacksonville ha già messo a segno 21 sack (4 dei quali dello stesso Kampman) contro i 14 di tutta la stagione passata. E fra i giocatori che si sono segnalati maggiormente in queste prime dodici partite ci sono i defensive tackle Knighton, giocatore al secondo anno di NFL ed il rookie Alualu. I linebackers, da sempre un marchio di fabbrica del team della Florida, hanno come punto di riferimento il versatile Daryl Smith cui si è aggiunto un altro veterano, quel Morrison che con la maglia dei Raiders chiuse la scorsa annata al sesto posto fra i linebacker con 133 placcaggi. Una interessante curiosità riguarda invece le due safety titolari: Don Carey e Courtney Greene furono scelti nel 2009 in giri molto alti (al sesto Carey ed al settimo Greene) e furono tagliati dai rispettivi team prima dell’avvio della stagione, dunque non avevano mai giocato un down nella NFL prima che i Jaguars li ingaggiassero e ne facessero il tandem titolare per questo 2010. Ma il team di coach Del Rio può veramente ambire a fare il colpaccio e vincere la division, cosa che ai Jaguars non riesce dall’ormai lontano 1999? Il calendario non è impossibile, con le gare casalinghe con Oakland e Washington e quelle esterne a Indianapolis e Houston, ma non è da sottovalutare. Se non faranno sciocchezze contro i Raiders, Garrard e compagni si giocheranno una buona fetta di titolo contro i Colts, in crisi ma molto più abituati a lottare per grandi traguardi. I Jaguars dal canto loro stanno cavalcando l’onda della carica positiva che arriva dalle vittorie, basterà ? Viste le ultime, pazze giornate, forse sì…

[W13] Another one bites the dust

Scritto da Mauro

Venerdì 10 Dicembre 2010 08:59 Damon Huard. Jay Fiedler. Ray Lucas. Brian Griese. AJ Feeley. Sage Rosenfels. Gus Frerotte. Joey Harrington. Daunte Culpepper. Cleo Lemon. Trent Green. John Beck. Chad Pennington. E ora, Chad Henne. È la lista dei giocatori che, negli ultimi 10 anni, hanno giocato almeno una partita da titolari come quarterback dei Miami Dolphins. Da quel lontano 15 gennaio 2000, ultima – infausta - partita dell'immenso Dan Marino, sono ben 14 i giocatori che si sono alternati nel tentativo vano di trovare un erede degno e stabile al “greatest pure passer in NFL history”. Su di loro sono stati investiti soldi, scelte, lavoro, tempo e sudore. Qualcuno ha avuto più fortuna, qualcuno meno. Pochi di loro – Chad Pennington ad esempio – saranno ricordati con qualche rimpianto, ma la maggioranza non avrà questa soddisfazione. Tutti sono stati accompagnati da grandi aspettative e grandi speranze, scrutati in ogni millimetro dai fans, orfani inconsolabili del grande campione. Tutti però saranno ricordati come un tentativo fallito. E fra loro, purtroppo, sembra esserci ormai anche Chad Henne. Al suo terzo anno fra i pro il giovane quarterback ex-Michigan non ha ancora dimostrato di riuscire a fare il salto di qualità necessario perchè i Dolphins possano salire di livello: mentre colleghi con anzianità uguale alla sua (Ryan, Flacco) o minore (Sanchez, Stafford, Freeman, Bradford, McCoy) sono già riusciti ad imporsi, il rating medio di Henne non ha mai superato la soglia di 80 e i suoi numeri quest'anno, in cui ha anche a disposizione le mani – tanto invocate in passato - di un wr come Brandon Marshall, non sono migliorati rispetto allo scorso anno quanto era lecito attendersi. Nel 2009 aveva chiuso con 12 touchdown e 14 intercetti in 14 gare, una percentuale di completi del 60,8% ed un rating di 75,2; quest'anno, su 8 gare, ha lanciato 8 touchdown e 10 intercetti, completato il 63,5% dei tentativi e ottenuto un rating di 78,2. Numeri che sono in sintesi lo specchio fedele di un giocatore sempre in bilico fra buone giocate ed errori madornali, incapace di regolarizzarsi, di darsi continuità e di uscire dal limbo di un livello medio ormai insufficiente nella NFL moderna. Oggi una squadra per poter competere non può prescindere da un quarterback affidabile, ed Henne non è ancora riuscito a dimostrare di poter essere questo giocatore per i Miami Dolphins. Qualcuno ha provato a comparare i numeri di Henne con i numeri degli inizi di Drew Brees, trovandoci notevoli similitudini e argomentando come la carriera di Brees abbia poi preso una piega ben diversa; perchè per Henne non potrebbe essere lo stesso? È facile osservare come la vera svolta per Brees sia però arrivata quando i Chargers hanno deciso di scegliere Philip Rivers al draft; i Dolphins, quindi, decideranno di prendere la stessa strada? Il fallimento del progetto Henne è infatti una sconfitta per tutta la società. La ricostruzione in cui si era impegnato Bill Parcells, infatti, era fondata sul giovane quarterback più che su ogni altro tassello. È stata ad esempio la decisione di puntare su Henne che aveva condotto a scegliere Jake Long come prima scelta assoluta nel draft 2008. Nessuno afferma che Long sia stata una brutta scelta, visto che il left tackle col numero 77 promette di essere un ospite affezionato del Pro Bowl per la prossima decina d'anni; ma è difficile nel contempo ignorare la qualità di chi poteva essere scelto al suo posto, cioè Matt Ryan. Il problema vero non è però solamente l'eventuale ennesimo quarterback sbagliato, ma tutto il progetto di ricostruzione che improvvisamente sembra collassare. Quasi come se le mosse di quest'estate - Brandon Marshall strapagato come se fosse il pezzo mancante per vincere, o il sostanzioso rinnovo a Channing Crowder, quest'anno un non-fattore – fossero state solo un colossale abbaglio e la realtà sia invece quella di una squadra mediocre costretta a ripartire da zero. Perchè senza quarterback non si vince, e trovarsi con quello sbagliato porta l'orologio di una franchigia indietro di due/tre anni, ammesso che stavolta si trovi quello giusto. E per intorbidire ancor di più le acque mettiamoci il fatto che Bill Parcells non c'è più, che lo staff tecnico che lui ha creato ed assemblato è lo stesso che ha preso numerose cantonate sia nei vari draft (Pat White? Patrick Turner? Shawn Murphy?) che in free agency (Ernest Wilford? Gibril Wilson? Eric Green?), che lo stesso coaching staff non è purtroppo esente da pecche (special team inguardabili, playcalling opinabili e gestione del roster a volte rivedibile) e che Stephen Ross, il padrone di tutto questo, sta cacciando un mare di soldi per avere in cambio risultati oggettivamente modesti e magari potrebbe anche scocciarsi. Quindi, è tutto nero? All'ombra di Jets e Patriots – loro sì, capaci di rinnovarsi in modo tanto rapido quanto radicale e vincente – tutto quello che può arrivare a Miami sono solo altri anni di vacche magre e di eterna ricostruzione? Non esattamente: qualcosa di buono c'è. In difesa, ad esempio, negli ultimi anni sono stati innestati pezzi giovani e importanti: il cornerback Vontae Davis è destinato a

primeggiare nella NFL e il suo opposto Sean Smith ha le doti per fargli compagnia, a patto che riesca a disciplinarsi di testa. E sempre in secondaria Clemons e il rookie Reshard Jones sono due elementi dal buon potenziale. Cameron Wake è esploso quest'anno come colui che non farà rimpiangere Jason Taylor – e a Miami è tutto dire - e l'innesto di Dansby ha dato solidità nel centro della difesa, risultando il miglior colpo dell'ultima free agency. Una linea giovane e in miglioramento completa un reparto che sotto la guida esperta di Mike Nolan può crescere e fornire delle certezze. In attacco sembre destinata a chiudersi l'era del R&R Express. È difficile che entrambi ritornino il prossimo anno, ed è probabile che questo sia uno dei settori su cui intervenire al draft. Serviranno altri WR, perchè Marshall e Bess non possono bastare; servirà qualcos'altro come TE, perchè il solo Fasano non è sufficiente; bisognerà decidere una volta per tutte cosa fare con la linea d'attacco che, a parte i due tackle Long e Carey, ha poche certezze. Ma, gira e rigira, si torna sempre lì: al quarterback. 14 qb bruciati in dieci anni, cercando l'erede di Marino che i fans anelano. E, se includiamo anche Tyler Thigpen, al quale non è ancora stata data una vera occasione di far vedere se può essere lui la soluzione (hai visto mai...) arriviamo a 15. Il prossimo aprile sarà l'ora del sedicesimo? Forse. Sperando che anche lui non finisca a mangiare la polvere...

[W13] Distruzioni e sepolture

Scritto da Dario

Giovedì 09 Dicembre 2010 10:48 Vediamo come Rex Ryan sia arrivato in pochissime ore dal bullarsi di avere una moglie bella quanto quella di Tom Brady, a prenderne 45 dal numero 12 e a seppellire una palla nel campo d'allenamento dei Jets. Il Monday Night della settimana vedeva opposti, in uno scontro al vertice della AFC East, I Jets ed I Patriots. I primi sembravano avere un vantaggio, sembravano essere piu` solidi ed affamati di una squadra, quella avversaria, in bilico tra il blasone del suo QB e del suo coaching staff ed un utilizzo forsennato di giovani in difesa, reparto che ha scricchiolato molto spesso di sovente. Era avvenuto contro i Lions, era avvenuto nella sconfitta contro Cleveland. Altro trend pero` palese era il ritorno di Brady a livelli da MVP. Alla fine di questa partita saranno 13 i suoi touchdown nelle ultime 4 partite, contro avversari come Pittsburgh, Indianapolis ed appunto NewYork, performance che sembrano garantirgli il titolo di Most Valuable Player, da raccogliersi a fine stagione regolare. Da quando gli e` stato tolto Randy Moss, Brady e` tornato a lanciare come sa fare meglio, cioe` in modo intelligente e preciso prediligendo passaggi corti per ricevitori agili come Danny Woodhead o Wes Welker; la conseguenza e` che New England vince senza mai essere impensierita dall'avversario, e spingendo lo stesso a lanciare, cosa che permette alla difesa di stare meno in campo e gestire meglio idee e divario tecnico con gli avversari. E` proprio questo cio` che succede ai Jets in versione arrendevole in questo lunedi` da dimenticare. Dopo il primo field goal dei patrioti, Mark Sanchez inizia un primo drive scriteriato, fatto di no-huddle e shotgun formation, nella fretta dettata dalla paura di non essere all'altezza dell'avversario. Addirittura New York converte un quarto e uno, denunciando quanto tema di perdere contatto con I rivali. Cosa che puntualmente avviene quando Nick Folk manda il field goal del pareggio lontano dai pali. Grazie ad una penalita`, il risultato diventera` 10 a 0 poco dopo e poi 17 a 0 con la meta di Dejon Branch, su un quarto down molto differente, per distanza dalla goal line avversaria, rispetto a quello precedentemente descritto. Li` la partita finisce, perche` molto spesso nel football non si e` capaci di sovvertire un andamento cosi` figlio dei propri errori. Il primo a cui tremano le mani e` proprio il QB ispanico. Lancera` tre intercetti nei primi tre drive del secondo tempo, mentre la tranquillita` sull'altra sideline porta New England a segnare a ripetizione, aumentando il distacco e la frustrazione per gli uomini di Ryan, che sul 45 a 3 tornano negli spogliatoi frastornato e con molte poche speranze di avere il titolo divisionale. Capitolo head coach: Rex Ryan attinge a piene mani dal repertorio di Belichik nel post-partita, e questa mattina ha seppellito un pallone dietro un goalpost del campo d'allenamento dei suoi Jets. Questo per metaforizzare quanto I suoi giocatori debbano “seppellirsi” la partita appena giocata alle spalle, ed andare avanti. Forse sarebbe meglio vedere ed analizzare perche` si e` perso di cosi` tanti punti una partita cosi` importante, perche` bisognerebbe disfarsi di un po` di spocchia ed assumere un atteggiamento piu` consono ad i Playoff che stanno arrivando ed in cui i bostoniani potrebbero ancora pararsi davanti al cammino di New York verso il SuperBowl. La schedule ora prevede per i biancoverdi l'incontro con Miami, ormai staccata da qualsiasi discorso di Post Season, e poi le due trasferte proibitive con Pittsburgh e Chicago. Volete vedere che la porta dei Playoff da cui I Jets ci accederanno sara` quella di servizio? I Patriots invece viaggiano spediti verso il SuperBowl. Se troveranno avversari cosi` scriteriati come i Jets potranno sicuramente avere il vantaggio del fattore campo nel Divisional e nel Championship, e visti gli avversari diretti (Colts inesistenti, Ravens e Steelers allo stesso livello come dimostrato nel Sunday Night e gia` battuti, Chargers troppo altalenanti) possiamo gia` stabilire che New England e` la candidata principale della AFC. Soprattutto se Benjarvus Green-Ellis manterra` questo stato di forma e riuscira` a mantenere fresca una difesa che, nonostante l' ultima uscita, sembra ancora acerba e bisognosa di stare fuori dal campo. Probabilmente le possibilita` di titolo in Massachussetts passano dalla pass protection, se Brady avra` spazio si puo` iniziare a fare posto nella affollata bacheca di Foxborough.

[W13] NFC West: lotta a due

Scritto da Massimo

Giovedì 09 Dicembre 2010 13:45 Dopo le partite della tredicesima giornata, la situazione della NFC West inizia a delinearsi. Con la sconfitta casalinga ad opera dei Rams, i Cardinals hanno praticamente dato l'addio ad ogni sogno di gloria, e si avviano ad occupare mestamente l'ultimo posto in classifica. I Niners, sconfitti al Lambeau Field dai Packers, hanno matematicamente ancora qualche speranza, essendo a due sole partite di distanza dalla vetta, ma con quattro turni ancora da giocare, dovrebbero restare imbattuti e sperare che le due davanti commettano qualche passo falso. Se la seconda ipotesi è più che plausibile, appare però difficile che San Francisco le vinca tutte da qui alla fine. Tutto sembra quindi portare allo showdown dell'ultima giornata, quando Rams e Seahawks, al momento appaiate in vetta alla classifica con il tie breaker che assegna ai Rams il primo posto, si incontreranno al Qwest Field nella partita che potrebbe rivelarsi decisiva per la qualificazione ai playoff. I Seahawks hanno sudato davvero freddo contro i Panthers, quando si sono trovati sotto 14-3 alla fine del primo tempo grazie ai touchdown di Stewart e Goodson ai quali Seattle aveva risposto con il solo field goal di Olindo Mare a 41 secondi dal termine del primo tempo. I Panthetrs sembravano avviati all'upset senza grossi problemi, ma nel secondo tempo i ragazzi di Pete Carroll rientravano in campo decisi a riprendersi la partita, anche perchè le notizie che arrivavano dall'Arizona, con i Rams in controllo della partita, non erano per nulla buone. Non ci voleva molto per riportare i Seahawks in vantaggio grazie ad una corsa di Marshawn Lynch e, nel drive imediatamente successivo, ad un ritorno di intercetto di Tatupu. Una volta spianata la strada, i Seahawks premevano sull'acceleratore e distanziavano i Panthers con altre due mete dello scatenato Lynch, che concludeva la sua giornata di grazia con 21 corse per 83 yards e tre segnature. Grazie a questo 31-14 acciuffato nella seconda metà di una gara che era cominciata nel peggiore dei modi, i Seahawks restano appaiati ai Rams in testa alla division, evitando così che gli arieti tentassero la fuga grazie alla seconda vittoria consecutiva in trasferta ai danni degli Arizona Cardinals. La vittoria dei Rams, arrivata al termine di una partita tutto sommato bruttina e poco entusiasmante, spezza una striscia negativa che contava otto sconfitte consecutive nei confronti dei Cardinals, a loro volta giunti alla settima sconfitta di fila in questa stagione. Coach Wisenhunt non aveva mai perso da St.Louis, ma con la squadra disastrata che si ritrova, non ha potuto far altro che abdicare e lasciare il passo a Bradford e compagni. A guardar bene, comunque, più che a Bradford, i Cardinals hanno lasciato strada a Steven Jackson, autore dell'unico touchdown della giornata, ed a Josh Brown, che ha aggiunto quattro field goal una settimana dopo la pessima prestazione di Denver, dove aveva addirittura sbagliato un extra point. Anche in questa partita, erano i Cardinals ad andare a segno per primi e prendersi un vantaggio, seppur risicato, grazie a due field goal di Feely. I Rams non si scomponevano e recuperavano piano piano, fino a passare in vantaggio ed a consolidare la vittoria, grazie anche alla crescita della difesa che, ad inizio gara, aveva lasciato un po' a desiderare. Wisenhunt ha utilizzato tutti e tre i quarterback a disposizione. Max Hall ha sostituito il fallimentare Anderson nel terzo periodo, ma nn è durato molto. Messo sotto pressione da una linea di difesa dirompente e dai continui blitz, Hall ha dovuto lasciare il campo infortunato (stagione probabilmente finita per lui) lasciando il posto all'esordiente John Skelton, che ha fatto vedere buoni numeri, non sufficienti però a ribaltare l'esito della partita. E parlando di quarterback, registriamo l'ennesimo capitolo della saga degli Smith a San Francisco. Dopo aver sostituito Alex con Troy, Singletary è tornato sui suoi passi, annunciando che giovedi' sera contro i Chargers partirà titolare Alex Smith, mentre Troy Smith tornerà ad accomodarsi in panchina. A fargli prendere la decisione, l'ennesima partita in cui Troy Smith, dopo aver mosso bene la palla per tutto il campo, si bloccava inesorabilmente una volta raggiunta la red zone. Non era certo Green Bay l'avversario che i Niners potevano sperare di battere facilmente per restare in corsa per i playoff, ma la sconfitta per 34-16 è maturata in circostanze che lasciano più di un rimpianto nei tifosi californiani. La partita si è fin da subito incanalata sui binari dello shootout, con le difese allegre e pronte a concedere molto all'attacco avversario, uno scenario in cui un quarterback come Aaron Rodgers va a nozze. Dioversa la situazione di Smith che, come detto prima, dopo un promettente inizio ha cominciato a finire i drive in red zone, accontentandosi di qualche field goal anzichè segnare i sette

punti che avrebbero permesso a San Francisco di tenere il passo delle teste di formaggio. Al 6-0 con cui i Niners hanno aperto la partita, hanno risposto Rodgers nel secondo quarto, lanciando in touchdown Jennings, e Kuhn, segnando dalla una yard. Il touchdown pass di 66 yards di Troy Smith per Vernon Davis, illudeva la squadra in maglia rossa, che andava al riposo sotto di un solo punto: 14-13. Quando era il momento di tenere il cambio di ritmo imposto dai Packers, che terminavano il drive di apertura del secondo tempo con un touchdown pass di Rodgers per Driver, ecco che il motore californiano grippava di nuovo, fermandosi sulle 5 yards avversarie, da dove Reed piazzava la palla tra i pali per altri tre punti. I Packers erano però lanciati, e nessuno li fermava più. Arrivavano ancora un altro touchdown pass di Rodgers per Jennings e, nel quarto periodo, due field goal di Crosby, a mettere il sigillo finale alla partita.

[W14] AFC West: Chiefs in crisi?

Scritto da Paolo

Giovedì 16 Dicembre 2010 19:30 Può un “pezzo di pancia” grosso come un mignolo vanificare mesi e mesi di duro lavoro di giocatori e allenatori e, soprattutto, far svanire le speranze di migliaia di tifosi ? Ovviamente la risposta è sì e per referenze rivolgersi in quel di Kansas City, nel cuore degli States. OK, ok, mi spiego e faccio un passo indietro: domenica 5 dicembre grazie al sofferto successo contro i disastrati Denver Broncos ed al contemporaneo, imprevisto, stop di San Diego contro Oakland, i Kansas City Chiefs allungavano in vetta alla AFC West e portavano a due le vittorie di vantaggio sugli stessi Chargers che venivano a loro volta raggiunti in classifica dai Raiders. Il tutto in vista dello scontro diretto fra Chiefs e Chargers, in programma domenica scorsa al Qualcomm Stadium, match che in caso di successo esterno, avrebbe proiettato la compagine del Missouri verso il primo titolo divisionale dal 2003. La settimana di avvicinamento dei Chiefs all’incontro più importante dagli ultimi tre anni procede senza intoppi fino al mercoledì, allorquando il quarterback Matt Cassel non partecipa all’allenamento. Si rincorrono varie voci, i Chiefs imitano alla perfezione i New England Patriots e non lasciano trapelare nulla, ma alla fine l’head coach biancorosso Todd Haley è costretto ad ammettere che il suo regista è stato operato nella mattinata con una certa urgenza di appendicite. Dei ventidue titolari, Cassel è l’unico uomo di cui i Chiefs non possono fare a meno: in realtà Kansas City è soprattutto un team che corre e l’ex quarterback dei Patriots non è sicuramente un fenomeno, ma praticamente non ha riserva. Nel resto della settimana, i Chiefs fanno molta pretattica, dicendo che Cassel ha il 50% di chance di giocare ma è evidentemente un bluff: il recupero da quella che è pur sempre un’operazione è, minimo, una dozzina di giorni, e infatti nel caldo della California (al kickoff il termometro del Qualcomm Stadium segna trenta gradi e siamo quasi a metà dicembre) si presenta sul ponte di comando dell’attacco degli ospiti Brody Croyle, uno che quest’anno non aveva ancora lanciato nemmeno un pallone e che nelle ultime due stagioni aveva tentato una settantina di passaggi. Ed i risultati purtroppo per i Chiefs si vedono: la delicatissima sfida di San Diego vede infatti i Chargers dominare in lungo ed in largo per un finale di 31-0 che non ammette repliche. I Chiefs “ammassano” 96, sì avete letto bene, 96 yards di total offense (perfettamente bilanciate fra passing game e rushing game) e Croyle termina il match con un agghiacciante 7 su 17 per 40 yards, cui deve aggiungersi l’onta della panchina, perchè dopo non aver completato neppure uno dei sei passaggi tentati nella ripresa, Croyle viene sostituito dal terzo quarterback Tyler Palko. Il dato che salta di più all’occhio è per altro quello delle yards corse: i Chiefs si presentavano all’appuntamento di San Diego con il miglior rushing game della Lega, con oltre 175 yards guadagnate a partita, ma contro i Chargers che, non dovendo più temere il passing game intasavano la linea di scrimmage, Charles e compagni termineranno con appena 48 yards. Poi, ovviamente, battute a parte, nulla assicura che anche con Cassel in campo le cose sarebbero andate diversamente: i Chargers prima del sorprendente stop contro i Raiders, erano uno dei team più in forma del momento, e comunque possono sempre vantare la miglior difesa quanto a yards concesse a partita. Però, con Cassel a dirigere le operazioni, la vita per Shaun Philips e soci sarebbe stata più difficile. L’attacco di San Diego dal canto suo ha comunque fornito un apporto importante: Rivers ha chiuso con diciotto passaggi completi su ventiquattro tentati per 226 yards, due mete, entrambe a Floyd, ed un intercetto, mentre la coppia di runner formata da Tolbert e dal rientrante Mathews, si è divisa equamente le portate (16) e le yards (66 il primo, una in meno il secondo). E c’è da considerare che all’attacco dei Chargers non mancavano certo gli alibi, a partire dall’assenza del formidabile tight end Gates, sempre alle prese con i suoi problemi al piede, per proseguire con il runner Mathews, al rientro dopo tre gare di stop per una caviglia malandata, fino alla coppia di ricevitori Jackson e Floyd regolarmente in campo ma tutt’altro che a posto fisicamente per acciacchi muscolari. E infatti il leading receiver della squadra californiana è risultato il runner tuttofare Sproles, autore di cinque ricezioni per 51 yards. Nel frattempo mentre i Chargers dominavano lo scontro diretto, da Jacksonville giungevano notizie positive: al termine di un match spettacolare in cui i due attacchi mettevano insieme oltre 860 yards, i Raiders dovevano arrendersi 38-31 ai Jaguars, dando un virtuale addio alle chance di post season. Oakland pensava di essere riuscita a trascinare Jacksonville almeno ai supplementari, quando un inarrestabile McFadden violava la meta avversaria dopo una cavalcata di 30 yards a meno di due minuti dal termine. Ma la risposta dei Jaguars non si faceva attendere: prima un ritorno di kickoff di Karim da 65 yards, poi una corsa di Jones-Drew, ancora da 30 yards, sancivano il 38-31 finale e facevano con ogni probabilità calare il sipario sulla stagione dei nero argento. A questo punto in graduatoria proprio i Chiefs con un record di 8-5 precedono San Diego a quota 7-6, poi Oakland a 6-7. Nelle

ultime tre giornate il calendario dei Chargers è assolutamente abbordabile, visto che Rivers e compagni se la vedranno con 49ers, Bengals e Broncos, team che hanno vinto un totale di dieci partite su trentanove disputate, mentre i Chiefs qualche problemino in più potrebbero averlo, dato che i loro avversari saranno Rams, Titans e Raiders. Soprattutto il primo match potrebbe nascondere insidie temibili, perché St.Louis è ancora in corsa per i playoff e soprattutto perché è tutt’altro che sicuro che Cassel possa giocare. Lui stesso ha dichiarato che si sta allenando come se dovesse scendere in campo, ma ha riconosciuto che sarà una decisione che verrà presa all’ultimo momento (anche se gli esperti delle “faccende biancorosse” sembrano propendere più per il no che per il sì). Oltre a tutto a complicare le cose in casa Chiefs, c’è da notare che in caso di arrivo con lo stesso record fra Kansas City e San Diego, e ipotizzando le tre vittorie dei californiani nei restanti match, sarebbero questi ultimi a passare perché a parità di record all’interno della Division e nelle partite in comune, i Chargers possono vantare un numero maggiore di vittorie nella Conference. In questa breve carrellata sulla AFC West non ho praticamente menzionato i poveri Denver Broncos. La compagine del Colorado giace tristemente sul fondo della division con un desolante record di tre vinte e dieci perse, e pochi giorni dopo aver cambiato allenatore, con la promozione di Eric Studesville da running back coach a head coach, seppur ad interim, ha probabilmente toccato il fondo andando a perdere 43-13 in casa degli Arizona Cardinals, cioè contro un team che poteva vantare la peggior difesa quanto a punti subiti ed aveva in campo addirittura il terzo quarterback, il rookie John Skelton. Inoltre come se i problemi sul campo non bastassero, i Broncos sono nuovamente tornati nell’occhio del ciclone per ben due casi. Il primo è stato lo scandalo dei videotape che ha interessato il coach McDaniels: prima della gara giocata a Londra fra Denver e San Francisco, un ex impiegato dei Broncos ha filmato di nascosto un allenamento dei 49ers e ha offerto il nastro a McDaniels che ha rifiutato ed ha ordinato di distruggerlo, senza però avvertire, come da regolamento, la propria dirigenza e la NFL. Questo ha portato alle multe che hanno colpito lo stesso McDaniels e la società, ed ha indubbiamente avuto il suo peso nella decisione del presidente Bowlen di allontanare il coach. Poi è arrivata la notizia dell’arresto, con l’accusa di violenza sessuale, del cornerback Perrish Cox, il quale, se riconosciuto colpevole, potrebbe passare molti anni in carcere. Insomma, per i poveri tifosi orange and blue ce n’è più che abbastanza per attendere con ansia la fine di questo 2010 da incubo e cercare di voltare pagine il più in fretta possibile.

[W14] Chi vince la NFC?

Scritto da Dario

Giovedì 16 Dicembre 2010 19:28 Ad una prima analisi, sembra ci sia solo una squadra con le carte in regola per imporsi sulle altre nella NFC. Sono gli Atlanta Falcons, che trascinati da un attacco solido hanno battuto degli arrendevoli Carolina Panthers nell'ultimo turno. I Falcons ci mettono pochissimo a segnare, basta causare un fumble e poi dare la palla a Tony Gonzalez per la segnatura. Tuttavia, i Falcons non ammazzano subito la partita, chiudendo solamente sul 17 a 0 il primo tempo, passivo troppo gentile visto il dominio difensivo e la quantità di tempo in cui hanno tenuto la palla in attacco. Quando però nel secondo tempo Carolina segna, Atlanta inizia ad essere più cinica e mette la partita in ghiaccio facilmente. Quindi non un test provante, ma solo un intermezzo in una cavalcata che sembra poterli coronare campioni della NFC South. Dall'altra c'è la seconda squadra della NFC, che ora sono I campioni del Mondo. New Orleans deve sempre però combattere per portare a casa le W che permettono di stare attaccati ai fuggitivi rivali. Delle ultime 6 vittorie consecutive, la stragrande maggioranza è giunta con scarti risibili, e soprattutto le vittorie con Cincinnati e Dallas sono a loro modo allarmanti. Inoltre, il record casalingo di Atlanta è intoccabile, perfetto, e forse nello scontro diretto del penultimo Monday Night dell'anno New Orleans dovrebbe pensare a vincere come fosse l'ultima speranza prima di arrendersi ai Falcons, che se giungessero col vantaggio del campo ai Playoff sarebbero inevitabilmente molto avvantaggiati. Forse qualcosa in più potrebbero farla gli Eagles, se non altro per la difficoltà di prevedere il loro gioco. La partita inizia e Michael Vick trova sempre qualcuno sul profondo, preferibilmente DeSean Jackson (lo ha fatto negli ultimi 5 turni), poi un attacco che sembra poter decollare in men che non si dica, si arena in un modo o nell'altro, scoprendo il fianco al ritorno di molti avversari, come successo domenica notte a Dallas, quando Phila l'ha spuntata per un'incollatura. L'altalenanza di prestazioni è ovvia per una squadra che ha talento ma che fa affidamento su un piano di gioco spregiudicato. Phila vinse l'incontro con Atlanta qualche tempo fa, ma era una squadra diversa, senza Vick. E se la NFC si concludesse con uno scontro tra queste ultime due squadre, con l'ex di turno stretto nella morsa del dome che 5 anni fa lo acclamava come un messia e che ora potrebbe temerlo come unico ostacolo verso il SuperBowl di quest'anno? La vita è stranissima, ma queste tre sono le squadre che danno più garanzie al momento. Vediamo New York Giants e Green Bay Packers un gradino sotto. Questi ultimi hanno perso la leadership divisionale a vantaggio dei Bears, squadra che non avrebbe dovuto competere per un tale traguardo secondo i Power Ranking iniziali, ma che ha vinto partite importantissime e che può annullare le corse avversarie, lasciando aperta solo la porta aerea per gli avversari. Quando ad infilarcisi è Tom Brady i risultati sono deleteri, ma la maggior parte delle squadre avranno difficoltà contro di essi. Compresa la stessa Green Bay, che sospirando per il suo QB colpito duro nell'ultima partita persa con Detroit, dovrebbe tornare in campo per affrontare New England e i Giants, prima dello showdown con Chicago che potrebbe decidere se i Packers parteciperanno ai Playoff. New York, dal canto suo, non ha una schedule impegnativa, e se riuscissero a spuntarla sugli Eagles questa settimana, ci sarebbero buonissime possibilità di vittorie divisionale. I problemi non sono relativi al record, ma al roster. I receiver sono tutti ai box. Steve Smith ha finito al stagione, e anche Mario Manningham è acciaccato. Sono 5 i receiver in injured reserve, cosa che lascia il minore dei Manning a lanciare il pallone a giocatori inesperti; se le corse funzionano non è un problema insormontabile, ma queste defezioni iniettano instabilità a tutto l'attacco. Quindi, Philadelphia favorita per domenica, e Atlanta favorita nella corsa al miglior record di conference. Per quanto riguarda le squadre non citate, non ci sembra che San Francisco, o chi altri si qualificherà nella NFC West, possa dare grattacapi ai team precedentemente elencati. Sorpresa dell'anno è invece Tampa Bay, squadra da tenere d'occhio qualora Green Bay arrivi davvero col fiato troppo lungo in queste ultime partite, data la morbidezza delle prossime due partite dei Bucs.

[W14] Il rebus NFC West

Scritto da Massimo

Mercoledì 15 Dicembre 2010 10:45 La corsa al titolo divisionale della NFC West resta apertissima. Tre squadre possono ancora aspirare a vincere la Division, ma la notizia vera è un'altra, e cioè che ci sono serie possibilità che la squadra vincitrice della NFC West abbia un record finale di 7-9, che rappresenterebbe la prima volta nella storia della NFL in cui una squadra con record negativo si qualifichi per i playoff, giocando addirittura il primo turno in casa. La situazione attuale vede Rams e Seahawks in testa con un record di 6-7, con i Rams avvantaggiati dal tie breaker per la vittoria ottenuta contro Seattle nel primo dei due scontri diretti. Ad una partita di distanza inseguono i 49ers. Dati per morti e sepolti dopo il terribile avvio con cinque sconfitte consecutive, i californiani si sono rimessi pian piano in carreggiata ottenendo cinque vittorie nelle ultime otto partite, mantenendo ancora viva la speranza di rispettare le parole di Singletary, il quale continuava a ribadire che i Niners avrebbero vinto la division anche quando il record parlava di zero vittorie e cinque sconfitte. Ai Niners potrebbero bastare due vittorie nelle ultime tre partite, soprattutto se queste due vittorie arriveranno proprio contro Rams (Week 16) e Cardinals (Week 17). Con un record divisionale di 5-1, i Niners avrebbero un bel vantaggio al tiebreaker sia sui Rams (sconfitti due volte) che sui Seahawks (che avrebbero un peggior record divisionale a parità di vittorie negli scontri diretti). Ovviamente meno complicata è la strada per Rams e Seahawks, ai quali potrebbe bastare una vittoria nelle prossime due partite, per potersi poi giocare tutto nella sfida finale dell'ultima giornata, quando gli arieti faranno visita ai falchi di mare in quella che si preannuncia una sfida interessantissima. Queste le partite rimaste alle tre squadre in lizza per il titolo: Week 15 St.Louis Rams (6-7) Seattle Seahawks (6-7) San Francisco 49ers (5-8) Kansas City Atlanta @San Diego Week 16 San Francisco @Tampa Bay @St.Louis Week 17 @Seattle St.Louis Arizona

Azzardando un pronostico, la prossima settimana tutte e tre le squadre dovrebbero, almeno sulla carta, perdere (anche se i Chiefs senza Cassell potrebbero essere più malleabili). Considerando che per Seattle potrebbe rivelarsi un osso duro Tampa Bay alla penultima giornata, in caso di sconfitta dei Seahawks, la vincente tra Rams e Niners potrebbe mettere una seria ipoteca sul titolo divisionale. Allo stato attuale delle cose, salvo sorprese nel weekend che verrà, la partita chiave sarà proprio Rams - Niners di Santo Stefano. Con Seattle impegnata in una insidiosa trasferta a Tampa Bay, in caso di vittoria Rams (e sconfitta di Seattle), gli Arieti avrebbero un piede e mezzo nei playoff, mantre in caso di vittoria dei Niners, sarebbero i californiani a diventare i più accreditati vincitori della division.

[W15] 5 idee per battere i Patriots

Scritto da Dario

Martedì 21 Dicembre 2010 09:07 Nelle scorse settimane abbiamo più volte elogiato la squadra di Belichik. Con le vittorie su Pittsburgh, Indianapolis, New York e Chicago aveva mostrato di essere la compagine meglio schierata in campo e più completa, facendo leva sulla incredibile vena del suo quarterback e su un'organizzazione che poteva soperire al livello certamente non eccelso della sua difesa. Il Sunday Night di questa settimana vedeva per l'appunto I patrioti contro i Packers, squadra da mesi ormai in emergenza infortuni e con la nuova tegola del dover fare a meno di Aaron Rodgers per una commozione cerebrale non ancora risolta. Ad inizio stagione la logica ci avrebbe fatto dire che le due franchigie sarebbero arrivate a questo scontro a ruoli invertiti rispetto alla realtà, ma è proprio questo il bello di giocare le partite, non si sa mai ciò che potrà capitare. La gara di Green Bay è stata ad ogni modo gagliarda. Il QB di riserva, Matt Flynn da LSU, ha giocato bene larghi tratti di gara e, pur commettendo molti errori, è arrivato ad un minuto dal regalare una vittoria impossibile ai suoi. Complice l'inesperienza ha però fallito, nonostante i 3 TD e l'aver surclassato il ben più blasonato rivale, un Tom Brady cinico come al solito ma molto meno implacabile delle ultime uscite. Il 31 a 27 finale è in ogni caso un risultato giusto per quanto visto sul campo, ma il fatto che Green Bay abbia chiuso una forbice che sembrava tendere all'infinito sulla carta ci dà molti spunti su come poter affrontare i fortissimi Patriots in versione 2010. 1 – Sorprenderli! Kick Off iniziale per Green Bay. On-side kick di Mason Crosby. New England presa talmente alla sprovvista che i Packers avrebbero potuto ricoprirlo con 2 o 3 diversi uomini. Inizia così il Sunday Night, con la palla agli ospiti e Belichik a chiedersi come mai, oltre a non avere la sua adorata palla all'inizio del secondo tempo, non ce l'avrà nemmeno nel primo. 2 – Affollare il backfield e correre! New England non ha una difesa aggressiva, ma è troppo furba per non cogliere l'occasione di inseguire il QB avversario quando ne ha l'opportunità. Quello che Green Bay attua a più riprese è affiancare Flynn con due corridori (Jonathan Kuhn e uno tra Brandon Jackson e Dimitri Nance) che spaventano ogni velleità di blitz degli avversari, dando tempo al QB esordiente e permettendogli anche passaggi corti su Kuhn che nel terzo quarto hanno fatto tutta la differenza che ha permessa ai suoi di stare in partita fino all'ultimo. Inoltre, sin dal primo drive, i Packers hanno corso e, quando sono riusciti ad evitare Vince Wilfork e Jerod Mayo (insuperabili per chiunque) hanno semplicemente chiuso il primo down. Sempre. E la difesa di New England, fatta di rookie su rookie e non troppo fisica, ha avuto la lingua lunga tanto da essere affettata spesso dal prodotto di LSU. Quando nel terzo quarto i verdeoro hanno lasciato in panca Brady per tutto il periodo, davvero tutti pensavamo che ce l'avrebbero fatta a vincere la partita. 3 – Fare in modo di avere accoppiamenti uno contro uno con la linea offensiva B.J. Raji, nose tackle al secondo anno, ha sackato due volte Brady ed ha avuto sostanzialmente vita facile ogni volta che si è trovato da solo contro il suo uomo. A prescindere dalla qualità del prodotto di Boston College, il QB due volte MVP del SuperBowl non è inarrivabile. Si può arrivare a lui, a patto di riuscire a sfondare centralmente la sua linea. Come molti aspetti degli ormai sicuri campioni della AFC East, 4 – Abituarsi in fretta Se il gioco quasi perfetto dei Patiots ha un difetto, è quello di appiattirsi attorno a predeterminati pattern durante i suoi drive, offensivamente. Se è il drive in cui Danny Woodhead è in forma, Brady lo cercherà finchè riuscirà, se la no-huddle funziona una volta allora la useranno ancora. Se l'avversario si abitua in fretta, allora New England è battibile. Woodhead o Welker vanno che è un piacere? Allora bisogna evitare i bloccaggi downfield. Senza Huddle ti prendono alla sprovvista? Allora è il momento di rivoluzionare tutto e allinearsi in modo differente. E` questo che ha fatto la differenza nel Sunday Night. Green Bay ha fermato gli avversari solo all'inzio del drive o mai. Bisogna abituarsi a fermarli anche più in là, quando la loro macchina sta ormai macinando kilometri.

5 – Non lasciarsi sfuggire le occasioni Questo è vero per qualsiasi team, ma è molto più importante con le squadre forti. Diventa indispensabile contro una delle più grande franchigie nella storia della NFL. Brady ha mantenuto il suo perfetto ruolino di marcia ieri sera solo perchè Charles Woodson ha droppato quel pallone nel primo drive, e perchè altre 3 o 4 occasioni per intercetti facili sono scampate all'ottima retroguardia del Winsconsin. Non è banale questa osservazione, perchè sottointende un approccio alla partita più consapevole, meno timoroso. Quelle sono palle che contro qualsiasi altro avversario vengono non solo intercettate ma magari anche riportate dall'altro parte del campo. Green Bay non era esattamente un avversario senza nulla da perdere, ma se lo fosse stato probabilmente staremmo parlando di un upset clamoroso. Per non parlare del ritorno di Dan Connolly che sicuramente avrete gia` rivisto mille volte, visto che è andato su Youtube in meno di dieci minuti dall'accaduto. Come un uomo di 200 kili possa fare 71 yarde senza essere mai toccato non è spiegabile se non con una dimostrazone di superficialità ben superiore a quanto richiesto. Se i New England Patriots non vinceranno il SuperBowl di Dallas, forse quella sconfitta è nata ieri notte. Forse i Packers, senza quarterback e senza mezza difesa ci hanno mostrato come battere la migliore squdra della Nazione. Come molto spesso accade, le partite non sono fini a se stesse, ma ce ne sono alcune molto più importanti di altre. Se chi affronterà New England ai Playoff si è segnato questo Sunday Night, siamo fiduciosi riuscirà nell'impresa.

[W15] La rivincita dei Jets

Scritto da Paolo

Giovedì 23 Dicembre 2010 12:02 Sabato sera, hotel di Pittsburgh dove sono alloggiati i Jets alla vigilia del delicatissimo match di domenica scorsa contro gli Steelers. Rex Ryan, head coach di New York spavaldo e qualche volta un po’ spaccone, sta per fare il consueto discorso alla squadra per caricarla in vista del match del giorno dopo. Ma stavolta è diverso: i Jets, i suoi Jets, che Ryan ha plasmato in questi due anni da capo allenatore e che ha più volte predetto giocheranno il Superbowl, sono reduci da dodici giorni neri, nerissimi. Due settimane prima infatti, gli uomini in verde sono stati letteralmente umiliati davanti a tutta la nazione dai rivali di Division dei New England Patriots: un 45-3 devastante che ha virtualmente consegnato il titolo della AFC East a Brady e soci lasciando i Jets a lottare per un posto nelle wild card. Poi nell’ultimo turno New York è andata k.o. in casa contro un team ormai praticamente fuori dai playoff e con parecchi problemi cioè i Miami Dolphins, in una sfida che ha visto linea di attacco e quarterback giocare nettamente al di sotto delle loro possibilità. E nel mirino della critica è finito anche l’offensive coordinator Brian Schottenheimer a causa del rendimento largamente insufficiente del suo reparto. Ma quest’ultimo non è stato certo l’unico allenatore finito nell’occhio del ciclone, anzi, qualcuno ha fatto molto di peggio. Proprio nella partita con i Dolphins, il preparatore atletico Sal Alosi, probabilmente annoiato dal fatto di dover restare sulla sideline senza cuffie, senza schemi da mandare in campo o fotografie da analizzare, ha pensato bene di movimentare il suo pomeriggio sgambettando, durante un’azione di special team, il rookie dei Dolphins Nolan Carroll che stava dando la caccia al ritornatore dei Jets ed era stato spinto fuori dal campo da un giocatore di New York. L’episodio sarebbe probabilmente passato inosservato (lo stesso Carroll ha sinceramente confessato di non essersi accorto di cosa fosse realmente accaduto) ma sfortuna, o meglio, giustizia divina ha voluto che una delle telecamere della CBS che riprendeva la partita fosse puntata proprio in quella direzione. Inoltre si è poi saputo che lo stesso Alosi aveva chiesto prima del match a cinque giocatori “inattivi” dei Jets di formare una specie di muro umano vicino alla sideline per ostacolare ulteriormente l’azione di un avversario che si fosse trovato ad uscire dal campo proprio in quel punto. Alosi si è poi scusato sia col proprio capo-allenatore, che con lo stesso Carroll, ma naturalmente tutto ciò non è bastato per evitargli la sospensione a tempo indefinito dall’incarico con i Jets e ad una multa di 25.000 dollari. Ebbene, con tutta questa carne al fuoco non sarebbe stato facile per Ryan riportare sulla retta via un team che rischiava addirittura di restare fuori dai playoff. E così il coach optava per un discorso tutto pathos ed emozione: “non sono scese le lacrime” hanno detto alcuni atleti dei Jets dopo la riunione, “ma i suoi occhi erano lucidi”. “Io sono convinto che siate una squadra da Superbowl” ha detto fra le altre cose Ryan “ma dovete crederlo anche voi”. E nel gelo dell’Heinz Field l’avvio della gara contro i favoriti Pittsburgh Steelers pareva confermare l’efficacia delle parole dell’imponente coach: sul kickoff degli Steelers, il ritornatore di New York Brad Smith riportava il pallone direttamente in meta. Sembrava il prologo di una gran giornata, ma vincere a Pittsburgh non è facile, mai. Così dopo un paio di punt, gli Steelers, che lamentavano in attacco l’assenza del tight end Miller, ma soprattutto in difesa la mancanza della fenomenale safety Polamalu, mettevano in piedi un impressionante drive da sedici giochi per 96 yards (il più lungo concesso dai Jets quest’anno), che terminava con il passaggio in meta da Roethlisberger a Spaeth. I Jets, che non segnavano una meta con l’attacco dal giorno del Ringraziamento, provavano a rompere il digiuno, ma ottenevano solo un field goal, trasformato da Feely, imitato poco dopo dal collega ed avversario Suisham. Si andava così all’intervallo sul 10-10, con però New York che pur non brillando in attacco (di fronte aveva pur sempre una delle difese più toste del campionato, addirittura devastante contro la corsa), mostrava comunque segnali positivi: il criticato regista Sanchez, grazie ad una tattica che poggiava soprattutto su tanti passaggi corti, di conseguenza diversa da quella delle ultime settimane, riusciva ad avere un buon rendimento e soprattutto a non regalare palloni agli avversari. Il terzo quarto si apriva però con Roethlisberger che completava quattro passaggi su quattro e Mendenhall che correva per 35 yards in cinque portate, compresa quella del touchdown del 17-10. Ma i Jets non si lasciavano scoraggiare e due bei passaggi di Sanchez a Edwards e Keller più una penalità, li portavano dentro la red zone di casa. Qui però il drive andava in stallo, e New York si trovava a giocare un quarto e uno sulle 7 dei padroni di casa. A questo punto coach Ryan ed l’offensive coordinator Schottenheimer probabilmente decidevano di vedere se i loro giocatori avevano colto il succo del messaggio del giorno prima e anzichè optare per un facile field goal, chiamavano una corsa per il quarterback che fintava di servire il runner Greene,

spiazzando così la difesa di casa, correndo poi indisturbato in end zone interrompendo un digiuno di mete offensive che durava ormai da dodici quarti. I Jets riconquistavano il vantaggio in avvio di ultimo quarto, grazie al secondo field goal di Feely, poi la difesa costringeva al punt Pittsburgh, complice anche uno dei tre sack subiti da Roethlisberger, due dei quali addirittura del cornerback di riserva Coleman. Sul drive seguente i Jets dovevano sì andare al punt, ma lasciavano la palla a Pittsburgh sulle 3 con poco meno di tre minuti da giocare. E sul primo gioco sembrava che la partita fosse definitivamente segnata: il grande vecchio Jason Taylor, placcava il runner degli Steelers Moore dentro la end zone: safety, che significava New York a +5 e punt di Pittsburgh. Con palla in mano coach Ryan puntava sulla prudenza, i Jets non chiudevano neppure un down, lasciando palla a Roethlisberger sulla sua linea delle 8 yards con due minuti da giocare e sotto 17-22. Da qui iniziava un nuovo show del regista di origini svizzere: Big Ben, chiudendo ben tre terzi down consecutivi addirittura con passaggi da 29, 18 e 16 yards, trascinava Pittsburgh fino sulle 10 dei Jets con nove secondi da giocare. A questo punto non c’erano alternative tattiche: due chance con palle lanciate nella end zone e dita incrociate. Il primo passaggio del regista in maglia nera a Sanders cadeva incompleto, il secondo veniva deviato dal cornerback Marquice Cole, uno che finora in tredici giornate aveva giocato appena 29 snap, regalando così a New York il primo successo in otto tentativi in quel di Pittsburgh. Alla fine le statistiche davano decisamente ragione a Pittsburgh (378 le yards guadagnate a 276), e gli Steelers lamentavano un pass interference non sanzionato dagli arbitri a 29 secondi dalla fine che li avrebbe portati a ridosso della end zone avversaria con molto più tempo a disposizione per segnare, ma nel complesso i Jets hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo meritando di vincere. Dopo la gara tutta da dimenticare contro i Dolphins, la linea offensiva annullava quasi completamente la formidabile pass rush di Pittsburgh, consentendo inoltre ai runner di guadagnare oltre 100 yards contro una difesa che ne concede appena 60 a partita. Inoltre il regista Sanchez traeva ampio giovamento da un game plan che prevedeva molti più lanci corti, completando oltre il 65% di passaggi (19 su 29 per 170 yards) senza intercetti. Dall’altra parte della palla, tutto l’attacco degli Steelers aveva una gran giornata, da Roethlisberger (23 su 44 per 264 yards ed una meta) a Mendenhall (17 corse, 100 yards ed un touchdown) alla giovanissima coppia di ricevitori formata da Wallace (10 ricezioni, 102 yards) e Sanders (13-78), ma alla fine Pittsburgh aveva il torto di incagliarsi all’ultimo ostacolo. In realtà domenica sera anche gli Steelers potevano esultare poichè, nonostante il k.o., accedevano ai playoff per i risultati che arrivavano dagli altri campi. Ora però Roethlisberger e soci non hanno più spazio per commettere degli errori se non vogliono che Baltimore soffi loro da sotto il naso un preziosissimo primato nella AFC North. New York invece è ad una sola vittoria dall’accesso alla post season e se i Jets, sotto la guida del loro head coach “candidamente smargiasso”, dovessero ritrovarsi in quest’ultimo scorcio di stagione, nei playoff potrebbero essere una pericolosa mina vagante.

[W16] 49ers vs Rams

Scritto da Massimo

Mercoledì 29 Dicembre 2010 18:02 Quella di domenica sera era la partita più importante da tre anni a questa parte per i Rams, e squadra e pubblico hanno dato le risposte che ci si attendeva. Dopo diverse stagioni di mediocrità, la sfida con i Niners tornava ad essere importante in chiave playoff, e l'intensità della partita è stata all'altezza delle aspettative (la qualità un po' meno, ma non si puo' avere tutto...). Un Ed Jones Dome finalmente in bluoro e con un buon livello di decibel ad incitamento della squadra di casa, faceva da cornice ad una partita che ha vissuto fasi alterne. I Rams iniziavano premendo subito sull'acceleratore, ed un ottimo Sam Bradford portava i Rams fino alla una yard avversaria, da dove Steven Jackson apriva lo score con una corsa da una yard. I Rams tornavano così a segnare nel loro drive di apertura dopo molte settimane, e quando la difesa costringeva Troy Smith alla safety (complice anche un pessimo snap), sembrava che la partita potesse andare via liscia e senza troppi grattacapi. La pensava così anche Pat Shurmur, evidentemente, poichè cambiava radicalmente strategia offensiva abbandonando il game plan aggressivo che era valso il touchdown del primo drive, per affidarsi alla ragnatela di passaggetti corti e corse centrali dove Spikes e Willis facevano ottima guardia, che portava i Rams allo stallo nei drive successivi. Se i Niners non si rifacevano sotto nel punteggio era solo per la loro indisciplina e l'insipienza tattica di Singletary. Una marea di penalità metteva l'attacco di San Francisco in situazioni dalle quali uscire era un miracolo, e nonostante Troy Smith ogni tanto tirasse fuori il classico coniglio fuori dal cilindro, non era una situazione sostenibile per i californiani. A scuotere la partita ci pensava Ted Ginn, che raccoglieva un punt e lo riportava in touchdown dopo una galoppata di 78 yards. I Rams rispondevano, sempretitubanti, con un field goal di Josh Brown, ed i Niners raddoppiavano con una delle migliori azioni della serata, un catch and run di Crabtree da 60 yards su passaggio di un Troy Smith che riusciva sempre a creare grattacapi alla difesa dei Rams con la sua mobilità. Nel secondo tempo, però, Shurmur sembrava accorgersi che la tattica attendista e conservativa non lo avrebbe portato da nessuna parte, e decideva di liberare Bradford dalle briglie con cui lo aveva tenuto a cuccia per tutto il primo tempo. Il rookie rispondeva da par suo, smentendo anche i soloni che lo avevano già accusato di aver colpito il "rookie wall" a causa delle prestazioni sottotono delle ultime settimane. Con la difesa dei Ninersconcentrata su Jackson ed Amendola, Bradrord iniziava a colpire gli obiettivi secondari, lanciando palloni invitanti a Alexander e Gibson, i quali li trasformavano in preziosi primi down. Dopo un altro field goal di Brown, che riportava i Rams avanti di un punto, Bradford trovava Laurent Robinson per il secondo TD della serata, una segnatura che spezzava le gambe ai Niners. Sulla panchina californiana regnava il caos più assoluto, con Troy Smith e Singletary che avevano un diverbio acceso che portava, un paio di drive dopo, alla sostituzione di Troy Smith con Alex Smith. Una decisione scellerata, quella di Singletary, che,di fatto, consegnava la partita nelle mani dei Rams, la cui difesa poteva finalmente rilassarsi nel controllare un quarterback statico come Alex Smith. Il risultato finale di 25-17 eliminava definitivamente i Niners dalla corsa playoff, mentre i Rams sono attesi domenica prossima da un'altra partita della stagione a Seattle, in un confronto che deciderà chi tra Rams e Seahawks vincerà la NFC West ed ospiterà una Wild Card il prossimo 9 gennaio. Era una partita che poneva tante domande, e le risposte sono arrivate. I Niners hanno chiuso il biennio di Singletary, silurato a furor di popolo (e di giocatori) nell'immediato dopopartita, nel peggiore dei modi, rendendosi conto di aver buttato due anni di ricostruzione grazie all'ennesimo coordinatore che, una volta nominato head coach, dimostra di non averne la stoffa. I Rams invece hanno risposto bene alla pressione della partita, anche se la sensazione, sgradevolissima, è quella di un offensive coordinator che non crede nei mezzi del proprio attacco, virando verso una tattica conservatrice non appena la squadra costruisce un piccolo vantaggio. Ottimo Sam Bradford, capace davvero di cavare il sangue dalle rape, senza nulla togliere ai vari Amendola, Gibson ed Alexander. Edora, sotto con i Seahawks. La partita verrà trasmessa in primetime, marcando così il ritorno dei Rams in prima serata nazionale dopo quasi tre anni di assenza. Un piccolo segno che le cose stanno volgendo al meglio nel Missouri.

[W16] Chiefs: sorpresa della stagione

Scritto da Paolo

Mercoledì 29 Dicembre 2010 18:00 Due anni fa il presidente dei Kansas City Chiefs Clark Hunt, stufo di subire sconfitte a ripetizione (dopo il campionato 2006 culminato con l’accesso ai playoff, la squadra del Missouri aveva messo insieme nelle due stagioni successive un record di sei vittorie e ventisei sconfitte) e desideroso di riconquistare un pubblico che si era un pò disamorato del team, capì che era tempo di ricostruire la sua franchigia dalle fondamenta. La prima mossa fu quella di soffiare alla società più vincente degli anni duemila, vale a dire New England, il general manager Scott Pioli, uno degli artefici della creazione della dinastia Patriots. Poi il figlio del leggendario fondatore dei Chiefs, quel Lamar Hunt che è uno dei padri della NFL come la conosciamo oggi, mise a punto con Pioli la seconda mossa: l’ingaggio di un allenatore emergente, che però non aveva esperienza nel ruolo di head coach. E la scelta cadde su Todd Haley, sanguigno offensive coordinator degli Arizona Cardinals. Probabilmente quando venne ufficializzata la scelta, molti tifosi dei Chiefs, abituati ad avere come coach il soporifero Herman Edwards, pensarono “beh, magari continueremo a perdere, ma almeno ci sarà da divertirsi” avendo ancora negli occhi il breve ma violentissimo scontro verbale che poche settimane prima, durante la partita più importante degli ultimi sessanta anni per i Cardinals, la finale di Conference poi vinta contro gli Eagles, ebbero lo stesso Haley ed il suo ricevitore Anquan Boldin. Ma la speranza dei fan dell’Arrowhead Stadium derivava soprattutto dall’impressionante lavoro svolto dallo stesso Haley con l’attacco di Arizona ed in particolare con il quarterback Kurt Warner con cui si era subito creato un grande feeling (in una intervista quest’ultimo raccontò scherzando che la moglie aveva il sospetto che lui e Haley i quali, giova ricordare, hanno messo al mondo dieci figli, avessero una relazione visto il continuo scambio di messaggi e fax che in realtà contenevano ovviamente schemi, traiettorie dei ricevitori e quant’altro). In realtà Haley, uno dei tanti discepoli del maestro Bill Parcells, non solo era riuscito a rivitalizzare la carriera di un Warner che sembrava ormai inevitabilmente avviato verso il viale del tramonto dopo la fallimentare esperienza con i Giants, ma costruì attorno all’MVP del Superbowl del 1999 un passing game temuto in tutta la Lega, e tutto ciò in una squadra che per decenni era stata lo zimbello della NFL. Ma probabilmente neppure il più sfegatato fan dei Chiefs avrebbe immaginato che il divertimento sarebbe arrivato così presto: dopo appena due stagioni sotto coach Haley infatti non solo Kansas City è tornata a farsi rispettare, ma travolgendo domenica scorsa i Tennessee Titans si è aggiudicata la AFC West (e ovviamente un posto nella post season) spodestando dopo quattro anni i San Diego Chargers e diventando una delle più improbabili vincitrici di division degli ultimi dieci anni. In realtà qualche segnale positivo si era già visto nella seconda metà del 2009 quando la squadra era migliorata praticamente in tutte le statistiche significative dell’attacco grazie alla esplosione del runner Jamaal Charles ed al rendimento tutto sommato soddisfacente del quarterback Matt Cassel, altro ex componente dei Patriots. Poi, lo scorso gennaio, la trasformazione in una succursale di New England si è completata con l’arrivo dell’offensive coordinator Charlie Weis e del defensive coordinator Romeo Crennel, cioè i due coach che guidavano attacco e difesa dei Patriots nei primi tre Superbowl vinti. In questo 2010 la partenza dei Chiefs, dati da moltissimi addetti ai lavori come un team in crescita ma ancora lontano dall’elite, è stata folgorante con due vittorie importanti contro San Diego e Cleveland ed un largo successo contro San Francisco. Poi iniziava un periodo di appannamento, con quattro sconfitte nelle trasferte a Indianapolis, Houston, Oakland e Denver inframmezzate dai due successi comunque preziosi contro Jacksonville e Buffalo. E tra l’altro nella sconfitta 49-29 contro i Broncos, coach Haley mostrava ancora una volta il suo caratterino non stringendo la mano a fine partita all’head coach avversario McDaniels, con cui si sarebbe scusato il giorno dopo, reo a suo parere di aver cercato di umiliare i suoi in una partita già vinta. Però, proprio quando sembrava che i Chiefs, cui Haley aveva proibito di usare la parola playoff, avessero esaurito benzina ed entusiasmo, il team del vulcanico coach riprendeva a macinare gioco ed avversari, vincendo cinque delle successive sei gare e centrando così il titolo divisionale che a Kansas City mancava dal 2003. Da un punto di vista statistico, il fiore all’occhiello della stagione sono naturalmente le 168 yards corse in media a partita che fanno del rushing game dei Chiefs il primo della Lega grazie alla coppia formata dal giovane Charles e dal veterano Thomas Jones. Più deficitario è invece il gioco aereo che produce appena 168 yards per incontro (trentesimo della Lega) nonostante la grande stagione del ricevitore Bowe che sembra finalmente aver messo la testa a posto e le prestazioni di grande spessore del rookie tight end Moeaki. Qui però è utile guardare oltre i meri numeri: se è vero infatti che Cassel non è certo un bombardiere è anche vero che il rapporto di ventisette a cinque fra touchdown ed intercetti del prodotto da USC, è secondo nella NFL dietro solo a quel fenomeno che risponde al nome di Tom Brady ed il rating di 98,5 è il quinto della Lega. In generale comunque tutto il gioco offensivo dei Chiefs ha tratto giovamento dall’arrivo in primavera dei due veterani Wiegmann e Lilja che hanno dato

stabilità ad una linea di attacco troppo spesso in difficoltà nel 2009. La difesa ha invece fatto un grande salto in avanti sotto Crennel, portandosi dal trentesimo al sedicesimo posto a livello di yards concesse a partita, ed è fondamentalmente una no-name defense senza grandissimi giocatori, ma con molti atleti di ottima levatura come l’end Dorsey, i linebacker Johnson ed Hali, autore quest’ultimo di ben 12 sack, il cornerback Flowers e la safety rookie Berry che ha già messo a segno 111 tackles, tre intercetti, due sack e dodici passaggi deviati. II problema della difesa rimangono invece i big play concessi con troppa frequenza dai ragazzi di coach Crennel. Ma l’ottimo lavoro di general manager e coaching staff non si è fatto sentire solo in campo: dei sette giocatori scelti nel rookie draft, a parte il linebacker Sheffield k.o. prima ancora dell’avvio della stagione, gli altri sei hanno tutti disputato almeno una partita da titolari, ed il trio formato dalle safety Berry e Lewis e dal tight end Moeaki si è conquistato un posto fisso nello starting lineup. “E’ un giorno importantissimo per tutta l’organizzazione dei Chiefs” ha detto coach Haley in una intervista dopo la gara con i Titans, e alla domanda se si aspettasse una crescita del team così rapida ha risposto “in realtà non sono sorpreso. Noi siamo un team in transizione, ci sono ancora molte cose da fare, però i ragazzi si sono allenati duramente ed in fondo è per questo che si lavora. Avevo visto segnali incoraggianti sia alla fine della scorsa annata che durante la pre-season, e siamo riusciti a continuare questo trend anche durante la stagione regolare. Le ragioni di questo grosso passo avanti credo siano da ricercare nel fatto che i giocatori si siano presentati già in forma al training camp, abbiano seguito con grande dedizione e sacrificio il progetto e dal fatto che il grosso del coaching staff con alle spalle un anno insieme sia riuscito ad amalgamarsi meglio. Comunque manterremo un profilo basso e proseguiremo a guardare giorno per giorno. Intanto siamo ai playoff e una volta che sei là tutto può succedere…”.

[W16] La crisi dei Giants

Scritto da Dario

Mercoledì 29 Dicembre 2010 17:50 Con la caduta fragorosa di Dallas, non è esagerato dire che il calendario dei Giants era uno dei migliori nella NFC. Ed in effetti, dopo qualche settimana, New York sembrava lanciata alla conquista della division, con il 5-2 prima del bye e partite contro Seattle, Minnesota e Washington ancora da sfruttare. D'altra parte, non si può approdare ai Playoff NFL senza passare sui “cadaveri” delle tue rivali. Bisognava battere due volte Philadelphia, in costante ascesa, per assicurarsi un posto tra le grandi. Invece, un paio di mesi dopo, la situazione è cupa. Le testate della grande mela sono costrette a trovare incredibili spiegazioni per la debacle biancoblu, tipo incolpare gli Eagles per la sconfitta con i Vikings di ieri sera, che non forza Chicago a vincere contro i Packers domenica prossima per avere il bye ai Playoff. Se i Packers vincono, sono dentro a discapito proprio dei Giants, la cui vittoria sui Redskins potrebbe non bastare. Quindi, una squadra che è tra le prime dieci in ogni statistica in NFL, e lo è stato per tutta la stagione, ha una grossa percentuale di possibile fallimento. Non esistono capri espiatori. Eli Manning ha avuto difficoltà per larghi tratti della stagione, dopo aver iniziato da fuoriclasse, principalmente per l'assenza dei suoi due bersagli preferiti Steve Smith e Hakeem Nicks. E di certo non si può incolpare il backfield, quinto della nazione, perchè Bradshaw + Jacobs sono coppia che si compensa come nessun altra nella lega e possono correre su qualunque avversario. Sostanzialmente in parità il doppio confronto con gli Eagles, nonostante le due L conseguite, domenica i Giants erano chiamati ad aggiungere la decima vittoria contro i Packers, per mantenere contatto con Philadelphia. Green Bay non giungeva in splendida forma allo scontro, con Aaron Rodgers al ritorno dopo un paio di commozioni cerebrali ed anch'essi aggrappati alle ultime possibilità di post season. Ma dalla partita è uscito un netto vincitore, e con la maglia verde e gialla. Rodgers ha lanciato per 404 yarde e 4 touchdown, mentre la sua controparte ha lanciato 4 intercetti, regalando ai Packers un secondo tempo in cui poter rimanere conservativi e guidare la W in porto affidando la palla a John Kuhn ben felice di realizzare 3 TD dalla corta distanza. Il finale di 45 a 17 non è esagerato né bugiardo. Green Bay controlla il suo destino settimana prossima, New York prega. E' la situazione che ci regala una diciassettesima settimana vibrante all'interno della NFC. Brividi che New York non voleva, e che credeva di poter evitare prima che Matt Dodge recapitasse nelle capaci mani di DeSean Jackson il punt che ha reso il 2010 dei ragazzi di Coughlin una potenziale Caporetto. Perchè molto spesso sono le decisioni sbagliate, o particolari errori, a segnare la fine delle speranze. Poco conta se hai il miglior attacco o la migliore difesa, o entrambe (vero Chargers?), se ad un certo punto, il punto sbagliato, sbagli e sei finito. Ma vi diremo di più: in ognuna delle sconfitte, New York non è andata mai oltre le 100 yarde di corsa. Quindi, a ben vedere, ci sono anche elementi molto meno aleatori sul tracollo di queste ultime due settimane. Ben mascherato da una schedule facile, quindi, il vero valore di una squadra senza troppe stelle ci ha ingannato per troppo tempo, facendoci lodare un organizzazione di squadra ed un equilibrio tra reparti che molte franchigie invidiano ma di cui, alla fine, riescono a fare a meno.

[W16] Steelers - Ravens, testa a testa

Scritto da Mauro

Giovedì 30 Dicembre 2010 11:25 Steelers campioni e Ravens ai playoffs, con Browns e Bengals a guardare dal basso, come al solito: la situazione della AFC North ad una partita dalla fine è presto detta. La 17esima e ultima settimana di regular season potrebbe però sparigliare le carte, perchè in classifica Pittsburgh e Baltimore sono alla pari, con l'identico record di 11-4, ed entrambe ormai certe della qualificazione alla postseason; rimanendo così la situazione gli Steelers hanno il tie-breaker a loro favore e vincerebbero il titolo divisionale entrando nella post season come secondo miglior record, ma se una delle due dovesse perdere ecco che la division (e il secondo seed con annesso turno di riposo) andrebbe automaticamente all'avversaria. E per aggiungere pepe alla storia all'ultima giornata sono in programma i due scontri incrociati, con i Bengals che vanno a Baltimore mentre gli Steelers calano nell'Ohio per l'ennesimo atto di una delle rivalità più sentite nella storia della NFL. E dire che per gli Steelers l'annata alla vigilia non sembrava presentarsi sotto i migliori auspici: la coppia di trionfatori dell'ultimo Superbowl non c'era più, con l'indisciplinato Santonio Holmes spedito ai Jets e Ben Roethlisberger squalificato per l'inizio della stagione per le note storiacce tristi di cronaca. Invece, contro ogni previsione, Dennis Dixon e il vecchio Charlie Batch avevano fatto un eccellente lavoro nel sostituire il quarterback col numero 7, e al ritorno di Big Ben gli Steelers avevano già in cascina un eccellente 3-1, sporcato solo dalla sconfitta di misura in casa proprio contro i Ravens. E da lì in poi, con il loro titolare di nuovo al comando, gli Steelers sono stati più o meno la solita gioiosa macchina da guerra degli ultimi anni: corse dritte in faccia agli avversari (Rashard Mendenhall è ormai una certezza), il braccione di Roethlisberger armato sul profondo (accanto alla freccia Mike Wallace e al solito Hines Ward quest'anno sta emergendo anche il rookie Emanuel Sanders, pescato al terzo giro) e come al solito tanta, tanta difesa, il vero marchio di fabbrica degli acciaieri. Gli infortuni si sono messi di mezzo, come sempre succede, e hanno colpito duro specialmente nella line d'attacco – reparto che era stato il vero punto debole della scorsa stagione - con due tackles importanti finiti in injured reserve come Colon e Starks; ma ancora una volta il buon livello espresso dai sostituti e l'emergere prepotente del centro ex-Florida Maurkice Pouncey (scelto quest'anno al primo giro e già nominato titolare AFC al prossimo Pro Bowl) ha consentito di non patire le assenze più di tanto. Fino ad andare a prendersi, ad inizio dicembre, la rivincita contro i Ravens in casa loro dopo la solita classica battaglia senza esclusione di colpi. Insomma, una squadra esperta, che non muore mai, combatte sempre ed è durissima da buttare giù: nel playoffs sono cose che pesano. A 11-4, però, ci sono anche i Ravens. I quali, invece, partivano sì con i favori dei pronostici della vigilia, avendo installato su un telaio già collaudatissimo una stella come Anquan Boldin ed un solido comprimario come TJ Hushmanzadeh in quello che era considerato l'unico anello debole della squadra, cioè il ruolo di ricevitore. In effetti non si può dire che la stagione sia andata male: l'unico vero passo falso rimane, in fondo, la sconfitta contro i Bengals della seconda giornata (specialmente guardando poi il campionato penoso che hanno finito col fare le tigri dell'Ohio). Al di là di tutte le buona considerazioni – la maturità e la solidità di Joe Flacco, la consistenza di Ray Rice, il mostruoso Ray Lewis e l'eterna difesa, quest'anno statisticamente ancora la terza della lega – ci sono due cose che possono essere dette: una è il fatto che le sconfitte, a parte quella citata contro Cincinnati, siano arrivate contro squadre con record migliori come Patriots e Falcons; se questa sia una coincidenza o una cosa di cui coach Harbaugh dovrebbe preoccuparsi in ottica playoffs, solo il tempo lo dirà. E la seconda sono proprio gli Steelers. Al di là del fatto che – come detto - è da loro che è arrivata la quarta sconfitta stagionale per i Ravens, il cammino delle due squadre potrebbe essere destinato ad incrociarsi di nuovo nei playoffs, con la vincente della division al secondo turno e la perdente costretta al wild card game. Ancora 60 minuti di pazienza, e sapremo tutto.

[W17] Il momento di Tim Tebow

Scritto da Paolo

Mercoledì 05 Gennaio 2011 17:56 E’ una reazione assolutamente naturale: quando le cose non vanno bene si cerca qualcosa o qualcuno che accenda la speranza di invertire il trend negativo. E questa è stata probabilmente la molla che ha spinto una buona parte degli oltre settantamila tifosi dei Broncos ad assistere alle due gare conclusive di questa sfortunata stagione 2010: vedere all’opera dal vivo come titolare una delle prime scelte più controverse della storia recente dei draft universitari: Tim Tebow. L’ex regista di Florida, dopo aver giocato nelle prime tredici partite con Denver piccoli spezzoni di gara utilizzato praticamente solo in situazioni di corto yardaggio o nelle vicinanze della end zone nel tentativo di sfruttare più le sue qualità di runner che non quelle di lanciatore, nella quattordicesima gara ad Oakland ha esordito come quarterback titolare, complice l’infortunio al titolare Orton, ed è poi stato confermato nelle due gare casalinghe successive. Parlavo di scelta controversa: sì perché quella di Tebow è una storia assolutamente originale. Il ragazzo è uscito dall’università della Florida nell’estate del 2010 come uno dei giocatori più decorati della storia della NCAA: due volte campione universitario con i Gators, due volte vincitore del Maxwell Award come miglior giocatore di football della nazione e tre volte finalista dell’Heisman Trophy, trofeo che va al miglior atleta del football universitario e che Tebow si è aggiudicato nel 2007. Ed anche i rilievi statistici di Tim erano impressionanti: primo giocatore dell’NCAA ad aver all’attivo venti touchdown su passaggio ed altrettanti su corsa in una stagione e secondo quarterback nella storia del football universitario come efficienza con un rating di 170,8 grazie a 661 passaggi completati su 995 tentati per 9285 yards, 88 touchdown e solo 16 intercetti. Ma Tebow è personaggio positivo anche fuori dal campo: figlio di una coppia di membri della First Baptist Church, ha trascorso l’estate del 2008 insieme al padre come missionario nelle Filippine (paese in cui tra l’altro Tim è nato durante uno dei soggiorni dei genitori, allora missionari in quel paese), è stato scelto per parlare in numerosi incontri con detenuti nelle prigioni della Florida e spesso si reca in visita ad orfanotrofi o ad associazioni di volontariato. Per questo, ancora nel 2008, ha vinto sia il Disney Spirit Award che il Wuerffel Trophy, entrambi premi assegnati ad atleti che si sono distinti in campo per le loro prestazioni e fuori per il loro impegno nella comunità. Ok direte voi, con questi numeri e tenendo conto che Tebow è anche conosciuto per essere un gran combattente, qual è il problema; come mai i team della NFL erano così dubbiosi nell’ingaggiarlo ? Ebbene, le incertezze erano squisitamente tecniche: a Florida, Tim non solo giocava quarterback, ma spesso si incaricava di portare il pallone come un runner , e con ottimi risultati, però, nonostante i grandi numeri, quasi tutti gli addetti ai lavori erano seriamente preoccupati da una tecnica approssimativa nel movimento di lancio e dalla non accuratezza dello stesso. Tanto chè nelle interviste pre-draft, praticamente tutti gli analisti e molti general manager erano convinti che nonostante tutti i trofei e le impressionanti statistiche, Tebow non sarebbe stato scelto al primo giro: nessuno voleva spendere un sacco di soldi per un giocatore fenomenale fra i “ragazzi” ma che forse non era abbastanza bravo per fare il quarterback fra gli “uomini”. E i dubbi non riguardavano solo quando sarebbe stato scelto Tebow poiché proprio a causa di queste sue carenze, c’era incertezza addirittura su quale ruolo potesse ricoprire nella NFL: quarterback ? runner ? ricevitore ? tight end ? Lou Holtz, il famoso ex coach di Notre Dame fra il serio ed il faceto disse addirittura che Tebow sarebbe stato il primo linebacker scelto nel draft. E tanto per darvi un’idea del livello dei partecipanti alla discussione, si erano pronunciati a favore della capacità di Tebow di giocare quarterback, coach di valore assoluto come Jon Gruden, Tony Dungy e soprattutto Bill Belichick. Molto più scettici sulle chance di Tebow di sfondare come regista offensivo si erano invece rivelati l’ex allenatore dei Dallas Cowboys Jimmy Johnson e Brian Billick. Alla fine comunque nei draft di fine aprile, Denver aveva spiazzato un po’ tutti scegliendo Tebow al primo giro allo spot numero 25. Dopo una preseason travagliata per vari acciacchi fisici (alcuni commentatori avevano già dipinto il prodotto di Florida come troppo fragile per gli standard della NFL) Tebow non è stato assolutamente un fattore per tre mesi, almeno come quarterback. Fino alla durissima sconfitta subita contro Arizona, Tebow era infatti stato usato praticamente solo come runner e qui anche se le statistiche non erano certo da Barry Sanders (12 portate per 28 yards) erano comunque arrivati tre touchdown. Poi dopo il k.o. subito dal titolare Orton proprio contro i Cardinals, Eric Studesville, da pochi giorni nominato head coach al posto di quel McDaniels che aveva draftato Tebow, decideva di lanciare nella mischia il rookie nella trasferta contro gli arcirivali dei Raiders, e poi, come detto, di confermarlo anche nelle due gare casalinghe successive.

E Tebow, che si è sempre detto convinto di poter giocare quarterback nella NFL, come ha risposto ? Beh, onestamente il rendimento del regista numero 15 è stato altalenante: molto bene come runner con trentuno portate per 199 yards e soprattutto tre mete, così così in quello che però dovrebbe essere il suo lavoro, cioè lanciare il pallone, con quaranta completi su ottantuno tentativi per 651 yards, quattro touchdown e tre intercetti. Per altro considerando la situazione in generale, non mancano né le attenuanti, né gli elementi positivi: giocare quarterback da rookie nella NFL è durissima per tutti e brillare in questi Broncos, al temine di una stagione travagliata e con un head coach nuovo e senza esperienza nel ruolo, non è assolutamente facile. E in onore di Tebow che ha confermato le doti di gran lottatore, ma anche di molti atleti di Denver, c’è da riconoscere che, sconfitta ad Oakland a parte, negli ultimi due match la squadra dopo essere andata pesantemente sotto nel punteggio (0-17 con Houston e 7-26 contro i Chargers) ha lottato veramente fino alla fine riuscendo a recuperare e vincere 24-23 contro i texani e perdendo 33-29 contro Rivers e soci dopo però aver provato un paio di hail mary pass che avrebbero dato ai blu-arancio una tanto clamorosa quanto improbabile vittoria. E alla fine della gara di domenica scorsa con San Diego che ha chiuso la stagione, una delle prime domande che Tebow si è sentito fare, riguardava proprio le riserve sulla sua capacità di giocare quarterback ai massimi livelli. “Si’” ha risposto Tebow “forse alcuni dubbi sulla mia tecnica erano un po’ esagerati. Certo ho ancora molto da imparare, sia nel movimento dei piedi prima del lancio sia nella meccanica dello stesso, però ho tutta una offseason per migliorare e mi impegnerò al massimo perché credo di avere grandi margini per poter far meglio. Non solo devo crescere a livello di tecnica, ma anche naturalmente come gestione della partita: ovvio che uno cerchi il grande lancio, ma nella NFL devi spesso essere paziente e prendere quello che la difesa ti concede. Ecco, lì dovrò lavorare molto”. E alla domanda se anche lui avesse avuto problemi con la velocità del gioco, cosa comune a molti suoi colleghi rookie, ancora Tebow ha risposto “No, quello no. Il vero problema per me è il grande anticipo con cui giocano i difensori. Ad esempio, in allenamento, lanciare contro atleti come Champ Bailey che conoscono tutte le possibili traiettorie è difficile perché riescono a nascondere le loro intenzioni molto bene e anticipano molto il gioco. Comunque l’aver giocato queste tre partite è un’iniezione di fiducia importantissima: mi dà la possibilità di analizzare le mie prestazioni e vedere dove ho fatto bene e dove invece devo migliorare”.

[W17] Rams vs Seahawks

Scritto da Massimo

Martedì 04 Gennaio 2011 13:07 Che la partita tra Rams e Seahawks fosse praticamente l'unica con un vero interesse in ottica playoff tra quelle in programma domenica scorsa, lo testimoniava il fatto che venisse trasmessa in diretta nazionale nell'ultimo Sunday Night della stagione. I Rams mancavano dal primetime televisivo da quasi tre anni, e nessuno, ad inizio stagione, avrebbe pensato che sarebbero arrivati a giocarsi l'accesso alla postseason all'ultima giornata, men che meno contro i Seahawks. Due squadre in ricostruzione, quindi, che hanno però bruciato le tappe e che, soprattutto per l'insipienza di Cardinals e Niners (favioritissimi della vigilia) si trovano a giocarsi il titolo divisionale all'ultimo respiro. Per i Seahawks, anche il dubbio onore di essere, in caso di vittoria, la prima squadra nella storia NFL a vincere la division e qualificarsi ai playoff con un record perdente. I Rams recuperavano anche l'ultimo infortunato, il TE Hoomanawanui, e si presentavano ai nastri di partenza nella loro formazione migliore (al netto degli infortunati per la stagione, ovviamente) mentre i Seahawks erano indecisi fino all'ultimo su chi schierare dietro il centro, a causa dello stiramento alla coscia che Hasselbeck si era procurato correndo per un TD domenica scorsa. Alla fine, però, Carroll optava per mandare dentro il figlio d'arte Charlie Whitehurst, sebbene le sue apparizioni precedenti in stagione si fossero risolte in un nulla di fatto cosmico. Carrol, però, aveva in mente di battere la grande pressione della linea di difesa avversaria muovendo il quarterback nel backfield, e per questa tattica la scelta di un giocatore sano al 100% era quasi obbligata. La scelta pagava praticamente subito, perchè Whitehurst si trasformava in Joe Montana ed infilava un perfetto 6 su 6 nel drive di apertura, compresa una splendida bomba da 61 yards per l'ex Ram Ruvell Martin, e dopo che grazie ad un più che dubbio defensive holding un sack al terzo down si tramutava in un primo e goal, pescava Mike Williams in controflusso per il touchdown del 7-0, mandando in visibilio il pubblico del Qwest Field. I Rams non avevano risposte immediate. L'attacco balbettava, con Sam Bradford che si faceva deflettare sulla linea un paio di passaggi, ed iniziava il calvario bluoro, che si sarebbe trascinato per tutta la serata, con i Rams sempre ad inseguire affannosamente un avversario che, dopo la fiammata iniziale, si era a poco a poco spento grazie anche ad una impenetrabile difesa che metteva pressione su Whitehurst e bloccava sul nascere il gioco di corsa di Seattle. Il problema di St.Louis continuava però ad essere l'attacco. Il playcalling di Pat Shurmur faceva imbestialire più di un tifoso degli arieti, fatto com'era di swing pass, screen e, al massimo, un paio di slant, dimenticandosi, di fatto, dio avere nel backfield il miglior runner di tutti i tempi della franchigia di St.Louis, un probowler nelle cui mani non passava un pallone nemmeno a pagarlo oro. Persino per chiudere un terzo e uno veniva chiamato alla corsa Mike Karney invece di Steven Jackson, con il risultato di far entrare Donnie Jones per restituire la palla agli avversari. Improvvisamente le cose cambiavano nel secondo quarto, quando Shurmur si ricordava di dare palla a Jackson ed il runner di St.Louis rispondeva da par suo, trasformando in yards e primi down ogni opportunità che gli veniva concessa. Il drive stallava però in red zone, ed i Rams si dovevano accontentare di andare al riposo sotto 7-3. La musica non cambiava nel secondo tempo: Seahawks incapaci di muovere la palla e Rams di nuovo orfani della loro superstar che provavano ad aprire il gioco, ma si dovevano scontrare con i drop di Alexander, Fells e Robinson. Irritante quest'ultimo, prima quando si posizionava una buona yard corto dal primo down su un terzo cruciale, ovviamente non chiudendolo, e poi quando non riusciva a tenere entrambi i piedi per terra in campo su un altro terzo down importantissimo, forzando cosi' i Rams a calciare un altro Field Goal, subito imitati dai Seahawks che ristabilivano le distanze. Nel quarto periodo la difesa dei Rams, provata da tre quarti di stoica resistenza, cedeva definitivamente, permettendo ai Seahawks di mettere a segno altri due field goal e chiudere la partita senza che i Rams riuscissero ad avere una reazione decente. Anche Bradford, nella foga della rimonta, si faceva intercettare spegnendo così ogni speranza di miracolo. Rams a casa e Seahawks alla wild card, dunque, con annessa furiosa discussione se sia o meno il caso di cambiare il sistema dei playoff NFL, dato che "il fattaccio" della squadra qualificata con record negativo si è puntualmente verificato. Per quanto ci riguarda siamo ampiamente contrari ad una rivisitazione del seeding dei playoff, soprattutto perchè passare al recod puro e semplice avrebbe il solo effetto di riempire il finale di stagione di partite senza alcun senso se non la posizione

nell'ordine di scelta al draft. L'attuale sistema garantisce una buona dose di competitività anche nelle ultime giornate, e ciò non può che essere positivo per un campionato breve ma intenso come quello NFL.

[W17] Tampa è tornata!

Scritto da Dario

Giovedì 06 Gennaio 2011 13:52 In principio c'erano la Tampa 2 e Tony Dungy. Poi arrivò l'anello, in una delle stagioni più strane della ormai quarantennale storia della NFL. Poi, il buio. I Buccaneers erano tornati, dopo aver visto la massima realizzazione sportiva planetaria, ad essere la franchigia di un medio agglomerato urbano sulle sponde del golfo del Messico, che lotta tra la ricchezza dell'indotto e lo scarso attaccamento allo sport professionistico della Florida. In quel periodo nero, bastava qualche infortunio per scoraggiare i pirati, che da quando vennero schiantati in rimonta da Peyton Manning ed il loro ex coach in un Monday Night indimenticabile, sparirono dal radar degli analisti per un buon lustro. Sembra incredibile, date queste premesse e la disperata serie di sfortune che Tampa Bay ha dovuto affrontare (i legamenti di Cadillac Williams sono solo la prima cosa che viene in mente), che ora stiamo parlando di un record di 10-6 con un upside talmente enorme da far rabbrividire molte corazzate della NFC. I Bucs stanno dettando nuovi standard per la National Conference, considerando che in questa ottima stagione hanno adoperato una decina di rookie. Ma vediamo come si è arrivati fin qui. E' il 25 aprile 2009 quando Josh Freeman viene scelto nel primo giro del draft da Tampa Bay. In un draft avaro di QB di rilievo, Tampa si assicura il prodotto di Kansas State scambiando la sua originale scelta con Cleveland. Freeman entrerà in campo solo molto tempo dopo, a metà della stagione 2009, battendo Green Bay ed ipotecando il posto da titolare. Quel giorno si è aperta la nuova era dei Bucs, l'era Freeman, runningback potente ma non necessariamente meno preciso di altri, con un fisico imponente su cui reggere una squadra che doveva reinventarsi. E che al successivo draft si presenterà allo stesso modo, se non peggio, con la terza scelta assoluta. Dopo aver messo a posto la posizione di defensive tackle, Tampa sceglie due receiver, Arrelious Benn e Mike Williams, nel secondo e quarto turno. Durante la preseason Williams vince ogni confronto con il più blasonato collega, e diventa il go-to-guy di un team che, avrete capito, non aveva nessuno a chi lanciare la palla. Benn è nelle retrovie, pronto ad esplodere con il suo talento qualora chiamato in causa. Stessa solfa di un altro talento scartato. LeGarrette Blount, facinoroso runningback da Oregon, prima si mette d'accordo con i 49ers, poi firma coi Titans, poi viene tagliato dagli stessi. L'irrequieto, non draftato, si accasa nei Bucs che vedono in lui meramente una opzione per dare fiato a Cadillac ed al suo fisico temprato da 10 anni di infortuni gravi. Sarà un nuovo inizio per lui e per la franchigia. Raheem Morris, il coach, lo vede rompere tackle come nessuno e lo investe di sempre maggiori compiti. Arriva la leadership nazionale appunto in tackle rotti, giocando molti meno snap di altri RB della lega, arrivano i TD, arrivano prestazioni solide che lo fanno, in vista del 2011, sedere sul trono del corridore partente della squadra. La stagione finisce con il record sopracitato, figlio di 9 vittorie su squadre dal record negativo, e con tanta consapevolezza dei propri mezzi. E' proprio su questo che Morris dovrà lavorare. Le possibilità che il gruppo si monti la testa sono altissime. Miglior rookie RB della stagione, miglior rookie WR della stagione, terzo QB più preciso della lega e nessun veterano a dir loro di calmarsi. Tampa è la migliore squadra della NFL sui terzi down, e nonostante non possa partecipare ai Playoff è nella top ten della maggior parte dei Power Rankings in rete. Insomma, un gruppo formato da dieci rookie partenti potrebbe scivolare sulla buccia di banana dell'autostima che questo record da guinness dei primati (nessuno era mai riuscito ad avere così tanti giocatori al primo anno con ruoli così importanti) sicuramente darà loro. Di sicuro per il futuro c'è solo il talento, il resto, soprattutto in una division che vede le due migliori squadre NFC e la squadra che sceglierà per prima al prossimo draft, è quantomai incerto. Personalmente, non crediamo Tampa possa stabilirsi da subito come una grande potenza NFL. Il record, pompato dalle tre sfide ad avversari della NFC West, non deve ingannare, e Tampa dovrà dannarsi l'anno prossimo per ripetere tale performance. Allo stesso tempo sovrascriviamo quanto detto prima. Tutti dovranno correre ai ripari, perchè una squadra così giovane e forte non è mai esistita. Ce lo dicono la vittoria 38 a 15 su Seattle di due settimane fa, ce lo dicono le rocambolesche ma chiare vittorie su Saint Louis, Cincinnati e Cleveland in rimonta nella prima parte della stagione, ce lo dice il modo con cui i Bucs schiantano i deboli (Carolina due volte, San Francisco tenuta a zero punti) e si adattano a giocare una partita punto a punto con chi li mette in difficoltà su più piani. Solamente il tempo dirà se questo fenomenale 2010 sarà stato frutto di improbabili casi o l'inizio di una dinastia ma i dati sono incoraggianti, e questo articolo deve essere comunque visto come un omaggio ad una squadra che ha dimostrato di essere vincente e di avere tante di quelle intangibili qualità che portano al grande ballo finale.

Salvo colpi di testa, è proprio quello il posto di Freeman, Blount, Williams ed i terribili Buccaneers del 2010!

[W7] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

Scritto da Mondo NFL

Martedì 26 Ottobre 2010 21:54

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Roddy White, WR, Atlanta Falcons Non bello: bellissimo, folgorante. Le 11 spettacolari ricezioni, le 201 yards conquistate e i 2 TD con cui ha dilaniato l'altalenante ma talentuosa difesa dei Bengals rappresentano solo l'ovvia conseguenza di una crescita esponenziale per il 28enne WR da Birmingham-Alabama, che quest'anno sta viaggiando verso una proiezione di circa 1700 yards, dopo le oltre 3700 conquistate dal 2007 al 2009. Il ragazzo può afferrare qualunque oggetto transiti dalle sue parti e lo sa fare "nel traffico" o sfrecciando lungo la sideline, a due mani o a una, usando fisico o doti acrobatiche. Il suo nome può tranquillamente essere inserito nelle discussioni su chi sia il più forte ricevitore della lega. Il Bello 2 DeAngelo Hall, CB, Washington Redskins I 4 intercetti (di cui uno riportato per 92 yards e 7 punti) messi a segno contro lo stressato Cutler al Soldier Field sono tantissima roba e portano Hall, pupillo di Deion "Mr. Primetime" Sanders, nella storia: solo altri 18 defensivebacks sono stati in grado di pizzicare così tanti palloni in un match, ultimo dei quali Deltha O'Neal con i Broncos nel 2001. Quando ci si mette, il ragazzo non sa causare mal di testa solo ai suoi coach. Il Brutto Chicago Bears offensive line Haynesworth che porta a spasso la guardia Chris Williams per quasi 10 yards ribaltandolo addosso a Cutler (per un sack) può essere considerato il simbolo della consistenza e della compattezza della linea allenata da Mike Tice. I quintetti scesi in campo nelle 7 giornate hanno concesso 31 sack e 53 colpi portati al quarterback (di cui almeno uno buono per una commozione cerebrale), oltre ad aver "agevolato" Cutler nei suoi 7 intercetti e "favorito" una percentuale del 18% (15/84) sulle conversioni di terzi down con infiniti collassamenti. Il "Tipo" Eric Mangini, head coach, Cleveland Browns Perché sta riuscendo contemporaneamente a dimagrire e a sopportare la sempre ingombrante ombra del presidente-coach Mike Holmgren, perché ha saputo conquistare fiducia e rispetto dei suoi giocatori e perché domenica, al Lousiana Superdome, s'è permesso di sfidare e sconfiggere i Saints campioni del mondo battendoli proprio su uno dei loro terreni preferiti, quello dei trickplays. Oltre al passaggio da 13 yards del RB Peyton Hills per il QB McCoy, allineato da ricevitore, va segnalata la finta di punt con corsa-record da 68 yards dello stesso punter di Cleveland, il tutto-sommato-atletico Reggie Hodges. Halloween si avvicina: dolcetto o scherzetto? Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W8] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

Scritto da Mondo NFL

Giovedì 04 Novembre 2010 11:03

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Halloween Edition Il Mago David Garrard, QB, Jackosnville Jaguars E' vero, avere a che fare con i Cowboys al giorno d'oggi somiglia sempre più al dover rubare le caramelle ai bambini, ma... hey, si era pur sempre ad Arlington, con Garrard che rientrava dopo la commozione cerebrale subita in week 6 contro i Titans, i suoi in striscia negativa di 2 incontri e con in più il fiato dell'ex Bill Trent Edwards sul collo. Il 32enne regista da East Carolina però non s'è limitato a riportare i suoi alla vittoria e in corsa nell'AFC South, ma lo ha fatto somministrando una spettacolare pozione fatta di accuratezza, improvvisazione ed efficacia: per lui alla fine 17/21, 260 yards, 4 TD pass e 1 TD su corsa da 2 yards. Wow. Gli Zombies New York Jets offense Cinque vittorie consecutive e due settimane per limare le imperfezioni e preparare la sfida con i Packers, destinati ad arrivare nella Big Apple con la difesa di Capers priva di quattro DLs, 3 LBs e innumerevoli DBs - per cosa? Un sconfitta per tre field-goals a zero? Yes, sir. E' quello che succede quando si mescolano due intercetti di Sanchez, due discutibili challenge chiamati (e persi) da coach Ryan, quattro drop dei ricevitori, un field goal da 38 yards sbagliato da Folk, un fumble del jolly Brad Smith dalla Wildcat formation e una corsa su finta di punt del P Wheatherford corta dal primo down. Horror allo stato puro. Lo scienziato pazzo Mike Shanahan, head coach, Washington Redskins Mike Shanahan, head coach, Washington Redskins - La scelta di mettere in pachina Donovan McNabb, autore in carriera di 25 rimonte vincenti, nell'ultimo quarto della sfida contro i Lions, con i suoi sotto di soli 6 punti, appare quantomeno enigmatica. I risultati della scelta hanno però parlato chiarissimo: il primo snap per Rex Grossman - più adatto a gestire la "2 minute offense", a detta di Shanahan - s'è tramutato in un fumble recuperato e portato in meta dal sempre più dominante DT Suh. Psycho killer, qu'est-ce que c'est? Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W9] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

Scritto da Mondo NFL

Giovedì 11 Novembre 2010 14:05

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Philip Rivers, QB, San Diego Chargers Ok, va ammesso: i Texans hanno la peggiore pass defense del campionato e probabilmente una delle peggiori di tutti i tempi, con quasi 300 yards concesse a partita e scarse capacità di tackling. Questa statistica dovrebbe però ridimensionare la prova di Rivers, autore di un 17/23 con 295 yards e 4 TD pass? No way. Anzitutto perché il parco ricevitori di San Diego a Houston era privo del TE Gates e di Floyd, Naanee, B. Davis e ovviamente Vincent Jackson, prossimo rientrate dopo l'holdout. Inoltre perché quella di domenica è stata l'ennesima prova spaziale del 28enne QB da North Carolina State, che in 9 giornate di campionato ha lanciato per 2944 yards, 19 TD e un rating di 102.9. Che si inizi a menzionarlo a fianco dei vari Brady, Roethlisberger, Favre. Lui è i Bolts. Il Brutto (I Brutti) Matt Moore, Jimmy Clausen, Tony Pike, QB, Carolina Panthers Per carità, è vero che la difesa dei Saints sta tornando ai pieni ranghi e che Gregg Williams sa come impostare una strategia in grado di intimidire gli avversari; è pur vero che, malgrado qualche sporadica performance domenicale dei vari Steve Smith o dei rookies LaFell e Gettis, non si può proprio considerare il receiving corp di Carolina come un punto di forza. Ma che tre QBs collezionino in totale 17 completi su 36 tentativi, con 0 TD e 1 INT, beh, vuol dire che non è esattamente John Fox il maggiore dei problemi per il team della Florida. Ad aggiungere la beffa al danno, lunedì Moore è stato poi inserito nella injury reserve list di Carolina per un infortunio alla spalla destra. Per lui stagione finita. Brutto e sfortunato. Il "Tipo" Julian Peterson, LB, Detroit Lions Ultimo giro di orologio, i Lions avanti per 20-17: dalle proprie 44 Sanchez lancia un passaggio corto a Tomlinson, che sprinta dal centro a sinistra, chiude di poco il down ed esce dalla sideline fermando il tempo. Azione finita e primo down Jets dalle 42 yards dei Lions? No, perché quando ormai LT è già un metro fuori dal campo, Peterson si fionda su di lui per un late-tackle che costerà ai suoi 15 yards di penalità. E, con 40'' da giocare, quelle yards saranno essenziali ai newyorkesi per avvicinarsi ulteriormente in territorio field-goal e mandare la partita in overtime con un calcio di Folk, che in seguito calcerà anche i 3 punti della vittoria Jets. Com'on, Julian! Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W10] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Martedì 16 Novembre 2010 17:35

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Michael Vick, QB, Philadelphia Eagles Ero pronto a raccontare e celebrare la grande performance dei QBs di Denver Orton e Tebow, firmatari del massacro sui Chiefs con una prestazione da 6 TD combinati (4 per il primo, 2 per il secondo), ma poi s'è giocato il Monday Night... La scorsa notte Vick non ha solo portato i suoi in vetta all'NFC East (in coabitazione con i Giants) demolendo a domicilio gli Skins del suo amico ed ex collega McNabb fresco di rinnovo, ma ha fatto tutto ciò generando e portando a compimento uno spettacolo sen-sa-zio-na-le: 60 minuti di puro show atletico e creativo, iniziati da un perfetto lancio che DJax ha ricevuto e tradotto in TD da 88 yards, proseguiti col completamento dei primi 10 passaggi effettuati e terminati con uno score finale che recita 20/28, 333 yards, 4 TD e 0 INT, più 8 corse per 80 yards e 2 TD. Per una volta i numeri, benché spaziali, non riescono a rendere fino in fondo l'idea di cosa abbia combinato il 30enne mancino alla guida di Phila. Arte e intrattenimento applicati allo sport.

Il Brutto Brett Favre, QB, Minnesota Vikings Volente o nolente, Favre resta l'immagine dei Vikings versione 2010, incapaci di giocare con intensità e anzi in apparente, rapido, irrimediabile dissolvimento - nonché in spasmodica attesa che la stagione termini e con essa il regno di Childress. Nel ventoso Soldier Field, dove per anni ha dettato legge, Favre ha mostrato tutto il suo logorìo fisico e mentale, chiudendo il match con 18 passaggi completati su 31 tentativi per 170 misere yards, 1 TD pass per Harvin favorito da un grossolano errore di marcatura della difesa dei Bears, ma soprattutto 3 INT e 1 fumble perso, che tradotto fanno 4 turnovers. Più che sufficienti per tornare a casa con le celeberrime "pive nel sacco". Il "Tipo" Glover Quin, CB, Houston Texans Col match fra Jaguars e Texans ormai avviato all'overtime sul punteggio di 24 pari, David Garrard prende l'ovvia decisione di giocarsi l'ultimo snap dei tempi regolamentari esplodendo un Hail Mary senza troppe pretese. La palla, sparata dalla metà campo esatta, viaggia per aria e precipita in una endzone naturalmente già affollata di difensori di Jacksonville; tutto sembrerebbe dunque rinviato al tempo supplementare, se non fosse che Quin, con un refuso pallavolistico, "mura" la palla recapitandola perfettamente fra le mani del WR Mike Thomas, che sta sopraggiungendo in area di meta e non può fare altro che segnare il TD decisivo. Della serie, "come entrare nella storia di una delle più ridicole difese di tutti i tempi". Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W11] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Martedì 23 Novembre 2010 14:16

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Aaron Rodgers, QB, Green Bay Packers Al rientro dopo il bye e chiamato a guidare i suoi all'interno dell'ostile e assordante Mall of America Field di Minneapolis, per di più con sua maestà Favre a fargli da contraltare, A-Rod ha perso solo un paio di drive prima di mettere in piedi quella che, forse, ad oggi è la sua migliore performance di sempre: dopo un iniziale 3 su 9 causato da un po' di ruggine da smaltire, infatti, il 26enne da California non ha più perso un colpo e, torchiando sadicamente l'incerta secondaria dei Vikes, ha completato 19 dei successivi 22 tentativi chiudendo con uno score di 22/31 per 301 yards lanciate in modo sublime, 4 TD pass, 0 INT e pure 3 corse per 21 yards, a dimostrazione di buonissime doti atletiche oltre che di pocket passer. Who wants more? Il Brutto Vince Young, QB, Tennessee Titans Negli ultimi tre incontri giocati, VY ha riproposto un campionario di pretesti e manfrine degno di un 13enne, oltre che una condizione fisica a dir poco precaria: dopo essersi procurato un infortunio alla caviglia a San Diego, a Miami ha tentato di tutto per farsi lasciare in panchina sostenendo di non essere nelle condizioni di giocare (operando però senza particolari difficoltà una volta piazzato under center dopo l'infortunio occorso a Kerry Collins...) e infine, domenica contro gli Skins, s'è seriamente danneggiato la mano ma, chiamato a lasciare il campo per far posto al rookie Rusty Smith, s'è fiondato negli spogliatoi scagliando per protesta pads e maglia di gioco sugli spalti, litigando col coach nel dopopartita per poi andarsene ignorando i compagni di squadra. Per la fortuna di Fisher e dei Titans, il guaio al tendine del pollice destro costringerà il quarterback a saltare il resto della stagione. Qualcuno mi spieghi cosa sta passando per la testa di questo uomo, a più riprese autoproclamatosi leader di Tennessee ma sempre, puntualmente rivelatosi incapace di dar seguito alle parole con i fatti. Il "Tipo" Richard Seymour, DE, Oakland Raiders Di fronte alla manifesta inferiorità dei suoi Raiders impegnati a Pittsburgh contro i più che mai determinati Steelers, Seymour ha dato vita a un crescendo di nervosismo che nel secondo quarto di gioco s'è tradotto prima in una mezza scazzottata con l'OL avversario Kemoeatu successiva a un passaggio completato da Big Ben per il TE Miller, quindi in una manata in faccia allo stesso Roethlisberger in seguito al TD pass lanciato da quest'ultimo al rookie WR Emmanuel Sanders. Risultato: Seymour espulso e inviato negli spogliatoi per ricevere una camomilla e una multa da 25.000 dollari. Decisamente un "Tipo" da evitare nelle giornate di luna storta. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W12] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Giovedì 02 Dicembre 2010 08:11

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Dwayne Bowe, WR, Kansas City Chiefs Benché il duo Charles/Jones generasse (e continui a generare) il più formidabile tandem sulle corse dell'intera lega, si temeva che Kansas City fosse troppo monodimensionale per ambire a un ipotetico cammino verso i playoff, non possedendo un gioco aereo sufficientemente solido ed affidabile. Ma la soluzione era una bomba pronta a esplodere fra le mani dell'offensive coordinator Charlie Weis dopo due anni di ristagno, una bomba che di nome fa Dwayne Bowe. Con le 13 ricezioni per 170 yards e 3 TD con cui domenica ha sminuzzato la secondaria degli Hawks, dopo 12 giornate di campionato il 26enne ricevitore da LSU è arrivato a quota 58 ricezioni per 885 yards e - udite udite - 14 TD, con una proiezione stagionale da circa 77 ricezioni per 1180 yards e 18 TD. Let's everybody take a Bowe! Il Brutto Chris Johnson, RB, Tennessee Titans Nel delicato match intradivisionale contro i Texans, col debuttante Rusty Smith piazzato a capo dell'huddle, essendo out Collins e on his way out Young, e con Moss non ancora in grado (o non più in grado) di intimorire con la mera presenza, la sensazione era che CJ2K avrebbe mietuto vittime a non finire penetrando come uno stiletto nelle tenere carni della spesso imbarazzante difesa di Houston. Direi però che 7 portate per 5 yards non corrispondano esattamente a una strage... Per il 25enne da East Carolina una prova degna di essere analizzata e spiegata da qualche luminare viennese col vizio del sigaro. I "Tipi" (da bar) Andre Johnson, WR, Houston Texans, e Cortland Finnegan, CB, Tennessee Titans Dopo essersele promesse a lungo, e dopo un primo "confronto" avvenuto già lo scorso anno, quando nell'incontro vinto da Houston per 34-31 Johnson buttò a terrà Finnegan afferrandolo per il facemask venendo in seguito multato per il fallo, alla fine tanto tuonò che piovve - di nuovo. Nel quarto periodo della sfida vinta domenica dai Texans sui Titans per 20-0, dopo l'ennesima provocazione del solitamente quieto Johnson, il solitamente irrequieto Finnegan non c'ha visto più e, dopo aver "annunciato" lo scontro alla panchina dei Texans, ha iniziato a menare sul casco di Johnson fino a strapparglielo dalla testa, finché lo stesso ricevitore ha ricambiato la gentilezza prima gettando via il casco dell'avversario, quindi iniziando a scagliargli pugni in faccia e sulla nuca. I giocatori sono stati espulsi prima del gong e multati di 25.000 dollari ciascuno dopo. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W13] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Mercoledì 08 Dicembre 2010 11:31

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello (nella botte piccola) Maurice Jones-Drew, RB, Jacksonville Jaguars Contro i Titans, MJD ha lavorato da motrice per un "clock-eating attack" che ha collezionato 258 yards su 53 tentativi di corsa. La sua partita-record da 31 portate per 186 yards ha condotto i suoi alla vittoria e al primato solitario nella solitamente pro-Colts AFC South, mentre le statistiche ci dicono che, nelle ultime cinque uscite dei Jags, questa letale palla da bowling da UCLA ha corso per 667 yards e 3 strike... pardon, 3 TD. Chapeau! Il Brutto Peyton Manning, QB, Indianapolis Colts Per anni Manning è stato la ragione principale (a volte unica) delle vittorie dei Colts, ma quest'anno il 34enne da Tennessee, avviato a inizio stagione a un'altra cavalcata da MVP, con i suoi sempre più frequenti errori sta facendo camminare Indy sul filo di un rasoio che alla fine potrebbe anche tagliarla (fuori) dai playoffs. La squadra, malgrado infinite assenze di rilievo, non ha particolari difficoltà a muovere la catena; solo, i suoi 11 brutti intercetti nelle ultime tre settimane di campionato hanno condotto ad altrettante drammatiche sconfitte. Domenica, malgrado 365 yards e 2 TD, i suoi 4 picks sono costati 20 punti e il trionfo dei Cowboys in terra d'Indiana. Do or die with Peyton? Più die che do, ultimamente. Il "Tipo" Pat Sims, DT, Cincinnati Bengals Non pareva vero ai tifosi di Cincy: i Bengals in partita contro i Saints. Di più: i Bengals che recuperano da 17-6 e si portano avanti per 30-27 a pochi minuti dal termine contro i campioni dell'ultimo Superbowl. Palmer efficiente, Ochocinco convincente: qualcosa doveva pur accadere. C'ha pensato Sims, 25enne tackle da Auburn. Con i Saints impegnati nell'ultimo tentativo di rimonta e bloccati su un 4°-e-2 a 7 yards dalla endzone, ecco l'idea di coach Payton: anziché calciare il field-goal del pareggio, rischiare il tutto e per tutto tentando di raccogliere un nuovo primo down schierando la formazione d'attacco, nella speranza remota che la linea difensiva ci caschi (in offside). Detto, fatto: Sims balza in avanti prima dello snap, regala quattro nuovi tentativi a New Orleans e permette a Brees di connettere con Coltston per il TD del decisivo sorpasso. Eppure bastava restare fermi... Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W14] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Mercoledì 15 Dicembre 2010 11:10

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Troy Polamalu, safety, Pittsburgh Steelers Da otto anni a questa parte, la 29enne safety da USC continua a realizzare bigplay dopo bigplay dopo bigplay. Da settembre a oggi, dopo gli intercetti registrati contro Falcons, Titans, Raiders e Bills, e dopo il sack su Flacco che ha generato il game-changing fumble nel brutale Sunday Night di settimana scorsa, nel match contro i Bengals ha messo a segno il quinto e il sesto intercetto della sua stagione: il primo l'ha riportato in TD per 45 yards a pochi minuti dalla fine del primo tempo, il secondo l'ha realizzato all'interno della propria endzone a meno di 120 secondi dal fischio finale. Temibile, onnipresente, determinante. In una parola, "polamalesco". ... Il Brutto Il kicking team dei Washington Redskins Nella complicata partita giocata contro i giovani e rampanti Bucs al FedEx Field di Landover in una giornata fredda e piovosissima, con Washington alla disperata ricerca di una vittoria dopo tre brutte sconfitte in serie, passi che il kicker Gano manchi un field-goal da 34 yards nel primo quarto impattando il pallone sul palo sinistro; passi che lo stesso Gano ne cicchi un altro da 24 yards nel secondo quarto; ma che, sull'extra-point che porterebbe gli Skins sul 17 pari dopo il TD pass di McNabb per Santana Moss, ogni sogno di overtime svanisca per una palla scappata altissima allo snapper Sundberg e ovviamente mancata dall'holder-punter Smith, con Gano a guardare impietrito anziché calciare, beh... orrore! Il "Tipo" Sal Aloisi, conditioning coach, New York Jets Nel terzo quarto della sfida Jets-Dolphins, con Miami avanti per 10-3, il cornerback e special teamer Nolan Carroll, che nel primo quarto ha pure intercettato Sanchez, si trova a correre lungo la sideline dopo un punt calciato dai suoi che Santonio Holmes ha ricevuto e sta ritornando. Quando arriva dalle parti di Aloisi, questi alza il ginocchio e lo ribalta per terra col più classico degli sgambetti. Già, perché starsene a bordocampo per tutta la durata di una partita può diventare maledettamente noioso, soprattutto se il proprio team sta giocando in modo imbarazzante. Allora che fare per spezzare la monotonia? Perché non ribaltare un giocatore avversario in transito nei paraggi? Ma sì, facciamolo! Chi dovrebbe mai accorgersene? Tanto per aggiungere imbarazzo a imbarazzo. NB. I Jets hanno punito Aloisi multandolo di 25.000 dollari e sospendendo lui e il suo stipendio fino al termine della stagione. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W15] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Mercoledì 22 Dicembre 2010 08:31

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello (da paura) Michael Vick, quarterback, Philadelphia Eagles Ero più che ben disposto a celebrare la strepitosa e decisiva performance che Ray Rice ha regalato ai suoi Ravens nella vittoria sui Saints, però, di fronte a quanto successo al New Meadowlands Stadium, non posso che ricollocare sull'ara dei grandi Mr. Vick. Benché la giocata decisiva nella fantastica rimonta degli Eagles sui Giants l'abbia messa a segno DeSean Jackson col TD da 65 yards su punt-return, è stato ancora una volta Vick a guidare Phila all'impresa. Con New York dominante per 52 minuti, e dopo essere stato maltrattato e frustrato e imbarazzato con 3 sack e 11 duri colpi subiti in un primo tempo chiuso con soli 6 completi su 10 tentativi per 33 yards e con la paura di non arrivare sano al termine del match, alla fine il mancino da Virginia Tech è risorto dalle proprie sciagure chiudendo con 130 yards su corsa e 242 su passaggio con 4 TD complessivi (1 su corsa e 3 su passaggio) che hanno permesso ai Birds di segnare 28 punti da leggenda a meno di 8 minuti dalla fine dell'incontro. Semplicemente MV(ick)P. Il Brutto (da nascondersi) Dan Carpenter, kicker, Miami Dolphins Nella stagione altalenante, incerta, onestamente mediocre vissuta fin qui dai Fins, Carpenter era stato una delle poche luci in mezzo a un oceano di ombre. Più volte aveva tirato fuori dagli impicci i suoi, al punto da essere nominato Special Team Player dell'AFC per il mese di ottobre dopo le grandi prove offerte contro Packers (FG decisivo in overtime) e Bengals (5 FGs). Anche domenica contro i Bills il 25enne kicker da Montana, con Henne a boccheggiare come al solito e il running-game ancora una volta stagnante, ha trovato il modo di essere decisivo, più che mai decisivo: fallendo tutti e quattro i suoi field-goal - da 48, 61, 53 e 48 yards - Carpenter ha infatti condannato Miami a subire da Buffalo la sesta sconfitta in sette incontri disputati in casa e soprattutto ha dato al proprio team la certezza di mancare il torneo di postseason. Alé. I "Tipi" (poco raccomandabili) Antonio Smith, DE e Brian Cushing, LB, Houston Texans Con i Titans avanti 21-3 sul finire del primo tempo, dopo un sack del DE Anderson su Collins, Smith inizia a "discutere" animatamente con la guardia di Tennessee Leroy Harris, rea di un placcaggio alle gambe sullo stesso Smith. Il confronto sembrerebbe rientrare fra i tanti, consueti "duelli" che si verificano fra le trincee durante ogni singolo snap, se non fosse che Brian Cushing, evidentemente frustrato per l'andazzo, per calmare l'animosità di Smith gli si avvicina per parlargli, col risultato però di far imbestialire ancora di più il suo compagno di squadra, che non appena può strappa l'elmetto del linebacker scagliandolo via con l'intento di un "confronto diretto" fra membri dello stesso team, confronto evitato dall'intervento di compagni e referee. Tutti si aspettavano il secondo round fra Andre Johnson e Cortland Finnegan, e invece... Beh, se non altro si ha la certezza che, quando giocano i Texans, qualche schiaffo volante è garantito. Meglio di niente. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W16] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Mercoledì 29 Dicembre 2010 19:22

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Aaron Rodgers, quarterback, Green Bay Packers Al rientro due settimane dopo la craniata subita a Detroit, con i Packers impegnati contro i Giants in un match da "dentro o fuori", A-Rod ha portato i suoi al dominio assoluto sul team di Coughlin attraverso quella che, ad oggi, è forse la sua più straordinaria prestazione su un campo da football. La sua performance da 25 completi (su 9 differenti ricevitori) in 37 tentativi per 404 yards, 4 TD pass, 0 intercetti e un rating di 139.9 ha spinto l'attacco di Green Bay a rullare New York con 515 yards totali conquistate dall'attacco e 45 pesantissimi punti messi sul tabellone. Se il californiano, in possesso forse del più del "rainbow" del campionato, saprà ripetersi settimana prossima contro i Bears, i suoi ricevitori continueranno a divertirsi un mondo e nel corso della postseason si dovrà fare moltissima attenzione ai ragazzi del Wisconsin. Menzione d'onore Josh Freeman, quarterback, Tampa Bay Buccaneers Seahawks o non Seahawks, 5 TD pass in una partita non si vedono tutti i giorni. Erano anni che Tampa non arrivava all'ultima di campionato non solo con un record positivo acquisito (alla peggio, terminerà sul 9-7), ma pure con la remota speranza di raggiungere la postseason. Fra non molto tempo questo black guy da Kansas State potrebbe diventare lo spauracchio di un'NFC South che ora annovera gente come Brees e Ryan... Il Brutto Eli Manning, quarterback, New York Giants Con Rodgers dall'altra parte del campo a fare "i bambini con i baffi" snap dopo snap, Manning ha messo insieme un imbarazzante show da 17 su 33, 301 yards, 2 TD ma ben 4 intercetti, utili per 21 dei 45 punti segnati da Green Bay e per raggiungere quota 8 picks lanciati nelle ultime quattro giornate e 24 nell'intera stagione - ovviamente un numero da "primato a rovescia". Sempre nelle ultime quattro uscite, il fratellino di Peyton ha superato 65 di rating soltanto in un'occasione. Per quanto una miriade di infortuni nel reparto ricevitori non sia mai un buon viatico verso il successo per un quarterback, se i Giants stanno poco alla volta vedendo sfumare la speranza di raggiungere i playoffs, una bella fetta di responsabilità va rintracciata nel bruttissimo vizio di Eli di indirizzare l'ovale fra le mani degli avversari. Il Tipo Mike Singletary, ex coach dei San Francisco 49ers Per spingere un management come quello dei Niners, gestito da un presidente e CEO sobrio e preparato come Jed York, a mandarti via con un calcio nel sedere quando manca una sola, insignificante partita per arrivare al termine del campionato, bisogna che tu abbia veramente tirato la corda oltre ogni umana sopportazione. E così è stato nel caso di Singletary che, a parte l'impietoso record di 18-22 racimolato in poco più di due anni sulla panchina di San Francisco, nel solo 2010 è riuscito a portare talmente tanto caos da spingere manager (McCloughan) a rassegnare le dimissioni, giocatori a scappare (lil defensive end Balmer) o addirittura ritirarsi (il runningback al secondo anno Coffee), ha licenziato l'offensive coordinator reputandosi in grado di gestire il reparto d'attacco pur non avendo alcuna esperienza da coordinator e infine ha fatto talmente tanta confusione con i suoi quarterbacks che domenica, contro i Rams, praticamente non sapeva più chi mandare in campo. E ora un retroscena: quando Singletary ha approcciato Troy Smith, non era per rimproverarlo dell'intercetto appena lanciato, ma per promettergli un sack non appena se lo fosse trovato under center... Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[W17] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Mercoledì 05 Gennaio 2011 18:51

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Arian Foster, RB, Houston Texans Si pensava che la prestazione da 231 yards e 3 TD in Week 1 contro i Colts fosse una sorta di splendida aberrazione (molti, leggendo il referto del match, l'avevano preso addirittura per un errore statistico), invece è stato solo il trampolino di lancio verso una stagione pazzesca illuminata da altre performance stellari - 133 yards contro Oakland in Week 4, 127 contro San Diego in Week 9, 143 contro Tennessee in Week 12 - conclusa dal partitone da 31 portate, 180 yards e 2 TD contro i Jaguars, notoriamente in possesso di un fronte difensivo assolutamente rispettabile. Tirando le somme, non si può fare altro che applaudire al 2010 da 1.616 yards (con una media di 4.9 yards a portata) e 16 TD, a cui vanno aggiunte 604 ottime yards su ricezione, che consacrano il 24enne da Tennessee come leading rusher dell'NFL. Il Brutto Kevin Kolb, QB, Philadelphia Eagles Il povero Kolb, proiettato a inizio stagione come starter per i Birds ma soppiantato rapidamente - e definitivamente - da Vick in Week 1 dopo essere stato travolto dalla furia di Clay Matthews, domenica scorsa contro Dallas ha avuto la chance di riproporsi come potenziale attrazione per le tantissime squadre in cerca di quarterback tornando under center dal primo snap, ma ha toppato miseramente con una prestazione da 18 su 36, 162 yards, 1 TD, 3 INT, 1 fumble perso e 6 sack subiti, per un rating finale di 37.0. A parte un "ouch!" da esclamare in coro, possiamo ora domandarci quale potrà essere in offseason il valore di scambio del 26enne da Houston - perché è praticamente certo che qualcuno busserà comunque alla porta di Phila per domandare di lui. Il Tipo Bryan Bulaga, RT, Green Bay Packers Nel delicatissimo match che i Packers hanno sostenuto - e, per fortuna loro, vinto - contro i Bears, match che ha consegnato loro il pass per un wildcard game contro gli Eagles, con la difesa di Chicago a pressare in modo deciso e l'attacco a faticare in modo bestiale a causa di un running-game non pervenuto e un Rodgers non completamente in palla, il colosso da Iowa con la faccia da bambinone ha mostrato tutto il suo essere rookie facendosi sopraffare dal tesissimo clima da playoffs e rendendosi responsabile del 100% dei falli fischiati contro l'attacco di Green Bay, 4 penalità - due holding e due false partenze - che hanno ulteriormente ingolfato un reparto in grado alla fine di mettere a segno solo 10 punti. Meglio per lui che la tranquillità torni ad impossessarsi dei suoi nervi, altrimenti a Philadelphia i pericoli potrebbero dirigersi verso Rodgers da destra. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[Wild Card] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Martedì 11 Gennaio 2011 14:57

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello (venuto dal nulla) James Starks, RB, Green Bay Packers Vari giocatori degli Eagles hanno ammesso al termine della partita di non averne mai sentito parlare prima. In effetti Starks, runningback da Buffalo scelto da Green Bay nel sesto round dell'ultimo draft, fino a domenica sera aveva giocato solo una manciata di azioni, a causa di un infortunio alla spalla che lo aveva tenuto fuori negli ultimi due anni di college e di uno al bicipite femorale che lo aveva costretto ai box per le prime 10 giornate di Regular Season tardandone il debutto nel match di Week 11 dello scorso 5 dicembre giocato contro i 49ers (per lui furono 18 corse per 73 yards). Poi solo briciole, fino alla spettacolare performance di Philadelphia, con una corsa di 27 yards ad aprire una serata chiusa con 23 portate per 123 yards (5.9 yards di media a portata) buone per diventare il rookie di Green Bay con più yards corse in un match di playoff. Ennesima stella cometa o prossimo idolo del Lambeau Field? Per ora, comunque, chapeau! Il Brutto (ma brutto brutto!) Matt Cassel, QB, Kansas City Chiefs Dopo una stagione all'insegna della più assoluta efficienza, con solo 7 intercetti lanciati a fronte di 27 passaggi da touchdown, contro la cannibalesca difesa di Baltimore il 28enne da USC è riuscito - grazie anche all'aiuto di un'offensive line da fare pietà ad entrare nel libro (nero) dei record con una prestazione degna della damnatio memoriae da 9/18 per 70 misere yards, 3 sack e soprattutto 3 picks, per un rating complessivo di 20.4. Dal 1970 a oggi, solo tre quarterbacks sono riusciti a lanciare 3 intercetti e meno di 75 yards in un match di playoff (prima di Cassel furono Craig Morton nel '77 e Dave Krieg nell'83). Che stia già soffrendo di nostalgia per l'imminente addio di Charlie Weis, ovvero colui che più di tutti l'ha aiutato a farsi un nome fra i pro? Il "Tipo" (da fermare con le buone o con le cattive) Taj Smith, WR, Indianapolis Colts L'ultimo capitolo dell'infinita sfida fra Colts e Jets ormai è storia, ma come sarebbe andata se lo special-teamer Smith, con i Jets avanti per 14-13 e costretti al punt su 4°-e-5 a poco più di tre minuti dalla fine dei regolamentari, non avesse commesso la più insulsa delle penalità concedendo al team di New York un nuovo primo down per un accenno di running-into-the-punter? Di certo Indy si sarebbe ritrovata con 2 timeouts e circa 35 secondi in più da gestire alla fine nel tentativo di rimonta e tutto ciò a Manning, in una partita destinata chiaramente a essere decisa "sul filo", non avrebbe di certo dato fastidio. E poi? Inutile fare congetture. Grazie al "pregevole" gesto del 27enne atleta da Syracuse, i Colts hanno dovuto fare a meno di tutto ciò di cui sopra. Sarà per il prossimo anno. Forse. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[Divisional] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

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Giovedì 20 Gennaio 2011 20:02

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" Il Bello Aaron Rodgers, QB, Green Bay Packers Lo dico tutto d'un fiato: il 27enne regista da California ha condotto i suoi al Championship dell'NFC smantellando la difesa dei Falcons con una prestazione che ha già del leggendario da 31-su-36 (con una percentuale di passaggi completati dell'86.1, che supera l'82.1 raggiunto da Brees nel Super Bowl XLIV fissandosi come nuovo record della postseason NFL per un quarterback con oltre 35 tentativi di passaggio) per 366 yards e 3 TD - numeri buoni per un rating di 136.8 - a cui vanno aggiunti un altro TD su corsa da 7 yards e molteplici azioni tenute in vita grazie alla grande mobilità di cui è dotato. Come se non bastasse tutto ciò, Rodgers ha segnato anche un perfetto 10 su 10 (per 151 yards) sui terzi down giocati, con 8 di quei 10 passaggi buoni per la chiusura di down. E dulcis in fundo, con i 3 TD pass di sabato, il ragazzo stabilisce anche il record di passaggi da touchdown lanciati nell'arco di tre partite di posteason (10). Tanta, tantissima roba. Il Brutto Il running-game dei Seattle Seahawks Una settimana dopo avere sconfitto i Saints detentori del Lombardi Trophy anche attraverso una delle corse più impressionanti della storia del football - un'elettrizzante fuga di 67 yards con Lynch ad abbattere avversari come fossero birilli - i già poco attrezzati Seahawks si sono fatti oltremodo intimorire dalla grande difesa dei Bears archiviando il proprio running-game con un totale di 34 yards in 12 portate così suddivise: 13 yards in una portata per Tate, 9 yards in 4 portate per Forsett, 9 yards in una portata per Washington, ben 2 yards in 4 portate per Lynch, 1 yard in una portata per Robinson e 0 yard in una portata per Hasselbeck. Della serie, aggiungi il poco al niente. I Tipi (con la bocca grande e il cervello...) Wes Welker, WR, New England Patriots, e Ovie Mughelli, FB, Atlanta Falcons Entrambi si sono resi ridicoli di fronte al mondo perché, nell'intento di seguire la "moda Jets" fatta di dichiarazioni roboanti e sbruffone indirizzate agli avversari di turno, con le loro parole non hanno fatto altro che tirarsi la zappa sui piedi. Welker, in una delle ultime conferenze stampa prima del Divisional Round contro i Jets, s'è divertito a fare un'allusione via l'altra al presunto video fetish riguardante la moglie di Rex Ryan, col risultato di irritare Belichick al punto da lasciarlo in panchina nella prima serie offensiva dei suoi contro New York; il secondo, prima che al Georgia Dome arrivassero i Packers, riferendosi al match già sostenuto fra le due squadre in Week 12, ha affermato che quella di Green Bay in realtà è una difesa soft che non ama darci dentro per davvero. I risultati di Pats-Jets e Falcons-Packers li conosciamo. Cornuti e mazziati. Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[Conference] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

Scritto da Mondo NFL

Martedì 25 Gennaio 2011 14:33

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo" I Belli Rashard Mendenhall, RB, Pittsburgh Steelers Con Roethlisberger tenuto a 133 yards e 2 intercetti dall'aggressiva difesa dei Jets, il 23enne bulldozer da Illinois s'è caricato il peso dell'intero attacco sulle spalle e, malgrado un'offensive line già priva dei tackles titolari e col centro Pouncey out dopo il primo drive per un guaio alla caviglia sinistra, ha dato vita a una delle migliori performance della carriera, una punitiva serie di 27 portate che alla fine hanno prodotto 121 sudatissime, fondamentali yards - 95 delle quali solo nel primo tempo - e 1 TD, con una media di 4.5 yards a portata e tantissimi tackle evitati o superati di pura potenza. Considerate le 99 yards guardagnate (con media di 5.8 yards a portata) sui Jets nel match disputato in Week 15, si può affermare senza ombra di dubbio che il ragazzo "ha tutti i numeri" del team della Grande Mela. Sam Shields, CB, Green Bay Packers Insieme al punter Masthay e al runningback Starks, il 23enne rookie free agent da Miami è stato uno degli eroi inattesi che hanno spinto i Packers a superare Chicago e a qualificarsi per il Super Bowl. In una serata in cui Rodgers non ha saputo dare continuità all'attacco favorendo il lento recupero dei Bears dopo la sostituzione di Cutler con Hanie, Shields ha frustrato in modo decisivo ogni velleità degli avversari mettendo a segno - prima volta per un rookie in un match di playoffs - 2 intercetti e 1 sack-con-fumble (su Cutler nel secondo quarto). Inoltre, a parte 4 tackle, suo è stato il blitz che ha spinto Hanie ad affrettarsi nello scarico dell'ovale che il DT Raji ha poi intercettato e riportato in meta per quella che è stata la segnatura che ha determinato l'esito finale dell'incontro. Prima di essere pescato da quel marpione di Thompson con l'idea di farne il kick e punt returner primario della squadra, Shields aveva giocato da cornerback in solo 10 incontri universitari dopo tre anni vissuti da ricevitore.

Il Brutto Il running-game dei New York Jets Con tutto il rispetto per il pauroso front-seven degli Steelers, da anni paradigma di come dovrebbe essere pensata e costruita una difesa, davanti a un primo tempo che ha visto i Jets correre per un guadagno netto di 1 yard (saranno 70 a fine partita), ci si chiede: un po' pochino? Unica attenuante per il reparto - come per tutta la squadra - l'essere arrivati ad affrontare il muro di Pittsburgh dopo le scorribande vincenti ma probanti in casa di Colts e Patriots. Mica bruscolini. Il "Tipo" (da curare) Jay Cutler, QB, Chicago Bears Mai vista una cosa del genere. Che Cutler non fosse esattamente uno dei personaggi più esuberanti e adrenalinici della lega, era risaputo; ma nessuno si sarebbe mai aspettato una prestazione così apatica e irritante in un momento così speciale della stagione - e in generale della carriera di un atleta professionista - e una reazione da "totalmente estraneo ai fatti" una volta costretto a lasciare il campo. Il Championship è ormai in archivio e con esso la prestazione di Cutler, un terribile 6-su-14 per 80 yards e 1 INT buoni per un rating di 31.8, ma tanti sono gli interrogativi e i sospetti destinati a galleggiare a lungo intorno al 27enne ragazzone da Vanderbilt. Anche ammesso che la distorsione al ginocchio sinistro diagnosticata dagli esami del day after sia reale, non si può non pensare all'immagine di Cutler sulla sideline in uno stato di assenza ed estraneità agli eventi in corso. Passino la delusione per non poter giocare e il fatto che un quarterback, per antonomasia, non nasca primo fra i team-players, ma almeno un po' di dignità, perbacco! E la buona prova dell'inesperto Hanie (velo pietoso su quella di Collins, passato in campo per caso) non farà altro che aggiungere benzina sul fuoco. Ah, Jay Jay! Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[SB XLV] Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

Scritto da Mondo NFL

Mercoledì 09 Febbraio 2011 13:11

presenta Il Bello e il Brutto e il "Tipo"

I Bellissimi Aaron Rodgers, QB, Green Bay Packers E chi sennò? McCarthy ha impiegato un secondo per mettere nel cassetto il gioco di corsa e affidare le sorti della squadra nelle mani del 27enne da California, più che mai pronto a raccogliere la sfida per sfoderare una performance forse non perfetta in senso assoluto, ma molto prossima ad esserlo, considerato che si trattava del Super Bowl e che, ad essere torchiata con una tranquillità da far rabbia, è stata la prima difesa del campionato. Il 24/39 per 304 yards, 3 TD e nessun intercetto (con rating di 111.5) messo insieme nel North Texas nonostante la rapida uscita di scena di Driver e la pass-rush avversaria è il definitivo attestato di nascita di una nuova stella del football contemporaneo. Dom Capers, defensive coordinator, Green Bay Packers Che non ci si sogni nemmeno di pensare che il trionfo dei Packs sia merito esclusivo dell'attacco. Il lavoro svolto da coach Capers nei due anni di controllo e trasformazione della difesa "green and gold" merita infatti altrettanta considerazione - come minimo. Ancor più che per le chiamate che hanno generato i tre turnovers-convertiti-in-21-punti che hanno deciso la partita, il suo merito è stato quello di riuscire a gestire l'attacco degli Steel Men nonostante la perdita di pedine fondamentali come i DBs Woodson e Shields: ciò è accaduto grazie all'inserimento dei backups Lee e Bush (quest'ultimo a segno pizzicando il secondo intercetto di Roethlisberger) e al cambiamento di strategia che ha visto incrementata la zone-coverage al fine di nascondere le scarse doti di copertura a uomo dei nuovi entrati. Il turnover-on-down che ha chiuso la partita è stata solo la ciliegia che ha reso perfetta una "torta" confezionata in modo magistrale da questo geniale chef della difesa.

Il Brutto Troy Polamalu, S, Pittsburgh Steelers Tre miseri tackle, peraltro messi a segno dopo tre periodi di totale impalpabilità, non sono esattamente ciò che ci si aspetterebbe dal Defensive Player of the Year, uno che di Super Bowl ne ha già vinti due e che è silenzioso capitano di una difesa capace di concedere nel 2010 poco più di 14 punti a partita. Scarsa condizione o meno, la sostanza dei fatti è che Polamalu - così come tutta la secondaria di Pittsburgh, secondo un game plan di Green Bay pensato apposta per evitare quanto più possibile il front seven di Harrison & C. - è stato sfidato esplicitamente ed altrettanto esplicitamente reso in stato di impotenza dal veloce e preciso passing game dei Packers, soprattutto sulla linea Rodgers-Jennings. Outplayed? Outsmarted? Outcoached? Per dire che non c'è stata storia va bene qualunque aggettivo (anche in italiano). Il "Tipo" Jordy Nelson, WR, Green Bay Packers Durante la partita, in molti si saranno chiesti: chi è costui? Costui è un ricevitore pescato dai Packers nel 2° round del Draft del 2008 con la 36a scelta assoluta, un 25enne da Kansas State che, in tre anni fra i pro, in Regular Season ha messo insieme 100 ricezioni per 1268 yards e 6 TD. Statistiche tutt'altro che impressionanti... fino a questi ultimi playoffs. Dopo le buone prove contro Falcons (8 ric. per 79 yards e 1 TD) e Bears (4 per 67), nel Super Bowl una volta uscito Driver ha letteralmente portato il proprio livello di gioco all'estremo, combinando almeno tre drop mortiferi ma anche 9 ricezioni (una più imporante dell'altra, ça va sans dire) per 140 yards e 1 TD. Più "Tipo" di così! Rubrica a cura del blog Mondo NFL

[NFL] Evoluzione della specie

Scritto da Mauro

Giovedì 28 Ottobre 2010 12:15 Da qualche anno ho la sensazione che la semplice evoluzione della specie stia cominciando a presentare un conto troppo salato. Mi viene in mente il classico disegnino che abbiamo visto tutti, dall'uomo di Neanderthal al Sapiens Sapiens. Si può traslare sui giocatori, sulle loro specializzazioni, sulla velocità e sulla forza fisica. E in un decennio troviamo che un safety comincia ad avere la massa di un linebacker appena sottopeso, un linebacker quella di un defensive end, un defensive end come un defensive tackle, e un defensive tackle adesso sta difficilmente sotto i centotrentacinque chili. Vale lo stesso discorso per l'attacco. Ricevitori grossi come tight end, uomini di linea raramente sotto la soglia delle 325 libbre. E proprio perchè si tratta di una evoluzione, la velocità media dei giocatori non diminuisce, anzi. Impressionante vedere come si muovono negli spazi stretti, la loro reattività, la rapidità nei cambi di direzione. Spesso serve il replay per apprezzare la dinamica e la tecnica di giocatori di quella massa che nella propria area si muovono con quella padronanza, e soprattutto con quella velocità. Bellissimo. La qualità del gioco ringrazia. Il pubblico c'è, le televisioni godono e le squadre incassano i loro diritti. Quadra tutto, fin qui. Il rovescio della medaglia? Come nelle migliori circostanze lo troviamo esattamente all'apice del successo di questo sport, visto come business, come prodotto mediatico ormai globale. Gli esseri umani al loro interno continuano ad essere fatti nello stesso modo. E forse questo sport, che continuo ad amare in modo viscerale, sta cominciando a chiedere troppo. La scena ormai sta diventando frequente, ma non ti ci abitui. Parte il lancio, la palla è in aria, il giocatore salta per ricevere, mentre scende è un corpo inerte in caduta. Perfettamente secondo regolamento, un decimo di secondo dopo arriva un difensore a piena velocità che lo colpisce, o per placcarlo o per fargli perdere la palla. Ci scappa il casco contro casco, o altro. Uno dei due resta a terra, si vede che è caduto in modo innaturale, troppo peso morto. Tutti i giocatori intorno che fanno ampi gesti verso le panchine, urlando "He's not moving!" I medici che corrono, compagni e avversari a rispettosa distanza che pregano inginocchiati, lo stadio ammutolito. Il giocatore che viene immobilizzato, messo in barella e trasportato sulla macchinina verso l'ambulanza, col pubblico che aspetta che faccia il gesto del thumbs up come una liberazione. Sembra ormai quasi una parte del business e non capisci se puoi farci il callo o meno. Forse in quel momento la vita di quel giocatore è cambiata in modo permanente, non puoi saperlo. L'argomento negli States sta diventando una specie di emergenza sociale, perchè noi vediamo quello che succede ai professionisti, ma nel college football le cose non sono così diverse. Il governo della National Football League sta valutando qualche contromisura, penalizzare monetariamente o con espulsioni colpitori e colpi che siano giudicati particolarmente vicious. La controrisposta della categoria non si è fatta aspettare, e secondo me hanno una robusta parte di ragione. James Harrison: "Quando placco io colpisco. Non ho intenzione di fare male a nessuno ma non posso farci nulla se ti infortuni" Brian Urlacher: "Sono tutte stronzate. Io devo prendere quella decisione in un decimo di secondo. Dire che cerco di fare male per intimidire non ha senso" Resta la giusta intenzione di penalizzare un colpo deliberatamente portato solo con il casco. Ma anche qui ci sarebbero troppe sfumature nella casistica. Ma leggere titoli come quelli di Sports Illustrated ("Week 6 Carnage", la carneficina della sesta settimana) fa riflettere. Come pure resta aperto uno spunto di riflessione sulla suddetta evoluzione della specie. Perchè questi giocatori, che forse andrebbero controllati e disciplinati fra i sedici e i ventuno anni, sono diventati così fuori controllo dal punto di vista fisico? Dov'è il confine fra integratori, aminoacidi, sali minerali e altro? La politica di repressione contro le droghe da prestazione negli ultimi anni è stata seria. Ma resta il fatto che il giocatore arriva fisicamente già formato. Forse è questo il problema... C'è anche un dopo. Quand'anche una carriera di un giocatore ha avuto una parabola più o meno naturale, bisogna vedere l'influenza di traumi diffusi, continuativi e non banali. Soprattutto a livello neurologico. Ma questa è altra storia. Difficile anche questa. Un buon articolo di Joe Posnanski.

[NFL] Pensando a Vick

Scritto da Mondo NFL

Sabato 20 Novembre 2010 20:08 Pensando a Vick Riflessioni di una persona normale su un essere speciale Confesso che, negli ultimi giorni, mi sono concesso più volte di riguardare gli highlights relativi alla pazzesca performance da oltre 400 yards e 6 TD di Vick nel Monday Night Football contro i Washington Redskins. Voglio condividere le riflessioni che quelle immagini hanno suscitato in me, un appassionato di football americano come tanti. Se è vero che ci vogliono spalle larghe per giocare a football, ci vogliono spalle larghissime per mantenersi in equilibrio nel fare vita da superstar. In fondo, nella sua essenza la parabola di Vick può essere paragonata a quelle di tante vite comuni, fatte di apprendimenti, crescite, affermazioni, difficoltà, tentazioni, errori, conseguenze da affrontare, riscatti da ricercare e ottenere, dignità da recuperare. Solo che il mondo del professionismo sportivo d'oltreoceano è un acquario emblematico per quanto riesca ad amplificare ogni aspetto in maniera insopportabile conferendo ad esso caratteristiche tipiche dell'epos o della tragedia: il talento è dono divino, l'affermazione è notorietà planetaria, il successo è potere economico incalcolabile e di conseguenza le tentazioni sono spettri affascinanti e terribili, gli errori tonfi assordanti, le conseguenze reclusione e pubblica infamia, il riscatto una lontana chimera e l'essere riaccolti nella società e nel proprio mondo di competenza una favola da tramandare. La vera fortuna di un uomo in possesso di un qualsivoglia talento dunque non sta tanto nel riuscire a farlo fruttare (per tonnellate di bigliettoni), ma nel proteggerlo nei momenti di difficoltà usufruendo dell'aiuto delle persone giuste. E, per converso, nel saper stare alla larga dalle persone sbagliate – sempre. Se si considera che Vick non era nemmeno ventenne quando i Colorado Rockies lo scelsero nel 30° round del draft 2000 della MLB (forse tutti non sapevano che...), e poco più che ventenne quando divenne prima scelta assoluta del draft NFL del 2002 e, in seguito, il suo "patrigno sportivo" Arthur Blank gli fece firmare un contratto da 130 milioni di dollari per 10 anni facendone l'icona della franchigia della Georgia, ecco che tutto il resto – a partire dai primi coinvolgimenti "a distanza" nello spaccio di marijuana per proseguire con gli investimenti dissennati e finire coi combattimenti fra cani – può essere considerato come la quasi inevitabile, infernale aberrazione della vita di un soggetto ancora incompiuto proiettato nel cosmo del business e manipolato da esso. Una caduta agli inferi non disdegnata ma "guidata", in un certo senso (innumerevoli esempi ci insegnano quanto sia quasi più eccezionale essere una black superstar e riuscire a condurre una vita estranea da follie). Il problema è che per sopravvivere agli inferi occorre saperci vedere bene; e qui intervengono i punti di riferimento, necessari siano essi cercati in prima persona o imposti dall'esterno. Osservando l'astro della Virginia, non si può non pensare alle tre figure sportive fondamentali per il suo recupero: Andy Reid, Donovan McNabb e soprattutto Tony Dungy. Il primo ha accettato di offrire a Vick una seconda chance, perfettamente cosciente di quanto ogni ragazzo possa commettere errori devastanti se lasciato in balìa di se stesso, essendo egli padre di due ragazzi quasi smarriti letalmente nel mondo della droga. McNabb è stato colui che ne ha sponsorizzato l'arrivo agli Eagles, forte di un'amicizia che si conserva tutt'ora, benché proprio l'approdo di Vick a Phila abbia favorito – insieme alla presunta maturazione sportiva di Kolb – la trade che l'estate scorsa ha spedito McNabb alla corte di Shanahan. Il terzo è colui che ha accettato di guidare la rinascita caratteriale e spirituale del ragazzo-Vick: non si parla del maestro della Cover 2 o del coach dei Colts campioni del mondo, ma dell'assiduo studioso della Bibbia, del padre di un 18enne suicida, dell'uomo capace in una settimana di volare dall'Indiana alla Florida per presenziare al funerale del figlio con un intervento di quasi mezz'ora sul tema della fede e tornare poi dai suoi giocatori per essere presente alla partita, un uomo dalla spiritualità così potente da definire il tragico evento che ha colpito la sua famiglia "una prova voluta da Dio". Questi sono stati gli incontri-chiave che hanno dischiuso a Vick il viatico verso la maturità, il rimorso, la rinascita. Grazie all'esempio di personaggi come McNabb, Reid e Dungy, forse si può sostenere che, pur nella sua complessa ambiguità, l'universo sportivo americano come nessun altro sa tradurre in esempi solidi e concreti il senso di giustizia e civiltà partoriti e sviluppati per secoli a livello teorico e filosofico nel Vecchio Continente. Era ovvio però che il rientro di Vick non sarebbe stato una passeggiata di salute. Una parte della cittadinanza di Philadelphia ha messo in piedi comitati volti a impedire l'ingresso nella loro comunità di un soggetto capace di uccidere cani impiccandoli sui cavi della corrente elettrica, per non parlare dei picchetti e dei meetings degli animalisti o dell'annunciata, stretta sorveglianza del

commissioner dell'Nfl Goodell, o ancora dei dubbi sull'accoglienza degli stessi compagni di squadra. Senza considerare quelli relativi alle condizioni atletiche di un atleta unico sul pianeta ma da due anni impossibilitato ad allenarsi perché agli arresti. In molti hanno pensato e sperato – forse gli stessi che hanno agevolato la riabilitazione di Vick nel mondo del football – che alla fine il suo sarebbe stato un rientro "pretestuoso", cioè volto principalmente a recuperare l'uomo ancor prima del giocatore. Il pentimento e l'espiazione – per non dire la "conversione" – erano pretesi più dei passaggi da touchdown. Pare che, alla fine, le pretese siano state soddisfatte: Vick si è infatti riproposto come un giocatore più consapevole, umile e sincero, dedito al lavoro e in grado di seguire una vita regolare, un uomo desideroso di pagare il proprio terribile debito con la società e di sfruttare con gratitudine e serenità la seconda chance che gli è stata concessa. Ma il ragazzo diventato uomo ha anche altri progetti... La volontà di cambiare e il basso profilo pagano sempre. Rientrato nella lega nel luglio del 2009, lentamente e silenziosamente Vick ha iniziato a lavorare di nuovo come un serio professionista, tornando ufficialmente a lanciare i primi palloni il 27 agosto, nel match di preseason giocato dai suoi contro i Jaguars, e trascorrendo la stagione come backup impiegato come special threat in pacchetti offensivi (una Wildcat "ibrida") studiati per far convivere occasionalmente in campo lui e McNabb. Poca roba e futuro incerto, insomma, ma da parte sua mai una parola di troppo, mai un mugugno. Solo fatica e piena disponibilità. Sembrano trascorsi secoli. Per nostra fortuna, è davvero come se lo fossero. McNabb è andato – da principio per far posto all'idolo di casa Kolb – e il Vick di oggi, per la gioia dei nostri occhi, sta oscurando quello delle annate 2001-2006. Ora le sue spirali sono strette come non mai e riescono a viaggiare per aria tranquillamente oltre le 60 yards centrando spesso e volentieri il bersaglio, e le soluzioni geniali e improvvisate si integrano perfettamente nella strategia e negli schemi preparati e perfezionati con l'allenamento. Dopo 10 giornate di campionato, il mancino da Virginia Tech sta trascinando gli Eagles verso una stagione importante con prestazioni da MVP, ma soprattutto sta restituendo all'Nfl la gioia di godere di un talento straordinario. Tutto è cambiato. Solo le gambe sono quelle di una volta. Si spera.

[NFL] QB class 2010

Scritto da Mondo NFL

Lunedì 08 Novembre 2010 08:54 QB Class 2010: anche Tebow alla corte di King Sam Per dirla alla James Brown, NFL is a man's world. E' un mondo fatto da e per uomini grandi, cresciuti, forti. Capaci. Di carattere. Tutto ciò vale soprattutto per quanto riguarda il ruolo cardine, quello più critico, delicato e decisivo: il quarterback. All'alba della Week 9, dunque più o meno a metà stagione, è possibile iniziare ad analizzare il trend dei Qbs selezionati nell'ultimo draft finora scesi in campo, per tracciare una previsione sulla loro carriera e sulle immediate sorti delle franchigie che li hanno selezionati. Dei 15 registi scelti nel 2010 - più 9 "prospetti", ovvero giocatori non selezionati nel corso dei 7 rounds canonici - finora hanno calcato il campo in 4: Colt McCoy per i Cleveland Browns, Sam Bradford per i St. Louis Rams, Jimmy Clausen per i Carolina Panthers e Max Hall per gli Arizona Cardinals. Max Hall da Brigham Young (scelto fra i prospetti dopo il 7° round) è una delle tante "conseguenze" del ritiro di Kurt Warner, ritiro a cui il management del team dell'Arizona non ha saputo rimediare se non puntando prima (erroneamente) su Matt Leinart, quindi su Derek Anderson, protagonista di una-stagione-una a livelli da Pro Bowl con i Browns e quindi ricascato nella più prevedibile delle mediocrità, e infine proprio su Hall. Resumé - Hall è sceso in campo in 5 occasioni, le ultime 3 da starter, con 1 vittoria (sui Saints) e 2 sconfitte (con Seahawks e Bucs). Per lui 360 yards lanciate, 1 TD, 5 INT e due considerazioni - la prima: si punti forte sul fatto che Arizona si starà già guardando intorno per valutare i possibili scenari futuri (fra ipotetiche trade, free agency e draft 2011), visto che all'interno del proprio roster non è presente un QB intorno al quale "costruire" poiché - seconda considerazione - sebbene Hall abbia dimostrato un temperamento da leader, le sue chance di affermazione decadono di fronte a caratteristiche fisiche a dir poco penalizzanti: i suoi 185 cm gli rendono impossibile una lettura completa di movimenti e coperture, mentre i 95 kg che si porta a spasso, se da un lato gli concedono una certa mobilità, dall'altro lo sottopongono al costante rischio d'infortunio. Colt McCoy da Texas (round 3 - 85a scelta) rappresenta già un discorso differente. I Browns lo hanno selezionato come talento da crescere con calma per almeno un anno, dopo aver pescato durante la free agency l'ex Panther Delhomme e l'ex Seahawk Wallace come duo chiamato a giocarsi il ruolo da titolare per il breve-medio termine. Il destino ha però voluto che entrambi i veterani finissero nella lista infortunati, aprendo la porta per un ingresso d'emergenza di McCoy. Resumé - Il ragazzo del New Mexico è sceso in campo (e da partente) in Week 7 e 8, con sconfitta contro gli Steelers e inattesa vittoria sui Saints. Per lui 355 yards lanciate, 1 TD, 1 INT e discreti atletismo e accuratezza come pocket passer (benché anche la sua altezza sia di soli 185 cm), doti da coltivare attraverso lo studio e l'esperienza e da esprimere quando si assesterà la questione allenatore e il cast di ricevitori di raggiungerà una maggiore affidabilità. Jimmy Clausen da Notre Dame (round 2 - 48a scelta) rappresenta il primo di tre Qbs scelti dai Panthers nel Draft 2010. Oltre a Clausen, infatti, il team di Fox ha scelto anche Armanti Edwards (poi convertito in ricevitore) nel 3° round e Tony Pike nel 6°, dopo essersi sbarazzato in offseason di Jake Delhomme e aver dichiarato - senza troppa convinzione Matt Moore come assoluto starter. Peccato che poi Moore abbia da subito tradito le aspettative, meritandosi di essere relegato in panchina già dalla 3a di campionato - a vantaggio di Clausen, ovviamente. Resumé - Per il rookie finora 5 presenze in campo, 3 da starter (esattamente come Hall) e poi il ritorno al ruolo da riserva dalla Week 7: il suo score dice 454 yards lanciate, 1 TD, 3 INT e ancora tanta immaturità. Come sempre accade a un rookie che non venga da un altro pianeta, si ha bisogno di un fisiologico tempo di adattamento alla realtà del professionismo, ma fisico (188 cm x 100 kg) e determinazione non mancano, così come non gli mancherà l'occasione

di lottare per un posto da titolare nel dopo-Fox di Carolina. Sam Bradford da Oklahoma è il fiore all'occhiello della QB-Class del 2010. Prima scelta assoluta, su di lui i Rams hanno investito tutto, a partire da un contratto da 78 milioni di dollari per 6 anni con 50 milioni garantiti. Bradford è dinventato l'uomo immagine del team del Missouri ancora prima di essere selezionato, e basandosi sulle sue caratteristiche i Rams hanno affrontato il resto del draft e la free agency (non a caso la loro scelta nel 2° round è caduta su un tackle come Rodger Saffold, presto diventato "guardiano" sul blind side). L'ex stella dei Sooners ha però bruciato i tempi, tramutando la speranza in realtà e portando immediatamente St. Louis alla rispettabilità con un record di .500 dopo 8 giornate - ovviamente col sostegno del solito, grande Steven Jackson e di una difesa compatta, reattiva a ben allenata da Ken Flajole (uno dei coordinator più sottovalutati dell'anno) e controllata dallo stesso head coach Spagnuolo. Resumé - Per Bradford, sempre partente, finora 1764 yards lanciate con 11 TD e 8 INT, ma soprattutto una grande capacità di "learning on the fly", cioè di entrare gradualmente nel sistema di gioco guidando l'attacco più con l'intelligenza e la prudenza che con la spavalderia e giocate improbabili (che il braccio e i suoi 193 cm x 102 kg gli consentirebbero, peraltro). Importa relativamente che il record complessivo di vittorie e sconfitte dei teams battuti finora sia di 12-18; la sostanza dei fatti è che i Rams, in una stagione più che mai incerta e all'interno di una NFC West composta esclusivamente da franchigie in difficoltà o avviate a una lenta ricostruzione, possono dirsi ancora del tutto "alive and kicking". E la situazione non potrà che migliorare col tempo. Insieme a Bradford, Tim Tebow da Florida è stato l'unico altro QB first rounder nel 2010. Benché il mancino ex Gators abbia lasciato il prorio college detenendo praticamente ogni record possibile e immaginabile, vincendo l'Heisman nel 2007 da sophomore e diventando in tre anni il dio assoluto dell'NCAA, il sistema di gioco in cui ha operato, basato su una spread offense piuttosto estranea al professionismo, e soprattutto la sua poco ortodossa meccanica di lancio, troppo lunga nei movimenti e nei tempi e troppo poco fluida, lo hanno da subito "incasellato" nella categoria dei diamanti da sgrezzare pazientemente attraverso un lungo lavoro incentrato su motion e meccanica. Malgrado ciò, l'appeal e del religiosissimo ragazzo nato nelle Filippine hanno spinto McDaniels a puntare su di lui facendone la 25a scelta assoluta. Resumé - Con Denver partita forte (ma poi caduta in una spirale di 4 orrende sconfitte) e Orton saldamente ancorato in posizione comando grazie a una stagione degna di considerazione in ottica ProBowl, Tebow finora è entrato in campo soltanto in formazioni speciali studiate appositamente per esaltarne le doti atletiche (190 cm x 111 kg circa e grande mobilità) ancor più che quelle di quarterback puro. Non a caso Tebow non ha ancora tentato un passaggio in un match di regular season: per lui solo 10 corse per 26 yards e 2 TD, sempre su corsa. Forse Tebow non darà ancora garanzie di orizzonti gloriosi, ma di certo l'idea di vederlo un giorno scendere in campo da titolare all'Invesco Field affascina enormemente; perciò paiono destinate a un lungo perdurare l'attesa e la curiosità rivolte verso uno dei più acclamati e attesi prospetti che il football professionistico abbia mai conosciuto.

[NFL] Per i Bolts è "Sweet December"

Scritto da Mondo NFL

Domenica 05 Dicembre 2010 17:41 Per i Bolts è "Sweet December" Il 18-0 dei San Diego Chargers in cinque punti Dicembre è arrivato e il campionato sta giungendo alla stretta finale in un'inedita situazione di equilibrio, con nessuna attuale leader divisionale distante più di una vittoria dalla seconda e due division (AFC South e NFC West) con prima e ultima distanti appena due incollature. Da quasi un lustro a questa parte, però, il termine "equilibrio" proprio non può essere applicato ai San Diego Chargers, che dal 2006 a oggi stanno proseguendo una delle più impressionanti serie di vittorie che la storia del football ricordi, con quattro stagioni consecutive da imbattuti nell'ultimo mese dell'anno e un record "vivo" di 18-0. Sarebbe impossibile rilevare tutte le ragioni di questa perfetta "4-December Season" dei Bolts, poiché bisognerebbe analizzare in modo capillare ogni singolo match giocato, le particolari situazioni e condizioni (di classifica, roster, infortuni) delle avversarie affrontate e di San Diego stessa – e forse tutto ciò non sarebbe comunque sufficiente a rendere un quadro completo di questa sensazionale striscia vincente. E' però possibile tentare di mettere in luce almeno cinque elementi-cardine che hanno reso possibile il concretizzarsi dell'impresa. Eccoli. 1- Eccellenti coaching e GM I Chargers del record – e di oggi – sono frutto principalmente del lavoro di tre uomini: il general manager A.J. Smith, in carica dal 2003 col compito di pensare, prevedere, costruire la squadra attraverso draft e free agency, e Marty Schottenheimer e Norv Turner, il primo coach da 2004 al 2006, il secondo dal 2007 a oggi. Si tratta di due allenatori celebri tanto per i loro record negativi in postseason (Turner ha trionfato in due Superbowl con i Cowboys, ma sempre come coordinator) quanto per la loro capacità di "organizzare" un campionato. Inoltre il disegno offensivo seguito dalla squadra risale all'ormai lontano 2001 e fu implementato proprio dall'allora offensive coach Turner, genio dell'attacco e grandissimo motivatore. "Non vinciamo perché il calendario ci dice che è dicembre. E' tutto frutto di un processo atto a migliorare il nostro gioco nel corso della stagione" disse Merriman lo scorso anno "Il nostro record è merito di Norv". Non c'è dubbio che la squadra sia stata costruita in modo quasi impeccabile con un perfetto mix di qualità e fisicità per mantenersi competitiva nel tempo – e non solo per la lunghezza di una stagione – e performare al massimo anche nei mesi freddi, quando i campi sono spesso in pessimo stato e le condizioni atmosferiche avverse. Con lo switch da Brees a Rivers, dal 2006 a oggi l'ossatura s'è mantenuta più o meno invariata, col quarterback protetto dal LT McNeill a lanciare per Gates e Vincent Jackson, i DEs Cesaire e Castillo a dominare gli estremi della linea difensiva, il LB Phillips a caccia del quarterback e Quentin Jammer a presidiare la secondaria. Negli anni i big names andati sono stati sostituiti sempre da elementi dall'altezza: LT e Turner sono stati sostituiti da Tolbert e Sproles (a cui quest'anno s'è aggiunto il rookie Mathews), il DT Jamal Williams dalla rivelazione Antonio Garay, i LBs Merriman e Olshansky da Burnett, Cooper e English, il CB Cromartie da Cason, e con VJax a lungo assente fra holdout e sospensioni, ecco farsi avanti Naanee e Floyd. Rimpiazzare talento con talento evitando gli stravolgimenti del roster è un merito del management di San Diego e una delle cause della loro permanenza fra i top teams dell'NFL. 2- Avversari non appartenenti alla "élite" Senza nulla togliere alla straordinaria impresa di San Diego, non si può non sottolineare il fatto che gran parte delle avversarie incontrate dai Chargers nelle ultime settimane delle quattro stagioni passate fossero complessivamente di livello medio – per non dire scarso. Ciò è anzitutto dovuto al fatto che l'AFC West, negli ultimi anni, a parte una grande Regular Season vissuta dai Broncos nel 2005, raramente abbia proposto squadre realmente competitive per tutta la durata di un campionato, con gli stessi Chargers spesso responsabili di avvii stentati e Chiefs e Raiders tornate a competere solo da quest'anno. Escluse comunque le 8 vittorie registrate su Chiefs (3), Broncos (3) e Raiders (2) e le 3 "di rilievo" consumate su Titans (2007 e 2009) e Cowboys (2009), le altre avversarie sconfitte da San Diego sono state Bills, Seahawks, Cardinals, Bengals, Lions, Browns e Buccaneers. Non esattamente delle corazzate. 3- Philip Rivers

L'ultima partita persa da Bolts nell'ultimo mese dell'anno risale al 31 dicembre 2005, un netto 23-7 che le riserve dei Broncos – già qualificati ai playoff – inflissero senza pietà al team della California condannandolo a un record finale di 9-7. In quella partita il DT di Denver Gerard Warren colpì Drew Brees alla spalla mentre questi cercava di recuperare un fumble provocandogli un serio infortunio che ne concluse la carriera a San Diego (il resto della sua favola è noto a tutti, ormai) aprendo la strada a un certo Philip Rivers, in panchina da due anni dopo essere stato prima scelta dei Chargers (via Giants, pronti ad accogliere Eli Manning) nel Draft del 2004. Con lui l'invernale striscia vincente ha avuto inizio e con lui continua tuttora, grazie a un braccio che pare farsi rovente quando le temperature iniziano a scendere: nel corso dei 18 match-record, il 28enne da North Carolina State ha lanciato per 4070 yards, 33 TD e 10 intercetti, con una media di 227 yards, quasi 2 TD pass e "mezzo intercetto" a game. Impressionante. 4- Il fattore K Due Pro Bowl conquistati nel 2006 e 2009 e una percentuale di conversione dell'87% in quasi 7 anni di carriera – tutti trascorsi a San Diego – dimostrano chiaramente il valore di Nate Kaeding, 28enne kicker da Iowa sorteggiato da Smith nel 3° round del draft 2004 grazie al pick aggiuntivo ottenuto da San Diego proprio attraverso lo scambio ManningRivers con i Giants. E il fatto che, complessivamente, fra 2006 e 2009 abbia convertito nei mesi di dicembre 33 FG su 35, con una percentuale di realizzazione da "bocca spalancata" del 94%, rende perfettamente l'idea di quanto possa essere utile un calciatore di valore assoluto quando le partite iniziano a contare di più e spesso e volentieri arrivano a giocarsi "sul filo". Non a caso 5 delle 18 "w" sono arrivate con uno scarto di 3 punti o meno e una partita in particolare, un Chargers-Bengals giocato il 20 dicembre dello scorso anno, terminò 27-24 proprio con un field-goal allo scadere di Kaeding. 5- Power of W-ill Non c'è dubbio che la natura vincente di una squadra nasca in primis dall'atteggiamento mentale e dalla capacità di correggere i propri difetti e colmare le proprie lacune, dunque dalla costante volontà di migliorarsi attraverso il lavoro e di esprimersi al meglio "when the going gets tough", nel momento della verità. E un record in corso non può fare altro che servire come extramotivazione, come il giocare di fronte al pubblico di casa. "Impariamo a riconoscere la nostra identità nel corso della stagione" – dice il running back Darren Sproles – "I ragazzi capiscono quale sia il loro ruolo e la squadra impara ad attaccare gli avversari insistendo su ciò che sa fare meglio". Gli fa eco Turner: "Giocare bene in dicembre è una nostra priorità. Se ne discute sempre già a partire dal training camp: il nostro approccio ad allenamenti e partite e la nostra volontà devono portarci ad esprimere il miglior football nella fase finale della stagione". Perché non è l'inizio di un progetto, ma la conclusione dello stesso che definisce ciò che sei e che hai compiuto. Raiders, Chiefs, 49ers e Bengals, che sfideranno i Bolts nelle prossime quattro domeniche, sono avvisati. Andrea – mondonfl.it

[NFL] Pensando il domani di Peyton

Scritto da Mondo NFL

Domenica 16 Gennaio 2011 12:59 Uno dei tantissimi aspetti che affascina del mondo del football è il cosiddetto businesslike approach, che fa in modo che la retorica stia alla larga da ogni questione e il passato venga utilizzato solo come strumento per organizzare strategicamente il futuro, avendo questo la precedenza su tutto il resto. In quest'ottica, cosa si può intuire oggi del futuro di Peyton Manning e i suoi Indianapolis Colts? Quest'anno il team dell'Indiana ha raggiunto la nona partecipazione consecutiva ai playoffs - la settima negli 11 anni con Manning under center - ma, a differenza delle scorse stagioni, anziché dominare la Regular Season dall'inizio alla fine, ha acciuffato l'AFC South per i capelli solo nelle ultime giornate anche grazie all'implosione dei Jaguars, apparsi per lunghi tratti muniti delle qualità e della fortuna necessarie per impossessarsi del trono della division. Lo hanno fatto grazie all'ottimo lavoro dell'head-coach al secondo anno Jim Caldwell, abile nel raccogliere con classe l'eredità di Tony Dungy e nel mantenere la squadra in piedi e competitiva per tutto il campionato malgrado 18 giocatori sulla injured reserve list, e naturalmente grazie al figlio maggiore di "Golden Archie", privato nel corso della stagione di playmakers come Anthony Gonzalez, Dallas Clark e Austin Collie - e mal supportato da offensive line e running-game - ma capace ugualmente di collezionare 4700 yards su passaggio (massimo stagionale in carriera), 33 TD e il record Nfl di completi (450) e tentativi di passaggio (679). Jim Irsay, proprietario della franchigia, ha già provveduto a elogiare con enfasi l'operato di Caldwell e a garantire che, quanto prima, provvederà a sistemare la situazione contrattuale di Manning con l'intento di fare di lui il quarterback più pagato della lega, a testimonianza del fatto che, nonostante i 34 anni suonati (ne compirà 35 durante l'offseason, il prossimo 24 marzo), la fiducia nei suoi confronti sia ancora indiscussa. Ma proprio qui potrebbe sorgere un problema, un problema paradossale ma tutto sommato affatto estraneo al mondo dello sport: premiare la propria stella significa investire su di essa montagne di dollari, con la conseguenza di lasciare la coperta corta sul resto del roster. E uno dei motivi per cui i Colts, durante l'Era Manning, in 11 presenze nel torneo di posteseason sono usciti per ben 7 volte al primo turno, sta proprio nella non totale adeguatezza del cast di supporto, soprattutto per quanto riguarda il reparto difensivo, sul quale da anni non si investe seriamente con un progetto destinato a trasformare l'undici in effettivo punto di forza (qualcuno parlerebbe di "debolezza relativa"). Da oltre un decennio la percezione è che sia principalmente Manning a fare le fortune dei Colts, mentre i Colts - discorso finanziario a parte - pare non siano riusciti a fare granché per fornirgli un arsenale realmente all'altezza. E presto la situazione potrebbe peggiorare. Se e quando inizierà ufficialmente l'offseason di transizione fra le stagioni 2010 e 2011, infatti, Indianapolis potrebbe ritrovarsi oltre che con tanti reparti bisognosi di upgrade: offensive line e perimeter defense in primis - con free agents del calibro di Addai, che è comunque il miglior runningback di un backfield che da anni non spaventa, Adam Vinatieri, lui sì, uno dei migliori (kicker) di ogni tempo, il left tackle Charlie Johnson, ovvero colui che deve proteggere le spalle a Manning, il safety Melvin Bullitt, riserva con licenza di far male quando chiamato in causa, il linebacker titolare Clint Session e il defensive tackle Daniel Muir, oltre che con Reggie Wayne e il defensive end Robert Mathis potenzialmente sul piede di guerra a causa della richiesta di nuovi e più sostanziosi contratti - difficili da ottenere proprio per il motivo di cui sopra - e il safety Bob Sanders profumatamente pagato malgrado quasi tre stagioni interamente perse per infortuni di varia natura. Insomma, se il glorioso passato di Indianapolis è un-Lombardi Trophy-uno in due lustri di costante "semi-dominio" e quello recente è un Wild Card Game perso in casa contro i Jets su field-goal calciato all'ultimo secondo e quasi "regalato" dalla concessione di un kickoff return di 47 yards dopo essere stati in vantaggio per ben tre volte nel corso della partita, ecco che il futuro più prossimo potrebbe essere per Manning ancora più beffardo, arrivando magari a fissarlo fra qualche anno sui libri di storia del football come uno dei quarterback più straordinari dal punto di vista del puro talento e dei record conquistati, ma al contempo meno vincenti di ogni epoca. Andrea - mondonfl.it

[NFL] Caro Tom

Scritto da Mauro

Giovedì 13 Gennaio 2011 10:39 Caro Tom Brady, prima di tutto, mi presento. Sono un tifoso Dolphins... ahia – dirai - cominciamo bene. No, non ti preoccupare, non è una lettera cattiva. In effetti, ti sto scrivendo per farti i complimenti. La vostra stagione è stata sensazionale. E già a questo punto dirai 'Grazie, ma il merito non è mica solo mio'. Lo so, però ad esempio al tuo allenatore non scrivo: lui sì, mi sta un po' antipatico. Ok, non è una cosa bella da dire, e poi so anche che è bravo, accidenti se è bravo, però non riesco a trovarlo simpatico. Sarà la felpa, sarà la storiaccia dei video, sarà che avete vinto a sufficienza e chi vince diventa comunque antipatico, sarà quello che sarà, magari conoscendolo come lo conosci tu sarà anche di compagnia, ma non ce la faccio proprio. Sono pur sempre un tifoso Dolphins, capiscimi. Quindi, all'allenatore non potevo proprio scrivere. D'altro canto non potevo nemmeno scrivere a tutta la squadra. A parte che non so tutti i nomi, sarebbe stato lungo. Certo, non che non se lo sarebbero meritato, quest'anno sono stati tutti bravissimi. E la cosa incredibile è che sono tutti ragazzi! Mi sembra di aver letto che 25 giocatori della squadra sono al primo o al secondo anno: cioè quasi mezza squadra. Ma dove li avete trovati tutti insieme? Avete fatto lo stesso draft con gli altri o avete scelto voi prima tutti quelli buoni lasciando poi il resto alle altre squadre? E il prossimo anno farete il pieno un'altra volta, se non sbaglio avete 6 scelte nei primi 3 giri e 3 nei primi 33 posti. Cioè, riassumendo, siete bravi a scegliere i giocatori al draft, siete bravi a trovare i giocatori negli scarti delle altre squadre (ah-ehm... Wes Welker), siete bravi a cambiare i pezzi in corsa (la storia di Randy Moss è stata un capolavoro)... ci credo che poi avete una squadra con i fiocchi! Però, Tom, io volevo proprio scrivere a te. Sai, nemmeno tu all'inizio mi stavi molto simpatico. Un po' ha pesato il fatto che giochi in una squadra rivale, un po' il fatto che Drew Bledsoe mi era invece simpatico e non ho mai digerito come è andata la storia che lui si è infortunato, sei spuntato tu, avete iniziato a vincere, lui non ha più visto il posto eccetera, anche se non è stata poi colpa tua. E un po', diciamocelo, mentre voi vincevate a raffica noi a Miami abbiamo passato anni atroci vagabondando senza risultato da un quarterback all'altro. Questa cosa è durata parecchio, poi avete smesso un po' di vincere e siete tornati un po' umani. E io ho iniziato a guardarti con più obiettività e ad accorgermi di quale giocatore eri diventato. Fino a quest'anno. Quest'anno, Tom, credo che tu abbia superato te stesso. L'anno in cui avete sfiorato la perfect season (gnè gnè gnè... ehm, scusa è stato più forte di me...) il vostro attacco ne ha fatte di tutti i colori e tu e Moss avete frantumato ogni record. Ma quello che hai fatto quest'anno, per me, è ancora più impressionante. Quest'anno – e non sono l'unico a dirlo - tu sei stato la differenza fra una squadra normale e una squadra che ha chiuso 14-2; credo che avrebbero potuto metterti in una qualsiasi squadra di medio livello (ah-ehm... Miami?) e l'avresti portata più o meno agli stessi livelli. E questo, in uno sport così di squadra come il football, penso sia un complimento enorme. Vedo le tue statistiche dell'anno: 3.900 yards passate, 36 touchdown, 4 intercetti. Quattro! In 16 partite! Vuol dire 9 touchdown per ogni intercetto. Lo sai, vero, che nessun altro quarterback nella storia della NFL ha mai avuto un rapporto migliore di 6-1?E tu hai chiuso a 9-1. E un rating finale di 111. Ho in mente ad esempio la partita del 12 dicembre a Chicago, sotto la neve. Lì sei stato pazzesco, sembrava che per te la neve non ci fosse. Hai lanciato 369 yards e 2 touchdown sbagliando solo 13 passaggi su 40, e di fronte avevi la terza difesa della lega, in casa propria. Ma tutte questa cose spariscono di fronte ad una: 335 passaggi consecutivi senza lanciare un intercetto. Solo la cifra fa restare senza parole. In un gioco come quello di oggi, in cui tutto si sviluppa in pochi secondi e ogni decisione deve essere rapidissima, il fatto che tu non lanci un intercetto da metà ottobre è stupefacente. Magari – dirai sempre tu – è anche merito del fatto che i tuoi ricevitori sono bravi: Welker, Branch (a proposito, bel ritorno il suo), quei due meravigliosi tight end giovanissimi che avete pescato chissà dove. Ma sappiamo entrambi che alla fine il merito è tuo, come sarebbe tua la colpa se gli intercetti li avessi lanciati. E adesso, iniziate i playoffs. Mi pare di aver letto che a Boston c'è la neve (sai che è il verso di una canzone italiana?) e che potrebbe esserci anche domenica. Magari contro i Jets salta fuori un'altra partita come quella contro i Raiders... pensa che conosco persone ancora convinte che

quello era fumble. Vabbè, questa è un'altra storia. Volevo dire che i playoffs sono un po' il tuo elemento, e poi adesso che sono usciti Drew Brees e Peyton Manning sei rimasto solo tu a rappresentare i quarterback “nobili”. Contro i Jets sarà la solita battaglia, ma tanto nella AFC East (mi metto in mezzo anch'io) ci siamo abituati. Io, te lo dico subito, non farò il tifo per nessuno, e penso che tu mi capisca. Però, se vincete voi, quasi quasi sarei più contento: come non si fa ad avere in simpatia una squadra che in pieno rinnovamento generazionale vince 14 partite? È un po' la squadra che ogni tifoso vorrebbe fosse la propria. E poi, chi non vorrebbe come proprio quarterback uno che – dai, ormai è certo – 5 anni dopo l'ultima partita finirà dritto nella Hall of Fame? A proposito, Tom... non è che prima di andare in pensione verresti a passare un po' di tempo a Miami? Sì, lo so che proprio quest'anno hai firmato il rinnovo fino al 2014, che ti hanno ricoperto sotto una montagna di soldi, che stai bene a Boston eccetera. Ma vuoi dire che a Miami non si sta bene? Caldo, spiagge, sole, belle donne. Ah sì, certo, tu sei già a posto, eccome se sei a posto. Però anche Gisele, da buona brasiliana, sarebbe contenta di passare un annetto a Miami. E magari è la volta che anche noi si riesce a vincere qualcosa. Dai, pensaci. Intanto, tu che puoi, concentrati sul vincere quest'anno, che mi sa che ce la potete fare. In bocca al lupo per i playoff, Tom. Good luck. Mauro

[NFL] Coaching Market

Scritto da Mondo NFL

Mercoledì 26 Gennaio 2011 16:19 NFL Coaching Market una stagione nella stagione Mentre tutta l'attenzione è naturalmente e doverosamente rivolta al prossimo Super Bowl che vedrà opposti Steelers e Packers, all'interno di molti teams già concentrati sulla prossima stagione molto è già cambiato a livello di coaching staff. A dimostrazione che gestione e programmazione di una franchigia non conoscono sosta e che la fondazione di successo o disastro parte dai personaggi che agiscono sulla sideline ancor più di quelli che si muovono sul campo. Fatal Green Bay Cowboys e Vikings hanno seguito un percorso molto simile. Entrambi dati in estate fra le papabili candidate a invadere il Cowboys Stadium per la Big Dance di febbraio, non solo i due teams sono stati fra i più deludenti del 2010, ma entrambi sono stati spinti a cambiare allenatore a stagione in corso, entrambi - ironia della sorte - dopo una sconfitta al Lambeau Field. Prima il troppo soft Wade Phillips e poi il testardo Brad Childress, sommersi dalle critiche hanno salutato lasciando spazio a coach "ad interim" come Jason Garrett, arruolato da Jerry Jones nel 2007 proprio con l'obiettivo di farne un capo allenatore, e Leslie Frazier, defensive coordinator rispettato in tutta la lega per etica e carisma, poi confermati per il 2011 al termine della Regular Season dopo aver convinto i rispettivi owners grazie a un finale promettente dal punto di vista dei risultati e del team management. Dicembre I cambiamenti a stagione in corso non hanno coinvolto soltanto Dallas e Minnesota, ma anche Denver, San Francisco e Kansas City. Nel corso dell'ultimo mese dell'anno i Broncos si sono sbarazzati dell'intraprendente ma inesperto Josh McDaniels dopo circa due stagioni caratterizzate da discutibili mosse che, se da un lato hanno portato in Colorado una figura intrigante come quella di Tebow, dall'altra hanno contribuito più a smembrare che a edificare la franchigia. Discorso non molto diverso per i Niners, con Singletary incapace di risolvere o indirizzare il problema-quarterback e soprattutto "vittima" del suo passato di linebacker determinato al limite della ferocia ma privo delle doti cerebrali e dialettiche necessarie per comprendere e comunicare schemi e idee. Dopo essere arrivate al termine del campionato con headcoach "a tempo determinato" come Jim Tomsula, coach della linea difensiva in Colorado, ed Eric Studesville, coach dei runningbacks in California, entrambe le franchigie hanno iniziato la propria offseason in modo oltremodo aggressivo portando a segno quelli che, fino ad ora, sono probabilmente i "colpi" più ecclatanti: i 49ers sono infatti riusciti a convincere Jim Harbaugh (foto) ad abbandonare Stanford per passare fra i pro, mentre i Broncos, senza perdere troppo tempo in ricerche o esperimenti, hanno pescato l'esperto John Fox, tornato subito in sella dopo ben nove solide stagioni alla guida dei Carolina Panthers. Ai Chiefs, invece è durata solo un anno l'avventura dell'offensive coordinator Charlie Weis: dopo aver contribuito all'approdo del team del Missouri alla vetta dell'AFC West e alla conquista di una storica wild-card trasformando un attacco anemico da anni in un meccanismo vincente e affidabile guidato da un Cassell tornato in grande spolvero, da un Bowe finalmente all'altezza del suo status di prima scelta nel Draft del 2007 e da un letale tandem di runner formato da Jamaal Charles e Thomas Jones, a poche settimane dalla fine della Regular Season Weis ha accettato di diventare nel 2011 l'allenatore dell'attacco dei Florida Gators (di fatto spezzando l'incantesimo e i sogni di gloria dei Chiefs, demoliti dai Raiders in Week 17 e dai Ravens nel Wild Card Game con un punteggio complessivo di 61-17). Da 49ers e Broncos a Dolphins e Panthers Il reclutamento di Harbaugh e Fox fra West Coast e Colorado hanno generato un'onda lunga che ha raggiunto il North Carolina e addirittura la Florida. I Panthers, anzitutto, con l'idea di affidare la panchina a un altro defensive headcoach, senza troppi indugi hanno puntato e ottenuto le prestazioni di un debuttante, ovvero quel Ron Rivera che a San Diego è riuscito a fare della difesa "no name" dei Chargers la prima del campionato a livello statistico. Il management di Miami, invece, dopo aver fatto il diavolo a quattro per tentare di ingaggiare Harbaugh, alla fine s'è trovato costretto a compiere un doppio passo del gambero prima confermando e poi prolungando il contratto di un Tony Sparano ormai abbandonato da tutti e ora nella scomoda situazione di dover guidare una

franchigia fino a ieri pronta a scaricarlo. La terra trema a... Come sempre accade, sono state numerose le panchine vacillanti dopo il fischio che ha chiuso la Regular Season. A Jacksonville, Jack Del Rio ha rischiato grosso dopo aver accarezzato l'idea di scalzare i Colts in testa all'AFC South finendo poi per vedersi con un pugno di mosche in mano, ma alla fine è stato graziato per il 2011 dopo essere stato obbligato a giurare sull'ingresso dei Jags nel prossimo tournament. Confermati Gary Kubiak a Houston malgrado l'ennesima stagione dalle aspettative tradite e il flirt con i Broncos, Tom Coughlin a New York dopo aver visto la propria squadra falcidiata dagli infortuni e da un Eli Manning troppo pressato dall'esigenza di vincere le partite da solo, e Marvin Lewis a Cincinnati nonostante l'impalpabile annata seguita al titolo divisionale del 2009, mentre il "nero su bianco" sulla 17a stagione di Jeff Fisher a Tennessee è costato il posto in squadra al tumultuoso Vince Young, ora a spasso in cerca di sistemazione. ...e la panca salta a... L'immediato post-campionato non è costato il lavoro soltanto a Fox, per il quale fra l'altro il destino era tracciato e annunciato da ben prima che si concludesse Week 17. A Cleveland il presidente Mike Holmgren ha tagliato Mangini per sostituirlo con un altro hc esordiente, ovvero Pat Shurmur (foto), che a St. Louis in veste di quarterback coach era stato uno dei principali artefici dell'esplosione di Sam Bradford e ora sarà chiamato a reinventare l'anemico attacco del team dell'Ohio individuando anzitutto il nome di colui che guiderà l'huddle. A Oakland, invece, Al Davis ha compiuto gli stessi passi del petroliere Jerry Jones, facendo fuori Tom Cable per sostituirlo col proprio offensive coordinator, ovvero Hue Jackson. Coordinators eccellenti Lunga ed interessante da monitorare è la lista di nuovi o vecchi coordinators – o ex capo-allenatori riciclati come tali – che hanno cambiato team nell'arco di pochissimi giorni. Ex coach Wade Phillips è stato arruolato da Kubiak per dare solidità alla traballante difesa degli Houston Texans, verosimilmente installando una 3-4 ibrida che non snaturi troppo il talento di Mario Williams; Tom Cable è rimasto sulla West Coast, volando ai Seahawks per prendere in mano un'offensive line bisognosa di rinforzi intorno al LT Russell Okung; Josh McDaniels è stato ingaggiato dai Rams come coordinator di un attacco che, pur potendo ripartire da Bradford e Jackson, avrà bisogno di armi supplementari a livello di ricevitori e schemi; Mike Singletary ha raggiunto l'amico Leslie Frazier, con cui ha giocato ai tempi dei Bears campioni del mondo nel 1985 (Singletary ovviamente da linebacker e Frazier da cornerback), per diventare allenatore dei linebackers dei Minnesota Vikings; infine, Dave Wannstedt, in passato allenatore di Dolphins e Bears e nelle ultime sei stagioni capo allenatore per il team dell'University of Pittsburgh, torna nell'NFL per diventare assistente di Chan Gailey (e allenatore degli inside linebackers) ai Buffalo Bills. Gli altri I Baltimore Ravens hanno perso il defensive coordinator Greg Mattison, finito ad allenare la difesa dei Michigan Wolverines, rimpiazzandolo con Chuck Pagano, precedentemente allenatore della secondaria, mentre l'offensive assistant Al Saunders (foto) è diventato allenatore dell'attacco degli Oakland Raiders; Rob Ryan, fratello di Rex, è passato dall'allenare la difesa dei Cleveland Browns a quella dei Dallas Cowboys, ma i Browns lo hanno già rimpiazzato ingaggiando l'esperto Dick Jauron, in passato head coach dei Buffalo Bills e allenatore della secondaria dei Philadelphia Eagles nel corso della stagione in via d'esaurimento, mentre ancora da sostituire è l'offensive coordinator Brian Daboll, destinato a reinventare l'attacco dei Miami Dolphins; Philadelphia ha perso Sean McDermott, che era subentrato al grande Jim Johnson come defensive coordinator e che nel 2011 avrà in mano le redini della difesa dei Carolina Panthers, ma ha a sua volta piazzato un grande colpo sottraendo il grande defensive line coach Jim Washburn ai Tennessee Titans; Mike Shula, figlio del grande Don, dopo quattro stagioni lascia la posizione di quarterback coach per i Jacksonville Jaguars per assumere lo stesso ruolo presso i Carolina Panthers; infine, dopo la sconfitta nel Divisional Round contro i Bears, i Seattle Seahawks si sono liberati dell'offensive coordinator Jeremy Bates rimpiazzandolo con Darrell Bevell, ormai ex allenatore dell'attacco dei Minnesota Vikings, che l'hanno sostituito arruolando Bill Musgrave, nell'ultima stagione quarterback coach degli Atlanta Falcons.

[Wild Card] Saints vs Seahawks

Scritto da Massimo

Mercoledì 12 Gennaio 2011 16:26 Subito dopo il fischio finale del Sunday Night contro St.Louis, che aveva qualificato ai playoff i Seattle Seahawks, quello che era fino a quel momento stato solo un sommesso mormorio, era esploso in tutta la sua potenza. Fior di opinionisti imperversavano su giornali, blog, trasmissioni televisive e radiofoniche, esprimendo il loro sdegno per l'assurdo epilogo della stagione NFL, che qualificava ai playoff per la prima volta nella storia una squadra con record negativo, lasciando fuori squadre definite "certamente più meritevoli" dei Seahawks, la cui unica fortuna era quella di aver vinto la pegior division della lega, prontamente ribattezzata NFC Worst. Gli stessi soloni, ma non solo loro, a dire il vero, avevano prefigurato scenari apocalittici per Seattle, sfavorita in doppia cifra contro i Campioni uscenti dei New Orleans Saints, ai quali, a loro volta, veniva quasi rinfacciata la fortuna sfacciata di avere un turno di wild card praticamente già vinto senza giocare. Già... senza giocare. Piccolo particolare insignificante. Alla fine di tutte le chiacchiere da bar e di tutte le analisi più o meno approfondite fatte dai più o meno esperti di turno, è proprio il campo a dare la risposta definitiva, e raramente ci si può lamentare del suo verdetto. Il verdetto emanato da un Qwest Field pieno fino all'inverosimile di tifosi urlanti fin oltre ogni limite di umana sopportazione è stato chiaro: non solo i Seahawks sono degnissimi dei playoff conquistati, ma ne sono immediatamente diventati i protagonisti principali grazie ad una vittoria ottenuta con una prestazione stellare, infinitamente migliore di quella fornita dai Saints, nonostante la differenza in tasso tecnico fosse comunque notevole. Una delle chiavi della vittoria dei Seahawks, è stato sicuramente il rientro di Matt Hasselbeck in cabina di regia, sebbene acciaccato per il problema alla coscia che l'aveva tenuto fuori dall'ultima di regular season e nonostante poco prima della partita avessero dovuto estrarre dal suo ginocchio abbondante liquido sinoviale, ricordo dell'infortunio al ginocchio di qualche settimana fa. Eppure il vecchietto terribile è sceso in campo stringendo i denti ed ha tirato fuori dal cilindro una delle migliori partite della sua carriera, aiutato anche dal playcalling decisamente aggressivo che ha colpito perfettamente il punto debole della difesa dei Saints: una secondaria a dir poco sospetta ed in serata decisamente disastrosa. I quattro touchdown pass con cui Hasselbeck ha punito un defensive backfield distratto, uniti al fantastico touchdown su corsa di Marshawn Lynch ed ai due field goal di Olindo Mare, sono valsi i 41 punti con cui i Seahawks hanno superato i Saints, ai quali non è bastato il solito tentativo di rimonta nel quarto periodo da parte di Un Drew Brees che ha passato metà partita a dormire e l'altra metà a maledire le mani di burro dei suoi ricevitori. 39 su 60 per 404 yards e due touchdown pass per Brees, sarebbe normalmente una prestazione notevole, ma stavolta sono numeri che non hanno retto il confronto con il 22 su 35 per 272 yards e 4 touchdown pass di Matt Hasselbeck. I Saints partono subito forte, portandosi subito sul 10-0 nei primi due drive offensivi della partita, e la via per Seattle sembra segnata come da pronostico. Hasselbeck trova il tight end Carlson in end zone per il primo touchdown della giornata, la Julius jones, scartato proprio da Seattle ad inizio stagione, riporta avanti i Saints con un touchdown su corsa dalle 5 yards. Dopo un field goal messo a segno da Olindo Mare, è ancora la connessione Hasselbeck-Carlson a rispondere alla segnatura, poi i Seahawks trovano altri sette punti grazie al terzo passaggio in meta di Hasselbeck, questa volta per Stokley. La two-minute offense di New Orleans riesce a portare i Saints in raggio di field goal, e Hartley mette a segno altri tre punti proprio sul fischio finale di metà gara. Dopo il blackout del terzo quarto con cui i Seahawks avevano allungato nel punteggio grazie al quarto td pass di Hasselbeck per Mike Williams ed al field goal di Olindo Mare, i Saints cercavano di rimettere in piedi la partita, aiutati anche da qualche penalità di troppo degli avversari che tenevano vivo un drive che terminava con il secondo touchdown della giornata per Julius Jones, riportando i Saints a distanza di una segnatura dai Seahawks: 34-27. La difesa di New Orleans obbligava i Seahawks ad un rapidissimo three-and-out, ed Hartley ne approfittava per riportare sotto i Saints con un field goal. Sembrava che la rimonta dei Saints fosse destinata ad andare a buon fine, ma Payton non aveva fatto i conti con Marshawn Lynch. Dopo un paio di drive infruttuosi per entrambe le squadre, il runner di Seattle prendeva palla sulle sue 33 e si infilava in mezzo alla linea. Sembrava una corsa destinata ad un minimo

guadagno come tante altre durante la partita, ma Lynch la trasformava magicamente in una delle più belle azioni mai viste. Lynch rompe ben sei placcaggi ed effettua uno stiff arm letale che manda a gambe all'aria Tracy Porter, e termina la sua corsa in touchdown: una segnatura che mette virtualmente il sigillo alla partita. I Saints hanno ancora il tempo di rifarsi sotto con un TD pass di Brees per Henderson con un minuto e mezzo da giocare, ma la successiva trasformazione da due, per portare i Saints a posrata di field goal, viene stoppata, ed in ogni caso l'onside kick viene poi ricoperto da Seattle, che può così iniziare i festeggiamenti.

[Wild Card] Ravens vs Chiefs

Scritto da Paolo

Giovedì 13 Gennaio 2011 08:57 Termina in modo brutale il sogno dei Kansas City Chiefs di regalare a questo turno di wild card della NFL una nuova sorpresa dopo l’exploit di Seattle contro New Orleans: i Baltimore Ravens passano al New Arrowhead Stadium con un 30-7 che non ammette repliche e sabato affronteranno i Pittsburgh Steelers in un match che promette scintille. La compagine di coach Harbaugh si è rivelata troppo squadra, troppo completa, troppo esperta (42 giocatori avevano già giocato nella post season contro i 22 dei Chiefs, il cui trio Vrabel, Thomas Jones e Lilja da solo faceva un quarto delle presenze ai playoff di tutto il team), anche se Kansas City ha validamente tenuto testa a Flacco e compagni per oltre metà partita, per poi crollare in un terzo quarto da incubo. A lato del fatto sportivo, c’è da segnalare che il match aveva vissuto una vigilia drammatica poiché il giorno precedente le autorità della Louisiana avevano sospeso le ricerche e dichiarato ufficialmente disperso Brian Reed, fratello della fortissima safety dei Ravens Ed Reed, che nel tentativo di sfuggire alla polizia che lo inseguiva per un caso riguardante, pare, un’auto rubata, si era gettato nelle acque del Mississippi. Il giocatore, pur essendo comprensibilmente scosso, su suggerimento del resto della famiglia, aveva comunque deciso di essere della partita. Tornando al football giocato, in un New Arrowhead naturalmente stracolmo in cui si celebrava il ritorno di un match di playoff dopo sette anni, Kansas City partiva in modo discreto all’insegna del mi piego ma non mi spezzo: sul primo drive dei Ravens, il quarterback Flacco trascinava i suoi fino ad una yard dal touchdown ma qui la difesa dei Chiefs resisteva eroicamente a tre tentativi degli ospiti di percorrere quei fatidici 92 centimetri, con il terzo down che non veniva convertito per merito della safety rookie Berry che con un grandissimo intervento neutralizzava un passaggio in meta al tight end Heap. L’incompleto costringeva così il team ospite al field goal che apriva le segnature. Dopo un punt di Kansas City, ancora il reparto difensivo in maglia rossa si ergeva a protagonista: l’outside linebacker Hali batteva un imbarazzante Oher e non solo placcava Flacco, ma gli faceva perdere il pallone che lui stesso recuperava. Due giochi dopo ci pensava il runner Charles con una entusiasmante galoppata da 41 yards a portare avanti i Chiefs, i quali si trovavano in vantaggio in un match di playoff per la prima volta dal 1998. Sul drive seguente Baltimore era nuovamente costretta al punt, ma quando sembrava che Kansas City avesse l’inerzia dalla sua parte, ecco la prima svolta dell’incontro: Charles appena superata la linea di metà campo perdeva l’ovale su un placcaggio del defensive tackle Cody e gli ospiti recuperavano la palla e la tranquillità necessaria per ritornare in partita. Dopo un altro paio di punt, i Ravens trovavano ritmo in attacco e nonostante un sack ad opera di Belcher (il terzo messo a segno dalla difesa dei Chiefs nel solo primo tempo) Flacco completava sei passaggi su sei per 59 yards e coronava un grande drive trovando con un lancio da 9 yards in end zone il runner Rice anche se il vero protagonista, come in pratica tutto il match, era il tight end Heap che riceveva tre di quei sei completi per 46 yards. Si andava così all’intervallo sul punteggio di 10-7 con statistiche curiose: in casa Chiefs c’erano infatti 96 yards corse, 87 delle quali da Charles, mentre il quarterback Cassel aveva completato quattro passaggi su cinque ma per sole 40 yards. Dall’altra parte invece il runner Rice era stato praticamente annullato dalla difesa di casa (sette portate, dieci yards), mentre Flacco, pur messo sotto pressione da una pungente pass rush dei Chiefs, aveva imperversato completando diciassette passaggi su ventiquattro tentati per 196 yards. Durante l’intervallo, come racconterà coach Haley dopo il match, i Chiefs erano assolutamente sicuri di poter contrastare la corazzata Baltimore, ma purtroppo per loro si sbagliavano. Nella prima serie della ripresa arrivava un primo campanello di allarme: un lancio errato del quarterback di casa Cassel veniva intercettato dalla safety Nakamura che però mentre cercava di portare l’ovale verso la end zone avversaria veniva fermato da Charles che riusciva anche a far perdere il pallone all’avversario ed a ricoprire il fumble. Il drive seguente segnava però l’ultimo sussulto offensivo dei Chiefs che arrivavano fino sulle 33 dei Ravens con una situazione di quarto ed una yard da prendere. Invece di provare un problematico field goal da oltre 50 yards, coach Haley optava per giocarsi il down alla mano ma la difesa dei Ravens rispondeva alla grande fermando Charles che addirittura perdeva quattro yard. Nel drive seguente Baltimore racimolava solo tre punti, ma l’inerzia era ormai cambiata, e nelle due serie seguenti un fumble di McCluster sulle diciassette dei Chiefs ed un intercetto subito da Cassel sulle proprie trenta, regalavano due comodi possessi ai Ravens che li trasformavano in dieci punti, prima col terzo field goal della giornata di Cundiff da ventinove yards poi con il

passaggio di Flacco a Boldin per quattro yards. Quest’ultima segnatura metteva virtualmente in ghiaccio la partita anche perché il drive dei Chiefs a cavallo fra la fine del terzo quarto e l’avvio del quarto segnava la resa dei padroni di casa che totalizzavano un completo da 3 yards e due incompleti, uno dei quali era oltre a tutto un fumble di Cassel placcato dal cornerback Webb che però veniva considerato dagli arbitri un passaggio incompleto. Mentre il pubblico dell’Arrowhead iniziava a lasciare deluso lo stadio, Baltimore costruiva un altro interminabile drive da quasi dieci minuti che culminava con la meta su corsa da 21 yards di McGahee che confezionava il 30-7 finale, anche se gli infreddoliti (si è giocato a -3 gradi) tifosi rimasti sugli spalti dovevano ancora sopportare il terzo intercetto della giornata subito da Cassel, una statistica decisamente insolita visto che in tutta la stagione l’ex Patriots aveva consegnato solo 7 palloni nelle mani degli avversari. A livello statistico spicca naturalmente l’enorme differenza di yards (390 a 161) con Flacco che nonostante i quattro sack subiti giocava un match di grande sostanza completando venticinque passaggi su trentaquattro per 265 yards e due mete. Come già detto Heap era una costante spina nel fianco della difesa di casa contro cui riceveva sette palloni per 108 yards, Nel complesso invece il rushing game faticava più del previsto con Rice che in diciassette portate metteva insieme appena 57 yards. Meglio faceva McGahee (10-44) ma le sue statistiche erano “inquinate” dalla meta segnata con una corsa da 25 yards. Grande prestazione collettiva invece della difesa guidata dai veterani Suggs e Lewis: il reparto offensivo di Kansas City guadagnava come detto soltanto 161 yards e restava in campo per appena 18 minuti. In casa Chiefs assolutamente da dimenticare la prestazione di Cassel (nove su diciotto per 70 yards e tre intercetti, per un rating di 20,4) mentre l’unica cosa da salvare erano le 81 yards corse in appena nove portate da Charles. E a fine gara negli spogliatoi dei Ravens si viveva naturalmente un momento particolarmente toccante quando Reed consegnava la palla della partita ai propri familiari. Nell’intervista post partita, il coach ospite Harbaugh riconosceva i meriti dei Chiefs e così commentava la prestazione dei suoi: “per noi venire qui, in un ambiente caricatissimo e vincere è stata sicuramente una grande impresa. Nel primo tempo abbiamo faticato a causa della loro velocità e non abbiamo placcato bene, poi nel secondo ci siamo aggiustati e la differenza si è vista. La difesa è stata brava a recuperare molti palloni e anche l’attacco è migliorato con l’andare del tempo”. Dall’altra parte ovvia delusione per coach Haley che però può trarre molte indicazioni positive in vista del prossimo anno. “E’ una sconftta dura da mandar giù” è la considerazione di Haley “però tanto di cappello sia ai loro giocatori che allenatori. Comunque ho detto ai ragazzi che usciamo a testa alta: una brutta sconfitta non può cancellare quanto di buono fatto quest’anno, mentre il ricordo di oggi deve servirci come monito e stimolo per lavorare e migliorarci, perché come abbiamo visto, quando sei ai playoff non basta disputare una buona gara, devi giocare il tuo football migliore”.

[Wild Card] Packers vs Eagles

Scritto da Dario

Giovedì 13 Gennaio 2011 08:34 Il modo in cui Green Bay e Philadelphia sono arrivati alla loro sfida di Wild Card di domenica è tanto impreparato quanto poteva essere difficile qualsiasi pronostico. Green Bay ha decisamente le stigmate di chi prima o poi riporterà in Winsconsin il trofeo dedicato a chi ha 'creato' la franchigia, ma Philadelphia possiede un potenziale offensivo come mai visto prima nella lega. Se aggiungiamo i problemi dei Packers relativi alle corse e quelli di Philadelphia, che raramente riesce a prevalere su difese dalle grosse individualità, un pronostico di “1X2” calzava a pennello. è andata proprio in questo modo, con Michael Vick che si è giocato l'ultimo passaggio della stagione della sua rinascita in modo quantomeno dubbio, consegnado la vittoria ad Aaron Rodgers e compagni, che andranno ad Atlanta in un rematch succulento nel prossimo weekend. Proprio il QB dei gialloverdi, in trasferta, era l'osservato speciale. Sarebbe riuscito per la prima volta in carriera a vincere nei Playoff? A giudicare dal primo tempo, avrebbe avuto tutte le possibilità di questo Mondo. Philadelphia, nel primo e secondo quarto, semplicemente non avanza. Vick è costantemente sotto pressione, e la sua linea non sa come comportarsi con Clay Matthews a minacciarla. L'unico modo di ottenere posizioni di campo favorevoli ed attentare alla Red Zone avversaria è solo quello di sedersi nella shotgun ed affidarsi a Jason Avant, sugli scudi a causa di un brutto infortunio per DeSean Jackson, costretto alle cure dello staff medico per una orribile distorsione alla gamba sinistra e che starà fuori per larghissimi tratti del confronto. Ad ogni modo gli Eagles, quando David Akers mette a segno il primo field goal della serata, sono già sotto 14 a 3. Dall'altra parte del campo, infatti, Green Bay non soffre di ansia da prestazione, dopo essere stati altalenanti per tutta la stagione, e mette a segno due touchdown, uno con Tom Crabtree e l'altro con James Jones, segnature che portano Rodgers sul tetto dela classifica dei QB con piu` TD nelle prime due partite di Post Season. Bypassando l'inutilità di tale statistica, possiamo però tranquillamente affermare che Philadelphia è tornata negli spogliatoi totalmente annichilita, sotto nel punteggio, nel gioco e nella fiducia, mentre Green Bay lo ha fatto con supponenza, senza sfruttare gli ultimi secondi di tempo a sua dsposizione, ma soprattutto con un arma in piu`, inaspettata da chiunque. James Starks, prodotto di Buffalo e scelto nel sesto giro dai Packers per rimpolpare un backfield segnato da sfortuna ed inaffidabilità, ha corso 23 volte per 123 yarde, nuovo record per un rookie dei Packers in Post Season, permettendo ai grossi nomi dell'attacco di avere piu` spazio per mettere a segno le loro ricezioni, e muovere costantemente la catena. Se avete già visto qualche partita in vita vostra saprete già come è andata al ritorno in campo. Rodgers cerca, su un secondo e due, Donal Driver sul profondo,e non appena il passaggio viene droppato, Andy Reid ordina il blitz. La palla sfugge al QB e Juqua Parker lo recupera. C'è improvvisamente nuova vita per Philly, che segna con Vick nella shotgun ed Avant a ricevere il passaggio. Quando Green Bay si ritrova avanti di una sola segnatura dopo aver sostanzialmente dominato il primo tempo, ricomincia con il gioco conservativo, ed i risultati si vedono. Ancora Starks ammassa yarde, ed il cronometro viene controllato dagli ospiti per piu` di sette minuti prima che Brandon Jackson si prenda il suo down di notorietà all'interno della partita segnando il punto del 20 a 10 prima che Mason Crosby metta il punticino che separa le due squadre di due realizzazioni. La partita è finalmente vibrante. Tre penalità per Winston Justice in due azioni sembrano rompere le uova nel paniere di Philadelphia, che però si riprende e continua ad avanzare fino al secondo field goal sbagliato nella partita di David Akers. Ma ormai Jackson è tornato, ed anche se corre zoppicando corre molto forte. Ancora una volta i difensori in nero e verde arrivano nel backfield, forzano gli avversari al punt, e nell'ultimo parziale sfruttano tutte le armi aeree a loro disposizione, tornano in End Zone con una corsa del loro QB rinato e si riportano ad una segnatura di distacco. La conversione da due punti non riesce, e sono quindi costretti a segnare ancora un touchdown. Prima rimane da fermare l'attacco di McCarthy. Detto, fatto. Utilizzando due timeout ed effettaundo un altro sack su Rodgers, i padroni di casa si ritrovano palla in mano,a due minuti dalla fine e a 60 yarde dal successivo turno da consumarsi a casa dei Bears. DeSean Jackson prende le prime 30 in un baleno, attraversando il campo in un andatura che non gli appartiene ma che non sacrifica lo spunto che lo rende il fenomeno di atletismo che è. Ma potrà terminare in questo modo la favola dell'ex carcerato Vick, dalle stelle alle stalle ed alle stelle ancora, con il drive che manda in visibilio il Lincoln Financial Field ed a casa una delle compagini da tutti additata come possiible vincitore del Vince Lombardi Trophy?

No, in questo caso, e purtroppo per i tifosi degli Eagles, no. Il football non ci regala un'altra grossa favola sportiva, un'altra grossa occasione per romanticheggiare sullo sport e sulla vita. Nella notte della Pennsylvania a brillare sono i Packers, perchè Vick è tornato da troppo poco ed è integrato da troppo poco tempo nel sistema decennale di Reid per giostrare nel migliore dei modi il drive che renderebbe questo Wild Card Playoff leggenda. Il suo ultimo lancio non è per LeSean McCoy, Jeremy Maclin o Jackson, ma per il rookie Riley Cooper, e Tramon Williams raccoglie l'ultimo alloro di una stagione da incorniciare saltando davanti ad esso e rubando la ribalta alle aquile ed al loro significativo skipper. E' l'intercetto che chiude un anno galvanizzante per gli Eagles, che si sono ritrovati a cullare sogni di gloria non aspettati, ma che si sono lasciati scappare grosse occasioni, come quella contro i Vikings di qualche settimana fa. La scelta sul destino della franchigia, quantomeno quello a breve termine, ce l'ha proprio il numero 7. Da molti data per scontata, la sua firma non lo è, come lui stesso ha ammesso; sarebbe proprio un bel modo di rovinare tutto non firmare per la squadra che, appena fuori, gli ha messo una palla in mano e dato tanta fiducia. Con la squadra che ha per le mani, e che ora lo aspetta, può ritornare tranquillamente ai Playoff nel 2012. Per quanto riguarda i Packers, essi possono arrivare ovunque vogliano. E se i Falcons non riusciranno a fermare il prodigioco Starks, i grossi riconoscimenti potrebbero arrivare molto prima di quanto si pensi.

[Wild Card] Jets vs Colts

Scritto da Mauro

Domenica 09 Gennaio 2011 16:40 Tutta la partita riassunta in una faccia: il largo sorriso e la felicità di Rex Ryan mentre il pallone calciato da Nick Folk passava in mezzo ai pali, il cronometro toccava lo zero e i suoi Jets – e lui – ce l'avevano appena fatta: la sua nemesi, Peyton Manning, era battuta. Ryan l'aveva messa sul personale durante la settimana. Si era messo in prima linea, sotto le luci dei riflettori, vendendo la partita come la sua sfida personale contro il grande Manning, l'uomo che per lui era diventata quasi un'ossessione; e, facendo questo, era riuscito a mettere nell'ombra la squadra, lasciandola tranquilla a prepararsi per la battaglia. I grandi allenatori, del resto, fanno così. E poi, ovviamente, vinta la partita, non ha mancato di rendere omaggio al rivale: “Manning è il migliore, e stava quasi per farcela anche stavolta. Contro Peyton non potrai mai fermarlo completamente, ma i nostri ragazzi hanno giocato bene e fatto quello che serviva per riuscire a tenerlo fuori dalla end zone”. Riuscire a trovare il motivo per spiegare una vittoria – o una sconfitta – di un punto arrivata con un calcio allo scadere non è mai semplice. Si può dire che è merito di Nick Folk, il cui piede non ha tremato nel momento decisivo, ma sarebbe riduttivo. Si può dare onore alla difesa di New York, che è riuscita a concedere un solo big play all'attacco dei Colts in tutta la partita – il touchdown da 57 yards di Pierre Garcon nel secondo quarto - , ma sarebbe semplicistico. Oppure si può puntare il dito sul quarterback sconfitto, sostenendo che non è riuscito come al solito a far girare i suoi uomini, ma basta guardare le cifre finali di Manning e vedere che non sono poi così male (18/26, 225 yards e 1 touchdown) per capire che anche questa spiegazione non regge. Il wild card game andato in scena ad Indianapolis è stata una partita talmente serrata e combattuta che non può essere spiegata con una sola causa. I Jets l'hanno vinta probabilmente perchè sono stati più solidi e perchè sono riusciti a crescere progressivamente di livello durante la partita. E, stranamente (almeno per una squadra che può vantare la sesta difesa del campionato), l'hanno vinta quasi più con l'attacco che non con la difesa. Che ha pure fatto la sua parte, contenendo Manning, limitando Addai e Rhodes ed annullando completamente Reggie Wayne sulla Revis Island (1 ricezione per 1 yard). Ma, se proprio bisogna scegliere, è giusto che sotto le luci dei riflettori salgano gli uomini dell'attacco, e due su tutti. Il primo è Ladainian Tomlison. Non è forse giusto, a questo punto, incolpare i Chargers per averlo dato come bollito alla fine dello scorso anno: un po' tutti erano d'accordo; vedendolo giocare nelle sue ultime apparizioni a San Diego, incapace di trovare i buchi e quasi in imbarazzo contro le difese avversarie, era difficile non considerarlo finito o quasi. Invece il giocatore di quest'anno sembra ringiovanito di cinque o sei anni, e la sua prestazione contro i Colts ne è la testimonianza più eloquente: 16 portate per 82 yard (5,1 di media) con tutti e due i touchdown segnati dai Jets. Il primo di potenza, a sfondare il muro della endzone in faccia alla difesa avversaria, e il secondo di agilità, sprintando ed entrando agevolmente in end zone senza essere toccato. Il secondo, ovviamente, è Mark Sanchez. E non perchè abbia fatto una partitona, visto che la sua gara non è stata tale: diversi lanci imprecisi, spesso ricevuti solo grazie alla bravura di Edwards e Holmes; un intercetto praticamente in end zone quanto meno evitabile e tutto sulle sue spalle, lanciato nel secondo quarto; un rating finale di 62.4 (18/31, 189 yards, 1 int), ben distante dal 108.7 di Manning. Ma il suo merito è stato quello di essere cresciuto progressivamente lungo la gara, fino a raggiungere l'apice nel momento più importante e fare la migliore cosa della serata quando serviva di più. Il drive finale dei Jets negli ultimi 45 secondi è stato infatti condotto benissimo, e il gioco che ha consentito a Folk di calciare abbastanza comodamente dalle 32 yard (il passaggio profondo da 18 yards per Edwards) è stato quasi tutto farina del suo sacco, come ha rivelato lo stesso Rex Ryan in conferenza stampa: "Più la partita andava avanti e più lui [Sanchez] diventava più preciso. Sull'ultimo passaggio a Braylon Edwards, il ragazzo fatto la chiamata da solo. Shotty [Brian Schottenheimer, OC dei Jets] gli ha solod etto: 'Va bene ragazzo, fai il lancio che vuoi!' e lui ha fatto quel bellissimo passaggio. Ecco quanto è cresciuto". Un Ryan raggiante, insomma, felice per essersi tolto la soddisfazione di sconfiggere Peyton Manning ed aver passato il primo turno dei playoffs. Un test probante che a lui e ai Jets servirà tutto: sul loro cammino, ora, c'è un certo Tom Brady. Ne vedremo delle belle.

[Divisional] Jets vs Patriots

Scritto da Paolo

Sabato 22 Gennaio 2011 11:27 Ancora New York, sempre New York. La Grande Mela, o meglio, le sue squadre stanno diventando la nemesi del coach di New England Belichick: quando sembra che il buon Bill abbia costruito un’imbattibile macchina da guerra ecco che arriva un pugno di uomini da New York che invece di farsi massacrare come gli altri avversari, prima imbrigliano la sua squadra e poi le danno il colpo di grazia con ricezioni da fantascienza. E’ successo tre anni fa quando in un memorabile Superbowl i Giants piegarono i Patriots del 16-0 in regular season e dei 36,8 punti segnati a partita, e la storia si è ripetuta domenica allorquando i Jets, umiliati 45-3 al Gillette Stadium all’inizio di dicembre, si sono presi una clamorosa rivincita ed hanno espugnato 28-21 Foxborough eliminando dai playoff Brady e compagni favoriti non solo in quella partita ma nella corsa al Lombardi Trophy. Alla fine insomma i Patriots, una volta assolutamente invulnerabili in casa nella post season, sono stati prima insultati (il cornerback Cromartie ha dato del “asshole” termine che eviterò di tradurre, a Brady) poi sfidati (coach Ryan ha detto che considerava la partita un fatto personale fra lui e coach Belichick) nel prepartita, quindi battuti sul campo in modo sacrosanto. Il grandissimo merito degli uomini di Ryan è stato quello di tirare fuori dal cappello a cilindro la miglior prestazione, soprattutto difensiva, dell’anno quando contava di più, mentre la New England delle tredici vittorie nelle ultime quattordici partite, dell’attacco devastante, del Brady dal rating da Superman, si è smarrita sul più bello. I blu padroni di casa sono stati incapaci di trovare un minimo di ritmo e nel momento del bisogno nessuno dei playmaker ha sfoderato la grande giocata, quella in grado di cambiare l’inerzia di una partita, quasi la squadra avesse la mente già al prossimo turno e considerasse la gara con i Jets poco più di una formalità. Viceversa è stata la grande vittoria di coach Ryan, criticabile, se volete, per gli atteggiamenti da sbruffone e per aver creato una sorta di sentimento “noi contro il Mondo”, però in grado di caricare al massimo un team che dopo aver conquistato i playoff col peggior record di tutti, è poi stato capace di eliminare nel giro di sette giorni prima Peyton Manning poi Tom Brady, entrambi sorpresi a domicilio. Che il terzo incontro stagionale con i Jets non sarebbe stato un match come gli altri, i Patriots l’hanno capito sin dal primo possesso: dopo aver attraversato il campo in maniera piuttosto tranquilla, su un primo e dieci sulle 28 dei Jets, Brady si preparava a servire il runner Green-Ellis, ma la presenza del linebacker Pace costringeva il regista di casa ad alzare la traiettoria del pallone, che passava sì sopra la testa di Pace, ma anche sopra quella di Green-Ellis per finire nelle mani del linebacker Harris che interrompeva la serie di 11 partite e 339 passaggi senza un intercetto del regista ex Michigan. Dopo che New York sbagliava un field goal non certo impossibile, altro campanello di allarme: sulle 7 dei Jets, Brady non riusciva a trovare il tight end Crumpler che aveva battuto il suo controllore sul secondo down, quindi sul terzo veniva messo schiena a terra da Shaun Ellis e New England si doveva accontentare di 3 punti. Dopo altri due punt, l’attacco dei Jets prendeva improvvisamente vita grazie al regista Sanchez che prima pescava Edwards con una bomba da 37 yards, poi Tomlinson per la meta del 7-3 con dieci minuti da giocare nel primo tempo. Le difese lasciavano poi a secco gli attacchi in altri tre drive e con poco più di un minuto da giocare Bill Belichick si giocava un azzardo che avrebbe pagato caramente: con la formazione schierata per il punt, i Patriots provavano a sorprendere i Jets con uno snap diretto alla safety Chung, il quale, anziché ricevere il pallone e correre per le 4 yards che mancavano al primo down, si lasciva scivolare l’ovale fra le mani e pur recuperandolo veniva inchiodato sul posto. E qui con 66 secondi da giocare, i Jets confezionavano il loro primo capolavoro: prima due corse di Tomlinson da 16 e 6 yards, poi un incompleto di Sanchez facevano da preludio al touchdown segnato da Edwards che dopo aver ricevuto raggiungeva la end zone trascinando con sé per quattro yards anche due avversari che cercavano disperatamente di fermarlo. Nel secondo tempo la musica per New England non cambiava: la difesa dei Jets mescolando le coperture su ricevitori e tight end disturbava non poco il gioco aereo di New England che inizialmente non produceva nulla. Poi sul finire del terzo quarto, il match sembrava potesse girare: sul primo gioco del drive Brady trovava Gronkowski con un passaggio da 37 yards poi coronava una drive… alla Brady con un lancio in touchdown per Crumpler, cui seguiva la trasformazione da due punti segnata dal runner Morris, che riportava New England a -3 con un quarto ancora da giocare. Ma i Jets non si scomponevano minimamente: Sanchez serviva un

pallone corto a Cotchery che tagliava il secondario dei Patriots come il burro prima di essere buttato fuori dal campo sulle tredici di New England. Tre giochi dopo il regista prodotto da USC trovava in fondo alla end zone Holmes che sfoderava una ricezione da circo per il 21-11 che gelava nuovamente il Gillette Stadium. I Patriots ripartivano dalle proprie 16 ma orchestravano un drive lento come se dovessero difendere un vantaggio anziché recuperare, ed in più l’ennesimo sack subito da Brady li portava a giocarsi un terzo e poi un quarto down con tredici yards da percorrere, impresa che si rivelava impossibile. La partita non era però ancora finita: i Jets andavano nuovamente al punt e grazie ad un grande ritorno di Edelman, New England aveva palla in mano nel territorio dei Jets. Nonostante la ghiotta occasione, l’attacco del team di casa si confermava in grande difficoltà: dopo tre completi, Brady lanciava due incompleti ed un passaggio ricevuto da Welker per una sola yard. Il field goal di Graham riportava New England a -7 al two minutes warning, ma il seguente onside kick veniva recuperato dai Jets con Cromartie che riportava l’ovale fino sulle 25 dei Patriots. La resa definitiva dei padroni di casa avveniva due giochi dopo allorchè Greene prendeva di infilata la difesa dei blu e correva per le 16 yards che lo separavano dalla meta. I pochi tifosi di New England rimasti, ammutoliti per l’incredibile sviluppo del match, vedevano Brady e compagni accorciare nuovamente le distanze grazie al touchdown pass a Branch a 30 secondi dalla sirena finale, ma l’ultimo, disperato onside kick veniva recuperato da Smith che faceva calare il sipario sul match e sulla stagione dei Patriots. Subito dopo al fine del match chi si attendeva qualche screzio fra i due coach veniva fortunatamente deluso da un abbraccio prolungato fra i due “nemici” Belichick e Ryan, ennesimo insegnamento di civiltà sportiva che ci arriva da oltre oceano. Alla fine le statistiche totali dicevano 372 a 314 le yards guadagnate a favore dei Patriots, ma naturalmente la differenza la facevano l’intercetto subito da Brady, la palla recuperata sulla finta di punt e soprattutto il rating dei due quarterback, con Sanchez che faceva segnare un impressionante 127,3 (frutto di 16 passaggi completati su 25 per 194 yards e tre mete) mentre Brady, dopo aver avuto una media in regular season di 111, si fermava a 89 con in più cinque sack subiti contro nessuno da Sanchez. Naturale la grossa delusione che traspariva dai volti di Belichick e Brady nelle interviste di fine gara, però credo sia giusto spezzare una lancia sportiva a favore proprio di Belichick e dei suoi. Il coach originario di Nashville ha dapprima messo insieme un draft 2010 da 30 e lode, poi ha scaricato un Moss ormai alla frutta per una terza scelta nel draft 2011, quindi ha guidato i suoi al miglior record della Lega. OK, la difesa era fra le peggiori a livello di yards concesse, ma ha giocato a lungo con quattro rookie come titolari. L’attacco invece dopo aver faticato un po’ nel primo mese, ha potuto contare su un Brady devastante, un Woodhead degnissimo sostituto di Faulk, sulla rinascita del figliol prodigo Branch, sull’esplosione di due tight end rookie dal futuro interessantissimo come Hernandez e Gronkowski e persino sul rendimento al di là delle attese di un runner onestamente ordinario come Green-Ellis. Vero, come probabilmente lo stesso Belichick direbbe, il successo nella NFL si misura solo con i risultati, e a Boston il titolo manca dal 2005, però con queste premesse i Patriots potrebbero presto smettere di preoccuparsi della sindrome da New York…

[Divisional] Packers vs Falcons

Scritto da Dario

Lunedì 17 Gennaio 2011 09:08 Sabato sera Aaron Rodgers non parlava con la sua linea, non osservava i suoi ricevitori, ed anche se ne ha sfruttato gli errori, non si curava troppo nemmeno della difesa avversaria. Era in uno stato di grazia in cui avrebbe lanciato 366 yarde e 3 TD anche sotto la tormenta o durante un terremoto. Figuriamoci nell'atmosfera rarefatta del Georgia Dome, casa degli Atlanta Falcons. Primo seed della NFC, la squadra di casa non ha avuto alcuna possibilità di vincere, e quando ha avuto la possibilità di quantomeno rimanere nel match, Matt Ryan l'ha affossata sottovalutando le doti di Tramon Williams e lanciandogli praticamente in mano due intercetti che avrebbero già fatto prendere una bruttissima piega alla partita sin dal primo tempo. Scendendo nella mera cronaca di una partita che non lo merita a causa della qualità dei suoi protagonisti, si può notare quanto l'inizio ci avesse fatto pensare ad una partita equilibrata. Il primo TD di Michael Turner veniva recuperato dal primo di Rodgers, che trovava Jordy Nelson in End Zone per il 7 pari. Poi era il momento di Eric Weems, uno dei ritornatori migliori della NFL, di ristabilire le distanze con il ritorno da 102 yarde sul successivo kickoff e mandare in visibilio la folla corsa a sostenere i Falcons. Sono le ultime cartucce, perchè Atlanta rimarrà a quota 14 per un periodo di tempo molto lungo, che permetterà a Green Bay di vincere e a Rodgers di issarsi ad assoluto mattatore di una serata da consegnare alla storia del football. Si muove, elude la pressione di un John Abraham insolitamente impreciso, corre, lancia. Eccome se lancia. Ha probabilmente il rilascio più veloce che ricordiamo, ed in questo divisional raggiunge vette inesplorate. I suoi palloni sono talmente veloci che ben più di una volta il defensive back avversario non riesce nemmeno a girarsi per vedere dove sia la palla che già il suo ricevitore è scappato con essa tra le mani. La difesa in nero, come già accennato, aiuta il QB dei Packers: i linebacker tentano di prendersi cura del backfield, pressando la linea di scrimmage, ed il resto dei difensori rimangono molto staccati, lasciando un bel “cuscino” all'attacco, che beneficia dei precisi traccianti di Rodgers per muovere la catena con continuità. Settimana scorsa avevamo sottolineato quanto James Starks era da fermare, benissimo Atlanta ci è riuscita, peccato che il risultato finale sia stato 48 a 21 per gli ospiti, in un cappotto inaspettato ma totalmente meritato. A colmare la distanza tra i campioni della NFC South e gli avversari ci sarebbe voluto una sorta di miracolo, ma che un ruolino di marcia come quello dei ragazzi di Mike Smith in regular season faceva sperare. Innanzitutto, non bisognava dimenticarsi di Tony Gonzalez, la cui prima ricezione è arrivata nel terzo quarto, poi bisognava mettere per un attimo nel cassetto Roddy White. Non è un caso che le ricezioni più lunghe siano arrivate con Mike Jenkins e Brian Finneran, vista la ricerca continua di White da parte del suo QB, che lancia l'intercetto del 28 a 14 a fine primo tempo proprio cercando irrazionalmente White in una traiettoria coperta egregiamente da Williams, che poi porta la palla nella End Zone opposta. Ed è proprio a cavallo dell'intervallo che Rodgers costruisce il suo capolavoro, portando la sua squadra da una parte all'atro del rettangolo di gioco in quattro occasioni consecutive chiuse nella zona di meta avversaria, ed uccidendo così una partita che dopo le prime azioni prometteva molto meglio del suo mesto finale, in cui Ryan, ormai sfiduciato, non riceve nemmeno lo snap dal suo centro e commette fumble. Infatti la serata era iniziata, per chi ama il football e non bada troppo al risultato finale, nel migliore dei modi: lancio perfetto di Rodgers per Greg Jennings, che agguanta la palla, corre per 20 yarde prima di perdere la stessa a causa del contatto con un avversario. Atlanta ricopre il pallone per poi portarsi sul 7 a 0 con Turner, come già scritto. Un azione spettacolare che lasciava presagire che l'incontro si sarebbero rivelato quella girandola di emozioni da molti caldeggiata alla vigilia. è stato così per poco più di un quarto, quando cioè è stato chiaro che il successore di Brett Favre avrebbe poi preso in mano la partita come soleva fare il suo predecessore, per non ridarlo mai indietro allo spettacolo. Si concede anche un touchdown su corsa il prodotto di Cal, per non lasciare proprio nulla al caso. Dalla serata tuttavia i Falcons non hanno ragione di uscire a testa troppo bassa. Una squadra con un condottiero così giovane, che da poco ha riassaporato le gioie dei Playoff e dell'essere una contender, può solo imparare da una serata così. Come prima cosa, non deve lasciare che la pressione dei Playoff appanni le sue giocate, perchè la Atlanta apprezzata nel 13-3 della regular season era ben altra, e poi non può, per quanto possibile, lasciarsi sopraffare dagli avversari.

Anche con questo paio di accorgimenti, nulla sarebbe comunque cambiato ieri sera. Non sono solo i numeri di Rodgers a farci amare la sua prestazione, ma come tali numeri sono venuti. Presenza nella tasca, velocità in ogni sua possibile interpretazione, precisione, zero fronzoli. Forse non è stata la migliore prestazione di sempre di un giocatore singolo in una gara di Playoff, ma qualora venga ripetuta (aggiungiamo un bel “impossibile” qui) tra tre settimane, sarà sicuramente sufficiente a riportare il Lombardi Trophy in Winsconsin. è questa la vera portata del capolavoro di Aaron Rodgers, che passa, nella notte di Atlanta, dall'essere un ottimo quarterback ad essere un grande giocatore.

[Divisional] Ravens vs Steelers

Scritto da Paolo

Martedì 18 Gennaio 2011 12:42 “E’ la partita che tutti vogliono vedere”. Con queste lapidarie parole Terrell Suggs, outside linebacker dei Baltimore Ravens, presentava la sfida di divisional playoff fra la sua squadra ed i Pittsburgh Steelers, due team divisi da una rivalità esplosa negli ultimi anni ed ora fra le più sentite della NFL. Non bastasse il fatto che le due compagini si incontrano due volte all’anno in regular season, aggiungete che nelle ultime sei sfide di stagione regolare lo scarto massimo è stato di quattro punti e che da un decennio a questa parte il marchio di fabbrica delle due franchigie è soprattutto una difesa fortissima che ama colpire duro ed avrete tutti gli ingredienti per una grande sfida. E stavolta, pur se in trasferta, Baltimore sperava di sovvertire la tradizione negativa: Steelers e Ravens si erano infatti già incontrate due volte nella post season ed aveva sempre vinto Pittsburgh. Non solo, ma gli stessi giallo-neri erano 8-0 nelle sfide di playoff contro le altre rappresentanti della AFC North. Ed invece i soliti noti, cioè proprio gli Steelers, sono usciti vincenti dalla sfida col punteggio di 31-24 e, grazie alla sconfitta dei favoriti New England Patriots in casa contro i Jets, si giocheranno fra le mura amiche il Championship della AFC, il terzo negli ultimi sei anni. Non fatevi però trarre in inganno dal punteggio finale: nella sfida dell’Heinz Field ventotto dei cinquantacinque punti segnati sono arrivati al termine di drive brevi o brevissimi iniziati dopo turnover commessi dai rispettivi attacchi che hanno faticato non poco. Anzi, gran parte del demerito per l’eliminazione dei Corvi dalla post season è sicuramente da attribuire al reparto offensivo del team di coach Harbaugh: lento, impreciso e decisivo nel lanciare la rimonta di Pittsburgh. Poi, non fraintendetemi, la gara è stata combattuta, con molti capovolgimenti di fronte ed incerta fino all’ultimo, però è vissuta più sugli errori degli attacchi (qualcuno ha parlato di grandi giocate delle difese che, sicuramente, ci sono state, ma onestamente sono per la prima ipotesi) che non sulla loro effettiva efficacia. E pensare che oltre a tutto a metà partita il pallino era decisamente in mano ai Ravens andati negli spogliatoi avanti 21-7. Sì perché dopo aver trovato subito il vantaggio con la corsa da una yard di Mendenhall, Pittsburgh si addormentava e consentiva la fuga di Baltimore. Sul drive seguente alla meta degli Steelers, Rice riportava i suoi in parità grazie ad una ficcante corsa da 14 yards al termine di un drive tenuto però in vita da una penalità di pass interference da 37 yards fischiata al cornerback Madison. Quindi due azioni dopo si viveva una situazione surreale: Roethlisberger veniva placcato prima di lanciare il pallone da uno scatenato Suggs e lo stesso quarterback in giallo nero perdeva la palla che rotolava per terra. A quel punto tutti i giocatori si fermavano convinti che fosse un lancio incompleto e gli unici ad accorgersi che in realtà l’arbitro non aveva fischiato avendo giustamente giudicato l’azione un fumble, erano tre difensori dei Ravens: Wilson, Reed e Redding, con quest’ultimo che raccoglieva la palla e correva indisturbato le 13 yards che lo separavano dall’area di meta avversaria. Dopo un paio di punt, l’attacco di Pittsburgh ne combinava un’altra: stavolta era Mendenhall che placcato dal linebacker Ellerbe perdeva l’ovale sulle proprie 16, e una mezza dozzina di azioni dopo Flacco trovava il tight end Heap in end zone per il 21-7 con cui si andava all’intervallo anche perchè allo scadere il kicker degli Steelers Suisham sbagliava un field goal da 43 yards. Così dopo 30 minuti di football i Ravens, pur essendo avanti di due mete, avevano tenuto la palla meno tempo degli avversari ed avevano guadagnato un minor numero di yards (114-98) soprattutto a causa di un rushing game che, segnatura a parte, aveva portato a casa sette yards in otto portate. Il terzo quarto sembrava ricalcare l’andamento del primo tempo con gli Steelers che iniziavano chiudendo un down ma poi erano costretti a calciare a causa del quarto sack subito da Roethlisberger in 35 minuti di football. Baltimore riprendeva la palla, ma proprio su questo possesso il match cambiava completamente: su un terzo e quindici, Flacco serviva Rice che però sulla linea delle proprie 23 veniva placcato e perdeva il pallone recuperato dal linebacker Woodley. Da qui gli Steelers si riportavano a -7 in due azioni grazie alla meta segnata su passaggio al tight end Miller. Nel tre possessi successivi i Ravens totalizzavano un punt, un intercetto ed un fumble, che prontamente gli Steelers tramutavano in diciassette punti. Pittsburgh si trovava così avanti 24-21 ad una dozzina di minuti dalla fine con i Ravens che in attacco non avevano ancora raggiunto le 100 yards di guadagno. A sette minuti dalla fine del match, gli Steelers avevano nuovamente il possesso della palla ma venivano fermati sulle loro 15, e qui la partita sembrava cambiare nuovamente padrone: il punt di Kapinos veniva infatti riportato in meta dopo una spettacolare galoppata da 55 yards da Lardarius Webb, ma la sua grande giocata veniva vanificata da un fallo di holding. I Ravens avevano comunque palla sulle 29 di Pittsburgh e riuscivano ad arrivare sulle 6, ma sul terzo down Boldin

mancava una ricezione non certo impossibile che avrebbe dato la meta del +4 ai Ravens che invece dovevano accontentarsi del field goal di Cundiff. Roetlisberger rimetteva in moto il suo attacco, ma poco prima del two minutes warning subiva un sack che costringeva il team di casa a giocarsi un terzo e diciannove. Qui però Big Ben tirava fuori dal cappello a cilindro la giocata del fuoriclasse: il regista numero 7 sparava un proiettile che permetteva al ricevitore Brown di guadagnare in tutto 54 yards e di arrivare sulla linea delle 4 ospiti con Mendenhall che si incaricava poco dopo di segnare la meta del 31-24 con una corsa da due yards. Il kickoff seguente, battuto sulla linea delle 15 yards per un fallo personale dell’offensive lineman Kemoeatu sull’azione del touchdown, veniva ripotato da McClain fino sulle 48 di Pittsburgh e, pur con poco meno di novanta secondi da giocare, per Baltimore c’era ancora speranza. Flacco iniziava il drive con due incompleti, poi veniva “saccato” da Hood, però sul quarto e 19 trovava il ricevitore Houshmandzadeh che sembrava poter agevolmente chiudere il down ma perdeva il controllo dell’ovale che cadeva sul terreno facendo esplodere di gioia l’Heinz Field. Come dicevo le due difese hanno giocato sicuramente un match all’altezza della loro fama e l’attacco degli Steelers pur con molti alti e bassi ha prodotto da par suo. Viceversa il reparto offensivo dei Ravens è parso assolutamente non all’altezza: Flacco ha completato solo il 50% dei passaggi tentati per appena 125 yards ed è stato placcato con palla in mano cinque volte. A questo bisogna aggiungere le misere 35 yards del rushing game guidato da un Rice non in perfette condizioni per problemi allo stomaco, e con queste statistiche pensare di vincere una partita conto gli Steelers è una pura illusione. Alla fine comunque a “tradire” i Ravens sono stati proprio i due uomini chiamati alla corte di coach Harbaugh per far fare il salto di qualità al passing game, cioè Houshmandzadeh e Boldin, con quest’ultimo che ha confermato di faticare nei match che contano e che probabilmente i Cardinals non hanno avuto tutti i torti nel preferirgli un tal Larry Fitzgerald.

[Divisional] Seahawks vs Bears

Scritto da Massimo

Lunedì 17 Gennaio 2011 12:48 Le speranze dei Seattle di recitare il ruolo di Cenerentola al Gran Ballo, si infrangono letteralmente sul prato gelato del Soldier Field, dove i Chicago Bears ospiteranno i Packers nella finale della NFC domenica prossima. Quando diciamo "si ingrangono letteralmente", ci riferiamo alla rovinosa caduta del tight end John Carlson, eroe della vittoria contro i Saints della scorsa settimana, che cerca di saltare il placcatore su un lancio completato nella flat, ed atterra sbattendo violentemente la testa sul terreno di gioco che, sulla sideline, ha la consistenza del granito. Carlson resta a terra incosciente e viene portato via completamente immobilizzato, segno che il colpo alla testa è stato tremendo. Quanto Carlson sia importante nell'economia dell'attacco di Seattle, lo si vedrà nel proesguimento della partita. Il suo sostituto Morrah, oltre ad infortunarsi anch'egli, è più un ricevitore puro che un tight end, e per quanto riguarda i blocchi sulle corse la differenza si sente eccome. Indipendentemente dall'infortunio di Carlson, però, i meriti dei Bears sono sacrosanti. La mano di Mike Martz su questa vittoria si vede fin dalla bomba di Cutler per Olson che permette al tight end degli orsi di segnare alla prima azione in attacco della sua squadra. Una buona dose di corse, contro una delle peggiori difese sulla terra di tutta la NFL, alternata ad un sapiente mix di lanci corti, medi e lunghi hanno fatto a fettine una difesa apparsa spesso in confusione con Tatupu e Milloy spesso più impegnati a correggere il posizionamento deio compagni di squadra che non a leggere lo schieramento avversario La difesa dei Bears, invece, non solo non era affatto in confusione, ma ha lasciato un po' di briciole ai Seahawks solo a fine partita, permettendo a Seattle di finire con uno score tutto sommato dignitoso. Il 35-24 finale, però, è molto generoso nei confronti di Seattle perchè, soprattutto nel primo tempo, in campo nel gelo e nella neve del Soldier Field c'è stata una sola squadra: i Chicago Bears. I Seahawks sono andati subito sotto nel punteggio, proprio come domenica scorsa con New Orleans, ma questa volta non sono riusciti nell'impresa di ribaltare il risultato, nonostante Hasselbeck abbia finito con numeri piuttosto rispettabili: 26/46 per 258 yards e 3 Touchdown Pass. Sono mancate le ricezioni fondamentali di Mike Williams, che ha insolitamente droppato un paio di facili palloni, ma soprattutto sono mancate le corse di Marshawn Lynch, e sebbene una parte di colpa la si possa attribuire, come detto in apertura, all'infortunio di Carlson, l'impressione generale è che Carroll avesse comunque ridotto di molto il ruolo del gioco di corsa nel gameplan di questa partita, probabilmente temendo la difesa aggressiva dei Bears e contando di riuscire a sviluppare gioco sfruttando i molti uno contro uno che tale tipo di difesa è solita concedere agli avversari. Dall'altra parte del campo l'esecuzione dei giochi era invece praticamente perfetta. A parte la bomba iniziale di Cutler di cui abbiamo già detto, l'attacco dei Bears conquista terreno e chiude down senza soverchi problemi, ed all'intervallo si ritrova avanti 21-0 senza quasi nemmeno accorgersene. Fa notizia piuù che il TD di Taylor da una yard, lo scramble di Cutler per 7 yards e 7 punti a fine primo tempo, che ci svela una qualità di scrambler finora tenuta in cantina. Tanto per non farci pensare che fosse solo un caso, Cutler va in scramble per un'altra segnatura anche nel terzo periodo, e sul 28-0 i Bears tirano un po' il freno a mano, concedendo a Seattle di mettere i primi punti sul tabellone alla fine del terzo quarto, quando Olindo Mare piazza la palla tra i pali dalle 30. A questo punto della partita è stato chiaro che anche i Seahawks avessero oramai gettato la spugna e tentassero solo di non finire a zero punti per salvare il salvabile. Il Carroll aggressivo e sbarazzino della scorsa settimana avrebbe forse giocato il quarto e tredici cercando il touchdown, invece di accontentarsi del field goal, ma questa settimana era cambiata la musica, oltre che i suonatori. Un intercetto di Curry, forse l'unica macchia di una partita ottima da parte di Cutler, permetteva ai Seahawks una rapida segnatura con il redivivo Mike Williams che riceveva un passaggio di Hasselbeck, ma immediatamente dopo i Bears tornavano a mettere punti sul tabellone con il secondo touchdown pass di Cutler, stavolta per l'altro tight end Davis. C'era ancora il tempo di assistere a due touchdown pass di Hasselbeck per Williams (che finalmente ha smesso di droppare palloni) e Stokley, ma la finale di conference ha già preso la strada per Chicago, e non c'è più tempo per Seattle di provare a

recuperare 11 punti di svantaggio. Sarà interessante vedere la prossima settimana una sfida d'altri tempi, quando Chicago e Green Bay si incontreranno per la terza volta in questa stagione. Chicago si prepara per lo sweep stagionale, ma Rodgers non sembra molto intenzionato a lasciarsi "ramazzare via" tanto facilmente. Manca solo la tormenta di neve, e poi il classico Bears - Packers è servito.

[Conference] Packers vs Bears

Scritto da Dario

Lunedì 24 Gennaio 2011 19:55 Johnathan Kuhn salta sopra la linea difensiva avversaria. Non lo può fermare nessuno in aria, ha dato il primo TD della finale di conference alla sua squadra. Aaron Rodgers, con la palla, si gira e corre verso la sideline e la End Zone. Danieal Manning l'ha visto, lo rincorre. Il placcaggio, per quanto vigoroso, non basta, è 6 a 0 Green Bay, dopo che il QB col numero 12 aveva sezionato 90 yarde di campo con 3 lanci per ritrovarsi ad una yarda dalla meta avversaria. Il resto della prima frazione serve a Cullen Jenkins per mettere le mani addosso a Jay Cutler un paio di volte ed al'ex Broncos per sbagliare un facile passaggio che avrebbe quantomeno portato ad un field goal la sua squadra, sotto nel punteggio e nell'iniziale momento del match. Brian Urlacher difende il suo branco di orsi con un sack decisivo, ma sembra che la precisione e velocità del prodotto di Cal possa, esattamente come successo sette giorni prima ad Atlanta, portare ad una facile vittoria gli uomini di Mike McCarthy. Più di tutto, è la posizione dei suoi ricevitori a lasciare entusiasti I tifosi di Green Bay. Sono sempre davanti al marcatore, non esiste una doppia copertura e Charles Tillman è sistematicamente evitato. Non ci vorrebbe nemmeno così tanta abnegazione qualora Rodgers mantenesse questa precisione per tutto l'arco della partita. Intanto, nel secondo quarto, iniziano a funzionare anche le corse. Un paio da 10 yarde, una di James Starks ed una del buon Brandon Jackson, danno il 14 a 0, segnato dal primo. I Packers evitano, dopo Tillman, anche l'uragano del miglior ritornatore di sempre Devin Hester, lasciandogli solo i punt. è solo per questo motivo che Chicago arriva vicina alla segnatura, perchè partendo dalle proprie 40, e passando corto per Matt Forte, raggranella qualche yarda. Quella che sembra una partita segnata cambierà però, e mentre tutti i valori si rimescoleranno, sul campo del Soldier Field si succederanno protagonisti di vario genere. Prima di tutto i Bears hanno la chance del secolo quando un passaggio, per la verità scarso, del QB avversario colpisce il piede di Donal Driver e finisce nelle manone di Lance Briggs. A pochi secondi dalla fine della prima frazione, pure Rodgers è convinto che Chicago potrebbe uscire con qualche punto da quell'azione, tanto da rivestirsi e prepararsi per tornare negli spogliatoi. Cutler rovinerà però tutto, lanciando un intercetto davvero imperdonabile nelle mani di Sam Shields, cercando un impossibile traccia di Johnny Knox. La sua squadra è arrivata li anche per giocate del genere, ma ripeterle in questo momento è del tutto inopportuno. Ma quando si torna in campo, per il prodotto di Vanderbilt va ancora peggio, perchè si infortunia ad un ginocchio – modalità non pervenute – e dovrà limitarsi a vedere la partita da spettatore, lasciando l'incombenza a Todd Collins. Anche quest'ultimo si infortunerà non appena un difensore di Green Bay gli mette le mani addosso, in una caduta che sembra del tutto sormontabile. Prima dei batticuore finali notiamo però la sacrosanta tendenza dell'attacco in giallo e verde di non forzare. Avanti di due segnature, contro una difesa fenomenale ed un attacco che non può materialmente far male, non c'è bisogno di passaggi da 30 o 40 yarde, si può tranquillamente dare la palla a Starks e prendere quel paio di primi down che servono a mantenere lontani gli orsi. Ecco che però variabili impazzite rovinano la rotta verso Dallas. Urlacher, sempre lui, intercetta Rodgers, che però riesce a fermare in extremis il linebacker-leggenda prima che quest'ultimo raggiunga l'End Zone. Ma poi, soprattutto, dopo un paio di drive di “rodaggio” su cui soprassediamo inizia la partita di Caleb Hanie. Il giocatore al terzo anno, catapultato al centro di una rivalità cinquantennale in una delle partite più importanti e sotto agli occhi di miliardi di telespettatori, dimostra doti che definire inaspettate è poco. Presenza nella tasca, agilità, precisione. Diventa la mascotte di tutti coloro che vogliono vedere una partita accesa, e rimette in piedi l'abbacchiata sideline dell'Illinois con un fantastico passaggio per Knox che porta al successivo TD di Chester Taylor. Ma prima di entrare nella storia il QB nato proprio a Dallas ha davanti altre 90 yarde, quelle a cui lo costringono i Packers dopo l'organizzazione di un altro buon drive. Al terzo down un immenso B.J. Raji lo intercetterà, e nonostante la mole riporterà in meta la palla del 21 a 7. Chi vi scrive sembra un pazzo, se ne rende conto, ma deve dirvi che non è ancora finita. Ancora Hanie, a 6 minuti dalla fine. 4 passaggi, 60 yard ed un minuto dopo siamo già sul 21 a 14, grazie ad Earl Bennett. Hanie ormai gioca la no-huddle offense come un consumato veterano, Green Bay ha paura, Rodgers con l'ultima corsa della sua partita non chiude il down e ridà la palla al giovane collega, dopo che Tim Mashtay, con un punt ridicolo, facilita ancora di più il suo compito. Caleb ormai è l'idolo del Soldier Field, Cutler è in piedi, nel suo giubbottone nel gelo di Chicago, ad aspettare che il rincalzo del suo rincalzo gli dia una possibilità di giocare nel SuperBowl. Finalmente Chicago converte un terzo down, il primo della partita, e

poi un quarto. Proprio mentre gli addetti ai lavori si dilettano a trovare nomi alla finale di conference della NFC 2011 (“Caleb Miracle” sarebbe quantomai azzeccato) la rimonta si spezza nelle mani di Shields, che con il secondo intercetto del match, a pochi secondi del termine, manda i suoi timidi Packers in Texas. Il sorriso si spegne sul volto della squadra di Lowie Smith e dei suoi tifosi. Chiamati, ed a ragione, “disfunzionali” per gran parte della stagione, i Bears si sono rifatti vincendo la loro division ed arrivando a 30 secondi dal grande ballo. Dovrebbero essere comunque felice di questo, e ripartire l'anno prossimo con nuova consapevolezza dei propri mezzi, tentando di confermarsi su questi livelli. Il giorno dopo una partita che definire comica non è esagerato, il tifoso distratto potrebbe guardare alle statistiche di Aaron Rodgers dall'alto in basso. 55 di rating, 2 intercetti. Di certo non quello che ci aspettavamo da lui. Però domenica sera Rodgers ha vinto la partita. Tutte le sue statistiche sono relative al primo tempo, poi, per i motivi detti in cronaca, ha dovuto accontentarsi di tenere la palla, darla al suo runningback e cercare di non perderla. Quando invece è successo non ha perso tempo, ha inseguito il numero 54 ospite ed ha, atterrandolo, evitato una clamorosa rimonta. Arriva al SuperBowl con la stessa scia di ottimismo che aveva lasciato dopo la vittoria contro Atlanta, ne più nè meno. Ma come squadra Green Bay può farcela? Dovrà occuparsi prima di tutto di Rashard Mendenhall, poi di Mike Wallace, poi di arrivare a Big Ben. Insomma, dovrà vincerla in difesa, con Clay Matthews che dovrà per forza di cose comportarsi “alla Urlacher”, capire la partita e mettere pezze dove richiesto. Tutto questo dovrà essere accompagnato dallo show del numero 12, esattamente identico a quello dei primi due drive vincenti di questo championship. Altrimenti sarà il settimo titolo per Pittsburgh, e, parlando di storia, certo Green Bay non vuole che gli Steelers si allontanino così tanto. Solo due settimane... noi non vediamo l'ora!

[Conference] Jets vs Steelers

Scritto da Paolo

Mercoledì 26 Gennaio 2011 16:51 “Here they go again” sono di nuovo qui. Chi? Gli uomini in nero. No, non Will Smith e Tommy Lee Jones ma i Pittsburgh Steelers i quali, battendo 24-19 nella finale della AFC i New York Jets, hanno ottenuto l’accesso all’ottavo Superbowl della loro storia (record di presenze insieme a Dallas) ma, soprattutto, parteciperanno al Gran Ballo per la terza volta negli ultimi sei campionati. Si ferma invece, per il secondo anno consecutivo alla finale di Conference, la corsa di New York, la scorsa stagione battuta da un ispiratissimo Peyton Manning, quest’anno da un rendimento scellerato nel primo tempo che ha infilato i biancoverdi in una fossa da cui non sono più riusciti ad uscire. Qualche osservatore ha malignamente ipotizzato che abbia influito negativamente sui Jets un prepartita decisamente più tranquillo rispetto a quello delle due gare precedenti: dopo aver sfidato apertamente Peyton Manning e Bill Belichick, il coach newyorkese Ryan aveva avuto solo parole di elogio per gli Steelers, e l’unica schermaglia era giunta da alcuni defensive backs dei Jets che avevano attaccato il ricevitore degli Steelers Ward accusandolo di avere la brutta abitudine di colpire gli avversari da dietro o comunque mentre loro non potevano vederlo. Polemica a cui aveva risposto lo stesso coach biancoverde Ryan: ”Ward ti colpisce quando non puoi vederlo? Sì certo, però sinceramente lo fa durante il gioco. Là fuori lui gioca duro, e lo fa fino al fischio finale. Ho grande rispetto per Ward”. Rispetto o meno, il primo tempo dei Jets era assolutamente inguardabile sin dall’inizio: nel drive di apertura Pittsburgh andava a segno con la corsa da una yard di Mendenhall dopo aver consumato oltre nove minuti e percorso 66 yards. La prima serie dei Jets terminava invece con un punt dopo che la squadra aveva conquistato tre primi down, due dei quali su penalità. Nel secondo drive Pittsburgh riprendeva a macinare yards, ma l’errore in ricezione di un Mendenhall per il resto praticamente perfetto, portava ad un intercetto che toglieva a Pittsburgh almeno tre punti sicuri. Il peggio però New York lo dava nel secondo quarto: in due serie gli ospiti “ammassavano” sei yards, mentre Pittsburgh andava a segno con un field goal di Suisham e la meta su corsa del regista Roethlisberger. Al two minutes warning, i Jets iniziavano un nuovo drive subendo un sack per -7 yard ed a questo punto Phil Simms, ex grande quarterback dei Giants e commentatore per la CBS sentenziava “credo che New York debba cercare di arrivare negli spogliatori con questo punteggio (0-17) e cercare di riprendersi piuttosto che rischiare di peggiorare le cose”. Ma purtroppo per loro, i Jets non potevano sentire il consiglio di Simms, e pochi secondi dopo questa profetica frase, ecco la frittata che di fatto deciderà il match: sul terzo e diciassette Sanchez veniva placcato prima di riuscire a mettere palla per aria, l’ovale sfuggiva dalle mani del regista biancoverde e veniva raccolto dal cornerback Gay che lo riportava in meta; risultato 0-24 e speranze dei Jets al lumicino. Finalmente, con 68 secondi da giocare nel primo tempo, New York trovava un minimo di vita in attacco: Sanchez completava quattro passaggi su cinque ed anche se il drive andava in stallo sulle venticinque degli Steelers, Folk trovava il modo di regalare ai suoi tre punti. Le statistiche del primo tempo? Semplice: 231-50 le yards guadagnate in favore degli Steelers, la cui difesa limitava ad una yard il rushing game ospite. In attacco invece Pittsburgh poteva contare su uno spiritato Mendenhall che dopo trenta minuti di football aveva guadagnato 95 yards su corsa e 32 su passaggio, cioè 127 delle 231 yards totali percorse dai padroni di casa. Cosa a questo punto sia successo negli spogliatoi, a parte la prevedibile sfuriata di coach Ryan che ai microfoni della CBS si era detto arrabbiatissimo per la prestazione dei suoi, non lo sapremo mai, fatto sta che nella seconda frazione, la gara cambiava completamente volto. I Jets iniziavano accorciando le distanze con una bomba da 45 yards per l’ex di turno Holmes, poi intercettavano sulla linea delle loro cinque yards Roethlisberger ed arrivavano a giocarsi un primo and goal sulle 2 a poco meno di nove minuti al termine. Un touchdown qui avrebbe riaperto completamente la partita, con New York che sarebbe tornata a -7, ed invece la difesa in giallonero teneva alla grande per tutti e quattro i tentativi, aiutata però a mio parere da una scelta opinabile dell’offensive coordinator Schottenheimer che optava per giocare due di quei quattro down tentando un passaggio. Pittsburgh decideva però di regalare ancora un po’ di pathos alla partita e un errore sullo snap (gli Steelers erano costretti a giocare con il centro di riserva Legursky per un infortunio alla caviglia subito nel primo quarto all’ottimo rookie Pouncey) costringeva Roethlisberger ad accasciarsi sul pallone per evitare il fumble, ma questo voleva dire safety, cioè due punti a New York, e palla ai Jets. I quali avevano un ultimo sussulto e riuscivano a portarsi a -5 grazie alla meta segnata da Cotchery su passaggio di Sanchez con tre minuti ancora da giocare.

Pittsburgh però riusciva a chiudere due preziosissimi primi down su ricezione di Miller e Brown ed a conservare il possesso del pallone fino al termine. Alla fine le yards saranno praticamente pari (289 a 287 per i Jets) con la difesa di Pittsburgh che sfoderava la solita, mostruosa prestazione contro la corsa, con Greene e Tomlinson che racimolavano appena 68 yards. Però forse la nota più clamorosa della giornata era il rendimento da dimenticare di Big Ben che aveva il merito di aver segnato una meta su corsa e di aver azzeccato i due passaggi già citati che consentivano ai gialloneri di congelare il possesso alla fine, ma terminava la partita con un terribile 10 su 19 per 133 yards e due intercetti, per un rating totale di 35,5. “Sono molto felice per i ragazzi” è stato il commento a fine gare del coach vincente Tomlin, “siamo un passo più vicini al nostro traguardo. All’inizio della stagione ci sono trentadue squadre (in lizza ndr), ora ne sono rimaste due e noi siamo una di queste. Siamo riusciti a vincere contro una squadre molto forte, molto ben allenata. C’è ancora molto lavoro da fare, ma sono orgoglioso di questa squadra”. “E’ stato veramente duro da vedere” è invece l’amara considerazione del coach newyorkese Ryan “non ho parole per descrivere la prestazione pessima del primo tempo. Nel secondo tempo non abbiamo cambiato le chiamate difensive, semplicemente abbiamo variato l’intensità del nostro gioco e sono soddisfatto di come siamo riusciti a riprenderci e recuperare, però gli Steelers sono stati bravi a giocare fino in fondo e a resistere. Semplicemente siamo stati bravi ma non abbastanza. Comunque ho detto ai ragazzi che devono essere orgogliosi: abbiamo avuto una grande stagione, abbiamo sconfitto i Patriots che sembravano imbattibili e siamo l’unica delle quattro squadre che hanno giocato il Championship la scorsa stagione che è arrivata così lontano anche in questa, e ciò dà sicuramente fiducia per il futuro” Dunque a rappresentare la AFC al Superbowl saranno i Pittsburgh Steelers, forse la squadra più degna dopo l’eliminazione dei Patriots. Però credo che in molti appassionati rimanga un dubbio: quali Steelers vedremo in finale? Quelli pasticcioni e timorosi del primo tempo contro i Ravens o quelli inarrestabili del secondo ? Quelli dal rushing game devastante e della difesa impenetrabile della prima frazione con i Jets, o quelli che hanno rischiato di perdere una gara che li ha visti avanti 24-0? O magari vedremo entrambe le facce della stessa medaglia. Con ogni probabilità dalla risposta dipenderà chi si porterà a casa il Lombardi Trophy.

[SB XLV] Steelers vs Packers

Scritto da Dario

Martedì 08 Febbraio 2011 09:50 Il prepartita al Cowboys Stadium di Arlington si snoda lungo una settimana che come sempre attira l'attenzione dei più curiosi quanto lo scetticismo degli addetti ai lavori, molto più interessati al gioco che alla giostra mediatica che circonda l'evento sportivo dell'anno. Mike Tomlin si diverte a fare il “patriota” togliendo il palesemente infortunato Maurkice Pouncey dal roster all'ultimissima occasione possibile mentre fino all'ultimo, senza che ovviamente nessuno ci creda, qualsiasi Packer conferma che la squadra del Wisconsin cercherà di correre la palla. Molto poco patriottica è invece Christina Aguilera che sbaglia le parole del suo inno, ma per fortuna è l'ultima cosa extra-football che dobbiamo sorbirci prima del kickoff. In meno di quattro ore si decide una partita, la storia di uno sport, la leggenda dei suoi protagonisti. Dal calcio di Mason Crosby inizia la sfida tra due delle più grandi franchigie, che potrebbe vedere Pittsburgh decollare a quota 7 o Green Bay riportare nel luogo d'origine il trofeo più ambito. Sapevamo che la partita l'avrebbe decisa Clay Matthews, e la prima giocata ce la conferma. Il linebacker atterra Hynes Ward dopo una ricezione corta, dimostrando di aver capito che dalla sua lettura dell'attacco avversario dipenderà il successo del suo team. In difesa iniziano tutti bene, da una parte e dall'altra. Doug Legurski è un rincalzo all'altezza e ferma B.J. Raji efficacemente, mentre Rashard Mendenhall è evidentemente in stato di grazia, il che si sarebbe rivelato un grosso punto a favore di Pittsburgh qualora i ragazzi di Tomlin non avessero poi perso la testa alla prima occasione utile, come vedremo in seguito. Aaron Rodgers guida un preciso drive da 80 yarde culminato con un passaggio come al solito perfetto per Jordy Nelson in End Zone. Il terzo ricevitore di Green Bay è chiamato a dare solidità, visto che i pezzi da novanta del suo attacco sono comprensibilmente limitati da una delle migliori difese di sempre e, perlomeno nel primo tempo, ci riesce. Quali siano le ragioni che spingono Ben Roethlisberger a lanciare un mattone in aria che atterra tra le mani di Nick Collins sulla giocata successiva sono da ricercare nell'ignoto e sono troppo occulte per trovare una spiegazione. Sembra che il QB dei campioni della AFC sia già preoccupato di non recuperare l'avversario. Tant'è che si trova sotto di 14 prima della fine del primo quarto, e 21 a 3 poco più tardi, quando sottovaluta il buon Jarrett Bush, difensore quantomai sospetto, lanciando nella sua direzione e venendo intercettato ancora. Stavolta è Rodgers, con sole 50 yarde davanti a sè a segnare col passaggio finale per Greg Jennings, che segue una traiettoria molto familiare che diventa indifendibile a causa del passaggio stesso, ancora perfetto. Il SuperBowl sembra finito, ma le cose si stanno per assestare, per diverse ragioni. Innanzitutto, Green Bay perde il migliore giocatore delle sue secondarie, Charles Woodson, a causa di un brutto infortunio alla spalla, oltre al veterano tra i suoi ricevitori Donald Driver. E poi Rodgers sarà anche un fantastico quarterback, ma senza corse il cronometro non si controlla, e dopo il 21 a 3 il suo avversario ha la possibilità con molto tempo disponibile, di raddrizzare le cose. E' il momento di tornare da Ward, che come sempre non delude. Sono i 3 passaggi, quelli per il prodotto di Georgia, che rimettono sui binari i 6 volte campioni, mentre Antwaan Randle El sostituisce l'ennesima vittima del turf dei Cowboys, Emmanuel Sanders. E' chiaro che Pittsburgh correrà ai ripari, non concederà mai altri 21 punti nel secondo tempo e che Big Ben non potrà ripetere gli orrori dei primi due parziali. Una volta davanti, gli Steelers possono sicuramente contare sulle corse, cosa che James Starks non puo` garantire a chi guida nel punteggio ma anche nell'injury report. I Black Eyed Peas ci fanno sprofondare nuovamente nel clima più mondano del SuperBowl di Dallas, e nemmeno una fugace apparizione del leggendario Slash ci distrae dal fatto che il secondo tempo è a momenti di distanza. Adesso è davvero l'ultima volta che gli organizzatori ci distraggono... Green Bay inizia a commettere errori: un holding offensivo rovina il primo drive della ripresa, e quando la palla torna agli avversari una libera interpretazione della regola del facemask da parte dell'equipe arbitrale favorisce Pittsburgh che un paio di corse di Mendenhall dopo si ritrova a solamente 4 punti dai Packers. è come se si fosse zero a zero, anzi, ora Green Bay deve ri-vincere la partita. Incredibile! Proprio quando sembra che il trionfo degli Steelers sia inevitabile, essi ricominciano con gli errori. Prima un incomprensibile field goal da 52 yarde per la gamba poco allenata e mai così potente di Shaun Suisham, che infatti sbaglia clamorosamente il tentativo, poi il fumble di Mendenhall che decide il titolo.

Sulla corsa del Fighting Illini piombano Matthews ed un suo compagno. La palla la toccano entrambi, ma è proprio il primo a farla schizzare dalle braccia del runningback in bianco, mentre i suoi compagni si guardano intorno spaesati senza capire dove l'ovale effettivamente sia. Desmond Bishop lo sa, lo ricopre e spalanca le porte del trionfo a Rodgers, che prende la palla sulle sue 45. Per la terza volta nella partita il numero dodici si trova con una porzione di campo da coprire inversamente proporzionale al suo immenso talento. Lo fa facilmente, con un lancio da 38 yarde per Nelson e poi quello decisivo per Jennings che umilia un Troy Polamalu mai in partita a causa di condizioni fisiche non al 100%. 28 a 17 a 12 dal termine. Sul palcoscenico della partita arriva pero` anche Mike Wallace. Il miglior receiver di Pittsburgh, fino ad allora confinato a ruoli marginali, segna il touchdown della speranza cui segue una trasformazione da due punti in “double option” che piacerà tanto ai cultori del college football. I punti da recuperare sono 3 per gli Steelers. Solo 3 dopo che erano stati 18. Ma è la serata di Jennings, che su un terzo e 10 riceve per 31 yarde tagliando nel mezzo la difesa più forte che ci sia nella giocata della partita che favorisce il facile field goal di Crosby per il 31 a 25 finale. Il terreno davanti a Roethlisberger è troppo, il tempo scorre e torna la frettolosità che aveva contraddistinto la prima parte di gara, anche l'ultimo passaggio cade dalle mani di Wallace. è la fine per Tomlin e i suoi, l'inizio dell'era Rodgers, nominato MVP pochi minuti dopo mentre stringe il Vince Lombardi Trophy tra le preziosissime mani. Da una cronaca del genere non traspare la portata della partita, imponente. Si scontravano un metodo rigoroso, contraddistintivo, aggressivo ed una più spontaneo e talentuoso. Le due più grosse realtà della scena NFL, diverse ma con un posto simile nel firmamento dello sport americano. Il tutto nello stadio più moderno del Mondo, con tutto il globo a guardare. Ha vinto la squadra più meritevole, guidata da un fantastico Head Coach, Mike McCarthy, che è riuscito sempre a mettersi gli infortuni dei suoi alle spalle, anche nell'atto finale, quando Woodson, Driver e Sam Shields sono mancati. è stata una vittoria della squadra, che è riuscita a capitalizzare su incredibili errori dei giocatori avversari, insperati alla vigilia, con concentrazione e grinta. è stata la vittoria di un campione equiparabile a pochi altri, che in tre anni è passato da speranza a pedina imprescindibile mentre il suo vecchio maestro si ritirerà dopo aver assistito alla crescita finale ed esponenziale dell' allievo, che ieri notte ha finito di confezionare una post season da annali. I Green Bay Packers possono dominare per molti anni ancora, ma nella notte del nord del Texas era importante solo vincere, e sono riusciti a farlo. Più che per il talento dei suoi componenti, la squadra campione del Mondo stupisce per coesione: tutti fanno i complimenti a tutti, lo stesso Rodgers non si monta la testa, Woodson ammette le lacrime nello spogliatoio dopo l'esclusione dalla partita. Questa squadra ha vinto senza tight end titolare, senza Nick Barnett, droppando una miriade di palloni nel terzo qurto del SuperBowl e vincendo tre difficili partite fuori casa nei playoff. Non c'è limite a quello che possono ottenere da qui in avanti per ridare spolvero ad una società che ha, in pratica, preso parte all'invenzione del football. La rabbia ed il rimorso divorano l'altra sideline. Big Ben ha giocato male, si puo` dire, solo col cuore e senza testa. Mendenhall ed il running game è stato in generale/ solido, molto più di quanto i numeri possano riportare, ma la frittata era ormai stata fatta nel primo tempo. Se di lacrime si deve parlare in questo caso, molte saranno versate su quell'intercetto ritornato in meta da Collins. Non ci sono molte altre occasioni su cui recriminare, Green Bay è stata superiore ed ha vinto, siamo sicuri che gli Steelers da grande squadra guarderanno avanti; ma rimane il fatto che alcuni stanno invecchiando, che Polamalu è una fucina di guai fisici e che la linea offensiva, anche se bene si è comportata nell'occasione, rimane instabile. Noi ci auguriamo di assistere nuovamente ad uno spettacolo del genere l'anno prossimo. La stagione è ancora incerta, ma i giocatori vogliono giocare e la sensazione è che alla fine, viste le impressionanti cifre che tutti perderebbero da un lock-out, la situazione si sblocchi. Se così sarà, i Packers metteranno in palio il loro trofeo, per la 46esima volta. I Manning, Brady, Vick tenteranno di rubare il trono di Rodgers, sempre più stabile. Adesso Green Bay è la squadra da battere, sul fatto che possano cadere siamo dubbiosi, ma sul fatto che ci divertiremo ancora mettiamo al mano sul fuoco.

[SB XLV] Dalla panchina degli Steelers

Scritto da Paolo

Giovedì 10 Febbraio 2011 08:45 Una grande occasione gettata al vento: il sapore amaro, amarissimo della sconfitta 31-25 nel quarantacinquesimo Superbowl contro Green Bay, rimarrà a lungo nella bocca di giocatori e tifosi dei Pittsburgh Steelers, la “peggior sconfitta della mia vita” come l’ha definita la fortissima safety Polamalu. Vero che in tutta la partita i gialloneri non hanno mai messo il naso avanti e vero che ad un minuto dalla fine del primo tempo gli Steelers erano sotto 3-21, una fossa molto simile a quella che si erano già scavati nel Divisional Playoff contro Baltimore. Però è anche vero che dopo appena cinque minuti del secondo tempo Pittsburgh era tornata a -4 e comunque la rappresentante della AFC ha avuto l’ultimo possesso con due minuti da giocare, una serie che se fosse terminata con una meta avrebbe regalato il settimo Superbowl agli uomini di coach Tomlin. L’impressione che si è avuta, soprattutto nel secondo tempo, è stata che da una parte ci fosse un team aggrappato con le unghie ed i denti al match e dall’altra una squadra che dopo essere rientrata in partita è arrivata ad un passo dalla giocata che avrebbe cambiato l’esito della sfida ma non ha mai trovato la cattiveria per dare il colpo di grazia ad un avversario alle corde ma sempre pericoloso. E sì che il punto debole degli Steelers, una linea di attacco che già falcidiata dagli infortuni, doveva fare a meno anche del centro titolare, l’ottimo rookie Pouncey k.o. nella gara contro i Jets, tutto sommato non ha retto male. A Pittsburgh sono mancati soprattutto i suoi fuoriclasse: in difesa Polamalu, votato pochi giorni fa Defensive MVP della NFL, ha offerto un apporto impalpabile, frutto anche della particolare attenzione che ha messo l’attacco di Green Bay nel tagliarlo fuori dal gioco, ed anche il temutissimo linebacker Harrison è stato autore di un sack ma nel complesso è stato ben contenuto dalla linea offensiva in maglia verde. In realtà, nonostante i tre sack, un po’ tutta la pass rush degli Steelers è rimasta al di sotto dei soliti standard, anche se c’è da riconoscere che il regista dei Packers Rodgers è stato devastante, nonostante la difesa di coach LeBeau le abbia tentate veramente tutte, ed ha messo a ferro e fuoco un secondario che senza tre costosi drop dei ricevitori avrebbe concesso ancor di più delle 304 yards lanciate dal quarterback ex California. Ed in attacco le cose non sono andate in modo molto diverso: Roethlisberger ha completato venticinque passaggi su quaranta per 263 yards due mete ma soprattutto due intercetti, uno dei quali è stato riportato direttamente in meta dalla safety Collins. Meglio è andata col rushing game, con Mendenhall che ha chiuso con 63 yards in quattordici portate, cui devono aggiungersi le 31 yards corse da Roethlisberger, le 19 di Redman e le 13 di Moore, però proprio Mendenhall ha sulla coscienza il fumble che in avvio di ultimo quarto ha probabilmente deciso il match. Come detto in avvio di partita Pittsburgh faticava non poco: nei primi due possessi infatti gli Steelers guadagnavano appena un down grazie ad una corsa di Mendenhall da 15 yards, e in special modo Roethlisberger viveva un inizio difficile non riuscendo a chiudere due terzi down di passaggio. “Soprattutto il primo terzo down non convertito ci ha creato problemi” dirà poi a fine gara Bruce Arians, l’offensive coordinator di Pittsburgh “perché eravamo abituati a partite quasi sempre molto bene”. In difesa invece gli Steelers limitavano i danni nel primo drive, grazie anche ad un incompleto su un passaggio a Nelson che avrebbe dato palla a Green Bay sulle 15 di Pittsburgh, ma nella seconda serie le cose andavano molto diversamente. Rodgers, dopo un incompleto a Jennings, infilava quattro passaggi di fila, quindi su un terzo e uno sulle 31 degli Steelers, Gay veniva bruciato da Nelson pescato direttamente in end zone da un gran passaggio del numero 12 in casacca verde. E pochi secondi dopo l’attacco di Pittsburgh la combinava grossa: su un primo e dieci sulle proprie 7, Roethlisberger provava il passaggio lungo a Wallace, ma il braccio di Big Ben veniva toccato al momento del lancio dal defensive end Green in una delle poche giocate veramente efficaci della linea difensiva di Green Bay: la palla usciva così decisamente corta e veniva intercettata dalla safety dei Packers Collins che riportava l’ovale in meta. Si era però solo nel primo quarto e Pittsburgh giustamente decideva di non allontanarsi dal playbook originario: infatti sfruttando un buon mix di corse e passaggi e soprattutto una gran chiusura di un terzo down e nove grazie ad una galoppata di Roethlisberger da 18 yards, Pittsburgh arrivava nella red zone avversaria ed anche se doveva accontentarsi di un field goal, almeno i gialloneri rompevano il ghiaccio. Nel drive seguente non solo la difesa di Pittsburgh fermava subito l’attacco di Green Bay, ma andava k.o. per un problema alla caviglia il receiver veterano Driver una delle armi più temibili dell’attacco in verde. Pittsburgh però anzichè approfittarne trovava il modo di affondare ancora di più allorquando, nel territorio di Green Bay, Roethlisberger provava un passaggio corto per Wallace ma veniva intercettato da Bush. Ai Packers erano invece sufficienti quattro giochi per entrare in end zone con un missile di Rodgers a Jennings. Con due minuti e mezzo da giocare nel primo tempo e dopo aver prodotto veramente pochissimo, gli Steelers improvvisamente

trovavano ritmo in attacco: Roethlisberger pescava prima Randle El, in campo per l’infortunio che aveva colpito in precedenza Sanders,per 37 yards, poi tre completi consecutivi a Ward, l’ultimo dei quali in end zone, fissavano il punteggio sul 21-10 con cui si chiudeva il primo tempo. In più la fortuna sembrava dare una mano ulteriore agli Steelers perché sul drive della meta di Ward si infortunava alla spalla il fortissimo cornerback di Green Bay Woodson che non sarebbe più rientrato. E in avvio di terzo quarto i tifosi di Pittsburgh si convincevano di assistere ad una riedizione della già citata sfida di playoff con Baltimore: un “tre e fuori” dei Packers veniva seguito da una serie di cinque corse con cui gli Steelers percorrevano le 50 yards che li separavamo dalla end zone violata alla fine da Mendenhall. Il secondo drive di Green Bay terminava con un sack di Harrison che finalmente riusciva a mettere le mani addosso a Rodgers, e tutto sembrava pronto per il sorpasso, anche perché gli Steelers arrivavano facilmente sulle 29 dei Packers. A questo punto però improvvisamente l’attacco dei gialloneri si inceppava: un passaggio deviato dal linebacker Matthews, un completo a Miller per -3 yards ed un sack, l’unico del match, subito da Roethlisberger, costringevano gli Steelers a tentare un field goal da distanza siderale, calcio che Suisham falliva completamente. “Una decisone assolutamente sbagliata. Un errore solo mio” sarà il commento a fine gara dell’head coach Tomlin. Ormai però la difesa di Pittsburgh sembrava aver preso le misure a Rodgers che nei due drive seguenti completava due lanci su sei per 22 yards. E in avvio di ultimo quarto gli Steelers avevano nuovamente la grande occasione per un sorpasso che continuava a rimanere nell’aria, quando il drive iniziava già sulle 41 di Green Bay. Mendenhall conquistava subito 8 yards, poi nell’azione seguente il runner da Illinois si sistemava in modo pessimo il pallone e quando veniva colpito da Matthews, perdeva l’ovale che veniva ricoperto dal linebacker Bishop. E ancora una volta i Packers si rivelavano letali sulle palle recuperate con Rodgers che serviva Jennings per il touchdown del 28-17. Con le spalle al muro Pittsburgh trovava però ancora la forza per accorciare le distanze con Roethlisberger che completava sette passaggi su otto per 76 yards e soprattutto il gran lancio in meta per Wallace da 25 yards che unito alla trasformazione da due di Randle El riportava Pittsburgh a -3. A questo punto mancavano ancora oltre sette minuti e gli Steelers speravano in un aiuto della propria difesa che però non arrivava: nel primo gioco Hood infliggeva un sack a Rodgers ma su un secondo e 14 e poi un terzo e 10 Nelson e Jennings bruciavano ancora una volta il lento secondario degli Steelers. Con gli avversari all’interno delle 10 yards la difesa di Pittsburgh forzava Green Bay ad un field goal che comunque avvicinava i gialloneri alla resa, anche perché sul kickoff seguente Fox commetteva una penalità che costringeva Roethlisberger e compagni a partire sulle loro 13, al two minutes warning e con un solo time out. E stavolta, a differenza di Tampa, non c’era lieto fine: Roethlisberger completava ancora due passaggi a Miller e Ward, poi però i tre palloni seguenti cadevano incompleti e gli Steelers salutavano il Lombardi Trophy che prendeva la via dell’estremo nord verso il Wisconsin. “Eravamo qui per vincere una partita di football e non ce l’abbiamo fatta” è stato il commento di uno sconsolato Tomlin a fine gara “Green Bay ha vinto e complimenti a loro. La nostra difesa ha avuto delle occasioni per recuperare il pallone e non ci è riuscita, la loro sì. Abbiamo colpito Rodgers alcune volte all’inizio e poi ancora durante lo sviluppo del match ma lui è stato bravissimo a lanciare alla grande nonostante la pressione. Possiamo star qui ad accampare scuse ma non lo farò: i Packers hanno giocato un grande match, hanno eseguito meglio i giochi e sono Campioni del Mondo”

[SB XLV] Dalla panchina dei Packers

Scritto da Massimo

Mercoledì 09 Febbraio 2011 12:59 Come tradizione oramai quasi decennale, anche il Super Bowl XLV si è risolto all'ultimo drive, con la panchina gialloverde in apnea in attesa dell'ultimo, decisivo passaggio di Roethlisberger. Un quarto tentativo e cinque con cinquantasei secondi sul cronometro e poco meno di sette decine di yards di distanza dalla end zone. Per una volta non vediamo quella odiosissima difesa che, a dispetto del suo nome, "Prevent", l'unica cosa che è capace di prevenire è la vittoria di chi la adotta. Un cornerback in bump, l'altro piu' a distanza, i linebacker abbastanza attaccati alla linea di scrimmage a portare pressione, le safety a presidiare il profondo, che tanto il supporto alle corse non serve. La palla lascia le mani del quarterback di Pittsburgh in maniera un po' incerta. Non è certo la palla che ricevette Santonio Holmes in un angolo della end zone due anni fa per battere sul filo di lana i Cardinals nel Super Bowl XLIII. Tutti si aspettano che la palla vada verso le mani sicure di Hines Ward, ed invece si dirige verso Wallace, sul quale interviene Tremon Williams che smanaccia la palla che quasi cade tra le mani di Bush, backup dell'infortunato Charles Woodson ed autore di un intercetto in precedenza. Bush quasi riesce a ripetersi, ma questa volta non serve l'intercetto. Non importa se non la si trattiene. E' incompleto. E' l'incompleto che ti laurea campione del mondo, il miglior incompleto che ci possa essere. Lassù al nord, nella piccola cittadina del Wisconsin dove il numero di abitanti è inferiore al numero di soci "azionisti" dei Packers, si può iniziare a festeggiare il tredicesimo titolo NFL e la conquista del quarto "Vince Lombardi Trophy", che mai come quando lo vince Green Bay si può dire che torni effettivamente "a casa". La TV inquadra Bart Starr, uno dei miti di questa franchigia, in piedi ad applaudire colui che raccoglie la sua eredità, tramandatagli da un'altra icona (ultimamente un po' in disgrazia) che risponde al nome di Brett Favre. Nella serata che incorona i Packers campioni al termine di una stagione abbastanza travagliata, ad un certo punto della quale anche la qualificazione ai playoff pareva in pericolo, arriva il giusto tributo al protagonista indiscusso dei playoff, oltre che della finale: il quarterback Aaron Rodgers. Nemmeno Favre era riuscito nell'ìimpresa di incere il titolo ed essere l'MVP del Superbowl, riconoscimento andato ad un grandissimo Desmond Howard, che in quella partita non fece prigionieri. E Rodgers torna indietro al 2005, quando disse al general manager Ted Thompson che lo aveva scelto al draft "Non la farò pentire di questa scelta". Siamo sicuri che non se ne è pentito affatto, Thompson, e chissà se quella frase gli è tornata in mente quando ha visto Rodgers alzare il trofeo. La vittoria dei Packers è stata sì merito di Rodgers, ma è giunta al termine di un percorso che sarebbe limitativo ridurre alla sola finale, che è stata più che altro il completamento di un insieme di fattori che hanno avuto il loro culmine nei playoff. I grossi nomi fanno notizia, ma le azioni decisive arrivano anche dalle riserve e dai giocatori che solo i fan più accaniti sanno essere a roster. E' il caso di Howard Green, arrivato a stagione in corso ed impiegato all'occorrenza, che ha colpito il braccio di Roethlisberger in maniera decisiva per causare il primo intercetto della partita, quello che Collins ha riportato in touchdown piazzando il secondo colpo dell'unio-due con cui i Packers hanno tramortito gli Steelers alla fine del primo quarto. O ancora è il caso di Frank Zombo, un linebacker free agent, mai draftato, titolare per caso, autore dell'unico sack della partita sul quarterback degli Steelers, unico ma decisivo per costringere gli Steelers a tentare (e sbagliare) un field goal da 52 yards. E cosa dire di Jordy Nelson, un talentuoso ricevitore al terzo anno capace di droppare palloni facilissimi ma anche di ricevere splendidi palloni per sei punti, come capitato nel primo quarto per aprire le marcature, o per portarli sulla linea delle due yards come capitato nel quarto periodo, subito dopo essersi mangiato una ricezione da fare ad occhi chiusi. Mai perdere la calma, mai rimuginare sugli errori, lasciarsi tutto alle spalle e pensare solo al gioco successivo. Questo, in definitiva, l'approccio alla partita dei Packers. Una banalità, forse, ma una delle cose più difficili da mettere in pratica. Da non dimenticare, infine, il discorso di incoraggiamento ai compagni fatto nell'intervallo da Charles Woodson, che si era appena fratturato la clavicola. Woodson ha chiesto di parlare per spronare i compagni, ma l'emozione lo ha sopraffatto e non è riuscito a dire una sola parola, trattenendo a stento le lacrime. Tutti hanno capito ugualmente. Non c'è stato bisogno di parlare, e la risposta è arrivata sul campo.

[SB XLV] Le pagelle

Scritto da Mauro

Mercoledì 09 Febbraio 2011 10:03 Come ogni anno ecco la nostra valutazione sulle squadre in campo a Dallas. Abbiamo analizzato i singoli reparti ed il coaching staff e i voti sono espressi in stile americano, da A (voto migliore) in giù.

QUARTERBACK: A La partita di Aaron Rodgers è stata superba. Non una indecisione, quasi nessuna decisione sbagliate, mai un segno di cedimento. 24 passaggi completati su 39 tentativi, 304 yards, 3 touchdown, nessun intercetto e un rating finale di 111.5. Per vedere il solito Rodgers a cui eravamo abituati sono mancate solo le sue classiche corse, che non ha mai azzardato in tutta la partita. D'altronde, non era certo tempo per correre. MVP assolutamente meritato. RUNNING BACKS: C Non erano le corse il punto di forza dei Packers e forse non era proprio contro gli Steelers che la tendenza avrebbe dovuto ribaltarsi. Però il running game si è visto davvero pochino, e solo una volta James Starks è riuscito ad ottenere un guadagno decente. Brandon Jackson, quansi inesistente, non ci ha messo molto del suo. Ma è stata la dimostrazione che per vincere un Superbowl non è necessario essere bravi in tutto. WIDE RECEIVERS: BIl migliore è stato Jordi Nelson, e questo nonostante almeno tre dropponi che hanno fatto disperare i fans con il cappello a formaggio. Però si è riscattato sempre bene - soprattutto all'inizio dell'ultimo quarto quando ha fatto seguire ad un passaggio droppato la splendida ricezione con corsa da 38 yards che ha propiziato il touchdown del vantaggio definitivo – ed ha chiuso con 9 ricezioni per 140 yards e 1 touchdown. Il peggiore è stato James Jones, soprattutto per quello che ha droppato, incluso un sicuro touchdown all'inizio del terzo periodo che ha momentaneamente cambiato l'inerzia della gara a favore degli Steelers. In sordina Greg Jennings, silenziato da Ike Taylor ma comunque presentissimo quando il pallone diventa pesante come in occasione dei due touchdowns ricevuti. Senza voto Donald Driver, ma solo perchè il vecchio leone è stato quasi subito tolto di mezzo da un infortunio. Per fortuna, alla fine ha comunque avuto di che festeggiare. OFFENSIVE LINE: B Gli uomini di linea di Green Bay hanno fatto bene il loro lavoro. Se Aaron Rodgers non ha mai avuto bisogno di cercare avventure fuori dalla tasca è anche perchè i suoi angeli custodi gli hanno dato la protezione di cui aveva bisogno. Menzione particolare per Chad Clifton, il left tackle: lo spauracchio James Harrison è stato un non-fattore (solo 1 tackle e 1 sack per lui), e Clifton è il motivo principale per cui ciò è successo. DEFENSIVE LINE: CRaji e compagni non hanno inciso come al solito, non riuscendo mai ad arrivare abbastanza vicini a Roethlisberger per impensierirlo a sufficienza. Ma l'obiettivo di chiudere gli spazi al running game di Pittsburgh è stato comunque raggiunto in maniera soddisfacente. LINEBACKERS: B+ Clay Matthews è una forza, non solo per la minaccia costante ma per come riesce ad alzare il suo gioco nei momenti chiave, dote che solo i grandi hanno. Il fumble forzato su Mendenhall è una perla che ha spaccato in due la partita, dando ai Packers la forza e la spinta che in quel momento poteva venire solo da una giocata difensiva. Ma gli altri compagni di reparto hanno fatto la loro parte, con Desmond Bishop decisivo nel fumble ricoperto e ottimo in almeno un altro paio di occasioni e il rookie Frank Zombo bravissimo ad abbattere Roethisberger (grosso una volta e mezza lui) per l'unico sack ottenuto dai Packers nella partita.

DEFENSIVE BACKS: B+ Charles Woodson fino all'infortunio è stato mostruoso, il vero regista in campo della difesa di Dom Capers. Preciso negli nterventi e puntuale nelle letture. E la sua perdita ha fatto sbandare il reparto arretrato di Green Bay, che ha iniziato ad evidenziare qualche cedimento che prima non aveva, complice anche l'infortunio, per fortuna momentaneo, di Shields. Ma tutto è andato bene e il veterano di tante battaglie ha così potuto festeggiare il coronamento di una lunga carriera. Molto bene anche Tramon Williams: a parte un paio di ingenuità sui punt è stato esemplare in copertura, con l'highlight di paio di interventi di razza. E bene anche gli altri, da Peprah a Sheilds, fino a Nick Collins ed al suo intercetto riportato in touchdown che ha consentito ai Packers di gestire la partita per quasi tutta la sua durata. COACH: B Se il gameplan di McCarthy era “dare la palla ad Aaron e lasciare che ci pensi lui”, beh, allora è andata alla grande; se non era quello, allora è stato comunque bravo a cambiarlo in corsa. Battute a parte, quando hai un giocatore così allora bisogna sfruttarlo. La bravura più grande di Mike McCarthy è stata comunque quella di mantenere i nervi saldi dei suoi ragazzi quando gli Steelers stavano rimontando e loro stavano perdendo pezzi per gli infortuni. E alla fine, la coppa di Vince Lombardi è tornata a casa.

QUARTERBACK: BBen Roethlisberger non ha giocato male questo Superbowl. Sulla sua valutazione pesano, più che le cifre (25/40 per 263 yards e 2 touchdown) i due intercetti che i Packers hanno convertito in altrettanti touchdown. Il primo direttamente, quando Collins ha riportato in end zone un lancio inteso per Wallace ed uscito completamente sbagliato vuoi perchè Wallace sembrava stesse correndo un'altra traccia e vuoi perchè Roethlisberger aveva la mano di un difensore praticamente in faccia al momento del lancio. Il secondo invece indirettamente quando una bella giocata di Jarrett Bush ha ridato la palla in mano a Rodgers per il drive sfociato nel momentaneo 21-3. Per il resto non ha grosse colpe sulla coscienza. RUNNING BACKS: C+ Il gioco su corsa degli Steelers è stato leggermente meglio di quello dei Packers, e sulla carta ci sarebbe stato anche da aspettarselo. Non è stato però migliore a sufficienza, ed i risultati si sono visti. Solo Mendenhall è riuscito a rendersi pericoloso, sebbene a sprazzi e soprattutto nella porzione di partita in cui Pittsburgh ha avuto il predominio, cioè fra il drop di James Jones e il fumble proprio dello stesso Mendenhall. Un episodio che si è rivelato poi decisivo e che non può non pesare nella valutazione. WIDE RECEIVERS: BMike Wallace è ormai una realtà, e anche nel Superbowl il giovane ricevitore si è confermato, catturando 9 palloni per 89 yards ed un touchdown. Al suo fianco l'eterno Hines Ward ha fatto la sua parte, con 7 ricezioni e una presenza costante nel gioco “sporco”. Dopo di loro, però, pochino, con Randle El presente solo in un paio di occasioni e chiamato in causa per sopperire alla mancanza di Emanuel Sanders, troppo presto fuori dai giochi per infortunio. Poco spazio per Heath Miller, poco cercato ma anche ben marcato. OFFENSIVE LINE: B Come per gli omologhi dei Packers, anche i lineman di Pittsburgh si sono espressi su un buon livello. BJ Raji e i suoi compagni erano temuti alla vigilia, ma alla fine non sono mai riusciti a mettere le mani addosso a Roethlisberger. E il running game è riuscito comunque a trovare qualche spazio, anche se spesso Mendenhall è stato costretto ad andare a cercarselo per linee esterne. Menzione speciale per Doug Legursky, il centro di riserva trovatosi a debuttare come titolare proprio nel Superbowl per l'infortunio al pro-bowler Pouncey DEFENSIVE LINE: C Anche qui voto quasi speculare rispetto allo stesso reparto di Green Bay. La differenza è data solo dal sack di Hood, uno dei tre che gli Steelers sono riusciti a totalizzare, e dal fatto che il running game dei Packers è stato quasi completamente annullato. Ma la differenza avrebbe dovuto farla la pressione su Rodgers e, come si è visto, lì non è andata poi così bene. LINEBACKERS: C

Niente di grave da parte del reparto, nessun grosso errore, nessuna debacle, due sack arrivati ma, alla fine, Aaron Rodgers ha fatto quello che ha voluto o quasi. E la delusione più grande forse è stato James Harrison, l'uomo che aveva segnato il Superbowl vinto contro i Cardinals e che stavolta è mancato quasi completamente. Un pezzo troppo grande di difesa da lasciare agli avversari. DEFENSIVE BACKS: C Anche qui, nessun collasso o errori clamorosi, ma solo il non essere riusciti a contenere l'attacco aereo dei Packers, peraltro già pericoloso di suo. Anche se Ike Taylor si è superato, riuscendo quasi ad annullare Greg Jennings per larga parte della gara, le armi a disposizione di Rodgers erano talmente tante che forse non si poteva fare di più. La faccia incredula del pur bravo Ryan Clark, dopo essere solo riuscito a sfiorare il proiettile indirizzato da Rodgers nelle mani di Jennings per il suo primo touchdown, è forse il manifesto dell'intera partita. COACH: B Difficile dire se si poteva fermare il Rodgers visto in campo ad Arlington. Mike Tomlin ci ha provato, come ognuno dei suoi ragazzi, ma alla fine non gli è rimasto che arrendersi di fronte all'evidenza: senza cercare nessuna scusa (“noi non lo facciamo”) ha fatto i complimenti agli avversari, ammettendo la loro superiorità. Anche solo per questo, chapeau.

[SB XLV] La fiaba e lo sport

Scritto da Alessandro

Martedì 08 Febbraio 2011 12:56 Mentre la notte si spinge a salutare il mattino in arrivo. In un freddo e umido inizio di febbraio basso-padano. E' una sensazione calda e avvolgente scoprire di potersi estraniare da un mondo troppo spesso alla deriva facendosi cullare da una favola. Ti alzi dal divano. Spegni la televisione. E ti trascini fino al letto. Negli occhi hai un sorriso. E' stato ancora una volta lo sport a raccontartela, la fiaba. Una storia di campioni che hanno dovuto sudarsi ogni istante della gloria che ora li inonda in una pioggia di coriandoli colorati. Un racconto che ti fa simpatizzare anche per gli sconfitti. Non avrebbero meritato meno dei vincitori di alzare quel trofeo, tanto semplice e lineare quanto affascinante e dallo stile intramontabile. E' un film di Cary Grant, un quadro di Andy Warhol, una canzone dei Beatles: il Vince Lombardi Trophy. E' sempre moderno. Hai visto partite migliori. Altre più epiche. Rams-Titans e il placcaggio su Dyson a una yard con il cronometro che scade. Steelers-Cardinals e la presa di Santonio Holmes nell'angolo dell'end zone. I field goal di Vinatieri. La ricezione di Tyree contro gli imbattibili Patriots. Broncos-Packers e il tuffo di Elway. L'errore di Norwood che diede inizio alla maledizione dei Bills. Ma domenica notte Green Bay Packers e Pittsburgh Steelers hanno centrato il bersaglio. Soddisfatto fino in fondo il desiderio di ogni appassionato di sport. Gli hanno fatto trascorrere quattro ore su una nuvoletta carica solo dei significati e delle storie che si sono portati quelle maglie bianche e verdi sulle 100 yard di campo. E nei sessanta minuti di partita hai ripercorso l'annata travagliata dei Packs. Partiti favoriti. Martoriati dagli infortuni. Di Ryan Grant, di Jermichael Finley, di Nick Barnett, tanto per citarne alcuni. Dello stesso Rodgers, la commozione cerebrale che l'ha tenuto fuori per una partita. Si sono rialzati. Hanno conquistato il posto nei playoff, con l'ultimo biglietto rimasto a disposizione nella Nfc, quello della testa di serie numero 6. Un tagliando che è valso tre gare in trasferta. Hai ripensato alla carriera di Rodgers. Snobbato al draft 2005 in favore di Alex Smith. Pescato da Green Bay con la 24esima chiamata. Ombra di Favre per tre stagioni e poi suo successore. Ha spalle larghe però quel numero 12. E non è buono solo per le statistiche. L'ha dimostrato anche domenica notte. Sono lampi. Le sinapsi faticano a starti dietro. Green Bay e la sua storia antica. I successi. Il nome strano. Figlio di quella Indian Packing Company, primo sponsor per quei 500 dollari dati al fondatore Earl Lambeau per le magliette. L'anomalia di quella piccola cittadina del nord che della sua squadra è proprietaria. L'associazione no profit. Alle spalle non ci sono i numeri di Barcellona da cui attingere. Ma la passione è la stessa. Così come la competenza. Perché i soci scelgono il consiglio d'amministrazione che poi elegge i sette membri del comitato esecutivo. Gente che sa fare bene il suo lavoro. Il presidente Mark Murphy ha la faccia da Ricky Cunningham ma ha saputo dare ai Packers un pugno alla Fonzie sul juke box appoggiando il general manager Ted Thompson e la sua scelta di dare a Rodgers le chiavi della squadra salutando Brett Favre. Coraggio e competenza. E vedi Charles Woodson saltellare di gioia con il braccio penzolante legato al collo. Nel corso della sfida altri infortuni (ko anche Driver) hanno provato a mettersi di traverso. Le "teste di formaggio" hanno schivato anche quelli. E non solo quelli. Perché non sono tutti fenomeni. Quel Jordy Nelson, dai numeri inflazionati nella finalissima rispetto al talento, ha ammassato drop oltre alle yard ricevute. James Jones, che è salito sul tetto del mondo da giocatore dopo non averne avuto nemmeno uno da ragazzo, ancora una volta ha rischiato di combinarla grossa non trattenendo un pallone cruciale. Hanno avuto un cuore grande però, per arrivare sino a lì. E non puoi non ammirare la costanza di Donald Driver, il talento di Greg Jennings. Grandissimi giocatori, questi. Come Clay Matthews, come lo potrebbe diventare Bj Raji. E quel James Starks? Rookie molto infortunato e poco utilizzato in stagione regolare, poi cavallo da tiro nei

play-off. Quelle quattro ore di football non ti hanno mai fatto smettere di agitare la materia grigia. Con Kevin Greene, anello di congiunzione Packers-Steelers. Chissà quanto si rivede in Matthews. Lo allena e come lui è stato maestro di sack. Con gli uomini d'acciaio il Super Bowl l'aveva giocato e perso. Contro Dallas. Si è preso la rivincita sui Cowboys andando ad esultare in casa loro. In quello straordinario stadio che pare persino esagerato con il suo ultramegamaxischermo. Una favola straordinaria. Resa tale anche dal livello degli sconfitti. Hanno provato fino all'ultimo a non arrendersi. Gli Steelers sanno cosa vuol dire essere campioni. Lo sono stati appena due anni fa. Lo sono stati più di chiunque altro nell'era del Super Bowl, infilandosi sei anelli al dito. Gli ultimi due li ha vinti con il controverso Big Ben a ricevere l'ovale dal centro. Roethlisberger è matto come un cavallo. Scova i guai e ci si tuffa con la stessa abilità con cui vince le partite. Forte, potente. Bravo. Come il collega Rodgers (più pulito e bello da vedersi il ragazzone del Wisconsin). Domenica ha sbagliato più del solito. Per questo ha perso. Ha sbagliato anche per la pressione che i Packers sono riusciti a mettergli. Maggiore di quella subita dal numero 12 in verde. Se non ci fossero personaggi come Hines Ward, David Harrison e Troy Polamalu si potrebbe azzardare che ad incidere possa essere stato un po' d'inconscio appagamento nella truppa di Mike Tomlin. Un gruppo troppo duro però, per sbilanciarsi. Lui, Tomlin, è stato il più giovane coach a raggiungere il Super Bowl due volte. Non male davvero, sebbene gli si possa imputare che nei Packers si veda di più la mano del coach. Inezie, comunque. La Steelers nation può essere orgogliosa dei suoi guerrieri. Torneranno. Come torneranno i Packers del resto. Hanno fondamenta solide, le due squadre. E le due franchigie, anche. Perché oltre ai titoli, domenica in campo c'erano due tifoserie tra le più affezionate e calorose. Due città che vivono per i loro club. Che respirano verde-oro e giallo-nero. Ecco come è possibile che Green Bay e Pittsburgh si sbarazzino di Chicago e New York nelle finali di Conference. Cheesehead e Terrible Towels. Due simboli di una straordinaria favola. Di quelle favole che solo lo sport sa raccontarti. Perché le condisce con passione, amore, follia. E mentre il mattino aspetta il testimone della notte che se ne sta andando, ti senti stringere un po' il cuore. Perché è già finita. Ma sorridi. Perché Green Bay e Pittsburgh ti hanno regalato un momento che non dimenticherai. Un momento che aspetterai anche il prossimo anno. Lockout permettendo, ovviamente. Questo sì sarebbe un orco cattivo nella fiaba del football. Ma ci penseremo domani.

[SB XLV] SuperBowl Memories (le mie...)

Scritto da Mauro

Venerdì 04 Febbraio 2011 10:11 Un racconto sull'attesa della partita che vale un anello e il Vince Lombardi Trophy. Come ogni anno ci siamo. Una delle poche tradizioni di un paese che non ne ha troppe altre sta per officiare il proprio rito annuale. Il grande evento coi numeri romani sta per essere servito al miliardo e mezzo di spettatori che domenica prossima calibreranno la propria giornata sulle sei pomeridiane della costa orientale. Pittsburgh Steelers contro Green Bay Packers. Non sono coinvolto come tifoso, mi auguro solo di vedere una bella partita combattuta. E se possibile senza infortuni per nessuno. Domenica sarà il mio ventisettesimo SuperBowl in diretta (o quasi) consecutivo. Il primo, che non si scorda mai. I Redskins che sconfissero i Dolphins 27-17 al RoseBowl di Pasadena. John Riggins che si trascina dietro Don McNeal nell'azione che finì nella cover di Sports (Power And Glory). Il primo (e unico) SuperBowl da tifoso: il XIX, allo Stanford Stadium di Palo Alto. Un inizio promettente, ma poi i Fortyniners, troppo più forti, ci schiantarono 38-16. E il grande Marino, solo 23 anni all'epoca, non avrebbe più avuto una seconda chance. Sport crudele. I ricordi sono tanti, ormai. Alcuni anche legati a momenti tragici della vita personale, ma altri che nel tempo si sono accumulati, hanno costruito una specie di epos tutta particolare, limitata allo sport che adoro sopra ogni altro con pregi e difetti. Il SuperBowl nella mia testa è una serie infinita di istantanee. Il "tutto troppo scontato" di Brady e dei Patriots degli ultimi anni, che mi lasciavano lì a rodermi le mani di invidia sportiva, ma tanto di cappello. La storia impossibile di Kurt Warner, da fattorino al supermarket al tetto del mondo in un anno e mezzo, e le lacrime dell'immenso Dick Vermeil dopo la partita. I Cowboys di Jimmy Johnson negli anni 90, una macchina perfetta in attacco e in difesa, mai in difficoltà. I trionfi di Joe Montana, sia quelli facili che quelli strappacuore. La strategia impeccabile di Joe Gibbs e dei suoi Redskins. Bill Parcells e i Giants, capaci di vincere sia dominando che per un errore altrui all'ultimo secondo in una delle più belle partite mai viste. John Elway, che a 37 anni e con una immeritata nomea di perdente arriva a chiudere la carriera con due trionfi di fila, giocando una delle azioni più famose dell'intera storia del football (vedere qui). Gli Steelers, che non mollano mai nulla e ci sarà un motivo se nessuno ha più titoli di loro. E le lacrime vere di chi perde. Venendo dominati dagli altri, così che se ne prende consapevolezza nel tempo, come una morte lenta. O con pochi secondi sul cronometro, come il fulmine dal cielo. Negli ultimi anni molte partite si sono risolte così. Veri e propri heartbreakers. E finchè non sono direttamente coinvolto come tifoso (campa cavallo...) sono quelli che gradisco di più. E allora pronti per domenica, solita configurazione domestica. Cercherò di accumulare qualche ora di sonno in più nel pomeriggio e da un certo momento in poi si inizierà ad immettere il giusto quantitativo di caffeina che mi terrà sveglio per tutta la notte, accucciato sotto la coperta sul divano. Non è facile che mi perda quella partita. Quando negli ultimi anni è diventata un po' più "complessa" come accesso televisivo, non mi sono perso d'animo. Prima con Internet, a vedere Peyton Manning che massacra i Bears piano piano. Il top nel 2008, quando mi gustai l'indimenticabile Giants-Patriots in trasferta insubre, a casa di G, trattenendo l'urlo del trionfo alle 4:20 di mattina al TD finale di Burress. Abbraccio muto con M, ma con sguardi che dicevano anche troppo. E la sera, poche ore prima dell'incontro, in una passeggiatina per una Milano abbastanza fredda, cercavo di spiegare a V che non ci vedevo nulla di anormale nel prendere il treno alle 7 di mattina da Roma, andare a Milano, tirare notte per vedermi la partita con gli amici sperando che il cugino Gastone almeno per una volta perdesse, e ritornare con comodo a Roma il giorno dopo usando una giornata di ferie. Non mi è parsa convintissima. Sarà... Mauro

[SB XLV] La crew arbitrale

Scritto da Redazione

Martedì 01 Febbraio 2011 11:43 Sarà Walt Anderson il referee del Superbowl XLV tra Packers e Steelers. Anderson è arbitro NFL dal 1996 ed ha arbitrato almeno una partita di playoff ogni anno. Nel suo curriculum cinque Wild Card, due Divisional, tre finali di Conference e il Superbowl del 2000. La crew sarà composta da: Chad Brown come umpire Kent Payne come head linesman John Hussey come line judge Doug Rosenbaum come field judge Mike Weatherford come side judge Scott Helverson come back judge. Le riserve saranno Jerome Boger, Rich Hall, Tom Symonette, Gary Cavaletto e Dino Paganelli.

[NCAA] Il punto dopo week 6

Scritto da Gabriele

Domenica 17 Ottobre 2010 18:04 Da qualche settimana e’ ripreso anche il campionato universitario che, come nelle migliori tradizioni del football NCAA ha gia’ riservato sorprese e grandi emozioni, le protagoniste delle scorse stagioni si trovano alle prese con il naturale ricambio di giocatori che fa parte del gioco nella NCAA, ed i valori a cui ci si era abituati negli scorsi anni si sono decisamente modificati. Iniziamo quindi questa nostra analisi con una breve panoramica delle principali conference e classifiche. Iniziamo subito dalla SEC, territorio di conquista per Florida ed Alabama nelle ultime stagioni, ma che si trova di fronte in primis ai Gators orfani di Tebow passato in NFL, e che sono reduci da due sconfitte consecutive, settimana scorsa contro Alabama e questa settimana contro LSU. Le possibilita’ di titolo nazionale erano gia’ nulle in partenza, con queste due sconfitte probabilmente anche il titolo della SEC e’ messo in serio pericolo. Non si tratta esattamente di un dramma, e’ fisiologico un simile calo dopo che si perde un QB stellare come Tebow, saranno le prossime stagioni a dirci se i Gators torneranno presto al livello che gli compete. L’altra grande squadra, i campioni nazionali in carica di Alabama hanno iniziato alla grande la stagione, confermando in pieno la loro superiorita’, messa in discussione solo per un attimo da Arkansas in week 4, e, fino a ieri, tutto sembrava pensare ad un bis dei Crimson Tide al national championship, ma sulla loro strada si sono messi i South Carolina Gamecocks guidati dall’esperto coach Steve Spurrier. In una partita ricca di emozioni , i Gamecocks vincono per la prima volta nella loro storia contro la #1 del ranking nazionale, rimettendo in discussione tutti i valori in campo, e aprendo molte possibilita’ ad altre squadre di partecipare alla finale nazionale. Restano da citare ancora LSU ed Auburn, le uniche due squadre imbattute della SEC, fino ad ora non sono state prese molto sul serio dal ranking AP ( ricordiamo che il ranking BCS uscira’ solo tra qualche settimana), ma le cose potrebbero cambiare nelle prossime settimane, in vista anche del loro scontro diretto del 23 ottobre. Passiamo ora a parlare della Big Ten, conference che in questa stagione non e’ molto considerata, le sue squadre tradizionali sono in basso nel ranking, con l’unica eccezione dei Buckeyes di Ohio State, dominanti fin dalla prima giornata, e messi in pericolo solo per due quarti dai Miami Hurricanes nella seconda giornata. Il calendario e’ favorevole ai Buckeyes, a meno di clamorosi upsets, che fanno pero’ parte della bellezza di questo sport, Ohio State e’ una delle principali favorite per un posto alla finale nazionale in Arizona. Tra gli altri teams, spiccano gli Spartans di Michigan State, ancora imbattuti, e che per via dei calendari, quest’anno non si incontreranno con Ohio State, quindi potrebbero arrivare entrambi imbattuti a fine anno. Decisamente deludente l’inizio di stagione di Penn State con gia’ 3 sconfitte sul groppone, mentre un plauso ai Michigan Wolverines, che, nonostante da qualche anno non siano piu’ ad alti livelli, hanno iniziato imbattuti la stagione, cadendo solo ieri in casa per mano dei rivali di Michigan State. Decisamente sottotono la Big East e la ACC, sconfitte iniziali per Virginia Tech e per Florida, mentre sta facendo una buona stagione Florida State, ma la pochezza della sua division ne influenzera’ negativamente il suo valore nel ranking. Grandi rivoluzioni invece in Big 12, Nebraska, Missouri, Oklahoma State ed Oklahoma, tutte imbattute (5-0), e solo i prossimi scontri diretti ci aiuteranno a sbrogliare la matassa dei valori in classifica, ma non si puo’ non parlare della delusione dell’anno, ovvero i finalisti dell’anno scorso, i Texas Longhorns clamorosamente sconfitti da UCLA settimana scorsa e da Oklahoma ieri, causandone l’uscita dal ranking AP per la prima volta in 10 anni. Ultima della Big Six, e’ la Pac 10, ed anche qui, vediamo l’uscita di scena di USC, due sconfitte gia’ sul groppone e fuori dal ranking nazionale, gli unici imbattuti sono gli Oregon Ducks, che, dopo la sconfitta di Alabama, diventano la principale candidata al titolo nazionale. Buoni risultati ache per Arizona e Stanford, questi ultimi sconfitti da Oregon settimana scorsa ed eliminati cosi dalla corsa al titolo, ma, a meno di upset, i Ducks sono i netti favoriti per la vittoria in Pac 10. Chiudiamo con il solito sguardo alle conference non-BCS, che negli ultimi ani significa vedere cosa stanno cobinando TCU in Mountain West e Boise State in Western Athletic. Sono ovviamente entrambe imbattute, ed i due calnedari come sempre gli danno la possibilita’ di chiudere la stagione senza sconfitte, i rivali piu’ accreditati sarebbero Utah per TCU il 6 novembre e Nevada per Boise State il 26 novembre. Il dibattito e’ ormai pluriennale: queste due squadre meritano o no di giocarsi il titolo nazionale? E’ evidente che la loro unica possibilita’ e’ quella di restare imbattute e di sperare che le grandi,

ovvero Ohio State e Oregon subiscano una sconfitta, ma anche cosi potrebbe non essere sufficiente, specie per Boise State che gioca in una conference decisamente inferiore persino alla Mountain West di TCU. I migliori analisti dicono che Alabama, Ohio State, Oregon, Ohlahoma e Nebraska, dovrebbero perdere almeno 1 o meglio ancora 2 partite per fare in modo che il BCS ponga davanti a loro Boise State o TCU, e , per come e’ strutturato questo ranking, hanno probabilmente ragione. Staremo a vedere cosa ci riservano le prossima settimane, ma fino a quando non introdurranno un sistema di playoffs serio, queste polemiche non termineranno mai.

[NCAA] Il punto dopo week 7

Scritto da Gabriele

Martedì 19 Ottobre 2010 18:04 Settima settimana del calendario NCAA che, come tradizione, segna l’inizio ufficiale della lotta per la finale nazionale, visto che coincide con il primo ranking ufficiale del BCS che, come sempre, non ha certo risparmiato sorprese. Ma prima di parlare di quello, vediamo cosa e’ successo nelle partite di questa settimana, perche’ ci sono state delle clamorose sconfitte. Iniziamo subito con la principale, ovvero l’ upset subito dai Buckeyes di Ohio State, sconfitti dalla numero 18 del ranking, Wisconsin per 31-18. Sconfitta assolutamente inattesa, anche se qualcuno degli analisti americani aveva gettato un’ombra di dubbio sulle reali potenzialita’ di Ohio State per competere alla finale di Phoenix, e questa sconfitta da loro ragione, perche’ fa precipitare OSU al numero 11 della classifica, eliminandola di fatto dalla corsa al titolo nazionale, e mettendola in seria difficolta’ anche per la vittoria nella Big Ten. Infatti in questa conference, spicca la sorpresa di Michigan State, per la prima volta con un record di 7-0 da oltre 30 anni, gli Spartans, sono usciti vincitori da una non facile partita contro Illinois, e non fatevi ingannare dal punteggio finale di 26-6, perche’ nei primi due quarti di gioco i Fighting Illini hanno mantenuto fede al loro nickname, rendendo la vita molto difficile per Michigan State. Gli Spartans quindi sono ora i favoriti per la vittoria in Big Ten e anche per chiudere la stagione imbattuti, nelle prossime settimane sapremo se riusciranno a mantenere queste aspettative. Altra grande sopresa della giornata, si e’ avuta in Big 12, dove i redivivi Texas Longhorns, hanno battuto per 20-13 Nebraska, interrompendo cosi la loro striscia di imbattibilita’ e contemporaneamente riguadagnandosi il ritorno nel ranking da cui erano usciti settimana scorsa, per la prima volta dopo svariate stagioni. Per i Cornhuskers, decisamente una brutta sconfitta, che probabilmente li elimina sia dal titolo nazionale che per la corsa alla Big 12, dovranno infatti ancora affrontare Oklahoma State e l’imbattuta Missouri, ed a meno di miracoli, potranno competere solo per un bowl minore in postseason. Nella partita della settimana, Auburn batte Arkansas per 65-43, in una vera a propria battaglia all’ultimo TD, con la quale riescono a mantenere la propria imbattitibilita’ nella SEC West assieme ad LSU, ed il calendario ci propone settimana prossima, proprio lo scontro tra queste due squadre, sara’ il classico showdown che potrebbe gia’ valere per il titolo della SEC, vista anche l’incredibile pochezza della East division quest’anno, con i Gators che hanno appena incassato la terza sconfitta stagionale e che costa loro l’uscita dal ranking AP per la prima volta da una decina di anni a questa parte. Evidentemente la perdita di Tebow e’ piu’ pesante da digerire di quanto non si pensasse ad inizio stagione. Nella Pac 10, continua la marcia solitaria di Oregon che hanno sconfitto Washington State per 43-23, e , come per Michigan State, hanno una chiara opportunita’ per portarsi a casa il titolo della conference, ma soprattutto il titolo nazionale, visto che , dopo gli sconvolgimenti di questa giornata si ritrovano al primo posto del ranking AP. Il calendario non presenterebbe loro sfide difficili, anche se la Pac10 non e’ certo una conference debole, pur essendo USC in una stagione di transizione, i Trojans sono sempre degli avversari ostici da affrontare e saranno probabilmente l’ostacolo piu’ duro che incontreranno i Ducks nel resto della stagione. Due parole anche per le solite TCU e Boise State, che rimangono imbattute, ma che dovranno probabilmente sperare in future sconfitte per Sooners e Ducks, per avere qualche chance di giocarsi il titolo nazionale. Infatti, come ormai saprete, mentre il poll della AP e’ un ranking tradizionale, la classifica vera viene stilata con il BCS che tiene conto di altri sondaggi ( Harris e USA Today) e di formule matematiche che “pesano” la difficolta’ del calendario di una squadra, e gia’ fin dalla prima uscita, si nota quanto il calendario della WAC sia di peso per Boise State, ed in parte quello della Mountain West lo sia per TCU. Vediamo infatti quali sono le principali differenze tra i due rankings: AP ranking: 1. Oregon (39) 2. Boise St. (15) 3. Oklahoma (3) 4. TCU (3) 5. Auburn

6. LSU 7. Alabama 8. Michigan St. 9. Utah 10. Wisconsin 11. Ohio St. Il numero tra parentesi indica il numero di intervistati che hanno indicato quella squadra come la numero 1 nazionale assoluta. Come si vede, c’e’ gia’ molta incertezza tra gli esperti della AP, ed e’ rispecchiata anche dal secondo poll tradizionale, quello fatto tra gli allenatori NCAA ( USA Today) che, a meno dei singoli voti, vedono le squadre nelle stesse posizioni. Il BCS invece usa altri criteri come gia’ detto, sondaggi diversi e complicate formule matematiche, che alla fine partoriscono questo ranking: BCS Ranking: 1. Oklahoma 2. Oregon 3. Boise St. 4. Auburn 5. TCU 6. LSU 7. Michigan St. 8. Alabama 9. Utah 10. Ohio St. Considerazioni iniziali, a meno di sconfitte a sorpresa, Oregon e Oklahoma hanno una strada preferenziale verso la finale nazionale, gli unici possibili rivali possono essere i vincitori dello scontro diretto di SEC tra LSU e Auburn, perche’ e’ molto probabile che, visto il peso del calendario, la vincente tra queste due settimana prossima superera’ Boise State nel BCS ranking, e quindi sara’ alla fine una lotta a tre. Se resteranno tutte e tre imbattute, fino a fine stagione ci sara’ una grossa controversia perche’ gioco forza una delle tre non potra’ partecipare alla finale. Per i Broncos di Boise State invece si prospetta l’ennesima stagione deludente e polemica, la WAC con la sua pochezza tecnica e’ la causa principale del basso ranking che viene riservato loro dal BCS e l’esperienza ci dice che nelle prossime settimane, per quanto possano fare i Broncos, la poca capacita’ dei loro avversari non fara’ altro che farla scendere ulteriormente nel ranking del computer. Solo 3 sconfitte per Sooners, Ducks e Tigers, seguite da una unanime risposta dai sondaggi di Harris e USA Today che collochino i Broncos al primo posto assoluto possono dare qualche possibilita’ a Boise State. Poche speranza invece per TCU, che e’ nelle stesse condizioni dei Broncos e, per prima cosa, dovrebbero superare i Broncos stessi, e per Michigan State, che, pur giocando in Big Ten, e’ vista decisamente male dai poll e quindi paradossalmente, mentre i computer la danno meglio di Boise State , sono gli esperti e gli osservatori a considerarla inferiore. Solo le prossime giornate riusciranno, si spera, a dipanare la matassa, perche’, per quanto affascinante sia il mondo dei college, questo sistema ormai sta mostrando sempre piu’ i propri limiti, ogni anno le polemiche la fanno da padrone, si dovra’ prima o poi rinunciare alla tradizione e istituire un sistema di playoff piu’ equo.

[NCAA] Il punto dopo week 9

Scritto da Gabriele

Martedì 02 Novembre 2010 13:00 Siamo ormai arrivati nel pieno della stagione NCAA, dopo due mesi di partite siamo di fronte ad una situazione in continua evoluzione, ma si inizia ad intravedere una vera squadra dominante. Nelle ultime due settimane gli upset l’hanno fatta da padrone, abbiamo perso un po’ di squadre imbattute, LSU ha perso la sfida delle Tigri settimana scorsa contro Auburn, mentre Ohklahoma ha perso contro Missouri, e contemporaneamente Michigan State sopravvive ad una difficile partita contro Northwestern. Questo ha generato una incredibile differenza tra i rankings, perche’ metre la AP dava Oregon come migliore squadra nazionale e Boise State come seconda, il BCS premiava Auburn e Oregon, lasciando ancora a casa i poveri Broncos. Questa settimana abbiamo avuto un’altra serie di emozionanti partite, dalla vittoria in OT dei Gators contro Georgia, alla impressionante prova di forza degli Oregon Ducks che sono andati a vincere per 53-32 sul campo di USC, per non parlare del 41-0 con cui Stanford ha regolato Washington, senza tralasciare le solite vittorie schiaccianti per Boise State e TCU. Ma l’attenzione principale era su due partite, Michigan State vs Iowa e Missouri vs Nebraska, per vedere come se la sarebbero cavata due squadre imbattute. Ebbene, i loro sogni di gloria terminano qua, gli Spartans non sono mai stati in partita, sconfitti pesantemente per 37-6 e, oltre al titolo nazionale, che era gia’ difficile raggiungere da imbattuta, ora si dovranno guardare dalla rimonta di Ohio State per la vittoria in Big Ten. Dall’altra parte, i Cornhuskers hanno fatto valere il fattore campo, imponendo il primo stop stagionale ai Missouri Tigers. Con questi risultati, ci si ritrova con nuovi sconvolgimenti ai ranking nazionali, e con delle differenze che iniziano a diventare importanti. Per prima cosa, il tradizionale ranking della AP, che vede Oregon saldamente al comando, soprattutto grazie alla solida vittoria contro USC, Boise State resta al secondo posto, ma vede diminuire il proprio vantaggio contro Auburn e TCU, ed al quinto posto tornano a farsi vedere i Crimson Tide di Alabama, che secondo noi potrebbero avere ancora qualche possibilita’ di titolo nazionale, se Auburn e TCU dovessero perdere una partita. Ma, come ben sappiamo, e’ il ranking BCS quello che stabilisce alla fine le due squadre che andranno alla finale nazionale, ed e’ qua che vediamo le prime differenze. Unica certezza, gli Oregon Ducks, primo posto del ranking, e finala nazionale ormai certa se riuscissero a rimanere imbattuti fino a fine stagione. Molto difficile invece stabilire chi potra’ essere la seconda squadra, al momento sono gli Auburn Tigers che, per quanto possano fare, dovranno sempre affrontare i Crimson Tide nell’ultima partita di regular season, quindi il loro destino e’ sempre appeso ad un filo, ma la vera sorpresa e’ il sorpasso di TCU ai danni di Boise State, la differenza come sempre la fa lo schedule, quello di TCU e’ giudicato dai computer, piu’ difficile di quello di Boise State e quindi alla fine gli Horned Frogs passano davanti. Questo fa si che per i Broncos le speranze di titolo nazionale diventano quasi nulle, ed inoltre, per come funziona il BCS c’e’ addirittura la possibilita’ che Boise State resti esclusa dai BCS bowls, visto che solo una squadra non-BCS ottiene la qualificazione automatica, ed al momento quella squadra e’ TCU. A seguire, Utah, Alabama, Nebraska e Oklahoma. E’ praticamente impossibile capire cosa succedera’ nelle prossime settimana, ma secondo noi, ci sono le condizioni per avere una finale Oregon-Alabama, vedremo nel proseguio della stagione, come si evolveranno le cose. Limitiamoci quindi agli incontro di settimana prossima, dove ci aspettano altre grandi emozioni, in primis lo scontro decisivo per il titolo della Mountan West: Utah vs TCU, entrambe imbattute con record di 8-0, solo una di loro potra’ continuare a sognare domenica prossima, e se dovesse vincere Utah potrebbe anche fare un enorme passo avanti anche nel BCS ranking. Una seconda partita decisamente da seguire sara’ quella tra Arizona e Stanford, due squadre in forma, con una sola sconfitta a record, ma i riflettori saranno certamente puntati sulla SEC, dove si giochera’ Alabama vs LSU, una partita nella quale probabilmente i Crimson Tide saranno favoriti per diventare la principale inseguitrice di Auburn, che sara’ loro rivale nell’ultima partita di regular season, e potrebbero essere la loro occasione per vincere e riprendersi tutto, dall titolo della SEC ad un posto nella finale nazionale.

[NCAA] Il punto dopo week 10

Scritto da Gabriele

Mercoledì 10 Novembre 2010 09:08 Siamo giunti alla decima settimana di regular season nel campionato universitario americano, ed i risultati ci costringono a rimangiarci quello che avevamo detto settimana scorsa, d’altronde e’ il bello del college football, i valori in campo sembrano sicuri, e si viene smentiti nel giro di pochi minuti. Prima di vedere in dettaglio a cosa ci stiamo riferendo, una doverosa citazione alla prima partita della giornata, ovvero Illinois vs Michigan, entrambe squadre unranked che pero’ hanno dato vita ad uno spettacolo offensivo, concludendo alla fine sul 67-65 per i Wolverines, dopo 3 tempi supplementari, una vittoria ottenuta anche grazie al regolamento che prevede che dal 3 OT in poi, un eventuale TD venga obbligatoriamente trasformato alla mano, e, mentre Michigan ci e’ riuscita, Illinois fallisce la trasformazione. Con questa vittoria, Michigan porta il proprio record sul 6-3, e dopo solo una stagione negativa, torna eleggibile per un bowl, e nelle prossime settimane si vedra’ a quale partita della postseason verranno invitati a giocare. Seconda doverosa citazione, va alla partita tra Penn State e Northwestern, non c’era nulla di particolare in palio, entrambe le squadre sono fuori dalla contention per la Big Ten, pero’ la partita ha un significato speciale, visto che dopo vari alti e bassi, i Nittany Lions sono riusciti ad ottenere la vittoria per 35-21, portando a casa la vittoria numero 400 nella lunga ed esaltante carriera di Joe Paterno, ed anche Penn State, come Michigan, ha un record di 6-3 e probabilmente li vedremo nella postseason in un bowl minore. E veniamo ora alle parti alte del ranking, ci eravamo lasciati settimana scorsa con una segnalazione delle partite piu’ importanti, e tra quelle c’era il grande scontro di SEC tra Alabama e LSU, con un commento nel quale lasciavamo intendere che da questa partita sarebbe iniziata la rimonta dei Crimson Tide verso la finale nazionale. Ebbene, niente di piu’ errato, LSU ha giocato una splendida partita di attacco coronata su un quarto down e 1, giocato con una reverse che ha portato oltre 20 yrds di guadagno e che ha poi permesso ai Tigers di guadagnare il vantaggio decisivo per la vittoria finale. Questa partita segna cosi la seconda sconfitta stagionale per i campioni in carica che a questo punto possiamo ormai considerare tagliati fuori dalle possibilita’ di difendere il titolo in Arizona a gennaio. LSU invece diventa una interessante contender, anche se difficilmente guadagnera’ un numero sufficiente di posizioni nei ranking, per permetterle di giocarsi il titolo nazionale. Seconda grande partita, ero lo scontro in Mountain West tra TCU e Utah, rispettivamente numero 3 e numero 5 del ranking BCS. Ci si aspettava una grande partita combattuta e giocata fino all’ultimo ed invece ci siamo trovati di fronte ad un vero e proprio massacro, Utah, pur giocando in casa, non ha avuto nessuna possibilita’, gli Horned Frogs si sono dimostrati di una spietatezza unica, il punteggio finale recita 47-7 e forse non basta a descrivere la superiorita’ di TCU. Una cosa e’ pero’ certa, gli Horned Frogs sono senza dubbio la piu’ forse squadra non appartenente alle Big Six, i Broncos di Boise State devono mettersi il cuore in pace, a meno di clamorose quanto improbabili sconfitte, nessuno potra’ togliere il posto a TCU in un BCS bowl. Prima di vedere cosa ci attende settimana prossima, parliamo della situazione nelle varie conference, perche’ ormai siamo ad un buon punto della stagione, e le battaglie per la vittoria finale sono gia’ in corso. Nella ACC, grande equilibrio, con 3 squadre della Atlantic Division con un record di 6-3, mentre nella Coastal Division, Virginia Tech conduce con un record di 7-2, ed e’ anche l’unica squadra dell’intera ACC ad essere presente nel ranking nazionale. I giochi sono ancora tutti aperti, e ricordiamo che il titolo verra’ cmq assegnato in una partita secca tra le due campioni di conference, al momento, visti i record interni, sarebbe un discorso tra Florida State e Virginia Tech. La Big East, dopo qualche stagione buona, si trova di fronte ad un 2010 decisamente di basso profilo, tutte le squadre hanno almeno 3 sconfitte, e solo Pittsburgh ha un record interno di 3-0 contro le dirette rivali. Saranno probabilmente loro a vincere la conference ed a guadagnarsi un viaggetto al Fiesta o all’Orange Bowl. Interessante ed aperta invece la situazione nella Big Ten, Michigan State, Wisconsin, Ohio State ed Iowa, sono tutte in corsa per il titolo, le prossime settimane saranno decisive, e forse non basteranno i risultati diretti e si dovra’ ricorrere ai vari tiebreaker, tra cui e’ compreso il BCS ranking, se cosi fosse, al momento la vittoria spetterebbe, molto a sorpresa, a Wisconsin. Situazione complicata anche in Big12, colta di sorpresa da una delle peggiori stagioni all time dei Texas Longhorns ( 4-5 di

record ed il serio rischio di non andare nemmeno ad un bowl), vede al momento Nebraska al comando nella North Division e Oklahoma State nella South. Come per la ACC, anche in questo caso, ci sara’ un champiionship game a dicembre, per decidere il vincitore della conference. Passiamo ora alla Pac 10, e qua non ci sono dubbi, gli Oregon Ducks sono saldamente al comando e sono diretti come un treno verso la finale nazionale, resta quindi interessante vedere la lotta per il secondo posto, perche’, in questo caso, sara’ la seconda ad andare a giocare il Rose Bowl a Pasadena. Al momento i favoriti sono i Cardinal di Stanford, che stanno disputando una delle loro migliori stagioni all time, con un record di 8-1, e quell’unica sconfitta e’ stata subita proprio contro Oregon. Ultima delle Big Six, e’ la SEC, fino all’anno scorso, dominio incontrastato di Florida e Alabama, e che ha visto dei clamorosi cambi al vertice. Abbiamo gia’ citato le due sconfitte stagionali di Alabama che li elimina dalla corsa al titolo nazionale, ed anche a quello della SEC, a meno di due clamorose sconfitte per Auburn, saranno questi a giocarsi la finale della SEC come rappresentate della West Division. Per la East division, invece al momento sono in lizza sia Florida che South Carolina, entrambe con un record di 4-3 nella SEC e 6-3 complessivo, si incontreranno nel prossimo weekend, e la vincente molto probabilmente si guadagnera’ il viaggio ad Atlanta per la finale della SEC. Per quanto rigurda le altre conference, abbiamo gia’ detto di TCU che battendo Utah si e’ ormai assicurata l’ennesimo titolo della Mountain West, mentre Boise State restando imbattuta si aggiudichera’ l’ennesimo titolo della Western Atletics. I risultati di questa settimana si ripercuotono ovviamente sui rankings, TCU; con l’imponente vittoria contro Utah, supera Boise State anche nella AP, che rimane pero’ saldamente in mano ad Oregon. Per quanto rigurda il BCS, al momento abbiamo ancora Oregon e Auburn ai primi due posti, seguiti da TCU, Boise State LSU e Stanford. E’ ormai evidente che Oregon ha un’autostrada che porta diritta a Glendale per la finalissima del 10 gennaio 2011, devono solo evitare passi falsi che sarebbero a loro fatali. Ben diversa e’ la situazione per la seconda squadra, Auburn deve ancora incontrare i rivali storici di Georgia e poi chiudere la stagione contro Alabama. Non sara’ facile uscirne indenni, mantenere l’imbattibilita’ e il secondo posto al BCS. Dovessero subire una sconfitta, a questo punto nessuno potra’ piu’ fermare TCU dall’ottenere per la prima volta nella loro storia, l’accesso alla finale nazionale, ponendo forse fine all’egemonia delle Big Six e facendo ripensare, se non tutto il sistema, almeno il meccanismo di accesso ai bowls piu’ prestigiosi, perche’, va bene si la tradizione, ma quando questa fa qualificare una squadra come Pittsburgh che e’ al 42° posto del BCS e lascia a casa Boise State che sta al numero 4, c’e’ evidentemente qualcosa che non funziona. Per chiudere, il solito sguardo alle partite del prossimo weekend, che ad onor di cronaca iniziano gia’ con qualche antipico il 9 novembre, ma le partite di interesse sono sempre al sabato. Sicuramente da seguire Georgia vs Auburn, per via della rivalita’ storica, oltre che per le conseguenze sul BCS, interessanti saranno le sfide pomeridiane di Big Ten, tra Indiana vs Wisconsin, Iowa vs Northwestern e la classicissima Penn State vs Ohio State. Per le partite serali, oltre alla gia’ citata Florida vs South Carolina che vale il titolo della SEC East, segnaleremmo anche la traferta di Oregon contro California, non che la si ritenga una partita importantissima, ma e’ un test per gli attuali dominatori di stagione, e si sa che un upset, nel college football, e’ sempre dietro l’angolo.

[NCAA] Il punto dopo week 11

Scritto da Gabriele

Giovedì 18 Novembre 2010 20:32 Settimana numero 11 della stagione NCAA, e sono finalmente arrivati i primi verdetti. Certo, non hanno l’importanza di quelli che sentiremo nelle prossime settimane, ma intanto, cominciamo a fare un pò di chiarezza. La prima partita che analizziamo sarà proprio quella che ha stabilito questo verdetto, ovvero Florida contro South Carolina, con il ritorno a casa di uno dei più grandi allenatori nella storia dei Gators, ovvero Steve Spurrier, che ha in carriera oltre 120 vittorie sulla panchina di Florida, con il titolo nazionale conquistato nel 1996, e che, dopo una infelice pausa in NFL con Washington, ha ripreso la sua carriera sulla panchina dei Gamecocks. In questi anni non era mai riuscito nell’impresa di vincere in casa dei Gators, ed ha interrotto questa striscia sabato scorso, con una bellissima ed imponente vittoria per 36-14, portandosi a casa cosi il primo posto della East Division della SEC, ed un posto in prima fila per il Championship SEC game di Atlanta. L’altra partecipante a questa finale saranno gli Auburn Tigers, attuale numero due del ranking nazionale che questa settimana affrontava i rivali di Georgia. Partiti da netti favoriti, hanno iniziato malissimo, sotto per 21-7 dopo il primo quarto, per buona parte dell’incontro si è pensato che si fosse di fronte ad un clamoroso upset, ma i Tigers sono riusciti a riprendere il controllo della partita ed a chiudere in bellezza con un 49-31, che è soprattutto frutto delle due mete nel quarto conclusivo. Ma Auburn non è stata l’unica a vedere i sorci verdi questa settimana, infatti anche le prime due squadre del ranking hanno avuto i loro momenti di panico. I primi a tremare sono stati gli Horned Frogs di TCU che, dopo la grande vittoria contro Utah sembravano ormai inarrestabili, ed invece hanno avuto vari momenti a vuoto contro San Diego State, riuscendo a vincere solo per 40-35. Questa risicata vittoria costa loro un pò di terreno, infatti, i Broncos di Boise State che vincono invece facilmente per 52-14 contro Idaho, li hanno risuperati nel ranking AP, e si sono parecchio avvicinati nel BCS. È ancora presto per vedere come andrà afinire, perchè, anche se restassero entrambe imbattute, TCU ha solo una partita da giocare, mentre Boise State ne ha ancora 3. Gli esiti di queste partite, ed eventuali cali nel ranking da parte delle squadre precedentemente sconfitte da loro, possono fare in modo che i Broncos riescano a recuperare lo svantaggio e tornare avanti nel BCS. Ma la partita più clamorosa è stata giocata in California, dove i locali Golden Bears affrontavano la leader del ranking nazionale, ovvero gli Oregon Ducks. Contro ogni pronostico, California è stata in partita ed ha più volte messo in pericolo la leadership di Oregon, e, sul finale hanno anche avuto l’occasione per vincere la partita, ma ha sbagliato il FG decisivo, regalando ai Ducks una vittoria insperata per 15-13, che però ha messo a nudo i loro punti deboli, la difesa dei Golden Bears è stata brava a contenere un attacco che fino all’altro giorno sembrava insuperabile. Questa potrebbe essere la prima crepa nel muro di Oregon, a cui resta ancora da affrontare Arizona ed Oregon State, che sulla carta non sono avversari che li possano impensierire, ma se studiano a fondo i filmati di questa partita, potrebbero riuscire a fare il colpaccio. Per quanto riguarda le altre partite di cartello, segnaliamo la solida vittoria di Stanford su Arizona State per 17-13, che consolida una grande stagione per i cardinal che potrebbe anche portarli al Rose Bowl. Vittoria facile invece per i Buckeyes contro Penn State per 38-14, nonostante avessero chiuso la prima frazione di gioco in svantaggio per 14-3. Nel secondo tempo, Ohio State è stata dominante, e ha portato a casa questa partita, che permette loro di rimanere in corsa per la Big Ten, che al momento sembra davvero essere la conference più interessante, visto che abbiamo 3 squadre a pari merito con un record di 5-1 (9-1 complessivo), i suddetti Buckeyes di Ohio State, gli Spartans di Michigan State, ed i Wisconsin Badgers. È praticamente impossibile farsi un’idea di chi potrà arrivare a vincere la Big Ten, non essendoci più scontri diretti tra loro, potrebbero concludere tutti a pari merito con una sola sconfitta a record, e in questo caso sarà quella che noi in Italia chiamiamo la classifica avulsa a decidere la partecipante al Rose Bowl. Per concludere, come sempre un rapido sguardo alle partita del prossimo turno, premettiamo che non ci sono grossi scontri in programma, quindi l’interesse è puntato su un svariato numero di incontri, a partire da quello di venerdi di Boise State contro Fresno State, dove l’unico obiettivo possibile per i Broncos è una vittoria netta nel punteggio che permetta loro di rimanere nella scia TCU nel BCS. Sabato invece da seguire gli incontri delle 3 capoliste di Big Ten, Wisconsin gioca contro Michigan, partita tutt’altro che semplice vista la discreta stagione dei Wolverines, Michigan State ospita in casa Purdue, e non vi è dubbio che il pronostico sia a favore degli Spartans, mentre Ohio State gioca in trasferta contro Iowa. I Buckyes sono in effetti gli unici dei 3 a giocare contro

un’avversaria classificata nel ranking ed hanno probabilmente l’ostacolo maggiore, dal canto loro, gli Hawhkeyes hanno un recente passato da rovinatori di sogni avendo interrotto la corsa delle rivali verso la finale nazionale. Se c’e da consigliare un incontro del sabato pomeriggio da seguire, ci sentiamo di sbilanciarci su questo. Ultime parole per uno scontro interessante di Big 12, nel turno serale giocano Nebraska contro Texas A&M, una partita tra due squadre classificate che potrebbe dare ai Cornhusker il lasciapassare per il Championship Game della Big 12.

[NCAA] Il punto dopo week 12

Scritto da Gabriele

Martedì 23 Novembre 2010 20:54 Eccoci a parlare della dodicesima settimana del campionato universitario americano, che ha riservato delle splendide partite che hanno tenuto in bilico soprattutto le tre squadre in lizza per la vittoria in Big Ten, come avevamo anticipato nell’articolo di settimana scorsa. Infatti, con le prime tre squadre del ranking in bye week l’attenzione era rivolta tutta alle loro inseguitrici ed alle battaglie per il titolo nelle varie conference. Iniziamo subito con la prima di queste inseguitrici, ovvero i Broncos di Boise State, che , dopo un avvio stentato nel primo quarto, hanno schiantato Fresno State con un pesantissimo 51-0. Questa vittoria permette a Boise State di riguadagnare posizioni nei cosiddetti “human polls” ovvero i sondaggi di Usa Today e di Harris che compongono 2/3 del BCS ranking, che infatti li vedono al terzo posto davanti a TCU, ma è il computer ranking a penalizzarli pesantemente, ed ancora una volta, nonostante tutto, si ritrovano al quarto posto complessivo del BCS. I giochi però non sono ancora finiti, perchè mentre TCU ormai ha solo una partita da giocare contro New Mexico, avversaria decisamente scarsa, i Broncos invece dovranno affrontare Nevada, numero 19 del ranking, e Utah State. Due vittorie convincenti potrebbero aiutarli a rinforzare il terzo posto nei polls ed a guadagnare sufficiente terreno per salire di un posto nel BCS e passare davanti a TCU. Tutto questo discorso, per dire che la situazione è ancora fluida, visto che mentre Oregon è relativamente tranquilla, Auburn deve prima affrontare Alabama e poi giocarsi la finale della SEC. Basterebbe una sconfitta per fargli scendere di ranking ed aprire la porta della finale nazionale o a TCU o a Boise State, e sarebbe la prima volta per entrambe le squadre. Torniamo ora al discorso Big Ten, tutte e tre le squadre in testa alla conference hanno vinto le loro partite, ma almeno due di esse hanno sofferto moltissimo, Michigan State contro Purdue erano sotto nel punteggio per 28-13 dopo 3 quarti e per 31-20 a metà del quarto periodo di gioco, ma sono riusciti a rimontare chiudendo 35-32 riuscendo cosi a rimanere al comando della Big Ten per 10-1. Altrettanto difficile, se non peggiore è stata la giornata per i Buckeyes di Ohio State, ospiti di Iowa che ha creato loro non pochi problemi, dopo tre quarti sostanzialmente equilibrati conclusi sul 10-10, nell’ultimo quarto gli Hawkeyes sono andati in vantaggio per 17-10, e solo un FG dalle 48yds ed un TD a poco meno di due minuti dalla fine, ha permesso ad Ohio State di recuperare una partita che sembrava veramente ormai perduta. La terza squadra del gruppo, sono i Wisconsin Badgers che hanno avuto una partita relativamente tranquilla contro Michigan, andati subito in vantaggio per 24-0 hanno amministrato la partita per il 48-28 finale. E sono proprio i Badgers coloro che hanno le maggiori possibilità di vittoria, infatti, se tutte e tre le squadre dovessero vincere anche il prossimo turno, l’unico tiebreaker che si userà, sarà il BCS ranking, che al momento vedere Wisconsin al numero 7, Ohio State al numero 8 e Michigan State al numero 12. Se invece una della tre squadre dovesse perdere, le altre due avranno diversi tiebreaker, le ipotesi sono tante e complesse, preferiamo rimandare l’analisi alla prossima settimana per avere il quadro complessivo. Ma le emozioni di questa giornata non sono certo terminate qua, l’incontro più interessante in assoluto si è avuto in SEC con LSU che affrontava in casa Mississippi, con in palio un posto al BCS e forse anche qualcosina di più. Ebbene i Rebels con Jeremiah Masoli hanno reso la vita quasi impossibile ai Tigers nonostante fossero nettamente sfavoriti, una continuo capovolgimento di fronti, un vantaggio risicato segnatura per segnatura, 36-35 a 4 minuti dalla fine, ed infine il drive decisivo per LSU a 50 secondi dalla fine, con conversione da due punti che porta il punteggio sul 43-36 dando ai Tigers una vittoria molto ma molto sofferta, lasciando loro le speranze intatte per una postseason di tutto rispetto. Altri due incontri interessanti sono stati quello di Stanford, vincitrice per 48-14 contro California, in una rivalità storica e la clamorosa sconfitta di Nebraska ad opera di Texas A&M che complicherà parecchio la vita ai Cornhuskers nella corsa al titolo della Big 12. A proposito di corse al titolo, aggiorniamo dunque la situazione nelle varie conference dopo questo turno. Nella ACC Virginia Tech ha conquistato il titolo della Coastal Division battendo Miami, mentre Florida State rimane in corsa nella Atlantic Division, comandata però da North Carolina State che ha l’occasione di aggiudicarsi la division questa settimana battendo Maryland. Dovessero essere sconfitti, saranno i Seminoles di Florida State ad aggiudicarsi la division con conseguente viaggetto alla finale di conference con in palio un posto all’Orange Bowl. Nella Big East, Pittsburgh è sempre al comando con una sola sconfitta nella classifica divisionale, dovessero battere Syracuse,

la vittoria sarebbe quasi certa, con annesso un posto come at-large team in un BCS bowl. Nella Big 12, Nebraska e Missouri sono al comando a prri merito nella North Division, con Nebraska in vantaggio nel tiebreker, pertanto se dovessero battere Colorado nel prossimo turno, la vittoria divisionale ed un posto al championship game della Big 12, sarebbe loro. Situazione ancora più definita nella South Division, dove Oklahoma State è al comando in solitaria e resta loro da affrontare il classico scontro con Oklahoma in questo weekend, pertanto battere i Sooners equivale a qualificarsi al championship game. Nella Pac 10, Oregon è chiaramente al comando, e nella loro mente vi è più il titolo nazionale che la vittoria in conference, che è ormai acquisita, avendo battuto Stanford nello scontro diretto. Rimanessero cosi le cose, i Ducks staccherebbero il biglietto per la finale nazionale, mentre i Cardinal quello per il Rose Bowl. Della Big ten abbiamo già parlato, resta da segnalare solo che TCU ha già conquistato il titolo della Mountain West, mentre per Boise State resta soltanto Nevada a separare i Broncos dall’ennesimo titolo della WAC. Per concludere, il solito sguardo al prossimo turno, che per molte squadre rappresenta anche l’ultima partita di regular season, e che coincide col weekend del Thanksgiving, che permette di spalmare gli incontri principali su più giornate. Inoltre, come tradizione, gli ultimi turni sono dedicati alle classiche sfide tra università rivali, ed il primo assaggio lo avremo subito nella notte di giovedì con l’incontro tra Texas e Texas A&M. Contrariamente al solito, sono gli Aggies i netti favoriti, infatti i Longhorns sono reduci da una delle peggior stagioni da qualche decennio a questa parte, e una sconfitta in questa classica farebbe chiudere loro la stagione con un record di 5-7 lasciandoli incredibilmente fuori dai bowls di postseason. La giornata di venerdi ha in programma delle succulenti partite, la prima in assoluto, l’Iron Bowl ovvero la sfida tutta statale tra Auburn ed Alabama. Inutile ripetere l’importanza di questo incontro, i Crimson Tide sono ormai fuori dai giochi per qualsiasi titolo, ma battere i Tigers significherebbe fare perdere loro il posto alla finale nazionale, e credo che motivazione migliore non possa esserci. Nella serata di venerdi invece due altre partite interessanti, prima la penultima fatica di Oregon, contro Arizona, i Ducks sono decisamente favoriti e nessuno si attende sorprese, ma molti analisti li attendono al varco dopo la striminzita vittoria del turno precedente contro i Golden Bears. A seguire, un vero e proprio championship game per la WAC, Boise State fa visita ai Nevada Wolf Pack, ultimo vero avversario dei Broncos verso la seconda stagione consecutiva senza sconfitte. Anche qua non ci si aspettano particolari sorprese, ma l’incontro è comunque da seguire. Nella giornata di sabato invece, da seguire gli incontri della Big Ten per la corsa al titolo, ovvero Michigan State contro Penn State, Wisconsin contro Northwestern e soprattutto la classicissima Ohio State contro Michigan. A seguire, altro grande scontro di SEC tra LSU e Arkansas e si chiude in bellezza con la partita chiave della Big 12 tra Oklahoma e Oklahoma State. Al termine di questa giornata quindi, la situazione delle varie classifiche sarà decisa, ma la lotta verso il titolo nazionale deve ancora iniziare.

[NCAA] Il punto dopo week 13

Scritto da Gabriele

Sabato 04 Dicembre 2010 18:09 Penultima settimana di regular season NCAA che doveva dare i primi verdetti di questa annata, e non solo ha mantenuto le promesse, ma si e’ spinta ben oltre. Tradizionalmente nelle ultime giornate di regular season si giocano i rivalry games, ovvero sfide sentitissime tra squadre dello stesso stato oppure della stessa conference, e questo genere di partita non fa altro che aggiungere benzina sul fuoco nel calderone delle emozioni per una squadra che cerca di vincere la propria conference, o di arrivare in vetta alla nazione. Iniziamo quindi dall’antipasto della giornata, che coincide con la partita tradizionale del Thanksgiving Day tra Texas A&M e Texas. Avevamo accennato la scorsa settimana a questo incontro e ci sembrava doveroso aprire con esso perche’ come da pronostico, non c’e’ stata storia, gli Aggies dopo un primo tempo equilibrato, hanno dilagato nel terzo quarto, chiudendo la partita sul 24-17, relegando i Longhorns alla loro prima stagione perdente dal 1997. Il giorno successivo si disputavano vari incontri importanti, nel primo, i Pittsburgh Panthers avevano una occasione per aggiudicarsi il titolo della Big East, ma sono stati sconfitti da West Virginia per 35-10 nel Backyard Brawl. Con questa sconfitta di Pittsburgh, adesso la Big East e’ a portata di mano di Connecticut, che ha il vantaggio in caso di arrivo alla pari tra loro, Pittsburgh e West Virginia. Ma l’incontro piu’ importante del venerdi pomeriggio era sicuramente l’Iron Bowl: la numero due della nazione, gli Auburn Tigers, contro i campioni in carica, gli Alabama Crimson Tide, con in palio ovviamente la speranza di proseguire il cammino da imbattuti per i Tigers, verso la finale nazionale. Incontro piu’ incredibile non si poteva trovare, nel primo quarto c’era una sola squadra in campo, Alabama, con un dominio assoluto, in attacco ed in difesa, per un parxiale di 21-0 dopo i primi 15 minuti che avrebbero ucciso anche un toro. Purtroppo per loro, le tigri sono evidentemente piu’ resistenti ed audaci dei tori, infatti Auburn non ha mai perso le speranze, nemmeno dopo il FG dei Crimson Tide che allungava le distanze per il 24-0, Cam Newton e compagni hanno combattuto, risalito la china fino al 21-24, mentre sullo scadere del terzo periodo di gioco Alabama realizzava un altro FG allungando sul 27-21. Ma lo sforzo era inutile, l’inerzia della partita ormai era in mano ai Tigers, che nel drive successivo realizzavano il piu’ improbabile dei sorpassi, 28-27, seguiti da 12 minuti di perfetto clinic difensivo, non hanno piu’ concesso nulla, uscendo cosi imbattuti da Tuscaloosa. Con quersta incredibile rimonta, i Tigers hanno tolto ogni dubbio residuo sulla loro legittimita’ a contender, adesso devono superare solo l’ultimo ostacolo, ovvero South Carolina nella finale della SEC, e poi, sara’ finale nazionale. La seconda attesissima partita del venerdi si disputava in Nevada, dove i Broncos di Boise State, giocavano contro i locali Wolf Pack per rimanere imbattuti, vincere la WAC e sperare nella finale nazionale. Per i primi due quarti e’ andato tutto secondo copione, Kellen Moore e compagni passeggiano senza troppi problemi e vanno al riposo sul 24-7. Poi, succede l’incredibile, Nevada rimonta con un perfetto quarto periodo e si porta in parita’ sul 31-31 con un TD a 17 secondi dalla fine, ma i Broncos non si perdono d’animo e riescono a mettersi in condizione di vincere la partita con un FG all’ultimo secondo dalle 25 yds, e, quando ormai la vittoria sembrava sicura, l’incredibile avviene, il FG di Brotzman supera lateralmente il goal post, e l’arbitro non concede la traformazione. Si va cosi all’overtime, dove Boise State ottiene il possesso ed ha ancora l’occasione di vincere con un altro FG dalla corta distanza, che, incredibilemnte risulta essere la fotocopia del precedente, gettando la panchina dei Broncos nello sconforto piu’ nero. A questo punto, ormai Nevada ha capito che c’era aria di grande occasione, e i Wolf Pack non si sono fatti pregare, il loro kicker piazza un FG dalle 34 yds e porta a casa la vittoria piu’ insperata per quello che probabilmente e’ il piu’ clamoroso upset di questa stagione, i Broncos chiudono la loro striscia a 24 vittorie consecutive, danno l’addo ai sogni di gloria, per loro niente finale nazionale, niente BCS bowl, e probabilmente niente WAC, sono passati dalle stelle alle stalle nel giro di pochi minuti. La giornata di sabato risente un po’ di questo trauma, molte trasmissioni tv rimandano in loop le immagini dei due FG mancati da Boise State, ma la cronaca attende, c’e’ da decidere il destino della Big Ten, e, mentre Ohio State massacrava Michigan per 37-7, Wisconsin non faceva di meno annichilendo la povera Northwestern per 70-23, rendendo quasi inutile la vittoria di Michigan State contro Penn State per 28-22. Infatti, essendo tutte e tre le squadre in testa a pari merito, l’unico tiebreaker e’ il BCS ranking, che al momento vede Wisconin davant alle altre contender. C’e’ ancora una settimana da giocare, ma nessuna delle tre squadre e’ in campo, e sara’ molto improbabile che possa cambiare qualcosa nel ranking.

Negli altri incontri da segnalare, un'altra sorpresa con Arkansas che batte clamorosamente LSU per 31-23, ridimensionando decisamente gli avversari e diventando una seria contendente per uno spot ad un BCS bowl, e la sconfitta di Boise State ha decisamente liberato uno spazio importante per le altre squadre. Non ci siamo certi dimenticati di TCU che ha proseguito tranquillamente il proprio cammino, 66-17 contro New Mexico, consolidando cosi il proprio terzo posto del BCS ranking. Vi dobbiamo una correzione rispetto a quanto ipotizzato nelle scorse settimane, per via di nuovi accordi in NCAA se la campione della Pac 10 o la campione della Big Ten va alla finale nazionale, il Rose Bowl e’ contrattualmente obbligato a invitare una squadra qualificata da una conference non BCS, pertanto se Oregon continuera’ a rimanere al numero 1, non sara’ Stanford a prendere il suo posto al Rose Bowl, ma saranno proprio gli Horned Frogs di TCU. Questa decisone sta gia’ generando ovvie polemiche tra i difensori della tradizione, tanto sentita in NCAA, specie per il Rose Bowl, ma credo che a meno di clamorosi colpi di testa del comitato organizzatore, le cose andranno proprio in questo modo. Rimane da parlare della Big 12, una conference decisamente complicata quest’anno, in ambo le division si e’ arrivati a dei pari merito e solo scontri diretti e BCS ranking ci hanno aiutato a sbrogliare la questione, proclamando Nebraska ed Oklahoma come campioni delle rispettive division e dirette alla finale di conference settimana prossima. Las prossima settimana infatti e’ l’ultima di regular season, tra pochi giorni avremo quandi tutti i verdetti della stagione, con il calendario dei bowl di postseason, dei quali ovviamente parlremo piu’ in dettaglio nei prossimi articoli, ma per il momento limitiamoci a vedere cosa ci riserva il calendario in quest’ultima settimana. Come gia’ saprete, restano da giocare gli ultimi rivalry games e le finali delle varie conference, quindi in dettaglio, diremmo che sono da seguire Pittsburgh vs Cincinnati e Rutgers vs West Virginia tra le partite delle 18 e poi alle 21.30 the Civil War, tra Oregon e Oregon State, in quello che e’ l’ultimo vero ostacolo tra i Ducks e la finale nazionale. Alle 22 avremo la finale della SEC da Atlanta, Auburn vs South Carolina, i Tigers sono ovviamente favoriti, ma e’ meglio se non prendono sottogamba questa partita, perche’ una sconfitta costerebbe ovviamente loro il titolo nazionale e aprirebbe forse la strada delle finale a TCU. Nelle partite serali invece le finali della ACC tra Florida State e Virginia Tech e la gia’ menzionata finale della Big 12 tra Nebraska ed Oklahoma.

[NCAA] Il punto dopo week 14

Scritto da Gabriele

Mercoledì 08 Dicembre 2010 17:34 Siamo cosi arrivati all’ultima settimana della regular season NCAA che dava quindi gli ultimi verdetti molto attesi, e a differenza della settimana scorsa, non ha riservato nessuna clamorosa sorpresa, perche’ tutto è’ andato secondo i pronostici della vigilia. Vediamo quindi rapidamente com'è andata, nelle prime partite della giornata, si è deciso il titolo della WAC, dato che sia Nevada che Boise State hanno vinto le rispettive partite, consegnando ai Broncos ed ai Wolf Pack il titolo in condivisione, per quello che è l’ottavo titolo in dieci anni per Boise State che nel contempo da anche il suo addio a questa conference. Infatti dal 2011 i Broncos giocheranno nella Mountain West nel tentativo di rinforzare il proprio schedule, tentativo che probabilmente rimarra’ vano visto che contemporaneamente BYU e TCU hanno optato per altri lidi, gli Horned Frrg sono passati direttamente in Big East e ora non avranno piu’ il problema di vincere sempre per partecipare and un BCS Bowl, ora gli bastera’ vincere la propra conference. Per i Broncos, la stagione si conclude cosi, con una vittoria di consolazione, che in realta’ non potra’ mai consolarli del tutto per la sconfitta di settimana scorsa. Veniamo dunque alle prime della classe, impegnate in due partite cruciali, Oregon non ha avuto particolari problemi contro Oregon State vincendo per 37-20, mentre Auburn ha fatto anche di meglio, dominando la finale della SEC contro South Carolina per 56-17. Con questa larga vittoria., i Tigers conquistano simbolicamente la vetta del ranking, sorpassando i Ducks, ma quello che veramente conta, e’ che saranno queste due squadre a giocarsi la finale nazionale il 10 Gennaio in Arizona. Rimane ancora da parlare delle altre conference che assegnano posti automatici ai BCS bowls, in Big East, mentre Pittsburgh batteva Cincinati, Connecticut relegava a fatica South Florida per 19-16, ma questa vittoria e’ sufficiente a dare loro il titolo di conference ed un bel viaggetto al Fiesta Bowl, nel quale incontreranno i campioni della Big 12, vale a dire gli Oklahoma Sooners che hanno battuto 23-20 i Nebraska Cornhuskers in quella che e’ stata senza dubbio la partita piu’ equilibrata e difficile di questa serie di finali. Resta da sbrogliare la matassa della Big Ten, ma e’ sufficiente notare che non ci sono stati sconvolgimenti nell’ultimo BCS ranking, pertanto saranno i Wisconsin Badgers ad andare a Pasadena a giocarsi il Rose Bowl contro TCU, mentre Ohio State ha ricevuto un invito per il Sugar Bowl dove incontreera’ una delle migliori compagini della SEC quest’anno, ovvero gli Arkansas Razorbacks. Restano cosi esclusi gli Spartans di Michigan State, che sono stati costretti ad accettare un invito per un bowl minore. Ricapitoliamo quindi quali saranno i bowl BCS per l’imminente postaseason. Nella giornata di Capodanno, come tradizione, due bowls BCS ovvero il Rose Bowl: Wisconsin vs TCU ed il Fiesta Bowl: Connecticut vs Oklahoma. Il 3 gennaio si giochera’ invece l’Orange Bowl tra Stanford e Virginia Tech, mentre il 4 gennaio il Sugar Bowl tra Ohio State e Arkansas, per poi chiudere con la finale nazionale il 10 Gennaio tra Auburn e Oregon. Per una analisi dettagliata dei bowls vi rimandiamo ad un prossimo articolo nel quale, come tradizione, vi indicheremo quali, secondo noi, saranno le partite piu’ interessanti da seguire, nel frattempo, se sentite gia’ la mancanza del college football, questa settimana si gioca l’ultimissima partita che come tradizione chiude le ostilita’, ovvero Esercito vs Marina, Army vs Navy, in diretta nazionale. Le tradizioni, si sa, sono la linfa del college football e questa partita non puo’ esserne da meno.

[NCAA] 15 Bowls da non perdere!

Scritto da Gabriele

Lunedì 20 Dicembre 2010 10:24 Sabato scorso è ufficialmente terminata la regular season NCAA con la nona vittoria consecutiva di Navy contro Army, e quindi già in questo weekend è iniziato il lungo calendario dei bowls di postseason che ci terranno compagnia soprattutto durante le feste natalizie fino alla finale del 10 Gennaio. Noi di Huddle, vogliamo continuare una tradizione che ormai prosegue da un paio di anni, fornendovi il nostro personalissimo parere sulle 15 partite che riteniamo interessanti da seguire. Infatti non tutti e 35 i bowls sono da considerarsi interessanti, il proliferare di queste partite ne ha piano piano sminuito il valore, soprattutto per quelle disputate prima di Capodanno, giocate quasi tutte da squadre rappresentanti della conference meno prestigiose, spesso con record di 6-6, dalle quali ci si aspetta ben poco dal punto di vista emozionale. Dunque come l’anno scorso, vi forniremo un nostro piccolo suggerimento in ordine crescente di importanza, vi indicheremo quindi i bowls da non perdere nelle prossime settimane, con evidenziate le squadre partecipanti, la loro eventuale posizione del BCS ranking, il giorno e l’orario USA in cui verrà disputata. Ricordiamo inoltre che tutte le partite verranno trasmesse live o in differita da ESPN America, che fa parte del pacchetto Sport di Sky, se siete abbonati, non avrete nessun problema a seguirle tutte. Ed ora, iniziamo a analizzare cosa ci attende in queste settimane. 15. Alamo Bowl: Arizona (7-5) vs. #14 Oklahoma State (10-2), 29 Dicembre 2010, 9.15 pm ET Questa partita va vista con un grosso punto interrogativo a farla da padrone, ovvero quale squadra metterà in campo Arizona: quella che ha iniziato la stagione con 7 vittorie o quella che ha chiuso malamente con quattro sconfitte di fila? Nel primo caso, ci troveremo di fronte ad una partita molto equilibrata che potrebbe essere vista come un ottimo antipasto ai più interessanti bowls che di disputeranno in seguito, nel secondo caso, beh, sarà una partita molto breve. Al momento Oklahoma State è favorita di 5.5 punti, e ci sentiamo di condividere il pronostico dei bookmakers, perchè anche se si verificasse il primo caso che vi abbiamo prospettato, i Cowboys sono una squadra superiore ai Wildcats e dovrebbero portare a casa questo incontro. 14. Kraft Fight Hunger Bowl: Boston College (7-5) vs. # 15 Nevada (12-1), 9 Gennaio 2011, 9 pm ET Questo è il penultimo bowl che verrà disputato nell’intera postseason ed ha qualche punto di interesse, soprattutto nei Nevada Wolf Pack autori di uno dei maggiori upset degli ultimi anni, quando qualche settimana fa hanno interrotto la lunga imbattibilità di Boise State. Il risultato di questa partita non è assolutamente scontato, perchè si incontrano la migliore difesa sulle corse dell’intero panorama del college football ovvero Boston College, contro il terzo migliore attacco in assoluto sulle corse, ovvero Nevada. Il gruppo di linebackers di Boston College è infatti una vera e propria macchina da placcaggi, comandata da Luke Kuechly, e sarà messa duramente alla prova da Nevada. I Wolf Pack sono al momento favoriti di 9.5 punti, e secondo noi riusciranno a portare a casa questa partita, ma il margine di vittoria potrebbe essere molto esiguo. 13. Insight Bowl: Iowa (7-5) vs. #12 Missouri (10-2), 28 Dicembre 2010, 10 pm ET Un incontro tra due deluse della stagione, Iowa non ha avuto molta continuità nei risultati quest’anno, mentre Missuori per qualche settimana ha avuto occasioni di giocarsi la Big 12, ma una sconfitta di troppo li ha relegati in Arizona in un bowl minore. Da segnalare un paio di assenze di troppo negli Hawkeyes che potrebbero inficiare negativamente sulle loro speranze di vittoria. Missouri favorita di 1 punto al momento, noi invece ci sbilanciamo fin da subito e li indichiamo come netti vincitori di questo incontro. 12. Outback Bowl: Florida (7-5) vs. Penn State (7-5), 1 Gennaio 2011, 1 pm ET Incontro tra nobili decadute, infatti è stata una stagione difficile per entrambe le squadre, specie per i Gators che hanno dovuto affrontare il primo anno post-Tebow, mentre Penn State ha incontrato molte difficoltà, specie in campo offensivo. Il fatto di essere due grandi squadre nell’ambito del college football garantisce loro un invito a questo che è il primo bowl di

Capodanno e che fa tradizionalmente da antipasto al Rose Bowl, ed inoltre ci da la possibilità di assistere ad un incontro che sulla carta dovrebbe essere equilibrato fino alla fine. Gators favoriti di 7 punti secondo i bookmakers, noi, onestamente visti i grossi problemi avuti in stagione da Florida, andiamo per l’upset e per la vittoria per i ragazzi di Joe Paterno. 11. Fiesta Bowl: Connecticut (8-4) vs. #7 Oklahoma (11-2), 1 Gennaio 2011, 8 pm ET Questo è il primo BCS Bowl che incontriamo nel nostro elenco e forse vi stupirete del fatto che lo abbiamo classsificato al numero 11, ma la verità è che UConn si trova ad un bowl cosi prestigioso solo per merito del fatto che la vincente della Big East gode di un posto asswegnato in automatico per la qualificazione ad un BCS Bowl, ma in realtà il suo valore tecnico è di gran lunga inferiore a molte altre squadre che sono state invece invitate a bowls minori. Nonostante che non meritino davvero di esserci, gli Huskies giocheranno il loro primo BCS Bowl della loro storia, e si troveranno davanti gli Oklahoma Sooners vincitori quasi a sorpresa della Big 12, sconfiggendo Nebraska in rimonta nella finale della conference. Le possibilita per UConn sono comunque minime e legate probabilmente alle prestazioni della propria linea di attacco, se riuscisse a permettere al proprio RB, Jordna Todman di avanzare nella difesa dei Sooners, la partita potrebbe durare più a lungo del previsto. Oklahoma largamente favorita sia per i bookmakers che, nel nostro piccolo, anche per noi.

10. Sun Bowl: Miami (7-5) vs. Notre Dame (7-5), 31 Dicembre 2010, 2 pm ET Il Sun Bowl è un classico della giornata di San Silvestro e, vista la collocazione oraria, è perfetto per essere seguito in tutta tranquillità prima di andare a festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Quest’anno, nel deserto di El Paso, si affronteranno Miami e Notre Dame in un incontro del tutto simile all’Outback Bowl di cui abbiamo parlato qualche riga fa. Anche in questo caso entrambe le partecipanti sono compagini storiche del college football che si sono trovate ad affrontare una stagione difficile e, nonostante questo, grazie anche al loro blasone, si sono ritrovate a giocare in un bowl che sta diventando sempre più importante col passare degli anni. Dal punta di vista tecnico non ci si aspetta molto, ma sicuramente non si potrà fare peggio di un Sun Bowl di due anni fa che terminò sul 3-0, in una partita tra le peggiori mai viste nella storia dei bowls universitari. Diciamo che si punta molto sul fascino di queste due università, perchè è sicuramente un matchup intrigante e crediamo che varrà decisamente la pena seguirlo. Al momento Miami è favorita di 3 punti, ma anche qua, come nell’altro caso, andiamo di upset e diamo vincenti gli Irish di Notre Dame. 9. Chick-fil-A Bowl: #23 Florida State (9-4) vs. #20 South Carolina (9-4), 31 Dicembre 2010, 7.30 pm ET Sempre nella giornata dell’ultimo dell’anno, un altro bowl che sta piano piano facendosi un nome è l’ex Peach Bowl, ora rinominato come Chick-fil-A Bowl per le solite ragioni di sponsor, e, nel nostro elenco è la prima partita che si gioca con entrambe le squadre classificate nel ranking BCS. Ci sono un paio di chiavi di lettura per questa partita, la prima, è che si tratta di uno scontro tra le due squadre uscite sconfitte dalle finali della ACC e della SEC, quindi entrambe sicuramente in cerca di una bella rivincita, ed inoltre, per Steve Spurrier, allenatore di South Carolina, si tratta di un viaggio nel passato, essendo stati i Seminoles i suoi rivali storici negli anni passati da capo allenatore dei Florida Gators. I loro record parlano da soli, e crediamo ci attenderà una partita veramente intrigante aperta ad ogni risultato, sicuramente da non perdere in attesa dei bowl più importanti. I Bookmakers danno favoriti i ragazzi di Coach Spurrier per 3 punti, noi ci sentiamo di condividere questo pronostico, per una partita che ci auguriamo essere ad alto punteggio. 8. Gator Bowl: Michigan (7-5) vs. #21 Mississippi State (8-4), 1 Gennaio 2011 1,30 pm ET Anche questo è un incontro interessante, si affrontano i Wolverines, finalmente ritornati a giocare in postseason, ed i Bulldogs di Mississippi State. Per entrambe queste squadre si può parlare di una stagione da due volti, buoni risultati contro le prime avversarie, che solitamente sono scelte apposta per rafforzare il record per accumulare vittorie e diventare eleggibili per un bowl, contrapposti a

risultati decisamente negativi con le proprie rivali di conference. Ci sono anche delle chiavi esterne da considerare, l’head coah di Michigan, Rich Rodriguez, è incerto sul suo futuro e non si sa ancora se sarà sulla sideline ad allenare i suoi ragazzi durante questa partita, e l’impatto psicologico potrebbe farsi sentire. Per i bookmakers, i Bulldogs sono favoriti di 5 punti e anche secondo noi saranno loro ad uscire vincitori da questo incontro. 7. Las Vegas Bowl: #10 Boise State (11-1) vs. #19 Utah (10-2), 22 Dicembre 2010 8 pm ET Questo è il quinto bowl in assoluto in ordine temporale che verrà disputato in questa postseason ed è sicuramente il più interessante tra quelli che si giocano prima di Natale, di fronte due grandi squadre che hanno la sfortuna di giocare in conferences escluse delle qualificazioni automatiche ai BCS, ma che per più di una stagione sono state protagoniste come outsider per la lotta al titolo nazionale. Come ormai saprete i Broncos di Boise State hanno visto interrompere la losto striscia di vittorie da Nevada e questo è costato loro un crollo nel ranking BCS tanto da costringerli ad accettare un invito al Las Vegas Bowl, che, con tutto il rispetto, non è certo dove Boise avrebbe voluto trovarsi sotto le feste di Natale. Paradossalmente devono anche considerarsi fortunati, perchè la scarsezza di team eleggibili in Pac 10, che è la conference direttamente collegata al Las Vegas Bowl, ha permesso loro di arrivare qua, altrimenti avrebbero tristemente dovuto accontentarsi dell’Humanitarian Bowl, da giocare sul turf blu dello stadio di casa. Per quanto riguarda Utah, questa è anche la sua ultima partita in Mountain West, perchè dall’anno prossimo giocheranno in Pac 10, mentre Boise abbandonerà la WAC proprio per trasferirsi in Mountain West. A nostro avviso la chiave di questo incontro sta nelle motivazioni, i Broncos hanno sicuramente il dente avvelenato, mentre per sovrammercato gli Utes saranno privi del loro QB titolare, per questo, i bookmakers danno i Broncos favoriti di ben 17 punti. Non ci sentiamo di condividere uno spread cosi elevato, ma sicuramente controfirmiamo il pronostico, sarà Boise State a vincere questa partita. 6. Cotton Bowl: #11 LSU (10-2) vs. #17 Texas A&M (9-3), 7 Gennaio 2011, 8 pm ET Questo è uno tra i più classici dei bowls di postseason e ci presenta un interessantissimo matchup tra una delle migliori sorprese della Big 12, ovvero gli Aggies che hanno chiuso la stagione battendo gli arcirivali di Texas, ed LSU che è stata, come sempre, una delle protagoniste in SEC, fermata solo dallo strapotere di Auburn, e da una inattesa sconfitta proprio all’ultima giornata contro Arkansas. La chiave di lettura di questo match sta nel gioco sul terreno di LSU, decisamente dominante e preponderante rispetto al gioco aereo. Se Texas A&M riesce a trovare il bandolo della matassa ed a fermare le corse di Lousiana State, potremmo assistere ad uno dei più interessanti upset di questa stagione. Al momento anche i bookmakers paiono essere di questo avviso, dando LSU favorita solo di un punto, il nostro personale parere invece vede una netta dominanza di LSU, gli Aggies alla lunga cederanno ed i Tigers porteranno a casa la vittoria. 5. Capital One Bowl: #16 Alabama (9-3) vs. #9 Michigan State (11-1), 1 Gennaio 2011, 1 pm ET Questo è uno degli antipasti che a Capodanno ci verranno serviti prima di gustarci il Rose Bowl, e, per un’analisi dettagliata dobbiamo premettere che secondo noi si tratta di un incontro tra due grandi deluse della stagione, da una parte i Crimson Tide che sono i campioni nazionali uscenti, ed erano nettamente favoriti per un repeat ad inizio stagione, ma alla sesta giornata di sono trovati di fronte i ragazzi di Steve Spurrier che li hanno battuti per 35-21, interrompendo cosi la loso striscia di vittorie consecutive che era iniziata l’anno scorso. Questo non aveva ancora del tutto compromesso le loro chances, ma una successiva sconfitta con LSU li eliminava dalla finale nazionale e dalla finale della SEC e, dulcis in fundo, vengono sconfitti anche all’ultima giornata da Auburn per 28-27 dopo che erano stati largamente in vantaggio per 24-0. Più “doloroso” il cammino di Michigan State, perchèhanno fatto una stagione pressocchè perfetta, rovinata solo da un’unica sconfitta contro Iowa per 37-6, una sconfitta pesantissima perchè li ha esclusi dal titolo nazionale ed li ha messi a pari merito in testa alla Big Ten, e questa situazione di parità è perdurata fino al termine della stagione, delegando cosi al ranking BCS il destino degli Spartans. Essendo il ranking BCS il tiebreaker designato in caso di arrivo a pari merito di 3 treams in Big Ten, gli Spartans di Michigan State si sono cosi’ ritrovati esclusi dal titolo di conference e esclusi per giunta anche dai BCS Bowls perchè gli hanno preferito Ohio State, perchè per gli organizzatori di questi bowls conta molto di più la possibilità di avere i tifosi di squadre blasonate che non quelli di squadre che hanno avuto stagioni migliori. Dal punto di vista tecnico, Alabama dovrebbe essere decisamente superiore, la SEC è una conference molto più dura rispetto

alla attuale Big Ten, certamente Michigan State ha il dente avvelenato e vorrebbe fare vedere alla nazione intera che meritavano un posto al sole, l’unica cosa certa che possiamo dire, è che sarà una gran bella partita da vedere. Al momento i bookmakers danno i Crimson Tide nettamente favoriti di 10 punti, non ci sentiamo di condividere un vantaggio cosi alto, ma siamo d’accordo sulla vittoria finale di Alabama. 4. Sugar Bowl: #8 Arkansas (10-2) vs. #6 Ohio State (11-1), Jan. 4 Gennaio 2011, 8 pm ET Quest’anno il Sugar Bowl è orfano della squadra qualificata direttamente, visto che Auburn è impegnata a giocarsi il titolo nazionale, e questo ha lasciato agli organizzatori una totale libertà di scelta sul nome della due squadre da invitare. La scelta è ricaduta da una parte sui Buckeyes, ed era scontata, molto più interessante è invece è stata la scelta dei Razorbacks. La stagione di queste due squadre è stata molto simile, Arkansas si è trovata di fronte a due avversarie più forti, ovvero Alabama e Auburn che sono le responsabili della due sole sconfitte stagionali dei Razorbacks, che però si sono rifatti con gli interessi, battendo Georgia, Mississippi e South Carolina e guadagnandosi probabilmente l’invito a questa partita, con una bellissima vittoria per 31-23 ai danni di LSU nell’ultima giornata, staccando cosi il biglietto per Atlanta, sede di questo incontro, e lasciando fuori dai BCS bowls i Tigers di Lousiana State. Per quanrto riguarda Ohio State, da segnalare che ha si una sola sconfitta in stagione, subita però contro Wisconsin, quando erano nettamente favoriti. A nulla è servito vincere tutte le restanti partite, perchè i Badgers non hanno mai perso il vantaggio acquisito, portandosi poi a casa il titolo della Big Ten. L’attenzione andrebbe posta sulla contrapposizione tra l’ottima produzione offensiva di Arkansas, e la difesa di Ohio State che ha quasi sempre limitato al minimo la produzione avversaria, l’incontro dovrebbe decidersi sui mismatch che si genereranno in questo campo. Abbiamo anche una seconda interessante chave di lettura, storicamente Ohio State fa molta fatica nei bowls contro le squadre della SEC, e questa sarebbe una grande occasione di riscatto, sono di questo parere anche i bookmakers che danno i Buckeyes favoriti di 3,5 punti. Noi, anche in questo caso, andiamo controcorrente e puntiamo all’upset con la vittoria di Arkansas. 3. Orange Bowl: #4 Stanford (11-1) vs. #13 Virginia Tech (11-2), 3 Gennaio 2011, 8 pm ET L’Orange Bowl quest’anno èmolto intrigante si affrontano la campione della ACC, qualificata di diritto, ovvero Virginia Tech, e Stanford reduce da una delle sua migliori stagioni di tutti i tempi, con una sola sconfitta a record, causata dai dominatori stagionali della Pac 10, ovvero gli Oregon Ducks. Questa due squadre arrivano a questo match con due stagioni diametralmente opposte, come già detto i Cardinal sono stati fermati solo dai Ducks, e per il resto sono stati dominanti, incontrando difficoltà a battere solamente USC, relegata poi con un 37-35 finale, mentre con le altre squadre non c’è stata mai partita. Gli Hokies invece sono partiti in salita, per usare un eufemismo, sconfitti all’esordio casalingo da Boise State, vengono poi clamorosamente battuti anche la settimana successiva da James Madison, un college che non appartiene nemmeno alla prima categoria. Unanimi gli analisti sono stati pronti a decretare la fine dei sogni di gloria per Virginia Tech che invece si rimbocca le maniche e vince tutte le partite della ACC compresa la finale di conference guadagnandosi cosi sul campo il diritto al BCS Bowl ad a tutti gli onori del caso. Entrambe le squadre quindi hanno una striscia attiva di vittorie, 11 per Virginia Tech e 7 per Stanford, è un matchup molto interessante e crediamo sia una delle migliori partite che ci riserverà questa post season. Nonostante la grande seconda parte di stagione di Virginia Tech, i bookmakers danno favorirti di 3 punti i Cardinal, e anche noi siamo su questa linea di pensiero, anzi ci spingiamo anche più in là dando una larga vittoria per Stanford soprattutto nella seconda parte dell’incontro. 2. Rose Bowl: #3 TCU (12-0) vs. #5 Wisconsin (11-1), 1 Gennaio 2011, 4.30 pm ET Eccoci finalmente a parlare del Rose Bowl, da sempre l’incontro piu atteso del giorno di Capodanno che quest’anno è stato soggetto a della clausole particolari dal parte del BCS, in caso di qualificazione di squadra appartenente a conference minore, questa avrebbe avuto lo slot del Rose Bowl se fosse stato libero. La grande stagione di Oregon gli ha tolto il posto al Rose Bowl, liberandolo cosi per TCU, che anche quest’anno ha chiuso la stagione imbattuta, dando vita come al solito al dibattito ormai pluriennale sul fatto che ad una squadra senza sconfitte viene negata la possibilità sul campo di giocarsi il titolo nazionale. Avversari delle Horned Frog sono i Wisconsin Badgers, vincitori della Big Ten, grazie al tiebreaker del BCS ranking, che hanno

subito una sola sconfitta in stagione contro Michigan State, e questa è un’altra fonte di polemiche visto che gli Spartans sono rimasti persino fuori dal giro del BCS. Ma dimentichiamoci le polemiche e veniamo alla partita, che come tradizone sarà preceduta dalla sfilata per le strade di Pasadena, sia i Badgers che le Horned Frogs hanno tantissime motivazioni, vuoi la rabbia per non potersi giocare il titolo nazionale, vuoi la grande occasione della ribalta del più prestigioso tra i bowl tradizionali, sono cosi entrambe di fronte ad una occasione unica. Difficile inquadrare bene la partita, i Badgers, specie nelle ultime occasioni hanno letteralmente massacrato gli avversari, cosa che è capitata invece spesso e volentieri a TCU durante la regular season. Secondo noi, lo scontro sarà tra i due attacchi, ed i precedenti stagionali, specie quello tra Utah e TCU ci suggeriscono che la difesa di TCU non è da sottovalutare inoltre per loro è un’occasione starica per fare vedere a tutta la nazione che il fatto di appartenere alla Mountain West non è un motivo valido per escludere le sue squadre dalla ribalta nazionale. Nonostante tutti i loro sforzi, i Badgers non saranno in grado di tenere testa a TCU, che è data favorita dai bookmakers per 3 punti, noi siamo molto più ottimisti e vediamo una larga vittoria trionfale per le Horned Frogs. 1. BCS National Championship Game: #1 Auburn (13-0) vs. #2 Oregon (12-0), 10 Gennaio 2011, 8 pm ET Ed alla fine, come sempre, tutto si decide qua, nella finale nazionale, che anche in questa stagione viene disputata tra due squadre imbattute, gli Auburn Tigers dalla SEC e gli Oregon Ducks dalla Pac 10. Entrambe le compagini, pur essendo imbattute, hanno avuto una stagione molto simile, tenendo ovviamente conto del fatto che la SEC è da molti anni una conference molto più difficile da giocare di quanto non sia la Pac 10, ma veniamo ad una analisi dettagliata. Oregon ha dominato fin dall’inizio della sua stagione sconfiggendo New Mexico, Tennessee e Portland State, ed iniziando gli incontri di conference relegando al silenzio Arizona State, Stanford e Washington State. Non hanno avuto nessun problema ne con UCLA e nemmeno con la più temibile USC e, quando ormai sembrava una cavalcata trionfale, è arrivata la partita contro California, e per la prima volta nella stagione, i Ducks sono diventati sterili, nessun TD messo a segno ed una difficilissima partita contero una difesa arcigna, nella quale solo gli errori del kicker avversario hanno permesso ad Oregon di uscire imbattuta dallo stadio di California, per 15-13. Dopo questo spavento hanno però ripreso tranquillamente il loro cammino chiudendo il bellezza con la vittoria nella “Civil War “ contro Oregon State. Percorso più emozionante e difficile è stato invece quello di Auburn, perchè dopo una facile vittoria all’esordio con Arkansas State, arriva una vittoria di misura contro Mississippi State per 17-14, ed un’altra vittoria risicata contro Clemson per 27-24. Gia dopo 3 partite quindi si inzia a vedere quella che sarà una delle costanti della stagione dei Tigers, una grande capacità di reagire alle situazioni difficili per uscirne sempre in piedi, e ne daranno ampia prova in seguito battendo in rimonta prima LSU per 24-17 e poi la già citata vittoria contro Alabama con una rimonta in cui nessuno ormia credeva più. Tecnicamente le due squadre sono molto simili, anche se Auburn punta molto sul suo QB, Cam Newton, nuovo idolo delle folle del mondo NCAA e fresco vicnitore dell’Hesiman Trohpy per il 2010. A nostro avviso però, la chiave di svolta verrà dalle difese, perchè entrambe le squadre hanno attacchi favolosi e ci si attende una finale da punteggi altissimi, solo se una delle due difese riuscirà a reggere a degli attacchi cosi preponderanti, si potrà capire chi sarà il caspione nazionale per il 2010. Al momento i bookmakers danno favoriti gli Auburn Tigers per 3 punti, e, la già citata forza della SEC ci fa pensare che questo pronostico sarà quello corretto. Siamo cosi arrivati alla fine della nostra anteprima dei bowls, speriamo che abbiate gradito questa esaustiva preview degli incontri finali della stagione NCAA e vi auguriamo di gustarveli al meglio durante le imminenti feste natalizie.

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