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ALMA MATER STUDIORUM

UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

DIPARTIMENTO DI FILOLOGIA
CLASSICA E MEDIOEVALE

Dottorato di Ricerca in Filologia Greca e Latina
CICLO XX – SETTORE DISCIPLINARE L-FIL-LET/02




IL COMMENTO DI GALENO
ALLA PESTE DI ATENE





TESI DI DOTTORATO IN FILOLOGIA GRECA




Presentata da
LORENZO BIAGINI

Relatore
PROF. RENZO TOSI



Coordinatore
PROF. RENZO TOSI

Anni Accademici 2004/05-2005/06-2006/07


indice



Capitolo 1. Tucidide, Ippocrate e la peste di Atene 1
Capitolo 2. Galeno, Sulla peste in Tucidide 13
Introduzione 13
Capitolo 3. I frammenti 31
Fr. 1.a. 32
Fr. 1.b. 52
Capitolo 4. Le testimonianze 57
Contributi di Galeno alla storia del testo di Tucidide 65
L’esegesi di Galeno alla peste di Atene 75
Conclusioni 89
Appendice 1. Tucidide in Galeno 94
Appendice 2. kardiva = stovma th'~ gastrov~ ? 101
Bibliografia 106

1

capitolo 1.
tucidide, ippocrate e la peste di atene


Negli anni tra il 169 e il 175 d.C., Galeno di Pergamo redige un commento
al racconto di Tucidide sul ìoiµoç ateniese (II 47-54), e in esso si
pronuncia per una differenziazione tra il metodo diegetico dello storico e la
fc¿vq dispiegata da Ippocrate nella descrizione delle malattie e dei loro
sintomi. La comparazione non è originale, bensì Galeno riprende
polemicamente l’opinione di alcuni ‘antichi’ che, al contrario, avevano
ravvisato un’affinità metodologica tra i due autori (Gal. Diff. resp. II 7
[7,850ss. K.]).
Con il Hcqi fot ¬oqo Ootxtoioq ìoiµot Galeno prende posto in una
diatriba di lunga tradizione sul tema dei rapporti tra Tucidide e la medicina
antica, una vera e propria “quaestio tucidideo-ippocratica”, definibile nei
suoi sviluppi storici come l’insieme delle indagini che le scienze
dell’antichità in genere hanno condotto su questo tema. L’argomento
merita di essere brevemente considerato, dal momento che in tale questione
è proprio la peste di Atene ad acquisire da subito un ruolo centrale; ciò
avviene sotto un duplice aspetto: da un lato, in quanto evento storico
l’epidemia funge da collettore delle biografie di Tucidide e di Ippocrate;
dall’altro, l’episodio narrato nelle Storie viene preso a metro di
comparazione per valutare le qualità scientifiche del suo autore in rapporto
alla coeva produzione medica.
2
Le due dimensioni – biografica ed epistemologica – sono analizzabili
singolarmente solo per la fase antica della questione, mentre a partire dalla
lunga rivoluzione con cui si giungerà alla fase moderna i due aspetti
tenderanno sempre più a integrarsi.
La dimensione epistemologica della questione nella fase antica è appunto
ciò che il Hcqi fot ìoiµot di Galeno testimonia. Da qui conosciamo sia il
giudizio formulato dalla critica a lui precedente, secondo cui carattere
comune a Tucidide e a Ippocrate sarebbe stato lo ‘scrivere tutto ciò che
succede ai malati’, sia la risposta di Galeno a questo giudizio: una più
generale rivalutazione del fqo¬oç fqç cçq¸qocmç di Ippocrate e un
diverso orientamento dato all’intera questione, per la quale si pongono
come parametri i differenti livelli di fc¿vq che caratterizzano i due autori.
Gli ‘antichi’ citati da Galeno, pur non potendo essere definiti con esattezza,
non sono successivi al I secolo d.C.; in ogni caso è plausibile che sotto
questa denominazione Galeno raggruppi tutta un’eredità di studi critici e di
analisi letterarie riconducibili all’età ellenistica
1
.
E ancora all’età ellenistica è da far risalire la tradizione biografica di
Ippocrate che descrive il medico venire a sapere di una pestilenza (un
ìoiµoç), congetturarne l’arrivo in Grecia e infine dare disposizioni ai figli,
al genero e ad altri discepoli perché si rechino a curare le città elleniche
2
. Il
racconto è nell’Ambasceria di Tessalo, esercizio retorico tramandato nel
corpus Hippocraticum e databile tra la metà del IV e la metà del III sec.
a.C.
3
; in un altro testo pseudoepigrafo del corpus, il Decreto degli Ateniesi,
il racconto viene contaminato con un altro fortunato dettaglio biografico: il

1
Vd. infra, pp. 38ss.
2
(Hp.) Ep. XXVII 7 Smith (9,416ss. L.); cf. Plin. NH VII 37 (123).
3
Smith 1990, 2 e 6s. Cf. anche Rubin Pinault 1986, 62s.
3
rifiuto di Ippocrate di portare soccorso al re di Persia in occasione del
ìoiµoç
4
.
Una sostanziale affinità lega questi frammenti a un’ulteriore tradizione di
cui si hanno tracce nella Teriaca a Pisone ascritta a Galeno (16 [14,281
K.]), in Aezio (V 95) e in un compendio di medicina dell’XI secolo
5
: è
Ippocrate stesso, e non i suoi discepoli, a giungere ad Atene e a debellare la
pestilenza; il metodo da lui adottato consiste nel seccare e purificare l’aria
tramite fiaccole accese per la città
6
.
Comune ai due racconti è l’intento palese di istituire una relazione tra
Ippocrate e il ìoiµoç ateniese, secondo la consolidata pratica del
biografismo antico che tende a creare simmetrie e coincidenze
7
, e che in
questo caso specifico associa il medico più celebre alla malattia
letterariamente più fortunata
8
. Il risultato di questa operazione non è
limitato a una componente mitizzante della biografia, bensì – più in
particolare – la figura di Ippocrate si caratterizza come maggiormente
ispirata alla letteratura poetica che non alla letteratura scientifica. Quando il
medico si occupa in prima persona della guarigione di Atene, il suo
intervento è molto più simile a una purificazione rituale: nei trattati di
medicina non si ha menzione della piroterapia nei casi di malattie

4
(Hp.) Ep. XXV Smith (9,400s. L.); cf. Sor. V. Hipp. 6ss. Il rifiuto di Ippocrate a soccorrere i
‘barbari’ era forse in nuce già nell’Ambasceria di Tessalo, ma fa bene Smith 1990, 5, a
collegare l’esplicito riferimento ai Persiani del Decreto degli Ateniesi con i contenuti di Epp.
III-VI (9,316s. L.), le “lettere persiane”.
5
Littré 1839, 40; Rubin Pinault 1986, 73
6
Cf. Plut. Is. 79, 383d, dove la medesima notizia è riferita ad Acrone di Agrigento, e Plin. NH
XXXVI 69 (202), dove a Ippocrate viene associata la figura di Empedocle, che pure avrebbe
usato il fuoco per curare una pestilenza.
7
Fairweather 1974, 256ss.
8
Rubin Pinault 1986, 63s.
4
epidemiche, e le fiaccole accese in città ricordano piuttosto gli incensi
tebani nell’Edipo tiranno
9
, o le similari leggende su Empedocle e Acrone
10
.
D’altro canto, nell’Ambasceria di Tessalo e nel Decreto degli Ateniesi
l’accento è posto sull’aspetto “politico” di un Ippocrate qiìcììqv
11
che
rifiuta l’oro persiano e a cui sta a cuore la salvezza della Grecia intera.
La fortuna di queste biografie, a dispetto di una loro consistenza che oggi
pare leggendaria, è tuttavia durevole. Già solo la diffusione della
piroterapia tra i rimedi in caso di pestilenza riesce a dare un’idea del credito
acquistato da tali racconti
12
. Permangono inoltre implicazioni per ciò che
riguarda appunto la questione dei rapporti tra lo storico che descrisse la
peste di Atene e il medico che la “curò”. Una tradizione vulgata vuole che
la xofoofooiç di Epidemie III costituisca il resoconto di quella specifica
malattia
13
e ancora a metà del Settecento il dibattito è acceso
14
; nell’editio
maior di Poppo il commento al ìoiµoç è introdotto, tra gli altri, da un breve
paragrafo Qui explicari possit, quod de Hippocrate tacet Thucydides
15
.
A pochissimi anni dal Tucidide di Poppo, però, ha inizio quella che può
considerarsi la fase moderna della questione: in Littré 1839, 39s., si
dichiara che entrambe le tradizioni biografiche di Ippocrate (quella dei testi

9
Soph. OT 4s.
10
Rubin Pinault 1986, 66s.; vd. supra, n. 6.
11
Così Sor. V. Hipp. 8.
12
Rubin Pinault 1986, 73s.
13
Vd. Littré 1846, 48ss.
14
Clifton 1734, XII ss.
15
Poppo 1834, 254ss.: «Hippocratis a Thucydide nusquam factam esse mentionem eo minus
mirabere, si Phidiam II 13, ubi de Minervae statua agitur, Gorgiam in legatione civitatum
Siciliae, et alios viros literarum aut artium studiis insignes (ut Metonem fastorum emendatorem)
non magis ab eo nominatos esse, licet opportunitates de iis dicendi non deessent, simul
cogitaveris» (255).
5
pseudoepigrafi e quella relativa alla piroterapia) sono un «tissu de fables»
(ibid., 41); le motivazioni di Littré si fondano anche sul silenzio dello
storico, ma egli contesta principalmente le contraddizioni cronologiche dei
racconti (secondo cui nel 430 Ippocrate avrebbe avuto un figlio e
addirittura un genero) e la tecnica terapeutica che vi viene descritta
16
.
Si tratta di una revisione critica che non impedisce a Littré di cogliere il
carattere dell’espressione che Tucidide e Ippocrate ai suoi occhi continuano
ad avere in comune: «Aussi est-ce à Thucydide qu’il faut comparer
Hippocrate: des deux côtés un langage grave, un style plein de nerfs, une
phrase qui dit beaucoup»
17
.
Il livello espressivo della Pestbeschreibung diventa in effetti il metro
privilegiato per valutare la posizione di Tucidide nei confronti della
medicina antica. Nell’ambito della questione, caratteristici delle indagini
novecentesche sono gli elenchi di vocaboli, sintagmi e iuncturae che dal
ìoiµoç ateniese rimandano inequivocabilmente al corpus Hippocraticum:
un primo esempio è in Ehlert 1910, 98ss., poi se ne occupa Nestle 1938,
28ss. (anticipando in parte i più ampi risultati sull’inquadramento di
Ippocrate e Tucidide nella Aufklärung del V secolo
18
), infine Page 1953,
99ss. (che tenta anche di identificare la natura della malattia: ibid., 110ss.).
Da questi e da altri contributi
19
l’interpretazione di Tucidide si orienta
sempre più a riconoscere allo storico un’autentica formazione medica, e
alle evidenze tratte dal racconto della peste vanno affiancandosi analisi su
altri concetti (su tutti ¬qoqooiç e ov0qm¬cio qtoiç) che hanno paralleli

16
Littré 1839, 39ss.
17
Littré 1839, 475. Si veda anche il giudizio di Jones 1923, 141 (introduzione a Epidemics I and
III).
18
Nestle 1942 (in particolare 243ss. e 514ss.).
19
Vd. anche Lichtenthaeler 1965.
6
nel corpus Hippocraticum
20
. Ciò che perfeziona la “rivoluzione” moderna
della questione tucidideo-ippocratica è poi lo speculare sovvertimento del
modo in cui i dati biografici dello storico e del medico di Cos vengono
incrociati per rendere possibile il loro incontro: anticamente si pensava che
Ippocrate avesse viaggiato fino ad Atene; ora invece appare più plausibile
che sia stato Tucidide, per via delle frequentazioni con la regione di Tracia,
a recarsi da Ippocrate
21
.

Tuttavia, a mio parere, è preferibile tornare a posizioni più moderate, che
cioè non impongano come necessaria una biografia “medica” di Tucidide
per giustificare la sua precisione descrittiva, e che bensì – come già Finley
1942 – ammettano la possibilità di una osmosi dei linguaggi da una
disciplina all’altra
22
.
Una tale prudenza è suggerita innanzi tutto proprio da Galeno e da quel suo
giudizio intorno all’autore della peste di Atene: non un ‘esperto’, ma un

20
Si vedano, tra gli altri, Weidauer 1954 e, più recentemente, Rechenauer 1991 (il quale [13ss.]
nega espressamente che la Pestbeschreibung sia utile per ricavare le reali competenze tecnico-
scientifiche dello storico).
21
Cochrane 1929, 15s.; Weidauer 1954, 75; cf. Nestle 1942, 524s.
22
Finley 1942, 68ss. (e in particolare 70s.: «It is difficult [...] to escape the conclusion that
[Thucydides] was to some extent influenced by medical theory. [...] Nevertheless, it would be
false to overstress this influence. The arguments of the sophists [...] assume a stable world in
which men respond uniformly to given circumstances, and this mechanistic reasoning was
valued because it promitted men, they thought, to understand and thus in part foretell human
behavior. The statesman, quite as much as the pkysician, needed this power of prediction, and it
is of statesmanship that Thucydides wrote. It seems rather that, in the latter half of the fifth
century, similar tendencies appeared at the same time in different fields of investigation, and
that the ideas proper to one subject proved fruitful in another, just as in recent times the concept
of relativism has come to have a wide application outside the Einsteinian physics»).
7
‘profano’ che scrive per ‘profani’
23
. La padronanza di lessico e nozioni
della medicina da parte di Tucidide non raggiunge ovunque una completa
precisione
24
, e se ne può dare conto a sufficienza ricorrendo alle più recenti
acquisizioni riguardo al ruolo degli Asclepiei nel processo di diffusione
della conoscenza scientifica
25
.
D’altra parte, come ha mostrato l’importantissimo (e purtroppo
incompiuto) contributo di Parry 1969, i capitoli tucididei sulla peste
possono essere sottratti a un giudizio univocamente “positivo” od
“ottimista” al quale solo in parte corrispondono; la loro lettura può invece
orientarsi a cogliere alcuni imprescindibili aspetti drammatici che Tucidide
ricerca volontariamente a complemento di quella precisione scientifica
rilevabile a prima vista
26
.


23
Cf. Kudlien 1971.
24
Vd. già Page 1953, 101s. (su qìo¸moiç in Thuc. II 49,2), 107 (su o¬oxqi0qvoi in II 49,1),
108 (su otvoµiç in II 49,6), 109 (su oo0cvcio in II 49,1 e su foìoi¬mqio in II 49,3 e 6); Šimon
1999 (su ìt¸ç xcvq in II 49,4: un nesso nominale che di tecnico ha solo la colorazione, ma che
per il resto – con un’unica e tarda eccezione in Areteo di Cappadocia – rimane del tutto ignorato
dalla letteratura medica).
25
Perilli 2007, 55ss.
26
Parry 1969, 113s.: «It is possible that Thucydides felt this bare, detailed, and undramatic
medical style [quello delle Epidemie ippocratiche] to be a kind of ideal [...]. But if he did, he did
not let this feeling show in his own description of the Plague. The style of that description is
observant and exact, but it shows what Wade-Gery, speaking of the historian’s style generally,
called “a poet’s precision” [la citazione è ora in: Wade-Gery 1996, 1519]. It is grammatical, but
it stretches the limits of Greek grammar. It is dramatic and imaginative, controlled throughout
by the writer determination to show the awful and overwhelming power of the sickness. The
sentence-construction is various, often containing powerful and unexpected verbs in emphatic
positions, or after a climactic catalogue»
8
Il racconto del ìoiµoç ateniese è in effetti un testo difficile, complicato, in
cui la trama espressiva richiama sì un vocabolario e un repertorio formale e
formulare di pertinenza dell’arte medica, ma che poi a questa trama
intreccia altre prerogative, altre scelte e altri scopi. Quasi ovunque, in
questi capitoli, Tucidide contamina il linguaggio della medicina con le
istanze che all’intera sua opera – e in particolare ai libri “periclei” (I e II) –
sono preposte. Due esempi saranno qui sufficienti per illustrare come le
conoscenze di Tucidide in ambito medico vengano in tal modo
contaminate.
Il primo esempio riguarda l’eziologia del ìoiµoç. Da un paio di luoghi dei
libri siciliani risulta infatti chiaro che Tucidide ha dimestichezza con
nozioni concernenti l’insorgere delle malattie; si tratta di nozioni che
derivano da una scienza medica di stampo eco-meteorologico e che si
presentano affatto simili a quanto potrebbe leggersi in un trattato di
diagnostica ippocratica; nel primo si parla di caratteristiche stagionali e
topografiche più adatte all’insorgenza dei mali, mentre nel secondo vi è una
situazione di µcfopoìq atmosferica che conduce all’infermità:

Thuc. VII 47,2 voom fc ¸oq c¬icçovfo xof` oµqofcqo, fqç fc mqoç fot
cviotfot fotfqç otoqç cv q oo0cvotoiv ov0qm¬oi µoìiofo, xoi fo ¿mqiov
oµo cv m cofqofo¬coct ovfo cìmocç xoi ¿oìc¬ov qv.

Thuc. VII 87,1 cv ¸oq xoiìm ¿mqim ovfoç xoi oìi¸m ¬oììotç oi fc qìioi fo
¬qmfov xoi fo ¬vi¸oç cfi c ìt¬ci oio fo oofc¸oofov, xoi oi vtxfcç
c¬i¸i¸voµcvoi fotvovfiov µcfo¬mqivoi xoi ¢t¿qoi fq µcfopoìq cç
oo0cvciov cvcmfcqiçov.

Nonostante questa potenziale competenza scientifica, però, nel proemio
alla peste Tucidide si rifiuta di riportare qualsiasi tipo di ‘causa’, un rifiuto
9
esplicito in cui sembrano differenziarsi le oifioi indagate dai medici da
quelle riferite dai non-medici:

Thuc. II 48,3 ìc¸cfm µc v otv ¬cqi otfot mç cxoofoç ¸i¸vmoxci xoi i ofqoç
xoi ioimfqç, oq` ofot cixoç qv ¸cvco0oi ot fo, xoi foç oifioç oofivoç
voµiçci foootfqç µcfopoìqç ixovoç civoi otvoµiv c ç fo µcfoofqooi
o¿civ c¸m oc oiov fc c ¸i¸vcfo ìcçm xfì.

Lo scopo di questa volontaria omissione delle cause sta con ogni
probabilità nel tentativo di scagionare Pericle e la sua politica da quella
serie di accuse che solo in Plutarco riusciamo a leggere in maniera
completa e articolata. È Plutarco (Per. 34,5) a riferire che Pericle veniva
considerato ‘colpevole’ (oifioç) della pestilenza in quanto responsabile sia
delle condizioni imposte dalla guerra, sia dell’inurbamento forzato,
secondo quella che – per gli ioimfoi, appunto, ma non per gli iofqoi
dell’epoca – era la logica del contagio
27
. A tale scopo, dunque, Tucidide
descrive innanzi tutto una malattia che non è dovuta a un miasma, non è
generata dai caratteri malsani del luogo in cui esplode; al contrario, egli
presenta come più attendibile (fornendone insistentemente le prove) la
versione di un percorso molto più ampio compiuto dalla peste prima di
giungere in città
28
; gli stessi Lacedemoni vengono di conseguenza sollevati
dalle accuse di avere avvelenato i pozzi del Pireo
29
, e anche queste accuse
sono evidentemente da interpretare come manifestazione di un più generale
malcontento verso la politica del ¬oìcµoç. Contemporaneamente, la
descrizione tucididea non concede nulla nemmeno alle ‘cause’ che

27
Poole e Holladay 1979, 295ss.; Holladay 1988, 250.
28
Per ben due volte (II 47,3 e 48,1) la peste è descritta in territori al di fuori di Atene.
29
Thuc. II 48,2.
10
potevano essere addotte dai profani: il convenire in città di molte persone e
insieme la stagione che rendeva l’ambiente intollerabile per Tucidide non
sono affatto cause, bensì a queste situazioni egli fa riferimento come a
qualcosa che si verificava ‘in aggiunta alla sofferenza presente’, e la loro
azione si limita a negare un xooµoç allo scenario in cui la strage stava già
avvenendo
30
.
Il secondo esempio che intendo proporre è forse ancor più emblematico,
poiché riguarda direttamente i medici e la loro attività. In Kosak 2004 si
trovano censiti i luoghi di Euripide in cui la definizione di personaggi
chiamati in scena a risolvere problemi è supportata dal ricorso alla metafora
del “guaritore”, e parimenti i luoghi in cui la stessa questione tragica viene
attualizzata attraverso un metaforico trasferimento sul piano linguistico
della fc¿vq medica, e quindi riformulata in un processo che va dal “sorgere
della malattia” al “cercare le cause”, al “trovare la cura”. L’analisi,
effettuata in maniera il più possibile comparativa con il corpus
Hippocraticum, ha mostrato che, se è vero che Euripide riprende
correttamente vocabolario e patrimonio concettuale della medicina, è anche
vero però che tutti i guaritori di cui racconta volgono a molteplici
fallimenti
31
. Kosak, in altre parole, è riuscita a presentarci l’autorevole
esponente di un milieu da noi definito “razionalista” nell’atto di mettere in
discussione, rivedere e talvolta rifiutare – o comunque non accettare –
l’immagine ottimista del buon medico e le capacità stesse della sua
fc¿vq
32
, e di fare ciò nel momento stesso in cui all’espressione linguistica

30
Thuc. II 52,1 c¬icoc o` otfotç µoììov ¬qoç fm t¬oq¿ovfi ¬ovm xoi q çt¸xoµioq cx fmv
o¸qmv cç fo ooft […] 2 oiximv ¸oq ot¿ t¬oq¿otomv, oìì` cv xoìtpoiç ¬vi¸qqoiç mqo
cfotç oioifmµcvmv o q0oqoç c¸i¸vcfo otocvi xooµm.
31
Kosak 2004, 43ss.
32
Kosak 2004, 193ss.
11
di quel sistema scientifico egli riconosce, attraverso la mimesi, un concreto
valore.
Anche la iofqixq fc ¿vq del racconto di Tucidide esce del tutto sconfitta;
la descrizione degli effetti fisici del ìoiµoç si conclude così:

Thuc. II 51,2 c0vqoxov oc oi µcv oµcìcio, oi oc xoi ¬ovt 0cqo¬ctoµcvoi. cv
fc otoc cv xofcofq ioµo mç ci¬civ ofi ¿qqv ¬qooqcqovfoç mqcìci v fo
¸oq fm çtvcvc¸xov oììov fotfo cpìo¬fcv.

La frase presenta notevoli debiti lessicali nei confronti della medicina,
quasi un accumulo di quelli che Page 1953 chiamava «standard medical
terms» (oµcìcio, 0cqo¬ctciv, ioµo, ¬qooqcqciv, mqcìciv, çtµqcqciv,
pìo¬fciv); il debito è più che mai evidente dal confronto con Hp. Epid. I
11 (2,634s. L.) ooxciv ¬cqi fo vooqµofo oto, mqcìciv q µq pìo¬fciv,
precetto che Tucidide riprende molto più fedelmente in occasione
dell’antilogia Nicia-Alcibiade
33
.
La frase tucididea, però, presenta al tempo stesso anche una macroscopica
contraddizione tra la totale mancanza di cure (cv fc otoc cv xofcofq
ioµo) e una utilità che si verfica comunque per alcuni (fo ¸oq fm
çtvcvc¸xov xfì.).
La contraddizione è a mio avviso ricercata, non involontaria. Se torniamo a
considerare l’accumulo di verbi che, per l’intero periodo, richiamano
espressamente e volutamente il corpus Hippocraticum, allora ci
accorgiamo del modo in cui l’ars, nel momento in cui viene rappresentata

33
VI 14 (è il primo discorso di Nicia) xoi ot, m ¬qtfovi, fotfo [...] c¬i¢qqiçc xoi ¸vmµoç
¬qofi0ci ot0iç `A0qvoioiç, voµiooç [...] fqç oc ¬oìcmç xoxmç potìctooµcvqç iofqoç ov
¸cvco0oi, xoi fo xoìmç oqçoi fotf` ci voi, oç ov fqv ¬ofqioo mqcìqoq mç ¬ìciofo q
cxmv civoi µqocv pìo¢q. Una raccolta di paralleli ippocratici è in Ehlert 1910, 116s.
12
da Tucidide, è stata distorta. Ci accorgiamo, in particolare, di come lo
scardinamento più violento avvenga nel passaggio dal celebre adagio
ippocratico mqcìciv q µq pìo¬fciv a ciò che per Tucidide pare divenire
uno çtµqcqciv kai; pìo¬fciv; la presenza positiva di entrambi gli
elementi costituisce una variazione del modello che non nega la totalità
dell’originario ideale programmatico, bensì complica questo ideale; lo
storico sovverte i fondamenti stessi della medicina descrivendone non
l’esatto contrario, bensì evocando un caotico paradosso in cui una stessa
cura è insieme utile e dannosa. In tal modo il paradosso tecnico-terapeutico
e la contraddizione interna alla prosa tucididea si rispecchiano a vicenda,
ed entrambi i piani partecipano così allo scopo di riferire ciò che per lo
storico è dettaglio non ininfluente della tragedia che sta rappresentando:
esistevano sì le cure individuali, ma non era possibile guarire la polis.


13

capitolo 2.
galeno, sulla peste in tucidide
introduzione


Del commento di Galeno alla peste di Atene esiste un unico frammento di
sicura attribuzione pervenutoci in due redazioni distinte. Soltanto la prima e
più estesa di esse – contenuta in Diff. resp. II 7 (7,850ss. K.) (Fr. 1.a.) –
tramanda anche il titolo dell’opera, che Galeno cita congiuntamente al suo
Sull’anatomia di Ippocrate; la redazione parallela – In Hp. Art. IV 39
(18a,729 K.) (Fr. 1.b.) – è invece riconducibile al medesimo ipotesto solo
congetturalmente, sulla base di una sostanziale identità di contenuto (una
ot¸xqioiç tra Ippocrate e Tucidide) e di argomentazione (l’autore si
pronuncia per una differenziazione di metodo tra i due autori). Il luogo di
Sulla dispnea rimane così di fatto l’unica attestazione esplicita del Hcqi
fot ¬oqo Ootxtoi oq ìoiµot.

Una prima caratteristica comune tra i contesti delle due redazioni è
individuabile nella stretta contiguità cronologica. Vi è un intervallo di
tempo relativamente breve a separare la composizione di Sulla dispnea, che
Galeno stesso enumera tra le opere di argomento prognostico concluse
prima del ritorno di Marco Aurelio dalle campagne germaniche (novembre
del 176)
1
, dalla composizione del commento a Fratture/Articolazioni, che

1
Gal. Praenot. IX (14,650s. K.) Libr. propr. VIII B.-M. (19,32s. K.); vd. Bardong 1942, 608s.
14
invece costituisce il prototipo degli t¬oµvqµofo ippocratici. Secondo
Bardong 1942, la stesura di Sulla dispnea è da far risalire all’inizio
dell’anno 175, mentre tutto un primo gruppo di commenti a Ippocrate (fino
a quello ad Aforismi) sarebbe compreso tra la metà del 175 e il novembre
del 176: soltanto pochi mesi intercorrerebbero in tal caso tra le due
redazioni del frammento. Peterson 1977 lascia adito alla possibilità che
questa forbice sia di poco più larga, dal momento che, pur sollevando
qualche dubbio riguardo a un probabile lavoro di revisione dell’opera,
mantiene valido il dato dell’inizio del 175 per il Sulla dispnea, e pospone
invece l’impresa degli t¬oµvqµofo ippocratici alla composizione del De
crisibus (ante maggio 175): quel primo gruppo di commenti a Ippocrate
(con l’aggiunta del commento a Epidemie I) sarebbe così compreso tra la
metà del 175 e il 178/inizio 179 (ante De praenotione ad Posthumum)
2
.
A questa quasi-coincidenza, già di per sé singolare, tra i due testi finora
considerati (Frr. 1.a. e b.) si aggiunga poi che una discreta quantità di
materiale riconducibile al commento perduto si concentra
significativamente in opere databili a ridosso della composizione di Sulla
dispnea: Testt. 5.1. e 5.2. (rispettivamente dal De symptomatum differentiis
e dal De symptomatum causis) derivano dal gruppo di trattati di argomento
patologico redatto subito prima
3
; Test. 7 è compreso nel De febrium
differentiis, che secondo la già citata revisione di Peterson è da collocare
ante il mese di maggio di quello stesso anno 175
4
.

2
Peterson 1977, 492ss. Di fatto, dunque, la possibilità che l’intervallo di tempo tra il trattato
sulle difficoltà di respirazione e il primo t¬oµvqµo consista in pochi mesi rimane anche con la
rivisitazione di Peterson.
3
Ilberg 1896, 166ss.; Bardong 1942, 611.
4
Peterson 1977, 494.
15
Questi dati possono, a mio avviso, servire da primo orientamento per una
delimitazione cronologica di massima del Hcqi fot ìoiµot. Le ipotesi di
datazione per quest’opera sono infatti due, entrambe contenute in lavori che
propongono una sistemazione generale della cronologia galenica. La più
recente e, a mio avviso, meno sicura è quella nel già menzionato Bardong
1942. Riguardo al commento a Tucidide Bardong non allega alcuna
discussione particolare, ma dalla tabella riassuntiva (o.c., 633) emerge che
egli lo considera un prodotto del primo periodo romano del medico (anni
163-166): il Hcqi fot ìoiµot, cioè, viene classificato a distanza molto
breve da Sull’anatomia di Ippocrate. È chiaro che il tacito ragionamento
dello studioso procede per analogia fondandosi unicamente sulla ricorrenza
congiunta dei due titoli in Sulla dispnea, il più conosciuto dei quali
(Sull’anatomia di Ippocrate, benché perduto, è di notevole importanza
anche per la produzione galenica successiva) “attrae” la cronologia
dell’altro.
Diversamente e, credo, con più ragione, Ilberg 1897, 622, collega la genesi
del commento a Tucidide con il fenomeno epidemico della cosiddetta
“peste antonina”: «[Galen] verfasste ferner einige Bücher ¬cqi fot ¬oqo
fm Ootxtoi oq ìoiµot, wozu wohl die unter Mark Aurel aus dem Osten
eingeschleppte, furchtbare Pest die Veranlassung bot». L’epidemia – molto
probabilmente di vaiolo
5
, oppure di morbillo
6
– giunse in Italia insieme alle
truppe di Lucio Vero, di ritorno dalla Siria nell’estate del 166
7
, e fu forse

5
Haeser 1882, 24ss.; Littman e Littman 1973, 245ss., che offrono una lettura completa dei dati
clinici ricavati da Galeno; Stathakopoulos 2004, 94s.
6
Effettivamente McNeill 1981, 105s., non opta recisamente per l’una o l’altra ipotesi.
7
Gilliam 1961, 225s.; Birley 1987, 146: «Lucius and his entourage probably reached Rome in
August».
16
tra le cause della frettolosa partenza di Galeno da Roma
8
. Il medico ebbe
comunque modo di farne esperienza, due anni più tardi, quando per ordine
degli imperatori tornò in Italia, ricongiungendosi alle truppe stanziate ad
Aquileia (inverno 168/169
9
):

Libr. propr. III 3 Boudon-Millot (19,18 K.) c¬ipovfoç otv µot fqç `Axtìioç
xofcoxc¢cv o ìoiµoç mç ot¬m ¬qofcqov, mofc fotç µcv otfoxqofoqoç
otfixo qct¸civ ci ç Pmµqv oµo ofqofimfoiç oìi¸oiç, qµoç oc fotç ¬oììotç
µoìiç cv ¿qovm ¬oììm oioom0qvoi ¬ìciofmv o¬oììtµcvmv ot µovov oio fov
ìoiµov oììo xoi oio fo µcoot ¿ciµmvoç civoi fo ¬qoffoµcvo.

Chi si è occupato della peste antonina ha talvolta espresso una sorta di
rammarico per la complessiva scarsità di riferimenti a essa da parte di
Galeno. Di tale silenzio si è cercato peraltro di dare ragione, argomentando
che Galeno non aveva le medesime intenzioni e non scriveva per gli stessi
destinatari di uno storico o, più in generale, di un prosatore
10
.

8
Il dubbio è d’obbligo (cf. anche Gilliam 1961, 227), dal momento che si possiedono due
rievocazioni autobiografiche dell’abbandono della capitale da parte di Galeno, ma solo in una di
queste il µc¸oç ìoiµoç è la causa principale: Libr. propr. I 16 Boudon-Millot (19,15 K.) cfcoi
oc fqioiv oììoiç cv Pm µq oiofqi¢oç oqçoµcvot fot µc¸oìot ìoiµot ¬oqo¿qqµo fqç
¬oìcmç cçqì0ov c¬ci¸oµcvoç ciç fqv ¬ofqioo µqocvi <...> (alla lacuna supplisce la versione
araba, che Boudon-Millot traduce: ‘aucun <médicament puissant n’ayant pu être trouvé, à ma
connaissance, pour lutter contre ce fléau qui se répandit partout avant de s’éteindre>’). Altrove,
invece, senza che dell’epidemia sia fatta menzione, Galeno racconta di essere partito quando
ancora Lucio non era tornato (Praenot. VIII 21-IX 2 Nutton [14,647 K.]). Sulla questione, vd.
Nutton 1973, 158s., e Boudon-Millot 2007, LXIII ss.: le due versioni potrebbero anche non
essere contrastanti.
9
Questa la datazione tradizionalmente accettata (Birley 1987, 187; Kerr 1997, 406ss.; Boudon-
Millot 2007, LXVII, n. 198). Per altre ipotesi: Fitz 1966; Scheidel 1990.
10
Gilliam 1961, 227: «His references to it are scattered and brief, and in the vast corpus of his
writings there is nothing to correspond, for example, to the accounts of Thucydides, Boccaccio,
17
Ma c’è un elemento che indirettamente testimonia l’importanza avuta
dall’epidemia antonina nello sviluppo della scienza galenica, ed è il fatto
che – stando a quanto rimane della sua opera – è soltanto a partire da
questo episodio che Galeno parla di ìoiµoç e usa il vocabolo ìoiµoç.
Apparentemente il fatto non avrebbe nulla di rimarchevole, ma la storia di
questo vocabolo, che per secoli è rimasto ai margini del lessico
specialistico della medicina, e che è sopravvissuto come una specie di
“apocrifo” tra i termini tecnici, è di grande interesse per noi, poiché invece
proprio con Galeno, e proprio intorno agli anni di cui ci si sta qui
occupando, esso pare acquistare un pieno riconoscimento scientifico.
È noto infatti che il concetto di ìoiµoç nasce nella poesia epica e si
diffonde e si sviluppa tramite questa e, più tardi, tramite la drammaturgia
11
;
per tutta questa sua fase “poetica”, però, ìoiµoç rimane un vocabolo che
non identifica alcuna malattia specifica: non può identificarla per noi
moderni, né la identificava per i fruitori antichi. Di più, in forza anche di
un’etimologia oscura (e tuttora dibattuta) che lo riconduceva al ìiµoç, alla
‘carestia’
12
, esso anticamente non identificava con certezza nemmeno uno
stato definibile (e traducibile) per intero come ‘malattia’: ancora nell’Edipo

or Defoe. He was not writing for later historians or the general reader». Littman e Littman 1973,
244: «Although Galen describes other diseases and methods of treatment at times in very great
detail, unfortunately his references to the plague are scattered and brief, with no attempt at a
complete description. Unlike Thucydides in his account of the Athenian plague, Galen was not
trying to present a description of the disease so that it could be recognized by future generations,
should it break again; nor was he writing for the layman».
11
Hom. A 61; Hes. Op. 242s. foioiv o` otqovo0cv µc¸` c¬q¸o¸c ¬qµo Kqovimv, / ìiµov oµot
xoi ìoiµov, o¬oq0ivotoi oc ìooi. In Eschilo è un concetto spesso legato alla ofooiç: si
vedano Pers. 715 e Suppl. 659 (dove è stata proposta la correzione in ìiµoç). Soph. OT 27s.
12
A ciò parrebbero orientati i giochi linguistici di Hes. Op. 243 (vd. supra, n. 11) e di Hrdt. VII
171,2 (vd. infra, n. 14); cf. anche Thuc. II 54,2s. Si veda Chantraine 1968, 641 (s.v. ìiµoç).
18
tiranno ìoiµoç è una serie di calamità di cui la malattia vera e propria
costituisce solo un aspetto
13
.
Con Erodoto e Tucidide si ha poi l’importazione del vocabolo nella
produzione in prosa
14
; e tuttavia ancora nel secolo IV a.C. esso non può
dirsi parte del lessico medico: «Les médecins du Corpus hippocratique –
ceux du moins des écrits de la fin du V
e
siècle ou du début du IV
e
siècle –
n’évoquent guère le ìoiµoç: on trouve dans leurs œuvres que deux
occurrences de ìoiµoç et de ses dérivés»
15
.
In effetti, come ho già accennato, ìoiµoç sembra entrare nel Corpus
Hippocraticum come “apocrifo”. Si considerino innanzitutto le due
occorrenze menzionate da Byl: troviamo che, persino tra queste due, una
appartiene in realtà al breve scritto Sui venti, opera più simile a una lectio
magistralis di produzione sofistica, diretta a un generico pubblico colto,
che non a un trattato specificamente rivolto a fc¿vifoi
16
:

Hp. Flat. VI 1 Jouanna (6,96s. L.) cofiv oc oiooo c0vco ¬tqcfmv, m ç fotfq
oicì0civ, o µcv xoivoç o¬ooiv, o xoìcoµcvoç ìoiµoç, o oc [oio ¬ovcqqv
oioifov] ioiq foioi ¬ovcqmç oioifmµcvoioi ¸ivoµcvoç.

La seconda, invece, dal Regime delle malattie acute, è anche l’unica
attestazione ippocratica di ìoiµoç che Galeno conosce e tiene in conto (vd.
infra, n. 21):


13
Parker 1983, 257.
14
Hrdt. VI 27,2; VII 171,2 .Vd. anche Pl. Symp. 188a-b (sulle cause delle pestilenze), 201d (con
un fantasioso riferimento proprio al ìoiµoç ateniese); Resp. X 906c. Cf. Parry 1969, 114.
15
Byl 1993, 30.
16
Jouanna 1988, 10ss.; Schiefsky 2005, 39s.
19
Hp. Reg. acut. V 2 Joly (2,232s. L.) ofov ¸oq µq ìoiµmocoç votoot fqo¬oç fiç
xoivoç c¬ioqµqoq, oììo o¬oqoocç cmoiv oi votooi, xoi ¬oqo¬ìqoioi t¬o
fotfmv fmv vooqµofmv o¬o0vq oxotoi <q> ¬ìciotç q t¬o fmv oììmv fmv
otµ¬ovfmv.

Per il resto, le occorrenze ippocratiche di questo vocabolo e dei suoi
derivati sono limitate all’apparato pseudoepigrafo costituito dalle Epistole e
dagli altri documenti come il Decreto degli Ateniesi e il Bioç attribuito a
Sorano, testi in cui è predominante la volontà di caratterizzare
letterariamente il medico di Cos, e dove con ìoiµoç si intende per
antonomasia la ‘malattia’ che egli è capace di curare e per la quale si
conquista la fama (e tra queste occorrenze, come già si è avuto modo di
vedere, vi è anche la grande peste di Atene).
Sporadiche continuano poi a essere le attestazioni di ìoiµoç presso i medici
anteriori a Galeno. Nei Problemata aristotelici c’è una ripresa letterale di
Hp. Flat. VI 1 (6,96s. L.), con la definizione di ìoiµoç come malattia
‘comune a tutti gli uomini’
17
. C’è una questione, riferita da Erotiano,
intorno all’uso di 0ciov da parte di Ippocrate nel De morbo sacro: Bacchio,
Callimaco, Filino ed Eraclide – voci autorevoli e per di più appartenenti a
scuole diverse – ipotizzano che venga inteso qui fo ìoiµixov ¬o0oç,
‘poiché i ìoiµoi sembrano provenire da dio’
18
. C’è infine una pagina di

17
Arst. Probl. I 7, 859b (vd. Flashar 1991, 392 [ad l.]; per il luogo ippocratico, vd. supra, pag.
17). Ancora nei Problemata sono da segnalare un cfoç ìoiµmocç in I 21, 862a (Flashar 1991,
402 [ad l.]: «Es ist nicht speziell an Pest gedacht, sondern an Krankheiten überhaupt») e una
nota in VII 8, 887a: fo¿iofo oc fo vooqµofo fotfo o¬fcfoi ¬ovfmv, ooo fotfot [scil. fot
¬vctµofoç] q0ciqoµcvot ¸ivcfoi, oiov fo ìoiµmoq.
18
Erotian. fr. 33 Nachmanson 0ciov […] Box¿cioç oc xoi Koììiµo¿oç 4iìivoç fc xoi o
Toqovfivoç Hqoxìcioqç 0ciov t¬cìopov fo ìoiµixov ¬o0oç oio fo fotç ìoiµotç cx 0cot
ooxciv civoi.
20
Areteo di Cappadocia – che peraltro da Galeno non viene mai citato – dove
di ìoiµoç effettivamente si parla in un contesto più strettamente medico,
ma dove l’occasione per parlarne è data dal racconto di Tucidide sul
supposto avvelenamento dei pozzi del Pireo
19
.
In definitiva, si tratta sì di un vocabolo conosciuto, forse addirittura celebre
nel suo significato; forse, però, questo significato non ha mai perduto la sua
originaria natura poco circostanziata. La scienza medica, per conto suo, ha
preferito affidarsi ad altro genere di onomastica, e ìoiµoç è rimasto escluso
dal lessico specialistico della medicina.
Ecco allora che la storia di questa parola, della sua fortuna e diffusione,
diventa quanto mai curiosa, poiché con Galeno essa acquisisce lo statuto di
terminus technicus e, prima ancora, acquista una più circostanziata
definizione semantica, caratteristiche che serviranno a elevarla anche per
tutta l’età bizantina a equivalente del latino pestis
20
.
Per conferirle queste caratteristiche, Galeno pare innanzitutto restringerne
l’uso a identificare una malattia non più soltanto epidemica, né
genericamente distruttiva o esiziale, e tra le sue prime iniziative in
proposito sembra esservi il tentativo di un’identificazione di questo ìoiµoç
da lui esperito con quello descritto da Tucidide
21
. Il risultato è un vero e

19
Aret. I 7 Hude (¬cqi otvo¸¿qç) ofoq xoi votooi qoqµoxoioi oqìqfqqioioi ixcìoi, xoi
o¬o qoqµoxmv cµcotoi, oxoio ¬tqcfmv civcxo. o0cv oto` o¬coixoç cv fm ìoiµm fm cv
`A0qvqoi µcfcçcfcqotç ooxcciv cç fo qqcofo <fo> cv fm Hciqoici t¬o fmv
Hcìo¬ovvqoimv cµpcpìqo0oi qoqµoxo ot ¸oq çtvicoov mv0qm¬oi fo çtvov fot xoxot
fot ìoiµmocoç ¬qoç fo oqìqfqqio.
20
Sul lessico della peste in età bizantina, vd. Stathakopoulos 1998. Ancora in età bizantina,
comunque, l’alternanza con 0ovofixov e la scelta tra uno o l’altro termine saranno date di volta
in volta dall’intento più o meno letterario dell’autore (Stathakopoulos 1998, 3).
21
Questa identificazione è esplicitamente proclamata in Simpl. med. I 4 (12,191 K.) (cv oc fm
µc¸oìm fotfm ìoiµm ¬oqo¬ìqoim fqv iocov ovfi fm xofo Ootxtoioqv ¸cvoµcvm); essa,
21
proprio conio del concetto di ‘peste’: una malattia caratterizzata da
specifiche manifestazioni esantematiche
22
e da altre peculiarità, come
quella legata alla percezione della temperatura corporea da parte dei medici
e degli ammalati
23
.

Concludendo e tornando al problema della datazione del commento a
Tucidide, è mia opinione che questi due elementi – la contiguità
cronologica dei frammenti e di alcune testimonianze e l’evoluzione del

inoltre, viene presupposta dal ragionamento di Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (53,16) Wenkebach-
Pfaff (17a,885s. K.), dove nel confronto tra la febbre ¬cµqi¸moqç descritta da Ippocrate (Epid.
VI 1,14 [5,274 L.]) e la peste di Atene (vd. infra, Test. 4) entra nel discorso anche la peste
antonina (o vtv ¸cvoµcvoç ¬oìt¿qovimfofoç ìoiµoç). C’è da dire, infatti, che Galeno non
impiega ìoiµoç soltanto in riferimento alla peste antonina o a quella di Atene. È evidente che il
suo intento di dare lustro scientifico a questo vocabolo deve poi misurarsi con l’effettiva povertà
di tradizione di cui si è parlato. L’atteggiamento che Galeno assume a tal fine è ben visibile nel
commento a Regime delle malattie acute, a proposito del luogo che sopra si è letto (Hp. Reg.
acut. V 2 Joly [2,232s. L.]): Gal. In Hp. Vict. acut. I 8 (122,22) Helmreich (15,429 K.) oqìoi
oio fot ìo¸ot fotfot fo µcv fivo ¬oììoiç ¸ivco0oi vooqµofo xo0` cvo ¿qovov, o¬cq
ofov µcv oìc0qio ¸cvqfoi, ìoiµov ovoµoçotoiv, ofov o` c¬icixcofcqo, cfcqo fivi
¬qooq¸oqio oqìotoiv c¬ioqµo xoìotvfcç. Dal luogo ippocratico Galeno prende spunto per
una tassonomia dei vooqµofo (oltre a ìoiµoç e malattie c¬ioqµo, essa include anche malattie
cvoqµo e o¬oqooixo), e dichiara che tale tassonomia è ricavabile dal testo di Ippocrate. Di
fatto, però, questa pagina di Galeno non rispecchia il testo di partenza: le nozioni di “morbo
oìc0qiov” e di “morbo c¬icixcofcqov”, fondamentali per la definizione del concetto di
ìoiµoç, in Ippocrate non sono presenti. E difatti, poco oltre, quando si tratterà di elencare le
opere in cui Ippocrate si è occupato dei diversi generi di vooqµo, Galeno scriverà: Ibid. (15,430
K.) t¬cq mv [scil. fo o¬oqooixo] xoi vtv o ìo¸oç otfm ¸cvqocfoi, xo0o¬cq t¬cq fmv
c¬ioqµmv µcv cv foiç fmv `E¬ioqµimv pipìioiç, fmv cvoqµmv oc xofo fo Hcqi toofmv xoi
ocqmv xoi fo¬mv. ioiov oc otocv cçoiqcfov c¬oiqoc ot¸¸qoµµo ¬cqi ìoiµmomv, c¬cioq
fmv c¬ioqµmv cv t¬oq¿ov otfo oi` cxcivmv coiooçcv.
22
Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (52,3) Wenkebach-Pfaff (17a,882 K.) (vd. infra, Test. 3).
23
Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (53,16) Wenkebach-Pfaff (17a,885s. K.) (vd. infra, Test. 4).
22
pensiero di Galeno nei confronti del tema della peste – depongano a favore
di quella datazione bassa già proposta da Ilberg: si tratta cioè del periodo
tra la primavera del 169 (trasferimento di Galeno da Aquileia a Roma)
24
e
l’inizio del 175 (terminus di Sulla dispnea).

Ai fini di una migliore comprensione del commento a Tucidide, della sua
natura e dei suoi scopi, mi pare poi importante sottolineare anche un altro
aspetto che accomuna i contesti delle due redazioni del frammento: il
trattato Sulla dispnea e il corpus dei commenti ippocratici presentano una
sostanziale affinità relativamente a due elementi di apparato, gli intenti e i
destinatari.
Tale affinità è peraltro già ammessa dallo stesso Galeno, che in Libr. propr.
IX riconduce la composizione di Sulla dispnea alle fasi preparatorie per il
lavoro sugli t¬oµvqµofo ippocratici.
Lo scopo assegnato al De libris propriis – dichiara Galeno – è far fronte a
qualsiasi forma di plagio e falsificazione attuata nei confronti della propria
opera. C’è innanzitutto un evento preciso a determinare la sua intenzione:
una discussione, a cui egli peraltro assiste, intorno alla genuinità di uno
scritto rinvenuto e acquistato presso un bibliopola del Sandaliarium, scritto
intitolato sì Ioìcvot iofqoç, ma che a detta di un amico dell’acquirente è
un falso, non avendo di Galeno la ìcçiç (Libr. propr., prooem. 1s. B.-M.
[19,8s. K.]). E c’è anche – prosegue – una specifica conformazione di gran
parte della sua opera a far sì che i rischi del plagio e del falso possano
facilmente presentarsi:


24
Boudon-Millot 2007, LXIX.
23
prooem. 6 B.-M. [19,10 K.] fot µcv oq ¬oììot ç ovo¸i¸vmoxciv mç ioio fo cµo
fqv oifiov otfoç oio0o, xqofiofc Boooc qiìoiç ¸oq q µo0qfoiç coi oofo
¿mqiç c¬i¸qoqqç mç o v otocv ¬qoç cxoooiv oìì` otfoiç cxcivoiç ¸c¸ovofo
ocq0cioiv mv qxotoov c¿civ t¬oµvqµofo.

Il capitolo IX è a proposito di fo fmv I¬¬oxqofcimv ot¸¸qoµµofmv
cçq¸qfixo; Galeno inizialmente confessa lo stupore davanti alla fortuna di
pubblico goduta da questa parte dei suoi scritti, poiché – spiega – i motivi e
gli scopi all’origine di essi furono di ‘esercitazione’; continua poi dicendo
che allo stesso modo egli aveva proceduto per ogni singola parte della
dottrina medica, quando volle allestire per sé gli strumenti con cui
abbracciare l’intera produzione ippocratica. Di questi strumenti Galeno cita
espressamente De diebus decretoriis, De crisibus, De difficultate
respirationis e Methodus medendi:

Gal. Libr. propr. IX 1s. B.-M. [19,33s. K.] otf` oììo fi fmv t¬` cµot oo0cvfmv
qiìoiç qì¬ioo ¬oììot ç cçciv otfc fo fmv I¬¬oxqofcimv ot¸¸qoµµofmv
cçq¸qfixo fqv oq¿qv ¸oq cµotfov ¸tµvoçmv c¸c¸qoqqv, ci ç ot fo ¬o0`
t¬oµvqµofo, xo0o¬cq c¬oiqoo fqç iofqixqç 0cmqioç o¬ooqç xo0` c xoofov
µcqoç cµotfm ¬oqooxctoooç oiç o¬ovfo fo xofo fqv iofqixqv fc ¿vqv tq`
I¬¬oxqofotç ciqqµcvo ¬cqic¿cfoi oioooxoìiov c¿ovfo ooqq fc oµo
¬ovfoimç cçciq¸ooµcvqv ioio µcv ¸oq ¬cqi xqioiµmv qµcqmv c¸qo¢o xofo
fqv I¬¬oxqofotç ¸vmµqv, ioio oc ¬cqi xqiocmv, ioio oc ¬cqi oto¬voioç
cxoofot fc fmv oììmv, oìqv fc fqv 0cqo¬ctfixqv µc0ooov mootfmç cv
fcoooqoi xoi ocxo pipìioiç c¬oiqooµqv, o¬ovfo <oc> fo 0cqo¬ctfixo xoi
¬qoç otfoiç [fotfqv], o xofo fqv cxcivot ¸vmµqv.

Il fatto di aver lavorato ‘per me stesso’ è un dato che viene qui evidenziato
con insistenza: cµotfov ¸tµvoçmv [...] c µotfm ¬oqooxctoooç. Ragioni
personali, quindi, quali l’esercitazione e la preparazione delle basi su cui
24
fondare successivamente i discorsi scientifici, determinano il concepimento
e la composizione di due distinti gruppi di opere: non solo quelle che, in
forma di t¬oµvqµofo, hanno espressamente come argomento gli scritti
ippocratici, ma anche quelle che intendono dare conto della totalità della
materia medica, separata nelle sue diverse parti e considerata, appunto,
xofo fqv cxcivot ¸vmµqv. Per come questi ultimi lavori sono descritti –
oiç o¬ovfo fo xofo fqv iofqixqv fc¿vqv tq` I¬¬oxqofotç ciqqµcvo
¬cqic¿cfoi – si può anzi dire che essi siano ricordati da Galeno come una
propedeutica al lavoro esegetico.
La seconda informazione contenuta in Libr. propr. IX è che in base a tale
impianto si ha una specifica conseguenza sul piano della fruizione di questi
lavori e quindi dei loro destinatari. Si tratta infatti, come è detto all’inizio
del capitolo, di libri oo0cvfo qiìoiç: non sono destinati a una
pubblicazione tra gli allievi o i colleghi, bensì trovano diffusione all’interno
di un circolo ristretto di conoscenti, persone non necessariamente coinvolte
nell’esercizio della pratica medica, e comunque dotate di familiarità con il
pensiero e gli scritti dell’autore.
Galeno, dunque, parla indirettamente di Sulla dispnea per introdurre un
discorso più ampio e più specificamente diretto sui commenti a Ippocrate. I
contenuti del trattato e la loro disposizione non fanno che confermare
questa analogia. E infatti: è in tre libri, appunto, ma solo il primo di essi
descrive la dispnea come materia medica, e perciò ne isola inizialmente le
diverse fenomenologie, procede ad analizzarle, e così via; invece, come già
programmaticamente enunciato all’inizio del trattato, il secondo libro (in
cui si conserva il frammento del Hcqi fot ìoiµot) e – forse in un
momento successivo – il terzo vengono concepiti con lo scopo di
presentare e commentare una raccolta di loci che sull’argomento si possono
25
trovare nelle opere di Ippocrate
25
. Per parte sua, infatti, il medico di Cos
non si è dedicato a scrivere specificamente sulle difficoltà respiratorie, ma
ha avuto comunque occasione di parlarne e di descriverle: l’opzione di
Galeno è dunque di concentrarsi principalmente sulle parti autentiche delle
Epidemie, e in particolare sui casi clinici (gli oqqmofoi) che in esse si
trovano
26
.
Per questo motivo gli ultimi due libri di Sulla dispnea presentano
caratteristiche precise che li avvicinano agli t¬oµvqµofo ippocratici: vi
sono almeno due presentazioni (tante ne ho trovate) dello status quaestionis
riguardo alla collezione ascritta a Ippocrate e all’autenticità dei singoli libri
che la compongono
27
; sono introdotti da una definizione – altrove
irreperibile negli stessi termini – di ciò che per Galeno è l’cçq¸qoiç
28
; vi si
trovano discussioni sulla lingua di Ippocrate e sulle sue scelte autoriali
29
;
possiedono infine una difficoltà di lettura ingenerata innanzitutto
dall’essere chiamati non a commentare puntualmente un testo unitario,
bensì a muoversi qua e là tra i brevi e poco organici oqqmofoi delle
Epidemie, in un continuo tentativo di spiegare Ippocrate con Ippocrate.

25
Diff. resp. I 4 (7,765 K.) ooc µcv o ¬qofcqoç µoi ìo¸oç oioooxoìio µcfo o¬oociçcmç
cofoi fmv oìq0mv o o` cçqç octfcqoç cçq¸qoiç mv I¬¬oxqofqç c¸i¸vmoxc ¬cqi
oto¬voioç.
26
Cf. II 1 (7,825 K.) ooc µcv o ìo¸oç cçq¸qoiç cofi fmv tq` I¬¬oxqofotç ¬cqi oto¬voioç
ciqqµcvmv. ciqqfoi oc ¬oììo ¬oììo¿ot fo µcv c v foiç ot¸¸qoµµooiv ot fot, fo oc xov
foiç t¬oµvqµooi. fo ¬ìciofo ¸oq foi fmv c¬ioqµimv, ci µq oqo xoi ¬ovfo, oixoimç ov
fiç t¬oµvqµofo voµiçoi.
27
II 8 (7,854s. K.); III 1 (7,888ss. K.).
28
II 1 (7,825s. K.) cofi µcv otv q cçq¸qoiç, mç ¬ot fiç fmv ¬oìoimv ci ¬cv, oooqotç
cqµqvcioç cço¬ìmoiç qµciç o` ot fotfo µovov coixoµcv oqoociv, oìì` ofi xoi oìq0mç
c¿ci ¬ovfo fo ¬cqi oto¬voioç t¬` otfot ¸c¸qoµµcvo µoqftqqociv xfì.
29
E.g., vd. infra, pag. 32 n. 4.
26
Insomma il Sulla dispnea è fin dalla sua stesura – e non solo nella
riconsiderazione della senile biobibliografia – uno strumento con cui
Galeno, non ancora a tutti gli effetti commentatore (i.e., non ancora
redattore di t¬oµvqµofo), affina l’arte dell’interpretazione e la applica in
maniera sistematica sui testi del suo modello
30
.

Entrambe le redazioni del frammento – e non solo, in maniera più diretta ed
evidente, la seconda di esse – occorrono dunque in contesti di esegesi
ippocratica. Del resto, si tratta di un rapporto – questo tra il Hcqi fot
ìoiµot e l’attività di commento a Ippocrate – rilevabile anche nel materiale
che ho catalogato tra le testimonianze. Nel momento in cui Galeno
intraprende il lavoro sugli t¬oµvqµofo (con il commento a
Fratture/Articolazioni), egli ha già avuto occasione di utilizzare questo
materiale quattro volte (nel De placitis Hippocratis et Platonis, nel De
symptomatum differentiis, nel De symptomatum causis e, accettando la
revisione cronologica di Peterson, anche nel De febrium differentiis). Delle
sette testimonianze successive, ben sei (con l’eccezione di Test. 5.4., dal
tardo Quod animi mores) sono contenute negli t¬oµvqµofo ippocratici.
Questo stretto e costante rapporto è la prima caratteristica da mettere in
luce riguardo alla natura del Hcqi fot ìoiµot. A mio avviso, non
dovrebbero rimanere dubbi intorno al fatto che esso sia stato un’opera di
commento, uno t¬oµvqµo a tutti gli effetti, e che proprio in quanto tale
esso abbia avuto anche il ruolo di fonte di nozioni per la successiva
produzione esegetica di Galeno.


30
Per alcune recenti valutazioni di Sulla dispnea: Smith 1979, 119ss.; Manuli 1984, 394.
27
Sono inoltre da tenere presenti le altre due peculiarità che sopra si sono
lette caratterizzare il nostro principale epitesto: Galeno, cioè, ha composto
il trattato Sulla dispnea ‘per se stesso’, e perciò lo scritto ha goduto di una
diffusione interna a un circolo di qiìoi.
Ancora dal De libris propriis veniamo a sapere che probabilmente
nemmeno l’altro testo citato in Sulla dispnea insieme al Hcqi fot ìoiµot,
cioè il Sull’anatomia di Ippocrate, fu oggetto di una cxoooiç ufficiale. Di
questo scritto, ora perduto, in cui si dava conto delle conoscenze
anatomiche di Ippocrate, Galeno rivendica la paternità collegandone la
genesi a una violenta polemica con l’erasistrateo Martialio (Libr. propr. I
7-10 B.-M. [19,13s. K.]). Tale genesi, però, resta legata alla figura dell’ex
console Boeto, dedicatario di questa come di numerose altre opere del
primo soggiorno romano di Galeno, appassionato lettore del medico di
Pergamo e suo sostenitore nelle dispute dottrinali.
Ora, ho ricordato sopra come K. Bardong, prendendo spunto dalla citazione
congiunta del Sull’anatomia di Ippocrate e del commento a Tucidide,
proponga per quest’ultimo una datazione alta. Ma se davvero fosse da
cogliere una relazione, una coincidenza tra i due testi citati insieme, ebbene
questa potrebbe essere più profonda che non una relazione puramente
cronologica, tanto più che in una relazione del genere entrerebbero anche il
Sulla dispnea e il commento a Fratture/Articolazioni. Non è da escludere,
cioè, che al pari del suo epitesto e del suo “co-ipotesto” anche il commento
a Tucidide non sia stato concepito per la divulgazione, per una vera e
propria cxoooiç, e abbia avuto invece carattere di opera esoterica, destinata
a una distribuzione informale, senza c¬i¸qoqq, dentro al circolo del suo
autore
31
.

31
Cf. van Groeningen 1963, 14s.
28

L’ultima questione da affrontare preliminarmente è riguardo alla forma che
il Hcqi fot ìoiµot dovette avere, e prima ancora riguardo alle dimensioni,
dal momento che per tale argomento ci si deve misurare con una particolare
difficoltà.
L’estensione tutto sommato ridotta del racconto della peste in Tucidide,
infatti, suggerisce che anche l’estensione del commento sia stata
conseguentemente limitata, e che esso potesse essere per dimensione
assimilabile a un libellus. Stupisce perciò che quell’unica citazione
esplicita in Sulla dispnea vi si riferisca come a un’opera in più libri:
o¬oococixfoi oc xoi ¬cqi fot fmv qµiv cv oììoiç fc ¬oììoiç [...] xo v
foiç Hcqi fot ¬oqo Ootxtoioq ìoiµot.
Galeno si trova a citare se stesso con un’alta frequenza e, pur nella sua
precisione filologica, una stessa autocitazione può assumere forme diverse
in luoghi diversi. La difficoltà rilevata per il commento alla peste, perciò, si
smorza notevolmente, se consideriamo che anche in altre occasioni Galeno
ha citato propri libelli facendovi riferimento al plurale. Ciò avviene non
soltanto, giustificatamente, qualora al titolo dell’opera sia apposta la
dicitura ìo¸oi, ma anche, come è il caso del Hcqi fot ìoiµot in Fr. 1.a.,
quando una dicitura tale o simile sembra essere sottintesa. Ho trovato
esempi attinenti alle due operette, entrambe in un unico libro, De utilitate
respirationis e De morborum temporibus, che appunto in questo modo
vengono altrove citate:

Us. puls. 2 (5,153 K.) fqv ¿qciov fqç ovo¬voqç, qv cociçoµcv cv foiç ¬cqi
otfqç ìo¸oiç oiffqv otoov.

29
Us. part. VI 8 Helmreich (3,441 K.) ìcìcxfoi o` c¬i ¬ìcov t¬cq fotfmv
oììo0i fc ¬oììo¿o0i xov foiç Hcqi ¿qcioç ovo¬voqç ot¿ qxiofo.

In Hp. Epid. I II 47 (72,22) Wenkebach – Pfaff (17a,140s. K.) oc ocixfoi oc ¬cqi
fotfmv cv fc foiç Hcqi qtoixmv otvoµcmv t¬oµvqµooi xoi cv foiç Hcqi
xqiocmv ìo¸oiç, ot¿ qxiofo oc xov foiç Hcqi fmv cv <foiç> voooiç xoiqmv.

In Hp. Epid. VI II 19 (81,21) Wenkebach – Pfaff (17a,933 K.) ciqqfoi oc c¬i
¬ìcov ¬cqi fmv foiotfmv cv fc foiç Eiç fo ¬cqi oioifqç oçcmv t¬oµvqµooi
xov foiç Hcqi xqiocmv, otocv qffov xov <foiç Hcqi> fmv cv foiç voooiç
xoiqmv.

Ciò considerato, poiché il plurale rientra nell’usus galenico, decade la
necessità di ipotizzare, in base a Fr. 1.a., un commento a Tucidide in più
libri.

Riguardo alla forma, poi, rimangono alcune semplici osservazioni da fare.
Se veramente il Hcqi fot ìoiµot fu un commento, allora non vi è nulla a
far dubitare che possa aver avuto l’aspetto di uno t¬oµvqµo puntuale, con
alternanza di lemmi, ricavati in sequenza dal testo tucidideo, e di
discussione sugli stessi. Tale è infatti l’aspetto non solo degli t¬oµvqµofo
ippocratici, ma anche di un altro lavoro di Galeno molto simile per
concezione al nostro, il commento alle parti mediche del Timeo platonico
32
.
Altra caratteristica strutturale dei commenti a Ippocrate è poi la
disposizione proemiale delle discussioni concernenti le problematiche
generali legate al testo commentato. Gli explicit di questa tipologia di opere
galeniche, infatti, giungono quasi ex abrupto, e consistono soltanto nella

32
Manetti e Roselli 1994, 1531, n. 2. Sul Hcqi fmv cv fm Hìofmvoç Tiµoim iofqixmç
ciqqµcvmv vd. Ferrari 1998.
30
trattazione, più o meno estesa, della porzione conclusiva del testo
commentato; al contrario, sono i proemi a presentarsi concettualmente
molto ricchi, ed è a essi che l’autore affida anche eventuali note relative ai
risultati della scienza medico-filologica precedente.
Il frammento del commento alla peste non si appunta su specifici problemi
testuali, e anzi stabilisce verità generali intorno alla poetica tucididea, tra
l’altro chiamando in causa (in Fr. 1.a.) anche i ¬oìoioi che prima di
Galeno si occuparono del rapporto Tucidide-Ippocrate. Mi pare perciò che
il materiale di cui si sostanzia tale frammento abbia potuto trovare una più
consona collocazione in un capitolo introduttivo.




capitolo 3.
i frammenti

32

Riassunto di Gal. Diff. resp. II 1-6
La sezione iniziale è occupata da un complesso discorso sui luoghi delle Epidemie
ippocratiche che trattano esplicitamente delle caratteristiche dello ¬vctµo nei pazienti
colpiti da delirium (¬oqoqqootvq) nel corso delle malattie. Una prima parte (Diff.
resp. II 2-3 [7,826-832 K.]) si occupa di Hp. Epid. I oqq. 1 (2,682s. L.), 2 (2,684ss. L.)
e 11 (2,708s. L.), poiché – a giudizio di Galeno – è in questi luoghi che si ha conferma
di Hp. Progn. 5 (2,122 L.) µc¸o oc ovo¬vcoµcvov xoi oio ¬oììot ¿qovot
¬oqoqqootvqv oqµoivci
1
, e infatti la conclusione è che, nel primo libro delle
Epidemie, cv0o µc¸oìot xoi oqoiot ¬vctµofoç, cvfot0o xoi ¬oqoqqootvqç
µvqµovctci (7,832 K.). Ma successivamente (Diff. resp. II 4-5 [7,833-842 K.]), per
dimostrare che Ippocrate non ha inteso stabilire una relazione biunivoca tra ¬vctµo e
¬oqoqqootvq
2
, Galeno completa il quadro richiamando Epid. III 3,17 oqq. 3
ser.2

(3,112ss. L.), in cui si dà il caso di un delirante che mostra ìc¬fov ¬vctµo xoi
µivt0mocç, e infine Epid. III 3,17 oqq. 15
ser.2
(3,142ss. L.), in cui la situazione
respiratoria di una paziente – tendenzialmente caratterizzata da spiritus magnus et rarus
– appare complicata da eccezionali manifestazioni di pqo¿t¬voio. Avviene così che,
una prima volta, Galeno si propone di mostrare la causa che determina le differenze di
respirazione nei delirantes, e che – aggiunge – è desumibile proprio dai testi
ippocratici
3
. Tuttavia il seguito del capitolo (7,842-848 K.) contiene una parentesi
sull’analisi linguistica di certe situazioni in cui la descrizione ippocratica di uno stato
patologico generale (e dunque presunto immutabile) deve misurarsi con le contingenze
che eccezionalmente possono occorrere a mutare tale stato
4
.

1
Citato per la prima volta da Galeno in II 3 (7,831 K).
2
Come più volte formulato: vd., e.g., II 5 (7,838 K.) mo¬cq oc fot0` qµoç q ìoiooqotµcvq
¬qoç otfmv coiooçcv oioìcxfixq, otfmç xoi ofi fo foiotfov oçimµo, ci µc¸o xoi oqoiov
ovo¬vci, ¬oqoqqovci, otfc fotfov cofi fm , ci ¬oqoqqovci, µc¸o xoi oqoiov ovo¬vci,
otf` ovo¸xoiov otfo otvoìq0ctco0oi.
3
Diff. resp. II 6 (7,842 K.).
4
La discussione verte sulle differenze di significato tra oio fcìcoç, che presuppone una
situazione immutata ‘fino alla fine’, e oio (¬oììot) ¿qovot, locuzione che si limita a
33
È in apertura al capitolo 7 che Galeno torna al proposito esposto in precedenza, e
dunque ripete di voler esporre la causa per cui talvolta la presenza di ¬oqoqqootvq nei
malati e le caratteristiche della loro respirazione non appaiono correlate. Il problema
viene ora esposto in maniera più circostanziata, cioè si fornisce una casistica più ampia
dell’incostanza di ¬vctµo; e un’altra differenza rispetto a quanto dichiarato prima è che
qui, almeno per il momento, mancano gli appelli all’autorità di Ippocrate: Diff. resp. II 7
(7,848s. K.) fqv oifiov cqcçqç ci¬mµcv, oi` qv fioi µcv fmv ¬oqoqqovotvfmv
oqoiov xoi µc¸o oio ¬ovfoç fot vooqµofoç ¸ivcfoi fo ¬vctµo, fioi oc otoc¬ofc
xoi fioi µcv cv fm ¬ìciovi fot ¿qovot ¬oqcµ¬i¬fovfoç oìi¸oxiç q fot
oioqcqovfoç o¬ìmç, q xoi fot cvovfiot, fioi o` cµ¬oìiv oìi¸oxiç µc v fo µc¸o xoi
oqoiov, ¬oììoxiç o` q foi fo cvovfiov q fo oioqcqov o¬mootv fioi oc c¬ioqç
cxofcqov. La ricerca di questa oifio ha termine in un giro di parole piuttosto breve,
anche in virtù di un rimando al primo libro: caratteristiche precise e ben definibili di
respirazione si hanno solo se le quattro complessioni di base – le o¬ìoi oio0cociç:
dolore fisico, complessione psichica, eccesso di caldo, eccesso di freddo – compaiono
singolarmente; se invece si verificano compresenze, o prevalenze di uno stato sull’altro,
o cambiamenti da uno stato ad un altro, allora si avranno in maniera coerente le
conseguenti alterazioni dello ¬vctµo.
Resta per Galeno da spiegare come tali nozioni possano essere recuperate nelle
Epidemie, benché apparentemente di esse non vi sia traccia (ciò che si svolgerà,
attraverso l’analisi degli oqqmofoi, per tutti i restanti capitoli del libro). Dall’apparente
silenzio di Ippocrate prende dunque avvio il successivo ragionamento che restituisce il
frammento del commento a Tucidide.


significare intervalli di tempo più o meno estesi, e che quindi può essere impiegata nella
descrizione di mutamenti temporanei che non inficiano i presupposti iniziali. Galeno trae poi
(7,847s. K.) altri due esempi sempre dal terzo libro delle Epidemie.
34

Fr. 1.a.
Gal. Diff. resp. II 7 (7,850s. K.)
ociçoµcv otv ofi xoi xofo fmv c¬ioqµimv pipìio fotf` otfo oioooxci oio fmv cv
otfoiç ¸c¸qoµµcvmv oqqmofmv. cvoq¸mç oc xoi ooqmç oci¿0qocfoi,
¬qoci¬ovfmv qµmv oìi ¸ov fi ¬cqi fqç ¬qooiqcocmç fot I¬¬oxqofotç. ooxotoi
¸oq oi ¬oìoioi ¬o vfo fo foiç vooot oi otµpoivovfo ¸qoqci otfov,
mo¬cq xoi fov Ootxtoioqv c¿ci o` ot¿ otfmç, oìì` otfo oq fotfo fo
cvovfimfofov t¬o q¿ci foiç I¬¬oxqofotç ¸qoµµooi ¬qoç fo
Ootxtoioot. o µcv ¸oq ¬ovfo ¸qoqci fo xoi foiç ioim foiç ¸vmqiµo,
µqocv oìmç otfmv ¬oqoìi¬mv, o Ootxtoioqç, o o` I¬¬oxqofqç oìi¸o
µcv fotfmv, ooo ¬qoç fqv oìqv oio0coiv, xo0` qv cxivotvctocv o
xoµvmv, oioqcqci, ¬oµ¬oììo o` oììo foiç ioim foiç µcv ¬oqcmqoµcvo,
fc¿vixqv oc ¬ovt xoi oxqipq fqv oio¸vmoiv ¬oqc¿oµcvo, xoi
otvoµcvo ¬oììoxiç xoi otfotç fotç oqiofotç iofqotç ìo0civ. […]
o¬oococixfoi oc xoi ¬cqi fotfmv qµiv cv oììoiç fc ¬oììoiç xoi oq
xov foiç Hcqi fqç I¬¬oxqofotç ovofoµqç, ot¿ qxiofo oc xov foiç
Hcqi fot ¬oqo Ootxtoioq ìoiµot. […]
Ibid. (7,854 K.)
oìì` ofi µqocv fmv ot fm ooqmv I¬¬oxqofqç ¸qoqci, ¬oììoxiç o¬oococixfoi.
Ootxtoioqç µcv ¸oq fo otµpovfo foiç voootoiv mç ioimfqç ioimfoiç
c¸qo¢cv, I¬¬oxqofqç oc <mç> fc¿vifqç fc¿vifoiç.


¬oqo Ootxtoioq scripsi: ¬oqo fm Ootxtoioq Cobet 1882, Kudlien 1971: ¬oqo fot
Ootxtoioot Kühn

35

Mostrerò quindi che ciò viene insegnato nei libri delle Epidemie per mezzo dei casi
clinici ivi descritti. La dimostrazione sarà chiara ed evidente, se avrò introdotto un breve
discorso sulla proairesis di Ippocrate. Gli antichi, infatti, pensano che egli scriva
tutto ciò che capita ai malati, come fa Tucidide. La cosa non sta così, anzi
proprio questo è l’aspetto più contrario che gli scritti di Ippocrate hanno
rispetto a quelli di Tucidide. Infatti quello – Tucidide – scrive tutto, tutte le
cose note persino ai profani, e di queste non tralascia proprio niente; invece
Ippocrate riferisce pochi di quei dati che concernono la condizione generale
di pericolo per il malato (ooo ¬qoç fqv oìqv oio0coiv, xo0` qv
cxivotvctocv o xoµvmv, oioqcqci), e al contrario ne scrive moltissimi
altri che dai profani vengono trascurati, ma che servono ad avere una
diagnosi affatto “tecnica” e precisa, e che spesso anche ai medici migliori
possono sfuggire. [...] Ho dato dimostrazione di ciò in molti altri luoghi, in
particolare in Sull’anatomia di Ippocrate, e non di meno anche in Sulla
peste in Tucidide.
[...]
Ma già spesso si è dimostrato che Ippocrate non scrive niente di ciò che è tanto palese.
Tucidide, infatti, riporta le cose che accadono ai malati come un profano
della scienza che scrive per i profani; Ippocrate, invece, come uno
scienziato per gli scienziati.
36

Il frammento del Hcqi fot ìoiµot (Fr. 1.a.) è costituito da una critica ai
¬oìoioi, alla cui opinione intorno all’identità dei metodi medico e
storiografico Galeno cerca di rispondere innovando parzialmente la
prospettiva.
Una prima difficoltà strutturale da risolvere per è data dal fatto che ci si
trova di fronte a due differenti citati: il Sull’anatomia di Ippocrate e il
commento alla peste. È necessario perciò discernere i contenuti che
afferiscono all’una e all’altra opera.
Dei sei libri Sull’anatomia di Ippocrate si è già accennato sopra (p. 27), ma
sarà utile richiamare le caratteristiche già evidenziate ed enuclearne di
ulteriori. Il trattato viene redatto da Galeno durante il suo primo soggiorno
romano e dedicato all’ex console di scuola peripatetica Flavio Boeto, e la
genesi dell’opera è da ricondurre all’accesa polemica che Galeno
intraprende in quel periodo contro l’erasistrateo Martialio (Libr. propr. I 7-
10 B.-M. [19,13s. K.]). Sull’anatomia di Ippocrate è perduto in entrambe le
tradizioni greca e araba; oltre a pochi frammenti tramandati dallo stesso
Galeno ci rimane una succinta “scheda bibliografica” compilata da Hunain
nel IX secolo, in cui si ha un brevissimo riassunto dei contenuti del trattato:
«Galeno cerca di dimostrare che Ippocrate era familiare con la scienza
dell’anatomia, e porta prove di ciò da tutti i libri di lui» (trad. Garofalo)
5
.
Sull’anatomia di Ippocrate può dunque essere considerato parte integrante
di quella particolare fase della produzione galenica – gli anni dal 163 al 166
– in cui, a fianco delle polemiche dottrinali avviate con gli esponenti di
altre scuole, egli va decisamente costruendo l’immagine del proprio
maestro, rivendicando in particolar modo la presenza all’interno del corpus

5
In Garofalo 1994, 1797.
37
Hippocraticum di un solido fondamento filosofico
6
e, in aperto e diretto
contrasto con gli Erasistratei, di una profonda e corretta conoscenza dei dati
anatomici
7
.
Per i lettori moderni l’impressione è che, nel fare ciò, Galeno non soltanto
superi la tradizione esegetica a lui precedente
8
, ma si spinga addirittura a
forzare i dati storico-letterari del corpus Hippocraticum, attribuendovi
qualità e contenuti di cui in realtà questi testi sono sprovvisti
9
.
Un interessante parallelo dello spirito che anima il Sull’anatomia di
Ippocrate viene da un luogo del primo libro Sull’utilità delle parti
(risalente allo stesso periodo e anch’esso dedicato a Boeto). Qui, a
proposito della struttura anatomica della mano, viene riportata e
commentata una breve sentenza ippocratica (Off. med. 4 [3,286 L.]); a
corredo della citazione, poi, Galeno fa la seguente considerazione intorno
al fqo¬oç fqç cçq¸q ocmç rilevabile nelle opere ippocratiche:

Us. part. I 9 Helmreich (3,23 K.) ¬oììo foivtv xovfot0o oi` oìi¸mv qqµofmv
oioooxci fotç ¸c otvoµcvotç µov0ovciv fo otfot. oixoiov otv iomç xoi
qµoç µq foììo µovov xoìo fovoqoç çqìotvfoç, oììo xoi otfo fot fo oi`
oìi¸mv oioooxciv ¬oììo, fov fqo¬ov fqç cçq¸qocmç o¬ovfmv fmv otfmç
t¬` otfot ¸c¸qoµµcvmv cvococi¸µcvotç µqxc fi foç xofo µcqoç c¬cçicvoi
qqociç.

Prima di tornare al Fr. 1.a., è utile rimarcare la procedura che Galeno attua
per estrapolare i pochi dati anatomici dall’opera di Ippocrate: a eventuali
lacune ed eccessive sintesi nei testi del maestro egli pare reagire

6
Smith 1979, 86ss.
7
Smith 1979, 78s.
8
Smith 1979, 96.
9
Garofalo, l.c.
38
amplificando sì ciò che trova di utile per sé, ma in più sottolineando come
virtuose caratteristiche dello stile di quello proprio ciò che altrimenti
sembrerebbe sintesi o carenza dottrinale.
Con sicurezza, pertanto, possiamo isolare all’interno del nostro frammento
una precisa sezione che può bene appartenere al commento sulla peste, ma
la cui derivazione ultima è dal precedente Sull’anatomia di Ippocrate:

o o` I¬¬oxqofqç oìi¸o µcv fotfmv [¸qoqci], ooo ¬qoç fqv oìqv oio 0coiv,
xo0` qv cxivotvctocv o xoµvmv, oioqcqci, ¬oµ¬oììo o` oììo foiç ioimfoiç
µcv ¬oqcmqoµcvo, fc¿vixqv oc ¬ovt xoi oxqipq fqv oio¸vmoiv
¬oqc¿oµcvo, xoi otvoµcvo ¬oììoxiç xoi otfotç fotç oqiofotç iofqotç
ìo0civ.

La prospettiva nuova entro la quale Galeno analizza la questione tucidideo-
ippocratica deriva non soltanto da uno studio particolare e originale sul
testo delle Storie, ma anche dalla rielaborazione di materiale critico già
composto in precedenza.

Per quanto riguarda i contenuti del frammento, mi pare importante
occuparsi in primo luogo del riferimento che Galeno fa a proposito di quei
suoi precursori nel campo degli studi ippocratici che egli, senza ulteriori
precisazioni, denomina appunto ‘antichi’ (¬oìoioi). D’altronde, tale
mancanza di ulteriori precisazioni è quasi una costante per i casi in cui
Galeno si appella all’autorità degli antichi, anzi tengo a premettere che
dalla mia successiva analisi non uscirà una categoria chiaramente definita.
Sotto la dicitura di ¬oìoioi, infatti, Galeno inserisce più di tre secoli di
studi ippocratici e, sebbene si possa con certezza stabilirne il termine finale,
la categoria degli antichi rimane tuttavia cronologicamente fluida ed
39
epistemologicamente variegata, raggruppando esponenti delle diverse
scuole mediche a partire da Erofilo.
È stato recentemente messo in luce come Galeno giunga a una matura
consapevolezza del significato e anche dei limiti di tale categoria soltanto
in occasione del lavoro preparatorio al suo commento a Officina
10
. È infatti
nel proemio di questo t¬oµvqµo che egli riferisce dei libri ‘scritti da
trecento anni’ in cui si è imbattuto e che ha letto e utilizzato rinvenendovi –
con sorpresa – una peculiare otµqmvio (18b,630s. K.). Per contro, invece,
Galeno richiama esplicitamente le edizioni di Artemidoro Capitone e di
Dioscoride e descrive i due editori e i loro discepoli come ‘coloro che
molto hanno innovato’ il testo di Ippocrate:

Gal. In Hp. Off., prooem. (18b, 631 K.) fmv ¿0cç xoi ¬qmqv fo t¬oµvqµofo
¸qo¢ovfmv q ¬ovfmv fmv I¬¬oxqofotç pipìimv ioiov cxoooiv
¬c¬oiqµcvmv, cç mv ci oi xoi oi ¬cqi Aiooxoqioqv xoi `Aqfcµiomqov fov
c¬ixìq0cvfo Ko¬ifmvo ¬oììo ¬cqi foç oq¿oioç ¸qoqoç
xoivofoµqoovfcç.

Il Commento a Officina viene considerato una svolta proprio in virtù di
questa risolutiva definizione dei ¬oìoioi
11
; al tempo stesso, per via della
cronologia relativa, potrebbe sembrare che le nozioni in esso contenute
male si adattino al contesto che stiamo analizzando, dato che il Commento
a Officina è separato di qualche anno da Sulla dispnea
12
.
In realtà, però, questa osservazione sulla coscienza del medico relativa ai
¬oìoioi non fa che applicare alla figura del Galeno «commentatore»

10
Manetti e Roselli 1994, 1546.
11
Manetti e Roselli 1994, 1633s.
12
Manetti e Roselli 1994, l.c.: «Già nei primi commenti Galeno usa riferirsi a manoscritti più
antichi, [...] ma si tratta di un’ipotesi di lavoro più che di una nozione con referenti reali».
40
un’idea già avanzata e discussa: la seconda metà del I secolo d.C. a Roma
avrebbe costituto un momento di svolta storica per l’arte medica
13
. Di tale
momento Artemidoro e Dioscoride sono due degli esponenti più
significativi (proprio a motivo del “nuovo” Ippocrate da loro edito), ma
accanto a essi vanno collocati anche Erotiano
14
(sebbene di poco
precedente) e, soprattutto, Marino, Rufo, Sabino – l’opera dei quali Galeno
ha spesso occasione di lodare
15
. Un luogo molto importante per
comprendere a che punto tale coscienza dei ¬oìoioi fosse radicata nel
medico di Pergamo diventa dunque l’esordio del libro VIII del De placitis
Hippocratis et Platonis, che è anteriore al nostro Sulla dispnea. Nel De
placitis il discorso non verte sull’esegesi dei testi ippocratici, bensì
sull’interpretazione dei dati anatomici relativamente all’origine dei nervi
(Galeno riassume il contenuto del libro I e ne giustifica la µoxqoìo¸io
intorno alla mendacità dell’asserzione q o q¿q fmv vctqmv cv fq xoqoio):

Gal. PHP VIII 1,6 (5,650 K.) ¬qmfoi otv µoxqoìo¸ioç oifioi xofcofqoov oi
xofo¢ctooµcvoi fmv qoivoµcvmv, ot¿ I¬¬oxqofqç q `Eqooiofqofoç q
Etoqµoç q Hqoqiìoç q Moqivoç o µcfo fotç ¬oìoiotç cv fm µcfoçt ¿qovm
fqv ovofoµixqv 0cmqiov qµcìqµcvqv ovoxfqooµcvoç

Al pari di Artemidoro e Dioscoride xoivofoµqoovfcç (così sono detti nel
commento a Officina: vd. supra, p. 39), qui è Marino, a loro coevo, che
giunge µcfo fotç ¬oìoiotç a ravvivare la scienza anatomica.
Vero è, dunque, che dal commento a Officina in avanti Galeno acquista una
maggiore consapevolezza del valore dei ¬oìoioi contrapposti ai moderni,

13
Smith 1979, 226ss.
14
Smith 1979, 226.
15
Manetti e Roselli 1994, 1654.
41
ma si tratta di un valore innanzi tutto filologico e rapportabile
principalmente all’attività esegetica. Più in generale, però, l’idea di una
nouvelle vague degli studi ippocratici cronologicamente ben definita era
presente in Galeno anche prima, come dimostra il luogo del De placitis; la
otµqmvio dei manoscritti antichi – rilevata nelle fasi preparatorie del
commento a Officina – non fa che confermarlo in questa idea, così come
più tardi, in occasione del commento a Epidemie VI, gli studi più
approfonditi dell’esegesi ippocratica a lui precedente lo porteranno a
collocare con maggior precisione il discrimine tra ¬oìoioi e moderni ‘zur
Zeit meines Vaters und Großvaters’
16
.
Tuttavia – come già anticipato – la classe dei ¬oìoioi non può essere
definita con una precisione maggiore, perciò rimane la validità della
conclusione di Manetti e Roselli, secondo le quali «tutti i commentatori
Empirici e gli Erofilei, da Bacchio fino ad Eraclide di Eretria, più
Asclepiade, sono sussunti allo stesso modo sotto la categoria degli
antichi»
17
. In relazione a Fr. 1.a., dal momento che Ippocrate non compare
come unico argomento della critica antica, sarà utile ricordare che questa
plurisecolare attività di esegesi ippocratica si è fin dagli inizi rapportata a
una scienza filologico-letteraria già notevolmente progredita: Bacchio ha
attinto alle Lexeis di Aristofane di Bisanzio
18
, e ancora in Erotiano, nelle
discussioni sulle ¸ìmoooi di Ippocrate, troviamo riferimenti a Omero, ai
tragici e ai comici, a Erodoto e a Tucidide
19
.

16
Gal. In Hp. Epid. VI VII (412,37) Wenkebach – Pfaff (trad. Pfaff dalla versione araba). Cf.
Smith 1979, 233ss..
17
Manetti e Roselli 1994, 1634.
18
Gal. Lex. Hippocr., prooem. (19,64s. K.) (vd. Von Staden 1989, 493s.). Ancora Von Staden
1989, 427ss., per l’arretramento dell’inizio dell’attività esegetica allo stesso Erofilo.
19
Cf. Erot. prooem. (4,21) Nachmanson.
42

Il nucleo di Fr. 1.a. ha come punto di partenza l’opinione di questi ‘antichi’
intorno all’identità di metodo di Tucidide e Ippocrate: a detta di Galeno, la
filologia precedente ha creduto che entrambi, il medico e lo storico,
procedessero ‘scrivendo tutto’. Galeno, invece, pensa in maniera differente:
pur confermando il giudizio degli antichi su Tucidide, egli –
conformemente alla propria personale interpretazione di Ippocrate – nega
che il metodo del maestro abbia avuto come caratteristica il ¬ovfo
¸qoqciv.
La rottura di Galeno con il pensiero pregresso viene attuata dunque solo per
la parte medica della questione tucidideo-ippocratica. Come già
evidenziato, il Pergameno mostra particolare interesse nel produrre
un’immagine di Ippocrate come del medico che ‘insegna molto in poche
parole’
20
. Tale immagine – si è detto – prende forma a scopi polemici nel
periodo iniziale della carriera di Galeno, e ciò è testimoniato non solo dal
racconto della disputa con Martialio
21
, ma anche – mi sembra – dal tono
generale che viene assunto e che continua a persistere anche in seguito: nel
passo del De usu partium che si è letto, Ippocrate è il medico che ‘insegna
molto in poche parole, almeno a chi è in grado di capire quello che dice’
22
.
A pochi anni di distanza dalle prime formulazioni di questa idea, Galeno ne
rinnova la validità. Innanzi tutto ne mantiene l’originario spunto polemico,
e delle nozioni reperibili in Ippocrate ora viene detto: otvoµcvo ¬oììoxiç
xoi otfotç fotç o qiofotç iofqotç ìo0civ. Poi trova per essa nuove
discipline di applicazione, senza più limitarla alle opere di anatomia, bensì

20
Us. part. I 9 Helmreich (3,23 K.) (vd. supra, p. 37).
21
Libr. propr. I 7-10 B.-M. (19,13s. K.) (vd. supra, p. 36).
22
Us. part. I 9 Helmreich (3,23 K.) (vd. supra, p. 37).
43
inserendola prima a complemento del libellus sulla peste di Atene, poi in
un trattato di prognostica (il Sulla dispnea). Infine, di tale idea Galeno
rinnova anche la forma, introducendovi il concetto di oio¸vmoiç fc¿vixq
xoi oxqipqç, e dunque elevando espressamente sul piano della fc¿vq la
relativa scarsità di dati rinvenibili in Ippocrate.
In questa novità della lettura ippocratica di Galeno è possibile, a mio
parere, cogliere l’eco di alcune pagine di Rufo di Efeso, che per l’appunto
non era incluso nel gruppo dei ¬oìoioi, e che nel proemio delle
Quaestiones medicinales auspica il perseguimento della medesima acribia
diagnostica da parte del medico:

Ruf. Quaest. 1 cqmfqµofo ¿qq fov voootvfo cqmfov, cç mv o v xoi
oio¸vmo0ciq fi fmv ¬cqi fqv vooov oxqipcofcqov xoi 0cqo¬ct0ciq
xoììiov
23
.

Diversamente, Galeno si colloca sulle stesse posizioni critiche dei suoi
predecessori in relazione al ¬ovfo ¸qoqciv come caratteristica dei capitoli
della peste: gli antichi dicevano che Tucidide ‘scrive tutto ciò che succede
ai malati’; Galeno conferma e aggiunge che questo ‘tutto’ include ‘anche le
cose note ai profani della scienza’, e di fatto è questo riferimento agli
ioimfoi a costituire l’ulteriore elemento di novità galenica alla questione.

23
Si veda anche, nei paragrafi conclusivi, l’elogio della fc¿vq di Ippocrate (dell’Ippocrate di
Arie, acque, luoghi) come di ciò che permette al medico appena giunto in una città di avere
esatta conoscenza dei dati necessari alla descrizione medica di quel luogo e della popolazione
che vi abita: ibid. 72 [fc¿vq] oi` qç otvqocfoi o iofqoç oqixoµcvoç ciç ¬oìiv, qç o¬ciqoç
cofi, ¬cqi fmv toofmv ciocvoi xoi ¬cqi fmv mqm v, o¬mç fc foiç ov0qm¬oiç oi xoiìioi
c¿otoi, xoi ci qiìo¬ofoi cioi xoi comooi, xoi ¬cqi fmv vooqµofmv o¬oio c¬ioqµciv
ci0iofoi, xfì.
44
Già se consideriamo il giudizio precedente a Galeno, notiamo che esso, pur
pronunciato su una parte limitata delle Storie, si trova in linea con
l’opinione generale che l’antichità aveva della storiografia nel suo
complesso e dell’opera tucididea nella sua interezza. La tradizione
biografica – reperibile in Marcellino (47) – che descrive Tucidide ‘prendere
nota di tutti i discorsi e i fatti’ (per poi comporli µcfo xoììotç durante
l’esilio) è una evidente elaborazione di quanto proprio nelle Storie si
legge
24
: le dichiarazioni proemiali (I 22; V 26) e le frequenti formule
riepilogative dei singoli excursus o episodi (fotfo [...] fo ¸cvoµcvo)
fanno sì, da un lato, che il ¬ovfo ¸qoqciv venga sentito come una
componente essenziale del genere storiografico
25
e, dall’altro, che l’opera
di Tucidide si imponga anche per la diffusione di questo ideale stilistico
26
.
A margine dei capitoli sulla peste, dunque, i ¬oìoioi citati da Galeno
mostrano di avere ragionato allo stesso modo che il biografo fonte di
Marcellino: è Tucidide stesso a presentare il resoconto della peste come
completo, nel momento in cui, rifiutando la ricerca delle cause della
malattia, promette di ‘dire come è stata’ e di raccontarne i sintomi (II 48,3).
Sia che Galeno si distanzi dalla critica precedente, sia che vi si dica
d’accordo, rimangono due elementi di novità nel suo discorso: la
considerazione della dimensione ‘scientifica’ della procedura ippocratica e
di quella ‘non scientifica’ offerta dalle Storie di Tucidide.
In realtà, la dicotomia non è in sé originale. Le discussioni sulla distinzione
tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’ dovettero certamente godere di ampia
diffusione in un periodo in cui la medicina andava costituendosi a tutti gli

24
Canfora 1972, 10.
25
Canfora 1972, 13.
26
Canfora 1972, 30ss.; 105.
45
effetti come fc¿vq
27
; e in effetti nel corpus Hippocraticum si ha traccia di
queste contrapposizioni tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’, che vengono
ovviamente differenziati in base ai rispettivi livelli di conoscenza dell’arte
medica e alla capacità di applicarla: si veda Hp. Flat. I 3 Jouanna (6,90 L.),
con un’opposizione netta tra chi può conoscere anche fo qìotqo della
scienza e chi può conoscere soltanto fo o¬otooio (xoi fo µcv qìotqo
[scil. fqç fc¿vqç] foioiv iqfqoioiv µotvoioiv cofiv ciocvoi xoi ot
foioi oqµofqoiv); o ancora Hp. Reg. acut. XLIV 1s. Joly (2,316s. L.),
dove sono detti ‘risibili’ gli errori dei medici a cui persino un oqµofqç
potrebbe porre rimedio; ma si veda anche l’estensore di una delle lettere
ippocratiche, che così riassume l’esperienza ippocratica di innovazione
della medicina: cx µixqmv xoi ioimfixmv ciç µc¸oìo xoi fc¿vixo
¬qoq¸o¸c fqv iqfqixqv
28
. Al di fuori della produzione medica, poi,
un’eco della questione è proprio nel proemio della peste tucididea, quando
lo storico concede a chiunque lo desideri, sia egli iofqoç oppure ioimfqç,
di ‘dire le cause’ (II 48,3). Anche in Tucidide si legge la consapevolezza
relativa al fatto che alle due categorie di persone afferivano due differenti
livelli di conoscenza della fc¿vq, e più specificamente due differenti
sistemi eziologici.
Nel discorso di Galeno, invece, i fc¿vifoi, da una parte, e dall’altra gli
ioimfoi non sono più, come in Ippocrate e in Tucidide, i soggetti che
assistono ai fenomeni morbosi e che cercano di interpretarli e di
intervenirvi. Con il duplice richiamo – alla presenza della fc¿vq o,
viceversa, alla sua assenza – la sintesi proposta da Galeno si avvia a
stabilire innanzi tutto le peculiarità degli stessi due autori in relazione al

27
Vd., e.g., Hp. VM 4,1 Jouanna (1,578 L.). Cf. Jaeger 1959, 18s.
28
(Hp.) Ep. II Smith (9,314 L.).
46
metodo da loro utilizzato e al contenuto della loro opera; in secondo luogo,
fc¿vifoi e ioimfoi passano a indicare i loro rispettivi destinatari. Le
ultime due righe del frammento riassumono in forma di sentenza quella che
possiamo considerare l’originale elaborazione concettuale del Hcqi fot
ìoiµot: Ootxtoioqç µcv ¸oq fo otµpovfo foiç voootoiv mç ioimfqç
ioimfoiç c¸qo¢cv, I¬¬oxqofqç oc <mç> fc¿vifqç fc¿vifoiç.

Vi sono due elementi in Fr. 1.a. che lasciano intuire un debito di Galeno
nei confronti della tecnica filologico-letteraria utilizzata da Dionigi di
Alicarnasso, cioè una continuità tra il metodo scientifico elaborato dal
grammatico e gli strumenti che il medico si trova a usare a sua volta nel
costruire il giudizio su Ippocrate e Tucidide.
Già Manetti e Roselli hanno individuato tale continuità relativamente ai
criteri per formulare i giudizi di Echtheitskritik
29
: simili ai problemi che
Dionigi affronta lavorando sul testo degli oratori, infatti, sono talvolta
quelli di Galeno, quando negli t¬oµvqµofo egli è chiamato a pronunciarsi
sull’autenticità di testi o di parti di testi attribuiti a Ippocrate.
Per quanto riguarda il commento a Tucidide, ritengo che il primo elemento
in grado di ricondurre a Dionigi sia la tecnica della ot¸xqioiç e, in
particolare, il modo in cui essa viene attuata. A livello di studi letterari,
questa forma mentis tipicamente greca conosce un importante sviluppo da
parte di Dionigi
30
ed egli riesce a perfezionare la tecnica della
comparazione fra gli autori in maniera molto personale, rendendola di fatto
uno degli strumenti tipici del suo modo di condurre la critica letteraria
31
.

29
Manetti e Roselli 1994, 1567.
30
Sulla presenza costante della ot¸xqioiç nel pensiero greco, vd. Focke 1923.
31
Bonner 1939, 101ss.; De Jonge 2005, 463.
47
Proprio rispetto a Tucidide e rispetto al giudizio sullo stile dello storico,
evinciamo una delle implicazioni del carattere nuovo impresso da Dionigi a
questa tecnica. Il critico non si limita a mettere a confronto Tucidide con i
ot¸¸qoqciç precedenti (Thuc. 5s. [I 330,7 Us. – Rad.]) e con Erodoto (Ep.
ad Pomp. 3 [II 232,5 Us. – Rad.]) – cioè non si limita a un confronto
interno al genere storiografico –, bensì, nei capitoli finali della monografia
a lui dedicata, estende la comparazione di Tucidide anche a Demostene
(Thuc. 53-55). L’apporto dionisiano che per noi ha primaria importanza sta
appunto nel fatto che, come avverrà poi in Galeno, la comparazione tra gli
autori viene sviluppata al di fuori dello stretto ambito dei generi.
Il parallelo tra le esperienze del De Thucydide e del Hcqi fot ìoiµot
diventa poi ancora più stretto, qualora si considerino i rispettivi intenti di
Galeno e Dionigi. Comune ai due è sì lo scopo di evidenziare le differenze
tra gli autori presi in considerazione, ma ciò viene perseguito secondo
quelli che sono gli elementi costitutivi della ot¸xqioiç: il motivo agonale
e la tensione tra le alterità
32
. Il loro intento appare più intimamente
condiviso, se si pone attenzione al fatto che entrambi vogliono decostruire
una comparazione già istituita in precedenza e con la quale non si trovano
d’accordo: allo stesso modo in cui Galeno è in polemica con i ¬oìoioi e la
loro opinione, così Dionigi compone i paragrafi finali del De Thucydide
con il preciso scopo di negare che lo storico sia stato oggetto di µiµqoiç da
parte di Demostene
33
(con ciò negando che possa esserlo da parte di
aspiranti oratori).


32
Focke 1923, 328.
33
D. Hal. Thuc. 52 (I 412,5 Us. – Rad.).
48
Il secondo elemento che avvicina Galeno a Dionigi è un uso particolare del
termine ¬qooiqcoiç. Ciò che il contesto di Fr. 1.a. si propone di
dimostrare – che dalle Epidemie, nonostante la reticenza ippocratica, si
possono comunque ricavare nozioni sulla dispnea – necessita qualche
osservazione preliminare sulla ‘scelta di Ippocrate’ (cvoq¸mç oc xoi
ooqmç oci¿0qocfoi, ¬qoci¬ovfmv qµmv oìi¸ov fi ¬cqi fqç
¬qooiqcocmç fot I¬¬oxqofotç), ed è da qui che di fatto prende avvio il
discorso sullo ‘scrivere tutto’. La ¬qooiqcoiç appare dunque come una
caratteristica direttamente implicata nella selezione del materiale da
includere nei testi.
Vi sono, oltre a Fr. 1.a., almeno altri due luoghi in cui Galeno richiama
negli stessi termini la ‘scelta di Ippocrate’; entrambi si trovano negli
t¬oµvqµofo ed entrambi concernono questioni di attribuzione.
Particolarmente interessante è il proemio del quarto t¬oµvqµo al De victu
acutorum (15,732s. K.), dove si discute l’autenticità di quell’ultima sezione
che oggi è nota come Appendix. Galeno riferisce intorno a essa due
opinioni: vi sono infatti alcuni che la sospettano non ippocratica in quanto
mancante di otvoµiç fqç cqµcvcioç e di oxqipcio fmv 0cmqqµofmv, e
altri invece che, pur senza espungerla, si limitano a supporla opera di un
allievo, poiché xofo fqv cxcivot ¬qooiqcoiv q oio voio fmv
¸c¸qoµµcvmv cofiv
34
.
Galeno non chiarisce ulteriormente in che cosa consista questa ‘scelta’ e
come possa essere individuata nelle pagine di un autore. In considerazione
dei temi trattati, si potrebbe pensare che il medico faccia riferimento a un
concetto sviluppato dalle scienze filologiche. E in effetti la disciplina
retorica di derivazione aristotelica ha sì elaborato una definizione della

34
Vd. anche In Hp. Epid. VI V 13 (283,16) Wenkebach – Pfaff (17b,268 K.).
49
‘scelta deliberata’; tale concetto, però, derivato da una precedente
sistemazione in ambito etico, dove definisce l’unione della razionalità e del
desiderio
35
, a livello retorico si consolida come elemento dell’etopea, come
criterio per la creazione dei caratteri
36
:

Arst. Rhet. II 21, 1395b q0oç oc c ¿otoiv oi ìo¸oi cv oooiç oqìq q
¬qooiqcoiç.

Arst. Poet. 6, 1450b cofiv oc q0oç fo foiotfov o oqìoi fqv ¬qooiqcoiv.

Di conseguenza, l’ambito di applicazione di questa ¬qooiqcoiç non
coincide per nulla con le o¬oociçciç scientifiche e con i ìo¸oi
µo0qµofixoi, cioè con quanto non ha alcun interesse verso l’etopea
37
:

Arst. Rhet. III 16, 1417a oio fotfo otx c¿otoiv oi µo0qµofixoi ìo¸oi q0q,
ofi otoc ¬qooiqcoiv (fo ¸oq ot cvcxo otx c ¿otoiv), oìì` oi Emxqofixoi
¬cqi foiotfmv ¸oq ìc¸otoiv.

ibid. 17, 1418a ofov q0ixov fov ìo¸ov, ot oci cv0tµqµo fi çqfciv o µo ot
¸oq c¿ci otfc q0oç otfc ¬qooiqcoiv q o¬oociçiç.

Sono invece alcuni luoghi di Dionigi a tramandare un concetto di
¬qooiqcoiç simile a quello inteso da Galeno. Innanzi tutto, proprio

35
La ¬qooiqcoiç, di cui si stabilisce l’alterità rispetto a fo cxotoiov (EN III 2, 1111b) e
potìqoiç (ibid.), viene definita come unione della razionalità e del desiderio (EN III 3, 1113a
potìctfixq oqcçiç). Cf. Grimaldi 1972, 26. Chamberlain 1984.
36
Cf. Hagen 1966, 30ss. Per il significato del termine, vd. Wartelle 1982, s.v. («élection,
intention, choix raisonné»); Wartelle 1985, s.v. («intention, choix raisonné»); Chamberlain
1984, 147s.
37
Hagen 1966, 34.
50
dall’excursus sulla storiografia precedente a Tucidide emerge una nozione
di ‘scelta’ come elemento razionale che presiede all’cxìo¸q fmv
t¬o0cocmv e che concorre insieme alle otvoµciç a caratterizzare gli stili (a
livello di contenuto, ma non in relazione agli q0q):

D. Hal. Thuc. 5 (I 330,7 Us. – Rad.) µcììmv oc oq¿co0oi fqç ¬cqi
Ootxtoioot ¸qoqqç oìi¸o potìoµoi ¬cqi fmv oììmv ot¸¸qoqcmv ci ¬civ,
[...] cç mv c ofoi xofoqovqç q fc ¬qooiqcoiç otfot, q ¿qqoo µcvoç
oiqììoçc fotç ¬qo otfot, xoi q otvoµiç. [...] otfoi ¬qooiqcoci fc oµoio
c¿qqoovfo ¬cqi fqv cxìo¸qv fmv t¬o0cocmv xoi otvoµciç ot ¬oìt fi
oioqcqotooç co¿ov oììqìmv, oi µcv foç Eììqvixoç ovo¸qoqovfcç
iofoqioç, oi oc foç poqpoqixoç, [xoi] otfoç fc fotfoç ot otvo¬fovfcç
oììqìoiç, oììo xof` c0vq xoi xofo ¬oìciç oioiqotvfcç xoi ¿mqiç oììqìmv
cxqcqovfcç.

Per la ¬qooiqcoiç come cxìo¸q fmv t¬o0cocmv esiste un interessante
parallelo nella tradizione dell’esegesi omerica:

Schol. Il. A 2 Erbse (= Epim. Hom. 2C
1b
Dyck) µtqio [...] otocv oc ofo¬ov, ci
¬oqo Motomv [¨Oµqqoç add. Epim. Hom.] fot fo cqmfo qqovqoiç µc v ¸oq
cofiv q ¬ovfmv cioqoiç, ¬qooiqcoiç oc oxqipqç q fmv oµcivovmv ¬qoçcmv
oiqcoiç [q fmv oµcivovmv cxìo¸q Epim. Hom.].

Sempre per quanto riguarda Dionigi, poi, in due passi del De Lysia è
rilevabile una ¬qooiqcoiç simile a quella di cui parla Galeno; dal primo di
essi sappiamo che la ‘scelta’ può essere oggetto di emulazione
38
; ancor più

38
D. Hal. Lys. 3,10 Aujac (I 12,4 Us. – Rad.) c¸cvovfo µcv ot v ¬oììoi fqç ¬qooiqcocmç
fotfqç çqìmfoi ot¸¸qoqciç fc xoi qqfoqcç. Il capitolo 3 verte su quello che per Dionigi è il
carattere più importante della prosa lisiana: il rifiuto della ìcçiç fqo¬ixq (con la presa di
distanza da Gorgia e da Tucidide) e la conseguente opzione in favore dello stile detto ‘medio’
51
importante è però il secondo, dove la ¬qooiqcoiç è presa a criterio per la
formulazione di un giudizio di autenticità. La questione riguarda i due
discorsi in difesa di Ificrate (Lys. Frr. III e VII Gernet – Bizos), sulla cui
paternità dovettero evidentemente sorgere dubbi in età augustea
39
:

D. Hal. Lys. 12,8 Aujac (I 21,20 Us. – Rad.) ofot µcv otv cioi qqfoqoç oi
ìo¸oi ¬cqi fc fqç cixo voç xoi fqç ¬qooooioç, otx c¿m pcpoimç ci¬ci v. ofi
oc cvoç oµqofcqoi, ¬oììoiç fcxµqqioiç c¿oiµ` ov ci¬civ q ¸oq otfq
¬qooiqcoiç fc xoi otvoµiç cv oµqofcqoiç.

Per il resto, neppure in Dionigi, al pari che in Galeno, la ¬qooiqcoiç viene
chiaramente definita, e di fatto il vocabolo non viene incluso nel lessico
tecnico dell’arte grammatica
40
. Rimangono comunque i punti di contatto:
innanzi tutto gli oggetti della ‘scelta’, che Dionigi classifica come
t¬o0cociç e la critica omerica come ¬qoçciç, e che in ogni caso si
distanziano dagli q0q della visione aristotelica; in secondo luogo la
possibilità che in base a tale ‘scelta’ si giunga a individuare gli stili degli
autori anche relativamente a questioni di attribuzione.



(Lys. 3,1 Aujac [I 10,7 Us. – Rad.] q oio fmv xtqimv fc xoi xoivmv xoi cv µcom xciµcvmv
ovoµofmv cxqcqotoo fo vootµcvo <cqµqvcio>). Tra gli çqìmfoi della ‘scelta’ di Lisia,
Dionigi cita Isocrate.
39
Gernet e Bizos 1967, 233 (n.2). Aristotele (Rhet. II 23, 1397b e 1398a) attribuiva i due
discorsi allo stesso Ificrate. Dionigi rifiuta l’attribuzione a Lisia non solo su considerazioni
stilistiche, ma anche per motivi cronologici (per cui cf. Dover 1968, 45s.).
40
Tace infatti Geigenmüller 1908.
52

Riassunto di Hp. Art. 69 (4,282ss. L.)
Art. 69 è a proposito delle cancrene dei tessuti (o ¬ooqoxcìioicç ooqxmv) che possono
insorgere come conseguenza delle fratture: se ne fornisce una descrizione, si dànno
indicazioni su modi e tempi del procedere e riguardo al periodo di convalescenza dei
pazienti. Il capitolo si conclude con un’ultima raccomandazione a proposito della
otocvfcqiq che – è detto – sopraggiunge nella maggioranza dei casi di µcìooµoç e di
oiµoqqo¸iq, per lo più a ‘crisi’ già avvenuta: (4,288 L.) ¬qoooc ¿co0oi oc ¿qq fotç
foiotfotç ovo ¿qovov t¬o otocvfcqiqç ¬icçco0oi xoi ¸oq c¬i foioi
µcìoivoµcvoioi foioi ¬ìciofoioiv c¬i¸ivcfoi otocvfcqiq xoi c¬i fq oiv
oiµoqqo¸iqoiv cç cìxcmv c¬i¸ivcfoi oc mç c¬i fo ¬oìt xcxqiµcvmv qoq fmv
µcìooµmv xoi fqç oiµoqqo¸iqç.
Nel commento relativo a questa parte di testo, Galeno comincia un discorso intorno al
vocabolo otocvfcqiq e a come esso venga impiegato qui da Ippocrate non in
riferimento a ‘lesioni intestinali’, bensì a ‘deiezioni di sangue attraverso gli intestini’: In
Hp. Art. IV 38 (18a,724 K.) fqv fqç otocvfcqioç ¬qooq¸oqiov coixcv o
I¬¬oxqofqç ot xofo fqç fmv cvfcqmv cìxm ocmç c¬iqcqciv, m ç oi ¬oììoi fmv
iofqmv, oììo xofo fqç oiµofmootç cxxqiocmç oio fmv cvfcqmv ¸i¸voµcvqç. Ciò
che a Galeno preme evidenziare è che diverse eziologie hanno un identico sintomo – la
otocvfcqiq – e che vi è perciò il rischio, causato dall’inesperienza dei medici,
dell’applicazione di cure non corrette (ibid. [18a,724s. K.]).
Orientato dunque a stabilire le differenze che caratterizzano questa dissenteria da quelle
di altro genere, il capitolo di Ippocrate si conclude fornendone una descrizione in
massima parte negativa.


53

Fr. 1.b.
Gal. In Hp. Art. IV 39 (18a,728s. K.)

[Hp. Art. 69 (4,288 L.)] xoi oqµofoi µcv ìotqmç xoi io¿tqmç, ofoq otfc
¬oìtqµcqoç ¸ivcfoi ot fc 0ovofmoqç, otfc ¸o q µoìo o¬ooifoi ¸ivovfoi oi
foiotfoi otfc oììmç çtµqcqci xcvco¸¸c civ.

ot¿ mç iofoqiov ¸qoqmv fmv otµpoivovfmv foiç otfm xoµvotoiv,
mo¬cq o Ootxtoi oqç, qvixo oiq¸cifoi fov ìoiµov, oìì` cvcxo
oioqioµot fmv cq` cfcqoiç oifioiç ¸i¸voµcvmv otocvfcqimv, fotfo
¬qooc0qxcv o I¬¬oxqofqç, mof` ci µq xoi fqç ¬qoxciµcvqç
¬qo¸µofcioç ioioç cofiv o ìo¸oç, otoc v ¿ciqov otfov cçcq¸oooo0oi
¬oµ¬oììmv iofqmv ootvofotvfmv oioxqivoi foç oio0cociç, cq` oiç
cxxqiociç oiµofoç ¸i¸vovfoi. voµiçotoi ¸otv cvioi ¬o ooç otfoç
cìxmocoiv cvfcqmv c¬co0oi, µc¸oìmç oqoììoµcvoi.


54

All’inizio è molto violenta, ma non dura molti giorni e non risulta fatale; quelli che ne
sono colpiti non perdono del tutto l’appetito e non è di alcuna utilità che stiano a
dieta.

Se Ippocrate ha aggiunto tali nozioni, non è stato per scrivere il reportage
di ciò che succede a questi pazienti – ciò che fa Tucidide nel descrivere la
peste –, bensì è stato allo scopo di distinguere le dissenterie dovute a cause
diverse; perciò, se anche il discorso non è in tema con la materia in oggetto,
è un bene che ne tratti, visto che moltissimi medici non sono in grado
distinguere le condizioni da cui si originano le deiezioni di sangue. Alcuni,
infatti, ritengono che tutte queste deiezioni siano conseguenti a lesioni
intestinali, e si sbagliano di grosso.

55

In prosecuzione del discorso già avviato in precedenza, Galeno intende
spiegare il motivo per cui Ippocrate ha citato una particolare tipologia di
dissenteria (quella curabile con le diete) laddove in realtà il discorso nel
suo complesso riguarda le dissenterie che hanno un’altra eziologia (quelle
che si manifestano in seguito all’amputazione degli arti).
Il motivo viene appunto individuato nella metodica ricerca di un oioqioµoç
eziologico, e conseguentemente terapeutico, finalizzato a rimediare a
quell’inesperienza, già in precedenza denunciata, che porterebbe i medici
ad applicare cure analoghe a sintomi analoghi.
Con un intento esemplificativo, all’inizio del suo discorso Galeno istituisce
una comparazione tra la prassi ippocratica e quella di Tucidide,
comparazione che, come nel Fr. 1.a., conduce anche ora a una sostanziale
differenziazione tra i due autori. È proprio questa ot¸xqioiç a far supporre
che si sia in presenza di una redazione parallela del frammento del Hcqi
fot ìoiµot, nonostante manchino degli espliciti riferimenti sia all’opera in
sé sia all’elemento che prima si è individuato come maggiormente
caratterizzante, cioè il contrasto tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’.
Rispetto a Fr. 1.a., vi è qui un rovesciamento della prospettiva che
inquadra i due autori messi a confronto: in Sulla dispnea Tucidide era colui
che ‘scriveva tutto’ e Ippocrate il fc¿vifqç capace di selezionare
opportunamente il materiale da redigere; ora invece la completezza
maggiore viene riconosciuta a Ippocrate, che parla anche di ciò che non è
direttamente coinvolto nella patologia trattata, mentre Tucidide si limita a
riportare fo otµpoivovfo, ‘i fatti che accadono’. Nonostante questo
rovesciamento, però, rimane la relazione istituita tra Tucidide e ‘gli
avvenimenti’, considerati come l’oggetto principale della descrizione della
56
peste: relativamente allo storiografo, quindi, viene mantenuto il medesimo
impianto critico già visto all’opera in Sulla dispnea.
Una distinzione tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’ sembra essere sottesa al
discorso di Galeno, che in effetti individua nella tecnica ippocratica del
oioqioµoç un intento paideutico rivolto agli altri medici. Inoltre, alla prassi
di Tucidide, il quale per l’antichità è ot¸¸qoqctç autore di una
ot¸¸qoqq, il commentatore riserva la denominazione di iofoqio. Egli
evidentemente associa il metodo dello storico (che scrive ‘gli avvenimenti’)
all’omonimo principio empirico del ‘resoconto’, cioè l’esposizione della
collezione di osservazioni autoptiche che per gli Empirici è l’essenza stessa
dell’arte medica: Sect. II Helmreich (1,67 K.) fo ¸oq otfo fotfo fm µcv
fqqqoovfi otfo¢io, fm oc µo0ovfi fo fcfqqqµcvov iofoqio cofiv.
Sembra dunque che ancora una volta Galeno tragga deduzioni dal proemio
della peste, e in particolare da II 48,3, dove si ha un palese richiamo
all’autopsia: fotfo oqìmom otfoç fc vooqooç xoi otfoç i omv oììotç
¬oo¿ovfoç.



57

capitolo 4.
le testimonianze


Ci si occuperà ora dei luoghi dell’opera di Galeno che testimoniano
l’attività di lettura e di esegesi dei capitoli tucididei sulla peste. Questi
luoghi, che non possono essere considerati propriamente “frammenti” del
commento perduto, saranno presi in considerazione in quanto costituiscono
un corpus di testimonianze abbastanza omogeneo per ricavarne nozioni
intorno al Tucidide di Galeno, e intorno allo stile, alle finalità e alle
tecniche mantenuti dal medico nella lettura di Thuc. II 47-54.
I luoghi sono ordinati innanzi tutto in base al testo citato (da Thuc. II 49,3 a
52,2) e, qualora una medesima citazione ricorra più volte, in base alla
cronologia dell’epitesto galenico. Ho ritenuto opportuno limitare l’apparato
critico ai casi che verranno in seguito discussi
*
.



*
Test. 6, dalla tradizione araba del commento a Epidemie VI, è riportato nella versione di Pfaff
(in Wenkebach e Pfaff 1956).
58

(1.-2.)
Thuc. II 49,3
xoi o¬ofc cç fqv xoqoiov ofqqiçcicv, ovcofqcqc fc otfq v xoi
o¬oxo0oqociç ¿oìqç ¬oooi oooi t¬o iofqmv mvoµooµcvoi cioiv
c¬qoov


ofqqiçcicv edd. (duce Stahl): ofqqiçoi codd.

Test. 1.a.
Gal. PHP II 8,7ss. De Lacy (5,274s. K.)
ot µcv oto` q xoqoioì¸io fotvoµo fqv cv fm 0mqoxi ¬cqic¿oµcvqv
xoqoiov ootvoo0oi oqìoi, oìì` cofiv oµmvtµio fiç otocvo
ìov0ovotoo fmv mµiìqxofmv oq¿oimv ¸qoµµooi. §8 mo¬cq ¸oq fo
xofo fov 0mqoxo o¬ìo¸¿vov, otfm xoi fo fqç ¸oofqoç ofoµo
xoqoiov ovoµoçotoiv oi ¬oìoioi xoi ¬oµ¬oìt ¸c fotvoµo cofi ¬oq`
otfoiç. […] §10 o µcv oq Nixovoqoç moc ¬mç qqoiv (Alex. 21s.) qv xqooiqv
c¬iooq¬iov, oi oc oo¿oiqv xìciotoi ofoµo¿oio. §11 Ootxtoioqç o` moc xoi
o¬ofc ciç fqv xoqoiov ofqqiçcicv, ovcfqc¬c fc otfqv xoi
o¬oxo0oqociç ¿oìqç ¬oooi oooi t¬o fmv iofqmv mvoµooµcvoi
c¬qcoov. §12 o o` I¬¬oxqofqç (Epid. II 2,1) ¸tvq cxoqoiqì¸cc xoi otocv
xo0iofq ¬oìqv c ç qoiqç ¿tìov oìqifmv c¬i¬ooootoo xoi µovooifiq qqxcoc xoi
otx ovqµccv oio fo Xoiqimvoç. §13 o¬ovfcç otfoi oqìotoiv cvoq¸mç fo
ofoµo fqç ¸oofqoç ovoµoçco0oi xoqoiov. mofc fotfqç µcv fqç
xoqoioç ciq ov fi ¬o0oç q xoqoioì¸io xfì.


ofqqiçcicv Kühn, De Lacy: ofqqi…cv H: ofqqiçoicv M Ald.: ofqqiçcv L ||
ovc¬qc¬c L || fmv om. L || ci oiv post iofqmv add. Kühn
59

Test. 1.b.
Gal. In Hp. Progn. III 35 (360,16) Heeg (18b,286 K.)
fo oc fqç ¸oofqoç ofoµo (xoìcifoi oc, mç ioµcv, fotfo xoi xoqoio)
oio fo µc¸c0oç mv c¿ci vctqmv oio0qfixmv otocv ìov0ovci fmv xo0`
cotfo. ooxvoµcvov otv t¬o fot ¬ixqo¿oìot ¿tµot fov xoìotµcvov
otfm xoqoim¸µov cq¸oçcfoi. oio xoi ¿oìmoqç cµcfoç otfoiç ¸ivcfoi.
foiotfov ¸oq fi xoi o Ootxtoioqç coqìmocv, cv0o qqoi xoi o¬ofc cç
fqv xoqoiov ofqqiçoi, ovcofqcqc fc otfqv xoi o¬oxo0oqociç ¿oìqç
o¬oooi ¬oqo fmv iofqmv mvoµooµcvoi cioiv c¬qcoov. fo ¸oq
ovcofqcqcv c¬i fq ç ¬qoç cµcfov oqµqç ci¬cv ct0cmç ¸c xoi xoqoiov
ovoµoooç fo ofoµo fqç ¸oofqoç


ofqqiçoi VPF: cofqqiçcv V
2
: ofqqiçcv R || post ofqqiçcv inser. ¿tµoç R || fc (post
ovcofqcqc) PF (cf. Test. 1.a): ¸c VR Heeg || c¬qcoov V
2
P: t¬q coov V: t¬icoov
RF



Test. 2.
Gal. In Hp. Epid. VI IV 13 (219,4) Wenkebach-Pfaff (17b,167s. K.)
xo0oqociç ¸oq cim0cv ovoµoçciv ot µovov foç t¬o qoqµoxmv
¸ivoµcvoç, oììo xoi foç t¬o fqç qtocmç. o oc Ootxtoioqç xoi foç
xofo otµ¬fmµo fm ìo¸m fot vooqµofoç, <ot µovov foç oi`> oqµoç fqç
qtocmç ¸ivoµcvoç xcvmociç cv voooiç [xo0oqociç xoi] o¬oxo0oqociç
mvoµoocv ci¬mv xoi o¬oxo0oqociç ¿oìqç ¬oooi oooi t ¬o iofqmv
mvoµooµcvoi cioiv c¬qcoov

60

(3.-4.)
Thuc. II 49,5
xoi fo µcv cçm0cv o¬foµcvm omµo otf` o¸ov 0cqµov qv otfc
¿ìmqov, oìì` t¬cqt0qov, ¬cìifvov, qìtxfoivoiç µixqoiç xoi
cìxcoiv cçqv0qxoç fo oc cvfoç otfmç cxocfo mofc µqfc fmv
¬ovt ìc¬fmv iµofimv xoi oivoovmv foç c¬ipoìoç µqo` oììo fi q
¸tµvoi ovc¿co0oi, qoiofo fc ov cç tomq ¢t¿qov oqoç otfotç qi¬fciv


fo ABEFM: fm C: fm Hude|| omµo codd.: fo omµo J
2
Hude || otf` CG: otx
ABEFM || ¬cìifvov edd. (ex Ael. D. ¬ 32 et al. lexx.): ¬cìiovov codd. ||
cxocfo ABEFM: cxoicfo CG || µqo` CG: µqf` ABEFM || ¸tµvoi CG: ¸tµvov
ABEFM




Test. 3.
Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (52,3) Wenkebach-Pfaff (17a,882 K.)
ofi o` cv otfm qìtxfoivoi ¸ivovfoi, xoi o Ootxtoioqç µoqftqci
¸qoqmv otfmç xoi fo µcv cçm0cv o¬foµcvm omµo otfc o¸ov 0cqµov
qv otfc ¿ìmqov, oìì` t¬cqt0qov, ¬cìiovov, qìtxfoivoiç µixqoiç <xoi>
cìxcoiv cçqv0qxoç


<xoi> edd. (cf. Test. 4)



61

Test. 4.
Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (53,16) Wenkebach-Pfaff (17a,885s. K.)
¬qoofc0cvfoç oc xofo <fqv> qqoiv fm ¬cµqi¸moccç fot ocivoi, o ìoiµmoqç µovoç
cofi oqìotµcvoç, ot fo ¬qoç oììotç oioqcqov cofi fo oq¬coovmocç civoi fo
0cqµov, oiov¬cq xov fm vtv ¸cvoµcvm ¬oìt¿qovimfofm ìoiµm. oio fotfo otv
otoc 0cqµoi xoi oioxociç cqoivovfo foiç o¬foµcvoiç oi
ìoiµmffovfcç, xoi foi fo ¸` cvoov io¿tqmç oioxoioµcvoi, xo0o¬cq xoi
o Ootxtoioqç cqq xoi fo µcv cçm0cv o¬foµcvm omµo otf` o¸ov
0cqµov qv otfc ¿ìmqov [qv], oìì` t¬cqt0qov, ¬cìiovov, qìtxfoivoiç
oµixqoiç xoi cìxcoiv cçqv0qxoç. fo oc cvfoç otfmç cxoicfo, mofc
µqfc fmv ¬ovt ìc¬fmv iµofimv xoi oivoovimv foç c¬ipoìoç, µqo` oììo
fi q ¸tµvoi ovc¿co0oi


[qv] del. Wenkebach (cf. Test. 3) || µqfc Wenkebach: µqoc U edd. || µqo` Wenkebach:
µqf` U edd.






(5.)
Thuc. II 49,8
fotç oc xoi ìq0q cìoµpovc ¬oqotfixo ovoofovfoç fmv ¬o vfmv
oµoimç, xoi q¸voqoov oqoç fc otfotç xoi fotç c¬ifqociotç


62

Test. 5.1.
Gal. Sympt. diff. 3 (7,62 K.)
ofi oc xoi ¬cqi fo µvqµovctfixov fqç ¢t¿qç ¸ivcfoi otµ¬fmµofo xoi
voootoiv cfi xoi qoq ¬c¬otµcvoiç fmv vooqµofmv, fotfo µcv xoi
¬oqo Ootxtoioot µo0civ cvcofiv cviotç fmv oioom0cvfmv cx fot
ìoiµot µc¿qi foootfot fmv cµ¬qoo0cv o¬ovfmv c¬iìo0co0oi
ìc¸ovfoç, mç µq µovov fotç ioiotç, oììo xoi oqoç otfotç o ¸voqooi

Test. 5.2.
Gal. Sympt. caus. II 7 (7,200s. K.)
m¬foi ¸oq otx oìi¸oxiç mç ciç o¬oofooiv fivo xofooxq¢ovfo
vooqµofo µmqmoiv q ìq0qv c¬q¸o¸cv. cviotç ¸otv xoi ¸qoµµofo xoi
fc¿voç fcìcmç c¬iìo0oµcvotç c0coooµc0o xoi µqoc fmv oqcfcqmv
ovoµofmv µcµvqµcvotç, o¬oiov fi xoi o Ootxtoioqç qqoiv cv fm
ìoiµm otµpqvoi fivoç fmv oioom0cvfmv o¸voqooi oqoç fc otfotç
xoi fotç c¬ifqociotç

Test. 5.3.
Gal. In Hp. Prorrh. I II 59 (101,16) Diels (16,696 K.)
µcµmqmµcvo oc xoìci [scil. o I¬¬oxqofqç] fo µmqmoiv cµ¬oiotvfo fq oiovoio.
otfq oc cofiv ¿mqi ç ¬oqoqqootvqç otµfmµo foiç qtoci µmqoiç oµoiotç
o¬oqoivov fotç voootvfoç, o¬oiotç xoi fmv ìc¸oµcvmv o¬o¸qqov c viotç ioµcv
¸i¸voµcvotç. m ¬o0qµofi ¬oqo¬ìqoiov µcv cofiv, ot µqv fotfov, o¬cq
ovoµoçotoiv o¸voiov, t¬cq qç xoi o Ootxtoioqç c¸qo¢cv c¬i fmv cx
fot ìoiµot oioom0cvfmv moi xoi q¸voqoov oqoç fc otfotç xoi fotç
c¬ifqociotç. mfivi oc oioqcqci fqç ìq0qç, otx ovo¸xoiov ciç fo
¬oqovfo oxo¬cio0oi

63

Test. 5.4.
Gal. An. mor. 5 (4,788 K.)
fo o` t¬o fmv fot omµofoç xoxmv otvoofctco0oi fqv ¢t¿qv cvoq¸mç
cv µcìo¸¿oìioiç xoi qqcvifioi xoi µovioiç qoivcfoi. fo µcv ¸oq
o¸voqooi oio vooqµo oqoç f` otfotç xoi fotç c¬ifqociotç, o¬cq o fc
Ootxtoioqç otµpqvoi ¬oììoiç qqoiv





(6.)
Thuc. II 50,1
fo ¸oq oqvco xoi fcfqo¬ooo ooo ov0qm¬mv o¬fcfoi, ¬oììmv
ofoqmv ¸i¸voµcvmv q ot ¬qooqci q ¸ctooµcvo oicq0ciqcfo

6.
Gal. In Hp. Epid. VI IV 27 (244,3) Wenkebach-Pfaff
Und es ist möglich, daß die Pest Hunde und Maulesel trifft, wie es ja auch
Homer erzählt. Die Vögel aber trifft sie unbedingt. Wenn sie sie am
Anfang ihres Auftretens nicht bekommen, so bleiben sie am ihren Ende
sicher nicht verschont, zumal wenn sie langer hinzieht. Wir hören, wie
Thukydides von der Pest, die zu seiner Zeit auftrat, erzählt, daß die Vögel
und die Vierfüßler, welche von dem Fleisch der Menschen fraßen, da viele
Leichen auf der Oberfläche der Erde herumlagen, ohne begraben zu
werden, an Ort und Stelle zugrunde gingen, wenn sie davon fraßen.

64

(7.)
Thuc. II 52,2
oìì` cv xoìtpoiç ¬vi¸qqoiç mqo cfotç oioifmµcvmv o q0oqoç
c¸i¸vcfo


cfotç plerr. codd.: 0cqotç H
2



Test. 7.
Gal. Febr. diff. I 6 (7,289s. K.)
q oc oq¿q fqç oq¬coovoç qfoi ¬ìq0oç fi vcxqmv cofi µq xot0cvfmv,
mç cv ¬oìcµoiç cim0c otµ¬i¬fciv q cx fcìµofmv fivm v, q ìiµvmv
ovo0tµioociç mqo 0cqotç cofi o` ofc xofoq¿ci µcv oµcfqoç
0cqµooio fot ¬cqic¿ovfoç, mç c¬i fot xofoìopovfoç `A0qvoiotç
ìoiµot, xo0o qqoiv o Ootxtoioqç oìì` cv xoìtpoiç ¬vi¸qqoiç mqo
0cqotç oioifmµcvmv o q0oqoç xofo fo omµo c¸ivcfo
65

contributi di galeno alla storia del testo di tucidide

La prima e immediata opportunità che le testimonianze offrono è di fare
alcune considerazioni intorno al testo tucidideo che Galeno aveva a
disposizione, e intorno allo stato di questo Tucidide galenico in rapporto
alla tradizione diretta dello storico. A tal fine, solo alcune delle
testimonianze sopra riportate hanno un effettivo valore.

In primo luogo è da notare il consenso di Galeno con l’intera tradizione
manoscritta tucididea relativamente a ofqqiçoi (Thuc. II 49,3; Gal. Testt.
1.a.-b.) e a ¬cìiovov (Thuc. II 49,5; Gal. Testt. 3, 4), la cui restituzione in
forma e grafia corrette avviene soltanto in età moderna.
In Thuc. II 49,3 l’ottativo aoristo “eolico” ofqqiçcicv compare per la
prima volta nell’edizione di Classen (1879) e viene definitivamente
ripristinato da Stahl 1886, 62s.: «Neque magis tolerandae sunt tertia sing. et
plur. optat. aor. in ooi et ooicv»
1
. Solo in seguito la correzione è
normalmente accolta dagli editori.
Dall’apparato di De Lacy al luogo del De placitis risulta però che Kühn
(1823) avrebbe emendato Galeno sulla base del testo tucidideo («ex Thuc.
corr. Kühn»). La nota va ovviamente rettificata in questo senso: la
congettura di Kühn è del tutto autonoma (poiché precedente agli
interventi)
2
e pare invece fondata sulla lettura che di Galeno dava l’Aldina

1
La congettura è fondata sull’usus linguistico di tragici e comici, che ammettono poche (e
problematiche) eccezioni solo per la seconda persona singolare. La normalizzazione di Stahl
coinvolge anche Thuc. II 84,2 (cx¬vctooi in c x¬vctocicv), III 49,3 (q0oooicv in
q0oociov), V 111,1 (voµiooicv in voµiociov).
2
Curiosamente, dunque, è Kühn il primo a correggere Thuc. II 49,3.
66
(ofqqiçoicv). Per il resto, riguardo al testo del De placitis non vi è che da
constatare il cattivo stato della tradizione proprio riguardo a questa forma
verbale.
Minore incertezza presenta invece la tradizione del commento al
Prognostico, dove si ha un consenso quasi unanime dei codici per
ofqqiçoi.
3

È importante notare che Galeno, da atticista, ha una netta predilezione per
la III sing. ott. aor. in -ocic
4
. D’altra parte, però, egli mostra anche un
rigore filologico che lo spinge eventualmente a conservare, per i testi citati,
la forma per lui meno usuale. Vediamo accadere ciò proprio nel De placitis
per due citazioni da Crisippo:

Gal. PHP IV 7,12s. De Lacy (5,419 K.) (= Chrysipp. Mor. SVF 466) xoi o
Xqtoi¬¬oç cv fm octfcqm ¬cqi ¬o0mv µoqftqci ¸qoqmv moc çqfq ooi o`
ov fiç xoi ¬cqi fqç ovc ocmç fqç ìt¬qç, ¬mç ¸i vcfoi xfì.

Gal. PHP IV 7,27 De Lacy (5,422 K.) (= Chrysipp. Mor. SVF 467) cif` c qcçqç
c¬iqcqci xoi fotfo xo0` ov ìo¸ov otx ov o¬cì¬i ooi fiç otfmç fmv
¬qo¸µofmv xfì.

Nel De comate, invece, lo stesso rigore è esercitato su un luogo delle
Epidemie ippocratiche:

Gal. De com. sec. Hp. 2,3 (184,17) Mewaldt (7,649 K.) oqo oc xoi fo c qcçqç
¬oìiv [Hp. Epid. III 3,17 oqq. 1
ser.2
(3,106 L.)] ci ¸oq fi oioìci¬oi xoi
oioxotqiooi, ¬oìiv fo¿t t ¬cofqcqcv.

3
In accordo è anche il testo di Nemes. Nat. hom. 21 (82,13 Morani), forse un’interpolazione che
deriva proprio dal commento galenico (vd. infra, n. 32).
4
Un’eccezione in In Hp. Vict. acut. III 8 (229,30) Helmreich (15,649 K.) çqfqooi oc oq
¬qooqxovfmç ov fiç, oio fi xfì.
67

Queste coincidenze nell’usus citazionale rendono dunque molto probabile
che lo ofqqiçoi di Thuc. II 49,3 sia una lezione antica che già Galeno
poteva reperire e tramandare.

Differente è il discorso su ¬cìiovov/¬cìifvov, che in Tucidide è hapax.
Gli editori tucididei hanno riconosciuto l’autorità di una tradizione
lessicografica che differenziava le grafie e assegnava quella con -f- all’uso
attico
5
. Tra le testimonianze di tale tradizione, Eustazio (che dipende da
Elio Dionisio), Fozio e Suda fanno esplicito riferimento al luogo dello
storico:

Eust. In Il. X 63s. (II 658 van der Valk) q oc fot o xoi fot f ot¸¸cvcio
oqìotfoi xoi oio fqç ¿oqifoç. - mç ¸oq 0cµiooç 0cµifoç, otfm oc xoi
¿oqiooç ¿oqifoç. - cfi oc xoi oio fot ¬cìiovot. otfo ¸oq xoi ¬cìifvov oio
fot f ¬oqo Ootxtoioq ctqqfoi, mç xoi Aiovtoioç Aiìioç ¬oqooqµciotfoi
6

Su. ¬ 945 Adler; Ph. 2,408,4s. Naber ¬cìiovov µcìov. ìc¸cfoi xoi ¬cìifvov
¬oqo Ootxtoi oq

5
Moer. ¬ 73 Hansen ¬cìifvov cv fm f `Affixoi, ¬cìiov q ¬cìiovov ¨Eììqvcç; Hesych. ¬
1335 Hansen ¬cìifvov ¬cì[c]iov. Cf. Chantraine, 1968, 876 (s.v. ¬cìiovoç): «Hcìifvov doit
être une forme ancienne, comme l’indiquerait l’emploie en vieille att[ique]». Sempre sulla base
di Meride, Porson 1814, 57, ha proposto di intervenire anche su Alex. Fr. 115,17 K.-A.
oio¿tvcfoi ¸oq ¬cìiovov ov fm ¿qmµofi. Kassel e Austin non accolgono l’emendamento;
diversamente Kock (Fr. 110) e Arnott (1996, 322, che parla di «unmetrical spelling» e rimanda
a West 1982, 16s.). Il testo di Clem. Alex. Paed. II 2,26 – da Kock pubblicato come frammento
adespoto (CAF 342) e corretto, anche sul precedente di Alessi, in (2s.) m¿qimvfoç cofiv
ciooqov / fo ¬qoom¬o ¬cìifvotç – è invece «un emprunt à quelque comédie» (Marrou 1965,
58 n. 6 [ad Clem. Alex. l.c.]).
6
Eustazio combina insieme elementi dottrinali sulla ot¸¸cvcio consonantica e un appunto,
derivatogli da Erodiano (cf. Eust. In Od. IX 112 [1618 Stallbaum] [= Hdn. GG III/2,646
Lentz]), sulla fqo¬q “dorica” dei nomi in -iç da -iooç a -ifoç.
68
Ael. Dion. ¬ 32 Erbse; Ph. 2,408,10 Naber ¬cìifvov Ootxtoioqç oio fot f

La questione se Galeno leggesse già in Thuc. II 49,5 il corrotto ¬cìiovov
non ha una soluzione definitiva. In linea di massima, ciò mi pare
ipotizzabile; del resto, anche in Dione Crisostomo, il cui testo di
riferimento è a maggior ragione individuabile nello stesso Tucidide che non
nella produzione medica, è attestata la grafia non attica
7
.
Tale ipotesi risulta, tuttavia, meno sicura che nel caso di ofqqiçoi, qualora
si considerino la fortuna stessa dell’aggettivo e un particolare modus
operandi del medico di Pergamo.
Di fatto non esistono attestazioni dirette della grafia ¬cìifvoç. A partire
già da Ippocrate, questo aggettivo – patrimonio quasi esclusivo del lessico
medico – ricorre sempre con grafia -o-
8
. Per parte sua, Galeno talvolta si
esprime contro certi eccessi del purismo atticista, specie proprio dove è
questione di una sola lettera
9
, e altre volte, pur testimoniando una

7
D. Chr. LXII 6 oçtfcqov q0c¸¸oµcvoç ctvot¿mv, fov µcv fqo¿qìov o¬oxìivmv, t¬o oc
oq¸ioç xoi oxioç ìctxoç xoi fqcµmv, fo omµo ¬cìiovoç, fotç oc oq0oìµotç ovoofqcqmv.
Vd. Schmid 1887, 132.
8
A proposito di Thuc. II 49,5 e della compresenza di ¿ìmqoç, t¬cqt0qoç e ¬cìiovoç, Page
1953, 103 fa presente che si tratta degli aggettivi tra i più diffusi in campo medico per
descrivere i colori (per una fra le tante definizioni date da Galeno per ¬cìiovoç, vd. Tum. 10
[7,724s. Kühn] cvio oc xoi cqt0qot xoi µcìovoç cv fm µcfoçt fo xoìotµcvo ¬cìiovo).
Vd., e.g., Arst. Probl. VIII 1 (887b); Diocl. Fr. 82 Wellmann (= Oribas. Coll. 4,16 [3,133
Raeder]); Sor. Gyn. II 22,2; Ruf. Quaest. 26. Vd. anche Nic. Ther. 238 e 272. In ambito non
medico (ma sempre riferito al colore della pelle) l’aggettivo è nella descrizione degli cxoxcto
¬qoom¬o drammatici data da Poll. IV 141: Ttqm ¬cìiovq foç ¬oqcioç ¬oqo Eoqoxìci.
9
Vd., e.g., Gal. Alim. fac. II 57 (319,10) Helmreich (6,641 K.) ¬cqi oo¬oqo¸mv. cifc oio fot
q ìc¸civ c0cìoiç fqv octfcqov otììopqv fmv oo¬oqo¸mv cifc oio fot ¬, xo0o¬cq
o¬ovfcç, ot vtv ¬qoxcifoi oxo¬civ otoc ¸oq foiç offixiçciv fq qmvq o¬otooçotoiv
oììo foiç t¸ioivciv c0cìotoi ¸qoqcfoi fotfo.
69
tradizione atticista, egli sceglie comunque di contravvenirla e di rimanere
legato alla consuetudine: vd., e.g., Gal. In Hp. Prorrh. I III 23 (133,12)
Diels (16,760 K.) ¢o0tqo oio µcv fot o oi `Affixoi ¸qoqotoi, oio oc
fot 0 o¬ovfcç oi oììoi (per cui cf. Hesych. ¢ 6 Schmidt ¢ootqov
oo0cvcç. µoooqov. ¢o0tqov
10
); la forma di cui egli stesso principalmente
si serve è però quella con -0-. Resta dunque anche per ¬cìiovov la
possibilità che da parte di Galeno vi sia stato un adeguamento, più o meno
intenzionale, alla grafia universalmente diffusa.

Dunque entrambi i casi, con più sicurezza il primo (ofqqi çoi) e con
maggiore cautela il secondo (¬cìiovov), mostrano che già nel II secolo il
testo di Tucidide presentava lezioni che si sarebbero poi conservate in tutta
la tradizione manoscritta e che sarebbero poi state emendate ope ingenii
solo in età moderna
11
.

Per la conoscenza dello stato del testo di Tucidide al II secolo, mi sembra
poi interessante soffermarsi sui luoghi del commento a Epidemie VI che
riportano II 49,5 (Testt. 3, 4). Si tratta infatti del citato più esteso tra quelli
a nostra disposizione
12
, e inoltre la tradizione manoscritta delle Storie

10
Herbst 1911, 125.
11
Analogo a questi sarebbe il caso di Gal. In Hp. Off. III 19 (18b,849 K.), se si accettasse la
proposta moderna di espungere q poqcot dal testo di Thuc. III 23,5: Galeno leggeva già il testo
dei manoscritti (vd. infra, p. 96 e n. 5).
12
Peraltro la parziale iterazione della citazione ha permesso a Wenkebach di correggere alcune
imprecisioni: Test. 3 <xoi> (anche sulla scorta dei precedenti editori) e Test. 4 [q v] sono
interventi per cui risulta determinante il rimando da un luogo all’altro dello t¬oµvqµo
ippocratico. In generale, questa situazione permette di limitare eventuali dubbi riguardo
all’attendibilità della testimonianza di Galeno.
70
presenta in questo punto alcune varianti degne di nota per le quali è
interessante valutare le letture date da Galeno.
Si riporteranno innanzi tutto i principali problemi che il testo di Tucidide e
la sua tradizione manoscritta presentano.

-) xoi fo µcv cçm0cv o¬foµcvm omµo otf` o¸ov 0cqµov qv otfc
¿ìmqov [...] fo oc cvfoç otfmç cxocfo xfì.
fo ABEFM: fm C: fm Hude || omµo codd.: secl. Classen: fo omµo J
2
Hude
Nonostante l’accordo dei codici sia quasi completo, vi sono stati
sospetti di una corruttela, pure se mai dimostrata né tanto meno
individuata con certezza. Classen, per cui cçm0cv (al pari del
successivo fo oc cvfoç) è sostantivato (fo µcv cçm0cv), espunge
omµo come glossa interpolata; Steup 1889, 226, sospetta invece che
l’interpolazione possa essere o¬foµcvm. Hude, sulla base di un
errore in C e di una varia lectio recenziore, emenda in xoi fm µcv
cçm0cv o¬foµcvm <fo> omµo: è quest’ultimo l’intervento meno
convincente, dal momento che si viene a creare una variatio molto
brusca nella contrapposizione fm µcv cçm0cv o¬foµcvm / fo oc
cvfoç.
Un’altra interessante discussione ha poi preso avvio dalla
brachilogica descrizione di coloro che, ‘toccando’ il corpo degli
ammalati, non ne registrano solo la temperatura, ma anche il colore.
Pur lasciando intatto l’apparato, de Romilly 1962, 98, n. ad l., fa
un’ipotesi: «Peut-être le mot médical ¿ìioqov a-t-il figuré dans le
texte et amené une confusion avec ¿ìmqov»; a supporto di ciò è
riportata la versione di Lucrezio per questo passaggio, in cui
effettivamente vi è un accenno al tepidus tactus offerto dalla pelle
71
alle mani di chi la toccava (VI 1165 sed potius tepidum manibus
proponere tactum); «On pourrait penser – conclude la de Romilly
(ibid.) – soit à un texte sans ¿ìmqov, soit à un texte comme: otf`
o¸ov 0cqµov qv otfc ¿ìmqov oììo <¿ìioqov,> t¬cqt0qov...».
L’ipotesi, pur se suggestiva, non ha avuto alcun seguito. In effetti,
l’andamento ellittico che Tucidide conferisce a questa frase non è
troppo disturbante
13
; per quanto poi riguarda Lucrezio, va detto che il
poeta ha già da prima risolto questa ellissi del modello, inserendo nei
suoi versi anche il concetto della “visione” (VI 1163s. nec nimio
cuiquam posses ardore tueri / corporis in summo summam
fervescere partem) e anzi quasi raddoppiando la sinestesia tucididea:
nello storico si ‘toccavano’ i colori; in Lucrezio si ‘vede’ o, meglio,
si cerca invano di ‘vedere’ il corpo che ‘bolle per l’ardore’
14
.

-) fo oc cvfoç otfmç cxocfo
cxocfo ABEFM: cxoi cfo CG
Riguardo alla tradizione di Moer. x 46 Hansen (xìociv xoi xociv
otv fm o `Affixoi µcfo oc fot i ¨Eììqvcç)
15
, e contro l’eccessiva
frequenza con cui questa tradizione era invocata, si vedano le
obiezioni di Hermann 1827, I CCCXIV s. (praef. in Soph. Ai.), Kühner
1852, 259s. (ad Xen. An. III 5,3) e, sulla scorta di questi, Poppo

13
Fantasia 2003, 438 ad l.
14
Cf. Bailey 1947, 1729 (ad VI 1163): «tueri: ‘perceive’, not ‘see’, an extension of the use of
the word; as Thuc. shows more exactly, it was the touching of the skin which revealed its
temperature». Come si può leggere, Bailey non tiene conto del fatto che l’esattezza di Tucidide
sembra venir meno al pari di quella di Lucrezio: resta, infatti, che o¬fco0oi non può rivelare il
dato del colore.
15
La glossa è comune alla tradizione del Lessico «di Cirillo» (per cui si veda Hansen 1998,
56ss.). Cf. Hesych. x 2849 Latte xìoci ooxqtci, xìoici.
72
1866, 105: che neppure per Tucidide sia possibile giungere a una
sistemazione precisa e coerente dell’usus di xoim / xom è reso
evidente poco oltre, e sempre nella descrizione della peste,
dall’occorrenza di xoioµcvot, per il quale i codici mostrano pieno
consenso
16
.
Per convalidare cxo cfo Alberti cita in apparato Meisterhans 1900,
178: la nota, di evidenza non immediata, ha certamente lo scopo di
mostrare come la lezione “atticizzante” possa addirittura essere
considerata difficilior, dal momento che le coeve testimonianze
epigrafiche offrono sempre declinazioni di xoim
17
. Si veda perciò
anche Threatte 1996, 503, che recensisce il xociv di IG II
2
1440,54
(352/1 o 351/0)
18
.
L’apparato di Alberti è poi da integrare con l’osservazione che la
forma in -oi- è, in ogni caso, facilior nel greco post-classico
19
: in
definitiva, forse, rimane questo l’unico argomento per una situazione
come Thuc. II 49,5, dove – a differenza che per il xoioµcvot di II

16
II 52,4 oi oc xoioµcvot oììot ovm0cv c¬ipoìovfcç ov qcqoicv o¬qoov. Cf. VIII 39,3;
103,1 (xofoxoiotoiv). Poppo 1866, 105 ad II 49,5: « Forsitan apud Thuc. quoque, ut in aliis
nonnullis rebus ortographicis parum constans videtur fuisse, ita huius verbi utraque forma
ferenda esse existimetur». La scelta di Poppo è comunque in favore di cxoicfo (ibid.: «In uno
tamen loco tantum auctoritatis melioribus membranis tribuere noluimus»).
17
Meisterhans, l.c.: «Die erstere Form [scil. xoim] scheint in zwei Inschriften des V.
Jahrhunderts vorzuliegen». Il riferimento è a IG I
3
14,20 (453/2?) xofoxoicv; I
3
258,39 (= II
2

1172) (420 ca.) o]¬oxoiovfi. Threatte 1996, 503, individua come probabile anche un x]oicv in
IG II
2
120,47 («a decree of mid-fourth-century date»).
18
Threatte aggiunge: «This spelling is probably an instance of simplification for oi» (e rimanda
a Id., 1980, 270). L’acquisizione è comunque importante, poiché ancora Meisterhans, l.c.,
scriveva: «Für die letztere [Form, scil. xom] fehlen noch Belege».
19
Veitch 1879, 351: «In the late authors xoim is the more frequent form».
73
52,4 – lo stato della tradizione richiede la scelta tra l’una e l’altra
forma
20
.

-) q ¸tµvoi ovc¿co0oi
¸tµvoi CG: ¸tµvov ABEFM: [q ¸tµvoi] secl. Krüger
Il singolare (¸tµvov) sarebbe giustificato solo come attributo del
omµo della frase iniziale del paragrafo, che però – nonostante alcuni
pareri favorevoli a questa soluzione – è troppo distante
21
.
Più difficile è sicuramente la lezione ¸tµvoi, la cui presenza non è
apparentemente giustificata dalle strette regole sintattiche, che
vorrebbero per questa consecutiva un soggetto in accusativo
22
;
tuttavia, come fa notare Stahl, 1889, 110, ad l., non è qui implicato
un vero e proprio cambio di soggetto tra cxocfo e ovc¿co0oi: «Ne

20
Utile, ovviamente, è anche Lejeune 1955, 216s.: «En ionien et en attique, la diphthongue oi
tendait vers oæ quand la chute d’un wau la laissait en hiatus devant voyelle non vélaire: [...] att.
xìoûciv à côté de xìoim (*xìoÆ¡yc-,*xìoÆ¡yo-), d’où, par uniformisation du paradigme, les
formes analogiques xìoiciv et xìoûm». Tuttavia l’intervento non è decisivo, poiché costringe a
misurarsi anche con la variabile delle ‘forme analogiche’.
21
Forse più incisivo è Croiset 1886, 390 ad l.: «Itµvov peut s’expliquer aussi, mais à condition
d’en faire l’attribut de omµo, sujet (et non régime) de ovc¿co0oi; il faut alors faire de fo cvfoç
une locution adverbiale (comme précédemment fo [sic] cçm0cv) et donner pour sujet à cxocfo
le même mot omµo, qui domine toute la phrase». Si veda anche Poppo 1866, 106 ad l.: «Ex
superioribus repetendum videtur omµo, quod, quamvis remotius, eo facilius omitti potuit, quia
etiam eo non praecedente in Ev. Marc. 14,51 legimus ¬cqipcpìqµcvoç oivoovo c¬i ¸tµvot,
item articulo non addito». La lezione ¸tµvov è alla base di Schol. Thuc. ad l. (ABFMC
2
)
¸tµvov ovc¿co0oi ofi fo ovc¿co0oi xoi ¬qoç oifiofixqv ìc¸cfoi.
22
Contro ¸tµvoi, infatti, ancora Poppo, l.c.: «Pro eo requireretur ¸tµvotç (ovfoç)». Cf., per
un’opinione del tutto complementare (con espunzione di q ¸tµvoi) Krüger 1860, 214, ad l.:
«Doch es [scil. ¸tµvoi] wird wohl das Richtige sein, indem construirt ist als ob cxoovfo
vorherginge».
74
¸tµvotç necessarium esse putes, cogita fo cvfoç partem esse
ipsorum»
23
.

Venendo al testo offerto da Galeno, una prima osservazione è da fare a
proposito dell’incipit del citato, che mostra consenso con la lezione di
ABEFM senza presentare alcuna traccia delle moderne proposte di
intervento. Vi sono poi una lezione peculiare (mofc µqoc: mofc µqfc
Thuc. codd.) e un consenso in errore con ABEFM (µqf` oììo fi: µqo`
oììo fi CG)
24
; i restanti indicatori sono invece in accordo con C: otf(c)
o¸ov: otx o¸ov ABEFM; cxoicfo: cxo cfo ABEFM; ¸tµvoi: ¸tµvov
ABEFM.
La situazione del testo di Galeno a confronto con la tradizione diretta di
Tucidide risulta dunque composita e di difficile interpretazione. Nel
valutarla, si deve inoltre tenere conto del fatto che il commento galenico a
Epidemie VI è tramandato da un codice unico
25
, una condizione che – per
via del rischio di contaminazione incrociata – non permette di giungere a
risultati sicuri.

23
Non si terrà conto, perciò, di Basile 2001, 726.
24
A favore della lezione µqo` oììo fi di CG vale il discorso che Classen fa a proposito
dell’intero sistema di negazioni e correlazioni all’interno delle due frasi consecutive: il µqfc
della prima è correlato al fc della seconda (che, si noti, dalla citazione di Galeno rimane
escluso), mentre il µqo(c) aggiunge un complemento ad ovc¿co0oi (Classen 1879 ad l.: «µqfc
steht in Correlation zu dem fc nach qoiofo, µqo` vor oììo fi fügt nur die zweite Bestimmung
zu ovc¿co0oi hinzu»). Diversamente Poppo 1866, che accoglie la lezione alternativa (µqf`
oììo fi) spiegando: «fc simplex potest esse copula». La confusione µqfc-µqoc, forse dovuta al
taglio operato sul testo di Tucidide e all’esclusione del successivo fc correlativo, è imputabile a
Galeno oppure, come vuole Wenkebach, il quale corregge, alla tradizione del suo commento.
25
Wenkebach in Wenkebach e Pfaff 1956, XI s.: il Marcianus Venetus gr. 283 (U) è datato al
XV secolo; il codice è titolato come xfqµo Bcoooqi mvoç, ma la sua produzione è da collocare
«verosimilmente» al di fuori dell’ambiente scrittorio di fiducia del cardinale.
75
In generale, Galeno tramanda un testo di Tucidide che non si può
ricondurre con sicurezza a un ramo preciso della tradizione medievale dello
storico. Tuttavia mi sembrano notevoli i consensi con C in lezione facilior
(cxoicfo) e in lezione corretta (¸tµvoi).





l’esegesi di galeno alla peste di atene

L’analisi che si propone di seguito è vòlta a cogliere i frammenti
dell’esegesi di Galeno al testo di Tucidide. Non tutte le testimonianze
saranno prese in considerazione a questo scopo, bensì solo quelle che più o
meno apertamente lasciano intendere il lavoro interpretativo del medico: si
darà conto perciò del trattamento del testo di Tucidide da parte di Galeno
alla luce di quanto si è potuto apprendere sul commento Hcqi fot ìoiµot.


Testt. 1.a.-b.
Ben più che queste due sole volte, Galeno riprende una tradizione esegetica
molto diffusa che chiosa xoqoio – nell’uso di alcuni ¬oìoioi – con ‘bocca
(i.e. parte ricettiva) dell’apparato digerente’, o più brevemente ‘stomaco’
26
.

26
Gal. Sympt. caus. I 7 (7,127 K.); Loc. aff. V 6 (8,338s. K.); San. tuend. VI 14,1 (194,28) Koch
(6,444 K.); Comp. med. sec. loc. VIII 1 (13,121 K.); In Hp. Aph. IV 17 (17b,677 K.), 65
(17b,745s. K.) (per cui vd. infra, n. 29); In Hp. Epid. I III 21 (136,27) Wenkebach – Pfaff
(17a,272 K.), 22 (139,2) Wenkebach – Pfaff (17a,277 K.); In Hp. Prorrh. I II 39 (84,13) Diels
(16,660 K.). Non solo in Galeno, ma anche negli altri testimoni che la tramandano (vd. infra), la
76
A testimoniare dell’antichità della glossa, e a ricondurla indietro senza
esitazioni fino all’Alessandrinismo, è proprio il luogo di Nicandro citato in
1.a., luogo che coinvolge una delle tante e ingegnose versificazioni di
materiale erudito per le quali, nell’ambito della poesia medica, il poeta di
Colofone è auctoritas
27
:

Nic. Al. 19ss. otq o` c¬iooxvcfoi oxqov
vcioiqqç, oxìciofov ociqoµcvov ofoµo ¸oofqoç,
fct¿coç qv xqooiqv c¬iooq¬iot oi oc oo¿oiqv
xìciotoi ofoµo¿oio.

Se invece ci si rivolge alla produzione lessicografica vera e propria, il
primo testimone della tradizione è Erotiano, che ne dà una formulazione
per così dire più completa, e cioè riferisce anche di un secondo
interpretamentum secondo il quale l’azione del xoqoimoociv è collocata
nel cuore ed è descritta come un ‘sussulto’ (¬oìµoç):

Erot. x 4 Nachmanson xoqoimoociv xoqoiov c xoìotv oi ¬oìoioi xoi fo fqç
¸oofqoç ofoµo, ov xoi ofoµo¿ov xoivmç xoìotµcv. xoqoimffciv otv xoi
xoqoioì¸civ ìc¸cfoi fo µcfo votfioç xoi oot vqç ovioo0oi fov ofoµo¿ov.
xoi xoqoim¸µoç cvfct 0cv ovfi fot o fot ofoµo¿ot oq¸µoç. c ofi oc xoi

glossa appare quasi sempre connessa alle interpretazioni dei sostantivi xoqoioì¸io e
xoqoim¸µoç e dei verbi xoqoioì¸civ e xoqoimffciv (-moo-), con i quali non vanno intesi
disturbi cardiaci, bensì di digestione: così anche in Testt. 1.a. (la xoqoioì¸io è l’affezione che
colpisce un certo tipo di “cuore”: §13 fotfqç µcv fqç xoqoioç ciq ov fi ¬o0oç q
xoqoioì¸io) e 1.b. (ooxvoµcvov ot v t¬o fot ¬ixqo¿oìot ¿tµot fov xoìotµcvov otfm
xoqoim¸µov cq¸oçcfoi).
27
Si vedano, tra gli altri, Schneider 1856; 201ss.; Kroll 1936, 259ss.; Crugnola 1961;
Oikonomakos 1999.
77
cfcqoç xoqoim¸µoç o fqç xoqoioç xtqimç fot o¬ìo¸¿vot oq¸µoç,
fotfcofiv o0qomç xoi oqooqmç [xoi] ¬oìµoç cv otfm ¸ivoµcvoç
28
.

Ma a parte Erotiano (e a parte un unico luogo galenico che pure riporta
entrambe le interpretazioni
29
) nella maggior parte delle restanti occorrenze
la glossa gode di grande fortuna limitatamente alla strana deviazione
semantica, la quale certo richiama l’attenzione in virtù della costituzione
ootvq0qç del contenuto, e in questa forma essa trova luogo sia nella
letteratura medica sia nella produzione scolio-lessicografica. Da un lato,
infatti, compare in Rufo di Efeso
30
, in Celio Aureliano
31
e in un dubbio
passaggio della Natura dell’uomo di Nemesio
32
. Dall’altro, la si ritrova

28
Cf. Erot. Fr. 24 Nachmanson.
29
In Hp. Aph. IV 65 (17b,745s. K.) ofi µcv ot v ot µovov fo oqtçov cç cotfot xofo qtoiv
o¬ìo¸¿vov, oììo xoi fo ofoµo fqç ¸oofqoç oi ¬oìoioi xoqoiov mvoµoçov cv fi fmv
oµoìo¸otµcvmv cofiv, mo¬cq ¸c xoi ofi xoqoioì¸iov fo fotfot fot µcqotç oì¸qµofo
¬qooo¸oqctotoi. fo ¸c µqv xoqoimoociv oi ¬ìciofoi µcv fmv cçq¸qooµcvmv fotç
oqoqioµotç fotfov q¸otvfoi oqµoivciv fm xoqoioì¸civ. cvioi oc fqç xoqoioç otfqç,
ìc¸m oq fot o¬ìo¸¿vot, xoqoim¸µov oqìoto0oi qooiv, cçq¸otµcvoi fc xivqoiv fivo
qooi ¬oìµmoq fov xoqoim¸µov ci voi. Si è nel contesto di un commento ippocratico e
l’opposizione è dunque tra due gruppi di cçq¸qooµcvoi fotç oqoqioµotç; si può inoltre
intuire dal testo che coloro che leggono in xoqoim¸µoç un ‘movimento sussultorio’ del cuore
sono una minoranza rispetto ai ¬ìciofoi che hanno l’approvazione di Galeno.
30
Ruf. Corp. hum. app. 95 Daremberg fo oc t¬o fm ofq0ci xoiìov, ofoµo xoiìioç oi oc
¬qoxoqoiov, oi oc xoqoi ov ovoµoçotoi, xoi fotç ¬ovotç fotç cvfot0o, xoqoim¸µotç xoi
xoqoioì¸ioç.
31
Cael. Aur. Cel. II 187 (1,258 Bendz-Pape) Vocatur autem secundum aliquos quaedam passio
etiam cardimona, quam Graeci cardiogmon uocauerunt. quam necessario sequitur dolor oris
uentris, quem plurimi idiotae cordis dolorem uocauerunt.
32
Nemes. Nat. hom. 21 (82,13 Morani) otvq0mç oc oi ¬oìoioi xoqoiov xoi fo ofoµo fqç
¸oofqoç xoìotoiv [mç I¬¬oxqofqç xoi Ootxtoioqç cv fm ìoiµm ìc¸mv otfmç qv ¬ofc
ciç fqv xoqoiov ofqqiçoi, ovcofqcqc fc otfqv xoi o¬oxo0oqociç ¿oìqç ¬oooi, o¬oooi
o¬o iofqmv mvoµooµcvoi cioiv, c¬q coov. fo ¸oq ovoofqcqoµcvov fo ofoµo fqç ¸oofqoç
78
negli scolii ai luoghi di Tucidide e Nicandro citati da Galeno
33
, in una nota
di Tzetzes ad Aristofane
34
e in Suda
35
.

Rispetto a 1.a., 1.b. si distingue per avere restituito il corretto ovcofqcqc
(invece di ovcfqc¬c) e per avere allo stesso tempo preservato un’ulteriore
annotazione proprio riguardo a questo verbo, del quale si giustifica l’uso
tucidideo relativamente ai sovvertimenti di stomaco (fo ¸oq ovcofqcqcv
c¬i fqç ¬qoç cµcfov oqµqç ci¬cv).
La necessità nuova che in 1.b. spinge Galeno a trattare con sottigliezza
ovcofqcqc – restringendone il campo d’azione senza perciò ritrattarne la
semantica – consegue evidentemente in maniera diretta dal verbo stesso.

cofiv ovo¸xoçoµcvov cµciv, ot fo o¬ìo¸¿vov q xoqoio]. La formulazione è molto vicina –
come parrebbe dall’esegesi di ovcofqcqc – a quella galenica del commento al Prognostico
(Test. 1.b.) e infatti la parziale espunzione è dovuta al sospetto di una glossa intrusiva, come
parrebbe confermato dall’assenza della frase dal fedele ramo armeno della tradizione (Morani
1981, 69 e 85).
33
Schol. Thuc. II 49,3 (ABFGMc
2
) xoqoiov xoqoiov oi oq¿oioi fov ofoµo¿ov qooi xoi oi
¬oìoioi iofqoi xoqoim¸µov fov ¬ovov fot ofoµo¿ot; Schol. Nic. Al. 21d Geymonat
xqooiov oi ¬oìoioi fov ofoµo¿ov cxoìotv, oi µcv cv0cv fov xoqoim¸µov, fov ¬ovov fot
ofoµo¿ot (potrebbe trattarsi di una glossa derivata dalla lessicografia o da altre fonti, e non dal
corpus degli scolii nicandrei «diretti»: vd. Geymonat 1974, 19ss.).
34
Io. Tz. Comm. in Ar. Nub. 234a Holwerda <xoqooµo> o¬o fot fqv xoqoiov oµtoociv
xoqoiov oc ìopc fov ofoµo¿ov, cç ot xoi xoqoim¸µoç, q fot ofoµo¿ot ootvq.
35
Su. o 1136(b) Adler ofoµo¿oç […] ofi oi ¬oìoioi fov ofoµo¿ov xoqoiov cxoìotv.
cv0cv xoi xoqoim¸µoç (cf. x 366 xoqoio). Si dànno poi anche alcuni casi in cui xoqoimffciv
compare come glossa dialettale, mantenendo il riferimento allo ‘stomaco’ ma caratterizzandosi
più specificamente come sintomo della fame: Poll. 2,217; Ph. x 182 Theodoridis (= Su. x 371
Adler; Ael. D. x 12 Erbse) (con la citazione di Epicarmo FGrHist 244 F213 = Fr. 202 Kaibel).
Esichio è l’unico a fornire insieme tutti e tre gli interpretamenta: x 800 Latte xoqoimffciv fqv
xoqoiov oì¸civ. fivcç oc ooxvco0oi ofoµo¿ov t¬o ìiµot. fi0cfoi oc xoi c¬i fot
votfiov.
79
Da sempre e ovunque, tuttavia, ad ovoofqcqciv è associata l’idea del
‘rivolgimento’, del ‘sovvertimento’: perciò ci si aspetterebbe che, quale che
sia il significato di xoqoio, la comprensione del verbo sia chiara in ogni
caso, e che il significato sia immutato da Tucidide a Galeno. Nella
letteratura medica, però, se proprio si vuole ricercare per questo verbo la
natura di tecnicismo, ci si deve limitare ad afferirlo alla sola anatomia,
dove è impiegato per descrivere corpi allungati che subiscono una
flessione, che si ridirezionano, come gli intestini
36
, i nervi
37
, o certi
muscoli
38
: mai, comunque, in relazione ai movimenti degli organi interni
allo stesso modo in cui esso è presente in Tucidide.
E d’altra parte, invece, è proprio ovofqc¬civ il verbo che la medicina usa
specificamente in relazione allo stomaco e ai sovvertimenti di esso, cioè
davvero c¬i fqç ¬qoç cµcfov oqµqç
39
. Altre e più sostanziali differenze
oltre a questa molto acuta non ce ne sono tra i due verbi, tanto che anche
nei lessici possiamo trovare l’uno spiegato dall’altro
40
.
Dunque – si può dire in definitiva – lo stesso Galeno ha glossato in Test.
1.a. l’ovcofqcqcv del “non-scienziato” con il suo sinonimo più consueto
e, soprattutto, più tecnico; ovcfqc¬cv, di cui già si doveva escludere che
fosse varia lectio tucididea, non è neppure dovuto a una corruzione propria
della tradizione galenica, bensì, in quanto non afferente a un contesto
prettamente filologico, la sua presenza è dettata da necessità esegetico-

36
Ruf. Quaest. 66.
37
Gal. Us. part. VII 14 (3,579 K.).
38
Gal. Us. part. II 4 (3,100ss. K.).
39
Sor. Gyn. I 63,2; II 28,6; Dsc. II 70,2; IV 161,2; Gal. San. tuend. IV 6,4 (120,15) Koch (6,272
K.); 7,30 (126,16) Koch (6,285 K.); Comp. med. sec. loc. II 1 (12,516 K.); VI 3 (12,911 K.).
40
Hesych. o 4615 Latte ovoofqcqciv ovofqc¬civ; Id. o 4646 Latte (= Ph. o 1707
Theodoridis) ovofqc¬civ ovoofqcqciv.
80
parafrastiche di chiarezza immediata a vantaggio di una precisa categoria di
lettori, interessati maggiormente alle questioni dottrinali che a quelle
linguistiche.


Test. 2.
Galeno sostiene che Ippocrate con il termine xo0oqoiç ha voluto indicare
non solo le purghe indotte da farmaci, ma anche le evacuazioni
spontanee
41
. La citazione delle o¬oxo0oqociç descritte da Tucidide
sembrerebbe dunque orientata a confermare questa interpretazione, nel
senso che neppure nello storico esse sono dovute all’azione del medico sul
paziente, bensì derivano dalla malattia stessa.


Testt. 3.-4.
L’incipit di Thuc. II 49,5 ha sollevato problemi legati non soltanto alla
constitutio textus (vd. supra, pp. 69ss.), ma anche all’interpretazione
generale del passo. Senza supporre corruzioni nella tradizione, sono due le

41
Il testo qui commentato è Hp. Epid. VI 4,10 Manetti – Roselli (5,310 L.) qv oio oci
xo0oiqmvfoi, xoi ctqoqmç qcqotoi, che riprende parte di Aph. I 2 (4,458 L.) qv µcv oio oci
xo0oiqco0oi xo0oiqmvfoi, otµqcqci fc xoi ct qoqmç qcqotoi qv oc µq, fotvovfiov.
otfm xoi xcvco¸¸iq, qv µcv oio oci ¸ivco0oi ¸ivqfoi, otµqcqci fc xoi ctqoqmç
qcqotoi qv oc µq, fotvovfiov. Riguardo a quest’ultimo luogo, Galeno aveva commentato: In
Hp. Aph. I 2 (17b,357 K.) c¬i µcv ¸oq fmv otfoµofmç ¸ivoµcvmv xcvmocmv ¬qooci¬cv qv
µcv oio oci xo0oiqco0oi xo0oiqmvfoi, çtµqcqci fc xoi ctqoqmç qcqotoi. c¬i oc fmv
t¬o fot iofqot qv µcv oio oci ¸i¸vco0oi ¸i¸vqfoi. Per il ricorso di Galeno a xcvmoiç
nell’interpretare o¬oxo0oiqco0oi, cf. Schol. Thuc. II 49,3 o¬oxo0oqociç xcvmociç. Una
distinzione tra xo0oqoiç e xcvmoiç è invece in Gal. In Hp. Progn. II 14 (273,8) Heeg
(18b,134s. K.).
81
possibili letture per la frase xoi fo µcv cçm0cv o¬foµcvm omµo otf` o¸ov
0cqµov qv otfc ¿ìmqov, a seconda che cçm0cv sia da considerare
elemento aggettivale di fo omµo, oppure avverbiale riferito al participio.
La prima lettura è quella di Poppo (1832) e di Stahl (1889), recentemente
ripresa da Fantasia (2003), che traduce: ‘All’esterno il corpo non risultava
particolarmente caldo al tatto’. Al solo participio (o¬foµcvm) viene
riconosciuta una posizione di rilievo
42
. Con una tale costruzione, la
presenza di cçm0cv in luogo di cçm è stata spiegata unicamente come
fenomeno per attractionem (Poppo 1866, 104 [ad l.]; Boehme 1871, 158
[ad l.]: «wegen o¬foµcvm»). Lo stesso Fantasia 2003, 438 ad l., osserva
che «ci si aspetterebbe fo cçm omµo, mentre cçm0cv, “dall’esterno”,
meglio si comprenderebbe riferito ad o¬foµcvm».
La seconda lettura, risolvendo questa impasse senza ricorrere a forzature, è
in definitiva la più convincente: ‘Au contact externe, le corps n’était pas
excessivement chaud ni non plus jaune’ (de Romilly 1962); ‘Toccato
esternamente, il corpo non si presentava particolarmente caldo o giallastro’
(Cagnetta 1986). Si ha così fo µcv omµo che viene contrapposto al
successivo fo oc cvfoç; contemporaneamente, poi, come emerge dalla
posizione di rilievo data al nesso avverbio-participio, si sottolinea che
l’azione del ‘toccare’ il corpo degli ammalati non viene compiuta dagli
ammalati stessi: sicché vi è anche un’altra contrapposizione tra questi
soggetti che agiscono ‘dall’esterno’ e coloro che invece percepiscono il
calore.

42
A proposito della posizione, vd. Boehme 1871, che richiama Thuc. II 96,1 (fotç t¬cqpovfi
Aiµov Icfoç), e Stahl 1889: «Interpositum est illud [scil. participium], ut fo cçm0cv gravius
efferatur propter oppositum fo oc cvfoç».
82
Quest’ultima lettura pare essere la stessa data da Galeno nel contesto di
Testt. 3, 4. Il luogo delle Epidemie che Galeno sta commentando ha per
oggetto una tassonomia degli accessi di febbre basata sull’interpretazione
dei dati sensibili da parte del medico:

Hp. Epid. VI I 14 Manetti-Roselli (5,274 L.) ¬tqcfoi, oi µcv ooxvmociç fq
¿ciqi, oi oc ¬qqciç oi o` ot ooxvmociç µcv, c ¬ovooioovfcç oc oi o` oçciç
µcv, qoomµcvoi oc fqç ¿ciqoç oi oc ¬cqixociç ct0cmç, oi oc oio ¬ovfoç
pìq¿qoi çqqoi oi oc oìµtqmociç oi oc ¬cµqi¸mociç iociv ocivoi oi oc
¬qoç fqv ¿ciqo vofimociç oi oc cçcqt0qoi oi oc ¬cìioi oi oc cçm¿qoi xoi
foììo foiotfofqo¬o.

Costante, in questo paragrafo, è il riferimento a una serie di attività
diagnostiche che coinvolgono il tatto, la vista, persino il gusto del medico
che deve accertare il tipo di ¬tqcfoç. Il motivo per cui Ippocrate ha così
classificato le febbri sta – secondo Galeno – nel fatto che ‘essenza’ (otoio)
delle febbri è sì il ‘calore innaturale’ (q ¬oqo qtoiv 0cqµooio), ma spesso
questo calore non si manifesta sulla superficie del corpo:

Gal. In Hp. Epid. VI I 29 (44,5) Wenkebach – Pfaff (17a,872 K.) xoi ¬oììoxiç
¸c fo µcv o¬ov ocqµo 0cqµooiov otocµiov ooqq c¿civ qoivcfoi ¬oqo
qtoiv ot0` qµiv foiç cçm0cv o¬foµcvoiç otfc foiç xoµvotoiv.

Soltanto i medici compiono l’azione dell’cçm0cv o¬fco0oi; da questa
attività diagnostica rimangono esclusi i pazienti, i quali invece – prosegue
Galeno – percepiscono il calore solo come calore interno:

Ibid. oio0ovovfoi oc otfqç oi voootvfcç cv fm po0ci xoi qooi
oioxoico0oi fo o¬ìo¸¿vo xfì.

83
A proposito della febbre che Ippocrate denomina ¬cµqi¸moqç Galeno
spende molte pagine per dimostrarne l’identità con ciò che egli chiama
invece ‘febbre pestilenziale’ (ìoiµmoqç), e le citazioni da Tucidide sono
dovute appunto a questo tentativo di attribuire a Ippocrate la descrizione
del ìoiµoç.
43

In Test. 4 Galeno sostiene che la febbre ¬cµqi¸moqç è caratterizzata da
quella stessa situazione descritta in precedenza, in cui il calore (fo 0cqµov,
definito ‘marcescente’, oq¬coovmocç) non si rivela sulla pelle dei malati.
La frase ‘gli appestati non apparivano caldi né infiammati a chi li toccava,
sebbene all’interno il calore fosse violento’ (otoc 0cqµoi xoi oioxociç
cqoivovfo foiç o¬foµcvoiç oi ìoiµmffovfcç, xoifoi fo ¸` cvoov
io¿tqmç oioxoioµcvoi) anticipa la citazione da Tucidide e anzi da questa
viene quasi duplicata; contemporaneamente, poiché riprende quel concetto
già espresso nell’esordio del commento, la frase lascia intendere che in
Thuc. II 49,5 Galeno abbia effettivamente assegnato a cçm0cv un valore
avverbiale e lo abbia riferito a o¬foµcvm.

Nell’identificazione tra febbre ¬cµqi¸moqç e ìoiµoç è inquadrato anche
Test. 3: Tucidide è chiamato in causa sulla base di una equivalenza tra
¬cµqiç (sul cui significato Galeno ha appena concluso una lunga
discussione) e qìtxfoivo, al fine di smentire polemicamente ‘alcuni
antichi’ che vedevano invece nella tipologia di febbre descritta da Ippocrate
un’affezione dell’‘anima’
44
; nel commento a Epidemie VI l’equivalenza tra
¬cµqiç e qìtxfoivo non viene riportata esplicitamente, ma di essa pare

43
Vd. supra, pp. 20s.
44
La polemica è immediatamente successiva alla citazione tucididea; probabilmente tra questi
antichi è da riconoscere Prassagora di Cos (vd. Wenkebach 1956 ad l.).
84
esservi un parallelo nella lessicografia: Hesych. ¬ 1387 Hansen
¬cµqiomociç ¬tqcfoi qìtxfoivmociç ¬vctµofioi
45
.

Testt. 5.1.-3.
Il participio ovoofovfcç, impiegato da Tucidide per descrivere coloro che
vengono colpiti da totale amnesia, non chiarisce se essi siano da
considerarsi ‘guariti’ oppure, più blandamente, ‘riavuti’ dal parossismo
della peste. L’espressione cx vooot oviofovoi è troppo poco frequente
per trarne deduzioni
46
; l’uso assoluto del verbo (al pari che nel luogo
tucidideo) è attestato nel corpus Hippocraticum in riferimento ai pazienti
che ‘si alzano dal letto’
47
; per quanto Tucidide dice in seguito, però, è più
probabile che vada esclusa per gli ovoofovfcç l’idea di una completa
guarigione.
In Testt. 5.1.-3. si rileva una sistematica sostituzione di ovoofovfcç con
oioom0cvfcç; dietro tale sostituzione è intuibile un procedimento a tutti gli
effetti parafrastico, una sorta di usus nello scioglimento del termine meno
facile con uno di più chiara comprensione. L’interpretazione di Galeno, che
semplifica e in parte banalizza l’estensione semantica del participio in
Tucidide, ha un omologo parallelo negli scolii: Schol. Thuc. II 49,8
(BFGMc
2
) ovoofovfoç t¸iovovfoç.


45
Forse è preferibile l’interpunzione di Schmidt 1861 – qìtxfoivmociç. ¬vctµofioi – che
riconosce il secondo interpretamentum autonomo dal primo (molto probabilmente sulla base di
Hesych. ¬ 1388 Hansen [= Ph. 2,73,10 Naber] ¬cµqiç ¬voq [...], per la quale si veda ancora
Gal. In Hp. Epid. VI I 29 [48,2] Wenkebach – Pfaff [17b,879 K.]).
46
Hrdt. I 22; Pl. Lach. 195c.
47
Cf. Page 1953, 106.
85
L’argomento di Test. 5.3. è un tentativo di classificazione del “lessico della
follia” in Ippocrate a partire da Prorrh. I 92 (5,534 L.); Thuc. II 49,8 è
citato non – come ci si aspetterebbe – per via del sostantivo ìq0q, bensì per
l’occorrenza del verbo q¸voqoov, che porta Galeno a sostenere che lo
storico abbia parlato dell’o¸voio.
Del fatto che tra o¸voio e ìq0q vi sia una differenza Galeno si dice
consapevole, e tuttavia dichiara di voler rimandare la questione. Non risulta
che altrove egli se ne occupi in maniera dettagliata ed esplicita, ma è da
segnalare una coincidenza ancora all’interno di Prorretico e del relativo
t¬oµvqµo:

Hp. Prorrh. I 64 (5,526 L.) µcfo qi¸coç o¸voio, xoxov xoxov oc xoi ìq0q

Galen. In Hp. Prorrh. I II 29 (78,23) Diels (16,648 K.) [...] vcvixqo0oi [...]
oqìoi fqv cµqtfov 0cqµooiov t¬o fqç xofo fo otµ¬fmµo ¢tçcmç q µcfo
qi¸otç o¸voio xoi ìq0q. cµo0oµcv ¸oq ofi fo µq ¸vmqiçciv fotç otvq0ciç
xoi fo µq µcµvqo0oi fmv ¬c¬qo¸µcvmv c¬i fq xofo fov c¸xc qoìov
¸i¸vcfoi ¢tçci

Se – come logica vorrebbe – Galeno ha mantenuto paralleli i due vocaboli e
le rispettive perifrasi esplicative, allora l’o¸voio è per lui il ‘non
riconoscere i familiari’ (fo µq ¸vmqiçciv fotç otvq0ciç) e la ìq0q,
invece, il ‘non ricordare le cose fatte’ (fo µq µcµvqo0oi fmv
¬c¬qo¸µcvmv).
In Tucidide l’alternanza tra ìq0q ed q¸voqoov pare piuttosto vòlta a
finalità estetiche di variatio che non a un’effettiva distinzione compiuta su
presupposti scientifici
48
; tuttavia, se proprio occorresse ammettere che lo

48
Cf. Ros 1938, 424ss.
86
storico abbia differenziato le due dimensioni, allora l’interpretazione di
Galeno vi si attaglierebbe alquanto fedelmente: si noti in particolare la
corrispondenza tra il fo µq ¸vmqiçciv fotç otvq0ciç del medico e
l’q¸voqoov [...] fotç c¬ifqociotç di Tucidide.



Test. 7
Rispetto ai manoscritti il testo citato offre una varia lectio (0cqotç per
cfotç, in accordo con il correttore di H
49
) e un’interpolazione (q0oqoç
[xofo fo omµo]).
Nel commento a Epidemie VI Galeno riferisce di una tradizione atticista
che autorizza l’uso per antonomasia (xof` cço¿qv) di mqo nel significato di
‘bella stagione’ o di ‘stagione estiva’ e che estende tale uso anche alla
iunctura mqo cfotç:

Gal. In Hp. Epid. VI IV 20 (228,4) Wenkebach – Pfaff (17b,184 K.) mqoiov oc
c¸¿mqci µcv xoi fo xofo fqv ¬qooqxotoov mqov ¸ivoµcvov mç c¬oivotvfo
ìc¸civ otfov, c¸¿mqci oc xoi µovov otfmç ovoµoçciv fo xofo fo µcoov
0cqoç ovoµoçoµcvov, c¬cioq µoìiofo fov xoiqov fotfov mqov cfotç
ovoµoçotoiv oi ¨Eììqvcç. c¬iqcqotoi µcv ¸oq fo fqç mqoç ovoµo xoi
q0ivo¬mqm xoi ¿ciµmvi xoi qqi, xof` cço¿qv oc cviofc xoìotoiv mqov
cfotç cxcivov fov xoiqov, cv m fotç mqoiotç ovoµoçoµcvotç xoq¬otç
fcìcioto0oi otµpoivci
50
.


49
Su questo codice si vedano Alberti 1958, 49ss., e Kleinlogel 1965, 5ss.
50
Si noti la peculiarità di Galeno di usare la denominazione ¨Eììqvcç in luogo di `Affixoi (per
cui si veda Herbst 1911, 9s.).
87
La tradizione è frequentemente attestata e i suoi loci classici di pertinenza,
a motivo di alcune coincidenze scoliastiche, sono tradizionalmente
individuati in Tucidide (proprio per II 52,2) e in Demostene:

Moer. m 6 Hansen mqo c fotç `Affixoi, xoiqoç c fotç ¨Eììqvcç
51

Hesych. m 283 Schmidt mqo cfotç xoiqoç cfotç, fo coq, xoi fo 0cqoç
Syn. m 44 C.; Su. m 153 A. mqo cfotç fo coq, xoi fo 0cqoç. xoiqoç cfotç

Schol. Thuc. II 52,2 (ABFGMc
2
) mqo cfotç fm 0cqci ìc¸ci
Schol. Dem. 8,18 (I 135,19 Dilts) mqov fot cfotç fot 0cqotç

In realtà, non solo in entrambi i modelli (per Tucidide anche VI 70,1
52
; per
Demostene anche 4,31, 32; 50,23), ma così pure in generale nella prosa
classica, la iunctura non indica più che la ‘stagione dell’anno’
53
: di quale
stagione si tratti è in molti casi sottinteso, desumibile dal contesto o dai
luoghi più prossimi a esso, e l’uso xof` cço¿qv di ‘stagione’ – come anche
Galeno ha ben presente – non è sempre verificato: in Dem. 50,23, per
esempio, mqo cfotç indica l’autunno inoltrato
54
.

51
Vd. Hansen 1998, ad l., per le occorrenze della glossa nel Lessico «di Cirillo».
52
Cf. Schol. Thuc. ad l. (Mc
2
) mqo cfotç ¬cqoivco0oi xofo xoiqov ¸cvco0oi.
53
Pl. Phdr. 229a xoi otx oqocç, oììmç fc xoi fqvoc fqv mqov fot cfotç fc xoi fqç
qµcqoç; Xen. Oec. 4,13.
54
`Efi oc otvcpq fqç vtxfoç mqo cfotç tomq xoi pqovfoç xoi ovcµov µc¸ov ¸cvco0oi (t¬`
otfoç ¸oq Hìcioomv otociç oi ¿qovoi otfoi q oov), i.e. «au mois de novembre» (Gernet
1959, 45 [n. ad l.]). La genericità di significato si nota specialmente nell’uso al plurale, qualora
più e diverse stagioni siano interessate: Dem. 4,31 foiç ¬vctµooiv xoi foiç mqoiç fot cfotç
fo ¬oììo ¬qoìoµpovmv oio¬qoffcfoi 4iìi¬¬oç, xoi qtìoçoç fotç cfqoioç q fov ¿ciµmv`
c¬i¿ciqci. Il significato immediato ed esatto di ‘bella stagione’ non si legge prima di Plut. Per.
10,3 ¬qooooxmvfoç oc poqtv ciç cfotç mqov ¬oìcµov. Di fatto è quest’ultimo l’unico
riferimento valido tra quelli forniti da LSJ (s.v. mqo A.I.2.b) per «[mqo cfotç =] in historians,
88
A mio avviso, non c’è motivo di supporre che Galeno leggesse 0cqotç nel
suo Tucidide (né, dunque, che questo sia da accogliere in apparato come
varia lectio sulla scorta del testo galenico). Come già si è visto per
l’ovcfqc¬c di Test. 1.a., è più probabile che anche in Test. 7 la variante
0cqotç sia dettata da necessità esegetico-parafrastiche. L’argomento
discusso in questo luogo del De febrium differentiis è la ‘putrefazione’ (q
oq¬comv) che si origina durante la stagione calda, ma Thuc. II 52,2 non fa
alcun riferimento al periodo dell’anno in cui l’episodio della peste si svolge
(che si tratti dell’estate è chiaro dall’inizio del racconto, da II 47,2);
Galeno, dunque, adatta la citazione ai fini di una comprensione immediata
da parte dei suoi destinatari. Diversamente, la lezione mqo cfotç avrebbe
richiesto un’ulteriore parafrasi, con l’esplicitazione di quell’equivalenza
(mqo = 0cqoç) a cui Galeno dava credito.
Un simile trattamento del testo citato – con un tacito intervento esegetico
da parte di Galeno – si presenta anche nel caso del successivo q0oqoç, che
non è un vocabolo medico e che per tale motivo richiede l’addizione di
xofo fo omµo.




the campaigning season». A un tale slittamento di significato avrà certamente contribuito il
fatto che le campagne militari si svolgessero solo per parte dell’anno.
89

conclusioni

L’estrazione delle glosse dal ìoiµoç di Tucidide e le relative interpretazioni
si verificano nelle discussioni sul significato di xoqoio (Testt. 1.a.-b.) e
nelle puntualizzazioni sull’uso di ovcofqcqc (1.b.) e di o¬oxo0oqociç
(2), cioè a proposito di due hapax e di un verbo – ovoofqcqciv – che non
ricorre altrove nelle Storie con la stessa accezione semantica. Sono questi
gli unici luoghi in cui il lavoro esegetico di Galeno su Tucidide – quale
presumibilmente fu incluso anche nel Hcqi fot ìoiµot – viene riportato in
maniera chiara ed esplicita. La perdita del commento lascia sospeso il
giudizio relativo a un paio di altri luoghi in cui l’esegesi è soltanto
congetturabile: l’identificazione delle qìtxfoivoi descritte da Tucidide (II
49,3) con le ¬cµqi¸cç di cui parla Ippocrate (Test. 3)
55
e la
differenziazione tra i termini della psicopatologia di Thuc. II 49,5 (ìq0q e
o¸voqooi; Test. 5.3.)
56
sono argomenti che vengono solamente accennati,
ma che rimangono senza alcuno sviluppo argomentativo. Nonostante ciò,
resta il fatto che le condizioni per poter ricostruire con certezza dei veri e
propri frammenti del commento perduto sono – considerando il totale delle
testimonianze – limitate a un esiguo numero di casi.
Va aggiunto, tuttavia, che con una singolare frequenza ricorrono situazioni
specifiche in cui il procedimento esegetico viene taciuto e in cui Galeno,
intervenendo sul testo di Tucidide senza la mediazione di una parafrasi
esplicita, presenta di fatto al lettore delle glosse già interpretate. In Testt.
5.1.-3. l’intervento (la sostituzione di ovoofovfcç con oioom0cvfcç)

55
Supra, pp. 83s.
56
Supra, pp. 85s.
90
ricade al di fuori del testo citato e soltanto una lettura sinottica riesce a
darne adeguatamente conto. Altrove si assiste invece a veri e propri
adeguamenti della citazione, cioè a interventi di semplificazione lessicale o
testuale funzionali a una più diretta comprensione di Tucidide da parte dei
destinatari del medico (1.a.: ovcfqc¬c per ovcofqcqc; 7: 0cqotç per
cfotç, q0oqoç xofo fo omµo). Anche tali interventi – specie se
corroborati dai paralleli con la restante produzione scolio-lessicografica –
possono essere presi a testimonianza di una precisa fase della critica
tucididea antica.

La lettura comparata delle testimonianze permette di apprezzare una
differenza di trattamento del testo citato legata alla tipologia di epitesto.
Ancora a proposito degli interventi di adeguamento, si nota come Galeno
escluda tale operazione dagli t¬oµvqµofo ippocratici, i quali, al contrario,
sono sempre caratterizzati da citazioni fedeli e letterali: questa caratteristica
è più che mai evidente nel confronto di 1.a. (che parafrasa l’inusitato
ovcofqcqc) con 1.b. (che invece lo mantiene). Allo stesso modo, un’altra
differenza è riscontrabile tra le testimonianze del gruppo 5.: tra queste è
5.3. a distinguersi per una più accentuata formularità con cui la citazione
viene introdotta (o Ootxtoioqç c¸qo¢cv [...] moi xfì.), mentre negli altri
luoghi la frase citata viene inclusa nel discorso (subendo di conseguenza
anche alcune necessarie deviazioni dalla letteralità).
L’origine di questo fenomeno può essere individuata nel carattere stesso
che Galeno imprime alla struttura e alla funzione dello t¬oµvqµo
ippocratico: il genere del commento, per le finalità che si propone e per i
destinatari a cui è rivolto, si costituisce come la tipologia di epitesto
privilegiata per esercitarvi una acribia di lettura non solo dei testi di
91
Ippocrate, ma anche dei ¬oìoioi che di volta in volta sono chiamati a
testimoniare sulla ìcçiç del medico di Cos.

Del resto, come già rilevato più sopra
57
, la maggior parte delle
testimonianze presenta significative omogeneità che indicano uno stretto
rapporto tra l’esegesi tucididea e il corpus dei commenti a Ippocrate, e lo
stesso Hcqi fot ìoiµot pare essersi caratterizzato come dottrinalmente
affine a essi. Innanzi tutto, tenendo presente la tipologia di epitesto, ben sei
delle testimonianze (1.b., 2, 3, 4, 5.3 e 6) derivano da t¬oµvqµofo
ippocratici; poi, dal punto di vista della cronologia, dei cinque restanti
luoghi ve ne sono tre (5.1, 5.2 e 7) che si concentrano a ridosso del 175,
anno al quale è da far risalire anche il Sulla dispnea e in cui Galeno si
appresta a mettere mano al progetto dei commenti sistematici a Ippocrate.
Esulano da tali limiti soltanto 1.a. (dalla sezione del De placitis risalente al
primo periodo romano) e 5.4 (dal senile Quod animi mores), ma per
entrambe queste testimonianze è da notare una radicata consuetudine di
Galeno con i loro contenuti: il nucleo della prima (xoqoio = ofoµo fqç
¸oofqoç) si costituisce come una delle più fortunate e diffuse tradizioni
della lessicografia medica; il frammento tucidideo della seconda è per
numero di ricorrenze il frammento più fortunato presso Galeno (molto
probabilmente per l’interesse suscitato dalla tematica in oggetto: le
interazioni tra omµo e ¢t¿q
58
). Con queste due sole eccezioni, dunque, la
relazione tra uso di materiale tucidideo ed esegesi ippocratica appare molto
stretta.

57
Pp. 14 e 26s.
58
Tra gli interventi recenti su questo tema, si veda Pigeaud 1988.
92
Nei casi delle note lessicali, è ovvio che il parallelo tra i due autori è
giustificato dalla loro appartenenza a un medesimo sistema ‘antico’ della
lingua greca. Tucidide e Ippocrate sono allo stesso modo ¬oìoioi – o,
come Galeno sceglie di dire, ¨Eììqvcç
59
– e in virtù di ciò l’uso linguistico
dell’uno può spiegare il testo dell’altro; inoltre, le notizie sull’impiego di
Aristofane di Bisanzio e delle ¸ìmoooi poetiche da parte di Bacchio
testimoniano che fin dagli esordi alessandrini il lavoro su Ippocrate ha
tratto vantaggio dall’attività filologica condotta su autori non tecnici, non
medici.
Ma le questioni lessicali sollevate dal corpus Hippocraticum e risolte
tramite il ricorso all’usus dello storico costituiscono comunque una
casistica limitata (xoqoio, o¬oxo0oqoiç, o¸voio e – forse – qìtxfoivo);
questa complessiva scarsità di documentazione non mi pare sufficiente a
giustificare lo spiccato interesse di Galeno nei confronti della peste di
Atene.
Terrei quindi a concludere con un’osservazione relativa all’uso che Galeno
fa di Tucidide nella maggior parte dei luoghi in cui la peste di Atene viene
citata. Si ponga attenzione, per esempio, al blocco di testimonianze derivate
dal commento a Epidemie VI (Testt. 3, 4 e 6), in cui Galeno si serve delle
Storie per confermare Ippocrate in merito a questioni strettamente mediche
(nosografiche, nello specifico); la citazione congiunta di Tucidide e di
Omero in Test. 6 indica che è ancora l’autorità di un intero gruppo di
¬oìoioi a essere considerata valida.
Ed è appunto questo fatto che mi sembra degno di essere considerato: che
l’autorità riconosciuta da Galeno a Tucidide non investe solo le questioni
lessicali e filologiche, bensì coinvolge anche un nozionismo di carattere

59
Supra, p. 86 e n. 50.
93
erudito concernente i fenomeni naturali. Come si è visto in Fr. 1.a., Galeno
giunge a mettere in discussione la scientificità stessa della descrizione del
ìoiµoç, poiché si sente autorizzato a valutare (ed eventualmente a
censurare) lo storico riguardo a ciò che è di pertinenza della iofqixq
fc¿vq: del resto, persino Platone, in quanto “non-medico” che scrive di
medicina, non viene risparmiato da critiche nel Commento al Timeo
60
. In
molti altri casi, però, l’atteggiamento di Galeno nei confronti di Tucidide e
della Pestbeschreibung sembra non tenere conto di quel giudizio
complessivo altrove espresso: il riconoscimento dell’autorità rivela quasi
un senso di fiducia del medico verso lo storico, e questa fiducia si fonda
evidentemente su una precisione descrittiva che comunque rientra tra le
caratteristiche di Thuc. II 47-54.



60
Ferrari 1998, 29ss.
94

appendice 1.
tucidide in galeno


Mi sembra utile dare brevemente conto di ciò che, oltre alla peste di Atene,
Galeno trasmette di Tucidide. Parte di questo materiale viene citato con
funzioni non differenti da quanto si è visto sopra relativamente ai capitoli
sul ìoiµoç.

Per il reimpiego di Tucidide come fonte di nozioni intorno ai fenomeni
naturali esiste un solo esempio; si tratta di un luogo del De usu partium in
cui viene ricordata l’eclissi solare descritta in Thuc. II 28:

Us. part. X 3 Helmreich (3,776 K.) oììo xov foiç qìioxoiç cxìci¢coi foiç
µc¸oìoiç oofcqcç qoivovfoi oio fqv otfqv oifiov, mo¬cq xoi fotfo
¸cvoµcvov cv foiç xo0` cotfov ¿qovoiç c¸qo¢c Ootxtoioqç.

Più diffusa è invece l’altra tipologia di reimpiego che si è vista nelle
testimonianze relative al ìoiµoç. Quattro frammenti dai primi tre libri delle
Storie vengono citati all’interno di t¬oµvqµofo ippocratici allo scopo di
fornire validi paralleli per certi usi linguistici di Ippocrate. A tal fine queste
citazioni coinvolgono oltre al testo anche il connesso apparato esegetico,
per il quale talvolta si hanno paralleli con gli scolii superstiti.
A proposito di Hp. Art. 31 (4,146 L.) (otfoi otv xoi 0vqoxotoi
ocxofoioi µoìiofo), Galeno discute l’uso di µoìiofo con numerali nel
95
significato di ‘circa, all’incirca’, e trae due esempi da Tucidide I (118,2 e
63,2) e uno da Andocide (Myst. 38):

Gal. In Hp. Art. II 21 (18a,449s. K.) cofi xoi ¬oqo foiç oììoiç ¬oìoioiç
cviofc µoìiofo qmvqç fo oqµoivoµcvov foiotfov ctqciv, oiov xoi vtv
qoivcfoi ¬oqo fm I¬¬oxqofci fov c¸¸iofo ¬ooo¿ov cµqoivov fot
ìc¸oµcvot xofo fov oqi0µov ¬qo¸µofoç [...] ofi o` otfm ¿qmvfoi fm
µoìiofo, oqìov cofi ooi xoi cx fmvoc fmv ¬oqooci¸µofmv Ootxtoioqç
µcv cv fm ¬qofm qqoi fotfo oc çtµ¬ovfo ooo c¬qoçov oi ¨Eììqvcç ¬qoç
fc oììqìotç xoi fov poqpoqov c¸cvcfo cv cfcoi ¬cvfqxovfo µoìiofo. xoi
cv fm otfm o¬c ¿ci oc ç ofooiotç µoìiofo. `Avooxioqç oc cv fm ¬cqi
µtofqqimv oomv o` ov0qm¬otç fov oqi0µov µoìiofo fqioxooiotç. ¬oììq
oc c ofiv ¿qqoiç fqç ìcçcmç xofo fotfo fo oqµoivoµcvov o¬ooi foiç
¨Eììqoiv
1
.

A proposito di Hp. Aph. I 13 (4,466 L.), viene fornito con la maggior
precisione possibile il significato di oi xo0cofqxofcç, per il quale si dà un
esempio dall’Epitafio (Thuc. II 36,3 oi vtv cfi ovfcç µoìiofo cv fq
xo0cofqxtio qìixi o):

Gal. In Hp. Aph. I 13 (17b,401s. K.) xo0cofqxofoç oc ìc¸ci oqìovofi fotç
fqv µcoqv c¿ovfoç qìixiov, oxµqç fc xoi ¸cqmç, mç ¬otco0oi µcv qoq fo
fqç oxµqç, µcoc¬m oc µqocµiov oio0coiv ooqq ¸cqmç c¿civ. otfm oc xoi
Ootxtoioqç ci¬c fotç cv fq xo0cofqxtio qìixio
2
.

1
Non ho trovato paralleli per questa tradizione esegetica; è però curioso che proprio quest’uso
di µoìiofo presso Tucidide sia oggetto di una glossa, di origine presumibilmente atticista, che
al contrario gli riconosce il significato di oxqipmç: Schol. Thuc.I 17,1 (= Ph. µ 75 Theodoridis;
Su.. µ 106 Adler; Syn. 27 Cunningham) fo µoìiofo ovfi fot oxqipmç ìoµpovci o
Ootxtoioqç (cf. Schol. Thuc. III 92,6, VII 29,3 µoìiofo ovfi fot xofo oxqipciov).
2
Schol. Thuc. II 36,3 (ABF) xo0cofqxtio qìixio cv fq µcoq qìixio; ibid. (O [= POxy
853]) cv fq ¬oqo<xµ>q fotfq.
96

Infine, nel commento a Hp. Off. 14 (3,318 L.) omìqvo ¬ovfi fm oxcìci q
qµioci, Galeno riconosce a q un valore negativo invece del più consueto
significato disgiuntivo. I testi citati sono Hom. A 117 e Thuc. III 23,5:

In Hp. Off. III 19 (18b,849 K.) ooov ¸oq c¬i fq ìcçci q otvofov xoi oxotooi
fqv qmvqv, mç oioçctxfixov ciqqo0oi otvocoµov. oìì` cxcivov cvoqooµcv
ovf` o¬oqoocmç otfqv fcfo¿0oi. potìcfoi ¸oq o¬ovfi fm oxcìci otfmç
qµoç fov omìqvo ¿mqiç pìopqç t¬opoììco0oi, xo0o¬cq ¨Oµqqoç cqq
potìoµ` c¸m ìoov ooov cµµcvoi q o¬oìco0oi. o Ootxtoioqç oc xqtofoììoç
fc ¸oq c¬c¬q¸ci <ot pc poioç cv otfq mof` c¬cì0civ, oìì` oioç o¬qìim fot q
poqcot toofmoqç µoììov>
3
.

La citazione tucididea (lacunosa in Kühn
4
) è stata ricostruita da Manetti e
Roselli (1994, 1576), le quali hanno anche ipotizzato che Galeno, unico in
tutta questa tradizione esegetica a citare congiuntamente i due testi, sia
stato in possesso di una «documentazione più ampia di quella conservata
negli scoli»
5
.


3
La tradizione q = q¬cq è molto diffusa: oltre agli scolii ai luoghi citati (Schol. Thuc. III 25,3
[c
2
] q poqcot o q otvocoµoç ovfi fot q¬cq xcifoi. poqcoç ¸oq pcpoiov ¬oici
xqtofoììov, o¬qìimfqç oc toofmoq; Schol. Il. A 117c Erbse) si vedano anche Schol. Od. o
165a Pontani; Ap. Dysc. GG II/1,223 Schneider.
4
Nell’edizione di Kühn si legge: o Ootxtoioqç oc xqtofoììoç fc ¸oq c¬cqcot.
5
Un interesse ulteriore risiede nel fatto che più volte proprio le parole q poqcot, che
costituiscono il nucleo della glossa galenica, sono state sospettate di interpolazione (così già
Dobree 1883, I 33). In tempi più recenti il sospetto è stato accantonato (vd. Gomme 1948, 11s.);
diversamente, si sarebbe ripresentata la stessa situazione relativa a ofqqiçoi e a ¬cìiovov (vd.
supra, p. 69), con il testo tucidideo di Galeno che consente in errore con la tradizione diretta.
97
Un’ultima tipologia di reimpiego del testo tucidideo da parte di Galeno ha
un carattere che potremmo definire “gnomico”: vi sono coinvolte frasi di
andamento sentenzioso, o anche di facile memorizzazione, o comunque
frasi molto conosciute e fortunate, sulle quali vengono condotte
rielaborazioni contestuali e che vengono sottoposte anche a vere e proprie
riscritture.
Finora non segnalato è il riuso di una frase dal discorso di Diodoto:

Thuc. III 42,2 fotç fc ìo¸otç oofiç oioµo ¿cfoi µq oioooxoìotç fmv
¬qo¸µofmv ¸i¸vco0oi, q oçtvcfoç cofiv q ioi o fi otfm oioqcqci.

Nel De usu partium Galeno prende possesso di queste parole e le
reindirizza non più contro ignoranti demagoghi à la Cleone, bensì contro
coloro che diffidano della fc¿vq fqç qtocmç:

Gal. Us. part. III 10 Helmreich (3,217s. K.) xoi oofiç otx c0otµooc fqv
fc¿vqv fqç qtocmç, q o çtvcfoç cofiv q ioio fi otfm oioqcqci.

Che la frase tucididea sia una ¸vmµq conosciuta conferma Stob. III 13,36
6
;
ma che Galeno ne abbia una conoscenza più dettagliata dimostra il seguito
dell’argomentazione: xoiqoç ¸oq ov ciq µoi fq Ootxtoioot ¿qqooo0oi
ìcçci – aggiunge e, proprio come nel modello, procede a una descrizione
bipartita dello stolto e del profittatore; in tale descrizione si rivela
particolarmente fedele all’ipotesto la parte sull’oçtvcfoç, il quale, come
già in Tucidide, è detto cedere troppo facilmente a un’insana fiducia nel
futuro
7
.

6
Con v.l. ¸cvco0oi, ma Hense ad l.: «¸ivco0oi fortasse».
7
Thuc. l.c. oçtvcfoç µcv, ci oììm fivi q¸cifoi ¬cqi fot µcììovfoç otvofov ci voi xoi µq
cµqovotç qqoooi, oioqcqci o` otfm , ci xfì.; Galen. l.c. (3,218s. K.) oçtvcfoç µcv otv
98
Un’altra e più complessa riscrittura si ha in Meth. med. X 10 (10,719 K.):

ovo¸xoiov oiµoi ¸i¸vco0oi fo fot Ootxtoioot oqooovfoç fi xoi
xivotvctooi. oiç µcv ¸oq cfcqo µcv ot¿ t¬oq¿ci fqç omfqqioç oooç, q oc
otoo µovq oqoìcqo xo0cofqxcv, ovo¸xoiov, oiµoi, fotfoiç cofiv oµooc
foiç ocivoiç i cvoi.

Nel dare consigli di comportamento agli ammalati, una citazione, pur
decurtata e tuttavia esplicita, da Tucidide I 20,2 – a proposito dei
tirannicidi, potìoµcvoi oc ¬qiv çtììqq0qvoi oqooovfcç fi xoi
xivotvctooi – viene supportata dal riecheggiamento di II 62,3 icvoi oc
foiç c¿0qoiç oµooc µq qqovqµofi µovov, oììo xoi xofoqqovqµofi. È
quest’ultima una frase alquanto celebre, ripresa più volte (specialmente dai
retori) per il suo peculiare gioco paronomastico
8
; e nonostante in Galeno
questa peculiarità venga esclusa, a conferma della derivazione tucididea sta
un più ampio e generico riecheggiamento dei concetti che nell’ultimo
discorso di Pericle preludono a quella frase
9
.
Queste riscritture, che pure mostrano una singolare attenzione al testo di
partenza, sono comunque caratterizzate da finalità puramente esornative.
Altre volte, invece, lo stesso genere di ipotesto viene riportato alla lettera e
serve da supporto per l’argomentazione che si sta svolgendo.

cofiv, oç ov foç cvcq¸ci oç, oooç oµcivov t¬oq¿civ foiç ¿cqoiv, q otx cvcvoqocv q cç
oììqç xofooxctqç oµcivotç coco0oi ¬qoocooxqocv ioio o` ov otfm fi oioqcqoi xfì.
8
Alex. Fig. 20 (III 36,22 Spengel); Aristid. XLIX (II 516 Dindorf). Cf. D. Hal. Thuc. 46 (I
402,5 Us. – Rad.) o¿ìcqo oc xoxcivo fo µciqoximoq xoììm¬ioµofo fqç ìcçcmç xoi fo
¬oìt¬ìoxo fmv cv0tµqµofmv o¿qµofo [seq. Thuc. II 62,3]. fo fc ¸oq qqovqµofo
¢t¿qofcqo cofi xoi fqç Ioq¸iot ¬qooiqcocmç µo ììov oixciofcqo.
9
Cf. Thuc. II 61 xoi ¸oq oiç µcv oiqcoiç ¸c¸cvqfoi xoi fo ììo ctft¿otoi, ¬oììq ovoio
¬oìcµqooi ci o` ovo¸xoiov q v q ciçovfoç ct0tç foiç ¬cìoç t¬oxotooi q
xivotvctoovfoç ¬cqi¸cvco0oi, o qt¸mv fov xivotvov fot t¬oofovfoç µcµ¬fofcqoç.
99
Un primo caso è nel De placitis Hippocratis et Platonis; al fine di
dimostrare che diversi sono 0tµotµcvov e ìo¸içoµcvov dell’anima (PHP
V 7,86 [5,503 K.] fo oc cfcqov civoi fot 0tµotµcvot fo ìo¸içoµcvov),
Galeno giudica sufficienti le testimonianze di Omero (t 17, con la
mediazione esegetica di Plat. Resp. IV, 441b-c
10
), Tucidide e Demostene
(21,41). Dello storico si riporta quanto segue:

Thuc. II 11,7 xoi oi ìo¸ioµm cìo¿iofo ¿qmµcvoi 0tµm ¬ìci ofo cç c q¸ov
xo0iofovfoi.

L’excerptum è dal discorso di Archidamo alla vigilia della prima invasione,
discorso che non solo in virtù di questa frase si distingue per un tono
genericamente sentenzioso: si vedano i §§ 4 (ooqìo ¸oq fo fmv
¬oìcµmv)
11
e 5 (¿qq oc oici cv fq ¬oìcµio fq µcv ¸vmµq 0oqooìcotç
ofqofctciv, fm o` cq¸m ocoiofoç ¬oqcoxctoo0oi)
12
.
Un altro celebre luogo tucidideo è la descrizione delle qualità intellettive di
Temistocle:

Thuc. I 138,3 oixcio ¸oq çtvcoci xoi otfc ¬qoµo0mv cç otfqv otoc v otf`
c¬iµo0mv, fmv fc ¬oqo¿qqµo oi` cìo¿i ofqç potìqç xqofiofoç ¸vmµmv xoi
fmv µcììovfmv c¬i ¬ìciofov fot ¸cvqooµcvot oqiofoç cixoofqç
13
.


10
I testi sono stati citati in precedenza, ai §§ 75-77 e 82.
11
La frase è riportata a mo’ di sentenza anche in Schol. Thuc. I 122,1 (ABFGMc
2
) ¬qoiooi
ooqìo ¸oq fo fot ¬oìcµot.
12
Ps.-Max. Conf. 66,18(/37,21) Ihm; Gnom. Bas. 504(.b) Kindstrand.
13
Si tratta, come già per Thuc. II 62,3, di un’altra frase stigmatizzata da Dionigi (cf. supra, n.
8): Ep. II ad Amm. 16 (I 436,1 Us. – Rad.) cv oiç oc oxoìio xoi ¬oìt¬ìoxoç xoi
otocçcìifoç q fmv cv0tµqµofmv xofooxctq ¸ivcfoi, fotfov fov fqo¬ov c¿ci ¬oq` otfm .
100
Galeno se ne serve (forse mnemonicamente) per commentare Epidemie VI,
dove si trova teorizzata la natura ot µo0otoo:

Hp. Epid. VI 5,1 Manetti – Roselli (5,314 L.) ovctqioxci q qtoiç cmtfq foç
cqoootç, otx cx oiovoiqç, oiov fo oxoqooµtoociv <xoi> q ¸ìmooo
t¬otq¸ci, xoi ooo oììo foiotfo ct¬oioctfoç q qtoiç cxotoo ot µo0otoo
fo ocovfo ¬oici.

Gal. In Hp. Epid. VI V 2 (261,9) Wenkebach – Pfaff (17b,236s. K.) xoìotvfoi
µcv otv oi µo0ovfcç ofiotv µo0qµo ¬c¬oioct o0oi xof` cxcivo, fq qtoci o`
t¬oq¿ci ¬c¬oioctµcvq fo µc¸iofo civoi ¿mqiç fot µo0civ, mo¬cq
Ootxtoioqç c¬i fot Ocµiofoxìcotç ci¬cv oixcio ¸oq otvcoci xoi otfc
¬qoµo0mv ciç otfqv otocv otfc c¬iµo0mv fmv fc ¬oqo¿qqµo oi` cìo¿i ofqç
potìqç xoììiofoç ¸vmµmv xoi fmv µcììovfmv c¬i ¬ìciofov fot
¸cvqooµcvot oqiofoç cixoofqç.

Comune a queste due ultime citazioni è l’ambito di indagine per cui
Tucidide viene utilizzato: nel De placitis si parla delle parti dell’anima,
mentre qui l’argomento è la parte cognitiva della qtoiç. Tornando a
considerare le citazioni dalla peste e il massiccio ricorso di Galeno alla
descrizione tucididea di chi, una volta guarito, veniva còlto da amnesia
(Testt. 5.1.-4.), possiamo trovare qui conferma del fatto che Tucidide pare
aver acquistato credito per argomenti che diremmo “psicologici”.
101

appendice 2.
kardiva = stovma th`~ gastrov~ ?


Per rendersi conto della grande fortuna della tradizione che glossava
xoqoio con ‘bocca dello stomaco’, qualora non si ritenesse sufficiente
l’abbondante e diffuso materiale di provenienza lessicografica (vd. supra,
pp.75ss.), si potrebbe allora considerare il vocabolario medico moderno,
che accoglie ‘cardias’ nel significato di ‘orifizio cardiaco dello stomaco’
1
;
oppure, in maniera indiretta, si potrebbe considerare lo stupore dei
commentatori lucreziani di fronte alla traduzione della xoqoio di Thuc. II
49,3 con cor invece dell’“atteso” stomachus (o simili)
2
.
A tutt’oggi, però, non ci sono altri elementi per affermare in tutta sicurezza
che Ippocrate e Tucidide con xoqoio intendessero qualcosa di diverso da
ciò che la grecità letteraria ha normalmente inteso da sempre. Page 1953,
100 ha per primo sollevato tale obiezione: collazionando, oltre a Thuc. II
49,3, i luoghi ippocratici solitamente addotti per sostenere la lettura
‘stomaco’
3
, ha concluso che «in all these places the translation ‘heart’
appears to present no special difficulty». Accolta solamente da qualche

1
La terminazione ‘-as’ (unitamente – credo – al cambio di genere) è dovuta all’analogia con
‘pancreas’: Cortelazzo-Zolli 1979, 205 (s.v. ‘cardia’).
2
Lucr. VI 1151s. Inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum / morbida vis in cor maestum
confluxerat aegris. Bailey 1947, 1728 parla espressamente di «mistranslation»; cf. Commager
1957, 105s., che contestualizza questa «mistranslation» nelle dinamiche “psicologiche” della
traduzione lucreziana.
3
Vd. infra, nn. 5 e 6.
102
commentatore tucidideo (Gomme 1956, Hornblower 1996), tale obiezione
è rimasta senza esito nella maggior parte delle traduzioni dallo storico (con
l’eccezione di de Romilly 1962). Più recentemente, Craik 2001 ha portato
nuovi argomenti a favore di una semantica del termine più vicina alla
consuetudo: si tratta di argomenti che mi sento di condividere e che ritengo
di poter integrare.
Per Craik, innanzitutto, la descrizione tucididea del percorso del voooç
all’interno del corpo (II 49,2-3) è in accordo serrato con le teorie mediche
sui flussi e sugli stanziamenti dei fluidi
4
; la posizione della xoqoio nella
descrizione di Tucidide – dopo gli ofq0q e prima della xoiìio – riflette la
stessa collocazione fisica degli organi considerati; posizione e funzione
della xoqoio, infine, sono sì concordi con alcune importanti menzioni che
di essa si fanno negli scritti ippocratici, ma non nel senso che l’esegesi
antica pretendeva: cioè, qualora risulti una connessione tra la xoqoio (o le
sue affezioni) e l’apparato digerente, è spesso evidente una strettissima
contiguità (tanto da lasciar supporre, talvolta, identità) di questa con lo
t¬o¿ovoqiov, che a sua volta è a rischio di confusione con il diaframma
5
;

4
Craik 2001, 104s.; in special modo, a proposito del capitolo tucidideo, vd. 105: «The verbs
xofopoivciv and c¬ixoficvoi, with the explicit ovm0cv oqçoµcvov show that the plague
makes its way down through the body in the classic fashion of flux; and the verbs ofqqiçciv
and ioqto0oi clearly indicate the classic problem of fixation at trouble spots». Perciò il duplice
e contemporaneo riferimento a qoqt¸ç e ¸ìmooo è da intendere come la descrizione dei due
differenti canali che il flusso della malattia segue per giungere all’apparato respiratorio e a
quello digerente (105s.).
5
Craik 2001, 106: «The connection of the kardia with the digestion is apparent in its links,
especially when symptoms are being recorded, with the hypochondrion, the area just below the
diafragm, the abdomen». Cf. Hp. Prorrh. I 72 (5,528 L.) xoqoiqç ¬ovoç oµo t¬o¿ovoqim
çtvfovm xoi xcqoìoì¸iq, xoxoq0cç, xoi fi oo0µofmocç; Aff. 15 (6,222s. L.) oxoooi oc
oììoi ootvoi cv fm 0cqci xofo fqv xoiìiqv ¸ivovfoi, oxoooi µcv ¬qoç fo t¬o¿ovoqio
103
inoltre, frequenti sono pure i casi di secrezione di sostanza flemmatica
oppure – proprio come nella descrizione tucididea – biliare
6
. Davanti a
queste evidenze si ricava che xoqoio non designa tanto un organo quanto
piuttosto un’area del corpo, e che, nonostante si riveli un concetto noto alla
medicina antica, tale zona rimane non bene identificata per motivi
palesemente legati allo stato delle conoscenze anatomiche dell’epoca. Craik
tenta quindi un parallelo e si rifà al latino praecordia, che solitamente
traduce l’ipocondrio
7
, ma che da Celso pare essere usato con una certa
«incoerenza»
8
: nonostante ne parli soltanto in maniera cursoria, è chiaro
che il riferimento della studiosa è specifico alla peregrina scelta lessicale di
Cels. I 3,20 Marx, per il quale si è supposto come fonte Hp. Aph. IV 17
(4,506 L.), e in cui, cioè, dolor et gravitas praecordiorum starebbero a
tradurre xoqoim¸µoç
9
.

xoi fqv xoqoiqv, µcìixqqfov tooqcç ¬oicmv, ooov fqciç xoftìoç, oçoç ¬oqo¿coç, ooç
¬iciv ¿ìicqov; Epid. I oqq. 4 (2,690 L.) qì¸ci oc oq¿oµcvq xoqoiqv xoi t¬o¿ovoqiov
ocçiov. Al pari di quest’ultimo esempio, certe cardialgie si mostrano nelle donne anche in Epid.
I oqq. 5 (2,694 L.) ed Epid. III oqq. 12
ser.1
(3,64 L.), nonché in Epid. II 2,1 (5,84 L.) (che
Galeno cita in Test. 1.a.).
6
Craik, 2001, 107: cf. Hp. Aff. 14 (6,220s. L.) qv oc ¬qooiofqfoi ¬qoç fqv xoqoiqv ¿oìq q
qìc¸µo, c¬i¬ivovfcç tomq ¢t¿qov q µcìixqqfov, cµotvfmv; 15 (6,224 L.: a continuazione
di quanto citato supra, n. 5) ¬oo¿otoi oc fotfo µoìiofo t¬o fot qìc¸µofoç, ofov xivq0cv
¬qoo¬coq ¬qoç fqv xoqoiqv; cf. anche Epid. I oqq. 5 (2,694 L.).
7
ThLL 10,2 (s.v. praecordia): 510 (de notione) e 511 (II in medicina). Ciò che avviene, per
esempio, in Erasistr. Fr. 167 Garofalo (= Cael. Aur. Tard. II 110 [1,610 Bendz-Pape]).
8
Craik 2001, 106: «The term kardia is used by the Hippocratics in much the same range of
senses as the term praecordia is used by Celsus: it is inconsistently an area in front of the heart,
or an area in the upper abdomen».
9
xoqoim¸µoç xoi oxofooivoç xoi ofoµo cx¬ixqotµcvov ovm qoqµoxiqç occo0oi
oqµoivci → Itaque ubi amari ructus cum dolore et gravitate praecordiorum sunt, ad hunc
104
Molto importante diventa dunque lo Hippocrates Latinus “ravennate”
10
,
che è testimonianza esplicita per questa poco usuale pratica di traduzione:
Hp. Aph. IV 65 (4,525 L.) cv foioi ¬tqcfoioi ¬cqi fqv xoiìiqv xotµo
io¿tqov xoi xoqoim¸µoç, xoxov → (ed. Müller-Rohlfsen) In febribus
circa ventrem cauma forte et praecordiorum dolor, malum
11
. Forse non è
casuale che proprio a commento di questo luogo Galeno riferisca per
l’unica volta due diverse esegesi: per ‘la maggior parte’ si tratta dello
ofoµo fqç ¸oofqoç, mentre ‘alcuni’ vi leggono propriamente ‘cuore’
12
.
Riassumo la complicatissima questione: è l’imperfezione delle conoscenze
anatomiche nel V secolo a.C. che contribuisce in maniera determinante a
rendere incerte e fluttuanti le localizzazioni e persino le denominazioni di
tutto ciò di cui molto più facilmente si è potuto avere nozione in epoca
posteriore; la tradizione esegetica in cui Galeno e gli altri testimoni si
collocano mostra che, da un certo momento in avanti, di questa
imperfezione non si è tenuto conto a sufficienza, anzi si comprende la
definizione data da Craik per l’interpretamentum galenico:
«anacronistico»
13
. Mi sembra in ogni caso da escludere che con il termine
‘cuore’ Tucidide e Ippocrate intendessero in senso specifico lo ‘stomaco’.
Ma ugualmente non mi sembra neanche che lo stesso Galeno si serva
autonomamente del vocabolo xoqoio per ‘stomaco’: in tutti i luoghi in cui

protinus confugiendum est (vd. Marx 1915, I 35 [ad l.]). L’aforisma ippocratico è commentato
da Galeno (17b,677 K.) con l’usuale richiamo all’autorità dei ¬oìoioi.
10
Per la collocazione culturale del corpus latino di Ippocrate, vd. Beccaria 1959 e 1961
(quest’ultimo in particolare per gli Aforismi e per i commenti latini).
11
Per Aph. IV 17 (supra, n. 9) la traduzione era invece stomachi morsus.
12
Vd. supra, p. 77, n. 29.
13
Craik 2001, 106. Anacronistica sarebbe pure un’eventuale etimologia che si basasse su
un’analogia fisiologica dei due organi, dal momento che delle valvole cardiache si ha definitiva
conoscenza solo con Erasistrato (cf. Garofalo 1988, 23ss.).
105
ciò accade è perché l’autore sta parlando dell’opinione dei ¬oìoioi e sta
riferendo la celebre glossa
14
; anche se talvolta – come in Test. 1.b. – si può
supporre che quest’uso non sia venuto meno (si noti il presente: xoìcifoi
oc, mç ioµcv, fotfo xoi xoqoio), il medico di Pergamo è tuttavia il primo
a sottrarsi a quest’uso, e anche per lui la xoqoio è il ‘cuore’.
Insomma, per quello che ho trovato, è soltanto Nicandro, già a conoscenza
della glossa, a fornire nella propria produzione poetica le uniche
testimonianze schiettamente “letterarie” (cioè scevre da un contesto in
qualunque accezione esegetico) per un uso ricercato e cosciente di xoqoio
(e dei suoi derivati) nel senso di ‘organo fenomenicamente correlato alla
¸oofqq’ (e ai sintomi di essa)
15
:

Nic. Th. 299s. xqooiqv oc xoxov ¬cqifcfqoqcv oì¸oç
¸oofqq o` toofocooo oicootfo.

Ibid. 338s. oo¿µofi o` cµqìc¸cfoi xqooiq ¬qo¬ov, oµqi oc xotom
¿ciìc` t¬` oçoìcqç otoi vcfoi opqo¿o oi¢qç.

Nic. Al. 580s. xoi ¬ofc ìt¸µoi
ovcqo xoqoiomvfo 0oµciofcqoi xìovcotoi
16
.

14
Si ricordi, oltre tutto, che nucleo della glossa è la terminologia nosografica (xoqoim¸µoç,
xoqoimoociv, xoqoioì¸civ) e non strettamente quella anatomica (vd. supra, p. 75, n. 26).
15
Il frammento di Epicarmo riportato da Fozio e Suda (supra, p. 78, n. 35) è indecidibile.
16
Gow e Scholfield 1953 forniscono in tutti i luoghi (anche in Al. 21) la traduzione «heart». Su
Th. 299 non c’è accordo fra i traduttori più recenti: Jacques 2002 usa «cardia»; Spatafora 2007,
128 n. 216, giustifica «cuore», ma ammette anche l’altra possibilità. Invece un accordo tra di
loro esiste, e però mancano secondo me prove sufficienti per aggiungerlo in elenco, riguardo a
Th. 731ss. xqooiq oc oi cv poqoç içci ƒ vtç oc ¬cqi xqofoqoiç, cµcfov o` cçqqt¸c ociqqç ƒ
ìoi¸ov oqo¿vqcvfo. Per Al. 580s. lo scolio (581a Geymonat) presenta xoqoiomvfo oc, qfoi
fov fqv xoqoiov oì¸otvfo.
106

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118

ringraziamenti


Grazie a tutti!

indice

Capitolo 1. Tucidide, Ippocrate e la peste di Atene Capitolo 2. Galeno, Sulla peste in Tucidide
Introduzione

1 13
13

Capitolo 3. I frammenti
Fr. 1.a. Fr. 1.b.

31
32 52

Capitolo 4. Le testimonianze
Contributi di Galeno alla storia del testo di Tucidide L’esegesi di Galeno alla peste di Atene Conclusioni

57
65 75 89

Appendice 1. Tucidide in Galeno Appendice 2. kardiva = stovma th'~ gastrov~ ? Bibliografia

94 101 106

ciò avviene sotto un duplice aspetto: da un lato. al contrario. dal momento che in tale questione è proprio la peste di Atene ad acquisire da subito un ruolo centrale. L’argomento merita di essere brevemente considerato. 1 .]). e in esso si pronuncia per una differenziazione tra il metodo diegetico dello storico e la tevcnh dispiegata da Ippocrate nella descrizione delle malattie e dei loro sintomi. Con il Peri.C. ippocrate e la peste di atene Negli anni tra il 169 e il 175 d. K. bensì Galeno riprende polemicamente l’opinione di alcuni ‘antichi’ che. tou` para. Qoukudivdh/ loimou` Galeno prende posto in una diatriba di lunga tradizione sul tema dei rapporti tra Tucidide e la medicina antica. Diff. tucidide. l’episodio narrato nelle Storie viene preso a metro di comparazione per valutare le qualità scientifiche del suo autore in rapporto alla coeva produzione medica. Galeno di Pergamo redige un commento al racconto di Tucidide sul loimov~ ateniese (II 47-54).capitolo 1. resp. avevano ravvisato un’affinità metodologica tra i due autori (Gal.. dall’altro. La comparazione non è originale. una vera e propria “quaestio tucidideo-ippocratica”. in quanto evento storico l’epidemia funge da collettore delle biografie di Tucidide e di Ippocrate. definibile nei suoi sviluppi storici come l’insieme delle indagini che le scienze dell’antichità in genere hanno condotto su questo tema. II 7 [7.850ss.

cf. E ancora all’età ellenistica è da far risalire la tradizione biografica di Ippocrate che descrive il medico venire a sapere di una pestilenza (un loimov~). non sono successivi al I secolo d. Gli ‘antichi’ citati da Galeno. 2 . Smith 1990.Le due dimensioni – biografica ed epistemologica – sono analizzabili singolarmente solo per la fase antica della questione. Cf. NH VII 37 (123). il Decreto degli Ateniesi.) Ep. 62s. 2 e 6s. infra. anche Rubin Pinault 1986. 38ss. congetturarne l’arrivo in Grecia e infine dare disposizioni ai figli. in ogni caso è plausibile che sotto questa denominazione Galeno raggruppi tutta un’eredità di studi critici e di analisi letterarie riconducibili all’età ellenistica1.. (Hp. L. Il racconto è nell’Ambasceria di Tessalo.416ss. pur non potendo essere definiti con esattezza.3. Da qui conosciamo sia il giudizio formulato dalla critica a lui precedente. mentre a partire dalla lunga rivoluzione con cui si giungerà alla fase moderna i due aspetti tenderanno sempre più a integrarsi. il racconto viene contaminato con un altro fortunato dettaglio biografico: il 1 2 3 Vd. XXVII 7 Smith (9. in un altro testo pseudoepigrafo del corpus. a.C. esercizio retorico tramandato nel corpus Hippocraticum e databile tra la metà del IV e la metà del III sec. per la quale si pongono come parametri i differenti livelli di tevcnh che caratterizzano i due autori. secondo cui carattere comune a Tucidide e a Ippocrate sarebbe stato lo ‘scrivere tutto ciò che succede ai malati’. La dimensione epistemologica della questione nella fase antica è appunto ciò che il Peri. sia la risposta di Galeno a questo giudizio: una più generale rivalutazione del trovpo~ th`~ ejxhghvsew~ di Ippocrate e un diverso orientamento dato all’intera questione.). pp.C. tou` loimou` di Galeno testimonia. Plin. al genero e ad altri discepoli perché si rechino a curare le città elleniche2.

L. 3 . XXV Smith (9. Quando il medico si occupa in prima persona della guarigione di Atene. a collegare l’esplicito riferimento ai Persiani del Decreto degli Ateniesi con i contenuti di Epp. Hipp.).rifiuto di Ippocrate di portare soccorso al re di Persia in occasione del loimov~4. NH XXXVI 69 (202).281 K. Rubin Pinault 1986. 79. 6ss. il metodo da lui adottato consiste nel seccare e purificare l’aria tramite fiaccole accese per la città6. secondo la consolidata pratica del biografismo antico che tende a creare simmetrie e coincidenze7. 63s.316s. L. 383d. 5 6 Littré 1839. e che in questo caso specifico associa il medico più celebre alla malattia letterariamente più fortunata8. 5.). le “lettere persiane”. a giungere ad Atene e a debellare la pestilenza. dove a Ippocrate viene associata la figura di Empedocle. III-VI (9. Una sostanziale affinità lega questi frammenti a un’ulteriore tradizione di cui si hanno tracce nella Teriaca a Pisone ascritta a Galeno (16 [14.400s. V. e Plin. Il risultato di questa operazione non è limitato a una componente mitizzante della biografia. in Aezio (V 95) e in un compendio di medicina dell’XI secolo5: è Ippocrate stesso. e non i suoi discepoli. 7 8 Fairweather 1974. Sor.]). 40. 73 Cf. ma fa bene Smith 1990. Comune ai due racconti è l’intento palese di istituire una relazione tra Ippocrate e il loimov~ ateniese. Is. il suo intervento è molto più simile a una purificazione rituale: nei trattati di medicina non si ha menzione della piroterapia nei casi di malattie 4 (Hp. 256ss. Plut. dove la medesima notizia è riferita ad Acrone di Agrigento. Rubin Pinault 1986. bensì – più in particolare – la figura di Ippocrate si caratterizza come maggiormente ispirata alla letteratura poetica che non alla letteratura scientifica. cf. che pure avrebbe usato il fuoco per curare una pestilenza. Il rifiuto di Ippocrate a soccorrere i ‘barbari’ era forse in nuce già nell’Ambasceria di Tessalo.) Ep.

Rubin Pinault 1986. Una tradizione vulgata vuole che la katavstasi~ di Epidemie III costituisca il resoconto di quella specifica malattia13 e ancora a metà del Settecento il dibattito è acceso14. o le similari leggende su Empedocle e Acrone10. OT 4s. da un breve paragrafo Qui explicari possit. 8. è tuttavia durevole. Clifton 1734.epidemiche. Littré 1846. quod de Hippocrate tacet Thucydides15. 254ss. Vd.: «Hippocratis a Thucydide nusquam factam esse mentionem eo minus 10 11 12 13 14 15 mirabere. V. D’altro canto. 66s. Permangono inoltre implicazioni per ciò che riguarda appunto la questione dei rapporti tra lo storico che descrisse la peste di Atene e il medico che la “curò”. 73s. et alios viros literarum aut artium studiis insignes (ut Metonem fastorum emendatorem) non magis ab eo nominatos esse. 48ss. n. simul cogitaveris» (255). supra. 6. Gorgiam in legatione civitatum Siciliae. ubi de Minervae statua agitur. Hipp. XII ss. tra gli altri. licet opportunitates de iis dicendi non deessent. nell’Ambasceria di Tessalo e nel Decreto degli Ateniesi l’accento è posto sull’aspetto “politico” di un Ippocrate filevllhn11 che rifiuta l’oro persiano e a cui sta a cuore la salvezza della Grecia intera. si dichiara che entrambe le tradizioni biografiche di Ippocrate (quella dei testi 9 Soph. si Phidiam II 13. A pochissimi anni dal Tucidide di Poppo. 4 .. e le fiaccole accese in città ricordano piuttosto gli incensi tebani nell’Edipo tiranno9. vd. Già solo la diffusione della piroterapia tra i rimedi in caso di pestilenza riesce a dare un’idea del credito acquistato da tali racconti12. La fortuna di queste biografie. a dispetto di una loro consistenza che oggi pare leggendaria. ha inizio quella che può considerarsi la fase moderna della questione: in Littré 1839. però. Così Sor.. Poppo 1834. Rubin Pinault 1986. 39s. nell’editio maior di Poppo il commento al loimov~ è introdotto.

e 514ss. anche Lichtenthaeler 1965. 110ss. Nell’ambito della questione..pseudoepigrafi e quella relativa alla piroterapia) sono un «tissu de fables» (ibid.).. 41). Si veda anche il giudizio di Jones 1923. Da questi e da altri contributi19 l’interpretazione di Tucidide si orienta sempre più a riconoscere allo storico un’autentica formazione medica. ma egli contesta principalmente le contraddizioni cronologiche dei racconti (secondo cui nel 430 Ippocrate avrebbe avuto un figlio e addirittura un genero) e la tecnica terapeutica che vi viene descritta16. 5 . 39ss. Il livello espressivo della Pestbeschreibung diventa in effetti il metro privilegiato per valutare la posizione di Tucidide nei confronti della medicina antica. une phrase qui dit beaucoup»17. le motivazioni di Littré si fondano anche sul silenzio dello storico. 475.. un style plein de nerfs. infine Page 1953. 28ss. 98ss. sintagmi e iuncturae che dal loimov~ ateniese rimandano inequivocabilmente al corpus Hippocraticum: un primo esempio è in Ehlert 1910. Littré 1839. Vd. (anticipando in parte i più ampi risultati sull’inquadramento di Ippocrate e Tucidide nella Aufklärung del V secolo18). e alle evidenze tratte dal racconto della peste vanno affiancandosi analisi su altri concetti (su tutti provfasi~ e ajnqrwpeiva fuvsi~) che hanno paralleli 16 17 Littré 1839. 141 (introduzione a Epidemics I and III). 18 19 Nestle 1942 (in particolare 243ss. caratteristici delle indagini novecentesche sono gli elenchi di vocaboli. 99ss.). (che tenta anche di identificare la natura della malattia: ibid. poi se ne occupa Nestle 1938. Si tratta di una revisione critica che non impedisce a Littré di cogliere il carattere dell’espressione che Tucidide e Ippocrate ai suoi occhi continuano ad avere in comune: «Aussi est-ce à Thucydide qu’il faut comparer Hippocrate: des deux côtés un langage grave.

e che bensì – come già Finley 1942 – ammettano la possibilità di una osmosi dei linguaggi da una disciplina all’altra22. quite as much as the pkysician. 15s. Nestle 1942.. (e in particolare 70s. and this mechanistic reasoning was valued because it promitted men. Tuttavia. The arguments of the sophists [. in the latter half of the fifth century. Weidauer 1954. 68ss. they thought. Una tale prudenza è suggerita innanzi tutto proprio da Galeno e da quel suo giudizio intorno all’autore della peste di Atene: non un ‘esperto’.. cf. it would be false to overstress this influence.] nega espressamente che la Pestbeschreibung sia utile per ricavare le reali competenze tecnicoscientifiche dello storico).. needed this power of prediction. a mio parere.nel corpus Hippocraticum20. 524s. and that the ideas proper to one subject proved fruitful in another. ma un 20 Si vedano. to understand and thus in part foretell human behavior. similar tendencies appeared at the same time in different fields of investigation. a recarsi da Ippocrate21.] Nevertheless. Finley 1942. 75. che cioè non impongano come necessaria una biografia “medica” di Tucidide per giustificare la sua precisione descrittiva. più recentemente.: «It is difficult [. just as in recent times the concept of relativism has come to have a wide application outside the Einsteinian physics»). ora invece appare più plausibile che sia stato Tucidide. Rechenauer 1991 (il quale [13ss.. 6 . tra gli altri. è preferibile tornare a posizioni più moderate. per via delle frequentazioni con la regione di Tracia.. [. and it is of statesmanship that Thucydides wrote. It seems rather that. The statesman.. 21 22 Cochrane 1929. Ciò che perfeziona la “rivoluzione” moderna della questione tucidideo-ippocratica è poi lo speculare sovvertimento del modo in cui i dati biografici dello storico e del medico di Cos vengono incrociati per rendere possibile il loro incontro: anticamente si pensava che Ippocrate avesse viaggiato fino ad Atene.] to escape the conclusion that [Thucydides] was to some extent influenced by medical theory..] assume a stable world in which men respond uniformly to given circumstances. Weidauer 1954 e.

101s. and undramatic medical style [quello delle Epidemie ippocratiche] to be a kind of ideal [. called “a poet’s precision” [la citazione è ora in: Wade-Gery 1996. e se ne può dare conto a sufficienza ricorrendo alle più recenti acquisizioni riguardo al ruolo degli Asclepiei nel processo di diffusione della conoscenza scientifica25. già Page 1953.4: un nesso nominale che di tecnico ha solo la colorazione. but it shows what Wade-Gery. It is grammatical. come ha mostrato l’importantissimo (e purtroppo incompiuto) contributo di Parry 1969.3 e 6). la loro lettura può invece orientarsi a cogliere alcuni imprescindibili aspetti drammatici che Tucidide ricerca volontariamente a complemento di quella precisione scientifica rilevabile a prima vista26.].‘profano’ che scrive per ‘profani’23. 55ss. La padronanza di lessico e nozioni della medicina da parte di Tucidide non raggiunge ovunque una completa precisione24. or after a climactic catalogue» 7 . detailed. Vd..6).. 107 (su ajpokriqh`nai in II 49. Kudlien 1971.: «It is possible that Thucydides felt this bare.2). The style of that description is observant and exact. Šimon 1999 (su luvgx kenhv in II 49. often containing powerful and unexpected verbs in emphatic positions.1 e su talaipwriva in II 49. ma che per il resto – con un’unica e tarda eccezione in Areteo di Cappadocia – rimane del tutto ignorato dalla letteratura medica). It is dramatic and imaginative. i capitoli tucididei sulla peste possono essere sottratti a un giudizio univocamente “positivo” od “ottimista” al quale solo in parte corrispondono. D’altra parte. 113s. he did not let this feeling show in his own description of the Plague. but it stretches the limits of Greek grammar. 109 (su ajsqevneia in II 49. II 49. 108 (su duvnami~ in II 49. (su flovgwsi~ in Thuc.1). 1519]. 25 26 Perilli 2007. The sentence-construction is various. But if he did. speaking of the historian’s style generally. Parry 1969. controlled throughout by the writer determination to show the awful and overwhelming power of the sickness. 23 24 Cf.

to. nel proemio alla peste Tucidide si rifiuta di riportare qualsiasi tipo di ‘causa’. Due esempi saranno qui sufficienti per illustrare come le conoscenze di Tucidide in ambito medico vengano in tal modo contaminate. ajstevgaston. cwrivon a{ma ejn w/| ejstratopedeuvonto eJlw`de~ kai. Nonostante questa potenziale competenza scientifica.r ejpievzonto katÆ ajmfovtera. kai. VII 47. però. VII 87. calepo. nel primo si parla di caratteristiche stagionali e topografiche più adatte all’insorgenza dei mali. th`~ te w{ra~ tou` ejniautou` tauvth~ ou[sh~ ejn h/| ajsqenou`sin a[nqrwpoi mavlista. Tucidide contamina il linguaggio della medicina con le istanze che all’intera sua opera – e in particolare ai libri “periclei” (I e II) – sono preposte.r koivlw/ cwrivw/ o[nta~ kai. altre scelte e altri scopi. kai. aiJ nuvkte~ ejpigignovmenai toujnantivon metopwrinai. in questi capitoli. to.~ oi{ te h{lioi to. Thuc. si tratta di nozioni che derivano da una scienza medica di stampo eco-meteorologico e che si presentano affatto simili a quanto potrebbe leggersi in un trattato di diagnostica ippocratica. to. kai.2 novsw/ te ga. Il primo esempio riguarda l’eziologia del loimov~. complicato.Il racconto del loimov~ ateniese è in effetti un testo difficile. mentre nel secondo vi è una situazione di metabolhv atmosferica che conduce all’infermità: Thuc. in cui la trama espressiva richiama sì un vocabolario e un repertorio formale e formulare di pertinenza dell’arte medica. prw`ton kai.n h\n. yucrai. ma che poi a questa trama intreccia altre prerogative. pni`go~ e[ti ejluvpei dia. un rifiuto 8 . ojlivgw/ pollou.1 ejn ga. Quasi ovunque. th/` metabolh/` ej~ ajsqevneian ejnewtevrizon. Da un paio di luoghi dei libri siciliani risulta infatti chiaro che Tucidide ha dimestichezza con nozioni concernenti l’insorgere delle malattie.

esplicito in cui sembrano differenziarsi le aijtivai indagate dai medici da quelle riferite dai non-medici:
Thuc. II 48,3 legevtw me;n ou\n peri; aujtou' wJ~ e{kasto~ gignwvskei kai; ijatro;~ kai; ijdiwvth~, ajfÆ o{tou eijko;~ h\n genevsqai aujtov, kai; ta;~ aijtiva~ a{stina~ nomivzei tosauvth~ metabolh'~ iJkana;~ ei\nai duvnamin ej~ to; metasth'sai scei'n: ejgw; de; oi|ovn te ejgivgneto levxw ktl.

Lo scopo di questa volontaria omissione delle cause sta con ogni probabilità nel tentativo di scagionare Pericle e la sua politica da quella serie di accuse che solo in Plutarco riusciamo a leggere in maniera completa e articolata. È Plutarco (Per. 34,5) a riferire che Pericle veniva considerato ‘colpevole’ (ai[tio~) della pestilenza in quanto responsabile sia delle condizioni imposte dalla guerra, sia dell’inurbamento forzato, secondo quella che – per gli ijdiwvtai, appunto, ma non per gli ijatroiv dell’epoca – era la logica del contagio27. A tale scopo, dunque, Tucidide descrive innanzi tutto una malattia che non è dovuta a un miasma, non è generata dai caratteri malsani del luogo in cui esplode; al contrario, egli presenta come più attendibile (fornendone insistentemente le prove) la versione di un percorso molto più ampio compiuto dalla peste prima di giungere in città28; gli stessi Lacedemoni vengono di conseguenza sollevati dalle accuse di avere avvelenato i pozzi del Pireo29, e anche queste accuse sono evidentemente da interpretare come manifestazione di un più generale malcontento verso la politica del povlemo~. Contemporaneamente, la descrizione tucididea non concede nulla nemmeno alle ‘cause’ che

27 28 29

Poole e Holladay 1979, 295ss.; Holladay 1988, 250. Per ben due volte (II 47,3 e 48,1) la peste è descritta in territori al di fuori di Atene. Thuc. II 48,2.

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potevano essere addotte dai profani: il convenire in città di molte persone e insieme la stagione che rendeva l’ambiente intollerabile per Tucidide non sono affatto cause, bensì a queste situazioni egli fa riferimento come a qualcosa che si verificava ‘in aggiunta alla sofferenza presente’, e la loro azione si limita a negare un kovsmo~ allo scenario in cui la strage stava già avvenendo30. Il secondo esempio che intendo proporre è forse ancor più emblematico, poiché riguarda direttamente i medici e la loro attività. In Kosak 2004 si trovano censiti i luoghi di Euripide in cui la definizione di personaggi chiamati in scena a risolvere problemi è supportata dal ricorso alla metafora del “guaritore”, e parimenti i luoghi in cui la stessa questione tragica viene attualizzata attraverso un metaforico trasferimento sul piano linguistico della tevcnh medica, e quindi riformulata in un processo che va dal “sorgere della malattia” al “cercare le cause”, al “trovare la cura”. L’analisi, effettuata in maniera il più possibile comparativa con il corpus Hippocraticum, ha mostrato che, se è vero che Euripide riprende correttamente vocabolario e patrimonio concettuale della medicina, è anche vero però che tutti i guaritori di cui racconta volgono a molteplici fallimenti31. Kosak, in altre parole, è riuscita a presentarci l’autorevole esponente di un milieu da noi definito “razionalista” nell’atto di mettere in discussione, rivedere e talvolta rifiutare – o comunque non accettare – l’immagine ottimista del buon medico e le capacità stesse della sua tevcnh32, e di fare ciò nel momento stesso in cui all’espressione linguistica
30

Thuc. II 52,1 ejpivese dÆ aujtou;~ ma'llon pro;~ tw/' uJpavrconti povnw/ kai; hJ xugkomidh; ejk tw'n

ajgrw'n ej~ to; a[stu […] 2 oijkiw'n ga;r oujc uJparcousw'n, ajllÆ ejn kaluvbai~ pnighrai'~ w{ra/ e[tou~ diaitwmevnwn oJ fqovro~ ejgivgneto oujdeni; kovsmw/.
31 32

Kosak 2004, 43ss. Kosak 2004, 193ss.

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di quel sistema scientifico egli riconosce, attraverso la mimesi, un concreto valore. Anche la ijatrikh; tevcnh del racconto di Tucidide esce del tutto sconfitta; la descrizione degli effetti fisici del loimov~ si conclude così:
Thuc. II 51,2 e[qnh/skon de; oiJ me;n ameleiva/, oiJ de; kai; pavnu qerapeuovmenoi. e{n te oujde; e}n katevsth i[ama wJ~ eipei'n o{ti crh'n prosfevronta~ wjfelei'n: to; gavr tw/ xunenegko;n a[llon tou'to e[blapten.

La frase presenta notevoli debiti lessicali nei confronti della medicina, quasi un accumulo di quelli che Page 1953 chiamava «standard medical terms» (ajmevleia, qerapeuvein, i[ama, prosfevrein, wjfelei'n, xumfevrein, blavptein); il debito è più che mai evidente dal confronto con Hp. Epid. I 11 (2,634s. L.) ajskei'n peri; ta; noshvmata duvo, wJfelei'n h] mh; blavptein, precetto che Tucidide riprende molto più fedelmente in occasione dell’antilogia Nicia-Alcibiade33. La frase tucididea, però, presenta al tempo stesso anche una macroscopica contraddizione tra la totale mancanza di cure (e{n te oujde; e}n katevsth i[ama) e una utilità che si verfica comunque per alcuni (to; gavr tw/ xunenegko;n ktl.). La contraddizione è a mio avviso ricercata, non involontaria. Se torniamo a considerare l’accumulo di verbi che, per l’intero periodo, richiamano espressamente e volutamente il corpus Hippocraticum, allora ci accorgiamo del modo in cui l’ars, nel momento in cui viene rappresentata

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VI 14 (è il primo discorso di Nicia) kai; suv, w] pruvtani, tau'ta [...] ejpiyhvfize kai; gnwvma~

protivqei au[qi~ ÆAqhnaivoi~, nomivsa~ [...] th`~ de; povlew~ kakw`~ bouleusamevnh~ ijatro;~ a]n genevsqai, kai; to; kalw`~ a]rxai tou`tÆ ei\nai, o}~ a]n th;n patrivda wjfelhvsh/ wJ~ plei`sta h] eJkw;n ei\nai mhde;n blavyh/. Una raccolta di paralleli ippocratici è in Ehlert 1910, 116s.

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Ci accorgiamo. è stata distorta.da Tucidide. la presenza positiva di entrambi gli elementi costituisce una variazione del modello che non nega la totalità dell’originario ideale programmatico. in particolare. 12 . ma non era possibile guarire la polis. lo storico sovverte i fondamenti stessi della medicina descrivendone non l’esatto contrario. bensì complica questo ideale. di come lo scardinamento più violento avvenga nel passaggio dal celebre adagio ippocratico wjfelei'n h] mh. bensì evocando un caotico paradosso in cui una stessa cura è insieme utile e dannosa. blavptein a ciò che per Tucidide pare divenire uno xumfevrein kai. ed entrambi i piani partecipano così allo scopo di riferire ciò che per lo storico è dettaglio non ininfluente della tragedia che sta rappresentando: esistevano sì le cure individuali. blavptein. In tal modo il paradosso tecnico-terapeutico e la contraddizione interna alla prosa tucididea si rispecchiano a vicenda.

K.b. Qoukudivdh/ loimou'. VIII B.) Libr. Bardong 1942. 1.) (Fr. Vi è un intervallo di tempo relativamente breve a separare la composizione di Sulla dispnea. resp. IV 39 (18a.) – tramanda anche il titolo dell’opera. che Galeno cita congiuntamente al suo Sull’anatomia di Ippocrate.729 K. vd. Una prima caratteristica comune tra i contesti delle due redazioni è individuabile nella stretta contiguità cronologica. sulla base di una sostanziale identità di contenuto (una suvgkrisi~ tra Ippocrate e Tucidide) e di argomentazione (l’autore si pronuncia per una differenziazione di metodo tra i due autori).) (Fr. 1. galeno. dalla composizione del commento a Fratture/Articolazioni. (19. propr. IX (14.32s. sulla peste in tucidide introduzione Del commento di Galeno alla peste di Atene esiste un unico frammento di sicura attribuzione pervenutoci in due redazioni distinte.capitolo 2.650s. che Galeno stesso enumera tra le opere di argomento prognostico concluse prima del ritorno di Marco Aurelio dalle campagne germaniche (novembre del 176)1. 13 . che 1 Gal. K. Art. Soltanto la prima e più estesa di esse – contenuta in Diff. la redazione parallela – In Hp. tou' para.-M.850ss. Praenot. II 7 (7.a. Il luogo di Sulla dispnea rimane così di fatto l’unica attestazione esplicita del Peri.) – è invece riconducibile al medesimo ipotesto solo congetturalmente. 608s.). K.

1. già di per sé singolare. pur sollevando qualche dubbio riguardo a un probabile lavoro di revisione dell’opera. 7 è compreso nel De febrium differentiis.invece costituisce il prototipo degli uJpomnhvmata ippocratici. e b. Peterson 1977. 5. 492ss. Test.) si aggiunga poi che una discreta quantità di materiale riconducibile al commento perduto si concentra significativamente in opere databili a ridosso della composizione di Sulla dispnea: Testt. la possibilità che l’intervallo di tempo tra il trattato sulle difficoltà di respirazione e il primo uJpovmnhma consista in pochi mesi rimane anche con la rivisitazione di Peterson. Di fatto. mentre tutto un primo gruppo di commenti a Ippocrate (fino a quello ad Aforismi) sarebbe compreso tra la metà del 175 e il novembre del 176: soltanto pochi mesi intercorrerebbero in tal caso tra le due redazioni del frammento. tra i due testi finora considerati (Frr. 166ss. Secondo Bardong 1942. 14 . e 5. Bardong 1942.2.. A questa quasi-coincidenza. mantiene valido il dato dell’inizio del 175 per il Sulla dispnea. e pospone invece l’impresa degli uJpomnhvmata ippocratici alla composizione del De crisibus (ante maggio 175): quel primo gruppo di commenti a Ippocrate (con l’aggiunta del commento a Epidemie I) sarebbe così compreso tra la metà del 175 e il 178/inizio 179 (ante De praenotione ad Posthumum)2. che secondo la già citata revisione di Peterson è da collocare ante il mese di maggio di quello stesso anno 1754. dal momento che. 611. 2 Peterson 1977. 1. dunque. 494. Peterson 1977 lascia adito alla possibilità che questa forbice sia di poco più larga. (rispettivamente dal De symptomatum differentiis e dal De symptomatum causis) derivano dal gruppo di trattati di argomento patologico redatto subito prima3. 3 4 Ilberg 1896.a. la stesura di Sulla dispnea è da far risalire all’inizio dell’anno 175.

Riguardo al commento a Tucidide Bardong non allega alcuna discussione particolare. meno sicura è quella nel già menzionato Bardong 1942. tou' para.. di ritorno dalla Siria nell’estate del 1667. tou` loimou`. 146: «Lucius and his entourage probably reached Rome in August». Gilliam 1961. Diversamente e. oppure di morbillo6 – giunse in Italia insieme alle truppe di Lucio Vero. Ilberg 1897. Stathakopoulos 2004. Littman e Littman 1973.Questi dati possono. 94s. Le ipotesi di datazione per quest’opera sono infatti due. 622. collega la genesi del commento a Tucidide con il fenomeno epidemico della cosiddetta “peste antonina”: «[Galen] verfasste ferner einige Bücher peri. 633) emerge che egli lo considera un prodotto del primo periodo romano del medico (anni 163-166): il Peri. 6 7 Effettivamente McNeill 1981. a mio avviso. servire da primo orientamento per una delimitazione cronologica di massima del Peri. viene classificato a distanza molto breve da Sull’anatomia di Ippocrate. entrambe contenute in lavori che propongono una sistemazione generale della cronologia galenica. il più conosciuto dei quali (Sull’anatomia di Ippocrate. cioè. e fu forse 5 Haeser 1882. furchtbare Pest die Veranlassung bot». non opta recisamente per l’una o l’altra ipotesi. con più ragione. a mio avviso. La più recente e. 24ss. è di notevole importanza anche per la produzione galenica successiva) “attrae” la cronologia dell’altro. 225s. tw/' Qoukudivdh/ loimou'.. È chiaro che il tacito ragionamento dello studioso procede per analogia fondandosi unicamente sulla ricorrenza congiunta dei due titoli in Sulla dispnea.. 105s. ma dalla tabella riassuntiva (o. benché perduto.. credo.c. tou` loimou`. che offrono una lettura completa dei dati clinici ricavati da Galeno. Birley 1987. wozu wohl die unter Mark Aurel aus dem Osten eingeschleppte. 245ss. 15 . L’epidemia – molto probabilmente di vaiolo5..

senza che dell’epidemia sia fatta menzione. più in generale. n. Galeno racconta di essere partito quando ancora Lucio non era tornato (Praenot. propr. invece.tra le cause della frettolosa partenza di Galeno da Roma8.. 187. to. due anni più tardi.> (alla lacuna supplisce la versione araba. mevsou ceimw'no~ ei\nai ta. Il medico ebbe comunque modo di farne esperienza. Kerr 1997. for example.~ pollou. di un prosatore10. Nutton 1973.15 K. à ma connaissance.18 K.n patrivda mhdeni. dal momento che si possiedono due rievocazioni autobiografiche dell’abbandono della capitale da parte di Galeno. Altrove. prattovmena.n a[lloi~ ejn ïRwvmh/ diatrivya~ ajrxamevnou tou' megavlou loimou' paracrh'ma th'~ povlew~ ejxh'lqon ejpeigovmeno~ eij~ th. 227).. Di tale silenzio si è cercato peraltro di dare ragione. Per altre ipotesi: Fitz 1966. Boudon- Millot 2007.~ movli~ ejn crovnw/ pollw/' diaswqh'nai pleivstwn ajpollumevnwn ouj movnon dia. 406ss. to the accounts of Thucydides.n aujtokravtora~ aujtivka feuvgein eij~ ïRwvmhn a{ma stratiwvtai~ ojlivgoi~.647 K.~ me.. w{ste tou. 9 Questa la datazione tradizionalmente accettata (Birley 1987.~ wJ~ ou[pw provteron. 16 .n ajlla. LXIII ss. propr. ma solo in una di queste il mevga~ loimov~ è la causa principale: Libr. 198). e Boudon-Millot 2007. Scheidel 1990. 8 Il dubbio è d’obbligo (cf. tou. pour lutter contre ce fléau qui se répandit partout avant de s’éteindre>’). 227: «His references to it are scattered and brief. I 16 Boudon-Millot (19.) e[tesi de. Boccaccio. <. to. che Boudon-Millot traduce: ‘aucun <médicament puissant n’ayant pu être trouvé. dia. and in the vast corpus of his writings there is nothing to correspond. hJma'~ de. VIII 21-IX 2 Nutton [14. 158s. trisi. III 3 Boudon-Millot (19. LXVII. argomentando che Galeno non aveva le medesime intenzioni e non scriveva per gli stessi destinatari di uno storico o.n loimo. kai.) ejpibavnto~ ou\n mou th'~ ÆAkuliva~ katevskeyen oJ loimo. quando per ordine degli imperatori tornò in Italia. vd.]). Chi si è occupato della peste antonina ha talvolta espresso una sorta di rammarico per la complessiva scarsità di riferimenti a essa da parte di Galeno. Sulla questione. anche Gilliam 1961.. 10 Gilliam 1961. ricongiungendosi alle truppe stanziate ad Aquileia (inverno 168/1699): Libr.: le due versioni potrebbero anche non essere contrastanti.

Di più. He was not writing for later historians or the general reader». supra. Apparentemente il fatto non avrebbe nulla di rimarchevole. Hes.Ma c’è un elemento che indirettamente testimonia l’importanza avuta dall’epidemia antonina nello sviluppo della scienza galenica. poiché invece proprio con Galeno. né la identificava per i fruitori antichi. limov~). VII 171. n.n oJmou' kai. should it break again.2 (vd. II 54. esso pare acquistare un pieno riconoscimento scientifico. nor was he writing for the layman». 244: «Although Galen describes other diseases and methods of treatment at times in very great detail. ed è il fatto che – stando a quanto rimane della sua opera – è soltanto a partire da questo episodio che Galeno parla di loimov~ e usa il vocabolo loimov~. per tutta questa sua fase “poetica”. n. with no attempt at a complete description. 11 Hom. Galen was not trying to present a description of the disease so that it could be recognized by future generations. 242s. OT 27s. 12 A ciò parrebbero orientati i giochi linguistici di Hes. 715 e Suppl. che per secoli è rimasto ai margini del lessico specialistico della medicina. unfortunately his references to the plague are scattered and brief. 14). però. Soph. ma la storia di questo vocabolo. loimov~ rimane un vocabolo che non identifica alcuna malattia specifica: non può identificarla per noi moderni. Si veda Chantraine 1968. In Eschilo è un concetto spesso legato alla stavsi~: si vedano Pers. e proprio intorno agli anni di cui ci si sta qui occupando. e che è sopravvissuto come una specie di “apocrifo” tra i termini tecnici. più tardi. 243 (vd.2s. / limo.v. laoiv. tramite la drammaturgia11. loimovn. in forza anche di un’etimologia oscura (e tuttora dibattuta) che lo riconduceva al limov~. esso anticamente non identificava con certezza nemmeno uno stato definibile (e traducibile) per intero come ‘malattia’: ancora nell’Edipo or Defoe. A 61. Littman e Littman 1973. Op. 659 (dove è stata proposta la correzione in limov~). 11) e di Hrdt. alla ‘carestia’12. è di grande interesse per noi. Unlike Thucydides in his account of the Athenian plague. Op. anche Thuc. infra. toi'sin dÆ ouranovqen megÆ ejphvgage ph'ma Kronivwn. ajpofqivnousi de. 641 (s. 17 . È noto infatti che il concetto di loimov~ nasce nella poesia epica e si diffonde e si sviluppa tramite questa e. cf.

dissa. 18 . Jouanna 1988. 10ss. Si considerino innanzitutto le due occorrenze menzionate da Byl: troviamo che. 257.tiranno loimov~ è una serie di calamità di cui la malattia vera e propria costituisce solo un aspetto13.~ a{pasin. infra. n. 188a-b (sulle cause delle pestilenze). 30. e[qnea puretw'n. VII 171. 21): 13 14 Parker 1983. Hrdt. oJ de..) e[stin de. 114.n koino. [dia. anche Pl.Vd. Parry 1969. Symp. 39s. diretta a un generico pubblico colto. L. che non a un trattato specificamente rivolto a tecnivtai16: Hp. loimov~ sembra entrare nel Corpus Hippocraticum come “apocrifo”. ponerh. oJ me. wJ~ tauvth/ dielqei'n. e tuttavia ancora nel secolo IV a. esso non può dirsi parte del lessico medico: «Les médecins du Corpus hippocratique – ceux du moins des écrits de la fin du Ve siècle ou du début du IVe siècle – n’évoquent guère le loimov~: on trouve dans leurs œuvres que deux occurrences de loimov~ et de ses dérivés»15.96s. X 906c. come ho già accennato. è anche l’unica attestazione ippocratica di loimov~ che Galeno conosce e tiene in conto (vd. VI 27.C. oJ kaleovmeno~ loimov~. Cf. 15 16 Byl 1993. persino tra queste due. La seconda. In effetti. una appartiene in realtà al breve scritto Sui venti.n divaitan] ijdivh/ toi'si ponerw'~ diaitwmevnoisi ginovmeno~. VI 1 Jouanna (6. Con Erodoto e Tucidide si ha poi l’importazione del vocabolo nella produzione in prosa14. invece.2 . dal Regime delle malattie acute. opera più simile a una lectio magistralis di produzione sofistica.2. Schiefsky 2005. 201d (con un fantasioso riferimento proprio al loimov~ ateniese). Flat. Resp.

loimwvdh. I 7. 402 [ad l. tou. sporavde~ e[wsin aiJ nou'soi.232s. 33 Nachmanson qei'ovn: […] Bakcei'o~ de. ta. o{sa touvtou [scil. intorno all’uso di qei`on da parte di Ippocrate nel De morbo sacro: Bacchio. con la definizione di loimov~ come malattia ‘comune a tutti gli uomini’17. 17). Kallivmaco~ Fili'nov~ te kai. loimiko. loimiko.) o{tan ga. 392 [ad l. le occorrenze ippocratiche di questo vocabolo e dei suoi derivati sono limitate all’apparato pseudoepigrafo costituito dalle Epistole e dagli altri documenti come il Decreto degli Ateniesi e il Bivo~ attribuito a Sorano. vd. Probl.~ loimou. C’è infine una pagina di 17 Arst.n pavqo~ dia. oi|on ta. noshvmata tau'ta a{ptetai pavntwn. Ancora nei Problemata sono da segnalare un e[to~ loimw'de~ in I 21. Flat. ajlla. sondern an Krankheiten überhaupt») e una nota in VII 8. to. Callimaco. per il luogo ippocratico.96s. oJ Taranti'no~ ïHrakleivdh~ qei'on uJpevlabon to. paraplhvsioi uJpo. testi in cui è predominante la volontà di caratterizzare letterariamente il medico di Cos. Reg. ‘poiché i loimoiv sembrano provenire da dio’18.r mh.]: «Es ist nicht speziell an Pest gedacht. tw'n a[llwn tw'n sumpavntwn. L. fr.~ ejk qeou' dokei'n ei[nai. 862a (Flashar 1991. kai.n pavqo~.~ ejpidhmhvsh/. Sporadiche continuano poi a essere le attestazioni di loimov~ presso i medici anteriori a Galeno. riferita da Erotiano. touvtwn tw'n noshmavtwn apoqnh/vskousi <h]> pleivou~ h] uJpo. supra. e dove con loimov~ si intende per antonomasia la ‘malattia’ che egli è capace di curare e per la quale si conquista la fama (e tra queste occorrenze. C’è una questione.Hp. pag. 887a: tavcista de. VI 1 (6. tou' pneuvmato~] fqeiromevnou givnetai.). vi è anche la grande peste di Atene). 859b (vd. Nei Problemata aristotelici c’è una ripresa letterale di Hp. acut. loimwvdeo~ nouvsou trovpo~ ti~ koino. Per il resto. come già si è avuto modo di vedere. 18 Erotian. V 2 Joly (2. Filino ed Eraclide – voci autorevoli e per di più appartenenti a scuole diverse – ipotizzano che venga inteso qui to. kai. 19 . Flashar 1991.]. L.

xuno. sunavgch~) ajta. Per conferirle queste caratteristiche. forse addirittura celebre nel suo significato. per conto suo. però. Galeno pare innanzitutto restringerne l’uso a identificare una malattia non più soltanto epidemica. tw/' megavlw/ touvtw/ loimw/' paraplhsivw/ th. e loimov~ è rimasto escluso dal lessico specialistico della medicina. Il risultato è un vero e 19 Aret. comunque. essa. farmavkwn ejmevousi. e tra le sue prime iniziative in proposito sembra esservi il tentativo di un’identificazione di questo loimov~ da lui esperito con quello descritto da Tucidide21.r xunivesan w{nqrwpoi to.~ ta. o{qen oujdÆ ajpeoiko. Qoukudivdhn genomevnw/). La scienza medica. né genericamente distruttiva o esiziale. dhlhthvria. ajpo.n tou' kakou' tou' loimwvdeo~ pro.r kai.> ejn tw/' Peiraiei' uJpo. 3). della sua fortuna e diffusione. Stathakopoulos 1998. med. 20 . nou'soi farmavkoisi dhlhthrivoisi i[kelai. diventa quanto mai curiosa. vd. 20 Sul lessico della peste in età bizantina. l’alternanza con qanatikovn e la scelta tra uno o l’altro termine saranno date di volta in volta dall’intento più o meno letterario dell’autore (Stathakopoulos 1998. Ancora in età bizantina. I 7 Hude (peri.n ijdevan o[nti tw/' kata. kai. caratteristiche che serviranno a elevarla anche per tutta l’età bizantina a equivalente del latino pestis20. I 4 (12. ma dove l’occasione per parlarne è data dal racconto di Tucidide sul supposto avvelenamento dei pozzi del Pireo19. questo significato non ha mai perduto la sua originaria natura poco circostanziata. frevata <ta. poiché con Galeno essa acquisisce lo statuto di terminus technicus e. tw'n Peloponnhsivwn ejmbeblh'sqai favrmaka: ouj ga.191 K. acquista una più circostanziata definizione semantica.~ ejn tw/' loimw/' tw/' ejn ÆAqhvnh/si metexetevrou~ dokevein ej~ ta. oJkoi'a puretw'n ei{neka. Ecco allora che la storia di questa parola. In definitiva.Areteo di Cappadocia – che peraltro da Galeno non viene mai citato – dove di loimov~ effettivamente si parla in un contesto più strettamente medico.) (ejn de. prima ancora. si tratta sì di un vocabolo conosciuto. 21 Questa identificazione è esplicitamente proclamata in Simpl. forse. ha preferito affidarsi ad altro genere di onomastica.

Concludendo e tornando al problema della datazione del commento a Tucidide.r tw'n ejpidhvmwn me. Vict. to. Galeno scriverà: Ibid. fondamentali per la definizione del concetto di loimov~.]) e la peste di Atene (vd.n ojnomavzousin.n ojlevqria gevnhtai. o{tan dÆ ejpieikevstera. è mia opinione che questi due elementi – la contiguità cronologica dei frammenti e di alcune testimonianze e l’evoluzione del inoltre.882 K. acut. Test. quando si tratterà di elencare le opere in cui Ippocrate si è occupato dei diversi generi di novshma. L. diÆ ejkeivnwn ejdivdaxen.16) WenkebachPfaff (17a. oujde. questa pagina di Galeno non rispecchia il testo di partenza: le nozioni di “morbo olevqrion” e di “morbo ejpieikevsteron”. Test. 4). i[dion de. VI I 29 (53. infra. Epid. mevn tina polloi'~ givnesqai noshvmata kaqÆ e{na crovnon.). tw'n ejpidhvmwn e}n uJpavrcon aujto. tou' lovgou touvtou ta. proshgoriva/ dhlou'sin ejpivdhma kalou'nte~.430 K.16) Wenkebach-Pfaff (17a. 4) entra nel discorso anche la peste antonina (oJ nu'n genovmeno~ polucroniwvtato~ loimov~). Peri. Reg. sporadikav] kai.) (vd. E difatti. infra. eJtevra/ tini. 3). ta. che Galeno non impiega loimov~ soltanto in riferimento alla peste antonina o a quella di Atene. viene presupposta dal ragionamento di Gal. a proposito del luogo che sopra si è letto (Hp. È evidente che il suo intento di dare lustro scientifico a questo vocabolo deve poi misurarsi con l’effettiva povertà di tradizione di cui si è parlato. a{per o{tan me. Epid. e dichiara che tale tassonomia è ricavabile dal testo di Ippocrate. C’è da dire.n ejn toi'~ tw'n ÆEpidhmiw'n biblivoi~. tovpwn. Di fatto. poco oltre. VI I 29 (52. VI I 29 (53.proprio conio del concetto di ‘peste’: una malattia caratterizzata da specifiche manifestazioni esantematiche22 e da altre peculiarità. nu'n oJ lovgo~ aujtw/' genhvsetai. in Ippocrate non sono presenti. però. acut. kaqavper uJpe. In Hp.) uJpe.r w|n [scil. K. essa include anche malattie e[ndhma e sporadikav). L’atteggiamento che Galeno assume a tal fine è ben visibile nel commento a Regime delle malattie acute.3) Wenkebach-Pfaff (17a. infatti.) dhloi' dia. In Hp. V 2 Joly [2. In Hp. loimo.232s. K. uJdavtwn kai. 21 . Epid.274 L. loimwdw'n. infra.429 K. Dal luogo ippocratico Galeno prende spunto per una tassonomia dei noshvmata (oltre a loimov~ e malattie ejpivdhma. come quella legata alla percezione della temperatura corporea da parte dei medici e degli ammalati23. In Hp.885s. I 8 (122.) (vd. kata. 22 23 Gal.]): Gal. VI 1. Test. Gal. ejpeidh. tw'n ejndhvmwn de.14 [5. ajevrwn kai.n ejxaivreton ejpoivhse suvggramma peri. dove nel confronto tra la febbre pemfigwvdh~ descritta da Ippocrate (Epid. (15.22) Helmreich (15.885s.

non avendo di Galeno la levxi~ (Libr. a cui egli peraltro assiste. della sua natura e dei suoi scopi. propr. [19. propr. IX riconduce la composizione di Sulla dispnea alle fasi preparatorie per il lavoro sugli uJpomnhvmata ippocratici. B. mi pare poi importante sottolineare anche un altro aspetto che accomuna i contesti delle due redazioni del frammento: il trattato Sulla dispnea e il corpus dei commenti ippocratici presentano una sostanziale affinità relativamente a due elementi di apparato. che in Libr. 22 .-M. gli intenti e i destinatari. Lo scopo assegnato al De libris propriis – dichiara Galeno – è far fronte a qualsiasi forma di plagio e falsificazione attuata nei confronti della propria opera.8s. intorno alla genuinità di uno scritto rinvenuto e acquistato presso un bibliopola del Sandaliarium. E c’è anche – prosegue – una specifica conformazione di gran parte della sua opera a far sì che i rischi del plagio e del falso possano facilmente presentarsi: 24 Boudon-Millot 2007.]). K. scritto intitolato sì Galenou' ijatrov~. LXIX. prooem. ma che a detta di un amico dell’acquirente è un falso..pensiero di Galeno nei confronti del tema della peste – depongano a favore di quella datazione bassa già proposta da Ilberg: si tratta cioè del periodo tra la primavera del 169 (trasferimento di Galeno da Aquileia a Roma)24 e l’inizio del 175 (terminus di Sulla dispnea). Ai fini di una migliore comprensione del commento a Tucidide. 1s. Tale affinità è peraltro già ammessa dallo stesso Galeno. C’è innanzitutto un evento preciso a determinare la sua intenzione: una discussione.

n ejkeivnou gnwvmhn.> ta. [19.r eJmauto. th. a} kata.. kravtiste Bavsse: fivloi~ ga. Libr. continua poi dicendo che allo stesso modo egli aveva proceduto per ogni singola parte della dottrina medica. devka biblivoi~ ejpoihsavmhn. De crisibus.n qerapeutikh.-M. quindi. ijdiva/ de.~ e[kdosin ajllÆ aujtoi'~ ejkeivnoi~ gegonovta dehqei'sin w|n h[kousan e[cein uJpomnhvmata.n aijtivan aujto.r h] maqhtai'~ ejdivdoto cwri. pro. Il fatto di aver lavorato ‘per me stesso’ è un dato che viene qui evidenziato con insistenza: eJmauto.~ ajnagignwvskein wJ~ i[dia ta..~ e{xein ou[te ta.n ajrch. th.~ oi\sqa.~ aujtoi'~ [tauvthn].n pro. peri. tw'n ïIppokrateivwn suggrammavtwn ejxhghtikav: th.] ou[tÆ a[llo ti tw'n uJpÆ ejmou' doqevntwn fivloi~ h[lpisa pollou.n tevcnhn uJfÆ ïIppokravtou~ eijrhmevna perievcetai didaskalivan e[conta safh' te a{ma pantoivw~ ejxeirgasmevnhn: ijdiva/ me. De difficultate respirationis e Methodus medendi: Gal. krisivmwn hJmerw'n e[graya kata. poiché – spiega – i motivi e gli scopi all’origine di essi furono di ‘esercitazione’. a{panta <de.prooem. kata. th. Ragioni personali.n ga. eij~ aujtav poqÆ uJpomnhvmata.n ga. K. tw'n ïIppokrateivwn suggrammavtwn ejxhghtikav.-M.n mevqodon wJsauvtw~ ejn tevssarsi kai. ijdiva/ de.33s. [19. quali l’esercitazione e la preparazione delle basi su cui 23 . ejma. 6 B.~ ejpigrafh'~ wJ~ a]n oujde. kaqavper ejpoivhsa th'~ ijatrikh'~ qewriva~ aJpavsh~ kaqÆ e{kaston mevro~ eJmautw/' paraskeuavsa~ oi|~ a{panta ta. o{lhn te th. peri. IX 1s.] eJmautw/' paraskeuavsa~. pollou. kai. Di questi strumenti Galeno cita espressamente De diebus decretoriis.n gumnavzwn ejgegravfhn. quando volle allestire per sé gli strumenti con cui abbracciare l’intera produzione ippocratica. krivsewn. Galeno inizialmente confessa lo stupore davanti alla fortuna di pubblico goduta da questa parte dei suoi scritti.n dh. duspnoiva~ eJkavstou te tw'n a[llwn. th. B. propr.n ïIppokravtou~ gnwvmhn.n gumnavzwn [.n ijatrikh.r peri.] tou' me. qerapeutika.10 K. Il capitolo IX è a proposito di ta.

come è detto all’inizio del capitolo. th. dunque. kata. determinano il concepimento e la composizione di due distinti gruppi di opere: non solo quelle che. persone non necessariamente coinvolte nell’esercizio della pratica medica. e perciò ne isola inizialmente le diverse fenomenologie. e comunque dotate di familiarità con il pensiero e gli scritti dell’autore. I contenuti del trattato e la loro disposizione non fanno che confermare questa analogia. La seconda informazione contenuta in Libr. di libri doqevnta fivloi~: non sono destinati a una pubblicazione tra gli allievi o i colleghi.n ijatrikh. th. il secondo libro (in cui si conserva il frammento del Peri. E infatti: è in tre libri. bensì trovano diffusione all’interno di un circolo ristretto di conoscenti. Galeno. IX è che in base a tale impianto si ha una specifica conseguenza sul piano della fruizione di questi lavori e quindi dei loro destinatari. come già programmaticamente enunciato all’inizio del trattato. appunto.n tevcnhn uJfÆ ïIppokravtou~ eijrhmevna perievcetai – si può anzi dire che essi siano ricordati da Galeno come una propedeutica al lavoro esegetico. in forma di uJpomnhvmata. procede ad analizzarle. invece.fondare successivamente i discorsi scientifici. separata nelle sue diverse parti e considerata. propr. parla indirettamente di Sulla dispnea per introdurre un discorso più ampio e più specificamente diretto sui commenti a Ippocrate. appunto. Per come questi ultimi lavori sono descritti – oi|~ a{panta ta.n eJkeivnou gnwvmhn. tou` loimou`) e – forse in un momento successivo – il terzo vengono concepiti con lo scopo di presentare e commentare una raccolta di loci che sull’argomento si possono 24 . e così via. Si tratta infatti. kata. ma anche quelle che intendono dare conto della totalità della materia medica. ma solo il primo di essi descrive la dispnea come materia medica. hanno espressamente come argomento gli scritti ippocratici.

825 K. 29 E. ei[rhtai de. pag. Per questo motivo gli ultimi due libri di Sulla dispnea presentano caratteristiche precise che li avvicinano agli uJpomnhvmata ippocratici: vi sono almeno due presentazioni (tante ne ho trovate) dello status quaestionis riguardo alla collezione ascritta a Ippocrate e all’autenticità dei singoli libri che la compongono27. K. bensì a muoversi qua e là tra i brevi e poco organici a[rJrjwstoi delle Epidemie. ma ha avuto comunque occasione di parlarne e di descriverle: l’opzione di Galeno è dunque di concentrarsi principalmente sulle parti autentiche delle Epidemie. vi si trovano discussioni sulla lingua di Ippocrate e sulle sue scelte autoriali29. II 1 (7. resp. 25 Diff. infra.. 25 . me. Per parte sua. w{~ pouv ti~ tw`n palaiw`n ei\pen. ta. K. eij mh.825s.).n ejn toi'~ suggravmmasin aujtou'.888ss. duspnoiva~ uJpÆ aujtou` gegrammevna marturhvsein ktl. II 1 (7. il medico di Cos non si è dedicato a scrivere specificamente sulle difficoltà respiratorie.). de. 4. ajpodeivxew~ e[stai tw'n ajlhqw'n: oJ dÆ ejxh'~ deuvtero~ ejxhvghsi~ w|n ïIppokravth~ ejgivgnwske peri.765 K. e in particolare sui casi clinici (gli a[rJrjwstoi) che in esse si trovano26.trovare nelle opere di Ippocrate25. 32 n. pavnta. dikaivw~ a[n ti~ uJpomnhvmata nomivzoi. ajlhqw`~ e[cei pavnta ta. I 4 (7.) e[sti me. in un continuo tentativo di spiegare Ippocrate con Ippocrate.g.) o{de me. ta. ajsafou`~ eJrmhneiva~ ejxavplwsi~: hJmei`~ dÆ ouj tou`to movnon ejoivkamen dravsein. duspnoiva~. sono introdotti da una definizione – altrove irreperibile negli stessi termini – di ciò che per Galeno è l’ejxhvghsi~28. polla. duspnoiva~ eijrhmevnwn.854s. vd.) o{de me. pollacou' ta. peri. kaj/n toi'~ uJpomnhvmasi. a[ra kai. infatti.n oJ provterov~ moi lovgo~ didaskaliva meta. ajllÆ o{ti kai. III 1 (7. K.n oJ lovgo~ ejxhvghsiv~ ejsti tw'n uJfÆ ïIppokravtou~ peri. 27 28 II 8 (7. 26 Cf.n ou\n hJ ejxhvghsi~. possiedono infine una difficoltà di lettura ingenerata innanzitutto dall’essere chiamati non a commentare puntualmente un testo unitario. plei'sta gavr toi tw'n ejpidhmiw'n.

Del resto. anche nel De febrium differentiis). egli ha già avuto occasione di utilizzare questo materiale quattro volte (nel De placitis Hippocratis et Platonis. Nel momento in cui Galeno intraprende il lavoro sugli uJpomnhvmata (con il commento a Fratture/Articolazioni). accettando la revisione cronologica di Peterson. 26 . A mio avviso. tou` loimou` e l’attività di commento a Ippocrate – rilevabile anche nel materiale che ho catalogato tra le testimonianze. nel De symptomatum causis e.Insomma il Sulla dispnea è fin dalla sua stesura – e non solo nella riconsiderazione della senile biobibliografia – uno strumento con cui Galeno. non ancora redattore di uJpomnhvmata). la seconda di esse – occorrono dunque in contesti di esegesi ippocratica.e. Questo stretto e costante rapporto è la prima caratteristica da mettere in luce riguardo alla natura del Peri. 394. non dovrebbero rimanere dubbi intorno al fatto che esso sia stato un’opera di commento.4.. affina l’arte dell’interpretazione e la applica in maniera sistematica sui testi del suo modello30. 119ss. dal tardo Quod animi mores) sono contenute negli ujpomnhvmata ippocratici. Entrambe le redazioni del frammento – e non solo. 5. 30 Per alcune recenti valutazioni di Sulla dispnea: Smith 1979... nel De symptomatum differentiis. uno uJpovmnhma a tutti gli effetti. in maniera più diretta ed evidente. ben sei (con l’eccezione di Test. non ancora a tutti gli effetti commentatore (i. Manuli 1984. si tratta di un rapporto – questo tra il Peri. e che proprio in quanto tale esso abbia avuto anche il ruolo di fonte di nozioni per la successiva produzione esegetica di Galeno. Delle sette testimonianze successive. tou` loimou`.

van Groeningen 1963.-M.]). e abbia avuto invece carattere di opera esoterica. Bardong. appassionato lettore del medico di Pergamo e suo sostenitore nelle dispute dottrinali. in cui si dava conto delle conoscenze anatomiche di Ippocrate. Ora. per una vera e propria e[kdosi~. tanto più che in una relazione del genere entrerebbero anche il Sulla dispnea e il commento a Fratture/Articolazioni. I 7-10 B. senza ejpigrafhv. ha composto il trattato Sulla dispnea ‘per se stesso’. K. e perciò lo scritto ha goduto di una diffusione interna a un circolo di fivloi. fu oggetto di una e[kdosi~ ufficiale. 27 . che al pari del suo epitesto e del suo “co-ipotesto” anche il commento a Tucidide non sia stato concepito per la divulgazione. prendendo spunto dalla citazione congiunta del Sull’anatomia di Ippocrate e del commento a Tucidide. destinata a una distribuzione informale. tou` loimou`. Ma se davvero fosse da cogliere una relazione. cioè. dentro al circolo del suo autore31. però. Tale genesi. ora perduto. dedicatario di questa come di numerose altre opere del primo soggiorno romano di Galeno. cioè.Sono inoltre da tenere presenti le altre due peculiarità che sopra si sono lette caratterizzare il nostro principale epitesto: Galeno. 31 Cf. ho ricordato sopra come K. una coincidenza tra i due testi citati insieme. Ancora dal De libris propriis veniamo a sapere che probabilmente nemmeno l’altro testo citato in Sulla dispnea insieme al Peri. 14s. Galeno rivendica la paternità collegandone la genesi a una violenta polemica con l’erasistrateo Martialio (Libr. Di questo scritto. resta legata alla figura dell’ex console Boeto. propr. [19. cioè il Sull’anatomia di Ippocrate. ebbene questa potrebbe essere più profonda che non una relazione puramente cronologica. proponga per quest’ultimo una datazione alta. Non è da escludere.13s.

pur nella sua precisione filologica. ma anche. tou` loimou` dovette avere.153 K. come è il caso del Peri. aujth'~ lovgoi~ ditth. De utilitate respirationis e De morborum temporibus. se consideriamo che anche in altre occasioni Galeno ha citato propri libelli facendovi riferimento al plurale. puls. tou' para. perciò. L’estensione tutto sommato ridotta del racconto della peste in Tucidide.. e che esso potesse essere per dimensione assimilabile a un libellus. La difficoltà rilevata per il commento alla peste. Ciò avviene non soltanto.a. kai.L’ultima questione da affrontare preliminarmente è riguardo alla forma che il Peri.n creivan th'~ ajnapnoh'~. si smorza notevolmente. qualora al titolo dell’opera sia apposta la dicitura lovgoi. Ho trovato esempi attinenti alle due operette. Galeno si trova a citare se stesso con un’alta frequenza e.. giustificatamente..] ka/jn toi'~ Peri. infatti. quando una dicitura tale o simile sembra essere sottintesa. 1. che appunto in questo modo vengono altrove citate: Us. Stupisce perciò che quell’unica citazione esplicita in Sulla dispnea vi si riferisca come a un’opera in più libri: ajpodevdeiktai de. una stessa autocitazione può assumere forme diverse in luoghi diversi. Qoukudivdh/ loimou'. h}n ejdeivxamen ejn toi'~ peri. tou' loimou' in Fr. touvtwn hJmi'n ejn a[lloi~ te polloi'~ [. 2 (5.) th. suggerisce che anche l’estensione del commento sia stata conseguentemente limitata. dal momento che per tale argomento ci si deve misurare con una particolare difficoltà. 28 . entrambe in un unico libro. e prima ancora riguardo alle dimensioni.n ou\san. peri.

in base a Fr. con alternanza di lemmi. infatti. Altra caratteristica strutturale dei commenti a Ippocrate è poi la disposizione proemiale delle discussioni concernenti le problematiche generali legate al testo commentato. VI II 19 (81. fusikw'n dunavmewn uJpomnhvmasi kai. e consistono soltanto nella 32 Manetti e Roselli 1994. peri. ricavati in sequenza dal testo tucidideo. Ferrari 1998.) levlektai dÆ ejpi. ejpi.. Tale è infatti l’aspetto non solo degli uJpomnhvmata ippocratici. kajn toi'~ Peri.Us. Gli explicit di questa tipologia di opere galeniche. il commento alle parti mediche del Timeo platonico32. oujc h{kista de. part. 1531.933 K. diaivth~ ojxevwn uJpomnhvmasi kajn toi'~ Peri. Ciò considerato. touvtwn e[n te toi'~ Peri.441 K. Epid. peri. Riguardo alla forma. poiché il plurale rientra nell’usus galenico. ma anche di un altro lavoro di Galeno molto simile per concezione al nostro. tw'n toiouvtwn e[n te toi'~ Eij~ to. allora non vi è nulla a far dubitare che possa aver avuto l’aspetto di uno uJpovmnhma puntuale. krivsewn lovgoi~. K. n. 2.n h|tton kajn <toi'~ Peri. creiva~ ajnapnoh'~ oujc h{kista. In Hp. un commento a Tucidide in più libri. giungono quasi ex abrupto. decade la necessità di ipotizzare. krivsewn.22) Wenkebach – Pfaff (17a. tw`n ejn tw/` Plavtwno~ Timaivw/ ijatrikw`~ eijrhmevnwn vd.a. tou' loimou' fu un commento.) ei[rhtai de. plevon uJpe. oujde.> tw'n ejn tai'~ novsoi~ kairw'n. In Hp.) devdeiktai de. plevon peri. Se veramente il Peri. Epid. 1. I II 47 (72. 29 . e di discussione sugli stessi.21) Wenkebach – Pfaff (17a. poi. Sul Peri. rimangono alcune semplici osservazioni da fare. VI 8 Helmreich (3.140s. ejn toi'~ Peri. tw'n ejn <tai'~> novsoi~ kairw'n.r touvtwn a[lloqiv te pollacovqi kajn toi'~ Peri.

e anzi stabilisce verità generali intorno alla poetica tucididea. 30 . 1. tra l’altro chiamando in causa (in Fr.a. Mi pare perciò che il materiale di cui si sostanzia tale frammento abbia potuto trovare una più consona collocazione in un capitolo introduttivo. sono i proemi a presentarsi concettualmente molto ricchi.trattazione. più o meno estesa. Il frammento del commento alla peste non si appunta su specifici problemi testuali. ed è a essi che l’autore affida anche eventuali note relative ai risultati della scienza medico-filologica precedente. al contrario. della porzione conclusiva del testo commentato.) anche i palaioiv che prima di Galeno si occuparono del rapporto Tucidide-Ippocrate.

i frammenti .capitolo 3.

e infatti la conclusione è che. eij parafronei'. ou[te taujtovn ejsti tw/'.. 3ser. poiché – a giudizio di Galeno – è in questi luoghi che si ha conferma di Hp. e. sunalhqeuvesqai. ou[tÆ ajnagkai'on aujta. L.). ejntau'qa kai. II 6 (7. La discussione verte sulle differenze di significato tra dia. tevleo~. toiou'ton ajxivwma. ajraio.) e 11 (2. resp. Epid. ajnapneovmenon kai. pollou' crovnou parafrosuvnhn shmaivnei1. Progn.).). e infine Epid.) contiene una parentesi sull’analisi linguistica di certe situazioni in cui la descrizione ippocratica di uno stato patologico generale (e dunque presunto immutabile) deve misurarsi con le contingenze che eccezionalmente possono occorrere a mutare tale stato4. eij mevga kai.g. Galeno si propone di mostrare la causa che determina le differenze di respirazione nei delirantes. 2 (2..2 (3.) mevga de.833-842 K.17 a[rJrj.2 (3. e dia.]) si occupa di Hp.831 K).142ss.17 a[rJrj. Galeno completa il quadro richiamando Epid. e[nqa megavlou kai. una prima volta. III 3.n pneu'ma kai.842-848 K. Tuttavia il seguito del capitolo (7.n ajnapnei'.122 L.832 K.682s. L. e che – aggiunge – è desumibile proprio dai testi ippocratici3. ou{tw~ kai. 5 (2. resp. L. 1 (2. 15ser. parafrosuvnh~ mnhmoneuvei (7. dia. I a[rJrj. tau'qÆ hJma'~ hJ loidoroumevnh pro.708s. nel primo libro delle Epidemie. Ma successivamente (Diff. L. resp. resp. che presuppone una situazione immutata ‘fino alla fine’. per dimostrare che Ippocrate non ha inteso stabilire una relazione biunivoca tra pneu'ma e parafrosuvnh2.). minuqw'de~. II 4-5 [7.Riassunto di Gal. Diff.n ajnapnei'. Come più volte formulato: vd.838 K. locuzione che si limita a 32 . L. parafronei'. ajraio.) w{sper de.). III 3.~ aujtw'n ejdivdaxen dialektikh. II 5 (7. Una prima parte (Diff. in cui la situazione respiratoria di una paziente – tendenzialmente caratterizzata da spiritus magnus et rarus – appare complicata da eccezionali manifestazioni di bracuvpnoia. ajraiou' pneuvmato~.826-832 K. o{ti to. II 2-3 [7. 3 4 Diff. in cui si dà il caso di un delirante che mostra lepto. (pollou') crovnou.842 K.684ss. 1 2 Citato per la prima volta da Galeno in II 3 (7.112ss.). mevga kai.. II 1-6 La sezione iniziale è occupata da un complesso discorso sui luoghi delle Epidemie ippocratiche che trattano esplicitamente delle caratteristiche dello pneu'ma nei pazienti colpiti da delirium (parafrosuvnh) nel corso delle malattie.]). Avviene così che.

33 . resp. ejnantivon h] to. pollavki~ dÆ h[toi to. pneu`ma. diÆ h}n tisi. K. me. benché apparentemente di esse non vi sia traccia (ciò che si svolgerà. Resta per Galeno da spiegare come tali nozioni possano essere recuperate nelle Epidemie. diaqevsei~: dolore fisico. Dall’apparente silenzio di Ippocrate prende dunque avvio il successivo ragionamento che restituisce il frammento del commento a Tucidide. e dunque ripete di voler esporre la causa per cui talvolta la presenza di parafrosuvnh nei malati e le caratteristiche della loro respirazione non appaiono correlate.È in apertura al capitolo 7 che Galeno torna al proposito esposto in precedenza.n ejn tw/` pleivoni tou` crovnou parempivptonto~ ojligavki~ h] tou` diafevronto~ aJplw`~. complessione psichica. o prevalenze di uno stato sull’altro.n aijtivan ejfexh`~ ei[pwmen. me. se invece si verificano compresenze. K. ejpivsh~ eJkavteron. anche in virtù di un rimando al primo libro: caratteristiche precise e ben definibili di respirazione si hanno solo se le quattro complessioni di base – le aJplai. II 7 (7.n tw`n parafronouvntwn ajraio. significare intervalli di tempo più o meno estesi.847s. allora si avranno in maniera coerente le conseguenti alterazioni dello pneu'ma.848s. diafevron oJpwsou`n: tisi.n kai. o cambiamenti da uno stato ad un altro. almeno per il momento. eccesso di freddo – compaiono singolarmente. tisi.~ tou` noshvmato~ givnetai to. de. attraverso l’analisi degli a[rJrjwstoi.n. tisi. per tutti i restanti capitoli del libro).) altri due esempi sempre dal terzo libro delle Epidemie. Galeno trae poi (7. h] kai. tisi. de. mancano gli appelli all’autorità di Ippocrate: Diff. dÆ e[mpalin ojligavki~ me.) th. cioè si fornisce una casistica più ampia dell’incostanza di pneu`ma. Il problema viene ora esposto in maniera più circostanziata. oujdevpote: kai. mevga kai. mevga dia. La ricerca di questa aijtiva ha termine in un giro di parole piuttosto breve. panto.n to. ajraio. tou` ejnantivou. e un’altra differenza rispetto a quanto dichiarato prima è che qui. eccesso di caldo. e che quindi può essere impiegata nella descrizione di mutamenti temporanei che non inficiano i presupposti iniziali.

~ ta. ka/jn toi'~ Peri. tw'/ Qoukudivdh/ Cobet 1882.n Qoukudivdhn: e[cei dÆ oujc ou{tw~.n. resp. Kudlien 1971: para.r pavnta gravfei ta. to.Fr. tw'n ejn aujtoi'~ gegrammevnwn ajrjrJwvstwn. ejnargw'~ de. oJ Qoukudivdh~. tou' Qoukudivdou Kühn 34 . tou`to to. kata. oJ dÆ ïIppokravth~ ojlivga me. dokou'si ga.n.850s.854 K. tou' para.~ ajrivstou~ ijatrou. Qoukudivdh/ loimou'. pavmpolla dÆ a[lla toi`~ ijdiwvtai~ me. mhde.n parewramevna. dh. dh.a.~ tou.~ laqei`n. […] ajpodevdeiktai de. ïIppokravth~ de. para. pavnu kai. kai. oJ me. toi'~ nosou'si sumbaivnonta gravfei aujto. pavnta ta. kai. pollavki~ apodevdeiktai. Diff. th'~ ïIppokravtou~ ajnatomh'~. toi`~ ijdiwvtai~ gnwvrima. ajkribh` th.n ga. Qoukudivdh~ me.n ga. tecnikh.r ta. didavskei dia. 1.n tw'n ou{tw safw'n ïIppokravth~ gravfei. ka/jn toi'~ Peri.n o{lw~ aujtw`n paralipw. kai.n diavgnwsin parecovmena. dunavmena pollavki~ kai.~ th. tw'n ejpidhmiw'n bibliva tou'tÆ aujto. proeipovntwn hJmw'n ojlivgon ti peri. o{sa pro.r oiJ palaioi. ejnantiwvtaton uJpavrcei toi`~ ïIppokravtou~ gravmmasi pro.) deivxomen ou\n o{ti kai. Qoukudivdou. […] Ibid. kai.n de. peri.n touvtwn. K. diafevrei. oujc h{kista de. kaqÆ h}n ejkinduvneusen oJ kavmnwn. ajllÆ aujto.) ajllÆ o{ti mhde. th'~ proairevsew~ tou' ïIppokravtou~.n o{lhn diavqesin. sumbavnta toi'~ nosou'sin wJ~ ijdiwvth~ ijdiwvtai~ e[grayen. <wJ~> tecnivth~ tecnivtai~. Qoukudivdh/ scripsi: para. II 7 (7. touvtwn hJmi'n ejn a[lloi~ te polloi'~ kai. safw'~ deicqhvsetai. Gal. w{sper kai. aujtou. (7.

infatti.. invece Ippocrate riferisce pochi di quei dati che concernono la condizione generale di pericolo per il malato (o{sa pro. [.~ th. anzi proprio questo è l’aspetto più contrario che gli scritti di Ippocrate hanno rispetto a quelli di Tucidide. e di queste non tralascia proprio niente.] Ho dato dimostrazione di ciò in molti altri luoghi. La cosa non sta così. e al contrario ne scrive moltissimi altri che dai profani vengono trascurati. invece. Ippocrate. ma che servono ad avere una diagnosi affatto “tecnica” e precisa. kaqÆ h}n ejkinduvneusen oJ kavmnwn. come uno scienziato per gli scienziati. La dimostrazione sarà chiara ed evidente. e che spesso anche ai medici migliori possono sfuggire. e non di meno anche in Sulla peste in Tucidide..] Ma già spesso si è dimostrato che Ippocrate non scrive niente di ciò che è tanto palese. diafevrei). infatti.n o{lhn diavqesin. pensano che egli scriva tutto ciò che capita ai malati.. se avrò introdotto un breve discorso sulla proairesis di Ippocrate. tutte le cose note persino ai profani. Tucidide. in particolare in Sull’anatomia di Ippocrate. Gli antichi. [.. 35 .Mostrerò quindi che ciò viene insegnato nei libri delle Epidemie per mezzo dei casi clinici ivi descritti. riporta le cose che accadono ai malati come un profano della scienza che scrive per i profani. Infatti quello – Tucidide – scrive tutto. come fa Tucidide.

in cui si ha un brevissimo riassunto dei contenuti del trattato: «Galeno cerca di dimostrare che Ippocrate era familiare con la scienza dell’anatomia. I 710 B. Sull’anatomia di Ippocrate può dunque essere considerato parte integrante di quella particolare fase della produzione galenica – gli anni dal 163 al 166 – in cui. [19. e la genesi dell’opera è da ricondurre all’accesa polemica che Galeno intraprende in quel periodo contro l’erasistrateo Martialio (Libr.]). ma sarà utile richiamare le caratteristiche già evidenziate ed enuclearne di ulteriori. 36 . alla cui opinione intorno all’identità dei metodi medico e storiografico Galeno cerca di rispondere innovando parzialmente la prospettiva. tou` loimou` (Fr. 1797.13s.Il frammento del Peri. e porta prove di ciò da tutti i libri di lui» (trad. K. Il trattato viene redatto da Galeno durante il suo primo soggiorno romano e dedicato all’ex console di scuola peripatetica Flavio Boeto.a. a fianco delle polemiche dottrinali avviate con gli esponenti di altre scuole. È necessario perciò discernere i contenuti che afferiscono all’una e all’altra opera. rivendicando in particolar modo la presenza all’interno del corpus 5 In Garofalo 1994. 1.-M. Dei sei libri Sull’anatomia di Ippocrate si è già accennato sopra (p. propr. 27).) è costituito da una critica ai palaioiv. Sull’anatomia di Ippocrate è perduto in entrambe le tradizioni greca e araba. egli va decisamente costruendo l’immagine del proprio maestro. oltre a pochi frammenti tramandati dallo stesso Galeno ci rimane una succinta “scheda bibliografica” compilata da Hunain nel IX secolo. Una prima difficoltà strutturale da risolvere per è data dal fatto che ci si trova di fronte a due differenti citati: il Sull’anatomia di Ippocrate e il commento alla peste. Garofalo)5.

toivnun kajntau'qa diÆ ojlivgwn rJhmavtwn didavskei touv~ ge dunamevnou~ manqavnein ta. part. 4 [3. hJma'~ mh. ajlla. 78s. Qui. ta[lla movnon kala.286 L. Smith 1979. a corredo della citazione.Hippocraticum di un solido fondamento filosofico6 e. 37 . aujto..23 K. Per i lettori moderni l’impressione è che.~ kata. med. Garofalo. poi. nel fare ciò. di una profonda e corretta conoscenza dei dati anatomici7. l. kai. viene riportata e commentata una breve sentenza ippocratica (Off.n trovpon th'~ ejxhghvsew~ aJpavntwn tw'n ou{tw~ uJpÆ aujtou' gegrammevnwn ejndedeigmevnou~ mhkevti ta.c. Galeno fa la seguente considerazione intorno al trovpo~ th'~ ejxhghvsew~ rilevabile nelle opere ippocratiche: Us. Un interessante parallelo dello spirito che anima il Sull’anatomia di Ippocrate viene da un luogo del primo libro Sull’utilità delle parti (risalente allo stesso periodo e anch’esso dedicato a Boeto).]). tou'to diÆ ojlivgwn didavskein pollav. in aperto e diretto contrasto con gli Erasistratei.a. ma si spinga addirittura a forzare i dati storico-letterari del corpus Hippocraticum. è utile rimarcare la procedura che Galeno attua per estrapolare i pochi dati anatomici dall’opera di Ippocrate: a eventuali lacune ed eccessive sintesi nei testi del maestro egli pare reagire 6 7 8 9 Smith 1979. a proposito della struttura anatomica della mano. I 9 Helmreich (3. Galeno non soltanto superi la tradizione esegetica a lui precedente8. Prima di tornare al Fr. tajndro. 86ss. attribuendovi qualità e contenuti di cui in realtà questi testi sono sprovvisti9. aujtou'.) polla. Smith 1979. divkaion ou\n i[sw~ kai. mevro~ ejpexievnai rJhvsei~. to.~ zhlou'nta~. 1. 96.

possiamo isolare all’interno del nostro frammento una precisa sezione che può bene appartenere al commento sulla peste. Sotto la dicitura di palaioiv.~ ajrivstou~ ijatrou. o{sa pro. aujtou. diafevrei. mi pare importante occuparsi in primo luogo del riferimento che Galeno fa a proposito di quei suoi precursori nel campo degli studi ippocratici che egli.n o{lhn diavqesin. senza ulteriori precisazioni. pertanto. pavnu kai.amplificando sì ciò che trova di utile per sé. ma la cui derivazione ultima è dal precedente Sull’anatomia di Ippocrate: oJ dÆ ïIppokravth~ ojlivga me.~ tou.n parewramevna.~ th.n de. La prospettiva nuova entro la quale Galeno analizza la questione tucidideoippocratica deriva non soltanto da uno studio particolare e originale sul testo delle Storie. ma anche dalla rielaborazione di materiale critico già composto in precedenza.~ laqei`n. denomina appunto ‘antichi’ (palaioiv). Galeno inserisce più di tre secoli di studi ippocratici e. infatti. anzi tengo a premettere che dalla mia successiva analisi non uscirà una categoria chiaramente definita. dunavmena pollavki~ kai. ma in più sottolineando come virtuose caratteristiche dello stile di quello proprio ciò che altrimenti sembrerebbe sintesi o carenza dottrinale. ajkribh` th. sebbene si possa con certezza stabilirne il termine finale. tecnikh. pavmpolla dÆ a[lla toi`~ ijdiwvtai~ me. tale mancanza di ulteriori precisazioni è quasi una costante per i casi in cui Galeno si appella all’autorità degli antichi. D’altronde. kaqÆ h}n ejkinduvneusen oJ kavmnwn. kai. Per quanto riguarda i contenuti del frammento. Con sicurezza.n diavgnwsin parecovmena. la categoria degli antichi rimane tuttavia cronologicamente fluida ed 38 .n touvtwn [gravfei].

. per via della cronologia relativa. In realtà. È stato recentemente messo in luce come Galeno giunga a una matura consapevolezza del significato e anche dei limiti di tale categoria soltanto in occasione del lavoro preparatorio al suo commento a Officina10.c. prooem. Galeno richiama esplicitamente le edizioni di Artemidoro Capitone e di Dioscoride e descrive i due editori e i loro discepoli come ‘coloro che molto hanno innovato’ il testo di Ippocrate: Gal. ejx w|n eijsi kai. Off.~ kai.] ma si tratta di un’ipotesi di lavoro più che di una nozione con referenti reali». l. 1633s. biblivwn ta.: «Già nei primi commenti Galeno usa riferirsi a manoscritti più antichi. Dioskorivdhn kai. dato che il Commento a Officina è separato di qualche anno da Sulla dispnea12. Manetti e Roselli 1994. invece.epistemologicamente variegata. K. raggruppando esponenti delle diverse scuole mediche a partire da Erofilo.) tw'n cqe. al tempo stesso.). ÆArtemivdwron to.~ pepoihmevnwn.n polla. 631 K.. potrebbe sembrare che le nozioni in esso contenute male si adattino al contesto che stiamo analizzando. uJpomnhvmata grayavntwn ejpiklhqevnta h] pavntwn Kapivtwna tw'n ïIppokravtou~ peri. (18b.630s. È infatti nel proemio di questo uJpovmnhma che egli riferisce dei libri ‘scritti da trecento anni’ in cui si è imbattuto e che ha letto e utilizzato rinvenendovi – con sorpresa – una peculiare sumfwniva (18b. Il Commento a Officina viene considerato una svolta proprio in virtù di questa risolutiva definizione dei palaioiv11. questa osservazione sulla coscienza del medico relativa ai palaioiv non fa che applicare alla figura del Galeno «commentatore» 10 11 12 Manetti e Roselli 1994.~ ijdivan e[kdosin grafa. [. prwvhn ta. In Hp. Per contro. oiJ peri. 1546. Manetti e Roselli 1994. però. ajrcaiva~ kainotomhvsante~. 39 ..

Marino.~ palaiouv~ a ravvivare la scienza anatomica.~ palaiou. Un luogo molto importante per comprendere a che punto tale coscienza dei palaioiv fosse radicata nel medico di Pergamo diventa dunque l’esordio del libro VIII del De placitis Hippocratis et Platonis. tw`n neuvrwn ejn th/` kardiva/): Gal. PHP VIII 1. a Roma avrebbe costituto un momento di svolta storica per l’arte medica13. qui è Marino. dunque. 13 14 15 Smith 1979. Vero è. 39).6 (5. che è anteriore al nostro Sulla dispnea. 40 . Sabino – l’opera dei quali Galeno ha spesso occasione di lodare15. ma accanto a essi vanno collocati anche Erotiano14 (sebbene di poco precedente) e.~ ejn tw/` metaxu.un’idea già avanzata e discussa: la seconda metà del I secolo d. oujc ïIppokravth~ h] ÆErasivstrato~ h] Eu[dhmo~ h] ïHrovfilo~ h] Mari`no~ oJ meta. 226ss. tou. a loro coevo. Di tale momento Artemidoro e Dioscoride sono due degli esponenti più significativi (proprio a motivo del “nuovo” Ippocrate da loro edito). Smith 1979.C. che dal commento a Officina in avanti Galeno acquista una maggiore consapevolezza del valore dei palaioiv contrapposti ai moderni. soprattutto. Manetti e Roselli 1994. che giunge meta.n qewrivan hjmelhmevnhn ajnakthsavmeno~ Al pari di Artemidoro e Dioscoride kainotomhvsante~ (così sono detti nel commento a Officina: vd. tou. p. supra. Nel De placitis il discorso non verte sull’esegesi dei testi ippocratici. bensì sull’interpretazione dei dati anatomici relativamente all’origine dei nervi (Galeno riassume il contenuto del libro I e ne giustifica la makrologiva intorno alla mendacità dell’asserzione hJ ajrch. 1654.n ajnatomikh.) prw`toi ou\n makrologiva~ ai[tioi katevsthsan oiJ katayeusavmenoi tw`n fainomevnwn. Rufo. 226.650 K. crovnw/ th.

427ss. 16 Gal.) (vd. 19 Cf. Tuttavia – come già anticipato – la classe dei palaioiv non può essere definita con una precisione maggiore. Smith 1979. 1... a Erodoto e a Tucidide19.a. sono sussunti allo stesso modo sotto la categoria degli antichi»17. più Asclepiade. Pfaff dalla versione araba). (4. da Bacchio fino ad Eraclide di Eretria. Lex. (19. dal momento che Ippocrate non compare come unico argomento della critica antica. Von Staden 1989. Più in generale. e ancora in Erotiano. ai tragici e ai comici.64s. l’idea di una nouvelle vague degli studi ippocratici cronologicamente ben definita era presente in Galeno anche prima. però. Epid. 41 . sarà utile ricordare che questa plurisecolare attività di esegesi ippocratica si è fin dagli inizi rapportata a una scienza filologico-letteraria già notevolmente progredita: Bacchio ha attinto alle Lexeis di Aristofane di Bisanzio18.). prooem. Gal. gli studi più approfonditi dell’esegesi ippocratica a lui precedente lo porteranno a collocare con maggior precisione il discrimine tra palaioiv e moderni ‘zur Zeit meines Vaters und Großvaters’16.. Erot. In Hp. la sumfwniva dei manoscritti antichi – rilevata nelle fasi preparatorie del commento a Officina – non fa che confermarlo in questa idea. perciò rimane la validità della conclusione di Manetti e Roselli. K. 233ss. secondo le quali «tutti i commentatori Empirici e gli Erofilei.ma si tratta di un valore innanzi tutto filologico e rapportabile principalmente all’attività esegetica. così come più tardi. 17 18 Manetti e Roselli 1994. per l’arretramento dell’inizio dell’attività esegetica allo stesso Erofilo.. Ancora Von Staden 1989. in occasione del commento a Epidemie VI. 493s. Hippocr. VI VII (412. prooem. come dimostra il luogo del De placitis.21) Nachmanson.37) Wenkebach – Pfaff (trad. troviamo riferimenti a Omero. 1634. Cf. In relazione a Fr. nelle discussioni sulle glw`ssai di Ippocrate.

pensa in maniera differente: pur confermando il giudizio degli antichi su Tucidide. procedessero ‘scrivendo tutto’.13s. il medico e lo storico.Il nucleo di Fr. propr.23 K. (19. Come già evidenziato. Innanzi tutto ne mantiene l’originario spunto polemico. egli – conformemente alla propria personale interpretazione di Ippocrate – nega che il metodo del maestro abbia avuto come caratteristica il pavnta gravfein. e ciò è testimoniato non solo dal racconto della disputa con Martialio21. il Pergameno mostra particolare interesse nel produrre un’immagine di Ippocrate come del medico che ‘insegna molto in poche parole’20.~ laqei`n. 37). Us.-M. bensì 20 21 22 Us. Galeno ne rinnova la validità. p. part. 42 . la filologia precedente ha creduto che entrambi.) (vd. invece. ma anche – mi sembra – dal tono generale che viene assunto e che continua a persistere anche in seguito: nel passo del De usu partium che si è letto. part. ha come punto di partenza l’opinione di questi ‘antichi’ intorno all’identità di metodo di Tucidide e Ippocrate: a detta di Galeno. supra. Galeno. supra. I 9 Helmreich (3. I 7-10 B. Poi trova per essa nuove discipline di applicazione. 37). 36).~ tou.a.) (vd. almeno a chi è in grado di capire quello che dice’22. p. Tale immagine – si è detto – prende forma a scopi polemici nel periodo iniziale della carriera di Galeno. K. aujtou. 1. A pochi anni di distanza dalle prime formulazioni di questa idea. Ippocrate è il medico che ‘insegna molto in poche parole. I 9 Helmreich (3.~ ajrivstou~ ijatrou. senza più limitarla alle opere di anatomia. e delle nozioni reperibili in Ippocrate ora viene detto: dunavmena pollavki~ kai. p. La rottura di Galeno con il pensiero pregresso viene attuata dunque solo per la parte medica della questione tucidideo-ippocratica.23 K.) (vd. Libr. supra.

tw`n uJdavtwn eijdevnai kai. peri. introducendovi il concetto di diavgnwsi~ tecnikh. l’elogio della tevcnh di Ippocrate (dell’Ippocrate di Arie. In questa novità della lettura ippocratica di Galeno è possibile. Galeno si colloca sulle stesse posizioni critiche dei suoi predecessori in relazione al pavnta gravfein come caratteristica dei capitoli della peste: gli antichi dicevano che Tucidide ‘scrive tutto ciò che succede ai malati’. kai. 43 . e di fatto è questo riferimento agli ijdiwvtai a costituire l’ulteriore elemento di novità galenica alla questione. th. peri. e che nel proemio delle Quaestiones medicinales auspica il perseguimento della medesima acribia diagnostica da parte del medico: Ruf. h|~ a[peirov~ ejsti. o{pw~ te toi`~ ajnqrwvpoi~ aiJ koilivai e[cousi. tw`n noshmavtwn oJpoi`a ejpidhmei`n ei[qistai.n nosou`nta ejrwta`n. nei paragrafi conclusivi. ajkribhv~. Galeno conferma e aggiunge che questo ‘tutto’ include ‘anche le cose note ai profani della scienza’. peri. cogliere l’eco di alcune pagine di Rufo di Efeso. Infine. 23 Si veda anche. e dunque elevando espressamente sul piano della tevcnh la relativa scarsità di dati rinvenibili in Ippocrate. qerapeuqeivh kavllion23. Quaest. ktl. che per l’appunto non era incluso nel gruppo dei palaioiv.~ ajfikovmeno~ eij~ povlin. poi in un trattato di prognostica (il Sulla dispnea). diagnwsqeivh ti tw`n peri. kai. a mio parere. eij filopovtai eijsi. kai. luoghi) come di ciò che permette al medico appena giunto in una città di avere esatta conoscenza dei dati necessari alla descrizione medica di quel luogo e della popolazione che vi abita: ibid. acque.inserendola prima a complemento del libellus sulla peste di Atene. Diversamente. ejx w|n a]n kai.n novson ajkribevsteron kai. ejdwdoiv. di tale idea Galeno rinnova anche la forma. tw`n wJrw`n. kai. to. 1 ejrwthvmata crh. 72 [tevcnh] diÆ h|~ dunhvsetai oJ ijatro.

genovmena) fanno sì.. promette di ‘dire come è stata’ e di raccontarne i sintomi (II 48. Canfora 1972. 13. dunque. kavllou~ durante l’esilio) è una evidente elaborazione di quanto proprio nelle Storie si legge24: le dichiarazioni proemiali (I 22. In realtà. si trova in linea con l’opinione generale che l’antichità aveva della storiografia nel suo complesso e dell’opera tucididea nella sua interezza. sia che vi si dica d’accordo. dall’altro. rimangono due elementi di novità nel suo discorso: la considerazione della dimensione ‘scientifica’ della procedura ippocratica e di quella ‘non scientifica’ offerta dalle Storie di Tucidide. Canfora 1972. 105. la dicotomia non è in sé originale. 44 .. rifiutando la ricerca delle cause della malattia.. che l’opera di Tucidide si imponga anche per la diffusione di questo ideale stilistico26. A margine dei capitoli sulla peste.] ta. Le discussioni sulla distinzione tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’ dovettero certamente godere di ampia diffusione in un periodo in cui la medicina andava costituendosi a tutti gli 24 25 26 Canfora 1972. 10. da un lato. V 26) e le frequenti formule riepilogative dei singoli excursus o episodi (tau`ta [.Già se consideriamo il giudizio precedente a Galeno. La tradizione biografica – reperibile in Marcellino (47) – che descrive Tucidide ‘prendere nota di tutti i discorsi e i fatti’ (per poi comporli meta. 30ss.3). Sia che Galeno si distanzi dalla critica precedente. nel momento in cui. notiamo che esso. che il pavnta gravfein venga sentito come una componente essenziale del genere storiografico25 e. pur pronunciato su una parte limitata delle Storie. i palaioiv citati da Galeno mostrano di avere ragionato allo stesso modo che il biografo fonte di Marcellino: è Tucidide stesso a presentare il resoconto della peste come completo.

con un’opposizione netta tra chi può conoscere anche ta. 18s.). e dall’altra gli ijdiwvtai non sono più.314 L. di ‘dire le cause’ (II 48.316s. Anche in Tucidide si legge la consapevolezza relativa al fatto che alle due categorie di persone afferivano due differenti livelli di conoscenza della tevcnh. 45 . e. e in effetti nel corpus Hippocraticum si ha traccia di queste contrapposizioni tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’. dove sono detti ‘risibili’ gli errori dei medici a cui persino un dhmovth~ potrebbe porre rimedio. L. me. quando lo storico concede a chiunque lo desideri.. poi. i tecnivtai.g. invece.1 Jouanna (1.90 L. Con il duplice richiamo – alla presenza della tevcnh o. Jaeger 1959. che vengono ovviamente differenziati in base ai rispettivi livelli di conoscenza dell’arte medica e alla capacità di applicarla: si veda Hp. Reg. come in Ippocrate e in Tucidide. II Smith (9. I 3 Jouanna (6. o ancora Hp. prohvgage th. Hp. e più specificamente due differenti sistemi eziologici. i soggetti che assistono ai fenomeni morbosi e che cercano di interpretarli e di intervenirvi.). ijdiwtikw'n eij~ megavla kai.). viceversa. acut. tecnika.n ijhtrikhvn28. che così riassume l’esperienza ippocratica di innovazione della medicina: ejk mikrw'n kai. flau'ra della scienza e chi può conoscere soltanto ta. spoudai'a (kai. un’eco della questione è proprio nel proemio della peste tucididea. VM 4. Nel discorso di Galeno. ma si veda anche l’estensore di una delle lettere ippocratiche. XLIV 1s. sia egli ijatrov~ oppure ijdiwvth~.. Cf.578 L. da una parte.). Joly (2. Al di fuori della produzione medica.) Ep. ta.3).effetti come tevcnh27. th'~ tevcnh~] toi'sin ijhtroi'sin mouvnoisin e[stin eijdevnai kai.n flau'ra [scil. ouj toi'si dhmovth/sin). alla sua assenza – la sintesi proposta da Galeno si avvia a stabilire innanzi tutto le peculiarità degli stessi due autori in relazione al 27 28 Vd. Flat. (Hp.

101ss. ritengo che il primo elemento in grado di ricondurre a Dionigi sia la tecnica della suvgkrisi~ e.a. 1567. cioè una continuità tra il metodo scientifico elaborato dal grammatico e gli strumenti che il medico si trova a usare a sua volta nel costruire il giudizio su Ippocrate e Tucidide. in secondo luogo. A livello di studi letterari. De Jonge 2005.. Focke 1923. il modo in cui essa viene attuata. in particolare.metodo da loro utilizzato e al contenuto della loro opera. questa forma mentis tipicamente greca conosce un importante sviluppo da parte di Dionigi30 ed egli riesce a perfezionare la tecnica della comparazione fra gli autori in maniera molto personale. infatti. Per quanto riguarda il commento a Tucidide. vd. tecnivtai e ijdiwvtai passano a indicare i loro rispettivi destinatari. Sulla presenza costante della suvgkrisi~ nel pensiero greco. Le ultime due righe del frammento riassumono in forma di sentenza quella che possiamo considerare l’originale elaborazione concettuale del Peri. sono talvolta quelli di Galeno. rendendola di fatto uno degli strumenti tipici del suo modo di condurre la critica letteraria31.r ta. 29 30 31 Manetti e Roselli 1994. Vi sono due elementi in Fr. tou` loimou`: Qoukudivdh~ me. 463. <wJ~> tecnivth~ tecnivtai~. ïIppokravth~ de.n ga. Bonner 1939. sumbavnta toi'~ nosou'sin wJ~ ijdiwvth~ ijdiwvtai~ e[grayen. che lasciano intuire un debito di Galeno nei confronti della tecnica filologico-letteraria utilizzata da Dionigi di Alicarnasso. quando negli uJpomnhvmata egli è chiamato a pronunciarsi sull’autenticità di testi o di parti di testi attribuiti a Ippocrate. 1. 46 . Già Manetti e Roselli hanno individuato tale continuità relativamente ai criteri per formulare i giudizi di Echtheitskritik29: simili ai problemi che Dionigi affronta lavorando sul testo degli oratori.

la comparazione tra gli autori viene sviluppata al di fuori dello stretto ambito dei generi.5 Us.Proprio rispetto a Tucidide e rispetto al giudizio sullo stile dello storico. evinciamo una delle implicazioni del carattere nuovo impresso da Dionigi a questa tecnica. ad Pomp. se si pone attenzione al fatto che entrambi vogliono decostruire una comparazione già istituita in precedenza e con la quale non si trovano d’accordo: allo stesso modo in cui Galeno è in polemica con i palaioiv e la loro opinione. – Rad. Thuc. tou` loimou` diventa poi ancora più stretto. così Dionigi compone i paragrafi finali del De Thucydide con il preciso scopo di negare che lo storico sia stato oggetto di mivmhsi~ da parte di Demostene33 (con ciò negando che possa esserlo da parte di aspiranti oratori). 328. 47 . qualora si considerino i rispettivi intenti di Galeno e Dionigi.]) e con Erodoto (Ep. come avverrà poi in Galeno. ma ciò viene perseguito secondo quelli che sono gli elementi costitutivi della suvgkrisi~: il motivo agonale e la tensione tra le alterità32. 52 (I 412.7 Us. 3 [II 232. 5s. [I 330.]) – cioè non si limita a un confronto interno al genere storiografico –. 32 33 Focke 1923. Il loro intento appare più intimamente condiviso. estende la comparazione di Tucidide anche a Demostene (Thuc. bensì. – Rad. L’apporto dionisiano che per noi ha primaria importanza sta appunto nel fatto che. nei capitoli finali della monografia a lui dedicata.). 53-55). Hal. Il parallelo tra le esperienze del De Thucydide e del Peri. – Rad.5 Us. Comune ai due è sì lo scopo di evidenziare le differenze tra gli autori presi in considerazione. Il critico non si limita a mettere a confronto Tucidide con i suggrafei`~ precedenti (Thuc. D.

poiché kata. ed è da qui che di fatto prende avvio il discorso sullo ‘scrivere tutto’. oltre a Fr. si potrebbe pensare che il medico faccia riferimento a un concetto sviluppato dalle scienze filologiche. Galeno non chiarisce ulteriormente in che cosa consista questa ‘scelta’ e come possa essere individuata nelle pagine di un autore. 1. nonostante la reticenza ippocratica. pur senza espungerla. proeipovntwn hJmw'n ojlivgon ti peri. Galeno riferisce intorno a essa due opinioni: vi sono infatti alcuni che la sospettano non ippocratica in quanto mancante di duvnami~ th'~ eJrmeneiva~ e di ajkrivbeia tw'n qewrhmavtwn. Ciò che il contesto di Fr.a.a. E in effetti la disciplina retorica di derivazione aristotelica ha sì elaborato una definizione della 34 Vd. K. safw'~ deicqhvsetai. Particolarmente interessante è il proemio del quarto uJpovmnhma al De victu acutorum (15.). entrambi si trovano negli uJpomnhvmata ed entrambi concernono questioni di attribuzione.Il secondo elemento che avvicina Galeno a Dionigi è un uso particolare del termine proaivresi~. si propone di dimostrare – che dalle Epidemie. Vi sono. kai.). e altri invece che.. anche In Hp.n ejkeivnou proaivresin hJ diavnoia tw'n gegrammevnwn ejstivn34. In considerazione dei temi trattati. dove si discute l’autenticità di quell’ultima sezione che oggi è nota come Appendix. Epid.16) Wenkebach – Pfaff (17b. VI V 13 (283. 1. th'~ proairevsew~ tou' ïIppokravtou~). th. 48 . si limitano a supporla opera di un allievo. almeno altri due luoghi in cui Galeno richiama negli stessi termini la ‘scelta di Ippocrate’.268 K.732s. La proaivresi~ appare dunque come una caratteristica direttamente implicata nella selezione del materiale da includere nei testi. si possono comunque ricavare nozioni sulla dispnea – necessita qualche osservazione preliminare sulla ‘scelta di Ippocrate’ (ejnargw'~ de.

1450b e[stin de. intention. Chamberlain 1984. dove definisce l’unione della razionalità e del desiderio35. ouj dei' ejnquvmhmav ti zhtei'n a{ma: ouj ga.v. tou'to oujk e[cousin oiJ maqhmatikoi. Grimaldi 1972. Di conseguenza. 30ss. choix raisonné»). 1418a o{tan hjqiko.r levgousin. s.n lovgon.). a livello retorico si consolida come elemento dell’etopea. ibid. II 21. Rhet. s. toiouvtwn ga. Arst. di cui si stabilisce l’alterità rispetto a to. («intention. Poet. cioè con quanto non ha alcun interesse verso l’etopea37: Arst. III 16. toiou'ton o} dhloi' th. Cf. 1113a bouleutikh. 36 Cf. 17.n to.r e[cei ou[te h\qo~ ou[te proaivresin hJ ajpovdeixi~. l’ambito di applicazione di questa proaivresi~ non coincide per nulla con le ajpodeivxei~ scientifiche e con i lovgoi maqhmatikoiv. Per il significato del termine. Wartelle 1985. 1395b h\qo~ de. e[cousin oiJ lovgoi ejn o{soi~ dhvlh hJ proaivresi~. Hagen 1966. 37 Hagen 1966. o{ti oujde.n proaivresin. 6. vd. 147s. lovgoi h[qh. derivato da una precedente sistemazione in ambito etico. ga. choix raisonné»). ejkouvsion (EN III 2. Wartelle 1982. ajllÆ oiJ Swkratikoiv: peri. proaivresin (to. Innanzi tutto.r ou| e{neka oujk e[cousin). Chamberlain 1984. come criterio per la creazione dei caratteri36: Arst. 34. però. proprio 35 La proaivresi~. 1417a dia. 49 . 1111b) e bouvlhsi~ (ibid. o[rexi~). Sono invece alcuni luoghi di Dionigi a tramandare un concetto di proaivresi~ simile a quello inteso da Galeno. tale concetto. h\qo~ to. («élection. Rhet.‘scelta deliberata’. 26. viene definita come unione della razionalità e del desiderio (EN III 3.v.

Per la proaivresi~ come ejklogh. dunavmei~ ouj poluv ti diaferouvsa~ e[scon ajllhvlwn. Mousw`n [ÓOmhro~ add. poi. ancor più 38 D. Epim. a[topon. Hom.~ ajllhvlwn ejkfevronte~. – Rad.. rJhvtore~. dal primo di essi sappiamo che la ‘scelta’ può essere oggetto di emulazione38. kai.10 Aujac (I 12. Sempre per quanto riguarda Dionigi.] ou|toi proairevsei te oJmoiva/ ejcrhvsanto peri.] tau`ta ejrwta/`: frovnhsi~ me. oi} me.~ hJ tw`n ajmeinovnwn pravxewn ai{resi~ [hJ tw`n ajmeinovnwn ejkloghv Epim. ajlla.] ejx w|n e[stai katafanh. tw`n uJpoqevsewn e che concorre insieme alle dunavmei~ a caratterizzare gli stili (a livello di contenuto. Il.7 Us.n ta. povlei~ diairou`nte~ kai. Hom.) ejgevnonto me.. Hal.~ ajnagravfonte~ iJstoriva~.~ barbarikav~. Qoukudivdou grafh`~ ojlivga bouvlomai peri..dall’excursus sulla storiografia precedente a Tucidide emerge una nozione di ‘scelta’ come elemento razionale che presiede all’ejklogh. eij para. ma non in relazione agli h[qh): D.n ou\n polloi. th`~ proairevsew~ tauvth~ zhlwtai. katÆ e[qnh kai. [.~ h{ te proaivresi~ aujtou`. ajkribh.n de. aujtou`. hJ duvnami~.] oujde.. 3.. proaivresi~ de. – Rad. tw`n a[llwn suggrafevwn eijpei`n. 5 (I 330.] aujtav~ te tauvta~ ouj sunavptonte~ ajllhvlai~. [. a[rcesqai th`~ peri. kata. cwri. A 2 Erbse (= Epim. oi} de. h/| crhsavmeno~ dihvllaxe tou.4 Us. ta.n tw`n uJpoqevsewn kai. th. Thuc. 2C1b Dyck) muvria: [.. Hal.n gavr ejstin hJ pavntwn ei[dhsi~.~ ïEllhnika. tw`n uJpoqevsewn esiste un interessante parallelo nella tradizione dell’esegesi omerica: Schol.) mevllwn de. suggrafei`~ te kai. in due passi del De Lysia è rilevabile una proaivresi~ simile a quella di cui parla Galeno. Hom. Il capitolo 3 verte su quello che per Dionigi è il carattere più importante della prosa lisiana: il rifiuto della levxi~ tropikhv (con la presa di distanza da Gorgia e da Tucidide) e la conseguente opzione in favore dello stile detto ‘medio’ 50 . Lys. [kai.~ pro.].n ejklogh.

polloi`~ tekmhrivoi~ e[coimÆ a]n eijpei`n: hJ ga. ejn mevsw/ keimevnwn ojnomavtwn ejkfevrousa ta.8 Aujac (I 21. – Rad. al pari che in Galeno. 39 Gernet e Bizos 1967. in secondo luogo la possibilità che in base a tale ‘scelta’ si giunga a individuare gli stili degli autori anche relativamente a questioni di attribuzione. e che in ogni caso si distanziano dagli h[qh della visione aristotelica. la proaivresi~ viene chiaramente definita. Rimangono comunque i punti di contatto: innanzi tutto gli oggetti della ‘scelta’. e di fatto il vocabolo non viene incluso nel lessico tecnico dell’arte grammatica40. III e VII Gernet – Bizos). 12. dove la proaivresi~ è presa a criterio per la formulazione di un giudizio di autenticità.2). Dionigi rifiuta l’attribuzione a Lisia non solo su considerazioni stilistiche. duvnami~ ejn ajmfotevroi~. Tra gli zhlwtaiv della ‘scelta’ di Lisia. oujk e[cw bebaivw~ eijpei'n.n ou\n eijsi rJhvtoro~ oiJ lovgoi periv te th'~ eijkovno~ kai.20 Us.1 Aujac [I 10. La questione riguarda i due discorsi in difesa di Ificrate (Lys. che Dionigi classifica come uJpoqevsei~ e la critica omerica come pravxei~. ma anche per motivi cronologici (per cui cf. 51 .importante è però il secondo. 1397b e 1398a) attribuiva i due discorsi allo stesso Ificrate. Lys. Dionigi cita Isocrate. Hal. Per il resto.). koinw`n kai. II 23. noouvmena <eJrmhneiva>).] hJ dia. Dover 1968. 40 Tace infatti Geigenmüller 1908. 3. th'~ prodosiva~. eJno. sulla cui paternità dovettero evidentemente sorgere dubbi in età augustea39: D. Aristotele (Rhet. o{ti de.r aujth.) o{tou me. neppure in Dionigi. 45s.~ ajmfovteroi. 233 (n. – Rad. Frr. proaivresiv~ te kai. tw`n kurivwn te kai. (Lys.7 Us.

th/'sin aiJmorjrJagivh/sin ejx eJlkevwn: ejpigivnetai de. Nel commento relativo a questa parte di testo. dell’applicazione di cure non corrette (ibid.]). tw'n ejntevrwn gignomevnh~. th'~ aiJmorjrJagivh~. bensì a ‘deiezioni di sangue attraverso gli intestini’: In Hp. 52 . crovnon uJpo. Orientato dunque a stabilire le differenze che caratterizzano questa dissenteria da quelle di altro genere.r ejpi. tou. 69 è a proposito delle cancrene dei tessuti (ajposfakelivsie~ sarkw'n) che possono insorgere come conseguenza delle fratture: se ne fornisce una descrizione. causato dall’inesperienza dei medici.282ss. to. Art. ga.~ toiouvtou~ ajna. toi'si melainomevnoisi toi'si pleivstoisin ejpigivnetai dusenterivh kai. Ciò che a Galeno preme evidenziare è che diverse eziologie hanno un identico sintomo – la dusenterivh – e che vi è perciò il rischio.) th. [18a.) Art. wJ~ oiJ polloi. polu. Art. kekrimevnwn h[dh tw'n melasmw'n kai. Galeno comincia un discorso intorno al vocabolo dusenterivh e a come esso venga impiegato qui da Ippocrate non in riferimento a ‘lesioni intestinali’. il capitolo di Ippocrate si conclude fornendone una descrizione in massima parte negativa.288 L. K. L. si dànno indicazioni su modi e tempi del procedere e riguardo al periodo di convalescenza dei pazienti.724s. wJ~ ejpi. dusenterivh~ pievzesqai: kai. crh. per lo più a ‘crisi’ già avvenuta: (4. ajlla. th'~ aiJmatwvdou~ ejkkrivsew~ dia.Riassunto di Hp. Il capitolo si conclude con un’ultima raccomandazione a proposito della dusenterivh che – è detto – sopraggiunge nella maggioranza dei casi di melasmov~ e di aiJmorjrJagivh. 69 (4.n th'~ dusenteriva~ proshgorivan e[oiken oJ ïIppokravth~ ouj kata.724 K. ejpi. tw'n ijatrw'n.) prosdevcesqai de. kata. IV 38 (18a. th'~ tw'n ejntevrwn eJlkwvsew~ ejpifevrein.

Art.Fr.n cei`ron aujto. ou[te ga. oJrma'tai me. ajllÆ e{neka diorismou' tw'n ejfÆ eJtevrai~ aijtivai~ gignomevnwn dusenteriw'n. th`~ prokeimevnh~ pragmateiva~ i[diov~ ejstin oJ lovgo~.288 L. nomivzousi gou`n e[nioi pavsa~ aujta. oujde. 69 (4. w{sper oJ Qoukudivdh~. toiou'toi ou[te a[llw~ xumfevrei keneaggevein.n lauvrw~ kai. K.728s. 1. In Hp. kai. megavlw~ sfallovmenoi. Gal.~ diaqevsei~. oujc wJ~ iJstorivan gravfwn tw'n sumbainovntwn toi'~ ou{tw kavmnousin.n ejxergavsasqai pampovllwn ijatrw`n ajdunatouvntwn diakri`nai ta. efÆ ai|~ ejkkrivsei~ ai{mato~ givgnontai.n loimovn.~ eJlkwvsesin ejntevrwn e{pesqai. Art.r mavla ajpovsitoi givnontai oi.)] kai.r ou[te poluhvmero~ givnetai ou[te qanatwvdh~.) [Hp. w{stÆ eij mh. ijscurw'~.b. IV 39 (18a. hJnivka dihgei'tai to. tau'ta prosevqhken oJ ïIppokravth~. 53 . ajta.

Alcuni. bensì è stato allo scopo di distinguere le dissenterie dovute a cause diverse. ma non dura molti giorni e non risulta fatale. quelli che ne sono colpiti non perdono del tutto l’appetito e non è di alcuna utilità che stiano a dieta. non è stato per scrivere il reportage di ciò che succede a questi pazienti – ciò che fa Tucidide nel descrivere la peste –. visto che moltissimi medici non sono in grado distinguere le condizioni da cui si originano le deiezioni di sangue. se anche il discorso non è in tema con la materia in oggetto.All’inizio è molto violenta. e si sbagliano di grosso. infatti. perciò. Se Ippocrate ha aggiunto tali nozioni. ritengono che tutte queste deiezioni siano conseguenti a lesioni intestinali. 54 . è un bene che ne tratti.

che parla anche di ciò che non è direttamente coinvolto nella patologia trattata. 1. ora invece la completezza maggiore viene riconosciuta a Ippocrate. però. tou' loimou'. all’inizio del suo discorso Galeno istituisce una comparazione tra la prassi ippocratica e quella di Tucidide. considerati come l’oggetto principale della descrizione della 55 .. Nonostante questo rovesciamento. mentre Tucidide si limita a riportare ta. e conseguentemente terapeutico. 1. nonostante manchino degli espliciti riferimenti sia all’opera in sé sia all’elemento che prima si è individuato come maggiormente caratterizzante.a. come nel Fr. che porterebbe i medici ad applicare cure analoghe a sintomi analoghi. rimane la relazione istituita tra Tucidide e ‘gli avvenimenti’.a. cioè il contrasto tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’. ‘i fatti che accadono’. Galeno intende spiegare il motivo per cui Ippocrate ha citato una particolare tipologia di dissenteria (quella curabile con le diete) laddove in realtà il discorso nel suo complesso riguarda le dissenterie che hanno un’altra eziologia (quelle che si manifestano in seguito all’amputazione degli arti). vi è qui un rovesciamento della prospettiva che inquadra i due autori messi a confronto: in Sulla dispnea Tucidide era colui che ‘scriveva tutto’ e Ippocrate il tecnivth~ capace di selezionare opportunamente il materiale da redigere. Con un intento esemplificativo. finalizzato a rimediare a quell’inesperienza. comparazione che. già in precedenza denunciata. Il motivo viene appunto individuato nella metodica ricerca di un diorismov~ eziologico. sumbaivnonta. Rispetto a Fr. conduce anche ora a una sostanziale differenziazione tra i due autori.In prosecuzione del discorso già avviato in precedenza. È proprio questa suvgkrisi~ a far supporre che si sia in presenza di una redazione parallela del frammento del Peri..

dove si ha un palese richiamo all’autopsia: tau`ta dhlwvsw aujtov~ te noshvsa~ kai.67 K. tw/' de. viene mantenuto il medesimo impianto critico già visto all’opera in Sulla dispnea. Sembra dunque che ancora una volta Galeno tragga deduzioni dal proemio della peste. tou'to tw/' me.r aujto.3. tethrhmevnon iJstoriva ejstivn. maqovnti to. quindi. Inoltre. ga. cioè l’esposizione della collezione di osservazioni autoptiche che per gli Empirici è l’essenza stessa dell’arte medica: Sect. Egli evidentemente associa il metodo dello storico (che scrive ‘gli avvenimenti’) all’omonimo principio empirico del ‘resoconto’. Una distinzione tra ‘scienziati’ e ‘inesperti’ sembra essere sottesa al discorso di Galeno. II Helmreich (1. che in effetti individua nella tecnica ippocratica del diorismov~ un intento paideutico rivolto agli altri medici. il quale per l’antichità è suggrafeuv~ autore di una suggrafhv.n a[llou~ pavsconta~. 56 .~ ijdw. e in particolare da II 48. aujto.n thrhvsanti aujtoyiva.) to. il commentatore riserva la denominazione di iJstoriva.peste: relativamente allo storiografo. alla prassi di Tucidide.

II 49. alle finalità e alle tecniche mantenuti dal medico nella lettura di Thuc. e intorno allo stile. Questi luoghi. II 47-54. è riportato nella versione di Pfaff (in Wenkebach e Pfaff 1956). qualora una medesima citazione ricorra più volte. in base alla cronologia dell’epitesto galenico. saranno presi in considerazione in quanto costituiscono un corpus di testimonianze abbastanza omogeneo per ricavarne nozioni intorno al Tucidide di Galeno. che non possono essere considerati propriamente “frammenti” del commento perduto. * Test. I luoghi sono ordinati innanzi tutto in base al testo citato (da Thuc.2) e.3 a 52. 57 . dalla tradizione araba del commento a Epidemie VI. 6. Ho ritenuto opportuno limitare l’apparato critico ai casi che verranno in seguito discussi*.capitolo 4. le testimonianze Ci si occuperà ora dei luoghi dell’opera di Galeno che testimoniano l’attività di lettura e di esegesi dei capitoli tucididei sulla peste.

21s.274s. De Lacy (5.n ejn tw/' qwvraki periecomevnhn kardivan ojduna'sqai dhloi'. 1. to.): h}n kradivhn ejpidovrpion. to.n ejph/'san sthrivxeien edd. ajpokaqavrsei~ colh'~ pa'sai o{sai uJpo. Kühn 58 .n post ijatrw`n add. oujde. th`~ gastro. ajnevstrefev te aujth.n kardivan sthrivxeien. oiJ de. oJpovte ej~ th. §13 a{pante~ ou|toi dhlou`sin ejnargw`~ to.n dh. Nivkandro~ w|dev pwv~ fhsin (Alex.~ ojnomavzesqai kardivan.n kai. §8 w{sper ga. oujk ajnhvmeen oi|a ta. K. ijatrw'n wjnomasmevnai eijsi.n kai.1): gunh.n kardivan sthrivxeien.n oujdÆ hJ kardialgiva tou[noma th. §11 Qoukudivdh~ dÆ w|de: kai. Test. ajllÆ e[stin oJmwnumiva ti~ oujdevna lanqavnousa tw'n wJmilhkovtwn ajrcaivwn gravmmasi.n th'~ kardiva~ ei[h a[n ti pavqo~ hJ kardialgiva ktl. II 49.: sthvrixen L || ajnevprepev L || tw`n om. tw`n ijatrw`n wjnomasmevnai ejphvæesan. ou{tw kai. L || eijsi.(1. w{ste tauvth~ me. sthrivxeien Kühn.3 kai.) ouj me. pavmpoluv ge tou[nomav ejsti parÆ aujtoi`~. (duce Stahl): sthrivxai codd.) Thuc. Cairivwno~. De Lacy: sthri…en H: sthrivxaien M Ald. II 2. ajnevtrepev te aujth. docaivhn kleivousi stomavcoio.a. ejkardihvlgee kai. oJpovte eij~ th. PHP II 8. stovma th`~ gastro. kai.-2.n ajlfivtwn ejpipavssousa kai. Gal. monositivh h[rkese kai. kata.r to. […] §10 oJ me. ajpokaqavrsei~ colh`~ pa`sai o{sai uJpo.n kaqivsth: pavlhn ej~ rJoih`~ culo.n qwvraka splavgcnon. §12 oJ dÆ ïIppokravth~ (Epid.7ss.~ stovma kardivan ojnomavzousin oiJ palaioi.

tw`n ijatrw`n wjnomasmevnai eijsi.~ e[meton oJrmh`~ ei\pen eujqevw~ ge kai. ajlla.4) Wenkebach-Pfaff (17b.) to. 2. oJpovte ej~ th. tou` pikrocovlou cumou` to.Test.~ stovma (kalei`tai dev. cumov~ R || te (post ajnevstrefev) PF (cf. mevgeqo~ w|n e[cei neuvrwn aijsqhtikw`n oujde. <ouj movnon ta.n ejrgavzetai. Test. e[nqa fhsiv: kai.r ajnevstrefen ejpi.) kaqavrsei~ ga. ta. toiou`ton gavr ti kai. Gal. ijatrw'n wjnomasmevnai eijsi. In Hp. suvmptwma tw/' logw/ tou' noshvmato~.~ th'~ fuvsew~ ginomevna~ kenwvsei~ ejn novsoi~ [kaqavrsei~ kai. VI IV 13 (219.16) Heeg (18b. 1. oJ Qoukudivdh~ ejdhvlwsen. kardivan ojnomavsa~ to.b.~ diÆ> oJrma. ajnevstrefev te aujth. Progn. oJ de.~ kata. th'~ fuvsew~. ajpokaqavrsei~ colh'~ pa'sai o{sai uJpo. wJ~ i[smen.n ejph/vesan 59 . to. K. to.167s. Epid. tou`to kai.~ uJpo. de. 1. dio. III 35 (360. colwvdh~ e[meto~ aujtoi`~ givnetai. Gal. Qoukudivdh~ kai.~ uJpo. ga. ajpokaqavrsei~ colh`~ oJpovsai para. kai.] ajpokaqavrsei~ wjnovmasen eijpwvn: kai. kardiva) dia. ta. th`~ pro. In Hp.a): ge VR Heeg || ejphvesan V2P: uJphvesan V: uJpivesan RF Test. daknovmenon ou\n uJpo.n kai.n kalouvmenon ou{tw kardiwgmo.n kardivan sthrivxai. stovma th`~ gastrov~ sthrivxai VPF: ejsthvrixen V2: sthvrixen R || post sthvrixen inser.286 K.r ei[wqen ojnomavzein ouj movnon ta. th`~ gastro.n ejphvæesan. farmavkwn ginomevna~. kai.n lanqavnei tw`n kaqÆ eJautov.

p 32 et al. VI I 29 (52.5 kai.n sfa`~ aujtou.~ ejpibola. h{distav te a]n ej~ u{dwr yucro. fluktaivnai~ mikrai`~ <kai. fluktaivnai~ mikrai'~ kai.n h\n ou[te clwrovn. ajllÆ uJpevruqron. ejnto. 4) 60 . me. to.n e[xwqen aJptomevnw/ sw'ma ou[tÆ a[gan qermo. (cf.n h\n ou[te clwrovn. oJ Qoukudivdh~ marturei` gravfwn ou{tw~: kai.(3. 3. e{lkesin ejxhnqhkov~: ta. to. Test. II 49. me. || ejkaveto ABEFM: ejkaiveto CG || mhdÆ CG: mhtÆ ABEFM || gumnoi. lexx.n ABEFM Test.: to. pelidnovn. CG: gumno. sw`ma J2 Hude || ou[tÆ CG: oujk ABEFM || pelitnovn edd.n e[xwqen aJptomevnw/ sw`ma ou[te a[gan qermo.-4.882 K.) Thuc. de.~ rJivptein to.~ mhdÆ a[llo ti h] gumnoi. (ex Ael. ajnevcesqai.) o{ti dÆ ejn aujtw/' fluvktainai givnontai. sindovnwn ta. ABEFM: tw` C: tw/` Hude|| sw`ma codd. In Hp. ajllÆ uJpevruqron. Epid. kai.~ ou{tw~ ejkaveto w{ste mhvte tw'n pavnu leptw'n iJmativwn kai.> edd.3) Wenkebach-Pfaff (17a.): pelidnovn codd. pelitnovn. Gal.> e{lkesin ejxhnqhkov~ <kai. D.

me. kai. ou| to. Epid. fluktaivnai~ smikrai`~ kai.~ de.~ kai. oJ loimwvdh~ movno~ ejsti. II 49. ta.~ ejpithdeivou~ 61 .16) Wenkebach-Pfaff (17a. kai. || mhdÆ Wenkebach: mhvtÆ U edd.8 tou. Gal. In Hp. to. hjgnovhsan sfa'~ te aujtou. dhlouvmeno~. de. ejnto. 4. (5.~ ejpibolav~. qermovn. tou.885s. tou`to ou\n oujde. ajllÆ uJpevruqron. e{lkesin ejxhnqhkov~. K.n e[xwqen aJptomevnw/ sw`ma ou[tÆ a[gan qermo. VI I 29 (53. kata. pelidnovn.~ a[llou~ diafevron ejsti. shpedonw'de~ ei\nai to. mhdÆ a[llo ti h] gumnoi.) Thuc. qermoi.) prosteqevnto~ de. kaivtoi tav gÆ e[ndon ijscurw`~ diakaiovmenoi. pro. kai. kaqavper kai. lhvqh ejlavmbane parautivka ajnastavnta~ tw'n pavntwn oJmoivw~. 3) || mhvte Wenkebach: mhde. diakaei`~ ejfaivnonto toi`~ aJptomevnoi~ oiJ loimwvttonte~.~ ou{tw~ ejkaiveto. U edd.n> rJh'sin tw/' pemfigwvdee~ tou' deinoiv. sindonivwn ta. w{ste mhvte tw`n pavnu leptw`n iJmativwn kai. <th. oi|ovnper kajn tw/' nu'n genomevnw/ polucroniwtavtw/ loimw/'. to. Wenkebach (cf. Test. dia.n h\n ou[te clwrovn »h\n¼.Test. ajnevcesqai »h\n¼ del. oJ Qoukudivdh~ e[fh: kai.

oJ Qoukudivdh~ fhsi. Sympt.~ tw'n diaswqevntwn ajgnoh'sai sfa'~ te aujtou. oJpoivou~ kai. I II 59 (101.696 K. tou. hjgnovhsan sfa'~ te aujtou.1. kalei' [scil. o{per ojnomavzousin a[gnoian.r h|~ kai.n th'~ yuch'~ givnetai sumptwvmata kai. ajlla. Gal. tw'n sfetevrwn ojnomavtwn memnhmevnou~. diff. wJ~ mh. Prorrh.2.~ ejpithdeivou~.Test. parovnta skopei'sqai 62 . 3 (7. w/|tini de.r oujk ojligavki~ wJ~ eij~ ajpovstasivn tina kataskhvyanta noshvmata mwvrwsin h] lhvqhn ejphvgagen. tw'n ejk tou' loimou' diaswqevntwn wJdiv: kai. kai.~ ijdivou~. oJpoi'ovn ti kai.62 K. diafevrei th'~ lhvqh~. uJpe. h[dh pepaumevnoi~ tw'n noshmavtwn. w/| paqhvmati paraplhvsion mevn ejstin. kai. tou. 5. to. In Hp. a{uth dev ejstin cwri.~ ajgnoh'sai Test. para. Sympt. Qoukudivdou maqei'n e[nestin ejnivou~ tw'n diaswqevntwn ejk tou' loimou' mevcri tosouvtou tw'n e[mprosqen aJpavntwn ejpilaqevsqai levgonto~. sfa'~ auJtou.) o{ti de. tevcna~ televw~ ejpilaqomevnou~ ejqeasavmeqa kai. ejnivou~ gou'n kai.~ kai. Gal. oJ Qoukudivdh~ e[grayen ejpi.n.200s. K.~ ejpithdeivou~ Test. tou'to me.) w\ptai ga.n tauto.3. Gal.) memwrwmevna de. movnon tou. ouj mh. mnhmoneutiko. 5.~ nosou'nta~. II 7 (7. 5. nosou'sin e[ti kai. mwvrwsin ejmpoiou'nta th/' dianoiva/. tw'n legomevnwn ajpoghra'n ejnivou~ i[smen gignomevnou~. caus.~ kai. oJ ïIppokravth~] ta.16) Diels (16.n kai.~ parafrosuvnh~ suvmtwma toi'~ fuvsei mwroi'~ oJmoivou~ ajpofai'non tou. mhde. peri. oujk ajnagkai'on eij~ ta. gravmmata kai.n ejn tw/' loimw/' sumbh'nai: tina.

erzählt. II 50.r ajgnoh'sai dia.4. tw'n tou' swvmato~ kakw'n dunasteuvesqai th. tetravpoda o{sa ajnqrwvpwn a{ptetai.Test. me. Epid. o{per o{ te Qoukudivdh~ sumbh'nai polloi'~ fhsin (6. welche von dem Fleisch der Menschen fraßen. dÆ uJpo. novshma sfa'~ tÆ aujtou.) Thuc. In Hp.n ga. frenivtisi kai. manivai~ faivnetai. Wenn sie sie am Anfang ihres Auftretens nicht bekommen. 63 . ohne begraben zu werden.n yuch. Wir hören.n ejnargw'~ ejn melagcolivai~ kai. tou. die zu seiner Zeit auftrat. Die Vögel aber trifft sie unbedingt.~ ejpithdeivou~.~ kai. daß die Pest Hunde und Maulesel trifft. zumal wenn sie langer hinzieht. Gal. 5. VI IV 27 (244.788 K. pollw`n ajtavfwn gignomevnwn h] ouj prosh/vei h] geusavmena diefqeivreto 6. so bleiben sie am ihren Ende sicher nicht verschont. An. mor. wenn sie davon fraßen. to. daß die Vögel und die Vierfüßler. wie es ja auch Homer erzählt. wie Thukydides von der Pest. Gal. ga. da viele Leichen auf der Oberfläche der Erde herumlagen.3) Wenkebach-Pfaff Und es ist möglich. an Ort und Stelle zugrunde gingen.1 ta.r o[rnea kai. 5 (4.) to.

to.: qevrou~ H2 Test. Gal.n a[metro~ qermasiva tou` perievconto~.) Thuc. tou` katalabovnto~ ÆAqhnaivou~ loimou`.2 ajllÆ ejn kaluvbai~ pnighrai`~ w{raæ e[tou~ diaitwmevnwn oJ fqovro~ ejgivgneto e[tou~ plerr.) hJ de. 7. codd. wJ~ ejn polevmoi~ ei[wqe sumpivptein: h] ejk telmavtwn tinw`n. sw`ma ejgivneto 64 . ajrch.(7.289s. II 52. diff. th`~ shpedovno~ h[toi plh'qov~ ti nekrw'n ejsti mh. kauqevntwn. wJ~ ejpi. K. Febr. h] limnw`n ajnaqumiavsei~ w{raæ qevrou~: e[sti dÆ o{te katavrcei me. I 6 (7. kaqav fhsin oJ Qoukudivdh~: ajllÆ ejn kaluvbai~ pnighrai`~ w{raæ qevrou~ diaitwmevnwn oJ fqovro~ kata.

che ammettono poche (e problematiche) eccezioni solo per la seconda persona singolare. optat. II 49. 4).3 l’ottativo aoristo “eolico” sthrivxeien compare per la prima volta nell’edizione di Classen (1879) e viene definitivamente ripristinato da Stahl 1886.3. 3. Testt.5.a. Kühn»). dunque.3 (fqavsaien in fqavseian). et plur.3. in sai et saien»1. Dall’apparato di De Lacy al luogo del De placitis risulta però che Kühn (1823) avrebbe emendato Galeno sulla base del testo tucidideo («ex Thuc.2 (ejkpneuvsai in ejkpneuvseien). V 111. 1.contributi di galeno alla storia del testo di tucidide La prima e immediata opportunità che le testimonianze offrono è di fare alcune considerazioni intorno al testo tucidideo che Galeno aveva a disposizione. Testt.1 (nomivsaien in nomivseian). Gal. aor. 2 Curiosamente. A tal fine. III 49. 62s. Gal. 65 . la cui restituzione in forma e grafia corrette avviene soltanto in età moderna.: «Neque magis tolerandae sunt tertia sing.) e a pelidnovn (Thuc. Solo in seguito la correzione è normalmente accolta dagli editori. solo alcune delle testimonianze sopra riportate hanno un effettivo valore. e intorno allo stato di questo Tucidide galenico in rapporto alla tradizione diretta dello storico. II 49. In primo luogo è da notare il consenso di Galeno con l’intera tradizione manoscritta tucididea relativamente a sthrivxai (Thuc. La nota va ovviamente rettificata in questo senso: la congettura di Kühn è del tutto autonoma (poiché precedente agli interventi)2 e pare invece fondata sulla lettura che di Galeno dava l’Aldina 1 La congettura è fondata sull’usus linguistico di tragici e comici. II 84. corr. II 49. In Thuc. La normalizzazione di Stahl coinvolge anche Thuc. è Kühn il primo a correggere Thuc.-b. II 49.

infra. aor. D’altra parte. III 3. 1ser. ha una netta predilezione per la III sing.649 K.2 (3.13 Morani). sec. egli mostra anche un rigore filologico che lo spinge eventualmente a conservare. da atticista.12s. Mor.106 L. paqw`n marturei` gravfwn w|de: zhthvsai dÆ a[n ti~ kai. kai. forse un’interpolazione che Un’eccezione in In Hp. 3 In accordo è anche il testo di Nemes. PHP IV 7. ktl.) o{ra de. SVF 466) kai. 2. Gal. 66 . Vediamo accadere ciò proprio nel De placitis per due citazioni da Crisippo: Gal. 21 (82.)] eij gavr ti dialeivpoi kai.27 De Lacy (5.419 K. uJpevstrefen.) (= Chrysipp. Hp. oJ Cruvsippo~ ejn tw/` deutevrw/ peri.) (= Chrysipp. PHP IV 7.) zhthvsai de. acut. riguardo al testo del De placitis non vi è che da constatare il cattivo stato della tradizione proprio riguardo a questa forma verbale. SVF 467) ei\tÆ ejfexh`~ ejpifevrei kai. Epid. De Lacy (5. dove si ha un consenso quasi unanime dei codici per sthrivxai. però.649 K. De com. ti. pavlin tacu. ejfexh`~ pavlin: [Hp. invece. deriva proprio dal commento galenico (vd. dh. in -seie4. dia. III 8 (229. 32).17) Mewaldt (7. tau`ta: kaqÆ o}n lovgon oujk a]n ajpelpivsai ti~ ou{tw~ tw`n pragmavtwn ktl.17 a[rr. Vict. n. 4 proshkovntw~ a[n ti~. Nat.3 È importante notare che Galeno. peri. Per il resto. lo stesso rigore è esercitato su un luogo delle Epidemie ippocratiche: Gal. diakoufivsai. la forma per lui meno usuale. ta.(sthrivxaien). Mor. Minore incertezza presenta invece la tradizione del commento al Prognostico.422 K.3 (184. ott. hom. Nel De comate.30) Helmreich (15. per i testi citati. pw`~ givnetai ktl. th`~ ajnevsew~ th`~ luvph~.

Queste coincidenze nell’usus citazionale rendono dunque molto probabile che lo sthrivxai di Thuc. II 49,3 sia una lezione antica che già Galeno poteva reperire e tramandare. Differente è il discorso su pelidnovn/pelitnovn, che in Tucidide è hapax. Gli editori tucididei hanno riconosciuto l’autorità di una tradizione lessicografica che differenziava le grafie e assegnava quella con -t- all’uso attico5. Tra le testimonianze di tale tradizione, Eustazio (che dipende da Elio Dionisio), Fozio e Suda fanno esplicito riferimento al luogo dello storico:
Eust. In Il. X 63s. (II 658 van der Valk) hJ de; tou` d kai; tou` t suggevneia dhlou`tai kai; dia; th`~ cavrito~. < wJ~ ga;r qevmido~ qevmito~, ou{tw de; kai; cavrido~ cavrito~. < e[ti de; kai; dia; tou` pelidnou`. aujto; ga;r kai; pelitnovn dia; tou` t para; Qoukudivdh/ eu{rhtai, wJ~ kai; Dionuvsio~ Ai[lio~ parashmeiou`tai6 Su. p 945 Adler; Ph. 2,408,4s. Naber pelidnovn: mevlan. levgetai kai; pelitno;n para; Qoukudivdhæ
5

Moer. p 73 Hansen pelitnovn ejn tw/` t ÆAttikoiv, pevlion h] pelidnovn ÓEllhne~; Hesych. p

1335 Hansen pelitnovn: pel»e¼iovn. Cf. Chantraine, 1968, 876 (s.v. pelidnov~): «Pelitnovn doit être une forme ancienne, comme l’indiquerait l’emploie en vieille att[ique]». Sempre sulla base di Meride, Porson 1814, 57, ha proposto di intervenire anche su Alex. Fr. 115,17 K.-A. aijscuvnetai ga;r pelidno;n o]n tw/` crwvmati. Kassel e Austin non accolgono l’emendamento; diversamente Kock (Fr. 110) e Arnott (1996, 322, che parla di «unmetrical spelling» e rimanda a West 1982, 16s.). Il testo di Clem. Alex. Paed. II 2,26 – da Kock pubblicato come frammento adespoto (CAF 342) e corretto, anche sul precedente di Alessi, in (2s.) wjcriw`nta~ e[stin eijsora`n / ta; provswpa pelitnouv~ – è invece «un emprunt à quelque comédie» (Marrou 1965, 58 n. 6 [ad Clem. Alex. l.c.]).
6

Eustazio combina insieme elementi dottrinali sulla suggevneia consonantica e un appunto,

derivatogli da Erodiano (cf. Eust. In Od. IX 112 [1618 Stallbaum] [= Hdn. GG III/2,646 Lentz]), sulla trophv “dorica” dei nomi in -i~ da -ido~ a -ito~.

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Ael. Dion. p 32 Erbse; Ph. 2,408,10 Naber pelitnovn: Qoukudivdh~ dia; tou' t

La questione se Galeno leggesse già in Thuc. II 49,5 il corrotto pelidnovn non ha una soluzione definitiva. In linea di massima, ciò mi pare ipotizzabile; del resto, anche in Dione Crisostomo, il cui testo di riferimento è a maggior ragione individuabile nello stesso Tucidide che non nella produzione medica, è attestata la grafia non attica7. Tale ipotesi risulta, tuttavia, meno sicura che nel caso di sthrivxai, qualora si considerino la fortuna stessa dell’aggettivo e un particolare modus operandi del medico di Pergamo. Di fatto non esistono attestazioni dirette della grafia pelitnov~. A partire già da Ippocrate, questo aggettivo – patrimonio quasi esclusivo del lessico medico – ricorre sempre con grafia -d-8. Per parte sua, Galeno talvolta si esprime contro certi eccessi del purismo atticista, specie proprio dove è questione di una sola lettera9, e altre volte, pur testimoniando una
7

D. Chr. LXII 6 ojxuvteron fqeggovmeno~ eujnouvcwn, to;n me;n travchlon ajpoklivnwn, uJpo; de;

ajrgiva~ kai; skia`~ leuko;~ kai; trevmwn, to; sw`ma pelidnov~, tou;~ de; ojfqalmou;~ ajnastrevfwn. Vd. Schmid 1887, 132.
8

A proposito di Thuc. II 49,5 e della compresenza di clwrov~, uJpevruqro~ e pelidnov~, Page

1953, 103 fa presente che si tratta degli aggettivi tra i più diffusi in campo medico per descrivere i colori (per una fra le tante definizioni date da Galeno per pelidnov~, vd. Tum. 10 [7,724s. Kühn] e[nia de; kai; ejruqrou` kai; mevlano~ ejn tw`æ metaxu; ta; kalouvmena pelidnav). Vd., e.g., Arst. Probl. VIII 1 (887b); Diocl. Fr. 82 Wellmann (= Oribas. Coll. 4,16 [3,133 Raeder]); Sor. Gyn. II 22,2; Ruf. Quaest. 26. Vd. anche Nic. Ther. 238 e 272. In ambito non medico (ma sempre riferito al colore della pelle) l’aggettivo è nella descrizione degli e[kskeua provswpa drammatici data da Poll. IV 141: Turw; pelidnh; ta;~ pareia;~ para; Sofoklei`.
9

Vd., e.g., Gal. Alim. fac. II 57 (319,10) Helmreich (6,641 K.) peri; ajsparavgwn. ei[te dia; tou`

f levgein ejqevloi~ th;n deutevran sullabh;n tw`n ajsparavgwn ei[te dia; tou` p, kaqavper a{pante~, ouj nu`n provkeitai skopei`n: oujde; ga;r toi`~ ajttikivzein th/` fwnh/` spoudavzousin ajlla; toi`~ uJgiaivnein ejqevlousi gravfetai tau`ta.

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tradizione atticista, egli sceglie comunque di contravvenirla e di rimanere legato alla consuetudine: vd., e.g., Gal. In Hp. Prorrh. I III 23 (133,12) Diels (16,760 K.) yaqura; dia; me;n tou` d oiJ ÆAttikoi; gravfousi, dia; de; tou` q a{pante~ oiJ a[lloi (per cui cf. Hesych. y 6 Schmidt yadurovn: ajsqenev~. madarovn. yaqurovn10); la forma di cui egli stesso principalmente si serve è però quella con -q-. Resta dunque anche per pelidnovn la possibilità che da parte di Galeno vi sia stato un adeguamento, più o meno intenzionale, alla grafia universalmente diffusa. Dunque entrambi i casi, con più sicurezza il primo (sthrivxai) e con maggiore cautela il secondo (pelidnovn), mostrano che già nel II secolo il testo di Tucidide presentava lezioni che si sarebbero poi conservate in tutta la tradizione manoscritta e che sarebbero poi state emendate ope ingenii solo in età moderna11.

Per la conoscenza dello stato del testo di Tucidide al II secolo, mi sembra poi interessante soffermarsi sui luoghi del commento a Epidemie VI che riportano II 49,5 (Testt. 3, 4). Si tratta infatti del citato più esteso tra quelli a nostra disposizione12, e inoltre la tradizione manoscritta delle Storie

10 11

Herbst 1911, 125. Analogo a questi sarebbe il caso di Gal. In Hp. Off. III 19 (18b,849 K.), se si accettasse la

proposta moderna di espungere h] borevou dal testo di Thuc. III 23,5: Galeno leggeva già il testo dei manoscritti (vd. infra, p. 96 e n. 5).
12

Peraltro la parziale iterazione della citazione ha permesso a Wenkebach di correggere alcune

imprecisioni: Test. 3 <kai;> (anche sulla scorta dei precedenti editori) e Test. 4 »h\n¼ sono interventi per cui risulta determinante il rimando da un luogo all’altro dello uJpovmnhma ippocratico. In generale, questa situazione permette di limitare eventuali dubbi riguardo all’attendibilità della testimonianza di Galeno.

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~ ou{tw~ ejkaveto ktl. emenda in kai. to. kai. ABEFM: tw` C: tw/` Hude || sw`ma codd. vi sono stati sospetti di una corruttela. entov~) è sostantivato (to. de. ad l. in cui effettivamente vi è un accenno al tepidus tactus offerto dalla pelle 70 . to. pure se mai dimostrata né tanto meno individuata con certezza.. Classen: to. Un’altra interessante discussione ha poi preso avvio dalla brachilogica descrizione di coloro che. sospetta invece che l’interpolazione possa essere aJptomevnw/. 98. de. non ne registrano solo la temperatura. fa un’ipotesi: «Peut-être le mot médical cliarovn a-t-il figuré dans le texte et amené une confusion avec clwrovn».n h\n ou[te clwrovn [. per cui e[xwqen (al pari del successivo ta. Hude. ‘toccando’ il corpo degli ammalati.n e[xwqen aJptomevnw/ sw'ma ou[tÆ a[gan qermo. sulla base di un errore in C e di una varia lectio recenziore.> sw'ma: è quest’ultimo l’intervento meno convincente. de. Classen. entov~. me.. dal momento che si viene a creare una variatio molto brusca nella contrapposizione tw/' me.presenta in questo punto alcune varianti degne di nota per le quali è interessante valutare le letture date da Galeno. de Romilly 1962.n e[xwqen aJptomevnw/ / ta. 226. sw`ma J2 Hude -) Nonostante l’accordo dei codici sia quasi completo.: secl. Si riporteranno innanzi tutto i principali problemi che il testo di Tucidide e la sua tradizione manoscritta presentano. tw/' me. me.. a supporto di ciò è riportata la versione di Lucrezio per questo passaggio. n.n e[xwqen). espunge sw`ma come glossa interpolata. ma anche il colore. ejnto.n e[xwqen aJptomevnw/ <to.] ta. Pur lasciando intatto l’apparato. Steup 1889.

an extension of the use of the word. Hesych. l’andamento ellittico che Tucidide conferisce a questa frase non è troppo disturbante13.3) e..alle mani di chi la toccava (VI 1165 sed potius tepidum manibus proponere tactum). Ai. in Lucrezio si ‘vede’ o. L’ipotesi. si cerca invano di ‘vedere’ il corpo che ‘bolle per l’ardore’14. Bailey non tiene conto del fatto che l’esattezza di Tucidide sembra venir meno al pari di quella di Lucrezio: resta. per quanto poi riguarda Lucrezio. infatti. 1729 (ad VI 1163): «tueri: ‘perceive’.> uJpevruqron. ta. Kühner 1852. Bailey 1947.) – soit à un texte sans clwrovn.». 259s. kavein su. shows more exactly. si vedano le obiezioni di Hermann 1827. (praef.). 15 La glossa è comune alla tradizione del Lessico «di Cirillo» (per cui si veda Hansen 1998. Come si può leggere. not ‘see’. va detto che il poeta ha già da prima risolto questa ellissi del modello. nec nimio cuiquam posses ardore tueri / corporis in summo summam fervescere partem) e anzi quasi raddoppiando la sinestesia tucididea: nello storico si ‘toccavano’ i colori. in Soph. it was the touching of the skin which revealed its temperature». klaivei. non ha avuto alcun seguito. de. tou` i ÓEllhne~)15. <cliarovn. (ad Xen. inserendo nei suoi versi anche il concetto della “visione” (VI 1163s. III 5. ejnto. k 46 Hansen (klavein kai. che a{ptesqai non può rivelare il dato del colore. de. An.~ ou{tw~ ejkaveto ejkaveto ABEFM: ejkaiveto CG -) Riguardo alla tradizione di Moer. 56ss. Poppo 13 14 Fantasia 2003. 438 ad l.n tw/` a ÆAttikoiv: meta.n h\n ou[te clwrovn ajlla. soit à un texte comme: ou[tÆ a[gan qermo. sulla scorta di questi. k 2849 Latte klavei: dakruvei. pur se suggestiva. «On pourrait penser – conclude la de Romilly (ibid. Cf. I CCCXIV s. Cf.). e contro l’eccessiva frequenza con cui questa tradizione era invocata. as Thuc. In effetti. meglio.. 71 .

c.54 (352/1 o 351/0)18. e sempre nella descrizione della peste.c. 178: la nota. individua come probabile anche un k¼aiven in IG II2 120. forse. scriveva: «Für die letztere [Form. 270).. 351: «In the late authors kaivw is the more frequent form». Cf. Il riferimento è a IG I3 14. 1980. dal momento che le coeve testimonianze epigrafiche offrono sempre declinazioni di kaivw17. kaiomevnou a[llou a[nwqen ejpibalovnte~ o}n fevroien ajph/`san. l. kaivw] scheint in zwei Inschriften des V. in ogni caso. La scelta di Poppo è comunque in favore di ejkaiveto (ibid.5.20 (453/2?) katakaiven. 17 Meisterhans. ha certamente lo scopo di mostrare come la lezione “atticizzante” possa addirittura essere considerata difficilior.è. L’acquisizione è comunque importante.. scil.: «In uno tamen loco tantum auctoritatis melioribus membranis tribuere noluimus»). Threatte 1996. Per convalidare ejkaveto Alberti cita in apparato Meisterhans 1900. 503. dall’occorrenza di kaiomevnou. 105: che neppure per Tucidide sia possibile giungere a una sistemazione precisa e coerente dell’usus di kaivw / kavw è reso evidente poco oltre. poiché ancora Meisterhans. 503. II 49.1866. 19 Veitch 1879. 72 . l.: «Die erstere Form [scil. 18 Threatte aggiunge: «This spelling is probably an instance of simplification for ai» (e rimanda a Id.5: « Forsitan apud Thuc.47 («a decree of mid-fourth-century date»).) aj¼pokaivonti. quoque.39 (= II2 1172) (420 ca. di evidenza non immediata. che recensisce il kavein di IG II2 1440. facilior nel greco post-classico19: in definitiva. L’apparato di Alberti è poi da integrare con l’osservazione che la forma in -ai. Si veda perciò anche Threatte 1996.3. 105 ad II 49. ut in aliis nonnullis rebus ortographicis parum constans videtur fuisse. ita huius verbi utraque forma ferenda esse existimetur».4 oiJ de. Poppo 1866. rimane questo l’unico argomento per una situazione come Thuc. 103. VIII 39. per il quale i codici mostrano pieno consenso16. dove – a differenza che per il kaiomevnou di II 16 II 52. I3 258.1 (katakaivousin). Jahrhunderts vorzuliegen». kavw] fehlen noch Belege».

La lezione gumnovn è alla base di Schol. mais à condition d’en faire l’attribut de sw'ma. d’où. pro. l. klaûein à côté de klaivw (*klaÆü´e-. gumnoiv] wird wohl das Richtige sein.. quia etiam eo non praecedente in Ev. h] gumnoi.~ aijtiatikh.] secl. il faut alors faire de ta. che però – nonostante alcuni pareri favorevoli a questa soluzione – è troppo distante21. 216s. qui domine toute la phrase». che vorrebbero per questa consecutiva un soggetto in accusativo22. 214. Krüger -) Il singolare (gumnovn) sarebbe giustificato solo come attributo del sw'ma della frase iniziale del paragrafo.c. ovviamente. 390 ad l. ancora Poppo. CG: gumno.~ (o[nta~)». Si veda anche Poppo 1866. ad l. 110. sujet (et non régime) de ajnevcesqai.n ABEFM: [h] gumnoi. Marc.: «Ex superioribus repetendum videtur sw`ma. indem construirt ist als ob ejkavonto vorherginge».51 legimus peribeblhmevno~ sindovna ejpi. non è qui implicato un vero e proprio cambio di soggetto tra ejkaveto e ajnevcesqai: «Ne 20 Utile. (ABFMC2) gumno. 22 Contro gumnoiv. gumnou`. eo facilius omitti potuit.] att.. [sic] e[xwqen) et donner pour sujet à ejkaveto le même mot sw'ma. tuttavia.: «Doch es [scil. è anche Lejeune 1955. per un’opinione del tutto complementare (con espunzione di h] gumnoiv) Krüger 1860. 21 Forse più incisivo è Croiset 1886. Cf. infatti. ejntov~ une locution adverbiale (comme précédemment ta. 73 . ad l. item articulo non addito». Più difficile è sicuramente la lezione gumnoiv..: «Gumnovn peut s’expliquer aussi. la diphthongue ai tendait vers aæ quand la chute d’un wau la laissait en hiatus devant voyelle non vélaire: [. par uniformisation du paradigme.. ad l.n levgetai. Thuc.*klaÆü´o-). ajnevcesqai gumnoi. Tuttavia l’intervento non è decisivo.52. 106 ad l. quamvis remotius.4 – lo stato della tradizione richiede la scelta tra l’una e l’altra forma20. poiché costringe a misurarsi anche con la variabile delle ‘forme analogiche’.: «En ionien et en attique. come fa notare Stahl.n ajnevcesqai: o{ti to. les formes analogiques klaivein et klaûw». la cui presenza non è apparentemente giustificata dalle strette regole sintattiche.: «Pro eo requireretur gumnou. 14. ajnevcesqai kai. quod. 1889.

n ABEFM. i restanti indicatori sono invece in accordo con C: ou[t(e) a[gan: oujk a[gan ABEFM. 25 Wenkebach in Wenkebach e Pfaff 1956. Diversamente Poppo 1866. Nel valutarla.) e un consenso in errore con ABEFM (mhtÆ a[llo ti: mhdÆ a[llo ti CG)24. si noti.: «mhvte steht in Correlation zu dem te nach h{dista.: gumno. il quale corregge. A favore della lezione mhdÆ a[llo ti di CG vale il discorso che Classen fa a proposito dell’intero sistema di negazioni e correlazioni all’interno delle due frasi consecutive: il mhvte della prima è correlato al te della seconda (che. XI s. La confusione mhvte-mhdev. una prima osservazione è da fare a proposito dell’incipit del citato. perciò. forse dovuta al taglio operato sul testo di Tucidide e all’esclusione del successivo te correlativo. 283 (U) è datato al XV secolo. una condizione che – per via del rischio di contaminazione incrociata – non permette di giungere a risultati sicuri. 74 .gumnouv~ necessarium esse putes.: w{ste mhvte Thuc. ma la sua produzione è da collocare «verosimilmente» al di fuori dell’ambiente scrittorio di fiducia del cardinale. ejkaiveto: ejkaveto ABEFM. che mostra consenso con la lezione di ABEFM senza presentare alcuna traccia delle moderne proposte di intervento. cogita ta. ejntov~ partem esse ipsorum»23. codd. 726. dalla citazione di Galeno rimane escluso). come vuole Wenkebach. 23 24 Non si terrà conto. Venendo al testo offerto da Galeno. mentre il mhd(ev) aggiunge un complemento ad ajnevcesqai (Classen 1879 ad l. il codice è titolato come kth`ma Bessarivwno~. gumnoi. è imputabile a Galeno oppure.: il Marcianus Venetus gr. che accoglie la lezione alternativa (mhtÆ a[llo ti) spiegando: «tev simplex potest esse copula». mhdÆ vor a[llo ti fügt nur die zweite Bestimmung zu ajnevcesqai hinzu»). alla tradizione del suo commento. La situazione del testo di Galeno a confronto con la tradizione diretta di Tucidide risulta dunque composita e di difficile interpretazione. di Basile 2001. si deve inoltre tenere conto del fatto che il commento galenico a Epidemie VI è tramandato da un codice unico25. Vi sono poi una lezione peculiare (w{ste mhde.

-b.272 K.).27) Wenkebach – Pfaff (17a. VIII 1 (13. ma anche negli altri testimoni che la tramandano (vd. loc.). caus.). 22 (139. 65 (17b. aff. infra. 1. Loc. Ben più che queste due sole volte.127 K. tou' loimou'. IV 17 (17b.660 K. K. Non tutte le testimonianze saranno prese in considerazione a questo scopo. Non solo in Galeno. Epid.). I III 21 (136.).338s. In Hp. K. o più brevemente ‘stomaco’26. Aph. l’esegesi di galeno alla peste di atene L’analisi che si propone di seguito è vòlta a cogliere i frammenti dell’esegesi di Galeno al testo di Tucidide. 29).). San. Tuttavia mi sembrano notevoli i consensi con C in lezione facilior (ejkaiveto) e in lezione corretta (gumnoi.a.e. n. In Hp.In generale. Galeno riprende una tradizione esegetica molto diffusa che chiosa kardiva – nell’uso di alcuni palaioi' – con ‘bocca (i. la 75 . bensì solo quelle che più o meno apertamente lasciano intendere il lavoro interpretativo del medico: si darà conto perciò del trattamento del testo di Tucidide da parte di Galeno alla luce di quanto si è potuto apprendere sul commento Peri.).677 K.). Testt. med. Comp. Galeno tramanda un testo di Tucidide che non si può ricondurre con sicurezza a un ramo preciso della tradizione medievale dello storico.). V 6 (8. Sympt.28) Koch (6. VI 14.) (per cui vd. sec. In Hp. infra). tuend.2) Wenkebach – Pfaff (17a.745s. parte ricettiva) dell’apparato digerente’.13) Diels (16. I 7 (7. I II 39 (84.1 (194.277 K. Prorrh.444 K. 26 Gal.121 K.

nautiva~ kai. Al. 1.~ stovma. glossa appare quasi sempre connessa alle interpretazioni dei sostantivi kardialgiva e kardiwgmov~ e dei verbi kardialgei'n e kardiwvttein (-wvss-). kardialgei'n levgetai to. il primo testimone della tradizione è Erotiano. docaivhn kleivousi stomavcoio. Oikonomakos 1999. bensì di digestione: così anche in Testt. 27 Si vedano. kai. Kroll 1936. 19ss.a..n stovmacon. a[kleiston ajeirovmenon stoma gastrov~. tou' oJ tou' stomavcou dhgmov~. 76 . e cioè riferisce anche di un secondo interpretamentum secondo il quale l’azione del kardiwvssein è collocata nel cuore ed è descritta come un ‘sussulto’ (palmov~): Erot. e[sti de. è proprio il luogo di Nicandro citato in 1. kai. 259ss. (daknovmenon ou\n uJpo.n kalouvmenon ou{tw kardiwgmo. (la kardialgiva è l’affezione che colpisce un certo tipo di “cuore”: §13 tauvth~ me.A testimoniare dell’antichità della glossa. kardiwvttein ou\n kai. luogo che coinvolge una delle tante e ingegnose versificazioni di materiale erudito per le quali. ojduvnh~ ajnia'sqai to. e a ricondurla indietro senza esitazioni fino all’Alessandrinismo. che ne dà una formulazione per così dire più completa.b. Schneider 1856. il poeta di Colofone è auctoritas27: Nic. meta.a. tra gli altri. to.~ ejnteu'qen ajnti. Crugnola 1961. stovmacon koinw'~ kalou'men. tou` pikrocovlou cumou` to. o}n kai. k 4 Nachmanson kardiwvssein: kardivan ejkavloun oiJ palaioi.n th'~ kardiva~ ei[h a[n ti pavqo~ hJ kardialgiva) e 1.. kardiwgmo.. Se invece ci si rivolge alla produzione lessicografica vera e propria. kai. duvh/ dÆ ejpidavknetai a[kron neiaivrh~. th'~ gastro. nell’ambito della poesia medica. con i quali non vanno intesi disturbi cardiaci. teuvceo~ h}n kradivhn ejpidorpivou oiJ de. 201ss.n ejrgavzetai).

app. si può inoltre intuire dal testo che coloro che leggono in kardiwgmov~ un ‘movimento sussultorio’ del cuore sono una minoranza rispetto ai plei`stoi che hanno l’approvazione di Galeno. Aur.] palmo. quem plurimi idiotae cordis dolorem uocauerunt. toutevstin ajqrovw~ kai. Da un lato. K. ijatrw'n wjnomasmevnai eijsivn. ejph/vesan. 32 Nemes. Si è nel contesto di un commento ippocratico e l’opposizione è dunque tra due gruppi di ejxhghsavmenoi tou. in Celio Aureliano31 e in un dubbio passaggio della Natura dell’uomo di Nemesio32. e[nioi de. e in questa forma essa trova luogo sia nella letteratura medica sia nella produzione scolio-lessicografica. la quale certo richiama l’attenzione in virtù della costituzione ajsunhvqh~ del contenuto.~ povnou~ tou.n kardivan sthrivxai. kai. ejxhgouvmenoiv te kivnhsivn tina fasi. to. IV 65 (17b.n ou\n ouj movnon to. to. quam necessario sequitur dolor oris uentris. oiJ palaioi' kardivan kai. th`~ kardiva~ aujth`~.~ ejn aujtwæ' ginovmeno~28. sfovdrw'~ [kai. hom. 31 Cael.~ ejntau`qa. Aph.~ tauto. Cel.n tw`n ejxhghsamevnwn tou.n. tov ge mh. II 187 (1. fuvsin splavgcnon. kardivan wjnovmazon e{n ti tw`n oJmologoumevnwn ejsti. compare in Rufo di Efeso30. palmwvdh to. oiJ de. 24 Nachmanson. levgw dh. stovma th'~ gastrov~ 77 . quam Graeci cardiogmon uocauerunt.r ajnastrefovmenon to. la si ritrova 28 29 Cf. Erot. 30 Ruf.~ ajforismou. Corp. kardiwgmou.n kardiwgmo.n ei\nai. hum. 95 Daremberg to. kardialgiva~.n hJgou`ntai shmaivnein tw`æ kardialgei`n.) o{ti me. w{sper ge kai. ajnevstrefev te aujth. ajlla. ajpokaqavrsei~ colh'~ pa'sai. uJpo.745s. kardivan ojnomavzousi.~ kai. 21 (82. de. tw/` sthvqei koi`lon. Nat. ga. o{ti kardialgivan ta.e{tero~ kardiwgmo. tou.n kai.~ ajforismouv~. Ma a parte Erotiano (e a parte un unico luogo galenico che pure riporta entrambe le interpretazioni29) nella maggior parte delle restanti occorrenze la glossa gode di grande fortuna limitatamente alla strana deviazione semantica. kai. Qoukudivdh~ ejn tw/' loimw/' levgwn ou{tw~: h[n pote eij~ th. sfuvzon ejx eJautou` kata. Dall’altro.n dhlou`sqaiv fasin. stovma koiliva~: oiJ de. oJpovsai ajpo. tou` splavgcnou.n kardiwvssein oiJ plei`stoi me.~ oJ th'~ kardiva~ kurivw~ tou' splavgcnou dhgmov~.~ oiJ palaioi. provkardion.13 Morani) sunhvqw~ de. stovma th'~ gastro. infatti. Fr. touvtou tou` mevrou~ ajlghvmata prosagoreuvousi. In Hp. to. stovma th`~ gastro.~ kalou'sin [wJ~ ïIppokravth~ kai.258 Bendz-Pape) Vocatur autem secundum aliquos quaedam passio etiam cardimona. kardiwgmo.

21d Geymonat kradivan oiJ palaioi. come parrebbe confermato dall’assenza della frase dal fedele ramo armeno della tradizione (Morani 1981. II 49. Rispetto a 1. k 12 Erbse) (con la citazione di Epicarmo FGrHist 244 F213 = Fr. 1. kai. Schol. D. e non dal corpus degli scolii nicandrei «diretti»: vd. k 182 Theodoridis (= Su. 35 Su. in una nota di Tzetzes ad Aristofane34 e in Suda35. 19ss.n kardivan ajmuvssein: kardivan de. k 366 kardiva).n kardiwgmovn. spinge Galeno a trattare con sottigliezza ajnevstrefe – restringendone il campo d’azione senza perciò ritrattarne la semantica – consegue evidentemente in maniera diretta dal verbo stesso.). Nub. splavgcnon hJ kardiva]. hJ tou' stomavcou ojduvnh. Ph. ijatroi.r ajnevstrefen ejpi. in Ar.217.n stovmacovn fasi kai. ga. 34 Io.b. Comm.n stovmacon kardivan ejkavloun. 1. Si dànno poi anche alcuni casi in cui kardiwvttein compare come glossa dialettale. ejpi. La necessità nuova che in 1.n kardivan ajlgei'n.b. Tz. kardiwgmo. 234a Holwerda <kavrdama:> ajpo. th`~ pro. kardiwgmov~. La formulazione è molto vicina – come parrebbe dall’esegesi di ajnevstrefe – a quella galenica del commento al Prognostico (Test. k 371 Adler. si distingue per avere restituito il corretto ajnevstrefe (invece di anevtrepe) e per avere allo stesso tempo preservato un’ulteriore annotazione proprio riguardo a questo verbo. oiJ palaioi.~ de. Thuc. ejx ou| kai.n to.b. ejstin ajnagkazovmenon ejmei'n. to. kardiwgmov~ (cf. Esichio è l’unico a fornire insieme tutti e tre gli interpretamenta: k 800 Latte kardiwvttein: th.3 (ABFGMc2) kardivan: kardivan oiJ ajrcai'oi to. davknesqai stovmacon uJpo. ouj to.negli scolii ai luoghi di Tucidide e Nicandro citati da Galeno33.n stovmacon. tivqetai de. Geymonat 1974.) e infatti la parziale espunzione è dovuta al sospetto di una glossa intrusiva. Nic. 2. del quale si giustifica l’uso tucidideo relativamente ai sovvertimenti di stomaco (to. to.a. to. tine. mantenendo il riferimento allo ‘stomaco’ ma caratterizzandosi più specificamente come sintomo della fame: Poll. oiJ me. 78 .n povnon tou' stomavcou (potrebbe trattarsi di una glossa derivata dalla lessicografia o da altre fonti. tou' th.n e[nqen to.. Al. 33 Schol. e[nqen kai. s 1136(b) Adler stovmaco~: […] o{ti oiJ palaioi. limou'. 69 e 85). Ael. tou' nautia'n.n stovmacon ejkavloun.n povnon tou' stomavcou.~ e[meton oJrmh`~ ei\pen). 202 Kaibel). lavbe to.

1. 66. Dsc.Da sempre e ovunque. la sua presenza è dettata da necessità esegetico- 36 37 38 39 Ruf. del ‘sovvertimento’: perciò ci si aspetterebbe che.). Quaest. Us. K.272 Hesych. E d’altra parte. I 63. II 4 (3. è proprio ajnatrevpein il verbo che la medicina usa specificamente in relazione allo stomaco e ai sovvertimenti di esso. invece. non è neppure dovuto a una corruzione propria della tradizione galenica. 7. e che il significato sia immutato da Tucidide a Galeno.6. th`~ pro. ad ajnastrevfein è associata l’idea del ‘rivolgimento’. II 70.911 K. in relazione ai movimenti degli organi interni allo stesso modo in cui esso è presente in Tucidide. Gyn. med. San.30 (126. la comprensione del verbo sia chiara in ogni caso.516 K. a 1707 K. che si ridirezionano. i nervi37. Sor.a.16) Koch (6.2. loc. comunque. Gal. tuttavia. bensì. in quanto non afferente a un contesto prettamente filologico. part. quale che sia il significato di kardiva.4 (120. l’ajnevstrefen del “non-scienziato” con il suo sinonimo più consueto e. Us. Gal. part. Comp. soprattutto.15) Koch (6. IV 161. tuend.~ e[meton oJrmh`~39. di cui già si doveva escludere che fosse varia lectio tucididea. tanto che anche nei lessici possiamo trovare l’uno spiegato dall’altro40. a 4615 Latte ajnastrevfein: ajnatrevpein. ci si deve limitare ad afferirlo alla sola anatomia. come gli intestini36. 40 Theodoridis) ajnatrevpein: ajnastrevfein. Dunque – si può dire in definitiva – lo stesso Galeno ha glossato in Test. dove è impiegato per descrivere corpi allungati che subiscono una flessione.). VII 14 (3. più tecnico. II 28.285 K. VI 3 (12.). Gal.). se proprio si vuole ricercare per questo verbo la natura di tecnicismo.).100ss. Altre e più sostanziali differenze oltre a questa molto acuta non ce ne sono tra i due verbi. Nella letteratura medica. IV 6. cioè davvero ejpi.2.579 K. o certi muscoli38: mai. ajnevtrepen. a 4646 Latte (= Ph. però. sec. II 1 (12. 79 .2.). Id.

eujfovrw~ fevrousi: h]n de. ejpi. eujfovrw~ fevrousi. tou' ijatrou': h]n me. Galeno aveva commentato: In Hp. de. I 2 (4.) ejpi. 80 . eujfovrw~ fevrousi: h]n de.. toujnantivon. Una distinzione tra kavqarsi~ e kevnwsi~ è invece in Gal.n ga. eujfovrw~ fevrousi. II 49.5 ha sollevato problemi legati non soltanto alla constitutio textus (vd.. I 2 (17b.357 K. sumfevrei te kai.n oi|a dei' kaqaivresqai kaqaivrwntai. Galeno sostiene che Ippocrate con il termine kavqarsi~ ha voluto indicare non solo le purghe indotte da farmaci. sono due le 41 Il testo qui commentato è Hp. interessati maggiormente alle questioni dottrinali che a quelle linguistiche. pp.r tw'n aujtomavtw~ ginomevnwn kenwvsewn prosei'pen: h]n me. Senza supporre corruzioni nella tradizione. ma anche all’interpretazione generale del passo.458 L.). xumfevrei te kai.) h]n oi|a dei' kaqaivrwntai. 69ss. toujnantivon. che riprende parte di Aph. bensì derivano dalla malattia stessa. keneaggivh. me. L’incipit di Thuc.8) Heeg (18b.parafrastiche di chiarezza immediata a vantaggio di una precisa categoria di lettori. Test. Riguardo a quest’ultimo luogo. Epid. ma anche le evacuazioni spontanee41. Thuc. nel senso che neppure nello storico esse sono dovute all’azione del medico sul paziente. cf.n oi|a dei' kaqaivresqai kaqaivrwntai. 2. VI 4. II 49. Testt. K. supra. 3.310 L.134s.n oi|a dei' givgnesqai givgnhtai. h]n me.10 Manetti – Roselli (5. II 14 (273.n oi|a dei' givnesqai givnhtai. Progn.).-4. tw'n uJpo. mh. In Hp. sumfevrei te kai. Schol.) h]n me. ou{tw kai. La citazione delle ajpokaqavrsei~ descritte da Tucidide sembrerebbe dunque orientata a confermare questa interpretazione. kai. mh.3 ajpokaqavrsei~: kenwvsei~. Per il ricorso di Galeno a kevnwsi~ nell’interpretare ajpokaqaivresqai. Aph.

che traduce: ‘All’esterno il corpo non risultava particolarmente caldo al tatto’. 158 [ad l. si sottolinea che l’azione del ‘toccare’ il corpo degli ammalati non viene compiuta dagli ammalati stessi: sicché vi è anche un’altra contrapposizione tra questi soggetti che agiscono ‘dall’esterno’ e coloro che invece percepiscono il calore. e[xwqen gravius efferatur propter oppositum ta.possibili letture per la frase kai. to.]. de. osserva che «ci si aspetterebbe to. Si ha così to. sw'ma. e Stahl 1889: «Interpositum est illud [scil. Boehme 1871.. recentemente ripresa da Fantasia (2003). poi. a seconda che e[xwqen sia da considerare elemento aggettivale di to. Lo stesso Fantasia 2003. Boehme 1871. ‘Toccato esternamente. e[xw sw`ma.]: «wegen aJptomevnw/»). meglio si comprenderebbe riferito ad aJptomevnw/». La seconda lettura. le corps n’était pas excessivement chaud ni non plus jaune’ (de Romilly 1962).1 (tou. mentre e[xwqen. 42 A proposito della posizione. vd. 81 . contemporaneamente. Con una tale costruzione. ejntov~.n h\n ou[te clwrovn.~ uJperbavnti Ai|mon Gevta~). la presenza di e[xwqen in luogo di e[xw è stata spiegata unicamente come fenomeno per attractionem (Poppo 1866. 438 ad l. La prima lettura è quella di Poppo (1832) e di Stahl (1889). risolvendo questa impasse senza ricorrere a forzature. de. me. ejntov~». II 96. il corpo non si presentava particolarmente caldo o giallastro’ (Cagnetta 1986). oppure avverbiale riferito al participio. come emerge dalla posizione di rilievo data al nesso avverbio-participio. che richiama Thuc. me.n sw`ma che viene contrapposto al successivo ta. 104 [ad l. participium]. Al solo participio (aJptomevnw/) viene riconosciuta una posizione di rilievo42. “dall’esterno”.n e[xwqen aJptomevnw/ sw'ma ou[tÆ a[gan qermo. ut to. è in definitiva la più convincente: ‘Au contact externe.

ejxevruqroi: oiJ de.274 L. in questo paragrafo. pelioiv: oi de. aijsqavnontai de. VI I 14 Manetti-Roselli (5.n. Il motivo per cui Ippocrate ha così classificato le febbri sta – secondo Galeno – nel fatto che ‘essenza’ (oujsiva) delle febbri è sì il ‘calore innaturale’ (hJ para. dia. è il riferimento a una serie di attività diagnostiche che coinvolgono il tatto. splavgcna ktl. aJlmurwvdei~: oiJ de. i quali invece – prosegue Galeno – percepiscono il calore solo come calore interno: Ibid. th'~ ceirov~: oiJ de. prhei'~: oiJ dÆ ouj daknwvdei~ me.n daknwvdei~ th/' ceiri.Quest’ultima lettura pare essere la stessa data da Galeno nel contesto di Testt.872 K. me.n cei'ra notiwvdei~: oiJ de. e[xwcroi: kai. oiJ de. 4.) kai. Soltanto i medici compiono l’azione dell’e[xwqen a{ptesqai. ma spesso questo calore non si manifesta sulla superficie del corpo: Gal. VI I 29 (44. Epid. hJsswvmenoi de.n a{pan devrma qermasivan oujdemivan safh` e[cein faivnetai para.. la vista. Epid. oiJ de. ejpanadidovnte~ dev: oiJ dÆ ojxei'~ me. persino il gusto del medico che deve accertare il tipo di puretov~.n.. 3. perikaei'~ eujqevw~. fuvsin ou[qÆ hJmi`n toi`~ e[xwqen aJptomevnoi~ ou[te toi`~ kavmnousin. pollavki~ ge to. oiJ me. panto. Il luogo delle Epidemie che Galeno sta commentando ha per oggetto una tassonomia degli accessi di febbre basata sull’interpretazione dei dati sensibili da parte del medico: Hp. pro.5) Wenkebach – Pfaff (17a. 82 . ta[lla toioutovtropa. aujth`~ oiJ nosou`nte~ ejn tw`æ bavqei kaiv fasi diakaivesqai ta. Costante. In Hp. pemfigwvdei~ ijdei'n deinoiv: oiJ de.~ blhcroiv: xhroiv: oiJ de. da questa attività diagnostica rimangono esclusi i pazienti.) puretoi.~ th. fuvsin qermasiva).

kai. e le citazioni da Tucidide sono dovute appunto a questo tentativo di attribuire a Ippocrate la descrizione del loimov~. shpedonw`de~) non si rivela sulla pelle dei malati. ma di essa pare 43 44 Vd.A proposito della febbre che Ippocrate denomina pemfigwvdh~ Galeno spende molte pagine per dimostrarne l’identità con ciò che egli chiama invece ‘febbre pestilenziale’ (loimwvdh~). probabilmente tra questi antichi è da riconoscere Prassagora di Cos (vd. 4 Galeno sostiene che la febbre pemfigwvdh~ è caratterizzata da quella stessa situazione descritta in precedenza. La polemica è immediatamente successiva alla citazione tucididea. 83 . supra. qermovn. diakaei`~ ejfaivnonto toi`~ aJptomevnoi~ oiJ loimwvttonte~. 20s. Wenkebach 1956 ad l. qermoi. pp. sebbene all’interno il calore fosse violento’ (oujde. contemporaneamente. in cui il calore (to. kaivtoi tav gÆ e[ndon ijscurw`~ diakaiovmenoi) anticipa la citazione da Tucidide e anzi da questa viene quasi duplicata. al fine di smentire polemicamente ‘alcuni antichi’ che vedevano invece nella tipologia di febbre descritta da Ippocrate un’affezione dell’‘anima’44.43 In Test. poiché riprende quel concetto già espresso nell’esordio del commento. nel commento a Epidemie VI l’equivalenza tra pevmfix e fluvktaina non viene riportata esplicitamente. 3: Tucidide è chiamato in causa sulla base di una equivalenza tra pevmfix (sul cui significato Galeno ha appena concluso una lunga discussione) e fluvktaina. definito ‘marcescente’.). la frase lascia intendere che in Thuc. Nell’identificazione tra febbre pemfigwvdh~ e loimov~ è inquadrato anche Test. La frase ‘gli appestati non apparivano caldi né infiammati a chi li toccava. II 49.5 Galeno abbia effettivamente assegnato a e[xwqen un valore avverbiale e lo abbia riferito a aJptomevnw/.

p 1387 Hansen pemfidwvdei~ puretoiv: fluktainwvdei~ pneumativai 45..8 (BFGMc2) ajnastavnta~: uJgiavnanta~. per quanto Tucidide dice in seguito.2] Wenkebach – Pfaff [17b. non chiarisce se essi siano da considerarsi ‘guariti’ oppure. 46 47 Hrdt. è più probabile che vada esclusa per gli ajnastavnte~ l’idea di una completa guarigione. 2. In Testt.esservi un parallelo nella lessicografia: Hesych.1.-3.1. l’uso assoluto del verbo (al pari che nel luogo tucidideo) è attestato nel corpus Hippocraticum in riferimento ai pazienti che ‘si alzano dal letto’47. 5. II 49. ha un omologo parallelo negli scolii: Schol.]). L’interpretazione di Galeno. Page 1953. più blandamente. ‘riavuti’ dal parossismo della peste.879 K. 45 Forse è preferibile l’interpunzione di Schmidt 1861 – fluktainwvdei~. Epid. impiegato da Tucidide per descrivere coloro che vengono colpiti da totale amnesia.10 Naber] pemfix: pnohv [. 84 . In Hp. si rileva una sistematica sostituzione di ajnastavnte~ con diaswqevnte~. per la quale si veda ancora Gal. Pl. VI I 29 [48.. 5.73. p 1388 Hansen [= Ph. 106. pneumativai – che riconosce il secondo interpretamentum autonomo dal primo (molto probabilmente sulla base di Hesych. dietro tale sostituzione è intuibile un procedimento a tutti gli effetti parafrastico. Il participio ajnastavnte~. Testt. I 22. però. Thuc. Cf. L’espressione ejk novsou ajnistavnai è troppo poco frequente per trarne deduzioni46. Lach.]. che semplifica e in parte banalizza l’estensione semantica del participio in Tucidide. 195c.-3. una sorta di usus nello scioglimento del termine meno facile con uno di più chiara comprensione.

n e[mfuton qermasivan uJpo.r o{ti to.) meta. memnh`sqai tw`n pepragmevnwn). suvmptwma yuvxew~ hJ meta. 85 . kakovn: kako..648 K...526 L.n ejgkevfalon givgnetai yuvxei Se – come logica vorrebbe – Galeno ha mantenuto paralleli i due vocaboli e le rispettive perifrasi esplicative.8 è citato non – come ci si aspetterebbe – per via del sostantivo lhvqh. Thuc. il ‘non ricordare le cose fatte’ (to.] dhloi` th. II 49. th`~ kata. bensì per l’occorrenza del verbo hjgnovhsan. 5. th/` kata. allora l’a[gnoia è per lui il ‘non riconoscere i familiari’ (to. lhvqh. to. In Tucidide l’alternanza tra lhvqh ed hjgnovhsan pare piuttosto vòlta a finalità estetiche di variatio che non a un’effettiva distinzione compiuta su presupposti scientifici48. Ros 1938. è un tentativo di classificazione del “lessico della follia” in Ippocrate a partire da Prorrh. I 64 (5. tuttavia.23) Diels (16. mh.] nenikh`sqai [. che porta Galeno a sostenere che lo storico abbia parlato dell’a[gnoia. to. ma è da segnalare una coincidenza ancora all’interno di Prorretico e del relativo uJpovmnhma: Hp. lhvqh Galen.n de. ejmavqomen ga. Non risulta che altrove egli se ne occupi in maniera dettagliata ed esplicita. mh. gnwrivzein tou. invece. memnh`sqai tw`n pepragmevnwn ejpi.~ sunhvqei~ kai.L’argomento di Test.534 L.). e tuttavia dichiara di voler rimandare la questione. 424ss. Prorrh. I II 29 (78. In Hp. to. Prorrh. kai. gnwrivzein tou. rJivgou~ a[gnoia kai.~ sunhvqei~) e la lhvqh.) [. mh.3. se proprio occorresse ammettere che lo 48 Cf.. I 92 (5. rJivgeo~ a[gnoia. Del fatto che tra a[gnoia e lhvqh vi sia una differenza Galeno si dice consapevole. mh.

storico abbia differenziato le due dimensioni, allora l’interpretazione di Galeno vi si attaglierebbe alquanto fedelmente: si noti in particolare la corrispondenza tra il to; mh; gnwrivzein tou;~ sunhvqei~ del medico e l’hjgnovhsan [...] tou;~ ejpithdeivou~ di Tucidide.

Test. 7 Rispetto ai manoscritti il testo citato offre una varia lectio (qevrou~ per e[tou~, in accordo con il correttore di H49) e un’interpolazione (fqovro~ [kata; to; sw`ma]). Nel commento a Epidemie VI Galeno riferisce di una tradizione atticista che autorizza l’uso per antonomasia (katÆ ejxochvn) di w{ra nel significato di ‘bella stagione’ o di ‘stagione estiva’ e che estende tale uso anche alla iunctura w{ra e[tou~:
Gal. In Hp. Epid. VI IV 20 (228,4) Wenkebach – Pfaff (17b,184 K.) wJrai`on de; ejgcwrei` me;n kai; to; kata; th;n proshvkousan w{ran ginovmenon wJ~ ejpainou`nta levgein aujtovn, ejgcwrei` de; kai; movnon ou{tw~ ojnomavzein to; kata; to; mevson qevro~ ojnomazovmenon, ejpeidh; mavlista to;n kairo;n tou`ton w{ran e[tou~ ojnomavzousin oiJ ÓEllhne~. ejpifevrousi me;n ga;r to; th`~ w{ra~ o[noma kai; fqinopwvrw/ kai; ceimw`ni kai; h\ri, katÆ ejxoch;n de; ejnivote kalou`sin w{ran e[tou~ ejkei`non to;n kairovn, ejn w/| tou;~ wJraivou~ ojnomazomevnou~ karpou;~ teleiou`sqai sumbaivnei50.

49 50

Su questo codice si vedano Alberti 1958, 49ss., e Kleinlogel 1965, 5ss. Si noti la peculiarità di Galeno di usare la denominazione ÓEllhne~ in luogo di ÆAttikoiv (per

cui si veda Herbst 1911, 9s.).

86

La tradizione è frequentemente attestata e i suoi loci classici di pertinenza, a motivo di alcune coincidenze scoliastiche, sono tradizionalmente individuati in Tucidide (proprio per II 52,2) e in Demostene:
Moer. w 6 Hansen w{ra e[tou~ ÆAttikoiv, kairo;~ e[tou~ ÓEllhne~ 51 Hesych. w 283 Schmidt w{ra e[tou~: kairo;~ e[tou~, to; e[ar, kai; to; qevro~ Syn. w 44 C.; Su. w 153 A. w{ra e[tou~: to; e[ar, kai; to; qevro~. kairo;~ e[tou~ Schol. Thuc. II 52,2 (ABFGMc2) w{ra/ e[tou~: tw/` qevrei levgei Schol. Dem. 8,18 (I 135,19 Dilts) w{ran tou` e[tou~: tou` qevrou~

In realtà, non solo in entrambi i modelli (per Tucidide anche VI 70,152; per Demostene anche 4,31, 32; 50,23), ma così pure in generale nella prosa classica, la iunctura non indica più che la ‘stagione dell’anno’53: di quale stagione si tratti è in molti casi sottinteso, desumibile dal contesto o dai luoghi più prossimi a esso, e l’uso katÆ ejxochvn di ‘stagione’ – come anche Galeno ha ben presente – non è sempre verificato: in Dem. 50,23, per esempio, w{ra e[tou~ indica l’autunno inoltrato54.

51 52 53

Vd. Hansen 1998, ad l., per le occorrenze della glossa nel Lessico «di Cirillo». Cf. Schol. Thuc. ad l. (Mc2) w{ra/ e[tou~ peraivnesqai: kata; kairo;n genevsqai. Pl. Phdr. 229a kai; oujk ajhdev~, a[llw~ te kai; thvnde th;n w{ran tou` e[tou~ te kai; th`~ ÆEti de; sunevbh th`~ nukto;~ w{raæ e[tou~ u{dwr kai; bronta;~ kai; a[nemon mevgan genevsqai (uJpÆ

hJmevra~; Xen. Oec. 4,13.
54

aujta;~ ga;r Pleiavdwn duvsei~ oiJ crovnoi ou|toi h\san), i.e. «au mois de novembre» (Gernet 1959, 45 [n. ad l.]). La genericità di significato si nota specialmente nell’uso al plurale, qualora più e diverse stagioni siano interessate: Dem. 4,31 toi`~ pneuvmasin kai; tai`~ w{rai~ tou` e[tou~ ta; polla; prolambavnwn diapravttetai Fivlippo~, kai; fulavxa~ tou;~ ejthsiva~ h] to;n ceimw`nÆ ejpiceirei`. Il significato immediato ed esatto di ‘bella stagione’ non si legge prima di Plut. Per. 10,3 prosdokw`nta~ de; baru;n eij~ e[tou~ w{ran povlemon. Di fatto è quest’ultimo l’unico riferimento valido tra quelli forniti da LSJ (s.v. w{ra A.I.2.b) per «[w{ra e[tou~ =] in historians,

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A mio avviso, non c’è motivo di supporre che Galeno leggesse qevrou~ nel suo Tucidide (né, dunque, che questo sia da accogliere in apparato come varia lectio sulla scorta del testo galenico). Come già si è visto per l’ajnevtrepe di Test. 1.a., è più probabile che anche in Test. 7 la variante qevrou~ sia dettata da necessità esegetico-parafrastiche. L’argomento discusso in questo luogo del De febrium differentiis è la ‘putrefazione’ (hJ shpedwvn) che si origina durante la stagione calda, ma Thuc. II 52,2 non fa alcun riferimento al periodo dell’anno in cui l’episodio della peste si svolge (che si tratti dell’estate è chiaro dall’inizio del racconto, da II 47,2); Galeno, dunque, adatta la citazione ai fini di una comprensione immediata da parte dei suoi destinatari. Diversamente, la lezione w{ra e[tou~ avrebbe richiesto un’ulteriore parafrasi, con l’esplicitazione di quell’equivalenza (w{ra = qevro~) a cui Galeno dava credito. Un simile trattamento del testo citato – con un tacito intervento esegetico da parte di Galeno – si presenta anche nel caso del successivo fqovro~, che non è un vocabolo medico e che per tale motivo richiede l’addizione di kata; to; sw'ma.

the campaigning season». A un tale slittamento di significato avrà certamente contribuito il fatto che le campagne militari si svolgessero solo per parte dell’anno.

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-3. Sono questi gli unici luoghi in cui il lavoro esegetico di Galeno su Tucidide – quale presumibilmente fu incluso anche nel Peri. tuttavia. 5.a. 89 . Nonostante ciò.3) con le pevmfige~ di cui parla Ippocrate (Test.-b. cioè a proposito di due hapax e di un verbo – ajnastrevfein – che non ricorre altrove nelle Storie con la stessa accezione semantica. pp.3. pp. ma che rimangono senza alcuno sviluppo argomentativo. La perdita del commento lascia sospeso il giudizio relativo a un paio di altri luoghi in cui l’esegesi è soltanto congetturabile: l’identificazione delle fluvktainai descritte da Tucidide (II 49. 1.b. In Testt. 83s. l’intervento (la sostituzione di ajnastavnte~ con diaswqevnte~) 55 56 Supra. Test.5 (lhvqh e ajgnoh`sai.1.) e nelle puntualizzazioni sull’uso di ajnevstrefe (1. che con una singolare frequenza ricorrono situazioni specifiche in cui il procedimento esegetico viene taciuto e in cui Galeno.conclusioni L’estrazione delle glosse dal loimov~ di Tucidide e le relative interpretazioni si verificano nelle discussioni sul significato di kardiva (Testt. 3)55 e la differenziazione tra i termini della psicopatologia di Thuc.)56 sono argomenti che vengono solamente accennati. Supra. 5. intervenendo sul testo di Tucidide senza la mediazione di una parafrasi esplicita. presenta di fatto al lettore delle glosse già interpretate.) e di ajpokaqavrsei~ (2). resta il fatto che le condizioni per poter ricostruire con certezza dei veri e propri frammenti del commento perduto sono – considerando il totale delle testimonianze – limitate a un esiguo numero di casi. II 49. Va aggiunto. 85s. tou` loimou` – viene riportato in maniera chiara ed esplicita.

si costituisce come la tipologia di epitesto privilegiata per esercitarvi una acribia di lettura non solo dei testi di 90 . a distinguersi per una più accentuata formularità con cui la citazione viene introdotta (oJ Qoukudivdh~ e[grayen [. si nota come Galeno escluda tale operazione dagli uJpomnhvmata ippocratici. Allo stesso modo. Anche tali interventi – specie se corroborati dai paralleli con la restante produzione scolio-lessicografica – possono essere presi a testimonianza di una precisa fase della critica tucididea antica. mentre negli altri luoghi la frase citata viene inclusa nel discorso (subendo di conseguenza anche alcune necessarie deviazioni dalla letteralità).: tra queste è 5. La lettura comparata delle testimonianze permette di apprezzare una differenza di trattamento del testo citato legata alla tipologia di epitesto.ricade al di fuori del testo citato e soltanto una lettura sinottica riesce a darne adeguatamente conto. fqovro~ kata. sono sempre caratterizzati da citazioni fedeli e letterali: questa caratteristica è più che mai evidente nel confronto di 1. un’altra differenza è riscontrabile tra le testimonianze del gruppo 5.b.: ajnevtrepe per ajnevstrefe.a. Altrove si assiste invece a veri e propri adeguamenti della citazione. (che parafrasa l’inusitato ajnevstrefe) con 1.a. (che invece lo mantiene).3. cioè a interventi di semplificazione lessicale o testuale funzionali a una più diretta comprensione di Tucidide da parte dei destinatari del medico (1.] wJdiv: ktl. per le finalità che si propone e per i destinatari a cui è rivolto. Ancora a proposito degli interventi di adeguamento.. 7: qevrou~ per e[tou~. al contrario.). i quali. sw`ma). L’origine di questo fenomeno può essere individuata nel carattere stesso che Galeno imprime alla struttura e alla funzione dello uJpovmnhma ippocratico: il genere del commento. to..

a. il frammento tucidideo della seconda è per numero di ricorrenze il frammento più fortunato presso Galeno (molto probabilmente per l’interesse suscitato dalla tematica in oggetto: le interazioni tra sw'ma e yuchv58). dal punto di vista della cronologia. anno al quale è da far risalire anche il Sulla dispnea e in cui Galeno si appresta a mettere mano al progetto dei commenti sistematici a Ippocrate. 4. dei cinque restanti luoghi ve ne sono tre (5.b. ben sei delle testimonianze (1. 91 . 57 58 Pp. la relazione tra uso di materiale tucidideo ed esegesi ippocratica appare molto stretta. 5.4 (dal senile Quod animi mores). dunque. e lo stesso Peri. Con queste due sole eccezioni.1.2 e 7) che si concentrano a ridosso del 175. si veda Pigeaud 1988. la maggior parte delle testimonianze presenta significative omogeneità che indicano uno stretto rapporto tra l’esegesi tucididea e il corpus dei commenti a Ippocrate. poi. Tra gli interventi recenti su questo tema. come già rilevato più sopra57. Del resto.. tenendo presente la tipologia di epitesto. tou` loimou` pare essersi caratterizzato come dottrinalmente affine a essi.3 e 6) derivano da uJpomnhvmata ippocratici. (dalla sezione del De placitis risalente al primo periodo romano) e 5. 3. ma anche dei palaioiv che di volta in volta sono chiamati a testimoniare sulla levxi~ del medico di Cos. 5. Innanzi tutto. ma per entrambe queste testimonianze è da notare una radicata consuetudine di Galeno con i loro contenuti: il nucleo della prima (kardiva = stovma th'~ gastrov~) si costituisce come una delle più fortunate e diffuse tradizioni della lessicografia medica.Ippocrate. Esulano da tali limiti soltanto 1. 14 e 26s. 2.

per esempio. Terrei quindi a concludere con un’osservazione relativa all’uso che Galeno fa di Tucidide nella maggior parte dei luoghi in cui la peste di Atene viene citata. nello specifico). Ma le questioni lessicali sollevate dal corpus Hippocraticum e risolte tramite il ricorso all’usus dello storico costituiscono comunque una casistica limitata (kardiva. non medici. p. 3. 4 e 6). ÓEllhne~59 – e in virtù di ciò l’uso linguistico dell’uno può spiegare il testo dell’altro. Ed è appunto questo fatto che mi sembra degno di essere considerato: che l’autorità riconosciuta da Galeno a Tucidide non investe solo le questioni lessicali e filologiche. Tucidide e Ippocrate sono allo stesso modo palaioiv – o. è ovvio che il parallelo tra i due autori è giustificato dalla loro appartenenza a un medesimo sistema ‘antico’ della lingua greca. a[gnoia e – forse – fluvktaina). inoltre. al blocco di testimonianze derivate dal commento a Epidemie VI (Testt. Si ponga attenzione. in cui Galeno si serve delle Storie per confermare Ippocrate in merito a questioni strettamente mediche (nosografiche. questa complessiva scarsità di documentazione non mi pare sufficiente a giustificare lo spiccato interesse di Galeno nei confronti della peste di Atene.Nei casi delle note lessicali. le notizie sull’impiego di Aristofane di Bisanzio e delle glw'ssai poetiche da parte di Bacchio testimoniano che fin dagli esordi alessandrini il lavoro su Ippocrate ha tratto vantaggio dall’attività filologica condotta su autori non tecnici. la citazione congiunta di Tucidide e di Omero in Test. 6 indica che è ancora l’autorità di un intero gruppo di palaioiv a essere considerata valida. come Galeno sceglie di dire. 92 . ajpokavqarsi~. 50. bensì coinvolge anche un nozionismo di carattere 59 Supra. 86 e n.

erudito concernente i fenomeni naturali. 93 . Come si è visto in Fr. l’atteggiamento di Galeno nei confronti di Tucidide e della Pestbeschreibung sembra non tenere conto di quel giudizio complessivo altrove espresso: il riconoscimento dell’autorità rivela quasi un senso di fiducia del medico verso lo storico. in quanto “non-medico” che scrive di medicina.. Galeno giunge a mettere in discussione la scientificità stessa della descrizione del loimov~. e questa fiducia si fonda evidentemente su una precisione descrittiva che comunque rientra tra le caratteristiche di Thuc. persino Platone. 29ss. II 47-54. però. In molti altri casi. 1. 60 Ferrari 1998.a. non viene risparmiato da critiche nel Commento al Timeo60. poiché si sente autorizzato a valutare (ed eventualmente a censurare) lo storico riguardo a ciò che è di pertinenza della ijatrikhv tevcnh: del resto.

II 28: Us. Parte di questo materiale viene citato con funzioni non differenti da quanto si è visto sopra relativamente ai capitoli sul loimov~. Galeno discute l’uso di mavlista con numerali nel 94 . th. part. tou'to genovmenon ejn toi'~ kaqÆ eJauto. 31 (4. w{sper kai.) ajlla. si tratta di un luogo del De usu partium in cui viene ricordata l’eclissi solare descritta in Thuc.) (ou|toi ou\n kai.776 K.146 L. per il quale talvolta si hanno paralleli con gli scolii superstiti.appendice 1. oltre alla peste di Atene. kajn tai'~ hJliakai'~ ejkleivyesi tai'~ megavlai~ ajstevre~ faivnontai dia.n aijtivan.n aujth. Più diffusa è invece l’altra tipologia di reimpiego che si è vista nelle testimonianze relative al loimov~. Quattro frammenti dai primi tre libri delle Storie vengono citati all’interno di uJpomnhvmata ippocratici allo scopo di fornire validi paralleli per certi usi linguistici di Ippocrate. Art. A proposito di Hp. qnhvskousi dekatai'oi mavlista). X 3 Helmreich (3.n crovnoi~ e[graye Qoukudivdh~. A tal fine queste citazioni coinvolgono oltre al testo anche il connesso apparato esegetico. tucidide in galeno Mi sembra utile dare brevemente conto di ciò che. Galeno trasmette di Tucidide. Per il reimpiego di Tucidide come fonte di nozioni intorno ai fenomeni naturali esiste un solo esempio.

Art. shmainovmenon toiou'ton euJrei'n. kai. Qoukudivdh~ ei\pe tou. 2 Schol. to.449s. di origine presumibilmente atticista. Aph. ÆAndokivdh~ de. musthrivwn: a/[dwn dÆ ajnqrwvpou~ to. th'~ ajkmh'~. tou` ajkribw`~ lambavnei oJ Qoukudivdh~ (cf. II 21 (18a. Su.3 oiJ nu'n e[ti o[nte~ mavlista ejn th/' kaqesthkuiva/ hJlikiva/): Gal. nu'n faivnetai para.3 (ABF) kaqesthkuiva/ hJlikiva/: ejn th/' mevsh/ hJlikiva/. levgei dhlonovti tou.) e[sti kai.1 (= Ph. ibid. wJ~ pauvesqai me. 27 Cunningham) to. ejn tw/' peri. e trae due esempi da Tucidide I (118. K.n mevshn e[conta~ hJlikivan. In Hp. Thuc. dev ejstin crh'si~ th'~ levxew~ kata. pollh. 95 . 1 Non ho trovato paralleli per questa tradizione esegetica. VII 29. all’incirca’. che al contrario gli riconosce il significato di ajkribw`~: Schol. tw/' ïIppokravtei to. kai..n mavlista triakosivou~. III 92. I 13 (17b. In Hp.n e[ggista posaco..n h[dh ta.466 L. shmainovmenon a{pasi toi'~ ÓEllhsin1. mhdemivan ai[sqesin safh' gevrw~ e[cein. tou` kata. ejk tw'nde tw'n paradeigmavtwn: Qoukudivdh~ me.~ ejn th/' kaqesthkuiva/ hJlikiva/2.). medevpw de.I 17. K. è però curioso che proprio quest’uso di mavlista presso Tucidide sia oggetto di una glossa.] o{ti dÆ ou{tw crw'ntai tw/' mavlista. (O [= POxy 853]) ejn th/' para<km>h/' tauvth/. dh'lovn ejstiv soi kai.2) e uno da Andocide (Myst. mavlista ajnti.n pravgmato~ [.n bavrbaron ejgevneto ejn e[tesi penthvkonta mavlista. 38): Gal.n ajriqmo.~ th. ejn tw/' aujtw/': ajpevcei de.401s.3 mavlista: ajnti. ajkrivbeian). per il quale si dà un esempio dall’Epitafio (Thuc. ajkmh'~ te kai.n ejn tw/' provtw/ fhsiv: tau'ta de. tou'to to.2 e 63. m 75 Theodoridis. Aph. Thuc. Schol. Thuc. para.6. toi'~ a[lloi~ palaioi'~ ejnivote mavlista fwnh'~ to. oi|on kai.n ajriqmo. xuvmpanta o{sa e[praxan oiJ ÓEllhne~ prov~ te ajllhvlou~ kai. m 106 Adler. xV stadivou~ mavlista. to.n ejmfai'non tou' legomevnou kata. ou{tw de.significato di ‘circa. Syn.. gevrw~. II 36. I 13 (4. viene fornito con la maggior precisione possibile il significato di oiJ kaqesthkovte~. II 36.) kaqesthkovta~ de. A proposito di Hp.

) swlh'na panti. In tempi più recenti il sospetto è stato accantonato (vd.n eijrh'sqai suvndesmon. ajllÆ oi|o~ ajphliwvtou h] borevou uJdatwvdh~ ma'llon>3. I 33). A 117 e Thuc. ajllÆ ejkei'non ejnohvsamen ajntÆ ajpofavsew~ aujth. ajphliwvth~ de.849 K. kaqavper ÓOmhro~ e[fh: bouvlomÆ ejgw lao. le quali hanno anche ipotizzato che Galeno. 14 (3. 11s. sia stato in possesso di una «documentazione più ampia di quella conservata negli scoli»5.: kruvstallov~ te ga. boreva~ ga. unico in tutta questa tradizione esegetica a citare congiuntamente i due testi.) o{son ga. 1576). Off. Dysc. che costituiscono il nucleo della glossa galenica. p.: kruvstallov~ te ga.n sovon e[mmenai h] ajpolevsqai. I testi citati sono Hom. bouvletai ga. Thuc.5: In Hp. tw/' skevlei h] hJmivsei. con il testo tucidideo di Galeno che consente in errore con la tradizione diretta.n kai. GG II/1. supra. 4 5 Nell’edizione di Kühn si legge: oJ Qoukudivdh~ de.~ blavbh~ uJpobavllesqai. III 23.n fwnh. 3 La tradizione h[ = h[per è molto diffusa: oltre agli scolii ai luoghi citati (Schol. wJ~ diazeuktiko. Galeno riconosce a h[ un valore negativo invece del più consueto significato disgiuntivo. Off. Od.r bevbaion poiei' kruvstallon. A 117c Erbse) si vedano anche Schol. uJdatwvdh. Schol. nel commento a Hp. Un interesse ulteriore risiede nel fatto che più volte proprio le parole h] borevou.318 L. III 19 (18b. th/' levxei h] dunato. III 25. sono state sospettate di interpolazione (così già Dobree 1883.n tetavcqai. 96 .Infine. Ap. La citazione tucididea (lacunosa in Kühn4) è stata ricostruita da Manetti e Roselli (1994. 69). a 165a Pontani.r a{panti tw/' skevlei ou{tw~ hJma'~ to. Il.3 [c2] h] borevou: oJ h[ suvndesmo~ ajnti. diversamente.r ejperevou.r ejpephvgei <ouj bevbaio~ ejn aujth/' w{stÆ ejpelqei'n. si sarebbe ripresentata la stessa situazione relativa a sthrivxai e a pelidnovn (vd. oJ Qoukudivdh~ de. Gomme 1948. tou' h[per kei'tai.n. ajkou'sai th.r ejpi.n swlh'na cwri.223 Schneider.).

. h] ajxuvnetov~ ejstin h] ijdiva/ ti aujtw/' diafevrei. III 42. ma Hense ad l. III 13. Finora non segnalato è il riuso di una frase dal discorso di Diodoto: Thuc.Un’ultima tipologia di reimpiego del testo tucidideo da parte di Galeno ha un carattere che potremmo definire “gnomico”: vi sono coinvolte frasi di andamento sentenzioso. il quale. procede a una descrizione bipartita dello stolto e del profittatore.: «givnesqai fortasse». (3.n ei\nai kai.~ ga. eij ktl. ajxuvneto~ me. è detto cedere troppo facilmente a un’insana fiducia nel futuro7. part. Che la frase tucididea sia una gnwvmh conosciuta conferma Stob.n ou\n 97 . ejmfanou'~ fravsai. o comunque frasi molto conosciute e fortunate.l. genevsqai. K. ma che Galeno ne abbia una conoscenza più dettagliata dimostra il seguito dell’argomentazione: kairo. Nel De usu partium Galeno prende possesso di queste parole e le reindirizza non più contro ignoranti demagoghi à la Cleone. didaskavlou~ tw'n pragmavtwn givgnesqai. come già in Tucidide.n tevcnhn th'~ fuvsew~. Galen.217s.r a]n ei[h moi th/' Qoukudivdou crhvsasqai levxei – aggiunge e. diafevrei dÆ aujtw/'. o{sti~ oujk ejqauvmase th. mh. proprio come nel modello.c. bensì contro coloro che diffidano della tevcnh th'~ fuvsew~: Gal. Us. l. K. sulle quali vengono condotte rielaborazioni contestuali e che vengono sottoposte anche a vere e proprie riscritture. l. tou' mevllonto~ dunato. 6 7 Con v. eij a[llw/ tini. Thuc.366. o anche di facile memorizzazione. h] ajxuvnetov~ ejstin h] ijdiva/ ti aujtw/' diafevrei. hJgei'tai peri.) kai.n.2 touv~ te lovgou~ o{sti~ diamavcetai mh.218s. III 10 Helmreich (3. in tale descrizione si rivela particolarmente fedele all’ipotesto la parte sull’ajxuvneto~.) ajxuvneto~ me.c.

boulovmenoi de. invece. una citazione.n ai{resi~ gegevnhtai kai. ou\sa movnh sfalera. II 62. Thuc. Queste riscritture. XLIX (II 516 Dindorf). oJ fugw. a conferma della derivazione tucididea sta un più ampio e generico riecheggiamento dei concetti che nell’ultimo discorso di Pericle preludono a quella frase9. lo stesso genere di ipotesto viene riportato alla lettera e serve da supporto per l’argomentazione che si sta svolgendo.5 Us. kai. ta\lla eujtucou'si. Nel dare consigli di comportamento agli ammalati. oi|~ me. sono comunque caratterizzate da finalità puramente esornative. 9 Cf. D. pur decurtata e tuttavia esplicita. Aristid. tav te ga. poluvploka tw'n ejnqumhmavtwn schvmata [seq. 98 . II 61 kai. ejstin.719 K. 20 (III 36.3 ijevnai de. oi\mai. fronhvmati movnon. 46 (I 402. med.n to.n oJmovse toi'~ deinoi'~ ijevnai.n oujc uJpavrcei th'~ swthriva~ oJdo. kajkei'na ta. ripresa più volte (specialmente dai retori) per il suo peculiare gioco paronomastico8. 8 Alex. Fig. ta. a[noia polemh'sai: eij dÆ ajnagkai'on h\n h] ei[xanta~ eujqu.3]. e nonostante in Galeno questa peculiarità venga esclusa. Thuc.~. hJ de. Hal. kinduneu'sai.~ toi'~ pevla~ uJpakou'sai h] kinduneuvsanta~ perigenevsqai. ajnagkai'on.r oi|~ me. pollh. tou' Qoukudivdou dravsantav~ ti kai.r fronhvmata yucrovterav ejsti kai.) ojclera. ga. katafronhvmati. th'~ Gorgivou proairevsew~ ma'llon oijkeiovtera. kinduneu'sai – viene supportata dal riecheggiamento di II 62. X 10 (10. h] ouk ejnenovhsen h] ex a[llh~ kataskeuh'~ ajmeivnou~ e[sesqai prosedovkhsen: ijdiva/ dÆ a]n aujtw/' ti diafevroi ktl. toi'~ ejcqroi'~ oJmovse mh. de.Un’altra e più complessa riscrittura si ha in Meth.): ajnagkai'on oi\mai givgnesqai to.r eJtevra me. meirakiwvdh kallwpivsmata th'~ levxew~ kai. kaqevsthken. ajlla. o}~ a]n ta.n ga.22 Spengel). Cf. da Tucidide I 20. pri. che pure mostrano una singolare attenzione al testo di partenza.n xullhfqh'nai dravsantev~ ti kai.2 – a proposito dei tirannicidi. o{sa~ a[meinon uJpavrcein tai'~ cersivn. Thuc. È quest’ultima una frase alquanto celebre. Altre volte. – Rad.~ ejnergeiva~. touvtoi~ ejsti.n kivndunon tou' uJpostavnto~ memptovtero~.

tou' polevmou. logizovmenon). plei'ston tou' genhsomevnou a[risto~ eijkasthv~13.n oujde. con la mediazione esegetica di Plat. Conf. I 122. – Rad.18(/37. tw'n te paracrh'ma diÆ ejlacivsth~ boulh'~ kravtisto~ gnwvmwn kai. Resp. ejn th/' polemiva/ th/' me.] to. givnetai. tw/' dÆ e[rgw/ dediovta~ pareskeuavsqai)12. poluvploko~ kai. Gnom. al fine di dimostrare che diversi sono qumouvmenon e logizovmenon dell’anima (PHP V 7.3 oijkeiva/ ga. 441b-c10).n ej~ aujth.b) Kindstrand. Bas. ai §§ 75-77 e 82. L’excerptum è dal discorso di Archidamo alla vigilia della prima invasione. II 11. n. dusexevlito~ hJ tw`n ejnqumhmavtwn kataskeuh. Si tratta. de. tw'n mellovntwn ejpi. kai. Un altro celebre luogo tucidideo è la descrizione delle qualità intellettive di Temistocle: Thuc. de e{teron ei\nai tou' qumoumevnou to. di un’altra frase stigmatizzata da Dionigi (cf. Thuc.Un primo caso è nel De placitis Hippocratis et Platonis. oiJ logismw/' ejlavcista crwvmenoi qumw/' plei'sta ej~ e[rgon kaqivstantai.503 K.41). La frase è riportata a mo’ di sentenza anche in Schol.3.n gnwvmh/ qarsalevou~ strateuvein. Galeno giudica sufficienti le testimonianze di Omero (u 17. Tucidide e Demostene (21. 16 (I 436.r ta.n trovpon e[cei parÆ aujtw/`. I 138. ou[te promaqw. discorso che non solo in virtù di questa frase si distingue per un tono genericamente sentenzioso: si vedano i §§ 4 (a[dhla ga. tou`ton to.21) Ihm. skolia. 8): Ep.1 (ABFGMc2) proi>vdoi: a[dhla ga. supra.r xunevsei kai.-Max. Dello storico si riporta quanto segue: Thuc. tw'n polevmwn)11 e 5 (crh. 66. come già per Thuc. 12 13 Ps.) ejn oi|~ de.n ou[tÆ ejpimaqwvn. II 62. II ad Amm. aijei.1 Us.7 kai. IV.r ta. 10 11 I testi sono stati citati in precedenza. 504(. 99 .86 [5.

Comune a queste due ultime citazioni è l’ambito di indagine per cui Tucidide viene utilizzato: nel De placitis si parla delle parti dell’anima. skardamuvssein <kai. Tornando a considerare le citazioni dalla peste e il massiccio ricorso di Galeno alla descrizione tucididea di chi.) ajneurivskei hJ fuvsi~ eJwuth/' ta. oi|on to. Epid. w{sper Qoukudivdh~ ejpi. oujk ejk dianoivh~. plei'ston tou' genhsomevnou a[risto~ eijkasthv~.Galeno se ne serve (forse mnemonicamente) per commentare Epidemie VI. o{sa a[lla toiau'ta: eujpaivdeuto~ hJ fuvsi~ eJkou'sa ouj maqou'sa ta. devonta poiei'. mevgista ei\nai cwri.n eij~ aujth.314 L. VI 5.n ou\n oiJ maqovnte~ oJtiou'n mavqhma pepaideu'sqai katÆ ejkei'no.r sunevsei kai. una volta guarito. mentre qui l’argomento è la parte cognitiva della fuvsi~.n ou[te ejpimaqw. possiamo trovare qui conferma del fatto che Tucidide pare aver acquistato credito per argomenti che diremmo “psicologici”.236s. dove si trova teorizzata la natura ouj maqou'sa: Hp.-4. In Hp. K.~ tou' maqei'n.n tw'n te paracrh'ma diÆ ejlacivsth~ boulh'~ kavllisto~ gnwvmwn kai. Gal. veniva còlto da amnesia (Testt.). tw'n mellovntwn ejpi.1.n oujde. ou[te promaqw.~ ejfovdou~.1 Manetti – Roselli (5.> hJ glw'ssa uJpourgei'. 100 . 5.9) Wenkebach – Pfaff (17b.) kalou'ntai me. Epid. VI V 2 (261. tou' Qemistoklevou~ ei\pen: oijkeiva/ ga. th/' fuvsei dÆ uJpavrcei pepaideumevnh/ ta. kai.

). che accoglie ‘cardias’ nel significato di ‘orifizio cardiaco dello stomaco’1. 105s.3 con cor invece dell’“atteso” stomachus (o simili)2. ha concluso che «in all these places the translation ‘heart’ appears to present no special difficulty». i luoghi ippocratici solitamente addotti per sostenere la lettura ‘stomaco’3. kardiva = stovma th`~ gastrov~ ? Per rendersi conto della grande fortuna della tradizione che glossava kardiva con ‘bocca dello stomaco’. ‘cardia’). 205 (s.. supra. 1728 parla espressamente di «mistranslation». VI 1151s. II 49. in maniera indiretta. pp.appendice 2. Commager 1957.75ss. non ci sono altri elementi per affermare in tutta sicurezza che Ippocrate e Tucidide con kardiva intendessero qualcosa di diverso da ciò che la grecità letteraria ha normalmente inteso da sempre. Inde ubi per fauces pectus complerat et ipsum / morbida vis in cor maestum confluxerat aegris. cf. si potrebbe considerare lo stupore dei commentatori lucreziani di fronte alla traduzione della kardiva di Thuc. che contestualizza questa «mistranslation» nelle dinamiche “psicologiche” della traduzione lucreziana. oppure. 100 ha per primo sollevato tale obiezione: collazionando. Page 1953. però.3. infra. nn. A tutt’oggi. 3 Vd. si potrebbe allora considerare il vocabolario medico moderno. Bailey 1947. Accolta solamente da qualche 1 La terminazione ‘-as’ (unitamente – credo – al cambio di genere) è dovuta all’analogia con ‘pancreas’: Cortelazzo-Zolli 1979. oltre a Thuc. 2 Lucr.v. II 49. qualora non si ritenesse sufficiente l’abbondante e diffuso materiale di provenienza lessicografica (vd. 101 . 5 e 6.

L. 105: «The verbs katabaivnein and ejpikatievnai. I 72 (5. especially when symptoms are being recorded. 4 Craik 2001. qualora risulti una connessione tra la kardiva (o le sue affezioni) e l’apparato digerente.2-3) è in accordo serrato con le teorie mediche sui flussi e sugli stanziamenti dei fluidi4. talvolta. la descrizione tucididea del percorso del novso~ all’interno del corpo (II 49. 15 (6. sono sì concordi con alcune importanti menzioni che di essa si fanno negli scritti ippocratici.. Hornblower 1996).) oJkovsai de. 106: «The connection of the kardia with the digestion is apparent in its links. with the explicit a[nwqen ajrxavmenon show that the plague makes its way down through the body in the classic fashion of flux. a[llai ojduvnai ejn twæ' qevrei kata. identità) di questa con lo uJpocovndrion. with the hypochondrion. a proposito del capitolo tucidideo. Aff. Hp. innanzitutto. Per Craik.528 L. Perciò il duplice e contemporaneo riferimento a favrugx e glw'ssa è da intendere come la descrizione dei due differenti canali che il flusso della malattia segue per giungere all’apparato respiratorio e a quello digerente (105s. and the verbs sthrivzein and i{drusqai clearly indicate the classic problem of fixation at trouble spots». 104s. uJpocovndria 102 . 5 Craik 2001. Più recentemente. oJkovsai me. in special modo. posizione e funzione della kardiva. la posizione della kardiva nella descrizione di Tucidide – dopo gli sthvqh e prima della koiliva – riflette la stessa collocazione fisica degli organi considerati.).commentatore tucidideo (Gomme 1956.n koilivhn givnontai. che a sua volta è a rischio di confusione con il diaframma5. th. the area just below the diafragm. vd. infine.n pro. the abdomen». è spesso evidente una strettissima contiguità (tanto da lasciar supporre. Craik 2001 ha portato nuovi argomenti a favore di una semantica del termine più vicina alla consuetudo: si tratta di argomenti che mi sento di condividere e che ritengo di poter integrare. Cf. kakovhqe~.~ ta.) kardivh~ povno~ a{ma uJpocondrivwæ xuntovnwæ kai. Prorrh. kefalalgivhæ. tale obiezione è rimasta senza esito nella maggior parte delle traduzioni dallo storico (con l’eccezione di de Romilly 1962). kaiv ti ajsqmatw'de~.222s. ma non nel senso che l’esegesi antica pretendeva: cioè.

4 (2.84 L. L.n prospevshæ pro. per esempio. I a[rr.~ th. tale zona rimane non bene identificata per motivi palesemente legati allo stato delle conoscenze anatomiche dell’epoca. nonché in Epid.~ th.20 Marx. 5 (2. II 2. in Erasistr.a. o{son trei'~ kotuvla~.). stovma ekpikrouvmenon a[nw farmakivh~ devesqai shmaivnei → Itaque ubi amari ructus cum dolore et gravitate praecordiorum sunt. kai. uJpocovndrion dexiovn. 9 kardiwgmo.) h[lgei de. cf. I a[rr. IV 17 (4.694 L.n h] melivkrhton. Fr.) h]n de. Craik tenta quindi un parallelo e si rifà al latino praecordia.224 L. 12ser.).v. Aph. 107: cf.inoltre. 6 Craik. 1. ma che da Celso pare essere usato con una certa «incoerenza»8: nonostante ne parli soltanto in maniera cursoria. 14 (6.) (che Galeno cita in Test.n kardivhn. ejpipivnonte~ u{dwr yucro. 8 Craik 2001.610 Bendz-Pape]). e che. o{tan kinhqe. 7 ThLL 10. frequenti sono pure i casi di secrezione di sostanza flemmatica oppure – proprio come nella descrizione tucididea – biliare6.). 5) pavscousi de. ad hunc 103 .690 L. e in cui. 106: «The term kardia is used by the Hippocratics in much the same range of senses as the term praecordia is used by Celsus: it is inconsistently an area in front of the heart. do.1 (3.: a continuazione di quanto citato supra. Tard. Davanti a queste evidenze si ricava che kardiva non designa tanto un organo quanto piuttosto un’area del corpo. I a[rr.~ kai.~ piei'n clierovn. anche Epid. 15 (6.506 L. certe cardialgie si mostrano nelle donne anche in Epid. tau'ta mavlista uJpo.64 L. Hp. ejmouvntwn. III a[rr. che solitamente traduce l’ipocondrio7. Ciò che avviene. skotovdino~ kai.) ed Epid. Aff. dolor et gravitas praecordiorum starebbero a tradurre kardiwgmov~9. praecordia): 510 (de notione) e 511 (II in medicina). h] flevgma. or an area in the upper abdomen».~ poievwn. Aur. th. o[xo~ paraceva~. prosivsthtai pro. 2001. II 110 [1.220s. 5 (2. melivkrhton uJdare.). cioè.694 L.1 (5. I 3. Epid.n kardivhn. per il quale si è supposto come fonte Hp. tou' flevgmato~.2 (s. nonostante si riveli un concetto noto alla medicina antica. n. è chiaro che il riferimento della studiosa è specifico alla peregrina scelta lessicale di Cels. 167 Garofalo (= Cael.n kardivhn colh. Al pari di quest’ultimo esempio. ajrcomevnh kardivhn kai.

n koilivhn kau'ma ijscuro. 106. che contribuisce in maniera determinante a rendere incerte e fluttuanti le localizzazioni e persino le denominazioni di tutto ciò di cui molto più facilmente si è potuto avere nozione in epoca posteriore. n. IV 17 (supra. I 35 [ad l. malum11. Marx 1915. mentre ‘alcuni’ vi leggono propriamente ‘cuore’12.C. che è testimonianza esplicita per questa poco usuale pratica di traduzione: Hp. 23ss. dal momento che delle valvole cardiache si ha definitiva conoscenza solo con Erasistrato (cf. 29.n kai. Ma ugualmente non mi sembra neanche che lo stesso Galeno si serva autonomamente del vocabolo kardiva per ‘stomaco’: in tutti i luoghi in cui protinus confugiendum est (vd. kakovn → (ed.677 K. Müller-Rohlfsen) In febribus circa ventrem cauma forte et praecordiorum dolor. supra. Aph.Molto importante diventa dunque lo Hippocrates Latinus “ravennate”10.) ejn toi'si puretoi'si peri.). Mi sembra in ogni caso da escludere che con il termine ‘cuore’ Tucidide e Ippocrate intendessero in senso specifico lo ‘stomaco’. Beccaria 1959 e 1961 (quest’ultimo in particolare per gli Aforismi e per i commenti latini). kardiwgmov~. Vd. Anacronistica sarebbe pure un’eventuale etimologia che si basasse su un’analogia fisiologica dei due organi. Garofalo 1988. anzi si comprende la definizione data da Craik per l’interpretamentum galenico: «anacronistico»13. vd. 10 Per la collocazione culturale del corpus latino di Ippocrate. 104 . di questa imperfezione non si è tenuto conto a sufficienza. 77. IV 65 (4. th.]). n. 11 12 13 Per Aph. la tradizione esegetica in cui Galeno e gli altri testimoni si collocano mostra che. L’aforisma ippocratico è commentato da Galeno (17b. p. 9) la traduzione era invece stomachi morsus. Forse non è casuale che proprio a commento di questo luogo Galeno riferisca per l’unica volta due diverse esegesi: per ‘la maggior parte’ si tratta dello stovma th`~ gastrov~.525 L. Craik 2001.) con l’usuale richiamo all’autorità dei palaioiv. da un certo momento in avanti. Riassumo la complicatissima questione: è l’imperfezione delle conoscenze anatomiche nel V secolo a.

14 Si ricordi. – si può supporre che quest’uso non sia venuto meno (si noti il presente: kalei`tai dev. kradivhn de. 26). 216. tou`to kai. 78. il medico di Pergamo è tuttavia il primo a sottrarsi a quest’uso.x de. de. 299 non c’è accordo fra i traduttori più recenti: Jacques 2002 usa «cardia». lo scolio (581a Geymonat) presenta kardiovwnta dev. Su Th. ma ammette anche l’altra possibilità.n ajracnhventa.r dÆ uJdatovessa dievssuto. oltre tutto. kaiv pote lugmoiv ajnevra kardiovwnta qameiovteroi klonevousi16. 75. 105 . kauvsw/ ceileÆ uJpÆ ajzalevh~ aujaivnetai a[broca divyh~. anche se talvolta – come in Test. Th.n kardivan algou'nta. che nucleo della glossa è la terminologia nosografica (kardiwgmov~.b. e anche per lui la kardiva è il ‘cuore’.n th. 128 n. Al. 299s. h[toi to. e però mancano secondo me prove sufficienti per aggiungerlo in elenco. n. kardialgei'n) e non strettamente quella anatomica (vd. kradivh/ de. oiJ ejn bavro~ i{zei ƒ nu. 580s. kardiwvssein. davcmati dÆ ejmflevgetai kradivh provpan. wJ~ i[smen. riguardo a Th. 338s. krotavfoi~. kardiva). è soltanto Nicandro. 731ss. Invece un accordo tra di loro esiste.n peritevtrofen a[lgo~ gasth. Insomma. a fornire nella propria produzione poetica le uniche testimonianze schiettamente “letterarie” (cioè scevre da un contesto in qualunque accezione esegetico) per un uso ricercato e cosciente di kardiva (e dei suoi derivati) nel senso di ‘organo fenomenicamente correlato alla gasthvr’ (e ai sintomi di essa)15: Nic. 580s. 21) la traduzione «heart». già a conoscenza della glossa. Spatafora 2007. p.ciò accade è perché l’autore sta parlando dell’opinione dei palaioiv e sta riferendo la celebre glossa14. e[meton dÆ ejxhvruge deirh'~ ƒ loigo. per quello che ho trovato. kako. Ibid. giustifica «cuore». p. supra. 15 16 Il frammento di Epicarmo riportato da Fozio e Suda (supra. Nic. 1. peri. n. 35) è indecidibile. Gow e Scholfield 1953 forniscono in tutti i luoghi (anche in Al. ajmfi. Per Al.

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ringraziamenti Grazie a tutti! 118 .