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L’ULTIMO VIAGGIO

dramma in 5 atti e 10 quadri

dall’omonimo racconto

di

Vittorio Angelo Fortunato Maria Bertolini
L’ULTIMO VIAGGIO
dramma in 5 atti e 10 quadri

dall’omonimo racconto

di

Vittorio Angelo Fortunato Maria Bertolini

Personaggi: Età

Sofia 30
Marco 32
Laura 35
Daniele 34
Gianni 29
Il narratore (Gianni dieci anni dopo) 39
Valentin 47
Vivianne 45
Cristina, una viaggiatrice 24
Anna, un’altra viaggiatrice 22
Giambattista, un viaggiatore 35
Il controllore ferroviario 50
La segretaria della Società dei Concerti di Aix 26
Louis Leduc, un impresario musicale 58
Un medico 62
Una prostituta 25
Un sacerdote spagnolo 54
Un tassista 46
Un ispettore di polizia 55
Un agente di polizia 26
Voce di un annunciatore ferroviario

L’azione si svolge ai tempi nostri.
Il I atto è ambientato in casa di Marco a Rovereto;
Il I quadro del II atto è ambientato nella sala d’aspetto della ferrovia di Rovereto;
Il II quadro del II atto è ambientato su un treno;
Il III quadro del II atto è ambientato in casa di Valentin, a Marsiglia;
Il I quadro del III atto è ambientato sull’alto della Calanque di Sormiou a Marsiglia;
Il II quadro del III atto è ambientato a Longchamps, a Marsiglia;
Il I quadro del IV atto è ambientato a Aix-en-Provence;
Il II quadro del IV atto è ambientato ad Avignone;
Il I quadro del V atto è ambientato ai piedi di Notre Dame de la Garde, a Marsiglia;
Il II quadro del V atto è ambientato in casa di Valentin, a Marsiglia.
BREVE PREMESSA DELL’AUTORE

Il dramma L’ULTIMO VIAGGIO, è tratto da un racconto da me scritto con il preciso
intento di sensibilizzare la gente sul tremendo problema dell’anoressia, una malattia
assurda e devastante: assurda per il modo in cui s’ingenera, devastante per gli effetti che
essa ha sulla psiche, ancor prima che sul corpo del malato; una malattia che distrugge
spesso legami profondi e che, di frequente, sfocia in tragedie che finiscono per travolgere
anche chi malato non è.
È sin troppo facile ricercare in questo dramma spunti autobiografici: e, ad esser
pienamente sincero, assai probabilmente, mai avrei toccato un simile tema, se non avessi
dovuto sperimentare su di me il tremendo ed inconsolabile dolore di aver visto
tramontare il mio piú grande sogno d’amore a causa dell’anoressia, che ha stravolto la
mente della donna che amavo, al punto da farle distruggere ogni dialogo tra noi.
Questo dramma vuol essere, dunque, il grido di rabbia di uno sconfitto che non ha saputo
trovare un modo efficace per salvare la donna amata, il grido di chi ha lottato, ma
inutilmente, contro un gigante per abbattere il quale non aveva armi sufficienti; ma
soprattutto vuole essere un segno estremo d’amore per chi non potrà mai apprezzarlo.
Chi dovesse mettere in scena questo testo lo tenga presente: non è una pièce per divertire
il pubblico, ma per farlo riflettere.
Raccomando, infine, come ho sempre tenuto a fare, che vengano rispettate in tutto e per
tutto le indicazioni sceniche, comprese quelle concernenti la “colonna sonora”: non esiste
infatti rispetto parziale per l’autore: o esso è per l’opera nella sua integralità oppure ciò
che viene rappresentato non corrisponde assolutamente alla volontà dell’autore, che è il
solo avente il diritto di modificare, in tutto o in parte, la propria creazione.
È quindi privo di alcun senso mettere in scena un’opera, se ci si ritiene in diritto di
storpiarla; anzi, peggio ancora, è un vero e proprio insulto per lo scrittore.
So che quanto dico non verrà accolto bene da molti registi ed attori, ma sono convinto che
sarebbe assai meglio se i cosiddetti “registi creativi” si creassero ex-novo testi adatti per i
loro spettacoli, senza scomodare altri tradendone poi i testi.
Per quanto riguarda la recitazione, ricordo agli attori quanto già il grande Shakespeare
insegnò (ma purtroppo restando, spesso, inascoltato) nell’Amleto: in altre parole la
recitazione sia naturale e non declamata o sbraitata!
Dedica

Amatissima Anna, a te dedico questo mio dramma con la tristezza profonda di chi
avrebbe dovuto esser tuo sposo e si è visto defraudare di ogni speranza per stolti puntigli
nati da sciocche incomprensioni, alimentate da fantasie malate e da cattivi consigli.
“Chi ha dato, ha dato / Chi ha avuto, ha avuto” dice una canzone napoletana, che tu, da
buona campana, conoscerai di certo, tuttavia io sono trentino e non accetto tale filosofia
mista di fatalismo e di disonestà intellettuale (fatalismo per chi ha dato e si deve
accontentare di un pugno di mosche e disonestà da parte di chi ha preso tutto e poi… chi
s’è visto s’è visto) né ti posso lasciare nell’illusione che per me possa valere quello
“Scordiammoce ‘o passato”: sono uno storico, ho la memoria lunga ed il mio amore è
sincero, immutabile e tenace piú del tuo odio - e questo lo hai già potuto constatare piú
d’una volta.
Né d’altra parte posso venirti incontro nella tua azione dissennata, che altro non è se non
una negazione bella e buona dello Spirito, un’orrenda bestemmia contro cui non vi è
perdono perché, come sta scritto: “Per questo vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà
rimessa agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà rimessa. Se uno dice una
parola contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato. Ma se la dice contro lo Spirito Santo
non vi sarà perdono per lui né in questo secolo né in quello futuro” (Mt. 12, 31-32) ed
ancora: “In verità vi dico che ai figli degli uomini saranno rimessi tutti i peccati, anche le
bestemmie, per quanto abbiano potuto bestemmiare. Ma colui che avrà bestemmiato
contro lo Spirito Santo, non avrà remissione in eterno, ma sarà reo di peccato in eterno”
(Mc. 3, 28-29), e quale bestemmia peggiore esiste contro lo Spirtio, che è Amore e che ha
dimora anche nell’uomo (non fosse per altro che in virtú del Battesimo e della Cresima)
della negazione e dell’uccisione dell’amore stesso? della sua riduzione a mezzo anzicché
alla sua realizzazione come fine?
No, Anna mia, in questo sbaglio io non ti seguirò mai e continuerò a ribadirti il mio amore
incondizionato nella speranza, irragionevole forse sul piano umano, di una tua profonda
conversione, una conversione che ti faccia capire quanto è il male di cui ti stai caricando la
coscienza a causa di questa tua cinica dissennatezza: chi doveva e, nonostante tutto,
vorrebbe ancora essere tuo sposo non può concepire tanto odio verso di te da poterti
vedere nella rovina senza battere ciglio né può essere tanto stolto nel seguirti nella tua
furia nichilistica per condividere con te la morte dell’anima anziché combattere fino in
fondo per condividere invece la vita della stessa.
ATTO PRIMO

INTRODUZIONE

Il sipario chiuso dovrebbe mostrare una veduta del mare e delle Calanques.
A sipario chiuso, sulla sinistra per gli spettatori, voltato con le spalle al pubblico il narratore (Gianni) introduce il dramma.
Musica di scena: Samuel Barber: Adagio per archi op. 11.
Il sipario resti chiuso sino al termine della musica che deve iniziare circa un minuto prima che il Narratore inizi a parlare.
Le luci illuminino il sipario poco a poco come se si passasse lentamente dalla notte al giorno per giungere al massimo della loro intensità nel
momento in cui il Narratore abbia terminato la sua introduzione e si sia lentamente avviato dietro le quinte, mentre la musica termina.

NARRATORE: La salita, che dal Vecchio Porto conduce a Notre-Dame-de-la-Garde, è piuttosto marcata e
lunga; in estate, quando il sole splende con maggior intensità, diventa veramente quasi
un’impresa il percorrerla: infatti, le case che la fiancheggiano sono basse e disposte in
modo tale da non lasciare che brevi tratti all’ombra e, quindi, è di gran sollievo, per chi
transita, il maestrale che spesso soffia.
A circa metà strada, lungo rue Abbé d’Assy, s’apre, sul lato destro per chi sale, un
giardino pubblico intitolato a Pierre Puget, celebre scultore marsigliese, allievo di Pietro
da Cortona. Il giardino è pieno d’alberi delle piú svariate specie: bossi, pini marittimi,
cedri, ecc.; spesso i bambini del vicinato invadono le aree destinate ai giochi, in cui
l’amministrazione ha fatto installare altalene, giostre a spinta ed altre attrezzature simili.
In una piazzola si trova, inoltre, una statua dedicata a Louis Braille, l’inventore del
metodo di scrittura per ciechi, una statua che, qualche anno fa, degli imbecilli hanno
deturpato con sfregi e spruzzi di vernice.
Sul lato opposto della strada, proprio di fronte ai giardini, si erge un grande edificio, in
cui ciechi e sordomuti trovano ospitalità, cura ed istruzione.
Proseguendo lungo il cammino, si giunge ad un bivio: a destra una strada scende verso la
baia, mentre a sinistra continua la salita: ad un certo punto, quasi all’inizio della lunga
scalinata che conduce alla cancellata d’ingresso della basilica, rue Vauvenargues si allaga
in una piazzetta, dalla pianta triangolare, in cui confluiscono, sulla sinistra, altre due
strade. Al centro della piazza, dedicata al colonnello Edon, è posto un cannone, dal nome
“Jeanne d’Arc”, utilizzato, durante la seconda guerra mondiale, dagli alleati per stanare i
nazisti asserragliatisi sulla collina dominata dalla basilica, che reca, ancor oggi, i segni di
quel bombardamento.
Notre-Dame-de-la-Garde è un’opera immensa, un edificio di marmo policromo da cui si
staglia verso il cielo un campanile sormontato da una gigantesca statua rappresentante la
Madonna.
La statua, alta piú di nove metri e pesante quasi dieci tonnellate, è ricoperta da una grossa
lamina d’oro massiccio ed è, per quanto mi consta, di proprietà vaticana: la basilica con il
suo piazzale, infatti, gode dell’extraterritorialità, come si può facilmente desumere dalle
bandiere bianco-gialle con le chiavi di san Pietro issate sulle aste, che si trovano subito
dietro a ciascuno dei cancelli d’accesso alla basilica nonché nel piazzale anteriore
all’edificio.
La grandezza immensa della statua ed il suo enorme valore economico (circa il valore
artistico ho qualche dubbio) mi hanno sempre provocato un senso di disgusto nei
confronti dell’atteggiamento di chi tanto predica la povertà e non sa poi disfarsi di una
statua che, da sola, sarebbe in grado di alleviare la fame a numerosi bambini del terzo, ma
non solo del terzo mondo...
La basilica, eretta, in stile bizantino-marsigliese, verso la metà del XIX secolo su strutture
preesistenti, risalenti all’inizio del XIII secolo, presenta due chiese: la superiore è luminosa
ed addobbata da curiosi ex-voto a forma di nave, quella inferiore invece è decisamente piú
antica, piuttosto oscura ed ospita due enormi vani destinati a studio-confessionale dei
monaci che vi prestano servizio liturgico.
Altre parti dell’edificio sono utilizzate come museo, ristorante e ricovero per i pellegrini.
Sull’esterno, una torretta, posta all’estremità anteriore sinistra (destra per chi guarda) del
piazzale, consente di godere dell’intero paesaggio della città di Marsiglia ed una pietra
circolare, sita al centro della medesima, reca indicazioni precise su ciò che si vede attorno.
Di notte la zona si fa ancor piú silenziosa di quanto non lo sia già di giorno ed alcuni
enormi proiettori concentrano la loro luce sulla gigantesca statua che, come un faro,
risulta visibile anche a grande distanza, fino ai rilievi calanchitici che si estendono oltre
Mazargues e Beuvallon.
Ancor oggi, che il lavoro mi conduce spesso a Marsiglia, non posso far a meno di
rabbrividire davanti a quei luoghi in cui, una decina d’anni fa, si svolse una terribile
tragedia che, per il fatto di aver travolto il mio amico piú caro, mi è rimasta impressa nella
memoria a caratteri indelebili. La logica di tutto? Nessuna, o meglio, la logica spietata del
cuore che, come scrisse Pascal, ha una ragione che differisce completamente dalla
ragionevolezza...

SCENA 1^
(Sofia e Marco)
La scena rappresenta uno studio: al centro una vasta scrivania ingombra di libri e carte, alla sua destra un tavolino con un computer.
Un’ampia biblioteca ingombra tutta la parte di fondo, sulla sinistra una porta ed un pianoforte a fianco del quale un leggio; a destra un a finestra
lascia intravedere un palazzo settecentesco. Sofia è una bella donna di trent’anni, alta circa un metro e sessanta cm, bruna di capelli pallida e
piuttosto magra; Marco ha trentadue anni è biondo, piuttosto robusto, alto circa un metro e ottanta cm. porte barba e baffi ed ha un paio di occhiali.

SOFIA: Non temere: domani pomeriggio sarò qui per le quattro.

MARCO: D’accordo, ma mi raccomando: se non dovessi sentirti bene, chiamami: non mi sento
molto tranquillo: questi sbalzi improvvisi di pressione che hai non mi piacciono affatto e
mi lascia alquanto perplesso il fatto che il medico non ti abbia dato nulla... Non è che mi
vuoi nascondere qualcosa?

SOFIA: Ma come ti vengono in mente idee simili? E che cosa dovrei nasconderti?

MARCO: Invero non lo so, ma c’è qualcosa di strano in te negli ultimi tempi: parli pochissimo, sei
diventata sfuggente...

SOFIA: Te l’ho detto mille e piú volte: finirai per romperti la testa contro la mia: credimi, non devi
sprecare il tuo tempo con me: io t’amo, e proprio per questo ti dico che faresti meglio a
scordarti di me...

MARCO: Questo poi proprio non lo riesco a capire...

SOFIA: Ed è meglio cosí...

MARCO: Ma che diamine! Hai ucciso forse qualcuno?

SOFIA: No, ma potrei forse uccidere te e questo non lo vorrei mai: tu sei l’ultima persona cui
vorrei fare del male: per questo ti ripeto: sarebbe meglio che mi dimenticassi...

MARCO: Proprio non riesco a capirti...

SOFIA: Forse un giorno capirai, per ora ti basti sapere che la mia vita è distrutta e, se tu mi
seguissi, finirei per distruggere pure la tua...

MARCO: Sofia, stai sragionando! E che mai hai commesso per distruggere la tua vita? Hai solo
trent’anni, un lavoro, sia pure precario, ce l’hai, hai un uomo che t’ama piú di se stesso, sei
intelligente, colta, bella: non devi svilirti cosí, senza alcuna ragione: non hai fiducia di chi
t’ama? Pensi forse che se valessi cosí poco come tu dici ti amerei?
Devi imparare a stimarti un po’ piú di quanto tu non faccia...
SOFIA: Ma che ne sai tu? Tu mi ami ed io amo te, ma se sapessi valutarmi realmente, non mi
ameresti piú

MARCO: Questa poi!... E da dove ti salta fuori un’idea simile?

SOFIA: So perché parlo: tu mi hai posta su una sorta di piedistallo e non ti rendi conto di quanto
invece sia scialba la mia persona: oggi per te voglio dir molto, lo so, ma presto le
differenze tra noi finirebbero per aprirti gli occhi: meriti ben altro che non un’insulsa
donna insignificante...

MARCO: E... saresti tu quest’insulsa donna insignificante? Ma non ti rendi conto di ciò che stai
dicendo? Io non so quale sottospecie di idiota ti abbia instillato una cretineria tanto
madornale, ma ti assicuro che si tratta veramente di una scempiaggine priva di qualsiasi
fondamento: in cosa mi dovresti essere “inferiore”? me lo vuoi dire? Oltretutto un
discorso simile fa torto non solo alla tua, ma pure alla mia intelligenza: pensi proprio che
se tu fossi cosí insignificante e scialba, getterei il mio tempo con te? Eppure sai bene
quanto sia selettivo nelle mie amicizie... vuoi che non lo sia nell’amore? Sofia, credimi,
questi tuoi timori non hanno senso, sono frutto, forse, della tua eccessiva sensibilità...

SOFIA: Forse... ma a volte so diventare tanto cattiva che in un solo istante cancello quanto di
buono faccio in mesi: distruggo tutto quanto incontro lungo la mia strada e non so
neppure il perché...

MARCO: Parliamone insieme: vedrai, l’amore riuscirà ad aver ragione di queste angosce che
t’opprimono. Non giudicarmi superficiale, ma sono convinto che tutto sia meno grave di
quanto non ti paia: forse dipende tutto dalle mille preoccupazioni che ti assillano e che ti
impediscono di vedere la possibile realizzazione di ciò che vorresti e ti pare quasi che
tutto ciò che non va, dipenda da te... Certo, mi rendo conto che forse incide anche
l’incertezza del lavoro, cui tieni moltissimo, ma che colpa ne hai tu se non vengono
banditi dei concorsi...

SOFIA: Che non supererei...

MARCO: Che supererai, non appena ci saranno!...
E comunque a riscontro di tante cose che non vanno per il verso giusto, non ti pare che
dovresti tenere in conto anche quelle poche che vanno?
Pensa a chi ti stima, a chi ti ama: credi forse che ciò sia poco?

SOFIA: Il tuo amore è l’unica cosa di cui non dubito, ma proprio questo mi spaventa...

MARCO: E perché?

SOFIA: Potresti restare deluso ed io non vorrei mai che ciò avvenisse...

MARCO: E non avverrà, solo che tu ti ami un pochino di piú.

SOFIA: Sei tanto paziente con me che non mi riesce veramente di capacitarmene: eppure ti ho già
fatto soffrire molto...

MARCO: È vero, ma sapevo che tu agivi solo per amore, perché spinta dai tuoi complessi di
inferiorità, complessi del tutto ingiustificati, ma terribili: ma ero sicuro che le nostre strade
si sarebbero nuovamente intrecciate: sapessi quanto ho pregato affinché si verificasse
quanto ormai pareva impossibile....

SOFIA: (commossa alle lacrime) Marco, non voglio piú che tu soffra per me...
MARCO: Se resterai al mio fianco non ci sarà piú tristezza! Supereremo tutte le difficoltà: le nostre
forze unite saranno moltiplicate dall’amore...

SOFIA: Chissà...

MARCO: Abbi fiducia in me: ti porterò dal nero che ti avvolge al celeste...

SOFIA: Hai troppa fede...

MARCO: Sapessi quanto sono pessimista invece, non diresti ciò: se ho un minimo di fede, ciò lo
devo proprio a te: prima di conoscerti la mia vita era ormai un arido deserto.

SOFIA: Ma cosa ti ha colpito in me? Non riesco proprio a capirlo...

MARCO: Non lo so, so solo che, quando ti vidi per la prima volta in quella squallida sala docenti,
provai tenerezza nel vederti cosí spaesata e provai tanta compassione per te che da
Salerno eri salita sin qui in Trentino per sei misere ore di supplenza: come avresti potuto
sopravvivere con poco piú di seicentomila lire mensili? Sí, provai quasi vergogna di me,
che mi lamentavo per la sede scomoda, pensando a te...
Fu allora che pensai di far quanto potevo per aiutarti e ben presto le tue capacità notevoli,
la tua intelligenza, la tua sensibilità dettero prove tanto grandi che, senza neppure
accorgermene, iniziai a provare per te quanto pensavo di non esser piú in grado di
provare: non avrei mai voluto innamorarmi dopo la terribile delusione di dieci anni fa,
quando venni letteralmente ingannato: avevo perduto completamente la fiducia negli
altri, la fede in Dio, tutto, ma in quel momento sentii in me una voce che mi spingeva a
pregare affinché accadesse un miracolo e se sapessi quante cose successero in quei giorni,
cose strane, al limite dell’incredibile, non ti meraviglieresti piú di nulla, né della mia
pazienza, né del mio amore che, dovesse costarmi la vita, non ti verrà mai meno...

SOFIA: (piangendo) Lo so... lo so...
Marco, vedrai che riuscirò a vincere le mie paure: ce la farò grazie al tuo amore...

MARCO: Su, su, coraggio, Sofia...

SOFIA: (calmandosi) Non è nulla... un giorno capirai...

MARCO: Ma che cos’è che ti pesa cosí? Forse, se ne parlassi, sarebbe meglio: si potrebbe cercare
assieme una soluzione

SOFIA: Non è nulla, t’ho detto... o meglio, è un problema che solo io posso e devo risolvere.

MARCO: Non insisto, non perché sia d’accordo con te: se ci si ama, i problemi vanno affrontati
assieme, ma devi esserne convinta anche tu, altrimenti sembra quasi che io voglia
intromettermi nel tuo animo e fargli violenza...

SOFIA: In realtà, lo so: tu mi leggi nel cuore; tu solo finora ci sei riuscito ed anche i tuoi silenzi, la
tua pazienza mi dimostrano quanto tu mi abbia compreso...

MARCO: Il fatto è che il silenzio ha una sua voce, e quello che tu dici circa il mio silenzio non è altro
che la capacità di ascoltare la voce del tuo silenzio ed il riflettere su esso: forse è proprio in
questo che consiste il prodigio piú grande dell’amore: non necessitare di parole, di gesti,
di nulla per sentire, nel silenzio, la voce dell’anima della persona amata che parla nel
nostro cuore...
SOFIA: Quest’estate, quando ero a Salerno e tu te ne stavi qui in preda all’ansia, non puoi
neppure immaginarti quante volte avrei voluto chiamarti, ma non ho osato farlo, dopo che
ti avevo trattato tanto ingiustamente...

MARCO: Non ritorniamo piú sull’argomento: è già tutto dimenticato...

SOFIA: Sapessi quante volte, guardando l’andirivieni delle onde, mi sono ricordata di quella tua
frase: “Sarò sempre al tuo fianco, sarò nelle onde che ti lambiranno, nell’aria che
respirerai, sarò lí a sorreggerti nella tua angoscia...”. Già: nell’angoscia, nella mia paura di
trascinarti nel mio fallimento....
E tu eri veramente lí, avvertivo la tua presenza e ti sentivo parlarmi, ma non avrei mai
osato ricontattarti, ma il destino...
Non forzare la sorte Marco: sarò la tua rovina e tu lo sai già e nondimeno...

MARCO: Nondimeno, ti amo. Ma tu non sarai la mia rovina, sarai invece la mia luce; e se le
difficoltà ora sembrano molte, diverranno via via minori perché il vero amore ha una
forza cui non è possibile resistere, esso non conosce ostacoli che non sappia affrontare,
esso... (suonano al campanello) Chi sarà?

SOFIA: Probabilmente sarà Laura: l’ho sentita ieri per telefono e le ho chiesto di passarmi a
prendere.
MARCO:
Scusami, vado ad aprire (esce).

SCENA 2^
(Sofia sola)
Sofia raccoglie alcuni fogli dalla scrivania di Marco, poi si infila un cappottino blu scuro con rivestimento interno di tessuto scozzese.

SOFIA: Mio Dio, come farò? Possibile che non riesca a capire che io sarò la sua rovina? Non ha
già sofferto abbastanza per colpa mia? Perché deve sprecare i suoi talenti per un
fallimento come me? Non vede che non posso competere con lui? Non vede quanto poco
vi sia di buono in me, quanto poco vi sia di positivo?
E poi, fossi almeno bella, ma sono orribile...
Devo assolutamente fare qualcosa... (si guarda in uno specchio)
Ma come farò a piacergli?
E se poi dovesse accorgersi che sono veramente un orrendo scherzo della natura, una
donna scialba ed insignificante? Se dovesse finalmente aprire gli occhi? No, non ho ucciso
nessuno, ma continuo ad uccidere lui con la mia stessa presenza...
Sarò costretta... (si sentono dei rumori venire da dietro la porta da cui è uscito Marco).

SCENA 3^
(Sofia, Laura e Marco)
Si apre la porta ed entrano Laura e Marco.
Laura è una donna di 35 anni minuta, bruna di capelli e piuttosto bassa di statura.

LAURA: Sofia, come stai? Era veramente un pezzo che non ci vedevamo!

SOFIA: Ciao, Laura. Sono contenta di vederti.

LAURA: Anch’io... ma dimmi, come vanno le cose con Marco? Lui non parla: pensa che mi ha detto
solo che sei fantastica...

SOFIA: È il solito esagerato...

MARCO: Non ho fatto altro che dire il vero, peccato che tu non riesca a convincertene...

SOFIA: Finirai per ricrederti...

LAURA: Beh, se penso ad un paio di anni fa...
MARCO: Già... molte cose sono cambiate da allora, ma, per fortuna, ora tutto volge al meglio... e
molto lo dobbiamo a te.

LAURA: Sciocchezze: non ho fatto altro che aprirvi gli occhi: era veramente una cosa terribile
sapere che vi amavate, ma che nessuno dei due aveva il coraggio di aprirsi all’altro:
qualsiasi amica avrebbe fatto quello che ho fatto io: è cosi bello sapere che due persone si
amano veramente, ed è cosí raro che ciò avvenga che solo una persona senza sensibilità,
trovandosi nelle mie condizioni, avrebbe taciuto...

SOFIA: (tra sé) Eppure, forse sarebbe stato meglio per tutti se mai ti avessi confessato del mio
amore per Marco e tutto fosse finito lí...

MARCO: Laura, se hai un attimo di pazienza, ti cerco le fotografie di quando eravamo a Pieve...
(si mette a cercare in un cassetto della scrivania)

LAURA: (a Sofia) Che cosa mi racconti di nuovo?

SOFIA: Ma... avrei molte cose da dirti, però è meglio se ne parliamo piú tardi...

LAURA: Eh, quanti misteri...

SOFIA: (sottovoce a Laura) Non voglio che Marco ci senta...

LAURA: (sottovoce a Sofia) C’è qualcosa che non va tra voi due?

SOFIA: (sottovoce a Laura) Non proprio, ma si tratta di una questione molto delicata...

LAURA: (sottovoce a Sofia) Ho capito... ne parleremo piú tardi...

MARCO: (dopo aver trovato un album di fotografie) Eccole!... ma cos’avete voi due da confabulare?

LAURA: Top secret! (con aria scherzosa) Si parlava di avventure galanti...

MARCO: Ah! Dunque il segreto è sacro e inviolabile!...

SOFIA: (tra sé) Mi fa tanta pena...

LAURA: (prendendo l’album dalle mani di Marco) Vediamo... Ah, guarda qui Sandrino!
Ti ricordi com’era ridicolo? In compenso era un ragazzino molto buono d’animo... (mostra
la fotografia a Sofia)

SOFIA: (guarda la fotografia) Sí, lo ricordo, ma non era uno dei miei alunni: studiava inglese con
Lorenza...

LAURA: Che classi avevi?

SOFIA: La seconda a Pieve... nell’altra scuola non mi ricordo...

MARCO: Usciamo a prendere qualcosa?

LAURA: Volentieri... Puoi lasciami le fotografie per qualche giorno?

MARCO: Tutte, tranne quelle scattate a Salerno...

LAURA: Io intendevo quelle di Pieve!

MARCO: Senza alcun problema.
LAURA: (scherzando) È sulle fotografie di Salerno che cade il divieto!

MARCO: Di quelle in effetti sono gelosissimo: è come se temessi che, perse quelle, potrei trovarmi
un giorno senza piú nessuna immagine di Sofia...

LAURA: Ma s’è qui in carne ed ossa!

MARCO: (con un sorriso velato dalla malinconia) Sí, ma sai, dopo tutto quello che ho sofferto, ho sempre il
timore di perderla e di trovarmi senza alcun altro segno di lei...

SOFIA: (tra sé) Costui mi legge nel cuore...

LAURA: Su, su, che razza di discorsi fai? Andiamo a prendere un buon gelato e lasciamo da parte
le malinconie! (apre la porta ed esce seguita da Sofia)

MARCO: (uscendo) Hai ragione, ma la malinconia... (chiude la porta dietro di sé)

Musica di scena: J. S. Bach adagio ma non tanto dalla Sonata per violino e cembalo in Mi maggiore BWV 1016
Durante l’esecuzione del brano, la scena resti a luci spente.

SCENA 4^

(Gianni e Marco)
Al termine del brano ci si ritrova nella medesima stanza delle prime tre scene; è passata una giornata, Gianni e Marco sono al lavoro: il computer è
acceso e Marco sta immettendovi dei dati, Gianni sta riordinando alcuni fogli manoscritti.
Gianni ha 29 anni, è piuttosto robusto, è alto circa un metro e 70 cm, ha pochi capelli neri e corti, porta barba a pizzo e baffi ed ha un paio di occhiali
dalle lenti tonde alla Schubert. Dalla finestra si può intravedere che piove a dirotto.

GIANNI: Che tempaccio cane! Ieri, a Bologna, tirava un vento tremendo: ti assicuro che farsi tutta
via Indipendenza con questo freddo e col vento per giunta non è assolutamente piacevole.

Ne sono convinto: dopo quattro anni di freddo patito d’inverno e di caldo soffocante in
MARCO: estate in quella dannata città, penso di aver accumulato un’esperienza sufficiente...

È parecchio che non scendi piú a Bologna...
GIANNI:
Abbastanza, ma penso che chiederò un paio di giorni di permesso perché devo andare a
MARCO: farmi fare un microfilm di una partitura che, a quanto pare, non sei stato capace di
trovare...

Intendi quella sonata di Cazzati? Se è per quello, ti assicuro che ho fatto il possibile, ma
GIANNI: quel tanghero del bibliotecario...

Lo so, lo so... appunto per questo è meglio che scenda io. Invece, tu dovresti, quando hai
MARCO: un momento di tempo cercare nella biblioteca del Conservatorio di Venezia se ti riesce di
scovare quei due documenti a cui accennava l’altro giorno Pietro...

Già messo in preventivo il viaggio per venerdí!
GIANNI:
Perfetto! (riprende a trascrivere dati nel computer)
MARCO:
(legge alcune righe da un foglio, poi, d’un tratto, s’interrompe) Scusa, puoi interrompere per un
GIANNI: attimo? Non riesco a capire cosa c’è scritto...

MARCO: (prende in mano il foglio che Gianni gli porge) Fa’ vedere... (scorre lo scritto con lo sguardo) Ma... dov’è
il punto che non riesci a decifrare?
GIANNI: (indica a Marco qualcosa sul foglio) Qui.

MARCO: (cercando di decifrare) Sopra.... sopra... la dominante! Almeno...

GIANNI: Ma Sofia?

MARCO: Dovrebbe esser già arrivata da mezz’ora. Strano: di solito è puntualissima.

GIANNI: Non le sarà mica successo qualcosa?

MARCO: Ti confesso che non sono per nulla tranquillo. Negli ultimi tempi ho notato degli strani
sbalzi umorali collegati alla sua pressione: cade in improvvise crisi depressive e non mi
riesce ancora di comprendere da che cosa dipendano...

GIANNI: Mi sono accorto che parla molto poco...

MARCO: E mangia pochissimo, cosa che mi insospettisce...

GIANNI: Non ti riesce di portarla da un medico?

MARCO: Macché! È una testarda pazzesca!

GIANNI: (dopo alcuni istanti di silenzio) Ed ora?

MARCO: Cosa c’è?

GIANNI: Come proseguiamo? Qui c’è un’intera pagina in teutonico!

MARCO: Interrompiamo finché non arriva Sofia!

GIANNI: Ma non sarebbe meglio se provassi a telefonarle per sapere se è in strada?

MARCO: Sí, hai ragione, tanto piú che non stacca mai il cellulare...

GIANNI: E che il tempo stringe: non aspetti Daniele per le sei?

MARCO: Oh, porco Giuda! Non me lo ricordavo! Dobbiamo sbrigarci allora! Vado immediatamente
a telefonarle. (esce)

SCENA 5^

(Gianni solo)

GIANNI: Non l’ho mai visto cosí preso da un sentimento: questa volta è veramente innamorato!
Speriamo solo che non sia un’altra fregatura: dieci anni ci ha messo per guarire dalla
precedente! E sapeva che era stato ingannato! Ma amava ancora ciò che quella vigliacca di
Luisa aveva finto di essere, pur disprezzando la donna reale!
È tanto strano quest’uomo: ha grandi capacità, ma basta un nulla per abbatterlo e, solitario
come è, gli riesce alquanto difficile allacciare amicizie, avere quel minimo di conforto che
può derivare da una parola amica: ho già visto come vanno le cose a questo mondo: finché
tutto va bene, tutti ti sono vicini, quando poi sei nel bel mezzo di una tempesta si
dileguano tutti! Non è stato forse cosí anche allora? Tutti gli amici gli hanno voltato le
spalle o, peggio ancora, lo hanno pure calunniato! Tutti, tranne io! Bell’affare...
Ma speriamo in bene, anche se gli alti e bassi di Sofia non mi convincono proprio per
nulla: mi sbaglierò, ma quella ragazza, che pure è buonissima, è un’eterna indecisa e non
sa assumersi le proprie responsabilità: sembra quasi che giochi al gatto ed al topo con
Marco, che, cieco d’amore, non riesce neppure a ribellarsi.
(prende in mano alcuni fogli e li osserva per un po’) Come si farà mai a chiamare lingua un simile
assemblaggio di abbaiamenti, ululate e ringhiate? Per forza Beethoven è diventato sordo:
come avrebbe mai potuto un orecchio tanto musicale quanto il suo sopportare un
linguaggio tanto oscenamente rozzo?

SCENA 6^

(Marco e Gianni)
Marco entra lentamente nella stanza, è pallidissimo, si avvia silenziosamente verso il computer e lo spegne senza dir parola. Gianni guarda quello
che l’amico sta facendo senza far alcuna domanda. All’improvviso Marco, dopo essersi seduto, s’accascia sulla scrivania.

MARCO: (tra sé e con le parole soffocate dal piano) Perché? Perché?

GIANNI: (tra sé) Che diavolo sarà successo?

MARCO: (tra sé e con le parole soffocate dal piano) Perché? Cosa dovevo pagarti, mio Dio, per aver una
simile punizione?

GIANNI: (tra sé) Non sarà mica capitato qualcosa a Sofia? (forte a Marco) C’è qualcosa che non va?

MARCO: (con amarezza) No, va tutto benissimo; meglio di cosí non potrebbe andare... e sei pure tanto
idiota da chiedermelo...

GIANNI: Tante grazie! (tra sé) Qui è successo qualcosa di grave...

MARCO: (con amarezza) Tutto precipita e lui mi chiede se è successo qualcosa... no, non temere non è
successo nulla per te, nulla per nessuno: il mondo continua la sua inutile esistenza, stai
tranquillo: l’indifferenza che pesa su tutti noi stenderà l’ennesimo velo sugli occhi accecati
dei beati... idioti!

GIANNI: (tra sé) Non è in sé: vaneggia! (forte a Marco) E Sofia?

MARCO: (con amarezza) Sofia? Che ne sai tu di Sofia?

GIANNI: Nulla; ma volevo sapere se...

MARCO: (con amarezza) No, no! Stai tranquillo non verrà: puoi prendere le tue cianfrusaglie ed
andartene quando vuoi!

GIANNI: Ma ce l’hai con me? Ti ho fatto qualcosa?

MARCO: (con amarezza) No, non mi hai fatto nulla! Nessuno ha fatto nulla... nessuno!

GIANNI: (tra sé) Meglio lasciar perdere: non ragiona... (suonano alla porta e Marco non si scuote) Non senti
che suonano?

MARCO: Ci penserà mia madre ad aprire!

GIANNI: Ma si può sapere cosa ti è preso?

MARCO: Scusa, ma non ho voglia di parlare...

SCENA 7^

(Daniele, Gianni e Marco)
Daniele è un uomo di 34 anni, di statura media, capelli lisci e scuri , porta i baffi ed un paio di occhiali. È vestito con un cappotto blu. Con la mano
destra porta un violino nella sua custodia nera. Entrato nella stanza, introdotto dall’esterno da una donna sulla sessantina, depone il violino su una
sedia.

DANIELE: Buongiorno a tutti...
GIANNI: (fa cenno a Daniele di frenare l’entusiasmo e gli dice, sottovoce, quanto segue ) Daniele, Marco non è
dell’umore adatto all’entusiasmo: meglio se lasci perdere...

DANIELE: (ignorando le parole di Gianni e con fare misterioso, estrae una busta giallastra dalla tasca interna del
cappotto, poi, con aria trionfale:) Gliel’abbiamo fatta! In luglio andremo a Aix-en-Provence per
un concerto e poi saremo in tournée a Tolone, Marsiglia, Arles, Monpellier, Nîmes, Sète,
Avignone Narbona, per terminare, infine, con una seconda esecuzione a Marsiglia ! (non
ricevendo alcuna risposta da Marco, dopo un po’ di silenzio, Daniele riprende) Beh? Non dici nulla?
(volge uno sguardo interrogativo a Gianni e gli chiede sottovoce) Ma che ha?

GIANNI: (sottovoce) Te l’avevo detto che non era dell’umore gisto!

MARCO: (ignorando completamente i presenti, s’alza e se ne va borbottando tra sé quanto segue) Al diavolo tutto!
Non mi va di restare chiuso qui dentro un istante di piú: l’aria di questa stanza, di questo
mondo infame odora solo di morte! (esce)

SCENA 8^

(Daniele e Gianni)

GIANNI: Perfetto! Se n’è andato e ci ha lasciati qui come due idioti!

DANIELE: Ma cosa gli è successo?

GIANNI: Credimi, ma non lo so: temo che ci siano problemi con Sofia, ma di piú, onestamente non
so dirti...

DANIELE: Hanno litigato?

GIANNI: Non credo, temo piuttosto che si tratti di problemi di salute: per ciò che so Sofia non sta
molto bene: ha paurosi sbalzi di pressione... ma, se devo esser pienamente sincero, per me
ha anche qualche ingranaggio poco oliato...

DANIELE: Cosa vuoi dire?

GIANNI: Voglio dire che è lunatica in modo incredibile: di punto in bianco si fa prendere dall’ansia
e diviene intrattabile... non riesco a capirla...

DANIELE: Ma... le donne sono sempre un po’ balorde...

GIANNI: Oggi doveva venire qui per tradurre alcune pagine, ma, non vedendola arrivare, Marco
ha pensato bene di telefonarle: non so che cosa si siano detti, so solo che non appena
Marco è rientrato nella stanza ha cominciato a piangere ed a farneticare...

DANIELE: Allora avranno litigato...

GIANNI: Mi pare impossibile: non hanno mai avuto uno screzio: Marco è innamoratissimo di Sofia
e viceversa: d’accordo che lei è stramba, ma...

DANIELE: Allora dev’essere successo qualcosa a Sofia...

GIANNI: Guarda, è perfettamente inutile star qui a formulare ipotesi; il fatto è un altro: Marco ci ha
piantati qui e non penso che tornerà presto: mi pareva troppo sconvolto, e quando cade in
crisi quello lí scompare...

DANIELE: Beh, resterò qui un po’ ad aspettare, poi, se proprio non tornasse, tra mezz’oretta, me ne
andrò a casa.
GIANNI: Se attendi un poco, termino di trascrivere questa pagina e t’accompagno io.

DANIELE: Ti ringrazio... Certo che non ha neppure ascoltato quanto gli dicevo...

GIANNI: Non prendertela, c’è tempo...

DANIELE: Ci mancherebbe altro...

Mentre Daniele e Gianni stanno parlando il sipario cala lentamente. Musica di scena T. Albinoni, adagio dal concerto per oboe in re min op. 9, 2.

FINE ATTO I^
ATTO SECONDO

introduzione

A sipario chiuso, sulla sinistra per gli spettatori, voltato con le spalle al pubblico il narratore (Gianni) introduce il secondo atto.
Musica di scena: Jan Sibelius: Valse triste.
Il sipario resti chiuso sino al termine della musica.

NARRATORE: I mesi passavano, ma il dolore non s’attenuava: anzi, sembrava quasi che proprio col
tempo esso diventasse maggiore: non c’è nulla che uccida crudelmente quanto il silenzio...
e solo il silenzio riempiva ormai il cuore di Marco: inutili si erano rivelati i miei tentativi
di fargli coraggio: ogni mia parola diventava come un getto di acido su una piaga che non
voleva rimarginarsi.
Avevo cercato di comprendere razionalmente che cosa avesse provocato la rottura tra
Sofia e Marco, ma le mie indagini non erano approdate a nulla, a nulla di razionale
almeno...
Confesso apertamente che ero piuttosto scosso: conoscevo Marco da quando eravamo
ragazzini, un’amicizia profonda ci univa da parecchi anni e quindi conoscevo quanto seri
fossero i suoi sentimenti, conoscevo la sua tristezza invincibile, sapevo, sin troppo bene, le
ragioni di quel suo pessimismo lucido ed implacabile, acuito di continuo dall’esperienza,
sempre vissuta sotto il vaglio di un’acuta e spietata logica.
L’incontro con Sofia era stato per lui un rinascere dopo anni di sofferenze, un trovare uno
scopo alla sua vita, per realizzare il quale, non aveva esitato neanche davanti a rinunce
estremamente dolorose; quella piccola donna campana, cosí ombrosa e difficile a capirsi,
aveva, in altre parole, schiuso uno spiraglio di luce in quello che lui definiva “il grigiore
squallido di un’esistenza senza alcun senso”...
Tutto poteva, infatti, immaginarsi tranne un fatto simile, non perché cose di questa natura
non siano, ahimè, sin troppo frequenti, ma perché nulla poteva far presagire un evento del
genere o dare ad esso una qualche plausibilità...
Forse però, a ben guardare le cose, è persino sbagliato parlare di rottura... quanto meno
non si trattava di una rottura “ordinaria”: tra i due non era assolutamente cessato l’amore,
non erano intervenute liti né incomprensioni, non vi erano stati terzi che avessero
guastato i loro rapporti... o meglio, un terzo incomodo c’era, ma non si trattava di una
persona, bensí di una malattia tremenda che non lascia molti margini di speranza per chi
ne viene travolto: l’anoressia!...
All’epoca, però, io non ne sapevo ancora nulla, e cosí, non appena seppi della rottura,
ebbi parole ben poco benevole verso Sofia... Quando poi compresi di che si trattava, era
ormai troppo tardi per essere d’aiuto a Sofia e, di conseguenza, a Marco...
Nei mesi che seguirono a quel triste pomeriggio, Marco parve spegnersi poco a poco: era
svanita in lui qualsiasi traccia d’entusiasmo e, pur continuando a portar avanti i propri
lavori (era, infatti, un lavoratore infaticabile), non lo faceva piú con quello spirito, con
quell’energia, che erano sempre state, anche nei momenti piú bui, sue caratteristiche; assai
spesso, anzi, interrompeva il lavoro per ritirarsi in tristissime meditazioni; altre volte, era
distratto e pareva quasi pensasse a qualcosa d’irreale; non di rado, scoppiava in pianti
improvvisi e, benché non emettesse neppure un gemito, gli occhi gli si riempivano di
lacrime. Infine, fu pure ricoverato all’ospedale in seguito ad una seria crisi ipertensiva e le
analisi, condotte durante la degenza, misero in luce un quadro clinico preoccupante: il
dispiacere gli aveva letteralmente sconquassato il fegato ed aveva
danneggiato, abbastanza seriamente, il cuore ed un rene.
La diagnosi dovette arrendersi davanti alla psico-somaticità delle cause e, di conseguenza,
la terapia si limitò a provocare un ribasso della pressione arteriosa, onde impedire il
prodursi di danni ulteriori al suo organismo. Ma, come si sa bene, in questi casi, la cura
risulta efficace solo per un lasso breve di tempo (in pratica fino a quando il fisico non si
assuefà al medicinale), dopo di che, la pressione riprende a salire con conseguenze ben
prevedibili....
Arrivò, infine, l’estate: Marco era sempre piú mesto, la pressione aveva ripreso a produrre
valori elevati ed altri disturbi fisici avevano fatto la loro comparsa; in compenso, Sofia non
si era piú fatta viva: era stata informata del ricovero di Marco, ma non aveva saputo
trovare il coraggio di riapparire neppure in quel frangente!...
SCENA 1^
(Sofia e Laura - Voce dell’annunciatore ferroviario)
La scena rappresenta l’interno di una sala d’aspetto ferroviaria.
È un’assolata giornata d’inizio estate; Sofia è in attesa di partire per ritornare al sud; ha due valigie. Laura è in sua compagnia, ma per un po’
sembra che tra le due non vi sia alcun dialogo.

LAURA: No, mi spiace proprio, ma non posso giustificarti: non ti rendi conto che Marco sta
letteralmente spegnandosi per te?

SOFIA: Non ho voglia di parlarne..

LAURA: Ma dovrai pure ascoltarmi una buona volta!

SOFIA: Uffa!...

LAURA: Ma che diamine ti ha fatto di male per meritarsi un simile atteggiamento da parte tua?

SOFIA: Non è qui il problema: sono cose che non puoi comprendere...

LAURA: Io comprendo solo questo: l’hai lasciato senza alcun motivo, dici di amarlo, lui ti ama al
punto da morire per questo tuo silenzio e tu ti ostini a questo tuo atteggiamento che non
provoca altro che dolore a te ed a lui!

SOFIA: E che ne sai tu? Chi ti dice che io non faccia cosí proprio per amore?

LAURA: Ah! Bella razza di amore: lui che viene ricoverato all’ospedale per causa tua e tu che
neppure gli telefoni, neanche fosse un cane rognoso!

SOFIA: (stizzita) Possiamo cambiare argomento?

LAURA: Ma sí, continua a fuggire, a fare come gli struzzi, a nascondere la testa sotto terra... ma
intanto lui si spegne per te...

SOFIA: (tra sé) Uffa, che noia! Questa è una vera tortura!

LAURA: (dopo una lunga pausa) E cosí te ne ritorni al sud...

SOFIA: Già! Ed era ora: quest’anno è stato veramente stancante...

LAURA: E te ne vai senza alcun rimpianto?

SOFIA: Lo sai bene che non sono felice! Perché mi tormenti con queste domande?

LAURA: Tormentarti? Forse è la tua coscienza che si ribella a quanto stai facendo!

SOFIA: Sarebbe stato peggio se non avessi agito cosí!

LAURA: Peggio di cosí? E per chi?

SOFIA: Non puoi capire... Lasciamo perdere!

LAURA: Va bene; ma ricordati che non esiste delitto maggiore di quello di uccidere l’amore!...

SOFIA: L’avrei ucciso comunque e con peggiori sofferenze: io non posso che dar dolore!

LAURA: (continuando) ... speriamo solo che tu non debba mai pentirti un giorno di questa tua
decisione: amica mia, di Marco ne hai trovato uno, non illuderti di trovarne molti altri!
SOFIA: Ma pensi proprio che sia tanto sciocca da non aver capito sin troppo bene che con lui ho
perso l’occasione della mia vita?

LAURA: Bah... non si direbbe proprio da come ti comporti...

SOFIA: Ora Marco soffre, ma presto sarà ben piú felice di quanto sarebbe mai stato con me!

LAURA: Ne sei proprio cosí sicura? Non sai che da quando te ne sei andata non scrive piú? Non
ti è bastato che sia finito all’ospedale? Quale altre prove vuoi del suo amore? Vuoi forse
vederlo morto? Guarda che non è molto che l’ho visto e ti posso giurare su quanto ho di
piú sacro che è diventato l’ombra di se stesso: non ha piú nessun entusiasmo e, se devo
dirti la mia spassionata opinione, non so fino a quando reggerà!

SOFIA: Non posso farci nulla!...

LAURA: Nulla?! Ma cos’hai al posto del cuore? un pezzo di ghiaccio?

SOFIA: A che dargli nuove illusioni? A farlo soffrire di nuovo? Merita ben altro che me!
E poi, con che coraggio potrei ripresentarmi a lui? E credi proprio che Marco sarebbe tanto
cretino da fidarsi ancora di me?

LAURA: No, cretino non lo è; innamorato sí! Ed in che modo egli ti ami tu sola non l’hai ancora
capito!...

SOFIA: Lasciamo perdere...

LAURA: D’accordo... (dopo una breve pausa) E pensare che qui... ma... lasciamo perdere... Già, come
vuoi... (estrae dalla borsa un plico di fogli)
Desidererei solo che leggessi queste pagine che Marco mi ha inviato l’altro giorno... Sono
le sue ultime poesie: leggile, quando sarai sul treno e... rifletti...

SOFIA: (prende il plico che le porge Laura e lo mette nella sua borsa) Grazie.

VOCE: (da un altoparlante si sente la voce di un ferroviere annunciare) Il treno rapido delle quattordici e
trenta proveniente da Bolzano per Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Salerno,
Reggio Calabria è in arrivo sul binario due; prima classe in testa; in coda servizio
trasporto biciclette. Sono ammessi soltanto viaggiatori in possesso di supplemento.
(avviandosi )

SOFIA: È ora!

LAURA: (prende una delle due valigie di Sofia) Ti accompagno al treno

SOFIA: (uscendo, seguita da Laura) Grazie...

SCENA 2^

(Marco, Gianni e Daniele - Voce dell’annunciatore ferroviario)
La scena rappresenta lo scompartimento a sei posti di un treno.
È luglio ed è in corso un temporale.
Musica di scena: E. Grieg: Prélude dalla suite per archi “Fra Holbergs Tid” op. 40
Daniele è accomodato nello scompartimento vuoto. Sulla retina portabagagli una valigia, un borsone ed un violino nella sua custodia fissato alla
retina con delle cordicelle. Daniele sta leggendo e, di tanto in tanto, guarda dal finestrino.
Il treno è in movimento. Al termine della musica si senta il cigolio dei freni del convoglio.
VOCE: (da fuori) Rovereto, stazione di Rovereto.

DANIELE: (tra sé) Dovrebbero arrivare...

GIANNI: (affacciandosi allo sportellino del compartimento) Ciao Daniele! (rivolto a Marco che lo segue) Qui
Marco. (entrano con un paio di valigie ed un borsone).

DANIELE: (mentre Gianni e Marco si accomodano Marco di fronte a Daniele e Gianni al suo lato) Ciao... Visto che
razza di tempaccio?

GIANNI: Taci: guarda che razza di fradiciume abbiamo addosso!

DANIELE: Vedo... e tu Marco? Come stai?

MARCO: (senza il benché minimo entusiasmo) Domanda inutile...

DANIELE: (tra sé) L’ideale per iniziare una tournée!

GIANNI: (mentre riparte il treno) Si parte! (Marco guarda fuori dal finestrino come se fosse completamente estraniato e
Gianni soggiunge a bassa voce a Daniele:) Non va proprio! Ho un brutto presentimento: questo
viaggio comincia proprio male!

DANIELE: (piano a Gianni) Temo anch’io: forse sarebbe meglio se disdicessimo tutto.

GIANNI: (sempre piano a Daniele) Ieri era talmente abbattuto che non mi è riuscito di tirargli di bocca
se non una frase che non mi è piaciuta per niente...

DANIELE: (sempre piano a Gianni) Cioè?

GIANNI: (sempre piano a Daniele) In poche parole mi ha detto che questo sarà il suo ultimo viaggio...
Non vorrei che avesse strane idee in testa...

DANIELE: (sempre piano a Gianni) Bisognerà essere molto pazienti... poi a Marsiglia, con Valentin ci sarà
un ulteriore sostegno, vedrai: è una persona squisita....

GIANNI: (sempre piano a Daniele) Sí, ma riuscirà a sopportare lo stress dei concerti?

DANIELE: (sempre piano a Gianni) Questa è la mia vera paura: non vorrei che se qualcosa andasse
storto, Marco finisse poi per crollare dal tutto... (mentre i due continuano a confabulare, musica di
scena: E. Grieg: Rigaudon dalla suite per archi di cui sopra. Al termine della musica il treno si ferma nella
stazione di Verona Porta Nuova).
SCENA 3 ^

(Detti, Cristina, Anna <due viaggiatrici> e Giambattista <un viaggiatore>)

CRISTINA: (da fuori ad Anna) Anna, qui ci sono dei posti liberi!

GIANNI: (tra sé) Fine della tranquillità!

DANIELE: (tra sé) Avessimo tirato le tendine, sarebbero andate oltre!

MARCO: (tra sé) Ed ora dovrò pure sopportare il loro starnazzare!

CRISTINA: (entrando ne compartimento con una cartella, seguita da Anna che pure ha una specie di cartella) Sono
liberi, vero? Bene, bene... non piú... (Anna si siede di fianco a Marco e Cristina a fianco di Anna, verso
l’uscita).
MARCO:
(tra sé) Anche fosse stato occupato l’intero compartimento, non avrebbe fatto gran
differenza.
ANNA:
(ridendo) Che buffo...
CRISTINA:
Cosa?
ANNA:
Ma... è passato uno strano tipo con una ridicola maglietta... Assomigliava quasi a quel
cretino del fratello di Luca...
CRISTINA:
(ridendo ed ingrossando la voce come per imitare un uomo) Permettetemi di correggervi: non si dice
vàluta, ma valúta... ma come suona male quel pleonasmo a me mi... dà veramente
fastidio... (ride)
DANIELE:
(tra sé) Ho capito: due oche!
MARCO:
(tra sé) Ma proprio qui doveva sedersi questa stupida?
ANNA:
(a Gianni) Che strani occhiali hai.
GIANNI:
Scusi signorina, sta parlando con me?
ANNA:
(ridendo e imitando Gianni) Scusi signorina, sta parlando con me?... (sempre ridendo) Che buffo...
GIANNI:
Scusi, ma non mi pareva di essere cosí ridicolo come dice lei...
ANNA:
Non ti sarai mica offeso? È che è cosí sciocco che tu mi dia del lei...
MARCO:
(tra sé) Stomachevole!
GIANNI:
A dire il vero mi pareva solo di essere educato: non sono abituato a dar del tu a chi non
conosco...
CRISTINA:
Vecchiume...
GIANNI:
Non sapevo che l’educazione invecchiasse..
GIAMBATTISTA:
(entrando nello scompartimento - è un uomo alto circa 1,90 m., robusto e con baffi ed una folta barba nera -
parla con accento spiccatamente partenopeo) Bene, bene: qui ci sta un posto libero . (si siede a fianco di
Gianni) Per fortuna ci sono qui due belle ragazze! (alle due donne) Permettete che mi presenti:
sono Giambattista Loforte, dottore in scienze informatiche e, da buon napolitano, gran
cultore di belle donne.
MARCO: (tra sé e sempre guardando dal finestrino) Perfetto: ci voleva solo questo bellimbusto...

DANIELE: (tra sé e sempre guardando dal finestrino) Nauseabondo!

ANNA: Interessante... e noi, secondo te?... (il treno parte)

CRISTINA: (piano ad Anna) Ma dài, che domande gli fai?

GIAMBATTISTA: Due gemme che abbrucerebbero il Vesuvio istesso!

MARCO: (tra sé) Stucchevole! Se questo qui non la finisce mi farà scoppiare!

ANNA: (ridendo) Sei un vero seduttore! (volgendosi a Gianni) Vedi? Con le ragazze ci si comporta cosí!

GIANNI: Sí, ma non con il tipo che interessa a me...

ANNA: Che cosa vorresti insinuare?

GIANNI: Nulla, solo che non mi interessano le sue lezioni...

GIAMBATTISTA: Pure avresti molto da imparare.

GIANNI: (secco a Giambattista) Egregio signor dottore, non la conosco, e, fortunatamente, non
necessito di farne la conoscenza...

GIAMBATTISTA: (acido a Gianni) Della reciproca non conoscenza, non sono certo io a far la perdita maggiore!

Su, su, non prendetevela...
CRISTINA:
(a Gianni) Non è il caso di prendersela: io constatavo solo che tu sei piuttosto impacciato,
ANNA: mentre lui no...

Buon per lui, ma a me la cosa lascia del tutto indifferente...
GIANNI: (mentre la discussione ridotta a Gianni, Giambattista ed alle due donne si anima - venga mimata la scena -
musica: E. Grieg: Rigaudon dalla Suite per archi op. 40) .

(a Gianni con piglio alquanto prepotente) Scostati! Mi dài fastidio!
GIAMBATTISTA:
(deciso) Se io do fastidio a lei, lei non ne dà meno a me! Inoltre, le faccio notare che non io,
GIANNI: ma sua maestà ha preso posto per secondo e, dunque, se non le accomoda lo spazio di
cui dispone, non le resta altro da fare che prendere ed emigrare altrove!

(a Giambattista) Vuoi che ci scambiamo i posti?
ANNA:
No, assolutamente! Non vorrete mica che un gentiluomo quale io mi vanto d’essere
GIAMBATTISTA: costringa una gentil signorina a prendere posto a fianco d’uno zoticone simile...

(tra sé) È meglio che mi trattenga o qui finisce a botte. (forte a Giambattista) Mio caro signore, il
GIANNI: vostro vuoto blaterare scivola come gocce d’acqua sul piano inclinato della mia
indifferenza!

(tra sé) La tracotanza di quel bellimbusto mi dà veramente ai nervi.
MARCO :
(tra sé) Ma da dove salta fuori quel pulcinella?
DANIELE:
CRISTINA: Non è il caso di litigare.

GIAMBATTISTA: Hai ragione: non ne vale la pena...

ANNA: (si accorge del violino di Daniele) Ehi avete visto? Abbiamo un artista nel nostro compartimento:
un violinista! (rivolgendosi a Daniele) Io adoro il violino!

DANIELE: È uno strumento come un altro: basta che la musica sia buona e l’esecutore sappia
suonare...

ANNA: Fai concerti?

DANIELE: Sí, non in grande quantità, ma ne faccio.

ANNA: E adesso, stai andando presso qualche grande teatro?

DANIELE: A dire il vero, io e i miei amici stiamo per iniziare una tournée in Francia, ma non saprei
dirti se si tratti di grandi teatri o di piccoli auditori.

ANNA: Interessante... Perché non mi suoni qualcosa in anteprima?

DANIELE: Che??

ANNA: Su, dài.... un branetto di Beethoven; oppure la Primavera di Vivaldi...

DANIELE: Non è proprio il caso; e poi qui sul treno e a quest’ora...

ANNA: E cosa importa?...

DANIELE: No, non è possibile!

ANNA: Neanche per una bella ragazza si può fare un’eccezione?

DANIELE: Neanche per la dea Venere in persona

ANNA: Eh, che sgarbato...

DANIELE: Non mi pare di essere stato sgarbato, solo che qui, su di un treno, non è proprio il caso che
io mi metta a suonare...

ANNA: Ma io insisto...

DANIELE: Ciascuno è padronissima di perdere il proprio tempo...

CRISTINA: (ad Anna) Lascia perdere: tanto non cambia idea!

GIAMBATTISTA: A Napoli questo sgarbo non passerebbe inosservato... (con ironia) ma forse il nostro
Paganini non ritiene che il pubblico sia abbastanza colto per cogliere le ineffabili
sfumature dei miagolii che sa trarre dal suo archetto... Comunque non si può certo dire
che ci sappia fare con le donne, ma forse non sono un genere di suo interesse...

DANIELE: (secco e trattenendo a stento l’ira) Non siete neppure degno di avere una risposta ! (riprende a
leggere il giornale)
ANNA: (a Marco) La mancanza di cortesia di quel tipo è veramente inqualificabile: non trovi? In fin
dei conti gli ho solo chiesto di suonarmi qualcosina, mica di farmi un concerto! Perché non
gli dici qualcosa tu, visto che sei suo amico?

MARCO: Signorina, la finisca di rompermi le scatole!

CRISTINA: Ma che razza di modi sono?

MARCO: Quelli che si devono usare con le oche!

ANNA: Ma come ti permetti?...

MARCO: Chiedetevi piuttosto perché mai vi sentite in diritto d’importunare in un modo tanto
indecente gli altri! È un’ora che non faccio altro che sopportare le vostre insulse
chiacchiere, il vostro continuo sparlare di questo e di quello, il vostro ineducato
tormentare l’involontario interlocutore di turno...

GIAMBATISTA: (con ironia) Ehi, professore, non ti pare che faresti meglio a tapparti la bocca?

MARCO: (di rimando) Ehi, sottospecie d’idiota, non ti pare che faresti meglio a farti ricoverare in una
casa di cura per minorati mentali?

GIAMBATTISTA: Come ti permetti..

MARCO: Sentimi bene, pezzo di cretino, o la fai finita con le tue battutine che denotano solo
un‘abissale forma di stolidità, o ti assicuro che, benché tu abbia oltre al cervello anche le
dimensioni di un bue, ti faccio pentire di aver arrecato tanta noia a me ed ai miei amici
con la tua detestabile presenza!

DANIELE: (a Marco) Sta’ calmo: non ne vale la pena...

GIAMBATTISTA: Aspetta, aspetta, non ho alcuna intenzione di lasciarmi insultare cosí da un rompiballe
come te; inoltre non posso proprio digerire la tua faccia: hai veramente l’aria di un gran
rompiscatole che mi ricorda in modo impressionante un imbecille di cui mi parlava spesso
mia sorella Sofia, questo mi...

MARCO: (si avventa contro Giambattista e lo piglia per il bavero della camicia) Giuro che ti fracasso il grugno,
lurido guappo!

GIANNI: (cercando di separare i due) Marco, sta calmo: la rissa è quello che vuole!

GIAMBATTISTA: (divincolandosi) Ti farò pentire amaramente...

MARCO: (tentando di colpire Giambattista, frenato da Gianni) Maledetto bastardo, io...

GIANNI: (frenando Marco) Ti prego...

SCENA 4 ^
(Un controllore ferroviario e detti)

CONTROLLORE: (entrando) Biglietti prego... Ma che diavolo sta succedendo qui?

MARCO: Questo individuo ha continuato da Verona sino qui a provocare ed ad offendere i miei
amici e me.

GIAMBATTISTA: Non è vero! Sono stati loro a comportarsi in modo alquanto scortese nei confronti miei e
delle qui presenti signorine!
CRISTINA: Forse Giambattista ha un po’ esagerato, ma voleva soltanto socializzare...

ANNA: Mentre questi tre signori si sono mostrati del tutto refrattari ed addirittura poco gentili:
pensi che quello lí (indica Daniele) si è pesino rifiutato di suonarmi un branetto con il suo
violino...

CONTROLLORE: In questo ha avuto piena ragione: non è infatti consentito di disturbare gli altri, tanto piú a
quest’ora!

MARCO: E proprio per tale rifiuto quel... beh, quello lí, ha iniziato ad insultare prima lui (indica
Daniele) e poi me!

CONTROLLORE: (guardando attentamente Giambattista) Ma io, questo signore lo conosco già! Non è vero? Ma è
mai possibile che ogni volta che ci vediamo è perché scoppia una rissa?

GIAMBATTISTA: Eh, cosa posso farci io, se su questa linea salgono un sacco di attaccabrighe...

CONTROLLORE: ...Che, guarda caso, incontrano sempre voi...

GIAMBATTISTA: Eh, che ci volete fare...

CONTROLLORE: (a Giambattista ed alle due donne) su, prendete i vostri bagagli...

ANNA: Perché?

CONTROLLORE: Dove dovete scendere?

CRISTINA: A Milano.

CONTROLLORE: Per quel poco che manca, starete nel compartimento del capotreno, onde evitare altri
incidenti..

ANNA: Ma è un’ingiustizia!

CONTROLLORE: Signorina, è già molto se non vi multo... (rivolto a Giambattista) Quanto a voi, signore,
stavolta non la passerete liscia! (le donne prendono i bagagli ed escono dallo scompartimento)

GIAMBATTISTA: (prendendo i bagagli) Lei non sa chi sono! Adirò a vie legali!

CONTROLLORE: Non la temo, signore; ed ora, esca!

GIAMBATTISTA: (uscendo, rivolto a Marco) Ci rivedremo...

MARCO: (ironico a Giambattista) Tremo di paura!

CONTROLLORE: È una specie di mammasantissima quel tizio: non so quante volte l’ho trovato a provocare
ed importunare gli altri: stavolta mi ha veramente stancato... I biglietti, signori...

(mostrando il biglietto) Ecco.
DANIELE:
(mostrando il biglietto) Grazie per il suo provvidenziale intervento: quello scocciatore e quelle
GIANNI: due ragazze ci hanno reso veramente penoso il viaggio.
CONTROLLORE: (prendendo i tre biglietti) Va bene.

MARCO: Scusi, sa dirmi quanto sosteremo a Ventimiglia?

CONTROLLORE: Circa un’ora e mezzo. (uscendo) Buon viaggio, signori.

DANIELE: (tirando le tendine dello scompartimento) Meglio tirare le tendine: forse eviteremo nuovi fastidi...
(musica di scena E. Grieg: Rigaudon dalla Suite op. 40)

SCENA 5^

(Valentin, Vivianne, Marco, Gianni e Daniele)
La scena rappresenta un’elegante stanza nella casa di Valentin: ben arredata con un tavolo, alcune sedie e dei mobili. Vi è pure una scaffalatura
piena di libri. Sono circa le undici di mattino.
Dalla finestra si intravede, in parte celato dagli alberi il supercarcere di Marsiglia dietro cui spicca un cono di roccia argillosa coperto a sprazzi da
arbusti. Valentin è piuttosto basso, abbronzato, castano di capelli, porta baffi e barba; Vivianne è una donna di statura media, bionda di capelli,
piuttosto pallida e robusta senza essere grassa; è vestita in modo semplice con una specie di tunica azzurra. occhiali.

VALENTIN: Eccoci arrivati: scusate se la sistemazione non è eccellente, ma non ci è stato possibile fare
di meglio...

VIVIANNE: (indicando due porte) Le stanze da letto sono da quella parte, mentre da quella porta si accede
al salotto...

VALENTIN: Mi sono premurato di far accordare il pianoforte ed anche il clavicembalo, cosí potrete
iniziare le prove ancor oggi senza problemi.

DANIELE: Ti ringrazio per la gentilezza...

VIVIANNE: Penso che però ora sarete stanchi... forse sarebbe meglio se vi faceste una doccia...

DANIELE: Effettivamente...

VALENTIN: Un bagno è in fondo al corridoio dove sono disposte le stanze, un secondo è oltre il salotto
e magari tu Daniele puoi scendere da noi....

DANIELE: Ma... non vorrei darvi troppo disturbo, posso aspettare quando ha finito Gianni o
Marco...

VIVIANNE: E perché aspettare tanto? Che disturbo vuoi che sia?

DANIELE: Se insistete, non mi faccio ulteriori scrupoli...

VALENTIN: Dopo che vi sarete riposati un poco, andremo a pranzo in un ristorante qui vicino: ho già
prenotato: sarete nostri ospiti!

GIANNI: Ma, veramente.. sono un po’ imbarazzato: voi non mi conoscete neppure, non mi pare
giusto approfittare in questo modo della vostra ospitalità...

VIVIANNE: Sei amico di Marco e Daniele, cioè sei nostro amico....

VALENTIN: E poi, quale occasione migliore per conoscerci c’è oltre ad una bella chiacchierata davanti
ad un buon pranzo? E poi, è uno di quei ristoranti tipici provenzali che... Insomma, sei
mio ospite e basta!

GIANNI: Non so che dire...

VALENTIN: Non dir nulla e vieni con noi!
GIANNI: D’accordo, grazie allora...

VALENTIN: Siamo tutti d’accordo allora? (a Marco, che sino ad allora era sembrato completamente assente) Marco,
sei d’accordo, vero?

MARCO: Prego? ... Non ero attento...

VALENTIN: Ti ho chiesto se sei d’accordo se andiamo tutti assieme a pranzare al ristorante.

MARCO: Veramente sono piuttosto spossato e preferirei farmi una dormita e starmene a digiuno...

VIVIANNE: Ma non vorrai restare proprio completamente a digiuno...

MARCO: Sí, sí, non ho voglia di nulla: non sto troppo bene...

VIVIANNE: Ripensaci! (rivolta a Daniele) Daniele, tu vieni di sotto a fare la doccia?

DANIELE: Sí, scendo tra un attimo con Valentin.

VIVIANNE: (a Gianni) Gianni, ci vediamo piú tardi. (a Marco) Ripensaci! (esce)

VALENTIN: (a Marco) Mi corre l’obbligo d’insistere: sei appena venuto e già vuoi farmi questo sgarbo?

MARCO: Non è mia intenzione offenderti, ma, credimi, non me la sento proprio... Anzi, se non ti
dispiace mi ritiro immediatamente.

VALENTIN: So che non sei uso far complimenti, perciò non insisto oltre ma se cambiassi idea sai dove
siamo quindi ti puoi sempre unire a noi.

MARCO: Ti ringrazio, ma non credo proprio che cambierò idea, comunque caso mai siete alla
Provençale?

VALENTIN: Come d’abitudine.

MARCO: Scusatemi, ma mi ritiro (esce dalla porta che dà alle stanze)

VALENTIN: (a Daniele) Marco ha qualcosa che non va: lo si vede sin troppo bene! Dalle lettere che ho
ricevuto da lui è possibile intuire che è successo qualcosa di grave, ma nulla piú, tu
Daniele ne sai qualcosa in piú? E tu, Gianni

DANIELE: Effettivamente, è un periodo molto buio per lui: è stato lasciato da alcuni mesi dalla
fidanzata, ma per quanto ne so non c’è stata tra i due una vera e propria rottura: la donna
soffriva infatti di anoressia...

GIANNI: E cosí, di punto in bianco, ha deciso di troncare ogni rapporto con Marco che l’amava e
continua ad amarla alla follia.

DANIELE: Il guaio è che Marco è addirittura finito all’ospedale per lei: l’angoscia gli ha letteralmente
avvelenato il fegato, la transaminasi è aumentata in maniera abnorme, la pressione
arteriosa ha raggiunto valori pazzeschi, danneggiandogli il cuore ed un rene e neppure
ora che è in cura non mi pare che le cose vadano granché bene.

GIANNI: È sempre triste, non parla quasi piú, è diventato estremamente irritabile: ti assicuro che
noi, in quanto suoi amici, non sappiamo piú cosa fare...

VALENTIN: (visibilmente commosso) Capisco, capisco: ancora quella maledetta malattia!...
DANIELE: se si tenta di sollevarlo dal suo tormento, ci si scontra contro un muro: non accetta,
neppure per ipotesi, l’idea di un futuro separato dalla sua Sofia...

GIANNI: Il fatto è che invece Sofia è decisissima a non farsi piú sentire: pensa che neppure davanti
alla notizia del suo ricovero in ospedale ha trovato la forza di rifarsi viva!

DANIELE: Avrei voluto evitare questa tournée, lo puoi ben immaginare: non è questo lo stato
d’animo migliore per giocarsi la reputazione...

GIANNI: Ma Marco è stato irremovibile...

DANIELE: Speriamo solo che non sia una follia!

VALENTIN: Per come conosco Marco, se egli ha voluto venire, vuol dire che è sicuro del fatto suo;
certo che non sarà facile per lui dominare il proprio scoramento, ma, forse proprio
l’importanza dell’impegno gli farà trovare le forze per reagire...

DANIELE: È possibile, anzi auspicabile...

VALENTIN: Sarà cosí, non temere... e poi, adesso ci sono anch’io e un amico in piú non è mai di troppo
in questi casi, no?

DANIELE: Hai ragione...

VALENTIN: Sapeste quanto sono affezionato a Marco: sono molti anni che ci conosciamo e la distanza
non ha assolutamente affievolito un’amicizia nata cosí, da una mia follia...

GIANNI: Cioè?

VALENTIN: È una storia lunga, ne parleremo piú tardi, davanti ad un buon piatto...

GIANNI: La cosa m’incuriosisce alquanto...

VALENTIN: Devi sapere che una quindicina d’anni or sono, non ero certamente quello che sono ora.
Ero un francese “integrale”

GIANNI: Vale a dire?

VALENTIN: Vale a dire uno di quegli spocchiosi francesi che si credono in possesso di tutta la civiltà e
che credono di dover essere dei fari per tutta l’umanità... che lezione ho ricevuto da
Marco: un ragazzino italiano che mi ha aperto gli occhi sulla profonda inconsistenza di
ogni pretesa di superiorità della civiltà francese su quella italica... ma ne parleremo con
calma... (rivolto a Daniele) Tu scendi con me?

DANIELE: Sí (Si avvia verso la porta)

VALENTIN: (uscendo a Gianni) Verrò io a chiamarti verso le una e mezza per il pranzo: nel frattempo
fatti una buona doccia e riposati un poco: in questi giorni faremo delle belle chiacchierate,
vedrai.... (esce seguito da Daniele)
SCENA 6^

(Gianni solo; mentre parla musica: L. van Beethoven: Adagio, ma espressivo dalla sonata “Alla Primavera” per vl. E pf.)

GIANNI: Che tipo questo Valentin: manco mi conosce e mi accoglie in casa sua come se mi
conoscesse da anni...
Me lo aveva detto Daniele che era un tipo molto cordiale, ma mi pare che la sua
sollecitudine sia addirittura eccessiva: invitarci pure a pranzo... bah...
(prende i propri bagagli che erano stati depositati a terra poco discosto dall’entrata) Sarà meglio mettere un
attimino in ordine tutto prima di fare il bagno! (guarda un attimo dalla finestra ) E quello dev’essere il
supercarcere! Mostruoso... (S’avvia verso le stanze con i bagagli)

Il sipario cala mentre la musica sfuma.

FINE ATTO II^
ATTO TERZO
introduzione

A sipario chiuso, sulla sinistra per gli spettatori, voltato con le spalle al pubblico il narratore (Gianni) introduce il terzo atto.
Musica di scena: Gustav Holst: “Venus” dalla suite “The planets”.
La musica inizi circa tre minuti prima dell’entrata in scena del narratore. Si crei con la luce un effetto d’onda sulla parte del sipario su cui è dipinto
il mare.
Il sipario resti chiuso sino al termine della musica.

NARRATORE: Il giorno seguente, Marco pareva ancora piú cupo del consueto: durante la notte non
aveva dormito quasi nulla ed aveva avuto persino un travaso biliare, tanto che Valentin
aveva chiamato un medico.
La giornata trascorse tutta in un grigiore spaventoso: in casa regnava un’aria di mestizia
funerea e fuori pioveva a dirotto: si sarebbe decisamente detta piú una giornata d’autunno
che d’estate ...
Le prove, quel giorno, si trascinarono per oltre cinque ore, dalle due di pomeriggio sino
ad ora di cena, terminata la quale ci ritirammo nelle nostre camere, rinunciando a recarci a
teatro per assistere, in compagnia di Valentin e di Vivianne, al “Partage de Midi” di Paul
Claudel.
Sinceramente, sono convinto che né io, né Daniele, né tanto meno Marco, avremmo potuto
gradire lo spettacolo: nessuno di noi era in uno stato d’animo sufficientemente sereno per
assistere ad una rappresentazione teatrale, neppure per distrarsi o sollevarsi per un po’
dai pensieri che ci assillavano: meglio allora ritirarsi, sdraiarsi e leggere un buon libro...
Ma, nonostante le mie intenzioni, quella sera lessi pochissimo: forse la stanchezza del
viaggio faceva sentire i propri effetti con un po’ di ritardo o, assai piú probabilmente, le
tensioni accumulate mi avevano stremato e cosí avvenne che mi addormentai, con il libro
aperto tra le mani, quasi subito dopo essermi steso.
Fu il sole, che filtrava tra le fessure delle imposte mal richiuse, a risvegliarmi: il cielo era
terso e ceruleo e restai per parecchi minuti a contemplarlo in silenzio, assorto da
quell’infinita limpidezza, da quell’immensa luce, che tanto contrastava con l’orrenda
condizione umana...
Verso le dieci, Valentin salí da noi per invitarci ad un’escursione, avente per meta le
insenature calanchitiche e l’area tecnologico-universitaria di Luminy.
Il quartiere universitario sorge nel mezzo di una vasta zona argillosa: il paesaggio è stranissimo, per
certi aspetti affascinante e per certi altri deprimente: non esistono parole per descrivere le
sensazioni che si possono provare nell’ammirare uno spettacolo come quello: edifici
avveniristici, eretti per ospitare studenti, docenti e ricercatori, mimetizzati perfettamente
nell’ambiente naturale, un vero e proprio esempio di architettura di avanguardia in cui,
una volta tanto, si sono sapute sposare le esigenze di insediamento di un centro di ricerca
scientifica di grande vitalità con quella di non deturpare un paesaggio veramente unico;
peccato però che l’attenzione all’ambiente si sia fermata all’aspetto esteriore: per quanto
ne so, la zona ospita anche sperimentazioni di fisica nucleare con tutti i rischi di
inquinamento che ne conseguono...
Oltre l’insediamento universitario, si estende una strana boscaglia di sugheri, piante
grasse ed arbusti; un lungo sentiero conduce ad uno spuntone di roccia, che si precipita,
con un’immensa pietraia, verso il mare, che nella parte sottostante ha scavato numerose
insenature nel massiccio argilloso...
Ancor oggi, se penso a ciò che di lí a pochi giorni sarebbe accaduto, mi vengono i brividi e
mi è doloroso rievocare quei luoghi cosí pieni di luce, desolazione, solitudine e silenzio...
Dopo una lunga scarpinata attraverso la boscaglia, finalmente ci arrestammo in una specie
di nicchia ricavata nella roccia e là, sedutici su un paio di panchine di pietra, pranzammo.
SCENA 1^

(Marco solo)
La scena rappresenta una specie di spiazzo con una nicchia ricavata su un lato della roccia sulla vetta del calanco di Sormiou: ai piedi del quale il
mare ha scavato una sorta di porticciolo. Al centro dello spiazzo una sorta di tavolino di pietra rotondo ed attorniato da tre panche, pure esse di
pietra. All’intorno arbusti, cespugli di lavanda, arbusti di oleandro, qualche pianta di sughero, qualche cedro, qualche ulive e alcuni pini marittimi.
Sullo sfondo si veda la linea dell’orizzonte delimitante cielo e mare.
Musica di scena: S. Prokofiev: Larghetto dalla Sinfonia Classica

MARCO: (assorto) Non la rivedrò mai piú!
Si fa presto a dire: “dimentica”.., ma cos’altro ci appartiene oltre al passato? E può un vero
amore esser dimenticato? E che sentimento sarebbe mai quello che davanti
all’impossibilità s’arrendesse? Contentarsi significa solo accettare la prigione di un destino
che ci vessa e, come agnellini porger la gola al macellaio per esser sgozzati!... e
ringraziarlo per giunta! (fa una lunga pausa)
Lottare ancora... a che? Ho perduto, solo un idiota non se ne renderebbe conto, ma chi ha
vinto? Sofia è piú sconfitta di me! Né di ciò posso certamente gioire: servisse almeno a lei
questo mio orrendo sacrificio, m non farà altro che aumentare il suo senso di fallimento
assommando al resto pure il rimorso ed il rimpianto... (Lunga pausa)
Ah Sofia, Sofia, quanto è tremendo questo silenzio! Quanto è ingiusto!

SCENA 2^

(Valentin e Marco)

VALENTIN: Marco, che hai? Vuoi parlarne con me?

MARCO: A cosa giova?

VALENTIN: Forse a nulla, ma chissà: talvolta gli amici non sono totalmente inutili...

MARCO: Non li ho mai ritenuti tali, ma, oggettivamente non puoi far nulla per me...

VALENTIN: Bisogna pur lasciare un minimo spazio alla speranza...

MARCO: A che scopo?

VALENTIN: Per sopravvivere...

MARCO: Già... per continuare questa tragica farsa!... Ma ne vale proprio la pena?

VALENTIN: Non lo so, ma credo che bisogni pur sempre vedere tutto sino in fondo: chissà, forse un
giorno capiremo il senso di tutto...

MARCO: Forse... per me però è già chiaro tutto: l’inferno è qui sulla terra, è la nostra stessa
esistenza! Ti giuro che non mi riesce proprio di immaginare una visione peggiore di
quella di un’eternità come quest’orrenda vita piena solo di delusioni, amarezze, dolori e
solitudine profondissima in cui anche quei brevi istanti che ci paiono meno tristi, si
trasformano poi in ricordi che ci riempiono il cuore di rimpianti e di malinconia.

VALENTIN: Ma non puoi negare che vi siano anche istanti di serenità...

MARCO: Appunto: istanti che svaniscono in un attimo e ti lasciano un’amarezza invincibile
nell’animo

VALENTIN: A questo servono gli amici: a superare i momenti tristi, a sentirsi meno soli...

MARCO: No, contro la solitudine, gli amici non possono far nulla!
VALENTIN: Mi pare che tu sia un po’ troppo radicale...

MARCO: Sono solo realista: la solitudine è connaturata all’uomo, e, salvo rari casi ad essa dobbiamo
pagare tutti lo scotto della nostra esistenza: c’è chi ha la fortuna di condividere la propria
condizione con un’altra persona e chi, come me, è condannato a trascinare da solo le
proprie catene.

VALENTIN: (tra sé) È peggio di quanto pensassi... (forte) Ecco che arrivano gli altri...

SCENA 3^

(Vivianne, Daniele, Gianni e detti)

VIVIANNE: Uff! Finalmente siamo arrivati!

VALENTIN: Non ditemi che siete stanchi...

DANIELE: Beh, proprio stanchi no, accalorati, però, direi proprio di sí.

GIANNI: Che paesaggio strano!

VALENTIN: I calanchi sono notoriamente una delle attrazioni turistiche di Marsiglia: peccato che il
centro tecnologico costruito qui ospiti pericolose attività!

DANIELE: Sarebbe a dire?

VIVIANNE: Esperimenti di fisica nucleare!

GIANNI: Perfetto: cosí si rischia che, prima o poi questo si trasformi in un completo deserto!

VALENTIN: Il progresso! Ma adesso pensiamo a ristorarci un poco! Vivianne: apri il cesto! (Tutti, tranne
Marco, che resta in disparte, si siedono attorno ad un tavolino rotondo in pietra)

VIVIANNE: E tu, Marco, non prendi nulla?

MARCO: No, preferisco starmene qui a guardare il mare…

DANIELE: Che si trova lí sotto da sempre e non è mai scomparso…

VALENTIN: … a differenza di quanto succederà a tutte queste leccornie, se non ti sbrighi a
rivendicarne la tua parte!

MARCO: No, non ho fame.

VIVIANNE: Almeno prendi qualcosa da bere! (si accosta a Marco)

MARCO: No, grazie, ma non ne ho bisogno…

VALENTIN: (piano a Daniele e Gianni) No, decisamente cosí non va! Questa sera dovremo fare un bel
discorso noi tre: bisogna studiare una strategia comune per aiutare Marco.

GIANNI: (piano a Valentin) Per me va bene…

DANIELE: (piano a Valentin) Anche per me, anche se non so proprio che cosa si possa concludere…
Anzi, è meglio se questo discorso lo facciamo piú tardi tra noi tre:; preferirei che Vivianne
non sentisse…
VALENTIN: (Sempre piano) E perché mai?

DANIELE: È una cosa delicata… Lo capirai dopo…

VALENTIN: (piano) Come credi. (forte) Vivianne, Marco, perché non vi sedete qui con noi a far quattro
chiacchiere?

VIVIANNE: Vengo subito.. (si alza)

MARCO: Se non vi dà fastidio, preferirei fare una passeggiata…

VALENTIN: Sei appena arrivato e già ci privi della tua compagnia…

MARCO: Hai ragione, Valentin, ma, credimi, non mi sento troppo bene: forse un poco di solitudine
mi farà bene… e poi, avremo tutto il tempo che vuoi per parlare… non oggi, però.

Come preferisci; allora ci ritroviamo al parcheggio verso le quattro.
VALENTIN:
D’accordo (s’incammina per la boscaglia di sugheri ed agavi)
MARCO:

SCENA 4^

(Vivianne, Daniele, Gianni e Valentin)

VIVIANNE: Non riesco a capire che cosa succeda a Marco: sembra quasi che voglia evitarci…

VALENTIN: Ha dei problemi piuttosto gravi, Vivianne, una forte delusione…

VIVIANNE: Ah… capisco…Tuttavia potrebbe cercare di sorridere…

VALENTIN: A cosa? E poi, non conoscessimo Marco da anni, ma sapendo quanto tende a somatizzare
tutto! Pensa che nei mesi scorsi è pure stato all’ospedale a rischio di vita…

VIVIANNE: E nessuno ci aveva informati?

DANIELE: Avrei voluto telefonarvi allora, ma ne ebbi espresso divieto da Marco.

VIVIANNE: Ma cosa gli è successo?

DANIELE: L’amarezza seguita ad un’esperienza amorosa gli ha letteralmente avvelenato l’animo e
poi gli ha minato anche il fisico: alcuni mesi dopo esser stato lasciato, il fegato ha iniziato
a produrre valori assurdi nella transaminasi, la pressione arteriosa gli si è alzata
vertiginosamente, provocando danni ad un rene ed al cuore..

GIANNI: Un pomeriggio, dopo una breve passeggiata si è sentito male, lo abbiamo accompagnato
all’ospedale dove gli hanno rilevato valori di pressione pazzeschi, è stato ricoverato e
dimesso dopo quasi un mese di cure, peraltro provvisorie, visto che ci si è limitati a fargli
cadere la pressione con delle pastiglie… Prima o poi però il fisico si assuefarà ai farmaci e
saremo da capo…

VIVIANNE: E tutto questo per una donna? Ma è una follia…

GIANNI: Lo pensavo anch’io, ma… ma ora non ne sono piú tanto convinto… (Daniele con un cenno non
visto da Vivianne fa cenno a Gianni di cambiare discorso)

VIVIANNE: E perché?

GIANNI: È solo una mia sensazione…
VIVIANNE: Tutto ciò è estremamente triste: un uomo sensibile come Marco non può gettarsi via cosí…

Vivianne, non dobbiamo cadere nell’errore di banalizzare cosí i sentimenti: c’è chi ripone
VALENTIN: in un amore tutto il senso della propria esistenza: è proprio di un’epoca vuota quello di
pensare che una persona, un amore valga quanto un altro e che tutti provino le medesime
cose con eguale intensità:….

Non era mia intenzione banalizzare…
VIVIANNE:
Ci penso io adesso a banalizzare: chi vuole una fetta di torta?
DANIELE:
(ridendo) Sí, è decisamente un discorso piú triviale…
VALENTIN:
Sarà anche triviale…. (addentando una fetta di torta) ma la torta è decisamente buona!
DANIELE:
Credo bene: l’ho preparata io!
VIVIANNE:
In tal caso è schifosissima… (ridendo) Ne prendo un’altra fetta per vedere se mi sono
DANIELE: sbagliato nel giudizio…

(ridendo, a Daniele) Ingordo! (Tutti mangiano allegramente mentre si sente in sottofondo il movimento da
VALENTIN: concerto per pianoforte di Sh. Saegusa, che continuerà sino al termine della scena)

Non avete figli? (Daniele alla domanda di Gianni indirizza a questi uno sguardo di riprovazione e gli fa
GIANNI: cenno di cambiare discorso)

Avevamo una figlia, ma è morta due anni fa…
VIVIANNE:
Oddio… mi dispiace… non lo sapevo… io… io…
GIANNI:
No, non hai nulla da scusarti; è giusto che anche tu sappia: solo chi conosce può poi un
VALENTIN: giorno impegnarsi a combattere contro un male tanto pericoloso, tanto viscido, quanto
poco conosciuto, poco considerato, per nulla prevenuto e, comunque, quasi sempre
implacabile…

Di che…
GIANNI:
… ma non è ora il momento di parlarne; ti prometto, comunque, che lo faremo
VALENTIN: sicuramente nei prossimi giorni… Ed ora pensiamo ad altro… (riprendono le chiacchiere mentre
la musica termina, e con essa la scena)

SCENA 5^
(Gianni e Valentin)
La scena rappresenta il parco di Longchamp in in Marsiglia.
Sullo sfondo il palazzo con la gradinata ed i giochi d’acqua. È un primo pomeriggio assolato, Valentin e Gianni dopo aver girovagato per un po’ per
il parco si siedono su una panchina al termine della musica di scena (A Vivaldi: terzo movimento dal concerto per archi in sol minore RV 157).

VALENTIN: Allora? Che ne dici di Marsiglia?

GIANNI: È una città strana: ha aspetti che mi lasciano a bocca aperta, ma ha pure una buona dose di
patume…

VALENTIN: Come tutte le grandi città, d'altronde…

GIANNI: Mi ha colpito molto la basilica di San Vittorio

VALENTIN: Me ne sono accorto: sei rimasto per alcune decine di minuti come inebetito nella basilica
inferiore…

GIANNI: Quanti secoli di storia ci sono là sotto…
VALENTIN: (dopo alcuni momenti di silenzio, durante i quali Gianni resta con lo sguardo fisso al cielo, mentre Valentin
tiene lo sguardo a terra) Ora che non c’è Marco, posso parlare liberamente
Ieri ti avevo promesso che ti avrei raccontato di mia figlia; non potevo farlo allora per due
motivi: in primo luogo, Vivianne, che, come avrai notato, non è donna di molte parole,
avrebbe preso il mio racconto come una critica verso il suo operato; e, in secondo luogo,
Marco, sia pur per altre ragioni, avrebbe ricavato ulteriori motivi di dolore dalle mie
parole: c’è, infatti, un aspetto comune tra la causa della sua sofferenza e la tragedia che, un
paio d’anni fa, mi tolse Françoise.

GIANNI: Mi rendo conto di non esser stato molto delicato ieri, ma non sapevo…

VALENTIN: Non hai nulla da giustificarti; anzi, in un certo senso è stato provvidenziale che tu abbia
toccato l’argomento: chissà che da questa nostra chiacchierata non ne esca qualche idea
per aiutare Marco…

GIANNI: E in che modo?

VALENTIN: Francamente non ne ho la minima idea, ma solo parlando, discutendo anche sulla base di
esperienze concrete e, ahimè, assai dolorose, è forse possibile dipanare un poco la nebbia
angosciosa che ci soffoca nell’impotenza d’agire…
Daniele mi ha raccontato qualcosa della triste storia d’amore tra Marco e Sofia… si chiama
cosí la donna, vero?

GIANNI: Sí

VALENTIN: M’ha anche detto che lui la conosceva poco, mentre tu avevi piú dimestichezza con lei…

GIANNI: Oddio… sí, effettivamente la conoscevo un po’ meglio, ma non si può assolutamente dire
che avessi con lei un rapporto d’amicizia: la vedevo ogni tanto a casa di Marco, ci aiutava
in alcune ricerche, ci traduceva alcuni passi da quell’orrendo idioma da barbari che si
chiama tedesco, ma ti assicuro che in mesi di collaborazioni, non mi è mai stato possibile
strapparle una parola in piú di un ciao o di qualche fredda risposta a precise domande; ti
dirò anzi che, a volte, mi pareva quasi che non mi sopportasse…
È una donna stranissima: intelligentissima, ma completamente incapace di rapportarsi
agli altri…

VALENTIN: Una scorbutica, insomma…

GIANNI: Non saprei neppure se definirla scorbutica, ma di certo non era molto equilibrata: passava
improvvisamente dall’euforia alla depressione piú tetra.

VALENTIN: È bella?

GIANNI: Sinceramente, pur non essendo una Venere, è sicuramente una bella donna: ha un paio
d’occhi d’una mestizia profondissima che colpiscono, una semplicità estrema, una folta
chioma corvina ed un sorriso dolcissimo… non fosse per il suo carattere strambo, per le
sue fissazioni, che la rendono piú spinosa d’un istrice, sarei benissimo capace di
comprendere il folle amore di Marco…

VALENTIN: Ma il vero amore, quello profondo, quello che non si ferma all’esteriore, riesce spesso a
capire anche ciò che magari a noi sembra assurdo…

GIANNI: Già…

VALENTIN: Daniele mi ha raccontato che Sofia ha lasciato di punto in bianco Marco senza alcuna
spiegazione…

GIANNI: È cosí! Né mi riesce di capire perché Marco dietro ad un atteggiamento del genere non si
sia fatto un sano ragionamento ed abbia capito che non vale la pena di soffrire per simile
tipo di persona…

VALENTIN: Forse io ho una risposta a questa domanda.
GIANNI: Ti sto ad ascoltare.

VALENTIN: Ti narrerò quanto successo a mia figlia, ne trarrai tu le debite conclusioni…

GIANNI: Ma che c’entra con Marco?

VALENTIN: Sofia è anoressica, vero?

GIANNI: Cosí m’ha detto Marco…

VALENTIN: Allora ascolta e rifletti.

GIANNI: D’accordo

VALENTIN: Françoise era una ragazza di diciassette anni quando morí; era molto intelligente e
piuttosto bella, a dispetto di quanto lei credeva, e di ciò te ne potrà dare conferma Daniele,
che la conobbe, o come potrebbe benissimo confermarti anche Marco, se non fosse del
tutto inopportuno porgli una simile questione in questo periodo cosí negativo per lui.
Purtroppo, a Françoise mancò, forse; un dialogo sufficientemente intenso con la madre,
spesso troppo impegnata per seguirla efficacemente, ma neppure io sono completamente
esente da responsabilità in questo senso...

(tra sé) Ho l’impressione che il racconto sarà tremendo…
GIANNI:
Françoise cresceva serenamente: fin da bambina aveva messo in luce buone propensioni
VALENTIN: per gli studi letterari e musicali, ma era terribilmente insicura e chiusa; aveva pochissime
amicizie, ed anche quelle non sempre si erano rivelate sincere...
A dodici anni, dietro invito di un insegnante di educazione fisica, mio amico d’infanzia,
aveva accettato di iscriversi ad una società sportiva con la quale iniziò a praticare, a livello
agonistico, il pattinaggio su pista.
Si trattava, comunque, di gare di scarsa importanza, ma che avrebbero dovuto aiutarla a
forgiarsi un carattere meno insicuro.

Non male come idea…
GIANNI:
Teoricamente… Non le avessi consentito di farlo sarebbe stato meglio!
VALENTIN:
Come non detto…
GIANNI:
Dopo un paio d’anni però, Françoise smise, un poco per volta, di recarsi agli allenamenti
VALENTIN: e, anche quelle volte che vi si recava, al rientro scoppiava, quasi sempre, in lacrime.
Cercai di capirne la ragione, di individuare che cosa l’angosciasse, ma essa si rifiutava di
parlarne; pensai che Vivianne, essendo una donna, avrebbe potuto indagare con maggiori
possibilità di successo... macché! si limitò a porre alla ragazzina domande per appurare se
avesse fatto qualche “stupidaggine” di natura sessuale e, una volta accertato che non si
trattava di ciò, si sentí del tutto tranquillizzata e ritenne di aver svolto la propria parte
completamente. Intanto, però, Françoise era sempre piú angosciata, finché un giorno
iniziò a rifiutare il cibo…

Tipico: pare che non si possa che pensare a quello e che tutti i problemi stiano là… ma,
GIANNI: prosegui…

Una sera, Louis, il mio amico professore di ginnastica, mi telefonò in Università per
VALENTIN: comunicarmi che aveva sorpreso alcune ragazzine della squadra di pattinaggio a deridere
Françoise perché troppo goffa.
Lei, debole com’era di carattere, si era allontanata, piangendo e senza replicare nulla alle
compagne.

Che razza di oche…
GIANNI:
VALENTIN: Arrivato a casa, cercai, con tatto, di affrontare la situazione, ma lei mi oppose un muro di
silenzio.
A ora di cena si ripeté la ormai consueta storia del rifiuto del cibo e la cosa mi mandò in
bestia e, senza ulteriori indugi, costrinsi letteralmente Françoise a mangiare.
La ragazzina mangiò, ma poi, chiusasi in bagno, si provocò da se stessa il vomito per
espellere quanto aveva ingoiato, quindi, con atto di sfida, una volta uscita dal bagno,
m’invitò addirittura a “guardar” che fine avesse fatto la mia “prepotenza da dittatore”.
Iniziai a preoccuparmi seriamente della cosa: evidentemente c’era qualcosa che non
funzionava piú nell’equilibrio psichico della ragazza e pensai che, forse, sarebbe stato
opportuno portare Françoise da un neurologo o da uno psichiatra, ma Vivianne si oppose
con estrema decisione ad una simile ipotesi, dicendosi sicura che si trattasse solo di una
sciocca manifestazione di disagio giovanile che tutti, chi piú e chi meno passano, e che ben
presto la crisi si sarebbe risolta.

GIANNI: Un errore di sottovalutazione, peraltro comune: basta guardare come i genitori siano
sempre pronti a “lapidare” i docenti e difendere anche ciò che è indifendibile, pur di non
doversi render conto dei veri problemi dei figli…

VALENTIN: Al contrario, qualche giorno dopo, il docente di matematica mi fece convocare a scuola
per comunicarmi che Françoise palesava un totale rifiuto per la sua disciplina.
La notizia mi lasciò alquanto sconcertato e, benché quella fosse l’unica materia in cui i
risultati di mia figlia non fossero buoni, pensai bene di correre ai ripari: mandai dunque
Françoise a prendere delle lezioni private, le quali, però, non sortirono alcun risultato.
Un giorno mi capitò di parlare con Sylvie, la migliore amica di Françoise, e di chiederle
qualcosa di scuola: fu da lei che venni a sapere che l’insegnante di matematica, all’inizio
dell’anno scolastico, dopo un paio di lezioni, davanti ad un’espressione non risolta da
Françoise, aveva usato verso di lei parole tutt’altro che incoraggianti e, anzi, l’aveva quasi
derisa per i suoi errori e, da allora, Françoise aveva completamente rifiutato lo studio
della matematica, ritenendosi, per sua stessa ammissione, una completa incapace. La
situazione parve migliorare, quando la ragazza riprese a cibarsi in modo quasi regolare,
sia pure non certo abbondante; ma l’illusione di un superamento della crisi durò pochi
giorni, dopo di che, Françoise iniziò a dar nuovi segni d’inquietudine: era diventata
estremamente lunatica e cambiava d’umore in modo estremamente repentino, spesso era
intrattabile e ritornava sulle sue decisioni con estrema disinvoltura.
Questo aveva avuto la conseguenza di farle perdere anche quei pochi legami di amicizia
che era riuscita a mantenere sino allora: ora Françoise non parlava piú quasi con nessuno
e, in ogni caso, non affrontava mai alcun dialogo che, in qualche modo, potesse riguardare
il suo mondo privato; tendeva ad isolarsi sempre piú; infine, riprese anche a rifiutare il
cibo, sia pure intervallando i periodi di digiuno con altri di “quasi normalità”.
Stanco di una condizione, che si faceva sempre meno sostenibile, e sempre piú
preoccupante e consapevole della gravità della situazione, mi decisi a portare Françoise, a
sua stessa insaputa e all’oscuro pure di Vivianne, da uno psichiatra, il quale diagnosticò
una forma d’anoressia.

La stessa patologia di Sofia!… (tra sé) Ahi, adesso la faccenda comincia a farsi
GIANNI:
preoccupante…

Egli prese in cura la ragazza, ma questa pose un netto rifiuto ad ogni forma d’aiuto,
VALENTIN:
giungendo persino a rivendicare, con un orgoglio pazzesco, la propria totale
autodeterminazione.
È, purtroppo, uno degli aspetti piú atroci dell’anoressia quello di rifiutare qualsiasi forma
di dialogo e di avere una determinazione autodistruttiva, tanto piú forte, quanto minore è
la convinzione che i malati hanno del loro possibile valore umano. Costoro, anzi,
alimentano il loro stesso male con una furia distruttiva disumana: anche qualora per loro
si aprisse uno spiraglio di salvezza, farebbero di tutto per distruggerlo, al solo scopo di
dimostrare a se stessi che essi sono solo fonti di rovina. In altri termini, se un anoressico
allaccia un qualche rapporto sentimentale o d’amicizia, poi fa di tutto per distruggerlo
onde poter accrescere la sua orribile sensazione di fallimento, aggiungendo ad esso pure
un senso di colpa schiacciante. La psiche degli anoressici vive, dunque, in un continuo
contrasto: il malato si rende conto della propria infelicità e vorrebbe, in ogni modo, avere
una vita normale, ma, nel momento in cui si apre per lui un qualche spira=
glio di salvezza, viene preso dal panico e, temendo di non essere degno di alcun
rispetto o di peggiorare ulteriormente la propria condizione, si abbarbica al suo stesso
disagio ed assumo un comportamento contraddittorio fino al limite della schizofrenia, e
maniacale fino alla paranoia.

GIANNI: (tra sé) Effettivamente…

VALENTIN: Questa forma di squilibrio diviene, dunque, praticamente insanabile, dal momento che il
malato non vuole assolutamente guarire e, come ben si sa, neppure il piú preparato, il piú
abile dei medici può far granché, se il paziente non collabora, ed è proprio ciò che avviene
all’anoressico quando la malattia è giunta ormai ad uno stadio avanzato.
Françoise per quasi due anni continuò una vita apparentemente normale: i risultati
scolastici erano buoni - tranne che in matematica -, ma la ragazza era perennemente
scontenta e non provava il minimo entusiasmo per nulla; ogni due settimane la
accompagnavo dallo psichiatra, ma lei si rifiutava totalmente di “collaborare”.
Infine, un brutto giorno fu trovata impiccata nei gabinetti della scuola.

GIANNI: Oh Santo Dio! Che orrore!

VALENTIN: Questa è la tragedia che ha colpito la mia famiglia; ho voluto metterti a parte di essa solo
per farti capire quanto dolore mi provochi il sapere della sofferenza di Marco: egli ha,
infatti, piena consapevolezza del fatto che sta lottando inutilmente per strappare la sua
donna ad un male spietato! Non fa nulla, mi dici? No, fa quello che può! Credimi, se solo
prega per lei, fa già molto, perché, purtroppo, non può far altro!
Ma io, ma tu, ma Daniele, ma tutti noi possiamo far qualcosa per impedire che questa
malattia continui ad essere ignorata, per impedire che mieta nuove vittime: combattiamo
contro le mode idiote che ci propongono modelli da seguire, da imitare e che ci tolgono
sicurezza in noi, nel nostro valore umano! combattiamo contro il mito della magrezza, che
spinge molte persone fragili psichicamente a dannosi rifiuti del cibo, nell’illusione di
diventare migliori! combattiamo contro il silenzio in cui siamo immersi! aiutiamo
veramente i giovani, non togliendo loro di mezzo le difficoltà, ma abituandoli ad
affrontarle, affinché non si sentano poi schiacciati da loro! combattiamo, noi che abbiamo
un minimo di consapevolezza, contro quest’oscuro e maledetto male del secolo, contro
questo cancro dell’anima, contro questo demonio che sconquassa la mente ed annienta il
fisico!

GIANNI: Non ho parole… non so cosa dire… se provo a mettermi nei tuoi panni, o in quelli di
Marco, mi vengono i brividi: è semplicemente atroce…

VALENTIN: Pensa alla croce che porta quel poveraccio nel cuore: fino a quando Sofia si manterrà in
equilibrio sul filo su cui sta camminando?
E cosa può fare, se la sola sua presenza potrebbe far precipitare il tutto? E il silenzio di che
aiuto può essere per la sua Sofia?
No, credimi, non possiamo abbandonarlo; non dobbiamo! (i due restano per un poco in silenzio)

GIANNI: Sarà utile che rientriamo, se vogliamo essere a casa prima che Daniele, Marco e tua moglie
rientrino da Aix…

VALENTIN: Sí, ma mi raccomando: pensa bene a quanto t’ho raccontato e, soprattuto, non dire nulla di
questa chiacchierata a nessuno: né a Marco, né a Daniele, né a Vivianne.

GIANNI: Promesso. (Si avviano per il parco mentre il sipario cala sui suoni della musica di scena: G. Fauré: Pavana
vers. per orchestra)

FINE ATTO III^
ATTO QUARTO

introduzione

Musica di scena: Wolfgang Amadeus Mozart: minuetto dalla sonata in mi min. KV 304 per pf. e vl.
Il sipario resti chiuso mentre s’ode la musica di scena, che deve iniziare circa un minuto prima che il Narratore, che dà le spalle al pubblico, inizi a
parlare.
Appena terminato di parlare, il Narratore esca lentamente di scena, si lasci che la musica termini mentre s’alza il sipario sulla scena deserta.

NARRATORE: Rincasammo verso le sette e mezza di sera; prima di congedarci, Valentin mi raccomandò
di non dir nulla della nostra chiacchierata né ai miei due amici, né a Vivianne.
I quattro giorni successivi trascorsero piuttosto monotonamente: Marco e Daniele furono
occupatissimi dalle prove e, quindi, non uscirono di casa che per brevi passeggiate;
neppure io mi mossi molto, se si eccettuano un paio di visite al centro commerciale di
Bonneveine, dove ho potuto operare alcuni acquisti veramente convenienti: in Francia,
infatti, si vive notevolmente meglio che in Italia e, nonostante il cambio sfavorevole, credo
proprio che un italiano con il suo stipendio riuscirebbe a tirar avanti meglio di quanto non
faccia in Italia: molti articoli consentirebbero persino un certo risparmio; solo su pochi
prodotti il prezzo risulta piú caro, ma nel complesso la Francia, almeno quella
meridionale, di cui parlo con cognizione diretta di causa, è meno costosa dell’Italia
,quanto meno di quella settentrionale, dove risiedo.
Arrivò, finalmente, il giorno del primo concerto: il mattino Marco, Daniele ed io ci
alzammo di buon’ora, scendemmo in città per prendere la corriera e portarci ad Aix;
Valentin, che nel pomeriggio aveva degli impegni presso l’Università, ci avrebbe raggiunti
in serata.
Il sole splendeva nel cielo limpido e terso: era una giornata bellissima, una di quelle
giornate che invitano alle escursioni turistiche, ma, purtroppo, urgevano ben altre
necessità.
Arrivammo ad Aix verso le nove e mezza e, dopo aver fatto colazione in un grazioso
locale nei pressi del palazzo municipale, ci recammo presso la segreteria della società
filarmonica, dove eravamo attesi dai suoi responsabili. Qui i miei amici si congedarono da
me: io avevo, infatti, da definire delle faccende burocratiche e chiarire alcuni aspetti
economico-fiscali con la segretaria, mentre loro, accompagnati da un addetto, si recarono
in una sala allestita per le prove.

SCENA 1^
(Segretaria dell’Associazione concertistica di Aix, Marco, Daniele, quindi Gianni)
Una vasta sala adibita ad ufficio; al centro una scrivania con telefono, computer, modulistica; alcune poltroncine sono disposte attorno ad un
tavolino ingombro di dépliants; una scaffalature con registri e libri ingombra la parete destra, dove si scorge anche una porta.; sulla sinistra una
porta ed una finestra che dà su un cortile seicentesco in cui sono state approntate delle gradinate metalliche che dovrebbero servire per ospitare il
pubblico che assiste ai concerti; la parte di fondo è tappezzata con manifesti concertistici.
La Segretaria entra in scena seguita da Marco e Daniele.

SEGRETARIA: (entrando in scena) … Ma no, ma no: vi assicuro che resterete stupiti della resa: in questo
cortile hanno suonato moltissimi concertisti, e sempre con buoni esiti.

MARCO: Sarà, ma non sono molto convinto: un discorso è suonare un pianoforte, ma un
clavicembalo che, notoriamente, perde l’accordatura con estrema velocità e che, oltretutto
non ha grande sonorità, mi pare veramente sacrificato…

SEGRETARIA: Vi ricrederete, ne sono sicura: dubbi analoghi erano stati espressi anche da Robert
McAspirin, prima di un suo concerto…
MARCO: Mc Aspirin ha suonato qui?

SEGRETARIA: Sí, e anche Loenardi e Pinetti e Ruzinski (indicando delle locandine appese sulla parete di fondo)
Guardi là…

MARCO: (si avvicina alle locandine e le guarda, poi ritorna vicino a Daniele ed alla Segretaria) Effettivamente.. Bèh,
se non hanno incontrato problemi loro che sono delle celebrità, non penso che ne
incontrerò neppure io…

SEGRETARIA: Ovviamente, un concerto con pianoforte avrebbe una resa superiore, ma, credetemi, non
incontrerete particolari problemi nel farvi sentire.

DANIELE: Ci aveste informati prima, vi avremmo dato disponibilità su un programma diverso, un
programma per violino e pianoforte. Analogo a quello che eseguiremo ad Avignone, ad
esempio, ma ora è tardi per modificare il programma.

SEGRETARIA: E perché mai cambiare programma? Non volevamo proprio un concerto per violino e
cembalo, non uno per violino e pianoforte… ma vedrete che ne resterete soddisfatti…
(trilla il telefono, la Segretaria risponde) Pronto?…Sí, sono qui…Tra cinque minuti?… Va bene.
(a Marco e Daniele) Era l’accordatore: sarà qui nel giro di pochi minuti.

GIANNI: (dopo aver bussato, entra dalla porta di sinistra) Permesso… Buongiorno…

SEGRETARIA: Avanti, avanti… Desiderate?

GIANNI: Sarei il segretario dei signori qui presenti…

DANIELE: (trattenendo a stento le risa) Segretario, ha trovato parcheggio?

GIANNI: (sconcertato) Che parcheggio? Non siamo mica venuti in auto…

DANIELE: (ridendo) Ma va’… Sai che sei quasi perfetto come segretario?

GIANNI: Sfotti?

DANIELE: Io?

GIANNI: Ma va’ al diavolo! (alla Segretaria) Dovete scusarlo: è sempre in vena di scherzi… ma
passiamo alle cose serie…

SEGRETARIA: (ridendo) Sí, ci sono un mucchio di carte da compilare, tasse, sopratasse, diritti d’autore, il
bordereau…

GIANNI: Ho capito: la stessa lagna che in Italia!

SEGRETARIA: Press’a poco…

GIANNI: Speriamo solo che la modulistica sia un po’ meno bizantina…

SEGRETARIA: Io non nutrirei eccessive speranze su questo… (il telefono trilla e la Segretaria risponde)
Associazione Concertistica di Aix-en-Provence… Ah, è lei signor Grange?… Sí, da circa
dieci minuti… No, non ancora, ma credo di sí: ora lo chiedo loro… Ah, ho capito...
Va bene, va bene. (aggancia, poi a Marco e Daniele) Il signor Leduc, direttore della Società dei
Concerti sarà qui a momenti: si è attardato un attimo dall’economo, ma ora non dovrebbe
esser lontano… se volete, intanto che aspettiamo potremmo compilare i moduli…

Va bene… (mentre Gianni sta rispondendo, entra, dalla porta che si affaccia sul cortile,un signore piuttosto
GIANNI: paffuto e con un paio di baffetti neri: il signo Leduc)
SCENA 2^
(Il signor Louis Leduc e dettii)
Alla sua entrata la segretaria s’alza in piedi, quasi con deferenza. Louis Leduc è un uomo di corporatura piuttosto robusta e tarchiata, dal volto
paffuto e piuttosto scuro.. Porta un paio di baffi sottili ed ha i capelli neri e lisci ripartiti a metà sulla testa. Veste in modo piuttosto antiquato e
porta un’enorme cravatta a farfalla e porta una sorta dicoccarda tricolore appuntata sulla giacca.

LOUIS: (entrando) Signori, buongiorno… Dovete scusare il mio ritardo, ma sono stato trattenuto…

DANIELE: Siamo qui da poco anche noi, a dire il vero…

LOUIS: (scorgendo Gianni) Non mi pare che ci conosciamo… siete?

GIANNI: Sono il signor Gianni Simoni…

LOUIS: Ah, ho capito: siete il segretario dei nostri musici…

GIANNI: In un certo senso…

LOUIS: (stringendogli la destra) Io sono il signor Louis Leduc, presidente dell’Associazione
Concertistica di Aix.

GIANNI: Onorato.

LOUIS: (a Marco e Daniele) Avete già provato il cembalo?

SEGRETARIA: A dire il vero, il signor Tessier, non è ancora arrivato e non mi è parso simpatico portare
gli artisti a provare sullo strumento disaccordato.

LOUIS: Deve ancora arrivare? Ma che lo paghiamo a fare?

SEGRETARIA: Ma ha chiamato alcuni minuti or sono: ha detto che era rimasto imbottigliato da un
incidente, ma che sarebbe stato qui a minuti…

LOUIS: Speriamo sia vero…

MARCO: Per noi sarebbe sufficiente poter provare nel pomeriggio…

LOUIS: Non è questo il punto: il fatto è che avevamo chiesto al signor Tessier di preparare lo
strumento ancora ieri, ma non c’è stato verso di farlo venir qui: era troppo impegnato…
con tutti i soldi che gli facciamo avere! Ed ora si permette pure di venire in ritardo…
Ne parlerò nei termini dovuti al prossimo consiglio direttivo: di accordartori ce ne sono
anche altri!

SEGRETARIA: Signor Leduc, non credo che queste cose interessino ai nostri ospiti…

LOUIS: Come no? È bene che sappiano che razza di imbecilli circondano il nostro ambiente… e ne
traggano le dovute conclusioni…

MARCO: (tra sé) Ho capito: qui suoniamo e poi chissà se verremo pagati…

DANIELE: Non è quel che si dice una buona propaganda quella che voi fate alla vostra
Associazione…

LOUIS: All’Associazione? e che c’entra l’Associazione? Io sto solo parlando della superficialità di
certe figure di contorno…

SEGRETARIA: Ma il signor Tessier è un accordatore di estrema serietà…

LOUIS: Sarà… a me non pare proprio…

SEGRETARIA: (piano a Marco e Daniele) Il fatto è che il signor Tessier è sempre stato in cattivi rapporti
personali con Leduc e la scelta di Tessier come accordatore è stata deliberata dal consiglio
amministrativo con il solo suo voto contrario…
DANIELE: (piano alla segretaria) Mi pare che tutto il mondo si assomigli: anche da noi, nelle diverse
associazioni si annidano spesso puntigli e ripicche…

MARCO: (tra sé) Possibile che ovunque si vada ci si trovi al centro di qualche bega?

LOUIS: Signori, per non perdere tempo inutilmente, che ne direste di visitare il museo
dell’Associazione?

DANIELE: Potrebbe essere una buona idea…

LOUIS: Poi, quando il cembalo sarà stato accordato, potrete iniziare le vostre prove…

DANIELE: Per me può andare. (a Marco) Che ne dici, Marco?

MARCO: (piuttosto acido) Perché? Abbiamo alternative migliori? (tra sé) Averlo saputo prima si poteva
starsene a casa e venire qui piú tardi…

LOUIS: (alla segretaria) Paulette, quando arriva Tessier, fatemelo sapere, per cortesia.

SEGRETARIA: Sarà fatto, signor Leduc.

GIANNI: (a Leduc) Se non avete nulla in contrario, io resterei qui con la segretaria: devo compilare la
modulistica…

LOUIS: Ah, sí, sí… le solite scartoffie… prego, fate a vostro agio…

MARCO: (tra sé) Ed io, intanto, mi dovrò sorbire la solita serie di fotografie di musicisti… sai che
divertimento…

LOUIS: (alla segretaria) .Mi raccomando…

SEGRETARIA: State tranquillo, signor Leduc. (tra sé) Che noia!

LOUIS: Che non parta senza avermi incontrato: ho un paio di cose da dirgli…

SEGRETARIA: Va bene.

LOUIS: (a Marco e Daniele, avviandosi verso la porta di destra ed aprendola) Signori, se mi volete seguire…
(esce seguito da Marco e Daniele)

SCENA 3^
(Medico, Daniele, Gianni)
La scena rappresenta nell’angolo destro, verso il fondo, il giardino di un albergo in Avignone. La parte sinistra, in basso rappresenta la sponda del
Rodano, tutta coperta da canneti. In lontananza si intravede il ponte romano. Tra l’albergo e la riva del fiume passa una strada interrotta per lavori
e transitabile solo a piedi. Ad apertura di scena è notte, Gianni e Daniele stanno congedandosi da un medico, il quale ha appena assistito ad un
travaso biliare di Marco in seguito ad un concerto.
Mentre ai svolge la scena presente e nel silenzio che seguirà, prima dell’inizio del monologo di Marco della scena seguente si utilizzi, come musica
di scena, il settimo movimento (“Le rane e le cornacchie”) dall’Ouverture “Alster” di G.Ph. Telemann.

MEDICO: La cosa non mi piace proprio per niente: sarebbe meglio se interrompeste la tournée e se il
vostro amico accettasse di farsi ricoverare per dei controlli…

DANIELE: Facile come dirlo: è di una testardaggine unica!

MEDICO: Sí, ma qui la situazione rischia di rivelarsi assai grave…

GIANNI: E non è la prima volta che succede da quando siamo qui in Francia: un attacco simile lo
ebbe anche dopo il concerto di Aix-en-Provence…

MEDICO: Che sia per effetto dell’agitazione? Non sarebbe la prima volta che assisto a cose del
genere…
DANIELE: No, non credo: la ragione penso sia legata ad una delusione amorosa…

MEDICO: Credete?

GIANNI: Lo ha già portato all’ospedale la sua ostinata costanza…

MEDICO: Come, come?

GIANNI: Sí, non molti mesi or sono fu ricoverato per una serie di problemi provocatigli
dall’incapacità di rassegnarsi ad aver perso la donna che amava,…

MEDICO: E ciò nondimeno, vi siete gettati in una tournée? È pazzesco!

DANIELE: Fosse dipeso da me, avremmo disdetto ogni appuntamento…

GIANNI: Ma Marco non ne ha voluto sapere di rinvii: anzi, si correva il rischio di aggravare le sue
malinconie ed i suoi malumori con il semplice proporgli un rinvio…

MEDICO: Capisco… tuttavia non mi pare che continuare in queste condizioni sia prudente…

DANIELE: Cercherò di farglielo capire…

MEDICO: Avete qui delle cartelle cliniche? Di quando fu ricoverato?

GIANNI: La madre di Marco mi ha consegnato un plico con la preghiera di conservarlo in caso di
necessità: la povera donna non avrebbe voluto che Marco partisse per la tournée, ma
dovette rassegnarsi alla caparbietà del figlio…

MEDICO: Lo avete qui questo plico?

GIANNI: Sí, nella mia stanza…

MEDICO: Allora saliamo a darci un’occhiata (entra nell’albergo seguito da Daniele e Gianni)

SCENA 4^
(Marco solo)
È notte inoltrata e la luna splende nel cielo. Marco esce dall’albergo in silenzio e, dopo aver sostato per un poco nel giardino, attraversa la strada e si
siede su un masso tra i canneti che bordeggiano il Rodano.

MARCO: E cosí siamo alla fine… sí, alla fine di tutto, ma che importa? La luna continuerà a gettare
la sua luce su questo immenso deserto popolato di ombre di spettri, di vane illusioni, di
speranze deluse, di sorrisi ipocriti e reali indifferenze… Solitudine, solo solitudine e
desolante silenzio è la vita.
(dopo un attimo di silenzio) Che luna! E tu sei cosí lontana, mia Sofia, e chissà quali pensieri
affollano la tua mente malata: forse, in questo stesso istante starai pensando a me, forse
vorresti trovare il coraggio di rompere questo silenzio di ghiaccio che hai fatto calare tra
noi, ma non trovi la forza di farlo; forse, stai male ed io non posso esserti al fianco, non
posso dividere con te le tue pene… e forse penserai che io ti abbia dimenticata, che ora me
ne stia con qualcun’altra, mentre invece ma ne sto in questa orrenda solitudine, estraneo
al mondo, estraneo alla vita, estraneo a me stesso! Quanto mi manchi, quanto mi manchi
mia amata… (si accascia e scoppia in un pianto dirotto) Non ce la faccio piú, non ce la faccio piú!
L’inferno è qui, è questa solitudine cui mi condanna un implacabile sorte! …
E l’uomo sarebbe libero? E di cosa? Di essere il giocattolo insulso di un Dio spietato? Di
subire gli sberleffi della sorte? Di crepare tra angosce ed amarezze e non poter dire: “non
ho conosciuto un solo istante che non fosse guastato da qualche dolore? Libero di che? di
attendere trent’anni per trovare l’anima gemella e vedersela rubare da un maledetto male
dell’anima? Libero di che? di sperare che ogni giorno sia l’ultimo? di sorridere come un
idiota per non far trasparire il proprio dolore che agli altri non importa né tanto né poco?
Libero di maledire il giorno natale? Libero di subire le angherie del destino non potendo
evitarle? Libero di saper che una persona amata si spegne e non poterla aiutare, non
poterle neppure parlare? Libero di ritenersi estraneo a tutti ed infino a se stesso? Che
Gran dono questa libertà! Invero neppure il piú sadico dei criminali saprebbe inventarsi
una tortura peggiore! (resta assorto in tristi meditazioni per alcuni secondi- musica di scena: E.Grieg
adagio religioso dalla suite op. 40. La musica sia appena accennata mentre il personaggio tace e , di tanto in
tanto getta dei sassolini nel fiume. Poco a poco inizia ad albeggiare

SCENA 5^
(Daniele e Gianni))
È ormai giorno Gianni e Daniele escono dall’albergo piuttosto agitati, in particolare è Gianni a sembrare piú nervoso. Marco resta assorto sul masso
dove si è assiso in precedenza, completamente estraneo alla scena che si sta svolgendo

DANIELE: Vedrai che è come ti dico: quell’idiota se n’è tornato a Marsiglia senza avvertirci!

GIANNI: Alle due di notte? Allora è veramente impazzito!

DANIELE: E dove diavolo vuoi che sia andato altrimenti?

GIANNI: Hai ragione, ma in quelle condizioni…

DANIELE: Che vuoi farci? Ha perduto il senno!

GIANNI: Avremmo dovuto starcene in Italia!

DANIELE: E non ho fatto di tutto per convincerlo a rinunciare a questa dannata tournée?

GIANNI: Sí, è vero…

DANIELE: Ma lui ha talmente insistito che se avessimo rinunciato, l’avrebbe presa a male…

GIANNI: Già… Certo ch’è veramente desolante vedere che neppure il successo cosí ampio ottenuto
in questi giorni è servito a qualcosa!

DANIELE: Senti: forse sarebbe opportuno che telefonassimo a Valentin per sapere se Marco è lí.

GIANNI: Ci pensi tu?

DANIELE: Sí, vengo in un istante (rientra nell’albergo)

SCENA 6^
(Gianni solo)

GIANNI: Quella donna lo ha distrutto: non c’è altro da dire: lo ha annientato!
E non si può neppure farle di ciò una colpa! Fosse almeno una di quelle troiette che si
pigliano gioco dei sentimenti altrui e basta… almeno se ne sarebbe fatto una ragione.. ma
no! Una malata! Solo una malata di testa! Bell’affare! E proprio lui doveva incontrare sulla
sua strada? proprio un condensato simile di sensibilità?
Quello che è veramente incredibile è come una donna possa restare tanto fredda verso
una dimostrazione d’amore che giunge sino a questi limiti… Avrà anche ragione Valentin,
ma resta un fatto: che non ci si può prendere gioco dei sentimenti altrui in questa
squallida maniera: chi fa cosí uccide l’entusiasmo, la voglia di vivere e l’anima della
propria vittima: in definitiva, uccide l’altro di una morte ben piú crudele che con una
pugnalata, lasciandolo in vita privato della sua stessa persona, estraneo a sé in un mondo
di estranei! E non mi vengano a dire che non si potevano prevedere le conseguenze:
troppo comodo!
Sofia è malata? Si curi! Si faccia aiutare! Ma che diritto ha, che diritto aveva di trascinare
nella sua follia gli altri? E ricambiare con odio l’amore che le veniva dato?
Vuole distruggersi? Lo faccia! Ma ricordi che oltre che della sua dovrà rispondere anche
della distruzione di Marco, che lei e null’altro che lei ha trascinato in questa situazione, in
questo tunnel senza ritorno! (Tace per un poco)
Ma quanto ci mette Daniele per fare una telefonata? (Passeggia nervosamente per il giardino
dell’albergo sinché vede uscire Daniele cui va incontro dicendo:) Ah eccolo! Allora?

SCENA 7^
(Gianni e Daniele)

DANIELE: Niente da fare: non è a Marsiglia!

GIANNI: Ma dove sarà andato quell’idiota?

DANIELE: Sinceramente la cosa comincia a preoccuparmi:

GIANNI: Non sarebbe meglio avvertire la gendarmeria?

DANIELE: No, è partito da troppo poco tempo.

GIANNI: E allora, cosa facciamo?

DANIELE: Io sarei dell’idea di provare a cercarlo nei dintorni: io potrei fare un paio di giri al centro,
tu potresti invece controllare il tragitto da qui alla stazione dei treni…

GIANNI: E ammesso che uno di noi lo trovasse?

DANIELE: Non avendo alcun mezzo per comunicare, facciamo cosí: alle dieci ci troviamo davanti al
palazzo dei papi: se non saremo riusciti a rintracciare Marco, telefoneremo a Valentin, il
quale ci aiuterà nelle ricerche e poi, se sarà il caso daremo l’allarme alla gendarmeria.

GIANNI: Va bene.

DANIELE: Allora, alle dieci davanti all’ingresso del palazzo. (parte in direzione dell’albergo, mentre Gianni si
avvia verso il luogo ove Marco si trova, seduto con la testa tra le mani)

SCENA 8^
(Gianni e Marco)

GIANNI: Mi terrò lungo le sponde del fiume: spesso Marco passa ore lungo le sponde dei fiumi…
(osserva attentamente lungo le rive del fiume, finché scorge Marco) La corrente è decisamente debole:
non deve essere difficile attraversare il Rodano a nuoto… Quel pescatore ha qualcosa di
strano… ma, ma quello non è affatto un pescatore… vuoi vedere che… (si avvicina
silenziosamente a Marco e gli batte leggermente sulle spalle) Marco!

MARCO: (gira appena la testa verso Gianni e con tono spento – che Marco avrà per tutta la scena) Ah, sei tu?

GIANNI: Sí, ma si può sapere che ti è preso di andartene via cosí, senza dir nulla?

MARCO: Ma, a dire il vero, pensavo che vi sareste svegliati piú tardi..

GIANNI: Ma se sono già quasi le nove!…

MARCO: Cosí tardi?

GIANNI: Sí, cosí tardi!

MARCO: Scusa, pensavo fosse molto piú presto.

GIANNI: Da che ora è che sei qui?

MARCO: Non lo so; ieri sera, dopo quel travaso di bile, ho dormito alcune ore; poi mi ha risvegliato
un incubo e , non riuscendo piú a prender sonno, ho pensato di venir qui e sedermi a
guardare il fiume; ho pagato l’albergatore e sono venuto qui…
GIANNI: Sí, alle due di notte!

MARCO: Non so…

GIANNI: Lo so io però!

MARCO: Sarà come dici…

GIANNI: Alle due di notte uno va a guardare i fiumi!…

MARCO: Perché? Non si può?

GIANNI: Be’, guarda, per me hai qualche rotella che non ti gira mica del tutto! Non ti rendi conto
dell’ansia in cui hai piantato lí me e Daniele?

MARCO: Me ne dispiace tanto, ma non dovevate…

GIANNI: Non dovevamo cosa? Su, vieni che Daniele ci aspetta: sono rimasto d’accordo con lui che
ci saremmo trovati per le dieci davanti al palazzo dei papi…

MARCO: Vengo, vengo… (Marco s’alza lentamente)

GIANNI: Su, spicciati! (Si avviano mentre Gianni parla) Sei riuscito pesino a far preoccupare Daniele…

MARCO: Non era mia intenzione… (scompaiono lungo la strada – musica di scena: E. Grieg: andante religioso
dalla suite op. 40)

FINE ATTO IV^
ATTO QUINTO

introduzione

Musica di scena: G.F. Händel: adagio introduttivo dal concerto n° 3 in sol min. per oboe.
Il sipario resti chiuso mentre s’ode la musica di scena.
Il Narratore dia le spalle al pubblico.
Appena terminato di parlare, il Narratore esca lentamente di scena e s’alza il sipario.

NARRATORE: Dopo esser ritornati a Marsiglia, Daniele, che non aveva detto nulla per tutto il viaggio in
treno, litigò con Marco perché non era certo quello il modo di comportarsi; Marco non
rispose nulla ai rimbrotti di Daniele, ma si chiuse in camera e non ne uscí che a ora di
cena.
Valentin cercò di stemperare la tensione che si era creata.
Daniele, che dopo il suo scatto d’ira, si sentiva amareggiato per esser stato troppo
impulsivo, cosa oltretutto totalmente contraria al suo carattere, mi confessò che dopo il
malore che aveva colpito Marco dopo l’ultimo concerto, era seriamente preoccupato per la
salute dell’amico e questo lo rendeva piú nervoso del consueto.
La cosa parve concludersi lí.
Il concerto di Narbona si svolse regolarmente e con il medesimo esito trionfale dei
precedenti.
Arrivò, infine, anche il giorno dell’ultimo concerto e già si cominciava a pensare al rientro
in Italia, che sarebbe dovuto avvenire di lí a una settimana.
Fummo risvegliati all’alba da un terribile fracasso: un fulmine era caduto nella pineta che
si estende dietro la villetta di Valentin.
Mi alzai ed aprii le imposte, mi lavai, mi vestii e, presa una penna, mi sedetti al tavolino
ed iniziai a scrivere alcune pagine di riflessioni e considerazioni sul soggiorno francese
che volgeva ormai al termine.
Ero, forse, ispirato dal tempo, che di certo non invitava ad uscire: tirava un vento
fortissimo e pioveva a dirotto, come il giorno in cui eravamo arrivati a Marsiglia.
Marco e Daniele, invece, restarono chiusi nelle rispettive camere: quel giorno non
avrebbero effettuato alcuna prova.
Verso le undici Valentin salí perché una certa Laura aveva telefonato, chiedendo di Marco.
Questi, ringraziato Valentin, uscí di casa e scese in strada con gran celerità e senza
prender neppure un ombrello.
Dalla finestra lo vidi dirigersi verso una cabina telefonica, che si trova va quasi di fronte
all’ingresso principale del reclusorio.
Rientrò in casa bagnato fradicio dopo circa un quarto d’ora e pareva sconvolto.
Provai a chiedergli che cosa fosse successo di nuovo, ma non ottenni che una breve ed
enigmatica risposta: “Ma non vale proprio nulla”.
Avrei voluto chiedergli chi o che cosa non valesse nulla, ma non ne ebbi il coraggio.
Quel giorno Marco non pranzò, si chiuse in camera ed uscí solo quando era ora di recarsi
in città per il concerto.
Daniele mi confessò di esser molto preoccupato: Marco non gli aveva rivolto neppure una
parola dal rientro da Avignone e non rispondeva piú neanche quando gli porgeva qualche
domanda: temeva che l’amico se la fosse presa per il suo rimbrotto troppo duro e che,
terminata la tournée, avesse intenzione di troncare anche la loro decennale amicizia; io,
cercai di tranquillizzarlo, assicurandolo che neppure a me né a Valentin, Marco aveva
rivolto la parola in tutta la giornata, ma la cosa, anziché lenire le sue preoccupazioni, le
acuí.
Arrivammo al castello Borélly, un ricco edificio del XVII secolo, circondato da un enorme
parco, verso le otto di sera.
Il castello, già abitazione di una ricca famiglia d’origine mercantile, ora adibito in parte a
museo archeologico ed in parte utilizzato per ospitare conferenze, spettacoli teatrali e
manifestazioni musicali, era tutto illuminato e pullulava di gente.
Il concerto ebbe inizio, con circa mezz’ora di ritardo, a causa di una serie di problemi
provocati da un corto circuito generale che aveva fatto saltare l’illuminazione dell’intero
isolato.
Le cose non andarono altrettanto bene che nei giorni precedenti: in particolare, Marco
suonava in modo freddo e distaccato, anche se sostanzialmente corretto, mentre Daniele,
forse perché meno tranquillo del solito, di tanto in tanto produceva dei suoni poco puliti.
Fortunatamente, il pubblico apprezzò ugualmente il concerto, sia pur senza tributare ad
esso un trionfo, che non sarebbe, del resto, stato giustificato.
Durante il tragitto di ritorno, nessuno di noi disse parola: la malinconia di Marco aveva
finito per contagiare pure me, Daniele e Valentin.
Accomiatatici da Valentin e rientrati che fummo in casa, Marco ci comunicò, assai
laconicamente, che sarebbe uscito per fare una passeggiata. Daniele ed io, invece,
andammo a letto immediatamente: eravamo entrambi stanchi ed un poco depressi: certo,
il concerto non era stato un fiasco, ma non era stato certamente quello che ci
aspettavamo...

SCENA 1^
( Marco solo)
Scalinata ai piedi di Notre-Dame-de-la-Garde (si veda l’introduzione al primo atto).
È in corso un violento temporale.
Marco passeggia nervosamente, sostando, di tanto in tanto davanti ad un capitello; non è riparato da ombrelli.

MARCO: (siede su l muretto che fiancheggia la scalinata. Per tutto il quadro deve apparire chiaramente lo stato di
estrema angoscia, di inconsolabile dolore e di tremenda disperazione del personaggio) Fino questo punto si
doveva dunque arrivare? Fino a questa notte senza piú fine? A cosa è servito dunque
tanto dolore? A cosa le mie vane preghiere? A cosa il silenzio, il rispettoso mio svanire? Il
sottrarmi ad ogni contatto umano che non fosse strettamente necessario? Il mio soffrire in
silenzio per ogni offesa che mi giungeva, senza motivo da lei?
Illuso! Come hai potuto pensare di trovare infine un briciolo di amore nell’arido cuore
d’una donna? Come hai potuto sperare che una anoressica avesse sentimenti che valessero
piú della sua furia distruttrice?
Idiota! Ecco cosa sono stato, soltanto un idiota, un giocattolo nelle mani del suo demonio!
Sí, un idiota, ma chi me ne potrà mai fare una colpa? È forse una colpa amare con cuore
sincero? È una colpa creder nell’amore al punto di non poterlo distruggere nell’animo
quando le avversità si accaniscono?
Scoppiasse questo maledetto cielo, scoppiasse questa infame palla di polvere in cui la
sorte m’ha gettato, scomparisse per sempre nel nulla questo assurdo orrendo mondo,
questo diabolico cosmo di tortura e dolore e lasciasse al suo posto solo un eterno silenzio e
null’altro!…
(guarda in alto, verso la statua d’oro che sormonta la basilica di Notre-Dame-da-la-Garde, in cima alla collina,
illuminata dai proiettori) Fossi almeno esistita tu, o Madonna, e non solo storicamente, come
persona comune, fossi tu stata veramente madre di Dio, avessi tu potuto ascoltare le
silenziose mie preghiere, avessi tu porto il tuo aiuto a quel nulla che io sono… ma solo
silenzio: la divina indifferenza e null’altro hanno trovato le angosciose mie notti insonni…
altro che il conforto, altro che l’aiuto promesso ai fedeli… (Marco tace per alcuni istanti: musica di
scena Alessandro Marcello: adagio dal concerto in re min. per oboe – La musica scorra per una quarantina
di secondi, poi sfumi al riprendere del parlato)
Oggi, mia Sofia, avresti potuto esser mia moglie… avresti potuto strappare un sorriso a
chi hai distrutto per salvarlo da te… Perché? Perché non hai voluto credermi quando ti
dicevo che tu eri la mia vita? Perché non hai creduto di valere molto piú di questo atroce
silenzio cui m’hai condannato innocente? Perché hai potuto pensare che l’amore esigesse
un sacrificio tanto crudele, neanche fosse stato un Moloch infernale, o una colpa da
espiare con questo straziante epilogo da tragedia? Perché hai voluto crederti indegna
d’essere amata? Perché hai potuto pensare d’essere solo una donna e non la donna per
me? Perché hai potuto pensare che t’avrei scordata? Perché poi l’hai potuto tu credere
addirittura? Quali fantasmi hai creato nella tua mente malata per tormentare l’animo tuo,
per giustificare ai tuoi occhi la tua cieca follia? Sarebbe bastata una tua sola parola ed io
sarei stato al tuo fianco, come nulla, nulla fosse successo… sarebbe bastata una parola, ma
non l’hai detta: hai preferito continuare a tessere attorno a te una ragnatela per rimanervi
poi imprigionata… (Marco tace per alcuni istanti: musica di scena Alessandro Marcello: adagio dal
concerto in re min. per oboe – La musica scorra fino al termine – Durante il silenzio si veda sul fondo della
scena, sul lato opposto a dove si trova Marco, una prostituta bianca, longilinea e bionda, piuttosto discinta,
passeggiare con un vistoso ombrello rosso. Dopo circa un minuto, si senta il rombo di un’auto arrestarsi e si
scorga un tizio avvicinarsi alla puttana e poi, dopo qualche istante andarsene con lei. – Segua il rombo
dell’auto che parte – Dopo circa un minuto – equivalente a circa mezz’ora - si oda nuovamente il rumore
dell’auto che s’arresta per un istante e riparte, mentre la prostituta riprende a passeggiare per avvicinarsi a
Marco nel momento in cui la musica sta per terminare)

SCENA 2^
( Marco e Prostituta)

PROSTITUTA: (giunta vicino a Marco) Ciao, sei triste? Se ti va possiamo passere qualche momento piacevole
insieme… (Marco non dà le benché minima attenzione alla donna) Ehi, biondino, parlo con te…

(senza neppure accennare a voltare la testa) Va’ al diavolo!
MARCO:
Mille grazie!
PROSTITUTA:
(sempre senza voltarsi) Non c’è di che; ed ora, sloggia!
MARCO:
Che gentilezza…
PROSTITUTA:
(sempre senza voltarsi) La riservo per altro genere di persone.
MARCO:
Che vuoi dire?…
PROSTITUTA:
(si volta e fissa la prostituta negli occhi) Senti, che male ti ho fatto perché tu venga a tormentarmi
MARCO: in questa maniera? La vuoi capire o no che non mi interessa di aver nulla a che fare con
te? Anzi, se ti può far piacere ti dirò che non voglio aver a che fare con nessuno in
assoluto: ti va bene? Be’, allora, lasciami in pace! (torna a voltarsi)

Non ti pare di essere un po’ troppo scontroso? Non mi pare d’averti offeso…
PROSTITUTA:
La tua stessa presenza m’è d’insulto… e poi che importa? Non voglio essere
MARCO: importunato…

(tra sé) Che sia diventata cosí brutta in un solo istante? O che questo sia un frocio?
PROSTITUTA: (a Marco) Ehi, non è che tu sia un po’… un po’…, be’ mi hai capito?…

(con ira) Provati solo ad insinuare ancora una cosa simile e ti cambio i connotati!
MARCO:
Scusa, non volevo offenderti… solo che non credevo di essere tanto schifosa da non esser
PROSTITUTA: degna neppure d’uno sguardo…

Ma si può sapere che vuoi da me? Non vedi che non ho voglia di parlare? Neanche tu
MARCO: fossi la piú bella delle donne mi potresti interessare; inoltre, io con le prostitute non voglio
assolutamente avere a che fare: intendiamoci non è che voi siate peggiori di molte altre
che, dietro una maschera di rispettabilità, sono ben piú squallide di voi, solo che non
concepisco la corporeità scissa dall’anima come fate voi, come fanno i vostri clienti: voi
cos’altro date se non una possibilità di sfogo animalesco? Io non cerco questo in una
donna, io non so cosa farmene di un oggetto senz’anima…

L’anima? Sai quanti soldi ci farei con quella…
PROSTITUTA:
MARCO: Ce ne rimetteresti…

PROSTITUTA: Appunto…

MARCO: Ma acquisteresti in dignità: acquisteresti te stessa, e forse capiresti che vali di piú della
miseria per cui ti vendi come una qualsiasi mercanzia... Ed ora, lasciami in pace!

PROSTITUTA: (dopo alcuni istanti di silenzio) Non hai un ombrello?

MARCO: A che mi servirebbe?

PROSTITUTA: Sicuramente di piú dell’anima: ti servirebbe ad evitarti un raffreddore!

MARCO: Sai quanto cambierebbe…

PROSTITUTA: Se vuoi, ne ho uno di pieghevole nella borsa…

MARCO: Grazie, ma voglio solo essere lasciato in pace.

PROSTITUTA: Perché sei cosí sgarbato?

MARCO: Uffa!… Vuoi piantarla di scocciarmi?

PROSTITUTA: Ti do cosí fastidio?

MARCO: Sì, mi dai fastidio.

PROSTITUTA: D’accordo che io sono solo una puttana, ma non credi che anche una come me possa avere
una sensibilità? Tu soffri, te lo si legge nel volto ed io non posso sopportare di vedere
soffrire gli altri…

MARCO: Ed allora ti senti in diritto di infliggermi ulteriori noie?

PROSTITUTA: Io credo che tu abbia piú bisogno di dialogare di quanto non ne abbia una disgraziata
come me…

MARCO: Ah.. grazie tante, ma le persone con cui confidarmi me le scelgo io, e non le scelgo di
certo…

PROSTITUTA: …tra le puttane! Dillo! Non è questo che volevi dire?

MARCO: Non lo nego assolutamente.

PROSTITUTA: Be’, allora sappi che spesso noi sappiamo essere amiche piú serie e fedeli delle cosiddette
persone per bene…

MARCO: Non lo metto in dubbio, ma non ho alcuna intenzione di provare empiricamente la tua
ragione, ed inoltre non ho bisogno di amicizie, non ho bisogno d’altro che d’esser lasciato
in pace.

PROSTITUTA: E se fossi io a voler parlare con te, se fossi io che volessi diventar amica tua?

MARCO: Mille grazie, ma non sono persona adatta a soddisfare la tua richiesta.

PROSTITUTA: (dopo alcuni istanti di silenzio, la prostituta si avvicina a Marco che, sempre appoggiato sul muretto, guarda
in lontananza la marina illuminata) Quante luci, sembrano mille stelle… le stelle che brillano
lungo il mare, mentre dal cielo cade la pioggia… non ti emoziona questo paesaggio?

MARCO: (senza voltarsi) Ancora qui?

PROSTITUTA: (continuando) Un mare di stelle…
MARCO: (secco) Io vedo solo quattro squallidi lampioni che riflettono la loro luce in un lurido
porto!…

PROSTITUTA: (continuando) E dal mare ecco venire su un candido veliero un bellissimo principe che mi
porta via con sé nella sua isola all’altro capo del mondo…

MARCO: (sarcastico) Che bell’acquisto! Tanti complimenti al principe dell’altro mondo: infatti solo
da lì potrebbe venire uno che si sia bevuto a tal punto il cervello… Credimi, è meglio se te
ne vai: con me questi discorsi non attaccano!

PROSTITUTA: Non hai proprio neppure un poco di sensibilità…

MARCO: Finalmente l’hai capito! Vattene!

PROSTITUTA: Eppure sono certa che ti basterebbe un poco di fantasia…

MARCO: Per cosa? Per rimbecillirmi? Sto già male abbastanza senza bisogno che vada a star
peggio…

PROSTITUTA: E dunque finalmente ti apri…

MARCO: (tra sé) Ma porca puttana troia, perché mai questa poveraccia deve tormentarmi cosí?

PROSTITUTA: (continuando) Prova, per un istante, ad immaginare che io non sia una prostituta, ma solo
una donna che vuole scambiare quattro parole, che tra il resto non costano nulla, con te…

MARCO: Bella cosa l’immaginazione: peccato però che la realtà sia regolarmente l’esatto opposto di
quanto desidereremmo che fosse! Come vedi, non sono piú in grado di immaginare nulla:
dunque, fine discorso!

PROSTITUTA: È che non ti sforzi abbastanza: anch’io facevo fatica a sognare, quando la mia vita non era
questa: ora, se non avessi imparato a volare con la fantasia, con il degrado nel quale sono
caduta, come farei a sopravvivere?

MARCO: Ma vale la pena di sopravvivere a simili condizioni?

PROSTITUTA: Forse hai ragione: non era certo questo che avrei voluto della mia vita, ma le
vicissitudini…

MARCO: Appunto: non valeva certo la pena di tirare avanti.

PROSTITUTA: Ma le cose possono sempre cambiare…

MARCO: Ma credi davvero a quello che dici? Perché se cosí fosse, è meglio se ti fai rinchiudere in
un manicomio…

PROSDTITUTA: Lo so che è difficile, ma non posso arrendermi all’idea che la mia vita sia finita su un
marciapiedi.

MARCO: (con ironia) Tanti auguri che tutto cambi allora… illusa…

PROSTITUTA: E pensare che solo un paio d’anni fa studiavo all’università con profitto… e poi per colpa
d’un amore sbagliato…

MARCO: …ti sei gettata in strada: complimenti! Era assai meglio se ti gettavi da un ponte: almeno
non ti coprivi di fango…

PROSTITUTA: Ci vuole piú coraggio per vivere che per morire…

MARCO: (con ironia) Talvolta però ci vuole piú dignità per morire che per seguitare a vivere… Ed ora
vattene, te ne prego: non rattristarmi oltre…
PROSTITUTA: Perché sei cosí triste? Perché non vuoi considerarmi come un’amica? Credi proprio che sia
un essere senz’anima? Sí, ho zittito la coscienza, ma che ne sai delle sciagure che mi hanno
trascinato in questo fango? Forse tutto lo squallore che ho gettato su di me non
m’impedisce di comprendere il dolore altrui… Tu stai male, forse soffri per amore? È cosí?

Quand’anche fosse, di che aiuto mi potrebbe mai essere parlare con te?
MARCO:
Dunque è per questo che soffri: ma, credimi, non ne vale la pena: nessuna donna merita
PROSTITUTA: che tu soffra cosí per lei: se non ti ama non ti merita!

Bella filosofia! Cosí uno, in attesa di essere “meritato”, se ne sta solo in eterno! E poi, chi
MARCO: mai t’ha detto che non sono amato? Forse è stato proprio l’amore a dividermi da lei.

Ma in che modo può l’amore dividere?
PROSTITUTA:
C’è chi teme di essere fonte di dolore soltanto e quindi, per amore, per non trascinare
MARCO: l’altro nella propria rovina, distrugge con lucida follia ogni legame…

Ma se cosí fosse, non basterebbe che tu le parlassi, che tu la facessi sicura del tuo amore,
PROSTITUTA: che tu le facessi capire che ti fa molto piú male la sua assenza che la sua presenza?

Con una persona normale forse sì, con lei ogni tentativo non è valso a nulla…
MARCO:
Perché ti sei arreso troppo presto: forse ha solo bisogno di tempo…
PROSTITUTA:
No, ormai è tutto finito! Tutto! Era partita senza neppure un saluto! Era partita senza un
MARCO: addio! (scoppia a piangere) ed ora, senza una parola ha completato la sua opera sciagurata!

Cosa intendi dire? Non ti capisco…
PROSTITUTA:
Non m’importa che tu mi capisca, vattene! (sempre piangendo)
MARCO:
La amavi tanto?
PROSTITUTA:
Piú di me stesso…
MARCO:
Vorrei poterti aiutare, ma come? Non ho mai saputo aiutare neppure me.. (si avvicina ed
PROSTITUTA: afferra il braccio di Marco, il quale scrolla il braccio con lentezza)

Ti prego, non toccarmi…
MARCO:
Scusami… hai ragione… (estrae dalla borsetta un piccolo bambolotto e lo porge a Marco) Tieni questo
PROSTITUTA: piccolo portafortuna: a me non ne ha portata molta, come vedi… forse a te…

(prende l’oggetto) Forse ho sbagliato: hai un’anima… ti avessi conosciuto prima che…
MARCO: insomma prima che le circostanze ti riducessero cosí, forse avremmo potuti essere amici…
Ma è inutile, parlare de se e di ma… Grazie comunque, grazie…

Se sarai fortunato però, ricordati di farmelo sapere… (Si avvia verso il fondo della scena)
PROSTITUTA:
Di che fortuna parli?
MARCO:
Di quella che ti auguro di tutto cuore… (dal fondo della scena)
PROSTITUTA:
Di quella che non esiste, dunque… (con un sorriso amaro) Comunque, se ne avrò, mi ricorderò
MARCO: di te…

(uscendo di scena) Ciao, e ricorda che bisogna pur vivere…. (dopo un po’ s’ode un’auto arrestarsi e
PROSTITUTA: poi ripartire)
SCENA 3^
( Marco solo)

MARCO:
Bisogna pur vivere! Già, per vedersi gettati nel fango, per morire ogni giorno, per
trascorrere il tempo in una morte continua dell’anima nell’inutile ricerca, nell’inutile
attesa di un raggio di luce che non romperà mai le tenebre. Vivere per vedere soltanto il
tramonto e mai l’aurora, vivere per dover sperare ogni mattino, aprendo gli occhi che il
giorno che nasce non sia il ripetersi della tragica farsa vissuta il giorno passato e poi
doversi coricare con l’amara certezza che se qualcosa è cambiato è stato soltanto in senso
peggiorativo! E magari ridursi, come quella disgraziata, ad un oggetto per la sola brama
di ritardare un istante quello che, comunque, è inevitabile ed intanto accettare l’abiezione,
l’abominio… oppure trovarsi qui, seduto su un muricciattolo scalcinato, sotto la pioggia a
rimpiangere quello che poteva essere e non è stato, e non sarà piú e a rivolgere lo sguardo
verso un’immensa statua dorata e dire che immensa impostura è l’amore di Dio, e poi
esser compianti persino da una puttana…
Bisogna pur vivere… per questo? Per vedersi irrimediabilmente gettati nell’indifferenza
del mondo? Per vedere che vali per quello che hai e non per quello che sei? Per ottenere
odio o indifferenza in cambio d’amore?

SCENA 4^
( Marco e un Sacerdote)
Il Sacerdote ha un accento leggermente ispanico, ha un ampio ombrello nero e porta una ventiquattr’ore

SACERDOTE: (entrato in scena dalla stessa parte dalla quale è uscita la prostituta, il prete si avvia verso la scalinata, una
volta scorto Marco, si ferma con aria circospetta, si volta indietro, verso la strada e fa un paio di cenni piuttosto
stizziti) Diavolo, speriamo che non mi abbia visto scendere assieme a quella lì… (s’avvia
verso la scalinata, poi, giunto vicino a Marco) Scusi, che ore sono?

MARCO: (guarda il prete con aria piuttosto schifata, poi, data un’occhiata all’orologio, risponde) Le una e un
quarto…

SACERDOTE: È del luogo lei?

MARCO: No, sono italiano.

SACERDOTE: Io invece vengo da Valladolid…

MARCO: (con sarcasmo) Ah, sì? Bene, mi saluti l’Escurial quando tornerà in Spagna…

SACERDOTE: Sa dove si trova la casa del pellegrino? È un pellegrino anche lei, vero?

MARCO: (con ironia) Sicuro… infatti i pellegrinaggi sono una delle mie piú radicate abitudini…

SACERDOTE: Davvero? (tra sé) Per fortuna: questo non s’è accorto di nulla e, chissà, che non se ne possa
pure ricavare del utile…

MARCO: (con ironia) Eh, sí… sa, io ho molto tempo da dedicare alla preghiera e parecchio denaro da
consumare…

SACERDOTE: Dio saprà rendervi merito per il vostro zelo…

MARCO: (con ironia) Credete?

SACERDOTE: Dio compensa sempre i pellegrini generosi, specie quelli che fanno dell’elemosina, della
donazione alla Santa Madre Chiesa una loro abitudine…

MARCO: (sempre con ironia) Se lo dice un uomo santo, un un integerrimo servo di Dio, quale voi, sarà
sicuramente vero…
SACERDOTE: (con falsa modestia) Sono solo un umile servo…

MARCO: (sempre con ironia) Dite pure che siete invece un esempio per tutti gli altri, un faro che
illumina i fedeli, una vivente imitazione di Cristo…

SACERDOTE: (con falsa modestia) Mi sforzo solo di seguire il Maestro…

MARCO: (sempre ironico) E lo fate bene, anzi, benissimo, invero…

SACERDOTE: (con falsa modestia) Ma pure voi, figliolo, se continuate con le vostre pratiche pie…

MARCO: (sempre ironico) Ah, no; io, sono, ahimè, molto distante dalla vostra spiritualità…

SACERDOTE: (con tono mellifluo) Ma no, ma no… siete anche voi un pellegrino…

MARCO: (con ironia) Certamente… ma… ma non vado in pellegrinaggio con la Maddalena, io!
Comunque la casa del pellegrino dovrebbe essere quell’edificio che vede là (indica una
casetta all’inizio della scalinata)

SACERDOTE: (con agitazione) Cosa c’entra la Maddalena?

MARCO: (con ironia) Nulla… almeno…

SACERDOTE: (con agitazione) Almeno, almeno che?

MARCO: Almeno che?!

SACERDOTE: (cercando di trattenersi) Ma forse lei allude a quella poveraccia che ha visto scendere con me
dall’auto… È così? Allora è solo un piccolo malinteso… Vede, la poverina desiderava
confessarsi… (tra sé) Che situazione imbarazzante…

MARCO: Io non alludo a nulla: mi limito a pensare…

SACERDOTE: (mellifluo) Bisogna guardarsi bene dal pensare troppo, allontana dalla fede…

MARCO: Sì, perché il pensiero dimostra quanto già l’esperienza manifesta…

SACERDOTE: Cioè?

MARCO: La vacuità della fede!

SACERDOTE: Ma che dite? Bestemmiate!

MARCO: Io? No, non bestemmio affatto: constato

SACERDOTE: Chiedete a Dio il dono della fede, Egli che può tutto, vi ascolterà…

MARCO: Sì, per poi prendermi a legnate, come ha sempre fatto…

SACERDOTE: Dio bastona chi ama…

MARCO: Dunque, Egli è un sadico.

SACERDOTE: Ma cosa dite? Egli vi bastona per portarvi a Lui, all’appagamento di ogni possibile
aspirazione umana…

MARCO: In quest’ottica, gli assassini sono solo dei benefattori: essi uccidono e mandano le loro
vittime al Creatore, all’appagamento di tutte le possibili loro aspirazioni…

SACERDOTE Ma un assassino non agisce per amore…
MARCO: Che differenza passa? Il risultato non è forse lo stesso? E poi, se è solo per questo, mi state
dando una tremenda idea del vostro Dio: un Dio che bastona per amore: va bene: allora io
vado a casa e, per amore, getto mia madre dalle scale: cosí sarà pienamente appagata…
Va meglio cosí?

SACERDOTE: Ma non potete semplificare le cose in questo modo…

MARCO: Se lo faccio, evidentemente è perché le premesse che voi avete posto me lo consentono:
siete voi, caso mai a dire una serie di tronfie assurdità!

SACERDOTE: Siete in un grave errore…

MARCO: Può darsi, ma non riesco a vedere in cosa la vostra posizione sia meno errata della mia.

SACERDOTE: Dio ci legna per metterci alla prova…

MARCO: Ma non è l'onniscienza uno dei suoi attributi?

SACERDOTE: Certo…

MARCO: Ed allora a che ed a chi giova che ci metta alla prova, se sa già il risultato?

SACERDOTE: Dobbiamo pur pagare il peso dei nostri errori…

MARCO: Ma non è stato Lui a crearci?

SACERDOTE: Non vi capisco…

MARCO: Semplice: se io costruisco un computer e questo sbaglia, la colpa è mia che l'ho
programmato male, non certo del computer…

SACERDOTE: Ma non vorrete imputare a Dio i vostri errori…

MARCO: Dico solo che Dio non può dare colpa a me, se Lui mi ha predisposto all'errore…

SACERDOTE: Ma che pretendete dire?…

MARCO: Se Dio è onnipotente, perché mai ha creato un mondo cosí fallimentare?

SACERDOTE: Dio ha creato il migliore dei mondi possibili…

MARCO: Andatelo a dire a chi crepa di fame o marcisce in qualche ospedale…

SACERDOTE: Né, del resto poteva crearne uno di migliore:

MARCO: Ma non è onnipotente?

SACERDOTE: Sí, ma se il mondo fosse perfetto sarebbe un duplicato di Dio e non si danno due
infiniti…

MARCO: Dunque, Dio non esiste!

SACERDOTE: Che dite? Bestemmiate!

MARCO: No, traggo le logiche conclusioni dalle vostre premesse: se Dio fosse onnipotente
potrebbe, se volesse, creare un mondo perfetto, ma ciò significa che Egli non sarebbe piú
infinito, ma limitabile e quindi non sarebbe Dio; se invece non potesse creare un mondo
perfetto, allora non sarebbe onnipotente, dunque non potrebbe essere Dio; in uno, come
nell'altro caso Dio ne esce piuttosto malconcio, non vi pare?

SACERDOTE: Bestemmiate! Invocate l'aiuto di Dio perché illumini la vostra mente ottenebrata!
MARCO: Se Dio avesse voluto aiutarmi l'avrebbe già fatto, senza attendere che mi apparisse cosí
drammaticamente la sua inesistenza!

SACERDOTE: Dio vi punirà per la vostra tracotanza…

MARCO: Bella razza di Dio: anziché mostrarsi come amore, mi dovrebbe punire, ancor piú di
quanto non abbia già fatto, per il semplice fatto di aver tratto delle corrette conclusioni
dall'esperienza e, badate bene, dalle fanfalucche di un prete che, tra un rosario ed una
messa, trova pure il tempo per andare a… (con pesante ironia) confessare le prostitute!
Dovrebbe prima fulminare voi!

SACERDOTE: (si fa il segno della croce) Siete un eretico! Pentitevi! Fate dire delle messe affinché…

MARCO: … affinché il vostro portafogli o quello di qualche altro della vostra risma si gonfi
ulteriormente! Vergognatevi! La donna con cui siete stato è priva di coscienza, ma
possiede pur sempre un briciolo di anima: lei non condanna nessuno e, dietro un misero
obolo dà, sbagliando e svendendosi, sé stessa; voi, invece, non solo non avete coscienza,
ma non avete neppure anima né umanità: adorate il dio denaro e v'inventate un mucchio
di menzogne cui volete dar poi dignità filosofico-teologica, e pagate con tali fole i
creduloni che sprecano il loro tempo ad ascoltarvi; poi, incapaci di una qualsiasi azione
che non sia dettata da un venale interesse, vi trincerate dietro la scusa, sin troppo facile a
tirare in campo, della fragilità umana: "fate quello che dico, non quello che faccio"! Troppo
comodo, razza di ipocriti! Sparite dalla mia vista! sparite o non so cosa… (in uno scatto d’ira
rifila una pedata al prete e fa l'atto di scagliarglisi contro; il sacerdote, spaventato dalla reazione inattesa di
Marco, parte di tutta fretta)

SACERDOTE: (mentre esce precipitosamente di scena) È un pazzo!!! È un pazzo indemoniato!!!

SCENA 5^
( Marco solo)

MARCO: Vattene, vattene ipocrita, venditore di false speranze…
Fosse stato vero l'amore di Dio, fosse stato vero…
Ed ora, ora cos'altro mi resta? Nulla! Il nulla ed un inutile rimpianto…
(si avvia verso una colonnina telefonica, che sta verso all'inizio della scalinata, alza la cornetta, digita un
numero) Pronto? Sí, volevo un taxi… Sí… Sono nella piazza Colonnello Edon… Quanto?
cinque minuti? D'accordo, la attendo… (ritorna al muretto e presasi la testa fra le mani, riprende a
parlare tra sé) Sofia, Sofia… perché non hai avuto fiducia in me? Perché non hai creduto al
tuo valore? Eccovi, signori preti, l'amore di Dio! Il vostro è un Dio di ghiaccio, spietato,
sordo e cieco, altro che amore! No, Dio non esiste; o se esiste, se ne strafrega di noi, mi=
sera polvere sparsa in un assurdo universo d'indifferenza!
(imitando il sacerdote) "Prega che Dio ti dia fede" … (tornando al consueto modo di parlare) sapesse
quel baciapile quanto pianto, quante preghiere hanno riempito le mie giornate… tempo
sprecato! Parole gettate al vento! Ora tutto, tutto è finito; tutto e per sempre… (si sente il
rombo di un'auto, quindi lo stridere dei freni. L'auto si ferma, ma il motore resta acceso; dopo un po' entra in
scena un tassista, che si avvicina a Marco)

SCENA 6^
(Un tassista e Marco)

TASSISTA:
Scusi, è lei che ha chiamato un taxi?
MARCO:
Sí, sono stato io.
TASSISTA:
Che tempo da lupi!
MARCO:
Non mi dispiace, amo la pioggia!
TASSISTA:
Ma lei è bagnato fradicio! Mi bagnerà tutta la tappezzeria…
MARCO: Se è per questo, le bastano mille franchi? (estrae una banconota dal portafogli)

TASSISTA: (prontamente, prendendo i soldi) Be', quand'è cosí… Do un'occhiata nel cofano: forse ho un telo
di plastica… (va all'auto, che resta fuori scena)

MARCO: Solo una cosa, facciamo in fretta… (seguendo il tassista)

TASSISTA: (da fuori) Un attimo soltanto… Dove volete andare?

MARCO: (da fuori) A Luminy.

TASSISTA: (da fuori) Ah, capisco… siete un ricercatore, allora?

MARCO: (da fuori) In un certo senso… ho infatti un'importante ricerca in corso…

TASSISTA: (da fuori) Fatto! Se volete accomodarvi, possiamo partire.

MARCO: (da fuori) Grazie. (Si sentono sbattere tre portiere: quella del bagagliaio e quella delle due porte di accesso
all'auto, quindi s'ode un rombo del motore ed un'auto che s'allontana)

SCENA 7^
(Gianni e Daniele)
Casa di Valentin, come nel terzo quadro del secondo atto; sta albeggiando, Gianni è già sveglio e sta scrivendo. Musica di scena: G. Holst "In the
Bleak Midwinter" arr. M. Messiter.
Mentre scorre la musica si fa giorno; Daniele entra nella sala con un vassoio su cui stanno due tazze, una zuccheriera ed una caffettiera, che depone
sul tavolino al quale è appoggiato Gianni

DANIELE: Che stai scrivendo?

GIANNI: Nulla di importante: solo alcune impressioni di viaggio: è una mia abitudine quella di
fissare i miei ricordi in qualche noticina...

DANIELE: (dopo un po' di silenzio) Ho ripensato tutta la notte a quanto m'hai detto...

GIANNI: (dopo un po' di silenzio, con aria distaccata) Come?

DANIELE: Dicevo che ho ripresentato alla tua idea di fare un ulteriore tentativo con Sofia, ma,
sinceramente non mi pare molto praticabile...

GIANNI: Lo so, ma cos'altro possiamo fare? Quello là non accetterà mai di averla persa per sempre,
e, se continua così, tra non molto tempo andremo a trovarlo al cimitero: si sta auto-
distruggendo giorno dopo giorno...

DANIELE: Oltretutto, devono proprio che la discussione che abbiamo avuto l'altro giorno abbia finito
per incrinare la nostra amicizia...

GIANNI: Ma... questo non credo...

DANIELE: Eppure, da allora, non mi è riuscito di strappargli più una parola...

GIANNI: Non è che con me sia stato più generoso di parole, né mi pare lo sia stato con Valentin e
con Vivianne...

DANIELE: Sarà come dici, ma non ne sono molto convinto: che si sia prodotto uno strappo pareva
evidente anche dal suo modo di suonare ieri sera... era, era, come dire... freddo; né io ho
fatto meglio di lui, ho tirato fuori dei suoni poco sicuri...

GIANNI: Ma il pubblico è rimasto soddisfatto...

DANIELE: Si, ma non è stato come negli altri concerti. È inutile negarlo: non abbiamo suonato come
sempre.
GIANNI: Non tutte le serate riescono altrettanto felici...

DANIELE: Ma come non collegare la resa di ieri con la nostra lite?

GIANNI: Io, a dire il vero, la collego a qualcos'altro che non ha voluto dirci...

DANIELE: Cioè?

GIANNI: Non lo so, ma ieri mattina, nel pieno del temporale, dopo aver ricevuto una telefonata, si è
precipitato, senza neppure prendere un ombrello, alla cabina telefonica e, al suo rientro,
mi ha borbottato una frase sconnessa del tipo: "ma allora non vale proprio nulla"...; poi se
s'è chiuso in camera e ne è uscito solo quando siamo partiti per il concerto.

Boh... rinuncio a capirci.
DANIELE:
E poi anche ieri, dopo il concerto, con tutta quella pioggia, ha voluto andarsene in giro
GIANNI: invece che coricarsi nel letto: io non sono stato in piedi molto, ma quando mi sono
coricato, lui non era ancora rincasato.

Sarà rientrato mentre io ero di sotto, da Valentin... (suona il campanello)
DANIELE:
Questa sarà Vivianne con il giornale...
GIANNI:
Sicuramente... (va ad aprire)
DANIELE:

SCENA 8^
(Vivianne, Gianni e Daniele)

VIVIANNE: Vi ho portato il giornale.

DANIELE: Hai già visto cosa dice?

VIVIANNE: Si, gli ho dato una scorsa...

DANIELE: Immagino che la critica non sarà molto positiva...

VIVIANNE: Non direi che è negativa, neppure...

GIANNI: È convinto di aver suonato da cani e non c'è verso di rincuorarlo.

VIVIANNE: Sinceramente, il concerto di ieri non è stato all'altezza degli altri che avevo sentito, ma non
mi è parso poi così male...

DANIELE: Insomma... abbiamo suonato come due macchinette...

VIVIANNE: Eh, che esagerato!

DANIELE: (con aria poco convinta) Ma... fammi vedere quello che scrive il Provençal.

VIVIANNE: (Vivianne porgere il giornale a Daniele) Eccotelo....

DANIELE: Grazie.

VIVIANNE: E Marco?

GIANNI: Dev'essere ancora a letto.

VIVIANNE: Ieri sera mi pareva terribilmente triste.

DANIELE: Purtroppo non sappiamo più cosa fare con lui.
VIVIANNE: Valentin non sa darsi pace perché non gli riesce di trovare un modo per aiutarlo...

DANIELE: Io ho l'impressione che neppure il Padre Eterno possa alleviarne la tristezza...

VIVIANNE: Bisognerà che ideiamo un'azione congiunta: possibile mai che se tutti noi ci mettiamo
d'impegno, non riusciamo a farlo reagire?

DANIELE: Sarò pessimista, ma non mi riesce proprio di immaginare un miglioramento della
situazione: mi pare che il suo animo si sia troppo esacerbato...

VIVIANNE: Ma non possiamo arrenderci così...

DANIELE: D'accordo, ma al di là di una nobile dichiarazione d'intenti, che ci rimane da fare?

VIVIANNE: Non lo so, ma qualcosa troveremo...

DANIELE: Magari fosse vero...

VIVIANNE: Lo è, lo è... ora io scendo a rigovernare la casa, poi, se vi va, proporrei di andarcene tutti a
Bézier, a Salon o, vista la stupenda giornata, si potrebbe andare al mare: almeno una volta
bisogna che ci andiate prima di tornare in Italia.

GIANNI: È una buona idea.

DANIELE: A dopo, allora...

VIVIANNE: A dopo. (esce)

SCENA 9^

(Gianni e Daniele)

GIANNI: (a Daniele) Che facciamo? Lo svegliamo?

DANIELE: No, lascialo dormire: è la prima volta da quando siamo qui che non trascorre la notte
insonne…

GIANNI: (Gianni si affaccia alla finestra e resta in silenzio per un po’. D’un tratto si sente il sibilo della sirena di una
lancia della polizia) C’è parecchio movimento questa mattina: penso stiano trasferendo
qualche criminale…

DANIELE: (Daniele, che, seduto davanti al tavolino, sta leggendo il giornale, risponde distrattamente) Probabile…

GIANNI: (Gianni, dopo qualche istante, si siede di fronte a Daniele) Cosa dice il giornale?

DANIELE Niente di particolare: dicono che il concerto è stato interessante e che gli esecutori hanno
dato prova di buone capacità esecutive anche se, a tratti, leggermente offuscate da un
eccessivo distacco… Distacco lo chiamano! Io direi proprio freddezza glaciale!

GIANNI: Il solito esagerato! (sta per alzarsi quando si sente uno strano trambusto) Ma che diavolo succede?
(mentre sta parlando, suonano alla porta)

DANIELE: Sarà Vivianne che ha già finito di rigovernare: è stata molto rapida oggi… (mentre Daniele
sta parlando Gianni va ad aprire)

SCENA 10^

(Valentin, un agente di polizia, un ispettore di polizia, Gianni e Daniele)

VALENTIN: (Gianni apre l’uscio e si trova davanti Valentin, pallido come un cencio, dietro di lui si scorgono un poliziotto
ed un uomo in borghese. Daniele e Gianni si scambiano un’occhiata interrogativa, mentre Valentin mormora
piú volte, come fosse un disco incantato) Perché, mio Dio, perché?
AGENTE: (Entrando nella stanza) I signori Daniele Pellegrini e Gianni Simoni…

GIANNI: (quasi balbettando) Siamo noi, ma cosa volete?

AGENTE: Il vostro amico… (L’ispettore fa un cenno all’agente, il quale si zittisce; Gianni, si precipita fuori
scena nella stanza di Marco)

DANIELE: (con evidente emozione) Cosa volete da noi?

ISPETTORE: Potreste seguirci, per favore? si tratta di una cosa molto grave…

DANIELE: Non vi capisco…

ISPETTORE: Capirete in breve…

VALENTIN: (trasognato) Ancora una vittima, ancora… dannata malattia!…

DANIELE: (con agitazione) Ma si può sapere chi diavolo è lei?

ISPETTORE: Sono l’ispettore Ferrier della squadra omici… (non arriva a terminare che si sente l’urlo di
Gianni provenire dalla stanza di Marco) …di…

GIANNI: (da fuori) Nooo!!!… (si precipita in scena con un foglietto tra le mani, foglietto che porge a Daniele, che lo
legge con lo sguardo, mentre l’ispettore parla. Daniele è sempre piú pallido)

ISPETTORE: Dovreste seguirmi per identificare un cadavere…

DANIELE: (tra l’attonito e lo spaventato) Un cadavere? Ma che cadavere? Che cadavere?

AGENTE: Andiamo, su…

ISPETTORE: Venite, signori…

DANIELE: Ma dove?

ISPETTORE: …questa mattina, alle cinque è stato rinvenuto in fondo al calanco di Luminy un uomo,
che i documenti identificherebbero come il signor Marco Bertoni; nel suo portafogli sono
stati trovati… (mentre parla la luce si smorza poco a poco; similmente si smorza la voce dell’ispettore,
sostituita dalla musica di scena <Sh. Saegusa: interludio strumentale di chiusura del primo quadro
dell’oratorio Yamato Takeru>. Tutta la scena resta nel buio piú totale ad eccezione di un piccolo cerchio di luce
bianca che illumina la testa e le spalle di Gianni <il Narratore> che, restato in scena da solo, inizia a parlare
dopo qualche istante di silenzio, mentre la musica continua a scorrere)

CONCLUSIONE

NARRATORE: Tre giorni dopo, sbrigate le pietose pratiche necessarie per il rimpatrio della salma del
nostro povero amico, Daniele ed io ci congedammo da Valentin.
Il viaggio di ritorno per l’Italia fu veramente mestissimo: sia io che Daniele, di tanto in
tanto, guardavamo il posto vuoto nello scompartimento e ci pareva strano di non vedervi
seduto Marco; non ci sembrava vero di avrlo perso in un modo tanto orribile, ucciso da un
male che aveva colpito non la sua persona, bensí la creatura che egli piú di tutte aveva
amato.
Arrivato a casa mia, trovai una lettera che Marco m’aveva spedito il mattino dell’ultimo
concerto: in essa, affermava di aver appena appreso, dalla sua amica Laura, che Sofia si
era tolta la vita e che, di conseguenza, neppure la sua esistenza aveva piú senso di
continuare…
La lettera si chiudeva con una preghiera a me, al suo “piú fedele amico” – cosí stava
scritto – a dare testimonianza della tragedia di Sofia e sua e , in nome della nostra lunga e
profonda amicizia, mi chiedeva di combattere con tutte le energie contro un male
tremendo e spietato che, spesso, uccide anche chi non colpisce direttamente.
(il Narratore resta in silenzio ed immobile; il faro si spegne esattamente con l’estinguersi dell’ultima nota della
musica di scena).

FINE DEL DRAMMA
ATTO 1 ATTO 2 ATTO 3 ATTO 4 ATTO 5 TOTALE
SOFIA 36 19 0 0 0 55
MARCO 59 24 15 20 81 199
LAURA 16 18 0 0 0 34
DANIELE 11 38 10 26 32 117
GIANNI - IL NARRATORE 35 32 37 42 22 168
VALENTIN 0 20 52 0 2 74
VIVIANNE 0 7 15 0 14 36
CRISTINA 0 12 0 0 0 12
ANNA 0 24 0 0 0 24
GIAMBATTISTA 0 17 0 0 0 17
CONTROLLORE 0 12 0 0 0 12
SEGRETARIA 0 0 0 17 0 17
LUIS 0 0 0 18 0 18
MEDICO 0 0 0 10 0 10
PROSTITUTA 0 0 0 0 44 44
SACERDOTE 0 0 0 0 29 29
TASSISTA 0 0 0 0 7 7
ISPETTORE 0 0 0 0 6 6
AGENTE 0 0 0 0 3 3
ANNUNCIATORE 0 2 0 0 0 2

TOTALE 157 225 129 133 256 900

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