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Tecnologia

Meraviglioso, stupido Twitter
Esiste da sei anni, ma da noi è esploso negli ultimi mesi. Scatenando anche aspre polemiche. Ma a cosa serve, veramente? E comporta più danni o vantaggi?
DI ALESSANDRO LONGO

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Foto: R. Twomey - Outline / Corbis

BIZ STONE (A SINISTRA) ED EVAN WILLIAMS, FONDATORI DI TWITTER INSIEME CON JACK DORSEY E NOAH GLASS

witter ha compiuto sei anni di vita da pochi giorni, ma in Italia sta diventando protagonista della Rete solo in questi mesi. Lo dicono i numeri, prima di tutto: «Nell’ultimo anno ha più che raddoppiato l’audience e negli ultimi tre mesi ha duplicato il tempo che vi viene dedicato», spiega Cristina Papini, analista di Nielsen. Le rilevazioni di Audiweb e Nielsen rivelano che la svolta è iniziata nel settembre scorso: ancora nella primavera del 2011 viaggiava sugli 1,7 milioni di utenti mensili per poi superare i due milioni in autunno. Un altro balzo a gennaio: 3,4 milioni. Merito, secondo Audiweb, degli show di Fiorello (che a fine marzo ha poi improvvisamente chiuso il suo account) e delle citazioni sui giornali. Già: comincia a vedersi anche in Italia quel legame stretto tra Twitter e i media tradizionali, ormai abituale negli Usa (dove lo usano in 37 milioni). E proprio sui giornali sono apparse anche le prime critiche: come quella di Michele Serra, che su “Repubblica” ha raccontato di essere stato colpito dalla «assoluta drasticità» dei micropost di Twitter e dalla«sommarietà dei giudizi (si sa, lo spazio è quello che è)». Serra ha concluso il suo articolo con un paradosso non

da tutti compreso: «Dovessi twittare il concetto, direi: Twitter mi fa schifo. Fortuna che non twitto». Come dire, che anche il giudizio sul social network in questione meriterebbe uno spazio più ampio e sfumature più approfondite, ma se dovesse essere affidato a Twitter sarebbe per forza di cose drastico e sommario. Sia il successo sia le critiche, del resto, derivano dalle caratteristiche di Twitter, così diverso da Facebook e da altri social network. «Enfatizza il valore di comunicare in tempo reale. E stimola le relazioni tra persone che non si conoscono», spiega Neil Mawston, analista di Strategy Analytics. «Così su Twitter le persone seguono opinion leader e celebrità, molte delle quali l’hanno pubblicizzato molto: si pensi solo a Lady Gaga, per esempio», continua. «Facebook e Google+ hanno provato a imitare queste peculiarità di Twitter, finora senza successo», aggiunge. «Facebook il più delle volte è uno scambio quotidiano tra persone dello stesso giro. Twitter invece vuol dire ascoltare i soggetti a cui attribuiamo valore: per quello che dicono, ma anche per quello che rappresentano ai nostri occhi», dice Edmondo Lucchi, di Gfk Eurisko. È su questi meccanismi che «Twitter è riuscita a costruire un modello di business basato sulla pubblicità di crescente

successo», dice Kimberly Maul, analista di eMarketer. Osservatorio secondo cui Twitter ha ricavato 139 milioni di dollari nel 2011, che diventeranno 259,9 quest’anno e 540 nel 2014. «L’azienda è riuscita a rispettare la semplicità tipica della sua piattaforma: puntando su pubblicità che si mescolano con garbo nel flusso delle conversazioni», continua. A oggi Twitter vende tre cose agli sponsor. I “promoted tweet” sono messaggi attinenti alle parole che l’utente ricerca sul network. I “promoted trend” sono invece tweet che appaiono quando l’utente clicca sull’hashtag (#) per seguire una certa conversazione: per esempio, cliccando su #pasta, si vedono sia i normali messaggi degli utenti che ne parlano in quel momento sia i messaggi degli sponsor su quel tema culinario. Con i “promoted account”, infine, Twitter consiglia invece agli utenti gli account di aziende da seguire. «Unico neo, la bre-

Viene accusato di essere un inutile cicaleccio. Ma tutto dipende da come lo si usa e quali iscritti si seguono
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Tecnologia

LADY GAGA, STAR DI TWITTER, E MICHELE SERRA, CHE NE HA CRITICATO LA SUPERFICIALITÀ. A DESTRA, FIORELLO, CHE HA IMPROVVISAMENTE LASCIATO IL SOCIAL NETWORK

CINGUETT0 ANCH’IO? NO, TU NO
di un programma. In futuro, inoltre, «Twitter potrebbe migliorare la partecipazione informativa alla politica, rendendo più consapevole la società civile», dice Lucchi di Gfk Eurisko. «Per esempio, perché ci fa accedere direttamente agli articoli di tanti opinionisti politici, permettendo di confrontarli e commentarli», continua. Il difficile sarà costruire un collante che ci restituisca un senso complessivo. Superando la frammentazione dei messaggi, la quale riflette le fratture presenti in una società iper-individualizzata. La sfida di ritrovare un senso comune - per il futuro dell’informazione e, in ultima analisi, della democrazia - va ben oltre il mandato di Twitter, certo. Ma qualche passo nella direzione giusta lo si può tentare anche cominciando da qui. ■ e deve spiegare il significato di Twitter, l’ideatore Jack Dorsey risponde così: «È una breve e incoerente esplosione di informazioni». Con oltre 12 mila messaggi al secondo, difficile dargli torto. Ma gli utenti hanno presto imparato a sfruttarlo per dare notizie, documentare proteste, commentare programmi tv. Ora che Twitter è il nono sito più visitato al mondo, il discorso pubblico si è ridotto a frasi lapidarie di 140 caratteri? Litighiamo di più e ragioniamo di meno? Se per il sindaco di New York, Mike Bloomberg, le troppe critiche «rendono impossibile fare politica», in Italia sono proprio i politici a essersene innamorati. Secondo Pier Ferdinando Casini, a cui si deve il famoso cinguettio della foto del vertice a Palazzo Chigi, «Twitter è un grande laboratorio di democrazia, dove non esistono filtri e gerarchie, e ciascuno pesa secondo il principio “una testa, un voto”». Il problema non è la sintesi, dice, che anzi «è un’ottima palestra per allenarsi alla chiarezza». Semmai «è quando si usa Twitter nei momenti di tempo

Crescono iscritti e fatturato
La crescita dei fatturato pubblicitario di Twitter dal 2010 al 2014 (2012/13/14: previsione; dati in milioni di dollari) 399,5 540 I fatturato pubblicitario dei social network nel 2012 e nel 2014 (previsione; dati in miliardi di dollari) 2012 Facebook 0,26 0,54
Fonte: eMarketer

Foto: M. Anzuoni - Reuters / Contrasto, P Bossi - Agf, S. Stringola - Olycom, G. Hasbun - Redux / Contrasto .

vità dei messaggi», dice Erik-Marie Bion, direttore di Microsoft Advertising in Francia: «Il formato dei 140 caratteri costringe gli inserzionisti a una comunicazione molto contratta e priva dei tradizionali banner». Le aziende però utilizzano Twitter anche in altro modo, cioè per conversare con i clienti e dare loro assistenza; coinvolgerli in giochi e iniziative o fare customer care (da noi ci sta provando Telecom). «Nel complesso però le aziende italiane ancora snobbano Twitter», dice Simona Zanette, presidente di Iab Italia (Internet advertising bureau), «a conferma di questo, Twitter non ha ancora aperto una struttura commerciale in Italia». Di pari passo, anche i media sentiranno il crescente peso di Twitter. «Questo

social network è un bene e un male per i media tradizionali», dice Mawston: «Da una parte, consente di amplificare i loro messaggi. Dall’altra, abitua gli utenti a scavalcare i media e a prendere le notizie direttamente dalla fonte: celebrità, politici; gente comune che riporta ciò che vede in quel momento». I media italiani sono insomma chiamati ad adeguarsi al nuovo ruolo che le persone stanno assumendo nell’ecosistema dell’informazione. Vale l’esempio degli Usa, dove per ogni spettacolo, tg, evento sportivo le tv ricordano agli spettatori il “luogo” dov’è possibile parlarne su Twitter. Che quindi aggiunge un lato social anche al vecchio media televisivo. Uno studio recente di Nielsen ha scoperto che c’è un nesso diretto tra il volume dei commenti su Twitter e l’audience

Casini ne è diventato un utilizzatore quasi compulsivo. Di Pietro lo è da tempo. Alfano ci sta provando. Così i politici si buttano nel microblogging
DI FABIO CHIUSI E SILVIA CERAMI
LA SEDE DI TWITTER A PALO ALTO, IN CALIFORNIA

S

Iscritti a Twitter in tutto il mondo, negli ultimi 19 mesi (in milioni) 140

2014 5,06 7,64

105

259,9
Fonte: eMarketer

Twitter

70
Fonte: eMarketer

139,5 45 2010 2011 2012 2013 2014

LinkedIn Totale Social network

0,23 0,41 7,72

35

11,87

0 09/’11 11/’11 01/’12 03/’12

libero, e magari per amore di una battuta si finisce il giorno dopo alla berlina su tutti i giornali. È il caso del mio “tvb” ad Antonio Di Pietro». Tonino, 100 mila follower, sta al gioco e rilancia, convinto che Twitter sia «una piattaforma democratica che consente il confronto, lo scambio di idee e la condivisione delle battaglie». Dice Andrea Sarubbi, deputato democratico inventore dell’hastag “opencamera” dedicato ai cinguettii da dentro il Palazzo: «Per fare politica bisogna mettersi in piazza e beccarsi anche le critiche». Anche il Pdl, seppur in ritardo, è sbarcato su Twitter. «Un mezzo ideale», constata Antonio Palmieri, responsabile delle strategie Internet del partito, «per esprimere il proprio pensiero senza che sia soggetto a fraintendimenti». Dei giornalisti, si intende. «Perché Twitter è come una grande agenzia di stampa». «È uno strumento che sta ridefinendo il ruolo dell’informazione», nota l’esperto di comunicazione Luigi Crespi, «il politico parla direttamente e discute sotto gli occhi dell’opinione pubblica che intervie-

ne, mentre la notizia si sta creando. Le agenzie e i giornali diventano cronisti di una realtà che è sempre più veloce della loro capacità di rappresentarla». Eppure secondo l’editorialista Gianni Riotta (che di Twitter è un utilizzatore quasi compulsivo) questa «è una risorsa per il giornalismo. I 140 caratteri so-

Sempre più clic
Utenti che hanno visitato Twitter almeno una volta al mese da marzo 2010 a gennaio 2012 (in milioni) 3,429

1,886 1,332 0,913

2,147
Fonte: Nielsen/Audiweb

03/’10

09/’10 03/’11

09/’11

01/’12

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no chiavi di accesso a un’edicola senza confini. La brevità non è un limite, i 10 comandamenti che Dio detta a Mosè fondano l’etica occidentale, e stanno in meno di 10 tweet». «Tutte chiacchiere inutili», risponde senza mezzi termini Enrico Mentana, tra i pochi giornalisti assenti sul social network: «Ogni periodo ha le sue modalità espressive. Mi interessa di più sapere se Bersani è favorevole o no alla riforma dell’articolo 18, piuttosto che sapere come o dove l’ha detto».E Luca Sofri, direttore del sito “Il Post” e blogger, sostiene che «c’è una cultura che privilegia la

superficialità schematica e partigiana che prescinde da Twitter e prospera ogni giorno in articoli di giornale più o meno lunghi, in dibattiti televisivi, in discorsi pubblici». Insomma, non è colpa del mezzo. Charlie Beckett, direttore del centro Polis della London School of Economics, concorda: «A volte gli scambi su Twitter possono essere rudi, violenti e stupidi. Ma è la voce diretta delle persone, e non sempre sono educate o intelligenti quando parlano nel mondo reale. Twitter può peggiorare le cose attraverso l’anonimato». In ogni caso, come spiega il social me-

dia strategist Vincenzo Cosenza, «fondamentale è comprenderne i limiti per apprezzarne le potenzialità». E non è tanto questione di caratteri: «Per ragionare più compiutamente si può inserire un link a una pagina Web», afferma Luca Conti, giornalista e autore di un manuale sull’uso di Twitter. Poi, tutto sommato, «è come lavorare entro una metrica precisa», aggiunge Roberto Weber, dell’istituto demoscopico Swg: «Chissà che ne avrebbero pensato Sandro Penna o Umberto Saba». Il problema è sostanziale. Secondo il docente di Comunicazione Francesco Pi-

Nel 2006 a Jack Dorsey (foto a sinistra) sono bastate due settimane per tradurre l’idea di Twitter in un codice miliardario. Ma non deve stupire. Perché Dorsey, classe 1976, originario di St. Louis nel Missouri, è da sempre ossessionato dal concetto che ne sta alla base. Da programmatore autodidatta e a soli 15 anni ingegna un sistema per rapide comunicazioni in tempo reale tra taxi. Lasciati gli studi, prima di darsi al software è illustratore botanico, massaggiatore e fashion designer. E sogna di diventare sindaco di New York. Ma l’incontro con Evan Williams lo porta a sviluppare “twittr”. Amante delle passeggiate, riservato e austero, non dorme che 4-5 ore per notte. Del resto, oltre a Twitter, dal 2009 dirige anche Square, un sistema che permette di effettuare pagamenti con carta di credito direttamente dal proprio smartphone. Vale già un miliardo di dollari. Considerato da Foreign Policy tra i pensatori più influenti al mondo, del suo lavoro dice: «Il mio obiettivo è semplificare la complessità». In un tweet. Fabio Chiusi

Foto: G. Hasbun - Redux / Contrasto, G. Aresu - Agf , R. Casilli Blackarchives, A. Dadi - Agf, D. Scudieri - Imagoeconomica, P Tre - A3, . A. Meoli - Imagoeconomica

Genio della semplicità

ra, infatti, «Twitter piace molto ai politici perché con poche parole possono esprimere dei concetti, lanciando un messaggio spot, ma il problema è che bisognerebbe lavorare sui contenuti». «In 140 caratteri non posso dire cose complesse: posso dire a una persona che l’amo, ma non quanto. Twitter comunica, ma non racconta», aggiunge lo scrittore Carlo Lucarelli. Del resto, aggiunge la sociologa Zeynep Tufekci, «è un errore immaginare Twitter un mezzo idealizzato in cui prendiamo decisioni razionali». Infatti, «Internet sta per lo più rimpiazzando la televisione, dove il dibattito è superficiale, a volte provocatorio e scorretto». Ma non deve essere necessariamente così: «Basta che ci siano abbastanza utenti interessati a conversazioni basate sui fatti». Il punto è «che è difficile generalizzare su Twitter, perché è una piattaforma che ha molti usi differenti», ragiona David Weinberger, scrittore e docente al Berkman Center di Harvard. Solitudini che non si incontrano? «Non necessariamente, anche se il rischio c’è». ■
A DESTRA, DALL’ALTO: ROBERTO RAO (IL DEPUTATO UDC CHE HA PORTATO CASINI SU TWITTER) ED ENRICO MENTANA (CONTRARIO AL SITO DI MICROBLOGGING); SOTTO, DA SINISTRA: MARA CARFAGNA, GIANNI RIOTTA, ANTONIO DI PIETRO E IL SINDACO DI FIRENZE MATTEO RENZI

Tre veri rischi
DI ALESSANDRO GILIOLI
Dai politici ai divi della tivù, dai giornalisti alle rockstar, negli ultimi mesi in Italia Twitter è diventato il luogo virtuale in cui è più di moda scambiarsi opinioni e battute o semplicemente “dichiarare” al mondo come un tempo si faceva attraverso le agenzie di stampa. Molti sono i vantaggi, primo fra i quali c’è la disintermediazione fra utenti, cioè la possibilità di ascoltare e di ribattere senza filtri. Finisce così anche l’era del «sono stato frainteso» e chi scrive una sciocchezza può soltanto tentare di cancellarla: ma nel frattempo mille screenshot l’avranno immortalata e rilanciata on line, smentendo così l’incauto smentitore. Tralasciando la polemica su quanto vi sia di superficiale nella formula dei 140 caratteri (in fondo, chi ha qualcosa di più approfondito da dire può postarlo altrove in Rete, usando il “cinguettio” solo per condividerlo con un link), il boom di Twitter va tuttavia preservato anche dall’eccessivo entusiasmo di alcuni suoi sostenitori. Magari tenendo presenti due o tre prudenziali disclaimer. Primo, il microblogging è solo uno dei tanti modi in cui si può utilizzare la Rete a scopo di conversazione, confronto, crescita informativa e culturale: pensare di ridurre lì dentro le potenzialità di Internet è come tentare di mettere a un gigante le scarpette di una bambola. Secondo, la disintermediazione offerta da Twitter non deve farci credere di avere il controllo dell’informazione: la foto che Casini ci posta in diretta da Palazzo Chigi ci dà solo l’illusione di essere stati messi al corrente di chissà quali “inside” informativi da cui invece continuiamo a essere esclusi. Infine, ognuno di noi su Twitter finisce per costruirsi un mondo di contatti (tra “following” e “follower”) che ovviamente non coincide con la totalità della realtà, là fuori, ma che con la realtà nel suo complesso rischiamo di confondere, proiettando una parte sull’intero. E facendoci cadere facilmente nell’errore di credere che il pianeta la pensi come il nostro quartierino virtuale.

Impazziti per 140 caratteri

«Se Di Pietro è onesto tolga l’appoggio alle amministrazioni indagate per corruzione». «La tua onestà è da dimostrare. Noi non stiamo in giunte inquisite». «Ah sì? Giurate e sarete sputtanati». E ancora «Vespa inviti sia Berlusconi sia Alfano. Cedo il mio posto». «Simpatico Pierluigi! Piuttosto che a Porta a Porta dovresti andare a “Ballarò”, al posto di Crozza». E poi rivelazioni: «Se vi dicessi che un ex ministro viene in
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commissione firma presenza per la diaria e se ne va?», «C’è un deputato che fa gossip, il problema non è essere presenti, ma avere qualcosa da dire». Formigoni contro Di Pietro, Alfano contro Bersani, Sarubbi contro Carfagna, fino ad arrivare alle anticipazioni di un processo con il «Franco Bechis, sappiamo dove trovarci» da parte di Matteo Renzi e alla rissa reale, perché quando Massimo Polledri della Lega Nord legge il tweet del

deputato Pd Pierangelo Ferrari che gli dà dell’«omofobo», non può far altro che dirigersi minaccioso verso il collega gridando «Io non sono malato!». I politici italiani hanno scoperto le potenzialità di Twitter: cinguettii di veleno. Un sogno. Finalmente possono litigare senza filtri. Non è più tempo di conduttori che mediano e pubblicità che interrompe. L’urlo è libero, ma almeno dura solo 140 caratteri. Silvia Cerami

12 aprile 2012 | lEspresso | 125 ’

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