You are on page 1of 158

Siberia Terra addormentata

© 2010 Daniele Gatti. Tutti i diritti riservati. Ed. Lulu.com ISBN 978-1-4461-6604-8

Indice
Il percorso Prologo. La Genesi della Siberia Capitolo I. Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Capitolo II. Una frontiera difficile Capitolo III. Ungheria Capitolo IV. Attraversando l’Ucraina Capitolo V. Mosca Capitolo VI. Ospiti d’onore nella dacia Capitolo VII. Una campana e un cannone Capitolo VIII. Come sopravvivere a cinque giorni di treno Capitolo IX. Tynda, capitale della ferrovia Bajkal – Amur Capitolo X. Verkhnezejsk. Un paese fantasma Capitolo XI. Due terroristi a Konsomolsk na – Amure Capitolo XII. Camminando sulle acque Capitolo XIII. Sulle sponde del Pacifico Capitolo XIV. Un mercantile per noi Capitolo XV. Il primo approccio a Sakhalin non è esaltante Capitolo XVI. Juzhno – Sakhalinsk. Poco e nulla Capitolo XVII. Verso i confini del mondo Capitolo XVIII. Okha, la città del petrolio Capitolo XIX. Il paese dove non hanno mai visto un italiano Capitolo XX. La casa dei pionieri Capitolo XXI. Mafia russa Capitolo XXII. Nove bagagli per me posson bastare Capitolo XXIII. La cabina degli orrori Capitolo XXIV. Bivacco in stazione Capitolo XXV. Un incontro troppo ravvicinato Capitolo XXVI. Seryshevo. Finalmente salvi Epilogo 4 5 11 16 22 25 28 34 41 44 66 73 79 82 85 90 95 98 101 106 112 117 123 128 131 134 140 147 152

Seryshevo – Novosibirsk 24 .Nogliki – Okha 13 .Okha – Nogliki 16 .Tynda – Verkhnezejsk 7 .840 chilometri percorsi in treno con il seguente itinerario: 1 .Novosibirsk – Ekaterinburg 27 .Verkhnezejsk – Konsomolsk 8 .Tradate – Milano 2 .Seryshevo – Belogorsk 22 .Kiev – Budapest 31 .Nekrasovka – Okha 15 .Nogliki – Juzhno Sakhalinsk 17 – Juzhno Sakhalinsk – Kholmsk 4 18 .Milano – Venezia 3 .Okha – Nekrasovka 14 .Milano – Tradate .Budapest – Mosca 5 .Konsomolsk – Vànino 9 .Donet’sk – Kiev 30 .Venezia – Budapest 4 .Kholmsk – Vànino 19 .Kholmsk – Juzhno Sakhalinsk 11 .Venezia – Milano 33 .Budapest – Venezia 32 .Khabarovsk – Seryshevo 21 . la cartina illustra solo il percorso dell’andata e i principali punti di riferimento) 27.Belogorsk – Seryshevo 23 .Rostov – Donet’sk 29 .Il percorso (per maggior leggibilità.Juzhno Sakhalinsk – Nogliki 12 .Mosca – Tynda 6 .Vànino – Kholmsk 10 .Barnaul – Novosibirsk 26 .Ekaterinburg – Rostov 28 .Novosibirsk – Barnaul 25 .Vànino – Khabarovsk 20 .

Le vastissime pianure lo rendono perfettamente visibile con una facilità impressionante. Pochissimi la considerano una terra interessante e ancor meno la scelgono come meta di viaggio. sensazioni che difficilmente si possono provare viaggiando in un territorio molto civilizzato come la moderna Europa. La Siberia non ha quindi alle spalle una storia di turismo. In Siberia. la Russia è Mosca e San Pietroburgo. solo da pochi decenni gli stranieri possono visitarla interamente. ma si tratterebbe in ogni caso di andarsi a cercare un angolo di pace in un continente ormai riempito di agglomerati urbani e persone. isolamento. invece. inospitale. la Siberia inevitabilmente esercita una forte attrazione.Prologo La Genesi della Siberia La parola Siberia evoca gelo. Prima del crollo dell’Unione Sovietica. Fuori dalle grandi città non serve percorrere migliaia di chilometri e arrampicarsi su cime rocciose per sentirsi in mezzo al nulla. misteriosa e per la maggior parte ancora sconosciuta? In fondo. Si può sempre decidere di avventurarsi sulle cime più impervie delle Alpi o di camminare in solitaria per le foreste lapponi. isbe di legno. solo poche città erano aperte ai forestieri. sperduto e insignificante. L’isolamento è tangibile quasi ovunque. prima di notare un cambiamento nel paesaggio. La Siberia non rappresenta un granché di invitante per chi non ama immergersi in sensazioni estreme e fuori dal comune. Perché mai qualcuno dovrebbe essere interessato a calpestare una terra tanto solitaria. e del resto non avrebbe nemmeno elementi per stimolarlo. mentre quasi nessuno si ricorda dell’immenso territorio a est degli Urali. A dispetto di ogni luogo comune. e già l’orizzonte si fa beffe di chiunque con la sua irraggiungibilità. desolazione. dove sorgono degli sperduti villaggi con poco o nessun contatto con il resto del mondo. Lo si immagina sempre come un’interminabile distesa di alberi e steppe. seppur sia obbligatorio possedere un passaporto e un visto. solitudine. Per il pubblico. Il 5 . facendo sentire l’osservatore un puntino minuscolo. foreste di conifere. alcuni raggruppamenti di edifici cadenti e dacie sembrano così precari da far dubitare dell’effettiva esistenza di persone che ci vivono tutto l’anno. che generalmente non corrisponde alla verità. Basta uscire dal paese per poche centinaia di metri. e ottenere un visto non era certamente semplice. immense steppe. il discorso si fa differente. Per quei pochi che sono affascinati da queste sensazioni senza esserne spaventati. Si può viaggiare lungo la Transiberiana anche per migliaia di chilometri. oppure di ghiaccio e neve. questo stereotipo è molto realistico.

Poco importava che i mesi del viaggio sarebbero stati tra i più freddi dell’anno: le occasioni vanno colte nel momento in cui si presentano. inizialmente. ahimè. E così il ciclo ricomincia. che cede il passo dopo pochi giorni ad un inevitabile e lieve pentimento. trapiantarne la passione a chi ne è privo. disponibilità di tempo e denaro. se non impossibile. salute e. Avremmo dunque affrontato la Siberia invernale. Conosciuto l’uomo giusto al momento giusto. alla 6 . Ogni giorno che passa diventa sempre più intenso. non mancano di sconfortare. poiché fin troppo spesso sono uniche e irripetibili. Tutto acquista un nuovo sapore non appena si ritorna alle proprie radici. culture. abituati a tutte le comodità. Altrettanto difficile è trattenere chi lo possiede dallo scoprire nuove terre. Con il susseguirsi dei giorni ci si ambienta e ci si rende conto della grandiosità di ciò che si sta vivendo. A casa si stava così bene. in energia debordante. Quando infine il viaggio inizia a esaurirsi. è un momento felice: niente è meglio che tornare al proprio focolare domestico dopo un lungo periodo di assenza. e si gode al massimo anche di ciò che prima di partire era ormai diventato banale e scontato. che spinge a chiedersi “Chi me l’ha fatto fare?”. specialmente dopo un viaggio impegnativo. in un’epoca nella quale il lavoro occupa sempre più le giornate. Tuttavia. quella abitualmente considerata estrema e inaccessibile. questa sensazione dura poco.germe del viaggio “estremo” è un qualcosa che in ognuno di noi è presente oppure no. ci vuole un nuovo scossone per vivacizzarla. sensazioni e modi di essere. Non capita molto spesso di avere due mesi totalmente liberi da impegni. Dando ragione solo al proprio raziocinio è difficile accettare un viaggio simile. Nella mente del viaggiatore appassionato la scintilla non si spegne mai durante tutto l’anno. che apparentemente non ha nulla da offrire? Fortunatamente. I disagi del viaggio. Difficile. Egli è sempre in trepida attesa del momento in cui potrà avere qualche settimana di libertà da impiegare per ampliare la propria conoscenza del mondo. il richiamo di casa rifà capolino. Il ritorno. La vita comincia già a farsi troppo ordinaria. La partenza è il momento più eccitante. finché c’è vita. Bastano tuttavia poche settimane perché questa condizione inevitabilmente sfumi e il desiderio di ripartire faccia nuovamente capolino. un’occasione d’oro mi si è presentata e non ho potuto fare a meno di coglierla al volo. Chi mai vorrebbe sottoporsi a mille difficoltà per attraversare una terra così inospitale e impervia. portando a casa i frutti della propria piacevole fatica. Ecco che allora lo sconforto si trasforma in puro entusiasmo. non siamo fatti solo di ragione e spesso è l’istinto a suggerirci la scelta migliore. appassionato di Siberia e dotato di una buona esperienza di viaggio in queste terre.

nell’ordine di decine di gradi sotto lo zero. Dal cancello di casa fino al termine ultimo del viaggio. Cosa che invece non si può fare con il caldo estremo. senza alcuna fatica. In caso contrario. Perché viaggiare scomodi e lenti quando si hanno a disposizione gli aerei. che permettono di coprire rapidamente delle distanze enormi? I motivi di questa nostra scelta sono stati molteplici. In realtà è alla portata di chiunque abbia un minimo di preparazione e soprattutto di buona volontà. senza mai usare l’aereo. infatti. obbliga a entrare in contatto con gli altri viaggiatori. Il giro del mondo ormai si può fare in meno di ventiquattro ore. Una maniera insolita di viaggiare attraverso una nazione abituata a misurare le distanze interne con le ore di aereo e per la quale il treno è un mezzo scomodo usato solo da chi non può permettersi un volo. asetticamente. oggigiorno. a mio giudizio ben più problematico da gestire. L’itinerario pianificato appariva a dir poco bizzarro. Solo entrando in contatto con le persone del luogo si può dire di aver viaggiato veramente. tutto senza mai staccarci dalla madre terra. e se sopravvivono loro può sopravvivere chiunque. spostandosi sempre lentamente e assaporando ogni attimo. se si hanno a disposizione i mezzi adatti. si ricade nella categoria dei semplici turisti. I russi non amano particolarmente il treno. e poi da lì di nuovo al cancello di casa. ma non mancano mai i momenti in cui uno sguardo e un gesto sono più 7 . si mette in testa di percorrere decine di migliaia di chilometri in treno. ma anche enormemente più ricompensante. macinare migliaia di chilometri in treno. che avrebbe ricordato i tempi nei quali il globo terrestre pareva così vasto solo perché si percorreva nel quintuplo del tempo necessario oggi. ma anche per quello umano. Viaggiare in treno per così tanti chilometri. Ma chi.portata di pochi. È invece molto più difficile. coprendosi maggiormente. ma è vero anche che si tratta di zone abitate da persone come noi. C’è sempre modo di difendersi dal freddo estremo. E non solo per il fattore romantico. facendolo proprio e legandolo indissolubilmente ai propri ricordi. specialmente perché decidemmo di percorrerlo interamente in treno. Se non si conosce la lingua del posto ciò può essere difficile. Le temperature invernali sono di certo rigidissime. Il primo e il più importante è l’emozione suscitata da un lungo viaggio effettuato alla “vecchia maniera”. Certamente è molto facile salire su un aereo a Milano e ritrovarsi poche ore dopo in qualunque parte del mondo. fino ad assorbire i tratti della loro cultura. per il semplice gusto di raggiungere i confini del mondo per via terrestre? Ciò è uno dei fattori più importanti che hanno reso questo viaggio assolutamente peculiare. a conviverci per giorni interi sopportandone i difetti e osservandone i pregi.

ma contrariamente a ciò che si può pensare non impossibile da organizzare in modo autonomo. A patto di conoscere la lingua russa.eloquenti di molte parole. Il 8 . partire con la volontà di scoprire cosa si cela dietro quegli occhi a mandorla e quei visi enigmatici che si andranno a incontrare lungo il cammino. Nessuno di noi è ingegnere. quello ecologico. La bellezza delle strade ferrate non è tuttavia l’ultimo motivo per il quale abbiamo scelto il treno. Il treno è forse il mezzo meno inquinante che ci sia. Quale modo migliore di salvaguardare il pianeta se non percorrere quanti più chilometri possibile con un mezzo non inquinante? Con questo programma. sarebbe stata la meta ultima in quanto uno dei luoghi russi più lontani raggiungibili per via terrestre dall’Italia. O meglio. Per raggiungere il punto ultimo avremmo quindi dovuto attraversare tutta l’Europa centro – orientale. era mai stato a Sakhalin. Un piano ambizioso. è significativo organizzare un viaggio nel quale sia il rispetto per l’ambiente a fare da padrone. se c’è la volontà di superarle. da sempre circondata da un alone quasi fiabesco. Nemmeno il mio compare. e come al solito abbiamo preparato i bagagli all’ultimo minuto. Le difficoltà si superano sempre. Tutti abbiamo sentito parlare della ferrovia più lunga del mondo. giusto la sera precedente la partenza. per non parlare delle automobili. Non è pensabile organizzare un viaggio simile se non se ne ha una conoscenza almeno basilare. L’importante è l’intenzione. situata immediatamente a nord dell’isola giapponese di Hokkaido. raggiungendo infine l’oceano Pacifico. In un mondo dove volano migliaia di aerei ogni giorno. Un’incognita assoluta per entrambi. Il viaggio su rotaia ha infatti un altro importante risvolto. ma espone a difficoltà veramente troppo grandi. La data della partenza è arrivata senza che nemmeno ce ne accorgessimo. si intende. la Russia europea e infine tutta la Siberia e l’estremo oriente russo. ma non è l’unica grande ferrovia russa: anche la parallela Bajkal – Amur. ma non si può rimanere indifferenti di fronte ad un progetto così mastodontico come quello che ha dato vita alla ferrovia Bajkal – Amur. che pur aveva viaggiato più volte lungo la Siberia. La celeberrima Transiberiana e la misconosciuta ferrovia Bajkal – Amur sarebbero diventate i nostri punti di riferimento per diversi giorni. è possibile. unito ad una buona dose di volontà e spirito di avventura. che renderebbero il viaggio più frustrante che emozionante. scelta perché complessivamente più vicina alle dimore di entrambi. Come meta finale avremmo raggiunto l’isola di Sakhalin. il giorno 11 novembre 2009 ci siamo improvvisamente ritrovati sulla banchina della stazione di Tradate. a tratti ben più scenografica. meritava di essere scoperta. Questa misconosciuta lingua di terra a forma di pesce.

Portiamo entrambi un grosso zaino sulle spalle. più altri due zainetti e un enorme borsone comprato ad un mercatino cinese. quindi siamo costretti a portarci dietro tutto ciò che può essere anche solo vagamente utile. ma in compenso siamo pronti per fronteggiare qualsiasi situazione scomoda. Viaggiare in autonomia impone dei sacrifici. non vi resta che munirvi di vestiti caldi e voltare pagina! 9 . grosso come un baule. Lungo il percorso andremo a incontrare alcuni amici. che è sufficiente portare anche solo per poche decine di metri per vedere la carne molle delle mani solcarsi e arrossarsi. schiacciando e togliendo materiale. Ogni oggetto ha la sua utilità. Pur spingendo. e del resto non partiamo certo per un viaggetto di una settimana. Si tratta ovviamente del bagaglio più pesante. non siamo riusciti a ridurne ulteriormente le dimensioni e il peso.corredo che ora ci trasciniamo dietro è tragicomico. ma per la maggior parte del tempo saremo soli. Se siete arrivati fino a qui e avete ancora voglia di scoprire questo viaggio.

e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono? Giacomo Leopardi Canto notturno di un pastore errante dell’Asia 10 .…e quando miro in ciel arder le stelle. Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita.

Proprio mentre cerchiamo di filmare il momento della partenza da Tradate. impediscono al responsabile del treno di imprigionare la borsa. né di malinconica tristezza. per non parlare delle altrettante migliaia necessarie per tornare indietro. e l’aria fresca e limpida parrebbe più congeniale ad una vivace mattinata di marzo o aprile. Qualcuno al mio posto potrebbe farsi prendere dallo sconforto al pensiero delle migliaia di chilometri che dovremo percorrere prima di raggiungere l’isola di Sakhalin. Ci lasciamo dunque investire dai raggi solari. Non sono mai stato in procinto di rimanere per così tanto tempo lontano da casa mia. mio omonimo compagno di viaggio. Per poco il controllore non ci costringe a tirare il freno di emergenza. il copriobiettivo della videocamera si disintegra. le energie sono così traboccanti che l’unica sensazione che riesco a provare è la febbre della conquista. Considerando che è la prima volta che la usiamo. Cosa deve succedere ancora? Ci auguriamo vivamente che siano state solo delle sfortunate 11 . è più forte che mai. che mi assale ogniqualvolta osservo il punto di partenza di un viaggio scomparire progressivamente all’orizzonte.Capitolo I Un vagone sconosciuto a (quasi) tutti Pur essendo a novembre. rimasta indietro perché troppo pesante da portare insieme a tutto il resto. non tarda a fare capolino quando la stazione di Tradate viene inghiottita nell’oblio e si defila irrimediabilmente dalla nostra vista. una volta arrivati alla stazione di Milano Cadorna la porta del treno si guasta e non ne vuole sapere di aprirsi. Questa volta la sensazione di distacco. né di nuvole nere cariche di pioggia. Una ben nota sensazione. non è incoraggiante. Fortunatamente. obbligandoci a uscire da un altro lontanissimo portellone. Inoltre. Solo dei vigorosi gesti e le grida di Daniele. poiché vorrebbe far ripartire il treno ancora prima di averci lasciato recuperare la borsa cinese. Nonostante la splendida giornata. non c’è traccia di nebbia. prima che le gelate lande siberiane se li portino via. sembra che la sfortuna stia già iniziando ad accanirsi contro di noi. come uno strappo di un cordone ombelicale. in previsione di due mesi durante i quali il sole scalderà ben poco. Regna invece incontrastato un sole incandescente. Quello di oggi è un clima ideale per salutare nel migliore dei modi l’esordio del viaggio. Abbiamo ancora a disposizione qualche sprazzo di luminosità e calore. tentando di assorbirne il più possibile gli effetti benefici. né ho mai visitato luoghi tanto distanti. infatti. mesi lontani dal grigiore che tradizionalmente attanaglia il mese dei morti.

anche se ingiustamente. studiando ancora una volta il percorso del viaggio e cercando di rispondere ai mille dubbi che sorgono spontanei ogniqualvolta si parla di visitare un posto nuovo. Tra una cosa e l’altra il tempo scorre 12 . ma non per questo ha perso il fascino derivante dalle sue colonne di marmo bianco. Tirando in qualche modo il borsone raggiungiamo la stazione centrale di Milano. stenti e morte nei campi di lavoro. Raskol’nikov viene infine spedito in Siberia a scontare la pena per il suo delitto. dove possiamo finalmente posare in terra i bagagli e respirare un po'. un viaggio in Siberia equivaleva a terrore. stranamente libero dal grigiore della Pianura Padana e dall’inquinamento che da sempre stringe questa città in una morsa. ma è probabile che non potranno mai ricucirsi del tutto. Dmitrij subisce la stessa sorte. rimediando solo una figura ridicola. “Sibir”. i vagoni del treno sotterraneo sono quasi vuoti e possiamo sistemare tutto il nostro corredo senza problemi.coincidenze. Per fortuna. quello che ai tempi delle persecuzioni naziste era usato per i convogli diretti ad Auschwitz. perché se deve continuare così non so dove andremo a finire! Recuperato infine il pesante macigno. Essere spediti in Siberia ha rappresentato per lungo tempo unicamente una punizione destinata ai peggiori criminali e dissidenti politici: non c’è grande scrittore russo che non abbia descritto la Siberia come un grigio luogo di prigionia. infatti. ne I fratelli Karamazov. in lingua mongola significa proprio “terra che dorme”. Il cielo è anche qui perfettamente sereno. Non siamo lontani dal binario 21. Non è comunque nostra intenzione viaggiare in Siberia per andare a scoprire gli orrori di guerre e martiri. ma per provare le sensazioni che solo una terra addormentata può dare. ormai scolorite dal passare del tempo. La vista di questo vecchio binario maledetto non può non suggerire un parallelismo con la nostra condizione: fino a non molto tempo fa. L’enorme edificio della stazione non subisce cambiamenti da molti anni. Non ci sono molte distrazioni nelle stazioni ferroviarie: ciò che si può fare è osservare la gente che passa e i treni che si avvicendano sui numerosissimi binari. Anche insultare la borsa cinese è un ottimo modo per svagarsi dall’atmosfera di caos e confusione della stazione milanese. In Delitto e Castigo. Tra due ore arriverà il treno per Venezia. L’unico modo per passare il tempo nell’attesa del treno è fare il punto della situazione. Sembriamo marocchini che si portano dietro a mano un intero chiosco di oggetti da vendere. infatti. conferendo alla Siberia un perenne alone inquietante. è tempo di avventurarci nella metropolitana milanese. dove tutti ci osservano incuriositi. La storia dei gulag sovietici è ancora troppo recente perché le ferite possano essersi rimarginate.

Questa è la terza volta che capito a Venezia. Ciò mi fa molto piacere: non ho mai avuto l’occasione di vederla degnamente. Dopo altre due veloci ore. pronto ad accogliere i suoi passeggeri. e ora voglio assolutamente vederla bene. per esigenze di conservazione. Un singolare assurdo 13 . fino a raggiungere l’oceano Pacifico. Gli originali sono stati ovviamente sostituiti da copie. ed è ancora più strano il fatto che si tratta solo di una tappa di passaggio. Suona strano associare il capoluogo lombardo e quest'immenso mostro d’acqua multiforme. e non per ultimi i classici: il Ponte di Rialto e Piazza San Marco. anche stavolta libera dall'acqua. ma ciò non toglie che la celebre quadriga faccia sempre la sua bella figura.velocemente. fino ad oggi visto solamente su una cartina geografica o su un consunto mappamondo. La mancanza di luce non fa che rendere ancora più affascinanti i canaletti e le pittoresche viuzze. La seconda volta fu nel corso di una gita scolastica. Abbiamo dunque il tempo di uscire dalla stazione e visitare la città. che il mondo intero ci invidia. Oltre al danno. L'elegante piazza. Fino ad ora i nostri trasferimenti sono stati interlocutori. che è il punto più basso di tutta Venezia. a parte una coppia di piccioni che si rincorrevano. rubati a Costantinopoli da Enrico Dandolo durante la Quarta Crociata. siamo già alla stazione veneziana di Santa Lucia. ma per una serie di sfortunate coincidenze riuscimmo a vedere ben poco e non raggiungemmo nemmeno Piazza San Marco. Il poco distante Canal Grande è popolato da decine di gondole vuote che sbattono ritmicamente contro la banchina. Finalmente posso vedere il campanile e i quattro cavalli di bronzo. peculiare per la sua posizione sospesa tra la terra e l’acqua. Sono solo le quattro di pomeriggio e il treno che aspettiamo partirà alle nove di sera. poiché sicuramente sarà la città più bella che vedremo nei prossimi due mesi. girando insistentemente attorno ad una colonna. lasciandoci quasi subito nella Venezia serale. E anche se l’acqua alta raggiunge per prima proprio la famosa piazza. e conseguentemente non ricordo nulla. è illuminata da numerosissime luci artificiali che nascondono tutte le stelle. assecondando il vento. Difficilmente tutte le città siberiane messe insieme potranno eguagliare la maestosità di questo capolavoro di architettura terracquea. direzione nella quale proseguiremo per quasi un mese. Stiamo infatti cominciando a procedere verso est. la luce del sole scompare presto. È strano visitarla nel corso di un viaggio diretto in Siberia. quella volta non c’era nemmeno l’ombra di maree. ma salire su questo treno ha già un significato diverso. e il treno per Venezia si sta già fermando lentamente su uno dei binari centrali. anche se al buio. la beffa. Essendo in autunno inoltrato. La prima volta che vi misi piede avevo tre anni. che finalmente riesco a visitare.

che recita quasi provocatoriamente “Istanbul: la città più singolare del mondo”. si estende ora un agglomerato di vagoni apparentemente infinito. ignaro dell’esistenza di questo vagone. tutte uguali tra loro. nessuno porta tanti bagagli quanto noi. Nella spettrale penombra della stazione. dall’aspetto ectoplasmico e seriamente inquietante. facendoci sentire orgogliosamente estranei alla normalità che trasuda ovunque attorno a noi. a quanto pare. quindi deve per forza esserci. mentre qualcun altro si aggira stancamente per la stazione. Kiev o Belgrado. Perfino il capostazione di Santa Lucia si è dichiarato. Questa normalità però è destinata a essere interrotta dall’arrivo di un lunghissimo treno. Perdendoci più volte nelle deserte vie periferiche. Come al solito. apparentemente senza una meta precisa. È vero che Venezia e Istanbul hanno qualcosa da spartire. Qualche carrozza va a Bucarest. un vagone delle ferrovie russe che parte una sola volta alla settimana dovrebbe collegare Venezia a Mosca. qualcun’altra ad Atene. incredibilmente. Il classico stratagemma per pagarsi i lavori di ristrutturazione degli edifici. Le carrozze sono così numerose che dall’inizio del binario non riusciamo 14 . Trovare quei pezzi di carta rosata e stampata in caratteri cirillici è stata un’impresa titanica: abbiamo dovuto farceli spedire per posta da Mosca. ciondolano pigramente nelle vicinanze del tabellone luminoso. Solo poche persone sembrano aspettare il treno insieme a noi. poiché ancora non sappiamo con certezza se questo vagone esista davvero. dovrebbe arrivare tra poco un treno composto da un agglomerato di vagoni divisi per destinazione. nella quale ci attende un treno un po’ particolare. mentre a poca distanza un altro enorme cartellone pubblicitario lascia il Ponte dei Sospiri appena visibile.richiama la nostra attenzione: sulla parete di un edificio è infatti appesa una gigantografia. ma c’era veramente bisogno di uno scempio simile? Passiamo oltre tentando di ignorare quest'obbrobrio. Stando alle poche informazioni in nostro possesso. Il condizionale è d’obbligo. teniamo in mano i biglietti. anche perché si è fatto piuttosto tardi e ormai il tempo disponibile per tornare alla stazione non è molto. con pochi capelli grigi spettinati. non si possono comprare. Fortunatamente. Due uomini di mezza età. perché in Italia. ora queste indispensabili carte sono saldamente nelle nostre mani. dunque figuriamoci se avrebbe potuto venderci i biglietti. Tuttavia. altre ancora a Budapest. insieme al passaporto vistato che ci consentirà di superare le numerose frontiere ed entrare infine in Russia. faticosamente reperite sulla rete Internet. riusciamo infine a tornare alla stazione. visto il glorioso passato che ha unito per secoli la famosa repubblica marinara al mondo orientale e in particolare a Costantinopoli. Infine.

Il russo è un idioma dalla musicalità insospettabile. Basta uno sguardo al tabellone per capire che quell’oscuro serpentone d’acciaio è proprio il nostro treno. nonostante la sua insolita destinazione: è una banalissima scatola di lamiera verdastra come tutte le altre. Presto non sentirò più nemmeno una voce parlare in italiano. appare un’impresa ardua vista la numerosità delle medesime. come successe a quei tre ghepardi nati e cresciuti all’interno di una stazione ferroviaria e passati inosservati per anni prima di essere casualmente scoperti? I due uomini dai capelli grigi che ciondolavano nei pressi dei tabelloni raggiungono proprio la carrozza Venezia – Mosca e vi entrano senza esibire alcun biglietto. A differenza dei bigliettai italiani. Queste prime frasi. Rintracciare la nostra carrozza. lingua che d’ora in poi sentirò parlare costantemente. fornendogli le lenzuola e offrendogli snack o un bicchiere di buon the. che sarà la nostra casa per la bellezza di sessanta ore. mi fanno capire che ormai l’abbandono di casa mia è alle porte. Gli ultimi dubbi sono spazzati via: il vagone esiste e sta effettivamente per partire. ma provvedono più in generale alle necessità dei passeggeri. cosa potrebbe succedere se mi trovassi a dover sbrogliare una situazione da solo. è già tempo di mostrare biglietto e passaporti al provodnik e infine salire su questo treno. Esso non ha niente di speciale che lo distingua da una qualsiasi altra vettura. e non di poco conto. I nostri inseparabili amici saranno i rumori del treno e lo sferragliare delle ruote sui binari. venato tuttavia da una leggera inquietudine. pronunciate in una lingua incomprensibile. chiamati in russo “provodniki”. sapendo che praticamente nessuno in Russia (e tanto meno in Siberia) parla una lingua straniera? Mentre cerco una risposta a queste domande. tuttavia. Cinquanta metri di camminata sono sufficienti per trovare su un finestrino la bandiera russa e la scritta “Mosca – Venezia”. a parte quella del mio compagno. a differenza di ciò che accade in Italia. dove il controllore è spesso un fantasma che passa quando vuole lui. ma stavolta pecchiamo di pessimismo. stampata sia in caratteri latini sia in caratteri cirillici.nemmeno a vedere la fine del treno. Inoltre. Cosa significherà dover dipendere sempre da qualcun altro per capire cosa sta succedendo intorno a me? E soprattutto. Daniele scambia con loro le prime parole in russo. non si occupano solo di controllare biglietti e passaporti. e la notizia ci procura un notevole sollievo. 15 . ma nello stesso tempo annoda la lingua per l’enorme quantità di consonanti pronunciate in successione. Forse è per questo che nessuno in questa stazione si è mai accorto della sua esistenza. A tutte le difficoltà cui ho già pensato se ne sta dunque per aggiungere un’altra. sono assegnati al loro vagone e non si muovono mai da esso. infatti. È evidente che sono i bigliettai.

Capitolo II Una frontiera difficile Il primo impatto con il vagone non è facile. dobbiamo faticare e scervellarci non poco prima di riuscire a incastrare il tutto in modo soddisfacente lasciando nel contempo uno spazio sufficiente per poterci muovere. che in russo significa di prima classe. Tocca proprio alla borsa cinese il posto sul pavimento. nell'attesa di trovargli una sistemazione migliore. una poltrona con tavolino e un armadio a muro sul lato destro e pochissimo spazio vitale al centro. per via dei bagagli enormi e non certo leggeri. sono conformate in modo da essere sufficientemente distanziate se ci dormono solo due persone. dunque siamo praticamente “obbligati” a viaggiare in prima classe. Tutte le operazioni di carico sono ostacolate non solo dalla mancanza di spazio ma anche dall’elevata temperatura interna. Il corridoio è strettissimo e fatichiamo non poco a passarci. infatti. qualcos’altro ancora sul pavimento e in mezzo ai nostri piedi. In particolare è il borsone cinese che crea problemi. a voler essere generosi con le misure. scoprendo un piccolo lavandino all’interno del mobile e addirittura un frigorifero nascosto sotto la poltrona. forte della sua notevole statura e forza fisica. Il tutto è racchiuso in un’area di due metri per uno. La cosa che ci lascia più perplessi è la presenza del terzo posto letto. Poco alla volta esploriamo tutto lo scompartimento. poiché è talmente grossa da non entrare in nessuna delle sistemazioni portabagagli predisposte. ma vicinissime se devono essere usate tutte e tre. sudati fradici. e ora l'abbiamo finalmente conquistato. ma in qualche modo il mio compare si sobbarca la fatica di portarlo. e ha quindi gli scompartimenti separati e chiusi da porte. Presto rimaniamo in maglietta. Le brande. Da fin troppo tempo aspettavamo questo momento. Qualcosa viene messo sotto le brande. Siamo felici di esserci finalmente stanziati su questo vagone. Il treno è un vagone kupè. Il termometro segna oltre ventiquattro gradi centigradi. qualcos’altro nei portabagagli superiori. 16 . che in tre giorni ci recapiterà a Mosca. a causa delle sue enormi dimensioni. Oberati come siamo di borse. potremmo giustamente preoccuparci di vedere ad un certo punto un altro viaggiatore prendere posto nel nostro scompartimento. In condizioni normali. Una conquista simbolica che servirà per fare altre conquiste. Una curiosa occhiata nel nostro nuovo habitat rivela un antro microscopico ma ben illuminato. dotato di tre brande reclinabili poste una sopra l’altra sul lato sinistro. Non c’era possibilità di scegliere tra prima e seconda classe.

poiché ci siamo accorti che le nostre provviste iniziali sono fin troppo abbondanti. l’augurio è ironico. Sembra una barzelletta. specialmente di questa stagione. è stato meglio essere prudenti e non tentare troppo l’avventura. I treni russi sono tutti dotati di cuccette. Due provodniki che badano a due passeggeri in totale. sballottamenti. Su questo vagone si riposa in mezzo a scossoni. ma d’inverno non ci sono mai problemi. È infatti quasi impossibile dormire bene su un treno in movimento.ma l’eventualità è praticamente impossibile. Adottare questa tattica d’estate può dunque essere rischioso. mi sistemo nella branda superiore cercando di adattarmi in fretta a quest’ambiente così angusto. Anche per mangiare ci dobbiamo arrangiare: il vagone ristorante è costosissimo e non abbiamo tutti questi soldi da spendere. Raccapezzatomi un attimo. I provodniki affermano anche che. e non sarà certo l’ultima vista la quantità di treni che dovremo prendere. Pare che nessuno scelga il treno per raggiungere la Russia dall’Italia. sempre che però vi siano dei posti liberi. Avremmo potuto tranquillamente pagare in questo modo e risparmiare così tempo e fatica. Rifacciamo i letti per la prima volta nel viaggio. possiamo pagare dieci euro in più e comprare anche il terzo posto. Non appena il treno parte. così da essere sicuri al cento per cento che nessuno lo occuperà mai. Aggiungono anche che è vero che i biglietti si possono comprare solo in Russia. i provodniki rispondono alle nostre perplessità spiegandoci che il vagone è solitamente carico di persone durante i mesi estivi. il provodnik ci recapita in camera le lenzuola. appena poche ore dopo la partenza. rumori. ma che d’inverno parte spesso e volentieri vuoto. Non sarebbe stato molto piacevole rimanere a piedi già a Venezia. ci rendiamo conto di essere gli unici passeggeri su tutto il vagone. Ovviamente. Proprio per questo abbiamo preventivamente deciso di mettere in valigia anche il fornelletto da campeggio. Farsi amici i controllori potrebbe sempre tornare utile in futuro. non si sa mai. dato che ci sono altri cinquanta posti da riempire prima di questo. ma tutto sommato decidiamo che possiamo concedergli questa mancia e così paghiamo. Interpellati in merito. ma è anche possibile pagare il biglietto direttamente in mano ai provodniki. Gli regaliamo perfino un salamino. che però servirà più che altro per cucinare in 17 . avvolte in un cellophane che reca scritto in cirillico “Buona notte!”. ma come facevamo a saperlo? Come al solito. se vogliamo. Dopo una mezz’oretta. infatti. ad eccezione dei treni locali: le tratte sono così lunghe che è praticamente impossibile spostarsi senza dover dormire in viaggio. luci che continuano ad accendersi e spegnersi senza alcuna logica. e per giunta su una branda così stretta. Ci guardiamo per qualche secondo: è ovvio che vogliono arrotondare lo stipendio.

albergo. Avremmo potuto scegliere di risparmiare peso e ingombro non portandolo, ma mangiare sempre cibi freddi alla lunga è veramente nauseante. Così, almeno, potremo cucinarci una pastina o dei ravioli ogni tanto. In ogni caso, sappiamo adattarci a qualsiasi situazione, specialmente quando si tratta di esigenze alimentari. Speriamo solo che durante un’eventuale perquisizione non ci facciano storie per la bomboletta del gas, in quanto potenzialmente infiammabile ed esplosiva. In realtà, il problema più grosso da gestire è anche il più banale, quello che salta immediatamente all’attenzione: la lunghezza dei viaggi. Sessanta ore sono lunghe da trascorrere, e non si tratta nemmeno del viaggio più lungo che ci aspetta. Forse non mi sono ancora reso bene conto di cosa si tratti, travolto come sono dall’eccitazione della partenza. Sono pur sempre tre giorni di reclusione, e i carcerati forse sono più liberi di noi, poiché hanno diritto ad un’ora d’aria al giorno. Certo, ci sarà la possibilità di scendere nelle stazioni, ma quasi sempre per pochi minuti e comunque senza mai potersi allontanare granché dal vagone. Sarà meglio dunque che mi trovi un modo per far passare il tempo. Probabilmente non mi basterà solo parlare col mio compagno, perché si sa che dopo un certo numero di ore di inattività da viaggio passa la voglia di fare qualsiasi cosa e scendere dal treno diventa l’unico desiderio. Dopo qualche ora, ogni bagaglio e indumento si trova al suo posto e abbiamo smesso definitivamente di sudare. Apparentemente sembra che tutto proceda per il meglio. Dal finestrino non riusciamo a vedere niente a causa del buio intenso, ma sappiamo che presto passeremo il confine sloveno. Tra poco lasceremo dunque la nostra nazione per avventurarci nell’enorme dominio dell’estero, dove improvvisamente anche la persona più sicura di sé può trasformarsi in un timido coniglietto. Basta non conoscere la lingua ed essere soli, senza salvacondotti né appoggi di qualche guida o agenzia, e tutto cambia radicalmente. Questo ci ricorda come non dovremmo mai sentirci troppo superbi quando stiamo con la testa al caldo, perché a passare nella cella frigorifera ci vuole davvero poco. I provodniki, piuttosto pigri e scarsamente inclini a ottemperare alle nostre richieste, si sono messi a dormire poco dopo averci portato un the. Non si sono raddolciti nemmeno dopo che gli abbiamo regalato il salamino, nonostante l’abbiano accettato molto volentieri. Versano sempre il tè in modo sbrigativo, servendolo in un bicchiere di vetro alto e stretto a sua volta incastrato in un portabicchiere di metallo finemente cesellato, recante effigi russe e stemmi commemorativi dell’ex Unione Sovietica. Poiché a causa del caldo abbiamo molta sete, chiediamo spesso di
18

portarcene dell’altro, ignari del fatto che non è gratuito e che andrà tutto pagato alla fine del viaggio. Sono furbi: se ci facessero pagare ogni volta che lo portano, probabilmente ci modereremmo, invece così siamo spronati a chiederne di continuo. È lo stesso ragionamento che porta a spendere molto di più quando si paga col bancomat piuttosto che in contanti. Dopo aver consumato una parte della nostra fin troppo fornita scorta di viveri, ci ritiriamo in branda. Speriamo di passare una notte tranquilla nonostante i piccoli disagi e gli onnipresenti rumori. Fossero solo i rumori a disturbare. Intorno alle quattro di mattina, infatti, sentiamo bussare con forza alla porta dello scompartimento. Sono necessari solo pochi secondi per capire che è venuta a farci visita la polizia. Ancora intontiti dal sonno e abbagliati dalla luce che hanno impietosamente acceso alla massima potenza, ci mettiamo a sedere. I visitatori sono agenti della frontiera croata, saliti sul treno a controllare i passaporti. Sono in due, un uomo e una donna. Quest’ultima è probabilmente di grado superiore, poiché si dimostra da subito particolarmente pignola e invadente. Sembra proprio che stasera abbia la luna storta. Il controllo del mio passaporto è veloce e indolore, ma quello del mio compagno viene praticamente sezionato. Evidentemente, i poliziotti sono confusi dal fatto che il mio documento sia nuovissimo e dotato perfino di microchip elettronico, mentre il suo sia vecchio, lacero e costituito di semplice carta. O forse è la barba un po’ incolta del soggetto a fargli pensare di avere a che fare con un pericoloso criminale, mentre io non gli appaio per nulla nocivo. Sospettando che il passaporto del mio amico sia falso, l’inflessibile poliziotta passa interminabili minuti a scrutarlo con l’apposito monocolo, facendosi quasi venire un’ecchimosi all’occhio. La mia preoccupazione aumenta minuto per minuto: non si inventeranno mica qualche strana scusa per impedirci di transitare dalla Croazia? Sarebbe un disastro per la nostra tabella di marcia. L’ispezione prosegue, e se la stessimo osservando dall’esterno probabilmente rideremmo a crepapelle. Ci fanno aprire tutte le tasche degli zaini, trovandoci dentro pericolose armi di distruzione di massa come calze, mutande e magliette intime. Potrebbero anche diventare pericolose, ma per ora sono troppo pulite per riuscire ad uccidere qualcuno. Per fortuna non vedono la bomboletta del gas, anche se non credo sia un reato portarsela dietro. Non contenti di non aver trovato nulla, passano ai portafogli. Vogliono vedere con quanti soldi siamo in viaggio. Assurdo. È così difficile rendersi conto che non siamo terroristi né riciclatori di denaro sporco, ma solo due ragazzi in viaggio? Per un attimo mi sfiora la mente l’idea che vogliano requisirceli con una qualunque scusa, ma fortunatamente
19

la legge sembra funzionare anche oltralpe e passiamo indenni il controllo pecuniario. Ci pongono tuttavia diverse domande, le solite stupide domande che si fanno alle frontiere. Da dove venite? Dove andate? E perché ci andate? E perché non siete rimasti a casa? E perché non vi dedicate al giardinaggio subacqueo invece che attraversare la frontiera a quest’ora costringendoci a fare gli straordinari? Accidenti, noi dobbiamo solo transitare da questo maledetto paese, è notte fonda e tra poche ore ce ne andremo di nuovo. Cosa abbiamo fatto di male per meritarci un terzo grado? Il colpo di grazia lo dà il poliziotto maschio, che ancora non ha parlato ma appena apre bocca riesce a rendersi ridicolo. Vuole far leggere a Daniele una frase in italiano, presa a caso sul passaporto, così da sincerarsi della sua reale nazionalità tramite l’analisi della pronuncia. Il problema è che confondono i passaporti e la frase la fanno leggere a me, accorgendosi solo dopo di essersi bruciati l’occasione. Ormai siamo al delirio. La poliziotta ci chiede addirittura se siamo padre e figlio. Vero che il mio compagno è alto un metro e novantasette e io solo un metro e settanta, ed è vero anche che lui ha la barba e io no, ma dare un occhio anche alle date di nascita? Se avesse prestato un minimo di attenzione quando ha letto i passaporti, avrebbe scoperto che io ho ventidue anni e lui trentuno. Nove anni è un’età un po’ troppo acerba per avere figli, forse. Dopo circa mezz’ora di occhiate e controlli, finalmente i due depositari della forza armata gettano la spugna. Dopo averci timbrato sbrigativamente il passaporto, finalmente se ne vanno. Evidentemente questa notte avevano molta voglia di prendersela con qualcuno, e dato che non c’erano altre persone sul vagone oltre a noi, non hanno nemmeno dovuto scegliere. Vedere due giovani che viaggiano da soli in treno, pieni di zaini dappertutto, gli avrà fatto pensare che sicuramente dovevamo essere degli sbandati o dei drogati. Uno degli svantaggi del viaggio indipendente è proprio questo: è facile essere guardati con sospetto e presi di mira. Basta uscire un attimo dagli schemi comuni ed ecco che iniziano i problemi, specialmente oltre confine. Se avessimo viaggiato fin da subito con un tour organizzato, nessuno ci avrebbe mai detto nulla. Sappiamo già che non sarà l’ultima volta che ci capiterà una situazione simile, ma è un prezzo che avevamo già messo in preventivo ben prima di partire. Non appena i poliziotti scendono, il treno riparte con una fulmineità tale da far sospettare che il macchinista non aspettasse altro che la loro dipartita per rimettere in marcia il treno. Le carrozze ripartono quasi con soddisfazione. Effettivamente, dando un’occhiata agli orari delle fermate scopriamo che grazie alla Santa Inquisizione abbiamo accumulato un ritardo di oltre mezz’ora! E dobbiamo ancora passare le
20

Siamo entrati in Ungheria. furtivi e silenziosi come dei ladri nella notte. Se ogni volta deve andare così.frontiere con l’Ungheria. ma senza chiederci nulla. Ma almeno la Croazia cessa di essere un problema: alle sette di mattina ne usciamo una volta per tutte. ansiosi di scoprire cosa si celi dietro una porta blindata. I poliziotti ci svegliano ancora per metterci il timbro di uscita. 21 . tanto vale che ci prepariamo al peggio. con l’Ucraina e con la Russia.

ciminiere e tralicci. e man mano che aumentano i chilometri percorsi aumenta anche la sensazione di libertà che i viaggi indipendenti procurano sempre. nei quali volpi e daini corrono in libertà. Anche loro. o forse siamo semplicemente fortunati a non trovarne altri particolarmente in vena di rompere le uova nel paniere. mentre il finestrino viene colpito da innumerevoli gocce di pioggia che creano interessanti riflessi. Noi ne approfitteremo invece per sgranchirci un po’ le gambe sgambettando per la città. per permettere lo scambio dei vagoni che in pratica smembrerà il treno e lo ridistribuirà su chissà quante altre locomotive. Hanno però una caratteristica comune: non sanno leggere. Fortunatamente. Sullo sfondo finalmente appare il lago. Le zone limitrofe sono immerse nel verde e popolate da casette bianche circondate da staccionate e raggruppate in tranquilli e riservati paesini. Impensabile 22 . infatti. riportando un po’ di vita e di allegria. ma è solo un’impressione. La sua presenza è segnalata inequivocabilmente da numerose stazioni che traggono il proprio nome dal lago stesso.Capitolo III Ungheria I poliziotti ungheresi si dimostrano molto meno pignoli dei colleghi croati. poiché dopo non molto il sole fa capolino col suo disco giallo pallido. i provodniki ci consentono di lasciare i bagagli nello scompartimento. Qui il treno dovrebbe effettuare una sosta di otto ore. che rappresenta anche un validissimo aiuto per non impazzire sul treno. ma tutto sommato possiamo sopportare queste domande idiote senza danni e concentrarci un po’ di più su noi stessi quando finalmente le formalità burocratiche e doganali ungheresi sono espletate. Siamo ormai vicini a Budapest. fino a quando improvvisamente l’area inizia ad urbanizzarsi e compaiono capannoni. Una bella falce di luna è ancora ben visibile in cielo. Per amplificare questa sensazione non c’è niente di meglio di un po’ di musica: non potevo rinunciare a portare con me la mia fedele compagna e ragione di vita. Il poderoso specchio d’acqua rimane ben visibile per oltre mezz’ora. ci chiedono se siamo padre e figlio! Comincia a diventare veramente un vizio. Ci stiamo avvicinando al grande lago Balaton. Ci sarà molto da fare per i lavoratori della ferrovia. evitandoci la noia di cercare un deposito nella stazione. Il piattume paesaggistico continua. e progressivamente la ferrovia gli si avvicina fino quasi a costeggiarlo. il maggiore dell’Ungheria. Guardando fuori dal finestrino vediamo un tempo piuttosto grigio e depressivo. fino a quando lascia il posto a campi brulli e incolti. Il sole sale sempre più alto nel cielo.

che ho comprato apposta per registrare i minimi delle temperature siberiane. mentre alle sue spalle spicca lo sfarzoso Parlamento. lasciandosi letteralmente scivolare in acqua. poiché la stazione non è chiusa. perfino il freddo più freddo verrà avvertito molto meno. fontane. ampie zone verdi percorse da sentieri pietrosi e tortuosi. Tutte le persone. Per non stare troppo tempo in piedi. Sempre meglio presentarsi con un certo anticipo. infatti. Il lungo e suggestivo Ponte delle Catene ci dà il benvenuto. ci arrampichiamo su una sorta di cubo di cemento e lo usiamo come panchina. sperando che il numero del binario esca in fretta così da potersi finalmente sedere sul treno. popolato da torrette dal tetto appuntito e da numerosi bastioni e mura. che dopo i classici giri per le vie continua il tour sul fiume. Il mio termometro digitale portatile. Passiamo il tempo osservando alcuni barboni che cercano mozziconi di sigaretta da fumare. con il muso che ricorda vagamente la forma di un vascello. Budapest è una città sorprendente. Si tratta infatti di un bus anfibio. La cosa non è incoraggiante: se già qui sento freddo. La stazione est è tremenda: non c’è un posto a sedere nemmeno a pagarlo oro. Se si è veramente motivati a fare qualcosa. Inoltre sta calando velocemente la sera. Merita un plauso anche il castello situato sulla collina. non c’è proprio più nulla che le strade di Budapest possano dirci. ignaro di tutto e convinto che sia solo un normale autobus turistico…e che ad un certo punto lo vedesse tuffarsi con decisione nell’acqua! Siamo tentati anche noi dal farci un giro. Non bisogna dimenticarsi nemmeno del fatto che la percezione del freddo ha anche una componente mentale. Non mancano parchi. stanno in piedi con gli occhi rivolti al tabellone. ma ben presto inizia a calare un freddo deciso e cominciamo ad accusare il colpo. segnala dieci gradi sopra lo zero. ma purtroppo il tempo è tiranno e dobbiamo rientrare in stazione. come farò a resistere a temperature che possono arrivare anche a trenta o addirittura quaranta gradi sotto zero? È vero che ora sono vestito in modo leggero. raccogliendoli da terra e tentando in qualche modo di 23 . nel momento in cui Daniele afferma di soffrire il freddo anche lui. In effetti siamo fermi da più di un’ora e siamo praticamente all’aperto. Chissà cosa potrebbe pensare un passeggero che vi salisse. Una chiesetta con il tetto maiolicato e colorato completa il quadro in modo eccellente. ma basteranno tutti i vestiti che mi sono portato? Le giacche che ho scelto saranno sufficientemente calde? Un po’ però mi consolo da queste angosciose domande. statue. Lungo le strade incontriamo perfino un singolare autobus.girare per una città con tutta questa roba appresso: crolleremmo dalla stanchezza dopo nemmeno un chilometro.

che mentre eravamo a spasso per la città è stato agganciato al treno quotidiano Budapest – Mosca. perciò praticamente non si riesce mai a dormire. La stazione si riempie sempre di più di persone che. Adesso almeno ce la caviamo con un pezzettino di carta che non ci costa soldi. per non dare ai poliziotti di frontiera il pretesto di controllarci meglio. la temibile apatia non mi ha preso e credo di poter sopportare tranquillamente un altro giorno e mezzo di treno. A farci compagnia ci sono le carrozze che vanno da Uzhgorod a Mosca. Per ingannare il tempo. Gli orari del treno sono programmati talmente male che tutte le frontiere si superano di notte o di mattina presto. ma finalmente il treno riapre le sue porte e riprendiamo possesso del nostro scompartimento. dunque siamo ancora gli unici occupanti del vagone. fissano insistentemente i tabelloni per sapere da quale binario partirà il loro treno. Tuttavia dobbiamo rimanere fermi a Chop. oppure hanno un foglio di giornale nascosto sotto gli sporchissimi maglioni che indossano. ma non possiamo lamentarci. poiché passiamo la frontiera assolutamente indenni. Sempre che non ci siano altre piacevoli emozioni alle frontiere.ricomporli dopo che sono stati calpestati da innumerevoli persone. Farci vivisezionare un'altra volta sarebbe alquanto seccante. Non è poco. Sembrano indifferenti al vento che ci sta raggelando. Si sta facendo nuovamente buio ed è tempo di prepararsi per la seconda notte sul treno. 24 . prima serviva il visto. ma finora è andato tutto bene. costrette a stare in piedi. Fortunatamente. per le tre ore necessarie a smontare le ruote e a rimontarle in accordo con il diverso scartamento ferroviario vigente nell’est europeo. L’umidità è intensa e ormai non ne posso più di stare all’aperto. Ora non effettueremo più soste bensì tireremo dritti come un fuso fino a Mosca. Questa noiosa formalità è necessaria per transitare in territorio ucraino. ovviamente. Sembra che non sia salito nessun altro passeggero. Ci vorranno ancora circa trentacinque ore prima di poter calpestare il suolo moscovita. sul confine ungaro – ucraino. abbiamo a disposizione la carta d’immigrazione ucraina da compilare. Forse vi sono semplicemente abituati. da Budapest a Leopoli e da Budapest a Kiev. Dobbiamo stare attenti a non sbagliare nemmeno una virgola compilandolo. Rumori importanti invadono la nostra cabina privandoci di qualche ora di sonno. ma ormai ci siamo abituati e non ci facciamo quasi più caso. fermandoci solo per una mezz’ora in ciascuna delle principali città ucraine. I bagagli sono ancora al loro posto: nessuno li ha toccati. l’unico fastidio che i poliziotti ucraini ci procurano è lo svegliarci. consapevoli che verremo ancora una volta svegliati nel cuore della notte al passaggio della frontiera ucraina. anche se non abbiamo nulla da nascondere.

Anche la fame diminuisce. Pur felici come siamo di essere in viaggio. ma l’Ucraina mi offre ben poco. La noia aumenta e non è affatto mitigata dal paesaggio né dalla musica. quando saremo via da quaranta.Capitolo IV Attraversando l’Ucraina La mattina presto attraversiamo i monti Carpazi. ma esistono quelle brutte e quelle orripilanti. questa strana sensazione è leggermente angosciosa: è passato così poco tempo e già ci sembra di essere in viaggio da una vita. Ora iniziano a farsi sentire le prime avvisaglie della tanto temuta apatia da viaggio. Queste appartengono senza dubbio alla categoria delle orripilanti. A vivacizzare il tutto ci sono anche diversi cimiteri. ovviamente. Si nota però chiaramente che ci stiamo spostando sempre di più verso l’est europeo. lungo le quali alcune automobili arrancano con una certa fatica. fiancheggiando case che meriterebbero di più l’appellativo di baracche. In senso metaforico. sparsi per il terreno paludoso e visibilmente trascurati. Sembra che sia passata una vita da quando siamo partiti da Tradate. Ogni tanto tra gli alberi si fanno strada alcune vie fangose e piene di pozzanghere. o almeno così mi pare che siano. non esistono strutture industriali belle nel senso stretto del termine. Forse sono in piena attività e si tratta semplicemente delle strutture industriali più brutte che abbia mai visto. i discorsi che possiamo fare tra noi iniziano a diventare pesanti e nessuno ha più granché voglia di parlare. In queste condizioni non è facile resistere all’apatia da viaggio. È un effetto collaterale del viaggio in treno: la sua proverbiale lentezza rallenta conseguentemente l’incedere del tempo e altera le percezioni temporali. Intendiamoci. Stiamo un po’ vegetando in questo scompartimento e cresce la voglia di scappare via. Le case si fanno più povere e appaiono tanti agglomerati di orrendi capannoni industriali. In men che non si dica abbiamo già attraversato quattro nazioni e abbiamo messo piede in Ucraina. e pensare che erano solo pochi giorni fa. Nessuno in Ucraina lava l’automobile: sono tutte costantemente sporche di fango. ma a entrambi sembra di essere via da molto più di tre giorni. cinquanta giorni? Per distrarmi tento di guardare fuori dal finestrino e cercare qualcosa che stimoli la mia immaginazione. Pare strano. probabilmente abbandonati. dato che ancora non siamo scesi dal treno e i piedi a terra proprio non li abbiamo poggiati. Le casette di legno e le fitte foreste di conifere passano silenziose e veloci. appena illuminate da un tenue sole che inizia solo ora a sorgere. Cosa succederà allora. e infatti comincio a essere piuttosto stufo di stare qui e non 25 .

Tutte cibarie che pesano svariati chili e delle quali saremo felici di liberarci. un po’ perché da queste parti è maleducazione. Sembra veramente che sia passato un tempo immemorabile da quando siamo partiti da Tradate. La terribile minaccia dell’influenza suina deve aver particolarmente impressionato gli ucraini. e ad ogni chilometro percorso questa sensazione si acuisce sempre di più. Sono certo che questo viaggio finirà in un lampo. ben tenuta. Passati i venticinque minuti di sosta a Leopoli. Quasi tutte le persone che si aggirano per la stazione sono armate di mascherina antibatterica. enormi costruzioni squadrate piene di scritte sui muri. Già domani saremo a Mosca. ma il pensiero che ormai non manca molto alla fine di questa sferragliata è consolante e mi impedisce di lamentarmi troppo. Il paesaggio non migliora nemmeno spostandoci ancora un po’ verso est: sempre le solite paludi e la solita tristezza che ci investe dal finestrino con le sue eloquenti immagini di degrado. Forse non sono stati ben informati sulla reale natura di quest'ennesima panzana mediatica. Lo scompartimento mi appare sempre di più come una cella. Eppure oggi è solo il terzo giorno di viaggio! È davvero strano come possa essere mutevole la percezione del trascorrere del tempo a seconda della situazione in cui ci si trova. Daniele scende per scattare qualche fotografia. a due passi dalla Polonia. il quale ha promesso di ospitarci e guidarci per la città. La stazione è pulita e ordinata. Mi sono un po’ riscosso 26 . Ormai è buio e mancano solo tre ore all’arrivo nella capitale ucraina. nome italianizzato di L’vov. Siamo nella parte più occidentale dell’Ucraina. la capitale della nazione. Non ho nemmeno voglia di scendere dal treno. come succede sempre quando si sta vivendo una bella esperienza. dove ci attende il nostro amico Andron. ma pazienza. il sedile è diventato insopportabile. Eviterò di soffiarmi il naso in loro presenza. è tempo di proseguire verso Kiev. ma ora come ora il tempo sembra essersi quasi fermato. un po’ per evitare che qualche poliziotto un po’ troppo zelante mi noti e mi inviti a passare una notte in ospedale per accertamenti.vedo l’ora di arrivare a Mosca. Anche Daniele non dà più grandi segni di vita: è stato preso anche lui dallo spettro strisciante della noia. Per sdebitarci in anticipo della sua annunciata ospitalità gli stiamo portando un culatello. ed è la prima grande città ucraina che raggiungiamo. Con questo stato d’animo arriviamo a Leopoli. Lungo la strada per Kiev non si vede nient’altro che qualche casa dai muri scrostati e scoloriti. ma io resto su. spesso diroccati o crollati per metà. un barattolo di funghi sardi sott’olio e due bottiglie di vino. In qualche modo tiriamo avanti fino a sera. alberi spogli con strane palle di sterpi incastrate tra i rami. giardini incolti.

un cucchiaio di maionese e infine un pezzetto di carne bollita che galleggia solitario nell’acqua rossastra. Non abbiamo modo di accorgerci della bellezza della città. Scendiamo tutti e due per una decina di minuti. Una scodella di borsh. poiché sul treno non c’è veramente niente da fare. osservandola solo dal vagone. cavoli. Il sapore è molto forte e speziato.dalla noia e ho recuperato un po’ di energie mentali. ed è un peccato che non possa incanalarle in una qualsivoglia attività. Qualcosa di caldo ci vuole. aspettando tempi migliori. allieta un po’ la serata a entrambi. Siamo soli con i nostri pensieri e con le nostre menti. niente di niente. Qualche guglia si intravede in lontananza. la tipica minestra russa. Non ci siamo nemmeno portati un mazzo di carte per giocare. La pietanza è soddisfacente: si compone di patate. Poggiare piede a terra dà un certo sollievo. barbabietole. verze. ma solo l’arrivo a Mosca potrà risolvere il problema dell’apatia. Non ne possiamo più di mangiare formaggi e salami con le fette di pane. com'è consuetudine nella cucina russa. il tempo di dare un’occhiata alla stazione. Salutiamo l’Ucraina con poco entusiasmo. ma per il resto siamo immersi in uno squallido paesaggio ferroviario e industriale. In un batter d’occhio siamo già a Kiev. ormai arrivata a livelli considerevoli. 27 . Certo che il pagare cinque euro per una scodellina di minestra ci spingerà a riflettere molto bene prima di ordinare un’altra volta qualche pietanza al vagone ristorante.

Ci accoglie un tempo estremamente umido e piovoso. La voglia di dormire in un qualunque posto stabilmente piantato sul terreno aumenta sempre più. Mosca sarà sicuramente fredda. che osserviamo dal finestrino con una lieve punta di preoccupazione. Non facciamo tempo a capire dove siamo che già Andron è davanti al portellone ad aspettarci. L’enorme capitale russa è finalmente raggiunta. Inoltre. Solo la Siberia profonda ha fama di possedere un clima molto secco. salutando i due provodniki che ricambiano sbrigativamente i saluti augurandoci buona fortuna per il nostro viaggio. Il treno entra lentamente in una delle numerosi stazioni di Mosca. e stranamente il passaggio della frontiera non crea alcuna complicazione. ma le tanto temute sessanta ore sono terminate. che non 28 . Un cocktail pericoloso. Recuperiamo borse e zaini e scendiamo dalla carrozza. e sono ormai tre notti che non dormiamo decentemente. che dovrebbe compensare le bassissime temperature rendendole più sopportabili. Il nostro visto ha ora acquistato validità e finalmente siamo entrati nella nazione che ci interessa. e viste le condizioni probabilmente anche molto umida. Questo muscoloso uomo di mezz’età ha gli zigomi molto alti.Capitolo V Mosca L’ingresso in Russia avviene mentre il sole sta guardando da un’altra parte nel cosmo. Fortuna che ora stiamo per arrivare in un luogo dove un amico e una casa ci attendono. a infastidirci ulteriormente sta il fatto che non abbiamo riposato nemmeno stanotte per via del controllo doganale. fermandosi esattamente alla fine del binario. Pare incredibile. un prominente pizzetto e due occhi azzurrissimi. dopo aver attraversato ben cinque frontiere in pochi giorni.

Ogni volta che torna da qualche posto si porta a casa dei ricordini di roccia. Con un paio di cambi e qualche autobus navetta. So leggere le lettere dell’alfabeto russo. Andron è infatti un geologo e viaggia spesso in Siberia. finalmente entriamo in casa. risparmiandomi almeno stavolta la gioia di portarla per l’affollatissima stazione e poi per l’altrettanto gremita metropolitana. ma mai sgarbati e sempre cordiali. La scienza più antica del mondo ha affascinato popoli di ogni epoca e origine. fiancheggiati da alberi spogli e anneriti dal fumo dell’intenso traffico moscovita. Le pareti di questo piccolo appartamento sono colme di mobili ripieni di libri e oggetti di ogni tipo. posta nella grigia e anonima periferia moscovita. I suoi modi sono rudi e sbrigativi. Basti solo pensare a quanto tempo gli uomini hanno trascorso prima di scoprire cos’erano quelle fiammelle tremolanti.nascondono una grande gioia nel vederci finalmente arrivare nella sua città. ma soprattutto pietre preziose e cristalli. Prima di entrare in casa dobbiamo farci otto rampe di scale: è una legge universale. la magia degli oggetti 29 . gettiamo le borse a terra e ci togliamo le scarpe. grazie ad un cielo molto più buio di quello odierno. un po’ come stiamo facendo noi adesso. ma per leggere queste carte non ce n’è quasi bisogno poiché per riconoscere le stelle mi basta trovarne la posizione. Si offre di portare lui la borsa cinese. raggiungiamo la sua casa. con dimensioni che vanno dal piccolo al gigantesco. Non c’è neve per le strade e la temperatura è lievemente rigida. nei quali vengo sistematicamente trascinato senza capire assolutamente niente. Anche se oggigiorno abbiamo attribuito un nome ad ogni oggetto celeste che siamo riusciti a individuare con i nostri telescopi. e lo ha fatto semplicemente grazie a dei puntini luminosi che solo di notte si accendono e brillano nel cielo. quando si è stanchi e pieni di borse pesanti i posti da raggiungere sono sempre all’ultimo piano e non c’è l’ascensore. anche se lui lo fa per lavoro. Sulle pareti sono appese in bella mostra numerose cartine geografiche. Quando poi mi metto a tradurre i nomi scopro che sono identici a quelli italiani. e si vede che è stato veramente in molti luoghi. che migliaia di anni fa brillavano con il triplo della forza. Una stupenda ed enorme mappa stellare reca in cirillico i nomi di stelle e costellazioni visibili dai due emisferi del pianeta. Qui lo splendore della Piazza Rossa e del Cremlino non esiste: tutto ciò che appare davanti agli occhi è un’infinita distesa di caseggiati tutti uguali. che unisce tutte le culture del mondo. poiché ne possiede a bizzeffe e di ogni varietà. come a conferma che l’astronomia è qualcosa di universale. ma per nulla proibitiva. anche se ho bisogno di un po’ di tempo per decifrarle. come immediatamente ci invita a fare Andron. Sudando da ogni singolo poro.

ma ci si fa velocemente l’abitudine. anche se ne capisco ben poco. che non abbiamo certamente intenzione di rifiutare. Anche ammettendo di riuscire a pronunciare correttamente la frase “Vorrei dell’altro pane”. nonostante il libretto si chiamasse proprio “manuale di conversazione”. incoraggiando Daniele a tradurre per me il più possibile. Aver studiato centinaia di parole ed espressioni sul frasario russo è stato utile fino a un certo punto. Di nuovo non posso fare a meno di ricordarmi che mi sto recando in Siberia. L’ora di pranzo mi riscuote dall’estatica ammirazione per la carta stellare ed è destinata a procurarmi altra devozione. Poi si inizia il pranzo vero. Proprio in questo 30 . Il padrone di casa è comunque molto gentile e si premura di farmi capire ciò che sta dicendo. a stomaco vuoto. litri di the. uno dei luoghi al mondo con la più scarsa illuminazione artificiale. verdure. Durante il pranzo i discorsi si sprecano. Arrivano poi polpette di carne. Uno dei pochi nel quale si può ancora trovare un cielo veramente buio. In Russia non si beve l’acqua durante il pasto. ci sono miliardi di risposte possibili che l’interlocutore può usare per rispondere. A ciò segue immediatamente l’ingestione di un primo antipasto. I gesti e le espressioni facciali rimangono l’unico metodo di comunicazione veramente efficace. cucinati in nostro onore. funghi. per non offenderlo. Non hanno alcun sapore. per impedire all’alcool di essere assorbito subito. ogni pietanza commestibile è buona. Sulla piccola tavola troviamo da mangiare una grandissima varietà di pietanze tra cui addirittura degli spaghetti. seppur di altro genere. ma sappiamo che Andron li ha preparati per farci piacere e diamo segno di apprezzarli moltissimo. La mancanza d'acqua è difficile da sopportare per chi è abituato a berla sempre durante i pasti. Quando si ha fame. usualmente delle fettine di pane. Ci viene offerto il bis più volte. senza doversi inerpicare sulle Ande o sui massicci dell’Australia centrale. ed è comunque impossibile contenerle tutte in un vocabolario. i gesti hanno lo stesso significato. ma niente acqua. Basta uscire da una dacia e guardare in alto. anche se le eccezioni non mancano nemmeno in questo senso. infatti. In fin dei conti abbiamo una fame da lupo e non stiamo certo a sottilizzare. e la tavola presto è piena anche di ottimi biscotti e altri dolci. giusto per conoscere un po’ di vocabolario di base e imparare a leggere le lettere. Innanzitutto bisogna capirle. facile da usare in qualsiasi parte del mondo. Non in tutte le nazioni del mondo. Si comincia bevendo un bicchierino di vodka o un altro alcolico forte.celesti è rimasta la stessa di allora. salse. e alla fine si conclude con quantità generose di the o caffè. ma com'era prevedibile non è servito a nulla per imparare a sostenere una conversazione.

praticamente solo per fornire ai viaggiatori un motivo ufficiale per essere in Russia. È teoricamente possibile anche essere invitati da un privato cittadino. che vengono accolti con gioia: scorre dunque vino a fiumi. Alle otto di mattina abbandoniamo definitivamente l’albergo e ci ritroviamo nuovamente in casa di Andron per fare colazione. soggiornare per più di un certo tempo in una città russa senza farsi registrare la presenza dalle autorità. Come il padre. per festeggiare il nostro arrivo. Non si può. Dopo i festeggiamenti. ma in realtà fittizi. Tutto ciò non è però sufficiente a tenerci svegli: dopo tre notti consecutive dormite poco e male. gli assurdi regolamenti e le ridicole lungaggini. ma ingurgitiamo ugualmente il tutto con voluttà. parla solo russo. Gli inviti formali sono obbligatori. le formalità burocratiche iniziano tuttavia a bussare alla nostra porta. dove ci compileranno la registrazione. Andron inoltre vive a Mosca solo d’autunno e d’inverno. Ora che sono tutti e due presenti è il momento di tirare fuori i regali. e ora mi rendo conto che in questi mesi che passerò in Russia mi perderò molte cose per via di questo handicap comunicativo. La figlia rimane a casa da sola? Sarà fidanzata con qualcuno? Sono tutte cose che potrei chiedergli se solo conoscessi il russo. La notte ci fanno compagnia alcuni allarmi di automobili dalle mille tonalità diverse. Vengono emessi dalle agenzie senza alcuna logica. molto simpatica anche lei. Inutile stare a spiegare le impossibili pratiche burocratiche russe. nella quale possiamo finalmente lavarci un po’ e riposare prima della giornata di domani. infatti. ma le procedure e le scartoffie necessarie sono così tremende da indurre anche il viaggiatore più ottimista a lasciar perdere. così che ora i due vivono da soli. presto crolliamo in un sonno finalmente ristoratore.momento fa capolino la figlia. giovane e bionda. per il resto è in giro per la Siberia a lavorare. ed è per questo che stanotte non possiamo dormire da Andron ma dobbiamo pagare una stanza d’albergo. che si prospetta intensa. La moglie non c’è: Andron è infatti pluridivorziato e l’ultima moglie se n’è andata chissà quando. ma sono sufficienti un paio di sorrisi per presentarci e per capire che entrambi siamo contenti di essere dove siamo in questo momento. più un treno che ogni tanto passa sui vicini binari facendo vibrare i doppi vetri delle finestre. città nella quale non metteremo mai piede. Non appena abbiamo 31 . Basti sapere che sul mio visto reco un invito ufficiale di una fantomatica impresa turistica di San Pietroburgo. alta. Come primo pasto della giornata è insolito: iniziare la giornata con un the unito a formaggio e polpette non è esattamente ciò cui siamo abituati. Siamo dunque obbligati a prendere questa camera.

reca alla base la statua di San Giorgio che uccide il drago. In più. Ignoravo del tutto l’esistenza di una tale bellezza nelle profondità di questa ex base militare. Un lavoro in grado di mandare fuori di testa chiunque. Oggi abbiamo modo di osservare meglio la metropolitana. Abbondano capitelli e arcate affrescate. le pinze emostatiche per le amputazioni degli arti… La visita al museo si esaurisce velocemente. Accettiamo volentieri. monumenti recanti i nomi dei caduti. più che in una metrò. Un lungo colonnato introduce al museo vero e proprio. unite a volte di marmo arancione. su cui stanno incisi tutti i nomi delle città sovietiche che hanno partecipato maggiormente alla guerra. dove si respira molto di più l’aria tradizionale e si possono apprendere molte più cose su come vivono i russi. Riemersi finalmente alla poca luce che la giornata offre. In un batter d’occhio siamo nuovamente fuori alla fredda aria di Mosca. subito Andron ci incita a vestirci per uscire. ho modo di notare la presenza di un addetto in fondo alle scale. Bombe a mano. Andron ha la buona idea di non riportarci a casa sua dopo il museo. a parte le siringhe di vetro. costruita ben cento metri sottoterra. Avendo entrambi a che fare con la professione infermieristica. osservando con interesse tutti i reperti di questa scellerata guerra. estratti della Pravda (il giornale nazionale russo) con le foto del dittatore Stalin. né speriamo di dover usare mai. Percorrendo le sue maggiori stazioni si ha l’impressione di essere in una chiesa o in un monumento classico. ci troviamo a visitare un museo dedicato alla seconda guerra mondiale. ho l’impressione di non arrivare mai. non possiamo fare a meno di confrontare i set da chirurgo di sessant’anni fa con gli strumenti che usiamo noi oggi. entusiasti di poter passare una giornata in una “vera” casa russa. Per raggiungere questa casetta dobbiamo prendere tre metropolitane più un 32 . e che da quando è stata riadattata a metropolitana si è guadagnata il primato mondiale di profondità. simbolo del diavolo. piena di persone che si accalcano le une sulle altre. Percorrendo le scale mobili che ci portano in basso. vecchi manifesti propagandistici. Ore e ore fermo ad osservare una scala in movimento. recante al suo interno tutte le armi dismesse. Non invidio affatto questi sfortunati dipendenti pubblici. che ha il compito di controllare che non succedano disordini o borseggi. poiché le cose da vedere sono tante e il tempo è poco. bensì di farci vedere la sua dacia (ciò che noi chiameremmo un cottage di legno). chiuso in un gabbiotto di vetro. non c’è molta differenza. più altre chicche come eliche di aerei sfondate. cannoni contraerei. poco fuori città. Devo constatare che. più decorata e ricca di tanti musei. Un grosso obelisco. Un’eccezione però c’è: non abbiamo mai usato.finito di mangiare.

In questo tragitto ho modo di vedere gli estremi limiti della capitale. ma in realtà è uno scivolo da sci. Solo agglomerati industriali intervallati a superstrade.autobus. non amano molto lavare le proprie vetture. sono completamente coperte di polvere su ogni lato. Non ce n’è una che sia pulita. deludenti come mi aspettavo. come gli ucraini. poche case cadenti o condomini fatiscenti. ma ciò che manca sono le montagne. sia parcheggiate sia in movimento. e poco altro. che in un’ora attraversa tutta la periferia di Mosca. Evidentemente i russi. Noto anche che tutte le automobili. A prima vista mi sembra un’enorme autostrada in costruzione. L’unica cosa veramente sorprendente che mi salta agli occhi lungo il tragitto su questo scassato e rumoroso autobus è un grosso svincolo che appare sul lato sinistro della strada. Neve ne hanno in abbondanza. 33 .

tra cui un robusto donnone e una minutissima e giovane ragazza. Ha anche lui due occhi azzurrissimi. Dopo poche centinaia di metri. e anche piuttosto grande: dispone di numerose stanze. Gli stanzini da letto sono davvero pittoreschi. facendo qualcosa solo se mi viene detto di farlo in italiano o tramite eloquenti gesti. se non voglio dipendere sempre dal mio amico. Dopo aver comprato qualcosa al vicino negozio di alimentari. la macchina imbocca una piccola e dissestatissima traversina che conduce ad una ridente casetta. per non parlare della soffitta. in che altro modo dovrebbero comunicare? Devo arrangiarmi dicendo quelle poche parole che conosco. ma loro non sembrano preoccuparsene granché e continuano a parlarmi in russo. Il mio desiderio viene presto esaudito. 34 . Ora sì che mi sento veramente partecipe della situazione. un fisico robusto e una Lancia Ypsilon verde. È meglio fare così. porta anche alcuni vantaggi: mentre Daniele deve obbligatoriamente parlare con i due nipoti di Andron e con le due donne. Nel salotto ci sono numerose persone. Tatyana e Olga. che ci salutano inchinandosi e sorridendoci con tutti i denti di cui dispongono. dove ho intravisto un camino acceso e scoppiettante. poiché ai piani superiori non c’è alcun riscaldamento. Questa dimora di legno è molto simpatica. quando Vadim si accorge che il mio compare non ha portato con sé la giacca. agitando le braccia. se conoscono solo quella lingua. che ci vengono puntigliosamente mostrate una per una. uno dei nipoti di Andron. Ad un certo punto mi siedo al grosso tavolo e decido di seguire la corrente. inizia a fare piuttosto freddo. ma i miei tentativi di farmi capire non vanno sempre a buon fine. che userà per portarci fino alla casetta in campagna.Capitolo VI Ospiti d’onore nella dacia L’autobus ci recapita in un piazzale dove ci sta già aspettando Vadim. Vadim pare conoscere l’uomo addetto a far passare chi deve e a non far passare chi non deve. Daniele informa tutti che non parlo russo. Non conoscere la lingua. montiamo in macchina e percorriamo strade sempre più deserte. infatti si salutano calorosamente. Tuttavia. anche perché non so bene come comportarmi in casa di estranei russi e non conosco la loro cultura e le loro abitudini. Potrei involontariamente fare qualcosa che per loro è sconveniente. Del resto. fino a inoltrarci in un boschetto che conduce ad un passaggio chiuso da una sbarra. però. e la sbarra non tarda ad alzarsi. e infatti non vedo l’ora che questa esibizione finisca per potermi rintanare nella sala da pranzo. per assicurarci di avere sufficienti cibarie per la serata.

Inizialmente non si cura molto di me. Confido che tutti crolleranno dal sonno prima di riuscire a finire quell’immane quantità di alcool. Andron è sparito da un po’. Mi chiedo quanto andremo avanti ancora. Ora sono quasi le sei. Siamo arrivati in questa casa alle tre di pomeriggio e abbiamo subito iniziato a mangiare e bere. i quali iniziano a dare segni di visibile ebbrezza già dopo poche ore.io posso concentrarmi unicamente sul cibo che tutti mi stanno offrendo generosamente. La grossa tavola è infatti imbandita in modo sontuoso e carica di cibarie di ogni genere. così da poter riempire nuovamente il bicchierino. Tanto per cominciare. Ho così l’occasione di rispolverare un po’ il mio scalcinato spagnolo. e non abbiamo ancora finito. e di intavolare una rudimentale conversazione. poiché abbiamo già capito che non torneremo più a Mosca e passeremo la notte qui. così come continuano a riempirsi i nostri bicchierini. e a prima vista si potrebbe scambiare per un italiano. bere tanto non è considerato alcolismo 35 . continueremo a bere fino a quando tutte le sei o sette bottiglie di superalcolici saranno terminate. Non avrei mai pensato di poter comunicare in spagnolo con un russo. in quanto la sua ex moglie è per l’appunto portoghese. e ogni volta che finisce di bere “appoggia” il bicchiere sul tavolo con un po’ troppa forza. In particolare. Lui si trovava già qui da prima. il secondo nipote di Andron. Secondo il mio compare. I discorsi intavolati da Daniele e dai nipoti di Andron mi vengono tradotti solo in parte. ma mi sembra una previsione piuttosto esagerata. Nel caldo ambiente della dacia facciamo conoscenza anche con Vladimir. La tavola continua a riempirsi sempre di più con il passare delle ore. poiché se ne accorgono e incitano subito a bere più in fretta. La giornata sicuramente riserva ancora molte sorprese. ma ogni tanto lo vediamo passare per la stanza. Non ha l’aspetto peculiare dei russi. se i due nipoti continueranno a rabboccarli non appena vedono che sono pieni per meno della metà. dandomi l’impressione di essere un po’ antipatico. mischiato a quei pochi elementi di portoghese che mi sono rimasti in testa. Non potranno mai svuotarsi. Probabilmente deve sistemare la casa e predisporla anche per la notte. anche perché Daniele stesso a volte ha difficoltà a star dietro ai ragionamenti dei due ragazzoni. il parlante portoghese sta alzando sempre di più il tono di voce. sfidando le leggi della gravità. e aspettava il nostro arrivo. il cibo sembra non finire mai. O forse no? In Russia. ma con il passare del tempo scopro che parla portoghese. apparentemente intento in qualche lavoro. Ed è inutile far finta di bere. sulle quali spiccano prepotentemente alcune bottiglie di superalcolici già aperte.

l’impossibilità di rifiutare le offerte è praticamente la stessa. Non posso fare a meno di ricordarmi la leggenda di quell’eschimese che. mentre per gli uomini arriva a sfiorare a malapena i sessanta. quando e come devo bere. gli offrì tutto quello che aveva. se non impossibile. Difficilissimo. ma non è così per quelle di alcool. anche perché loro sono i padroni di casa e rifiutare ciò che un russo offre può essere vissuto come un insulto. Sembra proprio. Ormai sono le otto di sera e non ne posso più di vedere il mio bicchierino costantemente pieno di un qualche genere di alcolico. poiché imbarazzato dalla singolare offerta. che il mio compagno ci abbia visto giusto. perché nessuno gli aveva mai fatto uno sgarbo simile. se paragonati ai russi. portandoci gli spaghetti in valigia e non lasciando mai nulla al caso? Tanto varrebbe rimanere a casa. ma il problema è che nessuno l’ha spiegato ai padroni di casa. Niente poteva essere rifiutato. i viaggi servono proprio a questo. Noi italiani non siamo così smodatamente amanti delle bevande alcoliche. ma non potrò resistere ancora a lungo a questo ritmo. L’eschimese per tutta risposta si arrabbiò terribilmente e lo uccise con un colpo di lancia. così come le popolazioni andine trovano normale masticare foglie di coca e i marocchini trovano normale fumare. Non c’è da stupirsi se in questo paese l’aspettativa di vita per le donne raggiunge i settantacinque anni. Non riesco più a mangiare nulla e per fortuna le offerte di cibo sono temporaneamente cessate. e ho ben poche possibilità di oppormi al loro volere. Ormai abbiamo spazzolato quasi tutte le cibarie. perfino sua moglie per una notte. Qui vige una vera e propria cultura del bere: essere alcolisti qui non è nulla di trascendentale. tra cui il pollo. il pane nero. ricevendo nel suo igloo un viaggiatore. L’enorme quantità di vivande che ho ingurgitato mi aiuta a “fare il fondo” nello stomaco e quindi a non assorbire troppo etanolo. D’altronde. tranne la nottata con la moglie. i cetrioli e i pomodori. ed è in situazioni come queste che si impara a entrare in contatto con le culture e a vedere nuove realtà. questa è la situazione in cui mi sembra di trovarmi: sebbene abbia la ragionevole certezza che qui nessuno mi pianterà un ferro acuminato nella milza. ma rappresenta quasi la normalità. Altrimenti per cosa viaggeremmo? Per rinchiuderci in un villaggio turistico.per come lo possiamo intendere noi italiani. cioè un problema occasionale che colpisce solo alcun individui. Quello che fino a pochi giorni fa era solo un luogo comune sui russi che stazionava in qualche angolo della mia mente. Il viaggiatore accettò tutto. rifiutare le offerte: decidono loro cosa. Daniele mi 36 . le torte farcite e molto altro ancora. le patate. ora è diventato realtà e lo sto vivendo in prima persona. confrontandosi con esse. Ecco. infatti.

proponendomi di rifiutare qualsiasi ulteriore offerta con inflessibile gentilezza. anche se non capisco come ciò sia umanamente possibile. che è semplicemente un buco scavato sotto la casa. Mi viene in mente che forse Daniele potrebbe aver avuto ragione per quanto riguarda le loro reali intenzioni: temo che vogliano veramente finire tutto l’alcool che tengono in casa. È un incubo. anche se sta parlando con loro ormai da ore e accusa segni di stanchezza. ma dei quali intendo benissimo la natura goliardica e strampalata. i due baldanzosi giovanotti decidono di aprire la cantina per recuperare altro alcool. Mi ritaglio dunque un attimo di pace e decido di darci un freno con i bicchierini. Cosa mai ci farà in giro con tutti quei soldi. Le bottiglie che mi sembravano così tante sono già tutte vuote. ma nonostante l’alcool le vede tutte e le raccoglie prontamente. Sembra un distributore automatico di banconote. Vengo reclutato anch’io per intrufolarmi in quell’antro umido e polveroso. in men che non si dica. ritorniamo dentro. Almeno prenderemo un po’ d'aria fresca e per un po’ non toccheremo alcool. ma per fortuna non ce n’è bisogno: ci è offerta una tregua quando i nipoti escono a fumare e ci invitano fuori con loro. ma chi glielo spiega? E soprattutto. obnubilati da tutto quell’alcool.sembra più rilassato da questo punto di vista. e mi becco anche un piccolo rimprovero. senza perderne nessuna tra il fogliame. Troppo presto. perché secondo loro li ho pelati male. Vladimir è visibilmente provato da tutto il porto e la vodka che ha bevuto. ormai sempre più inconcludenti e vertenti su giochi linguistici che comunque non potrei capire. per fare onore agli ospiti. Sono disposto a prendermi il rischio di far arrabbiare un russo. Ora sicuramente si riprenderà a bere…e infatti. poiché altrimenti verrei trascinato anch’io nel vortice dei loro discorsi alcolici. Dopo aver fatto una buona scorta di vino. In questo momento è davvero un bene che io non conosca il russo. Daniele ha smesso da un pezzo di tradurmi le loro frasi. che piovono a decine tra i suoi gesti scomposti. Vengo reclutato nuovamente per aiutare a pelare i tuberi. e continua a lasciar cadere dalla giacca numerose banconote da mille e cinquemila rubli (corrispondenti rispettivamente a circa venti e cento euro). è il momento di pelare le patate. poiché sono più piccolo e agile di loro e riesco più facilmente a recuperare le bottiglie. non saranno passati nemmeno dieci minuti. accidenti. quando si fermeranno col mangiare e col bere? Non mi aspettavo un’abbuffata così pantagruelica. e nonostante ciò la bevuta non accenna a finire! Dunque tutti giù in cantina. 37 . lo sa solo lui. Non è così facile essere precisi. raggiungibile sollevando una botola. poiché c’è ancora del cibo in arrivo. Dopo altri discorsi che non riesco a capire.

Approfittando di un momento in cui sono ignorato da tutti. non c’è mai se non per pochi fugaci momenti nei quali compare per le stanze. Mi sdraio sulla cuccetta. Forse è arrivato finalmente il momento di dormire. ma non esiste un bagno interno nelle dacie. Oltretutto Andron è un fantasma. forse perché pensa che ci stiamo divertendo. chiudendo bene la porta. ma non è consigliabile andarci adesso con il freddo che tira. Accetto di trangugiare un altro bicchierino di porto o chissà quale altro alcolico. Ma quando ho finito con i miei bisogni. Ormai sono le undici di sera e sto iniziando a crollare dal sonno. Da un momento all’altro mi aspetto che qualcuno faccia capolino nella stanza e mi tiri fuori a forza dalla cuccetta per costringermi a bere ancora. epico e riverito costruttore della dacia. coprendomi bene con tutte le coperte che ho a disposizione. penso e spero. Mi allontano tranquillamente andando in mezzo al giardino. ma non sono nemmeno in buone condizioni. ma non accade nulla di ciò. Finalmente hanno mollato la presa. Andron non ha bevuto quasi nulla ed è quindi sobrio. Sarebbe imbarazzante mettermi a vomitare adesso. 38 . L’alcool mi ha riempito la vescica in modo indegno. Fortunatamente. Rifiutare è semplicemente impossibile. da cui decido di urinare direttamente nel prato. tutto sommato piuttosto comoda. Invece no. troviamo nel soggiorno proprio Andron. meglio esagerare che tirare al risparmio. ma non interviene mai a salvarci dal vortice alcolico. ma stanno decisamente esagerando con l’alcool e ora ho smarrito la bussola. Forse hanno avuto pietà. apparentemente intento in chissà quali lavori di manutenzione. Sono indubbiamente simpatici. Vadim mi avverte ridendo che ho appena urinato sul monumento di suo nonno. Per le necessità c’è un gabbiotto all’esterno.La serata si anima sempre di più. Usciamo ancora a prendere un po’ d’aria e a fumare. però. indaffarato a prepararci le brande in uno stanzino. I miei propositi di “linea dura” vanno in fumo. a mano a mano che trascorrono i minuti e le ore. la nausea non fa capolino. Non mi gira la testa. Ne stanno inventando veramente di tutti i colori. non ho veramente idea di dove potranno arrivare. La mia resistenza fisica ha però un limite. solo perché non credeva che pesassi così poco come dico. mi intrufolo nelle cuccette. Vadim ad un certo punto mi afferra in corrispondenza delle anche e mi solleva senza alcuna fatica fin sopra la sua testa. Dopo che Andron ha finito di spiegarmi a gesti quale sia il mio letto e quale sia invece quello destinato al mio compagno. i due nipoti mi richiamano a gran voce e mi invitano a continuare a bere con loro. ormai non riesco più nemmeno a distinguerli l’uno dall’altro. Fa freddo. Dopo l’avventura sulla presunta tomba del nonno.

non voglio saperlo. potrebbero anche avere un’autobotte piena di vodka dietro la dacia. È proprio mentre bevo il the. e un rocambolesco disc – jockey parla a macchinetta. mi auguro che non mi presenti poi un salato conto da pagare. Considerando quanto ha bevuto. cerco dappertutto dell’acqua. Si schianta a letto disordinatamente. In preda alla sete. e la robusta porta non riesce purtroppo a filtrare efficacemente le risate. Sul tavolo. La scena continua per ben due ore. non è improbabile. intento a lavarsi in una rustica tinozza di legno. Un numero indubbiamente osceno. fortunatamente. Chissà se è ancora a letto a smaltire la sbornia. anche lui visibilmente provato dall’alcool. le grida e i discorsi frenetici che mi giungono alle orecchie come un blob indefinito. tuttavia. intervallando i suoi discorsi con una musica veloce e ritmata che non fa che peggiorare la situazione. finalmente prendiamo sonno tutti e due. La mattina mi sveglio con una prevedibile e intensissima secchezza delle fauci. che significa “bene”. Ancora un po’ barcollante. Gli amici russi hanno anche acceso la radio a tutto volume. ma ovviamente non ce n’è neanche una goccia e mi devo accontentare di una tazza di the. ma almeno mi aiuta a reintegrare qualche liquido. Non so se siano finiti o no. quasi a peso morto. centellinandolo prudentemente per non ustionarmi la lingua. tentare di prendere sonno è improponibile: il gruppetto che ho appena abbandonato è distante solo pochi metri da me.Nonostante la stanchezza e l’alcol assorbito. e questo non sono riuscito a evitarlo. e ho il terrore che i due amici russi mi offrano della birra per colazione. e mento rispondendogli con decisione “Kharashò!”. non c’è l’ombra di alcolici. tantissima acqua. Stranamente. L’unico pensiero che ho in testa è di bere acqua. Credo che in tutta la giornata si sia “fatto” almeno trenta bicchierini. Mi chiede com’è andata la notte. ma per loro probabilmente è normale amministrazione. finché finalmente rientra in stanza Daniele. Vadim è intento a preparare il the e non mostra segni di cedimento. Vladimir invece è scomparso. In realtà ho una sete indomabile. non ho il classico cerchio alla testa che si presenta puntualmente dopo una bevuta eccessiva: forse la qualità sopraffina degli alcolici russi mi ha aiutato sotto questo punto di vista. Definirlo caldo è un eufemismo: il termine corretto sarebbe rovente. Il mio intestino è tuttavia in ribellione. Dopo esserci lamentati tra noi per le eccessive abitudini alcoliche che vigono in questa casa. che mi accorgo che fuori dalle finestre è tutto imbiancato dalla neve! Ha sicuramente nevicato a partire da notte 39 . ma l’importante è che non la tirino fuori adesso. metto piede nella sala da pranzo e trovo Andron in mutande. Non riesco nemmeno ad articolare nella mia mente la parola “alcool”.

Fortunatamente non succede nulla. La visione della prima neve russa. Per fortuna. poiché tra poco lui e Vadim ci riporteranno a Mosca e dobbiamo ancora visitare la città. praticamente inesistente. mi riempie di meraviglia. poiché ieri sera non c’era nemmeno un cristallo di ghiaccio. Anche lui si deve accontentare del the bollente. Fuori però fa decisamente freddo e rientro in fretta a scaldarmi. quando io ho dovuto soffrire atrocemente ingoiando quel liquido bollente. specialmente quando si è ospiti in casa d’altri. L’ultima volta che mi sono trovato in macchina con qualcuno che non conoscevo e che guidava in questo modo. anche quando il parabrezza è così saturo di goccioline da non vedere quasi più niente. Che figura! Loro mi hanno ospitato in casa. e con un’agile mossa Vadim ci recapita su un marciapiede moscovita. offerto da mangiare e bere come ad un matrimonio. trovando Daniele intento come me a cercare una bevanda non alcolica da trangugiare. popolato da piante mai potate. Dimenticandomi per un attimo delle mie precarie condizioni di salute.inoltrata. L’avevo scambiato per un albero. Vadim ci riporta in macchina fino a Mosca. 40 . Recuperiamo i cappotti e usciamo. Imperdonabile. né della velocità con cui affronta le curve. anche se a casa mia l’ho vista tutti gli inverni e non è una novità come potrebbe esserla per un boscimano. rese insidiosamente bagnate dall’acqua mista a neve. Nemmeno il tempo di riprenderci ci danno! Ora come ora preferirei starmene recluso in casa a dormire tutto il giorno. proprio di fianco alla stazione degli autobus. casualmente mi casca l’occhio nel punto del giardino in cui ho urinato la sera prima. Mi sento finalmente in salvo. Ignora beatamente le nubi di spruzzi sollevate dalle macchine di fronte a lui in autostrada. tirando i centoventi l’ora senza il minimo dubbio. Non voglio nemmeno parlare del rispetto della distanza di sicurezza. abbiamo tamponato un furgone in autostrada. con mia leggera soddisfazione. guidando in una maniera che definire azzardata è un eufemismo. Appena uscito. Non sarebbe giusto che lui trovasse dell’acqua. e vedo che effettivamente c’è un monumento…che reca la foto del defunto nonnetto. nel selvaggio perimetro della dacia. esco ad osservare come appare ora il disordinato cortile. il mio intestino ha smesso di agitarsi. ma come sempre in viaggio bisogna adattarsi a tutte le situazioni. Andron ci esorta a finire in fretta la colazione. diretti all’automobile. e io per risposta cos’ho fatto? Ho insozzato di urina la tomba del costruttore della casa. trovato un letto per dormire. Ringraziamo per l’ospitalità e per il trasporto (anche se gliene direi volentieri quattro) e ci tuffiamo di nuovo per le vie di Mosca insieme all’infaticabile Andron.

si passa a casa del nostro amico per il pranzo. visibili anche da lontano e ora ammantati da un lieve velo di neve. qui in Russia è una moneta fuori corso. Forse un eccesso di puntiglio. Non si può infatti camminare sulla strada. ma sappiamo che i russi hanno un po’ l’ossessione della sicurezza. e la prendiamo con filosofia. in men che non si dica è già visibile il ponte che collega la strada alla cittadella fortificata. È meglio che io abolisca la parola “rifiutare” dal mio archivio mentale. questi storici simboli della capitale russa saranno sicuramente ancora più suggestivi. Passando di fronte all’imponente statua di Dostoevskij. quando ci arriveremo. Molti meno simboli avrà da offrire la Siberia. La giornata è grigia. sbuchiamo finalmente dalla metropolitana. I suoi cipollotti d’oro. e via di nuovo. e come contorno dei frutti di bosco in una specie di marmellata. nevica abbondantemente e la temperatura si prospetta molto più bassa di ieri. ma non possiamo rifiutarci di assaggiare ogni pietanza che viene portata in tavola. poiché la città ci sta aspettando.Capitolo VII Una campana e un cannone Anche se si è solo di passaggio. Il controllo all’entrata è rigoroso. Non abbiamo esattamente voglia di ingurgitare altre pantagrueliche porzioni. vista l’importanza istituzionale del luogo. Se stessimo mangiando in un qualunque altro momento. e finalmente dopo averne bevuto innumerevoli bicchieri ci sentiamo molto meglio. Dopo i numerosi cambi necessari per raggiungere il centro. Ora che ha pure nevicato. ma che costituisce il limite per i turisti. sormontato da un’alta torre in mattoni rossi. si trova un ampio marciapiede sul quale si può camminare liberamente. Oltre il ponte. A malapena abbiamo il tempo di finire di mangiare: Andron è un frettoloso di natura e ci incita a fare presto. una permanenza a Mosca impone almeno la visita del Cremlino e della Piazza Rossa. per reintegrare le perdite idrosaline. che altro non è che il Cremlino. e infatti il nostro coltellino svizzero non sfugge ai metal detector e viene trattenuto all’ingresso. Prima di tuffarci nella visita della città. Finché non si sorpassa la linea del marciapiede è 41 . Andron ci serve dei canederli di zucca. è zona proibita. però. ci sembrerebbero tutte delle primizie. sono assolutamente inconfondibili e sono uno dei simboli con i quali il mondo conosce la Russia. ma la nausea dovuta all’alcool non è ancora passata e le pietanze scendono nello stomaco un po’ di malavoglia. Meglio coprirsi bene. Ci buttiamo dunque velocemente addosso sciarpe e cappotti. In particolare ci gettiamo avidamente sul the e sull’acqua. intrisi nella panna acida.

Le sue costruzioni sono assolutamente inconfondibili: tanto per cominciare. il fiume che attraversa la città e che crea inevitabilmente un forte vento. ma meglio non mettere nemmeno un piede al di là. hanno tutte un colore rosso cupo. per vedere delle cose veramente degne di nota. oppure a destra. poiché non è il caso di ammalarsi proprio ora che stiamo per ripartire verso la Siberia. Appena dietro alla medesima. Il freddo è piuttosto pungente e umido. Frontalmente. Logicamente speravamo in un letto vero. Lungo la strada troviamo anche delle curiosità storiche: il cannone e la campana più grandi del mondo.tutto a posto. La parte sinistra è purtroppo avvolta da un orribile cantiere. Alcune di esse hanno degli splendidi affreschi all’entrata. che però non hanno mai sparato né suonato. È meglio affrettarci. dove ci aspettano un divano e un ammasso di sacchi a pelo gettati per terra e sovrapposti l’uno all’altro. La mattina successiva 42 . ora appoggiato di fianco alla campana stessa. si intravede il ponte stradale a sei corsie. Sulla parte destra splendono il monumento a Lenin e la torre dell’orologio. La visita alla Piazza Rossa è però d’obbligo. Si narra che Ivan il Terribile abbia fatto accecare l’architetto che costruì la cattedrale non appena l’ebbe terminata. peserà almeno cinque quintali. i quali fungeranno da giaciglio. Torniamo velocemente a casa di Andron. appena sporcati da un po’ di neve. come recita il nome stesso. La sfortuna mi perseguita. poiché si potrebbe attirare l’attenzione delle guardie. sul quale. costretti a buttar via buona parte delle loro ore di vita per stare ritti in piedi a fare la guardia a non si sa bene cosa. un giovane aviatore tedesco di nome Mathias Rust atterrò con il suo Cessna. invece. Non ho mai invidiato questi sfortunati militari. complici le vicinanze della Moscova. la cattedrale di san Basilio fa un’incredibile figura con la sua peculiare architettura e i suoi mille colori. La campana non è intera: mentre la issavano precipitò e un pezzo saltò via. poiché ogni volta che visito un monumento importante lo trovo inevitabilmente deturpato dalle impalcature. le quali sono armate di fucile nonché di colbacco antigelo. Queste grottesche precauzioni di sicurezza non impediscono però di ammirare la bellezza delle costruzioni presenti: le chiese bianchissime con i loro cipollotti d’oro abbondano da ogni parte. Basta però rivolgere lo sguardo in avanti. per evitare che ne potesse costruire un’altra uguale o più bella in altre parti del mondo. Essere dei geni a volte può costare davvero caro! La nostra fugace visita a Mosca si conclude così. in piena guerra fredda. Quel frammento. ma ci accontentiamo volentieri anche di queste sistemazioni di fortuna: l’importante è che siano gratuite e che l’ambiente sia riscaldato. anche perché è vicinissima. beffando i sistemi di sicurezza sovietici.

Mentre aspettiamo sotto le volte bianche e verdi di quest'enorme edificio. Uscendo dalla stazione per raggiungere il treno. capitale della ferrovia Bajkal – Amur situata nell’estremo est della Siberia. ringraziandoli per l’ottima ospitalità. Curiosamente. diamo finalmente l’ultimo saluto a Mosca. ma senza successo. Un totale di 6500 chilometri di viaggio. poi una babuska (letteralmente: nonna) vestita di tela e stivali di gomma tenta di venderci da mangiare per il viaggio. Ora tocca alla Siberia. Tre di loro tentano di venderci alcuni telefoni cellulari. diversi personaggi ci avvicinano. 43 . Proprio da qui avrà inizio il prossimo spostamento in treno. poiché pur percorrendo centinaia di chilometri non escono mai dal proprio fuso orario. Su tutto il territorio dell’ex URSS. poi dobbiamo andare subito a prendere altri mezzi pubblici per arrivare alla stazione Kazan. poiché ogni volta bisogna calcolare lo scarto delle ore. Solo i treni locali sono esclusi da questa convenzione. Un annunciato massacro. Abbiamo già quel che ci serve. infatti. cioè se ogni treno riportasse l’orario di partenza in accordo con l’ora locale. In caso contrario. però. Non aspetto altro che appaia il numero del binario sul tabellone luminoso. con il quale raggiungeremo la città di Tynda. Finalmente il numero del binario appare. ma è meglio essere prudenti e non tirar fuori la macchina fotografica. considerato il genere di persone dal quale la stazione è popolata. L’uniformità dell’orario. gli orari dei treni e degli aerei sono calcolati sull’ora di Mosca e non sull’ora locale. complica le cose a chi deve spostarsi attraverso tutta la nazione. molto probabilmente rubati. Vorremmo scattare alcune foto al bel soffitto della stazione.salutiamo Andron e la figlia. equivalenti a centoventi ore filate di treno. ma che siamo disposti a compiere a qualunque costo. questo è l’unico treno russo che prenderemo per il quale l’ora segnata dal tabellone coincide con l’ora di partenza effettiva del treno. gestire i treni a lunga percorrenza diventerebbe un’impresa impossibile.

e chi non ha biglietto o documenti validi viene respinto immediatamente. separati solo da un corridoio largo non più di una cinquantina di centimetri. due inferiori e due superiori. Inoltre. Quando anche i passaporti ritornano nelle nostre mani. uno superiore e uno inferiore. La privacy lascia a desiderare. corrono parallelamente al vagone per tutta la sua lunghezza e sono composti da letti in gruppi di due. andando così a formare una 44 . I posti dei blocchi minori sono i più scomodi. possiamo infine salire sul vagone. quella che le serve per tenere traccia in ogni momento di chi deve scendere dal treno e dove. Il controllo dei biglietti è qui molto più rigoroso che in Italia. Tali letti sono posti trasversalmente alla direzione del treno. I blocchi minori. non crede ai suoi occhi quando legge che percorreremo la tratta da un capolinea all’altro. Si tratta di una carrozza platskartnyj. per fare in modo che nessuno salga abusivamente. per via di vari fattori. Non trattiene un’esclamazione di curioso stupore. che è l’ultimo dell’intero convoglio. equivalente pressappoco alla seconda classe italiana. ciascuno composto da quattro cuccette. invece. cioè la donna che esamina i biglietti. si controlla tutto quando il treno è ancora fermo. Invece di lasciar salire chiunque per poi controllare una volta partiti. Innanzitutto non è possibile stendere completamente le gambe. dove un’estremità dà direttamente sul passaggio). Ogni blocco è separato dal successivo tramite piccole pareti. Consiste in un insieme di sedili – cuccetta disposti in due file e divisi in blocchi.Capitolo VIII Come sopravvivere a cinque giorni di treno La provodnitsa. che per semplicità chiamerò maggiori e minori. Precauzione pressoché indispensabile. La provodnitsa ci restituisce i biglietti strappando la parte posteriore. come in un letto a castello. e i blocchi stessi sono separati gli uni dagli altri solo da alcune sottili pareti divisorie. poiché la branda è piuttosto corta ed entrambe le estremità terminano con una parete (a differenza delle altre cuccette. Il suo lavoro le impone di continuare a controllare i biglietti e i documenti di tutti i passeggeri. e per potersi sdraiare bisogna ribaltare il tavolino in modo da farlo coincidere con il piano dei sedili. in quanto non esistono porte né tende da tirare. poiché sistemarsi su un vagone russo significa affittare lenzuola e mettere in moto tutta una serie di processi che tutti hanno l’interesse a far filare più lisci possibile. il posto inferiore è normalmente costituito da due sedili e un tavolino mobile. ma non si sofferma troppo a farci domande. Sulla parte sinistra del vagone vi sono i blocchi maggiori.

cuccetta. Il problema è che ogni volta che si vuole mangiare qualcosa, e quindi riportare il tavolino alla posizione originaria per appoggiarvi il cibo, bisogna buttare all'aria il letto per poi rifarlo una volta finito di mangiare. Come ultima cosa, i blocchi laterali sono i più indesiderabili anche dal punto di vista della privacy, che è molto scarsa. Se nei blocchi maggiori si ha un minimo di riservatezza garantita dai separé, negli altri si è visibili da praticamente tutti i passeggeri che occupano i tre blocchi maggiori circostanti. Inoltre, le persone che passano nello stretto corridoio urtano e disturbano costantemente. Fortunatamente, avendo avuto la possibilità di prenotare il biglietto con largo anticipo e quindi di accaparrarci i posti migliori, viaggeremo in un blocco maggiore. Occupiamo un lato intero del blocco, cioè un posto inferiore e uno superiore dello stesso lato. In questo modo potremo alternarci per dormire e star seduti, e avremo comunque una metà scompartimento “autonoma” dove stipare i bagagli, gestendo il nostro spazio senza interferire con nessuno. A me tocca il posto superiore, dato che l’altezza del mio compagno è eccessiva per permettergli di dormirci bene. La cuccetta è piuttosto rigida e scomoda, e inoltre nel posto superiore non si può stare seduti, poiché il soffitto è troppo basso. Si può solo stare sdraiati. Per sedersi bisogna scendere nel posto inferiore, sempre che non vi stia dormendo qualcuno. In tal caso, chi dorme sotto deve spostarsi e sedersi a sua volta per fare posto a chi è appena disceso dalla branda, e non sempre accetta di buon grado. Per questo motivo, i posti superiori sono generalmente poco ambiti, e tutti cercano sempre di guadagnarsi i posti inferiori al momento della prenotazione. Sui treni a lunga percorrenza, infatti, i posti sono assegnati e non si cambiano. Per mangiare abbiamo a disposizione un tavolino piuttosto lungo e adiacente al finestrino. Tutto sommato, c’è molto più spazio qui rispetto al precedente treno. Questa volta, però, dovremo condividerlo con altre persone, nel rispetto di comuni regole che su un treno sono particolarmente importanti, essendo costretti a passare lunghe giornate a stretto contatto. Il resto del vagone è composto dallo scompartimentino dove alloggia il provodnik e dove si può comprare anche qualcosa da mangiare. Non si può certo ordinare caviale e tartufi con contorno di foie gras, ma bisogna accontentarsi di qualche snack dallo scarso valore nutritivo, oltre a bustine di the e zucchero. Accanto al gabbiotto del provodnik è sempre presente un samovar, che è una sorta di grossa teiera che eroga acqua mantenuta costantemente prossima al punto di ebollizione. Con l’acqua di un samovar si può preparare un the a qualsiasi ora, semplicemente spingendo una manopola (e stando attenti a non ustionarsi atrocemente). Completano
45

il quadro i due bagni, sempre presenti all’inizio e alla fine di ogni vagone. Non sono terribilmente sporchi e infetti come si potrebbe pensare, ma non sono nemmeno i bagni dell’Europarlamento. Utilizzarli è molto scomodo, poiché i continui scossoni del treno rendono il posizionamento sulla tazza un vero esercizio d’equilibrio. Questo ambiente sarà la nostra casa per i prossimi cinque giorni, e lo condivideremo con la bellezza di cinquanta persone, poiché il treno sta per partire da Mosca carico di passeggeri fino all’orlo. Il vagone è ancora spento e dunque buio e silenzioso, complice anche la scarsa illuminazione della stazione. Il mio compagno sa già come muoversi nel platskartnyj e sa dove bisogna sistemare i bagagli. Appena arrivato, infatti, solleva subito il sedile inferiore, che internamente nasconde un vano cavo, per piazzare al suo interno la borsa cinese e uno degli zaini. Il resto trova una sistemazione nell’altro vano bagagli, posto sopra la cuccetta superiore e a diretto contatto con il tetto del treno. Io non conosco ancora praticamente nulla di questi vagoni, perciò mi muovo in modo incerto, cercando di non attirare troppo l’attenzione, e soprattutto esamino a fondo le persone attorno a me. Nel posto inferiore opposto al nostro vi è una grassa signora dall’aria paciosa e serafica, mentre nel posto superiore si è sistemato un uomo con un enorme tatuaggio sulla schiena e l’aria un po’ svampita. Nel blocco minore immediatamente alla nostra destra ci sono due ragazze dagli evidenti tratti mongoli, mentre nei posti più periferici stanno altri uomini con tratti somatici orientali, che discutono sommessamente tra loro. Un assortimento di persone piuttosto curioso, e il bello è che non potrò comunicare con nessuno se non tramite il mio compagno, poiché su questo vagone non c’è traccia di stranieri né tanto meno di italiani. La situazione che ne deriva è sicuramente interessante, ma non esclude un certo timore. Essere gli unici stranieri in un vagone di cinquanta persone, infatti, potrebbe esporci a episodi poco piacevoli, se per caso incontrassimo le persone sbagliate. Cedere al razzismo è facile, molto di più che non cedervi. Siamo saliti sul treno da oltre mezz’ora, ma ancora non si parte. I passeggeri, infatti, vengono sempre fatti salire con almeno trenta minuti di anticipo, per permettergli di sistemare tutte le loro cose quando il treno è ancora fermo. Quando però scatta il trentunesimo minuto, il treno comincia finalmente a muoversi. Inizialmente arranca con estrema lentezza, come se si fosse appena svegliato da un coma ventennale. Ora sono ufficialmente intrappolato in questo vagone, lanciato in una lenta corsa verso la Siberia. In tutto, il treno effettuerà circa ottanta fermate, come recita la tabella di marcia che ci siamo
46

previdentemente procurati, e ognuna di queste soste segnerà un nuovo confine. Ad ogni chilometro percorso e ad ogni nuova stazione raggiunta, non sarò mai stato così lontano da casa mia. Questa continua ridefinizione proseguirà per molte migliaia di chilometri: ad ogni stazione un nome nuovo, un luogo inesplorato, un’incognita da vivere. Potrei addirittura esserne spaventato, se la parte di cervello che comanda la paura non mi fosse stata già precedentemente anestetizzata dall’idea del viaggio, la stessa che mi rende ottimista sulle mie capacità di resistenza, le quali ora verranno sicuramente messe a dura prova da questa lunghissima traversata. Ma se ho resistito sessanta ore senza alcuna lesione cerebrale permanente, perché non dovrei resisterne il doppio? Ancora una volta, si tratta solo di valutare quanto si è disposti a sopportare per raggiungere un obiettivo prefissato. Un’altra cosa consolante in tal senso è il fatto che questo sarà il viaggio in treno più lungo che faremo. Tutti gli altri spostamenti saranno più brevi, perciò se sopravvivremo a questo avremo superato la prova del nove. La prima volta che tento di salire sulla cuccetta superiore quasi tiro un calcio al passeggero di fianco a me. Devo ancora capire dove mettere i piedi e dove fare forza per salire con leggerezza e non semplicemente ruzzolando alla meglio. Dopo qualche ora, ho preso confidenza con il mio nuovo loculo e mi sembra di aver trovato un sistema efficace per sopportare il caldo, che paradossalmente è molto intenso. Anche su questo treno, infatti, il riscaldamento è tenuto alto e la temperatura si aggira intorno ai venticinque gradi centigradi. La sensazione di afa che ne deriva non è eliminabile, si può solo farci l’abitudine. Aprire i finestrini è impensabile, visto che fuori la temperatura è sotto zero: abbassare il riscaldamento è improponibile, essendo centralizzato in tutto il treno e indipendente dalla volontà della provodnitsa. Tendo dunque a starmene nel mio giaciglio, in maglietta a maniche corte, rimanendo il più fermo possibile per evitare di sudare. Il pensiero che sono passate solo due ore e ne rimangono altre centodiciotto è piuttosto frustrante ora, se penso che potrei passarle tutte in queste condizioni di calore asfissiante, ma confido che la situazione non rimarrà così statica. So bene, infatti, che le situazioni cambiano continuamente e non si può mai essere certi di conoscere a fondo le loro evoluzioni. L’uomo che ho di fronte nel posto superiore si comporta fin da subito in modo piuttosto strano. La sua voce ha già un che di femminile, ma non è questo che mi preoccupa. Più che altro non capisco perché ogni volta che va al bagno mi lasci il suo cellulare, invitandomi a guardare
47

proveniente da cassette proposte alla provodnitsa dai viaggiatori stessi. Ancora una volta. L’incognita del compagno di viaggio è sempre presente in tutti i treni. e so che sono troppo pochi per notare un cambiamento in un territorio così vasto. Ringrazio del gentile pensiero. Per adesso l’unica compagna fedele è la musica diffusa per tutto il vagone. ma mi chiedo quanti ce ne vorranno ancora. Per quanto possa sembrare noioso. ovviamente imbiancate da neve e ghiaccio. rabbuiando le immense pianure che mi scorrono lentamente 48 . Posso essere padrone nella mia casa. ma in Russia è particolarmente importante. In questa stagione i giorni sono molto brevi. Immense distese di terra si alternano alle foreste. Praticamente. a patto che contenga musica russa. una persona che sale su un treno a lunga percorrenza ci rimarrà per parecchio tempo. Sono molto contento di ciò: sembra proprio una persona normale e la sua presenza impedirà a potenziali ubriaconi di occupare proprio quel posto. è mortalmente piatto e monotono. ma nemmeno di musica straniera. Scenderà a Novosibirsk. che non è altro che un piccolo e insignificante agglomerato di legno e cemento. e difatti già alle tre del pomeriggio il sole inizia a scendere. si può portare qualsiasi cassetta e poi chiedere di metterla a viva voce sul treno. il paesaggio visibile dal finestrino ha qualcosa di tremendamente affascinante. Ma qui è la natura a fare da padrona. La signora sottostante è invece intenta a cucire. che abbiamo appena iniziato ad attraversare. e soprattutto il senso di solitudine che ne deriva. ci fa da scudo umano contro i molesti. città industriale posta esattamente al centro della Siberia. che verrebbe facilmente spazzato via da un uragano. I generi proposti sono vari: si va dalla dance alla musica popolare. ma chi gliel’ha chiesto e soprattutto chi lo conosce? Mistero. e nulla di diverso appare alla vista per ore e ore. Ovviamente è tutto cantato in russo: su questo vagone non solo non c’è traccia di stranieri. Finora abbiamo percorso solo qualche centinaio di chilometri. A quanto mi dicono. Vedere così tanta terra passare davanti agli occhi eleva alla quarta potenza la sensazione di piccolezza in confronto al resto del mondo. e quindi rimarrà con noi per altri due giorni circa. posso solo sperare di non ricevere in regalo dei compagni di viaggio troppo fastidiosi. infatti.una galleria di foto pornografiche. Presumibilmente. ricordandomi che non posso in alcun modo averla vinta contro di lei. fino addirittura ad una canzone metal. e se si tratta di una persona molesta bisogna trovare il modo di conviverci. Tutto ciò mi fa sorridere al pensiero di quanto spesso vedremmo mutare il paesaggio se stessimo viaggiando in Italia o più in generale in Europa. Osservare il paesaggio non può essere considerato uno svago: il bassopiano siberiano occidentale. tuttavia.

davanti agli occhi. sperando che non salga nessuno o che perlomeno nessuno si sistemi proprio davanti a me. L’eterna contraddizione: si viaggia per conoscere nuove culture e persone. declamando a gran voce ciò che vende e percorrendo lo stretto corridoio a velocità sostenuta. Nessuno attorno a me sembra interessato a fare acquisti. Li osservo dal finestrino mentre portano in spalla ogni tipo di merce. non dimenticando però di coprirsi con un cappotto caldo. che se ne va silenziosamente e senza degnarmi di un’occhiata. Non ho intenzione di scendere dal treno: un po’ perché non voglio prendere freddo. dalle cinture ai vestiti caldi. se proprio qualcuno deve sedersi qui. ma soprattutto perché non ho voglia di avventurarmi là fuori. e aspetto la ripartenza del treno con una certa trepidazione. Solo pochi individui pigri come me preferiscono rimanere a crogiolarsi sulle cuccette. sempre uguali a sé stesse. per permettere ai passeggeri di sgranchirsi le gambe dopo ore di immobilità ed eventualmente fare una scappata alla stazione per comprare da mangiare. Il posto superiore si libera dallo strano individuo tatuato. O almeno. che sia una persona tranquilla. dalle frittelle ai fiori. e presto tutti i venditori se ne vanno per tentare negli altri vagoni. Qualcuno degli ambulanti sale addirittura sul treno. Raramente il treno supera i cinquanta chilometri orari. pronti ad assaltare i passeggeri appena scesi. Qualcun altro salirà al suo posto? Che tipo di persona potrà essere? Domande come queste mi frullano in testa insistentemente. Alla prima fermata in una città importante. Ma spesso non serve nemmeno camminare fino alla stazione: puntualmente. fino al pesce fresco raccolto in mazzi. In situazioni di particolare vulnerabilità si ragiona in modo 49 . e non sempre l’imprevedibilità è desiderabile. ma contemporaneamente non si vuole entrare in contatto con qualcuno nel modo che non abbiamo deciso noi. Passa anche un uomo che deposita una pila di giornali su ogni tavolino del vagone. Le pause nelle stazioni maggiori sono spesso molto lunghe. orde informi di venditori ambulanti aspettano sulla banchina l’arrivo del treno. Aspettare che una persona occupi il sedile di fianco al proprio è quanto di più lontano dalla prevedibilità possa esistere. contribuendo ad acuire la sensazione di pesantezza. passando dopo pochi minuti a riprenderseli e sperando che nell’attesa qualcuno li abbia sfogliati e abbia deciso di comprarli. il treno si arresta per circa mezz’ora. Buona parte dei viaggiatori scende per riattivare la circolazione degli arti inferiori. Probabilmente corrono così perché vogliono attraversare tutto il treno in fretta e avere in questo modo maggiori probabilità di trovare un acquirente. Magari saranno più fortunati. Sulla banchina esterna intravedo perfino qualcuno che vende vasi cinesi e aquile impagliate.

azionando un pedale che apre il fondo della tazza. cercando di essere il più delicato possibile. Il bello è che devo soffiarmi il naso con delicatezza. per non soffocare nelle mie stesse secrezioni. Qualcuno dall’esterno sta menando delle gran legnate contro il treno. che scivola lungo il metallo dello scarico e a volte si congela prima di toccare terra. e tutto ciò che i passeggeri producono viene fatto cadere direttamente sulla ferrovia. che si ripetono puntuali ad ogni ripartenza. Anche i bicchieri poggiati sui tavoli e trasportati dalle persone lungo il passaggio sono a rischio di rovesciarsi. Mentre il treno accelera progressivamente fino ad arrivare alla sua abituale velocità di crociera. Fortunatamente ho una buona scorta di fazzoletti di carta. poiché qui lo considerano un gesto maleducato come potrebbe essere per un italiano lo sputare in un posacenere. Tento di sdraiarmi per 50 . infatti. Per questo motivo. Guardando meglio fuori dal finestrino. sento dei forti colpi metallici risuonare dal fondo del treno. A costo di attirare l’attenzione di tutto il vagone. inizio a sentire un lieve pizzicorio al naso che purtroppo conosco bene. scuote i vagoni apparentemente restii a cominciare a muoversi. dove c’è tanta gente in spazi ristretti ed è molto facile entrare in contatto con i microbi. Per ora la situazione non si evolverà in modo significativo. aumentando ritmicamente di intensità. all’inizio blandamente e poi sempre più intensamente. probabilmente contratto a Mosca durante i trasferimenti in metropolitana. mi soffio il naso ugualmente. Peccato che il colpo l’abbiano sentito anche gli incolpevoli passeggeri. i bagni vengono sempre chiusi in prossimità delle stazioni: senza questo accorgimento le medesime diventerebbero in breve tempo degli immensi porcili. se ci si fa cogliere impreparati. Le toilette.diverso. portati appunto per fronteggiare situazioni potenzialmente irreparabili come questa. colpi che si avvicinano progressivamente al mio vagone. Il treno riparte senza che nessuno abbia occupato i posti rimasti liberi di fronte a noi. Mentre attendo la mia sorte. dato dalla locomotiva. Se infatti non ci fossero le piccole spondine di protezione. Sono le prime avvisaglie di un raffreddore. i tonfi si allontanano in direzione opposta. Il naso inizia a colare. non hanno un serbatoio di raccolta. Dopo che anche la mia carrozza è stata colpita un paio di volte. scopro un operaio delle ferrovie che ha il compito di verificare che le deiezioni ghiacciate non vadano ad ostruire lo scarico dei bagni. un viaggiatore addormentato sulle cuccette superiori potrebbe essere scaraventato di sotto da uno di questi violenti sobbalzi. Sembra quasi che il possente locomotore li abbia scudisciati perché troppo pigri. però. L’operaio sta dunque frantumando le stalattiti di urina. Un forte strattone.

e si superano senza nemmeno accorgersene. ma non abbastanza per addormentarsi davvero. alla fine riesco a rilassarmi. ma pur sempre meglio di niente. Perfino il passaggio dei monti Urali. finché finalmente cado in uno stato di semi – incoscienza. se si riesce a entrare in sintonia con essa e con i suoi rumori. Fuori è ormai quasi buio. La prima notte in treno è sempre la più difficile. come un fuggiasco. e mi sento quasi nel posto più sicuro del mondo. in mezzo all’inevitabile baccano prodotto da un treno in movimento e carico di passeggeri. vista la scarsa larghezza dello stesso. scendendo per sedermi al posto inferiore. La sensazione di precarietà viene meno. La protezione della spondina è ridicola. L’atmosfera notturna del platskartnyj è incredibilmente accogliente. Le luci vengono infine messe in modalità notturna. riesco infine a trovare una posizione adatta per impedire al naso di colare troppo. storico confine tra l’Europa e l’Asia. Possiamo ingannare il tempo preparandoci a ripetizione del the e del caffè.stare al caldo e rilassarmi un po’. e lentamente scivolo in un sonno leggero e non privo di vividi sogni. sono molto limitate. Ormai è il momento di tentare di dormire. In realtà. La seconda giornata sul Mosca – Tynda passa per entrambi in uno stato di lieve apatia. Le possibilità di muovermi. Standomene rintanato nel mio cantuccio. ed è ormai sceso sotto l’orizzonte. Spero che il sottile e sporchissimo materasso che mi hanno fornito insieme alle lenzuola non mi causi troppe piaghe da decubito. La mattina veniamo svegliati dalla radio. e solo girandomi o cambiando posizione ho quasi paura di cadere dal letto. dall’insistente raffreddore e dalla mancanza di stimoli dati dal paesaggio. Si è sufficientemente stanchi per aver voglia di dormire. e constato che il raffreddore è peggiorato. ascoltando i rumori e i borbottii della gente che si fanno sempre più sommessi e ovattati. Con ben poca voglia mi sollevo dal sedile. causata in eguali parti dall’immobilità e dall’inattività forzata. la radio che viene abbassata sempre di più fino a spegnersi. Mi sembra di non essermi mai mosso dallo stesso posto. infatti. ma non so quanto riuscirò a riposare in queste condizioni. in corrispondenza della Transiberiana queste famose montagne sono poco più che insignificanti collinette. ma fin troppo banale e scontata per piacermi. Tuttavia. 51 . dalla temperatura. Il debole sole russo è rimasto nascosto tutto il giorno dietro una spessa coltre di nubi grigiastre. il treno che sferraglia sulle rotaie producendo un rumore ossessivo ma alla lunga ipnotico e conciliante il sonno. che dolcemente dà il buongiorno all’intero vagone con una musichetta gradevole. ma sono tutti rimedi temporanei che fanno guadagnare solo qualche minuto. scivola come l’acqua sul vetro.

così aspetto che finisca e intanto lo osservo con attenzione. per far assumere al nostro pianeta la densità di un buco nero. Mi viene in mente ora quello che ho letto tempo fa su una rivista scientifica. Ora tutti e quattro i letti del nostro pseudo . dove però di solito la gente si rintana a fumare e dove tra l’altro il riscaldamento non funziona. la sua mancanza di senso. Questi paradossi aiutano a capire meglio l’inconcepibilità di un territorio così vasto come la Siberia. la sensazione è quella che il corpo si faccia beffe di me e mi dica “No. Non saprei spiegare perché.scompartimento sono occupati. qualche sommesso mormorio. ma non appena ho messo piede sul pavimento percepisco che l’atmosfera del vagone è diversa da com’era prima. Anche solo comprimere questi pochi ettari nello spazio di qualche millimetro sarebbe un’impresa inconcepibile. Essa riportava che. e sto parlando solo di una piccolissima parte della Siberia. rattrappite dalle troppe ore di immobilità. Sono però stufo di fissare ossessivamente il basso soffitto che ho sopra la testa. C’è una lieve tensione che aleggia nell’aria. arriva di nuovo il momento in cui le luci vengono abbassate. ma troverò qualcosa. poiché è appena salito un gruppo di ragazzi ad una fermata. 52 . sommati alle oscillazioni e ai sobbalzi del treno. perciò decido di andare in bagno a svuotare la vescica e anche a sgranchirmi un po’ le gambe.tanto è uguale ciò che vedo fuori dallo sporchissimo finestrino. Quando ha finito di mettere a posto i suoi bagagli. tu non puoi dormire. e uno di loro si sta sistemando nel posto superiore di fronte a me. cioè il corpo celeste più denso che si conosca. Hanno perso quella carica ipnotica che ieri mi ha fatto addormentare con relativa facilità. capelli rasati a zero. Questa curiosità scientifica mi pare ancora più eccezionale. Non so dove voglio andare. Ha un fisico robusto e muscoloso. lineamenti del volto grossolani. Oppure potrei mettermi nel punto di collegamento tra i vagoni. Non voglio disturbarlo mentre sistema le sue cose. Ma stasera non si dorme: il caldo afoso del platskartnyj e i suoi mille rumori. Potrei sostare davanti alla porta del bagno. vanificano costantemente i miei tentativi di prendere sonno. Dopo qualche minuto ho finito di sbrigare le mie necessità in bagno e faccio per tornare a letto. ripartenze e discorsi inconcludenti. Devo però attendere qualche minuto prima di poter scendere dal mio giaciglio. ma mi sento osservato. Tra fermate. scendo per andare al bagno. Anche se sono molto più stanco di ieri e in teoria dovrei crollare più velocemente. dove c’è un po’ di spazio libero. e non in modo positivo. bisognerebbe comprimere il pianeta stesso fino a ridurlo alle dimensioni di una biglia. se sommo l’enorme quantità di terra che ho visto ieri a quella che anche adesso mi sta passando davanti agli occhi. prima devi soffrire ancora un poco”.

poiché subito si leva e si siede a fianco a me. Non si sa bene per quale motivo. Dalla sua espressione vedo subito che lui ha capito qualcosa che io ancora ignoro. che si sono sistemati nell’ultimo dei blocchi maggiori. Potremmo tentare la fuga. a protezione dei viaggiatori. né li abbiamo urtati per sbaglio. qualcosa di spiacevole. tra l’altro? Si sono materializzati dal nulla? In attesa di capirci di più. oppure sono ubriachi e hanno voglia di una rissa. Non appena apprendo cosa sta succedendo. A quanto dicono nei loro deliranti discorsi. perché so che mostrando paura o agitazione non potremmo fare altro che far precipitare la situazione. mi siedo dove dorme il mio compagno. Altri poliziotti chiedono i documenti ai suoi amici. che su tutti i treni russi fosse sempre presente un corpo di polizia armato. e ne hanno parlato poco fa mentre io ero al bagno. scendendo dal treno alla prima fermata. anche se la sgradevole sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato non mi abbandona. ma che fine faremmo? In piena 53 . è necessario mantenere la lucidità e la calma necessaria per pensare a cosa fare e a come non peggiorare le cose.ma non appena rimetto piede in corridoio lo trovo invaso da agenti di polizia armati. fingendo indifferenza ma cercando di non farmi troppo notare. ma ce l’hanno proprio con noi. adesso. Torno al mio posto. oppure questi hanno veramente intenzione di farci la festa? Anche se non posso fare a meno di paventare il peggio. La cosa strana è che non abbiamo fatto assolutamente nulla che potesse innervosirli: non abbiamo aperto bocca. anche perché la strada per arrampicarsi sulla mia cuccetta è involontariamente bloccata da uno dei poliziotti. Passiamo in rassegna velocemente tutte le possibilità. In ogni caso. facendosi sentire da tutti i passeggeri e in particolare dalla provodnitsa. proprio di fianco al bagno dal quale sono appena uscito. Sarà sicuramente un controllo di routine. che è successo? Un agente sta controllando proprio il ragazzone pelato che si è sistemato davanti a me. Forse si sono accorti che siamo stranieri e la cosa non gli garba. infatti. il gruppo di ragazzi appena saliti ce l’ha con noi. gli allegri masnadieri vorrebbero picchiarci e mandarci via dal vagone. la quale ha tempestivamente chiamato la polizia prima che la situazione degenerasse. Misericordia. non sono moventi incoraggianti. Non sapevo. Daniele evidentemente stava fingendo di dormire. Da dove sono venuti i poliziotti. insomma non gli abbiamo dato neppure il più insignificante dei pretesti per una ritorsione. A quanto pare. Quali reali intenzioni potrebbero avere questi simpatici giovanotti? Le loro minacce saranno solo deliri alcolici. Ci mancava anche di trovarci in questa situazione. oppure una combinazione delle suddette cose. che io non posso capire. il naso smette immediatamente di colarmi.

e non è giusto né desiderabile che stiano buoni solo perché hanno paura delle autorità. specie se prima di salire sul treno si ha un po’ esagerato con la vodka. nel caso diventino violenti? Non sembrano idee incoraggianti. che ha parlato con chi di dovere. che non capisco nulla. Rispondo. Sembra però che la situazione si sia risolta: egli mi assicura che non c’è da preoccuparsi. sul posto occupato dalla grassa signora. Daniele torna infine dalla sua spedizione. Non capisco nulla delle parole. sempre con la polizia che percorre il vagone e tiene sott’occhio la banda dei sei. Verosimilmente. Come si fa a condividere uno scompartimento con gente che non ti vuole e che aspetta solo il momento giusto per prendersela con te? Dopo qualche minuto di tensione.notte. Non è incoraggiante nemmeno il fatto che la situazione venga risolta solo grazie all’intervento della polizia. Perfino la provodnitsa si è offerta di rompergli lo scopettone in testa. resi così lunghi anche dal fatto che non capisco nulla di quello che dice la gente di fianco a me. e gli hanno assicurato che se questi ci daranno fastidio li butteranno immediatamente fuori dal treno. e lui sorride e fa un cenno di approvazione. poiché non appena mi vede mi chiede qualcosa nella sua lingua. Non so se lo dica solo per farmi stare tranquillo oppure se sia proprio così. ma in ogni caso è un’ottima notizia. poiché il ragazzo non osa nemmeno ribattere alla ramanzina e 54 . Aspetto febbrilmente che il mio compare ritorni per comunicarmi buone notizie. Non siamo russi. Dopo qualche minuto. Rimango seduto da solo sulla branda per alcuni interminabili minuti. anche se non so ancora che notizie porta. Un poliziotto raggiunge la nostra postazione e inizia a parlare imperiosamente al ragazzo pelato. che nel frattempo si è seduto davanti a me. sperando che siano tutte soltanto parole a vanvera? Oppure rispondere al fuoco. Potremmo non fare nulla. Daniele prende l’iniziativa e va a parlare con gli agenti. Afferma anche di aver trovato delle persone che ci hanno offerto il loro aiuto nel caso venissimo infastiditi. ma è chiaro che il poliziotto ha il coltello dalla parte del manico. come per mostrare di aver capito perché quei ragazzi se la sono presa con noi. con quel poco di russo che conosco. Qualcuno dei nostri connazionali xenofobi che vanno in giro armati di spranghe a picchiare rumeni dovrebbe provare la stessa situazione per rendersi conto di cosa significhi essere dall’altra parte. in una stazione sconosciuta dalla quale non sapremmo come andarcene? Forse non è una buona idea. Facile prendersela con due stranieri sperduti. un poliziotto mi si avvicina e pare che stia cercando proprio me. per capire come si stia evolvendo la situazione. e sono proprio contento di vederlo. se solo proveranno a fare qualcosa di sbagliato. dovremo convivere con questi balordi ancora per parecchio tempo.

Ma fino a mezz’ora fa non voleva picchiarci? Ogni tanto sporgo prudentemente la testa dalla branda per vedere cosa stia facendo. l’imprevedibilità del vicino di posto. mi rimetto a letto anch’io. ingabbiato per altri tre giorni.tiene gli occhi bassi tutto il tempo. un piccolo accenno di preoccupazione mi torna quando vedo il figuro scendere di nuovo dalla branda e sedersi dove sta riposando Daniele. ma i due si mettono semplicemente a parlare. Il ragazzo si chiama Ivan. come un docile agnellino. Daniele sta intelligentemente tentando di ingraziarselo. Maledico il fatto di essere su questo vagone. Prima. Nonostante la situazione sembri risolta. Spero solo che l’allegra compagnia non debba rimanere troppo su questo treno. però. ma dopo qualche minuto di conversazione Ivan offre da mangiare al mio compagno. anche dopo parecchi minuti non riesco a tranquillizzarmi del tutto. Dopodiché. ma non ho nessuna intenzione di dormire. uova. poggia la testa sul cuscino e non da più segni di vita. Per un attimo penso che voglia provocarlo. Il ragazzone pelato apparentemente non si cura più di noi. Alla fine però. Non è un bel vedere. e puntualmente è capitata. Non posso capire cosa si dicono i due. anche perché so che un instabile di testa potrebbe arrabbiarsi solo perché l’hai guardato per più di quattro secondi di fila. e lentamente la tensione si stempera. come se nulla fosse. Come già detto. non è bene accontentarsi di questa calma garantita solo dall’intervento della polizia: è meglio cercare di “convincere” le persone bellicose che la loro ostilità non ha senso. birra e quant’altro. Poteva capitare anche la persona ostile. Non riesco proprio a capire come faccia a essere così serafico: io sono ancora piuttosto scosso e non ho minimamente pensato di rimettermi a dormire come se nulla fosse. anche perché adesso il pelatone si è messo a letto e se mi giro sul fianco sinistro non posso fare a meno di guardarlo. e ogni volta lo vedo tirare fuori scatolette di tonno. Dopo pochi minuti. per non incrociare nuovamente il bellicoso gruppetto. poiché noi ci dovremo rimanere fino alla fine. per poi offrirle generosamente a 55 . bensì dalla parte opposta. la polizia lascia il vagone e Daniele si rimette in branda con una calma olimpica. o forse perché veramente non c’è più altro da fare. Ecco la vulnerabilità di cui parlavo. poi. mi ammonisce a non andare al bagno dalla parte dove sono andato prima. sarebbe il massimo. Sono tutti capaci a fare gli splendidi finché non arriva qualcuno più grosso e cattivo. Farsele amiche. incoraggiato più volte dal mio compagno. Tuttavia. forse per continuare la tattica dell’indifferenza simulata. pane. Meglio tenere gli occhi aperti ancora per un po’.

la situazione attuale è notevolmente migliorata rispetto a prima. cieco. Ha lasciato il cellulare sul tavolo. Daniele mangia anche quel tonno al sangue umano. ma solo perché anche Ivan sta crollando dal sonno. Daniele viene trascinato in un crescendo di ospitalità e offerte. Egli non si cura minimamente del fatto che la musica possa disturbare l’intero vagone. È già tanto che abbia messo da parte l’ostilità. In Italia probabilmente non succederebbe. mentre vedo questo poco raccomandabile individuo brandire il nostro coltello con la sua mano tozza. facendoci cadere dentro alcune gocce di sangue. Ancora una volta non posso trattenere un sussulto. dirigendosi poi verso il bagno. ma non posso farci niente. il mio compagno riesce a liberarsi della presa. perché non sarebbe saggio rifiutare ciò che Ivan gli sta offrendo. poiché l’unica cosa cui Ivan sembra pensare ora è il cibo da condividere con il suo “nuovo amico”. dato che non sa più dove sia il suo. e altri simili convenevoli. Il pensiero dell’odio è univoco. ma più che altro forte ubriachezza. Ivan lo porta a fumare. Pur disgustato. Ivan accende il telefonino e mette in viva voce della musica dance ad un volume altissimo. che a differenza dell’odio. Adesso sta tornando anche a me la voglia di dormire. anch’esse del tutto indifferenti all’ora tarda.Daniele. dicendo semplicemente a Daniele di “ascoltare la musica”. nonostante siano ormai passate le undici di sera e non sia esattamente questa l’ora di abbuffarsi. Sono molto infastidito da queste intrusioni. Ora Ivan tratta Daniele come se fosse un suo amico d’infanzia. come mai è in viaggio per la Russia. continuando a offrirgli cose da mangiare e chiedendogli cosa fa nella vita. inarrestabile. o meglio a notte fonda. poi chiama addirittura qualcuno dei suoi amici perché faccia amicizia anche con lui. di tipo differente dal suo. è difficile che poi le stesse persone vadano a offrire da mangiare alla loro vittima. ma probabilmente è così ubriaco da non rendersene nemmeno conto. però. Ma è solo un’ombra di una preoccupazione che non ha più ragione di essere. Di certo. passa. Come 56 . Come se ci trovassimo in una discoteca di Las Vegas. se ha moglie. Se un po’ di teste calde vengono fermate dalla polizia prima che riescano a picchiare a sangue un magrebino. Il ragazzo non sa usare bene il nostro coltellino. Questo non è odio. Quest’ultimo non si sogna certo di rifiutarle. Solo in tardissima serata. Ivan chiede in prestito il coltellino svizzero per tagliare il pane. Solo un dettaglio incrina la mia ritrovata tranquillità: Daniele mi ha appena comunicato che sia Ivan che i suoi amici scenderanno a Tynda. e si taglia il pollice aprendo la scatoletta di tonno. In pochi minuti si scatena un viavai di persone. mentre la tensione è passata quasi completamente. A volte non c’è altra scelta che lasciarsi trascinare dalla corrente. poi gli offre della vodka.

mentre Daniele lo definisce “intelligente come un toro”. dotato di tre denti d’acciaio che brillano quasi di luce propria. le cose non vanno mai come dovrebbero. Quanto deve essersi ubriacato prima di salire sul treno. voglio per prima cosa valutare le nostre condizioni di sicurezza. Ma nel caso ci difenderà Ivan insieme ai suoi amici. Daniele e Ivan stanno infatti chiacchierando amabilmente. che anche una volta superata Novosibirsk non offre alcunché da gustare se non i soliti spazi immensi e vuoti. questo grosso malcikko non ha l’aria molto intelligente. a tutti e due sembra un animale. e chissà se qualche altro ragazzo turbolento lo occuperà. se ne aggiungono sempre di nuovi. ad alta voce. però. se ha perso la memoria in maniera così preoccupante? O forse è semplicemente così tonto che non se le ricorda per davvero? In effetti. scendendo ad una fermata in uno stato di alcolismo acuto. Quasi non ricordo di aver passato dei brutti momenti. Ora si stanno recando in un paese in prossimità di Tynda. Non appena riprendo pienamente coscienza. La grassa signora. ha ora lasciato il posto vuoto. che abbiamo scoperto all’ultimo momento essere un’infermiera di sala operatoria. ma qui proprio non c’è pericolo. come se avesse rimosso tutto dalla memoria. Poi c’è Vladimir. A me ricorda vagamente un cavallo da tiro. Parlando del più e del meno. e vengo a sapere che il caro Ivan sta chiedendo a Daniele le stesse cose che gli ha domandato la sera prima. Su un qualunque treno europeo potremmo sempre avere il dubbio che siano presenti anche degli italiani. sia per l’aspetto che ha. poiché stiamo rapidamente diventando le mascotte del treno. con la certezza di non essere capiti. che però ci abbandona dopo poche ore. Nuovi masnadieri si sono aggiunti alla lista: il primo è Aleksej. Un modo come un altro per vivacizzare un po’ il viaggio… La mattina mi sveglio stranamente riposato e tranquillo. Al piattume del paesaggio. e ora siamo obbligati a sorbirci la loro compagnia fino alla fine. scopriamo che Ivan e Aleksej sono due taglialegna e lavorano insieme da molti anni. Un rapido esame rende evidente che non abbiamo più nulla da temere. Uno dei vantaggi di essere gli unici non russi sul vagone è quello di poter liberamente parlar male di chiunque. si contrappone l’allegra brigata che ci fa visita continuamente. poche ore prima. o comunque qualcuno che capisca la nostra lingua. In ogni caso.volevasi dimostrare. La giornata prende fin da subito una piega molto movimentata. Infine c’è Vasia. Tuttavia. sia per le quantità di cibo che ingurgita. dove spaccheranno 57 . l’amico di Ivan dalla parlata costantemente biascicata. con il sole già alto nel cielo e il naso ormai già in fase di guarigione.

Le condizioni igieniche personali sono altrettanto precarie. La nostra postazione si è ormai riempita di persone che vanno e vengono a tutte le ore. Non c’è modo 58 . a dire la verità. chi avrebbe il coraggio di fingere che non esistano? Tutto sommato. mentendo anche un po’. non più per picchiarci bensì per offrirci cibo e alcool (acqua mai) e per sapere un po’ da dove veniamo e come mai abbiamo deciso di passare l’inverno in Siberia a morire di freddo. per non farmi trascinare nel loro vortice. I soldi sono ben protetti nella cintura antiscippo. Progressivamente perdo il conto delle ore e dei giorni passati. coperte di peli. Siamo italiani. abbiamo parenti in Russia e stiamo andando a trovare degli amici. bicchieri di birra lasciati a metà e altrettante lattine vuote. Rimango in branda non solo per non incontrare la combriccola. ormai mi posso definire quasi un veterano di questo vagone. tra l’apatia che ormai sta cominciando a invadermi la mente e il baccano creato dall’allegra compagnia di masnadieri. anche se non ho certo dimenticato lo spavento di ieri sera e mi comporto ancora in modo estremamente guardingo nei loro confronti. e ormai mi sono familiari le abitudini dei vicini di posto. Il tavolino è ormai ridotto ad un campo di battaglia. dunque dubito che potrebbero trovarceli facilmente. poiché stanno già fantasticando su quanto alcool potranno comprare una volta che avranno ricevuto lo stipendio. Il terzo giorno sul treno passa così. Ogni volta che posso mi ritiro nel mio giaciglio. L’apatia però sta iniziando a prevalere su tutto. capelli e briciole. ma farcelo rubare sarebbe seccante in ogni caso. mi passa la fame.tronchi per due mesi prima di tornare a casa. Punto e stop. Rimaniamo sempre sul vago. munita di cerniera interna dove arrotolare le banconote. fazzoletti di carta usati. Inizio a conoscere a menadito la geometria del mio loculo. i suoni e le vibrazioni che produce il treno quando effettua una curva stretta o quando si lancia in velocità. i ragazzi non sembrano malvagi. il consueto strappo della locomotiva al quale devo sempre prestare attenzione. non scendo quasi dal letto. Le lenzuola cominciano a essere notevolmente sporche. Potrebbero accidentalmente capire che per intraprendere un viaggio simile dobbiamo essere equipaggiati di denaro. Ma di fronte ad una rapina a mano armata. Meglio non dilungarsi sulla mole di località che intendiamo visitare. Fortunatamente. Un lavoro stagionale. e soprattutto non dire che siamo qui solo per fare un viaggio. ma principalmente perché non ho proprio voglia di muovermi. Non molto. L’unico ostacolo contro cui devo combattere è la noia. Tuttavia. la temperatura interna si è assestata su livelli accettabili e l’afa dei primi giorni è ormai un lontano ricordo. e si suppone anche ben pagato. tra residui di pesce fresco.

l’enorme specchio d’acqua posto esattamente al centro della Russia. rimanendo ampiamente sottoutilizzata. catene montuose e ricchissimi giacimenti minerari. Il percorso passa a nord della linea Transiberiana e l’affianca quasi parallelamente per buona parte della sua lunghezza. dal quale esce un filo d’acqua che solo per miracolo non si divide in singole gocce. Tutto ciò è stato costruito grazie agli enormi sacrifici dei prigionieri politici e bellici. chiamata inizialmente “la seconda Transiberiana” e che oggi reca il nome di ferrovia Bajkal – Amur. con la regione del fiume Amur. finalmente le ruote della nostra carrozza poggiano sugli imponenti binari della ferrovia Bajkal – Amur. Purtroppo. nonché di migliaia di giovani sovietici nel pieno delle loro forze. che attraversano decine di fiumi. Tutti conoscono la grandiosa linea Transiberiana. almeno tanto quanto il sistema nervoso. però. un aborto di sviluppo. Nessun giornalista occidentale è stato invitato all’inaugurazione di quella che può essere considerata la maggiore opera architettonica del secolo. che si snodano attraverso tutta la Russia partendo da Mosca e terminando a Vladivostok. Il nostro sistema immunitario è certamente stimolato a dare il meglio. importante città di snodo della Siberia centrale.di lavarsi decentemente con quel microscopico lavandino che c’è in bagno. Qualche cenno storico è indispensabile per comprendere al meglio l’importante svolta che attende il nostro viaggio di qui a breve. terminando al cospetto dell’oceano Pacifico. e questo è il motivo principale per cui così poche persone sono a conoscenza della sua esistenza. in gran parte ancora a binario unico. superando le avversità del terreno grazie ad alcuni tunnel e a migliaia di ponti sospesi. sull’oceano Pacifico e a due passi dalla Corea del Sud. Costruita tra gli ultimi dell’Ottocento e i primi del Novecento. specialmente bellica. Ora che non devo più pensare a come salvarmi la pelle. conoscono l’immenso progetto architettonico e ingegneristico che ha portato alla costruzione della seconda grande ferrovia russa. Quattromiladuecento chilometri di strada ferrata. Pochissimi. la neoformata ferrovia non ha portato lo sviluppo che avrebbe dovuto. E la percorreremo 59 . Ora che abbiamo raggiunto Tajshet. quest’altro serpente d'acciaio collega la regione limitrofa del lago Bajkal. è tutt’oggi la ferrovia più lunga al mondo con i suoi novemiladuecento chilometri. Costruita a partire dalla prima metà del Novecento e ultimata negli anni Ottanta per tentare di dare un nuovo impulso all’industria e all’economia. che stiamo ormai percorrendo ininterrottamente da migliaia di chilometri. posso pensare ai luoghi che sto attraversando. nelle quali passa la Transiberiana. Essa è stata costruita lungo territori ben più impervi delle brulle steppe che si trovano a nord della Mongolia e della Manciuria. però.

Il blocco minore adiacente a noi è ora vuoto. Finalmente qualcosa che risveglia in un lampo il mio interesse e spazza via l’apatia con una rapidità impressionante. Dopo averli osservati per un po’. che purtroppo non ha mai spiccato realmente il volo. anche se talvolta viene occupato da due ragazzi che giocano a scacchi.tutta. Si rivela subito un ottimo giocatore. i passeggeri vicini ironizzano bonariamente sulla sfida Russia – Italia che sta avendo luogo. Quando Vladi opta per una pausa. mi faccio coraggio e mi propongo per una partita. Nei posti laterali non c’è più nessuno dei passeggeri originari. Mentre giochiamo. i quali non tardano a fare amicizia anche con lui. tifando ovviamente per la Russia. partecipa alle blande scommesse che stanno avendo luogo su chi vincerà. Mi viene in mente solo ora che tra i più forti giocatori al mondo ci sono molti russi. Tynda è la capitale della ferrovia. rispetto a quelli partiti da Mosca. riesce sempre a trovare la mossa migliore per togliersi d’impaccio. mi presenta suo fratello. che ogni tanto passa a pulire il corridoio con un luridissimo straccio imbevuto di chissà quale porcheria chimica. Di tempo. e siamo ben lontani dal dirci arrivati. Ecco perché l’abbiamo scelta come prima tappa siberiana. tuttavia. e per via di questo mi sfugge più volte una vittoria che era quasi a portata di mano. e presto capisco che se vorrò vincere anche solo una partita dovrò sudare e prenderlo sulla stanchezza. Il posto lasciato libero dalla grassa signora è stato occupato da un tranquillo signore sulla trentina. Finalmente qualcuno che si occupa degli affari suoi. Tuttavia è ancora lontana qualche migliaio di chilometri. ed è chiaro che batterlo non sarà facile. fino ad arrivare al punto in cui non sarà più possibile continuare solo perché la mancanza di terra e di binari sotto i piedi ce lo impedirà. I due accettano di buon grado la presenza di un nuovo sfidante. il luogo dove potremo respirare l’aria di chi ha creduto con tutte le sue forze nelle potenzialità di questo progetto. un simpatico ragazzone russo al cento per cento ma dai tratti somatici che lo fanno sembrare coreano. non riesco a strappargli una vittoria e nemmeno un pareggio: ha sempre una mossa vincente nel taschino. Fortuna che non tutti i russi hanno le minacce come modalità di presentazione. ne è passato parecchio: ormai sono cambiati quasi tutti i passeggeri. vestito in maniera piuttosto elegante ma non formale. basta indicare la scacchiera con un’espressione a metà tra il voglioso e il trasognato. ma guardando con simpatia anche me. Perfino la provodnitsa. dopo aver giocato almeno sei partite di fila. Anche quando è alle strette. Solo pochi resistono ancora. Pur impegnandomi al massimo. molto somigliante sia 60 . Qui non serve conoscere il russo. pur non disdegnando di andare a fumare con Ivan e soci. In particolare gioco con Vladi.

ma chissà quante correnti scorrono sotto la sua superficie. Aleksej e degli altri ubriaconi. tra lo stupore degli astanti che si aspettavano probabilmente un’altra ecatombe. illuminato da una debole luce grigiastra che filtra dalle spesse coltri di nubi soprastanti. A mano a mano che la vita sul treno scorre. Grandi città sorte su enormi e maestosi fiumi. Il Bajkal è il lago più antico dell’intero pianeta ed è probabile che una volta fosse in comunicazione con il mare artico. Se fosse estate. e ci vivono da millenni. L’attuale popolazione mondiale potrebbe bere per cinquant’anni grazie alle sue acque. Ella 61 . contiene un quinto dell’acqua dolce del pianeta. Riesce a lasciarmi nell’incertezza fino all’ultima mossa. ma almeno mi sono preso la mia piccola rivincita sull’imbattibile scacchista della Bajkal – Amur. Non ci fermeremo sul lago per questioni logistiche. dato che se non si ha nulla da fare non passa mai. il cui nome significa proprio “a nord del Bajkal”. Ci ho messo la bellezza di dodici partite. Tra queste persone vi è una zingara. ritorna Vladi e cominciano altre sfide. poiché non potrà impedire al mio misero pedoncino di essere promosso a Regina. Continuo a giocare con lui senza nemmeno concedermi cinque minuti di relax. La ferrovia passa proprio di fianco allo specchio d’acqua. Questa enorme e profondissima massa d’acqua. Con una partita epica e combattuta fino all’estremità più amara e sofferta. Non appena finisco di giocare con Karl. e anche se l’acqua non è la mia passione sento comunque una notevole attrazione per questo solitario lago. Mi sono completamente dimenticato di Ivan. riesco finalmente a strappare l’unica vittoria al mio avversario. Apparentemente il lago è calmo. detta anche “L’occhio azzurro della Siberia”. ma finalmente è costretto ad abbandonare. che intanto si sta sobbarcando discorsi goliardici e banchetti gargantueschi. Ora le foche vi sono rimaste intrappolate.fisicamente sia nella passione per gli scacchi. invisibili a tutti. si potrebbe noleggiare una barca e farsi portare a vederle. Il fratello Karl si rivela leggermente più debole. e poche persone salgono alla fermata di Severobajkalsk. adornata da uno scialle e da numerosi brillantini ungueali. fino ad arrivare al climax: il lago Bajkal. che verso la fine di gennaio inizierà a ghiacciare. alcuni accenni montuosi che finalmente spezzano la monotonia delle pianure sconfinate. Non mi lascio certo scappare l’occasione di far passare il tempo sul treno. e assorbito come sono dal gioco mi sono dimenticato perfino del mio compagno di viaggio. La temperatura esterna è di quattordici gradi sotto zero. passano anche numerose località che ho modo soltanto di intravedere. che ospita addirittura delle foche. e infatti riesco a batterlo più volte. ma è autunno e le foche se ne stanno ben riparate nei loro anfratti.

L’unico modo per permettere allo sfortunato viaggiatore di recuperare i suoi bagagli è chiamare rinforzi e sollevare il sedile insieme all’ubriaco che vi dorme sopra. riesco per un secondo a incrociare 62 . poi cediamo sotto il peso e il sedile si riabbassa di colpo con un tonfo. Sergej. prima dolci e poi più rudi. con gli occhi completamente fuori dalle orbite. Scambia però un vasetto di sugo di pomodoro per una lattina di birra. Poco dopo. Ma non passa molto tempo prima che un’altra scena di alcolismo vivacizzi nuovamente la vita sul platskartnyj. sdraiandosi subito sullo sporchissimo e consunto piumone. tuttavia. Io e Vladi aiutiamo nell’impresa. ma il problema è che quest’uomo deve scendere alla prossima fermata e i suoi bagagli sono sotto il sedile dove ora dorme Sergej. Ovviamente Sergej non ha fatto una piega. non tarda a farsi notare in quanto a imprese memorabili. l’amico ubriacone si sveglia e la prima cosa che fa è cercare altro alcool. non è una delle sue principali priorità. La madre non è molto entusiasta di ciò. rischia di cadere di sotto. Nonostante numerosi tentativi. Inutile dire che nessuno toccherà più quel sugo. ma nemmeno dopo averlo fatto si accorge che quella non è birra. In condizioni normali potrebbe forse riderci sopra. Dopo qualche minuto. viene trascinato via dagli agenti a viva forza. quindi si addormenta in preda ad un’ebbrezza pesantissima. Mentre passa di fianco al mio posto. poiché mi sto ancora soffiando il naso di tanto in tanto. Tuttavia. il legittimo proprietario di quel sedile torna dal bagno e trova la piacevole sorpresa. insistendo perché chiami la polizia e faccia rimuovere al più presto l’ubriaco. e con grandi urla richiama la provodnitsa. Pochi minuti dopo. Peccato che sotto di lui ci sia un bambino piccolo. C’è appena il tempo di tirar fuori di corsa il borsone dello sventurato passeggero. ondeggiando pericolosamente ad ogni curva. il ragazzo. Tracanna dunque beatamente delle gran sorsate di sugo e si rimette a dormire con aria soddisfatta. Un ubriaco che dorme in una delle cuccette superiori vicino alla nostre ha bevuto così tanto che. Anche l’altro passeggero appena salito. Ci mette un po’ a capire che se vuole bere il contenuto deve togliere il tappo. la donna è molto sospettosa nei miei confronti. e addirittura cambia posto perché ha paura che le attacchi l’influenza e la uccida con i miei virus. si sistema in un posto già occupato non smettendo un solo minuto di bere. cambiando colore per lo sforzo e suscitando l’ilarità dell’intero vagone. Sale sul vagone già visibilmente ubriaco. tentando di berlo col tappo ancora chiuso. L’igiene. l’ubriaco non ne vuole proprio sapere di svegliarsi.si posiziona nel sedile inferiore del nostro blocco e non prende nemmeno le lenzuola. che ha la stessa reattività di un sacco di patate. poiché può a malapena reggersi in piedi. evidentemente.

Chiacchierando. che da un po’ ha iniziato a interessarsi anche di me. sfiorando le cento ore di permanenza sul treno. un po’ in inglese e un po’ a gesti. In queste ore di stasi. mentre in realtà volevo dire che se avessi avuto la ragazza probabilmente lei non mi avrebbe lasciato partire per un viaggio simile. alla lieve ansia che tuttora mi sale ogniqualvolta il treno si ferma per far salire qualche altro passeggero. Il resto del treno dorme e probabilmente ci sopporta a malapena. i figli. considerando che spesso gli uomini che si conciano così sono padri di famiglia. bloccato dal problema della lingua e dell’inesperienza. visto il chiasso che stiamo involontariamente producendo. alle abitudini della provodnitsa che ormai sappiamo prevedere. Alle persone. Non soltanto mi è ormai tutto familiare e non ho più timore a muovermi per i corridoi. che si uccidono di alcool prima del tempo e trascurano le mogli. il lavoro… Mentre ci avviciniamo a Novaya Chara. Il ragazzo è a pieno regime alcolico. ma in realtà è piuttosto drammatica. quando la provodnitsa prende a simpatiche bottigliate in testa Aleksej perché sta facendo troppo chiasso e disturba tutti. La scena potrebbe far ridere. Dopo oltre quattro giorni passati su questo treno sto cominciando ad affezionarmi a tutto ciò che lo riguarda. che esprimono un che di animalesco. impreziosite dal cielo stellato della steppa siberiana che appare chiarissimo nonostante il sozzo finestrino. pericolosamente iniettati di sangue. Abbiamo 63 . nonostante sfoggino costanti sorrisi a trentadue denti. Si prosegue con discorsi sconnessi fino a tarda sera. non mancano le incomprensioni divertenti. Ma ormai si sono esaltati a tal punto che è pressoché impossibile fargli capire che non è così. Passiamo la notte svegli.il suo sguardo: occhi selvaggi. Non avrei detto la stessa cosa qualche giorno fa. tutti si convincono che io abbia lasciato la ragazza per poter partire per la Russia. ma non credo che lui si accorgerebbe della differenza se fosse colpito con una mazza da baseball. che dopo i primi momenti di tentennamento si sono rivelate molto amichevoli. L’arma usata è un’innocua bottiglia di plastica vuota. Meglio non contrariarli in alcun modo. quindi mi tocca subire i loro vivissimi complimenti per ciò che “ho fatto”. ma mi trovo perfettamente a mio agio anche con tutte le persone presenti. in questo momento. mi sento forse per la prima volta orgoglioso di far parte di questa ciurma di viaggiatori. Per un errore di traduzione. mangiando minestre cinesi preconfezionate e discutendo delle cose più varie insieme ai due fratelli scacchisti. Sempre dietro traduzioni. al gabbiotto di legno che mi circonda ogniqualvolta mi sdraio. dico loro che la Russia è un bellissimo paese e che non esiste posto migliore al mondo. un po’ in russo. approfondiamo l’amicizia con il solito gruppetto.

ma nonostante la figura ridicola non ho intenzione di scoprirmi nemmeno un centimetro di pelle. Mi chiedo cosa potrebbe pensare una persona che lo incrociasse per caso in una strada buia. di pochi anni. A Novaya Chara scende Sergej. Peccato che ormai manchino poco più di dodici ore all’arrivo e che presto dovremo abbandonare quest'ambiente. ma la gioia di scendere è compenetrata da una lieve ansia. Sergej supera i binari e si inoltra nel buio della periferia cittadina. Alle cinque del mattino passiamo dalla minuscola stazione di Khani. vedendo quell’improbabile ed enorme arma scintillare alla luce dei rari lampioni della città. dunque preferisco essere prudente e coprirmi con tutti i vestiti che ho a disposizione. In particolare. ma probabilmente l’alcool che ha in corpo è sufficiente a non farglieli percepire affatto. e inizia così l’ultimo giorno sul Mosca – Tynda. Con quest'enorme spada in mano. Ora. munito di giacca pesante. doppi guanti. Il treno comincia a rallentare progressivamente. Impiego almeno un quarto d’ora a infilare la calzamaglia. susseguirsi davanti ai nostri occhi scene di ogni tipo. e ormai mancano solo poche decine di minuti alla discesa dal treno. cibo. inghiottiti in una singolarità spazio . Sono sicuramente il passeggero più imbacuccato del treno. Il paradosso è che siamo proprio gli unici due stranieri. doppio maglione con giacca da sci più il piumino infilato sopra. unica fermata della ferrovia Bajkal – Amur in territorio yakuto. la neve è completamente ghiacciata e i ponti che attraversiamo sono molto più numerosi. Da cinque giorni non poggio i piedi sulla terraferma. due paia di pantaloni gli uni sopra gli altri. però. Potremmo considerarci come gli irriducibili del vagone. la giornata passa in fretta. che da una parte odiamo profondamente in quanto reclusi in esso senza possibilità di scappare. sparendo dalla vista di tutti. gli elementi anomali che alla fine sono gli unici a percorrere la tratta per intero e dunque gli unici a viverla fino in fondo. Tra birra. sono le temperature a preoccuparmi: non sono mai sceso dal treno e quindi non le ho ancora sperimentate. colbacco e spada di plastica da portare in regalo a suo figlio. chiacchiere e musica russa.temporale. Equipaggiamento antartico. doppio berretto pesante.visto cambiare tutte le persone sul treno. mentre ora vado a trovarli per farmi versare dell’altra birra. È notte fonda e all’esterno ci sono quaranta gradi sotto zero. e gli unici punti fissi siamo rimasti noi due. Molte situazioni sono mutate in questi giorni: fino a non molto tempo fa speravo che quei baldi ragazzoni sparissero nel nulla. dovuta alla mia totale ignoranza su ciò che troverò una volta sceso. ma che dall’altra ci sta regalando esperienze fantastiche. Il paesaggio ora è montuoso e irregolare. ma impiega parecchi minuti per 64 . dovrò fare il mio salto nel buio.

Lasciamo scendere tutti prima di noi. Non posso però fare a meno di pensare che secondo il piano originale avremmo ora rischiato un pestaggio. Ivan. quando finalmente tutti se ne vanno disperdendosi per la stazione e lasciando il treno vuoto. Ormai non c’è più tempo per indugiare: scendo la scaletta. però. e dopo centoventi ore di volontaria reclusione esco finalmente all’aria aperta. Mi sembra di avvicinarmi al patibolo. Questo spiacevole ricordo è però dimenticato. Solo adesso possiamo scaricare i bagagli e apprestarci a scendere. l’aria fredda dell’esterno prende sempre di più il sopravvento su quella riscaldata del treno. anche se ciò significherà affrontare il gelo siberiano. Aleksej e il resto della comitiva ci stringono calorosamente la mano prima di scendere. Improvvisamente. il treno si ferma.entrare nella stazione della città. Sto sudando a più non posso sotto i molteplici strati di vestiario che ho indossato e non vedo l’ora di scendere dal treno. ingannando i viaggiatori che già si aspettavano di scendere da un momento all’altro. Sono le nove di sera e la temperatura sarà sicuramente bassa…ma quanto? Venti gradi sotto zero? O forse anche quaranta? Come sarà il primo respiro? Mi congelerà naso e polmoni. per poter scaricare con comodo i bagagli una volta liberato il gremito corridoio. ringraziandoci dei bei giorni passati assieme e della nostra cortesia e simpatia. L’ultima delle ottanta fermate. facendomi riscoprire nuovamente ciò che provano i bambini quando nascono? Mentre percorro il corridoio. nel cuore della stazione di Tynda. 65 .

Ma ancora non posso togliermi dalla testa l’immagine di quel 66 . Mi sento incredibilmente pieno di energie e felice di aver scoperto che sopravvivrò al freddo siberiano. constatando che non ho per nulla freddo. durante il quale abbiamo bevuto pochissimo. e solo ora mi ricordo di aver finalmente abbandonato quel vagone – prigione. ma quando mi cade l’occhio sul tabellone luminoso della stazione. capitale della ferrovia Bajkal .Amur Il primo impatto con l’esterno non è poi così devastante. mi viene quasi un colpo. Il termometro esterno segna 29 gradi sotto zero. Questa situazione mi esalta non poco. sebbene fino a poche ore fa avrei preferito rimanerci ancora per un tempo indefinito. dove abbondanti cibarie e liquidi subito comprati inghiottono anche questi pensieri e diventano l’unica cosa veramente importante. che ormai è vuoto e non richiama più alcun sentimento di calore e familiarità. Com’è possibile che con una simile temperatura non mi sia trasformato in un colpo solo in un blocco di ghiaccio? Ignaro dei miei dubbi. né tanto meno la prima zaffata d'aria siberiana mi ha congelato i bronchioli.Capitolo IX Tynda. il tassista continua a guidare spedito. cerchiamo subito un taxi per l’albergo. Dopo un viaggio massacrante. Non ci tornerei per nessun motivo al mondo. Caricati i bagagli in spalla. L’aria fredda mi procura qualche colpo di tosse solo se respiro forzatamente a bocca aperta. ma per il resto rimango enormemente stupito. In pochi minuti ci recapita all’albergo. Per tutto il tragitto in taxi non faccio che pensare a questo. bensì soltanto ripugnanza. né ho iniziato subito a tremare. un letto e del cibo vero sono quanto di meglio si possa desiderare. mangiato male e dormito ancora peggio. che per lui sono sicuramente insensati. assolutamente incredulo.

È lo stesso principio per cui una stufa fredda fatica ad accendersi correttamente. Il freddo intenso. non una veranda. Non è nella città in sé che bisogna cercare la vera anima della Siberia. La temperatura mattutina si aggira sui venticinque gradi sotto zero. solidifica in fretta le secrezioni. La scarsissima umidità presente nell’aria rende infatti il gelo insospettabilmente tollerabile. È la temperatura che si trova in un surgelatore. Il primo vero contatto con questa città è piuttosto interlocutorio. Dopo un po’.. stufo di non vederci più. quando mi soffio il naso nei fazzoletti di cotone devo ricordarmi di sfruttarli al massimo finché sono puliti. Non un giardino. infatti. ma nonostante ciò il freddo non appare affatto insopportabile. Una densa nebbia. tuttavia. 67 . si vede il fumo di una ciminiera salire diritto per qualche metro. capace di anestetizzare completamente perfino la vita dei batteri. Passiamo una mezz’oretta camminando a ramingo. Il vento trasporta lungo le strade alcune spettacolari scie di nevischio. Porto anche una sciarpa. Ormai il bordo della sciarpa è coperto di cristalli di ghiaccio. standardizzandole e appiattendole il più possibile per rendere tutti veramente “uguali”. ma la cosa che mi sorprende di più è passare le dita tra le ciglia e trovarci dei frammenti di lacrime congelate. Il vecchio comunismo sovietico donava gratis le abitazioni alla popolazione. poiché la condensa che si viene a formare appanna immediatamente gli occhiali. scritto in caratteri rossi fiammeggianti. ma esteticamente orrende. poiché in quei pochi metri si è raffreddato troppo per salire ulteriormente. bensì in questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli. fumando e intossicando tutti invece di scaldare. doppiamente avvolta intorno al collo. decido di togliermeli e scopro che da lontano ci vedo comunque benissimo. e già dopo pochi minuti il fazzoletto diventa un blocco duro e impossibile da dispiegare. in una giornata senza vento. protette a malapena da guanti troppo leggeri e scarponcini di pelle totalmente inadeguati per queste temperature. freddo intenso. Inoltre. non un balcone più largo di due metri. poi piegarsi ad angolo retto e continuare a espandersi in orizzontale. che ondeggiano sinuosamente come delle lunghe fruste animate da mano umana. le mie estremità iniziano a soffrire. e devo stare attento a non alitare troppo al suo interno.29 °C. strade gelate e anonimi palazzoni tutti uguali tra loro. Dovevo venire in Siberia per rendermene conto. e questo è il risultato. Non si può non fermarsi ad osservare in silenzio la scena quando. Dopo una ventina di minuti. Ma vedere ciò accadere all’aria aperta è davvero stupefacente. Case sicuramente funzionali e vivibili.

Difficile rimanere indifferenti in tre metri quadrati di spazio. farsi addirittura organizzare un tour personale? Evidentemente. Sfortunatamente. I russi probabilmente li vedono solo come negozi. con la commessa che subito chiede cosa vuoi comprare. Mentre stiamo già voltando i tacchi. In quanti musei al mondo ci si può permettere di farsi aprire nel giorno di chiusura e. anche perché il mio compare mi traduce solo l’essenziale.Dopo un’ora passata all’aperto. gonfie di oggetti fino a scoppiare. bisogna per forza comprare qualcosa. per isolare meglio dal freddo esterno. stare per lungo tempo all’aperto è impensabile. ma noi che non siamo abituati a questo gelo li vediamo più che altro come luoghi di ricreazione. In uno di questi negozi mi procuro un paio di valenki. Una beffa non da poco. i turisti qui sono merce così rara che è bene non farli scappare. nei quali entrare unicamente per riprendersi dal gelo. Senza i vestiti adatti. Si tratta infatti del gestore! Non appena scopre che siamo interessati ad una visita (e non potrebbe essere altrimenti. il che richiede parecchi minuti. non ci pensa due volte ad aprirci e organizzarci su due piedi una visita guidata. il freddo accumulato nelle viscere è notevole. Nella generale anonimità delle strade. La superstizione è molto presente anche oggi nella popolazione: i rituali e i gesti che allontanano la malasorte sono tuttora praticati. che commenta ogni minimo dettaglio. non mi permette di capire granché. considerati i chilometri che abbiamo percorso per arrivare qua). considerando l’eccezionalità del trovarsi qui ora. affascinato com’è dall’enorme quantità di reperti storici. tipici e caldissimi stivali invernali russi fabbricati con feltro pressato. I secoli passano e le stanze del museo si spostano lentamente 68 . In un luogo come la Siberia è difficile non sentire un enorme legame con la terra e con la spiritualità che ne deriva. non paghi. Si parte dalle tende e dai vestiti delle antiche popolazioni che vivevano qui. e non solo relegati a curiosità del passato. capitiamo proprio nel giorno di chiusura settimanale. per poi passare alle slitte e agli strumenti che gli sciamani utilizzavano per richiamare gli spiriti buoni e scacciare quelli cattivi. chiedendoci se vogliamo visitare il museo. Il problema è che se ci si vuole scaldare efficacemente. La fitta parlantina della nostra guida. Una giovane donna dagli enormi occhi azzurri ci saluta calorosamente e inizia subito a condurci per tutte le stanze. Non avrei pensato che un museo siberiano potesse essere così ricco. riusciamo infine a scovare il museo dedicato alla ferrovia Bajkal – Amur. A intervalli regolari dobbiamo fermarci ed entrare a scaldarci in uno dei tanti negozietti sparsi per le strade. passa lungo la strada un uomo che ci nota e subito si interessa a noi. più un paio di guanti imbottiti di pelo. Questi baracchini di vetro e metallo sono aperti tutto il giorno e hanno sempre doppie porte.

la quale. del maglioncino e delle due paia di calzettoni pesanti. spiegare e gesticolare. Ci hanno preso per alieni da esibire! Ringraziando vigorosamente la nostra signora per l’ottimo aiuto datoci. una cittadina fantasma a poca distanza da Tynda. targhe ferroviarie e stemmi a non finire. delle due giacche. e già la situazione si è ribaltata. modellini delle abitazioni a forma di vagone cilindrico nelle quali alloggiavano i lavoratori. lei vuole sapere come mai siamo finiti proprio a Tynda e quale sarà la nostra prossima destinazione. cartine geografiche. Innumerevoli fotografie della ferrovia in costruzione e dei suoi operai che fanno uno spuntino seduti sui binari. Si tratta di un’insegnante di scuola elementare. caschi e tute da lavoro.verso la modernità. afferma che domani ci guiderà per il paese. oltre che dei pesantissimi e ingombrantissimi valenki. è meglio non sfidarlo. Nel corso della serata recuperiamo però sufficienti forze per farci una passeggiata di non più di dieci minuti. Questo insperato aiuto arriva proprio come il cacio sui maccheroni. L’insegnante conclude la telefonata assicurando che non si limiterà a guidarci per la città. poiché le ricerche su questa cittadina non hanno dato molti frutti e conosciamo molto poco di essa. Non c’è certamente vita notturna in questa squallida cittadina. Suscitiamo sempre una gran curiosità in tutti i russi che incontriamo. finalmente mi posso stravaccare a letto. limite massimo vista la temperatura decisamente bassa. Il termometro segnala trenta gradi sotto zero. e infatti la nostra signora ci rivela subito di avere un’amica che abita proprio lì. Il mio amico comincia a dare segni di cedimento: ad un certo punto mi confida che gli gira la testa a causa di tutto quel parlare a macchinetta. Sono bastate poche parole. dei due maglioni. dei pantaloni da sci. Quando le stanze finiscono. che non smette un solo secondo di commentare. Assicura anche che provvederà personalmente a garantirci un posto per dormire nell’unica sistemazione che la cittadina offre ai forestieri. torniamo finalmente a riposarci in albergo. Non abbiamo voglia di fare assolutamente nulla. Dopo aver perso almeno cinque minuti per liberarmi dei due berretti. le cose più belle arrivano in modo totalmente inaspettato. e anche se ce ne fosse siamo troppo stanchi per tentare di uscire a far qualcosa. La nostra prossima tappa sarà Verkhnezejsk. Solo qualche rara automobile rompe il 69 . e che non mi traduce più nulla per non rischiare di diventare pazzo. Il tutto condito dalla voce acuta dell’inarrestabile donna. ma addirittura ci presenterà ai bambini del paese. subito contattata telefonicamente. Come spesso succede durante i viaggi. ricostruzioni di una stanza russa del secolo scorso. fino ad arrivare ai saloni che contengono tutte le testimonianze della costruzione della ferrovia Bajkal – Amur.

annegate nei riflessi giallognoli della luce dei lampioni che rivolgono la luce in tutte le direzioni. Si può constatare facilmente che esistono dei tratti di ferrovia impossibili da vedere di giorno. Siamo infatti giunti al binario con molto anticipo. ma è un rischio che forse non vale la pena di correre. percorrono solo brevi tratti e soprattutto sono riservati agli operai. Passa un’altra giornata nei meandri della fredda Tynda. cioè i treni dei lavoratori. poiché il binario è lontanissimo dalla stazione e non c’è alcuna possibilità di entrare in un ambiente caldo. raffigurante un uomo che solleva un martello fin sopra la testa. anche un banale guasto può creare situazioni pericolose. ma i vestiti pesantissimi. Mani e piedi si infreddoliscono velocemente. e così dormono anche le sue città. L’unica possibilità di vederle di giorno è approfittare dei “rabocij poesd”. Ad un 70 . Passeggiando per le strade. a meno che non ci si voglia avventurare a piedi. oscurando i cieli. e la sera cala velocemente. l’incessante camminare e l’assenza di vento ci fanno paradossalmente patire il caldo. ben lontane dalla frenesia occidentale. caricando il colpo. addirittura ci togliamo i guanti. coprendole di un alone d'eterno mistero. Un altro simbolo della costruzione della ferrovia Bajkal – Amur.silenzio delle strade deserte. Ad un certo punto. notiamo improvvisamente un’enorme statua composta da lamiere saldate tra loro. abitato da duemila anime e dal quale passa un solo treno al giorno. poiché le mani hanno iniziato a sudare. alle due e mezza di notte. mentre il subdolo vento si insinua spietatamente in ogni angolo di giacca non perfettamente chiuso. Una fitta nebbia scende sugli spopolati viali. A queste temperature. È tempo di abbandonare la città e puntare a Verkhnezejsk. In queste condizioni l’attesa si fa pesante. ma l’illuminazione artificiale non lascia spazio per le altre stelle. L’unico treno disponibile per raggiungere Verkhnezejsk ha ancora le porte tenacemente chiuse. un vero e proprio villaggio fantasma. Il freddo continua a essere intenso e per un breve periodo della mattinata raggiunge addirittura i quaranta gradi sotto zero. ma sono più lenti. La Siberia è una terra che dorme di un sonno senza sogni. sbuffando vigorosamente come per evitare il congelamento del motore. Viaggiano a orari diversi. Si potrebbe sempre tentare di corrompere un macchinista per salire sul suo treno. La temperatura è nuovamente intorno ai trenta gradi sotto zero. per non rischiare di perderlo. senza incontrare nulla di particolarmente emozionante. Non c’è altro di interessante che colpisca l’attenzione. La fissità degli orari impone che alcune zone vengano attraversate sempre e solo di notte. Il cielo sereno è illuminato da una falce di luna rivolta a ponente.

sperando di rallentare il congelamento. con la differenza che qui c’è una porta che si può chiudere a chiave. Il mio naso sta diventando rosso fuoco. immerso nel gelo della notte siberiana. possiamo finalmente rilassarci e assorbire tutto il calore che lentamente il treno inizia a sputare dai bocchettoni dell’aria. Mi sembrava strano che fosse così facile. Quando finalmente il capotreno apre le porte. Una volta sistemati i bagagli negli spazi a disposizione. come appare da una fotografia fugacemente scattata prima che il freddo azzeri la batteria della fotocamera. ma con scarsi risultati. e soprattutto diverso anche strutturalmente. dalla quale fortunatamente non ci smuoveremo più per altre venticinque ore. Le cuccette sono inoltre notevolmente più comode. La prima classe russa canonica consiste infatti in scompartimenti con quattro posti letto. Tutto ciò che posso fare è saltellare sul posto. Meglio così.certo punto ghiaccia perfino il respiro. e tra poco inizierà a farmi male e poi a diventare bianco. che nonostante le difficoltà sono lì a sacrificarsi per qualcun altro. L’esterno del vetro è in parte ghiacciato. Tutto ciò che possiamo fare è fissare il soffitto. non sentendo più quasi nulla con i polpastrelli. e il forte riscaldamento del treno fa sì che ci sentiamo come in una culla felice. paradossalmente più stretti di quelli di un platskartnyj. ascoltando i rumori degli operai mentre riparano la carrozza nel penetrante gelo della notte. Non desidero altro che quelle maledette porte si aprano. un guasto meccanico ci costringe ad aspettare due ore e mezza in più del previsto bloccati in mezzo al nulla della ferrovia Bajkal – Amur. stavolta molto più popolato rispetto all’incompreso Venezia – Mosca. e 71 . se non salirà nessuno staremo più comodi e non dovremo sorbirci eventuali compagni di viaggio ubriaconi o molesti. è tutto troppo scuro. Il vagone è un kupè. Riesco infine a trovarlo. e dopo il classico controllo saliamo finalmente sulla carrozza. Nonostante diverse persone abbiano preso posto sul vagone insieme a noi. ma le ferrovie russe sono totalmente indifferenti ai miei lamenti. Fa impressione pensare che anche in questo frangente c’è qualcuno che lavora per noi. nessuno ha occupato i posti liberi del nostro scompartimento. le mani mi si sono ghiacciate al punto che fatico a trovare il biglietto nelle tasche. Ora sì che sento i trenta gradi sotto zero. ma sembrano non avere più alcun effetto e cominciano a farmi male le mani dal freddo. Senza questo continuo andirivieni di persone. mentre quando ero appena sceso dal Mosca – Tynda parevano innocui. Le porte si apriranno solo quando lo deciderà il capotreno. Fuori dal finestrino non si vede niente. tutto si fermerebbe. sistemati come in un blocco maggiore di un platskartnyj. Durante la notte. Ho i guanti pesanti addosso.

ma ciò serviva per creare suspense e tenere gli occhi del lettore fissi sulla pagina. dunque siamo potenzialmente isolati. Finora abbiamo dato per scontato che gli orari di partenza e arrivo sarebbero stati rispettati. che se avessimo chiesto dei viveri al provodnik egli sarebbe stato in grado di fornirceli. La gente lo saluta. anche se sappiamo tutti che non verremo di certo abbandonati e alla fine in qualche modo il treno ripartirà. svegliandoci e riaddormentandoci più volte. L’Orient Express di Agatha Christie restò fermo per giorni in mezzo al nulla. poiché nei tratti di ferrovia dove non c’è nulla (e sono la maggioranza) non ci sono nemmeno ripetitori e quindi i cellulari non hanno campo. C’è un gran movimento quando arriva il treno in questa cittadina: esso infatti rappresenta l’unica possibilità di andarsene dal paese. come capita agli escursionisti sorpresi da valanghe. ma anch’essa non può fare miracoli se non c’è rete. 72 . Sembra di essere tornati indietro nel tempo di cent’anni. quando lo vede arrivare. che talvolta si ritrovano a dover divorare le carcasse dei loro compagni soffocati dalla neve. adesso. Non importa quando si decida di partire. Dormiamo qualche ora in modo approssimativo e scomodo. bloccato da un cumulo di neve. d’estate come d’inverno. c’è una sola possibilità: stare svegli fino a notte fonda e salire su questo treno. Nell’attesa.una località così desolata come la Siberia riceverebbe il colpo di grazia. non posso fare a meno di pensare a quanto sia fragile la nostra condizione di benessere: basta un minimo guasto meccanico per creare una situazione potenzialmente pericolosa. recapitandoci in un luogo civilizzato. Pensieri che affiorano facilmente in superficie quando si vive una situazione come questa. Se dovesse succedere a noi. finché alle cinque di mattina il treno finalmente giunge a Verkhnezejsk. Ma potrebbe bastare un nonnulla per trasformare un viaggio in una spietata lotta alla sopravvivenza. Abbiamo comprato una scheda telefonica russa per comunicare più facilmente. che niente si sarebbe piazzato in mezzo ai binari per fermare il treno. nella realtà? Non potremmo nemmeno chiedere aiuto tanto facilmente.

Tuttavia.Capitolo X Verkhnezejsk. ma che evidentemente ha ricevuto una segnalazione su di noi. E pensare che non potremmo stare qui. Non ci preoccupiamo troppo di svegliare i custodi con il nostro arrivo: se di qui passa sempre e un solo treno e sempre a quest’ora. e sicuramente non subisce le 73 . Attorno non sembra esserci proprio nulla. Appena entrati nella piccolissima hall. Lo sforzo di portare i bagagli ha fatto il resto. poiché solo adesso veniamo a sapere che tale struttura è adibita al pernottamento dei soli operai della ferrovia. solo gruppetti di alberi e buio impenetrabile. veniamo ricevuti da una donna dall’aria piuttosto annoiata. ed è esattamente di fronte alla stazione. non sembra difficile trovare l’alberghetto che la professoressa dovrebbe averci prenotato: è l’unico edificio nelle vicinanze. dopo un viaggio di un giorno intero. essendo stati ben “raccomandati”. Un orario insolito per andare a dormire. Questi aggeggini sono comodissimi: si riempiono d'acqua del rubinetto. poiché pare riconoscerci subito e in un batter d’occhio ci assegna una camera. tanto per cambiare. Un paese fantasma Pur nel buio. La camera è molto accogliente e i suoi letti sono perfettamente comodi. ci guadagniamo una cameretta nella quale riusciamo a entrare allo scoccare delle sei. ma non c’è nulla da bere e abbiamo. si chiudono. e ora daremmo qualunque cosa per un bicchiere d’acqua. una sete terribile. ma ci dobbiamo accontentare di riscaldare un the con gli appositi scaldini presenti in ogni camera d’albergo russa. è proprio adesso che gli albergatori si aspettano l’arrivo dei clienti. La bollitura è indispensabile: l’acqua che sgorga dai rubinetti russi non è poi così pura e incontaminata. si accendono e quindi si spengono automaticamente una volta che l’acqua bolle.

eppure non scalda minimamente l’atmosfera. Sono le nove di mattina. più che la rovente stella che nei giorni estivi brucia le carni delle labbra. A mano a mano che lo strano suono si ripete. Ogni tanto mi riaddormento. Il sole riverbera sul ghiaccio infastidendo notevolmente la vista. Non c’è una persona che cammina per gli 74 . la bollitura non mi impedisce di sentirmi nauseato dopo aver trangugiato velocemente il the. esso acquista caratteri sempre più delineati. forse utilizzata per annunciare l’arrivo di qualche treno merci. Ci metto un po’ a capire che si tratta di una sirena. mescolando i sogni alla realtà. che declama nella sua strana lingua l’imminente arrivo di questo convoglio. Nonostante abbia ancora una sete intensa. L’astro sembra solo una grossa torcia atta a illuminare il paesaggio. Tuttavia. provenienti dalla finestra che dà sull’edificio principale della stazione. Il plumbeo silenzio della mattinata è assordante. è il totale decentramento della stazione rispetto al paese: i due sono separati da almeno un chilometro di strada. Ripresici un po’ dalla martoriante e frammentaria nottata. fiancheggiata unicamente da abeti congelati. ormai sul punto di essere rischiarata da un timido sole invernale appena sorto. Probabilmente l’acqua è piena di cloro. devo faticare per riprendere pienamente conoscenza. preferisco evitare ulteriori dosi d'acqua di rubinetto e finalmente mi butto sotto le coperte. L’isolamento di questo paesino è infatti estremo. In questo limbo di incertezza. permeato da pensieri distorti e confusi. come succede quando si è troppo stanchi per dormire ma troppo distrutti per rimanere svegli. Sono ora in uno strano dormiveglia e non riesco bene a percepire cosa accade attorno a me. larghissima e completamente ghiacciata. Prima particolarità. è a Verkhnezejsk che si dovrebbe andare per avere il massimo dell’effetto possibile. Questo sole che non riscalda è un altro assurdo che la Siberia ci regala con naturalezza. Solo in certi momenti ho la certezza di sentirli: a volte mi sembrano solo delle allucinazioni uditive. amplificata da un altoparlante. dopo sole tre ore di sonno. ci copriamo con tutti i vestiti che abbiamo a disposizione e partiamo alla scoperta di questo borgo dimenticato. Suoni deboli e ovattati mi giungono alle orecchie. Riesco a distinguere anche una voce femminile.centinaia di controlli che a casa nostra l’acqua deve obbligatoriamente superare per essere considerata potabile. che salta immediatamente all’occhio. Il suo tono acuto e un po’ flemmatico riempie la penombra della camera. raggiungendo il mio compare che già da un po’ è crollato esanime sugli enormi letti. ed è così che inizia la nostra giornata a Verkhnezejsk. Quando si ha voglia di staccare dalla quotidianità e si pronunciano le fatidiche parole “Vorrei andare via per un po’ in un luogo isolato e dove non mi conosce nessuno”.

fuori dal paese dovrebbe esserci un lago artificiale. e quei pochi si stanno tutti recando agli unici due negozi di alimentari. anche se solo per poche ore. L’esplorazione della cittadina è terminata in un quarto d’ora. Il paese è concentrato in poche centinaia di metri quadrati: per il resto c’è solo foresta. è contornata da giochi per bambini. ed è l’unica a comunicarci qualcosa nel vuoto generale. sperduti in un posto come questo. Scattiamo delle fotografie in modo molto guardingo. alcuni pollai e altri edifici di legno marcio giacciono in stato di apparente abbandono. Non so cosa ci sia da fare qui a parte uscire per comprare da mangiare. Agglomerati di condomini cadenti sono posti in maniera molto irregolare.stradoni. e solo un trotterellante husky tenta in qualche modo di riscaldarsi. Non abbiamo comunque modo di scattare molte foto. Meglio non farsi notare. Fin dove occhio può vedere oltre il paese. steppa e assoluta desolazione. In Russia non mancano mai scivoli e altalene. Percorriamo dunque la lunghissima traversa della strada che congiunge la stazione con il paese: si tratta di un’altra strada fantasma. nemmeno nel più derelitto e sperduto ammasso di baracche. correndo qua e là senza una destinazione precisa. Qualche decina di metri più lontano. sufficiente a girarne ogni angolo. Una solitudine terribilmente pesante da sopportare. quasi rubandole. Giunti in paese. percorsa ogni tanto da qualche fuoristrada. Il freddo è ancora una volta molto intenso: la temperatura raggiunge i trentacinque gradi sotto zero. nemmeno volendo: le bassissime temperature sono mortali per le batterie. impiantati nel terreno a intervalli regolari. Buona parte di essi. La presenza di viaggiatori stranieri. Ciò non toglie che questo gelo anestetizzi tutto ciò che incontra. scivolando via come fantasmi. Secondo le pochissime informazioni che abbiamo su Verkhnezejsk. e la ricerca del lago rappresenta un buon modo per passare il tempo prima che il sole cali. solo con la natura e con la tremenda e vertiginosa solitudine che regna sovrana in questo piccolo angolo di mondo dimenticato. un’insegna circolare ci dà il benvenuto. che 75 . questo paese non può essere definito altrimenti che ectoplasmico. Pochissime persone sono visibili nel centro cittadino. risulterebbe molto strana e potrebbe attirare attenzioni indesiderate. tuttavia. rustici fino all’eccesso ma perfettamente riscaldati e anch’essi dotati di doppia porta. Una scelta sensata in una nazione dove l’età media è bassa. che si scaricano con una velocità impressionante e riprendono vigore solo quando ritornano ad una temperatura normale. Non instauriamo contatti con nessuno. ma la pressoché assoluta assenza di vento lo rende ancora una volta molto ben tollerabile se adeguatamente coperti. l’unico segno di presenza umana stabile sono i tralicci della corrente. Del resto.

ma poi più nulla. ci tengono compagnia in questa lunghissima camminata che pare non condurre in nessun luogo. mentre lavorano su un treno merci fermo in stazione. ma fortunatamente la strada è ben tracciata ed è impossibile perdersi. diventando sempre più irraggiungibile. ma in realtà estremamente intensa: abbiamo tastato un angolo di mondo dimenticato. uno di quei posti che farebbero inorridire un occidentale al pensiero di viverci tutto l’anno. come abbiamo potuto notare anche stanotte quando eravamo bloccati in un anonimo e buio tratto di ferrovia. e il bacino artificiale appare solo in qualche punto da dietro gli alberi. avventurandosi in mezzo a questo nulla. I loro corpi paiono coperti sorprendentemente poco in relazione alla rigidissima temperatura. È persino probabile che nessuno si sia accorto dei difetti di isolamento delle tubature. È come se l’obiettivo si spostasse sempre un po’ più lontano a mano a mano che noi avanziamo. non vorremmo trovarci in mezzo a questa strada con il buio. che ormai è difficile da sopportare anche con tutti i vestiti pesanti addosso.verosimilmente si reca a qualche vicina miniera o simile. nonostante non siano nemmeno le quattro. nascoste come sono tra gli alberi. Curiosamente. e per adesso 76 . non lo sapremo mai. vestiti con la classica pettorina arancione. oppure un’inguaribile sbadata? Probabilmente. anche se con il cielo terso di oggi ci potremmo godere una vista delle stelle come mai le abbiamo viste a casa nostra. Rientriamo alle sei di sera e ci tratteniamo per qualche minuto ad osservare alcuni operai. Qualcuno sta lavorando in questo momento per garantire che domani in un’altra località arrivino cibo e vettovaglie. nonostante fosse in possesso del nostro numero di telefono e sapesse benissimo che oggi era il giorno del nostro arrivo. Ci ha prenotato il posto per dormire. la macchina sociale non si ferma mai. la donna che ci ha permesso di vivere quest’esperienza non si è più fatta viva. La visita del paese è stata formalmente infruttuosa. fiancheggiata da piante stecchite e da tubi dell’acqua isolati in modo osceno. Solo le linee elettriche. anzi sicuramente. La strada non finisce mai e soprattutto non cambia mai aspetto. ma non è chiaro come si possa raggiungere. Il sole è già molto basso sull’orizzonte ed è prossimo a tramontare. Una misteriosa benefattrice troppo timida per mostrarsi. Anche nei luoghi più sperduti. Sbuffi di vapore quasi congelato escono ritmicamente dalle loro bocche e narici. Dopo un’ora abbondante di camminata non siamo ancora giunti in nessun posto. Si rischia di perdere i punti di riferimento. Meglio rientrare. parallele alla strada stessa. Sempre la stessa lingua di ghiaccio serpeggiante.

pensando che avrebbe portato lo sviluppo. non è stato così. Le sue porte sono isolate male e un po’ di freddo riesce a filtrare all’interno. I binari corrono in mezzo a distanti montagne e foreste spoglie. che illumina solo di sbieco la facciata della stazione. spuntano come funghi le stazioni minori. col solito treno delle due e mezza. Il suo tetto spiovente e asimmetrico non ha precedenti nella storia dell’architettura ferroviaria a noi nota. decisamente sovradimensionata per un paese così piccolo. approfitteremo del lavoro e delle fatiche altrui per andarcene da Verkhnezejsk. infatti. in questo caso la ferrovia è stata costruita per prima. Finalmente cadiamo in un qualche genere di sonno. non più contribuenti ad esso. A distanza di decine di chilometri l’una dall’altra. Attorno alle stazioni non c’è assolutamente nulla. perciò è bene tenersi addosso berretti e giacche. Qualcuno aspetta insieme a noi l’unico treno che questa cittadina può offrire. Dalle finestre del nostro minuscolo appartamento è ancora visibile un tenue riflesso della luce solare. sbuffando e stridendo sulle rotaie congelate. e in molti punti il paese non è mai sorto attorno alle stazioni. La maggior parte di esse non sono altro che squadrati e minuscoli edifici in pietra. tutti identici tra loro e recanti solamente una piccola targa con il nome della stazione stessa. Come sappiamo. ma non passa molto tempo prima di doverci nuovamente destare per prendere il treno. Alle due in punto abbandoniamo definitivamente la nostra camera e raggiungiamo la piccola e semivuota sala d’attesa della stazione. la Bajkal – Amur orientale si mostra ai primi raggi della mattina in tutta la sua tragicomica peculiarità. poiché aspettare in questa stanza sarebbe estenuante. Questo posto si fa ricordare per ogni singola trave di legno che ospita. la puntualità dei treni russi è tale che alle due e mezza precise arriva il nostro mostro meccanico. C’è solo da sperare che non capiti qualche imprevisto anche stanotte e che il treno arrivi in orario. incontrando talvolta delle macchine operatrici al lavoro per riparare un giunto di un ponte o per consolidare un terreno poco stabile. L’attesa si prospetta lunga: passeremo queste ore tentando di dormire per recuperare un po’ di sonno arretrato. Altri nonsensi storici sono le torri di 77 . Anche stanotte. creando questi relitti architettonici utilizzati solo dai pescatori e dai cacciatori durante i mesi estivi. Quest’apparente bizzarria è presto spiegata: mentre in condizioni normali le ferrovie vengono costruite per collegare due zone già floride e bisognose di scambi commerciali proficui. e hanno tutti l’aria piuttosto assonnata. Dopo aver dormito al meglio delle nostre possibilità visti i ritmi irregolari ai quali le ferrovie russe ci costringono.siamo semplici fruitori di quest’immenso organismo. Fortunatamente.

palazzi sventrati e fabbriche abbandonate da chissà quanti anni e lasciate marcire lentamente nell’oblio. Stanno a guardia di foreste interminabili. così da riprendere in qualche modo i contatti con la civiltà.guardia poste all’inizio e alla fine di ogni ponte. la Siberia ci inghiotte. intervallate solamente da villaggi insignificanti. Si godono certamente un’ottima vista dalla loro posizione sopraelevata. se è questo il luogo sul quale devono vegliare. basta una breve lontananza da un luogo abitato per sentirsi quanto mai fragili e sperduti. 78 . In un paese come la Siberia. ma credo che nella loro vita professionale abbiano ben pochi sussulti d’emozione. Fendendo lentamente il vuoto e insinuandoci sempre più profondamente nelle foreste vergini. Attraversando fiumiciattoli gelati. fagocitandoci e rendendoci partecipi della sua tronfia insensatezza. presidiate da soldati armati. cumuli di rovine legnose e altre cittadine fantasma del tutto uguali a Verkhnezejsk. aspettiamo solo di giungere a Konsomolsk na – Amure.

fino a pochi 79 . Basti pensare che la città fu costruita anche grazie all’ingente aiuto dei prigionieri di guerra giapponesi e delle migliaia di reclusi nei campi di lavoro staliniani. Di fronte ad un generale squallore delle strade. Ragazzi che. però. e pare incredibile esserci riusciti spostandosi solo con il treno. Essi fondarono Konsomolsk na-Amure nel 1932. sorgono palazzi grigiastri ancora una volta tutti uguali e anonimi. Siamo infatti intorno ai quindici gradi sotto zero. si muovevano animati da ideali di conquista e di rinascimento culturale e sociale. Dal fiume spira un fortissimo vento che fa sembrare la temperatura molto più bassa di quelle sperimentate in precedenza. ai lati delle quali giacciono alcuni cumuli di rifiuti mai raccolti. porta alcune interessanti eccezioni alla monotonia russa. convinti di poter costruire una città felice. Alcune suggestive statue e un enorme mosaico commemorativo fanno la loro bella presenza a poche decine di metri dal fiume Amur. ma il loro progetto fallì come del resto fallirono praticamente tutti i progetti rivoluzionari che la Storia ricordi. Mai e poi mai avrei pensato. Essendo stata fondata dai giovani. Questa città. Come si può pensare di costruire la libertà facendola costruire da persone non libere? Anche Konsomolsk non è un granché. che dista poco più di quattrocento chilometri.Capitolo XI Due terroristi a Konsomolsk na – Amure Konsomolsk era il nome dell’organizzazione dei giovani dell’Unione Sovietica. che è completamente gelato in superficie. chiaro effetto della vicinanza dell’oceano Pacifico. nonostante faccia decisamente più caldo. ogni tanto qualche edificio spicca per i suoi colori vivaci. Ormai abbiamo quasi raggiunto la fine del continente. sotto la spinta del nascente comunismo.

e la presenza di due italiani è sufficiente a scatenare gli istinti di questa inflessibile signora. e quindi cerca in ogni modo di complicarci la vita per spingerci ad andarcene da un’altra parte. il giapponese e il mongolo. Ciò significa che se vorremo uscire a comprare il pane dovremo prima chiedere indietro i documenti. Ovviamente non si può fare subito. cercando l’albergo più economico possibile. La donna ha dei tratti somatici a metà tra il russo. latitanti dopo l’ultimo sanguinoso attentato. Accontentando la sua richiesta. finalmente troviamo quello che fa per noi. Evidentemente. Ciò non le impedisce però di tempestarci di domande e di sbatterci addosso delle assurde magagne burocratiche che non stanno né in cielo né in terra. e sembra proprio aver voglia di tormentarci come fecero i due poliziotti alla frontiera croata. Siamo però sfortunati ad aver trovato in turno un’albergatrice estremamente pignola. l’unica cosa di cui dovrebbe realmente occuparsi. lingua che in Siberia si insegna talmente male da far sì che sia praticamente sconosciuta. Inoltre. Evidentemente non ha voglia di perdere un’ora per controllare tutto quel disastro. Probabilmente non ha voglia di compilare tutti i moduli necessari per accogliere due stranieri nell’hotel. che avrei raggiunto le rive dell’oceano più grande del mondo tramite le rotaie. Mi chiedo come farei se dovessi gestire io la situazione. Ci vuole una buona mezz’ora per soddisfare le sue manie di investigatrice mancata. questa simpatica signora non sa bene da dove cominciare per effettuare la registrazione del nostro visto. anche qui non vedono molto spesso degli stranieri. sarebbe troppo semplice. Solo nelle trappole per topi si trova il formaggio gratis. Meglio non provarci nemmeno e sperare 80 . in quanto per uno straniero è decisamente sconsigliabile girare per una città russa senza il passaporto. almeno per quelle che sono le mie conoscenze di fisionomia umana. sapendo che la receptionist si farebbe crocifiggere a rovescio come San Pietro piuttosto che spiccicare due parole in inglese. ma i passaporti resteranno in reception fino a quando non saranno stati registrati a dovere. poiché li guarda solo per pochi secondi e poi ce li riconsegna subito. L’effetto sorpresa sembra funzionare. Ci tratta come se fossimo dei potenziali terroristi. come recita un proverbio russo.anni fa. specialmente di questa stagione. piazziamo sul bancone il pacco enorme dei biglietti e delle scartoffie accumulate finora. dato che per noi serve un bel po’ di burocrazia in più. Non le bastano i passaporti regolarmente vistati: vuole vedere anche tutte le registrazioni degli alberghi precedenti e addirittura tutti i biglietti del treno che abbiamo usato da quando abbiamo messo piede in Russia. Ci viene finalmente concesso di trasferirci in camera. come il cinese in Italia. Dopo aver girovagato per qualche decina di minuti in taxi.

ma ormai sto cominciando ad abituarmi alla Russia ed è evidente che non bisogna chiedersi un perché. ma che potrebbe benissimo essere una scatola di plastica inchiodata al muro per risultare in regola con le norme antincendio. c’è sempre la possibilità che funzioni davvero. Il fatto strano è che nessuno. Tuttavia. unico locale dove non c’è traccia di rilevatori. La sera abbiamo voglia di mangiarci una pastina: un cibo caldo. Nessuno sa se le carte debbano rimanere nel luogo dove sono state prodotte oppure se il viaggiatore debba poi portarle con sé per eventuali futuri controlli. Quando finalmente ci viene restituito il passaporto.di rivedere in fretta i nostri pezzi di carta. Tuttavia. Dunque. un piccolo inconveniente ci trattiene. Controsensi assoluti. e non risulterebbe da nessuna parte che noi siamo stati in tutte quelle altre città. Mettiamo che all’uscita dalla Russia ci controllino il visto. conosce precisamente come funzionano le cose in merito. Sul soffitto dell’albergo è infatti installato quello che sembra essere un rivelatore antifumo. come ci hanno detto a Mosca. Tante investigazioni per regalarci in pratica un salvacondotto. anche se teoricamente bruciando gas non si dovrebbe produrre fumo? Il problema è presto risolto: si cucina in bagno. è sempre gradito quando si viaggia d’inverno. anche se poco saporito. ma risulterà che non ci siamo mai mossi da Konsomolsk. Come fare ad accendere in camera il fornelletto da campeggio. nemmeno i russi stessi. Probabilmente tutto ciò è a discrezione del poliziotto di turno. che deciderà in base al suo umore se lo sventurato straniero sia nel torto o meno. Potremmo essere stati ovunque. Questi comportamenti non hanno spiegazioni e questa è l’unica spiegazione che si può ottenere. scopriamo che l’albergatrice ci ha validato la presenza fino alla scadenza del visto. potremmo anche aver avviato un giro di prostituzione o traffico di armi in metà Russia. Piccoli ingegneri crescono… 81 . Nessuno sa con certezza se le registrazioni debbano essere fatte in ogni caso. In teoria la registrazione serve se si rimane più di tre giorni nella stessa città. anche in caso di permanenza breve.

Il fiume è veramente enorme: a malapena si riesce a capire dove finisce. scavalcando con qualche difficoltà tutte le lastre di ghiaccio.Capitolo XII Camminando sulle acque La tappa di Konsomolsk ci servirà per prenderci tre o quattro giorni di riposo. ammassate le une sulle altre come a formare un impossibile labirinto di lame. Non è saggio spingere il corpo oltre i suoi limiti: dopo un po’ smette di collaborare e si ammala. Ma la cosa più strana che si nota è l’irregolarità del manto ghiacciato. Come avrà potuto formarsi una discrepanza così netta. Lentamente raggiungiamo il centro del fiume. I raggi di un sole potentissimo rimbalzano sulla coltre di ghiaccio. Tuttavia. Una linea nettissima divide le due parti. anche perché essendo completamente ghiacciato non c’è più un confine netto tra terra e acqua. temendo ad ogni passo di sfondare qualche lastra troppo sottile. Muniti di passamontagna e giacche pesanti. in altri ancora è formato da scaglie di ghiaccio frastagliate e aguzze. in assenza di intervento umano? Un altro dei numerosi misteri della Siberia. più che per effettuare un reale visita della città. nonostante si tratti sempre dello stesso fiume. abbagliando la vista. Anche mettere il piede sulle buche scavate giorni prima dai pescatori è sconsigliabile: in quei punti il ghiaccio si è appena riformato. e riusciamo infine a raggiungere il pescatore. Inizialmente siamo un po’ tentennanti nell’avvicinarci. in direzione del pescatore che sembra più vicino a noi. e indubbiamente è quanto di meglio la città possa offrire in termini di emozioni. il fiume gelato rappresenta un’attrazione troppo forte per rinunciare a poggiarci i piedi sopra. Dalla riva sono chiaramente visibili decine di persone intente a pescare sul ghiaccio. poiché spesso i pescatori non vedono di buon occhio che qualcuno cammini 82 . Il nostro obiettivo diventa quello di tentare di raggiungerne almeno uno. ma poi acceleriamo sempre di più. In particolare. All’inizio camminiamo molto timidamente. per porgli alcune domande. ci interessa sapere quale sia lo spessore della coltre di ghiaccio. facendo sempre attenzione a non scivolare sull’insidiosa patina che offre ben poco attrito alle nostre suole. Per scoprirlo iniziamo a mettere i piedi sull’acqua solida. e potrebbe essere troppo sottile per reggere il peso di una persona. In alcuni punti è perfettamente liscio e nudo. chiusa per ovvie ragioni. in altri è sempre liscio ma ricoperto da neve. Questa è decisamente una delle situazioni in cui non mi dispiace pesare poco. usciamo e dopo pochi minuti di camminata siamo già in prossimità della stazione navale.

mi appare sempre più miracoloso. Abbandoniamo infine la coltre di ghiaccio. per poter resistere immobile delle ore. Sembra incredibile che pochi centimetri sotto i nostri piedi si estenda una distesa liquida. l’uomo non sembra ostile e si mostra ben disposto a parlare con noi. capace di far annegare un uomo quasi istantaneamente per via dei potenti riflessi nervosi che genera il contatto con l’acqua gelata. tra i quali una leggera febbricola e un senso di congestione nasale. porta un ampio colbacco di pelliccia. facendoci precipitare in quel mortale gelo. non si sa mai cosa potrebbe accadere. L’indomani mi fanno visita alcuni spiacevoli sintomi. non senza una certa fretta. Finora solo Gesù si è dimostrato capace di camminare sulle acque liquide. In attesa di stanziarsi in un luogo dove si possa mangiare un po’ meglio. e che ora lo strato di ghiaccio ha raggiunto uno spessore di ben venti centimetri. è solo per un fortunato gioco di campi magnetici e polarità molecolari se ora il ghiaccio non si apre sotto i nostri piedi. Tiene in mano due corti bastoncini ai quali sono legate le lenze. e non abbiamo certo badato al loro gusto. in modo che non possa lamentarsi troppo. Una breve conversazione con lui ci rivela che il fiume è già solido da un bel po’ di tempo. Troppi per riuscire a sfondarli con i nostri pochi chili. ma è comunque un buon risultato. Sperando che sia solamente un malanno passeggero dovuto al freddo e alla stanchezza. che non lascia nemmeno un quadrato di pelle scoperto. Il fatto che rimaniamo in piedi. In più. e ogni tanto li scuote per attirare i pesci. ma invano. recupero più forze possibili riposando in albergo e mangiando tutte le mele che sono rimaste nel nostro sacchetto delle provviste. temendo che le vibrazioni prodotte dai passi possano spaventare i pesci. Tuttavia. Non ci sono trofei squamati di fianco a lui: oggi sembra proprio una giornata sfortunata per pescare.vicino a loro. Solo l’inverno permette questa straordinaria esperienza che stiamo vivendo ora. l’importante è tenere lo stomaco occupato quel tanto che basta. Il sole è ancora molto forte e fa scintillare tutti i tremuli cristalli di ghiaccio sul fiume. se ci penso. Meglio non indugiare troppo sulla superficie di un fiume gelato. La cura funziona: verso sera 83 . noi al massimo riusciamo a camminare su quelle solide. In fondo. accompagnandole con un insipido pane secco. Per risparmiare peso. abbiamo comprato sempre il minimo indispensabile di provviste. È munito di valenki e di giaccone pesantissimo. e come tutti gli altri pescatori è girato con la schiena al vento. che scompongono la luce formando riflessi iridescenti. bensì al loro potere nutritivo e alla loro capacità di riempire lo stomaco anche con pochi morsi.

Si tratta del quasi capolinea della ferrovia Bajkal – Amur. 84 . circa sessanta chilometri più a sud di Vànino. ma è da quest’ultima città che parte il traghetto che collega quotidianamente la terraferma con l’isola di Sakhalin. direttamente sull’Oceano Pacifico. Il termine vero e proprio si trova a Sovetskaja Gavan’.sono di nuovo in forma e pronto per risalire ancora una volta su un treno. che ormai abbiamo percorso quasi interamente. Questo viaggio sarà decisivo: ci porterà infatti a Vànino.

le scoperte più interessanti si fanno quando tutti attorno a sé stanno dormendo. gli occupanti dello scompartimento a fianco al nostro sono in vena di festa. e ormai sappiamo che per socializzare si intende bere. mi è tornata la febbre e vorrei solamente starmene a dormire nel mio scompartimento. posso usufruire dei benefici derivanti dalla mia ignoranza del russo. Ancora una volta. Il pesce è talmente salato da irritarmi la gola. ma assolutamente inopportuni per quelle che sono le mie condizioni di salute. mostrandosi loquaci e amichevoli. visibilmente alticcio.Capitolo XIII Sulle sponde del Pacifico Per arrivare sulle ultime sponde dell’Asia orientale abbiamo nuovamente scelto il kupè. La mattina mi sveglio prestissimo. più rilassante di un turbolento platskartnyj. dove ormai almeno dieci persone si sono ammassate in uno spazio dove ce ne potrebbero stare a malapena sei. o meglio alla tattica dell’aspettare che passi. preferisco rimanere fedele alla medicina tradizionale. durante una notte insonne in 85 . Tuttavia. Nonostante loro affermino che la vodka sia la miglior medicina contro qualunque malanno. Inoltre. mentre il resto del mio scompartimento è ancora immerso in un sonno profondo. Presto ci invitano nel loro loculo a bere l’irrinunciabile vodka e a mangiare del salatissimo pesce crudo. al punto che posso a malapena parlare. Di solito. abitato da una coppia di anziani tranquilli che sicuramente non mi coinvolgerebbero in colossali bevute. Come volevasi dimostrare. rivedrò il mio compagno al suo posto solo dopo un paio d’ore. non mi è difficile abbandonare presto la cabina. Mi capitò viaggiando lungo le coste occidentali della Norvegia. Daniele rimane invece a socializzare con loro. Contando sul fatto che non sono di compagnia. intorno alle sei.

Ed ecco che improvvisamente appare lo Stretto di Tartaria. seduti in precario equilibrio su un lastrone costiero che pare potrebbe staccarsi da un momento all’altro. pur stordito dal sonno e dai movimenti del treno. è la presenza di fari navali all’interno della città. Il cielo è limpido. costruita lungo un’altura. inizia la lunga attesa per il traghetto 86 . L’unico chiosco disponibile non è nemmeno accessibile dall’esterno: per ricevere il cibo bisogna comunicare attraverso una minuscola finestrella. Tuttavia. ma non c’è tempo per sentire i morsi della fame. Abbiamo raggiunto il confine dell’Eurasia. posti a intervalli regolari proprio in mezzo alla strada principale. i quali. Mentre le primissime luci dell’alba illuminano debolmente il paesaggio. Dopo esserci concessi qualche brioche al cioccolato. Nonostante sia piuttosto popolata. il fiume e il treno. il treno corre lungo il fianco di una piccola montagna rocciosa. Purtroppo la visuale del fiume sparisce in fretta. la luce che sprigiona dà alla scena un che di irreale. Quasi fanno a gara. anche se non è un’eruzione sotto un ghiacciaio a smuovere questi immensi lastroni. un funambolico scatto riesce a intrappolare sulla pellicola digitale due temerari pescatori. confinandolo nello spazio dei ricordi personali e incedibili. bensì la mite temperatura che scioglie il ghiaccio e lo mischia all’acqua ridivenuta pura e scorrevole. Da circa sedici ore non mettiamo nulla sotto i denti. Il treno si è fermato a Vànino. Particolarità di questa città portuale. Quel sacchetto finirà sicuramente a ingrassare le due enormi isole di plastica galleggiante al centro del medesimo oceano su cui questa cittadina si affaccia. il sole si è appena levato ma splende già con forza. e come spesso succede non ho nemmeno il tempo di immortalare l’attimo che fugge. appaiandosi ad un impetuoso fiume che trascina con sé enormi blocchi di ghiaccio. pagando e ricevendo il tutto tramite quel pertugio. appendice dell’enorme oceano Pacifico che separa il continente dall’isola di Sakhalin. uno degli ultimi avamposti della ferrovia Bajkal – Amur. giusto per tacitare lo stomaco e riguadagnare un minimo di energia per continuare il viaggio. La natura mi regala anche stavolta uno spettacolo grandioso. sperando che il momento duri il più possibile. maneggiano tranquillamente lenze ed esche per catturare le loro ignare prede. Sembra una piccola Jokulhaups. non posso fare altro che sgranare gli occhi e stare ad osservare. la città appare ancora una volta morta e inospitale: non c’è quasi traccia di vita. fatta eccezione per qualche sparuto passante che cammina in fretta reggendo un sacchetto di plastica. a chi arriverà prima all’oceano.treno nella quale vidi la luce del sole che a notte fonda non aveva ancora abbandonato il cielo. In un momento simile. così da potermelo imprimere maggiormente nella memoria.

Siamo praticamente gli unici clienti. Nessuno frequenta il locale a quest’ora. tutta la pietanza è cosparsa di verdure miste e di innumerevoli pezzi di cipolla. In base alle poche indicazioni che abbiamo. il traghetto dovrebbe partire stasera verso le dieci. probabilmente per lenire la nostalgia di casa e la noia derivante da questi viaggi che devono obbligatoriamente sobbarcarsi. così ce ne andiamo a spasso per la città per cercare un posto dove mangiare qualcosa di più sostanzioso di un croissant. riscaldato in maniera appena sufficiente per rimanere in temperatura con tutti i vestiti addosso. comporta degli svantaggi. aspettano ora l’unico traghetto che giornalmente collega il continente con l’isola di Sakhalin. Il resto della stazione è costituito da un salone retto da enormi colonne di marmo. così come non è bello stare per mesi e mesi forzatamente lontani dalle famiglie. Poco soddisfatti. La mangiamo solo per tenere buono lo stomaco. Non è bello essere carne da macello pronta da inviare a morire al fronte. che devono essere consumate solo per permetterci di vivere delle altre ore più interessanti. nonché orgoglio mondiale. alieni come al solito. cucinato in una località dell’estremo oriente russo. il pomodoro è a fette intere. Tra le sue specialità di cucina c’è anche la pizza: difficile resistere alla tentazione di provare il nostro piatto nazionale. L’unico locale esistente nei paraggi è una specie di ristorante che la sera diventa inequivocabilmente un locale a luci rosse: troppo evidenti sono i pali da lap – dance e altri accessori simili. Numerose persone. che sono scese come noi dall’unico treno che giornalmente passa da qui. peccato che il suddetto sportello sia desolatamente vuoto. La biglietteria ancora non ha aperto. per via delle ottime prospettive di carriera che può offrire. Chiediamo una Margherita. anche se ufficialmente ai militari è proibito bere.della sera. la stazione è densamente popolata. Aprirà solo tra qualche ora. Sebbene la professione del soldato sia molto ambita in Russia. Gradualmente ci immergiamo in un torpore autoindotto per tentare di mandare il cervello in stand – by e far passare più velocemente queste ore inutili della nostra vita. Ciò significa che abbiamo davanti almeno dodici ore di soporifera attesa. Sono i più rumorosi del lotto e scherzano a lungo tra loro. ritorniamo in stazione. ma ciò che ci portano è tutto fuorché una Margherita. La 87 . Nonostante lo scarso movimento in città. Non c’è da stupirsi che molti compensino la solitudine con la vodka. ma con la pancia piena. C’è perfino una compagnia di giovani militari. Nella stazione ferroviaria c’è uno sportello dove si vendono biglietti per la tratta nautica Vànino – Kholmsk. Non esiste la mozzarella.

Quando finalmente è il nostro turno. e nemmeno è molto chiara l’ora di partenza di questo benemerito traghetto. riusciamo comunque a ritagliarci un cantuccio d’indipendenza. La donna è infatti sola nel suo lavoro: tutti gli altri sportelli sono chiusi. ma è meglio prendere il biglietto e andarsene. proprio ora che abbiamo raggiunto la fine del continente e che solo le poche centinaia di chilometri dello Stretto di Tartaria ci separano da Sakhalin. Davanti allo sportello si è già formata una discreta fila ed è meglio affrettarsi a guadagnare un posto. una volta tolte dal loro ruolo. possono diventare le più amichevoli e ospitali del mondo. non riusciamo a capire bene se sul traghetto avremo una cabina riservata oppure no. ma nessuno ne ha mai compreso esattamente il motivo. Ormai è meglio non staccarsi dalle scomodissime sedie che ci siamo conquistati. molto parca di parole. ma non succede ancora nulla. finché improvvisamente la massa di gente che si muove verso l’uscita aumenta a dismisura e inizia a spintonarsi vicendevolmente. è la scortesia comunemente riscontrabile da parte dei funzionari pubblici. scomparendo per minuti e minuti. per chi si avventura in territorio russo. Ci mancherebbe solo di rimanere a terra. ma poi rientrano tutti. 88 . Nonostante nessun annuncio abbia parlato dell’arrivo del traghetto. rendendo la sua partenza un’incognita. Forse è scoraggiata dall’immensa fila di persone che si sta rapidamente formando. La donna lascia ben intendere che non è il caso di dilungarsi troppo a fare domande. Sotto l’effetto tranquillizzante del tenere in mano i biglietti. Una cosa evidente. in quanto anche una domanda in più è spesso percepita come un fastidio. La dicotomia tra comportamento pubblico e privato in Russia è qualcosa di evidente. ci sorbiamo altre ore di sonnacchiosa attesa. Ogni tanto. Di sicuro c’è un motivo se tutti si accalcano in questo modo verso le porte. Ciò succede più volte. La cosa strana è che queste stesse persone. Ormai sono quasi le dieci di sera. Sia da chi vende il pane che da chi distribuisce biglietti o stocca bagagli in una stazione.biglietteria ora ha aperto. seguiti da altre persone. non ci pensiamo due volte a seguire il gregge. Un’aria svogliata e demotivata si legge chiaramente sul volto della bigliettaia. poiché verrebbero immediatamente occupate da altre persone. mentre il salone si riempie sempre di più di gente. orario teorico di partenza del traghetto. per poi ritornare dentro con aria scornata e infreddolita. Anche tra i militari corre una certa agitazione: ad un non meglio specificato richiamo accorrono tutti fuori. Circondandoci di bagagli su ogni lato. il più delle volte è meglio aspettarsi un trattamento rude e di poche parole. alcuni gruppi di persone si alzano ed escono dalla porta sul retro. Corre voce che la nave sia stata sorpresa dal cattivo tempo.

Non sappiamo se quel pulmino tornerà a prenderci. nemmeno stipandole a mo’ di pellegrini indù. Tuttavia. e ora non riesco più a tollerare un freddo anche non troppo intenso. Come possiamo pensare di salire per primi. Ingenuamente. Il primo giro parte senza di noi. ma i problemi sono appena cominciati. inizio a tremare violentemente per il freddo e il vento. chissà quanto ci metterà per tornare a prenderci. che mordono spietatamente. temo quasi che congelerò prima di rivedere il pulmino. Immediatamente. né quando lo farà. e ora che non c’è più l’ambiente tiepido della stazione a proteggermi. e per giunta si allontana sempre di più fino a sparire. Magari a chilometri di distanza. basta che ci facciano salire. Il pulmino si allontana sbuffando e imprecando. O almeno così mi sembra. anche se costosa. abbiamo creduto per tutto il giorno che il punto di attracco della nave fosse a due passi da noi. ed è palesemente in cerca di clienti da accalappiare. chissà dove se n’è andato. Il traghetto si può raggiungere solo grazie ad un pulmino appositamente designato a fare la spola tra le due stazioni. È lentissimo. e le persone che aspettano sono tante. 89 . ma ora si scopre la magagna. Impossibile farcele stare tutte in un unico viaggio.Sembra proprio che sia arrivato il fatidico momento di salire sulla nave. Il freddo è insopportabile. insieme a un carico di passeggeri che sicuramente non sarà il penultimo. Daniele escogita una trovata geniale per toglierci da questa scomoda situazione: un taxi sta infatti passando vicino a noi proprio in questo momento. impacciati da tutti i bagagli? Siamo già arrivati tardi. ma forse nemmeno il terzultimo. È meglio essere prudenti e scegliere la via più facile e sicura. che sono parecchio distanti fra loro. Forse tutte queste ore di attesa hanno semplicemente esaurito la mia resistenza fisica e mentale. Non importa il prezzo. Daniele si precipita a prenotare due posti. Il problema è che il suddetto pulmino è minuscolo. la prima ondata di persone ci ha abbondantemente preceduto.

fino a raggiungere la nave. Ormai stiamo quasi correndo su queste strade ghiacciate e insidiose. Non è una prospettiva piacevole. Non posso nemmeno allacciarmi la cintura. Se non troviamo la nave siamo perduti. Rischiamo di rimanere a terra. La discesa dal taxi è un sollievo notevole. incastrando come possibile le borse tra i sedili. ma sarebbe il momento più sbagliato possibile per effettuare un cambio! Ma miracolosamente nessuna punta metallica straccia la borsa. ma che sembra conoscere come le sue tasche. iniziamo a seguire un larghissimo vialone che si fa strada tra alcune catapecchie di legno marcio e container arrugginiti. aggirarlo e infine incamminarci per una delle vie. bensì nel mezzo di una zona industriale popolata da treni abbandonati e inquietanti capannoni. Quasi non notiamo gli spuntoni di ferro arrugginito che salgono dal terreno e nei quali rischia costantemente di impigliarsi la borsa cinese. Montiamo precipitosamente in auto. Le sue indicazioni sono di costeggiare il treno merci fermo sui binari. Più volte credo di avere solo pochi attimi di vita prima che lo spericolato conducente ci faccia schiantare contro un albero. ma in questo momento il compito fa salire di molto l’adrenalina. Riesco a malapena a chiudere la porta posteriore e già il frettoloso tassista è partito. calpestando un terreno nevoso e cedevole. Non oso immaginare cosa potrebbe succedere se ora il fondo del borsone si lacerasse e tutto il contenuto finisse per terra. Cominciamo dunque a incamminarci il più velocemente possibile a fianco dei binari.Capitolo XIV Un mercantile per noi Due posti ci sono. alla sola luce di qualche distante lampione. infatti. da quanto sono pressato contro la borsa cinese. non ci ha scaricato davanti al porto. ma i problemi non sono finiti: il tassista. Giunti su una strada e liberatici dal terreno accidentato. In condizioni normali sarebbe una semplice passeggiata. o forse peggio. attraverso i quali si snoda un labirinto di strade poco illuminate. Per alcuni interminabili momenti pensiamo di esserci 90 . temendo che il taxi non sia stato sufficiente ad assicurarci di arrivare alla nave prima degli altri. sperduti nella periferia del porto di Vànino. Non mi resta che pregare che in caso di urto la borsa stessa possa fungermi da airbag. Abbiamo un’altra borsa identica da usare in caso di necessità. Il tassista guida come Vadim sull’autostrada. ma incredibilmente arriviamo sul posto illesi. In pochi minuti l’uomo guida a cento chilometri orari su strade totalmente buie. poiché ora siamo completamente soli nella nostra ricerca e nessuno ci potrà più venire in aiuto.

la nostra. oppure è già il secondo o addirittura il terzo? In ogni caso ce l’avremmo fatta anche con il mezzo pubblico. La luce va e viene a intervalli irregolari: forse il vecchio motore non ha la forza di tenere acceso l’impianto elettrico e di smuovere contemporaneamente la nave dall’inerzia dell’immobilità. In viaggio. come se qualcosa si fosse strappato. ma i miei occhiali si sono completamente appannati e quasi non ci vedo. che si sta fermando proprio ora davanti alla nave. Superiamo le porte metalliche una dopo l’altra.persi. non si è mai troppo prudenti. Lo sforzo mi ha fatto passare ogni sensazione di freddo. Sicuramente ho fatto qualche movimento errato portando la borsa cinese. continuiamo tuttavia ad avere una fretta incredibile e ingiustificata di poggiare i piedi sulla nave. Dopo pochi minuti. Non ci penso nemmeno. e in alcuni tratti anche i nostri corpi. la grassa inserviente che ci recapita le lenzuola ci fa i complimenti: rimarremo gli unici occupanti 91 . cioè arrivare alla nostra stanza. Avverto uno strano dolore al petto. come nella vita. sempre in preda ad una furia distruttrice. finché finalmente appare l’indicazione “Alle cuccette”. Anche adesso che siamo arrivati e che il rischio di rimanere a terra è definitivamente sfumato. Si intravede nelle vicinanze il pulmino di collegamento. La scala per raggiungerla è di quelle a chiocciola. ma all’ultimo minuto finalmente appare in lontananza la nave. quello che non abbiamo voluto aspettare di prendere. poi corriamo su per la ripida scala. a perdere tempo per toglierli e riporli. trascinando disordinatamente i bagagli. se avessimo avuto un po’ più di pazienza. in qualche modo riusciamo infine a cacciare tutto l’armamentario in una squallida e anonima stanza. tuttavia. ma a posteriori credo sia stato meglio aver pagato quei cinquecento rubli in più per assicurarsi di arrivare alla nave. Mostriamo i biglietti e i passaporti in un lampo. Individuo subito una poltroncina solitaria e mi ci lascio cadere quasi a peso morto. con due letti a castello posti vicino all’unico e sporchissimo oblò. Per qualche minuto fatico a respirare a causa del dolore. dove due donne sono pronte a ricevere i passeggeri. ma poi lentamente passa. ed è talmente stretta da lasciar passare a malapena una persona alla volta. Facendo scivolare sui corrimani i bagagli. Puntiamo spediti verso il molo e infine verso la lunga scala esterna della nave. Rimane da compiere l’ultimo sforzo. proprio in corrispondenza del pelo dell’acqua. Sarà ancora il primo giro che finalmente arriva a destinazione. Essa si trova al livello inferiore. Alloggiamo in una cabina da quattro persone. e solo ora che l’adrenalina è stata riassorbita inizio a sentire il dolore e la stanchezza. piuttosto forte. Solo ora ci rendiamo conto che possiamo anche rilassarci un po’ ed evitare di sfiancarci inutilmente in questo modo.

non riusciamo a scaldarci efficacemente: non rimane che dormire con tutti i vestiti. non è molto comoda: la stanza è fredda e umida. Alcuni forti colpi risuonano alla porta. L’esercito. capisco che vogliono semplicemente venderci alcune razioni di cibo in scatola. Entrano in stanza tre ragazzi in modo piuttosto irruento. carne e pesce in scatola. concentrati proteici e vitaminici. riceviamo una visita inaspettata. infatti. La brigata si dilunga non poco a illustrarci i kit con dovizia di particolari. la scatola rossa si mangia alla mattina e la scatola gialla alla sera. mentre i letti sono delle semplici brande di legno. Due confezioni di pane a colazione. apriscatole e un piccolo fornello portatile costituito da una candelina che brucia sorretta da una griglietta di metallo deformabile. ora riadattata a traghetto passeggeri. Pur con la giacca addosso. Istruzioni a prova di errore. Passeremo venti ore in questo loculo. iniziano a tempestarlo di discorsi. tuttavia. Dopo qualche minuto. Prima di dormire. uno al pomeriggio e uno alla sera. ma questi sono affari loro. che poi useranno per comprare dei mazzi di fiori da spedire alle famiglie. una a pranzo e tre a cena. Quest’ultima affermazione è da prendere con le molle: è decisamente più probabile che li spenderanno in birra e vodka.della cabina per tutto il viaggio. di quelle che hanno in dotazione per le missioni montane e che ora hanno avanzato. ancora una volta. per quanto riguarda la carne. anche se non sbagliamo di molto: i visitatori sono i militari che aspettavano il traghetto con noi. ammorbidite solo da alcuni discutibili materassi identici a quelli usati nei platskartnyj. bustine di zucchero e the. con tanto di calorie. Perfino i tovaglioli sono conteggiati: uno alla mattina. qualunque idiota le capirebbe. brodi da diluire con l’acqua per formare succhi di frutta. tovaglioli. Dentro le scatolette di cartone c’è di tutto: pane biscottato. 92 . Per fortuna non è così. Ci sono anche numerosi accessori come posate. al punto di farmi temere qualche genere di retata. poiché alcuni di loro stanno tornando a casa. sulla quale si appoggia poi il pentolino. Niente di tutto questo: individuato subito il parlante russo tra noi due. Questa vecchia nave mercantile. e dalla loro insistenza si direbbe che stia per venirci a visitare qualche poliziotto con cattive intenzioni. e loro vogliono quindi guadagnare un po’ di soldi. I letti sono scomodissimi: non so proprio come potrà passare questa notte senza che qualche piaga da decubito mi nasca sul dorso. Sul retro della scatola c’è una tabella che recita quanto bisogna mangiare in ogni momento della giornata: è tutto calcolato al millesimo da qualche cervellone dell’esercito russo. salsine già pronte. non li paga con un vero stipendio ma solo con privilegi materiali. e che ora condividono il nostro mezzo di trasporto.

considerato che siamo messi molto bene in quanto a scorte di viveri. ma la sgradevole sensazione passa temporaneamente in secondo piano. dato che l’interruttore della luce è lontanissimo. In qualche modo passa anche quest’ennesima disagevole nottata e si fa nuovamente mattino. il capoluogo dell’isola. una delle zone russe più lontane raggiungibili per via terrestre. finalmente è in vista il nostro obiettivo. E sia. ma i ragazzi insistono a lungo perché ne compriamo almeno due. approfittando di una generosa colazione offerta gratuitamente. Sul pelo dell’acqua si viaggia a quindici 93 .Personalmente aborro l’idea di caricarci di altro peso. Risaliamo dunque in coperta. La infilo praticamente al buio. Inoltre. ripenso a quando venti giorni fa partimmo in treno da Tradate: chi l’avrebbe mai immaginato che saremmo giunti fin qui. Paradossalmente. cosa non meno importante. per giunta in ottima salute e non stracciati dalla stanchezza come temevamo? Poiché l’isola è così vicina. ad un certo punto devo mettermi la pancera di lana. e apparentemente tutta l’isola è costituita da montagne. È ora di abbandonare questo loculo per andare a prendere un po’ d’aria fresca. e non appena arriviamo sul ponte ci appare uno spettacolo meraviglioso: le innevate montagne di Sakhalin sono visibili all’orizzonte! La catena montuosa non ha soluzione di continuità. La notte trascorre male. Non si vede assolutamente nulla dell’interno. A patto però che non appena sbarcati a Sakhalin ci aiutino a trovare in fretta un mezzo di trasporto per raggiungere Juzhno – Sakhalinsk. tra un brivido di freddo e l’altro. Addirittura. rientriamo in cabina per iniziare a raccattare i nostri averi. per evitare di dover correre precipitosamente nei luridissimi e microscopici bagni della nave. Dopo tanto faticare. ma perlomeno potremo contare sull’aiuto di qualcuno per orientarci nella sconosciuta Sakhalin. i nostri bagagli si appesantiscono di altri quattro chili e mezzo. ma uno soltanto. anche se in realtà manca ancora molto tempo prima che la lenta nave attracchi al molo. Il vento oceanico sferza sempre vigorosamente la pelle. Tuttavia i ragazzi insistono molto. e alla fine in qualche modo ci convincono a comprarne ben tre. ma gli oblò sono ghiacciati esternamente. avremo lasciato un buon ricordo degli stranieri nelle menti di questi giovani russi. anche se sicuramente gelida. segno che stanotte la temperatura è scesa molto. I kit sono invitanti per la loro praticità e il basso costo a cui ce li propongono. affare fatto! Con una spesa irrisoria per i nostri standard europei. Dalla cabina non si capisce il tempo che fa fuori. e non ci dispiacerebbe comprarne uno. mentre questi candidi denti di roccia rapiscono lo sguardo e la fantasia.

Ci sono diverse persone che come noi sono talmente piene di bagagli da non riuscire quasi a vedere dove vanno. ci ricordiamo improvvisamente che i nostri biglietti sono rimasti nella borsa cinese. Abbandonata con gioia la gelida cabina. imbustati in un raccoglitore sepolto sotto tonnellate di oggetti. Due uomini portano faticosamente ben tre borse cinesi identiche alla nostra. Chi immaginava che ce li avrebbero chiesti anche per uscire? Proviamo a passare lo stesso. raggiungiamo l’uscita. aiutati proprio da uno dei soldati che ieri sera ci hanno venduto le cibarie. Sulla scala che porta all’esterno si è formata una gran ressa. La signora dei biglietti lo ferma quasi subito: ha preso i nostri documenti solo perché non sono scritti in cirillico. chiudere la tremenda borsa cinese e avviarci verso l’uscita.chilometri orari. ed è prassi che a Sakhalin i documenti degli stranieri vengano controllati dalla polizia subito dopo lo sbarco. Con orrore. Il momento in cui metteremo piede sull’isola è costellato di diversi dubbi: le isole procurano sempre quest'effetto. Daniele si getta disperatamente sulla borsa cinese. aprendola di scatto e iniziando a rovistare con le mani in quella marea di oggetti. sperando di non essere bloccati. Sembra che almeno loro non si siano dimenticati di noi. giacché sono separate dal resto del mondo. forse per avere una garanzia in più che nessuno sia riuscito a salire come clandestino. per noi non è così semplice. 94 . Per una volta ci sentiamo meno soli con i nostri carichi. Come al solito. ma per tutta risposta la gentile signora ci preleva i passaporti. Immaginando che il ritiro del documento sia dovuto al fatto che non abbiamo esibito i dannati biglietti. Per un attimo. vuole ritirare tutti i biglietti prima di lasciar scendere la gente dalla nave. sennonché sono ancora più piene e quasi completamente avvolte in rotoli di nastro adesivo marrone. infatti. Finalmente tacciono gli innumerevoli borbottii e le migliaia di vibrazioni della nave. la porta si apre e tutti iniziano a scendere. Possiamo dunque tirare un mezzo respiro di sollievo. la sensazione di essere nei guai si impadronisce di noi: non è piacevole trovarsi in un paese straniero lontanissimo e vedere il proprio passaporto sparire impietosamente nelle tasche di uno sconosciuto. La bigliettaia. ficcandoseli in tasca con un gesto rapido e sicuro.

Risposta scontata. come mai siamo arrivati a Sakhalin. l’hanno lasciato andare quasi subito. fino ad oggi così carente per via delle insormontabili barriere linguistiche. e la cosa strabiliante è che tutti parlano abbastanza bene l’inglese. mi scoccia non poco interrompere questo momento di socialità. infatti. facendo perfino qualche battuta spiritosa. Sembra quasi un interrogatorio. Fortunatamente. la collezionista di passaporti stranieri chiede chi sappia parlare meglio il russo tra noi due. Il mezzo su cui saliremo si chiama marshrutka. i nostri amici militari non si sono dimenticati della loro promessa: nel frattempo ci hanno raggiunto e ci hanno trovato due posti su un pulmino per Juzhno . il suo viso si anima subito. poiché è quasi sera e non c’è tempo da perdere. Non appena l’hanno sentito parlare in russo. dove è stato sottoposto ad un interrogatorio. Probabilmente sono semplicemente curiosi di sapere cosa fanno due stranieri da soli in mezzo all’estremo oriente russo. In pochissimo tempo mi si avvicinano incuriosite almeno tre persone. prima di essere riannessa all’Unione Sovietica. Le marshrutke hanno in media una decina di 95 . Dobbiamo già ripartire alla volta di Juzhno – Sakhalinsk. Non appena la nomino come una delle tappe del nostro viaggio. e posso sciogliermi la lingua con un idioma che conosco bene e che disperavo di poter usare. Nonostante sia felice di proseguire il viaggio.Sakhalinsk. anche se non percepisco alcuna intenzione ostile o maliziosa in loro.Capitolo XV Il primo approccio a Sakhalin non è esaltante Giunti con i piedi stabilmente sulla terraferma. presto tramutatosi in una piacevole chiacchierata. Sono tutti e tre estremamente curiosi: vogliono sapere da dove veniamo. quanto tempo contiamo di rimanerci e perché abbiamo scelto di venire proprio qui. scopro che è stato più volte a Venezia per lavoro. Sarà stata l’influenza del Giappone ad aver portato un po’ di cultura multietnica in quest’isola apparentemente sperduta? Sakhalin è infatti rimasta sotto il controllo giapponese per quasi tutta la prima metà del Novecento. Purtroppo non ho il tempo di approfondire un po’ il discorso con la gente del posto: Daniele è appena tornato sano e salvo dal posto di polizia. Finalmente posso uscire dalla frustrazione di non comprendere un’acca di ciò che si dice attorno a me. muniti di un corredo di bagagli quasi scenografico. mentre io rimango in mezzo alla piccola stazione di Kholmsk a curare i bagagli. Daniele viene condotto in un luogo a me invisibile. Chiacchierando con uno di loro. ed è una via di mezzo tra un taxi e un autobus.

Bisogna essere veloci a prenotare un posto. ci resta solo da guardare fuori dal finestrino laterale. si paga il biglietto direttamente in mano all’autista. né tanto meno ride o scherza. La borsa cinese che porto in grembo mi impedisce qualsiasi movimento delle braccia. Se fossi uno degli altri passeggeri e osservassi due stranieri avventurarsi su un pulmino così stretto. ammassando tutti quei bagagli fino al punto di sparire sotto i bagagli stessi. non per cattiveria ma perché proprio non ce n’è. Non riusciamo a vedere nulla di quello che abbiamo davanti a noi: possiamo solo guardare dai finestrini laterali. che deve obbligatoriamente effettuare molte fermate. Sakhalin sembra proprio un’isola molto montuosa. che ci priva dell’unico svago di cui disponiamo. nel momento in cui si sale. Presto scende il buio. maledetti bagagli. che pare seguirmi e sbeffeggiarmi per la mia scomoda immobilità. complice anche la sua notevole statura. La cosa divertente è che il viaggio durerà due ore e non ci saranno soste intermedie. il resto dei passeggeri è perfettamente serio e silenzioso. Una marshrutka.posti a sedere. tuttavia in qualche modo dobbiamo farci stare anche tutto quello che abbiamo appresso. Ci troviamo così pressati da non poter nemmeno muovere un muscolo. Si vede chiaramente che non è più il ghiaccio a dominare. dunque non scenderà nessuno e non si libererà nemmeno un micrometro di spazio per noi. Il mio compagno non sta certamente meglio. e partono non in base ad un orario. dalla mia posizione vedo distintamente una singola stella. A malapena c’è lo spazio per accogliere i nostri corpi dentro questo minuscolo pulmino “a incastro”. riusciamo a prendere posto e a chiudere la porta scorrevole. Il più biondo dei soldati ci ha trovato gli ultimi due posti di una marshrutka già quasi piena. E nessuno ci offre un po’ di spazio. mentre le gambe sono schiacciate tra gli zaini e non possono stendersi né piegarsi di lato. sono in servizio a tutte le ore del giorno e sono generalmente più veloci di un autobus di linea. mentre un’onnipresente neve ammanta i boschi. Bisogna tuttavia mettere in conto anche i soliti. il che potrebbe sembrare un buon colpo di fortuna. Grazie ad un miracolo di ingegneria e di contorsionismo. invece. per riscattare almeno in parte questo viaggio così disagevole. Sperando di non incorrere in un crampo muscolare. Curiosamente. Nessun albero 96 . caricandoci zaini e borsa cinese sulle gambe e sul petto. In compenso. Nessuno parla. bensì in base a quando si riempiono di passeggeri. nessun posto in piedi. bensì la neve fresca. costano più di un autobus normale ma meno di un taxi. Inoltre. poiché le marshrutke tendono a riempirsi molto velocemente. ferma solo su richiesta. sono quasi certo che scoppierei a ridere. Invece. Superiamo ora un paio di tornanti in mezzo a due colline rocciose.

La città ha un’aria moderna. dominata dalla stazione ferroviaria e dalla fiera statua di Lenin. che è destinato a guastare i nostri sonni. Lasciamo alla polizia i controlli. senza lasciare fuori nemmeno la testa. Un albergo è un toccasana dopo tutto questo tempo passato lontano da un alloggio stabile. 97 . anche il momento più difficile non è mai eterno: senza che nessun crampo ci complichi la vita. Peccato però che siano state concepite per essere nutrienti e non per essere buone. In stanza filtra però uno spiffero gelido. è meglio affrontare solo un problema alla volta. ma l’impulso comune sarebbe di gettare tutto nella spazzatura. Dalla nostra posizione sono visibili almeno tre insegne di alberghi. La receptionist non ci fa nemmeno una domanda: prende i soldi. L’unica difesa contro questo fastidioso ospite è coprire di scotch i margini delle finestre e dormire completamente imbozzolati nelle coperte. E abbiamo altre due confezioni sul groppone! Mi sento già male al solo pensiero di dover mangiare ancora questa roba…ma ora è meglio dormire e non pensare più a nulla. proprio come succedeva sul traghetto. facilmente percepibile anche alla sola illuminazione dei numerosissimi lampioni. totalmente insipido e ha un retrogusto di plastica. Ormai non faccio che fissare il puntino luminoso. che apparentemente hanno un ottimo aspetto. che è dare alla gente un posto per dormire. Due ore possono essere molto lunghe. e puntiamo subito a quello che appare più economico.né alcun orientamento del pulmino la oscura: pare proprio che mi stia prendendo in giro. Arriva infine il momento della cena. La carne sa di putrido. la beffarda stella acquista luminosità. Ci tocca mangiare solo perché abbiamo fame. sperando che la tortura della scatola di sardine finisca in fretta. la capitale di Sakhalin è finalmente raggiunta. il paté è fegato quasi crudo. Unico inconveniente è la luce che continua ad andare e venire. Scendiamo con enorme sollievo nell’ampia piazza principale. i beveroni alla frutta cotta sono nauseanti. Se non fosse per questo piccolo ma fastidioso particolare. Così si dovrebbe fare. Proviamo ad addentare le cibarie dei soldati. ormai diventata una noiosa necessità più che un piacere da gustare. e che gli albergatori si occupino solo del loro lavoro. accidenti. ci saremmo già dimenticati della disagevole traversata marittima. Tuttavia. al quale nemmeno il tecnico dell’albergo riesce a porre rimedio. Il pane biscottato è durissimo. scintillando in modo impercettibile sul velo di ghiaccio che ha coperto parte del finestrino. ci consegna la chiave e non le passa nemmeno per la testa di chiederci i biglietti del treno o le registrazioni. A mano a mano che il cielo si fa sempre più scuro.

perlomeno in relazione alle temperature cui siamo abituati. sono troppo disgustosi. in quanto summa dell’intera isola di Sakhalin. un affresco. bensì al riassestamento di noi stessi. Non siamo più in Italia. i soldi da cambiare. Per il resto passiamo la giornata in albergo. ma ne rimaniamo piuttosto delusi. ma la città è l’emblema dell’anonimità. i biglietti del prossimo treno da comprare.Capitolo XVI Juzhno – Sakhalinsk. Dobbiamo anche procurarci altro cibo per sostituire i kit militari. È 98 . la città non è totalmente spoglia di cultura: ospita un museo locale che vale la pena di visitare. Possiede certamente tutto il necessario per assicurare ogni tipo di servizio ai cittadini. ecco che la vasca da bagno si trasforma in un’efficiente lavatrice. per quanto insignificante esso sia. dato che stamani abbiamo buttato via i due che rimanevano. dove in ogni paese. Per via di questi lavori “domestici”. usciamo solo poche volte e rimanendo sempre nei pressi della stazione. Dobbiamo occuparci di una quantità di cose pratiche. insipida. mentre un pezzo di filo teso tra due porte diventa un perfetto stendino. C’è un limite a tutto. c’è sempre una bella chiesa. un’opera d’arte. Poco e nulla La prima giornata a Juzhno – Sakhalinsk non è dedicata alla visita della città. ma culturalmente e artisticamente è monca. a parte la statua di Lenin. Tuttavia. come ci si aspetta da una città di quasi duecentomila abitanti. l’attrezzatura da riorganizzare. che poco hanno di romantico ed emozionante: i vestiti da lavare e asciugare. un qualcosa che testimoni l’amore per la bellezza. Per il problema vestiti. Non c’è assolutamente niente di interessante in giro per le strade. cercando di recuperare il più possibile le forze. La temperatura è ottima e non fa affatto freddo. Il giorno successivo usciamo finalmente a visitare un po’ la città.

nel paese del Sol Levante. Insieme alle isole Curili. Per adesso. Il clima non aiuta: se certamente la parte migliore di Sakhalin si può vedere fuori dalle città. La città è inoltre multietnica: ospita ad esempio una nutrita minoranza di coreani. Avremo modo di scoprire una di esse visitando Okha. alcune riproduzioni di come si viveva cent’anni fa nelle case di Sakhalin fanno sorridere. forma l’omonima regione russa. Purtroppo. Se invece fossimo qualche centinaio di chilometri più sotto. estreme appendici di terra che separano il mare di Ohotsk dal vero oceano Pacifico. è un importante centro del petrolio conosciuto a livello internazionale. come tutte le cose che hanno dietro di sé una storia. una delle più orientali. Nel museo c’è una quantità impressionante di animali impagliati: pesci di ogni genere. foche. La fortuna di Sakhalin è il possedere. Il museo termina con una sala dove sono appese innumerevoli carte geografiche. dalle grondaie pendono comunque delle lunghe stalattiti di ghiaccio. rane. i numerosi vulcani. Ognuna raffigura un particolare: i pozzi di petrolio. concepito per inquinare il meno possibile. salamandre. ci sentiremmo in tutt’altro mondo. nelle cui vicinanze vivono ancora i duemila Nivkhi sopravvissuti. Nonostante la temperatura sia sensibilmente più elevata rispetto a quella continentale. politiche e tematiche. Ma la cultura giapponese.dunque il caso di spendere due parole su quest’isola. Dappertutto ci sono quasi solo condomini in muratura. quando si tratta di petrolio c’è sempre il rovescio della medaglia: la ricchezza va nelle mani di poche persone. degli ottimi giacimenti di idrocarburi. Ironia della sorte. È strano che un viaggio ecologico. ma affascinano non poco. che dominò quest’isola per un quarantennio. oltre a molte risorse minerarie. la più settentrionale del Giappone. sconosciuta ai più. Anche le costruzioni della città sono di diversa fattura rispetto allo standard russo: le case in legno sono pochissime. pare che a Juzhno – Sakhalinsk non ci sia veramente nulla di particolarmente interessante. pur essendo in estremo oriente possiamo considerarci ancora in Europa. Da dove ci troviamo ora. l’ecosistema viene sconquassato. è ancora visibile in alcuni tratti di Sakhalin: il museo stesso è costruito secondo il classico stile nipponico. La città di Okha. le numerose popolazioni ed etnie locali soffrono l’espropriazione della loro terra. all’estremo nord dell’isola. distiamo non più di duecento chilometri dall’isola di Hokkaido. pelosissimi orsi. più alcune chicche come fanoni e immense vertebre di balena. le popolazioni locali. abbia come meta ultima un’isola dove si estraggono ingenti quantità di petrolio. Nell’altra stanza. rimasti qui dopo essere stati chiamati a lavorare nelle miniere di carbone durante il secondo conflitto mondiale. non possiamo 99 .

Prima di addormentarci spaziamo con la fantasia. tentiamo di girovagare un po’ per le zone della città non ancora battute.avventurarci troppo in giro da soli senza un mezzo di trasporto e senza l’ausilio di qualcuno che conosca i luoghi. discutendo di pianeti lontani. Usciti dal museo. nemmeno fosse il più triste dei quartieri milanesi. colore quasi abolito dalle nostre percezioni. sperando di trovare qualcosa che stimoli l’attenzione. Il parco cittadino è coperto da neve e ghiaccio: non possiamo nemmeno rilassarci per guardare un po’ di verde. anche perché ha iniziato ad alzarsi una brezza piuttosto tesa e subdola. Ci tocca quindi rimanere strettamente legati ai centri urbani. tunnel sottomarini che collegano mondi paralleli. viaggi extrasolari e altre fervide creazioni di fantasia. ma vanamente. partorite da cervelli sempre più stressati e che hanno evidentemente bisogno di riposare. terre che emergono dall’acqua. Non ci resta che girare i tacchi e tornare al caldo della nostra camera. 100 . Raramente ho visto una città squallida e anonima come questa.

Una volta giunti oltre. Aspettiamo per altre inutili ore seduti nella sala d’attesa. non riusciremo ad arrivare fino a Okha unicamente tramite le rotaie. risolvo la situazione con un pizzico di ingegno. Ciò significa che Nogliki sarà il nostro capolinea ferroviario assoluto. poiché poi dovremmo pagare tutti i danni. È sufficiente arrotolare un cerotto adesivo e passarlo a mo’ di filo interdentale nella fessura della porta. Ad esempio. sperando di andarcene in fretta da quest’anonimo agglomerato urbano che non ci ha comunicato praticamente nulla. che seppur inquinanti e apparentemente contrari al nostro programma di viaggio. Il peculiare ambiente di questa stazione mi suggerisce diversi pensieri. prima di iniziare i soliti preparativi per l’ennesimo trasferimento. infatti. mentre le luci al neon illuminano colonne marmoree e scomode panche di metallo verniciate di bianco sporco. L’edificio della stazione ha un aspetto estremamente pulito e moderno. Tuttavia. imparando sempre qualcosa di nuovo in un turbine di emozioni che in una vita normale non si 101 . Rispetto alle stazioni delle precedenti città russe. I pavimenti quasi splendono dal brillantante che le donne delle pulizie hanno sparso in quantità generose. la porta del gabinetto si blocca dall’esterno e non ne vuole più sapere di aprirsi. circa a metà dell’isola. a differenza dei mezzi privati. sembra quasi che questa costituisca una bolla di estraneità in mezzo al mondo russo. Vivere sempre in movimento. vivendo di sensazioni nuove e di luoghi effimeri.Capitolo XVII Verso i confini del mondo La mattina capita un curioso inconveniente. sono comunque mezzi pubblici e quindi ecologicamente sostenibili. senza mai fermarsi. approssimative ma “vissute”. È incredibile come ci si senta vulnerabili quando si scopre che il bagno è inaccessibile. uccidendo la noia giorno per giorno. mi domando cosa succederebbe se si realizzasse il mio antico sogno di viaggiare tutti i giorni dell’anno. Risolto il piccolo problema. si interrompe a Nogliki. fin troppo asettico. rinunciando alle radici della vita comune. ci concediamo una colazione assolutamente priva di schifezze militari. La ferrovia. A metà pomeriggio parte un treno che in tredici ore ci porterà ancora una volta un po’ più in là nel nostro viaggio. Funziona! Certo che non ci facciamo mancare nulla in quanto a episodi ai confini della realtà. così da sbloccare il meccanismo di apertura. Dopo aver valutato che scassare la serratura non sarebbe la scelta migliore. per spostarci dovremo per forza utilizzare gli autobus. Per qualche strana ragione.

Tutta la vita che conosco si svolge lì: il viaggio è una sua appendice. tuttavia. l’unica differenza che noto con il Mosca – Tynda è che i colori dei sedili sono diversi. Non avendo potuto prenotare con largo anticipo il treno. non migliora di molto la situazione: stendere completamente le gambe è impossibile in entrambe le cuccette. Ci riconoscono sempre subito. tuttavia. nel posto più scomodo dell’intero vagone. Ciò non può fare a meno di destarmi una certa preoccupazione. Borsa cinese al centro. Tuttavia. Lì dominava il blu. Proprio il posto dove passa gente a qualunque ora del giorno e della notte. con la stessa facilità con la quale noi riconosceremmo un finlandese su un autobus urbano milanese. ma ad una prima occhiata pare non ce ne sia nessuno. le brande sono ugualmente scomode. ma ormai mi sono convinto che il vischio debba per questo essere una pianta triste. La seppur relativa protezione assicurata dal kupè ora verrà meno. già molto corte e in più chiuse tra due pareti inamovibili. E mai come ora sento che aveva enormemente ragione. Le basse luci del tardo pomeriggio non 102 . rimane pur sempre un’appendice. Ora che sono in viaggio da un mese. che tra poco conosceremo. Il posto inferiore. borse e zainetti supplementari all’esterno. Il resto della mia attenzione è dedicato ai nostri vicini di posto. Ci farebbe comodo un altro paio di mani. reietta da tutti. Costa la propria identità. ma una libertà che costa. abbiamo dovuto accontentarci di uno scomodo blocco minore. Non trova mai nessuno che l’accoglie con gioia quando ritorna indietro: è eterna vagabonda. e saremo di nuovo in compagnia di un vagone pieno di persone. Tocca ancora a me dormire sopra. qui è tutto rosso. Pirandello stesso diceva questo nel suo “Il fu Mattia Pascal”: non avere radici porta un’enorme libertà. zaini sulle spalle. a oltre diecimila chilometri di distanza. Un incomprensibile annuncio mi riscuote dal turbine di pensieri nel quale mi sono tuffato.proverebbero mai. ma forse è solo perché il treno è ancora spento e il riscaldamento non è ancora entrato in funzione. e dopo tanti viaggi in prima classe ora ce ne tocca uno in seconda. Un tempo pensavo che non ci sarebbe stato nulla di meglio. Il treno è già pronto sui binari. Fortunatamente. Solo il vischio riesce a sopravvivere senza radici. parassitando le altre piante. mi rendo sempre più conto di come il mio pensiero si rivolga spesso alla casa che ho lasciato. per giunta in fondo al treno e quindi vicinissimo al bagno. magari non tutte contente di vedere degli stranieri sul treno. sbattendo la porta. costa tantissimo. Al momento di salire. e presto la nostra formazione si ricompone. Siamo dunque nella posizione più esposta agli sguardi di eventuali xenofobi o ubriachi molesti. la temperatura è ottima e non asfissiante. che per quanto estesa possa essere.

come se non esistessimo affatto. mi sento quasi in una botte di ferro. Alle sei di mattina. Le persone che passano lungo lo stretto corridoio disturbano principalmente il passeggero che sta sotto. invece. Quasi tutte le signore portano variopinti fazzoletti in testa e si trascinano dietro dei trolley immensi. nonostante la piccola spondina ripiegabile che dovrebbe impedire le cadute accidentali. Mi soffio il naso. e il ricordo della brutta esperienza sul Mosca – Tynda è ancora presente nella memoria. In alto. non abbiamo proprio voglia di avere a che fare con nessuno. altrimenti si è condannati a rigirarsi in eterno senza mai trovare pace. Trovare una posizione veramente comoda è impossibile. Talvolta. Rimango infatti in tale posizione fino alla mattina successiva. anche se appare molto improbabile che stanotte si ripeterà una situazione simile. si è svuotato quasi completamente nel corso della notte. sempre delicatamente per non attirare l’attenzione. ancora spente. anche un bambino piagnucoloso riempie l’etere con i suoi insopportabili strilli. osservando meccanicamente i fiocchi di neve cadere e infine sprofondando in un sonno intermittente. Spondina che in realtà è così ridicolmente bassa da costituire soltanto un intralcio nelle operazioni di rifacimento della branda. cercando di convivere con gli inevitabili dolori e fastidi agli arti inferiori e alla schiena. Sembra che tutti i passeggeri siano donne. nonostante la nutrita presenza di persone sul vagone. la ristrettezza dello scomparto e il fatto di essere circondati da muri sui tre lati conciliano quasi il rilassamento e il sonno.vengono compensate dalle luci del treno. o almeno attorno a noi non c’è nemmeno un uomo. escludendo la vista del vagone ai miei occhi. Non appena la provodnitsa ci recapita le lenzuola. Meglio così. che spesso faticano a sistemare negli scompartimenti più alti a causa della loro bassa statura. Tuttavia. anche se la statura del mio amico permetterebbe loro di sistemarli in un lampo. sistemiamo il letto e ci rannicchiamo nel nostro cantuccio. e l’atmosfera è molto tranquilla e silenziosa. Bisogna semplicemente abituarsi a stare scomodi. infatti. il posto superiore trasmette un certo senso di sicurezza. e girarsi in questa strettissima branda è un’impresa di acrobazie. ma non appena mi giro verso le cuccette constato che avrei potuto anche non prendere questa precauzione. ogni tentativo di riprendere sonno è inutile. Il vagone. spesso disturbato dagli schianti della porta del bagno che sbatte. All’esterno infuria una tormenta: turbini di fiocchi di neve e cristalli di ghiaccio sbattono furiosamente 103 . pur nella sua scomodità. La nostra posizione è già molto esposta. Nessuno ci rivolgerà nemmeno una sillaba per tutte le tredici ore di viaggio. nessuna ci chiede aiuto. Specialmente quando mi giro sul lato del finestrino. Tuttavia.

poi fa caldo. accumulandosi per pochi secondi prima di essere spazzati via dal vento. Come abbiamo fatto a incastrare tutto in quel minuscolo pulmino. la capitale del petrolio. un divertente equivoco con la bigliettaia della stazione: queste sono le cose che anche dopo cinquant’anni verranno ricordate. se non dodici. chissà se prima o poi mi riuscirà di turlupinare la mia immensa e astuta avversaria? Inizia così il viaggio lungo questa strada ghiacciata e irregolare. in un viaggio indipendente. Finora l’ha sempre avuta vinta la Siberia. La temperatura è sempre troppo variabile e imprevedibile. Una brevissima ricerca attorno alla piccola stazione di Nogliki è sufficiente per trovare un autobus che si dirige a Okha. Ci troviamo comunque in difficoltà a sistemare i bagagli. ma allo stesso tempo tremendamente attraente. Non manca più di un’ora alla nostra discesa dal vagone. Una volta a Nogliki dovremo cercare velocemente un autobus che ci porti fino a Okha. è ciò che rende il viaggio pieno di emozioni che si fissano indelebilmente nella memoria. ogni giorno è una sfida. lungo una strada sterrata che si percorre in cinque ore. sono costanti e mai eliminabili. anzi sono arrivato a considerare un viaggio di cinque ore come breve. quando mi vesto di meno aspettandomi un clima più mite. Stavolta. fortunatamente. La sensazione del “cosa succederebbe se perdessi l’autobus?” è angosciante. Un treno preso per un soffio. un’eccitante incognita. nonostante lo spazio aumentato. Ormai le distanze russe non mi stupiscono più. ovviamente senza aver 104 . scende un gelo plutonico. Solo quando varcheremo nuovamente la soglia di casa nostra. scolpite nella memoria come un insetto racchiuso per sempre nell’ambra che l’ha lentamente inglobato. che durante la notte è stato efficacemente riscaldato e ora è quasi afoso. potremo definitivamente smettere di preoccuparci di come ci sposteremo. Inevitabilmente. esagerando con la prudenza. un diverbio scampato. ma è considerevolmente più spazioso. e presto mi devo togliere il piumino e la giacca da sci. la situazione è molto più gestibile. Il nostro mezzo è simile ad una marshrutka e funziona allo stesso modo. Anche stavolta ho sbagliato a vestirmi. in Italia. quando mi vesto pesantemente aspettandomi un freddo micidiale. Sarebbero potute essere otto o nove. Ma fintantoché siamo in viaggio. I problemi di questo tipo. E viceversa.contro i finestrini. solo pochi giorni fa? Mistero. anche se torneranno altri problemi e preoccupazioni che qui invece non esistono. ma mi sto cominciando a rassegnare anche ad un altro aspetto del viaggio siberiano: è impossibile vestirsi nel modo “giusto”. Il riscaldamento è tenuto al massimo. Probabilmente è stato solo l’istinto di sopravvivenza che ci ha spinto a pressare tutto insieme dentro la marshrutka e partire.

che gli consente di “fare il pieno” e poi tirare avanti anche per quarantotto ore senza danni. oltre la quale non potremo più progredire. Tento di distrarre la mente da questa scomoda monotonia mettendomi gli auricolari e lasciando scorrere un po’ di tracce nel lettore. più un tozzo di pane e una bottiglietta d’acqua. Dopo tanto tempo passato ad andare avanti. ma l’isolamento e la monotonia non si possono lenire. fiancheggiata da boscaglia innevata da entrambi i lati. e inevitabilmente la battuta d’arresto che ne seguirà sarà un momento particolarissimo del viaggio. Tutto qui. improvvisamente insipido. e i pochi che incrociamo sono quasi tutti camion all’opera in qualche cantiere. La fame mi tormenta. i bagagli continuino a pesare come macigni. Talvolta. fin dall’inizio considerata nostra meta ultima? Se fosse un luogo deludente. abituato come sono a mangiare poco ma a intervalli ravvicinati. distribuendo sempre generose quantità di cristalli di neve sui finestrini. ma le emozioni che si sono provate durante il viaggio per raggiungerlo. ora il capolinea è vicino. Quasi nessun veicolo sta percorrendo questa strada. Il vento non accenna a diminuire. Che succeda lo stesso con Okha. lasciando il posto ad un piattume unico. Questo è il viaggio che ci sta portando alla “fine del mondo”. nonostante la scarsità di viveri. Melodie decadenti condite da una batteria marziale mi accompagnano per una decina di minuti. C'è rimasta solo qualche zolletta di zucchero. popolato solo da trivelle petrolifere e niente più? Ma un pensiero più forte spazza via questi dubbi: non è importante tanto il luogo dove si arriva.mangiato nulla da quando abbiamo abbandonato l’albergo di Juzhno – Sakhalinsk. 105 . Speriamo solo che non si addormenti. Le montagne che dominavano nel sud di Sakhalin sono ora sparite. Sicuramente d’estate c’è più varietà di paesaggio. Le provviste sono ridotte all’osso. dopo una lunga e faticosa ascesa per raggiungerlo. Ma forse è la stanchezza cronica a farli sembrare sempre così pesanti. Deve averla percorsa centinaia di volte e probabilmente ormai gli darà la nausea. Il mio compare ha invece la fortuna di avere un metabolismo più lento. un obiettivo a lungo inseguito diventa. L’autista guida con un volto totalmente privo di espressione lungo una strada sempre uguale. il brodo granulare da sciogliere in acqua insieme alla pastina. sostituite successivamente da intense note di pianoforte che sposano magistralmente una sei corde distorta al punto giusto. ma solo iniziare a tornare a casa. E tuttavia è dannatamente irritante come. E quelle non sono mancate affatto. scegliendo quelle più adatte a rievocare l’atmosfera di questo momento.

Nel nord di Sakhalin nevica tutto l’inverno. Okha conta circa cinquantamila abitanti e nonostante il decentramento ha l’aria di essere una cittadina vivibile. Ancora una volta la camera è fredda e dobbiamo vestirci bene per evitare di ammalarci. È tuttavia popolata dai soliti orrendi palazzi che la rendono inconfondibilmente siberiana. Qui non è come nell’entroterra siberiano. dunque ancora una volta c’è bisogno di adeguare l’abbigliamento. seguita da quelle cinque sconquassanti ore di pulmino. In realtà non si trattava affatto dell’ultima fermata. Solo in cirillico. poiché non si vede alcun segno di presenza urbana. scendiamo dall’autobus convinti di essere arrivati in città. Due enormi letti ci permettono di riposare dalla lunga tratta in treno. Vorrei che il momento del riposo post – trasferimento non finisse mai. la città del petrolio Dopo le necessarie ore di scossoni e traballamenti assortiti. La segnalazione è ironica: dal cartello alla città ci sono ancora chissà quanti chilometri. Tuttavia. 106 . La neve continua a cadere incessantemente.Capitolo XVIII Okha. formando degli enormi cumuli lungo le strade. e inoltre fa considerevolmente più freddo che al sud dell’isola. ma ogni tanto la fortuna gira nel verso giusto anche per noi. Abbiamo smesso di vedere i nomi segnalati in russo e in inglese da molte migliaia di chilometri. inconsapevolmente. un cartello segnala l’imminente presenza di Okha. dove la neve di ottobre ghiaccia e rimane praticamente inalterata fino a primavera. dopo un po’ appare qualche sprazzo di costruzione e un’insegna molto più grande. recante il nome della città. Fortunatamente c’è un alberghetto non molto lontano dal punto in cui. ma so che dopo poco dovremo già cominciare ad organizzarci. ovviamente. dorata e argentata.

Se tutto andrà come speriamo. Una di loro. oppure organizzare un’escursione guidata ad un vicino villaggio. in Siberia d’inverno è molto più facile che qualcuno risponda che una cosa non si può fare. formaggio stagionato. Nauseante. e in ogni caso non accessibili per chi non ha permessi speciali. scrostato e poco appariscente. Lì abitano i Nivkhi. ora sta aspettando il nostro arrivo. il museo è dunque la nostra prima destinazione. ma pratico ed economico. come poteva essere per Verkhnezejsk. pane e mortadella. Stanno un po’ meglio degli indiani nelle riserve. piuttosto che il contrario. A noi interesserebbe visitare qualche paese vicino dove vivono ancora le etnie locali. ma il concetto è lo stesso.mail della direttrice del museo locale. mele e acqua minerale. ma una persona importante. La donna sceglie per noi una guida. particolarmente pingue e dotata di un paio di occhiali molto spessi. Eventualmente. abbiamo molte informazioni su di essa. Le risposte della signora non sono infatti incoraggianti. Stavolta non siamo giunti a Okha impreparati. Passando attraverso anonimi stradoni e viuzze parallele fiancheggiate da alberi pieni di neve. Usciamo dall’albergo solo per andare a comprare del cibo. se proprio non ci fosse nulla di meglio. Essendo l’ultima località visitabile di Sakhalin che abbiamo programmato per il viaggio. accompagnati da un abitante locale.Sta diventando un’ossessione quella di dover stare coperti anche dentro gli edifici. Menù del giorno: shproty (pesciolini in scatola da mangiare interi. La neve e il brutto tempo tagliano le gambe ad ogni escursione avventurosa in paesi dimenticati. Purtroppo. nonostante alcuni rovinosi scivoloni sul ghiaccio. Si tratta di un palazzone giallognolo. Dopo i convenevoli. Le provviste. wurstel. infatti. I pozzi sono tutti lontanissimi. Dopo una dormita ristoratrice. vittima di un devastante terremoto e mai più ricostruito. popolazione autoctona che ancora resiste nei propri nuclei di aggregazione. incaricata di farci conoscere prima la città di Okha e poi l’indomani portarci anche a Nekrasovka. sarà il nostro trampolino di lancio che ci permetterà di godere al massimo della visita di questa città. è proprio il nostro contatto. e perfino il contatto e . Grazie alla corrispondenza effettuata con lei prima della partenza. la donna ci porta nel suo ufficio per vedere di organizzare qualcosa. andrebbero bene anche i pozzi di petrolio. con tutte le lische). Una gita al vicino villaggio di Nekrasovka. vanno urgentemente rifornite. è perfettamente fattibile. 107 . E non uno qualsiasi. All’entrata ci ricevono alcune donne che ci accolgono calorosamente non appena scoprono che siamo proprio gli stranieri che aspettavano. lo raggiungiamo in pochi minuti. tuttavia.

anche se non possono assicurarcelo. Tronchi d’albero scavati internamente formano una canoa. Come avranno mai potuto costruirla? Certamente il legno non si può fondere e poi rifondere come l’acciaio. Svetlana spiega infine che la catena è stata costruita scolpendo un unico blocco di legno. che ancora oggi queste popolazioni praticano con assiduità. un po’ di assi intrecciate formano già una slitta con la quale correre veloci sulla neve. ma per lavoro. asserendo di essere arrivato a destinazione. niente inglesi. Volendo fare un paragone un po’ azzardato. niente francesi. Gli unici elementi artistici sono l’onnipresente e noiosa statua del padre della Rivoluzione 108 . Un’insolita catena fatta interamente di legno passa quasi inosservata ai miei occhi finché non la osservo meglio e mi rendo conto che non può esistere un oggetto simile. Ha anelli chiusi uno dentro l’altro. Svetlana è la donna che ci aiuterà a scoprire il nord di Sakhalin. che però si esaurisce in fretta.Destiamo molto interesse come visitatori: non gli capita spesso di vedere degli stranieri. La cosa strana è che pare che lo farà gratuitamente. né tanto meno il legno può essere cresciuto ad anello. A dire il vero loro sostengono che qualche straniero ogni tanto arriva. fino all’equipaggiamento da caccia e pesca. a parte noi. Niente italiani. niente americani. C’è di tutto: dalle calzature ricoperte di pelo alle splendide magliette ricamate a mano con bellissimi disegni. in questa stagione e in un luogo così remoto e privo di interesse turistico. Semplice e geniale! A differenza del museo. dopo Mosca non abbiamo più visto alcuno straniero in viaggio. ora ridotte all’osso e confinate in sperduti villaggi dimenticati alla periferia di Sakhalin. Mi chiedo cosa pensino queste persone di noi. Si parte dunque con la visita del museo. che ospita numerosi oggetti e testimonianze appartenuti alle popolazioni indigene. Certamente sarebbe guardata con molto interesse…e forse considerata anche un po’ matta. le strade della città non offrono molti svaghi né interessanti visioni. Effettivamente. Non si ricordano di aver mai visto italiani. come le è stato raccomandato anche dal sindaco. Devono per forza averla costruita con una tecnica particolare. Sono sicuro che si chiedono cosa diavolo ci abbia spinto a viaggiare tanto per arrivare in una località simile. Nessuno che non fosse russo. Hanno visto dei francesi e degli americani. trainati dai cani. esattamente come una catena normale. è come se una persona partita dalla Groenlandia in barca a remi approdasse infine in un remoto paesino delle coste lucane. In quale altra città potremmo aspettarci un’accoglienza simile? Bisogna proprio andare a cercare col lanternino un posto del genere. che però non riesco proprio a immaginarmi.

Nel cantinino troviamo quattro o cinque donne piuttosto attempate. vesti e sottovesti. anche se l’eventualità è assai improbabile. biscotti. Il bugigattolo è il loro quartier generale. Che ne so che qualche mio comportamento o gesto apparentemente normalissimo non possa essere considerato un sacrilegio immane. Fianchi larghi. Qui infatti. magliette identiche a quelle viste al museo. Ovviamente. non vivono solo in paesi come Nekrasovka. e poco alla volta facciamo la loro conoscenza. guance piene e cadenti. più il padrone di casa è contento. non mi arrischio a fare nient’altro. una mia espressione. nasi a punta. perché significa che l’ospite apprezza il cibo e quindi l’ospitalità. le anziane donne iniziano a tempestare di domande il mio amico. Lineamenti orientali. Non è come da noi. Una dopo l'altra. 109 . Non fanno alcun cenno a noi. nel quale fabbricano i loro oggetti e oggi ricevono gli unici stranieri che sembrano aver visto fino ad ora. dopo la quale verrei tagliato a fettine e venduto sottocosto al mercato della carne esotica? Meglio stare attenti. cestini…ce n’è per tutti i gusti. Svetlana opta per un diversivo. Ma a parte mangiare. raggiungibile dopo due rampe di scale strettissime e buie. più l’ospite mangia. un paio di grembiuli colorati e due amuleti. ma è chiusa. Non potendo come al solito parlare. La nostra scelta cade su alcune babbucce foderate di pelo di animale. dove un eccesso di voluttà potrebbe essere interpretato come opportunismo e scortesia. pasticcini e quant’altro. certo. Una chiesa più bianca della neve stessa ha i classici cipollotti dorati bene in vista. ad esempio. Le forme di galateo più disparate circolano per il mondo: in Indonesia. per finanziare la propria associazione. li vendono. le donne Nivkhi ci mostrano tutti i loro oggetti di artigianato: babbucce. Tutte molto curiose. Non ho idea di come potrebbero interpretare un mio gesto. Essi. decido di mostrare la mia gratitudine ingozzandomi di cibo.russa. Tale sede si trova in un lurido scantinato. Una specie di rudimentale Pro Loco. mentre da noi è un gesto comune e affettuoso. che mi porterebbe ad un’immediata esecuzione sul patibolo. unico in grado di rispondergli. ma hanno una sede associativa anche qui. più qualche monumento celebrativo e un’automobile quasi completamente sepolta dalla neve. portandoci nel centro culturale dei Nivkhi. pelle color avorio vecchio e punteggiata di lentiggini. da offrire agli ospiti stranieri. ma è implicito che sia buona educazione ricambiare la loro ospitalità comprandogli qualcosa. ma non riconducibili a etnie che già conosco. accarezzare un bambino sulla testa è una gaffe imperdonabile. infatti. un mio modo di fare. dai tratti somatici indefinibili. Il cantinino è veramente pittoresco e la loro accoglienza è ottima: sul tavolo centrale iniziano immediatamente ad accumularsi tazze di tè.

Anche in capo al mondo. di anima? Probabilmente è proprio il fattore vergogna a determinare il rifiuto. però. Voleva infatti farci pagare il triplo del normale. Sarebbe inutile tentare di spiegargli che. che se viaggiano così lontano devono sicuramente avere grosse disponibilità economiche. In compenso. La determinazione del prezzo è molto approssimativa: una delle donne. Oppure che ci portiamo dietro pesi assurdi senza mai pagare un facchino e che per risparmiare mangiamo le scatolette di tonno comprate al supermercato. Certamente è comprensibile che. sfoggiano macchine digitali di ultima generazione che continuano ad abbagliarci con i loro flash. non vedendo mai nessuno che non sia originario delle immediate vicinanze. che ci infastidisce non poco. Forse non vogliono che le fotografiamo perché si vergognano dello stato di disordine in cui versa la stanza e temono che anche quello appaia nelle foto. Non avendo macinato pochi chilometri per venire a incontrarle. più austera e meno sorridente delle altre. ci aspetteremmo come minimo che si lascino immortalare per permetterci di mostrare anche a casa nostra come sono fatti i misconosciuti Nivkhi. o forse perché in qualche modo si sentono inferiori a noi. Probabilmente non riusciremmo mai a scrostare dal loro immaginario la nostra immagine di “ricconi”.che però alla fine ci vengono regalati. Ci fotografano di continuo. anche se non è proprio così. ma non c’è niente da fare. Un’altra particolarità di queste persone. nessuno resiste alla tentazione di fregare il malcapitato straniero ogni volta che è possibile. Se proviamo a chiedere il permesso di fotografarle si rabbuiano immediatamente e ci fanno capire che è meglio non chiederlo una volta di più. Oppure non gradiscono le fotografie perché secondo alcune culture orientali il fotografare una persona equivale a rubarle l’anima. Ma anche per noi vale lo stesso! Tuttavia. viaggiamo spesso e volentieri in seconda classe e che abbiamo scelto di spostarci sempre in treno per riscoprire il viaggio “scomodo”. Ai loro occhi siamo pur sempre turisti occidentali pieni di soldi. Potrebbero pensarla così anche loro. Ma allora perché si sentono in diritto di rubare la nostra. come fossimo animali da circo. vogliano immortalare questa stranezza ora che possono. Non vogliamo scattare foto a tradimento: rischieremmo di offenderle mortalmente e di incrinare i rapporti che fino ad ora si sono dimostrati buoni. non c’è verso di convincerle. è che non ne vogliono sapere di farsi fotografare. ad esempio. vorrebbe alzare il prezzo come si fa di solito coi turisti. Ci credono pieni di soldi e ricchezze. ma un’altra la previene e ce li cede scontati della metà. e quindi troppo superiori a loro. rimproverando l’amica per aver cercato di lucrare su di noi. così riponiamo le macchine fotografiche e lasciamo perdere. A mano a mano che 110 .

Entrare in contatto con culture così diverse dalla propria. 111 . inesorabile. ma ci dà appuntamento l’indomani mattina alla reception dell’albergo. Ormai è un mese che sento parlare in russo. è praticamente impossibile capirlo o seguirne un discorso. per portarci fino a Nekrasovka e farci così conoscere meglio i Nivkhi. è fondamentale per capire che il mondo non si ferma solo al cortile di casa nostra. Il discorso si sposta lentamente dal nostro viaggio all’Italia e alle nostre abitudini di vita. È passata qualche ora e Svetlana deve congedarsi da noi. così distanti dalle loro che quasi non si riesce a concepirlo. bisogna accontentarsi di qualche frammento di frase captato grazie ad una buona attenzione e ad un pizzico di fantasia. che fino a poco prima non si sapeva nemmeno che esistessero. invece. Quando parla un russo. la pronuncia italiofona e la ripetitività dei discorsi.la conversazione continua. Tra le parole imparate. Facciamo ritorno in albergo mentre il sole sta già calando. riesco a cogliere sempre più aspetti di ciò che viene detto. e bene o male il mio amico racconta sempre gli stessi aneddoti. lasciando questo solitario avamposto umano in balìa del freddo e delle tempeste di neve. riesco a cogliere il senso di quasi tutto ciò che egli dice. specialmente quando è Daniele a parlare.

Qui ce la caviamo con duemila rubli in due. Con questo viaggetto viene ridefinito il limite geografico del viaggio: non è più Okha. che ora si sentono totalmente dimenticate dal governo e che possono solo vivacchiare. Il collegamento tra le due cittadine è un’enorme lingua d'asfalto coperta di neve ghiacciata. senza la possibilità di costruirsi un futuro migliore. assenti. ancora un po’ più a nord della città del petrolio e dunque tecnicamente più lontano da casa nostra in termini di strada percorsa. Queste sono le seconde Colonne d’Ercole”. Il villaggio di Nekrasovka. martoriate da un sole abbacinante più che mai. Una delle poche costruzioni importanti che spiccano in mezzo alle baracche è il centro culturale del paese. tre euro per persona. posto a nord – ovest di Okha e sorto su un golfo marittimo. stringono questa timida strada in una morsa. Purtroppo il mancato sviluppo delle zone rurali russe ha contribuito ad accrescere l’isolamento di queste popolazioni. affrontando curve apparentemente insidiose con sorprendente sicurezza. ma si sposta proprio a Nekrasovka. come ci confida la stessa Svetlana. probabilmente sarei invaso da un terrore ancestrale. con quei tratti 112 . che qui costano una cifra ridicola in proporzione a quanto costerebbero in Italia. Il paesaggio pare dire: “Torna indietro. Se non avessi questa scatola di latta semovente che mi circonda e mi porta lontano a novanta chilometri l’ora. è un paesino piccolo e insignificante. Qui vive la maggior parte dei Nivkhi. I taxi che fanno spola dalle stazioni agli alberghi non ci sono mai costati più di due. Sono circa trenta chilometri di strada. Non avventurarti oltre questo limite. Anche qui alcune donne attempate. Ora sì che ho la netta sensazione di essere arrivato ai limiti del mondo: questa sconfinata distesa di niente fa quasi paura. è l’inferno per un agorafobico. Vegetazione. Immense pianure bianche.Capitolo XIX Il paese dove non hanno mai visto un italiano Per raggiungere Nekrasovka useremo il taxi. sulla quale il tassista sfreccia velocissimo. punti di riferimento. composto quasi interamente da baracche di legno attorniate da qualche cadente edificio in muratura. Inutile dire che è il luogo dove saremo ospiti. se improvvisamente essa sparisse lasciandomi solo in mezzo a questo nulla. dove si riuniscono le principali autorità della popolazione. una prova di forza per una persona normale. A Milano pagheremmo trenta euro solo per il fatto di essere saliti sul taxi. equivalenti all'incirca a venti euro a testa. il mondo finisce qui. poca. I tassisti russi hanno proprio l’ossessione della velocità. o meglio sopravvive.

Ciò non toglie che. smorfie. forse perché non hanno molti svaghi durante la giornata. Non senza suscitare un grande orgoglio in noi. ma di italiani proprio no. rendendo la comunicazione breve e difficoltosa. Anche loro si stupiscono non poco di vederci arrivare nel loro isolatissimo paesino. È logico che vogliano parlare con chi può capirle. Mangiano molto bene. almeno. mostrandoci una videocassetta che riassume la loro storia. Sorrisi. come le loro colleghe di Okha. ma non posso lamentarmi. Dopo i convenevoli. Se non fosse che il mio metabolismo è estremamente veloce. negozi di dischi. Sembra che sia proprio una cosa radicata. cinema. E se fossi improvvisamente lasciato solo in mezzo a loro? In un colpo solo crollerebbero tante di quelle certezze! Anche stavolta tentiamo di scattare qualche foto alle signore. come al solito. ma è veramente l’unico modo che ho di dimostrare la mia riconoscenza. Le loro pietanze sono estremamente invitanti e saporite e infatti ne approfitto per mangiare a più non posso. Devo accontentarmi di osservare una cerimonia dove un uomo vestito da pagliaccio finge di rincorrere dei bambini. ma poi viene bloccato e “giustiziato”. Mi sento quasi in colpa ad approfittare così indegnamente del loro cibo. Mi chiedo quante persone l’anno vengano qua a scattargli una foto: se fossi io al loro posto. ci accolgono con interesse. ma anch’esse si rifiutano. è immancabile l’offerta di cibarie e bevande in quantità industriale. ci riempiano di fotografie senza nemmeno chiederci a loro volta 113 . librerie. Non avrei mai pensato di potermi trovare un giorno in un luogo dove la popolazione mi avrebbe accolto come un pioniere. se mangiassi poco. rischierei di tornare a casa ingrassato di dieci chili. che probabilmente ci stanno offrendo con qualche sacrificio. Qui non si trovano facilmente teatri. sarei più che felice di poter portare una mia immagine nel resto del mondo e dimostrare così che esisto anch’io. più la loro lingua locale. le loro origini e l’attuale dislocazione. Questa. parchi di divertimenti. centri commerciali. quella di non volersi far fotografare. gesti ed espressioni degli occhi: è così che devo comunicare.somatici così particolari. Ma loro la pensano diversamente. ma purtroppo tutto quello che posso dire deve preventivamente essere tradotto. Peccato che. dato che come tutti i russi conoscono solo il russo. Si offenderebbero. i Nivkhi. Parlano anche loro di francesi e americani. ci assicurano che siamo i primi italiani che vedono arrivare qua. Mi piacerebbe riuscire ad avere qualche scambio in più con questa gente. in quanto incarnazione del Male. A dire il vero le donne Nivkhi (ma gli uomini dove sono?) si mostrano piuttosto disinteressate a me. non riesco a capirne assolutamente nulla. le loro tradizioni. è la mia interpretazione.

Alcune navi incagliate e rovesciate sui fianchi giacciono sulle rive gelate: verranno recuperate la primavera successiva. cosa che ad esempio io non so fare. Svetlana ci accompagna a vedere il paese. non è nemmeno l’oceano Pacifico. La padrona spiega che anche d’inverno non vogliono dormire nelle cucce che gli hanno costruito. conseguenza di una lite ingaggiata con un orso l’estate scorsa. Questa è anche la sorte che tocca ai camion apparentemente abbandonati in mezzo alla neve. per poi portarci a vedere i loro animali. ma soltanto un braccio di mare che si è approfondito nell’interno. Se infatti mi trovassi a dover vivere qui. Inoltre. Siamo particolarmente interessati all’enorme golfo. Tra l’altro. sulla quale stazionano persone e automobili parcheggiate. ma la loro espressione è più festosa che aggressiva. rotto solo dallo spirare del vento.il permesso di scattarle. guidandoci e seguendoci fedelmente come un’ombra. non punta nemmeno verso il Pacifico. da adesso in poi. Quei distanti puntini umani sono ovviamente intenti nella pesca sul ghiaccio. ma guarda verso il continente russo. ma non gli viene il dubbio che forse potremmo offenderci anche noi? Dopo mangiato. quando il ghiaccio si scioglierà. come un fiordo. Passando nuovamente per la nevosa e vuotissima strada. Sembra che per loro sia dovuto. mi toccherebbe imparare da loro come procurarmi il pesce. poco distante dalle ultime case di Nekrasovka. Un grosso cartello segnala che sono molto cattivi. anche se rimarrei qui delle ore ad ascoltare l’assordante silenzio che permea la scena. e siamo subito accontentati. La contemplazione della baia non dura molto. Ciò non toglie che sia maestoso: è un’altra distesa di candido niente. sulla sinistra ci attende una discesa ripida ed estremamente sdrucciolevole. Un silenzio primordiale. per fare più in fretta e per non romperci qualche osso. Ci lasciamo semplicemente scivolare fino in fondo. Sicuramente in questi villaggi tutti sanno pescare. poiché non ci hanno ancora mostrato tutto: rimane l’allevamento di cani da slitta. Dobbiamo però fare ritorno alla casa dei Nivkhi. Preferiscono stare 114 . e ciò è solo un esempio del fatto che nessuno può semplicemente dirsi autarchico. I padroni dei cani ci accolgono con altre offerte di the e caffè bollente. dagli occhi di ghiaccio. Uno di essi ha una zampa deforme e costantemente piegata verso il basso. Dopo lo scivolone programmato ci troviamo tutt’ad un tratto a faccia a faccia con il primo braccio di mare visibile da quando siamo sbarcati a Kholmsk. degli stupendi ed enormi cani husky. Svetlana ci accompagna anche stavolta. Potrebbero insegnarmi alla perfezione l’arte della pesca. visibili ogni tanto in mezzo ai bassopiani siberiani.

ma non è successo. La cosa più bella che il villaggio ci regala è un infuocato tramonto. Ai biglietti e a tutte le altre formalità ci pensa Svetlana. Non capita certo tutti i giorni di ragionare con simili misure. Tornando indietro cerchiamo di imprimere nella mente il più possibile la fisionomia del villaggio. Ma c’è anche da dire che. Si fanno però perdonare regalandoci due amuleti da portare al collo e due libercoli contenenti le loro creazioni artistiche. 115 . iniziamo finalmente a riavvicinarci alle nostre dimore. e la cosa strana è che questo pulmino segna l’inizio del nostro ritorno a casa. uno sbuffante trabiccolo viene finalmente a prelevarci. Svetlana tuttavia non ci lascia molto tempo per fotografare il paese. ringraziandoli per l’ottima ospitalità che ci hanno offerto. scritta in caratteri totalmente incomprensibili. Possiamo solo aspettare e sperare che il mezzo non abbia avuto un guasto. fanno quello che la natura gli ha insegnato a fare da migliaia di anni. La popolazione ha da mangiare. Sotto un cielo che inizia a mostrare le prime timide stelle della sera. questa è la normalità. rendendo l’attesa del pulmino una tortura come fu l’attesa del traghetto per Kholmsk. i miei libri. Un unico pulmino per Okha parte tra pochi minuti dall’unica strada del paese. A me per esempio sembrerebbe impossibile vivere senza i miei dischi. Questo è Nekrasovka. ma stavolta non ci sono taxi da prendere in alternativa.fuori. un computer con il quale scrivere. commentate sia in russo che in lingua locale. poiché dobbiamo tornare nella casa dei Nivkhi per salutarli e poi andarcene. da veri eroi dello stoicismo. O meglio. Di certo vivono con molte meno preoccupazioni e noie rispetto a noi europei. Chissà se lo fa perché è semplicemente gentile oppure perché sono state le sue colleghe di Okha a raccomandarglielo. Non deve essere facile stare qui tutto l’anno. per chi è nato qui. un biglietto interrail con il quale viaggiare per l’Europa. in un viaggio di ritorno che durerà quasi un altro mese. Fortunatamente non è così. come sempre senza chiederci nulla in cambio. Qui sono sicuramente cose dall’importanza scarsa oppure nulla. immortalato in uno scatto fugace mentre tinge di colori il cielo sopra le ultime dacie. Gli abitanti pensavano che il tanto sbandierato sviluppo economico della Russia avrebbe toccato anche loro. e questo le basta. se già io dopo un paio d’ore ho l’impulso di scappare e tornare alla civiltà. anche se avremmo qualcosa da ridire sul loro insensato rifiuto a farsi scattare anche solo una singola foto. aiutandoli a uscire dalla loro condizione di alienazione. Dopo un mese abbondante di viaggio. Un freddo intenso sta accompagnando l’apparente discesa del sole. molto appassito e decadente. Il sole è quasi tramontato ed è ora di salutare i Nivkhi.

durante la notte. un buio mortale scenderebbe su di noi.I boschi di Sakhalin. buie e minacciose. sembra di scorgere miriadi di folletti che prendono vita in mezzo alle fronde delle conifere. Nonostante il desiderio che cova in me di vedere le meraviglie del cosmo finalmente ardere con tutta la loro potenza. l’autista si ferma in mezzo al percorso per raccogliere dei passeggeri. si possono quasi sentire respirare. che pur nel buio non ha ancora smesso di lordare l’aria pura. abituati a vederle annegare nell’illuminazione artificiale. 116 . preferisco tuttavia che le luci del pulmino rimangano bene accese a illuminare la strada. Sono le ultime persone che raccogliamo. che caricano sul pulmino dopo non pochi sforzi. rendendo visibili migliaia di stelle con una luminosità inconcepibile per noi occidentali. L’unica luce visibile viene dai fari del nostro mezzo: se si spegnessero. i quali aspettavano praticamente in mezzo al nulla. Okha infatti è presto in vista. Pur nel trambusto provocato dall’autobus. con le sue deboli luci e il fumo delle sue ciminiere petrolchimiche. Talvolta. muniti di regolare biglietto. nel buio più totale. Come avranno fatto a orientarsi? Due di loro hanno perfino un qualche genere di marchingegno agricolo con sé.

Si avvicina a me con una timidezza esagerata. per parlare dell’Italia e del nostro viaggio. Una delle ragazze dello staff. giovani. in particolare ai bambini. i biondi e simpatici Nikolaj e Anna. In men che non si dica si mette in moto una macchina di accoglienza veramente efficiente.Capitolo XX La casa dei pionieri Salutando per l’ultima volta Svetlana e ringraziandola per averci guidato ovunque. ce ne ritorniamo a dormire. Solo dopo capisco che è così timida perché ha paura che. ospiti d’onore della città di Okha. Sembra proprio che abbiamo visto tutto ciò che c’è da vedere in questa squallida città petrolifera e industriale. essendo italiano e quindi 117 . più i rimanenti membri dello staff. Attorno ad un tavolo. crediamo di sapere quale potrebbe essere. tutti rigorosamente azzurrissimi. proprio non abbiamo idea. la bionda direttrice. Domani saremo ancora qui a Okha. In pochi secondi avviene un numero impressionante di strette di mano. rifiutando il contatto. Avevamo lasciato il numero nel caso ci avessero voluto contattare. ma non abbiamo proprio idea di come passeremo la giornata. ma allo stesso tempo chiaro: “Vi aspettiamo alla casa dei pionieri verso le tre di pomeriggio”. è però piuttosto sfuggente e impacciata. ballare. Sembra che i responsabili del luogo ci stessero aspettando: veniamo ricevuti da Masha. curiosi di sapere cosa ci aspetta. adulti e chiunque voglia si riunisce qui per suonare. Ci presentiamo puntuali. E noi saremo le attrazioni della giornata. Incredibile. dato che nei giorni scorsi Svetlana ci ha indicato un centro ricreativo che ospita tutte le attrazioni culturali e ludiche della città. si accumula un nugolo di bambini che ci osservano curiosi. mangiare. con gli occhiali e i capelli bruni liscissimi. La direttrice del centro ci presenta gli animatori. e cerca proprio noi. sempre gratuitamente e con una pazienza di Giobbe. giocare ai giochi più disparati. È una curiosità positiva. ma nessuno di noi pensava che l’avrebbero fatto davvero. dove sono posate delle invitanti fette di torta procurate apposta per noi. Di cosa sia questa casa dei pionieri. Ci pensa però la fortuna a darci una mano anche stavolta. Presto il mistero sulla nostra convocazione è svelato: le donne del museo hanno parlato a Masha del nostro arrivo. che si percepisce subito nei loro occhi. Verremo presentati agli abitanti della città. cantare. L’edificio dove siamo funge da oratorio: dopo la scuola. L’indomani riceviamo una strana telefonata: è ancora la donna del museo. Il messaggio è ambiguo. Non può essere altro che quello. Tuttavia. e le hanno consigliato di invitarci per farci conoscere alla popolazione.

che a quanto pare in Russia sono dei veri e propri miti. Nel contempo. Tuttavia. praticamente tutti gli italiani conoscono Tolstoj e Dostoevskij. Anche loro ammettono di non vedere molto spesso stranieri nella loro località. essendo la città un centro petrolifero che ogni tanto è visitato da imprenditori stranieri e magnati del mestiere. da bravi animatori. ma siamo in netta inferiorità numerica. ma almeno abbiamo rotto il ghiaccio. si inventano presto un gioco per vivacizzare l’incontro. Ma questi vengono per controllare i loro profitti e per stipulare affari. dimostrando di conoscere almeno una piccola parte di Russia che perfino il mio esperto amico ignora. Del resto. i capi lasciano la parola a Daniele. A turno dobbiamo dimostrare di conoscere almeno un cantante russo. è un onore non da poco essere ascoltati da tutte queste persone e con quest’interesse. un attore russo e via dicendo. I bambini dimostrano di essere preparatissimi sui calciatori (uno di loro porta addirittura un cappellino dell’Inter). Nikolaj e Anna. Sono finalmente felice di poter partecipare in qualche modo alla situazione. io possa improvvisamente avvicinarmi per abbracciarla. la ragazza recupera un po’ di colore e accetta almeno di stringermi la mano. Sembra una puntata di “Uno contro cento”. specialmente con gli sconosciuti. se non per questioni di lavoro. Non gli interessa certo vedere i luoghi o conoscere la gente. a me ovviamente incomprensibile. un atleta russo. Dopo averci introdotto ai presenti con un piccolo discorso. anche chi non sarebbe in grado di elencare un solo titolo di un loro libro. I bambini devono fare lo stesso con attori. intervenendo spesso per fare domande e per chiedere precisazioni. quindi non 118 . Considerato che siamo in Siberia. ma molto meno sui calciatori e gli altri sportivi. che munito di microfono riparte un’altra volta spiegando tutto ciò che abbiamo fatto per arrivare fino a Sakhalin.tradizionalmente caloroso e amichevole. Dopo averla rassicurata che non sono uno che si prodiga in questo genere di effusioni. non c’è espressione più appropriata. Snocciolo senza fatica un po’ di nomi di canzoni del gruppo nel momento in cui mi chiedono se me ne ricordo qualcuna. Ormai non mi perdo una parola dei suoi discorsi. però. gruppo metal piuttosto famoso in Russia. Il gioco termina con la vittoria dei russi. riscuoto un ottimo successo quando dimostro di conoscere i Kipelov. cantanti e altri italiani famosi. dopodiché se ne vanno a fare altri soldi. Ha sempre negli occhi un’espressione timorosa di chissà cosa. Noi italiani siamo più ferrati sui poeti e scrittori russi. mentre gli adulti conoscono benissimo Toto Cutugno e Celentano. le conosco a memoria nonostante siano in russo e penso che anche lui sia piuttosto stufo di ripetere ogni volta tutto da capo. La gente ascolta con crescente stupore.

Uno dei bambini ci chiede addirittura se deve pagare per farsi scattare una foto insieme a noi… Dopo esserci fotografati in ogni combinazione possibile di persone e usando tutte le macchine fotografiche nostre e loro. Tutti la conoscono e apprezzano ridendo i miei sforzi artistici. dove due giovanotti ci danno un’ottima dimostrazione di breakdance. sorridendo apertamente. dalla pelle biancastra e squamata. Con molta foga incitano il loro animale a girare ora a destra. quindi siamo pari. In un’altra stanza ancora. visto anche il languorino che mi ha preso mangiando le fette di torta. Il più grande si esibisce in numeri d’alta scuola. Non mancano di offrirci dei simpatici topini da tenere in mano. La stanza a fianco è un laboratorio d'arte: fogli di carta e numerose matite colorate si ritrovano immediatamente nelle nostre mani. dotati di denti ben più pericolosi. è un’italianissima pizza margherita. ora giunto al suo culmine. ci riescono piuttosto facilmente: non ci entusiasma tenere in mano dei topi. e usiamo qualsiasi scusa per liberarcene. i bambini stanno scommettendo su quale sia il topo più intelligente. anche se apparentemente sono molto puliti. Chissà se una volta diventati grandi diventeranno scommettitori accaniti.vale! Ma non c’è tempo di dispiacersi. Cosa disegnare per compiacerli? La prima cosa che mi viene in mente. A dire la verità. disegnata alla bell’e meglio con un pennarello rosso e uno giallognolo. Se ci provassi io. Siamo felici che i nostri rifiuti siano accolti: quegli animali fanno proprio impressione e 119 . e nemmeno di finire le fette di torta. ora a tornare indietro. Del resto. libere di rappresentare ciò che meglio secondo noi descrive questo momento. Daniele invece opta per qualcosa di simbolico che ricordi il viaggio. ora a sinistra. e addirittura alcune fredde iguane. sono gli animali a fare da padroni: qui i bambini sono liberi di giocare con ogni tipo di roditore o rettile esistente. i russi non sanno cucinare la pizza. cioè il primo che riuscirà ad uscire da un labirinto di tubi di gomma appositamente predisposto. anche se il risultato lascia decisamente a desiderare. i russi di Okha sono meno timidi dei Nivkhi e si lasciano fotografare volentieri. In un angolo della stanza. frugoletti tremanti che non aspettano altro che scappare dalla nostra presa. disegnate dai bambini. Fortunatamente. gridando tutti insieme. ci spostiamo nella stanza vicina. Tre o quattro macchine fotografiche ci immortalano più volte insieme ad alcune coloratissime matrioske. Ora dobbiamo disegnare. Fortuna che non ci chiedono di provare anche noi. roteando sul pavimento come se l’avessero lubrificato di cera da capo a piedi. Poi i bambini ci offrono di far passare dalle nostre mani anche degli enormi roditori. invece. mi romperei un osso alla prima caduta.

non abbiamo nessuna voglia di coccolarli come fanno loro. si vira verso l’ingegneria aeronautica: la stanza successiva è infatti un laboratorio dove si costruiscono aeroplanini telecomandati. Con un atto di volontà. facendo rimbombare i tom e i charleston per ore. Si passa poi alla stanza della musica. e purtroppo non c’è l’ombra di posate. giunti per verificare che gli impianti anti – incendio del palazzo siano a norma di legge. la presenza dei pompieri non inficia il resto della visita alla casa dei pionieri. usando dei particolari seghetti a forma ricurva. autentico virtuoso della batteria. dove sono rimaste solo poche persone. anche se a malincuore siamo costretti ad abbandonare gli strumenti musicali. Ricomincia dunque l’offerta di cibo e bevande. Tutta teoria: nella pratica ho infatti perso quasi del tutto il senso del ritmo. Finalmente possiamo tenere in mano qualcosa di non vivente e liberarci dei roditori. o come minimo a tenere il tempo (cosa assolutamente non facile!) grazie ad un vecchio amico con il quale anni fa mi divertivo a passare i pomeriggi in soffitta. ma tenta lo stesso di simulare 120 . e invece ci faccio una figura barbina! Con l’orgoglio sotto le scarpe cedo il posto a Nikolaj. Due pazienti istruttori ci guidano nell’intagliare le ali di un aereo. Pensavo di fare molto meglio al primo colpo. sono accompagnate da bicchieri generosamente riempiti di ottimo vino. ma anche semplici modellini di aeroplano in legno. Suonare la batteria dovrebbe essere come andare in bicicletta: una volta imparato non si dimentica più. Avevo imparato a suonare una batteria. e mi ci vogliono non pochi tentativi prima di riuscire a tenere un tempo decente. Daniele prende la prima fetta di torta con le mani. Le nostre mani non sono esattamente pulite. a detta loro provenienti direttamente dalle spiagge di Sakhalin. Non è così semplice dirci di ripassare domani! Fortunatamente. guarnite all’inverosimile. Altre enormi fette di torta. e ovviamente doveva capitare proprio il giorno in cui siamo qui noi. ma nessuno sembra ricordarsi che fino a pochi minuti fa tenevamo in mano dei topi. Riceviamo comunque in regalo un paio di conchiglie piatte. poiché gli uomini in casco e tuta gialla hanno deciso di cominciare l’ispezione proprio da lì. dove una scintillante batteria attrae irresistibilmente la mia attenzione. Non ha tuttavia molto tempo per esibire i suoi numeri musicali: è infatti arrivato un controllo a sorpresa dei pompieri. Chiedere una salvietta o un rubinetto dove lavarsi le mani è imbarazzante. che affondano ripetutamente nella morbida glassa bianca. Non ha l’aria molto felice. Dopo i topi. Magari questi controlli li fanno una volta l’anno. Sembra che la gente rimasta in quella stanza stia aspettando solo che riprendiamo a mangiare per ascoltare poi il nostro giudizio sulla bontà delle torte. tutte adulte. Nikolaj e Anna ci riportano nella stanza iniziale.

Presto mi sento decisamente brillo e inizio a spiccicare qualche parola in più in russo. per un motivo o per l’altro. Mentre la stanza ricomincia a riempirsi di persone. con molta pazienza anche nei confronti di chi non riesce a sciogliere bene tutti i muscoli da subito. presentandocelo come “l’uomo più grosso di Okha”. Non appena pronuncio la frase corrispondente. senza tracce di accento straniero. un maestro di karate (che ci dicono sia stato anche in Italia per un torneo) sta insegnando a dei bambini i movimenti di base. Per stavolta mi sono salvato dalla leptospirosi. almeno spero. Notando che ho ancora fame e che la torta avanzata mi fa gola. Manca solo che ci consegnino le chiavi della città. Ci stanno presentando praticamente tutta la popolazione. due ragazze si stanno continuamente esercitando a cantare una canzone che riguarda l’anno nuovo. Non potendo parlare o dovendomi limitare solo a rispondere dietro traduzione quando mi viene chiesto qualcosa. ormai alle porte. ci raggiunge accompagnato da un omone alto quasi due metri e largo almeno quanto due persone normali. usciamo dall’edificio per assistere al volo di uno degli aeroplani telecomandati. poi prende il telecomando e inizia a dirigerlo in aria con evoluzioni sempre più ardite. Dopo un altro po’ di chiacchiere. delle quali riesco a servirmi prima di iniziare anch’io a mangiare. poiché l’alcool è traditore e non fa percepire correttamente la temperatura esterna. anche se il tentativo è il più maldestro e comico del mondo. ecco apparire magicamente le salviettine umide. Anche scegliendo la fetta più compatta non riesce a evitare di impiastricciarsi le dita e di formare una squisita “torta al topo”. come da perfetta consuetudine russa. appena fuori dalla porta. un coro di complimenti mi assale: sostengono che l’abbia pronunciata come un nativo russo. Nikolaj lancia l’aeroplanino a mano. mi invitano a dire “vorrei dell’altra torta” in russo. Ci copriamo bene. decido di buttarmi sull’eccellente vino che oggi hanno riservato proprio per noi. E così facendo mi guadagno di diritto un’altra fetta di torta. Nikolaj. Quando il coraggioso ha già mangiato più di metà fetta. che era sparito per qualche minuto. Nel frattempo. sorrisi e bicchieri di vino pieni fino all’orlo. sfiorando lampioni e 121 . Dietro di loro. non più aromatizzata al pelo di topo.contentezza. ma che non ho il coraggio di allungare la mano per prendere dell’altra. Nel grande salone principale. l’offerta di bevande prosegue e non accenna a fermarsi. Qualsiasi persona apprezza che uno straniero tenti di parlare la sua lingua. fresco di produzione. non preoccupandomi più di sbagliare o di pronunciare le parole in modo ridicolo. tutti mi incoraggiano a esercitarmi con la lingua.

Siamo sicuri di aver lasciato un ottimo ricordo in questa gente. Dopo aver ringraziato tutti mille volte per l’eccezionale ospitalità. arriva purtroppo l’ora di andarcene. 122 . in assenza di tratti pianeggianti e sgombri dove effettuare un vero atterraggio. Il volteggiare dell’aeroplanino è quasi ipnotico per i miei sensi ottusi dall’alcool. L’effetto dell’alcool non mi ha ancora abbandonato. Non appena tornati in albergo. anche se c’è parsa un’eternità. Nikolaj fa atterrare l’aereo facendolo praticamente schiantare contro un cumulo di neve. A volte perde quasi il controllo. Nikolaj incarica qualcuno di andarlo a recuperare e ci riporta dentro. ma all’ultimo recupera portanza e continua a condurre il mezzo con perizia. constatiamo con sorpresa che siamo rimasti con loro per solamente tre ore.fronde di alberi rinsecchiti. perciò insisto per tornare dentro. Gli auguri per un buon viaggio di ritorno sono immancabili e sinceri. e noto a fatica le poche stelle che brillano nel cielo serale invaso da una persistente nebbiolina. e infatti crollo dal sonno non appena tocco il guanciale. L’aeroplanino sembra tuttavia integro. e so che rimanendo fuori ancora qualche minuto potrei incorrere in spiacevoli effetti. L’alcool non mi permette di avvertire il freddo. così come loro l’hanno lasciato in noi. Ormai è sera inoltrata e la casa dei pionieri sta per chiudere.

la neve non cade più in fiocchi. ma in singoli cristalli. La permanenza a Okha ci ha permesso di riposarci un minimo. Sarebbe un insulto a noi stessi scegliere la via più facile dopo aver fatto tanta fatica per rimanere fedeli al nostro principio. l’impresa stessa richiede sacrifici notevoli. Dobbiamo rifare al contrario la strada in pullman verso Nogliki. alla fermata dell’autobus.Capitolo XXI Mafia russa La nostra visita a Sakhalin è ufficialmente terminata. il mezzo di ritorno non è così scomodo e scassato come il precedente. Li spazziamo via meccanicamente e senza troppa convinzione. Un conto è sapere di dover effettuare il viaggio di ritorno. un conto è effettuarlo per davvero. con la stanchezza accumulata da un mese e più. ma non abbastanza. Il romanticismo dell’impresa passa leggermente in secondo piano quando ci si rende conto che. con l’eccezione delle poche ore passate a Nekrasovka. non cederemo mai. spossati come siamo dall’idea di dover ritornare in Italia in treno. Ci vorranno comunque altre cinque ore per riguadagnare il suolo di Nogliki. Oltre una certa temperatura. La strada che ci aspetta è infatti scoraggiante. La neve non ha mai smesso di cadere dal cielo nel corso di tutta la nostra permanenza a Sakhalin. ma si può addirittura paragonare ad un autobus turistico. prendere il treno a Vànino per la città di Khabarovsk e infine prendere un altro treno per Seryshevo. lasciati sul ciglio della strada in attesa dell’autobus. con tutte le nostre maledette borse. Stamani nevica ancora. il piccolo paese dove degli amici ci stanno aspettando. Ecco perché non prendiamo un volo dall’aeroporto locale. per essere portata a termine. e una volta lì non sappiamo quanto 123 . rifare le venti ore di traversata. Fortunatamente. Dopodiché ci toccherà prendere un altro treno notturno per Juzhno – Sakhalinsk. ed è arrivato il noioso momento di tornare indietro. si riempiono in breve tempo di cristalli di ghiaccio. Ci beccheremo dunque altre due ore di viaggio in una scatola di sardine. I bagagli. poi una volta lì trovare una marshrutka che ci riporti a Kholmsk. Migliaia di chilometri per decine e decine di ore di viaggio. ma siamo ancora qui in mezzo al freddo e al vento. Meglio mettersi comodi e con il cuore in pace. il che significa altre cinque ore di strada sterrata. e se sopravvivremo alla marshrutka dovremo aspettare chissà quante ore per prendere il traghetto. Ma per quanto possa essere tentatore un veloce e indolore ritorno in aereo. Per una volta non abbiamo alcun problema con i bagagli. potendoli posizionare nei numerosi sedili vuoti.

dovremo aspettare prima di trovare un treno che ci porti a Juzhno – Sakhalinsk. Siamo dunque preparati all’eventualità di passare una notte in stazione, esperienza che preferiremmo evitare anche perché non siamo muniti di sacchi a pelo. Ma se non c’è altra possibilità, è sempre meglio dormire in stazione che rimanere all’aria aperta nella gelida notte del nord di Sakhalin. Il viaggio in pullman trascorre in uno stato di trance, favorito dallo spuntare di un fortissimo sole che vince finalmente la neve e il grigiore che aveva attanagliato tutto il viaggio di andata. Non sembrano nemmeno gli stessi luoghi che abbiamo attraversato solo qualche giorno fa. È incredibile come il sole possa cambiare così radicalmente l’aspetto di un paesaggio, di per sé brullo e insipido. La coltre bianca che ricopre alberi e arbusti ora non è più opaca, bensì scintillante; il cielo non è più avvolto in una cappa di morte, ma intensamente colorato e pieno di invisibile forza vitale. In queste condizioni il viaggio trascorre velocemente, e quasi mi dispiace dover scendere, quando l’autobus imbocca la stretta curva in discesa dietro la quale appare la stazione di Nogliki. Non c’è scelta, tuttavia. Dobbiamo ritornare di nuovo allo stato nomade e senza alcuna garanzia. La stazione è piccola, ma conta numerosissimi posti a sedere e anche un chiosco che vende ogni genere di cibaria insana. La biglietteria è però temporaneamente chiusa, così ne approfittiamo per cercare due sedie dove stravaccarci ad aspettare in pace. Ne troviamo un paio in un angolo, posizione dalla quale possiamo tenere sotto controllo tutto ciò che accade nella stazione. Un nugolo di guardie giurate è seduto qualche fila avanti a noi, mentre nella fila immediatamente prossima alla nostra stanno una giovane ragazza in stivali bianchi e un ragazzo sbandato che la corteggia vistosamente. Egli si protende verso di lei, cercando di baciarla sulla guancia, ma la giovane devushka non è il tipo di ragazza che fa tanti complimenti. Al primo accenno di molestie, infatti, si alza e fa per dirigersi al posto di polizia, causando l’immediata fuga del giovane disturbatore. Le persone attorno a lei ridono di gusto, vedendo questo baldanzoso dongiovanni scappare di corsa per non più ritornare. Poco dopo, la biglietteria apre. Non ci sono posti disponibili in platskartnyj e dobbiamo quindi prenotare un kupè, pagando un sacco di soldi poiché la linea che unisce Nogliki alla capitale di Sakhalin è in parte privatizzata. Non c’è da lamentarsi, non c’è da reclamare: o si prende quel treno o si passa una notte in stazione. Meglio pagare, perlomeno trattandosi di un kupè dovrebbe essere tranquillo. Veniamo dunque a sapere che il treno arriverà tra due ore. Ormai, quando scopriamo che mancano due ore all’arrivo di un mezzo, non pensiamo
124

come se fossimo in Italia, ossia che sia un tempo lunghissimo: anzi, siamo felici che il mezzo arriverà così presto. Con l’allenamento si riescono a sopportare bene le ore di attesa in stazione, quando l’ambiente è totalmente privo di stimoli e l’unica compagnia è la propria mente. Non è infatti così facile trovare argomenti di conversazione stimolanti, quando si è presi dall’apatia dell’attesa. Spesso e volentieri ci troviamo a rimanere per lunghe ore in silenzio, ciascuno immerso nelle proprie elucubrazioni mentali, oppure al contrario affondato in una voluta assenza di pensieri. Dopo l’esperienza del Mosca – Tynda abbiamo sempre cercato di viaggiare il più possibile in prima classe, anche se un po’ più costosa, poiché tendenzialmente più tranquilla della carrozza comune. Avere a che fare con al massimo altre due persone e non altre cinquanta riduce di molto i rischi di trovare qualche persona ubriaca, bellicosa o molesta. Ciò non toglie, tuttavia, che anche in prima classe si possano vivere situazioni particolari. Non appena varchiamo la porta del nostro scompartimentino, infatti, un signore pacioso e grassoccio, che se ne sta seduto su uno dei sedili inferiori, ci accoglie subito chiedendoci se vogliamo andare a fumare con lui. Non si presenta nemmeno: esordisce così. Non abbiamo nemmeno sistemato i bagagli sulle cuccette e siamo impegnati come al solito nel difficile compito di passare dal corridoio allo scompartimento senza urtare ovunque con le borse, e già questo ci chiede di fumare. Parla un russo inframmezzato da qualche strampalata parola d’inglese. Non appena capisce che siamo stranieri, ci prende sotto la sua ala protettrice. Asserisce infatti di essere un mafioso importante, uno che in Russia ha amici molto in alto, uno che è temuto perfino dalla polizia. La sua frase preferita è “No problem. Ja Killer. Ja Mafia”, e la ripete spesso, specialmente quando vede un agente di polizia passare nel corridoietto. Dice anche di avere una figlia di quattro mesi e di essere in viaggio per lavoro, anche se quale sia questo lavoro non è dato sapere. Nel kupè c’è solo lui, il quarto posto è vuoto. La sua presenza, tuttavia, basta e avanza. Ora che avremmo più che mai voglia di starcene tranquilli e dormire, doveva capitarci il viaggiatore svalvolato. Non si possono ignorare né tanto meno rifiutare le sue offerte di cibo, che mette in comune con noi in quanto “stranieri da proteggere”. Più volte mi ripete con fare paternalistico “non avere paura” e mi invita a mangiare le sue pietanze. Ma di cosa dovrei avere paura? Che il cibo sia avvelenato, forse? Al massimo ho paura di lui, non certo delle mille cose brutte che potrebbero capitarci in Russia, cose che continua a elencarci asserendo che però “finché c’è lui non ci succederà niente”. Riusciamo a tenerlo buono accettando ciò che ha da
125

offrire, rispondendo sempre affermativamente ad ogni sua asserzione, e per quanto mi riguarda limitandomi a sorridere e scappando nella cuccetta superiore appena mi è possibile. Dopo pochi minuti, però, avverto un impellente stimolo di andare in bagno. La vescica si sveglia sempre nei momenti meno opportuni, è una legge di natura. Peccato che per uscire debba chiedere il permesso all’uomo, che si è piazzato davanti alla porta a sistemare la giacca e non ne vuole sapere di levarsi di mezzo. Chissà cosa sta cercando in quelle tasche, saranno cinque minuti che ci ravana dentro. Quando però capisce che devo uscire dallo scompartimento, si scansa subito, uscendo e lasciandomi la strada libera. Ma non rientra subito nel kupè. Fino a quando io rimango in bagno, lui resta in corridoio a farmi da guardia del corpo, guardando a destra e sinistra con fare minaccioso, proprio come se fosse un buttafuori davanti a una discoteca. Gli manca solo l’auricolare e la mano costantemente saldata all’orecchio. Solo quando rientro nel mio scompartimento rientra anche lui, chiudendo la porticina del kupè con aria soddisfatta. Un’altra sua caratteristica è quella di sparire, a intervalli più o meno regolari. Ogni tanto pianta tutto e se ne va, asserendo che deve andare a fumare. Peccato che puntualmente lasci sigarette e accendino in bella vista sul tavolo. A volte sta via anche per mezz’ora. Cosa diavolo starà combinando? Meglio non chiederselo troppo e cercare di ignorarlo il più possibile. Per me è facile, non parlando russo e standomene rannicchiato come al solito in cima al kupè, ma per Daniele è come al solito praticamente impossibile evitare di “fare amicizia”. Ci viene in mente che ogni tanto potremmo fingere che nessuno di noi due parli russo, ma sarebbe una tattica rischiosa. Per esempio, il provodnik potrebbe comunicare una cosa importante e saremmo costretti a ignorarla, per non destare sospetti nei nostri compagni di viaggio. E poi basterebbe un attimo a tradirsi. Meglio non provarci nemmeno ed essere onesti: se non altro, dicendo la verità si risparmiano sempre un sacco di guai. Dopo che l’uomo è tornato da una delle sue peregrinazioni, arriva il momento fatidico che tutti e due temevamo: l’offerta di alcool. È infatti tornato con una bottiglia di vodka, sicuramente comprata al vagone ristorante, e non manca di offrircene un po’. Si può rifiutare? Se già una persona normale qui lo vede come un mezzo insulto, figuriamoci lui. Partiamo dunque a bere insieme. Stiamo bevendo di continuo, ma non siamo noi a cercare l’alcool, è lui a cercare noi. Pensiamo tuttavia di cavarcela col solito bicchierino, due o tre al massimo, ma c'è sfuggito un particolare: l’uomo è infatti intenzionato a bere tutta la bottiglia. Chissà se l’alcool lo farà rimbambire ancora di più, così finalmente si ficcherà a
126

no? Non si sa mai che queste bevute non abbiano come secondo fine quello di stordirci per poi derubarci. Ma non c’è niente da fare. poi esce dalla carrozza per andare a fumare. finché cominciano a delirare. chiacchierando del più e del meno. I due continuano a bere.letto e la smetterà di coinvolgerci nelle sue storie. Mi sento un po’ in colpa a lasciare sempre la patata bollente al mio compagno. Ma finalmente la fortuna volge in nostro favore: una distinta signora sale ad una fermata e si sistema nel nostro kupè. Il suo cervello non sembra tarato per capire il significato della frase “Solo un pochino”. Approfitto di una delle sue assenze per rintanarmi nuovamente in branda. Non verremo più calcolati fino all’arrivo a destinazione. Il simpatico signore continua a riempirci il bicchierino fino all’orlo. sperando che non arrivino altre offerte di vodka. lo sciamano killer si calma immediatamente e cessa sia di dire baggianate sia di offrire da bere. che continuiamo a ripetergli in tono vagamente supplichevole. oppure se le nuove dosi peggioreranno la situazione. sempre senza le sigarette né l’accendino. non smettiamo più di ridere. Non appena la vede. e la bottiglia di vodka rimarrà bevuta solo per metà. La tattica sembra funzionare: al suo ritorno. 127 . che grazie al suo fisico e alla sua età può reggerla molto meglio di me. poi un membro del KGB e addirittura uno sciamano. visitando anche le altre carrozze. a volte rovesciando generose quantità di vodka sui tappetini e sul sedile. infatti. ridendo a più non posso ad ogni frase pronunciata. ma deve pur esserci qualcuno che rimanga sano e che curi i soldi e gli oggetti preziosi. Improbabile. Non riusciamo a capire. Non so quale santo del cielo devo ringraziare per il fatto che ora la sta offrendo solo a lui. le offerte si rivolgono esclusivamente al mio amico. ma possibile. se il suo strampalato comportamento sia dovuto ad un eccesso di alcool nel sangue oppure se quella sia la sua condizione basale. un paio di volte ce lo vediamo riportare in camera dagli agenti di polizia. Non appena i poliziotti se ne vanno. andando ad occupare l’ultimo posto. Ogni volta che si allontana. Ogni tanto ripete ancora di essere un killer professionista. lui sta buono per dieci secondi e poi riprende a vagare per il corridoio. Addirittura. che evidentemente hanno capito l’antifona e lo invitano ad andarsene a dormire senza disturbare gli altri passeggeri.

ci mettiamo rapidamente il cuore in pace e iniziamo ad aspettare le nostre ore. È meglio prenotarli subito. Tutto ciò che facciamo sa di già visto. Dopo aver comprato il biglietto. individuiamo immediatamente una marshrutka libera. Le consuete due ore di viaggio passano nella noia. con costi altissimi.Capitolo XXII Nove bagagli per me posson bastare Al mattino arriviamo in perfetto orario nella già conosciuta piazza di Juzhno – Sakhalinsk. Disastro. dunque altri costi. ma non più nella sofferenza fisica. 128 . nonché pernottare in un albergo. Se si vuole tornare sempre per via terrestre. non c’è altro modo che ripercorrere a ritroso l’unica via di comunicazione esistente. Ritrovarla qui dopo quasi due settimane era ben difficile. Una volta sbrigate le formalità. che ci permetterà di vedere anche una parte di Russia europea mai battuta da nessuno dei due. Ritardare di un giorno significherebbe dover prenotare almeno due treni separati. Sarebbe inutile prendersela contro il destino o contro i russi che fanno partire il traghetto solo una volta al giorno. Una delle persone con cui avevo parlato proprio qui a Kholmsk al momento del nostro sbarco a Sakhalin si sta dirigendo ora verso di me. La sosta nella capitale è interlocutoria: compriamo solo un po’ di cibo e cambiamo dei soldi. Optiamo dunque per questo percorso alternativo. anche se poi per raggiungere l’Ucraina e ripercorrere l’Europa fino a casa nostra dovremo arrangiarci. che parte sempre e solo la sera. e inoltre sarebbe difficile programmare un ritorno in modo da arrivare a Mosca esattamente il giorno in cui parte il treno per Venezia. capita ancora qualcosa di sorprendente. La scelta di passare da Rostov è dettata da vari fattori: il percorso è complessivamente più breve. L’operazione va in porto: ci garantiamo l’arrivo fino a Rostov. guadagnandoci il posto quando è ancora vuota e sistemando comodamente i bagagli. tuttavia. Sapevamo a cosa saremmo andati incontro con questo viaggio e abbiamo implicitamente accettato tutti i suoi numerosi e inevitabili contrattempi. A Kholmsk facciamo un’altra esaltante scoperta: dovremo aspettare otto ore prima che arrivi il traghetto. poiché dobbiamo rifare il percorso al contrario: la costa russa corrispondente al nord di Sakhalin è disabitata e non c’è modo di raggiungerla. viste le scarse probabilità di aggiudicarsi un posto su un treno a lunga percorrenza in periodo di feste. quando proprio ci stiamo per addormentare seduti. poiché non c’è modo di prenotare da qui i biglietti per l’oltre confine. Ma ecco che. compriamo anche tutti i biglietti possibili per il viaggio di ritorno. In stazione.

ma si comporta come se già lo conoscesse. piuttosto infreddoliti dalla mancanza di riscaldamento della stazione. Entrambi si comportano in modo ambiguo. Quando il ragazzo se ne va rimaniamo di nuovo da soli. Poco distante appare una pizzeria. non mancano in nessuna stazione russa. poi quando la donna apre la porta per uscire lui entra. che pare indecisa su come comportarsi. Fortunatamente. Osservando i due con la coda dell’occhio. quando calano le luci e la stazione inizia a riempirsi sempre di più di persone che aspettano di tornare sul continente. sembrano delle gigantesche case per le bambole. ma non fa niente. Presto il ragazzo si mette a parlare con il mio compagno di viaggio. Rimango ad osservarli incuriosito fino a quando la commessa spegne definitivamente le luci del 129 . Lei non gli concede molta corda e pare molto infastidita dalla sua presenza. Li avevamo notati a malapena nel momento dell’arrivo a Sakhalin. Ho dunque la possibilità di parlare un po’ con lui in inglese per sgranchirmi la lingua. che ci riempie lo stomaco fino a sera. poi si sposta. cominciamo a vagare per la città in cerca di un posto dove mangiare qualcosa. Questi cubi di vetro interlacciato di alluminio fanno quasi ridere.anche se non impossibile. in russo. un uomo sembra intenzionato a entrare a tutti i costi nel gabbiotto. Tra poco il suo turno sarà finito e dovrà per forza aprire la porticina laterale per uscire. i russi di Kholmsk sanno cucinare una pizza decente. mentre invece il continente è sicuro e accogliente. Dei bugigattoli rettangolari. posto sulla faccia frontale del container: per il resto non c’è alcun accesso praticabile. ma la pigrizia e la paura di perdere il posto ci tengono incollati ai sedili per diverse ore. Sappiamo bene che muovendoci ci riscalderemmo. dopo l’indicibile orrore che ci hanno servito a Vànino? Tutto sommato sì: la bontà del cibo è in gran parte dipendente da quanta fame si ha. non riesco a capire se l’uomo conosca la donna o se stia cercando di importunarla in qualche modo. tra la preoccupata disapprovazione della commessa. Quando però la fame si fa sentire e i dolori al posteriore iniziano a diventare insopportabili per via della troppa immobilità sulle sedie metalliche. Sembriamo tutti dei fuggiaschi che vogliono togliersi il più velocemente possibile da un’isola precaria e sul punto di esplodere. Lui si piazza davanti all’uscita. Vale la pena di provarla. ma ora che non abbiamo nulla da fare possiamo passare un po’ il tempo osservandoli bene. anche se sono piuttosto stanco e non ho molta voglia di fare conversazione. Anche qui a Kholmsk ce ne sono un paio. Il viso della commessa spunta solo attraverso un minuscolo oblò quadrato. Nonostante ciò. e la mia attenzione rimane rivolta unicamente ad un barbone che sta cercando di sistemarsi in una nicchia della parete. che vendono gli oggetti più disparati.

l’uomo spiega che deve portare questi bagagli da Sakhalin all’Ucraina. quando di solito facciamo il contrario. tra l’altro. un uomo di nome Ivan. poiché ne passa solo uno al giorno e si può prendere solo quello. Una volta arrivati in cabina. senza nessuno che l’aiuti e spostandosi esclusivamente in treno. sono costretto a posarlo più volte per terra. scopriamo cosa sono: attrezzi da muratore. È probabile che l’uomo fosse solo un barbone ubriaco in cerca di spiccioli. come ce ne sono tanti in giro per le stazioni russe. e mi accorgo del disguido solo quando è troppo tardi. Questa volta. che hanno il potere di creare problemi praticamente ovunque. La pesantissima cassettina che ho portato è invece una batteria. dagli enormi occhi azzurri e dalla camminata incerta. Chissà perché l’ha chiesto proprio ai due passeggeri più oberati. non mangerò o elemosinerò qualcosa al mio amico. il pavimento lievemente obliquo e lo spazio ridottissimo ci costringono ancora una volta a improbabili acrobazie con i bagagli. Chissà cosa si sono detti dietro quel vetro.negozietto di cianfrusaglie e l’uomo si allontana in direzione opposta. ma solo temporaneamente: lo ritroveremo sul treno che ci aspetta a Vànino. Sta facendo un viaggio quasi uguale al nostro. scuro in volto. ma si sta portando appresso la bellezza di nove bagagli. Quando finalmente l’uomo ha compiuto tutti i viaggi necessari a portare i suoi nove bagagli davanti alla nave. ci chiede aiuto per portare alcuni bagagli. peccando di ottimismo. mi sfugge il dettaglio che oltre alla ricevuta devo prendere anche un buono pasto. la pago: non capendo il russo. perciò saremo ancora una volta da soli. La nostra cabina è molto più piccola della precedente e conta solo un letto a castello. prima che mi cada improvvisamente di mano e si rompa. Mentre fatichiamo per stare al passo con gli altri. Improvvisamente. Nel breve lasso di tempo che intercorre tra l’arrivo sul molo e l’apertura della nave. Questo signore. Percorrendo la rampa sopraelevata che porta alla nave. Ovviamente. è evidente che ha una gamba finta. causa mancanza di soldi per l’aereo. Mentre chiacchieriamo. che mi servirà l’indomani per mangiare gratis sulla nave. decido di precedere il mio compagno e consegno per primo il mio passaporto alla bigliettaia. alcune transenne vengono rimosse da una scala e un fiume di persone subito ci si riversa. Il bagaglio che ho scelto a caso tra i nove è tremendamente pesante. poiché zoppica in modo inconfondibile. Sarà attorno ai trenta chili e riesco a stento a tenerlo in mano. 130 . perdiamo di vista Ivan. ed è solo. Tuttavia. Pazienza. non ha solo un paio di borse. Non facciamo fatica a capire che dobbiamo imitarli. arriva il momento di salire sulla nave. Inoltre. Non si capisce di cosa si tratti: tutti e nove gli oggetti sono avvolti in carta marrone da pacchi oppure in tela di juta.

e inoltre sbatte ad ogni movimento della nave. Nonostante i disagi. l’aria diventa torrida e secchissima. oppure noi ora siamo particolarmente sfortunati. Un’altra impresa titanica: dato che il calore tende ad accumularsi tutto in alto.Capitolo XXIII La cabina degli orrori Ferdinando Magellano chiamò così l’oceano Pacifico perché fu impressionato dalla calma delle sue acque. giusto per vedere se almeno in quel caso si riscuoterebbe dalla sua indolenza. costringendoci a stare fermi in branda per non essere presi dalla nausea. non viene nemmeno a vedere cosa succede. Mentre sto per sentirmi male. Mi ero appena messo gli auricolari per ascoltare un po’ di musica. L’inserviente si limita ad alzare le spalle e a rispondere che il riscaldamento è così e non si può fare niente. mostrando il più totale disinteresse. Già dai primi minuti di traversata è chiaro che il tridente di Poseidone è puntato contro di noi. ma sono costretto a toglierli poiché non riesco a sentire nulla. l’ambiente della cuccetta superiore (come al solito la mia) è semplicemente invivibile. L’insopportabile baccano si avverte chiaramente anche dall’esterno. ma per quanto ci sforziamo di girare la manopola l’infernale aggeggio non si spegne né riduce il suo flusso: tutto ciò che possiamo fare è tenerlo così oppure aumentarlo. facendo un chiasso infernale. L’unico modo di sfuggire alla morsa del caldo. Nonostante la nostra cabina sia la più vicina in assoluto alla sua postazione. Sembra quasi che ci abbiano predisposto la “cabina stranieri”. Daniele mi cede eroicamente il suo posto e si mette a dormire per terra. stendendo la branda nel poco spazio disponibile sul pavimento. In pochissimo tempo. il bocchettone che sta sopra le nostre teste parte improvvisamente a sbuffare aria caldissima. Ancora una volta. ai posti inferiori il calore non è infatti 131 . Non possiamo nemmeno tenere la porta aperta per far uscire il calore. La nave rolla e beccheggia senza tregua. Ma i problemi non finiscono qui. Vorrei mettere sua madre nella nostra cabina. Non c’è nemmeno un modo di bloccarla. I casi sono due: o è stato particolarmente fortunato. Dopo dieci minuti dal varo della nave. mentre non è così per tutte le altre cabine del nostro piano. proviamo almeno a dormire. poiché si apre verso l’esterno e intralcia il passaggio. in un rumore fortissimo e ossessivo. La beffa è che la nostra è l’unica cabina con questo problema. dobbiamo arrangiarci. Giusto per dare un’idea del frastuono. Si sa che quando le cose vanno male possono sempre peggiorare ulteriormente. Ridotti alla disperazione. Grazie mille.

Oltretutto. Recupero comunque le forze sufficienti per avventurarmi fuori dalla cabina e per sedermi su una delle panche esterne. Nessuno dei due si sogna lontanamente di salire in coperta per mangiare. non possiamo fare altro che rimanere a fissare il soffitto. Finalmente calpestiamo di nuovo la terraferma. ma mancano ancora più di sei ore all’arrivo. quando con nostra immensa gioia arriva l’ora di scendere da quest'inferno semovente. stavolta non possiamo contare su un provvidenziale taxi. unica nostra provvista liquida. e poi un altro ancora. l’immensità russa. Con una lentezza veramente esasperante. È tarda sera e non c’è alcun mezzo nei pressi del molo. I problemi non sono però finiti: rimane da tornare alla stazione ferroviaria di Vànino. non mi sarebbe servito proprio a nulla. è impossibile trattenere un enorme sospiro di sollievo. ma la mattina le cose iniziano ad andare veramente male. Sudando in modo indegno per il caldo e per la nausea. per non fare la stessa fine. Mi tocca subire di più la nausea. Vado avanti a entrare e uscire dalla cabina fino a sera. il mare si calma leggermente. Il dio del mare è sempre più arrabbiato e oggi scuote la nave con ritmica violenza. con tutto l’armamentario che ci tiriamo 132 . poi cercare un treno. e poi un altro treno.insopportabile e riusciamo comunque a scivolare nel sonno. ma anche stavolta ce l’abbiamo fatta. perché non appena ci mettiamo in piedi ci assale immediatamente una forte nausea che ci costringe a rimetterci sdraiati. Io non ci provo nemmeno. L’attesa è parsa interminabile. dobbiamo aspettare che il solito pulmino venga a recuperarci. Ovviamente. come fossimo dei container merci. Purtroppo. Possiamo respirare un po’ più liberamente. mentre il riscaldamento non ha accennato a diminuire per tutta la notte ed è ancora lì a sputare fiumi di fuoco gassoso. Daniele prova a bere un sorso della bevanda al gusto d’uva. peggio che dopo una sbornia. Mi chiedo come abbiamo potuto dormire con un tale fracasso. Se non altro posso consolarmi di aver perso il buono pasto. Dopo qualche ora passata immobili e tramortiti dalla nausea. e lo vomita immediatamente nel lavandino. ma ci vorranno almeno tre viaggi prima che riusciamo a raggiungere tutti la stazione. Il pulmino è già fermo davanti alla nave ad aspettare i passeggeri. Non possiamo nemmeno uscire dalla cabina a prendere un po’ d’aria fresca. il caldo infame ci ha fatto svegliare con un orribile senso di pesantezza alla testa. Quando sentiamo i suoi motori spegnersi definitivamente. il traghetto si ferma infine al molo di Vànino. ma almeno l’aria qui è respirabile. Il sollievo però è soltanto momentaneo: ora che siamo stati scaricati fuori dalla nave in fretta e furia. dalla cui superficie ora non ci allontaneremo più.

non è difficile essere solidali l'uno con l'altro in queste condizioni. anche se non si conosce il russo. Basta sapere come si dice “freddo”. che pare resistere stoicamente anche girato controvento. non proviamo nemmeno a prendere posto sul primo giro. Possibile che non ci fosse posto per far stare due persone in più? Malinconicamente. 133 . In queste situazioni è meglio sviluppare una calma buddhista: agitarsi e prendere rabbia non farebbe altro che rendere più pesante una situazione già non propriamente rosea. quando lo spazio a disposizione sarà sicuramente maggiore e i bagagli entreranno con più facilità. con tutta la gente che spinge ed è pronta a uccidere pur di guadagnarsi un posto a sedere. Solo due uomini. in questo spiazzo vuoto illuminato solo da alcuni lampioni. Non c’è nemmeno un posto dietro il quale ripararsi. si vedono rifiutare il posto quando ormai sono ad un passo dalla salvezza. Ormai è un po’ che sono qui e un po’ di parole le ho imparate. socializzo un po’ con lui: del resto. preferendo aspettare insieme a chi non mostra di avere troppa fretta e si è spontaneamente messo da parte. I vestiti che ho addosso non sono pesanti. Dopo una ventina di minuti. Tutto ciò che si può fare è girarsi per non farsi investire dalle raffiche in piena faccia. i due ritornano vicino al gruppo degli irriducibili superstiti e si imbronciano ad aspettare il terzo giro. Del gruppetto che si è accalcato sul pulmino riescono a salire quasi tutti. lo sgangherato autobus fa ritorno per caricare la seconda ondata di passeggeri. Non riusciremmo mai ad accaparrarci due sedili. almeno quel tanto che basta per instaurare una rudimentalissima conversazione. dall’aria visibilmente scornata. Anche stavolta lasciamo perdere l’impossibile impresa di insinuarci in mezzo a quella ressa e ci riserviamo l’ultima corsa. Per ingannare il tempo. “umidità” e “vento” e il discorso è bello che fatto.dietro. Saltellando di continuo per cercare di riportare i piedi in temperatura. noto l’uomo dei nove bagagli. e dopo qualche minuto di immobilità inizio già a soffrire per il forte vento che spira dal mare.

Tanto varrebbe fare subito testamento. Il caldo dei loro motori è purtroppo insufficiente per essere usato come stufa improvvisata. Uno dopo l'altro i camion si accodano disordinatamente. ed è proprio quel genere di freddo che non c’è verso di sconfiggere se non entrando in un ambiente riscaldato. In fondo. Ci sarà da fidarsi? Me lo auguro vivamente. per raggiungere la nave. coprendo del tutto la vista della baia e della città. ora chiuso da sbarre. poiché i bestioni in manovra non fanno tanti complimenti e di certo non stanno attenti ai pedoni. Probabilmente nemmeno ci vedono. Il freddo intanto aumenta. il paese 134 .Capitolo XXIV Bivacco in stazione Poco dopo che il pulmino è ripartito ed è stato inghiottito dalla buia insenatura di Vànino. Fortunatamente. ci salta in mente l’idea di chiedere un passaggio ad uno di loro. meglio prenderla con filosofia anche se in certe condizioni non è una cosa esattamente facile. A causa di quest’intasamento di veicoli dobbiamo spostarci sempre di più verso la periferia del molo. ed è inutile tentare di starci vicino per scaldarsi. di fretta e quasi al buio. mentre un lentissimo treno merci si muove a pochi chilometri all’ora sulle rotaie. affermando che l’autista ha assicurato che tornerà a prendere anche noi. Ormai però siamo rimasti in non più di dieci ad aspettare e non può non insinuarsi il dubbio di essere troppo pochi per essere degni di un terzo giro. È proprio di fianco a quel passaggio che avevamo camminato. Si congelino pure i piedi. e dobbiamo essere noi a rimanere vigili per non farci schiacciare. Ormai il molo è completamente pieno di camion. non ho voglia di ballare per un’altra mezz’ora o forse più. noi dobbiamo arrivare a Khabarovsk e poi prendere la Transiberiana per Seryshevo. per quanto ci si possa coprire di vestiti più pesanti. Visto che i camionisti sono ancora bloccati. in queste condizioni. iniziano a scendere dalla nave tantissimi camion che si accodano per passare oltre il vicino passaggio a livello. ma il treno merci non accenna ad aumentare la sua velocità. i due uomini che non sono riusciti a salire sul pulmino ci tranquillizzano. Ormai non saltello più. Chissà quanto dovremo aspettare per vedere il pulmino tornare indietro a prendere gli ultimi superstiti del traghetto. ritardando notevolmente l’apertura delle sbarre. poiché non riusciremmo mai a tornare alla stazione ferroviaria a piedi. La tattica dell’attesa buddhista tutto sommato funziona. Anche coprirsi con più vestiti servirebbe solo relativamente: dopo un’esposizione prolungata a basse temperature non si riesce più a scaldarsi.

cioè piccoli alloggi che costano pochissimo e servono ai viaggiatori stanchi per riprendersi dopo un viaggio massacrante. come potevamo aspettarci. Basta stringere un po’ i denti. Sembra un’idea ottima. Dopo dieci minuti di strada buissima. il pulmino ci scarica davanti alla stazione di Vànino. nessun camionista è diretto a Khabarovsk. è finalmente il nostro turno di salire. Tecnicamente noi lo siamo. alle dieci di 135 . o per fortuna. Tuttavia. Abbiamo fatto bene ad aspettare. Dunque. se mi fanno male e formicolano significa che non sono ancora in procinto di congelare. ma non appena scoperti gli esorbitanti prezzi preferiamo rintanarci in stazione e aspettare il treno. Siamo dunque abbandonati e dipendenti esclusivamente da quel macinino. essendo arrivati in stazione così tardi. dunque nessun problema. Non c’è riscaldamento su questo trabiccolo. e ovviamente nessun giaciglio dove dormire. Quando infine si posiziona di traverso e apre le porte. La calma buddhista è passata: ora che lo vedo avvicinarsi mi sale di nuovo l’impazienza e lo insulto per la pacata lentezza con la quale percorre le curve. Ci abbiamo provato in ogni modo. non più di una decina. dove alcuni tassisti stanno gridando i nomi delle città di Khabarovsk e Konsomolsk na-Amure. soprattutto dopo il viaggio in nave che si sono sobbarcati. poiché nelle stazioni russe sono generalmente presenti delle “camere di riposo”. perché non prenderne una subito? Il problema è che queste camere sono pochissime. Le dita dei piedi mi fanno malissimo. e anzi sembra proprio che stiano tutti per andare a dormire in un parcheggio vicino. ma non siamo riusciti a evitare di dover passare la notte in stazione. forse non è la cosa più sicura del mondo chiedere un passaggio ad un camionista russo probabilmente pieno di vodka. Nulla da mangiare. stiamo comunque stretti. Sembra proprio che non abbia alcuna fretta di venirci a prendere. Certo.dove abitano i nostri amici. ma nella concitazione del momento ci appare la soluzione migliore e ci buttiamo nella ricerca. non partirà prima di domani alle cinque di pomeriggio. che si spera vivamente tornerà a prenderci tra poco. Un’ora dopo aver messo piede a terra. il quale. e se togliessi le calze ora mi spaventerei per il colorito bianco latte che hanno sicuramente assunto. anche se ciò ha significato un’ora di freddo gratuito: pur pochi che siamo. sperando che qualcuno sia interessato ad andarci. solo la semivuota bottiglia di succo d’uva da bere. Dovevamo immaginarlo che prima di mettersi in viaggio per altre migliaia di chilometri avrebbero dormito. tutti si precipitano verso l’entrata. Purtroppo. Quest’ultimo problema potrebbe essere risolto. Che differenza fa il mezzo utilizzato per raggiungere Khabarovsk? Basta arrivarci. Finalmente il pulmino riappare in lontananza.

Lo zaino di Alexander è alto quanto lui e a detta sua pesa ben venticinque chili. vale a dire spostandosi via terra e scegliendo sempre le soluzioni più economiche e “alla buona”. Non siamo però soli: a farci compagnia c’è Ivan. che oltre a sferragliare insieme sono anche legati sentimentalmente. tentando di dormire. nonostante la donna non sia certo erculea. che già mi pareva grosso e pesante. che seppur appena tiepido è comunque sufficiente a garantirgli un minimo di calore per la notte. hanno un terzo zaino. Pur interessanti che siano. non c’è alcun posto in questa stazione dove ci si possa sdraiare degnamente. dato che portano i pantaloni mimetici. Inoltre. supera in grandezza il mio.sera. I due hanno un corredo di bagagli che fa impallidire il nostro. poiché le sedie sono tutte divise da braccioli. Chi vuole dormire per davvero deve sdraiarsi per terra. ma questo vestiario è comune in Russia anche tra i civili. mentre quello di Natasha è di poco più piccolo e più leggero. Vicino a noi si sistema anche una coppia di viaggiatori moscoviti. Si chiamano Alexander e Natasha. Vivono a Mosca. Devo improvvisarmi contorsionista per trovare una posizione comoda. Il soffitto è troppo alto per permettere al locale di scaldarsi efficacemente. Inizialmente li avevo scambiati per militari. Purtroppo. è praticamente impossibile trovare un posto libero. che è ben felice di trangugiare qualche sorso della nostra bevanda. è insolita. La storia di questi simpatici e cortesi viaggiatori. fino a formare un informe mucchio umano. come sta facendo un gruppo di persone che in un angolo della stazione ha ammassato una quantità impressionante di bagagli. che già da un po’ avevamo notato aggirarsi per la nave e sul molo. come noi. Ora stanno tornando da un viaggio di un mese e mezzo dedicato a Sakhalin. Chi è lontano dai caloriferi. ma ogni volta che possono viaggiano lungo tutta la Russia. mentre io dopo un po’ perdo interesse e desisto. 136 . Un ragazzo particolarmente furbo si è sistemato con la sua valigia – materasso proprio davanti ad un calorifero. solo Daniele riesce a resistere e a guardarle tutte. usandoli come materassi e sdraiandocisi sopra nelle posizioni più disparate. aspettando semplicemente che la luce del giorno faccia capolino dalle enormi finestre. che come al solito è introvabile per chiunque la ricerchi. Per almeno un’ora e mezza ci mostrano tutte le fotografie che hanno fatto. deve invece vestirsi con tutti i vestiti che ha a disposizione. l’uomo dei nove bagagli. più o meno nelle modalità che stiamo usando anche noi ora. Ci troviamo dunque dei posti a sedere. il più possibile riparati. Chi è arrivato qua per primo sarà andato immediatamente a prenotare una stanza non appena arrivato alla stazione. e per giunta ultimi tra gli ex passeggeri del traghetto. e ci cementiamo su di essi. che pur essendo ancora più piccolo.

infatti. Avessi ora a disposizione un bel piatto di pastasciutta con pomodoro e basilico…ma mi devo accontentare di un po’ di saccarosio. Dopo una mezz’ora. poiché su di me il caffè sembra non avere alcun effetto. ma pazienza. Ivan. Il pane è obiettivamente disgustoso. Quasi subito corrono in nostro aiuto tutti e tre i nostri amici. Uso i bagagli per costruirmi un qualche genere di cuscino più una barricata attorno al corpo. Non si può ovviamente accendere fuochi di alcun genere all’interno delle stazioni. non mettono niente sotto i denti da un bel po’. Daniele decide di avventurarsi fuori a comprare del cibo. resiste stoicamente rifiutando le offerte di cibo. formaggio spalmabile e una bottiglia d’acqua. infatti. si informano presso Daniele dell’ubicazione del negozietto ed escono anche loro immediatamente a comprarsi qualcosa da mangiare. Grazie ai loro regalini. che non guasta mai quando si passa la notte in un’affollata stazione russa popolata da individui di ogni genere. una bevanda gustosa e bollente scalda le nostre viscere. Mi sporcherò.Ho anche una fame selvaggia che non mi dà tregua. Evidentemente. i quali. Dopo non molto anche Daniele cede le armi e si sdraia per terra. riusciamo a riposare quel tanto che basta per recuperare un po’ di forze 137 . Non dispera di trovarlo: nelle città russe. rianimati dalle nostre offerte di cibo. Dopo una mezz’oretta. concedendoci una tregua dal freddo. Dopo un po’. Dopo il caffè smetto di cercare una posizione per dormire sulle scomodissime sedie e mi sdraio per terra contro un muro. ma adesso si sono trasformate in una preziosa fonte di energia. uniche provviste che ci sono rimaste. La pensano così anche Alexander e Natasha. Dopo pochi minuti. sono già sudicio e un po’ di polvere in più non cambierà di molto la situazione. e cerco di resistere il più possibile ingurgitando le zollette di zucchero. dove sa che nessuno andrà a cercarla. Natasha si allontana per qualche minuto per preparare il caffè con il suo fornelletto da campo. ma lei si rintana a cucinarlo nell’angolo più remoto della stazione. offrendoci delle coperte per ammorbidire il duro pavimento e per non sporcarci troppo. anche se ciò significa dover vagare a lungo per le strade della città in cerca di un baracchino aperto. il nostro eroe è di ritorno con un sacchetto contenente pane a cassetta. invece. ma con la fame che abbiamo non c’è nulla che non sia delizioso. che spero mi tenga in piedi ancora per un po’. c’è sempre qualche negozietto di alimentari aperto anche in ora molto tarda. così da isolarmi il più possibile dal freddo e da garantirmi anche un po’ di privacy. anche se non dice mai di no ad un sorso della bevanda all’uva che ancora c'è rimasta. estremamente umido e infido. Normalmente servono soltanto per dolcificare il caffè dopo un lauto pranzo. Non ho paura di rimanere sveglio a causa della caffeina.

Il primo è il 138 . ma per uno straniero? Ora abbiamo due problemi da risolvere se vogliamo prendere quel treno. però. infatti. vista la scarsissima quantità e qualità del sonno di stanotte. perfettamente pulito e tirato a lucido. Quel treno. e purtroppo non è un imprevisto positivo. e soprattutto per i colpi di freddo che abbiamo preso andando a urinare sulla neve (i bagni di notte sono chiusi). trascorrono lentamente le ore della mattinata. oggi fa un freddo cane. In stazione. anche solo per come siamo vestiti.per la giornata di domani. meglio non tergiversare. Fuori imperversa una tormenta: ogni tanto gli ululati del vento ci svegliano dai nostri deboli sogni. Ancora ore da aspettare. ci spinge di nuovo a girovagare per la città cercando qualcosa per calmare lo stomaco. fedele compagna. per poi calmarsi e lasciarci sprofondare in un continuo dormiveglia. Sembra che questo viaggio sia fatto per la maggior parte da tempi morti e momenti vuoti. Purtroppo. la salute generale di entrambi è buona. Probabilmente sì. In una condizione di apatia completa. Due individui così malridotti e trasandati come noi stridono in maniera fin troppo forte con il tono del locale. La cassa è ancora chiusa. transiterà per un breve tratto nel Kazakistan. Chissà se si ricordano di noi. Presi dalla noia. ma già tre ore prima che apra si è formata la fila. ancora sterile attesa. e osservando il biglietto per Rostov ci accorgiamo di una strana postilla segnalata sul biglietto stesso. Il nostro apparato digerente soffre per la mancanza di cibo sostanzioso. Complice anche la tormenta di neve di stanotte. Com’è che quando ce l’hanno venduto non ci ha detto niente nessuno? Eppure avranno certamente visto i nostri passaporti stranieri. così come gli atomi sono formati per la quasi totalità da spazio vuoto nonostante l’apparente “pienezza” degli oggetti. Difficile passare inosservati per ben due volte. essendo il Kazakistan parte dell’ex Unione Sovietica. Tutto sommato. un piccolo imprevisto ci riscuote dall’apatia. dobbiamo aspettare ancora fino a pomeriggio inoltrato prima di veder arrivare un treno che possa portarci via da questo posto maledetto. serviti dalle stesse cameriere dell’altra volta. spulciamo i biglietti dei treni che abbiamo acquistato a Juzhno – Sakhalinsk. Ora non dobbiamo fare altro che assicurarci un posto nella coda per i biglietti. il che significa portarsi avanti con ore di anticipo. nel quale non abbiamo mai fatto altro che aspettare per ore e ore. finché a mezzogiorno il richiamo della fame. Non c’è altra scelta soddisfacente che prendere la stessa pizza nello stesso ristorante che avevamo scelto prima di partire per Sakhalin. La mattina siamo per forza di cose stanchi morti. Per un russo non è un problema. Ormai odio questa stazione.

ma fortunatamente il nostro è di tipologia “business”. è quasi certo che serva almeno un visto di transito. Restituiamo dunque il biglietto. in modo da non abbandonare mai la Russia. pagando trecento euro o più. la quale afferma che possiamo comunque prendere quel treno. dunque il primo problema è risolto. Ci metteremo più tempo. la quale sostiene che non dovremmo avere problemi con il solo passaporto. dovremmo scendere dal treno al confine oppure comprare il visto dai militari di frontiera. Casomai ci provassimo. ma almeno potremo stare sicuri che non verremo bloccati al confine. nonostante sul biglietto ci sia scritto il contrario. Interpelliamo la bigliettaia di Vànino. Meglio di no. tanto meno un biglietto ferroviario! 139 . mai dare niente per scontato. facendocelo rimborsare per intero. Non sarebbe un’esperienza piacevole. usando un unico visto.fatto che dovremmo entrare in Russia per due volte. Chi meglio di lui può essere competente per risolvere un problema di visti? Gli telefoniamo immediatamente. Ma soprattutto. tra tutte queste risposte contrastanti? In un lampo di genio ci ricordiamo del nostro conoscente che vive a Mosca e ci ha spedito il visto. In ogni caso abbiamo imparato che non è bene fidarsi della prima risposta che si riceve. che è ben più grave: non possediamo infatti alcun visto per il Kazakistan. ma se abbiamo dubbi possiamo chiamare un numero e chiedere conferma. Di chi fidarsi. Rimane però il secondo. Normalmente il visto permette un solo ingresso. La prima volta siamo entrati dall’Ucraina. dopo aver percorso il breve tratto estero. spenderemo più soldi. Non ci rimane altra soluzione che spezzare il viaggio fino a Rostov in due tratte diverse. Telefoniamo anche all’ambasciata italiana in Kazakistan. e la seconda dovremmo rientrare in Russia dal Kazakistan. La sua risposta non lascia spazio a dubbi: per il Kazakistan serve il visto di transito e non dobbiamo nemmeno sognarci di salire su quel treno se non ne abbiamo uno. È sempre meglio dar retta prima di tutto al proprio buon senso. ma a volte nemmeno della seconda o della terza. Anche se si tratta di poche ore di attraversamento. e questo tipo di visto concede automaticamente un minimo di due ingressi in Russia. La persona che risponde alla chiamata ci dice invece che quel treno non passa nemmeno dal Kazakistan.

Capitolo XXV Un incontro troppo ravvicinato Giunte faticosamente le cinque del pomeriggio. che sarebbe la terza classe. cosa farebbe se fosse da solo. poiché sono pochi e vanno subito a ruba. di Daniele. che vanno dai duecento grammi ai trenta chili. Sul vagone obsche non ci sono posti numerati. Il nostro vagone. inoltre. il treno arriva con la solita puntualità. dunque dobbiamo camminare più di tutti. borse alla mano. Come rifiutarsi di aiutarlo? Ormai è nostro amico. il problema è presto risolto. I treni russi sono sempre in orario. si è fermato dove c’è una piccola interruzione della banchina. e il suo supplemento è la costante presenza di gente ubriaca. se sono in anticipo gli basta rallentare o prolungare le soste. Allo stesso modo. il vagone è come al solito l’ultimo. Mi chiedo. cosicché dobbiamo praticamente inseguirlo per centinaia di metri. per potersi sdraiare o per posizionarvi i propri bagagli. Il treno si ferma molto indietro rispetto alla stazione. avremmo avuto problemi da risolvere a non finire. Chi vuole conquistarne uno. La sistemazione sul nostro platskartnyj è difficile e laboriosa. nonostante il prezzo sia estremamente vantaggioso. così da vendere più biglietti possibili e sfruttare tutto lo spazio disponibile. E non solo le nostre: ancora una volta Ivan ha bisogno di aiuto con i suoi magnifici nove pacchi. Pieni di bagagli come siamo. di Alexander e di Natasha. Con l’aiuto mio. anche i più malandati e periferici. tuttavia. Un capolavoro di 140 . invece. mentre Alexander e Natasha hanno scelto la sistemazione obsche. ma ogni sedile è calcolato per tre persone. senza contare il fatto che non avremmo praticamente mai dormito. accorciando le soste o aumentando la velocità. infatti. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui non abbiamo mai scelto di viaggiare in questa sistemazione. poiché è una sistemazione molto scomoda. Esteticamente è identico ad un platskartnyj. I posti superiori sono dunque oggetto di contese furibonde. deve prepararsi ad una lotta sanguinosa. Ivan ha prenotato il posto nella nostra stessa carrozza. Ed è logico: percorrono tratte talmente lunghe e piene di fermate che c’è sempre il modo di recuperare i ritardi. ancora più scadente di un platskartnyj. Tanto per cominciare. Il vagone obsche esiste solo sulle tratte medio – brevi. così che esattamente davanti alla porta non c’è un posto dove poggiare i piedi. Chi avrebbe esitato a rubare il posto a due stranieri in difficoltà? E chi avrebbe preso le loro difese? Forse nemmeno il provodnik. o meglio ci sono ma non sono mai presi sul serio: l’unica regola è l’anarchia.

tuttavia. Per concludere la trilogia. 141 . ma non ho molta voglia di mangiare e accetto le offerte solo per non contrariarlo.precisione. Ivan è molto gentile a offrirci il cibo e le bevande che ha comprato oggi a Vànino. un individuo evidentemente alterato non fa che gridare. per quel che mi riguarda. nonostante Daniele mi consigli vivamente di recarmi al bagno opposto. e il bagno è proprio lì di fianco. che per fortuna lo concedono senza lamentarsi. proprio mentre il treno parte e lascia alle spalle con soddisfazione l’anonima Vànino. Ivan si mette a sistemare uno per uno tutti i suoi oggetti nei punti più disparati del vagone. controllo la parte di vagone dove prima stava l’uomo urlante: sembra completamente vuota. ma grazie all’ennesimo santo del cielo saliamo senza farci male. Prima di scendere. Dobbiamo ancora una volta chiedere in affitto un vano bagagli ai viaggiatori vicini. ma mi sveglio qualche ora dopo con una vescica piuttosto sofferente. Un uomo sulla quarantina lo prende subito in antipatia e si mette a discutere con lui. può anche bruciare. a poca distanza da noi. con evidente irritazione di qualche passeggero. quello dalla parte del gabbiotto del provodnik. rischiando di perdere l’equilibrio e cadere. mi addormento nonostante le urla. mi dirigo verso il bagno più vicino. ancora una volta ci dobbiamo accontentare dei posti laterali. che purtroppo non ho messo in valigia. Confidando però che non ci sia più nessuno e che il losco figuro sia sceso a qualche fermata notturna. ma sfortunatamente questo viaggio non durerà meno di ventiquattro ore. sopra i quali non c’è sufficiente spazio per contenere tutti i bagagli. Vado dunque da quella parte. I vicini di posto tentano di tenerlo tranquillo. Inutile dire che a causa di questo fracassone dormiamo poco e male. Verso le quattro. Noi cerchiamo di sistemarci il più velocemente possibile nei nostri posti per poi sederci e non muoverci più. Non l’avessi mai fatto. Ora ho solo voglia di perdere conoscenza e di svegliarmi direttamente a Khabarovsk. Il momento infine arriva. La resistenza mentale inizia lentamente a scemare e so che queste ore passeranno molto lentamente. così da non intralciare gli altri passeggeri. ma il coraggioso Ivan lo zittisce subito con un discorso perentorio. Nell’ultimo blocco del vagone. Non aspetto altro che il momento di infilarmi sotto le lenzuola. sperando di dormire il più possibile per sottrarmi alla percezione della realtà. Non mancheranno poi di guardarsi in cagnesco. Non c’è modo di dormire così a lungo senza l’ausilio di un po’ di Pentothal. Riusciamo infine tutti quanti a trovare un punto di assestamento. Dobbiamo dunque entrare facendo un saltino obliquo. ma lui continua a imprecare contro chissà chi e non smette per tutta la notte. ma la notte non trascorre nel migliore dei modi. ma senza più rivolgersi la parola. Questa stazione.

All’inizio pare non volerci credere. mi chiede se so l’inglese. Arrabbiato nero. Solo ora capisco che me l’ha chiesto per paura che io abbia spifferato qualcosa al poliziotto. Non è difficile capire che siamo di fronte ad un alcolizzato: la bottiglia di vodka che campeggia in bella vista sul suo tavolino non lascia dubbi. facendomi capire in qualche modo. ignorandolo. e visto che il bagno non si apre. A bruciapelo. salvandomi così da una situazione che sta prendendo una brutta piega. che notando la mia presenza attorno alla sua postazione si inquieta e inizia a inveire contro di me. ma dopo un po’ non ci pensa più e anzi mi invita a bere un bicchierino insieme a lui. Il ragazzo è arrabbiato nero e continua a parlare a macchinetta. Tento di girare i tacchi e di tornare al mio posto. Inoltre. ricordandomi che non devo avvicinarsi al suo posto altrimenti mi prenderà a pugni. e per giunta è molto più grosso di me. Il bagno “sbagliato” è libero. infatti. ma trovo il bagno occupato. non posso fare nient'altro. non bisogna dimenticare che siamo stranieri. lui non ha fatto nulla di eclatante per meritarsi di essere allontanato dal treno. quindi automaticamente avremmo meno ragione di un russo. ma per andare in bagno. Daniele deve ancora una volta intervenire e spiegare che io non parlo russo. Non appena vede che sono vicino ad un poliziotto. Vicino al bagno “giusto” stazionano la provodnitsa e un agente di polizia. poiché ancora non sono riuscito ad andare in bagno e me la sto facendo letteralmente addosso. Non mi molla proprio. fa sempre comodo dare la colpa allo straniero piuttosto che all’autoctono. mi intima di tornare indietro al mio posto. e ciò lo fa arrabbiare ancora di più. Lascio Daniele a parlare e bere con lui. la situazione potrebbe precipitare.Dalla porta di comunicazione tra i due vagoni esce proprio lo sgradito individuo. ma ancora una volta la lingua si rivela essere l’arma migliore. Per calmare questo pazzoide. si irrigidisce e pare arrabbiarsi a morte. Sembra che si sia convinto che volessi derubarlo o qualcosa di simile. Mentre penso a cosa sia meglio fare. ingenuamente rispondo di sì. Tocca ancora una volta a Daniele spiegare al simpatico figuro che mi trovavo lì non per denunciare lui. Vado dalla parte opposta. ma non voglio avvicinarmi più del necessario al balordo. ma non è difficile. Potrei anche denunciare il tizio. il tizio mi raggiunge. ma probabilmente ne ricaverei più danni che benefici. Non percependo le sue intenzioni. Quando ci sono guai. e assecondando il ragazzo riusciamo a farlo calmare. Tecnicamente. Una volta andato via l’agente. 142 . Ovviamente devo capirlo dai gesti. Siamo tutti e due in tensione per questa spiacevole situazione. siamo praticamente costretti ad andare al suo posto e offrirgli da bere. anche se il sollievo è solo momentaneo. ma ormai ho svegliato il cane che dormiva.

cicatrici sparse ovunque. Questa volta non posso utilizzare la tattica dello sparire nelle cuccette superiori: sono in ballo e mi tocca ballare. altrimenti… Beh. e questo sembra lasciarlo soddisfatto. Sembra che abbiamo una calamita fatta apposta per attirare i rompiscatole. per fare amicizia. Non appena se ne sono andati. Daniele e Maxim sono già seduti e quest’ultimo sta cercando la sua bottiglia di vodka. Avrà sì e no venticinque anni. Sembrano più le mani di uno scaricatore di porto. Dice di essere un chirurgo. ad esempio da quelli della polizia. Saggia precauzione che a me non è venuta in mente. e non so quanto avrei potuto resistere ancora. dato che ho anche lo stomaco vuoto: col pugno alzato mi ordina di bere tutto d’un fiato. Osservo molto attentamente le sue mani: grosse. posso tornarmene al mio posto e cercare di sparire avviluppandomi nelle coperte. Non gli sta bene però che io beva poco alla volta. Qui ho l’occasione di osservare bene il personaggio. Decisamente un tipo strano. Ma dopo qualche secondo la tira fuori da dietro un cuscino: è stato Daniele a metterla lì. che cosa posso fare? Bevo due o tre bicchierini di colpo. ha un fisico robusto e tozzo. Il suo nome è Maxim.Che altro si può fare? Ormai è un vizio. La pacchia però dura poco: per tutto il viaggio dovremo stare attenti a non contrariarlo e andare a mangiare da lui quando ce lo chiede. appoggio la bottiglia sul tavolino e ne approfitto per andare in bagno. A mano a mano che passano le ore. È palese che il personaggio è un contafrottole. Stavolta ci riesco. Mi caccia una bottiglia di vodka in mano e si allontana per un attimo per fumare insieme a Daniele. Ancora una volta ci invita ad andare nella sua postazione a parlare con lui. tozze. Risolto il piccolo disguido. possiamo iniziare a bere. e il ragazzo riprende un filo di lucidità. Poi continua a raccontare della sua vita: afferma che una volta aveva una ragazza della Nuova Zelanda. sporche e piene di cicatrici. dissecare. l’effetto dell’alcool nel suo organismo sembra svanire poco a poco. e un grosso tatuaggio dell’isola di Sakhalin sull’avambraccio sinistro. Dopo poco mi raggiunge anche Daniele. dice lui. Andiamo dunque al suo posto a bere con lui. Inoltre è impossibile che faccia questo lavoro. è troppo giovane. ora lui non la troverà più e incolperà me del fatto. abituate a tagliare. cucire e maneggiare strumenti con tecnica sopraffina. Quando ritorno. era una storia basata 143 . che sembra sia riuscito a liberarsi dalla presa del molesto individuo. che è sparita. ma che si sono lasciati per problemi di lingua. per proteggerla da occhi indiscreti. Non sembrano proprio le classiche mani da chirurgo. con mio grande sollievo. Per un attimo mi cala il gelo addosso: se qualcuno l’ha portata via approfittando del fatto che era incustodita. Del resto. Ora che ho fatto quello che vuole lui.

viene respinto da tutti in malo modo. che due agenti di polizia. Non appena finisce l’ultimo bicchierino. chiedendo spudoratamente a tutti se gli offrono una bottiglia di vodka. ma non posso fare altro. ne vuole subito un’altra.unicamente sull’attrazione fisica. anzi è tutto deferente. infatti. Provo un’enorme soddisfazione quando scopro che scenderà dopo di noi. passano a controllarlo. Non appena gli agenti se ne vanno. Per una leggerezza insignificante. Sarei più contento se scendesse prima. Perché non ho dato ascolto al mio compagno e non sono andato in bagno dall’altra parte? Accidenti a me e alla mia testardaggine. tranquillamente evitabile. Non ha nemmeno il tempo di posarla sul tavolino. Così facendo si è pure intascata i soldi. E quando non c’è Maxim a rompere le scatole. Dopo un paio d’ore. però. spiegandoci che dopo essersi fatto quella ferita non riesce più a far forza su quel braccio. Non ce la fa proprio a stare senza alcool. Maxim afferma che la polizia “ha paura di lui”. da quanto è fastidioso. passando proprio in quel preciso istante. e vogliono impedire che si ubriachi ancora di più. Maxim contempla la sua bottiglia di vodka. ma l’importante è che non scenda alla nostra stessa fermata. ormai vuota. In Russia è proibito bere vodka sul treno. va al ristorante a comprarsi una bottiglia supplementare. Chissà perché. subito dopo aver venduto la vodka. perché adesso ha cominciato a dirmi che “mi rispetta”. Non ho la benché minima voglia di stare ad ascoltare le sue storie. Che solenne codardo. ma stranamente da quando i poliziotti hanno preso a controllarlo se ne sta buono e non minaccia più nessuno. Non mi sembra saggio contrariare qualcuno che fino a pochi minuti prima minacciava di deviarmi il setto nasale a suon di cartoni. Ovviamente. Maxim. gliela confiscano immediatamente. Evidentemente hanno capito che si tratta di un ubriaco molesto. Maxim si aggira per il vagone. È molto probabile che sia stata la barista stessa ad avvertire i poliziotti. non fa troppi di questi ragionamenti. Con i suoi connazionali non mostra alcuna ostilità. ci pensa Ivan a farlo. Quando non ha a che fare con noi. 144 . e che “vuole offrirmi ancora qualcosa da mangiare”. Poi ci mostra una brutta cicatrice sull’interno dell’avambraccio. Molto interessante. Riesce a farmi rimpiangere perfino la brigata del Mosca – Tynda. Non pago delle sue prestazioni alcoliche. nemmeno dopo una rispostaccia. ma della ragazza in sé gli importava poco. A intervalli regolari. ho trasformato un viaggio tranquillo nell’ennesimo alterco con un ubriaco. ma non è vietato comprarla al vagone ristorante: per non avere grane basta berla una volta scesi ed evitare di tenerla in bella mostra sul tavolino.

ma sarebbero in vagoni diversi. Stai fresco. Non sono tranquillo mentre salgo sulla nostra 145 . Quella che io chiamo insistenza. Scendiamo da questo treno con un immenso senso di liberazione: ne abbiamo veramente piene le tasche di avere a che fare con ubriaconi molesti. però. enorme e trionfale. Li ringraziamo vivamente per questa cortesia. preferisco di gran lunga la compagnia di Ivan. Qui le nostre strade si dividono: abbiamo giusto il tempo di comprare i nostri biglietti e salutare gli amici. è solo la tipica gentilezza russa. Posiamo tutto a terra attorno ad una colonna di marmo. La stazione di Khabarovsk è infatti enorme. invece. mi offre cibarie in quantità generose. Dopo infinite rampe di scale e interminabili corridoi. ringraziandoli per l’ottima compagnia. Tutti loro partiranno domani mattina. Non ci potrà essere un altro rompiscatole come quello appena lasciato. ma non prima di averci chiesto di svegliarlo quando saremo vicini a Khabarovsk. mentre sanno che noi dovremo ripartire tra meno di un’ora e non vogliono farci perdere tempo. decidiamo di rischiare un altro viaggio in platskartnyj. anche se non so se prenderebbe fuoco con il freddo che fa. amico. è una questione di statistica.anche se in modo completamente diverso. Per il viaggio potremmo scegliere gli ultimi due posti di prima classe rimasti. Le ultime due cuccette disponibili in seconda classe. Dopo un rapido consulto. si offrono di aiutarlo Alexander e Natasha. Non ne ho nessuna voglia e mangio molto forzatamente. masticando ogni boccone mille volte. Anche stavolta ci saranno meno trenta gradi. Sto cominciando a perdere le forze e vorrei bruciare seduta stante la maledetta borsa cinese. Ivan. e quasi subito ci raggiungono anche Ivan. e se penso che dovremo tornare indietro per portare anche i suoi bagagli mi sento già male. insistendo perché mangi tutto. forse vinto dal sonno o dai postumi della bevuta. appare finalmente l’entrata della stazione. sono appaiate. Dopo un’altra lunghissima scarpinata. in fondo. Alexander e Natasha. Lentamente passano le ore e diminuisce l’irruenza di Maxim. anche loro scesi come noi in quest'importante città dell’estremo oriente russo. Ma ora abbiamo altri problemi da risolvere. mentre gli altri vanno a comprare i biglietti. Tutto sommato. infatti. raggiungiamo il treno. Le banchine sembrano non finire mai. formando un mucchio enorme che uno di noi a turno controlla. A complicare le cose ci si mette Ivan con i suoi bagagli: l’uscita è infatti lontanissima. Ammassiamo tutti i bagagli attorno alla colonna. conta decine di binari ed è un’impresa imbroccare il percorso giusto. lasciandoci andare avanti senza impedimenti. Fortunatamente. Verso il finale del viaggio si mette infatti a ronfare.

mi sistemo immediatamente sulla solita branda superiore dei soliti posti laterali. non possono bere. L’unica volta che siamo riusciti a stare in un blocco maggiore è stata sul Mosca – Tynda. specialmente per me che non parlo russo. che noi non avremmo dovuto essere lì. Dalla fretta di sdraiarmi non mi svesto nemmeno. Questa volta siamo risparmiati dal vortice alcolico. sistemiamo zaini e borsa cinese nel modo più rapido e silenzioso possibile. ma possiamo dirci comunque fortunati: anche senza prenotare in anticipo. in attesa di riprendere abbastanza forze per intraprendere il viaggio verso casa. quando l’uomo che dormiva fuori dal proprio loculo doveva essere vigile e pronto ad una fuga. dormire e oziare. Appena saliti. Ciò ci dà un’importante rassicurazione: i militari. e mi addormento con ancora la cintura addosso. anche se svegliato nel cuore della notte. Appena scesi dal treno. sostenendo che gli stranieri rubano il posto ai russi. troviamo sempre qualche posto libero. Abbiamo cura di poggiare i passaporti sul tavolino a faccia in giù. poiché meno profondo e costellato da tanti piccoli risvegli. Il sonno consumato fuori dal letto di casa propria è sempre meno ristoratore. non dobbiamo fare altro che raggiungere la casa dei nostri amici. infatti. avendo prenotato il biglietto con molto anticipo. e altri discorsi deliranti. Ora che siamo arrivati a Seryshevo. Se non possono bere. Se quando sono soli possono ancora trasgredire. 146 . ma soprattutto li troviamo sempre affiancati e non dobbiamo mai dividerci. Ma sono rimaste tutte soltanto parole. ma sappiamo che basta un’occhiata distratta per incasellarci e che non possiamo sfuggire allo sguardo di eventuali passeggeri xenofobi. però. non avranno alcool con sé e quindi non potranno nemmeno offrirne ad altri. Attorno a noi c’è un nutrito gruppo di militari. queste ore di sonno sono molto riposanti e le tredici ore di viaggio finiscono in fretta. In ogni caso. però. Un retaggio della preistoria. essere costretti a prendere due cuccette spaiate. Daniele mi informa che i militari hanno parlato a lungo di noi. in modo da non far notare a tutti che siamo stranieri. dormendo della grossa senza che nessuno ci infastidisca. non lo faranno certo in presenza del loro superiore. ai quali siamo ormai abbonati. Non c’è niente di meglio di trovare dei volti amici dopo un viaggio così stancante: questo tour de force da Okha a Seryshevo è stato un autentico massacro. o peggio ancora in due vagoni diversi. Non appena arrivano le lenzuola. magari una all’inizio e l’altra alla fine del vagone. lontanissimi tra loro.carrozza. per un po’ di tempo il problema non si pone più. Sarebbe ben più problematico. Finalmente passiamo una notte tranquilla. dove potremo finalmente rintanarci a mangiare. Tutto sommato. insieme al loro capo. forti della nostra tecnica di stivaggio ormai ben collaudata.

formaggio. come sempre perfettamente limpido e sgombro da nuvole. mentre la costruzione principale della stazione è modesta. pane e altre prelibatezze. Nessuno ci multerà mai per questo. Finalmente salvi La stazione di Seryshevo è un’insignificante fermata della linea Transiberiana. Il suo colore azzurrino si intona perfettamente con il cielo.Capitolo XXVI Seryshevo. Per le strade non passa quasi mai nessuno. il luogo sembra morto. una casa dove trovare rifugio quando si è in difficoltà è sempre il posto migliore del mondo. appena sufficienti per salire o scendere. all’aria aperta e senza alcuna protezione. Nelle case russe l’acqua minerale scarseggia. biscotti. considerando la frequenza con la quale passano. a volte) e impiegano parecchi minuti per sgombrare il passaggio. Qui i treni si fermano solo per un paio di minuti. anche se racchiusa in quattro anonime mura di cemento come quella in cui stiamo entrando ora. verdure. ma quasi tutti abitano nelle dacie oppure in squallidi condomini grigiastri. Tuttavia. I binari corrono diritti in entrambe le direzioni fin dove occhio può vedere. che divoriamo con voracità inaudita. Non esistono sottopassaggi né uno straccio di segnaletica. Per raggiungere il paese dobbiamo attraversare a piedi tutti i binari. Un gran sorriso appare sulle labbra di Anna. Mangiamo di tutto a più riprese e 147 . che leggendoci nel pensiero ci ha già preparato the. Il paese conta ben quindicimila abitanti. L’unico problema si potrebbe avere nel momento del passaggio di un treno merci: essi contano sempre decine e decine di vagoni (anche più di ottanta. bassa e ben poco appariscente. che rendono il luogo ben poco interessante. e del resto è difficile essere investiti da un treno. ma per l’occasione non manca neppure lei.

che a trenta gradi sotto zero non sono sicuramente invitanti. Abituato come sono ad avere una stanza tutta per me dove ritirarmi ogni volta che mi pare. e ancora di più la vista di numerosi panni stesi ad asciugare all’esterno delle dacie medesime. vince l’uomo che ha trasformato il suo blocco in un forno a legna per il pane. organizzare una gitarella nella vicina Belogorsk. C’è chi crea una bambola. chissà in che condizioni saranno i panni quando le massaie li ritireranno in casa. sono in corso delle gare di costruzione con la neve. ce ne stiamo belli tranquilli a casa a goderci il calduccio. Amici. è un viavai continuo. dopodiché ogni persona si sceglie il proprio e comincia a scolpire la neve con una pala. nel tentativo di creare l’opera più bella. fotografare da vicino la ferrovia Transiberiana. Ma anche a Seryshevo non mancano gli spettacoli interessanti e divertenti: non può non suscitare ilarità vedere le toilette esterne delle dacie. È un’abitudine che si percepisce facilmente anche dopo pochi giorni. delimitato da mura. spesso portandosi dietro marmocchi urlanti che altro non sono che i loro figli o nipoti. chi un pupazzo. ma a volte mi sento quasi sotto attacco. in un ricambio continuo. In quest’ultima cittadina assistiamo ad uno spettacolo curioso: in un ampio perimetro. sudare nella torrida sauna del paese. anche solo per fare la spesa. In tutto rimaniamo a casa dei nostri amici per una settimana. e ciò significa che non ho mai un attimo di privacy. parenti e conoscenti (ma a volte anche perfetti sconosciuti. Non mi dispiace socializzare con la gente per quanto mi è possibile. uscire di notte ad ammirare le brillantissime stelle. avventurarsi per i meandri desolati della periferia. Il mio posto letto è il divano situato nel soggiorno. amici degli amici dei parenti) entrano ed escono di casa a qualsiasi ora. portano in casa altre due persone e ne chiamano altre tre per andare via con loro. Quando non siamo in giro. Le nostre principali attività sono mangiare e dormire. ma approfittiamo della sosta anche per alcune interessanti distrazioni come fumare il narghilè. A mio giudizio. Arrivano. Con una simile temperatura. chi un tinello. stare sempre sulla cresta dell’onda è per me piuttosto frastornante. Alcune ruspe ammassano la neve in parallelepipedi quasi perfetti.subito dopo ci schiantiamo a letto. chi un animale. specialmente perché non posso capire quasi nulla del russo che tutti parlano. mangiare al ristorante del fratello di Anna facendo apposta ad ordinare pietanze tutte diverse tra loro così da obbligare i cuochi a lavorare sodo. non la sopporto più. rimandando tutto il resto a quando ci saremo debitamente riposati. assicurato dal potente riscaldamento e dai doppi vetri. Mi manca 148 . Inizio a odiare questa lingua.

Con questa scena si conclude la nostra permanenza a Seryshevo: tra poche ore abbandoneremo questo luogo sicuro e ci ritufferemo nell’avventura di attraversare di nuovo tutta la Russia in treno per tornare a casa. e riportarli in Italia costerebbe una fatica che non 149 .terribilmente l’italiano o una qualunque altra lingua che conosco. Quasi nessuno raggiunge i trent’anni. e il nonno si presenta in casa con la sua compagna. regalo i valenki alla famiglia: ormai non mi serviranno più. è notte e il treno sta per arrivare. per cui la casa è sempre piena di giovani e di bambini che fanno un chiasso infernale. però: l’ospitalità è ottima. Devo solo sopportare la presenza continua di persone rumorose e fin troppo socievoli. ma ormai si sono rassegnati. Ovviamente. i familiari del nonnetto disapprovano in toto la sua scelta “sentimentale”. Qui i figli per famiglia sono sempre molto numerosi e l’età media è molto più bassa che in Italia. proprio nel momento in cui stiamo preparando i bagagli per andarcene. Ha negli occhi uno sguardo indefinibile. rompe il dominio della gioventù: si tratta del vecchio nonno ottantatreenne. così come non sopporto la presenza di marmocchi di qualunque nazionalità siano. Solo una persona oltre a Viktor e Ljudmila. È sera tardi. il riposo finalmente garantito dal comodissimo divano. Ma ormai non c’è più tempo per pensare a lui. Vorremmo strozzarla. Inevitabili le scenate e gli insulti dei padroni di casa. La donna ne dimostra però almeno sessanta. poiché non sappiamo assolutamente dove metterli e non ci servono proprio altri oggetti ad appesantirci. i genitori di Anna. le porzioni sempre abbondanti e gustose. Un sorriso ebete. Prima di lasciarci andare. Non posso certo lamentarmi. Il nonno è invece sorridente che più sorridente non si può. anche se i denti non li ha più da un pezzo. però. avrà bevuto come una spugna. Per noi italiani è la vigilia di Natale. è la festa dell’anno nuovo. la quale ha almeno quarant’anni meno di lui. che cacciano fuori nonno e prostituta in quattro e quattr’otto. La sua entrata è trionfale. che altro non è che la prostituta più famosa del paese. da quanto è trasandata nell’aspetto. Non possiamo rifiutare il regalo. che sono cristiani ortodossi. la premurosa Ljudmila ci regala due grossi asciugamani per il viaggio. continuo. ma per i russi. sarebbe un’offesa mortale dopo che la signora ci ha ospitati per una settimana. Dobbiamo andarcene. ma in qualche modo dobbiamo farci stare anche questi due nuovi ospiti. a trentadue denti. Per sdebitarmi almeno in parte. Ecco spiegata l’ardita prestazione del nonno! Insieme ai suoi vecchi commilitoni. Uno di quei sorrisi che si stampano in faccia quando si è bevuto troppo alcool. Non so dire se sia meglio il chiasso dei bambini italiani o di quelli russi. In ogni caso non lo sopporto. intimando all’arzillo vecchietto di non portarla mai più in casa.

vale la pena di sopportare. Mentre aspettiamo immobili a lato della ferrovia, il penetrante freddo siberiano si insinua tra i vestiti, infreddolendoci non poco. Anche qui la temperatura sarà intorno ai meno trenta. Le luci della linea ferroviaria si intersecano con le stelle, a tratti oscurandole. Solo Arcturus brilla fortissima all’orizzonte, con il suo tipico colore rossastro che ne denota l’età avanzata. Chissà da quanto tempo questa solitaria stella osserva le pianure siberiane, senza emettere alcun suono e mostrandosi solo con il suo tenue tremolio. Le costellazioni sono purtroppo un po’ velate dalla luce artificiale, ma basta spostarsi di qualche metro lontano dai binari ed ecco che appaiono nitide e splendenti. Un gracchiante altoparlante annuncia l’imminente arrivo del treno. Dovremo fare in fretta, poiché si fermerà solo due minuti e con tutta probabilità dovremo salire su una carrozza a caso, per non rischiare di rimanere a terra. Con un urlo ovattato che si fa sempre più stridente, finalmente il treno arriva, maestoso e trionfale. Pare quasi che accetti controvoglia di fermarsi in questa insignificante stazione, poiché preferirebbe continuare la sua corsa. Non c’è tempo per i convenevoli: abbiamo giusto il tempo di gettare i bagagli sulla prima carrozza raggiungibile e di salire, prima che il provodnik sollevi la scaletta di ferro. Qualche secondo dopo aver poggiato i piedi sul treno, si riparte. Sembra incredibile, ma ora siamo in viaggio verso casa, e abbiamo cominciato in una maniera così fugace, quasi clandestina. Saliti di corsa su un treno alle due di notte, in una sperduta stazione siberiana uguale a centomila altre, senza che nessuno si accorga di noi. Perfino il fatto che solo per noi sia la notte di Natale ci isola dal resto del mondo russo, se già eravamo isolati in quanto stranieri. La carrozza, ovviamente, non è quella giusta. Essendo saliti sul treno così precipitosamente, l’abbiamo mancata di parecchio. I nostri posti, come sempre rigidamente assegnati e non commutabili, sono a cinque vagoni di distanza. Per raggiungerli dobbiamo attraversare tre platskartnyj e due kupè, cosa non facile poiché non abbiamo mani libere per aprire le tre porte che separano un vagone dall’altro, i corridoi sono come sempre molto stretti e inoltre non possiamo nemmeno girarci per chiudere le porte lasciate aperte dietro di noi, a meno che non vogliamo urtare mezzo vagone con i nostri movimenti. Nello spazio morto tra le carrozze si insinua un forte gelo, che ci spinge ad accelerare ancora di più il passo per arrivare in fretta nel nostro kupè, che speriamo vivamente sia riscaldato. Le persone si lamentano che non chiudiamo le porte dietro di noi, ma siamo troppo impegnati per stare a pensare anche a quello. Dopo una rocambolesca corsa, avanzando imperterriti come dei carri armati, finalmente raggiungiamo il vagone
150

giusto. Prima di entrare nello scompartimento ci fermiamo a riposare qualche minuto, poiché la corsa ci ha devastati fisicamente. Lo squallido kupè, riscaldato in maniera appena sufficiente, è occupato solo da una persona, che si sta preparando a scendere alla fermata successiva. Il tempo di sistemarci in questo vuoto loculo e siamo nuovamente soli, a festeggiare un Natale ridicolo, in condizioni alienanti. Il tempo pare essersi fermato, abbiamo perso il conto dei giorni, ci sembra di essere in viaggio da una vita.

151

Epilogo Sono trascorse innumerevoli ore di treno da quando siamo ripartiti da Seryshevo. Centinaia. Ciò non ha certo fatto bene alla nostra psiche, già provata dalla crudezza dell’inverno siberiano. Poche persone ci hanno fatto compagnia durante i lunghi viaggi in kupè: l’unico con cui abbiamo avuto qualche scambio è stato Roman, un tranquillo signore che non ha bevuto una sola goccia di alcool per tutto il viaggio e ci ha intrattenuti parlando di numismatica, la sua passione. Gli abbiamo poi regalato qualche centesimo di euro, che stagnava nei nostri portafogli da tempo immemorabile. Per il resto, niente. Giorni e giorni da soli nel kupè. Come al solito, i nostri viaggi in treno sono estremi: o travagliati o mortalmente noiosi. Una via di mezzo non c’è mai. Per spezzare un po’ le tratte e non devastarci fisicamente con una tirata unica, abbiamo fatto tappa a Barnaul, città che sorge sul fiume Ob. Ci portava un po’ fuori strada, ma un’amica ci aspettava e non avremmo potuto saltare l’appuntamento. Raggiungere la città è stato uno spasso. Siamo scesi al gelo di Novosibirsk ancora totalmente ignari di come avremmo fatto ad arrivare a Barnaul. Ci siamo detti: prendiamo un taxi e arriviamo alla stazione degli autobus, poi si vedrà. Non appena messo piede fuori dalla macchina, non abbiamo fatto in tempo a muovere un passo che subito un uomo di fianco a noi si è messo a gridare “Per Barnaul! Chi va a Barnaul?”. Tempo dieci secondi e ci siamo ritrovati su un’altra marshrutka, che in quattro ore di viaggio ci ha recapitati in questa importante città siberiana. Purtroppo non sono riuscito a godermela, poiché la stanchezza accumulata era notevole e il secondo giorno ho accusato una crisi di freddo che mi ha costretto a rimanere rintanato in albergo per il resto della permanenza in città. Non faceva nemmeno troppo freddo, ma avevo raggiunto quella condizione in cui il corpo non collabora più e non tollera un solo sforzo in più del necessario. Abbiamo comunque goduto della solita, eccezionale ospitalità russa e perfino della vista di alcune surreali sculture interamente di ghiaccio. Dopo Barnaul è toccato a Ekaterinburg, la città posta proprio sugli Urali, al confine tra Europa e Asia. Lì sorge la chiesa eretta in onore della famiglia Romanov, gli zar trucidati nel 1918 e ora diventati santi. Siamo riusciti a visitarla, nonostante una tormenta di neve ci abbia sorpresi per la strada. Resistere al clima di Ekaterinburg è stato particolarmente duro, anche a causa del nostro abbigliamento troppo leggero. Pensavamo, infatti, che essendo quasi tornati nella Russia europea avrebbe fatto meno freddo, e invece quel giorno c’erano ben
152

che usano per trasportare le merci in Italia. ma per lo scopo ha funzionato. Non capita molto spesso di trovarsi su un vagone di un treno estero durante le feste dell’anno nuovo: il treno. Non avevamo idea di come attraversare il resto dell’Europa. infatti. Un capodanno orrendo. rispettivamente due e quattro ore indietro rispetto a noi. ma siamo riusciti a rimediare al problema in modo piuttosto curioso. Passando attraverso un mercatino locale. ma l’idea si è 153 . nessuno: solo qualche pesciolino sott’olio e un po’ di cioccolatini. Praticamente. unico esemplare di bevanda alcolica che ci siamo procurati di nostra spontanea volontà. era praticamente vuoto. a volerla dire tutta. dopo quasi due mesi abituati a mettercela anche per andare al gabinetto. La sosta a Rostov è durata poco. in un gelido scompartimento di un treno semivuoto. E pensare che avremmo potuto festeggiare ben tre capodanni: locale. di Mosca e di casa nostra. richiudendo il suo gabbiotto in attesa di altri clienti. Non appena messo piede nella stazione di Rostov. un ufficio di cambio clandestino. C’è passata per la mente perfino l’idea di chiedere un passaggio ai furgoncini delle badanti. è spuntato dal nulla un uomo che ci ha cambiato i soldi ad un tasso onesto e se n’è andato subito dopo. La temperatura al nostro arrivo. Dopo aver aspettato in stazione per otto interminabili ore. Ma non l’abbiamo fatto perché eravamo troppo stanchi e la situazione non ispirava grandi festeggiamenti. Non aveva niente di legale. Sopra! Quasi non credevamo di poter stare senza giacca. uniti ad una nevicata e ad un vento fortissimo. tuttavia contavamo di trovare a Kiev un vagone che ci avrebbe portato almeno in Ungheria. non c’era nessuna banca aperta. un cartello affisso su un gabbiotto di latta recitava “Per il cambio soldi. giusto il tempo di prenotare dei biglietti per Donet’sk e per Kiev. Poi ci saremmo arrangiati in qualche modo. Poi subito a dormire. Dopo aver composto il numero di telefono. Abbiamo dunque trascorso il Capodanno in treno. sicuramente il peggiore della nostra vita ma contemporaneamente anche il più pittoresco e quello che sarà sicuramente ricordato come singolare.ventotto gradi sotto zero. erano le dieci di sera del 31 dicembre 2009. Cambiare i soldi è stata un’impresa degna di essere raccontata: essendo domenica. Al momento di prendere il treno per la città che sorge sul fiume Don. infatti. sempre con la giacca. chiamare questo numero”. abbiamo virato verso Rostov. ora locale. Festeggiamenti. nel quale si sopravviveva solo con la giacca addosso. era infatti intorno ai dodici gradi sopra lo zero. all’una di notte. Per l’occasione abbiamo comprato anche una lattina di birra. Così abbiamo potuto avere in mano i soldi per prenotare i biglietti. abbiamo cominciato a odorare il primo profumo di casa.

L’attraversamento della frontiera con l’Ucraina è stato a tratti drammatico: i militari non riuscivano a credere che in tutti i nostri bagagli non si celasse nemmeno una bustina di droga. o in generale dei mezzi pubblici. Al momento di prendere il Kiev – Budapest. per cui avremmo comunque rinunciato all’acquisto. Chi saprebbe dire con precisione i soldi che ha in tasca.rivelata difficilmente attuabile e così abbiamo deciso di concentrarci solo sulla ricerca dei treni. minacciandolo di farci passare dei guai se non avesse tirato subito fuori le bustine di crack. ma poco sostanziosa. nello stupore più totale. interrogato a bruciapelo? Ovviamente abbiamo dato cifre sbagliate. Molto speziata e soddisfacente per le papille gustative. cioè un lurido e vetusto scompartimento da due persone. tipica minestra ucraina. contrattandoli con il provodnik e pagandogli il biglietto direttamente in mano. lo stesso che avevamo preso due mesi prima. Una volta giunti a Donets’k abbiamo subito tentato di prenotare un biglietto da Kiev a Budapest. Inoltre. Inutile dire che ci siamo accaparrati subito due posti. abbiamo scoperto che in realtà costava poco meno di cento euro. solo che qui pretendevano che riempissimo un modulo nel quale dichiaravamo con precisione tutti i soldi di cui eravamo in possesso. in quanto pensava che fosse “troppo costoso” per noi. anche se ciò non ci ha fruttato alcuno sconto sul prezzo del biglietto. hanno trattenuto Daniele nello sgabuzzino del provodnik. ma presente solo in pochi treni. Una volta a Kiev. senza alcuna ricevuta né pezzo di carta a testimoniare il nostro acquisto. specificando anche il tipo di valuta. Abbiamo quindi viaggiato in classe Superlusso. ma grazie ad un cambio di orari ce lo siamo trovato praticamente davanti. ma assolutamente non proibitivo. Immaginavamo già un prezzo esorbitante. stracciando il foglietto dei soldi davanti ai nostri occhi. invece. Non certo economico. fino a Budapest. nell’ordine di diverse centinaia di euro. Era infatti libera solo la classe “superlusso”. volevano vedere quanti soldi avevamo. e ovviamente ci ha riconosciuto. Teoricamente avrebbe dovuto passare da Kiev il giorno prima. Durante il viaggio. Per 154 . ancora più alta del kupè. ma la cassiera si è praticamente rifiutata di vendercelo. ma ci siamo concessi una puntatina al vagone ristorante per mangiare una salianka. La cosa buffa è che uno dei due provodniki del vagone era lo stesso dell’andata. un’altra interessante sorpresa ha fatto capolino: al convoglio di vagoni era unito anche il Mosca – Venezia. come fece la polizia croata all’andata. e ciò li ha fatti arrabbiare non poco. Non abbiamo quasi mangiato. Non paghi di non essere riusciti a far trovare nulla nemmeno al cane antidroga. ma alla fine si sono stancati di tormentarci e ci hanno lasciato andare. l’apatia ha raggiunto livelli assoluti.

e un po’ per la difficoltà a procurarsi i visti per i paesi da attraversare.completezza. consapevoli del fatto che fino all’indomani non avremo nient’altro da mettere sotto i denti. Budapest ci ha accolto ancora una volta nella stazione est. 155 . ma stranamente non c’è alcuna perquisizione e tutto fila liscio come l’olio. È proprio su questo vagone che ora si sta svolgendo l’ultima parte del viaggio. e siamo pronti anche a subire altri controlli alla frontiera croata. girovagando per zone non ancora battute. Un brodino insulso. Dopo poche ore. che gli diremmo? Abbiamo una fame da lupi. anche stavolta l’intero vagone è vuoto e noi siamo i suoi unici occupanti. Com'era successo all’andata. L’ultima cosa decente che abbiamo mangiato è stata la salianka sul vagone ristorante del Kiev – Budapest. ma non se la sono sentita di lasciarci digiuni. ultima cosa commestibile che c’è rimasta negli zaini. Ma insieme all’acqua calda arriva una piacevole sorpresa: due michette al formaggio. ma non ci sono rimaste più provviste. pieni di speranze. non dobbiamo dimenticarci che non abbiamo alcun biglietto in mano. ma solo la parola dei provodniki. ma essendo prive del visto di transito croato hanno dovuto rinunciare e scegliere un percorso alternativo. nel tentativo di ingraziarcelo. the e acqua. ma una giovane ragazza con la quale ho comunicato in inglese ci ha salvato. Vista la situazione. Inoltre. lo stesso vagone sul quale eravamo saliti a novembre. E se in frontiera ci chiedessero i biglietti. arriva la tanto temuta frontiera croata. e al massimo possono venderci caffè. il poliziotto che ci timbra il visto scherza con noi. ormai diventata la spada di Damocle del viaggio. Ormai non facciamo più caso a questi assurdi burocratici. Forse il nostro amico provodnik si ricorda ancora del salamino che gli abbiamo regalato due mesi fa. Tentiamo di comprare qualcosa dai provodniki. che per un russo non è basso. Mangiamo i panini fino all’ultima briciola. Due donne russe sarebbero salite con noi a Budapest. Per un attimo abbiamo creduto che non avremmo mai più ritrovato la stazione. gli chiediamo un bicchiere d’acqua bollente dove sciogliere un po’ di brodo granulare. ma le provviste in vendita sono finite. ma pur sempre meglio di niente. e siamo perfino riusciti a perderci per le strade. che anche dopo due mesi non è stata fornita di posti a sedere. Non ci chiedono nemmeno i biglietti. abbiamo passato in treno anche l’Epifania. Facevano parte delle loro scorte personali per il viaggio. Siamo già preparati a disfare borse e zaini e a subire assurdi controlli. Abbiamo però capito come mai questo treno è usato da così poche persone: un po’ per il costo. Addirittura. Abbiamo passato qualche ora in città. Presto ci siamo ritrovati sul Budapest – Venezia. offerteci gratis dai provodniki.

con lo stomaco di nuovo vuoto e la testa piena di pensieri. Il cartello della stazione di Villa Opicina si legge a malapena attraverso il vetro. Ora. La laguna veneziana è nuovamente in vista. Sembra la stessa scena di due mesi fa. C’è ancora il sole. Ora si può tastare con mano la brevità di quest’esperienza. anche i frutti del viaggio continueranno a vivere per lungo tempo.nominando qualche politico italiano e ridendo. sui volti è stampata la stessa espressione trasognata e incredula. Ma c’è una differenza importante: stavolta poggiamo i piedi sulla banchina opposta. Chiunque volesse contattarmi può farlo al mio indirizzo email (micio@email. coperto di goccioloni d’acqua. Ma prima di iniziare a sgocciolare ha sgorgato impetuosa.it). Tra poche ore vedremo di nuovo dei cartelli scritti nella nostra lingua madre. FINE Ringrazio Daniele Castiglioni (www. vedere questo pannello scritto in italiano ci riporta improvvisamente alla consapevolezza che il viaggio è finito. Questo libro può essere acquistato su www. siamo immersi nel buio profondo della notte slovena. che pur nella sua apparente interminabilità è ora arrivata agli sgoccioli. osservando al contempo l’acqua che scorre furiosamente sul finestrino come un fiume in piena. che tra pochissimo saremo di nuovo a casa nostra. Il caldo afoso del vagone che ci tormentava due mesi fa non è cambiato.it) per l’organizzazione del viaggio. Tuttavia. Case buie e silenziose si susseguono l’una all’altra. Fuori piove incessantemente. e dopo poche ore stiamo già scendendo all’anonima fermata recante il nome di Tradate. inarrestabile. per lungo tempo. nel buio di questa mattinata ancora senz’alba. Così come le gocce di pioggia che ora si infrangono al suolo poi evaporeranno e andranno ad alimentare nuovamente altre piogge. pronti a riprendere la vita di tutti i giorni. Alle sei del mattino del 7 gennaio 2010. Il treno percorre speditamente le nere coste del Friuli. Tutto quello che possiamo fare è stare fermi per non sudare troppo. attraversiamo infine il confine tra Slovenia e Italia. Anche il viaggio in apparenza più interminabile è destinato a finire.com 156 .solosiberia. C’è giusto il tempo di prendere un altro treno per Milano. Cateratte d'acqua si rovesciano molto rumorosamente sul nostro finestrino e sul tetto del treno. abbiamo in mano gli stessi bagagli. e anche ora dobbiamo rimanere in maglietta a maniche corte. ma stavolta non usciamo nemmeno dalla stazione. ciascuna occupata da ignari individui che dormono ancora profondamente.lulu.

Europa © 2010 Daniele Gatti ISBN 978-1-4461-9281-8 Le vicende di due giovani viaggiatori indipendenti alle prime armi. tra situazioni improbabili. in tre viaggi Interrail attraverso varie zone dell'Europa. meravigliosi paesaggi e strani incontri. Avventure e disavventure raccontate nei dettagli. dai un’occhiata anche a: Io. Disponibile su Lulu Visita la mia vetrina: http://www.com/spotlight/Micio .lulu. con intensità e senso dell'umorismo. muniti di zaini e sacchi a pelo.Se ti è piaciuto questo libro. senza mai perdere di vista lo scopo del viaggio: entrare in contatto con realtà che non sono le nostre e imparare sempre qualcosa di importante da ogni nuova esperienza.