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Claus Soraperra

< Pascalin_Project >
Claus Soraperra

Istitut Cultural Ladin “majon di fascegn”

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< Pascalin_Project > Claus Soraperra
© 2009 Istitut Cultural Ladin “majon di fascegn” Co la colaborazion de Comun de Cianacei Frazion de Gries Tratament digital imagines Alessio Deluca Tes de Cesare Poppi Orietta Berlanda Claus Soraperra Projet grafich e foto de la operes Stefano Davarda Strèda de Sènc Felip e Giacum, 8 38031 Campitello di Fassa (TN) www.davasign.com Stampa Litotipografia Alcione S.r.l. Via Galileo Galilei, 47 38100 Trento Tel.: (+39) 04611732020 Stampa gigantografies e montaje su forex Superwide Srl Via S.s 155 Colle Traiano, 42 03011 Altari (FR) Italia Tel.: (+39) 0775403089 www.superwide.it

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< Indice >
4 5 6 7 10 14 20 24 27 46 Paroles dant fora Premessa Comune di Canazei Frazione di Gries Sfatografare la tradizione (Cesare Poppi) Passato e Presente in un Flash (Orietta Berlanda) Ladinism (Claus Soraperra) Franz Dantone Pascalin: cronologia sinottica Operes Banner

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< Paroles dantfora >
itut Cultural Ladin Fabio Chiocchetti | Ist

De prum colp podessa someèr che l contegnù de chest pìcol liber, documentazion e testamonech de n percors inteletuèl e artistich dejout da Claus Soraperra de la Zoch, no abie nia a che veder col lurier portà inant te trenta e passa egn da l’Istitut Cultural Ladin. Epura la no é coscita. Zenza l’atività de documentazion e de enrescida su la storia de noscia comunanza e su la formes desferentes de la cultura tradizionèla, na esperienza desche < Pascalin_Project > no fossa stat possìbol nience se la fegurèr. Da l’autra pèrt, se chel lurier de enrescida no dajessa vita e lèrga a produzions culturèles del dut neves, ferùscoles e paruscentes desche chesta, e desche tanta autres de la medema sort, outes a mesurèr noscia identità coi tempes de anchecondì tel ciamp de l’èrt, de la musega e de la letradura, emben, dut chel lurier fàzile fossa stat fat belelà per nia.

L’é per chest che sion ben contenc de orir, dessema con Claus Soraperra, chest spazie de riflescion e discuscion con duc chi che à a cher la cultura e l’identità de la jent ladina, con duc chi che se cruzia e se domana che che vel dir “esser ladins anché”. Chesta l’é la soula domana che ne aur la strèda per l davegnir. Ajache duc sà: zenza reijes no l’é pianta che perpeee, ma se fora de na reisc – per tant che sie na “raìsc desmenteada” – da zeche ora no rua a jerver n sbèrbol nef, vel dir che chela reisc é oramai zenza più vita né vigor. Chesta l’é la endesfida de < Pascalin_Project >, e no l’é maniera miora per onorèr chi che ne à prezedù, chi che con struscies e fadìes –desche Franz Dantone Pascalin– ne à orì la strèda tant tel ciamp de l’economìa che te chel del recognosciment de noscia identità ladina. N detalpai de cher a Claus e a duc chi che à didà a meter a jir chesta scomenzadiva. Sèn Jan, Pieif de Fascia, otober 2009.

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< Premessa >

A prima vista potrebbe sembrare che il contenuto di questo volumetto, che documenta e dà testimonianza di un percorso intellettuale e artistico sviluppato da Claus Soraperra de la Zoch, non abbia nulla a che fare con il lavoro condotto in oltre trent’anni dall’Istitut Cultural Ladin. Ma non è così. Senza l’attività di documentazione e di ricerca sulla storia della comunità e sulle diverse forme della cultura tradizionale, un’esperienza come quella di < Pascalin_Project > non si sarebbe potuta nemmeno immaginare. E d’altro canto, se quel lavoro di ricerca non desse vita e spazio a produzioni culturali innovative, vivaci e esuberanti come questa e tante altre di analoga natura, volte a confrontare l’identità ladina con la contemporaneità nel campo dell’arte, della musica e della letteratura, ebbene, tutto quel lavoro sarebbe probabilmente quasi vano. È per questo che siamo lieti di aprire, insieme a Claus

Soraperra, questo spazio di riflessione e discussione con tutti coloro che hanno a cuore la cultura e l’identità della gente ladina, con tutti coloro che si interrogano in modo problematico su che cosa significhi “essere ladini oggi”. Questa è la sola domanda che ci apre la strada verso il futuro. Poiché a tutti è noto: senza radici nessuna pianta può prosperare, ma se da una radice – per quanto si possa trattare di una “radice dimenticata” – ad un certo punto smettono di spuntare nuovi germogli, significa che quella radice è ormai senza vita e senza vigore. È questa la sfida di < Pascalin_Project >, e non esiste modo migliore per onorare chi ci ha preceduto, chi non senza affanni e fatiche – come Franz Dantone Pascalin – ci ha aperto la strada sia nel campo dell’economia, sia in quello del riconoscimento della nostra identità ladina. Un grazie sincero a Claus e a tutti coloro che hanno consentito di dare vita a questa iniziativa. San Giovanni di Fassa, ottobre 2009.

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> < Comune di Canazei

A nome dell’Amministrazione Comunale di Canazei saluto con piacere e soddisfazione l’uscita di questa nuova pubblicazione che ricorda i cent’anni dalla morte di un nostro illustre concittadino: Franz Dantone “Pascalin”. Personaggio eclettico, testimone del suo tempo, che tra i suoi tanti interessi coltivò in particolare la fotografia, per la quale, nei primi anni di attività, girò mezza Europa imparando presto e bene tutti i segreti del mestiere. Le innumerevoli fotografie delle “sue” Dolomiti hanno contribuito a far conoscere ed ammirare oltre confine tali spettacoli della natura e a riconoscere in lui il primo grande fotografo delle Dolomiti, come si riporta in una raccolta di sue fotografie pubblicata nel 2001. A riconoscimento dell’importante ruolo che Franz Dantone ha rivestito nella società fassana di allora e di Canazei in particolare, l’Amministrazione comunale di Canazei ha intitolato a lui una via nella frazione di Gries dove egli ha visto i natali. A conclusione di queste poche parole preme ringraziare tutti coloro che hanno ideato, collaborato e sostenuto questa pubblicazione, che aggiunge un ulteriore tassello al riconoscimento dell’attività di Franz Dantone ed aggiunge un’ulteriore prospettiva di lettura delle sue opere.

Mariano Cloch Vicesindaco del Comune di Canazei
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< Frazione di Gries >

Gries può considerarsi davvero fortunata ad aver avuto, in un momento storico tanto importante quale quello Asburgico, un abitante così lungimirante che con immensi sacrifici immortalò quelle montagne facendole conoscere al mondo e che ora, sono diventate tanto famose quanto belle da meritare la tutela dell’Unesco. Per la frazione che rappresento era un dovere ricordare Franz Dantone “Pascalin” e non solo per il patrimonio di immagini storiche di tutte le Dolomiti, ma anche per il suo impegno all’interno della nostra comunità come organizzatore del primo corpo dei vigili del fuoco, pioniere del turismo e nella difesa delle tradizioni. Infatti, questa iniziativa precede l’uscita del libro promosso dalla nostra frazione che avrà una speciale dedica a questo grande personaggio. Sento il dovere di ringraziare il prof. Claus Soraperra e l’Istituto Culturale Ladino per aver promosso il < Pascalin_Projet >, sperando e augurando che questo progetto possa conseguire il successo che merita.

Francesco Mazzel Presidente Asuc di Gries

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ione > < Sfatografare la tradiz

> di Claus Soraperra e al < Pascalin_Project Note a margin Cesare Poppi

“Olà este?” (dove sei?) chiedeva sospeso fra il preoccupato ed il provocatorio Claus Soraperra in una pubblicazione di alcuni anni fa. “Dove sei?” è forse la domanda più spesso sentita al cellulare, una richiesta di-, o forse un appello per-, una localizzazione che è ad un tempo il tentativo (ormai, e quasi disperato?) di tener salda, di fissare una qualche realtà nel magma di un esperire sempre più liquido e sfuggente. Definire e mettere a fuoco almeno la realtà spaziale di quelle kantiane coordinate – tempo e spazio – precondizione di ogni esperienza che sia umana che oggi invece si presentano alla coscienza de-localizzate, sbandate e disgregate: digitalizzate entrambe in una rappresentazione ormai priva di oggetto concreto. Ma “olà este?” è anche, in un senso secondo ma non secondario, un richiamo morale al dovere di posizionarsi rispetto ad un percorso. Figura del camminare in montagna seguendo la traccia di un sentiero, interpellazione della capacità individuale di riconoscere il pro-gresso fin qui ottenuto, valutare quanto resta da fare per decidere poi – in coscienza – se si hanno o meno forza e volontà per proseguire sapendo, comuque, quanta strada resta da fare secondo i piani e le intenzioni stabilite. Con il <Pascalin_Project> Claus rivolge questa domanda a se stesso. Lo fa nei due sensi descritti sopra: uno che tenta di arginare lo smarrimento nel momento in cui ne prende atto e lo denuncia, l’altro invece che tenta ancora, anceh se caparbiamente, di attenersi ad un senso del reale, o forse semplicemente di ottenerlo, ripescando dai fili scoordinati dell’esperienza un qualche senso, una qualche traccia di sentiero che “porti verso-”. Col peso della tradizione Claus ci è nato. Cucita addosso per essere membro oggi in prima fila sulla
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scena pubblica di quel ciasal de la Zoch – la linea di discendenza alla quale appartiene – che è uno fra i più visibili, raccontati e celebrati della Valle. Da padre in figlio, obbligatoriamente come è obbligatorio stare al mondo, esserci, Claus ha dovuto costantemente chiedersi cosa volesse prima, e cosa dovesse essere poi (perché uno cresce e il peso da fatica diviene consapevolezza e autocoscienza) il fatto di trovarsi a traghettare nel presente un bagaglio culturale di fatto – in termini storici e statistici, intendo – minoritario e marginale, che però si è trovato quasi ed improvvisamente di diritto – in termini culturali e poi politici, intendo – centrale ed indispensabile alla costruzione del discorso della diversità della Val di Fassa ladina. Il padre Virgilio si posizionò a partire dagli Anni Settanta del secolo scorso su quel fronte composito, variegato e problematico nella sua combinazione di spontaneità irriflessa ed autocoscienza che, a partire dal’Alta Valle per poi congiungersi all’estremo opposto nella militanza dell’intellighentsia moenese, guidò quel revival, culturale prima, ma che doveva poi diventare anche politico, che ormai viene riconosciuto come Aisciuda Ladina, la “primavera ladina” della Val di Fassa. Il percorso artistico personalissimo di quello che chiamano il “Pitor dai colores forc” è stato impostato, passo dopo passo, sulla relazione ad una tradizione non tanto “ereditata dagli antenati”, quanto soggettivamente radicata in quanto sostanza stessa della crescita personale, che per Virgilio non ha voluto (o potuto) dire altro se non interpretazione e contributo originale, proprio perché sviluppato in un ambiente maggioritario – quello della Val di Fassa culturalmente in fase di delocalizzazione degli Anni Settanta e Ottanta – orientato altrimenti.

Poi è venuta la fase in cui “la tradizione” diveniva in qualche modo il mantello sotto il quale si raccoglieva – spesso in maniera acritica – tutto quanto veniva percepito, a torto o a ragione, come alternativa ad una “modernità” che cominciava a mostrare la corda. In Fassa “l’invenzione della tradizione” – ovvero la riscoperta da un lato e la costruzione ex-novo dall’altro di tratti culturali in contrapposizione alla contemporaneità – ha avuto due aspetti. Uno filologico ed “accademico” che ha cercato di restituire i parametri della (dis)continuità temporale a partire dalla ricostruzione della vicenda storica fassana ed un altro, forse meno lineare e certo più magmatico, che ha presentato quelle che erano creazioni in linea con le tendenze globali del momento come risposte autentiche di una sorta di “essenza tradizionale” della quale i Ladini sarebbero stati portatori. Non è meraviglia che chi – come Claus – sia venuto a trovarsi fra lo Scilla di un destino patrimoniale famigliare (se mi passate l’espressione) che faceva della “tradizione” (oggetto, “cosa” per definizione collettiva) una sorta di marchio individuale e il Cariddi di un concetto operativo di tradizione impigliato (per così dire) fra un’oggettività accademica a volte sterile ed una creatività (per così chiamarla) caotica, irriflessa e spesso e volentieri ammiccante a mode e desiderata “ad usum turistae” – non è meraviglia, si diceva, che costui si sia trovato, come dicono gli inglesi “between a rock and a hard place”, preso in mezzo fra una roccia ed un posto duro. Oggi, dunque, quell’ “Olà este?” diviene un “Olà sione?”, un “dove siamo?” che interpella la tradizione e le chiede di localizzarsi tanto nel tempo come nello spazio. I termini del problema della fase post-tradizionale della “tradizione” li definisce lo stesso Claus: «La tradizione diviene spettacolo, performance, happening,

gioco, prodotto fine a se stesso, costretta a misurarsi stagionalmente con la morte della tradizione stessa». In quello senso di una temporalità “stagionale”, scandita dalle e subalterna alle presenze turistiche, risiede il nesso problematico di una temporalità disgregata e disgregante, problematicità della categorizzazione di spazio e tempo di cui si parlava sopra. Ecco allora il senso del nesso dell’operazione che Claus compie sulle rappresentazioni “classiche” di Franz Dantone Pascalin: se la tradizione è ormai nient’altro che immagine di se stessa, l’ultimo strumento di denuncia che resta a chi resiste non è e non può essere che rappresentare la rappresentazione. Ma nel senso di sfigurarne la figura, deformarne le deformazioni. Compiere, insomma, una sorta di meta-mimesi, una riproduzione della riproduzione che è copia e ricalco – così come sono o credono di essere certi recuperi e certe ristrutturazioni del passato – del vissuto primario, originale ed autentico. Metamimesi volutamente “brutta” sul registro estetico. Invadente, dissacrante ed incongruente. S-figurazioni che obbligano a tornare all’originale per evitare lo schiaffo percettivo. De-formazioni che, nel denunciare la liquefazione dell’esperienza autentica, sono allo stesso tempo momenti di resistenza, dighe al pelo del livello, consapevoli e provvisori impedimenti a che il tutto liquidato scorra poi e sparisca anch’esso oltre l’orizzonte della memoria. Viene alla mente il verso di Montale: «Oggi soltanto questo posso dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». La negazione di Claus, le sue de-figurazioni si propongono allora come l’ultima, estrema forma possibile dell’autocoscienza nell’età della rappresentazione. Se la fotografia di Pascalin visse allora nell’illusione positiva e positivista (poiché la fotografia costituisce
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Olà este o olà sione?
cronologicamante, concettualmente e filosoficamante il “braccio armato” del Positivismo) di poter oggettivamente, ovvero secondo verità e giustizia, rappresentare la realtà, oggi Claus ne chiama il bluff e ci dice che non è (più? per transitorio accidente storico? per sempre, invece?) la realtà a condizionare lo sguardo ma – al contrario – nell’età della rappresentazione è lo sguardo e la sua intenzione accecata a condizionare la realtà. E quando la rappresentazione rappresenta null’altro che se stessa, ovvero quando «il messaggio è il medium» come scriveva McLuhan, allora altro non ci resta che intervenire sul medium a “fargli male”, danneggiarlo, scalfiggerlo col punteruolo di una soggettività ferita. Essa stessa graffiata, che ha visto lo svuotarsi di senso di ciò che – eppure – un tempo la costituì in quanto tale. A me pare che quel «Geniale la risposta riutilizzando la forma, resasi leggera non avendo contenuti oggettivi con la realtà, nella messa in scena della tradizione come prodotto d’asporto, legandola al mondo dell’immagine», che chiude la dichiarazione d’intenti di questa rappresentazione, altro non sia che uno statement d’Artista ironico ed anche auto-ironico. Una coniugazione dell’intuizione di Walter Benjamin ed una parafrasi di Theodor Adorno che trovano strada anche oltre i mille metri: è possibile fare Arte dopo l’Età della Rappresentazione? E se è così, a quale intollerabile prezzo? Il che, nelle contingenze specifiche, equivale a domandarsi quale sia il senso del legato estetico, culturale ed anche affettivo-creativo della “tradizione”. E Claus ci ricorda – ci obbliga ovvero a confrontarci – che quel tradere latino che è il senso etimologico di “tradizione”, “trasmettere”, “comunicare”, “passare oltre ad altri” è – anche e mai come oggi – vicino, troppo vicino, a “tradire”. Appunto, chiedevamo: “Olà sione?”
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un Flash > Passato e Presente in <
Orietta Berlanda

Nonostante l’abilità del fotografo, l’osservatore sente il bisogno irresistibile di cercare nell’immagine quella scintilla magari minima di caso, di hic et nunc, con cui la realtà ha folgorato il carattere dell’immagine, il bisogno di cercare il luogo invisibile in cui nell’essere in un certo modo di quell’attimo lontano si annida ancora oggi il futuro, e con tanta eloquenza che noi, guardandoci indietro, siamo ancora capaci di scoprirlo. (Walter Benjamin) La commemorazione di un anniversario occupa un ruolo importante nella società presente, se non altro perché offre alle persone, provate dalla affannosa corsa contro il tempo, di accorgersi di temi o personaggi che altrimenti si perderebbero nella moltitudine di fatti e notizie. È il caso di Franz Dantone Pascalin (1939-1909), oggi ricordato a cent’anni dalla sua scomparsa, ricorrenza che curiosamente coincide con quella dell’inaugurazione della strada della Val di Fassa, costruita allora e da lui stesso documentata fotograficamente. Di lui purtroppo rimangono poche notizie biografiche e alcune immagini, che testimoniano la sua professione di fotografo, o più precisamente di fotografo-coloritore, come egli stesso indicò sul suo passaporto. Ciononostante, scorrendo le tappe della vita di Pascalin, salta subito all’occhio la singolarità del comportamento di un giovane uomo che, partito da Gries in Valle di Fassa a metà Ottocento per dirigersi verso i paesi del Nord in cerca di lavoro, si ritrovò a fare l’apprendista presso uno studio fotografico di Monaco. Probabilmente non sono note le circostanze che lo portarono a seguire una professione così insolita rispetto alle consuetudini del tempo per una comunità montana come quella ladina, particolarmente lontana e quindi protetta dalle dinamiche della vita urbana.
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Ma è proprio questa scelta di vita a suggerci i tratti di una personalità temeraria al cospetto di un società tendenzialmente conservatrice. Se dovessimo inquadrare la sua professione, così come veniva considerata allora, potremmo paragonarla a quella di un artista, giacché il lavoro di un fotografo di quegli anni, per via dei lunghi procedimenti di impressione e di stampa, è stato assimilato a quello di un pittore. In questa logica Pascalin appare come uomo d’ingegno che oltretutto godeva dello status di colui che, allontanatosi dalla sua terra per poi ritornarvi, vi è rientrato arricchito di una capacità analitica favorita dalla presa di distanza. L’esempio più evidente dell’alterità del ruolo Pascalin entro la società di quel tempo viene rivelata da una delle sue fotografie, quella dedicata all’inaugurazione della strada, dove egli stesso ci offre la sua immagine, o meglio - da abile professionista - l’immagine che voleva dare di sé. Qui ritrae se stesso in abito e copricapo modesti, modo che ha poco a che spartire con l’immagine risoluta delle personalità vestite con abiti consoni ad una circostanza ufficiale. Grazie a questo particolare Pascalin si dimostra essere un professionista, che certo conosceva bene le regole del ritratto fotografico in vigore allora, ma soprattutto una personalità conscia dei risvolti sociali del nuovo strumento, dato che la fotografia consentiva ai ceti meno abbienti di potersi permettere un ritratto. Per questi motivi le immagini fotografiche che Pascalin ci ha lasciato rappresentano in primo luogo un’interessante testimonianza su vari aspetti della comunità ladina, a cavallo tra Ottocento e Novecento, fornendocene un ritratto all’alba della modernità. Che tipo di testimonianza e quale grado di realtà immortalano le immagini di Pascalin è il tema di

riflessione di Claus Soraperra, in senso lato suo discendente e, in qualità di artista, collega di oggi. Il progetto di Soraperra parte dalle immagini del fotografo di Gries, selezionando alcuni aspetti di vita del passato e raffrontandoli con il presente della gente ladina, cercando di accorciare le distanze tra allora e oggi, e interrogandosi su come la cultura ladina dei suoi conterranei si stia trasformando in “ladinismo”, ovvero su come, in nome della “gallina dalle uova d’oro” rappresentata dal turismo, essa rischia di venire travolta da un processo di massificazione di facciata che, insieme al resto del mondo, rischia di condurre alla deriva. Nel rielaborare le fotografie di Pascalin, Claus Soraperra indaga i punti critici dell’immaginario di cento anni fa e di quello odierno. Non è la prima volta, lo ha già fatto con un bell’articolo pubblicato quest’estate (2009), dove ha messo in guardia sulla crisi d’identità che interessa la comunità ladina. Con questo progetto espositivo pone la “querelle” su un piano diverso, quello delle linguaggio visivo, ripescando fotografie che documentano la vita fassana a cavallo tra Ottocento e il cosiddetto secolo breve. Interviene sulle immagini secondo cinque modalità apportandovi sostanziali modifiche di varia natura: trasferimento su supporto digitale, ingigantimento degli originali, sdoppiamento impercettibile di personaggi, sovrascrittura fatta di segni e campiture di colore, aggiunta finale di collage e oggetti reali. Le ragioni socioculturali che innervano il progetto di Soraperra rendono opportuno seguire un percorso di continuo confronto tra fotografie originali e loro versioni digitali ritoccate, fatto che renderà chiaro lo smontaggio dell’immaginario secondo un procedimento di s-definizione. Soraperra prende in considerazione

quattro fotografie che documentano temi su cui si impernia la vita della valle: famiglia, “debutto in società”, stato e religione. È convinzione comune che la fotografia possieda una straordinaria capacità di restituire il reale in modo fedele. Sulla confutazione di questa apparente certezza si sono scritti fiumi di parole, ma un’attenta disamina di un’immagine fotografica può chiarire meglio tale visione e proprio l’innaturalezza dei personaggi ritratti da Pascalin ne offre una conferma. Va preso atto tuttavia che probabilmente l’obiettività non interessava Pascalin, così come nemmeno i pionieri della fotografia della sua generazione, questo concetto avrebbe trovato infatti compimento solo intorno al primo decennio del Novecento. Con questo non si vuole negare che l’immagine fotografica, per sua stessa natura e per quanto ritoccata, conservi una capacità di produrre, se non la realtà effettiva, un innegabile “effetto di realtà”. I ritratti di gruppo in particolare, per via delle necessità di messa in scena, restituiscono un senso perfino più ampio di un’immagine fedele, ovvero un’immagine mentale. Accade questo nel ritratto di famiglia che Pascalin ha scattato in occasione di un matrimonio tra due contadini, dove fin da subito emerge una ripartizione dei ruoli tra donne e uomini, padri/madri e figli: a sinistra i parenti della sposa, a destra quelli dello sposo (le somiglianze suffragano questa ipotesi), al centro, dietro gli sposi, in alto in piedi il parroco e uno dei due padri, ai loro lati le madri, poi nonni e parenti. Accanto agli sposi sono forse i testimoni oppure i fratelli, o presumibilmente entrambe le cose. Sotto siedono i bambini. Le espressioni sono serie, come era d’uso nelle occasioni importanti, soprattutto allora, quando non capitava tutti i giorni di farsi fare un ritratto fotografico. Soraperra interviene su
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questa simmetrica griglia scompigliandola. Se dapprima si notano gli interventi più evidenti, è attraverso un altro espediente che giunge alla reale s-definizione dell’immagine: laddove interviene impercettibilmente. E, guardando meglio, si nota che ripete tre volte la figura di una bambina che, per rendere l’intervento meno intrusivo, inverte. Questo espediente dimostra come sia semplice falsificare la realtà, oggi come ieri. In passato si riteneva che l’eccessiva realtà della fotografia abbassasse la qualità delle immagini, se paragonate a quelle della pittura e dunque era consueto abbellire il reale mediante pose dei personaggi, messe in scena o ancora ritocchi finali. Oggi, con l’avvento delle fotografie digitali, in pratica si fa lo stesso, solamente in modo tecnicamente diverso. La moltiplicazione dell’immagine non vuole solo sbugiardare la presunta realtà offerta dal ritratto, ma denuncia anche un processo di spersonalizzazione e di crisi di identità che coinvolge il presente in generale, ma che grava particolarmente sulle minoranze etniche o linguistiche, tanto che si è sentito il bisogno di arginare il dilemma tra dispersività tipica della globalizzazione e settorialismo della cultura locale, cercando una loro sintesi nell’idea di “glocal”. Gli interventi a cui Soraperra ricorre più frequentemente sono tuttavia di tipo simbolico. Il bello dei suoi ritocchi è che spaziano dall’iconografia del passato a quella contemporanea, saltellando disinvoltamente tra cultura bassa e alta. È così che qui ci sbatte in faccia il mostro di Hieronymus Bosch, simboli religiosi (l’aureola o il cuore ardente), accanto a citazioni pescate da libri di psicanalisi. L’incorniciamento del volto del parroco riprende certo la tradizione delle maschere fassane, trasformandolo nel personaggio del Barbiere che taglia la testa allo sposo (a questo si riferiscono gli occhi
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cancellati dello stesso), ma che poi, per fortuna, fa risuscitare. Il gesto di inquadrare questo volto si rifà inoltre a un’icona contemporanea, quella relativa al segno che Andy Warhol tracciò sulla fotografia originaria per selezionare l’immagine della “sua” Marilyn. Nello stesso genere citazionista delle icone di massa rientra il ritocco viola che Soraperra pone sul volto del padre dello sposo, finendo così per farlo assomigliare al ritratto di Giuseppe Verdi delle vecchie banconote da mille Lire. Assumendo un tono satirico che mette sotto accusa il ruolo secondario ricoperto dalle donne nella cultura ottocentesca, Soraperra cancella la sposa, sostituita da un suo simulacro spigoloso e androgino che al contempo fa riflettere sulla confusione circa l’identità femminile di oggi. Riguardo a questa fotografia va infine notato che Soraperra azzera i segni sfuggiti al controllo del fotografo, e per questo più autentici, come le ombre in basso oppure lo sfondo della parete in sasso che, al di là della messa in scena di Pascalin, tradiscono le origini umili delle due famiglie, insomma elimina proprio quei particolari che probabilmente, con il senno del poi, lo stesso fotografo avrebbe “abbellito”. La fotografia che ritrae un gruppo di militari in posa rappresenta un tipo di ritratto corale di natura diversa rispetto a quello precedente. Essa non è stata realizzata da Pascalin, ma da un fotografo coevo. Qui, nelle intenzioni del fotografo, o dei committenti, l’insieme dei figuranti è funzionale ad immortalare il gesto simbolico della stretta di mano tra un militare e il parroco, tra l’Esercito e la Chiesa. Sono gli antichi valori di Fede e Patria (dell’allora Impero Asburgico) che questa immagine incarna, gli stessi che oggi troviamo ribaditi su certi volantini diffusi dai seguaci di Andreas Hofer, la cui icona Soraperra posiziona sulla sinistra dei militari

accanto ad un Samurai. L’associazione che Soraperra fa tra figure militari così distanti tra loro trova spiegazione più su base emotiva che storico-scientifica. L’artista stesso sostiene che entro il fantasmagorico mondo mediatico delle immagini tutte le icone si equivalgono. Il modus operandi di Soraperra ricalca la modalità apparentemente “leggera” di miscelare cultura colta e popolare, caratteristica dell’arte pop. Tra i ritocchi attuati da Soraperra domina la scena quello della bandiera americana, modificata a sua volta, visto che i colori originali sono stati sostituti da quelli della bandiera ladina. Questa volta Soraperra si preoccupa di individuare una tipologia di simboli rientranti in una stessa categoria di senso, quella relativa alla guerra: la bandiera statunitense, i teschi, le mine antiuomo vendute in Internet (come Gus Van Sant denuncia nel suo film sulla strage del Columbine Elephant). Il simbolo di Amnesty International. Soraperra, in questo caso, interviene sull’immagine senza cancellare quei particolari, che Roland Barthes nel libro La camera chiara definisce “punctum”, ovvero quei dettagli soggettivi che smuovono l’osservatore. Il “punctum” di questa fotografia consiste nei particolari più curiosi non previsti dall’inquadratura di Pascalin, ovvero il contadino sullo sfondo, il quale non si capisce se sia voluto o se sia lì per sbaglio, oppure la contadina, tagliata per i tre quarti, che appare sull’estrema sinistra, anche lei apparentemente fuori luogo e comunque curiosamente non del tutto compresa o esclusa dalla scena. E forse ancora, come sembra di scorgere, un cane, coperto dalla balaustra delle scale. Nel confrontarsi con un altro evento ciclico della tradizione popolare, quello della Festa dei coscritti,

Soraperra ritorna ad un gusto più narrativo della citazione. Nello scatto fortografico di Pascalin alla fine dell’Ottocento vediamo un gruppo di giovani che posano in occasione di un rituale popolare tuttora in uso, che in origine nelle Valli di Fiemme e Fassa aveva la funzione di ufficializzare il passaggio dall’età giovanile a quella adulta. Nell’immagine originale figurano solo uomini, in quanto probabilmente in passato solo i maschi erano ammessi al rituale. A parte l’assenza di donne, per tutto il resto la fotografia documenta il permanere di alcune usanze nel presente, dalle decorazioni floreali dei copricapi all’impiego del carro trainato da cavalli. Quasi a voler controbilanciare una tradizione patriarcale, Soraperra fa saltare le teste di alcuni giovanotti, sostituite da immagini simboliche. Al posto dei volti dei due cavalieri vengono posizionate la testa del Monumento alla Vittoria di Canazei e la già citata maschera fassana del Barbiere. Nel gruppo di fondo, accanto al volto di un personaggio fumettistico che ricorda Top Gun, viene inserita la scultura classica del Doriforo, una delle opere che per antonomasia incarnano la virilità, virtù doppiamente sottolineata dal simbolo del genere maschile. Questo intruso, rispetto alla fotografia di Pascalin, regge la maschera del Laché, altra figura tratta dalle tradizionali maschere fassane, caratterizzata dai lineamenti asessuati e simbolo della giovinezza. In opposizione al gioco del mascheramento che coinvolge i due cavalieri, Soraperra mette a nudo i crani dei due cavalli, mentre il giovane che guida il carro viene a raffigurare la Morte. L’insieme della composizione produce un ribaltamento del senso originario della foto di Pascalin, che Soraperra trasforma nell’allegoria del Carro della vita che, lungo la strada intitolata posticciamente a Franz Dantone Pascalin, giunge al presente. Passato
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e presente in un flash. E l’attualità viene riassunta ricorrendo a due figure che Soraperra inserisce sulla linea diagonale basso-sinistra/ alto-destra della fotografia: un galletto in legno e una vista delle Dolomiti da cartolina, immagini-cliché della Val di Fassa che assecondano il favore di un gusto populista. A coronare il presente delle zone dolomitiche viene richiamato il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco, di cui Soraperra cita non tanto il logo, quanto una sua labile traccia. Ma attenzione ai facili entusiasmi! Sembra ribadire Soraperra con i suoi interventi che trasformano la foto-ricordo di un gruppo di giovani immortalati da Pascalin in un duro monito, un memento mori.

nello scimmiottamento di decori urbani, quali l’obelisco o il decoro della pavimentazione. Questi ultimi elementi, già nella foto di Pascalin, dicono molto nel loro stridore che non regge il confronto con la forza indomita delle pareti dolomitiche. Si tratta di una testimonianza dell’arrivo del gusto kitsch, cioè dell’inautentico. Gli stessi personaggi sono messi in posa scenografica, alcuni guardano in camera, altri sono girati di profilo, c’è perfino un bambino appoggiato sull’asta dell’insegna. [il fanciullo è Francesco Dezulian del Garber, futuro imprenditore e poeta ladino, ndr.]. Non può mancare lo strumento di congiunzione tra mondo cittadino e valligiano: l’autobus. Nell’inquadratura di Pascalin tutto è calcolato, nulla è lasciato al caso. Compaiono signori di classi sociali diverse, i “signori” Altrettanto stratificati sono i riferimenti simbolici con e i comuni cittadini. A questo proposito è interessante cui Soraperra si confronta rielaborando la fotografia di notare come proprio Pascalin, che si inserisce nel gruppo, Pascalin del 1908, che documenta l’inaugurazione della indossi un abito da lavoro, forse per sottolineare il suo strada della Val di Fassa, portata a compimento grazie ruolo di autore, come facevano i pittori del passato che all’impegno di un medico di origini greche [Theodor celavano il loro autoritratto nell’insieme dell’affresco. Christomannos, ndr.]. I dubbi che Soraperra avanza sui Soraperra, stravolgendo la composizione d’insieme, benefici che quell’evento ha rappresentato per la sua punta il dito proprio contro la teatralità dell’immagine terra sono molti e ce li esprime a partire dall’incoronare il dell’originale in un gioco di rimandi tra passato e benefattore con un triangolo che echeggia quello divino, presente. L’ambientazione subisce un’ironica inversione posto non a caso poco sopra. Come negli altri casi è la tra giorno e notte, cielo e terra, secondo cui quest’ultima stessa fotografia originale a risultare densa di spunti di è immersa nel cosmo, mentre il terreno in basso si riflessione. Essa sancisce l’arrivo in Val di Fassa del mondo trasforma in suolo lunare, ricordato dall’impronta del esterno, dei villeggianti, termine oggi sostituito dal più primo uomo sulla luna. L’obelisco è sostituto da una generico turisti. Al tempo stesso lo scatto fotografico colonna vertebrale, un simbolico sostegno per la valle. immortala il desiderio di abbracciare in modo un po’ L’autobus viene ricoperto da sponsor, gli stessi che oggi impacciato il gusto cittadino, giacché mentre nelle gestiscono e alimentano il turismo in valle, identificato metropoli europee si erigevano le insegne in stile liberty con la Gallina dalle uova d’oro. L’accostamento casuale dei metro, qui la fermata dell’autobus svelava un senso di ideogrammi, delle figure del tigre e del Buddha estetico, che nel migliore dei casi è rappresentato dalla sottolineano la cacosemia che contraddistingue il nostro tabella affissa su un palo di legno e, in quello peggiore, presente. Il particolare più curioso degli interventi di
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Soraperra è costituito dal listino prezzi d’epoca per il trasporto dei bagagli, secondo il quale il costo veniva stabilito in base al peso e alle misure, proprio come accade oggi nei check-in. Entro il tono di satirico l’unico cenno di ottimismo è rappresentato dal bambino, protetto dal segno grafico circolare Corona l’insieme delle immagini l’autoritratto di Pascalin che Soraperra non solo trasforma in icona sacra, ma accosta al grande fotografo francese Auguste Nadar. A discolpa di Pascalin va comunque precisato che il modo in cui ritrasse la sua gente, sebbene possedesse lo sguardo privilegiato di chi ha conosciuto il mondo, rispecchiava un atteggiamento verso la fotografia in linea con la sua epoca. La stessa figura di Nadar, considerato una pietra miliare nella storia della fotografia, fu inizialmente propugnatore dell’importanza della fedeltà al reale che escludeva ritocchi e pose artificiose, ma poi fu costretto, a causa del successo di una concorrenza dai costi minori e alimentata dal cattivo gusto, ad adeguarsi ad una prassi lavorativa, che interessava soprattutto il ritratto, improntata a modificare il reale con qualche inganno. Questo modo di intendere sia l’immagine fotografica sia la realtà si è protratto fino ad oggi causando le nefaste conseguenze che tutti conosciamo. Con le gigantografie il progetto espositivo di Soraperra si rivolge ad un pubblico particolare, quello dei musei, incline al dibattito. Più temerario, se non ardito, è l’intervento che Soraperra prevede per il pubblico generico della strada. Per l’esterno sono previsti alcuni striscioni stradali che riproducono parti delle opere, accompagnate da frasi emblematiche in ladino dal duplice significato. Ed è qui che Soraperra gioca la sua vera scommessa, ricercando una relazione diretta proprio

con quella realtà che egli stesso mette in discussione, andando così a sollecitare una possibile reazione del valligiano incuriosito oppure del turista distratto. 1. < tu este familia? > (Tu hai una famiglia? / Tu sei famiglia?); 2. < la vera des_grazia! > (La guerra distrugge/La vera disgrazia / La guerra da onore grazia); 3. < prejent e passa > (Il presente è passato / Il presente passa); 3. < cre_r te se enstes > (Credere in se stessi / Creare in se stessi); 4. < jent osserva > (ascoltare la gente / Attenzione gente!); 5. < peis_a la religion? > (Pensa alla religione? / Pesa la religione?). Nella sua accorata denuncia contro la superficialità della vita presente Claus Soraperra potrebbe essere associato ad un don Quijote che lotta contro i mulini a vento. Ciononostante la rilettura che egli propone del passato alla ricerca, come bene sintetizzano le parole di Benjamin, del futuro annidato in esso, è un progetto encomiabile in quanto consapevolmente provocatorio e per niente consolatorio. In questo senso la sua modalità di intervento si allinea con una tendenza di pensiero condivisa dalla maggioranza di chi si occupa d’arte contemporanea, che considera obiettivo dell’arte, non tanto quello di dare risposte, ma quello di porre interrogativi, o almeno, quello di smuovere le coscienze.

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< Ladinism >
Claus Soraperra

Noscia ladinité é do a se tramudèr te n moviment sozioculturèl contemporan che se podessa chiamèr LADINISM, belimpont, mudan su mesura i valores e la richeza culturèla de na mendranza etnica, i contegnui che zacan moea sù la usanzes e la tradizions i é doventé biota estetica duran la forma desche soul segnificat del fèr, se n’arloan do a la azions tipiches de la globalisazion, olache al post de l’oget vegn metù l’imagìna de el medemo. Aldidanché la tradizions e la usanzes vegn proponetes a na vida estetica olache les doventa spetacol, performance, happening, jech, prodot destinà a se enstes, che cogn esser spilenà de sajon, se mesuran co la mort de la tradizion enstessa. Belimpont più che trasformazion culturèla l dut somea esser na fujion anter cultura e spas, doventan deviazion de la cultura e banalisazion del jech. Dut chest somea esser na mascherèda de anchecondì che recorda i mecanismes de la reclam olache l’oget no l’é più ma resta sia imagìna, fajan creer ai teleosservadores che l’é demò chel che ic veit e nia più realtà ogetiva. Chesta vida de comunicazion la é fia de l’argagn mediatich de la reclam che con sie sistemes che adorbes e embarlumea, sostituesc ence te la ladina Fascia ( …ge menciassa auter!) la teorìa sozièla con chela de la parbuda. Coscita te la sozietà la persona doventa soget e l soget doventa oget, perdan l contat co la realtà ogetiva, metan en crisa i valores fondamentèi de na comunanza. I resultac trasversèi se i pel lejer te la deboleza del leam sozièl e familièr, te la gordeona perduda de identità e solidarietà, te la tebia partezipazion zivila e culturèla, ma soraldut te la desfanta e ingoernabola perduda de teren del lengaz ladin. Miora alincontra la union anter la desvaliva sociazions, belebon leèdes al teritorie, ma che ben de che doventa ence eles argagn per meter a jir l spetacol ladinist.
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I medemes organs de promozion turistica, che laora aldò de la pianificazion e de la programazion economica semenan la segureza del benstèr di sentadins e del melaur liberist, i no pert ocajion de durèr (…de giusta!!) l’imagìna freida, da color e televisiva desche strument de reclam, duran l dut desche roba da baratèr e prodot culturèl, fetic de n consumism che prest e bolintiera é destinà a jir n èschies o doventèr fin de el medemo. L gran spetacol del Ladinism e de sia tradizion “ladinica” culturalmenter doc, l’à dedant doi sorts de spetatores, chi fores , che chier tradizionalismes pures a bon marcià, e i medemi ladins. Lascian da na pèrt l’analisa di messajes mediatics e la percezion del Ladinism, da pèrt di fores , la sensazions di medemi ladins les ciapa forma te na sort de molinel olache ic doventa atores de ic enstesc, contenc più che de ic medemi de la imagìna virtuèla , consumistica e da color che ic i é bogn de dèr Tras la neva identità, chest’outa no ladina, ma de icones mediatiches, i atores del spetacol ladinist, consumistich, sostegnù da n consens populèr oramai gran e prevalent moet da n sens de partegnuda a zeche de desvalif, anter l’om dal bosch, l salvan, l’om tirolensis mìngol baiuvarie, mìngol similaun ma soraldut vardian de na sort de dureza encontamineda, primitivista da mont, i ladins vif malamenter e i stranten l sens de identità vera de partegnuda a na mendranza etnica, vivan l dut desche nef “style of life” che fèsc pèrt de sia storia, zenza se n’ascorjer che ic medemi a la fin fèsc pèrt di sistemes de pianificazion che la globalisazion met a jir e che la jent chier. Encomai svetèda di contegnui e doventèda lijiera e piena de color, la tradizion ladina la doventa sorida da esportèr te DVD, I-pod, CD rom, sorida desche n palmar, serèda sù te pec gigas de memoria virtuèla, ma vertia per esser

salvèda da sia mort, senoauter desche imagìna ( sessaben in JPG!!) per esser lascèda en arpejon a chi che vegnarà dò, magari ence no più ladins. Somea esser n’azion da supereroes, n teorem lurà fora e pianificà avisa, per fermèr la erojions de la globalisazion, coscita la tradizion doventèda encomai imagìna de se enstessa la podarà soraviver duran la medema èrmes de destruzion globala de pensier. Duran chisc strumenc mediatics-consumistics, oramai a la leta de duc, noscia tradizions troarà lèrga te l’archivie virtuèl de la re, ge arseguran ai ladins medemi de restèr n ebicait imagìna di ladins. De dò via resta i atores del Ladinism, interprec ones , moec da sentimenc de segur positives, che se mef te la selva de la pianificazion globala. Verejan anter na endesfida aricegola, e na piajegola partezipazion che i li fèsc doventèr portadores segn de na nobola tradizion che se lea a auc valores sozio-culturèi, ma che alincontra chesta sozietà da aldidanché no à più de besegn. Che fèr de chest patrimonie coscita originèl, e rich che se desmostra incompatibol col sistem operatif da anchecondì? Ascorta la resposta, duran la forma, encomai lijiera dalajà che no l’à più contegnui ogetives co la realtà, metan a jir n scena la tradizion desche “prodotto d’asporto”, la lean al mond de l’imagìnes. Fosc chesta l’é la soula strèda ti motores engatié de enrescida de la sozietà da anchecondì, per fèr sci che la tradizions e la usanzes, te sia parbuda miora les posse esser re-durèdes desche soul segn virtuèl de na antica partegnuda al popul ladin. Aboncont se ris ia de dezider jà anché de esser imagìna de se enstes, ris ian de passèr a la Storia co la mondures de nesc veies e no, amàncol con chela neves de anchecondì. Traduzion Loreta Florian
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< Ladinismo >
Claus Soraperra

La ladinità sta lasciando il posto al LADINISMO (inteso come movimento artistico-culturale contemporaneo, vivo e vegeto), modellando su misura i valori e la ricchezza culturale di una minoranza etnica, sostituendo i contenuti con la forma, azione tipica della globalizzazione, dove all’oggetto si sostituisce l’immagine di esso. La tradizione diviene spettacolo, performance, happening, gioco, prodotto fine a se stesso, costretta a misurarsi stagionalmente con la morte della tradizione stessa. Infatti più che trasformazione culturale sembra fusione tra cultura e svago, attuandosi come deviazione della cultura e banalizzazione dello svago. Una messa in scena che ricorda la pubblicità dove in effetti non esiste più l’oggetto ma la sua immagine, restringendo l’orizzonte dei telespettatori facendo loro credere che esiste solo ciò che si vede. Questo meccanismo comunicativo è figlio dell’invenzione mediatico-pubblicitaria che con i suoi sistemi inibitori ed anestetizzanti sostituisce, anche nella ladina val di Fassa (ci mancherebbe altro!!) la teoria dell’estetica a quella sociale. Qui l’individuo diviene soggetto ed il soggetto diviene oggetto, perdendo il contatto con la realtà oggettiva, mettendo in crisi i valori basilari di una comunità. I risultati collaterali sfociano nella debolezza del tessuto sociale e familiare, la perdita di identità e solidarietà, la fragilità linguistica del ladino, migliora invece la coesione in associazionismo, molto diffusa, ma che assume spesso e volentieri il ruolo di strumento per la messa in opera dello spettacolo ladinista. Gli stessi organi di promozione turistica, a cui spetta la pianificazione economica e la cosiddetta disseminazione
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del benessere, non perdono occasione di utilizzare (a questo punto “giustamente”!!) l’immagine fredda, colorata, televisiva e spettacolare come mezzo pubblicitario, trasformandola in merce di scambio e prodotto culturale, feticcio di un consumismo finalizzato alla rapida deperibilità. La messa in onda della tradizione “ladinica” targata culturale si trova di fronte due tipi di spettatori, la società esterna, alla ricerca di tradizionalismi mordi e fuggi, e gli stessi ladini. Evitando di incamminarci nell’analisi del tipo di messaggio mediatico e della percezione del cosiddetto Ladinismo imperversante, che la società esterna coglie, prendono forma le sensazioni degli stessi autoctoni, attori di se stessi, sempre più compiaciuti, più che di loro stessi, dell’immagine virtuale e consumistica che loro riescono a dare. Attraverso la rilettura di loro stessi come icone medianiche, sostenute da un consenso popolare ormai diffuso, dall’orgoglio, non tanto ladino, ma di appartenenza a “qualcosa” comunque sia di diverso, i ladini captano di rimando un senso di identità deviato e fittizio di loro stessi come etnia e come minoranza linguistica, vivendolo ormai come qualcosa di esclusivo, uno «style of life», che fa parte della loro storia, non accorgendosi inversamente di essere parte dei sistemi pianificatori messi in atto dalla globalizzazione. Svuotata di contenuti e resa maneggevole la tradizione oggi, risulta esportabile in formato VHS, Ipod, CD rom ecc, pratica quanto un palmare, racchiusa in pochi giga di memoria virtuale, ma pronta per essere salvata dalla sua fine se non altro in termini di immagine (probabilmente in formato jpg), ed essere lasciata in eredità ai posteri, (magari non ladini!!). Un azione degna da supereroi, una strategia sembra

pianificata a tavolino per arginare le erosioni della globalizzazione, la tradizione resasi ormai immagine di se stessa, riuscirà così a salvarsi con gli stessi strumenti di distruzione di massa. Utilizzando i canali mediatico-consumistici la nostra tradizione troverà un nobile spazio nell’archivio virtuale della rete, rassicurando i ladini stessi di rimanere anche in futuro ladini. Sicuramente un’onestà d’azione sincera, muove i giovani attori nella selva della pianificazione globale, che da loro un incauto ruolo ed una piacevole responsabilità, quella di portatori sani di una nobile tradizione che richiama alti valori socio-culturali, ma che inavvertitamente la società di oggi non da loro lo spazio motivato di azione. Cosa farne di un patrimonio cosi originale, ma che risulta incompatibile nel sistema operativo di oggi. Geniale la risposta, riutilizzando la forma, resasi leggera non avendo contenuti oggettivi con la realtà, nella messa in scena della tradizione come prodotto d’asporto, legandola al mondo dell’immagine. Forse questa è l’unica via percorribile nei labirintici motori di ricerca, per far si che la tradizione, nella sua immagine migliore possa essere ri-utilizzata come unico virtuale segno di un antica appartenenza al popolo ladino. Il rischio rimane quello di decidere già oggi di essere immagine di se stessi, e di rischiare di passare alla storia con gli abiti antichi e non almeno con l’abito di oggi.

Ladinismo Elaborazione grafica di Manuel Riz.

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Vita di Franz Dantone Pascalin

Anno
1790 1791 1820 1826 1833 1835 1837

Storia della fotografia
Prima impressione di un’immagine chimica su carta di Thomas Wedgwood A Parigi nasce Gaspard-Felix Nadar Prima eliografia di Joseph Niepce Louis Jacques M. Daguerre con il contributo di Niepce inventa il dagherrotipio William Fox Talbot realizza la prima sciadografia Louis Jacques M. Daguerre realizza la prima natura morta di pregio Enrico F. Jest e Antonio Rasetti conducono i primi esperimenti basandosi sugli studi di Daguerre Sir John Herschel introduce il termine fotografia, negativo e positivo William Fox Talbot trasforma la sciadografia in calotipia Pencil of Nature, primo libro fotografico, contenente 24 calotipi

Principali avvenimenti storici ed artistici europei

Primi esperimenti di trasmissione telegrafica

Francesco Dantone nasce il 23 novembre a Gries di Canazei

1839 1839 1841 1844 1846 1848

Rivoluzione a Vienna. Rivoluzione in Germania. Vittoria austriaca a Custozza Frederick Scott Archer introduce le prime lastre in vetro o metallo Nadar scatta le sue prime foto Giovanni Battista Unterveger è apprendista “ritoccatore” presso Ferdinand Brosy a Trento. Joseph Muhlmann apre uno studio fotografico a Campo Tunes Unterveger apre il primo studio fotografico a Trento Charles Baudelaire scrive Les Fleurs du Mal Prima fotografia aerea di Nadar a bordo di un pallone aerostatico Charles Darwin pubblica Dell’origine della specie Spedizione dei mille Proclamazione del Regno d’Italia Bismarck è eletto cancelliere Victor Hugo scrive I Misreabili Josef Gugler formatosi a Vienna e Monaco apre uno studio fotografico a Bolzano. Peter Moosbrugger apre uno studio fotografico a Bolzano Peter Moosbrugger assieme al fratello August apre uno studio fotografico a Merano Peter Henry Emerson introduce la tecnica della sfocatura controllata Guerra della Prussia e dell’Italia contro l’Austria. Karl Marx scrive Il Capitale

Negli anni 50 (?) emigra nell’Impero in cerca di lavoro

1851 1853 1854

1856 1857 1858 In questi anni è apprendista presso uno studio fotografico a Monaco di Baviera E’ probabile il suo apprendistato nello Studio fotografico di Leybold ad Augsburg Con la qualifica di fotografo viaggia per mezza Europa 1859 1860 1861 1862 1864

1565 1866 1867 E’ gia attivo in Fassa come fotografo, lo testimoniano le prime riproduzioni fotografiche ed il suo passaporto che riporta la professione di fotografo e coloritore 1868

E’ informatore del Ludwig von Hoermann per la stesura dei Mythologische Beitraege aus Waelschtirol.

1870

1871 Consegue a Bolzano la patente di Capitano dei Pompieri Partecipa alla storica ascensione della Marmolada 1873 1874 1875 E’ ipotizzabile la collaborazione con Sebastian August Knoll nello studio Dantone & Knoll a Bolzano in Dreifaltigkeitsplatz n° 4 Organizza e fonda il Corpo dei Vigili del Fuoco di Canazei Comincia a collaborare attivamente con il Tiroler Volksbund di cui diviene fervido sostenitore E’ presente nelle valli dolomitiche occidentali, documentando gli aspetti fotografico-paesaggistici Acquista una camera oscura Confort Camera serie B Bernard Wachtl, Vienna, ed effetti fotografici della fabbrica CA Steinheil Sohne di Monaco. Viene nominato Capofrazione di Gries Apre a Gries di Canazei lo Studio Fotografico presso la Gasthaus-Osteria zum fotograf F.Dantone Continua il peregrinare nelle valli limitrofe e nel Trentino meridionale, documentando aspetti fotografico-paesaggisti Viene premiato alla mostra fotografica del Tirolo ad Innsbruck 1879

Unteveger pubblica l’Albun delle vedute del Trentino Josef March apre uno studio Fotografico a Bressanone

Nasce lImpero Tedesco Arnold Boecklin dipinge Lotta di centauri Prima esposizione degli Impressionisti nello studio di Felix Nadar a Parigi Julie Verne scrive Il giro del Mondo in ottanta giorni.

Sebastian August Knoll apre uno studio fotografico a Bolzano ed uno ad Innsbruck

Edison inventa la lampadina elettrica.

1882 1883 1886 1889 1890 Bernard Johannes di Monaco apre uno studio fotografico a Merano

Triplice Alleanza, Germania, Austria-Ungheria ed Italia. Friedrich W. Nietzesche pubblica Così parlò Zarathustra Georges Seurat dipinge La Grande Jatte. Costruzione della Torre Eiffel e Prima Esposizione Universale a Parigi

1891 1892

The Photographic Salon esposizione fotografica annuale organizzata dal circolo Linked Ring Secessioni di Monaco, Berlino e Vienna

1893 1894 Franz Peter proveniente da Karlsbad apre uno studio fotografico a Merano Albert Wachler e Theodor Christomannos presentano a Monaco di Baviera il progetto della Strada delle Dolomiti da Bolzano a Cortina d’Ampezzo Prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumière

Viene premiato per le sue foto a Salzburg Diviene primo gestore per in D.u Oe. Alpenverein della Contrinhaus Continua la collaborazione come informatore di Karl Felix Wolff

1895 1897 1899 1900 1902 Alfred Stieglitz insieme ad Eduard Steichen, Clarence White ed Edmund Stirling fonda il circolo fotografico Photo-Secession

Marconi inventa il telegrafo senza fili. Sigmund Freud pubblica L’interpretazione dei sogni.

1903 1907 Viene citato nella monografia sulla Strada delle Dolomiti di K.F. Wolff Muore il 2 marzo 1908 1909 1910 4 1914 M Muore Felix Nadar

Primo Volo dei fratelli Wright Picasso dipinge Les demoiselles d’Avignon Karl Felix Wolff pubblica la monografia della Strada delle Dolomiti Terminano ufficialmente i lavori della Strada delle Dolomiti Manifesto dei pittori Futuristi Scoppia la Grande Guerra

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< Operes >
Note tecniche

L’azione di scomposizione e riformazione delle rappresentazioni fotografiche di Franz Dantone Pascalin, ha richiesto più tipi di interventi esecutivi, che sommariamente incidono nell’osservatore con tempi di elaborazione sensoriale diversi. Oltre a processi mentali inconsci, pulsioni istintive e la messa in gioco di processi di sublimazione la condotta del lavoro ha richiesto principalmente tre tipi di azioni: 1. Elaborazione dei file dell’immagine originale attraverso l’alterazione, l’introduzione, lo sdoppiamento la trasformazione ecc. di elementi nuovi o già presenti in bianco e nero. 2. Immissione del colore nelle immagini precedentemente modificate attraverso la presenza di simbologie, figure, campiture ecc. 3. Elaborazione manuale della gigantografia attraverso l’applicazione di collage, oggetti, disegni, scritture, graffiti ecc.

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79.5 x 59.5 x 2

< Pascalin_Nadar >

Franz Dantone Pascalin (F.Dantone) archivio ASUC Gries, Canazei

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< Familia_Persona >

Famiglia di Gries (F.Dantone) archivio famiglia Franco Dezulian, Canazei

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198.5 x 249.5 x 2

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< Tradizion_Jogn >

Coscritti fassani (F.Dantone) archivio famiglia Franco Dezulian, Canazei

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198.5 x 249.5 x 2

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< Vera_Religion >

Veterani ad Alba (autore ignoto) archivio Virgilio Soraperra, Canazei

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198.5 x 249.5 x 2

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< Turism_Ambient >

Inaugurazione Obelisco della Strada delle Dolomiti Passo Pordoi (F.Dantone) archivio famiglia Franco Dezulian, Canazei

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198.5 x 249.5 x 2

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< Banner >

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300 x 100

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L’obiettivo del progetto è di ricordare Franz Dantone Pascalin attraverso l’osservazione degli aspetti iconografici ed iconologici presenti iconografici nella sua produzione fotografica, rivisitandoli e fotografica, presentandoli in chiave attuale e contemporanea. Attraverso un’azione di scomposizione e rilettura delle rappresentazioni fotografiche, immortalate fotografiche, nelle lastre di Franz Dantone Pascalin, cento e più anni fa, il progetto vuole analizzare i diversi mutamenti intercorsi nella società fassana, capire “dov’è” e forse percepire “dove sta andando”. Strumento di questo percorso volto a dare delle risposte, è la mia consapevolezza biologica intesa nella maniera più ampia, che spesso tenta a trovare le risposte nel passato, nella storia, senza accorgersi che il presente se non vissuto, non si sedimenta e non diviene memoria. La celebrazione del centenario, della morte di Franz Dantone Pascalin è un’occasione irripetibile di autoanalisi e di autocritica della/nella società fassana, attraverso l’utilizzo ed il consumo del linguaggio delle immagini. Claus Soraperra

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