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IL BILINGUISMO Ilario Stocchero Premessa Affrontare l'argomento del bilinguismo all'interno del settore particolare dei non udenti

significa anzitutto rifarsi a un tema pi ampiamente dibattuto e particolarmente attuale in questo momento. Ci sembra per questo utile esporre una panoramica generale del problema che ne evidenzi insieme l'attualit e la complessit. Sar in questo contesto pi ampio che tale problema, limitato al settore dei soggetti sordi dalla nascita, potr avere una maggiore chiarezza e attingere dalle esperienze e dalle conclusioni che un pi vasto dibattito ha potuto rilevare. L'acquisizione di una seconda lingua si appresta a divenire una necessit sempre pi urgente nella prospettiva dell'unificazione europea. Questa eventualit costituisce forse uno tra i principali stimoli ad una maggiore integrazione. Essa appare, d'altro canto, ricca di implicazioni linguistiche, sociologiche e culturali di non facile soluzione. Sarebbe un peccato di ingenuit ritenere che tale "passaggio" possa avvenire senza una rielaborazione di contenuti socio-culturali e di metodi didattici. Si tratta, in sostanza, di passare da una situazione di monolinguismo a una di bilinguismo. Il passaggio, da ribadire, comporta una serie di complessi cambiamenti e di adattamenti. Tuttavia, una volta acquisito il bilinguismo come dimensione culturale e sociale diffusa, ci si dovr porre il problema se tale situazione linguistica costituisca per il singolo un arricchimento o piuttosto un elemento di interferenza con conseguenze negative. Sul tema gli studiosi stanno discutendo da oltre settant'anni e possiamo quindi disporre di una ricca bibliografia sia sul piano dei rilevamenti gi effettuati sia a livello di trattazione teorica. Se il bilinguismo pu essere definito come la contemporanea attribuzione di due codici a un medesimo significato sembra che la realizzazione di tale operazione mentale abbia indubbi effetti positivi. Il confronto tra due gruppi distinti di soggetti cresciuti e istruiti, gli uni in modo monolingue e gli altri in modo bilingue, evidenzia come questi ultimi risultino avvantaggiati nella dinamicit mentale, nella prontezza di comprensione, nella facilit di adattamento a soluzioni linguistiche diverse. In ogni caso, nonostante la difficolt di trovare una situazione in cui due codici linguistici abbiano il medesimo valore per il soggetto e lo stesso grado di padronanza, la loro compresenza ha sempre un effetto positivo su chi li usa. Parlare di bilinguismo nel caso specifico di portatori di handicap uditivo, pu assumere un significato pi concreto ed esauriente, se inserito in una pi ampia corrente di studi e di considerazioni. Si tratta di esaminare, anche in questo campo particolare, se possa esistere un rapporto ottimale tra lingua parlata e linguaggio gestuale. In contrapposizione alla tesi oralista, che tiene il campo da un secolo, vengono proposte considerazioni che sarebbe opportuno applicare non solo alle lingue orali, ma anche a quelle non verbali. Forse in questo settore il problema risulta pi articolato per il fatto che il rapporto non tra due codici orali, ma tra due sistemi linguistici aventi 1

modalit diverse. Su questo particolare tipo di bilinguismo gli studi sono poco numerosi perch solo recentemente il fenomeno ha attirato l'attenzione di linguisti, psicologi ed educatori. Tali studi, inoltre, pur avendo la rigorosit della ricerca scientifica, non sono in grado di abbracciare la complessit del fenomeno come avviene invece per il bilinguismo delle lingue orali. Tutto questo trova spiegazione anche nel fatto che il linguaggio gestuale non ha ancora trovato, in molti Paesi, una opportuna codifica con conseguente riconoscimento e non viene implementata l'acquisizione di nuovi termini n il loro perfezionamento all'interno della sua struttura grammaticale e sintattica. Solo la realizzazione degli obiettivi di formalizzazione permetter di rispondere pi precisamente a domande del tipo: quale modalit di lingua, quale autonomo valore, quale veicolazione culturale sono propri del linguaggio gestuale. Il tema del particolare bilinguismo di cui si tratta, ha ottenuto in questi ultimi tempi una insospettata attenzione dovuta non tanto a una semplice moda culturale o didattica, ma derivante dal fatto che l'oralismo, come scelta educativa assoluta, stato pi volte messo in dubbio. Si ritiene inoltre che il bilinguismo, anche per questo particolare caso, come proposta educativa alternativa, comporti un arricchimento culturale globale e un esito linguistico finale migliore per i soggetti non udenti. Da queste considerazioni abbastanza generali, ma che sembrano opportune, riteniamo di doverci addentrare nel problema in modo pi dettagliato. Ci premeva, innanzitutto, mettere in evidenza questa stretta relazione che tiene insieme la trattazione del bilinguismo "particolare" e la trattazione dei problemi legati al bilinguismo in generale. Nell'esposizione che seguir ci si propone di chiarire i termini del problema, le relazioni tra gli stessi e di evidenziare gli influssi del bilinguismo sulla psiche e sulla personalit del soggetto bilingue, fino a giungere a definire la possibilit di interferenza linguistica. All'interno della stessa esposizione, che tende a proporre le tesi pi accreditate, abbiamo ritenuto opportuno inserire osservazioni personali tese a puntualizzare, affrontare e anche mediare, laddove sembra esservi una qualche opportunit. Nell'esposizione sar data preminenza al momento informativo, poich daremo una valutazione conclusiva delle teorie e delle analisi esposte.

Il bilinguismo: aspetti generali Nell'analisi di un qualsiasi fenomeno linguistico, il primo obiettivo che comunemente ci si pone quello di formulare una definizione capace di esprimere sinteticamente ci che tale fenomeno rappresenta. Bilinguismo significa, in termini generali, la padronanza di una seconda lingua. Tuttavia una simile affermazione non risulta certamente sufficiente a spiegare un argomento di cui abbiamo rilevato la complessit. In effetti, anche gli studiosi che via via si sono avvicinati a questo tema, oltre a condurre le loro ricerche su questo o su quel gruppo di soggetti cresciuti con una seconda lingua, hanno tentato di descrivere la realt in poche, ma significative espressioni. Cos, scorrendo l'abbondante materiale bibliografico attualmente disponibile, incontriamo una serie di definizioni sempre pi significative ed esaurienti e grazie alle quali possibile farsi un'idea 2

globale assai precisa del fenomeno. Il "Lexique de la terminologie linguistique" (Marouzeau, J.,1961) definisce il bilinguismo come "la qualit d'un soggetto o di una popolazione che si serve correntemente di due lingue, senza una propensione marcata per l'una piuttosto che per l'altra" (p. 39). Weinreich (1964), sintetizzando ulteriormente la questione, osserva che "la pratica di alternare due lingue pu essere chiamata bilinguismo, e la persona coinvolta bilingue". Titone (1979), esperto di problemi linguistici e di didattica delle lingue, oltre che collaboratore a vari progetti di ricerca sul bilinguismo precoce in Italia e all'estero, cos introduce l'argomento: "Il bilinguismo consiste nella capacit di un individuo di esprimersi in una seconda lingua aderendo fedelmente ai concetti e alle strutture che a tale lingua sono propri, anzich parafrasando la lingua nativa. Il vero bilinguismo, nel senso di "ambilinguismo", abbastanza comune tra bambini allevati nell'uso simultaneo di due lingue, implica la presenza nel medesimo sistema neuropsichico di due paralleli, ma del tutto distinti, schemi di comportamento verbale" (p. 13). Queste osservazioni, tra le pi originali ed efficaci tra quelle incontrate nella fase di approfondimento del nostro tema, mettono a fuoco il problema e gli aspetti principali ad esso connessi con particolare immediatezza e concisione. A partire dal 1905, anno in cui fu pubblicato da Mocaer il primo saggio sull'argomento, diversi studi tesero a definire il bilinguismo senza riuscirvi con la stessa precisione che possibile rintracciare invece nelle citazioni appena proposte. Si confondeva, ad esempio, il bilinguismo come fenomeno comportamentale (linguistic behaviour) con il fenomeno pi generale del contatto linguistico. Secondo taluni studi pionieristici, un soggetto era da ritenersi bilingue anche quando era in grado solo di comprendere una seconda lingua, cio quando era stata attivata in lui la sola capacit di ascolto (competenza passiva). Si dovuto attendere qualche tempo prima che alcuni ricercatori, grazie anche agli studi condotti dai loro predecessori, riuscissero a mettere a punto dei criteri in base ai quali poter definire pi scientificamente il fenomeno bilinguistico. Fra gli studi pi significativi in questo senso si possono ricordare quelli di MacKey (1956, 1962). Attualmente per bilinguismo si intende lo stato in cui un soggetto in grado di esprimersi in una seconda lingua con la stessa immediatezza e con la stessa competenza con la quale comunica nella lingua materna. In altri termini il bilingue possiede un bagaglio lessicale e una scioltezza nell'uso delle strutture sintattico-grammaticali pressoch pari in entrambe le lingue. Il cosiddetto "language shift", o "code switching" (1), presente nel soggetto bilingue deriva dal fatto di essere cresciuto, fin dalla pi tenera et, a contatto con due sistemi linguistico-espressivi diversi, acquisendone automaticamente, senza uno studio formale, tutte le forme proprie e divenendo un perfetto "monolingue" nella seconda come nella prima. Nell'esposizione ad una seconda lingua, per il futuro soggetto bilingue risultano di cruciale importanza una serie di fattori di carattere temporale e qualitativo, come l'et, la durata, l'intensit e la qualit dell'esposizione. Ognuna di queste variabili ha un valore determinante sull'esito finale della competenza nella seconda lingua e la loro interazione ha un ruolo decisivo nel creare e nel favorire uno stato di autentico bilinguismo. Il bambino esposto precocemente all'impiego di due lingue naturali svilupper gli 3

automatismi espressivi e linguistici in maniera ottimale rispetto ad un soggetto che verr a contatto con la seconda lingua in et avanzata. Sembra infatti che dai tre agli otto anni si possegga una capacit di assimilazione linguistica che permette un pi facile apprendimento. Secondo Titone (1979, p. 90) il bambino dotato di un grado eccezionale di plasticit nei centri cerebrali della parola. Come il fattore et, anche quelli di intensit e di durata sono responsabili di un maggiore o minore grado di acquisizione dell'abilit linguistica. All'interno di esperienze vissute, anche una breve esposizione ad un codice linguistico, oppure il saltuario contatto con esso, possono determinare in molti casi una capacit d'uso verbale caratteristica del soggetto bilingue. Similmente l'insieme di stimoli tanto auspicabili nella cosiddetta "full immersion" daranno esiti incerti se qualitativamente inadeguati sia sul piano linguistico sia su quello socio-culturale (Lambert, 1972). Gli studiosi del settore hanno compreso appieno il significato che queste variabili rivestono quando, per giungere ad una corretta valutazione del fenomeno, si sono trovati a dover stabilire il grado di competenza di una seconda lingua in alcuni gruppi bilingui, oppure il significato che esse rivestivano nel momento in cui si trovavano a dover quantificare il grado di bilinguismo presente nei soggetti da esaminare. Per "misurare" la capacit di commutare gli automatismi da una lingua ad un'altra, si rendeva infatti necessario stabilire dei parametri in base ai quali distinguere un vero bilingue da uno pseudo-bilingue. Si giunti cos ad individuare, all'interno del fenomeno stesso, un tipo di bilinguismo autentico da uno qualitativamente inferiore. Anche se assai difficile trovare una perfetta padronanza di due lingue, possiamo considerare bilingui autentici quei soggetti che vengono esposti precocemente e simultaneamente a due codici linguistici, qualora siamo di fronte ad una situazione in cui le varianti citate interagiscano e si integrino perfettamente. Cos il vero bilinguismo coincide quasi sempre con quello di tipo simultaneo secondo il significato appena chiarito. Pseudo-bilingui sono, invece, quei soggetti cresciuti ed educati nella lingua materna per un certo tempo e venuti a contatto con una seconda lingua in un momento successivo senza giungere a padroneggiarla con la medesima sicurezza della prima. Molto spesso si tratta, oltre che di esposizione consecutiva alla seconda lingua, anche di una immersione forzata o poco naturale per cui il soggetto mantiene una preferenza costante e un rapporto pensiero-linguaggio con la lingua materna. In questo secondo tipo di bilinguismo troviamo spesso una situazione inadeguata in termini di lingua-ambiente, ossia una forma di interazione artificiosa, inefficace a tracciare nel centro neuro-linguistico dei meccanismi di commutazione linguistica automatica permanente. Si d il caso talvolta di un ambiente familiare che favorisce un maggior numero di situazioni nella prima lingua piuttosto che alternativamente nella prima e nella seconda; oppure i momenti educativi ed esplicativi, commento dei fatti o degli avvenimenti di vita quotidiana, si svolgono prevalentemente nella lingua materna determinando per la seconda lingua, anche a livello psicologico, un conseguente stato di complementarit alla prima lingua. Qualora poi sia la lingua madre a non essere tenuta in debita considerazione dalla maggioranza, pu insorgere un condizionamento psicologico nel soggetto che ne fa uso all'interno del suo gruppo minoritario. L'inibizione sociale di cui parlano Peal e Lambert (1962) determina un 4

uso clandestino e un'inconscia e negativa valutazione di tale lingua. L'inibizione linguistica inoltre ingenera un tipo di avvicinamento forzato alla lingua della maggioranza nonch un'accettazione parziale di essa nonostante si giunga in molti casi alla sua acquisizione e al suo impiego. I preconcetti, anche nel fenomeno linguistico, finiscono sempre per creare dei disturbi, se non addirittura dei danni, a breve e a lungo termine. Per contro, la debita considerazione in cui ogni lingua deve essere tenuta, favorisce sia la comunicazione in generale sia la disposizione necessaria all'apprendimento. Si gi detto che nel bilinguismo non autentico, per i molteplici motivi spiegati, il soggetto non giunger ad esprimersi nella lingua seconda con la stessa facilit e competenza di quanto non gli riesca nella lingua materna. In altri termini, si indotti a credere che un bilingue non autentico rimanga legato al codice linguistico di partenza, quello appreso nella primissima infanzia, e sia incapace di acquisirne un altro in un secondo momento. Si portati a pensare che la lingua madre svolga un ruolo prevalente sia nella comunicazione quotidiana sia come veicolo di informazione e che la seconda lingua abbia una funzione complementare, un uso puramente sociale, un impiego imposto dalle necessit contingenti derivanti dai contatti umani. In realt pu verificarsi il caso contrario cio un graduale abbandono della lingua materna se non addirittura la dimenticanza della lingua stessa per le ragioni che ora vedremo. Si pu creare la situazione linguistica in cui il prevalere e il perdurare dell'esposizione, sia pur tardiva, alla lingua seconda favoriscano nel soggetto l'abitudine a pensare, agire ed esprimersi mediante questa in conseguenza dei fattori relativi alla durata e alla continuit con i quali avvenuta l' "immersione". Questa eventualit, assai frequente nell'ambito del bilinguismo consecutivo, induce a considerazioni pi possibilistiche e ad affermazioni meno categoriche quando ci si trova a definire il fenomeno bilinguistico. Di conseguenza, lo pseudo-bilinguismo, sul piano teorico e su quello pratico, non appare pi cos lontano dal vero bilinguismo e i confini tra i due non cos marcati. Ritenere che il primo sia mediocre, di qualit inferiore a quello autentico per il fatto che la seconda lingua non giunger ai livelli della prima, un errore assai frequente e un luogo comune da sfatare. Questa considerazione risulta significativa perch nega che vi debba essere sempre e comunque un condizionamento da parte della lingua materna tale da impedire la facilit nell'acquisizione e la competenza d'uso di una seconda lingua. Tali riflessioni torneranno utili quando si indagher sulle lingue che interessano le persone sorde e in particolare quando si vedranno i rapporti tra la lingua dei segni e il linguaggio verbale e le interferenze prodotte da tali rapporti. Le considerazioni fin qui delineate, oltre a costituire un quadro generale del fenomeno e del significato che esso investe, forniscono la chiave di lettura di un bilinguismo molto simile sotto il profilo socio-linguistico anche se, per certi aspetti, del tutto singolare.

Il bilinguismo dei sordi Parlare di bilinguismo nel campo specifico dei non udenti significa innanzitutto tener presente la diversit delle lingue implicate: la lingua dei segni e la lingua verbale vengono percepite e prodotte mediante canali fisici distinti tra loro, la vista e le mani da una parte e l'udito e l'apparato fono-articolatorio dall'altra. Quanto alla morfologia e alla sintassi non esiste poi la pur minima somiglianza: i due codici linguistici, pur adempiendo entrambi a funzioni comunicative, hanno modalit proprie e ben diversificate tra loro; tuttavia, nonostante queste peculiarit cos evidenti nel momento in cui si osserva il soggetto sordo, comunicare con i segni in una determinata situazione ed esprimersi a parole in un contesto diverso, comporta una situazione di effettivo bilinguismo. Secondo Macalister (1937) sono da ritenersi bilingui anche coloro che usano la lingua ufficiale del paese di appartenenza e insieme il dialetto regionale o un gergo, o un linguaggio segreto, come si verifica tra gli appartenenti alla malavita, ad esempio i ladri irlandesi che hanno un loro codice linguistico. Nel nostro caso, il linguaggio gestuale impiegato nelle situazioni di vita privata e quello nazionale utilizzato nei contesti di vita pubblica altro non sono che uno stato di compresenza di due idiomi, una situazione vera e propria di bilinguismo (che per Gumperz definisce di diglossia). Come sostiene Macalister: "da un punto di vista psicologico e linguistico i meccanismi dell'utente sono identici a quelli di un comune bilingue". In questa situazione atipica, solo la precisazione che la lingua dei segni dei sordi una vera lingua (Stokoe, 1960 e 1972, Bellugi, 1972) produce i presupposti del bilinguismo; ne una conferma "politica" il riconoscimento ufficiale del Parlamento Europeo e di alcuni Stati dellUnione Europea. Sarebbe tuttavia interessante analizzare le caratteristiche che rendono il linguaggio gestuale un mezzo di comunicazione talora inadeguato, povero e insufficiente, con molte varianti "dialettali" e mancante spesso di una codificazione uniforme. Viene spontaneo chiedersi a questo punto quale sia il tipo di bilinguismo di cui dobbiamo trattare. Gi si detto della sua singolarit, poich il canale usato per la lingua materna la vista. Si deve aggiungere che l'acquisizione spontanea della lingua, intesa come lingua parlata, trova in questo contesto particolare non pochi ostacoli. Se il bambino udente acquisisce pi di una lingua con estrema facilit, qualora sia esposto in et precoce e secondo le modalit necessarie, il coetaneo sordo si trova sempre in condizioni di svantaggio. Questo succede anche nel caso in cui siano attivati meccanismi di sostegno educativo e riabilitativo; in tale situazione il sordo deve crearsi le sue abitudini linguistiche in condizioni pi difficili e artificiose e in un arco di tempo pi lungo. Il contesto linguistico ed extralinguistico che tanta parte ha nel determinare l'esito dell'apprendimento bilingue sempre innaturale e inadeguato. Il soggetto sordo costretto all'acquisizione artificiale di specifici mezzi verbali piuttosto che alla naturale ed effettiva "immersione" nella lingua comune. Per ci che riguarda l'et dell'esposizione, cos rilevante per determinare una condizione di autentico bilinguismo, ci troviamo di fronte ad una molteplicit di casi cos diversificati tra loro che risulterebbe difficile descriverli uno per uno. Al loro interno tuttavia possibile rilevare delle linee costanti assai comuni, grazie alle quali si distinguono le seguenti situazioni. 6

a. In Italia la maggior parte dei soggetti sordi stimolata precocemente all'acquisizione della lingua della maggioranza, mentre entra in contatto con quella della minoranza, la lingua dei segni, solo per cause contingenti. Nell'arco di tempo in cui il sordo viene sottoposto a trattamento logopedico e pi tardi nell'et scolare egli si trova a crescere in una situazione comunicativa monolingue prevalentemente orale in assenza pressoch totale del segno significativo. Gi si detto che questa realt determinata in gran parte dalla tradizione oralista che contraddistingue il nostro Paese e da radicate convinzioni sia negli educatori sia nei familiari, per i quali il metodo orale deve ritenersi il principale, se non l'unico ad essere adottato nei confronti di questi soggetti. Ma, anche se non si trattasse di pura scelta ideologica, la gestualit troverebbe comunque uno spazio limitato in ambito educativo e comunicativo per il solo fatto che pochi sono coloro che ne hanno la competenza e l'abilit d'uso poich scarsi sono gli insegnamenti ad essa riservati. Taluni soggetti sordi, e non sono pochi, scoprono l'esistenza di questa forma linguistica "alternativa" solo nel momento in cui abbandonano la scuola comune nella quale erano inseriti per entrare in quella speciale. All'interno di quest'ultima impossibile proibire l'uso del segno poich nota la predilezione del sordo per la comunicazione gestuale nei contesti di vita privata e convittuale quando si trova con altri soggetti sordi: non si deve dimenticare che la lingua dei segni la lingua naturale del sordo. Tutti i ragazzi che per anni non erano venuti a conoscenza della possibilit di comunicare con la loro lingua naturale, iniziano di fatto ad apprenderla e ad utilizzarla insieme a quella parlata (sia pure in un momento tardivo). L'apprendimento di tale lingua per i sordi immediato e automatico, come lo sono la padronanza del lessico e delle sfumature, la spontaneit nella produzione e la comprensione di un dialogo "a segni", anche se non sar mai quella del "segnante nativo". b. In questi ultimi anni non infrequente incontrare dei sordi bilingui; sono soggetti cresciuti spesso in un contesto familiare in cui la presenza di un genitore sordo ha favorito una comunicazione precoce. Circa il 10% dei sordi ha genitori non udenti e si trova quindi a vivere in una famiglia con modelli di sordo adulto, situazione certamente ottimale per la maturazione del concetto di s e per interazioni e scambi comunicativi. E' questa la situazione per lo sviluppo di un autentico bilinguismo. Il non intervento di fattori inibitori nei confronti del linguaggio gestuale all'interno dell'ambiente familiare o al suo esterno comporta per i ragazzi sordi che si sono trovati a vivere questa duplice esperienza linguistica fin dall'infanzia il vantaggio di riuscire a dialogare in maniera soddisfacente sia nei gruppi primari (famiglia, scuole speciali, convitti per sordi, circoli ricreativi) sia nella vita sociale quando sono a contatto con gli udenti. L'apprendimento del codice orale da parte dei sordi, d'altronde, non cos automatico come quello del codice manuale. In questa situazione di bilinguismo rimangono aperti i problemi riferiti all'esposizione precoce alla lingua verbale e quindi i problemi della rieducazione fonetica. Nel delicato processo di apprendimento del linguaggio, ogni ritardo e inadeguatezza sono responsabili non solo dei rallentamenti e delle frequenti lacune sul piano dell'espressione scritta e orale, ma anche sul piano dell'apprendimento di contenuti specifici.

c. Si possono incontrare altre situazioni assai singolari, anche se non molto frequenti. Si tratta di soggetti che fin da piccoli vivono l'esperienza del silenzio totale essendo circondati da persone sorde. Poich il canale acustico inutilizzabile in ciascuno di loro, l'informazione "sonora" pi laboriosa da recepire mediante i movimenti delle labbra in quanto la competenza linguistica inadeguata. Di conseguenza i componenti della famiglia preferiscono la comunicazione gestuale che diventa il mezzo privilegiato di scambio comunicativo. Lo svantaggio di tale situazione lo stesso del parlante una lingua minoritaria di una piccola comunit. In questo caso, come in quello del segnante, il membro della minoranza che deve sobbarcarsi l'onere di apprendere la lingua della maggioranza. Il piccolo sordo infatti passer all'et di 4, 5 o 6 anni dall'esposizione univoca al linguaggio dei segni alla comunicazione verbale che avr inizio con il trattamento logopedico. Una simile scelta di bilinguismo consecutivo "alla rovescia", opposto a quello descritto al punto (a), non tuttavia molto diffusa poich sono pochi i genitori sordi che non espongono il loro figlio anche alla lingua verbale e quindi all'osservazione dei movimenti delle labbra specialmente in vista di una sua integrazione sociale. In alcuni Paesi stranieri, invece, il ricorso al linguaggio gestuale conseguenza di una scelta vera e propria da seguire in alternativa al tradizionale approccio alla comunicazione. Nella famiglia in cui esistono i presupposti naturali per l'impiego dei segni (presenza nell'ambito familiare di almeno un componente sordo) si avvia un "modello di competenza linguistica in lingua dei segni" cio un "monitore" sordo che dia ai familiari i primi rudimenti di comunicazione gestuale. Essendo poco numerosi gli adulti che abbiano il tempo, il piacere e le caratteristiche per intervenire come educatori, questa soluzione non pu essere generalizzata, con grande disappunto dei genitori che si trovano ad affrontare il problema della sordit (Lepot-Froment,1986). Riferendosi all'esperienza belga, Lepot-Froment afferma che "in attesa di formare questi esperti di comunicazione gestuale, la soluzione praticata quella della comunicazione bimodale: i genitori parlano illustrando o punteggiando il discorso con segni significativi importati dalla lingua dei segni. Questo fa scaturire una qualsivoglia forma di francese segnato di cui il bambino pu facilmente appropriarsi" (1986, p. 135). L'adozione della lingua dei segni in toto (lessico, morfosintassi, ecc.) quale mezzo privilegiato di comunicazione con i sordi assai diffusa nei Paesi nordici e in alcuni della Comunit Europea. In tali Stati il piccolo sordo viene messo a contatto con la comunicazione visivo-gestuale perch possa utilizzare pienamente il canale ricettivo che integro, cos da raggiungere il medesimo sviluppo affettivo, cognitivo e sociale del coetaneo udente. L'esposizione alla lingua verbale ha inizio solo successivamente, verso i primi anni della scuola elementare, e riveste una funzione preminentemente sociale, finalizzata all'inserimento nella societ. Il suo apprendimento viene proposto gradualmente, in un clima di gioco e di piacere, mediante il ricorso alla lingua dei segni per tutti i raffronti, le riflessioni e i commenti che si rendono necessari. Per la trasmissione dei contenuti specifici delle singole discipline si ricorre sempre alla lingua materna che diviene la lingua veicolare di cultura come dimostra il Rapporto sul Bilinguismo in Svezia (Lars Wallin, 1987).

Questa forma di bilinguismo consecutivo offre indubbi vantaggi, infatti i soggetti che beneficiano del segno ottengono un migliore sviluppo sul piano affettivo-relazionale e anche su quello cognitivo. Rimane il problema dell'integrazione connessa all'uso della lingua parlata. Le esperienze condotte finora, in un programma di educazione bilingue, offrono per risultati incoraggianti, non soltanto sul piano relazionale e intellettivo del bambino sordo, ma anche e soprattutto su quello ricettivo ed espositivo. Stando alle affermazioni di alcuni studiosi (Lars Wallin, 1987, Hansen, 1989, Volterra, 1985 e 1990) si otterrebbero esiti superiori a quelli avuti con il metodo orale puro. I soggetti che padroneggiano il linguaggio gestuale e che lo usano quotidianamente sia in famiglia che a scuola sembrano essere in grado di giungere ad una buona competenza linguistica che investe sia la parola che la scrittura. Un numero maggiore di questi soggetti, rispetto a quelli educati col metodo orale, si avviano agli studi universitari che oggigiorno completano con successo (vedi Universit di Padova). Sono esperienze incoraggianti che aprono nuovi orizzonti educativi, incrinando le impostazioni tradizionali che si dimostrano obsolete e incapaci di risolvere gran parte dei problemi dell'integrazione del sordo. Di conseguenza parecchi studiosi affrontano il tema del bilinguismo, sia sulla base di esperienze condotte direttamente mediante il duplice approccio educativo parolasegno, sia attraverso l'analisi degli apporti sperimentali di altri studiosi. Su questo tema la bibliografia si sta arricchendo continuamente. In Italia, oltre a Volterra e al suo gruppo di ricerca del CNR di Roma, Elmi stesso si posto di fronte a tale problematica, pur sollevando alcune perplessit nei confronti di un tardivo apprendimento della parola da parte del bambino sordo (1987, p. 165); lo studioso coglie in questo metodo possibilit e suggerimenti di cui tener conto in campo educativo. Cos si legge infatti nel suo articolo: "A me sorride l'opportunit di cogliere l'occasione per avanzare una proposta, un'ipotesi d'intervento, un'avventura pedagogico-didattica, che potrebbe riservare dei risvolti inesplorati. Qualcuno della famiglia o un'esperta logopedista affianchi la genitrice. Parola e mimica si integrino. Potrebbe trattarsi di un'esperienza capace di rivelare aperture insperate. Sono conscio di proporre un tentativo pieno di incognite e di difficolt. Coordinare una duplice culturalizzazione o alfabetizzazione al primo insorgere del processo percettivo ed ideativo dell'essere umano non un gioco da ragazzi. Sono io il primo a riconoscerne l'aleatoriet. Per affascinante - almeno io cos la considero - la posta in gioco. Che sia soltanto un sognare ad occhi aperti o una puerile illusione di trovare la luna nel pozzo? Vorrei augurarmi di no".

Le interferenze Un aspetto importante riguardante il bilinguismo dato dalle interferenze interlinguistiche, ossia quegli effetti negativi responsabili di disturbi del comportamento linguistico del parlante bilingue. Per spiegare tale fenomeno necessario ricorrere ad una sua definizione che stata formulata in vari modi da diversi autori. Tra le definizioni che ci sembrano particolarmente 9

chiarificatrici della natura del problema, la prima che proponiamo definisce l'interferenza nella sua natura oggettiva sintetizzandone gli aspetti linguistici: "L'interferenza consiste nell'uso di elementi o tratti appartenenti a una lingua nell'atto di parlare o di scrivere in un'altra" (Titone, 1979 p. 111). La seconda, invece, evidenzia l'aspetto soggettivo e quindi l'inclinazione del parlante bilingue a cadere in questa situazione negativa. In questo senso l'interferenza una contaminazione nell'atto concreto di linguaggio, ossia l'alterazione del sistema linguistico della lingua orale (Weinreich, 1964, p. 67). Poich tra gli effetti negativi del bilinguismo quello delle interferenze rappresenta il problema pi rilevante, molti studiosi si sono dedicati all'analisi delle sue cause e delle sue conseguenze. Tra questi MacKey (1965 e 1970) ha svolto significative ricerche in merito proponendo interessanti riflessioni. Nessuno studioso ha negato l'esistenza del problema, anzi, ognuno ha analizzato in modo diverso come esso possa venire superato o, in caso contrario, come costituisca un vero e proprio ostacolo. Nella migliore delle ipotesi il fenomeno dell'interferenza si presenta come situazione iniziale e transitoria. Il perdurare dell'esposizione alle due lingue porterebbe al graduale e progressivo estinguersi di tali flussi. Per quanto riguarda le lingue orali tale fenomeno di interferenza si realizza ad un triplice livello: fonetico, lessicale e sintattico. Nel processo di acquisizione delle due lingue il primo effettointerferenza a scomparire quello lessicale, consistente nello scambio e nella confusione tra i termini delle due lingue. Quello fonetico invece un fenomeno legato all'acquisizione di abilit articolatorie e di discriminazione dei suoni. L'effetto di pi facile superamento quello legato all'interferenza di tipo sintattico-costruttivo, che si elimina quando si verifica una perfetta padronanza dei codici linguistici, quando cio il parlante si esprime da perfetto monolingue in ciascuno degli idiomi che impiega. Nonostante l'esistenza di queste situazioni di interferenza superabili con probabilit differenziate da individuo a individuo, tutti gli autori concordano nel sostenere che i vantaggi derivanti dal bilinguismo sono di molto superiori agli effetti dovuti alle interferenze. Balkan (1970) afferma che oggigiorno non ha pi alcun senso parlare di effetti negativi del bilinguismo e difende l'introduzione di una seconda lingua fin dalla scuola materna. Nel caso particolare di bilinguismo dato dalla coesistenza di linguaggio verbale e lingua dei segni, si pu affermare che esistono problemi analoghi di interferenza. Si deve tuttavia evidenziare come dei tre livelli precedentemente chiariti si realizzi qui soltanto quello di tipo sintattico legato alla costruzione della frase. La natura stessa del linguaggio gestuale infatti non rende possibili scambi a livello lessicale o fonologico a causa della diversa natura degli elementi costitutivi delle due lingue; non possibile l'intercambiabilit tra segno e vocabolo, n una interferenza tra suono e chinma. In questo caso quindi si tratta di una interferenza quantitativamente pi limitata, ma qualitativamente (pi) difficile da superare. E' da sottolineare comunque il fatto che al fenomeno interferenza viene insistentemente attribuito da parte degli operatori un peso negativo preponderante ai fini di una positiva acquisizione del linguaggio parlato tanto che a causa di esso non si ritengono possibili benefici comunicativi di nessun tipo. Le interferenze presenti nel bilinguismo dei sordi non devono essere tuttavia viste in modo cos negativo: l'interferenza tra lingua dei segni e linguaggio verbale nella 10

costruzione della frase, la difficolt di far rispettare le concordanze con il sostantivo e l'aggettivo, l'errata coniugazione dei verbi e la povert lessicale non sono, come credono gli oralisti stretti, imputabili al linguaggio dei segni, ma al tipo di apprendimento, "visivo", del linguaggio verbale. Inoltre, potrebbero essere messi sul banco degli accusati le carenze di sforzi metodologici e l'accanimento per una sola modalit. A questo punto, si possono citare numerosi esempi di produzioni sgrammaticate, verbali e scritte, anche in soggetti sordi che hanno avuto solo brevi ed occasionali contatti con la lingua dei segni. Quelli che di seguito vengono riportati sono solo alcuni tra i pi significativi rilevati in situazioni didattico-comunicative: - "alla recente la Fiera di Milano" per alla recente Fiera di Milano; - "noi abbiamo cercato l'ora a ricevere" per "noi non vediamo l'ora di ricevere"; - "io ho fatto una bene figura" per "io ho fatto una bella figura"; - "tu ha trovato ragazza bellissima del mondo. S no?" per "tu hai trovato la ragazza pi bella del mondo, non vero?"; - "Alberto ama per lei" per "Alberto innamorato di lei"; - "due oppure" per "ci sono due possibilit di scelta"; - "io stavo cucinando quando suono il telefono"; - "Lucia il cancellatrice della classe" per "Lucia colei che deve cancellare la lavagna"; - "visto mai" per "mai visto"; - "viaggio Padova arrivo fino Roma" per "viaggio da Padova a Roma"; - "caff bloccato aspetto fino" per "aspetto fino a ch non si sblocca la macchinetta del caff"; - "non c' fa male" per "non c' male"; - "quanto bevuto?" per "quanto consuma la tua auto?"; - "Simone malato perch cervello morto" per "Simone matto, come uno che non ha cervello"; - "flusso diagramma" per "diagramma di flusso"; - "numero seconda" per "seconda frase (n. 2)"; - "devo fatto bocciato" per "dovr essere bocciato"; - "io fermo studiare" per "io ho smesso di studiare"; - "penna porti tu mai?" per "tu non porti mai la penna?"; - "ogni spesso" per "spesso, di frequente"; - "assente per indisponenza" per "assente per indisposizione"; - "Stefy la pi bella di tentino" per "Stefy ha il seno pi bello"; - "almeno qualcosa" per "che faccia questo almeno, non gli chiedo molto"; - "fino per sempre" per "per sempre"; - "scusa, tu devi ricordi! E' colpa tu" per "scusa, tu ti devi ricordare! E' colpa tua"; - "questa fine la settimana" per "questo fine settimana"; - "noi siamo piacenti a informarvi" per "noi siamo spiacenti di informarvi" - "restiamo in vostro completo disposizione";

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- "in caso voi siete bisogno alcuno altre informazione contrattato" o "in caso avete bisogno di alcuni altri informazioni contantate a noi" per "in caso abbiate bisogno di altre informazioni contattateci"; - "lettera di richiesto informazioni"; - "loro il prezzo" per "il loro prezzo"; - "qual pagina?" per "che pagina ?"; - "dieci capitolo" o "54 pagina" o "domanda punto" per, rispettivamente, "capitolo dieci", "pagina 54" e "punto di domanda"; - "una ultima" per " l'ultima, ne manca una"; - "quanti minuti manca?" per analogia con "chi manca?"; - "... e tuo marito come stai?" o "e il marito come vai?" per analogia con "... e tu come stai?" e "come va?"; - "scusa non colpo" per "scusa non colpa mia"; - "scusa non tipo" per "scusa non sono il tipo (da fare certe cose)"; - "scusa, posso fuma?" per "scusa, posso fumare?"; - "io ascolta mai" per "io non ascolto mai"; - "qualsiasi alle ore" per "a qualsiasi ora"; - "bello del mondo" per "il pi bello del mondo"; - "io dura, troppo difende uomini" per "io sono dura e mi difendo bene dagli uomini"; - "manca, aggiunge" per "ho dimenticato di aggiungere qualcosa che manca"; - "il nostro opuscolo chi dareste tutti i vostri informazioni" per "il nostro opuscolo vi dar tutte le informazioni"; - "Ilario sempre portare al biscotto in classe IA ma la vita uguale" per "Ilario si porter la brioche in classe vita natural durante"; - "biscotto la vita avanti, biscotto sospeso la vita breve: morto" per "se ti porti la brioche va tutto bene, se smetti di farlo avrai vita breve"; - "tu vuola la vita avanti fino a pensione" per "tu vuoi lavorare qui tutta la vita, fino alla pensione"; - "correzione fino a suonata" per "faremo la correzione fino a quando sar suonata la campana"; - "America per me non credo" per "non credo mi sar possibile andare in America"; - "panino duro qualunque non importa" per "dammi un qualsiasi panino: anche se duro, non m'importa". Aggiungiamo che, ci che viene definito come input linguistico e che costituisce la base necessaria su cui pu svilupparsi la struttura linguistica, dovrebbe essere fornito nei primi anni di vita da un linguaggio, di qualsiasi natura esso sia. E' quindi molto importante in questo senso la stimolazione di tale facolt attraverso la quantit di input piuttosto che la qualit e la modalit con cui vengono forniti gli elementi linguistici (Fisher, 1989). Attendere l'acquisizione dell'abilit fonoarticolatoria nel soggetto sordo per poter trasmettere i dati linguistici di base mediante una comunicazione verbale spontanea comporterebbe, secondo tali tesi, una grave perdita anche per 12

l'impostazione del linguaggio orale. Tralasciando i casi particolari nei quali si riscontrano una maggiore competenza comunicativa e una migliore abilit linguistica in chi ha contestualmente utilizzato il canale gestuale e quello fonetico (2), a questa tesi forniscono ben maggiore autorevolezza le esperienze condotte in molti Paesi d'Europa e d'oltreoceano. Parecchi studi fanno apparire la tesi oralista superata nei suoi presupposti, in particolare nel suo sottolineare continuamente le conseguenze negative che deriverebbero dall'impiego della lingua dei segni, unico linguaggio che "tutti" i sordi imparano con facilit. Inoltre, respingere i nuovi approcci educativi porta i Paesi che vedono la predominanza di educatori oralisti a porsi in posizioni arretrate anche da un punto di vista dell'applicazione dei risultati di ricerche scientifiche. Il dibattito, comunque, sempre aperto e il mantenimento di posizioni rigide porta ad autoemarginarsi, ma soprattutto a influire negativamente sui soggetti, i sordi, che diventano le vittime delle diatribe.

Conclusioni Abbiamo cercato di rispondere in questo capitolo ad alcuni quesiti connessi ad un tema di attualit quale il bilinguismo; questo stato possibile solo dopo aver chiarito i termini fondamentali di riferimento. Che cos' il bilinguismo? Appare ora chiaro che una situazione di pari e contemporanea conoscenza di due lingue risulta abbastanza rara anche per i codici orali e, per il linguaggio dei segni, codice comunicativo a tutti gli effetti, si presentano le medesime difficolt e condizioni di apprendimento. Risulta altrettanto evidente che come per le lingue verbali anche per il bilinguismo dei soggetti sordi si verifica spesso uno pseudo-bilinguismo, cio la prevalenza di una lingua sull'altra. Anche nel nostro campo, pertanto, le difficolt si riferiscono al superamento delle situazioni di pseudo-bilinguismo o di bilinguismo improprio. Nei confronti della tesi oralista, la proposta del bilinguismo presenta indubbi aspetti positivi che si traducono in un pi armonico sviluppo del pensiero e delle capacit cognitive e in una maggiore competenza linguistica e comunicativa. Anche il fenomeno delle interferenze ha delle analogie con quello delle lingue orali; abbiamo evidenziato come esso tenda a scomparire in relazione alla precoce e costante esposizione ai due codici linguistici. Diverse opinioni vi sono anche a riguardo dei soggetti udenti esposti a due lingue diverse. Quale lingua per prima? Tradizionalmente nel nostro Paese si sottolinea la necessit di una esposizione precoce e prevalente, se non addirittura unica, alla lingua orale. Questo in linea di principio non esclude l'esposizione successiva occasionale al linguaggio dei segni. Ne consegue, per, in generale, una situazione di bilinguismo consecutivo e pertanto una effettiva impossibilit di un uso appropriato ed efficace della lingua dei segni nonch di integrazione nella comunit dei non 13

udenti. Dall'esperienza degli altri Paesi, invece, appare che l'iniziale esposizione alla lingua dei segni, per attendere nell'et scolare l'apprendimento della lingua scritta e parlata, non pregiudica la possibilit di un reale bilinguismo e di un uso contestuale di pressoch pari competenza di due codici. Quale tra le due lingue dovr essere poi lo strumento veicolare per la trasmissione della cultura non solo nell'ambito scolastico? Quale tra i due codici dovr realizzare questo obiettivo? Come per il bilinguismo delle lingue orali vi sono state posizioni dialettiche cos vi sono, a tutt'oggi, opinioni e tendenze contrapposte per quello particolare e vi chi sostiene l'assoluta priorit del linguaggio orale (vedi le tesi del contesto italiano), chi, invece, crede nella perfetta idoneit del linguaggio dei segni per trasmettere i pi svariati contenuti (vedi i Paesi anglosassoni e nordici). Al di l di tali aspetti di scelta e di orientamento linguistico-educativo, abbiamo evidenziato come il problema fondamentale su cui si dibatte sia quello dell'inserimento e dell'integrazione sociale, dello sviluppo affettivo e, in sostanza, della possibilit per il soggetto sordo di realizzare, senza traumi, le sue potenzialit nel suo ambiente culturale. Abbiamo sollevato alcuni problemi e poste delle domande, ma abbiamo fornito un numero limitato di risposte. Il nostro proposito, tuttavia, era quello di approfondire questo tema, di chiarire soprattutto il problema offrendo una panoramica delle diverse soluzioni prospettate e dei vari modi con cui si affrontano e si superano le realt linguistica ed educativa. Difficolt e vantaggi delle due tesi sono emersi anche in maniera non esplicita. Si deve concludere affermando che i chiarimenti dati possono essere utili per tenere aperto il problema e dibatterlo nei prossimi anni nel nostro Paese, in attesa anche di conferme pi solide e di risultati pi generalizzabili provenienti da esperienze straniere.

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Note (1) Per "language shift" o "code switching" si intende la capacit di un soggetto bilingue di transitare da una lingua all'altra con facilit e competenza rispettandone morfologia, sintassi e intonazione. In Titone (1979) si legge che il language shift "la facilit del soggetto bilingue nel passare da una lingua all'altra secondo particolari cambiamenti della situazione di comunicazione (interlocutori, argomenti, ecc.) (...) non nel raggio di una sola frase o in una situazione costante" (p. 39). Viene definito anche come "meccanismo della commutazione linguistica (...) esso opera sotto l'influsso della situazione di comunicazione. Il bambino usa l'una o l'altra lingua in funzione dell'interlocutore, sia, in casa, uno dei genitori o un fratello, o siano, fuori casa, le persone con cui costretto a comunicare. Nel caso in cui gli interlocutori siano bilingui, il bambino si applicher normalmente alla lingua che possiede meglio" (p. 58). (2) Si tratta, ad esempio, di Lucia Maran, studentessa sorda presso l'ITCG "A.Magarotto" di Padova, cresciuta in una famiglia di soli sordi, perfetta bilingue poich stimolata alla comunicazione verbale sin da piccola, in possesso di una duplice competenza sia nella lingua dei segni (come segnante dalla nascita) sia nel linguaggio parlato. Questo solo uno dei tanti casi, fortunati, nei quali si possono rilevare i vantaggi di una educazione bilingue. Un esempio ancor pi significativo , forse, l'attuale Presidente dell'ENS, rag. Armando Giuranna.

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