La crisi europea:alla ricerca di nuovi assetti

IL
DECLINO DELL'EUROPA

Con la fine della guerra il centro del mondo si era definitivamente spostato fuori dall'Europa, la cui economia dopo la guerra era sull'orlo del tracollo. Il principale fattore della crisi fu:

• La difficile riconversione degli apparati produttivi per adeguarli al tempo di pace. Infatti durante la guerra tutte le industrie si dovevano adeguare alle produzioni belliche, ma ora, terminato il conflitto, le industrie dovevano tornare a fabbricare i prodotti di un tempo. Molte aziende fallirono in seguito a ciò, altre invece riuscirono con gravi perdite. Questa crisi durò a lungo, a causa degli altri problemi collegati alla riconversione produttiva: 1. Scarsi capitali;
L’inflazione. E solo nel 1925-26 le nazioni europee trovarono un po' più di stabilità:

2. 3. • •

L’aumento delle tariffe doganali (che ogni paese aveva imposto per proteggere i mercati interni);

Inizio di un breve ciclo di espansione economica. Affievolimento del conflitto sociale.

LA

DIPENDENZA ECONOMICA DELL'EUROPA

La guerra aveva messo in ginocchio tutte le nazioni europee, dissipando oltre il 30% delle ricchezze totali. Gli USA, vedendo dissipato solo il 9% delle loro ricchezze, si affermarono come potenza egemone a livello mondiale. La supremazia degli USA era data da: • Una rapida crescita economica in alcuni settori decisivi (acciaio, flotta mercantile); • Una notevole copertura aurea. Possedendo quasi la metà della riserva d’oro mondiale, riuscirono a: o Riscattare i titoli americani;

o Prestare ingenti somme ai paesi europei. Inoltre vi era una concomitante ascesa di altri paesi: • •
Gli stati sudamericani: ridussero la dipendenza dai capitali europei e incrementarono la produzione interna; Giappone: quintuplicò la sua produzione poiché divenne fornitore dei paesi asiatici.

NUOVI

MODELLI IDEOLOGICI PER USCIRE DALLA CRISI

La crisi economica europea fu resa ancora più problematica da una lunga serie di scioperi e scontri sociali (al fine di risolvere la maldistribuzione della ricchezza e combattere l’inflazione). In questa situazione lo stato reagì rafforzando la sua centralità e facendosi promotore e regolatore delle attività economiche e sociali. Iniziarono allora a prendere forma nuove teorie: • Corporativismo secondo cui l'iniziativa privata e il mercato se lasciati a se stessi si sarebbero potuti rivelare devastanti per l'economia. Quindi lo stato, espressione di una volontà superiore, avrebbe dovuto controllarli. o Ogni ramo produttivo doveva essere organizzato in istituzioni statali composte da rappresentanze di operai, tecnici, ecc in modo che il controllo fosse in mano allo stato. o L’obbiettivo: far sparire la concorrenza fra le aziende e affidare il controllo del conflitto fra capitale e lavoro allo stato. Il corporativismo era sostenuto fortemente sia dai movimenti di destra e fascisti, sia dal fronte democratico che lo vedeva come unica soluzione. Il corporativismo si accompagnò alla formazione di una nuova cultura politica, che voleva: • Eliminare il parlamento; • Rifondare un sistema politico incentrato o sulla figura di un capo-guida. Tale teoria è sostenuta anche dal filosofo tedesco Spengler nella sua opera Il tramonto dell'Occidente, in cui afferma che la democrazia ormai è decaduta e deve imporsi una figura centrale, con un potere legittimato non dalle elezioni, ma dalla capacità del capo di mettersi in sintonia con le profonde pulsioni del popolo.

LE

NUOVE RICHIESTE DI PARTECIPAZIONE POLITICA

La crisi europea riguardava anche le istituzioni, le quali non erano pronte ad affrontare ciò che la guerra aveva lasciato: • I soldati erano traumatizzati, tornati a casa dei soldati non riuscirono ad adattarsi e a inserirsi nuovamente nella vita quotidiana. Essi provavano grande delusione, insoddisfazione e impotenza di fronte alla disoccupazione e alla crisi generale. Per mitigare questa insoddisfazione nacquero varie associazioni di ex combattenti che tentavano di mantenere saldi i legami di solidarietà creatisi al fronte; questo faceva emergere il bisogno di voler partecipare alla vita civile. • Si formarono sindacati, partiti politici, ripresero anche i movimenti femministi poiché le donne durante la guerra erano entrate nel mondo del lavoro. Questi movimenti erano difficili da gestire per le

istituzioni liberali che si trovavano così in forte crisi e alle richieste di partecipazione politica risposero in maniera inadeguata → presero questi movimenti come un semplice problema di ordine pubblico. Tale reazione dello stato portò alla nascita, fra la piccola e media borghesia, di movimenti reazionari che premevano per soluzioni autoritarie alla crisi. Questi movimenti anticipavano una società fortemente ordinata e gerarchizzata, in cui la libertà del cittadino doveva sacrificarsi per il bene dello stato e in cui il rappresentante dello stato non era più il parlamento ma un capo carismatico.

La crisi negli stati democratici
LA
DEMOCRAZIA ALLA PROVA: SCONTRO E RIORGANIZZAZIONE SOCIALE

A causa della crisi postbellica vi fu una riorganizzazione sociale e politica in Europa. Nel biennio ’19-’20 il conflitto tra le spinte dei lavoratori e dei reazionari e le risposte dei governi liberali raggiunse il suo culmine, espandendosi in tutta Europa. Il conflitto poi sfocerà in risultati differenti nei diversi paesi, dando vita a diversi sistemi politici.

• •

Stati democratici: in essi gli scontri non portarono ad una rottura del quadro istituzionale. Stati non democratici: in essi il sistema politico non resse l’impatto della guerra e della crisi, dando vita a focolai rivoluzionari: o Stati dell’Intesa: i conflitti furono incanalati all’interno delle istituzioni rappresentative (elezioni ecc.). o Germania: gli scontri si radicalizzarono al punto da mettere in difficoltà la sopravvivenza della giovane Repubblica di Weimar. o Italia: gli scontri diventarono sempre più violenti e le forze liberali non furono capaci di proporre riforme necessarie a sedarli.

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