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MARCO FRANCESCON

LA DEDIZIONE DI TREVISO A VENEZIA (1344)

Dep. n.2007011241 rep. del 16.11.2007 SIAE, sez. Olaf - Servizio Opere Inedite

2 "postquam me sopita mea tristicia, fere in ultimis laborantem, sanctus vivificans leoninus evigilavit a plexis, validis iuribus roborata reficior, a cunctis molestiis segregata sublimor, ab erepto quondam michi redito populo nunc extollor, excussis rancoribus sedulis tute gubernor, prosperisque cunctis michi cedentibus potior, et mente sincera gratulans nunc consolor“.
ASV, Liber Pactorum V, c.17. (∗)

Parte delle parole di ringraziamento che Treviso avrebbe pronunciato "si civitatem [...] loqui possibile foret ore corporeo" all'esito della procedura di dedizione a Venezia del 1344. (autore Not. Ubertinus filius domini Mafei de Farra civis Tarvisii sacra imperiali auctoritate notarius publicus civis Tarvisii, in atto di presa di possesso di Treviso e del suo distretto da parte del rappresentante veneziano del 21 febbraio 1344: v. Appendice n.5).

3 INDICE Premessa PARTE PRIMA I. INTRODUZIONE STORICA 1. L’espansione veneziana trecentesca nell’entroterra. Motivi e caratteri generali. 2. La prima dominazione veneziana su Treviso (1338-1381) e la dedizione del 1344: problemi e tematiche generali. LA PROCEDURA DELLA DEDIZIONE DI TREVISO 1. L’ambasciata trevigiana a Venezia (inizi febbraio 1344). 2. La delibera del Comune di Treviso (5 febbraio 1344). Parte documentale e archivistica. 3. La delibera del Comune di Treviso (5 febbraio 1344). Parte storica. 4. Il solenne atto di dedizione di Treviso a Venezia (10 febbraio 1344). 5. Il giuramento di fedeltà a Venezia da parte dei procuratori trevigiani (11 febbraio 1344). 6. La nomina del rappresentante veneziano e le disposizioni inviate a Treviso (18 febbraio 1344). 7. La procedura di effettiva presa di possesso di Treviso da parte di Venezia (21 febbraio 1344). 8. Conclusione della parte prima. Pag 5

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II.

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PARTE SECONDA III. IV. LA STORIOGRAFIA SULLA DEDIZIONE DI TREVISO ANALISI DI ALCUNI ELEMENTI TESTUALI 1. Dedizione. 2. Iurisdictio e merum et mixtum imperium. LA LEGITTIMITA' DEL DOMINIO VENEZIANO SU TREVISO 1. La tesi della dedizione come fonte di legittimità 45

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V.

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4 del dominio veneziano. La derivazione teologica della legittimità della dominazione veneziana su Treviso. La particolare natura cristologica della legittimità teologica del dominio di Venezia su Treviso.

2. 3.

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VI.

INTERPRETAZIONE DELLA DEDIZIONE DI TREVISO 1. La funzione giuridica in generale degli atti deditizi. 2. Il nocciolo duro giuridico della dedizione e gli altri significati metagiuridici di essa. 4. Conclusione sulla dedizione trevigiana.

82 88 91

APPENDICI DOCUMENTARIE Appendice Appendice Appendice Appendice Appendice Appendice 1 2 3 4a 4b 5 97 110 115 117 119 120 128

FONTI E BIBLIOGRAFIA

5 Premessa L'inizio dell'espansione di Venezia nell'entroterra ebbe luogo nella prima metà del Trecento, con la dominazione della città di Treviso e del suo distretto, il cui territorio giungeva a lambire la stessa laguna. Il possesso di Treviso, in particolare, si situa a cavallo degli anni 1338-1339, al termine della guerra che oppose i veneziani, alleati nell'occasione con i fiorentini, ai figli di Cangrande della Scala, Mastino ed Alberto. Da quel momento i destini di Venezia e Treviso rimarranno strettamente legati, salvo le brevi dominazioni del Duca d'Austria e dei Carraresi a fine Trecento (1381-1388), per quasi 450 anni, sino alla caduta della Serenissima nel 1797 per mano di Napoleone. La sottomissione di Treviso a Venezia venne però formalizzata solo qualche anno dopo l'inizio del dominio, con un atto solenne di dedizione posto in essere a Venezia dai procuratori del Comune di Treviso, appositamente nominati ed incaricati dai consigli della città, nel febbraio del 1344. Per quali motivi venne inscenato questo atto? Quali ne furono i caratteri? Per quale ragione esso fu ugualmente realizzato, nonostante l'effettivo esercizio del dominio veneziano fosse già intervenuto anni prima? Queste sono le domande che hanno ispirato il presente lavoro, alle quali non v'è certamente né intenzione né presunzione di poter fornire risposte, ma solo riflessioni condotte sulla scorta della documentazione archivistica disponibile e dei caratteri culturali, filosofici e religiosi dell'epoca. Tra guerre e pestilenze, il Trecento fu certamente un secolo molto difficile per chi ci visse, ma esso lo è ancor oggi per chi voglia tentar di coglierne, o meglio, di intuirne, la visione del mondo, interclusa tra la rottura dell'ordine precedente, che aveva raggiunto un sostanziale equilibrio tra istanze universalistiche e realtà comunali, e le faticose elaborazioni di un primo concetto di sovranità premoderno, condotte dai giuristi del corpus juris e, soprattutto, dai canonisti, sulla scorta delle esperienze monarchiche e signorili dell'epoca. Il presente studio è composto di due parti. Nella prima parte, dopo un'introduzione storica (cap.I) ed all'esito di una ricerca documentario-archivistica, svolta soprattutto a Treviso, viene presentato ed esaminato l'atto di dedizione, o meglio l'insieme di atti che costituiscono la complessa procedura deditizia (cap.II). La seconda parte del lavoro è dedicato all'interpretazione dell'atto; in particolare, dopo un excursus storiografico (cap.III)

6 ed un esame dei principali termini che si rinvengono negli atti (cap. IV), si esaminerà criticamente l'orientamento storiografico attuale sulla dedizione, che tende a considerare l'atto come fonte di legittimità dal basso (dal popolo) per l'esercizio del dominio veneziano sulla città, evidenziando invece nelle vicende trevigiane, alla luce del concetto weberiano di legittimità, altri simboli legittimanti e validanti del potere maggiormente efficaci ed evidenti, di matrice sostanzialmente religiosa (cap. V). Nell'ultimo capitolo (cap.VI) si tenterà infine, dopo aver isolato così la dedizione dall'interpretazione, che tradizionalmente la accompagna, di atto fondativo e creativo di legittimità, di fornire una proposta interpretativa alternativa della dedizione, di matrice prettamente giuridica ed imperniata sostanzialmente sul ruolo e la funzione che il diritto rivestiva in epoca tardomedievale. In appendice sono riportati i testi degli atti deditizi, nella versione più antica che si è riuscita a rinvenire negli archivi veneziani e trevigiani. Il lavoro è dedicato alla memoria di Giovanni Netto, recentemente scomparso.

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PARTE PRIMA

8 CAPITOLO I

INTRODUZIONE STORICA

1.L’espansione veneziana nell’entroterra. Motivi e caratteri generali.

trecentesca

I motivi e i caratteri dell’espansione veneziana nell’entroterra nel corso dei secoli XIV° e XV° sono stati oggetto di un vastissimo numero di studi, tali da rappresentare una bibliografia di notevole consistenza, impossibile da passare sistematicamente in rassegna nella presente sede. Pur nella vastissima varietà di esiti interpretativi ai quali lo studio di questa espansione ha dato luogo, risulta comunque acquisito ormai definitivamente dalla più recente storiografia1 il fatto che Venezia nel corso del Trecento si determinò ad una penetrazione nell’immediato entroterra con modalità politiche maggiormente invasive rispetto al passato, essenzialmente al fine di garantire la tutela dei propri interessi economici. Sino a quando questi interessi potevano essere perseguiti e mantenuti attraverso il sistema duecentesco dei pacta bilaterali che la legavano con le singole città, la politica territoriale di Venezia si contraddistinse per la sostanziale assenza di quelle iniziative di controllo diretto che invece ben la impegnavano in Oriente e lungo le coste dell'Adriatico. Allorché, invece, essa iniziò a vedersi seriamente ostacolare la libera percorribilità delle vie fluviali di comunicazione per la distribuzione commerciale da e verso l’Europa centrale, intaccare il monopolio nella produzione del sale e minacciare gli investimenti fondiari in terraferma del proprio patriziato, solo allora Venezia intervenne direttamente, anche manu militari. Il movente mercantile e commerciale che sottese alle prime forme di controllo diretto veneziano in terraferma risulta d'altronde piuttosto evidente sin dalle esperienze iniziali. Si
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Come è noto, e come si vedrà meglio più avanti (v. capitolo III: "La storiografia sulla dedizione"), in passato la politica interventista di Venezia venne sempre giustificata invece con il richiamo ideologico alle volontarie e spontanee dedizioni delle città dell’entroterra, le quali invocavano l’equilibrato e giusto dominio di Venezia a tutela delle minacce di conquiste e di tirannidi esterne (cd. Pax Veneta).

9 consideri, ad esempio, la prima di esse, rappresentata dalla cessione alla Repubblica nel 1291, in cambio di protezione e grazia, della terra e del Castello della Motta da parte dei fratelli Tolberto e Biaquino da Camino (con riserva a favore dei cedenti dell'esercizio della giurisdizione), in relazione alla particolare posizione strategica del castello per la penetrazione lungo il fiume Livenza2. Anche le vicende della guerra di Ferrara, seguite alla morte di Azzo VIII d'Este ed all'esito delle quali Venezia si impegnò in un diretto controllo della città estense negli anni 1308-1309, vennero motivate da Venezia, addirittura in modo esplicito, attraverso considerazioni di carattere economicomercantile3. E così il successivo dominio veneziano su Treviso ed il suo distretto, iniziato alla fine del 1338 al termine della guerra veneto/fiorentino-scaligera, si pone sul solco delle motivazioni economico-commerciali già inaugurato da queste prime esperienze territoriali, con la differenza che da allora Venezia, consapevole dei caratteri duraturi del nuovo dominio e della conseguente necessità di giustificare di fronte al mondo il proprio operato, inizierà a coprire ed a nascondere queste motivazioni4 sotto l'apparato ideologico della Pax Veneta, che rappresenterà successivamente uno dei fondamenti del mito rinascimentale di Venezia.
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ROCCO 1897, p. 50; BELLEMO RORATO 1988, pp. 20-21; v. anche PICOTTI 1905, p. 113-114 e doc.XII, XIII e XIV a pp. 258-262, il quale, dopo aver ricostruito gli avvenimenti relativi al tentativo di Tolberto di sottrarre al cugino Gherardo la signoria che quest'ultimo stava esercitando su Treviso, ricollega la sottomissione di Tolberto al dominio ed alla protezione dei veneziani al fallimento della congiura ed al conseguente timore di Tolberto per una possibile vendetta da parte di Gherardo. La Motta - prosegue lo storico rivestiva per Venezia anche una notevole rilevanza strategico-militare in relazione alla guerra in atto da anni tra Venezia stessa ed il Patriarca di Aquileia, il conte di Gorizia ed i Triestini. La dimostrazione dell'importanza della Motta si avrà il 21 ottobre 1336, allorquando essa rappresenterà la testa di ponte dalla quale partirà la controffensiva antiscaligera dell’esercito veneziano e fiorentino alla guida di Pietro de' Rossi nell’ambito della guerra veneto/fiorentino-scaligera (PIACENTINO, p. 58). 3 Le motivazioni mercantili presentarono allora una matrice così forte da superare ogni preoccupazione nella gestione dei rapporti con la Santa Sede. La circostanza risulta esplicitata sia dal tenore delle discussioni intervenute in Maggior Consiglio di Venezia nell'ottobre del 1308, ove il Doge sottolineava come Ferrara fosse "vantaggiosissima ai traffici, alle comunicazioni tutto lungo il Po", sia dal testo dell'armistizio pubblicato nel giugno del 1311, con il quale, pur dopo essere stata sconfitta, la città lagunare otteneva ugualmente "licenza ad ogni Veneziano di recarsi nuovamente a Ferrara ed esercitarvi con tutta sicurezza i suoi traffichi" (v. ROMANIN 1855, pp. 16 e 23). 4 Come peraltro sempre e dappertutto avviene.

10 Furono pertanto le vessazioni di Alberto e Mastino della Scala, i quali “turbare et provocare duris vexationibus et stimulis attentarunt”5, come la creazione di uno sbarramento doganale sul Po ad Ostiglia, con tanto di catena attraverso il fiume, l'istituzione di tasse e divieti di esportazione per i frutti dei beni che i veneziani avevano nel padovano, le rivendicazioni scaligere sulle terre di Buffolè e Camino, la ricostruzione del Castello delle Saline ed altre intollerabili iniziative che ledevano gli interessi economico-mercantili di Venezia, le circostanze determinanti che spinsero la città lagunare al conflitto con gli Scaligeri. Tutti questi avvenimenti, che rappresentano le semplici aitiai del conflitto, poggiano ovviamente su un malessere commerciale ed economico più profondo, che costituisce sostanzialmente il motivo reale che spinse Venezia a concepire e realizzare un modo più diretto di relazionarsi con l’entroterra. La tesi secondo la quale Venezia sarebbe stata a ciò spinta soprattutto per la necessità di evitare l’isolamento della laguna, ed il conseguente strozzamento dei flussi economici verso l'entroterra, in conseguenza della formazione di entità politiche comportanti l’aggregazione di vasti territori, quale per l’appunto quella scaligera, è infatti una tesi ormai tradizionale in storiografia6, anche se non mancano alcune sfumature critiche
PIACENTINO, p. 33-34, ove sono descritti tutti i comportamenti ostili dei Della Scala e quelle che il cronista ritiene essere le reali cause del conflitto (v. nota a p. 34). Jacopo di Giovanno, nato a Piacenza, era entrato al servizio della Repubblica con funzioni di notaio nel 1317 e, in detta sua qualità, ebbe a rogare numerosi atti importanti della Serenissima, ivi compreso lo stesso trattato di pace del 24.1.1339 (il cui testo è trascritto dal VERCI, X, pp.122128(doc.), doc. 1334) che pose termine al conflitto veneto/fiorentinoscaligero. La sua cronaca della guerra veneto-scaligera venne composta tra la pace e la morte del doge Francesco Dandolo (31.10.1339), dato come ancora vivente nel testo, e prima che il Piacentino cadesse in disgrazia nel 1340, coinvolto in un processo per fatti di corruzione commessi anche durante le trattative per la pace del 1339. Essa rappresenta pertanto la versione ufficiale di Venezia in merito alla guerra, ai suoi caratteri ed alle sue motivazioni. Per ampie notizie biografiche sul Piacentino, v. SIMEONI 1931, pp. 4-11. 6 V. in particolare SIMEONI 1930, il quale, analizzando con precisione la cronologia degli avvenimenti e la posizione estremamente rigida tenuta da Venezia nelle trattative di mediazione che dovevano evitare il conflitto, individua la reale causa del conflitto nel sostanziale mutamento dei rapporti di potenza tra Scaligeri e Venezia, anche in considerazione delle alleanze che si stavano formando in area padana e che ponevano i Della Scala in una posizione particolarmente forte, e pertanto estremamente pericolosa per Venezia, in relazione al controllo delle vie di comunicazione e, in particolare, della "Strata Padi" (v. soprattutto pp. 26-27). Nello stesso senso v. anche MALLET HALE 2006, p. 11.
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11 che segnalano la sostanziale inesistenza, all'epoca, di uno stato scaligero coeso ed unitario7. Pur essendo unanime l'opinione della moderna storiografia in ordine alla individuazione delle origini dell'espansione di Venezia nella terraferma nelle esigenze di tutela e protezione degli interessi economici, si registrano ovviamente svariate sfumature di posizioni e variazioni sul tema, tra le quali va ricordata, se non altro per lo sforzo di contestualizzazione e di visione unitaria che essa denota, quella che tende ad inserire lo stesso primo periodo di penetrazione nell’entroterra trevigiano all’interno di un più ampio e preesistente quadro unitario adriatico e levantino di matrice economica8. Treviso rimase l'unica esperienza veneziana di controllo diretto dell'entroterra sino ai primi anni del Quattrocento, quando Venezia, nel breve volgere di qualche decennio, arrivò ad estendere il proprio dominio a tutto il Friuli ed al Cadore (1420), giungendo, verso ovest, addirittura sino all'Adda (1428). Quanto alle caratteristiche ed alle modalità politicogestionali della complessiva esperienza veneziana di dominio della terraferma, gli storici distinguono normalmente, da un lato il Trecento ed i primi decenni del Quattrocento, dall'altro il Quattrocento inoltrato. Il primo di questi periodi é infatti ritenuto ancora “maggiormente orientato e condizionato [...] dagli accidenti diplomatico-militari”9, nel mentre il secondo
Ad es. VARANINI 1997, p. 177, mette in luce l’estrema complessità dello stato scaligero, a torto considerato uno stato unitario e compatto, laddove invece esso si presentava in modo estremamente complesso e composto da entità cittadine dotate di un apprezzabile grado di autonomia. 8 V. ad esempio l’ormai classico VOLPE 1956, p. 22 sgg.; così anche KNAPTON 1981, p. 42, il quale sottolinea come la prima soggezione di Treviso a Venezia si collochi “sia tra le fasi di espansione coloniale in oriente della Repubblica, iniziata nel 1204 ma ancora in atto nel ‘300, sia tra le vicende dell’estensione all’Istria e alla costa dalmata della sua diretta dominazione territoriale”. 9 VARANINI 1997, pp. 159-160. L'autore pone a spartiacque tra i due periodi (per i quali propone i termini rispettivamente di “entroterra” e di “Terraferma” al fine di evidenziare anche terminologicamente i caratteri distintivi degli stessi) l’anno 1420, con la conquista veneziana del Friuli all’esito della guerra contro Sigismondo d’Ungheria. MALLET 1996, p. 181, sembra invece anticipare il discrimine ai primi anni del ‘400, contestualmente al velocissimo dilagare del dominio veneziano sino al Mincio, quando “l’atteggiamento di Venezia nei confronti dell'entroterra era mutato: c’erano una nuova determinazione, un nuovo impegno, una nuova disponibilità a spendere denaro, e il riconoscimento della necessità di nuove strutture e nuove istituzioni”. ZAMPERETTI 1991, p. 26, tende invece a smussare questi precisi riferimenti cronologici in favore di un continuum graduale. In
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12 sarebbe invece più proteso verso una concezione quasi premoderna di stato territoriale. Queste distinzioni, ma soprattutto l’autonoma considerazione e valutazione del primo periodo rispetto all’epoca di espansione successiva, rappresentano fondamentalmente il risultato del lavoro della storiografia degli ultimi quaranta-cinquanta anni, la quale ha cercato di superare il condizionamento operato da una impostazione culturale di matrice modernistica, che suggeriva agli studiosi un’interpetazione ex post degli eventi storici attraverso criteri di lettura legati a detta impostazione e che tendeva pertanto a proporre una lettura degli eventi premoderni in funzione di un inesistente progressivo processo di formazione dello Stato moderno10. Agli avvenimenti storico-militari-politici, caratterizzati dalle fasi sopra descritte, seguì poi con notevole ritardo da parte di Venezia una consapevole e specifica riflessione teorica giuridicocostituzionale su di essi, sui loro caratteri ed i loro effetti, dimostrando ancora una volta la peculiare matrice economica e pragmatica degli stessi. Nel pensiero dei giuristi e degli storici veneziani dell’epoca risultano infatti sostanzialmente assenti, sino al Cinquecento inoltrato, riflessioni politico-giuridiche sul rapporto tra Venezia ed il suo territorio che non siano espressioni delle forme mentali proprie della giurisprudenza tardo medievale ancora legata al diritto comune ed alla sua struttura universalistica11. Solo a metà del XVI° secolo, nell’ambito della costruzione del mito veneziano in età rinascimentale, e

particolare l'autore, pur vedendo nell'improvvisa morte di Gian Galeazzo Visconti nel 1402 e nello sfaldamento del suo impero il momento a partire dal quale "il patriziato veneziano si trovò costretto [...] a non rimandare oltre quell'intervento diretto "a parte Terre", sottolineando come si fosse "diffuso nella coscienza contemporanea il senso di un mutamento che cause di forza maggiore rendevano ormai fisiologico", afferma infatti chiaramente che la "consapevolezza di dover rafforzare tutto ciò con l'assunzione della sovranità territoriale sulle province venete si fece strada successivamente", nel corso di un processo di progressiva e costante attrazione intorno a Venezia delle realtà politiche periferiche, che terminerà solo con la pace di Lodi del 1454 (Ibid., 30). 10 Questo rischio, sia pur ritenuto ormai per l'appunto frutto di un’impostazione superata dagli anni Sessanta, é esplicitato anche in relazione allo studio dei rapporti tra Venezia e la terraferma da VARANINI 2002, pp. 7576. 11 Quale sarebbe ancora finanche quella del corcirese Tommaso Diplovatazio, attivo a Venezia dal 1517 al 1530, come riconosciuto da MAZZACANE 1981, pp. 646 sgg.

13 segnatamente nell'opera di Gasparo Contarini12, si può individuare la prima “proposta omogenea e completa sui fondamenti e concetti della dominazione marciana”, ancorché ovviamente non ancora espressiva di una cultura giuridica dello Stato tipicamente moderna13. Le origini della penetrazione veneziana nell'entroterra non furono pertanto determinate da ambizioni di conquista territoriale, ma dall’intenzione di garantire il mantenimento dello status quo ante in funzione della continuazione del pacifico protrarsi degli interessi economici veneziani. Non può dirsi pertanto che la prima formazione del dominio veneziano nella terraferma possa rappresentare, al di là delle indubbie novità rese evidenti dagli avvenimenti stessi, un nuovo ciclo politico e culturale nella storia della città lagunare14.

2.- La prima dominazione veneziana su Treviso (1338-1381) e la dedizione del 1344: problemi e tematiche generali. Come si è già fatto cenno, Treviso ed il suo distretto rappresentò la prima (ed unica nel corso del Trecento) dominazione veneziana nell’entroterra e la sua acquisizione, che strappò la città dalla precedente dominazione degli Scaligeri del decennio 1329-1339, caratterizzò l’ultima fase della guerra veneto/fiorentino–scaligera del 1336-1339. Ad onor di cronaca, si è del pari già ricordato che risale al 1291 il primo diretto controllo veneziano in terraferma alla Motta e che nel corso degli anni 1308-1309 Venezia aveva già avuto modo di controllare direttamente anche la città di Ferrara, così come va aggiunto altresì che nel corso della guerra contro gli Scaligeri molti centri del trevigiano erano entrati nell'orbita della protezione veneziana o a seguito di ribellione nei confronti degli occupanti Scaligeri (i Collalto, già aggregati al patriziato veneziano da una trentina d’anni, nell’ottobre del 133615, Conegliano ed Asolo16 nella primavera del 1337, ed altri di
Il suo De Magistratibus et Republica Venetorum libri V fu scritto tra il 1524 ed il 1534 ed edito per la prima volta nel 1543 (FRAGNITO 1983, p. 190). 13 CASINI 2002, p. 16. 14 Così CESSI 1981, pp. 196-197. 15 PIACENTINO, p. 54. 16 Per quanto riguarda Conegliano, v. PIACENTINO, p. 69; VERCI, X, pp. 78-79; MARCATELLI, pp. 186 sgg.; VITAL 1946 pp. 71 sgg. e, soprattutto, p.
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14 minore importanza), o in altro modo (ad esempio il territorio dell'episcopio cenedese per infeudazione sempre nel 133717). Solo con Treviso, però, Venezia attuò una manifesta e prenetrante opera di controllo politico, che si concretizzò sin dall’inizio nella predisposizione di un assetto amministrativo, istituzionale, legislativo e fiscale volto al dominio del territorio del Comune. Non è questa la sede per approfondire la tematica, ma va comunque infatti ricordato che Venezia suddivise il territorio trevigiano (e cenedese) in sette “podesterie” (Treviso, Asolo, Castelfranco, Mestre, Oderzo, Conegliano e Serravalle), ove vennero inviati per l’appunto i podestà veneziani, con il riconoscimento alla podesteria di Treviso di compiti di coordinamento sulle altre e di centro dell’amministrazione finanziaria18. Gli statuti di Treviso (e di Conegliano) vennero sì mantenuti quale legge fondamentale delle rispettive città19, ma Venezia emanò ed inviò sin dall’inizio provvedimenti normativi (le cd. provvisioni ducali) che erano dotati (come si vedrà20) di preminenza legislativa rispetto al contenuto degli statuti medesimi. Sorge sin da subito, come si vede, quel particolare modo di rapportarsi di Venezia con la sua terraferma che viene comunemente definita, proprio per sottolineare la sostanziale autonomia politico-istituzionale dei grandi centri urbani della pianura ed il controllo più o meno esteso che questi godevano sui loro contadi, con i termini di “separatezza giuridica”21 Treviso fu quindi soggetta ad un dominio ed un controllo deciso e determinato, inizialmente motivato sostanzialmente da
90. Per Asolo, nonostante PIACENTINO, p. 69, parli esplicitamente e diffusamente di una vicenda in tutto simile a quella di Conegliano, indicando anche il nome del podestà ivi inviato da Venezia (Moretto Vallaresso), la moderna storiografia ha sottolineato la mancanza di vestigia documentali al proposito: da ROSSI(a) a BERNARDI 1987, p. 30. V. invece la certezza al riguardo espressa da COMACCHIO 1987(a), pp. 22-23 17 I territori facenti parte dell’episcopio di Ceneda (il cd. Comitato Superiore di Ceneda: Serravalle, Valmareno, Formeniga, Castel Roganzuolo, Fregona, Cordignano, Cavolano e Solighetto) erano stati concessi in feudo ai procuratori di San Marco nel 1337 dal vescovo Francesco Ramponi (CANZIAN 2005, p. 230; ZAMPERETTI 1991, pp. 59-60). 18 Sull’organizzazione amministrativa delle podesterie, ed in particolare su quelle minori, v. da ultimo PIGOZZO 2007. 19 Per gli Statuti di Treviso v. LIBERALI 1950; ID. 1951; ID. 1955; BETTO 1984-1986, FARRONATO NETTO 1988; per quelli di Conegliano v. FALDON 1974. 20 V. nota 113. 21 POVOLO 1994, p. 210.

15 ragioni di natura commerciale ed economica e non ancora inserito, come si accennava, nell’ambito di un consapevole progetto politico di più ampio respiro. In particolare, il dominio della Repubblica ebbe inizio il 2 (o 22 il 3 ) dicembre 1338. In questa data la città di Treviso venne consegnata da Mastino della Scala in pegno a Venezia in occasione di una tregua delle operazioni belliche concordata tra i belligeranti per attendere il rientro degli ambasciatori fiorentini che dovevano riportare la decisione di Firenze in merito alla proposta di pace che era stata avanzata da Mastino agli alleati veneto-fiorentini. La dominazione veneziana durò sino alla fine della Repubblica nel 1797, ad eccezione del periodo 8 maggio 1381–15 dicembre 1388, quando Treviso fu soggetta dapprima al Duca d’Austria (1381-1384), indi ai Carraresi (1384-1388). La pace definitiva tra Venezia e Firenze da una parte e gli Scaligeri dall’altra venne stipulata a Venezia innanzi all'altare di San Marco all'interno della basilica il 24 gennaio 1339 e con essa il procuratore dei fratelli della Scala cedette definitivamente la città di Treviso a Venezia, determinando l’irreversibile interversione dalla detenzione al possesso della stessa in capo alla città lagunare23. Questa prima dominazione veneziana su Treviso (13381381) è sempre stata assai trascurata dalla storiografia, anche a dispetto della copiosa documentazione archivistica a disposizione, per ragioni legate alla particolarità ed unicità di questa isolata anticipazione trecentesca del successivo dominio veneziano in terraferma, che si spiegò in tutto il suo sviluppo, come si ricordava, solo a partire dagli inizi del Quattrocento. Nei primi anni ottanta del secolo appena passato, nel corso di un convegno internazionale tenutosi a Treviso su Tomaso da Modena ed il suo tempo, il prof. Michael Knapton ha lamentato la scarsità di studi su questo delicato periodo della storia trevigiana, proponendo alcuni spunti storiogafici di significativo
Il 3 dicembre secondo PIACENTINO, p. 134, mentre VERCI, XI, p. 23, afferma che la dazione in pegno sarebbe datata il 2 dicembre, in accordo con VILLANI, XII, cap.XC, e con il documento riportato da VERCI, X, p. 121, n.1331. 23 V. doc.1334 riportato da VERCI, X, p. 124: “Civitatem Tarvisii cum omnibus castris et fortalitiis possessis a dictis dominis Mastino et Alberto in dicta Civitate, et in toto eius territorio et districtu toties oblatis antedicto domino Duci et Communi Venetiarum, et omnia iura, que ullo modo illuc spectant, et pertinent, vel que competere possint dicte Civitatis, Castris, loci et iurisdictioni Civitatis illius, et districtus, dat, tradit, et cedit, et libere ac expedite relinquit prenominatis domino Duci, et Communi Venetiarum”.
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16 intresse24. Le sollecitazioni non sono di certo cadute nel vuoto e da quel momento é decisamente aumentato l’interesse degli studiosi intorno alla prima dominazione veneziana di Treviso, anche attraverso il sistematico spoglio della documentazione archivistica trevigiana, membra purtroppo ancora disiecta tra la Biblioteca Comunale, la Biblioteca Capitolare e l’Archivio di Stato25. Ebbene, pur essendo iniziato nel 1338, come si è visto, l'effettivo dominio veneziano su Treviso, l’atto formale e solenne della dedizione di Treviso a Venezia, oggetto del presente studio, seguirà solo a distanza di ben cinque anni (1344). Nonostante sia stato affermato che la dedizione di Treviso a Venezia avvenne “con la procedura ormai nota del 1344”26, non risulta però che sinora sia mai stato effettuato su di essa uno studio approfondito condotto sulla scorta di criteri storiografici moderni27. La figura della dedizione in generale, quale strumento adottato da Venezia per legare a sé le città della terraferma, è stata oggetto già di numerosi studi, anche specifici, su alcuni dei quali si tornerà nel corso del presente lavoro28, ma relativamente alla specifica dedizione trevigiana ci si è limitati a sottolineare alcuni aspetti particolari. In particolare, da un lato se ne é rilevato il grave ritardo rispetto all'effettiva presa di possesso della città, ritardo imputato allo “stato comatoso in cui versavano le istituzioni locali” ed in generale alla debolezza della classe dirigente trevigiana29, dall'altro si è sottolineato lo speciale carattere “generico ed incondizionato”30 di questa dedizione, la quale “si configurò come un trasferimento di diritti e poteri senza condizioni”31, a differenza delle dedizioni successive, che si posizionavano al termine di un iter, a volte anche assai travagliato, di trattative tra Venezia e la città di turno e che si

KNAPTON 1981. Lo stimolo pare non essersi ancora esaurito, come dimostrato dai recentissimi lavori di CANZIAN 2005, ZANINI 2006 e PIGOZZO 2007. 26 FANFANI 1975, p. XXVI. 27 Consta che l’unico lavoro specificamente dedicato al tema sia rappresentato da ROSSI(b), su cui si dirà più avanti (v. capitolo III). 28 Es. MENNITI IPPOLITO 1984, ID. 1985, ID. 1986, ID. 1989; ORTALLI 2002. 29 VARANINI 1997, p.189, e ID. 1991, p.185. Così anche ORTALLI 2002, p.52 e la discussione alle pp.129-130 di ORTALLI KNAPTON 1988. 30 KNAPTON 1981. 31 ORTALLI 2002, p. 52; così anche DEL TORRE 1990, pp. 11-12, e gli interventi di G. Arnaldi, G.M. Varanini e M. Knapton, in discussione di ORTALLI KNAPTON 1988, pp. 128-130.
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17 caratterizzavano conseguentemente per il loro contenuto pattizio. Il presente lavoro ha per oggetto proprio la dedizione trevigiana del 134432. Esso sarà svolto in costante riferimento alla documentazione archivistica disponibile e con il dichiarato intento di esaminare le intrinseche caratteristiche dell'atto e di ricostruire le reali motivazioni che spinsero Treviso, ma soprattutto - se non addirittura esclusivamente - Venezia, a compierlo a distanza di così tanto tempo dall’inizio del dominio effettivo sulla città ed il suo distretto. L’affermazione, che qui viene assunta con funzione quasi programmatica, secondo la quale la dedizione di Treviso sarebbe, tra tutte le altre, quella che è “ancor più capace di illustrare l’importanza di un atto ufficiale di dedizione”33, lascia aperto un varco ermeneutico all'interno del quale il presente studio intende pertanto muoversi. Lo scoglio da superare in questo percorso é ovviamente quello di prescindere, per quanto ciò sia possibile, da una concezione moderna dello Stato, risultato al quale si può tentar di pervenire solo se si riesce a disinnescare opportunamente quell'insieme di rimandi politico-valoristici che rappresentano la sovrastruttura ideologica del mondo moderno e che impediscono di cogliere il senso complessivo dell'atto nel contesto dei caratteri culturali, filosofici e religiosi dell’epoca. Si tratta di uno sforzo che viene condotto lungo il percorso già tracciato dalla nuova impostazione storiografica context-oriented per l'indagine e lo studio dei fenomeni sociali, storici e politici del passato, sviluppatasi anche in Italia a seguito dell'esperienza dei Geschichtliche Grundbegriffe di fine anni sessanta, sorta di lessico dei concetti fondamentali della politica di lingua tedesca e della loro genealogia avente lo scopo dichiarato di fornire agli
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Treviso effettuò un secondo atto formale di dedizione a Venezia nel dicembre del 1388, al termine della dominazione carrarese sulla città. Anche questa dedizione, peraltro, rappresentò, al pari di quella del 1344, un atto generico ed incondizionato, avendo il Comune deliberato "quod assignetur, confirmetur, et detur libere sine pactis clausulis, et indicationibus aliquibus, vel oppositionibus civitatem Ter. cum eius districtu, iuribus, fortiliciis, castris et iurisdictionibus cuiuscumque, terris, nemoribus, bonis et possessionibus ac domibus spectantibus et pertinentibus clausulis necessariis et opportunis inclito et excelso Domino Domino Antonio Venerio dei gratia inclito Duci Venetiarum recipienti suo nomine, et nomine, et vice suorum successorum et Communis Venetiarum, et dicto Communi Venetiarum" (SCOTI, IX, pp. 301305, doc. 297). 33 MENNITI IPPOLITO 1986, p.11.

18 storici strumenti semantici idonei ad evitare applicazioni anacronistiche dei singoli lessemi34. Ovviamente, prima di proporre qualsiasi tipo di interpretazione storica in merito alla dedizione, è però necessario procedere all’esame del testo dell'atto ed alla precisa e dettagliata ricostruzione degli avvenimenti occorsi in quel lontano 1344.

I Geschichtliche Grundbegriffe furono opera dell'iniziativa di Brunner, Conze e Koselleck nel 1967. A partire da quella esperienza si sono sviluppati approfondimenti ulteriori e diramati percorsi di studio specifici, quali ad esempio quello afferente la storiografia del discorso politico che, sotto l'influenza del linguistic turn impresso dalla filosofia analitica wittgensteiniana ed austiniana, trova in Quentin Skinner (vincitore del premio Balzan 2006 per la storia e la teoria del pensiero politico grazie alle sue opere, il cui metodo è riassunto in SKINNER 2001) il suo maggior rappresentante. Su questi aspetti, v. CHIGNOLA 1990, pp. 5-35, RICHTER 1997, DUSO 1997. La stessa rivista "Filosofia Politica" è sorta proprio con l'intento di decostruire e studiare analiticamente i concetti politici della storia moderna, depotenziati dalla forza propulsiva delle ideologie della modernità stessa e dalla tradizionale funzione valoristico-normativa attribuita alla filosofia politica.

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19 CAPITOLO II

LA PROCEDURA DELLA DEDIZIONE DI TREVISO

Il formale atto di dedizione di Treviso a Venezia avvenne il 10 febbraio 1344. Non è possibile però prescindere, al fine di comprendere appieno il senso complessivo dell'atto, dall'esame degli atti da essa presupposti e ad essa conseguenti. Intesa in senso lato, la dedizione trevigiana si presenta pertanto come una sorta di fattispecie a formazione progressiva che si articola in alcuni passaggi che si esauriscono nell’arco del mese di febbraio del 1344 e che vanno dalla prima manifestazione dell'intento deditizio sino alla concreta e reale presa di possesso da parte di Venezia della città e del suo distretto: 1) Inizi febbraio 1344 Ambasciata trevigiana a Venezia presso il doge per verificare la concreta fattibilità della dedizione 2) 5 febbraio 1344 Delibera del Comune di Treviso con la quale viene approvata la dedizione di Treviso e del suo distretto a Venezia e nominati i procuratori per il compimento dell’atto di dedizione (v. appendice documentaria n.1). 3) 10 febbraio 1344 Atto solenne di dedizione di Treviso a Venezia reso dai procuratori di Treviso in Palazzo Ducale a Venezia alla presenza del doge (v. appendice documentaria n.2). 4) 11 febbraio 1344 Giuramento di fedeltà dei procuratori sempre in Palazzo Ducale a Venezia nelle mani del doge (v. appendice documentaria n.3). 5) 18 febbraio 1344 Nomina da parte di Venezia del proprio rappresentante per la presa di possesso di Treviso (v. appendice documentaria n.4a) e ducale inviata a Treviso contenente le istruzioni al riguardo (v. appendice documentaria n.4b). 6) 21 febbraio 1344 Procedura di presa di possesso "corporale" di Treviso e del suo distretto da parte del rappresentante veneziano (v. appendice documentaria n.5).

20 Esaminiamo ora questi passaggi ad uno ad uno, sia sotto il profilo filologico-documentario, particolarmente attento alla documentazione esistente presso gli archivi di Treviso, sia sotto l’aspetto più propriamente storico-evenemenziale. Come si vedrà, le sorprese non mancheranno.

1. – L’ambasciata trevigiana a Venezia (inizi febbraio 1344). Gli atti formali nei quali si sviluppa la storia giuridica della dedizione vennero preceduti dall’invio di ventisei ambasciatori trevigiani tratti dalla classe dei nobili, dal collegio dei giudici e dei notai e dalle scuole delle arti, i quali avevano il compito di sondare presso il doge la percorribilità concreta della dedizione che i cittadini trevigiani avevano già considerato di adottare. Non esiste, né risulta citato da alcun cronista o storico, un documento autonomo e specifico che attesti questa ambasciata, la quale risulta semplicemente descritta nel testo della delibera del Comune di Treviso del 5 febbraio 1344 (v. paragrafo seguente). La delibera si limita ad un generico “his diebus nuperime retroactis”35, rievocando un atto intercorso recentissimamente, ma é comunque molto verosimile, se la delibera del Comune risale al 5 febbraio, collocare l'ambasciata dal punto di vista temporale non prima del 2 febbraio, visto che il Podestà di Treviso aveva l'obbligo statutario di esaminare e sottoporre alla Curia degli Anziani ogni petizione avanzata da parte di chicchessia entro il terzo giorno da quando essa gli fosse pervenuta36. Gli ambasciatori si recarono a Venezia ed esposero al Doge che i cittadini trevigiani, considerando “sanctam dominationem et utilem eisdem civibus, sub cuius protectione consistunt et consistere perpetuo desiderant et affectant”37, volevano “cum omnibus vinculis quibus possunt ipsam dominationem supra se connectere et firmare”38. Il testo, come si vede, dimostra che i cittadini trevigiani avevano intenzione di porre in essere un atto formale al fine di confermare e ratificare, con il supporto degli opportuni vincoli giuridici ("cum omnis vinculis") idonei a legare
ASV, Lib. Pact. V, c. 9r. V. Rub.I, Tract. II, Lib.I "quod potestas teneatur recipere petitiones", in FARRONATO NETTO 1988, p.61. 37 ASV, Lib. Pact. V, c. 9r. 38 Ibid.
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21 strettamente ("connectere et firmare") insieme Treviso e Venezia, una dominazione già esistente ("ipsam dominationem") ed una protezione della quale già di fatto essi godevano ("sub cuius protectione consistunt"). Il Doge, dopo aver apprezzato il gesto spontaneo di fedeltà dei trevigiani, dichiarò di accettare ben volentieri l’intenzione esposta dagli ambasciatori, che licenziò indicando loro che i trevigiani, ai quali mandava a dire che Venezia li avrebbe sempre trattati come figli e Treviso come il più caro e principale membro del dominio, avrebbero dovuto adottare l’atto nelle forme e nei termini statutariamente previsti. Che l’ambiasciata sia stata realmente inviata a Venezia è certamente lecito dubitare, atteso che, come si accennava, non sussiste alcun documento che possa certificarla, né da parte veneziana (con riferimento all’esposizione dell’ambasciata al doge) né da parte trevigiana (con riguardo alla delibera di nomina dei ventisei legati). Inoltre, nel testo della delibera del 5.2.1344, ove è riportata la vicenda dell'ambasciata, pur risultando specificamente indicati i nomi dei singoli ventisei legati39, risultano estremamente generici i riferimenti fondamentali dell’ambasciata, quali ad esempio, come si è visto, quello temporale, quello relativo al luogo ove sarebbe intervenuto il colloquio tra i legati trevigiani ed il doge e finanche il riferimento della figura stessa del doge interlocutore40. E’ più che verosimile, pertanto, ritenere che la vicenda degli ambasciatori non sia mai effettivamente e storicamente esistita e che essa possa essere stata artatamente inserita nella più volte citata delibera del 5.2.1344 con lo scopo di sottolineare l’aspetto spontaneo e volontario della dedizione, costruendo a tavolino un’iniziativa trevigiana in tal senso ed allontanando da Venezia ogni possibile origine dell’idea deditizia41.
Ibid. In particolare, diciassette erano nobili, tra cui sei giudici, cinque i notai e quattro le persone tratte dalle scuole ed arti. 40 Nel testo della delibera del 5.2.1344 si fa infatti riferimento generico al “Ducale Dominium” (quando si indica la destinazione dell’ambasciata: ibid.) ovvero al “magnifico Domino Duci et Communi Venetorum” (laddove si descrive l’interlocutore della richiesta del Comune di Treviso: ibid.), ovvero ancora al “serenissimus Dominus Dux” (quando il Doge dimostra di accettare benignamente la proposta degli ambasciatori: ibid.). 41 VERCI, XI, p. 152, sottolinea ancor di più l’iniziativa trevigiana, collegando eziologicamente la decisione di proporre a Venezia la dedizione della città con un una ducale precedentemente adottata da Venezia in data 15 gennaio 1344 (VERCI, XI, p. 33(doc.), doc. 1411) e con la quale erano stati esentati per cinque anni da ogni gravezza reale e personale, ordinaria e straordinaria, coloro che si fossero recati con le proprie famiglie ad abitare all’interno della città di Treviso o del territorio del distretto trevigiano.
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22 Come si vede, l'apparato ideologico della Pax Veneta, al quale si è già fatto cenno e che verrà illustrato più compiutamente in altra sede (v. cap.III), inizia ad operare sin dalle prime battute. E poiché il rispetto per l’autonomia degli organismi cittadini e per il valore normativo degli statuti delle singole città costituisce aspetto fondamentale di questa ideologia, emerge al contempo anche chiaramente la precisa volontà, proveniente da Venezia, di ottenere la dedizione di Treviso attraverso la formalizzazione della procedura nel più rigoroso rispetto della legalità statutaria trevigiana. Il doge, infatti, come si accennava, comunicò agi ambasciatori che i trevigiani avrebbero dovuto adottare la decisione di legarsi definitivamente a Venezia con un atto formale “per Consilia Civitatis Tarvisii, et secundum formam statutorum Communis Civitatis Tarvisii”42, cosa che poi sarebbe effettivamente avvenuta il successivo 5 febbraio.

2. – La delibera del Comune di Treviso (5 febbraio 1344). Parte documentale e archivistica. Come esplicitamente richiesto dal doge in occasione del colloquio intercorso con gli ambasciatori trevigiani, la dedizione venne deliberata a Treviso nel Palazzo del Comune giovedì 5 febbraio 1344 nelle forme e nei termini previsti dagli statuti. Pur trattandosi di un atto interno alla città trevigiana, a Venezia la delibera si trova ugualmente trascritta nella raccolta dei Libri Pactorum43, e segnatamente nel Liber Pactorum V, ove è riportata nella sua integralità, unitamente alla delibera di nomina dei procuratori trevigiani di pari data44, così come risultano integralmente trascritti anche l’atto solenne della

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ASV, Lib. Pact. V, c. 9r. I Libri Pactorum vennero istituiti per raccogliere in unico cartulario comunale i privilegi, i trattati ed ogni altro documento diplomatico che potesse riguardare le relazioni estere di Venezia ed i diritti ad essa spettanti. Al primo di essi, istituito negli anni 1197/1198, fece seguito negli 1282/1283 il secondo, seguito a scadenza molto più ravvicinate dai libri successivi, fino a quando, ad inizio Trecento, l'importanza dei Libri Pactorum venne progressivamente erosa da quella dei Libri Commemoriali (POZZA 1995, pp. 358-363 e ID. 1997, p. 368; v. anche PREDELLI 1876). 44 ASV, Lib. Pact. V, cc. 9-13.

23 dedizione del 18.2.134445, il successivo giuramento46 ed infine la procedura di presa del possesso della città e del suo distretto47. E’ invece a Treviso, ove in teoria il provvedimento dovrebbe trovarsi più facilmente, che la ricerca si fa invece più complicata. Il punto di partenza, come per tutti gli studi sulla Treviso medievale, è rappresentato dalle trascrizioni contenute nelle raccolte documentarie settecentesche, dai fondamentali documenti trivigiani di Vittorio Scoti48 alle più contenute series documentorum di Filippo Avanzini49 ed altre50. Ebbene, in nessuna di queste raccolte risulta trascritta sia la delibera del 5.2.1344 che il successivo atto di dedizione della città a Venezia. In particolare, sotto la chiosa “dedizione di Trivigi al dominio veneto”, lo Scoti, alla cui opera fondamentale dobbiamo l’assemblaggio dei principali documenti della storia di Treviso, non trascrive affatto il documento, limitandosi ad annotare “1344 – 5’ Febbraio - L’atto della dedizione di Trivigi sta nel processo segnato XI – Collegio de’Nobili di Treviso C: il secondo ordine di persone di detta città – nel fascio segnato processi varj tutti concernenti vertenze tralli corpi della città – nell’archivio del Collegio de’ Nobili”51. Chi conosce la precisione e la completezza della raccolta Scoti rimane indubbiamente colpito dalla circostanza, atteso che l’erudito non avrebbe certamente omesso di trascrivere l’atto originale qualora ne fosse venuto effettivamente in possesso. Preso atto che le raccolte documentarie settecentesche non sono d'aiuto, il passo successivo è quello della disamina delle trascrizioni documentarie che lo storico Giambatista Verci riporta nella sua ponderosa storia della marca trevigiana edita verso la

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Ibid., cc. 13-15. Il testo della dedizione trascritto nei Pacta risulta noto anche a ROMANIN 1855, p. 136, n.3, ove si rinviene l'unico, brevissimo cenno che lo studioso dedica alla dedizione (testualmente: "l'atto formale di dedizione fu fatto dai Trevisani solo il 5 feb. 1344-5. Verci, t.XI, p.133 e Pacta V, p.9 e 15"). 46 Ibid., cc. 14-15r. 47 Ibid., cc. 15r-18r. 48 V. SCOTI, Documenti Trivigiani, BCTv, 12 voll., ms. 957, metà XVIII sec. 49 F. AVANZINI, Series documentorum redactorum studio ed diligentia Philippi Avanzini, 7 voll., dal 1792-1794, BCapTv, ms.1-B/2, 7-13.III, p. 293, doc. 423. 50 Per un elenco delle raccolte settecentesche di documenti trevigiani, v. PICOTTI 1905. Sulle fonti in genere per lo studio della storia di Treviso, v. BAILO 1879. 51 SCOTI, VIII, p. 289.

24 fine del Settecento52, verifica doverosa anche se é lo stesso autore nell'introduzione della sua opera a ricordarci di aver fatto largo uso delle compilazioni documentarie dello Scoti53. Va subito premesso che i documenti del Verci vanno presi con estrema prudenza e cautela, atteso che l'autore "non sempre sa valersi dé documenti raccolti da lui stesso"54, onde appare in ogni caso opportuno “ricercare per ognuno di quei testi, fin dove è possibile, gli originali”55, e ciò sia a motivo generale di una corretta conduzione, anche filologica, di uno studio che voglia dirsi improntato a metodi storiografici moderni, sia a cagione dei caratteri tipici dell’epoca stessa in cui visse ed operò il Verci e dello stesso utilizzo da parte dello storico di documenti trascritti dai precedenti compilatori56. Ciò premesso, il Verci, a differenza dello Scoti, riporta la trascrizione della delibera del Comune di Treviso del 5 febbraio, con l’indicazione, quanto alla sua fonte, “ex Cancellaria Civitatis Tarvisii; reperitur etiam in processu, ut vocant, Collegii Nobilium signato C” 57. Mentre il comune riferimento dello Scoti e del Verci al processo del Collegio dei Nobili contrassegnato con la lettera "C", nonché l'esplicitato utilizzo da parte del secondo ai documenti collazionati dal primo, induce a ritenere che la fonte alla quale i due studiosi si rifanno sia la medesima, l'accenno alla Cancelleria contenuto nella rubrica della versione verciana impone che ci si chieda se il Verci, a differenza dello Scoti, sia riuscito a rinvenire tra gli Acta Comunitatis Tarvisii58 la delibera del 5 febbraio 1344.
Storia della Marca Trevigiana e Veronese, 20 voll., ed. Storti, Venezia 1786-1791. 53 VERCI, I, pp. XVI-XVII. L'introduzione dell'opera del Verci è riportata integralmente anche in NETTO 1988, pp.189-194. 54 PICOTTI 1905, p. 4. 55 NETTO 1988, p. 187. Peccato che il lavoro del Netto volto al rinvenimento della locazione dei documenti originali trascritti dallo studioso settecentesco si fermi al 1786 (e cioè ai primi due libri, concernenti gli avvenimenti sino alla fine del Duecento); in ogni caso, delle schede che il Netto afferma nel suo scritto di aver depositato presso la Biblioteca Capitolare di Treviso non v’è attualmente alcuna traccia. 56 Il Verci "aveva quasi tutti i documenti di seconda mano, e incorse spesso in errori, spiegabili assai bene, del resto, in chi si era posto, in quegli anni, a tale fatica" (PICOTTI 1905, p. 9). 57 VERCI, XI, p. 33, doc. 1412. 58 A proposito degli Acta, ne é iniziata per i tipi della Viella editrice la pubblicazione nella collana Fonti per la storia della terraferma Veneta. In particolare, due sono sinora i volumi editi: il primo concerne gli Acta del XIII° secolo, BCTv, ms.661/II (MICHIELIN 1998), mentre con il secondo (MICHIELIN 2003) è stato pubblicato BCTv, ms.661/III.
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25 Già una prima disamina della rubrica del documento conduce ad una risposta negativa: il riferimento verciano “ex Cancelleria Civitatis Tarvisii” verosimilmente non sta infatti ad indicare la fonte del documento rinvenuto e trascritto, ma si limita a significare la ovvia ed evidente provenienza dello stesso, tanto più se si considera che, in caso contrario, lo storico non avrebbe avuto alcun motivo per citare anche la fonte ulteriore e di seconda mano, il registro del Collegio dei Nobili, ove egli dichiara di aver rinvenuto la copia dell’atto. La circostanza è definitivamente comprovata dal fatto che, pur rubricato sotto la voce “Parte presa nel maggior Consiglio di Trivigi di dar la Città col territorio sotto il serenissimo dominio de’ Veneziani”, in realtà quella trascritta dal Verci non rappresenta affatto una delibera del maggior Consiglio di Treviso59, bensì il verbale (anzi, parte di esso) della riunione della Curia degli Anziani60, che rappresenta il primo dei tre collegi che deliberarono in merito alla dedizione trevigiana. Il documento verciano riporta infatti la prima parte del verbale, ove il Podestà e Capitano di Treviso Pietro de Canal, dopo aver riassunto agli anziani appositamente riuniti in palazzo comunale l’antefatto, cui si è fatto cenno, dell’ambasciata inviata a Venezia, chiede che la Curia provveda ad esprimersi in merito all’invito del Doge di formalizzare la dedizione secondo la corretta procedura statutaria. Segue quindi l’inizio della complessa delibera che lo iudex ancianorum Giovanni della Vazzola espone al collegio, ed in particolare la prima delle tre distinte proposte, sulle quali poi avverranno le tre separate votazioni della Curia, avente ad oggetto la revoca delle precedenti concessioni del dominio sulla città che il Comune avesse eventualmente concesso nel passato. E qui il documento verciano bruscamente termina61:

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Il Consilium Trecentorum cambiò nome in Consilium Maior negli anni 1323-1324 durante il periodo di dominazione austriaca su Treviso (13191329). Per una breve ma precisa analisi dell'evoluzione tre-quattrocentesca dei consigli di Treviso, con particolare attenzione alla composizione sociale degli stessi, v. VENTURA 1964, pp. 126-138. 60 In particolare, si tratta di una adunanza della Curia degli Anziani di secondo grado (detta anche Curia minore, ovvero del Popolo), composta di dodici membri, come stabilito negli Statuti del 1313 (MARCHESAN 1923, I, pp. 73 sgg.). La circostanza risulta evidente anche ad una superficiale lettura del documento riportato dal Verci ed erroneamente qualificato come parte del Maggior Consiglio della città. 61 Il documento si interrompe improvvisamente con le parole “consulit supradicta proposta, quod ante omnia revocetur omne, et quolibet dominium, si quod datum esset alucui domino et persone per maius consilium, vel

26 evidentemente il documento sino a quel momento conteneva già a sufficienza gli elementi che servivano a colui che aveva commissionato al copista la trascrizione che poi il Verci ebbe a riportare, elementi che, argomentando dal processo nelle cui carte detto documento era stato trascritto (processo tra i corpi della città), dovevano probabilmente riferirsi alla ricomprensione nell’ambito del distretto della città di Treviso di alcuni centri minori62 che reclamavano una qualche autonomia63. A questo punto la ricerca dei documenti originali presso gli archivi trevigiani deve procedere senza l'ausilio degli eruditi settecenteschi, ma i risultati ai quali essa approda non sono certamente confortanti. Quanto alla Biblioteca Capitolare del Duomo di Treviso, ivi esiste un fascicolo che contiene documentazione a stampa relativa alla controversia tardo settecentesca avente ad oggetto la pretesa di concattedralità della chiesa di Asolo rispetto a quella di Treviso64, al cui interno è riportato il testo della delibera del 5.2.1344 sino al punto esatto in cui termina il documento verciano65, con la differenza che nel documento a stampa della Capitolare al termine della trascizione si rinviene la sigla “etc.”, segno che evidentemente il trascrittore della delibera era ben a conoscenza di una prosecuzione del testo. La circostanza trae conferma dal fatto che nell’estratto v’è anche una dettagliata indicazione della fonte del documento: “tratta dal Libro Registro quarto essistente nella Cancel. della Prov. della Mag. Città di Treviso pag.139”66. Inutile dire che la ricerca non ha dato i frutti
Commune Civitatis Tarvisii temporibus aliquibus retroactis” (VERCI, XI, p. 35(doc.), doc. 1412). 62 Probabilmente Asolo: v. nota 144. 63 Non è stato possibile rinvenire presso l'Archivio di Stato di Treviso, ove sono in corso complesse attività di rifascicolazione e ricatalogazione di numerosissime buste, il fascicolo del processo al quale fa riferimento il Verci (e lo Scoti). E' solo probabile pertanto inferire che fosse importante il contenuto dei diritti che Treviso cedette a Venezia, rappresentato dalla città ed il relativo distretto “cum omnibus et singulis tunc castris et fortiliciis, iuribus et iurisdicionibus, tam de ultra plavim, quam de citra plavim eidem excelso Domino Duci et Communi Venetiarum secundum ordines et formam statutorum Communis Tarvisii, videlicet” (Ibid., pp. 34-35(doc.), doc. 1412). 64 V. nota 144. 65 BCapTv, Fasc. G-1/37, II, scat.3 cause a stampa, pp. 56 sgg. 66 Il comune riferimento alla Cancelleria del Comune di Treviso come fonte del documento, contenuto sia nella trascrizione verciana che in quella del fascicolo concernente la controversia asolana, può far ritenere che il Verci abbia potuto esaminare e copiare quest'ultima trascrizione, estratta, come si è visto, da un più ampio corpus documentario che potrebbe corrispondere al fascicolo del processo al quale fa riferimento lo studioso. L'ipotesi,

27 sperati. In ogni caso, non si sarebbe comunque trattato del documento originario: la Provvederia era infatti un organo collegiale istituito solo nel 1407, probabilmente presieduto dal Podestà e che finirà col tempo ad assorbire del tutto le attribuzioni dei più antichi consigli (Maggiore e dei Quaranta), per divenire infine il solo e supremo organo del “Reggimento” e “Podesteria” di Treviso. Alla data dell’istituzione della Provvederia vennero trascritti nei suoi registri i documenti pubblici preesistenti di rilevanza amministrativa e giudiziaria, registri che poi venivano poi aggiornati di anno in anno a partire da quella data67. Nelle carte del Collegio dei Nobili ora ricoverate presso l'Archivio di Stato di Treviso è invece rinvenibile una trascrizione integrale della delibera del 5 febbraio 1344, sita all’interno del fascicolo relativo al processo, tenutosi nel 1735, avente ad oggetto l’aggregazione della famiglia Adimari al Collegio dei Nobili di Treviso68. Questo testo non si arresta affatto, come
apparentemente avvalorata dal fatto che il processo tra i corpi della città al quale fa riferimento il Verci ben potrebbe essere costituito dalla controversia tra Treviso ed Asolo all'interno del cui fascicolo è contenuta la trascrizione a stampa, risulta in realtà assai inverosimile, dal momento che quest'ultima versione salta a piè pari, sostituita da un eloquente “omissis etc.” una frase contenuta nell'atto formale di dedizione del 10.2.1344, trascritta subito dopo la trascrizione della delibera del 5.2.1344, che il Verci invece riporta integralmente (“ab omnibus tribulationibus, et languoribus ipsorum, quibus multipliciter premebantur expositis personis, et avete Communis et hominum Venetiarum pro eorum recuperatione salutis, totaliter liberarunt, reducentes ipsos in statum prosperum et quietum, et securitatem omnimodam personarum pariter et bonorum, ut quilibet tote omni remota forsnidine possidere valeat quod est suum, cum Dominatio Ducalis fis via, veritas, et vita, que elisa reparat, et aspera in vias planas committat”: VERCI, XI p. 36(doc.), doc. 1413). 67 GASPARINI PUTTIN 1985, p. 17. 68 AST, Corporazioni Religiose Soppresse, Collegio dei Nobili, b. 9, pp. 63 sgg. Risultano trascritte integralmente l'una di seguito all'altra il testo della delibera del 5.2.1344 e quello della formale dedizione in Venezia del 10.2.1344. Entrambe le trascrizioni costituivano infatti importanti mezzi di prova con i quali la famiglia Adimari, originaria di Firenze ed emigrata a Treviso nei primi decenni del ‘300 a causa delle violente lotte tra le fazioni fiorentine di quegli anni, intendeva dimostrare la partecipazione degli ascendenti della casata agli atti pubblici più importanti della vita cittadina (in questo caso, l’avo in questione era niente meno che Niccolò Adelmario, uno dei due procuratori che, come si vedrà, effettueranno l’atto formale di dedizione del 10.2.1344 ed il giuramento del giorno successivo), come prevedeva la procedura dell’epoca (BETTO 1981, pp. 309 sgg.). Il documento trascritto nelle carte del processo Adimari non è certamente quello al quale fa riferimento il Verci con il riferimento al processo presso il Collegio dei Nobili segnato con la lettera "C". Esso infatti si riferisce ad un processo che non può

28 quello del Verci, alla prima proposta avanzata nella Curia degli Anziani, ma riporta, come avviene per il documento contenuto nel Liber Pactorum veneziano, la trascrizione della delibera nella sua integralità, ivi comprese le altre proposte, le votazioni effettuate dalla Curia degli Anziani, nonché i verbali delle riunioni e delle delibere anche del Consiglio del Quaranta e del Maggior Consiglio. Oltre alle competenze specifiche assegnate ai Consigli dagli Statuti (legislazione, dichiarazione di guerra e stipulazione della pace, stipulazione dei contratti pubblici etc.), infatti, il Podestà poteva sottoporre ad essi ogni proposta che ritenesse utile per la città. Su di essa veniva chiamata a pronunciarsi dapprima la Curia degli Anziani, una delle Corti del Podestà stesso, indi il Consiglio dei Quaranta ed infine il Consiglio Maggiore, al quale spettava la deliberazione definitiva, che rappresentava comunque pur sempre un parere ed un consiglio che il Podestà riceveva intorno alla proposta medesima69. Così avvenne anche per la proposta deditizia, ove si rinviene pertanto ripetuta per ognuno dei tre organi collegiali la formula sacramentale che certifica la sopra descritta procedura: "et petit sibi consilium exhiberi quid faciendum sit supra dicta proposta". Concludendo la parte archivistica, si può fondatamente quantomeno affermare che già a partire dal settecento a Treviso non fosse affatto semplice rinvenire il documento originario della delibera del 5 febbraio 134470, documento che invece era stato
certamente qualificarsi come processo tra i corpi della città, risulta completo, a differenza, come si è visto, della trascrizione del Verci, e diverge da quest'ultima anche in numerosi elementi e dettagli grafico-linguistici, frutto evidentemente di errori nella trascrizione diretta del documento da parte dei copisti, ed inoltre finanche nell'assenza (inspiegabile e segnata da un lettore con un segno a chiosa) di alcune parole nel resoconto dell’ambasciata veneziana dei ventisei legati trevigiani, e precisamente nel punto in cui gli ambasciatori illustrano le intenzioni deditizie e la conseguente volontà di cedere la città ed il distretto di Treviso “cum omnibus et singulis tunc castris et fortiliciis, iuribus et iurisdicionibus, tam de ultra plavim, quam de citra plavim eidem excelso Domino Duci et Communi Venetiarum secundum ordines et formam statutorum Communis Tarvisii, videlicet” (VERCI, XI, pp. 34-35(doc.), doc. 1412). 69 MARCHESAN 1923, I, pp. 73 sgg. Per il rapporto tra le proposte del Podestà ed i Consigli, v. Ibid., pp. 56 sgg. Sui rapporti tra i singoli consigli e sulla procedura per l'approvazione di una delibera, v. Statuto del 1313 n.CXI "quod potestas non possit ponere ad consilium Quadraginta et Trecentorum per se sine sua curia" (in BETTO 1984/1986, I, pp. 96-97); v. anche lo stesso statuto Rub.III, Tract. II, Lib.I, "quod potestas non possit ponere aliquid ad consilium absque curie voluntate"in FARRONATO NETTO 1988, p. 62. 70 D'altronde, non si può dire che il Comune di Treviso conservasse con cura i propri documenti più importanti. Lo stesso libro degli Statuti già a metà

29 evidentemente esaminato un secolo e mezzo prima dai precedenti storici trevigiani, da Bartolomeo Zuccato71 a Giovanni Bonifaccio72, salvo che questi ultimi non abbiano avuto modo di esaminare la documentazione contenuta nel Liber Pactorum veneziano, circostanza assai probabile, visto che i precedenti cronachisti di Treviso non fanno alcun cenno alla dedizione73.

3. –La delibera del Comune di Treviso (5 febbraio 1344). Parte storica. Passando ora alla disamina del contenuto del documento integrale74, veniamo a sapere che alla Curia degli Anziani, alla presenza del Podestà e Capitano Pietro de Canal, vennero sottoposte dal suo iudex Giovanni di Vazzola tre distinte proposte, alle quali corrisposero, come si vedrà, tre distinte votazioni. La prima proposta è quella alla quale già si è fatto cenno, in quanto contenuta anche nella trascrizione verciana: prima di tutto Treviso avrebbe dovuto povvedere alla revoca delle precedenti concessioni di “omne, et quolibet dominium”75 (così genericamente indicato) che fossero state eventualmente
cinquecento si trovava "squarziado in diverse maniere et tirato a guisa di Christo in croce e poi depinto de sopra una damisela che havea straziato mezzo il suo vestito" (G. M. Malimpensa, La origine della città de Trevisi deviso in tre tratati, dove si contien le cose ocorse fina al milesimo soprascrito, Treviso 1546, , ms.1398, citato in FARRONATO NETTO 1988, p. XXII, n. 32). 71 Cronica Trivigiana, Treviso, BCTv, ms.1391, del '500. Al manoscritto originale ed autografo si affiancano copie manoscritte alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia (cod. It., cl.VI, 337) ed ancora alla Biblioteca Comunale di Treviso (BCTv, ms. 596). Recentemente una trascrizione integrale con mezzi moderni (computer) della cronica dello Zuccato ha formato oggetto di una tesi di laurea (GIRARDI 1998). Lo Zuccato (1492-1562), più che il Bonifaccio, potrebbe essere riuscito ad esaminare l'originale della delibera, visto che egli fu per molti anni notaio e cancelliere del comune di Treviso e pertanto era "avvezzo a trattare gli autentici documenti e a riconoscere l'alto valore storico dei publici atti per la fede che fanno; avendo alle mani, quale Cancelliere del Comume, le carte, i registri, i libri dell'Archivio Comunale, allora anche più ricco che non ora" (BAILO 1879, p.397). 72 Istoria di Trivigi, Venezia 1744, ma composta nel 1591. 73 V ad es. la cronaca di TORRIANO, di fine Quattrocento. 74 Verbalizzato dal notaio “Ubertinus filius Domini Maphey de Fara civis Tarvisii“; si precisa che ci si baserà d’ora in poi sul testo trascritto in ASV, Lib. Pact. V, cc. 9-13, che risulta essere il più antico testo delle trascrizioni dell'atto deditizi a noi pervenuti. 75 ASV, Lib. Pact. V, c. 9.

30 effettuate a favore di terzi da parte del Comune stesso nel passato. Il riferimento alla cessione del dominium e della iurisdictio su Treviso ed il relativo distretto a favore di Cangrande della Scala del 17.7.1329 è qui evidente, anche se la revoca e cassazione dei precedenti dominii rappresentava una clausola usuale in questo tipo di atti76. La seconda proposta ebbe ad oggetto una modifica statutaria, atteso che, per potersi dare sotto il dominio di Venezia, i trevigiani avrebbero dovuto abrogare “omni modo, iure et forma quibus melius potuerint”77 gli statuti e le reformazioni che contenevano disposizioni contrarie a questa eventualità e, prima ancora, quelle stesse norme che disciplinavano termini e modi per la medesima abrogazione di questi stessi statuti e reformazioni. Gli statuti di Treviso, infatti, prevedevano una particolare procedura per l'abrogazione dei cd. statuta precisa, sorta di norme statutarie particolarmente resistenti in quanto fortemente caratterizzanti l’ordinamento costituzionale del comune e per questo motivo sottratte alla normale legislazione e revisione ed esenti anche da interpretatio proprio per garantire di essi una puntuale applicazione (paragonabili sostanzialmente al nostro art.139 Cost., che vieta che la forma repubblicana possa essere oggetto di revisione costituzionale78), procedura che nel caso di specie non poteva evidentemente essere seguita79. La terza ed ultima proposta riguardava la sostanza vera e propria dell’atto, vale a dire la proposta che il dominium della città e di tutti i luoghi compresi nel suo distretto, sia “citra plavim” che “ultra plavim” (le odierne destra e sinistra Piave), “detur et tradatur” al Doge e, per esso, a Venezia, “cum pleno et

Si pensi ad esempio alla precedente dedizione di Treviso a Cangrande della Scala, in VERCI, X, p. 60, doc. 1118: "quod omnia et quelibet alia domini, arbitria, et iurisdictiones, si qua, vel qualitercumque per Com. Ter. concessa sive [...] sive alicui alie persone revocentur et pro revocatis et cassis omnimode habeantur". 77 ASV, Lib. Pact. V, c. 9. 78 Il paragone è di ASCHERI 1999, p. 26. 79 V. statuto "De absolutione a statutis precisis" (n.CXVIII del 1313, in BETTO 1984/1986, I, p.102 e Rub.XII, Tract. II, Lib.I, nella versione asolana in FARRONATO NETTO 1988, p. 65). In particolare, gli statuta precisa potevano essere abrogati e derogati esclusivamente a seguito di una complessa procedura che prevedeva tre delibere identiche, previa lettura chiara del testo dello statuto da abrogare, ognuna delle quali doveva essere adottata dal consiglio con un quorum deliberativo minimo di 200 consiglieri (150 nella versione asolana degli Statuti).

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31 libero arbitrio et mero ac misto Imperio et plena iurisdictione”80. Poiché la delibera, come si è visto, per essere pienamente conforme agli statuti del Comune, giusta richiesta esplicita del doge, dopo la delibera della Curia degli Anziani avrebbe dovuto transitare dapprima attraverso il Consiglio dei Quaranta, indi per il Maggior Consiglio, la terza proposta comprendeva pure, per l’appunto, la trasmissione del provvedimento nel suo insieme a questi due collegi affinché la complessiva proposta potesse ottenere l’approvazione degli stessi. La Curia degli Anziani, che in quell’occasione era composta da nove membri su dodici, numero comunque evidentemente sufficiente ad integrare il quorum costitutivo del consiglio in quanto “tamen legitime citati”81, approva ognuna delle tre proposte singolarmente all’unanimità, lasciando completamente vuoto il bussolo “lazuro”82, indi procede alla trasmissione della proposta medesima al Consiglio dei Quaranta. La riunione del Consiglio dei Quaranta segue 83 immediatamente quella della Curia degli Anziani e si articola sulla falsariga di quella della Curia Ancianorum, con le tre votazioni distinte e le tre pedisseque approvazioni “nemine discrepante” di trentasette voti su trentasette consiglieri presenti (anche in questo consiglio permane l’assenza dei tre anziani di cui si è fatto sopra cenno). In particolare, sempre alla presenza del Podestà e Capitano Pietro de Canal, il quale si limita anche qui a sollecitare la decisione del Consiglio, dapprima il notaio verbalizzante procede alla lettura delle tre proposte ai consiglieri in lingua volgare, dopo averle tradotte alla lettera (“ipsis prius vulgarizatis et lectis ad inteligentiam de verbo ad verbum“84), indi il consigliere Piacentino di Monte Martino le sottopone formalmente a votazione distintamente l’una dall’altra. I consiglieri votano così separatamente la prima proposta “de revocando omne et quodlibet dominium“, indi quella “de absolvendo statuta et reformationes communis Tarvisii“, ed infine la proposta “de dando dominium civitatis Tarvisii ed
ASV, Lib. Pact. V, c. 9. Sul significato di questi termini, v. Cap.IV. Ibid., c. 9. 82 La votazione avvenne con il sistema usuale illustrato dal Marchesan (MARCHESAN 1923, I, p. 99) dei bussoli bianchi ed azzurri e delle pallottole (“ad buxollos et ballotas”). 83 In entrambi i casi il verbalizzante indica addirittura il medesimo riferimenti temporale “ante oram terciam”, il che significherebbe che entrambe le assemblee e votazioni sarebbero avvenute prima delle nove di mattina. 84 ASV, Lib. Pact. V, c. 10r.
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32 districtus inclito domino, Domino duci et communi Venetiarum“, comprendente il provvedimento di trasmissione degli atti al Maggior Consiglio affinché esse acquistino “plenam [...] firmitatem” 85. Anche al Maggior Consiglio, sempre nella medesima giornata, ma questa volta “post nonam”, e sempre “coram supradicto domino potestate et capitaneo”86, vennero così sottoposte le tre distinte mozioni. Appena data lettura delle stesse, anche in questo caso previa volgarizzazione da parte del notaio, tutto il Maggior Consiglio esplode di gioia e di tripudio ed in esso si susseguono ininterrottamente interventi “in honorem, laudem et gloriam ducalis dominii communis Venetiarum“ da parte dei cittadinini più in vista della città, i quali, come fossero in concorrenza tra di loro, “ex habundantia cordis” non riuscivano a trattenersi ed attendere il rispettivo turno, contribuendo così a diffondere in tutto il Consiglio “summum gaudiosum animum“87. A questo punto, dopo un breve ritiro dei nove anziani "in capelam palacii" per decidere sul punto, lo iudex ancianorum Giovanni della Vazzola sottopone al Maggior Consiglio singolarmente le tre proposte di cui sopra, le quali vengono così definitivamente approvate separatamente una dopo l'altra anche dall’organo costituzionalmente più importante del Comune. Poiché nella terza mozione venne compresa anche la proposta di nominare con separata delibera del Maggior Consiglio due procuratori speciali, i quali avrebbero dovuto recarsi a Venezia per ivi compiere l’atto deditizio in nome e per conto di tutta la città, a differenza delle prime due proposte, le quali vennero ovviamente approvate all'unanimità da parte di tutti i duecentootto consiglieri presenti, la terza passò solo con il voto di duecentosei consiglieri su duecentootto, avendo evidentemente "intuito" la loro futura nomina i due consiglieri che saranno poi nominati procuratori88. La nomina cadde sulle
Ibid., c. 10. Ibid. 87 Ibid., c. 11. 88 Qui pare che i due procuratori nominati fossero presenti in occasione della discussione e della votazione della delibera, risultando il loro voto escluso dal mero quorum deliberativo della stessa. In realtà, a rigori lo statuto n.CXVI del 1313 "quod omnes, quos proposta tangit, exeant de consilio" (in BETTO 1984/1986, I, p. 101 e v. anche lo stesso statuto Rub.VIIII, Tract. II, Lib.I, in FARRONATO NETTO 1988, p. 64) prevedeva che i consiglieri (e gli stretti loro congiunti e procuratori) in conflitto di interessi con l'oggetto della delibera dovessero uscire dal consiglio prima che cominciasse la discussione
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33 persone del milite Gerardo de Baldachinis e dell'utriusque iurisperitus Nicolò de Adelmario, i quali vennero designati "certos nuncios, actores, procuratores legitimos, sindicos et negociorum gestores et quidquid melius esse possunt"89 direttamente dal Podestà unitamente a tutto il Consiglio medesimo90, con il compito di recarsi a Venezia "ad confirmandum, aprobandum, ratificandum, de novo dandum, tradendum et concedendum, dominium civitatis Tarvisii et districtus com mero et mixto imperio et omnimoda iurisdictione" e "ad supponendum, subiciendum et submittendum dictam civitatem [...] et [...] personas ipsorum civium dicto domino duci et communi Venetiarum"91 e di prestare formale giuramento di fedeltà a Venezia, il tutto a nome e per conto di tutta la città e con impegno da parte di questa di tener per fermo e rato ogni atto posto in essere dai predetti procuratori.

4. - Il solenne atto di dedizione di Treviso a Venezia (10 febbraio 1344). I due procuratori, freschi di nomina, si recarono pertanto in Venezia per espletare il mandato loro conferito ed il successivo martedì 10 febbraio 1344 occorse il solenne atto di dedizione. Esso risulta trascritto integralmente nel Liber Pactorum92 e, quanto al versante trevigiano, il documento è ignorato completamente dallo Scoti, mentre il Verci lo trascrive con l’indicazione, in rubrica “tratta onde la precedente”93. Ciò significa che, atteso che il documento precedente al quale lo studioso fa riferimento è quello relativo alla delibera adottata
della delibera medesima, incidendo la loro assenza nella formazione del medesimo quorum costitutivo del collegio, sia pur relativamente alla delibera stessa. 89 ASV, Lib. Pact. V, c. 12. 90 Lo sforzo del notaio verbalizzante per descrivere non solo l'unità d'intenti tra Podestà e Consiglio, ma anche e soprattutto per fondere le volontà stesse dei due organi al fine di far emergere l'esistenza di un'unica decisione sul punto è veramente mirabile: egli scrive infatti che i procuratori vennero nominati da "idem dominus potestas de consensu et voluntate omnium et singulorum de dicto consilio, et cum eis et ipsi, omnes de dicto consilio, de auctoritate et consensu ipsius domini potestatis et capitanei et cum eo, unanimiter et concorditer, nemine discrepante, nomine et vice ipsius communis Tarvisii, pro se ipsis et successoribus suis et posteris" (Ibid.). 91 Ibid. 92 V. nota 43. 93 VERCI, XI, p. 35(doc.), doc. 1413.

34 dagli organi del Comune di Treviso e di cui al punto che precede, tutte le considerazioni sopra svolte in ordine alla fonte dalla quale il Verci possa aver tratto la trascrizione di quella delibera debbono ritenersi integralmente riproposte anche in questa sede. La dedizione avvenne “in maiori Consilio Civitatis Venetiarum”94 alla presenza, oltre che del Doge, anche di altri illustri personaggi, tra i quali, per parte trevigiana, basti ricordare persone del calibro di Schenelle Conte di Collalto e di Nicolò Tempesta, advocatus di Treviso. Venendo al contenuto del documento, alla verbalizzazione dell'atto deditizio vero e proprio il notaio rogante Ubertino di Farra premette alcune non brevi ed estremamente significative considerazioni di matrice religiosa in merito alle ragioni ed ai caratteri più profondi dell'avvento della dominazione veneziana e della dedizione trevigiana. Sarebbe oltremodo erroneo e fuorviante sorvolare su di esse come fossero semplici clausole di stile, in quanto il loro significato nel contesto culturale dell'epoca è tanto più importante quanto più esso tende a sfuggire all'attenzione secolarizzata dell'osservatore moderno. In particolare, nel documento si legge che, come normalmente Dio permette che gli uomini siano coinvolti in gravi afflizioni proprio per far sì che essi, comprendendo di essere oggetto dell'attenzione della misericordia di Dio all'atto della liberazione da queste afflizioni, con la lode al Signore riconoscano più chiaramente di essere sempre sottoposti alla volontà divina, così propriamente si può affermare del popolo del Comune di Treviso. Esso infatti fu dominato da diversi padroni per molti anni, durante i quali la città conobbe tempi duri di oppressioni, miserie, pericoli e perdite. Finalmente Dio fece giungere il giorno atteso della liberazione dalle tribolazioni, inviando ai trevigiani il soave dominio di Venezia, che determinò l'ingresso della città di Treviso in uno “statum prosperum et quietum”95. La dominazione veneziana, quindi, é per Treviso "via, veritas, et vita, qua elisa reparat, et aspera in vias planas committat”96 e la dedizione rappresenta una dimostrazione concreta di "veram fidem et devotionem"97 nei confronti di Dio e, per esso, di Venezia.
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Ibid., c. 13 Ibid. 96 Ibid.. Sull'accostamento tra Cristo, "via veritas et vita" per l'umanità (Giovanni, 14,6), e Venezia, "via veritas et vita" per Treviso, v. il successivo Cap. V.3. 97 Ibid.

35 I due procuratori trevigiani si presentarono così al cospetto del doge Andrea Dandolo e, “flexis genibus”, allo stesso "sponte et certa scientia de novo dederunt, tradiderunt, concesserunt, et transtulerunt dominium dicte Civitatis Tarvisii, et sui districtus Tarvisii, cum mero et mixto imperio, et iiurisdictione eorum, et exercitio cum omni iure suo”98; segue una dettagliata elencazione di una serie di beni e diritti di pertinenza del Comune di Treviso che vengono trasmessi a Venezia nella persona del suo Doge99. Ed ancora, i procuratori, sempre “libere, sponte, et certa scientia [...] supposuerunt, et totaliter submiserunt, veram et perpetuam subiectionem" al doge e, per esso, a Venezia, a cui promisero "obedientiam dictorum civium, et habitatorum, et successorum suorum perpetuo”100. Vennero infine trasferiti a Venezia specificatamente anche tutti i diritti e pretese di natura fiscale (“pedagia, tholonea, datia, vectigalia, bona privata, iurisdictiones, honores, terras, et possessiones, comitatus, regalia, et phiscalia quecunque”101), relativamente alle quali a Venezia venne riconosciuto il potere di “vendere, donare, alienare, et obligare, locare, et fructus et reditus, et proventus de ipsis recipere et exigere, et de ipsis disponere absque contradictione dictorum Civium“102, nonché quelli di natura civilistico-possessoria, con riconoscimento in capo a Venezia della “licentiam accipiendi, et apprehendedi” di ogni terra e possedimento del Comune di Treviso (castra, fortilicia, terrae, villae, eccetera), sia di qua che di là del Piave103.
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Ibid. “et omnibus et singulis villis, locis, terris, castris, bonis, iuribus, honoribus, fortaliciis dicte Civitatis spectantibus, et pertinere debentibus, et eidem civitati suppositis, et subditis positis et iacentibus in dicta Civitate et districtu Tarvisii, tam ultra, quam citra plavim, tam publicis, quam privatis, pedagiis, daciis, vectigalibus, regalibus et phiscalibus, et tholoneis quibuscumque iurisdictionibus, homagiis, utilitatibus, proventibus, fructibus, et obventionibus dicte Civitati Tarvisii pertinentibus, et spectantibus, et que pertinere et spectare deberent, seu que spectare et pertinere possent in futurum, et qua dicta Civitas habere et tenere debet, seu habere et tenere videtur in integrum, et omni iure suo quocunque, et qualitercunque” (Ibid., cc. 13-14r). 100 Ibid., c. 14r. 101 Ibid. 102 Ibid. 103 Il riferimento alla definitiva sistemazione della questione Coneglianese nelle intenzioni delle parti è evidente. Va solo ricordata brevemente in questa sede la vicenda relativa ai rapporti Venezia-Treviso-Conegliano dalla prima (v. nota 16) alla seconda dedizione di quest’ultima a Venezia, e cioè dalla primavera del 1337 all'estate del 1339. I Coneglianesi, avvenuta la pace del

36 Tutti questi trasferimenti videro l’espressa accettazione del Doge, a nome proprio e dei propri successori, e di tutto il Commune Venetiarum. Insomma, una completa e totale cessione a Venezia di tutti i diritti (oggi diremmo pubblici e privati) e di tutte le prerogative giurisdizionali e politiche spettanti al Comune di Treviso sulla città ed il suo distretto ed una assoluta ed incondizionata sottomissione ai voleri della dominante, come peraltro è stato già più volte ricordato dagli storici che si sono occupati della vicenda104.

5.- Il giuramento di fedeltà a Venezia da parte dei procuratori trevigiani (11 febbraio 1344). Per le fonti documentarie anche di questo atto105 valgano le medesime considerazioni svolte per l’atto di formale dedizione e di cui al punto che precede. Il giuramento di Gerardo de Baldachinis e Nicolò de Adelmario, verbalizzato sempre dal notaio Ubertino da Farra, avvenne il giorno seguente la formale dedizione (11 febbraio 1344), sempre nel palazzo ducale alla presenza del Doge e di altri importanti cittadini veneziani. I due procuratori della città e del distretto di Treviso “iuraverunt ad sancta dei evangelia tactis corporaliter sacrosanctis scripturis”106 perpetua fedeltà ed obbedienza al Doge ed ai suoi successori e, per esso, a Venezia stessa ed a tutti i rettori che la Repubblica avrebbe inviato a Treviso per
1339 tra Venezia (e Firenze) e gli Scaligeri, e nel silenzio del trattato, rivendicarono presso Venezia la propria autonomia da Treviso, richiamandosi alla dedizione del 1337, mentre Treviso premeva affinché Conegliano fosse riconosciuta parte integrante del proprio territorio. Poiché pareva che Venezia propendesse per le ragioni di Treviso, i Coneglianesi, i quali “pro certo, quod si ipsi homines de Coneglano credidissent habuisse aliquid agere cum Tarvisinis, ipsi potius mansissent cum illis de la Scala vel peius” (VERCI, X, p. 147(doc.), doc. 1351), per tutta risposta in data 4 giugno 1339 si sottomisero con voto del Consiglio al Patriarca di Aquileia. Solo un energico ed immediato intervento di Venezia riuscì a sventare la manovra del Patriarca, che avrebbe portato Conegliano sotto l’egida papale e (vacante la sede dell’imperatore per la deposizione di Lodovico il Bavaro) imperiale. La dedizione definitiva di Conegliano a Venezia è del 27 giugno 1339. Per tutti questi avvenimenti, v. Ibid., XI, pp. 39-45 e VITAL 1925, pp.121-129. 104 V. note 30 e 31. 105 ASV, Lib. Pact. V, cc. 14-15r. 106 Ibid., c. 15r.

37 reggerne l’amministrazione. Essi si impegnarono altresì a rispettare ed a non ledere in alcun modo i diritti e le prerogative di Venezia su Treviso ed il suo distretto ed a fare tutto il possibile per impedire e denunciare prontamente ogni fatto o comportamento che potesse avere l’effetto di ledere in qualche modo lo “statum et honorem” di Venezia.

6. - La nomina del rappresentante veneziano e le disposizioni inviate a Treviso (18 febbraio 1344). Esaurita la fase "trevigiana" della procedura con il giuramento di fedeltà da parte dei procuratori in nome e per conto di tutta la città di Treviso e del suo distretto, viene ora il turno di Venezia, la quale - accettata la dedizione - pone in essere gli atti indispensabili finalizzati alla concreta acquisizione del possesso della città deditizia, il primo dei quali è rappresentato dall'atto di nomina di un rappresentante della Repubblica con il compito di provvedere in merito. In realtà gli atti sono due, ma vengono qui riuniti per ragioni di evidente connessione oggettiva e cronologica, dato che essi hanno un contenuto sostanzialmente identico, anche se presentano finalità e destinatari diversi, e furono redatti nello stesso giorno del 18 febbraio 1344. Il primo di questi due atti è rappresentato dal provvedimento con il quale il Doge procede per l'appunto alla nomina del rappresentante veneziano nella persona del notaio Nicolò de Alemani, al quale vengono fornite adeguate istruzioni per la “corporalem” presa di possesso di Treviso e del suo distretto. L’atto si trova unicamente a Venezia, contenuto nel Liber Commemorialis107, istituito dalla cancelleria ducale agli inizi del trecento con lo scopo di raccogliere tutti gli atti e documenti che in qualche modo potevano fornire appoggio in sede di rivendicazione dei diritti dello stato veneziano in questioni politiche ed amministrative, sia interne che esterne, e la cui importanza venne via via a soppiantare quella dei Libri Pactorum108.

ASV, Lib. Comm. IV, c. 58, sotto il titolo “Syndacatus ad accipiendo tenutas dominii Civitatis Tarvisii et Districtus”. Nel regesto di PREDELLI 1876, IV, p. 136, il documento è indicato con il n. 114. 108 PREDELLI 1876, I, p. VIII; v. anche POZZA 1997, p. 368 e pg. 382, n. 42.

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38 L’atto dogale venne rogato dall’ancor giovane notaiocronista Raffaino de' Caresini alla presenza di alcuni testi, tra i quali lo stesso Cancellier Grande Nicolò Pistorino, e contiene, come si è detto, anzitutto la nomina da parte del doge del predetto Nicolò de Alemani a “syndicum, actorem, procuratorem legittimum ac negociorum gestorem, et quidquid amplius dici potui”109. Indi l’atto contiene le istruzioni fornite al procuratore dallo stesso doge “ad intrandum, intromittendum et recipiendum tenutam et corporalem possessionem solenniter et legittime”110 del territorio di Treviso e del suo distretto in nome di Venezia, ovviamente al di qua ed al di là del Piave, “cum puro, mero et mixto imperio et plena et libera et iurisdictione et potestate”111 secondo il tenore della dedizione trevigiana e con attribuzione dei più ampi poteri al fine di raggiungere i compiti possessori assegnatigli. Il secondo atto è costituito invece da una ducale indirizzata alla citta di Treviso nella medesima data del 18 febbraio 1344 e che pertanto si trova negli archivi della città deditizia. In particolare, il testo trevigiano più antico della ducale si rinviene, sotto il titolo “qualiter Civitas Tarvisii, et Districtus sint tradita Dominationi Ducali secundum ordines Statutorum Comunis Tarvisii”, all’interno della cd.Morosina112, una raccolta di testi legislativi emanati da Venezia per la disciplina del dominio su Treviso (cd. provisioni ducali), rivestiti di carattere di norme di rango superiore rispetto agli Statuti cittadini preesistenti, i quali vennero comunque mantenuti sin dall’inizio della dominazione veneziana quale legge fondamentale della città113. La denominazione del codice deriva dal nome di Pietro Morosini, podestà di Treviso dal marzo 1363 al marzo 1364, il quale provvide nei primi tre mesi del 1364 alla raccolta e trascrizione
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ASV, Lib. Comm., IV, c. 58. Ibid. 111 Ibid. 112 BCapTv, ms. 9 (segn. n.), p. 14. Altro esemplare della Morosina è ricoverato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (BCTv, ms.452). Nella prima pagina del Codice custodito presso la Biblioteca Capitolare di Treviso si legge per l’appunto che “Codici appellato la Morosima continentur partes captae in consiliis ordinaris ill.mi Du. Dom. Venet. a tempore quo civitas tarvisii devenit sub umbram dicti Du. Dom quod fuit de anno 1338 inditione 6 die mercuri secundo decembris”. 113 ASV, Senato Misti, reg.19, c. 44: “quod potestas Tarvisii, qui est et erit pro tempore, Castifranchi, Asili, Mestre et Oppitergii tenerantur observare statuta civitatis Tarvixii que faciunt ad eorum regimina: Salvo semper arbitrio ducalis dominii posse addere, minuere et corigere omni tempore com eius beneplacitu et voluntate”. V. anche FARRONATO NETTO 1988, p. CXI.

39 delle provisioni al fine di agevolarne il rinvenimento e la consultazione. La ducale in questione risulta ritrascritta anche in numerose raccolte settecentesche, sia di carattere eruditocompilativo (quale ad esempio quella dello Scoti114, dalla quale è tratta a sua volta la trascrizione del Verci115, e quella dell’Avanzini116) che pratico-giudiziario (quale ad esempio quella contenuta nel fascicolo relativo alla controversia tra Treviso ed Asolo per il riconoscimento della concattedralità della collegiata di Asolo117). Con questo provvedimento il Doge informa i trevigiani di aver provveduto alla nomina del rappresentante di cui sopra, invitandoli ad obbedire ad esso in relazione a tutte quelle formalità e procedure che il procuratore dovesse ritenere di porre in essere per l’espletamento del proprio mandato, e segnatamente disponendo che tutti i cittadini di età superiore ai quattordici anni prestassero giuramento di fedeltà alla Repubblica. Tutte le formalità alle quali fa cenno la ducale, e con le quali finalmente si esaurisce tutta la procedura della dedizione, verranno quindi poste in essere il successivo 21 febbraio.

7. - La procedura di effettiva presa di possesso di Treviso da parte di Venezia (21 febbraio 1344). Il Verci trascrive un documento datato 26 febbraio 1344 sotto la rubrica “La Republica di Venezia fa prendere il possesso
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SCOTI, VIII, p. 297, doc. 173, sotto la denominazione di “Credenziale di quello che aveva a prender il possesso della Città nella prima dedizione”. Nella raccolta dello Scoti la ducale non risulta inserita nel punto corretto nella sequenza cronologica dei documenti trascritti a cagione di un errore commesso dall'erudito nella corretta individuazione della data della ducale medesima. Accortosi dell'errore, lo Scoti, prima di riportare il testo del provvedimento a p. 297, annota: “deve stare @ 289”; corrispondentemente, alla pg. 289, ove avrebbe dovuto correttamente essere inserita la ducale, è riportato il rinvio alla pagina (p. 297) ove per errore essa risulta trascritta. Come suggerisce anche una chiosa rossa ormai assai sbiadita a margine del testo di pg.297 (“incontrare l’indizione, e l’anno, che deve essere 1344”), l’insidia in cui incorse lo Scoti fu rappresentata dalla particolarità che l’indizione era indicata more veneto e pertanto si riferiva ad un anno che iniziava il primo di marzo, mentre la ducale ricade nel periodo 1 gennaio – 28 febbraio (v. CAPPELLI 1983, p. 10). 115 VERCI, XI, p. 41(doc.), doc. 1415. 116 AVANZINI, III, p. 293, doc. 423. Nello stesso tomo risulta anche una trascrizione manoscritta della medesima ducale a p. 384, doc. 460. 117 BCapTv, fasc. G-3/152, p. 3. V. nota 144.

40 di Trivigi, del Territorio, dé Beni, dè Castelli, e fortezze, e nominatamente del Castello di Cavolano in vigore della sopradescritta dedizione. Ex Archivio Civitatis Tarvisii”118, documento che peraltro trovasi anche a Venezia119. Anche in questo caso l’invito alla cautela nella disamina dei documenti verciani120 è stato estremamente utile, visto che in realtà il documento in questione rappresenta esclusivamente, come peraltro emerge dalla rubrica stessa dell’atto, la procedura di presa di possesso del castello di Cavolano, che avvenne il 26 febbraio 1344, e pertanto in data successiva rispetto a quella di Treviso e del suo distretto, occorsa il 21 febbraio 1344, come menzionato tra l’altro esplicitamente all’interno del medesimo documento verciano121. L’unica copia di quest’ultimo documento, verbalizzato ancora una volta dal notaio Ubertino di Farra, risulta essere pertanto quella contenuta nel Liber Pactorum veneziano, al quale si è più volte ormai fatto cenno122. La prima parte del verbale certifica il rituale della consegna al procuratore veneziano da parte del Podestà, in adunanza plenaria del Consiglio Maggiore del Podestà e “cum consensu et voluntate expressa omnium consiliariorum dicti consilii et artium civitatis Tarvisii”123, delle chiavi della città e del palazzo e del vessillo del Comune, ficta traditio “animo et intentione tradendi dominium et corporalem possessionem civitatis Tarvisii, castrorum, fortiliciarum et tocius districtus Tarvisii tam citra quam ultra Plavim”124. Segue il giuramento di fedeltà di ognuno dei consiglieri nelle mani di Nicolò de Alemani, comprensivo di un
VERCI, XI, pp. 42-44(doc.), doc. 1416. ASV, Miscellanea Atti diplomatici e privati, b.15, doc. 504. Il documento, che non era consultabile in considerazione del grave stato di degrado in cui trovasi il supporto pergamenaceo, come peraltro già veniva sottolineato nell’indice-regesto che trovasi in sala (“pergam. alquanto guasta”), è stato recentemente digitalizzato dietro espressa richiesta dello scrivente. 120 V. note 54 e 55. 121 VERCI, XI, pp. 42-43(doc.), doc. 1416: “Dominus ser Nicolaus sindicus Ducalis celsitudinis supradicte sindicario nomine predicto intravit tenutam, et possessionem corporalem aprehendit de Civitate et Castro aprehendendo tenutam et possessionem de omnibus castris, fortilitiis, et terris, ac locis omnibus districtus Tarvisii pertinentibus, et spectantibus Communi Tarvisii, tam ultra quam citra plavim, prout in instrumentuo publico dicte tenute scripto per me Ubertinum notarium infrascriptum in MCCCLIV. Indict. XII. die sabbati XXI. mensis Februarii plenius continetur” 122 ASV, Lib. Pact. V, c. 15r-18r 123 Ibid., c. 15. 124 Ibid..
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41 impegno di attiva operosità nella denuncia di fatti e comportamenti di terzi che potessero in qualche modo minare gli interessi della Repubblica veneziana. Prestato il giuramento, la scena tosto si movimenta; dapprima gli attori permangono nel palazzo del Comune, dove il procuratore veneziano, manifestamente ed alla presenza di tutti gli astanti, apre e chiude più volte, con le chiavi consegnategli dal Podestà, le porte del palazzo medesimo, entrandovi ed uscendovi (“portas ipsius palacii cum clavibus aperiendo et claudendo et per ipsum palacium eundo e redeundo“125). Successivamente, essi si recano presso il castello di Treviso, ove il procuratore, accompagnato dal Podestà e da numerosi altri illustri personaggi di parte trevigiana e veneziana, prende il possesso materiale del castello, anche in questo caso “portas ipsius castri claudendo et aperiendo et per ipsum castrum eundo et redeundo, terram ipsius castri pedibus calcando et aspiciendo“126. Infine, il corteo si sposta presso la porta Altinia, che fungeva da accesso meridionale della città, attraverso la quale il procuratore entra in città, qui pure “ipsam portam aperiendo et claudendo cum clavibus manu propria in sera imprimendo et extrahendo“127. Come si vede, la presa di possesso di Treviso e del suo distretto da parte di venezia non poteva essere più “corporale“ di così. Infine, il notaio si lascia andare ad un vezzo poetico e patetico, riportando, ad iniziale suggello dell’ideologia della volontarietà e spontaneità dell’atto deditizio e dell’ascesi materiale e spirituale delle città che si affidavano alla protezione di Venezia, le parole che la città di Treviso avrebbe certamente pronunciato in grazia al Signore se “loqui possibile foret ore corporeo“, parte delle quali funge da esergo al presente lavoro e che, intraducibili, vengono qui di seguito riprodotte nella loro integralità: “Almi pietate principis vivificata resurgo, que seria tiranide, pocula nupere interitus amara gustaveram, excelli benignitate regis adriaci, ortata constanter exurgo, que nuper corruens extiteram ostium meorum pedibus conculcata, multifarias offerens sacro pugili grates et laudes reverenter assurgo, qui confractis servitutis vectibus, me tunc miseram, nunc felicem exaltans in libertatis solio sublimavit. Pro128 dolor indeficiens plus quam dolor, dum turbida flagrorum tempora
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Ibid., c. 16. Ibid. Ibid. V. nota 299.

42 reminiscor, in quibus viduata civibus et popolis desolata, cuntis spoliata diviciis omnibus suffocata maximis et pressuris, eviscerata, trucidata rancoribus sedulis, privataque horealibus escis, eruptione prostrata iacebam totaliter in profundis. Sed postquam me sopita mea tristicia, fere in ultimis laborantem, sanctus vivificans leoninus evigilavit a plexis, validis iuribus roborata reficior, a cunctis molestiis segregata sublimor, ab erepto quondam michi redito populo nunc extollor, excussis rancoribus sedulis tute gubernor, prosperisque cunctis michi cedentibus potior, et mente sincera gratulans nunc consolor“129. La lode finale a Dio ed a Venezia chiude il percorso di ascesi compiuto da Treviso ed al quale si riferivano le premesse dell'atto formale di dedizione del 10 febbraio 1344. Treviso ha finalmente superato i disgraziati tempi delle tirannidi, delle vessazioni, della povertà e di ogni altra afflizione. La città risorge dall'annichilimento grazie all'aiuto di Venezia, sotto il cui soave dominio essa salva sé stessa, così come ogni uomo eleva la propria anima al Signore grazie all'aiuto di Cristo, via, veritas e vita per la salvezza eterna dell'umanità.

8. – Conclusioni della parte prima. Come si vede, la ricerca archivistica ha dato esiti francamente deludenti. A Treviso non v'è alcuna traccia né del documento originale contenente la delibera comunale del 5 febbraio 1344, né dell'atto formale di dedizione del successivo 10 febbraio. La confusione degli storici in merito ai documenti è notevole (si sono visti ad esempio gli svariati errori incorsi dal Verci) ed i compliatori settecenteschi non trovarono, e quindi non trascrissero, gli atti fondamentali che hanno sancito uno dei momenti principali, se non il principale, della storia della città. Solo a Venezia gli atti si trovano trascritti, rilegati ed ordinati nei Libri Pactorum, affinché fossero trasmessi ai posteri gli strumenti giuridici fondanti il dominio sulla città di Treviso; atti dai quali emergono comunque non pochi elementi di incongruità (si pensi ad esempio alla notevole indeterminatezza dei termini dell'ambasciata preliminare ed alla identità dell'orario in cui sarebbero avvenute le delibere della Curia degli Anziani e del Consiglio dei Quaranta130) e di non perfetta conoscenza degli Statuti trevigiani (ad esempio in ordine alla disciplina del voto dei
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Ibid., c. 17. V. nota 40.

43 componenti del Consiglio aventi conflitto di interessi131, ovvero alla abrogazione degli statuta precisa132). Per non parlare dell'assoluto silenzio in merito dei cronachisti più antichi della storie di Treviso, quali l'Anonimo Torriano. Ora, la circostanza che l'atto deditizio, o quanto meno la delibera di dedizione del Comune di Treviso, possa non essere realmente ed effettivamente avvenuta, rappresenta una circostanza del tutto compatibile con la mentalità medievale dell'epoca, per la quale il documento non persegue tanto lo scopo di certificare un fatto realmente occorso, quanto quello di formalizzare e giuridicizzare sulla terra una verità 133 trascendente . Il fatto è che, ai fini del presente lavoro, ed in relazione ai suoi caratteri, la verifica circa la effettiva storicità della dedizione costituisce un'operazione sostanzialmente sterile. Reale o meno, la dedizione rappresentò infatti comunque ed in ogni caso un atto voluto da Venezia per determinate ragioni che vanno opportunamente indagate, connesse alla nascente ideologia della Pax Veneta, ragioni relativamente alle quali il fatto di determinare se il contributo di Venezia debba essere inteso come semplice stimolo piuttosto che come vera e propria realizzazione, rimane circostanza del tutto accessoria e marginale. Qui termina la prima parte del presente studio. Essa costituisce in sè già un lavoro compiuto, rappresentato da una richerca archivistica e dalla conseguente ricostruzione degli esatti termini storico-documentali delle vicenda deditizia trevigiana. La seconda parte del lavoro presenta invece caratteri assai diversi dalla prima, essendo dedicata all'interpretazione dell'atto deditizio ed all'indagine in merito ai motivi che spinsero Venezia a porlo in essere. Prima di tutto, però, è necessario esaminare come gli storici abbiano affrontato il problema interpretativo della dedizione nel corso dei secoli passati.

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V. nota 88. V. nota 79. V. successivo Cap. VI.

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PARTE SECONDA

45 CAPITOLO IV

LA STORIOGRAFIA SULLA DEDIZIONE DI TREVISO

Non esiste, in realtà, una specifica tradizione storiografica che abbia per oggetto esclusivamente le dedizioni delle città della terraferma a Venezia e quindi, a maggior ragione, quella di Treviso. La tematica delle dedizioni è stata invece più volte affrontata nel corso dei secoli nel più ampio ambito delle speculazioni svolte da giuristi e storici sul rapporto in generale tra città stato e stato regionale134. Sin dall’inizio, infatti, il tema delle dedizioni - se ne è già fatto cenno è stato parte integrante del mito rinascimentale di Venezia, sia prima della sua completa definizione, avvenuta nel corso della metà del cinquecento grazie soprattutto all’opera di Gasparo Contarini, sia durante il suo perdurare135. Due sono stati, in particolare, i motivi che ci interessano più da vicino di questo mito, con il quale Venezia ha giustificato di fronte al mondo il proprio intervento nell’entroterra. Da un lato, il mito afferma che il dominio veneziano era venuto progressivamente a realizzarsi non già con le armi, ma per l’appunto per effetto esclusivo della spontanea dedizione delle città di terraferma, desiderose di trovare in Venezia una giusta e soave protezione dalle oppressive tirannidi e dalle guerre e disgrazie in generale. Dall’altro lato, il motivo ricorrente, laddove non poteva negarsi il ricorso alle armi, è quello della libertas veneta, ad esclusiva tutela della quale la Serenissima avrebbe sempre intrapreso ogni iniziativa militare. La dedizione quale strumento con il quale si concretizzava la volontaria e spontanea richiesta di protezione a Venezia: é questa quindi la chiave di lettura, di chiaro stampo ideologico, dell’atto posto in essere dalle citta dell’entroterra. Chiave di lettura che - pur trovando modo di espandersi e svilupparsi nella
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Recentemente è stato pubblicato uno studio che colmava un vuoto in merito alle analisi delle riflessioni teoriche dei trattatisti sul rapporto tra Venezia ed il dominio (CASINI 2002); v. però riflessioni al riguardo anche in MENNITI IPPOLITO 1986, p. 10. 135 V. nota 12. Sulla nascita e la maturità del mito rinascimentale di Venezia, v. GAETA 1981 e ORTALLI 1988, con esaustiva nota bibliografica.

46 pienezza della sua concezione e dei suoi effetti nell’ambito del mito rinascimentale di Venezia - affonda le proprie radici nella stessa storiografia ufficiale immediatamente precedente e coeva alla dedizione di Treviso136 e, come si è già visto, nella stessa redazione dei documenti deditizi. Essa pertanto rappresenta una costante motivazionale nelle riflessioni veneziane sul rapporto con l’entroterra sin dalle primissime esperienze territoriali. Si pensi, ad esempio, a come il crinista Piacentino illustra, tra le altre, anche la dedizione di Conegliano dopo la ribellione agli Scaligeri: “verum Comune Coneglani misit solennes ambaxiatores et sindicos Venetias ad offerendum domino Duci suoque Comuni terram et homines sub protectione ed dominacione sua reciperent, et rectorem qui eos regeret destinarent137”. Si pensi ancora a quanto si è già illustrato in merito all’ambasciata preliminare di Treviso presso il doge ed a come l’atto deditizio sia stato strutturato ed ispirato, in tutta la sua complessità, alla esigenza di evidenziare il carattere spontaneo e volontario del rapporto tra la dominante e le città dell’entroterra. L'ideologia, che per definizione è una mistificazione della realtà, si discosta ovviamente da quest'ultima, ed in effetti Venezia era ben lungi dal considerare Treviso effettivamente libera di darsi o meno a Venezia stessa piuttosto che ad altri, neppure se ciò fosse avvenuto nel pieno rispetto della legalità statutaria del Comune trevigiano medesimo138.
A Treviso come a Venezia: VARANINI 1991, p.184, afferma che "nella seconda metà del Trecento, nella cultura cittadina si sarebbe affermato lo stereotipo interpretativo dei "tempora felicissima dominii et dominationis illustris Venetiarum", che "de manibus dictorum de la Scala et eorum Tyranide brachio potenti [Tarvisium] liberavit". Così si esprime Pietro da Baone, vescovo di Treviso, attorno al 1368...". 137 PIACENTINO, p. 69. Il cronista è a tal punto integrato ed organico allo stato veneziano che viene quasi integralmente riportata di seguito la stessa ducale del 4.4.1337 con la quale Venezia accettava la spontenea dedizione di Conegliano (in VERCI, X, pp.85-86(doc.), doc.n.1315): “Gaudemus de gratia a pietate divina vobis prestita in eximendo vos et terras vestras tirannica pravitate: ad conservationem vestre libertatis et status prestare offerimus operam ed consilium nostro posse, sed terras vestras recipere sub dominio nostro non querimus, quia sub intentione acquirendi nobis dominia non pugnamus, sed potius ut dominia tirannica removere et libertatem impendere valeamus; tamen si vultis de terra nostra vel aliis lige nostre rectores eligere, eligatis ut placet”. Sulla dedizione di Conegliano, v. i riferimenti bibliografici in nota 16. 138 LIBERALI 1950, p. LXXIII, riporta il decreto di pena capitale contenuto negli Statuta Edita del 1578, libro III, tract. VIII, rubr.23, con il quale Venezia ebbe a comminare la pena capitale per chiunque tentasse di sottrarle il
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47 Questa chiave di lettura di matrice ideologica prosegue lungo i secoli e permane nel tempo sul versante veneziano della storiografia specifica anche in quelle rare situazioni nelle quali si trova esplicito riferimento alla dedizione trevigiana. E’ il caso, ad esempio, dello stesso Paolo Sarpi, il quale, anche se non propriamente di storiografia si dovrebbe parlare nel suo caso, non esita ad affermare agli inizi del Seicento che Venezia, all’esito della guerra veneto-scaligera, ebbe a restituire la propria libertà alla citta di Treviso, “per quali benemeriti poi, 6 anni doppo, cioè del 1344 la città di Treviso fece spontanea dedizione alla Serenissima Republica sottomettendo sé e tutte le terre e fortezze di sua giurisdizzione di qua e di là da Piave”139. Nè le cose cambiano se si passa alla storiografia trevigiana della prima età moderna: si pensi ai già citati Bartolomeo Zuccato ed a Giovanni Bonifaccio, i quali ricevono dagli autori precedenti, provvedendo a loro volta a trasmetterla alla storiografia successiva, l’ideologia del carattere spontaneo e volontario della dedizione trevigiana. Il primo ricorda come i procuratori del Comune di Treviso ebbero “a dare et sponteneamente sottoporere la città di Treviso con tutte le sue castella, villaggi et giurisdicioni si’ di quà come di là da la Piave, tutti i datii ed ogni altra ragione che havesse al principe ed commune di Vinetia”140, mentre il secondo afferma che i trevigiani “con libera, e solenne dedizione spogliandosi di molti beni, ch’erano in comune goduti, co’ quali lungo tempo s’avevano con gran magnificenza e splendore mantenuti, volontariamente di nuovo si sottoposero alla Repubblica” e ricorda come a tal uopo i trevigiani in Consiglio deliberassero “di dar liberamente, ed assolutamente la Città, i Castelli, e tutti i beni, ragioni, e giurisdizioni del Comune di Trivigi alla Repubblica di Vinegia”, a seguito della quale delibera i procuratori nominati “fecero del tutto libero dono al Doge, ed alla Repubblica Viniziana”141. Da rilevare è anche l’impegno profuso da questi storici per tentar di conciliare e rendere compatibile la volontarietà della dedizione con l’ineliminabile dato storico dell’esistenza di una
dominio su Treviso “seu per formam statutorum hominum civitatis eiusdem, seu secondum formam inventam et modum ab ipsa dominazione inventum seu inveniendum” (le medesime parole sono riportate anche nel Codice di Asolo (FARRONATO NETTO 1988, p. 478), anche in questo caso nella versione stampata degli statuti. 139 SARPI, p. 67. 140 ZUCCATO, p. 186. 141 BONIFACCIO, p. 385.

48 “protezione” che Venezia esercitava su Treviso de facto già da oltre cinque anni, salvando così il contenuto fondante dell’ideologia medesima. Entrambi gli storici risolvono infatti l'evidente aporia ricollegando in qualche modo la formale dedizione alla volontà dei trevigiani esistente all'epoca dell'inizio dell'effettiva dominazione marciana, lo Zuccato parlando della funzione di "maggior certezza"142 che avrebbe rivestito l'atto formale di dedizione, il Bonifaccio sottolineando la "maggior espressione della loro fede"143 in cui sarebbe consistita la funzione della formale dedizione. Non si tratta affatto di mancanza di spirito critico di questi autori, tale da non consentire agli stessi di operare una valutazione autonoma e distaccata rispetto alla versione formale emergente dai documenti deditizi, ma di piena, intima ed incondizionata adesione al mito di Venezia ed ai suoi contenuti. Nel corso del settecento la storiografia veneziana ha ben poco da aggiungere sui rapporti tra dominio e Venezia, mentre, di converso, cresce l’interesse degli eruditi della terraferma, tra i quali nasce e si sviluppa una storiografia tesa a recuperare storia e tradizioni delle singole città in funzione campanilistica. E’ proprio all’interno di questa storiografia, e segnatamente di quella trevigiana, che vale la pena soffermarsi un pò di più, anche perchè si assiste chiaramente, con la progressiva asfissia in cui il mito rinascimentale stava ormai spegnendosi, alla correlata disgregazione dell’ideologia che sottolineava il carattere spontanteo e volontario dell’atto deditizio. La dedizione di Treviso del 1344 fu infatti oggetto di un improvviso interesse storiografico nel settecento, nell’ambito della controversia che oppose Treviso ad Asolo in ordine alla concattedralità della Chiesa di Asolo rispetto a quella trevigiana144, ed in questo contesto si registrò per l’appunto la prima rottura della tesi della volontarietà dell’atto.

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ZUCCATO, p. 186. BONIFACCIO, p. 385. 144 La Chiesa asolana era stata posta nel 1725 nella condizione di “collegiata in abito” e sin dal 1728 essa iniziò ad avanzare la pretesa di vedersi riconoscere Concattedrale di Treviso, indirizzando le proprie istanze direttamente al nuovo papa Benedetto XIII, ovviamente previa autorizzazione di Venezia. Treviso reagì immediatamente chiedendo a Venezia di revocare il permesso accordato agli asolani di rivolgersi al Papa ed il contenzioso, originatosi nel 1729, rimase pendente, con alterne vicende, sino alla fine degli anni Sessanta. Lo svolgimento del contenzioso è ben descritto in AZZONI(a). Estremamente succinto è invece il riassunto in MORETTI 1962.

49 In particolare, il dibattito si accese nella seconda metà degli anni sessanta del secolo e vide schierati, dall’una come dall’altra parte, le migliori teste della storiografia erudita del trevigiano145. Da una parte si trovava compatta l’Accademia Asolana dei Rinnovati146, soprattutto con Pierantonio de Pellegrini Trieste147 e Bartolomeo Fietta148, mentre da parte trevigiana essi si scontrarono niente meno che con eruditi del calibro di Rambaldo degli Azzoni Avogaro149 e di Giambattista Rossi150. Il dibattito, la cui importanza all’epoca è testimoniata anche dal fatto che i contendenti cercavano di portare dall’una e dall’altra parte post mortem finanche la figura di Jacopo Riccati151, verteva
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Per una chiara e sintetica esposizione della questione e delle posizioni, v. COMACCHIO 1987(b), pp. 109 sgg. 146 COMACCHIO 1988, pp.13 sgg. 147 TRIESTE(a) e TRIESTE(b). In entrambi gli scritti, il Trieste, primo vero storico di Asolo, sosteneva l'attuale persistenza del Vescovado dell’antico Acelum e, quindi, la natura concattedrale ed uguale della Chiesa di Asolo per autocefalia rispetto a quella di Treviso. 148 FIETTA. 149 AZZONI(a), AZZONI(b) e AZZONI(c). L'Azzoni replica al Trieste affermando che la Acelum romana sarebbe perita con il suo vescovado nel X° secolo e, passati 500 anni senza che ve ne fosse mai stata più menzione, i letterati della corte di Caterina Regina Cornaro (e soprattutto il Bembo) ne avrebbero disseppellito la memoria, ricollegando artatamente il sito moderno di Asolo con il vecchio Acelum e facendo così nascere tutta la questione dei rapporti tra Asolo e Treviso. 150 ROSSI(a). Si tratta della “Discorsiva” del Rossi alla quale fa riferimento VERCI, XI, p. 153, nota asteriscata, a proposito della dedizione di Treviso. 151 Jacopo Riccati, morto nel 1754, era favorevole alle posizioni trevigiane ed aveva compilato, durante la ripresa di interesse degli asolani per il Giubileo del 1751, uno scritto denominato Motivi storici contro la Collegiata di Asolo. L’opera fu pubblicata dopo la sua morte nel 1769 dai figli di Riccati, coll’aggiunta di una prefazione nella quale si spiegava come l’anno stesso fosse stata pubblicata abusivamente una prefazione del Riccati disgiunta dall’opera stesa, denominata Prefazione allo stato antico, e moderno della città di Asolo e del suo vescovado, opera inedita del conte Jacopo Ricati nobile trevigiano. Codesta prefazione sarebbe stata scritta nel 1742 dal Riccati su insistenza dell’amico avvocato Michele Lazzari di Venezia, il quale ebbe a pubblicarla in prefazione ad un suo scritto a favore di Asolo e del suo vescovado, nonostante il Riccati gli avesse chiesto che non fosse reso pubblico il suo nome perchè non la riconosceva come frutto delle proprie idee e personali convinzioni. Inoltre, mentre l’opera dei figli era sotto i torchi, uscivano a nome di Jacopo Riccati i Discorsi Apologetici sopra la città di Asolo e il suo vescovado, dedicati a Monsignore Illustrissimo, e Reverendissimo Paolo Francesco Giustiniano Vescovo di Trevigi, opera che i figli del Riccati contestano come non autentica, attribuendola a Pierantonio de Pellegrini Trieste o all’avv. Michele Lazzari di Venezia. Tutte queste vicende crearono confusione in merito alla posizione del Riccati, il quale anncora a metà

50 principalmente sulla posizione di Asolo, e segnatamente se la città dovesse ritenersi autonoma ovvero facente parte del distretto trevigiano e, pertanto, ricompresa nella dedizione di Treviso del 1344. La disputa, però, come si diceva, interessò direttamente anche la natura della dedizione trevigiana, ed in particolare proprio la questione se essa avesse rappresentato l'atto di una città libera, ovvero già soggetta al dominio di Venezia. Gli asolani mantenevano una posizione polemica e scanzonatoria, ponendo in dubbio la libertà e la sponteneità della dedizione; in particolare, il Trieste affermava sarcasticamente che “Asolo [...] passa da sé (in corsivo nel testo, n.d.r.) sotto l’Augusto Veneto Dominio, il quale accoltolo lo giudica degno di essere subito governato [...] con quelle medesime formalità, e cogli stessi Ufficiali, con che due anni dopo il vostro Treviso conquistato (in corsivo nel testo, n.d.r.) dà Veneti per Trattato cogli Scaligeri fu pure reputato degno di essere governato”152. I trevigiani replicavano immediatamente, l'Azzoni Avogaro limitandosi alla questione principale relativa ai rapporti tra Asolo e Treviso153, il Rossi affrontando anche la tematica della dedizione, rivendicando per Treviso il titolo veneziano di “antica, carissima e promogenita figliuola dello Stato nostro”154. La questione rimase comunque aperta155 sino a quando, a distanza di oltre venticinque anni dal periodo più acceso del dibattito, il Rossi sentiva la necessità di ribadire la propria posizione, replicando in via definitiva e completa alla maliziosa allusione del Trieste, compilando nel 1817 quella Memoria sulla dedizione di Treviso al governo della Repubblica Veneta che rappresenta a tutt’oggi, a quanto consta, l’unica opera completamente ed esclusivamente dedicata alla dedizione trevigiana del 1344156.

Ottocento era considerato da taluni favorevole alle posizioni asolane (BERLAN 1859, p. 102). 152 FIETTA 1770, p.16 153 AZZONI(a). 154 ROSSI(a), p. 67. 155 Nel 1789 VERCI, XI, p. 153, nota asteriscata, aveva rilanciato la querelle, affermando: “Questa Dedizione Trevigiana non é più una quistione di Critica a cercare se vero il fatto, che fu solennissimo, ma piuttosto in qual grado fu essa operativa; avvegnachè si vegga fatta cinque anni dopo che la Città obbediva già al suo legittimo Principe”. 156 ROSSI(b).

51 La polemica con Asolo157 offre all’autore della Memoria l’occasione per approfondire, in apparente perfetta armonia con l’ideale espresso dal mito rinascimentale, la questione della piena libertà della città nell’accostarsi alla dedizione del 1344, facendo ampio e sistematico ricorso, come si accennava, ad articolati supporti di natura giuridica e filologica. In particolare, il Rossi, dopo aver ricordato il carattere giuridico bilaterale dell’atto di dedizione, la quale presuppone due parti contraenti, rappresentate, da un lato dal popolo libero che la faccia (dacché il cedente non può ovviamente cedere qualcosa che non gli appartiene), dall’altro dal sovrano che l’accetti, individua in alcuni dati storici, diplomatici e letterali gli elementi a suo dire inconfutabili per sostenere la natura libera e bilaterale, nei termini sopra indicati, della dedizione trevigiana158. Come si vede, il Rossi è ancora programmaticamente in linea con il mito rinascimentale, ma, come già avveniva durante la polemica con Asolo, prende atto chiaramente ormai dell’inefficacia dello stesso e si trova a dover supportare con non poca fatica la tesi della libertà prededitizia di Treviso attraverso il ricorso ad una paziente raccolta dei dati e ad una serrata ed erudita critica giuridico-diplomatica159. Alla fine, l’autore della Memoria é addirittura costretto a salvare solo l’apparenza della spontaneità della dedizione,
Il cui vulnus non era evidentemente ancora stato sanato: ROSSI(b), p.99: “Appunto egli è qui, che sbotteggiandoci i nostri oppositori e censori, eh! Dedizione, gridan essi, e Dedizione volontaria, credat Judaeus Apella. Ridicola ripugnanza in termini, che un popolo non più libero a deliberare su la sua sorte, offra a piè del trono averi non suoi. Tutto al più per parte dé trivigiani dovrà dirsi essere stata la loro un’offerta del cuore”. 158 Quanto alle intenzioni di Venezia, ROSSI(b), pp. 100-101, cita la già ricordata ducale 4.4.1337 (v. nota 137), con la quale Venezia, rivolta ai coneglianesi, enunciava i motivi che l’avevano indotta alla guerra, affermando: “in campo sumus non zelo aquirende vel ampliande nobis dominia, sed solum, et fieri fecimus manifestum, pro eximenda et exterminanda tyrannica pravitate ipsorum de la Scala, et pro danda Libertate et Franchitate Terris et gentibus” (VERCI, X, p.86(doc.), doc.n.1315). Quanto all’effettivo esito dei comportamenti veneziani, in linea con le promesse, l’autore della Memoria si richiama al Sanudo ed al Morosini, i quali avrebbero confermato la rimessione in libertà di Treviso da parte di Venezia a seguito della guerra veneto-scaligera (ROSSI(b), pp. 102-103). Infine, il Rossi ricorda come Mastino ed Alberto della Scala avessero rinnovato i patti di capitolazione con Treviso alla morte di Cangrande nel 1329 senza ricomprendervi anche il potere di cedere la città a terzi (ROSSI(b), pp. 105-106) ed approfondisce altre questioni sempre a supporto della propria tesi. 159 Sulla storiografia veneta locale e sui suoi caratteri, più eruditi che illuministici, v. BENZONI 1986, pp. 86 sgg.
157

52 relegando la questione sul piano del puro diritto ed affermando che, anche se necessitata o cagionata da “esterna preponderante forza”, la dedizione non per questo cambia la sua propria natura, in quanto “è stata e sarà sempre foriera della volontaria soggezione la necessità in chi o per mancanza di forza, o per quella di intestine discordie, o per altre emergenze senta di non poter farla da se: niuno sapendo indursi a credere, che un corpo potente si conduca a darsi per liberissima elezione in potestà di altrui, se la necessità non gliene comanda”160. Come si vede, il carattere volontaristico della dedizione, che era stato inizialmente salvato dagli storiografi cinquecenteschi mediante un’operazione di traslazione a ritroso nel tempo, facendola collegare comunque all’accettazione volontaria della precedente protezione veneziana de facto, ora non può più essere sostenuto se non a prezzo di un impianto motivazionale del tutto insoddisfacente, fondato sul concetto, in sé fortemente contraddittorio, di libertà coatta. Il mito, in questo primo infrangersi contro la speculazione razionale e storiograficamente meno ideologizzata del periodo a cavaliere tra il XVIII° e XIX° secolo, sta così per esaurire completamente il suo valore ed il suo ruolo. Ed infatti, con questi ultimi tentativi di salvare ciò che di fatto è impossibile salvare, si entra diretti ormai nell’ambito della storiografia contemporanea la quale, libera completamente dal mito, individua, come si è detto all’inizio del presente studio, nella tutela degli interessi economico-mercantili di Venezia le ragioni del dominio su Treviso e negli eventi militari e nella forza, ma anche nella piena adesione di fatto dei trevigiani, i mezzi di codesto dominio. In questo contesto, alla dedizione del 1344 viene assegnata la funzione di legittimazione popolare di un potere di fatto esercitato da Venezia su Treviso ormai da oltre un lustro. Dagli studi dell’Ercole dell’inizio del secolo scorso161 sino ai recenti lavori di Menniti Ippolito162 è questa infatti oggi la tesi dominante sulle dedizioni delle città dell’entroterra veneziano.
160 161

ROSSI 1817, p.110. ERCOLE 1928, p. 285 (e nota n.2), inserisce la dedizione trevigiana come esempio della duplice legittimazione, dall’alto (vicariato imperiale) e dal basso (popolo), sulla quale egli imposta la propria tesi sulla legittimità del processo formativo delle signorie trecentesche. 162 MENNITI IPPOLITO 1986, pp. 27-28, ove si approva espressamente la tesi dell’Ercole. V. anche ID. 1989, p. 31: “la sua effettiva utilità (della dedizione, n.d.r.) risiedeva nella legittimazione del nuovo dominio instauratosi che appunto si esprimeva attraverso l’assenso della comunità o dei suoi organi istituzionali (giustificato: sponte; ex certa scientia, ecc.) alla nuova

53 Prima di passare ad illustrare questa tesi storiografica, appare però opportuno premettere un breve esame di alcuni dei termini che si rinvengono nel tenore testuale degli atti, al fine di individuare con la maggior precisione possibile l'ambito di significato dei più importanti tra essi. Se infatti non è consentito in questa sede, per ovvi motivi, operare una disamina completa degli elementi semantici contenuti nei documenti deditizi, non si può allo stesso tempo neppur prescindere da un sia pur superficiale tentativo di comprensione di concetti quali iurisdictio o merum et mixtum imperium, i quali rappresentano il nocciolo del potere sulla città di Treviso e sul suo distretto che la stessa civitas Tarvisii ha inteso trasferire a Venezia. Preliminarmente, però, appare opportuna una chiarificazione sull'uso dello stesso termine "dedizione".

situazione. I nuovi domini regionali si fondavano sugli atti di dedizione, e questi non erano a volte che finzioni”.

54 CAPITOLO III

ANALISI DI ALCUNI ELEMENTI TESTUALI

1. – Dedizione. Parrà strano, dopo il gran parlare che si è fatto di dedizione, ma nel testo dei documenti che si sono sopra esaminati (così come nel testo di altre dedizioni dell’epoca e nelle storie dei cronachisti coevi) si cercherà invano il termine deditio, sostantivo che significa "resa, capitolazione"163 e che deriva dal verbo dedere nella forma attiva con l'accusativo se (se dedere) o nalla forma riflessiva dedi, comunque in entrambi i casi con il significato di "arrendersi"164.La circostanza sarebbe di per sè più che sufficiente per rendere poco prudente l’utilizzo della parola, se esso non ci fosse imposto dalla ormai centenaria tradizione storiografica che si è confrontata sin dall'inizio con il fenomeno dei rapporti tra Venezia e le città dell'entroterra ed il resto del dominio. Invero, gli atti trevigiani sono definiti, a margine dei testi contenuti nei Pacta Veneta, semplicemente con il termine di “instrumentum”, il quale sta ad indicare il supporto materiale e documentario degli atti stessi; con lo stesso termine si esprime ad esempio anche il cronista Caroldo, il quale osserva come,

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L. CASTIGLIONI e S. MARIOTTI, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher, Milano 1966, 3 ed., voce "detitio" a p. 287. 164 Nel testo degli atti deditizi non compare mai il verbo dedo, dal quale (se dedere o dedi) deriva il sostantivo deditio, e che risulta composto dal verbo do preceduto dal prefisso de-, che attribuisce al verbo do il valore del compimento dell'azione e, di conseguenza, l'intensificazione della stessa. Nei documenti appare invece il verbo do in forma attiva, seguito dall'accusativo dominium ed accompagnato sempre da altri verbi che ne rafforzano il significato di azione attiva e traslativa del dominium medesimo compiuta dalla città trevigiana. Ciò avviene ad esempio nell'atto di dedizione, ove si legge che i procuratori di Treviso "dederunt, tradiderunt, concesserunt, et transtulerunt dominium dicte Civitatis Tarvisii" (ASV, Lib. Pact. V, c. 13), ovvero nel testo della ducale del 18 febbraio 1344, ove è riportato che i procuratori trevigiani "dederunt, et concesserunt nobis, et nostro communi Venetiarum [...] plenum dominium civitatis Tarvisii" (BCapTv, ms. 9 segn. n., p. 14).

55 nonostante Treviso fosse stata presa già da qualche anno, ancora “non erano sta fatti...li istrumenti della possessione”165. Gli atti relativi alla “dedizione” trevigiana contengono invece altri termini con i quali essa intende autoreferenziarsi sotto il profilo sostanziale, quali “traditio”, “concessio”, “oblatio”166. Mai però "deditio". D’altronde, anche altri atti dell'epoca, che poi verranno accumunati dalla tradizione storiografica sotto il comune termine "dedizione", vengono in realtà volta per volta definiti sotto il profilo sostanziale da coloro che ebbero a porli in essere in modo diverso l’una dall’altro, e comunque senza utilizzare il termine "deditio". Ad esempio, e solo per rimanere agli atti deditizi occorsi in prossimità di quello trevigiano, per indicare le dedizioni di Ceneda e Conegliano, lo stesso doge Andrea Dandolo utilizza il termine “se subdiderunt”167, mentre la dedizione di Zara del 1346 è definita “Submissio civitatis Iadre et districtus domino Duci et Comuni Venetiarum”168. Da dove proviene allora, al di là dei meri aspetti etimologici, il termine "dedizione"? Ovviamente dal diritto romano, che conosceva tre tipi di deditiones: la noxae deditio, la deditio vera e propria e la deditio in fidem.
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v. PASTORELLO 1938/1958, p.ix, ove è riportato il passo del Caroldo citato nel testo. 166 V. ad esempio il provvedimento di nomina del procuratore veneziano del 18.2.1344, in ASV, Liber Commemorialis IV, c.58: "secundum formam et tenorem oblationis, concessionis et traditionis factarum praefato domino duci". 167 DANDOLO, p. 372. 168 Sulla submissio di ZARA, v. PASTORELLO 1938/1958, p. XII. In particolare, la storica ricorda come la "Submissio Civitatis Iadre et Districtus Domino Duci et Comuni Venetiarum, cum pleno mero et mixto dominio" risulti trascritta a seguito della Cronica Iadretina, coeva alla rivolta del 1345 ed attribuita a Benintendi de' Ravagnani, e del suo poetico compendio. Da questo testo emerge che gli ambasciatori Zaratini innanzi al doge Andrea Dandolo "dixerunt, affirmaverunt et recognoverunt civitatem Iadre et totum districtum, a longivis temporibus citra, iure pleni dominii et possessionis legittime pertinuisse ad dominium Ducem et eius predecessores, et Comune Venetiarum; et ipsum Dominum Ducem et eius predecessores et Comune Venetiarum habuisse in dicta civitate et districtu plenum dominium". Gli Zaratini restituirono perciò la città con ogni diritto, imperio, dominio e giurisdizione, "ponentes ac submittentes ipsam civitatem et districtum, castra et fortilicias et insulas eius, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis, et homines et personas ipsorum, sub dominio, iurisdictione, mero et mixto imperio et protectione ipsius Domini Duci et comunis Venetiarum, ut libere, alte e basse, ipsam civitatem, fortilicias, castra, insulas, districtum et personas habeat, regat et gubernet per se, vel alios, contradictione ipsorum vel alicuius alterius non obstante".

56 L’istituto della noxae deditio era rappresentato dalla consegna di un soggetto (filiusfamilias o schiavo) sottoposto alla potestà di un altro, che il dominus effettuava a favore di un terzo nei casi in cui fosse stata accertata una responsabilità penale del soggetto alieni juris nei confronti del terzo medesimo. Questa responsabilità si trasferiva in capo al soggetto esercente la potestà e lo obbligava a corrispondere l’importo integrante la pena, dalla quale per l'appunto egli poteva liberarsi mediante il rilascio nossale del soggetto autore dell'illecito a favore dell'offeso169. L'istituto ha avuto anche una qualche rilevanza pubblicistica, essendosi formata una particolare forma di dazione nossale nell’ambito dei rapporti internazionali esercitata da uno Stato su un proprio organo che avesse col proprio comportamento leso l’interesse di un altro Stato e finalizzata ad evitare l’apertura di una crisi diplomatica170. Ciò nonostante, la dazione nossale, di matrice prettamente civilistica, non ha avuto alcuna influenza archetipa sulle dedizioni tardomedievali, presentando, oltre che caratteri di responsabilità collegati ad un determinato comportamento del soggetto sottostante, un ineliminabile carattere di eterodeterminazione della dazione del soggetto medesimo, il quale non si dà da sè, ma viene dato da un terzo che esercita un potere sullo stesso. La deditio in senso stretto è invece l’istituto romano che è stato considerato l’archetipo delle dedizioni veneziane delle città della terraferma171. Inteso quale strumento di resa totale ed incondizionata del nemico in guerra, il quale così perde la libertà ed il territorio, che viene inglobato in quello del vincitore in cambio di un trattamento più mite, esso viene per la prima volta descritto da Livio nel primo libro della sua storia di Roma, in occasione delle vicende della resa dei Collatini, ove è riportata la formula completa della dedizione, caratterizzata da una serie di domande e risposte dirette ad accertare l’esistenza del potere in capo a chi compiva la deditio di rappresentare la propria comunità ed il fatto di essere codesta comunità capace di

169

Gai Inst., IV, 8. L’origine dell’azione sarebbe da ricondurre addirittura alle legge delle XII tavole (ALBANESE 2003). V. la sintesi dell’istituto di LONG 1875. 170 Il rapporto tra noxae deditio ed il diritto internazionale è anche parte dell’oggetto del programma di ricerca dell’Università degli Studi di Brescia, Modelli di responsabilità nella tradizione romanistica fra logiche di sistema e autorità della norma, prof. Antonello Calore. 171 MENNITI IPPOLITO 1986, pp. 12-14.

57 decidere della propria sorte172. La natura pubblicistica di questa deditio è fuori discussione, ma anche in questo caso essa presuppone l’esistenza di uno stato di guerra tra le due comunità, caratteristica che permarrà connaturata all’istituto anche nelle epoche successive, fino addirittura al seicento173. Così come presuppone lo stato di guerra anche la deditio in fidem, risolvendosi in particolare “in quell’atteggiamento...di “rinunzia” agli antichissimi diritti del vincitore, e che il generale vittorioso assume dinanzi ai vinti, quando eos in fidem recipit”174. Come si vede, da un lato nei documenti della dedizione trevigiana (e in altre "dedizioni" dell'epoca) non si rinviene mai il termine deditio, dall'altro le dedizioni tardomedievali mal si adattano agli archetipi deditizi del diritto romano. La prova di questa difficile sussumibilità emerge d'altronde chiaramente dalle medesime aporie che si manifestano nel momento in cui, da un lato, si vuol richiamare l’istituto romano della deditio e, dall'altro, ci si rende conto contemporaneamente della difficoltà di contemperare il significato della dedizione romana di resa incondizionata in ambito di guerra con la variegata realtà contenutistica delle dedizioni tardomedievali, soprattutto laddove si verta in condizioni di pacifico carattere pattizio. La soluzione di questi problemi è però difficilmente
172 Liv. 1,38,1-2: Deditosque Collatinos ita accipio eamque deditionis formulam esse; rex interrogavit: “Estisne vos legati oratoresque missi a populo Collatino, ut vos populumque Collatinum dederetis?” “Sumus.” “Estne populus Collatinus in sua potestate?” “Est.” “Deditisne vos populumque Collatinum, urbem, agros, aquam, terminos, delubra, utensilia, divina humanaque omnia, in meam populique Romani dicionem?” “Dedimus.” “At ego recipio”. 173 Da Gaio (Inst., I, V, 14: “Vocantur autem peregrini dediticii hi, qui quondam adversus populum Romanum armis susceptis pugnaverunt, deinde victi se dediderunt”) ed ISIDORO, p. 763: “Deditio enim dicitur quando se victi aut vincendi hostes victoribus tradunt: quibus haec origo nominis fuit. Dum quondam adversus populum Romanum servi armis sumptis dimicassent, victi se dederunt, conprehensique varia turpitudine affecti sunt”) il concetto giunge senza soluzione di continuità di significato sino al Besoldo (BESOLDO, II, Cap.XII-De Bello, pp.297, 39: “Bellum subsequitur victoria ... aut Pax ... Hocque unicum est tempus de pace agendi, dum uterque sibi confidit... Namque non Pax, sed deditio plerumque est, si victus cum victore paciscatur”; ed ancora, BESOLDO, III, Caput Unicum, pp.305, 8: “Amplificatio territorii coacta, fit iure belli; deditione nempe, vi procurata, vel expugnatione. Et hîc absolutum, liberumque est Ius Victoris: nisi pacta intercedant; quae utrinque sunt servanda, licet violenter, metuque extorta; modo Bellum fuerit iustum. Ac sane cum dedititiis, mitius plerumque agi solet, quam cum bello captis”). 174 CALDERONE 1965, p.90

58 accettabile, essendo rappresentata da una rottura artificiale della chiara continuità semantica nel tempo dell'archetipo deditizio romano175. Perché la dedizione romana possa infatti adattarsi anche a quelle medievali, il suo significato deve pertanto essere forzatamente diversificato ed allontanato da quello tipico dell'archetipo originario, dovendosi necessariamente prendere atto che “il valore e il ruolo della dedizione mutano col tempo” 176 e del "cambiamento di significato e di valore del termine"177. E' meglio allora, probabilmente, mollare definitivamente la presa su un archetipo politico-militare romano, sul quale difficilmente le dedizioni medievali si lasciano modellare ed all’apparato definitorio del quale neppure gli autori dello stesso istituto, come si è visto, ritennero di fare esplicito ricorso. Più utile sarebbe invece riconoscere che la dedizione romana fu istituto diverso dalla dedizione medievale e che lo stesso termine "dedizione", utilizzato per riferirsi a queste ultime, rappresenta sostanzialmente una convenzione storiografica adatta esclusivamente a mettere in luce ed a sottolineare il comune denominatore di tutti questi atti, rappresentato dal trasferimento giuridico del dominium, dell'imperium e della iurisdictio da una civitas all'altra. L'oblìo del carattere convenzionale del termine e della limitazione del suo uso al mero settore giuridico, infatti, farebbe seriamente correre all'interprete il pericolo di perdere definitivamente il senso di quei precisi rimandi segnici voluti dai compilatori dei documenti in esame e, conseguentemente, di rendere difficoltosa, se non impossibile, la piena comprensione degli ambiti semantici e dei livelli di significato di questi rimandi e la corretta lettura degli atti deditizi stessi. Per ora sono sufficiente queste chiarificazioni meramente terminologiche, dalle quali, in conclusione, emerge chiaramente una duplicità di livello semantico: da un lato la forma, il
V. nota 173. MENNITI IPPOLITO 1986, pp.12-14: “La “deditio” romana è un atto totalmente diverso da quello che si compie nell’epoca considerata”, ed ancora: “nel nostro periodo le dedizioni diventano essenzialmente uno strumento politico. La differenza sostanziale, infatti, con il modello romano, è che non si intende più la dedizione come resa incondizionata, bensì come spontanea sottomissione che dà origine a patti tra vincitori e vinti. Il cambiamento è rilevante: i “conquistatori” acquistano una maggior dignità e, in virtù dell’atto da loro compiuto, possono chiedere qualche cosa in cambio; i “conquistatori” legittimizzano il proprio dominio sulla base di tale “spontaneo e sincero consenso”. Concetti analoghi in MENNITI IPPOLITO 1984, pp.43-44. 177 MENNITI IPPOLITO 1984, p.44.
176 175

59 documento scritto, l'instrumentum, lo strumento giuridico; dall'altro termini quali l'oblatio, la submissio, eccetera, con riferimento sostanziale al concreto atteggiarsi "politico" del rapporto tra le due civitates, termini che rivelano la volontà di costruire questo rapporto in modo diverso e specifico caso per caso.

2. – Iurisdictio e merum et mixtum imperium. Venendo ora più propriamente al contenuto degli atti, va subito premesso che il testo dei documenti della dedizione contiene molti termini tratti dall’esperienza giuridica romana e, in particolare, dal complesso dei frammenti di materia pubblicistica contenuti nei Digesta del Corpus iuris giustinianeo. La terminologia dei Digesta, riscoperta e rielaborata in seguito dai glossatori civilisti e canonisti, ha infatti fornito la struttura lessicale e logica con la quale nel medioevo sono stati compresi, concepiti ed interpretati i nuovi eventi sociali e le nuove istituzioni politiche dell’epoca. In particolare, questi termini, pur mantenendo una chiara matrice semantica, hanno ugualmente subito col tempo un adattamento ed una modifica degli originari ambiti di riferimento e sono stati ampiamente utilizzati dal XII° al XIV° secolo per definire inizialmente il potere dell’Imperatore178, indi per riconoscere l’indipendenza dei regni dall’Impero stesso ed infine per sancire la stessa sovranità delle civitates-universitates comunali179. Per comprendere i termini
178

Al quale unicamente competeva l’imperium secondo una interpretazione letterale della Lex regia ulpianea (in D. 1, 4.1.pr.): “quod principi placuit, legis habet vigorem: utpote cum lege regia, quae de imperio eius lata est, populus ei et in eum omne suum imperium et potestatem conferat”. 179 Dalla formula duecentesca “rex superiorem non reconoscens in regno suo est imperator” sino all’estensione bartoliana trecentesca della formula stessa (e delle sue conseguenze) alle stesse civitates superiorem non recognoscentes (v. ERCOLE 1932; CALASSO 1951). In realtà, la potestà anche per la universitas civitatis di conferire iurisdictionem et imperium era stata riconosciuta nel corso del duecento dai canonisti, la cui maggiore libertà dal peso del corpus ed i cui impegni politici anti-imperiali avevano loro concesso una particolare sensibilità e spregiudicatezza nell’utilizzo dei termini giuridici classici per la costruzione del principio di sovranità (MOCHI ONORY 1951, pp. 257 sgg.). Non è certamente un caso se molti termini contenuti nei testi di sovranità, ivi compresa la dedizione di Treviso, derivino dal diritto canonico (ad es. la clausola “ex certa scientia”, che richiama la costruzione della plenitudo potestatis papale). Sull’influenza invece della terminologia

60 utilizzati nella dedizione è pertanto necessario esaminare brevemente i significati originari di essi, così come ci sono stati consegnati dal Corpus Iuris, indi proseguire indagando gli adattamenti e modifiche di cui si è fatto sopra cenno, sino a (ed al fine di) individuare il senso ed il significato preciso che gli estensori della dedizione possano aver inteso attribuire ad una terminologia dalla radici molto antiche. Ciò premesso - e ridotta l’indagine, come si è detto, ai termini che esprimono l’oggetto del trasferimento del potere - in questa sede ci si limiterà ad un paio di termini di origine romanoimperiale che si rinvengono reiteratamente nei testi deditizi e che sembrano concentrare il loro significato semantico per l’appunto sulla struttura del potere che Treviso trasferisce a Venezia: l’imperium, nelle sue due connotazioni di merum e mixtum imperium, e la iurisdictio. I termini di merum e di mixtum imperium costituiscono definizioni con le quali i giuristi imperiali hanno concettualizzato in generale il potere punitivo e giudiziale dei governatori sui cittadini residenti nelle province da loro amministrate. Questi termini, i quali deriverebbero addirittura dall’imperium delle magistrature repubblicane, risultano cristallizzati in un classico passo di Ulpiano del corpus iuris civilis, ove la distinzione tra di essi viene delineata sostanzialmente come distinzione tra l’esercizio della giustizia criminale (merum imperium) e civile (mixtum imperium)180. Il merum imperium, per il Codex, può pertanto essere definito come la risultante e l’insieme dei diversi poteri repressivo-criminali e delle diverse modalità di esercizio della funzione punitiva, poteri e modalità “che vanno 181 dall’animadvertere, cioè gladio punire (ius gladii) , alla funzione
giustinianea nella edificazione dei concetti politico-istituzionali del XII°-XIV° sec., v. JOHNSTON 1997. 180 Ulpianus, Dig. 2.1.3: “Imperium aut merum aut mixtum est. Merum est imperium habere gladii potestatem ad animadvertendum facinorosos homines, quod etiam potestas appellatur. Mixtum est imperium, cui etiam iurisdictio inest, quod in danda bonorum possessione consistit. Iurisdictio est etiam iudicis dandi licentia”. 181 L’apparente identificazione tra merum imperium e ius gladii, contenuta nel testo ulpianeo, viene criticata da alcuni giuristi successivi, i quali ritengono che Ulpiano, nel definire il contenuto del merum imperium, avesse avuto intento meramente esemplificativo, cosicché tra il merum imperium e lo ius gladii in realtà correrebbe piuttosto un rapporto di genus ad speciem. In tal caso l’imperium merum potrebbe essere definito come la generale potestà repressiva, al cui interno lo ius gladii ne rappresenterebbe la parte maggiore, costituita dalla “animadversio quae vitam extorquet”, mentre la residua parte

61 connessa all’exercitio publici iudici, al ius damnandi in metallum, ius relegandi, confiscandi e altro”182 Meno preciso e, pertanto, oggetto di maggior lavoro dogmatico, si presentava invece il concetto di mixtum imperium, nel quale Ulpiano si limitava ad identificare la funzione di “danda bonorum possessione”, di fornire cioè tutela civilisticopossessoria. In ogni caso, anche in questa funzione restitutoria di diritto civile gli interpreti avevano ravvisato una sorta di concetto unitario (il mixtum imperium per l’appunto) caratterizzato non solo e non tanto dalla funzione declaratoria ed accertativa del diritto (al mixtum imperium, secondo la definizione ulpianea, “etiam iurisdictio inest”), quanto soprattutto dalla coercitio, dalla forza183. Il mixtum imperium, pertanto, può essere definito, per il codice, come l’insieme di quei poteri coercitivi (comprendenti anche la cognizione e le modalità di essi) con i quali viene resa ai soggetti concreta tutela (non solo accertativa, ma anche esecutivo-forzosa) nell’ambito dei rapporti di natura civilistica184. Il termine iurisdictio era ancor meno definito nel testo ulpianeo e pertanto il significato di esso (anche alla luce di alcuni utilizzi estensivi nell’ambito del diritto romano dal suo originario significato di “ius dicere” sino a situazioni riferentesi al potere di amministrare una provincia e ad altro185), rappresenta lo sforzo di un percorso semantico operato dai giuristi medievali in modo sostanzialmente autonomo, sforzo che prende le mosse dalla famosa definizione irneriana (“iurisdictio est potestas cum necessitate iuris s. reddendi equitatisque statuende”)186 e che si
sarebbe rappresentata da “omnem aliam facinorum graviorem coercitionem, veluti damnationem in metallum, vel in opus publicum, deportationem in insulam et relegationem, et publicationem omnium bonorum, et generaliter omnem iudicii publici exercitionem legibus publicorum iudiciorum...” (v. ad es. CUIACIIUS, VII, c. 121-122, citato e commentato anche da MANFREDINI 1991, pp. 109-110). 182 MANFREDINI 1991, p. 110. 183 Così VALLONE 1985, pp. 20-21, il quale sottolinea come non a caso questi provvedimenti nel diritto romano hanno la forma di decreta. 184 Ovviamente, si tratta di una definizione di massima, atteso che, da un lato, oltre alla bonorum possessio, il mixtum imperium pareva comprendere anche la coercitio necessaria per l’esecuzione della sentenza, dall’altro v’erano residue funzioni penali non ricomprese nel merum imperium che andavano a confluire nel mixtum imperium (VALLONE 1985, pp. 21-22). 185 v. DE MARTINO 1937, pp. 140 sgg. 186 gl. ad Digestum Vetus, De Iurisdictione. La definizione irneriana costituisce addirittura il terminus a quo con il quale si aprirebbe la stagione semantica medievale del termine iurisdictio e che accompagnerà il termine

62 articola, precisa e definisce mediante l’utilizzo, l’attrazione ed il contrasto del termine stesso nell’ambito di contesti linguisticosemantici diversi187. Al termine di questo lungo percorso emerge un significato ampio di iurisdictio, un significato che non si limita alla funzione propria dello ius dicere, ma che riassume su di sé, proprio in ragione del carattere del diritto medievale e della natura dichiarativa dell’atto legislativo di cui si dirà, una serie di funzioni tutte connesse tra di loro (condere leges, administratio, etc.) e riferentisi in generale all’esercizio di un rapporto di potere ineguale e gerarchico: una serie di funzioni come “la funzione del giudicare propria del giudice ordinario, ma – anche e soprattutto – qualcosa di più alto e di più complesso: é il potere di colui – persona fisica o giuridica – che ha una posizione di autonomia rispetto agli altri investiti e di superiorità rispetto ai sudditi; e non è questo o quel potere (in una visione spasmodicamente frammentaria che é di noi moderni ma che non fu dei medievali), bensì una sintesi di poteri che non si ha timore di vedere condensata in un solo soggetto. Con questa avvertenza fondamentale: che in quella sintesi di poteri la funzione emergente e tipizzante é quella del giudicare: si è principi perché si è giudici, giudici supremi”188. Nell’ambito di questo processo, il rapporto tra iurisdictio e imperium merum e mixtum acquista pertanto via via una definizione sempre maggiore, dapprima associando funzionalmente i due termini, nel senso che l’imperium fornisce alla iurisdictio la possibilità che questa eserciti la coercizione189, onde la iurisdictio diventa una posizione di potere graduabile al suo interno a seconda della maggiore o minore quantità di potere coercitivo esercitabile e l’imperium costituisce il criterio per questa graduazione190, indi con Bartolo strutturandosi compiutamente in una relazione di genus ad speciem191.
medesimo per tutto il periodo del diritto comune classico (v. COSTA 2002, pp. 97 sgg.). 187 Tutta l’opera di COSTA 2002 rappresenta per l’appunto il tentativo di dimostrare l’emergere del significato del concetto di iurisdictio da contesti linguistico-semantici che costituiscono le varie modalità con le quali l’età di mezzo esprimeva il rapporto ineguale tra soggetti. 188 GROSSI 2004, p. 131. 189 Sempre Irnerio: “Imperium: sine quo nulla esset iurisdictio” e Placentino: “In summa notandum est, quod omnis iurisdictio coertionem habet, vel modicam, id est adnexum habet imperium saltem mixtum licet non merum” (in COSTA 2002, p.111) 190 Azzone: “Potest et alia divisio iurisdictionis fieri quia alia est merum imperium, alia mistum, alia dicitur modica coercitio, quae etiam dicitur

63 Il rapporto tra iurisdictio ed imperium merum e mixtum, come si vede, non è affatto semplice né pacifico, al punto che ancora oggi fa discutere e sollecita interpretazioni di vario tipo192, ed i due complessi terminologici solitamente vengono richiamati nei testi medievali quasi endiadicamente per significare la totale e più ampia trasmissione di poteri di governo latu senso intesi, dallo ius gladii all’amministrazione della giustizia quotidiana. Ecco pertanto che l’utilizzo nei testi dei documenti deditizi di termini quali “mero ac misto Imperio et plena iurisdictione”193, “com mero et mixto imperio et omnimoda iurisdictione et exercicio ipsius meri et mixti imperii et iurisdictionis”194, “cum mero et mixto imperio, et omni iurisdictione et eorum exercitio”195, “iurisdictionem et merum et mixtum imperium exercere”196, “cum puro, mero et mixto imperio et plena et libera et iurisdictione et potestate”197 stanno per l’appunto ad evocare,
mistum imperium”. Sempre il Costa (COSTA 2002, pp. 113, nota 29), riporta numerose altre definizioni dei giuristi dell’età intermedia ove si parla, tra l’altro, di merum imperium come imperium purum, “id est separatum ab omni pecuniaria controversia: corporis enim vel animae vel civitatis vel libertatis...continet coercitionem. Mistum verum imperium quidam appellant modicam coercitionem...”(Azzone), ovvero di imperium merum come “vinum purum non limphatum. Merum imperium, id est purum quod non est limphatum mixto imperio vel iurisdictione: quia non habet annexam pecuniariam utilitatem in exercendo merum imperium ut si peto quod aliquis decapitetur: hic non versatur aliquod commodum pecuniarium: nam dicitur purum imperium” (Odofredo), etc. 191 “Iurisdictio dividitur in imperium et iurisdictionem. Et imperium dividitur in merum et mixtum imperium“ (Bartolo da Sassoferrato, cit. in nota 104 di COSTA 2002). 192 Ad esempio, secondo AGAMBEN 2007, p. 114, per i glossatori medievali il merum imperium sarebbe quello considerato in sé, mentre il mixtum imperium sarebbe quello cui inerisce una iurisdictio effettiva. Il filosofo fa riferimento proprio ai giuristi citati dal Costa alle pp. 112-113 della sua Iurisdictio (COSTA 2002), ma in realtà nei testi non si rinviene affatto l’aspetto che lo studioso intende evidenziare (ché, anzi, al merum imperium accede una coertio pura, diretta al corpo, all’anima, alla cittatinanza ed alla libertà ed in relazione alla quale non è ammesso alcun compromesso di natura pecuniaria: v. supra, nota 190), aspetto che pare pertanto evidenziato dal filosofo ad esclusivo e funzionale scopo di supportare la tesi della propria opera (l’assunzione del potere in Occidente sotto forma di una oikonomia, sulla scorta degli studi sulla governamentalità focaultiana, e la conseguente divisione tra Regno e Governo). 193 ASV, Lib. Pact. V, c. 9 194 Ibid., c. 12. 195 Ibid., c. 13. 196 Ibid., c. 14r. 197 ASV, Lib. Comm., IV, c. 58.

64 prima ancora che significare, “un simbolo particolarmente efficace per la rappresentazione del processo di potere”198.

198

COSTA 2002, p.182.

65 CAPITOLO V

LA LEGITTIMITA' DEL DOMINIO VENEZIANO SU TREVISO

1. – La tesi della dedizione come fonte di legittimità del dominio veneziano. Come si é più volte ormai accennato, gli studiosi contemporanei tendono ad interpretare normalmente la dedizione delle città dell’entroterra come atto volto a dotare carattere di legittimità al dominio veneziano in un periodo storico nel quale le nuove formazioni territoriali presentavano carattere di sostanziale illegittimità formale a cagione del venir meno delle tradizionali fonti imperiali di legittimità (e segnatamente del vicariato imperiale). In una situazione del genere "i nuovi stati dovettero trovare forme alternative di riconoscimento, e la legittimazione del dominio in virtù di uno spontaneo consenso fu la forma alternativa più consueta"199. La tesi risulta evidentemente influenzata, come del pari si è detto, dagli studi svolti da precedenti storici del pensiero politico e giuridico medievale, a partire da quelli già citati dell’Ercole200
199 200

MENNITI IPPOLITO 1984, p. 47. ERCOLE 1928; ID. 1932. L’opera dell’Ercole, che a sua volta si inseriva nell’ambito degli studi di inizio ‘900 sulle origini delle signorie in Italia (v. ad es., per quanto concerne quella Caminese in Treviso, PICOTTI 1905), è stata di fondamentale importanza nello sviluppo dei successivi approfondimenti sul basso medioevo più per le tematiche di carattere giuridico (in particolare in merito al concetto della sovranità medievale: v. ad esempio i successivi approfondimenti di CALASSO 1951) che per le tesi sulla formazione delle signorie. Queste ultime erano infatti protese a mettere in luce la legittimità e la legalità della presa di possesso del potere da parte dei signori e la conseguente esclusione del loro carattere tirannico, con evidente e strumentale richiamo all’ideologia dell’epoca in cui operava l’autore, le cui vicende di vita si legarono, oltre che al fascismo, anche alla successiva Repubblica di Salò (su questi aspetti, v. QUAGLIONI 1999, pp. III-X). Un deciso ridimensionamento delle tesi dell'Ercole, ed una loro sostanziale riconduzione all'ambito meramente giuridico, era già presente in SESTAN 1979, pp. 57-58 (ma originariamente scritto nel 1962), ove si legge che "il problema posto dall'Ercole non riguarda, in fondo, l'origine della signoria, ma la sistemazione dell'istituto signorile nella struttura giuridico-costituzionale che l'ethos giuridico del tempo sentiva come necessaria, indispensabile perché la coscienza giuridica potesse placarsi nella legalità". L'autore afferma inoltre che l'elemento popolare come uno dei due elementi della legittimità "è visto e

66 sino alla grande sistemazione operata dall’Ullmann201, con il quale è stata definita in modo completo e strutturale la teoria della legittimazione ascendente (dal popolo) e discendente (da Dio e dai suoi vicari: il Papa e l’Imperatore) dei nuovi centri di potere e di sovranità. In questo doppia derivazione della legittimità, la dedizione trevigiana potrebbe inserirsi a perfezione come l’elemento proveniente dal basso, tanto più se si considera che Venezia ha sempre cercato di ottenere sin da subito quel vicariato imperiale che le avrebbe consentito anche di incassare la legittimazione proveniente dall’alto sulle terre del regno italico e che otterrà solo nel 1437 dall’imperatore Sigismundo a Praga202. Ora, non si vuole certamente in questa sede negare che tanto il consenso imperiale, quanto quello popolare, svolgessero all’epoca una importante funzione di validazione dell’esercizio del potere. E' infatti pacifica, a questo fine, la rilevanza della volontà permissiva e concessiva dell'Imperatore sulle terre padane di sua pertinenza, e ciò anche se all'epoca essa risultava già gravemente minata, da un lato dagli avvenimenti storici legati allo sviluppo del fenomeno comunale ed alla sostanziale latitanza dell’imperatore nel Regnum Italiae, dall'altro dall'attività dei giuristi (soprattutto ed inizialmente dei canonisti per evidenti ragioni legate al contrasto Papa-Imperatore), volta ad erodere lo si è già visto203 - l'universale fonte di legittimazione del potere imperiale a favore di una formula attestante un'autocefala origine del potere, prima dei regni, indi delle stesse civitates. Altrettanto pacifica è la diffusione, nella seconda metà del duecento-inizi del trecento, delle idee che attribuivano rilevanza validante, nall'attribuzione del potere, alla volontà popolare.
posto come esigenza scaturente da una determinata soluzione, quella signorile, non può essere visto e posto come impulso provocante quella soluzione, E' un qualche cosa post eventum, non ante eventum", con la conseguenza che il vero problema del consenso popolare non sta nell'attribuire ad esso la virtù di provocare il rivolgimento politico costituzionale, ma nella riflessione di "come esso sia di solito facilmente ottenibile, come cioè si sia creato un clima disposto ad accettare tranquillamente una nuova situazione costituzionale". 201 ULLMANN 1972. 202 KNAPTON 1981, p. 66, n. 43, riferisce dell’esistenza presso l’Archivio di Stato di Venezia di materiale risalente agli anni immediatamente successivi alla dedizione (1354-1363) e riguardante trattative intercorse tra Venezia e Carlo IV per il riconoscimento del dominio della Repubblica su Treviso. Sull'istituto del vicariato imperiale in funzione legittimante dei nuovi poteri due-trecenteschi, v. DE VERGOTTINI 1977. 203 V. nota 179.

67 Queste idee provenivano da vari ambiti culturali. In parte dalla diffusione bassomedievale dalle opere politiche di Aristotele204, che teorizzavano la naturale politicità dell’essere umano e la cui influenza avrebbe addirittura, per alcuni studiosi205, sovvertito la stessa concezione medievale del potere, minando in particolare la concezione discendente del governo attraverso il superamento della tesi agostiniana dell’innaturalità dell’ordine politico ed aprendo così le porte al primo affacciarsi dell’idea della legittimazione dal basso. In parte v'era poi anche l'infusso delle teorizzazioni giuridiche dei glossatori di diritto canonico e civile, i quali rinvenivano nel Corpus iuris precisi riferimenti alla cd. lex regia, una decisione comiziale con cui il popolo romano, detentore originario della sovranità, l'aveva conferita al principe, sancendo così formalmente la fine dell'età repubblicana206. Con questi riferimenti essi ebbero addirittura a costruire una concezione della sovranità dei regni e, successivamente, delle stesse civitates, proveniente dal basso ed indipendente dall'Impero207. Infine, e forse soprattutto, un altro elemento culturale che ha dato il suo indubbio contributo per una legittimazione dal basso è rappresentato dalla riflessione medievale sulla tirannide, che troverà definitiva sistemazione teorica a metà trecento nell'opera di Bartolo208. L'origine della notevole diffusione tardomedievale della tematica della tirannide209 va ricercata "nel continuo giustapporti di poteri di fatto a poteri di diritto, nella "incerta, strana, contraddittoria vita costituzionale" della quale reca l'impronta tutto il nostro Trecento"210 e rappresentava sostanzialmente lo strumento logico-cognitivo fondamentale sulla base della quale si articolava la comprensione giuridica dei nuovi modi di esercizio del potere e la possibilità di un loro controllo al
204

La Politica venne tradotta in latino da Guglielmo di Moerbeke intorno al 1260. Sulla diffusione delle idee aristoteliche in generale tra il XIII° ed il XIV° secolo, peraltro condivise e rilanciate dall'opera di San Tommaso nella seconda metà del duecento, v. BRAMS 2003 e LAMBERTINI 1999. 205 es. ULLMANN 1972. 206 Cod. 1, 17, 1, 7; Dig. 1, 4, 1 e Inst. 1, 2, 6. Una buona sintesi sulle diverse interpretazioni dei giuristi medievali della lex regia si trova in CORTESE 1966, pp. 92 sgg.. 207 V. nota 179. 208 Bartolo da Sassoferrato compose il Tractatus de tyranno probabilmente dal 1355 al 1357 (QUAGLIONI 1983). 209 Per una genealogia e successivo sviluppo del concetto di tirannia nel corso del medoevo, v. FIOCCHI 2004. 210 QUAGLIONI 1983, p. 7, ove si rinviene la citazione virgolettata nel testo, attribuita a G. Volpe, Il Medio Evo, Firenze 1973, p. 346.

68 tempo stesso legalitario nel momento genetico (la cd. tirannide ex defectu tituli211) e teleologico-sostanziale, legato alla concreta gestione del potere, sempre e comunque finalizzato al perseguimento del bonum commune (la cd. tirannide ex parte exercitii212). Soprattutto la figura del tiranno che, sia pur legittimamente costituito, ciò nonostante poteva essere qualificato tale a cagione della pravità del comportamento concreto posto in essere nei confronti dei propri sudditi (ex parte exercitii), poneva il problema del rapporto quotidiano del governante nei confronti del popolo governato e, conseguentemente, evocava la necessità che questo rapporto venisse costantemente validato dal popolo stesso, oggetto delle cure del governante, nella sua qualità di titolare collettivo del bonum commune ed in capo al quale si riconosceva la fondatezza giuridica del diritto al tirannicidio. Ciò premesso e riconosciuto, il fatto di limitare la legittimità a questi aspetti potrebbe non consentire di penetrare appieno le vicende politiche della Venezia bassomedievale, quali quella oggetto del presente studio, per il rischio - lo si anticipa subito - di ridurre eccessivamente, se non addirittura di
211

Le definizione è di Bartolo da Sassoferrato (Tractatus de tyranno, VI, 205-209, in QUAGLIONI 1983, p. 185): "sexto quero: quis est tyrannus manifestus ex defectu tituli in civitate? Respondeo: ille qui in civitate sine iusto titulo manifeste principatur, ut ex predicta deffinitione apparet", ma l'aspetto genetico antigiuridico della tirannide rappresenta una tematica di antica data, risalendo addirittura alla definizione di Gregorio Magno del sesto secolo, secondo il quale "proprie enim tyrannus dicitur qui in communi republica non iure principatur" (Gregorio I, Moralia in Iob, lib.XII c.38) e venendo successivamente e periodicamente affrontata nel corso di tutti il medioevo, dal Policraticus di Giovanni di Salisbury (1110/1125-1180) sino al De Regno di San Tommaso. 212 Anche questa definizione è di Bartolo da Sassoferrato (Tractatus de tyranno, VI, 447-449, in QUAGLIONI 1983, p. 196): "Dico quod ille tyrannus est ex parte exercitii, qui opera tyrannica facit, hoc est, opera eius non tendunt ad bonum commune, sed proprium ipsius tyranni", ma anche in questo caso il criterio sostanziale della malvagità dei comportamenti concreti e finanche dei pensieri per qualificare come tirannico l'esercizio del potere indipendentemente dalle modalità del sua acquisizione, deriva dallo stesso Gregorio Magno (Gregorio I, Moralia in Iob, lib.XII c.38, "sed sciendum est quia omnis superbus iuxta modum proprium tyrannidem exercet ") e percorre tutto il medioevo fino a giungere agli inizi dell'umanesimo con Coluccio Salutati, il quale nel De Tyranno, composto nel 1400, così scrive: “giacché altro non significa esser tiranno, se non governare illegittimamente o contro il diritto: il che può accadere per due motivi: o in quanto alcuno si sia arbitrariamente impadronito in uno stato di un potere, che non gli spetta, o in quanto alcuno governi ingiustamente, violando la legge e il diritto" (v. ERCOLE 1942, fine del cap.I).

69 misconoscere completamente, il principio e l’ideologia della derivazione divina del potere. Tanto più che questi aspetti corrisponderebbero piuttosto, a causa della particolarità e singolarità della concezione politica veneziana rispetto a quella vigente nelle terre imperiali, ad assimilazioni concettuali provenienti dall'esterno, dotate per Venezia di rilievo più pragmatico che teorico213. A questo punto, prima di procedere oltre è preliminarmente necessario intendersi e chiarire a che cosa ci si riferisca quando si parla di “legittimità”. E qui il pensiero corre immediatamente a Max Weber, "l'ultimo dei classici della filosofia politica"214 che ha rivoluzionato le categorie per la comprensione delle forme di manifestazione del potere politico, elaborando un modello alternativo rispetto alla tradizionale tipologia delle forme di governo ancorata ad una visione statocentrica della politica215. Il modello weberiano è basato per l'appunto sui diversi tipi storici di legittimazione del potere, cioè dei diversi modi con cui si manifesta il fondamento del potere216 e, per tale ragione, non a caso é considerato il modello più idoneo per la penetrazione cognitiva dei fenomeni politici medievali grazie alla sua capacità di decontestualizzare appropriatamente l'analisi dal punto di vista moderno dell'osservatore217. Ebbene, la legittimità per Max Weber rappresenta l’elemento soggettivo-ideologico del rapporto di potere ed é costituita dalla intima convinzione, dalla fede, dalla credenza da
La matrice pratico-empiristica della "legittimazione" dal basso, sulla quale ci si tratterrà più oltre, presenta importanti origini teoriche. Sulla scia dei tentativi accursiani e, soprattutto, di Cino da Pistoia, volti a conciliare l’apparente contraddizione tra la derivazione divina e quella popolare del potere (“imperator a populo est, sed imperium, ciuis praesidatu imperator dicitur divinus, a Deo”), ancor oggi v’è chi sostiene che i due processi coesistano, il primo (potere dal popolo) avendo carattere empirico–giuridico, il secondo (potere da Dio) rappresentando l’ideale teocratico di riferimento (v. ad es. il Kern, citato da CORTESE 1966, pp. 91-92). Si tratta di una teoria già presente in San Tommaso, il quale conciliava il proprio naturalismo politico di matrice aristotelica con la natura divina del potere individuando Dio come causa formale ed il popolo come causa materiale del potere medesimo. 214 BOBBIO 1999, p. 71. 215 ROSSI 2007, pp. 237 sgg. 216 BOBBIO 1999, p. 71. 217 Ad esempio COSTA 2002, p. LXXXIV, ritiene il ricorso ai termini ed ai concetti weberiani maggiormente adatto alla descrizione di fenomeni politici medievali rispetto a quelli tradizionali in quanto “più agile e meno identificato con un determinato contesto storico e quindi verosimilmente più idoneo a gettare un ponte fra il nostro presente e il lontano passato”.
213

70 parte del soggetto passivo della relazione di potere che i comandi di colui che esercita il potere medesimo siano pronunciati in modo valido. Essa si articola storicamente in diverse forme, le quali derivano dai tre noti tipi puri di legittimità individuati da Weber (il potere legittimo razionale, tradizionale e carismatico), e rappresenta ciò che consente di rendere stabile, effettivo e valido un rapporto di potere che risulterebbe altrimenti labile se fondato su elementi puramente razionali o affettivi218. La teoria weberiana della legittimità é oggi universalmente accolta nelle scienze sociali, ove la si concepisce per l'appunto come quella "qualità di un ordinamento a cui è orientato l'agire sociale dotata di senso soggettivo" che ha l'effetto di rendere un potere "riconosciuto come vincolante dai subordinati" ed ove il processo di legittimazione, in particolare, non solo é concepito non solo "sull'asse verticale comando-obbedienza, come una relazione sociale che connette la base con il vertice della piramide del potere", ma presuppone anche "un consenso sulla validità dell'ordinamento da parte di coloro che vi occupano posizioni di privilegio...così, il reciproco riconoscimento pone gli autori dalla parte del diritto e della giustizia e trasforma il loro potere in autorità"219. La legittimità rappresenta in sostanza ciò che anticamente si definiva con il termine auctoritas: "l'aspetto fondante del potere, le cui radici si trovano al di là dei rapporti di forza che caratterizzano la vita degli uomini, e la vita politica in specie: auctoritas é la giustificazione del potere con qualcosa di più alto",

218

WEBER 1999, p. 52. Weber distingue la potenza dal potere, definendo la prima come “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità” e il secondo come “la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”, ponendo così in luce, nel concetto di potere, la particolare disposizione ad obbedire ad un certo comando da parte del soggetto passivo del rapporto. Questa disposizione all’obbedienza, a sua volta, può trovare fondamento su diverse motivazioni, tra le quali vanno annoverate considerazioni materiali e razionali rispetto allo scopo, ovvero motivi affettivi e razionali rispetto al valore (Ibid., pp.207 sgg.). In tali casi, però, il rapporto di potere è relativamente labile e la fede nella legittimità del potere costituisce per l’appunto quel quid pluris che rende l’infrazione al comando non solo produttiva di svantaggi, ma anche condannabile in forza del “sentimento del dovere” in base all’orientamento del valore. 219 PORTINARO 2005, pp. 455-457.

71 che nel mondo romano si identifica con la tradizione ed il legame con gli antenati e che nell'età cristiana coincide con Dio220. Se intesa in questo senso, allora, la legittimità non può essere identificata, ad esempio, nel mero ius belli221, atteso che con la guerra e la conquista, come è già stato osservato222, si crea eventualmente solo il modello oggettivo del rapporto di potere. La legittimità, invece, attiene alla sfera della coscienza soggettiva-ideologica delle motivazioni necessarie per giustificare (legittimare) il comando, la posizione privilegiata dell’un termine della relazione di potere nei confronti dell’altro223. Ovviamente anche qui è necessario intendersi: lo ius belli rappresenta indubbiamente la fase dinamica di quel radical title non esplicitato di ogni potere che è la mera occupazione della terra224, ma solo se qualificato in termini di iustum bellum esso può assumere, come in effetti assunse ed assume tuttora225, ruolo e funzione validante e legittimante, essendo in tal caso il concetto di ius belli rivestito da un quid pluris dotato di carattere, rilevanza e significato di natura ideologica. Tornando alla legittimità weberiana, è importante ricordare - lo afferma lo stesso Weber226 - che i modelli di cui sopra si è

DI BELLO 2001, pp. 216-217. L'autore, sulla scorta dell'affermazione schmittiana secondo la quale "tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici sacralizzati" (SCHMITT 1998(a), p. 61) propone di tradurre per l'appunto auctoritas con legittimità, legittimazione. 221 Come fa qualche autore, sulla scorta del precedente di VENTURA 1981, p. 526: v. ad esempio VIGGIANO 1993, p. 8; l’autore sostiene che la legittimità del dominio veneziano sulla terraferma si fondasse su due principi: la spontanea dedizione delle città soggette e, per l’appunto, lo ius belli. Per ulteriori esempi della storiografia veneziana sulla teoria della legittimazione fondata sul mero ius belli (Domenico Morosini, Marc'Antonio Pellegrini, etc.), v. MENNITI IPPOLITO 1986, pp. 19 e 24. 222 MENNITI IPPOLITO 1986, p.16: "Lo "ius belli" costituisce il dato di fatto della conquista ed é, soprattutto, il motivo reale della sua conservazione. Non viene però mai, o quasi, preso in considerazione". 223 Così testualmente COSTA 2002, p. 82. 224 SCHMITT 1991, pp.19-29. 225 La teoria del bellum iustum, di origine ciceroniana ed agostiniana ed elaborata in termini contemporanei da WALZER 1990 a seguito delle vicende della guerra del Vietnam, è recentemente tornata d'attualità in quanto ha fondato la legittimità delle ultime guerre che hanno visto impegnato l'occidente, da quella del Golfo del 1991 alla guerra in Iraq del 2003. 226 WEBER 1999, p.211: “che nessuno dei tre tipi ideali, che dovremo subito discutere, si presenti di solito storicamente in forma “pura”, non deve naturalmente impedire, qui come altrove, una determinazione concettuale nella maniera più precisa possibile...si è qui quanto mai lontani dal credere

220

72 fatto cenno (il potere legittimo razionale, tradizionale e carismatico) non si manifestano mai nella storia in modo puro, creando ideologie perfettamente corrispondenti ad uno di essi, ma si storicizzano volta per volta in forma reciprocamente commista. Così evidentemente avviene anche nell'ambito delle prime esperienze veneziane nell'entroterra, ove la ricerca di una pluralità di fonti legittimanti è stata già sottolineata dagli storici227, così come - e questo è molto importante in quanto mette in luce la sostanziale assenza di un nesso causale tra dedizione e diritto all'esercizio del dominio - è già stata sottolineata più volte la scarsa importanza concreta che Venezia attribuiva ad ognuna di esse, e segnatamente alla procedura deditizia, per fondare il proprio diritto al controllo politico delle città della terraferma228. La conseguenza di tutto ciò é che, come non risulta certamente corretto negare ogni valenza a fini legittimanti alla teoria (di varia matrice, come si è visto) della derivazione del potere dal basso, così non pare altrettanto corretto sottovalutare il principio fondamentale229 di legittimazione dei rapporti di potere nel medioevo, che nel periodo da noi considerato è ancora rappresentato da Dio.
che l’intera realtà storica si lasci “imprigionare” nello schema concettuale che verrà sviluppato”. 227 MENNITI IPPOLITO 1986, pp. 8-9, parla di esigenza veneziana di "ricerca di titoli" e di "esasperata ricerca di legittimazione" e di "ricerca di un "maggior diritto" per le proprie pretese" ed afferma che "Venezia poteva dunque contare a titolo di legittimazione, sulla dedizione dell'intero dominio, sul suo parziale vicariato imperiale e sul diritto di conquista, ovvero sulla sua forza che si era rivelata superiore a quella dei concorrenti. Di fatto, non vi era titolo che poteva bastare... " (p. 22). 228 V. ORTALLI 2002, p. 53, ove si afferma che "da Venezia non si sarebbe mai consentito che (per usare le parole di Angelo Ventura) "spontanei atti di dedizione limitassero sul piano giuridico" in modo forte quanto le assicurava un "libero e pieno possesso basato sul diritto di conquista"". Anche ZAMPERETTI 1991, p.28, mette bene in luce questo aspetto allorquando sostiene che Venezia era sì interessata a fornire valenza giuridica al proprio dominio e, pertanto, era alla ricerca del più ampio numero di titoli legittimanti, ma senza che detti titoli potessero in qualche modo avere una rilevanza eccessiva, e comunque non erano perseguiti "in vista di un concreto e diretto esercizio della piena e superiore sovranità in tal modo riconosciutale". 229 Se non addirittura esclusivo: v. PORTINARO 2005, p. 455, il quale afferma che la legittimità, intesa come ordine normativo superiore a quello del diritto statuale, della legalità, ha coinciso per molti secoli proprio con la legge divina.

73 E' ben vero che che il rapporto interno a questa pluralità di fonti legittimanti può essere variamente configurato e v’è addirittura chi vede nel principio della potestas a deo un simbolo di portata generale che costituirebbe, assieme ad altri simboli di pari portata (quali ad esempio l’ordo potestarum, la reductio ad unum, eccetera), le condizioni generali di ogni legittimazione, una sorta di “cielo dell’universo politico medievale” che costituirebbe il contesto imprescindibile in quanto attinenti alla logica profonda del procedimento di legittimazione medesimo230. E' anche altrettanto vero che il rapporto tra le fonti legittimanti non è sempre costante nel corso del tempo, poiché esso dipende in grande misura dalle istanze filosofiche e culturali di ogni periodo storico e che, pertanto, una dedizione di fine duecento non presenta certamente gli stessi caratteri rispetto ad una dedizione di metà quattrocento. Nel caso specifico che ci occupa, però, il fondamento teologico della legittimità del primo dominio veneziano su Treviso pare manifestarsi in modo troppo evidente e prepotente per poter essere relegato sullo sfondo e non essere considerato come il simbolo principale di questa legittimità.

2. – La derivazione teologica della legittimità della dominazione veneziana su Treviso. Il particolare carattere teologico della legittimità della prima dominazione veneziana su Treviso ed il suo distretto rappresenta il punto di arrivo di un progressivo e crescente processo di storicizzazione del principio della derivazione divina di ogni potere terreno. Le concezioni politico-filosofiche-religiose dell’epoca, alle quali si è già fatto breve cenno, costituiscono il quadro ed il contesto legittimante di carattere generale. In questo ambito si innestano, da un lato, la particolare concezione veneziana della derivazione divina del potere, responsabile dello stesso processo di identificazione tra Dio e Venezia, e, dall'altro, gli specifici portati culturali di Andrea Dandolo, il doge che ha fortissimamente voluto l’atto deditizio, dai quali deriva lo specifico paradigma cristologico (o meglio, cristico) che si rinviene nell'atto della dedizione. Partendo dal quadro più generale, è noto - e lo si è già anticipato - che nel trecento il fondamento del potere inteso nel
230

COSTA 2002, p.374.

74 senso sopra specificato è ancora indubbiamente teologico, secondo la massima paolina “non est potestas nisi a Deo”231. Per poter pensare ad una legittimità dei rapporti di potere che prescinda da Dio e che si fondi (al di là ovviamente dell'insieme dei simboli legittimanti del popolo di matrice aristotelica e codicistica di cui si è fatto cenno) in un elemento esclusivamente immanente, quale é la decisione del popolo, bisognerebbe presupporre come già intervenuto quello “sfondamento secolarizzante dei presupposto onto-teologici della politica” che rappresenta l’origine del pensiero politico moderno (particolarmente da Hobbes in poi) 232. Si potrebbe al limite, e per certi versi, arretrare il riferimento cronologico giungendo addirittura sino a Marsilio da Padova, e quindi ad un’epoca sostanzialmente coeva ai fatti che ci riguardano. Nel suo Defensor Pacis del 1324, quand’anche non vi si vogliano scorgere addirittura i sintomi dell’origine stessa dello stato moderno proprio sotto il profilo della legittimità233, Marsilio identifica infatti la figura del legislator nella universitas civium e, quindi, riconosce la sussistenza in capo al popolo cittadino del potere e della funzione di condere leges e di creare ed organizzare con esse la civitas ed il regime di governo della stessa234. La tentazione di attingere all’opera di Marsilio da Padova sarebbe inoltre nel caso di specie agevolata dalla manifesta compatibilità di alcuni elementi cronologici ed evenemenziali. Il Defensor Pacis doveva essere infatti certamente conosciuto a Venezia sin dalla scomunica di Marsilio del 1327, atteso che a Venezia è "difficile ammettere che un
San Paolo, Lettera ai Romani, 13, 1. La frase è di GALLI 2007, p. 4. E' per la stessa ragione di incompatibilità storico-cronologica, ad esempio, che non pare convincente il fatto di voler richiamare il Machiavelli (il quale tra l'altro è stato il fondatore di una autonoma scienza politica e la discontinuità storico-filosofica della cui opera è pertanto fuori discussione) per spiegare fenomeni tardomedievali quali il primo rapporto tra Venezia e le città dell'entroterra (es. MENNITI IPPOLITO 1986, pp.1 6-19), ovvero, a proposito del filone popolare della legittimità, il fatto di voler far riferimento a concezioni consensualistiche e contrattualistiche di matrice giusnaturalistica (MENNITI IPPOLITO 1986, pp. 27-28, ove si richiama espressamente il pensiero di Gierke e si giunge ad affermare che “la dedizione, sotto questo aspetto, diventa il presupposto del contratto di dominio”) che difficilmente possono essere invocate nel caso di specie, non potendo ovviamente dette concezioni, che originano con l’opera dei primi pensatori politici moderni quali Bodin, Althusius, Hobbes, avere influenzato in qualche modo eventi tardomedievali quali quello in esame. 233 Come ad esempio in SCHIERA 1994, pp. 17 sgg. 234 Si veda, per la particolare visione marsiliana del rapporto tra il legislator e la universitas civium, DAMIATA 1983.
232 231

75 autore condannato dal papa come eretico (nel 1327 da papa Giovanni XXII, n.d.r.) non godesse di una certa notorietà”235; inoltre, l'anno seguente Ludovico il Bavaro venne incoronato a Roma da Sciarra Colonna “in nome del popolo romano” ed ivi consacrato imperatore, in ossequio alle nuove idee marsiliane, dal vescovo veneziano di Castello Giacomo Alberti, al quale pertanto Marsilio, presente a Roma in qualità di vicario spirituale della città, ebbe certamente ad illustrare le proprie idee, che poi il vescovo potrebbe aver diffuso a Venezia. Il fatto è che, a parte una impostazione di base che il doge della dedizione trevigiana Andrea Dandolo condivide con Marsilio in ordine al prevalere, in quel torno di anni, delle discordie civili, della corruzione e delle guerre, con conseguente ingovernabilità dello stato, l’opera di Marsilio pare non abbia stimolato in alcun modo il dibattito politico veneziano236, tant'é che nel testo degli atti deditizi non si rinvengono significativi elementi atti a manifestare un influsso del pensatore imperiale, al di là dell’utilizzo di meri lessemi (es. universitas civium) che richiamano maggiormente concetti aristotelici già da tempo diffusi per l’Europa237 che non le teorie marsiliane. Venendo ora allo specifico innesto teologico veneziano, é noto il particolare rapporto che da sempre ha legato la città lagunare alla religione cattolica. A partire dalla Translatio Sancti Marci degli anni 827-828, ed attraverso il culto stesso dell’Evangelista238, ma soprattutto a seguito dell'eredità teologica della seconda Roma alla quale Venezia si è sentita chiamata in conseguenza della presa di Costantinopoli del 1204, il cattolicesimo veneziano si è sempre più caratterizzato come elemento costitutivo ed individualizzante dello Stato veneziano in termini di automomia rispetto a Roma, sino a confluire ad inizio Trecento nella costruzione di un vero e proprio rapporto identitario tra Dio stesso e Venezia. Venezia manteneva un rapporto diretto con Dio, senza la mediazione di Roma, e le azioni politiche, sociali e militari della città marciana coincidevano con la volontà di Dio, di cui Venezia si sentiva interprete ed esecutrice239.
235 236

CRACCO 1976, p. 262. Ibid., p. 263. 237 V. nota 204. 238 Sul punto, v. LEBE 1981. 239 Questi aspetti sono magnificamente illustrati da CRACCO 1997, pp. 957 sgg., ove sono anche descritti i diversi modi con cui Venezia si rapportava a Dio nel corso del due-trecento in relazione agli eventi storici occorsi in quel periodo alla città lagunare. In particolare, le vicende della guerra di Ferrara

76 Inequivoci sono a questo proposito gli elementi contenuti negli atti redatti ed i comportamenti posti in essere prima, durante e dopo la guerra veneto-scaligera e la conseguente acquisizione di Treviso e del suo distretto. Fu infatti in basilica, avanti l’altare di San Marco, che in data 28.9.1336 il Doge conferì il mandato militare a Pietro de' Rossi, comandante dell’esercito alleato nella guerra240, al quale venne anche consegnato, all’inizio della campagna militare da Motta il 21 ottobre successivo, lo stesso vessillo di San Marco241. Come si vede, qui c’è Dio che, attraverso San Marco, il cui leone tappezzerà in seguito tutte le città dell'entroterra dominate, sanziona la legittimità del bellum iustum contro gli Scaligeri e fornisce allo ius belli quella legittimazione teologica di cui altrimenti la guerra sarebbe rimasta priva. Ed ancora, poichè la guerra terminò il 24.1.1339 con un trattato di pace con gli Scaligeri, anche in questo caso la sanzione divina venne a legittimare la cessione di Treviso a Venezia, atteso che la pace avvenne “in ecclesia et ante altare sancti Marci apostoli et evangeliste Christi” alla presenza dei massimi vertici della Chiesa romana e veneziana242. Infine, anche le parole con le quali il Doge inviò al podestà di Treviso Marin Faliero nel corso del medesimo anno 1339 il testo degli Statuti di Treviso lasciano pochi dubbi al riguardo, manifestando in modo chiaro, inequivoco e sistematico non solo che “omnis potestas a Deo consistat”, ma che che la stessa dominazione su Treviso doveva considerarsi come la piena manifestazione ed espressione della misericordia di Dio, ed anzi

del 1308, con annessa scomunica e crociata papale contro Venezia, e della congiura Baiamonte Tiepolo del 1310, avrebbero determinato un révirement nella concezione dei rapporti con Dio, il quale divenne protettore legato a Venezia non più in base a meccanismi quasi automatici di mera venezianità, ma solo a seguito ed in conseguenza di concreti comportamenti veneziani ispirati alla pietas religiosa. 240 Il Rossi “ad ecclesiam et altare beati Marci primo ire delegit, ubi oratione ad Deum facta, ante Ducem perductus est, cui inclinazione et reverentia genibus flexis et capite nudato exhibita, breviter, et corpus et animam obtulit, ad ipsius Ducis ac Comunium Venetiarum et Florentiae beneplacitum et mandatum, sic placide locutus fuit, quod victoriam in oculis videbatur habere” (PIACENTINO, p. 58). 241 Ibid.. 242 Ibid., p. 136. V. anche VERCI, X, p.124, doc. 1334. Gli ecclesiastici furono il Patriarca di Grado, il Primate della Dalmazia, i Vescovi di Castello, di Equilio e di Caorle ed il Primicerio di San Marco.

77 che ne era Dio stesso l'artefice e, per Esso, Venezia243. Come si vede, si tratta della stessa impostazione religiosa che si è già esaminata nel commento alla prima parte dell'atto formale di dedizione del 10 febbraio 1344: Dio ha ascoltato le suppliche di aiuto provenienti dai trevigiani ed ha pertanto deciso di salvare Treviso dalle tribolazioni passate attraverso l'intervento salvifico di Venezia, esecutrice fedele della volontà del Signore grazie al particolare rapporto che essa intrattiene con Lui. Inequivoci e sistematici nel senso di una legittimazione divina della dominazione veneziana su Treviso, inoltre, non sono solo gli elementi rinvenibili nei comportamenti e negli atti posti in essere durante la guerra veneto-scaligera, ma anche quelli che emergono dallo stesso testo dei documenti deditizi, come si è già
243

V. decreto del Doge Francesco Dandolo del 15.7.1339 (riportato ad es. in FARRONATO NETTO 1988, pp. 35-36), di cui appare opportuno trascrivere in questa sede ampi stralci: “...gloriosa sapiencia Dei Patris cuncta in celestibus et terrenis perfecta ratione gubernans dominationes et potestates in orbe laudabili ordinatione disposuit ut humanum genus in quo sue maiestatis potentiam eminentius declaravit et illud rationis causa illustrando per suos possidentes, tamquam eius ministros electos, cum omnis potestas a Deo consistat, gubernaretur salubriter [...] quia omne datum optimum et omne donum perfectum de sursum est descendens a patre luminum ut sacra pagina manifestat, quare cum civitas et homines Tarvisii et districtus prolixis temporibus variis et acerbis oppresi permanserint dispendiis, callamitatibus et presuris ac in tenebrarum constituti caligine, viam liberationis et luminis a se ipsis nescirent exquirere, nisi implorare graciam summi Dei que ipsos in tot afflictionibus et angustiit adiuvaret. Pia Dei cliementia in se sperantes non deserens civitatem nostram Venetiarum dignata fuit misericorditer inspirare. Que ipsos a tot et tantis oppresionibus et statu miserabilis servitutis imenssis se exponendo periculis ac expensis et bellicos ac longevos subeundo pro eorum liberatione sudores, ut extat modo notorium, divina opitulante gracia liberavit et in statu optate quietis et securitatis perduxit. Letetur ergo et letari potest merito universitas et populus Tarvisinus et humiles gracias refferant Creatori et magnificent laudabile nomen eius, qui tantam liberationis et salutis eius graciam condonavit ipsos in protectione et suavi dominio nostro et comuni Venetiarum constituens et supponens ut sint in congregatione fidelium et subiectorum comunis Venetiarum. Quorum status sub benigno regimine nostri dominii per Dei graciam continue multiplicat et accrescit, quia nostra negligimus comoda ut subditorum salutem et donum procurare pro viribus valeamus. Cupientes itaque dictam civitatem, comune et homines Tarvisii caros fideles nostros, postquam Deo volente, nostre sint supposite dictioni in statu salubri et prospero conservari, et ut satutis et ordinamentis utilibus gubernentur...”. Anaoghi concetti sono espressi nelle parole poste in bocca a Treviso nel proemio del primo libro degli Statuti (Ibid., p. 37): ”...Assurgens ergo que fui et sum dotata Tarvisina civitas multis carismatibus gratiarum, Deo gratias refero incessanter, qui naviculam meam in tempestatis procellis diutius agitatam, subito et sine pena reduxit ad perfectum salutis portum pariter et tranquillum..”.

78 visto e come si è appena ricordato. Dalla disamina di essi emergono in particolare pacifiche due circostanze: il fatto che Treviso fosse già considerata legittimamente soggetta alla dominazione di Venezia in epoca precedente alla dedizione e che il fondamento principale di legittimità di questa dominazione si fondasse sopra valori condivisi aventi carattere teologico, al punto che in numerosi punti dei documenti la dominazione medesima risulta qualificata con aggettivi quali “sancta”, “sacra”, e così via. Ad esempio, all’inizio della delibera adotta dal Comune, ove si trova il riferimento all’ambasciata preliminare dei trevigiani presso il doge, si legge, quanto ai motivi della richiesta di tradizione del dominio, che “considerantes predicti tarvisini Cives sanctam dominationem et utilem esidem civibus, sub cuius protectione consistunt”244. Ed ancora, quando, sempre nella delibera comunale, lo iudex della Curia degli Anziani ricorda i tempi delle dominazioni trascorse, egli conclude la narrazione delle vicissitudini “usque ad sanctum adventum dominationis presentis”245, esaltando questo attuale dominio veneziano “cernendo sacrum communis veneti dominium sub cuius alis non veluti servi, sed veluti dilecti filii”246. Ed ancora, sempre nello stesso documento, lo iudex giustifica la proposta di abolizione degli statuti eventualmente contrari alla dedizione del dominio “pro hac digna et sancta causa”247. Inoltre, al termine dell’atto di presa del possesso di Treviso, Venezia viene definita "sanctus vivificans leoninus”248, e così via.

3. - La particolare natura cristologica della legittimità teologica del dominio di Venezia su Treviso. Ma l’apice di questa tensione teologica - e qui giungiamo finalmente agli specifici aspetti cristologici (o meglio, cristici) della legittimazione divina - la si raggiunge nell’ambito del documento formale della dedizione, ove a Venezia viene attribuita addirittura, in relazione a Treviso ed al suo distretto, la metafora giovannea della “via, veritas et vita"249, alla quale si è
244 245 246 247 248 249

ASV, Lib. Pact. V, c. 9r Ibid., c. 9 Ibid. Ibid. Ibid., c. 17. Ibid., c. 13.

79 già fatto cenno. Come Cristo é il sentiero autentico che conduce a Dio ed alla salvezza e felicità eterne, anche Venezia é per Treviso l'unica ed autentica strada che "elisa reparat, et aspera in vias planas committat"250. Come si vede, qui abbiamo non solo il fondamento teologico della dominazione, caratteristico dell’epoca medievale, e non solo l’identificazione tra Dio e Venezia, tipica dell’ideologia religiosa lagunare. Qui Venezia è Cristo. E qui, pur essendo tipica della cultura orientale, e quindi anche veneziana, la compenetrazione di elementi cristici nella dinamica costitutiva della sovranità politica251, si percepisce chiaramente il contributo determinante di Andrea Dandolo e del particolare taglio cristologico che il doge assegna al processo identitario tra Dio e Venezia. Cronista, amante della letteratura, amico e corrispondente del Petrarca, Andrea Dandolo aveva soprattutto una solida preparazione giuridica, forse appresa a Padova dal grande giurista Riccardo Malombra, che aveva avuto modo di applicare sin dai primi incarichi di una carriera politica estremamente precoce252. Egli divenne doge a soli trentasei anni253 e la sua attività fu caratterizzata in particolare da un profondo rispetto per la legalità scritta e da una sistematica opera di codificazione e rinnovamento della legislazione veneziana esistente in materie di diritto interno ed internazionale254. Vero e proprio culto per lo
250 251

Ibid. Come l’intima immanenza di temi cristici nella sovranità politica rappresenta un carattere tipico dalla cultura orientale, così l’eterogeneità del pastorato cristico rispetto alla sovranità imperiale costituisce invece la cifra caratteristica del pensiero politico occidentale (FOUCAULT 2005, p. 122). Il carattere cristico del dominio veneziano deve ricondursi pertanto anche alla fecondante influenza della cultura orientale, successivamente alimentata dell’ideologia della successione di Venezia a Costantinopoli, in seguito agli eventi della quarta crociata, nel titolo e nella funzione di seconda Roma alla guida dell’Impero Romano d’oriente. Per un particolare aspetto (girardiano e schmittiano) del carattere cristologico della citta veneziana v. FORNARI 2006. 252 Ci si può limitare in questa sede a ricordare i riferimenti bibliografici in RAVEGNANI 1986; per gli aspetti cronachistici, v. PASTORELLO 1938-1958; ARNALDI 1970; sul Dandolo giurista, v. ARNALDI 1997. 253 I cronisti non sono mai stati concordi nell'indicare l'età della salita al dogado di Andrea Dandolo: v'è chi gli attribuisce 33 anni (RAPHAYNUS, p. 3), chi invece slitta a 38 anni (CORTUSII, c. 909). 254 Dandolo redasse, da procuratore di San Marco, carica alla quale fu eletto ad appena ventidue anni, la Summula statutorum floridorum Veneciarum, raccolta di deliberazioni del maggior consiglio in tema di ordinamento giudiziario, contratti e testamenti, indi, divenuto doge, pubblicò dapprima il Liber sextus, che andò ad aggiungersi ai precedenti libri degli

80 ius scriptum visto dal Dandolo come unico modo per tornare a fare del bonum publicum il vero oggetto delle attenzioni legislative e politiche veneziane in un contesto storico di grave predominanza degli interessi egoistici e di parte255. Lasciate per ora in disparte le particolari propensioni del Dandolo nei riguardi della legalitas e dei documenti scritti, sui quali si tornerà a breve, il doge fu anche colui che portò definitivamente a compimento, come si accennava, il parallelismo, anzi la stessa identificazione, tra Venezia e Cristo, tra la Chiesa (ed il Papa) ed i duchi di Venezia, i quali erano stati costituiti da Dio stesso all’atto della fondazione della città lagunare ed ai quali Egli aveva assegnato il medesimo incarico assegnato alla Chiesa di Roma “per portare la stessa verità e per salvare la stessa umanità”256. V'è un passo della Chronica Brevis ove il Dandolo illustra in modo assai efficace questa sua visione cristologica del compito assegnato ai duchi di Venezia ed alla città stessa: nel condannare il colpo di stato di Baiamonte Tiepolo e dei suoi complici, egli afferma infatti che essi volevano “Domini tunicam inconsutilem scindere”, costruendo così un evidente accostamento tra la passione di Cristo e la passione di Venezia257. La tunica di Cristo, in quanto inconsutile, cioè formata da un panno unico e priva di cuciture, altro non era se non il corpo storico di Cristo, vale a dire la Chiesa, “la cui unità ed indivisibilità doveva essere preservata a ogni costo dall’assalto degli eretici che volevano appunto strapparla, lacerarla. Evocare la tunica voleva dire pertanto procedere a una doppia assimilazione: quella dei congiurati agli eretici e quella dello Stato alla Chiesa. Per il Dandolo, chiaramente, anche lo Stato veneziano era tunica inconsutile, corpo storico di Cristo, Chiesa”258. Fu quindi il doge Andrea Dandolo che, con la sua visione sacrale della città, della sua storia e dei suoi duchi, portò al massimo grado il processo identitario tra Dio e Venezia, nella particolare versione cristico-salvifica di esso, trattenendo e ritardando fino all'ultimo, quasi in funzione kathekontica, l’aggiornamento lagunare con le nuove concezioni laicali dello
satuti pubblicati dal Tiepolo nel 1242, indi ricopiò in due libri iurium, il Liber albus ed il Liber blancus, tutti i trattati ed i patti stipulati da Venezia rispettivamente con gli stati d’Oriente e gli stati italiani. 255 CRACCO 1976, p. 244. 256 CRACCO 1997, p. 966. 257 Ibid., pp. 964 sgg. 258 Ibid., p. 966.

81 Stato di matrice marsiliana che avverrà solo nella seconda metà del Trecento259. Come si vede, alla luce di quanto sopra esposto appare francamente difficile non solo misconoscere la funzione legittimante dell'aspetto teologico nella dominazione veneziana su Treviso, funzione che certamente la religione condivide con gli altri contributi validanti di stampo aristotelico e codicisticogiustinianeo di origine romana a cui si è già fatto cenno, ma anche non attribuire alla teologia, alla cristologia, al processo identitario tra Dio e Venezia e tra Cristo e Venezia un ruolo predominante rispetto a questi stessi contributi. Tornando a Weber ed alla storicizzazione delle sue forme pure di potere legittimo, si può quindi affermare che nel caso della prima dominazione veneziana su Treviso, la legittimità debba ricondursi sostanzialmente ad un mixtum compositum tra il tipo di potere tradizionale (che poggia sulla credenza quotidiana del carattere sacro delle tradizioni valide da sempre) ed una sorta di versione impersonale del tipo carismatico (che poggia sulla dedizione straordinaria al carattere sacro o alla forza eroica o al valore esemplare di una persona e degli ordinamenti rivelati o creati da essa) e meno, molto meno, nel tipo di potere razionale.

259

Ibid., p. 975 sgg.

82 CAPITOLO VI

INTERPRETAZIONE DELLA DEDIZIONE DI TREVISO

1. - La funzione giuridica in generale degli atti deditizi. E allora, se la dedizione trevigiana non possiede, o meglio, possiede solo in piccola parte, una funzione legittimante nel senso weberiano del termine, perchè la si è voluta? A che cosa è servita? Vanno qui subito premesse alcune considerazioni. Anzitutto si deve sottolineare, circostanza alla quale si è già fatto cenno260, come la strumentalità della dedizione non possa essere costituita da quella strumentalità causale di un atto che l’autore vuole porre in essere al fine di ottenerne gli effetti tipici, nel caso di specie rappresentati dal trasferimento a Venezia del dominium, dell'imperium e della iurisdictio sulla città di Treviso ed il suo distretto. Si è visto infatti che la sottomissione di Treviso a Venezia non sortisce come effetto della dedizione ma, al contrario, che quest’ultima presuppone come già intervenuta una precedente sottomissione, occorsa nel caso di specie a seguito dei fatti conclusivi della guerra veneto-scaligera. D’altro canto, la strumentalità di un atto tardomedievale non può neppure essere individuata mediante l’utilizzo di criteri moderni. E' pertanto da escludere che la dedizione potesse essere utilizzata da Venezia consapevolmente come instrumentum regni nel senso machiavellico del termine, ossia nel senso dell'utilizzo razionale di un determinato mezzo per il conseguimento di uno scopo politico. L’uso smaliziato, razionale e consapevole, di strumenti teologici o giuridici da parte del detentore del potere a scopo di controllo e di gestione del potere medesimo non può ovviamente precedere nel tempo la nascita di un autonomo statuto e di una scienza specifica dell’attività politica stessa, che nell'epoca considerata ancora si appoggiava, compenetrandosi in essi, al diritto ed alla religione. Quegli eventi che ora siamo abituati a chiamare "politici" e che soggiaciono a leggi comportamentali ormai chiare, infatti, venivano all'epoca
260

V. nota 228.

83 ad essere osservati ed interpretati con gli unici strumenti logici allora disponibili, primo fra tutti quello del diritto261. Ciò non significa affatto - e qui torniamo al discorso sulla matrice più pratica che teorica della legittimità dal basso262 - che Venezia non sapesse adattarsi alle situazioni locali, ché anzi essa era maestra nell'assecondare le istanze della popolazione dominata e nel rispettarne le leggi ed i costumi per mantenerne il controllo. La ricerca, anche mediante l'atto deditizio, del consenso e dell'approvazione dei trevigiani può essere certamente stata perseguita da Venezia anche per questa ragione. I trevigiani, tra l'altro, ben sapevano cosa significasse vivere sotto un regime tirannico in conseguenza dell'allontanamento del titolare del potere di governo dalla universitas civium e dal bonum commune da essa espresso e detenuto (la tirannide ex parte exercitii, direbbe Bartolo)263. Ma
261

Qualche autore sembra invece proprio interpretare il rapporto tra Venezia e la religione come instrumentum regni di stampo machiavellico. E' il caso ad esempio di VIGGIANO 1993, pp. 12-13 il quale spiega il ritardo e l'imperfezione del processo di sacralizzazione del potere occorso nell'Italia centro-settentrionale rispetto ai livelli raggiunti da Francia ed Inghilterra "a causa della carenza di legittimità dei detentori dell'autorità, determinata dalle lotte tra le fazioni che dilaceravano il tessuto di centri urbani di grande o media entità, dalle convulse e reiterate successioni dinastico-signorili, dalla instrinseca debolezza degli apparati di governo, connessa ad una assai poco convincente elaborazione capace di "sacralizzare" strutture di potere dai confini così maldefiniti". Ed ancora, l'autore afferma che "il patriziato (di Venezia, n.d.r.) legittima la propria autorità grazie alla sapienza con cui forgia una specie di religione civile, definita dal mito della assoluta impersonalità del potere e delle istituzioni e della suprema equità di coloro che le occupano" e si chiede se "di fronte alla nuova realtà del Dominio si pensò di usare la religione in funzione di sottile pressione propagandistico-psicologica, e, più effettualmente, come mezzo di controllo e disciplinamento sociale". Come si vede, qui la religione è considerata modernisticamente come un mezzo in mano ai governanti per creare razionalmente un consapevole e controllabile supporto legittimante di un dominio che originariamente presenta ben altri fondamenti e che nel caso di Venezia l'autore individua, come si è visto (v. nota 221), nelle spontanee dedizioni e nello ius belli. 262 V. nota 213. 263 Vanno ricordate non solo le esperienze vissute da Treviso negli anni delle signorie caminese e scaligera, ed in particolare gli eccessi degli ultimi esponenti delle rispettive famiglie (Rizzardo e Guecellone da Camino per i primi e Mastino ed Alberto della Scala per i secondi), ma anche le elaborazioni dottrinali e processuali che in tema di tirannide queste esperienze avevano determinato. Si pensi ad esempio al cd. processo Avogari del 1314, promosso dal podestà di Treviso e dal suo giudice vicario nei confronti di alcuni membri della famiglia nobile dei Tempesta che detenevano l’ufficio dell’avvocazia dell’episcopato trevigiano (donde il termine “Advocati” o “Advogarii” che dà il nome al processo). In particolare, il processo, che aveva ad oggetto

84 ciò avveniva in virtù del ben noto carattere pragmatico e malleabile della politica veneziana e non già in base a considerazioni e valutazioni di natura razionale e scientifica; prova ne è la notevole varietà di istituti nei quali si è articolata la politica espansionistica veneziana, che la ragione invece avrebbe teso ad uniformare e ad irrigidire264. La strumentalità della dedizione, più che di tipo politicorazionale, pare pertanto di altro genere, che potrebbe definirsi come necessità ed esigenza di sistemare la novità rappresentata dalla signoria veneziana su Treviso "nella struttura giuridicocostituzionale che l'ethos giuridico del tempo sentiva come necessaria, indispensabile perché la coscienza giuridica potesse placarsi nella legalità"265. Non è ovviamente questa la sede per un approfondimento di questa tematica266, ma va ricordato - e già lo si è accennato l’affermazione dei diritti in materia fiscale del comune di Treviso, come stato sovrano, contro le ingerenze di altre entità politiche o amministrative, nel caso specifico gli Avvocati del vescovo, si rivelò una importantissima occasione per una pubblica rassegna delle dottrine del tempo in ordine al carattere illegittimo o tirannico della signoria, quale fu considerata per l'appunto la dominazione caminese in Treviso appena terminata (v. CAGNIN 1999). 264 ZAMPERETTI 1991, p. 39, parla di "versatilità nel destreggiarsi tra deditiones e pacta con città, borghi rurali o signori locali da un lato, tra investiture feudali, concessioni di immunità ed esenzioni, vendite o addirittura donazioni a fedeli e condottieri di località strategicamente significative dall'altro. Chiunque fosse in grado di esibire un titolo di legittimità, e prima di tutto rappresentasse, titolato o meno, un'entità politica sufficientemente forte e radicata o una controparte sulla quale dover fare affidamento, ottenne insomma udienza e benevola condiscendenza presso uno Stato che nel breve volgere di pochi decenni si era esteso abbracciando al suo interno situazionie realtà tra loro diversissime...". L'autore conclude ritenendo che nella "apparentemente contraddittoria prassi politica alla quale si attenne la Repubblica nei suoi rapporti con la terraferma", "più che di diverse concezioni, si dovrebbe pertanto parlare di diverse situazioni presenti nelle province suddite". (pg.40). Anche in MENNITI IPPOLITO 1984, p. 39, con riferimento specifico al rapporto tra Milano e Venezia nel bresciano, si afferma che "da una documentazione come i patti di dedizione o di sudditanza, si rileva subito come ogni provvedimento delle Dominanti venisse assunto non in base a principi, ma pragmaticamente, in riferimento alla realtà effettiva delle situazioni". 265 SESTAN 1979, p. 57, con riferimento in generale all'istituto signorile. Come già si è rilevato in nota 200, all'autore va il merito di aver colto per primo ed in modo estremamente chiaro il significato di fondo meramente giuridico-costituzionale (e sulla cui frequenza d'onda si pone il presente lavoro), assegnato dall'Ercole al consenso del popolo nell'ambito del processo formativo delle signorie. 266 Sulla quale si veda anche GUREVIC 2007, pp. 163 sgg.

85 come la politica nel primo trecento non costituisse ancora oggetto di una specifica ed autonoma speculazione, nè possedesse, di conseguenza, un linguaggio proprio. Di conseguenza, i nuovi fenomeni ed i nuovi rapporti di fatto tra i poteri che la realtà sociale poneva sotto gli occhi degli osservatori venivano osservati, interpretati e descritti (né poteva essere diversamente) esclusivamente attraverso gli strumenti esistenti all’epoca, primo tra tutti per l'appunto lo strumento della logica e del linguaggio giuridico, espressione in terra della volontà divina267. Ed un "fatto assolutamente nuovo nella storia comunale italiana, assolutamente ignoto ad essa nella sua fase consolare e podestarile"268 era rappresentato per l'appunto dalla sopravvivenza, alle esperienze sveve, ezzeliniane, ed altre, della "tendenza alle costellazioni pluri-comunali"269, dalla formazione di legami politici e militari che univano sempre più strettamente città diverse, legami che rompono definitivamente quella "incomunicabilità fra città e città"270 che era stata dei periodi precedenti e che così avviano il superamento del particolarismo comunale271. Siamo, in altre parole, nel bel mezzo dei fenomeni espansivi delle città e delle signorie principali, fenomeni dai quali Venezia non è certamente esclusa ed al cui esito emergeranno i nuovi stati regionali. Ciò significa che una della preoccupazioni principali dei signori che prendevano il potere all'interno di un Comune, ovvero di quei Comuni o di altre organizzazioni politiche che estendevano il territorio di propria pertinenza per comprendervi realtà comunali ad esso esterne (come nel nostro caso), era quella di rinvenire "nuove e più articolate formulazioni giuridiche per definire i rapporti fra il signore (o la città dominante) da un lato, e i diversi nuclei territoriali che costituiscono lo stato dall'altro"272. Nuove formulazioni giuridiche che, alla luce dei caratteri e della funzione del diritto medievale in un epoca non ancora dotata di uno specifico apparato concettuale e terminologico di natura esclusivamente politica, assolvevano alla stessa funzione di rendere comprensibile logicamente il rapporto di dominio, che veniva così legalizzato, giuridicizzato, inserito
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Su questo aspetto, v. MIETHKE 2005, pp.8 sgg.; v. anche FUMAGALLI BEONIO BOCCHIERI 2000, pp.57 sgg. e PARADISI 1973. 268 SESTAN 1979, p. 71. 269 Ibid. 270 Ibid., p. 72. 271 Così anche CHITTOLINI 1979, p. 14 272 Ibid., p. 16.

86 cioé in quell'ordo juris all'interno del quale l'uomo medievale sentiva e sapeva di appartenere in quanto ivi posizionato dall'ordine e dalla volontà divina. Per poter comprendere appieno il senso delle affermazioni che precedono è necessario a questo punto aprire una breve parentesi sul diritto nel medioevo, sulla sua natura e sui suoi caratteri, visto che la tesi che si sta profilando è che l'evento deditizio, al pari di quanto si è osservato per l'aspetto religioso, appare anche (e soprattutto) il frutto della weltanschauung giuridica del tempo, unitamente ad altre circostanze circoscritte allo specifico ambito culturale giuridico nelle quali esso venne realizzato. E non v’è forse opera migliore de L’ordine giuridico medievale di Paolo Grossi273 che ci possa introdurre alla comprensione del senso e dei caratteri della giuridizzazione del mondo medievale, ove il diritto, ben lungi dall’essere costituito da quell’insieme di leggi create dal potere politico sovrano, come siamo abituati ad intenderlo oggi in piena epoca di immanente positivismo giuridico, rappresentava invece la sua “costituzione più profonda” ed il suo “volto essenziale”274. Il diritto esisteva nella trascendenza ed il legislatore, lungi dal crearlo autonomamente, come avviene oggi, nell'esercizio della sua attività di condere leges non faceva semplicemente che dichiarare ed accertare questo diritto divino. Di fondamentale importanza, a questo riguardo, è il ripetuto utilizzo del già esaminato termine iurisdictio per indicare il complesso delle funzioni collegate all’esercizio del potere politico (non solo giudiziari, ma anche normativi), termine (da ius e dicere) che ben dimostra l’idea della derivazione del diritto dall’ordine divino e che per l’appunto “coglie il principe quale interprete di una dimensione preesistente e sovraordinata e che individua come prevalentemente interpretativa la sua potestà sul piano giuridico”275. Il valore del diritto, pertanto, andava ben al di là delle contingenze storiche e del potere politico e dei singoli detentori di esso e solo in epoca moderna sarà immiserito giusto per tornare ad un aspetto al quale si è fatto sopra cenno in un mero instrumentum regni276. Il diritto forniva inoltre alla società gli strumenti della logica razionale fornita da Dio per la comprensione dei fenomeni
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GROSSI GROSSI GROSSI GROSSI

2004. 2004, p. 14 2004, p.95. 2004, p.31

87 sociali277, assicurando sulla terra un ordo iuris che rispecchiava l’ordine e la volontà divina. Sulla base di queste premesse, la dedizione può essere pertanto considerata come uno strumento atto a ricondurre nel tessuto connettivo giuridico della società medievale le novità che de facto si stavano manifestando in quei tempi nell'ambito del processo espansivo delle civitates o delle signorie. In tal modo, si rendevano così nuovamente comprensibili, sotto il profilo logico e teologico, gli eventi che si erano allontanati dall'ordo juris preesistente in conseguenza della forza prorompente dei fatti e che pertanto, per tale motivo, necessitavano di essere nuovamente reinseriti in un nuovo ordo juris terreno, corrispondente al nuovo ordine divino manifestatosi per l'appunto con il nuovo assetto di potere. In altre parole, si trattava di ristabilire de iure una situazione che al momento esisteva solo de facto, a condizione che non ci si limiti ad assegnare alla contrapposizione "de jure/de facto" il significato di una mera sistemazione e formalizzazione giuridica dei nuovi rapporti intercittadini, ma si riconosca in essa anche la caratteristica tipica del diritto medievale, rappresentata dalla costante tensione adeguatrice dell'ordo juris terreno rispetto all'ordine ed al diritto divino, manifestatosi nel fatto. La dedizione fu anche pertanto un simbolo, nell'originario significato greco del termine, un rimando segnico alla trascendenza, un elemento immanente che rinviava all'ordine divino. Insomma, un atto attraverso il quale le tensioni introdotte dalle novità sociali e politiche dell’epoca si placano e le relative illogicità si ricompongono attraverso la loro nuova riconduzione nell’ambito dell’ordine giuridico e, 278 conseguentemente, nell'ambito dell'ordine divino .
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Che il diritto, nel collegare l’infinitezza dell’universo mentale dell’uomo alla finitudine della sua esperienza fisica, svolga una vera e propria funzione antropologica per l’uomo occidentale, che è quella di istituire la ragione, è una tesi sostenuta da molti antropologi (v. SUPIOT 2006). 278 In questo senso e sotto questo aspetto si può eventualmente affermare che la dedizione fu un atto volto a conferire legittimità alla conquista trevigiana da parte di Venezia. Ricostruire in terra un ordinamento giuridico lacerato significava renderlo nuovamente conforme all’ordine divino, ove era già stato previsto il controllo dell’entroterra da parte di Venezia proprio per il fatto che Venezia era riuscita a conquistarlo con le iniziative militari benedette da San Marco (esattamente come il “Deus vult” della prima crociata ed il “qui permisit quod permisit” di Raimondo di Lullo, citato in CRACCO, 1997, p. 960). Il fondamento, come si vede, è comunque sempre teologico e sacrale (sia pur mediato dal concetto dell’ordo iuris) e, pertanto, si tratta sempre del medesimo tipo di legittimità.

88 E' questo sostanzialmente il motivo per cui i nuovi rapporti di dominio venivano legalizzati quanto prima attraverso istituti che non potevano che essere giuridici, come la datio, la traslatio, la concessio. Con questi negozi giuridici di natura traslativa, sia pure nelle specifiche differenze di significato tra l'una e l'altra, una persona fisica o una universitas civium legalizzava (e, come si è visto, legalizzando rendeva logicamente comprensibile ed aggiornava l'ordine giuridico terreno) il trasferimento a proprio favore dell'esercizio delle prerogative di governo nei confronti di una comunità dalla comunità medesima, che di detto esercizio deteneva la titolarità in quanto sibi princeps. Il dominio veniva quindi semplicemente ricondotto all'ordo juris con uno strumento che non poteva che essere giuridico e la cui scelta doveva ritenersi scontata per effetto di una consolidata tradizione in questo senso, dotato di nocciolo duro semantico, di uno scheletro logico-formale-giuridico contenente la traditio da parte della civitas sibi princeps a favore di altra civitas dei diritti connessi al dominium, alla iurisdictio ed all'imperium merum e mixtum, già appartenuti a titolo originario alla prima. Consolidata tradizione, si è detto, in quanto Venezia si trovava di fronte ad una scelta sostanzialmente obbligata nella selezione dello strumento giuridico da adottare. Quella che oggi si chiama "dedizione", infatti, era uno strumento ben noto nell'ambito della politica internazionale (sia concesso il termine) del tempo, al quale facevano già ampio ricorso non solo le signorie italiane nell'ambito della loro espansione territoriale due-trecentesca279, ma anche la stessa Venezia, la quale, dopo aver sperimentato a levante una notevole varietà di strumenti giuridici, si era anch'essa indirizzata già dalla seconda metà del tredicesimo secolo, laddove il controllo territoriale doveva farsi più diretto, come nelle coste istriane e dalmate, all'uso della dedizione280.

2.- Il nocciolo duro giuridico della dedizione e gli altri significati metagiuridici di essa. Qui va ripreso finalmente il discorso sul doppio livello semantico delle dedizioni dell'epoca che era stato temporaneamente abbandonato alla fine del cap.IV.1: da un lato il semplice e mero strumento giuridico e dall'altro la submissio e
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Ivi compresi gli Scaligeri a Treviso (v. nota 76). Del 1267 è la dedizione di Parenzo, seguita da quella di Umago (1269), di Capodistria (1279), di Pirano (1283), Rovigno (1283), etc.

89 gli altri termini con i quali ci si riferiva alla sostanza del concreto atteggiarsi "politico" del rapporto tra le due civitates, diverso caso per caso. Infatti, fermo l'irriducibile nocciolo duro giuridico, avente la funzione sopra descritta, alle dedizioni dell'epoca potevano, se del caso, di volta in volta essere aggiunti anche ulteriori elementi di natura pratica. Ad esempio, in alcune di esse poteva trovare luogo la regolamentazione pattizia degli specifici rapporti con città non controllabili direttamente, patti la cui natura bilaterale è indubbia e che, conseguentemente, costituivano "la vera base di partenza su cui nei secoli successivi le comunità fondarono la propria forza contrattuale nei confronti della Dominante e da cui fecero partire ogni protesta e rivendicazione"281 In altri casi potevano essere assegnati all'atto dedizio caratteri particolari, volti a rinviare a significati metagiuridici destinati a definire i caratteri sostanziali e trascendenti che legittimavano (nel senso già descritto) questo trasferimento. Si pensi ad esempio, a questo riguardo, al fatto che certe dedizioni avvenivano nel palazzo comunale di Venezia, mentre altre venivano celebrate in solio, davanti alla Basilica di San Marco. In quest'ultimo caso venivano evidentemente attribuiti alla dedizione, oltre che le funzioni giuridiche sopra esaminate, anche i caratteri della legittimazione teologica dell'esercizio del dominio sulla città deditizia, caratteri che evidentemente non erano ancora stati precedentemente assegnati282. Ma i due momenti, quello giuridico e quello legittimante, vanno tenuti ben distinti, e la circostanza che sotto il profilo cronologico la giuridicizzazione del rapporto di dominio a volte coincidesse con la stessa legittimazione divina del medesimo rapporto non può certamente far dimenticare la sostanziale diversità dei due momenti, che gli autori dell'atto hanno dimostrato di voler tenere ben distinti. Altro, e forse più significativo, esempio di sovrapposizione, allo scheletro giuridico di base, di elementi di natura diversa, è rappresentato dalla dedizione di Zara. In quell'occasione, a
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DEL TORRE 1990, p.11. Sarebbe interessante a questo proposito approfondire il confronto tra la dedizione di Verona del 12.7.1405 e quella di Padova, occorsa circa quattro mesi dopo (22.11.1405). Il primo atto, infatti, si tenne in piazza San Marco, mentre il secondo si celebrò nel Palazzo Ducale, come ricorda lo stesso MENNITI IPPOLITO 1989, p. 34, n. 33. In particolare, la dedizione di Verona avvenne “in platea gloriosissimi S. Marci Evangeliste, et prope ipsam Ecclesiam, in et super solio, sive trono pro inclita ducali maiestate specialiter ordinato” (VERCI, XXIII, p.81(doc.), doc. 2048).

90 differenza del caso trevigiano, ove si è voluto ricostruire la richiesta e la costituzione volontaria e spontanea da parte della citta e del distretto di Treviso della protezione veneziana, è ben chiarito invece come Venezia avesse preteso il riconoscimento esplicito da parte degli zaratini della preesistente dominazione veneziana sulla loro città283. Gli autori della dedizione zaratina non solo hanno chiaramente inteso escludere che all'atto potesse essere attribuito una funzione legittimante, ma si sono addirittura preoccupati di escludere espressamente ed inequivocabilmente questa possibilità. Come si vede, accanto ad un fondamento di stampo meramente giuridico, potevano di volta in volta essere inseriti nell'atto, ovvero ad esso attribuiti, elementi, funzioni e caratteri diversi, quali la regolamentazione pattizia dei rapporti intercomunali, la simbologia inerente la legittimazione religiosa del dominio sulla città deditizia, la precisazione dello stato dei rapporti di dominio intercorrenti tra le due civitates, eccetera. Si ha come la sensazione che tutti questi svariati elementi accessori di matrice politico-sociale, in perenne movimento in quell'epoca, si muovano ancora all'ombra del grande e sicuro riparo del diritto, dietro al quale essi si nascondono e dal quale si limitano a fare timidamente capolino. Solo ad inizio Cinquecento, grazie all'opera di Machiavelli, queste istanze politiche e sociali potranno non solo camminare da sole allo scoperto e a testa alta, ma finanche servirsi, come instrumentum regni a libera disposizione dei nuovi signori, dello stesso diritto dietro al quale precedentemente esse si riparavano.
PASTORELLO 1938/1958, p. XII. In particolare, la storica ricorda come la "Submissio Civitatis Iadre et Districtus Domino Duci et Comuni Venetiarum, cum pleno mero et mixto dominio" risulti trascritta a seguito della Cronica Iadretina, coeva alla rivolta del 1345 ed attribuita a Benintendi de' Ravagnani, e del suo poetico compendio. Da questo testo emerge che gli ambasciatori Zaratini innanzi al doge Andrea Dandolo "dixerunt, affirmaverunt et recognoverunt civitatem Iadre et totum districtum, a longivis temporibus citra, iure pleni dominii et possessionis legittime pertinuisse ad dominium Ducem et eius predecessores, et Comune Venetiarum; et ipsum Dominum Ducem et eius predecessores et Comune Venetiarum habuisse in dicta civitate et districtu plenum dominium". Gli Zaratini restituirono perciò la città con ogni diritto, imperio, dominio e giurisdizione, "ponentes ac submittentes ipsam civitatem et districtum, castra et fortilicias et insulas eius, cum omnibus iuribus et pertinentiis suis, et homines et personas ipsorum, sub dominio, iurisdictione, mero et mixto imperio et protectione ipsius Domini Duci et comunis Venetiarum, ut libere, alte e basse, ipsam civitatem, fortilicias, castra, insulas, districtum et personas habeat, regat et gubernet per se, vel alios, contradictione ipsorum vel alicuius alterius non obstante".
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91 La fenomenologia delle dedizioni è pertanto estremamente varia: non esiste infatti una sola dedizione, ma tante dedizioni quanti sono i modi con i quali questi elementi pratici o metagiuridici si agganciano al cuore giuridico dell'istituto. Una dedizione di metà Duecento non è, né può essere, uguale ad una dedizione di inizio Quattrocento: la visione del mondo di ogni singola epoca ne plasma infatti volta per volta gli aspetti politici e sociali. Solo quando il diritto non avrà più la funzione ed i caratteri che si sono visti e la politica si sarà da esso emancipata, i fenomeni espansivi delle signorie percorreranno nuove e diverse strade ed i meccanismi illustrati da Machiavelli nei primi capitoli de "Il Principe" prenderanno il posto delle dedizioni tardomedievali.

3.- Conclusione sulla dedizione trevigiana. Tornando finalmente a Treviso, si è visto come i caratteri giuridici della dedizione e l'unione tra funzione giuridica e rinvio simbolico alla trascendenza siano bene evidenti. La dedizione trevigiana, come rappresentò, come si è visto, la storicizzazione tanto della visione del mondo religiosa dell'epoca, quanto di quella specifica del doge Andrea Dandolo, costituì quindi anche la storicizzazione della visione del mondo giuridica dell'epoca e di quella specifica del doge, fortemente imbevuto di legalitas, del giurista “che aveva la religione dello scritto" e che pertanto "si adoperò con successo perché la grave carenza (la mancanza di un documento scritto, n.d.r.) venisse sanata”284. Nel caso trevigiano, invero, non solo la scelta dello strumento traslativo in sé, ma anche molti altri elementi ad esso accessori stanno a testimoniare questa esigenza di legalitas espressa dal doge, questa funzione prettamente giuridico-legale della dedizione. Si pensi ad esempio al complessivo linguaggio adottato negli atti deditizi, pregno di termini giuridico-traslativi, e segnatamente quelli, ai quali si è già fatto cenno, che lo sforzo ermeneutico dei glossatori canonisti e civilisti avevano elaborato nel periodo precedente per l’appunto al fine di comprendere ed interpretare sub specie iuris queste nuove realtà285.

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ARNALDI 1997, p.873. Per i canonisti, v. MOCHI ONORY 1951; per i glossatori del corpus iuris, v. ERCOLE 1928; ERCOLE 1932; CALASSO 1951; PARADISI 1973.

92 Si pensi ancora ai numerosi, apparentemente ridondanti, giuramenti dei quali ci danno tesimonianza i documenti conservati: dal giuramento dei procuratori della città di Treviso al doge di Venezia (cap.II.5) a quello di tutti i consiglieri riuniti "in pleno et generali maiori consilio"286 a favore del procuratore veneziano nominato per la presa del possesso della città e del suo distretto, per finire a quella sorta di giuramento collettivo che, sempre nelle mani del procuratore veneziano o dei di lui delegati, tutti gli uomini che avessero compiuto gli anni quattordici avrebbero dovuto rendere per espresso ordine della Dominante287. Si tratta infatti ovviamente di giuramenti premoderni, che non rappresentano cioé una prerogativa che inerisce direttamente alla sovranità originaria ed autocefala dello stato moderno, ma che costituiscono ancora quello "strumento fondamentale per la trasformazione in diritto delle realtà di fatto, il baricentro indispensabile per l'equilibrio generale di un sistema in perpetuo movimento" che caratterizza l'apogeo della società giurata tra la metà del secolo XIII° e la metà del XV°288. La dedizione trevigiana è a tal punto imbevuta di elementi giuridici, che essi sembrano gli unici elementi presenti nell'atto, eccezion fatta, ovviamente, per i numerosi e ripetuti richiami sopra esaminati alla legittimazione teologica e cristologica del dominio, i cui presupposti, come si è visto, si erano già verificati e manifestati anni prima rispetto alla data in cui avvenne l'atto deditizio. Si registra, così nel particolare caso della dedizione trevigiana, una netta scansione cronologica tra la legittimità del rapporto di dominio e la giuridizzazione dello stesso, tra legittimità e legalità, tra auctoritas e legalitas, e la dedizione, riducendosi esclusivamente al suo nocciolo duro giuridicodocumentale, rappresentò in questo caso semplicemente lo strumento logico-giuridico per mezzo del quale si é ricomposto un tessuto giuridico che appariva bisognoso di un pronto adeguamento. Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, il ritardo dell’atto deditizio rispetto alla effettiva dominazione del trevigiano diventa una questione fortemente depotenziata. A ben vedere, oltre alle consuete motivazioni addotte dalla storiografia contemporanea289 ed oltre all'evidente intervento del doge286 287 288 289

ASV, Lib. Pact. V, c. 12 BCapTv, ms. 9 (segn. n.), p. 14 PRODI 1992, p. 161. V. nota 29.

93 giurista da poco eletto, vi sono pure specifici avvenimenti storici, richiamati dalla stessa cronachistica dell’epoca e dalla storiografia successiva, che avrebbero spinto Venezia ad accelerare la legalizzazione del proprio dominio trevigiano, rappresentati sostanzialmente dall’avvicinamento intercorso tra i Carraresi e gli Scaligeri nel 1343 e dal timore di un conseguente colpo di mano degli alleati su Treviso290. Ma la questione, si è detto, è fortemente depotenziata in quanto una volta accertato che il possesso di Treviso era già stato assicurato a Venezia all’esito della guerra veneto-scaligera e che la legittimità di esso doveva considerarsi anch’essa assicurata in ragione di elementi di carattere religioso, ciò che residuava era esclusivamente la necessità di procedere ad una ricucitura “dichiarativa” dell'ordine e del tessuto giuridico. Era insomma la giuridicizzazione e la legalizzazione del possesso di Treviso ciò che ancora preoccupava Venezia nel 1344291. Ecco perchè allora, tornando all’affermazione programmatica ricordata alla fine del primo capitolo, la dedizione di Treviso é quella che risulta, rispetto a tutte le altre dedizioni dell'epoca, “ancor più capace di illustrare l’importanza di un atto ufficiale di dedizione”292. Essa infatti evidenzia chiaramente più di altre la propria funzione legalizzante e giuridicizzante in quanto esaurisce la propria manifestazione nel nudo e puro scheletro giuridico-formale, senza superfetazioni di stampo politico, sociale o economico.

A questi avvenimenti fanno cenno ad esempio i cronisti Cortusio e Caroldo (v. PASTORELLO 1938-1958, p. ix, ove leggesi che nell'autunno di quello stesso anno 1343, essendo seguito un accordo fra Ubertino da Carrara e Mastino della Scala, "Veneti hanc amicitiam suspectantes, Paduanos, Vicentinos, Parmenses in Tervisio stipendiarios casseverunt" (Historie Cortusiorum, IV, 11, col.910). Misura prudenziale diretta a prevenire un possibile colpo di mano sulla città in un momento particolarmente delicato poiché, "se ben il Veneto Dominio hauesse la città de Treviso sotto la sua iurisditione, la qual città gli fu consignata per virtù della liga..., nondimeno non erano sta fatti...li istrumenti della possessione; però l'eccelso M. Andrea Dandolo Duce, alli XVIII febraro MCCCXLIIII, fece uno sindacatum presente messer Pistorini cancellier di Venetia, per accetar la tenuta della città di Treviso" (Caroldo, c.191, v). I fatti come sopra esposti sono illustrati come causa della dedizione anche da BONIFACCIO, pp. 384-385. 291 PASTORELLO 1938-1958, p. ix, dopo aver citato i cronisti di cui alla nota che precede (che peraltro confermano chiaramente la motivazione “documentaria” degli atti deditizi), afferma che i documenti “ci lasciano intravvedere ... da quale delle due parti contraenti si avviassero le prime pratiche, che diedero forma di spontaneità all'omaggio di sudditanza”. 292 v. nota 33.

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94 La caratteristica meramente giuridicizzante della dedizione ne segna quindi il profondo significato, ma é causa anche delle critiche provenienti dai contemporanei, che a volte ne sottolineano, se rapportata alla sostanza dell'esercizio effettivo del dominio, i caratteri di pura finzione e di un formalismo senza effetti sostanziali293. Certo, se osserva l'atto con gli occhi di positivista giuridico, allora è chiaro che la sensazione è quella della finzione e del formalismo. Il legislatore positivista, infatti, non legifera ex post factum, ma crea dal nulla una volontà giuridica disponente per il futuro, con la conseguenza che dal punto di vista del positivista giuridico non si comprenderebbe affatto la sostanza e la logica di un intervento giuridico retroattivo, se non per l'appunto in termini di vuoto formalismo. Così come é altrettanto chiaro che, sempre con i medesimi occhi, solo con difficoltà si riescono ad intravedere i legami che nel medioevo ancoravano saldamente la legittimità alla trascendenza. Di fronte ad essi, infatti, la legittimazione, scomparsa definitivamente dal retromondo, viene ritrovata esclusivamente nell'immanenza della terra, con la conseguente, irrimediabile espropriazione, in capo all'uomo occidentale, del diritto alla ribellione nei confronti del tiranno ingiusto ed immorale che da ciò deriva. La legittimità così si identifica in ultima istanza con la medesima legalità, cioé con la mera conformità dell'atto da legittimare alla procedura formale prevista delle leggi che lo disciplinano294, con la conseguenza che anche in questo caso dal punto di vista del positivista giuridico non si riuscirebbe a ipotizzare logicamente la legittimità di un atto prima (ed indipendentemente dal fatto) che esso sia posto in essere attraverso la procedura legale che lo riguarda, se non per l'appunto in termini di mera finzione della procedura stessa. Se però si osserva l'atto non con gli occhi di Hans Kelsen295, ma con quelli di Andrea Dandolo, il quale scorgeva chiaramente ciò che i nostri occhi ormai non vedono più, ecco che traspare in filigrana quel reticolato giuridico che la dedizione
Di finzione e formalismo parlano ad esempio ORTALLI 2002, p. 53, e MENNITI IPPOLITO 1984, pp.44-45, ove è citato l'esempio limite della dedizione di Orzinuovi, importante comunità bresciana che, presa con la forze ed a seguito di bombardamenti, venne obbligata al pagamento di importanti indennizzi di guerra e che, ciononostante, effettuò "spontanea" dedizione a Venezia nel 1427. 294 SCHMITT 1998(b) e ID. 2006, pp. 132-136. 295 V. in particolare, per i rapporti tra positivismo giuridico e giusnaturalismo, KELSEN 2000, pp. 68 sgg.
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95 ha saputo richiamare dalla trascendenza e rendere visibile e manifesto sulla terra, fornendo a tutti gli uomini che vissero in un'epoca in cui ethos e kratos si fondevano ancora in un'unica realtà, gli strumenti logico-giuridici per poter concepire i nuovi assetti politici, sociali ed economici tra i centri di potere dell'epoca e, in particolare, per poter percepire lo stesso senso logico della dipendenza di una civitas dall’altra.

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APPENDICI DOCUMENTARIE

97 APPENDICE 1. La delibera di dedizione adottata dagli organi del Comune di Treviso con nomina dei procuratori incaricati per il compimento dell’atto con Venezia (5 febbraio 1344). Archivio di Stato di Venezia, Liber Pactorum V, cc.9-13. Hec sunt instrumenta, de dominio civitatis Tarvisii et districtus, tradito illustrissimo et excellentissimo domino Domino Andree Dandulo, inclito Venetiae duce, et Communi Venetiarum. In nomine sancte et individue trinitatis, patris et filii et spiritus sancti, gloriose virginis matris nostre beate Marie beatorum apostolorum Petri et Pauli, gloriosi evangeliste beati Marci, beati Liberalis confessoris protectoris civitatis Tarvisii, et tocius curie celestis. Ad honorem, laudem et gloriam excellentissimi principis et domini, Domini Andree Dandulo dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae ducis, domini quarte partis et dimidie tocius Imperii Romanie et communis Venetiarum, ac nobilis et potentis viri, domini Petri de Canale civitatis Tarvisii honorabilis potestatis et capitanei, cuius persona representat supradictum ducale dominium, et ad honorem et statum pacificum et tranquillum civium et habitatorum civitatis et districtus Tarvisii. Anno dominice nativitatis millesimotrecentessimoquadragintoquarto Indictione duodecima die Iovis quinto intrante mense februario, videlicet in festo beate Agate Virginis et martiris, ante horam terciam. Curia Ancianorum communis Tarvisii, in camino ancianorum posito in palacio communis, ad sonum campanele et vocem praeconiam ut moris est solemniter congregata, coram supradicto nobile et potente viro domino Petro de Canale civitatis Tarvisii honorabile potestate et capitaneo. In qua quidem curia interfuerunt novem anciani numero, deficientibus tribus ad numerum ancianorum propter ipsorum trium absentiam et egritudines, tamen legitime citatis, quorum novem Ancianorum nomina sunt, Dominus Iohannes dela Vazola iudex ancianorum, Dominus Franciscus de Salomone, Dominus Azo de Calzonibus, Dominus Fancelus de Fancelo, Dominus Petrus de Ratione, Dominus Berarducius de Todeschinis, ser Filipus de Costis, ser Graciadeus de Costa, ser Iohannes Flos. Proposuit idem dominus potestas et capitaneus et petiit sibi consilium exhiberi quid sit fiendum super infrascripta proposta, cuius tenor talis est. Cum hiis diebus nuperime

98 retroactis, per cives civitatis Tarvisii transmissi, fuerint vigintisex ambaxiatores de nobilibus, de colegio iudicum, de colegio notariorum et de scolis artium civitatis Tarvisii ad ducale Dominium supradictum, quorum ambaxiatorum nomina sunt, Dominus Franciscus de Salomone, Dominus Gerardus de Baldachinis, Dominus Odoricus de Bonaparte, Dominus Iohannes dela Vazola iudex, Dominus Nicolaus de Adelmario iudex, Dominus Floravantus de Bursio iudex, Dominus Placentinus de Monte Martino iudex, Dominus Bonifacius de Roverio iudex, Dominus Auliverius de Renaldo iudex, Dominus Tomaxius da Coderta, Dominus Rambaldus de Azonibus, Dominus Bonacursius de Caserio, Dominus Guecelo de Sinisforto, Dominus Altenetius quondam domini Iacobi de Azonibus, Dominus Peyus de Vonico, Dominus Berardus quondam domini Pauli de Todeschinis, Dominus Gerardus quondam domini Rizardi domini Seravallis de Camino, ser Ravagninus de Ravagninis notarius, ser Rizardus dela Vazola notarius, ser Marchobonus ser Maphei Aurificis notarius, ser Franciscus Pesselle notarius, ser Menegelus Ingoldei notarius, cancellarius communis Tarvisii, ser Nicolaus de Colo Peliparius, ser Stefanus Peliparius, ser Antonius de Trivignano Draperius, et ser Bertonus Zopelarius, ad exponendum cum reverentia ipsi dominationi, quod considerantes praedicti tarvisini cives sanctam dominationem et utilem eisdem civibus, sub cuius protectione consistunt et consistere perpetuo desiderant et affectant, vellent cum omnibus vinculis quibus possunt ipsam dominationem supra se connectere et firmare. Quare dicti ambaxiatores cum reverentia pro se et aliis civibus civitatis Tarvisii proferebant eidem magnifico domino duci et communi Venetiarum se paratos, spontanee et vera cordis fidelitate, dare et tradere ipsam civitatem et districtum Tarvisii cum omnibus et singulis terris, castris, fortiliciis, iuribus et iurisdictionibus, tam de ultra Plavim quam de citra Plavim, eidem excelso domino, Domino duci et communi Venetiarum secondum ordines et formam statutorum communis Tarvisii, videlicet per consilia curie ancianorum, quadraginta et maius civitatis Tarvisii. Quam ambaxiatam expositam per ipsos ambaxiatores, eidem serenissime dominationi, idem serenissumus dominus dux, et eius sapiens consilium, benigne et vultu illari acceptavit, laudans atque comendans cives296 tarvisinos fideles de fidelitate et

Nel testo si legge “eius”, ma trattasi all’evidenza di un errore nella trascrizione della parola “cives”, dovuto alla similitudine grafica dei due fonemi (le lettere “c” ed “e” sono simili e la lettera “v” è scritta come la lettera

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99 optima voluntate quam ad ipsum dominium vere gerebant. Et ipsos ambaxiatores licentians dulciter dixit eisdem, quod deberent ad civitatem Tarvisii redire, et ibidem cum praedicto domino potestate et capitaneo dare ordinem per consilia civitatis Tarvisii et secundum formam statutorum communis Tarvisii, quod supradicta omnia et singula ad ordinem propositum deferantur, scientes supradicti cives tarvisini, quod ipse dominus dux et commune Venetiarum semper habere et tractare dictos cives tarvisinos pro eorum filiis et veris fidelibus intendebant, civitatem Tarvisii pro cariore et principaliore membro, quod habeant gubernantes. Sapiens et discretus vir Dominus Iohannes dela Vazola utriusque iuris peritus, iudex ancianorum recolendo infelicia tempora dominationum preteritarum, sub quibus et sub quarum qualibet a sexaginta annis proxime preteritis usque ad sanctum adventum dominationis presentis, Tarvisii civitas cum eius districtu pressuris gravibus realibus et personalibus libertate privata, servitutis omne continue corruebat, et cernendo sacrum communis veneti dominium sub cuius alis non veluti servi, sed veluti dilecti filii tarvisini cives dulciter refoventur, et ob cuius clementiam de servitutis ergastulis exempti vigore eiusdem robusti brachii et potentis, vera libertate fruuntur, consuluit super dicta proposta, quod ante omnia revocetur omne et quodlibet dominium, si quod datum esset alicui domino vel persona per maius consilium, vel commune civitatis Tarvisii temporibus aliquibus retroactis.297 Item consuluit, quod omnia et singula statuta et reformationes communis Tarvisii et specialiter statutum quo cavetur de forma absolvendi statuta, precisa et non precisa, in contrarium loquentia ad supradicta et infradicta fienda et complenda, absolvantur et pro absoluta omni iure, modo et forma quibus melius poterit, habeantur, in hac parte, pro hac digna et sancta causa, ac si de ipsis et ipsorum quolibet in presente curia ancianorum expensis facta foret mentio specialis. Item consuluit, quod factis et firmatis supradictis detur et tradatur dominium civitatis Tarvisii et districtus, castrorum universorum, fortiliciarum, terrarum et locorum eiusdem districtus citra Plavim et ultra Plavim, Illustri et excelso domino, Domino Andree Dandulo dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae duci, domino quartae partis et dimidiae tocius Imperii Romanie et communi Venetiarum, liberam cum pleno et libero arbitrio et mero ac misto Imperio et plena iurisdictione. Et quia
“u”) ed alla compatibilità semantico-logica della parola “eius” nel contesto della frase. 297 Qui si arresta la trascrizione verciana.

100 quidquid in dicta curia ancianorum captum et firmatum esset, non haberet firmitatem plenariam secondum formam statuti communis Tarvisii, nisi ponerentur ad consilia quadraginta et maius civitatis Tarvisii, consuluit item Dominus Iohannes iudex ancianorum supradictus, quod supradicta proposta cum supradictis tribus partibus, proponantur consilio de quadraginta civitatis Tarvisii, et si placuerint dicto consilio quadraginta, postea proponantur maiori consilio civitatis Tarvisii, et tunc quidquid super praedictis et praedictorum quolibet in dicto maiori consilio captum et obtentum fuerit, plenam et perpetuam obtineat firmitatem. Super quoquidem consilio supradicti domini Iohannis, videlicet primo super prima parte, de revocando omne et quodlibet dominium, ut supradictum est, posito partito per supradictum dominum potestatem ed capitaneum ad bussulos et balotas secundum formam statutorum communis Tarvisii videlicet quod illi quibus placebat consilium dicti domini Iohannis super hac prima parte, ponere deberent eorum balotas in bussulo albo, et quibus non placebat deberent ponere in bussulo lazuro, firmatum et captum fuit per novem ancianos concordes nemine discrepante, prout consuluit dictus Dominus Iohannes ancianus. Et item posito partito per supradictum dominum potestatem et capitaneum per modum supradictum ad bussulos et balotas super supradicta parte de absolvendo statuta et reformationes ut praedictum est, firmatum fuit et captum per novem ancianos concordes nemine discrepante prout consuluit dictus iudex ancianorum. Et iterum posito partito per supradictum dominum potestatem per modum supradictum ad bussulos et balotas super tercia parte de dando et tradendo dominium civitatis Tarvisii et districtus, supradicto inclito domino duci et communi Venetiarum, ut supradictum est et de proponendo supradictam propostam cum antedictis tribus partibus, consiliis quadraginta et maiori civitatis Tarvisii ut praemissum est, firmatum et captum fuit per novem ancianos concordes nemine discrepante prout consuluit supradictus Dominus Iohannes iudex ancianorum. Eo die ante terciam consilio quadraginta civitatis Tarvisii, in minori palacio communis ad sonum campane et vocem praeconiam ut moris est, solemniter congregato, coram supradicto domino potestate et capitaneo, inquoquidem consilio interfuerunt trigintaseptem consiliarii numero deficientibus tribus ad numerum consilii quadraginta propter eorum absentias tamen legitime citatis, quorum trigintaseptem consiliarorum in dicto consilio quadraginta existentium nomina sunt Dominus Gerardus de

101 Baldachinis, Dominus Franciscus de Salomone, Dominus Azo de Calzonibus, Dominus Petrus de Arpo iudex, Dominus Meliorinus de Arpo iudex, Dominus Ziliolus advocatus, Dominus Iohannes dela Vazola iudex, Dominus Florantus de Bursio iudex, Dominus Zanordius de Nordio, Dominus Pupinus de Spineda, Dominus Nicolaus de Adelmario iudex, Dominus Rambaldus de Azonibus, Dominus Matheus Robertus de Salomone, Dominus Guecelo de Sinisforto, Dominus Fiilipus de Beraldis, Dominus Odoricus de Bonaparte, Dominus Bonacursius de Caserio, Dominus Placentinus de Monte Martino, Dominus Nordius quondam domini Tebaldi de Nordio, Dominus Zulianus quondam domini Auliverii de Nicoleto, ser Filipus de Costis, ser Savius de Zansavio, ser Graciadeus de Costa, ser Guillelmus de Gualfredo, ser Iohannes de Maunico, ser Aplanus de Marostica, ser Vendramus de Ricardo, ser Bartholomeus de Quinto, ser Ravagninus de Ravagninis, ser Paulinus de Portu, ser Marcus de Adelmario, ser Rizardus dela Vazola, ser Mafeus de Cataldo, ser Marcobonus quondam ser Mafei aurificis, ser Franciscus Pesselle, ser Hansedisius de Gratiadomino, et ser Guidotus de Adelmario. Proposuit idem dominus potestas et capitaneus et petiit sibi consilium exhiberi, quod sit fiendum super antedicta proposta, et super dictis tribus partibus, ipsis prius vulgarizatis et lectis ad inteligentiam de verbo ad verbum in dicto consilio quadraginta per me Ubertinum notarium infrascriptum, cum reformatum sit per curias ancianorum civitatis Tarvisii, quod dicta proposta cum dictis tribus partibus presenti consilio proponantur. Sapiens et discretus vir Dominus Placentinus de Monte Martino iuris peritus, qui est de dicto consilio quadraginta, consuluit super dicta proposta et super dictis tribus partibus, et primo super prima parte de revocando omne et quodlibet dominium, ut sopradictum est, et dicta proposta et dicta prima pars ponatur in consilio maiori civitatis Tarvisii. Item consuluit quod dicta secunda pars de absolvendo statuta et reformationes communis Tarvisii prout dictum est, similiter proponatur dicto maiori consilio civitatis Tarvisii. Item consuluit quod dicta tercia pars de dando dominium civitatis Tarvisii ed districtus inclito domino, Domino duci et communi Venetiarum ut supradictum est, simili modo proponatur iamdicto maiori consilio et quidquid super praemissis quidlibet praemissorum in dicto maiori consilio captum et ordinatum fuerit, plenam obtineat fìrmitatem. Super quo consilio dicti domini Placentini, videlicet de proponendo supradictam propostam et dictam primam partem, de revocando omne et quodlibet dominium, ut superius dictum est, consilio maiori,

102 posito partito per supradictum dominum potestatem et capitaneum ad bussulos et balotas, videlicet quod illi quibus placebat consilium supradicti domini Placentini consiliarii, deberent ponere balotas suas in bussulo albo, et quibus displicebat deberent ponere in bussulo azuro, firmatum fuit et captum per trigintaseptem consiliarios in dicto consilio existentes, nemine discrepante, prout consuluit dictus Dominus Placentinus consiliarius. Et item posito partito silimi modo per supradictum dominus potestatem et capitaneum ad bussulos et balotas, de proponendo dicto maiori dictam secundam partem continentem de absolvendo statuta et reformationes communis Tarvisii, ut superius dictum est, firmatum fuit et captum per trigintaseptem consiliarios concordes, nemine discrepante, prout consuluit dictus Dominus Placentinus. Et iterum posito partito simili modo per praedictum dominum potestatem et capitaneum ad bussulos et balotas, de proponendo dicto maiori consilio, dictam terciam partem continentem de dando et tradendo dominium civitatis Tarvisii et districtus, ut superius dictum est, illustri domino, Domino duci et communi Venetiarum, firmatum et captum fuit per trigintaseptem consiliarios concordes, nemine discrepante, prout consuluit dictus Dominus Placentinus. Eodem die post nonam, Consilio maiori civitatis Tarvisii, in minori palacio communis ad sonum campane et vocem praeconiam more solito solemniter congregato, coram supradicto domino potestate et capitaneo, inquoquidem consilio interfuerunt infrascripti homines et personae, videlicet nobiles viri, Dominus Tolbertus de Colalto comes Tarvisii, Dominus Ziliolus advocatus, Dominus Franciscus de Salomone, Dominus Gerardus de Baldachinis, Dominus Odoricus de Bonaparte, Dominus Bonacursius de Caserio, Dominus Nicolaus dictus Musatinus de Caserio, Dominus Rosfardus de Hangenolfis, Dominus Filipus de Beraldis, Dominus Rambaldus de Azonibus, Dominus Guecelo de Sinisforto, Dominus Tomaxius de Coderta, Dominus Azo de Calzonibus, Dominus Ambrosius de Tavaro, Dominus Atinerius quondam domini Iacobi de Azonibus, Dominus Ordanus de Azonibus, Dominus Fancellus de ca Fancello, Dominus Iacobus de ca Fancello, Dominus Iacobus Roncinelus, Dominus Paulus Magnavaca, Dominus Mafeus de Fara, Dominus Rambaldus quondam domini Handrigeti, Dominus Gerardus de Beraldis, Dominus Iohannes de Tavaro, Dominus Albertus quondam domini Ranaldi de Guidone millite, Dominus Gabriel de Azonibus, Dominus Ricius de Azonibus, Dominus Bartholomeus dela Vazola, Dominus Albertus de Arpo, Dominus Galacius de Arpo, Dominus

103 Altinerius quondam domini Schenele de Azonibus, Dominus Lazarotus de Hangenolfis, Dominus Nasimbene de Canestro, Dominus Petrus de Ratione, Dominus Berardus de Todeschinis, Dominus Bararducius de Todeschinis, Dominus Piniamatus de Aynardis, Dominus Azo Opizo de Aynardis, Dominus Gerardus de Monte Martino, Dominus Cisolinus de Hugarelis, Dominus Franciscus quondam Ser Avancii, Dominus Franciscus de Mano, Dominus Heustachius de Bonaparte, Dominus Victorius de Bonaparte, Dominus Zulianus de Baldachinis, Dominus Zulianus de Nicoleto, Dominus Guecelo de Bazoleto, Dominus Troylus de Aurusto, Dominus Ticianus de Renaldo, Dominus Tebaldus dela Capela; Dominus Auliverius Forceta, Dominus Nasinguerra de Roverio, Dominus Martinelus de Calzonibus, Dominus Cervus de Calzonibus, Dominus Tolbertus dela Mota, Dominus Berardus quondam domini Rizardi de domino Seravalle de Camino, Dominus Nicolaus de Ratione, Dominus Petrus domini fratris Iacobi de domino Handrigeto, Dominus Bonincontru de Butinico, Dominus Galdinus eius frater, Dominus Alexandrinus de Beraldis, Dominus Contus de Castrocaro, Dominus Nordius de Nordio, Dominus Iohannes Flos, Dominus Savius quondam domini Garardi de Missiri, Dominus Namionus de Nordio, Dominus Nicolaus Flos, Dominus Cinus de Castignolo, Dominus Stefanus de Bonzano, et sapientes et discreti viri, Dominus Iohannes dela Vazola, Dominus Nicolaus de Adelmario, Dominus Floravantus de Bursio, Dominus Iohaninus de Chizalis, Dominus Renaldus de Renaldo, Dominus Robertus Matheus Roberto de Salomone, Dominus Andalo de Resio, Dominus Petrus de Gualdis, Dominus Placentinus de Monte Martino, Dominus Bonifacius de Roverio, Dominus Auliverius de Renaldo, Dominus Tomeus de Bonomo, Dominus Dominicus de Maunico, Dominus Petrus de Arpo, Dominus Aldegerius de Mestre iuris periti, et discreti viri Ser Marcus de Adelmario, Ser Mafeus de Cataldo, Ser Iohannes de Maunico, Ser Franciscus de Ciglano, Ser Marcobonus quondam Ser Mafei Aurificis, Ser Rizardus dela Vazola, Ser Paulus de Piro, Ser Domenicus de Crespano, Ser Petrus Magistri Manfedrini, Ser Dondeus de Roya, Ser Silvester Apotecarius, Ser Ravagninus de Ravagninis, Ser Palinus de Porta, Ser Franciscus Pessele, Ser Petrus de Gabo, Ser Nasinbene de Liberio, Ser Menegelus cancellarius communis Tarvisii, Ser Bartholomeus Montellus, Ser Beneventus de Maynello, Ser Hansedisius de Grandonio, Ser Zaninus de Trivignano, Ser Andreas de Canalda, Ser Guillelmus de Nagaredo, Ser Artusius de Nagaredo, Ser Andreas de Postoyma, Ser Marcus de Sileto, Ser Bartholomeus de Quinto,

104 Ser Nicolaus de Beato, Ser Melior de Spineda, Ser Bartholomeus de Huguzono, Ser Nicolaus de Hodierna, Magister Diachinus, Ser Filippus de Costis, Ser Franciscus eius frater, Ser Beraldinus de Canova, Ser Romagnus de Cumirano, Ser Iacobus Tortelo, Ser Nicolaus de Solerio, Ser Leonardus de Caprielis, Ser Bartholomeus de Robegano, Ser Iacobus de Lanzarotis, Ser Nicolaus Capella, Ser Vendraminus de Lanzanico, Ser Bartholomeus de Resio, Ser Iohannes de Liberio, Ser Bartholomeus de Nevacio, Ser Petrus quondam Iacobi de Vedelago, Ser Paulinus de Ciglano, Ser Bonacursius de Clarelo, Ser Magister Antonius de Loano, Ser Plasentinus de Zaranto, Ser Alexander de Zaranto, Ser Iacobus de Roya, Ser Aulivus de Castrofranco, Ser Tadeus de Ecello, Ser Vitus de Padernello, Ser Gabriel de Zordano, Ser Iosep de Arpo, Ser Albricus de Pregalziol, Ser Bortolus de Ciglano, Ser Proesavius de Albino, Ser Nicolaus Ser Ravagnini, Ser Rigus Marci Sartoris, Ser Martinelus de Portu, Ser Leonardus de Marlengo, Ser Iohannes Ser Ravagnini, Ser Nicolaus quondam domini Zamboni, Ser Guilielminus de Castellis, Ser Petrus de Fineto, Ser Tomasius Zavatollus, Ser Lazarinus quondam Ser Caracii, Ser Simon de Gualdis, Ser Vivianus de Volpago, Ser Iohannes de Bursio, Ser Iohannes quondam Salomonis, Ser Nicolaus de Maresio, Ser Guillelmus Zonellus, Ser Graciadeus de Costa, Ser Iohannes de Fontanis, Ser Guillelmus Ser Marcoboni, Ser Petrus de Canizano, Ser Flabianus de Levada, Ser Galvanus de Portu, Ser Serafinus dela Volta, Ser Bartholomeus Caresius, Ser Bartholomeus de Bursio, Ser Gabriel de Clarelo, Ser Lazarinus de Risbono, Ser Bartholomeus de Crespano, Ser Manfredus Magister Drachini, Ser Iacobinus de Fleta, Ser Manfredus Ravagnanus, Ser Benedictus de San Zenone, Ser Gregorius de Camino, Ser Iohannes Galvani de Portu, Ser Rambaldus de Grandonio, Ser Bartholomeus de Marostica, Ser Petrus Roy de Vedelago, Ser Nicolaus de Cisono, Ser Aymus Borsaneli de Bursio, Ser Hendrigus de Clarelo, Ser Aymus Maior de Bursio, Ser Savius de Zansavio, Ser Petrus de Plombino, Ser Nerius de Alforiis, Ser Pramaschinus de Todeschinis, Ser Iacobus de Lunico, Ser Ubertinus de Fara, notarii, et Dominus Petrus quondam domini Gabrielis de Arpo, Dominus Galvanus de Romanzolo, Dominus Hansedisius de Bordonali, Dominus Hendricus de Reprando, Ser Guillelmus de Gualfredo, Ser Leonardus de Belelle, Ser Trunfanus Baldevineti, Ser Giucaramus de Sitada, Ser Gerardus de Lunico, Ser Stefanus Peliparius, Ser Anthonius de Trivignano, Ser Marchetus de Crimanis, Ser Paulus Marocus, Ser Nicolaus de

105 Colo, Ser Nicolaus Ser Almerici de Oliva, Ser Bertonus Capelarius, cives Tarvisii. Quiquidem omnes supradicti in dicto consilio existentes fuerunt numero ducentiocto. Proposuit idem dominus potestas et capitaneus, et sibi petiit consilium exiberi, quod sit fiendum super antedicta proposta, et super dictis tribus partibus, ipsis singulariter prius vulgarizatis et lectis ad inteligentiam de verbo ad verbum in dicto maiori consilio per me Ubertinum notarium infrascriptum, cum reformatum sit per curias ancianorum et consilium quadraginta civitatis Tarvisii, quod supradicta proposta cum supradictis tribus partibus, presenti maiori consilio proponantur. In quoquidem maiori consilio arengatis quampluribus et pluribus verbis in honorem, laudem et gloriam ducalis dominii communis Venetiarum, per quamplures de carioribus civibus civitatis Tarvisii, qui non expectantes unus alterum, scilicet ex habundantia cordis ad arengeriam quasi quodammodo concurentes, taliter quod si temporis spacium substulisset quilibet in dicto maiori consilio existentes, in supradicta arengeria summum gaudiosum animum propalasset, subsequenter exeuntibus supradictis novem ancianibus de dicto maiori consilio, in capelam palacii communis Tarvisii more solito intraverunt, et deliberatione solemni habita inter ipsos de consulendo super praemissis et quodlibet praemissorum, exeuntes de dicta capella in dictum maius consilium redierunt, quibus peractis, supradictus sapiens et discretus vir, Dominus Iohannes dela Vazola utriusque iuris peritus, iudex ancianorum, pro se et aliis suis sociis ancianis in dicto maiori consilio existentibus consuluit super dictis tribus partibus, et primo super dicta prima parte, videlicet quod per presens maius consilium civitatis Tarvisii, revocetur omne et quodlibet dominium, siquod datum esset alicui domino vel personae per maius consilium vel commune civitatis Tarvisii temporibus aliquibus retroactis, et ex nunc omne et quodlibet dominium pro cassato, revocato et anichilato declaretur et ex toto penitus habeatur auctoritate dicti maioris consilii. Super qua prima parte praedicta, posito partito per supradictum dominum potestatem et capitaneum ad bussulos et balotas, videlicet quod quicumque volebat et cuicumque placebat consilium dicti Domini Iohannis deberent ponere eius balotam in bussulo albo et cuicumque displicebat dictum consilium deberent ponere eius balotam in bussulo lazuro, captum et firmatum fuit per ducentosocto consiliarios in dicto consilio existentes, concorditer, nemine discrepante prout consuluit, dictus Dominus Iohannes iudex ancianorum. Item consuluit super supradicta secunda

106 parte, quod omnia et singula statuta et reformactiones communis Tarvisii, et specialiter statutum quo cavetur de forma absolvendi statuta, precisa et non precisa, in contrarium loquentia ad supradicta et infradicta fienda et complenda, absolvantur et pro absolutis omni modo, iure, et forma, quibus melius poterit, habeantur in hac parte pro hac digna et sancta causa, ac si de ipsis in presente consilio facta foret mentio specialis et expressa, et lecta de verbo ad verbum fiussent in dicto maiori consilio et vulgariter et expresse. Super qua secunda parte posito partito per supradictum modum ad bussulos et ballotas, per praefectum dominum potestatem et capitaneum, captum et firmatum fuit per ducentosocto consiliarios concordes, nemine discrepante prout consuluit supradictus Dominus Iohannes iudex ancianorum. Item consuluit dictus iudex ancianorum super tercia parte, quod per maius consilium presens, commune et homines civitatis Tarvisii, detur et tradatur dominium civitatis et districtus Tarvisii, castrorum, fortiliciarum et cuiuslibet terre et loci dicti districtus Tarvisii citra Plavim, et ultra Plavim, illustri et excelso principi, Domino Andree Dandulo dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae duci, domino quarte partis et dimidie totius imperii Romanie, recipienti pro se et successoribus suis ducibus, et communi Venetiarum, libenter, cum pleno et libero arbitrio et mero ac misto imperio, ac plena iurisdictione. Et quod per dominum potestatem et capitaneum, eligantur sindici qui constituantur in presenti consilio maiori, cum plena potestate et baylia adimplendi que in dicta proposta continentur, et mittantur ad inclitum dominum, Dominum ducem et commune Venetiarum pro praedictis adimplendis, sociati cum ambaxiatoribus communis Tarvisii, secundum quod ipsi domino potestati et capitanei videbitur convenire. Super qua tercia parte et contentis in ea posito partito per ipsum dominum potestatem et capitaneum per modum supradictum, ad bussulos et balotas, captum et firmatum fuit per ducentossex consiliarios concordes, discrepantibus duobus ab eisdem, prout consuluit idem dominus Iohannes dela Vazola iudex ancianorum. Eodem die in supradicto pleno et generali maiori consilio civitatis Tarvisii congregato solemniter in dicto minori palacio communis Tarvisii ut supradictum est, coram supradicto domino potestate et capitaneo, presentibus sapientibus et discretis viris Dominiis Gibertino de Vulpesinis de Regio iuris perito, vicario supradicti domini potestatis et capitanei, Ugolino de Caprielis de Padua iudice asesore ipsius domini potestatis et capitanei super auctoritate communis Tarvisii deputato, Tirisio de Malatachis de

107 Regio iuris perito, qui nunc moratur Tarvisii, nobilibus viris Dominis Marco quondam domini Francisci Longo, Andrea dela Fontana, Constantino Nani, masariis communis Tarvisii honorabilibus civibus Venetiarum, Martino Regatino, Zanusio Zopelario praeconibus communis Tarvisii testibus ad hoc vocatis et rogatis, et aliis pluribus. Congregato toto et integro maiori et generali consilio civitatis Tarvisii ad sonum campane et vocem praeconum ut moris est, in quo consilio interfuerunt ducenti et octo consiliarii de dicto consilio qui faciunt totum et integrum consilium supradictum, idem dominus potestas de consensu et voluntate omnium et singulorum de dicto consilio, et cum eis et ipsi, omnes de dicto consilio, de auctoritate et consensu ipsius domini potestatis et capitanei et cum eo, unanimiter et concorditer, nemine discrepante, nomine et vice ipsius communis Tarvisii, pro se ipsis et successoribus suis et posteris fecerunt, constituerunt, creaverunt et ordinaverunt, sponte et ex certa scientia et non per errorem, omni modo, iure et forma quibus melius potuerunt, nobiles et sapientes viros, Dominos Gerardum de Baldachinis militem et Nicolaum de Adelmario utriusque iuris peritum, cives tarvisinos honorabiles, ibidem presentes et mandatum sponte suscipientes, utrumque eorum in solidum, ita quod ocupantis condicio melior non existat, et quid unus eorum inceperit alterus eorum possit mediare et finire, eorum et cuiuslibet ipsorum et dicti communis Tarvisii, certos nuncios, actores, procuratores legitimos, sindicos et negociorum gestores et quidquid melius esse possunt, et specialiter ad confirmandum, aprobandum, ratificandum, de novo dandum, tradendum et concedendum, dominium civitatis Tarvisii et districtus com mero et mixto imperio et omnimoda iurisdictione et exercicio ipsius meri et mixti imperii et iurisdictionis et omnia sive ut singula, sive publica vel communia bonorum, rerum omnium et iurium, et dicti communis dominium et possesionem trasferendum, cum omnibus et singulis castris, villis, terris, fortiliciis, tam ultra quam citra Plavim, honoribus, honorificenciis, iurisdictionibus, homagiis, utilitatibus, proventibus, fructibus, obventibus, et aliis iuribus qualibuscumque spectantibus et pertinentibus, seu que spectare possent et pertinere in futurum dicte civitati et districtu, seu ipsi communi, nomine et vice dicte civitatis et districtus quomodocumque et qualitercumque, illustri et excellentissimo domino, Domino Andree Dandulo, inclito duci Venetiarum, recipienti pro se et successoribus suis ducibus et dicto communi Venetiarum, seu sindico ipsius domini ducis et communis Venetiarum, sindicario nomine recipienti pro eis, et ad

108 supponendum, subiciendum et submittendum dictam civitatem et districtum et fiscalia ipsius civitatis et districtus, personas ipsorum civium dicto domino duci et communi Venetiarum, seu dicto eorum sindico recipienti pro eis, et ad confirmandum, ratificandum, aprobandum, de novo tradendum et inducendum in tenutam corporalem possessionem et quasi omnium et singulorum praedictorum, sindicario nomine communis Tarvisii sepedictum dominum ducem et commune Venetiarum, seu dictum eorum sindicum recipientem pro eis, et ad promittendum et iurandum in animas eorum et cuiuslibet ipsorum fidelitatem et veram subiectionem et obedientiam in perpetuum ipsi domino duci et communi Venetiarum seu eorum sindico recipienti pro eis, et omnes et quaslibet promissiones, personarum adiuvationes, stipulationes, renuntiationes et iuramenta faciendum sicut fuerit oportunum, et ad submittendum se et dictum communis et homines civitatis Tarvisii et districtus iurisdictioni, defensioni et protectioni ac dominio eiusdem domini ducis et successorum suorum ducum et communis Venetiarum, ita quod ipse dominus dux et successores sui duces et commune Venetiarum, seu rectores deputati pro eis, iurisdictionem quamlibet in homines et personas civitatis Tarvisii et districtus habeant in perpetum, et omnia et singula supradicta possint facere et exercere quemadmodum dictum commune et homines Tarvisii et districtus facere possent, seu ullo tempore facere potuerint, et generaliter ad omnia alia et singula qua in praedictis et citra praedicta et quidlibet praedictorum et connessis et dependentibus ab eisdem necesaria fuerint et dictis sindicis utilia iudebuntur, dantes et concedentes dictis suis sindicis, nunciis et procuratoribus et eorum utrumque plenum, liberum et generale mandatum, cum plena, libera et generali administratione, ac etiam speciali, in casibus in quibus requiritur, faciendi et complendi omnia et singula supradicta. Et promiserunt dicti dominus potestas et capitaneus nomine et vice dicti communis Tarvisii et ipsem consilium et omnes et singuli de dicto consilio et quilibet ipsorum pro se ipsis et nomine et vice ipsius consilii et communis Tarvisii, michi Ubertino notario infrascripto velut publice personae stipulanti et recipienti pro ipso domino duce et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum et nomine et vice omnibus quorum interest vel interesse posset, omnia et singula acta, gesta, iurata, promissa, facta et contracta in praedictis et quolibet praedictorum per dictos suos sindicos et utrumque eorum, eorum nomine ac vice dicti communis Tarvisii perpetuo firma, rata et grata habere,

109 tenere et non contrafacere vel nemine pro se vel pro alios de iure vel de facto aliqua ratione vel causa, sub ypoteca et obligatione omnium et singulorum bonorum dictorum constituentium et cuiuslibet ipsorum et dicti communis Tarvisii presentium et futurorum. In quorum supradictis omnium testimonium et firmittatem totaliter pleniorem prefactus dominus potestas et capitaneus, de voluntate, decreto et expresso consensu omnium et singulorum supradictorum de dicto maiori consilio, mandavit hec instrumenta in hanc publica forma redigi per me Ubertinum notarium infrascriptum, et sigilorum communis Tarvisii et ancianorum dicti communis appensionis munimine roborari. Ego Ubertinus filius Domini Maphey de Fara civis Tarvisii sacra imperiali auctoritate notarius publicus civis Tarvisii, de colegio tabelionum civitatis Tarvisii et tunc supradicti domini potestatis et capitanei notarius et officialis supradictis omnibus et singulis curiis ancianorum et consilio quadraginta et maiori interfui, in eisquem et in eorum quolibet supradictas omnes et singulas reformationes et sindicationes publicavi, legi et scripsi, et postmodum in hanc formam publicam relevavi et scripsi, de mandato supradictorum dominorum potestatis et capitanei, ancianorum et consiliariorum, meum tabelionatus signum solitum aponendo.

110 APPENDICE 2. Archivio di Stato di Venezia, Liber Pactorum V, cc.13-15. Il solenne atto di dedizione da parte dei procuratori del Comune di Treviso con Venezia (10 febbraio 1344). In nomine domini nostri Ihesus Christi amen. Anno eiusdem nativitatis millesimotrecentesimoquadragintoquarto Indictione duodecima die martis decimo intrante mensis februarii, presentibus egregiis et preclariis viris, Dominis Iohanne Gradonico, Petro Memo, Andrea Mauroceno millite, Nicolao Venerio, Iohanne Steno, Nicoleto Barbo honorabilibus consiliariis, Petro Orio, Ordelafo Faletro, Paulo Premarino honorabilibus capitibus quadraginta communis Venetiarum, ac prudentibus et discretis viris, Domino Nicolao Pistorino honorabili cancelario, Ser Andrea de Capite Aggeris, Ser Nicolino de Franganesco, Ser Stefano de Franchino, Ser Marco Zane, Ser Iacobelo Venerio, Ser Rafayno de Caresinis, Ser Nicolao de Alemanis, scribis et notariis ducalis curie Venetiarum, Ser Guecelone de Portu, Ser Albrico de Pregalzolo, Ser Manfredo Magistri Diachini, Ser Nicolao de Canestro, notariis civibus Tarvisinis testibus ad hoc vocatis et rogatis et aliis pluribus. Gloriosus humani generis conditor, iustus et pius in omnibus viis suis interdum in hoc mundo permittit homines variis involvi erroribus et pressuris, ut demum parta liberatione a noxiis, in laude divini nominis, se magis obnoxios recognoscant, videntes erga se ipsos sue misericordiae gratiam mirifice confluentem, hec quippe notantur et dici possunt de communi et populo Tarvisino, nam dum fuissent per longa temporum spacia et annorum in tenebris et lacu miserie constituti, gravia personarum pericula et plurima bonorum dispendia, sub variis et diversis dominiis sustinentes, dies eis dexiderate lucis et tranquilitatis illuxit, quam destinavit sibi divinitus gracia summi patris, tenebrarum anfractibus caliginosis et violente tempestatis turbine profugatis, a domino quippe factum est istud qui sanat contritos corde et oppressos erigit sospitate, ipse namque qui est summe misericors et miserator dominus gregis dominici asiduam curam gerens, misit eis dominum et salvatorem piissimum, illustrem dominum ducem et commune Venetiarum, qui civitatem et districtum Tarvisinum ac homines ipsius, ab omnibus tribulationibus et languoribus ipsorum, quibus multipliciter premebantur, expositis personis et auctoritate communis et hominum Venetiarum pro eorum

111 recuperatione salutis totaliter liberarunt, reducentes ipsos in statum prosperum et quietum et securitatem omnimodam personarum pariter et bonorum, ut quilibet tute omni remota forminide possidere valeat quod est suum, cum dominatio ducalis sit via, veritas et vita, qua elisa reparat et aspera in vias planas commutat. Que omnia attendentes et vero corde cernentes commune et homines Tarvisini et districtus, et cupientes eorum veram fidem et devotionem claris operibus demonstrare, miserunt ad presentiam excellentissimi domini, Domini Andree Dandulo, dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae ducis, domini quarte partis et dimidie tocius Imperii Romanie, nobiles et sapientes viros, Dominos Gerardum de Baldachinis millitem et Nicolaum de Adelmario utriusque iuris peritum, qui domini Gerardus et Nicolaus actores et sindici nobilis et potentis viri Domini Petri de Canali honorabilis potestatis et capitanei Tarvisii et communis et hominum ac universitatis, et maioris consilii dicte civitatis Tarvisii ad infrascripta omnia et singula habentes liberum et generale mandatum a praedictis domino potestate, communi et hominibus ac universitate et maiori consilio civitatis praedicte, prout continetur publico instrumento dicti sindacatus scripto per Ubertinum filium Domini Mafei de Fara notarium in millessimotrecentesimoquadragintaquarto, Indictione duodecima, die iovis quinto mensis februarii presentis. Constituti in maiori consilio civitatis Venetiarum pro infrascriptis agendis et complendis, coram excelso et magnifico domino, Domino Andrea Dandulo dei gratia inclito duci Venetiarum supradicto solemniter congregato, ex potestate et mandato dictis sindicis et actoribus traditis per dictum nobilem virum Dominum Petrum de Canali potestatem et capitaneum, universitatem et consilium, commune et homines civitatis Tarvisii praedictos et omni iure, modo, et forma quibus melius potuerunt, elegerunt, confirmaverunt et approbaverunt eundem inclitum et magnificum dominum, Dominum Andream Dandulo ducem Venetiarum pro se, et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum recipientem in dominium generalem et perpetuum dicte civitatis et districtus Tarvisii ac etiam coram ipso magnifico et excelso domino, Domino Duce flexis genibus, eidem domino, Domino Andrea Dandulo pro se et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum recipienti, sponte et certa scientia de novo dederunt, tradiderunt, concesserunt et transtulerunt dominium dicte civitatis Tarvisii et sui districtus Tarvisii cum mero et mixto imperio, et omni iurisdictione et eorum exercitio cum omni iure

112 suo, et cum omnibus et singulis villis, locis, terris, castris, bonis, iuribus, honoribus, fortiliciis dicte civitatis spectantibus et pertinere debentibus, et eidem civitati suppositis et subiectis, positis et iacentibus in dicta civitate et districtu Tarvisii tam ultra quam citra Plavim, tam publicis, quam privatis, pedagiis, daciis, vectigalibus, regalibus et fiscalibus et toloneis quibuscumque, iurisdictionibus, homagiis, utilitatibus, proventibus, fructibus et obventionibus dicte civitati Tarvisii pertinentibus, et spectantibus, et que pertinere et spectare debent seu que pertinere et spectare in futurum et que dicta civitas habere et tenere debet seu habere et tenere videtur in integrum et omni iure suo quocunque et qualitercunque. Ac etiam se actorio et sindicario nominibus praedictis, eidem illustri et excelso domino, Domino duci recipienti ut supradictum est dictam civitatem Tarvisii et districtum eius, castra, fortilicias, villas, terras et possessiones, bona, iura, iurisdictiones, honores, vectigalia, pedagia, dacia, regalia fiscalia quecunque ubicumque fuerint et iaceant tam ultra Plavim quam citra Plavim, tam intra dictam civitatem quam extra, cives et personas civium dicte civitatis Tarvisii et successorum suorum, habitatores et personas habitantium dictam civitatem et districtum et successorum suorum protectioni et defensioni, iurisdictioni ac imperio praedicti illustris et excellentissimi domini, Domini ducis recipientis nomine suo et successorum suorum ducum et communis Venetiarum, libere, sponte et ex certa scientia supposuerunt et totaliter submiserunt veram et perpetuam subiectionem dicto illustri et excellentissimo domino, Domino duci recipienti ut supra, et obedientiam dictorum civium et habitatorum et successorum suorum perpetuo promittentes, taliter quod de cetero praedictus excellentissimus dominus, Dominus dux et sui successores duces Venetiarum nomine dicti communis Venetiarum et pro ipso communi, dictam civitatem et districtum Tarvisii, castra, fortilicias, terras, possessiones, iura, iurisdictiones et honores dicte civitatis, pedagia, vectigalia, dacia, gabellas, tolonea, et bona quecunque cum omnibus et singulis proventibus, obventionibus, regalibus et fiscalibus quibuscumque ad dictam civitatem spectantibus et pertinentibus tam ultra quam citra Plavim et que in posterum spectare et pertinere poterint, quacumque ratione vel causa habeant, teneant et possideant et de ipsis possint facere et disponere pro eorum libito voluntatis absque contradictione dictorum civium et successorum suorum, et quod dictus excellentissimus dominus dux et eius successores duces et eorum rectores et officiales quibus commiserint regimen

113 dicte civitatis et districtus Tarvisii, possint et valeant in dicta civitate et eius districtu, tam ultra quam citra Plavim, et in civibus et habitatoribus dicte civitatis et districtus, uti mero et mixto imperio et omni iurisdictione, et pedagia, tholonea, dacia, vectigalia, bona, iura, iurisdictiones, honores, terras et possessiones communitatis, regalia et fiscalia quecunque, dicte civitatis et ad ipsam civitatem pertinentia et spectantia vendere, donare, alienare et obligare, locare et fructus et reditus et proventus de ipsis recipere et exigere et de ipsis disponere absque contradictione dictorum civium et suam facere voluntatem, et in ipsa civitate et eius districtu et in personas civium et districtualium suorum et bona eorum iurisdictionem et merum et mixtum imperium exercere, et in praedictis omnibus et singulis possint agere et facere quemadmodum dictum commune et homines Tarvisii agere et facere possent, seu ullo tempore, dicere, facere et agere potuerunt. Dantes et concedentes dicti sindici et actores, rectorio et sindicario nominibus praedictis, praedicto illustri et excellentissimo domino, Domino duci, recipienti dictis nominibus, verbum et licentiam, accipiendi et aprehendendi, per se vel sindicum consituendum ab ipso tenutam et possessionem vel quasi dicte civitatis castrorum, terrarum, possessionum, villarum, iurium, iurisdictionum, vectigalium, toloneorum, daciorum, regalium, fiscalium et aliorum quorumlibet bonorum iacentium et positorum tam ultra quam citra Plavim, pertinentium et spectantium, et pertinere et spectare debentium dicte civitatis Tarvisii, constituentes se dicti sindici et actores dictis nominibus, dictam civitatem et districtum eius, castra, fortilicias, villas, terras, possessiones, iura, iurisdictiones et omnia et singula praedicta, pro dicto inclito et illustri domino, Domino Andrea Dandulo duce et suis successoribus ducibus et communi Venetiarum, precario possidere, donec de praedictis civitate et districtu eius et dictis castris, fortilicis, iuribus, iurisdicionibus, villis, terris, possessionibus, pedagiis, daciis, vectigalibus, tholoneis ac bonis et iuribus quibuscumque possessionem vel quasi acceperit et tenutam. Que omnia et singula supradicta, praedicti nobiles et sapientes viri, domini Gerardus et Nicolaus sindici et actores, et sindicario et actorio nominibus praedictis, eidem illustri et excellentissimo domino, Domino Andrea Dandulo inclito Venetiarum duci recipiente pro se et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum per stipulationem solemnem, promiserunt perpetuo firma, rata, et grata habere et tenere et non contrafacere vel venire de iure vel de facto per se vel per

114 alium directe vel indirecte, publice vel oculte, aliqua ratione vel causa sub poena centummillium marcarum auri qua poena tociens committatur et commissa exigi possit, quotiens in praedictis et praedictorum aliquo fuerit contrafactum, vel ita non fuerit observatum, et pena soluta vel non, commissa vel non nichilominus omnia et singula praedicta firma et rata maneant. Pro quibus omnibus et singulis attendendis et perpetuo inviolabiter observandis, dicti sindici nominibus praedictis, prefato illustri domino, Domino duci recipienti et stipulanti pro se et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum, obligaverunt omnia et singua bona dictorum civium et communis Tarvisii tam habita, quam habenda. Acta, facta et gesta fuerunt omnia et singula supradicta in dicto maiori consilio Venetiarum ad praedicta complenda solemniter congregato coram praefecto illustri et excellentissimo domino, Domino Andree Dandulo dei gratia inclito duce Venetiarum, praedicta omnia et singula ad laudem et gloriam nominis Ihesus Christi et beate Marie Virginis eius matris, beatorum apostolorum Petri et Pauli, gloriosi evangeliste beati Marci et beati Liberalis confessoris, et statum pacificum civitatis et districtus Tarvisii liberaliter acceptante. In presentia spectabilium virorum, dominorum Schenele de Colalto comitis Tarvisii et Nicolay Tempeste advocati Tarvisii et prudentium virorum dominorum Renaldi de Renaldo et Nicolai France de Bragis iuris peritorum et civium civitatis Tarvisii, ambaxiatorum dicti communis Tarvisii cum dictis sindicis missorum et destinatorum ad ducale dominium praedictum per dictum commune Tarvisii ad praedicta omnia et singula complenda et exequntioni mandanda.

115 APPENDICE 3. Archivio di Stato di Venezia, Liber Pactorum V, cc.15-15r. Il giuramento di fedeltà prestato dai procuratori del Comune di Treviso in Venezia (11 febbraio 1344). Eodem millesimo et Indictione, die mercurii intrante mensis februarii, presentibus dictis egregiis et preclaris viris, consiliariis et capitibus quadraginta communis Venetiarum, ac prudentibus et discretis viris cancellario et notariis omnibus testibus supradictis ad hoc vocatis et rogatis et aliis pluribus, coram illustri et excellentissimo domino, Domino Andree Dandulo dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae duce, domino quarte partis et dimidie tocius Imperii Romanie suprascripto, praedicti nobiles et prudentes viri, Domini Gerardus de Baldachinis et Nicolaus de Adelmario utriusque iuris peritus cives Tarvisini, Sindici et actores et procuratores nobilis et potentis viri, domini Petri de Canali civitatis Tarvisii, honorabilis potestatis et capitanei, universitatis, communis et hominum dicte civitatis Tarvisii habentes ad infrascripta speciale mandatum prout continetur publico instrumento scripto per Ubertinum filium domini Mafei de Fara notarium curiae Tarvisii in millesimotrecentesimo-quadragintoquarto Indictione duodecima die iovis quinto intrante mensis februarii, in animas suas et praedictorum hominum dicte civitatis, suis et eorum nominibus ex commissione et potestate dictis sindicis tradita per maius et generale consilium dicte civitatis Tarvisii, iuraverunt ad sancta dei evangelia tactis corporaliter sacrosanctis scripturis, eisdem prestito iuramento quod fideles et obedientes erunt prefato illustri domino, Domino duci eiusque successoribus ducibus et Communi Venetiarum, eorumque rectoribus mittendis ad regimen dicte civitatis Tarvisii et districtus per dominium ducale Venetiarum contra omnem hominem et universitatem et quod numquam erunt in facto vel consilio ex quo status ducalis magnificencie communis Venetiarum in aliquo minuatur vel quod aliquem honorem vel regaliam, quem vel quam ipse illustris dominus, Dominus dux et commune Venetiarum in civitate Tarvisii vel eiusque districtu vel alibi habent vel in antea habebunt quocumque modo amittant vel perdant in toto vel parte. Et si sciverint vel audierint aliquem vel aliquos contra ipsum illustrem et excellentissimum dominum, Dominum ducem eiusque successores duces et commune Venetiarum quicquam

116 velle facere et eorum statum et honorem in aliquo diminuere, illud pro eorum posse impedient et impedire curabunt, quod si impedire nequiverint illud quam cito poterunt manifestabunt et denunciabunt eidem domino duci et communi Venetiarum, nec unquam facient nec fieri procurabunt, quod ad ipsius illustris et excellentissimi domini, Domini ducis et successorum suorum ducum et communis Venetiarum pertineat iniuriam vel iacturam. Actum Venetiis in ducali palatio communis Venetiarum. De quibus omnibus supradictis idem magnificus dominus, Dominus dux mandavit confici quamplura instrumenta consoni tenoris per notarios ducalis curie praedictos et me Ubertinum notarium infrascriptum. Ego Ubertinus filius domini Maphey de Fara civis Tarvisii sacra Imperiali auctoritate notarius publicus civis Tarvisii de colegio tabelionum civitatis Tarvisii et tunc supradicti domini potestatis et capitanei Tarvisii notarius et officialis supradictis omnibus et singulis presens fui, eaque de mandato prefati excellentissimi domini, Domini ducis scripsi meumque tabelionatus signum apposui consuetum.

117 APPENDICE 4.

a) La nomina del procuratore Nicolò de Alemani ed istruzioni per la presa di possesso di Treviso e del suo distretto da parte dello stesso (18 febbraio 1344). Archivio di Stato di Venezia, Liber Commemorialis IV, c.58. Sindicatus pro accipiendo tenutam dominii Civitatis Tarvisii et districtum In Christi nomine amen. Anno nativitatis eiusdem millesimo trecentesimo quadraginto quarto. Indictione duodecima die mercurii decimooctavo mensis februarii. Venetiis in ducali palatio presentibus honorabili et sapiente viro, domino Nicolao Pistorino, honorabili Cancellario Venetiarum et providis viris, domino Nicolao de Fraganescho, Stephano de Franchino, Amadeo de Buonguadagnis, notariis ducatus Venetiae et aliis testibus ibi vocatis et rogatis. Excelsus ed magnificus dominus, Dominus Andreas Dandulo, dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae dux, dominus quarte partis et dimidie tocius Imperii Romanie, pro se et successoribus suis ac nomine et vice communis, universtitatis et hominum Venetiarum, et omni modo, iure, forma et omnia, quibus efficacius potuit, fecit, constituit, creavit et ordinavit suum et dicti communis Venetiarum syndicum, actorem, procuratorem legittimum ac negociorum gestorem et quidquid amplius dici potui, providum virum Nicolaum de Alemanis notarium ducatus Venetiarum, ibi praesentem et hoc mandatum sponte suscipientem, specialiter ad intrandum, intromittendum et recipiendum tenutam et corporalem possessionem solenniter et legittime, pro ipso domino duce et successoribus eius ac nomine et vice eiusdem domini ducis et communis, universtitatis et hominum Venetiarum puri, meri et generalis dominii dicte civitatis Tarvisii et tocius districtus, tam citra Plavim quam ultra Plavim et omnium castrorum, fortiliciarum, munitionum, locorum et villarum et aliorum quorumcumque ad ipsam civitatem et districtum spectantium, cum omnibus et singulis iuribus, iurisdictionibus, honoribus, servitutibus et aliis quibuscumque ad ipsam civitatem et districtum spectantibus et pertinentibus, tam in res quam in personas et aliter quomodocumque. Cum puro, mero et mixto imperio et plena et libera et iurisdictione et potestate, secundum

118 formam et tenorem oblationis, concessionis et traditionis factarum praefato domino duci pro se et nomine quo supra, de dicto dominio civitatis Tarvisii et districtus, per notabiles et sapientes viros, dominos Gerardum de Baldachinis militem et Nicolaum de Adelmario utriusque iurisperitum syndicos et syndicario nomine communis, consilii, universtitatis et hominum dicte civitatis Tarvisii et acceptationis factae per praefatum dominum ducem pro se et dicto nomine in millesimo trecentesimo quadraginto quarto, Indictione duodecima, die decimo mensis februarii. Et cartas, instrumenta et scripturas quaslibet opportunas rogandum et faciendum et sibi fieri postulandum et recipiendum cum cautelis et clausulis opportunis. Et generaliter ad omnia et singula gerendum et procurandum quae in praedictis et singulis et dependentibus et connexis necessaria fuerint et opportuna, etiam si talia forent quae mandatum exigerent speciale, et quae praefatus dominus dux, commune, universitas et homines Venetiarum facere possent si praesentes forent, dans et concedens dictus dominus dux pro se et dicto nomine, praedicto eius syndico et procuratori plenum mandatum et liberam potestatem in praedictis et singulis et dependentibus et connexis. Et promittens pro se et dicto nomine michi notario infrascripto stipulanti et recipienti nomine et iure quorumcumque interest vel interesse posset se firmum et ratum perpetuo habiturum quidquid per dictum suum syndicum et procuratorem, actum et procuratum fuerit in praedictis et quolibet eorum et non conventurum sub obligatione omnium bonorum communis Venetiarum praedicti. Ego Raphainus de Caresinis publicus Imperiali auctoritate notarius ac ducatus Venetiarum scriba praedictis interfui et ea rogatus scripsi

119 b) La ducale veneziana inviata a Treviso e contenente disposizioni per la presa di possesso di Treviso e del suo distretto da parte del procuratore Nicolò de Alemani (18 febbraio 1344). Biblioteca Capitolare di Treviso, Codice 9 (segnatura nuova), denominato "La Morosina", c.14. Qualiter Civitas Tarvisii, et Districtus sint tradita Dominationi Ducali secundum ordines Statutorum Communis Tarvisii Andreas Dandulo Dei Gratia Venetiarum, Dalmatie, atque Chroatie Dux, Dominus quarte partis et dimidie totius Imperii Romanie nobili et sapienti viro Petro de Canali de suo mandato potestati et capitaneo Tarvisii fideli dilecto salutationi et dilectionii affectum. Sicut vestra prudentia novit, venientes nuper ad nostram praesentiam nobiles et sapientes viri Gerardus de Baldachinis miles et Nicolaus de Adelmario utriusque iuris peritus cives Tarvisii sindici et procuratores communis, universitatis et hominum civitatis Tarvisii ad hoc sufficienter et specialiter constituti sindicario nomine praedictorum, dederunt, et concesserunt nobis, et nostro communi Venetiarum cum solemnitatibus opportunis plenum dominium civitatis Tarvisii, et districtus, cum omnibus iuribus ad ipsam civitatem Tarvisii, tam citra, quam ultra Plavim spectantibus, ipsamque concessionem recepimus et acceptavimus ordinate. Mittimus etiam vobis providum virum Nicolaum de Alemanis nuntium nostrum, cum pleno sindicatu ad intrandum tenutam, et corporalem possessionem nostro nomine de dominio antedicto, cui in his, quae vobis retulerit parte nostra, fidem debeatis plenariam adhibere, facientes quod de dicta tenuta et possessione ordinate fiant instrumenta cum solemnitatibus opportunis. Mandamus insuper vobis quatenus nostro nomine recipiatis et recipi faciatis a cunctis civibus Tarvisinis, Tarvisii, e districtus suppositis, videlicet vestro regimini, aetatis annorum quatordecim, et inde superius fidelitatis debite sacramentum, scientes quod aliis nostris rectoribus Tarvisanae similiter scribimus, ut ipsum iuramentum pro nobis recipiant a personis locorum regiminis eorumdem. Datum in nostro ducali palatio die 18 Februarii XIII Ind.

120 APPENDICE 5. La presa di possesso di Treviso da procuratore veneziano (20 febbraio 1344). parte del

Archivio di Stato di Venezia, Liber Pactorum V, cc.15-18r. In nomine domini nostri Ihesus Christi anno eiusdem nativitatis millesimotrecentesimoquadragintoquarto Indictione duodecima die sabati vigessimo primo mensis februarii, in pleno et generali maiori consilio communis Tarvisii, coram infrascripto domino potestate et capitaneo. Cum alias, vigore reformationum curiae ancianorum et consiliorum quadraginta et maioris civitatis Tarvisii de quibus reformationibus constat publicis istrumentis scriptis per me Ubertinum notarium infrascriptum in millesimo trecentesimo-quadragintoquarto, Indictione duodecima, die iovis quinto intrante mensis februarii, in pleno et generali maiori consilio praedicto, per nobilem et potentem virum, dominum Petrum de Canali civitatis Tarvisii honorabilem potestatem et capitaneum de voluntate, decreto et expresso consensu consiliariorum maioris consilii civitatis eiusdem et cum eis nomine et vice communis Tarvisii et pro ipsos consiliarios maioris consilii praedicti de consensu et voluntate ipsius domini potestatis et capitanei et cum eo, creati et constituti fuerint nobiles et prudentes viri, domini Gerardus de Baldachinis millex et Nicolaus de Adelmario utriusque iuris peritus, sindici, actores et procuratores communis et hominum civitatis Tarvisii speciales et specialiter ad traddendum et dandum dominium civitatis Tarvisii et districtus illustri domino, Domino Andree Dandulo dei gratia inclito duci Venetiarum recipienti pro se et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum cum clausulis omnibus et singulis contentis instrumento publico sindicatus praedicti scripto per me Ubertinum notarium infrascriptum suprascriptis millesimo, Indictione, die iovis quinto intrante mensis februarii praedicto. Et postmodum dicti sindici sindicario nomine praedicto in pleno et generali maiori consilio communis Venetiarum solemniter congregato dederint et traddiderint dominium civitatis Tarvisii et districtus praedictum excellso domino duci praedicto recipienti nomine supradicto, eiusdem dominium benigne et feliciter aceptanti cum omnibus clausulis contentis instrumento dicte traddicionis dationis et aceptationis scripto per me Ubertinum notarium infrascriptum in millesimo trecentesimoquadragintoquarto, Indictione duodecima, die martis decimo

121 intrante mensis febriarii. Et postea dicti sindici, sindicario nomine praedicto iuraverunt veram et perpetuam fidelitatem et obedientiam coram ipso magnifico domino, Domino duce eiusque preclaris consiliaribus recipiente pro se et successoribus suis ducibus et communi Venetiarum, cum omnibus et singulis capitulis contentis instrumento publico iuramenti praedicti, scripto per me Ubertinum notarium infrascriptum in millesimo et indictione praedictis, die mercurii undecimo intrante mensis februarii. Nunc nobilis et potens vir, dominus Petrus de Canale, Tarvisii honorabilis potestas et capitaneus superdictus, animo et intentione tradendi dominium et corporalem possessionem civitatis Tarvisii, castrorum, fortiliciarum et tocius districtus Tarvisii tam citra quam ultra Plavim, in pleno et generali maiori consilio civitatis Tarvisii et cum consensu et voluntate expressa omnium consiliariorum dicti consilii et artium civitatis Tarvisii qui fuerint numero ducenti et quindecim et quorum nomina inferius describuntur, et dictorum sindicorum et ipsi sindici dederunt et traddiderunt claves ipsius civitatis et palacii communis et vexillum ipsius communis Tarvisii, provido viro, Domino Nicolao de Alemanis sindico et sindicario nomine suprascripti magnifici domini, Domini Andree Dandulo dei gratia incliti ducis Venetiarum, pro ut in istrumento dicti sindicatus bullato bulla plombea ducali pendente integra et illesa, cuius tenor talis est.298 In Christi nomine amen. Anno nativitatis eiusdem millesimotrecentesimoquadragintoquarto, Indictione duodecima, die mercurii decimooctavo mensis februarii, Venetiis in ducali palatio, presentibus honorabili et sapiente viro domino Nicolao Pistorino cancelario ducatus Venetiarum et providis viris, Domino Nicolao de Franganescho, Stefano de Franchino, Amadeo de Buonguadagnis, notariis ducatus Venetiarum et aliis testibus vocatis et rogatis. Excelsus et magnificus dominus, Dominus Andreas Dandulo dei gratia Venetiarum, Dalmatiae atque Chroatiae dux, dominus quarte partis et dimidie tocius Imperii Romanie, pro se et successoribus suis ac nomine et vice communis universtitatis et hominum Venetiarum et omni modo, iure et forma et omnia, quibus efficatius potuit, fecit, constituit, creavit et ordinavit suum et dicti communis Venetiarum sindicum, actorem, procuratorem legittimum ac negociorum gestorem et quicquid amplius dici potui, providum virum
298

Qui inizia la trascrizione integrale (con qualche leggera variante) del documento di cui all’appendice n. 4 a), concernente la nomina del procuratore Nicolò de Alemani ed istruzioni per la presa di possesso di Treviso e del suo distretto da parte dello stesso del 18 febbraio 1344.

122 Nicolaum de Alemanis notarium ducatus Venetiarum ibi praesentem et hoc mandatum sponte suscipientem, specialiter ad intrandum et intromittendum et recipiendum tenutam et corporalem possessionem solemniter et legittime pro ipso domino duce et successoribus eius ac nomine et vice eiusdem domini ducis et communis, universtitatis et hominum Venetiarum puri, meri et generalis dominii dicte civitatis Tarvisii et tocius districtus tam citra Plavim quam ultra Plavim et omnium castrorum, fortiliciarum, munitionum et locorum ac villarum et aliorum quorumcumque locorum ad ipsam civitatem spectantium et districtum, cum omnibus et singulis iuribus, iurisdictionibus, honoribus, servitutibus et aliis quibuscumque ad ipsam civitatem et districtum spectantibus ac pertinentibus, tam in res quam in personas vel aliter quomodocumque, cum puro mero et mixto imperio et plena et libera iurisdictione et potestate, secundum formam et tenorem oblationis, concessionis et traditionis factarum praefato, domino duci pro se et nomine quo supra, de dicto dominio civitatis Tarvisii et districtus, per notabiles et sapientes viros, dominos Gerardum de Baldachinis millitem et Nicolaum de Adelmario iudex utriusque iuris peritum sindicos et sindicario nomine communis, consilii et universtitatis et hominum dicte civitatis Tarvisii et aceptationis factae per praefatum, dominum ducem pro se et dicto nomine, in millesimotrecentesimoquadragintoquarto, Indictione duodecima, die decimo mensis februarii. Et cartas, instrumenta et scripturas quaslibet opportunas rogandum et faciendum et sibi fieri postulandum et recipiendum cum clausulis et cautelis oportunis. Et generaliter ad omnia et singula gerendum et procurandum, que in praedictis et singulis et dependentibus et connexis necessaria fuerint et oportuna etiam si talia forent que mandatum exigerent speciale et que praefatus dominus dux, comune, universitas et homines Venetiarum facere possent si praesentes forent, dans et concedens dictus dominus dux pro se et dicto nomine, praedicto eius sindico et procuratori plenum mandatum et liberam potestatem in praedictis et singulis et dependentibus et connexis. Et promittens pro se et dicto nomine michi notario infrascripto stipulanti et recipienti nomine et iure quorumcumque interest vel interesse posset, se firmum et ratum perpetuo habiturum quicquid per dictum suum sindicum et procuratorem, actum et procuratum fuerit in praedictis et quolibet eorum et non conventurum sub obligatione omnium bonorum communis Venetiarum praedicti. Ego Rafaynus de Caresinis publicus Imperiali auctoritate notarius ac ducatus

123 Venetiarum scriba praedictis interfui et ea rogatus scripsi. Plenius continetur, recipienti sindicario nomine supradicto animo et intentione aquirendi dominium et corporalem possessionem civitatis, castrorum, fortiliciarum et tocius districtus tam citra quam ultra Plavim. Insuper omnes dicti consiliarii et sindici communis Tarvisii pro se ipsis et successoribus suis, iuraverunt corporaliter ad sacra dei evangelia tactis scripturis eisdem et eorum cuilibet, prestito iuramento, ipsi Ser Nicolao de Alemanis sindico recipienti nomine praedicto, quod fideles erunt et obedientes prefacto illustrissimo domino, domino duci eiusque successoribus ducibus et communi Venetiarum eorumque rectoribus mittendis ad regimen dicte civitatis et districtus Tarvisii per dominium ducale Venetiarum et omnem hominem et universitatem, et quod numquam erunt in facto vel consilio ex quo status ducalis magnificentie communis Venetiarum in aliquo minuat, vel quod aliquem honorem vel regaliam, quem vel quam ipse illustris dominus, Dominus dux et commune Venetiarum in civitate Tarvisii eiusque districtu vel alibi habet vel in antea habebit quocumque modo amittat vel perdat in toto vel parte, et si sciverint vel audierint aliquem vel aliquos contra ipsum illustrem et excellentissimum dominum, Dominum ducem eiusque successores duces et commune Venetiarum quicquam velle facere et eorum statum et honorem in aliquo diminuere, illud pro eorum posse impedient et impedire curabunt, quod si impedire nequiverint, illud quam cito poterunt manifestabunt et nunciabunt eidem domino duci et communi Venetiarum, nec unquam facient nec fieri procurabunt, quod ad ipsius illustris et excellentissimi domini, Domini ducis et successorum suorum ducum et communis Venetiarum pertineat iniuriam vel iacturam. Qui Dominus Nicolaus de Alemanis sindicus antedictus, receptis dictis sacramentis et iuramentis, clavibus civitatis praedicte et palacii communis ac vexillo ipsius communis per ipsum dominum potestatem et sindicos communis Tarvisii et consiliarios praedictos eidem sindico communis Venetiarum et in eius maioribus praesentatis, portas ipsius palacii cum clavibus aperiendo et claudendo et per ipsum palacium eundo e redeundo, et subsequenter accedens idem sindicus ad castrum civitatis Tarvisii, sociatus a praedicto domino potestate et capitaneo, nobilibus et sapientibus viris dominis Gibertino de Vulpesinis, de regio iuris perito, vicario supradicti domini potestatis et capitanei, Iohanne dela Vazola iudex, Francisco de Salomone millite, Fancello de Fancello, Berarducio de Todeschinis, Petro de Ratione, Iohanne Flore, ancianis communis

124 Tarvisii, Gerardo de Baldachinis millite, Nicolao de Adelmario iudex, sindicis communis Tarvisii, Andrea dela Fontana, Constantino Nani, massariis communis Tarvisii, Iohannino de Chizolis, Bonifacio de Roverio, Rigobono de Bedoia iuris peritis, Iohanne de Canali Stefaneto dicto Graso de Canali honorabilibus civibus Venetiae, Tolberto de Fosalta, Troylo de Aunisto, Aicardo Magistri Amidanti civibus Tarvisii, Bastardo de Canosa, Gibilino de Aliprandis, Bertramo Ceracla, connestabilis equestribus in civitate Tarvisii pro communi Venetiarum et aliis pluribus, et ipsis presentibus intraverit tenutam et corporalem possessionem apprehendit de ipso castro civitatis Tarvisii, portas ipsius castri claudendo et aperiendo et per ipsum castrum eundo et redeundo, terram ipsius castri pedibus calcando et aspiciendo. Et deinde ad portam Altiliam civitatis Tarvisii accedens, ipsam portam aperiendo et claudendo cum clavibus manu propria in sera imprimendo et extrahendo, presentibus supradicto domino potestate et capitaneo et testibus supradictis, ipsius civitatis, castrorum, fortilitiarum, et totius districtus tam citra quam ultra Plavim possessionem apprehendit corporalem. Nomina autem consiliariorum et civium de scolis artium civitatis Tarvisii qui interfuerint dicto consilio et iuraverunt sunt hec, Dominus Gerardus de Baldachinis, Dominus Bonacursius de Caserio, Dominus Odoricus de Bonaparte, Dominus Hensedisius de Sinisforto, Dominus Rambaldus de Azonibus, Dominus Rofardus de Hengenolfis, Dominus Petrus de Ratione, Dominus Fancellus de Fancello, Dominus Ordanus de Azonibus, Dominus Altinerius de Azonibus eius frater, Dominus Mafeus de Fara, Dominus Nasimbene de Canestro, Dominus Vitor de Bonaparte, Dominus Rambaldus de Sinisforto, Dominus Zanobius de Cornechlinus, Dominus Cisolinus Petenela, Dominus Tolbertus dela Mota, Dominus Bartholomeus dela Vazola, Dominus Berardus quondam domini Pauli de Todeschinis, Dominus Donosdeus de Agolantis, Dominus Nordius de Nordio, Dominus Gerardus de Beraldis, Dominus Franzonus de Spineda, Dominus Zulianus de Baldachinis, Dominus Ambroxius de Tanaro, Dominus Alexandrinus de Beraldis, Dominus Iohannes Flos, Dominus Troylus de Aunisto, Dominus Garzolinus quondam domini Petri Garzei, Dominus Guelfus de Todeschinis, Dominus Guecello quondam domini Alberti de Bazoleto, Dominus Iacobinus Gabus de Gabo, Dominus Paulus de Magnavaca, Dominus Iacobi quondam domini Iohannis Lombardi de Bonaparte, Dominus Hansedisius de Bordonali, Dominus Galvagnus de Romanzolo, Dominus Iacobus de Soistano, Dominus Albertus de Arpo,

125 Dominus Bartholomeus dictus Bello de Nordio, Dominus Zulianus de Nicoleto, Dominus Marcocius de Nicoleto, Dominus Iacobus Franza, Dominus Petrus domini fratris Iacobi de Handrigeto, Dominus Hendricus de Reprando, Dominus Aycardus quondam Magistri Amidanti, de nobilibus civitatis Tarvisii, Domuns Iohannes delavazola, Dominus Nicolaus de Adelmario, Dominus Plaentinus de Monte Martino, Dominus Andalo de Resio, Dominus Iohanninus de Chizolis, Dominus Bonifacius de Roverio, Dominus Renaldus de Renaldo, Dominus Auliverius de Renaldo, Dominus Meliorinus de Arpo, Dominus Petrus de Gualdis, Dominus Petrus de Arpo, Dominus Domenicus de Maunico, Dominus Mateus Robertus de Salomone, Dominus Adelgerius de Mestre, Dominus Rigobonus de Bedoia, Dominus Nicolaus de Bragis, Dominus Lambertinus de Plastelis iuris periti, Ser Mafeus de Cataldo, Ser Magister Antonius de Boano, Ser Magister Diachinus, Ser Simeon de Vidoro, Ser Franciscus de Aglano, Ser Marcobonus quodam Mafei aurificis, Ser Nicolaus de Sancto Martino, Ser Silvester Apotecarius, Ser Menegelus cancelarius communis Tarvisii, Ser Ravagninus de Ravagninis, Ser Semperbene de Liberio, Ser Paulinus de Portu, Ser Iohannes de Vidoro, Ser Praefavius de Albino, Ser Bartholomeus de Nevacio, Ser Bartholomeus de Quinto, Ser Vendramus de Ricardo, Ser Franciscus Pesselle, Ser Tadeus de Ecello, Ser Albricus de Pregalzolo, Ser Rizardus dela Vazola, Ser Guecelo de Portu, Ser Beraldinus de Canova, Ser Plasenterius de Zaranto, Ser Alexander de Zaranto, Ser Odoricus de Lugugnano, Ser Leonardus de Marlengo, Ser Domenicus de Crespano, Ser Bartholomeus de Robegano, Ser Hendricus de Clarello, Ser Robertus de Nervesia, Ser Zaninus de Trivignano, Ser Bortolus de Ciglano, Ser Gabriel de Zordano, Ser Nasimbene de Liberio, Ser Giulianus de Nogaredo, Ser Leonardus de Caprielis, Ser Vivianus de Volpago, Ser Betinovelus, Ser Iosep de Arpo, Ser Marinus de Marino, Ser Florencius de Ecello, Ser Tomasius Zavatolus, Ser Petrus de Fineto, Ser Vendraminus de Lanzanico, Ser Petrus de Canizano, Ser Nicolaus de Solerio, Ser Gerardinus de Canestro, Ser Manfredus Ravagnano, Ser Benedictus de Sancto Zenone, Ser Gregorius de Camino, Ser Bartholomeus de Bursio, Ser Aymus Borsanela de Bursio, Ser Lazarinus de la Zirada, Ser Zambonus de Melono, Ser Vilius de Alferiis, Ser Zambaldus de Reprado, Ser Nicolaus domini Zamboni de Iacobo aurifice, Ser Lazarus de Villa, Ser Federicus de Vidoro, Ser Iacobinus de Flera, Ser Frescobaldus de Mestre, Ser Gilbertus de Sancta Lucia, Ser Tomeus de Sancto Martino, Ser Iohannes de Bursio, Ser Iohannes de Sancto Floriano, Ser

126 Robertus de Salomone, Ser Petrus de Colibus Paderni, Ser Lazarinus de Ricobono, Ser Iohannes de Resio, Ser Bartholomeus Iacobus de Castagnolis, Ser Iohannes de Salomone, Ser Andreas de Montebelluna, Ser Giulianus Zonelus, Ser Giulianus Marcoboni, Ser Nerius de Alferiis, Ser Bertolotus de Montagnana, Ser Iacobus de Lanzanico, Ser Manfredus Magister Diachini, Ser Bartholomeus de Maunico, Ser Iohannes Cavalerius, Ser Nicolaus Bertoni Zopelarii, Ser Bartholomeus Odorici de Piro, Ser Aulivus de Castrofranco, Ser Petrus de Eredacio, Ser Laurentius de Sileto, Ser Guido Petri Rubei Mercarii, Ser Iacobus de Lunico, Symon de Gualdis, Ser Rigacius de Templo, Ser Tolbertus de Trivignano, Ser Iohannes de Fossadulce, Ser Petrus de Plombino, Ser Bartholomeus de Marostica, Ser Trivisius Petri Bazalerii, Ser Iohannes de Solerio, Ser Nicolaus de Maresio, Ser Bartholomeus de Crespano, Ser Luisius Zambeli, Ser Francischinus de Montelo, Ser Petrus Filipi de Costis, Ser Aymus maior de Bursio, Ser Petrus de Vedelago, Ser Ubertinus de Fara notarii, Ser Antonius de Trivignano Draperis, Ser Paulus Marocus, Ser Vicencius Zuperius, Ser Iohannes de Tebaldinis, Ser Anostus Pelizarius, Ser Iohannes Solerius, Ser Giulianus de Ravagninis, Ser Cinus de Castagnolo, Ser Mafius de Madernis, Ser Symoninus Apotecarius, Ser Iustus Scoti, Ser Trunfanus Baldavineti, Ser Martinelus de Grandonio, Ser Mafeus Zozolus Calegarius, Ser Iacobus quondam Bertaldini, Ser Iohannes de Gualfredo, Ser Mafius Apotecarius, Ser Ylarius Apotecarius, Ser Martinus Iohannis Pozati, Ser Petrus Ceca Guainerius, Sognabene Calegarius, Ser Bompetrus Peliparius, Ser Petrus Tabernarius de Sancto Vito, Ser Franciscus domini Patorii quondam Mainerii, Ser Salatresius Pistorius, Ser Ordanus de Robegano, Ser Leonardus Belelerius, Ser Franciscus Tifonis Bonzeno, Ser Petrus Barberius, Ser Tealdo Selarius, Ser Gerardus de Linuco, Ser Galvanus Botonerius, Ser Vinicius Merzarius, Ser Petrus de Pederoyba, Ser Franciscus Murarius, Ser Paulus Camarini, Ser Tremetus quondam Petri de Zeto, Ser Pitus Sartor, Ser Nicolaus quondam Iohannis de Mengolo, Ser Pazarius quondam Gentilis, Ser Liberalis quondam Scontri, Ser Sparpaius Pistor, Ser Stefanus Peliparius, Ser Nasinbene de Patresello, Ser Brunacius Marangonus, Ser Iacobus Marangonus quondam Bertoldini, Ser Iohannes quondam Machinele, Ser Franciscus dictus Tonse, Ser Martinus Regatinus praeco communis Tarvisii populares et de scolis artium civitatis Tarvisii. Quapropter, si civitatem Tarvisii loqui possibile foret ore corporeo, refferendo grates altissimo posset veris titulis talia recitare. Almi pietate principis vivificata resurgo, que seria

127 tiranide, pocula nupere interitus amara gustaveram, excelli benignitate regis adriaci, ortata constanter exurgo, que nuper corruens extiteram ostium meorum pedibus conculcata, multifarias offerens sacro pugili grates et laudes reverenter assurgo, qui confractis servitutis vectibus, me tunc miseram, nunc felicem exaltans in libertatis solio sublimavit. Pro299 dolor indeficiens plus quam dolor, dum turbida flagrorum tempora reminiscor, in quibus viduata civibus et popolis desolata, cuntis spoliata diviciis omnibus suffocata maximis et pressuris, eviscerata, trucidata rancoribus sedulis, privataque horealibus escis, eruptione prostrata iacebam totaliter in profundis. Sed postquam me sopita mea tristicia, fere in ultimis laborantem, sanctus vivificans leoninus evigilavit a plexis, validis iuribus roborata reficior, a cunctis molestiis segregata sublimor, ab erepto quondam michi redito populo nunc extollor, excussis rancoribus sedulis tute gubernor, prosperisque cunctis michi cedentibus potior, et mente sincera gratulans nunc consolor. Ego Ubertinus filius domini Mafei de Farra civis Tarvisii sacra imperiali auctoritate notarius publicus civis Tarvisii de colegio tabelionum civitatis Tarvisii et supradicti domini potestatis et capitanei notarius et officialis supradictis omnibus et singulis praesens fui, eaque rogatus a supradicto domino Nicolao de Alemanis sindico scripsi meumque tabelionatus signum apposui consuetum.

299

"Prho" nel testo originale del documento. Nella trascrizione si propone lo scioglimento nell'interiezione pro (=ahimé).

128

FONTI E BIBLIOGRAFIA

129
E' parso opportuno, al fine di alleggerire l'apparato delle note, adottare il metodo del richiamo alle opere citate composto dall'autore e dall'anno della pubblicazione, oltre ovviamente all'eventuale indicazione della pagina o delle pagine dell'opera richiamata, riservando all'apparato bibliografico finale la dettagliata indicazione delle singole opere consultate. Si é ritenuto di estendere un metodo simile anche per i richiami delle fonti e delle opere più antiche, manoscritte ed edite; in questo caso il richiamo è limitato al nome dell'autore, eventualmente accompagnato da lettere progressive nel caso in cui siano indicate più opere del medesimo autore.

Fonti archivistiche ASV Archivio di Stato di Venezia Liber Pactorum V, cc. 9-19r. Liber Commemorialis IV, cc. 55-63 (bob.7, ftg. 247) Senato Misti, reg.19, c. 44. Miscellanea Atti Diplomatici e privati, b. 15, doc. 504. Archivio di Stato di Treviso Corporazioni Religiose Soppresse, Collegio dei Nobili, b. 9, pp.63 sgg. Biblioteca Comunale di Treviso ms. 452 (Codice cd. La Morosina) Biblioteca Capitolare di Treviso ms. 9 segn.n. (Codice cd. La Morosina) Fasc. G-1/37, II Fasc. G-3/152

AST

BCTv BCapTv

Fonti manoscritte AVANZINI FILIPPO AVANZINI, Series documentorum redactorum studio ed diligentia Philippi Avanzini, 7 voll., dal 1792-1794, BCapTv, ms.1-B/2, 7-13. VITTORIO SCOTI, Documenti Trivigiani, BCTv, 12 voll., ms. 957, metà XVIII sec. ANONIMO TORRIANO, BCTv, ms. 1392 (anche in copia denominata Anonimo Foscariniano, BCTv, ms. 659) BARTOLOMEO ZUCCATO, Cronica Trivigiana, Treviso, BCTv, ms.1391, '500.

SCOTI ANONIMO ZUCCATO

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