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La storia non poi la devastante ruspa che si dice. Lascia sottopassaggi, cripte, buche e nascondigli. C' chi sopravvive.

. Eugenio Montale, La storia

Ad Genua

Michele Corioni Fondazione San Marcellino ONLUS Genova Danilo De Luise Fondazione San Marcellino ONLUS Genova

Premessa
Genova, Paperopoli e visioni di citt2. Lideazione e il coordinamento, per conto della Fondazione San Marcellino, del progetto che ha portato il regista Pietro Marcello a realizzare il film La bocca del lupo (vincitore dellultimo Torino Film Festival e di numerosi altri premi) mi ha spinto a scrivere queste righe. Sento, per, lesigenza di premettere che parler del mio sguardo su Genova e non di Genova. Spiegare che non si tratta di unovviet mi consente di proseguire dicendo che tale considerazione, gi da sola, ci aiuterebbe a meglio discernere loperato di chi la citt governa: perch eletto dal popolo e/o figlio di famiglia e/o imprenditore di successo e/o ecclesiastico introdotto e/o persona che conta, ecc.. S, perch loro non propongono il proprio sguardo o quello di una rappresentanza di cittadini, ma, nella migliore delle ipotesi, una vision, che ben altra cosa. Lo sguardo cui mi riferisco lazione del guardare, con tutti i limiti dettati dallangolo di visuale, dagli errori di parallasse e dalla parzialit di quanto abbraccia. Uno sguardo che si sforza di osservare, di cogliere i piccoli particolari. La visione di cui sopra, invece, richiama allaccezione estensiva del termine, allintuizione e previsione del futuro assetto della citt, qualcosa che, come dire, ha pi a che vedere col come si vorrebbe diventasse che con il com, con il cosa si vorrebbe vedere che con il cosa si osserva. Prendo a prestito un giochetto che il mio amico Pedro Meca fa sempre alle sue lezioni, per aiutare i presenti a capire la differenza tra il guardare e il vedere, e che ci pu aiutare anche a comprendere come una visione possa essere quanto di pi distante dalle reali possibilit di equilibrio che un luogo complesso e ostile come una citt pu raggiungere.
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Ad Genua era stato scelto da Pietro Marcello come titolo provvisorio durante la lavorazione del film La Bocca del Lupo. Inseriamo in apertura questa lettera aperta tratta dagli appunti presi da Danilo De Luise durante la lavorazione del film.

Pedro, dicevo, punta il dito contro la lavagna e chiede ai presenti cosa vedono. In genere, dopo un primo silenzio, si levano le risposte pi disparate. Passato qualche minuto il vecchio domenicano sogghigna e chiede come mai nessuno abbia visto il suo dito. Di solito tutti noi presenti sorridiamo divertiti, ma una faccenda maledettamente seria. Perch quel dito sono i due uomini e la donna che vediamo ne La bocca del lupo dormire sotto gli archi che sostengono Corso Italia, proprio nel punto da cui Garibaldi si imbarc per fare lItalia. Sono le persone nordafricane che il regista ha visto attonito, durante le riprese, fuggire da un basso infestato di pantegane, nellantico ghetto, allarrivo della polizia. Sono la coppia di rumeni, che si vede nella stessa pellicola, abitare uno degli archi della ferrovia dietro il centro commerciale Fiumara, sono tutti coloro che tirano la vita con i denti (e sono tanti) in uno spicchio di terra tra i monti e il mare, rassegnatosi, obtorto collo, allidea che il sogno industriale, come tutti i sogni, svanito con lalba. E allora via, alla ricerca di un nuovo sogno: la Genova turistica, quella dellexpo e degli eventi, delle riqualificazioni importanti e dei centri commerciali. Saranno le spesse palpebre dei media, della realt virtuale, dellastratto sempre pi concreto ad allontanare lalba e, con essa, il risveglio. Ma i fatti hanno la testa dura, diceva qualcuno, e per quanto le vision siano accuratamente bonificate dai dubbi, basta fare un giro la notte alla stazione Brignole e nelle altre pieghe dello spazio e del tempo Genovese, per osservare laltra faccia del Bigo di Renzo Piano e, forse, tornare a vedere la Lanterna. Io non sono capace di quelle visioni, sono un uomo di quarantasei anni bastardo fino al midollo. Il mio dna un cocktail di geni di terre disparate; contadini, artigiani e operai abitano il mio sangue. La strada ha accompagnato i miei giochi. Non ci sono scuole di partito o sacrestie nella mia formazione. Il mio sguardo povero, maledettamente limitato, ma, soprattutto, spietato. Non uno sguardo dal basso, non tiro la vita con i denti. Ho un lavoro, riesco a pagare i cinquecento euro di affitto, pi le spese, che i trentasette metri quadri che abito costano oggi sul mercato genovese. Riesco a passare lassegno di mantenimento ai miei figli e a non sentire la mancanza delle innumerevoli cose che riempiono la vita di molti. Guadagno molto pi dei colleghi operatori sociali che sforano di poche decine di euro la soglia di povert del nostro paese. Ho un posto al sole, per ora, io, ma vivo vicino a chi lo sguardo dal basso ce lha davvero. E non mi riferisco a quello cinico. Il mio sguardo contaminato da loro. Ascolto e leggo, scandalizzato, di progetti milionari (in euro, of course) per la riqualificazione della parte a mare della zona di Albaro (piscine, campi da tennis e bagni Lido) e di altre operazioni importanti (stadio, Erzelli, ecc). Non diversa da tutta la Liguria, Genova, in questo, come si pu comprendere anche da inchieste giornalistiche pubblicate non molto tempo fa. Una pioggia di porticcioli, posteggi, centri commerciali, appartamenti e grattacieli (sempre pi di moda) si abbattuta sulla regione e non ancora terminata. Una sorta di calamit naturale accompagnata da variazioni di piani regolatori, destinazioni duso, aree industriali dismesse che cambiano di mano: intrecci tra imprenditori e politici, tra politici di una parte e quelli dellaltra, tra cariche nei vari consigli di amministrazione e professionisti. Un caleidoscopio di nomi, imprese, associazioni e appartenenze, sempre diverso, ma, in fondo, sempre pi uguale.

Sento le cifre di questi investimenti, con il viso di manager locali e non (del tutto figli di questo paese), fatti con denari provenienti, forse, anche da paesi lontani, da gestioni eccellenti di altri investimenti, e, anche io, come il Principe di Casador3 dellamico Giuliano Piazzi, penso alla gente. Penso ai bambini che nascono e crescono nelle case popolari di Begato o del CEP, ai grandi benefici che avranno quando, adolescenti, scenderanno a passeggiare in Corso Italia, ch per entrare a fare il bagno in piscina o al Lido non avranno i denari e, se li avranno, vedremo come sar accolta la loro frequentazione. Provo a immaginare il loro rapporto con gli altri adolescenti e il loro sguardo sugli adulti. Ascolto il sinistro rumoreggiare di chi ha fatto del centro commerciale di Fiumara la piazzetta dove trascorrere il proprio tempo libero. Osservo quei tre grattacieli residenziali (dove vivono i miei genitori) piantati nel verde del loro bel parco, chiusi fuori dal resto del mondo dai loro cancelli, traboccanti di telecamere, chiavi, telecomandi e portoni. Mio nonno ha sputato sul tornio la maggior parte dei suoi quarantasette anni di vita nel reparto che stava l, dove oggi poggia i piedi il mostro in cui vive sua figlia. Davvero si pensato che una citt migliore, una qualit migliore della vita di chi abita quel quartiere, potesse passare attraverso ledificazione di un tempio del mercato? Altro che mercanti nel tempio! Eppure chi studia la povert a Genova, come Giuliano Carlini, negli ultimi trentanni ha prodotto fior di ricerche che la dicevano lunga sui rischi che si correvano e sulle strategie da adottare. Ma, forse, questa visione, che io non sono capace di avere, abbisogna di una sua chimica propria. Una specie di peyote specifico che porta le solite facce, i soliti nomi, le solite imprese, le solite sigle a popolare i luoghi che contano di queste visioni. La vita sempre a colori, in questa vision, una specie di campo delle fragole, dove il disagio e la sofferenza sono proposti con un loro posto, dosati con demagogica praticit. Cos la vita diventa un fumetto. Ci sono, s, Paperone e la Banda Bassotti, ma i poveri che si vedono sono come Paperino e gli altri fanno solo qualche comparsata, ch se no rovinano lo svago. Paperopoli, in fondo, una citt invitante. L, le case ce lhanno tutti, linde e colorate. Ma io da piccolo ero gi deviante, leggevo Kriminal, Satanik, Diabolik e robaccia cos, e Topolino, dopo un po, mi annoiava. Cos, incapace di visioni, mi limito a guardare, a sforzarmi di vedere, e gli occhi si posano sui nomi, sui volti e sulle storie per allargare, poi, lo sguardo sulla citt. Una citt di emigranti e di migranti. Una citt che scivola verso lintolleranza, dove i pi non riescono a osare con la mente oltre al proprio interesse personale. Allora, per esempio, la costruzione della Moschea diventa un problema per la citt e non unopportunit. E le tensioni vengono proposte come legate alla sicurezza (amplificando e facendo leva su una percezione che le ricerche ci dicono lontana dal dato rilevato 4) a una strisciante forma di xenofobia (che pure anche io osservo e neppure tanto strisciante). Sospetto che il problema dei pi sia, in fondo, maggiormente pragmatico, tipo: non che rischiamo che una Moschea faccia scendere il valore degli appartamenti del quartiere, quindi del mio? Questo valgono la democrazia e la libert.

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G., Piazzi, Il principe di Casador, Quattroventi, Urbino, 2000 Cfr i rapporti . e S. Padovano, Il pericolo indecifrabile .

Abbiamo perso di vista che il mancato riconoscimento dei diritti degli altri mette a repentaglio anche quello dei nostri? O abbiamo scordato lidea stessa di diritto? O, peggio, la barattiamo quotidianamente nellillusione che in tal modo il nostro orticello sia un po pi sicuro? Temo che questo mix di povert culturali e cattiva politica, sia terreno fertile per far crescere ben altri conflitti, corporativi, razziali, religiosi, il tutto, come accennavo prima, coperto da una redditizia (per pochi), orrenda (per tutti), riqualificante colata di cemento. Non era questa la citt che sognavano i tanti Littorino5, saliti in montagna armi alla mano a unet in cui i figli dei nostri giorni si spianano il cervello a botte di play station, reality e altre droghe naturali, sintetiche o elettroniche che siano, con la benedizione di tutti noi o quasi. Non avevano vision, loro, ma, probabilmente, idee pi semplici e urgenze differenti. Dal caos della seconda guerra mondiale e delloccupazione, cercavano di inventarsi un ordine, ognuno il suo proprio, particolare, certo, ma anche uno migliore, per tutti. Lo facevano con strumenti antichi e rozzi, forse, come la coscienza di classe, ma avevano unidentit da spendere per costruirne una comune, nel gioco virtuoso dellappartenenza e dellidea di s. Quante volte stato venduto il corpo di Genova da allora? Quanto stato facile scordare o giustificare, le case popolari che pure sono ancora l a testimoniare lo scempio? Via Tofane, le Lavatrici, la diga, il Biscione (non pubblicit occulta, ma un edificio chiamato cos per la sua forma gi in tempi non sospetti). O quei palazzi orrendi che ti aggrediscono con la loro bruttezza quando passeggi per il centro storico, come per ricordarti che la speculazione passata anche da l, con la ricostruzione del dopoguerra. E se ti affacci dallalto e guardi il sorriso triste del mare sulla costa martoriata, ti accorgi che non sono cose del passato. Che le coste di Pra sono state spazzate via uno schizzo di tempo fa, che la collina degli Erzelli si riempir presto di costruzioni e grattacieli e che a est le aree della Fiera di Genova si espandono strappando spazi al mare e alla citt. Opere e investimenti importanti, dalle Colombiadi in poi, passando per il sangue e gli abusi del G8 e la cosiddetta cultura del 2004, costruite con soldi pubblici (e, in alcuni casi, vicissitudini giudiziarie) per essere gestite, poi, da s.p.a.. Business, eventi, turismo, notti bianche spacciate per cultura, lidea delleccellenza, il tutto per rilanciare la citt, il mercato del lavoro (precario, no, pardon: flessibile) e il commercio (ma quanti esercizi hanno chiuso a Genova negli ultimi venti anni? Quante persone hanno impiegato in pi? E con quali contratti?). Le dure leggi del mercato (economico, dei consensi, del potere, degli appalti, delle cariche, degli incarichi, delle consulenze), in fondo, producono vision sempre pi stereotipate. Pure, il mio sguardo arrabbiato coglie anche le cose buone, ma non di queste che voglio parlare oggi. Anzi, direi proprio che per queste, che non ne voglio parlare. Perch mettere il dito nella piaga, sussurrare in poche righe la Genova che non viene promossa allesterno, mi pare un servizio fatto a quella parte di lei che resiste, che cerca ancora di costruire ostinatamente un luogo di convivenza democratica e di incontro delle persone.
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Littorino il nome di battaglia di Valerio Parodi, classe 1926, amico partigiano dei GAP, prima, e della brigata Brigata Berto (Divisione Cichero), poi.

Non so se Genova sia stata mai davvero superba, spero di no, perch non riesco a trovare, in questo, un valore (forse vale la pena di ricordare che la superbia uno dei sette peccati capitali), ma so che ci sono state occasioni in cui davvero si sperimentava una citt per tutti. I servizi sociali, per esempio, tra gli anni settanta e gli ottanta avevano sviluppato un modello efficace, ricco di potenzialit oltre che di problemi. Negli ultimi ventanni ho assistito al suo progressivo smantellamento in nome di una gestione pi efficiente e meno costosa. Frottole! Demagogia e mistificazione. Nellesternalizzazione dei servizi sociali ci hanno inzuppato il pane tutti, terzo settore (associazioni, Coop. rosse e bianche, bianche e rosse, fondazioni, enti ecclesiali ), politici (avete mai pensato a quanti voti si possono tirare su nel dare in gestione pezzi di servizi?), lobby professionali, privati profit e no-profit. I servizi sociali sono spesso (e stupidamente) considerati un Assessorato poco prestigioso e importante in confronto ad altri che impegnano sul porto, leconomia, il lavoro. Ma mentre c stato chi ha perso il contatto con il territorio, garantito dalle sezioni di partito ecc, altri lo hanno acquisito proprio con la presenza nel mondo sommerso delle piccole associazioni, cooperative, gruppi, cittadini. Migliaia di lavoratori sottopagati, e utenti, da tenere in scacco con salari da fame e servizi. Fortunatamente oggi, in questo ambito, nellamministrazione comunale leggiamo tracce che promettono bene; speriamo che duri e che gli sforzi di chi ci sta provando non siano spazzati via come un fastidioso granello di sabbia che inceppa un ingranaggio del meccanismo. Genova. Genova una citt che amo profondamente, straordinariamente pi bella di come la mostrano certi video patinati che la pubblicizzano (togliete gli schermi video dagli aeroporti e dalle stazioni per piet). Genova una citt frammentata, dove le famiglie contano ancora molto, dove i Servizi non hanno pi risorse, del tutto figlia di questa Italia virtuale che la vita la vuole guardare e vivere (o subire) in tele-visione, appunto, le chiacchierate si fanno chattando, gli amici si incontrano su facebook e i compagni di giochi sono a cristalli liquidi. Genova. Genova guarda a Paperopoli, ma resta sdraiata sotto la Lanterna e continua a vivere della vita di coloro che non finiranno mai su un manifesto di promozione turistica.

Genova 4-12-2009

EXTRA MOENIA

Luomo un animale tra i meno riusciti, incapace di adattarsi allambiente. Mente e cultura sono le sue risorse pi potenti ed con queste che ha garantito la sopravvivenza della specie adattando il pi possibile lambiente alle sue esigenze. Questa strategia lo ha costretto alla vita sociale, proiettandolo nelleterno conflitto tra le proprie pulsioni individuali e la vita comunitaria con i propri simili. Tutto ci ha richiesto e richiede la tensione a negoziare senso per svilupparne uno condiviso, passando attraverso miti e rituali che, pi o meno simbolicamente, perpetuino un ordine, anche questo condiviso, che impedisca alle comunit di piombare nel caos. Il rapporto con il disordine, il caos, appunto, ha ossessionato e ossessiona tutta la nostra storia. La paura accompagna il breve viaggio della nostra specie (che a noi sembra cos lungo) in un equilibrio precario e potente. Quanto maggiore stata la nostra capacit di trasformare la paura in uno stimolo evolutivo, tanto maggiore stata la nostra capacit di perpetuare la vita. Per ricercare un ordine abbiamo bisogno di riconoscere le infinite potenzialit del disordine; il riconoscimento dellimmenso patrimonio della diversit ci far accogliere la paura come preziosa compagna di viaggio; sgradevole, a volte, ma infinitamente stimolante se non ce ne lasciamo soggiogare. Tutto questo ci rende impossibile parlare di questa citt senza, prima, sottolineare e ribadire che si tratta del nostro sguardo su Genova e non di Genova. Langolo di visuale da cui partiamo il film La bocca del lupo di Pietro Marcello. Le note che seguono non vogliono essere n una guida alla citt di Genova, n tantomeno al film. Piuttosto un percorso o la mappa per imboccarne pi duno. Abbiamo solamente voluto lasciar correre i pensieri e le riflessioni che prendevano corpo dalle emozioni che il film ci ha lasciato, seguendo il filo del nostro impegno sociale, in una serie di chiacchierate che uno di noi, Michele Corioni, ha riportato in queste pagine condivise. Quello che questesperienza ci ha confermato la necessit di contaminazione reciproca per chi si vuole abitante di un territorio. singolare che il processo di composizione di questo scritto abbia assunto esattamente questo carattere: unintensa esperienza di contaminazione che intende aprire agli stimoli che da questa storia possono venire. Riteniamo, infatti, che tanto la citt, quanto il film siano in grado di suggerire riflessioni pi ampie, uno sguardo che si interroga su questioni che vanno ben al di l del qui ed ora. Uno sguardo sulla storia, appunto, e sui suoi abitanti.

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Il mito di fondazione di una citt


1. Il film Una nave entra nellocchio della telecamera. Per un attimo siamo riportati alle emozioni degli abitanti originari della costa, allimpressione di chi vede arrivare stranieri dal mare, alla leggenda che vuole Giano fondare la citt e a tutti gli innumerevoli sbarchi, amichevoli o ostili, cui il golfo di Genova ha assistito. Nel fotogramma successivo sono loro, i naufraghi, e il sollievo di sentire sotto i piedi un perimetro pi vasto e solido di quello breve di una nave. Sono queste le immagini desordio de La bocca del lupo, il tema che avvolge la trama e che ritroveremo ancora, alla fine. Un cerchio magico in cui sono raccolti spunti che vanno al di l, forse, delle intenzioni di Pietro Marcello, come in ogni prodotto dellingegno consegnato allo spettatore e alla sua fantasia. Quello che proviamo a fare in queste note dare voce ai possibili percorsi che si snodano nellintrico della citt fotografata e quasi dipinta dal regista. Dare voce alle suggestioni che lo spettatore intuisce gi a una prima e, per unopera come questa, insufficiente visione. un film, questo, con un nucleo magmatico facilmente individuabile. La vicenda di Enzo e Mary, dapprima illustrata in modo schizofrenico, mediante una sovrapposizione di immagini e narrazione fuori campo, raggiunge la sua unit con lintervista nella cucina del loro appartamento. Fotografia e racconto si saldano nella fissit della prima e nella mobilit del secondo. I protagonisti ci guardano negli occhi e ci raccontano la loro storia damore e il luogo e la situazione improbabile, per quanto molto semplice, in cui tutto questo ha inizio. Ma questo giusto il cuore de La bocca del lupo. La risposta a una domanda muta, che i numerosi spezzoni di repertorio sparsi nel film, raccolti da videoamatori lungo larco del secolo scorso, suggeriscono instancabili: cosa rimane? Cosa rimane di Genova, nata sullo sperone di roccia di Santa Maria di Castello, allargatasi come una mano intorno al seno del porto, allungatasi a colonizzare gli estuari del Bisagno e del Polcevera? Della lama costretta fra i monti e il mare, che corre senza soluzione da Nervi a Voltri? Delle innumerevoli persone che ne hanno condiviso la storia? Del sapere delle vite co-strette a con-vivere in questo spicchio di terra? Quello che rimane , banalmente, ci che si vede, ma si tratta, appunto, di una risposta di superficie. Un tempo era il monito di un pensiero filosofico o religioso e ci che di questa riflessione alta si sedimentato nella saggezza popolare a metterci in guardia sulla transitoriet del reale. Ora, parte di questo compito affidata alle immagini, ai ricordi mobili, che fanno riemergere volti e gesti, percorsi e cammini. C una sequenza in particolare, quasi a met del film, cui ci rifacciamo quasi fosse il suo centro simbolico, preludio al nucleo magmatico dellintervista. Vi si vede un uomo che cammina fra le macerie di Genova bombardata trasportando un grande specchio. La luce vi si riflette e il suo passaggio illumina gli affreschi di una chiesa diroccata. Impossibile dire quale sia il significato concreto di questo suo passare: un trasloco, un saccheggio o altro. Emerge, per, una valenza simbolica formidabile. Ci che resta , appunto, questo passare frettoloso e carico attraverso le macerie. E quel che colpisce maggiormente il fatto che le macerie prendano vita e significato proprio in forza di questo passare. Non da meno, per, il simbolo condensato nelloggettualit
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quotidiana dello specchio. Senza lo specchio le macerie sarebbero solo sassi, materia inerme. La luce riflessa dalla superficie traslucida illumina il lato nascosto delle cose, il lato del loro senso. Sono tutti gli sguardi sul mondo, che, propriamente, strutturano un mondo e nello strutturarlo, lo creano. Parafrasando Fuentes: la terra diventa mondo sotto lo sguardo e con la parola degli uomini. Ma, diversamente da quanto credeva Sartre, gli oggetti ci vengono incontro come depositari di una storia, che possiamo decifrare solo a patto di continuare a narrarla6. Non come meri utilizzabili, n come bestie vive, alieni o visitatori di altre dimensioni, bens familiari e legati a noi da una trama lunga almeno come la storia dellumanit. Transitare, passare attraverso i luoghi. Per tutto il film seguiamo il transito di Enzo attraverso la citt. Scorrono davanti a noi immagini di transiti epocali, come quando compaiono le sequenze dei grandi vari, delluscita dalle fabbriche, dello smantellamento dellAnsaldo. In mezzo al decadere degli edifici, di parti consistenti del tessuto urbano, quello che rimane sembra essere il transito degli uomini, che il loro transito nella storia. Lo spazio che attraversiamo diventa il tempo della nostra vita, il transito si fa storia. Questo perch nellattraversare operiamo costantemente uninterpretazione dello spazio, mediante la sua organizzazione e il suo utilizzo. Facciamo la storia interpretandola, dandole un senso. O, forse, il caso di interrogarsi se questo transito non sia proprio uno dei motori della storia, quello che la fa. La bocca del lupo inizia nei pressi dello scoglio di Quarto, luogo che la storiografia mitica del Risorgimento ha scelto come simulacro dellunit che a partire da l si sarebbe compiuta. Confine tra la terra e il mare, tra il noto e lignoto, tra lordine e il caos. Possibile via verso la scoperta, lincontro, la libert. Luogo di partenza, come le stazioni, i caselli autostradali, il porto. Luoghi in cui i viaggi hanno il loro primo muoversi, che si attraversano: varchi fra il prima e il poi, fra labitudine e lo straordinario. Soglie percorse da uomini con i loro fini o, semplicemente, le loro attese. In ogni caso luoghi dove il transito pienamente vissuto e dove il vivere contrassegnato dalla presenza di persone, di storie e di incontri. C uno scoglio di Quarto congelato nella memoria mitica e uno scoglio di Quarto, forse un po il medesimo, forse diverso, che qualcuno avr rimirato mentre la nave si allontanava verso il rischio e lavventura. O uno scoglio a cui qualcuno saggrappa per viverci. O uno scoglio dalla cui sommit guardare il mare aperto e a ovest i monti innevati e labbraccio di una natura e di una storia follemente belle. Uno scoglio di Quarto da studiare a scuola e un altro su cui darsi i primi baci. Si potrebbero riempire pagine e pagine con queste contrapposizioni, esplorare tutti i luoghi della citt che presentano questa vocazione bifronte che ne attraversa la storia dalla mitologia romana sulla sua fondazione in poi, e ce ne sarebbero molti. Ma limpressione spiacevole di un discorso fra il tenero e il nostalgico monta in modo prepotente.

Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovere, poich non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di pi. E a me, mi commuovono, insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive. Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ci che ho provato l'altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com'era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. S, cos, proprio cos, una specie di nausea nelle mie mani., J. P. Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 1999, p. 20.

In fondo una citt anche altro: tecnologia, urbanistica, grandi realizzazioni, luogo degli investimenti e dei profitti, spazio accogliente e protettivo, ma anche ambiente ostile come pochi altri, luogo di intrighi e speculazioni oppure di incontri e progetti straordinari. Si potrebbe sostenere che ci che oggi visibile di una citt, nel bene e nel male, il frutto di unoperosit che poco ha da dire sui suoi attori effettivi. Diversamente lo sguardo si colora di un umanesimo rosa, che non coglie lelemento fondamentale e fondativo, il quid di una citt.

2. Visione commerciale e visione topografica C, a quanto pare, una visione sulla citt, che fa a meno dei suoi abitanti. Basti osservare le modalit abitative del dopoguerra: le case non hanno pi niente da dire sui loro inquilini. Per quanto questo possa sembrare paradossale, si tratta pur sempre di una visione indotta da un certo modo di stare nella citt. Sono gli abitanti stessi, i citoyens, a strutturare visioni differenti. La bocca del lupo ha una visione da proporre, ma la desume da un modo determinato di abitare la citt. quello di chi la percorre a piedi, di chi la misura con lunit di misura fondamentale. I passi. I passi di Enzo, della folla di Sottoripa o di Fossatello, che percorrono i vicoli, lintrico del Ghetto, trasportati dalle finalit pi disparate, condotti dai bisogni primari, retti o distorti che siano. Ma ci sono anche i trasporti meccanizzati, e non per questo pi veloci. Gli ingorghi in entrata e in uscita, lanimazione frenetica della sopraelevata, il ventre della stazione Principe, i colossi marini che annusano terra dalle banchine del porto. Anche qui: modi diversi, schematicamente contrapposti, ma conviventi, di vivere una citt. Da una parte la citt pensata e costruita in funzione dei suoi abitanti, dallaltra la citt concepita in funzione dei suoi prodotti. Da un lato percorsi che luomo compie a piedi, sulle proprie gambe, con il ritmo che permette uno sguardo partecipe, che lascia spazio alle soste intermedie, alleventualit di un incontro. Dallaltro il viluppo di arterie stradali che hanno lunica funzione di facilitare laccesso alle aree commerciali. La nostra memoria non pu non andare a Luomo che cammina7, a quel guardare la vita di Cristo, e la sua proposta, densa di incontri e tutta camminata nei pochi chilometri quadrati che hanno aperto alla storia e alluomo il suo annuncio. La visione della citt senza i suoi abitanti, che qui indichiamo con la qualifica di commerciale, una menzogna costruita ad arte. Ogni visione interpretazione e ogni interpretazione unattivit delluomo. Ogni uomo, infine, abitante sia che si porti la sua casa appresso, sia che la collochi stabilmente in un contesto urbano. Siamo inseriti irrimediabilmente in ogni visione che produciamo. Come potuto accadere, dunque, che si sia formata una visione disumanizzata e proprio del luogo antropico per antonomasia, la polis?
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Cammina. Senza sosta cammina. Va qui e poi l. Trascorre la propria vita su circa sessanta chilometri di lunghezza, trenta di larghezza. E cammina. Senza sosta. Si direbbe che il riposo gli vietato. [] Se ne va a capo scoperto. La morte, il vento, lingiuria: tutto riceve in faccia, senza mai rallentare il passo. Si direbbe che ci che lo tormenta nulla rispetto a ci che egli spera. Che la morte nulla pi di un vento di sabbia. Che vivere come il suo cammino: senza fine, C. Bobin, Luomo che cammina. Quiqajon, Magnano,1998, pag 9 e pag 11.

La metamorfosi della polis da organismo gi tutto compreso nellagor a spazio vuoto, spazio di transito, ma non di sosta ha a che fare con lintroduzione di sempre maggiori spazi, sia fisici sia metaforici, fra gli individui. La leva sulla quale si regge la visione disumanizzata della citt lisolamento. Gli spazi che vengono frapposti fra gli uomini non risiedono nelle differenze fra di essi, bens nella frammentazione fondata sulla diversit degli interessi. indubbio che nella citt rinascimentale ogni individuo fosse diverso dagli altri e che vi fossero diversi raggruppamenti di individui aventi i medesimi (o molto simili) interessi. Lalta partecipazione alla vita pubblica, che proprio in quellepoca si manifesta, testimonia, per, di interessi collettivi in grado di immettere coesione in un tessuto costituito, almeno idealmente, da atomi. La frammentazione diventa efficace quando gli interessi sono tali solo per il singolo. La piazza dedicata agli interessi del singolo non pi lagor, bens il Mercato. Perch qui linteresse uno solo e tale da potersi relazionare solo con me: linteresse a possedere di pi. Laddove linteresse era, poniamo, quello di avere una citt che fosse lo splendore del Mediterraneo, ecco che le attivit finalizzate a ottenerlo erano necessariamente attivit collettive. Laddove linteresse lincremento idealmente illimitato del mio possesso, le attivit volte a ottenerlo finiscono con me. Nelle mie tasche. L, dove il profitto si inoltra nello spazio astratto del plusvalore, le attivit per farlo crescere finiscono con il denaro e la persona, chiunque essa sia, diventa accessorio, terreno da bonificare da frammentare, perch sia pi fertile e funzionale a quellastratto cos concreto. Mentre gli interessi collettivi sono creatori di opere che recano il marchio di tutti (pensiamo alla costruzione delle cattedrali medievali), limpresa commerciale sfocia nella produzione di ricchezza, che tradotta in denaro lelemento pi anonimo che luomo potesse inventare. La sua estrema versatilit ne fa un idolo senza volto. Che tipo di identit si pu sperare di costruire sul denaro? Il denaro un simbolo che sta per ogni cosa materiale, per ogni merce, ma lidentit non appartiene a questordine di cose. Lidentit abbisogna di relazione e appartenenza. Cosa possiamo dire, allora, di un tempo, ed il nostro, che cerca costantemente di venderci la nostra identit tramite laccumulo di denaro e il consumo di merce? Dobbiamo dare un giudizio? possibile darlo? O, forse, saranno i sopravvissuti a emetterlo? Lo faranno senzaltro i sopravvenienti, coloro che vengono dopo. E lo faranno, inevitabilmente, in base a un criterio di fedelt. Il giudizio assomiglier molto al constatare se la citt stata fedele a se stessa, al suo mito di fondazione. Sar, dunque, una risposta critica alla domanda: cosa rimane? Per mito di fondazione non intendiamo, qui, un racconto che illustri il carattere determinante di una citt particolare o leziologia di una toponimo o ne fissi la cronologia con criteri differenti da quelli della storiografia moderna. Quello cui alludiamo con mito di fondazione ci che rende una citt quello che , il suo dato fondante. 3. Babele

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Il mito di Babele, ad esempio, possiede tutte le caratteristiche che ne fanno un mito universale, staccato da un luogo e un tempo particolari, uno schema valido per riflettere sul quid dellinurbamento in generale:
Tutta la terra aveva ununica lingua e uniche parole. Emigrando dalloriente, gli uomini capitarono in una pianura nella regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero lun laltro: Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco. Il mattone serv loro da pietra e il bitume da malta. Poi dissero: Venite, costruiamoci una citt e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra8.

Gli uomini, i discendenti di Nimrod, discendente a sua volta da Caino9, si spostano in massa, formano flussi migratori. Concepiscono e comunicano in massa (Venite, venite) e anche le informazioni si percepiscono come veloci, immediate: minima la distanza fra lemittente e il ricevente. Linformazione diventa facilmente azione e la proposta si tramuta automaticamente in affare. Gli individui stanno fra loro in un rapporto tale che gli impulsi delluno si comunicano rapidamente allaltro, come nel fenomeno delle folle allo stadio, che si fanno vettori di movimenti coordinati senza una regia sensibile, ma esclusivamente obbedendo allenergia che scorre fra loro. Babele ci parla della massa che la concepisce, la costruisce e abita:
Forse la massa non sarebbe considerata con la seriet che le dovuta, se lenorme incremento della popolazione che si riscontra ovunque e il rapido ingrandirsi delle citt, tipici della nostra epoca, non avessero fornito alla sua formazione occasioni sempre pi frequenti10.

Le citt favoriscono la formazione di masse, secondo questa osservazione di Canetti, ma la massa sta allorigine di unidea particolare di citt, secondo la riflessione biblica. precisamente un universo concentrazionario11 quello che Babele rappresenta. Un universo nel quale gli individui simulano le caratteristiche formali di determinati elementi materiali:
Linvenzione concentrazionaria non nello spirito umano, ma nella cosa stessa, la quale secerne il proprio sistema, organizza le proprie leggi, ordina il suo linguaggio cui il mondo intero costretto a piegarsi, e che non ha nessuna comune misura con i linguaggi dei mondi esterni12.

Lattivit principale degli abitanti di Babele la produzione seriale di oggetti versatili di qualit scadente. I mattoni permettono loro la costruzione di una torre vertiginosa, ma sono solo un sostituto della pietra. Di questi progenitori non viene detto nientaltro. Sono ripresi nellattivit che assorbe tutta la loro attenzione, le loro energie, la loro progettualit. Sono incredibilmente contemporanei. Nella
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Gn 11, 1-4. Caino conobbe sua moglie, che concep e partor Enoc; poi divenne costruttore di una citt, che chiam Enoc, dal nome del figlio, Gn 4, 17. 10 E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano 200613, p. 24. 11 A. Neher, Lesilio della parola, Marietti, Genova 1997, p. 115. 12 Ivi, p. 117.

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concentrazione con cui sono dediti alla riproduzione di pezzi identici simulano la natura dei pezzi stessi. Sono intercambiabili tanto quanto lo sono i mattoni che producono. Infatti i discendenti di Nimrod non hanno nomi, non hanno volti o caratteristiche individuali. Simulano perfettamente lidentit qualitativa dei materiali da costruzione. Inoltre simulano la loro densit con lammassarsi gli uni accanto agli altri. Ridotti al minimo di individualit, essi godono luguaglianza dei diritti. Gli abitanti di Babele, che, forse lo intuiamo, ci assomigliano in maniera allarmante, si sono standardizzati al punto da definirsi solo attraverso la mobilitazione generale (Venite, venite):
Il lavoro (anche sotto forma di tempo libero) invade tutta la vita come repressione fondamentale, come controllo, come occupazione permanente in luoghi e tempi regolati, secondo un codice onnipresente. Bisogna sistemare la gente dappertutto, a scuola, in fabbrica, sulla spiaggia o davanti al televisore, o nel riciclaggio: mobilitazione generale permanente. Ma questo lavoro non pi produttivo nel senso originario: non pi che lo specchio della societ, il suo immaginario, il suo principio fantastico di realt13.

Il lavoro non si caratterizza pi per la propria spinta creativa (uno dei sensi originari di produttivo) e la funzione, anche simbolica, di appartenenza che offre alla persona attraverso il ruolo e la partecipazione, ma cerca altres di perpetuarsi nella mera riproduzione di se stesso: stesse automobili, stessi capi dabbigliamento, stessi programmi televisivi, stessi cibi, stessa musica, stesse malattie, stesse medicine. Stesso linguaggio: Tutta la terra aveva ununica lingua e uniche parole. Il dettato del testo biblico ha percorso i secoli per arrivare a noi e non un caso che, a tradurlo con intelligenza, si riveli assai poco elegante e, per certi versi, bizzarro. Cosa pu significare, infatti, che tutta la terra aveva [] uniche parole? E che genere di tensione scaturisce dallosservazione che si pu avere ununica lingua fatta di uniche parole? La koin della nostra epoca moltiplica allinfinito i link che paiono connetterci gli uni agli altri. Ma la quantit di connessioni inversamente proporzionale ai contenuti che possiamo scambiarci. Perch i contenuti si modellano sullesperienza e lesperienza, anche oggi, anche nellera cyber, si nutre di carne e sangue e sudore. Il mito di fondazione di Babele termina nella catarsi della confusione delle lingue. Il deus ex machina disperde luniverso concentrazionario complicando la comprensione reciproca, obbligando in questo modo gli umani a faticare per comprendersi, piuttosto che a faticare per riprodurre mattoni. Strategia paradossale, che interrompe ledificazione della torre, limmagine del potere verticalizzato cui tutti si erano piegati. Ora gli uomini sono di nuovo dispersi sulla faccia della terra e torneranno a ripercorrerla, per cercarsi. un altro mito, unaltra modalit di costruzione della convivenza, per certi versi pi simile a quanto vediamo ne La bocca del lupo. Enzo un pellegrino. Il suo viaggio nella citt fatto a piedi. La citt si mostra ai suoi occhi, e ai nostri, con la lentezza dei suoi passi. E mentre Enzo torna lentamente a casa, i suoi discorsi, quelli di Mary, narrano una storia fatta desperienza. E lentamente si connettono, convergendo nel racconto-intervista, dove si integrano due

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J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano 20094, p. 25.

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registri: lui, la sua lingua reinventata, le immagini esagerate; lei, le parole incise in punta di lama a cercare una sintesi identitaria personale. Eppure il cammino di Enzo e Mary visibile, palpabile. Ne percepiamo le asperit, la difficolt a definirsi concluso, la tensione ineliminabile verso un futuro sperato, ma non ancora concesso (la casetta, coi cagnolini). Il loro pellegrinaggio sulla terra una traccia che rimane. nellordine del ci che rimane. Cosa rimane, quindi, di questa citt e dei suoi abitanti? Che ne della sua fedelt al proprio mito di fondazione? E, soprattutto, a quale mito intendiamo farla risalire? Pensiamo che possiamo scegliere. Pensiamo che non siamo fatalisticamente legati a uno schema preordinato. Da una parte Babele, dallaltra i naufraghi, gli stranieri giunti dal mare. Possiamo svolgere analiticamente ci che queste immagini conservano, come abbiamo tentato di fare qui, e scegliere lo scenario nel quale pi ci augureremmo di vivere. Noi o coloro che ci sopravvengono.

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Intra Moenia
4. Paura e attrazione del contatto A chi andato a vedere La bocca del lupo pu essere capitata unesperienza di poco conto, ma su cui vogliamo fermarci a riflettere. Perch durante la proiezione alcune frasi di Enzo suscitano lilarit del pubblico? Di che tipo di ilarit si tratta? Cosa fa s che lo spettatore debba in qualche modo difendersi dal racconto? Perch non sar sfuggito che queste non sono risate liberatorie, ma sfoghi trattenuti, quasi imbarazzati. Eppure Enzo non racconta nulla di ridicolo. Ma, in effetti, cosa racconta Enzo? Qual la sua storia? Enzo racconta la sua vita. una storia damore, certamente, perch ci che vogliamo un film comunichi ci che vorremmo vivere nel reale. Ma anche una storia di violenza, narrata in un modo che, forse, non vorremmo sentire. Una storia di quanto duro andare avanti, che ci dincomodo. Infine una storia vera, di cui con ogni probabilit non rideremmo se Enzo ce la raccontasse in piazza. Ma la convenzione scenica del mezzo cinematografico permette di sciogliere la tensione in una risata. E forse finisce l. Ma non pu darsi che la tensione sinsinui nelle pieghe del mio sentire e l rimanga? Di che tensione si tratta, in modo che noi si possa individuarla fuori dal cinema? La storia di Enzo e Mary non fa ridere. Fa paura. Il ridere imbarazzato, perch in un angolo della nostra coscienza spettatrice ci stiamo chiedendo se, al di l delle bellissime immagini, sia davvero il caso che due persone vengano in primo piano a raccontarci quelle cose, a sbatterci in faccia che la vita non proprio solo quello che ci piacerebbe vedere. Lo schermo copre esattamente il nostro campo visivo, il buio in sala lo riduce alla sorgente luminosa delle immagini, cio della storia. Pagando il biglietto stabilisco un contratto e accetto di affittare il mio campo visivo, rendendomi disponibile a farlo impressionare. E se La bocca del lupo, in qualche modo, fa paura, allora c qualcosa che non quadra fra la domanda di un film sulla citt, sullamore, sulla strada e lofferta di un interno inquietante, che non d pace. La storia di Enzo e Mary dolorosa, sanguinante. Fa paura in quanto dolorosa. E sebbene i protagonisti non ci chiedano nulla, il loro squadernarsi davanti ai nostri occhi ci tocca. Il dolore ci tocca. Per questo impaurisce: Nulla luomo teme di pi che essere toccato dallignoto14. Ma se tanto fastidioso essere toccati, perch tanta gente sceglie di trascorrere unora guardando questo film? Sono stati tutti ingannati? Oppure percorribile unaltra soluzione?

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E. Canetti, op. cit., p. 17.

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Forse la possibilit del contatto fra gli esseri umani stata anestetizzata, ridotta al minimo, al punto che, inaspettatamente, risorge con la necessit di sentire laltro, il suo urto, la sua superficie a contatto con la nostra. Si tratta di un evidente paradosso. Da una parte la proposta di una vita sempre pi individualizzata, il fastidio del contatto sui mezzi pubblici affollati, la paura che diventa ansia, lossessione, di sicurezza (sicurezza per me, per la mia integrit psico-fisica, o, forse, giusto appena allargata alla cerchia familiare), listituzione di marchi della differenza che siano in grado di rendermi unico, irripetibile, distinguibile. Dallaltra la realt: il traffico, gli spostamenti di massa, i riti collettivi, il voyerismo televisivo, politico, del gossip. Siamo stirati fra la tendenza a chiuderci in uno spazio che sia solo nostro e la curiosit irrefrenabile di sapere cosa stia succedendo agli altri. Oggi possiamo farlo senza pericoli evidenti. Pensiamo di poterlo fare, almeno, connettendoci alla rete.
[] Noi abbiamo creato, tramite la tecnica, tutta una serie di mezzi attraverso i quali procurare la morte, ma non possediamo alcun istinto regolatore atto a indicarci un limite nellutilizzo di tali risorse15.

Tale istinto manca, perch gli strumenti che amplificano il nostro raggio dazione e la sua efficacia sono artificiali. C una frattura fra la mano e il bastone. In questo gesto c qualcosa che da me si lascia usare. Lefficacia letale degli strumenti direttamente proporzionale alla loro pericolosit. In altri termini si sviluppa un vero proprio paradosso della sicurezza: linsicurezza cresce al crescere della sicurezza, ovvero dei mezzi posti in atto al fine di assicurarsela. Lansia per la sicurezza un fenomeno antico, un fenomeno delle origini. Ci che sta allorigine, sta al fondamento. Contrariamente a quanto sembrerebbe suggerire un umanesimo superficiale, luomo ancora sconosciuto a se stesso e lo sar ancora a lungo, perch il viaggio verso una piena consapevolezza di ci che siamo appena cominciato. Soltanto ora ricominciamo a percepirci secondo modelli olistici, cominciamo a riconoscere i bisogni del corpo, il suo influsso sul comportamento e la cultura. Linsorgere di questa coscienza pi completa, per, si manifesta nella diffusa sensazione che il rapporto con noi stessi si sia fatto pi complicato. Limpressione potrebbe essere quella di essere perennemente a un bivio, allo snodo di due tendenze che vorremmo soddisfare in egual misura, pur rendendoci conto di quanto questo sia impossibile. Da una parte vorremmo godere del mondo in maniera diretta: cose individuali, forse corpi, che intercettano le traiettorie di altri particolari individuali. Dallaltra vorremmo ordinare il mondo, i particolari che lo abitano, al fine di controllarli e tutelarci da eventuali pericoli. La prima tendenza costretta allatrofia in favore della seconda, perch i pericoli che ci minacciano sono molti e i nostri mezzi naturali di difesa sono pochi. Da questa sproporzione viene la necessit di rafforzare tali mezzi, il che avviene mediante il ricorso agli strumenti. Si deve notare che il ricorso agli strumenti gi, di per s, strumentale. Controllare la realt pu, infatti, significare che noi disponiamo di simboli, manipolando i quali possibile rapportarci con il
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Cristiano Maria Bellei, Violenza e ordine nella genesi del politico, Edizioni Goliardiche, Trieste 1999, p. 61.

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mondo, ma, per cos dire, sempre a distanza di sicurezza. Qui in gioco un uso strumentale della ragione. La ragione che produce strumenti strumento essa stessa. Lunico motivo per cui la macchina lavora perch la macchina lavora. Quella che appare una demotivazione radicale , in realt, lappiattimento sul piano delloggettivit, sul quale ogni caratteristica viene riportata immediatamente al suo portatore, n il portatore ha la possibilit di venire descritto come un termine in relazione. luniverso delle monadi di Leibniz.
Luomo sente profondamente il bisogno di suddividere in determinate categorie tutte le persone che pu immaginarsi. Ripartendo in due gruppi contrapposti la massa slegata e amorfa delle persone che lo circondano, egli conferisce loro una certa densit. Concentra i due gruppi come se dovessero lottare luno contro laltro, li radicalizza e li colma di ostilit. Cos come se li rappresenta, cos come vuole che siano i due gruppi possono essere solo contrapposti. Sentenziare sul buono e sul cattivo il pi antico strumento di classificazione dualistica, la quale non mai interamente concettuale, n interamente pacifica []16.

La classificazione dualistica risponde alla necessit di fare ordine. Mettere ordine nelle informazioni che arrivano dallambiente: ancor prima che una necessit teoretica questa una necessit pratica, finalizzata alla sopravvivenza, operata in base ai valori contrapposti di buono e cattivo17. Buono e cattivo per me, prima che una valutazione universale. O meglio: poich a un certo stadio preliminare io sono il mio universo, la classificazione buonocattivo gi dotata di tutta luniversalit necessaria a farne il giudizio che giustifica la violenza. Se i valori sono universali, allora sono necessariamente veri. Perci chi li nega mina alla base la realt stessa. Perci stesso deve essere eliminato. Fino a questo punto, dunque, la classificazione dualistica permette lestrinsecazione di due movimenti contrapposti: lavvicinamento ai mezzi di sussistenza e lallontanamento dal pericolo. Tuttavia allontanamento e avvicinamento non costituiscono lobbiettivo finale. Lavvicinamento tende allincorporazione di ci che riconosciuto come buono, attraverso la nutrizione; lallontanamento, daltra parte, non preclude il fatto che il pericolo si ripresenti sulla nostra strada. Entrambe le attivit mirano alla sopravvivenza, espressa dal fatto essenziale di restare in vita mentre laltro o gli altri sono morti. E questo sia che laltro venga mangiato e diventi nostro nutrimento, sia che venga semplicemente ucciso. Il risultato il medesimo: chi si nutre o uccide resta vivo, laltro muore. La classificazione dualistica, dunque, si rivela essere uno strumento pragmatico ancor prima che teoretico. O, comunque, il momento in cui teoresi (sistemazione e interpretazione di dati) e prassi (attivit finalizzata al proprio benessere) sono fuse in un unico movimento e tensione. Il film evidenzia unambivalenza di sentimenti nei confronti del contatto con laltro. Pu darsi che questo sia lanalogo di unambiguit pi generale fra lisolamento costantemente ricercato dalla cultura della distinzione e il bisogno di fare gruppo, marchio della cultura pop.
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E. Canetti, op. cit., p. 359. Non si tratta di unoperazione disinteressata, bens risponde ad un bisogno, il cui archetipo va probabilmente cercato nella necessit di distinguere ci che giova da ci che nuoce alla sopravvivenza individuale. Larchetipo qui lanimale che fruga, annusa e tasta lambiente alla ricerca di cibo (Ivi p. 347). Larchetipo si sviluppa, poi, in un ordinamento che, da una parte faciliti lindividuazione di ci che favorisce la sopravvivenza, e dallaltra che allontani ci che le nuoce.

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Per Canetti la massa lo strumento che permette al singolo di sopportare il contatto evitando lassimilazione. La massa distribuisce la responsabilit e il pericolo del contatto. Siamo qui in un modello che, di per s, concepisce ancora e, in un certo senso, auspica la possibilit di contatto fra gli individui. Lo strumento (massa) un surrogato di s medesimi, non un surrogato del contatto. Il virtuale, invece, funziona come surrogato del contatto. La vista surclassa la mano. Il virtuale linformazione deprivata del suo potere di modificare lutente. Tuttavia si tratta di un sottile inganno. Davvero possiamo pensare che linformazione sia neutra o, per converso, che noi siamo in qualche modo immodificabili rispetto allinformazione? Il fatto, per esempio, che io mi informi attraverso la rete rende anche me informazione disponibile in rete: le mie preferenze, i miei gusti, i miei dati identificativi, la frequenza dei miei contatti e cos via. Il modello di riferimento, qui, cambiato rispetto allesperienza di Canetti. Qui il voyerismo a sostituire il contatto, dove prima cera la massa a renderlo meno opprimente. Guardare il mondo da uno schermo mi permette di entrare nelle vite degli altri senza che gli altri entrino nella mia. Mentre il contatto assimila, ovvero induce ad una trasformazione, il voyerismo virtuale sembra neutro. Ma in fondo non lo . Anchesso induce una trasformazione, sebbene pi nascosta, univoca. Lassimilazione modifica lassimilante e lassimilato: una relazione reciproca, per quanto, alla radice, violenta. La fruizione virtuale, invece, trasforma in strumento che ne fa uso. La macchina trasforma in macchine. La conseguenza che, mentre si cerca sicurezza dal contatto tramite lo strumento virtuale, lo strumento stesso ci strumentalizza. E poich lo strumento per essenza tale da permettere il contatto violento senza pericolo imminente per il corpo di chi lo utilizza, noi, diventati a nostra volta strumenti, ci ritroviamo esposti a ci che volevamo evitare: il contatto violento. Lo strumento si frappone come sostituto del contatto. Facciamo fare allo strumento ci che dovrebbe fare il nostro corpo. Se il processo di sostituzione arriva al punto di rendere strumento il nostro stesso corpo, lintenzione iniziale si vanifica. Con lo strumento lassimilazione spostata in un momento successivo allurto. Lo strumento rende possibile lassimilazione senza il pericolo di essere assimilati. Dopo lurto strumentale, laltro o morto o , comunque, pi facilmente avvicinabile. Ma se luso strumentale fa s che noi stessi diveniamo strumenti lurto paventato diverr inevitabile. Allora forse il caso di analizzare un processo alternativo, considerare se non sia pi sicuro accettare un certo grado di contatto e assimilare facendoci assimilare in certa misura. Operare quella che potremmo chiamare negoziazione. 5. Negoziazione come lavoro Negoziare. Dare qualcosa per ottenere qualcosa. Relazione che comporta almeno quattro membri (chi da, chi riceve, cosa si da e cosa si riceve). Sospetta di poca trasparenza, di duplicit di fini. Contraria allidilliaca gratuit. Eppure dalla latinit la ereditiamo come un termine nobile. Negotium,
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che ci hanno insegnato a tradurre con lavoro. Negoziare un lavoro, ma - allinverso - ogni lavoro un negozio, cio scambio. E in questultima preposizione i termini lavoro e negozio, per cos dire, si approfondiscono, attingono a un denotato pi complesso. Non si tratta di un lavoro accidentale, uno fra tanti tipi di attivit. Qui si parla del lavoro in senso proprio: unattivit essenziale, nota caracterica del concetto uomo. Dicendone che un negozio allarghiamo, o meglio: specifichiamo i confini di ci che lavoro, comprendendo con questo termine non gi lattivit di un essere preso in isolamento, astratto, bens di un essere in relazione con almeno uno dei suoi simili. Negozio il lavoro quando sia inteso come attivit relazionale che implichi uno scambio fra almeno due individui. Non per nulla il contrario del negotium latino era lattivit individuale, ci che oggi linteresse personale, lhobby. Le attivit umane, tuttavia, appartengono a regioni ontologiche dai confini sfumati. Perci non pretendiamo, qui, di dividere nettamente ci che nel lavoro relazionale da ci che non lo . Solo i concetti sono nettamente definiti. Se intendiamo il lavoro come ogni attivit volta alla trasformazione di elementi materiali in altri elementi materiali, abbiamo un concetto definito, che pu fare a meno di qualsiasi riferimento relazionale. Limmagine che lo esemplifica pu ben essere quella di un prometeico Stakanov alle prese con la sua vena carbonifera nellintestino di qualche rupe uralica. E tuttavia il carbone di Stakanov scalda la stufa di Pasternak, che viene scoperto da Giangiacomo Feltrinelli, si apre una questione politica tra Mosca, Botteghe Oscure e leditore, noi leggiamo il Dottor Zivago e il PCI ritira la tessera a Feltrinelli. In maniera del tutto vaga, eppure storica, noi e Stakanov siamo elementi di un negozio che attraversa lo spazio e il tempo e la storia. Ma c ancora spazio per un lavoro come questo? C ancora spazio per il negotium? Noi, qui, ci sforziamo di passarlo come un elemento intrinseco allanthropos, ma davvero cos? O non appartiene forse alle spoglie museali dellumanit come il flogisto lo della scienza naturale? Il lavoro che tentiamo di delineare nelle sue componenti essenziali quello che Pasolini dava per estinto nellAmpliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia del 74 e che, pure, descriveva cos appassionatamente:
Faccio un esempio molto umile. Una volta il fornarino, o cascherino - come lo chiamano qui a Roma - era sempre, eternamente allegro: unallegria vera, che gli sprizzava dagli occhi. Se ne andava in giro fischiettando e lanciando motti. La sua vitalit era irresistibile. Era vestito molto pi poveramente di adesso: i calzoni erano rattoppati, addirittura spesse volte la camicetta uno straccio. Per tutto ci faceva parte di un modello che nella sua borgata aveva un valore, un senso. Ed egli ne era fiero. Al mondo della ricchezza egli aveva da opporre un proprio mondo altrettanto valido. Giungeva nella casa del ricco con un riso naturaliter anarchico, che screditava tutto: bench egli fosse magari rispettoso. Ma era appunto il rispetto di una persona profondamente estranea. E insomma, ci che conta, questa persona, questo ragazzo, era allegro18.

Il lavoro (qui letteralmente un negozio, per quanto a domicilio) si compone di unimmagine, oltre che di unattivit. Vitalit, allegria, joie de vivre, fanno parte, insieme allattivit e ai transiti che comporta, di un modello e costituiscono un senso. Di questo senso, che struttura un sistema di riconoscimento (nella borgata), il fornarino fiero. Il che come dire libero, in grado di giustificare il
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P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2005, p. 61.

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proprio essere, magari addirittura nemmeno coartato a giustificarsi. Nessuno pu chiedergli: cosa stai facendo? Non necessario. La sua presenza sensata. Ma, appunto, sensata per altri. Egli mette in comunicazione mondi che, dal canto loro, potrebbero arroccarsi nellindifferenza reciproca, potrebbero rifiutare di relazionarsi. Non lo fanno, invece. Continuano ad ammettere a se stessi la necessaria coabitazione e dipendenza reciproca. E questo grazie allesempio umile del ragazzo che porta il pane. In che senso egli rimane profondamente estraneo? Egli rimane straniero nel senso profondo. colui che entra da fuori allinterno della cerchia domestica o cittadina. Porta le novit, le merci, uno sguardo da fuori. Mantiene i contatti. In senso pieno: negozia. Negoziano anche gli ambasciatori, i legati, che per far questo escono dalla cerchia protettiva della loro nazione e si espongono al rischio dellessere stranieri in casa altrui. Lestinzione di un lavoro che comporti la fierezza del lavoratore implica lintercambiabilit dei lavoratori, una nuova relazione che annulla i membri umani del processo, mantenendo, forse, solo quelli materiali. Il lavoratore non porta pi se stesso nel processo, che da processo di scambio si trasforma in processo di produzione, dove passa sempre pi sullo sfondo addirittura il destinatario ultimo della produzione. Lintercambiabilit del lavoratore il marchio della sua schiavit:
Fin dal principio devono esserci stati due tipi di schiavi nettamente diversi: gli uni, singoli e legati al padrone come un cane domestico; gli altri, in massa, come un gregge al pascolo. Tali greggi devono essere naturalmente considerati come i pi antichi schiavi19.

Lo schiavo singolo di Canetti la controparte antropologica del padrone nella dialettica servopadrone di Hegel. Ma quale potrebbe essere la controparte dialettica degli schiavi massa? Nelle riflessioni hegeliane il servo-padrone una figura complessa, quasi un organismo invocato per illustrare cosa sia il riconoscimento per lautocoscienza:
Lautocoscienza in s e per s allorquando, e per il fatto che, essa in s e per s per unaltra autocoscienza; ci significa che solamente come qualcosa di riconosciuto20.

Il processo reciproco. Non pu essere esemplificato da una situazione di disparit numerica molto grande, quale il caso del rapporto padrone-schiavi massa. Tutte le nostre tesi sul fatto che il lavoro determini lidentit dei lavoratori si basano su questa immagine romantica del rapporto uno a uno, nel quale i due estremi sono nella condizione di riconoscersi reciprocamente. Non una visione irenica, dal momento che fra i due il motore del riconoscimento , propriamente, il conflitto, la lotta21, ma pur sempre una visione che non trova riscontro in ci che oggi diventato il lavoro. Se al lavoratore viene posto innanzi, quale controparte che ne costituisca dialetticamente lidentit, il mero prodotto e se questo prodotto costituito da una serie di elementi materiali indifferenziati, allora il processo di riconoscimento viene falsato alla radice. La relazione, infatti, carattere essenziale per la costruzione dellidentit umana, non un prodotto, non scaturisce dalla produzione, non un artefatto della mano delluomo, ma piuttosto una condizione della creativit. Il suo un evolversi continuo pi vicino a un processo organico che meccanico, a suo modo una forma di vita.
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E. Canetti, op. cit., p. 465. G. W. F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, Einaudi, Torino 2008, p. 128. 21 La relazione fra le due autocoscienze dunque determinata in modo tale che esse danno prova di s, ciascuna a se stessa e allaltra, attraverso la lotta per la vita e per la morte, Ivi, p. 131.

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Invece, al lavoratore messo a confronto con il mero prodotto, non viene pi offerta la possibilit di riconoscersi in un altro come lui. Viene negata la possibilit stessa di riconoscersi:
Nella serie gli oggetti diventano simulacri indefiniti gli uni degli altri e, con gli oggetti, gli uomini che li producono. Solo lestinzione della referenza originale permette la legge generalizzata delle equivalenze, cio la possibilit stessa della produzione. [] La produzione non ha senso: la sua finalit sociale si perde nella serialit. I simulacri prevalgono sulla storia22.

Mentre la storia fatta di scambi. Il lavoro del fornarino ha senso. Chi glielo d? La borgata. I signori. Gli elementi dellambiente, umani e non, con cui il ragazzo del pane si mescola, si scontra, si contamina. Gli elementi con cui negozia e questa negoziazione crea appartenenza, quindi senso e identit. Quando cade lappartenenza cade il senso o, quanto meno se ne alterano i processi di attribuzione, e lidentit si frammenta. Il suo vuoto fa capolino in modo minaccioso destrutturando quellordine faticosamente, impalpabilmente costruito per orientarsi nel caos. Avanza il dolore, sale lansia e una fuga compulsiva amplifica il tutto consegnandoci sempre pi inermi nelle mani della paura.

POLEIS

E siamo punto e a capo al termine di questi marginalia a un film che per motivi diversi stato accostato anche alla poetica di Pasolini. Noi riteniamo che laccostamento non sia insensato e dal punto di vista estetico e da quello concettuale. Ancora una volta i riferimenti culturali cui ci siamo rifatti ci portano a un bivio: una citt di profitti, una citt di transiti; una citt del futuro, una citt di passi e memorie; una citt di numeri, una citt di uomini; una convivenza che non comunica, una convivenza in cui ci si tocca; un lavoro senza speranza, un lavoro che ci restituisca identit; una citt che esclude la diversit, una citt che la riconosce come strutturale. Una citt degna delluomo. La storia di Enzo e Mary, per noi, riveste tutti i significati alternativi che abbiamo tentato di enucleare. E certamente molti altri ancora che speriamo la visione del film susciti in coloro che lo vedranno e che se ne lasceranno toccare.

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J. Baudrillard, op. cit. pp. 66s.

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