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Gli aspetti critici della validazione degli apprendimenti da uno screening di 45 pratiche di validazione

A cura del gruppo di ricerca di Officine Sviluppo e Ricerca (Raffaele Sacc, Pierpaolo Letizia, Orazio Giancola)
Definire quando una pratica una buona pratica non un operazione metodologicamente semplice ed esente da rischi tanto sul piano teorico (concettuale) quanto sul piano procedurale (tecnico operativo). Molto spesso per definire cos una buona pratica necessario ancorarsi a parametri noti o a misure di confronto (i cosiddetti benchmarks). Nel lavoro che lequipe di ricerca del progetto SAVing ha svolto e sta svolgendo, non essendoci parametri noti o misure di confronto, si proceduto creando una scheda di analisi del contenuto che, utilizzata per analizzare un campione di 45 progetti finalizzati alla validazione delle buone pratiche (tutti finanziati, secondo varie modalit, dallUE), ha prodotto un primo screening funzionale alla definizione di parametri di selezione di potenziali buone pratiche per via induttiva. Una prima caratteristica analizzata stata definita come estensione della validazione. Questa stata scomposta in tre dimensioni: differenziazione orizzontale estensiva: utile per cogliere quanto la validazione messa in opera nei progetti fosse orientata alla trasversalit delle competenze acquisite nelle sfere del non formale ed informale; differenziazione orizzontale intensiva: utile per cogliere quanto la validazione della/e competenza/e fosse specifica per precisi settori e/o loro articolazioni; differenziazione verticale: utile per capire quanto la validazione avvenisse nel progetto o ad opera di soggetti esterni e quanto fosse rivolta a certificare profili nel loro insieme o specifici livelli di competenza; Il primo dato interessante che tra i progetti analizzati sono pressoch assenti (solo 3 su 45) progetti orientati alla validazione di ampi ventagli di competenze trasversali mentre vi una pi netta focalizzazione verso competenze settoriali o sotto/settoriali. Lasse delle procedure di validazione pare quindi essere spostato verso competenze in azione, legate a specifiche pratiche o contesti lavorativi, piuttosto che verso competenze trasversali riconducibili in senso lato al bagaglio esperienziale del soggetto. E interessante evidenziare (sulla base dellindicatore che analizza loutput della validazione) che la dimensione specialistica della validazione delle competenze si lega a processi di validazione interna al progetto (potremmo dire una validazione minima) piuttosto che a una validazione esterna o addirittura a una validazione di tipo high-stake che preveda la classificazione delle competenze per profili o per livelli e quindi una validazione basata su metodologie di valutazione a grana fine, volte a fornire misurazioni molto rigorose e basate su tecniche di tipo scalare a differenza della valutazione low stake che invece finalizzata a una valutazione pi orientata ad individuare livelli di soglia minima di competenza. Questo dato a sua volta

SAVing Sharing Positive Action for Valorisation of informal learning Viale Pasteur, 6 00144 Roma; tel. 06/5903465-5903735 web: http://network.sfc.it/saving

ricollegabile alle metodologie di validazione che sono molto pi di frequente orientate alla ricostruzione esperienziale o di un assessment di tipo qualitativo piuttosto che a metodologie basate sul giudizio di esperti o su pi raffinate misurazione basate sul testing. La caratterizzazione delle metodologie utilizzate per validare le competenze dei soggetti fruitori/beneficiari coinvolti nei processi di validazione comporta poi che in 19 casi esaminati su 45 vi sia una certificazione delle competenze e in solo 15 casi la certificazione ottenuta sia utilizzabile da parte dei fruitori/beneficiari in contesti diversi da quello in cui avvenuto il processo (dimensione della validazione extracontestuale) o che la certificazione sia utilizzabile in aree geografiche diverse da quelle in cui avvenuto il processo (dimensione della validazione extraterritoriale). Ulteriore dato interessante che quando si passa dallo screening/analisi delle competenze alloutput dei progetti avviene uno slittamento semantico dalla validazione alla certificazione; questo dato, di non secondaria importanza, ci dice che in pratica la certificazione ancora a settori specifici sul piano professionale e territoriale, perdendo molto della originaria dimensione di trasversalit propria del concetto di validazione. E infatti i quadri teorici e tecnici a cui si rifanno molti progetti paiono essere riconducibili pi a quelli sviluppati nei sistemi locali (regionali, provinciali) o nazionali che a sistemi europei (quali lo EQF o il suo parente vicino Europass). E poi per interessante che diversi tra i progetti analizzati siano riconducibili a quelli di altri paesi in cui le pratiche di certificazione/validazione sono pi radicate (un caso su tutti quello francese). Un ultimo dato emerso utile da sottolineare che i network progettuali sono spesso misti e composti, oltre che dal soggetto proponente, da una media di 2-3 altri soggetti. Vi per uninteressante polarizzazione tra i progetti con una rete di partnership di tipo aziendale/professionale (aziende, associazioni professionali, parti sociali) che sono generalmente rivolti a Occupati o a Persone in transizione lavorativa e i progetti con una di partnership caratterizzata dalla presenza di enti no profit o Centri per l'Impiego/Orientamento maggiormente rivolti a beneficiari quali disoccupati, giovani, immigrati, donne e Over 40. Partner di progetto quali le agenzie formative/enti di formazione, gli enti locali territoriali o l universit invece sono trasversali alla suddetta polarizzazione. Concludendo, le principali evidenze emerse dallesame dei 45 progetti delineano un quadro dei sistemi della validazione molto articolato in cui si intravedono elementi di ricchezza ed originalit affiancati, tuttavia, da non poche criticit. La pi elevata propensione a validare competenze specifiche, di taglio specialistico, legate ai contesti operativi in cui sono richieste, mette in risalto il ruolo rilevante attribuito al sapere situato nella costruzione del bagaglio esperienziale dellindividuo/lavoratore. Questa conseguenza, molto probabilmente, del ruolo trainante ricoperto dalla domanda di lavoro nellattivare meccanismi di matching che si ripercuote anche sui sistemi di validazione, pi propensi a osservare quegli specifici insiemi di saperi.

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Nel panel osservato persiste unelevatissima eterogeneit di approcci che difficilmente convergono verso un sistema di riferimento chiaro ed univoco; non un caso che la validazione principalmente legata a processi interni alle esperienze progettuali e non supportata dallintervento di soggetti esterni (entit certificatrici, riconosciute in modo pi o meno istituzionale). Di sicuro, dai tardi anni ottanta in poi, il dibattito sulla validazione stato animato da una serie di ondate di linee guida, documenti di indicazione, vademecum derivanti dallUE che hanno progressivamente stimolato la nascita di un quadro stratificato e frastagliato di esperienze di validazione (e, talvolta, certificazione) degli apprendimenti acquisiti in ambiti esperienziali non-formali o informali. E a ci ha contribuito soprattutto la scarsa capacit di armonizzare i molteplici orientamenti, in modo tempestivo, in un quadro di riferimento nazionale per la validazione e certificazione. Si verificato, quindi, un effetto di polverizzazione (traduzioni locali) su base locale degli indirizzi UE e implementazioni idisioncratiche/contestuali delle indicazioni UE. Ne deriva una situazione in cui fioriscono una molteplicit di esperienze singole che non fanno sistema poich da un lato non hanno un frame definitorio comune e dallaltro perch le metodologie di riconoscimento sono profondamente differenziate e disomogenee. In pratica molti dei progetti analizzati sono pi sperimentazioni una tantum (spesso finite in un vicolo cieco dovuto alla conclusione del progetto o alla fine del finanziamento) pi che vere e proprie sperimentazioni di strumenti replicabili e cumulabili nel tempo. In definitiva lassenza di un chiaro quadro di riferimento produce due effetti distorcenti: sul piano della validazione, stimola un fiorire di metodi e approcci che spesso non convergono verso la formulazione di uno standard condiviso e riconosciuto, neanche per tipologie specifiche di apprendimenti; sul piano della certificazione, rende difficile individuare i soggetti preposti a tale funzione. Ci si traduce in una pluralit di attori (province, regioni) che producono standard eterogenei e rilasciano certificazioni (nei casi in cui sono previste) difficilmente riconoscibili al di fuori della loro giurisdizione. necessario anche sottolineare come questa eterogeneit degli standard di certificazione e dei criteri di validazione complichi in modo rilevante la riconduzione delle esperienze validate allo standard auspicato dalla Comunit Europea: il quadro europeo delle qualifiche. La difficile riconducibilit delle diverse esperienze al Quadro Europeo delle Qualifiche (potremmo dire che vi una scarsa correlabilit tra i processi analizzate ed ) riduce le opportunit duso della certificazione configurando un quadro che si muove in direzione contraria alle linee guida UE che puntano come base delle politiche attive del lavoro all empowerment del cittadino.

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