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Capitolo IV.

GRUPPI

22.
IL SENSO DI APPARTENENZA È UN’EMOZIONE

“Il razzismo è la forma di collettivismo più bassa e più crudelmente primitiva. E’


l’idea di ascrivere un significato morale, sociale o politico alla stirpe genetica di un
uomo - l’idea che i tratti intellettuali e di carattere di un uomo siano prodotti e
tramandati dalla chimica interna del suo corpo. Il che significa, in pratica, che un
uomo deve essere giudicato non dal suo carattere e dalle sue azioni, ma dai
caratteri e dalle azioni di un insieme di progenitori...
La famiglia rispettabile che sostiene parenti inetti, o copre i loro crimini allo
scopo di “proteggere il buon nome della famiglia” (come se la statura morale di un
uomo potesse essere danneggiata dalle azioni di un altro) - il fannullone che si
vanta che il suo bisnonno fu un costruttore di imperi, o la zitella di paese che si
vanta che il suo prozio per parte di madre fu un senatore, o che il suo cugino di
terzo grado ha dato un concerto alla Carnegie Hall (come se le conquiste di un
uomo potessero cancellare la mediocrità di un altro) - i genitori che esaminano gli
alberi genealogici per vagliare il possibile genero - la celebrità che inizia la sua
autobiografia con un resoconto dettagliato della storia della sua famiglia - tutti
questi sono esempi di razzismo...
I razzisti moderni tentano di provare la superiorità o l’inferiorità di una certa
razza per mezzo delle conquiste storiche di alcuni dei suoi membri. Il frequente
spettacolo storico di un grande innovatore che, in vita, è deriso, denunciato,
ostacolato, perseguitato dai suoi compatrioti e poi, pochi anni dopo la morte, è
consacrato monumento nazionale e salutato come una prova della grandezza
della razza tedesca (o francese, o italiana, o cambogiana) - è uno spettacolo
rivoltante...
Un genio è un genio, a prescindere dal numero di stupidi che appartengono
alla stessa razza - e uno stupido è uno stupido, a prescindere dal numero di geni
che condividono le sue origini razziali. E’ difficile dire quale ingiustizia sia più
oltraggiosa: la pretesa dei razzisti del Sud [degli Stati Uniti] che un negro geniale
sia trattato come un inferiore perché la sua razza ha “prodotto” alcuni bruti - o la
pretesa di un bruto tedesco a uno status di superiorità perché la sua razza ha
“prodotto” Goethe, Schiller e Brahms...
Come ogni altra forma di collettivismo, il razzismo è la ricerca di ciò che non
si è guadagnato. E’ la ricerca di una conoscenza automatica - o di una valutazione
automatica dei tratti di un uomo che aggiri la responsabilità di esercitare un
giudizio morale o razionale - e, soprattutto, la ricerca di un’autostima
automatica...
Ascrivere le virtù di qualcuno alle sue origini razziali è confessare di non avere
alcuna nozione del processo con cui le virtù si acquisiscono e, molto spesso, che
non si è riusciti ad acquisirle. La maggioranza straripante dei razzisti sono uomini
che non hanno raggiunto un senso di identità personale, che non possono
reclamare nessuna conquista o distinzione personale e che perseguono l’illusione
di una “autostima tribale” dichiarando l’inferiorità di qualche altra tribù...”

Sono brani di “Razzismo”, un articolo scritto da Ayn Rand nel 1963.


I lettori italiani conoscono Ayn Rand soprattutto come romanziera. Nacque in
Russia nel 1905 in una famiglia ebrea benestante. Da ragazza, assistette alla rovina
dei genitori per mano dei bolscevichi e alla nascita dello Stato sovietico. Nel 1926,
emigrò negli Stati Uniti, dove si fece strada come sceneggiatrice nella Hollywood
degli anni d’oro. “La fonte meravigliosa”, del 1943, fu il suo primo romanzo di
successo. Nel 1957 seguì “La rivolta di Atlante”, una trilogia, e un’altra affermazione.
I romanzi della Rand, vendutissimi all’epoca, assicurano anche oggi incassi
costanti ai loro editori americani. Quelli italiani li ripropongono periodicamente, con
meno esito. Se volessimo etichettare queste opere, potremmo definirle “polpettoni
intellettuali”: storie di intrighi, amore e alta società dove, nel bel mezzo di una scena
passionale, il protagonista può lanciarsi in un’orazione sul futuro della civiltà.
Pensate a un “Via col vento” dove Clark Gable, al momento di dire “Francamente, me
ne infischio!”, inizia il discorso sul razzismo che avete appena letto.
Ma la Rand fu prima di tutto una pensatrice. Concepì una filosofia morale,
l’Oggettivismo, che propagandò con una serie di saggi, articoli e interventi su
questioni politiche dagli anni Cinquanta in poi. Questa filosofia è comunque già
evidente nei romanzi. L’Oggettivismo poggia sul principio che gli esseri umani
devono farsi guidare dalla realtà. La realtà è svelata dal ragionamento. E ciò che il
ragionamento svela è che, come già sapeva Aristotele, solo l’individuo è reale. Gli
aggregati - la nazione, la società, lo Stato - sono astrazioni, finzioni utili del pensiero.
La Rand ne tirò la conseguenza che l’unica morale sana è quella che rispetta
l’individuo. Questa morale è quella della libertà. Chi progetta, si da scopi, agisce, è un
essere umano; chi vuole soddisfare i desideri degli altri è uno schiavo. La Rand indicò
il comunismo come modello di schiavitù, non tanto perché reprimeva i diritti politici,
ma perché innalzava la società in cima ai valori e diceva che i compagni dovevano
lavorare per il bene del partito o per la Storia.
Procedendo lungo questo cammino, la Rand giunse alla sua nota visione
iperlibertaria della vita, dove le persone sono sciolte da ogni dovere verso il prossimo.
Se un bambino sta annegando, secondo la Rand non siete tenuti a buttarvi in acqua
per salvarlo. E’ un esempio suo, che ripeté in molti articoli. E, se vi buttate e salvate il
bambino, non fate niente di meritevole o morale. L’eroe dell’Oggettivismo:
1) è votato al successo personale (e lo raggiunge; nei romanzi, la Rand non cela il
suo disprezzo per i perdenti);
2) confida nelle possibilità umane e si pone obiettivi grandi (come gli artisti, gli
scienziati, i capitani d’industria);
3) non si fa ostacolare dalle emozioni (né se ne fa deviare, per esempio cercando
di fare male agli altri).
Insomma, un incrocio fra Berlusconi e il dottor Spock del telefilm “Star Trek”.
Se, come sospetto, faticate a fondere questi due personaggi, state sperimentando
il difetto principale della teoria della Rand, quello di cozzare contro vari fatti della
personalità umana. Se levate le emozioni alle persone, levate a Berlusconi il suo
palese piacere di se stesso, e non è più lui. Se mettete Spock a cercare il successo, e a
gloriarsi dei suoi trionfi davanti ai giornalisti, non è più Spock.
In generale, se cancellate le emozioni non capite più perché la gente agisca. Spock
è un personaggio implausibile anche da solo. Quanto lo vedo nei telefilm, mi fa
impazzire che non abbia mai un capello fuori posto. Escludo sia un obbligo degli
ufficiali della Federazione perché McCoy, l’ufficiale medico dell’Enterprise, lascia
molto a desiderare quanto a capigliatura. E’ certo che Spock si pettina con cura, più
volte al giorno. Ora, perché uno si pettina? Per sentirsi bello o perché teme che
altrimenti la gente lo giudicherebbe male. Vanità o paura. Sono emozioni. Spock
dovrebbe mancarne e avere i capelli incolti.
E, per dirla tutta, se Spock non ha desideri, speranze e nulla che possa farlo
sorridere, che ci fa su un’astronave in giro per le galassie? Cosa cerca? Perché si è
arruolato nella Federazione? Perché non è rimasto su Vulcano a giocare tutto il
giorno con un cubo di Rubik?
Altro fatto: il successo ha bisogno di un pubblico. Nei suoi sogni, l’artista vede i
collezionisti fare “oh” di ammirazione davanti ai suoi dipinti. Lo scienziato vede
mamme attraenti ringraziarlo per avere scoperto una cura per il loro bambino.
L’imprenditore vede la ricchezza, ossia l’avere più soldi degli altri. L’eroe della Rand,
che non si cura dei pensieri del prossimo, pare più un candidato a fare l’anacoreta nel
deserto che a lottare per affermarsi nella vita.
Nei romanzi della Rand non scorgete l’implausibilità psicologica
dell’Oggettivismo perché la Rand mette i personaggi al servizio di idee. Howard
Roark, il geniale architetto di “La fonte meravigliosa”, dice di inseguire non il denaro,
non la fama, ma una concezione nuova e senza compromessi dell’architettura (qui la
Rand prende a prestito dal modernismo della Bauhaus). Siccome è comunissimo che
la gente dica di essere mossa da ideali, la cosa passa inosservata ai lettori.
Anzi, è una buona regola del romanzo che l’eroe positivo sia mosso da ideali e
quello negativo da interessi. Nei romanzi della Rand gli ideali sono sempre purissimi,
e gli interessi biechissimi, il che spiega qualcosa del fascino che i suoi personaggi
esercitano sui lettori. Lo stesso Spock, interrogato sui suoi capelli, risponderebbe che
è la pettinatura più razionale. E sono sicuro che il pubblico sarebbe soddisfatto della
spiegazione.
La Rand fu una filosofa popolare: evitava le pedanterie, scriveva per farsi capire,
teneva d’occhio i problemi concreti della vita e della politica e, alla faccia del rifiuto
delle emozioni, era appassionata. Spero che i brani di “Razzismo” che ho ricopiato vi
trasmettano ciò che intendo. Questo stile le guadagnò il disinteresse dei filosofi
accademici e l’attenzione dei lettori comuni. I suoi saggi vendettero quanto i romanzi
e, a distanza di oltre vent’anni dalla sua morte (nel 1982), l’istituto “Ayn Rand” e un
drappello sparso di seguaci continuano a fare campagna per l’Oggettivismo.
Per come la vedo io, la parte migliore della Rand è quella destruens. Le sue teorie
positive fanno acqua, ma fu sempre acuta, brillante e inesorabile nel denudare gli
errori del fronte opposto.
All’inizio, il fronte opposto era il comunismo, ma poi la Rand concentrò
l’artiglieria sul collettivismo che, a suo parere, stava infettando gli Stati Uniti. Per la
Rand, il collettivismo è la teoria che la società valga più dell’individuo. In effetti,
erano gli anni in cui il presidente americano Kennedy commuoveva le folle dicendo
“non chiedere cosa il paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese”.
L’articolo “Razzismo” puntava a dimostrare che anche il razzismo è un tipo di
collettivismo, perché antepone la razza di un individuo alle sue virtù personali. Qui,
credo che la Rand abbia mancato il bersaglio. Ciò che in quell’articolo chiamava
“razzismo” è un’emozione umana più ampia, che trovate tanto nel giovane neonazista
quanto nel viaggiatore cosmopolita che ha amici di tutti i colori.
E’ un’emozione che nessuno cela. Anzi, è così aperta e spontanea che vi occorre
uno sforzo per metterla a fuoco. E’ l’emozione che molti chiamano “senso di
appartenenza”. Propongo di definirla così.

Senso di appartenenza
Ciò che ci fa vivere le virtù altrui come fossero nostre quando non vi abbiamo
contribuito.

I brani sul “razzismo” della Rand ne sono un’esposizione eccellente. La zitella di


paese che si gloria delle imprese musicali di un cugino di terzo grado è un caso
perfetto di senso di appartenenza. Così il bruto tedesco che, in quanto tedesco, si
sente partecipe della grandezza di Goethe.
Questa emozione è importante perché è ovunque. Pensate al tifoso di calcio che,
quando la sua squadra vince lo scudetto, si sente campione d’Italia quanto i giocatori.
Pensate all’italiano che si vanta con gli stranieri delle magnifiche opere d’arte del
suo paese, come se le avesse fatte lui.
Pensante allo studente che vuole convincere gli amici che la sua classe ha le
ragazze più carine di tutta la scuola, come se le ragazze si fossero fatte mettere in
classe perché c’era lui.
Pensate al politico che, a prova della sua onestà, cita la grandezza morale dei
padri fondatori del partito cui appartiene, tutti morti prima che arrivasse lui.
Pensate agli avventori del bar che brindano perché uno sconosciuto ha vinto 5
milioni alla lotteria con un biglietto comprato lì. Quando la TV li intervista dicono
“speriamo che il vincitore si ricordi di noi”, per dare una parvenza razionale al
brindisi, ma la verità è che, grazie al senso di appartenenza, sono un po’ contenti
come se avessero vinto loro.

23.
NON CI SONO MA IO LE VEDO BENISSIMO

Siamo poco portati ad avere virtù, molto a fantasticare di averle. Queste fantasie, di
essere generosi, intelligenti, simpatici, coraggiosi, belli, equilibrati, sono piante che
crescono da semi minuscoli. Ci sono ragionieri che si convincono di essere “creativi”
solo perché l’hanno letto nel loro segno zodiacale. Ci sono giovani che sostengono di
essere “testardi” perché la mamma lo diceva loro da piccoli - quando insistevano
molto nei capricci - e ora si arrendono davanti alle difficoltà senza neanche accorgersi
che potrebbero superarle. Ci sono donne che si sentono “sincere” perché hanno un
gusto maligno di dire agli altri i loro difetti. La sincerità, semmai, sarebbe dire i
propri.
Sono fantasie vivide e gradevoli, ma hanno lo svantaggio di fare poca presa sul
prossimo. Gli scettici noteranno che sono prive di fatti a sostegno e rifiuteranno di
crederci. Per ragioni misteriose, questi scettici si annidano fra i parenti, gli amici, i
colleghi e altre persone che ci conoscono bene.
Il senso di appartenenza scatena lo stesso tipo di fantasie, ma ce le fa condividere
con altri sognatori. Ciò le rafforza. Se il tifoso della squadra fosse l’unico che esulta
dopo un gol come l’avesse segnato lui, in uno stadio dove gli altri cinquantamila
spettatori assistono alla partita in silenzio, come a teatro, si sentirebbe un cretino. Se
gli altri cinquantamila spettatori esultano insieme a lui, si sente un piccolo dio.
E se la moglie rimprovera al tifoso i soldi che spende per seguire il calcio, invece
di preoccuparsi del lavoro, dei figli e dei beni reali della vita, il tifoso può rinsaldarsi
passando un po’ di tempo con altri tifosi della sua squadra. Questi, a differenza della
moglie, hanno emozioni uguali alle sue e lo fanno sentire umanamente confermato.
E’ tipico dei tifosi creare club, organizzare cene, aprire forum su internet dove
possono stare fra loro. O dei buoni cattolici frequentare la parrocchia.
I requisiti per sviluppare senso di appartenenza sono due:
(1) fare parte di un gruppo;
(2) non contribuire alle sue virtù.
Come vedete, sono requisiti poco impegnativi.
Un gruppo è un insieme di persone con qualcosa in comune. A volte, i membri
hanno una frequentazione abituale (gli avventori di un bar), un’organizzazione (i
partiti), un territorio (le città, le nazioni). Altri gruppi sono solo la collezione astratta
delle persone con certi tratti. I padroni di cane Schnauzer, i vecchi che superano i
cent’anni, i mancini, i collezionisti di pezzi del presepio, gli amanti delle piante grasse
sono gruppi. Anche queste collezioni astratte generano sensi di appartenenza. La
prova è che se due membri si incontrano per caso, e scoprono il loro tratto comune,
sono lieti, si complimentano fra loro e manifestano altri sintomi di senso di
appartenenza. Se sono in tre, cominciano a parlare di fondare un’associazione.
Affinché un gruppo provochi sensi di appartenenza è necessario solo che qualche
paria ne sia escluso. L’avere una virtù è sempre un essere “migliori di”, quindi ci
vogliono termini di paragone. L’umanità è un gruppo ma non provoca sensi di
appartenenza perché non esclude nessuno. I richiami al “bene dell’umanità” lasciano
sempre freddissimi gli astanti. Se però gli alieni invadessero la Terra, anche l’umanità
diventerebbe un gruppo rilevante. L’eventuale nostra vittoria sugli alieni non
mancherebbe di inorgoglire quelli che, durante i giorni della furiosa battaglia, si
erano barricato nel seminterrato di casa. “Abbiamo vinto! Gli abbiamo rotto il culo!”,
diranno, mentre ammirano alla TV i rottami delle astronavi aliene abbattute.
Il membro non deve contribuire alle virtù del gruppo perché, se lo fa, il senso di
appartenenza è scacciato da un’emozione diversa: il merito individuale. Riconoscete
quest’emozione nell’amarezza che vi coglie quando nessuno ve lo riconosce. Per
esempio, un figlio può sentirsi fiero delle qualità dei genitori, cui non ha contribuito,
e questa fierezza viene dal senso di appartenenza. Invece il genitore fiero delle qualità
del figlio non sente appartenenza ma merito individuale, perché fantastica di averle
causate. Gli eventuali difetti del figlio saranno inspiegabili o colpa dell’altro genitore.
Un’eccezione sono gli aristocratici, che hanno un forte senso di appartenenza in
tutte le direzioni della dinastia. Infatti gli aristocratici guardano a un antico passato
(gli antenati) e a un illimitato futuro (la continuazione della stirpe) e quindi
includono un mucchio di gente che fu grande, o lo sarà, senza il loro contributo. E’ un
senso di appartenenza alla “casata”, più che alla famiglia.
Il senso di appartenenza ha molte proprietà notevoli.
a) I membri attribuiscono i casi positivi al gruppo e ignorano i casi negativi.
Guglielmo Marconi dimostra il genio tecnico degli italiani, mentre l’idraulico
altrettanto italiano che vi allaga la casa è uno stupido individuale. L’attrice italiana
che ha successo all’estero dimostra la bellezza delle nostre donne, la panettiera
italiana sotto casa con la faccia piatta e il naso grosso è solo una panettiera.
b) Se i casi negativi sono così prominenti che è impossibile ignorarli, i membri li
attribuiranno a un gruppo di cui non fanno parte. Se un giovane di Voghera getta
massi dal cavalcavia, provocando un tragico incidente e uno scandalo sui giornali, i
vogheresi si indigneranno contro i “giovinastri”. Nessuno dirà “noi vogheresi siamo
brutta gente”. Eppure, sul piano statistico, un caso su 40.000 abitanti di Voghera è
un’incidenza più alta di un caso su 10.000.000 di giovani italiani.
In generale, un padre reputa figli suoi sia quelli che si comportano bene sia quelli
che si comportano male. Un gruppo reputa figli suoi solo i primi.
c) I membri tentano di convincersi fra loro di appartenere a un gruppo
eccezionale, vantando la grandezza, il prestigio, la bontà e altre virtù presunte del
gruppo. Pensate ai canti degli ultras allo stadio, che inneggiano alla forza della
squadra, o alle ripetute dichiarazioni dei politici che il loro partito è nel giusto.
L’autoglorificazione di gruppo sfugge alla punizione sociale che colpisce l’elogio di sé.
Se salite su un palco e dite “sono grande!” vi prendete una pernacchia. Se dite “siamo
grandi!” la folla applaude e sventola i cappellini.
d) Gruppi con macchie orribili possono comunque suscitare senso di
appartenenza finché hanno una virtù su cui i membri possono concentrarsi. Questa
virtù si trova sempre. Il nazismo fu smisurato nel male e quindi ebbe una certa
grandezza; perciò, suscita ancora sensi di appartenenza in gruppi apertamente
neonazisti e in ammiratori silenziosi. Grazie alle tre proprietà che ho già elencato, le
macchie saranno attribuite a singoli individui, ad altri gruppi o dimenticate per
mezzo di attività di autoglorificazione.
e) Se un gruppo che suscitava senso di appartenenza ha una disfatta totale e perde
le sue virtù, il senso di appartenenza si affievolisce. Gli italiani furono fascisti fino al
crollo del regime; dieci minuti dopo non lo erano più. Ci fu, è vero, un pugno di
fascisti ostinati. Furono non gli italiani che erano molto fascisti prima, ma quelli che
videro una superiorità morale nel tenere fermo il senso di appartenenza. In generale,
i resistenti hanno il vantaggio di potere guardare i “traditori” dall’alto in basso e di
vantarsi che il loro senso di appartenenza è più forte.
In casi estremi, i membri colgono la realtà della disfatta ma restano intrappolati
nel senso di appartenenza. Allora la disfatta diventa personale. Ci sono tifosi
brasiliani che si sono suicidati dopo una sconfitta della nazionale di calcio. Nessun
calciatore l’ha mai fatto, a testimonianza che chi contribuisce davvero non prova
senso di appartenenza.
f) Il senso di appartenenza resiste alla ragione. Ossia, non scompare dopo che
avete fatto notare all’interessato che non da contributi alle virtù del gruppo. Se dite a
un tifoso “la Roma vince forse per merito tuo?”, lui dirà “no”, ma si stupirà e penserà
che non avete capito il punto.
g) Il gruppo è fonte di valore: i membri reputano preziose cose che non valgono
nulla solo perché caratterizzano il gruppo. Esempi:
2 le bandiere simboleggiano il gruppo, perciò molti soldati hanno fatto gesta
eroiche per difendere sostituibilissimi pezzi di stoffa;
3 un quadro che vi pare brutto può iniziare a piacervi quando scoprite che è di
un artista della vostra città;
4 i leghisti si gloriano che la Padania fosse l’antica terra dei Celti, un popolo di
cui a loro non importerebbe se non fosse l’antico abitatore della Padania.
Il folklore è una spia della capacità del gruppo di creare valore. Potremmo
definire il foklore come l’insieme di pratiche che se non caratterizzassero un gruppo
sarebbero scomparse. Per esempio, ciò che identifica un costume folkloristico è che
non lo indossereste mai nella vita privata.
Come nascono le feste e i costumi folkloristici? La mia congettura è che nella
storia ogni città abbia introdotto qualche innovazione nei modi di festeggiare o di
vestire. Grazie ai viaggiatori e al commercio, le innovazioni buone si diffusero e
divennero patrimonio di tutti. Le altre divennero folklore.
Prendete l’albero della cuccagna: è un gioco divertente e infatti rallegra le feste di
molte città. Neppure sappiamo più dove è stato inventato. Prendete il lino di Fiandra:
quando i tessitori fiamminghi inventarono questa lavorazione, l’Europa ne fu
entusiasta e sommerse le Fiandre di ordinativi. A Parigi come a Firenze come a
Costantinopoli, tutte le signore volevano una camicetta in lino di Fiandra. Oggi,
questo lino si produce ovunque. A Pamplona, invece, dovette accadere che, in un
momento di stanca della festa di San Firmino, qualche giovane annoiato si sia
chiesto: “perché non liberare tori furiosi tra la folla?”. E’ sempre una mia congettura.
Quel che è certo è che, a distanza di secoli, solo lì possiamo assistere alla celebre corsa
dei tori.
Il razzismo illustra molte di queste proprietà. Al contrario di quanto diceva Ayn
Rand, il razzismo non ha bisogno di teorie biologiche. Il razzismo nasce dal semplice
fatto che il colore della pelle è vistoso e quindi sufficiente per definire un gruppo.
Nato il gruppo, i membri iniziano a sentirsi superiori. E’ il risultato di notare tutti i
casi positivi del proprio gruppo e tutti i casi negativi dei gruppi restanti.
Gli studi pseudo-scientifici di fine Ottocento e inizio Novecento che tentavano di
dimostrare che le razze avevano tratti intellettivi e morali diversi arrivarono quando il
razzismo già infuriava. Fu il solito fenomeno di cercare prove di ciò che si crede già. E
infatti la smentita moderna di queste teorie ha avuto conseguenze modeste. Siccome
il razzismo è senso di appartenenza, resiste alla ragione. Mettete sotto il naso di un
razzista i dati genetici che mostrano che, a parte colore della pelle e pochi tratti
somatici, le razze neanche esistono: lui penserà che le vede benissimo.

24.
CI SONO POCHI MOTIVI PER UCCIDERE QUALCUNO CHE NON
VI HA FATTO ALCUN TORTO

Il 19 gennaio 2007 un uomo di mezz’età stava camminando su un marciapiede di


Istambul, diretto verso il palazzo dove aveva il suo ufficio. Era mezzogiorno.
Quest’uomo si chiamava Hrant Dink. Mentre Hrant Dink stava per entrare nel
palazzo, un giovane arrivò alle sue spalle, estrasse una pistola e gli sparò tre colpi
nella nuca. Hrant Dink cadde come un fantoccio. Il giovane fuggì. Poi si seppe che il
suo nome era Ogun Samast, era di Trabzon e aveva solo 17 anni.
Quale fu il movente di questo omicidio? Forse Hrant Dink aveva sedotto la
fidanzata di Ogun Samast - un’adolescente smaniosa - e l’aveva spinta a lasciare la
famiglia e lo sposo promesso? Hrant Dink l’aveva sistemata in un appartamentino
discreto da dove, per l’appunto, era appena uscito? No. Le cronache ci dicono che
Hrant Dink non era tipo da rincorrere le ragazzine. Aveva sposato sua moglie
trent’anni prima e in tutto quel tempo non le aveva mai dato ragione di perdere il
rispetto per lui. I tre figli piansero un padre affettuoso e generoso.
Forse Hrant Dink, sia pure fedele ai suoi cari, era un usuraio inesorabile? Aveva
finanziato il signor Samast, padre di Ogun e commerciante in cattive acque? Aveva
poi stretto il cappio dei rimborsi e degli interessi finché il signor Samast, in rovina, si
era simbolicamente impiccato al soppalco del suo negozio? No. Il signor Samast non
è commerciante, gode buona salute e non risulta abbia mai avuto grane con gli
usurai.
Forse c’era stato un incidente? Ogun Samast, a bordo della sua motoretta, era
finito contro la portiera dell’auto di Hrant Dink in un incrocio caotico della capitale?
Hrant Dink era sceso dall’auto infuriato e aveva insultato il giovane davanti alla folla
che aveva fatto capannello? Ogun Samast, una personalità disturbata, si era
procurato una pistola e aveva voluto vendicarsi chi lo aveva umiliato in quel modo?
No. E’ certo che quando Ogun Samast si avvicinò a Hrant Dink e gli sparò era la
prima volta che i due si incontravano, se lo possiamo definire un incontro.
A provocare questo omicidio furono fatti antichi, tanto antichi, in effetti, che né
Ogun Samast né Hrant Dink erano ancora nati quando accaddero.
Siamo nel 1915. A Bitlis, Erzerum, Van e in altre città del Caucaso gli armeni
fremono. Sono un piccolo popolo di due milioni di persone, cristiani nell’Impero
Ottomano. Come altri europei dell’epoca, governati dagli stranieri, gli armeni
aspirano a costituirsi nazione indipendente. Vengono da decenni di trame e rivolte
contro Istambul, che non hanno prodotto alcun frutto.
La prima guerra mondiale è in corso. L’Impero Ottomano combatte contro la
Russia degli zar. Gli armeni, che vivono al confine fra i due imperi, fiutano
l’’occasione per liberarsi dai dominatori turchi. Insorgono, si schierano a fianco dei
russi, organizzano una resistenza armata, proclamano un governo indipendente a
Van. E’ una mossa infelice: la guerra è all’inizio e Istambul ha ancora forze sufficienti
per schiacciare i ribelli.
Il governo dell’Impero Ottomano decide innanzi tutto di decapitare
l’insurrezione: i soldati catturano 235 capi e intellettuali armeni. Dopo rapidi
processi, i 235 sono passati per le armi. Poi le truppe entrano nelle città armene, con
l’ordine di sgomberare la popolazione e trasferirla lontano dal fronte. Le destinazioni
sono alcune regioni che oggi appartengono alla Siria e all’Iraq. I deportati sono più di
500.000: gli altri armeni muoiono negli scontri, si danno alla macchia o riparano in
Russia e in Occidente.
Gli storici ci informano che, di questi oltre 500.000 armeni, solo poche migliaia
raggiunsero le destinazioni. Gli altri morirono lungo il percorso. Come?
La maggioranza degli storici turchi sostiene che il viaggio fu molto sfortunato. Il
governo turco in carica, che incoraggia questa teoria, ha pubblicato un documento
sulla “questione armena” che dice:

“E’ vero che gli armeni soffrirono perdite durante gli anni della guerra e del
trasferimento nell’Anatolia Orientale. Comunque, queste perdite accaddero come
risultato del fallimento nel mantenere la sicurezza a causa della mancanza di
veicoli, carburante, cibo e medicine, delle condizioni climatiche avverse e di
malattie epidemiche quali il tifo”.

La maggioranza degli storici degli altri paesi sostiene invece che le truppe turche
spararono ai deportati o li privarono di cure e viveri allo scopo di decimarli. Alcuni
elementi a favore di questa teoria sono:
1) il governo di Istambul affidò il compito di scortare i deportati a reparti speciali
formati da delinquenti comuni liberati dalle carceri per l’occasione;
2) l’esercito turco non predispose strutture e approviggionamenti proporzionati al
trasferimento di 500.000 persone;
3) il parlamento di Istambul approvò una legge che confiscava le case, le terre e il
bestiame “abbandonati” dagli armeni; il governo vendette questi beni per finanziare
la guerra, un segno che non si aspettava il ritorno dei legittimi proprietari.
Cosa c’entrano Hrant Dink e Ogun Samast? Nulla, secondo me. Se voleste
chiedere conto di questa vicenda a qualcuno, dovreste rivolgervi a chi nell’Impero
Ottomano decise la deportazione degli armeni o vi partecipò: i governanti, i
parlamentari, i capi dell’esercito, i dirigenti dei ministeri, i soldati. Ma di tutti loro
resta solo polvere.
Tuttavia, nella Turchia di oggi ci sono molti nazionalisti. I nazionalisti sono le
persone che hanno un senso di appartenenza al paese. Intellettuali, partiti e altri
gruppi organizzati turchi lavorano per tenere vivo questo sentimento. I nazionalisti
turchi sono fieri degli eroi e degli eventi trionfali della loro storia. Date le proprietà
del senso di appartenenza, questi nazionalisti reputano invece meri accidenti i
personaggi e gli eventi negativi.
Gli armeni morti nel 1915 sono uno di questi eventi negativi. Perciò, i nazionalisti
turchi non gli danno più peso di quanto, per dire, i cattolici ne diano alla strage di San
Bartolomeo (che papa Gregorio XIII celebrò con un “Te Deum”) o i belgi ne diano allo
sterminio dei congolesi (dieci milioni di vittime per opera dei coloni).
A loro volta, molti armeni moderni sono nazionalisti. Esiste una comunità
armena mondiale, figlia di una diaspora proseguita per secoli (gli armeni non ebbero
mai vita facile, neanche prima del 1915). Se escludiamo qualche centenario, questa
comunità è fatta di armeni che non furono deportati. Se questi armeni ebbero un
danno personale dagli eventi come figli o nipoti di profughi, nei loro nuovi paesi
hanno saputo crearsi famiglie, aziende, relazioni sociali. In Europa Occidentale e
negli Stati Uniti gli armeni sono spesso prosperi.
I nazionalisti sono gli armeni che, sempre a causa del senso di appartenenza,
vivono gli eventi del 1915 come se non li avessero mai superati. Questi nazionalisti
chiedono scuse ufficiali ai turchi moderni e hanno lanciato una campagna per il
riconoscimento internazionale del genocidio armeno. L’obiettivo della campagna è
che tutti i paesi dichiarino che i turchi tentarono di sopprimere un popolo, a
somiglianza di ciò che più tardi Hitler fece agli ebrei. Il successo maggiore di questa
campagna è la legge francese del 2006 che rende reato la negazione del genocidio
armeno (e quindi tappa la bocca a una parte degli storici).
Questa campagna causa ai nazionalisti turchi l’ira che voi provereste se vi
incolpassero di un’infamia che non avete commesso. Come intuite dal documento che
ho citato, il governo turco attuale non riconosce il genocidio armeno. Né, credo, alcun
governo turco lo riconoscerà mai. Se lo facesse sarebbe il primo governo nella storia
che dice di guidare un popolo di assassini. Neppure il governo tedesco l’ha mai fatto:
se intervistate Angela Merkel sull’Olocausto, lei prenderà un’aria seria e contrita, ma
dirà che gli ebrei sono “vittime del nazismo”, non “dei tedeschi”.
Ecco, in teoria anche i turchi potrebbero dipingere gli armeni come “vittime
dell’Impero Ottomano”: il problema è che i turchi si sono sempre vantati di essere i
discendenti diretti di quell’antico e nobile impero.
Un bell’inghippo.
Una conseguenza è che se vivete in Turchia e dite che nel 1915 ci fu un genocidio
diventate un nemico della nazione. Vostre eventuali dichiarazioni aggiuntive che i
turchi sono lavoratori onesti, che la legge francese è sbagliata, che gli armeni
farebbero bene a mettersi quei fatti alle spalle non placheranno l’ira di chi vi ascolta.
Hrant Dink era un turco armeno, o un armeno turco, insomma un membro della
comunità armena che sopravvive in Turchia. Gli altri armeni abitano, oltre che
all’estero, in quella che dopo la fine dell’Unione Sovietica è diventata la Repubblica
Armena. Hrant Dink era un giornalista e dirigeva “Agos”, un quotidiano bilingue.
Non vi stupirà sapere che le due lingue sono l’armeno e il turco.
Hrant Dink aveva dato ad “Agos” una linea editoriale progressista: (a) difesa dei
diritti della minoranza armena in Turchia, (b) invito ad armeni e turchi a
riconciliarsi. Non era un invito retorico, dato che la Repubblica Armena e la Turchia
mancano tuttora di normali relazioni diplomatiche.
Hrant Dink criticò molto gli armeni all’estero. Diceva che la loro campagna
nuoceva agli interessi degli armeni in patria, che avevano bisogno di dimenticare il
passato e trovare un modus vivendi coi turchi. Hrant Dink attaccò anche la legge
francese contro la negazione del genocidio armeno e annunciò di volersi recare in
Francia per commettere polemicamente il reato quando la legge fosse entrata in
vigore.
Comunque, Hrant Dink non sosteneva certo che nel 1915 gli armeni fossero
evaporati nell’aria. Per ben tre volte, fu accusato di avere violato l’art. 301 del codice
penale, che punisce gli insulti all’identità turca.
La prima volta fu a causa di un commento sarcastico su un verso bellicoso
(“sorridi alla mia razza eroica”) dell’inno nazionale turco. Fu assolto. La seconda fu
per un articolo dove esortava gli armeni “a sostituire il sangue avvelenato associato
alla Turchia con sangue nuovo associato all’Armenia”. Qui i giudici riuscirono a
scorgere l’insulto ai turchi e condannarono Hrant Dink in primo grado a sei mesi di
carcere.
La terza volta fu nel luglio 2006, quando Hrant Dink dichiarò in un’intervista:

“Naturalmente dico che è un genocidio, sono i fatti a mostrarlo e che ci


obbligano a chiamarlo così: gente che aveva vissuto su queste terre per
quattromila anni fu sterminata da questi eventi”.

Sottolineo “da questi eventi”, non “dai turchi”. Ciò nonostante la frase creò uno
scandalo enorme. Quando Hrant Dink cominciò a ricevere minacce di morte, si
mostrò sereno e disse che sapeva che nessun turco gli avrebbe mai fatto del male.
Non chiese scorte o protezioni. Morì come un agnello, nel modo che sapete. Il palazzo
dove stava per entrare era la sede del suo giornale.
Di Ogun Samast c’è meno da dire. La sua città, Trabzon, è una roccaforte dei
nazionalisti turchi. Alla fine del 2006, un altro adolescente aveva ucciso a Trabzon il
prete cattolico Andrea Santoro dopo che papa Benedetto XVI aveva criticato la
religione musulmana in un discorso a Ratisbona. Ogun Samast militava in uno di
questi gruppi: furono i capi ad armarlo e a inviarlo a uccidere Hrant Dink, forse con
l’aiuto di un drappello. La polizia arrestò sia Ogun Samast sia i mandanti, ma molti
dettagli restano oscuri. Mentre scrivo, le investigazioni continuano.
Nell’assassinio di Hrant Dink ci sono molte cose: la politica internazionale, la
solitudine di chi esprime idee impopolari, gli adulti che manipolano un adolescente.
Ma soprattutto, c’è il senso di appartenenza: senza questa emozione, Ogun Samast
non avrebbe mai sparato. Ci sono pochi motivi per uccidere qualcuno che non vi ha
fatto alcun torto: uno è l’interesse (siete un killer professionista), un altro è la
capacità di offendervi per giudizi che non vi riguardano. Nel caso, giudizi su eventi
accaduti quando non eravate nati.
Di simili tragedie siamo soliti dire: “speriamo servano da lezione”. Temo che la
tragedia di Hrant Dink non servirà a nulla. Il senso di appartenenza è un’emozione
forte e radicata. Ogun Samast è subito diventato un eroe per molti suoi connazionali.
Poche settimane dopo il suo arresto, uscì un video clandestino che lo mostrava in
carcere attorniato da guardie e poliziotti che inneggiavano a lui e alla bandiera turca.
Quanto al governo, condannò l’omicidio, ma si guardò bene dal deplorare il
nazionalismo. Anzi, il ministro degli esteri porse le sue condoglianze, nell’ordine, “al
popolo turco, ai suoi giornalisti, e in particolare alla comunità armena e alla famiglia
di Dink”: prima la nazione, poi gli altri gruppi cui apparteneva la vittima, e all’ultimo
posto le uniche persone che stessero soffrendo per davvero.

25.
LA RICONCILIAZIONE È UN’ATTIVITÀ DEL CORPO

Hennie è una giovane scimpanzé. Nikkie, un’altra femmina, il leader del gruppo, l’ha
appena picchiata. Con un’espressione turbata, Hennie va a sedersi in un prato. Si
accarezza a lungo il dorso del collo, il punto dove Nikkie l’ha colpita. Poi, sdraiatasi
nell’erba, giace immobile e guarda nel vuoto. Passa un quarto d’ora. Lentamente,
Hennie si alza e si dirige verso il gruppo. Raggiunge Nikkie, le rivolge una serie di
grugniti e allunga una mano verso di lei. Nikkie afferra la mano e la bacia, in modo
scimmiesco, infilandosi tutte le dita in bocca. Dopo questo contatto, Hennie e Nikkie
si danno un bacio vero e proprio, labbra a labbra. Infine, si separano e tornano alle
loro normali attività.
Prendo questa scena da “Peacemaking among primates”, un libro del 1989 di
Frans de Waal, uno dei maggiori primatologi viventi. E’ un episodio di
riconciliazione. De Waal ha studiato i conflitti fra le scimmie per anni. Al pari degli
esseri umani, le scimmie sono attaccabrighe e violente ma, a litigio concluso, si
dimostrano ben disposte a pacificarsi. Scene come quella che avete letto sono
frequenti e seguono un copione:
1) uno dei litiganti offre la pace; negli scimpanzé questo ruolo spetta al
soccombente; in altre scimmie, come i bonobo, è il vincitore che fa il primo passo;
2) l’altro litigante accetta la pace subito;
3) la pace è celebrata con un contatto dei corpi; per quanto le scimmie in altre
circostanze comunichino con gesti ed esclamazioni, la riconciliazione pare richiedere
baci, abbracci e sfregamenti, che spesso hanno una coloritura erotica.
Molti studiosi hanno osservato lo stesso copione in altri mammiferi. Le capre si
riconciliano con strofinamenti dei musi. Le iene si leccano. I delfini si strusciano uno
contro l’altro nell’acqua e si danno certe spinte caratteristiche.
Un marziano in missione di studio sulla Terra ci metterebbe poco a riconoscere
questo copione anche fra gli esseri umani. O meglio, il marziano noterebbe qualche
differenza fra noi e gli animali. Intanto, a noi manca una regola fissa su chi debba fare
il primo passo. Il nostro status sociale, quello dell’avversario, i motivi del litigio, i
possibili giudizi della gente e mille altri pensieri turbinano nella nostra mentre
quando dobbiamo decidere se offrire la pace o lasciare che sia l’altro a farlo. Sospetto
che alcuni rancori durino in eterno solo perché le parti, nel dubbio, aspettano.
Inoltre, siamo meno formali degli animali. Se abbiamo uno screzio con un amico,
un collega, un familiare, spesso il giorno dopo ci rimettiamo a parlare con questa
persona come se nulla fosse. Così, le segnaliamo che non diamo peso all’accaduto, o
che purtroppo ormai sappiamo come è fatta e abbiamo rinunciato a prendercela.
Se però il litigio è grosso e un chiarimento si impone, la nostra parentela con le
scimmie viene a galla: il marziano ci vedrà stringerci la mano, darci pacche sulle
spalle, baciarci, abbracciarci. Non sono cerimonie. Il contatto dei corpi scioglie
davvero il rancore. La cosa è evidente nella vita di coppia, che agli inizi è una serie di
bisticci e riconciliazioni a letto. Pian piano poi scivola nel come se nulla fosse.
Fra i mammiferi lo schema generale è: “è successo qualcosa, tocchiamoci”. Negli
esseri umani c’è solo un pizzico di consapevolezza in più: “abbiamo litigato, ora ti
abbraccio”.
Una conferma: chi non vuole fare la pace rifiuta il contatto. Se cercate di mettergli
la mano sul braccio, si irrigidisce o si scosta, quasi aveste cercato di morderlo.
Come vedete, la riconciliazione è un’attività del corpo. E’ governata dalle
emozioni. Ossia, è molto diversa da come i moralisti se la immaginano. I moralisti
dicono che la riconciliazione è figlia della riflessione morale: dobbiamo comprendere
le ragioni dell’altro, meditare sulle nostre colpe, cogliere il valore della concordia, bla
blah, bla blah. La natura sapeva che se avesse affidato la riconciliazione alla
riflessione morale, di riconciliazione ne avrebbe vista poca. Con gli animali, che non
riflettono, non aveva scelta e li ha forniti di istinti pacificatori. Con gli esseri umani
aveva scelta, ma ha preferito andare sul sicuro e riscaldare anche noi con baci e
abbracci.
In ogni caso la pace deve attendere che la ragione del conflitto si esaurisca. Se una
scimmia ruba una banana a un compagno, respingerà qualunque iniziativa di lui
finché non avrà terminato di mangiarla. Fra gli umani, le liti più feroci sono quelle
senza una fine naturale. Un albero che sporge nel giardino confinante può innescare
una guerriglia a oltranza fra il proprietario dell’albero, che non intende toglierlo, e il
vicino, che dice che l’albero gli ostruisce la vista. Nessuno cede e l’albero resta lì, a
svegliare cattivi pensieri nei due contendenti ogni volta che lo guardano. Accadono
scenate. Mogli e figli sono coinvolti. Un giorno leggete sul giornale: “Uomo spara al
vicino di casa durante un litigio; un olmo la causa della tragedia”.
La riconciliazione può attendere per sempre dove il contatto dei corpi è sgradito.
Mentre gli animali si toccano senza remore, noi umani reputiamo gli abbracci forme
di familiarità. Non li concediamo a un estraneo. Tanto meno glieli concediamo solo
perché ci abbiamo litigato. In un certo senso, possiamo riconciliarci solo coi nostri
intimi. Per questo troviamo imbarazzanti le dispute con le persone con cui non
volevamo familiarizzare. Nel ristorante dove litighiamo sul conto non torniamo più.
Dove la riconciliazione con gli abbracci è impedita, l’unica salvezza è il negoziato.
Il proprietario dell’albero, invece di sparare, può acconsentire a rimuoverlo a
condizione che il vicino gli rimborsi la spesa. Se il vicino accetta, abbiamo un accordo.
Non una pace. I due si scambieranno una fredda stretta di mano, una mera
simulazione della riconciliazione vera.
Ora, se questi sono i mezzi che la natura ci ha fornito per fare pace, capite perché i
gruppi fatichino più degli individui a riconciliarsi.
Il primo problema è che i gruppi non possono abbracciarsi. Solo gli individui
hanno un corpo. I gruppi sono entità astratte, insensibili agli abbracci che singoli
membri possono distribuire agli avversari. Un israeliano può anche sposare una
palestinese, ma ciò non migliora le pessime relazioni fra i due popoli. Se litigano
parlando di politica, lui e lei possono fare pace abbracciandosi o andando a letto,
come chiunque altro. Ma saranno fatti privati. Quando lui ascolterà in TV le richieste
dei leader palestinesi, continuerà a trovarle inaccettabili. Quando lei apprenderà che
alcuni bambini sono morti durante una rappresaglia militare israeliana penserà che,
tralasciando suo marito, Hitler non aveva tutti i torti.
Il secondo è che mentre gli individui possono chiudere un conflitto cessando di
frequentarsi, i gruppi hanno meno posti dove andare. Israeliani e palestinesi
vorrebbero smettere di frequentarsi.
Il terzo è che i gruppi reputano i loro beni intoccabili. Quindi, i gruppi sono ostili
ai negoziati. Prendete la “terra madre”: è qualcosa che un popolo posside in ragione
delle sue origini storiche. Gli avvenimenti successivi non hanno il potere di
cancellarle. Infatti, gli ebrei considerano terra madre un luogo che non hanno abitato
per duemila anni. Se, per assurdo, oggi lo vendessero a miliardari arabi e si
trasferissero in Europa o in America, tempo una generazione e sentirebbero di nuovo
di avere titolo a tornare.
Se, ciò nonostante, i capi dei gruppi tentano di negoziare, può verificarsi una
situazione curiosa. Da una parte, i capi si identificano con le sacre rivendicazioni dei
loro popoli. Dall’altra sono individui, e sentono le spinte emotive che, davanti a un
altro individuo, ti fanno venire voglia di concludere un accordo. E’ un fenomeno che i
diplomatici conoscono: fra i negoziatori si instaura una corrente di simpatia e
finiscono per firmare. Le grane cominciano quando i negoziatori tornano dai loro
popoli e li informano di cosa hanno firmato.
Suppongo sia così che nel 1993 Yasser Arafat e Yitzhak Rabin firmarono gli
accordi di Oslo. Ci fu una cerimonia solenne, teletrasmessa in tutto il mondo, dove i
due statisti si strinsero la mano con energia, a simboleggiare un’immaginaria stretta
di mano fra i due popoli. La gente festeggiò nelle città di tutto il mondo. Intanto,
milioni di israeliani e palestinesi guardavano la TV in silenzio.
Conoscete il seguito. Arafat vide franare il suo consenso interno, perse potere e si
avviò verso l’uscita di scena. Yitzhak Rabin fu ucciso da un suo connazionale. Gli
accordi di Oslo restarono in gran parte lettera morta.
Senza questa capacità dei gruppi di prolungare l’odio, è probabile che il pianeta
sarebbe più pacifico. Molti dicono che sia la sete di ricchezza a scatenare le guerre.
Può darsi. E’ una questione complicata. Ci tornerò su. Ma è un fatto che finché gli
individui sono a contatto fisico e sanno negoziare, riescono a trovare modi incruenti
per accumulare denaro. Il nostro Voltaire, che visse in un’epoca violentissima, si
stupiva di come i traffici sembrassero ammansire la gente:

“Alla Borsa di Amsterdam, di Londra, di Surat, o di Bassora, il ghebro, il


baniano, l’ebreo, il musulmano, il deicola cinese, il bramino, il cristiano greco, il
cristiano romano, il cristiano protestante, il cristiano quacchero trafficano
insieme: nessuno di loro leverà il pugnale contro un altro per guadagnare anime
alla propria religione. Perché allora ci siamo scannati a vicenda quasi senza
interruzione, dal primo concilio di Nicea in poi?” (voce “Tolleranza” del
“Dizionario filosofico”).

Anche oggi, vedete più spesso una rissa in Parlamento che, non so, in un
supermercato. Infatti, i parlamentari non picchiano nel loro interesse. Picchiano a
nome della nazione, delle idee politiche, degli elettori. L’avidità esiste, e gli esseri
umani sono rapaci, ma è quando credono di rappresentare gli altri che si persuadono
più facilmente che bisogna menare le mani.

26.
"LO VEDO SPESSO CON QUELLI DELLA CONTABILITÀ"

“I miei ringraziamenti, amici dell’Associazione Scientifica della Contea,


Per questa modesta roccia,
E la sua piccola targhetta di bronzo.
Due volte tentai di entrare nel vostro onorevole corpo,
E fui respinto,
E quando la mia piccola relazione
Sull’intelligenza delle piante
Cominciò ad attirare l’attenzione
Quasi votaste di farmi entrare.
Dopo di che crebbi oltre il bisogno di voi
E del vostro riconoscimento.
Tuttavia non rifiuto questa pietra funebre,
Vedendo che dovrei, così facendo,
Privarvi dell’onore che fate a voi stessi.”

E’ “Perry Zoll”, una delle poesie più belle di “Antologia di Spoon River”. L’autore,
Edgar Lee Masters, immagina che il protagonista si rivolga agli scienziati della
Contea che rifiutarono due volte di ammetterlo nella loro associazione quando era
uno studioso oscuro. Poi divenne famoso. Ora, da morto, contempla l’omaggio che
l’associazione ha deposto sulla sua lapide.
Nel verso finale della poesia, Perry Zoll smaschera l’ipocrisia dei suoi colleghi, che
lo onorano al solo scopo di legarlo a loro, per assorbire il suo prestigio per via di
appartenenza. Abbiamo già incontrato questa strategia all’inizio del capitolo, dove
Ayn Rand ricordava i grandi innovatori prima derisi dai connazionali, poi glorificati
dagli stessi nell’ora del successo.
Gli ipocriti sfruttano spesso il senso di appartenenza. Citerò alcuni esempi ben
noti.

a) State criticando, accusando o contestando una persona, e quella persona


dichiara che volete perseguitare il gruppo cui appartiene.
Questa strategia si basa sul fatto che i membri di un gruppo sentono di avere virtù
speciali, e perciò credono facilmente che li odiate, per invidia. Inoltre i membri del
gruppo si sentono rappresentati dai soli casi positivi; così, se individuate casi negativi
fra le loro fila, si domandano perché vi concentriate proprio su quelli. All’indomani di
un orribile regolamento di conti mafioso, con venti morti inclusi i passanti casuali,
molti siciliani si scandalizzeranno dell’attenzione, enorme, data dalle TV alla vicenda.
“Vogliono rovinare l’immagine della Sicilia”, penseranno. “Perché non parlano mai
dei nostri agrumi?”.
Di conseguenza, un ipocrita in difficoltà cercherà di mobilitare contro di voi il suo
gruppo.
Applicazione: l’ufficiale dei carabinieri indagato per corruzione. Ha due vie per
difendersi:
1) provare l’inconsistenza delle accuse;
2) accusare i magistrati che dirigono le indagini di volere infangare l’Arma dei
carabinieri.
La seconda via è spesso la migliore, anche quando l’ufficiale è innocente. La sua
accusa ai magistrati farà squillare un campanello nella testa dei colleghi ufficiali che
hanno avuto contrasti, anche piccoli, con le toghe. O che conoscono un collega che ha
avuto questi contrasti. O che conoscono un collega che conosce un collega che dice di
averli avuti. Nelle interviste, l’ufficiale darà voce al suo senso di appartenenza. Non
dirà “Non ho fatto nulla”. Dirà “Sono trent’anni che faccio il carabiniere”.
A quel punto, i magistrati dovranno mostrare che non vogliono perseguitare
l’Arma. Non è banale, mentre ne stanno esattamente perseguitando un membro.
Dovranno avere tatto, prudenza, equilibrio, ossia essere meno incisivi di quanto
sarebbero stati altrimenti. Politici nazionali caleranno a difesa dell’imputato per
rendersi graditi all’Arma. I giornali amici di quei politici tireranno fuori vecchie storie
di carabinieri calunniati e poi assolti (lasciando in archivio quelle dei carabinieri
condannati).
Un bravo ipocrita usa questa strategia anche in via preventiva. Un generale che
affronta una delicata audizione parlamentare, dove i deputati potrebbero chiedergli
conto delle sue scorrettezze, non fa l’errore di presentarsi in abiti borghesi. Si
presenta con divisa e mostrine, così che ai deputati sia impossibile assalirlo senza
aggredire le Forze che difendono il paese.

b) L’ipocrita tenta di danneggiarvi mettendo in dubbio il vostro senso di


appartenenza.
I membri del gruppo sospetteranno di voi se dimostrate un senso di appartenenza
tiepido. Un ipocrita lo sa e li aiuterà a sospettare.
Applicazione: il vostro nemico sul posto di lavoro. Vi sorveglierà senza sosta e
appena coglierà vostri segni di tepidezza divulgherà ai colleghi la scoperta. Fra i segni
di tepidezza ci sono condotte in apparenza innocue.
1) Lavorate nell’ufficio marketing ma a volte prendete il caffé con persone di altre
aree. Ciò dimostra che siete a vostro agio con gli estranei: tiepido senso di
appartenenza. Il vostro nemico farà girare l’informazione dicendo: “mah, lo vedo
spesso con quelli della contabilità”.
2) In ufficio vi date molto da fare. Ciò implica che credete nel lavoro e
nell’impegno. Cioè, che disprezzate il valore che già avete in quanto membro del
gruppo: tiepido senso di appartenenza. Il vostro nemico dirà ai colleghi che siete
“ambizioso”.
3) Appartenete anche a un altro gruppo. Ciò è inevitabile: se solo portate i baffi
siete nel gruppo dei baffuti. Il vostro nemico enfatizzerà questa appartenenza come
fosse quella principale, usandola come nomignolo quando parla di voi in vostra
assenza: “il piemontese”, “il brizzolato”, “l’amante del biliardo”, o anche “caffé
d’orzo”, se è la bevanda che prendete abitualmente al bar.
4) Frequentate solo i vostri colleghi d’ufficio, siete moderati nell’impegno, nessun
tratto vi distingue, insomma, siete un gregario. Ciò nonostante, il vostro nemico dirà
ai colleghi che siete “un individualista”. Loro non l’avevano mai notato, ma ora
avranno una pulce nell’orecchio: ogni volta che, come capita a tutti, vi prenderete
cura dei vostri interessi i colleghi penseranno: “è vero”.

c) L’ipocrita realizza per via di appartenenza le virtù che non vuole possedere
per davvero.
Ci sono virtù che esercitano su di noi un fascino che non produce atti concreti. E’
il fenomeno che Jerome K. Jerome immortalò nella frase: “Adoro il lavoro: passerei
ore a guardarlo”.
In questi casi il senso di appartenenza, che ha il magico potere di farci partecipare
a virtù che non abbiamo, è il mezzo ideale per conservare la stima di noi stessi.
Applicazione: il “papa boy”. Crede nella castità ma non gli ha mai fatto passare la
voglia di scopare. Però, ha un senso di appartenenza alla Chiesa, che come concetto è
casta. La cosa lo tranquillizza. Per consolidare l’appartenenza, andrà ai grandi raduni
della gioventù cattolica. Si siederà su una collina per ascoltare la messa del papa, in
mezzo a una folla sterminata di ragazze e ragazzi. Trattandosi di giovani, il papa non
dimenticherà di parlare dell’importanza della castità. Allora, il papa boy applaudirà
insieme agli altri, convinto, godendosi il sentimento di purezza che lo invade. In
serata, si ritirerà in una tenda da campeggio con la “papa girl” che lo ha
accompagnato al raduno, con la quale va a letto da sei anni.

d) Se l’ipocrita commette un atto a scapito degli altri, lo descrive come un atto a


favore di un gruppo.
Se uccidete qualcuno per motivi personali, siete un assassino. Se lo uccidete in
nome di un gruppo, siete un eroe. Ogun Samast, festeggiato in carcere dalle guardie e
dai poliziotti, è un esempio che conosciamo. Ora, Ogun Samast agì davvero in nome
di un gruppo, ma questo non impedisce a un ipocrita di limitarsi a farlo credere.
Applicazione: il leader politico scoperto a rubare o a estorcere tangenti.
Dichiarerà che lo ha fatto “per il partito”. Se, in effetti, ha speso una quota del
malloppo in congressi, manifestazioni e stipendi per i dirigenti, la sua dichiarazione
ha una base. Tuttavia, ai fini penali la sorte del malloppo sembra irrilevante. Se c’è
qualcosa di male in un’estorsione, è nel danno provocato a chi paga. Che il politico si
intaschi la tangente o la divida col partito cambia poco.
Eppure, questa divisione dimostra che il leader ha un senso di appartenenza, ciò
che gli conferisce un’aura di moralità. Di nuovo, il politico potenzierà l’effetto
proclamando la sua fedeltà al gruppo: “posso avere commesso errori, ma sono
sempre stato un socialista”.
Un difetto di questa strategia è che, appunto, il politico ladro o estorsore deve
dividere il malloppo col partito: perciò avrà cura che il partito, quando ruba o estorce,
divida il malloppo con lui.
27.
RISPETTATE LE REGOLE O ALMENO FATE FINTA

Ricordate i Village People? Furono un gruppo musicale di successo fra la fine degli
anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Cantavano brani pop da discoteca, pieni di
cori, con testi infarciti di allusioni gay. Tre di questi brani, “YMCA”, “Macho man” e
“In the navy” divennero piccoli classici della musica da ballare. Gli sceneggiatori della
TV e del cinema li riesumano quando hanno bisogno di un brano trascinante che
costringa i personaggi a ballare. Una mano accende l’impianto stereo, parte “Macho
man” e il manager serioso, dopo un tentativo disperato di resistere, allenta il nodo
della cravatta e inizia a dimenarsi.
Al successo del gruppo contribuirono anche i costumi. I Village People erano sei:
uno era vestito da poliziotto, uno da pellerossa, uno da marinaio, uno da minatore,
uno da motociclista e uno da cowboy. Questa combinazione colorata colpì
l’immaginazione del pubblico. Fino ad allora, i gruppi musicali avevano seguito la
regola non scritta che i componenti si vestissero nello stesso stile, o addirittura
indossassero costumi identici.
Paragonate i Village People ai Beatles, che mantennero un’uniformità di
abbigliamento per tutta la carriera, superando indenni le svolte stilistiche. Agli esordi
i Beatles si esibivano in giacca e cravatta; negli ultimi anni indossavano camicioni
indiani. Eppure, nonostante i contrasti che li dilaniavano non ci fu mai una fase
intermedia dove, poniamo, Paul e George si esibissero in giacca e cravatta e John e
Ringo in camicioni indiani.
I Village People, che violavano questa regola di uniformità, comunicavano un’idea
di libertà e divertimento appena entravano in scena.
La portata di violazioni simili dipende da ciò che accade dopo. In generale,
quando violate una regola potete diventare tre cose:
1) “reietti”, se tutti vi disapprovano;
2) “innovatori”, se tutti a loro volta cominciano a violare la regola;
3) “eccezioni che confermano la regola”, se tutti vi applaudono ma continuano a
comportarsi come prima.
Se guardate l’abbigliamento dei gruppi musicali di oggi, capite che i Village
People furono un’eccezione che conferma la regola.
Perciò, è probabile che la tendenza dei gruppi a uniformare l’abbigliamento non
sia accidentale, ma nasca da fatti profondi della personalità umana o del
funzionamento dei gruppi.
Parlo di tutti i gruppi, non solo di quelli musicali. Immaginate di arrivare in abito
scuro a una cena e scoprire che gli altri invitati sono in jeans e camicia. E’ un
momento in cui maledite voi stessi. Immaginate un caporeparto che distribuisce agli
operai le nuove tute da lavoro: alcune blu, alcune gialle, alcune rosse. Pare già di
sentire i mugugni degli operai: “Eh, ma sono tutte diverse!”.
La moda stessa, d’altronde, sarebbe inspiegabile se la gente non amasse vestirsi
come vede vestirsi tutti gli altri, e non fosse pronta a spendere per riuscirci.
I membri dei gruppi tendono a uniformare i modi di parlare e di pensare, oltre
che l’abbigliamento. In ogni gruppo ci sono temi di conversazione ammessi e temi
tabù. Forme appropriate e forme sconvenienti di rivolgersi a un superiore. Battute
che fanno ridere e altre che allargano il silenzio. Di solito i membri imparano le
regole del caso con rapidità e poi si abituano a darle per scontate. Dopo un certo
tempo, qualsiasi dissidente che non segua quelle regole pare loro stupido, strano o
immorale.
I gruppi grandi manifestano questo tipo di convergenza quanto quelli piccoli. Cito
alcune riflessioni di Bertrand Russell sugli usi matrimoniali:

“Il grosso della popolazione di ogni paese è persuaso che tutti gli usi
matrimoniali diversi dai suoi siano immorali, e che quelli che combattono
quest’idea lo facciano al solo scopo di giustificare le loro vite dissolute. In India il
risposarsi delle vedove è tradizionalmente considerato una cosa troppo orribile da
potersi contemplare. Nei paesi cattolici il divorzio è considerato molto malvagio,
ma qualche caduta della fedeltà coniugale è tollerata, almeno negli uomini. In
America il divorzio è facile ma le relazioni extraconiugali sono condannate con la
massima severità. I maomettani credono nella poligamia, che noi pensiamo
degradante. Tutte queste opinioni diverse sono sostenute con veemenza estrema”
(Saggi Scettici, p. 14, 1928).

Qual è il meccanismo? Perché i membri dei gruppi non si concedono più varietà
nel vestirsi, nel linguaggio, nei comportamenti? Perché i Beatles non ebbero mai una
fase intermedia ad abbigliamento misto? Perché gli occidentali si turbano al solo
pensiero che una famiglia poligama si insedi nel loro territorio?
Mi limito a segnalare tre meccanismi che potrebbero spiegare questi fenomeni.
Uno dei meccanismi è una grande fonte di ipocrisia.
Mimetismo: è la propensione dei membri a imitare i comportamenti dominanti
nel gruppo. Questa propensione può nascere da un istinto ancestrale al conformismo
o da un calcolo razionale: il membro decide che imitare gli altri è la soluzione più
prudente, soprattutto se gli mancano le informazioni per valutare a fondo le soluzioni
alternative. Un novizio che entra in un gruppo e si avvede che i membri scansano
certi argomenti può dedurre che abbiano un buon motivo e adeguarsi senza porsi
altre domande.
Rafforzamento: è la propensione del gruppo a premiare i membri conformi e a
punire quelli devianti. Questa propensione può nascere dal piacere dell’omogeneità: è
il sentimento che proviamo in mezzo a persone che si vestono, parlano e si
comportano come noi. Il piacere dell’omogeneità è simmetrico all’istinto al
conformismo. Questo piacere può portare il gruppo a simpatizzare e a esprimere
fiducia verso i membri conformi, invogliandoli a rimanere tali o a completare la
mimesi negli aspetti dove fossero carenti.
Al contrario, un membro deviante che si veste, parla e si comporta a modo suo
guasta l’omogeneità del gruppo. I membri si affliggeranno solo a vederlo. In un certo
senso, il gruppo è un luogo dove a qualcuno basta avere personalità per danneggiare
gli altri. A causa del disagio che provano, i membri scanseranno il deviante, che si
troverà isolato. Siccome la vita degli isolati è difficile, il deviante lascerà il gruppo o si
sforzerà di convergere. In entrambi i casi l’omogeneità sarà ristabilita.
Cooperazione: è la scelta del membro di convergere perché sa che il gruppo può
ottenere certi risultati solo se tutti marciano in riga, e lui prevede che questi risultati
andranno anche a suo vantaggio. Gli economisti modellizzano questo tipo di
ragionamenti con la teoria dei giochi; io proverò a cavarmela con un esempio.
Siamo nel selvaggio west. I pionieri di un villaggio hanno bisogno di un ponte per
attraversare un fiume e comunicare coi villaggi vicini. Questo ponte richiede il lavoro
di molti uomini. Il villaggio si trova nella situazione seguente.
a) I pionieri sanno che possono realizzare l’opera se uniscono le forze.
b) Tuttavia, ogni singolo pioniere sa che gli altri sono in numero sufficiente per
costruire il ponte senza il suo aiuto. Di conseguenza, gli conviene rifiutarsi di
contribuire: poi, quando il ponte sarà finito, ci passerà sopra come chiunque altro.
c) Se tutti i pionieri fanno questo calcolo non ci sarà alcun ponte.
Come spingere i pionieri a lavorare? Una soluzione è proibire l’accesso al ponte a
chi non avrà contribuito. Tuttavia, questa soluzione è costosa, perché il villaggio
dovrà pagare qualcuno per sorvegliare il ponte 24 ore su 24 (i furbacchioni che non
hanno lavorato potrebbero attraversarlo di notte). Inoltre, l’efficienza economica
suggerisce di aprire il ponte a tutti: ai visitatori, ai viaggiatori, ai mercanti, anche se
non hanno contribuito, perché portano relazioni e denaro. La stessa considerazione
vale per i pionieri furbacchioni, che potrebbe usare il ponte per avviare traffici con
l’altra sponda del fiume e arricchire il villaggio.
Una soluzione alternativa è che i pionieri stringano un patto solenne in cui si
impegnano a cooperare, proprio perché riconoscono i rischi dei calcoli individualisti.
Immaginate un’assemblea nel granaio, la discussione animata, il leader che chiede il
silenzio e propone il patto, l’approvazione generale, gli uomini entusiasti che giurano
impilando le loro mani poderose l’una sull’altra. Seguono bevute, balli con le donne,
canzoni ispirate al ponte e, già il mattino dopo, i primi lavori.
Nella vita reale la cooperazione è frequente e non richiede necessariamente patti
espliciti. Possiamo dire che i membri cooperano ogni volta che accettano di rispettare
una regola - magari sgradita - per consentire al gruppo di funzionare. Se una riunione
inizia alle 10.15, tutti i partecipanti cercano di arrivare a quell’ora. Forse uno avrebbe
preferito le 9.30, un altro le 11.00, un altro ancora le 12.00, ma sanno che se ognuno
arrivasse quando pare a lui le riunioni sarebbero impossibili.
Su scala più grande, un italiano può giudicare la poligamia moralmente lecita ma
opporsi ai tentativi dei musulmani di importarla in Italia perché crede che un paese
non possa permettersi più di un regime matrimoniale.
Di per sé il meccanismo della cooperazione non spiega la convergenza dei membri
nell’abbigliamento. E’ raro che abiti variegati impediscano ai membri di svolgere le
attività comuni. Ringo Starr avrebbe suonato la batteria a tempo con gli altri Beatles
anche se avesse avuto un costume tutto suo. Però gli abiti, il modo di parlare e altri
dettagli permettono al membro di segnalare la sua fedeltà. Quando indossiamo una
divisa (in senso letterale o figurato) dichiariamo la nostra volontà di cooperare e
rassicuriamo gli altri.
I primi due meccanismi, mimetismo e rafforzamento, sono inesorabili. O il
membro li subisce, e uniforma la sua condotta, o li respinge e si ribella. E’ il terzo, la
cooperazione, che apre le praterie agli ipocriti.
Torniamo al nostro villaggio. Le opere fervono, il ponte è in costruzione, ma a un
certo punto un pioniere smette di presentarsi al lavoro. Una delegazione va a visitarlo
a casa per rammentargli il patto. Il pioniere si fa trovare a letto e dice ai delegati che
una vecchia ferita alla gamba gli duole e gli proibisce qualunque attività pesante. Però
si augura che sia una cosa breve e non vede l’ora di rientrare al lavoro. I delegati
prendono atto. Poi il pioniere si informa sull’avanzamento del ponte, dà consigli (non
richiesti) e sparla di alcuni pionieri (assenti), che a suo avviso si impegnano poco. La
delegazione se ne va perplessa.
I giorni passano e il pioniere latita. I vicini dicono di vederlo portare le sue pecore
al pascolo tutte le mattine. Pare camminare senza fastidi. Alla delegazione che torna a
visitarlo il pioniere spiega che è guarito, ma purtroppo alcune pecore si sono perse
sulla collina e ha dovuto cercarle per giorni. L’indomani, in effetti, il pioniere si
presenta al cantiere. Partecipa stancamente ai lavori per due giorni, poi è a casa di
nuovo. All’arrivo dei delegati esibisce una brutta tosse, ma giura e spergiura che
tornerà presto al cantiere, a costo di pigliarsi una polmonite.
Sono balle. I delegati lo sanno, ma sanno anche di dovere scegliere fra:
a) forzare la mano, col pericolo che il pioniere opponga un rifiuto plateale; allora
il patto sarebbe rotto e altri infingardi potrebbero approfittarne per ritirarsi; i
pionieri alacri, invece, potrebbero sentirsi presi in giro e incrociare le braccia per
protesta;
b) fingere di credere al pioniere per salvare le apparenze.
La prima soluzione non giustifica i rischi, dato che nel caso migliore restituisce al
cantiere un uomo deciso comunque a lavorare poco. Se i delegati sono razionali
sceglieranno la seconda, che preserva il patto. Anzi, i delegati potrebbero coprire il
furbacchione e riferire in cantiere che, sì, aveva davvero una tosse orribile, e piangeva
dal dispiacere di assentarsi dal lavoro, e che è un grande esempio di spirito di gruppo,
ecc.
Gli altri pionieri continueranno a lavorare. Il ponte si farà. Tutti ne avranno
beneficio. I delegati non saranno lieti a vedere il furbacchione passarci sopra col suo
gregge ogni mattina ma classificheranno la cosa fra le tante piccole amarezze della
vita.
Generalizziamo. La cooperazione prevede idealmente che tutti i membri
contribuiscano alle attività del gruppo o ne rispettino le regole ma ammette equilibri
inferiori dove:
5 alcuni membri riescono a non contribuire o violano le regole;
6 questi membri sono tollerati purché non siano troppi, non diano nell’occhio
e, quando interrogati, proclamino un’adesione appassionata alle attività e alle
regole del gruppo;
7 sanzioni dure sono inflitte invece ai dissidenti espliciti, che rischiano di
sfasciare l’equilibrio.
Equilibri simili sono comuni nella vita quotidiana. Russell diceva poco sopra che i
paesi cattolici tollerano le infedeltà coniugali. Sbagliava. I paesi cattolici tollerano le
infedeltà coniugali segrete: scappatelle, relazioni clandestine, weekend con la
segretaria in luoghi lontani. Oggi non meno che ai tempi di Russell un uomo che
presenti la giovane amante agli amici di famiglia fa qualcosa di orrendo e offensivo, e
di fatto annuncia la fine del suo matrimonio.
Il tipo di ipocrisia su cui questi equilibri si fondano ha un nome: “si fa ma non si
dice”. Riguarda sia chi fa, e nel frattempo loda in pubblico i principi che trasgredisce,
sia chi vede e fa finta di nulla, e intanto raccomanda agli ingenui di seguire quei
principi col massimo rigore.
Il “si fa ma non si dice” ha alcune conseguenze.
La prima è che penalizza le persone oneste. I fautori dei valori tradizionali della
famiglia attaccano non i fedifraghi, che agiscono nell’ombra, ma i conviventi, che
agiscono alla luce del sole. Che i conviventi siano stabili, abbiano figli e spesso si
concedano meno scappatelle degli sposati non importa: saranno accusati di
libertinaggio e di volere distruggere la società.
La seconda è che chi ha qualcosa da celare sarà molto attento alle apparenze
formali. Questa è una fonte ulteriore di uniformità. Se i Beatles hanno contrasti
intestini dobbiamo attenderci non che ognuno si scelga un costume diverso, ma che
tentino di mantenere l’unità quanto meno nell’abbigliamento.
La terza è che le violazioni dei principi più sacri saranno tollerate quanto le altre,
ma avvolte in maggiore riservatezza. Quasi tutti gli Stati equiparano l’eutanasia
all’omicidio. Tuttavia, molti medici ritengono inumano abbandonare i malati
terminali alla loro agonia e assecondano in silenzio le richieste allusive del malato o
dei familiari. La cosa è giudicata una faccenda privata degli interessati. Nessuno vi si
impiccia. Se invece il paziente o i familiari chiedono il distacco della spina apertis
verbis diventano un caso nazionale su cui si schierano giornalisti e politici.
La quarta è che la cattiva pubblicità sarà temuta più delle cattive azioni. Nei casi
peggiori il gruppo si asterrà dal punire membri che commettono reati pur di evitare
clamori. Lo scandalo dei pedofili nella Chiesa cattolica americana e irlandese ha
svelato che i vescovi che vengono a conoscenza di molestie non denunciano il prete
alle autorità civili ma lo trasferiscono con discrezione in un’altra parrocchia. Il
trasferimento mira a sopire la vicenda, ma di solito porta il prete a dedicarsi presto a
nuovi bambini. Mi chiedo se l’abbondanza di pedofili preti non nasca dal fatto che
sanno che la Chiesa cattolica è il posto migliore dove entrare per farla franca.

28.
L’UNICO EROE CHE NON HA RIMPIANTI È QUELLO MORTO

Ci sono due modi per convincere una persona a lavorare per voi:
a) fare leva sui suoi interessi;
b) fare leva sulle sue emozioni.
Vi converrà fare leva sulle sue emozioni; fare leva sui suoi interessi significa di
solito doverla pagare.
Una persona ha due tipi di emozioni:
a) quelle verso di voi;
b) quelle verso le idee.
Vi converrà sfruttare le emozioni verso le idee; per sfruttare quelle verso di voi
dovreste dare alla persona un motivo per volervi bene.
Questo è il segreto dei grandi leader, molti dei quali nascono poveri e sono odiosi,
ma hanno il coraggio di incitare la gente a lavorare per la giustizia, la libertà, il bene,
la morale, la legge, l’ordine, la bellezza, l’arte, la scienza, il progresso, il futuro, la
natura, i diritti, il benessere, la pace, la salvezza del mondo.
A volte la gente di fatto starà solo lavorando per loro.
Anche i gruppi sono capaci di trasformarsi in idee che attirano le emozioni delle
persone. Questa trasformazione può accompagnarsi a un cambio di nome: l’insieme
degli abitanti di una nazione (gruppo) diventa la “patria” (idea) quando un grande
leader esorta quegli abitanti a dare la vita per essa.
Dove l’idea mantiene il nome del gruppo è il contesto del discorso a chiarire se
stiamo parlando di una cosa o dell’altra. In genere stiamo parlando dell’idea quando
il contesto evoca la dedizione:
8 “daremo tutto per la squadra”;
9 “bisogna ubbidire per il bene del partito”;
10 “avvieremo subito una raccolta di offerte per la parrocchia”.
Il potere motivante delle idee spiega molti sforzi e sacrifici dei membri dei gruppi
che alla luce del senso di appartenenza sarebbero incomprensibili. Infatti, il senso di
appartenenza permette ai membri di fregiarsi delle virtù di un gruppo senza muovere
un dito e quindi dovrebbe motivarli all’indolenza.
Considerate le manifestazioni di partito. Ci sono i militanti che cantano slogan e
si godono un pomeriggio magico dove tutte le persone che incontrano la pensano
come loro. Capiamo perché siano andati a sfilare. Ci sono i capi del partito, che
salgono sul palco e parlano a gente che li appoggia (altrimenti non sarebbe lì). Sono
applausi sicuri. Chiunque andrebbe a prenderseli. Ci sono i militanti rimasti a casa
che guardano la manifestazione alla TV e grazie al senso di appartenenza si beano del
successo di numeri come se vi avessero contribuito (“un milione di partecipanti!”).
Ma ci sono anche i volontari che prenotano i pullman, sbrigano i permessi,
montano il palco, allestiscono le attrezzature, gestiscono la sorveglianza e svolgono
altri lavori per cui chiunque si farebbe pagare. Loro no. Lavorano gratis. Perché? Per
il successo della manifestazione? Quello se lo godono anche gli altri militanti senza
lavorare. Per un patto cooperativo? No, altrimenti dovrebbero amareggiarsi a vedere i
compagni sfilare senza fare niente.
Simili sacrifici sono dovuti all’idealismo, la tendenza dei generosi ad agire in
nome di un’idea. Per esempio, i giovani che si arruolano volontari nell’esercito, pronti
a dare la loro vita, lo fanno per amore della patria, non dei loro concittadini. Nessuno
di questi volontari darebbe la vita per suo cugino. Con gli altri concittadini hanno
rapporti di parentela ancora inferiori.
L’idealismo è un tipo di altruismo. Il pregio dell’idealismo è che procura meno
delusioni dell’altro tipo di altruismo, quello verso le persone, che incoccia
nell’ingratitudine che molte di loro dimostrano per ciò che ricevono.
Il caso lampante di altruismo è quello dei genitori verso i figli. Le mamme e i papà
spendono energie, tempo e somme rovinose di denaro per fare crescere la prole. I
primi anni questo altruismo trova ricompensa, perché i bambini sono carini, gioiosi,
attaccati e donano ai genitori un sentimento di riuscita.
Purtroppo, appena i figli giungono alla pubertà sviluppano una pulsione - forse di
origine esogamica - a trattare con cordialità solo chi non appartiene alla famiglia.
Rispondono con mugugni a qualsiasi domanda dei genitori, tentano di sottrarsi alla
loro vista, sorridono solo quando hanno bisogno di soldi. I genitori la prendono sul
piano personale (giustamente) e iniziano a domandarsi se abbia avuto senso buttare
anni di vita ad allevare ingrati.
L’idealista invece si sacrifica per un’idea: la giustizia, la libertà, il bene e altre cose
prive di bocca per parlare. Perciò l’idealista non si rammarica che non ringrazino.
Nessun dato concreto verrà mai a smentire la sua vaga sensazione che in qualche
Olimpo queste idee lo guardino con affetto.
Quando è il gruppo a fornire l’idea c’è però una differenza importante: che il
gruppo rimane un insieme di persone. Quindi ha la capacità di ringraziare. Quindi
anche di non farlo. Il soldato pronto a dare la vita per la patria cui capita di perdere
solo una gamba avrà modo di scoprire quanto poco i suoi concittadini siano
impressionati dalla cosa. L’unico eroe che non ha rimpianti è quello morto.
Inoltre, i membri di un gruppo hanno interessi egoistici. Ne deriva il paradosso
per cui un membro che lavora per il partito, la patria, la squadra sente emozioni
altruistiche mentre fa qualcosa che avvantaggia pure lui. A volte è addirittura
qualcosa che danneggia gli altri. Un Ogun Samast può uccidere un uomo alle spalle in
nome della Turchia e sentirsi un eroe. Lo stesso Hitler, quando annunciò l’invasione
della Polonia per allargare lo “spazio vitale” della Germania, gonfiò d’orgoglio milioni
di tedeschi che avrebbero giudicato orribile sfondare il muro di casa per occupare una
stanza del vicino.