You are on page 1of 1

 SABATO 16 GíUGNO 2012

Equo compenso e dignità del lavoro giornalistico
sperimento: prendete un parla-
mentare qualsiasi, Camera o
Senato poco importa, e chiedetegli
cosa ne pensa della legge sull’Equo
compenso per il lavoro giornalisti-
co. Potete scommetterci la casa: vi
ritroverete davanti ad un fervente
sostenitore dell’equa retribuzione
per i giornalisti. Ascolterete discorsi
sull’importanza di una corretta in-
formazione per la democrazia, sulla
necessità di non rendere ricattabili
i professionisti dell’informazione
pagandoli pochi spicci, sul valore
assoluto della dignità di ogni lavo-
ratore e bla bla bla.
Peccato, però, che la legge sul-
l’Equo compenso sia lasciata mar-
cire, da circa due mesi, nei cassetti
della Commissione lavoro del Se-
nato.
Eppure il cammino accidentato
di questo testo semplice semplice
aveva dato qualche (falsa) speranza
ai circa 50 mila giornalisti precari
in Italia: la Commissione cultura
della Camera l’aveva approvata
all’unanimità, dopo la proposta de-
gli onorevoli Enzo Carra e Silvano
Moffa. Non solo: anche il governo,
per tramite del sottosegretario Pao-
lo Peluffo, aveva concesso il suo
nulla osta.
Cosa si potrebbe obiettare, d’al-
tronde, rispetto a una proposta di
legge che vieta di pagare quattro
euro al pezzo i giornalisti autono-
mi? Questo è in estrema sintesi il
contenuto della norma: una Com-
missione defnisce i requisiti minimi
di equità retributiva e le testate ven-
gono chiamate a rispettare quegli
E
stessi requisiti. Chi non lo fa viene
escluso dalla distribuzione dei f-
nanziamenti pubblici all’editoria.
Chi poteva mettere i bastoni tra le
ruote? Beh, anche un bambino lo
capirebbe: coloro ai quali conviene
mantenere bassi i costi di produ-
zione delle notizie, coloro ai quali
interessano relativamente sia la de-
mocrazia che la qualità dell’infor-
mazione. Gli amici editori.
Più grave, invece, l’accondiscen-
denza da yes men di coloro che nei
Palazzi rappresentano le istanze de-
mocratiche di tutti. I nostri parla-
mentari, i senatori per l’esattezza,
hanno ceduto alle pressioni degli
editori. Come se l’interesse a man-
tenere retribuzioni da fame per i
giornalisti fosse un tutt’uno con
l’interesse a garantire quegli stessi
giornalisti e la loro funzione demo-
cratica svolta attraverso la produ-
zione di notizie.
Il problema, in Italia, arriva da
lontano. Da una tradizione ormai
centenaria che non ha mai visto na-
scere editori ‘puri’. I giornali, diceva
un illustre maestro, sono da sempre
“voce passiva di bilanci attivi”,
bracci armati di imprenditori in tut-
t’altre faccende affaccendati. Na-
turale dunque che i proprietari delle
testate abbiano sempre puntato a
spendere il meno possibile per la
manodopera giornalistica. Nel pas-
sato la presenza di un sindacato
forte ha impedito che la situazione
vissuta oggi dalla maggior parte dei
giornalisti italiani non si palesasse
già nel secolo scorso.
E qui si arriva al secondo punto
dolente: come si è potuti arrivare a
tanta umiliazione per la professione
giornalistica? I diritti dei giornalisti,
autonomi e non, sono stati picco-
nati dai continui attacchi degli edi-
tori e del liberismo sfrenato, vero.
Ma a questo, cosa ben più grave,
si è aggiunto il ritardo mostruoso
del sindacato sulle nuove forme di
sfruttamento della professione. Ne
viene fuori il quadro di oggi: una
debacle per l’informazione, che ha
portato alla selva di contratti atipici
applicati ai giornalisti, all’annulla-
mento dei praticantati in redazione
e al continuo ridimensionamento
dei contrattualizzati. Si preferisce
fare i giornali con gli stagisti a costo
zero o i ‘collaboratori’ che occasio-
nali non sono mai. E che sono co-
stretti ad accontentarsi di tre, quat-
tro o cinque euro per ogni articolo.
Oppure in redazione si richiamano
i giornalisti pensionati, mascheran-
do con un contratto di collabora-
zione il prosieguo della loro attività
da ‘interni’. E’ la stampa, bellezza.
Qualcosa, però, inizia a muo-
versi. Si muove l’Ordine, che con il
suo presidente Enzo Iacopino è or-
mai schierato apertamente contro
lo sfruttamento dei colleghi da par-
te degli editori. Si muove il sinda-
cato, che non poteva più sostenere
l’insopportabile distacco rispetto
alle istanze della maggior parte dei
giornalisti italiani. Ma soprattutto
si muovono i precari dell’informa-
zione, che in diverse regioni hanno
dato vita a coordinamenti autono-
mi e che fanno pressione giorno do-
po giorno su tutte le istituzioni.
Proprio l’attività dei Coordina-
menti dei giornalisti precari ha dato
vita alla petizione on line per chie-
dere la rapida approvazione della
legge sull’equo compenso. Una pe-
tizione che riassume perfettamente
la gravità di questo stallo: “L’infor-
mazione – recita il testo della peti-
zione - è un diritto primario dei cit-
tadini, garantito dall’articolo 21
della Costituzione. I giornalisti de-
vono assicurarlo per fornire alla so-
cietà i necessari elementi di cono-
scenza per una crescita democratica
e sociale. Per farlo devono essere
liberi da qualsiasi condizionamento,
rispondendo solo alla loro coscien-
za e alle leggi dello Stato. Questa
libertà oggi non c’è perché, usando
le non contestate diffcoltà del set-
tore, la gran parte degli editori
sfrutta i giornalisti retribuendoli
con compensi da fame che si tra-
sformano di fatto in un ricatto per-
manente. Pochi euro per articolo
non garantiscono né la qualità del-
l’informazione né la necessaria li-
bertà dei giornalisti”. Quindi l’ap-
pello all’Esecutivo: “Un governo
che vuole creare nel Paese le con-
dizioni per una nuova moralità non
può guardare dall’altra parte o,
peggio, ostacolare il percorso della
legge sull’equo compenso, già ap-
provata dalla Camera dei Deputati
con voto unanime e ora ferma al
Senato. Il governo non può rendersi
complice di questa nuova schiavitù,
mentre distribuisce milioni di euro
di provvidenze ad editori che sfrut-
tano i sogni di migliaia di giovani
di tante età e rubano il diritto dei
cittadini alla verità”.
Sia chiaro, la legge sull’equo
compenso non sarebbe la panacea
di tutti i mali. Gli editori hanno an-
cora dalla loro una serie infnita di
escamotage per aggirare la stipula
di contratti giornalistici: uno su tut-
ti l’obbligo, impartito a moltissimi
colleghi che lavorano in Rai (ma
non solo), di aprirsi una falsa par-
tita Iva ed essere retribuiti come
aiuto registi pur svolgendo mansio-
ni esclusivamente giornalistiche.
Di certo, però, questa legge rap-
presenterebbe un buon punto di
partenza, la riaffermazione del prin-
cipio per cui l’informazione è una
cosa seria, un pilastro della demo-
crazia, un bene pubblico. Non una
nuova prateria messa a disposizione
degli editori per lo sfruttamento del
lavoro.
L’iter parlamentare
sull’equo compenso
giornalistico
rischia di bloccare tutto
I compensi da fame
di alcune testate
sono una palese offesa
per i precari del settore
ííSFPUTTAMENTOíí
Rilanciare la Carta di Firenze
per tutelare chi non ha voce
ulla carta, tutti i giornalisti do-
vrebbero godere di un’equa re-
tribuzione. Sulla carta sarebbe ne-
cessario “porre un freno allo
sfruttamento del lavoro precario, fa-
vorire percorsi di assunzione rego-
lare e applicare le norme contrattuali
esistenti”. Gli iscritti all’Ordine non
dovrebbero impiegare colleghi sot-
topagandoli e sfruttandoli. Si do-
vrebbe vigilare in maniera capillare
per garantire ferie, malattia e orari
di lavoro accettabili ai giornalisti
precari, ai collaboratori e ai free lan-
ce. Evitare che le redazioni impie-
ghino pensionati. Garantire che il
lavoro commissionato venga pagato,
sempre. Anche quando per un vezzo
del tuo caporedattore, l’articolo non
fnisce più in pagina. Sulla carta non
si dovrebbero creare situazioni di
mobbing ad ogni cambio di direzio-
ne. Bisognerebbe garantire continui-
tà a chi collabora con una testata
anche se non è assunto regolarmente
e non ha “agganci”. E infne, sulla
carta, si potrebbe sanzionare chi non
rispetta queste poche e basilari re-
gole di civiltà in un lavoro che sta
diventando l’emblema stesso dello
sfruttamento. Ma tutto rimane sulla
carta. La Carta di Firenze, il docu-
mento deontologico scritto da più
di 300 giornalisti “atipici”e inoccu-
pati che si sono incontrati lo scorso
ottobre per cercare di porre un freno
alla condizione di precariato siste-
mico e dilagante. Una Carta in vi-
S
gore dallo scorso 1 gennaio che per
il momento non ha prodotto alcun
effetto. Se si eccettua l’unico prov-
vedimento disciplinare avviato nel
Lazio dopo la denuncia dell’ Asso-
ciazione Stampa Romana, a favore
di tre colleghi vittime di mobbing e
sfruttamento in un’agenzia di stam-
pa della Capitale. Poi il nulla. Un
solo provvedimento in tutta Italia,
a fronte di oltre 20mila precari spar-
si in tutto il paese. Possibile che non
ci siano altre situazioni da sanzio-
nare? Perché i colleghi non denun-
ciano le testate che sfruttano? Perché
gran parte del Sindacato fnge di
non sapere (basti pensare ai tanti
ostacoli che la Fnsi ha trovato nel
ratifcare la Carta)? Perché si lascia-
no soli i coordinamenti di base nel
denunciare situazioni-limite? Perché
non si cerca di arrivare al maggior
numero di colleghi possibile per
spiegare che oltre a dei doveri, i
giornalisti non contrattualizzati han-
no anche dei diritti sacrosanti? Do-
mande che cadono nel vuoto. Mol-
tissimi giornalisti non sanno
nemmeno che esiste la Carta di Fi-
renze. Soprattutto in alcune realtà
di frontiera, nelle tante province
d’Italia, dove si continua a scrivere
sotto ricatto degli editori, e spesso
anche della criminalità, per pochi
euro al pezzo. Ma anche a Roma,
dove il coordinamento di Errori di
Stampa ha stimato la presenza di al-
meno 2000 precari. Una voragine
di fgurine senza diritti e senza di-
gnità, se non quella che gli viene da-
ta dalla passione per un mestiere
fondamentale per la sopravvivenza
stessa della vita democratica. E al-
lora si va avanti contro gli editori
che continuano a non pagare. Con-
tro i Comitati di Redazione (spesso,
ma non sempre, collusi con gli edi-
tori stessi) che non difendono i diritti
dei collaboratori. Contro i persona-
lismi e la strumentalizzazione di chi
inquina la battaglia dei precari. An-
cora una volta i giornalisti si conf-
gurano come un’anomalia nel pa-
norama lavorativo italiano. I primi
ad avere avuto un contratto nazio-
nale di lavoro e a non applicarlo. I
primi a dotarsi di un documento de-
ontologico che sanziona, per iscritto,
lo sfruttamento del precariato e i
primi a lasciarlo sulla carta.
Gli addetti stampa non sono giornalisti di serie B
Oggi più che mai è considerato fondamentaIe, da istituzioni
e soggetti privati, avere un ufficio stampa come interfaccia coi media,
eppure i giornaIisti che svoIgono questo ruoIo continuano ad essere
ignorati un po' da tutti. Spesso considerati di "serie B" da chi Iavora
neIIe redazioni, per nuIIa tuteIati daI sindacato, sono in reaItà una
forza di migIiaia di giornaIisti, spesso precari, essenziaIe neIIa so-
cietà deII'informazione moderna.
Eppure, non è certo raro che I'addetto stampa, anche quando di una
grande società o un importante poIitico, sia Io stagista, magari donna
e di beIIa presenza, secondo un'idea che poco ha a che vedere con Ia
professionaIità, o iI Iavoratore a partita Iva sfruttato e sottopagato,
esattamente come i suoi compagni di sventura che "cucinano" neIIe
redazioni e spesso a Ioro voIta "riprendono" i comunicati di coIIeghi
che non hanno nemmeno una firma per ambire aI tesserino.
Non va moIto megIio neI settore pubbIico, dove gIi addetti stampa
non riescono praticamente mai ad essere inquadrati come giorna-
Iisti, nonostante da 12 anni esista una Iegge (Ia 150/2000) che im-
porrebbe di regoIamentare i profiIi professionaIi con
contrattazione coIIettiva. Invece ministri e sindacati deI settore
pubbIico, con Ia compIicità deII'Aran (Agenzia per Ia rappresen-
tanza negoziaIe), non hanno mai voIuto avviare una trattativa
seria, coI risuItato che ad oggi i giornaIisti riconosciuti neIIa pub-
bIica amministrazione sono poche decine, mentre tutti gIi aItri
vanno ad iscriversi neI Iungo eIenco di "figIi di un dio minore" di
chi svoIge una professione un tempo gIoriosa e ora disgraziata.
Errori di Stampa
al Tavolo regionale
Solo a Roma i precari
dell’informazione
sono più di duemila.
La Carta è l’unica arma
per rivendicare i diritti
di chi nelle redazioni
non ha nessuno
che lo rappresenti
Il futuro dei pubblicisti
e l’accesso alla professione
iretta partecipazione dei pre-
cari ai tavoli di concertazione
e un impegno a contrastare le
condizioni di sfruttamento dei
giornalisti privi di tutele. Sono sta-
te queste le nostre richieste alla
Regione Lazio, sintetizzate in una
mozione frmata da tutti i gruppi
presenti in Consiglio regionale. La
nostra iniziativa, analoga a quelle
avviate dai coordinamenti di gior-
nalisti precari di altre regioni, è
nata dalla necessità di richiamare
l’attenzione degli enti locali sul
precariato giornalistico. I consi-
glieri regionali hanno preso atto
della nostra condizione di soffe-
renza e hanno frmato in modo
bipartisan un testo ora in attesa
di essere approvato. La mozione
prende le mosse dal nostro censi-
mento: almeno 2.000 giornalisti
precari a Roma, giungla di con-
tratti e compensi vergognosi che
impediscono un’esistenza libera e
dignitosa. Alla giunta regionale
chiediamo l’impegno a contrastare
con i propri mezzi le condizioni
di sfruttamento dei giornalisti pre-
cari e i livelli inaccettabili delle re-
tribuzioni. Che vuol dire innanzi-
tutto, chiedere all’istituzione
regionale di riappropriarsi di un
ruolo di controllo e verifca e so-
stenere, anche attraverso i fondi
europei, percorsi di formazione e
aggiornamento professionale, utili
al reinserimento nel mondo del la-
D
voro. Abbiamo chiesto inoltre alla
regione di utilizzare il Co.Re.Com
per avviare un’indagine conosci-
tiva presso le aziende editoriali
che permetta fnalmente di avere
una fotografa esatta del numero
e delle condizioni contrattuali e
retributive dei precari impiegati.
Ma soprattutto quello che ci pre-
me è sedere ai tavoli in cui si parla
di precariato giornalistico. Solo
ascoltando chi vive ogni giorno la
precarietà è possibile infatti av-
viare una discussione seria in cer-
ca di soluzioni praticabili ma ef-
fcaci. Invece i precari sono
sempre i grandi assenti dai tavoli
di concertazione, dai luoghi di de-
cisione. Al massimo per loro qual-
che spazio per raccontare una sto-
ria di vita suffcientemente
commovente. Così, la mozione
chiede di avviare con urgenza un
tavolo regionale con i gruppi edi-
toriali del Lazio, coinvolgendo il
sindacato, l’Ordine regionale e il
nostro coordinamento. Ci batte-
remo dunque per partecipare al
tavolo sulla legge regionale del-
l’editoria e a quello sul lavoro pre-
cario. Il nostro vuole essere il con-
tributo dei migliaia di lavoratori
che ogni giorno garantiscono alle
aziende editoriali produttività e
proftto. Quegli stessi lavoratori
che la crisi del settore e un mer-
cato senza regole hanno messo
per primi in ginocchio.
on ci sarà nessun “Pubblici-
sta-day” ad agosto. Nessuno
sarà denunciato per “esercizio abu-
sivo della professione”. La riforma
dell’Ordine dei Giornalisti paven-
tata a inizio anno assieme a quella
degli altri ordini professionali se c’è
è ancora nella mente del Ministro
Severino. L’argomento è troppo
complesso, la materia, l’informa-
zione, troppo delicata, e probabil-
mente i destinatari, i giornalisti art
1, troppo corporativi. Eppure a fne
gennaio appena uscite le prime in-
discrezioni sulla riforma tra i precari
che reggono e sostengono i giornali
italiani era scattato l’allarme. Nella
mente del Governo sarebbe stato
da abolire l’elenco dei pubblicisti
che sulla carta“non svolgono in via
esaustiva l’attività giornalistica”.
Nella realtà invece è la maggior
parte dei precari a essere pubblici-
sta, pur lavorando continuativa-
mente e quotidianamente con una
testata. Ma a causa dei compensi
troppo bassi (il 75% di essi non
raggiunge i 5000 euro l’anno di
reddito) a questi è costantemente
impedito l’accesso all’esame da pro-
fessionista che è consentito nelle
modalità da freelance solo a redditi
superiori a 12/15 mila euro (a se-
conda degli Ordini regionali). Nes-
sun giornale fa infatti più l’antichis-
simo contratto di praticantato che
serviva proprio a sostenere l’esame.
E il perché è facilmente intuibile: il
N
praticantato prevede un compenso
per il precario di circa 1200 euro
nette al mese e il riconoscimento
del suo “status” di giornalista del-
l’azienda. È evidentemente antieco-
nomico per una testata a cui la leg-
ge italiana permette di tenere la
stessa persona come “collaboratrice
esterna” (quindi senza lo straccio
di un diritto) a 300 euro al mese a
parità di lavoro. La bozza di rifor-
ma quindi scopriva dunque un’evi-
dente paradosso ai danni dei lavo-
ratori meno tutelati della stampa:
non solo le aziende editoriali paga-
no cifre umilianti e lesive della di-
gnità professionale ma il tutto di-
ventava anche il pretesto per
espellere circa 80 mila precari (pub-
blicisti) d’un tratto dalla professione
attiva. Rilevato il paradosso (grazie
alle proteste dei precari) la riforma
è per adesso rimasta lettera morta.
Intanto l’Ordine dei Giornalisti ha
scritto delle Linee Guida per il Mi-
nistro Severino. Errori di Stampa
ritiene però che nessuna riforma sia
possibile senza discutere per prima
cosa del problema dell’accesso alla
professione. Partendo dalla presa
d’atto che in Italia il giornalismo è
un mestiere che si è sempre più con-
fgurato non come un servizio per
la collettività ma come una profes-
sione classista. Mentre il precariato
redazionale si allunga fno a diven-
tare eterno, mentre i compensi si
abbassano fno a toccare le soglie
della totale gratuità, mentre i rap-
porti lavorativi diventano assimila-
bili sempre più al caporalato, gli
unici ad avere accesso regolare nelle
testate giornalistiche sono fgli, pa-
renti, amici di politici e giornalisti.
Qual è il giovane capace ma pro-
veniente da una famiglia a basso
reddito che può permettersi un pre-
cariato tanto lungo e mortifcante?
La soluzione non può essere il ri-
lancio delle scuole di giornalismo
(“master dell’Ordine”) o dei corsi
universitari specialistici post laure-
amin giornalismo come canale pri-
vilegiato. Nessuno nega l’utilità del-
le scuole, dei Master e dei corsi, ma
sono a pagamento (con rette molto
alte) e a numero chiuso: due carat-
teristiche in contrasto con il princi-
pio generale di “libero accesso alla
professione”. Non possono, quindi,
essere il fulcro del futuro sistema di
accesso all’esame di Stato, come pe-
raltro sembra ormai essere già da
alcuni anni. Né la responsabilità
può essere lasciata alle aziende che
non fanno più contratti di pratican-
tato. Per il futuro Errori di Stampa
auspica una riforma dell’accesso,
che non preveda alcuna selezione
di censo. Per l’oggi riteniamo fon-
damentale l’approvazione della leg-
ge sull’equo compenso. Non è più
rinviabile una discussione seria
sull’accesso alla professione che
coinvolga Odg, Fnsi, Assostampa e
Coordinamenti dei precari.
3 SABATO 16 GíUGNO 2012
ííGíOPNALíSTííí