Tullio Rizzini

L'origine delle idee e delle parole
ovvero

Il codice linguistico primitivo

Tullio Rizzini L’origine delle idee e delle parole Il codice linguistico primitivo ©2007 Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl Via G. Marchi, 4 – 00161 Roma tel. 06/8542256 – 8542072 fax 06/85356274 redazione@magiedizioni.com www.magiedizioni.com

ISBN: 978-88-7487-225-1

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INDICE

PRESENTAZIONE STRUTTURA DEL TESTO AVVERTENZE - USO DEI SIMBOLI - RINGRAZIAMENTI PREFAZIONE

Parte prima: Gli UR-Simboli
I INTRODUZIONE Finalità.
Rapporti con il fonosimbolismo e la teoria dei prototipi. L'Archeologia dello spirito moderno.

Il ruolo della psichiatria e della psicanalisi. L'eredità della psicanalisi. L'Ermeneutica. La simbolizzazione degli affetti. I distinti significanti. Confutazione dell'opinione corrente sull'insignificanza dei fonemi.
Il passaggio evolutivo dai gesti ai suoni, esemplificato con |C|. Il passaggio dalla postura costrittiva alla classe dei suoni occlusivi e laringali. Altri esempi di passaggio dai gesti ai suoni: le classi dei suoni |M| e |N|. Irrilevanza del timbro fonetico. La storia evolutiva dei fonemi. Altri esempi di trasferimento dall'istinto al suono: |B| e |P|.

Il suono come termine del percorso evolutivo delle pulsioni istintuali. La costruzione delle parole e delle lingue: la diversità dei significanti e delle lingue non prova l'arbitrarietà delle parole.
Costruttivismo e monogenesi.

II

UNA TEORIA ETOLOGICA SULL'ORIGINE DEL LINGUAGGIO Dagli istinti ai suoni che li rappresentano. I primi esempi di disvelamento del significato etologico dei fonemi mediante l'interpretazione posta dai soggetti psicotici. Insufficienza dell'approccio filosofico al problema del linguaggio. Tra spiritualismo esistenziale e scientismo utilitarista. I primi esempi di formazione delle idee primarie.
Dalla visione dei gesti all'ascolto dei suoni. Il principio posizionale. L'idea L-N e l'albero dei significati. Esempio delle funzioni D-C e C-D. Esempio in V-N. Esempio in N-V. Ancora sull'esempio in L-N. Controprove del rapporto L-N.

I birapporti consonantici sono l'ordito ideativo primitivo della lingua. Razionalità delle basi linguistiche su cui si attua l'analisi ermeneutica.
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III

LE DUE RICERCHE SPERIMENTALI SUL VALORE ETOLOGICO E ARCHETIPICO DEI GESTI ARTICOLATORI Premessa alle sperimentazioni. Descrizione dei gesti articolatori, e correlazione dei loro valori. Conclusioni sulla natura etologica delle articolazioni fonetiche.
A)Specificità e inconfondibilità dei significati estratti. B) Hard e soft-ware: neocerebro e rapporti di suoni.

Valore affettivo dei suoni vocalici. Stabilimento del valore affettivo dei suoni consonantici, come base dell'ermeneusi. I tre ruoli dei fonemi: logico, archetipico-viscerale, distintivo. Compresenza del significato logico e del valore affettivo- viscerale degli UR-S.
Verso il principio fondamentale della semantica. Il principio fondamentale della semantica.

Digressione: linguaggio e musica.
Paragone tra la genesi del inguaggio musicale e quello propriamente umano. Deduzione dei principi organizzatori dei tipi linguistici.

IV

LA STRUTTURA DELLA PAROLA La storia della formazione del linguaggio primitivo. Il legame tra i suoni del radicale della parola.
Generalità e controdeduzioni alle possibili critiche. Sincronia e diacronia. Esempio di analisi ermeneutica di una funzione: la funzione N-S e la sua inversa.

Modalità di produzione delle parole.
Generalità: a) Accenni sulla teoria dell'integrazione dei suoni. b) Parole monoconsonantiche. c) Parole monosillabiche sanscrite. Breve digressione sul valore ideografico dei segni alfabetici. Ripresa delle parole monosillabiche sanscrite. Materiali da costruzione delle parole. Ancora sul concetto di integrale.

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APPROFONDIMENTI SULLE MODALITÀ DI PRODUZIONE DEGLI INTEGRALI Esempi nella modalità passivo-astratta. Il paradigma delle funzioni L-V e V-L.
Adeguatezza delle analisi al principio di non-falsificabilità di Popper.

Esempi di rapporti sistematici : l'integrale "AM* variabile". Gli integrali di AR*. Rapporto, o integrale, tra due funzioni consonantiche, e sua estrema specificità ideativa. Esempio di rapporto interfunzionale, con radicale MR e spina variabile. Altri esempi di integrazione di funzioni: AD*, AL*, AS*. Esempio di integrale "funzione*spina variabile": CL* variabile. Esempi di integrali costruiti su radicali nudi, cioè non vocalizzati. Conclusione: le idee come rapporto memorizzato di stati d'animo viscerali.

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Parte seconda: Analisi ermeneutica
VI PREMESSE PROCEDURALI Gli scopi. Generalità delle analisi, e motivazione del segno. Il mentale precede il corporeo. I principi ermeneutici. Valore psicologico della ricerca e quadro d'insieme delle funzioni. GLI INCROCI DI |L|: il sistema delle idee modificatrici. GLI INCROCI DI |C il sistema delle idee connettive. |: GLI INCROCI DI |S|: il sistema delle idee evidenziatrici. GLI INCROCI DI |F|: il sistema delle idee segnalatrici. GLI INCROCI DI |M il sistema delle idee sostantivatrici. |: GLI INCROCI DI |D il sistema delle idee ordinatrici. |: GLI INCROCI DI |V|: il sistema delle idee finalizzatrici. GLI INCROCI DI |B|: il sistema delle idee impulsive. GLI INCROCI DI |T|: il sistema delle idee attivatrici. GLI INCROCI DI | |: il sistema delle idee generatrici. G GLI INCROCI DI |R|: il sistema delle idee riproduttrici. GLI INCROCI DI | N|: il sistema delle idee determinatrici. GLI INCROCI DI |P|: il sistema delle idee potenziali. (sono considerati in tutti gli altri incroci) XIX DALLE IDEE FUNZIONI ALLE IDEE PAROLE La costruzione della conoscenza pratica. Il linguaggio UR-S è logico-assiomatico. Le idee preverbali in quanto memorizzazione di rapporti di stati d'animo viscerali. Ricapitolazione dei ruoli degli UR-Simboli. CONCLUSIONE E SUCCESSIVE INDUZIONI Conclusione. Induzioni. APPENDICI A. I segni astrologici sono proiezioni dei segni fonici? B. Esempi di analisi in lituano. C.Esempi in linguaggi non-I.E.: turco, giapponese, bantu. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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VII VIII IX X XI XII XIII XIV XV XVI XVII XVIII

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PRESENTAZIONE DEL PROF. RICCARDO AMBROSINI
EMERITO DI LINGUISTICA GENERALE ALL'UNIVERSITÀ DI PISA

Il libro che ho il piacere di presentare affronta il problema più importante nelle indagini sulla costituzione della lingua, quello della natura dei significati, delle parole. Insoddisfatto della nota affermazione di De Saussure che il rapporto tra il significante e il significato è arbitrario, l'autore si propone infatti di dimostrare, con argomentazioni originali, che esso è invece pienamente motivato. A suo parere il problema della fondazione dei significati delle parole, pur centralissimo in linguistica, non è stato debitamente discusso dai linguisti, i cui contributi sono stati rivolti in genere a descrivere come i significati di moltissime parole si sono modificati attraverso il tempo, sì da essere riutilizzati con valori diversi da quelli di epoche precedenti. Invece il tentativo di fondare ontologicamente l'uso dei significati e di proporne il perché profondo, originario e non solo culturale, è stato evitato e se attuato, è stato così severamente criticato da farne preferire l'accantonamento. Il motivo ne è che questa operazione è sempre apparsa ai linguisti troppo povera di verificabilità scientifica per essere praticata col rigore richiesto da una metodologia coerente, anche se in anni non lontani la hanno sperimentata ricerche psicanalitiche rimaste invero prive di echi. Ben consapevole dei rischi dell'impresa, l'Autore l'ha affrontata in questo libro - frutto di lunghe ricerche, in parte edite - avvalendosi della sua esperienza professionale: non è, infatti, l'opera di un linguista ma la ricerca appassionata di uno psichiatra che si è proposto di individuare gli archetipi fono-simbolici dei significati, così come essi sono rappresentati dai significanti di un notevole numero di lingue storicamente attestate. I simboli originari - o, come egli li chiama, gli UR-Simboli - si riproducono sin dalle epoche più remote della specie umana (non si può dire se, e soltanto a cominciare da quella Sapiens Sapiens) e da allora valgono, in quanto segni di reazioni psico-emotive a fenomeni ed eventi del reale, come mezzi per indicarli e designarli, sia memorizzandoli che comunicandoli. L'occasione per interpretare così la forma che i significanti hanno assunto nella determinazione e nella stabilizzazione dei significati è stata offerta all'Autore dalla sua esperienza psichiatrica e dalle prove fornitegli in questa dall'osservazione di pazienti psicotici, che gli sono apparsi idonei a rappresentare le condizioni della reattività specificamente umane, più e meglio di quanto conceda l'analisi di individui pienamente acculturati e socializzati, i quali tuttavia non fanno che seguire quella traccia prototipica. In essa, infatti, la produzione e la percezione di suoni vocali, limitati nella loro gamma allora come ora, determinò l'abitudine ad associare con significati ritenuti adatti a denominare eventi e oggetti del reale, sia suoni singoli - soprattutto consonantici, in quanto accompagnati da uno sforzo articolatorio maggiore che nell'articolazione delle vocali - sia loro sequenze minimali, gli uni e le altre ugualmente motivati e non contraddittori tra loro. A loro volta tali denominazioni furono estese da un referente a uno o più altri, attraverso la forma associativa forse più importante per lo sviluppo della conoscenza, la capacità di metaforizzare. Per questo motivo gli UR-Simboli con i loro
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accoppiamenti non compaiono in un singolo, specifico significato ma in serie semantiche, aperte, sì, ma sempre collegate con l'indicazione di specifici valori simbolici, divenuti possesso dell'inconscio collettivo e da questo sottoposto a un riutilizzo e a un ampliamento continui. Per dimostrare e verificare che queste funzioni semantiche non sono solo attribuibili alla trasmissione culturale, l'Autore si è avvalso della documentazione di lingue di famiglie e di età diverse, nelle quali schemi archetipici ricorrono con sorprendente uniformità nella costituzione di significati specifici. L'Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti si è compiaciuta pertanto di accogliere tra le sue pubblicazioni questo lavoro, che appare indubbiamente originale e interessante. Riccardo Ambrosini

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STRUTTURA DEL TESTO

Questo libro potrebbe presentare qualche difficoltà di lettura qualora il lettore si aspettasse un approccio molto semplice e piano a una questione che è di per sé complessa e misteriosa, e che in definitiva consiste nel chiarire i modi in cui gli istinti e gli stati viscerali più comuni della nostra specie, sussunti e animati e permeati dalla facoltà immaginativa attiva secondo modalità unicamente umane, si organizzarono via via in un sistema di archetipi ricchi di significato e numinosità, un sistema che, allo scopo di offrire contezza di sé, si installò e prese corpo, animando l'articolazione orale. Segnali fisici e fonici così sostituirono, senza tradirli, gli archetipi immaginativi e, tra loro combinati razionalmente, generarono il sistema delle forme ideative, ovvero il regno spirituale dell'uomo, di cui le parole concrete non furono che successiva ed obbligata applicazione alla realtà del mondo degli oggetti. Questo è il nostro tema, che vorrebbe porsi come un tentativo di risposta alla domanda postasi da E. Casey ne "L'immaginale", aprile 1984: di come l'immaginazione archetipica, emersa dalla sensorialità e sua interprete, sia riuscita concretamente a organizzare e produrre un sistema di Forme e di Idee , un mondo dell'Intelligibile, che è quello propriamente umano. Dunque, allo scopo di facilitare una prima lettura del testo, mi appare utile fin da subito offrire lo schema generale col quale ho distribuito la materia, in modo che si sappia dove il discorso deve andare a parare, nel risolvere l'enigma per eccellenza: la capacità posseduta dalle parole di esprimere un significato. Questo schema del testo appare alquanto simile alla struttura standard di un manuale scientifico, come per esempio un manuale di chimica, ma non per questo ciò deve creare disagio a chi non è abituato a simili studi: anzi l'organizzazione interna della materia ne faciliterà un'acquisizione non episodica, anche quando il lettore riterrà giustamente di non approfondirla. Un manuale scientifico offre in genere una prima parte che si occupa di presentare i concetti fondamentali della materia, la loro ragion d'essere, i principi che li regolano, infine un'ampia serie di esempi e di esercizi, mediante i quali questi principi vengono contemporaneamente resi familiari e dimostrati nella loro applicabilità. A questa prima parte segue in un qualsiasi manuale di chimica una seconda parte, per così dire speciale, in cui si prendono in esame sistematicamente e analiticamente tutti i casi e gli aspetti concreti ricadenti nell'ambito della materia, utilizzando allo scopo i principi e i concetti introdotti nella prima parte, in modo che questi principi vengano da un lato verificati dall'insieme delle analisi, dall'altro che essi si dimostrino concretamente esplicativi dei particolari fenomeni da interpretare. Nel momento in cui anch'io mi sono convinto di redigere un testo che, secondo nuovi principi, si occupasse di interpretare una serie di fenomeni particolari, che sono quelli ricadenti nell'ambito della significazione, o della semantica, mi sono visto costretto a utilizzare a scopo propedeutico e didattico uno schema molto simile a quello manualistico or ora descritto: il lettore si trova di fronte una prima parte, che ho nominato UR-Simboli, in cui vengono chiariti, mediante sperimentazioni concrete, i vari ruoli dei suoni fonetici nell'ambito della significazione, e vengoVII

no espressi una serie di concetti e principi desunti totalmente dalla materia. Questi principi troveranno poi, come in qualsiasi manuale scientifico, la loro applicazione concreta nella seconda parte, speciale e sistematica, coll'interpretare compiutamente i fenomeni posti nell'ambito della significazione, e col ricevere contemporaneamente da queste stesse interpretazioni sistematiche una definitiva e necessaria fondazione e giustificazione. Occorre dire subito che, al contrario della chimica o della genetica, in cui il lettore si trova nella condizione di venir informato di fenomeni e di leggi che giacciono interamente al di fuori dell'ambito naturale e familiare della sua esistenza, il nostro campo, la semantica, fa parte del contenuto di coscienza immediato di ognuno di noi, anzi è il suo contenuto di coscienza dei significati delle parole, per cui può apparire molto difficile introdurre in questo ambito così naturale alcuni concetti scientifici, come evoluzione, impulsi istintuali, fisiologia, acustica, sostituzione, integrazione, associazione, codici ecc., cioè tutto quell'armamentario, di cui leggerete. In questo ambito infatti chiunque si sente un vero e proprio professore, solo perché la MAMMA glielo ha insegnato nei suoi primi anni. Ma, ma… è forse proprio questa coscienza, legata al complesso materno, di sapere tutto e senza mediazioni sui significati, che ci ha impedito di fare alcun progresso sulla strada della conoscenza scientifica dei significati, e siamo rimasti più o meno alle riflessioni di Socrate e a quelle contrapposte dei sofisti. Questo libro invece introduce concetti propriamente scientifici nella semantica e solo per ciò rischia di non esser preso sul serio, dacché finora nessuno ha pensato che fosse il caso di farlo, e quindi potrebbe sembrare molto riprovevole scrivere un manuale scientifico su qualcosa che è sentito come non scientifico. Eppure non vi sono altri modi per occuparsi di scienza che usare la sua terminologia e fare degli esperimenti, in questo campo rimasto vergine, e ancora tutto occupato da filosofismi, per enuclearne quegli ultimi elementi atomici, i cui rapporti statuiscono la possibilità di significare, così come il riconoscimento degli atomi ha consentito di individuare nei loro rapporti l'ambito precipuo della chimica. Ma, al di là di questo schema generale, che è indispensabile venga presentato al lettore prima che questi possa scoraggiarsi, nel ginepraio dell'ostica materia e dei suoi casi particolari, urge che anche i singoli capitoli vengano dichiarati nel loro ruolo in questo stesso schema, per modo che le questioni che appaiono al lettore poco interessanti o ripetitive vengano saltate senza complessi di colpa. In effetti è possibile fare una lettura analitica e una sintetica del testo: quella sintetica è a portata di qualsiasi lettore e consiste nel secondo capitolo: "Una teoria etologica sull'origine del linguaggio". In questo capitolo è espressa intuitivamente tutta la sostanza del messaggio ed è quindi sufficiente la sua lettura per impadronirsi dei meccanismi fondamentali della significazione, mentre la lettura analitica è in qualche modo simile a un vero e proprio studio, quindi, chi non possedesse il tempo o le motivazioni, può accontentarsi di scernere il materiale a volo d'uccello senza detrimento della sua capacità di orientarsi nel senso generale del discorso. Comunque, ancor prima di iniziare, ritengo utile presentare una sintesi dei capitoli e il loro ruolo nell'insieme, in modo da facilitare una lettura mirata delle singole questioni che possano interessare. Il libro può essere compreso nel suo messaggio anche senza la necessità di una lettura faticosa e difficile, usandolo semplicemente e senza impegno come una collezione di formule (nel IV e V capitolo), o come un dizionario etimologico romanzo (nella seconda parte), quasi come un vero e proprio testo di consultazione. Al di là delle eventuali difficoltà di lettura vorrei però sottolineare che un testo che risolve con chiarezza e dimostrazioni appropriate uno degli aspetti più enigmatici del nostro ambito esistenziale, cioè la natura dei concetti e delle idee, non può che possedere di per sé un interesse intrinseco tale da smuovere anche i pigri lettori del giorno d'oggi. O così almeno spero!
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PREFAZIONE

Nella prefazione vengono messi in luce i complessi emotivi toccati e slatentizzati dall'operazione di disvelamento dei meccanismi di significazione.

PARTE PRIMA: GLI UR-SIMBOLI
1. INTRODUZIONE Questo primo capitolo, che in alcuni punti non è di facile lettura e può essere saltato, si preoccupa di presentare tutto il quadro teorico connesso con il problema della significazione, e la generalità da cui partire: vengono mostrati sia lo stato delle conoscenze attuali, sia le motivazioni profonde che mi spingono a elaborare la mia soluzione, poi i punti di riferimento psichiatrici e psicanalitici indispensabili allo scopo. A ciò segue l'elogio dell'ermeneutica e la dichiarazione della sua scientificità nell'ambito della significazione. Progressivamente il discorso si fa più tecnico e si presenta il vero principio fondante , e cioè la simbolizzazione degli affetti, ovvero la modalità con cui l'evoluzione ha proceduto sostituendo gli affetti mediante i suoni fonetici, vale a dire il modo con cui ha costituito dei distinti significanti, che sono i fonemi. Segue il paragrafo "Confutazione dell'insignificanza dei fonemi" in cui viene introdotta concretamente una serie di esempi su come l'evoluzione ha ottenuto e derivato dai comportamenti globalistici e dai gesti pre-articolatori i nostri suoni fonetici , e sul loro sviluppo specifico. Infine si affrontano e si confutano i temi cari ai negatori della motivazione del segno, mostrando come una significazione basata sul rapporto combinatorio di distinti significanti, quali sono i suoni, può e deve necessariamente condurre a tali maggiori complicazioni da poter produrre sistemi di segni molto differenti tra loro nella forma fenomenica, in modo tale che sembrino tra loro irriducibili, così come appunto sembrano irriducibili tra loro le lingue naturali: in tal modo si supera la maggior difficoltà posta a negare il principio di arbitrarietà dei segni linguistici. 2. Il II capitolo si occupa di mostrare rapidamente gli elementi essenziali della nostra teoria: si ripresentano esempi del passaggio evolutivo dalla comunicazione di specifici istinti comportamentali ai gesti che li rappresentano in sede orale, e infine a i suoni che specializzano acusticamente tali gesti articolatori. Segue una serie di informazioni sull'attuale stato delle cose in filosofia e scienza, e sulla loro insufficienza a chiarire il mistero della significazione umana. Infine si presentano finalmente i rapporti tra i distinti significanti fonemici, ciò che noi chiamiamo idee primarie, e se ne mostra la naturalità e l'obbligatorietà della genesi. In tal modo viene stabilito un principio posizionale dei suoni consonantici come organizzatore della combinazione delle idee primarie. Infine si fanno i primi esempi dimostrativi della realtà di queste idee primitive, e sono l'idea LN , cioè la variazione delle dimensioni; l'idea CD e DC, cioè il continuo ordinato e la regola, o l'obbligo permanente; le idee VN e NV, vale a dire il procedimento determinativo e la determinazione in sviluppo; infine un amplissimo excursus che riprende l'esempio LN e ne mostra gli esiti reali in tutte le quattro modalità di rapporto significante dei suoi suoni elementari L e N, dimostrando così la realtà empirica del loro rapporto specifico di significazione. Segue una valutazione filosofica di questi fatti, cioè la constatazione che i birapporti consonantici rappresentano l'ordito ideativo sistematico della lingua, il che appare ovviamente una tesi rivoluzionaria. 3. Il III capitolo ha lo scopo di legare tra loro i principi di cornice esposti nel primo capitolo con le loro applicazioni, appunto consistenti nella dimostrazione della formazione delle idee, così come sono state presentate nel secondo capitolo. Questo chiarimento del rapporto tra i principi e le loro applicazioni ideative avviene nel modo più completo possibile presentando i risultati delle mie due ricerche sperimentali sulle interpretazioni e dei suoni e dei gesti articolatori, da parte di soggetti psicotici. Vengono qui infatti esaminati analiticamente questi risultati e viene mostrata la congruenza delle due ricerche. Questa congruenza tra i risultati evocati nelle due ricerche ne consente un'interpretazione globalistica sulla base di istinti e di affetti specifici, cioè che ogni gesto articolatorio, e ogni suono fonemico che ne deriva, sono espressione di un'evoluzione comprensibile di certi istinti fondamentali da comunicare, e che il rapporto vissuto (o meglio l'esecuzione in sequenza) di questi gesti e di questi suoni è la modalità più elementare e più naturale possibile per comunicare significati ideativi di ordine superiore. Il resto del capitolo non rappresenta che un tentativo di valutare in modi diversi questi fatti capitali della significazione umana, e così si paragonano questi gesti significanti con l'informatica ed il SOFT-WARE, mostrandone le modalità d'uso. Si presentano i valori vocalici come espressioni di registri o moduli emotivi, privati perciò di significati propriamente ideativi, e si cerca di evidenziare, oltre al già precisato valore ideativo dei suoni consonantici, anche un loro più misterioso e nascosto valore affettivo, responsabile dei fenomeni ascritti al fonoIX

simbolismo, ma anche del radicamento e dell'appaesamento di ogni parlante alla sua propria lingua materna. Si sottolineano i ruoli distintivo, logico e viscerale giocati dai fonemi nell'ambito della parole. Infine si ripresenta in modo formale ciò che era stato messo in luce implicitamente negli esempi: il principio fondamentale della semantica, eminentemente naturalistico e biologico, che ci consente di interpretare i segni in una chiave naturalistica e talvolta addirittura mimetica. DIGRESSIONE SU LINGUAGGIO E MUSICA a) paragone b) deduzione dei principi organizzatori dei tipi linguistici. Qui si fanno arditi paragoni tra la sincronia dei suoni musicali, nella loro necessitata evoluzione secondo il principio dell'armonia, e l'evoluzione delle sincronie dei rapporti di suoni fonetici, che sono null'altro che le lingue storiche, cercando di dedurre, da questi paragoni tra musica e linguaggio dei veri e propri principi organizzatori dei tipi linguistici, secondo un concetto di necessità adattiva delle popolazioni. 4. Il IV capitolo è ormai propriamente tecnico, e il suo primo compito è simile a quello svolto da un capitolo di un manuale di chimica in cui si mostrano i legami e le valenze tra gli atomi a formare le molecole. La parola ne viene dedotta come una vera e propria molecola di significatività, tenuta insieme da specifici e coerenti legami tra i suoi suoni, selezionati allo scopo di esprimere consapevolmente una precisa significatività, così come una molecola organica viene man mano organizzata tramite il collegamento razionabile di alcuni suoi antecedenti chimici, allo scopo di svolgere una ben determinata funzione nell'ambito del metabolismo cellulare. Anche qui , come in chimica o in genetica, e in genere nell'ambito dell'evoluzione, vige dunque il principio organizzativo evoluzionistico, che sintetizza prima molecole molto semplici e le collega poi tra loro, come vere e proprie parti utilizzabili o usa residui semplici di organizzazioni precedenti, rimasti sempre a disposizione, impiegandoli via via in scopi nuovi e differenti rispetto ai motivi per i quali erano stati creati. Nel nostro caso si legano tra loro i più vari e idonei residui di rapporti di suoni per esprimere significazioni nuove, che facciano da enzima concettuale più preciso e più potente, nell'ambito dell'universo di significatività disponibile in quel momento. È ovvio che tali significazioni nuove, o parole nuove, godono , come le antiche, della possibilità di essere investite ideativamente di ancor più nuovi significati, attinenti e coerenti con la loro profonda natura, cioè di essere metaforizzate, così come, se mi si consente la prosecuzione del paragone, una molecola connettiva svolge compiti differenti se posta in un tessuto o in un altro, senza per questo dover modificare la sua struttura. Ma il capitolo in questione, oltre a ciò affronta molti altri temi: prima afferma ancora la necessità che esistano specifici principi organizzatori dei suoni nell'ambito delle varie lingue, e delinea la storia della diffusione del linguaggio complesso dalle sedi africane, fino all'Europa ed al mondo; poi inizia il suo vero compito, quello di descrivere il rapporto tra i suoni del nucleo fondamentale, e più antico, della parola, e cioè il radicale, e a tale scopo presenta l'esempio concreto dei rapporti tra i suoni N e S; infine inizia effettivamente a occuparsi di parole reali, sulla base degli schemi precedenti in cui si è andata delineando una teoria dell'integrazione dei suoni. Seguendo la necessaria gradualità, le prime parole esaminate sono parole monoconsonantiche, poi monosillabiche sanscrite, e si dimostra come il loro significato storico o reale derivi direttamente e comprensibilmente dai semplicissimi rapporti d'integrazione dei significati portati dai suoni che le compongono. A questa fondamentale comprovazione segue una precisazione sui materiali da costruzione delle parole, e su come i creatori di parole, o Bardi, possedessero la capacità di utilizzare alternativamente spezzoni di rapporti di suoni per incastonarli con altri appositamente scelti al fine di produrre concetti nuovi e necessarissimi alle loro esigenze pratiche. Questa tecnica di costruzione delle parole viene definita adeguatamente come integrazione di parti e rappresenta lo strumento concreto che porta all'universo linguistico in cui siamo immersi e inconsciamente necessitati. 5. Il V capitolo non ha altro ruolo che dilatare in molti modi gli esempi, mantenendosi però in un ambito di semplicità e di ovvietà. Si dedica molta attenzione a quella che io chiamo la modalità passivo-astratta di rapporto tra i suoni, cioè quella che è necessariamente la più antica forma di integrazione di parti, consistendo nell'embricazione significante di bifonemi voc.cons.; e di tale modalità astratta, in contrapposizione alla modalità attiva espressa dalle funzioni cons.-cons., si danno molti esempi. La dimostrazione qui fornita della congruità dei significati proposti dai nostri schemi teorici rispetto ai significati delle parole reali o storiche, possedenti la stessa forma fonetica, rappresenta un facile e idoneo strumento di verificazione della realtà dei nostri principi basati sul rapporto di integrazione di distinti significanti. Nel caX

pitolo si sfogliano con sistema le variazioni di significato relative ai rapporti tra un bifonema dato ( AM; AR; AD; AL ; AS ) e la serie dei residui suoni consonantici, in modo da evidenziare la congruità dei significati teorici ottenuti da questo tipo di integrazione, rispetto alle parole reali che utilizzano quegli stessi suoni. Inoltre si mostra l'intera gamma dei possibili rapporti di integrazione tra i suoni L e V, e si mostra come le parole reali che utilizzano man mano simili e specifici rapporti d'integrazione non possano che esprimere - verificando il principio di Popper - significati congrui con i nostri schemi teorici di riferimento, a completa dimostrazione dell'ineluttabilità imposta da ogni precipua modalità di significazione, o meglio dell'obbligatorietà del significato, imposto dagli specifici rapporti di integrazione di L e di V. Ritengo che questi risultati, di ordine così generale, rappresentino di per sé uno stimolo sufficiente a cercare di superare le difficoltà di lettura, implicite e non superabili, attinenti a un argomento complesso e soprattutto nuovo, come quello che viene proposto. Si deve intendere che l'unico modo per impadronirsi delle modalità con cui venne eretta da consapevoli Bardi e aedi la divina complessità della significazione umana, nelle sue infinite sfumature semantiche, che pure ci sono infinitamente indispensabili, è quello di constatare personalmente come le minime variazioni dei rapporti interconsonantici determinino aloni semantici esclusivi, da cui sprigionano quasi senza fine quelle particolarità di significati in cui consiste tutta la consapevolezza di noi stessi e del mondo, nelle sue sfaccettature. È per questo scopo di conoscenza che devo sottoporre il lettore al ponte degli asinelli di queste noiose analisi, nella speranza di poterlo ripagare con la seconda parte del libro, in cui i significati, di cui ci nutriamo inconsapevolmente , vengono squadernati ed esibiti in piena libertà. La conclusione che indica le idee come memorizzazioni consapevoli di rapporti di stati d'animo viscerali, è posta qui allo scopo di ricordare, dopo queste analisi necessariamente intellettualistiche, il principio fondamentale della semantica, e la ragione naturalistica e quasi biologica del nostro interpretare.

PARTE SECONDA: ANALISI ERMENEUTICA.

Dimostrazione sistematica dei rapporti di interferenza significante tra i suoni. La seconda parte del libro, come detto, rappresenta da un lato l'applicazione sistematica dei principi elaborati nella prima parte alla materia bruta del lessico latino e italiano, dall'altro la sua necessaria e sistematica verificazione attraverso la comparazione tra il significato espresso da ogni rapporto d'integrazione tra due gesti articolatori consonantici, e la famiglia, o la serie delle parole storiche che sono distinte dagli stessi suoni in posizione radicale. La presunzione che sta alla base di questa verificazione è che le parole simili e le loro famiglie non esprimano altro che metafore dei significati che scaturiscono dai rapporti di integrazione dei loro suoni consonantici. Viene qui messa concretamente in luce l'attività logo-poietica dei birapporti di suoni, che noi riconosciamo come semplici testimoni fonetici di quegli archetipi immaginativi , di quelle figurazioni dilatate e ricche di significato, rappresentatrici, all'interno della facoltà immaginativa, dei primitivi e immediati istinti viscerali e sensoriali, a delineare un sistema di rappresentazioni all'anima di questi istinti. La combinazione di queste rappresentazioni archetipiche e inconsce si incarnò così in una combinazione di gesti articolatori orali, poi di segni fonici , la cui grande forza rappresentativa e cognitiva, quella delle Idee formali, dispiegatesi sul mondo degli oggetti, è appunto direttamente sussunta da quelle rappresentazioni archetipiche da cui derivano. In tal modo ciò che è sensoriale viene interpretato, trasformato e drammatizzato in immaginale ad opera dell'immaginazione attiva, e l'immaginale formalizzato infine in ideativo o intelligibile, per mezzo di idonei gesti articolatori orali: insomma la cerchia degli impulsi istintuali viene sottoposta a una implementazione immaginativa, e trasformata in complessi psichici archetipici; a sua volta codesta topica, o sistema, dei complessi archetipici viene poi formalizzata in un sistema di suoni fonetici-ideativi, infine in parole concrete. Ma, per dimostrare che le cose stanno proprio così, e che non si tratta di mere speculazioni, è necessario presentare una completa analisi ermeneutica, in cui queste idee, formalizzate in birapporti consonantici, devono realmente dimostrarsi capaci di generare parole idonee e adeguate al loro senso archetipico o viscerale. Altrimenti rimarremmo ancor sempre in mare aperto, e l'attività spirituale dell'uomo permarrebbe misteriosa e incomprensibile. Dunque questa seconda parte è naturalmente qualcosa di molto diverso dalla prima, che, felice della sua veste alla moda, perché sperimentale, può essere accettata in ipotesi, da qualsiasi fiero linguista, ed anzi può godere di quella ventata di semiconosciuto, offertagli gratuitamente dalla teoria dei prototipi. Finché si resta sulle generali i discorsi diventano intercambiabili e non si fa male a nessuno. Qui al contrario si esprime la pretesa di fornire
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un'interpretazione in qualche modo esaustiva (anche se, ahimé, talvolta scorretta!) del lessico della nostra più grande lingua di civiltà, un'interpretazione che , se accettata, non può che ribaltare il concetto di arbitrarietà su cui si fonda la linguistica moderna e, come or ora detto, molte altre cose di essa più importanti. È per questo motivo, io credo, che questa seconda parte, a mio avviso interessantissima perché divertente , può trovare una ancor maggiore difficoltà a essere presa in considerazione, non dico da chi, semplice di spirito, esclude a priori un qualsiasi ruolo prototipico ai fonemi, basandosi sulla diversità delle lingue, ma anche da parte di chi, con ampio orizzonte e senso scientifico, non finge ipotesi, e resta ai fatti. Questo rifiuto credo possa avvenire perché un'ermeneutica come quella che qui si rappresenta richiede intuito e conoscenze particolari, e anche molto, molto studio. Ma per consentire l'acquisizione delle prove della mia teoria, senza le quali essa rimarrebbe come un bel vestitino intercambiabile e insulso, non resta che facilitare la lettura di questa seconda parte alle persone ben disposte. Così ho diviso la materia secondo buon senso in capitoli: ogni gesto articolatorio, dunque ogni suono, viene rapportato a tutti gli altri, costruendo così un capitolo marcato dal suo specifico significato e dalle modalità in cui questo significato è soggetto o oggetto dell'azione proposta da ognuno degli altri suoni. Si crea così per ogni suono un particolare sistema di idee, una specifica complessità di idee, ognuna delle quali, posta come radicale di una famiglia di parole, bollerà quelle parole in modo obbligato e ineluttabile con il suo significato primitivo, o archetipico, o viscerale che dir si voglia. Il compito dell'ermeneuta sarà quello, abbastanza ovvio, di farsi largo nella strada delle metafore, per offrire al lettore un albero di significati, con un tronco principale, che consiste nel significato archetipico; con i grandi rami, che sono le directories dei significati d'uso, in cui si informa l'appaesamento e il localismo, in questo caso indo-europeo; con i rametti, che sono le molteplici destinazioni d'uso, in cui si sfoga e si diverte il bizzarrissimo spirito linguistico, che altro non è che il parente più prossimo dell'inconscio collettivo; e infine con le foglie, quelle parole verdi che abbiamo un poco in testa e molto sulla bocca, e quelle, gialle e secche, che giacciono dismesse ai nostri piedi , quelle parole che usiamo senza conoscere e che ci permettono di appropriarci e fare apparentemente nostro e conosciuto il mistero che ci circonda da ogni lato. Ora lo strumento per comprendere cosa siano e da dove provengano questi miracoli di conoscenza che sono le parole è approntato come un manuale ed è sufficiente leggerlo per capire che esse sono risposte istintuali ragionevolmente collegate tra loro e sostituite da suoni testimoni.

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Avvertenza
Non faccio uso di note per non interrompere il flusso della comunicazione, che io desidererei la più vicina possibile a una normale lezione orale, in cui presentare in modo convincente quelle mimesi e gestualità alla base delle nostre teorie. La voce del lettore deve sostituirsi a quella , di necessità muta, dell'autore, per infondere continua ragione di suoni e armonia allo spartito che gli viene presentato. Iniziare a recuperare, nell'articolazione canora, il senso antico ed eterno dei suoni degli uomini è il miglior modo per avvicinarsi allo spirito del libro, ed è anche il modo migliore per non annoiarsi di fronte alle formule proposte. Si deve considerare che ogni rapporto interfonemico è cosa viva, che fiorisce continuamente sulla bocca degli uomini.

Uso dei Simboli
Il simbolo |X| esprime l'assoluto del gesto articolatorio, con l'insieme dei suoi valori archetipici, funzionali e fonici. Al contrario il simbolo X, privo di stanghette fa riferimento ai soli valori fonici della funzione in oggetto, dietro cui stanno ovviamente, gli altri. L'asterisco * rappresenta ed esprime il rapporto funzionale tra i suoni e lascia impredicato il verso di trasmissione del rapporto, che si evince dal contesto: così per esempio VL*S va letto S>VL, in quanto la funzione spinante S fu apposta cronologicamente e funzionalmente a posteriori ri spetto al radicale VL, e ne fa quindi da soggetto. Il simbolo >> è l'esplicitazione grafica del verso del rapporto funzionale in oggetto e funge da chiarimento.

Ringraziamenti
Questo libro ha come antecedenti diretti un mio ampio articolo intitolato "Dai simboli ancestrali al senso delle parole", pubblicato dall'illustre prof. Ancona, emerito di Psichiatria a Roma, nell'Archivio di Psicologia dell'Università Cattolica 1997; e un volume pubblicato dall'Accademia di Lucca nel 1999 per volontà dell'illustre prof. Ambrosini, emerito di Linguistica a Pisa, e intitolato "L'origine etologico-archetipica delle idee parole". Oltre al prof. Ancona, cui devo un costante e generoso aiuto ed apprezzamento, e al prof. Ambrosini, coinvolto di persona nell'emendamento del testo, e di spirito e cultura indimenticabili, ringrazio il prof. Carta, professore di Psichiatria dell'Università Statale di Milano, per il sostegno e l'interessamento a suo tempo offertomi, esitante in una serie di lezioni da me tenute all'osp. S. Gerardo di Monza, e il prof. Alinei di Firenze, per la corrispondenza intercorsa e il tentativo generosamente offertomi di pubblicare un mio articolo nella sua rivista di semantica. Infine ringrazio il Prof. Benelli, ordinario di Filosofia del Linguaggio all'Univ. di Genova , per il costante apprezzamento per il mio lavoro, concretizzatosi in una conferenza e una presentazione a Pontremoli.
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Prefazione

Vedea colui che fu nobil creato Più ch'ogni altra creatura, giù dal cielo Folgoreggiando scendere da un lato. DANTE, Purgatorio

Quale profondo senso umano può emergere da una ricerca sul linguaggio che si proponga di porre nell'alveo della razionalità e della scienza quegli enti ingannevoli e ambigui che sono le parole? Lo psicanalista non ha dubbi: grande è il segreto, grande il tabù, grandi sono le forze impiegate dalla rimozione per celare e nascondere, grande, insopportabile il senso di colpa connessa, immenso infine il bisogno di espiare con il lutto questa colpa. L'umanità, la specie animale che conosce, non ha forse usato, e talvolta sprecato, le sue più vive ed intense energie psichiche per espiare questa sua colpa di superbia : quella di conoscere e di voler conoscere, usando gli strumenti del linguaggio e della parola? Non è questo forse quel biblico peccato di superbia , il desiderio di conoscere il bene e il male, che definitivamente ci ha esclusi dal paradiso dell'inconsapevolezza animale, e dal benevolo sguardo del creatore dei mondi? Non è proprio per questa capacità misteriosa di possedere le idee e le parole che ci siamo distaccati dal flusso oblivioso dell'ordine naturale, e abbiamo tentato la strada della consapevolezza? Dunque cercare un meccanismo razionale che fondi le parole, e con esse le Forme universali e la dialettica dello Spirito, è un'operazione tanto altamente emotiva, che in qualche modo, se riuscita, richiede che se ne faccia lutto, come certo affermerebbe Racamier : un lutto espiatorio di questo nostro peccato originale, del sacrificio della nostra istintività e della nostra animalità a favore delle istanze neo-nate, che sono parole e idee, un lutto per il quale le religioni hanno creato infinite formule sacrificali, e del quale il pensiero laico e illuminista non vuol sentir parlare, sia pure portando, con le sue amnesie, la coscienza degli uomini moderni verso una sorta di perversa disperazione. Il pensiero laico e giacobino non ha infatti antidoti contro questo lutto e si vieta di scavare nel profondo: perfino la necessaria confessione delle colpe, implicita nella pratica della psicanalisi, lo indispone, tanta è l'immotivata superbia che, come vero peccato originale, circola ovunque. Perciò l'operazione di ricercare le fonti del senso e della razionalità delle parole addirittura nell'istintività animale dell'uomo è un'operazione sconsigliabile a chi la tenta: ma poiché essa rappresenta la mia vera ricerca da oltre un trentennio, da quando cioè riconobbi nel parlare ripetitivo degli schizofrenici catatonici una sorta di significatività pre-verbale, intensamente istintiva, non rinuncerò a presentarla, pur infrangendo il tabù cui siamo soggetti, in quanto animali parlanti e razionali, e attirandomi così una già prestabilita vendetta. Possa almeno questa operazione di disvelamento dei modi con cui il sensoriale si trasformò in immaginale ed infine in spirituale, possa questa emersione dal profondo archetipico della specie alle realtà dello spirito, ricondurre il nostro inespiato senso di colpa verso una più facile accettazione.
Indice

Cap. 1

XIV

Parte Prima

GLI UR-SIMBOLI

I

INTRODUZIONE

Finalità
Il grande Isidoro di Siviglia, autore delle Etimologie e maestro degli scolastici di tutto il medioevo, traeva la sua sterminata sapienza dalla fede, tutta cristiana, nella sacrale verità delle parole. Le sue Etimologie, fantastiche, fallaci, talvolta fal se, costituiscono l'Enciclopedia per eccellenza. Egli ci dà spiegazioni che sono in accordo col senso comune, se non con la rigorosa scientificità, come quando afferma che la corda è così nominata perché, pizzicata nell'arpeggio, è in accordo con il cuore di chi la sente vibrare, o quando lega la musica alle Muse e queste a mesal, ricercare; o quando, ancora, afferma che nox, la notte, deriva da nocere, in quanto la mancanza di luce aumenta i pericoli. Queste supposte etimologie appaiono certo inverosimili all'occhio dello sperimentato e laico osservatore moderno, carico delle sue tronfie ma aride certezze, che oppongono un abisso di arbitrarietà tra la forma sonora della parola (il significante) e il suo proprio significato. Eppure Isidoro, sostenuto da un intuito fuori del comune, non errava del tutto nel voler assegnare alle parole i significati che gli sgorgavano direttamente e liberamente dall'inconscio, secondo associazioni legate ai suoni fonemici che ne componevano la forma sonora; anzi la sostanza della sua lezione, basata sulla reminiscenza, era esatta, in specie quando sosteneva che la forma della parola corrispondeva a una qualche verità anteriore e antica e a un circolo precedente di significati comprensibili, come bene potrà scoprire il lettore di questo libro, che si ritroverà insediato ancora una volta, come per magia, nella problematica medievale e aristotelica degli universali linguistici e nella veridicità cristiana della parola. La reminiscenza platonica, chiamata modernamente associazione di idee e inserita in un contesto psicanalitico, sarà ancora lo strumento mentale che ci consentirà di ritrovare il capo del filo del serrato gomitolo in cui prima il mero oblio, infine l'intelletto raziocinante e dogmatico, hanno rinserrato tutti i significati primitivi. Il segno linguistico verrà dimostrato come motivato. Non solo: tutti i giochi di parole e le apparentemente pazze derivazioni e connessioni che lo spirito linguistico subconscio non cessa di riproporci all'interno del nostro spazio di coscienza, si dimostreranno come la modalità fondamentale, per mezzo della quale si è andato selezionando e concretizzando nel tempo il nostro comune e umano bagaglio di idee e di parole. Ma è opportuno che questo lettore sia avvertito, sin dall'inizio, che ciò che segue è inusuale, sia per il contenuto, sia necessariamente per la forma e, seppure codesta non completa corrispondenza ai canoni consueti in linguistica dovesse precludere al suo autore l'attenzione di qualche esperto in materia, io spero soprattutto nella incuriosita lettura dei meno severi, dei cultori di scienze umane e comunicative in senso lato, favorita al coinvolgimento proprio dalla ridotta tecnicità dell'esposizione e, al contrario, dall'immediatezza e dalla naturalezza delle analisi. Del resto l'ambizione di disvelare l'enigma della lingua, tante volte frustrata e ridicolizzata da tenta2

Gli UR-Simboli

I - Introduzione

tivi acritici e improbabili, impone che ogni impertinente candidato a sciogliere questo nodo di Gordio possa almeno usare i suoi strumenti in un modo libero e sciolto, quanto più congeniale possibile. Così qui verrà indicata la soluzione del suddetto nodo, ma la dimostrazione severa della soluzione medesima sarà necessariamente ristretta in primis alle lingue romanze e, in seconda istanza, alle cosiddette indo-europee (I.E.); soltanto minimamente si accennerà agli altri tipi linguistici, delegando le opportune dimostrazioni a tempi migliori. Ma, posto che tale soluzione si situa in un ordine strettamente logico e razionale, la sua generale validità non può certo essere inficiata da codesta per così dire limitata applicazione, la cui causa risiede meramente nel le scarse energie e nel lo scarso tempo a mia di sposizione. Nonostante ciò di necessità verrà toccato ogni problema pertinente la parola, impostandolo secondo un punto di vista nuovo, quello evoluzionistico, finora totalmente mancato, l'unico che possa prendere in esame il concreto farsi nel tempo della parola. Si dimostrerà che i fonemi che la compongono sono l'esito sonoro di una lunga evoluzione di alcuni fondamentali stati viscerali di natura istintuale e che essi conservano ancor oggi l'impronta del significato biologico di cui questi stati istintuali erano e sono tuttora reali portatori. Per modo che quelle invocate fonti del senso, invano ricercate da Husserl nella sua fenomenologia trascendentale, possano venir effettivamente discoperte e utilizzate per illuminare l'origine dei linguaggi e il mistero stesso della significazione. Questi significati, dunque, non sono affatto, come invece Husserl supponeva, fenomeni spiritualistico-esistenziali, bensì puri e semplici eventi biologici, inscritti a buon diritto nell'evoluzione naturale. Si rivelerà inoltre che il linguaggio, cioè la connessione dei suoni, fu costruito lentamente e razionalmente mediante due operazioni evolutive successive: la prima è la connessione, il collegamento continuativo all'interno del neo-cerebro umano, di alcune reazioni istintuali comunissime ma fondamentali del vivente, la seconda è la successiva formalizzazione acustica di queste stesse connessioni per mezzo di birapporti di suoni-testimoni di codeste reazioni istintuali: talché la novella immagine dell'uomo che scaturisce da questa concezione si identifica con quella sua precipua capacità di formalizzare tra loro i rapporti tra gli istinti (e non solo di viverli!), in modo da trasformarli in schemi acustici colmi di senso: quel senso biologico, vitale, esistenziale, o come lo si voglia chiamare, che solo e unicamente gli istinti possono donarci. Quale motivo dunque mi spinge a sottolineare la necessità di porre un sostegno biologico al significato delle parole? È presto detto: alcuni professori esimi si compiacciono di mostrare come la ricerca etimologica non sia altro che lo studio di come ogni parola possa modificare col tempo la sua veste fonetica, pur permanendo irrimediabilmente e unicamente se stessa. A tale correttissima considerazione deve però corrispondere una domanda adeguata: questa parola, questo segno, che permane se stesso come nucleo semantico riconoscibile al di là delle variabili vesti che l'attrito del tempo, delle mode, della storia e delle cose tutte ama farle assumere, questo quid di significanza nel mare del divenire delle forme, questo atomo di luce solo a se stesso simile, donde e come ha colto e soprattutto mantenuto codesta sua pressoché intangibile essenza? Già il porre questo quesito appare ai miei occhi una sufficiente sconfessione della dottrina di moda, che vuole il senso della parola assegnato per convenzione; un legame tanto effimero come appare quello dell'assegnazione di senso per pura convenzione non potrebbe offrire alcuna garanzia di durata a codesti segni, che pure durano e perdurano. Siamo dunque obbligati a pensare che altre ben più potenti cause e fattori organici siano i garanti della stabilità e dell'omeostasi del segno linguistico. Quali? È principalmente a questa domanda metafisica rispetto al nostro modo di pensare ordinario, dunque foriera di tutte quelle vacue e ingannevoli filosofie dell'essere fondate sull'assolutizzazione e sull'a-temporalità della parola, che risponderò con considerazioni tutt'altro che filosofiche, al contrario piattamente empiriche e sperimentali, basate su una certa idea dell'evoluzione del pensiero e della comunicazione del primate umano.
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Gli UR-Simboli

I - Introduzione

Così facendo ci libereremo dal rischio di infrangere la nostra piccola barca di apprendisti semiologi sopra la Scilla della convenzionalità del segno, o su Cariddi della spiritualità del segno, per lanciarci oltre gli stretti, nel mare aperto e affascinante della continua trasformazione delle forme e delle sostanze, nella dialettica dell'evoluzione.

Rapporti con il fonosimbolismo e la teoria dei prototipi
Occorre subito anticipare una precisazione per gli addetti ai lavori, che eviti al mio libro un facile e scorretto inquadramento in una disciplina linguistica, la psicolinguistica del fonosimbolismo, alquanto e a ragione screditata: il mio studio non ha nulla a che vedere con il fonosimbolismo, con il fonoiconismo e simili, in quanto il meccanismo di significazione che da me viene proposto è del tutto attivo nei confronti delle parole e, come detto, solidamente impiantato nell'istintualità biologica e nella sua evoluzione, mentre, come ognuno sa, il fonosimbolismo si colloca in una condizione di impressionistica sensibilità nei confronti di certe parole, trascegliendone alcune secondo le sue mutevoli sensazioni. Ciò non toglie che la mia teoria fornisca una completa spiegazione dei fatti psicolinguistici e, con essi, anche dei fenomeni fonosimbolici, ma ciò avviene, per così dire, secondariamente e di ritorno rispetto al filone principale che si occupa con forte vigore unicamente di fondare idee primordiali (o prototipe) e ha dunque come suo proprio materiale nient'altro che idee e concetti, non certo semplici impressioni estetiche. Chiarito il rapporto con il fonosimbolismo, occorre ancora anticipare un possibile collegamento tra la mia teoria e quella corrente cognitivo-fonologica, in realtà attualmente ferma ai lavori introduttivi, che indica i fonemi come prototipi. I miei studi sono ben precedenti tale teoria, ma ciò non toglie che essa rappresenterebbe una loro confermazione per alcuni aspetti fondamentali ed esprimerebbe se non altro la vivissima esigenza attuale di collegare tra loro cognitività e fonologia allo scopo di cercare di rendere una qualche ragione del rapporto misterioso tra significante e significato. Il legame tra semantica e fonologia, che un bello studio di Bertinetto (1992) indica come pressoché inesistente, ha trovato un possibile parallelismo nelle idee di Labov (1973) e nei successivi lavori di Nathan, il quale, evidentemente influenzato dalla linguistica cognitiva di Langacker e Lakoff, sostiene che la fonologia funziona sulla base dei medesimi principi cognitivi in uso negli altri ambiti della linguistica; a tal fine elabora l'idea baudouiniana di fonema come intenzione fonica pura e dunque di prototipo, i cui allofoni (cioè i suoni simili) in uso, ne siano applicazioni pratiche, rotanti, per così dire intorno al suo centro: ogni allofono si comporterebbe come un'alterazione mentale di un complesso di gesti fisici attraverso l'aggiunta, l'alterazione di qualche componente articolatoria del prototipo. La similarità con i miei concetti di gesto articolatorio unitario consiste dunque nell'enucleazione di fonemi dotati di un ruolo prototipo, rispetto agli allofoni, sia in senso propriamente acustico sia in senso cognitivo. Ma in realtà, mancando in questa teoria qual siasi legame con un senso biologico o naturalistico, un senso che può essere fondato, come io faccio, soltanto con l'analisi del gesto articolatorio, non certo del suo semplice e irrelato esito acustico, di per sé inanalizzabile, va dunque da sé che codesto ruolo cognitivo dei fonemi prototipi, come fonte di senso non possa essere confermato mediante una vera e propria analisi del lessico reale e resti una mera, seppure necessarissima, istanza. Ciò non toglie che il sottolineare l'esigenza di un ruolo prototipico-cognitivo per i fonemi allo scopo di costituire la semantica, da parte di codesti studiosi attentissimi e in auge, dimostra di per sé quanto il nostro studio sia moderno, precorritore ed estremamente audace, anche se le sue vesti appaiano quelle, dimesse e rustiche, che può tagliare grossolanamente un non addetto ai lavori e che potrebbero essere scambiate, da lettori disattenti o malevoli, con i grossolani concetti di un Court de Gobelin.

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Gli UR-Simboli

I - Introduzione

L'Archeologia dello spirito moderno
Lo scopo del mio scritto è infatti di dimostrare come le idee e i concetti, cioè il SOFTWARE della mente, siano stati ordinatamente e consapevolmente prodotti in forma di parole dai nostri progenitori pre-paleolitici per mezzo di sistematici rapporti di suoni significanti, allo stesso modo, per intendersi, di come vengono costruiti i programmi informatici mediante rapporti interattivi tra le frasi del programma: questa è la spiegazione più elementare e più naturalistica possibile dell'origine delle parole e delle idee ed è anche quella vera. Sostenere che i suoni fonetici siano di per sé portatori di un preciso significato, di natura biologica, vuol dire annullare l'ipotesi dell'arbitrarietà del le parole, ma anche porsi sul la strada di dimostrare un assunto apparentemente indimostrabile, quello di dichiarare che le parole sono non-arbitrarie e non casuali. Eppure noi daremo completa dimostrazione della nostra tesi. Posta questa finalità dimostrativa in ambito indo-europeo, ne segue che questo mio lavoro non sia facilmente definibile né come un testo di linguistica, né di psicologia, né di filosofia, ma più semplicemente come un libro che, avendo un differente punto d'osservazione, quello propriamente scientifico, scava in un terreno nuovo e indissodato, cercando di affrontare e risolvere problematiche vecchie come l'uomo stesso e comuni alle suddette tre discipline, che consistono nella fondazione della parola. Di necessità, in tale lavoro di fondazione si vedrà presentarsi, come in uno specchio più spiritualizzato, anche un'altra problematica, finora rimasta ancora così povera di contenuti concreti da aver rappresentato quasi niente di più che una vivissima aspirazione della conoscenza: tale disciplina, cui vogliamo provare a dare un nuovo impul so e nuove fonti, potremmo chiamarla con termini antiquati categorizzazione dialettica dello spirito; o meglio, liberandola dalla bardatura pseudofilosofica che finora l'ha avvolta e indebitamente assolutizzata e restituendola alla sua propria dimensione che è la durata nel tempo, la nomineremo Archeologia dello spirito moderno. Posto che il linguaggio sonoro racchiuda in sé questo spirito, il suo stesso farsi da basi elementari rivelerà man mano i punti topici della sua evoluzione, in cui la natura, trasformandosi in cultura, fa assumere al pensiero nativo la forma e l'ipostasi del detto: provvederemo a estrarre dal fecondo e indissodato humus della civiltà linguistica indo-europea gli arrugginiti strumenti della sua organizzazione primitiva. In essa reperteremo ordinatamente le idee primordiali e tutti i concetti che ordinatamente, in forma di parole, ne seguirono e tuttora ne seguono. In realtà la causa della scarsità di riferimenti ad altri simili lavori appare obbligata dalla sostanziale novità delle mie impostazioni, che si rifanno in definitiva a una cultura psichiatrica nel materiale d'esame e psicologica nei metodi extra-linguistici, e dal fatto concomitante che lo scrivente è appunto un medico psichiatra. Questa circostanza è anche la causa dell'originalità del presente studio, che nel bene come nel male tenta la ricerca del cosiddetto codice linguistico primitivo, conseguendolo mediante una via tanto naturale ed elementare quanto inesplorata e nel far ciò si richiama a ben note conoscenze cliniche, insufficientemente sviluppate in ambito propriamente linguistico, per quella noiosa abitudine, ormai inval sa ovunque, di rifiutare a priori le invasioni di campo da parte dei non autorizzati, come se l'approccio alla verità fosse garantito da paraocchi sempre più ampi. L'argomento del codice primitivo, ormai non più ostracizzato per il convergere di tante ricerche nei vari campi delle discipline attinenti, ma soprattutto per l'esempio dei modelli informatici e dell'intelligenza artificiale, è diventato improvvisamente di moda. Si vedrà come la mia ricerca possa situarsi proprio in questo contesto. Entriamo subito in medias res, dando qualche necessaria informazione sugli elementi che hanno fatto da cornice e da stimolo alla mia soluzione.

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Gli UR-Simboli

I - Introduzione

Il ruolo della psichiatria e della psicanalisi
Ripercorrere la mia storia di medico coinvolto in proprio dai segni del linguaggio e i miei rapporti con i filologi non può interessare il lettore. Basti, a questo scopo, immaginare quanto la lezione freudiana ascriva alla parola rivelatrice e ben distillata e congrua il compito di smuovere e divellere i conflitti intrapsichici che, come grumi di non senso istintuale, attendono ansiosamente di essere dissigillati mediante l'incontro con la luce imposta dalla coscienza linguistica. Questo ruolo di enzima del compiersi dell'auto-coscienza pone lo spontaneo farsi linguistico al centro di un'attività di integrazione dei contenuti rimossi e di restauro della coscienza e le associazioni di idee spontanee ne sono lo strumento e il regista. Ma, oltre a questo compito psicanalitico fondamentale, è necessario che al linguista venga ricordato che le scienze psichiatriche hanno elaborato autonomamente interessanti e variegate analisi del fenomeno linguistico a partire addirittura da Kraepelin, il fondatore della psichiatria scientifica, e ciò necessariamente in quanto l'evidenza dell'alterazione e della disgregazione del linguaggio era ed è un sintomo cardine delle psicosi maggiori. Andreoli, (1986), sintetizza gli eventi disgregativi del linguaggio, operati dai gravi schizofrenici e osservati dai clinici fin dagli albori della psichiatria moderna, con questi concetti: 1) rilassamento dei nessi associativi tra le parole; 2) interesse verso la parola singola, su cui si operano le più varie traslazioni semantiche e le più folli metafore; 3) infine, nei pazienti più deteriorati si raggiunge un coinvolgimento nella pura espressione fonologica, destituita da qual siasi apparente valore semantico. Questa regressione apparentemente inesplicabile dal significato al suono che mostrano concordemente i gravi psicotici, con i ben noti fenomeni di ecolalia e di lallazione, esiti della disintegrazione della parola e dei significati, è alla base della teoria e delle esperienze che esporrò in seguito e che si basano sempre sul ruolo fondamentale assegnato dalla teoria psicanalitica alla parola: quello di reintegrare i contenuti emotivi rimossi e inconsci mediante il ponte fornito dalle associazioni di idee. Mediante associazioni di idee, noi reintegreremo alla coscienza storica dell'uomo moderno addirittura il primordiale farsi linguistico e i suoi strumenti naturali! Le esperienze scientifiche rivelatrici, che ho messo in atto su campioni di soggetti psicotici, mosso dall'intuizione di un loro più facile accesso all'inconscio linguistico, colgono infatti l'opportunità offerta dalla suddetta disintegrazione delle parole verso la regressione ai puri suoni per chiedere direttamente a codesti soggetti psicotici lumi e chiarimenti. Chiarimenti essenziali sulle modalità con cui essi vanno vivendo le loro emozioni profonde nei confronti dei singoli suoni e sul loro concreto prodursi mediante le articolazioni. Avendo ottenuto le necessarie risposte, diventa lecito utilizzare questa pars destruens regressiva per consentirci di approdare alla comprensione chiara e distinta degli elementi primitivi della significazione, così finalmente emersi; per poi infine arrampicarsi verso il concetto progressivo di ricostruzione razionale delle parole mediante l'uso di queste nozioni appena rivelatesi. Questa ricostruzione ci apparirà infine come quell'artistica operazione di assemblaggio razionale dei suoni che fu, incredibilmente, lo sforzo e il retaggio principale dei nostri antichi avi e che è ormai obliterata nella memoria della nostra specie e resaci quasi incomprensibile, a causa del successivo effetto indotto dall'apprendimento e dall'uso inconsapevole di un linguaggio sofisticato di parole già bell'e pronte. Allo stesso modo di come avviene ai bambini di ogni generazione per le loro parole appena apprese, quando, scoprendo che l'unità significante degli adulti non sono i fonemi ma i loro rapporti, vanno negligendo e rifiutando come una sciocchezza il loro primitivo linguaggio monosillabico. Vedremo insomma che un simile fenomeno di latenza della comprensione si instaurò all'interno della nostra coscienza storica nei confronti delle parole ereditate dalla preistoria, il cui reperimento di senso deve perciò sottostare a particolari operazioni ermeneutiche, per così dire archeologiche e notturne, che siano in grado di scandagliare l'inconscio archetipico, a sua volta
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I - Introduzione

specchio e riferimento psichico delle concrete vicissitudini etologico-istintuali della nostra specie, nel suo tentativo di mantenersi in un sempre migliore equilibrio con l'ambiente. Codesto inconscio archetipico, da cui vogliamo far riemergere con un'opportuna operazione di ermeneusi i significanti-significati obliterati, si è andato formando, nell'intero tempo della durata e dell'evoluzione della nostra specie, allo stesso modo con cui si stratificano le rocce sedimentarie, o si vanno cicatrizzando per apposizioni successive i tessuti lesi da una ferita pericolosa per la vita: esso è il ripostiglio e il catalogo in cui quegli attrezzi, che hanno permesso alla nostra specie di resistere alle pul sioni di morte e ai rischi dell'esistere e che giacciono ormai quasi negletti, possono venir spolverati e ricatalogati; tra questi strumenti ormai arcaici e abbandonati, gli stessi principi costitutivi del linguaggio. Chiunque non fosse accecato da stantii dogmatismi potrebbe individuare nei su accennati fenomeni patologici di disgregazione del linguaggio psicotico una ricapitolazione e un ritorno al linguaggio infantile, in sostanza una riemersione del rimosso; essi sono in questo modo, e con estrema profondità concettuale, interpretati da eminenti psicanalisti. Freud per primo ha infatti evidenziato l'ambivalenza originaria del segno linguistico, vale a dire la sua funzionalità (heimlich-unheimlich), e ha ipotizzato questo ruolo in tutta la genesi linguistica. Una nozione, questa, che troverà nella nostra esposizione il suo chiarimento logico. Lacan, (1962), e la sua scuola pongono all'origine della costituzione dell'Io linguistico e del suo sviluppo una dialettica semiotica da basi originarie e intendono la psicosi come arresto e regressione verso l'istinto sessuale di questo stesso sviluppo semantico. Si tratta in sostanza di studi clinici che, dalla regressione orale del malato, fanno riemergere lo sviluppo ontogenetico, individuale, del suo linguaggio, ricollegandolo a quello normale (Piaget - 1948) e illuminando la filogenesi universale del linguaggio della specie. Noi troviamo perfetta concordanza con codeste fondamentali anticipazioni, con la differenza che il nostro intento, che è dimostrativo, di necessità non può limitarsi a intuizioni e a illuminazioni, ma è costretto ad assumersi la pretesa di codificare concretamente l'implementazione progressiva di senso su cui si è andato sviluppandosi sia l'Io individuale, sia l'Io linguistico e culturale universale.

L'eredità della psicanalisi
Questa Ermeneutica del discorso psicotico è stata poi utilizzata costantemente per offrire lumi interpretativi alla cura pratica degli alienati (Sullivan -1952), o anche ha offerto spunto per l' interpretazione delle categorie metafisiche dell'esistenza. Non a caso gli esistenzialisti Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty, fino a Greimas e Darrida, prendono spunto per l'analisi di queste categorie segniche sia dal filosofo Husserl che dallo psichiatra Jaspers, e questi dallo psichiatra Jung. Si tratta di quel campo esistenziale-antropologico mediato dal linguaggio, croce e delizia dei cultori dell'umano, in cui, nel prosieguo dell'esposizione, ci imbatteremo lungo la linea di un ben più ampio orizzonte rispetto a quello consentito finora: infatti, deprivato del fumo mistico in cui viene avvolto, materializzatosi in totale concretezza di suoni significanti, questo campo esistenziale-linguistico, da cui i filosofi dell'essere andarono via via distillando grandi nubi di sciocchezze, sarà oggetto-soggetto delle nostre analisi del lessico, in modo da potersi finalmente fondare nel modo che unicamente gli si conviene, cioè come costituito da categorie esistenziali perché segniche e segniche perché esistenziali. Che è quel risultato invano tentato da tutti codesti filosofi. Come si vedrà in seguito, il segno tecnicamente linguistico, nascendo ursprünglich dall'esistenziale, si rivelerà capace di riassumerlo e di definirlo sinteticamente; mentre, a rovescio, Sartre e i suoi epigoni usano impropriamente il segno per dar corpo e descrivere un esistenziale ormai inutile e improduttivo, perché di seconda mano. Già Husserl, caposcuola di tutti codesti esistenzialisti, aveva individuato nella consapevolizzazione degli stati somatici e viscerali naturali quel351 7

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le segrete fonti del senso che avrebbero consentito alla ricerca fenomenologica di questi stati somatici di fondare i significati sia matematici sia linguistici. Purtroppo per lui, questa sua ricerca si era fermata alla pura esigenza di fondazione dei significati senza conseguire alcuna concretezza di risultati. Quindi è rimasta nella storia del pensiero soltanto come un appello altamente ideale a non cedere al formalismo e al logicismo senza senso (di cui l'empirismo logico è la variante filosofica) e a tenersi strettamente legati al vissuto degli uomini reali, per non perdere il filo dei significati. Fa specie che l'attuale semeiotica dimentichi una simile lezione! Lo stesso Breuwer, il predicatore dell'intuizionismo come fondamento del senso degli enti matematici, in contrapposizione al formalismo e al logicismo, non aveva conseguito risultati adeguati alle sue speranze, restando anch'egli a livello predicatorio. Eppure è proprio codesto intus ire, andare all'interno di noi stessi alla ricerca di stati fenomenologicamente precisati, che noi poniamo alla base della nostra ricerca del significato: ma con una differenza fondamentale, rispetto a Husserl e a Breuwer, e cioè che noi non ci arrestiamo a predicare genericamente gli stati e i sentimenti somato-viscerali come base indifferenziata e naturale dei significati, ma ci spingiamo a sostenere che certi fondamentali sentimenti viscerali (nati da precisi impul si istintuali) vengono, nel corso della storia della specie, direttamente trasformati in simboli sonori, talché le riprove di queste metamorfosi possono essere reperite ad abundantiam in ogni vocabolario. Con questa posizione veramente estremistica e, credo, coraggiosa, l'esigenza di ricerca delle fonti del significato husserliana e la conseguente fenomenologia degli stati esistenziali trova il suo chiarimento e la sua giustificazione, ma soprattutto trova nelle parole stesse le riprove scientifiche della sua realtà. Inoltre, come vedremo in seguito, la fondazione dei significati mediante le metamorfosi e le vicissitudini degli stati esistenziali, oltre a fondare i significati del linguaggio naturale, è perfettamente in grado di fondare (in modo intuizionistico) anche il significato degli stessi enti matematici, tenendoli legati strettamente al vissuto istintuale ed esistenziale degli uomini reali e alla loro storia, al riparo da qual siasi logicismo e formalismo astratti. Il nostro vero incipit è però forse più vicino all'indagine psicanalitica, in specie al Freud dei miti e del linguaggio, o al suo discepolo Ferenczi e alle correnti che analizzano il linguaggio delle favole (come seppe fare Propp) e a quella congerie di interpretazioni dei complessi nevrotici o psicotici in cui si rivela interamente l'anima inconscia nella sua nuda, virginea ingenuità; e sommamente al geniale test di Rorschach, in cui i sentimenti sono sostituiti dalle forme e dai colori, così come noi oseremo sostituirli con i suoni. Un'esplorazione ancora più profonda e completa nel regno delle parole e dei significati ci è però proposta da Thass-Thienemann (1974). Egli riesce a collegare i suoni sillabici infantili alle parole di profondo valore esistenziale, alle esperienze fondamentali di nascita, trasformazione e morte, mostrandone la concreta origine da quei suoni. Sono appunto queste famiglie di parole esistenziali collegate per questi gruppi di suoni primevi a rappresentare il vero punto di partenza e l'incoraggiamento alle mie analisi sul lessico. Esse ne sono anche il presupposto teorico, a cui faccio preciso riferimento, nonostante che ThassThienemann non sappia o non osi rompere il dogma di arbitrarietà delle parole, pur mostrando la significanza primitiva di numerosi suoni sillabici (e la loro ripresa in parole di lingue non apparentate, così come il loro collegamento con famiglie di parole, in varie lingue, unite tra loro dall'essere scaturite dall'esperienza di quelle emozioni fondamentali). Le suddette esperienze, e le conoscenze a esse connesse, fanno parte del bagaglio di ogni psichiatra, così pure del mio. Ma se volessimo ricercare quanto questi affascinanti approfondimenti psicanalitici riferiti al linguaggio siano stati utilizzati nei trattati di linguistica generale e collegati stabilmente alla significazione rimarremmo di certo delusi. Il metodo ermeneutico sulla parola come sintomo (basato sull'associazione di idee alla ricerca di significati più profondi che si leghino alle emozioni e all'istintualità umana), non ha alcun posto sicuro e affermato in linguistica né in psicolinguistica ed è riguardato con estremo sospetto,
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sostanzialmente a causa del dogma, vigente e imperante, della convenzionalità delle parole e dell'arbitrarietà del segno linguistico. Infatti, se questo segno è definito come immotivato non può aver senso ricercarne un senso! Questo è l'epitaffio vergato dai linguisti sulle loro cattedre e da tutti gli uomini moderni sul nonsenso e sulla programmata insignificanza delle loro parole, in pedestre omaggio a uno scientismo deteriore e asfittico e al vero padrone del nostro tempo, l'utilitarismo egoista.

L'Ermeneutica
Eppure l'ermeneutica è la vera sostanza della ricerca della verità nelle parole, come c'insegnò Schleiermacher, né uno psichiatra né un linguista, ma un sapiente carico di quella millenaria intenzione interpretativa nei confronti della parola sacra, che ha costruito la vera saggezza e, per così dire, il cuore gemente e trionfante del nostro mondo occidentale: la parola sacra aveva il compito di stabilire, per infiniti rimandi, il centro pul sante delle comunità e così rinnovava i primitivi impul si vitali sottraendoli al male di vivere. Dunque il tentativo di riportare codesta ermeneusi, sia pur con nuove categorie, nel vivo dell'analisi del linguaggio, appare un dovere tanto difficile (perché sempre a rischio di esser sospettato, o meglio creduto non scientifico) quanto non più eludibile. Ciò che finora ci è mancato, io credo, sono metodi concreti, forse anche una consapevolezza più profonda e condivisa tra tutti gli studiosi, della intimissima connessione tra la generica attitudine simbolizzante della psiche e quella specifica della simbolizzazione linguistica nell'ambito della nostra specie. Questa consapevolezza della sostanziale unità dei meccanismi psichici, pur se applicata a campi resi specialisticamente separati per le comodità del pensiero scientista, ci illumina su questa verità propedeutica: se, come appare ovvio a chiunque tranne che ad alcuni linguisti, la facoltà linguistica vera e propria si avvale sostanzialmente degli stessi meccanismi operanti in tutte le altre facoltà simbolizzatrici della psiche (cioè di meccanismi come la rimozione, lo spostamento, la condensazione, in breve della simbolizzazione dei sentimenti mediante sostituti idonei), non può certo esser priva di senso l'operazione di provare a dar senso ai suoi propri simboli, le parole, mediante un'analisi di questi simboli che riesca a farne emergere gli antecedenti affettivi o istintuali; che riesca inoltre a rivelare con chiarezza che la forma delle parole è giocata da meccanismi freudiani di spostamento, simili o similari a quelli vigenti nella formazione dei sogni, primo tra tutti la metafora. Ciò vale a dire che come si ricercano i sostituti affettivi delle immagini dei sogni, così anche è opportuno, possibile e legittimo ricercare i sostituti degli affetti e degli istinti prima nei suoni e poi nelle vere e proprie parole. Si tratta, insomma, dello stesso identico modo di procedere nel disvelare ciò che è rimosso: non può certamente apparire privo di senso ricercare un senso archetipico ai simboli linguistici, giacché, esattamente come fa la psicanalisi, si opera allo stesso modo e senza alcuna preoccupazione nei confronti di tutti quegli altri prodotti delle facoltà simbolizzatrici della psiche, quali sono i sogni, i sintomi, gli atti mancati, ecc., che sono, lo ripeto, gli antecedenti subconsci dei simboli linguistici. A mio avviso, dunque, la capacità tutta umana di simbolizzare per suoni linguistici non è da riguardare che come una novella provincia inesplorata del grande continente o regno psichico rivelatoci da Freud, in cui vigono in ogni suo luogo identiche leggi: leggi adeguate a organizzare le differenti specie dei simboli sostitutivi degli impul si libidici; specie che hanno forma apparentemente diversa, ma identico scopo e natura. Tutti questi prodotti psichici, dai più arcaici fino al linguaggio, sono orientati infatti verso la simbolizzazione sistematica degli affetti e degli istinti: prima nelle metafore mitiche e religiose prodotte dai sogni e dall'inconscio collettivo, poi nei sogni tipici e ricorrenti dei nevrotici, a scopo restaurativo, infine verso una sempre più estesa consapevolizzazione e verso la strutturazione di un sufficientemente saldo confine per l'Io.
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Questa struttura di controllo, l'Io, sempre a rischio di naufragare nel suo tentativo di emergere al di sopra delle incontrollabili onde del pensiero inconscio, viene perciò reso in grado di funzionare solo quando uno sforzo definitivo di consapevolizzazione di tutta la specie lo mette in grado di costruirsi come Io linguistico, e di controllare i primi simboli linguistici, diventando così un sufficientemente stabile organizzatore razionale di quei simboli ottenuti dalla suddetta sistematica sostituzione degli affetti. I suoni significanti e poi le parole sono dunque gli ultimi prodotti di questa incessante attitudine simbolizzatrice e sostitutiva che la psiche nel suo costituirsi andò man mano organizzando, e vanno perciò trattati allo stesso modo delle forme sostitutive inferiori e arcaiche, vale a dire dei sogni e di tutti gli altri atti simbolici che li hanno preceduti e che sono oggetto della psicanalisi: vanno perciò trattati interpretandoli correttamente, nel senso di riconoscerne con chiarezza gli antecedenti affettivo-istintivi. Questo è il compito che ci proponiamo di svolgere. Il riconoscimento di codesta sostanziale unità dei meccanismi evoluzionistici della psiche ci permette infine (ignorando l'epitaffio sull'insensatezza di cercare un senso in codesto mondo della lingua, troppo comodamente ritenuto arbitrario) di sollevare quella nefasta pietra tombale, posta dal mediocre spirito dei positivisti a salvaguardia della loro incapacità di interpretare e di insufflare vita e lena nel cadavere della nostra lingua.

La simbolizzazione degli affetti
Come anche Sanga afferma nell'articolo Appaesamento linguistico (in Quaderni di Semantica 1/97) che mostra con chiarezza la necessità di andare oltre il principio di arbitrarietà del segno per rendere ragione di un immenso numero di fenomeni, il fatto che la linguistica, erettasi a scienza, abbia rinunciato all'interpretazione e all'indagine sul parlante come persona (sia pure per l'opportunità di fondarsi come scienza positiva) appare ormai volgersi contro la stessa sostanza del fenomeno di significazione e fraintenderlo, a causa della sua documentarietà insignificante e senz'anima. Non a caso Jakobson e i generativisti sollecitano un allargamento interdisciplinare della problematica linguistica, per riavvicinarla all'uomo naturale e per cercare di comprendere meglio come si è prodotta la sua mente linguistica. L'ausilio di antropologia, fisiologia, informatica, etologia, scienze della preistoria, psicanalisi, genetica viene ormai ampiamente utilizzato in campo linguistico (Alinei -1997) per produrre una concezione più ampia e concreta, che vada oltre quella attuale, troppo asfittica. Il dibattito sulla monogenesi del linguaggio, sui rapporti tra evoluzione linguistica e civilizzazione, ha ripreso fiato e si attuano tentativi di costruire codici generativi universali, che debbano produrre le regole della più elementare grammatica generativa. La linguistica non è dunque più sola nel ricercare la verità del segno e se se ne dà una verità, ma certo, utilizzare altre categorie scientifiche e altri metodi può risultare difficile, scomodo e perché no, a suo modo pericoloso. Allora l'intrusione di chi, come me, è praticamente estraneo e che per questo può molto liberamente esprimere una teoria e raccontare esperienze, va vista come un suggerimento in più, o come una riflessione su aspetti dimenticati, perché inquietanti e inspiegabili, come una ricerca senza pregiudizi di una possibile motivazione del segno, inscritta prima nella storia naturale ed etologica dell'Homo sapiens, poi nella dialettica della sua psiche subconscia e dei suoi strumenti. Le mie indagini durano da 15 anni. Ho esaminato il lessico di 18 lingue di civiltà in modo analitico, redigendo 18 capitoli di risultati con un lavoro ampio e attento. Ma tutto questo è nato da un'intuizione elementare, che racconto molto pianamente: stavo divertendomi a esaminare, come facevo spesso, l'etimo di un nome e mi sforzavo nel tentativo di ricollegarlo ad altre parole senza riuscirvi. Lo sforzo fu tale che d'un tratto ebbi nella
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mente l'idea chiara e distinta della rottura di quella parola. La parola, come una struttura vuota, si era scissa nei suoni che l'avevano costituita, e io potevo percorrere mentalmente questi suoni come altro da prima: come un insieme strutturato di suoni significanti in cui vigeva un principio posizionale: il posto del suono ne definiva il ruolo. Come, per intendersi, avviene nelle cifre arabe. Pensai, per la prima volta, alla possibilità assurda che i nostri progenitori avessero scoperto e utilizzato un principio posizionale per definire economicamente i loro suoni, al fine di renderli generativi in modo distinto e ordinato come files di rapporti di suoni. Ricordo distintamente questa esperienza mentale e la rivivo con lo stesso sentimento di inspiegabile soddisfazione, poiché solo questa ipotesi tra tutte poteva rendere razionabile e non arbitraria la parola. Eppure, riesaminandola a mente fredda, questa mia idea mi apparve strana, illogica, infondata. A farla breve, poiché l'idea in questione mi si riproponeva continuamente e mi ero reso conto che essa rappresentava il concetto teorico razionale di quella prassi comunicativa schizofrenica, che avevo tante volte osservato nei miei pazienti estremamente deteriorati, decisi di prenderla sul serio, esaminandola con attenzione nei suoi supposti esiti linguistici. L'idea era questa: se il malato, regredendo all'oralità, destruttura le parole in suoni che sembrano aver qualche significato per lui, perlomeno sul piano puramente affettivo, non potrebbe essere possibile che un discorso filogenetico inverso abbia strutturato la parola, quale noi la conosciamo, nel suo primo farsi? Che, cioè, sentimenti e affetti simbolizzati in suoni siano stati gradatamente connessi tra loro in modo inscindibile, per esprimere significati non elementari? E che la consapevolezza dell'invenzione geniale dell'uso di rapporti prefissati di suoni significanti si fosse poi perduta e caduta dalla coscienza degli uomini, ormai tenacemente indotti e abituati a usare le parole bell'e fatte come incondizionate unità significanti? Che, insomma, queste non siano altro che il frutto di un artistico e duraturo trattamento e sfruttamento delle possibilità intrinseche a questi rapporti razionali di suoni significanti secondo un principio posizionale? Non mi volli porre, allora, le ovvie obiezioni sulla diversità dei significanti rispetto ai significati e sulla varietà dei fonemi utilizzati nelle più varie lingue. Pensai invece che se il rapporto tra suoni posizionati poteva essere all'origine delle idee formalizzate nell'espressione verbale, la storia predocumentaria della lingua, e così anche lo sviluppo storico dell'uomo simbolico, poteva essere stata scandita dalla scoperta e dall'uso dei più vari rapporti di combinazione intefonemica: e che lo sviluppo delle scansioni dei rapporti interfonemici (interconsonantici) era alla base dei salti di civilizzazione. Pensai anche che l' homo sapiens sapiens poté divenir tale, rispetto agli altri membri della sua specie, per la capacità di coordinare e di voler mantenere coordinato in gettoni stabili qual siasi rapporto biconsonantico insieme all'idea chiara e distinta connessa a questo specifico rapporto; e per la sua attitudine successiva a giocare con questo insieme di gettoni ormai stabilizzati dall'uso e accettati e circolanti tra i gruppi umani, fino a riuscirli a destinare a denominazioni specifiche, ma sempre più metaforizzate, e a collegarli tra loro nei più vari modi a seconda delle esigenze di sopravvivenza, creando così programmi informatici che sono frasi e discorsi. Questi programmi informatici avrebbero poi ricevuto direzioni semantiche lievemente differenti a seconda delle necessità locali, in modo tale che gli sviluppi d'uso successivi avrebbero reso ben presto irriconoscibile l'impianto e l'origine comune. Da ciò l'abilità linguistica di quest'uomo nuovo e sapiente, come arma civilizzatrice per estinguere i meno abili neanderthaliani (che forse non avevano conseguito il principio posizionale) e la capacità di gestire con quei programmi le ritualità finalistiche della civilizzazione agricola e neolitica, con quelle sue ripetizioni programmate, da cui soltanto un'altra immensa rivoluzione industriale e informatica ci ha da pochi decenni liberati. Il tempo di questi decisivi sviluppi: il paleolitico. Questo collegamento tra rapporti di consonanti e civiltà in progresso mi sembrò tanto elegante quanto difficile da provare:
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ma la questione, così posta e storicizzata, era affascinante, e mi concentrò verso il problema più spinoso. Quale poteva essere in realtà il valore semantico funzionale dei suoni fonemici e in primis delle articolazioni produttrici dei fonemi e quali approfondimenti utilizzare per disvelarli? Rilessi qualche trattato di psicolinguistica alla ricerca di un lume e di una via, ma poiché vi mancava qual siasi ipotesi di principio posizionale dei suoni e si obbediva forse inconsciamente al dogma di convenzionalità del segno, mi accorsi che dal mio punto di vista tutte quelle ricerche erano inutili e che la situazione era rimasta al suo primo espositore, Platone, e al suo Cratilo: Platone suppone per esempio che R possa significare scorrere, ripetersi (da RHEO), ma non può darne alcuna dimostrazione, perché contraddetto dalle tante parole il cui significato è molto lontano da ripetere. Mi colpì in modo augurale che anche Platone cercasse nei suoni delle parole una qualche loro nascosta verità, ma rimasi stupito ne prendesse un suono per volta e non tutti insieme, nel loro rapporto posizionale, come sarebbe stato logico e razionale. In questo modo non si può arrivare a niente, come sarebbe sbagliata una diagnosi che considerasse un sintomo per volta e non quello specifico insieme, che va paragonato mentalmente a quegli altri insiemi di sintomi che sono i prefissati quadri nosologici. Partecipe dell'ars medica, era per me evidente che, per stringere una supponibile e nascosta intenzionalità del segno, si dovesse operare come insegnano a far diagnosi i nostri vecchi trattati di Semeiotica clinica: organizzare una raccolta di quadri semiologici di sintomi significanti e comparare questa base empirico-teorica ai segni rilevati sul paziente, o storici, o reali; la stessa cosa mi era dimostrata dalle ricerche di psicolinguistica, evanescenti perché riferite a un suono per volta. Per esempio, che la I potesse esprimere il piccolo, come veniva affermato, mi apparve un risultato di scarso interesse rispetto alle idee estremamente complesse mediate dalle parole. Su questa considerazione vorrei aprire una parentesi: come possono dunque arbitrarietà e convenzione mettersi d'accordo su un qual siasi concetto altamente astratto, come per esempio UTOPIA, senza possederne prima un modello fonetico e senza poterlo comunque estrarre da un'elaborazione ideativa, per mancanza sia di quella idea astratta stabile e circolante, sia di una qual siasi forma linguistica da utilizzare come traccia nell'elaborazione? Invece, come si vedrà, UT*OPI-A è la forma sostantivata della funzione PT, che vale potere di attivare e va decrittata come potenzialità di attivabilità, espressione che racchiude perfettamente in sé il senso nascosto di UTOPIA. L'inconscio di Tommaso Moro aveva prodotto un neologismo regolare! Era proprio questo tipo di inspiegabili miracoli, di cui godiamo il retaggio e che ci permettono di essere uomini pensanti, perché dotati di congrue sintesi fonetiche distillate da un pensiero a noi ignoto e anticipatore e apparentemente divino, che mi induceva a perseverare nella critica dell'arbitrarietà, cercando soluzioni all'enigma nei meccanismi fonetici e glottogonici.

I distinti significanti
A loro volta anche gli inquietanti fenomeni dimostrati da molte esperienze della psicolinguistica, e cioè il riconoscimento di parole sconosciute, le parole universali in lingue non apparentate, lo stesso valore emotivo-estetico dei suoni esigevano spiegazioni che questa scienza non era in grado di dare, e che avrebbero, se risolte, certamente aperto un immenso scenario sull'ignoto meccanismo di significazione umana. Mi chiesi: è possibile che le ricerche di psicolinguistica sui fonemi appaiano poco euristiche, perché il campione umano da esaminare e testare, per poter fornire risposte profonde e archetipiche sulla natura dei suoni, deve necessariamente essere regredito alla ridotta censura e all'oralità, tal quale avviene nelle esperienze di trasmissione del significato che il linguaggio
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schizofrenico cerca di dare. Noi psichiatri abbiamo molta esperienza su fatto che più il paziente è regredito più la sua verità è archetipica, ingenua, universale. Inoltre i molti tests del profondo che usiamo sistematicamente ci avvicinano ai complessi vissuti dal malato e contemporaneamente ci forniscono un'attitudine tecnica molto idonea all'escavazione di significati originari. Per questa via psicologico-archetipica, in cui riflettevo di trattare e di testare i suoni come avviene per le forme nel test di Rorschach, cioè come se fossero portatori di qualcosa altro da sé, era forse dato raggiungere delle ipotesi percorribili sulla possibile unitarietà primitiva delle idee elementari e delle lingue in fieri e consentire una spiegazione razionale dei fenomeni inspiegabili e inquietanti messi in luce dalla psicolinguistica? Desideravo dunque ricercare l'origine dei significati nei suoni che compongono i loro significanti, mediante il chiarimento che mi poteva fornire il linguaggio schizofrenico, che dissocia normalmente questi suoni dal senso delle parole e li assolutizza. Volevo fare una lettura sonico-segnica dei significanti. Un altro rilevante motivo che mi induceva a trattare i suoni come distinti significanti, consisteva nel fatto che alla mia mentalità biologica appariva molto probabile che l'apprendimento infantile della lingua subisse la facilitazione di innati meccanismi glottogonici, sui quali potevano poi innnestarsi gli appresi files di parole e significati. Questa fissata facilitazione articolatorio-semantica, insita nelle articolazioni dei singoli fonemi, potrebbe rendere ragione di un meccanismo di apprendimento tanto complesso da apparire inesplicabile da un punto di vista meramente logico, come è stato ampiamente dimostrato. Ma questa supposta e indispensabile facilitazione articolatoria, per generare questo inprinting così preciso e funzionante deve possedere una notevole arcaicità e precedere di molto quegli effetti che siamo abituati a notare nell'infante; deve esser prodotta di sua propria natura da un coinvolgimento antropologico totale, nell'ambito dell'espressività umano-animale. Deve, in sostanza, sorgere da una necessità comunicativa che anticipi e preceda la parola, facendosi strada in un paradigma oscuro e complesso di sforzi comunicativi ancora in comune con il primate: altrimenti codesta facilitazione, così fortemente stampata come facoltà operante nell'apprendimento della lingua materna, non avrebbe quella forza sufficiente per mantenersi pienamente viva e operante ancora nei nostri tempi non ferini e inciviliti. Si richiede insomma che le operazioni di apprendimento della lingua siano legate ineluttabilmente a qualche meccanismo mnemonico-istintuale, fondato su un paradigma di gesti comunicativi arcaici, in cui qualche tipo di energia istintuale faccia da collante e da base. Il disvelamento di questo paradigma necessitato di gesti comunicativi pre o para-umani, dotati ognuno del suo tipo di energia istintuale, era il compito che mi accingevo a considerare; per far questo bisognava in ogni caso partire da ciò che ci resta di questo sviluppo comunicativo pre e para-umano: l'articolazione fonetica consueta, come risultato selezionatissimo e raffinatissimo di quell'ignoto paradigma di gesti e di suoni pre-fonetici che intendevo disvelare, un paradigma di gesti espressivi e articolatori precedenti e fondanti la cerchia dei nostri suoni consueti. Così ragionando pensai di mettere in opera due esperimenti: il primo sul supposto valore archetipico-semantico dei fonemi, il secondo sul supposto senso etologico, o comportamentale, o antropologico (tutte queste definizioni sono a loro modo valide)di ogni articolazione alla base di ogni classe di fonemi simili. Le novità rispetto alle correnti ricerche erano sostanzialmente tre: 1) che si testassero due ampi campioni di gravi psicotici, cioè soggetti orali, archetipicamente orientati e a censura ridotta e labile; 2) che si ricercassero valori archetipici di ascolto e di riproduzione dei suoni tramite analisi associative di tipo psicanalitico e successivi screenings statistici degli insiemi semantici ottenuti per ogni tipo di atto fonemico-articolatorio; 3) che si enucleasse, finalmente, il concetto di gesto etologico-articolatorio distinto, unitario e produttore di ciascuna classe di fonemi simili, e si facesse inchiesta sulle tensioni specifiche e sulle vibrazioni cavitarie in gioco in ognuno di questi gesti, per ricercarne l'eventuale origine istintivo-comportamentale.
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Le due esperienze sono descritte in dettaglio nell'articolo Dai simboli arcaici al senso delle parole (Archivio di Neurologia, Psicologia, Psichiatria. 1/97). Darò un breve sunto di questo lavoro nel terzo capitolo di questa introduzione all'analisi del lessico. Anticipo che le due ricerche mostrano in modo significativamente statistico una chiara convergenza armonica, e dunque si autocertificano, ma soprattutto riescono a fornire una chiara spiegazione etologico-comportamentale del significato insito in ogni gesto articolatorio indagato. Il seguito ci mostrerà subito alcune applicazioni concrete di questa disvelata connessione tra il suono e l'affetto-istinto che lo ha preceduto, e da cui è stato sostituito, essendosi installato molto precedentemente nella dinamica dei gesti articolatori orali.

Confutazione dell'opinione corrente sull'in significanza dei fonemi
È necessario a questo punto che io sottolinei l'errore metodologico che ha reso inaccessibile a priori qual siasi corretta valutazione di un possibile significato dei suoni fonetici. L'errore generale degli indagatori della lingua è consistito fondamentalmente nel subire l'influenza di un ingenuo pregiudizio, nel reputare cioè che i suoni fossero stati prodotti dagli uomini allo scopo precipuo di fornire un supporto sonoro, quindi trasmissibile, al senso della parola. Questo errore fatale deriva dall'abitudine inveterata della facoltà mentale umana di dare valore e risalto alla parola unicamente in quanto portatrice di un significato specifico, mentre al contrario il suo supporto acustico viene ritenuto dalla ragione, che lavora solo sui significati, pura entità negligibile. Ma, così facendo e volendo usare il significante soltanto per gestire i significati, la ragione dell'uomo civilizzato inverte completamente il processo storico-evolutivo che ha portato alle parole. Infatti appare del tutto nell'ambito di un'obbligatoria logica evolutiva sostenere che i suoni fonetici non nascano che come ultima, più specialistica differenziazione di un lungo processo informativo di carattere gestuale globalistico e di natura evolutiva, che si sia man mano differenziato localmente e in specie si sia lentamente depositato sull'importantissima articolazione orale, inducendovi posture e sincinesie muscolo-mimetiche specifiche, poi lentamente e ancor più specificamente fonologizzate, allo scopo di rendere il processo informativo estremamente più rapido, perché reso acustico. Il suono non sarebbe dunque altro che l'ultimo frutto di un lungo e complesso procedimento evolutivo della comunicazione istintuale, le cui vestigia tuttora presenti sono i gesti mimici e prossemici pre-fonatori, individuabili con facilità nel comportamento umano e animale. Ciò equivale altresì a dire che la comunicazione acustica non è altro che lo sviluppo sensato e ragionevole in senso fonatorio di una comunicazione gestuale orale pre-acustica, tuttora presente. Lo stesso grave fraintendimento del ruolo e dello sviluppo del significante è necessario riscontrare nell'acritica convinzione da parte dei glottologi del fatto che ogni articolazione del suono fonetico non sia e non rappresenti altro che uno puro e semplice mezzo e strumento senza storia, neutro e indivisibile come un atomo, perciò meccanicamente predisposto alla riproduzione di quel determinato suono fonetico necessario e in uso: un suono fonetico che a sua volta resti costretto a essere necessariamente finalizzato e utilizzato con tutti gli altri suoni allo scopo di organizzare quei treni di suoni che sono le parole; le quali a loro volta svolgerebbero appunto nient'altro che il modestissimo ruolo di semplice e meccanico substrato acustico di codesti così importanti significati... Questa concezione è perfino più miope di quella che può credere di ritenere spiegato l'effetto estetico di una splendida melodia mediante la dimostrazione del modo con cui i martelletti di un pianoforte vanno ricadendo sulle loro corde. Mentre noi tutti sappiamo che è l'artistico modo di rapportare tra loro le varie altezze dei suoni a fornirci il senso musicale e l'illuminazione estetica. Quanto meccanicismo utilitarista in questa interpretazione dei fatti che vede il significante ridotto a supporto senz'anima del senso, a collezione di suoni vuoti di senso e di storia, quanto scioc351 14

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co e infantile finalismo! L'ansia di voler finalizzare la parola al semplice e volgare uso dei significati impedisce così una qual siasi possibile valutazione evolutiva e dialettica dei fenomeni in esame. Come se l'uomo emerso dalla condizione scimmiesca non avesse avuto altra preoccupazione che quella di costruire supporti acustici convenzionali ai suoi sensi e concetti già belli e pronti (chi sa come...!), mediante suoni casuali a loro volta già belli e pronti e disponibili, in un modo talmente ridicolo da far sì che finalismo e utilitarismo si dessero la mano a presentarci un'immagine totalmente distorta e inumana del nostro linguaggio, un'immagine che è poi alla base di tutti gli -ismi antiumani del secolo. Sì, perché uscire dalla verità cristiana della parola, porta il non senso al fondo del fenomeno umano. Ripeto che l'errore che porta a questo misconoscimento dell'indispensabilità di un reale sviluppo storico-dialettico sia dei suoni sia dei sensi, sia dei loro rapporti; questa deformazione caricaturale dei fatti, mediante un'impronta meccanicistico-finalistica, di cui la linguistica odierna, nel suo acriticismo, si fa suo malgrado portatrice, è dovuta al semplice motivo che il senso della parola è stato sempre enormemente super-valutato rispetto al suo substrato acustico, e cioè al significante. Ma questa supervalutazione del significato è la condizione precipua in cui opera e domina lo spiritualismo, il quale dunque esercita ancora e tuttora il suo potere finalistico e destoricizzante, nell'ardore stesso della battaglia materialistica di cui si caratterizza e gloria il nostro secolo, dimostrando ancora una volta che tesi idealistica e antitesi materialista sono nulle senza una sintesi: ma una tale sintesi, se accessibile, non può essere necessariamente che storico-dialettica. Infatti qual siasi possibile spiegazione materialistico-scientifica del pensiero linguistico richiede e impone la conoscenza della sua storia, cioè del suo farsi dialettico come pensiero linguistico da basi del tutto elementari e materiali . È dunque ovvio che per ottenere tale fondamentale traguardo scientifico sia indispensabile bandire ogni intrusione spiritualistico-idealista, che si annida, come or ora dicemmo, nella supervalutazione acritica del significato rispetto al significante.

Il passaggio evolutivo dai gesti ai suoni, esemplificato con |C|
Questa situazione paradossale di incertezza è stata certamente favorita dal fatto fondamentale, a cui si appoggiano i cultori dell'ovvio e dell'arbitrarietà, che i suoni di per sé, cioè come puri eventi acustici, non offrono alcuna possibilità di essere analizzati e che in pratica su di loro non è possibile predicare nulla che non sia puramente estetico. Ma codesta supervalutazione del significato rispetto al significante deve, di necessità, essere corretta da quella considerazione tanto elementare quanto fondamentale, che ci accingiamo a ripresentare e che è alla base delle nostre sperimentazioni e di tutte le nostre certezze: se pure i suoni come tali sono inanalizzabili, ciò nonostante non ci resta preclusa per nulla la possibilità di una valutazione e di un'analisi del significante; infatti, a tal fine è sufficiente e occorre esaminare le modalità precipue e specifiche di gestione dell'aria e di mimica da parte di ciascun gesto articolatorio produttore delle classi dei suoni che costituiscono il significante, per il semplicissimo motivo che i gesti che noi attualmente riconosciamo come articolazioni di suoni in realtà hanno evolutivamente preceduto i suoni stessi,e hanno vissuto una lunga esistenza non-fonica prima che l'opportunità selettiva li caricasse dell'opportunità e della responsabilità di emettere suoni specifici, così come avviene per qualsiasi altro organo che l'impulso selettivo, a seconda del possibile vantaggio, va caricando di nuovi compiti. In altre parole, questi gesti articolatori non sono stati affatto messi in opera dall'uomo-primate allo scopo di riprodurre ed eseguire, come un ben accordato strumento, i loro propri, specifici suoni, come noi parlanti moderni, abituati al loro uso, siamo stati ingenuamente e finalisticamente indotti a credere, ma hanno avuto un lunghissimo corso di esistenza non-fonica, che è quella che possiamo ancora riscontrare nei primati: essi sono nati e si sono sviluppati né più né me351 15

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no che come vere e proprie intenzioni di comunicare dei sentimenti e degli stati d'animo interni, mediante una mimica orale-facciale, un gesto specifico, che è diventata solo successivamente, e solo nel l'uomo che è tale per questo, la base di un'attività fonatoria. Quest'intenzione di comunicare affetti interni rappresenta per così dire l'elemento a priori della sintesi concettuale messa in luce da Kant, mentre la sua successiva applicatività, denominatrice del mondo degli oggetti, ne costituisce l'elemento sintetico. Le intenzioni istintuali che hanno man mano costruito e sviluppato codeste articolazioni come gesti complessi, erano dunque le stesse che producevano, con intenzioni significanti simili, altre varie posture e altre complesse mimiche in altri distretti del corpo: e soltanto alla fine di un lungo periodo evolutivo queste sincinesie finalizzate dell'apparato orale, che sono le articolazioni, hanno sviluppato anche la capacità di produrre suoni specifici, quei suoni che noi molto ingenuamente supponiamo l'esito e il fine, che finalizza a posteriori tutte queste operazioni. Come tutti sanno, la gestione mista dell'informazione, tra il gestuale e il fonico, è ovviamente tuttora presente nell'uomo civilizzato, quasi come un testimone fossile dell'epoca primatica, e con la sua presenza ci mostra con chiarezza il passaggio da una modalità antieconomica, la gestuale-preumana, a quella economicissima, la fonico-umana. Dunque il ritenere la gestione fonica dei significati una modalità senza storia, o meglio senza antecedenti evolutivi che ne indichino un percorso e delle modalità, rappresenta, da parte dei fonologi e dei linguisti in generale, nient'altro che un banalissimo errore logico, che inverte i fatti e i fini. E infatti noi presenteremo subito degli esempi in cui viene mostrato come i gesti articolatori in uso abbiano posseduto un'esistenza pre-fonica, le cui caratteristiche ci consentono di mettere in luce l'intenzione comunicativa istintuale che li aveva generati: molta acqua è passata sotto i ponti e molte forme più primitive di comunicazione istintuale sono nate e si sono trasformate, prima che il gioiello della comunicazione fonica divenisse tanto perfetto da mostrarsi alla coscienza degli uomini come un semplice e inanalizzabile strumento d'uso dei significati. Come infatti c'insegna Darwin, l'evoluzione è cieca, non finalizzatrice, e riesce nel suo intento soltanto sfruttando la severa, e casuale, selezione di quasi infinite possibilità; così anche l'evento più evoluto e cioè la comunicazione mediante suoni significanti, quei suoni selezionatissimi che più o meno sono usati da tutti gli uomini moderni, rappresenta solo un casuale risultato evolutivo di enorme valore, reso possibile da una severissima selezione delle plurime possibilità di espressione fonatoria intrinseche e possibili per la cavità orale (e non certo il frutto di un finalismo intelligente e inanalizzabile); mentre le altre posture e mimesi presenti e operanti nel corpo, di significato simile perché sorte da una simile intenzione comunicativa, sono dovute rimanere al livello inferiore di semplici gesti significanti, mancando di quel complesso e vieppiù modulabile tramite aereo-vibratorio, che è disponibile soltanto nella sincinesia orale. La grande difficoltà di tali gesti inferiori ad esprimere significati complessi è legata, come si dirà meglio in seguito, alla necessità di una combinazione e di una trasmissione dei dati molto, molto più lente. Ma se, per paradosso, la cavità intestinale umana avesse avuto migliori possibilità (rispetto a quelle minime che possiede e di fatto ancora usa), di trasmettere e mediare intenzioni comunicative mediante congrui e rapidi suoni significanti, sarebbe stato possibile sviluppare un linguaggio di suoni intestinali perfettamente analogo al nostro, ed è certo che il linguaggio animale sfrutta le più varie possibilità di produrre segni, mediante intenzioni che stampano le più varie mimesi, sincinesie, comportamenti, suoni e ultrasuoni. Ciò evidentemente senza conseguire quella grande rapidità di combinazione e di trasmissione consentita dal nostro sistema, che si giova di una capacità combinatoria formidabile, perché programmata da un cervello evoluto e applicata da un apparato fonatorio specializzato nella vibrazione aerea. In realtà come vedremo in seguito, solo il suono acustico, se posizionato in un ordine determinato, produce degli stampi, le idee, talmente arricchiti di senso e fruibili, da consentirne una dinamica di applicabilità così veloce e carica di informazione da riproporsi alla mente (che l'ha generata) come una realtà antitetica a quella naturale, cioè come una real351 16

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tà linguistica. La natura di questa così ricca comunicazione apparirà dunque alla coscienza come enigmatica e non storicizzabile, e così se ne darà la spiegazione più elementare e sincronica possibile: comunicazione arbitraria e convenzionale, vale a dire nessuna spiegazione. Inoltre va ben compreso che l'acquisizione del linguaggio sonoro da parte della specie può sembrarci costruita da uno spirito intelligente, da un demiurgo, anzi da Dio, solo perché essa ci appare, ai nostri giorni, come perfettamente riuscita, proprio nella sua natura apparentemente enigmatica. Da qui nasce l'irresistibile ma comune convinzione che i suoni siano finalizzati in modo meccanico alla trasmissione di un significato che li precede e che tutto il linguaggio sia frutto di un finalismo. Sfugge così alla nostra coscienza come ingiustamente ci sembrerebbe inintelligente un infante o uno straniero che non riesce ancora a farsi comprendere, perché non ha ancora acquisito la giusta tecnica. Ma tutto ciò che era inintelligente o poco utile, tutta l'evoluzione del linguaggio, è già caduto dall'uso, e noi ci troviamo a usare uno strumento di comunicazione quasi perfetto. Noi normalmente diamo la qualifica di intelligente solo a chi riesce a superare la barriera stessa della nostra incomprensione, e dunque i veri fondamenti del linguaggio, la sua storia reale, evolutiva devono basarsi su un formidabile tentativo e sforzo di farsi comprendere in modo non equivoco: dunque il primitivo e quasi preumano produttore di linguaggio sonorizzato (e non certo i geni di molto successivi, che hanno creato il sistema linguistico moderno sfruttando prima l'ordine posizionale dei suoni per costruire le idee primordiali, poi la passibilità di metaforizzare queste idee in parole) ha dovuto sempre forzare l'incomprensione dei suoi simili mediante i gesti più universali e naturali possibile, allo scopo di ottenere quei riconoscimenti cui aspirava. Ecco perché riscontreremo già in questo capitolo introduttivo come i ricercati precursori dei fonemi fossero veri e propri gesti globalistici, coinvolgenti tutto il soma corporeo, innescati da impul si istintuali fondamentali e comunissimi; impul si tanto naturalistici da essere evidentemente i primi a richiedere di venir comunicati agli altri membri della tribù. Introduciamo dunque concreti esempi di analisi dei gesti articolatori e della loro evoluzione dalle reazioni istintuali globalistiche preumane fino all'umano loro esito sonoro.

Il passaggio dalla postura costrittiva alla classe dei suoni occlusivi e laringali
Il primo esempio di codesti ampi gesti globalistici e naturali (semi-istintuali e semi-informativi) potrebbe essere quello, veramente arcaico, che si è fonologizzato man mano in un suono occlusivo: allo scopo, chiunque è in grado di comprendere che se ci poniamo nell'ordine di idee di voler tracciare una linea evolutiva e progressiva per i suoni occlusivi, dobbiamo necessariamente riandare a quella postura di rigidità connettiva del soma, che si esplica istintivamente nelle condizioni di difesa da un pericolo. Codesta rigidità muscolare somatica, che si attiva istintivamente nel momento del pericolo, è vissuta interiormente, o mentalmente, come connettività, aumento della continuità corporea; si afferma a livello locale-prefonatorio come rigidità delle pareti toraciche e del diaframma, dei muscoli sterno-mastoidei, chiusura della glottide, prognatismo della mascella, ecc. Il sentimento di questa postura, come noi lo intendiamo, cioè come la proiezione all'anima delle sensibilità connesse a questa condizione somatica, è per noi il sentimento inscindibilmente legato all'atto fonico che ne seguirà. Si sperimenti dunque in proprio come, volendo a tutti i costi fonologizzare una simile incongrua e faticosa postura, l'unico possibile risultato dello sforzo fonatorio, a glottide occlusa e a cavità toracica irrigidita, non possa essere che uno stentoreo e in qualche modo deludente suono della classe occlusiva, che esprima l'emissione innaturale e sotto sforzo dell'aria imprigionata. Dunque noi non possiamo che ragionare bene (e con noi il campione di psicotici esaminati, i quali però non tanto ragionano quanto si lasciano più convincentemente trascinare dalle loro esperienze viscerali e archetipiche nell'esprimere lo stesso significato che ci propone la nostra ragione), quando sosteniamo che un simile suono non può aver altro senso antropologico e umano che quello di essere il te351 17

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stimonio fonetico di un penoso processo di irrigidimento muscolare a scopo difensivo; un'attitudine, questa, che fa parte del normale istinto di difesa. Perché dunque scioccamente voler distaccare questo suono-testimone dal processo gestuale dall'onda di significatività che ha generato prima il suo senso unitario, poi la complessa e varia meccanica delle sue sincinesie muscolo-vibratorie? Esso è, in realtà, tutt'uno con il suo senso. Tanto che noi potremmo facilmente notare addirittura nell'uso linguistico del suono AC la dimostrazione della presenza viscerale di questo sentimento connettivo, nelle molte parole che si sviluppano da un concetto di connettività connessa, come per esempio ACsis o ACuleus. Questo trascinamento semantico-affettivo operato dal sentimento viscerale intrinseco a ogni singola articolazione sui possibili significati, rappresenta, come si vedrà meglio in seguito, la solida base naturalistica della nostra possibilità di interpretare.

Altri esempi di passaggio dai gesti ai suoni: le classi dei suoni |M| e |N|
Diamo due altri esempi di gestione dell'aria nelle cavità interne, che si contrappongono curiosamente ed euristicamente tra loro e i cui esiti fonologici sono stati classificati dai fonologi ambedue come suoni a componente nasale: i gesti sono dunque quelli che precedono i suoni N e M (o meglio le classi dei loro suoni simili) e che sono innescati da un'intenzione comunicativa che intendiamo disvelare. Ora, se anche qui noi, volenterosi ma sprovveduti indagatori della gestualità pre-fonetica, vogliamo porci nella giusta prospettiva di fissare una linea evolutiva che renda ragione di questi due modi così particolari e caratteristici di gestire la vibrazione dell'aria interna, dovremmo subito porci nel l'ordine di idee di assegnare un compito e un senso prefonologico al gesto che fa vibrare l'aria interna al di sotto della glottide serrata, in modo da coinvolgere obbligatoriamente sia la cavità toracica che quella intestinale. Tale senso non può dunque allontanarsi da quello espresso da un coinvolgimento specifico e volontario del sé somatico, quale è quello presente ovunque nella scala evolutiva, come tranquillizzante esperimento del proprio esistere fisico attraverso la vibrazione volontaria: tanto che nessuno crederebbe di poter dare un altro tipo di significato al suono emesso dalle fusa del gatto quando, sfruttando il suo impul so narcisistico, beatamente esperimenta il suo senso di sé. E questo è dunque il valore che le nostre sperimentazioni su soggetti psicotici assegnano a M, fonematestimonio ed esito acustico della suddetta postura globalistica. Né sarebbe possibile predicargli un senso differente, tanto è significativa la naturalistica e istintiva condizione somatica da cui emerge: sperimentazione piacevole e narcisistica del proprio senso di sé. Non a caso, dunque, la grande maggioranza delle lingue usa codesto suono per esprimere il senso di sé, e così non a caso il campione di psicotici, mediante un'immedesimazione inconscia e archetipica, ne riconosce statisticamente lo stesso valore. Ricaviamo così un risultato di immensa portata: sia il nostro ragionamento etologico-fisiologico sulle posture, sia l'enorme numero di esempi linguistici pertinenti, sia la sperimentazione preconscia convergono tutti ad assegnare al suono M questo valore. Infine anche l'indagine analitica sui rapporti posizionali di questo suono con gli altri ci fornirà le prove complete della realtà del nostro assunto. Questo congruenza di dimostrazioni si può porre per tutti i suoni indagati e rappresenta il fondamento logico dei nostri principi, che vogliono veder costituirsi un'idea nel momento in cui l'uomo imparò a tener connesso, prima nella sua mente, e poi sulla sua lingua, un rapporto tra due qual siasi di questi stati somatico-viscerali di natura istintuale. Al contrario, se volessimo porci nell'ordine di idee di dare un senso a quella innaturalissima vibrazione nasale-cavitario-encefalica, che è la base indispensabile per la produzione del suono propriamente nasale N, saremmo subito costretti a chiederci come mai i nostri progenitori avessero escogitato una simile stramba sincinesia, dove l'aria fosse costretta a vibrare impropriamente nelle cavità superiori, a causa di una volontaria chiusura glottidea connessa con il conseguimento di un
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aumento pressorio vibrante all'interno delle cavità stesse: si noti come contemporaneamente le labbra siano costrette a restare serrate e i globi oculari, insieme alle sopracciglia, tendano a elevarsi e a rimanere immobili, in una grimace allusiva di un impegno mentale. La postura così come l'abbiamo or ora evocata è alquanto scimmiesca (e dunque pienamente nostra!), ma il suo senso appare anche qui molto facilmente leggibile: si tratta di un gesto mimetico che accenna con tutti i mezzi possibili al contenuto delle cavità cerebrali, dunque alla mente e al potere mentale, quasi come un rinforzo molto ingenuo e primitivo, come è quello di una vibrazione interna, che si vuole fornire al proprio cervello per consentirgli di offrire una prestazione determinata. Il suono N è dunque l'unico esito fonatorio possibile e il testimonio successivo di tale sforzo e accenno, interno-esterno, verso l'impegno cerebro- mentale, e, a causa dell'estrema generalità di senso e di postura da cui emerge, tratterrà ovunque e in ogni tempo il suo significato mimetico, in modo che, posto molto successivamente in un rapporto significante con altri suoni, tenderà a mantenere quasi indefettibilmente il suo valore viscerale di vibrazione inclusiva e dunque determinativa e infine di impegno della mente a determinare, fino a consentirci di dar luogo a ogni nostra operazione di disvelamento del senso generale delle parole in cui il suono N compare. Notiamo qui che la parola de-TER*MINo, possiede, secondo le nostra ermeneutica, il senso primevo di soggetto pensante MIN > attivato ripetutamente TER, e dunque non a caso è stato scelto per esprimere il senso del gesto |N|.

Irrilevanza del timbro fonetico
La storia evolutiva delle articolazioni che andranno poi producendo i suoni fonetici, necessita di un ulteriore codicillo: e cioè che il timbro vero e proprio dei suoni fonetici, così come lo conosciamo, deve anch'esso esser considerato da noi come pressoché casuale e insignificante rispetto alle intenzioni delle articolazioni che li emettono. Il timbro del suono fonemico conserva soltanto una pallida e impressionistica immagine del trasferimento di senso istintuale e biologico che ha costruito nelle centinaia di migliaia di anni, le articolazioni dei suoni, come impossessamento e investimento orale dalle precedenti posture globalistiche. Queste, insomma, vanno considerate come attive intenzioni di comunicare stati d'animo istintuali, nei modi più universali e naturali possibile, al fine di superare l'incomprensione dei propri simili e rendersi finalmente intelligibili e intelligenti. Al contrario le semplici impressioni che la mente umana subisce quando si ascolta il timbro specifico dei suoni fonetici sono sì alla base degli effetti estetici e cosiddetti fonosimbolici, ma assolutamente senza coinvolgimento concettuale e ideativo: si tratta di una vera e propria musicalità, la cui forma è direttamente dipendente dal modo con cui gli organi fonatori vengono rimodellati dall'investimento di ogni impul so istintuale specifico. Così per esempio, il suono prototipico C trasmette comunque un'impressionistica sensazione di sforzo, legata al modellamento specifico dell'organo vibratorio addetto alla sua vibrazione, che consiste nell'occlusione glottidea e nella vibrazione forzosa intralaringale, come esito di un processo globalistico di irrigidimento connettivo. All'impressione di sforzo fornita da questo suono C si potrebbe contrapporre quella del suono B, la cui formazione da un organo fonatorio estremamente anteriore e costituito sostanzialmente dall'emissione di un impul so vibratorio elementare e morbido attraverso le labbra appositamente dischiuse, può dimostrare all'inesperto quanto differenti siano in realtà codesti organi fonatori e quanto specifiche possano essere le reazioni della sensibilità acustica rispetto a questi suoni, sia pur permanendo tutto ciò al di fuori della trasmissione di significati ideativi. L'ascolto del suono B induce dunque un'impressione piacevole e grata, certamente contrapponibile a C sul piano dell'ascolto, ma non per questo ulteriormente analizzabile a livello cognitivo.
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La storia evolutiva dei fonemi
Per dare un'immagine concreta di queste intenzioni di comunicare, esemplificheremo senza stancarci e in modo che il lettore si abitui a questa prospettiva per lui ancora inconsueta e difficile da accettare, come il primate, che si pone per esempio il compito di informare gli altri di una sua preoccupazione difensiva e va cercando la condizione di rendersi intelligibile nel modo più naturale e universale possibile, possa e debba ricercare e infine trovare questa generalità e naturalità di comunicazione mimetica nell'irrigidirsi in uno sforzo connettivo di significato difensivo: ora, accadrà di necessità che questo sforzo di irrigidimento connettivo e tensivo, che va investendo di sé tutto l'organismo, possa e debba trasferirsi anche all'articolazione orale, mimando questa tensione anche in una sincinesia articolatorio-buccale, che sarà necessariamente occlusivo-costrittiva. E noi dobbiamo comprendere che questa conseguita e specifica postura orale, spontaneamente occlusiva, potrà in tempi infiniti andarsi sonorizzando in suoni gutturali e occlusivi, che rappresenteranno perciò nient'altro che i segnali sonori del primitivo e generalizzato segnale posturale di irrigidimento, il cui timbro, che noi definiamo occlusivo, e che riteniamo acriticamente eseguito finalisticamente, è invece del tutto casuale rispetto all'intenzione difensiva che ha messo in moto tutto il processo. E dipende unicamente dal modo in cui l'aria è costretta a vibrare in un organo orale funzionalmente disposto in modo irrigidito e occlusivo. Posto ciò, ripeteremo che chi, come il nostro glottologo, acriticamente e astoricamente legge e interpreta l'articolazione orale come mero strumento del suono prodotto, perché tutto teso a utilizzare il senso estraibile da quel substrato sonoro, non fa che mettere i piedi al posto della testa, o il sole al posto della terra, giacché perde di vista sia l'esistenza dell'intenzione comunicativa che muove i processi generanti i segni, sia l'evoluzione dialettica degli organi selezionati e via via deputati alla produzione e alla trasmissione di codesti segnali, sia il concreto lavorio di trasformazione dei segnali mimetici in sempre più selezionati segnali sonori. Perde, in breve, la sostanza dialettica dell'aquisizione dei suoni. Nel caso dell'articolazione occlusiva l'intenzione comunicativa è quella dettata dall'istinto di irrigidimento connettivo. Questo spiacevole fraintendimento, ripeto, è causato dall'opinione comune che il senso delle parole precede, nella testa dei parlanti, la formazione di quei treni di suoni che rappresentano i significanti. La qual cosa, in realtà, avviene ovviamente per noi, parlanti moderni, che siamo già dotati del ricco spartito trasmessoci che è la nostra lingua: noi, infatti, non facciamo che trascegliere tra le parole possibili quelle che più sia attagliano a trasmettere il senso del nostro pensiero. Ma del tutto diverso è, al contrario, il compito di chi crea e forgia realmente parole nuove: queste, esclusa l'inaccettabile convenzione e l'arbitrio, dovranno uscire da un processo razionale di organizzazione di suoni, che prima crei i primitivi stampi fonetici, significanti secondo la natura specifica del rapporto d'integrazione dei suoni coinvolti: gli stampi ottenuti, e significanti precipuamente secondo il senso restituito da codesti rapporti di integrazione dei loro suoni, subiranno poi una successiva e semi-libera implementazione di senso che il genio linguistico locale vorrà accordargli, in ciò consistendo l'appaesamento della lingua. Il danno e l'incomprensione prodotti dal suddetto convincimento mentalistico, a favore dei significati, che è del tutto acritico, proprio perché ingenuo e spontaneo e corrispondente al nostro modo di organizzare il pensiero nel linguaggio, comportano la conseguenza molto negativa di eliminare e fraintendere ogni possibile ricerca sull'evoluzione dei segni; non solo, ma trascinano inevitabilmente con sé un'altra, ancor più pestifera convinzione, quella per la quale la diversità delle lingue testimonia ad abundantiam l'impossibilità che esse siano costruite secondo un metodo comune. È infatti questa la nefasta convinzione che comporta necessariamente il dogma dell'arbitrarietà delle parole. Noi che però vogliamo scavare nella vera sostanza dialettica dei segni, siamo costretti ad affermare che questo esiziale errore di misconoscere il ruolo dei significanti comporta l'impossibilità di comprendere qual siasi modo concreto, perciò unico, con cui ogni ambiente sociale vada costruendo i suoi segni, che è il vero motivo della differenza tra le
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lingue; si tratta, come si vedrà, del fenomeno per il quale la selezione delle idee biconsonantiche mentalmente idonee a nominare gli oggetti - quella che io chiamo sincronia ideativa primaria - potrà proiettarsi in ogni luogo sugli oggetti in modo differente o simile, a seconda di infiniti fattori, sia di strutturazione cerebrale, sia di gusto, sia socio-economici. Inoltre codeste idee, nel proiettarsi in metafore verso gli oggetti, stabiliscono un ulteriore, formidabile elemento di differenziazione semantica, in quanto lo strumento adottato, la metafora, dipende unicamente dalla libera associazione di idee e dallo spirito. Il risultato sarà che gli oggetti, nei vari luoghi, non fruiranno necessariamente degli stessi suoni, pur permanendo nell'ambito di una significazione non arbitraria. Ed è possibile, come qui dimostriamo per le lingue indo-europee, provvedere a identificare le modalità varie e originali con cui in ogni ambiente sociale le idee primarie sono state più o meno propriamente utilizzate per produrre metafore adeguate alla significazione.

Altri esempi di trasferimento dall'istinto al suono: |B| e |P|
Chiariamo le idee con un altro esempio: ambedue i campioni di psicotici testati riuscivano a precisare che,per esempio lo specifico gesto articolatorio orale |B|, originatore della classe delle labiali sonore, aveva significativamente il valore di un gesto affettivo-beneficatorio, e questo valore veniva statisticamente riconosciuto come tale a causa della protrusione erotico-vitalizzante dell'organo labiale, che evocava l'intenzione di comunicare uno specifico impul so erotico-vitalistico. Questo impul so evidentemente precede storicamente il suono che ne viene poi emesso e rappresenta il modo, direi preumano, di comunicare un impul so beneficatorio, con quello specifico distretto e organo complesso che è l'apparato orale e segnatamente labiale. Su questa base e con gli altrettanto simili esempi descritti in precedenza, risulta possibile porre un'inferenza (dettata dalle inchieste sui soggetti psicotici per ognuno dei gesti fonemici presi in esame, che sono le articolazioni fondamentali, o come ho preferito chiamarle, UR-Simboli), cioè che vi fu un tragitto selettivo che dalle tensioni specifiche insite nei principali istinti comportamentali portò ai gesti articolatori e che questo tragitto tensivo viene disvelato nelle sue modalità dal collegamento che significativamente gli psicotici pongono tra il modo specifico di articolazione e la sua precedente intenzione affettivo/comportamentale. Questa ipotesi ci riporta insomma, necessariamente, ai tempi di selezione del primate-uomo rispetto agli altri primati, e codesto disvelato percorso ISTINTO > SUONO, di cui fin'ora abbiamo accennato, si potrebbe descrivere, nel caso del gesto |B|, più o meno in questo modo: l'istinto beneficatorio vitalistico, presente nel primate come nell'uomo, cercò il più adatto organo effettore della sua propria intenzione comunicativa, e lo trovò molto ovviamente (creando un inprinting ereditario, che condizionò e necessitò tutti i successivi passaggi, fino a quel lo straordinariamente recente dell'invenzione dei rapporti significanti tra i vari gesti articolatori) nell'utilizzazione dell'organo affettivo primario costituito dalle labbra protruse eroticamente. Ciò avvenne allo scopo di ottenere il vantaggio selettivo di promuovere e dilatare la propria intenzionalità erotico-affettiva sugli altri membri del gruppo oltre quella mera e attuativa istintualità sessuale che normalmente la sostiene, e con l'usare, per conseguire questo fine, prima il gesto mimico di esternazione labiale e soltanto molte migliaia di anni dopo quel suono significante originato appositamente dalle labbra protruse, come una nuova conseguenza comunicativa acustica di questa catena che dall'istinto porta al segnale acustico dell'istinto. Il timbro di questa B sonora richiama la morbidezza dell'organo labiale che lo ha prodotto, ma è sostanzialmente casuale, rispetto alla catena intenzionale che, direi suo malgrado, lo ha caricato di un senso specifico, cioè di memoria e segnale di un'intenzione beneficatrice. Questa fase istinto > organo effettore, disvelata dall'inchiesta sugli psicotici, è ancora in comune al primate e all'uomo. Ma si comprende dall'analisi etologica del gesto articolatorio suddetto che infine l'uomo (pre-paleolitico) dovette riuscire a fonologizzare in una ben precisa labia351 21

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le sonora questo suo impul so-istinto beneficatorio, che si era installato sull'organo labiale molti gradini prima nella scala selettiva e lo aveva erotizzato: per modo che non fosse più l'arcaico gesto prossemico di esternazione labiale, comune ai primati, ma il suo rappresentante sonoro a consentire la desiderata emissione informativa, mediante il tramite aereo-vibratorio. Diventò così possibile, in quest'epoca ancora arcaica di formazione selettiva dei distinti significanti fonemici, l'informare il gruppo, in modo ormai univoco, di qual siasi intenzione beneficatoria quante volte si volesse, soprattutto riuscendo a separare questa informazione, resa acustica, dall'istinto e dai sentimenti che l'avevano fino allora sorretta. Questa scissione dall'hic et nunc dei sentimenti consente finalmente al suono in questione di acquisire un valore sia astratto, perché simbolico-funzionale, sia logico-assiomatico. E questa logicizzazione e astrazione andrà provocando necessariamente nei successivi e ignari utilizzatori delle parole quel misconoscimento della natura istintuale dell'articolazione produttrice del suono, un misconoscimento di cui mi sono molto doluto. In conclusione, possiamo finalmente affermare che, al termine di un lunghissimo processo storico- evolutivo che ha coinvolto ogni capacità e struttura umana e preumana, l'affetto è stato finalmente simbolizzato in un suono. Tutte queste spiegazioni e inferenze mi erano chiaramente suggerite e dettate dalle interpretazioni e dalle attitudini mimetico-prossemiche degli psicotici nel corso dei tests e dalle inchieste di revisione svolte nelle due ricerche. Anticipo per chiarimento un altro esempio: nell'inchiesta, in modo statisticamente massiccio, il gesto |P| produttore della labiale sorda suscitava ed evocava sentimenti di potere, capacità, disprezzo, se eseguito in modo enfatico (come doveva essere regola per quell'umanità eroica): ciò per il gonfiarsi delle gote e del torace e la successiva emissione esplosiva di aria sotto pressione, come vera rappresentazione mimata del potere e della superiorità, simile in ciò alle posture di supremazia degli uomini arcaici, dei primati e perfino degli animali di specie meno evolute. La classe dei suoni in |P| appariva, dunque, la rappresentante logica, discreta e distinta dell'istinto di supremazia. Come si vedrà in dettaglio simili meccanismi sostitutivi degli istinti potevano esser posti per tutti i gesti articolatori presi in esame, che sono i fondamentali, in modo da formare una primitiva sincronia linguistica, etologico-articolatoria, e comune alla specie, il cui risvolto acustico è appunto quella scala di distinti suoni di per sé significanti, utilizzabili per essere intarsiati t ra loro in modo da consentire l'ideazione e l'espressione di significati superiori: prima i più vari rapporti interconsonantici ideativi, poi le vere e proprie parole sostantivanti.

Il suono come termine del percorso evolutivo delle pulsioni istintuali
Ora occorre ricordare come tutti codesti concetti e soprattutto l'ipotesi fondamentale, quella per la quale si suppone e si ipotizza una scala di sostituzioni che procede inversamente: dal suono al gesto che l'articola, da questo al gesto mimico espressivo generico e dal gesto espressivo all'affetto da comunicare, codesta scala di trasformazioni, mediante la quale, secondo la nostra opinione, la nostra specie s'impadronisce del linguaggio va considerata come l'applicazione coerente e adeguata della teoria dialettica di Freud sulla corrente libidica: inversamente dagli istinti aggressivo-erotici, al formarsi dell'Es, e infine allo stabilizzarsi dell'Io e delle sue funzioni, quali sono pensiero e linguaggio. Questa corrente può così apparire come un ramo importante, forse il più importante, di tutta quella gamma di pul sioni istintuali messe in evidenza dallo stesso Freud che procedono, mediante sostituzioni di forme, immagini e significati, a formare lo psichismo conscio. A tal fine dobbiamo ricordare che lo schema psicanalitico ipotizzato da Freud pulsioni istintive>> conflitto>> sostituzioni>> sintomi apparenti è da riguardarsi a sua volta come il trasferimento alla pratica clinica di un fatto immensamente più generale, cioè di quella dialettica degli istinti di vita e di morte che si sono indirizzati lungo la via dell'evoluzione della specie creando man mano sia la distinzione tra psiche inconscia e psiche conscia, sia gli altri concreti strumenti dell'evoluzione della specie: in definitiva pensiero e linguaggio. Così, attenendoci
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I - Introduzione

perfettamente alla teoria Freudiana, siamo indotti a dare al linguaggio, che è null'altro che il deposito e l'ipostasi dei giudizi consci, lo status di ultimo e definitivo nucleo di quella corrente trasformativo-evolutiva, la quale dalle brute pul sioni di vita e di morte, va portando man mano, a forza di sostituzioni, al concretizzarsi di un nucleo di consapevolezza che dobbiamo chiamare Io, infine al suo organizzarsi in funzioni conscie e comunicative quali sono prima i meri gesti, poi le mimesi, poi i gesti articolatori e infine i suoni sostitutivi e il loro organizzarsi in rapporti di suoni significanti. In quale altro modo immaginare l'emergere del la coscienza e poi del linguaggio? Così ne viene di conseguenza che solo mediante una tecnica ermeneutica di chiara derivazione psicanalitica, cioè mediante il concetto fondamentale di emersione del sostituito, si può prendere in considerazione in modo adeguato il fenomeno dell'emergere del linguaggio: esso va perciò fatto sprizzare dall'inconscio collettivo, nello stesso modo in cui opera lo psicanalista, come se fosse una vera e propria classe di sintomi manifesti che, per un lavoro di ermeneusi psicanalitica, possa ottenere la successiva emersione di ciò che è andato man mano sostituendo: prima i gesti e infine gli affetti. Per meglio chiarire si potrebbe anche aggiungere che in questa classe linguistica, di cui siamo consapevoli gestori, si sono andati concretizzando per sostituzione adeguata una serie innumerevole di conflitti intrinseci alla specie, dettati tutti dalla necessità di sopravvivenza, allo stesso modo in cui i sintomi manifesti di un nevrotico sono la difficile sintesi e concretizzazione dei conflitti tra gli affetti fondamentali, che, se non sostituiti da codeste figure di transizione, i sintomi, avrebbero portato al non-funzionamento lo psichismo intero del malato. Allo stesso modo, ripetiamolo, gli enti linguistici si vanno stabilendo e stabilizzando come rappresentazioni di conflitti intrapsichici altrimenti non risolvibili. E infatti la teoria freudiana indica nel linguaggio lo strumento necessario a sublimare il conflitto: orbene, una simile tesi guaritrice e cicatrizzante va utilizzata per identificare il senso e il modo dell'emergere embriologico del linguaggio nella specie umana!Il linguaggio prodotto come aiuto e cura del mal di vivere! L'ampia e complessa corrente libidica inconscia che ne è alla base è quella propria e intrinseca alla specie, a quella specie che, a differenza delle altre, è riuscita a utilizzare il metodo sostitutivo in modo tanto fine da formarsi addirittura un mondo quasi autonomo di rappresentanti di rappresentanti degli accadimenti psichici inferiori, che è appunto quel mondo in cui si parla. Si potrebbe ancora aggiungere che in tal modo si mette in luce una precisa strutturazione della psiche, in cui i Trieben, gli impul si istintuali primari, di qual siasi tipo essi siano, vengono sostituiti da specifici equivalenti gestuali, poi fonetici (senza perdere del tutto la loro carica energetica tipica), rimanendo in ogni momento di questo processo dialettico sotto il dominio di un'istanza coordinatrice, nominabile come Io, che va impossessandosi sempre più della facoltà di richiamare questi equivalenti fonetici sullo schermo della coscienza, dalla posizione di latenza in cui sono normalmente immagazzinati in memorie, approfittando a questo fine della loro forma alfabetica che funziona come una password. Questa strutturazione della psiche rende, insomma, ottima ragione dei fatti, cioè della organizzazione delle memorie in files alfabetici, e delle cariche libidiche specifiche di ogni parola. Questi sparsi accenni ci mostrano che la nostra teoria sul linguaggio si adatta completamente alle teorie di Freud e di Darwin, così come alle odierne conoscenze di neurolinguistica.

La costruzione delle parole e delle lingue: la diversità dei significanti e delle lingue non prova l'arbitrarietà delle parole
In questo capitolo vorrei fornire una traccia semplificata del senso epistemologico che ha portato al progresso dei miei studi; quindi posso dire che, allorché ebbi tra le mani queste ricerche e i concetti che legavano i suoni ai gesti articolatori che li producevano, e questi agli istinti comunicativi primari da cui erano sostanziati, tenni fissi questi rapporti che integravano un'ipote351 23

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I - Introduzione

si genetica sul linguaggio e regole generative elementari e mi misi a compararli concretamente coi lessici storici, cercandone (e trovando) le necessarie verificazioni. Potei insomma rivestire di carne e sangue fonetici l'ipotesi che la comunicazione verbale fosse costruita mediante quei rapporti posizionali, o treni di Distinti simbolici, che era la mia ipotesi di partenza. E appresi molte regole sulla formazione delle parole e delle lingue sempre tenendo fermo il concetto fondamentale dell'esistenza del principio di interferenza semantica dei suoni.

Costruttivismo e monogenesi
Ora si comprenderà che una teoria che fonda la capacità di produrre significati per mezzo di un principio di interferenza semantica dei fonemi significanti e dei gesti articolatori che li hanno preceduti, può e deve nominarsi costruttivistica e ha in sé implicita la convinzione che un comune metodo costruttivo comporta il sostanziale apparentamento genetico di tutte le lingue umane, o almeno di quelle evolute che si sono costruite mediante un principio posizionale. Un apparentamento che, riflettiamo, non sarebbe possibile sostenere se non a causa di un universale e generalizzato procedimento di costruzione dei significanti mediante regole comuni di assemblaggio dei suoni, in quanto prototipi linguistici. In altre parole questa teoria presuppone una similarità di tutti i linguaggi, anche se eventualmente ampia, confusa e difficilmente dimostrabile. Orbene, dobbiamo con soddisfazione constatare che effettivamente alcuni stimatissimi comparatisti si sono effettivamente convinti che codesta ampia e quasi ineffabile parentela tra le lingue del mondo esista tuttavia, giacché soltanto in tal modo si può spiegare la sussistenza di molte parole simili e di simili significati in lingue lontanissime nel tempo e nello spazio, ma non hanno riflettuto su un fatto elementare: una monogenesi non può che fondarsi sul costruttivismo. In particolare la somiglianza e la parentela genetica delle lingue semitiche con le europee ha trovato in Semerano un accanito sostenitore, anche se egli ritiene che le lingue semitiche, in particolare l'accadico, siano le progenitrici delle europee, opinione a mio modo di vedere inammissibile. Egli rende ragione della sua opinione mediante la comparazione di un immenso materiale lessicale, che però, esaminato da un punto di vista meramente costruttivistico come frutto di un principio di interferenza tra i suoni fonetici, ci dimostrerebbe al contrario nient'altro che la similarità di metodo con cui lingue semitiche ed europee andarono separatamente con-crescendo; in parole più semplici, sarebbe sufficiente mostrare che le lingue semitiche sono state costruite nel tempo con regole costruttivistiche non troppo difformi dalle indoeuropee. per dare spiegazione dell'arcano della impropria parentela. Come preciserò in seguito, anche l'opinione attuale di Alinei, che le lingue indo-europee siano concresciute nelle loro attuali sedi e non siano state importate, non può che richiedere un'unica, elementare spiegazione: esse sono concresciute similarmente in quanto costruite ciascuna mediante regole simili di assemblaggio dei suoni elementari. Inoltre solo una teoria che proponga uno specifico valore semantico per i suoni elementari, cioè una teoria costruttivistica, può rendere logicamente ragione di tutti quei fatti assolutamente inspiegabili mediante la teoria dell'arbitrarietà: l'esistenza di universali linguistici, o meglio di parole uguali in lingue molto diverse; la capacità dimostrata dai test della psicolinguistica, di riuscire a leggere parole sconosciute, attribuendo a esse un senso statisticamente più adeguato al loro significato e basandosi unicamente sull'ascolto dei loro suoni; la stessa capacità dei suoni delle parole di fornire un'emozione estetica che prescinda dal loro significato. La teoria costruttivistica risolve, come vedremo in dettaglio, tutti questi apparenti enigmi. Ma richiede una precisazione fondamentale, che eluda l'incredulità di coloro che, molto piattamente, ritengono l'arbitrarietà delle parole dimostrata ad abundantiam dalla diversità delle lingue . Ci troviamo in una condizione molto simile a quella per cui il codice biologico del DNA, estremamente semplice perché basato su quattro segni che sono le basi azotate, riesce a produrre nel
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I - Introduzione

suo immenso decorso evoluzionistico dei genomi estremamente differenti quanto sono per esempio quello della drosofila e quello umano, di cui non sarebbe credibile inferire la parentela, se non ne avessimo di recente ottenuto la comprovazione offertaci dalla biochimica. Accade dunque che allo stesso modo la complessità acquisita nei lunghi periodi dai codici autoevolventisi non consente più di leggere facilmente quell'unitarietà del metodo costruttivistico che pure li ha costruiti nel tempo. E così, sia i genomi sia le lingue, non altro che codici informativi molto complessi, sembrano rispettivamente differire molto tra loro, pur nell'unitarietà dei metodi di costruzione, perché man mano hanno preso strade sempre più lontane che ne hanno differenziato enormemente la forma! La grande diversità tra i genomi non ne dimostra affatto l'irriducibilità! E noi, parimenti, abbiamo l'obbligo di comprendere che le lingue, autoevolventisi così come i genomi, si trovano, proprio per questa autoevoluzione, in rapporto tra loro come se fossero sospese tra due poli, la somiglianza e la differenza. La somiglianza è dovuta alla loro costruzione da un unico incipit, cioè dal valore semantico originario dei loro pochi segni, che sono le classi fonetiche, o meglio le articolazioni che le stabiliscono; questi pochi segni, tra loro relazionati secondo il principio di interferenza, possono andar logicamente generando la cerchia, ancora molto limitata nel numero, dei significanti ideativi originari (quelli che vengono minutamente analizzati nella seconda parte del libro). La differenza tra le lingue è invece determinata soprattutto dal fatto che a questi limitati significanti ideativi originari possono venir assegnati i più diversi significati, in tempi e luoghi differenti, da parte della facoltà subconscia di proiezione semantica. Questa proiezione semilibera giunge naturalmente fino al punto di conseguire una divaricazione tra segni e significati, nelle quasi innumerevoli lingue umane, che sia talmente grande da renderci pressoché impossibile poter credere a qual siasi loro parentela genetica. È infatti proprio questa semilibera facoltà di assegnare significati da parte di un pensiero, che si ponga, come è precipuo di quello umano, nell'attitudine di metaforizzare incessantemente, a consentire di esprimere sia la quasi infinita libertà dello spirito linguistico, al di sopra della meccanicità dei limitatissimi stampi sonori che va riempiendo di significati, sia pure la quasi infinità denominabilità degli enti della realtà interna ed esterna. Questa amplissima capacità dello spirito linguistico, sia di metaforizzare in molti modi il senso ristretto e rigido dei rapporti di suoni, sia di proiettare le metafore ottenute su qual siasi ente sufficientemente idoneo e congruo a recepirle, è responsabile direttamente della fallace impressione che le parole siano arbitrarie. Ma noi, avendo compreso questi sviluppi, saremo in grado di far parlare le famiglie di parole simili secondo il loro unisono, che è nient'altro che il valore semantico primitivo e unificante, fornendo in tal modo sistematiche dimostrazioni del nostro assunto: che le parole formate da suoni simili e apparentemente portatrici di significati estremamente differenti, sono in realtà derivate regolarmente da significati originari simili. Di tutti questi interessantissimi fenomeni renderemo ampia ragione e numerosissimi esempi. Nelle pagine successive, dopo un breve inquadramento culturale e filosofico e con qualche ripetizione con quanto esposto fin ora (ma, in nuova materia, repetita iuvant) presenterò in sintesi ordinata i risultati pratici delle due ricerche sperimentali; seguiranno alcune regole di formazione delle parole, desunte totalmente dalle mie ricerche sui lessici; infine, allo scopo di offrire delle dimostrazioni concrete di questi assunti, mostrerò i rapporti sistematici dei gesti articolatori consonantici con tutti gli altri, in italiano-latino. Mi rendo perfettamente conto che quest'ultima parte, la più cruciale per sua natura e per le finalità che si propone, è la più facilmente criticabile dai linguisti per motivi diacronico-semantici, ma soprattutto perché utilizza necessariamente metodi ermeneutici induttivo-deduttivi, su cui non tutti sono tenuti a convenire, ma che sono gli stessi alla base di ogni scoperta scientifica: nonostante ciò non esito a presentare queste interpretazioni sia per rispetto del mio stesso sforzo intellettuale, sia, e questo è ciò che più conta, perché sono convinto che il lettore libero da pregiudizi o coinvolgimenti di altra natura, ne potrà ricavare un convincimento sufficiente a fargli proseguire per suo conto la strada intrapre351 25

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I - Introduzione

sa o almeno a prenderla in considerazione senza il timore di violare dei tabù che non hanno alcuna ragione di essere. A patto di leggere, e leggere onestamente! Le riprove sono tanto evidenti che chiunque abbia letto con attenzione il libro ne rimarrà convinto. La sintesi di questa presentazione si può in definitiva esprimere così: come gli psicotici, regredendo, passano dal significato delle parole a quello dei puri suoni che le compongono, così, per mezzo di questa consapevolezza preconscia, essi, se opportunamente interrogati, possono consentire ai sani di progredire dalla conoscenza del significato dei suoni a quello delle parole.

indice

Cap. 2

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II

UNA TEORIA ETOLOGICA SULL'ORIGINE DEL LINGUAGGIO

Dagli istinti ai suoni che li rappresentano
L'estrema problematicità del rapporto critico tra l'uomo e il suo linguaggio ha scandito dai primordi della documentabilità i tempi e i modi della coscienza e dello spirito del tempo peculiare a ogni età. Dall'adesione ingenua che l'umanità fanciulla riservava a quelle parole nuove e a quelle forme non da troppo tempo forgiate, che induceva gli spiriti dei poeti alla mitopoiesi infinita che è il vero soggetto dei poemi mesopotamici, greci, indiani, si passò in breve volgere di secoli a riflettere sugli esiti del linguaggio e a chiedersi, con Socrate, quale e se vi fosse una verità portata dal linguaggio; con Platone, a porre questa necessaria esigenza di verità in un Empireo precedente e metalinguistico. Il perché di questo mutato atteggiamento sta tutto nella sempre più obbligata presa di coscienza che i risultati dell'uso della lingua sono ambigui, come la lingua stessa. La favola bella e il Mito, sia pur costruiti con le più nuove, accattivanti e meravigliose forme letterarie, non per questo, alla mente dei più prudenti, poterono a lungo apparire veri, anzi, la seduzione dello spirito insita in quei bei racconti impose al severo filosofo il silenzio, la matematica, il rifiuto della poesia e la critica dell'inflazione linguistica. Questo mutare di giudizi sul linguaggio si riproporrà identico dopo i secoli bui, allo sbocciare del Rinascimento, come se progresso di civiltà e abbassamento del valore del linguaggio andassero di pari passo: la composizione dei favolosi poemi cavallereschi, permessa dalla nuova ingenua entusiastica fede nella parola antica, or ora riscoperta in tutte le sue possibilità di avvincere e sedurre l'animo, che si legava indissolubilmente alla sacralità della parola divina della Bibbia, si trasformò e declinò, in brevissimi e determinanti decenni, nella critica della parola-sostanza da parte di Galileo, nel rifiuto cartesiano, infine nel disprezzo e nell'avversione dei sensisti. Si comprese così che la constatata irrilevanza del medievale nominalismo nei confronti del novello metodo induttivo-matematico per il conseguimento di una qualsivoglia certezza non poteva che ghettizzare il linguaggio verso la ridicolaggine inflattiva del suo uso barocco, la cui ridondanza ne testimoniava l'accertata inefficacia, o verso l'espressione di mero intrattenimento. Si potrebbe così cogliere da questi paragoni tra le età classica e post-rinascimentale come il valore di verità del linguaggio declini e si annulli quando l'uso che se ne fa diventa irrealistico e inflattivo. In queste condizioni l'uomo non crede più al suo linguaggio naturale, al suo strumento fondamentale, destinandolo, come avviene presentemente, a puro e semplice valore d'uso e di scambio, nell'anomia della pubblicità o della demagogia. Questo non valore si rivolge poi purtroppo contro lo stesso fruitore del linguaggio, fino alla casualità dell'esistenza stessa e ai vari esistenzialismi che sono il frutto obbligato di questa dissoluzione di significato. Non ci può stupire, perciò, che anche la scienza della lingua, figlia del rifiuto cartesiano della sacralità della parola, non possa credere al suo proprio oggetto e lo consideri irrazionale, per27

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II - U na teoria etologica sull'origine del linguaggio

ché privo di regolarità nelle forme delle unità verbali, come di consequenzialità nei loro significati: parole senza leggi. Lo scopo di questo lavoro, al contrario, è un tentativo di ridare qualche credibilità alla significazione linguistica, mettendo in luce un concreto e reale meccanismo di significazione. Come psichiatra conosco per esperienza la profonda destrutturazione operata dalle psicosi maggiori sul discorso psicotico. È su questa destrutturazione che giunge a scindere le parole in puri suoni in rapporto tra loro come se fossero significanti, che si forma la mia ipotesi di base: essa in realtà si avvale di un enorme numero di conoscenze e di analisi operate dai grandi psichiatri sulle parole degli psicotici, come se fossero sintomi da interpretare. Questa ermeneutica, o semiologia clinica, negata e aborrita dalla linguistica, può, come vedremo, volgersi con i metodi adatti a spiegare un meccanismo di significazione e a reperire le prove lessicali della sua realtà. Andare oltre il significato consuetudinario della parola, alla ermeneusi di un significato archetipico affondato nei suoni che la compongono, equivale a rendere manifesto, per forza di simboli significanti, un sogno che fu censurato nel passato della specie perché pericoloso, affondato com'era nei comportamenti ferini di un'umanità per noi del tutto selvaggia e nella sua capacità di simbolizzare per suoni significanti. Il percorso che propongo a chiarimento del valore di verità (e di fattuità) della parola parte, così, dalla regressione ai suoni, ai poveri suoni, operata dai pazienti regrediti all'oralità e alla per noi apparentemente profonda alogicità; passa per la ricerca del significato archetipico dei gesti articolatori, che producono quei suoni Distinti, e approda alla scoperta dell'ordito sistematico di incroci interconsonantici, che struttura nello stesso tempo la forma fonemica delle lingue e il loro contenuto, quell'insieme delle idee categoriali primarie che, come vedremo, sono il portato e il supporto di questo contenuto. Il piano di lavoro che porta al chiarimento del valore funzionale archetipico dei suoni strutturanti la parola e al significato dei loro prefissati rapporti, potrebbe essere espresso in questi tre punti: 1) ogni classe di fonemi simili è significante secondo la natura specifica, archetipica, del gesto articolatorio che la produce; 2) ogni gesto articolatorio, produttore di ogni specifica classe di fonemi, si origina obbligatoriamente dalle tensioni propriocettive peculiari ai più importanti istinti etologico-comportamentali; 3) la parola-idea si è formata in tempi remoti (pre-paleolitico …) dal rapporto consapevole, razionale e significante di questi gesti etologico-articolatori alla base dei fonemi, mediante l'intercondizionamento di questi rapporti prefissati di suoni significanti e secondo l'applicazione di un principio posizionale, che ne definisce, secondo le modalità che studieremo in seguito, le reciproche interferenze. La base antropologica di questo disvelamento è insita nelle caratteristiche mentali degli psicotici, che per ciò sono posti a campione, proprio in quanto la loro ridotta censura e la loro sostanziale contiguità e permeabilità con l'inconscio collettivo consente loro una valutazione archetipica e primitiva del significato delle articolazioni fonemiche e di tutto quell'insieme di tensioni interne da cui è caratterizzato ogni singolo gesto articolatorio. Al di là di questa considerazione tecnica, ciò che conta è la possibilità conseguente del reperimento del significato del rapporto dei vari gesti etologico-articolatori e dei suoi concreti usi. La combinazione di tutti i possibili rapporti intergestuali appare, così, la primitiva Sincronia linguistico-ideativa, o naturale, cioè la base morfologico-semantica più o meno vicina di tutti i parlari, in relazione alla distanza geografica e temporale dalle origini naturali (africane) e a tutte le miscelature, frutto delle vicissitudini storiche di ognuno di questi parlari. Questa ipotesi, che anticipo per chiarimento al lettore, ma che in realtà è frutto di tutta una serie di ricerche e di valutazioni durate ben oltre quindici anni, non può certo escludere che sulla terra vi siano ancora parlanti che non utilizzano il principio posizionale, o che vi siano lingue talmente sottoposte a fenomeni distorsivi diacronici, da non rivelarlo all'analisi. Bisognerebbe dun351 28

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II - U na teoria etologica sull'origine del linguaggio

que intendere questi parlanti non posizionalisti (se ancora ne esistono) come fossili viventi dei linguaggi pre-paleolitici e queste lingue, da cui il principio posizionale risulti indeducibile, come le più lontane e le più alterate rispetto al metodo naturale. Potrebbero essere forse alcune amerindie; nessuna lingua I.E. appartiene a questo ipotetico gruppo e tutte le 18 lingue da me esaminate, compreso le asiatiche e le africane, sono molto chiaramente costruite secondo un principio posizionale. Come ho già accennato, le due ricerche sperimentali sono state in dettaglio esposte in Archivio di psich. neurol., psich. 1997/1. Ivi sono riportati i dati statistici, i campioni e la metodologia d'esame, l'elaborazione dei dati e i risultati significativi. Né voglio appesantire la trattazione con riferimenti meramente tecnici, per cui mi attengo al criterio di esporre soltanto i dati significativi, che sono in realtà altamente significativi dal punto di vista dell'elaborazione statistica. Al contrario qui mi propongo di presentare una breve sintesi di prove lessicali, dimostrative della realtà del principio di interferenza significante interconsonantica, per gli incroci latini dei gesti articolatori da me studiati in modo da offrire prove sufficienti alla dimostrazione del suddetto principio, approfittando della estrema vetustà attribuibile ai semplici incroci interconsonantici e alla loro resistenza alle variazioni diacroniche. In tal modo verrà dimostrata la naturalità e razionalità dell'antichissimo latino, che è una delle lingue I.E. più arcaiche, e fortunatamente ben conosciuta anche nelle sue sfumature, per cui l'esegesi risulterà facilitata sia a me sia al lettore e si otterrà il risultato di rendere non necessaria la pubblicazione delle altre lingue analizzate: greco, inglese, francese, tedesco, sassone, lituano, russo, gaelico, sanscrito; turco, cinese, giapponese; arabo, accadico, egiziano; bantu.

I primi esempi di disvelamento del significato etologico dei fonemi mediante l'interpretazione posta dai soggetti psicotici
Ciò che noi andremo a esaminare è precisamente il risultato dell'organizzazione della lingua in una fase successiva di forse circa 10.000 anni allo stabilimento di quelle rigide combinazioni di suoni che abbiamo messo in luce. Questo linguaggio, nell'ambito della parole, apparirebbe come una coerente dilatazione delle possibili attribuzioni di significato inerenti a ogni file di rapporto bi-consonantico. Con l'analisi coglieremo le diverse, ma logicissime, direzioni semantiche escogitate dai creatori di parole per dilatare il senso dei rapporti intergestuali e renderlo plastico alle più svariate esigenze semantico-ideative, producendo una serie di direzioni di senso per ogni rapporto tra due gesti articolatori, o file semantico. Queste direzioni di senso sono dunque intra-file. A sua volta ognuno di questi files di rapporto bi-consonantico (che sono 169 nel sistema utilizzato a 12 + 1 gesti articolatori consonantici di base) è, naturalmente, parte dell'insieme che si era precedentemente sviluppato combinatoriamente da ognuno dei 13 fondamentali gesti etologici-articolatori, in tempi molto recenti rispetto a quelle assolutamente inipotizzabili vicissitudini pre-paleolitiche, che avevano portato alla selezione di quei gesti stessi. Nel dettaglio dei risultati delle ricerche vedremo come ognuno dei 13 gesti articolatori produttori dei suoni consonantici presi in considerazione (perché di gran lunga i più importanti), sia sostenuto e motivato da uno specifico istinto etologico-libidico, comune al Bios dei primati, per modo che ogni istinto fondamentale ricerca e ritrova la sua direzione verso la comunicabilità acustica, coinvolgendo della sua specifica libido l'organo fonatorio orale più adatto, per prove selettive, a esprimere le proprie tensioni da comunicare e le distribuzioni libidiche e propriocettive che lo caratterizzano. È proprio mediante quel suo specificissimo organo fonatorio orale, così opportunamente selezionato, che l'istinto da comunicare può saltare finalmente e opportunamente la fase prossemico-comportamentale con cui si comprendono necessariamente gli
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II - U na teoria etologica sull'origine del linguaggio

animali. Il suono può diventare in questo modo il rappresentante distinto e astratto di quell'impulso, o di quei comportamenti etologici, e godere, proprio perché astratto dal Bios, di quella manipolabilità e di quella attitudine alla combinazione che possono, in tempi lunghi quanto la selezione dell'h. sapiens sapiens, portare allo sviluppo sistematico di assemblaggi ideativo linguistici di suoni significanti, cioè alla parola. Questa parola, in realtà, come ben si evidenzia mediante la tecnica di decrittazione, non è all'origine che un assemblaggio innovativo e geniale di un radicale e di una spina: il radicale biconsonantico, con il suo ben precisato valore teorico, colorato emotivamente da uno specifico suono vocalico, subisce l'afferenza circostanziale della successivamente apposta spina (mono o bi -consonantica), per modo che il suo valore semantico sia limitato o di rez ionato da quello della spina. Mostreremo queste modalità nel paragrafo sulla struttura della parola, mentre ora conviene ritornare al la ben precedente origine degli UR-Simboli fonemici, in modo che i materiali da costruzione delle idee-parole siano ben conosciuti nella loro natura etologica. È così opportuno mostrare con altri esempi il rapporto di causalità che emerge tra l'istinto da comunicare e il suono comunicato: anticipiamo (per come tutto ciò viene evidenziato dalla profonda attitudine mimetico-propriocettiva dei soggetti psicotici testati e dalla inchiesta di tipo psicanalitico sulle risposte) il valore archetipico di |D|. La ricerca sul significato archetipico evocato dai suoni fonemici dà, per |D|, il valore REGOLA, e cioè l'unica risposta di gran lunga più significativa (campione di 73 psicotici). Tale valore ci apparirebbe però non motivato se non soccorresse a ciò la seconda ricerca sperimentale sul valore etologico dei gesti articolatori. Questa seconda inchiesta su un secondo campione di 71 psicotici, si basa non sull'ascolto e la riproduzione del suono, ma appunto sulle sensazioni propriocettive e sulle vibrazioni cavitarie specificamente prodotte da ogni modo di articolazione e di fonologizzazione. La particolare condizione esistenziale dei soggetti psicotici, proprio per questo presi a campione (perché dotati di censura ridotta e archetipicamente orientata, attenzione narcisistica ai propri vissuti e soprattutto attitudine all'ermeneusi simbolica, quella dell'anima primitiva e dell'infante) consente loro di rendersi interpreti e desimbolizzatori delle tensioni specifiche insite in ogni gesto articolatorio e a noi che seguiamo questi loro approcci prerazionali e selvaggi, di essere finalmente consapevoli dell'iter selettivo che dall'istinto porta al suo suono rappresentante. Dunque il gesto |D| viene interpretato unitariamente (al pari di tutti gli altri gesti) come una sinergia muscolo-vibratoria finalizzata a uno scopo etologico-istintuale. L'elevazione degli zigomatici e la conseguente messa in mostra dei canini colpiscono la mente simbolico-mimetica degli psicotici come una minaccia di morso, perché questa mente non è schermata e protetta dalla civiltà, al contrario di quella del normale, e deve subire ogni influenzamento che l'altrui istintualità le propone, in modo pressoché subliminale. Certo, di fronte alla grimace enfatica di un primate che ci mostra le zanne, chiunque di noi, suoi pronipoti abituati a spaventare gli altri solo con le parole, tremeremmo e ci sentiremmo minacciati. Ebbene, il lettore provi a elevare gli zigomatici in modo enfatico e continuo: egli stesso si accorgerà facilmente che questa comunicazione etologica che ha come suo scopo una minaccia di morso e, per essa, il sottostare a un obbligo, a una regola, a un dovere, e insomma a qualsiasi comportamento coattivo, richiede, per essere ben svolta, di un puntello o di un supporto muscolare elevatore, che non può esser altro, in quanto sinergia, che la lingua apposta con forza (al contrario di |L|) agli alveoli e al palato: solo per mezzo di questa leva può essere efficace l'elevazione dei muscoli zigomatici e la conseguente messa in mostra della minaccia dentale. Di questa funzione di appoggio i testati si dimostrarono ben consapevoli. Fissato ciò, se ci si pone la questione (come obbligatoriamente se la posero i paleolitici) della trasformazione di quell'atavico e ferino segnale mimetico-prossemico di minaccia in segnale fo351 30

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nologico (questa preoccupazione e attitudine innata, che rende l'uomo veramente animal symbolicum, resta senza altre spiegazioni che quelle intrinseche alle necessità di controllo integrato dei gruppi di scimmie arboricole e dei bipedi strumentanti) la risposta obbligata e unica, a zigomatici elevati e a lingua saldamente piantata sugli incisivi, è appunto un enfatico suono D, come vibrazione di disimpegno linguale e quasi viatico, se mi si consente questa analisi, all'abbassamento conseguente dei muscoli zigomatici, alla fine della minaccia dei denti pronti al morso sugli spaventati astanti e all'inizio dei loro Obblighi e Doveri. Si immagini inoltre come questa vicissitudine che parte dall'istinto di aggressione, passa per la scelta degli organi fonatori adeguati a mantenere un'immagine etologica di quell'istinto e perviene infine alla selezione del suono utile, distaccato e ormai astratto dal sentimento di aggressione dentale (pronto a esser inscritto in una tutta nuova comunicazione lineare di segnali organizzatori di altri segnali fonici, secondo la sua profonda e ormai rimossa natura archetipico -etologica di regola o dovere obbligativo) si immagini, dico, quanto questo gioco sottile svolto dal gesto |D|, per poter funzionare negli immensi intervalli di tempo e per non venir travolto dall'arbitrarietà della variazione casuale, debba restare strettamente intrecciato da un lato al condizionamento attentivo, (in questo caso di paura) coinvolgente tutti i comunicanti tra loro, in un sottofondo emotivo di timore, dall'altro a un atavico rinforzo istintuale, che nella messa in mostra dei canini è precisamente quello utilizzato da tutti gli animali superiori. Questo tipo di condizionamento profondamente inscritto nella memoria biologica dei primati rivela la sua presenza nelle parole e ne colora emotivamente i rapporti interfonemici fino a dare di ogni parola non alterata, in relazione ai suoi suoni, un paradigma subconscio di condizionamento emotivo, che esprime null'altro che quella profonda verità della parola che ognuno dentro di sé percepisce: cosa infatti può essere sentito come più vero, se non il condizionamento emotivo inconscio risultante dall'insieme dei vettori emotivo-istintuali condizionanti, legati specificamente a ogni suono? Eppure l'uomo moderno può credere di poter usare questi archetipici strumenti di comunicazione in modo astratto ed esistenziale e riesce a conseguire questo fine, di distacco dai condizionamenti istintuali portati dalla parola, mediante l'inflazione dell'informazione. Se la parola viene protetta e salvata dall'attrito dell'abuso inconsapevole rivela la sua presenza emotivo-istintiva e il suo specifico paradigma di condizionamento e le analisi che seguiranno metteranno in luce questo fenomeno, responsabile del sentimento di realtà e verità, che provano i parlanti. Le analisi riescono perché il codice etologico informativo, come il DNA ricombinante, tende, come vedremo in qualche esempio, a correggere gli errori casuali e a riproporsi simile a se stesso. Ogni suono fonemico è stato dunque disvelato nelle sue vicissitudini etologiche mediante le inchieste psicanalitiche sulle risposte alle tensioni intracavitarie dei modi di articolazione. Si comprende facilmente dall'armonia dei risultati che il valore Archetipico, o mentale, evocato dalla specifica ricerca, non possa essere altro che l'eco nell'inconscio collettivo di quelle operazioni etologico-istintuali disvelate dalla seconda ricerca, con le loro vitali ed energiche tensioni istintuali responsabili del condizionamento affettivo che la forma della parola produce sul nostro sub-conscio. Può darsi che il fonologo sistematico si ritragga con orrore da questi risultati e da queste ricerche, che possono creargli un senso di fastidio, come tutto ciò che è nuovo, anche per la molteplicità dei punti d'attacco delle mie teorie, sia anatomici, sia fisiologici, psicanalitici, etologici, cronologici. È certo però che questo fonologo, o linguista letterato, dovrebbe riflettere sul fatto che la sua cultura letteraria prende necessariamente il suono più come uno specchio pre-alfabetico della sua consolidata traduzione scrittoria, che come un'entità naturale a sé stante; e che le sue analisi sull'articolazione dei suoni sono, anche molto finemente, rivolte al come, ma mai finalizzate a un perché. Infatti la Fonologia, come ogni scienza naturale, è nata meramente descrittiva e potrebbe evolversi a dinamica solo allorché si volessero seriamente ricercare per que351 31

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gli elementi fonologici così ben descritti, delle vere leggi di sviluppo e di rapporto, al fine di spiegare i fenomeni reali, cioè le parole. Per andar verso la sua verità il fonologo, o chi per esso, dovrebbe dunque uscire dalle biblioteche e inoltrarsi nelle foreste.

In sufficienza dell'approccio filosofico al problema del linguaggio
Come vedremo, è invece sufficiente assimilare le articolazioni dei suoni a evoluti gesti espressivi, nello spirito e nella ben consolidata prassi di una necessitata evoluzione della gestualità animale, per porsi la domanda sulla loro possibile simbologia intrinseca, e ricercare il filo che sappia connettere quelle articolazioni ai precedenti comportamenti prossemico-mimetici. A questo scopo si potrebbe perfino supporre che l'interesse enorme dell'anziano Darwin per l'espressività facciale dell'uomo e delle scimmie antropomorfe nascondesse il tentativo di ricercare questo filo, così come l'interesse quasi inesplicabile dell'ultimo De Saussure per le regolarità fonetiche e prosodiche, potrebbe celare un tentativo che si pone contro tutte le enunciazioni d'ordine del cours e va ricercando, senza poterla raggiungere, una causalità del segno inscritta nelle regolarità di rapporto tra le sue alternanze consonantiche e i suoi significati sintetici; una regolarità che possa precedere e superare l'evidenza dell'arbitrarietà, così piatta, banale e insoddisfacente. Giova ripeterlo, la catena della significazione si è, ai nostri occhi di moderni, apparentemente spezzata tra l'anello dell'espressività facciale e quello delle regolarità fonetiche. Come Darwin e De Saussure, non sappiamo trovare gli anelli mancanti. In effetti le regolarità fonetiche (che sono da me selezionate come le prove lessicali della motivazione del segno) costituiscono il materiale principe che io adotto per mostrarne prima (mediante la loro intima simbologia psico-etologica e la loro evoluzione significante) il potere di generare, o almeno di portare a compimento, le idee chiare e distinte, poi la deriva di queste idee primarie verso l'amplissima gamma dei significati storici e consuetudinari. Ma tutta questa parte del lavoro di ricerca degli anelli mancanti tra gesti mimici e suoni organizzati era impedita e inibita dallo specialismo in cui la pratica della scienza, di necessità, rinchiude e blocca i suoi campi di ricerca per studiarli isolatamente! Purtroppo però il campo della significazione non si presta per nulla a questa pratica di isolamento e di cauterizzazione per definire meglio i suoi oggetti: il processo di isolamento, antitetico per sua natura al non-i solamento del la comunicazione, distrugge inevitabilmente l'intenzione significante di cui i gesti e i segni sono mero veicolo. Per questi motivi l'abitudine, perfino il vanto, di applicare uno specialismo isolante impedì al puro linguista De Saussure di portarsi da quelle sue ricercate regolarità fonetiche (che lo avrebbero inevitabilmente condotto al convincimento della non-arbitrarietà del segno) alle intenzioni istintuali significanti che le reggevano (anche a causa del suo stesso dogma intellettualistico dell'arbitrarietà del segno); così pure al puro biologo Darwin era di fatto impedito di portarsi dalla gestualità mimetica dei primati, campo esclusivo delle sue indagini, fino all'elaborata significazione linguistica prodotta da rapporti regolari di suoni. Ora noi possiamo superare questi equivoci e queste incertezze metodologiche dovute a un eccesso di specialismo isolante, almeno nell'ambito dell'applicazione professionale, simile a quello, se mi si consente, per il quale gli antichi non erano in grado di intuire il ruolo del cuore e la circolazione del sangue, perché costretti da un atteggiamento isolante a una visione delle cose anatomica e non fisiologica; così come a Linneo la credenza dell'impermeabilità delle specie zoologiche era imposta da un pensiero ancora non sufficientemente dialettico, ma meramente categorico. Noi moderni, abituati al pensiero dialettico, possiamo applicarlo anche alla significazione, come a qualsiasi altro oggetto, saltando la trappola dello specialismo professionale, questo letto di Procuste creatore di infiniti equivoci ed errori in ogni campo della pratica scientifica. È così possibile
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riconnettere la catena spezzata della significazione ricostruendo gli anelli mancanti. L'esempio che qui propongo non è che il punto di contatto armonico tra la scienza dei suoni significanti e la scienza dei gesti espressivi e istintivamente motivati: tra gesto mimetico di un istinto o di un'emozione e gesto articolatorio-fonatorio. La ricerca di questo punto d'incontro può nascere sia dal bisogno, fortemente sentito in linguistica, di connettere l'uomo e la sua emotività al fatto linguistico mediante un apporto interdisciplinare in cui fisiologia, neurologia, informatica, psicanalisi, scienze della preistoria siano consultate; sia d'altro canto dal superamento degli schematismi spiritualistici, che facevano del linguaggio, delle idee e dei significati un campo tanto misterioso da permanere di fatto insondabile e miracolistico. Dobbiamo aprirci una strada praticabile tra la Scilla dello scientismo specialistico e Cariddi dello spiritualismo mistico; per conseguire questo risultato possediamo finalmente un modello adeguato alle nostre esigenze: quello informatico. L'esempio estremamente euristico che ci propongono l'informatica e i linguaggi artificiali obbliga di fatto il linguista ad assimilare il linguaggio naturale a questi nuovi modelli e a cercare di superare quel modello ancora spiritualistico di linguaggio che si nasconde come un velo di Maja dietro il dogma di arbitrarietà, per stabilire concreti e percorribili meccanismi di significazione, atti a collegare il linguaggio naturale a quelli artificiali, del tutto motivati, non arbitrari e costituiti di rapporti di Distinti significanti. Credo inoltre che sia necessario sottolineare come in ogni epoca l'atteggiamento spiritualista e in genere mistico, tipo new age, sia favorito dall'opinione che la parola sia irrazionale. Dello spiritualismo misticheggiante sotteso alla concezione dell'arbitrarietà del segno è dimostrazione sufficiente la considerazione che vi è assoluta impossibilità di produrre degli stemmi fonetici altamente astratti e ideativi, quali le nostre lingue storiche ci propongono, senza possedere già l'idea chiara e distinta che si vuole significare. E come si può, senza un miracolo spiritualistico, possederla prima di averne uno stemma fonetico che la renda praticabile, distinta e circolante? Da questa considerazione si può facilmente identificare il ruolo puramente di facciata del dogma di arbitrarietà, posto a difesa della inesplicabile realtà delle parole-idee e del pensiero umano, mantenuto in questo modo non scientifico come fenomeno non-naturalistico e antitetico, per una sua qualche misteriosa natura, a qualsiasi altro oggetto delle scienze moderne. Il misticismo non diventa che uno degli esiti deteriori di tale atteggiamento mentale. Al contrario, disvelare razionalmente l'origine del linguaggio vuol dire disvelare concretamente l'origine del pensiero umano. All'opposto, considerare il linguaggio come arbitrario vuol dire considerare il pensiero inspiegabile e miracoloso, perché il linguaggio è il supporto necessario del pensiero. Dunque una spiegazione idonea della natura del linguaggio va contro ogni tentativo di mantenere il pensiero, e l'uomo stesso, in una posizione di privilegio ontologico e di conseguente deteriore misticismo.

Tra spiritualismo esistenziale e scientismo utilitarista
Questa problematica filosofico-linguistica sul pensiero-linguaggio è, non certo a caso, il punto centrale del dibattito filosofico novecentesco, che però non riesce ad approdare a soluzioni concrete e in linea con il metodo scientifico, proprio perché indaga i suoi oggetti all'interno dell'uso che ne fa l'uomo moderno e non allarga il suo sguardo alle precondizioni di quell'uso. Purtroppo i filosofi, a cominciare da Platone, non possedevano adeguate conoscenze linguistiche o scientifiche per prospettare soluzioni reali al quesito sulla natura evolutiva e sul valore di verità del linguaggio. Abbiamo così assistito al tentativo di Husserl di fondare il regno dei valori ideativi nell'intimo della coscienza esistenziale, senza il necessario e tecnico approfondimento linguistico. Nella sua
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scia Heidegger estrae le modalità esistenzial-ideative dal vissuto individuale, senza poterle connettere alla forma reale e storica della lingua. Così ancora Sartre e Darrida ricercano una dialettica delle idee puramente esistenziale. Così le enunciazioni dello psicanalista Lacan e di Greimas sviluppano una dialettica dell'Io in evoluzione, come formarsi, per posizioni dialetticamente antitetiche, delle idee e del linguaggio, senza saperla ancora una volta connettere alla forma fonemica delle parole e anche alla realtà storico-evolutiva delle lingue. Questa posizione filosofica, che ricerca nell'io esistenziale la realtà e l'origine delle idee primitive, giunge però a intuire e a suggerire l'esigenza, per spiegare i fenomeni, di uno sviluppo dialettico da basi semplici e ripete nell'interno della coscienza quella dialettica dei significati tipica della Filosofia dello spirito e della scuola hegeliana di Destra, disvelando così come la dialettica della Realtà in Hegel non fosse altro che una dialettica dei significati portati dalle parole del linguaggio. La posizione kantiana viene invece riproposta dal positivismo, poi dall'empirismo logico, la cui strenua difesa della scientificità impone, in assenza di spiegazioni adeguate e tecnicamente linguistiche, l'accettazione dell'ipotesi che i linguaggi storici, soggetti ai paradossi logici e all'ambiguità, siano, con Wittgenstein, del tutto arbitrari e irrazionali, vale a dire portatori di non verità. Queste posizioni filosofiche, così antitetiche e insoddisfacenti sul linguaggio, oltre a mostrarci chiaramente come nell'epoca della dispiegata scientificità appaia sempre più inaccettabile il ritardo di una spiegazione scientifica del linguaggio, sono di fatto superate dalla realtà della costruzione dei linguaggi artificiali mediante connessioni razionali e rapporti operativi di simboli elementari. Vi è dunque più verità sul linguaggio umano in un sistema informativo utilizzato dal computer, che in qualsiasi elaborata teoria filosofica, esistenziale, scettica o psicanalitica che sia. Il paragone informatico, mostrandoci come le interferenze di rapporto tra Distinti significanti (che in questo caso sono le frasi di programma) siano alla base del valore operativo significante dei programmi, ci consente di considerare ben più realisticamente lo stesso linguaggio umano in nuce, come costituito di interferenze di rapporto di distinti significanti. È dunque vano ricercare, come fanno i filosofi, gli elementi primitivi di questa significazione nella mente dell'uomo adulto e civilizzato, che sottostà interamente ai significati di parole già preformate. Una ricerca del genere, come quella di Husserl, non arriverà ad altro che a mordersi la coda. Questi distinti non possono che essere i gesti articolatori-etologici ad ampio spettro semanticofunzionale, produttori dei suoni fonetici. Su questa base concettuale si può esperire con facilità che ogni parola che conservi uno scheletro consonantico non alterato dalla variazione diacronica, e che non abbia subito un'eccessiva deriva semantica nell'ambito del file consonantico del suo radicale, sia un assemblaggio coerente e comprensibile di simboli significanti e interorganizzati secondo un principio posizionale a fornire un'operatività concreta, che è in definitiva il suo significato Archetipico o UR-Simbolico. Posto ciò, il disvelamento dell'origine del linguaggio comporta la riduzione del pensiero a oggetto comprensibile della riflessione scientifica e lo colloca nella posizione di semplice strumento dell'adattamento evolutivo, sia pure il più fine ed evoluto mai conseguito dall'onda della vita.

I primi esempi di formazione delle idee primarie
Dalla visione dei gesti all'ascolto dei suoni
Molti altri elementi più scientifici e moderni corroborano l'ipotesi dei distinti interrelati. Fra i tanti occorre accennare all'esperienza della Godin-Meadow e coll. (1997), di cui si ha notizia recente: i bambini sordi sviluppano innatisticamente un linguaggio gestuale strutturato da gesti distinti in rapporto tra loro, a dare significati di ordine superiore, ordinato secondo una sintassi
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paradigmatica. L'innatismo di questa sintassi ordinatrice di distinti gesti simbolici in rapporto tra loro mi appare un'importante conferma della mia ipotesi originaria. Una recente ricerca mostra un meccanismo simile addirittura per i primati: qui si tratta di veri gesti prossemici tra loro interferentisi. A loro volta i linguaggi elaborati per i sordomuti si avvalgono di una complessa integrazione dei gesti, che può arrivare a esprimere con facilità significati di ordine superiore. Sono queste esperienze ormai perfettamente sicure che legano la gestualità alla cognitività, il cosiddetto valore iconico dei gesti alla comprensione dei significati, a offrirmi quell'ampio background di risultati sperimentali idoneo a garantire la completa scientificità alla mia postulazione delle articolazioni dei fonemi al ruolo di gesti espressivi e motivati. È un vero peccato che la linguistica, ferma al principio della doppia articolazione, non sia riuscita, nonostante queste fondamentali conoscenze, a elaborare una teoria gestuale del segno, come è questa. La differenza tra la mia tesi e il linguaggio gestuale dei sordomuti sta unicamente nel fatto che, a differenza dei gesti muti dei sordomuti, che hanno una loro intercambiabilità, io sostengo che l'istinto comunicativo degli uomini, capaci di gesti ma anche di suoni, si è andato impegnando a tal punto da riuscire a confermare sempre più, a discapito di innumerevoli e dimenticati altri gesti insufficientemente sonorizzanti, proprio quelle sincinesie prossemiche globalistiche motivate dalle fondamentali reazioni istintuali, fino a farle sboccare negli investimenti mimico-muscolari orali, e specializzare infine in quei selezionatissimi gesti idonei al trattamento delle vibrazioni aeree, che sono le articolazioni orali da noi usate: questi gesti furono certo per un lunghissimo primo tempo (quello degli ominidi) per così dire anfibi, perché dotati di una comunicativa mista e confusa, contemporaneamente mimico-sonica. Ma infine l'impulso evoluzionistico alla miglior comunicazione fece sì che queste articolazioni mimico-foniche si impossessassero nel tempo della capacità di produrre dei suoni veramente distinti, in modo che quella miglior significatività che si voleva esprimere andasse inesorabilmente passando dai rapporti tra questi gesti anfibi mimico-articolatori ai gesti pienamente articolatori e produttori di suoni selezionati, perciò dalla comunicazione semigestuale visivo-auditiva, del tutto inidonea alla trasmissione di idee astratte, a quella pienamente e pressoché totalmente auditiva. Questa nuova modalità venne poi elaborata continuamente fino a renderla consapevole produttrice dei rapporti tra i suoni: è con questo passaggio che si possono costruire treni di suoni significanti, le parole. A ben vedere questa differenza funzionale tra i gesti e i loro rappresentanti sonori è identica a quella tra il linguaggio visivo Morse, costruito su impulsi elettrici semplici, e quello auditivo della trasmissione radio. Si tratta soprattutto di un adeguamento tecnologico, che fa passare l'informazione portata dai rapporti tra distinti visivi a quella tra distinti acustici. La vera differenza, il salto di qualità, sta però nel fatto che l'estrema rapidità di sintesi possibile ai mezzi acustici, rispetto alla lentissima elaborazione dei significati dei gesti mimetici, fa sì che la mente si possa porre lei stessa in una posizione sistematicamente astraente rispetto ai rapporti di suoni che ascolta o che genera, in modo da stabilizzarli sistematicamente come ordinari strumenti linguistici e infine da rielaborarli in denominazioni progressive basate sulla sostituzione dei significati. Il salto di qualità tra linguaggio gestuale e linguaggio acustico è dunque dovuto al fatto che il nuovo strumento di trasmissione acustico consente di sfruttare appieno l'enorme rapidità dell'elaborazione dei dati da parte della mente. È proprio questa estrema rapidità di elaborazione dei dati acustici, o meglio dei fonemi, che appare alla mente miracolistica e spiritualistica quando riflette su se stessa, inducendo i filosofi idealisti all'errore di credere qualche mondo delle idee responsabile del suddetto miracolo cognitivo, quelli materialisti, per rabbiosa contrapposizione, a ritenere la parola una semplice convenzione d'uso. Le convenzioni non possono stabilire concetti complessi, bensì tutt'al più solo elementarissime prescrizioni d'uso: solo la cognizione rapidissima di dati acustici significanti può invero mettere insieme, con-cepire, cum-capere.
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I risultati sperimentali di cui ho parlato stabiliscono che la grammatica generativa mentale proposta da Chomskj deve applicarsi a fenomeni ben antecedenti la struttura della frase, a raggruppamenti di segni elementari, che per i primati sono in corso di studio, ma che per noi uomini sono le parole.

Il principio posizionale
Sulla base di queste conoscenze ormai ben consolidate è dunque possibile sostenere con sicurezza una teoria di semplice buon senso: pervenuto a uno sviluppo mentale che consente l'astrazione sicura dei significati, l'uomo del paleolitico superiore e medio possiede ormai ben saldi e selezionati tutti gli UR-Simboli fonemici della primitiva sincronia con il loro molto limitato potere di significazione, che consiste nella produzione di un lessico privo di rapporti biconsonantici significanti. Quest'uomo può cominciare a svolgere una seconda operazione e a produrre finalmente una seconda sincronia molto più allargata, che si può definire propriamente concettuale, cioè a rapportare e memorizzare questi gesti articolatori sonorizzanti tra loro con ordine e sistema, ponendosi naturalmente il compito di sfruttare la domanda sulle direzioni semantiche possibili di ognuno di questi incroci fonemici così costituiti dal rapporto dei rispettivi gesti articolatori. Si pone dunque nell'ottica di generare una poiesi semantica da ogni birapporto consonantico, al fine di possedere la più ampia biblioteca di stemmi sonori, denominanti con sempre maggior proprietà gli oggetti interni ed esterni. Non è pensabile altro modo di addivenire a significati di ordine superiore se non concependo e applicando regolarmente un principio posizionale ai suoni significanti già in uso. Qui inizia l'applicazione dei concetti su espressi, che ci accompagnerà per il seguito del libro: si scoprirà in concreto il valore astratto e archetipico delle parole, dipendente unicamente dai loro suoni. Per anticipare qualche esempio sono costretto a forzare il lettore ad accettare il valore UR-S dei fonemi, come è emerso dalle due sperimentazioni sulla mente archetipica degli psicotici. Con questa anticipazione, che sarà giustificata in seguito, diventa subito possibile abbandonare il terreno speculativo ed entrare direttamente in quella concretezza empirica, che non sarà più abbandonata.

L' idea L-N e l'albero dei significati
Dunque, se accade improvvisamente che un uomo, sul crinale di essere sapiens sapiens, dopo aver ereditato da innumerevoli generazioni il gesto articolatorio |N| produttore della classe dei suoni nasali, e quello |L| produttore dei suoni liquidi, e con essi anche tutte le altre articolazioni-suoni selezionate in tempi lunghissimi e utilizzate in modo confuso e disordinato; se accade, ripeto, che quest'uomo riesca dopo infinite prove e con mirabile astrazione ideativa a rapportarli finalmente e concretamente tra loro con ordine e con sistema (e a fissarne un'immagine operativa nella sua mente), allora, così facendo, egli può uscire dai limiti quasi prossemici della sincronia primaria degli UR-Simboli fonemici per entrare a pieno titolo nel regno delle idee e delle parole (che è la stessa cosa). Quest'uomo, così facendo, ha prodotto una sintesi linguistica nuova e inaspettata e contemporaneamente ha creato la prima idea veramente astratta. Nel far ciò non si è affatto discostato dalla esperienza abituale dei suoi sentimenti e stati somatici viscerali, quelli per cui il gesto |L| comporta un senso di instabilità ritmica e di alternanza, il gesto N quello di una tensione intracranica: egli ha semplicemente associato e connesso tali consuete posture in un insieme memorizzato e ha emesso i suoni testimoni di queste due postu351 36

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re secondo un ordine e una connessione finalmente volute e ricercate, creando all'interno di sé un nuovo e più complesso stato d'animo viscerale, o senso. Dato che il gesto |L| (come si vedrà oltre) è espressivo della variazione, alternanza, gestione; e quello |N| esprime la determinazione, il produrre una sequenza vocalizzata L-N equivale a pensare e a dire: la variazione - o la gestione - della determinazione. Questa formula ottenuta è un'idea, in quanto astrae da ogni concretezza ed è applicabile a qualsiasi contesto; possiede una grande complessità di significato perché è idonea a collegare due concetti complessi, in modo che restino tra loro coordinati e pronti a una concreta e nuova operatività sugli oggetti. Il bisogno di cercare e di conseguire finalmente una simile idea inscindibilmente legata a uno stemma fonetico di tal tipo infatti nasce dall'impellente esigenza di comunicare al gruppo in modo univoco e non arbitrario il fondamentale concetto di variazione di quantità, o di materia, sia temporale, spaziale o di cibo. Lo stemma LN, insieme supporto fonetico distinto e idea gnoseologica strutturante l'esperienza, o categoria, per questa sua duplice faccia (interfaccia) può entrare a movimentare sia il circolo del pensiero con tutti gli altri incroci consonantici, sia il discorso pratico hic et nunc. Questo schema L-N può d'ora innanzi venire applicato estensivamente (Poiesi semiologica) a ogni ente (Reificazione della funzione linguistica) e a ogni situazione in sé dotati e idonei ad accogliere la sua specificità ideativa, quella di una gestione modificatrice di una determinazione quantitativa e non una qualsiasi altra. E qui cominciano gli esempi che ci mostrano come il latino e in generale tutte le lingue I.E., abbiano ampiamente utilizzato questa idea proprio (se non certo esclusivamente, perché come mi fece osservare un tale, le lingue si somiglierebbero troppo…) con la sintesi linguistica più semplice e più congrua a definirla! Tutti gli esempi sono, come vedremo subito, nascostamente interconnessi: è possibile partire da qualsiasi punto del circolo semantico di cui fanno parte per ritornarvi dopo averlo circumnavigato. Ricordo di avere già presentato l'albero dei significati, con il tronco costituito dal significato ideativo primitivo, i rami grandi come directories astratte e concrete di quel significato primitivo, i rami piccoli come destinazioni d'uso e metaforiche, le foglie infine come concrete parole in cui il significato pervenuto dal tronco è stato reso talvolta quasi irriconoscibile dalle metafore e dall'attrito del tempo. Per ottenere un'immagine non confusa dell'albero dei significati metteremo sempre insieme un bel numero di queste foglie-parole per evidenziare senza alcun dubbio come esse portino come loro essenza significante quello stesso significato archetipico. Ora, per iniziare la nostra ricostruzione dell'albero dei significati, presento una parola del file LN, che appare del tutto formata sul significato primitivo. LENTE deriva da un file applicativo, o meglio da una direzione semantica primitiva in L-N, la cui famiglia di parole andremo esaminando, e rappresenta la denominazione, ormai del tutto reificata e concretizzata, della facoltà di ingrandire la visione da parte di un oggetto o di uno strumento idoneo a produrre, appunto, una meravigliosa variazione di dimensioni spaziali. LENTO, a sua volta rappresenta l'esito, in forma d'attributo, di una lunga deriva dello stesso file funzionale L-N verso l'attribuzione di una qualità (la lentezza) il cui concetto pratico è reso possibile da una valutazione della modificazione di dimensione temporale inerente al compimento di un'azione, che se fosse, come certo è, legata anche alla spazialità, implicherebbe nuovamente una valutazione della variazione della lunghezza. LUNGO è anch'esso unattributo forgiato nel senso della valutazione della dimensione spaziale, derivante dal concetto di lunghezza o alterazione di dimensione metrica da uno standard. LINEA, il cui senso antico era prevalentemente spostato sulla fissazione di una determinazione lineare variabile (in accordo, come vedremo, con il valore di I), rappresenta infatti una variazione di distanza. LENIZIONE non è che una riduzione quantitativa, e rappresenta probabilmente il vocabolo più astratto e primitivo di questa compatta famiglia, essendo il meno applicativo e il più mentale,
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il più vicino alla sua vera origine: la variazione interna e tutta mentale di una dimensione quantitativa, probabilmente affettiva. Del resto questo valore affettivo è rimasto ancor oggi prevalente nell'uso: vedi per esempio lenire gli affanni, che significa appunto ridurre quantitativamente i sentimenti negativi. Come vedremo successivamente, anche LAN*Cio presuppone una fine attitudine del pensiero a essere gestito -L- dimensionalmente -N - per conseguire il suo risultato nel raggiungere il bersaglio: dunque l'uso preferenziale di LN nel nominare il radicale della parola LANcio ci indica la necessità di una particolare ed esclusiva funzione mentale (che i nostri padri indicarono con LN, pressoché obbligati a ciò dal significato naturale e fisiologico di questo rapporto di suoni) nel gestire -L- dimensionalmente -N- questo controllo spaziale; a sua volta nominare l'idea di lancio con LN vuol dire dare la giusta e preferenziale importanza a questa indispensabile gestione del pensiero determinativo o spaziale nel conseguimento del risultato prefissato. Così pure, e quest'esempio può essere ancor più utile al lettore nella comprensione di ciò che voglio dire, il LINK, ingl., e cioè l'indirizzo, non è altro che un lancio ben effettuato, in cui la capacità di gestire dimensionalmente -LN- lo spazio, è determinante nel raggiungimento effettivo di quello stesso indirizzo. A sua volta il LINKAGE, (ingl., collegamento) ci mostra la necessita di questa fine gestione dello spazio nel produrre il collegamento, e ci rende ancor più consapevoli dell'opportunità e dell'utilità della scelta del radicale in LN nel dare il nome a eventi che richiedono un'opportuna gestione L delle dimensioni N e del pensiero quantitativo. Questi esempi ci dimostrano a sufficienza l'ampio uso della funzione LN nel descrivere l'idea di variazione di quantità e la sua poiesi semiologica sul lessico concreto e reificato. Un filologo di livello potrebbe già disegnare l'albero dei significati secondo le etimologie più accreditate, mentre il sottoscritto deve accontentarsi di lavorare col buon senso e grossolanamente nel disegnare quest'albero. La competenza filologica che mi manca potrà essere facilmente delegata a persone più esperte. Ormai è opportuno affermare con chiarezza che innumerevoli esempi di questo tipo sono sempre stati a disposizione di chiunque: si danno infiniti casi in cui la somiglianza dei suoni è unita a un'ineffabile colleganza di significati, senza che la coscienza riflettente ne riesca a enucleare una motivazione concreta e reale. La psicolinguistica ha sempre fallito quando si è proposta di far luce su questi argomenti e proprio l'impossibilità di trovare una soluzione a questo enigma ha reso un tabù la questione stessa dell'apparentamento semantico di significanti simili. Eppure esso esiste: l'inconscio linguistico ce lo ripete e certo è sulla base di questo motivo preconscio che si è mantenuta la credenza popolare nella non-arbitrarietà delle parole, così come l'impulso dei primi dotti (a cominciare da Platone) nel cercare di confermare questa credenza, che statuiva il linguaggio quasi come un codice generativo del mondo materiale: in principio era il verbo. Nonostante ciò, mancando la semplice ipotesi di una connessione tra quei suoni e l'interiorità emotivo-comportamentale degli uomini, si dovette per forza abbandonare la credenza della continuità causale tra parole e oggetti del mondo, alla base delle religioni, della magia e del loro nominalismo, che riempiva l'animo di tutti i popoli pre-scientifici delle infinite suggestioni importabili nell'animo da parte di un linguaggio magico e fatato, un linguaggio che rendeva quest'animo simile nell'immaginativa all'estrosa fantasia dei fanciulli. Questa pretesa di verità e di conoscenza idealistica intrinseca all'effetto prodotto dal linguaggio sull'intero psichismo non ha superato però le infinite prove di realtà tesele dall'intelletto raziocinante. L'idealismo primitivo, alla base delle religioni e della statuizione della morale, è stato sconfitto dal lo scettici smo antilingui stico intrinseco al l'atteggiamento scientifico, anche se questa posizione così severamente antiumana viene di continuo contrastata dai ricorrenti tentativi di salvataggio proposti dai grandi filosofi della destra post-hegeliana quali Nietzsche, Husserl e Heidegger. Costoro erano giustamente preoccupati dello svuotamento di senso cui va necessariamente incontro l'umanità quando la sua sostanza mentale viene ridotta alla mera fa351 38

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coltà raziocinante dell'intelletto, al suo giacobinismo vuoto, sciocco e infantile, come si evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, dallo scadimento di civiltà cui vanno soggiacendo le nostre società impostate secondo il verbo illuministico-giacobino, per il quale le parole, in specie le più sacre, sono flatus voci s. Ma l'intera ragione può, inopinatamente, venire in soccorso: meravigliosamente le famiglie di parole simili possono rispondere da sé al quesito sulla loro natura, se solo interrogate con un metodo razionale, riconfermando un valore almeno archetipico, se non certo magico, al dettato linguistico, e riproponendolo così come memoria e coscienza dell'umanità. Come del resto l'odierna scienza potrebbe spiegare la somiglianza dei significanti e dei significati di queste famiglie di parole, restando ferma all'a-motivazionalità del segno? Si andrebbe incontro a una difficoltà insanabile. Le mie analisi sui 169 incroci consonantici, indagati con la controprova dell'inversione degli incroci, presentano mirabolanti esempi di questa facoltà logo-poietica affondata negli incroci. Il vero scheletro ideativo della lingua ci si mostra così virginalmente, con riscontri di inarrivabile pregnanza. Si intenda che il coraggio e lo stimolo a comunicare al pubblico queste notizie mi viene unicamente dalla sbalorditiva precisione di troppi riscontri e dall'intima soddisfazione provata nel vedere verificate troppo spesso le mie tesi.

Esempio delle funzioni D-C e C-D
Presentiamo dunque un esempio molto più convincente sull'albero dei significati, di quanto non sia la complessa funzione LN, e costituito dal rapporto tra il gesto D, motivato come si vedrà anche in seguito dall'istinto di minaccia, in subordine di obbligo e di imposizione di ordinatività, e il gesto C, che già sappiamo essere motivato dall'istinto di irrigidimento e di difesa connettiva. Tale rapporto si esplica nelle due idee DC e CD, ovviamente dotate tra loro di stretta parentela ideativa, ma non per questo esitanti in filoni denominativi vicini e similari. Infatti l'idea DC, la cui realtà mentale è, ricordiamolo, insita nell'apprensione vissuta del rapporto dei suoi due stati viscero-somatici e nella memorizzazione di questa apprensione, deve, per i nostri scopi, essere espressa mediante le più acconce parole possibili; le daremo il significato di ordine, obbligo, regola continuativi nel tempo. Posto ciò, potremo verificare che effettivamente le parole latine (e in generale I.E.) con radice in DC, sono semanticamente portatrici di questo stesso nucleo di significato: così DUX, DICO, DOCO, DICTATOR, senza traslazione alcuna. DECentia, DECor, subiscono invece una comprensibile traslazione dell'imposizione DC verso un ordine morale, e quasi estetico (cfr. il file D-C). Compiuta codesta fondamentale verificazione, che fonda senza dubbi possibili sia il senso dei gesti D e C, sia gli attinenti valori di vocabolario, esaminiamo l'inversa C-D: opportune parole ce ne danno un senso legato all'inesprimibile engramma viscerale che l'ha evolutivamente costruita; siano codeste parole continuità nel tempo e nello spazio di obblighi, doveri, ordini. Notiamo subito che mentre la DC appare come un verbo attivo, la CD si rivela più uno stato, per il semplice fatto che il suo referente principale, o soggetto, è la condizione quasi descrittiva di continuità, mentre il molto più attivo e dominante D è posto nella relazione con valore di predicato. In generale, l'alone ideativo di qualsiasi rapporto biconsonantico è fortemente condizionato dalla natura degli istinti che lo compongono e dal ruolo relativo nell'ambito della relazione. Ora verifichiamo se le parole che la lingua latina ci offre con radicale in CD sono realmente portatrici del nucleo semantico espresso sopra, fermo restando che il vero valore semantico istintuale gode della condizione di essere inesprimibile. Il lettore dovrà in questo caso fare una piccola operazione ermeneutica per accedere alla sostanza semantica celata nel351 39

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le parole, al contrario di ciò che era avvenuto per DC, ove l'imperatività e l'estrema monotematicità del significato si era intransigentemente proiettata sul lessico. È ovvio che se esaminassimo solo idee elementarissime, come per esempio CR, continua ripetizione, o BM, impulsività propria, o idee intransigenti come DC, o PC, avremmo solo facilissime conferme dei nostri assunti, ma non potremmo affermare di aver risolto dei veri enigmi di traslazione del significato, quali quelli che la lingua ci propone a ogni passo, né di aver completato l'esame dei fenomeni: fortunatamente, le cose non stanno così e il lessico ci sforza alla comprensione allo stesso modo con cui un sedimento plurimillenario oppone alla comprensione del geologo tutta la complessità delle sue vicende nascoste, occorrendo un pensiero tutt'altro che pedestre per risalire il giro delle metafore e degli usi particolari, per accedere alle confermazioni necessarie. Nel caso di C-D, ci troveremo in un contesto complesso ma molto stimolante, perché, fermo restando il senso altamente consolidato e impositivo dell'idea in questione che non ci crea dubbi sulla sua sostanza semantica, si vedrà che le sue applicazioni si svincolano da ogni banale proiettività prospettica, e, giustamente, vanno per la loro strada, quella di conferire un'utilità pratica e normativa al suo dettato ideativo mediante l'uso e l'abuso della sua applicazione sequenziale. Dunque: CADERE partecipa completamente del senso proposto in quanto continuo ordinato: in tal senso si dice che la festa X cade nel continuo ordinato del calendario. CADENZA vale continuità ordinata, o regolata degli eventi. Se ne inferisce che con alta probabilità CAD*AVer non sia altri che chi procede verso AV il continuo ordinato CAD del posto nel cimitero, come tutti gli esseri di per sé CADUCHI, sottoposti al continuo ordinamento temporale che li fa scadere dal loro ruolo, insomma CEDUI. Già codesta verificazione, così altamente specialistica, sarebbe sufficiente a invalidare il principio di arbitrarietà. Ma noi, presi dal gioco, dilatiamo le nostre ricerche all'oggettuale: CODICE e CODA, sono oggetti O, che godono del principio di essere continuamente ordinanti, o di essere continui ordinati: gli oggetti che ne fano parte sono infatti o Vertebre ordinate lungo un continuo, o Lemmi, o Articoli ordinati lungo un continuo. La vocalizzazione in E dovrebbe orientare il senso proposto verso fini energizzanti e attivatori. Orbene, la discordanza del senso attuale di CEDERE ne richiede un chiarimento, offertoci da CEDOLA, la quale è, appunto, la gestione L di un continuo ordinato temporale, in cui si compie una sCADENZA. Si comprende dunque che CEDERE ha assunto il suo senso attuale dall'intento attivatore per cui una SCADENZA, o una CEDOLA, comporta una cessione, e perfino un'ecCEDenza . CEDERE ha perciò perso il suo valore originario di fornitura lungo un continuo ordinato temporale, per fissarsi soltanto verso la mera cessione. Ha subito uno spostamento di significato, che perviene infine al de-CEDERE, la cessione di sé. La vocale I ci dovrebbe introdurre verso valori in cui il suddetto continuo ordinato sia lineare, o composto di individualità (I), che noi, come gli antichi, possiamo immaginare puntiformi: ne otteniamo una fondamentale verificazione esaminando in-CIDenza, il cui senso non si distacca dal concetto di frequenza con cui cadono gli eventi in un continuo lineare. Fa piacere presentare al lettore codesti esempi così complessi per mostrargli, in corpore vili, l'enorme facoltà ideativa implicita nelle nostre parole. Ma INCIDERE nell'uso attuale ha perso il senso astratto implicito in incidenza e si è permeato del suo spostamento oggettuale di valore attuativo: incidere, far cadere ordinatamente tacche o segni in un continuo lineare. Tale concetto comporta però che, lungo l'infinita strada del senso, ogni segno, ogni tacca possa essere considerato come l'ultimo: questa probabilità afferisce sulla possibilità di creare ocCIDere, che, se applicato al corso diurno del sole, ne definisce l'ultima tacca visibile e l'ultima
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scadenza e, se applicato al destino temporale dell'uomo, in armonia con CAD*Aver, ne decide il suo proprio oc-CIDere, il suo pervenire all'ultima scadenza. Ultima vocale, la U, ci mostra la nostra idea CD avvolta nel registro dell'emotività, a fornirci i bei concetti di ac-CUDire, in cui la continuità regolata emotiva CUD si presta e si volge ai compiti quotidiani della CURA (> CR ); o, all'inverso, di in-CUDine, in cui reperiamo soltanto quella continua regolarità di colpi e di botte (simile in ciò a in-CIDere), che fanno soffrire chi li subisce. Infine parole come QUADRO, o come QUADERNO, sono definite dall'idea di Continuo regolare, mediante il quale vennero concepite le dimensioni del loro continuo ordinato. Il lettore può dunque, mediante il facile esempio proposto, già convincersi della realtà dei nostri assunti.

Esempio in V-N: l'integrazione degli stati d'animo viscerali di V e N
Facciamo un altro esempio su questa possibilità di collegare due gesti articolatori fra loro - che io definisco integrazione, prima degli stati viscerali, e poi dei simboli fonetici -, un esempio qui ancora privo di tutto l'apparato necessario a comprenderlo e a giustificarlo a fondo. Analizziamo dunque cosa accada in realtà all'interno del parlante che collega per la prima volta il gesto V a quello N: egli crea un rapporto stabilizzato tra i due gesti |V| e |N|, di cui il primo è preso per rappresentare il riferimento principale e il secondo è giocato come attributo o verbo. Dunque, giacché (come vedremo)|V| rappresenta innanzitutto un movimento finalizzato, o uno sviluppo volto a un compimento, ne segue che il suo insistere su |N|(che rappresenta a sua volta un atto di pensiero determinativo, e poi, nel suo sviluppo metaforico, una quantità materiale concreta), comporta il loro collegamento reale, neuronale e non estemporaneo, dunque comporta anche una precedente sintonizzazione interna di entrambi gli stati d'animo viscerali emergenti da questi gesti o posture. A sua volta codesta intima sintonizzazione, per così dire, andrà generando all'interno dell'ambiente somatico di questo parlante l'esperienza integrata dei due stati d'animo viscerali tra loro connessi: e, dacché lo stato d'animo viscerale, precedente il suono testimonio V, va comportando un sentimento di evanescenza e di movimento verso l'esterno, finalizzato a una meta da raggiungere; mentre lo stato d'animo e somatico alla base del suono N è quello che abbiamo imparato a conoscere come tensione intracranica e impegno mentale, ne verrà che l'insieme risultante, (ormai integrato in un assetto neuronale e in un engramma cerebrale), cioè il sentimento di evanescenza finalizzata che guida ed espande l'impegno mentale verso le sue finalità, sarà vissuto e sentito come uno stato d'animo particolare e specifico, carico di un suo significato sufficientemente cosciente e stabile da poter essere richiamato regolarmente dai quei due suoni che gli fanno da testimoni. In conclusione, alla fine di questo processo di apprendimento, l'uomo para-sapiens-sapiens si è dunque arricchito di un nascosto nuovo assetto neuronale costituito di un nuovo engramma richiamabile e codificabile (come ci è dimostrato dal fatto che le abilità linguistiche umane sono evidentemente trasmesse geneticamente e saranno nel prossimo futuro esplicitate con chiarezza nel nostro genoma). Questo nuovo assetto neuronale o engramma si tradurrà successivamente proprio nell'idea che chiamiamo VN, formalizzata a livello acustico dai suoni corrispondenti, e resa con questa formalizzazione quell'altro da sé che il soggetto umano esperisce nei confronti del suo proprio linguaggio. Questi suoni verranno emessi come unici suoni riproducibili dagli idonei organi di vibrazione acustica, adeguatamente costruiti dalle tensioni neuro-muscolari orali, specifiche dell'istinto di finalizzazione e dell'istinto di contenzione naso-cranica. Ma abbandoniamo queste giustificate speculazioni e torniamo alle concrete esemplificazioni lessicali e all'albero dei significati della funzione VN, dicendo che possiamo presupporre che l'alone semantico primitivo di VN si situasse logicamente in una procedimento V a carattere mentale N, che va conseguendo il suo fine, il quale consiste in un pensiero concreto e deter351 41

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minato. Tale pura idea di ricerca e conseguimento del pensiero, che di necessità si gioca e si racchiude nell'ambito della coscienza individuale, trova fortunatamente sufficienti prove linguistiche che testimonino della sua realtà; tuttavia le molto più numerose metafore successive portano inevitabilmente questa idea su piani molto pratici, dunque sul conseguimento, mediante un processo, di un bene concreto, o anche sullo stabilimento di un prezzo. L'idea primaria, fondata sui suddetti primitivissimi sentimenti viscerali, viene così in qualche modo snaturata dal suo uso pratico, e fortunatamente, giacché ciascuno intende che se il processo di significazione si fosse paralizzato nella sperimentazione degli stati d'animo viscerali, l'uomo o non sarebbe diventato parlante, o non avrebbe posseduto gran copia di parole. Procediamo a esaminare il concreto processo di formazione delle parole dall'idea VN. Dato che, come si intenderà nel prossimo capitolo, V-N vale (anche) procedimento V di determinazione N non ci si potrà di certo stupire se nella direzione semantica inclusa in questo preciso significato, e cioè di stabilimento V di prezzo N quest'idea VN regga e fondi le idee VENDO, VENALE, VENERE, esprimendo nei suoni stessi V-N che le compongono la comune origine ideativa mercantile di queste parole. Ma, e qui ci imbattiamo nelle mutevoli possibilità ideative che formano le diverse direzioni semantiche, nel caso che questa idea V-N venga riscontrata nelle parole VINCO, o VENEO, noi ci troveremmo di fronte a un ulteriore sviluppo della metafora mercantile precedente. Qui lo stabilimento di un prezzo di vendita si trasforma, o viene traslato, al risultato concreto ottenuto e cioè al procedimento V, e poi al conseguimento, di materia determinata N, che qui è la cacciagione, o la preda. Infine, allorché il procedimento V determinativo N, rimanesse fermato nella mente come piano di conseguimento potenziale, si renderebbe possibile, a causa di questa stessa ipostasi, produrre una nuova direzione semantica, in realtà la primitiva, appunto mentale: essa applica il fondamentale concetto di traslazione dell'idea primaria di procedimento V di conseguimento determinativo N a uno spettro più ampio, quello del desiderio mentale di conseguimento di beni: WUNSCH, (ted., desiderio), o WONNE, (ted., soddisfazione); come idea aggiunta, VANITAS, la quale da puro desiderio si trasla in area cristiana, in modo finissimo, fino a conseguire il senso dell'irrealizzabilità di quello stesso desiderio di conseguimento. Infine la stessa idea VN, nella direzione semantica meramente concreta e reificata, derivata, si può anche traslare a un concreto procedimento lavorativo V che esita in una sostanza determinata N, il VINO, o in un procedere nel bosco alla ricerca di una conseguibile preda, VENATOR. VENDICO rappresenta il perseguimento e l'ottenimento V del riscatto N, o del tributo dovuto per una lesione subita. Ma andando oltre ricerchiamo significati congrui al valore primitivo, che è conoscitivo: già VENA ci offre due significati concorrenti, di cui uno è derivato ed è rappresentato dal procedimento e dall'ottenimento di una sostanza (liquida), l'altro è ovviamente primitivo e configura lo sviluppo e il procedere di una facoltà conoscitiva (VENA poetica). Ma ovviamente la parola più carica del significato archetipico e numinoso iniziale è VENTO, inteso come perfetta e direi obbligata metafora del procedere del pensiero conoscitivo divino al di sopra della terra. Fenomeni naturali come il vento sono certo alla base delle religioni primitive e niente è di più idoneo a nominarlo del rapporto tra il segno del movimento finalizzato e quello della conoscenza intrinseca alla divinità: in tal modo il Vento divino pervade il mondo del suo senso e offre a noi un'ottima dimostrazione del nostro assunto. Veni, creator spiritus ne è un'alta affermazione liturgica. In definitiva l'idea V-N, essendo null'altro e niente di più di un procedimento determinativo, possiede in sé due concetti concorrenti, quello del movimento verso V e quello della conseguita determinazione N, per modo che quest'idea possieda una effettiva distinzione da tutte le altre. Ma, proprio nell'ambito della così ben delineata specificità di quest'idea, si può creare una nuova direzione semantica in cui, come agisce la riflessione in un gioco di specchi, al posto del suddetto conseguimento concreto, vada prevalendo quel movimento dell'animo che lo va precedendo e che lo favorisce: un nuovo e originale concetto, quello proprio di ricerca, in quanto procedimento verso una meta concreta >>> che possa comportare o meno il reale conse351 42

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guimento. WANTED, ingl., trattiene infatti in sé questo significato implicito di ricerca e ci rende testimonianza che codesto passaggio dal conseguimento reale alla sua preparazione, cioè alla vera e propria idea di ricerca, si è effettivamente concretizzato nella mente dei creatori di parole, come ci è incontestabilmente provato da WANTED col suo suo significato specifico: insomma con quest'esempio siamo riusciti a percorrere tutta la catena delle metafore che, ordinatamente e conseguentemente, trascorre tra tutti i membri della famiglia di parole in VN e li collega. Ci viene così anche mostrato come WUNSCH, il desiderio, WONNE, la soddisfazione gioiosa, o VANITAS, il desiderio irrealizzato, non siano per lo più che tre momenti susseguenti, nel primo dei quali lo spirito si soffermi nel desiderio di ottenere ciò che va ricercando, il secondo esprima i sentimenti consoni al desiderio realizzato, mentre il terzo vada amaramente constatando l'inutilità di quel suo stesso inconseguito desiderio. Ciò rappresenta una dimostrazione del principio di sequenzialità dell'applicazione dell'idea (in questo caso, dell'idea VN) di cui parlerò immediatamente. Vi è ancora unulteriore momento della sequenza di applicabilità dell'idea VN ai fenomeni umani e oggettuali: VINCO, o VENdo vengono intesi e stabiliti dallo spirito lingui stico, per convenzione interna, come i momenti in cui questo movimento di conseguimento VN sia effettivamente pervenuto al suo fine, per modo che la quantità materiale N sia effettivamente detenuta e utilizzabile. Dagli esempi finora proposti possiamo dunque dedurre questo principio generale che potremmo chiamare sequenzialità dei significati dei significanti simili, ovvero significanti simili denotano significati sequenziali, e che suona: le parole storiche appartenenti a una famiglia ideativa specifica (vale a dire aventi gli stessi suoni radicali) si presentano come elementi successivi e subentranti della rappresentazione, o meglio dell'utilizzazione, di questa stessa specifica idea sul palcoscenico della vita sociale. Per meglio chiarire, codesta filiazione è dovuta alla circostanza che proprio nei momenti più significativi di questa rappresentazione e utilizzazione mentale dell'idea in questione, la mente dei creatori di parole fece scattare un'ipostasi e una metafora, come un fermo-immagine, la cui conseguita differenziazione rispetto al movimento generale dell'idea, ne consentì la statuizione e l'isolamento di significati, o concetti, propri e specifici, per modo che si potesse formare via via tutta una serie di parole con radicale identico e con significati (o concetti) nascostamente o palesemente apparentati tra loro. Questa serie di segni è costituita, insomma, dai momenti successivi del paradigma d'azione dell'idea in questione, allo stesso modo dei fotogrammi di una sequenza di un film che va descrivendo un'azione unitaria. Le parole simili che troviamo nel vocabolario non sono dunque nient'altro che il prodotto concreto e selezionato dall'uso e da mille convenzioni mentali o sociali, di questo fenomeno di trasmissione del significato di un'idea primitiva al suo specifico pool applicativo. Forse al momento questo principio potrà apparire al lettore di difficile comprensione, ma nel seguito ogni tipo di esempio lo renderà del tutto evidente. Un esempio elementare di questa differenziazione nell'ambito della sequenza applicativa può essere VN >> VENDEMMIA > VINEA >VINO, cioè il procedimento di determinazione oggettuale descritto: 1. nelle modalità lavorative, comportanti appunto un procedimento mediante il quale si ottiene una sostanza; 2. nella sua sorgente; 3. nel suo conseguito risultato. Tutte codeste sono forse ipotesi e creazioni fantastiche dell'autore di questo libro? Già vedo i divertiti e satolli post-chomskiani esprimere il loro disgusto per l'assoluta mancanza di teoremi che finora ha accompagnato il mio discorso. Eppure, Dio mi perdoni, la Scienza Nova e Il dialogo sui massimi sistemi non avevano un apparato matematico, ma in compenso enunciavano principi. I teoremi arano e sistemano un campo di idee che nasce dai principi e sono utili solo se questi principi lo sono. Poiché non è bene che io lasci queste mie idee da sole in un mondo mal disposto, brulicante di
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lupetti matematizzanti, per ciò scientifici, allo stesso modo fanatico col quale i maestri dei loro maestri si dichiaravano unicamente umanisti, ho voluto anch'io dotare queste idee di un apparato, modesto, di controprove a modo loro matematiche, affinché le mie tesi non abbiano a morire subito sotto il gelido, distratto e miope sguardo degli attuali cultori della scientificità. Dunque cominciamo a fare le nostre controprove costruendo alberi di significati dalla funzione inversa NV.

L'esempio in N-V
Prescindendo dal fatto che qualsiasi lettore dotato di una pur minima intuizione linguistica non potrà non essere colpito dalla concordanza e dalla verosimiglianza intrinseca di queste analisi, ciò che soccorre al nostro intendimento e ci avvia verso l'accertamento della verità è la prova dell'inversione della funzione, cioè una prova puramente logica anche se applicata all'empiricità della parola storica. L'inversa della funzione VN è la funzione NV, che può essere esplicitata nel suo valore archetipico-viscerale come determinazione mentale N che si volge a una meta V, la quale idea potrebbe apparire insensata se non fosse che essa possiede un grande valore antropologico, quello dell'acquisizione di una conoscenza N mediante un procedimento V di avvicinamento agli oggetti: così è possibile creare un'idea come NOVO, che è una conoscenza in fieri, producente NOVITATES, ogni volta che l'idea NOVO si applichi agli oggetti. Propriamente si tratta di un pensiero che si volge agli oggetti e man mano va conoscendoli. Questa è la maestosa idea primitiva NV, ben ristretta all'interno della coscienza che l'ha costruita secondo la sua esperienza esistenziale e l'ha ritenuta degna di entrare nella sincronia primitiva. Il bagaglio di idee dell'uomo aveva necessità o interesse ad arricchirsi di un'idea come questa? Certamente sì, perché essa denomina con gli strumenti linguistici più sintetici e idonei a disposizione nell'ambito della piccola, prima sincronia di suoni significanti, un movimento fondamentale dello spirito conoscitivo e un'esperienza, o stato d'animo, sistematicamente presente alla coscienza dell'H. sapiens: quello dell'acquisizione di conoscenze nuove. Dopo questa fondamentale e gnoseologica conferma dei valori semantici intrinseci ai rapporti VN e NV, come di tutte le altre funzioni, a me pare difficile negare la realtà di queste interpretazioni, anche se so per esperienza che con un po' di cattiva volontà si può far tutto. Vediamo alcuni esiti concreti della direzione concreta di NV, per verificare le nostre ipotesi: NAVE, NEVE, NOVE, NEVO. Questi esempi appaiono semanticamente tanto distanti tra loro (e così lontani dalla direzione conoscitiva su esposta) da produrre subito nell'ermeneuta un senso di profonda sfiducia su un loro possibile apparentamento. Ma qui dobbiamo far riferimento a quella schleiermacheriana capacità di estrarre una verità comune dalla molteplicità dei fenomeni, in modo che essa sia riconosciuta come quel noumeno kantiano, invisibile, ma presente, che dà senso all' episodicità fenomenica. O meglio, facciamo riferimento alla capacità induttivo-deduttiva che coglie la sostanza concettuale degli eventi nel modo proprio con cui la sintesi a priori kantiana estrae il significato da un insieme di dati apparentemente sconnessi. Qui nessun teorema sovrimposto, nessuna deduzione matematizzante è idonea all'accertamento della verità; occorre invece il riconoscimento di ciò che è comune attraverso un largo giro di orizzonte, che va oltre i fenomeni perché ne rappresenta l'interna e comune ragion d'essere. Questa acquisizione è propriamente scientifica e noi ci accingiamo ad applicarla ai nostri oggetti. Constatiamo così che tutti questi oggetti hanno veramente qualcosa in comune, cioè appunto una determinazione (materiale o concettuale) N che va sviluppandosi verso un aumento, o verso una meta V: NAVE è una concretezza materiale che si indirizza verso una meta; NEVE, un materiale concreto che va aumentando; NEVO, la papula della pelle, è anch'esso un con351 44

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creto determinato che si accresce, idem NOVE, una determinazione quantitativa che procede verso un limite (che è DECEM). Chi riflette su questi esempi e ne coglie l'apparentamento di senso, che è precisissimamente e unicamente quello prodotto dall'integrazione semantica dei suoi due gesti articolatorio-viscerali, da scoraggiato e disilluso che era, viene necessariamente rinvigorito e consolidato nella certezza della realtà del principio di integrazione dei gesti viscerali che, per la loro estensione a tutti gli esempi storici addotti, non possono essere frutto del caso. L'estensione della verificazione a tutti gli esempi rappresenta infatti la dimostrazione dell'esistenza e della congruità sia del valore operazionale attribuito ai singoli gesti articolatori, sia del principio di integrazione, il quale consente la formazione del significato comune che abbiamo ricercato e ritrovato. Questo è il ragionamento fondante, da applicare a tutti i futuri esempi, che permette la certificazione dei valori dichiarati dagli psicotici per i suoni fonemici, come anche dell'operatività del principio di integrazione. Tutta la parte speciale del libro è dedicata a mostrare simili apparentamenti di senso, costituendo così una inoppugnabile dimostrazione. La difficoltà a comprendere a fondo e ad accettare questa realtà deriva dal fatto che la mente linguistica pratica è obbligata per sua natura a considerare i segni nella loro limitatezza semantica storica e attuale, in quanto è proprio la precisione delle scelte semantiche nel discorso a configurare l'efficienza pratica e d'uso di questa stessa facoltà linguistica. Invece l'ermeneuta deve forzare la facoltà linguistica, contro questo atteggiamento efficientistico, a farsi dilatata e imprecisa alla ricerca di un significato comune e rimosso, che salti e rimuova tutto il giro delle metafore in cui via via sono stati impigliati tutti i significati storici considerati, per pervenire all'idea essenziale che li ha generati e resi possibili e che dunque li apparenta. Un esempio di questo giro di pensiero emeneutico che trovo molto significativo si può riscontrare nell'analisi di L-B, nella parte speciale del libro: invito dunque il lettore a soffermarvisi. Questi ultimi esempi possono apparire complessi e, richiedendo la teoria e la pratica che il lettore a questo punto ancora non possiede, forzano un po' l'esposizione. Ma, d'altra parte, le difficoltà di comprensione devono essere in qualche modo affrontate se si vuole pervenire effettivamente a quel livello generale che è indispensabile alla valutazione critica di quanto verrà prospettato.

Ancora sull'esempio in L-N
Dunque cominciamo a fare degli esercizi: approfondiamo e dilatiamo questi squarci semantici e ritorniamo, come in un circolo, alla funzione da cui siamo partiti, allargando sempre più l'albero dei significati. Esaminando ancora L-N, si comprende che la gestione della dimensione è la prestazione mentale necessaria a un LAN*CIO, come precondizione indispensabile nella mente di chi lancia; come chi è abile a gestire gli spazi viene nominato LIN*CE. Dunque anche LANCIO rientra nella specificità ideativa di LN, per come è stata posta. Il valore spinante|C| è stato evidentemente aggiunto per esprimere la costanza C necessaria per mantenere la prestazione LN, nei vari lanci. La LINEA appare a sua volta una gestione variabile L di un determinazione N di individui I, che sono ciò che noi chiamiamo i punti, e questa definizione comporta e prescrive la modificabilità di questa gestione della dimensione lineare, nel senso evidente della sua direzionalità. Così la LUNA prende il suo nome dalla gestione L delle scansioni lineari del suo procedere nel cielo e da questa attitudine resa possibile dalle sue fasi ne ricavò certo il nome, per un processo comunissimo di reificazione del significato archetipico di LN. Il valore U sottolinea l'aspetto emozionale della LUNA, le cui fasi furono certo, e ben correttamente, correlate ai cicli mestruali, offrendo un'ulteriore e forse primitiva operazione LN, e cioè la scansione dei mesi lunari, delle maree, delle mestruazioni. Id. SE-LENE, la visibilità -SE- di questo controllo temporale.
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Così pure LANA e LINO sono reificazioni all'oggetto tessuto di questa idea come ci viene mostrato dallo sviluppo seguente. Esaminiamo il percorso della deriva linguistica e la formazione delle metafore conseguenti e idonee al livello di reificazione man mano raggiunta nell'applicazione dell'idea astratta LN agli oggetti: l'idea LIN gestione L di materia determinata N nella dimensione di una molteplicità di individui I , e cioè in lunghezza, può volgersi, dopo una lunga deriva che parte dalla LENIzione mentale (modificazione delle dimensioni), transita sul concetto di lunghezza, si reifica nel concetto di linea, nomina le linee concrete dei materiali filabili, e infine perviene a denominare le azioni strumentanti, può infine volgersi, dico, a nominare la specificità qualitativo-quantitativa, e cioè LANA o LINO, dei materiali filati. La metafora usata è semplicemente quel materiale lineare che è gestito dimensionalmente. Nel seguito troveremo innumerevoli conferme di questo sviluppo delle metafore. La prima legge che è possibile estrarre da questi pochi esempi è che l'idea funzionale di base, scaturita dall'integrazione dei suoni significanti, il tronco dell'albero dei significati, si piega, nei suoi traslati reificati, a ogni possibile utilizzazione consentita dalle figure retoriche e dai meccanismi del pensiero inconscio. È questo il punto o il principio fondamentale che io invoco come base di tutto il mio discorso: le regole della mente sono effettivamente quelle freudiane ed esse nella loro infinita generalità temporo-spaziale sovrintendono regolarmente allo spostamento del significato dal gesto al suono rappresentante, dal rapporto di suoni alla deriva dei significati, in un percorso che ha lo stesso senso ed è sostanzialmente identico a quello che possiamo leggere nell'Interpretazione dei sogni! Come sarebbe possibile credere di poter affidare un compito meno importante nell'origine del linguaggio a queste generalissime e onnipresenti leggi mentali che regolano qualsivoglia minimo trasferimento del significato? Eppure i linguisti non le conoscono quasi. I meccanismi sostitutivi freudiani (spostamento, condensazione, ecc.) vengono formalizzati e trasformati dalla mente inconscia linguistica nel gioco incessante delle figure retoriche (analogiche, aforistiche, parodistiche, metaforiche ecc.): questa trasformazione dei significati-sentimenti pre-consci intrinseci alle articolazioni dei fonemi prima in sostituti ideativi, mediante i rapporti di integrazione tra i suoni, poi in sostituti linguistici, mediante le figure retoriche freudiane e non, va via via generando le specifiche direzioni logopoietiche delle parole storiche e saldando così l'idea di base a ogni possibile e adeguato aggancio oggettuale. Viene così inverata la significatività delle parole e ci si mostra con grande nettezza ciò che è la sostanza della lezione di Lacan: l'inconscio è il linguaggio. Queste formule, non molto ascoltate dai linguisti, possono ritrovare la loro pregnanza. Del resto, senza la lezione lacaniana, io stesso non mi sarei mai arrischiato a porre piccola barca in procelloso mare. Ma come accettare che quel linguaggio che ursprünglich nasce e fiorisce, per forza di sostituzioni inconsce, dal sentimento originario allo spostamento ideativo e infine alla metafora linguistica, nella mente dei poeti, dei pazzi e dei sapienti e in questo movimento viene arricchendo l'umanità della poesia e della scienza, come accettare che questo linguaggio possa decadere all'arbitrario-statistico?

Controprove del rapporto L-N

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Per accertare la realtà dei nostri assunti non ci accontentiamo soltanto degli esempi direttamente prodotti dalla funzione LN, ma analizziamo sempre la sua inversa NL, infine anche la sostantivazione astratta (-N*--L ; -L*--N) di ambedue, a comporre un edificio probatorio incrollabile perché composto di quattro pareti sistematicamente interconnesse. In tal modo creiamo una struttura molto complessa di quattro alberi di significati, le cui foglieparole sono apparentate: l'apparentamento è solo e unicamente quello trasmesso dalle diverse modalità di legame interconsonantico.
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Si vedrà in seguito che ogni tipo di legame interconsonantico (o UR-Simbolico) determina una rigida specificità di significato, che è proprio la prova fondamentale della nostra teoria. Dunque la rigorosa riprova della realtà di queste proiezioni semantiche di L>N ci è fornita, come sarà sempre nostra cura esaminare, dalla sua inversa N>L determinazione alteratrice. È proprio l'analisi dei prodotti delle funzioni invertite che conferisce la necessaria certificazione alle nostre idee e ne garantisce la certezza; provvediamo subito a procedere a una verifica della realtà dei nostri assunti mediante un'analisi semantica delle parole in NL. Chiunque può comprendere che qualsiasi parola posta a esempio meriterebbe da sola una conferenza, e invece per tutto questo lavoro ci dovremo accontentare di molto meno: ora partiamo dal contrario di ciò che dovremmo fare, utilizziamo cioè un ente del tutto reificato e unicizzato, per mostrare come la sua denominazione storico-attuale corrisponda in pieno alla funzione archetipica inclusa nel suo nome (concetto fondamentale per la toponomastica). Il NILO deve il suo nome alla sua funzione archetipica: la determinazione concreta -N- (di acqua) alteratrice -L- della terra arida, nel senso di fecondante, e - per surdeterminazione di significato - la determinazione -N- di alternatività -L- delle sue piene (intesa sicuramente come il proposito mentale N del dio che, secondo un suo disegno, modifica L la terra arida con le inondazioni) che gestisce l'ottenuto LIMO (gestione L propria M) al raccolto. Quale delle due idee NL sarà mai la primitiva? Quella di un Dio che determina la variazione della portata del fiume, o quella della determinazione concreta di acqua che modifica e feconda il terreno? Ecco, qui ci troviamo di fronte a uno dei tanti quesiti ermeneutici, o trabocchetti, inerenti alle funzioni dell'indagatore delle parole. Risponderò che è la pratica dei casi che dà la soluzione più probabile e tale pratica ci dice che la posizione mentalistica è la più generale e la più astratta, (nel caso specifico, la più inerente e idonea alla mentalità estremamente religioso-finalistica delle popolazioni nilotiche): il proposito mentale del Dio -N- induce la variazione -L-. Mentre l'altro uso è una surdeterminazione congrua del primo significato. Inoltre questa modalità di attribuzione a un Dio della funzione NL getta luce sulle modalità logiche primitive di utilizzo di questa idea di determinazione N variata L. Essa probabilmente doveva esprimere in origine il pensiero annullato, cioè l'impossibilità di pensare, e avere in pratica il valore antropologico di possibilità di cambiamento di opinione o di parere da parte del capo. Un indice linguistico e una comprovazione di questo valore antropologico si è fossilizzato in NOLO, non voglio, secondo la logica e l'abitudine per cui il cambiamento di parere si traduce in non volere e rifiutare. Una parola di enorme interesse a conferma di questa nostra tesi è NULLA, NIL. Essa crea una categoria nel pensiero, quella della determinazione N alterata L addirittura fino a zero, e ha quindi una rilevanza logica infinitamente più ampia dell'impiego che abbiamo constatato precedentemente, per definire un fiume dalle molte piene e dai molti vuoti. Queste parole riescono a esprimere una determinazione quantitativa alterata (a zero): qui la determinazione quantitativa -N- variata -L- è stata astratta e astretta, nella deriva semantica, a denominare la quantità nulla, ponendosi al capo di partenza della variazione. Probabilmente fu proprio la maggior probabilità di un rifiuto implicita nel cambiamento di parere esprimibile con NOLO, che ha facilitato l'adesione dello schema NIL, NULLA verso il senso di un proposito mentale variato verso un rifiuto e esitante a NULLA. Troveremo ancora esempi simili di fissazione a un livello e a un capo della variabilità, (CALO). Ora, per ottenere una ulteriore e definitiva dimostrazione della realtà della nostra tesi sull'esistenza del principio di interferenza significante tra i suoni, esploriamo la direzione semantica concreta del concetto di NOLO, in cui questa funzione NL è usata, come vedremo, in modo del tutto applicativo, come una possibilità strumentale ben successiva e reificata rispetto al suo valore mentale. La dimostrazione della realtà dell'idea mentale determinazione N gestionale L ci è propriamente fornita da questa incontrovertibile direzione pratica e strumentale (fenomeno, fortunatamente per le nostre tesi, molto comune). Il verbo strumentale e applicativo di cui andiamo parlando è dunque NOLEGGIARE; constatiamo
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facilmente che il valore di NL determinazione di gestione è alla base del concetto di affitto, con NOLO, e noleggiare, proprio in quanto esprime con precisione la quantità determinata N (di denaro occorrente) per gestireL beni (da affittare). Fatta questa scoperta, a suo modo imprevista, cerchiamo di comprendere come l'idea di NOLO sia estremamente complessa e specialistica, quasi impensabile in un mondo preagricolo, allo stesso modo come potrebbe apparire ai nostri vecchi umanisti e ai nostri giovani scientisti impensabile da paleolitici una idea come modificazione della dimensione LN. Ma, rifiutando questa possibilità, codesti sapienti vecchi e nuovi farebbero certo un torto ai loro antichi, ma tutt'altro che imbecilli, progenitori. Per definire l'idea di affittare, noleggiare venne scelto da più saggi bardi un materiale fonetico-semantico il più semplice possibile e anche quello di gran lunga più congruo (modalità che, come sappiamo, non sempre è avvenuta, come ci testimoniano le differenze tra le lingue): la determinazione quantitativa -N- variabile -L-. Creando questo rapporto e dilatandolo al concetto di affitto i creatori dell'uso di questa parola vennero incontro, così, all'esigenza di far riferimento preciso a una condizione complessa: alla quantità N (di denaro) variabile L >> occorrente a detenere un bene (in relazione) alla durata N variabile L >> del tempo di detenzione. Si tratta in sostanza di una formula matematica, e cioè di una proporzione, perfettamente in linea con l'uso dell'altra formula LN, e precisamente la sua opposta; si ha così una dimostrazione del fatto che la funzione NL, inversa della LN, va generando parole il cui senso è determinazione variata, precisamente l'inverso delle parole generate dalla funzione LN variazione della determinazione. Codesta dimostrazione ci certifica così l'abilità dei paleolitici nel giocare con le idee astratte manipolandole e anche, ovviamente, la realtà del principio d'interferenza tra i gesti articolatori e sarà ripetuta per ogni rapporto biconsonantico fino all'esaurimento. Completiamo le dimostrazioni occupandoci del rapporto astratto, la cui forma dobbiamo anticipare. Anche la forma astratta -N< --L della LN, che vale modificabilità L >> di una determinatività N, convergerà obbligatoriamente sui valori teorici proposti: in questo caso i giovani e i vecchi sapienti sono invitati a constatare (credo, con incredulità) che una parola costruita sul rapporto di interferenza suddetto, cioè, per esempio, AN*IL-ina è veramente una sostanza con la capacità di alterare e modificare L >> la determinazione N (scritta), in quanto essa ha la capacità di cancellarla! Questa parola è una magnifica dimostrazione del nostro concetto di invarianza dei valori ideativi originari. Un'altra parola di schema N< --L chiaramente leggibile da chiunque come gestione variativa di una determinatività è ANALisi, in quanto un'analisi richiede una valutazione della variabilità AL di dati numerici AN. Saremmo disonesti se lasciassimo questi esempi come testimoni delle nostre tesi, senza corredarli di una spiegazione d'uso comprensibile e antropologicamente vicina all'uomo: presentiamo così qualche altra considerazione (a questo punto iniziale estremamente euristica, perché espressiva di ampi sviluppi metaforici) basata sulla parola ANILA, sscr., che vuol dire vento divino, mentre la sola ANA, è spirito, respiro. La metafora che dà senso a questa parola e che individueremo fra poco, è probabilmente all'origine di tutti gli altri usi metaforici compresi i due esempi precedenti. È facile intendere come l'immagine pensata di codesto spirito ANA se viene alterata, modificata dall'operazionalità specifica apportata da AL, e quindi resa mossa e variata rispetto alla sua posizione di quiete precedente, possa aver indotto la mente linguistica dei fini Bardi indiani a forgiare nello stesso atto creativo sia il rapporto di suoni AN<ILA, frutto della spinazione di AN da parte di L, sia il suo significato attestato che è una bella metafora del suo stretto senso UR-S, e cioè variazione IL dello spirito AN >> duttile e adeguata conoscenza >>> vento divino!, proprio per il modo col quale quest'immagine di spirito alterato si è andata presentando alla mente. Spero che almeno il lettore comune, i cui processi mentali scorrono normalmente (e sono, perciò, ANILA!), non essendo irrigiditi da una nevrosi ossessiva pseudoscientifica, sia in grado di ben comprendere da sé come questo metaforizzare è estremamente consentaneo all'animo di qualsiasi poeta e di qualsiasi uomo: il
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vento (VN> procedimento del pensiero) è portatore della conoscenza divina nella Bibbia , in Dante, in Virgilio ecc., e assume presso tutti i popoli il suo ruolo di portatore concreto dello spirito divino, perché viene intuito come agitazione AL>> dello spirito AN. Come ognuno intende, con questo esempio siamo forzati a entrare in un alone complesso di significati archetipici e religiosi e di reificazioni adeguate all'intensità dell'archetipo evocato, un campo che ci attira enormemente: da un lato, è propriamente parte del nostro campo di studi professionale,dall'altro perché, col nostro metodo, siamo in grado di evocare la forza degli archetipi junghiani direttamente dallo spirito creatore degli impositori di nomi, come si vedrà in seguito, quando l'analisi ermeneutica ci metterà, incredibile a dirsi, in contatto diretto col vissuto emotivo e immaginativo dell'umanità sapiens sapiens in statu nascendi! Ma il nostro scopo è qui e per ora diverso e meno esaltante, dunque rientriamo subito nel nostro più modesto alveo linguistico. Ciò che a noi interessa mostrare con chiarezza in questa fase propedeutica è, soltanto, che il senso UR-S di -N < --L , e cioè alterazione --L>> della determinazione --N, è obbligato a permanere intatto a ogni livello di metaforizzazione e si può ricostruire e intendere benissimo anche nel caso che questo alterato assuma addirittura le vesti poetiche e consentanee al misticismo dell'anima indiana, di vento divino. La modesta conclusione di queste spiegazioni è che, fortunatamente, in questo caso ci è stato possibile intendere l'intelligibile, cioè che sia l'ANILINA, sostanza che cancella le parole, sia ANALISI, sia ANILA, spirito divino, sono unite ineluttabilmente tra loro nel segno e nel senso profondo e archetipico di alterazione, gestione modificatrice AL>> della determinazione mentale AN. Essendo questa la terza, differente, riprova della realtà di un rapporto d'interferenza tra i suoni consonantici L e N, come sarebbe possibile sostenere che queste triplici convergenze, ripetibili per ogni funzione, siano casuali? Passiamo alla quarta e ultima riprova dei valori ideativi prodotti dai possibili rapporti tra L e N. Essa, che si basa su -L< --N, che è la forma astratta di NL, può essere letta nel file N. Ma facciamoci un'idea più precisa del valore teorico di questo rapporto d'integrazione: si tratta della determinatività N>> della gestionalità L. Procediamo a un ragionamento preliminare: un'idea di questo genere, se fu consentito a essa di produrre parole reali nel corso della storia del pensiero, dovrebbe indubbiamente basarsi, secondo una traduzione logica anche se necessariamente approssimata, su un pensiero determinativo o meglio su una dimensionalità N che si attiva >> a produrre una gestionalità L sugli enti che si trovano all'interno dell'azione di codesta dimensionalità. Ebbene, la ricerca di una congruenza del lessico all'alone semantico di una simile formula richiederebbe l'identificazione di parole il cui significato esprimesse una qualche dimensione mentale o quantitativa facente da asse, da soggetto, a un fenomeno di gestionalità su enti gestiti. Questa strana idea e questa strana parola che supporta l'idea, in realtà sono reperibili e godono di esistenza attuale; questa palpabile esistenza vuol dirci due cose distinte e congruenti: che la sua forma non è stata alterata dal flusso dei millenni e che la sua idea è stata considerata tanto utile da non venir espunta dal repertorio delle idee e dei concetti mediante i quali gli uomini s'incivilirono. ALONE gode di queste due qualità oltre quella dell'esistenza: essa È infatti una dimensionalità ON che fa da soggetto a una gestionalità AL di enti gestiti, quindi necessariamente interni a codesta dimensionalità ON, muoventisi secondo la legge di gestione indicata da AL, qualunque questa possa essere. Codesta, così indicata, è l'integrazione razionale delle due operazionalità in questione, che crea sinteticamente il concetto di ciò che noi moderni siamo abituati a definire, con molto minor precisione, un campo di forze. L'origine di questa dimensionalità gestionale, intrinseca ad ALONE, resterebbe senza la nostra analisi e la nostra sintesi del tutto inconsapevole, incomprensibile, immotivata, implicita nella sua misteriosa e profonda natura, e noi saremmo forzati a usare questa parola credendo che essa sia un semplice mezzo d'uso, un escamotage, per ricordare l'idea confusa che ci sorge alla mente quando ci imbattiamo in essa (codesto è già un circolo insen351 49

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sato!), oppure credendo che esista in un altro mondo l'idea di Alone responsabile di tutti gli aloni terrestri. È ben comprensibile che gli uomini stentino a trovare delle definizioni congrue su se stessi e sul loro potere mentale, se sono costretti dalla loro stessa ignoranza ad avere idee così confuse e inadeguate. Ma con le spiegazioni che abbiamo dato sembra che non sia più così: non sembra esservi più alcuna enigmatica arbitrarietà a offuscare i rapporti tra l'uomo e la parola, e i fatti appaiono molto più semplici: la dimensionalità ON spina e attiva la potenzialità gestionale AL su tutti gli enti gestiti all'interno di quella suddetta dimensionalità, sostanziando il senso sia di quel particolare alone come anche di quello universale, cioè dello stesso concetto di alone. Con queste spiegazioni spero di aver reso razionabile come semplice rapporto di due semplici operazionalità quell'apparentemente incomprensibile e ipostatizzato concetto in discussione. A questo punto siamo in grado di porci un problema di ordine più generale: è utile un concetto che emerge dal genere, o meglio dalla categoria -L*--N? Soprattutto, perché esiste e che senso umano può aver avuto per forare la soglia della necessità e giungere fino a noi? Queste sono le domande concrete che deve porsi un ermeneuta, come ce le siamo poste noi per tutte le funzioni che presenteremo. Ebbene, anche se l'apparenza ci farebbe ritenere a prima vista che un simile elaboratissimo concetto non abbia alcuna rilevanza pratica, quindi che sia stato non-creato o che si sia perso nel cestino delle anticaglie ideative, ancora una volta siamo smentiti dai fatti: abbiamo constatato che esso in realtà genera parole esistenti e utili, in qualche modo necessarie. ALONE è infatti, ripetiamolo, una parola in cui una dimensione metrica o spaziale attiva una gestionalità reale sugli enti che si trovano all'interno della sua dimensionalità, in modo da gestirli nei loro spostamenti. Ripetiamo che noi moderni usiamo molto imprecisamente il termine campo di forze per dire, in modo molto insoddisfacente, la stessa cosa: ALONE ci dà con un solo, ma specializzatissimo, rapporto d'integrazione --N > --L il concetto preciso della dimensionalità specifica che attiva quel campo di forze gestionali sugli enti concretamente formanti l'alone stesso, in una sintesi ideativa che appare talmente stringente da renderci del tutto impossibile analizzare insieme gli enti trascinati, la dimensione dello spazio, il campo rotante e soprattutto l'unitarietà di questo concetto, che pure, essendo unico, deve essere unitario. Ecco le immense difficoltà che il filosofo sconta perché non possiede una teoria linguistica adeguata agli oggetti che vuole esaminare, le parole. Egli si trova sempre sballottato tra socratismo che ipostatizza il valore della parola al di fuori di essa, ed empirismo che nega bellamente la realtà dei concetti-parole. Ma sia chi cerca il senso fuori della parola, sia chi ne nega qualsiasi senso, entrambi sono pessimi figli dei nostri bravi genitori paleolitici che ci hanno regalato l'universo iridescente dei valori concettuali inscritti nelle parole, cioè la conoscenza umanistica, da cui deriva quella scientifica. Ripensiamo ad ALONE: non avremmo forse mai creduto che una idea tanto forzosamente elaborata come quella espressa dal suo scheletro ideativo -L*--N, fosse tanto necessaria da poter esistere. Eppure essa ben esiste e ci guarda tuttavia, beffandosi della nostra incapacità di comprendere come sia stata costruita e perché. Riconosciamo inoltre che, se questo concetto ci fosse stato tolto per qualche incantesimo, la nostra esistenza si sarebbe impoverita impercettibilmente, e così per qualsiasi altra parola: allora quale nascosta esigenza ha indotto i nostri progenitori a crearlo? Ebbene, io credo che questa esigenza fosse in fondo molto più semplice di come essa potrebbe apparire al nostro animo, viziato dalle apparenti complessità dell'epistemologia moderna: credo che si debba riandare al suo valore mentale primitivo che era certo soltanto la mera possibilità di pensare ON le modalità di gestire AL --- le persone, o la famiglia, e poi, successivamente, di gestire le attività di caccia o agricole con le persone addette, i loro atti , ecc. Questa opinione ci viene rafforzata da una sua reificazione, che noi comprendiamo come cronologicamente e logicamente successiva ad alone: ALON, (gr., aia), il luogo dimensionato deputato al351 50

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la gestione delle attività agricole. Certo, un'intelligente e appropriata metafora ha offerto all'aia, a quello spazio fisico dimensionato in cui si realizza la gestione delle operazioni agricole, la bella possibilità di appropriarsi di un concetto e di un nome particolarmente ricchi di adeguata concettosità. Ripeto ancora ad abundantiam che moltissime parole in tutte le lingue non godono di una simile appropriatezza metaforica e fruiscono di metafore più incongrue, espresse ovviamente da rapporti di suoni differenti. Questo fenomeno di inappropriatezza, del tutto naturale e direi inscritto nell'ordine delle probabilità statistiche, costituisce un'ulteriore complicazione al nostro desiderio di dare una perfetta dimostrazione della motivazione dei significanti e, di riflesso, di comprovare sistematicamente la nostra tesi. Esso rappresenta quelle molto comuni sbavature del procedimento di metaforizzazione che potrebbero offrire ottimi spunti ai nostri critici. Fortunatamente i concetti umani fondamentali come quelli più sacri, come ha divinato Leo Spitzer, sono stati tramandati di età in età con religiosa cura giungendoci quasi intatti dalle nebbie dei millenni, proprio perché profondamente pensati e ideati molto congruamente alle esigenze dei rapporti di significazione. Alcuni di questi nomi sacri rappresentano infatti quel paradosso tanto utile alle nostre tesi, che prende il nome di universali linguistici. Questa è la strada, tanto semplice quanto antica, per la quale alone si è andato trasformando nel nostro termine apparentemente così astratto e metafisico, iperscientifico. Si tratta di un concetto sì, estremamente profondo, ma come tutti gli altri nato da un esigenza elementare, e vecchia quanto l'uomo, quella di teorizzare, o meglio determinare concretamente ON la gestione AL dei propri vicini o parenti, ciò che qualsiasi madre si assume come compito se vuole avere una famiglia ordinata. Essa infatti crea un alone intorno a sé in cui si adattano i comportamenti dei componenti della famiglia. È importante notare la congruità d'uso di queste scelte di rapporto interfonemico: a questo fine è indispensabile comprendere che i cosiddetti primitivi avevano un interesse primario a definire sinteticamente e astrattamente le loro idee operative per evitare confusioni e analogie inutili; che ogni schema fonetico doveva corrispondere a fondamentali esigenze di chiarezza e di concisione. Sulla base di questi concetti di adeguatezza io stesso ho avuto modo di constatare la molto maggior pertinenza e adeguatezza mostrata dalla famiglia I.E. rispetto a quella semitica nell'assegnare i rapporti articolatori ai significandi; in parole povere ciò vuol dire che l'attribuzione del nome è rimasta sub judice in ambiente I.E. più che in campo semitico, consentendo alle lingue I.E., secondo il mio giudizio, risultati denominativi spesso migliori perché più precisi. Vuol dire inoltre che queste lingue conferiscono ai parlanti, solo per come sono costruite lessicalmente, una maggior concretezza concettuale e infine una maggior attitudine al ragionamento scientifico. Esplicitiamo una conclusione più generale: l'adeguatezza del significato delle parole che abbiamo or ora riscontrate al senso teorico che abbiamo tentato di sovrimporgli, ci dimostra che queste parole sono derivate da un insieme, o alone semantico, comune, preesistente, archetipico e dotato di vita propria, da cui ogni particolare ambiente linguistico è andato estraendo le sue scelte a seconda del gusto, dell'appropriatezza, della necessità e perfino della casualità, nel caso di enti effimeri, ma senza mai rinunciare al tentativo di offrire uno spunto razionale al procedimento di denominazione, in specie quando le idee da nominare rivestissero un ruolo sacrale. È questo il vero motivo per cui questi schemi esemplari, come tutti gli altri che esamineremo, hanno superato la prova di forse cinquantamila anni e sono giunti fino a noi con la stessa freschezza con la quale erano stati primieramente pensati. Questa è la base linguistica dell'affermazione la logica è invariante. In conclusione, in questo paragrafo abbiamo mostrato la quadripartizione delle prove incrociate per cui L>N, N>L, --L< --N, --N< --L ci mostrano la congruità dei loro esiti linguistici, e dei loro prodotti ideativi, alla nostra teoria sul loro rapporto d'integrazione, per dare un esempio di quello che mostreremo nel seguito per tutti i filoni biconsonantici, o funzioni.
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I birapporti intercon sonantici come ordito primitivo della comunicazione linguistica
Possiamo intuire da questi pochi esempi come il circolo di tutte le idee primarie prodotte dai birapporti consonantici imponesse la sua effettualità nel regolare gli eventi ritmici e ciclici delle comunità primitive, in quanto primitive regole e leggi, e organizzandone in tal modo anche la realtà di vita, mediante questo primitivo linguaggio, che andrà sempre più arricchendosi di strutture derivate e interne a valore ordinativo-funzionale. Questo circolo primario di idee primarie ci appare così costituito dalle categorie logico-esperienziali sorte direttamente dall'istintività umana, come vedremo nel seguente capitolo, e strutturanti il linguaggio mediante un intreccio infinito di idee categoriali applicate all'empirico che sono le parole. Le funzioni biconsonantiche andrebbero riguardate perciò come vere categorie sintetiche a priori della ragione. L'insieme di queste idee-funzioni e il suo rapportarsi prima nella mente del Druido, padrone del linguaggio, poi nell'espressione articolata e complessa del Bardo, permette addirittura una serie quasi infinita di collegamenti e di rapporti organizzativi sugli enti di realtà e soprattutto, e primitivamente, sugli uomini. Questo discorso, che passa dalla funzionalità generica delle funzioni biconsonantiche alla specificità reificata dei nomi sostantivi e alla conseguente scientificità', scandisce le età dell'uomo: nel polisemismo del sanscrito e del semitico si avverte una ancor profonda eco del regime funzionale primitivo (così come anche l'ambivalenza affettiva della parola messa in luce da Freud ne è uno scandaglio). La genericità enfatica del linguaggio semitico è dovuta a un alone semantico della parola troppo ampio e ambivalente, per essere anche preciso e questo è vero per qualunque discorso poetico, la cui ambiguità (Emerson) appunto nasce da un uso polisemantico delle parole, che è quello della mente preconscia. In questo senso la più rigida strutturazione indo-europea, necessitata alla precisione e alla concretezza dalla durezza dei climi e delle condizioni di vita, organizza i files fonemici verso quella precisione nel dire, che si stampa sulla obbligata precisione nel fare e che ha nel suo duro riscontro un modello non eludibile. In sostanza la polisemia delle lingue antiche va interpretata come sintomo del vettore di significazione che parte dalla pura funzionalità dei rapporti UR-S, piegabile a ogni direzione semantica adeguata alla sua natura specifica (che sono appunto quelle direzioni che evidenzieremo con l'analisi), e che va sempre più specificandosi e sostantivandosi in modo definito, man mano che la specificità linguistica sostiene ed è sostenuta da un maggior livello di civilizzazione materiale. L'ambiguità semantica e la polisemia si collocano appunto nella fase in cui questo vettore precisativo e tecnologico non è ancora divenuto preponderante, come avviene nelle lingue I.E. Il cinese ovvia alle difficoltà del suo arcaico polisemismo mediante il rapporto sistematico delle parole tra loro a produrre significati superiori e mediante uno sforzo di memoria e di analisi del contesto. Il greco fruisce dell'alone di meravigliosa generalità atto all'alta discussione filosofica e scientifica perché la sua funzionalità polisemica arcaica è imbrigliata e corretta da una rigida sintassi, che tende a definire il contesto in modo univoco. La raggiunta dimensione psichica non è, dunque, altro che questo continuo e geniale sviluppo dalle semplici basi fonemiche, così come un grande dipinto è pur sempre fatto da un codice di quattro colori. Questa legge dell'organizzazione dei simboli verso una sempre maggior complessità trova nei linguaggi storici le sue conferme e forse anche la ragion d'essere intrinseca a ogni linguaggio e al suo specifico farsi da quella base comune, o naturale, di idee biconsonantiche, che voglio chiamare perciò seconda sincronia linguistico-ideativa. La mia esperienza mentale di rottura della parola, a cui ho accennato, rompendo il senso storico e consuetudinario della parola (a cui la mente di ogni uomo è tenacissimamente adesa, come
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sua pratica e indispensabile realtà operativa; cosa abbiamo di più intimo del nostro stesso pensiero e della facoltà di pensare per parole?) ne può rivelare la sua struttura organizzativa come un prefissato rapporto di suoni: sotto questo rapporto, di per sé insignificante, si trova l'interferenza semantico-funzionale di gesti articolatori specifici. Questa interferenza è, dunque, la base dei radicali delle parole storiche, i cui varissimi valori semantici, sono dei semplici traslati del suo valore ideativo. Tuttavia, occorre ammetterlo, la convenzione nell'ambito delle successive traslazioni semantiche, ma non l'arbitrarietà, gioca un ruolo sempre più grande man mano che la lingua si reifica in infiniti enti, mentre gli stemmi fonetici non possono complicarsi oltre certi limiti: convenzionalità nell'ambito del file di rapporto biconsonantico di appartenenza. Ho voluto dare a questa complessa vicenda un punto di raccolta e l'ho chiamato selezione informativa naturale, per analogia con gli altri grandi sistemi informativi. La selezione informativa opera infatti su diversi piani e in tempi diversi: prima selezionando dagli istinti comunicativi biologici i più congrui e necessari gesti etologico-articolatori fra i tanti possibili, poi fonologizzandoli in modo adeguato all'organo coinvolto. Il secondo atto selettivo pre-neolitico è quello produttivo degli incroci dei distinti fonemici, o funzioni biconsonantiche. Infine il terzo atto selettivo è costituito (nella relativa sedentarietà e isolamento dei gruppi umani) nel privilegiare alcuni stemmi fonetici a scapito di altri (nelle varie sedi storico-geografiche) secondo la specifica necessita, e nel legarli nei modi isolanti o agglutinati, o declinati, secondo lo stile di pensiero dell'ethnos locale: nel produrre, insomma, i tipi linguistici e nel legare quegli stemmi fonetici alle più varie direzioni semantiche, sempre però nel rispetto delle idee funzionali di base. Può essere questa la ragione, non l'arbitrarietà, della diversità dei significanti nelle varie lingue. In questo libro si esaminano però solo i rapporti interconsonantici del mondo indoeuropeo. Questo meccanismo informativo appare l'unico possibile, dotato com'è di una meravigliosa plasticità, e ha illustri modelli. Ogni informazione complessa, sia genetica, sia informatica, si avvale infatti di questo semplice concetto di segni distinti interrelati in sequenze significative e operative; né in natura esistono arbitrarietà e convenzionalità. Si veda come le basi azotate del DNA prima interagiscano tra loro a dare sequenze significative sul campo di aminoacidi per ordinarli e strutturarli in sequenze, poi finalizzate agli scopi più diversi per la sopravvivenza della cellula. A loro volta i segni elementari dei programmi di SOFTWARE interagiscono tra loro in modo tutt'altro che arbitrario, e, seguendo un preciso piano di rapporti tra le distinte frasi di programma, ordinano il campo dei DATA-BASE cui si riferiscono, per ottenere poi il voluto effetto operativo. Così può essere del linguaggio umano (come ben evidenziano un metodo idoneo e un atteggiamento analitico). Esso appare costituito da simboli primari distinti e significanti le cui preordinate interferenze, affondate negli schemi fonemici, originano poi quei complessissimi rapporti ideativi che strutturano le società degli uomini (quasi fossero semplici aminoacidi) in modo cibernetico, verso quegli scopi primari specifici di ogni età e luogo: da un lato la prigione del linguaggio (Jameson - 1986), dall'altro lo sviluppo delle idee e della conoscenza del mondo umano e naturale.

Razionalità delle basi linguistiche su cui si attua l'analisi ermeneutica
Nell'esaminare mediante un'ermeneusi analitica queste 169 funzioni di rapporto biconsonantico, nella loro specificità linguistica, e il loro impatto sulle direzioni semantiche delle 18 lingue di civiltà su cui ho lavorato assiduamente: italiano, latino, greco, tedesco, gotico, celtico, lituano, francese, inglese, russo, sanscrito, turco, accadico, egiziano, arabo, bantu, cinese, giappone351 53

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se, ho ritrovato innumerevoli dimostrazioni della sostanziale verità di questi principi e potrei pubblicare un materiale impressionante e molti volumi di dati. Resterei nonostante tutto nel campo dell'opinabile perché nessun lettore al mondo possiede la competenza per valutare i rapporti tra significanti e significati di lingue così disparate, soprattutto, come nel nostro caso, quando siano necessarie delle approfondite competenze semantiche per indirizzare correttamente il lavoro ermeneutico di dissodamento dei significati originari portati dalle funzioni biconsonantiche. Molto meglio allora compiere il tentativo di convincere il lettore mediante un'ermeneusi serrata delle suddette funzioni, con la prova dell'inversione, ma su una sola famiglia linguistica, che sia però ben conosciuta storicamente e semanticamente, sincronicamente e diacronicamente, come è la famiglia I.E. e specificamente il latino. Anche un lettore di media cultura in questo contesto facilitato può pervenire alle giuste conclusioni e godere della profonda capacità costruttiva messa in atto dai nostri antichi Bardi nel produrre le parole. In questo modo si riesce a conseguire una vera dimostrazione del principio di interferenza tra i fonemi. L'esame analitico di lingue non I.E., come l'accadico, l'arabo, il cinese, il bantu, il turco mi ha però rivelato l'ubiquità dei simboli fonemici. Ma le correlazioni più dotate di scientificità, per l'evidente valore etimologico, e la riprova della funzione inversa, si attuano con la dovuta sistematicità in ambito I.E.: dunque la dimostrazione analitico-lessicale espressa da questo libro va riferita alle sole lingue I.E. Anche il sanscrito è stato esaminato e ha assunto una funzione pilota in queste analisi riguardanti l'I.E., tanto che le funzioni che saranno qui descritte per il latino, trovano nel sanscrito perfetta omologia e in più, data la polisemanticità arcaicizzante del suo lessico, una forte messa in luce di quei meccanismi di traslazione semantica di cui ho parlato: la polisemia da un lato complica le dimostrazioni, dall'altro le rende inoppugnabili. Non mi è però possibile qui presentare gli espedienti ermeneutici e le considerazioni che emergono da queste analisi così ricche di conferme. Accennerò solo al ruolo dei bifonemi inversi voc.-cons. in sanscrito e in tutte le lingue arcaicizzanti: essi danno alla parola un andamento astratto e sostantivante, come possiamo trovare in ANALISI > AN*AL*IS-I (che vale individuale evidenziazione IS della gestionalità AL di una determinatività AN: e cioè la messa in luce di un controllo gestionale quantitativo (cfr. come analisi costituisca una controprova del significato proposto al paragrafo precedente per --N*--L). Questo andamento astratto marca molto lessico sanscrito ed è lo specchio fonologico di menti denominatrici e altamente verbalizzanti, ma non attive e pragmatiche, come infatti sono le indiane. Al contrario il latino, altrettanto se non più antico del sanscrito, ha nei suoi stemmi quell'andamento più dinamico che è in rapporto migliore con il nostro intendimento di affannati moderni. In più è conosciuto da tutti. Questi sono i motivi che mi hanno orientato verso la sua scelta. Va inteso che la dimostrazione del principio di interferenza tra i fonemi non può non essere valida per tutte le lingue I.E. quando la si dimostri in una, per l'evidente omogeneità dei rapporti interconsonantici nelle varie lingue I.E. Nel citato articolo esaminai 70 funzioni su lessico italiano-latino. Qui, dando la sistematicità sintetica di tutti i rapporti tra i 13 gesti esaminati analizzerò tutte le 169 funzioni, da cui vanno sottratte le 13 a gesto unico duplicato, come BB, CC, ecc. Purtroppo, come ben si comprende, ogni incrocio e quasi ogni parola richiederebbero un capitolo filologico-filosofico per essere approfonditi quanto meritano, ma ciò non essendo per ora possibile, ci si accontenti di riguardare dall'alto questa sistematica di incroci significanti, il cui valore probatorio emerge, senza artifizi o forzature, naturalmente da quell'ordito ordinato e sistematico di rapporti significanti da cui fu primitivamente costituito il lessico latino. È questo reale ordito, che consente il reperimento archeologico e analitico dei valori ideativi UR-Simbolici, nelle parole da essi nate, e la controprova della funzione inversa. La base materiale della possibilità di dare dimostrazione dell'assunto risiede naturalmente nella ridotta variazione diacronica dei suoni consonantici, i quali non si fanno facilmente scalfire dal
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tempo, restando per lo più tetragoni al cambiamento, o facilmente ricostruibili: a questo scopo l'accadico, pur analizzato, o l'egizio non offrono maggiori garanzie di stabilità del latino o del greco; mentre lingue moderne come l'inglese o il francese, nate dal sovrapporsi di svariati ambienti fonologici, sono ovviamente inaffidabili. Se pur alcune parole poste a esempio siano criticabili per motivi di variazione fonemica diacronica, per il non-utilizzo della forma apparentemente più antica e per il non del tutto evidente collegamento semantico proposto (condizioni che necessitano di discussioni approfondite e di giustificazioni che qui di certo non è possibile dare), resta che la sistematicità ordinata delle idee proposte a interpretazione del lessico esprima profondamente ed estensivamente la prova richiesta della realtà del principio di interferenza significante interconsonantica, il cui stabilimento è l'unico fine che mi propongo. Il non voler ammettere tale principio potrebbe apparire, così, frutto di pregiudizio. Come ultime raccomandazioni sull'uso vorrei invitare il lettore a giocare con questi UR-Simboli cogliendone la numinosa specificità ideativa, la quale, con il dilatato alone semantico di cui si dirà, consente un utilizzo estremamente plastico dei suoi filoni semantico-cognitivi, proprio perché discende e deriva dalla plasticità biologica dei sentimenti di sé, e dall'enterocettività del vivente. Il lettore così facendo scoprirebbe come i significati moderni non siano, per lo più, altro che traslati semantici in cui l'idea funzionale primitiva si reifica in nomi ; se non altro che gli esempi proposti possano divertirlo, avvicinandolo a quella divertente attività simbolica, messa in atto dal progenitore mesolitico, che architettava l'incontro di due distinti gesti articolatori consonantici, per definire a se stesso e poi esprimere i suoi stati d'animo rispetto a una serie di eventi in qualche modo coerenti tra loro, e così facendo li nominava al suo gruppo. Questo mitico impositore di nomi si riconosceva in questi eventi per la prima volta come loro Ordinatore e Microcosmo, Mago e Dispositore, uscendo finalmente dalla passività intellettuale nei confronti di una sino allora estranea e imposseduta Natura e pronto a credere ingenuamente e sino in fondo nel potere Magico-animistico e Mito-poietico, che i suoi nuovi e plastici strumenti riuscivano ormai a conferirgli e che la triste scienza, in tutto nata da quegli sforzi categoriali, cerca oggi di togliergli. La dilatata e acritica stagione delle grandi costruzioni mitiche, da Gilgamesh ai Veda, fino all'Iliade, è marcata infatti dall'adesione ingenua dell'uomo al suo mezzo d'espressione e al lasciarsi trasportare da quelle parole nuove a tutte le possibili combinazioni ideative. È soltanto quando il porsi della domanda sulla realtà dell'adeguamento tra parole e cose diventa non più eludibile, che la questione su che cosa sia la verità può cominciare a risuonare. La domanda filosofica per eccellenza: può la parola di per sé essere portatrice di verità?, esprime, infine, il dubbio degli uomini nel loro strumento fondamentale, fino all'abiura di Cartesio e all'attuale dogma di arbitrarietà. Se queste prese di posizione siano state pur necessarie di fronte all'utilizzo disonesto del potere della parola, perpetrato da tutti i poteri, non è certo la non-comunicazione e lo scetticismo in uso attualmente che potranno aiutare gli uomini nei loro rapporti. Io credo, così, che il cercare e trovare le sorgenti della significazione e scoprirle non arbitrarie in qualche modo potrebbe restituire a noi tutti qualcosa di cui avevamo bisogno e che ci mancava.

Indice

Cap. 3

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III

LE DUE RICERCHE SPERIMENTALI SUL VALORE ETOLOGICO-ISTINTUALE DEI GESTI ARTICOLATORI

In questo capitolo si descrivono i risultati delle due ricerche, si evidenzia il valore affettivo-viscerale dei suoni e si mostra come le parole siano decrittabili mediante la conoscenza di questi valori affettivi. Ciò costituisce il principio fondamentale della semantica.

Premessa alle sperimentazioni
Come Thass-Thienemann mostra nel suo libro L'origine preconscia del linguaggio, sono le emozioni estreme di nascita, trasformazione e morte a fornire al vivente e al parlante quelle esperienze comuni e quel le intense immagini interiori che formano poi la materia del le parole mitiche e dei miti. Questa sua esplorazione di stampo junghiano nel territorio del mito e della parola, che si origina dal turbato sentimento di sé in situazioni estreme, alimenta anche il punto di riferimento immaginativo per le mie ricerche sugli psicotici e sui valori fonemici. L'attenzione intensa e senza censure dello psicotico verso il sentimento di sé e le sue variazioni, cioè verso la propriocettività, lo trasforma nell'ideale antenna amplificatrice delle tensioni da lui vissute nell'articolazione dei suoni, fino a dilatare queste tensioni a tutta la sua corporeità e (nell'assenza del limite al proprio corpo, che caratterizza la percezione nel processo primario narcisistico) a proiettarle, a spargerle per il mondo, trasformandolo in un vero e proprio delirio propriocettivo e viscerale. Chi non ha esperienza di questi malati non può immaginare quanto la proiezione dei loro vissuti interiori possa essere intensa, creativa e archetipica. Su questa attitudine è infatti costruito il Test di Rorschach per le forme, che fa emergere come il processo percettivo nelle sue modalità e il riconoscimento delle forme siano condizionati e seguano i canali dell'interiore affettività. Così, quando iniziai le mie due ricerche sui due diversi campioni di psicotici, le risposte che man mano ottenevo erano affascinanti e, come tutto ciò che è psicotico, apparentemente immotivate, come in un novello Test di Rorschach per i suoni. Devo rimandare il lettore all'articolo citato per la composizione dei due campioni, le tabelle, i risultati, l'elaborazione statistica dei risultati, la metodologia d'esame e la discussione, perché in questa sede occorre approfondire il senso dei risultati, per poi, applicandoli al lessico, fare finalmente della semantica. È comunque opportuno dire che nella Seconda ricerca sul valore etologico dei gesti articolatori dei fonemi, il coinvolgimento dei soggetti testati veniva da un lato rivolto alle loro specifiche tensioni neuromuscolari nell'articolare i fonemi richiesti e soprattutto alla dinamica delle vibrazioni cavitarie interne; dall'altro lato veniva loro proposta l'immagine dell'esecutore di ogni articolazione, come uno specchio mimetico su cui confrontare le proprie emozioni.
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Queste due fasi venivano poi sintetizzate nell'inchiesta, che proponeva ai testati di dare un senso alle loro esperienze interiori, anche attraverso associazioni di idee di tipo psicanalitico per approfondirle adeguatamente. Così si aveva un sentimento interno, o proprio, e uno fuori o dello specchio, che venivano collegati fino a dare un'ipotesi di interpretazione di ogni gesto articolatorio. Nello svolgere questo screening mi accorsi che l'interpretazione era sempre correlata a un modo enfatico di produrre il suono. Questa enfasi era necessaria per sentire e vivere internamente le vibrazioni sonore e tensive specifiche. A questo punto occorre ricordare Tomatis (1988) il quale, oltre a opinare, come Sanga, che il linguaggio primevo era prosodico e cantato (senza di che, forse, la laringe non avrebbe potuto così tanto allungarsi né, forse, sarebbe stata scelta quella stazione eretta, così indispensabile per la funzione fonatoria) sostiene che la voce alta e forte, controllata dall'orecchio in ogni sua modulazione, determina un controllo cerebrale sugli altri e quindi è uno strumento di supremazia. Non è quindi per nulla incomprensibile che gli psicotici reagissero in modo molto significativo al suono dei fonemi. La Prima ricerca sull'eventuale valore archetipico dei suoni fonemici è infatti basata sull'ascolto di ogni suono fonemico, isolato e raggruppato, e sulla richiesta successiva di produrre idee in sequenza su quell'ascolto. In una seconda seduta si ripeteva l'esperimento di ascolto e si richiedeva un'idea sintetica di tutte quelle in precedenza espresse. Infine si richiedevano associazioni di idee libere a partire dall'idea evidenziata e poi le eventuali spiegazioni pre-razionali. Questi valori, per ogni fonema, venivano poi sottoposti a trattamento statistico; i valori di gran lunga più significativi statisticamente sono espressi nello schema (v. pag. 76), mentre gli altri di cui accenno nell'Art. cit. non raggiungono la soglia della significatività. I testati erano 73 per la prima ricerca e 71 per la seconda.

TABELLA RIASSUNTIVA DEI RISULTATI
GESTO ARTICOLATORIO |B| |C| |D| |F| |G| |L | |M| |N| |P| |R| | S| |T | |V| VALORE VALORE ETOLOGICO ARCHETIPICO Donazione di bene. Impulso affettivo-erotico. Vitalità impulsiva Sforzo tensivo continuo. Contrazione difensiva. Continuità Minaccia, obbligo, dovere. Regola Segnalazione (anche sessuale). Segnale Sforzo generativo. Generazione Alternanza, modificazione. Controllo gestionale. Gestione Possesso di sé. Proprio essere. Personale Coinvolgimento encefalico. Potere determinativo. Intellezione Supremazia. Potere. Efficacia Potenzialità Ripetitività tranquillizzante. Ripetizione Esaminare. Attenzione evidenziatrice. Evidenziazione Attivazione della minaccia dentale. Attivazione Movimento finalizzato. Sviluppo Procedimento

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Ciò che veramente conta nel paragone tra le due ricerche è la correlazione evidente che i due diversi campioni, testati in due diversi modi, esprimono nei loro risultati. Quest'armonia di risultati consente, a sua volta, l'interpretazione che se ne può dare: il valore archetipico, cioè la rievocazione della memoria subconscia universale, non è che una eco, all'interno dell'inconscio collettivo, di quel valore etologico-articolatorio di base, o valore visceralefisiologico, che lo lega all'espressività dei primati. Questo valore, sostanzialmente biologico, precede e fonda quello archetipico, come il sentimento propriocettivo e biologico di sé, vissuto nelle esperienze estreme di nascita, trasformazione e morte, fonda mediante suoni acconciamente selezionati (come mostrano le analisi di ThassThienemann) le famiglie di parole legate a quegli eventi. È proprio questa globalità primitiva dei gesti articolatori, che, fondandoli come capostipiti istintuali ed etologici di tutte le classi di fonemi simili, supera a mio parere la possibile obiezione di chi potrebbe chiedermi perché non si siano testati tutti i fonemi usati dall'uomo (cosa, del resto, quasi impossibile). Si tenga presente come queste ricerche vogliano fornire notizie su quella prepaleolitica fase di selezione dei suoni, in cui si raggiunse una stabilizzazione di questi strumenti. Se noi non avessimo, come non aveva Platone, la nozione di inconscio collettivo da un lato, quella di comportamento etologico dall'altro, sarebbe vano pensare di raggiungere qualche risultato e i ricercati Distinti Simbolici del linguaggio resterebbero dietro un velo di Maia. Ma ambedue queste nozioni spingono, una dall'interno, l'altra dall'esterno, a comprendere con relativa esattezza che ogni articolazione fonetica è in realtà un complesso gesto articolatorio istintuale globalistico, che coinvolge l'intero organismo e l'intera psiche secondo la natura dell'istinto che ne viene rappresentato e che è il risultato di un lungo processo evolutivo. Si deve comprendere che la cavità orale, con la sua estrema complessità di sincinesie muscolari (come è dimostrato dalla amplissima superficie dell'area cerebrale motoria jacksoniana che la innerva e la modula finissimamente, in specie la lingua), ha sempre e in ogni specie avuto un ruolo fondamentale nell'organizzazione degli istinti: sia quello orale-nutritivo, sia quello orale-libidico, sia quello meramente aggressivo, infine quello linguistico, di cui veniamo discutendo. Che l'istinto orale nutritivo e quello orale aggressivo siano intimamente connessi e necessitino di un tabù culturale che li dissoci, ci è mostrato per esempio dal cannibalismo. Così pure l'istinto orale libidico è intimamente connesso con gli altri due, come ci mostrano le metafore degli innamorati che ci informano su come essi desiderino mangiarsi l'un l'altro. Ma non approfondiamo eccessivamente questi temi, che sono ben noti agli esperti di schizofrenia, condizione appunto in cui gli istinti primari sono rimasti dissociati, così come avviene nell'infante e nelle condizioni di profonda regressione, come l'innamoramento. Ciò che però va fortemente ritenuto di questi esempi è un concetto: l'articolazione orale è il luogo in cui si proiettano con grande evidenza gli istinti principali. Niente di strano dunque che essi possano esser stati oggetto di due successive sostituzioni-simbolizzazioni al fine di utilizzare questi istinti sempre più finemente e consapevolmente: la prima sostituzione è quella per la quale sia l'impulso finalistico, sia quello libidico, aggressivo, difensivo, cognitivo, segnaletico ecc., insomma tutti questi impulsi primari, o triebe, vengono a organizzare e a conformare alcune sincinesie articolatorie orali, adeguate e proprie alla natura specifica di ognuno. Queste sincinesie sono dunque direttamente emergenti dalle tensioni specifiche di ogni particolare e rilevante pul sione istintuale, derivate dalla dinamica istintuale fisiologica; ogni pulsione, impadronendosi delle tensioni e delle funzioni corporee in ogni distretto, va modellando e modulando l'organismo in gesti coerenti con le sue proprie specificità. Tali gesti, come già si è discusso, trovano infine nell'articolazione degli organi orali un'ancor più specifica e complessa sede, (giacché, negli animali, la bocca è sede innervatissima dei principali istinti) e vanno conformando così l'organo orale in una dinamica, o meglio in un paradigma di tensioni gestuali specifiche, che subiranno, meravigliosamente e solo per il socievolissimo
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e sensualissimo uomo, il destino di andarsi fonologizzando, per rendersi sempre più esplicative e significanti. Ancor prima di codeste fonologizzazioni specifiche delle pulsioni primarie, sono proprio le stesse tensioni prodotte nell'organo orale a dare il tono e l'ambiente emotivo a ogni specifica articolazione, che ne verrà marcata indissolubilmente, fino ai giorni nostri, come intenzione di significare una pulsione. Questa indissolubilità ci consentirà l'operazione che stiamo attuando, di comprenderne l'ambiente emotivo, o meglio il valore viscerale-archetipico, mediante una semplice analisi del subconscio di soggetti adatti. Sopravviene infine una seconda sostituzione, quella per la quale queste stesse sincinesie articolatorie si conformano man mano alla ormai predominante ed economica intenzione di segnalare e informare il prossimo mediante suoni, risolvendosi a specializzarsi nel produrre segnali acustici specifici, il cui timbro sia irrimediabilmente marcato dalle modalità di emissione: i gesti articolatori si trasformano in specifici strumenti di sonorità. In tal modo l'istinto fondamentale dell'uomo, quello linguistico, prende pieno possesso della motilità linguale e in generale orale, grazie a una stretta connessione operativa con le immagini interne prodotte contemporaneamente dalla psiche, (cfr. il file S-L). Il suono emesso resta il rappresentante sonoro del rappresentante articolatorio di un istinto fondamentale. Il fonologo che mi leggesse tenga presente questa definizione ancor prima di occuparsi della descrizione imprecisa e sommaria che ne viene seguendo.

Descrizione dei gesti articolatori, secondo i chiarimenti emersi dalle sperimentazioni. Correlazione dei loro valori etologico o comportamentale e archetipico, di cui il secondo apparirà come un testimone intrapsichico del primo, in modo da fissare un percorso evolutivo e una storia per ogni gesto. |R|
Le ricerche forniscono, come si è visto, un valore di ripetitività e un senso etologico di ripetizione tranquillizzante e ritmico-biologica al gesto |R|. Non ci si può meravigliare di ciò, posto che chiunque è indotto ad assegnargli il suo proprio valore di ripetitività, poiché il senso comune intende che la ritmicità vibratoria della punta della lingua, che si continua in una ritmica vibrazione toracica e addominale, non lascia dubbi sul suo significato (intuibile a sua volta dall'infinità di parole ripetitive inizianti con la R). È normale pensare che ogni tipo di ripetitività biologica (Respirare, Ridere, Russare), o meglio l'istinto del ripetere biologico, selezioni l'organo più adatto a dare informazione al gruppo di quel ripetersi così tranquillizzante (scindendolo, finalmente, dalle funzioni ritmiche organismiche che lo hanno generato, e rendendolo, così, logico, discreto e distinto) e lo trovi soltanto (perché unico organo efficace nel produrlo) nella vibratile punta della lingua. Vi è una completa obbligatorietà nella scelta degli organi produttori dei gesti fonemici. Dalla ritmicità tranquillizzante, istintuale ed etologica all'uso consapevole e strumentale del suono finalmente prodotto dall'organo adatto, poi accettato e selezionato da tutti i parlanti (e vocalizzato per suoni vocalici significanti, in una mini-sincronia della ripetizione), il passo è relativamente breve, nelle decine di migliaia di anni a disposizione. Ma il valore istintivo-etologico di |R| è ancor oggi presente nel primate modificato che è l'uomo, legato a un sentimento specifico, quello del suo istinto di base: mediante quest'istinto è
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consentito di estrapolarne il significato logico e di ritrovare in memoria le parole in R, associandovi stati d'animo coscienti. Si vedrà in seguito che la ripetizione istintiva è da considerare infinita e differisce dalla continuità di |C|, in quanto mentre questa esprime uno sforzo continuativo nel tempo, la R produce una serie infinita di atti ripetitivi singoli. Ho scelto |R| per introdurre i valori etologici di tutti i gesti articolatori perché, essendo evidente alla coscienza di ognuno, gode della condizione intrapsichica di un sogno la cui espressione manifesta e il significato latente sono identici, perché la censura onnipresente qui non ha agito. Esso può darci uno schema d'interpretazione, valido per tutti gli altri gesti, che va dall'istinto da comunicare al gruppo alla scelta obbligata degli organi idonei a fonologizzarlo e, infine, alla produzione della classe omogenea dei suoni rappresentanti. Questo percorso selettivo, durato certo fino al paleolitico superiore, viene disvelato dalle tensioni propriocettive, dalle vibrazioni intracavitarie e dall'attitudine mimetica degli psicotici: essi danno dei vari gesti un'interpretazione dinamica e Gestaltica, coinvolgente tutto l'organismo, con risvolti comportamentali-etologici.

|P|
Il gesto |P|, produttore della labiale sorda, viene distaccato dal suo esito sonoro, e letto come un enfatico gesto di supremazia, potere, disprezzo e capacità in quanto colpisce l'attenzione immaginativa dei testati a causa della pressione intratoracica e orale dell'aria che prima si accumula nelle guance dilatate, poi viene improvvisamente rilasciata in modo esplosivo, (si tenga presente che il gesto fonatorio è soprattutto gestione dell'aria e della sua vibrazione). Questo rilasciamento avviene quando improvvisamente il cercine buccale, teso a trattenere la pressione che gonfia le gote e irrigidisce il diaframma, viene improvvisamente deteso volontariamente, in modo da ridurre la pressione generando un getto d'aria al di fuori delle labbra e un'enfatica |P|. Tutto questo comportamento etologico ha un preciso significato che viene colto dai primati, da noi uomini e a maggior ragione dai soggetti psicotici, così attenti e sensibili a qualsiasi forma di minaccia e di possesso del loro essere. Essi testimoniano del tentativo di supremazia posto in essere da colui che attua una simile condotta: la pressione d'aria introiettata gonfia il corpo del primate e tale atteggiamento suscita in chi lo osserva un senso di timore e di inferiorità, in attesa di un'esplosione comportamentale. Questo comprimere aria e la successiva esplosione sono, come per il comportamento simile dei primati, efficaci nel coinvolgere gli astanti e sottometterli. Dunque è l'istinto di supremazia che si mobilita nel rigonfiamento esplosivo di tutte le cavità, come fa l'animale che si gonfia e poi esplode per dominare. Così fa il petardo, il peto, il pater... Il gesto |P| è dunque l'unico e il più semplice gesto comportamentale volto a esprimere una supremazia e un potere attuale sugli astanti. L'ascolto del suono assevera l'impressione comportamentale, essendo evidentemente legato nella memoria collettiva in modo indissolubile alla modalità con cui era stato prodotto e soprattutto all'intenzione di supremazia alla base di questa modalità. Come definire il potere in termini logici? Potenzialità di attuare un'azione, dunque capacità reale di conseguirla. Appare nel lessico il valore fondamentale e logico del gesto |P|. La trasformazione di un suono legato al gesto comportamentale di supremazia in un componente di una serie logica, col valore prefissato di potenzialità, è appunto il miracolo che trasforma il comportamentismo semi-animalesco in linguaggio. Perché questo avvenga è necessario che l'Homo loquens noti e apprezzi sempre più la stabilità del suono derivante da un determinato gesto comportamentale-articolatorio, si renda conto che il suono può essere prodotto volontariamente in un modo meno enfatico e casuale di quello derivante da un gesto comportamentale, e consideri così come questo suono possa sostituire a tutti gli effetti il gesto comportamentale da cui deriva. Quando l'Homo loquens si sarà reso conto del vantaggio offerto dalla sostituibilità del gesto da
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parte del suono, in termini di economia e generalizzazione della intenzione comunicativa che si vuol far passare, andrà privilegiando sempre più il suono al gesto. La sua laringe andrà spropositatamente allungandosi e poiché la comunicazione fonica che è istantanea, consente di inanellare sequenze di suoni sostitutivi di gesti comportamentali, si avvarrà della facoltà di vocalizzarli nei diversi modi possibili, assegnando a ogni vocalizzazione un significato emotivo-ordinativo. Infine sarà in grado di collegare questi spezzoni sillabici in modo significante secondo una grammatica generativa intrinseca alle sue capacità mentali, iniziando il grande lavoro di organizzare la parola secondo un principio posizionale razionale, il discorso anch'esso secondo un principio ordinativo-posizionale, che consentirà di conferire agli spezzoni sillabici, collocati nella posizione copulativa, prima la funzione di verbi, poi la coniugazione. Questo è in gran sintesi lo sviluppo del percorso istinto > suono > linguaggio.

|M|
Il gesto |M|, all'opposto, è l'unico gesto efficace a mimare l'ipseità a causa del coinvolgimento vibratorio aereo nelle cavità orale, toracica, viscerale della sua vibrazione inclusiva. È esperienza comune che il produrre una vibrazione inclusa, a bocca volontariamente chiusa, in modo che questa vibrazione penetri nei polmoni e sul diaframma, è spesso dovuta a situazioni emotive come la contentezza o anche il broncio. Sembra che questa vibrazione sia una risposta comportamentale a una tensione affettiva e un tentativo di risolverla, soprattutto nel momento in cui questa vibrazione inclusiva sfocia nell'apertura della bocca e nella produzione della labiale sonora. L'inchiesta mostra come gli psicotici diano a questa vibrazione che prende possesso del corpo fino ai genitali il senso di proprio, di possesso di sé. Non a caso il suono OM è usato dai buddisti per rafforzare il senso di sé. L'istinto che presiede al possesso del proprio corpo è il narcisismo, o libido corporea; è esso che, secondo Freud, carica l'lo di energie. L'inclusività intracorporea e intracavitaria della vibrazione, il suo trattenimento, appaiono dunque all'inchiesta psicanalitica il tramite mediante cui la libido narcisistica si fonologizza e si afferma al gruppo: come una sottolineatura del proprio sé, soprattutto quando esistano elementi di sofferenza e di insoddisfazione. Così ogni oggetto veramente personale sarà marcato da M a cominciare da se stessi: OMO, dalla propria MAMMA, dall'AM*IC-O, dal proprio sentimento AM*OR. Dunque questo gesto comportamentale, che per le sue caratteristiche deve esser sempre stato interpretato dagli astanti come quello del raccoglimento in sé e della ricerca di una unità e interiorità psichica profonde e come rimedio contro la dissociazione emotiva, questo gesto che esita e si dilata nel suono |M|, è stato scelto obbligatoriamente per sostituire nella primitiva catena fonico-comportamentale qualsiasi altro accenno al l'io personale, fino al l'instaurarsi del l'obbligatorietà del suono |M|, nel rappresentare tutto ciò che appare proprio o personale.

|N|
Il gesto |N| è a sua volta inclusivo, come |M|, ma qui la vibrazione è volontariamente inviata, tramite il velo, alla cavità nasale, fino a porre in pressione i seni paranasali e, da qui, a coinvolgere l'encefalo in una vibrazione inclusa, quindi determinata. Si tratta di una condizione fonatoria alquanto innaturale, ma non per questo meno usata. La domanda posta ai soggetti psicotici sul possibile significato di questa articolazione fonatoria riandava significativamente all'esperienza consapevole della vibrazione intracranica, che veniva da loro vissuta come un'attivazione dei poteri mentali, o un riferimento alla mente. Non si può dubitare che anche per i primi selezionatori di questo gesto innaturale ciò che contava era l'accenno alla vibrazione encefalica e mentale inclusiva, in contrapposizione con la vibrazione del possesso di sé o |M|. Queste due vibrazioni assommate delimitano il campo delle vibrazioni interne. Come la |M|, anche la |N| deve essere stata via via usata sempre più consapevolmente per accennare ai poteri determinativi della mente, all'istinto determinativo che caratterizza il primate e l'uomo.
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Questo gesto è l'unico efficace per accennare al potere di concentrazione mentale e, mediante la vibrazione alta e inclusa, al possesso della quantificazione mentale concreta. Occorre riflettere che il primitivo, per questo così misterioso potere determinativo quantificatorio mentale di cui era capace, necessitasse di una idonea marca informativa, che corrispondesse, nel prodursi, alla sua sede e anche alla sua vissuta funzione di concentrazione dei pensieri a loro volta padroni degli oggetti. Questa funzione mentale nomina l'uomo come propria determinazione: MAN, MENS, MEANING, MNEMO, e la sua sostanza come AN*IM-A, nel contatto estremamente primitivo delle due vibrazioni possibili, quella del corpo e quella del cranio. L'evaporare della mente, l'esperienza psicotica del perduto senno (nell'Orlando: come un liquor suttile e molle, atto a esalar se non si tien ben chiuso) è giustamente il contrario di quella ritenzione inclusiva, che si specchia nei suoni nasali come garante e testimone dell'efficacia dei processi di mente.

|C|
Quando gli psicotici evidenziarono il ruolo dello sforzo nel produrre la velare sorda enfatica ed espressero l'idea di tenacia, connessione, si riferivano a quella sensazione propriocettiva di irrigidimento toracico-diaframmatico, alla messa in tensione dei muscoli sterno-cleido-mastoidei e all'occlusione velare tesa come in uno sforzo fisico. Dunque, tutto ciò che si oppone, perché teso e connesso, può preferenzialmente essere marcato dal gesto |C| che, naturalmente, comprende velare sorda, palatale, laringale, come classe di fonemi simili. Il gesto |C| mima, così, l'istinto di irrigidimento difensivo, che è una caratteristica essenziale di ogni vivente. Provi il lettore a comparare le diverse sensazioni interne di |P| e di |C|: come la tensione del primo nel torace sia tutta finalizzata verso l'esplosione successiva, mentre la pressione del secondo gesto non abbia altro scopo che la resistenza allo sforzo. Dunque anche noi moderni possiamo leggere la grammatica allusiva dei gesti fonatori che si impiantano su tensioni e comportamenti animali arcaici, in questo caso la difesa isotonica dei muscoli, come istinto protettivo. Questa nozione è fondamentale, perché ci mostra il vivente per come è, sempre coinvolto nella difesa affannosa di sé e della proprio corporeità, sempre irrigidito, teso e ansioso, in un'armatura comportamentale senza sbocchi. Questa modalità di difesa così generalizzata, che esita nella produzione del suono occlusivo, allorché l'aria tenacemente difesa esplode dalla laringe sotto lo sforzo di un eccesso di ansia, è stata ben consapevolmente utilizzata per fonologizzare il suono |C|, che può così sostituire nella catena fonica lo sforzo protettivo di irrigidimento, la cui caratteristica è la continuità di tensione connettiva. Vedremo come l'analisi dei rapporti di AC* corrisponda in pieno a questa nozione. La ChioCCiola, il CeCe, il ChiCCo, il CoCCo, irrigiditi nella difesa dei loro contenuti e senz'altro carattere se non la pura oppositività alla pressione esterna, sono, per nominarsi, pressoché obbligati a usare lo specchio fonologico delle loro tensioni, e cioè il suono occlusivo! Questa è la più bella prova figurativa immaginabile della realtà del percorso che dall'istinto connettivo porta al suono |C|.

|D|
L'analisi etologica del gesto |D| mostra la necessarietà della sua interpretazione. Gli psicotici dettero di questo modo di articolazione un'interpretazione dinamica, mostrando il ruolo che la punta della lingua, apposta con forza agli alveoli anteriori superiori, svolgeva nell'elevare i muscoli zigomatici in modo da poter ostentare i canini. In effetti l'elevamento di questi muscoli richiede un puntello linguale efficace. Il suono alveo-dentale |D| è l'esito fonico obbligato, l'unico possibile, della detensione di una simile tensione glosso-zigomatica. Ma la messa in mostra dei denti ha un ovvio significato etologico di Minaccia che fu letto come tale da quasi tutti i testati. Le idee aggiunte: Obbligo,
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Regola, non esprimono che l'obbligo di sottomissione alla minaccia di questa grimace dentale: questo è il motivo dell'affollatissimo repertorio di parole in |D|, espressive di Dovere, lodato esito dell'istinto di aggressione! Ognuno deve riconoscere che la mimica facciale esprime il primo linguaggio fine dei primati e degli uomini; è testimonianza funzionale di questo fatto il complessissimo sistema di muscolatura scheletrico-pellicciaia facciale di cui siamo dotati, esito anatomico di questa fondamentale funzione. Nessun animale possiede un sistema muscolare facciale tanto complesso e tanto integrato da potersi neppure paragonare a quello dell'uomo. E infatti la mimica spontanea e involontaria riesce a manifestare infinite sfumature dell'animo e infinite intenzioni coscienti. Di ciò era ben consapevole Darwin, quando andava ricercando in queste facies un'approssimazione al linguaggio umano, senza poterla trovare però nella loro semplice meccanica esteriore: come abbiamo ben compreso, l'origine del linguaggio fonico consiste soprattutto nei modi con cui si può modificare la gestione della vibrazione aerea e quindi da un proposito e una motivazione squisitamente interni e affettivi. Eppure una ricerca della motivazione significante che si basi sulle facies e le grimaces dei primati come quella di Darwin ha certamente una sua grande validità, almeno per alcuni gesti fonatori e segnatamente per il suono |B|, in cui la mimica facciale di protrusione buccale (dovuta alla spinta istintuale all'esternazione d'affetto) indirizza totalmente la modalità di vibrazione aerea a essa connessa; altrettanto accade per il gesto |D|, in cui la facies aggressiva e dentale prevale nella produzione della vibrazione aerea propria del suono |D|. Invece gli altri gesti sono impregnati solo parzialmente di un fattore chiaramente mimetico corrispondente alla loro intenzione comunicativa, per una complicazione successiva alla pura mimetica animale (che pare trasmettere prevalentemente emozioni e comportamenti meccanici e istintuali): per esempio al suono |N| enfatico corrisponde una facies in cui compare un'elevazione degli occhi e un aggrottamento della fronte e si potrebbe supporre e ben congetturare che codesta facies, denotante la cognizione mentale o spirituale, implicasse già primitivamente una inspirazione aerea encefalica e una contemporanea elevazione degli occhi verso l'alto. La specificità di tale appello alla mente è ben viva, tanto da esser facilmente letta dagli uomini di oggi. Il suono |C| si accompagna a un irrigidimento di tutti i muscoli facciali, cioè a un'espressione caratteristicamente amimica, cui corrisponde una perdita di significato della sguardo a causa della globalità funzionale della reazione di irrigidimento occlusivo implicita in |C|. È logico supporre che tale comportamento mimetico (sia pure di per sé non del tutto in grado di determinare le caratteristiche foniche del suono |C|) riuscisse benissimo a segnalare agli altri quello stato di rigidità tensiva che si voleva trasmettere, in occasione di uno sforzo da compiere o di una necessità difensiva, sforzo che manteneva come correlato la perdita della chiarezza di mente. Simili rapporti mimetici sono presenti in tutti i gesti fonatori, ma non con la predittività esemplare insita nei gesti |B| e |D| e rappresentano quelle reazioni mimetiche fossilizzate che fanno da passaggio e da scala tra la trasmissione di significato di tipo mimetico-comportamentale e la soluzione fonica abilmente dipanatasi dalla serie precedente. Nel lessico si osserva come il gesto |D| abbia un ruolo fortemente ordinativo sugli altri suoni se posto in posizione spinante. Lo si può immaginare in modo comportamentistico come l'inserimento di una facies che mostra i denti all'interno degli altri gesti e questo ruolo mimico esprime un'intransigente obbligatorietà, come mostra per esempio l'uso traslato ED-o, come obbligo >> di nutrirsi, OD-io, come obbligo >> di vendicarsi, ecc.

|G|
Il gesto |G|, produttore della classe delle velari sonore, viene letto dinamicamente come sforzo generativo: uno sforzo che, come il gesto |C|, è causa della costrizione diaframmatica, identica a quella del parto, ed è generativo, al contrario di |C|, per l'apertura velare idonea all'emissione di aria e di vibrazioni modulate.
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Il gesto |G| mostra una correlata facies mimetica, molto caratteristica: essa corrisponde alla rigidità isotonica e tensiva tipica del gesto |C|, cioè rigidità masseterica, frontale e zigomatica, ma, al contrario di |C|, con detensione dei muscoli sterno-cleido-mastoidei, cioè dei muscoli inferiori del cranio, che determinano l'irrigidimento relativo dal cranio al torace. Questa differenza implica una detensione mascellare e del collo in generale, (compresa la laringe e la faringe) responsabile sia della possibilità di produrre un suono occlusivo sonorizzato, sia di modularlo nel canto. Questa è dunque l'organizzazione muscolare adeguata all'emissione canora. Sulla scorta di queste specificazioni va inteso il valore profondo e antropologico della generatività della postura suddetta, come della sua rappresentante fonetica, la |G|: una generatività infinita e modulata, che implica un'attitudine creativa, un'intenzione affettiva e un costo tipicamente umano e biologico, ben differente dunque dalla generatività logico-matematica, che ne è l'astrazione senza anima. Vedremo bene, analizzando il lessico, come la funzione generativa implichi una creatività di alto valore emotivo, e a sua volta come il decrittatore per avvicinarsi al senso arcaico del gesto |G| debba assegnargli questo intorno semantico. Così l'onnipresente istinto generativo, con i circuiti cerebrali che lo installano, può fonologizzarsi nella velare sonora e nella GAMMA (GM = generazione propria) dei suoi infiniti armonici. In vocabolario ritroviamo un alto numero di parole in |G| chiaramente generative, come Gola, Guscio, Geist, Gono, ecc, che costituiscono di per sé un indizio di alto valore del senso generativo di |G|. Soltanto e di per sé la parola UG*OL-a, la gestionalità variativa e modulare di una generatività emotiva, quella del canto, sarebbe dimostrativa del principio posizionale.

|L|
Si deve ritenere che l'Homo Faber necessitasse di una marca mimetico-fonetica idonea a rappresentare il suo istinto strumentante, cioè la facoltà di modificare il reale mediante strumenti acconci, come la pietra LIT-ica (L-T > alterazione attivata), operando in modo alternativo e variabile. Ma ancor prima di questa esigenza nata da una capacità pratica, l'intima natura mentale e emozionale degli uomini doveva certamente volgersi a considerare la variabilità intrinseca alla loro esperienza esistenziale e necessitare di una marca che esprimesse questa variabilità, opposta alla ripetitività senz'anima degli eventi naturali e biologici. Il gesto della variabilità ha dunque implicito il senso antropologico profondo di variabilità umana, prima emotiva, poi strumentale. L'azione strumentante umana con i movimenti alternativi delle braccia e delle mani deve aver sicuramente agito da modello per la ricerca di un gesto orale che presiedesse allo stesso significato. Posto ciò, se noi riflettiamo a come concretamente si potesse stabilire un modello rappresentativo della variabilità all'interno della classe dei comportamenti facciali mimetici, ci rendiamo conto facilmente che la soluzione ottimale richiede di mimare questa variabilità mediante un'alternatività di movimento, e che questo movimento facciale ottimale non può essere altro che quello prodotto dal mobilissimo e protetto organo della lingua, esposto a bocca semi-aperta. Dunque un'alternanza di movimento linguale, quasi mimetico del consueto movimento strumentante delle braccia e delle mani. Allorché infine venne richiesto dalle esigenze di sonorizzazione di fonologizzare il gesto mimetico, naturalmente il suono prodotto fu quello dell'apposizionedistacco della punta della lingua alla parete alveolare, come sinonimo dell'alternanza -variabilità. Questa è la spiegazione offertami dagli psicotici nel corso dei miei screenings. Come |R|, così il gesto |L|, produttore dei suoni liquidi, può esprimere valori ritmici, con la grande differenza che in |R| le vibrazioni sono incontrollate e a alta frequenza, mentre |L| è costituito da una continua e volontaria apposizione - distacco della punta della lingua agli alveoli: la lallazione, appunto. È proprio questa volontaria e seriale presenza-assenza della lingua dal palato che orienta i testati verso l'idea archetipica di alternanza (ALT> attivazione -T- di alternanza -AL, da cui
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AL*ITO, AL*BA alternanze di fiato e di luce, o meglio loro presenze-assenze). Allo screening risultò che l'idea connessa era, appunto, controllo di alternanza, o di variabilità in +/-. Dunque anche Gestione della variabilità. Infine Gestione variabile: si consideri che il concetto di gestione comprende di necessità quello di Controllo variabile, al fine di essere efficace. Un primo esempio di indagine sul lessico ci mostra ALIH, sscr., applicare la lingua: evidentemente questo nome è rimasto come esemplare fossile delle primitive esperienze che convinsero a usare |L| come segno dell'alternanza. L'istinto di base è, evidentemente, quello strumentale. Per ciò molti strumenti sono marcati, e nominati da |L|: LITHOS, LIMA, LAMA, LU, (cin., aratro) che è lo strumento per definizione. Questo UR-S, in quanto variativo, gode della facoltà di poter ribaltare il senso degli assemblaggi fonetici in cui è inserito, come spina, e di produrre parole a carattere alternativo: Lucchetto, che apre e chiude. Laccio. Lucco, id., mantello aperto-chiuso. Luce, apertura-chiusura del giorno. Tutte queste parole sono di scheletro radicale L-C = alternanza continua.

|B|
Il gesto |B| è già stato esaminato. In origine il comportamento mimetico era quello di offrire le labbra e la loro mucosa sensibile come specchio e anche stimolo al coinvolgimento emotivo, preludio al congiungimento erotico. Io suppongo che la differenziazione mentale del primate e dell'uomo nascano proprio da questa spinta erotizzazione delle labbra, possibile solo in animali estremamente dediti alla vita sociale, con un'esistenza alquanto sicura e povera di pericoli quale doveva essere quella delle scimmie sugli alti alberi della foresta tropicale. L'erotismo labiale e buccale, cioè la ripetizione socializzata dell'istinto genitale, sono possibili solo in simili circostanze, ma, allorché vengano a instaurarsi, producono l'effetto di arricchire la dinamica oro-linguale di infinite intenzioni erotiche, e, stante l'onnipresente principio del piacere, di indurre e di inclinare sempre più gli ominidi al rafforzamento di una vitalità erotica senza paragoni nell'ambito dell'intero regno animale, come ci è dimostrato dalla mancanza di una ciclicità nella sessualità della femmina umana. Questo infinito e continuativo interesse sessuale dell'ominide per i suoi simili lo rende sociale secondo il nostro modo di dire e lo induce a rafforzare il proprio metodo di comunicare, al fine di esplicitare sempre più le sue intenzioni nei confronti degli altri membri del gruppo, oggetto di tanto interesse e di tanto amore. L'erotizzazione della bocca, come sostituto degli organi genitali, gli permette di forzare lo schema rigidamente comportamentale dell'informazione sessuale precedente e, tramite la bocca e soprattutto la lingua, di fonologizzare le sue intenzioni seguendo il principio del piacere e l'erotismo orale. La nostra teoria della fonologizzazione esprime dunque con forza la mediazione tra principio del piacere e principio di realtà: ogni gesto articolatorio-fonatorio appare il risultato selezionato concretamente di questa mediazione tra il piacere comunicativo-orale e la necessità degli strumenti anatomico funzionali disponibili. Ed ecco: forse proprio il gesto |B| è il progenitore e il modello di tutte le successive fonologizzazioni, in ragione della sua esemplare corrispondenza a un uso erotico della comunicazione inter-umana. L'impulso vitale-erotizzante che lo sostiene e che sceglie la delicatezza degli organi erogeni labiali e il loro puro dischiudersi per i suoi propri scopi, si fonologizza mediante una delicata esteriorizzazione delle vibrazioni oro-labiali, come espressione di un sentimento erotico. È dunque uno specchio dell'istinto dell'erotismo vitalizzante. Ma nell'uso all'interno della parola, come si vedrà nelle analisi del lessico, si trasla anche a impulso vitale distruttivo e incontrollato, BAR*BARo. Così anche la letteratura e la psicanalisi ci mostrano la possibilità della trasformazione del violento impulso del dio dell'amore. |B| è, in qualche modo, il più biologico e il meno logico nella cerchia degli UR-S, e resta tale anche quando gli assemblaggi di suoni sono prodotti con stretta regola razionale: funge, spesso, insieme al suono U, da motore vitalistico delle parole-idee. Si veda come B-L possa esprimere un impulso vitale gestionale sui suoi oggetti (Balia, sull'infan351 65

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te; Ballo, sui movimenti; Bilancia, sui pesi). Mentre l'inversa L-B può esprimere il controllo gestionale di un impulso, quindi poter esprimere il concetto di equilibrio e nominare enti in equilibrio (Libra, Labaro), o che richiedono un attento controllo gestionale degli impulsi vitali per poter essere soddisfatti (Labirinto, Labor).

|F|
Nell'ambito di qualsiasi serie informativa i singoli segnali richiedono che venga modellato un semantema che ne specifichi la loro natura di segnale. Nella serie fonetica questo segnale di segnale vuoto appare prodotto dal gesto |F|. Questo suono viene creato infatti nella modalità meno collegata a eventi interni e più esteriorizzata possibile, come può essere qualsiasi semplice richiamo. Inoltre la natura nettamente vibratoria del suono |F| gode dell'attitudine fisica della maggior udibilità possibile, anche a lunga distanza (FIS*C-hio > continuo segnale evidenziato). Il valore antropologico del gesto |F| è dunque quello del richiamo, o dell' autosegnalazione, che può scattare in momenti di pericolo o di difficoltà. Il gesto |F| richiede, per essere prodotto, di un rimodellamento dinamico della rima labiale, con controllata e sforzata emissione di una coordinata turbolenza aerea, nel transito artificiale creato tra labbro e arcata dentaria. Tutto questo procedimento appare, ai testati, dovuto a una cosciente intenzione segnalatrice e i suoni affricati che ne derivano, come sua fonologizzazione. E qui arriviamo all'origine mimetica del suono F: la vibrazione affricata viene apparentata nello screening a idee erotiche e di calore (AF*R-o, AF*R-ica), perché il calore viene disperso con una respirazione difficoltosa, che fa vibrare a forza le labbra e produce un suono del tipo |F|, ma così anche avviene al culmine della FaT-ica sessuale. Anzi, è proprio questa fatica che comprende sia il senso di calore sia la respirazione produttrice del suono affricato. Quindi |F| prende il posto della segnalazione della fatica copulativa, che è già un comportamento globalistico, la cui valenza prossemica applicata all'organo orale ne definisce la funzione segnaletica e la sua generalità d'uso. Questo segnale erotico fu poi spostato, nell'uso resosi ormai logico all'interno degli assemblaggi, a mero segnale neutro, spesso allo scopo di nominare qualcosa che per qualche sua esteriorità si distinguesse dal suo contesto. La segnalazione sessuale è, come ognuno sa, un istinto etologico generalizzato: questo istinto può trovare nell'articolazione affricata di labbra e denti il suo efficace specchio fonologico, anche perché la dispersione del calore in eccesso si attua, negli animali, con lo stesso procedimento: il soffio ritmato disperde calore per evaporazione. Così l'eccesso di calore erotico si può segnalare con lo stesso suono per una sorta di mimesi etologica, onnipresente nella costruzione degli schemi consonantici. Indizi di ciò sono AFA, ANFARE, AFELIO, il punto astronomico del calore. Si notino come comprovazione del valore di segnale, insito in F, le costruzioni: F-B > segnale vitale > Febbre; F-C > segnale continuo > Facies, Facondia; F-D > segnale obbligante > Fides; F-G > segnale generante > Foggia; F-L > segnale alterato > Fallacia; F-M > segnale proprio > Fama; F-N > segnale determinante > Fine; F-R > segnale ripetuto > Faro; F-V > segnale procedente > Favella.

|T|
Il gesto |T| viene interpretato, nell'inchiesta sui soggetti psicotici , come una pura e semplice lenizione del gesto |D|, da un punto di vista articolatorio, mentre il suo valore etologico, simile e correlato alla minaccia dentale, ne esprime la lenizione del significato come una semplice at351 66

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tivazione dei soggetti all'impositività di |D|: essi, essendo già impauriti e dominati, necessitano solo di un richiamo non - emotivo |T| per mettersi a disposizione. In effetti anche a noi appare che l'articolazione di |T| derivi da quella di |D|, più complessa ed enfatica, per una riduzione della componente zigomatica, elevatrice del labbro superiore, e per l'abbassamento del cacumine linguale al livello del marginale dentale e non, come per |D|, a livello degli alveoli incisivi. Il gesto |T| sembra, dunque, un gesto |D| che abbia perduto la sua forza muscolare nelle sue due componenti zigomatica e linguale, residuandone solo un accenno, atto a produrre il suono caratteristicamente differenziatosi. Nell'indagine sperimentale la reazione dei soggetti psicotici alla proposizione del gesto |T| non era (come testimonia lo screening delle idee accessorie) caratterizzata da una sensazione di minaccia, ma da un coinvolgimento genericamente attivatore. Chi si produsse inizialmente in questa lenizione doveva perciò essere ben consapevole del suo significato attenuativo, rispetto al primitivo valore di obbligo minaccioso. Del resto nelle condizioni di vita normale non è possibile imporre sempre per forza o con minaccia, giacché si va incontro di necessità al rischio di ribellione e di vendetta. Il gesto |T| esprime dunque la normalizzazione e il rasserenamento del gesto da cui nasce e ne capta la forza attivatrice senza l'inclusione di una minaccia dentale: può perciò sostituirlo spesso nella frequenza riscontrabile nel lessico. Naturalmente questo valore etologico di |T| viene sostituito, come vedremo all'interno degli assemblaggi, dal puro valore logico di Attivazione.

|V|
Il gesto |V| è, al pari di |L|, il più duttile e sottile tra gli UR-S come significato e valore funzionale. L'articolazione |V| viene letta come un passaggio lento e calibrato di aria attraverso la struttura delle labbra mediante un'emissione lenta e controllata dalle cavità toraciche e orali fino all'esaurimento del suo deposito: può essere perciò comparata all'immagine del versare. Si colga, esercitandosi su se stessi, come il rimodellamento delle labbra determini uno spazio virtuale simile a un vero e proprio condotto, che deve essere mantenuto per tutto il tempo che si intende effondere l'aria e la vibrazione connessa attraverso questo condotto. Il gesto |V| appare così come una vera e propria conduzione volontaria del flusso aereo all'esterno della bocca mediante la formazione e il mantenimento di un condotto idoneo. Se andassimo a ricercare una intenzione psicologica alla base di una simile operazione, dovremmo pensare a una mimesi di un procedimento di conduzione che, per l'accuratezza posta in essere, si propone di conseguire una finalità, o di raggiungere una meta. Questo procedere del flusso viene sentito e vissuto dagli psicotici esaminati come uno sviluppo controllato fino all'esaurimento, che comporta un'espansione o una dilatazione e che procede verso una meta. Su queste basi esperienziali si deve dunque ritenere che l'articolazione di |V| sia stata creata e selezionata come specchio mimetico dell'impulso al conseguimento, che implica un movimento controllato, cioè un procedimento e uno sviluppo . Questo sentimento propriocettivo dello sviluppo tende infine al conseguimento della finalità e, dunque, alla soddisfazione. Tutte queste idee sono presenti negli esiti lessicali in |V|: VERSO (direzione); VIRO ( procedimento e superamento); VOLO (elevazione). Il suo senso profondo appare un tendere per conseguire, e un elevarsi; in ogni caso un movimento dilatativo e finalizzato (MOVEO = proprio procedere) fino al conseguimento. L'istinto di base di cui |V| è simbolo appare, dunque, quello di finalizzazione degli sforzi, o teleologico, che gli consente anche un uso spirituale di procedimento infinito e espansivo verso una meta morale o metafisica: per esempio in EV*ANG*EL-O.

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|S|
Infine ci resta il gesto |S|, che è produttore dei suoni spiranti. Esso è caratterizzato da uno scorrere forzoso e obbligato dell'aria all'interno della cavità orale, mentre la lingua, permeata di tensione in tutte le sue componenti muscolari, ne seleziona e distribuisce i flussi laterali ad libitum, fino all'emissione del suono, che si produce in un caratteristico serpeggiamento. È l'unico gesto in cui l'aria percorre forzatamente e sotto il controllo cosciente tutto il tragitto orale, e ha perciò un risvolto interiore e segreto in cui la vibrazione aerea permane all'interno del soggetto consapevole che la produce e che può quindi esaminarla con attenzione, come se fosse una materia di cui si apprestasse a valutare l'intima natura, come spirito interiore; e un risvolto esteriore che consiste nel passaggio (unico tra tutti i suoni) continuativamente e lievemente forzoso e sotto pressione attraverso la chiostra dentale: anche in questo movimento la produzione del suono tipicamente spirante deriva da una finissima e consapevole dispersione del flusso aereo, come se questo flusso fosse obbligato a passare attraverso una valvola o un sensore. Questa precisione è garantita dalla rigidità vibratoria dei margini dentali e impossibile ai contorni imprecisi e non rigidi dei margini labiali - come accade nel suono F. Il gesto |S| è interpretato, a causa di questa selezione controllata e variabile dei flussi intra ed extracavitari, come lo specchio articolatorio dell'attitudine a esaminare, a prendere visione, infine a evidenziare linguisticamente immagini mentali. In effetti, il momento interno di analisi e di presa di coscienza dello Spirito (che è poi, giustamente, aria indirizzata!) acquista la sua ragion d'essere nel momento dell'esteriorizzazione, in cui lo spirito viene man mano rivelato (SPI*RIT-o: attivazione ripetuta di un'evidenziazione efficace). Vi è evidentemente una via neurale precipuamente visivo-linguale e un'area cerebrale adeguata che svolgono il compito di integrare il ruolo della visione con quello dell'espressione verbale, in modo che la visione oculocerebrale sia espressa per movimenti linguali, e che l'una non possa procedere senza l'altra. Il rapporto tra il pensiero vero e proprio e la funzione linguale non richiede necessariamente un momento visivo, ma, come esperimenta chiunque, buona parte del pensiero è pensiero visivo: dunque non v'è dubbio che le funzioni |N| e |S| siano interconnesse in molti modi, e siano il vero centro dell'attività spirituale. Ora, dopo questo attento esame funzionale dell'articolazione di |S|, se volessimo coglierne il senso antropologico, dovremmo considerare quanto, al tempo delle prime consapevolezze, il potere mentale di conoscenza consapevole (N) di cui si andava caricando sempre più l'Homo Faber, ponesse sempre più l'esigenza dell'esternazione di questa conoscenza interiore e che, per raggiungere un linguaggio idoneo a esternare con qualche successo le proprie conoscenze interiori, fosse necessario, indispensabile l'uso sistematico di metafore tratte dal mondo naturale o dallo stile di vita, che fossero per qualche carattere simili o corrispondessero all'interiore conoscenza, o all'interiore sentire, in modo che a sua volta anche l'ascoltatore potesse trarre da queste immagini metaforiche il nocciolo della comprensione dei significati di chi gli parlava, o il loro spirito. Ebbene, la riflessione cosciente necessaria a conseguire e utilizzare metafore idonee a veicolare i significati da comunicare, cioè i primi sforzi di pervenire a un'abilità linguistica, richiedeva e imponeva un'attenta analisi degli oggetti da comunicare e degli strumenti con cui comunicarli. A sua volta, questa analisi a suo modo linguistica richiedeva e urgeva verso una simbolizzazione fonetica, che corrispondesse mimeticamente e fosse specchio idoneo delle analisi e dei controlli attuati dal pensiero para-linguistico e dall'agitazione interiore che si creava in questo sforzo di analisi dei contenuti e degli strumenti di espressione. Questa necessaria marca di evidenziazione e di analisi prima immaginativa, poi linguistica, venne così espressa dal gesto |S|, perché esso era quello di gran lunga il più carico di impegno muscolare-sensitivo linguale. Esso infatti corrispondeva in pieno immaginativamente al luogo e alle modalità in cui l'innervazione specifica andava man mano proiettando i significati e i significanti originari: il linguaggio in fieri si andava proiettando sulla lingua, sui suoi movimenti e sulla sua sensitività; il gesto
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spirante era il migliore specchio mimetico possibile di questo rapporto funzionale, e di questo coinvolgimento totale, tra linguaggio e lingua. Ripetiamo che nel gesto |S| la lingua è totalmente coinvolta, in tutti i suoi numerosi muscoli, in una tensione isotonica appropriata e variabile, che consente alla sua mucosa di saggiare i flussi aerei perilinguali. In definitiva la sede linguale di questa sintesi dei significanti-significati indusse e convinse la generalità dei parlanti a selezionare il gesto |S| come rappresentante della funzione e del movimento linguale. (LING-ua: generazione della gestione dei significato. GLOSS-a: evidenziazione della generazione variativa). L'istinto linguistico è dunque rappresentato da |S|. Una metafora estremamente euristica di questo stato di cose la possiamo reperire tal quale nell'ideogramma serpeggiante che usiamo per scrivere il suono |S|: si tratta di un ideogramma che molto giustamente viene stabilito dall'operazione con cui la lingua, SER*Peggiando a S, ricerca le parole acconce a evidenziare, con la maggior precisione possibile, una visione interiore, che resterebbe inespressa e sconosciuta senza codesto impegno linguale. (Nel prossimo capitolo mostreremo il valore simbolico UR-S, di tutti gli ideogrammi-caratteri che noi moderni usiamo senza la minima consapevolezza). È evidente che molti modi di dire e alcune concezioni spiritualistiche abbiano il loro punto forte, ma del tutto inconscio, nella modalità con cui si sperimenta, si esamina e si esterna il flusso aereo intrinseco al suono|S|, dunque anche nella modalità in cui si intraprende a esprimere con parole acconce la visione interiore sacra: Sapiens, Sacer; e profana: to See, ingl. Il suono spirante, a sua volta, possiede anche il potere di richiamare l'attenzione del gruppo: la sintesi interna-esterna espressa dagli psicotici è attenzione evidenziatrice, o semplicemente facoltà immaginativa. I nomi in SP (evidenziazione efficace) confermano, secondo il principio di sequenzialità, che il processo evidenziante reale o efficace SP si attua prima nella mente, in qualche area di associazione occipitale visivo-linguale, come visione interiore (SPES, SPECULO), poi mediante parole prodotte concretamente dall'effusione di ogni tipo di soffi (SPIRITUM), infine come metafora evidenziativa, negli enti reificati dotati della capacità di rimandare un'immagine visiva (SPECULUM ).

Conclusioni sulla natura etologica delle articolazioni fonetiche
A) Specificità e inconfondibilità dei significati estratti.
Tutte le valutazioni espresse sinora ci dischiudono un mondo: le articolazioni possiedono un'identità specifica, una storia evolutiva e una dimensione semantica di natura antropologica che le correlano allo sviluppo ideativo del primate e dell'uomo. Esse perdono così quell'identificazione puramente funzionale, che riscontriamo nei libri di fonologia, e acquistano un risalto immenso: a questa variazione di significatività specifica dei fonemi corrisponde la variazione di funzione che vogliamo proporre: tra il valore imposto dalla linguistica attuale, quello puramente distintivo del segnale fonico nell'ambito di una sincronia di segni arbitrari, e quello invece di distinto simbolico, che qui vogliamo assegnargli, esiste un'immensa differenza. Questa differenza nasce proprio dall'esame dell'intenzione comunicativa pre-linguistica che gli psicotici ci hanno aiutato a mettere in luce e che era finora sfuggita all'interesse di chiunque, per la sua posizione preparatoria e sostanzialmente inconscia rispetto ai risultati sonori, che la coscienza, e con essa la scienza, ama privilegiare. Ma come la scienza fisica moderna è costretta a indagare l'invisibile e l'astratto per comprendere il visibile e il concreto, così pure la scienza dei significati è costretta a fare lo stesso per comprendere il suo proprio oggetto. In ciò facilitata rispetto alla fisica: nell'anima prima della parola è sempre regnato il silenzio. Le varie intenzioni comunicative articolatorie orali sono passate dal silenzio del primate al linguaggio dell'uomo, andando selezionandosi e fonologizzandosi nel corso delle miriadi di anni, secondo la necessità e la sopravvivenza del più adatto.
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Dopo tale formidabile iter evolutivo che è approdato ovunque alle forme attualmente in uso, noi siamo così insipienti da credere che tali articolazioni e tali suoni siano sostanzialmente neutri e convenzionali? E che il successo ottenuto e testimoniato dal loro utilizzo non si basi che su un semplice e volatilissimo valore distintivo? È ovvio, al contrario, che ciò che ha potuto sostenere nel corso di tempi quasi infiniti il successo testimoniato dall'utilizzo di queste articolazioni, è un valore ben più profondo, irrinunciabile e biologico: e cioè il fatto che esse sono afferentate e sostanziate da indefettibili impulsi istintuali, di fondamentale natura biologica, quali la rigidità difensiva C, la minaccia gerarchizzante D, la finalizzazione degli sforzi V, la strumentazione variativa L, l'affettività sessuale B, la generatività G, il narcisismo M, la supremazia P, l'introversione e la cerebralizzazione N, lo spirito visivo-linguistico S, la segnalatività sessuale F, la ritmicità fisiologica R. Sarebbe ben poco comprensibile che simili fondamentali impulsi non venissero comunicati nei modi più efficaci possibile ai membri del gruppo e il modo più efficace possibile escogitato dall'evoluzione è stato quello fonico. Del resto quasi chiunque non ha bisogno di particolari dimostrazioni per ritenere che i suoni degli uccelli possiedano significati relativamente precisi, con la differenza che gli uccelli non hanno un cervello abbastanza sofisticato da consentirgli di collegare i loro suoni in enti promiscui e ormai mentalizzati, come al contrario fecero i primi uomini, creatori di un linguaggio complesso e assurdo, perché ormai astratto. Bisogna precisare che sono proprio le grandi, enormi differenze nel modo di articolare i suoni che ne consentono da parte degli psicotici un abbozzo di interpretazione pre-linguistica, facoltà che al normale sfugge completamente per l'uso meccanico e stereotipato che ne fa. Né vale sofisticare che codeste interpretazioni sono discutibili e sostituibili: tutto è discutibile se ci si pone al di fuori della problematica reale, assumendo una posizione spiritualistica e mentalistica e trattando i dati fonologici, e i gesti che li producono, come espressione di un puro spirito. Ma qui siamo nell'ambito di una molto umile, ma molto reale fisiologia della vibrazione aerea, per la quale bisogna piattamente e senza inutili sofisticherie prendere atto per esempio, che il suono detto N implica una voluta e mantenuta vibrazione encefalica, e non altro, per cui l'implicazione di comprensibilità è quella di coinvolgimento cerebrale e mentale, e non un altro. Così pure, se l'atto beneficatorio delle labbra protese, comune a tutti i primati, si è andato trasformando naturalmente in un suono detto B, noi non possiamo dimenticarne codesta chiarissima origine e presumere, speciosamente, che quel suono possa assumere un altro qualsiasi valore che ci passa per la testa: quel suono, B, sarà sempre e comunque soltanto il sostituto di un impulso beneficatorio. Così pure, se il gesto F viene usato normalmente al di fuori del linguaggio per segnalarsi o segnalare, è vano sofisticare che il suo significato possa essere diverso da quello che le sperimentazioni gli hanno predicato. Insomma i puri spiriti bizantini devono comprendere che gli atti articolatori sono talmente caratterizzati, e sono l'espressione selezionatissima di infiniti sforzi comunicativi, che non è possibile trattare anche loro, come è riuscito per le parole, a guisa di convenzioni insignificanti: al contrario, le loro dinamiche sono talmente evidenti a chi se ne pone il problema con un atteggiamento scientifico, che non è possibile discostarsi dalle interpretazioni fornite dalle sperimentazioni. Vi è poi una dimostrazione statistica direttamente dal vocabolario: si veda, per esempio, che le parole inizianti in V possiedono un significato implicante un movimento in misura molto superiore alla media statistica, o che le parole inizianti in D possiedono un significato implicante una circostanza da soddisfare in quantità ben maggiore rispetto alla media, ecc. Queste applicazioni devono a buon diritto essere ritenute prove incontrovertibili del significato generico dei fonemi in questione. Ogni fonologo che conosca bene i modi di articolazione potrebbe ricercare e riappropriarsi di questo valore non finalizzato al suono prodotto, ma precedente il suono, come intenzionalità comportamentale pre-linguistica, se non fosse del tutto fuorviato dalla tesi corrente che assegna
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ai suoni un mero valore distintivo nell'ambito della sincronia linguistica. Certo, lo scopo distintivo dei fonemi nell'ambito della sincronia linguistica è presente e importante per il funzionamento pratico della lingua, ma non appare altro che un ulteriore valore aggiunto, che si sovrappone armonicamente ai valori archetipici-funzionali ed è perciò certo causa di scelte preferenziali particolari dei rapporti UR-S in ogni lingua, perché sia rispettata la funzione distintiva . Così il fonologo resta al di fuori della reale dinamica della lingua e con le sue rigidità descrittive ed entomologizzatrici contribuisce a mantenerne celati i segreti.

B) Hard e soft-ware: neocerebro e rapporti di suoni.
Un'ulteriore considerazione di sostanza sulla natura pre-linguistica dei comportamenti etologici, successivamente simbolizzati mediante le articolazioni fonologiche, ci obbliga a ritenere che il cervello umano, in quanto organizzatore dei comportamenti, sia profondamente e intimamente implicato e connesso, mediante reti neurali e ogni genere di relais e feed-back, con ognuna delle risposte comportamentali simbolizzate con i suoni fonemici. Così pure il cervello deve essere andato sistematicamente integrando i rapporti specifici tra queste e tutte le risposte comportamentali-istintuali, creando così una rete neurale integrativo-facilitatoria-inibitoria. Si deve ritenere insomma che all'interno del cervello siano stabilite e organizzate quelle connessioni direzionali sugli istinti che noi ritroviamo simbolizzate nei rapporti tra i gesti articolatori, o direttamente nelle parole. E che queste connessioni neurali e integrative abbiano statuito e costituito in qualche modo l'HARD-WARE, che ha facilitato e resa possibile la successiva simbolizzazione di questi rapporti. Per esempio quando noi ritroviamo nella parola NOVO un rapporto integrato delle funzioni simboliche N e V, che esprime giusto il significato naturale, cioè una determinazione concettuale che viene finalizzandosi (e che poi, nella metafora, conosce (N) e incontra (V) codesto nuovo), dobbiamo ritenere che precedentemente a qualsiasi incontro linguistico di queste funzioni simbolizzanti, vi sia stato nel cervello pre o proto-umano un incontro e una facilitazione delle scariche prodotte da questi stessi istinti comportamentali, cioè l'impulso cognitivo e la tendenza alla finalizzazione, in modo da scolpire e organizzare dei centri di collegamento e di gestione integrata di questi rapporti, come di tutti gli altri. Ciò al fine di facilitare il nuovo comportamento: la cognizione del nuovo, che richiede appunto un impulso a conoscere intimamente connessoalla finalizzazione di questo stesso impulso. Qualsiasi altro rapporto interfonemico deve a sua volta essere stato preceduto da un'integrazione neurologica degli istinti comportamentali che lo compongono, in modo da rendere possibile per noi, in via teorica, una lettura e un reperimento, geneticamente codificato, delle fondamentali integrazioni neurologiche attinenti al pensiero a partire dalle principali connessioni linguistiche interfonemiche, cioè in sostanza dalle 169 funzioni biconsonantiche. La progressiva complicazione dei rapporti tra gli istinti e tra i comportamenti etologici mostrati dalla scala evolutiva e culminante nella libertà dagli istinti di cui l'uomo tende a fregiarsi, è dunque evidentemente resa possibile da tutta una serie di complesse integrazioni dei rigidi e obbligatori comportamenti elementari e da un controllo centrale sempre più complesso e raffinato di queste integrazioni. Ma se, come andiamo mostrando, il linguaggio non è a sua volta che una estesa simbolizzazione, sistematizzante i rapporti tra le funzioni fonemiche rappresentanti i comportamenti etologici, o gli istinti principali, ne viene di conseguenza che per conseguire quel superiore livello integrativo e quella infinita duttilità di controllo su se stesso e sugli altri che lo caratterizzano, l'animale-uomo era obbligato a pervenire a questa soluzione simbolizzante o linguistica: che superasse e trasformasse l'HARD-WARE dei suoi precedenti sistemi integratori comportamentali ed estraesse da questi stessi nuovi sistemi hard un nuovo SOFT-WARE in fieri, del tutto linguistico, costrui351 71

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to mediante la loro simbolizzazione e la produzione di successivi e subentranti rapporti di simbolizzazione. Solo così è possibile superare la relativa rigidità comportamentale fornita dagli antichi centri integrativi (che dettano ancora la loro regola all'Homo naturalis, se ancor esiste). Solo così è possibile porsi, come fa l'uomo civile, perfino contro la sua stessa natura: piegando il SOFT-WARE linguistico, ormai a sua disposizione e distaccato dalla sua fisicità umana, a esprimere significati e mete extranaturali, resi possibili dalla conseguita astrattezza e versatilità di questo strumento. E conseguentemente costringere il suo HARD-WARE, il neo-cerebro, a organizzarsi in nuovi e inusitati rapporti sinaptici e centri di controllo, tutt'altro che indispensabili per il cosiddetto vivere secondo natura. In tal modo noi moderni conseguiamo ciò che chiamiamo libertà, forzando l'uso del linguaggio naturale oltre i suoi fini istintuali, di omeostasi con l'ambiente. Pieghiamo le venerande formule linguistiche verso la follia di un uso astratto e puramente logico, senza forse pienamente accorgerci che è meglio non dire ciò che si deve tacere e soprattutto non fare ciò che non si deve dire.

I suoni vocalici. Valore affettivo dei suoni vocalici
Parliamo, ora, dei suoni vocalici: non si creda, come diceva Voltaire, che essi abbiano poca o punta importanza. Il loro ruolo è di colorire le idee formali, che sono il portato dei rapporti consonantici, indirizzandole verso un campo di applicazione o verso un altro, a seconda della loro specificità. Come, per fare un paragone musicale, l'idea tematica assume un risalto e anche un senso diverso a seconda della tonalità in cui è eseguita, perché ingenera un contrappunto particolare relativamente al resto della partitura, così pure uno stato d'animo differente. Certo si deve ritenere che agli inizi dell'uomo, e dell'uomo cantante e prosodico, che sforzava la laringe a un allungamento contro natura, il suono vocalico fosse l'unico usato: le sue variazioni di frequenza erano certo connesse a tonalità emotive differenti e ben riconosciute dagli ascoltatori, cosa che del resto è ovvia per chiunque di noi tranne i fonologi. Questa primitiva esperienza tonale fu poi man mano applicata ai suoni complessi consonantici che si venivano elaborando, in un trascinamento di tonalità significante o ritorno della tonalità rimossa, che agisce ancora ai nostri giorni, come testimoniano le nuove parole e i gerghi in fieri: questo perché l'archetipicità del suono vocale supera anche la intensa variabilità diacronica che infierisce sulle parole alterandone i suoni vocalici (e che mi costringe a esaminare prevalentemente il consonantismo, molto più stabile), e tende a ristabilire i suoni alterati dall'uso nel modo appropriato al senso. Questa specificità significante dei suoni vocalici emerge, come sempre, dal modo di vibrazione cavitaria dell'aria, come sensazione propriocettiva primaria, a produrre un registro variabile di vibrazioni interne, ognuna delle quali era, ed è, specchio articolatorio di un affetto. Qui occorre seguire le idee di Tomatis, che ha dimostrato con chiarezza come la cavità anteriore virtuale della bocca, che ha come parete posteriore mobile la lingua, individui un preciso volume vibratorio per ogni vocale, talché ogni timbro vocalico, appunto, venga definito e riprodotto soltanto mediante quel suo specifico volume vibrante. L'insieme di questi volumi vibranti definisce il registro vocalico. A questo registro il parlante primitivo faceva continuo riferimento e ne utilizzava i modi per esprimere sentimenti diversi. Le restrizioni del volume vibratorio procedono a partire dal volume vibratorio aperto, che fa da base agli altri come un registro vuoto e che perciò non può che possedere un significato neutro. Il gesto vocalico di base |A| è dunque la tonalità neutra, o astratta: le funzioni consonantiche vocalizzate in A, sono dunque le più generiche (e antiche) di tutte le altre. Il restringersi di questo aperto volume A in una costrizione all'apice palatale e il suo rendersi apicale e cerebralizzato, con l'emissione del suono I, determina, come attesta l'inchiesta, il valore di individuazione, o meglio, di serie di individualità, come specchio mimetico della vibrazione
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verso la cerebralizzazione: un accennare vocalico alla propria identità pensante. Questo suono|I| si presta perciò a nominare il soggetto umano e la pluralità degli umani e ha nel lessico un chiaro riscontro in senso plurale. Infine il completo approfondimento del volume vibratorio vocalico nello strumento fonico viscerale e addominale, col gesto |U|, si fa, per questo, specchio dell'emotività viscerale corporea e quindi dell'umore, o sentimento. Gli stemmi in |U| sono perciò prevalentemente emotivi-affettivi. I gesti interposti sono più recenti, essendo frutto di una capacità articolatoria successiva e più raffinata. Il gesto |E|, intermedio tra |A| e |I|, viene interpretato come energetico, perché tende a esteriorizzare con energia la propria vibrazione intra-orale. Sarà perciò tendenzialmente usato per dare un tono energetico, o attivo, agli schemi consonantici cui è applicato. Al contrario, il gesto |O|, che pone il suo volume vibratorio-cavitario tra |A| e |U|, essendo condensato e trattenuto, ma sempre controllato dalla coscienza articolatrice e non perdentesi nel buio della visceralità come fa |U|, viene intuito come oggettivante, o condensante nella sua tonalità archetipica. Viene quindi usato per dare il tono significante l'oggettivazione agli schemi consonantici: ne effettua, in altre parole, un trascinamento oggettuale. Si deve comprendere che gli uomini vivevano queste tonalità espressive in completa immediatezza e naturalità; e, quando applicarono in modo conseguente al loro significato archetipico queste tonalità alla vocalizzazione delle idee formali, portate dai rapporti consonantici, ogni tipo vocalico fu utilizzato per produrre uno specifico effetto riconoscibile, un registro pre-denominativo. Gli esempi fornibili sono però tutti post-denominativi, in quanto storici: ciò non toglie che siano altamente euristici. La funzione PS, il potere di evidenziare, e quindi anche di guidare, poté esser usato nel modo neutro A per formare PAS-TOR (= che ripete l'attivazione di una capacità evidenziatrice). Ma PESTE, o PESSO, è una capacità di evidenziarsi in modo attivo (per le escare, o per le tracce); PISCIS, è individuo (I) che si è stati capaci di mettere in evidenza (dal mare); id. PISTA; POSCO vale una capacità di evidenziare specifica e oggettuale, perciò è una richiesta; PUSTOLA, e PUS, esprimono l'Umore naturale (U) che si riesce a evidenziare con la pressione. Le mie infinite analisi sui files di vocabolario attestano questo fenomeno di utilizzo e mostrano anche ciò che io, da psichiatra, chiamo il ritorno del rimosso: il riaggiustamento diacronico dei volatili valori vocalici verso le tonalità affettive di base. Per esempio MN, propria determinazione, è la categoria gnoseologico-linguistica del soggetto pensante, dunque, neutramente (A), dell'uomo - MAN e del suo primo strumento di determinazione, la MANO. Tanto che ovunque il soggetto del pensiero si appropria di questo schema, dal MANDARINO, a MANITU, a MANII. MANIA è un modo di pensare, MNEMOSYNE un altro, e così via. Vediamo dunque, come per effetto della tonalità vocalica l'intenzione individuale (I) è MINA, l'energia pensante (E) MENS, l'intenzione colorata d'affetto (U) è MUNUS, l'intenzione oggettivante e specifica (O), MONEO. MIN è l'assemblaggio teorico che indica il pensiero del singolo: può essere perciò utilizzato come MINIMO. (Questo parere personale, proprio in quanto tale, può essere una MINACCIA al consenso, se non conforme al parere dell'assemblea.)

Stabilimento del valore affettivo del rapporto tra i suoni con sonantici, come fondamento dell'ermeneusi
Un altro aspetto affettivo, oltre la tonalità vocalica, è quello legato propriamente al rapporto dei gesti articolatori consonantici, ma resta difficile da spiegare e da comprendere nella sua vera natura, perché completamente rimosso dall'uso barbaro che la civiltà fa della lingua. Io credo che solo psicologi o psichiatri versati nella finissima valutazione degli stati d'animo che le minime variazioni formali del test di Rorschach inducono nei soggetti testati, e più se psicoti351 73

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ci e senza censure, possono intendere la finezza dei sentimenti evocati dai gesti articolatori e dai loro rapporti. Ma questo valore affettivo è talmente fondamentale per i nostri scopi ermeneutici che non cesseremo di presentare adeguati esempi. Esso è alla base della nostra possibilità di interpretare le parole, quindi di confermare la nostra teoria. Infatti nel prosieguo del capitolo utilizzeremo i valori viscerali degli UR-S, per mostrare concretamente come il significato delle parole sia una metafora del loro rapporto. Qui veramente il puro linguista si trova, per sua scelta, in terra straniera: eppure è proprio da qui che nacquero le mie analisi; certamente da questi fini sentimenti, che come una musica tematica legano parole e significati, bisogna partire alla scoperta dei meccanismi di memorizzazione (dipendenti, per definizione, da correnti affettive indotte). Poiché, dunque, le articolazioni non sono neutre, ogni rapporto tra esse, come mi mostrano le vivaci reazioni dei miei esaminati, è caratteristico e specifico: così D-L appare quasi incongruente, e minato da un'incoerenza interna, che è quella della prescrittività di D, opposta alla liquidità di L, a facilitare la formazione naturale dell'idea di Regolare gestione, che ritroviamo in DELTA, DOLIO (recipienti di liquidi), o a consentire la contrapposizione in termini che si invera in DOLO, la regola alterata. I sentimenti connessi sono quelli, poeticissimi, dei doveri che si sciolgono nell'effimero, perché, fino a un certo momento trattenuti e guidati, perdono in breve ogni forma severa che avevano. Così VN é anch'esso incongruo in altro modo, perché la finalità procedente e aperta di V raggiunge la determinatività concreta di N e può semantizzare lo stabilimento di un prezzo (VENEO), come anche un procedimento infinito senza raggiungimento: WAHN, (ted., il desiderio )inesaudito. Al contrario la musica affettiva, che fa da sottofondo a NV, propone una concretezza senza incertezze, che si prolunga in un tragitto infinito, come é consentito a V, e noi ritroviamo questi fini sentimenti, senza averne coscienza alcuna, in NOVO, una determinazione che procede verso un fine, o in NAVE, una concretezza che procede verso altri porti. Come chiamare, se non aspettativa e nostalgia, i sentimenti evocati da questi rapporti articolatori? E così li intesero inconsciamente i poeti arricchendo i loro versi di questi contrasti insiti nei loro materiali fonetici o di queste armonie di suoni significanti. La variabilità di L venne per questi motivi usata dal Parini nel verso Lieve lieve per l'aere labendo, a dare un rinforzo metalinguistico al sentimento di mobilità modificabile della forma volante. Ogni rapporto consonantico ha dunque una sua profonda rispondenza archetipico-affettiva, come le inchieste sugli psicotici mi hanno mostrato. Certo, tutto ciò nasce dai sentimenti insiti nei gesti articolatori, in ultima istanza dall'energia libidica specifica di ogni istinto simbolizzato: in ciò l'uomo è veramente animal symbolicum, perché mediante i simboli linguistici esprime e scarica la propria energia istintuale.

I tre ruoli dei fonemi: logico, archetipico-viscerale, distintivo
Ogni parola proposta nelle dimostrazioni sistematiche che seguiranno, necessiterebbe di un'analisi etimologica e filologica e ogni circolo di direzioni semantiche un'illustrazione dei suoi rapporti con le altre lingue I.E., a cominciare dal sanscrito. Chi compie queste analisi giunge con estrema rapidità a una comprensione genetica delle direzioni semantiche fondamentali, ivi comprese le cosiddette radici I.E. dei nostri parlari e ciò inevitabilmente, a causa dell'estrema vetustà dei rapporti significanti biconsonantici. La forma che non risponde al metodo va giustamente intesa come informazione confusa da effetti di distanza (diacronia); di sovrapposizione; di distorsione. È del tutto logico che la somma di questi effetti distorsivi abbia corroborato l'elementare evidenza dell'arbitrarietà del segno, come può apparire casuale e arbitrario un segnale televisivo che abbia subito imponenti effetti distorsivi.
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Ma, se in quella apparente confusione si disvelano, con metodi adeguati, le nascoste regolarità, tutta la trasmissione può esser decodificata e liberata dalle impurità che la rendevano confusa. Così è dell'immagine della lingua: la linguistica, nonostante tutto, è ancora troppo coinvolta da filologia e letteratura, per cui nella mente dei suoi cultori non può prevalere quel concetto di trasmissione aerea informatica di gesti etologici-articolatori, che qui cerco di illustrare, anche se il concetto di continuità di trasmissione aerea di distinti significanti interrelati è la sostanza di qualsiasi informazione. L'ulteriore difficoltà ad accettare la mia impostazione può risiedere nel fatto dell'inomogeneità apparente dei miei materiali: in realtà per le dimostrazioni sistematiche latine di tutti i gesti articolatori il materiale è omogeneo e tanto antico quanto la più antica fonte. Il metodo d'indagine trasporta nel tempo questo materiale e gli fa parlare un linguaggio di almeno 20.000 anni fa, al tempo della formazione di ogni linguaggio complesso e al riparo da molte obiezioni filistee. L'ultima difficoltà a comprendere è inscritta nella traslazione semantica: le variazioni dai primitivi valori UR-S sono soggette al fenomeno di gergalità, cioè accennano a ..., mediante i giochi metaforici e aforistici, che sono quelli della mente inconscia, e che hanno nelle figure retoriche una sistematizzazione descrittiva. L'ermeneuta, avvalendosi dei significati dell'insieme delle parole a simile scheletro consonantico, e del suo fissato valore teorico UR-S, deve ripercorrere il tragitto dal significato gergale storico a quello ideativo originario, cioè annullare la variazione semantica e i giochi parodistici delle figure retoriche: ma questo lavoro richiede fatica e pensiero. La conclusione è implicita: tutti gli assemblaggi fonetici originari, o per lo meno non troppo alterati dalla deriva diacronica, sono frutto di un'estrema perizia ideativo-linguistica, per porre in ordine razionale e idoneo i suoni significanti e collegare tra loro quegli stemmi già rodati dall'uso, nelle alternative spina-radice più varie e utili. Solo così si può costruire un'ordinata biblioteca di idee operative-stemmi fonetici, atta a essere gestita nella memoria del singolo, come in quella della specie. Gli assemblaggi fonetici sfruttano la cerchia della sincronia primaria degli UR-Simboli mediante l'ampio alone semantico, o meglio la polisemia, di ognuno di essi, in quanto unico possibile suono adatto a rappresentare il suo istinto di base. Ma sarebbe un errore credere che questo sia il loro unico ruolo. In realtà i ruoli dei fonemi sono almeno tre: 1. l'ampio alone semantico di valore archetipico, 2. il ruolo propriamente informatico -logico, 3. il ruolo puramente distintivo, che l'ingegnosità dei creatori delle sincronie linguistiche è riuscito a sovrapporre ai primi due, per rendere memorizzabile senza confusione il sistema, come un sistema di parole crociate obbligate in uno schema.

Compresenza nella parola del significato logico e del valore viscerale-affettivo degli UR-S
Poiché gli UR-S, nell'uso che se ne fece per assemblare nei più vari modi i rapporti spina-radice, perdono sempre più, (man mano che l'uomo civilizzato tende a utilizzarli in modo anaffettivo) il loro primitivo valore etologico, trasformandosi in puri elementi logico-assiomatici nell'ambito della codificazione della parola, mostriamone questo significato logico:
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| B | = impulso attivatore di tipo biologico. |C| = coordinamento connettivo | F | = indicatore di segnale |M| = riferimento principale |N | = elaborazione di dati. |R | = ripetizione infinita | S | = schermo o visualizzazione |V| = procedimento risolutivo |D| = ordinamento regolare |G| = generazione continua di enti | L | = controllo gestionale |P | = aumento di potenza | T | = attivazione singola
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Gli UR-S nell'ambito della parola potrebbero essere, dunque, interpretati come indicatori di programmi informatici complessi all'interno dell'attività cerebrale; i loro assemblaggi come soft ware di alta complessità. In sostanza gli UR-S presentano due facce, la prima che li collega agli stati d'animo istintuali e comportamentali pre-umani, archetipico-viscerali; la seconda che li pone come veri e propri programmi informatici nell'ambito della parola: le due facce coincidono nella loro propria natura di simboli significanti. Questa seconda natura degli UR-S sarà solo indicata, non esplorata, in questo libro, perché il nostro compito più urgente è quello di mostrare e di definire il legame tra gli stati viscerali e i significati, e cioè di disegnarne la linea storico-evolutiva.

Verso il pricipio fondamentale della semantica.
Mostriamo dunque in questi simboli, come i tre ruoli distintivo, archetipico-etologico e informatico, interferiscano tra loro e vadano contemporaneamente presi in considerazione nel lavoro concreto di Ermeneusi, insieme ovviamente alla intrinseca polisemia degli UR-S. Riprendiamo, per approfondirlo, l'esempio D-L: esso, come ruolo logico-informatico, è solo regola alterata. Ma se lo vogliamo esaminare dal punto di vista affettivo, dobbiamo constatarne la sua natura mista; questo mix di programmi trascina con sé un mix specifico di sentimenti archetipici, o viscerali, che in questo schema sono fortemente contrastanti e che formano la base nascosta ed emotiva del gettone affettivo connesso a questo schema logico. La REGOLA (D) è sostenuta da sentimenti duri e rigidi, la VARIAZIONE (L) al contrario, da sentimenti lassi. È questo particolare rapporto di sentimenti di fondo, che regola e stabilisce l'alone emotivo suscitato dai vari suoni, responsabile dei particolari effetti estetici delle parole, in quanto evocatrici, per i loro suoni significanti, di sentimenti armonici o contrastanti in una gamma quasi infinita e indefinita. Ma sono anche questi specifici mix emotivi a facilitare e rendere possibile il recupero in memoria degli stemmi fonici adeguati a quei sentimenti: ogni file bi o pluriconsonantico è rintracciabile e percorribile minutamente sulla base del sentimenti di base che lo caratterizzano rispetto agli altri. Questa è, di certo, la base di evocazione affettiva del meccanismo di associazione di idee, come viene anche mostrato dalla tecnica psicanalitica e dall'omologo test di Rorschach. Si può dire, dunque, che ogni incrocio biconsonantico è legato intrinsecamente a un suo sentimento specifico, che è, in sostanza, quello evocato in modo inconscio dal valore archetipico dei suoi suoni, specchi a loro volta delle tensioni istintuali specifiche, o viscerali, che hanno concorso a statuirli.
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Su tale concetto fonderemo il principio fondamentale della semantica. Il rapido alternarsi di questi sentimenti, nella frase, ci impedisce di prendere coscienza di queste musiche affettive di sottofondo su cui è però basato il funzionamento energetico e selettivo della macchina linguistica interiore. Per mostrare qualche esempio di questa connessione intima tra valore logico e valore affettivo torniamo a D-L, di cui accennammo a proposito del contrasto interno dei sentimenti evocati. Esaminiamo qualche parola a radicale in D-L e mostriamo come il suo significato storico non sia altro che il frutto della deriva traslativa dei suoi propri valori semantici archetipico-etologici Regolare alterazione, o Regola alterata, o Regolare gestione: DOLO, DELEO, DELTA, DOLIUM, DELPHIS, gr. DOLO fruisce dell'ampio alone semantico di D, che qui vale obbligo, legge: dunque legge alterata > legge non rispettata > delitto. DELEO vale un regolarmente alterare in modo attivo (E), prima nell'animo, e poi, mediante un'oggettivazione, sulla carta: infatti la regolare e metodica alterazione può portare alla cancellazione. Il DELTA attiva (T) una regolarità di gestione (delle acque) perché ordinatamente le versa nel mare. Il DOLIUM, il vaso contenitore, a sua volta, raffigura il fluire regolarmente gestito del liquido, come sua funzione di recipiente; identico in ciò al Delta, se non per la staticità concreta (O) del liquido che contiene. Infine DELPHIS, l'utero, è un assemblaggio più complesso composto dalla spina segnaletica (F) che interferisce su DEL: dunque una segnalazione di regolare gestione, che non ha altro senso, se non quello dell'appariscente turgore della gravidanza! Con questi esempi ho cercato di mostrare sia l'alone semantico dilatato ma non incoerente degli UR-S, sia il fenomeno di traslazione semantica intra-file, che si devono sempre tener presenti per essere efficaci ermeneuti dei suoni. Ora passiamo al nostro tema attuale, che è quello di mettere in risalto i sentimenti viscerali alla base dei suddetti valori semantici. Per intendere meglio i meccanismi fonico-semantici basati sui sentimenti evocati di fondo, paragoniamo D-L a L-D: la lieve differenza di sentimenti causata dall'inversione (la mente propone e capta il primo suono come riferimento principale) fa sì che, mentre i sentimenti connessi a DL esprimono, per così dire, una durezza che altera e modifica, quelli legati a LD evocano una variabilità che incide sulla rigidità dello schema mentale articolatorio D e la scioglie: la deriva dei traslati in LD può perciò utilizzare il sentimento connesso alla liberazione dalle regole per portarsi verso significati concreti in cui questa particolare situazione sia presente, come avviene nel LUDO, il cui frutto è il sentimento di giocosità; o anche di onnipotenza; e di organizzazione di regole particolari, come si ritrova nella figura del gestore delle regole, LEADER; fino all'alterazione attiva dei diritti altrui, LEDERE; o al superamento dei regolamenti consueti, LODO. Quest'idea LD, l'alterazione delle regole, ci mostra così nei suoi prodotti l'intreccio del piano propriamente semantico UR-S con quello affettivo di sfondo. Essa determina un effetto di immedesimazione, che dobbiamo definire estetica, in cui il passaggio dall'immedesimazione del movimento L, con la sua libido orientata in senso variativo, a quello D, in cui la libido specifica è costrittiva e determina un effetto psichico piacevole e gradevole di liberazione dalle imposizioni. Questo effetto si ripeterà inconsciamente ovunque si ripresenti una parola in L-D. All'opposto, il rapporto D-L si incentra nell'effetto di tensione minacciosa intrinseco a D, che poi va sciogliendosi e stemperandosi nella liquidità di L, in modo da generare nell'animo una sincope emotiva, rappresentabile in due fasi (secondo la variabilità intrinseca a L): con DOLersi, da un lato, come momento in cui la costrizione raggiunge l'acme, con adDOLcirsi (DELICIAE), come momento successivo di liberazione da quella tensione minacciosa. Paragoniamo N-V a V-N, per approfondire ancora di più i loro nascosti paradigmi affettivi. Qui il nucleo connesso della determinazione inclusa N si incontra, o meglio si scontra, con il gesto dell'EV-ANescenza, della diffusibilità perpetua, creando un contrasto tra questi due stati d'a351 77

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nimo così diversi. Eppure questo contrasto emotivo è profondamente euristico in quanto la tenacia mentale di N, se va appoggiandosi al fluire oltre misura di V e percorre i suoi spazi indolenti e sognanti, può investire della sua specificità conoscitiva via via sempre nuove frontiere; e questo è il senso antropologico di NOVO, un conoscere che si espande all'infinito allargandosi lentamente in circoli a sempre nuove realtà. Ma se il soggetto della relazione è invece V allora prevale il flusso diffusibile, il movimento che s'incontra con il nucleo conoscitivo e lo pervade di sé come un vento che arreca conoscenza, o uno sviluppo conoscitivo. Dunque VENIRE è sì anzitutto un giungere e un raggiungere, ma anche un raggiungere per conoscere ed essere conosciuti, per essere presenti in quanto individui pensanti, in definitiva un portare conoscenza di sé. È questo il senso per cui VANto i miei prodotti vuol dire porto a conoscenza i miei prodotti, VANesio è chi porta a conoscenza se stesso, VENEo vale porto a conoscenza e dunque rendo pubblico e infine commercializzo, e così pure VENDO, VENUS è chi si rende conosciuta. Si veda così come gli stati d'animo viscerali evocati da NV siano quelli di una tensione conoscitiva che transita e pervade gli oggetti con un movimento lento e diffusivo e costante e carico di destino e di possesso, come quella che indubitabilmente il poeta avverte in modo subconscio quando nella sua mente si realizza la parola NAVE. Se il lettore volesse leggere le Odi navali di Pindaro o del D'Annunzio scoprirebbe quanto queste siano pervase dal senso dell'ineluttabile destino conoscitivo, e che tutta la loro poetica sia inscritta in questo destino, cui deve soggiacere ogni destino individuale. La forza dell'archetipo che muove queste poesie verso un destino di conoscenza è tutta inscritta nel nome della Nave, ma, prima di essa, della possibilità dell'animo umano di porsi in un destino di conoscenza, e di nominarlo con N-V. A sua volta V-N, facendo prevalere il movimento sulla conoscenza, ha come suo scopo precipuo la dilatazione della conoscenza di sé, dei significati connessi e la loro pubblicizzazione. Così il VENDitore cerca di essere universalmente noto. E gli stati d'animo evocati sono quelli dell'allargamento del proprio nucleo materiale-conoscitivo verso cerchie sempre più larghe e lontane e di una diffusione continua del proprio mondo interiore, come quella realizzata da una divinità platonica o da una VENA sotterranea. Ma soprattutto il VENTO è un indizio reificato dell'apprensione da parte degli uomini della realtà dello spirito divino pervadente V il mondo del suo significato N. Come si vede da questi piccoli esempi, le parole corrispondono sostanzialmente e seguono la traccia di questi stati d'animo viscerali e pre-linguistici. Ora perché insisto nel portare esempi di questa fatta in cui si presenta una dinamica viscerale-istintuale precedente il segno linguistico? Perché tento di estrarre faticosamente un valore emotivo-viscerale dai rapporti di suoni? Perché ritengo importante e fondamentale esplicitare e chiarire l'ineffabile che precede la parola, in quanto è questo tipo di valore emotivo-viscerale, questa serie di stati d'animo complessi e ricorrenti, a fare da stabile traccia al paleolitico organizzarsi dei rapporti tra le articolazioni e al successivo affermarsi dei rapporti di suoni. Con le nostre analisi noi riusciamo a pervenire a un livello di profondità molto elevato: all'evidenziazione degli specifici e complessi stati d'animo proprio-cettivi del vivente, nel momento in cui subisce ed è soggetto a una coordinazione determinata di impulsi istintuali, o comportamentali, come può appunto essere per esempio la coordinazione tra il momento conoscitivo N e quello diffusivo V, tra il conoscere e l'evanescere, quali modalità primitive di essere nel mondo. Questa siffatta coordinazione si sussegue e si ripete nei suoi stati e nei suoi toni viscerali fino a essere identificata e riconosciuta come uno stato d'animo dotato di costanza e di ciclicità, che merita una marca fonetica (nell'esempio, N-V) per essere distinto da tutti gli altri stati d'animo che si susseguono impetuosamente sullo sfondo dello schermo dell'Io psichico. È su questa traccia di ricorrenti stati d'animo che andranno via via organizzandosi e concretizzandosi ciò che abbiamo chiamato la fonologizzazione adeguata, l'idea funzionale fondamentale e la successiva de351 78

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riva dei significati. A che scopo scavare in questa direzione? Per mostrare ancora una volta l'unitarietà necessitata della risposta linguistica alle precedenti tensioni emotivo-istintive che la fondano e la connessione obbligata di questa risposta alle precedenti integrazioni neurologiche degli istinti, aventi sede nell'organo di controllo centrale, il cervello. Queste connessioni nascoste possono stare molto a cuore a chi, come me, è neurologo. Così pure avviene per qualsiasi altra parola. Per esempio F-S e F-N, che formano FASE e FINE, produrranno alternativamente nell'animo un sentimento di attenzione risvegliato dal suono segnaletico F, ma nel caso di FASE questo sentimento verrà collegato all'attesa di un'esplicitazione, mentre FINE richiamerà invece l'attesa di un contenuto di pensiero. Per così dire la parola in F-S accentuerà l'esteriorizzazione del segnale che si attende, mentre quella in F-N ne accentuerà l'interiorizzazione, giusta la natura dei secondi membri. Nell'ambito del discorso questi due elementi si proporranno in modo da suscitare stati d'animo complessi, ma del tipo su esposto. Il talento linguistico consiste nel padroneggiare questi effetti. Ma, anche qui, l'indagine sulla parola di vocabolario può pervenire solo allo specifico effetto estetico conseguibile da chi la utilizza, mentre al contrario l'evocazione degli stati d'animo viscerali, rappresentati dai suoni primevi, ci conduce all'ineffabile traccia e coordinazione emotivo-viscerale precedente quella parola, infine all'integrazione prelinguistica degli istinti realizzatasi nei siti corticali: in qualche luogo del cervello di certo esiste un centro che connette la funzione segnaletica a quella determinativa, e quando questo centro entra in attività, si sviluppano le condizioni di connessione e funzionalità neurologica, di cui la parola FINE non rappresenta che il record e l'esecuzione pressoché meccanica. Le infinite tracce mnemoniche o engrammi in cui un segnale specifico F veniva legato a un proposito N in modo che all'apparire di quel segnale venisse realizzato quel proposito, scavarono nella plasticità della corteccia umana un sito in cui il ricordo e la previsione dell'evento segnaletico fosse indissolubilmente connesso con il proposito da attuare: questo sito, il cui stabile funzionamento fa uscire il comportamento umano dalla rigidità istintuale animale, va premendo verso un'esteriorizzazione fonetica della sua propria funzionalità e la trova naturalmente, ma dopo infinite prove ed errori, nella connessione stabile del suono affricato con quello intrusivonasale. Infine ogni derivato linguistico di questa primitiva connessione fonetica non cessa di appropriarsi senza fine del significato finalistico primitivo. E così FAHNE, ted., bandiera, è un fine segnalato; FONOS, gr., è un segnale significante; FUN, ingl., è un fine di piacevolezza, o di sofferenza, lat.; FUNE è un legame tra un segnale e il suo significato, che permette alla mente di legarsi stabilmente a quel significato. L'applicazione sequenziale dell'idea F-N ha creato con FUNE (legame) il momento dell'ipostasi del legame tra un segnale F e il suo significato N. L'umanità certo non potè definirsi tale se non generalizzando l'uso di questo semplice concetto F-N, in cui risiede però tutta l'attitudine a finalizzare gli sforzi, crearsi delle mete nuove, uscire dal circolo del consueto, dare un senso alla propria vita. A sua volta il sito corticale in cui gli engrammi, continuamente affluenti della connessione tra un segnale F e la sua messa in mostra S, vennero collegati e resi funzionanti, consentì a che il comportamento umano si arricchisse della stabile attenzione verso segnali messi in mostra, fossero questi FUSI di fumo prodotti oltre le colline e segnalanti pericoli, o FASI lunari di cui conveniva tener conto per determinare i giorni propizi, a loro volta FASTI, e FESTI. Così anche questo concetto F-S appare determinante nel produrre le strategie dell'attesa e dei tempi propizi, che marcano l'esperienza esistenziale dell'umanità. Certo il valore antropologico di F-N è più grande e prioritario, ma tutti i concetti contenuti in tutti i rapporti fonemici concorrono, nella loro specificità, a rendere più ricca e più umana l'esperienza esistenziale degli animali parlanti. Un intreccio di suoni che altro non è che un intreccio di esperienze esistenziali concentratesi in engrammi e il tentativo di risolverle, oggi come l'altro ieri.
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Il poeta e l'ETHNOS in definitiva possiedono più di chiunque quell'alta sensibilità inconscia, che li porta a sentire profondamente e a ricreare questi meccanismi semantico-affettivi nei loro prodotti linguistici, secondo una preferenza che determina lo stile o lo spirito delle poesie e delle lingue. In modo relativamente simile a quello con cui la tonalità fissa i rapporti tra l'altezza delle note e ne determina l'effetto estetico, più o meno gradevole. L'armonia estetica, o la disarmonia interiore, che vengono provate nell'ascolto o nella lettura, non rappresentano dunque che l'effetto non consapevole dovuto alla riappropriazione sistematica da parte dell'ascoltatore o del parlante dei movimenti e dei sentimenti istintuali impliciti ai rapporti tra i suoni emessi nel corso della comunicazione verbale, e anche una sistematica re-immedesimazione delle tensioni inconsce, specifiche a ognuno dei componenti della catena linguistica.

Il principio fondamentale della semantica
A questo punto, dopo aver parlato dell'effetto estetico, indotto dal valore viscerale degli UR-S, e prima di addentrarci negli esempi concreti di costruzione della parola, non ci resta che sottolineare ancora una volta come i rapporti tra i suoni significanti possiedono una specificità prelinguistica, che discende direttamente dai valori fisiologico-viscerali alla base delle vere e proprie articolazioni, e che è questa la vera dimensione su cui può lavorare il pensiero ermeneutico alla ricerca delle più plausibili direzioni semantiche. Nella seconda parte di questo libro, quando analizzeremo le direzioni semantiche di ciascun rapporto interconsonantico, o funzione, non metteremo spesso in evidenza come meriterebbe questo dato prelinguistico, quasi comportamentale. La nostra attenzione sarà tutta rivolta a mostrare il legame semantico che unisce le famiglie di parole intorno al significato archetipico dell'integrale interconsonantico. Ma qui, per fissare le idee, è opportuno presentare ancora alcuni esempi concreti del passaggio tra il valore viscerale-fisiologico delle funzioni e il vero e proprio valore semantico, il vero nodo da cui possono dipartirsi i rami dell'albero dei significati. In tal modo, oltre a presentare ulteriori esempi illustrativi indispensabili, metteremo in evidenza quello che si può definire:il principio fondamentale della semantica. Un esempio scontato e elementare è quello della funzione B-M, la quale, prima di possedere un valore semantico esprimibile grossolanamente con impulso affettivo B personale, o somatico M, gode di un ben più antico e viscerale significato, di cui il valore semantico su espresso è, appunto, solo una successiva sostituzione ideativa, resa possibile dalla capacità di astrazione mentale. Questo valore viscerale, non esprimibile per parole, è però vivibile, o sperimentabile in corpore vili, nel nostro stesso corpo di primati modificati: ciò avviene quando il nostro corpo M è posseduto da un impulso B erotico o affettivo tanto intenso da richiederne una propagazione verso altri, una propagazione che possiederà le caratteristiche di essere improvvisa, impulsiva, carica di contenuto affettivo. La BOMBA, e il BIMBO, non sono dunque altro che ben successive metafore linguistiche (identicamente dotate di effetto benefico e di impulsività) di questo primitivo impulso viscerale carico di affetto benefico, che fa parte delle esperienza vitale di ogni primate. Un altro esempio, ben più fine ed esauriente, vede F come simbolo sonoro del sentimento e dello stato d'animo viscerale della vibrazione corporea (la quale si attua, come si sa, o stando a lungo al freddo > FRIGOR, FRISSON, fr.; o in corso di febbre > FEBRE; o, ancora, mentre si è vittime di una paura incontrollata > FOIBOS, gr. Il segnale sonoro della vibrazione corporea F ottiene però una molto maggiore adeguatezza al suo oggetto, se viene completato dal gesto B, per modo che l'idea FB possa appropriarsi della significazione segnalazione F di impulsi vitali B,
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quali sono, appunto quelli che promanano dalle fibre corporee nel corso di cotesta vibrazione (Cfr. VIB*RO). Dunque FEB*RE è la perfetta descrizione della ripetizione di segnalazioni vibratorie di impulsi vitali, quali si stabiliscono al rapido elevarsi della temperatura corporea. FIBRA, d'altro canto, descrive la segnalazione degli impulsi vitali alla contrattura dei muscoli, o durante la febbre; e, ancor più significativo appare FOIBOS, che nasce dallo stesso meccanismo di vibrazione delle fibre durante il panico. Dunque lo stato d'animo viscerale che accomuna questi tre fenomeni è l'eccitamento delle fibre muscolari percepito dall'interno come segnalazione di impulsi vitali, tradotto per noi moderni in contrazione delle fibre muscolari. Né si può dubitare che questa esperienza somatico-viscerale così fisiologica dell'idea FB non sia all'origine della grande maggioranza dei significati accreditati al suo file, tanto forte deve essere il trascinamento di senso conferito a FB da una condizione somatica così elementare e comune. Per esempio non si dovrebbe dubitare che FABER abbia ottenuto il suo nome in ragione delle segnalazione delle contrazioni delle sue proprie fibre muscolari, di cui fa sempre mostra. Le funzioni linguistiche devono essere così interpretate primieramente come fedeli sostituti e testimonianze (secondo i concetti espressi nell'introduzione) di stati somatici specifici e molto comuni. Per esempio la funzione G-R va considerata come il testimonio linguistico dello stato viscerale in cui si attua una generazione ripetuta. Tale generazione ripetuta, dal punto di vista del primitivo, può rappresentare sia una produzione di complessi gesti espressivi e modulazioni canore (cfr. L-R), che anche una generazione di figli, che addirittura una defecazione: qualsiasi neo-produzione che si diparte con sforzo e sofferenza dall'interno del corpo può rientrare nel concetto viscerale di generazione ripetuta, la quale sottintende una pluralità di enti generati. La GARITTA, o la GARE, fr., da cui si distaccano, in modo apparentemente generativo, enti generati quali i soldati di guardia, o i treni, sono dunque a loro volta testimoni metaforici, di quello stato somatico viscerale che si è traslato a un certo momento sull'articolazione orale e la ha fonologizzata secondo l'indole associata dei suoi due impulsi, o trieben istintuali, quello della generazione e quello della ripetizione. Naturalmente tale senso viene per così dire esaltato e reso meccanico dalla sigla radicale G-R privata di suono vocalico: si vedrà nel suo file, come GR sia il più comune strumento di significazione della generazione biologica e aGRicola: GRAS, (ted., erba) esprime l'evidenza della generazione ripetuta dell'agro, che come tale ha un senso genericissimo, e può indicare anche, per esempio, la ricchezza del raccolto: GROSSO, GRAZIA. Ebbene, tutti questi significati sono legati tra loro dal sentimento somatico-viscerale primitivo di G-R che è quello provato contraendo volontariamente e ritmicamente torace e addome, e dilatando gli sfinteri orali e perineali, nella mimesi dell'istinto naturale generativo: un istinto ovviamente di immensa portata, che sarebbe molto strano non veder rappresentato nella sincronia primitiva degli Ur-Simboli umani. Lo stato viscerale precedente la funzione linguistica P-N, potere o capacità P di determinare, o di pensare N, e suo specifico evocatore, avrebbe potuto essere stato colto in statu nascendi ogni volta che un qualsiasi ominide avesse collegato intelligentemente la sua caratteristica postura di supremazia, espressa dal rigonfiamento attivo e consapevole delle cavità toracica e buccale, con una ben più fine e intima tensione aerea, e ritentiva, delle cavità nasali e dell'encefalo. Si ponga dunque anche l'accorto lettore in questa non troppo inusitata postura, e scoprirà, spero con gioia, che essa corrisponde allo stato d'animo e all'intenzione interno-esterna dei grandi rivelatori di verità, o di pseudo-verità. La caricatura che si fa di Mussolini mentre esterna le sue verità al popolo, per esempio sembra corrispondere perfettamente a questa posizione corporea, in cui il torace e le gote sono espanse nello sforzo di prevalere, mentre la mascella va in prognatismo nello sforzo di accentuare la pressione encefalica: lo scopo di tutto ciò è descritto da P-N: potere di imporre il proprio pensiero agli altri. PONO, lat., è infatti la perfetta traduzione linguistica di questa intenzione viscerale di imporre il proprio pensiero agli altri: un'intenzione che precede di centinaia di migliaia di anni il PONO, pongo, linguistico - allo stesso modo con cui i comportamenti etologici dei
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primati precedono la loro fedele traduzione linguistica, a carico dell'Homo Sapiens. Lo stato viscerale del primate che si difende contrapponendosi ai pericoli, e assume a tale scopo una postura di contrazione muscolare generalizzata, o connettiva, non fa che mettere in opera una reazione fisiologica elementare. Se però a codesta postura si andasse accompagnando in modo conseguente e adeguato anche un tentativo di spaventare a sua volta chi va generando in lui quello stesso stato di timore, accadrebbe che lo stato viscerale complessivo sarebbe dominato da due impulsi, il primo, fondamentale, di difesa costrittiva, il secondo, satellite, di tentativo di dominare l'aggressore suscitandogli a sua volta timore. Orbene, il sostituto linguistico di questi impulsi congruenti in una ben precisa e frequentissima unità di stato d'animo viscerale si può e si deve nominare con C-D: infatti, essendo qui prevalente il desiderio di difendere irrigidendosi e di tenere a bada, suscitando una certa dose di timore nell'avversario, accadrà che questo desiderio si trasferirà sull'uso linguistico, nominando specificamente e primieramente la situazione in cui si tiene continuativamente C --- in ordine ed al suo posto D qualcosa, come ci viene attestato dal le parole del f ile der i vato, per esempio da CADO, CODICE, CODon, KADI, ar., e da EDUCO in specie. Ci viene dimostrata così in modo evidente la più grande e inattesa verità della semantica: che gli specifici sentimenti alla base degli stati d'animo viscerali e le situazioni esistenziali reali, le vicissitudini della specie, che si rispecchiano in codesti stati d'animo viscerali, sono e restano il grande polo affettivo che andrà organizzando i primi e fondamentali valori significati, quelle prime e fondamentali direzioni semantiche l'oggetto della seconda parte del libro. Ci troviamo così di fronte a un risultato generale ricco di prospettive, perché abbiamo individuato finalmente le vestigia affettive delle categorie che hanno organizzato lo spirito dell'uomo, la promessa Archeologia dello spirito. Tutto ciò è grandioso e contemporaneamente del tutto comprensibile: la marcatura che è stata indotta dagli stati d'animo e viscerali più comuni o più drammatici nella storia della specie non può non introiettarsi indissolubilmente all'interno del sistema nervoso; i suoi timbri emotivi più profondi e più intensi sono quelli che si trasformeranno poi nei gesti articolatori e infine nelle direzioni semantiche più comuni e appropriate. Un esempio altrettanto interessante di come una frequente situazione di disagio e di timore, sperimentata dalla specie e resa poi linguisticamente dai suoi più propri sostituti articolatori e fonetici, è quella che ritroveremo in L-P. L-P è infatti l'alterazione delle capacità o dei poteri e possiede una direzione, certamente primitiva, in cui l'alterazione suddetta si realizza come perdita delle capacità (di difendersi, di fuggire, di reagire) e lo stato d'animo viscerale connesso, che è quello di paralisi di fronte alla morte sopravveniente, si invera linguisticamente nelle parole derivate LUPO, LEPOR, LAPSUS ecc. Queste parole ci mostrano lo stato d'animo del guerriero che ha subito l'alterazione L della capacità P di reagire, se non commettendo errori, e si trova alla mercé del suo nemico, che è la stessa situazione dell'archetipo favoloso dell'incontro con il lupo. A sua volta, giacché legge della dialettica psichica è che i contrari si richiamano ineluttabilmente allo schermo della coscienza come facce alterne della stessa moneta, avviene che pure gli animali famosi per la loro capacità di fuggire i pericoli siano irrevocabilmente nominati in L-P: LEPRE, LAPIN, comprovando, con la loro antitesi, la tesi sopraesposta. In generale ogni favola, come ogni mito, ogni simbolo, possedendo come base un particolare archetipo affettivo comune alla specie, può essere impregnata di risvolti linguistici direttamente derivanti da quegli stati d'animo e disegnare così in una parola chiave il dramma nascosto e inconscio degli affetti viscerali su cui è stata costruita la vicenda o il simbolo stesso: per esempio, la vicenda di TESEO è inscritta nel suo nome, poiché questo è specchio di una tensione viscerale caratterizzata da una attivazione T della visione S interiore, che porterà l'eroe alle gesta che realizzeranno la sua Visione; la vicenda di EDIPOè conseguente allo stato d'animo viscerale, che si ricava dal suo nome: (soggetto a) un potere individuale IP dotato di energia ob351 82

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bligante ED: ovviamente chi ha subito dal padre un'imposizione così forte e caratterizzata, vive in uno stato somatico-viscerale molto sconfortante; la sua liberazione da questo stato penoso è possibile solo con l'uccisione del padre); CARONTE attiva la determinazione mentale di una continua ripetizione, che consiste nel dramma infinito del suo va e vieni per trasportare le anime; ERACLE gestisce una continuità di energia ripetuta e per ciò è obbligato a una vita di super man ; MINERVA procede a riprodurre il suo proprio personale pensiero, da brava intellettuale, che subisce il destino di essere incompresa e vivere appartata; AFRODITE attiva regolarmente ripetute segnalazioni (erotiche), e per ciò è una poco di buono, per nulla stimata. È evidente, che queste o simili situazioni di estremo pericolo abbiano scavato uno stabile solco affettivo nell'organizzazione mentale dei nostri spesso disperati progenitori, un solco che si riattiva in noi stessi, in contatto, come siamo, con l'inconscio collettivo, quando, come nella favola, ci si sciolgono le gambe di fronte al pericolo e cadiamo vittime di quell'abulia nefasta, in cui consiste la direzione primitiva di L-P. Ora però vogliamo mostrare una fondamentale riprova di quanto abbiamo affermato, applicando gli stessi concetti a una funzione inversa, per verificare se anche questa inversa fa originare le sue primitive direzioni semantiche da stati d'animo congruenti con la sua forma: se, come or ora abbiamo affermato, C-D è lo specchio linguistico della prevalenza dell'irrigidimento connettivo C rispetto al tentativo di intimorire D, logicamente si dovrà ritenere che DC sia lo specchio di uno stato d'animo più battagliero, in cui l'azione principale sia quella di chi, mostrando i canini, incute timore all'avversario e solo secondariamente mantenga una postura rigida e connettiva: dunque, se il nostro or ora espresso principio di permanenza dei valori viscerali nella proiezione linguistica è effettivamente valido e reale, dovremmo aspettarci che il file con radicale in DC debba di necessità restituirci parole in cui prevalga un'imposizione D continuativa C. Infatti il file è ricolmo di questi valori intransigenti, tipo DICO, DICtator, DUCO, DOCO, ecc. Qui il desiderio di tenere a bada C-D è trasformato in un'imposizione senza limiti, tal quale uno stato d'animo viscerale di un soggetto che mostra i denti D continuamente C! Dunque è ben vero che le proiezioni linguistiche, cioè le parole reali, rispettano, anzi sono del tutto impregnate degli specificissimi stati d'animo viscerali che sono alla base dei loro valori fonologici. Per comprendere la natura profonda delle parole è dunque sufficiente, ma anche necessario!, riandare a codesti specifici stati d'animo viscerali. Un altro bell'esempio, tra tutti quelli che sono a disposizione, è V-L, con la sua inversa L-V. Si deve intendere che allorché si parla di stati d'animo viscerali si hanno in mente anche quelle condizioni esistenziali o situazioni esperienziali che sicuramente hanno fatto parte del comune modo di vivere del nostro genere arboricolo, che hanno lasciato una profonda traccia nel nostro sistema emotivo come in quello di relazione: una traccia che certamente ritroveremo quando saremo in grado di conoscere meglio la nostra fisiologia cerebrale e la nostra genetica. Ora, si sa che un'esperienza comune delle scimmie è quella del volo da un albero all'altro. Questi animali possiedono una meravigliosa capacità di librarsi tra le liane e spiccare voli e salti che richiedono un'immensa attitudine al controllo. È chiaro che l'uomo non può aver perduto tali facoltà, se non nel senso che non le applica più al volo reale, ma ai tanti percorsi accidentati e complessi che la nostra specie ha avuto il destino di dipanare nei suoi millenni. Posto tale preludio, noi sappiamo che V-L è formato da una componente principale che è un movimento verso l'avanti, una spinta a percorrere lo spazio, mentre la componente secondaria, o l'attributo, è quella attitudine a modificare, variare, alternare, che trova nel movimento alternante della lingua sul palato il suo specchio articolatorio, e infine in L il suo sostituto fonologico. Dunque lo stato d'animo viscerale di chi compie un volo, o procede in un percorso complesso che richiede la variazione e il pilotaggio momento per momento, è uno stato d'animo da chiunque ben conosciuto, un misto di attenzione e circospezione nel variare adeguatamente i propri movimenti, unito a un indefettibile intenzione di andare avanti . Vi è forse un'intenzione che racchiu351 83

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da in sé un VALore umano più alto di codesta, in cui tutti i sensi e tutta la VOLontà sono tesi a conseguire un difficile risultato? Ebbene, se queste considerazioni sono esatte, non dovremmo certo meravigliarci che il file di significati su cui si proietta questo complesso e affascinante stato d'animo viscerale (che per comodità chiamiamo VL) sia pervaso dall'idea di VOLO; di VALORE, di VOLONTà, ma anche di quello di percorso variabile, come VALLE, o VILLo ecc. Noi dunque, con molto semplici considerazioni sull'effetto che i gesti viscerali suscitano nella nostra psiche di moderni e insieme arcaicissimi primati, siamo abbastanza facilmente in grado di preconizzare e anticipare il senso generale delle direzioni semantiche che si sono sprigionate dai suoni nati dai gesti articolatori prodotti da quegli impulsi. A questo scopo mostriamo un ulteriore esempio, che è anche la riprova delle affermazioni espresse su V-L : posto che quello stato d'animo viscerale, di cui V-L è specchio fonologico, genera ineluttabilmente in noi un alone emotivo caratteristico e particolare, idoneo a quello di chi si fa pilota di un movimento che va procedendo in modo accorto e variabile verso una meta prefi ssata, per cui i sentimenti umani evocabili sono sostanzialmente quel li di VALORE, VOLONTÀ, ecc., se noi ci poniamo la domanda sull'alone emotivo evocabile dalla funzione inversa LV, otterremo una risposta, certo confusa, ma non tanto da non rappresentare con sufficiente precisione lo stato d'animo viscerale corrispondente: si consideri che LV è una variabilità L che va procedendo V, una modificazione che si fa strada nello spazio, e soprattutto la gestione di un movimento procedente. Questa complessa condizione trova con estrema facilità la sua propria esperienza viscerale, che consiste nell'esperienza legata ai transiti intestinali. È in sostanza una modalità complessa e variabile L per raggiungere una meta V, e quindi ha anche e soprattutto implicito in sé, (nella surdeterminazione sintetica che statuisce il modo d'essere della nostra psiche) il concetto di soluzione del disagio e della sofferenza, che corrisponde a un'ELEVAZIONE dello stato d'animo, e il raggiungimento del beneficio, proprio come è, mi si consenta, il transito intestinale L-V >> ALLEVIAZIONE del mal di pancia. Lo stato d'animo adeguato a queste o a simili condizioni esperienziali non può dunque differire molto da una soddisfazione per aver ottenuto un beneficio, una remissione dalla sofferenza. Ebbene, se il lettore volesse andare a leggere il file LV vi ritroverebbe le parole che corrispondono profondamente (e quindi anche molto nascostamente!) a questi così particolari stati d'animo, quali il sollevamento (LEVA) dal senso di colpa LIVOR, LEVARE, LAVARE (dalla colpa) e il suo sacerdote LEVITA. Ora vogliamo provare a dare ragione di sentimenti ancor più complessi che vengono sistematicamente vissuti allorché si usano determinate parole. Per esempio CEL*EBR-ARE è una parola che non è possibile usare senza provare con chiarezza un sentimento complesso ma riconoscibile tra mille, che sicuramente è la base emotiva della possibilità di ricordare la parola in questione. Questo sentimento potrebbe essere espresso per parole (purtroppo!) come una ebrietà comunitaria che non è fine a se stessa, ma che, al contrario, si volge alla magnificazione di un essere superiore. Tale sentimento di estremo coinvolgimento, che non proviamo più da quando un mondo volgarmente laicizzato ci impedisce di vivere pienamente le nostre più sante emozioni, si adatta a dar conto del nostro profondo ossequio per un dio comune: orbene la spina EB*R (>ripetizione di energia istintiva), connessa a UBERA, le poppe responsabili delle nostre primitive EBRIETÀ, esprime quella Hybris comune che si volge a CEL, a COLERE energeticamente il nostro essere superiore: il sentimento provato è dunque un'ebrietà che si sostanzia in culto. Dunque la parola celebrare attiva in noi un nsieme emotivo del tutto specifico e unico, che si costituisce di due momenti molto diversi, che sono un'acme di tripudio, seguito dal sentimento di servizio e di dedizione nel culto. Ora mostriamo come una parola a significato relativamente e apparentemente simile possa dimostrare la sua profonda, e, dunque, vera specificità, mediante l'analisi dei suoi suoni: TRIPUDIARE pare esprimere anch'essa un'ebrietà comune, senza controllo, che, al contrario di celebra351 84

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re, non ha come scopo l'onore di un essere superiore, bensì è la conseguenza e la scarica emotiva di un evento favorevole precedente. L'analisi dei suoni si dimostra a sua volta concorde con codesta valutazione semantica: infatti la spina UD esprime codesta emozione U, che D obbliga, impone >>> TRIP la capacità di attivarsi ripetutamente. In sostanza TRIPUDIO comporta un'emozione U iniziale che impone D ai singoli uomini I la capacità di attivarsi ripetutamente >> in quelle figurazioni in cui consiste il tripudio. Come si vede mentre l'impulso emotivo che sta alla base di celebrare possiede un preciso scopo cultuale, il sentimento di partenza di tripudiare ha per solo scopo la movimentazione dei singoli,uno sfogo motorio necessario a scaricare quell'emozione troppo intensa. Mi pare che quest'ultima definizione possa essere quella propriamente pertinente al sentimento specifico e unico con cui la mente, e il cervello, trattano la parola TRIPUDIO. Ripetiamo quindi una conclusione già espressa: ogni parola possiede il suo specifico alone emotivo, emergente dal rapporto dei suoi vari momenti emotivi, costituiti a loro volta dal rapporto dei valori viscerali dei loro suoni. Tutti questi accenni, suffragati dall'ermeneutica della seconda parte del libro, dovrebbero essere sufficienti a stabilire il principio fondamentale della semantica, che si potrebbe in tal modo enunciare:

le direzioni semantiche che si proiettano dai rapporti biconsonantici fino alle parole reali seguono invariabilmente, ma nascostamente, il senso umano che è possibile esperire direttamente dagli stati d'animo viscerali antecedenti le corrispondenti articolazioni fonetiche.

Questo principio, insieme a quello di sequenzialità, che ne è l'applicazione pratica, costituisce la base scientifica delle analisi ermeneutiche che seguiranno.

Digressione: linguaggio e musica
Paragone tra la genesi del linguaggio musicale e quello propriamente umano, o della necessità e/o libertà nel mondo dei suoni.
Giunti a parlare di armonia o disarmonia estetico-viscerale come frutto di particolari scelte di rapporto tra i suoni fonetici, viene del tutto naturale e perfettamente scientifico considerare e ritenere queste melodie linguistiche come il primitivo tentativo di produrre complesse catene o fluidità sonore di natura sostanzialmente musicale: è molto probabile che linguaggio umano e musicale attraversassero una fase iniziale di comunanza e di sostanziale connessione, in cui il ritmo, gli accenti, la stessa sostanza fonica erano i medesimi, medesimi gli scopi e le finalità. Solo un animale cantante poteva erigersi come gli uccelli, sulle due zampe posteriori, solo un uomo significante per suoni poteva a sua volta complicare l'esperienza sonora verso un destino musicale. Ci troviamo di fronte a una primitiva unità musico-linguistica e a una disgiunzione successiva e parallela, quando alcuni suoni assunsero lo status di più significanti degli altri e divennero quei primitivi fonemi, in cui la preponderanza dell'ormai acquisito valore semantico mise tra parentesi il valore emotivo-viscerale, mentre altri suoni vennero vieppiù purificati nel loro timbro e connessi mediante appositi intervalli fino a poter sviluppare musiche gradevoli all'orecchio. Posto, dunque, che a priori noi non possiamo differenziare in origine i suoni tra loro, se non per l'intenzione umana che li emette, e se questa è più estetica e commossa, li nominiamo musicali, mentre se è più razionale e indicativa, li nominiamo suoni significanti e pre-fonemi, ora noi vo351 85

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gliamo intuire se le discipline a cui andarono incontro e vennero informati e connessi tutti codesti suoni premusicali e prefonetici, infine musicali e fonetici, abbiano qualcosa in comune. Ma la nostra ricerca è purtroppo resa impossibile dalla perdita di qualsiasi materiale di studio e per continuare il nostro paragone siamo costretti a esaminare materiali ben più tardi, quelli prodotti dal mondo civilizzato. Nonostante ciò, da questo paragone riusciremo a ottenere qualche chiarimento e qualche ulteriore suggestione. Il secolo che ormai si dissolve ha avuto tra tanti altri meriti di approfondimento critico e analitico, anche quello di esaminare criticamente le basi dell'esperienza musicale precedente, a ciò indotto dall'edificazione di teorie musicali che liberavano i suoni dalla prigione della tonalità in cui la lezione della musica classica li aveva costretti. Fu così reso possibile comprendere che la musica occidentale era andata sorgendo nei suoi strumenti concreti dalla sempre più spinta ed elaborata ricerca di rapporti consonanti tra le note; che lo stesso materiale musicale a disposizione dei compositori era man mano stato individuato (mediante uno sviluppo obbligato, denominato circolo delle quinte) da questa esigenza di disporre di suoni consonanti, che facessero da punti di ancoraggio nel fluire di tutti gli altri suoni; infine che questa tecnica di selezione era alla base della possibilità di produrre melodie significative. Da ciò si andava evincendo in modo sempre più chiaro che la musica classica non era altro che la forma più elaborata di questa ricerca di eufonia durata per tutto il tempo dell'esperienza musicale storica, ma che, così come essa non possedeva nessuna aprioristica naturalità, era anche possibile pensare e produrre un altro modo di fare musica, svincolato dalle rigide e faticosamente costruite regole dell'armonia e in generale della tonalità. Introducendo quest'argomento si vuole mettere in evidenza un fatto apparentemente singolare: come, secondo la teoria informatica, ogni linguaggio deve esser considerato un sistema regolato di dati semplici, così il linguaggio musicale e quello umano non fanno eccezione a questa regola, anche se le regole che li informano sono tutt'altro che evidenti, necessitando di essere disvelate. Orbene: l'esempio di codesta analisi critica, sviluppata principalmente da Chailly sul materiale musicale, può apparire in qualche modo simile e concorrente a quella posta in questo libro per il linguaggio umano. Con queste due analisi critiche sia la musica che il linguaggio sono ricondotti entrambi a quelle sottaciute e dimenticate regole compositive, dimenticate, dico, eppure storicamente ancora tanto attive da essere quasi totalmente responsabili delle forme attuali con cui si presentano i dettati linguistici e musicali. Come in musica si era dato importanza in modo semiinconscio alle esigenze di coordinazione armonica e consonantica tra le note e non alle note stesse, (che erano state da sempre considerate puro e grezzo materiale musicale), fino a quando codeste novecentesche analisi non andarono rivelando con sempre maggiore chiarezza il carattere artificiale, talvolta artificioso, di quelle stesse regole compositive che sovrintendevano agli sviluppi armonici e melodici, così e in analogia, anche la liberazione di senso, operata dalla mia teoria sui suoni del linguaggio, comporta che essi siano a loro volta liberati dall'impressione fallace che questi suoni fonemici fossero immotivatamente collegati tra loro da regole d'uso basate sulla convenzione, e come tali permanessero in una disposizione rigidamente e conformisticamente regolata dall'uso. Al contrario, sia in ambito musicale sia linguistico, viene ormai consentito ai relativi suoni di potersi muovere e disporre in un campo ritornato di nuovo vergine (per una sorta di epoché) fino a produrre, teoricamente, nuovi rapporti, e nuovi significati. Questa novella, appena conseguita consapevolezza della piena libertà compositiva, cui furono inizialmente indirizzati i suoni linguistico-musicali, e della perdita di questa libertà a causa delle rigidità opposte dall'uso, riesce più facilmente a farci intendere come nel passato della specie i suoni del linguaggio, così come anche quelli musicali, si andassero rapportando in melodi si351 86

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gnificanti secondo i più vari principi, logici e meno logici, eufonici e meno eufonici, o anche senza principi apparenti, e andassero producendo, così come quelli musicali, dei nuclei dotati tendenzialmente di sempre maggior consonanza e significatività, in breve, più efficaci. Codesti nuclei di maggior significatività a loro volta fecero da piloni portanti a sempre più ardue complessità, in una sorta di fragorosa armonia o totalità in cui ogni frase melodica di suoni significanti trovò il suo posto e la sua possibilità di esistere e di significare, essendo imparata e ricordata dagli uomini in ragione della sua utilità e della sua piacevolezza. Ma la totalità di suoni significanti era concretamente posseduta dagli esperti del linguaggio, quei sacerdoti e quei bardi intorno a cui si affollava la comunità tribale, ansiosa di detenere qualche strumento linguistico in più rispetto alla scarsità di espressione cui ognuno era costretto dalla sua stessa mediocrità e dalla scarsità di comunicazione mediatica al di fuori del contatto verbale personale, e della pratica dell'arringa cui si dilettavano le menti superiori e i veri aristocratici. Questa mi appare un'abbastanza adeguata immagine della sincronia linguistica primitiva, in cui andarono man mano formandosi e confermandosi i nuclei di quei rapporti privilegiati interconsonantici, diversamente selezionati per ogni sede, che la nostra ermeneusi via via andrà disvelando nelle prossime pagine, al modo di temi musicali di quasi inderogabile necessità e prestigio, quali sono quelli che lo specifico folklore musicale assegna a ogni patria. Questi nuclei di particolare efficacia sono perciò da riguardarsi nello stesso modo in cui si considerano quegli antichissimi motivi o nenie composti dal talento dei primitivi musici popolari, le cui composizioni variano da luogo a luogo nel segno dell'influsso climatico e i cui successori furono creatori e propagatori della musica e del folklore popolare: da questa musica sorse e si sviluppò poi quella colta, in ogni luogo prediligendo qualche tema e qualche ritmo rispetto alla totalità possibile. Allo stesso modo l'esempio tra linguaggio e musica ci conferma nell'opinione che tutti quei nuclei interconsonantici che andarono prevalendo in ogni specifico popolo furono il selezionato frutto del talento linguistico e delle scelte di ignoti aedi e bardi, e che le lingue che sarebbero nate da questi primitivi abbozzi linguistici avrebbero fatto prevalere una serie di temi e di modi semantici a scapito di altri, pur permanendo tutte, e codesto è il vero capo della matassa, nell'ambito del principio di integrazione dei valori semantici dei suoni, allo stesso modo in cui ogni tipo di musica popolare va ricercando, secondo temi e modi differenti da quelle degli altri popoli, il principio del rapporto consonante tra i suoni. Ci viene anche mostrato con questo paragone musicale che, come le note, obbedendo a qualche particolare regola formale di coordinazione e di rapporto, vennero usate in tutti i secoli dell'esperienza musicale, per produrre particolari e specifiche armonie e melodie, evocanti particolari stati d'animo e consuetudini, così pure si deve ritenere che quegli aggregati semantici che sono le lingue storiche nei loro specifici momenti di complicazione, non fecero che corrispondere a precise e particolari regole di organizzazione dei rapporti semantici tra i segni elementari e, come per la musica, in ogni luogo e in ogni tempo prevalendo solo alcune tra queste regole, e non tutte le altre, i dettati linguistici particolari, allo stesso modo dei particolari spartiti musicali, godettero di un tipo di forma a suo modo unica e irripetibile: così come infatti appaiono unici e irripetibili i tipi linguistici. Se, per chiarire meglio il discorso con un esempio storico, l'esperienza musicale della musica lidia si avvalse solo di un particolare tetracordo, questa regola iniziale andò determinando sistematicamente la forma e l'esperienza musicale di tutte le melodie lidie, imponendone la specificità e con essa la qualità musicale e la correlata esperienza estetica. Allo stesso modo se addirittura il mondo cinese rinuncia a utilizzare il suono R questo farne a meno comporterà una complessa sistemazione degli altri suoni che vicarii questa carenza; e la lingua cinese solo perciò si presenterà difforme, senza che nessun cinese sappia e possa prendere mai consapevolezza di queste diversità e particolarità se non riuscendo a porsi addirittura all'esterno della sua lingua materna, operazione che ha dell'impossibile.
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Per comprendere veramente le differenze bisogna dunque fuoriuscire dalle proprie regole, cosa pressoché impossibile per la mente umana, la cui stabilità si fonda addirittura sulla conoscenza e la precisione d'uso delle regole della propria lingua. Come se si pretendesse da un computer di fare una valutazione sul proprio sistema operativo! Ma se, all'opposto e per paradosso, una mente estremamente libera come quella di Schöenberg va imponendo demiurgicamente al suo materiale musicale la cessazione di ogni obbligo prescritto da quell'immenso tirocinio con-sonantico in cui si risolve l'esperienza tonale, con le sue specifiche scale, i suoi accordi e i suoi punti di tensione tematica e ritmica, potrà in tal modo creare un modello musicale che, proprio per la sua assenza di forma, ci può offrire una delucidazione sulle cause che hanno imposto quelle convenzioni di cui si è liberato. La mia teoria si trova per qualche verso in una posizione simile a quella schöenberghiana, perché libera i suoni dalla costrizione in cui li hanno ordinati le regole di coordinazione e di rapporto, escogitate nei molto più numerosi secoli dell'esperienza linguistica umana, e li rivela per se stessi significanti (cosa che in realtà non avviene per le singole note, il cui effetto estetico è in ogni caso legato all'effetto degli intervalli tra le note, e qui il paragone trova il suo punto debole. Ma se consideriamo significante, solo perché appagante, l'effetto consonantico dei suoni musicali, il paragone riprende un suo valore). In ogni caso ci viene mostrato che la forma pura dei rapporti tra i suoni del linguaggio può e deve essere considerata come esulante dalle singole parole storiche, in costrutti ideali e a-storici, così come ideale e a-storica potrebbe apparire la musica atonale rispetto a quella classica. Viene così presentato un valido ponte di passaggio tra i tipi linguistici; soprattutto viene rilevata l'episodicità transeunte delle singole parole rispetto all'idea o al concetto che si voleva significare, un'episodicità che dipendeva dalle modalità locali di formazione delle parole e dalle regole usate, così come una melode frigia si mostra formalmente differente da una lidia, anche se questa melode frigia sia la traduzione musicale della stessa commossa manifestazione dell'animo provata dall'artista lidio. O meglio, con la mia semplificazione liberatrice viene riportata a galla la coscienza della significazione di quelle epoche mitiche in cui le regole di composizione dei suoni significanti erano ancora da prodursi, e in cui si potevano liberamente sperimentare le innumerevoli strade di composizione semantica, giacché l'universo linguistico era vergine e ancor tutto da stabilire, plasmare e indirizzare verso le parole concrete e i tipi linguistici che oggi ci si presentano come effetto di quelle scelte progressive. Un'altra questione interessante è questa: lo sviluppo linguistico successivo a questo periodo, in cui venne primieramente stabilito il principio di interferenza significante tra i suoni, era da considerare libero o, al contrario, in qualche modo determinato? Io credo (seguendo le mosse del paragone tra lingua e musica) che, come l'esperienza musicale storica andò necessariamente verso la creazione di suoni tra loro eufonici e consonanti, secondo un principio naturale che è quello della sensibilità estetica; e, approfondendosi e complicandosi in questa ricerca, creò prima i suoni stessi della scala naturale, avvalendosi del consonante intervallo di quinta, e successivamente le scale a loro modo armoniche, e tutto il materiale musicale; così pure il materiale semantico che ritroviamo nelle lingue venne ordinato man mano da regole che dovevano corrispondere a un principio, o a una serie di principi, di economia semantica (di tipo necessariamente logico) e anche di eufonia estetica, che si imposero come determinanti nelle scelte concrete dei materiali linguistici primari e fondamentali. Questi particolari e locali principi informatori della selezione dei primari materiali linguistici sono gli stessi, in fondo, che, determinando la forma delle lingue (come, per continuare il nostro esempio, avviene per i particolari e locali stili musicali, rispetto alle loro regole), consentono un'espressione linguistica limitata e locale del pensiero, e convogliano il pensiero stesso quasi inesorabilmente verso la loro nascosta logica compositiva, la quale, anche se non scritta e consapevole, risulta a sua volta determinante, o meglio inclinante, nel conseguimento di particolari conclusioni filosofiche e umane per ogni singola comunità linguistica.
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Ciò che Jameson chiama impropriamente la prigione del linguaggio. Noi oggi riconosciamo la presenza di questi particolari principi informatori del dettato linguistico a un livello semplicemente estetico e subconscio allorché ammettiamo, con Sapir, che ogni lingua possiede il suo particolare e specifico spirito, anche se non riusciamo a enucleare questo stesso spirito dalle parole stesse. Così siamo costretti a accontentarci di vivere e godere questo spirito della lingua, in cui forse risiede la più importante esperienza umana di identificazione e di fruizione estetica, solo mediante questi stessi meccanismi subconscii ed estetici, che vengono provati all'ascolto di uno stile musicale più o meno particolarmente amato. E amiamo usare il francese per fare conversazione, il tedesco per filosofare, l'inglese per commerciare, e l'italiano per ben parlare, senza riconoscerne un motivo veramente plausibile che non sia il nostro puro e semplice senso estetico, il quale ama di rivelarci lo spirito dei popoli, dunque le loro preoccupazioni fondamentali, soltanto attraverso i raggruppamenti fonetici da questi escogitati. Concludiamo queste brevi note sul paragone tra l'origine del linguaggio e quella del linguaggio musicale ripetendo che tutte le regole di composizione dei suoni dipendono da scelte, per cui potrebbe sembrarci a prima vista che gli spartiti linguistici e musicali siano completamente liberi; ma anche che queste scelte sono indirizzate dalle più varie esigenze estetiche e economiche in cui si sono trovate le comunità umane nel corso della loro lotta per la vita. Così il condizionamento della necessità si rivela alla fine determinante, o meglio inclinante, anche nell'apparentemente libero mondo dei suoni, secondo vie che sono ancor tutte da rivelare.

Deduzione dei principi organizzatori dei tipi linguistici.
Posti questi concetti propedeutici, cerchiamo ora di forzare la nostra ignoranza dando concretezza ermeneutica al paragone tra musica e linguaggio, ricercando i principi organizzatori dei tipi linguistici e delle rispettive esperienze musicali. A tal fine notiamo come le famiglie linguistiche siano sostanzialmente tre: l'indoeuropea, la camito-semitica e l'asiatica tout court (compreso l'uralo-altaica): esse corrispondono ai tre continenti del mondo antico. Ora, è opportuno constatare che la forma della musica di questi tre continenti corrisponde alla forma delle lingue delle tre famiglie in questione. La musica camito-semitica privilegia l'espressività, il ritmo, la melodia, come è normale avvenga in popoli che hanno come specificità di comunicazione interpersonale un elevatissimo livello di espressività affettiva. Si potrebbe quasi dire a tal proposito che il cervello dei semito-camiti adempie sostanzialmente al compito di interpretare e comunicare gli affetti. Ne viene di conseguenza che le loro forme di comunicazione inclinino fortemente verso la comunicazione degli affetti. Se volessimo rispondere alla domanda sul perché di questa scelta adattiva, la risposta apparirebbe evidente: in un ambiente caldo e ricco di nutrimento ciò che occorre per vincere la lotta per la vita è soprattutto la concordia degli animi, dei membri della tribù: la comunicazione altamente emotiva è lo strumento privilegiato per conseguire questo risultato di unificazione subconscia degli stati d'animo, la quale a sua volta consentirà la caccia in bande sincronizzate, la comunità dei riti, insomma tutta quella omogeneità di sentimenti che sono alla base del vivere in una tribù di caccia in paesi caldi. Posto dunque codesto scopo primario, anche la musica e il linguaggio saranno selezionati secondo una modalità sostanzialmente affettiva: e, come la musica sarà musica espressiva, ritmica, melodica, per adempiere al suo proprio compito di avvincere e unificare le menti altamente emotive dei componenti la tribù, così anche i linguaggi saranno costruiti secondo modalità espressivo-affettive, privilegiando in prima la selezione di fonemi espressivo-affettivi quali B, F, G, M e U; producendo parole semplici, cioè brevi, e soprattutto con rapporti interconsonantici limitati e meno numerosi che altrove;
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utilizzando più che altrove la variazione del suono vocalico per definire l'uso degli stemmi consonantici (ciò per la ragione sostanziale di non creare nuovi stemmi e di procedere su un piano di economia ideativa). L'immagine della lingua, secondo queste aspettative, sarà dunque quella in cui i suoni siano statisticamente tra i più espressivi, i rapporti tra i suoni siano più semplici che altrove, i suoni vocalici giochino un ruolo importante, la cadenza linguistica sia improntata all'eufonia e alla prosodia; lo stile linguistico sia improntato alla ripetizione ritmica. Per conclusione a codeste considerazioni si potrebbe dire che la parola semitica è fruita e vi ssuta come un'immagine carica d'affetto. Dopo aver evidenziato questi caratteri della bolla culturale (e cioè dello stile di comunicazione inconscia) camito-semitica, esaminiamo quelli indo-europei, o meglio quelli d'Europa: qui il clima molto più freddo e la ridotta quantità di beni naturali fruibili presenta all'uomo un differente compito di sopravvivenza, rispetto all'unanimismo entusiastico degli africani. Si tratta qui di usare, spesso da soli, azioni specializzate nel cacciare nella penuria, pescare in condizioni ambientali difficili, costruire ripari validi per l'inverno, provvedersi di utensili metallici. In queste condizioni di difficoltà la possibilità di sopravvivere è legata alla specializzazione: così pure la lingua dovrà specializzarsi, assumendo un ruolo del tutto differente da quel lo semitico, negligendo, per quanto possibile, i suoni significanti emotivo-naturalistici e ponendo l'accento su quelli cognitivi N e S, e sulle marche del travaglio T-R, della capacità P e della trasformazione L. La necessità di mantenere elevato il livello di concettosità e di funzionalità obbligherà i parlanti a costruirsi schemi molto ricchi di rapporti interconsonantici e di dare al consonantismo un ruolo fondamentale. La parola sarà così improntata da un'elevata integrazione consonantica e da una ridotta armonia, giacché il valore estetico-affettivo, che trascina l'uomo nella concordia subconscia, deve assumere qui un interesse secondario. Questa parola europea è così da considerare quasi niente più che una prescrizione d'uso, o una ricetta utile. È ovvio che il tono generale della lingua sarà improntato all'utilità, alla chiarezza, alla distinzione e a tutte quelle virtù che siamo soliti riassumere col termine di razionali. La base di questo universo linguistico è certo insita nella strutturazione della mente europea, che dovendosi per necessità specializzare nei mestieri (fabbro, artiere, minatore, ecc.), privilegia necessariamente il fare, il costruire, a scapito del raccontare e dell'immedesimarsi semitico. L'europeo è perciò laconico, la sua bolla culturale fredda e complessa, la sua musica, formandosi sulle stesse esigenze comunicative che determinano la sua lingua, potrà privilegiare le dissonanze (come nella musica celtica), i rapporti tra suoni di tipo contrappuntistico, cioè un'integrazione forzosa di elementi non necessariamente eufonici, la prevalenza del tema astratto sulla melodia, in quanto il primo parla alla mente e la seconda ai sentimenti, ecc. Ma il vero luogo della civiltà occidentale, le penisole che fanno da ponte tra Africa ed Europa, ebbe la ventura e l'unicità di integrare questi due mondi comunicativi, rendendo infine permeabili le rispettive bolle culturali mediante un lunghissimo sforzo di appaesamento, in modo da costruire lingue come la greca e la latina, in cui venissero miracolosamente salvate le ragioni del fare, insieme a quelle dell'emozionarsi, le ragioni del pensiero insieme a quelle dell'espressione affettiva. Questo sforzo di collegamento di due bolle culturali tanto diverse fu reso possibile soltanto da una lunghissima compresenza comunicativa degli elementi delle due differenti Stammen sullo stesso suolo e nell'isolamento geografico, che cominciò ad avvenire molto tempo prima delle migrazioni storiche: da allora questo crogiuolo è andato sempre avvivandosi fino a oggi. Intendiamoci, in tutte le patrie indo-europee avvenne qualcosa di simile, e avvenne nell'ambito di tutto il tempo necessario a costruire le nostre lingue secondo il principio della continuità, in ogni singola patria europea: l'omogeneità, sia dei meccanismi costruttivi, sia dei materiali, sia dei principi organizzativi, obbligò a costruire in modo simile ovunque. Ma solo in Grecia e in Italia si ottenne il capolavoro di creare lingue altamente espressive e altamente concettuali, degne e idonee a dare la civiltà al mondo.
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La musica italica sarà, così, anch'essa l'unica che saprà unire indissolubilmente melodia e armonia, ritmo e contrappunto, pensiero ed espressione, insegnando al mondo questa possibilità compositiva. Lo stesso ruolo ebbe parallelamente il latino, e speriamo possa reimpossessarsene. Completiamo questi ragionamenti il cui scopo è qui soltanto quello di identificare un rapporto di causalità tra: --- ambiente >> necessità di sopravvivenza >> modo di comunicazione più utile >> specifiche bolle comunicative >> modo di strutturazione similare di musica e linguaggio -- per identificare, certamente in modo grossolano, i principi organizzativi che presiedono alla costruzione, nella continuità, dei tipi linguistici storici. La necessità comunicativa è dunque alla base dei principi di organizzazione e di selezione dei tipi linguistici, dettandone sia la forma sonica sia i contenuti di pensiero. Per dare completezza al nostro schema interpretativo, occupiamoci infine della forma di comunicazione asiatica, della sua musica e della sua lingua. La parola cinese è infatti qualcosa di unico, ma per ricondurre la sua ragion d'essere alla comprensibilità dobbiamo anche qui partire dalla condizione esistenziale-comunicativa delle masse asiatiche. La loro condizione di vita è la monotonia di un ambiente geografico senza confini, stepposo, arido e privo di peculiarità: il clima è particolarmente avverso perché passa dai grandi freddi al grande calore. In tali condizioni di disagio e di noia esistenziale la risposta adattiva adottata, l'unica pensabile…, è stata quella dell'introversione psichica, il rifugiarsi cioè all'interno di se stessi, cercando la comunicazione non tanto con gli altri o con l'ambiente, quanto con la propria interiorità. Questo atteggiamento adattivo è tipicamente asiatico, e comporta una lesione delle capacità comunicative di tipo affettivo, così come comporta una rinuncia alla comunicazione attivatrice e pragmatica di stampo europeo, mentre invece privilegia l'occupazione della mente da parte di idee o meglio immagini fisse, che si vanno trasformando in veri e propri simboli. La clinica ci mostra infatti come la deprivazione sensoriale faciliti l'emergere di immagini coatte. La bolla culturale asiatica (cioè il suo modo precipuo di comunicazione inconscia) si caratterizza dunque in generale come inclinazione all'introversione, con la sostituzione dell'interesse per gli oggetti con l'interesse per i propri accadimenti psichici, come ci è testimoniato in modo evidente dall'affermarsi della religione buddista , che è una vera cura dell'anima, basata sull'immaginativa degli stati corporei. Ne deriva un atteggiamento mentale immanentistico, in cui ogni oggetto è parificato all'anima di chi lo osserva e, come si vanno cercando le cause e la dialettica della propria anima, si ricerca, con la meditazione, anche la causa e la dialettica degli oggetti all'interno di essi. L'astrazione si sostituisce così alla spiegazione, il modo d'uso è sostituito dalla sintesi causale, il noumeno è privilegiato rispetto al fenomeno. Tutta codesta gnoseologia tipicamente asiatica è l'effetto dell'introversione mentale. Ma, posto ciò, ne deriveranno, sul piano espressivo, importanti conseguenze: noi, prendendo la musica come cartina di tornasole della comunicazione espressiva asiatica, dovremo constatare che essa è caratterizzata da una jeraticità tutta particolare, che astrae evidentemente dai sentimenti vissuti e si pone volontariamente su un piano di perfezione modale, deprivata com'è di causalità episodiche. È una musica modale la cui causa è in se stessa, un po' come la dodecafonia, con la differenza che mentre questa è il frutto di uno sperimentalismo artistico, la musica asiatica nasce già astratta e modale dal cuore del popolo, che evidentemente le somiglia. Ora, unendo tra loro immanentismo, astrazione di sé, rifiuto dei sentimenti e della prassi, siamo in grado di comprendere molto bene che il ricercato principio di organizzazione della parola e delle lingue asiatiche non può che statuirsi mediante l'astrazione del vissuto interiore, prima degli uomini, poi degli oggetti che ne sono proiezione. La parola asiatica tende dunque a essere uno schema significante dall'interno, cioè un'astrazione fatta di suoni significanti il cui scopo è cogliere immanentisticamente e globalisticamente il nucleo organizzativo o vivente dell'oggetto o dell'uomo. Si tratta cioè di un MAN*DALA (>> regolare gestione del proprio pensiero > dialettica del pensiero>>astrazione seriale e modale).
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Ecco perché questa parola, il cui scopo è infinitamente diverso da quello pragmatico europeo e da quello espressivo africano, per racchiudere la verità' dell'oggetto, deve porsi come una struttura a cruciverba in cui almeno due parti antitetiche dell'oggetto sono tra loro connesse e rapportate: la dialettica tra le parti di un tutto è l'unico senso possibile al pensiero introvertito, perché esso per sua natura non coglie con facilità i rapporti tra gli oggetti, ma i rapporti tra i concetti; così noi vediamo come la cultura cinese sia pervasa dall'uso di qualsiasi tipo di simbolo dinamico: come sono i mandala dialettici; o le svastike; e da un sistema di scrittura, che funziona unicamente a mo' di simboli, in cui i segni antitetici devono essere continuamente sintetizzati in un unicum perché possa esserne colto il significato; e infine (o meglio, al principio) da parole-simbolo, costituite da gettoni verbali giustapposti e prefabbricati, il cui significato è unicamente al servizio dell'appercezione del senso globale del costrutto, che nasce dal rapporto dinamico-dialettico di tutte le parti nell'insieme. La parola cinese è dunque un ottimo esempio di integrazione dei significati (e ci è stata ottimo modello e sprone per la nostra teoria sui suoni significanti). Codesta peculiarità del pensiero asiatico, che neglige l'espressione affettiva e rifugge quella pratica, ma che invece gioca continuamente, e talvolta inutilmente, con rapporti di simboli e di concetti, è alla base delle caratteristiche asiatiche, quali la ripetitività e la sacralizzazione della ripetitività. Concludiamo questo faticoso excursus sui principi che regolano l'organizzazione dei suoni, mostrando ancora una volta come proprio l'intento alla base di questi principi sia statisticamente responsabile della forma fonetica delle parole: l'intenzione di comunicare affettivamente organizza concretamente la forma della parola araba, l'intenzione di comunicare pragmaticamente organizza la forma della parola europea, l'intenzione di comunicare schematicamente organizza la forma della parola asiatica. Da questi principi si possono dedurre molte inferenze sul pensiero specifico dei popoli, forzato e mediato da ogni caratteristico linguaggio, che è infatti un pensare regolato dall'emozioni in Africa, dalla necessità in Europa, dall'astrazione in Asia, così come sulla modalità della loro religiosità, che per l'appunto è una religiosità del mostrare e del dimostrare in Africa, del fare concretamente in Europa, del meditare in Asia. L'universalità semito-ariano-asiatica del linguaggio cristiano risiede appunto nella sua enfasi verso la meditazione dei sentimenti, che vanno però mostrati e dimostrati mediante fatti concreti. Va infine sottolineato con forza come i linguaggi non siano tra loro assolutamente comparabili, in quanto essi sono concresciuti intorno a intenzionalità comunicative tra loro opposte e autoescludentesi: la parola cinese, per esempio, esprime letteralmente un altro mondo rispetto alla parola europea o alla semitica, e sottintende un uso immanentistico e schematico del suo dettato, cioè un'esemplarità che manca del tutto alle altre due. La causa della ieraticità tradizionalista del mondo asiatico sta tutta nella natura e nella forma della sua parola, così come la causa dell'effettualità pragmatica e cognitiva del mondo europeo risiede interamente nel gran numero di rapporti consonantici delle sue parole! Ed è vero, ovviamente, anche il contrario: si tratta di realtà che si auto-sostengono, e che consentono il permanere delle specificità delle rispettive civiltà. Resta inteso che a tali enunciazioni dovrebbe seguire un'analisi concreta delle parole dei vari tipi linguistici, per mostrare in corpore vili la congruità e la penetranza di questi principi. La pubblicheremo in seguito.

Indice

Cap. 4

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IV

LA STRUTTURA DELLA PAROLA

In questo capitolo si presenta la storia della formazione del linguaggio secondo il mio concetto; si esaminano prima le parole monosillabiche, poi le polisillabiche sanscrite; infine si introduce il concetto di integrale tra i suoni e si mostrano molti esempi di analisi di parole reali, da cui si evince la realtà del principio di interferenza tra i suoni.

La Storia della formazione del linguaggio primitivo
Dopo aver approfondito i risultati delle due ricerche sperimentali e presentato il conseguente principio fondamentale della semantica, occorre ora mostrare come questi distinti significanti siano stati concretamente assemblati per produrre quelle specifiche interferenze significanti utili, anzi necessarie, allo sviluppo della capacità di comprendersi in modo sintetico, di fare programmi, di collaborare e di erigere un sanctus comune al gruppo, in cui si concretizzi l'appaesamento della lingua alle variabili condizioni morali e di vita dei popoli pre-documentari. Le spiegazioni che ho già dato e che man mano darò non sono il frutto di un atteggiamento deduttivo e intellettualistico rispetto alla mia ipotesi di base, come si potrebbe credere: al contrario derivano da approfondite analisi empiriche sui più vari lessici, documentariamente tra i più antichi, come l'egiziano, l'accadico e il latino; le regole generative che evidenzierò non sono che la sintesi di innumerevoli fatti empirici, la cui verità è estratta dalle omogeneità fonetico-semantiche delle parole. Il lettore può situare i primi sforzi organizzativi sistematici e razionali sui simboli elementari articolatorio-fonemici in Etiopia, nella fascia del Rif, in Berberia o altrove, come più gli piace (non mi meraviglierei che il mondo sumerico, come fa intendere la statuaria, fosse colonia dei favolosi regni etiopi). Ne faccia attore l'Homo sapiens sapiens prima o durante la seconda diaspora nei tempi del paleolitico medio intorno a settantamila anni fà. Questo circa può essere spostato verso i cinquantamila anni fà; ben poca cosa, in ogni caso, rispetto ai tempi del paleolitico superiore in cui probabilmente erano stati consolidati i risultati della primitiva selezione dei gesti comportamentali-articolatori, e della vicissitudine della formazione dei suoni significanti in atto fin dalla prima diaspora fuori dell'Africa da parte dell'Homo loquens. Perché pongo questa barriera temporale nella formazione del linguaggio complesso e nel conseguente approccio al superamento del periodo paleolitico e pre-agricolo delle civilizzazioni? Ovviamente in considerazione del fatto che il prevalere e lo straripare nel mondo dell'Homo sapiens sapiens dall'autoctona Africa (secondo le ricerche divulgate da Cavalli-Sforza e coll.) è frutto di un improvviso conseguimento di un'abilità linguistica superiore: il boom della parola. Si può ipotizzare, proprio in base alla teoria degli UR-S, che questa abilità che caratterizza l'ap93

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I V- La struttura della parola

parire dell'Homo sapiens sapiens non sia stata che l'attitudine a collegare tra loro e a gestire i rapporti di interferenza tra i simboli elementari fonetici in un modo stabile e man mano convenzionalizzato dall'uso, addentrandosi in un continuativo lavoro di escavazione di direzioni semantiche nuove, in un tempo relativamente limitato ma certo immenso e continuativo, fino a produrre quelle lingue confluenti e simili, proprio perché nate da metodi strutturanti simili, che sono le nostre lingue indoeuropee: simili perché similmente prodotte. Quei simboli fonetici così utilizzati per la prima volta dai nuovi uomini, per questo sapiens sapiens, gli erano stati trasmessi ed ereditati nell'uso secondo le modeste potenzialità implicite nella prima sincronia linguistica voc.-cons. e cons.-voc., cioè come linguaggio per lo più monosillabico e a impronta isolante; anche laddove la necessità di nuovi segni avesse fatto produrre neologismi plurisillabici arbitrari e convenzionali, come io immagino un linguaggio alt-paleolitisch al di fuori della regola posizionale, simile a quello non a caso fiorito e tuttora fiorente in Estremo Oriente, un linguaggio credo giustamente ipotizzato da Alinei come derivato dalla prima, antichissima diaspora e ivi concresciuto e complicatosi sempre nella sua sostanziale natura di linguaggio monosillabico e isolante. Questa nuova cerchia di uomini si era invece conformata a utilizzare non più quella vecchia congerie di monosillabi significanti ereditata dai padri, con il loro limitatissimo valore espressivo-ideativo, con la variabilità e incertezza di significati obbligata dall'estrema convenzionalizzazione cui deve andare incontro un linguaggio di pochi segni o di segni senza regole, non ordinato secondo una regola posizionale. Dettero luogo invece, mediante il principio di interferenza tra i fonemi e la regola posizionale, a una monolitica sincronia di idee complesse, strutturate mediante assemblaggi prima biconsonatici, poi spinati da altri suoni significanti, alla continua ricerca di assemblaggi sempre più vari, adeguati, infine per se stessi interessanti e capaci di polarizzare le menti secondo i loro percorsi precipui, fino a immergere gli uomini tutti nella dimensione psichica del linguaggio complesso da un lato, nella civiltà neolitica dall'altro, come facce diverse della stessa realtà linguistico-ideativa. Del resto è proprio la teoria della continuità in Europa, così ben sostenuta da Alinei, per la quale non c'è invasione di bellicosi armati indoeuropei, né confluenza di sostrati mediterranei nella struttura linguistica monolitica dei nordici stranieri invasori, al contrario una lentissima produzione in loco e in ogni patria dell'universo indoeuropeo, a farmi considerare indispensabile un preciso meccanismo organizzativo dei suoni, in modo da rendere possibile una lenta neo-produzione sia della comune struttura sia del comune lessico. Quando lessi il libro di Alinei mi parve chiaro che questa modificazione delle concezioni dei più moderni linguisti, resa obbligata dalle stesse aporie in cui ormai erano caduti, andava precisamente incontro alle mie opinioni già da tempo formulate. Mi dissi: ecco, questa visione continuistica e non catastrofistica della produzione delle lingue I.E. deve per necessità essere pensata possibile soltanto per mezzo di un'evoluzione tendenziale di semplici ed elementarissimi strumenti linguistici che, per una loro miracolosa natura, convergano in ogni luogo e in tutti i tempi a produrre, o meglio a inclinare verso, un lessico sostanzialmente comune, ma per nulla identico, ed estremamente complesso. Alinei invoca e prefigura immaginativamente proprio questo tipo di strumenti linguistici e si spinge a ritenerli necessariamente naturali, senza per ciò abbandonare di un millimetro il concetto di arbitrarietà; senza volersi accorgere inoltre che la produzione concordante di un linguaggio comune o simile in tutte le sedi europee a datare dai tempi pre-paleolitici richiede che questo inesplicabile farsi e concordarsi di una lingua comune non possa non essere concretamente determinato da una connessione di spositiva di tipo matematico -costruttivistico, le cui regole siano chiare e le stesse fin dal primo emergere delle parole e delle strutture, come sono quelle che vado decrittando dal comune lessico I.E. La teoria della continuità indoeuropea è dunque, a mio parere, l'inizio obbligato della conversione della linguistica ufficiale verso una concezione della lingua di tipo totalmente informatico, con l'abbandono dell'ottocentesca concezione saussuriana, la quale nonostante la sua stupenda sistemazione strutturalista, a quei tempi supermoderna, è ancora impregnata di storicismo e di psico351 94

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logismo nel suo dogma fondamentale dell'arbitrarietà della parola. La parola arbitraria appare ai suoi fautori come solo frutto spiritualistico dell'unicità e dell'invarianza della storia: è quindi inspiegabile a priori e figlia dello spirito creatore nella sua unicità e irreversibilità d'azione (così come erano spiegate le specie biologiche prima che si conoscessero le semplici e deterministiche regole della genetica moderna); così la parola informatica è la modesta ma reale connessione razionale, se non deterministica, di elementi semplici, anch'essi ovviamente necessitati dalla durata, ma soltanto nel senso minimo di tempo necessario a produrre e a mantenere le connessioni di senso tra questi elementi gestuali-fonetici e gli enti fisici e mentali. In questo processo di aggregazione dei distinti simbolici la continuità della durata necessaria è ovviamente indispensabile, ma il tempo utilizzatovi è un tempo scientifico, cioè speso nelle reali connessioni degli elementi significanti e degli enti significati, così come è reale e misurabile il tempo necessario in biologia per produrre le reazioni biochimiche, e non un tempo mitico in cui le parole rappresentino i miracoli prodotti da quello spiritualismo deteriore che nasconde ogni nostra ignoranza. Dico spiritualismo deteriore non tanto in dispregio dell'esigenza ragionevole e necessaria di fondare in ultima istanza anche le nostre parole e i nostri giudizi sull'esistenza divina, quanto per l'uso di bottega che l'odierno movimento linguistico ne propone, al fine di mantenere isolato e specialistico il proprio campo di ricerca: lasciandolo talvolta in appalto a figure di dubbia vocazione letteraria e di scarsa scientificità che, pur proclamandosi fieramente atei, non disperano in un confuso spirito creatore, che tenga miracolosamente unite le maglie allargatissime dell'arbitraria e convenzionale organizzazione delle lingue.

Il legame tra i suoni del radicale della parola
Generalità e controdeduzioni alle possibili critiche.
Come si strutturano i rapporti possibili tra i suoni? Esaminiamo prima il rapporto all'interno della funzione radicale della parola. Mediante la prospezione resa possibile dal disvelamento dei segni fonici, riandiamo dunque alle parole pervenute direttamente dal mesolitico, non sufficientemente alterate da effetti di variazione diacronica nel loro resistentissimo scheletro interconsonantico. Riandiamo alle geniali operazioni di assemblaggio posizionale di quei distinti significanti messe in opera da una moltitudine di Bardi mesolitici e accettate, per la loro intrinseca significanza, dai molti popoli che noi chiamiamo indo-europei, supponendone in base alla comune lingua una comune origine etnica, ma che invece erano in rapporto tra loro oltre che per parentela, anche per vicinanza geografica, o per sudditanza. Resta inteso che la nostra ricerca è fatta di momenti illuminanti ed è sostanzialmente psicologica. Vuole cioè mettere in luce i prototipi universali della parola e si guarda bene dal voler spiegare tutto, un tutto che nella materia linguistica è ovviamente inspiegabile perché alterato sistematicamente e portato al disordine e all'entropia negativa da infiniti fattori destruenti. Nonostante ciò, il grandioso principio ordinatore, il fiat costituito dal rapporto posizionale e dalla conseguente integrazione delle funzioni linguistiche, riesce lo stesso a mettersi in luce nei tanti casi fossili rimasti esemplarmente in ordine e pronti a riempire di luce il nostro desiderio di comprendere il meccanismo della parola e quello del pensiero. È bene che all'inizio del lavoro concreto di ermeneusi si stabilisca ancora con precisione che il metodo di analisi del rapporto biconsonantico, ovvero della funzione linguistica, ovvero dell'idea o categoria primaria, salva le nostre analisi dalla obiezione fondamentale cui potrebbero andare incontro: che, essendo spesso i significanti differenti nelle varie lingue I.E., è impossibile stabilire un filo comune di interpretazione.
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Tale obiezione è tanto facile quanto miope. La mia analisi non si occupa di parole se non contro voglia e per necessità di conseguire risultati tangibili. Il suo interesse è rivolto sostanzialmente al rapporto biconsonantico, di cui si propone il valore ideativo pre-linguistico (o emotivo-viscerale); solo successivamente si cercano conferme nei radicali delle parole. Ora a priori viene presupposto che in ogni area I.E. (e secondo lo spirito linguistico, le consuetudini, le necessità, il regime economico o politico di ogni singola popolazione) la capacità denominatrice, insita in ogni rapporto biconsonantico, è differentemente volta verso gli oggetti più adeguati a queste molto diverse condizioni. Per questo stesso a priori appare implicito che, in innumerevoli casi, ci si trovi di fronte a differenti modi di denominare oggetti simili, assemblando significanti diversi, solo perché sono stati utilizzati svariati e differenti rapporti biconsonantici che siano in grado di informare analogie diverse, ma similmente adeguate alla significazione che si vuole produrre, perché trattenenti in sé una scintilla della forma o delle funzioni dell'oggetto che si vuole significare: così per esempio si costruì FORM nell'area italica e MORF in quella greca, che sono in sostanza equivalenti riguardo al valore semantico delle funzioni che informano questi significanti, in quanto ambedue concretizzano l'analogia tra il concetto di forma che si vuole significare, e gli strumenti a disposizione per significarlo: segnalazioni F che si ripetono R di una sostanza M particolare; o al contrario si crearono RABDOS e BASTONE che non sono affatto equivalenti riguardo alle funzioni utilizzate, ma restano altrettanto bene e idoneamente imposti, perché esprimono due idee sì tra loro diverse ma entrambe idonee (cfr.), a descrivere la funzione del bastone. La prima suggerendoci che regolarmente D ripete R impulsi violenti B; il secondo che attiva T impulsi violenti B atti a risvegliarci S. Così pure idoneamente imposti MUND, ted., e LUNA, lat., giacché entrambi trattengono il concetto di gestione della dimensione (temporale), ma nei due modi differenti che il lettore è invitato a ricordare, - MON*TRE, (fr., orologio) attiva RT anch'esso la propria determinazione MN >dell'ora - e che come si è già detto, sono sintomatici delle differenti Weltanschaungen in cui sono stati selezionati. Generalizzando queste possibilità, è facile mostrare come si riesca a presentare una soddisfacente analisi ermeneutica del sanscrito o del lituano, o di altre lingue, facendo vedere in concreto come la scelta delle funzioni possa variare di molto nel piegarsi a denominare differenti oggetti nelle varie lingue, producendo analogie o metafore differenti e più o meno adeguate all'oggetto da significare, pur mantenendosi una buona o sufficiente capacità o proprietà di attribuzione. Ho riempito molti quaderni di questo materiale dimostrativo. In questa selezione delle funzioni a seconda delle condizioni locali consiste l'appaesamento, invocato da Sanga, ma tale immenso lavoro andrà semmai prodotto solo quando l'impianto latino sia stato compreso e conosciuto, per non disperdere le ben scarse forze a disposizione. A completare questi ragionamenti strategici conseguono due ulteriori importanti considerazioni: la prima è che in effetti il corpus fondamentale della semantica di tutte le lingue I.E. è comune e unitario ed è precisamente quello che viene considerato e analizzato in questo lavoro, per cui ogni altra successiva analisi non può rivestire altro che un valore secondario e complementare; la seconda è che i tanti esempi non latini presentati in questo libro formano di per sé un amplissima traccia che mostra la comunanza di uso delle funzioni biconsonantiche. Il linguista ritragga da tutte queste affermazioni due soli concetti: le funzioni linguistiche volano sulle lingue e le trascendono sistematicamente; tutto ciò che non è spiegabile con le funzioni è solo effetto diacronico, o/e successiva, cattiva o pessima metafora.

Sincronia e diacronia.
È opportuno spendere due parole su cosa intendo per sincronia linguistica: l'insieme dei segni della lingua utilizzabili in un momento dato. Questa definizione non può prescindere da quella di diacronia, in quanto figurativamente la sincronia è una sezione orizzontale del flusso diacronico,
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nel quale i significanti modificano la propria struttura a causa di ogni tipo di alterazione discorsiva, i significati del pari subiscono continue modificazioni delle loro assegnazioni ai detti significanti. Queste sono le idee saussuriane, e noi le teniamo per buone, con una precisazione fondamentale: che in ogni campo linguistico sincronico, o meglio in ogni data sezione del flusso diacronico, è di necessità presente qualsiasi tipo di segno: sia il primitivo costruito unicamente sulle funzioni biconsonantiche e sul loro significato originario, sia tutti gli altri derivati da questi e rimasti di forma sonora identica o simile, ma che differiscono dai primitivi per sostituzione di significato a causa di una progressione delle metafore prodotta dalla associazione di idee; sia infine quei segni, e sono l'estrema maggioranza, che modificano la loro forma sonora utilizzando i segni primitivi come radicali di parole spinate da altri suoni, per formare idee complesse e necessarie a seconda delle necessità della situazione in cui si significò. In ogni momento la sezione diacronica della lingua presenta contemporaneamente tutta la gamma che, partendo dai segni della prima sincronia, si diramano in forme sempre differenti e con significati sempre più metaforici, in modo che, allorché queste due complessità si sono organizzate dialetticamente, nel caso di lingue evolute, ogni analisi che miri a ritrovare le ragioni della perduta unità cade nell'impossibilità dimostrativa. A meno che non si sia già riconosciuto, con un'operazione di riemersione dall'inconscio collettivo, il valore primitivo dei suoni fonemici, mediante il quale si renda possibile una ricostruzione razionale dei significati dei segni di una sincronia, dai più semplici ai più complessi, e si elabori una serie di concordanze e di relazioni tanto stretta da fornire una dimostrazione statistica di quel movimento del flusso diacronico, che ha costruito quella determinata sincronia da cui abbiamo estratto i segni. La conclusione di questo chiarimento è che il nostro scopo ermeneutico richiede un'analisi mirata e sistematica di ogni funzione per dare un'immagine di quello che in realtà è avvenuto nel corso dei millenni: ricostruire il flusso diacronico dei segni analizzando alcuni livelli sincronici nel tempo e nello spazio. È ovvio che tutto ciò che è stato abolito non potrà più tornare alla luce, ma almeno abbiamo la certezza che tutto quello che rimasto è il meglio e l'utile delle variazioni, così come, per portare il nostro esempio psicanalitico, ciò che rimane del flusso delle pulsioni psichiche, la struttura attuale, è in ogni momento il meglio che possa emergere dall'insieme delle loro conflittualità. Questo è l'argomento di Hegel.

Esempio di analisi ermeneutica di una funzione: la funzione N-S e la sua inversa.
Il primo concetto da sottolineare nell'ermeneusi del rapporto interno alle funzioni biconsonantiche è che il primo suono consonantico funge da riferimento principale del rapporto,il secondo da sua specificazione operativa; ciò si evince dal lessico, come dalla logica della sintassi mentale dei gesti espressivi: per esempio, se si articola N- dove (-) = valore vocalico qualsiasi, dunque si propone una determinazione concettuale, poi si articola in sequenza S come gesto articolatorio successivo (nel tempo attuale di esecuzione, ma ben più nel lungo tempo di concezione), S funge da verbo o da attributo di N. La mente del decrittatore deve prendere possesso totale del valore di N, come accadeva per i primi parlanti e solo dopo aver fatto ciò volgersi a S, riguardandolo come una pura inferenza pratica del valore di N. La determinazione concettuale N (che trascina con sé una polisemia di valori, che, come vedremo, sono giudizio in potenza, intenzionalità progettuale, quantificazione, quantità materiale) può diventare evidenziatrice, o evidenziata, per forza di questo S. Noi, che stiamo interpretando, ci formiamo un'immagine mentale il più possibile accurata del valore di questo concetto gnoseologico e comprendiamo che, così come è proposta dai suoni, NS è un'idea formale conoscitivo-pratica (una categoria in senso kantiano), per la quale è possi351 97

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bile praticamente determinare una nostra opinione e renderla pubblica e palese, emettendo così un giudizio, NOS*C-o. Infatti il contenuto mentale del giudizio N viene evidenziato e messo in luce mediante un procedimento linguistico S. Il movente antropologico di questa funzione è invero molto semplice e necessario: si tratta di indicare la condizione nella quale un contenuto concettuale N si trovi esposto ed espresso in modo evidente e non equivocabile. NS esprime dunque la certezza che un atto conoscitivo sia reso pubblico. Questi giudizi sintetici, dotati di un contenuto N e di una forma S, potranno essere collegati nella mente in un insieme di Diagnosi, o in una NOSO-logia, e formare dunque una conoscenza empirica composta degli innumerevoli casi in cui NS viene concretamente rivolta ai suoi oggetti. NS è anche e soprattutto un pensiero N che si evidenzia S sullo sfondo della psiche, è il pensiero che occupa il nostro campo di coscienza: può perciò rappresentare, se esternalizzato, una direzionalità (cfr. il file N-S), come avviene in NASCERE, che significa, tra l'altro, la direzionalità delle stelle sopra l'orizzonte e dei pensieri oltre il limite del subconscio. Così NS assume il ruolo di cartello indicatore di una direzione, giacché N esprime la determinazione concreta della rotta da seguire e S ne garantisce la visibilità. Le NASSE rappresentano infatti i concreti indicatori quantitativo-direzionali del navigante; NISIDA (gr., indicatrice della rotta); NASTRO (l'indicatore della conseguita giusta direzione e del traguardo); NASO (è l'indicatore della giusta direzione)! Si comprende dunque che il NASCERE delle stelle significa nient'altro che il loro emergere nel giusto e atteso punto della loro rotta celeste. Una chiara dimostrazione di questo valore quantitativo-direzionale ci è offerta dalla forma sostantiva -S*-N, che ci restituisce ASIN*toto, l'indicatore quantitativo delle posizioni nelle mappe. Questo uso direzionale di N, come si vede, è molto attestato in I.E. e a buon diritto, apparendoci molto propria e adeguata la metafora della direzionalità al contenuto della funzione N-S. Ovviamente usi meno metaforici sono quelli per i quali per esempio NES*tore indica le migliori vie di comportamento. Ora siamo obbligati a riflettere sul fatto che i singoli giudizi NOSO-logici mancano, per il loro essere singoli e isolati, della capacità di trasfondere un completo insieme sapienzale. Ma, poiché tale esigenza di conoscenza globale è imprescindibile alle necessità umane, ne venne che l'inversa SN poté soddisfare pienamente codesto bisogno: essa consente di mettere in evidenza S i pensieri, le conoscenze e i giudizi N e di proporre la fruibilità della conoscenza come SENNO, o SAN*CTUS, della tribù (anche SAPIENTIA è identicamente composta >SP*N> determinazione N evidenziata efficacemente SP). Le controprove più efficaci di questa realtà riposano in SEN*Tio, cioè attivo T un'evidenziazione del pensiero SN (mio); la SENTENZA è, come chiunque sa, l'evidenziazione del proprio pensiero; SEN*sum, l'evidenziazione pubblica S dell'espressione S del proprio pensiero N, e cioè la garanzia e la certezza del nostro modo di giudicare, (qui la S spinante conferisce al costrutto SEN una validazione pubblica, quindi un SEN*SO non modificabile!), Ne viene, in base a queste sicure dimostrazioni, che SENO non abbia posseduto altro significato che codesto: l'espressione S del mio pensiero N personale. Sono dunque convinto che la locuzione porre nel proprio seno non possieda altro senso che mantenere nei propri pensieri: gli antichi credevano che l'organo del pensiero affettivo fosse il cuore, dunque stringere al seno non può che voler dire tenere nel proprio cuore> nei propri pensieri (PEN*So>evidenzio S la capacità P di determinare N, pensare). Non è dunque affatto strano che il racchiuso nel pensiero, abbia potuto nominare N SON, ingI., il figlio. SIN , ingl., rappresenta la colpa, o il peccato, o meglio la direzione sbagliata!, perché espressione S del pensiero N individuale I, in contrapposizione con il senso comune. (idem per SINISTRO, come direzione errata, in contrapposizione a DEXtrum - cfr. -). Esaminando i rapporti tra N-S e S-N dovremmo dunque affermare che questo è uno dei tanti casi regolari in cui una funzione biconsonantica è strumento applicativo della sua inversa. Che SANCTUS esprima una presa di visione generale di un insieme di conoscenze empiriche e che perciò venga conservato come qualcosa di prezioso e di fondante per la comunità che lo
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ha costituito, ce lo mostra con chiarezza la sua condizione grammaticale di participio passato del verbo SANCIRE. Ciò che è stato sancito, infatti, non può essere discusso. Ma, ciò che più conta, lo schema (S-N)*C, cioè il continuare C a mettere in evidenza S determinazioni N, ovvero contenuti mentali, è dimostrativo del valore semantico che l'assemblaggio dei gesti articolatori che lo compongono gli attribuisce. Noi ci rassicuriamo sulla realtà del nostro metodo. In realtà potremmo ricercare altre parole confermative: per esempio SINCERO, formato dal rapporto delle due funzioni SN*CR, in cui la funzione spinante continua C a riproporre R > l'evidenziazione S dei contenuti mentali N. Tale formula racchiude in sé perfettamente il significato di sincerità. Un'altra parola confermativa nasce dalla modalità sostantivante della funzione S-N, che ha, come vedremo, forma -N*-S. Questa formula si storicizza per esempio in ONESto, in HONOS, in ONUSTO, tutte parole il cui senso altamente morale esprime la SIN*Cerità di chi possiede la facoltà sostanziale di continuare C a mettere in evidenza -S* il (proprio) pensiero -N. A questo punto abbiamo fornito parecchie indicazioni di cosa sia N-S rispetto a S-N, in base a esempi molto significativi, e si è compreso che l'inversione dei loro soggetti comporta poi in pratica un'applicabilità delle loro idee al campo degli oggetti molto diversa e particolare, anche se la sostanza concettuale di questi oggetti si aggira intorno a significati implicanti la conoscenza e la visibilità. Allo stesso modo si deve intendere che ogni funzione si apparenta all'inversa nel campo della sua applicabilità, con modalità precipue alla natura delle funzioni in oggetto. Se noi infatti, tornando ai nostri esempi, applichiamo alla funzione inversa S-N la stessa analisi posta per N-S, facendo soggetto o referente della relazione il gesto S- e tenendo fermo nella nostra mente, in tutta la sua polisemia, il suo valore di evidenziazione, immagine interiore, capacità linguistica, vedremo che il valore di verbo (o di attributo) di N conferirà a tutta la funzione in oggetto un significato che può essere espresso in parole all'incirca come evidenziazione determinatrice, o determinata, oppure perfino come evidenziazione linguistica di un concetto specifico. In realtà questo valore va vissuto all'interno della coscienza ben al di là di queste parole, che ne sono solo un'approssimazione post-etologica e inflattiva, cui siamo abituati (parole...appunto), in modo da conferirgli la sua propria natura etologico-biologica fatta di quelle percezioni propriocettive-viscerali intrinseche alla sua complessa natura, sperimentabili all'interno di sé, per le quali vale l'affermazione di Wittgenstein che non è possibile parlare di ciò di cui si deve tacere. Tacere è sentire profondamente. Non potendo fare qui che una descrizione composta da parole, descriveremo la funzione S-N più o meno così: la categoria dell'evidenziazione interiore S, costituita dall'attitudine a produrre immagini mentali e associazioni di tipo linguistico, riesce a porre in evidenza, mediante un legame applicativo, i contenuti concettuali, preesistenti in memoria (in parte proprio quelli prodotti da NS, e accantonati). Sullo schermo evidenziatore del linguaggio interiore e della coscienza dell'Io linguistico, costituito da S, potranno così passare, in virtù del legame in corso e in atto tra S e N, tutti i contenuti di pensiero determinato esprimibili con N. Ora questa operazione, che esprime una profonda funzionalità e logica, prima nell'ambito del funzionamento stesso del sistema nervoso, dei suoi organi di senso e delle sue memorie, cioè dei costituenti neurologici dell'Io linguistico; poi delle operazioni comportamentali-etologiche di presa di visione della realtà (S) e di sua valutazione (N); infine di simbolizzazione di queste stesse facoltà, può finalmente occuparsi a dare un nome a queste stesse facoltà, pervenendo alla loro sintesi denominativa e nominando così i contenuti N di quel pensiero richiamato e fatto scorrere sull'evidenziatore dalla funzione della visione interiore S. Nel fare ciò, questa facoltà mentale, ormai così bene e sinteticamente nominata da SN (che noi possiamo anche chiamare molto giustamente cum-NOS*C-ere, mettere insieme ciò che che ci perviene dal NOSCERE) mette a disposizione dell'Io, e poi della tribù, tutte le conoscenze, certe o credute, accumulatesi nel tempo, - di cui le principali sono le metafisiche: chi siamo? dove andiamo? - ed erigendo un SAN*C*T-us di risposte alle domande metafisiche, morali o anche scientifiche ognora proposte dal bisogno degli uomini di fondare la loro fragile esistenza su qualche incontrovertibile certezza (SANE, lat.).
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Il SEN*NO è questo deposito del cum-NOS*CERE. Il SEN*EC-s ne è il soggetto umano. Il SEN*S-um metaforizza l'evidenziazione interiore e poi pubblica (S) di questa attività conoscitiva (SEN). La SEN*TEN-za è l'ulteriore metafora che esplicita linguisticamente e apertamente tale conoscenza attiva, orientando così la deriva linguistica, con il suo movimento dilatativo del significato di SN, verso l'esteriorizzazione, la traslazione, la reificazione, la complicazione dello strumento linguistico originario verso il valore d'uso oggettuale. Consci del valore di questo SAN*C*T-us e di questa summa esperienziale e linguistica, gli uomini del paleolitico inferiore e medio ne faranno oggetto di venerazione. Essa sarà per loro un'immagine palese della divinità, così come lo è anche per noi moderni sotto la veste di libro sacro, (SUN*NA, ar.). Giudizio (N-S) e conoscenza (S-N) sono dunque i due lati della stessa medaglia biconsonantica, che permise agli uomini di nominare secondo natura certe loro facoltà mentali, in modo da poterne parlare e da utilizzarle infine in maniera distinta e specifica e pubblica: ciò che non riesce affatto agli animali per mancanza di significazione adeguata e astratta, e li condanna ad apparire ai nostri occhi presuntuosi come senz'anima solo perché incapaci di dare nome alle loro facoltà, limitandosi ad applicarle caso per caso, senza poterle trascendere verso un piano linguistico (questo, sì, metafisico) che le colleghi tra loro come discettabile immagine del mondo e dei suoi eventi. Il rapporto di suoni consonantici deve essere internamente sentito e vissuto dall'ermeneuta per consentire l'adeguata comprensione della sua natura eto-biologica, per ciò carico di specifici sentimenti proprio-cettivi e viscerali (più complessi e meno immediati di quelli dei labili suoni vocalici): nel caso di S-N e di N-S si alterneranno i sentimenti propriocettivi intrinseci alla gestione-vibrazione rino-encefalica N con quelli specifici dell'impegno muscolare-mucoso linguale S. Sono proprio questi sentimenti e sensazioni viscerali, inconsciamente provati, alla base di quel vissuto universale di verità di ogni parola, che è il fondamento delle religioni incivilitrici del libro, forse per questo motivo così avversato e misconosciuto dalla scienza laica. Questa scienza è ben più propensa, per la sua natura post-linguistica, a dar valore alle esperienze quantitative, che purtroppo non uniscono tra loro gli uomini come invece sa fare l'esperienza primaria del linguaggio archetipico, ma al contrario ne esacerbano la propensione egoistica e l'invidia a causa dell'astratta insignificanza umana delle quantità numeriche. L'attuale incomprensione tra la civiltà islamica, linguistica, e l'occidentale, quantitativa, nasce su questo terreno linguistico-categoriale, ben al di sopra delle motivazioni singole e dei sentimenti personali, come incomprensione tra due prigioni gnoseologiche differenti. I sentimenti propriocettivi, di cui accennai come non risolvibili per parole, sono gli universali affettivo-viscerali del linguaggio, o prototipi, e ogni funzione linguistica, come mostreremo, ne è profondamente connessa, tanto che il suo valore di verità deve risiedere in essi, in modo da unificare gli uomini nell'esperienza delle sue particolarità vissute. Si comprende da questa esigenza che il nostro lavoro di analisi, in un primo tempo, si avvicina molto più a quello dell'ermeneuta proposto da Gadamer, che si sforza di identificarsi con i suoni che indaga, rivestendosi della loro pelle e vivendoli in naturalezza. È solo in un secondo momento, quando i valori logici sono emersi da questo lavoro ermeneutico sull'integrazione dei prototipi affettivi elementari, che sarà possibile spiccare il volo verso la spiegazione razionale delle parole storiche e attuali, o almeno di quelle non troppo avariate dall'irrazionalità imposta dalla variazione fonetico-semantica intrinseca alla durata nel tempo. L'abuso inconsapevole del linguaggio e la conseguente perdita del sentimento di verità sono l'esatto contrario di questa ermeneusi, in cui ci andiamo dilettando, che però doveva in qualche modo essere ancora presente all'animo dei popoli antichi, radicandoli nello specifico della creazione linguistica: la verità come vissuto e come trasmesso, o come verum et factum. Qui risiede, credo, la causa dell'attuale disaffezione ai valori umani, nel tempo della disaffezione al linguaggio e dell'affezione alle quantità.
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Modalità di produzione delle parole.
Generalità. Dopo aver dato le specificazioni teoriche fondamentali delle nostre tesi, ora entriamo nella materia empirica dei lessici concreti. È qui, nel concreto, che si gioca la veridicità delle nostre convinzioni: il lettore scoprirà che tutto l'ordito consonantico I.E. corrisponde alle nostre aspettative di razionalità e di comprensibilità, secondo i valori archetipico-viscerali delle articolazioni di cui i suoni consonantici sono i comprensibili sostituti. La lingua stessa testimonierà a nostro favore. Ricordo la sciocca obiezione che codesti valori viscerali delle articolazioni erano immotivati e potevano essere sostituiti l'un l'altro. Questo giudizio superficiale è dettato da una mente avvolta ancora nelle nubi dello spiritualismo, che vuole il significato prevalere sul significante, e dal condizionamento inconscio della supposta arbitrarietà. Come sarebbe infatti possibile dare un senso, per esempio, di alternanza a un'articolazione come quella di |D|, in cui si mettono in evidenza i denti, e che perciò non può che essere impregnata di un istinto aggressivo; o quello di connettività al gesto |L|, in cui è evidente il carattere di distacco ritmato e alternativo; e così via. Più si studiano i gesti articolatori in se stessi e per se stessi, più si comprende che i corrispondenti valori assegnati dalle inchieste sugli psicotici sono perfettamente comprensibili e motivati, nella dinamica istintuale di un primate investito dal compito superiore di esprimere in suoni gli impulsi fondamentali del suo sentimento di esistenza. Ma la controprova della loro totale plausibilità è inscritta nella facoltà di dare senso al lessico storico reale, utilizzando proprio quei valori viscerali che hanno superato tal quale la fase prossemica in cui consiste il gesto articolatorio e sono approdati integri al rapporto di suoni e alla susseguente facoltà propriamente linguistica. Questa è la dimostrazione che ci accingiamo a compiere, mostrando esempi di decrittabilità della parola, in ordine di complessità, dalle parole monosillabiche e monoconsonantiche fino alle parole derivate da un'embricazione di suoni cons.- voc. e infine alle parole derivate da un rapporto di funzioni consonantiche. Queste ultime parole sono dotate di una tale specificità di senso, che sarebbe vano richiedere una dimostrazione migliore del rapporto di interferenza semantica tra i suoni. Questi capitoli finali della prima parte vogliono mostrarci concretamente molti esempi dimostrativi della connessione dei suoni significanti, in modo da impratichirci su come i rapporti di suoni generino le idee e i concetti. Questo lavoro di ermeneusi quasi infinito ha, naturalmente e fortunatamente per il nostro assunto, degli antecedenti non meno ermeneutici che lo pongono sul piano della comprensibilità storica e ne facilitano l'accettazione e che consistono nell'analisi delle parole monosillabiche o delle parole a una sola consonante. Ma prima di presentare esempi storici o reali ricapitoliamo la teoria dell'integrazione dei suoni, che ci servirà a analizzare gli esempi storici senza incertezze.

a) Accenni sulla teoria dell'integrazione dei suoni. 1. Considerazioni semantiche sul gruppo voc.-cons. Abbiamo già mostrato quali siano i rapporti tra i suoni consonantici di un radicale di parola: poiché il soggetto si trova sempre al primo posto, accadrà che il senso del radicale transiterà dal soggetto consonantico all'attributo consonantico, secondo la colorazione emotiva della vocale interposta. Ci resta però da definire con la maggior precisione possibile quale possa essere il ruolo e il senso del gruppo voc.-cons. Abbiamo già ipotizzato con ottime ragioni, cioè con l'esame delle lingue antiche, che questo gruppo sia il più antico esempio di rapporto interfonemico e che l'embricazione di questi gruppi abbia espresso le parole più antiche. Abbiamo anche dato un senso sostanzialmente passivo-sostantivo a questo rapporto e lo abbiamo tra351 101

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dotto in parole usando termini corrispondenti a una possibilità, o a una potenzialità di applicazione del senso operativo del suono consonantico presente: così per esempio AL ha ricevuto una traduzione del tipo gestionalità o alternatività; AD è stato tradotto con termini quali obbligatività o ordinatività etc. Ora è necessario approfondire questa analisi, che ha ovviamente un valore capitale per la nostra corretta interpretazione delle parole con radicale in -X, giacché la corretta interpretazione di codesto nucleo semantico si pone a monte di qualsiasi analisi delle parole in cui esso compaia. Analizziamo meglio questo rapporto -X, ponendo una considerazione elementare, ma finora inespressa: il suono vocalico fa sì, da primo membro e quindi da soggetto, ma ciò non toglie che questo ruolo centrale sia inficiato dal fatto che il suono vocalico definisce un registro emotivo e non un'operazionalità. La passività del senso totale viene di fatto definita dalla transazione del senso operazionale del suono consonantico, con valore di attributo o di verbo, su codesto soggetto vocalico emotivo. Dunque la miglior traduzione possibile in parole correnti di questo rapporto -X, è quella che riconosce una passività del registro vocalico nei confronti dell'operazione espressa dal suono consonantico: il senso globale che si recupera da questa relazione deve dunque essere usato, applicandolo agli oggetti in modo ampio e generale, proprio come quello prodotto da un campo di forze dotato della propria operazionalità specifica. Per esempio AD potrebbe essere tradotto con campo di forze obbligative che si applica indiscriminatamente agli oggetti; AL come campo o regime operativo generalizzato che si applica agli oggetti gestendoli. La nostra analisi dei rapporti tra i due suoni è dunque riuscita a cogliere concretamente l'uso pratico del bifonema voc.-cons.: esso aveva il significato veramente primordiale, quasi pre-linguistico, di stabilire un genericissimo, generalissimo regime di organizzazione oggettuale, la cui applicazione comportava una aura ordinativa sugli oggetti (e sui membri della tribù), secondo il valore semantico del suono consonantico in questione, tanto che alcune parole ancora in uso, e sono le più antiche, conservano tuttora questo timbro di estrema generalità, di aspecificità, che contrasta fortemente con la forte specificazione delle parole successive. Per esempio ALEA è una parola che ricopre perfettamente l'alone semantico di AL, come lo abbiamo ora ridefinito: regime gestionale sugli oggetti, ma con la particolarità, dovuta allo scivolamento di senso, di esprimere concretamente la intrinseca variabilità di questo regime e quindi definendo il campo della possibilità di variare la presa su codesti oggetti non-definiti. Un'altra parola che discende direttamente dai primi rapporti interfonemici è certo AREA, in cui la nostra definizione di regime o condizione di ripetitività che viene applicata gli oggetti in modo generale, si adatta perfettamente come operazione di misurazione comportante una ripetitività. La parola AVE sarebbe dunque da intendere nel suo senso proprio di condizione per la quale gli oggetti, cui si applica, siano indiscriminatamente indirizzati verso una finalità, ed è la stessa di EVANGELO (o di AVAKE, ted., un saluto che rappresenta un augurio di ben operare). Possiamo così comprendere che questa ridefinizione del valore voc.-cons, la quale comporta non tanto una sostantiva passività intrinseca ma un'applicabilità dell'operazionalità indicata verso non specificati, ma ben presenti oggetti, è quella che ci fornisce il vero e profondo valore semantico ricercato: gli oggetti sottaciuti ma presenti sono dunque coloro che subiscono in modo passivo il valore operazionale in questione. Si potrebbe credere che tutte queste considerazioni abbiano un valore di lana caprina, ma non è così: essei ci permettono di procedere senza insicurezze a definire un senso più idoneo in infiniti casi. Per esempio AV, che traducemmo come procedibilità verso, finalità ecc., se viene ritradotto come regime o campo operativo che finalizza o fa procedere oggetti verso una finalità o una meta, può rendere molto meglio ragione del suo uso pratico.
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Ragioniamo: AVA, EVO, OVA, UVA, OVES, AVIS, etc. possono essere analizzate e interpretate secondo il concetto di procedibilità, sviluppabilità, finalizzazione, in modo convincente e idoneo alle esigenze dimostrative. Se invece consideriamo tutte queste parole come semplici proiezioni dell'idea campo o regime che conduce a un fine i suoi oggetti, possiamo darne una descrizione più profonda e più unitaria: così l'AVA è soggetta a una legge che la conduce al fine dei suoi giorni; l'EVO è il regime che conduce alla fine o a un fine tutto ciò che gli è sottoposto; le OVA sono oggetti di un regime che le indirizza verso una finalità, che è il pulcino; UVA è oggetto di un regime operazionale che comporta uno sviluppo, una maturazione e una finalizzazione; OVES sono soggette a un regime (da parte del pastore) che le conduce all'ovile o allo stazzo; AVIS è soggetto a un regime che lo fa tornare al nido. Anche il senso dei composti ne viene chiarito: AVARo, AVIDo sono lo stabilimento di una condizione per la quale si ripete -AR, o si obbliga -ID, l'operazionalità specifica di AV sugli oggetti, in modo che questi oggetti vengano indirizzati o finalizzati verso il suddetto avaro, o avido. L'AVorio è dunque nient'altro che un oggetto sottoposto al regime della sviluppabilità -AV. Così per esempio ANTe racchiude una condizione di conoscibilità in cui ricadono gli oggetti cui questo ante, viene applicato. Dacché questi concetti non troveranno nel corso del libro idonee esplicitazioni, perché nella pratica dell'ermeneusi non potremo sottolineare queste finezze semantiche, diamo ora una serie di esempi, che dovrebbero essere ricordati, per situare con sicurezza il gruppo voc.-cons. nel suo proprio alone: -M detiene dunque il senso di regime, o condizione di appropriazione. Così AM*ICO va inteso come chi è oggetto di un continuo IC regime di appropriazione AM (che noi chiameremmo meglio come identificazione); AM*OR è la riproduzione OR di una condizione appropriativa sul suo oggetto (e si identifica dunque, con la nostra passione). Spinare AM con B significa fornire un impulso vitale a una sostanza corporea precedentemente resa propria, in modo da vitalizzarla: così per esempio AM*Bulare. EM è dunque una condizione di appropriabilità, e non a caso viene usata per nominare il proprio sangue, o la patria. -C vale regime di connessione, o di irrigidimento, sui suoi oggetti: così ACSIS si mostra S sottoposto a un regime di irrigidimento AC; così pure ACETO nasce e si forma da un regime di connessione, o meglio di condensazione. ACER è ciò che viene sottoposto a un regime di irrigidimento connettivo. AL esprime un regime gestionale sui suoi oggetti: perciò ALO ha identico senso; mentre ALIQUIS è chi è oggetto di un regime gestionale da parte di altri; ALA rappresenta il regime gestionale che consente il volo. -S detiene il senso di condizione di visualizzazione, o di evidenziazione: così ASTA non è che l'attivazione di un regime di evidenziazione sugli oggetti esposti; ASTUTO è chi sottopone a un regime di evidenziazione interna i suoi oggetti del pensiero; OSTRICA è l'operazione di ripetere continuamente RC l'attivazione T di una condizione di visibilità OS (della sua perla o del suo contenuto). -N vale regime di determinazione , o di razionalizzazione sui suoi oggetti: da cui ANTROPOS come chi ripete R la capacità P di attivare T un regime di razionalizzazione AN sui suoi oggetti; ANTICO svolge il compito di continuare nel tempo C ad attivare un regime razionale sugli oggetti >> e quindi a riconoscerne un ordine razionale nel tempo. ANTE possiede identico senso: è di per sé l'attivazione di una razionalizzazione degli eventi >> e quindi può percorrerne il corso. ANIMA vale la propria essenza IM che sottopone a un regime di razionalizzazione AN il mondo degli eventi (...e anche MON*Do ha senso pressoché identico). Al contrario HOMINES sono coloro che sottopongono a un regime di razionalizzazione IN la propria stessa essenza OM… E perciò aspirano a essere razionali! - P vale regime di efficacia, o di potenza, per cui OPus rappresenta la semplice condizione di capacità in cui ricadono gli oggetti che sono sottomessi a codesta OPeratività. -R detenendo il senso di regime di ripetitività può trasferire questo significato a ORA, nel caso
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della ripetitività nel tempo; a ORA nel caso di ripetitività nelle attività della bocca; a ORA nel caso di ripetitività del frangersi delle onde sulla spiaggia; a ORA nel caso della ripetitività delle preci. Tutti questi esempi ci devono dunque conformare all'idea di intendere i valori -X nel modo più ampio e generale possibile, come un campo di forze applicate agli oggetti, e di mantenere questa nozione anche nei più comuni casi di parole composte. 2. I rapporti teorici. Dopo queste sottili, ma significative considerazioni semantiche, sul gruppo voc.-cons., ritorniamo alla pratica concreta e diamo uno schema sintetico dei rapporti teorici tra i suoni. Le giustificazioni di queste operazioni sono state date nel corso dell'esposizione: in ogni caso il principio fondamentale è che per l'unità pronunciabile, cioè la sillaba, il suono col ruolo di soggetto è il primo e il secondo di verbo o attributo. L'operazione passa dal suono che precede al successivo, a meno che la catena dei suoni non sia frutto di una spinazione e quindi di un intervento successivo. In questo caso è l'ultima spina ad avere il ruolo di soggetto, e la consonante della spina a dare un complessivo senso passivo (o meglio di regime su ciò che precede) al gruppo spinante, se questo è un voc.*cons. Se invece il gruppo spinante è una funzione, o un solo suono cons., il suo significato transiterà su ciò che precede così com'è. Accenniamo ancora al rapporto dei bifonemi: un bifonema qualsiasi, per esempio AN, ha come soggetto A e verbo o aggettivo N. Dunque A>N = astrazione A determinata N = determinatività. Altro esempio: EB ha come soggetto E e come attributo B. Dunque E>B = energizzazione impulsiva. Abbiamo visto quali sono i rapporti della funzione radicale: il primo suono è soggetto e transita sul secondo che ne è attributo. Per esempio N soggetto - C attributo = N>C = determinazione continua. Nella forma astratta, che corrisponde a un'embricazione di bifonemi, otteniamo AC*AN (>ICONA), e infatti si ha ancora come soggetto AN che transita sull'attibuto AC = AN>AC = determinatività continuativa. Passiamo ai rapporti più complessi. Il rapporto tra due funzioni, per esempio, M-R*T-L (>MARTELLO) ha come soggetto la spina TL e come oggetto il radicale MR, per cui TL>MR = attivazione gestionale o variativa > della propria ripetizione. Mentre il rapporto tra bifonemi embricati, per esempio, AV*AC ha, come detto, la spina AC per soggetto, in quanto successivamente apposta. Il rapporto tra una funzione spinante e un'integrazione suono spinante* bifonema radicale, per esempio, (AL* C)* M-N vede come soggetto M-N che transita sull'intero valore ideativo costruito da AL*C. E cioè MN> (C>A L). ALC*MENE è dunque chi possiede un pensiero personale che continua nel tempo a imporre un regime gestionale sugli altri: viene contrassegnata, perciò, una personalità direttiva. Si tratta insomma dello stesso metodo con cui si eliminano le parentesi nelle espressioni algebriche, e ciò è dovuto al fatto che l'espressione linguistica è un'espressione algebrica, le cui operazioni sono state successivamente apposte, alla ricerca di concetti nuovi e originali.

b) Parole monoconsonantiche. Mostriamo subito qualche esempio di questo caso, in verità ben raro, in cui viene usato un solo suono consonantico. Mediante esempi di questo genere si è facilmente in grado di asseverare il valore assegnato ai suoni UR-S, senza però per questo uscire del tutto dall'impressionismo psicolinguistico. Se andiamo scoprendo che DADO ha come consonante il suono ordinativo raddoppiato non dovremmo meravigliarci della regolarità, obbligatività di cui è modello, perché ivi il suono D non è alterato da nessun altro significato; al contrario il suo senso viene rinforzato dalla duplicazione.
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Se volessimo cercare un esempio in -D*--D, avremmo una stupenda conferma nella parola HUDUD, ar., che vale il più grande peccato, ciò che non si deve assolutamente compiere. Scopriremmo così come l'idea di obbligatività può trovare una conferma per così dire geometrica in I.E. e una conferma di ordine morale in semitico pur permanendo nella propria sostanza di segno etologico-articolatorio con significato di ordinatività mediante una minaccia. O se PEP ingl., esprime l'energia disponibile. Non ce ne stupiamo giacché PEP altro non vale che come puro rafforzativo di potere energetico. Se ci imbattiamo in VEVEY, toponimo, non dobbiamo stupirci che sia stato assegnato a un luogo in cui vanno scorrendo VV le acque. Così pure MM > MIMARE è obbligato a suggerire un concetto legato e dipendente dall'ipseità MM. Andando appena oltre queste constatazioni elementari, potremmo tentare di complicare codesta interferenza monoconsonantica duplicandola e, così facendo, scopriremmo finalmente concetti complessi e definiti. Così AN*NO è la sigla più adatta a far riferimento alla determinazione N di una determinatività AN, e quindi alla quantificazione concettuale del tempo o di altre quantità: se poi su questa scorta si volesse addirittura triplicare l'interferenza in N, si potrebbe ottenere AN*N*N, la quale sigla è logicamente idonea a formulare l'idea determinazione della determinazione di una determinatività, la quale, a sua volta, lungi dall'apparirci come uno scioglilingua senza senso, è invece il razionalissimo modo operativo e generalizzante per misurare N le quantità N dei raccolti AN agricoli: infatti l'operazione svolta dall'ANNONA, ben conosciuta dai contadini che vengono tassati in base al risultato, richiede questa triplice e successiva quantificazione. Così pure la parola ALLELE, usata oggi in genetica per definire una linea di variabilità, venne prodotta giustamente da una triplice implicazione di L, per la quale AL*L*L potesse razionalmente definire il concetto desiderato di gestione operativa L della modificazione L di una continua variabilità AL: e qui la prima L spinante definisce il controllo variativo generale necessario a gestire il complesso AL*L, e cioè la gestione L di quella singola e specifica variabilità AL considerata. Viene così ben descritto il funzionamento pratico di un concetto genetico come ALLELE. Distaccandoci dall'uso pratico di questa parola, frutto di una metafora applicativa considerata ai nostri tempi scientifica, per quanto questa stessa parola possa avere un senso definito, se non probabilistico, resta che la sigla monoconsonantica in questione nacque ben prima della sua applicazione cosiddetta scientifica per soddisfare altre esigenze, più vicine all'uomo ma non per questo meno sofisticate. Infatti AL*L*L in sostanza esprime un'idea molto forte; che, cioè, tutte le possibili L variabilità AL, e cioè AL*L, possono essere gestite a loro volta L verso uno scopo o una meta prefissata. È su questa base concettuale che tutte le linee a direzione variabile AL*L possano essere pensate come ordinate verso una stessa direzione per l'interferenza successiva di un ultimo principio di variabilità L, in modo che il fascio di linee venga effettivamente ordinato in linee par-ALLELE. Così pure codesta idea centrale di AL*L*L viene usata nella sua modalità certo più antica e meno metaforica per riuscire a esprimere quella superiore gestione L della variabilità L dei comportamenti variativi AL, in cui consiste quella specialissima concordia di sentimenti, mossa e rutilante insieme, che per ciò ci commuove e ci trascende, in cui consiste il momento dell'ALLELUIA: come fosse un fascio di linee rese parallele e perciò volte verso un'unica direzione, l'ALLELUIA volge a un unico scopo la variabilità intrinseca degli stati d'animo umani UI-a, e ne consente un unisono infinitamente variabile, mediante il quale finalmente si definisca, si unisca e si esalti la multiforme anima della tribù. 1. Parole monosillabiche. Dopo qualche esempio monoconsonantico che ci assevera, come abbiamo visto, il valore URS imposto dalle esperienze con i soggetti psicotici, passiamo ora ordinatamente a parlare di stemmi biconsonantici ma monosillabici. Altrettanto, se non più euristiche, possono essere le parole monosillabiche quando non siano metaforizzate, fenomeno che però accade di norma nei linguaggi I.E. Al contrario il sanscrito
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conserva meglio questo genere di sillabe significanti e possiamo partire da questo fatto per iniziare le nostre analisi. Infatti, possiamo prenderci la briga di esaminare in lungo e in largo il sanscrito: scopriremmo che moltissime particelle monosillabiche, simili a quelle UR-S della prima sincronia linguistica, ricoprono ivi la dignità di parole storiche, identificandosi sostanzialmente con i corrispondenti significati archetipici UR-S, a dimostrazione che esse veicolano da sole il loro significato (seppure leggermente variato a causa della diacronia e dell'irrefrenabile impulso alla polisemia, di cui il sanscrito è completamente investito). La stessa cosa avviene certamente per tutte le lingue I.E., ma la difficoltà a riconoscere queste particelle-parole nelle lingue più moderne risiede nel fatto che esse vengono complicate dagli assemblaggi con altri suoni spinanti. Casi come OVO, EVO, UVA, AVA, che tutte nascono dall'idea --V, sviluppabilità, e/o procedimento maturativo, e ne costituiscono alcune varie possibili ipostasi per il principio di sequenzialità temporale, sono infatti un'eccezione piuttosto che una regola. Esemplifichiamo anche ---L, che vale alternanza, variabilità: la proiezione agli oggetti ci offre ALa, lo strumento variabile del volo; ELios, l'energia alterna del sole; ILo, l'alternativitò del percorso; OLeum, la strumentalità variabile sulle membra; ULla, la strumentabilità variabile della pentola. Consideriamo infine --M, l'ipseità, la propria sostanza, che ci restituirà EMe, il liquido interno; HOMe (ingl., la propria patria, la dimora); UM (sscr., sentimento, umore); IMo, l'interiorità. E così via. Nel seguito andremo appunto a stanare questi monosillabi nel contesto delle parole, arricchendo e rendendo le nostre analisi più convincenti proprio perché fondate sull'integrazione di queste idee monosillabiche, o elementari, e non su impressionistiche variazioni semantiche da valori UR-S troppo sintetici, quali sono quelli delle parole monoconsonantiche, per essere anche dimostrativi. Diamo un altro esempio di valore monosillabico e monoconsonantico e sia AC. L'idea di rigidità connettiva e difensiva intrinseca al gesto |C|, che, come abbiamo visto nasce da un vero e proprio stato corporeo di irrigidimento connettivo, obbligatoriamente trascina con sé, se posta a radicale AC di una parola, un senso pugnace e aggressivo simile a quello del guerriero che si irrigidisce nei suoi muscoli: così ACcipiter, l'avvoltoio, ACer, AConitus, il veleno, ACMe, il proprio irrigidirsi nello spasmo corporeo, ACcuso, ACuto, in quanto penetrante, ACido, ecc. Qui sta una ulteriore dimostrazione di codesto valore polisemantico di cui AC è dotato, a sua volta il senso di continuità si renderà responsabile di OCA, che è il volatile che si muove in cielo e per terra in lunghe e continue file; e così pure ECO è attribuito all'energia continuativa della voce che si ripete; per cui EC*TOR, non recede RT dall'esprimere un energia continuativa e anche aggressiva.

c)parole sanscrite monosillabiche. Elenchiamo dunque come esempio di partenza, dimostrativo della realtà dei valori UR-S, alcune di queste numerosissime parole sanscrite, con il loro inequivocabile significato UR-S, che fanno sostanzialmente il paio con le cosiddette radici I.E., avendo però rispetto a queste il vantaggio dell'esistenza storica, e mancando della sterile elucubrazione da cui queste entità non vitali sono emerse. VA = elevazione; SA = conoscenza; PA = che protegge; BU = chiamare in vita; NI = dentro; DHA = che causa; OSA = che splende; U = compassione; UM = pena; AL = essere competente; AV = promuovere; AS = faccia; ASA = panorama; AD = provvedere a sé; GA = prole; USA = luce del mattino; ULVA = membrana che copre l'embrione; UD = superiorità obbligatrice; UC = voler bene > UKS = spargere il seme. UBH = colpire; IKS = guardare fisso; AP = prendere possesso; ANA = spirito, respiro.
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Ognuno comprende come i significati storici di queste parole monosillabiche rientrino nell'alone semantico naturale dei gesti articolatori UR-S, come li abbiamo descritti. Si nota anche come vengano rispettate le direzioni astratte e quelle attive nei significati metaforici che la mente sanscrita va attribuendo loro: per esempio SA col suo significato di conoscenza rientra nell'alone UR-S dell'attivo SA evidenziazione, mentre al contrario AS, faccia, è compenetrato dal valore UR-S di AS, evidenziabilità, perché la faccia è l'elemento primario di evidenziabilità della identità personale; ASA è il dispiegamento di una visibilità; DHA esprime un'obbligatività attiva su altri, mentre al contrario AD una astratta su sé (che poi verrà riempita di contenuti e di compiti, come EDO, l'obbligatorietà del nutrirsi, o ODIO, l'obbligatorietà nel vendicarsi; o AUDEO, l'obbligatorietà nell'ascoltare la voce del superiore); VA porta in alto attivamente, ma AV è l'astrazione di questo sollevamento e consente un significato come promuovere (che sarà poi riempito di senso religioso o morale. Cfr. AVESTA, EVANGELION). AL, essere competenti, ci mostra con chiarezza come il senso astratto gestionalità riceva un chiarimento e una comprovazione dal semplice trasferimento di significato: avere un controllo sulla variazione > avere gestionalità o strumentalità (da cui ALA, lo strumento del volo o anche l'ALESARE, come atto strumentante in senso modificatorio) > essere competenti. UL*VA è quanto di più euristico si possa immaginare: un procedimento, o uno sviluppo V di gestionalità emotiva UL sull'embrione, reificatosi, da amore materno >> a membrana che avvolge l'embrione, gestendolo. NI, dentro, è la banalizzazione dell'operazione attiva di determinazione aerea inclusa nel cranio, e cioè dentro (AN è addirittura la metaforizzazione respirazione dell'atto inclusivo N, da cui ANEMOS, respiro); IN esprime invece un'interiorizzazione astratta e come tale viene usato in qualsiasi lingua I.E. come segnale di interiorizzazione. UD, l'emotiva obbligatività, si metaforizza, come spesso accade, nel suo contrario e agente, la superiorità obbligatrice (da cui si fa UDITA), nel senso da ascoltarsi > e poi da compiere; UC, l'emozione continua, dà il suo senso al valore storico voler bene, e ÛKS, essendo di questo voler bene UC l'evidenziazione S, può esprimere l'idea di evidenziazione dell'emissione del seme; UBH, colpire, nasce da emozionalità U impulsiva, cioè pregna di battiti, e descrive metaforicamente come un'emozione porti a battere e a colpire, (da cui, per esempio.OB*IC-e; o EBUR). U è addirittura un'emozione fondamentale per gli indiani, come la compassione UM; IKS, guardare fisso, descrive evidenziare S continuativamente IK, da cui IKSU, canna da zucchero, in quanto evidenziazione S di un 'individualità continuativa come è la canna; AP, prendere possesso, è la pura e semplice sostantivazione di chi ha il potere di possedere, che ritroveremo tal quale in OPUS, lat., ma anche in OPIUM, la sostanza che si impossessa di noi.

Breve digressione sul valore ideografico dei segni alfabetici.
Qui sarebbe interessante mostrare come gli stessi segni dell'alfabeto cosiddetto fenicio siano investiti dei significati UR-S, per far risaltare ancor più il potere innatistico dei valori UR-S, o archetipico dei gesti articolatori alla base dei suoni rappresentati: se si riesce a mostrare che il significato subconscio dei suoni dirige la mente verso la creazione di segni grafici espressivi di quel significato, a maggior ragione si riuscirà a comprendere quanto le parole monoconsonantiche vengano indirizzate a esprimere significati consoni al valore semantico inconscio dei suoni consonantici che le informano. Anche queste analisi della forma dei segni, che trovano in letteratura molti antecedenti (come potrebbe essere diversamente?) mi sono state suggerite e confermate man mano dagli psicotici, nel corso dei tests cui andavo sottoponendoli. Esse hanno invero un valore scientifico molto limitato, perché in questo campo non si possono produrre delle controprove o altri tipi di riscontri, e ci si deve limitare al risultato statistico dell'in351 107

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terpretazione. Ciò non toglie che ci troviamo sempre nel campo delle metafore visive dei valori operativi intrinseci ai gesti articolatori, e come tutte le metafore, anche queste sono solo alcune delle quasi infinite possibili. Questi segni sono effettivamente quelli selezionati nel corso della civiltà occidentale, e che solo per ciò meritano l'attenzione interpretativa che gli vogliamo dedicare. Noto che nel corso della loro trimillenaria durata codesti segni non sono tanto variati, se non per qualche rotazione, da modificare seriamente la loro forma, cosicché l'evocazione di un significato gestaltico può essere la stessa sia per i segni più antichi che per quelli da noi usati. L'elemento primario dell'interpretazione è quello quasi scontato e antropomorfico della stanghetta verticale I come simbolo del singolo individuo.

a) Segni consonantici. Segue che X prende la sua forma dalla visione S di due continui IK tra loro incrociati, ma questi continui potrebbero essere appunto le canne incrociate di IKS, sscr.; B cela (o rivela) le rotondità delle poppe dalle cui UB*ERA (dalla ripetitività ER delle emozioni vitalizzanti UB) venne prodotto il simbolo dell'impulso vitalizzante); K o meglio C, descrive una linea che si contrae in uno sforzo continuativo C, come se fosse sottoposta a un pesante onere; D descrive con il suo delta la regolarità D dei suoi tre lati e anche la perfezione della regolarità di chi domina; F mostra l'uomo I che emette segnali, rappresentati dal le stanghette paral lele a livel lo del la testa e dei genitali; G è una cavità che si apre per offrire in modo generativo G il suo contenuto; L è ancor sempre quel singolo uomo neolitico I che si descrive come tutt'uno con l'attrezzo agricolo, pala o zappa che sia, atto a lavorare la terra, dunque a strumentarla in modo alternativo; M indica il legame interno a due uomini, ciò che è loro pertinente e proprio, il comune possesso, come è indicato dal segno interno alle due stanghette che tocca la base, la terra comune; N a sua volta è ciò che lega tra loro due uomini, e che perviene dal la testa del primo al la corporeità dell'altro, proprio come in un legame di comprensibilità; P descrive l'ampio torace e le guance gonfie dell'uomo che produce un gesto di supremazia, che si trasformerà in una stentorea P indicante la potenza attuativa e l'efficacia conseguente di chi detiene codesta virtù nell'ambito della tribù; R è l'ideogramma dell'uomo che, allungando al suolo la gamba, cammina, e che RIPETE così il suo atto nel più semplice modo visivo possibile; S mostra nel suo andamento serpeggiante la variazione della direzionalità caratteristica di chi va esaminando o prendendo possesso visivo di una situazione nuova; come anche di chi fa SER*Peggiare la sua lingua alla ricerca di parole che esprimano compiutamente la visione interna. T è il singolo uomo, che a braccia allargate si attiva a un compito; V, infine, è il movimento di dilatazione del respiro mentre fuoriesce direttamente dalle labbra ed esprime così una sorta di emissione finalizzata a un raggiungimento. b) Segni vocalici. Il segno vocalico A è stato spesso interpretato come casa, e anche noi gli attribuiamo un significato simile a quello di HOME, nei siti internet: ciò per tre motivi: uno ideografico, per il quale la forma della lettera A richiama statisticamente l'idea di casa, il secondo evolutivo, per il quale il suono di A è, secondo la nostra idea, il suono più primitivo e meno elaborato, richiedendo un'emissione bruta a bocca aperta, senza particolari accorgimenti articolatori; dal che se ne deduce il terzo motivo, accennato nel capitolo dedicato alla sperimentazione: essere l'articolazione di A quella base in senso sia cronologico sia funzionale, come quella che richiede il minor sforzo per essere prodotta, e di fungere così da momento vocalico funzionalmente basale rispetto alle altre emissioni vocaliche.
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Posto ciò, segue che E descrive l'uomo I nel suo emettere energeticamente verso l'esterno della bocca il suono e il fiato, mediante l'accorgimento grafico delle righe parallele che vanno lungo la direzione della scrittura, un po' come avviene per il segno F e per il segno logico E. In sostanza queste stanghette parallele esprimono un'energia implicante, o meglio, spinante. La I non può che descrivere il suono rappresentante l'individualità umana, facendo da risvolto grafico del suono prodotto apicalmente rispetto al palato, che noi riconosciamo come suono accennante alla cerebralizzazione. Il segno O è un chiaro simbolo grafico di una contenitività chiusa, facendo così riferimento a una ben precisata oggettivazione. Infine il segno U si modella come una cavità aperta, che nell'antropomofismo spinto di codeste figurazioni, richiama ovviamente la profondità viscerale da cui di tempo in tempo va emergendo un sentimento o un umore.

Ripresa delle parole monosillabiche sanscrite
Dopo questa digressione, che consente al lettore di prendere possesso in modo visivo e immediato del valore semantico UR-S mediante i nostri consueti segni del linguaggio, quindi di poter procedere alle analisi con una facilitazione in più, ritorniamo ai nostri monosillabi sanscriti per mostrare come essi, nella loro grande semplicità, comprovino in molti modi i valori UR-S da cui sono nati. Tutte queste parole monosillabiche meriterebbero discussioni specifiche; sono la base etimologica e semantica delle parole complesse che esamineremo successivamente e godono ancora di un ingenuo e fresco antropomorfismo che ci permette di stare a vivo contatto con lo spirito del farsi linguistico. Per esempio lo schema UR-S AN-a è piegato in sanscrito, a coprire la parola ANA (sscr., respiro, spirito) e noi sappiamo molto bene il perché: il principio fondamentale della semantica ci dice che si tratta di quel sentimento viscerale di inclusività aerea e di quella vibrazione aerea vissuta dal primitivo come spirito conoscitivo e ovviamente anche respiro. I due concetti si confondono e sono ognuno metafora dell'altro. AN trattiene, come vedremo, tra i sensi del suo alone anche quello UR-S di determinatività, (da cui AN*NO, come determinazione di una quantità, mentre ON vale determinatività concreta, quindi conoscenza >> ON*Tologia), o meglio significatività! Infatti tale intenzionalità significante intrinseca alla sostantivazione di N, codesto valore UR-S di AN, viene giustamente e ingenuamente collocata dal Bardo indiano, con felice metafora, proprio nel luogo in cui si rivela per parole, cioè nello spirito respirante dell'uomo, come ci è provato dal significato che gli viene attribuito. Si tratta dunque di un'emissione di una quantità di spirito conoscitivo, che evidentemente il primitivo suppone essere lo stesso che si trova incluso nelle sue cavità interne, in specie cerebrali, e che rappresentano letteralmente la sua AN IMa, parola che può fungere da importante comprovazione di questa speculazione. Come ben sappiamo dai nostri tests sugli psicotici, l'esperienza di questa sostanza aerea inclusa e vibrante è alla base della idea di determinazione quantitativa e, in sostanza, di concettualizzazione, talché l'emissione ritmata di questa aereità AN appare al primitivo come la fisiologia della sua spiritualità. Ora vedremo come tale significato originario, di così alto valore antropologico, possa essere diretto responsabile di una serie di parole, lontanissime nel tempo e nello spazio, mostrandoci in corpore vili che cosa davvero sia e significhi la molto citata unità indo-europea. A causa di questa giusta e sensata attribuzione di significato sanscrita verso lo spirito respirante, noi abbiamo la fortuna di cogliere direttamente all'opera e senza mediazioni il valore UR-S di AN, che potremo ritrovare e riconoscere nelle sue tante metamorfosi. La prima delle quali è ANEMOS (gr., vento, spirito). Ben si sa quanto il vento sia metafora dello spirito conoscitivo; qui abbiamo la fortuna di verificare nella forma delle parole storiche la grande realtà di questa similitudine universale. Chiederò ai miei chomsckiani: codeste sono parole o fatti?
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Infatti ANILA, sscr., è la ventosità, cioè la gestione variativa IL dello spirito, o del respiro (conoscitivo). Ma pare non corrispondere a codesto significato ANTRA, che è contemporaneamente viscere (come in latino) e pipa per fumare; cosa può collegare tra loro due enti così diversi, cosa potrebbe mai col legarli al valore AN che abbiamo ipotizzato al la base del file? Evidentemente null'altro se non che ambedue attivano T la riproduzione R della respirazione AN!, Il viscere in quanto interiorità cava (> ANO… ANUS…. ANULUS!) da cui va fuoriuscendo, secondo la molto confusa anatomia paleolitica, codesto spirito o respiro carico di conoscenza; e la pipa in quanto strumento di fuoriuscita successivo e artificiale di quello stesso spirito! Questa connessione, dotata di un'imprevedibilità talmente fuorviante, che se non possedessimo i nostri solidi valori naturalistici per i suoni ci costringerebbe al dogma della doppia articolazione e a quello dell'arbitrarietà, ci mostra all'opera l'ingenuo talento metaforizzante dei creatori di parole, sempre alla ricerca di causalità e di certezze para-scientifiche, adeguate alle loro modeste conoscenze di anatomia o di cosmologia. Una società senza storia, come l'americana, può ben credere di considerare le venerande parole del linguaggio umano, solo come asettiche convenzioni su cui procedere con ogni tipo di teorema, condizionando così l'ormai fragile storicismo degli europei, ma ben grave è la colpa propriamente culturale di chi con spirito utilitaristico procede a misconoscere, come inesistenti, i luoghi dove si è preziosamente andata stratificando l'esperienza della civiltà umana che è storia e evoluzione insieme: il guscio (scape) della forma resterà solo un duro scheletro privo di ogni significato. Seguendo il giro della metafora, diamo subito dopo esempio di ANTYA, che vale ultimo nell'ordine, o nel tempo, da cui ANTE, lat. Da cosa può essersi creato questo senso, se non dall'ultimo respiro attivato, della serie di tutti i respiri attivati ANT, o meglio ancora, dall'ultima parola detta? Da questa constatazione di tipo antropologico emergono impensabili connessioni metaforiche che improntano di sé perfino le nostre parole moderne: ANTA, in quanto ultimo atto respiratorio attivato, può perciò assumere anche il significato di FINE (di una serie di respiri, o di parole); e poi impossessarsi del senso di limite, e di confine, da cui END, ingl. Mentre UND, ted., diventa uno dei tanti segni della continuazione della serie dei respiri, poi di tutte gli eventi che si ripetono, come UNDA e in generale tutti i gerundi. ANTAMA ci conferma il gioco di questa metafora, significando l'ultimo, dunque il prossimo, il più vicino. Ma il conseguimento del significato ultimo, il più vicino, consente allo spirito metaforizzante di procedere a definire ANTARA come più vicino, e quindi anche parte INT*ERNA, come ci viene dimostrato dal nostro uso di interno; e infine approda ad ANTIKA, che è appunto quella prossimità conosciuta, dal cui valore emerge il nostro ANTICO, come prossimità conosciuta e dunque descrivibile, in quegli annali che prendono perciò il nome di ANTIQUITATES. Abbiamo così descritto un'esemplare applicazione sequenziale di AN respiro, spirito conoscitivo, che giunge perfino a darci l'idea esatta di cosa sia in realtà ANTICO: la continuità, nel tempo, degli atti respiratori-spiriti conoscitivi, che ci permette di attualizzare e conoscere il nostro passato di esseri respiranti! Infine N-R, (sscr., uomo) non è altro che la forma attiva di AN*ER, gr., che, a sua volta ci si mostra nella facile allegoria di chi va ripetendo ER - il respiro AN, il respirante, e noi ritroveremo, a completa riprova, questo valore nei tanti nomi legati alla funzione respiratoria come NARI, NARCOTICI; NARGHILE, ecc. (Cfr. il file N-R). Un altro uomo, che giustamente si nomina per la propria regolare D riproduzione R della spiritualità AN è ANDROS, gr., riconosciuto nel suo essere spirituale. Un esempio moderno e non criptato del valore spirituale-respiratorio posseduto da AN è ANSIMARE, e cioè la propria M ripetizione R evidenziante S una quantità AN aeriforme. La metafora può farsi del tutto fisica, così il senso latino di ANSA si modellò sul flusso prodotto nella respirazione, individuando uno strumento idoneo al passaggio del flusso di una sostanza non solida. Oppure può assumere totalmente e solo il senso conoscitivo: ANS si può caricare così del significato rispondere con ANSWER, ingl., un senso conoscitivo che è pur sempre indissolubilmente legato, per
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forza di sinonimia, all'evidenziazione S del l'emi ssione di f iato AN. Vediamo inf ine come la metafora divenga semplice gioco di parole analogico nell'attribuzione ANSER, al volatile col collo a forma di ANSA. Questo esempio in AN preso dal sanscrito, in cui si mostra la giocabilità del suo valore verso una serie estremamente complessa di direzioni semantiche, è ripetibile per qualsiasi altra particella, e ciò ci mostrerebbe che la polisemia del sanscrito, come di ogni altra lingua, procede da ogni modalità di derivazione metaforica dai valori UR-S. E così via. Le parole un po' più complesse che abbiamo elencato poco sopra e che il lettore farà bene a rivedere, si mostrano anch'esse come facili metafore del valore UR-S e meriterebbero tutte una disamina simile a quella fatta per AN: così USA è la metafora della luce mattutina significando un'emozione U messa in evidenza S, quale è quella che accompagna la visione dell'alba; ASA, l'immaginativa non-emotiva, può al contrario metaforizzare la semplice prospettiva; UL*VA il procedimento di gestionalità affettiva può a sua volta dare metafora della membrana perifetale. Altre parole come per esempio SUKA, il pappagallo, si mostrano come facili metafore del valore UR-S evidenziazione continua, tipica della loquela del pappagallo, cui può far da controprova SUC, splendere. O da controprova SUDdhi, la quale, in quanto evidenziazione obbligatrice, e prescrittiva può facilmente metaforizzarsi in precetto o cerimonia di penitenza. O PAS, in quanto capacità di evidenziare può metaforizzarsi in guardare, essere spettatore, che a sua volta si trasformerà in area latina in chi osserva - il gregge, cioè PAS*tor. O VITR, passare attraverso, che può semantizzare questo ripetuto passaggio in quanto deriva da UR-S ripetere R un procedimento V attivo T; e a sua volta questo VITR in area latina poté reificarsi in VITRUM, la sostanza attraverso cui si passa con lo sguardo! O DAM, essere addomesticato, facile metafora del valore UR-S obbligo D su di sé M. O PAT, essere padrone, derivato da potere P attivo T. In generale il sanscrito per la sua alta compositività è una continua, quasi infinita miniera di conferme dei valori semantici UR-S, e ci mostra in concreto ogni gioco di metafore, come per esempio USAKALA, il gallo, in quanto KALA, suonatore, incitatore,> USA della luce mattutina, o dell'alba. KALA, a sua volta può esprimere il concetto di suonare, incitare, perché derivato dal valore UR-S continua variazione, appropriato a significare la continua variazione della melodia; in area greca lo stesso concetto espresso da KAL è stato reso in modo un poco meno sintetico con MELODIA, regolarità D di propria M variazione L. E così via… Ovviamente il difetto di queste analisi su parole monosillabiche consiste nel fatto che, mentre si perviene facilmente alla confermazione dei valori UR-S da cui esse sono scaturite, non si riesce al contrario a mettere in luce i rapporti intersillabici e i derivanti significati complessi. Si resta in un ambito che può sembrare (e non è!) quello della psicolinguistica e non si avverte di raggiungere una vera dimensione semantica. Devo confessare dunque che, prima di tentare una teoria generale, ho lavorato molto su queste parole monosillabiche (sull'esempio di Thass-Thienemann) in diverse lingue antiche come l'egizio e l'accadico, per verificare se queste parole avessero una corrispondenza con i significati usciti dalle sperimentazioni; solo dopo aver constatato queste parentele mi sono spinto al gradino superiore che consisteva nel legare tra loro le parole monosillabiche, in specie quelle astratte. Da questa pratica successiva è poi nata la teoria elementare e di buon senso che ora esporrò e che consiste sostanzialmente nel riconoscere che le parole complesse sono un impasto razionabile di parole semplici e queste a loro volta rientrano nell'orizzonte semantico dei valori comportamentali-etologici dei suoni che le compongono. In conclusione queste parole sanscrite ed egizie monosillabiche sono indizi storici importanti e fondamentali della natura UR-S delle parole. Così come lo sono le cosiddette radici I.E., che a un'analisi elementare non nascondono un rapporto di comprensibilità tra i loro suoni e i valori semantici sostenuti da quei suoni, secondo il senso funzionale UR-S. Non resta dunque che analizzare e
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sintetizzare significanti con un maggior numero di rapporti di interferenza per veder prodursi significati di ordine superiore. Analizzeremo dunque le parole polisillabiche prendendo a modello la sintesi, o meglio l'integrazione, dei rapporti d'interferenza del loro scheletro consonantico.

I materiali da costruzione delle parole
Fissando le idee, enunciamo che i materiali da costruzione delle parole sono: 1) Le funzioni biconsonantiche, vale a dire tutte le idee complesse della seconda sincronia, generatrici dei concetti e delle parole di significato più ricco. Sono queste le parole a più elevata specificità e penetranza concettuale e le più moderne, per il semplice fatto che richiedono ed esprimono l'integrazione di significanti estremamente specializzati. Es. La funzione T-D, che può subire l'interferenza della funzione* (B-R) a restituire TD*BR > l'impulso ripetuto - attivante un obbligo. (Cfr. oltre TEDBIR, turc., disposizione, misura da prendere volta per volta). La funzione M-N che, spinata dalla funzione C-P, consente la formazione di MANCIPIUM, in quanto continua capacità CP>> di soggetto pensante MN > chi possiede la capacità CP > di essere soggetto di pensiero MN, e dunque chi gode di MANCIPIUM. 2) I radicali monoconsonantici, evidentemente residui fossili dei significanti della prima sincronia pre-sapien sapiens voc.-cons. e cons.-voc. Questi radicali possono embricarsi tra loro e questa modalità appare chiaramente la prima, più antica forma di produzione di significati complessi, i quali però non possono raggiungere la pregnanza ideativa delle funzioni biconsonantiche e restano quasi mere indicazioni. È dunque possibile, anzi probabile, che queste parole facessero parte della prima sincronia, quella presapiens sapiens, o pre-posizionalista. Esempio: il radicale AV che può subire l'interferenza di *AL in posizione spinante, a produrre AV*AL. E cioè la gestionalità di una sviluppabilità. (Cfr. AVALLO). 3) Le spine monoconsonantiche, applicate ai radicali di 2) dall'Homo sapiens sapiens, costituiscono la forma che io chiamo sostantivante delle funzioni biconsonantiche. Esempio AN*C> ANCA>> connettività di sostanza concreta (come traslato altamente reificato), cioè connessione materiale, valore in comune con ANCORA. Questi assemblaggi di suoni hanno un valore ideativo molto simile a quello delle funzioni costruite con identici suoni consonantici ---- per esempio la funzione ideativa L*V è similare ma non identica a AV*L ---, con la differenza di non essere generatrici di nuove parole, perché impossibilitate dalla loro forma troppo complicata a costituire i radicali di parole. Per questo motivo esse sono costrette a limitare la loro testimonianza semantica alla loro stessa forma. Questa è la causa della loro frequenza ridotta. Esempio: il radicale AR che può essere spinato da C a produrre l'interferenza AR*C, e cioè impegno continuativo C a imporre un regime ripetitivo AR sui propri oggetti > arco. Come si vede la regola fondamentale del rapporto di integrazione è che i valori posti in posizione radicale subiscono sempre l'interferenza operativa dei valori che li seguono e che per ciò li spinano: la ragione di ciò è cronologica, prima ancora di essere semantica, e sta nel fatto che i primi suoni significanti espressi, quelli che noi riconosciamo come radicali delle parole, sono ovviamente più antichi nel concepimento e nell'uso rispetto ai suoni successivi. La loro esistenza e il loro uso affermato e incontrovertibile rese però possibile in un secondo momento l'ulteriore specificazione consentita dall'interferenza di suoni secondi e quindi la nascita di una nuova idea più complessa, infine di una nuova parola.
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Ancora sul concetto di integrale
Questi stessi differenti materiali, posti razionalmente a interferire tra loro secondo quelle precise regole posizionali che abbiamo ora descritto, possono così generare quelli che io chiamo gli integrali delle parole, i costruenti dei concetti complessi utilizzabili come stampi per le famiglie delle parole storiche. Le modalità per creare questi generalissimi integrali, ovvero i concetti che saranno metaforizzati in parole, sono almeno tre: 1) spinare un bifonema inverso voc.-cons. con uno o più suoni. Esempio: lo schema teorico UR-S AS ha come riferimento principale il suo suono vocalico; il suo valore semantico UR-S è dunque più o meno EVIDENZIABILITÀ (mentre SA vale EVIDENZIAZIONE: il valore di S, che è il referente principale, transita sul suono vocalico). Ricordiamo AS (sscr., faccia, espressione mimica). Se si spina il bifonema inverso AS con il suono T, la decrittazione meccanica di questo schema AST vale attivazione di evidenziabilità. Questo valore teorico UR-S precede cronologicamente tutte le parole a radicale AST, che sono semplici traslati del suo valore semantico. Così avviene per ASTA che in sanscrito vale marcato, messo in mostra, in italiano esposizione>>per la licitazione. Questo antico valore semantico sanscrito conserva chiaramente il primitivo valore teorico UR-S perché poco traslato, come avviene per OSTENTAZIONE, e funge da comprovazione per tutti i membri della famiglia AST, che nelle varie lingue hanno subito imponenti fenomeni di traslazione semantica e che conservano del valore primitivo solo un'immagine reificata e soggetta ai meccanismi metaforici o gergali, quelli della mente inconscia. Così ASTRO è frutto di una logo-poiesi del valore UR-S all'oggetto celeste la cui più importante caratteristica è di attivare la propria evidenziabilità nella notte: qui si mostra dunque la reificazione a un ente concreto dell'idea funzionale astratta AST mediante una naturale metafora, quale noi ritroviamo in qualsiasi moderno gergo in fieri. Così pure HAST, ted., esprime un affrettarsi a una meta mediante l'attivazione del la sua (interiore) evidenziabilità. L'esteriorizzazione di questo tipo di evidenziabilità è ciò che viene concretamente mostrato agli ASTANTI, che mostrano così nella forma del loro nome la loro propria funzione. HAST, ted., vale anche fai attenzione, che è il valore UR-S non traslato. Inferire dunque che ASTA, it., non sia altro che un attivato elemento informativo marcante, cioè un'asta, è tanto lecito quanto obbligatorio, e così pure ASTUTO deriva le sue qualità dal sentimento interiore (U), attivatore di un'attenta evidenziazione, o meglio, di un accorto linguaggio. Su questo tipo di insiemi di parole coerenti tra loro nell'esprimere (e nel celare) il significato teorico si fonda la più elementare dimostrazione della realtà del principio di interferenza interfonemica. Compreso il metodo, non vale opporre l'ovvia constatazione che si compara materiale non omogeneo: è proprio questa non-omogeneità nel tempo e nello spazio che esprime profondamente la prova richiesta della derivazione di ogni parola (non troppo alterata) da schemi mentali articolatori-etologici pre-neolitici. La semplicità e la stabilità di questi costrutti interconsonantici li pone al riparo dalla variazione diacronica abbastanza da consentire alle nostre analisi di penetrare con facilità nell'archeologia pre-documentaria, al tempo della formazione delle lingue storiche e dei loro assemblaggi preferenziali di valori UR-S, secondo lo stile di pensiero delle popolazioni e le loro specifiche esigenze di significazione. Le regole di rapporto significante tra gli UR-S possono in definitiva apparire come le più elementari e generali regole della grammatica generativa postulata da Chomskij. Le induzioni sui meccanismi di traslazione semantica che seguiranno, durante l'esposizione degli incroci consonantici, sono altrettanto logiche, perché rispettano i meccanismi di associa351 113

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zione di idee, cioè le figure retoriche sostitutive conscie e inconsce, per come concretamente lo spirito umano le produce e Freud ha disvelato. Vorrei anche far notare al lettore che, ai fini della prova della realtà del principio di interferenza inter-fonemica, è estremamente più rilevante mostrare la generazione armonica delle funzioni biconsonantiche inverse sul lessico, rispetto alle funzioni primitive, cioè una sistematica delle relazioni dirette-inverse, che affastellare, come potrei far qui, parole in AST, o in qualsivoglia assemblaggio e in molte lingue, mostrando l'adeguatezza del lessico derivato rispetto al valore teorico UR-S. La certezza probatoria di un metodo ermeneutico si fonda infatti molto di più sulla illuminante profondità (anche per una sola lingua) che sull'estensione dispersiva, per sua natura inadeguata a cogliere la sfaccettatura infinita delle associazioni di idee alla base delle traslazioni semantiche: è possibile che il mancato reperimento del codice primitivo sia anche dovuto a una presbiopia di ricercatori operanti su troppi dati, consunti dall'uso e dalla dispersione geografica, e non allenati a lavorare su isole di significato coerenti e comunicanti. È probatorio, o solo meramente probabile, che ASTE, bantu, possa valere fai attenzione, adagio, perché anch'esso deriva dai gesti articolatori UR-S, come abbiamo mostrato avvenire per i linguaggi I.E.? La mia risposta è ovviamente affermativa, e la probabilità di prova di questi reperimenti diventa certo molto alta, ma quasi insignificante rispetto alla sistematica in una sola lingua degli incroci delle funzioni primitive e delle loro inverse, con la sua matematica e prefissata poiesi semantico-lessicale. Così pure il reperimento di AS, (sscr., faccia, bocca) e cioè di valori compatibili con Evidenziabilità, di OSTENTARE, che non ha subito alcuna traslazione di senso e funge da comprovazione, insieme a OSTIA, la bocca, la parte esposta ed efferente, HOSTES, intesi come quelli che abbiamo di fronte prima della battaglia, codesti reperimenti, insieme a infiniti altri hanno un significato indiziario-etimologico di grande valore; ma su di esso e su simili reperti, anche se coerenti, non si potrebbe cercare di accertare una verità incontestabile, ma solo prospettare una teoria. 2 )Il secondo tipo di assemblaggio, o integrale, è: funzione biconsonantica spinata (successivamente) da un suono consonantico, o da un'altra funzione biconsonantica, o da altre in sequenza. Per esempio TED*BIR, turc., il cui valore è misura, provvedimento, disposizione: il valore teorico UR-S della spina B-R > impulso vitale ripetuto afferisce sul radicale T-D > attivazione di regola - per modo che il valore T-D con la sua impositività obbligante non resti astratta disposizione, ma venga somministrato secondo un ripetuto impulso attivatore, a seconda delle esigenze, come misura da prendere volta per volta. Si può in ogni momento proseguire in altre lingue l'analisi delle funzioni implicate in questo rapporto interfunzionale partendo dall'osservazione di come i valori di TEDBIR emergano dal rapporto tra spina e radice in modo comprensibile e soddisfacente. Si può notare come TEDIO, e TEDA matrimoniale abbiano in comune l'attivazione di un'obbligatorietà che, essendo pesante da sopportare, produce come idea connessa, o metafora scherzosa, fastidio. FAS*TIDio è un concetto nato anch'esso da un rapporto di funzioni: si avvale appunto di quella obbligatorietà TID di segnalazione evidenziata FAS per esprimere l'evidente significato di fastidio prodotto da una stimolazione eccessiva, che non si sopporta più. Infatti FASTIDIARE era attivo e corri spondeva esattamente a attivare T regolarmente D* segnali F messi in mostra S. Al contrario, il valore spinante B-R è la funzione impulsi ripetuti adattissima a innescare processi ripetitivi. Essa è una funzione vitalissima, che genera birba, birichino, come soggetti di ripetuta impulsività vitale, e così pure berbero, barbaro con accentuazione negativa. BAR è invece usato in semitico per esprimere la paternità o meglio la nuova vita - vitalità ripetuta - quella che risuona nell'HELOIM BAARA biblico: Dio creò, o meglio infuse vitalità. O nella BARA, che, portata a spalla, nasce dalla stessa idea di BAHREN, (ted., portare), e si trat351 114

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ta del l'effetto portante prodotto da impulsi B ripetuti R, che ritroviamo nel l'effetto portante del la BARCA, o in BAROS (gr., peso). 3) Una terza forma di assemblaggio, o integrale, che ha preceduto cronologicamente la 2), è: una funzione biconsonantica non vocalizzata (a esprimere una estrema sintesi semantica) spinata a sua volta da una consonante, che ne limita e definisce la specificità ideativa. Esempio: CR viene posta a radicale di uno stemma spinato da N, il cui esito schematico è CR-N. Questa apposizione di senso di N su CR fu imposta dall'esigenza informativa di rendere la generica idea CR, continua ripetizione, più utile, precisativa e oggettivante, munendola di un parametro quantificatorio di cui il gesto etologico |N| è il simbolo mentale, in modo da poter essere applicata, tra l'altro, al fenomeno del continuo ripetersi degli istanti, quindi a generare un'idea adeguata a indicizzare il tempo mediante una determinazione N: CRONO, o meglio l'oggettivata (O) numerabilità di un continuo ripetersi interiore. Il creatore di parole può poi alterare e variare la vocalizzazione applicando a questo schema la vocale I per uno scopo diverso, per esempio numerare un continuo ripetersi di elementi (I): CRINO, che può, così, applicarsi, reificandosi, a determinare il continuo ripetersi dei CRINI, o a quantificare il continuo ripetersi delle secrezioni biologiche. La E energetica può essere utilizzata per definire la portata (N) attiva (E) della continuo ripetersi della KRENE, (gr., sorgente). L'assemblaggio CR-N appare utile e preferenziale, rispetto ai tanti possibili, per definire anche il numero di volte in cui si introduce l'ago nella CRUNA, e qui come vocale viene preferita la U emotiva (credo per la ovvia valenza sessuale legata a un'introduzione ripetuta). Anche la CORONA (ted., Krone) meccanica è costituita dalla precisa determinazione di una continua ripetizione di elementi, le sue CRESTE, ecc. L'ulteriore traslazione di questo stemma determinativo fino al senso di KRINOO, giudicare, distinguere nasce poi facilmente dall'uso determinativo testimoniato dalle parole sopra menzionate per traslarsi poi in un idea molto astratta di giudizio distintivo dalla base elementare: determino N continuamente C e ripetutamente R, cioè giudico. Anche CRANIO è prodotto dalla stessa direzione, come sede anatomica del pensiero. È evidente che KRINOO isolata non potrebbe dare nessuna risposta sulla sua natura profonda, se non si riconoscesse il percorso che dall'oggettivazione dello schema CR-N porta alla sua realizzazione ideativa DISTINGUO. La convenzionalizzazione e la reificazione spinta di questi stemmi allarga infine la base semantica, in modo che spesso l'idea CR, così evidente in CORO, CARDIUM, o in CRESCO, CROSTA (in cui l'elemento di visibilità è fornito da S), appare quasi irriconoscibile. Così CARITAS richiede per essere compresa la considerazione che il comportamento coerente continua a ripetersi, in antitesi con quello non coerente. Il suo pregio, la fedeltà a se stessi, dipinge i nordici HARII e le loro virtù. Qui lo stemma CR, che negli enti meccanici CERCHIO, CURRUS, ecc. si rivela facilmente, appare meno reperibile perché traslato all'osservazione del comportamento, ma più interessante per l'ermeneuta. Per chi ha il senso della lingua è evidente che CAR*AT*TERe si inscrive in questo CERCHIO (>CR*C = continuità di continua ripetizione, che è la chiusura del cerchio) di valore positivo; questa parola testimonia a sua volta la realtà dell'inferenza discussa. La possibilità combinatoria è in realtà quasi infinita e solo a questo fatto si può ascrivere la polivalenza intellettuale dell'uomo moderno: se infatti noi prendiamo il solito radicale CR e lo spiniamo con S otterremo un'idea del tipo messa in mostra di continue ripetizioni, dunque potremo possedere parole come CRASI, in cui si evidenziano quelle continue ripetizioni che sono gli elementi neo-nati che noi andiamo osservando, o CROSS, ingl., in cui si evidenziano quelle continue ripetizioni di movimenti prodotti dal traffico, o CRES*TA, in cui gli elementi appuntiti messi in mostra continuano a ripetersi, o CRAS, che è il piano evidenziato nella mente per porre in un ordine ripetitivo i giorni; o CRISI, il cui senso di continua ripetizione, proprio perché reso individuale da I, viene spostato nella metafora, come espressione S di continua lamenta351 115

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zione personale CRI (> >CRIDA), o di malcontento (>>CRITICA), fino a giungere, se ulteriormente spinato da MN, propria intenzione, quindi motivato da un'assunzione di responsabilità, a significare un CRIMEN; ecc. Se questo schema CR-S è utile, anzi necessario, in quanto definisce le modalità visive o immaginative di oggetti che hanno la CAR*AT*TER*IS*TICA (>> anche qui CR spinato da S, più molteplici T attivatrici e qualche R ripetitrice) di ripetersi, esso può ancora esser perfezionato per usi speciali: è infatti sufficiente spinare CR-S con la funzione attivazione di variazione alternativa per consentire di esprimere per esempio il fenomeno di alternanza e variazione offerto da quegli elementi che continuano a ripetersi, e che sono i raggi del CRIS*TALlo. Se spiniamo CR con D otterremo l'idea regolarità di continue ripetizioni, adattissima a essere applicata sia ai battiti del cuore CARDIUM, sia alle regolari continue ripetizioni che strutturano le CORDE. Se inoltre usiamo come spina V, otterremo un procedimento che continua a ripetersi CR*V, a cui manca solo un'ulteriore spina gestionale in L per affermarsi come CRIVELLO.

Indice

Cap. 5

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V

APPROFONDIMENTI SULLE MODALITÀ DI PRODUZIONE DELLE IDEE FUNZIONALI, O INTEGRALI, ALLA BASE DELLE PAROLE
(Adeguatezza al principio di non-falsificabilità di Popper )

Questo capitolo non illustra principi, ma unicamente le modalità di integrazione più comuni, sforzandosi di presentarle in forma paradigmatica, a comprovazione del concetto di integrale: la modificazione del significato è inerente alla variazione del rapporto spina-radicale.

Esempi nella modalità passivo-astratta
Riprendiamo a parlare dell'ulteriore e quarta modalità di produzione dell'integrale della parola: l'embricazione dei bifonemi inversi, che io amo chiamare modalità passivo-astratta, e che come si è detto, è la più semplice e la più antica. Mostriamo, di conseguenza, come vari elementi, tra cui bifonemi voc.-cons., a senso passivante e in sito radicale, vengano legati secondo il principio di interferenza, a produrre integrali metaforizzabili verso significati sempre più complessi e apparentemente lontani dal valore UR-S di base. Questa modalità di embricazione dei bifonemi inversi è certo la più arcaica sostantivazione astratta, parallela (o forse addirittura antecedente) alle operazioni verbali attive espresse dalle funzioni biconsonantiche, e statuisce di queste la qualità sostantivante. Per riprendere in questa modalità astratta i termini della funzione attiva C-R, mostriamo che essa si deve formare con spina -C, e radicale -R, a produrre -R*-C: gli esempi possibili, tutti traslati, utilizzano questa embricazione bifonemica col suo proprio valore astratto di continuità -C di ripetitività -R, per indirizzarla verso scopi più specifici mediante una spina basale acconcia. Per esempio ER*AC*L-ES ha in L il soggetto gestore di una continuità A di energia ripetibile ER. AR*AC*NE, ha in N il soggetto determinatore intenzionale di una AC di AR, che sono rispettivamente il pensiero N della tessitrice e la sua condizione astratta di continuità di ripetitività dei suoi gesti. Si veda dunque come questi schemi siano stati selezionati con arte e mantenuti in circolazione con buoni motivi. OR*AC*UL-UM è invece una pura embricazione di bifonemi inversi: nell'analisi teniamo ferma la parte più radicale OR*AC, e diamo al soggetto UL, emotiva gestionalità, il suo proprio ruolo. Dunque emotiva gestionalità UL di una continuità di oggettuale ripetizione esprime diverse idee inerenti alla funzione di ORACOLO, che sono la gestionalità variabile dei sacerdoti sulla continua ripetitività delle preghiere (ORARE), al fine di ottenere il vaticinio. Si noti che questo spezzone ORAC, che noi qui prendiamo come entità astratta UR-S, nomina in ceco la falce, lo strumento della continua ripetizione dei suoi atti. Così anche ER*IC-A è una pianta dotata di una continuità di ripetitività, che le consente di estendersi su ampi spazi. Così ARCO, ecc. Vista questa unitarietà di significati in CR, possiamo utilizzare la specificità ideativa appor117

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V - Approfondimenti sulle modalità di produzione degli integrali

tata dalla specifica integrazione per fornire la dimostrazione logica del nostro assunto, giacché la specificità ideativa, al contrario dell'assemblaggio dei suoni, materia sorda e grezza, passa sopra ogni accidente concreto mostrandosi sempre simile a se stessa. Su questa unitarietà di significato si fonda la confermazione che ora discuteremo. Dunque questi nomi sono obbligati a non discostarsi dall'esprimere un concetto di continuità ripetitiva, cioè l'astrazione della funzione CR. Come meglio vedremo fra poco in ciò consiste l'adeguatezza al principio di non falsificabilità di Popper: supponendo di poter creare parole a radicale CR esenti dal concetto di continua ripetizione saremmo sconfitti dalla constatazione del fatto che questi nomi non esistono (o se esistono, sono dovuti a una individuabile variazione diacronica); tutti gli esempi mostrati in questo libro sono la dimostrazione di questa impossibilità. Purtroppo nel seguito darò ben pochi esempi di questo modo così importante di costruire la parola, sempre per la tirannide dello spazio. Altri esempi: EPH*EK*S-ES, (gr., in ordine, di seguito), al fine di esprimere il suo significato deve essere semanticamente costituito da due elementi tra loro integrati: un elemento visivo spinante di coordinazione (EK*S > evidenziazione di un'energia continuativa) e un coordinato elemento segnaletico (EPH, energia segnaletica), i quali insieme riescono a conferire sostanza all'idea in ordine e rendono operativo quel di seguito, mediante, appunto, una segnaletica EPH coordinata e visibile EK*S. Mostriamo un altro esempio estremamente probativo: la regolare D ripetizione R dei propri M segnali F ha ovviamente un alto valore informativo e cronologico. Nel mondo antico, può aver come proprio soggetto adatto le stelle: S-D > SIDOS, evidenziazione obbligata e regolare; le stelle con questa evidenziazione regolare sono la base della cronologia. Dunque EF-EM-ER-IDE è il catalogo di queste informazioni regolari, in quanto regolare ID ripetizione ER della propria EM segnalazione EF. Questa parola è un esempio magnifico dell'integrazione più antica, l'embricazione. EFESTO, il fabbro divino attiva T l'evidenziazione ES di energia segnaletica EF: certo scintille e scoppi. In tema si noti e si ricordi come F-S > segnale evidenziato, che possiamo reperire in FOS-foro o in FUSO, o in FESTA, si propone in forma di funzione biconsonantica, e non catena di bifonemi, perché non esprime una predisposizione a segnalare ma un fatto segnaletico ben specifico, e con esso ogni dies FESTUS. L'inverso della FS, e il suo valore sostantivato, è dunque -S*--F che vale segnalazione di un'evidenziabilità, e cioè il modo mediante il quale viene segnalato a qualcuno qualcosa che va tenuto in evidenza. Di questo valore FESTUS è aggettivo, mentre YUSUF è nome proprio che esprime la capacita di mettersi in evidenza. Un esempio è ASFALTO, costruito sull'integrale AS*FAL, segnale variabile di evidenziabilità, e attesta certo le fiamme che si associano alla fuoriuscita di materiali geologici, come il petrolio, o meglio, l'uso di queste fiamme a scopo informativo. ASFODELO gode anch'esso di evidenziabilità segnalata AS*F

Il paradigma delle funzioni VL e LV: un esempio di adeguatezza del sen so al variare dell'integrale dei suoni.
Vgliamo ora esaminare, in modo più completo di come abbiamo mostrato nel secondo capitolo per le funzioni LN e NL, tutti i rapporti delle funzioni VL e LV, sia nella forma attiva che passiva, sia come integrale di funzioni spinate, sia dell'inverso dell'integrale stesso, per fornire un paradigma il più completo possibile della capacità dei rapporti d'integrazione dei suoni di produrre le idee originarie. A tal fine anticipiamo che LV, la gestione L del procedimento V ha come sua forma sostantiva -V*L e cioè la gestionalità L della procedibilità --V, o dello sviluppo; mentre VL, cioè il procedimento gestionale, ha come forma sostantiva --L*V, il procedimen351 118

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to V della gestionalità L. Potremmo supporre che codeste definizioni siano prive di senso, ma, analizzando il lessico, riscontreremo come le parole nate da questi integrali corrispondano al loro significato archetipico. Un esempio interessante ed euristico della differenza tra il modo attivo e passivo-astratto di produrre parole ci può infatti esser mostrato dalla funzione V-L, il procedimento gestionale, il cui significato potrebbe esser espresso in forma volgare come un procedere V alle variazioni L necessarie > per conseguire un risultato o una meta. Questo tipo di contenuto ideativo estremamente specifico è alla base di VOLARE e di VOLERE cioè di prestazioni complesse di pilotaggio degli eventi, in cui il movimento o lo sviluppo significato da V subisce l'implementazione di senso L, che lo rende movimento, o sviluppo variato, o controllato, atto pertanto a significare per esempio, sia il volo, sia lo sviluppo controllato della mimica del volto. Ora andiamo a esaminarne la forma sostantiva: possiamo subito notare che AL*V, la forma sostantivata di V-L, ci dà ALVO, il cui significato storico è appunto l'organo del procedimento V di gestionalità AL per eccellenza: la gravidanza. ALVO dunque è la sostantivazione di un procedimento V gestionale L o di un modo di portare a buon fine le cose. AL*VEARE nasce anch'esso da un procedimento di gestionalità, in quanto si richiede che quel complessissimo meccanismo di gestione (AL) sia portato avanti nello spazio e nel tempo (V). Se ne evince che -L*V è l'integrale che nomina la modalità evolutiva di organizzazione di eventi complessi a significato gestionale, giusto lo specifico rapporto d'integrazione. Al contrario se prendiamo la funzione L-V, il cui significato ideativo è a un dipresso gestione L di un procedimento V, notiamo che essa possiede perciò l'altissima specificità di nominare la LEVA, come gestione variabile di un procedimento o di uno sviluppo (o di un sollevamento). Ora noi dobbiamo in prima istanza pensare a quale significato antropologico possa esser stato inizialmente detenuto da questa combinazione. Il controllo gestionale di un procedimento o di uno sviluppo non appare altro, in sostanza, che quel sistema variabile di accortezze e di sicurezze idoneo a pervenire a una meta e che, per questo motivo, può esser volgarmente inteso come un sistema variabile per conseguire un risultato: esso perciò è adatto a nominare attività strumentali come LAVARE (cfr. il file L-V), o LEVA. Detto ciò, noi potremo constatare che la sua forma astratta AV*AL è adeguata a nominare AV*ALL-O, e cioè la gestionalità AL di una conseguibilità AV, o in parole povere l'idea potenziale delle varie modalità utilizzabili AL per raggiungere AV lo scopo. Questo significato copre molto bene il senso storico del verbo avallare, un senso complesso e molto astratto che non sarebbe possibile pensare in alcun modo, senza utilizzare il rapporto significante delle due particelle UR-S AL e AV. A questo punto il lettore dovrebbe comparare le due funzioni V-L, L-V, e i loro esiti del tutto differenti seppure legati a quel sottile filone di significatività, che molti presagiscono subconsciamente, ma che solo la scientifica analisi dei rapporti di integrazione mette in completa luce: si ricostruisca mentalmente il significato UR-S di ALVO e AVALLO riproducendo il mio ragionamento per impadronirsi dell'ermeneutica che i simboli UR-S impongono alla loro banale meccanica. Nel seguito avremo occasione di mostrare e discutere molti esempi di integrazione alternativa di tipo astratto come questo; essi ci forniranno la prova di maggior rilievo logico della realtà del nostro assunto, perché ci riveleranno concetti di estrema complessità, asseverati però da quelle parole storiche che noi usiamo con tanta semplicità. Mostriamo qualche altro esempio di nome derivato da queste integrazioni di senso. --V*L è dunque l'integrale che descrive le modalità variative -L atte al conseguimento di un risultato --V, come ci è mostrato da EV*OLuzione, la cui variabilità è il fattore che perviene a conseguire AV il risultato richiesto! EV*OL*V aggiunge un ulteriore procedimento V al concetto di evoluzione, denotando con efficacia l'insieme di un procedimento evolutivo e perfino la sua finalizzazione.
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In modo corrispondente, tornando alla precedente funzione VL, mostriamo altre esemplificazioni dell'integrale --L*V; per esempio UL*V-a, sscr., e UL*IV-o, che rispettivamente designano la funzione della gestazione e la pianta produttrice di OL-io. Ambedue codesti enti prendono occasione di nominarsi dal fatto di essere procedimenti o sviluppi V---- gestazionali-gestionali UL, la prima sul feto, la seconda sulle membra dell'uomo, mediante il movimento o lo sviluppo dell'olio. Intendiamo che l'olio possiede una capacità gestionale sulle membra e sui meccanismi perché li lubrifica e ne facilita il funzionamento: da qui il suo nome, mentre la pianta che sviluppa (V) l'OL-io si nomina UL*IV-o.

Adeguatezza delle analisi al principio di non-falsificabilità di Popper.
Ma, rimanendo nel tema dei rapporti tra VL e LV, vogliamo fornire ulteriori complicazioni delle precedenti modalità di integrazione per mostrarne l'adeguatezza di senso rispetto alle parole che vanno supportando, e perciò esaminiamo l'integrale di una funzione spinata: VUL*V-a e VAL*V-a possono identificare meccanismi in qualche modo più complessi, che ci mostrano l'estrema competenza semantica di chi ha creato queste parole. Qui non si tratta più di un semplice procedimento gestazionale -L*V, il cui solo effetto è quello di portare avanti una gravidanza, bensì dell'integrale VL*V, costituito da una funzione e da una spina successivamente apposta, che consente un significato a valore retroattivo. Infatti la spina V consente di semantizzare un procedimento, o semplicemente un movimento atto a innescare il successivo procedimento gestionale VUL, operato dalle pareti della vulva o della valvola: questo procedimento spinante è lo scorrere del pene o del flusso acqueo, che va a innescare i suddetti successivi procedimenti gestionali tipici della parete della vagina o della valvola sul pene o sul flusso. Il lettore è invitato a comprendere che questo schema integrale anticipa la funzione della vulva e della valva, perché è frutto di un tentativo molto semplice di comprensione del loro funzionamento, che consiste nell'intuizione del fatto che la gestione concreta e alternante del pene (o del flusso) da parte delle pareti della vulva (o della valvola) richiede un idoneo e precedente avanzamento del pene (o del flusso liquido). Si tratta di un feed-back. VAL*VOLa è in definitiva ancora più esplicita e adeguata perché la funzione spinante comporta perfino l'utilissima idea della possibilità iniziale di modificare VOL un flusso, che sarà poi trattato da VAL in posizione radicale, in modo da emettere una quantità di liquido altamente regolata. Sulla base di questa comprensione possiamo anche porre per esempio la parola VOL*VOLO: essa dovrebbe in ogni caso esprimere un avanzamento variato VOL di un avanzamento variato VOL. Quale senso dare a codesta integrazione? Per rispondere è sufficiente conoscere l'uso clinico di questa parola che consiste nella condizione in cui il contenuto procedente in modo variabile in un viscere VL subisce una variazione di direzione VL, per modo che subisca un blocco o uno strozzamento. Viene descritto insomma lo sviluppo dello sviluppo; se noi quantificassimo questi sviluppi mediante un computer otterremo certamente quella curva molto complessa che si chiama VOLVOLO, e che è presente in natura, allorché il viscere si piega e poi si strozza su se stesso. Mai pensiero o parola fu più adeguata al fenomeno: lo sviluppo variativo del viscere VOL subisce una ulteriore torsione o procedimento variativo, e si ha il VOLVOLO. Noto tra parentesi che questa sublime acquisizione di significato ha il medesimo impianto di CAL*COLo, in cui anche qui la funzione spinante COL(>CAL) configura quel secondo livello di controllo gestionale da cui si dipartono le regole operazionali che trasformano opportunamente la semplice continua variabilità dei DATA-BASE acquisiti dalla funzione radicale CAL. Dunque anche calcolo, come valvola porta a un secondo livello operazionale la sua specificità ideativa, creando un'idea del tipo funzione della stessa funzione in cui, mi pare, dovrebbero ottenersi risultati proporzionali ai dati immessi: dunque il concetto di operazione matematica è ben precedente i sumeri.
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Se in vena di complicazioni inventassimo, per curiosità, una inesistente forma COL*VOLo, dovremmo ottenere come risultato di quest'operazione trasformativa un dato di base, espresso dal radicale COL, continuamente variabile>> verso una polarità positiva o negativa, e cioè un dato che COLma o CALA in modo regolare. Questo dato variabile verrebbe però, nel momento di integrazione con la spina VOL, a sua volta trasformato man mano da uno sviluppo variativo, che potrebbe essere un'amplificazione anch'essa variabile, e che consiste nella spina VL: il risultato è ciò che di numerico può calcolarsi dall'amplificazione VL di una variazione CL, ma mi pare che questa possibile parola non esista, giacché le tele-trasmissioni erano al tempo ignote, e ciò ci tranquillizza. A questo punto la nostra analisi ha esaminato tutte le possibilità ideative insite in LV e VL. Continuando a cercare di mettere in luce esempi in cui possa rifulgere l'operazionalità e la concettosità intrinseca ad alcune parole, e che ci permetta di esaminare con attenzione e quasi al microscopio l'estrema specificità dei rapporti di integrazione, prendiamo in esame un rapporto tra le funzioni VN e CL, che possa far da integrale al verbo VINCOLARE. Di questa parola esiste un significato comune che è simile a legare, uno specialistico che si basa sul deposito di beni in banca allo scopo di ottenerne un guadagno. Ebbene, come quasi sempre avviene, il senso più raro è il primitivo, l'altro una sua banale metafora: infatti VN*CL è un integrale esprimibile più o meno come continua variazione di un procedimento di determinazione, che noi sappiamo essere anche, o meglio, spesso, lo stabilimento di un prezzo VN. Dunque VINCOLARE nasce da un'idea matematica per la quale la continua variazione CL (del mercato) interferisce sullo stabilimento del prezzo VN dei beni depositati, o meglio vincolati. Il valore banale di tenere legato nasce dal fatto pratico, che per ottenere quel benedetto guadagno è necessario aspettare che la continua variabilità del mercato consenta di spuntare il prezzo VN più alto! Tutti questi esempi matematici sono stati posti per mostrare come i rapporti di integrazione possano produrre indispensabili operazioni quantitative o qualitative. Questo fatto ci offre l'occasione di sfruttare codesta significazione delle operazionalità per dimostrare la specificità assoluta dei significanti che le vanno determinando. Questa specificità è infine dimostrata come non-falsificabile, come esemplifichiamo nel seguito. L'integrale VL*V si applica naturalmente a quegli enti che portano avanti nel tempo o nello spazio (V) un procedimento gestionale (VL) nei confronti dei loro oggetti, cioè un trattamento specifico variabile che ne modifichi il flusso o lo sviluppo a seconda della necessità: si potrebbe dire che si tratta di meccanismi a retro-azione. Meccanismi simili li ritroviamo identici usando, per esempio, il file CL come radicale. Dobbiamo però riflettere su una grande differenza: è dimostrato dall'analisi del lessico che un continuo procedimento variativo CL non consente in alcun modo di produrre un'idea di sviluppo, ma solo un'idea di alternatività in tutti i suoi gradi; quindi le idee a radice CL che abbiamo disponibili come nomi storici non possono assolutamente uscire dal repertorio KLEO, KLINO, KLASTO, CLIVO ecc. e cioè piego, vario, modifico, alterno >> continuo C a variare L, e, se spinate da V, possono solo ridursi a esprimere il procedimento di apertura- chiusura e cioè la funzione della CLAVis, ma mai sono in grado di significare un concetto che implichi una evolutività verso una meta: è questa la grande prova logica che mostra la realtà della nostra tesi, su cui invito i miei migliori lettori a soffermarsi. È vero anche il contrario: le parole in VL non possono esprimere un'idea di continua variazione, ma solo di movimento variabile. Essa soddisfa il criterio di non-falsicabilità di Popper, in quanto ogni funzione è obbligata a esprimere significati congrui al suo potere significante, e all'inverso nessuna funzione può esprimere significati differenti da quelli di cui essa è apportatrice. Dunque mai VL ci potrà fornire parole che semantizzano un'apertura-chiusura, o un piegamento, ma sempre un procedimento alternativo
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verso una meta; e mai CL potrà darci parole che esprimono un procedimento gestionale variabile, ma sempre un continuità di alternanza nel tempo. Se si prova a falsificare queste verità otterremo una contraddizione logica, dovuta a una impossibilità semantica. Ma se le parole fossero arbitrarie tutto questo non avverrebbe, e si avrebbe la massima fungibilità dei significanti. Se ne deduce che le cose vanno chiamate con il loro nome, producendo i migliori integrali possibili. Ormai non ci resta che completare il paradigma dei rapporti tra V e L, con l'esaminare l'integrale VL*L, e cioè la gestione variativa L di un procedimento variabile VL; e LV*L, la gestione variativa L della gestione di un procedimento LV. Il primo schema s'invera per esempio in VAL*LE, in cui si intende che la funzione spinante L controlla e gestisce variabilmente (per forza di gravità e di conformazione delle pareti) il movimento variabile VL del corpo o del liquido che va rotolando nell'AL*Veo della VALLE, in modo da costruire il movimento sinuoso. Così pure per esempio il VIL*LO è nominato dal controllo gestionale ordinato e variabile del movimento primario in lunghezza del villo stesso rispetto al movimento circolare che si origina nei suoi metameri, in modo da generare il movimento sinuoso: insomma l'integrazione di due controlli gestionali consente un movimento V coordinato e sintonico. Suppongo che sia stata proprio codesta ciclicità a sinusoide dell'entità dei raccolti agrari nel corso dell'anno ad aver privilegiato il nome VILLA, in latino, nel nominare l'unità agricola: in questo nome era già repertata la ciclicità variabile di produzione! Un'acquisizione di significato apparentemente simile si ottiene con il secondo e ultimo schema integrale LV*L, che però, per il principio di Popper appena invocato, non può assolutamente semantizzare un movimento, in quanto il suo radicale non ha come soggetto V, bensì L: ne risulterà che il controllo gestionale L-- della gestione, o modificazione, di un procedimento LV, non potrà che nominare un apparato di controllo L della variazione di un movimento o di uno sviluppo LV!, e cioè molto esattamente il concetto di LIVELLO, col suo doppio controllo variativo sulla dimensione altezza. In conclusione abbiamo dimostrato che ogni significato storico latino corrisponde strettamente e obbligatoriamente al senso che sprigiona dai rapporti di integrazione di ognuno di questi schemi: la necessità, l'obbligatorietà di senso, di cui questi significati sono ottimi testimoni, in quanto astratti e non eccessivamente traslati, è la miglior dimostrazione della realtà del principio d'interferenza significante tra i suoni, che costituisce il mio assunto. Spero che la concettosità di codesti esperimenti sia stata intesa nel giusto modo dal lettore, cioè soltanto come una indispensabile propedeutica all'ermeneusi svolta nella seconda parte del libro. Si tratta di una ginnastica mentale che appare indispensabile acquisire, per dare senso e forma compiuta agli integrali e per non lasciarsi travolgere dall'esistenza dei tanti casi eccessivamente metaforizzati, in cui la mirabile integrazione originaria ha perso ogni specificità, tradita dal successivo pressappochismo dei giochi di parole e della stupida gergalità.

Esempi di rapporti sistematici: l'integrale AM* (variabile)
Un altro modo di mostrare la differenza concettuale tra la produzione astratta delle parole e quella attiva consiste nel prendere in considerazione in forma direi sperimentale un qualsiasi bifonema inverso. La sistematicità dei riscontri ci esprimerà profondamente la dimostrazione del principio di interferenza tra i suoni. Il bifonema inverso ha d'obbligo, la caratteristica di possedere come primo referente e soggetto il suono vocalico, il cui valore emotivo transita sul secondo membro consonantico in modo che, per esempio, AM potrebbe essere tradotto con astrazione del proprio sé e quindi come essenza, o corporeità e dunque in ogni caso con un'idea astratta. Ora questa astrazione del proprio sé, allorché venga spinata da un qualsiasi suono consonanti351 122

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co, consente la produzione di un effetto semantico differente da quello reso possibile dalla corrispondente funzione biconsonantica attiva, proprio perché dotata del pregio, o del difetto, dell'astrazione. Abbiamo pur ora notato l'effetto del tutto diverso prodotto dal rapportarsi di V-L e LV, rispetto a AL*V e AV*L. Questo è sfruttato sistematicamente dall'uomo del paleolitico superiore per conferire al suo vocabolario quell'astrattezza normativa e moralistica che gli necessita: vediamo così quanto le parole che iniziano per vocale e hanno perciò un andamento astrattivo e non attivo siano più frequenti nelle lingue più antiche come il sanscrito. Le nozioni che evidenzio potrebbero apparire sorprendenti e ingiustificate, se non fossero asseverate per un verso dall'analisi del lessico, per l'altro dalla causalità insita nel rapporto di interferenza interconsonantico. Un'analisi sistematica della produzione di parole storiche mediante rapporti di interferenza tra i bifonemi inversi e la loro comparazione con i prodotti linguistici delle funzioni attive sarebbe perciò estremamente euristica. Limitiamoci tuttavia in questa sede a mostrare qualche esempio probativo. AM, se spinata da B, dovrebbe di necessità esprimere un'idea del tipo l'attivazione vitalistica o biologica del proprio sé corporeo; questa idea complessa, ma necessaria in molte circostanze dell'esistenza, potrebbe essere riferita sia a una direzione mentale sia fisica, per evidenziare la messa in attivazione della propria essenza, o della propria corporeità. Il latino ci restituisce questa possibilità semantica con AM*B-ulare e con AM*B-izione, modalità rispettivamente fisiche e mentali di attivazione biologica del proprio essere. Si attesta così ciò che avevamo già detto, che cioè AM*B va intesa secondo la sua specifica natura: un arricchimento vitalistico e una messa in tensione del proprio sé. Si può notare perfino che il valore proprio alla specifica funzione può investire l'oggetto da denominare della sua potenza e quindi nominarlo direttamente superando qualsiasi esigenza di traslazione o di metafora, a dimostrazione che l'uso degli UR-S si mantenne per lunghissimo tempo puramente funzionale. AM*B-one è una volta ad arco allungata; è appunto codesto sforzo di dilatazione e allungamento quasi oltre la propria natura o essenza (di arco) che consentì agli artefici di nominarlo tout court con un valore UR-S funzionale a questo sforzo e li convinse a utilizzare proprio la formula particolarmente appropriata di AM*B, così come lo sforzo di attivazione biologica del cavallo nell'andatura consentì di nominarla AMB-io, la luminescenza straordinaria emanante da una certa sostanza la fece nominare AM*B*Ra, con R riproponente quanto si voglia questo fenomeno, facendone presupporre un'attività interna intrinseca che sostenesse tale luminosità. Ciò vale anche per il fenomeno dell'ombra che poté nominarsi UM*B*R-a, facendo presupporre ai nostri antenati un'attività specifica dei corpi che lo producessero o lo inducessero dal proprio interno UM, per un qualche misterioso impulso B ripetentesi R. Questa dilatazione di sé poté perciò conseguire il significato aggiunto di altro me stesso, come vedremo dagli esempi successivi, in un modo che è valorizzato dalla astrazione inerente al modo UM*B. È dunque impossibile dubitare che OM*B-EL*ICo non nasca da continuità gestionale EL*IC dell'attivazione vitalistica della propria sostanza corporea OM*B che dipinge con estrema precisione la funzione di raccordo e di collegamento corporeo svolta dal cordone ombelicale. Che questo concetto e questo uso fossero remoti nel tempo e nello spazio ce lo dice l'AMBA, la nutrice bantu, o AMBA, (sscr., la madre indù); sono universali linguistici nati come tutti gli altri dall'identità del materiale fonetico-semantico usato da tutti i popoli per definire identiche fondamentali funzioni, quali sono quelle di chi si attiva AMB alla cura dell'infante. Infine, se ci venissero indicati AMBO e AMBIGUO come non pertinenti alle nostre idee, risponderemmo con facilità che la loro pluralità duale nasce da un fenomeno di generalizzazione: essendo l'uso di AMB caratterizzato da una sostanziale messa in movimento della totalità delle proprie membra, poté facilmente traslarsi a una pluralità di membra (le due braccia) acquisendo il valore binario che attualmente occupa e da cui ne deriva il senso legato al concetto di AMBIguo. Che questa nostra
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inferenza ottenga il valore di verità, ce lo mostra AMB-iente, null'altro che la traslazione allo spazio reso abitato dal movimento del nostro corpo e delle nostre membra, e cioè sempre un movimentare il nostro essere, come ci è rivelato da AMBIENTARSI. Anche MEM*B*R-a è costruito con gli stessi criteri e ci dà la dimostrazione lessicale della giustezza delle nostre tesi. MEMBRA non rappresenta altro che la movimentazione (BR) del nostro proprio corpo (M-M), e differisce dalla costruzione in AM*B solo per un'accentuazione del possesso del proprio corpo, che la rende inidonea a semantizzare l'ambiente! Tali sono le finezze consentite dall'integrazione delle funzioni archetipiche. Un esempio che unisce il senso di AMB con quello di AL è ALAMBANA, sscr., che teoricamente dovrebbe ricoprire l'alone movimentazione di sé AMB >per gestire qualcosa AL: tra i suoi significati metaforici spicca prendere possesso di qualcosa e connessione causale o dipendenza applicativa, tutti concetti confacenti al senso UR-S. Mostriamo ancora come la meravigliosa facoltà di connettere ripetutamente una sostanza attivata vitalmente o biologicamente, vale a dire l'integrale EM*BR*C, sia tutta inserita nell'azione di EMBRICARE, la cui analisi semantica mostra il significato come una connessione ripetuta di sostanze dotate di un'attivazione vitalistica. Donde potrebbe emergere un'azione tanto complessa e specialistica come EMBRICARE, se non dal rapporto funzionale dei suoi simboli significanti? Ma -M*B*R, che è la parte non connessa C di EMBRICARE, può essere legittimamente usato a denominare qualcosa di non connesso: una complessità vitalistica e spontanea, in cui un corpo si rende vitale e si movimenta, come in EMBRIONE; o HIMBRES, le nuvole che per impulsi ripetuti si movimentano e si alterano; o IMBRIACO, per la sua motricità impulsiva e scoordinata; infine si giunge a metafore e usi più complessi per cui per esempio IMBR-oglio fruisce di questa possibilità intrinseca alla natura UR-S del suo radicale nel darsi vitalità e movimento e può essere successivamente piegato ad assumere una deriva di subdola dolosità allorché chi si è così attivato non ottiene quanto promessogli da quell'inflazione di vitalità che lo ha sedotto, restando IMBROGLIATO. Gli UMBRI (Italici indoeuropeizzati) sono dunque contrassegnati da un vitalismo spontaneo, in opposizione ai noiosi e severi HARII, che continuano a riproporre C-R il loro CAR-attere. Ora dobbiamo confrontare questa modalità astratta, con quell'attiva e costatare se e quale sia la differenza ottenuta nella produzione di parole, tra una funzione BM e un rapporto AM*B<. In tal modo riscontreremo i nostri precedenti assunti. Ma selezionando AMB abbiamo scelto decisamente male, in quanto l'Indo-europeo è povero di parole in B-M (al contrario delle lingue africane che ne abbondano, attratte dal soggettivismo e dal vitalismo intrinseci a B e M. (Ritorna qui la mia proposta di analizzare le Weltanschaungen dei popoli tramite l'analisi della frequenza delle loro funzioni UR-S). Nonostante ciò vediamo che BIM-bo, BoM-bo, BOM-ba, BOM-a non hanno nulla di astratto, bensì sono, come ci si aspettava, parole denominanti enti vitalissimi e del tutto irriflessivi, come solo può essere un impulso vitale che movimenta intrinsecamente se stesso, a dimostrazione delle differenti possibilità inerenti alle due diverse modalità di formazione della parola. Notiamo specificamente che gli enti suddetti movimentano se stessi proprio dal loro interno, e cioè B>M!, dimostrando l'esattezza del criterio con cui sono stati scelti. Qual è l'uso di AM? Il bifonema inverso personale -M può essere esaminato in rapporto agli altri UR-S spinandolo con ciascuno di loro, come ora si vedrà con C, che imporrà a questa sostanza propria una continuità di durata nel tempo. In questo caso, per la legge della facile pronunciabilità tra articolazioni lontane, i reperti presenti in latino richiedono per lo più una vocalizzazione ulteriore: così AM*ICo esprime la vera e propria continuità con la propria essenza e natura, consentendo così un'astrazione impossibile alla funzione C-M e allo strumentale CUM, che pure semantizzando il collega351 124

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mento con se stesso, è costretto a essere applicato ad altri per renderli COM-pagni, o COMUNI: e notiamo, a ulteriore dimostrazione della differenza tra una sostantivazione astratta e una funzione attiva, che questa modalità attiva in CUM non riesce in ogni caso a statuire una condizione umana stabile, come quella descritta da AMICO, e deve permanere nella condizione esistenziale e instabile di COMPAGNO, tanta è la profondità di azione, direi la viscosità, dei rapporti UR-S elementari e originari, che lasciano il loro marchio d'origine perfino nelle metafore più spinte. Anche AM-OR vale una riproposizione della propria essenza, o anche una restituzione del sé interiore, traduzione che libera questo schema dalla banalità convenzionalizzante, se non dall'arbitrarietà, in cui poteva parere confinato, e anzi gli conferisce una idonea profondità filosofica che per esempio il tedesco LIEBE non ha, limitandosi a utilizzare (con correttezza, intendiamoci) la gestione L degli impulsi vitali B, vale a dire, come vedremo nella parte speciale, l'erezione sessuale! UM-OR si differenzia da AMOR, perché ciò che viene riproposto, e fatto passare, è un'essenza emotiva interiore UM, sscr., dunque lo specifico stato dell'interno umore, che per sua natura ha la possibilità di modificarsi. Per questo motivo psicologico l'Umore interno può venire proiettato all'esterno adattandosi benissimo a nominare lo scorrere dei liquidi, come esso variabili e modificabili. Notiamo come queste semplicissime parole che appaiono convenzionalizzate (ma non arbitrarie, per la presenza di AM) nascondano invece una loro noce semantico-strutturale direttamente a contatto con i segnali etologico-articolatori arcaici, e che perciò la mia operazione di reperimento di senso possiede completa legittimità. Anche AMOR, UMOR, AMARO, ecc. richiedono una riproposizione dell'esperienza metaforica cui rispettivamente vanno facendo riferimento, sia essa rispettivamente di sentimenti, di movimento o di gusto, per la natura del suono spinante R e a conferma della formidabile viscosità degli schemi arcaici: solenne comprovazione dei nostri assunti. Un concetto, questo della viscosità, asseverato anche, per esempio, dalla sequenza AM-D, la quale legittimamente dovrebbe esprimere una costrizione e una obbligatorietà rigida del proprio essere corporeo. Esiste un ente di tal fatta? È nominato da suoni idonei alla sua funzione? chiedo ai miei possibili critici. Indubitabilmente esso esiste: l'AMIDO non è forse una sostanza che costringe e irrigidisce i corpi a cui si applica? Ma suppongo che nessuno prima della spiegazione dell'indovinello avrebbe mai creduto alla possibilità di una sua soluzione, in cui la convenzionalità (cioè l'applicazione del nome a una sostanza, e non a un'altra, di simile funzione) è evidente, ma manca ogni arbitrarietà: vi è dunque l'uso di una convenzionalità intra-file. Ebbene, tutte le parole sono soluzione di altrettanti indovinelli, in cui l'attribuzione metaforica si rivela idonea al significato originario dell'integrale dei suoni. Perché l'idea funzionale della ripetizione della propria essenza AM*R non potrebbe essere volta a nominare un qualsiasi scorrere di stati d'animo temporali, soprattutto quando questi eventi non appaiono avere una qualche loro precisata natura, e siano al contrario indifferenziati? E così infatti lo scorrere di quelle imprecisate, ma quanto importanti realtà che sono i giorni, può essere nominato EM-ERa. Laddove necessiti una sigla fonetica che esprima la specifica segnalazione F attuata da una specifica sostanza AM, si può utilizzare AM*F > AMFOTERO, la reazione chimica segnalatrice. Dunque AMF è usata nel caso di enti dal cui interno prevalga e si espanda un evento segnaletico o segnalato, come EMFITEUSI, AMFIZIONIE, o addirittura una accentuazione del modo con cui si comunica, come avviene in EMPHASIS. Se, continuando a voler dare nomi nei modi più sintetici e appropriati, volessimo esprimere e nominare un'alterazione della propria personalità potremmo, come i Bardi, pensare di utilizzare in primissima istanza e preferenzialmente un'integrazione di suoni estremamente specifica, cioè -M*L (convenzionalità intra-file). Essa vale, a un dipresso, alterazione, modificazione della propria essenza. Ma la funzione atti351 125

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va M-L, già di per sé e a controprova, produce e mostra MALE, che è in definitiva un'alterazione della propria essenza in atto e non sostantivata, un sé M alterato L. Altre forme sostantive rientrano nell'alone di questi concetti di modificabilità del sé, sia pure con finissime variazioni semantiche: reperiamo nel lessico latino EM*UL-are, che vale modificare il proprio sé, per somigliare ad altri. Un altro esempio del tutto fisico del fenomeno di modificazione della propria sostanza o essenza riposa in (EM*UL)*S-ionare, in cui la spina S ci offre anche la possibilità di osservare questa alterazione della natura fisica della sostanza in oggetto, il suo diventare un'EMULSIONE da liquida che era! Ancora un'altra modificazione del sé interiore, operata, questa sì esternamente e attivamente è AM*MAL-iare. Anche qui ricadiamo nella nozione di alterazione del sé, con la differenza, quanto euristica!, che l'integrale AM*M-L-, in cui non la sola L, ma addirittura la funzione ML inferisce su AM, va per ciò conferendo una nota di oggettivazione al precedente costrutto ideativo-semantico e ne permette l'uso esteriorizzato e strumentale implicito in ammaliare. Spieghiamoci meglio: il sé soggetto, attivo nell'alterare l'essenza altrui, è dunque il primo termine M della funzione ML, la quale a sua volta, nella sua totalità d'azione, svolge la sua attività di modificazione sull'oggetto dell'essenza altrui nominato con AM e posto a radicale di questo complesso integrale, secondo la regola generale per la quale il radicale subisce l'interferenza della spina. Da questa ben studiata integrazione viene resa possibile la descrizione esatta di un'alterazione dell'altrui essenza, in cui consiste specificamente il fenomeno di ammaliare. Qui il Bardo non ha avuto dubbi né necessità di produrre traslati; non ci troviamo neppure più nel campo della convenzionalità intra-file. Ha usato il materiale fonetico-simbolico più elementare e più idoneo, con un'esattissima integrazione, e i rapporti ideativi più icastici, quelli portati dal semplice rapporto funzionale interfonemico. Il lettore, a riprova della differenza tra funzione attiva e sostantivazione, legga nella seconda parte il file L-M; scoprirà che i prodotti di L-M, per esempio LAMENTO, LIMBO, LEMMA, ecc. non esprimono una statuizione della variazione del sé, intrinseca invece a EMULARE, ma condizioni esistenziali e relative della variazione del sé. Giusta la mancanza dell'elemento di astrazione sostantivante rappresentato dal bifonema inverso AM, la sostanza, che con la sua vischiosità, rende sempre sostantivi i suoi integrali.

Gli integrali di AR*
Per dimostrare con un altro bifonema inverso la realtà del principio d'interferenza significante, prendiamo in esame gli esiti del rapporto tra -R e gli altri gesti articolatori, cioè lo schema o l'integrale -R* VARIABILE, o ancora -R*X. AR vale ripetitività o ripetibilità. In sanscrito reperiamo ARE, invocare; ARA, raggio di ruota, cioè due concretizzazioni molto diverse del concetto di ripetitività, che mostrano con quale ampiezza di vedute possono essere applicati agli enti concreti i rapporti di suoni significanti. Anche ARA, come unità di misura del terreno e ARA, come organo della ripetitività del culto nascono dallo stesso semplice concetto, ma, proprio per questa semplicità di rapporto tra il significante e il significato, queste parole non possono costituire prove del nostro assunto, piuttosto semplici indizi, come infiniti altri. Diverso è il caso se andiamo regolarmente a esaminare i rapporti tra AR e qualsiasi altro gesto spinante, perché la regolarità dei risultati ottenibili non può essere ascritta al caso. C'è da dire che questo rapporto AR*X, proprio per la sua estrema semplicità e facile proiettabilità sugli enti concreti, tende a denominarli in modo induttivo e impreciso, cioè verso l'apparente arbitrarietà. Questa difficoltà, presente in tutti i costrutti semplici, non ci impedisce di delineare con chiarezza la spinta denominativa che va dal rapporto di suoni agli enti, e quindi di dimostrare il nostro assunto.
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AR*B per sua natura esprime un senso vicino o coincidente con quello di impulso vitale che si declina in una ripetitività, e che può facilmente e liberamente essere applicato a quell'impulso vitale che manifestamente si riproduce e si ripete nel tempo e nello spazio costituito da AR*B-OR. ARBoreo è infatti un impulso biologico che si riproduce incessantemente, secondo le caratteristiche semantiche di AR. ER*B-a, a sua volta, è l'applicazione di questo schema all'arboreità energetica (perché improvvisa) dei pascoli di primavera. OR*B-e e UR*B-e, etimologicamente legati, che esprimono il concetto di circolarità e di ruota o cerchio, nascono dall'applicazione direi visiva o mentale di un impulso vitale che nel suo ripetersi concreto (dunque fecondante) si reinserisce nella sua traccia e conclude il circolo di una ripetitività biologica e fecondante, che è lo stesso di ORBITA: in questo concetto sono impliciti il movimento e la velocità insiti in un impulso che si ripete fino a ricongiungersi con la sua traccia. ORBO è però da ricollegare a ORPHANOS, come attestano gli etimologi, e perciò ne parleremo in OR*F. AR*C esprime un continuo che tende a ripetersi; dunque verrà preferenzialmente utilizzato per denominare enti caratterizzati da una continuità connessa che ripetendosi tende a circolarizzarsi (CIR*C > continuo che continua a ripetersi): una connessione che si ripete è però un recinto o un recipiente. Così il generico AR*C-o è una connessione rigida curvantesi. Ma l'oggettivante (a causa di O) ORCIO è una connessione rigida che si ripete circolarmente e fa tutt'uno con un recipiente. Così ORCHEIS, (gr., testicolo), è un recipiente tondeggiante. L'altra direzione semantica usa la connessione -R*C in modo ideativo per esprimere un concetto di combattività, come nella radice I.E. ARK, respingere, e ciò è consentito dall'idea implicita in C di tenacia aggressiva (come si vede in tutti i composti di AC, come ACER, ACULEUS, ACONITUS, ACHILLE, ecc.). Dunque ARCE e ORCA rientrano nella categoria della difesa tenace e aggressiva, che comporta anche una sorta di indistruttibilità e di durata nel tempo, per questo motivo ARCAICO. Voglio notare che queste variazioni e questi approfondimenti, attestati dal vocabolario, lungi dal mettere in crisi il nostro impianto ne attestano la profondità e l'infinita variabilità, che è quella delle associazioni di idee. AR*D esprime un obbligo di ripetere, o una coazione alla ripetitività, la quale a sua volta determina una regolarità. Questa idea che può apparire in un primo momento non differenziabile da AR*C ha al contrario una sostanziale e indefettibile originalità e importanza, perché permette di semantizzare ORDO, l'ordinatività sugli oggetti mentali e fisici, e la loro regolarità. Cosa è infatti l'ORDINE se non una determinazione o la conoscenza N di una regolarità ORD? Così l'ORDA è un ordinamento militare di uomini. ARDERE e ARDIRE nascono invece dall'altra escavazione di significato implicita nel file: quella di obbligatività nel ripetere atti e comportamenti; dipingono chi in ogni caso e sempre riproduce gli atti (ristretti a quelli militari o violenti). Ma ERDE, (ted., la terra), è nominata dalla coazione a ripetere gli atti della cultura, è dunque la terra lavorata, o anche solo il compito del contadino ERDMANN. AR*F, il segnale che si ripete incessantemente, sembrerebbe ascriversi soltanto all'uso apparentemente onomatopeico dei suoni canini o simili, invece ci mostra il bell'esempio dell'ORPHANOS, come di chi, abbandonato, determina il proposito N di segnalarsi F ripetutamente ORF, certo per richiamare l'aiuto altrui. In questi pochi suoni si mostra tutto il quadro della risposta all'abbandono. E, come sopra detto, ORBO è un altro abbandonato, che viene nominato dai suoi segnali lamentosi. ORFEO e i canti ORFICI ci mostrano la facile applicazione di questo schema altamente espressivo all'arte della musica, come vibrazione F ripetitiva, e quindi musicale. AR*G gode della caratteristica sua propria e inalienabile di poter essere usato per esprimere una generazione fisica o mentale traboccante o ripetuta, quindi anche un eccesso generativo: ORGIA. Di tale possibilità si sono avvalsi i Bardi mesolitici per forgiare ORGASMO, che presenta due
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versanti antitetici ma confluenti, in modo da produrre una sintesi semantico-ideativa assolutamente impensabile dai nostri linguisti, astretti, dalla loro ignoranza, all'arbitrarietà delle parole. I due versanti di ORGASMO sono in realtà semplicissimi materiali da costruzione dell'universo linguistico: OR*G, AS*M. La parte spinante ASM si propone come propria evidenziabilità, (cfr. per esempio FANT*ASMA), quindi anche come appercezione interiore; la parte radicale ORG come generazione biologica traboccante o ripetuta; la parola intera, nata da una valutazione attenta del sentimento di sé nei momenti orgiastici, esprime la percezione interiore ASM della generazione ripetuta ORG, con il suo connesso senso di piacere. Un'altra parola molto semplice, ma di estrema importanza, ci è mostrata dalla possibilità di spinare questa ARG con il suono del proposito mentale: se una determinazione mentale N si applica a generare biologicamente una ripetitività, la sua razionalità (implicita in N) ne conseguirà una generazione razionalmente ripetitiva. Non saprei con quali altre parole esprimere questo concetto complesso, originale, ma fondamentale, se non con quella che inavvertitamente e scioccamente usiamo tuttavia: OR*G*ANo, e cioè quello di una razionale N generazione G di enti ripetitivi AR. Anche questo concetto così particolarmente legato alla sfera dell'operatività biologica sarebbe impensabile e inattingibile, se non venisse forzato all'esistenza e all'ideazione da un semplice rapporto di suoni significanti. UR*G, la generazione di un'emozione ripetuta, si presta, al contrario, particolarmente bene a nominare quel rincorrersi di emozioni e quel travaglio interiore da cui sorge la necessità impellente di risolverlo e di uscirne, e tutto ciò è inscritto in URGERE e URGENTE. Così pure ORGè, (gr., ira). Ultimo tra queste generazioni interiori di stati d'animo resta ORGOGLIO (da a.a.ted., URGOLI); qui mi appare euristico mostrare come l'idea spinante in L consenta allo schema ORG, che è sostanzialmente una generazione di emozioni interne, di essere tenuto a freno, gestito e utilizzato secondo bisogno e necessità, quale appare l'utilizzo che l'individuo orgoglioso compie dei suoi stati d'animo, facendo emergere il suo sdegno secondo necessità. Questa comprensione della possibilità di strumentalizzare il proprio stato d'animo è a sua volta una meravigliosa presa di coscienza da parte dell'uomo mesolitico, che non potrebbe essere stata espressa per parole e entrare nell'universo linguistico ideativo senza l'uso consapevole e spregiudicato del suono strumentante L (>ALA, sscr., strumento). AR*L esprime il modo variabile e alternativo col quale si può gestire una ripetitività: in pratica il modo con cui rendere esteticamente gradevoli degli elementi ripetitivi. L'ORLO è la prova di questo concetto, in quanto si caratterizza come ripetitività variata e alternata. In campo espressivo scopriamo che la modulazione del suono ripetuto può esser nominata URLO. Se a loro volta queste modulazioni di suoni venissero imposte obbligativamente da un'autorità, l'individuo personale che le eseguisse avrebbe già pronto il suo nome, e verrebbe chiamato AR*AL*D-o. Se le eseguisse senza costrizione si chiamerebbe ARIELE, o ARILLO, (nap., grillo). AR*M, il proprio e personale essere ripetitivo, ben si attaglia alle membra che ci permettono le ripetizioni lavorative, e cioè ARM, ted., IRM (sscr., braccia): poi trasposte a strumenti di lavoro o di lotta ARMI. L'ironia linguistica, onnipresente, fa sì che chi è dotato solo dello strumento delle proprie braccia sia ARM, (ted., povero), in quanto capace solo di propria ripetitività. Si scorga la grande differenza con l'integrale AM*R, che riproduce se stesso e in quanto tale non può svolgere una funzione semplicemente meccanica come fa ARM: ARMÀ (gr., carro), bensì una funzione sim-patica come fa AMOR o UMOR. In generale ogni ente che possiede una funzione intrinseca dotata di ripetitività può nominarsi con ARM. Così ARMADIO, ARMILLA, in cui si aprono ripetutamente le porte e si fa entrare e uscire il contenuto. ARM*ON-IA ci rivela invece l'esito che una determinazione mentale può produrre sul meccanico schema ARM, potendo trasformare la sua attitudine alla ripetizione in una vera e propria concertazione, sia di movimenti che di suoni. Lo stesso fenomeno si ottiene con ARMENTo, in cui il proposito mentale del pastore N determina il movimento concertato del gregge.
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ORMA è l'oggettuale ripetizione di sé nella traccia. AR*N, la determinazione che si ripete, può perciò esprimere enti in cui un significato venga ripetuto, un'intenzione razionale riproposta di continuo. Questa seconda espressione è alla base di IRENé (gr., la pace), la tranquillità derivante dall'uso continuo della ragione. Se esaminiamo la parola ARNA, sscr., scopriamo quanto questo sia vero: infatti essa vale lettera, sillaba, metro, ma nella polisemia spinta tipica di questa lingua anche onda, corrente, flusso, da cui ARNO. Il fenomeno psicologico che spinge a nominare ARNA il ripetersi dell'onda è evidentemente l'universale spiegazione animistica dei fenomeni naturali e ripetitivi, come prodotti dall'intenzione cognita N di un Dio. Stessa causa è per ON*D-a, in cui la regolarità D dell'oggettivazione intenzionale UN del Dio è causa del fenomeno ripetitivo. Anche ORNARE non si sottrae all'analisi dei due momenti semantici che lo compongono, una spina progettuale N, e una ripetitività OR, strutturata da quella progettualità. Infine vi è URNa, che rientra in questo contesto in quanto sia ornata, sia entità organizzata in strutture ripetitive cimiteriali da un'intenzione progettuale. Un altro bell'esempio dimostrativo dell'intenzionalità inerente a ARN riposa in ARNIA, in cui il progetto intenzionale N conforma la mirabile ripetitività delle celle dell'arnia. Così ARENA metaforizza l'intenzione ripetitrice verso il concreto dei granelli di sabbia. Così le ERINNI non cessano di ripetere le loro intenzioni. AR*P, il potere di ripetere, presenta un essere personale dotato della potenzialità di ripetere, dunque uno specialista, il cui traslato è per esempio l'ARPA, o l'ARPIONE, strumenti ripetitivi dell' arpista o del pescatore. AR*S potrebbe essere definito come lo strumento di evidenziazione della ripetitività: l'ARSI dei metri prosodici gioca questo ruolo puramente ritmico. Ugualmente ARS, il modo, la maniera, è costituito da un momento riproduttivo e da un momento espressivo o evidenziativo, secondo le cui esigenze viene definito il momento riproduttivo. In sostanza l'ARS è un modello evidenziativo S di una riproducibilità AR, e non può aver miglior definizione di quella espressa dai suoni che la compongono. Anzi la semplicità di queste definizioni è la miglior riprova della loro realtà. AR*T, l'attivazione di una riproducibilità, ci è mostrata direttamente da ARTICOLARE, che è null'altro che attivare una riproduzione. Così ORTO attiva la riproduzione degli ortaggi, ARTE è una riproducibilità. Infine AR*V introduce il concetto di procedimento e sviluppo nella ripetitività e si presta dunque a nominare nel modo migliore gli ARVA, i campi riproduttori. Qui si tratta di un lento sviluppo della riproducibilità e non qualcosa di rapido o subitaneo. Concludendo questa dimostrazione, occorre affermare che nonostante la genericità dell'idea AR, il meccanismo di spinazione consente di creare idee sufficientemente specializzate da ricoprire con proprietà e precisione tutto il campo degli enti e dei fenomeni ripetitivi, e di convincerci così della realtà del principio di interferenza tra i suoni.

Rapporto, o integrale, di due funzioni bicon sonantiche, e sua estrema specificità ideativa
Esaminiamo ancora, per fissare le idee, lo spinarsi di due funzioni biconsonantiche. Questa è la modalità più complessa di rapporto interfonemico, utilizzando due idee già perfettamente formate e applicate per esprimerne un'altra del tutto nuova e inconsueta: il creatore di questi nuovi rapporti possedeva la genialità di trasferirsi totalmente nel mondo astratto delle idee producendole però empiricamente dai materiali a sua disposizione. Ecco alcuni esempi: a) FAS col suo consolidato valore di segnale evidenziato venga spinato dalla C-N, continua determinazione, cioè dalla funzione dell'impegno mentale, sia esso CONTO che CANTO, CENTO, CENNO, CONOR, ecc. Da questo rapporto si può così formare FAS-CIN = continua determinazio351 129

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ne nel segnalarsi in modo evidenziato, e cioè impegno mentale nel segnalarsi in modo distinto: non si negherà che questa definizione chiarisca completamente cosa rappresenti l'affascinare, da parte di chi lo esercita. Ciò si confà anche al valore latino di fascino: membro virile, la cui fascinazione è evidentemente in quella visibilità impegnativa che è l'erezione. Proprio questi rapporti di interferenza interfunzionali sono le migliori dimostrazioni della realtà degli UR-S, per la precisione matematica dell'idea espressa e per la sua specificità, mentre il semplice incrocio biconsonantico è meno specialistico. Un altro esempio, ancora con radicale FAS, per mostrare come l'utilizzo del radicale vari a seconda della spina apposta. Se il produttore di segnali distinti e evidenziati FAS li attiva regolarmente TD, come per qualsiasi stimolazione eccessiva, può generare FAS-TID-io in chi li subisce: in questo caso il valore semantico è stato spostato, col tempo e con umorismo, dall'agente segnaletico al più importante effetto sull'osservatore, annoiato da quella attivazione regolare di segnali evidenziati (lo stesso spostamento si ha per TEDIO, che passa dall'attivazione di un obbligo - TD -, all'effetto di fastidio). Ma se il materiale da costruzione del nuovo concetto fosse costituito da FS e da TG, dovremmo obbligatoriamente supporre che l'attivare una generazione TG di segnali evidenziati FS si concretizzerà in un ente visivo composto di parti plurime identiche, e posto in posizione elevata, e infatti FASTIGIO ne è dimostrazione. Se usassimo FS*TL faremmo sì che i segni messi in evidenza sarebbero soggetti a una attività alternativa, e infatti la FISTOLA mostra in modo alternativo i suoi segni. b) Ancora un esempio altamente euristico di come l'integrazione di due funzioni elementari possa determinare un'idea del tutto nuova e altamente utile: un concetto complesso, come CON*SUL-O (> CONSUL, CONSILIUM) appare in sostanza una riflessione sul proprio pensiero al fine di migliorarlo: tutto questo è inscritto nel suo scheletro consonantico. Infatti S-L (= evidenziazione della gestione) > C-N (= continua determinazione) = evidenziazione della gestione del proprio pensiero = CONSILIUM, da cui si ricava che questa idea presenta un piano espositivo-immaginativo S su cui vengono variati e gestiti L i contenuti di pensiero CN. In questo modo si esprime e si mette in mostra tutta la possibile manipolazione del pensiero, utile a risultati pratici. Non cessiamo di porre altri esempi sintetici, in cui si manifestano le cause delle modalità di integrazione semantica delle funzioni. Ora che possediamo e sappiamo usare il concetto di condizionamento ordinativo tra i fonemi (e a questo effetto pratico si restringe il principio di interferenza), possiamo prendere una qualsiasi funzione radicale SC e spinarla con UL, ottenendo > emotiva gestionalità UL di un'evidenziazione continua SC. In essa SC assume il valore suo proprio di linguaggio e SC*L, di elaborazione del linguaggio. Questo valore esprime insomma il modo emotivo e variabile UL di esprimersi con immagini mentali o con un linguaggio SC, tipico dello SKILL, l'ingegno individuale I, che prende così nome da questa importante facoltà; e, per gergalità metaforizzante, addirittura il contenitore di questo SKILL, che altro non si nomina che SKULL (ted., cranio), o la SHELL (ingl., la conchiglia), uno skull allargato. Invece, facendo un bel salto nella scala dei valori metaforici, questo integrale viene piegato a esprimere il modo di far SCUOLA, il modo di gestire quell'evidenziazione continua in cui consiste l'insegnamento; o identificare la variabilità espressiva e gestionale proposta dalla SCALA musicale, che consiste, in modo assolutamente coerente con la sua composizione, nella gestione variativa L di quell'altra evidenziazione continua SC, che è il regno dei suoni. Si tratta insomma di un concetto fondamentale, il controllo variativo L di un linguaggio SC non necessariamente verbale, che a sua volta potrebbe definirsi abilità linguistica. Si noti, a riprova SCAL*Tro, un integrale che prende le mosse dal valore comune SC-L per ribadire come la ripetuta attivazione della gestione del linguaggio, o skill, renda scaltri. Si veda anche in LS, come LES*TO, LISTIG ted., esprimano lo stesso concetto di scaltrezza mediante un altro integrale, più semplice, ma di significato similare.
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Se poi volessimo conferire una nuova specificazione a questa funzione integrata SC*L, esprimendo e significando l'artefice di una reale strumentazione SC*UL, occorrerà munire questo stemma della spina operaia TR, non prima di aver interposto l'idea di capacità P: ne otterremo SC*UL*P*TOR, come chi attiva la ripetizione TR della capacità P di gestire in modo emotivamente variabile UL un'evidenziazione stabilita SC. Questa definizione, nonostante queste sue specificazioni intrinseche, è ancora tanto generica da poter essere usata ancora in senso tutto mentale, a sua volta immaginifico e allusivo. Si dirà per questo che SCULPTOR è una parola arbitraria, o non che la sua apparente arbitrarietà è frutto dell'ignoranza della magnifica ridondanza semantica possibile ai rapporti di suoni significanti che la formano? Parola simile è SCAL*PELlo, che è lo strumento dello sculptor: qui infatti la spina d'agente in TR è sostituita dalla capacità di modificare PL, in modo da definire un verbo e non un agente umano: capacità di modificare PEL >> la gestione di un evidenza consolidata SCAL = scalpellare. Proseguiamo con esempi, che hanno il duplice scopo di impratichire e di convincere il lettore. Se volessimo porci il compito di esprimere l'effetto di evidenziare con opportuni segnali FS il nostro pensiero MN, potremmo utilizzare, come fa il latino, la funzione MAN, spinandola con la funzione F-S: e otterremmo MANI*FES*T-ARE, in cui la I è aggiunta, per facilitare l'articolabilità e la T è funzionale per mettere in moto il procedimento di MAN*FES, un procedimento che è infatti l'incontro di un movimento segnaletico espressivo con un precedente e interiore momento ideativocognitivo. L'invocazione che si fa a chi tace, di manifestare il proprio animo, è il frutto della possibilità di esprimere un simile concetto fondamentale mediante l'organizzazione ordinata di questi due momenti, cifrata nella parola MANIFESTARE. Così pure chi volesse utilizzare un'idea per la quale un proprio contenuto ideativo potesse soltanto venir attivato visivamente TS (e non espresso per segnali FS), potrebbe dare a quest'operazione il nome MANTISSA, etr.: ne ricaverebbe un significato MAN evidenziato TIS mediante cifre scritte! Come vedremo M-N radicale è stato ampiamente utilizzato per esprimere l'idea di intenzione intelligente e razionale in parole denominanti meccanismi e funzioni operanti a feed-back: così MANUBRIO, MANICA, MENISCO, ecc. MAN*CIPium conserva al contrario il suo ruolo di soggetto pensante MN. Infatti: CP continuamente capace > MN di essere soggetto pensante, e cioè di avere mancipium! Diversamente MN posto in posizione spinante implementa il concetto totale di un'intenzione umana: per esempio FER*MENto presuppone un'intenzione umana MEN che si risolve in segnali ripetuti, in modo da fare da enzima innovatore in ambito sociale (e infine a nominare un semplice enzima). Poniamoci ora dal punto di vista di un Bardo che avesse voluto dare un nome all'idea mettere in mostra una capacità gestionale o organizzativa, per conferire dignità linguistica a questo caratteristico attributo delle persone capaci e abili in qualche attività. Egli avrebbe potuto forse provare a utilizzare OST spinato da ENT in modo da esprimere l'idea attivare l'intenzione ENT >> di mettere in evidenza qualcosa di reale OST; ma questa idea risulterebbe incompleta rispetto all'esigenza di dare nome all'idea di mettere in evidenza una capacità specifica. Dunque il Bardo, ispirato, non si accontentò di questo primo rapporto di integrazione, più adatto a definire un mettere in mostra oggetti OS a scopo di farsi invidiare: OSTENTARE. Raggiunse il suo scopo semplicemente ponendo a radicale PL la capacità di gestire e integrandolo con la spina S, per modo che mettere in mostra S la capacità di gestire PL avesse il nome più adatto, che è dunque PALESARE. Si noti che ancor oggi PALESARE trattiene giustamente il senso specifico di mettere in mostra una capacità, o una qualità, mantenendo cocciutamente le ragioni della sua creazione. L'uso figurato di PAL*EStra, come del luogo mentale o ideale in cui si mettono in evidenza delle capacità specifiche, è dimostrazione della realtà del nostro assunto, riguardo al valore del rapporto PAL*S. È altresì ovvio che quest'uso che a noi appare figurato e metaforico è in realtà primitivo e fondante ogni successiva proiezione oggettuale. SEMPLIFICARE in gergo matematico esprime come viene modificata l'espressione di enti com351 131

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plessi: ma capacità di modificare--PL >> l'evidenziazione di sé, cioè l'espressione -SM è, appunto, SEM*PL--ificare! CONSILIUM è l'esame analitico SL del proprio pensiero CN (cfr. il file S-L). Esaminiamo lo schema CR*S. Si tratta della funzione CR, continua ripetizione, spinata da S in modo da significare evidenziazione di una continua ripetizione. Essa ci restituisce nomi confacenti a questo valore, come CRAS, lat., CROSS, ingl., o CRES*Ta, o CRASIS, gr., o CRISIS, gr., in cui sono presenti un elemento visivo S, che fa da supporto a una continua ripetizione CR, di giorni in CRAS, di movimenti in CROSS, di elementi in CRESta, di neo-produzioni in CRASIS, di lamenti in CRISIS. Orbene se spiniamo CR*S con P aggiungeremo alle precedenti integrazioni quella della capacità o efficacia, e potremo generare un verbo o un sostantivo efficiente: così CRESPARE e CRISPINO (il santo calzolaio) hanno la capacità P di porre in evidenza un continuo ripetersi (di rughe in CRESPARE, e di nodi in CRISPINO). Se infine noi volessimo proporre un'idea ancora più complessa, in cui l'effetto ottico CR*S venisse reso attivamente variabile TL, potremmo utilizzare questa nuova idea CR*S*TL per nominare enti che attivano un'alternanza nell'evidenziare una continua ripetizione. CRIS*TAL-lo è il risultato di tali operazioni: esso infatti produce un effetto ottico in cui variano le evidenze di quelle continue ripetizioni, che sono i raggi emessi. Da questi esempi, come da tutti quelli della parte speciale, il lettore stesso può estrarre le leggi della significazione, che io ho verificato in 18 lingue, ma soprattutto tener saldo il concetto di integrazione di funzione, che nomina in modo adeguato il lavoro concreto di assemblaggio dei suoni e che produce concretamente quell'ordine delle posizioni, per il quale può esser stabilito il principio posizionale.

Esempio di rapporto interfunzionale con radicale MR e spina variabile
Ora occupiamoci di mostrare come una funzione radicale, se spinata da funzioni diverse, restituisca nei suoi prodotti storici, come prevediamo, un significato complessivo sostanzialmente in linea con i valori UR-S ricavati dal principio di interferenza tra funzioni. Se ciò verrà dimostrato con esempi ne seguirà la dimostrazione del valore UR-S di tutte le funzioni esaminate e del meccanismo stesso di formazione delle parole complesse. A tale scopo prendiamo come radicale la funzione M-R, che esprime la propria sostanza riproponentesi, in opposizione a R-M, il ripetersi del proprio essere: la differenza tra le due inverse funzioni sta nel fatto che la prima ha per soggetto una sostanza, la seconda un'azione, il ripetersi, da cui segue, per esempio, che M-R produce MARE, anch'esso una sostanza, (riproponentesi, per infinitudine, e per ritmo); R-M produce RIMA, che è una condizione dovuta a una ripetizione. MAR- radicale, se venisse per esempio spinato da TEL, ci dovrebbe restituire un costrutto semantico del tipo attivazione di una gestione alternativa > di una sostanza, o materia, che si ripropone. La funzione spinante sarà qui responsabile delle modalità attivanti, quella radicale esprimerà la sostanza implicata nel fenomeno di ripetizione: così MAR*TEL-lo denomina un'attivazione alternativa di una corporeità che si ripete e che nella reificazione significa il ripetersi dei colpi del martello. Adesso esaminiamo MAR nel suo essere spinato dalla funzione SUP: il rapporto d'interferenza semantica complessivo MAR*SUP ci darà circa un valore di evidenziazione efficace emotivamente SUP- di -- una sostanza che si ripropone MAR. Questo valore è dunque costituito dalle suddette due nozioni-azioni tra loro integrate e in rapporto operativo: ebbene, quale ente merita di essere nominato dall'insieme organizzato di questi suoni, se non la bisaccia (B-S*C > continuo impulso all'evidenziazione) e cioè il MARSUPIO, che ha la CAPacità (cfr. CAP, turc., tasca), di portare all'evidenziazione una sostanza ripetitiva, cioè il denaro o il cibo, o anche i cuccioli, estraendola dalla sua profondità interna? Si comprende da questi, come da molti altri esempi, che M-R
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può sostituire una pluralità di identica sostanza. E da questo disvelamento prendiamo le mosse per esaminare il rapporto funzionale tra MAR e GAR, dove la funzione spinante, esprimendo la ripetizione della generazione, impone al prodotto delle due funzioni di significare un'idea complessiva simile a questa: la ripetizione della generazione di una sostanza ripetitiva, o di una pluralità di enti identici. Quale ente si merita una simile qualifica meglio dell'ostrica perlifera, MARGARITA, che genera ripetutamente enti identici? Ma, e questa è una prova a fortiori della natura funzionale di questi schemi UR-S, anche il fiore dai petali che si ripetono a corolla (COROLLA, COROLLARIO > gestione, organizzazione di un continuo che si ripete), la MARGARITA, adempie alla funzione generativa che corrisponde al suo nome, come a quello dell'ostrica (OS*T*R*C > continuo sforzo nel riprodurre l'attivazione di un oggettuale, o concreta evidenziazione; che ha lo stesso schema funzionale di OSTRAKON, il coccio su cui scrivere il proprio voto! E non certamente perché si usassero ostriche come schede elettorali, ma perché l'ostrica mette in evidenza una perla e la votazione un eletto!): come in numerosi altri casi ci troviamo di fronte a nomi uguali per due enti diversi, che però svolgono ambedue la stessa funzione descritta dal loro nome. Anche qui, pur nella reificazione spinta, prevale dunque la denominazione funzionale originaria UR-S, così congrua a quanto si vuol dire, e spiazza ogni possibile metafora, io credo, proprio per la grande precisione unicizzante consentita dall'incrocio di due funzioni. Quando il Bardo trovava queste attribuzioni alle sue combinazioni si sentiva certamente un impositore di nomi non facilmente scalfibile dalla mano del tempo! Altrettanto dicasi per le lingue asiatiche: esaminando il cinese ci accorgeremmo che la maggior parte delle parole non è costituita altro che da elementarissimi schemi funzionali UR-S piegati prima a un uso estremamente convenzionalizzato (polisemia spinta), poi spinati dalle più varie funzioni, e che lo stile isolante degli assemblaggi ne disvela con chiarezza l'origine UR-S, dà inoltre ragione della immodificabilità di tali linguaggi nel tempo(GON*G, cin., fabbrica). L'impiego isolante precederebbe dunque tutti gli altri per la sua semplicità e le lingue asiatiche apparirebbero un retaggio fossilizzato della primitiva espansione del l'Homo loquens, preservato dal la successiva espansione lingui stica dell'Homo sapiens sapiens: questi non ci avrebbe donato altro che una grammatica generativa più complessa, coniugazione e declinazione. Concludiamo questi esempi di rapporti tra MAR radicale e tre altre funzioni, avendo mostrato che i significati storici emersi da questi rapporti sono conseguenti e idonei alle funzioni utilizzate: TEL dipinge con adeguatezza le attivazioni alternate caratteristiche delle MAR*TEL-late; SUP delinea la capacità di mettere in mostra tipica del MAR*SUP-io; GAR esprime il ripetersi della generazione tipica dell'ostrica perlifera e della margherita; come si vede, qui di arbitrario non v'è un bel nulla. Qualche altra nota su M-R: la sostanza propria ripetuta può nominare un'infinitudine, proprio perché questa R logica non ha limiti. Dunque può nominare la sostanza infinita che non ha limiti perché si ripropone sempre simile a se stessa, il MARE, o anche, e qui si ha la dimostrazione del valore funzionale UR-S, il deserto MARU, sscr. Quest'ultima reificazione consente di immetterci nel senso antropologico di MORTE, che è evidentemente la sostanza personale che si riproduce all'infinito, quella continua rinascita alla base della maggior parte delle religioni: non si vede perché questa idea di ripetuta rinascita, onnipresente nella psiche umana, non debba esser stata utilizzata per dare un nome positivo e carico di speranza all'enigma della MOR*TE, l'attivazione della propria rinascita. Del resto un'infinitudine di parole, a cominciare da TOM*B-a, la vitalizzazione attivatrice del sé, ci attesta la certezza nella resurrezione e nella rinascita che ci muove incontro dal mondo dei morti. Ma mostriamo altre metafore di M-R: MORE, ingl., descrive l'atto del ripetersi, e dunque il più. Così pure i MURI, che si ripetono in lunghezza, mentre MORES, da cui MORALE, non appaiono altro che le proprie ripetizioni, cioè i propri comportamenti abitudinari. Le MORE dei cespugli sono una in più, mentre le si raccolgono, così come i MORI sono i tanti soggetti nominati e dominati dai pochi ARII, che, essendo biondi, avevano la comodità di nominare con un solo nome la moltitudine degli schiavi e le loro carat351 133

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teristiche somatiche oscure. La quale ultima affermazione può sembrare assurda per chi prescinde dalle reali condizioni storico-sociali in cui vivevano i popoli antichi. Del resto anche i MURES sono i tanti topi per un solo gatto! Esaminiamo una curiosità in tema di prodotto di funzioni identiche: MOR*MOR-io è onomatopea? Forse nella duplicazione dell'idea portata da MOR c'è anche un tentativo di onomatopea, che nasce ovviamente dal ripetersi del suono delle onde del ruscello, ma la sostanza è funzionale. Lo prova MAR*MOR, in cui la ripetitività indefinita della sostanza è spinata dalla ripetitività indefinita della collocazione: la parete che si ripete in superficie e in altezza è il MOR oggettuale, e il tipo di sostanza identico a se stesso è il MAR radicale : cosi la parete MOR sostiene la pietra MAR, a definire una doppia e integrata ripetitività, che definiscono il concetto complesso di MAR*MOR. Che M-R venisse utilizzato per nominare una lunga parete, cioè una ente corporeo ripetitivo ce lo dimostra ad abundantiam MURO. Dunque così pure MOR*MOR esprime la ripetitività delle onde del ruscello * la ripetitività del suono prodotto da questo flusso, e l'onomatopea non è altro che un valore aggiunto intrinseco all'uso preferenziale dei materiali fonetici usati. MARUS e MARITUS sono descritti nella loro funzione ripetitiva specifica, del coito, così come MARRA lo è nella sua funzione di rivolgere la terra: semplici strumenti della voluptas femminile. M-R*C-a riesce a coniugare la continuità nel tempo con la ripetitività di una serie di infiniti atti singoli, dunque l'idea funzionale precipua della produzione industriale, perché impone l'impegno infinito di portare avanti una sostanza personale ripetitiva. Ciò si presta a nominare l'atto generico (A) di MARCARE, mentre MERCARE, e MERCE, sono il traslato commerciale di quest'idea, resa energetica dalla E, da cui il dio del commercio MERCURIO. Un uso possibile traslato sta in MAR*C-ire, che mette in risalto la negatività intrinseca nel continuare a ripetersi, senza novità. MARC-iare è invece un uso totalmente fisico, idoneo però al valore di sforzo continuativo implicito in C. Osserviamo il costrutto MAR*S, già esaminato in marsupio, e notiamo come esso si possa piegare a nominare il porto, in arabo, come luogo - Marsiglia, Marsala, Marsa… da cui sia possibile evidenziare una sostanza ripetibile: viene espresso in questo modo il fenomeno dell'osservazione dell'entrata e dell'uscita dal porto stesso delle imbarcazioni, in sostanza un fenomeno ottico (S) ripetitivo! Un concetto che fa il paio con GARAGE, o GARe, fr., o HAN*GAR, che ripetutamente generano treni o auto. Così pure nominando MARSIA, e MARSINA, con questi stessi suoni, i Bardi furono motivati dal fenomeno ottico costituito dal ripetitivo uscire dalla propria pelle in Marsia, o dal proprio abito (nella successiva traslazione) in riferimento alla marsina: dunque ci si aspetta in ogni caso che un ente nominato con MAR*S estragga a ripetizione qualche oggetto dall'interno di sé. Cfr. eMERG-o, e-MER*S-ione, che descrivono l'attivazione E del fenomeno suddetto, di osservazione di una corporeità che si ripropone. Qui ricadiamo nello schema M-R*G, più idoneo a esser utilizzato per nominare enti biologicamente implicati in una riproduzione: così MARGO, il prato; MURGe, le distese dei prati lucano-apuli; MARGINE, anch'esso descrivente prati fioriti. Un uso appena traslato si ha con MORG-en, ted., la generazione della propria ripetizione del giorno sia come mattino o alba, sia come susseguirsi delle albe. L'idea di generazione del giorno è certo un grandioso esito della mentalità magico-mitico-animistica dell'antichità. MAR*T, di cui abbiamo già parlato con MARTELLO, ci consente di mostrare MAR*T*IN*EL-la, la campana di cui S. Martino è campanaro, e una metafora più fine e spinta. Ordunque, il santo gestisce alternativamente una determinazione individuale -IN*L-, o un proposito mentale (che è quello variabile che motiva la necessità di suonare le campane nelle varie circostanze o occasioni): questo proposito, a sua volta, concretamente attiva la propria ripetizione - del movimento e del richiamo sonoro attuato dalle campane. Il santo MAR*T*IN-o ha un ben preciso motivo (IN) per attivare quel richiamo, al contrario il guerresco MARTE fa frastuono e mena ripetuti colpi, sembra, senza veri motivi, stante l'assenza di una motivazione in N nel suo nome. Ecco donde nascono le differenze di IN*DOL-e (regolare D variabilità L dei propositi individuali IN).
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Così pure il MARTINET-to si attiva secondo un proposito motivazionale (T*IN) nel mettere in moto la propria ripetizione MAR*T, che è quella del suo uso strumentale. Come stiamo dimostrando, ogni nome UR-S è giustamente predittivo di una specifica funzione dell'ente nominato, e questa è il suo vero scopo: nome come finalità. Anche queste derivazioni attestano il valore UR-S di MAR, ma soprattutto ci fanno riflettere sull'immensa possibilità della mente umana di produrre traslati e metafore mediante meccanismi sostitutivi e giochi di parole. Questa presa di coscienza dell'enorme variabilità dei giochi metaforici, che è in pratica responsabile della statuizione dell'errato principio di arbitrarietà da parte di De Saussure, oltre a prepararci al duro lavoro dell'analisi ermeneutica del lessico, che conduce di sua natura a risvolti quasi incredibili, d'altra parte e in qualche modo ci conforta, perché viene incontro e favorisce il nostro assunto dell'assenza di una vera arbitrarietà, anche laddove la convenzionalità appare ben fondata. Si tratta in ogni caso di una convenzionalità limitata nell'ambito dei traslati e delle metafore emergenti, nelle forme più varie e inconsuete, dal valore originario dei gesti etologicoarticolatori primitivi.

Altri esempi di Integrazione di funzioni: AD*, AL*, AS*
Mostriamo un esempio di complicazione semantica dal significato teorico UR-S di un bifonema inverso e sia questo AD, generica obbligatività, che trova in ADA (bantu, costume, consuetudine), un riscontro appena traslato, che ci può spiegare il valore di AD, sscr., e di EDO, lat., come obbligatività primaria di provvedere a sé mangiando. L'attivare la gestione L delle consuetudini AD (siano esse il mangiare o i costumi) è un'idea tribale molto importante, che trova facilmente in AD*UL*T-o un buono stemma: adulto è chi possiede ed è in grado di gestire i costumi tribali. ADOLESCO > adolescente è chi invece continua a evidenziare la gestione di questi tabù obbligativi, perché se ne sta appropriando. In polemica con gli etimologi, che sostengono l'origine di adulto da AD-OLEO, devo far presente - ed è un fatto generale e sostanziale - che l'analisi UR-S va molto più indietro nello scavare i significati originari rispetto a quanto sia consentito a chi sta all'interno di una sola lingua. In questo caso infatti ALO, nutro; OLO, cresco, altro non sono che metafore lontane del valore strumentante originario di AL gestionalità. Così ALA, sscr., per strumento gestionale (> ALESARE); ALT, (ted., attempato), sta per sottoposto a una gestionalità - nutritiva-. Gli etimologi dando sia ad AD che a OL il senso di mangiare, quindi crescere, dovrebbero spiegare perché mai si utilizzino due parole per lo stesso senso, quando poi il senso storico di adulto e adolescente è tutt'altro che nutrito. Adulto tuttora significa chi è in grado di gestire le regole del vivere sociale, cioè semplicemente AD*UL*T. ED*L-er, (ted., nobile, benvissuto), conferma in pieno il senso suddetto e impone un valore metaforico ad ADLER, l'aquila, il più nobile dei pennuti. Anche ID-OL-atrare, e ID*OL-o escono da gestire un obbligo individuale, religioso e sono simili ad AD-OR-o. Questa idea ha come sempre in sé il suo contrario che la conferma: ADULTERO, come attivazione dell'alterazione di una consuetudine. Ciò è reso possibile dall'ambivalenza di L. L'esito oggettivato di AD-UL-TER-o è il DOLO (obbligo alterato). Così l'ADULTO, all'inverso del PAID, (gr., fanciullo), - potere obbligante - è responsabile, nel suo stesso nome, del bene o del male. Ciò vale anche per ADAM, (turc., uomo), in quanto propria obbligatività, soggetta al suo inverso DOM-inus (propria regola). ADILI, bantu, vale cortesia in quanto gestione fine L del costume AD, mentre AEDILIS, (lat., magistrato edile), ha una corrispondenza evidente con queste idee, perché come custode del fuoco sacro e di mille altri obblighi, era il responsabile delle ritualità! In polemica con l'etimologia corrente che legge in AEDILIS il responsabile delle abitazioni, vorrei mostrare, anche in questo caso, come l'analisi UR-S vada più lontano e scavi più nel profondo: gli etimologi pongono precisamente al contrario il senso della catena semantica che da AD
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può andare fino a edificio pubblico: AD (ritualità)> AEDES> tempio> traslazione a edificio pubblico. Essi sono costretti, dal significato corrente e dall'ignoranza del meccanismo di integrazione dei suoni, a prendere come primo termine della deriva semantica addirittura l'ultimo, e fanno casa e edile chi fa le case, o si occupa delle case: ma questo non è altro che l'ultimo, e derivato, dei compiti del magistrato edile. Ecco invece mostrata la corrispondenza dei significati storici di AD-L al suo valore archetipicoetologico. Riprendiamo in esame AL, che rappresenta prima l'alternanza, dunque la variabilità, poi il controllo sulla variabilità e dunque il controllo gestionale, e mostriamo la plasticità del suo alone semantico. Si tratta di passaggi semantici logici, ma altamente complessi, che spiegano sia il valore di ALA (sscr., strumento gestionale), sia di ALA, (lat., strumento di variazione nel volo), sia di ALO (lat., nutro), cioè ho in gestione). Ma altre parole sono più euristiche: AL*T-ero significa attivo una variazione. AL*T-o ha dunque il senso di alterato rispetto alla norma, o fuori-regola; ALTERO è anch'esso fuori-norma e dunque superbo. AL*T-are è il sito in cui si attiva una variazione o meglio una trasformazione di significato. ALIUS rappresenta il non-identico, in quanto variato, mentre ALIENO è nonidentico per proposito N. ALIQUIS è un QUIS nella variabilità di AL, e è perciò un soggetto non-definibile e quindi indefinito. E di questa indefinitezza è riprova ALEA, in quanto concetto di indefinitezza, a cui si collega il rischio di sbagliare nello scegliere nell'indefinito. Scopriamo come quest'ALEA si carichi di significati congrui se spinata adeguatamente: l'impulso vitale del giorno B dà una spinta attivatrice all'alternanza giorno-notte in AL*Ba. La spina S fornisce ad ALS, (ted., come se), quell'evidenziazione S dell'alternanza e della variabilità AL, che rappresenta il suo significato nascosto, e che è lo stesso della funzione posseduta da ELSa: il nascondere o il mostrare, qui la spada; in ALS, (ted., la somiglianza). L'indefinitezza mostrata, cioè l'integrale ALS, consente anche di nominare la variabilità di movimento della testa sul collo con HALS (ted., collo). Appunto un'ELSA per la testa, che consente la variabilità dei movimenti. AL*P ci mostra, tra l'altro, la capacità P di gestire le mandrie caratteristica dei pascoli montani. Perciò denominate ALPI. AL*Vo a sua volta è il procedimento V di gestionalità AL caratteristico della gravidanza. ALVEO è un procedimento mediante il quale si gestisce una pluralità di questioni, o anche di corsi d'acqua, a seconda che il valore ALV resti nel chiuso della mente o venga proiettato verso una funzione fisica adeguata alla sua particolarità, che esprime un attento sviluppo verso l'organizzazione ordinata degli enti, come è quello di chi gestisce un bacino idrico, o degli infanti. UL*N è un integrale che esprime come un pensiero intelligente sia in grado di gestire alternativamente oggetti o persone. Infatti ULNA si nomina l'osso del braccio che si incrocia in un movimento alternante AL e intelligente N col radio. ALONE presuppone un'intelligenza ON che induce una gestionalità AL su altri: infatti l'alone è ciò che va emanando il capo o l'essere superiore. Questa conclusione impensabile viene corroborata impeccabilmente da AL*LEN-are, il cui significato è pressoché sovrapponibile a -L*N, e che appunto,mantiene il suo significato fondamentale: variare L una determinazione mentale N > che abbia in gestione AL --(gli oggetti di allenamento). E infatti allenare presuppone un impegno mentale variabile LN che si applica e controlla AL menti o membra. Ancor più stupenda la creazione di metafore direttamente dall'intensità semantica di --L, la variabilità, la strumentabilità dovuta alla variazione: IL, individuale alternanza, consente la metafora alternatività di percorso con la parola ILO; EL, che ci dà ELIOS, il simbolo del turbine e del vento, in quanto energia alternante; OL, che può produrre OLIO, così nominato per la strumentabilità e modificabilità che adduce alle membra col massaggio; ALA, (sscr., strumento), strumento di variabilità in latino. Queste parole monosillabiche sono rari esempi di proiezione semantica da un unico UR-S.
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Gli esiti della spinazione con C sono anch'essi molto interessanti: IL*ICE, … IL*EO, tutte parole che portano l'alternatività di percorso nel regno vegetale, o nell'anatomia. EL, l'energia variabile, forma EL*ICA, una continuità di energia variabile; AL*ICE, la continua variabilità del movimento del piccolo pesce; infine UL*C-ERA psichica che con la sua continua alternanza emotiva U è la causa psicosomatica della lesione gastrica, da questa nominata. Così anche una parola più complessa come EL*EK*TRON ci mostra il laboratorio linguistico che la ha prodotta: EL*EK energia continuativamente alternante *TR ripetizione attivatrice ci mostra sia il supporto energetico che l'energia alternante supportata; EL*AS*TIC-O è a sua volta costituito da CT spinante, che insiste nell'attivare una evidenziazione AS variabile e modificabile EL: infatti l'elasticità consiste in una risposta alle forze attivatrici, compresa nella modificabilità della sua superficie. EL*IS-SI descrive un'evidenziazione lineare (dunque un'immagine e una linea) caratterizzata dalla variabilità (della curva). Esaminiamo brevemente il bifonema inverso in -S, cioè l'evidenziabilità, in rapporto ai suoi possibili suoni spinanti, e facciamo così una sperimentazione teorico-pratica del suo uso in I.E. AS*B è applicabile a sostanze dotate di un'attivazione vitalistica della propria evidenziabilità, principalmente di una caratteristica inspiegabile agli occhi del paleolitico, la luminosità, che sembra nascere dal loro interno, e tale è l'AS*B*ES*T-o. AS*C ovvero lo sforzo nell'evidenziare è presente con AUS*C*ultare, o meglio ASColtare, che per la presenza della UL*T superspinante si differenzia da ASK, ingl., che rappresenta la traslazione al chiedere chiarimenti: la gestione UL*T di questa richiesta di chiarimenti AS*C semantizza infatti un più complesso ascolto concettuale. ES*C, con la vocale E dell'energia, dovrebbe avere una maggior attitudine a proporre questa continua evidenziabilità: ESCA altro non è che l'essere sempre in esposizione in modo attivo. Così pure ESCARA, cicatrice dell'infiammazione, o la stessa parola in greco che vale focolare. AS*D > AS*SID-uo nasce con lo stesso meccanismo, frequentissimo, di AS*SEV-ero, e cioè con un bifonema astratto iniziale, ma evidentemente posto successivamente a scopo confermativo, rispetto a una funzione centrale di simile natura UR-S. Se ne ricaverà in codesto modo una conferma della funzione centrale. Così l'evidenziazione obbligata di SID, che è pur sempre estemporanea (SIDere, ecc.), viene rinforzata dal bifonema iniziale AS, potendo confermare SID e conferendo al concetto di assiduità l'astrazione necessaria per definirlo con la necessaria precisione, come un'evidenziazione e dunque una presenza col carattere dell'obbligatorietà. In conformità, se SEVERO può esprimere quel riprodurre un'evidenziazione in sviluppo che ci dà l'idea di pignoleria scientifica, sarà solo per merito di AS iniziale che tale pignoleria estemporanea potrà porsi sul piano astratto dell'AS*SEVERAzione, e cioè della programmatica certificazione. Con questa spiegazione abbiamo mostrato l'uso generalizzato e frequentissimo del bifonema astratto iniziale. Attenzione però all'uso di questi bifonemi dovuto a scopi di più facile pronunciabilità. AS*F, la segnalazione di evidenziabilità, in cosa differisce da F-S, il segnale evidenziatore, attivo ma estemporaneo, come per esempio FASE? Naturalmente in questo, che AS*F si applica ai casi concreti dotati di una visibilità particolare come ASFodelo, per i suoi colori, o ASFalto, per la luminosità dei suoi fuochi. AS*M, la propria evidenziabilità, ci dà ASMA, ASTHMA (in greco, traslato al modo particolare di respirare insito in questa condizione morbosa). US*M ci dà il gergale olfattivo USMARE, esprimendo così la facoltà personale di mettere in evidenza con l'olfatto. IS*M viene usato come desinenza di molte parole, e conferisce l'idea aggiuntiva di visione personale, quindi di ideologia (cfr. comunismo, consumismo), ecc. AS*P, la capacità di evidenziare, produce ASPICIO, guardo, e ASPETTO, che sono tutt'uno col significato UR-S di ESPERo, la stella del mattino. Qui è necessario un potere specifico o meglio una facoltà come quella della visione, perché sia verificato il valore ASP. Ecco dunque perché l'ASPO che necessita di questa visione per ordinare la MATASSA (evidenziazione S della propria M attivazione T, da parte del filo), può godere del suo proprio nome. AS*T, l'attivazione dell'evidenziabilità, si declina in (H)ASTA, ASTRO, ecc. in cui è necessario che
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l'ente designato si attivi nel proporre la sua messa in mostra, come per esempio è necessario che avvenga per gli oggetti messi all'ASTA, o per le lance mostrate nella parata e rese dunque ASTE. Se l'etimo in HAS*T prevalesse, si ricadrebbe nel file CAS*T (cfr.), che supporta un'idea simile, e forse più adeguata al lessico.

Esempio di integrale funzione *spina variabile: il rapporto tra il radicale CL e i suoni spinanti
Occorre che il lettore comprenda perfettamente, e questi pochi esempi ne sono dimostrazione, che l'interferenza tra i simboli fonemici possiede un'immensa capacità di generare nuove idee, proprio perché i suoni all'interno degli stemmi sono razionalmente posizionati, in modo che la specificità semantico-ordinativa di ognuno di essi organizzi le idee portate dagli altri suoni afferenti, nei modi più vari e adeguati a produrre stupende idee funzionali, poi reificazioni sempre più dilatate e metaforizzate. Vediamo, per esempio, come l'importante idea di continuità gestionale o di continua alternanza CL, resa meccanica e immediata dalla mancata vocalizzazione, possa essere utilizzata e metaforizzata secondo ogni tipo di meccanismo sostitutivo mentale, infine reificata in enti totalmente dissimili, solo mediante l'uso di spine diverse che per la loro azione specifica consentono grandi variazioni di senso ai singoli scheletri funzionali consonantici: in essi, a causa dell'immediatezza del radicale CL non vocalizzato, risulta riconoscibilissima l'attività specifica del valore della spina, come possiamo constatare: CL-B> impulso benefico di continua gestione> CLUB, ingl., inteso come un unitario impulso benefico che gestisce i suoi membri. CL-D> regolarità o obbligo di continua gestione > CLAUDO, il regolare aprirsi-chiudersi delle porte. Qui l'obbligatorietà della regolazione dell'apertura-chiusura delle porte, immaginiamo quelle della città, permette questa traslazione, e la stabilizzazione del suo uso. CL-V> procedimento di continua gestione > CLAVEO, CLAVIS il procedimento, o l'inserimento V della continua alternanza della serratura. Perfetta enunciazione dell'uso della chiave: un inserimento V cui segue un movimento in +/-. CLIVUS nasce invece dal procedere continuamente variabile, insito nel suo profilo, ed è secondario a CLIVARE, un'azione strumentale che modifica i profili. CL-N > determinazione concreta di continua gestione > CLONARE, un unico proposito N che mediante uno stampo gestionale CL si ripropone in enti reali e uguali. Va inteso che il proposito mentale quantificatore determinandosi nella sua applicazione di continua gestione sugli oggetti può per questo motivo omologarli. Così pure opera il CLAN sui suoi membri, omologandoli mentalmente mediante un proposito mentale (del capo-clan) che li pone a regime CL. Ne può seguire il reificato CLEAN, ingl., che ormai omologa soltanto nel senso concreto di ripulire. La clonazione è diventata semplice ripulitura, ma sempre nel segno di un pensiero predeterminatore, che si applica mediante una modificazione a tempo indeterminato. Postilliamo come CLUB e CLAN, gestori entrambi di membri, differiscano nella modalità con cui li trattano: se la B propone un trattamento piacevole e ricreativo per i membri del CLUB, la N impone una ben altra partecipazione di intelletto e di intenzioni a quelli del CLAN: CLINICA - proposito gestionale! CL-R > riproporre una continua gestione, alterazione > CLORO (acido), l'effetto ripetitivo nel tempo che continua ad alterare i materiali soggetti. La sostanza che continua ad alterare e a modificare gli oggetti, può, per ciò impossessarsi dello schema CL-R, e nominarsi CLORO. Ma anche, seguendo il puro e primitivo valore funzionale-ideativo, la facoltà mentale di ripetere una continua gestione sugli oggetti ne chiarisce la posizione, o la natura, e fà perciò CLARUM. Infatti si dice che chiarire presuppone l'aver in mente una situazione nella sua complessità, e poterla ordinare, proprio come può compiere questo risultato la riproposizione di un regime
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gestionale. La nostra difficoltà a comprendere questa semplice traslazione nasce dal fatto che, come spesso avviene, CLARUM ha assunto il significato surdeterminato dall'UTILIZZAZIONE della funzione da cui nasce: e cioè il senso di pulizia e di brillantezza originato dall'operazione CL-R. La stessa cosa vediamo accadere per CLASSE. CL-S > l'evidenziazione di una continua gestione dà CLASSE, come insieme visibile di una continua gestione degli elementi (navi, alunni, ecc.) a essa sottoposti. Anche qui la deriva del significato verso la reificazione a insieme, gruppo ci rende in un primo momento difficile riconoscere ciò che i logici ben sanno, che cioè CLASSE è un insieme ordinato. Ebbene, è proprio l'applicazione di un'idea complessa come CL-S a un gruppo di oggetti che può riuscire a trasformare questa accozzaglia in classe, ordinandola secondo un principio di visibilità di una continua gestione. Così gli elementi di una classe scolastica mettono in evidenza la continua gestione che il maestro attua su di loro. Così pure gli elementi di una flotta (CLASSE) mettono in mostra nella loro disposizione la continua gestione che su di loro attua l'ammiraglio. Lo stesso concetto è anche alla base di CLASSIFICARE, che presuppone un elemento di visibilità e un altro successivo di sistemazione in un regime (CL), appunto classificatorio. CL-M > la propria continua gestione, alterazione dà CLIMA, cioè l'intrinseco essere variabile, che caratterizza specificamente il regime climatico. L'uso di M spinante conferisce qui espressione all'intrinseca variabilità della propria natura, concetto infinitamente adeguato a nominare ciò che da questo schema mentale è stato giustamente nominato, il CLIMA atmosferico. Un uso più generale di questa nozione si ha trasformando CL-M da intrinsecità di continua variabilità, che può essere considerata come una curva senza regole, a una parte significativa di questa curva o di questo regime intrinsecamente variativo e cioè al punto specifico di variazione, che è lo stesso, identico concetto di derivata istantanea. Insomma si tratta del punto più alto di variazione che, applicato, all'udito, viene utilizzato forgiando CLAMOR, il punto più alto del rumore variabile di un'assemblea. La riprova di questa inferenza poco evidente ci viene fornita dal punto più basso di variazione, anch'esso derivata istantanea (minima) del rumore, anch'esso CLAM, e di significato adeguatamente opposto a CLAMOR: nascosto. Il clamore e lo stare nascosti sono quindi le due facce concorrenti della nozione CL-M, applicatasi all'udibilità: riprova ulteriore sta in CLIMAX che nomina sia il punto superiore che l'inferiore di un regime variativo. Vedremo anche che l'intrinsecità di una continua variazione di regime della curvatura, quale è quella caratteristica della scrittura, consentirà di nominare CALAMO l'agente della stessa! CLAMO ha però ormai perso quasi ogni riferimento all'idea funzionale in cui si è formato e raccoglie soltanto ciò che di udibile deriva da CLAMOR: nomino ad alta voce. Questa perdita del significato UR-S di CLAMO ci mostra molto bene come a forza di metafore vada prevalendo sempre più ciò che può apparire arbitrarietà e convenzionalità. Se questa difficoltà si impone nella stessa lingua latina, così preservata e quasi unica per antichità, purezza, possibilità di essere esaminata con rigore e competenza nelle sue variazioni semantiche di lingua ancora sostanzialmente viva nei suoi esiti romanzi, quanto più diventa difficile e complesso reperire il senso originario in lingue bastarde come l'inglese, o poco conosciute nelle loro finezze semantiche, come le orientali o le extra-europee in genere. CL-P > capacità di alterare continuamente > CLEPTO, rubo, cioè attivare la capacità di modificare il preesistente (anche asportandolo); CLIP, ingl., lo strumento efficace P della continua gestione di un meccanismo aperto-chiuso; CLIPEO, lo scudo difensivo, anch'esso capace di una continua variazione aperto-chiuso. Parliamo di operazioni strumentali in cui prevale il momento della capacità della messa in atto, dunque la funzionalità della spina operativa P. Si tratta di operare rapidamente per modificare qualcosa: da qui l'utilizzazione di CL-P nella traslazione a CLEPTO, in cui il significato storico asporto, rubo, è adeguatissimo a quella capacità di alterare implicita in CLEP, il furto con destrezza.
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Si nota anche qui come il radicale non vocalizzato CL sia in generale in grado di semantizzare azioni e verbi strumentali e momentanei (cfr. P-L), mentre invece C-L > CALMA, CULPA, ecc. producono sostanze sostantive. Un bell'esempio del possibile uso di CLEP, inteso come capacità di continua variazione lo ritroviamo in un nome tanto complesso da definire perfettamente la propria intrinseca meccanica, ripetere R-- l'evidenziazione regolare SID--- della sua capacità di variare CLEP: parliamo di uno strumento ripetitivo, munito di un evidenziatore ottico, regolato in modo da mettere in mostra una continua variazione: tale strumento è la CLEP*SID*Ra, che ci consente di misurare il tempo mediante la continua variazione regolare del suo contenuto che si attua secondo la legge di gravità. Può credere forse il lettore che codesto nome sia casuale? Certo, se, come opina l'etimologo, clepshidra sta per sottrai-acqua, questo esempio è nullo. Vedremo nella parte speciale che CAL è adeguatissimo a nominare quelle continue variazioni che sono il CALARE o il COLMARE tanto da identificarsi in una derivata matematica con i suoi punti di flesso.

Esempi di integrali costruiti su radicali nudi, cioè non vocalizzati
Come detto, il radicale poligestuale non vocalizzato, come CL, o PT, o SV, ecc. esprime un'estrema sintesi semantico-funzionale e viene usato come una vera e propria sigla all'interno della classe delle parole che lo utilizzano. Per intendersi, mentre per esempio PAT, (sscr., essere potente) possiede appieno lo status di parola, o meglio di verbo, e la sua azione viene specificata da una desinenza successivamente apposta, accade che PT, nella sua meno facile producibilità fonetica, richieda una spina gestuale, senza la quale permarrebbe non-significante. Ciò vale per tutti gli altri radicali nudi: la metafora all'oggetto non può scattare senza una specificazione operativa fornita dal gesto spinante: per esempio PT è di per sé inapplicabile; a meno che la spina R ne consenta la metaforizzazione: PT*R > ripetere una capacità attivatrice > PTEROS, ala. L'ala, uno strumento che ripropone la sua capacità di attivarsi, per essere nominato fruisce appunto del radicale nudo PT, e della spina operativa R. Altro esempio: FT, il segnale attivatore, se vocalizzato, può fornirci il verbo FETERE, e cioè un segnale F olfattivo, particolarmente attivo T sui nostri sensi; ma, se nudo, per venire in qualche modo reso metaforizzabile, richiede una spina applicativa, e sia questa S: FT*S > l'evidenza di un segnale attivatore > PHTISIS, il morbo mortale (descritto nella metafora come evidenziatore del segnale olfattivo - della carne in putrefazione). SV, il radicale nudo che esprime un'immagine che procede nello spazio, richiede per esempio una spina ST*C, per comporre SVASTIKA (sscr., propriamente continua attivazione di un'immagine che si evidenzia muovendosi). Tale definizione rende ragione sia del movimento dei raggi della svastica, sia dell'essere un'immagine ruotante, e corrisponde al suo significato di simbolo solare. PS, la capacità di evidenziare, se spinato da C può comporre PSIChe, una continua capacità immaginativa, la facoltà specifica della psiche. Ma, se spinata da M, non può dare che PSAMMoma, (gr., sasso), che ha la sola facoltà di mettere in mostra se stesso, in quanto inerte MAC*SA. ML, il sé alterato, nella sua sintesi, può essere usato, con lo schema ML*C > MLECCA (sscr., lstraniero, diverso): chi continua C ad avere un sé alterato ML, è uno straniero. Un diverso. Così MLANI, (sscr., pensiero alterato), corrisponde al significato storico: MELanconia, depressione. STR, è un radicale nudo composto da tre gesti che può produrre ST*R*UM-a, o STROMa. Qui, come vedremo nel file ST, un'evidenza o una visione attivata ripetutamente STR ha il senso di organizzare, strutturare un campo qualsiasi. Da questa azione specifica di STR viene dunque organizzato un qualsiasi Sé M e trasformato in STROMA, una complessa organizzazione. Così STROFA è un segnale F spinante, che viene ripetutamente R organizzato ST a produrre un insieme segnaletico strutturato.
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Gli UR-Simboli

V - Approfondimenti sulle modalità di produzione degli integrali

SPL presenta un funzionamento anche più interessante, una visione S capace P di modificarsi e di alterarsi L, e può per sua natura nominare fenomeni visivi inspiegabili come lo SPLENDERE: qui l'energia della spina EN*D, cioè un regolare proposito, agisce sul radicale costruendo un significato complesso in cui la regolarità di intenzione EN*D (da parte del Dio) si esprime in un'immagine S capace di variare e di alterarsi: così ci viene chiarito cosa in realtà sia lo SPLENDERE e lo SPLENDORE, col venirci mostrato come un'intenzione N regolare D (da parte di un signore o di un dio) e ricca di energia E, dia corpo a un'immagine o a una visione S capace P di variare e di adattare L la propria energia. Tale definizione, prodotta nell'ambito dello splendore umano, venne poi trasferita facilmente allo splendore della luna e delle stelle, anch'esse capaci di variare la propria immagine luminosa in modo arcano e affascinante, anch'esse sostenute da una indefettibile intenzione divina EN*D, che è la stessa indefettibilmente volta a sostenere le ONDE del mare. Questo esempio trova una conferma nel più semplice SPLENIO, SPLEEN, SPLANCNO, che è in sostanza la medesima parola in tre versioni diverse, e che fa riferimento alle sensazioni addominali. Lo SPLEEN, parola cara ai romantici, è appunto il sentimento doloroso e la sensazione tormentosa, che, ben prima di affliggere Baudelaire, promanava dagli organi addominali e segnatamente dall'ipocondrio sinistro, dove è situata la milza, tuttavia non sempre responsabile del dolore splenico, che attiene invece all'ansa colica. La spiegazione di questa parola è tanto semplice quanto interessante: quando il primitivo aveva il mal di pancia, o meglio le coliche, si accorgeva della grande variazione d'intensità del dolore, ma, ben convinto che qualche spirito maligno ne fosse responsabile, era portato a utilizzare i suoi propri strumenti linguistici per produrre SPLENIO, ecc., spinando SPL con N (dove il proposito maligno dello spirito N creasse una sensazione S capace P di variare e di modificarsi L, come è il dolore colico!). Per il fenomeno della resistenza dei valori fonemici viscerali e della loro riutilizzazione in condizioni moderne o diverse, che amo chiamare il ritorno del rimosso perché fenomeno del tutto inconscio, anche SPLITTARE, e cioè aggiustare le immagini televisive, si avvale degli stessi suoni. L'inconscio dei moderni sceglie preferenzialmente questo assemblaggio di suoni in quanto attivare un evidenziazione capace di variare SPL*T, id. SPALTU, è il modo migliore per definire l'operazione di aggiustamento di immagini. In tema di immagini S mostriamo in che SP e PS differiscano e il rispettivo modo d'uso. PSICHE, (P)SALMO, PSAMMOMA sono enti capaci e efficaci nell'evidenziarsi, la prima per la continuità C della sua espressività, il secondo per la variabilità L della sua musica, il terzo per la sua stessa presenzialità M, in quanto MASSO. Dunque la scelta di PS radicale a opera del Bardo I.E. fu felice e motivata. Ma i derivati di SP e cioè SPECIES, SPECULUM, SPES, non sono enti capaci di evidenziarsi in qualche modo particolare, non sono tanto in bella vista quanto invece hanno quasi il compito di formare lo strumento ottico atto a evidenziare S efficacemente P: SPECIES = il modo di apparire, SPECULUM = la visione, SPES = la prospezione mentale; sono insomma sostanzialmente interni alla mente o suo strumento. Questa attitudine può essere fatta risaltare spinando SP con la modulante L, e ottenendo così la solita e solida capacità di evidenziarsi, ma con la variante del cambiamento e del ritmo: SPELling, ingl., SPILLARE, SPOLA, si attagliano a definire in ordine la sillabazione ritmica, l'emissione di liquido guidata e ritmica, la ritmica presentazione di un filo si lana o di una sentinella… Qualcosa insomma che si presenta o si rivela efficacemente secondo un ritmo e una variazione. Di fronte a questa creazione linguistico-mentale così carica di vivacità, di precisione e di adattabilità si deve di certo restare ammirati, piuttosto che stupirsi dei suoi usi impropri e metaforici. Uno tra questi è SPALLA, che ancor prima di nominare l'omoplata, e ancora in gergo teatrale, è chi alternativamente e ritmicamente L si presenta e si esprime SP, per favorire il dialogo del protagonista. Questo duettante gli sta al fianco e alla spalla, da cui l'estensione del significato in senso anatomico. La SPOLIA possiede anch'essa il destino nel suo proprio nome in quanto passivo oggetto di un'alternanza L di presentazione e di messa in mostra SP, operazione comune e
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Gli UR-Simboli

V - Approfondimenti sulle modalità di produzione degli integrali

pratica che si attua nell'indossare e spogliarsi delle vesti. Ancora, o ineffabile parentela di significati!, SEPELIRE e SEPULCRUM godono di questa alternanza di presenza e di presentazione e ci mostrano anch'essi, per via meno diretta, l'incrollabile certezza degli antichi nella ripresentazione dei defunti. Il SEPPELLIMENTO è così una modificazione L della presenzialità SEP del defunto, il suo nascondimento che prelude, per l'alternanza di L, alla sua riapparizione. Ancor più incisivo è SEPUL*CRum, la cui idea si gioca nel FUL*CR-o di quella spina CR, una ripetizione continua di questa alternanza di presentazione e di rinascondimento: nella rivisitazione al sepolcro continuamente si ripete la ripresentazione dell'immagine del defunto nella mente di chi lo ama e la sua successiva perdita e scomparsa: questa esperienza intima e profonda è inscritta in quei pochi suoni. Del resto anche SPELEO accenna al vedere-non vedere, a quella visibilità alternante che si può avere camminando nelle grotte e nelle SPELONCHE. Così SPORA era certo una ripetuta evidenziazione efficace - o meglio una prospezione mentale di ciò che ne sarebbe seguito - come ci fa capire SPUR, (ted., traccia, mnemonica). Allo stesso modo di SP e di PS, anche SC e CS differiscono: SC privilegia un'immagine visiva certa e duratura o una conoscenza SICura, CS esprime in primo luogo una rigidità difensiva C che si mette in mostra S, come per esempio la rigidità difensiva dello XIFO, lo sterno, una difesa messa in mostra, atteggiamento mentale che è anche dello XEINON, lo straniero, o dei giudizi rigidi e difensivi informanti i motteggi delle XENIE. Anche qui la trasposizione dei suoni radicali ha effetti drammatici sui significati.

Conclusione: le idee come rapporto memorizzato di stati d'animo viscerali
Da questi schemi posti a esempio, come da tutti gli altri, innumerevoli, si ricava la comprensione del valore ordinativo-funzionale, direi categorico, che il suono spinante attua sull'idea radicale: ogni assemblaggio è dunque una necessaria categoria gnoseologica, ogni schema articolatorio un piano d'azione. Questa tecnica di rapporto interfonemico - l'integrazione delle funzioni può indirizzare così con facilità le idee e i concetti elementari (i più intuitivi e attingibili da una mente dominata dall'istintività e povera o priva di soluzioni rappresentative efficienti, come doveva essere quella paleolitica) verso la possibilità di essere espressi; ma ancor più riesce di per se stessa a indurre la mente a escogitare soluzioni di rapporto fonemico per quelle tensioni ideative relativamente più complesse, ancor confuse e incoerenti all'interno della psiche, ma che ricercano e pretendono una definizione operativa utilizzabile in pratica: il nostro cervello moderno si è organizzato totalmente per soddisfare questa esigenza ideativo-concettuale tramite idonei assemblaggi fonetici, idonee memorizzazioni degli aloni semantici di ogni assemblaggio, idonee organizzazioni dei rapporti tra gli assemblaggi. Non è strano che dopo tanto lavoro il nostro computer personale non ami ritornare a considerare le condizioni elementarissime da cui è sorta tutta la significazione. L'orgoglio di specie, che impedisce ancora a molti di accettare la nostra evoluzione biologica dalle scimmie, può applicarsi, con resistenze tanto inconsce quanto radicate, a rifiutare come inverosimile a priori che la stessa mente proprio nei suoi più alti prodotti, concetti e idee, possa avere una spiegazione naturalistica e un'evoluzione comprensibile. L'alto concetto che abbiamo di noi stessi ci impedisce di comprendere e accettare che i meccanismi di simbolizzazione linguistica, correlandoci al resto della natura e della materia, non per questo ostacolano di per sé le nostre credenze metafisiche o religiose, che hanno semmai una prova indiscutibile nell'ordine e nell'esistenza stessa dell'universo.

Indice

Cap. 6

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Parte Seconda

ANALISI ERMENEUTICA
DIMOSTRAZIONE SISTEMATICA DEI RAPPORTI DI INTERFERENZA TRA I SUONI

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PREMESSE PROCEDURALI

Gli scopi
Avendo nell'articolo citato mostrato in modo non sistematico alcuni rapporti di interferenza dei gesti articolatori-etologici, presento in questo e nei successivi paragrafi con più ordine, ma senza nessuna pretesa di completezza e neppure di organicità, i rapporti reciproci dei gesti articolatori in latino-italiano, e cioè gli alberi dei significati delle 169 funzioni biconsonantiche, escludendo i raddoppiamenti. Sono consapevole di aver profuso errori di varia natura nel contesto della trattazione, che attualmente non mi è possibile correggere per impedimenti pratici, e me ne consolo pensando che un lavoro come questo, senza antecedenti, e volto più alla dimostrazione di un principio che a un ideale di accuratezza fine a se stesso, deve di necessità sottostare a una certa imprecisione e a correzioni successive. Gli accenti sono stati eliminati di proposito, perché la loro considerazione non interferisse in qualche modo nell'analisi. Lo scopo di queste analisi è la dimostrazione del principio di interferenza significante tra i fonemi, valido per tutte le lingue cosiddette indo-europee.

Generalità delle analisi e motivazione del segno
Questa analisi ermeneutica rende altresì ragione della grande maggioranza delle direzioni semantiche percorse dall'I.E., all'interno delle singole funzioni. Il metodo ermeneutico che ho applicato consiste in sostanza nel considerare ogni incrocio di due suoni consonantici come una vera e propria idea arcaica o basale, e ogni parola, avente come radicale gli stessi suoni, nient'altro che un concetto dipartentesi direttamente dall'idea in questione. Questo modo di vedere riesce a dare un senso estremamente concreto e controllabile al mondo delle idee, e riesce a cogliere il procedimento di differenziazione tra le idee e i concetti che da esse si dipartono. Ho la presunzione di pensare che le cose stiano effettivamente in questo modo, e opero senza complessi la riduzione delle idee e dei concetti ai significati dei rapporti di suoni che costituiscono queste e quelli. Del resto, nonostante tanti secoli di riflessione, ancor oggi non si è riuscito a comprendere né si conosce chiaramente il senso di queste fondamentali parole idee e concetti, anche se la maggior parte dei filosofi e degli psicologi ipotizza che siano in qualche modo in rapporto con il linguaggio. Il mio lavoro consiste nel dimostrare concretamente che le idee e i concetti sono tutt'uno con il linguaggio, ma che il linguaggio non è ciò che si pensa che sia, cioè una irrazionale convenzione portatrice di idee e concetti, bensì un'assegnazione dei significati possibili da un ben precisato ordito razionale di rapporti di suoni significanti: una serie ben precisa di enormi alberi di significati, le cui foglie, sia le vive che le morte, sono le diramazioni ultime di una trasmis144

Analisi ermeneutica

VI - Premesse procedurali

sione di senso dai tronchi-funzioni, ai rami-directories, ai rametti-direzioni d'uso particolari. Le foglie viventi sono la grande corona verde delle metafore vincenti, che di tempo in tempo e di luogo in luogo si rinnova e si dilata, come va dilatandosi la conoscenza degli uomini. Le direzioni semantiche che sono andato enucleando nell'analisi delle funzioni sono pressoché simili in tutte le lingue I.E. che ho esaminato, e sostanzialmente, anche se in modalità più ruvide e meno sottili, anche nelle extra I.E.: e da queste analisi si può inferire che la selezione ideativa, e l'utilizzo delle varie direzioni semantiche, erano già perfettamente stabilite all'inizio della documentabilità. Si deve, dunque, supporre un lungo periodo, successivo alla connessione delle interferenze gestuali, in cui venne esplorato l'alone semantico specifico di ogni funzione, alla ricerca dei più congrui filoni ideativi; di converso, degli enti reali più adatti a subirne la proiezione ideativolinguistica, cioè un'assegnazione motivata.

Il mentale precede il corporeo
Ripeto ancora che, percorrendo le direzioni semantiche delle funzioni, si svela che la più mentale, e la meno reificata, appare quella più vicina al valore UR-S, e, dunque, è la più originale; al contrario dei valori di vocabolario, che partono per lo più dagli enti reificati e pragmatici, e lasciano negli ultimi capoversi, quasi come metafore, i puri significati mentali e ideativi. In realtà la direzione semantica parte dai secondi, più antichi e giunge ai primi. Questa evidenza si adatta al concetto che gli etnologi hanno messo in luce, della civiltà tribale come mentalistica. Il percorso dell'impulso linguistico procede dall'interno all'esterno: si va dal sentimentro intracorporeo, o senso interno, all'idea funzionale che lo semantizza in due suoni collegati, al concetto-parola mentalistico che usa come radicali quei due suoni consonantici, alla proiezione ideativa di questo concetto verso oggetti adeguati, processo che definiamo reificazione semantica, e infine alla metaforizzazione sbrigliata e quasi senza legge nell'ambito di ogni file d'appartenenza. La ragione pratica di tutto ciò sta nel fatto che molto probabilmente la comunicazione verbale si forma nell'intimità dell'anima, secondo musiche affettive interiori per comunicare innanzitutto agli altri i propri stati d'animo, e così verificarli. Subito dopo l'intento della comunicazione appare quello di dirigere gli stati d'animo altrui, testé formalizzati e conosciuti per verba, mediante aggiustamenti continui del vocabolario funzionale. L'approccio agli oggetti e la denominazione degli enti reali sono soltanto un esito successivo e tardo di questa comunicazione tribale che ha per suo oggetto precipuo gli stati d'animo e la regolazione dei rapporti tra gli uomini. Esempio: la funzione P-T, capacità di attivare, è prima, utilizzata imperativamente a suscitare sentimenti idonei in altri verso qualche scopo pratico, per esempio al fine di spostare oggetti; solo dopo essa si può applicare permanentemente all'oggetto spostato, che ne viene nominato PETRA. Per cui il valore mentale PETERE è certamente molto più antico dell'oggetto PETRA. Così anche il valore LETIZIA e LETE, e cioè L-T, modificazione attivatrice degli stati d'animo, (poi limitata e distinta, in gioia, o cancellazione dalla memoria, che possono esprimere il senso della felicità come ritorno allo stato inconsapevole e amnesico) precedono e anticipano, agendo sugli uomini, il LITHOS, la pietra utensile, che è solo un mero strumento di modificazione. Di simili, e più interessanti considerazioni, sono colme le analisi delle funzioni, in modo da aprire qualche luce archeologica sugli stati d'animo e le motivazioni dei nostri antenati mesolitici e paleolitici.

I principi ermeneutici
Ripetiamo ancora i principi tecnici che andremo utilizzando nel seguito. Il primo principio è il concetto di idea primitiva, o rapporto biconsonantico.
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Analisi ermeneutica

VI - Premesse procedurali

Questa funzione, fatta di un rapporto di suoni, verrà tradotta nel suo senso generico per mezzo di poche parole sintetiche, allo scopo dichiaratamente pratico che ci proponiamo: quello di dimostrare che le parole, aventi i due primi suoni consonantici identici alla funzione in oggetto, sono semanticamente dipendenti dal senso della funzione stessa, e, secondo il principio di Popper, non possono non esserlo. Il secondo principio è quello che abbiamo illustrato in tanti esempi nella prima parte: la parte radicale della parola subisce sistematicamente l'implementazione di senso presentatagli dalla parte spinante, che perciò si può considerare a buon diritto il vero soggetto dell'integrale semantico. Esamineremo le parole secondo questo principio d'integrazione, sovrimponendo al senso della funzione radicale quello delle sue spine, successivamente apposte a essa. Il terzo principio, di cui accennammo nel secondo capitolo, è molto meno meccanico dei primi due. Eppure nell'ermeneusi semantica che ci proponiamo di svolgere esso assume un ruolo estremamente chiarificatore: è il principio di sequenzialità. Esso afferma che l'idea, espressa dalla funzione in oggetto, si va applicando concretamente al campo sociale, secondo la sua propria specificità effettuale, e quest'applicazione si svolge in momenti consecutivi che possono idealmente essere considerati come una sequenza di applicazioni. Orbene, tali momenti presi singolarmente e resi astratti (appunto l'operazione compiuta dai creatori di parole), rappresentano gli impulsi concettuali specifici che originano le metafore alla base del senso delle parole di ogni file, a formare un ventaglio di metafore ordinatamente e sequenzialmente connesse a codesti concetti applicativi dell'idea unitaria in questione. In altre parole i momenti della sequenza delle applicazioni dell'idea sono metaforizzati nei concetti significati. Questo principio così euristicamente unitario, che il lettore dovrebbe tener sempre presente, rappresenta lo sfondo del le mie osservazioni e la giustificazione di molte interpretazioni. Il quarto principio, è quello fondamentale della semantica, e ha una portata generale che va molto al di là dell'uso tecnico che ne faremo, perché correla la comunicazione linguistica umana con gli stati d'animo viscerali dei primati e degli animali e presuppone una cerebralizzazione delle tracce affettive di questi stati d'animo viscerali. Esso afferma che le direzioni semantiche, percorse dai rapporti integrali biconsonantici fino alle parole, sono completamente impregnate, nei modi anche più vari e nascosti, del senso affettivo umano corrispondente, e direttamente esperibile dai valori viscerali dei gesti articolatori in questione.

Valore psicologico della ricerca, e quadro d'in sieme delle funzioni
Un'ultima, doverosa, considerazione: è implicito che altro è la parola storica e circolante nei lessici, altro sono i prototipi universali e direi ideali che la rendono possibile e che ne sono l'antefatto. La mia attenzione si rivolge all'universale precondizione della parola, cioè ai gesti articolatori, e non può, perciò, di necessità non negligere e mettere in secondo piano la parola concreta, anche con l'imprecisione voluta, e talvolta perfino con l'errore apparente. Se l'apparente errore è profondamente euristico e detta la prospettiva di una novella più ampia comprensibilità, il piano di comprensione generale raggiunto in tal modo, apparentemente scorretto, fornisce di per sé la dimostrazione che l'errore non era tale. La mia ricerca va vista, sotto questa luce, come psicologica, interpretando i significati secondo le leggi dell'inconscio dettate da Freud, e se essa può fornire lumi ai fatti di parole, si esime dal risolverli tutti e anche dal cercar di scioglierne l'infinita variabilità in un sistema e in uno schema prefissati, di per sé risibili e presuntuosi. Questa esplicità ammissione della limitazione dei miei prototipi all'universale ideale potrebbe facilitare all'etimologo la lettura delle analisi che seguono.

Digressione sul fenomeno dell'inversione dei suoni radicali.
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Analisi ermeneutica

VI - Premesse procedurali

È ovvio che la dimostrazione del fatto che la funzione inversa riesca a esprimere un'idea molto simile a quella espressa dalla primitiva comprova abbondantemente la nostra tesi sulla loro parentela semantica: questo fenomeno, di cui il vocabolario è colmo, avrebbe ben dovuto far riflettere i nostri linguisti sull'ipotesi di un supponibile valore semantico dei suoni, e non sulla loro arbitrarietà! Si considerino SONum-NOISe, ingl., rumore; SEC*tor---CESoia; BON*um---NOBilis; COV*are---VAK*sen, ted., sviluppare; NARI---RINO; CAF*one---FAC*chino; MAS*chera--SEM*biante; RIS*chio---SOR*te; TONo---NOTa; SACco---CASsa; MOR*fos---FOR*ma; ROCo---CORo e infiniti altri su cui ben si potrebbero rendere utili le certosine ricerche dei nostri esperti, si vedrà che il significato simile è reso possibile soltanto dai suoni radicali simili, sebbene invertiti. Potremo chiamare questa similarità probabilistica Fenomeno dell'inversione dei suoni radicali. Il paziente lettore è invitato a rivisitare questi esempi, con tutti gli altri che gli verranno in mente, quando avrà conseguito una robusta comprensione di tutta questa seconda parte.

Quadro d'insieme delle funzioni da cui emergono gli alberi dei significati.
Presentiamo l'insieme delle idee primitive, con la traduzione in parole, le meno inappropriate possibile, del valore viscerale dei loro gesti articolatori, e due esempi minimi della loro logopoiesi agli oggetti di realtà, allo scopo di dare un'immagine visiva complessiva di questi strumenti fondamentali della conoscenza e dell'espressività. Oso aggiungere a ogni gesto il rispettivo segno astrologico, secondo il concetto espresso nella prima appendice, in modo da fornire al lettore un alone di significatività per i simboli fonetici più congruo e adeguato al dilatato animismo dei popoli paleolitici; alla loro esigenza di collegare con identici simboli il microcosmo linguistico con il macrocosmo celeste. L'IMPULSIVITÀ VITALE (ARIETE) B= impulsività vitale; beneficare, impulsività aggressiva. BC= vitalità continua (BACIO, BUCO) BD= vitalità regolatrice (BADO, BIDELLO) BF= vitalità segnalante (BAFFO, BUFFO) BG= vitalità generativa (BEGA, BAGUE, fr.) BL= vitalità gestente (BALIA, BALSAMO) BM= vitalità propria (BIMBO, BOMBA) BN= vitalità determinante (BENE; BIENE, ted., ape) BP= vitalità efficiente (BAPTIZO, gr.) BR= vitalità ripetuta (BIRBA; BARA, ebr., creare) BS= vitalità evidenziante (BISTRO, BUSSO) BT= vitalità attivante (BATTO; BETEN, ted.) BV= vitalità procedente (BAVA, BRAVO) LA COSTANZA (TORO) C= continuare, sforzarsi, collegare, durare nel tempo. CB= continuità di vitalità (CUBO, lat.; CIBO) CD= continuità di regola (CADO, CODICE) CF= continuità di segnalazione (CIFRA, CUFFIA) CG= continuità di generazione (COGITO, lat.; COGO, lat.) CL= continuità di gestione (COLO, lat.; CULTO) CM= continuità propria (COMES, lat.; CUM) CN= continuità di determinazione (CONTO,CENTO) CP= continuità di efficacia (CAPO, COPIA)
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CR= continuità di ripetizione (CORO, CURA) CS= continuità di evidenziazione (CASO, COSTUME) CT= continuità di attivazione (CITO, CETRA) CV= continuità di sviluppo (CIVIS, lat.; COVO) L'UBBIDIENZA (GEMELLI) D= dovere, obbligo, regola. DB= regola vitale (DEBEO, DUBBIO) DC= regola continua (DOCEO; DIKE, gr.) DF= regola segnaletica (DIFTERITE; DEFY, ingl.) DG= regola generatrice (DOGANA, DIGITUM) DL= regola alteratrice (DOLO; DELEO, lat.) DM= regola propria (DOMINUS, DOMO) DN= regola determinatrice (DONO, DENARO) DP= regola efficace (DOPPIO; DAPES, lat.) DR= regola ripetuta (DARDO, DURO) DS= regola evidenziante (DOSE, DESTINO) DT= regola attivante (DOTE; DUTY, ingl.) DV= regola di sviluppo (DIVO, DIVENTO) IL MESSAGGIO (CANCRO) F= segnale, vibrazione. FB= segnale vitale (FOBIA, FEBBRE) FC= segnale continuo (FACCIA, FACONDIA) FD= segnale obbligante (FEDE, FAIDA) FG= segnale generante (FOGGIA, FEGATO) FL= segnale gestionale (FELLO, lat.; FALSO) FM= segnale proprio (FAMA, FAME) FN= segnale determinato (FINE; PHONO, gr.) FP= segnale efficace FR= segnale ripetuto (FARO, FORO) FS= segnale evidenziante (FASE, FUSO) FT= segnale attivante (FOTO, FETO) FV= segnale procedente (FAVEO, FOVEA) LA GENERATIVITÀ (LEONE) G= generazione sessuale, generazione infinita, accumulo. GB= generazione vitale (GOBBA; GEBEN, ted., dare) GC= generazione continua (GHICC, mil., ano; GUC, turc., potenza sessuale) GD= generazione obbligata (GODO, GRADO) GF= generazione di segnale ( GOFFO, GUFO) GL= generazione di gestione (GALA, GOLA) GM= generazione propria (GAMO, gr.; GOMMA) GN= generazione determinata (GONADE; GUN, ingl., pallottola) GP= generazione efficace (GAP, ingl.; GUP, sscr., protezione) GR= generazione ripetuta (GARE, fr.; GURU, sscr.) GS= generazione evidenziante (GUSTO; GEIST, ted.) GT= generazione attivante (GOTA; GUTTA, lat.) GV= generazione procedente (GAVA, il gozzo; GYVAS, lit., vivere)
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IL LAVORO (VERGINE) L= alternanza, modificazione, gestione variabile. LB= gestione vitale (LEBEN, ted.; LIBO) LC= gestione continua (LACCIO, LUCCHETTO) LD= gestione di regola (LUDO, LEDO) LF= gestione di segnale (LIFTING, ingl., LAF, turc., la parola) LG= gestione di generazione (LOGOS, gr.; LUGNER, ted., bugiardo) LM= gestione propria (LIMA, LAMA) LN= gestione della determinazione (LENTE, LUNGO) LP= gestione efficace (LEPTO, gr.; LIPIDI) LR= gestione ripetuta (LIRA, LARI) LS= gestione dell'evidenza (LISTA, LASTRA) LT= gestione attivatrice (LITE, LATO) LV= gestione dello sviluppo (LAVA, LEVO) LA PERSONALITÀ (BILANCIA) M= il proprio, la persona; MB= la propria vitalizzazione (AMBULARE, OMBELICO) MC= la propria continuità (MACULA, MECCANICA) MD= la propria regolazione (MODO, MEDICO) MF= la propria segnalazione (MUFFA, MEFITICO) MG= la propria generazione (MAGO; MEGA, gr.) ML= la propria gestione (MOLLA; MALE) MN= la propria determinazione (MENTE; MONEO, lat.) MP= la propria efficacia (MAPPA, AMPIO) MR= la propria ripetizione (MORES, lat.; MARCO) MS= la propria evidenza (MASSA, MASCHERA) MT= la propria attivazione (META, MOTO) MV= il proprio sviluppo (MOVEO, lat.) LA CONOSCENZA (SCORPIONE) N= determinazione mentale quantitativa, concetto NB= la determinazione vitalizzante (NUBE, NUBO) NC= la determinazione continua (NECESSITAS; NAKIT, turc. contante) ND= la determinazione obbligata (NODO, NIDO) NF= la determinazione segnaletica (NAFTA, SNIFFO) NG= la determinazione generativa (NEGOZIO, NUGOLO) NL= la determinazione gestionale (NOLEGGIO, NILO) NM= la determinazione di sé (NUMERO, NOME) NP= la determinazione efficace (NEPTO, lat.; NUPTIAE) NR= la determinazione ripetuta (NARI, NORMA) NS= la determinazione evidenziante (NOSOS, gr.; NASO) NT= la determinazione attivante (NOTA, NATURA) NV= la determinazione in sviluppo (NOVO, lat.; NEVE) LA POTENZA (SAGITTARIO) P= il potere, la capacità, l'efficacia. PB= l'efficacia vitalizzante (PUBE; PABULUM, lat.) PC= l'efficacia continua (PACE, PICCHIO) PD= l'efficacia obbligante (PUDORE; PADU, acc., porre in ceppi)
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Analisi ermeneutica

VI - Premesse procedurali

PF= l'efficacia segnalante (PIFFERO, POMFO) PG= l'efficacia generante (PAGUS, lat.; PAGINA) PL= l'efficacia nel gestire (PALA; PALATIUM, lat.) PM= l'efficacia propria (POMICE, POMPA) PN= l'efficacia determinatrice (PONO, lat.; PENA) PR= l'efficacia ripetuta (PER, PURGA) PS= l'efficacia evidenziante (POSCO, lat.; PSICHE). PT= l'efficacia attivatrice (PETO; PATEO, lat.) PV = l'efficacia dilatantesi (PAVIMENTO; PAVOR) LA RITMICITÀ (CAPRICORNO) R= ripetizione di atti nel tempo. RB= la ripetizione vitalizzante (RABBIA, RUBOR) RC= la ripetizione continua (RICAMO, ROCCA) RD= la ripetizione regolatrice (RADERE, RADICE) RF= la ripetizione segnalante (RUFEN, ted., chiamare; RAFFICA) RG= la ripetizione generatrice (REGOLA, REGIME) RL= la ripetizione di gestione (RUOLO, RULLO) RM= la ripetizione propria (RIMA, RUMORE) RN= la ripetizione determinatrice (RUNA; RUN, cin., profitto) RP= la ripetizione efficace (RAPIO; REPLES, lit., pinze) RS= la ripetizione evidenziante (RASCHIO, RESINA) RT= la ripetizione attivante (RITO, RATA) RV= la ripetizione procedente (RIVO; REVE, fr.) L' IMMAGINATIVITÀ (ACQUARIO) S= evidenza attentiva, immagine, llinguaggio. SB= l'evidenza vitalizzante (SIBILO; SEBO, gr.) SC= l'evidenza continuante (SACRO; SECTIO, lat.) SD= l'evidenza obbligante (SEDO; SIDUS, lat., stella augurale) SF= l'evidenza segnalante (SOFIA, gr.; SIFILIDE) SG= l'evidenza generatrice (SAGACE; SAGEN, ted., raccontare) SL= l'evidenza gestionale (SOLE, SALE) SM= l'evidenza di sé (SOMA, gr.; SEME) SN= l'evidenza determinante (SENTIO, SONUM) SP= l'evidenziazione efficace (SPELEO, gr.; SAPIENTE) SR= l'evidenziazione ripetuta (SERIE; SURA, ar., capitolo) ST= l'evidenziazione attivante (SITEO; SUTOR, lat.) SV= l'evidenziazione di procedimento (SEVERO; SOVET, rus., i consigli) L'ATTIVITÀ (GEMELLI) T= attivazione. TB= attivazione vitale (TUBA, TABE) TC= attivazione continua (TEKHNE, gr.; TICCHIO) TD= attivazione obbligante (TEDA, simbolo matrimoniale; TEDIO) TF= attivazione segnalante (TIFONE; TOFO, la gotta) TG= attivazione generante (TEGO, lat.; TAG, ted.) TL= attivazione gestionale (TALENTO; TELEO, gr.) TM= attivazione di sé (TUMORE, TIMBRO) TN= attivazione determinante (TENEO, lat.; TONO)
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VI - Premesse procedurali

TP= attivazione efficace (TIPO, TEPOR) TR= attivazione ripetuta (TIRO, TERME) TS= attivazione evidenziante (TESI, TESTE) TV= attivazione in dilatazione (TOVAGLIA; TVAC, sscr., coprire una superficie) LA FINALITÀ (PESCI) V= superamento, procedimento, sviluppo, andar oltre. VB= procedimento vivificante (VIBRO; WEIB, ted., femmina) VC= procedimento continuo (VOCO, VECTOR) VD= procedimento obbligante (VEDOVO; WUDU, bantu, la cerimonia) VF= procedimento segnalante VG= procedimento generante (VOGA, VAGINA) VL= procedimento gestionale (VALERE, VOLARE) VM= procedimento di sé (VOMERE, VOMITO) VN= procedimento determinante (VENDO, VANTO) VP= procedimento efficace (VAPORE, VIPERA) VR= procedimento ripetibile (VERO, VIRTUS) VS= procedimento evidenziante (WISSEN, ted., conoscere; VESCOVO, etr.) VT= procedimento attivatore (VETO, VOTO) L'insieme delle funzioni biconsonantiche costituisce la seconda sincronia, cioè quella primitivamente ideativa.
Indice

Cap. 7

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VII

GLI INCROCI DI |L|
Il sistema delle idee modificatrici

Il gesto |L|, che nasce dalla mimesi da parte della lingua di quelle gestualità volontarie degli arti, atte alla modificazione e alla gestione degli oggetti, e si connota come presenza-assenza volontaria al palato, e quindi AL*Ternanza, non può che costruire, per codesta sua natura, idee altamente variative e specialistiche. E infatti la prima rassegna presentata al lettore è in qualche modo la più interessante e la più difficile, proprio perché qui le idee sono il frutto di una alterazione o esprimono una gestione variativa, per cui sono idee che modificano gli oggetti. È così possibile creare un mondo in cui la componente strumentale e variativa assume un ruolo preponderante, un mondo in movimento e in contraddizione, e infiniti concetti esemplarmente complessi. Se dunque il lettore saprà cogliere il significato di questo capitolo, non avrà grossi problemi per il resto, giacché le idee in |L|, insieme a quelle in N, sono le più fini e le più fortemente ideative.

|B||L|
Il gesto dell'alternanza, della variazione |L|, e quindi della strumentazione e del controllo gestionale, se viene associato al gesto espressivo dell'impulso vitalistico |B|, produce B-L, e L-B. Logicamente il valore primitivo di B-L è impulso vitale atto alla gestione, alla variazione, al controllo gestionale. Al contrario L-B vale alterazione, gestione variativa (in +/-) degli impulsi vitali. Quale specifico senso umano si può dare a questi rapporti gestuali? Questa è la domanda che l'ermeneuta deve sempre porsi per restare coi piedi per terra e per avvicinarsi il più possibile col pensiero indagatore alle vicissitudini storiche che hanno concretamente prodotto, o eliminato, i segni del linguaggio. È sempre difficile rispondere univocamente a questa domanda, perché nel corso dei millenni a disposizione i creatori di parole hanno estratto da quel primissimo incipit semantico costruito dal rapporto di due gesti articolatori, e da quel celato senso umano in cui si era andata declinando primieramente e quasi istintivamente l'iniziale attitudine denominativa di quello stesso rapporto, hanno estratto, dico, tutta una serie di direzioni semantiche, che a loro volta hanno convogliato quell'impulso denominativo primario e quasi ingenuo verso le parole storiche, che conosciamo, e verso tutte quelle altre cancellate dalle variazioni imposte dalla diacronia semantica: eppure forse 50.000 anni di vicissitudini non hanno spezzato la catena del senso e quella del simbolo tanto da rendercela inintelligibile. Questo è il miracolo che ci appassiona. Nel caso del rapporto tra |L| e |B| la risposta nasce dall'analisi serrata delle parole e dal loro convergere verso i più elementari istinti umani, e rispettivamente per B-L quelli legati alla cura della persona, al raggiungimento della soddisfazione sessuale (che è, come vedremo, il significato originario da cui gli altri discendono), e infine alla dominazione controllata dei sudditi, per L-B,
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VII - Gli incroci dii |L|

quelli legati all'istinto del piacere, o, ancor meglio, addirittura al fenomeno dell'erezione. Sarebbe ben strano se questi potenti istinti, signori delle menti, non fossero stati semantizzati da uno specifico incrocio e dal suo inverso, in modo da arricchire il regno delle idee della loro specificità esistenziale, che come vedremo in B-L va piegandosi verso le direzioni della cura del corpo, e della dominazione sessuale, mentre in L-B va metaforizzando il fenomeno della variazione L dell'impulso B vale a dire, apertis verbis, l'erezione nei suoi due momenti di elevazione - LIBARE e caduta - LABILE! D'altronde è proprio la |B|, l'impulsività vitale, a veicolare quanto di biologico si può repertare nella relazione, mentre la |L|, semantizzando la gestione, si pone nella prima idea L-B a controllo e a comando dell'impulsività vitale e la rende così disponibile, in modo da consentire di produrre i concetti più lubrichi del vocabolario. Al contrario la seconda idea B-L consente a sua volta di offrire questo impulso vitalistico e beneficatore B nelle modalità più opportune L perché sia fruito e renda gradevole la vita o possibile qualche compito in cui necessiti una forza B duttile e fine L. Dopo aver anticipato queste nozioni, che al lettore devono apparire necessariamente immotivate, verifichiamo se le parole corrispondano a questi sensi antropologici e indaghiamo qualche direzione: I'impulso vitale gestionale B-L, come vedremo meglio in seguito, deve essere visto innanzitutto come una manifestazione istintuale e beneficatrice improvvisa |B|, che possiede la preziosa caratteristica di essere resa variabile |L|, e modificabile, quindi adeguata, in modo da riuscire a conseguire il suo fine specifico, che è quello di gestire adeguatamente una qualche situazione esistenziale o erotica. Da questo valore sessuale, che verificheremo fra poco alla base di molte parole inequivocabili, discendono altre direzioni più reificate tra le quali per esempio quella per la quale è possibile esprimere un'aggressività impulsiva B che gestisce e doma L i suoi oggetti. Codesta modalità reificata rappresenta il modo più elementare, perché basato sulla forza, o sulla sessualità, per tenere sotto controllo i propri sottoposti e noi cominceremo da una reificazione molto evidente di codesto impulso B gestionale L: BELUA è il passivo di questa circostanza, e infatti prende il nome dal fatto che essa subisce quest'impulso aggressivo che la gestisce e e la doma; ma chi, al contrario, è il soggetto attivo di questo autoritario e aggressivo impulso che gestisce i sudditi può nominarsi BAAL, sem., o il BALIVO. Quest'impulso vitale di gestione e di organizzazione è poi traslabile, in un campo molto più mentale e ideologizzato, all'improvvisa emissione dell'atto di imperio sui sudditi volto a gestirli: BILL (ingl., editto regale); BOLLA papale. La più semplice direzione possibile di quest'idea B-L è però quella per la quale un reale impulso fisico-biologico gestisce, in ragione della sua forza controllata, un oggetto qualsiasi, come ci è dato esemplificare con BAL*LO (gr., lancio). Esso vale, in realtà, gestire adeguatamente L un impulso vitale B variabile L sull'oggetto lanciato, e ne esprime, per forza di |L|, il controllo gestionale (che è lo stesso impulso controllato e preciso che si attua nelle movenze del ballo); dunque BALLO significa l'impulso vitale B, o, più semplicemente, la forza controllata nella sua variazione L al fine di produrre un lancio che colga il bersaglio! In sostanza B-L qui esprime la forza dell'impulso B controllata variabilmente L. Questa idea così apparentemente complessa e così necessaria, di impulso controllato ci viene verificata da una sua logica applicazione: il primitivo che già è riuscito a possedere il difficile concetto di impulso controllato può in modo sistematico munire tale concetto di una spina applicativa volta alla determinazione concreta della variazione di forza di quell'impulso! Ciò ci è mostrato con chiarezza dallo stemma BIL*ANCIA, organizzato (nei suoi due momenti collegati) dall'idea spinante ANC afferente su BIL (continua determinatività AN*C - di impulso controllato BIL), vale a dire la continua misurazione dell'impulso variabile; che è, nell'applicazione allo strumento e quindi in una situazione altamente metaforica, nient'altro che il peso dell'oggetto bilanciato! Notiamo per completezza che la funzione inversa L-B> LIBRA, come LIBRARE, può esprimere, al contrario, soltanto, l'idea di controllo gestionale dell'impulso, per cui non possedendo, per la sua
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VII - Gli incroci dii |L|

funzione di misura, di una spina determinatrice, resta però imprecisa e deve accontentarsi di stabilire in modo indeterminato solo il maggior peso relativo di due oggetti. Ecco perché BILANCIA si è imposta su LIBRARE, nell'età moderna, come misuratrice AN*C di impulsi variabili BIL, tanto si attua la preferenzialità subconscia del concetto pratico molto più completo di cui essa è portatrice. Una diversa direzione semantica esplorabile è quella beneficatrice-gestionale tipica del versante beneficatorio, e non impulsivo, del gesto |B|. |B| infatti possiede una semantica interna complessa quasi più di ogni altro gesto e, rappresentando l'impulsività vitale, può declinarsi sia in violenza, sia in aggressione sessuale, sia in impulso beneficatorio; rappresenta cioè tutta la possibile impulsività dell'uomo. Questa direzione trae la sua origine logica dalla semplice considerazione che un impulso beneficatorio B è in grado di gestire L il corpo o l'anima, nel senso che riesce a farli star bene. Ora scopriremo le diverse directories metaforiche in cui questa possibilità si è andata via via declinando. Da questa intrinseca possibilità beneficatoria si producono dunque gli enti beneficatorio-gestionali BALIA, BALSAMO, BALNEUM che, beneficandoli con impulsi vitali variabili quanto appropriati in ragione di |L|, gestiscono nel modo più appropriato infanti e corpo, producendo un'azione benefica e rivitalizzante; o possono essere nominati veri strumenti di quella benefica gestione vitale che è la digestione, mediante impulsi B adeguati muscolari-intestinali: BILE, BOLO; o infine, o meglio inizialmente, perché codesta è veramente la metafora primitiva e inizialissima, attori di vitalità gestionale sulle femmine in senso sessuale: BULL, (ingl., toro) o BALANO, il glande, o BELINO, gerg. Suppongo infatti, come freudiano scherzosamente dogmatico, che questo valore sessuale sia il più antico, e quello che racchiude in sé tutti gli altri significati. Esso è universale e trova reificazioni impensabili, altamente ideologizzate eppure perfettamente adeguate al valore del rapporto primitivo dei suoni |B| e |L|. Così BULINO, l'attrezzo con cui lo scultore applica impulsi controllati alla sua materia, si apparenta per suoni e funzioni a BALANO, o a BELINO, anch'essi applicanti impulsi di forza controllata e variabile alla parete vaginale, in quanto esprime un impulso violento o vitalistico, atto a modificare sia la rigida pietra (BULINO) che la gelida e selvaggia femmina (BALANO), come BELUE soggette a subire un controllo gestionale artistico o delicato. Per mostrare al lettore una sintesi convincente del significato originario di B-L, impegno difficile e gravoso a cui mi sforzo di adempiere, si deve dunque comprendere che B trascina in sé l'impulsività vitale di qualsiasi tipo, sia essa quella dell'eros, sia quella delle percosse correttive, sia infine quella beneficatrice o degli impulsi affettivi: queste diverse possibilità in cui si declina|B| vengono corrette e rese fruibili e al servizio degli altri perché adeguate variabilmente alle possibili situazioni di applicazione dal rapporto con |L|, come accade col BULino la cui violenza è stata domata e resa gestibile per la scultura, e col BALano, il cui impulso erotico B gestisce L piacevolmente l'appetito della femmina. Ma è proprio l'impulso vitalistico |B| reso adattabile e adeguato L che in tal modo può generare la soddisfazione sessuale implicita in BULL, BALANO, BELINO. Quest'idea sessuale rappresenta dunque l'idea più antica e congrua al concetto di B-L, così ben accertata dalle troppe parole che si riferiscono all'atto sessuale. È su codesta unità di direzione semantica che si è per imitazione costruito il concetto di BOLLA, come di un oggetto O che subisce la sua trasformazione di volume L a causa di impulsi vitali B, cioè qui di impulsi pressori. Ne segue la miglior comprensione di quanto il fenomeno elementare del gonfiamento-sgonfiamento del pene abbia potuto determinare questa direzione applicativa per la quale la BOLLA si gonfia e si sgonfia: a riprova, vediamo come il sacchetto della BILE, che è la bolla anatomica, assuma lo stesso nome. Su questa base possiamo comprendere che l'idea B-L si presta a essere utilizzata per nominare quegli enti così particolari la cui caratterizzazione più rilevante è da riferire alla necessità di esse351 154

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VII - Gli incroci dii |L|

re mantenuti in uno stato di equi-LIB*Rio, vuoi pressorio, vuoi gravitario e cioè nello stato di impulso controllato che è il concetto unico e la sostanza di tutti i nostri esempi: i nostri ben poco sprovveduti paleolitici compresero facilmente che la condizione dell'equi-LIB*Rio (>> e cioè l'idonea gestione L di impulsi elementari B di un qualsiasi oggetto) è data dal suo essere sostenuta da impulsi B accortamente variabili L: la parola che ci mostra inequivocabilmente quest'uso è in BIL*ICO. Essa, infatti, ci rivela come soltanto B-L*C, e cioè porre una continuità di impulsi (portanti) variabili consenta di mantenere in BILICO gli oggetti (che poi è la precisa condizione statica misurata dall'apparato misuratore AN*C posto a spinare quegli impulsi BIL, in modo da produrre il concetto di BIL*AN*Cia). Da ciò segue anche che B-L*C è idoneissimo a nominare enti in precario equi-LIBrio, come i BAL*Coni, o i P(>>B)AL*Chi. Codesto uso è anche alla base del concetto di BLOCCO, inteso molto finemente come una condizione di equilibrio di impulsi dovuta a una continuità C di impulsi B (opportunamente) variati L su un determinato oggetto O. Ma, dopo codesta digressione verso l'uso di |B| come pura forza portante, ritorniamo alla sua accezione principale di semplice forza istantanea o di impulso sessuale: certo è da questi usi che discende il passivo BELUA, domata da una simile pratica, e poi traslata agli animali, per loro natura da domare, anche se con altri mezzi e impulsi vitali; e se me lo consentono gli etimologi che propendono per una insoddisfacente origine da DUELLUM, anche BELLUM rientra nell'operazione di domare e gestire attraverso impulsi vitali, prima forse erotici, poi violenti: la metafora del poeta "campo di battaglia è il letto" esprime né più ne meno che l'antichissimo senso di BELLUM. BELLO è così chi doma eroticamente. L'infinito metaforizzare che ha per ordinata l'infinita associabilità delle idee e per ascissa l'infinità del tempo trova poi contenuti che nascondono meglio il principio erotico da cui si è partiti, e così può nascere un'idea per cui la soddisfazione erotica va traslandosi a BALIA, identificandola come portatrice di un impulso benefico-gestionale di carattere nutritivo e assistenziale, o al BALSAMO, e al BALNEUM, i quali soddisfano, con differenti azioni, altri bisogni fisici. Così anche BELLO va inteso come soddisfacitore e gestore di chi lo ammira, mediante un impulso erotico. Il giro delle metafore passa infine ai puri valori meccanici BALLO, BULINO, BILANCIA in cui questi impulsi sono descritti nel solo compito di consentire operazioni fini di gestione meccanica della forza (insita in |B|). Al termine di questo riassunto scopriamo che le parole da cui è partita la nostra analisi sono le più moderne e, giustamente, le più lontane dal senso primitivo e fondamentale del rapporto B-L, senza che ciò ci impedisca di identificare tutto l'albero dei significati che le precede e le rende possibili nel tempo assegnato alla loro fioritura, come frutti che sboccino alla loro stagione, inconsapevolmente carichi di tutto il nostro passato. Così possiamo ripetere che i valori di vocabolario che appaiono al lettore moderno i più metaforici e ideativi, e quelli posti negli ultimi capoversi, sono in realtà e per lo più i primitivi e gli originari: questo perché ogni stagione ama dare risalto ai suoi frutti or ora sbocciati. Il lettore che mi ha seguito pazientemente in questa analisi è forse già in grado, con queste spiegazioni sintetiche e che richiederebbero un dialogo a viva voce, di cogliere la profonda unitarietà di queste parole apparentemente così lontane tra loro, e di convincersi che la ragione di questa unitarietà sta semplicemente nei suoni che le compongono. Queste considerazioni vanno proposte per tutto ciò che segue, e non saranno perciò più esplicitate. D'ora in poi presenteremo regolarmente, dopo l'analisi della funzione attiva, anche lo sviluppo dell'integrale sostantivo della stessa funzione, a meno che non ci sia riuscito di identificare alcuna parola storica sviluppatasi da codesti integrali teoria. Il primo valore sostantivo di questa funzione da esaminare è dunque -L*-B, secondo lo schema del rapporto di spinazione L*B, in cui |B| è soggetto e da cui procede l'azione specifica verso |L|:
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esso esprime teoricamente un'idea del tipo l'impulsività vitale - B, attiva>> sulla gestionalità -L, che potrebbe sembrarci un'idea inapplicabile o insensata, se non fosse che essa genera concretamente parole da cui apprenderemo meglio il senso primigenio dell'integrale che le ha prodotte. E questo discorso va applicato a tutte le funzioni che seguiranno. Così AL*BA ci rivela l'idea del primitivo pastore paleolitico che ritenne la variabilità - AL- tra la notte e il giorno dipendente da un impulso vitale B, e cioè da un atto d'imperio, per il quale il sole si metteva in marcia oltre l'orizzonte e su per il cielo, attivando per un impulso B la suddetta alternanza. Quest'uso ci è attestato anche da ALBENGA, o ALBIONE, toponimi che descrivono l'impulso di variazione AL*B necessario a passare da una terra a un'altra, attraversando un braccio di fiume, o di mare. Ricordo che questa scoperta etimologica a suo tempo meritò ampi articoli di giornale: ora la teoria UR-S ne consente anche la spiegazione razionale. Per dare maggior completezza a questo discorso sull'uso topografico o cronologico di -L potremmo anche aggiungere che il senso di attivazione di una variazione >>> per giungere oltre è necessariamente incapsulato anche in UL*TRA, che sottintende il superamento della variazione di un continuo. Un altro uso è quello che mette in primo piano il valore gestionale di --L sugli enti sottoposti: a questa directory appartiene AL*BO, inteso come un impulso direttivo B che chiama a raccolta, e quindi va gestendo, i suoi sottoposti: i quali saranno solo molto dopo questa chiamata elementarmente direttiva B, nient'altro che dei semplici iscritti a un moderno albo professionale. Eppure questo moderno ALBO è ancor sempre, sia pur nascostamente, marcato dalla B impulsiva e prepotente, che nei tempi paleolitici esprimeva lo stile del capo tribù: in esso si è accolti benevolmente o radiati con ignominia. Non vi è niente d'impersonale nell'essere iscritti a un albo, mentre l'essere inscritti in un ELENCO resta nella più fredda routine, giusta la natura razionale della spina EN*C, che si occupa neutramente della gestione EL dei suoi elencati! Un altro bell'esempio del modo irrazionale e dittatoriale di tenere a disposizione AL qualcuno tipico dell'integrale -L*-B, ci è dato molto semplicemente da ALIBI, concetto moderno di non essere in un dato posto solo in quanto l'impulsività IB gestionale AL sulle persone consente che esse vengano tenute sotto controllo oppure allontanate a seconda dell'umore o della convenienza, come in un ALBO il cui presidente è molto umorale. ALIBI ci dice che la nostra posizione dipende soltanto dalla benevolenza, o dalla malevolenza, di chi ci ha in mano. Se siamo sotto un potere benevolente ci nomineremo OLBios (gr., felici), in quanto protetti. In conclusione -L*B prefigura un potere impulsivo e tirannico, come ci lasciava presagire il senso UR-S iniziale di B-L. Qui potremmo fare una riflessione iniziale sulla differenza tra funzione e sostantivazione della funzione: mentre le parole in B-L esprimono per lo più chiaramente e semplicemente un impulso beneficatorio che gestisce i suoi oggetti, la forma sostantiva è più anodina e non si rivela nei suoi risultati necessariamente beneficatoria, ma anche neutra o negativa. Ciò che voglio far notare è che codesta dilatazione della sua applicabilità anche al negativo è permessa, appunto, soltanto dal procedimento di sostantivazione, che, come tale, pone sul piano prima delle possibilità, infine della teorizzazione, il registro delle applicazioni concrete. Il mondo della sostantivazione è dunque un mondo teorico e ipostatizzato, che faceva (e fa) da regola all'altro mondo pratico che si descrive nelle derivate delle funzioni. Si potrebbe dire che il vero integrale, come regola applicativa, è appunto la sostantivazione astratta delle funzioni, mentre queste non possono che derivare se stesse mediante applicazioni puramente concrete e attuali. In tal modo equipareremmo in qualche maniera il calcolo infinitesimale alle nostre vedute sulla formazione dei significanti.

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|L||B|
L'inversa L-B vale, come si è già visto, controllo gestionale dell'impulso vitale. È quindi uno stemma meno vitale di B-L, e al suo fondo, come spesso per |B|, si può ritrovare un valore erotico: cosa può infatti esprimere per un'umanità ferina e immediata la gestione alternativa L di un impulso vitale B se non quel passaggio dal meno al più, (e il suo inverso, implicito nell'alternanza di |L|) rappresentato, soprattutto, dal fenomeno dell'erezione e dalla gestione dell'erezione durante il coito? (il Bardo qui non si peritava di rappresentare un punto di vista molto maschile!). Questo è molto probabilmente il motivo per cui molti termini in L-B hanno implicita un'idea di elevazione tripudiante e quasi orgiastica, come LIBO, il brindisi augurale con elevazione del calice; LABARO, lo stemma che si eleva nelle processioni; LAB (celt., elevare). Ed altri al contrario l'idea della caduta penosa: LABI (lat., sscr., cadere); LABILE, possibilità L di caduta. L'intera famiglia I.E. compattamente propone simili sensi. Esaminiamo codesta fenomenologia dell'erezione nei suoi momenti di applicazione sequenziale: la ripetizione di questo alzarsi-abbassarsi è LUBRlCA, appunto, perché rivela facilmente l'origine del tutto sessuale del fenomeno; il momento della variazione è descritto dal flottare tra due estremi: LIBRA nomina proprio questa variazione dell'impulso tra due estremi alla ricerca di un equilibrio, fornito strumentalmente da LIBELLA, livella. Un'ideologizzazione molto facile della metafora in corso ci fornisce LIBERO, in quanto rappresenta chi può variare la sua istintività tra gli estremi del troppo e del niente, come gradi di libertà: questo concetto sembra perciò esprimere una idea altamente ideologizzata del fenomeno sessuale dell'erezione e dei suoi stati d'animo, l'ebbrezza e il tripudio, che ritroviamo nell'orgiastico LIBERO accompagnato dalle Baccanti, e non certo un'astrazione matematica. Come si vede ogni grado e ogni modo di questa variazione dell'impulso vitale è stato descritto dalle parole suesposte, dall'elevazione alla caduta, alla libertà di fluttuazione tra gli estremi. Il potente stampo legato al fenomeno erotico in questione si rende così responsabile di altre parole estremamente rivelatrici. Così LIEBE, LEBEN, ted., sono riferimenti al desiderio erotico e al piacere di vivere, che si palesano chiaramente (per la variazione vocalica verso la istintiva U) in LUBO, LUBRICO, LIBIDINE, fino alla conseguente emissione del seme, tanto icastica, quanto probativa: LUBRIFICARE, e che non può avere nessun'altra pensabile spiegazione tanto questa si attaglia per profondità e ambiguità di significati inconsci alla pratica sessuale, o LIBIDICA. La fatica sessuale può esser anch'essa ben chiamata LABOR, il modo di contattarsi delle mucose LABENTE, il luogo di contatto LABIUM, e tuttI questi usi metaforici di L-B sono resi possibili dal fatto che ognuna di codeste parole si inserisce in un capitolo particolare della gestione L dell'impulso erotico B: LABOR è codesta gestione riguardata dal punto di vista della fatica, LABENTE dal punto di vista del contatto erotico, LABIUM dal punto di vista del luogo in cui si applica il suddetto contatto; LIBIDO dal punto di vista dell'obbligatorietà matrimoniale D del coito, con il conseguente transfert alla caduta o alla sufficienza di questa stessa libido; LUBRICO dal punto di vista dell'eccesso RC di attività sessuale LUB, e quindi con una nota di immoralità; LUBRIFICARE dal punto di vista dell'effetto lubrificante prodotto da un eccesso di attività sessuale. Tutte codeste metafore, essendo strettamente sessuali, sono perciò le primitive, da cui facilmente derivarono quelle da cui siamo partiti, quelle in cui l'evento sessuale viene sempre più celato, e cioè LIBO, LABILE, LABARO, LABI, ecc., che fanno riferimento ormai solo in modo nascosto al fenomeno dell'erezione e della gestione dell'impulso sessuale, limitandosi a un'elevazione o a una caduta di semplici oggetti (anche se la nota orgiastica, incancellabile perché profondamente inserita nel birapporto UR-S L-B, va risuonando in essi come un insistente contrappunto). LIBERO, infine, si pone a un ancor più elevato grado di metaforizzazione perché appare costruito sulla libertà di fluttuare tra i due limiti della variazione di un impulso, come indice della LIBRA;
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e forma così un concetto altamente ideologizzato rispetto al suo back-ground deterministico e sessuale. Scopriamo così I'estrema compattezza, e insieme la grande delicatezza e specializzazione, delle parole in L-B, che esprimono in modo profondo e geniale i diversi aspetti impliciti in quel fenomeno erotico che più poteva interessare e colpire le menti dei nostri progenitori: I'elevazione, la caduta, il tripudio, la vergogna, l'erotismo, la libertà sessuale, fino al modo di contatto. Non tutto ciò che nasce da L-B è inscritto in questo circolo come ci è mostrato dall'uso di LIB, ebr.: il controllo gestionale di un impulso vitale può semantizzare LIB (ebr., il cuore), come sede dei palpiti vitali e della variazione delle pulsazioni: anzi questo arricchimento di senso consente una generalizzazione più pertinente allo schema L-B, investendolo del compito generico di gestione di ogni tipo di impulso vitale, come erezione sessuale, pulsazioni, sentimento generico di pulsare vitalmente, o infine di NON pulsare vitalmente: vedi LEBRA. LOBO è appunto quel distretto organico individuato per la sua funzionalità biologica, nel senso di LIB, ebr.; e successivamente assume anche il senso di separato o di sporgente. Tutte queste analisi si formalizzano in assemblaggi e traslati intra-file e arricchiscono l'umanità della loro penetrante specificità ideativa, del tutto separata e inconsapevole del primitivo significato L-B. La forma sostantiva -B*-L possiede un senso specifico che è più o meno questo la gestionalità AL dell'impulsività vitale AB. A qual scopo può essere applicato un simile concetto-schema? Certamente a nominare e delineare chi è in possesso di una simile attitudine, la quale, come sappiamo, è sostanzialmente, o meglio, primieramente, sessuale. Orbene, un simile nome esiste ed è ABILE, di cui giustamente si sottintende primieramente l'idoneità al coito, e poi per dilatazione semantica altre, più generiche abilità. Resta che ABILE, giusta la natura dell'integrazione da cui è nato, definisce non un atto ma una condizione, non un attributo, ma un sostantivo, quello di chi è idoneo al coito perché gestore dell'impulsività vitale. Una diversa gestionalità di impulsi benefici, volta non al sesso, bensì al benessere (come si vedrà per la funzione C-B) è definita dalla parola OB*OLo: qui il suono vocalico oggettivante conferisce all'idea integrata la concretezza idonea a far sì che la gestionalità OL di impulsi beneficanti OB adduca un concreto beneficio. OBELISCO ci rappresenta ancor sempre un'erezione evidenziata -IS*CSi osservi come sia ABILE che OBOLO, pur nei loro differenti campi d'applicazione, siano in qualche modo costretti a farsi esportatori di benefici nei confronti altrui: ciò è dovuto al profondo marchio in cui si è formata l'idea primigenia -B*-L. Così pure OBLAZIONE, beneficio-sacrificio con implicita idea di elevazione. Il lettore potrà riscontrare come in russo OB sia molto usato nel suo senso UR-S.

|L| |C|
Esso produce le funzioni L-C e C-L, le quali sono complementari ed esprimono importanti direzioni semantiche, con produzione di parole anche molto traslate: si tratta dell'integrazione tra il gesto più continuativo e quello più variativo, e da questo incontro-scontro non possono che emergere idee di formidabile importanza. C-L vale continuità gestionale o variativa, un'idea che è adattissima a essere applicata agli enti come loro regime ambientale, o trattamento gestionale variativo o alternativo. Ne derivano due direzioni fondamentali: la prima organizza i suoi stemmi secondo il concetto di regime gestionale, la seconda secondo l'idea di continuo variabile. Lo scopo e la grande necessità della prima direzione di idee sta tutta nel comunicare un concetto di stabilità e persistenza C dovuta a un adattamento adeguato L alle condizioni ambientali, cioè un regime in cui si possa vivere e ope351 158

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rare; mentre la seconda direzione è in qualche modo puramente meccanica e definisce gli oggetti la cui struttura stabile è sottoposta a variazione, rappresentando in sostanza una banale reificazione della prima direzione semantica. La direzione meccanica trova un esempio molto significativo, perché immaginativo, in COL*UB*R-o, il serpente: la spina UB*R semantizza stupendamente la ripetizione di un'emozione vitalistica (quella interna al vitalismo del serpente) che si innesta sul radicale COL, il quale per azione di questa spina, descrive il continuo variare della forma del serpente alle prese col suo vitalismo interno UBR. Si vede da questo esempio che C-L, nella direzione fisica, è stato usato caratteristicamente per descrivere un effetto di curvatura, precisamente quella continua variazione che è la curva, e che è profondamente implicita nel valore archetipico di C-L. Possiamo ritrovare tale uso in molte parole tra cui lo strumentale e incurvatore CAL*IB*R-o, che differisce da colubro solo per la sostituzione della U emotivo-vitalistica con la I individualistica: nel caso, l'impulso vitalistico IB, quello dello strumento calibrante, può azionare il radicale CAL, in modo che l'idea di curvatura in questo contenuta sia effettivamente agita in un oggetto calibrato. Riprove di questo uso stanno in CIL*IND*R-o, dove IN*D rappresenta quella regolare determinazione (cioè quella misura specifica, perché individuale -I) che, riproposta da R, consegue e ottiene la curvatura richiesta in quello specifico cilindro, mediante l'applicazione dell'effetto incurvante lineare CIL: il tutto può essere reso più comprensibile ed euristico mostrando come CIL-ium non sia altro che un CIL reificato, cioè una linearità I incurvata CL: se facciamo ruotare (R) lungo un asse - per 360°- il suo rettangolo di curvatura IN*D, potremo ottenere il CILINDRO; COL*UMN-a nasce a sua volta da simili rotazioni precisate un po' meno bene, forse perché la colonna presenta una rastrematura apicale. CALICE è descritto nella continuità C della sua circonferenza CL. Anche COL*OM*B-o merita il suo nome a causa di una incurvatura: l'impulso vitale che lo sostanzia (UM*B) rende circolarmente variativo il suo volo. Riprova nel lessico dell'effetto di controllo variativo incurvante è per esempio COLUBRINA, il fucile calibrato. Ma COLUMBRINA (nap., donna leggera e seduttrice), ci svela che l'integrazione delle funzioni suddette esprimeva forse in principio, e secondo la nostra regola, che pone i significati mentali e morali come primitivi rispetto agli altri, un significato altamente complesso: il proposito mentale N che ripropone R un impulso vitalistico B al proprio sé emotivo UM reso così continuamente variabile COL: con queste specifiche integrazioni di funzioni viene portato a un alto livello di analisi psicologica il comportamento emotivamente variabile e l'intenzione vitalistico-erotica che sta alla base del carattere della sventata femmina partenopea chiamata columbrina. La sua spina -B*R ripropone il vitalismo erotico e la troviamo, a riprova, in UB*ER-a, l'energia riproponente un umore vitalizzante, quello della poppata, cui corrisponde EB*R-ietas, effetto morale di UBERA. O anche in EB*UR, piegato qui a descrivere la zanna dell'elefante, quel prepotente sollevamento vitale EB promosso da UR - interiorità riproduttiva - scelto forse per una connessione ideativa con il sollevamento impetuoso di UBERA, e forse sua metafora. Un altro bello e pertinente esempio con spina -BR è CEL*EBRO. Il rapporto con CUL*TO e con COLO, onoro, celebro, ci mostra con chiarezza come il radicale CEL rappresenti la continua C gestione L degli dei o degli uomini onorabili, ma la spina EBR conferisce un'anima vibrante e istintiva a questo culto, rendendolo una celebrazione, un tripudio e quasi un'orgia mistica, come accadeva ancora ieri nelle stupende celebrazioni cattoliche che tanto ci mancano. Tornando alla direzione semantica primitiva di continuo controllo gestionale dobbiamo confermare che continua variazione e continua gestione sono dunque sempre connesse, proprio perché, per mantenere un regime continuativo che gestisca qualcuno, è implicito che gli si applichi una continua variazione di stimoli e di impulsi, ed è su questa base che va inteso l'effetto di C-L sui suoi oggetti: per esempio la CAL*AM*IT-a nasce dall'integrazione delle funzioni attivazione
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della propria sostanza al fine di continua gestione-variazione; l'esito sui corpi calamitati è appunto quello di un regime continuativo e al tempo stesso variabile (in relazione ai parametri spaziali) degli stimoli magnetici (MAG*N*ET-e> attivazione di un proposito di propria generazione). C-L crea dunque un condizionamento gestionale che, applicato alla temperatura, può essere CALOR, e ne descrive la variazione, credo, nello spazio e nel tempo. Invece se questo regime viene applicato all'aspetto delle superfici può nominare, COLOR, il trattamento delle superfici, anch'esso descritto nella sua variabilità locale; se applicato alla connessione, CALCE, il connettivo C continuo trattamento gestionale dei mattoni. Il buon funzionamento richiede appunto un regime di variabilità delle condizioni applicative: è un'idea connessa a una continuità di gestione e si può perciò stabilire nella direzione di continua gestione variabile: COLON nella digestione degli alimenti; COLO in agriCOLTURA; COLLO nella gestione dei movimenti della testa, CULTO nella gestione degli DEI, CALMA nel controllo di sé, CALENDE come regolare determinazione della continua gestione del tempo. La specificità ideativa ed emotiva di C-L nasce infatti dal rapporto geniale del gesto più rigido e connettivo con quello più libero e variativo: è questa specificità di collegamento tra i due opposti che consente l'escavazione di significati originali e necessari, che spaziano in qualsiasi direzione si richieda un'applicazione variabile per ottenere un risultato. La continua alterazione CALARE si applica prima alla massa, diminuendola, poi al movimento in basso, perché limitata alla variazione in meno (per convenzione successiva), e ha come antagonista verso il più, e verso l'alto, CULMINARE. COLLE non è dunque che una variazione continua del profilo visibile. Il radicale CL, sintetico e strumentale, è stato giustamente e largamente usato per i regimi strumentali che piegano o alterano gli oggetti: KLEO, KLINO, KLASTO (gr., piego, spezzo), poiché un regime di continua alterazione può piegare o spezzare; o alterare, come fà il CLORO, che ne è una perfetta applicazione. Anche la continua variazione che si attua nella CLESSIDRA,e che consente la misura del tempo, ci può far riflettere sull'utilizzo meccanico alternativo di C-L, al CALARE e COLMARE che si applica ai materiali da riporto. O all'azione alternativa che apre e chiude operata da CLAVIS, o alla CLITORIDE, la ripetizione R regolare D attivatrice T di una continua gestione CL, in cui si descrivono le modalità di eccitamento che portano all'apertura-chiusura della vagina; o il CLISMA, un metodo che porta alla propria evidenziazione SM dell'apertura-chiusura CL dello sfintere intestinale, e quindi al beneficio; o la CLASSE, l'evidenziazione S di una continua gestione alternativa CL sui suoi oggetti, che vengono fatti passare per gli stretti se navi, e promossi o bocciati se scolari. Giova qui accennare alla differenza di senso e d'uso tra questi nomi in C-L e quelli in P-L: apparentemente si potrebbe supporre che una continua alterazione CL agisca allo stesso modo di una capacità o un potere di alterare, modificare, variare PL. Ma quest'opinione è smentita dal confronto tra KLEO, piego, e PLASMO: si comprende che, per esempio, mentre KLEO è usata specificamente per modificare un indice quantitativo (metrico, volumetrico, funzionale), il nome in P-L gode di una genericità più ampia e meno specifica, applicabile a più condizioni e parametri della forma, come si riscontra in PLASMARE (come sempre riferito prima a un'immagine interna : AS*M > propria evidenziabilità --- PL di un potere modificatore >> sulle immagini; e poi trasferito al mondo degli oggetti), o in PLISSETTARE, o in PLICA, ecc. Ritornando al tema principale, rileviamo che anche la gestione degli uomini deve avvalersi di questa funzione. Ben sappiamo che questa era la primitiva applicazione di C-L, che richiedeva e richiede tuttora un regime continuativo fatto di stimoli variabili rivolti agli uomini, perché solo in un modo tanto faticoso e impegnativo si tengono agganciati i clientes (al contrario dell'uso di P-L, che come vedremo, si impone sui soggetti, partendo da una posizione di superiorità e di potere): i gestiti CLIENTI, i gestori CLERO, per questo CALLIDO (regolare gestione di continua gestione!), o CLAN, o KALIFFO.
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Questi invidiabili continui gestori di uomini devono avere doti particolari per pervenire a questo loro scopo, essere KLUG (ted., intelligenti), e KALOS (gr., belli). Il valore di bellezza attribuito a KALOS, gr., nasce dall'idea che chi applica un controllo gestionale sui suoi amanti, dovrebbe essere necessariamente bello; così CALYPSO nasconde misteriosamente la sua evidenziata capacità di gestire l'amante, che perciò vive nell'inganno e nel mistero, come ogni CLIENTE. Si vedano le progressive ideologizzazioni del concetto C-L, come CALAMO, il regime variativo della scrittura. KOLPOS (gr., collo dell'utero), e CULPA sono efficaci rispettivamente nella continua gestione del feto e dell'uomo, e qui si può intravedere un abisso di senso e di ambiguità e la connessione reale nell'anima dell'uomo tra CULPA e CULTO. CELLA è il regime del reo, con la sua E energetica che ci mostra come quel regime sia coattivo!. Questa violenza è implicita in CELARE, che vale mettere a regime coattivo (tramite KELE), e perciò rendere non-disponibile chi ne è vittima. Infine COELUM, come CLIMA, rendono la varabilità delle condizioni climatiche, ed esprimono completamente il senso di C-L, sia come regime che come variabilità. Mostriamo anche qualche esempio della modalità astratta -L*-C, e cioè continuità di gestionalità, a conferma della sua stessa esistenza e della idoneità del nostro modo di analizzarla. Va chiarito che, mentre C-L esprime un atto che continuamente varia, e non può uscire dal suo ristretto binario, come è giusto che sia se la nostra teoria vuole rientrare nel novero dei fatti non falsificabili, al contrario la forma sostantiva implica una stabilità negata ai prodotti di C-L. La forma sostantiva -L*-C ha un senso del tipo continuità di gestionalità, molto adatta alla statuizione di un regime gestionale. Un esempio congruo è ELOQUIO, giacché esso esprime chiaramente la modalità con cui si ottiene una continuità di gestionalità sul prossimo. Notiamo come eloquio trattenga il senso di continuare a intrattenere verbalmente. ELUCUBRARE, è ancor più interessante: la spina UB*R dipinge la ripetizione R di un impulso emotivo-interiore UB, che afferisce su ELUC, anch'esso vocalizzato in senso emotivo-interiore U, al fine di sostanziare il senso voluto, che è dunque: un ripetuto impulso interiore (una preoccupazione) che attiva una continuativa gestionalità >>sulle idee al fine di ottenere le migliori soluzioni. Che -L*-C esprima una continua gestione dei mezzi a disposizione al fine di ottenere il miglior rendimento, ce lo dice anche ALACRE, che è appunto veloce, e adeguato in quanto continua a gestire gli strumenti (ALA, sscr., strumenti di gestione) nel modo migliore. ELICA è una perfetta metafora concreta di quest'idea di continuità di gestionalità alternativa. ILICE prende nome dall'alternatività continua degli ILI (alternanza di percorso) che si dipartono continuamente dal tronco principale. Qui si nota perfettamente la differenza tra la modalità sostantivante e quella attiva: mentre C-L non può che descrivere le continue variabilità di direzione cui è sottoposto un ente come il collo, o il colon, o il cilium, qui è possibile invece descrivere la condizione generale che precede le continue e momentanee variazioni. ALIQUIS è costruito sull'idea successiva, per la quale l'alternatività gestionale di AL consente di conferire ad ALIUS l'attributo di qualsiasi possibile gestito. Riesaminiamo qualche dato. EL*IC-a, individuale continuità di energia variativa, dipinge con chiarezza la fissità connessa del perno centrale dell'elica, cui corrisponde l'energia alternativa delle sue pale. Essa non cesserà mai di girare! Idem AL*C-e, esprimente la connessione sulla fronte, che si scioglie nella variabilità delle corna (AL), e che dipinge l'alce per mezzo della forma delle corna. ALICE, il pesciolino la cui connessione (IC) interna sembra sempre perdersi nella variabilità (AL) delle sue sinuose variazioni di forma. UL*C-era, la continuità nel modificare o alterare, dove è descritto il procedimento continuativo di alterazione/erosione, in cui consiste l'ulcera: qui la U è il segnale che questa variazione si pone in un campo emotivo, come ben si può supporre si situasse la primitiva ULCERA, o la primitiva CR*UX (> emozione continuativa che continua a ripetersi).
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Citiamo anche AL*AC*RE che introduce, per mezzo della ripetizione R, il concetto di ripetizione di continuità di gestionalità: ben s'intende quanto sia alacre ai suoi compiti chi possiede questo stile, e, ciò che più conta, si tratta di uno stile sostanziale, tanto da definire un tipo. Non resta quindi che restare ammirati nel discoprire l'immenso intrico di direzioni mentali e pratiche scavato all'interno del concetto C-L, per mezzo dell'intelligente osservazione dei fenomeni naturali e umani, da parte di intere generazioni di osservatori della lingua. A sua volta chi pensasse che un concetto come CL potesse nascere senza simboli che lo precedessero e lo rendessero concreta ideazione applicabile ai fenomeni della realtà, non saprebbe di che parla.

|C||L|
È l'esatto contrario di un regime. L'inversione delle due idee pone qui come soggetto non la continuità nello sforzo ma la fatua variabilità, la quale appropriandosi della C come attributo, rinforza la sua alternatività in un gioco continuativo di apri e chiudi: è l'idea dell'alternanza che per la prevalenza del suo soggetto |L| nell'interferenza significante, fa prevalere alternanza e variabilità continua (che, non a caso, è il carattere dell'AL-LOCCO). Questa idea è bene che venga letta in un primo tempo (cioè finché non ci saremo resi conto delle sue possibilità intrinseche di produrre significati e direzioni secondarie) come semplice va e vieni o su e giù, cioè un' alternanza fisica identica all'apporsi-staccarsi della punta della lingua agli alveoli. O come la più semplice operazione di su e giù, o di avanti-indietro: il LECCARE. Ma se immaginassimo che questo movimento si interrompesse nel suo procedere sequenziale, esso resterebbe fissato in una posizione ben precisa ma casuale: di questa possibilità si resero ben conto i nostri antenati e collegarono così l'idea di alternanza continua a quella di ottenimento di una scelta casuale: si veda LICITAZIONE, come sostantivazione di una gestione alternativa e variabile dei suoi oggetti, che ne prevede la scelta casuale, in quanto il gioco della sorte si affida a una casualità di movimento alternativo, come per esempio nella roulette. Il concetto di casualità è fondamentale nell'imposizione della sequenza di L-C agli oggetti, e trova riscontri molto dimostrativi come LUCK (ingl., sorte), LACHÈ (gr., sorte). Si comprende come tale imposizione di nome prendesse lo spunto da qualche gioco (come anche licitazione) che prevedesse un avanti-indietro casuale. Se tale casualità senza legge venisse integrata da un proposito mentale che la sostiene, potremmo ottenere LICENTIA, che presuppone infatti un pensiero propositivo N responsabile di questo avanti-indietro (LIC): e infatti licenziare trattiene in sé il senso di determinare un allontanamento; dare LICENZA in generale trattiene però anche il senso totale originario di determinare la possibilità di una variazione, di condotta, ed è un'idea di grande utilità, usata in lituano per nominare il pilota LAKUNAS, cioè chi determina mentalmente una continua variazione (di direzione). Anche LEC*S potrebbe indicare soltanto una variabilità direzionale nel senso: o di qua, o di là, formando con LICENTIA un'endiadi totalizzante. Ciò per l'alternanza prefissata dalla variabilità continua di |L|. Notiamo come L-C possa essere il campo di applicazione di C-L: così LOCUS può esser considerato il sito o lo strumento variabile della continua gestione operata da COLO, e dal COLONO; LOCUS ha implicito in sé il concetto di oggettivazione casuale, e quindi astratta, del territorio, nel senso che qui la sequenza di applicazione di L-C è pervenuta al momento del cambiamento di direzione, o al punto limite della sua variabilità continua, in modo da definirlo e da precisarlo: un locus o una locazione sono indicatori di questa LOCALIZZAZIONE, all'interno di quell'avanti-indietro, o meglio di quel transito implicito in L-C. LOEKEN (ted., capelli), sono gestiti in modo variabile e avanti-indietro nella pettinatura dal KLAMMER, il pettine; e LACTE è il LIQuido, presente-non presente a seconda della disponibilità, sull'infante da parte di COLERE, nutrire (ogni LICOR non rappresenta altro che la variazione continua del
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suo flusso); LACCIO è la gestione continua e variabile della presa da parte delle KELE (gr., artigli): insomma possiamo immaginare che C-L faccia da soggetto, e L-C da verbo. Vediamo ancora come tutte queste parole abbiano implicito il concetto di va-e-vieni: i LOECKEN durante la pettinatura; il LAC*T-e nella disponibilità-non disponibilità, dovuta ancor sempre a un'apertura chiusura di un transito LC; il LACCIO nel movimento di apri-e chiudi; le KELE anch'esse nella continua C variazione L dell'apertura-chiusura, a completare con un altro esempio il circolo C-L L-C. È ovvio che la continua C variazione L rappresenta il momento attivo e soggettivo della variabilità L continua C: per cui i fenomeni che rientrano in questi due concetti possono alternativamente essere nominati nei due modi, a patto che esista un soggetto identificabile, e qui prevarrà C-L, o al contrario prevarrà L-C se questo soggetto non fosse facilmente reperibile: per esempio COLO presuppone un agricoltore che continua a gestire i campi; ma LOCO è un identificabile punto di fermo della variazione continua. Così pure LACUS esprime la variabilità continua della raccolta del regime acqueo prodotta da COLMARE, e la sua presenza-assenza alternativa è testimoniata da LACUNA, un'assenza che può essere riempita. Questa modificabilità di LACUNA ha in N la chiave di volta: è una determinazione mentale che decide e pilota il riempimento o lo svuotamento, certo mediante dighe. Questa possibilità non è di LACUS, soggetto alle piene naturali, e quindi pienamente casuale nel suo pieno-vuoto. Così pure LAKUNAS (lit., pilota), determina mentalmente N quella variazione continua LAC che è il comando del timone. Abbiamo constatato finora come tutte le parole in L-C siano dominate dalla semplice idea di va e vieni, su e giù, apertura-chiusura, che sono le funzioni di un interruttore: ciò secondo la natura profonda e archetipica di L-C, la variazione, o meglio, l'alternanza continua. Tale funzione prevede, oltre a quella di casualità, un'altra idea implicita. Quella di intervallo tra l'apertura e la chiusura, e la troviamo in LACONICITÀ che si fissa sulla chiusura della bocca. Ed un'altra conseguente: di regolazione del transito, dovuta al momento di variazione tra la chiusura e l'apertura che individuiamo nell'uso di denominare città a guardia di un transito montano, come LUCCA. Ma questo toponimo gioca lo stesso ruolo di quell'idea di alternanza continua che può infine, e molto concretamente, essere usata per nominare addirittura gli strumenti dell'alternanza, e del controllo dell'alternanza, dandoci una prova inoppugnabile della realtà del nostro assunto: il LUCCHETTO, che apre e chiude; il LUCCO, il mantello che si apre e si chiude; la LACCA, che, applicata, fissa e libera i suoi oggetti; infine la LUCS, che esprime l'alternanza del chiaro e dello scuro e anche l'apertura-chiusura del COELUM, il quale a sua volta doveva individuare il controllore di queste capitali variazioni di luce. Così pure, ripetiamo, LUCCA è guardiana dei flussi alternativi del Serchio, e CHAMP-LUCK dei transiti montani al Vallese! LECTUS è lo strumento della gestione continua del ritmo sonno-veglia, e di altri va-e-vieni, o transiti che dir si vogliano. LUCTA fu probabilmente in origine l'attivazione di un'alternanza continua di natura sessuale, metaforizzata successivamente in lotta ginnica. In conclusione ogni parola in L-C è connessa con l'idea di va-e-vieni, e di casualità di questo vae-vieni, funzionando perciò come il CLIC di un interruttore: continua C una continua alternanza CL. Se spiniamo L-C con altri suoni ricaveremo integrali molto significativi. Spinando L-C con S, l'integrazione conseguita ci darà evidenziazione variabile continuamente, e questo era il primitivo senso di LUXUM, un'immaginativa strabordante e carica di fascinazione (anche erotica). LUXARE è però il termine medico per osservazione di una variabilità continua nel movimento di un arto: l'arto che non è più fissato correttamente appare dunque LUXATO, perché eccessivamente mobile! Questo è certamente il valore che colora LUXUM di immoralità, in quanto un'immaginazione eccessivamente mobile è sinonimo di mancanza di scopi e di finalità: il contrario di S-V, in cui l'immaginare S procede indefettibilmente verso una meta V, e perciò può definire il costume SEVERO.
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Ma se, come più sopra, spiniamo L-C con N, che è la spina più usata del file, ricaviamo un proposito mentale N di variazione continua, che consente di dare una motivazione razionale e un significato a L-C: infatti si invera in LICenza o pilota, e cioè in controllori del traffico e del transito, come LAKUNAS (lit., pilota); ma anche, e ciò ha un grande valore euristico, l'intervallazione implicita a questo controllo razionale N segna del suo senso LACONICO, come chi, per un proposito mentale N, pone intervalli > al suo dire. Tal quale facevano i laconici spartani (la Laconia prende il nome dai loro modi, e non il contrario). Un più terribile intervallatore è LAC*N-ius (gr., macellaio), il quale, per un proposito razionale N, taglia la carne. LACINIA, e LACERO rientrano nel suo campo d'azione; quello di determinare un'alternanza continua nella carne, intervallandola, o meglio, riducendola in pezzi. Vediamo qui in movimento la deriva o il progresso dei giochi metaforici, verso un senso sempre più specialistico e concreto e reificato e inaccessibile, ma tutt'altro che arbitrario. Un altro esempio del potere di controllo implicito nello schema L-C*N ci è dato da LUCINA, la dea che sovrintende al transito del nascituro verso la vita, e un secondo, che assevera il senso del primo, perché di natura simile, sta in LUCRINO, il lago che fa da antiporta al lago d'Averno, dove il defunto veniva controllato nel suo passaggio agli inferi. Un'altra parola collegata a i riti e a i miti antichi, LUCUS, il bosco sacro, potrebbe assumere così la fisionomia di luogo di transito verso il mondo superno. LOKA (sscr., il mondo), secondo i verbi I.E. di senso osservare, guardare, ci assevera sull'uso di derivati della parola LUX per esprimere ciò che è visibile, e quindi anche sull'estrema antichità della metafora che assegna alla variazione continua L-C il diritto di nominare l'alternanza continua luce-buio. Quest'alternanza è certo stata il modello ideativo e gestativo di tutte le altre direzioni implicite o esplicite finora descritte. Ma nel caso di LOKA essa è a sua volta metaforizzata nel senso di dare al mondo della contingenza il titolo di variabilità continua, in opposizione al saldo mondo della trascendenza. LACERTA o LUCERTOLA sono i rettili dotati di una variazione L continua C delle forme, e questa è la direzione fisico-descrittiva elementare, ma non primitiva. Come nota aggiungerei che i LIQUIDI amano essere nominati tramite L-C, proprio perché per lo più sono soggetti a subire interruzioni nel loro sprigionarsi dalla fonte: così LACTE, o LICOR. La forma sostantiva -C* -L significa la modificabilità, variabilità della continuità: quest'idea trova in EC*L ISSI una stupenda comprovazione: l'evidenziazione S dell'alternanza L di un'energia continua EC è appunto il momento di chiusura della LUCE applicato alla continuità della luminosità lunare. Ci viene verificato, a fortiori, così anche il valore LUCE. EC*Lampsia è un termine medico che definisce una condizione patologica della gravidanza in cui si determinano fasi tonico-cloniche della muscolatura della gestante: anche qui siamo di fronte all’evidenziazione S dell'alternanza L dell'energia continua EC muscolare! Questi esempi probanti ci dimostrano che -C*-L è un'idea utile a definire la variazione di qualsiasi continuo, e quindi anche di quel continuo che è lo sguardo: OCULUM. Si riesce così a esplicitare come l'occhio modifichi lo sguardo pur permanendo nel continuo della sua funzione. ACULEO nasce anch'esso dal desiderio di definire come la puntigliosità espressa da AC possa essere sottoposta a una manovrabilità AL: qui appare evidente che l'azione dell'aculeo è primieramente e principalmente interna all'anima. È la famosa spina, che sa variare il modo con cui punge. Poniamo schemi di integrazione più complessi alla ricerca sempre della stessa idea--C*-L: questa variazione L assume un valore particolare se posta a spina di un continuo chiuso C-C (>>CECE, COCCO, CHICCO, ecc..), giacché consente di esplicitare il concetto particolare di rotazione di un continuo chiuso >> rotazione circolare, come ci viene attestato da CICLO. Tale idea ha un omologo: CIR*C che sfrutta l'integrazione spinante C*C per fornire lo stesso concetto di continuo chiuso, che subisce un effetto ripetitivo dall'integrando della R nella C-R; a
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questo valore ideativo si può poi dare un'ulteriore spina L, che, come in CIRCOLO, consente il senso di CIRCO o CERCHIO, divenuto rotante e dinamico per effetto della spina L. Si veda però che CIRCOLO, per codesta sua origine, non è in grado di assumere il ruolo altamente astratto e funzionale di CICLO e deve accontentarsi di essere solo un cerchio rotante. Quest'idea CC*L, così specialistica e particolare, non resta limitata al mondo delle idee astratte, ma si incarna, consentendoci una riprova definitiva della verità delle nostre asserzioni, in enti che unicamente corrispondono alla sua sostanza concettuale: tale è la COCLEA, l'ente a forma di spirale circolare, e, quale ulteriore metafora, il CUCULO, che trasferisce l'idea di ciclicità al suo richiamo acustico. Da queste specificazioni si può meglio intendere il senso di OCULUM, come rotazione dello sguardo. Un altro modo di definire la spirale, oltre CC*L, può essere CL*M*L, la variazione della corporeità che continua a variare: qui la variazione spinante definisce il passo della spirale, e quella della funzione radicale C-L definisce ovviamente la variazione della curva circolare: l'esempio reale di questa possibilità di denominazione tanto esplicativa è COLUMELLA, un mollusco dotato anch'esso di guscio spiralato. Passiamo alla forma dell'integrale lievemente più complesso -C*-CL, che ha in sostanza il medesimo significato se non per una presenza più marcata del valore C nella funzione spinante CL. Scopriremo che tale metodo di produzione dell'integrale è generalizzato per tutte le funzioni, quando si vuole dare particolare risalto al valore integrando rispetto all'integrante. Questi esempi ci mostrano con grande chiarezza come gli integrali possono essere lievemente modificati per esprimere in modo più convincente la stessa idea di base; il modo più semplice per ottenere questo risultato consiste, come in questo caso, nel trasformare il bifonema spinante in una vera e propria funzione, il cui valore operativo è sostanzialmente simile a quello del bifonema spinante dato: così AC*COLA e AC*COLITO trattengono in sé il concetto di adibito a una funzione, e questo in quanto strutturati secondo l'idea continua gestione CL di una continuità AC: essi gestiscono variamente quella continuità AC di impiego in cui consiste il loro essere accoliti. Se quest'ultimo esempio riesce a rivelarci la duttilità del concetto che stiamo esaminando, cioè di come il controllo gestionale AL di un impegno continuativo AC possa identificarsi concretamente in chi è adibito a una mansione che richiede sforzo e dura nel tempo, ancor più ne saremo meravigliati constatandone la variante fisica: AC*CEL*ERO. Il concetto di accelerazione nasce tutto, e non può che essere così, dal controllo gestionale-variativo operato da CL su quella continuatività di sforzo o d'impegno AC, che per gli antichi corrispondeva sicuramente allo sforzo muscolare (secondo il concetto di contrattilità intrinseco a C…). Dunque la concreta variazione CL dello sforzo muscolare AC ci regala il concetto di accelerazione, che, come si vede, è tutt'altro che teorico. Anch'esso, come si vedrà per quello di TEM*Po, nasce dalla contrazione muscolare: uno stato viscerale che è tutt'uno con la psiche primitiva.

|L||D| e |D||L|
L'alterazione delle regole e la regola alterativa esprimono il rapporto tra dovere e variabilità, e possono così produrre, in modo estremamente semplice, le idee etiche e giuridiche fondamentali e di immensa portata per la vita del singolo e della comunità. L-D, cioè l'alterazione della regola, esprime la possibilità da parte degli uomini di modificare le regole e le leggi; la D-L è di per sé una legge alterata e non più valida, cancellata, e trasformata infine, nella sua applicazione sequenziale, in crimine, come mostra lo schema veramente esemplare: DL>> DELEO, cancello>> DOLO, come regola D alterata L, e infine>> DELICTUM. Un'idea di grande importanza per codificare la contravvenzione al tabù, che era ed è il peccato originale. La codificazione del delitto dal primitivo piano etico poté strutturarsi come idea di cancellazio351 165

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ne della regola con DELEO, la regolare alterazione concreta, e quindi consentire di produrre anche l'idea di cancellare o di non ritenere più valido o vincolante un determinato dovere. Questa facoltà modificativa o abrogativa delle regole o delle leggi riposa appunto nella DELIBERA. Il concetto in LD di gestione delle regole, e soprattutto la modificazione delle regole ci porta invece su un piano, per così dire, legislativo, in cui le vecchie regole possono essere invalidate, o modificate, per esempio per mezzo dello strumento del LODO, che ci rappresenta una dimostrazione estremamente calzante del concetto insito in L-D; codeste regole sono invalidate, e così pure si può LEDERE il diritto consolidato. Infine questa situazione in cui tutto è possibile è quella, senza regole, del LUDO, in cui ogni eccesso è possibile, perché senza regole la vita è casualità e Gioco, e LUDIBRIO, che ne è la precondizione dettata dall'impulsività vitale BR e che perciò si fa scherno della morale e delle leggi. Si comprende facilmente perché la condizione senza regole possa semantizzarsi nel gioco. D-L può essere traslata in un senso concreto verso il concetto di regolarità D di gestione L, che è di grande importanza pratica perché si applica a situazioni in cui un impegno o un compito per essere compiuti nel modo idoneo devono variare a seconda della necessità. Questo concetto può infondere il suo impegno prima di tutto nel DILIGENS, colui che dirige D la gestione L delle sue occupazioni, generandola G con la massima regolarità. Questa DILIGENZA è la parola che più conserva il senso reale e primitivo di D-L, e che ci aiuta a comprendere le successive prese di significato e le reificazioni in cui quest'idea fondamentale si invera. Così nel DELTA, come regolare D gestione L del deflusso energetico E delle acque; nel DOLIO, il recipiente condensante O delle acque da gestire regolarmente, versandole accuratamente; e così pure la DOLINA, fedele interprete delle piene; DELPHYS, la segnalazione F di una regolare gestione DL, e cioè del l'appari scente turgore del la gravidanza. Ma anche il segnale che regolarmente gestisce il supplice dell'oracolo di DELFI. Codeste parole, nascendo da un uso attivo dell'idea D-L, sono per loro natura, strumentali; ma l'uso passivo di codesta idea consente la definizione di chi viene piegato regolarmente D dall'altrui gestione L: il regolarmente gestito è dunque DULL (ingl., debole); o il DULCIS, cioè il reso addolcito, proprio perché l'esser regolarmente gestito ha implicita in sé la condizione di malleabilità e mancanza di resistenza alle pressioni. Così le DELICIAE ottengono l'effetto di regolarmente gestire i DELICATI che ne sono oggetto, e che per questo motivo sono etero-diretti dalla funzione D-L, che ha dunque nella parola DELICATO una stupenda conferma. Un'ultima direzione è inverata dal sentimento connesso a un subìto DOLO, sentimento che è espresso con DOLEO, che ne è il passivo, proprio di chi non è addolcito, ma ricerca soddisfazione. Anche qui si constata l'ambivalenza delle parole simili, nata dalla funzionalità astratta delle funzioni generatrici. Constatiamo, in base agli esempi, la compattezza di queste famiglie e la loro capacità di esprimere idee tanto complesse e quasi impensabili come LODO e DOLO con una semplice trasposizione di suoni . La direzione di gestione delle regole è, a sua volta, espressa dal LEADER, ingl., > LEAD > LED, parole il cui significato pratico deriva direttamente da gestione regolare. L'atterraggio - LANDING - è infatti una manovra che richiede LD. Idem LADY. La forma sostantiva -D*-L significa la gestionalità dell'ordinatività, ed è un concetto statuente una condizione di stabile gestione delle regole, quale è quella dell'ADOLET (turc., giustizia); e in generale dell'AD*UL*-to. Così il magistrato EDILE, è, nonostante i buffi etimi derivati da aedes, colui che ha gestionalità sulle regole di ordine più generale e vario, e non certo chi si occupa solo di case. Un altro bello e fine esempio consiste in ADULO, che al pari di IDOLO, prende quella parte dell' alone semantico connesso alla gestione degli obblighi sociali, e cioè le convenienze: ma, mentre IDOLATRARE è volto più verso il versante religioso di questa gestione degli obblighi, fino ad acquisire perfino il senso di gestione dei riti, ADULARE resta ben connesso alla pratica sociale spicciola come manipolatività AL delle obbligazioni AD sociali, e quindi delle convenienze, fino a
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conseguire un ulteriore livello di manipolazione, quello della vera e propria ADULTERAZIONE dei rapporti. Come si constata tutte queste idee non possono nascere che dai diversi gradi in cui possa spingersi nel campo sociale l'idea astratta -D*-L. In realtà, a una lettura più approfondita, pare più conseguente ritenere che -D*-L si appropri maggiormente del valore alterazione-annullamento delle regole, che di quello gestione delle regole, e possa descrivere così l'ADULTO come chi si è ormai liberato dagli obblighi coattivi pertinenti all'infanzia. Infatti ED*UCo, che è il sostantivo della funzione C-D, continua regola, dipinge la condizione del PAIDOs come di chi è sempre obbligato. Inoltre ADOLESCO è intuibile come il verbo di chi si libera degli obblighi infantili e assurge alla libertà di comportamento dell'uomo adulto. Infine ADULTERio indica una condizione di liberazione dagli obblighi morali, e ci convince che -D*-L, in I.E. è usato prevalentemente nel senso di annullamento delle regole. Queste considerazioni comportano una rivisitazione delle parole appena esaminate (ma il lavoro ermeneutico altro non è che una continua rivisitazione alla ricerca di verità più generali e profonde….), per cui per esempio, se IDEA si ponesse come un obbligo interno ID da realizzare, IDOLO non sarebbe che un'idea di per sé falsa e ingannevole, contenendo già in sé il suo annullamento. Codesta è certo la causa della fatuità connessa all'idolatrare. Del pari riusciamo a scavare e a discoprire il senso negativo e immoralistico di ADULO, se comprendiamo che il senso primitivo di ADULAZIONE consiste nell'ingannevole tentativo di convincere l'ADULATO che egli è al di sopra delle comuni regole di comportamento, e che, in definitiva, questa è la base della sua supposta superiorità. A tal fine si deve comprendere che oggetto dell'adulazione è appunto il nobile, ED*LER, ted.: è infatti chi è elevato nella scala sociale a pretendere il diritto di non rispettare le comuni regole di vita. Una bella metafora di questa condizione di superiorità nomina ADLER, uccello che si eleva sugli altri, (ted., aquila). L'idea astratta -L*-D, e cioè l'ordinatività della gestionalità, che allude a una sistematizzazione di strutture gestibili, sembra poter avere un'applicabilità soprattutto nel senso dell'organizzazione delle attività agricole: e infatti l'imposizione di >>un'ordinatività AD nelle modalità di gestire AL>> l'agricoltura, si realizza, concretamente, nel concetto medievale di ALLODIALITÀ. La parola è dunque quella veramente più specialistica e significativa a esprimere la subordinazione della gestionalità dei campi a una ordinatività che rientra nel campo del diritto feudale. Evidentemente anche l'istituzione degli ALDI si nutre del medesimo impianto giuridico: essi sono i nobili preposti all'ALLODIO.

|F||L|
Tra i modi di produrre informazione il migliore è certo quello che agisce profondamente sul cliente: questo modo è F-L, il segnale gestionale o alterativo, che attua la sua funzione sull'osservatore in modo da tenerlo legato a sé, in virtù del suo essere somministrato in modo variativo L, a seconda dei bisogni di chi lo osserva. Da ciò si intende subito FILO, come sequenza di segnali gestionali (in pratica: discorso congruo ai gusti dell'ascoltante). Quest'idea coglie il nucleo della comunicazione verbale, che capta l'interesse dell'ascoltatore e lo lega a sé: essa ha in FIL (irl., poeta), un buon protagonista; in FILOS, gr., un buon ascoltatore, il quale per la sua aderenza al filo delle parole ascoltate, è amato e gradito: così pure avviene per FILIUS, non altro che un affiliato ai segnali gestionali del suo Patronus. La continua C riproduzione R di un FILO, agisce come un FUL*CR-O sui suoi osservatori. E come sempre i contenuti mentali anticipano quelli oggettivi: il fulcro fisico è solo la ripetizione di quello verbale e come quello satellitizza i suoi oggetti mediante un FL. L'altra principale direzione, di segnale alterato, si concretizza in FALSO, I'evidenziazione S di un segnale alteratore; e così pure in FALLACIA. Effettivamente l'idea di segnale F gestionale L, at351 167

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to a satellitizzare i suoi seguaci, ha implicito un aspetto di falsità e di esagerazione, che fa del gestito da mere parole un povero >> FOLLE. Si intenda che è proprio la situazione umana di gestione degli altri mediante parole, che ha implicite inevitabilmente le idee di FALSITÀ e di FOLLIA, e non ci si deve dunque meravigliare che il file che da nome nelle lingue I.E. all'abilità di arringare, così importante e tenuta in considerazione dai popoli pre-istorici, voglia anche annettervi, come controfaccia, la contemporanea esperienza del dubbio e del timore di essere ingannati che si instaura nel popolo, nella FOLLA dei senza-parola, degli ascoltanti. Questo pieno (VOLL, ted.) di ascoltanti dubbiosi prende dunque il nome di FOLLA, e di VOLK, ted. In tema di falsità, se si volesse discriminare FALSO da FASULLO, sarebbe sufficiente considerare che l'integrale FS*L non può che esprimere l'alterazione L di segnali evidenziati FS, mentre lo schema FL*S vale l'evidenziazione S di segnali alterati FL. Una differenza che salta agli occhi consiste appunto nel fatto che FASULLO è tale per una manipolazione successiva dei dati, cui si fa riferimento, giusta l'azione successiva della spina L rispetto al momento precedente, rappresentato dalla radice F-S; mentre al contrario FALSO presenta irrimediabilmente i dati del radicale F-L già alterati, e il momento successivo in cui la spina S mette in mostra questi dati alterati, non ha altro effetto che la loro pubblicizzazione. Presento quest'analisi all'accorto lettore, per mostrare come ancor oggi l'alone semantico storico delle parole è condizionato dalle relazioni specifiche relative ai vari integrali, e che ci viene così dimostrata una vera Scienza della semantica. Ogni lettore è invitato a fare sue queste spiegazioni, in modo che ogni integrazione e ogni vocalizzazione siano analizzate nella loro specificità, nonostante la mia impossibilità di soffermarmi sui particolari di questo lavoro di analisi. È però giunto il momento di evidenziare l'esperienza primitivamente antropologica I.E., che fa da punto di partenza a tutte le altre successive metafore, così come ci viene indubitabilmente dimostrato dalle parole stesse. Qualsiasi soggetto attivo FIL si può attivare nell'azione descritta da FELLO, e FALLO, i quali sono agenti di segnali gestionali sensitivo-vibratori di tipo orale, in modo da strutturare una famiglia di parole in cui il succhiare (FELLO), la conseguente FELICITÀ, e l'essere FILIUS sono tutt'uno; questa situazione è l'allattamento (cfr. specificamente Thass-Thienemann); e poi la sessualità adulta, come ripetizione sulla base dello sviluppo sessuale normale, secondo Freud, di quei primitivi segnali vibratorio-gestionali di tipo primitivamente orale, che legano le persone tra loro mediante un FILO di sensazioni piacevoli, come ricordo subconscio di quel paradiso anteriore di cui favoleggiano tutti i grandi nevrotici orali, sia uno di costoro lo scrittore del deuteronomio o sia l'ateo Baudelaire. Così viene disvelata quella fondamentale esperienza esistenziale alla base dell'uso linguistico di F-L: essa è, freudianamente, la fellatio del capezzolo materno. Né potrebbe essere diversamente perché la lingua dell'infante si appone al capezzolo descrivendo proprio il gesto F-L! La FELICITÀ tanto sognata dagli adulti, in guisa di reminiscenza umbratile, consiste nel sentimento somatico-viscerale della poppata. Dunque non vi è dubbio che la primitiva proiezione di F-L fosse proprio quella sessuale-nutritiva, e cioè quel segnale erotico variabile, che si ricava da un rapporto orale; o meglio il piacere orale infantile, che potentemente lega a sé i suoi adepti, come un FULcro che li gestisca e li renda FELici, e talvolta FOLli, per eccesso di oralità, come sono infatti gli schizofrenici, malati di narcisismo orale. Codesta verosimile dimostrazione, mediante le parole, della teoria di Freud sullo sviluppo sessuale a partire dall'erotismo orale, non può che rendermi felice. Ma le susseguenti metafore della primitiva esperienza libidica , basata sull'onnipresente erotismo orale, da cui nasce l'instancabile desiderio dell'uomo orale, come specie e come individuo, di FAVELLARE ( gestire L segnali F che procedono V), legando a sé gli altri con un FILO di parole forgiato sullo stesso tipo di piacere che lo ha legato e lo lega indissolubilmente alla madre, rientrano tutte in un piano di perfetta consequenzialità esistenziale, in cui il potente strumento di aggancio tra le persone rappresentato da F-L,
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il segnale variabile e gestionale di natura primitivamente erotica, si trasforma al punto da giungere a confezionare un'idea come FILM, che lega a sé gli uomini mediante segnali variabili di immagini e parole, senza perdere per nulla il suo senso primitivo! Si noti per esempio anche l'uso di FILARE inteso come modo di legare a sé una persona mediante segnali erotici. Allo stesso modo e come riprova sul versante della reificazione, FILO assunse il senso di materiale per cucire, in quanto metafora reificata della sua capacità di legare indissolubilmente tra loro le persone, e infine le cose.

|L||F|
Al contrario è una sequenza gestuale, il cui valore archetipico vale alterazione, gestione della segnalazione. Le sue logiche e obbligate direzioni semantiche possono dunque essere: modificazione dei segnali in arrivo, in senso migliorativo o peggiorativo, sia estetico, sia olfattivo, sia vibratorio; oppure la gestione segnaletica di un campo informativo, di cui F-L può essere l'agente e L-F lo strumento; o anche la denominazione traslativa degli stessi oggetti così informati e uniti nello spirito di questo campo segnaletico e del mezzo aereo per cui passa l'informazione. Infatti possiamo notare che LAF, turco, è la parola e il discorso, e cioè proprio la concreta gestione dei segnali; LAFHUDI, bantu, la pronuncia, in quanto regola di linguaggio! La vibrazione informativa acustica si applica al mezzo aereo trasformandolo, in quanto campo informativo, a LUFT (ted., aria). Altri esempi di enti prodotti da codesta molto specialistica idea di variazione di segnali in arrivo sono: LIFTING, ingl., che conserva il suo senso segnalando, appunto, una variazione nell'aspetto, e cioè il miglioramento delle segnalazioni corporeo-cosmetiche; LOFFIO, lomb., il peggioramento del modo consueto di presentarsi, denotando una persona priva di forza vitale; LOFFA, nap., l'alterazione in peggio del segnale olfattivo (OLF= segnale di gestionalità), denotando profumi FETenti. La direzione semantica di gestione dei segnali vibratori mediante un'estensione di codesto senso a oggetti resi vibratili da particolari condizioni atmosferiche (l'esperienza della vibrazione più comune e naturalistica), ci mostra l'interessantissimo fenomeno di propagazione del messaggio aereo-vibratorio, con parole che mostrano il transito della vibrazione da LUFT, addirittura la vibrazione aerea, a LEAF (ingl., foglia), resa a sua volta vibrante dalla vibrazione dell'aria che la circonda; e all'inverso, dalla FOLATA agli enti vibratili, e passivanti, FOLIA, e FOLIO. Si deve comprendere che se LEAF venne forgiata, nella nordicità oggettivante, avendo in mente come soggetto il vento che gestisce L la vibrazione F della foglia, al contrario, ed entusiasticamente per le nostre tesi, nell'egosintonica terra latina fu preferenzialmente preso in considerazione l'organo di senso come soggetto alla vibrazione F variabile L della foglia: in tal modo viene dimostrata la preferenzialità di scelta di questi due UR-S dovuta al differente psichismo nordicolatino, per nominare l'effetto vibratile, anche nell'inversione grammaticale dei due termini del rapporto. Vi sono molti altri esempi di simili inversioni di scelta. Per esempio FORMA e MORFOS. Questi, come tutti gli altri enti soggetti a un campo segnaletico, formano un insieme, che per la sua specificità passiva può essere (e fu) denominato FOLLA o VOLL (ted., pieno), tutto, in quanto plenum inattivo, che è, per intendersi, l'equivalente del pieno degli spettatori di un FILM. Una buona prova di ciò sta in VIEL (ted., molto), che si apparenta a VOLL, e a FOLLA, perché coinvolto nel concetto di completezza, e a FILO a causa dei suoi propri suoni, mostrandosi come l'anello di passaggio tra il FIEL, (gael., Bardo), fabulatore e la folla che ascolta in religioso silenzio il suo segnale gestionale e vario FL, e cioè il suo racconto prosodico di gesta e di avventure. L'idea di FOLLIA nasce, a sua volta, da questa condizione di passività informativa: al sagace Bardo creatore di questa parola apparve ovvio che farsi gestire e influenzare da mere parole e dalla demagogia è pura follia. Ecco perché la folla eterodiretta soggiace a follia.
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Un esempio dello stesso significato si estrae da FALANGE, generazione di segnale gestionale, entificata a articolazione, proprio perché espressione dell'indice teso a segnalare ai subordinati quei messaggi che li gestiscono e fanno di loro uno spirito unitario, e una FALANGE, ovviamente ingannata dalla FALLACIA, intrinseca all'uso non-gratuito e interessato che l'uomo fa dei suoi propri segnali. FELCE, FELTRO sono esempi banali di enti soggetti alla vibrazione aerea. DE-FALCO ci mostra una tecnica gestione segnaletica, o catalogica, che è simile alla gestione del campo segnaletico attuata dal FALCO sulle prede, indirizzate verso il cacciatore. La segnalatività gestionale -F*-L ha come esempio OLFATTO nell'odorato, OLIFANTE nel segnale sonoro, ELEFANTE nel gesto visivo.

|L||M|
Gli incroci di |L| con il gesto della corporeità personale |M| ci offrono una serie di incomparabili riprove dei nostri assunti, la cui semplicità concettuale è estremamente dimostrativa. Essi non possono che volgersi a direzioni personalistiche, di cui il lessico I.E. è buon interprete: si tratta della modificazione del sé attraverso un procedimento strumentale, come è naturale per lo strumentante |L|. E così L-M appare, nella sua applicazione sequenziale agli enti idonei, in primis come la condizione di modificazione della forma o dell'essenza di un ente; successivamente può essere usata per descrivere e nominare gli strumenti e le condizioni in cui si attua codesta modificazione del sé, sia come stato d'animo interiore, sia come ben precisato ente fisico. Un'ultima direzione di L-M, con referente principale |L|, può esprimere la gestione L propria M, come atto strumentale; essa può nominare gli strumenti di gestione, gli oggetti della gestione e anche l'impegno personale in un'impresa economica. La primitiva e più propria direzione è dunque quella per cui vengono nominati enti che hanno subito una variazione della propria forma, come vedremo in LOMBRICO, e come vediamo nel semplicissimo LAMO (non l'amo), che non rappresenta altro che il semplice evento della sua curvatura, in quanto variazione nella forma! LOM*BRIC-o a sua volta è nient'altro che quel continuo C impulso vitale B che si ripete R (in modo da) alterare L la forma essenziale M: è evidente che un simile stupendo integrale di funzioni si adatti all'osservazione della continua modificazione della propria forma, che i vermi attuano mediante impulsi vitali ripetuti. Tale è il LOM*Bo, punto di curvatura del busto, sotto un impulso muscolare. Così LEMURE, LAMIA noti per la forma incerta e confusamente variabile, e perciò spaventevole;LUMACA, LAMPREDA, in cui, come si vedrà, l'effetto di illuminazione suggerisce l'uso della spina in P. E questa è la direzione in cui la metafora si appropria di tutta la possibile fisicità degli enti nominati. M-L, invece, vale propria alterazione, o meglio l'essenza di sé alterata e la sostantiva concretamente; e definisce prima di tutto l'alterazione di sé, e del sé, sia come alterazione generica, sia come alterazione sempre più specificata e distinta nei successivi approfondimenti e dilatazioni: una sostanza che è modificata nella sua natura fino a diventare ibrida e informe, senza qualità). Dalla terza ipostatizzazione della sequenza applicativa di L-M discendono gli strumenti che hanno la capacità di modificare la forma degli enti: LIMA, LAMA, LUMPEN (ted., strumenti di modificazione meccanica). Questi strumenti fanno tutt'uno con gli oggetti modificati da loro; per esempio la LAMA (di neve, d'acqua, di qualcosa insomma di modificabile) è definita come una sottile superficie, che, nell'immaginazione è stata interpretata come prodotta da un taglio, o meglio da una modificazione gestionale di un intero, e cioè LAM, e di ciò fa fede LAMINA, che conserva intatto questo meccanismo, da cui poi, circolarmente, verrà ricavato il nome stesso dello strumento di taglio LAMA. LIMO è a sua volta il terreno la cui sostanza M è modificabile L, e quindi coltivabile! Ma oltre a codesto ultimo valore strumentale, che è frutto dell'ultima e più tarda ipostatizzazione della sequenza applicativa di L-M, e oltre alla vera e propria modificazione di
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una forma, che ne rappresenta il momento sequenziale immediatamente precedente, è altresì molto ben attestata la direzione inizialissima, che utilizza L-M per nominare una sostanza nel momento stesso in cui essa si modifica o si altera: questa possibilità determina il fatto che il terreno, lo spazio, il confine in cui si va man mano attuando la variazione suddetta possa assumere un nome in L-M. Così è per LIMEN, in cui una determinazione razionale N, e quindi una misurazione, fa da spina a questa variazione, conferendo al limite il suo carattere essenziale di essere un punto di passaggio in cui si attua la variazione! Altre parole, che sono improntate al medesimo concetto, sfruttano la spina impulsiva B, allo scopo di significare icasticamente il limite che possa essere valicato mediante un'azione impulsiva o trasgressiva: la più rilevante di codeste forme è LAM*Bire, che possiede in sé infatti il concetto di oltrepassare un LIMEN. Codesto LAMBIRE è carico, ovviamente, di significati e di tabù sessuali. Ma, su questa base concettuale, la sequenza ipostatizzata di LM*B può altresì riprodurre LEMBO, e LIMBO, come luoghi di transizione e di passaggio tra due nature o due sostanze, in cui è implicito al passaggio efferato (per B!) anche l'attribuzione di una colpa. L'innocente, chi non va oltre e non trasgredisce, si deve fermare al LIMEN, al terreno mentale che è consentito gestire come limite, o LIMITARSI, quindi attenersi al limite. Così il LAMB (ingl., agnello), è il limitato, il trattenuto nell'ovile, e infine, per associazione inconscia di intensi significati numinosi, colui che non trasgredisce, il senza colpa, infine l'innocente! così come il LEMMA è la parte LIMITATA, e attinente, non trasbordante, dell'articolo. La LIMA è anch'essa stata pensata come lo strumento che limita il limite di una superficie. La vera direzione mentale primitiva è però quella che semantizza la sensazione interna di modificazione del sé. Essa può generare LIMO (gerg., disturbo corporeo); il LAMENTO che ne è spia, ma anche alterazione del sé dovuta a un fatto mentale NT, che è una preoccupazione o un ricordo: questo significato, in cui è implicita una sofferenza o un disturbo mentale, non può non avere il suo semplice corrispettivo fisico e corporeo nell'idea di gestione di sé negativa o fastidiosa, che è la stessa che produce LIMONE, LIMBUCA (sscr., limone). Questi frutti sono certo così nominati in quanto strumenti di modificazione del sé a causa del fastidio che generano. Infatti il limone col suo acido può produrre un senso di disturbo e un'alterazione del senso di sé. Ritorniamo alla direzione fisica per la quale si nominano gli enti dotati della caratteristica di modificare la propria forma. Qui abbiamo solenni comprovazioni proprio tra gli animali di continuamente C modificabile L forma M, e cioè LUM*ACa e LOM*BRICo, i quali, in quanto >>> MOLluschi, hanno facoltà di modificare la propria forma: ma mentre LUMACa non fa che continuare a cambiare forma e si muove ben poco, avviene al contrario che LOM*BRI*CO, sia un bell'esempio di come la modificazione del sé corporeo LOM, se spinata da un ripetuto impulso vitalistico BR, riesca a semantizzare un movimento alternativo, il quale a sua volta se spinato da C, ne consente uno strisciamento e un avanzamento: chi creò LOMBRICO era certo un fine osservatore. LOM*BO indica appropriatamente il punto del tronco in cui si attuano i movimenti e se ne modifica la forma, quasi come un LOMBRICO localizzato. LIMBO oltre al senso precedentemente attestato, può assumere anche un altro possibile significato, rientrare nel concetto di vitalizzazione B della gestione personale, in antitesi col dominio altrui, e da ciò nascerebbe la sua indipendente neutralità : questo essere per sé fuori del dominio altrui può traslarsi perfino alla parte di tessuto fuori dall'ordito,al LEMBO: a sua volta LAMBANO (gr., raggiungere, conseguire), dipinge appunto l'esito concreto di questa indipendenza gestionale in campo economico, intrinseca alla direzione economica di gestione propria, in cui è altresì implicita e forse dominante l'idea di oltrepassare il limite proprio e cioè di fare concorrenza agli altri. Così possiamo anche osservare che ogni LEMMA dell'articolo di legge è indipendente e si gestisce da sé. Infine, l'impresa commerciale in proprio del navigante greco si reifica nel suo strumento: LEMBE (gr., battello), col quale può fare concorrenza agli altri mercanti. Vi è un rapporto lessicale di L-M con la luminosità la cui ermeneusi mi è costata molte difficoltà, e che perciò più volentieri cercherò di esporre: le parole in oggetto sono LUMEN e LAMPO, con i
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suoi dipendenti, LAMPADA, LAMPIONE. Ora, si deve innanzitutto comprendere che LUMEN accenna , come fa fede il soggetto mentale N e la vocale interiorizzatrice U, non tanto alla luce fisica, ma a quella luminosità mentale e concettuale che ci rende padroni delle nostre idee e dei nostri piani. Su questa chiara base si intende con facilità che LUMEN in primis è stato attribuito a quel miracoloso processo di modificazione L delle proprie condizioni mentali e di coscienza M, che si attua allorché un pensiero N adeguato e valido va risolvendo una qualche situazione problematica e priva di sbocchi. Questa condizione di chiarezza mentale, frutto di una risoluzione di una difficoltà o di un'impasse di coscienza mediante un pensiero idoneo, ben meritava il nome di LUMEN, e anche l'uso che se ne fa tuttora, di guida spirituale. Quest'analisi ci mostra la grande capacità psicologica e l'adeguatezza semantica del Bardo creatore della parola LUMEN. A noi moderni, imbarbariti dalla fisicità delle reificazioni spinte in cui si è andato involvendo il nostro ormai impoetico e disumanizzante linguaggio, questa parola appare metaforica e paradossale, mentre invece è primitiva e originaria. L'altra parola, LAM*PO, a prima vista sembra anch'essa inesorabilmente riferita a una luce fisica, a causa delle parole che ne derivano; ma questa opinione non rappresenta che un errore dovuto alla nostra limitatissima prospettiva semantica, tutta indirizzata verso la ragion pratica, errore che ci viene emendato per esempio da LAM*PREDA, il pesce che ha la caratteristica di modificare la sua forma ilLUMinandosi, e modificando la sua forma, come può fare un LOMBRICO. Diciamo dunque, confortati dagli esempi suesposti, che la spina P dà il potere agli enti in LAM*P di modificare la propria forma; così il lampo e la lampa vanno interpretati come semplice capacità P di alterare L la forma appariscente M, e, nel caso specifico, del modo di mostrarsi del buio notturno: il potere di modificare quel buio, con quella potenza caratteristica di P che si può esprimere con un fascio di luce improvvisa. ILLUMINARE è dunque nient'altro che modificare L le condizioni preesistenti M. Che ciò corrisponda alla vera profondità dello schema LAM*P ce lo dimostra anche ALLAM*PANATO, attributo avente il senso di modificato nella forma, per una diminuzione dei parametri orizzontali della figura. E così ALLAMPANARE ci certifica il senso primitivo di LAM*P. Il LAMPONE è stato capace P di modificare la propria forma rispetto alla somigliante fragola, anzi è lampone solo per questo motivo! In analogia, il LUMPEN, il proletario tedesco che pulisce i camini, è così chiamato in quanto, nel salire a stento su per il ristretto budello, andava sempre più modificandosi nella forma come una LUMACA, fino ad allampanarsi del tutto, e questa facoltà gli veniva imposta dal suo difficile mestiere. Come LUMEN, così pure LIMPIDO, lungi dall'esprimere una caratteristica fisico-luminosa, fece primieramente riferimento alla regolare D capacità P di istituire una gestione modificatrice L del proprio sé coscienziale IM. È ovvio che una simile formula sia adeguatissima a definire un controllo gestionale regolare LM*D sulle proprie idee da parte di un soggetto pensante (certo derivando la sua sostanza operativa da LUMe); solo dopo questa operazione di gestione delle idee poté essere metaforizzato alla pulizia e alla limpidezza delle acque o dei cieli, come naturalissima proiezione della metafora della razionalizzazione delle idee e dei pensieri interni all'anima. Tutto ciò avvenne secondo il consueto movimento linguistico originario, per il quale il sentimento confuso, che va urgendo dentro di noi, tende prima a chiarificarsi in concetto, che poi va nominandosi in una formula linguistica il più possibile appropriata e sintetica, secondo la forma di ciascuna tipologia linguistica, e solo alla fine di questo processo tutto mentale la formula conseguita può infine essere proiettata in ogni dove, del mondo fisico, il gioco delle analogie, delle metafore, delle condensazioni, degli zeugmi ecc., consenta. Se andiamo a ricercare la forma sostantiva -M*-L ritroviamo subito EM*ULO, il quale giustappunto appare chi ha gestionalità su se stesso al fine di imitare altrui. L'emulo, insomma, gode della facoltà di modificare la propria coscienza. Ma anche UM*ILe, (lungi dall'interpretazione da HUMUS, basso, terreno) ha in sé la stessa dinamica: esso è dunque chi possiede la individuale I modificabilità L dell'umore U proprio M: chi, insomma è capace di modificare, e cioè modera351 172

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re, il proprio UMore! Queste dimostrazioni sono infinitamente preziose per la nostra tesi della realtà del rapporto di interferenza dei suoni, perché la comprovazione è espressa ineluttabilmente e scientificamente dalla sostanza semantica dell'incrocio in questione anche nella forma inversa! Un altro esempio è AM*LA, sscr., che vale latte inacidito, cagliato, e cioè una materia che ha mutato L la sua essenza AM. (Cfr. il file M-L in cui si propongono altri esempi del genere).

|M||L|
Il sé variato, la sostanza modificata, è dotata di una tale specificità di senso da potere in primis semantizzare ciò che noi chiamiamo MALE, prima morale - MALIZIA -, poi fisico, come vera e propria alterazione di sé e del benessere personale. MELANCONIA è così una determinazione continua (ANC, cioè un riflettere) della propria alterazione, la coscienza del male! Ogni modificazione dallo standard può essere resa con M-L, che coglie con precisione inequivocabile il concetto di modificazione dalla media e dalla norma: MELAINOS, scuro, nero, è la modificazione del colore della pelle per razza o malattia; MOLLIS, MELLIS, MILD, ingl., sono state giustamente concepite come diminuzione di compattezza di una qualsiasi sostanza e della sua consueta e giusta rigidità, concetto poi traslato al MIELE come sostanza che varia la propria compattezza a seconda della temperatura. MULO, come ibrida alterazione della razza, è una riprova formidabile di trascinamento ideativo di questo concetto M-L. L'idea M-L può essere a applicata agli agenti stessi di una destrutturazione di una sostanza, come ci viene mostrato senza possibili equivoci da MOLARE e MULINO: essi sono strumenti che prendono il nome della stessa idea di alterazione della struttura di una sostanza mediante una tritatura o una miscelatura, fino a renderla molle e senza struttura: questa così ottenuta sostanza astrutturata a sua volta e implacabilmente utilizza gli stessi suoni per nominarsi: MELANGE, fr., MALTA, o MELMA, MALLO, MELA. Anche per L-M e M-L si evidenzia facilmente che la prima può essere strumento della seconda. Una stupenda traslazione di significato si attua col nominare in M-L gli stessi strumenti di un'alterazione della struttura di una sostanza morale, e non solo di una sostanza fisica, come abbiamo visto nell'esempio precedente. Vediamo così in che modo MELOS, MELODIA, tale per l'ordinata D variabilità L intrinseca M, agiscano sugli ascoltatori modificandoli nel loro sentimento di sé e rapendoli a se stessi. Lo stesso meccanismo si ha in MOLCEO, che produce quell'effetto emolliente e modificante sull'animo di chi lo subisce da renderlo favorevole e amico. MlLK (ingl., latte), può anch'esso essere inteso come una continua gestione (nutritiva) di sé, con una conseguente modificazione positiva del proprio stato d'animo. La vocalizzazione in I, proponendo il concetto di individualità, permette di definire un'idea molto particolare: la variazione di una sostanza in particelle, nel senso di una frammentazione in individui plurimi! Ripeto: si ottiene il concetto di una pluralità di individui mediante l'idea di variazione di una sostanza ML, nel senso di frammentazione in parti individuali I della stessa. I frammenti di questo insieme primitivo sono così nominabili MIL>>MILIUM. Il miglio è il minuscolo individuo dell'insieme-raccolto, e così il MILES, e così uno dei MILLE. La MILZA è dunque, secondo la sua natura, la frammentabile. L'estrema compattezza di questo file, e la sua infinita capacità probativa delle mie tesi, era nella mia mente inficiata talvolta dal concetto di MULTA e multare, che, nonostante i miei migliori (o peggiori!) sforzi, non cessava di rifiutarsi di essere inquadrato nel significato archetipo. Non essendo mio costume forzare un significante riottoso ad assumere un significato preordinato in modo coattivo, andavo già disperando di poter comporre e pacificare MUL*TA nel senso generale, (come, del resto, spesso mi accade, in ragione delle profonde lesioni che lo scorrere di innumeri secoli va provocando sui costrutti significante-significato), quando, per virtù del dio Ermes nonché
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di Apollo impietositisi entrambi, mi apparve in un baleno la soluzione del rovello, e con essa perfino l'insperabile soluzione di MOLTO. Eccola: chi MUL*TA altrui, provoca con la sua punizione un mutamento nello stato d'animo U del multato, nel senso che questi altera il suo modo di essere, raddolcendosi e mostrandosi non aggressivo: dunque MULTARE è innanzitutto rendere plasmabile e ricettivo l'animo del multato, e questa è già una vera punizione, come attestavano gli innumerevoli bambini messi in castigo, quando questo istituto non era ancora stato spazzato via dalle tesi Rousseauiane e democratiche della novella barbarie cui siamo abituati. Da questa spiegazione logica segue l'altra: chi procede ad alterare l'animo delle persone rendendole ricettive e non aggressive è chi ha potere, dominus o potente che sia. Ebbene costui, questo unico, si contrappone nel dramma sociale a tutti i multabili, che per l'unitarietà della loro condizione di subordinati punibili non rappresentano altro che i MULTI, e da questa condizione prende nome, per una facile metafora, la loro pluralità. I MULTI sono dunque quell'informe aggregato sociale, la cui paura delle punizioni rende sempre docili e domabili dal potere dei PAUCI (PC = potere continuativo). La forma sostantiva -L*-M, la sostanza personale dotata di gestionalità, può rappresentare il ruolo istituzionalizzato di chi ha in gestione altri: tale è l'ULEMA, il religioso musulmano, la cui gestione è necessariamente spirituale. Ma, trattandosi di gestione fisica, diamo le dimostrazioni con gli esempi seguenti. ALIM-entare rappresenta la vera e propria gestione nutritiva: da cui ALMO, nel suo senso di nutritore. Gli ELEM-enti sono al contrario il frutto di una selezione e di una scelta da parte di un'intenzione razionale EN*T dotata di propria gestionalità EL*EM su un determinato campo di enti o persone: si sottintende tale selezione quando si dice è un buon elemento. Un'altra parola che usa questo schema al fine di esprimere un'idea di gestionalità su altri è ELEM*OSINA: la doppia spina OS*IN fa sì che il senso completo sia intenzionalità IN- che si mette in evidenza OS per una propria EM gestionalità EL (sui beneficati). Infatti ELEOS (gr., pietà, compassione), descrive, (come ALO>>alunno), il momento nutritivo della più ampia idea di gestionalità, intrinseca ad AL.

|L||N|
Se applichiamo la categoria mentale della variabilità a quella della quantità, ne ricaveremo, come fece l'antico e geniale Bardo, la gestione variativa della quantità: un'idea di mirabile praticità: L-N. Il suo concetto, così formalizzato e reso pratico dalle articolazioni significanti, consentì al progenitore di dare un nome e una comunicabilità alle sue abilità geometriche o al suo magazzino, indicizzandone le scorte. E qui devo aprire una parentesi per polemizzare con chi crede che ai paleolitici potessero mancare le parole, ma non i concetti: questa posizione è idealistica. È infatti facile comprendere che il concetto di variazione di quantità (che è il differenziale matematico) era ben presente alle menti prima di Newton. Ma solo per la riduzione di questo concetto a formula matematica fu possibile esplorarlo e renderlo agibile in tutte le sue effettualità pratiche: l'identica cosa avvenne quando (e ben prima) si riuscii a fonologizzare questo stesso concetto in una formula linguistica. Ciò che prima era concetto confuso e impraticabile divenne allora idea chiara e distinta, e MEN*SURabile, talmente naturale che i nostri idealisti ne sono indotti ingenuamente a credere che la sua applicabilità preceda la sua stessa parola. L'assolutizzazione delle dimensioni spazio temporali, criticata da Einstein, è frutto della rimozione successiva di questo meccanismo relativistico e antropocentrico negli stessi nomi-indici della dimensionabilità. Vediamo così che LENTE altera la dimensione degli oggetti, LUNGO e LONTANO esprimono genericamente la gestione della dimensione della distanza, LENTO altera la dimensione temporale, LUNA è la pura e semplice unica gestione possibile di un periodo temporale in un'epoca pretecnica. La rivolta contro il linguaggio da Cartesio a Wittgenstein potrebbe essere considerata,
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se le mie tesi sono veritiere, come frutto dell'uso improprio e assolutizzato che si fece delle parole, quasi fossero idoli metafisici. Ciò poté avvenire per ignoranza di un meccanismo concreto di significazione: come ci mostra L-N, la dimensionabilità era in origine esplicitamente relativa all'uso che l'uomo ne faceva pragmaticamente: VERUM ET FACTUM CONVERTUNTUR. Vediamo ancora che la gestione di elementi individuali I, appartenenti a una quantificazione generica, è la LINEA, che può essere variabile in relazione al tipo di determinazione. Che ciò abbia un senso e corrisponda a realtà ce lo mostrano i materiali lineari LINO e LANA, che subiscono il controllo gestionale della loro dimensione nel corso della tessitura. A loro volta LANCIO, LANCIA ci insegnano che il continuo C controllo gestionale della dimensione LN longitudinale esprime il piano d'azione da cui queste parole prendono nome: anche LINCEO E LINCE hanno tale nome perché da buoni osservatori continuano a gestire le distanze e le dimensioni. Essi sono dunque in grado di reperire gli oggetti, così come la LANCIA reperisce il bersaglio. Ma LINK (ingl., indirizzo), si giova della stessa capacità, e non è che l'ideologizzazione della facoltà umana di continuare a gestire il pensiero e la memoria per conseguire un indirizzo. È caratteristico che la direzione LINKS, (ted., a sinistra), esprime di certo, in modo estremamente icastico e paradossale, il concetto profondamente umano della differenza di valore tra un conseguimento ottenuto mediante il RECHT, a destra, e cioè per quel diritto incontestabile e tradizionale insito in RC>ripetizione continua, e al contrario il conseguimento ottenuto con la mera capacità intellettuale, con la continua gestione del pensiero LINK: da qui, volendo, si può scorgere la direzionalità RECHT, e la conseguente mentalità di destra, e all'opposto la finalità LINK, e cioè la mentalità di sinistra, e anche come quest'ultima sia, per la forza dei suoni scelti a denominarla congruamente alla sua natura, innovativa e rivoluzionaria e criticabile da qualsiasi destrorso. Per mia parte, da neuro-psicologo, potrei aggiungere che il porre nell'emisfero destro la rigidità normativa, e nel sinistro l'elaborazione concettuale si confà alle evidenze e alle conoscenze attuali sul funzionamento cerebrale. Ecco in che modo vennero prodotte queste parole significanti la"gestione della distanza e del tempo: sfruttando i primitivi segnali archetipi articolatori come puri indici parametrici, secondo un criterio rielaborato per l'algebra solo nel XVI secolo: si potrebbe considerare dunque il linguaggio algebrico come una parte elaborata e distaccata artificialmente dal sistema ideativo inscritto nelle parole. LENIRE e LENIZIONE valgono alterazione quantitativa, diminuzione e rappresentano il nucleo linguistico su cui si formarono LENTO e LENTE. Vi è un'altra importante direzione semantica di L-N, costruita non tanto su |N|, come determinazione quantitativa mentale, ma come pura materia manipolata, e che si rivela come un traslato appena modificato e molto frequente: essa produce LINGERE (e insieme LINGUA), un modo di gestire la materia, ovviamente corporea, leccandola; o LINIMENTO, che è uno sfregamento, o massaggio; e soprattutto LENIS (e LANGUORE), che può traslare a sensazione piacevole e a conforto questi gradevoli trattamenti del corpo, espressione di un controllo gestionale, o dell'esperienza della professionista del piacere, la LENA, e del suo degno compare, il LENONE. Viene spontaneo supporre che tante parole di significato erotico trovino la loro confermazione in un uso erotico di L-N. E infatti il seguito ci mostrerà qual'è questo uso erotico e ci testimonierà della sua originarietà rispetto a tutte le altre direzioni semantiche. Il punto di partenza per codeste riflessioni è LINGAM, sscr., che vale fallo, pene. Ora noi comprendiamo che la propria generazione GAM della modificazione delle dimensioni lineari LIN è propriamente quanto ci si aspetta da un atto generativo-biologico G che ha per soggetto il fallo. Si tratta dunque di quel fenomeno di modificazione delle dimensioni più primitivo e più istintivo possibile, da cui tutti gli altri hanno preso le mosse, e che ha una controprova non equivocabile: l'al-LUNG-amento del pene. Che ciò corrisponda a verità ci è testimoniato da LINGERE e LINGUA, che sono propriamente gli strumenti adeguatamente nominati di questa modificazione della dimensione del pene.
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LINGERE ha conservato del tutto il suo senso erotico sessuale, in cunnilinctus, e ci attesta incontrovertibilmente questi giri di pensiero. Ma anche di LANGUOR, questo apparentemente indistinto stato d'animo corporeo, è finalmente possibile predicare il collegamento con il fenomeno che lo innesca: la modificazione di dimensione del pene LANG induce il languore e il languire e lo sdilinquimento… Posto ciò come primitivo concetto di qualsiasi altro e successivo allungamento, può ben seguire che L-N stesso venga usato a scopo erotico nell'identico senso, come ci viene mostrato ad abundantiam da LENa, il cui linimento è un massaggio tanto piacevole quanto specifico, in modo da prendere il nome proprio da quel fenomeno che sta innescando. Questo risultato di generico allungamento, di modificazione dei parametri spaziali, può infine essere ancor più generalizzato; così diventa comprensibile il fatto che la LENZA prenda il nome dal suo variare le dimensioni nelle mani del pescatore, e che lo stesso fenomeno, che si compie mentre si fila, può dar nome alla LANA, che l'alterazione delle sue proprie dimensioni, durante le fasi, nomina la LUNA; che la LANTERNA viene nominata dal suo variare le proprie dimensioni, se ripetutamente attivata da chi -TER*N-la apre e la chiude intenzionalmente N; che la LONTRA con il suo attivarsi RT, modifica le dimensioni della sua diga, che AL-LENare altro non comporti che procedere a un allungamento-accorciamento dei muscoli, che ALLINEARE sia sostanzialmente un modo di dimensionare le linee secondo identica lunghezza: che la LINGERIE, fr., si proponga il fine dell'eccitamento erotico, e che, insomma, tutti i nomi in L-N corrispondano al suo senso archetipo. Esistono poi vere e proprie specificità concettuali costruite da azzeccati integrali. È impossibile credere che il pensiero puro e interiore, senza strumenti linguistici idonei, ma elementari, possa costruire concetti complessi, come il concetto di evidenziazione dell'alterazione delle dimensionalità: si tratta di un concetto di una specificità assoluta, non anticipabile da alcun pensiero puro, ma facilmente derivabile dal semplice pensiero pratico, che prima va rapportando due suoni significanti come L-N, costruendo così il concetto di variazione di dimensione, e poi gli pospone un suono di senso evidenziante |S|, per modo che questa variazione sia effettivamente apprezzata: il miracolo della LENS viene così compiuto. Parimenti, l'ingegnoso e innominato Bardo, che piegò a un buon senso umano il rapporto combinatorio tra L-N e |D| poté conseguire facilmente, mediante un'ingegnosa combinatoria tra due suoni di senso irrimediabilmente antitetico, un concetto di provata impensabilità e di incredibile complessità. Il blocco e la regolazione insiti in |D| applicandosi alla variazione |L| consentirono infatti di formulare un'idea quale il" blocco della variazione della dimensione e quindi la precisazione e la definizione dell'invarianza della dimensione. Tale concetto così creato poté venir applicato ai territori la cui dimensione era stabilita è prefissata, e questi sono le LAND. Sulla scia di questa possibilità di definire stabilmente una dimensionalità lineare viene prodotto inoltre un nome come LINDO, la cui lindura nasce precisamente dalla non-alterazione delle sue LINee, le quali restano distinte e precisative dei contorni degli oggetti e dei confini. Abbiamo accertato così come la gestione della determinazione quantitativa e materiale-corporea possa entificarsi in direzioni puramente categorico-scientifiche, o anche in piani d'azione, o infine in gestione professionale-erotica delle membra, infine, o meglio al principio, nella variazione di dimensione del pene, rimanendo perfettamente nell'àmbito del proprio alone e della propria competenza semantica: la qual cosa si può chiamare estensione della convenzionalità nell'àmbito del File di appartenenza. Un fenomeno responsabile dell'apparente arbitrarietà dei segni. La forma sostantiva -N*-L ci fornirà il concetto di gestionalità variativa AL della dimensionalità AN. Un concetto, un integrale, eminentemente scientifico che teorizza la valutazione delle dimensioni quantitative. Ad esso manca, secondo il nostro giudizio, soltanto un momento evidenziativo col quale prendere visione dei dati forniti dall'integrazione in oggetto. Giustamente di ciò si accorse il Bardo che genialmente espresse con ANALISI il concetto completo.
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Un esempio di diverso genere è in AN*NUL-lo, in cui la funzione NL sostituisce il segno AL e rende più precisa l'idea di determinazione modificante NL>> una dimensionalità AN, dotando di un soggetto pensante N l'operazione di modificazione L della dimensionalità AN, e portando (per convenzione successiva) questa cifra a zero. Un altro bell'esempio di questa modalità, in cui però il termine AN risulta dilatato a tutto il suo valore di determinatività, o pensabilità, e non ristretto alla pura dimensionabilità quantitativa, consiste in AN*ELO: esso rappresenta il modo con cui si gestisce AL il proprio pensiero AN per conseguire qualcosa, o forse ancor meglio, il modo con cui si altera il proprio pensiero, o il proprio respiro, come sappiamo, fino a farlo scomparire. In tal senso ANELARE al Signore vuol dire far scomparire il proprio pensiero individuale, o il proprio respiro>> per congiungersi a quello divino. L' alterazione del pensiero è una condizione antropologica ed esistenziale di intenso significato numinoso perché corrisponde al momento di confusione mentale in cui si può generare un nuovo pensiero più profondo e comprensivo, ed è questa esperienza che si riassume nel senso confuso e insieme esaltante racchiuso nella parola ANELO. Di ANILA (sscr., vento divino, il soffio vitale che viene da Dio), già dicemmo nel secondo capitolo, ed ivi mostrammo come il turbamento IL dello spirito AN, che nel suo movimento va posandosi sugli oggetti e sugli uomini, può perciò ricondurli ad una novella comprensione concettuale, a una ridefinizione della loro natura, che è propriamente la conoscenza, come vento, o meglio soffio, o ancor meglio respiro AN divino.

|N||L|
Comprova, come sempre, la L-N con le sue due direzioni semantiche principali. Essa rappresenta in primis l'intenzione di modificare o gestire; un'intenzione che si applica immediatamente all'agricoltura. Ma ancor prima di questo importante risultato pratico, si impone, come sempre, il puro valore mentale che ci mostra, al contrario, un risultato apparentemente quasi paradossale, in quanto determinazione alterata, o modificata: nel suo aspetto puramente matematico essa infatti può darci NIL, NULLA, la determinazione alterata a zero, che pare non equivalente a zero, ma a una casella da riempire. Questa possibilità di pensare lo zero matematico nasce evidentemente da un'esperienza mentale profonda e comune, e cioè da un pensiero forse lungamente perseguito che si disperde variando nella mente e infine si annulla per carenza di memoria o di capacità di portarlo avanti: questo pensiero N viene così annullato L, e lascia dietro di sé il vuoto che è lo zero, ma anche tutto ciò che non è pensabile. Deve essere proprio questo vuoto impensabile il vero significato originario di NIL, ripreso con grande appropiatezza semantica dai nichilisti. La determinazione gestionale, al contrario, può entificarsi agli attori che consentono la crescita di questa determinazione gestionale, che è ovviamente l'organizzazione della quantità di beni gestita, cioè il raccolto agricolo: così è per NILO, determinatore della gestione delle messi perché irrigatore, o per NOLA, la fertilissima piana campana. Che N-L possa esprimere l'elaboratissima idea di ricavo mediante una gestione è confermato dal termine usuale per l'affitto, e cioè il NOLO. Questa idea non rappresenta altro che la metafora del ritorno monetario del significato attivo di N-L, la quantità variabile di denaro necessaria ad affittare beni variabili in tempi variabili. Si isola in questo modo una famiglia semantica compatta e limitata. Lo schema -L*-N, la determinazione della variabilità, genera per esempio UL*Na, l'osso che svolge il compito di misurare -N la rotazione -L del radio rispetto a esso, cioè la variazione delle posizioni relative. Molto meno semplice da comprendere è una parola che esprime una connessione C di energia determinatrice EN, che va, a sua volta organizzando energia gestionale EL; e tutta codesta interazione di UR-S, come si comprende, comporta e consente dunque una costan351 177

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te organizzazione di dati o di persone, subordinate a una continua gestione razionale: questa parola è EL*EN*Co. In sostanza questa idea -L*-N esprime un'intenzione manipolativa sugli altri, come è quella di ordinare persone in un elenco al fine di averli a disposizione. A questo proposito diamo un esempio tanto primitivo quanto convincente, che è ALANA, sscr., il cui senso è palo a cui legare l'elefante! Si comprende come questa sia l'ultima metafora di una serie che ha come punto di partenza appunto un'intenzione N a rendere disponibili e in gestione AL persone o oggetti: in questo caso l'ente reso disponibile è l'elefante mediante il palo che lo lega! Non si può dunque dubitare della capacità manipolativa delle ALINE o delle ELENE, giustamente attribuitagli dal genio linguistico di quei grandi poeti, che pare possiedano inconsciamente e per divina grazia quelle nozioni che io faticosamente e burocraticamente mi arrabatto a esporre. Desidero far notare come questa intenzione o questa dimensione che si carica di un impegno gestionale, e cioè l'integrale -L*-N, non può far a meno di ricadere nel concetto di ALONE, il momento più concettuale e meno metaforico dell'intera famiglia. Così ALANA crea intorno a sé l'alone degli elefanti che girano intorno alla sua dimensionalità prefissata, ULNA determina l'alone in cui va ruotando il radio, ELENCO crea un alone gestionale in cui si muovono i suoi membri, ELENA vive il piacere di aver intorno tutti i suoi innamorati, che ella implacabilmente tiene a sé legati con profondo e maturo, insospettabile pensiero EN. La natura intima dell'integrale si ricostruisce così dall'interno in modo sistematico e incontrovertibile lungo quel senso estremamente specialistico in cui si è saldata e permane indefettibilmente la folgorazione del rapporto di suoni significanti.

|G|| L|
Il gesto articolatorio |G| di generazione infinita, se prodotto in rapporto con quello dell'alternanza |L| può generare sequenze articolatorie alla cui base stanno idee tanto elaborate quanto moderne: questo accade perché la gestione della generazione L-G è un'operazione altamente logica, che esprime, come si vedrà, il controllo sulle idee generate, e che si trasla poi a nominare le condizioni concrete di generazione. A sua volta la generazione gestionale G-L, che è in qualche modo il soggetto di L-G, si trasla agli enti e alle condizioni che producono continuamente un controllo gestionale sulle persone: infatti il generare G la gestione L deve possedere un senso antropologico tanto profondo quanto altamente specializzato, che dobbiamo ricercare nelle parole a radicale G-L. Questo senso ESPRIME sostanzialmente come, con gli oggetti che ho generato o che ho intenzione di generare, compio la gestione di altri. Ma ancor prima di compiere questa analisi asseverativa, il solo fatto di assistere a un evento generativo, che comporta uno sforzo fisico e mentale, ci consente di concludere che G-L è molto vicino al cuore e alla biologia dell'uomo; prima ancora delle direzioni semantiche concrete e reificate, ne definisce tutti quei comportamenti che vengono generati al fine di ottenere un controllo gestionale sugli altri uomini. Si tratta dunque di una definizione che unifica tutti quei sottili e fini talenti comunicativi adeguati a controllare gli altri con le buone. Ci muoviamo qui in un campo altamente civile e socializzato, del ben comportarsi, delle buone maniere, della considerazione per gli altri, di tutte quelle finalità che si ascrivono al ….. GALATEO, e alle sue forme più civilizzate che sono, appunto GALA, e GALANTE. Che, ripeto, per quanto tutto ciò possa apparire strano e quasi incredibile al burbero etnologo o al rigido linguista, sono espressione dell'esigenza, sempre presente in qualsiasi sperduto angolo del mondo animale, di produrre comportamenti (o parole) rivolte al controllo gestionale di altri membri della propria famiglia. Troveremo così parole in G come denaro e zucchero, che sono forse le più gradite -GLAD, ingl., - e adeguate a ispirare fiducia e sottomissione. In realtà questo aspetto cortese di G-L ne è un filone sequenziale e semantico quasi eufemistico, originato in definitiva dall'at351 178

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to generativo sessuale a scopo gestionale, che trova nel comportamento del GALLO sulle femmine (per tenersele buone) la sua originaria e paradigmatica nozione comportamentale. Il mezzo più comune per generare una gestionalità sul prossimo, e cioè per tenerli a disposizione (e buoni!), è GOLD, GELD (ted., oro), e denaro..., in quanto regolare D generazione G di gestione L, con la E attivatrice del denaro, come strumento pratico. Si veda a conferma GILDA, (germ., assemblea) che stabilisce D i comportamenti da tenere e che rabbonisce il VOLK, il popolo, mediante ricompense. A sua volta un qualsiasi effetto piacevole e grato può essere generatore di gestione su chi ne gode, nel senso di tenerlo a disposizione: la caramella data al bambini non ha altro effetto e perciò, per la sua qualità di esser dolce e gradita, viene nominata GLYCOS da questo gradimento che concorre a tenere il bimbo a disposizione e tranquillo. Tanto che il pezzo di zucchero si chiama GALLETTA. Questa direzione può produrre anche GLAD (ingl., contento), perché ben gestito, o forse tornando all'origine sessuale di G-L, soddisfatto di essere oggetto di un'attività generativo-gestionale (matrimoniale?) gradevole; GLUCK (ted., gioia, felicità,) in U perché emotiva, è insomma una direzione legata alla conduzione dell'infanzia mediante mezzi adeguati e grati appositamente prodotti: e per un bimbo forse la felicità GLUCK è proprio soltanto una caramella, o meglio qualcos'altro che è insieme un comportamento gestionale e una sostanza dolce - GLYCOS: tale evento mirabile non è che l'allattamento, perciò nominato GALATTOS, come surdeterminazione di significati in G-L. Così è anche per FELIX, di cui già Thass-Thienemann ha proposto il collegamento con FELLO, succhiare). Ora si consideri come questa idea G-L, se spogliata di tutta l'immanenza del reale caricatale addosso dal gioco delle metafore e degli aforismi e resa pura nella mente dell'ermeneuta, possa e debba sinteticamente investirsi del valore di comportamento idoneo e utile a conseguire uno scopo o un risultato: il GOAL, ingl., è appunto nient'altro che lo scopo raggiunto e il risultato conseguito, a causa di un comportamento GL adeguato. Questo comportamento idoneo comporta l'esatta considerazione di coloro cui viene rivolto in modo da generare il modo di gestione più idoneo e opportuno. Perciò GELTEN, ted., dare valore, considerare >>per conseguire una propria finalità. Ma anche questo modo di trattare idoneo se ripetuto si può configurare in un concetto successivo e molto particolare: l'insieme dei casi trattati in modo idoneo. G-L*R > GALLERIA, ove prendano posto gli elementi considerati e trattati in modo idoneo. La galleria che ognuno di noi può creare nella sua immaginazione è insomma il ripetere un modo di considerare e trattare casi singoli, sapendo di averli tutti a disposizione, perché resi disponibili da modi cortesi e urbani. Questa direzione immaginativa, non è, come ben intendiamo, che un semplice e comprensibile sviluppo dell'idea primitiva G-L. La stessa cosa può dirsi per GALERA. Anch'essa un modo ripetuto di considerare e trattare casi particolari, che meritano un trattamento individualizzato, che qui è la pena. E qui si vede che in G-L non è affatto detto che il modo di gestire debba esser di necessità gradevole: può logicamente esserne anche l'opposto, come sanno i rematori posti in GALERA. Se prendiamo in esame lo schema GL*S, la spina evidenziatrice porterà necessariamente verso significati visivi e di superficie questo modo di trattare intrinseco a GL. Le metafore piegano incredibilmente questo schema ad appropriarsi del valore di superficie S coprente in modo piacevole e grato GL per mezzo della parola GLASSA. Questo valore concreto, a sua volta, riesce a subire un'ulteriore trasformazione metaforica con GLISSARE, che rappresenta l'ideazione che agisce come una superficie coprente in modo piacevole e grato, e che perciò riesce, con un atteggiamento cortese, a nascondere ciò che non va! Anche GELOSIA nasce da queste concentrazioni ideative, in quanto è l'evidenziazione di un modo di trattare, o di comportarsi, la cui caratteristica è, appunto, di possedere una visibilità S che, come la GLASSA, rivela, anche suo malgrado, un particolare modo di trattare l'amato bene, o come la GLOSSA (gr., lingua), mette in evidenza un modo di trattare.
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GLAS (ted., vetro, bicchiere) ha tal nome perché si fa riferimento al modo trasparente S di trattare GL il bevitore (cfr. GLASNOST, rus.). Del resto è talmente intimo e pervadente a GL il senso di comportamento idoneo ad ottenere, che può configurarsi GULÌO nap., per desiderio irrefrenabile, con la sua U emotiva. Dunque anche IULIUS possiede un senso simile di possibilità di conseguimento mediante un accorto comportamento, ove l'accento è posto sul soddisfacimento conseguibile - a causa dell'emotiva U-, e codesto valore di soddisfacimento lo ritroviamo tal quale in GIULIVO, reso realizzabile dalla spina in V; e in GIULLARE, che tratta gli altri in modo gradevole e simpatico: e ciò sempre al fine di ottenere un risultato che è poi lo stesso significato di GOAL, ingl. Così si chiudono i circoli semantici nelle varie lingue I.E. e si rendono paralleli tra loro i vari GAILLARD, GALLANT, GALEOTH, GOLIARDO: sono personaggi o eroi accomunati dalla virtù GALLICA della fine cortesia, con la quale conseguono i loro risultati. Se si vuole porre un determinante mentale a G-L, si produrrà lo schema GL*N, utilizzabile, come ci mostra il lessico, a descrivere eventi in cui è necessario che il comportamento gestionale GL sia indirizzato da un proposito mentale N al fine di ottenere un risultato apprezzabile: ne ricaviamo stupende dimostrazioni. Per esempio la GALENA è una sostanza che trasforma un proposito mentale nella generazione variabile GL di onde acustiche. La GLANDA, o ghiandola, appariva giustamente ai non troppo sprovveduti paleolitici come un ente che regolarmente D determinava N la generazione variabile GL di varie sostanze: siamo forse un pochino meravigliati nello scoprire una simile adeguatezza del nome alla regolazione fisiologica della produzione di sostanze ghiandolari , e ne deduciamo che i nostri Bardi, per lo meno, non erano certo privi di intuizione scientifica. Se spiniamo G-L con l'idea di potenza otterremo la potenzialità P di generare G una modificazione L che per esempio può darci il senso di GOLPE, sp., o ben può attagliarsi alla possibilità del cavallo di modificare il suo modo di correre nel GAL* OP-po. La GIALAPPA a sua volta è un gergale che indica una sostanza alcolica capace di generare una modificazione in chi la beve, che si identifica nella sbornia. La generazione G di parole atte a gestire L si invera in GOLA e in GLOSSA (gr., la lingua), come evidenziazione S di GL mediante parole (mentre LINGUA, e LINGERE, esprimono il leccare, in quanto generatori di una gestione della corporeità LN. La generazione della gestione del seminato, dunque il modo di trattare la GLEBA, si attua mediante il GELO, o la GLACIES, come coperte termiche; GLEBA a sua volta descrive l'impulso lavorativo a gestione variabile, perché differente in relazione ai tipi di colture, da profondere nell' AG*Ri - COL*Tura. Così come la generazione della gestione del comportamento degli uomini per le ore di lavoro, o delle feste, è prodotta dai suoni emessi dalla GLOCKE (ted., campana). Infine un'altra direzione, più concreta e fisica, può essere prodotta utilizzando G-L come radicale non vocalizzato di enti connessi alla gravidanza: così GLOBO e GLOMO sono apparentati al turgore tondeggiante del ventre e assimilati, anche nei significati storici, a enti generatori G della gestazione L. Notiamo da questi pochi esempi la penetranza concettuale che G, per le sue caratteristiche di comando generativo variativo e comportamentale può imporre al suo lessico. Nella forma sostantivata, a conferma, vediamo che -L*-G non può discostarsi dall' esprimere idee connesse alla considerazione e al trattamento adeguato, in quanto la generatività della gestionalità comporta come conseguenza una particolare e connaturata modalità di scelta. Ciò è mostrato da EL*IG-ere, OL*IG-o (gr. , i pochi); EL*EG*ANTIA. Si tratta di una scelta preferenziale e quasi biologica, di pochi eletti che corrispondono ai corteggiati della forma attiva GL. Qui la scelta è però, appunto imposta in forma sostantiva dagli ELEGANTES, coloro che attivano una propositività mentale AN*T generatrice EG di una gestionalità EL sugli altri, mediante i più svariati mezzi della GALANTERIA, che ne è la perfetta forma attiva!
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AL*Ga è il nome che metaforizza la generazione di una variabilità, quale è quella del movimento e della forma delle piante acquatiche. ALGOR, la sofferenza fisica, è un'altra metafora di una generazione di variabilità rispetto alle sensazioni normali, non dolorose; il termine ALGIDO, riferito a chi non esterna sentimenti, deriva anch'esso dalla constatazione di un comportamento gestionale e affettato rispetto alla norma.

|L||G|
La conferma razionale di tutto ciò che riguarda |G|e |L| riposa nell'esame dell'inversa L-G, che esprime un'idea ancora più complessa e moderna: i modi variabili e gestionali L atti a conseguire un risultato generativo G di enti eventualmente diversi, ma aventi almeno in comune la stessa modalità L-G con cui sono stati prodotti: in sostanza la, o le modalità di generare. È questo il profondo concetto alla base di LEGO, che è un'idea quasi impossibile da pensarsi in sé (i concetti complessi scaturiscono soltanto dal rapporto degli schemi semplici, e non dalla testa di Minerva, come vorrebbero gli idealisti e gli psicologisti) se non si formasse quasi meccanicamente da una condizione situazionale specifica o da un bisogno pratico di un determinato controllo gestionale su determinati eventi generativi. LEGARE vuol dunque dire tenere uniti gli enti generati mediante un controllo gestionale-generativo. Un'idea, questa, di estrema rilevanza nell'ambito della produzione agricola, in cui i prodotti agricoli sono codesti dati generati mediante differenti modalità di gestione. È in questi risvolti che si può constatare la potenza dell'associazione di simboli ad ampio alone semantico, che invece manca del tutto ai segni mono-dimensionali usati attualmente in Intelligenza Artificiale. LAGER, ted., come colonia agricola, è un esempio di concreta gestione di generazione dei differenti tipi di raccolto; così pure LYGUMA, (lit., pianura agricola); LUG, (celt., colonia), da cui i vari LUGO della toponomastica gallo-romanza; e LOGUBONIS, l'aratro citato da Orazio. Su queste solide basi prospettateci dalla proiezione reificante verso la gestione dei raccolti agricoli, intendere le parole mentali LOGOS e LOGICA, appare semplice: la loro definizione si evince dalla comprensione della loro natura profonda, che consiste nella gestione variabile e anche strumentale, non della generazione dei raccolti, bensì della generazione dei significati e delle parole, che, perché generati in modi diversi, compongono un universo di discorso. Queste parole e questi significati sono dunque a loro volta LEGATI e omo-loghi l'un l'altro a causa della comune origine, nonostante le loro diversità: questa origine permette di compararli e di associarli nelle forme più varie mediante un'attività LOGICA, in un campo LOGICO. Ecco perché ogni LOGICA è un sistema gestionale generativo dei dati a essa sottoposti, tanta è la vischiosità e la penetranza delle idee categoriali primitive. Un altro significato attinente è quello per cui le differenti modalità di generazione creano necessariamente differenti categorie di prodotti generati. A sua volta un simile concetto può e deve trasferirsi a identificare una linea generativa specifica. Questo è ciò che LIG*NUM comprova, in quanto intenzione razionale N di modalità generativa LG>> che attribuisce la sua particolarità sia al tipo di prodotto arboreo ottenuto, LIGNUM; sia addirittura alla linea generativa in sé, liberata dalle origini agricole e metaforizzata in senso umano: LIGNAGGIO. Se LOG viene spinato da R diventa possibile riprodurre questo controllo gestionale sulla generazione fino alle estreme conseguenze: LOGORARE è dunque rendere di dimensioni minime il prodotto della generazione, e probabilmente si riferisce alla trebbiatura. Quest'idea di controllo gestionale della generazione di un campo specifico di significati si rivela anche in LUGNER (ted., bugiardo), e in LEGATUS, l'ambasciatore: infatti entrambi devono avere una loro particolare logica e un ben preciso controllo sulla generazione di parole che esprimono, il primo per non contraddirsi, il secondo per non dare troppe informazioni.
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L'analisi ermeneutica di LEGGE consentirebbe, a mio primo avviso, di contestualizzare questo concetto nell'intimità dell'animo, da cui andrà man mano allontanandosi: il primitivo controllo gestionale L su eventi generativi G si attua nell'esperienza esistenziale del variare degli stati d'animo e del loro assoggettarsi a determinate imposizioni volute e volontarie. Dunque le primitive LEGGI che l'animo si detta si riferiscono al rapporto tra VOLUNTAS (proposito mentale N che procede V a gestire L) e stati d'animo, e alla conseguente capacità della volontà, o forza d'animo, di controllare questi stati d'animo. LEGGE rappresenterebbe, sul filo di quest'indagine, il primitivo controllo L sugli stati d'animo che vanno generandosi G. A meno che, tutto ciò apparendo privo di senso e frutto di una speculazione modernista, non si preferisca pensare che LEGGE non sia e rappresenti che la primitiva indicazione delle modalità L con cui si ottengono risultati G in agricoltura, i modi prescritti con cui si opera per ottenere raccolti differenziati. LEGUME richiede appunto una modalità ben precisa che lo generi. Lo schema -G*-L, vale a dire la variabilità, o il controllo gestionale, della generatività trova in UGOLA una stupenda prova in campo acustico. Come la LOGICA organizza le parole così l'UG*OL-a produce i suoni che le compongono, ma in sostanza le due parole sarebbero equivalenti se non fosse, che, come abbiamo detto, la forma sostantivata consente a Ugola di essere un oggetto reale, mentre Logica resta un'azione, sia pur complessa. Id. UGELLO. AG*IL-e mostra come il controllo gestionale sulla generazione degli eventi ne consenta una produzione variata e rapida, attributo naturale, perché identico, a una buona Ugola, o a una buona Logica.

|L||P|
La variazione di efficacia è un'idea differenziale resa possibile dall'articolazione del gesto esplosivo labiale dopo quello alternativo linguale: L-P: si tratta evidentemente della gestione variabile efficiente, che si può anche definire limitazione, o controllo, L di potenza P. Questa configurazione categoriale sarà dunque più facilmente preferita rispetto alle altre possibili, per nominare enti che sono gestiti con fine efficacia, o delicatezza strumentale, e che a loro volta gestiscono gli oggetti o i corpi con altrettanta delicatezza e appropriatezza. Per esempio i LIPIDI, usati per ungere e massaggiare delicatamente le membra. In corrispondenza di ciò, e prioritariamente rispetto a LIPIDI, la sottigliezza operata da una fine gestione manuale si nomina LEPTOS, gr., LIPPA è un gioco di abilità manuale. Così pure lo strumento di selce lavorata che gestisce finemente il taglio delle pellicce, o lo strumento di scrittura, viene, in conseguenza di questa gestione fine (delle dita?) da cui è animato, nominato LAPIS. Queste incontrovertibili risultanze ci danno un'idea molto precisa di cosa voglia esprimere l'idea L-P, che rappresenta l'abilità del primitivo nel dare efficacia e duttilità ai suoi comportamenti e ai suoi stessi strumenti, e ricavarne guadagno e onore. La fine gestione efficace e variabile del movimento e della corsa è la caratteristica principale della LEPRE (o del LAPIN, fr.). A sua volta chi gestisce efficacemente e variamente il suo discorso è LEPIDO, umoristico. Ma come sempre per L, la variazione d'efficacia si può declinare verso il basso della scala, e, in questo caso L-P assume il significato di riduzione fino all'annullamento del proprio potere e della propria capacità: questa idea categoriale ha dunque un risvolto poco prevedibile, ma logico e soprattutto attestato dal lessico (e qui occorre ripetere, per evitare fraintendimenti, che le direzioni semantiche che vado evidenziando in forma apparentemente predittiva al solo fine della chiarezza di esposizione su materia così ostica e nuova, sono in realtà enucleate totalmente dal lessico e si basano sul puro empirismo): questo risvolto apparentemente imprevedibile di L-P produce una nuova direzione, quella della sudditanza psicologica.
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Se infatti, ampliando l'universo di discorso, vengono nominati non coloro che hanno una gestione positiva delle loro capacità ma quelli che ne subiscono una diminuzione fino all'annullamento, ci troveremo a descriverne una condizione di inferiorità e di soggiogamento, evidentemente frutto di una gestione così efficace da annullarne ogni libertà. Qui ci troviamo in realtà di fronte al vero nocciolo antropologico di L-P, a quel fenomeno impressionante che noi chiamiamo shock e di cui conosciamo la fisiologia, ma che per gli antichi era inspiegabile, se non per l'intervento di qualche dio che, come dice Omero, scioglie le ginocchia: la paura terrorizzante che toglie L ogni capacità P di resistere ed è foriera di morte. Abbiamo la prova lessicale di questo temuto e imprevedibile evento: LUPÈ (gr., pena, sofferenza), esprime il risvolto passivo di questa idea. Esso si entifica poi addirittura in un essere personale eponimo e paradigma di tutte i timori e di tutti i soggiogamenti infantili: incontrare, vedere il LUPO; che è la personificazione di LUPO (dial., una paura paralizzante). Che tale direzione fosse arcaica ci è mostrato dal reperimento di LUPU (etr., morte). Questo decorso di idee che vanno dalla pena alla paura, infine alla paura della morte, ci viene chiarito, appunto, proprio dal sentimento di perdita di ogni capacità di reazione di fronte a una minaccia, che prende il nome di LEPOR, e dall'impossibilità conseguente di ragionare liberamente, perché irretiti, insita nel LAPSUS. Altre parole esprimono finemente la condizione di alterazione delle proprie capacità: così LAPPOLE sono quelle fastidiose e ingannevoli condizioni che impediscono di dare il meglio di noi stessi, e le LAPPE, rom., figurativamente sono le amanti che imbrogliano la nostra esistenza. LUPPOLO è in grado di scioglierci le gambe per il suo effetto inebriante. Verifichiamo se lo schema sostantivo -P*-L corrisponde all'idea che gli vogliamo imporre: la gestionalità della capacità. Si tratta anche qui, ma in forma sostantiva, di quel particolare saperci fare che consiste nel ben gestire un potere o un'attitudine, o, all'inverso, nell'annullare i poteri altrui. L'esempio più idoneo è, non a caso, APOLLO, il dio che sa far bene le cose, ed è perciò patrono delle arti, ma che anche sa insinuarsi tra le schiere toccando appena le spalle di un eroe. A costui si sciolgono le gambe, perde ogni forza, presagendo la morte imminente: in Apollo si rivelano ambedue i poli della gestione della capacità e la sua apparente contraddittorietà di carattere, inutilmente evidenziata dai grecisti, può trovare la giusta soluzione. Ma anche gli OPLITI, i guerrieri dotati di lance, dovevano gestire al meglio la loro capacità di combattere. Così l'EPULONE aveva la dote di gestire L bene P i suoi ospiti. APPELLO nasconde ancora in sé qualcosa del valore primario, allorché fa riferimento preciso alle qualità e alle capacità di coloro a cui questo appello è rivolto. Si tratta di richiedere una particolare prestazione che abbia un effetto decisivo.

|P||L|
L'inversa P-L ci fornisce la certezza su queste inferenze, come sempre avviene. Noi ci aspettiamo che il gesto della supremazia e del gonfiarsi nel disprezzo, se provvisto di un attributo variativo, possa esprimere un'idea tanto nota quanto apparentemente impensabile, la capacità cioè di limitare e adeguare questa supremazia e questo potere nei confronti degli altri in modo da ottenere da ciascuno dei sottoposti il meglio delle sue possibilità: un potere che si fa adeguato e funzionale è dunque un'idea di enorme valore, che trova nel lessico i più efficaci testimoni. Quest'idea si applica sia agli uomini che agli oggetti e il suo nucleo ideativo originario e intrasformabile impone che essa ottenga, laddove si applichi, il massimo della resa possibile. Essa è dunque una funzione importante, perché semantizza il potere P gestionale L, che rappresenta il vero strumento di governo sia degli uomini, come ci mostra PALATIUM, che degli oggetti sottoposti al potere variabile di un POLO.
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Entrambi in qualche modo costituiscono un POOL, campo di applicazione ai loro oggetti: il PALATIUM gestisce i sudditi in tutte le varie occorrenze della vita POLITICA, il POLO le cariche elettriche, e altri oggetti fisici. Questa capacità di governo su uomini e cose è fondamentalmente prodotta da un'efficacia o un potere reale sui suoi oggetti, proprio perché variativo e adattativo in ragione delle necessità: sia il concetto di potere politico sugli uomini che il concetto di POLO e quello complementare di campo potenziale (o POOL, ingl.) sono costruiti su questa endiadi, che lega la potenza alla variabilità della sua applicazione. Questa capacità variabile nomina sistematicamente gli oggetti a essa sottoposti, oggetti che vengono nominati in quanto mossi e gestiti variabilmente da quel potere, e che non possiedono, per definizione, alcuna autonomia: sia la PALLA in preda a una capacità che la gestisce nei suoi variabili movimenti, sia i PELI (capelli) ordinati dal potere gestionale del pettine, sia il PILO soggetto all'abilità del lanciatore, sia il POLLO sottoposto al comando di chi lo gestisce, in un movimento che è PALINDROMO. Strumenti concreti di potere gestionale sono PALA e PALMO. Un polo traslato alla capacità di gestire gli amanti in modo continuativo C è PUL*CHER, simile in ciò a KALOS. Si può descrivere l'azione di P-L come un potere che si applica sui suoi oggetti dal più al meno e viceversa, giusta l'ambivalenza di L: così si comprende la funzione di PULMO e la sua M capacità gestionale PL aerea. Così anche la POLIS greca è attrice di un potere variabile e adeguato, che noi rinominiamo all'inverso POLITICA (mentre la città araba MEDINA (MD > proprio obbligo) è soggetta senza mediazione al potere di un DOMINUS (DM > diritto personale)): un soggetto meno impegnativo di P-L è la PULIZIA, vale a dire la gestione efficace degli ambienti. Un fondamentale traslato consiste nel nominare i luoghi in cui l'agricoltura sia più efficace e fertile, in quanto piani e irrigati: PULA, POLONIA, APULIA, in cui si può applicare un'amministrazione della gestione variabile nei modi e nei tempi, come è quella agricola. Da qui si fa il verbo PUL*LULare, che descrive una feracità senza limiti. PUL*Sare ci darà d'obbligo l'evidenziazione S della capacità di variare PL tipica dell'esame del battito cardiaco al polso. Infine se spiniamo PL con V otterremo un procedimento, un movimento V capace di gestire, e ciò si adatta principalmente alla gestione dei granelli di sabbia mediante il movimento del vento, o di un mantice: PULVIS. Il radicale P-L è forse ancora più interessante per i nostri fini perché esprime sempre una capacità P variativa strumentale L molto utile in meccanica o in idraulica: PLEO, PLESSO. PLICO, PLACO, PLUG, ingl., sono verbi variativi strumentali in cui per ottenere l'atteso risultato gestionale-variativo è richiesta l'attitudine di mantenere la forza APPLICATA, variandola adeguatamente. Quelli che hanno spina in C modificano la loro capacità gestionale in modo tanto continuativo da ottenere un risultato, così PLACO. Se si desidera conseguire le finalità insite nella capacità di gestire in modo utile e produttivo mediante un progetto N iniziale, si nominerà PLANUM. PLANUM, l'intenzione di portare avanti una capacità gestionale, applicandosi sostanzialmente all'agricoltura, si confuse con lo stesso luogo in cui vi era speranza di un abbondante raccolto, che a sua volta prese il nome di PLENUM. Così anche PLUS rappresenta l'effetto di un progetto P di variazione L di quantità. PLACCA e PLACENTA conservano quella capacità continuativa AC di gestire rispettivamente la prima la corrente, la seconda la crescita del feto, in modo da farne variare le dimensioni o l'intensità. Se esaminiamo analiticamente il concetto di PLASTICITÀ e di PLASMARE dobbiamo convenire che esso ha tre componenti: la prima è l'aspetto visivo S con cui riscontriamo la modificazione delle forme; la seconda è rappresentata da una capacità potenziale P, che può però divenire efficacemente variativa L solo se utilizza la terza componente, che è l'effetto reale di modificabilità: tutto ciò può venir riassunto con PL-S, l'evidenziazione di una capacità modificatrice, ed è lo stesso schema che ritroviamo in PLESSo, di cui è l'astrazione, consentendo una efficace e concreta manipolazione e della materia e delle forze. La plasticità si avvale della gestione efficace delle dita L-P (>lepto). Per cui si vede, anche per P, che regolarmente la funzione P-L ha come stru351 184

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mento la L-P. Un altro esempio di produzione ideativa da semplici basi è PL-N: esso è stato stabilito dicendo molto tempo fa e per la prima volta una N dopo aver detto una PL, a rappresentare un soggetto spinante ideativo-quantificatorio N, che interferisce su una qualsiasi radice PL, consentendo così la formalizzazione ideativo-linguistica di PLANUM, come determinazione mentale di una capacità gestionale, cioè progetto mentale. Questo piano d'azione si reificò più efficacemente al PLANUM agricolo, come suo più ovvio e naturale progetto neolitico, ma non perse, nonostante questa deriva, il suo precedente valore tutto mentale. Donde nascono i due significati dello stesso assemblaggio, se non dal fatto che l'uno precede l'altro (e questa è regola generale della polisemia, in cui, insisto, il più mentale è il più primitivo)? Così come PLENUM esprime il colmarsi del MAGazzino (MG> propria generazione) del PIANIFICATO esito del raccolto. Si veda anche PLUVIA, il procedimento di capacità gestionale, che ad altro non può essere meglio traslato se non al potere gestionale dell'irrigazione mediante il suo scorrere V dal cielo, e nei canali. Ci confermiamo nel concetto di capacità gestionale posseduto da P-L analizzando PLEBE, che in armonia con la sua propria dichiarata incapacità di governo mostra come spina di PL lo specifico carattere peggiorativo e inadeguato costituito dall'impulsività vitale B, a esprimere una contraddizione in termini, o un paradosso, che ci mostra come vengano da lontano i dubbi sulla possibilità di una democrazia reale e come, spesso, gli assemblaggi fonetici lascino trapelare intenzioni e concezioni arcaiche. Lo schema -L*-P vale capacità di variabilità, o di gestionalità. Quali enti possono sperare di nominarsi a causa di un'idea di questo tipo in un mondo preindustriale? Certamente i pascoli, capaci di gestionalità sugli armenti: dunque ALPI. La capacità di gestire, e di nutrire, è l'elemento fondamentale che permette di aiutare: così HELPEN, a.a.ted.; o HILFE, (ted., aiuto).

|L||R|
Il gesto articolatorio che significa la gestione della ripetizione, non può che semantizzarsi in enti in cui qualsiasi tipo di procedimento ripetuto subisce all'origine un controllo variativo. Esso si adatta a nominare la gestione della ROUTINE, ma anche gli effetti variativi su una qualsiasi riproduzione; e infine può direzionarsi (in un modo omologo a quello di TEDIO = attivazione della regolarità > noiosità) a esprimere lo stato d'animo di chi è vittima di una gestione ripetuta. Il concetto intrinseco a L-R esprime come la ripetizione pura e semplice, noiosa, degli atti indispensabili alla vita, può in qualche modo essere variata, in modo da rendere confortevole e più ricca la routine familiare. La riproduzione dei suoni fruisce naturalmente di questa sigla L-R, perché intimamente variativa e gestionale: prova di ciò è lo strumento LARINGE, generatrice G di una determinazione mentale N che gestisce la riproduzione (di suoni)!. Il gorgheggio di L-R si trasla a LARK (ingl., allodola), il cui canto Shakespeare dice che rompe il mattino perché continua a LR. La musicalità di L-R nasce dall'alternarsi del ritmo: questa caratteristica determina la sua musica interiore e archetipica ed è la radice dell'effetto estetico sfruttato dai poeti. LIRA, lo strumento, e LIRICA, l'arte dei suoni prosodici, non sono così altro che quasi inutili allargamenti e entificazioni di questo concetto sonoro, tanto insito nella nostra psiche collettiva e nella nostra specie: variazione ritmica. La seconda direzione routinaria nomina giustamente gli organizzatori e i gestori della routine servile: così è per LAR (fen., principe). LARE rappresenta un meno severo e più familiare riferimento agli obblighi della ROUTINE domestica: esso trova nel FOCOLARE un suo buon simbolo, come gestione ripetuta del segnale continuo, quello proprio della FAMILIA (= la gestione del proprio segnale). LIRA, come moneta, rientra totalmente in questo circolo di gestione ripetuta e concreta della casa rappresentandone il mezzo pratico, mandato dai LARI.
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L-R può, sulla scia di questa idea, figurativamente volgersi con appropriatezza a esprimere anche l'idea di ben nutrito, per la sua specializzazione semantica in routine familiare (alimentare), e in gestione delle bestie da macello: dunque dalla gestione degli animali da abbattere proviene LARINOS (gr., ingrassato, pingue), dalla cui idea fu poi reificato il vero e proprio LARDO, testimone in corpore vili dell'adeguatezza di quella gestione alimentare; LARDO a sua volta produsse la nuova e connessa idea di LORDO, nel senso di avvolto da una copertura, che è di grasso: il quale a sua volta impone un'idea di disgusto e di sporcizia, perché il grasso sporca > LURIDUS; o LURCO. Per cui, troppi Lari.... fanno i figli Lurchi! Notiamo come gli etimologi, pur possedendo tutti i termini di questa famigliola, non sono riusciti a connetterli in una genealogia sensata solo perché carenti della semplicissima idea di gestione ripetuta. Questa osservazione va proposta per tutto il materiale che espongo, e più per quello che non espongo. Anche LARGO, come generatore di LR, rientra in un concetto simile e derivato dalla gestione della ripetizione, quello di liberalità: LARGIRE esprime il generare in sé la gestione ripetuta degli altri, sia con parole, che con ALImenti (ALO= gestionalità> alimento): da cui il più recente traslato LARGO=AMPIO, DILATATO. LARVA rientra del tutto in questa direzione in quanto procedimento V di gestione ripetuta, da parte degli insetti nutritori. Lo schema -R*--L vale la variabilità gestionale della ripetitività. Si tratta evidentemente di un'idea per la quale si vuole imporre un collegamento variativo a enti ripetitivi, e quest'idea ottiene una buona conferma con OR*LO e ORLARE. UR*LO appare così una modulazione variativa a un insieme di toni identici. AR*AL*Do chi ha per regola di variare le sue note ripetitive. ORI *OLO, OROLOGIO genera la gestione della ripetitività dei suoi scatti nel tempo.

|R||L|
Il gesto articolatorio di ripetizione di gestione esprime una direzione strumentale, e un'altra teatrale. Alla prima corrisponde RULLO, e RELAIS, fr., in quanto strumenti ripetitivi di gestione delle superfici o delle relazioni: la seconda si invera in RUOLO, in quanto ripetizione di un modo di gestire, e poi di atteggiarsi. Onestà vuole che per queste parole l'etimologia ponga la derivazione da ROTOLO, e questo da ROTULA, piccola ruota, passati per bocca francese. Mi astengo dal negare questo etimo: in ogni caso, sia che una corrente linguistica popolare e sotterranea, quindi non documentata, abbia usato valori in R-L secondo la loro natura archetipica, e poi abbia forzato lo stampo ROTULA ad appropriarsene modificandone la struttura; sia che invece l'etimo proposto è non-reale, come fa pensare RAIL (ingl., binario), o RULA (bantu, riga da disegno), entrambi ripetizione di gestione, resta che le parole moderne esprimono chiaramente il valore UR-S, certo per la legge psichica e linguistica del Ritorno del Rimosso. La forma sostantiva -L*-R, che vale ripetitività di gestionalità, ci presenta ILARE, il cui senso di divertito e consenziente accolito, esprime bene chi ripropone AR una modalità gestionale L nei confronti altrui. Di chi insomma se la ride degli altri non facendolo troppo notare.

|L||S|
I gesti L-S e S-L sono già stati esaminati nel precedente articolo: ne mostrerò qualche esempio per completezza, ma anche per ripresentarne la stupenda ricchezza ideativa, la quale nasce dall'alone semantico e dalla intrinseca possibilità di rapportarsi dei due membri della relazione. Andiamo scoprendo che L-S vale alterazione, modificazione dell'evidenziazione, o della visibi351 186

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lità, e che quindi il suo uso comporta la possibilità di nominare in modo idoneo e sintetico tutti quei fattori che comportano una modificazione delle superfici,ma ancor più la modificazione dell'apprensione interiore, e infine del modo stesso di esprimersi. Questa funzione, al di là del suo uso pratico e fisico, offre la possibilità di scavare all'interno stesso del nostro sistema Percettivo Valutativo, e ci mostra quanto già gli antichi Bardi fossero consapevoli dei sottili modi praticabili per influenzare e alterare il senso di realtà e la visione del mondo. In questo senso L-S è la marca dell'ideologia e dell'inganno, a essa indissolubilmente connesso. Il circolo semantico L-S è composto da: LS > l'alterazione, modificazione dell'evidenza, da cui estraiamo subito una direzione molto fisica: LUSCO, guercio, chi dunque non può veder bene. Ma questa direzione si presta quant'altre mai a essere metaforizzata in altre secondo lo stile del nostro principio di sequenzialità: il mal vedente, il lusco, si trasforma in chi vuol veder le cose più belle di quelle che sono, e infine si identifica in chi furbescamente induce gli altri a prendere lucciole per lanterne al fine di specularci: il LUSCO è diventato LOSCO! Col che la nostra sequenza di applicazione dell'idea L-S al campo sociale è completa. Diamo riscontro alle parole che nominano in vari modi questa possibilità di veder modificato il mondo, e specie nei suoi effetti piacevoli, con una fine divertita ironia: LUST (ted., gioia, benessere); LEISURE (ingl., e cioè vedere il mondo dipinto di rosa); LUSINGA (e LUSUS), la generazione di una determinazione mentale che propone un'alterazione dell'evidenza, o della verità, cioè anche un'inganno. Notiamo in LUSINGA l'estrema precisione del rapporto semantico spina-radice, e anche la veridicità psicologica dell'agente LUSINGA sull'agito e ingenuo LUST: questa sottile idea di modificazione degli aspetti mentali (o del modo di vedere il mondo), dopo essersi rinsaldata nei parlanti, si può poi traslare alla meccanica pulizia delle superfici con LUSTRARE, mediante le acque LUSTRALI (che alterano, pulendole, le superfici, mediante la spina lavoratrice TR). ILLUSTRARE ci mostra una seconda e implicita direzione di L-S come gestione e organizzazione delle evidenze o delle immagini interiori senza scopo d'inganno. La stessa direzione genera LISTA, LISTEN ingl., una vera e propria gestione - organizzazione di evidenze di elementi L isolati: al contrario LISCA per virtù della spina C è una connettiva C organizzazione visiva LS di elementi. Questa direzione gestionale -organizzativa dell'evidenza si può traslare, con un salto verso lo reificazione, ai meri materiali di copertura delle superfici che vengono posizionati L in una struttura visibile: LASTRA, LOSA, LESENA, LOSANGA, ma anche LASAGNA! La spina determinatrice in LESENA, mostra che le sue dimensioni coprenti vengono limitate, per produrre le dimensioni adatte, da un pensiero progettuale N. Lo stesso concetto limitativo e progettuale sta alla base di un'altra dimostrazione di evidenza, quella dei beni, o del vitto, con la traslazione a LESINARE, che è un determinare una modificazione dell'evidenza (in senso riduttivo); la direzione di modificazione di evidenza in senso di aumento, o oblativo, è ben espresso da LS-C> LASCIO; LASCITO! Da questa concessione di beni così inusuale, LASCO può assumere il figurativo concetto di allargato, nel senso di non ristretto in difesa dei beni; LOST (ingl., perduto), infine, umoristicamente ci fa sapere che dare troppo LASCO, equivale a perdita definitiva. Mostriamo anche LISI, che altera l'aspetto dei corpi ed è per questo motivo connessa al LISCIARE, che altera la loro ruvidezza. Questa ultima azione, se posta sul piano morale, può avere un risvolto fraudolento e ingannevole (tipo LUSINGA): essa ci fornisce perciò tutta una serie di personaggi ingannatori perché capaci di fumisterie ideologizzanti: LISTlG (ted., astuto); LESTO; LOSCO, che sono tali perché astutamente alterano la realtà per perseguire i loro scopi. Infine LAST, ingl., ultimo), è l'ultimo posizionato membro di una LISTA, come LOSA o lastra, per intendersi, possono essere le ultime tegole apposte in una lastricatura in corso. Come ci dimostrano gli esempi, modificare l'immagine, o la visione, è un'idea che ha affascinato i nostri antenati ulissidi, sempre solleciti a tentare la via della magia e dell'astuzia. Esaminiamo la forma sostantivata -S*-L, che, in quanto tale, dovrebbe esprimere la sostantivazione del concetto L-S, e cioè la modificabilità dell'evidenziabilità.
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Ci si pone subito giustamente il quesito sul senso e sull'eventuale utilità di una simile definizione, e come spesso accade, senza risultato. Allora si va direttamente al lessico e si scopre una parola, ASOLA, che illuminerà tutto il campo -S*-L: infatti le asole dell'abito sono quell'unica parte di stoffa che sfugge alla nostra visione. Ma questo fatto le fa rientrare nella nostra definizione di LS, come modificazione della visibilità! Si deve dunque supporre che la scelta di ASOLA derivi dal fatto che ivi la stoffa non è visibile. Ora, esaminando altre parole a simile scheletro consonantico, si scopre che la parola ESILIO (qui X = S) è usata negli oroscopi per indicare il luogo in cui gli astri non sono visibili, e sono dunque sottoposti a una modificabilità L della visibilità S. Dunque anche ESILIO rientra nella regola generale. Così pure ESULE, che in quanto tale non è visibile. Ora, codesti dati concordi ci consentono di formulare un'ipotesi antropologica sull'uso di LS, e cioè che la condizione di non visibilità all'interno della tribù comporta lo svantaggio di essere in qualche modo isolati, rifiutati, e esiliati rispetto al detentore dei poteri, il quale impietosamente scruta e domina i suoi sottoposti in ogni momento. Ma consente anche una pausa di rilassatezza e di tranquillità, rispetto alla consueta tensione prodotta dallo stare sotto i riflettori. Quest'ipotesi, che ci rivela la dinamica del potere nell'ambito della tribù totalitaria (un ambito in cui ancor oggi viviamo, e il cui frutto è la paranoia sociale, tanto più forte quanto meno è espressa), trova nella parola ASILO la sua indispensabile confermazione: l'asilo è ancora una volta l'unico luogo di nascondimento e di rifugio, un luogo in cui si perde ogni diritto civile perché non si soggiace più allo spietato controllo sociale, ma in compenso si riacquista la pace e la dimenticanza. La parola ASILA, sscr., ci conferma paradossalmente tutto il nostro ragionamento: essa significa chi ha cattive maniere, ma codesto significato è certo un eufemismo successivo al senso di allontanato dalla vista del padrone > perché di cattive maniere. ASILA è dunque ne più ne meno che il nostro ESILIATO, e anche colui che, non godendo più di alcun prestigio, gode però della pace di un ASILO. ASILA risolve anche il dubbio sul valore X = S, e mostra la nullità delle opinioni degli etimologi, che qui non riprendo perché estremamente deboli, su queste parole. ESILE, a sua volta, appare chi è dotato di una visibilità scarsa o insufficiente, tale da non potere essere presa in considerazione.

|S||L|
S-L, l'evidenziazione variativa o gestionale, appare come una funzione ancora più interessante, perché esprime quanto di più magico la mente umana possa produrre, il filo dell'immaginazione e della fantasia, che varia e svaria nella mente, lo scorrere primitivo delle immagini mentali. Questa è la vera fondamentale esperienza psichica da cui ogni altra esperienza è colorata e riceve valore. Il primitivo necessitò di una simile marca per rendersi ragione di ciò che gli era più intimo. E ne ricaverà le naturali direzioni semantiche: prima la SELezione dei pensieri e delle immagini, poi la conseguente elaborazione di parole congrue e augurali, successivamente la reificazione di tale elaborazione in strumenti di discussione e di dialogo, infine la proiezione a enti visivi esterni e naturali dotati di una visibilità ampia e variata. Come sempre, questo gesto articolatorio entifica e determina il soggetto della sua inversa e strumentale L-S. Come L-S esprime la magia di modificare l'evidenza, così S-L ne può nominare gli effetti sull'animo: l'evidenziazione variata, o modificata. Qui mettiamo a confronto LUSUS in quanto perfetta espressione del modificare l'evidenza, allo scopo di ingannare, e SOLOR, consolo, che esprime al contrario un'evidenza alterata, modificata, in modo tale che il consolato vede in altro modo e in altra forma la sua sventura! Notiamo un fatto importante: queste due funzioni sono le uniche a possedere valori viscerali del tutto intimi e nascosti, a differenza delle altre che possono essere lette facilmente dall'esterno a causa del loro prevalente versante mimico. In queste due funzioni accade invece un fatto nuovo:
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che il movimento alternativo della lingua sul palato e la motilità sinuosa della lingua possono, volendo, essere tenute interamente racchiuse all'interno della bocca e rese pressoché invisibili. Il primitivo che ricorre alla lallazione per esprimere una dialettica strumentale; e che poi fa serpeggiare la lingua alla ricerca di suoni congrui, allorché, con l'esperienza va riuscendo a operare una sintesi di questi due tipi di movimenti linguali; che si impadronisce coscientemente di tutta la dinamica linguale, verticale, rotatoria, orizzontale, e riesce di fatto in tal modo anche a operare una opportuna SeLezione dei suoi atti psicolinguistici adeguandoli alle esigenze del momento. Gran parte dello sviluppo psicolinguistico individuale viene effettivamente vissuto esperienzialmente dal soggetto umano come un progressivo impossessamento di tutte le movimentazioni possibili dell'organo linguale, cui vanno naturalmente corrispondendo i rapporti e le afferenze neurologiche con le sequenze immaginative che fanno da tema e senso a codesti tentativi di esprimerli per parole. Non dobbiamo dunque affatto meravigliarci che, poste queste esperienze viscerali, i suoni L e S, successivamente prodotti da queste due fondamentali movimentazioni della lingua, orizzontale e verticale, siano stati estensivamente utilizzati, per induzione viscerale-affettiva, a significare e a dar nome a quegli eventi dell'espressione immaginativa (e cioè L-S e S-L), che li avevano appunto stabilizzati precedentemente come suoni. Ne viene che il sentimento viscerale connesso a questi rapporti non può che essere profondamente intimo e legato alle funzioni propriamente psichiche: e precisamente alle condizioni di variazione L delle immagini mentali S, e della loro evidenziazione mediante parole. Questa facoltà unicamente e propriamente umana si giova dunque di questi rapporti gestuali per auto-nominarsi e per prendere coscienza di sé. Questa idea può in prima istanza rappresentare quel fluire delle immagini della coscienza in cui noi ci identifichiamo del tutto inconsapevolmente. Questo fatto capitale ci viene mostrato anche da SEELE, (ted., anima). L'agente animistico SL appare possedere due simmetriche facoltà che sono in realtà le sue due principali direzioni semantiche: l'evidenziazione interiore variabile, e cioè l'immaginativa, e l'evidenziazione gestionale sugli altri, che potremmo definire l'esteriorizzazione dell'immaginativa S allo scopo di gestire L e coinvolgere il prossimo: l'immaginativa posta al servizio della gestione e trasformatasi in spirito linguistico. Una utilizzazione di questo secondo concetto si ha in SAL*VE, che esprime un procedimento V evidenziatore S della propria gestione L sugli altri e che ovviamente si attua con parole grate e auguri, rappresentazioni di immagini gratificanti e adeguate. Anche il senso di SALUS fu evidentemente prodotto dal trasferimento delle rappresentazioni grate e augurali, implicito in SALVE, alla vera e propria condizione fisica positiva (così anche SALAAM, ar.). Questo trasferimento ci è dimostrato da SOLIUM, il soglio papale, regale, luogo dell'emanazione del discorso augurale S, atto a gestire L, con promesse, lusinghe o minacce, il popolo. La regolarità D di un' evidenziazione atta a gestire SL - SOLIDO - poté essere utilizzata come regolare e obbligativa D promessa SOL traslandosi all'esposizione di beni, e poi di denaro, allo scopo di disporre di serventi: SOLIDO> SOLDO> SOLDATO; come abbiamo osservato per GELD. Si noti come la SOLIDARIETÀ sia una promessa di aiuto (e quasi sempre soltanto un augurio SL), e che questo aiuto si concretizza in SOLVERE, SOLVENTE per un procedimento V augurale da parte di chi solve, che noi chiameremmo di garanzia: anche SALVARE rientra in questo ambito di procedimento augurale che si fa garante del debitore o del malato presso gli uomini o gli dei e così lo salva. Da queste connessioni nasce SOLACIUM, l'aiuto, sia di chi offre la promessa, sia di chi presta il soccorso. Un'altra fondamentale direzione implicita a S-L e peculiare per la sua specificità organizzatrice ci dà SELEZIONE che è determinata con precisione dall'evidenziazione S del controllo gestionale L sugli oggetti: la qual facoltà visivo-gestionale può perciò selezionarli, anche mediante la promessa di SOLlDUM. Questa DIREZIONE di evidenziazione S del controllo gestionale L, se viene riferita a un'attività interna all'anima, quale l'attitudine linguistica, può esprimere la facoltà di scelta (abbiamo già esaminato CON-SILI-UM > evidenziazione gestionale della continua determina351 189

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zione mentale = scelta e selezione dei pensieri); al contrario, se proiettata all'esteriorità, può formare SALA, il parlamento, che sceglie i pareri dei suoi membri SALII. Si comprende la grande capacità epistemologica dei Bardi nel suddividere l'atto del pensare CON dall'atto di selezionare i pensieri SIL e di fare di quello l'oggetto di questo, in modo da produrre il consilium. Infine, tra tutte le idee di grande finezza riferite alla facoltà immaginativa, si ritrovano anche SILERE e SILENTIUM: essi ne hanno assunto il senso di compagni e protettori ma in realtà fanno tutt'uno con l'evidenziazione variativa dell'anima, di tanto delicata fattura, da non poter produrre le sue immagini se non nel reificato e situazionale silenzio: questo silenzio prende il suo nome da quella condizione dell'anima (lo scorrere di immagini fantastiche, libere o controllate che siano) che lo favorisce e che lo induce. Queste fantasie di immagini mosse e variate hanno lasciato una traccia fonetica nominando SILFO (segnalazione di evidenza variabile, che è certo la danza) e con SILA (gr., panorama variabile), che per la loro bellezza sono atti a gestire le menti con le loro immagini (qui, come talvolta, si ha una sur -determinazioneo attivo-passiva di SL). Così avviene anche per VER-SILIA, e ne nomina il panorama montano oltremodo vario; mentre VER, come vedremo, è il procedimento ripetibile verso l'elevazione. La semplice evidenza alterata e apparentemente gestita o organizzata si mostra invece nella stratificazione delle rocce SILICEE; o nella posizione aggettante ed esposta alla vista rispetto allo sfondo: SALIENTE, e SALIRE; o nell'uso di una sostanza alteratrice della precedente evidenza, il SALE (che altera le superfici con le sue incrostazioni e il gusto con il sapore). SOLVO applica al concreto, per cosi dire il principio di SALVE: questo è un procedimento augurale, quello un procedimento risolutivo, ma ambedue si propongono come una soluzione. La SOLUZIONE di un problema è infatti l'immagine che lo fa funzionare, e cioè, nella nostra terminologia, che lo gestisce: quest'ultima definizione mi appare la più concreta espressione di SL, in linea con SALUS, e con il valore UR-S originario di immagine in grado di gestire: provi il lettore a rileggere il paragrafo tenendo saldo in mente quest'ultimo concetto, ed esso come in un gioco di specchi gli apparirà sotto una nuova, più convincente luce. La difficoltà di enucleare le direzioni e i loro rapporti nasce proprio dall'estrema duttilità del file tutto mentale, che può essere comparato a uno schermo S in cui si alternano L le immagini: questo particolare effetto mediatico ci è testimoniato da parole acconce: così SALTO è un'immagine che si modifica e prende posizione diversa, e la sua differenza con SALIRE è dovuta all'istantaneità della modificazione dell'immagine; SALMA rappresenta l'immagine S di una persona M che si modifica L nella morte; così pure SALMONE resta soltanto un'immagine visiva modificata all'istante, che guizza nel suo SALTO; SALPARE è il momento in cui l'immagine della riva va modificandosi e alterandosi agli occhi del navigante; SILFO è in definitiva un segnale F la cui immagine varia nell'aria, tal quale la fiamma dello SOLFO.

Ridefinizione
Il lavoro di ermeneusi somiglia all'analisi infinita freudiana, perché non si è mai certi di essere giunti al vero fondo di una sostanza semantica, tante e tali sono le associazioni di idee, metafore e i loro sviluppi possibili. Talvolta ci si accorge che, invece di andare dentro e a fondo, le metafore ci riportano al punto di partenza, e l'ambiguità intrinseca alla poesia della semantica diventa tanto grande da apparire insostenibile da parte della mente dell'analista. Posto ciò, riproponiamo il campo di S-L sotto una nuova luce, o meglio alla luce di un nuovo concetto esplicativo, reintrodotto apposta per delineare meglio le ombre e i contorni del comprensibile. Questo concetto non apparirà in realtà tanto nuovo quanto semplicemente più delineato rispetto al fascio di luce della coscienza che mette in evidenza, o pone nell'ombra, ora questo, ora quel punto o quello snodo dell'ampio e mosso alone semantico intrinseco a ogni funzione biconsonanti351 190

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ca. Questo lavoro di analisi ulteriore richiederebbe sempre una valutazione per così dire economica dei risultati, e delle suggestioni raggiungibili, per finalizzare in qualche modo quella che potrebbe apparire una unendliche ANALYSIS. L'idea, precedentemente già formulata, che può fornirci nuovi stimoli è questa: l'evidenziazione variata SL può essere considerata nient'altro che un effetto visivo, e cioè una differenza, una diversità nell'aspetto o nella messa in mostra, rispetto alla presa di visione precedente l'azione di SL. Dunque, se questa differenza nel modo di apparire alla vista è implicita nel concetto di SL, si può ritenere che le parole conservino il senso di questa differenza d'aspetto. Per cui SOLUM, il suolo, e SOLEA, la scarpa, non rappresentino altro che la variazione d'aspetto prodotta dall'orma del piede sul terreno; SOLCO è la variazione nell'aspetto del terreno prodotto dall'azione dell'aratro; SALTO è la specifica differente evidenziazione riscontrata in due momenti diversi; la SOGLIA è il punto in cui si cominciano a produrre le orme sul terreno; la SELLA è soprattutto il punto visibile, in cui si ha una evidenziazione variata, una differenza in un profilo montano; SOLLETICO è il punto in cui il titillare crea una differenza o una sensazione variata nella sensibilità tattile; così come SOLLO (ant., il tutto, l'intero), unicamente perché distinto e separato nell'evidenziarsi rispetto agli altri, costituendo così un unicum, un tutto a parte. Siamo così giunti, tramite questa sola, capitale idea di differenza nel mostrarsi, a dare una definizione di SOLO, solitario: SOLO è chi si distingue dagli altri, perché è differente nel modo in cui si presenta e appare. Egli viene subito notato per questa sua specificità e tenuto SOLO. Anche la sua individua espressione verbale SIL merita un attentissimo e rigoroso esame. Noi ben sappiamo che la vocale I esprime l'individualità, che necessariamente si contrappone alla pluralità e ai suoi giudizi: abbiamo infatti constatato come MIN sia il pensiero del singolo che si contrappone a quello del gruppo ed è perciò un MINIMO. Ora, allo stesso modo SIL non può che rappresentare il modo di evidenziare S individuale I e differenziale L rispetto agli altri, o a quelli comuni e consueti, rappresentando un punto di vista fuori ordinanza nel bene come nel male. Questo modo non è che che il punto di vista individuale, sia ottimo che pessimo; e soltanto per la sua originalità, se spinato da un'intenzione ENT, è in grado di produrre l'effetto di imporsi e sovrapporsi agli altri punti di vista in modo da tacitarli, SILERE: quando ciò avviene, è generatore di SILENTIUM intorno a sé. Il silenzio è dunque non quell'indefinibilissimo stato mentale-sensoriale che siamo abituati a intuire come intrinseco a una nostra supposta soggettività, bensì, (e in ciò la lezione marxista ha splendido effetto) un definibilissimo esito di un confronto pubblico e aperto di punti di vista in cui quello prevalente induce al silenzio il soccombente. Come sempre i supposti enti soggettivi dell'anima risultano l'estrapolazione metaforica di un rapporto pubblico e oggettivo, e, in generale gli enti dell'anima, come teorizzato da Freud, risultano stratificazioni, per così dire geologiche, di reali conflitti adattativi. In questo modo riusciamo a comprendere come questo giro di pensiero nascosto, implicito in SL, si appropri dei concetti di differenziazione e infine di originalità nel mostrarsi e e nel parlare, fino a esprimere con SIL il punto di vista personale. Ma noi siamo obbligati per la natura di quest'opera, ad andare alla ricerca di qualche conferma di questo significato proposto, e a tal fine rivisitiamo di nuovo e incessantemente SILA (sscr., visione, panorama), per comprendere, alla luce dell'approfondimento suddetto, che questi suoi propri valori semantici non possono che derivare dal concetto, implicito in SIL, di visione diversa, particolare, differente, e si attagliano così a nominare proprio quei panorami particolarmente belli e unici, come sono quelli della SILA, o quelli della VER-SILIA. Altra comprovazione: se volessimo imporre il nostro punto di vista evidenziandolo ad altri, faremmo l'operazione di AS*SIL*larli. Questa parola rappresenta così l'adeguata comprovazione del senso che abbiamo proposto. Un'altra parola è però ancor più esplicativa: se volessimo che il nostro punto di vista venisse pubblicizzato e reso evidente nel tempo e nello spazio avremmo la possibilità di nominare tale idea spinando VS, il procedimento di evidenziazione, con SIL, e otterremmo la nostra visione delle cose specifica e individuale SIL resa pubblica ed evidenziata nel
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tempo e nello spazio VES: tale idea sarebbe così il nostro VES*SILlo. Il VESSILLO è insomma la nostra propria visione delle cose portata all'evidenza degli altri. Si comprende che una simile idea merita un nome che la formuli con adeguata precisione. Infine, se volessimo descrivere chi ha la consuetudine di portare avanti V un modo di vedere del tutto personale SIL, e SINGolare (SIN*G= generazione dell'evidenza di un pensiero individuale), potremmo facilmente cavarci d'impaccio dando la spina V al nostro consueto SIL; in tal modo nomineremmo lo scontroso e selvatico anticonformista SILVano, che localizzeremmo più facilmente nei luoghi che da lui prendono nome: nei SELVATICI siti al di fuori del consorzio umano. Se infine, ammirati dal messaggio di chi si mostra in modo diverso e inusuale, volessimo dargli nome, lo chiameremmo SIL*Fo, o SILFIDE. Fortunatamente per le nostre tesi possiamo riscontrare che SUL non ha subito imponenti cambiamenti di senso per modo che le parole in SUL si adattano del tutto al senso di visione differenziata emotiva SUL >> giudizio morale, comprovando così le parole in SIL. Si vede come le particelle proclitiche indirizzano codesto giudizio SUL verso svariate finalità pratiche: così per definire un giudizio continuamente determinato venga formata CON-SULo, e CONSULTO; per esprimere l'idea di giudizio apprestato si crei PRAE-SUL, che diviene il prestatore di giudizi morali, il sacerdote; per definire il senso di giudizio morale contrario si ponga la IN contrastante davanti a SUL : INSUL*To; per porre in essere il difficile concetto di assenza di capacità di giudizio si ponga IN con senso di negazione davanti a SUL*S, a formare l'idea non IN ---evidenzia S ---giudizi morali SUL, ed è perciò INSULSO. Stanti questi abbondanti esempi siamo rassicurati sul valore di presa di visione differenziata >> giudizio personale che abbiamo attrbuito a S-L. Siamo subito indotti a generalizzare questa cognizione ponendo nell'ordine di questa idea di differenzialità la parola SALVARE. Così facendo saremo tentati di ridefinirla come il procedimento V di differenziazione SAL, cioè il procedimento mediante il quale si mette da parte un'immagine o una visione; questa nuova esplicazione appare adattarsi perfettamente a ciò che avviene nel computer quando salviamo un file: lo mettiamo da parte. SALVE assumerebbe così il senso primario ti salviamo nella nostra mente, mettiamo da parte la tua immagine in modo che resti integra; e SALUS, SALAAM rappresenterebbero il momento di conservazione di quest'immagine nella nostra mente, al fine di salvarla nella sua specificità, in modo che resti com'è. Al lettore il giudizio su queste considerazioni. ll SOLIUM assume da questo giro di metafore la sua caratteristica di imporre il silenzio, e di non accettare il contraddittorio: esso è differenziato rispetto a chi lo ascolta, ma lo è per cose reali e oggettive, stante la sua vocale. La forma sostantiva -L*-S ci promette senz'altro la statuizione di questa visione differenziata e in specie di una condizione fantastica e privilegiata di immaginativa della variabilità. I venti ALISEI prestano al cielo una visione differenziata e variabile di nubi. Codesta condizione paradisiaca nomina non a caso gli ELISII. Notiamo come la fantasia greca scelga un paradiso di immagini variegate come sede dell'anima, al contrario della cupaggine moralistica dell'EDEN semitico (EDEN = Intenzione obbligante). ELLISSI è l'immagine di una forma trasformata, rispetto alla circolarità regolare. ELSA, a sua volta, è l'impugnatura dell'arma, mediante la quale si delineano le traiettorie S variabili e le curvature L della scherma. Il poeta Virgilio e il musicista Beethoven, partecipi più di chiunque della finezza dei loro stati viscerali, PRESENTONO che ELISA è la donna che li fa sognare di più! ULISSE immagina la diversità.

|L||T|
Anche L-T non si lascia facilmente definire. È il file del controllo gestionale dell'attività, e quindi dello strumento paleolitico della variazione, il LITHOS. Questo carattere di alterare le cose, può passare dalla semplice manipolazione degli oggetti a i significati più astratti e complessi: così in351 192

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fatti la trasformazione LT appare un'idea ben evidente in LITE, appunto un mezzo per modificare uno stato di fatto giudiziario; e nella forma sostantiva AT*LETICA, in riferimento a molto più elementari alterazioni di posizione degli oggetti o dei corpi. Ben più interessante appare però la direzione di alterazione, o modificazione attivatrice o attuata, che si applica in primis, come sempre, alla mente, alterandone il contenuto: è una cancellazione dei ricordi, non certo ignota, anzi ricercata dai primitivi, anche e soprattutto con sostanze psico-attive. LETE, LETARGO, esprimono l'alterazione della memoria di sé, una trasformazione che è pre-condizione della felicità, la quale dunque si nomina, per questo effetto, immemore LETIZIA. In realtà lo strumento di questa felice condizione mentale di smemoratezza, come evidenzia con finezza Ambrosini nella sua Interpretazione dell'Odissea, è il LOTO: la tossicomania dei mangiatori di Loto, prologo alla smemoratezza di Ulisse nel regno delle ombre e poi al suo recupero della realtà. Così il biblico LOT, al contrario della moglie, che si volge verso la patria e si condanna, non volgendosi indietro può dimenticarla, giusto il suo nome, e porla in LATENZA. Ciò mostra in azione la stessa idea archetipica in due differenti famiglie linguistiche. LATITARE esprime a sua volta un rafforzativo dell'assenza per dimenticanza. La direzione di concreta gestione attivatrice sugli oggetti si invera nel LITOS, lo strumento di selce, l'utensile che trasforma i suoi oggetti; e nel principale strumento di trasformazione e gestione agricolo LETAME, che trasforma la produttività del la terra: questi esempi mi appaiono estremamente euristici. Così anche LATOR è strumento di trasformazione mentale della coscienza di chi riceve le notizie (e LATITUDINE il suo ideale e mentale campo di applicazione, che può infine reificarsi al campo agricolo da gestire e al piano LATIUM), mediante le LITTERAE. Queste prendono il nome dal LITHOS che le ha scalpellate nella pietra, nelle differenti forme specifiche. Cosi pure il LATO è lo strumento-soggetto di trasformazione che relativizza e altera gli oggetti e i significati cui si applica a seconda della sua posizione rispetto a essi, o a seconda dell'intenzione dell'inversa TL, che, come vedremo, ne è il soggetto. D'altra parte la forma sostantiva AL*T assevera perfettamente questo concetto : ALTERO è infatti modifico e trasformo. L'immagine della TELA e dei suoi LATI è infatti un bell'esempio delle funzioni TL e LT. TL costruisce e gestisce; LT modifica e trasforma: si coglie nella prima l'attivazione gestionale TL sui suoi fili, come un'intenzione primitiva che prefigura e attua le posizionate LETTERE dell'ordito, nei secondi gli elementi concreti posizionati nella loro particolarità gestita, dal loro LATO. Il senso di LATO si rivela molto bene in LATITO, sono attivamente alterato > tanto da mancare! Allo stesso modo la LITANIA appare una determinazione di gestione attivatrice e cioè un'intenzione mentale N volta a una modificazione dell'animo di chi ne è oggetto (che si ribellerà certamente a questa coercizione dicendo: smettila con questa litania). Se è attuata dai fedeli, essa si fa strumento di trasformazione dell'intenzione divina. Così pure la LITE tenta di modificare una situazione di fatto e a questo solo scopo si rivolge ai giudici, o all'oppositore. Nella forma sostantiva lo schema -L*--T assevera questi concetti con parole che, come ALTERARE, non hanno subito alcuna alterazione diacronica, e perciò, se mi si consente l'espressione, sono premetaforiche. ALTER è l'altro, il diverso come ALIUS, non è lo stesso. Questa facilitazione di comprensione ci permette di spiegare ALTO come alterato in quanto fuori media per la statura>. ULTIMO come modificato (in peggio) rispetto alla media e perciò messo da parte. ALTARE come il luogo della trasformazione delle sostanze sacrificali.

|T||L|
Il gesto T-L vale attivazione della gestione, o della trasformazione, e può, per questo motivo, nominare i soggetti atti a gestire e le condizioni di attivazione di una gestione generica su uomini od oggetti, e ne consente la movimentazione fisica o morale verso uno scopo ben precisato.
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VII - Gli incroci dii |L|

In esso è dunque implicita l'idea di finalizzazione, come si evidenzia in TELEO, gr., perché, naturalmente, l'attivazione di una gestione su uomini e su oggetti non può che tendere a un fine superiore o diverso rispetto a quello in cui si trovano ancora gli enti da gestire. Questo concetto è decisivo: TELLUS rappresenta infatti una finalizzazione della mera GLEBA (gestione di generazione), verso il fine del raccolto, ed ecco perché il suo significato storico è connesso all'idea di fertilità; TELA finalizza nella sua attivazione gestionale il lino rendendolo ordito; così TOLLO, elevo, ben prima del concreto sollevamento dell'oggetto, che ne è un senso posteriore e reificato, esprime la trasformazione di una sostanza mediante un proposito che la precede, e che coincide con un miglioramento, e infine con un'elevazione morale, che poi si fa meccanica. TALAMO e TALARE conservano ancora questa progettualità elevatrice (e sacrale nella sacralità dei Sacramenti). La direzione meccanica si attua invece per esempio in TALO, l'osso del piede addetto all'attivazione della gestione dei suoi complessi movimenti; o in TELLINA, la conchiglia che determina N la gestione delle sue valve, che è un'apertura-chiusura L. Questa direzione meccanica può darci TALCO, l'attiva gestione in avanti-indietro della pelle, o anche TALK, ingl., la continua gestione degli altri mediante la chiacchiera d'intrattenimento. Qualcosa di più può essere espresso mediante la spina N, determinatrice: TALENTO vale attivazione del pensiero attuante una gestione finalizzatrice: questa complessa condizione rappresenta la trasformazione di un'impegno mentale TN in un piano d'azione interiore applicabile agli eventi per finalizzarli, e proprio in ciò consiste il TALENTO. Si potrebbe anche aggiungere, scavando in queste analisi, che il TALENTO, in quanto moneta, può farci comprendere la natura originaria del denaro: l'intenzione TN di chi lo emette si può attuare in una gestione TL di chi lo riceve. Questa identità nascosta tra il Talento personale e il Talento moneta è uno tra gli infiniti chiarimenti logico-semantici illuminati dall'analisi UR-S. Un esito finalistico viene reperito, tal quale, nella locuzione TALE CHE, tanto è connaturato e inscindibile da TL: così pure il valore di lontananza che troviamo in TELOS, gr., è una reificazione ai possibili effetti di lontananza producibili da una finalità TL, prima nella catena delle causalità innescate da un progetto teleologico, poi nel puro spazio mentale, che ama gestire gli ampi spazi del possibile: THALASSA, l'evidenza S dell'attivazione gestionale delle onde e delle maree; THULE, l'ultima isola non raggiungibile se non con il pensiero progettuale o con un TALISMANO. La discussa natura magica o Faustiana della modernità, riassunta nel pensiero progettuale, può essere meglio intesa dall'analisi di TALISMANO = MAN- proprio pensiero > IS- individuale evidenziazione > TAL- attivazione della trasformazione) = il proprio pensiero che dà luce interiore a un progetto di trasformazione: questo pensiero progettuale è dunque il vero Tali smano di Faust, mentre i Talismani reali ne sono gli inutili simboli. Lo schema -T*-L, cioè la gestionalità dell'attivabilità, non può aver altro senso che quello di AT*Letica, la gestione variabile delle attivazioni corporee. Una conferma di grande valore.

|V||L|
Il rapporto gestuale che esprime il procedimento di controllo gestionale, o lo sviluppo modificativo, appare, in certo modo la più informatica e matematica di tutte le funzioni: ciò perché coinvolge i due UR-S differenziali, lo sviluppo V e la variazione L, che messi in ascissa e ordinata, esprimerebbero una funzione ciclica di tipo trigonometrico. Di ciò fa fede per esempio VOL*Tare, VOL*Ta, che corrisponde a un procedere variando, e descrivendo una curva sinuosa. Questa possibilità fu forse solo intuita dai nostri progenitori, ma gli esiti lessicali corrispondono a quelli di una funzione ciclica. Per meglio chiarire, con un esempio molto traslato, pensiamo a una figura come quella del tutore. È facile comprendere che il tutore è qualcosa di più del protettore (TUTOR), e che la sua vera funzione appare quella di portare avanti nel tempo la conduzione351 194

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VII - Gli incroci dii |L|

gestione di chi ha sotto tutela. Evidentemente il latino preferisce sottolineare l'aspetto protettivo della tutela, ma il turco tiene fermo VELI, il tutore. Questo VELI evidentemente nomina, in quanto interprete di un procedimento gestionale, la figura del tutore, con una traslazione ideativa molto congrua e trasparente. Che il latino, pur scegliendo nel caso Tutor, non lasci di certo inutilizzato il campo di applicazione di VL (e questa è la regola generale nella scelta delle funzioni possibili) ce lo può mostrare la traslazione che si situa in modo più elementare, e meno figurato, nel procedimento (inteso come percorso) variabile (in quota e direzione) in cui consiste il VOLO. Inoltre si comprende che chi sia in grado di portare avanti una simile attitudine in campo sociale, cioè di procedere nella gestione degli altri, finalizzandola (V) (come fa il VELI) è chi più VALE, perché infonde VALORE alle azioni che dirige; può anche realizzarle e produrre dei beni, può quindi VOLERE concretamente (con l'oggettuale O che realizza la finalità del procedimento gestionale). VOLUNTAS esprime il rapporto tra l'attivazione di un proposito mentale N*T, e il conseguente procedimento gestionale VOL sugli enti da organizzare: la volontà è definita perciò da un piano d'azione che si sviluppa in un procedimento gestionale. L'idea VL in campo fisico, si adatta a nominare tutte le condizioni in cui un procedimento accortamente variato è necessario a portare a termine operazioni o circostanze complesse, come per esempio il procedere del tempo e dello spazio: VALLE è un percorso V variabile L in altezza, che richiede a chi vuol passarvi un procedere accortamente variabile; VALANGA è la generazione G di materia AN che procede variando (altitudine e massa); VELA, lo strumento energetico E di un procedimento gestionale da parte del pilota, che è il volo della barca. Così pure VELLO prende nome dal procedimento gestionale atto a pettinare il pelo dell'animale, e ce ne viene quasi mostrato il movimento finalizzato del pastore mentre gestisce variamente il mantello delle sue pecore. Un'ulteriore direzione è rappresentata dall'idea connessa di procedimento alteratore, e s'invera in VELARE, che è un procedimento alteratore dell'aspetto, ma anche, e contemporaneamente, con un tipo di surdeterminazione del significato abbastanza frequente, come precondizione di un procedimento gestionale: chi viene velato, infatti, necessita di essere guidato, e di avere un tutore, così come il VOLO della VELA necessita di un abile pilota: probabilmente prendere il velo, cioè lo sposarsi della donna, deriva da questo arcaicissimo significato, che appare anteriore a NUBERE, e da questo sostituito (cfr. N-B). VILE sarà così chi ha bisogno di un procedimento gestionale da parte del VALOROSO, che cercherà di portarlo alla battaglia, mostrandogli il VOLTO: VOLTO è dunque un traslato alla mimica facciale dell'intenzione di trasmettere un'indicazione risolutiva da parte di un comandante o di un superiore. VULNUS, la lesione, in cui la spina N determina o rende concreto quel procedimento alteratore che ha determinato la lesione, nello spirito o nella carne. VOLPE, in cui la spina P rende efficace la sua condotta variativa, e lo descrive come animale capace di ben gestirsi. La spina S applicata a VL consente la definizione dell’evidenziazione di un procedimento variativo adatta a nominare le evoluzioni della danza WALSER, e anche le evoluzioni degli spostamenti senza fine delle popolazioni WALSER. Se spiniamo VL con MN, la propria determinazione, consentiremo a questa funzione spinante di prendere cognizione e di quantificare il procedimento variativo che va applicandosi allo spazio, e in tal modo otterremo il VOLUMEN di questo spazio, in modo alquanto simile all'apprensione dello spazio che attuano i VOLUCRES, i volatili. L'ultima direzione è quella concreta ma logicissima di intrapresa (agricola): dunque VILLA, e VILLANO, che gestiscono L da imprenditori un procedimento gestionale dell'agro, l'economia. Nella forma sostantiva -L*-V, che vale sviluppabilità di gestionalità ritroviamo ELEVO; ma l'atto di elevare rappresenta un progresso nella gestionalità che si attribuisce a chi viene elevato. Insomma gli ELEVATI a qualche carica fruiscono di uno sviluppo della propria gestionalità sugli altri. Così pure ALVO e ALVEARE, in campo di gestione dei nuovi nati.
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VII - Gli incroci dii |L|

|L||V|
A sua volta, in quanto gestione di un procedimento, L-V ha lo scopo di portare alla ribalta le condizioni variative L in cui e per cui questo sviluppo V si attua. Esso possiede, in certo senso, un significato metodologico e teorico, facile da enucleare dal lessico. Per intendersi si pensi al l'azione di una LEVA, in grado di elevare verso l'alto V la resistenza solo mediante un controllo gestionale L del suo capo lungo, a cui si applica la potenza: si comprende che la gestione della sua potenza porta all'elevazione, e che la LEVA rappresenta lo strumento di gestione di un procedimento o di una finalità. È anche implicito che codesto complesso esercizio può anche non riuscire e questo fatto comporta la caduta o la fuoriuscita dal percorso segnato. Gli esempi naturali più comuni per l'uomo primitivo di una gestione di un procedimento erano indubbiamente quelli dettati dal corso dei fiumi le cui acque subivano una gestione del loro procedere, o meglio del loro corso, che corrispondeva alle piene e alle secche: dunque non a caso lo straripamento, questa gestione critica del corso delle acque, assunse il nome di AL-LUV-ione, e alluvionare corrisponde a una fuoriuscita dal normale AL*VEO (anche alveo è sostanziato dallo stesso concetto: procedimento V di gestionalità AL sulle acque). Qui l'esercizio LV non è pervenuto al risultato desiderato. Invece la LIV*REA indica l'abito di coloro che gestiscono il procedere del loro signore, e si tratta dunque certamente di un traslato del compito affidato a questi servi, che è quello di aprire una strada al proprio signore. Con questi esempi siamo ormai in grado di comprendere come la L si possa applicare al percorso della V nelle modalità più diverse: variazione corretta e adeguata, variazione eccessiva. Così pure la LAVA procede V verso il basso in un percorso che subisce il controllo gestionale L di forze gravitarie sulla sua massa, creando un percorso obbligato, perché controllato e che rischia sempre di fuoriuscire dal suo ALVEO! LEVARE e LEVITARE sono dunque sempre un sollevarsi E mediante un controllo gestionale acconcio delle forze in gioco, e non potrebbe essere altrimenti, ma questo esercizio ha implicito il rischio della caduta (come, in un contesto tutto sessuale, avviene per L-B)! L'origine di tutte queste traslazioni al concreto ci si mostra con altrettanta chiarezza, anche se con minor visibilità esteriore, in LEVI, il sacerdote, il quale controlla e gestisce L questa elevazione V interiore, che è, come Freud ci mostra, il superamento del senso di colpa originario, quello edipico: i nostri progenitori trovarono, con LV, lo stemma per esprimere il sentimento di superamento del senso di colpa, e quindi l'elevazione dello spirito, nel modo migliore e ne fecero interpreti i LEVITI. Una direzione connessa si attua in LAVARE, la cui origine potrei credere inscindibilmente connessa alla funzione del levita: la gestione (magica) di un procedimento (rituale) che toglie le macchie dello spirito, e lo eleva oltre la COLPA (capacità di continua gestione - dell'incolpato, quindi dominio su di lui: qui si disvela un meccanismo sociale e generale del senso di colpa alla base forse della divisione in classi): la liberazione rituale è, appunto, quel LAVARE che prende anche il nome rivoluzionario di battesimo. Suppongo che LIVIDO, LIVOR, con i loro significati originari attinenti l'anima, esprimano le macchie dello stato di colpa, che necessita di un lavacro sacramentale obbligato (I)). Un'ipotesi più concreta e meno mentale può far pensare a LAVARE come a quell'evento della gestione del procedimento dell'onda, o dell'acqua, per il quale viene superato un limite e l'acqua, uscendo dal suo alveo, LAVA la superficie della spiaggia o del terreno. In tal caso LIVIDO assumerebbe il semplice significato di bagnato dall'acqua che è DILAVATA fuori dal suo ambito. In definitiva la concordanza degli esempi precedenti ci può far credere che la spiegazione concreta di LAVARE sia effettivamente la primitiva, ma l'uso metaforico di liberazione dal senso di colpa comporta una surdeterminazione di senso profondamente inscritta in questo circolo. Infine, il punto di partenza di un'elevazione, LOW (ingl., basso), non ne è che la sua gestione a zero, a rischio di trasformarsi in palude, come WATER-LOO, o come ne fanno esempio LOVANIO e LOUVRE, luoghi facilmen351 196

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te alLUVionati dai fiumi vicini. In tutti questi casi si tratta di una semplice questione di LIV*Ello. Il termine sostantivo -V*-L sarà discusso in V. Qui si ricorda AVALLO, in quanto gestionalità di una sviluppabilità, e cioè metodo pratico LL per conseguire il risultato V. Termina così questa sintetica escussione degli incroci di L per il latino-italiano, con la sistematicità necessaria a convincersi della realtà del principio di interferenza significante tra i suoni.

Indice

Cap. 8

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V III

Il sistema delle idee connettive

GLI INCROCI DI |C|

Il gesto |C| è in grado di riassumere in sé gli istinti etologici/comportamentali connessi alla costrizione difensiva e allo sforzo connettivo, come si è evidenziato nelle due ricerche sugli psicotici: per tale motivo la classe dei suoni occlusivi sia paralizzati che laringali è specchio mimetico-comportamentale del valore archetipico di continuità nello sforzo, di tenacia, di connessione. Nei suoi rapporti di interferenza con gli altri UR-S |C|, se sta a primo membro, è referente principale, quindi soggetto della relazione. Esso esprime un sentimento di continuità e di sforzo, che transita sull'altro membro e lo colorisce del suo valore; se al contrario è secondo membro, subisce il valore semantico del primo membro, e lo rinforza prolungandolo. In definitiva il valore semantico proprio di |C| è molto meno interessante di |L|, | N|, o|S|: nonostante o proprio per questo, l'analisi dei suoi incroci con gli altri UR-S è dimostrativa della realtà del principio di interferenza tra i fonemi perché il suo ruolo operaio fa emergere per contrasto con chiarezza quello dei suoi partners. Nelle successive rassegne sarò più sintetico che per |L|, per motivi di spazio. Le idee in |C| sono quelle che danno struttura e consistenza alla realtà.

|C||B|
È una sequenza articolatoria antichissima, il cui genio consiste essenzialmente nel collegare l'impulso articolatorio della tenacia connettiva, che si esplica nella tensione diaframmatico laringea occlusiva del vivente, con quello, altrettanto naturale, della donazione di bene - erotismo, espresso e poi simbolizzato dal primate mediante la protrusione fonologizzata delle labbra. L'intelligente collegamento di questi due gesti etologici, ormai stabilmente fonologizzati nel modo adeguato, consente alla mente mesolitica, dopo infiniti errori, di esprimere finalmente un'idea complessa e necessaria: la continuità (nel tempo) di prestazione beneficatrice, un'idea necessaria e relativamente specifica; è giustamente obbligata, per rendersi praticamente utile, a reificarsi sempre più in condizioni beneficatorie più precisate. La necessitata deriva verso le reificazioni da parte della funzione traslativa offre ormai alla nostra analisi soltanto pochi elementi, ma ben significativi. Essa nominerà, così, la continuità di prestazione beneficatrice rappresentata dallo strumento del sonno, con CUBO, CUBERE; quella rappresentata dallo strumento del nutrirsi, con CIBO; la continuità di protezione, con CABINA e il conseguente (H)ABITARE, (H)ABITUDINE, (H)ABITO. Sono queste le più importanti condizioni beneficatorie, per le quali l'uomo mantiene la sua efficienza vitale, si carica di quella continuità di impulsi vitali che può successivamente cedere nella direzione semantica successiva. Tutto questo ci viene asseverato da KABUL, ar., accoglienza, che esprime la gestione L di quella continuità C di impulsi vitalizzanti B in cui consiste un'accoglienza beneficatrice per persone stremate dal deserto.
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VIII - Gli incroci dii |C|

La direzione che nomina gli individui che fruiscono di una continua vitalizzazione deve, invece, dare nome a esseri molto vitali, come i KABIRI, geni mitologici e misteriosi, o i KOBALOS (gr., satiri) o i KOBOLD (ger., spiritello dei monti); essi gestiscono L la loro continua vitalità, che ci appare in realtà un' irrequietezza, che li fa vagare senza posa. A sua volta la KABALA, ar., rappresenta la gestione L di una continua impulsività: essa non è infatti altro che la sorte che gestisce L il risultato dei dadi (CUBI), continuamente vitalizzati CB dagli impulsi trasmessi dai lanciatori = CABALA. Così pure il CABALLUS prende nome dal la gestione L della continua vitalità CB dell'animale operata dal suo cavaliere. La forma sostantiva -B*-C, continuità di sforzo C nel produrre impulsi vitali B, crea OBICE, che è quanto mai adatto a rappresentare questo sforzo e questi impulsi, essendo un'arma da guerra.

|B||C|
Viene molto più marcata nel senso di pura vitalità dal suo soggetto|B|: per cui può esprimere la vitalizzazione continua, come idea generica e immediata, biologica; potrà marcare poi gli enti portatori, e apportatori di questo vitalismo: come sono il BACO, la BACCA. Ma il più antico reperto è anche il più euristico: BUC, acc., fonte, pozza d'acqua, cioè la vitalità continua apportata dalla fonte agli assetati. Da questa antica parola e dal suo significato archetipo si dipartono BOCCALE, BICCHIERE, BACINO, BACILE, BECKER, ted. , gli strumenti di gestione L del bere, che è la primitiva vitalizzazione; e anche lo scorrere dell'acqua nella fonte appena traslata in BACH (ted., ruscello). Si noti l'omologia completa dei vocaboli semitici e di quelli I.E., di cui le mie analisi sull'accadico, sull'arabo e sull'egizio forniscono ampie riprove, seguendo dal mio punto di vista l'ampio solco tracciato da Semerano, [1996].Questo valore di BUC, acc., mi appare certamente ancora secondario e derivato da BUCO, la fonte sessuale, e insieme la sorgente della vita continua, nella procreazione. Da questo più universale e psicanalitico significato possono nominarsi i fertilizzatori sessuati come il BECCO, BOK (ted., caprone), o BEACH (ingl., vacca); o la parte del corpo fertilizzata, BAC (ted., dietro); o ancora il fallo traslato a bastone, BACK , ted., o la punta, BlCKE, ted., o l'atto vitalistico del BOCCIARE. Questi enti ci mostrano in concreto come la vitalità espressa da B (BIOS), sia spesso sessuale: una corrente che passa dall'accadico alle lingue I.E., perché sia le lingue semitiche che le I.E. son costrette a scegliere preferenzialmente gli UR-S B e C, per esprimere significati sessuali, come BOCCA, o BACCELLO (da cui BUCCIA), o BACILLO, e vitalistici, come per esempio BACCANO. Perfino il BUCATO nasce dalla fonte d'acqua che in cui viene immerso. La forma sostantiva -C*--B, la vitalità continuativa non può fornirci che personaggi di incredibile fecondità, quali JACOB, il patriarca delle dodici tribù, e ECUBA, la madre dei tanti figli di Priamo.

|C||D|
Il gesto etologico articolatorio dello sforzo connettivo che si declina su quello dell'obbligo-regola, non può che avere il valore teorico di continuità di obbligo-regola: questa idea categorica esprime, al contrario di D-C, che vale obbligo continuo (e si trasla a enti impositori di obblighi) esprime, dico, una condizione di continua obbligatorietà e di continua ordinatività che si applica agli enti cui si rivolge, ordinandoli tra loro e non ordinando loro, come potrebbe compiere D-C. Quest'idea così specifica e precisa trova il conforto della sua esistenza nelle parole con radicale C-D. Così CADERE impone all'oggetto un ordinamento in un continuo,(esempio: la festa X cade di venerdì, vuol dire: si posiziona in un punto del continuo-settimana), così pure la CADENZA è un ordinamento nel continuo delle note musicali. Codesto concetto appare forse in modo più visibi351 199

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VIII - Gli incroci dii |C|

le in DECADERE e SCADERE, in cui l'ordinamento in un continuo temporale comporta anche e soprattutto che al di fuori di questo continuo ordinato si arrivi alla decadenza. È molto bello constatare come l'ineffabile sostanza semantica di CADUCO passi per queste coordinate: UC emozione continua >>sottoposta a scadenza CAD: la contraddizione tra quell'emozione dell'animo dotata di continuità, quindi sentimento, e la rigida limitazione temporale concessa dalla natura, comportano un grave conflitto all'interno della coscienza, che non sa capacitarsi della caducità dei sentimenti, derivandone il fascino commosso e poetico, implicito in caduco, che consiste nell'irrisolubile e disperante ambiguità tra le forze più potenti che agitano la mente: l'amore e la ragione. Questa idea di continuo ordinamento si palesa in CODICE, o CODON, ingl., ,in cui gli enti sono sottoposti a un continuo ordinamento, come avviene in una CODA; e ci consente di inferire su CAD*AVER, come di chi procede verso AV un continuo ordinamento, sia questo l'ordinamento morale delle pene e dei premi, sia il semplice posto nel cimitero. Vi è una seconda, conseguente direzione semantica che è espressa dalla posizione di passività rispetto a questa idea, cioè l'essere continuamente obbligato. Essa si mostra in KAD, KADATI (sscr., che vale essere confuso, in soggezione), i sentimenti giusti per chi è continuamente obbligato: gli stessi sentimenti imposti a chi CEDE, il cui attuale alone semantico non è che la traslazione ai sentimenti di chi si mette controvoglia sotto il comando altrui. Chi a sua volta possiede la facoltà di determinare N un continuo ordinamento dei suoi pensieri, o dei suoi interessi è KED*NOS (gr., prudente, saggio.) Il CEDRO ci mostra la ripetizione del continuo ordinamento dei suoi elementi per ogni corolla generata. Infine KADI, ar., esprime la continua regola nella persona del governatore che la impone, CEDOLA è la gestione variabile L di una SCADENZA , CEDIGLIA impone una continua regola (di pronuncia). QUADRO subisce anch'esso la potenza di quest'idea altamente impositiva, e ne deriva la sua condizione geometrica, monodimensionata e perfettamente co-ordinata. QUADERNO assolve, al contrario, al compito di disporre in modo continuamente ordinato CD la riproduzione ER di un contenuto di pensiero N. Si constati qui come ER semantizzi perfettamente il concetto di riproduzione: ER*DE (ted., terra) >> regolare riproduzione; ER*BA>> impulso alla riproduzione. La forma sostantiva -D*-C, la continuità di obbligatività, trova in JUDECS la massima conferma possibile. Si noti che JUDEX è appunto la sostantivazione dell'atto estemporaneo CD, e anche la sua codificazione Così ED*IC*TUS, appare come l'attivazione T di quella continuativa obbligatività in cui si estrinseca l'attività del giudice. Sono convinto inoltre che EDUCO sia un perfetto esempio di continuità nell'obbligare, e non l'ideologica e assurda E-DUCO>>tiro fuori.

|D||C|
Esprime, come abbiamo già visto, l'autorità nel tempo. Non un obbligo momentaneo, ma continuo; non ordinativo-passivo, ma imperativo. Così avviene per DICO, che fu per i romani un comandare che non ammette eccezioni, così DOCEO, un obbligo continuo sui contenuti O imposto ai DOCILI discepoli (DIS*CO= continua regola di evidenziazione); così DUX; così DIC*TATOR, nella loro stentoreità di ordine continuo. Anche DAC*TILO, il dito, è in realtà la gestione individuale attivatrice TIL di obbligo continuo DAC, cioè I'imperatività sugli altri del dito puntato. DECOR, DECENS, esprimono, a loro volta, il primo, l'obbligo continuo nei buoni costumi, il secondo, il giudizio di conformità N alla buona regola. Anche una regolarità numerica naturale può essere espressa da DECEM, appunto usato per numerare le dita. DlKE, gr., è tutt'uno con regola, norma, esprimendo perciò il valore originario UR-S, per nulla traslato. Un esempio di traslazione del significato, tra i tanti, può aversi in DAKU (bantu, il pasto premattutino rituale). Da ciò si potrebbe inferire sulla ritualità delle lacrime DAKRYON, gr., obbligate nei
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VIII - Gli incroci dii |C|

funerali (e pagate alle prefiche). Un altro esempio di traslazione al concreto si ha in DOCCIA, la regolarità continua delle stille d'acqua, come obbligate lacrime. La forma sostantiva -C*-D, la regolarità di continuità di sforzo, trova in ACIDO un buon esempio, in quanto esso possiede quella regolarità AD nel produrre un danno AC, che volevamo ricercare.

|C||F|
È il gesto articolatorio che esprime un continuare a segnalare. In realtà gli esempi I.E. sono scarsi. Dal semitico ci viene CIFRA, che appare la migliore prova del valore proposto, in quanto ripetizione di un continuo segnaletico, simbolico. Anche i caratteri CUFICI rappresentano un continuo segnaletico, simbolico; così pure KAFIZ (pers., indice di misura); così il traslato COFFA, che dall'idea di continuità di segnalazione si trasla allo strumento che la rende possibile: il cesto (COFANO) in cui veniva issata la vedetta sulla nave. Da tutto ciò si può comprendere che g]i enti che si segnalano per qualche molto evidente caratteristica possono venir nominati CF: così CUFFIA, il berretto colorato degli arabi, ma anche, per la persistenza del significato archetipico, lo strumento moderno di radio-segnalazione; o KAFIR, l'infedele che è continuamente in risalto nel mare dei bravi musulmani; o il CAFRO nel mare dei cristiani; o il CEFFO tra le brave persone; o il CAFONE tra i cittadini. Ecco perché CAFFO, ant. it., è il numero uno, che si distingue. Del resto CHAF (ebr., palmo della mano), significa il primitivo continuo numerabile e cifrabile. Questo valore è certamente il più significativo, da un punto di vista antropologico.

|F||C|
Il gesto che collega l'articolazione significante la segnalatività |F|, con quello della connessione |C|, non può che esprimere l'idea di segnalazione continua, lo strumento idoneo a guidare e a condurre lungo un percorso ignoto. Le FACES e il FOCUS sono primieramente queste torce a funzione segnaletica poste a FACILITARE il percorso. Ma da questa funzione così concreta delle FACES derivano altre segnalazioni molto più complesse di tipo psico-fisico: le FACIES! Questa idea primitiva si esercita ovviamente e prevalentemente, nella direzione semantica di nominare, reificandosi in essi, gli enti dotati della facoltà di emettere segnali F in una continuità temporale C: questa possibilità informativa è stata impiegata per denominare, e giustamente, la loquacità, con FACONDIA (la regolare D concreta determinazione di pensiero N segnalatesi in forma continuativa C - in essa il presupposto regolare e mentale-ideativo della segnalazione sta in OND). Questo segnale continuo può essere una vibrazione aerea sonora, una espressività facciale o una fiamma; tutto ciò, insomma, che è in grado di risvegliare l'attenzione e di condurci verso una meta: segnali visivi e sonori continui configurano una FACIES, cioè un modo di mostrarsi, che solo dopo sarà possibile traslare all'elemento segnaletico del viso, nella reificata FACIES. FAC*UL*T-AS sembra ed è un'idea estremamente complessa, che nasce però (come tante altre idee impossibili da produrre, né da pensare, senza uno schema precedente di rapporti di simboli significanti) da un semplice rapporto spina-radice: l'attivazione della gestione emotiva UL*T di segnalazioni continuative FAC, nel senso, evidente, che l'emotiva altematività gestionale di una segnalazione continua rende la sua prescrizione facoltativa per chi la riceve, perché discontinua. Al contrario il concetto in cui lo schema FC-L si trasla a FACILITARE, e a FACILE, emerge dall'altra direzione di L, cioè gestire: la gestione di segnalazioni continue è lo strumento che facilita le operazioni da intraprendere. Da ciò si può approfondire il senso di FC, che è legato al suo uso: una segnalazione continua è ciò che permette di portare a compimento le operazioni complesse: è da ciò che si attua la locuzione FAC UT.
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VIII - Gli incroci dii |C|

FACERE ha per questo motivo assunto il valore di fare concretamente. Una direzione erotica di FC nasce dalla considerazione che la segnalazione sessuale è un istinto fondamentale: FUK (ingl., fica), esprime questa segnalatività erotica, di cui FUCO assurge a soggetto, perché si segnala continuamente all'amata. Anche FECONDARE, nella sua regolarità di intenzione (OND = regolarità di determinazione, da cui UNDE, e infine UNDA, la regolare intenzionalità del dio marino!) di segnale continuo, è responsabile prima della fecondità, in numero, delle parole del discorso, poi strumento di fecondazione, forse anche per la mitica credenza del potere fecondante delle parole. Secondo le mie idee questa direzione sessuale dovrebbe essere la primitiva, rispetto alle altre. È possibile che anche FOCUS sia nato come segnale sessuale, di cui ha i caratteri fondamentali, la luce e il calore; in seguito, per l'onnipresente censura, traslato a puro segnale continuativo, (il FOCUS degli specchi), si poté facilmente appropriare del significato di fuoco, in quanto FOCUS notturno, segnaletico. Così pure FUCINA, come emissione di scintille. FOCA < PHOKÈ (gr., parlo, muggisco), è un altro bell'esempio che ci mostra come la segnalazione continua si entifichi in parlare, e che poi questa facoltà di emettere segnali continuativi possa nominare un animale belante e rumoroso.

|G||C| e |C||G|
Sono pochissimo usati in I.E., forse perché la scarsa distinzione tra l'occlusiva sonora e quella sorda li rende poco affidabili. Lo stesso valore si ritrova, in modo elementare in CHAGA (bantu, continuare un discorso per molto tempo). La direzione di continuità di generazione familiare si può ritrovare in CHANGA (bantu, figliolanza), in cui la N esprime la realtà di questa figliolanza. Così pure CHU'ANG (cin., creare), e CHUÀNG (cin., letto matrimoniale), come strumento della linea familiare. L'idea di escrezione, come risvolto concreto di una continua generazione, ci dà CHANGO (cin., intestino). GlCC (lomb., ano), esprime un simile risvolto generativo. Mentre GUC, turc., si trasla a forza, potenza (sessuale). Un simile valore possiamo ritrovarlo in JACK, ingl.

|C||L| e |L||C|
Rimando al precedente paragrafo.

|C||M|
Offre alla propria sostanza corporea M una specificazione essenziale e cioè quella di dilatarla ed estenderla nel continuo C spazio-temporale in modo da offrire il modo di nominare quell'impressione così viva all'interno dell'animo che è responsabile del possesso degli oggetti o delle persone, come di cosa propria: la riprova di questa intuizione ci è data dalla parola I.E. HEM, HEIM, HAM, che significa il proprio nido , la propria patria, HEIMAT, e che rappresenta un toponimo comunissimo: per esempio, BERG*HEM (patria montana). Dunque C-M non può esprimere che il continuarsi della propria ipseità, uno stato d'animo di profondo significato antropologico, che corrisponde al fenomeno psichico chiamato da Freud investimento libidico, mediante il quale si cattura e si possiede immaginativamente un oggetto rendendolo parte del proprio Sé. Come, per intendersi, può avvenire per una coperta che parta da me e ricopra gli oggetti trasformandoli in quella parte di me in cui io mi ritrovo e mi riconosco. Questo potente investimento libidico, questo stare e sentire insieme figurativamente riesce a identificarsi in un ente
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connesso e continuativo come il CAMINO, che possiede anch'esso quella connettività di sostanza, cui può applicarsi la proiezione affettiva di questo stare insieme primordiale, in cui si identifica la propria patria. Da questo aspetto figurato si può ritornare a un valore mentale, il quale si esprime in CUM, l'essere insieme come continuità del proprio Sé (cfr. compagno, o camerata, che continuano la nostra ipseità). Da questa situazione può nascere COMES, come altro me stesso; COMUNITÀ, un insieme allargato di persone aventi un comune sentire. Anche parole designanti oggetti di uso personale come CAMICIA, o COMMODA, sono reificazioni banali di questo concetto. Un valore figurativo prevale in CIMASA e CIMA, che esprimono la continuità di sé tipica degli elementi I di un profilo. Molte parole in C-M sono convenzionalizzate, ma il loro punto di partenza appare quello archetipico: per esempio COMA, la chioma, rappresenta una continuità dei capelli e una continuazione della nostra fisicità. Al contrario in senso del tutto mentale COMMEDIA, o COMICO, lo stile COMUNE o volgare, appare la traslazione al comportamento verbale del concetto di quella irrelata continuità del proprio esserci, che genera la familiarità. CAMORRA fa fede di questo uso di comune sentire in sensi delinquenziale. Si torna alla fisicità: KAMA (acc., stelo), ci mostra come questa longitudinalità continuativa, che abbiamo trovato in CAMINO del proprio esserci sia una direzione estremamente arcaica. Idem KAMAX (gr., palo). Un'altra direzione (ed è la primitiva) nasce dalla idea di continuità del Sé, traslata in senso puramente mentale a imperturbabilità: questa direzione ci dà CAMA (sscr., quiete interiore), e CAM-YAMI (sscr., riposare). Simile valore si può reperire in KOIMIZÒ (gr., dormo), e KOIMETERION, dormitorio > cimitero. L'altra opposta direzione deriva dall'idea di continuità di sé, come aumento, progresso, da cui KHAMA (sscr. marcia), KOMMEN, ted., KOMIZO (gr., porto avanti); CAMMINO. Finora abbiamo elencato le logiche direzioni di C-M: ma se si spina, quasi sperimentalmente, questo CM con L si riesce a produrre l'interessante e utilissima idea di alterazione, modificazione della propria continuità, da utilizzare laddove si voglia esprimere il fenomeno della modificazione della propria forma, o meglio del proprio profilo. La parola etrusca CAMILLUM definisce infatti il mercurio, il metallo che modifica la sua forma, appunto, secondo questo senso di alterazione, modificazione della propria continuità. Al contrario KAMELOS (gr., cammello), altera la propria continuità di profilo a causa delle gobbe (ne segue, come portatore di bagagli, CAMALO genovese -, il cui profilo si altera sotto il peso delle valigie). Che tutto ciò sia perfettamente vero, anche se quasi incredibile per i filologi, ci viene spiattellato per l'esempio di CAMALEONTE, attiva determinazione ON*T = intenzione di alterazione AL della propria continuità CAM (la forma)! La bella dimostrazione della verità di questi asserti, e probabilmente il significato primitivo, può venir ritrovata in KIM*LIK: infatti un vero e proprio camaleonte interiore è la personalità = KIMLIK, turc., che è molto ben espressa come la variabile continuità di sé. Inoltre il gergale CAMOLA sta per presenza ingannatrice, quale è quella in cui una qualche faccenda subisce un'alterazione sostanziale e si trasforma in inganno. Infine CAM*P-ARE vale capacità P di continuare se stessi, e quindi di sopravvivere, che è un significato ormai quasi gergale; questo significato è legato a CAMPUS, mezzo del campare, e può generarne un risvolto agonistico in CAMPIONE, e KAMPF (ted., battaglia per sopravvivere). In definitiva C-M esprime un'unitarietà connessa, sia reale, che psicologica, di valore ideativo semplice, e per ciò molto facilmente traslata. La forma sostantiva -M*--C, la continuità della propria essenza, trova in AMICO la più desiderabile conferma.

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|M||C|
Al contrario, ha per soggetto M, cui è riferito C, un sé continuativo subito adeguato a produrre l'idea di soggetto personale che si applica a uno sforzo connettivo: e a causa di questo sforzo connettivo può infine esprimere l'idea archetipica di soggettività, o identità, connessa o integrata, e può essere usato in prima istanza nel denominare la caratteristica di organizzazione interna degli enti da un lato, dall'altro la subordinazione della parte a un tutto. Un'integrazione che ha implicita la possibilità della disorganizzazione; vedremo che tutte le parole del file ruotano intorno al concetto basilare di integrazione-disintegrazione di un insieme. In ciò MC è passiva rispetto a CM, che presuppone questa correlazione interna come già stabilmente assicurata, e che d'altra parte rappresenta quel tutto di cui MC si fa parte. Ricordo che questo vero valore di M-C mi era per lungo tempo riuscito alquanto oscuro e incomprensibile finché non fui illuminato da una casuale considerazione sulla locuzione a macca usata nel piacentino, che ha il senso di ottenere gratis. Mi chiesi infatti quale fosse la circostanza in cui è possibile ottenere gratis qualcosa, e la risposta fu quando si fa parte di un insieme o di un gruppo, sia familiare, che amicale. A macca implicava così l'appartenenza ad un gruppo integrato, e in definitiva questo era il senso archetipico di M-C, perfettamente corrispondente al rapporto dei significato dei due suoni. Da ciò veniva che ogni parola in M-C doveva implacabilmente accennare ad una connessione di parti o ad un insieme, costituendo così un'eccezionale riprova del principio di interferenza di suoni. Il primo esempio che mi viene in mente è rappresentato addirittura dall'angelo MICH-EL-E, Dio con noi, e cioè quell'insieme di parti connesse in cui si riconosce l'unità del divino e dell'umano. Poi possiamo pensare a MICA, appunto un insieme naturale di lamelle indistruttibilmente connesse: i paleolitici che cercarono un nome per quella strana formazione di lamelle, non ebbero nessuna difficoltà a nominarla in primis con i suoni naturali esprimenti l'insieme connesso. Il risultato dell'operazione di tagliare l'insieme connesso della pasta venne chiamato giustamente MAC-CHERONE. Una parte distaccatasi dall'insieme di una sostanza organica filante si meritò il suo nome di MOCCIO, MOCCOLO, cui, si noti, può aspirare, se distaccatasi al momento, in modo da dimostrare apertis verbis la sua natura di parte di un tutto. Così pure la MUCCA prese il nome dalla sua parte funzionalmente rilevante, il mocciolo latteo, e a sua volta un'altra sostanza filante venne nominata MUCO. Andando sempre più in là nel gioco delle possibili metafore, venne creato per associazione di idee AM-MIC-care, e MOCCA, dial., lo sberleffo mimico, che rappresentano incredibilmente quella parte della mimica dal carattere incoerente e disintegrato rispetto a ciò che ci si aspetta, una mimica fuori ordinanza e ribelle, che si separa dall'insieme delle facies mimiche ordinarie e gli si contrappone! Vedete a quale finezza di significati si possa piegare un concetto archetipo e basilare come M-C. Ma, senza andare a queste finezze, poniamo qualche altro esempio più semplice ed elementare con MACERIA, e MACERARE, i quali non rappresentano altro che la ripetizione R di una disconnessione di parti. Questa ripetizione ci suggerisce che dovrebbe trattarsi di un procedimento volto al recupero di parti da disconnettere, come potrebbero essere le pelli, le corna, ecc., di organismi animali. Lo schema MAC*R è infatti molto adatto, nella sua semplicità, a esprimere l'idea di un procedimento R di recupero di parti: l'insieme da sottoporre a questo procedimento può così anche essere nominato MACRO, come insieme contenutistico, mentre l'esito del procedimento, cioè le parti ottenute, può prendere il nome di MICRO, sfruttando il valore individualistico della vocale I. I MOECHI sono anch'essi un insieme, l'insieme degli amatori di una dama. E qui si impone un'affermazione ovvia: un insieme di uomini uniti da un proposito qualsiasi esprime pur sempre un potere, precisamente il potere di compiere ciò per cui si sono uniti. Certamente è questo il significato primordiale di MAC, riferito alla comunità, e noi possiamo ritrovarlo pari pari in MACHT (ted.,
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potenza), (e di MACISTE). Questo concetto a sua volta ci schiude il senso primitivo di MACHEN (ted., produrre), compiere, che è portare a compimento quella potenzialità d'azione implicita nella connessione d'intenti di molti uomini. Anche l'uso patronimico di MAC in gaelico estua dall'insieme allargato della famiglia. Un altro esempio di ente parte di un tutto è il MICETO, così come la MICCIA che viene ritagliata da un insieme più grande: anche i MICI sono tali perché appena usciti dall'insieme più grande della madre gatta. Su questo concetto arcaico e necessario, i Bardi esercitarono, come sempre, la loro fantasia, con l'uso delle più varie spine per ottenere concetti più complessi quanto altrettanto necessari, e crearono subito una indistruttibile rapporto tra l'insieme integrato M-C e un pensiero organizzatore N, per produrre l'idea di proposito mentale organizzatore di parti connesse, atta a denominare il funzionamento razionale di una connessione di parti: questo fu lo schema (M-C )* N, che consentì loro di avere a disposizione l'idea di mente-- organizzatrice di un insieme di parti connesse. Ciò si può veder bene in MACHINA, da MAXANA, gr. dor.,, (l'aspirata greca rientra nel gesto archetipo velare |C|, secondo il mio concetto) in cui la spina N, mentale, determina e dà senso finalistico alla propria connessione dei pezzi, facendoli funzionare come MACCHINA; MECCANICAMENTE, appunto. Questa possibilità integrativo-disintegrativa intrinseca a M-C per opera di un pensiero spinante (e non di un procedimento ripetitivo, come è in MACERO) può essere reificata in MACINARE, che esprime il fenomeno opposto di de-organizzazione delle parti a causa di un proposito razionale (N) che si preoccupa di ottenere ciò che desidera; e, nel caso, di ottenere da un insieme integrato di parti (i semi) un altro insieme di parti più fini (la farina). Un altro costrutto con spina T prende sia dall'idea di destrutturazione sia da quella di potenza ed è MACTARE. Ma il culmine della finezza raggiunto dallo spirito linguistico creatore è produrre un suono spinante di significato alterativo-variativo, mediante il quale quell'insieme integrato M-C potesse essere disintegrato e alterato a piacimento: (M-C) *L . Questo schema venne giustamente usato in primis per definire l'operazione di disintegrazione delle parti dell'animale, e cioè di quell'insieme integrato più noto e più naturale: MACELLARE, che è un alterare (L) la connessione propria dell'animale macellato. In questi due esempi l'idea archetipica della connessione subordinata delle parti risalta, per contrasto, con estrema chiarezza. Un altro esempio di questa possibilità sta in MACULA, che rappresenta la reificazione del valore (MAC)*L riferito all'alterazione di una superficie connessa, come potrebbe essere la pelle di un animale. E così pure nominarono MICELLE le parti di un insieme che era stato destrutturato. Un'altra spina usata in latino è S, e noi ci aspetteremo bene che il creatore dello schema MAC*S avesse in mente di definire il modo in cui un insieme integrato si mette in mostra e si evidenzia allo spettatore. È questa infatti l'operazione mentale alla base del significato di MAXA, ed è questo apparire, e mostrarsi, implicito in S, a imporre la differenza tra il concetto di Massa e quello di peso: la massa si mostra, il pon*do si pesa( P-N > capacità determinativa)! Che tutto ciò sia vero ce lo mostra a sua volta il verbo AMMASSARE, appunto un porre via via insieme un certo numero di parti facendo crescere questo insieme in modo visibile. Questo concetto MAC*S è dunque adattissimo ad esprimere l'AMMASSO del raccolto agricolo, come di un insieme di parti via via più visibile man mano che si raccoglie la MESSE (di identica derivazione). E, potenza delle parole arcaiche, qui può nascere un nuovo concetto di grande importanza: è sufficiente soltanto dare maggior risalto al fatto dell'evidenziazione e del mettere in mostra per modo che MAC*S possa trasformarsi nell'indice dell'evidenziazione dell'aumento di quella connessione di parti in cui consiste l'AMMAXARe: per cui MAXIMUM è appunto quell'evidenziazione
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momentanea della relativa crescita di quell'insieme di prodotti agricoli che si va ammassando: il massimo al momento raggiunto, È in questo senso che il concetto di MAXIMUM è sempre relativo. In quanto superabile. E, ancora, se MAC*S, come abbiamo or ora notato può rappresentare l'evidenziazione di una disconnessione-connessione, se si ha l'avvertenza di porre un'ulteriore spina L, è possibile ottenere l'alternatività dell'evidenziazione di una disconnessione; la quale idea, per strano che possa sembrare, ha effettivamente avuto un'applicazione concreta nel descrivere quella alternanza di disconnessione, prodotta dall'osso della MAXILLA, descritto nella sua funzione masticatoria. Questa prova è di estremo interesse perché ci mostra l'osso triturante (come un MACELLO), così come si evidenzia, a bocca aperta-chiusa. Anche MIXare, non è altro che un mettere in mostra un insieme di parti interconnesse. Si tratta in sostanza di un operazione mediante la quale parti singole I sono prima connesse tra loro, mescolate e infine messe in mostra secondo il nuovo significato che questa connessione ha reso possibile. Nel corso della deriva reificante si possono nominare, dunque, enti dotati di correlazione interna, composti di molte parti inter-organizzate: MICCIA, MUCO, MICETO, MACCHERONE; che si prolungano in lunghezza, mediante parti, o MICELLE; o che si impilano come fa la MlCA, galena; o che modificano L la superficie, come fa MACULA. L'insieme di questi elementi organizzati si nomina MACRO, le sue parti elementari (I) MICRO: così è della MICA rispetto al pane; dei MOECHI, lat., rispetto alla loro Druda. Infine ci resta da descrivere ciò da cui tutto ciò che precede ha preso le mosse: una direzione, ben più antropologicamente fondata e ben meno reificata, quella temporale di propria continuità = subitaneità sine mora. Essa ci si rivela in MAKSU (sscr., direttamente, subito) (MOX, lat.). Correlata a questa direzione di subitaneità è la direzione rasserenante e che porta allo stato d'animo senza ombre: ambedue sono rese possibili dal fatto che un soggetto personale che si continua-- per definizione-- non subisce interruzioni, e dunque è da un lato diretto e subitaneo, dall'altro coerente e integrato: MAKHA, sscr. giocondo, attivo, e infine, MAXAROS (gr., allegro, sereno), perché intimamente coerente e diretto nell'esprimersi. Questo valore è la faccia applicata e concreta della direzione tranquillizzante di M-C sopra evidenziata, che nasce dalla naturalissima idea che un sé che si continua nella sua integrità è perciò non perturbato, non diviso, al contrario serenamente simile a se stesso. È forse quest'uso, che corrisponde all'esperienza esistenziale più protetta e agognata, quella della tranquillità prenatale, l'uso originale del suono M-C? La forma sostantiva -C*-M, l'essenza continuativa trova in ACUME una precisa conferma: ACUMINATO è quell'oggetto che presenta una continuità della propria corporeità. ACME è un'acuminatezza tanto sintetica AC*M da essere rappresentata solo dalla punta, in cui si esercita lo sforzo AC ( cfr. ACULEO)

|C||N|
|C|, se seguito da |N|, il gesto dell'attitudine ritentivo-quantificatoria nasale, esprime una continuità di determinazione, che è poi sforzo di pensiero oggettuale (pensare concretamente, o contare); e, come traslato non più mentale, la continuità materiale, e infine, il traslato contenitore di questa materia o ammasso. Questi valori estremamente primitivi sono sicuramente dovuti alla sensazione di ritenzione naso-cranica che si attua quando si attuano insieme o in sequenza i gesti articolatori |C| e |N|: una sensazione di tensione e di riempimento intracranico, che si trasla con estrema facilità a qualsiasi contenitore di materia, come è facilmente dimostrato dal lessico. Vedasi anche in N-C una conferma del senso propriamente viscerale da cui emergono i significati del file, per cui C-N nomina prevalentemente il contenitore e N-C (spesso) il contenuto, il nascosto, il segreto.
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Di questo valore di contenitore materiale è testimone CONO, e KAANU (acc., l'esser stabile), in quanto connesso concretamente. KANT, ted.; KENT, ingl.; CANTINA, CANTERANO, CANESTRO, CUNA ecc., esprimono proprio questo stabilimento determinato come contenitore di raccolte di beni (come ci mostrerà l'inversa N-C, la determinazione continua, che può traslarsi a raccolta di oggetti). CONCA ci appare anch'esso il contenitore (con C spinante, come connessione interna di questo concreto determinato materiale): questo valore può traslarsi a CANCHAS, sscr., conchiglia, che è un adeguato contenitore naturale. L'idea CN-C ha per riprove CANCER, che continua a connettere materia, e, nel traslato al granchio, a stringerla; CANCELLO, una stupenda idea funzionale in cui questa materia connessa e rinchiusa, può essere controllata con un'ulteriore apertura-chiusura dalla spina L (e questo è il cancello-porta); oppure questa facoltà alternativa di L si applica al valore mentale-determinativo di CN e questa è la primitiva gestione L alternativa della presenza-assenza di contenuti mentali CN, che noi reifichiamo mediante lavagna e cancellino. È proprio questa stessa direzione mentale che si presta, invece, all'atto del contare, che è infatti l'attivazione di una continua determinazione: questa determinazione fa tutt'uno con la ritenzione in qualche box degli oggetti determinati, e non rappresenta altro che la solenne comprovazione del principio fondamentale della semantica. Nel nostro caso la continuità irrigidita C della ritenzione della vibrazione endocranica del gesto N consente un accumulo d'aria che si trasforma ideativamente in accumulo di oggetti (cfr. N-C): dunque, CONTO, e CENTO, come conto attivato. Che tutto ciò sia reale ci viene mostrato da CENSEO, l'evidenziazione S di un conto; o da CONIO, una continuità di determinazione, che produce una catena di pezzi. Del resto ciò che concretamente è lo strumento etologico del contenere e insieme del contare, non ha altro nome che QUINQUE, la CONCA numerabile delle dita della mano. La direzione implicita di espressione del pensiero determinativo CN--S è presente per esempio in KONUSMA (sscr., conversazione), in quanto propria evidenziazione di un continuo determinare; stessa idea si ha in CONOR, un'intenzione determinata, e in CANO, lat., che viene spostata verso il cantare, forse perché il discorso arcaico era prosodico e cantato. Ora veniamo a un integrale di elevato valore probatorio, e cioè a CN*D. La traslazione dallo schema CN-D, verso la reificazione, in quanto regolarità di pensiero determinativo (che in CONDERE fonda e compone prima il piano urbanistico, e poi la città, e in CONDIRE fornisce un regolare D ingrediente mentale CN, poi traslato a condimento dei cibi) evidenzia la capacità di questo efficientissimo pensiero di illuminare e di far luce, usando lo stesso naturale traslato riutilizzato nel XVIII secolo, come Illuminismo: CN*D può così nominare gli enti che illuminano le tenebre (come la sua potenza di pensiero sa) e può inoltre illuminare le tenebre interiori. La luna CANDRA; sans.; il carbone KANDAROS, gr.; il CANDORE, e la CANDELA, assumono i suoi suoni proprio perché questo integrale esprime una regolare D e continuativa luce intellettuale CN. La regolarità D di un continuo determinare CN è ovviamente la dote più alta e la più apprezzata dagli uomini, perché è la condizione esistenziale in cui la mente raziocinante ha sempre la prevalenza sui labili sentimenti; il valore di illuminazione che queste parole conferiscono alla suddetta facoltà è esattamente l'unica metafora che si attaglia propriamente a tale potere. Una fra le tante riprove dell'origine intellettuale di questo schema riposa in KUNDE (ted., informazione, notizia). Questo elemento informativo viene ancor più evidenziato, se si antepone l'evidenziatore S allo schema C-N*D: infatti SC--N*D = regolarità di determinazione continuamente evidenziata è traslato a S-CAN*D*AGLIO, SCAN*NING, la cui caratteristica è proprio l'esibizione S continua C di una regolare D informazione quantitativa N. E il popolo degli SCANDI fruisce del suo nome perché, forzato da un mondo ostile, è costretto a conquistare più di altri la bella facoltà illuminatrice insita in SC-N*D, cioè regolarmente dare evi351 207

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denza al continuo di pensiero con una comunicazione precisa e non-emotiva, caratteristica poi esportata a tutti i popoli nordici = SCANDIRE. Infine CINIS è un continuo numerabile di elementi I che può reificarsi ai granelli di polvere, alle dita della mano QUINQUE, il primitivo continuo numerabile, e la prima CONCA contenitrice. La misurazione lineare veniva forse presa per comparazione di CIN*T, o di CIN*C, cioè di una connessione C di continui determinati elementi CN (le tacche?), ClNGENTI i corpi da comparare, come CINTE. Così KINA (sscr,. cicatrice), è una connessione lineare determinata N che misura la sua lunghezza. E sulla scorta di queste idee è facile supporre che il valore tradizionale di KYNESIS (gr., velocità), nasca come misurazione S della lunghezza CN di un percorso tramite la corsa, o la gara. Osserviamo come gli esempi rispettino i valori archetipici vocalici, per cui CENSEO è un'operazione energetica E di conteggio; CONIO si adatta a nominare oggetti O contandoli; CINGO vale una connessione di elementi individui I; CUNA è un contenitore ad alto tenore emotivo U; CANTO è un contenitore generico. Il sostantivo -N*-C, la continuità di determinatività trova in ANAX, gr., una bella conferma, così come questa figura di regnante ci è stata restituita da BENVENISTE: un principe pensante. INC, che vale continua determinatività individuale trova in INK, ingl., e INCHIOSTRO una conferma del tutto reificata: il continuo del pensiero personale si traduce nel materiale che lo rende leggibile come continuo. INQUIT nasce dal riferimento immediatamente precedente, quello all'espressione verbale del pensiero personale. Il valore reificato connettività AC materiale AN trova facili conferme in ANCA, e in ANCORA.

|N||C|
Questo gesto mi si mostrò di non facile interpretazione per il particolare tipo di traslazione cui può andare incontro l'idea archetipica determinazione N continuativa C, che si può anche nominare pensiero fisso: infatti compresi solo a fatica (perché non esaminai con sufficiente attenzione il valore propriamente viscerale dei rapporto gestuale N-C) che questa idea si presta a nominare raccolte di continui numerabili, per lo più frutto di imprese di caccia, o di guerra; e infine gli strumenti pratici di queste attività, o gli oggetti contenuti nei contenitori, vale dire il campo dell'ECONOMIA = (EC*ON)*OM= propria determinatività concreta, che si perpetua in modo attivo. Il pensiero fisso e ricorrente N-C di ognuno è infatti sempre volto verso la soluzione del problema della sussistenza: e così il principio di sequenzialità fermerà le immagini-parole prima verso il contenitore del cervello, poi verso l'intenzione malevola nei confronti delle potenziali vittime, poi nominerà il momento della vittoria, che s'identifica nella spoliazione delle vittime, indi si volgerà verso le raccolte di oggetti e beni immagazzinati. Ma se si guarda con attenzione all'idea NC si comprende quasi senza bisogno di esempi che una determinazione quantitativa N che si continua nel tempo C è esattamente l'idea idonea a dar nome a tutti quei beni materiali che costituiscono la riserva economica della tribù. Ciò ci è mostrato come controprova da tutti quei contenitori nominabili dall'inversa C-N. Se questo circolo semantico viene svelato nella sua consequenzialità appare infine coerente e comprensibile, prendendo come modello il valore viscerale di N-C. L'idea archetipica N-C è, da un punto di vista limitato, nient'altro che il risultato di un CONTO (= NUCTA, bantu, minuto secondo, risultato di un conto) che, come vedremo subito, esprime mentalmente un piano d'azione di conseguimento (NOCEO, ovviamente negativo per chi lo subisce), e (nella direzione concreta) la quantità di beni determinata, e conseguita, in primis mediante gli artigli NAKHA, sscr., che ne prendono il nome. La spiegazione reale di questi usi sta però nel significato antropologico di N -C, che deriva diret351 208

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tamente e totalmente dal suo valore viscerale: esso è il puro contenimento N prodotto dal blocco nasale sull'aria delle cavità superiori, un contenimento che è reso continuativo nel tempo dal secondo membro C, in modo da trasformarsi in un vero e proprio imprigionamento N-C delle vibrazioni aeree all'interno delle cavità superiori del naso. Ebbene, questa facoltà umana di trattenere l'aria in modo continuativo nelle cavità superiori, e la conseguente vibrazione encefalica costituirono il vero e concretissimo modello viscerale della contenitività protratta e intenzionale N , perché riferita a cavità encefaliche su cui si andarono obbligatoriamente modellando tutti i significati del file, anche quelli apparentemente più discordanti. L'imprigionamento intenzionale è dunque N-C, e causa perciò sequenzialmente sia il momento della generazione di enti contentivi quali la nuca, la nicchia, la noce (e, per ingenua traslazione, gli enti supposti, per l'oscurità, come contentivi: la NOX, ecc,), sia il momento successivo che nomina i contenuti, gli imprigionati nella continuità temporale, vale a dire il NECROS, il NECTAR, il NIKEL (il metallo-moneta contenuto nelle viscere della terra), e tutto ciò che può riempire il magazzino (ulteriore traslazione) dei beni detenuti, e cioè ciò che nec-esset. Dacché questo imprigionamento di beni NC , comporta ovviamente l'intenzione di imprigionare e di chiudere in contenitori, anche codesta intenzione si deve andare colorando sequenzialmente di un'aura di Nocività per chi la subisce, e da ciò possono emergere le tante parole del file, che hanno come tema il NUOCERE, la NEX, i NAKHA, gli artigli. È dunque dimostrato che è il vero e proprio significato viscerale di ritenzione nasale resa continuativa a dirigere rigidamente la dinamica del file, e, come sappiamo, non potrebbe essere diversamente. Codesta è una grande riprova del nostro tema principale; che i valori viscerali dei gesti articolatori evocano direttamente e pressoché obbligatoriamente i significati primitivi e tutti i loro traslati. Si intenda che la sensazione di contenitività protratta in una cavità encefalica è troppo implicante e psicologicamente obbligativa per non farsi responsabile di tutti i successivi e possibili concetti di contenitività intenzionale. Allorché, come avvenne nell'uomo, tali gesti contentivi protratti diedero luogo ai loro suoni specifici, codesti suoni furono implacabilmente connessi ai precedenti concetti di protratta contenitività. Uno fra i tanti possibili esempi di altrettanta evidenza nel pilotaggio dei significati da parte dei suoni viscerali è P-M, in cui la dilatazione toracica e buccale del suono P, essendo riferita al soma M, obbliga i significanti derivati ad assumere significati di senso dilatativo come AM*Plium, PEMFIGO, POMO. L'ermeneusi deve dunque collegarsi sempre ai valori viscerali per cogliere il processo reale somatico, cioè l'esperienza psicologica della variazione fisiologica, che porterà poi, nel successivo regime fonetico, all'attribuzione dei significati. La stessa spiegazione pongasi per l'inversa C-N, la quale privilegiando l'irrigidimento C, come soggetto del rapporto, farà sì che il valore viscerale cui fare riferimento sarà irrigidimento C contentivo intenzionale N. Quale senso umano dare a questo significato? Nient'altro che il primitivo continuarsi in modo rigido del corpo in modo da produrre una parete rigida che chiuda i contenuti di pensiero, e poi altre sostanze materiali: CONO, KANT, CUNA ecc. sono codesti contenitori rigidi, che, sequenzialmente, si possono riempire di contenuti numerabili, quali CENTO, CENSEO: da qui, successivamente può emergere pienamente la metafora che andrà nominando l'atto di continuare a determinare questi contenuti, infine quella successiva di nominare l'atto di continuativamente pensare, ed esprimere codesto pensato, CANO. La connessione di significato tra i prodotti delle due funzioni inverse, che fungono, come è regola, da soggetto-oggetto alternativo, è già una piena dimostrazione della realtà di questi assunti. Dopo tale spiegazione essenziale diamo ulteriore conto delle parole del file, il quale per buona parte, come abbiamo visto, consiste nel risultato (economico) di un ammucchiamento di beni, un ammasso di quantità materiali, di cui si va deteminando continuamente l'entità: il contenitore di questi beni ne può misurare il numero e perciò può assumere un nome in NC come NOCE, NICCHIA, NUCA, NOCCA, tutti contenitori naturali, le cui dimensioni misurano i contenuti.
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Da ciò NECESSITAS, evidenza SS di quanto c'e in magazzino, e su cui si deve contare. NAKIT, turc., il contante, è un valore non traslato del risultato di una conta. Si intenda che anche NECROS, il morto, altro non rappresenta che ciò che è contenuto nella sua NICCHIA, e forse prima di essere morto era il prigioniero, da cui pretendere eventualmente un riscatto contabile, o forse soltanto un corpo da mangiare. A sua volta NIKE, la vittoria, è il risultato conseguito a spese altrui, o meglio, la finalità individuale, che può riempire il magazzino e risolvere la necessità. La direzione semantica concreta di pura raccolta di materiale si può traslare a ciò che va ammucchiandosi N, dunque anche alla NIX, gli elementi I di neve ammucchiatisi. Così anche NOX non va vista in altro modo che come un contenitore, come la noce, che racchiude, nella sua periodica e alterna copertura non illuminata, tutti i beni materiali, e l'intero mondo, fino alla riapertura dei cieli. Che tutto ciò sia reale ci viene mostrato da NAKA (sscr., volta celeste); e NlKARA (sscr., raccolta): questi valori collegano comprensibilmente le due facce contenuto-contenitore di N-C. Lo strumento più naturale e arcaico di conseguimento prende nome dai beni conseguibili e si nomina NAKHA (sscr., unghia, artiglio), e tutto ciò certifica le nostre interpretazioni: dalla NAKHA, unghia, a NOCEO, come piano d'azione mentale di conseguimento di beni mediante strumenti di guerra, a NIKE, come bottino o risultato dell'azione, a NICCHIA, o NOCE, come contenitore del bottino, a NECESSITAS, in quanto evidenziazione S del contenuto routinario del magazzino, al NECTAR, il liquido contenuto nel suo contenitore, e forse al NECROS, che prende certo il nome dall'uso standardizzato di N-C come contenuto, in questo caso il contenuto nella tomba, in quel luogo chiuso, e buio come un magazzino. Così il metallo rinchiuso è il NIKEL. Del resto ECONOMIA appare l'astrazione passivante di NC > (EC*ON)*M= propria-oggettuale determinazione-energeticamente conseguita > personale concretizzazione di beni conseguita. Essa ha implicito, come ognuno sperimenta, un versante guerresco e rapinoso, in cui si è obbligati a mostrare le unghie (UNGULA= gestione della generazione di materia a valore emotivo). ACINO rappresenta i piccoli contenitori. Così pure ACNE.

|C||P|
È portatore del valore di continua efficacia, o continuo potere sui suoi oggetti, che sono nella disponibilità di questo C-P: quando l'arcaico CAPO produceva una velare seguita da una labiale sorda aveva in mente le sue stabili prerogative. Questo accadeva perché il valore viscerale di irrigidimento continuativo |C| si fa soggetto della relazione in cui il suo attributo |P| rende il suo irrigidirsi nel tempo carico di un potere reale ed efficace sugli altri. È ovvio che una tale configurazione si presta come nessun'altra a nominare chi continua nel tempo a possedere un potere reale. La direzione archetipica di possesso sugli oggetti, secondo questa disposizione, si esprime perciò con CAPERE, per cui il CAPTATO, o il CAPTIVO, viene tenuto a disposizione nel tempo C da questo continuo potere. La CAPACITÀ in quanto volume nasce dal traslato di questo potere stabile alla spazialità del suo dominio (per esempio anche CEP, turc., tasca), e, al contrario, in quanto efficacia, al reale effetto di comando. Per esempio la CAPPA conserva ancora il suo valore tutto mentale di possesso volumetrico e insieme efficace, in tal modo da conseguire la sua esatta sfumatura oppressiva sui suoi oggetti. CAPIRE, contenere, è l'attivazione di questa disponibilità volumetrica ed efficace: un possedere, che è un esercitare un potere nel tempo C. Da ciò si nominano gli oggetti O sottoposti al potere di un CAPERE: la COPIA, ciò che è concretamente a disposizione. La U può traslare nel campo dei fatti emozionali questa CP, famelica di possesso, e stabilire un'idea in cui si nomina l'emozione che lega il bene da mettere sotto il nostro stabile possesso alla
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VIII - Gli incroci dii |C|

sua fattibilità a formare così CUPlO, bramo, come progetto emotivo di possesso. CAPUT, dunque, come mostra anche CAPITANO, esprime con chiarezza l'idea archetipica CP; un potere sugli oggetti e sugli uomini, la cui gestione non ha altro nome che CAPITALE. La continuità di potere, o di efficacia, si può traslare agli utensili: KAPALI, sscr., tazza, piatto (gestione di una capacità volumetrica continua); o anche a sostanze dotate di un'efficacia particolare sui sensi, anche negativa (PAPAVER; PAPAYA; PEPE, ecc. ne sono esempi in P): KAPUUYA, di cattivo odore, da cui COPROS (gr., escremento). Lo strumento della gestione alternativa apertura-chiusura L dell'evidenziazione S di un continuo potere volumetrico CAP è la CAP*SULA: nell'aprirla si mostra ciò che vi è contenuto. Anche CAPTARE utilizza lo sforzo di possesso CAP sui suoi oggetti: la gestione fine L di questo potere, applicata ai PELI (capacità gestionale) del capo, li nomina CAPELLI. La forma sostantiva -P*-C , cioè la continuità di efficacia, genera EPOCA, in cui il suono C spinante si conforma a dare il senso di continuità temporale, e la EP radicale è responsabile del senso potenziale: si tratta insomma di un effetto di dominio temporale, e probabilmente un regno con le sue caratteristiche particolari: infatti codesta idea di potere temporale è responsabile del senso isolante e particolaristico di EPOCHÈ, gr., quasi una sorta di CAPPA che isola e mette tra parentesi. L' idea di APICE al contrario sposta il suo senso verso il momento più efficace di questo potere temporale, trascelto nell'ambito della sua continuità.

|P||C|
Avendo come soggetto un potere che transita in uno sforzo C, fa prevalere l'idea di potere in atto in modo continuativo, di cui C-P può essere lo strumento. L'idea iniziale è dunque quella di una continuativa violenza morale, quale è quella di chi prevale con la prepotenza su altri. Così quest'idea si transla facilmente a enti dotati di violenza, o aggressività: PICCHIO; PICCA; PACCA; PEK (turc., forte, duro); PlCARO; PECCATO, come violenza verso DIO. L'idea di fondo utilizzata dai CAPI è naturalmente che, mediante il potere violento, si ottengono i beni, che sono perciò PECUNIA (N-determinazione di PECUS), e PECUS: la situazione di certezza di questo possesso è definita PACS, il potere continuo nel tempo. E non potrebbe avere nome più attinente e meno romantico. Per cui chi subisce un simile dominio è il PAAKA (sscr., il giovane, il semplice, l'ignorante). Si veda qui chiaramente come il polisemismo descriva l'intera condizione di subordinazione. Una sostanza di reificata capacità coesiva C è la PECE: di fatto PC ha in essa una buona immagine simbolica. II PACCO è l'esito di questa capacità coesiva, per cui PAC si trasla facilmente a utensile volumetrico efficace, per esempio PAKLOODÈ (lit., lenzuolo), o PAKOS (gr., spessore). Le direzioni fondamentali di PC sono, quindi, gli atti violenti, la condizione di subordinazione, i beni detenuti, gli utensili di detenzione e possesso. Il modo sostantivo -C* -P, l'efficacia continuativa, trova in accoppare un gergale idoneissimo a mediare la violenza insita in questo schema. Ma OCCUPO è altrimenti ben più idoneo a rendere conto del concetto di potenzialità (lavorativa) che dura nel corso del tempo.

|C||R|
Esprime un continuare a ripetere. Quest'idea si presta a traslazioni di tutti i tipi, perché lo sforzo C di ripetere R si adatta a molte situazioni, e le direzioni semantiche sono tante quante le parole. Prima vediamone alcune molto reificate, in cui l'elemento ideativo in C-R è trasparen351 211

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VIII - Gli incroci dii |C|

te: CURRUS è lo sforzo di ripetere il movimento, o la rotazione delle ruote (RT); CORO, lo sforzo di ripetere il CARME, che ne prende nome; CARIATIDE è la regolare D continua ripetizione (delle ornamentazioni); CARPO, l'efficace P continua ripetitività del movimento delle mani; CURA, la continua ripetizione emotiva degli atti, e dei sentimenti, di protezione; CURVA, un procedimento finalizzato (movimento) che continua a ripetersi; CORVO, un procedimento di continua ripetizione del CRA-CRA ecc. Vediamo anche CARDIUM: il regolare(D)... CR dei battiti; CRAS: un domani, che è in realtà l'evidenziazione della continua ripetizione dei giorni; CRUX, la continuità C delle CR emotive U, che sono le quotidiane croci. Lo schema CR-S, evidenziazione continuamente ripetuta, può nominare contenuti mentali topici o focali, e sono CRISMA (la propria CR-S), o CRISI; oppure l'immagine della composizione di una sostanza, CRASI, una composizione che sempre si ripete, e dunque è stabile; o l'immagine di una superficie omogenea CR, CROSTA; o l'immagine di continue ripetizioni di elementi visibili, CRESTA; o infine l'immagine del la continua ripetizione, che perciò, può crescere su se stessa, CRESCO, CRASSO. Così pure CR-D, la regolare continua ripetizione, può benissimo adattarsi a dar nome a professioni di fede, se rivolta a Dio come preghiera e così è per CREDO: in effetti anche tra gli uomini la regolarità di continue ripetizioni, sia in comportamenti che in parole, è il modo più utile e più usato per ottenere fiducia, esser creduti e godere di CREDITO. Ma il creditore può a sua volta ricordare il credito con le CRIDA, anch'esse regolari continue ripetizioni (di richieste). Una forse eccessiva regolarità nel continuare a ripetere (delle verità spiacevoli) colora CRUDO, e CRUDELE di scarsa diplomazia, e di spiacevolezza, che si trasla poi alla spiacevolezza delle carni non trattate che emettono una CR di tanfo. Che l'idea CR, riferita al comportamento, che si fa stabile e coerente, ne possa evidenziare un tratto intransigente nobile ed eroico ci è mostrato da CARITAS, CARISMA, CARATTERE; se spinata da un'idea determinatrice, consente la quantificazione N corporea, come avviene per CORNO o per CARNE, una concreta sostanza, che continua a riprodursi.

|R||C|
È il risultato del continuare a ripetere, e, se pur idea necessaria al primitivo, non offre direzioni ideative particolarmente stimolanti, se non questa: la sua verità antropologica consiste nella ripetizione dei pensieri, una facoltà di estrema e fondamentale importanza per la vita associata, perché ne consente la stabilità, come tradizione, e la persistenza: infatti la non-ripetizione dei pensieri ne diventa la rivoluzione, tanto la materia ideativa è fragile. RC può esser usata per esprimere la tranquillità dei ritmi biologici, con REQUIES: il concetto al fondo di questo significato intimo è che colui che può ripetersi continuamente prova pace e serenità ed è intoccato dalla sorte. Così pure l'associazione sociale che persiste nel tempo simile a se stessa si nomina REICH, ted.; il suo capo, e garante della continuità, è il REX, RIX, celt.; chi mantiene le regolarità nel suo ambito è il RICCO. Anche RECTUS è tale perché, ripetendo continuamente i suoi ritmi o i suoi convincimenti, non devia per mutare di venti, e può stare, invece, eretto e stabile, come fa la ROCCA. Questa caratteristica di RC di protrarsi nel tempo immutata, consente anche la creazione di RECENTE, e cioè in vigore, o di RECORD, ingl., un riproporsi mentale continuo, che può diventare un pensiero dominante: come è RACHE (ted., vendetta tribale), anch'essa attinente alla regolarità della tradizione. Vediamo qualche esempio meno mentale e più semplice: ROCO, per ripetizione continua del parlare (<>CORO); RICINO, determinazione di RC, che non è altro se non il risultato del noto effetto purgativo!; RACEMO, vocabolo usato in chimica per identificare molecole prodotte da ripetizioni di molecole-base; RICAMO, il ripetersi continuo dei motivi sulla tela; ROCK (ingl., il ripetersi continuo del ritmo musicale).
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VIII - Gli incroci dii |C|

|C||S| e |S||C|
Saranno esaminate tra gli incroci di |S|.

|C||T| e |T||C|
Si tratta di incroci di scarso valore ideativo, e quasi meccanici: l'idea di continuità di attivazione si presta a nominare enti meccanici rapidi. Si veda come CITO traslatosi a un effetto sul tempo, da meccanico che era, viene tradotto per lo più, subito, o rapidamente. TC> TAKOS rientra meglio nel concetto di velocità. In effetti C-T esprime una continuità di attivazione, che ha, al contrario di T-C, un effetto sommativo e accelerativo sui singoli atti. Così è per COTE, il coltello, che si nomina per la sua continua attivazione sulle carni; così i sempre mossi piedi dell'attore nominano i calzari COTURNI. Così KTEINO (gr., uccidere) (PER-COTE-RE), KTENIZO, pettinare, ambedue effetti di una continuità di atti. Così CITARA; CATASTA, CATERVA, si nominano per i continui atti che le sostanziano (vediamo la funzionalità delle rispettive spine ai loro specifici concetti: la spina R esprime la ripetizione degli atti usati per suonare la chitarra; la spina S aggiunge l'evidenza degli oggetti accatastati, mediante atti continui; la spina RV denota il procedimento del flusso di quella massa continuamente attivata che è la caterva, sia di materia, che di uomini). Anche CETERA ci mostra un ripetersi di un continuo attivato, senza fine. La differenza tra le due funzioni in esame sta nel fatto che T-C, descrive un'attività che si continua, è per così dire più realizzativo e più adatto a nominare, rispetto al frenetico C-T, una molto generica attività lavorativa: questa attitudine è scoperta in TEKNÈ, a cui la spina N conferisce il senso di piano operativo, in quanto determinazione di attivazione energetica continua: questa prospezione consente ai figli che operano secondo l'intendimento paterno di nominarsi TEKNON; e da questi riposti valori si estrae la TECNICA, come piano d'azione e, insieme, strumentazione d'attività. Anche TEKTOON, l'operaio, e TYCOON (ingl., l'imprenditore), nascono da T-C e asseverano questi concetti. TACEO ce ne dà una prova indiretta, in quanto mentalmente contrapposto a parlo; esso nasce dall'essere costretti a un'attivazione continua, che non lascia spazio a parole, e perciò ha forma passiva: la parola è dunque riservata alla classe superiore.

|C||V|
Questi gesti articolatorio-etologici legano l'idea archetipa di procedimento, sviluppo, a quella di continuità: la distinzione tra queste due idee ci si mostra, fortunatamente con grande facilità, in COVARE, e in VACARE. Mentre il primo, infatti esprime senza traslazioni una continuità di processo o di sviluppo, che sottintende un continuo procedimento di cure per la nuova vita, il secondo nomina un procedere continuo nello spazio, e poi nel tempo, che ha come effetto l'assenza dal punto di partenza. CAVITÀ è, per questo, l'effetto di un continuo procedimento, e di un procedere, (qui reificato all'interno della materia in cui si scava) che si caratterizza, secondo lo stile di V, in uno sviluppo in dilatazione (come avviene in TOVAGLIA per ampiezza di superficie, o come TAVIR, turc., nell'allargarsi di un procedimento modale, o come TAWANYA, bantu, in una dispersione; o in PAVONE, o PAVIMENTO come potere di espansione). Il valore primitivo di C-V consiste probabilmente in un continuare ad andar avanti nel senso di non curarsi di eventuali impedimenti, tanto che l'idea successiva di CAVEO deriverebbe dal senso di evito, in quanto continuo a procedere per mio conto. Anche CAVOLO nasce da una continua dilatazione, ineguale perché spinata da L, e ci mostra l'espansione intrinseca a un continuo procedimento. CAVILLO al contrario ci fornisce, come sempre per la spina L, la gestione alternativa
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VIII - Gli incroci dii |C|

L di un continuo procedimento CV: questo continuo procedimento è, in questo contesto, certamente CAVEO, anche nel suo senso storico di dar consiglio (da cui CAUTO). CAVEO non è dunque altro che un CV traslato efficacemente a una situazione in cui si impone prudenza, per cui si continua a portare avanti la propria causa; e CAVILLO appare la gestione efficace di questo atteggiamento accorto (come è quello del CUNCTARI, l'attivare continuamente una continua determinazione, per non sbagliare). WACKER (ted., franco, risoluto), ci mostra invece come ponendo a soggetto di questa relazione V si possano creare traslazioni in senso opposto, di chi procede senza esitazioni; il che è un valore implicito a VACARE. La direzione semantica implicita a C-V continuo progresso trova il suo giusto schema fonetico in CIVIS, CIVITAS, che ci descrivono l'individuo I civile, come chi giustamente continua a progredire. L'ampio alone semantico di V ne consente usi molto banali: per esempio CIVETTA, la quale attiva il continuo procedimento del suo canto notturno. Ma il canto della civetta non è forse sacro a MINERVA (il procedimento ripetuto della propria determinazione) perché, come la DEA incivilitrice, risuona nel silenzio e nelle tenebre dello spirito?

|V||C|
Si espande, come abbiamo già detto e al contrario di C-V, non in senso trasversale, ma longitudinale, e con questa sua semplice direzione semantica può nominare i percorsi individuali I, sia come strada, VICO, sia come fiordo, VIK, nor., sia come obbligato percorso mentale figurato, VIC*IS*SI*TUD*IN-E( = obbligata-D -attivazione-T-dell'evidenziazione-SI-dell'evidenziabilità -IS- di un procedimento continuo -VC-). Ma, se diamo un senso determinativo a questo procedere, spinandolo con N, potremo avvicinarci a una meta prefissata: VICINO. Se questo procedimento continuo è invece spinato da TOR, l'insieme potrà essere attribuito all'agente VEC*TOR di questo percorso; o all'eroe che ripete l'attivazione TOR del suo VC guerriero, e per questo è VIC-TOR. VOX è a sua volta costruito come procedimento conseguito O delle parole nello spazio, che raggiungono l'ascoltatore; così come la VECCIA non è che il risultato del procedimento continuo dei materiali nello STACCIO (> continuità AC di evidenziazione attiva ST!); o come la VACCA non è che il procedimento continuo di secrezione lattea. Anche WAKSEN, ted., VAKS, (sscr., sviluppo corporeo), altro non è che l'evidenziazione S di uno sviluppo continuo. VACILLARE ci si mostra, per questi concetti, come un procedere VC reso alternativo e dubbioso dalla spina L. Ma possiamo dare un ulteriore e antichissimo esempio in VC*L, che ne conferma il senso: VACIL (etr., significa l'andare su e giù, o il progredire in modo alterno). Questo valore corrisponde totalmente al valore UR-S, così come il VACILLARE lat., ne risulta un prestito. Uno dei tanti prestiti terreni, che come mostra un recente studio ci inducono a ritenere l'etrusco una lingua nordica, affine al gotico, allo juto, all'anglo-sassone. Al contrario, VECE e VICARIO sono coloro che continuano a procedere (nell'impegno), in-vece del titolare. Termina qui la dimostrazione sistematica, con la prova della funzione inversa, della realtà dei rapporti di interferenza inter-fonemici per |C| in latino-italiano.

Indice

Cap. 9

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IX

Il sistema delle idee evidenziatrici

GLI INCROCI DI |S|

Breve introduzione ai complessi significati del file S.
Giacché l'intelligibilità è il problema principale di un libro come questo, mi sento obbligato a premettere alle analisi di |S| una breve introduzione che faccia da riassunto e insieme da esplicazione all'ineffabile sostanza semantica di questo file, che più di tutti gli altri è lontano dal concreto e che per sua natura ci fa volare verso l'alto e purtroppo anche verso l'incomprensibile. Ma noi, fermi alle nostre parole, non ci faremo piegare dalle difficoltà e conquisteremo qualche trofeo di senso. Tra tutti gli UR-S, alcuni sono delegati anche a esprimere la continuità temporale C; altri sono carichi di informazione e sono |S|, |F|, |N|; ne vedremo fra poco la mirabile capacità informativa. L'attenzione evidenziatrice, l'istinto che produce il gesto etologico-articolatorio |S|, è l'unico gesto non localizzato in qualche angolo della bocca. Al contrario consente l' analisi del flusso aereo perilinguale per tutta la lunghezza della cavità orale e un possibile continuo miscelamento esaminatore di questo flusso; impone perciò che| S| sia delegata a rappresentare nell'informazione qualsiasi tipo di evidenziazione e di immagine mentale, che diventa nell'uso rappresentazione e visione. Si deve supporre dunque che gli antichi riuscissero a distinguere con chiarezza cosa del loro pensiero fosse propriamente concettuale e lo marcassero con |N|; cosa avesse invece un'implicazione propriamente visiva: questa specificità visiva all'interno della mente veniva marcata con S. È indubbio che la facoltà della visione mentale precede la concettualizzazione, sia nella storia della specie che in quella dell'individuo, e che dunque l'operazione di esprimere mediante i movimenti della lingua la visione interiore si può considerare un atto unitario e preconcettuale, che merita la marca |S|. Successivamente accadde che codesta fondamentale esteriorizzazione linguale della visione interiore, in cui consiste lo SPIRITO umano, come rapporto occhio-lingua, poté complicarsi di attributi man mano che veniva in rapporto significante con i vari gesti articolatori: si poté così distinguere tra loro operazioni estremamente specialistiche come quella di usare il rapporto tra |S| e| |L| per identificare l'idea in cui l'esteriorizzazione linguale della visione interiore assumesse il compito di modificare in modo appropriato gli stati d'animo altrui, e quindi consentisse di gestirli appropriatamente con idonee parole, infine anche di SELezionarli. Oppure che l'esteriorizzazione della visione interiore S venisse rinforzata e resa indubitabile mediante effetti speciali P dando origine alle operazioni in SP: SPasmi, SPeculazioni, SProni ecc. Ancora, che S venisse resa Rappresentazione riproposta , o seriale, mediante l'apposizione del gesto R, a fornirci parole come SORgente, SERmone, ecc. Insomma accadde che codesta visione interiore espressa per suoni linguali ottenesse specificazioni idonee a dilatarne la presenza esplicativa e l'uso nell'ambito di tutte le altre idee. In questo modo, e sotto la veste di infinite parole in |S|, il pensiero visivo ha mantenuto la sua preminenza pratica fino a ora.
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Ana lisi ermeneutica

IX - Gli incroci di |S|

Continuiamo nella nostra disamina allo scopo di impratichire il lettore ai diversi tipi di visione, a cui numerosissime parole fanno riferimento nascosto e fondano la loro propria essenza: un'idea utilissima a mettere in risalto la particolare condizione in cui una visione interiore viene prospettata agli altri mediante adatti segnali, prende il nome in SF. Si consideri infatti come SOFIA rappresenti, nel suo proprio alone semantico, non tanto una conoscenza concettuale quanto una vera e propria visione, dunque mistica, che però possiede la possibilità di essere comunicata agli altri mediante idonei segnali, anche esoterici. La visione stabilizzata e confermata, che è quanto di meno naturale si possa immaginare, giacché l'immaginativa, come tale, è mobile quant'altri mai, questa visione così stabilizzata e quindi resa fruibile potrà usare i suoni S e C per nominarsi, e ci consentirà di dar nome a SCOLA e SCALA, come quegli enti in cui si gestiscono L ai fini dell'apprendimento complesse rappresentazioni mentali e visive. L'acme della specializzazione di queste idee si ottiene però quando, ponendo a soggetto S e a suo referente la marca del pensiero, si ottiene l'idea SN, volendo significare una visione generale di concetti e di pensieri: l'opzione visiva consente infatti una gestione ampia e diretta dei contenuti di pensiero e un loro indirizzo pratico, in cui consiste la funzione di guida (come, si vedrà, è ampiamente testimoniato dal lessico). S-N rappresenta dunque la funzione visiva al servizio del pensiero, per attuare un rapido discernimento, e corrisponde all'esperienza interna (SENsum) di qualunque pensatore, paleolitico, o moderno che sia. Al contrario la visione personale e propria S-M, che resta confinata nell'ambito della mente, ci dà, per esempio, SUMO, suppongo. Se la rappresentazione mentale afferisce su un'idea ordinativa potrà ottenersi un' idea in S-D, una visione obbligativa per i sudditi, come SEDE, SYD (rus., tribunale). Se infine la visione S procede ad applicarsi al reale mediante un attributo impulsivo, ne potrà derivare una visione di impulsi istintivi o naturalistici, quale è per esempio, il SABba. Come si vede questa visione trasmissibile per parole viene finemente a specializzarsi in una serie molto complessa di sotto idee e in una serie ancora più astratta di parole: chi per esempio supporrebbe che SEME deriva il suo senso dalla rappresentazione S di sé M, che come spero ognuno vorrà convenire, è lo strumento spirituale idoneo a far fruttificare negli altri il nostro spirito? Come codesta estremamente euristica parola, tutto il file si arricchisce di meravigliosi concetti derivati dalla facoltà universalmente ritenuta più spirituale, la visione interiore. Finora si è parlato delle idee in cui la visione faccia da soggetto. Allorché la visione sia degradata al ruolo di attributo di altri momenti istintuali, ne seguiranno altre interessantissime idee, in cui l'immagine visiva manterrà con estrema precisione il ruolo di preoccuparsi di rendere palese l'azione del vario soggetto istintuale che va servendo, come per esempio quando l'impulso istintuale B si palesa e si rende esplicito mediante il BAStone, o le BUSse; o quando la reazione difensiva alla contrazione continua C si frammenta in momenti connessi ed evidenziati, che sono i CASI, o in elementi rigidi posti in visione, che sono le COSE; o quando l'istinto ordinativo e obbligativo si palesa agli occhi degli umani in DEStino, o in ordinata rappresentazione in DESK-top; o quando l'impulso a segnalarsi ottiene il suo scopo di essere messo in luce di fronte a tutti, come in FASE, o FUSO; o quando l'istinto generativo riesce a mettere in evidenza visioni o rappresentazioni interiori quali GOSPEL, o GEIST, lo spettro; o quando l'impulso a variare e a modificare si applica alla visione, producendo l'inganno sensoriale, LUSUS, o morale, LUSinga; o quando il concetto di sé fruisce di un'implicazione visiva esterna, come MASchera, MUSo, o interna come MIStico e MIStero; o quando il pensiero perviene a una rappresentazione visiva, NOSco, e funge così da direzione e da indirizzo, NAStro, NASco;o quando l'istinto di supremazia o il potere efficace si declinano in una messa in mostra, PISside, POSa, PAStore; o quando l'istinto alla ripetizione si mette in mostra come la rugiada sui prati di montagna, ROSa, o in ripetuta serialità, RASo; o quando l'attivazione si applica alla visione , dandoci chi si attiva a fornirci la sua visione dei fatti, il TESte; o quando infine un impulso al movimento finalizzato si
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IX - Gli incroci consonantici di |S|

esplica verso una finalità visiva o rappresentativa come in VASto, o in un processo di evidenziazione sotto una forma, o un incarico particolare, come in VESte. Come ben sappiamo, ci troviamo di fronte a un atto di evidenziazione in S -, e a un'immagine stabilita nel bifonema inverso - S. Si vedrà nel seguito come l'incrocio di questa evidenziazione-immaginativa con gli altri gesti UR-S produca idee archetipiche di grande necessità, e parole cariche di ricchezza intellettuale. Le idee prodotte da S sono quelle più spirituali. La vocalizzazione variabile produce il paradigma SA= visione, immagine generica (cfr. sscr.); SI = immagine individuale o personale; SO= immagine di oggetti; SE = immagine o conoscenza attiva; SU = evidenziazione emotiva. Da questo concetto di |S| si può partire, incrociandolo con tutti gli altri UR-S e vocalizzandolo in tutti i modi possibili per ottenere le verificazioni richieste e infine la necessaria certificazione attraverso l'inversa X-S.

|S||B|
L'evidenziazione vitalizzatrice, o impulsiva, o meglio l'immagine S subitanea B, esprime il profondo senso di stupore che si desta alla visione di qualcosa di imprevisto e di improvviso e deve di necessità proiettarsi sul lessico producendo parole in cui si evidenzia un elemento biologico, o un'immagine vitalizzante o stupefacente: si riscontra che SEBO è un'evidenza biologica, in quanto scaturisce, evidenziandosi dal biologico derma; SEBO (gr., stupisco), rappresenta appunto l'effetto sull'animo di una qualsiasi immagine stupefacente, quale, per esempio, l'immagine dei SABAHOT, ebr. La SIBilla gestisce L una sua propria I visione stupefacente SIB, che è quella profetica, che coglie impreparato l'animo degli astanti, e che ha la stessa funzione di SOBILLO, cioè induco qualcuno a compiere certi atti gestendo accortamente LL la sorpresa ottenuta con rivelazioni impreviste SOB. Si veda dunque come SB possa assumere con precisione il significato di sorpresa, rivelazione imprevista. Così il panorama di SIBARI, o del lago SEBINO. In sostanza il senso di quest'idea consiste nello stupore che coglie l'uomo di fronte a immagini subitanee dotate di un'impulsività vitalistica, che può condurre a paura, o risvegliare dal torpore: SUB*ito corrisponde perfettamente a questo senso di sorpresa e di pericolo, e ci consente il paragone con la funzione BS l'impulso evidenziatore che risveglia BUSSANDO, col BASTO, o col BASTONE. Di fatto la funzione S-B non è altro che l'idea dell'atto B-S, come sappiamo. Una controprova di questi concetti si ha con SIBILO, un'evidenza individuale che ci sorprende B e si può modulare L secondo la sua spina (L). Analogo e congruente è SUBULo (etr., strumento a fiato, del tipo tibicina), col quale si modula L l' evidenza S improvvisa B del suo suono: lo strumento etrusco è tutt'uno col suo suono latino. SABAH ar., rappresenta l'apparizione del sole, l'alba, l'est; dunque precisamente un'immagine vitalizzante, ecc. SABBA esprime la visione sconvolgente e improvvisa di esseri diabolici. A tale proposito si deve supporre che SUB acquisti il suo senso storico di sotto, dalla circostanza che una visione sconvolgente deve restare sotto, e cioè essere nascosta. È possibile, allora, che tale visione primitivamente non fosse che quella dei genitali parentali, che devono restare sotto gli indumenti (cfr. SUPER). Alcune parole ci indicano infatti questa direzione: SUBOLES è la nuova generazione, quella gestita L dai ...; SUBURRA è il quartiere romano dove si possono vedere atti lascivi e malfamati. Ma la parola che ci induce a persistere nella nostra interpretazione è SUB*LIMo: la capacità di gestire in proprio LIM una rivelazione imprevista SUB, quale può essere la visione dei genitali, ne comporta la sublimazione, nel nostro senso moderno. SUBLIME è una visione sorprendente e imprevista che va sopra, e che quindi era prima nascosta e coperta. La forma passiva AB*ISsum, si pone come perfetta conferma di questa interpretazione, perché possiede anch'essa la natura di visione stupefacente o vitalizzante (cfr. l'uso biblico), che produce di per sé una rivelazione
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IX - Gli incroci di |S|

SUBITanea di pericolo e di contemporanea attrazione sull'animo umano e un santo timore, e inoltre appare anch'essa situata sotto, in modo nascostamente e ambiguamente pericoloso. Si tratta certamente dell'abisso degli organi genitali materni visti secondo la prospettiva del figlio soggetto a un complesso di colpa narcisistico, quell'abisso da cui siamo emersi e in cui rischiamo di ricadere ogni volta che rivolgiamo il nostro pensiero all'immagine materna. ABUSO è di ciò la comprovazione incestuale.

|S||C|
Evidenziazione continua appare una funzione e un'idea archetipica di immensa importanza. I nomi più adatti a definirla sono SEQUENZA e SCIA, che trattengono perfettamente il suo specifico valore semantico: quello di una visione di oggetti determinati che si continua nel tempo, sia come pura immaginazione, sia come sequenza predisposta e predefinita. Questa funzione linguistica corrisponde perfettamente alla sequenza di immagini che si vivono nel sogno o nella fantasia; dobbiamo ricordarci che l'uomo primitivo, come il bimbo, era preda di fantasie (FAN*TAS> attivazione dell'evidenziazione di segnali determinati) continue. L'idea che viene espressa con SC, stabilizza infatti la conoscenza e la rende fruibile, come qualcosa di indiscutibile agli occhi degli uomini, a causa della sua persistenza. SIC, lat., può essere la sintesi di tutto ciò. Così SECO e SECTOR sono le azioni evidenziatrici per eccellenza perché rivelano piani nascosti; una materia evidenziata continuamente è appunto SECRETA (SECERNO). L'uso di gran lunga prevalente di quest'idea è quello che si fonda sulla spinazione variabile del radicale nudo S-C. Né potrebbe essere diversamente se si pensa che, essendo codesta SC una visione interiore con il carattere della stabilità, l'impegno denominativo non può che consistere nell'indicare le modalità di utilizzo di questa prefissata immaginativa. Dunque qualsiasi S-C radicale svolge questa funzione logica in modo sintetico e strumentale: la forma più significativa è quella con la quale la visione interiore è resa fruibile agli altri mediante una sua accorta gestione L: SCOLA, la gestione della evidenza stabilita CO e continua, cioè della conoscenza; SCOLIO sia come annotazione, cioè gestione di una conoscenza, sia come l'immagine fissa ma di profilo variabile che è lo scoglio; SKEPSIS, l'evidenziata S efficacia P di attiva evidenziazione SKE, cioè la capacità di mettere in luce; SCOTOS, (gr., ombra), esprime in realtà il paradosso della condizione di luce in cui va necessariamente attivata T una continua evidenziazione! Si noti qui la figura retorica alla base del traslato: mancanza di luce che si proietta sull'esigenza di far luce SC. L'ancor più complesso radicale non vocalizzato SCR esprime la ripetizione di una continua evidenziazione, cioè di una sequenza. È evidente che una simile attenzione si applichi a particolari situazioni: SCRIPTUM è dunque l'attivata capacità di ripetere una continua evidenziazione, che perciò resta stabile. Così è per SCRUTO; e anche per SCRICCHIOLO, che sembra onomatopea, mentre l'artista Bardo dispose gli UR-S secondo una regola razionale; SCROFOLA, il variabile segnale F-L che ripropone la sua continua evidenziazione, rappresenta le macchie variabili sulla pelle. L'uso più proprio ed emozionante della spina è però quello prodotto da N: in tal modo SC viene caricata del compito di mettere in evidenza continua (sullo SCHER*Mo della mente) niente meno che la funzione razionale. Viene così creato il concetto di presa di visione di dati numerici, o razionali nel corso del tempo: SKILL (ingl., cervello), che si appropria facilmente del significato dell'integrale. O meglio ancora, i suoi derivati: SCANNING, che per la natura della sua spina NN altro non vale che una determinazione quantitativa (come è ANNO - la determinazione di una determinatività, la sua indicizzazione) che continua a evidenziarsi. SCANDAGLIO è uno SCANNING regolarmente gestito DL, che, come tale, gode della prerogativa di mettere in evidenza continua e regolarmente quelle determinazioni numeriche o d'altro tipo che sono oggetto di codesto SCANDAGLIARE.
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IX - Gli incroci consonantici di |S|

La SCENA gode anch'essa del suo essere un contenuto mentale N messo in mostra secondo una sequenza SC. SEC*ONDo pospone il contenuto di pensiero in modo da fornirci il concetto di evidenziare continuamente e regolarmente un contenuto mentale allo scopo di secondare il compimento di quella stessa oggettiva O intenzione mentale ON. Qui ritroviamo lo stesso meccanismo alla base di FACILITARE: gestire L segnali continuativi FAC, e mettere regolarmente D in mostra SC un'intenzione N, sono i modi più adatti a guidarci verso il compimento dei nostri propositi. Mostriamo altri modi correnti di spinare questa visione fissa. Lo schema SC*P pone l'accento sulla facoltà immaginativa, che in tal modo viene descritta come capace di mantenere in evidenza una qualche particolare immagine o visione: è dunque evidente che codesto integrale sia adattissimo a nominare il nostro pensiero dominante: che per il celibe (>> impulso sessuale B continuamente controllato CL!), o meglio lo SCAPOLO, è la donna. SCOOP, ingl., e SCOPO, it., esprimono anch'essi la capacità di tener fissa un'immagine precisata O, quindi di finalizzarla o di pubblicizzarla. SKEP*SIS, gr., è come vediamo, ancora più completa consentendo che queste sequenze mentali SC efficacemente mantenute P, possano venir evidenziate ad altri e rese pubbliche S. Mostriamo qualche altro effetto semantico per spina variabile applicata a SC: SC-M la propria evidenza continua > SCUMA, per la visibilità modificabile nel tempo della schiuma; e SCHEMA, come sequenza propria M mentale. Così pure SCIAME è un ente sequenzato! SC-R, la ripetizione di un'evidenziazione continua > SCORE (ingl., il risultato in corso); > SCARTO anch'esso un risultato relativo in corso. SC-L ci può fornire la variazione di un'evidenza stabilita, che può essere SCALA, come gradi di variazione; e giungere fino a esprimere l'alterazione vera e propria di questa visione > SCALTRO, chi è capace di attivare l'alterazione di una SC, e quindi di ingannare; > SKILL (ingl., astuzia), lo spirito e cioè la gestione (anche ingannevole) della espressione, mentre SKULL, o SHELL (cranio o conchiglia) sono insieme forme variabili SC-L e contenitori o referenti dello SKILL interiore C. SCUL*P indica chi è capace di gestire variamente immagini fissate e continue; se spiniamo questa capacità con la marca operaia TR ne estraiamo l'operaio delle immagini fissate, lo SCULPTOR. SC--S, l'evidenziazione di un'evidenziazione continua dà SCHISI, il punto di distacco interosseo, il cui reperimento visivo è cruciale. L'ultima direzione implicita al concetto di evidenza stabile e prefissata ci dà SAC-ER, l'evidenza stabilita per il sapere sacro, di cui SACERDOS è l'impositore D. Che questa funzione leghi tra loro i membri della comunità ce lo dice SOCIUS, e SOCIETAS, la quale quindi non può darsi senza un sapere comune, e sacro, condiviso. Così SECURUS è la ripetizione nel tempo di questa stabilita evidenza, e la sua emotiva certezza.

|S||D|
L'evidenza obbligatrice, o regolare, si può declinare in varie direzioni semantiche (come ogni funzione), ma in sostanza essa esprime quella visione delle cose che non può essere messa in dubbio, sia in senso fisico che morale. È una visione integra, a cui sottomettersi, e rappresenta il punto di riferimento indiscutibile delle masse popolari. SODO è dunque la forma in cui si mostra un oggetto regolare, come chiarito dalla scelta di SODIO per nominare i cristalli regolari. Si comprende che l'idea archetipica di evidenza obbligatrice è utilizzata per dare agli uomini un sicuro punto di riferimento, da cui non si deve transigere, e codesta è la sua funzione nella società. Così infatti operano la SEDE reale, o la SEDIA gestatoria, e il SYD, (rus., tribunale). Essi impongono un'evidenza di leggi o sentenze cui piegarsi. SEDERE rappresenta dunque l'atto, precipuo dei governanti, con cui si presentano gli obblighi e i doveri al popolo. Probabilmente la
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IX - Gli incroci di |S|

metafora allo stare seduti deriva dal fatto del tutto naturale che il personaggio dotato di potere sta comodamente seduto mentre parla ai suoi sudditi , obbligati alla deferenza di chi sta in piedi. I SEDIZIOSI sono coloro che, senza averne facoltà giuridica, si assumono il diritto di presentare doveri e obblighi di natura evidentemente rivoluzionaria. Ma vi è un'altra direzione più reificata che può nominare SIDUS, l'astro, perché questi mostra un'evidenza regolata nella sua traiettoria, che poi nell'astrologia si trasla a evidenziazione obbligante e determinante: la sua lucentezza è la base per ogni lucentezza di metalli, SIDERA. Il segno fatale e obbligante, SIDUS, si può declinare in in-fausto: SIDERE (lat., andare in rovina); o in fausto: SUDI (bantu, successo, fortuna). Si mostra così in modo linguistico, perciò incontestabile, l'esperienza della variabilità della fortuna inscritta nel transito dei pianeti. L'ambivalenza dalla funzione S-D è inscritta nel fatto che essa, come tutte le altre, è appunto, una funzione. Ma in SUD, sscr., non si ha traslazione dal valore UR-S = porre in ordine, precisamente lo stesso di SEDARE, cioè evidenziare un'imposizione al popolo. SEDULO è chi gestisce questa imposizione e la realizza con attenzione, così come SODALE è l'associato a questo compito. Poste codeste inferenze si evince con facilità che SUDOR è l'effetto corporeo e la raggiunta dimostrazione di aver adempiuto a questo sedulo porre in ordine, e ne prende il nome allo stesso modo di SUDICIO, che nomina chi è molto sudato.

|S||F|
L'evidenza segnalatrice, o meglio l'evidenziazione dei segnali è certo un'idea archetipica ben congegnata che garantisce il top dell'informazione possibile. Si tratta di un'immagine mentale o di una conoscenza S che trova i mezzi per rendersi palese e segnalarsi F. Quindi non conoscenza interiore, o sterile, ma visione resa pubblica e da tutti conosciuta. È emozionante constatare come la lingua dei mesopotami metaforizzasse questo valore ideativo nominando SAFAH, acc., le labbra: e precisamente le labbra esprimono in segnali le interiori immagini! Questo antichissimo reperto esprime con grande chiarezza come l'immagine mentale interiore S trovi nelle labbra il tramite segnaletico vibratorio F atto a comunicarla. A mio parere presenta la metafora fondamentale di da cui discendono per li rami tutte le altre, dalla SOFIA allo ZUFOLARE! Il traslato generico di questa conoscenza resa esperibile agli altri è, perciò, SOFIA, gr., o SOFISMA, o SOFA (ar., divano di sapienza), o SUFI (ar., sapienti). SAF (turc., limpido); SAFU (bantu, rango), sono altre parole in cui è sintetizzato come un'evidenza si possa rendere esperibile attraverso adeguati segnali visivi o acustici. La direzione concreta in cui si reifica SF esprime un'evidenza visiva, non statica, ma che si segnala chiaramente: il più naturale di questi schemi è SIFONE, tromba d'aria, anch'esso un'immagine che si evidenzia per chiari segni vibratorio-segnaletici, paragonata al SOFFIO divino. Così a loro modo fanno SOFFIO, ZEFIRO, ZUFOLO, ecc., dove F esprime il valore di segnale vibratorio che gli è proprio, facendo riferimento interno proprio alle labbra, che mettono in evidenza il segnale del soffio, o dello zufolo ecc. SFRAGIS (gr., sigillo), è uno splendido esempio di radicale in SF; esso infatti è generatore AG di ripetere R l'evidenziazione S di un segnale F (sulla carta). Altrettanto interessante SFIGMO, gr., la propria individuale generazione dell'evidenziazione di un segnale (la pressione). Altro stupendo esempio è SFAGÈ (gr., tagliare la gola); in realtà la gola, come generatrice dell'evidenziazione di un segnale SFG, mentre subisce violenza. Per cui è omologa a SFOGO. SIFILOMA è costruito sulla gestione variabile di un'evidenza segnalata: si tratta delle tipiche eruzioni cutanee.

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IX - Gli incroci consonantici di |S|

|S||G|
L'idea che sta alla base del gesto |S||G|, I'evidenziazione generatrice, esprime l'attitudine a produrre una visione (anche solo mentale) atta a generare altri enti, o significati. Si tratta di un fatto, o meglio una visione mentale generativa, che può successivamente metaforizzarsi in qualche particolare immagine dotata di generatività, e di significatività intrinseca. Mostriamo subito l'ideologizzazione di quest'ultimo uso metaforico attuata nel nominare con SAGACE chi ha una continuità AC nel far uso di una particolare evidenza S (o di un'immagine mentale) in modo da generare altri significati. Posto quest'uso, avviene che la facoltà di produrre una forma da pochi indizi può nominarsi SAGOMARE, un'immagine propria M che genera (il volume). SAGEN, ted., è un' evidenziare generativamente un racconto. SEGEN (ted., benedire), un atto evidenziato generatore (di effetti benefici). L'evidenza o l'immagine di SG deve dunque produrre effetti progressivi, non secondo la forma dell'utilità e dell'efficacia intrinseca a SP, ma sempre nell'ordine di immagini progressive generate. Così SIGILLO è quasi altrettanto efficace dello SFRAGIS greco, nel mostrarsi nella sua natura UR-S; = gestione individuale ILL - -- che esprime l'individualità dei sigilli --- di un'evidenziazione S generatrice G di quelle immagini,che sono gli stampi sulla carta. SAGITTA è a sua volta un'evidenza generatrice, perché produce una traiettoria visibile, e mai nome fu dato con maggior proprietà. Essa indicava in origine la generazione di luce della cometa. Ciò vale anche per SOGA (it., corda, fune), che è l'effetto lineare visivo di un'autogenerazione. Si vede bene come SIGILLO o SIGLA, i quali gestiscono SIG in più o in meno, come presenza-assenza, sono, per questo, enti meccanici che gestiscono un'evidenza. Al contrario è sufficiente spinare SIG con N per dare SIGNUM, il quale è ben di più: una determinazione mentale N (o interiore) di immagini generative. Da qui la sua possibilità di fornire significati (per il potere determinativo della mente) a questa semplice generazione di immagini, che rappresentano il puro aspetto visivo-generativo del SEGNO, oltre e per mezzo del quale sta il significato. Vediamo dunque come anche l'analisi di SEGNO neghi la sua irrazionalità! Proseguo la rassegna sintetica degli incroci di un qualsiasi UR-S, nel caso S, dicendo però esplicitamente che da un lato la costrizione dello spazio rende molto meccaniche le decrittazioni (che restano decrittazioni e non assurgono del tutto a ermeneutica, come invece appare nei miei capitoli sulle funzioni, estesi anche a molte lingue, e qui ridotti per lo più al latino), e dall'altro che lo scopo certificativo prevale sull'esegesi della traslazione semantica del valore teorico UR-S. Si richiede uno sforzo del lettore, che deve innanzitutto porsi sul piano astratto dell'operazione logico-funzionale alla base di ogni specifico incrocio consonantico.

|S||L|(cfr. file L)
L'evidenziazione variativa o gestionale è un'idea gnoseologica di immenso valore pratico. Si tratta, infatti, di un'immagine mentale, o di una conoscenza, atte a gestire uomini e oggetti. In altra direzione, un'immagine visiva, auditiva, ecc., di per sé variabile, (e quindi selettiva o anche consultiva). Ma può anche ben corrispondere alla pura facoltà immaginativa, null'altro che immaginazione variabile. (P)SALMO, per esempio, è la propria evidenziazione, insieme variabile e capace di gestire chi la subisce. Ogni schema in S-L può essere piegato ad agire E in modo da proporre un modello gestionale S-L sugli oggetti, dunque a SELEZIONARLI. SILA (sscr., carattere); SEELE (ted., anima), sono gli stemmi di questo potere operativo mentale di variare e modificarsi. La sempre possibile reificazione di questa proprietà alterativa sulle imma351 221

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IX - Gli incroci di |S|

gini può darci però SILICIO, rocce di aspetto variabile. In analogia a questo effetto si può produrre SILENTIUM, l'esito di un modello mentale gestionale, che agisce internamente come immaginativa variabile. SALUS e SHALOM (ebr,. salute e pace), sono idee legate, come SILENTIUM (> pace), alla capacità di elaborare immagini interiori, dunque di avere la mente sana, e di essere perciò felici, SELIG, ted. SOL (con O oggettuale), se spinato da D, esprime la regolarità della gestione variabile della sua forma: SOLIDO. SALE è la reificazione che fa passare l' evidenza variativa a materia atta a modificare l'evidenza (gustativa). SALA, a sua volta, non è che l'evidenziazione della varietà (dei pareri dell'assemblea SALICA). Così SUL è, a causa della U, una buona funzione spina di CON-SULTO, la gestione di un'evidenziazione SUL (atta a) una continua determinazione CN; cioè a un giudizio. SOLIUM è l'organo reificato di CON-SULTAZIONE e del CON-SILIUM, usato da papi e monarchi per gestire con le loro evidenze i sudditi.

|S||M|
L'evidenziazione, la rappresentazione di sé, che è il contrario di M-S, la propria evidenziazione (MASCARA, MUSO, MASSA, ecc., ne sono metafore esteriori), esprime in realtà innanzitutto la direzione semantica costituita dall'operazione con cui si rivela la propria interiorità: qui non si tratta dell'AS-Petto (> AS*P= potere di evidenziabilità), ma di un'esplicazione di ciò che è nascosto all'interno della nostra personalità, come una confessione di sé che porta fino al concetto di conoscenza personale. La spina L applicata a SM come gestione delle evidenziazione di sé (>>SIMIA) può permettere di procedere a un uso strumentale, nel senso che viene consentito un paragone tra enti che presentano evidenziazioni di sé comparabili: così possono nascere gli utilissimi concetti di SIMILE e SOMIGLIANZA. Qui i valori UR-S non sono per nulla traslati e fungono da prova di San Tommaso. Ma SUM, lat., vale evidenziazione di Sé, un esserci che rappresenta soprattutto l'espressione S della propria M interiorità U. Analizziamo SUM*MA: il Sé M che evidenzia S se stesso M fa pensare a un primitivo e preponderante valore di autocoscienza o di pensiero di pensiero, ma in realtà noi ben sappiamo che il paleolitico, sia pur nostro pari per ogni talento, era costretto, dalla povertà della sua esistenza materiale, a forgiare i suoi stemmi per scopi prevalentemente pratici: dunque SUMMA esprimerà solo la completa evidenziazione S del pensiero M di qualcuno M, che è poi il valore in uso e attualmente ritenuto, a torto, metaforico: il suo alone conoscitivo complesso, filosofico e matematico, non è altro che un'aggiunta e una dilatazione metaforica di questa autorivelazione in cui tutto viene esposto. SM consente così a un uso strumentale dell'auto-rivelazione e riesce ad assumere il senso di visione personale >> modo di vedere proprio, valore che ritroviamo perfettamente nei suoi composti AS-SUMO, PRE-SUMO, e anche in SUMO, traslato poi molto volgarmente all'evidenza interiore gustativa. CON-SUMO vale così avere una visione delle cose comune, e solo dopo, nel progresso della metafora reificante, gustare insieme una bevanda: la E energetica produce SEME, la conoscenza interiore > che fruttifica. Il SEME, gr., infatti mantiene chiaramente questo primitivo significato di nucleo interiore conoscitivo, che nomina la scienza dei significati SEMIOLOGIA; il SEMEN latino ne è invece il traslato all'evidenziazione di sé, e il progetto mentale N che mostrerà il novello germoglio. Questa direzione reificata ci dà anche SOMA, l'immagine del corpo in quanto immagine oggettuale O di sé. Si apprezzi anche la finezza dell'assemblaggio SIMULARE = emotiva alterazione UL dell'evidenziazione personale, un imitare, ingannando, mediante il magico e ingannevole UL.
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IX - Gli incroci consonantici di |S|

SIMILE e SIMULARE pongono così la loro differenza semantica nella vocale: la U emotiva consente un uso dubbioso e ingannevole dello schema SIM*L, uso impossibile alla I di SIMILE. Ancora: lo schema SM-P ci deve, in teoria, nominare un ente efficace nell'evidenziarsi; così è infatti per la SAM*POGNA (decrittiamolo:- N -pensiero che G genera un'efficacia P nel SAM); o per SEM*PER, che per questa sua efficacia nell'evidenziarsi non può mai essere eclissato! Lo schema SM*N, la determinazione concettuale evidenziatasi, produce SOMNIUM, credo in quanto per gli antichi il valore concettuale e normativo del sogno era indubitabile: era un pensiero N rivelatosi SM! Molte parole sanscrite a uso religioso, come SAMHADI, usano SM, in quanto auto-rivelazione. AM*ASio, AMISTÀ, sono espressivi di un'autorivelazione.

Digressione sulle differenze tra i radicali ST e SC
Un esempio. Con spina M*P S-T è STAM*PO (> propria efficacia di evidenziarsi attivamente), in cui la T interposta a S è una delle infinite T mediante le quali la presa di visione S si attiva sui suoi oggetti e li coinvolge secondo la natura della sua spina. Così avviene per STILE, la gestione variabile L di evidenziazione attiva; STIMA, la propria presa di visione attiva (sugli oggetti da stimare); STIGMA, la propria generazione di una presa di coscienza S che marca T i suoi oggetti; STAMME, (ted., staccio), il continuo mettere in evidenza allo scopo di attivare (una separazione) ecc. Si veda ancora come SC esprima un'immagine stabile, mentre ST imponga ai suoi prodotti la necessità di un intervento attivo: lo statico esito dello SCRIVERE, contrapposto al mobile STILE, che attiva i suoi effetti sugli astanti; l'astratto e interno SCHEMA comparato all'esteriore e direttivo STEMMA, o l'immobile SCORIA, contrapposta alla coinvolgente STORIA. Ma se SC viene spinato da L può recuperare la sua mobilità gestionale sulle sue evidenze prefissate: così è per SCOLA, ché altrimenti non sarebbe scuola!; e così per SKELETRON, SKEL > SHELL (ingl., conchiglia), la forma S caratterizzata dalla variabilità L dei suoi movimenti e dalla persistenza C dei suoi materiali. Al contrario la gestione sui suoi oggetti da parte dello schema ST-L è in sé attivatrice e dispositrice: STELE, o STELLEN (ted., disporre), in cui gli oggetti vengono variamente gestiti L producendo una loro evidenziazione S, che è attivatrice T, per chi legge (in STELE) a causa del loro significato, ed è attivatrice (in STELLEN) a causa della loro disposizione. Lo STILE è l'arte di disporre in modo congruo al significato.

|N||S|
S -N è una funzione ad altissimo valore conoscitivo perché riunisce il gesto dell'evidenziazione a quello della determinazione, per modo che il primo faccia da schermo al secondo, come fa il monitor con il programma. Il suo valore è dunque a un dipresso metto in evidenza uno o più concetti, oppure assume un senso più ampio come visione, o rappresentazione del pensiero. Evidentemente questa idea è stata usata in primis per dar nome a quell'esperienza fondamentale della PSiChe che consiste nel rappresentarsi all'interno della mente i propri contenuti mentali (operazione simile, ma non identica, a quella espressa da PS*C), allo scopo di ottenere una sintesi visivo-concettuale idonea a direzionare e a guidare sia il corso dei pensieri, sia le attività pratiche. In questo senso, come vedremo, il valore di guida e di indirizzo, tanto attestato in I.E., è comune sia a S-N che a N-S, ma la prima funzione esprime una generalità sapienziale, la seconda funzione si presta di più a a essere usata come un semplice indirizzario pratico. Come è giusto che sia nel caso di un concetto N messo in luce S.
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IX - Gli incroci di |S|

Il suo inverso N-S mette dunque in primo piano il contenuto di pensiero esplicitato chiaramente dal visore S, come determinazione evidenziata, cioè un pensiero specifico che si pone in posizione di supremazia sugli altri contenuti mentali e prende tutto il campo di coscienza. Questo fenomeno mentale, di cui la coscienza primitiva si impossessava ogni volta che veniva sottoposta alla pressione di un pensiero dominante, o raggiungeva una certezza concettuale tanto importante da occupare il campo di coscienza, è descritto così bene da questa estrema sintesi semantica N-S, da poter statim essere utilizzato per nominare l'atto diagnostico NOSOS, gr., la determinazione evidenziata oggettuale O in cui una conoscenza si evidenzia con estrema chiarezza a se stessi e agli altri; NASO ci appare così una reificazione metaforica di quest'idea, designando lo strumento reificato di questa idea diagnostica in campo OLFATTIVO (l'egizio è ancora più precisativo con FNS, naso = evidenziazione di un segnale F determinato, e questa F, così ben precisata, ha la stessa funzione di quella di OLFATTO!); ma NASO, come ci è illustrato da molti modi di dire correnti, esprime soprattutto la funzione di indirizzare e guidare fino a farci giungere alla meta, ed è in questo uso che si rivela con estrema pregnanza il significato archetipo. Ma il verbo esplicito della co-NOSC-enza particolareggiata, del mettere insieme una serie di concetti messi in luce è ovviamente NOSCO, e cioè una NS oggettuale continuativa C: la conoscenza resa pubblica, perché dotata di un supporto stabile e continuativo. Queste parole così dimostrative ci forniscono un senso ben preciso di NS. Così pure si intende che una pubblicazione o un'indicazione corrispondono pienamente al senso di concetto messo in evidenza NS: questo fatto tanto esplicativo, nella metafora ci è mostrato da NESIR (turc., pubblicazione, edizione), o da NISIM (turc., segnale indicativo). O, ancora, nel successivo passo della stessa metafora, NAS (NASATI, sscr., raggiungere, trovare): giustamente si riesce a trovare proprio ciò che era stato indicato chiaramente, e ciò mediante un NS. In questi esempi si riscontrano con grande efficacia due punti fondamentali della nostra teoria: la progressione della metafora verso il concreto e il pratico, a prescindere dalla estraneità delle lingue che la supportano e, all'inverso, l'allontanamento del filone delle parole storiche dal significato UR-S. Infatti il successivo passo della metafora sarà NAS (sscr., essere perduto), che è appunto il non essere più ritrovato; una dimostrazione questa della possibilità di porre un significato antitetico alle parole primordiali, concetto messo in evidenza da Freud, e ora spiegato con l'uso antitetico della metaforizzazione delle idee primordiali. Da questa funzione di conoscenza evidenziata N-S è dunque possibile metaforizzare verso un'applicazione elementare ma fondamentale di NS, perché molto usata in I.E., quella puramente indicativa, o precisativa; di questo tipo di metafora si carica il lessico a cominciare da un esempio molto traslato, ma per ciò estremamente poetico e pregno di senso archetipo: NOSTOS (gr., l'immagine della patria), in quanto attivazione T di una conoscenza NS specifica e determinata O che si mette in evidenza. La metafora così naturale non può che applicarsi a un ricordo di grande importanza, quello della localizzazione del proprio habitat. Così NOSTOS rappresenta, con stupenda metafora, la direzione verso la patria, e quest'uso indicativo e direzionale della visione S dei contenuti mentali N ci viene riconfermato da parole solo apparentemente lontane dal suo senso: le NASSE, i galleggianti allineati, hanno tale nome proprio perché indicano una direzione e una meta al navigante; NISIDA, (gr., isola), anch'essa segnala traccia e fine al navigante; il NASTRO la direzione e infine la conclusione del tragitto, all'atleta. Parimenti NOSTRO non va inteso che come l'indicazione tutta mentale verso quel luogo familiare e d'abitazione, indicatoci da quel ricordo evidenziato NS che ce lo fa localizzare nella mente, e confermato nell'uso continuativo che siamo soliti farne, in quanto nostro, dalla spina T*R, ripetuta attivazione. Ma, meraviglia!, anche NAS*CO rientra in questo circolo in cui una conoscenza o un proposito N si pongono in una posizione di evidenza S rispetto a tutti gli altri contenuti mentali e guidano così la mente indefettibilmente verso la meta segnata dalla natura specifica di quella conoscenza. NASCERE è dunque in primis (sia per l'uomo mesolitico che ha creato la parola analizzando con intelligenza il fenomeno di associazione di idee e la dinamica della memo351 224

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ria, sia per noi moderni) il far emergere dall'inconscio mentale nuovi contenuti, legati, per associazione inconscia a un pensiero dominante NAS. La nascita è, come testimonia il suo nome, la nascita di nuovi contenuti mentali dal fondo della psiche (non potrebbe essere antropologicamente altrimenti); rappresenta un'incomparabile dimostrazione del regime di mentalismo magico in cui vivevano i nostri antenati, il fatto che per la nascita fisica di nuovi uomini venisse usata la medesima parola: anche codesti neo-nati, come pensieri necessitati, (AN-IM-a, individuale propria determinatività) emergevano e si direzionavano verso la luce del giorno dal fondo di una psiche universale, nascosta ma razionale quanto quella di chi ne andava escogitando forme verbali. Una parola che assevera finemente i sensi su esposti è NASCONDO, di cui noi moderni siamo abituati a percepire solo l'alone semantico attivo, di chi cela un determinato oggetto o persona; ebbene, al contrario si tratta fondamentalmente dello stesso senso di NASCO e di NASTRO, vale a dire della traccia interna e mentale espressa da determinazione evidenziata come può apparire un pensiero dominante, seguendo la quale, continuativamente C, raggiungeremo ciò che è nascosto, ciò che insomma ha lasciato dentro la nostra mente quella traccia continuativa che ci permette di reimpossessarcene! NASCO è dunque è stata inseguita la mia traccia fino all'avvistamento, idea perfetta e completa sia in in navigazione, sia in astronomia, dove rappresenta la direzione determinata che le stelle prendono quando emergono dall'orizzonte. Una riprova del valore indicativo e direzionale assumibile da quel cartello che è in sostanza NS è facilmente riscontrabile in molte parole: NISIM, turc., è il dito indice che indica la direzione da seguire, come metafora di questa atto di conoscenza evidenziante, intrinseco a NS. NISTHA, NISCAVA, NISCARSA, sscr., sono rispettivamente la conclusione, la certezza, e l'estratto o il punto principale e mostrano così concordemente l'effetto indicativo e delucidativo di NIS, spinato in modi congrui: NIS*TH-a è la semplice attivazione di questo effetto e porta a una conclusione; NIS* CAV-a porta questo effetto indicativo a una certezza mediante un procedimento continuo CV; NIS*CAR*S-a si può immaginare come un visore S su cui si svolge una continua ripetizione CR dell'effetto indicativo e precisativo NIS, operazioni mentali ben analizzate dal creatore di questa parola, e che portano a evidenziare il punto principale o l'estratto. NESTORE è la guida degli Achei. La forma sostantiva -S*-N, che vale la determinatività evidenziabile, si informa in ASINO, che apparentemente appare improprio al significato che vorremmo sovrimporgli, se non fosse che questa bestia è nota per essere l'esempio migliore della stupidità: orbene, chi necessita di essere sempre guidato e indirizzato lungo il cammino merita di fruire dell'aiuto di un nome in -S*-N. ASINTOTO, all'opposto di asino, è addirittura la coordinata che ci indirizza alla meta, perché determinatività, indicatività S, evidenziata N. Ambedue dunque testimoniano del valore di indirizzo.

|S||N|
L'evidenziazione determinatrice o determinata, o meglio la messa in mostra S dei concetti N, all'inverso, dipinge non tanto l'atto di pensare un pensiero specifico in modo distinto e preciso, ma i suoi prodotti reali come immagini del pensiero, quindi si pone sul gradino immediatamente superiore della conoscenza come evidenziazione generale delle conoscenze e dei pensieri. Ma rappresenta anche, e in primis, il semplice atto mentale di richiamare alla memoria visiva S le conoscenze determinate che vengono richieste dalla necessità. In origine dunque S-N non è che un appello all'organizzazione della memoria e può nominare le semplici tracce mnemoniche. Da qui la metafora che è indotta a nominare gli oggetti onnipresenti alla mente usando S-N. Tale prerogativa fa sì che S-N venga usato per indicare l'idea di direzionalità, o di indirizzo morale o pratico, con la quale la tribù possa mantenere il suo orientamento e le sue attività consuetudinarie: SANCTUS.
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IX - Gli incroci di |S|

Posto questo uso direzionale si potrebbe implementare regolarmente il senso delle parole in S-N di un valore di indirizzo verso una meta precisata, e noi cercheremo di farlo. L'esempio più significativo sta in SEN*TIO, l'attivazione T di una evidenziazione S interiore di contenuti mentali N, la quale si può trasformare naturalmente in un'esteriorizzazione degli stessi concetti mediante parole, come ci è mostrato dall'espressione verbale di SENTIO, la SENTENZA, quella conoscenza onnipresente alla mente, che per il suo valore merita di essere espressa. Ma, come or ora affermato, oltre questo valore staticamente concettuale, è giusto aggiungere il senso di indirizzo e di direzionalità morale o materiale, per modo che la sentenza sia volta a un fine, e che il SENato orienti positivamente le scelte politiche, e che il reificato autore della sentenza, e cioè il SENEX, il padrone della concettualizzazione, colui che continua EC a ricordare SEN, abbia una costante EC funzione di guida e di indirizzo della comunità. La qualità del SENEX è il SENNO, in cui la determinazione N, l'atto mentale, porta l'evidenziazione determinatrice SEN fino a conoscenza particolareggiata, idonea a precisare la direzione da seguire per conseguire i fini. Questa direzionalità di senso specifico O si può reificare in SONUM, un'evidenza specifica e determinata, che ci perviene alle orecchie e alla mente come risultato dell'evidenziazione di un pensiero (>>PEN*SO = evidenzio S la capacità P di determinare concettualmente N). Ma la parola che trattiene indefettibilmente i valori di rappresentazione del pensiero e di indirizzo verso una meta precisata, che quindi si pone come la più completa ed esplicativa dell'intero file, è SENSO, l'evidenziazione S di una rappresentazione S concettuale N idonea a stabilire una direzionalità. Posto ciò, è obbligatorio considerare SENo propriamente more geometrico, come una direzionalità preferenziale in cui sono guidati e indirizzati i fruitori del seno. Il SENO materno è, di tutti i seni, quello che gode di più delle caratteristiche suddette, cioè di essere contemporaneamente una direzionalità estremamente preferenziale (perché istintuale) e di possedere la conformazione idonea a imporre una direzione, tal quale un qualunque seno marino. Ne segue che SON, ingl., o SUUN, (cin., nipoti), derivano i loro nomi dall'esserci stati indirizzati, di essere stati guidati fino a noi, in un atto provvidenziale a cui non si potrebbe trovare nome più bello e congruo, carico di destino. Notiamo dunque: NASco > SON, in cui NASCo rappresenta l'indirizzo che guida alla meta, e SON l'oggetto guidato e pervenuto. SANO, come SANE (lat., certamente), esprime la certezza positiva, in ragione di questa presenza nella mente, di questa rappresentazione dei pensieri, che è la qualità primaria di chi è sano, perché consente un discernimento e una SELezione dei pensieri. Si veda qui come SL, per agire nel suo precipuo modo selettivo, necessiti del substrato SN. Così, in una direzione più vicina al valore dell'idea archetipica, il SENO evidenzia S le determinazioni oggettuali N, e poi, più concretamente, le circonda o le trattiene, siano queste il neonato o qualsiasi altro oggetto. Anche da questo rapporto con il SENO ciò che così concretamente viene messo in luce SN può nominarsi SON, SUUN (cin., figlio). SAN *CTUS appare l'attivazione continua CT nel tempo di questa integrità o di questa realtà immaginativa carica di conoscenza: quindi conoscenza stabile del popolo o del Dio, che è lo stesso. Per esempio, SUNNA, ar., è la conoscenza depositata religiosa, il massimo della santità. Si noti che SANCTUS, nel suo significato attuale è pieno di contenuti mentali, mentre SACER ne prescinde, giusta l'assenza di una N. Sono appunto questi contenuti mentali della rappresentazione continuativa dei concetti a permettere la funzione di guida morale, e pratica, detenuta da qualsiasi SANCTUS tribale. SEN*SUM, a sua volta appare un'evidenziazione S di questa capacità evidenziatrice specifica; dunque una riflessione più generale o un'ulteriore percezione conscia, o una riflessione sui dati sensibili memorizzati. Il sensitivo è infatti chi prende in considerazione tutto il bagaglio delle sue tracce mnemoniche per ricavarne un SENSO, un risultato superiore e riassuntivo che le organizzi in uno
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Analisi ermeneutica

IX - Gli incroci consonantici di |S|

schema significativo, rispetto a quel particolare punto di vista rappresentato dalla spina S; e, come detto, in una direzionalità verso un fine. A sua volta lo schema SIN dà di tutto ciò l'aspetto individuale (I), in quanto espressione di pensiero personale (da cui SINTOMO). Questa facoltà di esprimere il proprio pensiero era in tempi non democratici, all'inverso fieramente tirannici, tutt'altro che apprezzata, anzi era certamente contraddetta e penalizzata. E noi siamo messi in grado di constatare facilmente come le parole in SIN siano rimaste impregnate di questo spirito di ripulsa da parte degli opinion-leaders del paleolitico. L'errore più comune del libero pensatore è quello di continuare C a ripetere R il suo pensiero: esternazione che è sinonimo di SINCERITÀ, come ripetuta R e continua C evidenziazione del proprio pensiero SIN; la quale per questo motivo può anche essere mal giudicata dalla coscienza comune e può essere considerata malevolmente, per esempio in SIN (ingl., peccato personale), o in SINISTRO, come intenzionalità non corrispondente alla regola comune, e soprattutto come direzionalità individuale, non comune; essa non può portare che danno e va stigmatizzata. Si noti a che finezza di rapporti semantici possa pervenire l'antichissimo significato archetipo quando consente di assegnare a SINISTRO un chiaro e apparentemente neutro significato direzionale, e contemporaneamente gli sovrimponga il perturbante significato di delittuoso e orripilante, che, come abbiamo notato gli deriva da SIN, visione di pensieri personali>>peccaminosi > direzione sbagliata > delitto, crimine! Ebbene, creda il lettore che per sondare appropriatamente ogni parola esaminata in questo libro occorrerebbe ricercarne circoli semantici simili a questo e ormai nascosti più nella testa della gente che nei vocabolari, fino a decuplicare il numero di pagine. Si arriva a indicare la parte del corpo meno franca con SINISTRA, come agente di un'intenzionalità, e di una direzionalità non DEXTRA (> ripete l'attivazione RT della regola stabilita DEC. Così SIN, ingl., è degradato a colpa o peccato!). Anche SINGOLARE è inscritto in questo circolo: prima nel suo senso storico di fuori della norma, in quanto generazione G variabile L di un'espressione S di pensiero N personale, e quindi non conforme alla media e infine a suo modo unica. La pura conformità ai valori UR-S produce invece SIENGEN (ted., cantare), cioè generare un'evidenziazione determinata. La forma sostantiva -N*--S ci dà ANSIA, ANSWER, etc. (vedi cap. 2)

|S||P|
È il gesto eto-articolatorio mediante il quale il contenuto evidenziato per mezzo di S viene efficacemente proposto, o anche utilizzato molto praticamente, mediante P: evidenziazione efficace. Essa ha la più semplice ed efficace delle conferme con SPIO, in cui è riassunto quell'uso utile ed efficace di una visione o di una messa in mostra; e così anche SUPER: S-P richiede infatti che i suoi derivati nominali siano utili, o comunque si pongano su un piano effettuale, perché esprime una visione dotata di efficacia e non fine a se stessa come può essere una SEQUENZA o una SCIA. Questa idea può proporre una direzione semantica puramente visiva, come in SPECULUM, lo strumento efficace dell'evidenziazione; può traslarsi a strumento di evidenziazione minuziosa, e perciò efficace come in SPELLING; può subire un senso metaforico e mentale come in SPORA, che la rende pro-SP-ezione, e promessa di ripetere R quella evidenza della pianta da cui è nata. Ma innanzitutto è usata largamente come radicale S-P di enti espressivi di sé: SPES, come pura energia E prospettica SP, che si può traslare a strumento di appagamento futuro di un desiderio; SPECIES, in quanto continuità connessa di un'evidenziazione efficace (nel delimitarne la sua specificità); SPASMO, la propria evidenziazione di un'evidenziazione efficace (nel dare dolore), e qui si intende che lo spasmo mentale precede quello fisico; SPORE, le ripetute prospezioni, o promesse di germi futuri.
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IX - Gli incroci di |S|

La prospezione del sé, che caratterizza queste parole, da un lato esteriorizza tutti questi schemi: SPASMO (verso il dolore), SPECULUM (verso la visione); SPELLING (verso la dizione); SPELEO, gr., la gestione delle prospezioni, e quindi come possibile metafora della capacità di anticipare i pericoli nascosti nel buio e anche l'attitudine a procedere nel buio delle caverne; dall'altro lato li può infuturare perché SP rappresenta l'immagine di una potenzialità che si volge all'attuazione: SPES, SPORA, SPERMA (dove M è la propria speranza di figli); infine, può darci il traslato reificato del luogo in cui una simile facoltà consente di procedere: SPECUS. SPECULO ci mostra il valore UR-S integro nel suo uso moderno: gestisco L emotivamente U una continua evidenziazione efficace, cioè una prospezione pratica. Se tale capacità sarà volta a fini economici, verrà perciò agita dallo SPECULATORE, che gestisce creativamente la SPERANZA (altrui)! Se rimarrà nell'animo (AN*IM-A= individuale ipseità determinatrice, cioè la sostantivazione di MAN), tra le possibilità non realizzate, avrà nome di SPECTRUM. La TR spinante ne mostra il ripetersi dell'attivazione all'interno dell'anima, come non cancellabile immagine. SPECTRUM può assumere infine la facoltà di proiettarsi all'esterno come un' individualità intrisa dei presentimenti o delle speranze di chi lo aveva prodotto. Mostriamo ora qualche esempio vocalizzato. SEP è usato per designare un'evidenziazione attiva E: così SEPARO, SEPTOR, evidenziatori efficaci di parti nascoste, che richiedono una capacità particolare nel mostrarle; così è pure per il SEPULCRUM, che realizza il miracolo di perpetuamente RC gestire - o presentare - in modo affettivoUL l' immagine efficace SEP (del morto). Si comprende da quell'UL che il primo sepolcro fu nel cuore dei parenti. SEPPIA, rappresenta il massimo dell'energia evidenziatrice efficace (per l'inchiostro!). Ma analizziamo la dialettica dei significati che va da SUP, un semplice porsi in vista, fino a SEPARO. Lo schema SUP può darci SUPINO, vale a dire: metto in evidenza efficacemente (la parte vertebrale); da ciò si può bene inferire su SUP-ER, la ripetizione di un'efficace messa in evidenza, che come tale deve stare in alto, e in gran vista. L'ulteriore trasformazione di senso si ottiene con SUPER*BIA, per cui un impulso vitale o esistenziale B si ripete in una posizione di estrema visibilità SUP: tale analisi coglie l'essenza della fenomenologia della superbia. Ma SUPER, il riprodurre una posizione di visibilità, crea un altro facile traslato: SUPERO, in quanto sono posto in vista rispetto agli altri candidati. Da questo senso è probabile deriva SEPARO, nel senso che chi è messo in vista risulta separato dagli altri. In sostanza è codesto il giro profondo dei significati, intorno a cui ruotano i nomi reificati del file; così SEPOLCRO è innanzitutto il luogo della SEPARAZIONE. Una buona reificazione di SEP è SEPA (sscr., il fallo), - diis volentibus - efficace. Ma SIPA, sscr., conserva il valore di evidenza ottica: il raggio di luce. Vediamo così come i traslati di SP possano giocarsi su ogni tipo di evidenza, sia ottica, sia di posizione, sia immaginativa, sia, come vediamo in SAPIO, conoscitiva: SAPIENTE è infatti chi attiva un pensiero ENT in modo da evidenziarlo efficacemente SUP agli altri, il che ci fa comprendere il suo rapporto con SAPIDO, il primo evidenziandosi efficacemente nel campo dei discorsi, il secondo nel gusto. Un esempio con il bifonema -S radicale spinato da P ci dà un ente efficace nella sua evidenziabilità astratta, come ES*PERO, la stella. L'uso del bifonema inverso e sostantivato ES consente perciò all'ESPERIRE un'astrazione normativa negata alla molto esistenziale SPES.

S||R|
L'idea archetipica di evidenziazione ripetibile, è, per sua natura gnoseologica, una funzione SERIALE, cioè il concetto astratto e unitario di una serie di atti di evidenziazione; corrisponde all'esperienza del quotidiano, del comune, del familiare, di ciò che insomma appare ripetersi sotto i nostri occhi. In molti casi questa idea copre il senso di uniformità.
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IX - Gli incroci di |S|

Il suo inverso R-S concretizza invece la ripetizione dell'evidenza, cioè semplicemente una serie di atti di evidenziazione: RISO, come ripetizione senza fine della forma dei grani. ROSA, la rugiada come immagine che si ripete infinitamente ogni mattino; RAS, etiope, come presenzialità di chi comanda, poi, il capo stesso; RISMA, come pila di fogli senza fine; ROSTRO e RASTRELLO per la ripetizione della loro stessa forma o dei loro prodotti; RUS, lat., per la ripetitività indefinita dell'evidenza dei suoi raccolti (AG-ER = ripetizione di generazione); RUSPA, RASPARE per l'efficacia P nel ripetere la messa in mostra dei materiali; ROSPO, per il gracidare; RASPO per i chicchi; RESEGONE, per i picchi ecc. S-R, invece, per questa suo intrinseco concetto di serialità, si può traslare in modi più astratti e con grande facilità in corrente, ciò che appare S ripetersi R: SIRA (sscr., corrente); SR (sscr., che scorre). Così avviene per altre serie lineari: SERI S (lit., corda); SARAT (sscr., il filo). Ed anche SERERE (lat., connettere, serrare): l'uso della serie lineare consente infatti la connessione, mediante una corda, o un filo. Da ciò, certo, SERVO, conservo, il procedimento V di serrare mediante quelle corde, e SERVUS, come di chi ha subito il procedimento V di essere tenuto legato. Il SERVIRE, infine, è l'ultimo traslato nato dall'utilizzazione di chi fu tenuto legato. L'evidenza ripetuta delle tavolette di voto nella sua concretezza O si nomina SORS, da cui SORTE, come effetto di quella votazione. Così anche SURA, è il capitolo coranico, un'evidenza ripetuta. SARCASMO nasconde nella sua soggettività AS*M (= propria evidenziabilità, come possibilità personale, e quindi discutibile) il suo valore negativo: la propria espressione continua CASM di evidenziazione ripetuta SAR non può essere che stereotipata C, e ipercritica. Altre reificazioni probatorie: SARE, bantu, è la divisa, cioè un aspetto ripetuto, o una serie; SURA, bantu, la forma, l'aspetto. Da queste evidenze così concordi non si dà dubbio che SOROR non sia che un elemento che all'interno della serie concreta dei familiari o dei famigli, tra quelli che stanno intorno al Dominus, è la più presente in casa, è quella più uniforme, forse anche quella vestita allo stesso modo: la femmina. Anche UC-SOR è ben comprensibile su questa base: si tratta della SORA cui si dedica uno dei tanti UC, che troviamo anche in turco o in russo, o in bantu, e che tutti valgono istinto o emozione continua, e duratura: UC-SOR, vale a dire quel membro della serie (delle SORORES) insignito o portatore di un sentimento duraturo, e perciò coniuge. Che questa spiegazione sia tutt'altro che una fantasia ce lo mostra UC, UCYATI, sscr., che come ultimo e metaforico tra i suoi significati di vocabolario, che ne sono tutte traslazioni metaforiche, ha voler bene. Che questo bene sia sessuale ce lo dice UKA (sscr., spargere il seme) > UXOR. Mostriamo qualche altro esempio di spinazione, per evidenziare l'estrema plasticità di SR alla metaforizzazione. Spinando SR con N otterremo SR*N, il cui senso determinazione mentale che si evidenzia ripetutamente trova nel comportamento delle SIRENE una conferma inequivocabile. SORNIONE è giocato anch'esso sull'effetto di astuzia messo in atto da chi esprime il suo pensiero evidenziandolo ripetutamente, senza far capire i suoi scopi, per convincere mediante ripetizioni. Addirittura il SORDO è chi oppone alle ragioni altrui una assoluta regolarità D nell'evidenziare le proprie. Tale comportamento carico di malizia e di disonestà morale, definisce il SORDIDO, indefettibile - D*Despositore delle proprie vedute. Le SARDINE sono definite dalla regolarità con cui i loro branchi evidenziano ripetutamente le loro forme: si tratta infatti di branchi estremamente compatti. Questa immagine visiva -SR*D-deve ritenersi alla base del nome dei SARDI, colti nella loro compattezza di guerrieri seriali. Se invece si fa SR*M, la propria evidenziazione ripetuta trova conferma in SERMO, concetto delle proprie vedute espresse ripetutamente. Se si fa SR*G, otterremo una generazione che si evidenzia ripetutamente, tale essendo l'effetto
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IX - Gli incroci di |S|

degli astri SORGENTI all'orizzonte. Le sorgenti di ogni tipo emanano segnali , e sono perciò FOCI. Il SERGENTE è colui che attiva delle prescrizioni N e le evidenzia ripetutamente in modo generativo, che è probabilmente il parlare a voce alta. Se si fa SR*P si può ottenere un'idea capace di evidenziarsi ripetutamente, facoltà detenuta da chi SERPEGGIA, e cioè capace di produrre una serialità. SER*TO fa riferimento all'effetto ottico seriale ottenibile mediante la sua attivazione T, e cioè mediante la sua movimentazione. Il SARTO prende dunque nome dal suo fare abiti uniformi, cioè SAR (vedasi il SARI indiano). SR*B è la sigla vitalistica per la quale un impulso B si evidenzia ripetutamente: nella metafora questo SORBIRE equivale a subire impulsi violenti ripetuti,e cioè a essere bastonato: ricordiamo RAB*DOS, il bastone, quello che regolarmente D ripete impulsi violenti RAB (gli stessi di RABIES). Il SORBO, adatto a produrre buoni bastoni, prende così il nome dalla sua funzione, che è appunto quella di amministrare sorbole! SR*C, sfruttando l'idea di continuo, può essere piegato in modo gergalmente metaforico a ricordare quelli che continuamente si evidenziano ripetutamente, che sono indistinguibili tra loro, e che nel caso sono i SORCI, mentre l'altrettanto gergale SORCHE attiene a enti erotici, anch'essi spiegabili a una simile metafora. Insomma SR*C assume il senso di continuità nel tempo di enti generici e indistinguibili tra loro, adatti a riempire un vuoto o una perdita , come per ri-SARCIRE, o a riempire genericamente come SARACCO, o addirittura a pareggiare una superficie, SARCHiare. Questa traslazione può dunque esser ben responsabile del gergale SORCA, intesa come quella da riempire con materiali promiscui. SARACENO è dunque chi possiede la bella dote di evidenziare ripetutamente SR ciò che va pensando CN, dote antitetica a quella mostrata dal laconico e severo ARIO. SIRINGA ci offre la generazione G di un pensiero IN che (poi) viene evidenziato S ripetutamente R, o meglio la strumentazione di un' ispirazione.

|S||S|
L'evidenziazione evidenziatrice, il poco usato stemma (come tutti i raddoppiamenti, per lo più tralasciatI perché poveri di valore gnoseologico) che fortifica l'idea di evidenziazione nelle necessarie circostanze. Per esempio SUS*PICIO, esprime la continua efficacia nel cercare di mettere in mostra qualcosa ad alto valore emotivo SUS,che diventa poi deliberato sospetto; SUS*PENDO, la messa in posizione efficace in modo da saltare all'occhio, poi traslata perfino nel suo contrario; SUSI, radicale usatissimo in lituano, per gli stessi scopi. Ad esempio SUSIPAZINTI, conoscere. SESTANTE, SISTERE e SISTEMA, sono concetti altamente evidenziativi SS, e quindi strumento, stabilità e connessione di evidenziazione.

|S||T|
L'idea archetipica di evidenziazione attivatrice nasce all'interno della mente come un piano d'azione o meglio un progetto. Essa esprime come un'immagine, o una conoscenza, interna alla mente, possano attivarsi e attivare gli effetti specifici di quella immagine o visione. S-T è dunque sostanzialmente un progetto risolutivo di un bisogno. Perché ciò accada è però necessario che l'immagine S si attivi strutturando un campo cui venga applicata. Questa possibilità per cui l'immagine mentale riesce finalmente a modificare l'esistente non può che nascere dal modo in cui l'uomo neolitico andava gestendo il lavoro agricolo, organizzandosi mentalmente in una chiara visione di ciò che doveva fare, dei tempi delle seminagioni e dei fattori avversi, per trasferire poi nelle modalità più opportune questa complessissima visione orga351 230

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IX - Gli incroci di |S|

nizzativa S-T agli strumenti agricoli e al terreno a disposizione. Ecco il motivo per cui S-T è indissolubilmente legato alla pratica dell'agricoltura e rappresenta il primo e venerando strumento mentale codificato della capacità dell'uomo di alterare il mondo a proprio vantaggio mediante una visione ampia, strutturante, ma applicativa e non solo teorica, come è invece per esempio S-C. In pratica S-T è spesso un semplice indicatore posizionale. Vediamone un traslato passivo come SITIO, in cui un'immagine mentale si attiva a creare un bisogno; SATIS appare la soddisfazione attiva di questo SITIO. Notiamo anche come SUTOR, il cucitore, usa l'immagine (il piano attivatore e strutturante ST) per creare il tessuto (ST > TS) e utilizza, per fare ciò, il materiale reificato in SETA. Da cui, ogni filo può prendere il nome di SETOLA. Osserviamo come questi circuiti semantici dalla funzione astratta portino a enti reificati e irriconoscibili, in cui il piano d'azione ST nomina i suoi strumenti, il SUTOR e la SETA. SUTO (gr., affrettarsi, tendere a), appare il traslato finalistico di questa evidenziazione attivatrice, il cui primo progetto banale non può essere che SITOS (gr., il cibo, il frumento, gli interessi); tutto ciò, ecco la polisemia!, per cui facciamo piani d'azione. Questo SITOS è dunque una delle infinite parole che ci appaiono del tutto convenzionali e arbitrarie, solo perché non siamo in grado di descrivere il movimento semantico di cui fanno parte e la reificazione spinta che le oggettiva nei modi apparentemente più bizzarri. Così pure il SITO, come luogo produttore del SITOS, sembrerebbe tanto distaccato dall'idea di base S-T che parrebbe del tutto isolato. Ma ciò che feconda il SITO è SATUS, la sementa; che ci dimostra come ST, il piano d'azione per soddisfare il bisogno e cioè quel primitivo e neolitico piano d'azione strutturante l'attività agricola in generale che si reifica nel gettare il seme, sia lo STEMMA naturale delle messi. Il raccolto del previdente Dio delle messi SATURNO (che ha insegnato l'agricoltura agli uomini!) SATURA i granai e ci fa SATOLLI! Qui il piano d'azione mentale ST è giunto al suo fine nutritivo e l'uomo previdente può scegliere definitivamente l'agricoltura come mezzo di sostentamento. Si veda anche SUTA (sscr., nascita di figlio); e SUTI (sscr., parto, produzione), come frutto di una visione anticipatrice simile a quella agricola: anche negli antichi documenti storici il valore UR-S era già ben volto nelle sue possibili direzioni semantiche moderne. Lo iato tra queste parole e il valore UR-S resta non percorribile con documenti, ed è solo ipotizzabile per confronti serrati. Mostriamo ancora l'uso di ST radicale, che si volge a una direzione semantica meno traslata: un'evidenziazione attivatrice può darci una disposizione dei suoi oggetti perché li struttura secondo la sua visione. Esempio le CIFRE (ripetizione R di continui singoli segnali CIF) si STAGLIANO sulla STELE in una disposizione: dunque STELE, e STELLEN, ted., valgono gestione L di evidenziazione attivatrice ST = disposizione. Un'altra direzione caratteristica nasce dall'effetto attivatore prodotto da un'evidenziazione (auditiva): STU (sscr., celebrare); (U); STAN (sscr., risuonare); STHAI (bantu, celebrare)! Che è uno degli infiniti universali apparenti, nati dai valori UR-S naturali. STUPORE e STUPIDO sono tali per l'effetto efficace P di quei suoni e di quelle celebrazioni. E STUPA (sscr., idolo), conserva nel suo nome il sapore dei riti. In altra direzione ST, se spinata da D, induce una