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Appunti dalle lezioni del corso di

LOGICA MATEMATICA

per studenti di Informatica

a cura di A. Labella e G.T. Bagni

dalle lezioni del corso di LOGICA MATEMATICA per studenti di Informatica a cura di A. Labella

Roma, 2002

Il frontespizio di un’edizione di De Coelo e De Mundo di Aristotele con i commenti

Il frontespizio di un’edizione di De Coelo e De Mundo di Aristotele con i commenti di Jandun stampata a Venezia nel 1589

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Indice

Parte prima

Insiemi e funzioni

1. Teoria degli insiemi

1.1.

Insiemi

1.2.

Sottoinsiemi e inclusione

1.3.

Operazioni con gli insiemi: unione, intersezione, differenza

1.4.

Il

prodotto cartesiano di due insiemi

2. Relazioni e proprietà

2.1. Sottoinsiemi del prodotto cartesiano

2.2. Relazioni tra un insieme e se stesso

e loro proprietà

p. 7

2.3. Relazioni di equivalenza e insieme quoziente

2.4. Relazioni d’ordine

2.5. Relazioni d’ordine totale e d’ordine parziale

3. Funzioni

3.1. La definizione di funzione

3.2. Funzioni iniettive, suriettive, biiettive

4. Funzioni composte e funzioni inverse

4.1.

La funzione composta

4.2.

L’applicazione della definizione di funzione composta

4.3.

Il

dominio della funzione composta

4.4.

La funzione identità

4.5.

La relazione inversa

5. Cenni sulle antinomie della teoria degli insiemi

3

5.1. Le antinomie

5.2. Gottlob Frege e Bertrand Russell

Parte seconda

Numeri naturali

p. 39

6. L’insieme dei numeri naturali

6.1. numeri naturali: approccio cardinale

I

6.2. numeri naturali: approccio ordinale

I

6.3. La rappresentazione dei numeri naturali

6.4. Proprietà di operazioni aritmetiche

e

insiemistiche: l’algebra di Boole

7. Dimostrazioni per induzione

7.1. Proposizioni dipendenti da un naturale

7.2. Dimostrazioni per induzione

8. I numeri primi

8.1. Divisibilità e numeri primi

8.2. La scomposizione in fattori primi

8.3. Quanti sono i numeri primi?

8.4. Condizioni di primalità

9. Confronto di insiemi infiniti

9.1. La potenza del numerabile

9.2. La potenza del continuo

Parte terza

Logica degli enunciati

p. 71

10. Enunciati, connettivi, valori di verità

10.1. Verità

10.2. Enunciati

10.3. Connettivi e valori di verità

10.4. Interpretazioni, equivalenze logiche, validità

11. Il metodo dei tableaux proposizionali

11.1. La confutazione di un enunciato composto

11.2. La costruzione di un tableau proposizionale

11.3. Correttezza e completezza

12. Il sistema di Gentzen

12.1. Il sistema deduttivo di Gentzen

12.2. Deduzione di Gentzen e tableau

13. Cenni sul sistema di Hilbert

13.1.

Il sistema di Hilbert

4

13.2. Regole derivate del sistema di Hilbert

Parte quarta

Logica dei predicati

 

p. 99

14.

Formule predicative e quantificatori

 

14.1. Dalla segnatura alle formule predicative

14.2. I quantificatori

14.3. Variabili vincolate e variabili libere

14.4. Modelli e validità

 

15.

Il

metodo dei tableaux e il calcolo dei predicati

 

15.1. Tableaux e quantificatori

 

15.2. Regole per la costruzione di un tableau

 

predicativo

 
 

15.3. Esempi di formule valide nel calcolo dei predicati

 

15.4. Correttezza e completezza del metodo dei tableaux

 

16.

I

sistemi di Gentzen e di Hilbert, la risoluzione

 

e

il calcolo dei predicati

16.1. Sistema di Gentzen per il calcolo dei predicati

16.2. Correttezza e completezza del sistema

 
 

di

Gentzen

 

16.3. Cenni sul sistema di Hilbert per il calcolo dei predicati

 

16.4. Correttezza e completezza del sistema

 

di

Hilbert

Parte quinta

Procedimenti di risoluzione

p. 121

17.

Forme normali congiuntive e risoluzione

 

17.1.

Forme normali congiuntive

17.2.

Risoluzione

 

17.3.

Correttezza e completezza della risoluzione

17.4.

Quali prospettive?

 

Appendice A

Il sistema assiomatico di Zermelo per la teoria degli insiemi

p. 129

Appendice B

Teorie aritmetiche e modelli

p. 135

Appendice

C

Complementi sui numeri primi

p. 141

5

Riferimenti bibliografici

p. 147

6

Il frontespizio di un’edizione delle opere di Aristotele con i commenti di San Tommaso d’Aquino

Il frontespizio di un’edizione delle opere di Aristotele con i commenti di San Tommaso d’Aquino stampata a Venezia nel 1550

7

I

Insiemi e funzioni

1. TEORIA DEGLI INSIEMI

1.1. Insiemi

Intuitivamente, il concetto di insieme può essere fatto corrispondere all’atto mentale mediante il quale associamo alcuni elementi in un tutto unico detto insieme. La teoria degli insiemi può essere introdotta assiomaticamente e l’insieme è un concetto primitivo: storicamente, l’applicazione del metodo assiomatico alla teoria degli insiemi ebbe in Ernest Zermelo (1871-1953) il principale protagonista; dedicheremo

a tale argomento l’appendice A. In questa fase ci limiteremo ad introdurre le principali nozioni insiemistiche mantenendo un punto di vista intuitivo. Non è richiesta alcuna particolare omogeneità tra gli elementi che costituiscono un insieme: è possibile associare nello stesso insieme un numero qualsiasi di elementi di qualsiasi genere (anche se nel paragrafo 5.2 ci occuperemo della questione dell’eventuale appartenenza di un insieme a se stesso come elemento).

Esempio. È possibile parlare di un insieme a cui appartengono il nome del monte più
Esempio. È possibile parlare di un insieme a cui appartengono il nome del monte più
alto della Terra, l’ultima lettera dell’alfabeto italiano e le soluzioni dell’equazione:
x²+6 = 5x. Tale insieme ha elementi: Everest, Z, 2, 3.

Un insieme privo di elementi si dice insieme vuoto; si indica col simbolo .

Esempio. L’insieme costituito dalle soluzioni intere di: x³ = 2 è l’insieme vuoto, : ciò
Esempio. L’insieme costituito dalle soluzioni intere di: x³ = 2 è l’insieme vuoto, :
ciò equivale ad affermare che l’equazione data non ha radici intere.

Affinché una collezione di elementi possa essere classificata come un insieme vero

e proprio, deve sempre essere possibile stabilire se un qualsiasi elemento appartiene (o non appartiene) all’insieme così introdotto.

7

Esempio. Ha senso, nella teoria degli insiemi, parlare dell’insieme costituito dai numeri reali maggiori di
Esempio. Ha senso, nella teoria degli insiemi, parlare dell’insieme costituito dai
numeri reali maggiori di 4. Infatti è possibile stabilire oggettivamente se un qualsiasi
elemento appartiene o no a tale insieme: per appartenere all’insieme, un elemento
deve (contemporaneamente):
essere un numero reale;
essere maggiore di 4.
Dunque all’insieme introdotto apparterranno certamente elementi come 59, 19 ,
33/8; mentre non vi apparterranno elementi come -1, 31/8, 4 (che sono numeri reali,
ma non sono maggiori di 4), o come Firenze, Hemingway, un esagono regolare, il
numero
-5 (che non sono numeri reali).
(Contro)esempio. Non ha senso, nella teoria degli insiemi, parlare dell’insieme costituito dai libri interessanti: non
(Contro)esempio. Non ha senso, nella teoria degli insiemi, parlare dell’insieme
costituito dai libri interessanti: non è infatti possibile affermare oggettivamente se un
libro è interessante oppure se non lo è.

È convenzione spesso accettata indicare gli insiemi con lettere maiuscole (A, B,

C,

all’insieme A si indica con la scrittura: aŒA nella quale il simbolo “Œ” si legge:

“appartiene a”. La non appartenenza di b a B si indica con: bœB. Quindi la condizione richiesta per poter parlare di insieme, espressa precedentemente, è:

affinché I sia un insieme, è richiesto che, per ogni elemento a, sia possibile stabilire che l’affermazione aŒI sia vera o falsa. Per indicare dettagliatamente gli insiemi, con i loro elementi, si possono scegliere diversi procedimenti. Un primo metodo, detto rappresentazione tabulare, consiste nell’elencare tutti gli elementi che costituiscono l’insieme in questione tra parentesi graffe; ad esempio, la scrittura I = {1; 2; 5} significa che all’insieme I appartengono (solamente) gli elementi 1, 2, 5. Notiamo che l’ordine con cui si elencano gli elementi è privo di importanza. Un insieme non presuppone alcun particolare ordinamento dei suoi elementi (a meno che ciò venga esplicitamente indicato); con le scritture:

L’appartenenza dell’elemento a

)

e gli elementi con minuscole (a, b, c,

).

{1; 2; 5}

{1; 5; 2}

{2; 1; 5}

{2; 5; 1}

{5; 1; 2}

{5; 2; 1}

intendiamo lo stesso insieme, avente per elementi 1, 2, 5 (indipendentemente dall’ordine), qualsiasi rappresentazione si scelga tra le sei indicate. Talvolta la rappresentazione tabulare può essere scomoda e addirittura impraticabile quando l’insieme in questione è costituito da infiniti elementi. La rappresentazione caratteristica si ottiene evidenziando (ove ciò sia possibile) una

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condizione necessaria e sufficiente per l’appartenenza di un elemento all’insieme considerato. La scrittura dell’insieme avrà forma:

{x: x rispetta un’assegnata condizione}

nella quale il simbolo “:” (talvolta sostituito da “|”) si legge “tale che”.

Esempio. Indichiamo l’insieme I di interi il cui quadrato è minore di 15: rappresentazione tabulare:
Esempio. Indichiamo l’insieme I di interi il cui quadrato è minore di 15:
rappresentazione tabulare:
I = {-3; -2; -1; 0; 1; 2; 3};
rappresentazione caratteristica: I = {x: x è un numero intero e -3£x£3}.

Nell’esempio precedente abbiamo scritto (usando parole tratte dalla lingua italiana) che l’elemento x “è un numero intero”, cioè appartiene all’insieme costituito dai numeri interi. Questo insieme è generalmente indicato con il simbolo Z. Anche altri insiemi numerici sono di uso frequente:

N

N 0

Z

Z 0

Z +

Z -

Q

Q 0

Q +

Q -

R

R 0

R +

R -

C insieme dei numeri complessi

insieme dei numeri naturali insieme dei numeri naturali non nulli

insieme dei numeri interi insieme dei numeri interi non nulli insieme di numeri interi positivi insieme dei numeri interi negativi

insieme dei numeri razionali insieme dei numeri razionali non nulli insieme dei numeri razionali positivi insieme dei numeri razionali negativi

insieme dei numeri reali insieme dei numeri reali non nulli insieme dei numeri reali positivi insieme dei numeri reali negativi

e dunque l’insieme dei numeri interi il cui quadrato è minore di 15 può scriversi {x: x ŒZ e -2£x£2} oppure {xŒZ: -2£x£2}.

1.2. Sottoinsiemi e inclusione

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Fissato un insieme A, diremo sottoinsieme B di A un insieme al quale non appartengono elementi non appartenenti ad A: dunque B può essere costituito da alcuni elementi di A, o da tutti gli elementi di A, o da nessun elemento.

Definizione. L’insieme B si dice sottoinsieme dell’insieme A se ogni elemento di B è elemento di A; si dice anche che B è incluso in A e si scrive: BÕA.

Tra tutti i sottoinsiemi di un insieme dato A troviamo sempre l’insieme A stesso e l’insieme vuoto : essi sono detti sottoinsiemi impropri di A; un sottoinsieme di A diverso da A stesso e da si dice sottoinsieme proprio di A. L’insieme vuoto ammette uno ed un solo sottoinsieme (improprio): . Un insieme costituito da un solo elemento, A = {a}, ammette due sottoinsiemi impropri, ed A stesso, e non ammette alcun sottoinsieme proprio.

Definizione. Si dice insieme delle parti di un insieme I l’insieme (I) avente per elementi tutti i sottoinsiemi (propri ed impropri) di I: (I) = {J: JÕI}.

Si può verificare che se l’insieme I è costituito da n elementi (si dice anche che la cardinalità di I è n: riprenderemo ed amplieremo il concetto di cardinalità nella

sezione II), l’insieme delle parti di I è costituito da 2 n elementi (ovvero: la cardinalità

di (I) è 2 n : dimostreremo ciò nel capitolo 7).

Esempio. Consideriamo l’insieme (avente cardinalità 3): I = {5; w; z}. I suoi sottoinsiemi propri
Esempio. Consideriamo l’insieme (avente cardinalità 3): I = {5; w; z}. I suoi
sottoinsiemi propri sono:
{5}, {w}, {z}, {5; w}, {5; z}, {w; z}
I suoi sottoinsiemi impropri sono: , {5; w; z}.
L’insieme delle parti (proprie e improprie) dell’insieme I ha cardinalità 2 3 = 8 ed
è, in rappresentazione tabulare:
(I) = { , {5}, {w}, {z}, {5; w}, {5; z}, {w; z}, {5; w; z}}

Il concetto di inclusione ci permette di riprendere quello di uguaglianza di due insiemi. Diremo dunque che i due insiemi A e B sono uguali, e scriveremo A = B, quando A è sottoinsieme di B e contemporaneamente B è sottoinsieme di A, cioè quando: A Õ B e B Õ A.

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1.3. Operazioni con gli insiemi: unione, intersezione, differenza

Definizione. L’insieme A»B, unione degli insiemi A, B, è l’insieme al quale appartengono gli elementi che appartengono almeno ad uno degli insiemi A, B: A»B = {x: xŒA o xŒB}.

Esempio. L’unione degli insiemi: A = {xŒR: 1<x<5} e B = {xŒR: 3<x<15} è l’insieme:
Esempio. L’unione degli insiemi: A = {xŒR: 1<x<5} e B = {xŒR: 3<x<15} è
l’insieme: A»B = {xŒR: 1<x<15}.

Definizione. L’insieme A«B, intersezione degli insiemi A, B, è l’insieme al quale appartengono gli elementi che appartengono contemporaneamente agli insiemi A, B:

A«B = {x: xŒA e xŒB}.

Esempio. L’intersezione di: A = {xŒR: 1<x<5}, B = {xŒR: 3<x<15} è l’insieme: A«B =
Esempio. L’intersezione di: A = {xŒR: 1<x<5}, B = {xŒR: 3<x<15} è l’insieme:
A«B = {xŒR: 3<x<5}.

Due insiemi la cui intersezione è si dicono disgiunti. Si verifica che:

I»I = I

(infatti all’unione di I e di I appartengono tutti e soltanto gli elementi appartenenti a I o a I).

I» = I

(infatti all’unione di I e di

appartengono tutti e soltanto gli

elementi appartenenti a I o a ; ma a non appartiene alcun elemento

I«I = I I« = I»J = J»I I«J = J«I I»(J»K) = (J»I)»K I«(J«K) = (J«I)«K I»(J«K) = (I»J)«(I»K) I«(J»K) = (I«J)»(I«K)

(proprietà commutativa) (proprietà commutativa) (proprietà associativa) (proprietà associativa) (proprietà distributiva) (proprietà distributiva)

Definizione. L’insieme A\B, differenza degli insiemi A e B, è l’insieme al quale appartengono gli elementi che appartengono ad A ma non appartengono a B: A\B = {x: xŒA e xœB}.

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Esempio. La differenza di A = {xŒR: 1<x<5} e B = {xŒR: 3<x<15} è l’insieme:
Esempio. La differenza di A = {xŒR: 1<x<5} e B = {xŒR: 3<x<15} è l’insieme:
A\B = {xŒR: 1<x£3}.

Per quanto riguarda le proprietà dell’operazione introdotta, si verifica che:

I\I =

I\ = I

\I =

1.4. Il prodotto cartesiano di due insiemi

Quanto finora esposto a proposito del concetto di insieme non fa riferimento all’ordine con cui gli elementi di un insieme sono elencati. È però possibile, in determinati casi, specificare un particolare ordinamento all’interno di un dato insieme:

è quanto ci accingiamo a fare introducendo la coppia ordinata. Siano dati gli insiemi A, B, che supporremo inizialmente non vuoti. Una coppia ordinata di elementi di A e di B si indica con il simbolo: (a; b). Essa è un insieme costituito da due elementi, il primo dei quali appartenente ad A, il secondo a B.

Definizione. L’insieme A¥B, prodotto cartesiano degli insiemi A e B, è l’insieme

avente per elementi tutte le coppie ordinate (a, b), con aŒA e bŒB:

aŒA e bŒB}.

A¥B = {(a; b):

Nel caso in cui (almeno) uno dei due insiemi A, B sia , A¥B è vuoto.

Esempio. Il prodotto cartesiano di A = {c; d} e B = {2; 4; 7}
Esempio. Il prodotto cartesiano di A = {c; d} e B = {2; 4; 7} è A¥B = {(c; 2); (d;
2); (c; 4); (d; 4); (c; 7); (d; 7)}.

Introduciamo le proiezioni. Faremo riferimento ad un qualche sottoinsieme SÕA ¥B (l’importanza dei sottoinsiemi del prodotto cartesiano apparirà evidente a partire dal prossimo paragrafo).

Definizione. Sia SÕA¥B. Di dice proiezione di S su A (rispettivamente: su B) l’insieme U = {x: xŒA e (x; b)ŒS per almeno un b} (rispettivamente: {y: yŒB e (a; y)ŒS per almeno un a}).

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Evidentemente la proiezione di tutto l’insieme (non vuoto) A¥B su A è A stesso e su B è B stesso.

Esempio. Sia S il sottoinsieme di N¥N costituito dalle coppie (n; m) tali che n+m
Esempio. Sia S il sottoinsieme di N¥N costituito dalle coppie (n; m) tali che n+m =
3. Lasciamo al lettore di verificare che S = {(0; 3); (1; 2); (2; 1); (3; 0)}.
La proiezione di S su N è U = {0; 1; 2; 3}.
In questo caso con N indichiamo indifferentemente sia il primo che il secondo
degli insiemi dei quali viene considerato il prodotto cartesiano N¥N. Tuttavia in
generale è necessaria una loro distinzione, come apparirà chiaro dall’esempio
seguente.
Esempio. Sia T il sottoinsieme di N¥N costituito dalle coppie (n; m) tali che 2n+m
Esempio. Sia T il sottoinsieme di N¥N costituito dalle coppie (n; m) tali che 2n+m
= 4. Lasciamo al lettore di verificare che T = {(0; 4); (1; 2); (2; 0)}.
La proiezione di S sul primo degli insiemi N è U 1 = {0; 1; 2}.
La proiezione di S sul secondo degli insiemi N è U 2 = {0; 2; 4}.

2. RELAZIONI E LORO PROPRIETÀ

2.1. Sottoinsiemi del prodotto cartesiano

Siano dati gli insiemi A, B, A¥B. Come sappiamo, ad A¥B appartengono tutte le coppie ordinate costituite da un primo elemento tratto da A e da un secondo elemento tratto da B. Può essere opportuno, in alcuni casi, evidenziare alcuni particolari sottoinsiemi di A¥B: ad esempio, per sottolineare che alcune coppie di A ¥B rispettano una qualche proprietà, verificano una legge.

Definizione. Si dice relazione tra gli insiemi A e B un sottoinsieme del prodotto cartesiano A¥B.

Esempio. Consideriamo gli insiemi: A = {Arno; Po; Tevere} B = {Firenze; Pisa; Torino} e
Esempio. Consideriamo gli insiemi:
A = {Arno; Po; Tevere}
B = {Firenze; Pisa; Torino}
e il loro prodotto cartesiano:

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A¥B = {(Arno; Firenze); (Arno; Pisa); (Arno; Torino); (Po; Firenze); (Po; Pisa); (Po; Torino); (Tevere;
A¥B = {(Arno; Firenze); (Arno; Pisa); (Arno; Torino);
(Po; Firenze); (Po; Pisa); (Po; Torino);
(Tevere; Firenze); (Tevere; Pisa); (Tevere; Torino)}
Tra tutte le coppie aventi per primo elemento un elemento di A (in questo caso,
un fiume) e per secondo un elemento di B (una città), individuiamo quelle costituite
dal nome di un fiume e da quello di una città bagnata da tale fiume:
R = {(Arno; Firenze); (Arno; Pisa); (Po; Torino)}
L’importanza del sottoinsieme R di A¥B è evidente: esso sottolinea che tutte (e
soltanto) le coppie ad esso appartenenti verificano una determinata proprietà, ovvero
sono costituite da un fiume e da una città bagnata da esso.
Il sottoinsieme R ora indicato è uno dei possibili sottoinsiemi di A¥B: altri
sottoinsiemi possono essere individuati da altre considerazioni (tutte ugualmente
valide dal punto di vista insiemistico).

Quando si considera la coppia (a; b) appartenente ad un dato sottoinsieme R di A¥B, si dice che l’elemento aŒA ha per corrispondente bŒB nella relazione R, oppure che gli elementi a, b sono in relazione fra loro. Una relazione, come ogni sottoinsieme del prodotto cartesiano di insiemi, può essere rappresentata graficamente.

Esempio. Il grafico rappresenta la relazione introdotta nel precedente esempio. Torino Pisa Firenze Arno Po
Esempio. Il grafico rappresenta la relazione introdotta nel precedente esempio.
Torino
Pisa
Firenze
Arno
Po
Tevere

2.2. Relazioni tra un insieme e se stesso e loro proprietà

Per la definizione del prodotto cartesiano di due insiemi, sopra introdotta, non è necessario che gli insiemi in questione siano distinti: è cioè possibile parlare del

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prodotto cartesiano I¥I, costituito dall’insieme di tutte le coppie ordinate (a, b) con a ŒI e bŒI. Esamineremo le caratteristiche delle relazioni definite in I¥I. Le relazioni tra un insieme I e se stesso possono infatti godere di interessanti proprietà, introdotte dalle definizioni seguenti:

Definizione. Si dice che la relazione RÕI¥I gode della proprietà riflessiva se, per ogni aŒI è: (a; a)ŒR.

Cioè: una relazione definita tra gli elementi di un insieme gode della proprietà riflessiva (si dice anche: è riflessiva) se ogni elemento dell’insieme considerato è in relazione con se stesso.

Definizione. Si dice che la relazione RÕI¥I gode della proprietà antiriflessiva se, per ogni aŒI è: (a; a)œR.

Cioè: una relazione definita tra gli elementi di un insieme gode della proprietà antiriflessiva (si dice anche: è antiriflessiva) se nessun elemento dell’insieme considerato è in relazione con se stesso.

Definizione. Si dice che la relazione RÕI¥I gode della proprietà simmetrica se per ogni aŒI e per ogni bŒI tali che (a; b)ŒR, è: (b; a)ŒR.

Cioè: una relazione definita tra gli elementi di un insieme gode della proprietà simmetrica (si dice anche: è simmetrica) quando, per ogni coppia di elementi a, b dell’insieme considerato, accade che se a è in relazione con b, allora anche b è in relazione con a.

Definizione. Si dice che la relazione RÕI¥I gode della proprietà antisimmetrica se (a; b)ŒR e (b; a)ŒR implica che sia: a = b.

Cioè: una relazione definita tra gli elementi di un nsiemei gode della proprietà antisimmetrica (si dice anche: è antisimmetrica) quando, per due elementi a, b dell’insieme considerato, il contemporaneo essere a in relazione con b e b in relazione con a implica che a = b.

Definizione. Si dice che la relazione RÕI¥I gode della proprietà transitiva se per ogni aŒI, per ogni bŒI e per ogni cŒI tali che (a; b)ŒR e (b; c)ŒR, è: (a; c)ŒR.

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Cioè: una relazione definita tra gli elementi di un insieme gode della proprietà transitiva (si dice anche: è transitiva) quando, per ogni terna di elementi a, b, c dell’insieme considerato, accade che se a è in relazione con b e b è in relazione con c, allora a è in relazione con c.

Esempio. Consideriamo nell’insieme I delle rette del piano la RÕI¥I: R = {(r; s): r
Esempio. Consideriamo nell’insieme I delle rette del piano la RÕI¥I:
R = {(r; s): r è coincidente o parallela a s}
Tale relazione gode delle proprietà:
riflessiva, perché ogni retta è coincidente o parallela a se stessa (nel caso
specifico: coincidente);
simmetrica, perché se la retta r è coincidente o parallela alla retta s, allora
anche s è coincidente o parallela a r;
transitiva, perché se la retta r è coincidente o parallela alla retta s e la retta s
è coincidente o parallela alla retta t, allora la retta r risulta coincidente o parallela a t.
Il lettore verificherà che la relazione R non gode delle altre proprietà sopra
esaminate (antiriflessiva, antisimmetrica).
Esempio. Consideriamo, nell’insieme J delle lunghezze dei segmenti del piano, la SÕJ¥J: S = {(a;
Esempio. Consideriamo, nell’insieme J delle lunghezze dei segmenti del piano, la
SÕJ¥J:
S = {(a; b): la lunghezza a è non minore di quella b}
Tale relazione gode delle proprietà:
riflessiva, perché la lunghezza di ogni segmento è non minore di se stessa;
antisimmetrica, perché se la lunghezza di un primo segmento è non minore
della lunghezza di un secondo ed inoltre la lunghezza del secondo segmento è non
minore di quella del primo, allora i due segmenti considerati hanno la stessa
lunghezza;
transitiva, perché se la lunghezza a di un segmento è non minore di quella b
e
la lunghezza b è non minore di quella c, allora la lunghezza a è non minore di quella
c.
La relazione S non gode delle
simmetrica).
altre proprietà sopra esaminate (antiriflessiva,
Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la TÕI¥I: T = {(r; s): r
Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la TÕI¥I:
T = {(r; s): r è perpendicolare a s}

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Tale relazione gode delle proprietà: antiriflessiva, perché nessuna retta è perpendicolare a se stessa; simmetrica,
Tale relazione gode delle proprietà:
antiriflessiva, perché nessuna retta è perpendicolare a se stessa;
simmetrica, perché se una retta r è perpendicolare ad una retta s, allora la
retta s è perpendicolare a r.
La relazione T non gode delle altre proprietà sopra esaminate (riflessiva,
antisimmetrica, transitiva).

Segnaliamo infine che con il termine chiusura transitiva di una relazione A si indica la più piccola relazione  transitiva tale che AÕÂ. Si dimostra che per ogni relazione A, la chiusura transitiva  esiste ed è unica. La chiusura transitiva di una relazione A può dunque essere intesa come l’intersezione di tutte le relazioni transitive che contengono A: così facendo si otterrà ancora una relazione  contenente A, transitiva e con la proprietà di essere la più piccola possibile, appunto perché intersezione di tutte quelle soddisfacenti i requisiti. Alternativamente, la chiusura transitiva  di una relazione A può essere costruita

considerando tutte le coppie (x, x’) che sono estremi di catene (x, x 1 , x 2 , …, x n , x’)

di cui ogni coppia consecutiva (x, x 1 ), (x 1 , x 2 ), …, (x n , x’) appartiene ad A. Che tale

relazione sia transitiva è chiaro: se (x, x’) e (x’, x”) appartengono ad Â, allora

esisterà una successione (x, x 1 ), (x 1 , x 2 ), …, (x n , x’), …,

di affermare che anche (x, x”)ŒÂ. Inoltre ogni relazione transitiva che contenga A

dovrà contenere tutte le coppie estremi di catene finite come quelle descritte.

(x m , x”) che ci consentirà

Esempio. Consideriamo l’insieme X dei punti di una città (il termine “punto” si intenda, in
Esempio. Consideriamo l’insieme X dei punti di una città (il termine “punto” si
intenda, in questo caso, infomalmente, dunque più in senso “geografico” che
geometrico). Sia A la relazione tra elementi di X individuata dalla proprietà “essere
collegati da un autobus”. Lasciamo al lettore il compito di verificare che essa è non
riflessiva e simmetrica. Inoltre la relazione A non è transitiva in quanto può accadere
che sia impossibile andare dal punto P al punto Q utilizzando un solo autobus.
Per costruire la chiusura transitiva Â, minima relazione transitiva contenente A,
dobbiamo “ampliare” A considerando in relazione anche punti di X raggiungibili tra di
loro mediante un certo numero (finito, anche se non fissato) di autobus da prendere
uno di seguito all’altro: e questa è proprio l’operazione che comunemente viene fatta
di chi utilzza i mezzi pubblici (da: Bellacicco & Labella, 1979, p. 72).

2.3. Relazioni di equivalenza e insieme quoziente

17

Definizione. Una relazione RÕI¥I si dice relazione di equivalenza se gode delle proprietà riflessiva, simmetrica e transitiva.

Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la relazione: R = {(r; s): r
Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la relazione:
R = {(r; s): r è coincidente o parallela a s}
già esaminata in un precedente esempio.
La relazione data è una relazione di equivalenza in quanto gode delle proprietà
riflessiva, simmetrica e transitiva.

Definizione. Si dice classe di equivalenza [a] dell’elemento aŒI rispetto alla relazione di equivalenza RÕI¥I il sottoinsieme di I costituito dagli elementi x tali che (a; x)ŒR.

Si noti che le classi di equivalenza sono non vuote (per la proprietà riflessiva delle relazioni di equivalenza, alla classe [a] appartiene sempre l’elemento a) e a due a due disgiunte. Proviamo quest’ultima affermazione.

Proposizione. Siano a, b, due elementi distinti di I e siano [a], [b] le classi di equivalenza di a e di b rispetto alla relazione di equivalenza RÕI¥I; allora [a] e [b] sono disgiunte.

Dimostrazione. Mostreremo che se esiste un elemento xŒI tale che:

xŒ[a]

e

xŒ[b]

allora deve essere [a] = [b]. Infatti, per definizione, se xŒ[a] significa che (a; x)ŒR e se xŒ[b] significa che (b; x )ŒR. Dunque, per la proprietà transitiva della relazione di equivalenza R:

(a; x)ŒR

e

(b; x)ŒR

(a; b)ŒR

[a] = [b]. n

Definizione. Si dice insieme quoziente dell’insieme I rispetto alla relazione R l’insieme I/R delle classi di equivalenza degli elementi di I rispetto alla relazione di equivalenza R.

18

L’insieme quoziente costituisce una partizione di I in classi di equivalenza: con ciò intendiamo che tali classi, non vuote, sono a due a due disgiunte (come sopra dimostrato) e che l’unione di tutte le classi è I.

Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la relazione di equivalenza: R = {(r;
Esempio. Consideriamo, nell’insieme I delle rette del piano, la relazione di
equivalenza:
R = {(r; s): r è coincidente o parallela a s}
già esaminata in precedenti esempi. Le classi di equivalenza rispetto a tale relazione
sono i sottoinsiemi di I del tipo:
[s] = {rŒI: r è coincidente o parallela a s}
Ciascuno degli elementi dell’insieme quoziente I/R è costituito da un insieme di
rette parallele: esso può dunque essere identificato con la comune direzione di esse.

2.4. Relazioni d’ordine

Definizione. Una relazione RÕI¥I si dice relazione d’ordine (o di ordine largo) se gode delle proprietà riflessiva, antisimmetrica e transitiva.

Definizione. Una relazione RÕI¥I si dice relazione di ordine stretto se gode delle proprietà antiriflessiva e transitiva.

Esempio. Consideriamo nell’insieme J dei segmenti del piano la SÕJ¥J: S = {(a; b): la
Esempio. Consideriamo nell’insieme J dei segmenti del piano la SÕJ¥J:
S = {(a; b): la lunghezza di a è non minore di quella di b}
già esaminata in un precedente esempio. La relazione data è una relazione d’ordine
(o di ordine largo) in quanto gode delle proprietà riflessiva, antisimmetrica e
transitiva.
Esempio. Consideriamo nell’insieme J dei segmenti del piano la UÕJ¥J: U = {(a; b): la
Esempio. Consideriamo nell’insieme J dei segmenti del piano la UÕJ¥J:
U = {(a; b): la lunghezza di a è maggiore di quella di b}

19

La relazione data gode delle proprietà: antiriflessiva, perché nessun segmento può avere lunghezza maggiore della
La relazione data gode delle proprietà:
antiriflessiva, perché nessun segmento può avere lunghezza maggiore della
propria stessa lunghezza;
transitiva, perché se un segmento a ha lunghezza maggiore di quella di un
segmento b ed il segmento b ha lunghezza maggiore di quella di un segmento c, allora
a ha lunghezza maggiore di c.
La relazione U non gode delle altre proprietà esaminate nel paragrafo precedente;
è una relazione d’ordine stretto.

Notiamo che se utilizziamo la rappresentazione di relazioni mediante grafico, una relazione d’ordine largo comprende tutti gli elementi individuati dai punti individuati dalla diagonale del “quadrante” considerato, come illustrato nell’esempio seguente.

Esempio. Il grafico seguente rappresenta una relazione di ordine largo. e d c b a
Esempio. Il grafico seguente rappresenta una relazione di ordine largo.
e
d
c
b
a
a
b
c
d
e

Invece una relazione d’ordine stretto non comprende tutti gli elementi individuati dai punti individuati dalla diagonale del “quadrante” considerato, come illustrato nell’esempio seguente.

Esempio. Il grafico seguente rappresenta una relazione di ordine stretto. e d c
Esempio. Il grafico seguente rappresenta una relazione di ordine stretto.
e
d
c

20

b a a b c d e
b
a
a
b
c
d
e

Nel paragrafo seguente introdurremo un’importante distinzione tra relazioni d’ordine (largo o stretto).

2.5. Relazioni d’ordine totale e d’ordine parziale

Le relazioni d’ordine (largo o stretto) definite tra gli elementi di un insieme I consentono spesso di confrontare due elementi di I, stabilendo quale dei due

elementi in questione preceda l’altro in una “classifica” basata sull’ordinamento indotto dalla relazione. Ad esempio, occupiamoci della relazione d’ordine largo S introdotta nell’insieme J delle lunghezze dei segmenti del piano: S = {(a; b): la lunghezza a è non minore di quella b}, già precedentemente esaminata: in base ad essa, è possibile “ordinare” l’insieme J delle lunghezze dei segmenti del piano:

se (a; b)ŒS, allora a precede b nell’ordinamento

se (b; a)ŒS, allora b precede a nell’ordinamento

In tale caso, qualsiasi siano gli elementi a, b scelti in J, si verifica sempre uno dei due casi (a; b)ŒS o (b; a)ŒS (e per segmenti non aventi la stessa lunghezza tali possibilità, chiaramente, si escludono a vicenda): infatti, assegnati due a, b, accade sempre che:

la lunghezza a è non minore di quella b

oppure:

la lunghezza b è non minore di quella a

Ma accade sempre così? In altri termini: assegnata in un qualsiasi insieme una qualsiasi relazione d’ordine S, accade sempre che, detti a, b due qualsiasi elementi di tale insieme, si verifichi una delle due possibilità (a; b)ŒS o (b; a)ŒS? Oppure può accadere che per almeno una coppia di elementi c, d dell’insieme esaminato risulti (c; d)œS ed anche (d; c)œS? Situazioni come quella descritta sono possibili: la distinzione ora presentata è collegata alla possibilità di confrontare tutte le coppie di elementi dell’insieme I in base alla relazione d’ordine assegnata in I e da ciò dipende la possibilità di ordinare tutti gli elementi di I in base a quanto considerato nella relazione. Una relazione d’ordine S definita in un insieme I e tale che, per ogni coppia di elementi a, b di I si verifica sempre uno dei casi (a; b)ŒS o (b; a)ŒS (ovvero che consenta il confronto di tutte le coppie di elementi di I) si dice relazione d’ordine

21

totale; una relazione d’ordine S che non per tutte le coppie consenta tale confronto, ovvero tale che per almeno una coppia di elementi c, d dell’insieme considerato accada che (c; d)œS e che (d; c)œS, si dice relazione d’ordine parziale.

Osservazione. Il problema, ora presentato nel caso di una relazione d’ordine largo, si può estendere alle relazioni d’ordine stretto, come la U presentata nell’esempio precedente. Le possibilità, in quest’ultimo caso, non sono più due, ma tre: alle (a; b) ŒU, (b; a)ŒU, corrispondenti ai casi in cui la lunghezza di a è maggiore di quella di b e viceversa, deve essere aggiunto il caso in cui le lunghezze sono uguali.

Esempio. Sia I l’insieme avente per elementi tutti i sottoinsiemi di R (cioè l’insieme delle
Esempio. Sia I l’insieme avente per elementi tutti i sottoinsiemi di R (cioè l’insieme
delle parti di R); definiamo la relazione SÕI¥I:
S = {(A; B): AÕB}
Tale relazione è una relazione d’ordine, in quanto gode delle proprietà:
riflessiva, perché per ogni A è: AÕA;
antisimmetrica, perché da (AÕB) e (BÕA) segue A = B;
transitiva, perché da (AÕB) e (BÕC) segue AÕC.
La S è una relazione d’ordine parziale: infatti è possibile trovare coppie di
sottoinsiemi C, D di R tali che (C; D)œS e (D; C)œS.
Ad esempio se C, D sono definiti da:
C = {xŒR: 0<x<2}
D = {xŒR: 1<x<3}
non essendo CÕD né DÕC, risulta:
(C; D)œS e (D; C)œS

3. FUNZIONI

3.1. La definizione di funzione

Le funzioni o applicazioni sono relazioni tra gli elementi di un insieme D e di un insieme B tali che ad ogni elemento dell’insieme D corrisponda esattamente un elemento (ovvero: uno ed uno solo) di B. La corrispondenza tra gli elementi del

22

primo insieme D e quelli del secondo insieme B indotta da una funzione si realizza quando:

ogni elemento di D ha un corrispondente in B;

nessun elemento di D ha più di un corrispondente in B.

Definizione. Una relazione RÕD¥B si dice funzione (o applicazione) se per ogni a ŒD esiste uno ed un solo bŒB tale che: (a; b)ŒR.

Osservazione. Se fÕD¥B è una funzione e se b 1 ŒB, b 2 ŒB, b 1 b 2 , in base alla definizione data risulta:

(x;

b 1 )Œf

(x;

b 2 )œf

(x;

b 2 )Œf

(x;

b 1 )œf

Possibile è invece che esistano bŒB, x 1 ŒD, x 2 ŒD, x 1 x 2 tali che:

(x 1 ; b)Œf e (x 2 ; b)Œf

Una funzione si indica spesso con la lettera f; si scrive: fÕD¥B, o: f: DÆB; il primo insieme, D, si dice dominio della funzione f. A ciascun elemento x del dominio della f corrisponde un’(unica) immagine, indicata da f(x)ŒB, e si scrive: f: xÆf(x). Analogamente, si dice che x ŒD è controimmagine di f(x )ŒB. Talvolta l’insieme B si indica con il termine codominio.

Definizione. Data la funzione f: DÆB, l’insieme CÕB costituito dalle immagini degli elementi di D si dice insieme delle immagini della f.

Pertanto l’insieme delle immagini della funzione f: DÆB è quel sottoinsieme di B costituito dagli elementi di B aventi (almeno) una controimmagine in D.

Esempio. Consideriamo le relazioni rappresentate da: a b i j s t e c h
Esempio. Consideriamo le relazioni rappresentate da:
a
b
i
j
s
t
e
c
h
q
y
m
x
d
n
r
p
z
A ææÆB
I ææÆJ
S ææÆT
R
R
R
1
2
3

23

La prima di esse è una funzione, mentre le altre due non rispettano la definizione

di

funzione. Infatti, in R 1 ÕA¥B, ad ogni elemento di A corrisponde una ed una sola immagine

in

B; l’insieme delle immagini della funzione R 1 è C = {b; m}. Nella relazione R 2 ÕI¥J, a qŒI non corrisponde alcun elemento in J, contro la

definizione di funzione. Nella relazione R 3 ÕS¥T, allo stesso elemento xŒS corrispondono i distinti elementi yŒT e zŒT, contro la definizione di funzione.

R = {(p; z): il punto pŒP è il centro della circonferenza zŒZ}

S = {(z; p): la circonferenza zŒZ ha per centro il punto pŒP}

Esaminiamo la R: in essa, ad ogni punto p del piano corrispondono infinite circonferenze z, in quanto ogni punto può essere centro di infinite circonferenze (concentriche): la R non rispetta la definizione di funzione. Nel caso della S, invece, ad ogni circonferenza z corrisponde (in qualità di centro) uno ed un solo punto p: pertanto, la S è una funzione.

Osservazione. La definizione di funzione richiede che, per assegnare una funzione f:

DÆB, siano assegnati un insieme D, detto dominio, un secondo insieme B al quale apparterranno le immagini, e una legge che ad ogni xŒD fa corrispondere una ed una

sola f(x)ŒB. Spesso, però, quando si considerano funzioni definite in un sottoinsieme

D di R ed aventi immagini reali, una funzione f viene assegnata indicando la legge che

ad ogni xŒD fa corrispondere la f(x)ŒR, senza fissare esplicitamente il dominio; anzi, frequentemente la determinazione del dominio viene lasciata come esercizio. In questo caso, con il termine dominio si intende il più grande DÕR tale che per ogni x ŒD sia possibile calcolare f(x)ŒR.

Esempio. Se la funzione f viene indicata con la scrittura: f: xÆ x allora il
Esempio. Se la funzione f viene indicata con la scrittura:
f: xÆ
x
allora il più grande DÕR tale che per ogni xŒD sia possibile calcolare
x ŒR è {x
ŒR: x 0}. Dunque si dice che il dominio della f: xÆ
x è {xŒR: x 0}.

24

Questo modo di procedere è spesso accettato: è però opportuno specificare esplicitamente il dominio nei casi in cui possano sorgere malintesi.

(Contro)esempio. Consideriamo la funzione xÆf(x) espressa da: x f(x) = x -1 Qual è il
(Contro)esempio. Consideriamo la funzione xÆf(x) espressa da:
x
f(x) =
x -1
Qual è il dominio di questa funzione?
Se cerchiamo un dominio DÕR affinché il denominatore sia non nullo e la radice
quadrata sia reale, dobbiamo imporre la condizione: x>1.
Ma attenzione: a x = 0 (considerato come numero complesso) corrisponde f(0) =
0 = 0/i = 0 (dove i =
-1 , iŒC; il lettore ricorderà dagli studi secondari che
0-1
lo 0 complesso diviso per un complesso non nullo dà sempre come quoziente lo 0
complesso).
Abbiamo dunque visto che f(0) = 0 (lo zero in C), e ciò potrebbe indurre a
considerare 0 come appartenente al dominio di f; ma non si dimentichi che per
eseguire il calcolo di f(0) è necessario considerare lo 0 come elemento di C ed
estrarre quindi (sempre in C) la radice quadrata di -1: e tutto ciò porta a non
considerare 0 come appartenente al dominio di f.
In situazioni come quella ora descritta è evidentemente consigliabile precisare a
priori il dominio in cui è definita la funzione, al fine di evitare ambiguità.

3.2. Funzioni iniettive, suriettive, biiettive

Nel paragrafo precedente abbiamo dato la definizione di funzione: abbiamo cioè precisato che una relazione tra due insiemi è detta funzione quando ad ogni elemento del primo insieme (dominio) corrisponde una ed un sola immagine nel secondo insieme. Riflettiamo ora su di una funzione già esaminata precedentemente:

a b e c h m d n
a
b
e
c
h
m
d
n

25

A ææÆB

R

1

Dal suo esame, appare evidente che la definizione di funzione:

non impone che due distinti elementi del dominio abbiano immagini distinte (ricordiamo l’osservazione posta dopo la definizione di funzione); non impone che tutti gli elementi del secondo insieme abbiano una controimmagine nel dominio (ovvero che l’insieme delle immagini della funzione coincida con l’intero secondo insieme). Quelle (particolari) funzioni che rispettano una di queste due ulteriori condizioni (oppure entrambe) vengono indicate con denominazioni specifiche.

Definizione. La funzione f: DÆB si dice iniettiva se per ogni x 1 ŒD e per ogni x 2 Œ

D, con x 1 x 2 e

con bŒB: (x 1 ; b)Œf

(x 2 ; b)œf.

Dunque una funzione f: DÆB si dice iniettiva se ad ogni coppia di elementi distinti di D corrisponde una coppia di elementi distinti di B, ovvero se nessun elemento di B è dotato di più di una controimmagine in D.

Definizione. La funzione f: DÆB si dice suriettiva se per ogni bŒB esiste (almeno) un x ŒD tale che: (x ; b)Œf.

Dunque una funzione f: DÆB si dice suriettiva se ogni elemento dell’insieme B ha (almeno) una controimmagine nel dominio ovvero se l’insieme delle immagini di f coincide con tutto l’insieme B.

Definizione. La funzione f: DÆB si dice biiettiva se è contemporaneamente iniettiva e suriettiva.

Una

funzione

biiettiva

viene

corrispondenza biunivoca.

talvolta

indicata

con

i

termini

biiezione

o

Esempio. La funzione R 1 : AÆB introdotta in un precedente esempio non è iniettiva,
Esempio. La funzione R 1 : AÆB introdotta in un precedente esempio non è iniettiva,
in quanto ai due (distinti) elementi del dominio cŒA, dŒA corrisponde la stessa
immagine mŒB. Essa non è suriettiva, in quanto gli elementi del secondo insieme eŒ
B, hŒB, nŒB non hanno alcuna controimmagine nel dominio A (cioè: l’insieme delle
immagini della funzione, C = {b; m}, non coincide con tutto B). Non essendo
iniettiva né suriettiva, la funzione non è certamente biiettiva.

26

Esempio. Consideriamo la funzione S introdotta in un esempio precedente. Sia P l’insieme dei punti
Esempio. Consideriamo la funzione S introdotta in un esempio precedente. Sia P
l’insieme dei punti del piano e sia Z l’insieme delle circonferenze tracciate nel piano
stesso. La relazione SÕZ¥P:
S = {(z; p): la circonferenza zŒZ ha per centro il punto pŒP}
rispetta la definizione di funzione; è iniettiva, suriettiva, biiettiva?
Essa non è iniettiva: esistono coppie di circonferenze distinte aventi lo stesso
centro (concentriche). È suriettiva: ogni punto del piano è centro di (almeno) una
circonferenza (di infinite circonferenze, ma la precisazione è ininfluente per quanto
riguarda la suriettività). Non è biiettiva, non essendo iniettiva.
Esempio. Sia f: RÆR la funzione che ad ogni xŒR fa corrispondere il doppio di
Esempio. Sia f: RÆR la funzione che ad ogni xŒR fa corrispondere il doppio di x,
2xŒR (si verifichi innanzitutto per esercizio che essa rispetta la definizione di
funzione). Si tratta di una funzione iniettiva. suriettiva, biiettiva?
La risposta a tutte le domande è: sì.
La funzione f è iniettiva, in quanto ad ogni coppia di reali distinti corrispondono
coppie di doppi distinti: se le immagini 2a e 2b coincidessero, non potrebbero che
coincidere anche a e b. La funzione f è inoltre suriettiva, in quanto ogni elemento del
secondo insieme ha una controimmagine nel dominio: ovvero ogni reale y è il doppio
di un (opportuno) reale y/2. Essendo iniettiva e suriettiva, la funzione f è biiettiva.

4. FUNZIONI COMPOSTE E FUNZIONI INVERSE

4.1. La funzione composta

Consideriamo tre insiemi A, B, C e le funzioni: f: AÆB, g: BÆC. La f fa corrispondere ad ogni x ŒA uno ed un solo bŒB; a tale elemento b, la g fa corrispondere uno ed un solo cŒC. Possiamo riassumere quanto detto nello schema:

a ææÆb ææÆc

f

g

ovvero, con riferimento all’elemento aŒA da cui trae origine la corrispondenza:

a

ææÆf(a) ææÆg[f(a)]

f

g

27

È possibile considerare una nuova funzione che faccia direttamente corrispondere all’elemento aŒA l’elemento g[f(a)]ŒC. Essa è denominata funzione composta delle due funzioni considerate e si indica con la scrittura:

g

f

oppure:

gf

Attenzione: per convenzione, si indica per prima la funzione che opera per ultima! Ciò viene scelto per analogia con la scrittura g[f(a)] dell’elemento corrispondente di a nella funzione composta g f.

Definizione. Date le funzioni f: AÆB e g: BÆC, si dice funzione composta g f la funzione che ad ogni elemento aŒA fa corrispondere l’elemento g[f(a)]ŒC.

Esempio. Siano date le funzioni f: RÆR e g: RÆR definite da: f: xÆ3x g:
Esempio. Siano date le funzioni f: RÆR e g: RÆR definite da:
f: xÆ3x
g: xÆx+2
Determiniamo le funzioni composte f g e g f. Ricordiamo che, nelle funzioni
composte, la funzione componente ad operare per prima è quella scritta per
seconda. Iniziamo quindi con il ricavo dell’espressione di f g:
f g: x ææÆx+2 ææÆ3(x+2)
g
f
Osserviamo che la f, che all’elemento del dominio fa corrispondere il suo triplo,
non opera sulla x, bensì sull’elemento (x+2), già trasformato dalla precedente azione
della funzione g. Per quanto riguarda la g f, otteniamo:
g
f: x ææÆ3x ææÆ3x+2
f
g
Le due funzioni composte richieste sono quindi:
f g: xÆ3x+6
g f: xÆ3x+2

Confrontando le funzioni f g e g f: ricavate nell’esempio precedente, possiamo notare che la composizione di funzioni non gode della proprietà commutativa. Si verifica invece che la composizione di funzioni gode della proprietà associativa; ovvero, assegnate le tre funzioni f, g, h, risulta:

28

(f g) h = f (g h)

4.2. L’applicazione della definizione di funzione composta

La definizione afferma che, date le funzioni f: AÆB e g: BÆC, si dice funzione

composta g f la funzione che ad ogni elemento aŒA fa corrispondere l’elemento g[f(a)]ŒC. Talvolta l’applicabilità di tale definizione richiede cautela. Non sempre, infatti, saremo chiamati a comporre due funzioni f: AÆB e g: BÆC, ovvero tali che

l’insieme delle immagini di f (che essendo f: AÆB è un sottoinsieme di B) sia incluso

nel dominio (l’insieme B) di g.

(Contro)esempio. Siano date le funzioni f: RÆR e g: D g ÆR, essendo D g
(Contro)esempio. Siano date le funzioni f: RÆR e g: D g ÆR, essendo D g = {xŒ
R: x 1}:
f: xÆx²
g: xÆ
x -1
Vogliamo considerare la composta g f; teniamo però presente che l’insieme delle
immagini di f : CD f = {xŒR: x 0} non è un sottoinsieme del dominio di g, D g = {xŒ
R: x 1}: l’applicazione della definizione richiede alcune precisazioni.

Quanto esposto nel precedente esempio conferma che l’applicabilità della

definizione può richiedere qualche modifica della situazione proposta. Il problema è

far sì che l’insieme delle immagini di f sia un sottoinsieme del dominio di g. A tale

scopo, dobbiamo effettuare la composizione non tra f: DÆR con insieme delle immagini D e g: D g ÆC, bensì tra f 0 : D 0 ÆR con insieme delle immagini CD 0 e g,

essendo f 0 una funzione definita dalla stessa legge che definisce la f, ma ristretta ad un dominio D 0 ÃD, in modo tale che l’insieme delle immagini di f 0 sia un sottoinsieme del dominio di g. Sceglieremo f 0 : D 0 ÆR con insieme delle immagini

CD 0 in modo che D 0 sia il massimo dominio possibile tale che CD 0 ÕD g .

La funzione f 0 : D 0 ÆR si dice restrizione della funzione f: DÆR, con D 0 ÕD.

Esempio. Siano date le funzioni f: RÆR, g: D g ÆR, con D g =
Esempio. Siano date le funzioni f: RÆR, g: D g ÆR, con D g = {xŒR: x 1}:
f: xÆx²
g: xÆ
x -1
come nell’esempio precedente. Per definire g f, restringiamo prima la funzione:

29

f: xÆx² f: RÆR, con insieme delle immagini: {xŒR: x 0} (che non è un
f: xÆx²
f: RÆR, con insieme delle immagini:
{xŒR: x 0}
(che non è un sottoinsieme di D g = {xŒR: x 1}) alla funzione:
f 0 : xÆx²
f 0 : {xŒR: x£-1 ⁄ x 1}ÆR
con insieme delle immagini:
{xŒR: x 1}
che è un sottoinsieme (improprio) di D g = {xŒR: x 1}.
La definizione è ora applicabile e la funzione composta richiesta è:
g f: xÆ
x 2 - 1
Il suo dominio è: {xŒR: x£-1 o x 1}.

Osservazione. Non sempre i passaggi indicati nel presente paragrafo (la restrizione della prima funzione che opera in una composizione di funzioni) vengono esplicitamente espressi in esercizi ed in applicazioni. Talvolta, cioè, per trovare la

funzione composta g f date le f: xÆx² e g: xÆ

composta g f date le f : x Æ x ² e g : x Æ

x - 1 , ci si limita a scrivere:

g f: xÆ

x 2 - 1
x 2 - 1

sottintendendo che il dominio è {xŒR: x£-1 o x 1}.

4.3. Il dominio della funzione composta

Quanto notato nel paragrafo precedente (e nell’osservazione conclusiva) indica che è necessario prestare attenzione alla determinazione del dominio di una funzione composta, questione che, in alcuni casi, può rivelarsi assai delicata. Infatti, non sempre i domini (e gli insiemi delle immagini) di entrambe le funzioni componenti vengono indicati esplicitamente. Ciò potrebbe talvolta portare a situazioni problematiche: come abbiamo rilevato nel precedente paragrafo, affinché ad un elemento aŒA corrisponda un elemento g[f(a)] attraverso la funzione composta, è necessario che l’immagine di a attraverso la funzione f, f(a), appartenga al dominio della funzione g. Ebbene, se questo dominio è indicato esplicitamente, il controllo è immediato; ma nell’esempio seguente illustreremo un caso in cui è richiesta una qualche cautela.

30

(Contro)esempio. Siano date le funzioni f: DÆR (dove è: DÕR) e g: RÆR definite da:
(Contro)esempio. Siano date le funzioni f: DÆR (dove è: DÕR) e g: RÆR
definite da:
f: xÆ
x
g: xÆ(-1-x²)
Determiniamo (se possibile) la funzione composta f g.
Attenzione: il dominio della funzione f (che è la funzione che, essendo scritta per
prima in f g, opera per seconda) è:
D f = {xŒR: x 0}
in quanto la radice quadrata non è calcolabile reale per radicandi negativi.
Notiamo inoltre che l’insieme delle immagini della g (che opera per prima) è:
CD g = {xŒR: x£-1}
in quanto, per ogni xŒR, risulta:
-1-x² £ -1
Concludendo: l’insieme delle immagini della funzione che opera per prima è
costituito dai reali non maggiori di -1; il dominio della funzione che opera per
seconda è costituito dai reali non negativi. Pertanto tale dominio e tale insieme delle
immagini sono disgiunti, e nessun elemento x del dominio della g che opera per prima
avrà immagine appartenente al dominio della f che opera per seconda: quindi nessun
elemento x avrà immagine nella funzione composta f g.
Quanto affermato può essere confermato dal ricavo (inutile) dell’espressione
analitica della funzione composta f g:
f g: x ææÆ(-1-x²) ææÆ
-1 - x 2
g
f
Al lettore il semplice compito di verificare che il dominio di f g sarebbe
(nell’ambito dei numeri reali).

Generalizzando quanto osservato nell’esempio precedente, possiamo ribadire che affinché la funzione composta f g abbia dominio non vuoto è necessario e sufficiente che l’insieme delle immagini di g, CD g , e il dominio di f, D f , non siano disgiunti, ovvero che sia: D f «CD g .

31

4.4. La funzione identità

Definizione. Dato un insieme I, si dice identità, e si indica con i, la funzione di I¥I che ad ogni elemento aŒI associa se stesso: i = {(a; a): aŒI}.

Lasciamo al lettore il compito di rendersi conto che la i così introdotta è una funzione biiettiva. Considerata la funzione (qualsiasi) f: AÆB, si verifica che:

f i = i f = f

4.5. La relazione inversa

Si consideri una relazione tra gli elementi degli insiemi A e B: RÕA¥B. Consideriamo quindi una nuova relazione, che indicheremo con R -1 , tra gli elementi degli insiemi B e A: R -1 ÕB¥A definita nel modo seguente:

(y; x)ŒR -1

¤

(x; y)ŒR

Tale nuova relazione R -1 è denominata relazione inversa della relazione R, come espresso dalla definizione seguente.

Definizione. Data la relazione RÕA¥B, si dice relazione inversa R -1 della R la relazione R -1 ÕB¥A tale che:

R -1 = {(b; a): (a; b)ŒR}

Esempio. Sono dati gli insiemi A = {1; 2; 5}, B = {1; 3} e
Esempio. Sono dati gli insiemi A = {1; 2; 5}, B = {1; 3} e la relazione RÕA¥B:
R = {(a; b): a£b} = {(1; 1); (1; 3); (2; 3)}
La relazione inversa R -1 è la seguente:
R -1 = {(b; a): b a} = {(1; 1); (3; 1); (3; 2)}

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Spesso è richiesto di determinare la relazione inversa di una funzione espressa nella forma: xÆf(x). Nell’esempio seguente è illustrato il procedimento per ricavare l’espressione della relazione inversa di una funzione data.

Esempio. Consideriamo la funzione f: RÆR definita da: f: xÆ2x-3 Ricaviamo l’espressione della relazione inversa.
Esempio. Consideriamo la funzione f: RÆR definita da:
f: xÆ2x-3
Ricaviamo l’espressione della relazione inversa.
Indichiamo con: y = 2x-3 l’immagine dell’elemento x. La data relazione si indica
ora con la scrittura:
(x; y)Œf
Per ricavare la cercata espressione della relazione inversa, in base alla definizione,
dobbiamo ottenere una scrittura del tipo:
(y; x)Œf -1
ovvero “scambiare” le posizioni ed i ruoli di x e y. Nel passaggio dalla funzione data
alla sua relazione inversa, l’espressione y = 2x-3 diventerà quindi x = 2y-3, dalla
quale, esplicitando la y, ricaviamo:
x + 3
y =
2
che è l’immagine di x nella relazione inversa. Pertanto la relazione inversa della
funzione: f: xÆ2x-3 è espressa dalla (nuova) funzione:
x + 3
f -1 : xÆ
2

Osservazione. Concludiamo notando che nel caso esaminato nell’esempio precedente la relazione inversa di una funzione è un’altra funzione (cioè una relazione che rispetta la definizione di funzione). Ma non sempre accadrà ciò.

Abbiamo introdotto la relazione inversa di una relazione data. Sappiamo che alcune relazioni (non tutte), in base alle loro caratteristiche, soddisfano anche la definizione di funzione; in questo paragrafo ci occuperemo di una questione che si

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rivelerà di notevole importanza: in base alla definizione di relazione inversa, l’inversa

di una funzione è una relazione, ma è addirittura una funzione?

In generale la risposta è: no. Nei due esempi seguenti potremo esaminare due diverse situazioni: nella prima, la relazione inversa di una funzione data sarà ancora una funzione; nella seconda, ciò non accadrà: la relazione inversa della funzione proposta non rispetterà la definizione di funzione.

Esempio. Si consideri la funzione f: RÆR definita da: f: xÆ2x si ricavi l’espressione della
Esempio. Si consideri la funzione f: RÆR definita da:
f: xÆ2x
si ricavi l’espressione della relazione inversa e si dica se tale relazione rispetta la
definizione di funzione.
La relazione inversa della funzione che ad ogni x fa corrispondere il suo doppio è
quella che ad ogni x fa corrispondere la sua metà. Ovvero:
f -1 : xÆ x/2
Non è difficile rendersi conto che questa relazione rispetta la definizione di
funzione: ad ogni x reale corrisponde infatti una ed una sola metà x /2.
(Contro)esempio. Si consideri la funzione g: RÆR definita da: g: xÆx² si ricavi l’espressione della
(Contro)esempio. Si consideri la funzione g: RÆR definita da:
g: xÆx²
si ricavi l’espressione della relazione inversa e si dica se tale relazione rispetta la
definizione di funzione.
In questo caso, la situazione è più delicata: infatti la relazione inversa associa ad
ogni elemento non negativo la sua radice quadrata, ma sia con il segno “+” che con
il segno “-”. Insomma, se:
g = {(x; x²): xŒR}
g -1 = {(x ²; x ): x ŒR}
risulta: (9; 3)Œg -1 , ma anche: (9; -3)Œg -1 .
Possiamo concludere che questa relazione inversa non rispetta la definizione di
funzione. E ciò per ben due ragioni: primo, non per tutti i numeri reali è possibile
calcolare (reale) la radice quadrata (ma soltanto per i reali non negativi); in secondo
luogo, per ogni reale positivo x, esistono due reali (e non uno solo) che elevati al
quadrato danno come risultato x: essi sono +
x
e -
x .

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Abbiamo constatato che in alcuni casi la relazione inversa di una funzione è ancora una funzione, mentre in alcuni casi non lo è. Ebbene, perché accade ciò? Quali caratteristiche deve avere una funzione affinché anche la sua relazione inversa rispetti la definizione di funzione? Non è difficile rispondere a questa domanda, se si tiene presente quanto richiesto dalla stessa definizione di funzione: affinché una relazione tra due insiemi sia una funzione bisogna che ogni elemento del primo insieme (dominio) abbia una ed una sola immagine. Ricordiamo che l’inversione di una relazione comporta lo scambio dei due insiemi:

il primo insieme diventa il secondo e viceversa. Quindi, per stabilire se la relazione inversa rispetta la definizione di funzione dobbiamo esaminare:

se ogni elemento del primo insieme (nella relazione inversa) è dotato di almeno una immagine. Ovvero: se ogni elemento del secondo insieme (nella relazione originaria) è dotato di almeno una controimmagine. E pertanto: la funzione originaria deve essere suriettiva. se ogni elemento del primo insieme (nella relazione inversa) è dotato di una sola immagine. Ovvero: se ogni elemento del secondo insieme (nella relazione originaria) è dotato di una sola controimmagine. E pertanto: la funzione originaria deve essere iniettiva. Possiamo concludere che le condizioni affinché la relazione inversa di una funzione f rispetti la definizione di funzione sono l’iniettività e la suriettività della funzione originaria f: tale funzione, quindi, deve essere biiettiva.

Definizione. Una funzione si dice invertibile quando anche la sua relazione inversa rispetta la definizione di funzione.

Proposizione. Una funzione è invertibile se e soltanto se è biiettiva.

Dunque si identifica una funzione biiettiva f: AÆB in una relazione che ad ogni elemento di A fa corrispondere uno ed un solo elemento di B e viceversa. Ricordando la definizione di identità e indicate una funzione invertibile e la propria funzione inversa rispettivamente con f, f -1 , è semplice ricavare:

f f -1 = f -1 f = i

5. CENNI SULLE ANTINOMIE DELLA TEORIA DEGLI INSIEMI

35

5.1. Le antinomie

Concludiamo la sezione dedicata alla teoria degli insiemi presentando alcune importanti considerazioni storiche, dedicate ad uno degli argomenti più affascinanti della logica matematica: ci riferiamo alla questione delle antinomie, frasi apparentemente ingannevoli, strane ma eleganti, nelle quali sembrano “convivere” verità e falsità (la letteratura su antinomie e paradossi è vastissima; ci limitiamo ad indicare: Hamblin, 1970; Falletta, 1989). Il termine “antinomia” deriva dal greco “anti” (contro) e “nomos” (legge, norma); esso è utilizzato per indicare il verificarsi di una contraddizione, ovvero, ad esempio, la presenza di una particolare proposizione che al contempo risulta essere vera e falsa, nell’ambito di una teoria. L’improponibile contrasto tra i valori di verità risulta allora inevitabile, finendo così per ledere la stessa validità del sistema logico nel quale viene scoperta l’antinomia in questione. Verso la fine del XIX secolo, vengono proposte numerose antinomie sulla teoria degli insiemi. Alcune di esse sono antinomie semantiche, ovvero collegate al significato attribuito a particolari termini del linguaggio; altre invece sono antinomie logiche, ovvero connesse alla struttura delle frasi in questione, come la celebre antinomia di Russell, che esamineremo nel paragrafo seguente.

L’enunciato che segue è falso. L’enunciato che precede è vero. Congiuntamente questi enunciati danno lo stesso risultato del paradosso di Epimenide. Eppure, separatamente, sono enunciati innocui e perfino potenzialmente utili”.

Douglas R. Hofstaedter

Una delle più celebri antinomie semantiche è l’antinomia del mentitore (o di Epimenide), nota sino dall’antichità (Koiré, 1947; Rivetti Barbò, 1964; Martin, 1970; Maracchia, 1990). Essa è sintetizzata nella frase: Io sto mentendo. Riflettendo su questa affermazione, ci rendiamo conto che:

se chi pronuncia tale frase dice la verità, allora egli sta effettivamente mentendo, e questa è una contraddizione; se chi pronuncia tale frase mente, allora egli non sta mentendo e, di conseguenza, sta dicendo la verità: anche questa è una contraddizione. Illustriamo un’altra semplice ed elegante antinomia semantica (detta di Berry- Russell, ma la proposta originale è di Richard).

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È noto che il numero delle sillabe dei nomi con i quali si indicano, nella lingua inglese, i numeri interi positivi tende a crescere al crescere del numero nominato. Pertanto, i nomi di alcuni numeri interi positivi devono essere costituiti da almeno

diciannove sillabe; fra questi, ne esisterà uno più piccolo di tutti gli altri. Chiameremo tale numero (che, in inglese, è 111777) “il più piccolo intero non definibile con meno

di diciannove sillabe”. Ma

diciannove sillabe è (in inglese) una “definizione” costituita da diciotto sillabe!

La contraddizione appare evidente: “il più piccolo intero non definibile con meno

di diciannove sillabe” è stato definito con sole diciotto sillabe. Anche in questo caso,

però, le radici dell’antinomia vanno ricercate nel significato attribuito ai termini utilizzati, e segnatamente al valore assunto dal termine “definire”: anche l’antinomia ora proposta, quindi, è un’antinomia semantica.

il più piccolo intero non definibile con meno di

5.2. Gottlob Frege e Bertrand Russell

Il progetto culturale di Gottlob Frege (1848-1925), uno dei massimi logici dell’intera

storia della cultura, può essere sintetizzato nel tentativo di ricondurre interamente la matematica alla logica (attraverso la teoria degli insiemi). Nel 1902, proprio alla vigilia della pubblicazione della seconda parte della grande opera logica fregeana (Princìpi dell’Aritmetica derivati ideograficamente), il trentenne Bertrand Russell (1872-1970) rilevò una contraddizione nel capolavoro del logico tedesco: essa è riassunta nella celebre antinomia di Russell o antinomia degli insiemi normali (Garciadiego, 1992). La formulazione originale dell’antinomia di Russell è basata sulla definizione di insieme normale, che illustreremo. L’idea di insieme, come sappiamo, non è introdotta da una definizione, ma è un concetto primitivo; non ci sono particolari restrizioni al tipo di elementi che possono appartenere all’insieme dato. È quindi possibile (perché no?) richiedere che ad un certo insieme appartenga se stesso come elemento. Ecco dunque la definizione di Russell: un insieme I si definisce normale quando

ha la proprietà di non contenere se stesso come elemento.

Esempio. L’insieme: I = {xŒN: x<5} = {0; 1; 2; 3; 4} è un insieme
Esempio. L’insieme: I = {xŒN: x<5} = {0; 1; 2; 3; 4} è un insieme normale, in
quanto non contiene I stesso come elemento: IœI.
L’insieme J = {0; 1; 2; 3; 4; J} non è un insieme normale, in quanto contiene I
stesso come elemento: JŒJ.

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Consideriamo ora l’insieme N avente per elementi tutti e soltanto gli insiemi normali: N contiene se stesso come elemento? Una prima possibilità è che N contenga se stesso come elemento. Ma N

è l’insieme formato da tutti e soltanto gli insiemi normali, ovvero da tutti e soltanto quegli insiemi che non contengono se stesso come elemento; perciò dovremmo concludere che se N appartiene a N risulta che N non può contenere se stesso come elemento! La nostra prima risposta finisce quindi per essere contraddittoria. La rimanente possibilità è che N non contenga se stesso come elemento.

Ma in tale caso N risulterebbe essere un insieme normale e, di conseguenza, dovrebbe proprio appartenere a N. Ed anche questa risposta è contraddittoria. In simboli, la definizione dell’insieme N è: N = {I: IœI} e le due possibili ipotesi sull’appartenenza dell’insieme N a N stesso portano alle implicazioni:

NŒN

NœN

NœN

NŒN

ovvero a un’inevitabile contraddizione.

Osservazione. Per molti versi analoga all’antinomia degli insiemi normali è l’antinomia del barbiere (lo stesso Bertrand Russell la ricorda come pressoché equivalente alla propria antinomia: si veda ad esempio: Aimonetto, 1975). In un paese isolato, uno degli abitanti è il barbiere e rade tutti (e soltanto) coloro che non si radono da sé. Domanda: in quel paese, chi rade il barbiere? Ammettiamo che il barbiere si rada da sé; ma allora è proprio il barbiere che lo rade, mentre avevamo affermato che il barbiere rade tutti e soltanto coloro che non si radono da sé! Questa prima risposta è quindi contraddittoria. Ammettiamo allora che il barbiere non si rada da sé; ma in tale caso dovrebbe essere proprio il barbiere a raderlo, in quanto avevamo affermato che il barbiere rade tutti e soltanto coloro che non si radono da sé: quindi egli si rade da sé. Ed anche questa seconda risposta si rivela contraddittoria.

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La tavola di Lettres à une princesse d'Allemagne ( Lettere ad una principessa d'Alemagna sopra

La tavola di Lettres à une princesse d'Allemagne (Lettere ad una principessa d'Alemagna sopra diversi soggetti di fisica e di filosofia : Napoli 1787) in cui Leonhard Euler ha introdotto la rappresentazione, oggi diffusissima, per indicare gli insiemi

39

II

Numeri naturali

6. L’INSIEME DEI NUMERI NATURALI

6.1. I numeri naturali: approccio cardinale

Alla fine del XIX secolo, l’intero mondo matematico venne impegnato nella puntualizzazione rigorosa dei fondamenti della disciplina: le teorie di George Boole (1815-1864) e di Georg Cantor (1845-1918) e le approfondite ricerche logico- matematiche di Gottlob Frege sono testimonianze chiare dello spirito che pervase un ampio settore della ricerca matematica di quel periodo. Ci siamo già occupati dell’opera di Frege nella presentazione dell’antinomia di Russell; nel 1884, Frege pubblicò Die Grundlagen der Arithmetik, l’opera in cui si trova la fondamentale definizione di numero. Egli introduce il numero “zero” facendolo corrispondere al concetto di “diverso da se stesso” (ovvero ad una condizione di impossibilità): potremmo dire che, per Frege, “zero” è la… quantità di elementi che verificano una condizione impossibile. A partire dallo zero, Frege introduce ricorsivamente ogni altro naturale, ciascuno sulla base del precedente: così il numero 1 è associato al (solo) concetto di “zero” (si tratta dunque di un concetto, considerato singolarmente), il numero 2 ai (due) concetti di “zero” e di “uno”, il numero 3 ai (tre) concetti di “zero”, di “uno” e di “due”, e così via. Illustreremo una costruzione di N sulla base della teoria degli insiemi.

Definizione. Due insiemi A, B si dicono equipotenti se sono in corrispondenza biunivoca, cioè quando esiste una funzione biiettiva di dominio A ed insieme delle immagini B.

Esempio. Considerato un triangolo qualsiasi, l’insieme A dei suoi lati e l’insieme B delle sue
Esempio. Considerato un triangolo qualsiasi, l’insieme A dei suoi lati e l’insieme B
delle sue mediane sono equipotenti.

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Per verificare tale affermazione è sufficiente considerare la relazione RÕA¥B che ad ogni lato aŒA
Per verificare tale affermazione è sufficiente considerare la relazione RÕA¥B che
ad ogni lato aŒA fa corrispondere la mediana bŒB avente per estremi il vertice
opposto al lato a ed il punto medio dello stesso lato a.
La relazione R è una funzione: infatti, ad ogni lato del triangolo corrisponde, nella
relazione introdotta, una ed una sola mediana. Questa funzione è inoltre suriettiva,
giacché ogni mediana è corrispondente, nella R, di un lato (quello avente come punto
medio l’estremo della mediana non coincidente con un vertice del triangolo); è inoltre
iniettiva, in quanto a due lati distinti corrispondono due distinte mediane (i loro
estremi non coincidenti con un vertice sono i punti medi di due lati distinti): R è una
funzione biiettiva.
In base alla definizione concludiamo che A e B sono equipotenti.
(Contro)esempio. L’insieme I = {0; 1} e l’insieme J = {10; 11; 12} non sono
(Contro)esempio. L’insieme I = {0; 1} e l’insieme J = {10; 11; 12} non sono
equipotenti. Se consideriamo, ad esempio, la funzione f: IÆJ definita da:
xÆx+10
ci rendiamo conto che è una funzione iniettiva ma non suriettiva (il suo insieme delle
immagini è {10; 11} e non coincide con l’intero J), quindi non biiettiva.
Non esiste alcuna funzione biiettiva IÆJ. Gli insiemi I e J non sono dunque
equipotenti.

Nel seguito considereremo gli insiemi di cui ci siamo finora occupati (ed altri insiemi che possiamo immaginare) come elementi di un insieme U. Importanti motivazioni ci impediscono però assolutamente di parlare di “insieme costituito da tutti gli insiemi”: dunque, l’insieme U dovrà essere considerato soltanto un insieme al quale appartengono, come elementi, altri insiemi, senza alcuna pretesa di totalità.

Osservazione. Tale questione merita sin d’ora un cenno di approfondimento. Indichiamo con #I il cardinale di un insieme I che identificherà l’insieme degli insiemi J equipotenti con I (torneremo più avanti su questa importante nozione). Ad esempio, se:

A = {3; 7}

possiamo scrivere:

#A = #B = #C

B = {a; b}

40

C = {©; }

Se #D £ #E significa che D è equipotente ad un sottoinsieme di E. Ricordiamo che l’insieme delle parti (I): l’insieme costituito da tutti i sottoinsiemi di I. Sussiste il teorema di Cantor, secondo il quale per ogni insieme I, è: #I < # (I). Immaginiamo ora di poter parlare dell’insieme totale (insieme di “tutti gli insiemi”) T; risulterebbe:

(T)ÕT (infatti T è l’insieme totale!): # (T) £ #T

contro il teorema di Cantor, che porta invece a: #T < # (T).

Definiamo in U la relazione di equipotenza, precedentemente introdotta. Verificheremo che essa è una relazione di equivalenza, cioè che è riflessiva, simmetrica e transitiva.

Proposizione. La relazione di equipotenza tra insiemi è una relazione di equivalenza.

Dimostrazione. Verifichiamo direttamente le tre proprietà della relazione di equivalenza. La relazione di equipotenza tra insiemi è riflessiva. Infatti, ogni insieme IŒU è equipotente a se stesso: si consideri, a tale riguardo, l’identità, ovvero quella relazione che ad ogni elemento di xŒI fa corrispondere x stesso. È semplice verificare che si tratta di una funzione biiettiva (il lettore può farlo, per esercizio): conseguentemente, in base alla definizione 1, ogni insieme I risulta equipotente a se stesso. La relazione di equipotenza tra insiemi è simmetrica. Infatti, se IŒU è equipotente a JŒU, significa (per definizione) che esiste una funzione biiettiva f: IÆJ; essendo f biiettiva, f risulta invertibile, e la funzione inversa è f -1 : JÆ I, anch’essa biiettiva (ad ogni elemento di J fa corrispondere uno ed un solo elemento di I e viceversa). Pertanto, anche J è equipotente ad I (per la definizione). La relazione di equipotenza tra insiemi è transitiva. Infatti, se IŒU è equipotente a JŒU ed inoltre JŒU è equipotente a LŒU, significa (per definizione) che esistono due funzioni biiettive f: IÆJ e g: JÆL. Consideriamo la funzione composta g f: IÆL: anch’essa è biiettiva (ad ogni elemento di I fa corrispondere uno ed un solo elemento di L e viceversa). Pertanto, anche I è equipotente a L (per la definizione). n

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Ripercorreremo, in questo paragrafo, la costruzione dell’insieme quoziente. Dovremo inizialmente sviluppare tale procedimento nell’ambito degli insiemi finiti; escluderemo quindi dalle nostre considerazioni, in questa prima fase, gli insiemi infiniti, dei quali ci occuperemo specificamente in seguito. L’introduzione dei concetti di insieme finito e di insieme infinito si basa su di una constatazione: in molti casi, un insieme non è equipotente ad un suo sottoinsieme proprio. Il lettore può rendersi conto di ciò verificando direttamente tale impossibilità:

ad esempio, non si può definire alcuna funzione biiettiva f: AÆB, essendo A = {0; 1} e B il suo sottoinsieme proprio {1}. Questo comportamento, però, non è caratteristico di tutti gli insiemi: esistono infatti insiemi che sono equipotenti ad alcuni loro sottoinsiemi propri.

(Contro)esempio. Consideriamo l’insieme P = {0; 2; 4; 6; 8; } dei numeri naturali pari
(Contro)esempio. Consideriamo l’insieme P = {0; 2; 4; 6; 8;
} dei numeri naturali
pari (considerando pari anche lo zero) ed il suo sottoinsieme I = {2; 4; 6; 8;
} dei
numeri naturali pari e diversi da zero. Mostreremo che, sebbene I sia un
sottoinsieme proprio di P, i due insiemi P e I sono equipotenti.
Consideriamo infatti la funzione f: PÆI così definita:
f: xÆx+2
Tale funzione è biiettiva: ad ogni x ŒP corrisponde, infatti, attraverso la funzione f,
uno ed un solo x+2ŒI; viceversa, ad ogni elemento di I corrisponde uno ed un solo
elemento di P attraverso la funzione inversa:
f -1 : xÆx-2
Pertanto P ed I sono equipotenti (per definizione); sottolineiamo ancora che I è un
sottoinsieme proprio di P: infatti è:
P\I = {0}

Le definizioni di insieme finito e di insieme infinito si baseranno proprio sui due diversi comportamenti ora illustrati: in particolare, diremo finito ogni insieme che si comporterà analogamente a {0; 1}, diremo infinito ogni insieme che si comporterà analogamente a P. Possiamo dunque formalizzare quanto sopra introdotto nella seguente definizione.

42

Definizione. Un insieme si dice infinito se è equipotente ad un suo sottoinsieme proprio. Un insieme si dice finito se non è equipotente ad alcun suo sottoinsieme proprio.

Come sopra anticipato, concentriamo la nostra attenzione, in un primo momento, sugli insiemi finiti. Se indichiamo, come già sopra fatto, con U un insieme avente per

elementi insiemi (finiti ed infiniti), possiamo indicare con U f ÕU un insieme avente per elementi (soltanto) insiemi finiti. In U f consideriamo la relazione di equipotenza tra insiemi: la dimostrazione della proposizione 1 (inizialmente formulata nel caso di insiemi qualsiasi) assicura che tale relazione è una relazione di equivalenza. La cercata introduzione dell’insieme N è ora assai semplice: consideriamo infatti le classi di equivalenza determinate in U f dalla relazione di equipotenza; e consideriamo, infine, l’insieme quoziente avente tali classi di equivalenza come elementi. Non è difficile identificare ciascuna di tali classi di equivalenza con un numero naturale n (intuitivamente: il numero n degli elementi appartenenti a ciascuno degli insiemi della classe di equivalenza); si dice che ogni elemento appartenente alla classe di equivalenza in questione ha potenza (o cardinalità) n. L’insieme quoziente

può dunque essere interpretato come l’insieme N dei numeri naturali.

Il naturale “zero” è dunque identificabile con la classe di equivalenza avente quale unico elemento l’insieme vuoto; potremo dire che l’insieme vuoto ha potenza 0.

Esempio. Il numero naturale 2 si identifica con la classe di equivalenza (riferita alla relazione
Esempio. Il numero naturale 2 si identifica con la classe di equivalenza (riferita alla
relazione di equipotenza tra insiemi) alla quale appartiene l’insieme I = {0; 1} e
pertanto anche tutti gli insiemi ad esso equipotenti (l’insieme delle lenti di un comune
paio di occhiali, l’insieme delle ruote di una bicicletta etc.).
Ogni insieme appartenente alla classe di equivalenza sopra indicata ha potenza 2.

6.2. I numeri naturali: approccio ordinale

Nel paragrafo precedente abbiamo descritto un possibile modo di introdurre l’insieme dei numeri naturali. Esso non è però l’unico: molto interessante, anche per

alcune implicazioni applicative, è il seguente, che viene fatto risalire (1891) all’opera

di Giuseppe Peano (1858-1932). Egli propose un’introduzione assiomatica

dell’aritmetica, basata su tre concetti primitivi e su sei assiomi. Nella teoria di Peano, così come essa fu definitivamente enunciata in Aritmetica, seconda parte del secondo volume di Formulaire de mathematiques (1898), i tre concetti primitivi sono:

43

il numero; il successivo.

lo zero;

Gli assiomi sono:

Assioma zero. I numeri formano una classe. Assioma I. Lo zero è un numero. Assioma II. Se a è un numero, il suo successivo a+ è un numero. Assioma III. Se s è una classe contenente lo zero e, per ogni a, se a appartiene a s, il successivo a+ appartiene a s, allora ogni numero naturale è in s (Peano chiama tale proposizione principio di induzione). Assioma IV. Se a e b sono due numeri e se i loro successivi a+, b+ sono uguali, allora a e b sono uguali. Assioma V. Se a è un numero, il suo successivo a+ non è zero.

Osservazione. Sulla necessità dell’Assioma zero notiamo che esso spiega che alla classe dei numeri naturali possiamo applicare il “calcolo delle classi” che Peano stesso aveva sviluppato precedentemente nel proprio libro.

La relazione introdotta da Peano è dunque un’applicazione: aÆa+ avente per dominio N e per codominio N\{0}; si può facilmente dimostrare che essa è una biiezione. Dall'esame di tali assiomi, e segnatamente ricordando il concetto di successivo, si può dimostrare che Peano introduce in N un ordine stretto. Applicando opportunamente i propri assiomi, ed approntando le necessarie dimostrazioni, Peano giunse ad introdurre le operazioni aritmetiche con i numeri naturali, nonché a descrivere ed a dimostrare le loro proprietà formali.

Esempio. Sarà interessante osservare che Peano introdusse una simbologia originale. Gli assiomi sopra riportati, in
Esempio. Sarà interessante osservare che Peano introdusse una simbologia
originale. Gli assiomi sopra riportati, in tale simbologia, si scrivono:
0
1
2
3
Induct
4
5
N 0 e Cls
0 e N 0
a e N 0 .…. a+ e N 0
s e Cls . 0 e s : a e s .…a. a+ e s : …. N 0 … s
a, b e N 0 . a+ = b+ .…. a = b
a e N 0 .…. a+ -= 0

44

Osservazione. Dal punto di vista storico, Campano, nella sua traduzione-edizione degli Elementi di Euclide (risalente alla seconda metà del XIII secolo) introdusse un’interessante assiomatizzazione dei naturali. Nella definizione III del libro VII, l’Autore introduce come “serie naturale dei numeri” la successione numerica i cui elementi si ottengono per addizione ripetuta dell’unità (Naturalis series numerorum dicitur, in qua secundum unitatis additionem fit computatio ipsorum) ed indica alcune proprietà dei naturali in quattro petitones (Labella, 2000).

6.3. La rappresentazione dei numeri naturali

La moderna rappresentazione dei numeri naturali, ottenibile mediante le dieci cifre 0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, viene detta posizionale in base dieci. Ciò significa che il valore di ogni singola cifra che compone la rappresentazione di un numero n dipende dalla posizione di tale cifra in quella rappresentazione; il valore (totale) n del naturale rappresentato da una sequenza ordinata di cifre:

{a m , a m-1 ,

,

a 2 , a 1 , a 0 }

è calcolabile mediante l’espressione:

n = a m 10 m + a m-1 10 m-1 +

+ a 2 10 2 + a 1 10 1 + a 0 10 0

Esempio. Il valore del numero 35206 (scritto in notazione decimale, cioè in base dieci) è
Esempio. Il valore del numero 35206 (scritto in notazione decimale, cioè in base
dieci) è dato dalla somma:
3 10 4 + 5 10 3 + 2 10 2 + 0 10 1 + 6 10 0 = 30000 + 5000 + 200 + 0 + 6

Osservazione. La storia della matematica registra, lungo il corso dei secoli, il susseguirsi di metodi diversi per la rappresentazione dei naturali. Il sistema di scrittura dei numeri nelle matematiche del mondo antico (con l’eccezione dell’aritmetica babilonese) non si avvale della notazione posizionale: il valore di un numero risulta semplicemente dalla somma dei valori associati ai simboli che, indicati uno di seguito all’altro, vengono a costituire il numero stesso; tali valori sono fissi, cioè non dipendono (a parte rare eccezioni) dalla posizione del simbolo nella scrittura del numero. Una rappresentazione di questo genere per i naturali, detta additiva, è caratteristica dell’aritmetica romana.

45

Esempio. Ricordando che il valore dei simboli romani M, C, L, X, V, I è
Esempio. Ricordando che il valore dei simboli romani M, C, L, X, V, I è
rispettivamente 1000, 100, 50, 10, 5, 1, il numero romano scritto nella forma:
MCLXXVIII
è dato, additivamente, da:
1000 + 100 + 50 + 10 + 10 + 5 + 1 + 1 + 1 = 1178

Prima di chiudere il presente paragrafo, è doveroso riservare un accenno ai sistemi di numerazione posizionale non decimale, ovvero che si avvalgono di basi diverse da dieci. È infatti possibile scegliere come base del sistema di numerazione, un numero b diverso da dieci (importanti sono, ad esempio per le applicazioni al calcolo automatico, le basi due e sedici). Ciò significa che il valore n del naturale (in base b) rappresentato da una sequenza ordinata di cifre:

{a m , a m-1 ,

,

a 2 , a 1 , a 0 }

è calcolabile mediante la formula:

n = a m ×b m + a m-1 b m-1 +

+ a 2 b 2 + a 1 b 1 + a 0 b 0

Esempio. Il valore del numero 35206 scritto in notazione posizionale in base sette è dato
Esempio. Il valore del numero 35206 scritto in notazione posizionale in base sette è
dato dalla somma:
3 7 4 + 5 7 3 + 2 7 2 + 0 7 1 + 6 7 0
In base dieci, tale numero è rappresentato da:
3 2401 + 5 343 + 2 49 + 0 7 + 6 1 = 9022
Lasciamo al lettore il compito di verificare che in base due tale numero è
rappresentato da:
10001100111110

6.4. Proprietà di operazioni aritmetiche e insiemistiche: l’algebra di Boole

46

Un confronto tra le operazioni aritmetiche di addizione e di moltiplicazione e le operazioni insiemistiche di unione e di intersezione ci consentirà di evidenziare analogie (e differenze) che potranno essere utilmente riprese in studi ulteriori. Agli allievi è ben noto, a partire dalle scuole primarie, che le operazioni aritmetiche di addizione e di moltiplicazione godono delle proprietà associativa e commutativa; cioè per ogni scelta dei numeri naturali a, b, c risulta:

(a+b)+c = a+(b+c) a+b = b+a (ab)c = a(bc) ab = ba

(proprietà associativa dell’addizione) (proprietà commutativa dell’addizione) (proprietà associativa della moltiplicazione) (proprietà commutativa della moltiplicazione)

Non sarà inutile ribadire che anche le operazioni insiemistiche di unione e di intersezione godono di analoghe proprietà, come precedentemente visto:

(A»B)»C = A»(B»C)

A»B = B»A (proprietà commutativa dell’unione)

(A«B)«C = A«(B«C)

A«B = B«A (proprietà commutativa dell’intersezione)

(proprietà associativa dell’unione)

(proprietà associativa dell’intersezione)

Va segnalato che un’analogia tra le operazioni aritmetiche e insiemistiche deve però tenere presente alcune differenze; ad esempio, ricordiamo le due seguenti proprietà che coinvolgono sia l’unione che l’intersezione:

A»(B«C) = (A»B)«(A»C) A«(B»C) = (A«B)»(A«C)

solo la seconda ha un analogo in ambito aritmetico (detta distributiva):

a(b+c) = ab+ac

mentre ciò non accade per la prima: infatti a+bc non è (in generale) uguale a (a+b)(a+c). Quanto ora osservato ci dà l’occasione di introdurre le algebre di Boole (dal nome di George Boole). Come primo esempio, introduttivo ma fondamentale, consideriamo l’insieme (I) delle parti di un insieme I.

Esempio. Sia ( (I), Õ) l’insieme delle parti di un insieme I, parzialmente ordinato mediante
Esempio. Sia ( (I), Õ) l’insieme delle parti di un insieme I, parzialmente ordinato
mediante la relazione di inclusione.

47

Dati due elementi di (I), A e B, possiamo costruire la loro intersezione, A«B, e
Dati due elementi di (I), A e B, possiamo costruire la loro intersezione, A«B,
e la loro unione, A»B.
Dal punto di vista dell’inclusione, A«B è il più grande sottoinsieme di I incluso sia
in A che in B; ciò si esprime dicendo che A«B è l’unico sottoinsieme di I che
soddisfa:
(1) A«BÕA e A«BÕB
(2) per ogni CÕA, CÕB si ha che CÕA«B
Analogamente, A»B è il più piccolo sottoinsieme di I in cui sono inclusi sia A che
B; ciò si esprime dicendo che A»B è l’unico sottoinsieme di I che soddisfa:
(1) A»B
A e A»B
(2) per ogni D
A, D
B
B si ha che D
A»B
Analoghe operazioni possono essere introdotte anche in altri insiemi ordinati: ad
esempio, nel caso di N e della relazione di divisibilità, le operazioni risultano essere il
massimo comune divisore e il minimo comune multiplo.

Generalizziamo ora quanto visto e consideriamo un insieme ordinato (X, £).

Definizione. In un insieme parzialmente ordinato (X, £) si dice massimo comune minorante a«b per una coppia di elementi (a; b) un elemento tale che: a«b£a, a«b£b e per ogni c£a, c£b si ha che c£a«b. Si dice minimo comune maggiorante a»b un elemento tale che: a»b a, a»b b e per ogni d a, d b si ha che d a»b.

Naturalmente la precedente definizione non assicura l’esistenza, all’interno di un insieme parzialmente ordinato (X, £), di un massimo comune minorante e di un minimo comune maggiorante per ogni coppia di elementi di X.

Definizione. Un reticolo (X, £, «, ») è un insieme parzialmente ordinato nel quale per ogni coppia di elementi (a; b) esistono un massimo comune minorante a«b e un minimo comune maggiorante a»b.

Applicando le definizioni si verifica facilmente che in un reticolo (X, £, «, ») le due operazioni binarie «, » godono delle seguenti proprietà:

48

a«a = a a«b = b«a (a«b)«c = a«(b«c) a«(a»b) = a

a»a = a a»b = b»a (a»b)»c = a»(b»c) a»(a«b) = a

Le definizioni seguenti introducono importanti tipi particolari di reticoli.

Definizione. Un reticolo (X, £, «, ») si dice distributivo se per ogni a, b, cŒX:

(a»b)«c = (a«c)»(b«c) (a«b)»c = (a»c)«(b»c)

Definizione. Un reticolo (X, £, «, ») si dice complementato se possiede un minimo che indicheremo con 0, un massimo che indicheremo con 1 e se per ogni aŒX esiste aŒX (detto complemento di a) tale che:

a«a’ = 0

e

a»a’ = 1

Si dimostra (per assurdo) che in un reticolo distributivo con massimo e minimo il complemento a’ di un elemento a, se esiste, è unico. Possiamo ora dare la definizione conclusiva.

Definizione. Si dice algebra di Boole un reticolo distributivo complementato.

Esempio. L’insieme (I) delle parti di I con le operazioni di intersezione e di unione,
Esempio. L’insieme (I) delle parti di I con le operazioni di intersezione e di
unione, presentato nel precedente esempio. è un’algebra di Boole.
Esempio. L’insieme {0; 1} con le operazioni +, così definite: 0+0 = 0 0+1 =
Esempio. L’insieme {0; 1} con le operazioni +, così definite:
0+0 = 0
0+1 = 1+0 = 1
0
0 = 0
0 1 = 1 0 = 0
1+1 = 1
1 1 = 1
è un’algebra di Boole.

Le stesse regole algebriche valgono per i connettivi logici dei quali tratteremo più avanti esplicitamente: infatti se, dato un insieme A consideriamo due suoi sottoinsiemi, definiti mediante proprietà, X={xŒA|P (x)} e Y={yŒA| Q(y)}, si avrà:

49

X«Y = {zŒA| P(z) e Q(z)} X»Y = {zŒA| P(z) o Q(z)} complementare di X X’ = {zŒA| non P(z)}

Lo stesso comportamento si ha per le “porte” dei circuiti logici. Una porta or opera nel modo seguente:

ingressi

uscita

0

0

0

0

1

1

1

0

1

1

1

1

Una porta and opera nel modo seguente:

ingressi

uscita

0

0

0

0

1

0

1

0

0

1

1

1

Una porta not opera nel modo seguente:

ingresso

uscita

0

1

1

0

Nelle sezioni dedicate alla logica degli enunciati e alla logica dei predicati avremo modo di riprendere queste osservazioni.

7. DIMOSTRAZIONI PER INDUZIONE

7.1. Proposizioni dipendenti da un numero naturale

50

Frequentemente, in aritmetica, definizioni, esercizi e teoremi dipendono da un numero n variabile nell’insieme N dei naturali (o in un suo sottoinsieme). Ad esempio, una celebre formula dell’aritmetica è quella che fornisce la somma di tutti i naturali non maggiori di n, con n naturale fissato:

S n = n (n +1)

2

Nell’espressione precedente sono riassunte infinite somme di naturali, una per ciascun indice naturale n. Verifichiamo la formula proposta in alcuni casi:

S 0 =

0

(

0

+

1

)

2

= 0

S 1 = 1

S 2 =

(

1

+

1

(

2

2

+

)

2

2

) = 1

1

= 3

S 3 = 3

(

3

+

1

)

2

= 6

essendo:

S 0 = 0

essendo:

S 1 = 0+1 = 1

essendo:

S 2 = 0+1+2 = 3

essendo

S 3 = 0+1+2+3 = 6

Le considerazioni precedenti provano che la formula proposta è valida fino all’indice n = 3; ma appare evidentemente impossibile verificare direttamente tutte le (infinite!) somme di naturali ottenibili. Una dimostrazione completa della formula proposta dovrebbe però prendere in considerazione tutti i casi possibili: essa, quindi, non può essere tentata attraverso una verifica di ogni singolo caso, corrispondente ad ogni indice naturale n. La dimostrazione di tale risultato può essere impostata direttamente, considerando cioè la formula generale, come illustrato nell’esempio seguente.

Esempio. Sia n un numero naturale. Dimostriamo che la somma S n di tutti i
Esempio. Sia n un numero naturale. Dimostriamo che la somma S n di tutti i numeri
naturali non maggiori di n è data dalla formula:
S n = n (n +1)
2
Elenchiamo ordinatamente in una prima tabella di una riga tutti i naturali da 1 a n
(possiamo escludere lo 0, la cui addizione non modifica la somma):
1
2
3
4
(n-2)
(n-1)
n

51

In una seconda riga, elenchiamo i naturali considerati in ordine inverso: 1 2 3 4
In una seconda riga, elenchiamo i naturali considerati in ordine inverso:
1
2
3
4
(n-2)
(n-1)
n
n
(n-1)
(n-2)
(n-3)
3
2
1
Se sommiamo in colonna le due righe scritte, otteniamo:
(n+1)
(n+1)
(n+1)
(n+1)
(n+1)
(n+1)
(n+1)
ovvero: n volte il numero (n+1). La somma di questi n numeri, n (n+1), è il doppio
della quantità S n cercata, essendo stata ottenuta addizionando due volte ciascun
naturale compreso tra 1 e n. Possiamo pertanto concludere che:
S n = n (n +1)
2
Il procedimento illustrato è ricordato in relazione ad un aneddoto riguardante Carl
Friedrich Gauss (1777-1855) che, fanciullo, durante un’esercitazione scolastica
calcolò velocemente la somma dei naturali da 1 a 100 giungendo a:
100 (100
+
1) =
5050
S 100 =
2

Questa dimostrazione elementare non è però l’unica possibile per la formula data.

7.2. Dimostrazioni per induzione

La regolarità osservata nel precedente paragrafo delle “infinite dimostrazioni” che servirebbero a provare una proprietà (o delle infinite espressioni che servirebbero a fornire una definizione) sui numeri naturali ha portato a formulare un principio generale che va sotto il nome di Principio di induzione. In sostanza esso afferma che se una proprietà vale per il primo numero e, valendo per un certo numero, allora vale anche per il successivo, allora vale per tutti i numeri (analogamente per le definizioni). Usiamo un tale principio anche nella logica di tutti i giorni quando ci riferiamo all’infinito come in frasi del tipo:

Il mio bambino sa contare

52

che vuol dire Tutti i numeri naturali sono conosciuti dal mio bambino

Naturalmente ciò non vuol dire che il mio bambino abbia effettivamente nominato tutti i numeri naturali, e nemmeno li abbia pensati; ma egli è in grado di cominciare la serie e, se qualcuno gli nomina un numero, di dire il successivo. Conosce, cioè, lo schema che permette di nominare qualunque numero a partire dal precedente. La permanenza dello schema al variare del numero considerato, permette di ridurre gli infiniti passaggi necessarii a due soltanto. Indichiamo dunque con il simbolo P(n) una proposizione che vogliamo provare, sottolineando in tale modo che si tratta di un’affermazione dipendente dall’indice nŒ N. Presenteremo ora la dimostrazione per induzione di P(n) in due fasi distinte, entrambe indispensabili:

prima fase: si verifica direttamente la verità di P(0); nel caso in cui la proposizione da dimostrare valga per n n 0 >0, si verifica che essa valga per il minimo degli indici, n = n 0 ; seconda fase: si ammette la verità di P(n-1) e, sulla base di ciò, si dimostra che la proposizione P è vera anche per l’indice n; ovvero: si prova che la validità della proposizione per un indice (qualsiasi) comporta la validità per l’indice successivo.

Se è possibile completare la verifica di entrambi i punti sopra illustrati, la proposizione P(n) può dirsi dimostrata (per tutti gli indici nŒN): la prima fase, infatti, ci consente di affermare che la proposizione P(n) è vera per n = 0; sulla base di ciò, la seconda fase ci assicura che P(n) è vera anche per n = 1 (ovvero per il successivo di 0). Appurato ciò, possiamo affermare che P(n) è vera anche per n = 2 (per il successivo di 1) e così di seguito per tutti gli indici naturali. Illustriamo il procedimento dimostrativo attraverso un esempio nel quale proporremo una dimostrazione alternativa della formula sopra provata.

Esempio. Sia n un numero naturale. Dimostriamo che la somma S n di tutti i
Esempio. Sia n un numero naturale. Dimostriamo che la somma S n di tutti i numeri
naturali non maggiori di n è data dalla formula (già proposta e dimostrata nel
precedente esempio):
S n = n (n +1)
2
Procediamo per induzione sull’indice n.

53

Prima fase: mostriamo che la formula è verificata per il naturale n = 0. Risulta,
Prima fase: mostriamo che la formula è verificata per il naturale n = 0. Risulta, in
(
0
+
1
questo caso: S 0 = 0, e nella formula proposta: S 0 = 0
) = 0.
2
Seconda fase: ammettiamo ora che la formula in questione sia verificata per
l’indice (n-1); ammettiamo cioè che sia vera:
S n-1 = (n -1) n
2
Dovremo, sulla base di ciò, provare la validità della formula anche per l’indice n.
Ricaviamo dunque S n (utilizzando quanto sopra ammesso):
S n = S n-1 + n = (n -1) n
+ n = (n -1) n + 2n
= n (n +1)
2
2 2
Pertanto la validità della formula per l’indice (n-1) comporta la validità della
formula per l’indice n. Ciò, unito alla provata validità della formula per n = 0,
completa la dimostrazione per induzione.

Nella sezione precedente abbiamo anticipato una proprietà dell’insieme delle parti di un insieme dato, proprietà che riprendiamo nell’esempio seguente.

Esempio. Sia I un insieme al quale appartengono n elementi (avente cardinalità n). Dimostriamo che
Esempio. Sia I un insieme al quale appartengono n elementi (avente cardinalità n).
Dimostriamo che l’insieme delle parti di I, (I), contiene 2 n elementi (ha cardinalità
2 n ).
Per comodità di notazione, indichiamo con #(I) la cardinalità dell'insieme I;
procediamo per induzione su n.
Prima fase: se n = 0, allora è: I = e dunque #( (I)) = #({ }) = 1 = 2 0 . La
tesi è quindi valida per questo primo caso.
Seconda fase: Ammettiamo la validità della tesi da dimostrare qualora I sia
costituito da n-1 elementi, dunque quando sia #(I) = n-1; cioè ammettiamo che sia
#( (I)) = 2 n-1 .
Sia ora aœI; consideriamo quindi l’insieme I»{a} la cui cardinalità è n. Qual è la
cardinalità di (I»{a})?
Ricordiamo che (I»{a}) è costituito da tutti i sottoinsiemi (propri e impropri)
di I»{a}. Elenchiamo tali sottoinsiemi in una tabella nel modo seguente: nella prima
colonna scriviamo tutti i sottoinsiemi di I»{a} ai quali non appartiene a (in pratica:
tutti e soltanto i sottoinsiemi di I): , B, C, D,
, I; in una seconda colonna,

54

scriviamo i sottoinsiemi di I»{a} ai quali appartiene a, con un criterio assai semplice: uniamo
scriviamo i sottoinsiemi di I»{a} ai quali appartiene a, con un criterio assai semplice:
uniamo a ciascun sottoinsieme della prima colonna l'insieme {a}. Otteniamo:
»{a}
B
B»{a}
C
C»{a}
D
D»{a}
I
I»{a}
(2 n-1 sottoinsiemi)
(2 n-1 sottoinsiemi)
Quanti sono, dunque, i sottoinsiemi di I»{a}?
Nella prima colonna ne abbiamo elencati 2 n-1 , in quanto abbiamo ammesso che
sia #( (I)) = 2 n-1 ; nella seconda colonna ne troviamo altrettanti. I sottoinsiemi di I»
{a} sono 2 2 n-1 . Quindi:
#( (I»{a})) = 2 n
e ciò completa la cercata dimostrazione per induzione su n.

Il lettore faccia attenzione all’esempio seguente.

(Contro)esempio. Vogliamo dimostrare, per induzione, che per ogni numero naturale n è: (n+1) 2 -(n-1)
(Contro)esempio. Vogliamo dimostrare, per induzione, che per ogni numero
naturale n è:
(n+1) 2 -(n-1) 2 = 4n
Ammettiamo che la formula sia valida per m = n-1, ovvero che sia:
(m+1) 2 -(m-1) 2 = (n-1+1) 2 -(n-1-1) 2 = n 2 -(n-2) 2 = 4(n-1)
Risulta:
(n-n+2)(n+n-2) = 4n-4
2(2n-2)+4 = 4n
2(2n-2) = 4n-4
2(2n) = 4n
da cui infine:

55

[(n+1)-(n-1)][(n+1)+(n-1)] = 4n fi (n+1) 2 -(n-1) 2 = 4n che è la formula che
[(n+1)-(n-1)][(n+1)+(n-1)] = 4n
(n+1) 2 -(n-1) 2 = 4n
che è la formula che si doveva dimostrare.
La precedente dimostrazione è ancora inaccettabile in quanto è incompleta:
manca infatti l’indispensabile verifica della formula da provare per n = 0.
Verifichiamo la formula proposta per n = 0:
(0+1) 2 -(0-1) 2 = 1-1 = 0 = 4 0
La tesi è dunque verificata in questo primo caso. A quest’ultima verifica può
essere fatto seguire quanto sopra stabilito: ciò completa la dimostrazione per
induzione su n.

Osservazione. La formula proposta in quest’ultimo esempio avrebbe potuto essere dimostrata anche direttamente (e forse facendo meno fatica…), senza ricorrere alla dimostrazione per induzione: sarebbe stato infatti sufficiente sviluppare i quadrati al primo membro.

Notiamo infine che se non fossimo ancora convinti che il principio di induzione ci permette di raggiungere tutti i casi possibili, potremmo ragionare come segue:

supponiamo che esista un numero m per il quale, nonostante la dimostrazione per induzione, P(m) non sia valida. Intanto m non può essere lo 0, perché sappiamo che P(0) è vera per la prima condizione. Allora P(m) non sarebbe vera per un numero più grande di 0; ma allora non sarebbe vera nemmeno per il caso precedente, diciamo P(m-1), perché la seconda condizione ci assicura che la verità di P(m-1) implica la verità di P(m). Così, a ritroso, dopo un numero finito di passi, proveremmo la falsità di P(0). Come si vede, il principio di induzione si fonda sul fatto che nei numeri naturali si può andare sempre avanti con la funzione successore, ma dato un numero, da questo si torna allo 0 in un numero finito di passi. Questa osservazione ci permette di formulare il principio in modo diversi, ma che sottintendono sempre in realtà la struttura dei numeri naturali. Una prima apparente generalizzazione è il seguente principio: “Se vale P(0) e, se per ogni n<m, la validità di P(n) implica la validità di P(m), allora vale P(k ) per ogni k ”.

In questo caso l'ipotesi è più debole perché il predecessore di n è soltanto uno dei numeri più piccoli di n, perciò è evidente che questo principio implica il

56

precedente (la dimostrazione formale si potrà fare come esercizio una volta studiato il calcolo degli enunciati). In realtà sui numeri naturali i due principi sono equivalenti. Abbiamo un altro caso che utilizzeremo spesso in logica, che introdurremo con l’esempio seguente.

Esempio. Supponiamo di dover provare che ogni numero è decomponibile in un prodotto di fattori
Esempio. Supponiamo di dover provare che ogni numero è decomponibile in un
prodotto di fattori primi. In questo caso l'induzione non può essere applicata
direttamente ai numeri in quanto tali, perché nel passaggio da un numero al
successore la situazione e la dimostrazione cambiano drasticamente. Dovremo allora
trattare i nostri numeri come oggetti ai quali è assegnato un altro numero che deve
variare in modo da rendere parametrica la dimostrazione. Possiamo pensare di
associare ad ogni numero un “albero di decomposizione”, cioè porre il numero alla
radice dell'albero e, se possibile, generare due “figli”, usando una possibile
decomposizione non banale del numero:
12
/
\
4
3
Abbiamo due possibilità: o il numero è già primo e ci fermiamo al primo nodo
(radice), o si può decomporre in due fattori diversi da 1 e da lui stesso; a questo
punto il gioco si ripete per i due fattori e deve terminare prima o poi perché i fattori
ogni volta sono strettamente minori del numero dato e perciò, prima o poi ci
fermeremo.

Abbiamo così costruito in un numero finito di passi un albero binario con il numero dato alla radice. Associamo allora al numero originario un altro numero, l'altezza dell'albero, cioè il numero massimo dei passi che occorrono per andare dalla radice ad una foglia (nodo senza figli); proviamo allora che qualunque sia l'altezza dell'albero, il numero dato è il prodotto dei numeri primi che sono sulle foglie. Se dunque l’albero associato al numero ha altezza 0 vuol dire che il numero dato era già primo e siamo arrivati; supponiamo che la proprietà sia vera per numeri che hanno un albero di decomposizione di altezza n e dimostriamolo per per numeri che hanno un albero di decomposizione di altezza n+1. Per un tale numero n esistono due numeri più piccoli r ed s tali che n = rs ed essi hanno un albero di decomposizione di altezza al più n. Quindi per essi vale il fatto che sono decomponibili in numeri primi; ma allora il prodotto delle due decomposizioni sarà una decomposizione di n. Questo modo di procedere si dice per induzione strutturale ed opera sostanzialmente associando ad oggetti (non necessariamente numeri) che sono