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Il piede il punto fisso al suolo su cui grava l'intero peso del corpo.

Esso si trova alla base


del sistema di controllo antigravitario (sistema posturale o di equilibrio) che consente
all'uomo di assumere la postura eretta e di spostarsi nello spazio. Il piede è sia un
effettore sia un ricettore ossia riceve ed esegue dei comandi (risposta motoria), tramite i
muscoli, e, nel contempo, interagisce col resto del corpo sia attraverso il sistema
miofasciale sia fornendo costanti informazioni provenienti dagli esterocettori cutanei
presenti sulla sua pianta e dai propriocettori dei suoi muscoli, tendini e articolazioni. Gli
esterocettori cutanei del piede sono ad alta sensibilità (0,3 g) e rappresentano l'interfaccia
costante tra l'ambiente e il sistema tonico posturale o dell'equilibrio. Le informazioni
plantari infatti sono le uniche a derivare da un recettore sensoriale fisso a diretto contatto
col suolo. Il riflesso plantare (flessione delle dita al graffiamento della pianta), legato alle
stimolazioni cutanee della pianta del piede, è in grado di attivare e modulare riflessi molto
complessi con funzioni posturali di notevole importanza. Pertanto il piede è considerato il
principale organo di senso e di moto antigravitario del corpo umano, come si denota nelle
rappresentazioni motorie e sensitive dell'homunculus.
Per questo motivo il piede, nelle popolazioni dei paesi sviluppati che vivono su un terreno
poco fisiologico quale è il terreno piano, è normalmente l'origine dello squilibrio
posturale. Nello stesso tempo esso è anche l'elemento adattativo che tampona, meglio
che può, gli squilibri alti, in genere discendennti dall'apparato stomatognatico (denti e
articolazione temporomandibolare) e/o dagli occhi e/o dal vestibolo.
l piede, nel corso dell'evoluzione che dura da circa 350 milioni di anni, per le esigenze sorte
nell'assunzione della stazione eretta e della deambulazione bipodale, ha acquisito, quale
caratteristica umana peculiare e differenziale, l'attitudine all'irrigidimento ovvero alla
coesione intersegmentale. Tale coesione podalica è realizzata dalle formazioni capsulo-
legamentose (immagine) e aponeurotiche (immagine) a cui si aggiungono le formazioni
muscolari con funzioni di "legamenti attivi" e posturali. Questi muscoli, in particolare quelli
intrinseci del piede, sono a prevalenza di fibre rosse (fibre ad attività lenta ed
energeticamente economica), in stato contrattile pressochè ininterrotto in stazione eretta e
in rapporto topografico e funzionale con le formazioni capsulo-legamentose (in sede di
inserzione ossea si osserva, in alcuni di loro, una notevole abbondanza di fibre collagene
espanse e non raccolte come al solito; ciò ricorda le formazioni legamentose e
aponeurotiche). Anche se l'intervento muscolare globale nella realizzazione della coesione
interossea sembra comunque essere meno rilevante rispetto alla funzione di controllo e
regolazione della funzione antigravitaria, la complessità dell'azione podalica richiede una
polivalenza funzionale. Inoltre, la podo-meccanica antigravitaria è cosparsa di interventi
muscolari che coinvolgono due o più aricolazioni. I muscoli poliarticolari infatti offrono
particolari vantaggi ai fini dell'economia energetica in quanto sono in grado di sviluppare
tensioni notevoli con modici accorciamenti. Tali muscoli frequentemente agiscono
stabilizzando l'articolazione prossimale favorendo così i movimenti dei segmenti distali (e
quindi la rotazione dell'articolazione relativa).
In biomeccanica, nessuna forza interna a un corpo, ossia che si esaurisce nell'ambito del
corpo (rappresentata dai muscoli nel caso dell'uomo), è in grado di spostarlo nello spazio.
Affinchè il corpo si muova è necessaria una forza esterna. Le forze esterne ambientali per
eccellenza sono: la gravità, la reazione dal suolo e l'attrito. L'uomo moderno ha nei piedi i più
efficaci strumenti per prelevare dalla gravità le energie necessarie per la locomozione. Non vi
è dubbio che quella "gravitazionaria" è l'attività senso-motrice di gran lunga più importante e
il movimento che la esprime può essere concepito come il fattore determinante ai fine della
vita dell'uomo, quale essere più esposto alle "aggressioni" ambientali.
Il corpo umano è un sistema di equilibrio instabile; l'altezza del centro di gravità (anteriore alla
terza vertebra lombare) rispetto a una base ristretta e la struttura composta da una
successione di segmenti articolati, sono fattori di instabilità. Solo un vigile controllo (sistema
tonico posturale) riesce, in tale condizione, a ricercare l'equilibrio dinamico stabile nella
stazione eretta e l'equilibrio dinamico instabile durante la locomozione (che consente la
trasformazione dell'energia potenziale in energia cinetica). Ciò avviene soprattutto grazie a un
servizio informativo (esterocettori cutanei e propriocettori) talmente preciso e tempestivo da
consentire risposte validissime con interventi energeticamente economici (non rilevabili
elettromiograficamente) da parte di muscoli con prevalenza di fibre rosse. Si tratta della
manifestazione informativa più importante in quanto fornisce all'uomo il privilegio di adattarsi
alle più svariate condizioni ambientali.
Il piede è un diaframma interposto tra
forze esterne (ambientali) e forze interne
(muscolari), che in esso si incontrano, si
contrastano e infine si fondono per
l'affermazione della condizione di
equilibrio. Il piede è una struttura
"spaziale" ossia atta ad assorbire e
smistare le forze, relativamente agli infiniti
piani dello spazio.
La struttura del piede è un capolavoro
unico di architettura, o meglio di
biomeccanica, con le sue 26 ossa, 33
articolazioni e 20 muscoli. Funzionalmente
e strutturalmente è possibile suddividere il
piede in:
- retropiede formato da astragalo e
calcagno, dispositivo centrale" del
controllo biomeccanico della gravità;
- avampiede formato da scafoide, cuboide,
3 cuneiformi (definiti anche mesopiede; il
mesopiede più il retropiede forma il tarso),
5 raggi metatarsali (metatarso) e le falangi
delle 5 dita; funge da "adattatore e
reattore".
Nella biomeccanica del piede Il "dispositivo centrale" di controllo della
gravità è il complesso articolare peri-astragalico (retropiede) composto da:
1. articolazione tibio-peroneo-astragalica;
2. articolazione sotto-astragalica posteriore (astragalo-calcaneare)
3. articolazione sotto-astragalica anteriore (astragalo-scafoidea)
4. articolazione medio-tarsica o di Chopart (astragalo-scafoidea + calcaneo-
cuboidea)
Nella stazione eretta comoda la linea gravitaria (G = asse gravitario, M = asse meccanico, A = asse
anatomico, C.G. = centro di gravità) cade ventralmente rispetto all'articolazione tibio-tarsica (caviglia)
L'articolazione sottoastragalica si trova in posizione intermedia tra pronazione e supinazione. L'articolazione
medio-tarsica è disposta in pronazione rispetto al retropiede. La serie delle teste metatarsali si adatta alla
superficie di appoggio. Si tratta in realtà di una condizione momentanea in quanto, passando la linea
gravitaria davanti all'articolazione tibiotarsica, il peso applica su di essa momenti rotatori che sollecitano il
corpo in avanti; la migrazione ventrale della linea gravitaria è ragione di accentuazione della torsione
retroavampodalica (irrigidimento podalico). Il compito della muscolatura podalica e del tricipite della sura in
particolare (gastrocnemio e soleo), in funzione antigravitria, è quello di neutralizzare tali momenti rotatori,
oltre quelli che inducono oscillazioni sul piano frontale. La stazione eretta è infatti in realtà non un equilibrio
statico ma un "movimento su base stazionaria" (equilibrio dinamico stabile); le oscillazioni, sia pure minime
(verificabili tramite esame stabilometrico), che la caratterizzano sono dovute alle attività cardio-circolatorie e
respiratorie. I riflessi spinali assumono qui un ruolo fondamentale. La verticalità infatti si verifica
prevalentemente per mezzo di meccanismi estero-propriocettivi (compresi quelli visivi e vestibolari).
A circa dodici mesi di vita si ha il passaggio graduale al bipodalismo ma è solo all'età di 5-6 anni
che si formano e si stabilizzano le curve vertebrali (lordosi lombare e cervicale e cifosi dorsale) e
ciò avviene grazie alla maturazione estero-propriocettiva del piede (il piede è fisiologicamente
piatto fino alll'età di circa 4 anni per poi trasformarsi gradualmente in una struttura elicoidale a
passo variabile). E' quindi il piede il responsabile delle modificazioni delle curve vertebrali in
posizione eretta (ortostatismo); la fisiologica lordosi lombare si forma e si stabilizza a partire
dalla formazione di una fisiologica e stabile volta plantare, a 5-6 anni di età, che libera il tronco
cefalico da uno stato di ipertonicità, regolando così anche la cifosi dorsale e la lordosi cervicale.
Prima di questa età, a partire da circa 1 anno, è normale che il piede sia un pò pronato e piatto,
che le ginocchia siano un pò valghe e che vi sia una leggera iperlordosi lombare. Mentre nel
neonato e fino a circa 8 mesi, è fisiologica la presenza di ginocchia vare e piede in supinazione.
Tutti gli studi hanno confermato che la formazione delle curve parte dal basso. Il completamento
dello sviluppo della funzione posturale (sistema tonico posturale) avviene abitualmente verso gli
undici anni e resta poi stabile sino a circa 65 anni.
Fisiologicamente il bambino ha un valgismo di 12-15 gradi
all'inizio della deambulazione che si modifichera'a 5 -7 gradi
solo dopo i 5-6 anni.

L'esame obiettivo del piede deve essere eseguito :


a riposo : si valutano la libertà articolare , l'allineamento del
piede e la presenza o meno di volta plantare .
in piedi : si osserva la morfologia della volta plantare , di
notevole aiuto l'uso del
La deambulazione (marcia o cammino) bipodale dell'uomo è condizionata dal sollevamento del centro di
gravità e dalla esiguità della base di appoggio, rispetto al quadrupedismo. E' un atto complesso risultante
dalle interazioni fra forza interne ed esterne dirette da un mirabile sistema di controllo posturale e
dell'equilibrio, che regola attimo per attimo, tramite i muscoli, i rapporti fra le forze. La maggior parte dei
gruppi muscolari degli arti inferiori sono attivi durante la deambulazione (l'arto inferiore possiede ben 29
gradi di libertà di movimento a cui corrispondono 48 muscoli).
La locomozione umana è una combinazione di ritmica propulsione in avanti ed elevazione del corpo in alto. Il
baricentro corporeo in deambulazione ha un andamento sinusoidale sul piano sagittale raggiungendo il
punto più basso nell'appoggio doppio (bipodalico) e la massima altezza in appoggio monopodalico, con
un'escursione di 4-5 cm. Dal punto di vista strettamente meccanico, la progressione del corpo nello spazio è
il risultato della combinazione di rotazioni articolari. Esattamente come i movimenti circolari delle ruote si
traducono nel movimento in avanti del veicolo, movimenti rotatori (cerchi parziali) degli arti o di parti di essi
si traducono nel movimento in avanti di tutto il corpo. Grazie al posizionamento alto del baricentro
corporeo, l'accelerazione del nostro corpo è sostanzialmente di genesi gravitaria (energia potenziale che si
trasforma in energia cinetica). Solo in misura modesta entrano in gioco contrazioni muscolari acceleranti ed
è questa la ragione del fatto che l'uomo può protrarre il suo cammino molto a lungo. Si può infatti affermare
che nella deambulazione il lavoro muscolare è richiesto solo nella risalita periodica del centro di gravità.
Il ciclo della deambulazione è compreso fra i due appoggi calcaneari dello stesso piede ed è costituito da una
fase portante e una fase oscillante.
Fase portante Appoggio calcaneare (ricezione)
Fase oscillante
La fase oscillante rappresenta la provvidenziale preparazione per la fase portante. La rotazione interna dell'arto, attorno
all'asse meccanico,
che inizia in questa fase,
è indispensabile premessa per la successiva rotazione esterna. E' grazie a questa alternanza di rotazioni che l'energia
potenziale si trasforma
•nel corpo umano in energia cinetica. Al contatto del calcagno con la superficie di appoggio (ricezione), l'elica si rilascia per
consentire la lassità del piede atta ad ammortizzare il peso del corpo e ad
•adattarsi alla superficie stessa. A tal fine l'arto inferiore ruota internamente, l'astragalo, ad esso solidale, ruota quindi anch'esso
internamente supinando,
•il calcagno prona, ruotando esternamente. L'assunzione del peso da parte del piede è graduale ed è massima nel momento in cui la
linea gravitaria cade nel centro della superficie podalica.
•Appoggio totale (contatto)
Quando tutta la superficie plantare è a contatto con la superficie, la rotazione interna dell'arto si trasforma bruscamente in rotazione
esterna. Ciò fa scattare il
•meccanismo che ha come sede l'articolazione sotto-astragalica. Seguendo la rotazione dell'arto, l'astragalo ruota sul piano trasverso
esternamente (per ca.
•12° mediamente) pronando e risalendo al di sopra del calcagno (allontanandosi dal legamento calcaneo-scafoideo-plantare). A sua
volta il calcagno ruota i
•nternamente, supinando attorno all'asse di compromesso: il retropiede si verticalizza tramite l'avvitamento reciproco astragalo-
calcaneare.
Il cuboide, tenacemente collegato al calcagno, migra plantarmente assumendo "sulle sue spalle" la serie dei cuneiformi.
L'avampiede si dispone in contrasto rotatorio con il retropiede per la reazione al suolo. Si ha così l'avvolgimento dell'elica podalica e il
conseguente "inarcamento“
• del piede: l'articolazione medio-tarsica è bloccata e si ha il contemporaneo passaggio del peso sul IV e V metatarso per eversione
dell'avampiede non ancora
•rigido. Il muscolo peroniero lungo (lungo peroneo) richiama a contatto col suolo la testa del I metatarso eseguendo un lavoro di
stabilizzazione facendo si che il
•peso sia ora distribuito su tutte le teste metatarsali (ventaglio metatarsale); il piede si trasforma da elica in rigida "barra di leva".
Le fasi oscillanti e portanti sono pertanto legate relativamente alla continuità
della progressione. Il pendolo podalico è in realtà un pendolo portante.
Il complesso neuro-muscolare vigila su questo reciproco passaggio di consegne
stabilizzandolo, modulandolo e caratterizzandolo quale espressione tipica
dell'individualità.
Appoggio digitale (propulsione)
Il calcagno si solleva dal terreno. Le dita dopo essersi adattate tenacemente alla
superficie di appoggio si flettono dorsalmente. Ciò fa sì che la aponeurosi plantare
(immagine) si accorcia tendendosi di ca. 1 cm (le digitazioni dell'aponeurosi plantare
raggiungono le falangi basali corrispondenti, connettendosi al periostio, nei segmenti
adiacenti alle articolazioni) innescando il meccanismo dell'argano che completa la
coesione intrapodalica.
Il centro di gravità del corpo migra ventralmente e il corpo si avvia a cadere in avanti.
L'intervento del controllo muscolare, in particolare del muscolo tricipite surale, formato
da gastrocnemio e soleo (oltre al tibiale anteriore, tibiale posteriore, peroneo lungo e
flessori dorsali) e il tempestivo contatto controlaterale, esercitano azione da freno.
Nella fase propulsiva le forze agenti sul piede sono pari a 3-4 volte il peso del corpo.
In situazione di corretta fisiologia il piede si comporta a elica in modo tale che la
proiezione a terra del baricentro corporeo resti perlopiù centrata ossia passi lungo il
proprio asse, che corrisponde all'incirca all'asse podalico, asse passante centralmente
al retropiede e al centro tra II e III dito.
E' quindi nel piano trasverso che la moderna biomeccanica ha individuato l'elemento spaziale prioritario nella statica e
nella dinamica dell'uomo. Difatti è dalla rotazione nel piano trasverso che scatta il meccanismo antigravitario, il quale
consente la migrazione del baricentro verso l'alto. L'altezza del baricentro carica il sistema di energia potenziale, ovvero
di instabilità che però, come abbiamo detto, si trasforma in indispensabile energia cinetica nella dinamica, consentendo
così la progressione nello spazio con un modesto consumo di energia muscolare.
Le articolazioni in cui si compie il movimento nel piano trasverso sono, a catena cinetica chiusa, la coxofemorale
(articolazione dell'anca) e la sottoastragalica. In particolare, l'articolazione coxofemorale e l'articolazione astragalo-
scafoidea sono analogicamente strutturate e corrispondentemente disposte. I movimenti essenziali nella meccanica
antigravitaria dell'anca sono l'estensione e la concomitante rotazione esterna. Nel trasferimento dalla flessione
all'estensione quindi il femore ruota verso l'esterno riflettendosi nel meccanismo di rilasciamento-irrigidimento podalico.
E' questa quindi una condizione anatomo-funzionale che favorisce la nostra antigravitarietà.
E' ancora da chiarire con precisione il ruolo delle masse muscolari nella stabilizzazione dell'arto inferiore nel piano
trasverso. Si ritiene che i muscoli chiamati in causa siano gli adduttori dell'anca, i flessori del ginocchio, il piccolo e medio
gluteo, ma il muscolo determinante sembra essere il grande gluteo (estensore, abduttore ed extrarotatore dell'anca). Il
grande gluteo è considerato il più potente stabilizzatore dell'anca nel piano trasverso. La sua attività di estensore
contribuisce validamente al mantenimento del centro di gravità (o baricentro) al di sopra dei centri di rotazione delle
anche. La sua prevalente attività stabilizzatrice esplica una funzione essenziale nella deambulazione e la sua azione si
estende all'articolazione del ginocchio tramite il tratto ileo tibiale.
Nella patologia podomeccanica l'assimilazione piede-elica costituisce sempre il riferimento di
base ai fini di un'adeguata elaborazione diagnostica e programmazione terapeutica. Nel
prendere contatto con la superficie di appoggio, infatti, il piede acquisisce il significato di
dispositivo ammortizzante, in grado di assorbire e neutralizzare le forze e i momenti di forza
applicati istantaneamente sotto forma di urto, al fine di tutelare la propria integrità. Il piede
riesce a realizzare ciò grazie al suo svolgimento elicoidale graduale; mentre avvolgendosi realizza
l'azione antigravitaria. Si tratta di interventi che impegnano al massimo il piede, prova ne è la
frequenza delle manifestazioni podo-patologiche da ipersollecitazione (metatarsalgia, neuroma
di Morton, spina calcaneare, callosità ad esempio), per gradi anche modesti di alterazione
posturale che rendono il piede inadatto a regolare il rapporto fra forze interne ed esterne.
Quanto più è rapido l'impatto tanto più è probabile il danno alla struttura podalica (da cui
l'inadeguatezza di attività quali la corsa o i salti prolungati nel tempo).
Rivolgendo l'attenzione alle superfici (terreni piani) e agli involucri (scarpe) con cui il piede viene
a contatto, fin dai primi passi e per tutta la vita, spesso inadatti ma che la civiltà e la moda ci
impongono (per la forma senza riguardi per la sostanza ovvero per la salute), il rapporto fra
informazione genetica, rivelata dalla morfostrutture originarie, e l'informazione ambientale,
invece di un armonico incontro assume gli aspetti di una disputa alla quale, nelle età successive,
si risale attraverso i segni lasciati nel piede e nella postura. L'insufficienza gravitaria primaria
scaturisce da anomalie dell'integrazione informativa genetica-ambientale e si esprime
usualmente come inattitudine dell'elica podalica a svolgere fiosiologicamente il suo compito.
Il piede piatto (ritenuto fisiologico fino a circa 6 anni di età), risulta abitualmente
da una carenza di irrigidimento per difetto di rotazione dei segmenti anteriori
all'astragalo (l'elica podalica si avvolge in maniera insufficiente) dando luogo, in
successione cronologica, a cedevolezza nel piede infantile, piede valgo-piatto
nell'adolescenza e piede piatto artrosico nell'adulto. Al contrario, nel piede cavo
avremo un eccesso di rotazione (pronazione) dei segmenti anteriori all'astragalo
(e quindi un difetto di rilasciamento e un'eccessiva elicatura podalica). Occorre
considerare che l’organismo reagisce di norma sul terreno piano cercando di
aggrapparsi ad esso cavizzando il piede (lo stesso motivo favorisce l'alterazione
in dita a martello o a griffe o ad artiglio). Data la comune asimmetria posturale,
si riscontrano di frequente atteggiamenti diversi dei due piedi. La
baropodometria, in statica e in deambulazione, risulta uno strumento di
estrema importanza per la corretta diagnosi del piede piatto/cavo.
L’alluce valgo è una delle patologie più diffuse a carico del piede. E’ caratterizzato
da una deformità del primo dito (l’alluce, appunto) che comporta una deviazione
laterale della falange, con lussazione dei sesamoidi, due piccole ossa entro le
quali si trova l’articolazione dell’alluce. In genere, questa deformità è
accompagnata da una tumefazione dolente della parte interna del piede, la
cosiddetta “cipolla”, che altro non è che una forma di borsite, cioè di
infiammazione da sfregamento con la calzatura. La deformità dell’alluce valgo si
associa spesso al piede piatto, in quanto la ridotta curvatura della pianta porta a
sovraccaricare in modo esagerato la parte anteriore del piede, e può causare,
oltre a lesioni cutanee (callosità, ulcerazioni) che abbiamo già visto, anche
deformazioni al secondo e terzo dito, definiti "a martello" e ulteriori conseguenze
come lesioni osteoarticolari all’avampiede e persino ripercussioni gravi sui
ginocchi, sulle anche e sulla colonna vertebrale.
Chi maggiormente soffre di alluce valgo è la donna (dieci volte più dell’uomo), in
genere di età matura o senile, e soprattutto se vi sono casi di ereditarietà.
Cause
La causa dell’alluce valgo può essere primaria o congenita – con la tendenza a
svilupparsi nell’età dell’accrescimento – o secondaria o acquisita, come nelle
forme rachitiche, infiammatorie, infettive, tropiche, traumatiche, ecc. In
quest’ultimo caso, una responsabilità notevole può essere attribuita a modelli di
calzatura inadeguati alla fisiologia del piede, ad esempio scarpe con tacco alto
o strette in punta. Quelle con il tacco eccessivamente alto (fino a 12/14
centimetri) costringono il piede a una posizione innaturale, accorciando il
tendine di Achille. In questo modo, si sposta eccessivamente il peso del corpo
in avanti stravolgendo la funzione stabilizzante del piede nella ripartizione del
peso. Tutto il peso, infatti, va a gravare su un’area più piccola rispetto alla
pianta completa, il che fa assumere ai piedi una posizione ruotata verso
l’interno, che, tra l’altro, può favorire la distorsione delle caviglie.
Fascite plantare
DEFINIZIONE ED EZIOLOGIA
La fascite plantare e' un'infiammazione della fascia plantare, struttura che si origina dal calcagno fino
a raggiungere le dita del piede, che ha il compito di sostenere la volta plantare.
L'eziologia delle fasciti e' multifattoriale: microtraumatica, posturale; possono essere associate a
presenza di spina calcaneare
DIAGNOSI
La diagnosi è clinica ed integrata dall' esame radiologico.
TERAPIA CONSERVATIVA
Grande parte dei pazienti affetti da questa patologia ottengono una guarigione completa grazie ad
un trattamento conservativo quale:
• terapia fisica ( ipertermia, ultrasuoni)
• terapia farmacologica anti-infiammatoria
• taping funzionali
• infiltrazioni corticosteroidee
• plantari con scarico elettivo
• esercizi di stretching della fascia plantare
Lo sperone calcaneare , chiamato anche deformità di Haglund o “pump bump”
consiste in una esostosi , cioè una escrescenza ossea congenita che il più delle volte
compare a livello del versante posteromediale dell’osso.
Questa forma di alterazione ossea causa molto frequentemente borsiti, cioè
infiammazioni, della borsa sinoviale situata davanti al tendine di Achille e dietro al
calcagno, dal momento che provoca una pressione anomala sul punto in cui si trova e
conseguente dolore.
Il medico, dopo aver raccolto dal paziente tutte le informazioni necessarie per
inquadrare la patologia, a partire dalla modalità dell’esordio, effettua un esame
obiettivo della parte interessata, richiedendo il supporto di esami radiografici,
ecografie, risonanza magnetica, in grado di evidenziare la presenza di speroni o
deformazioni ossei.
La borsite posteriore del tendine di Achille può essere diagnosticata sia attraverso
indagini radiografiche, che verificando direttamente la parte dolorante che in genere
presenta una tumefazione diffusa e la formazione di uno spesso callo sulla superficie
posteriore del calcagno.
Ulteriore frequente patologia podalica è l'alluce valgo, che è accompagnata da lussazione dei relativi
ossi sesamoidi ed esostosi laterale della I testa metatarsale (ricoperta da callosità per il continuo
sfregamento con la calzatura). Le cause dell'alluce valgo sono da ricercarsi nei carichi squilibrati sul
piede, in modo particolare sull'avampiede durante la fase propulsiva del passo, a cui si aggiunge il
contributo di scarpe inadeguate (tacchi alti, punta stretta)e della predisposizione genetica.
Non va trascurato il fatto che il piede è anche un organo di senso, ossia porta di ingresso degli stimoli
ambientali. Di conseguenza, le anomalie strutturali del piede non solo rendono precaria la risposta
motoria (ovvero l'avvolgimento dell'elica) ma sono anche ragione di ostacolo alla ricezione corretta della
stimolazione ambientale. La ricettività dei recettori gravitari, presenti in gran numero nei muscoli e nelle
formazioni articolari e aponeurotiche del piede (immagine), risulta alterata essendo anomali la
disposizione e la condizione circolatoria dei tessuti che li ospitano. I legamenti (legamento deltoideo,
legamento calcaneo-scafoideo plantare, legamento interosseo ecc.) e le formazioni muscolo-tendinee
(nel piede piatto ovvero nel difetto di avvolgimento dell'elica podalica, in particolare, il tibiale
posteriore, il flessore lungo dell'alluce e il flessore lungo delle dita, essendo strutture che controllano la
pronazione), infatti, sono sollecitati da tensioni abnormi. Come conseguenza di ciò, il circuito di controllo
della gravità risulta almeno parzialmente occluso.
Risulta chiaro che un appoggio non corretto può far sentire le conseguenze a caviglia, ginocchio, anca,
tutta la colonna vertebrale, fino a interessare il posizionamento del cranio e quindi il apparato occlusale
(stomatognatico).
Normalizzando la ricezione dell'informazione ambientale, ne risulterà potenziata l'integrazione
informativa genetica-ambientale favorendo così l'iter evolutivo.
E' evidente la fondamentale importanza della posturologia e del plantare ergonomico quale supporto
migliore per prevenire e correggere le anomalie dell'appoggio plantare e quindi posturali.
1 - Seduto su un sedile basso, 2 - Riabbassare gli avampiedi, 3 - Da seduto, ginocchia flesse a 70°,
ginocchia flesse a 70°, mantenendo i flettendo energicamente le dita per gambe leggermente distanziate, piedi a
talloni al suolo, sollevare con forza gli alcuni secondi. Fare qualche secondo terra, avvicinare le ginocchia fino a
avampiedi e le dita per alcuni secondi. di riposo, rilassando dita e piedi, per toccarsi, sollevando il bordo esterno
poi ripetere l'esercizio nell'andata e dei piedi mentre il bordo interno
nel ritorno per almeno 5 volte appoggia al suolo. Mantenere la
posizione per qualche secondo e dopo
un breve riposo e rilassamento ripetere
l'esercizio per 5 volte.
4 - Gambe nella stessa posizione 5 - Seduto a terra afferrare con le dita dei
dell'esercizio precedente, divaricare le piedi un panno, oppure un bastoncino,
ginocchia, sollevando il bordo interno oppure dei sassolini.
dei piedi mentre il bordo esterno Ripetere l'esercizio per 10 volte.
appoggia al suolo. Mantenere la
posizione per qualche secondo e dopo
un breve riposo e rilassamento
ripetere l'esercizio per 5 volte.
15 - Sollevare la gamba con ginocchio flesso a 90°
mantenendo la posizione mentre ci si solleva
sull'avampiede dell'altra. Ripetere invertendo le
gambe, almeno 3 volte per parte.
Per valutare bene la postura, molto utile è l'effettuazione
di un esame posturografico, che viene eseguito su una
moderna apparecchiatura (posturografo). Questa
consente, grazie ad una pedana dinamometrica, il
rilevamento della distribuzione del peso corporeo sui punti
d'appoggio dei piedi: la testa del primo metatarso (la base
dell'alluce), la testa del quinto metatarso (la base del
quinto dito), e il centro del calcagno (tallone).
BARICENTRO
Max
equilibrio
stabilità
Max Min
confort consumo
min stress sulle
energetico
strutture anatomiche
max economia

POSTURA
NORMALE
LA CAVIGLIA
L'articolazione tibio-tarsica è un’ articolazione assai esposta al rischio di lesioni
acute al complesso legamentoso sia interno (mediale) che esterno (laterale).

Articolazione tibio-tarsica
L’articolazione è composta dal complesso tibio-peroneale entro cui bascula,
nei movimenti di flesso estensione e rotazione del piede, l’astragalo.
Movimenti articolari
dell'articolazione tibio-tarsica
Distorsione
La distorsione di caviglia produce un danno legamentoso, più o meno complesso
a seconda del numero di legamenti coinvolti, la cui estensione e gravità viene
quantificata in tre gradi.

Legamenti dell'articolazione tibio-tarsica superiore

In seguito al trauma comparirà una marcata tumefazione della regione


malleolare colpita, accompagnata da vivo dolore che spesso impedisce
l’appoggio del piede a terra.
Nelle distorsioni di I grado spesso basta il riposo
articolare , integrato da terapia anti infiammatoria,
seguito da cicli di terapia fisica (ionoforesi, laser) e
fisiocinesiterapia; la ripresa dell’attività sportiva
sarà consentita a quadro clinico risolto. Nelle
lesioni di II grado in cui la compromissione
dell’integrità legamentosa è più grave rispetto al
precedente è opportuno procedere ad
immobilizzazione per 4 settimane, a cui seguirà un
intenso programma riabilitativo. Le lesioni di III
grado, ovvero la rottura completa del legamento,
prevedono la terapia chirurgica seguita da periodo
di immobilizzazione.
Tendinopatie
Come per le articolazioni della spalla e del gomito, anche i singoli tendini possono
sviluppare processi patologici degenerativi legati al sovraccarico funzionale.
Tendine d'Achille
E’ il robusto tendine che si inserisce sul calcagno originando dai muscoli della loggia
posteriore della gamba; esso ha il compito di trasmettere la forza originata da tali
muscoli allo scheletro ed è implicato costantemente durante la deambulazione, la corsa
ed il salto. Esistono, come nel caso della cuffia dei rotatori, delle strutture che si
interpongono tra osso e tendine per diminuire l’attrito durante il movimento chiamate
borse; esse possono andare incontro a fenomeni irritativi satelliti dell’infiammazione
tendinea.
Il sintomo principale è il dolore lungo il decorso del tendine, talora avvertito nella regione
calcaneare, inizialmente legato allo sforzo atletico ed in seguito presente anche a riposo.
Spesso si accompagna edema dei tessuti peritendinei ed irritazione delle borse lungo il
tendine con deformazione del normale profilo anatomico ed apparente scomparsa dei
margini del tendine stesso.
Un ruolo importante nella tendinite del tendine d'achille giocano le calzature, il fondo su
cui si pratica l’attività sportiva, la conformazione anatomica del piede e la coordinazione
del movimento.
Diagnosi La diagnosi, oltre che sull’esame clinico, si basa su indagini radiografiche, per
escludere alterazioni ossee che sostengano la patologia, e su indagini ecografiche che
documentino il grado di lesione del tendine.
Terapia La terapia, oltre al riposo articolare, consta di somministrazione di
antinfiammatori, terapia fisica (ultrasuoni), fisiokinesiterapia, talora la prescrizione di
particolari ortesi atte a tutelare da sollecitazioni il tendine. La terapia chirurgica viene
riservata ai casi di cronicizzazione della patologia in cui vi sia necessità di asportare il
Tendinite dei peronieri e del tibiale posteriore
Interessa robusti tendini che dalla loggia posteriore della gamba si inseriscono
sul piede rispettivamente al lato esterno ed al lato interno della caviglia,
passando sotto i rispettivi malleoli. La loro funzione è di stabilizzazione e
flessione plantare del piede durante il cammino, la corsa ed il salto; le cause
d’irritazione sono per la gran parte simili a
quelle che colpiscono il tendine d’Achille. Il segno clinico è il dolore durante
l’attività sportiva accompagnato a volte da tumefazione delle regioni
sottomalleolari.
Diagnosi
La diagnosi si basa sulla visita clinica integrata da esame radiografico ed
ecografico.
Terapia
La terapia consiste in riposo funzionale, antinfiammatori, fisiokinesiterapia ed
eventuali ortesi.
Fascite plantare
Il termine indica l’irritazione di una spessa tela fibrosa che decorre lungo la pianta
del
piede e si chiama aponeurosi plantare.

Aponeurosi plantare
Colpisce prevalentemente atleti amatoriali oltre i quarantenni d’età che pratichino
corsa e tennis. Riconosce un sovraccarico funzionale associato soventemente ad
alterazioni degenerative ossee (artrosi).
Il dolore, avvertito in sede plantare soprattutto alla flessione delle dita, in fase
iniziale regredisce con il semplice riposo. Quando cronicizza esso diviene
persistente rendendo difficoltosa la deambulazione; in questa fase diviene
necessario l’uso di farmaci, fisica (ultrasuoni) ed eventuale ortesi.
L’intervento chirurgico sull’aponeurosi viene riservato ai casi ribelli alla terapia.
IL RUOLO DELLA SENSIBILITÀ PROPRIOCETTIVA NELLA POSTURA

Il ruolo della propriocezione è implicito nel concetto stesso di "postura". Dal punto di
vista motorio, infatti, ogni essere vivente deve essere in grado di adattarsi all'ambiente
in cui si trova per sopravvivere e svolgere la propria attività statica e dinamica. Tale
adattamento richiede la possibilità di cogliere ciò che succede nell'ambiente stesso e
conseguentemente, di assumere le posizioni più consone alla situazione e alle proprie
esigenze di comportamento. Possiamo definire "postura" ciascuna delle posizioni
assunte dal corpo, contraddistinta da particolari rapporti tra i diversi segmenti somatici.
Il concetto di postura, quindi, non si riferisce ad una condizione statica, rigida e
prevalentemente strutturale. Si identifica, invece, con il concetto più generale di
equilibrio inteso come "ottimizzazione" del rapporto tra soggetto e ambiente
circostante, cioè quella condizione in cui il soggetto stesso assume una postura o una
serie di posture ideali rispetto alla situazione ambientale, in quel determinato momento
e per i programmi motori previsti.
Una funzione così importante non è affidata ad un solo organo o apparato ma richiede
un intero sistema, cioè un insieme di strutture comunicanti e di processi cui è affidato il
compito di:
lottare contro la gravità
opporsi alle forze esterne
situarci nello spazio-tempo strutturato che ci circonda
permettere l'equilibrio nel movimento, guidarlo e rinforzarlo.
Per realizzare questo exploit neuro-fisiologico, l'organismo utilizza differenti risorse:
gli esterocettori: ci posizionano in rapporto all'ambiente (tatto, visione, udito)
i centri superiori: integrano i selettori di strategia, i processi cognitivi e rielaborano i dati ricevuti dalle due fonti precedenti
i propriocettori: che posizionano, appunto, le differenti parti del corpo in rapporto all'insieme, in una posizione prestabilita.
L'equilibrio mantenuto nella postura eretta è un tipico ed importante esempio di come tutti i meccanismi propriocettivi sono coinvolti.
L'equilibrio, infatti, si mantiene con lo spostamento ripetuto di masse (segmenti corporei) originate da continue azioni involontarie e
coordinate di contrazione e rilassamento della muscolatura, in modo da correggere continuamente la posizione del baricentro,
affinché la proiezione di quest'ultimo non esca dal poligono di appoggio sul piano.
Per capire come agiscono i meccanismi propriocettivi, si può provare ad "ascoltare" quello che è trasmesso dal piede, che è la
regione del nostro corpo in grado di fornire il maggior numero d'informazioni propriocettive.
Si possono così sentire dei continui cambiamenti di pressione, in diversi punti della pianta del piede, accompagnati da oscillazioni
dell'arto in appoggio e da tutto il resto del corpo. Queste oscillazioni sono determinate, inconsciamente, dalla contrazione e dal
rilassamento muscolare, che mettono in movimento le masse corporee, affinché venga mantenuta la condizione di equilibrio.
È evidente che il controllo propriocettivo è fondamentale, non solo per mantenere la stazione eretta ma anche nella esecuzione di
qualsiasi attività motoria complessa come, ad esempio, il pedalare su una bicicletta.
Il ciclista non deve essere solamente in grado di mantenersi in equilibrio sul mezzo, elemento che in talune circostanze non è da
considerare poi così agevole (in curva, sul bagnato, sull'asfalto sconnesso, ecc.), ma deve essere in grado di "sentire" e modulare
l'attività di ogni suo singolo distretto corporeo. Solo attraverso questo processo sarà in grado di migliorare il suo rendimento sul
mezzo. In altri termini, l'acquisizione di un corretto stile di pedalata, la capacità di esprimere come si dice in gergo un buon "colpo di
pedale" può determinarsi solamente sfruttando le sensazioni che il sistema propriocettivo mette a disposizione dell'organismo. Anche
dal punto di vista clinico, molte patologie frequenti nel ciclismo come, prima tra tutte, la lombalgia vertebrale può essere combattuta
controllando e modificando la postura del bacino e del tronco.
A questo punto è lecito domandarsi se esistono dei metodi codificati per "allenare" il sistema propriocettivo.
La risposta è affermativa. Esistono, e sono usate con ottimi risultati nel campo della rabilitazione, esercitazioni in grado di migliorare
attraverso lo stimolo propriocettivo la capacità di controllo dell'equilibrio. Tutte le tecniche hanno come comune denominatore il
portare gli elementi della percezione provenienti dai recettori descritti precedentemente allo stato di coscienza. Il segreto, in altre
parole, è quello di imparare a "sentire" il nostro corpo il più possibile.
ALLENARE LA SENSIBILITÀ PROPRIOCETTIVA
Gli esercizi comunemente utilizzati per l'allenamento della propriocezione sono
basati su esercitazioni che inducono la muscolatura a reagire utilizzando il pieno
funzionamento di tutte le aree d'informazione, affinché ci sia una corrispondente ed
appropriata risposta motoria alla situazione posturale.
Nel ciclismo il primo passo si può effettuare proprio durante la pedalata sforzandosi,
soprattutto in condizione di affaticamento, di apprezzare l'attività di ogni singolo
distretto muscolare sia in termini di entità che durata di contrazione, di apprezzare il
movimento delle articolazioni, il posizionamento dei distretti corporei con particolare
attenzione al bacino ed alla colonna vertebrale.
Tale capacità sensitiva può essere, come dicevamo potenziata "a secco" attraverso
esercitazioni che sfruttano l'uso di semplici attrezzi comuni ormai in tutte le palestre
ed i centri di riabilitazione e rieducazione.
Tali attrezzi (tavolette basculanti, assi, ecc.) consentono un miglioramento
dell'equilibrio attraverso l'allenamento finalizzato al mantenimento della posizione
voluta, unito ad un'elevata capacità di correzione degli sbilanciamenti.
Gli esercizi descritti in seguito, tendono a stimolare in maniera crescente i sistemi
propriocettivi ed i centri nervosi dai quali dipende la regolazione dell'equilibrio
posturale.
GLI ATTREZZI
Gli esercizi di propriocettività possono essere eseguiti con il piede in
appoggio al suolo o con l'utilizzo dei seguenti attrezzi:

Tavola tonda
Tavoletta di circa 40 cm di diametro, in genere di legno, sotto la quale è
fissata una mezza sfera: il grado d'instabilità è inversamente proporzionale al
raggio della mezza sfera. Quest'ultima crea delle condizioni d'instabilità in
tutte le direzioni

Tavola rettangolare
Tavoletta di circa 40 x 30cm, in genere di
legno, sotto la quale è fissato un mezzo
cilindro che crea un grado d'instabilità laterale.