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La testimonianza molteplice del nuovo testamento

La testimonianza molteplice del nuovo testamento

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Dopo aver preso in esame le testimonianze storiche ed archeologiche e la testimonianza del Primo Testamento letta alla luce della letteratura intertestamentaria, ci concentriamo ora su quella che è e rimane la principale testimonianza su Gesù anche da un punto di vista storico: gli scritti neotestamentari. Inizieremo dalla testimonianza di Paolo, per poi passare a quella di Marco, in seguito a quella di Matteo e Luca insieme (… e la fonte Q) e per concludere a quella del Quarto Vangelo. Ovviamente saranno selezionati soltanto alcuni testi, sperando al termine dell’indagine di riuscire a raccogliere i dati per mostrare e dimostrare almeno un paio di cose fondamentali.
Dopo aver preso in esame le testimonianze storiche ed archeologiche e la testimonianza del Primo Testamento letta alla luce della letteratura intertestamentaria, ci concentriamo ora su quella che è e rimane la principale testimonianza su Gesù anche da un punto di vista storico: gli scritti neotestamentari. Inizieremo dalla testimonianza di Paolo, per poi passare a quella di Marco, in seguito a quella di Matteo e Luca insieme (… e la fonte Q) e per concludere a quella del Quarto Vangelo. Ovviamente saranno selezionati soltanto alcuni testi, sperando al termine dell’indagine di riuscire a raccogliere i dati per mostrare e dimostrare almeno un paio di cose fondamentali.

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C.

LA TESTIMONIANZA MOLTEPLICE DEL NUOVO TESTAMENTO: PAOLO, MARCO, MATTEO E LUCA, GIOVANNI

Dopo aver preso in esame le testimonianze storiche ed archeologiche e la testimonianza del Primo Testamento letta alla luce della letteratura intertestamentaria, ci concentriamo ora su quella che è e rimane la principale testimonianza su Gesù anche da un punto di vista storico: gli scritti neotestamentari. Inizieremo dalla testimonianza di Paolo, per poi passare a quella di Marco, in seguito a quella di Matteo e Luca insieme (… e la fonte Q) e per concludere a quella del Quarto Vangelo. Ovviamente saranno selezionati soltanto alcuni testi, sperando al termine dell’indagine di riuscire a raccogliere i dati per mostrare e dimostrare almeno un paio di cose fondamentali.

La testimonianza di Paolo
Cominciamo dunque con le lettere di Paolo, poiché sono i testi più antichi per redazione del NT, precedenti anche alla redazione dei Vangeli, nonostante il diverso ordine nella Sacra Scrittura. Del corpus paolino che abbiamo nel NT, cioè tutte le lettere della tradizione paolina, gli studiosi attribuiscono con certezza alla dettatura dell’Apostolo solo alcune lettere, l’attribuzione di altre è discussa, mentre la redazione di alcune probabilmente è avvenuta attraverso alcuni suoi discepoli o una sua comunità che ha sviluppato o approfondito alcuni suoi insegnamenti. La lettera agli Ebrei già dai Padri della Chiesa non era attribuita a Paolo, anche se per un periodo alcuni l’hanno assegnata all’Apostolo per alcune sue tematiche. Lettere “scritte” Lettere paoline forse da Paolo Efesini Colossesi 2 Tessalonicesi 1 Timoteo 2 Timoteo Tito

Lettere “scritte” da Paolo Romani 1 Corinzi 2 Corinzi Galati Filippesi 1 Tessalonicesi Filemone

I passi presi in esame della lettera ai Romani e della prima lettera ai Corinzi con ogni probabilità sono recepiti da Paolo, cioè non sono scritti creati da lui, ma sono formule liturgiche o di fede che egli aveva ascoltato, ricevuto. Esse risalgono verosimilmente attorno al 40 d.C. circa, quindi tra i 10 e 15 anni dopo la morte di Gesù. Questo significa che già la primissima comunità cristiana professava la risurrezione di Gesù dai morti come evento cruciale, perché la troviamo come elemento fondamentale delle formule.
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1) Lettera ai Romani La lettera ai romani risale all’incirca al 57 d.C. Precedente però è la formula di fede che Paolo recepisce in Rm 1,3b-4a: «generato dal seme di Davide secondo la carne, stabilito Figlio di Dio in potenza secondo lo Spirito di santità dalla risurrezione dei morti.» Il brano Rm 1,1-7 è l’introduzione alla lettera, il prescritto o saluto. Incastonato in esso, come la gemma di una corona, troviamo questa antica formula di fede che mostra chiaramente echi giudaici, come per esempio l’immagine del Messia davidico. «generato…carne»: generato secondo l’angolatura della carne, intesa come tutto ciò che è umano e tutto ciò che riguarda il ciclo naturale delle cose. Secondo la carne (la materialità, l’umanità), dal seme di Davide, è nato Gesù e lo riconosco co me Messia. «stabilito… morti.»: dalla resurrezione dei morti, secondo lo Spirito di santità, dall’angolatura dello Spirito Santo, quindi delle cose divine, Gesù è stabilito in potenza Figlio di Dio. Egli lo era già prima della resurrezione, ma grazie a questo evento lo riconosco chiaramente Figlio di Dio (come dalla discendenza di Davide lo riconosco chiaramente come Messia). La parola “stabilito” veniva tradotta da alcuni Padri della Chiesa, tra cui s. Giovanni Crisostomo, con “manifestato”, perché “stabilito” provocava discussioni a proposito dell’idea che Gesù è diventato Figlio di Dio soltanto dopo la risurrezione. Però alla lettera la traduzione di questi Padri è per sé non corretta, perché il significato proprio è “costituito”, “stabilito”. Il senso di “segno di riconoscimento”, quasi di “passaporto”, è dato a “stabilito” dalla specificazione «in potenza», cioè non più in modo nascosto, ma in modo potente, glorioso, efficace, manifesto. Abbiamo quindi due identificazioni di Gesù come Messia: - secondo la carne, secondo la vita terrena prima della Pasqua, dalla sua discendenza davidica; - secondo lo Spirito di santità, secondo la vita divina dopo la Pasqua, dalla sua risurrezione. Leggendo questi versetti non si sa molto su Gesù, è una formula molto essenziale, concentrata; infatti non parla dei miracoli, dell’ultima Cena, della predicazione del Regno e nemmeno della morte di croce di Gesù. Questo perché è una formula di fede e come tale è breve, condensata e dice solo alcune cose fondamentali. Se noi fossimo persone che non hanno mai letto un Vangelo, cosa verremmo a sapere da questa formula? Che Gesù è nato umanamente secondo la discendenza di Davide, che è “nato” una seconda volta dalla resurrezione dei morti e che è il Figlio di Dio.
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2) Prima lettera ai Corinzi La prima lettera ai Corinzi risale circa al 53 dC. Precedente però è la professione di fede che Paolo presenta in 1Cor 15,3b-5, introducendola così « A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che»: «Cristo e che e che e che morì fu sepolto è risorto apparve per i nostri peccati il terzo giorno secondo le Scritture secondo le Scritture a Cefa e quindi ai Dodici.»

Nei versetti 1-9 del capitolo 15, Paolo ricorda qual è il fondamento del suo annuncio, cioè la risurrezione, e lo fa anche a difesa di sé stesso, autodefinendosi come apostolo (uno dei temi delle due lettere scritte agli abitanti di Corinto). In questo brano scritto per la comunità di Corinto c’è una professione di fede precedente a Paolo stesso, e qui Paolo lo mostra in modo più chiaro perché la introduce formalmente. Questa confessione di fede è su alcuni fatti di Gesù, e in questo caso c’è anche la morte; c’è un po’ tutta la Pasqua (morte, sepoltura, resurrezione, apparizioni prima dell’ascensione). Due volte troviamo «secondo le scritture» e quando si parla di scritture si intende la TaNaK (Torah, Profeti, Scritti). Queste parole si riferiscono non tanto al mero fatto che Gesù morì ed è risorto, quanto piuttosto a “per i nostri peccati” e “il terzo giorno”. Il fatto che Gesù sia morto era un fatto conosciuto, era una notizia di cronaca, lo sapevano tutti, anche chi non credeva in lui come il Messia. Ma il senso di quella morte, cioè per i nostri peccati secondo le scritture è già una basilare lettura di fede, un minimo di teologia, il senso salvifico di quella morte. Questa morte secondo le scritture, è preannunziata nell’AT, probabilmente con riferimento al servo sofferente di Isaia (Is 52-53). «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture»: dà una lettura salvifica della morte di Gesù che troviamo anche nelle parole sul pane e sul calic e nell’ultima Cena nei sinottici (Mt 26,26ss, Mc 14,22ss, Lc 22,19ss) e in Paolo (1Cor 11); secondo le scritture ebraiche c’è questo aspetto salvifico. «fu sepolto»: giorni della morte, della sepoltura di Gesù. «è risorto il terzo giorno»: vi è forse un riferimento ad alcuni profeti che parlano di questo (cfr. Os 6,2; anche Sal 16,10), nel senso che Adonai non abbandona il giusto più di tre giorni. «apparve a Cefa e quindi ai Dodici.»: è l’apparizione tra la risurrezione e l’assunzione di Gesù al cielo. I “Dodici” (Dodeka) è un “termine tecnico” e simbolico che indica il gruppo di persone che Gesù aveva scelto (ricordano le dodici tribù d’Israele) per dar vita al nuovo popolo di Dio. E’ singolare il fatto che Cefa sia nominato a parte.
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Nell’ultima “colonna” abbiamo due “secondo le Scritture”, perché la testimonianza erano le Scritture dell’AT, con le attese messianiche; l’ultimo elemento è “ a Cefa…”, cioè il collegio apostolico, messo quasi in parallelo mostrando i dodici Apostoli come testimoni di un nuovo evento. Questa testimonianza apostolica porterà poi alla redazione del NT.

DA NOTARE: 1Cor 15,20-28 Qui abbiamo un brano in cui Paolo, con la sua autorità di apostolo, tratta di escatologia, proponendo una catechesi sulle cose ultime e trasmettendo la fede da lui ricevuta. Vi è l’annunzio della resurrezione di Cristo dai morti, un parallelo tra Gesù e Adamo ed in seguito l’Apostolo mette in ordine la ricevibilità della resurrezione: prima Cristo (anticipo del compimento, già avvenuto), poi alla sua venuta (tema della Parusia) quelli che appartengono a Cristo, ed infine ci sarà il compimento di tutto quando Gesù riconsegnerà il regno a Dio Padre. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte. Poniamo attenzione al linguaggio usato qui da Paolo: ci dovremo ritornare per un confronto con il linguaggio di passi come Mc 12,1-9 o Q 10,22.

3) Prima lettera ai Tessalonicesi Nella prima lettera ai Tessalonicesi risalente circa al 51 d.C., vi è tra i temi dominanti, quello dell’escatologia. Inizialmente l’attesa del ritorno di Gesù era molto forte, infatti i primi cristiani, probabilmente anche Paolo neo-convertito incluso, ritenevano la sua venuta imminente. Il Paolo maturo comprenderà meglio la fede. Il problema in questa comunità di Tessalonica era quello della forte attesa, tanto che alcuni preferivano non lavorare, perché presto sarebbe tornato Gesù, Paolo rispose a questi che chi non vuol lavorare neppure mangi! 1Ts 1,9b-10 «come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.»

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In questo passo, secondo alcuni insigni esegeti come B. RIGAUX, Paolo riporta una formula arcaica a lui precedente, mentre per altri è uno scritto di Paolo agli inizi della sua conversione. In questi pochi versetti sono evidenziati alcuni temi: - la conversione dagli idoli a Dio, tema dell’AT che troviamo in Osea, fortemente profetico-giudaico; - il servizio a Dio, uno dei temi dell’Esodo, dove Dio, per bocca di Mosè dice al faraone: “Lascia partire il mio popolo, perché mi possa servire!” (Es 9,1) - l’attesa del Figlio; Gesù è già risorto e asceso al cielo, ove è "nascosto", e i cristiani attendono il suo ritorno; - liberazione dall’ira che viene, tema già della predicazione di Giovanni il Battista (Lc 3,7; Mt 3,7). Da questo testo quindi possiamo trarre alcune informazioni come l’attesa della Parusia, la risurrezione e la salvezza (in questa terminologia arcaica) che ci libera dall’ira che viene. 1Ts 4,13-17 «… Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti …» Anche in 1Ts 4,13-17 Paolo parla del ritorno del Signore, della Parusia. Nel versetto 14 troviamo una professione di fede che prosegue dicendo che Dio insieme a Gesù radunerà quelli che sono morti: questa è l’escatologia che Paolo ha ricevuto. Nel versetto 15 trovi amo “parola del Signore”: secondo alcuni, Paolo sta citando ciò che era scritto nei Vangeli, secondo altri è come quando nell‘Antico Testamento troviamo “Oracolo del Signore”, con il quale il profeta parlava riferendosi all’autorità di Dio. Paolo al versetto 17 dice “quindi noi, i vivi…”: da qui si comprende che egli sperava di essere ancora vivo al ritorno di Gesù. Gli elementi fondamentali su Gesù ci sono: morte, risurrezione, ritorno, il fatto che quelli che gli appartengono tornano in vita e sono radunati insieme con lui, e in più abbiamo un po’ di elaborazione (v. 16). Troviamo quindi un’escatologia essenziale ma già un po’ elaborata, considerando poi che è passato poco tempo dalla morte e risurrezione di Gesù.

Di grande importanza è anche il testo della lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11), anch’esso con ogni probabilità preesistente alla redazione della lettera stessa, e lo riprenderemo nella seconda parte del per-corso, cioè in quella dedicata all’approfondimento e sviluppo dogmatico e teologico.

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La testimonianza di Marco

In questa lezione affronteremo la testimonianza di Marco (redazione del vangelo risalente circa al 70 d.C.) usando i metodi e gli strumenti esposti nella seconda lezione per scavare dentro i suoi testi. Faremo questo per trovare elementi originari, "scrostando" – per quanto possibile – la mediazione del “pittore” per poterci approssimare al volto di Gesù prima della sua glorificazione pasquale (… sempre mettendoci nei panni del poliziotto cinese). Cos’è una parabola? E’ un metodo narrativo (come una poesia o un’allegoria), un modo di strutturare un racconto usato nella Bibbia e nell'insegnamento rabbinico. Gesù ne fa un uso magistrale. Per capire che la parabola era un metodo abituale, possiamo prendere in considerazione il passo del secondo libro di Samuele che racconta la storia del re Davide che, invaghitosi di Betsabea, moglie di Uria, manda a morire il marito pur di averla. Il profeta Natan allora è mandato da Dio a rimproverarlo e gli racconta questa parabola: “Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero; mentre il povero non aveva nulla, se non una sola pecora piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. Un viandante arrivò dall’uomo ricco e questi, evitando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso quanto era da servire al viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell’uomo povero e la servì all’uomo che era venuto da lui”. 2Sam 12,1-4 Davide si infuria dicendo che quell’uomo deve essere mandato a morte e solo allora Natan gli apre gli occhi, dicendogli: «Tu sei quell'uomo!». Il profeta aveva usato questa parabola, somigliante alla realtà, per portare Davide ad emettere un giudizio prima di rendersi conto che stava giudicando sé stesso. Se il re avesse saputo che stava rispondendo per sé, per interesse personale avrebbe modificato la risposta. Non tutti gli elementi della parabola sono da interpretare, non sono un’allegoria (racconto in cui ogni elemento o personaggio deve essere riferito ad altro); nella parabola interessa soltanto il punto di somiglianza che porta ad emettere un giudizio. Nell’interpretazione che ne hanno fatto i Padri della Chiesa spesso se ne è estratto ben di più, perché la Parola di Dio è infinitamente ricca. Ma se stiamo al meccanismo narrativo, le parabole vogliono dire una cosa sola, a seconda del punto detto punctum o tertium comparationis, che fa scattare questo effetto del racconto.

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1) Mc 12,1-9 «[Gesù] si mise a parlare loro con parabole: “Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Ne aveva ancora uno, un figlio amato (traduzione letterale che risulta poco chiara in italiano, traducendo a senso si potrebbe scrivere il suo unico figlio); lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!” Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri.» Questa parabola esiste oltre che in Mc, anche in Mt 21,33-41, in Lc 20,9-16 ed è riportata nel Vangelo apocrifo di Tommaso al punto 65. Essa si ritrovava quindi diffusamente, è attestata in più fonti. Il racconto in Mc e Mt continua e viene aggiunta la citazione di un salmo (Sal 118,22), aggiunta che però, stando alla comune interpretazione degli studiosi ed esegeti, non è inclusa nella forma originaria della parabola, ma è un inserto redazionale per spiegare la morte e resurrezione di Gesù. La parabola così come è uscita dalla bocca del Signore, con ogni probabilità è quella di Marco, perché in Mt e Lc vi sono alcuni ritocchi. La parabola racconta di un padrone che ha fatto un grosso investimento, impiantando una piccola azienda agricola (siepe, buca per il torchio, torre, ecc) e la affida a dei contadini i quali non sono i proprietari, ma sono semplicemente dei coloni che lavorano la vigna per conto del padrone. Poi si dice che l’uomo se ne va lontano e al momento opportuno manda dei fiduciari, dei suoi rappresentanti, per prendere la sua parte del raccolto. Però questi vengono tutti bastonati , insultati o uccisi. Infine il padrone manda il figlio e i vignaioli decidono di ucciderlo per avere la sua eredità. Alcune importanti testimonianze utili per la valutazione storico-critica di questa parabola sono i papiri di Zenone1 e la giurisprudenza giudaica del tempo. Nei papiri infatti sono riportati testi amministrativi di un fondo di proprietà, in cui si spiega la gestione delle terre e le abitudini economiche. Gli storici hanno ritrovato poi che al tempo di Gesù c’erano
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Zenone fu amministratore in Palestina circa dal 280 al 260 a.C. e in questa sua qualità di ufficiale al servizio del governatore tolemaico Apollonio, braccio destro del re Tolomeo II Filadelfo (285-264 a.C.), raccolse circa duemila papiri amministrativi. Tra quelli conservati quaranta riguardano i possedimenti tolemaici in Palestina e in Fenicia, tra cui si trovano quelli del podere viticolo di Apollonio in Beth Anath in Galilea.

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molte sommosse e molti malcontenti. I servi non avevano rappresentanza legale e l’unico che poteva agire come il padrone era il figlio maggiorenne; è per questo infatti che i vignaioli vogliono ucciderlo per ottenere l’eredità. Di conseguenza la parabola è fedele al contesto socio-economico di quel tempo, poteva essere un fatto di cronaca. Una piccola annotazione da fare sul testo è dove c’è scritto “un figlio amato”, ultima traduzione (letterale) della CEI. In greco sarebbe uion agapeton ma non c’è l’articolo, se no sarebbe “o uion ton agapeton”. Traducendo così è corretto ma si perde un po’ il senso perché nella traduzione dei LXX (dall’ebraico al greco) la parola yahîd (“unico” in ebraico) è tradotta in greco con agapeton (amato, diletto). L’articolo non è presente, per mettere in rilievo la parola “figlio”. La traduzione che si può fare andando a senso è “il suo unico figlio”, che ci fa comprendere meglio il testo. Anche per l’andamento del racconto doveva essere “l’unico figlio”, perché se i vignaioli avessero ucciso uno dei figli, l’eredità sarebbe andata ai suoi fratelli. Per cui questa annotazione è significativa anche per l’andamento della parabola. Gesù mentre racconta la parabola ha davanti a sé i suoi discepoli e, soprattutto, i rappresentati del Sinedrio (vedi Mc 11,27-33), autorità politico-religiosa che governava Israele. Tenendo conto quindi del contesto, alcuni elementi di rassomiglianza con la realtà sono: In Is 5,2 il profeta parla del rapporto tra Dio e il popolo, quest’ultimo identificato con la vigna. Questa metafora in Isaia era presente nella mente degli ebrei di quel tempo, di conseguenza gli israeliti comprendono la somiglianza inserita in questa parabola. Gli affittuari rifiutano i servi e decidono di uccidere il Figlio per impadronirsi dell’eredità (il popolo d’Israele). Gesù dice questo perché sente il rifiuto che quelli del sinedrio hanno nei suoi confronti, presentendo come andrà a finire, anche se non ci sono accenni di altro genere. Una differenza di questa narrazione tra Mc e Mt o Lc è che in Marco alla fine della parabola viene detto: “Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna” mentre in Mt e Lc il Figlio viene prima gettato fuori della vigna e poi ucciso. Avendo presente la successione degli eventi della passione di Gesù, egli è stato prima buttato fuori poi ucciso. Mt e Lc hanno quindi corretto il testo in modo da adeguarlo al racconto della passione, segno che in Marco non c’è un errore ma un indizio di antichità ed autenticità del testo. Applicando i criteri di storicità ed autenticità alla parabola: - Molteplice attestazione; questo criterio vale alla luce del testo perché è presente in Mt, Mc, Lc, Vangelo apocrifo di Tommaso. Ha quindi 4 attestazioni, per cui il racconto anche se con alcuni ritocchi è un buon indizio di autenticità; - Continuità; si riferisce al contesto storico, per quello che è stato ritrovato sui papiri di Zenone e sulla giurisprudenza giudaica di quel tempo. Di conseguenza il racconto parabolico è molto coerente con il contesto sociale-giuridico del tempo. Il criterio di continuità, attraverso il contesto storico, è un ulteriore indizio sull’autenticità della parabola in Marco. Vi è anche una continuità con la teologia di testi antichi: gli studiosi che hanno ritrovati testi hanno visto alcuni elementi come il
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Padrone che torna, il Figlio rifiutato (rifiuto del Messia), e vi è anche un contesto di coerenza di contenuti. - Discontinuità; vi sono alcuni indizi di autenticità, come per esempio la questione dell’ordine tra uccisione e cacciata dalla vigna, il ritorno del padrone e non del figlio, la non interpretazione redentrice della morte del figlio, ed infine la discontinuità con la mentalità giudaica del tempo (Figlio con gli stessi poteri del Padre. Tutti questi criteri, pur con dei limiti, indicano che questo testo nella versione di Mc è un testo arcaico, con un linguaggio vicino all’aramaico, comunque vicino a come è uscito dalla bocca del Signore. Questa parabola porta con sé una questione importante, cioè il fatto che Gesù si riconosce come il Figlio. Questo tema è stato molto discusso negli ultimi 30 anni, tanto che alcuni non ritenevano questa coscienza filiale chiara. Esistono però tre passi indiscutibili in cui Gesù si ritiene in modo chiaro il Figlio: due sono quelli trattati qui in Marco, l’altro verrà analizzato in Q. 2) Mc 13,32 Questo è un versetto che ha fatto scrivere tanto, soprattutto nei Padri della Chiesa perché alcuni eretici come Ario, lo usavano per sostenere la tesi della non divinità di Gesù. Questo loghion si trova nel contesto del discorso escatologico indirizzato ai quattro discepoli "privilegiati" (vedi Mc 13,1-5 e seguenti). «Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre.» In questo breve versetto si sta parlando del giorno e dell’ora, del giudizio, del la Parusia, e vi è un’affermazione di non conoscenza da parte di Gesù. Nessuno sa il giorno e l’ora, né gli angeli né il Figlio, se non il Padre. Apparentemente questo brano parrebbe non porre il Figlio sullo stesso piano del Padre, però l'uso progressivo dei vari termini in realtà pone il Figlio in coppia con il Padre. Mt riporta questo versetto, mentre Luca ha fatto la scelta redazionale di ometterlo, forse perché era scomodo già per la prima comunità cristiana. Paradossalmente questa scomodità è indizio di autenticità, perché se Gesù non l’avesse detto non si sarebbero inventati una affermazione sconveniente. Questa scomodità cristologica è un indizio di gesuanità, proprio perché molto probabilmente è uscita dalla bocca stessa del Signore. Abbiamo rilevato che Luca non inserisce questo passo nel sua redazione del Vangelo, però fa la scelta di mettere in bocca a Gesù risorto, negli Atti degli apostoli questa frase: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…” (At 1,7 -8).
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Quello che conta della parola di ammonizione che troviamo in Mc 13,32, non è sapere il giorno e l’ora del ritorno del Signore, ma è la presenza di questo versetto in tutti i testi arcaici, e che la decisione di fronte a Gesù adesso, è quella che decide del futuro di ognuno di noi: se riconosco Gesù, egli mi riconoscerà quando verrà nella sua gloria, se lo rinnego anch’egli mi rinnegherà. Questo senso lo possiamo trovare in Q 12,8-9 e in Mc 8,38. Non è quindi un’affermazione di colpevole ignoranza del Signore, bensì di sapiente nescienza, cioè il Figlio semplicemente non sa né il giorno né l’ora perché questo non è importante, ciò che conta davvero è essere pronti adesso, senza inutili distrazioni, davanti al Figlio dell’uomo. Anche in questo versetto troviamo le parole “il Figlio”, in cui Gesù aveva coscienza di parlare di sé, di essere il Figlio dinanzi al quale si decide il futuro, l’eternità.

La testimonianza di Matteo e Luca
1. Mt, Lc e Q Matteo e Luca vengono presi insieme perché, secondo l’ipotesi, ci sono passi comuni che si possono far risalire a Q. Come già detto, la fonte Quelle è un’ipotetica fonte di detti di Gesù. Gli studiosi che accettano questa ipotesi, hanno rilevato che il Vangelo secondo Luca mantiene perlopiù lo stesso ordine dei testi di Q (ragion per cui si è convenuto di indicare i passi di Q usando i versetti di Lc), anche se l’evangelista può averne migliorato la forma. Matteo perlopiù ha scambiato l’ordine, men tre, data la sua vicinanza alla mentalità ebraica, tiene le formulazioni in modo più simile a Q. Queste indicazioni generali possono comunque variare in casi specifici. Nella seconda lezione, trattando il tema della formazione dei Vangeli, è stato detto che vi è un’ipotesi in cui si da priorità a Mc e Q i quali sono indipendenti fra loro. Di conseguenza possono esserci detti che sia Q che Mc hanno riportato, quindi Lc e Mt, trovando le due formulazioni, le hanno prese entrambe, creando quindi nelle rispettive redazioni dei Vangeli delle frasi simili in punti diversi. TRADITIO TRIPLEX Mt 16,27 Mc 8,38 Lc 9,26 TRADITIO DUPLEX Mt 10,32-33 Q 12,8-9 Lc 12,8-9

Nel caso della traditio triplex, i temi che ricorrono sono il ritorno del Figlio dell’uomo, la gloria del Padre, gli angeli e il tema della vergogna (non in Mt). Secondo studiosi questi due passi di Lc e Mt, riformulati, derivano da Mc. Nel caso della traditio duplex i temi sono analoghi, anche se però i testi sono più elaborati.
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In conclusione alcuni detti di Gesù erano riportati sia in Mc che Q (con qualche comprensibile diversità tra le due versioni) e sono state poi recepiti da Mt e Lc doppiamente2. 2. Q 12,8-9 a b a’ b’ «Chiunque si dichiara per me davanti agli uomini, anche il figlio dell’uomo si dichiarerà per lui davanti agli angeli. Chiunque invece mi avrà rinnegato davanti agli uomini, anche il figlio dell’uomo lo rinnegherà davanti agli angeli.»

Questo testo di Q è quello fatto secondo la ricostruzione abituale. In questo brano troviamo una struttura, un parallelismo (chiasmo) tra i primi due versetti (a-b) e i secondi due (a’-b’). Dalle retroversioni in aramaico si possono notare rime e quindi l’utilizzo di uno stile poetico. Questo perché Gesù le diceva in un modo tipico ed ordinario degli insegnamenti dei rabbini, molto più semplice da memorizzare. Queste parole sono sulla bocca di Gesù. Non c’è esplicitamente la sua identificazione con il figlio dell’uomo (è dunque una parola euristica). Vi è il tema ebraico degli angeli, modo classico per dire “davanti a Dio”: per parlare di Dio si dicevano circonlocuzioni in modo da non nominarlo. Alcuni elementi del testo: - “sceneggiatura” da giudizio universale; è rappresentato uno sfondo da giudizio universale, da fine del mondo con questo “riconoscere davanti a Dio”. Troviamo il tema del Figlio dell’uomo, tema escatologico; - niente indica che questo loghion (parola, detto) sia un vaticinium ex eventu; il vaticinium ex eventu è una predizione “aggiustata” e arricchita di dettagli dopo che l’evento si è compiuto, per far rassomigliare maggiormente la predizione (che magari era “troppo” scarna e asciutta) allo svolgimento storico di un determinato evento. Un esempio è nel passo di Mc 12,1-9: mentre Mc dice che il figlio è stato prima ucciso poi portato fuori, Mt e Lc invertono i fatti. Nella parabola di Mt e Lc troviamo il vaticinum ex eventu, perché hanno modificato leggermente la parabola in modo da renderla più rassomigliante (quasi una profezia) rispetto allo svolgimento storico della Passione di Gesù, che prima è stato portato fuori da Gerusalemme e poi crocifisso;
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Qui procedo semplificando la questione fin troppo e partendo già dall’ipotesi comunemente accolta: si tenga presente che in realtà nel corso delle ricerche e degli studi è stata proprio la necessità di spiegare nel modo più semplice possibile la peculiarità dei tre vangeli sinottici – con le loro strette rassomiglianze anche letterali talvolta triplici (Mc, Mt, Lc) e talvolta invece soltanto duplici (tra Mt e Lc) unitamente alla presenza nei soli Mt e Lc di alcuni passi simili riportati doppiamente in punti diversi della redazione – a far sorgere l’ipotesi di una precedente fonte (scritta?) di detti di Gesù (denominata appunto Q) che in coppia con Mc potrebbe essere alla base della redazione di Mt e Lc. Il ritrovamento poi a Nag Hammadi nel 1945 del testo del cosiddetto Vangelo copto di Tommaso ha fornito un ulteriore appoggio esterno alla validità di quest’ipotesi, poiché (seppur con pesanti e evidenti rimaneggiamenti gnostici) è composto esclusivamente di 114 detti attribuiti a Gesù, parte dei quali coincide con quei passi comuni a Mt e Lc che gli studiosi già ipotizzavano risalire a Q.

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- niente indica una lettura ecclesiale post-pasquale, cioè non è una rilettura della Chiesa dopo la morte di Gesù e non ci sono riferimenti alla risurrezione; - immediatezza tra il piano divino e il piano umano; chi si dichiara per me davanti agli uomini, ora, qui, il figlio dell’uomo si dichiarerà davanti agli angeli (a Dio) l’ultimo giorno. Ciò significa che quello che decido davanti a Gesù qui e ora, è riconosciut o nell’eternità. Di conseguenza c’è un’immediatezza sia in positivo che in negativo tra i due piani, e chi fa da punto di contatto è Gesù; - Gesù è consapevole che davanti a lui si decide il destino escatologico di ciascuno; c’è una conoscenza di Gesù, di chi lui è, di quale autorità, di quale potere, di quanto sia importante quello che è e di quanto sta facendo. 3. Q 10,22 (Mt 11,27; Lc 10,22) Questo è un passo molto importante per la conoscenza di Gesù e per il nostro corso. A questo brano vanno affiancati i due passi di Mc che abbiamo visto, perché, insieme a Q 10,22 sono i tre testi che anche secondo la critica scientifica, conservano nel Gesù prima della Pasqua il tema non del “figlio di Dio” o del “figlio di Davide”, ma semplicemente del “Figlio”. Prima di passare alla traduzione in italiano del testo in greco di Q, leggiamo i passi di Mt e Lc. Questi vengono integrati nei Vangeli, messi dentro un contesto, a volte ritoccati o attaccati ad altri passi, interpretandoli. Di conseguenza il senso che il passo ha nella redazione di Mt o Lc non è sempre lo stesso e non è identico all’ipotesi di Q, dato dalla mediazione del pittore, il che non toglie dal ritenere questi testi canonici ispirati da Dio. Quello che noi tentiamo di fare, dando per buona l’ipotesi di Q, è vedere qual è il senso di questo detto prima della redazione di Mt e Lc. Leggendo il testo di Luca (10,22) notiamo che è inserito in un inno cosiddetto “inno di giubilo”, e stessa cosa per Matteo (11,27). Entrambi saldano questo detto con un’alt ra parola, anche se secondo quasi tutti gli studiosi essi sono distinti. Sono state unite probabilmente perché ritorna la parola “rivelazione”, ma si ritiene che in origine fossero due parole distinte. Di conseguenza il brano di Q, anche se inserito nei Vangeli, è un loghion in sé completo e in origine a sé stante. Scavando in questi versetti si ricostituisce un loghion in greco di cui di seguito è riportata una traduzione, in modo da comprendere meglio il senso. A sinistra sono state inserite delle lettere (a, a’, b, b’) che verranno utilizzate per individuare la struttura del testo. a b b’ a’ «Tutti mi sono stati dati-affidati dal Padre mio e nessuno conosce per bene il Figlio se non il Padre, nemmeno uno solo conosce per bene il Padre se non il Figlio e a tutti il Figlio “sovranamente” porterà la rivelazione ultima.»

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Analisi del testo Possiamo notare nella struttura del testo la presenza di un chiasmo concentrico. Il chiasmo (parola che deriva dalla lettera greca χ ) è una figura letteraria, un incrocio di paralleli a forma di X. In greco ci sono cambi d’aspetto del verbo. In questo testo in tutti i verbi che troviamo (dati/affidati, conoscere, porterà) c’è l’aspetto di un tipo di aoristo in ogni versetto. Inoltre abbiamo alcuni quantificatori sottolineati nel testo - tutti (πάντα), nessuno (udeis), nemmeno uno solo (udetis), tutti (oean) – che precedono i cambi di aspetto del verbo. Per cui ad uno studio letterario si rivelano 4 stichi alternati (tutti, nessuno, nessuno, tutti) che formano questa struttura a chiasmo. Anche secondo i cambi di aspetto del verbo troviamo la stessa struttura, poiché: il verbo “dati/affidati” è una azione già compiuta, il verbo “conosce” è al presente non terminato e poi c’è il futuro con “porterà”. Notiamo quindi che da tutti questi punti di vista viene confermata la struttura a, a’, b, b’, perché a e a’ corrispondono a “tutti”, b e b’ corrispondono a “nessuno”, però vi è anche un contrasto tra a e b, a’ e b’. Guardando i versetti b e b’ notiamo un chiasmo interno: in b troviamo la parola “Figlio” e poi la parola “Padre”, mentre in b’ le due parole sono invertite. E’ importante identificare la struttura del loghion per cercare di scavare, di far ven ire fuori ciò che dice il testo. La struttura consente di capire alcune parole perché, in italiano come in greco, certi vocaboli hanno più di un senso. Tenendo conto quindi della forma, si può dare una traduzione più corretta attraverso il contesto. Per esempio la parola πάντα tradotta letteralmente significa “tutte le cose”, però nella tradizione greca, soprattutto accanto al verbo παρεδόθη, può avere valore di “tutte le conoscenze”, “tutte le dottrine”. Questa interpretazione però viene smentita dal chias mo, poiché non ci sarebbe più il parallelismo tra a e a’ (b, b’) e nemmeno il contrasto a, b (a’, b’). Di conseguenza πάντα svela il suo significato di “tutte le persone”. Più precisamente, tenendo conto del linguaggio e della mentalità aramaica ed ebraica, designa il popolo di Dio nel suo insieme, in particolare quando raggiungerà la totalità grazie alla divina sanzione escatologica. Anche il verbo παρεδόθη, che significa trasmettere, può avere diversi significati e traduzioni, ma anche qui la struttura ci illumina su quale senso può avere. Escludendo, alla luce dei versetti b e b’, i significati di trasmissione di dottrina o di potere, resta il significato di “passare di mano in mano” – come il passaggio del testimone in una corsa a staffetta – e di affidare, lasciare qualcosa a qualcuno. E’ da notare che questa azione del passare ricorda la parabola dei vignaioli in Mc 12, 1–9, dove al Figlio passa l’eredità (gli stessi poteri) del Padre. L’aoristo del verbo, alla luce del soggetto determinato “tutti”, svela il carattere di aoristo complessivo, cioè un’azione terminata (infatti si potrebbe aggiungere un “già” davanti) con sottolineatura dell’unitarietà del soggetto. Nei versetti b e b’ troviamo il verbo “conosce”, tradotto dal greco έπιγινώσκει. Esso, alla luce di un accurato studio lessicografico (cfr. le dispense del prof. R. WIELOCKX), svela il carattere intensivo “conoscere per bene” (epi = intensivo).
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L’aoristo alla luce del parallelismo chiastico di b rispetto ad a e di b’ rispetto ad a’ svela l’aspetto di non terminato, di azione ancora in corso. Nel versetto a’ troviamo ω έάν βούληται, che in questa forma significa letteralmente “a chiunque voglio”. E’ una forma caratteristica, un modo di dire che troviamo anche in Dn 4,31 nella versione dei LXX, che sta ad indicare il volere regale di un sovrano. Alla luce del contrasto tra b’ e a’ si esclude il senso iterativo del verbo e resta il senso generale. Sempre nell’ultimo versetto, troviamo come ultima parola άποκαλύψαι , la quale è priva della qualificazione dell’oggetto. Dalla traduzione italiana si p otrebbe comprendere che il Figlio opera la rivelazione e che l’oggetto della rivelazione è il Padre. Nella versione greca invece, l’oggetto della rivelazione non è presente. Questo è importante perché si comprende che non c’è un errore, bensì si parla della rivelazione per eccellenza. Essa è la rivelazione che dai profeti in poi (Ez 36,23, ecc) è la rivelazione finale, propriamente escatologica, caratterizzata dal fatto di essere manifestata davanti a chiunque. La rivelazione ultima è la conoscenza del Padre nella gloria dei figli di Dio. Infatti in 1Cor 15,20-28 Paolo dice che vedendo la gloria dei figli di Dio, conosci il Padre. Esistono tre retroversioni in aramaico le quali, seppur con qualche diversità, svelano la forma poetica di questo loghion, con intonazione e rima, chiamata Qina. Essa era un canto funebre attestato nei profeti e nei salmi (cfr. Am 5,1-8; Sal 19,8-14)e in uso ai tempi di Gesù. Anche questo è un elemento di analisi letteraria che ci permette di comprendere il senso del testo. Esistono diversi generi letterari, come per esempio la parabola, incontrata e definita nella lezione scorsa. Il genere letterario raro e particolare di questo brano è la parola euristica. Il termine deriva dal greco, per intenderci Archimede disse il famoso “Eureka” (ho trovato!) Questa è un detto, un modo di dire, una forma poetica, che induce a riflettere per scoprire qualcosa di più, comprendendo più profondamente l’affermazione stessa. Anche il versetto al punto 2 (Q 12,8-9) è una parola euristica, perché non c’è identificazione esplicita tra Gesù e il figlio dell’uomo. Ragionando però si comprende che il figlio dell’uomo è Gesù quando tornerà nell’ultimo giorno. Nel caso di questo brano Gesù dice “tutti mi sono stati dati…”, è lui che parla, però egli non dic e direttamente di essere il Figlio, quindi in teoria può essere qualcun altro. Però le parole “Padre mio” e la struttura portano a capire che è lui il Figlio. Applicando i criteri di storicità ed autenticità: - Discontinuità; secondo uno studio accurato scopriamo la validità di questo criterio perché c’è un’originalità rispetto al misticismo ellenistico, al giudaismo palestinese (sia nell’apocalittica che nella tradizione sapienziale) e alla Chiesa delle prime generazioni; - Molteplice attestazione; questo criterio vale alla luce del testo perché è presente in Mt, Lc e nell’ipotesi di Q. Ha quindi 3 attestazioni, per cui è un buon indizio di autenticità;
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- Continuità; coesione con l’escatologia prettamente gesuana. Si possono ricordare elementi come la somiglianza con la parabola di Mc, l’immagine del passaggio del testimone, l’immediatezza tra il piano divino e umano. Senso del testo Questo è un detto in sé completo, del Gesù prima della Pasqua, lo stesso che ha raccontato la parabola della lezione scorsa di Marco, in cui sono presenti temi come il Figlio unico che ha gli stessi poteri del Padre,il quale è l’erede della vigna, il rifiuto e l’uccisione per l’eredità. In questo momento della vicenda terrena di Gesù si colloca questo loghion di Q, con la forma della Qina, che porta con sé un senso di mestizia, di fallimento. Gesù dice che tutto il popolo gli è stato affidato (cfr. Mc 12,1-9) ma nessuno in quel momento lo conosce veramente per quello che è, nemmeno gli Apostoli. Questo dramma di rifiuto di riconoscenza si riflette sul Padre perché quello che il Padre vuole fare non si conosce se non si conosce il Figlio. Abbiamo quindi tre tempi: o passato, il Padre consegna tutte le persone, tutto il popolo al Figlio; o presente, dramma del rifiuto, della non conoscenza di Gesù, del mistero (cfr. Mc 13,32); o futuro, quando il Figlio come Signore porterà la rivelazione a tutti. Di conseguenza chi lo ha rinnegato avrà una visione di condanna, ma chi invece lo ha riconosciuto ed accolto riceverà la rivelazione, la gloria dei figli di Dio, che porta alla conoscenza del progetto salvifico del Padre (Q 12,8-9). Questa visione escatologica è tipica di Gesù, ed è riconoscibile anche nella parabola di Mc 12,1-9 già affrontata precedentemente. Ci sono infatti diversi contatti come il passaggio, la successione (παρεδόθη), c’è un rapporto tra Padre e Figlio unico, il dramma del non riconoscimento. C’è tutto in Gesù: il Figlio, il regno, davanti a lui si decide l’eternità, ma molti lo rifiutano o non lo comprendono. Anche gli Apostoli comprendono qualcosa ma non tutto (Lc 9,54; Lc 22,24). Gesù però richiede la conoscenza per bene, fino in fondo (έπιγινώσκει). Per l'analisi completa si vedano le dispense e gli articoli del rev. prof. ROBERT WIELOCKX, da cui è tratta tutta questa parte.

La testimonianza di Giovanni
Dopo le testimonianze di Paolo, Marco, Matteo e Luca, vediamo quella di Giovanni. Si può dire che quello circa il Quarto Vangelo è un discorso a parte: basti notare la sua assenza dal gruppo dei tre Vangeli chiamati Sinottici. Nel filone degli studi che seguiamo, che scavano per vedere l’immagine di Gesù andando oltre la “pennellata del pittore”, il Vangelo secondo Giovanni non ha avuto molta fortuna. Questo è avvenuto perché ci si è concentrati su Marco, considerato il più antico, e su Matteo e Luca risalendo all’ipotesi di Q. Gv per le sue numerose particolarità (e ultimo per redazione finale rispetto sia alle lettere di Paolo che ai
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tre Sinottici) è stato messo un po’ da parte. Circa il Quarto Vangelo la questione è complessa, perché è più difficile risalire alle origini a causa dei diversi interventi di redazione subiti (e alla mancanza di paralleli, come accade invece per il confronto sinottico). Ci sono quindi più ipotesi e più disaccordo tra gli specialisti. Una ipotesi è quella della scuola di F. NEIRYNCK. Secondo gli studi di questa equipe di Lovanio, Gv dipende da Mc, Mt, Lc, Q (forse) e da una tradizione propria della comunità giovannea. Sono stati riscontrati elementi archeologici, geografici, di datazione che confermano, al di là dell'elaborato linguaggio teologico, l'esattezza dei dettagli e dei riferimenti. Sono inoltre state proporste alcune tesi, non sufficientemente fondate, che danno per accertata una dipendenza di Gv da gruppi gnostici. Per quanto riguarda l’ ipotesi della cosiddetta “fonte dei segni” (Semeia-Quelle), molti attualmente la accettano, mentre alcuni altri no (cfr. studio di G. VAN BELLE). Tenteremo due approcci per leggere Gv: il primo, seguito sino ad ora in questa parte del corso, con a mo’ di esempio Gv 5,19-30 confrontato con Q 10,22 e Q 12,8-9, oltre che con Mc 13,32 e Mc 12,1-9, ed in parallelo a 1Cor 15,20-28; il secondo, che potremmo chiamare “unitario”, “canonico” o “teologico”, prendendo in esame Gv 15,1-8. 1) Primo approccio (Gv 5,19-30) Gesù riprese a parlare e disse loro: “In verità, in verità io vi dico: il Figlio da sé stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perchè voi ne siate meravigliati. Come il Padre risuscita i morti e dá la vita, così anche il Figlio dá la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato. In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno. Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno , quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. In queste parole si possono notare somiglianze con i passi presi in esame nelle lezioni precedenti (Q 10,22; Q 12,8-9; Mc 13,32; Mc 12,1-9; 1Cor 15,20-28), ad esempio:
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- la coppia di termini “il Padre” e “il Figlio”, che abbiamo già trovato in entrambi i passi di Mc e in Q 10,22; - il giudizio è rimesso al Figlio (identificato qui espressamente con il 'Figlio di Dio' e anche con il 'Figlio dell'uomo') che ha gli stessi poteri del Padre, è il Figlio che giudica. L'idea di fondo è la medesima – anche se il linguaggio di questo brano è tipicamente giovanneo – di quella espressa nei brani già presi in esame; - onore al Padre e al Figlio; - tema della risurrezione, che non è presente nei passi dei Sinottici presi in esame (es. nella parabola di Mc 12,1-9 c’è il rifiuto e la “vendetta” del padrone ma non la risurrezione del figlio amato-unico), ma lo è nelle lettere di Paolo. 2) Secondo approccio (Gv 15,1-8) Per sperimentare questo altro tipo di approccio, che potremmo chiamare “unitario” o “canonico”, prendiamo in esame Gv 15,1-8. Questo metodo consiste nel leggere il testo così com’è redatto nel suo complesso, senza scavare come abbiamo fatto nei testi delle lezioni precedenti. Questo è anche l’approccio utilizzato da J. RATZINGER nel primo volume del suo libro “Gesù di Nazaret". «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.» ELEMENTI DEL TESTO VITE AGRICOLTORE TRALCI Gesù il Padre IDENTIFICAZIONE AZIONI CHE COMPIONO Rimane ben radicata nel terreno Pota la vite; i tralci che non portano frutto vengono bruciati

i suoi discepoli (di allora e di Stanno attaccati alla vite oggi)

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La dinamica presente nella vite è che essa grazie alla linfa dà la vita ad ogni tralcio, il quale gli rimane attaccato. Evidentemente questo è un processo naturale, ma viene espresso perché avviene la sovrapposizione dell’immagine dei tralci/discepoli. Ricercando nella Scrittura passi somiglianti ritroviamo la parabola dei vignaioli omicidi (Mc 12,1-9). I passi dell’AT dove troviamo la simbologia della vigna, del r apporto tra Dio e il popolo sono: Is 5,1-7 Voglio cantare per il mio diletto/ il mio cantico d’amore per la sua vigna./ Il mio diletto possedeva una vigna/ sopra un fertile colle./Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi/ e vi aveva piantato viti pregiate;/ in mezzo vi aveva costruito una torre/ e scavato anche un tino./ Egli aspettò che producesse uva;/ essa produsse, invece, acini acerbi./E ora, abitanti di Gerusalemme/ e uomini di Giuda,/ siate voi giudici fra me e la mia vigna./Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna/ che io non abbia fatto?/ Perché, mentre attendevo che producesse uva,/ essa ha prodotto acini acerbi?/Ora voglio farvi conoscere/ ciò che sto per fare alla mia vigna:/ toglierò la sua siepe/ e si trasformerà in pascolo;/ demolirò il suo muro di cinta/ e verrà calpestata./La renderò un deserto,/ non sarà potata né vangata/ e vi cresceranno rovi e pruni;/ alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia./Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti/ è la casa di Israele;/ gli abitanti di Giuda/ sono la sua piantagione preferita./ Egli si aspettava giustizia/ ed ecco spargimento di sangue,/ attendeva rettitudine/ ed ecco grida di oppressi. La vigna rappresenta, come nella parabola di Mc, il popolo. All’inizio dei versetti troviamo l’azione di Dio (v. 2), il quale si aspetta che la vigna faccia uva mentre invece produce acini acerbi (v. 4). Così si passa alla delusione, alla tristezza. Il brano termina quindi con un giudizio per cui la vigna dovrà essere estirpata (v. 6). Sal 80, 9-20 Hai sradicato una vite dall’Egitto,/ hai schiacciato le genti e l’hai trapiantata./ Le hai preparato il terreno,/ hai affondato le sue radici/ ed essa ha riempito la terra./ La sua ombra copriva le montagne/ e i suoi rami i cedri più alti./ Ha esteso i suoi tralci fino al mare/ arrivavano al fiume i suoi germogli./ Perché hai aperto brecce nella sua cinta/ e ne fa vendemmia ogni passante?/ La devasta il cinghiale del bosco/ e vi pascolano le bestie della campagna./ Dio degli eserciti, ritorna!/ Guarda dal cielo e vedi/ e visita questa vigna,/ proteggi quello che la tua destra ha piantato,/ il figlio dell’uomo che per te hai reso forte./ E’ stata data alle fiamme, è stata recisa:/ essi periranno alla minaccia del tuo volto./ Sia la tua mano sull’uomo della tua destra,/ sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte./ Da te mai più ci allontaneremo,/ facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome./ Signore, Dio degli eserciti, fà che ritorniamo,/ fà splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
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In questo salmo, diversamente dal passo di Is, non è Dio che parla bensì Davide, un membro del popolo. Egli si rivolge a Dio ricordando ciò che ha fatto per la sua vigna (vv. 9-10) e chiedendogli il perché essa ora sta subendo gravi danni (vv 13-14). Quindi Davide supplica, grida a Dio perché ritorni (v. 15), perché protegga nuovamente la sua vigna (v. 16), e la sua sorte non sia la condanna. Diversamente da Is, qui non è descritto il giudizio di Dio, bensì una supplica a lui perché intervenga. In questi due passi troviamo quindi le stesse tematiche: il popolo, Dio e il loro rapporto reciproco. Alla luce dei brani di Is, Sal e Mc, cerchiamo le differenze con Gv: - In Is, Sal e Mc la vigna rappresenta il popolo d’Israele mentre in Gv essa è rappresentata da Gesù e i suoi, quindi il popolo della nuova alleanza; - In Is la vigna viene sradicata, il Sal si prega Dio perché intervenga, in Mc lo sguardo è puntato più sui vignaioli. In Gv la vite non può essere sradicata, perché rappresenta Gesù, il Verbo incarnato. Io sono Vi è inoltre un elemento tipico e molto importante in Gv, che troviamo anche in questo testo. Gesù dice “Io sono…” (v. 1 e v. 5). Queste due parole sono importanti perché tornano molte volte sia nel Vangelo giovanneo che nell’AT (cfr. Es 3,6.14; Is 43,10). Nel passo di Is 43,10 Dio parla dicendo “Io sono”; queste parole stanno a significare che Dio è presente, è qui e rappresentano il tema dell’unicità del Signore. Nel caso di Gv, Gesù dice “Io sono la vite vera”, quindi troviamo aggiunto un predicato. Di conseguenza notia mo che vi sono due gruppi, due tipologie di passi in Gv: quelli in cui Gesù dice “Io sono” in assoluto, e quelli dove viene aggiunto un predicato. I brani dove Gesù dice “Io sono” in assoluto sono: Gv 8,24.28.58; Gv 13,19. Con tutti i richiami di Es, Is, questo “Io Sono” è molto forte. I brani dove Gesù dice “Io sono [+ predicato]” sono: Gv 6,48 (“Io sono il pane della vita”; Gesù parla sempre di sé stesso con i suoi discepoli), Gv 6,51a ( “Io sono il pane vivo”), Gv 8,12 (“Io sono la luce del mondo”; questa luce è per chi lo segue, per noi), Gv 10,7.9 (“Io sono la porta delle pecore”) Gv 10,11.14 (“Io sono il buon pastore”), Gv 11,25 (“Io sono la risurrezione e la vita”), Gv 14,6 (“Io sono la via, la verità e la vita”) ed infine Gv 15,1 (“Io sono la vite vera”). Mentre l’Io sono in assoluto mostra la divinità di Gesù, gli altri passi provvisti del predicato ci dicono qualcosa di Gesù in rapporto a noi. Questo tema dell’unione dei discepoli con Gesù è un tema molto importante in Gv (Paolo usa l’immagine del Co rpo di Cristo per rappresentare i discepoli, cfr. 1Cor 12,12-27); questa nostra unione con Gesù va coltivata, custodita, mantenuta. Tutto questo come lettura unitaria di questo testo: non abbiamo scavato, abbiamo preso le parole così come sono, abbiamo spiegato la Scrittura con altri passi della stessa
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Scrittura senza vedere cosa c’è sotto la crosta, abbiamo visto i temi che ci sono. Interessante che questi temi sono in assonanza con quelli emersi dall’altro approccio (ad esempio il tema delle persone e quello escatologico). La tematica delle persone è anche in Q 10,22 e in alcuni passi di Paolo (1Ts 4, 13-17; 1Cor 15); anche se con un linguaggio diverso, più arcaico, vi è comunque la figura del Figlio, del Padre, c’è il momento in cui il Figlio è inviato, i l Regno che viene, il giudizio escatologico in una fine che coinvolge tutti. Alcuni di questi temi sono la sostanza dei Vangeli, pur studiati con metodi diversi. Un passo di eccezionale importanza per la cristologia è il Prologo del Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18) e – analogamente a quanto già detto circa il passo di Paolo in Fil 2,6-11 – vi ritorneremo sopra con calma nella seconda parte del corso.

Qualche appunto per un primo “tirare le somme”
Stando nei panni del poliziotto cinese (vedi l’apologo all’inizio di questa seconda parte) tentiamo ora un primo e parziale “tirare le somme” alla luce delle testimonianze dei documenti storici, dei ritrovamenti archeologici, del Primo Testamento letto alla luce della letteratura intertestamentaria e della testimonianza molteplice del Nuovo Testamento. 1) Gesù è realmente esistito, è una persona vera e reale nella storia umana. 2) Coerenza e plausibilità nel contesto storico. 3) I passi di Paolo presi in esame sono databili (circa tra il 50 e il 60 d.C.) e testimoniano un linguaggio e un pensiero già piuttosto elaborato circa l’escatologia, mentre i testi di Mc 12,1-9 e Q 10,22 (e gli altri presi in esame in Mc e Q) conservano un linguaggio e un pensiero ben più arcaico, indizio chiaro della precedenza/preesistenza di quei testi rispetto alla redazione ultima di Mc, Mt e Lc avvenuta circa negli anni dal 70 al 90 d.C.; questo indizio congiunto con l’uso dei criteri permette di concludere che sono parole che risalgono a Gesù, non “creazioni” o “invenzioni” post mortem della primitiva comunità cristiana.

Ora continueremo con una parte riassuntiva prima circa alcuni aspetti e nozioni fondamentali e poi circa la Pasqua di Gesù il Cristo. Infine “daremo un’occhiata” alla testimonianza della Chiesa per poi concludere “tirando le somme” di tutta l’indagine di questa parte prima del per-corso, prima di passare alla seconda parte, nella quale studieremo lo sviluppo e l’approfondimento del dogma cristologico nella tradizione della Chiesa.

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BIBLIOGRAFIA SPECIALE

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