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Oltre la seduzione

Emma Holly

Prólogo

-Tua figlia si sposerà con mio figlio-disse Althorp. Stava in piedi vicino alla finestra della sala, eretto e sicuro di sé stesso, ed il suo sguardo gelido denunciava la natura spietata che annidava in lui. Malgrado la sua figura avesse ingrossato, Althorp seguiva tanto attraente come a ventinove anni. Il taglio della sua giacca era impeccabile ed il suo aspetto contemporaneamente disteso e sicuro. Poche persone avrebbero indovinato che Althorp era oggetto di scherzo nel circolo al quale aveva aspirato sempre. Vederlo ora nella sua casa, nella sua vita, svegliò in Lavinia Vance, il bene conosciuta donna del duca di Monmouth, l'impulso di graffiarlo quello suo viso tanto perfetto. Invece, si pettinò il tessuto di suo stretto e muoio vestito di broccato. La sua pelle risplendeva vicino al rosso terre d'Egypte ed il lungo corpetto non prestava mai alle sue curve un aspetto più imperiale che. Lavinia aveva un aspetto insuperabile, ma invece di sperimentare l'abituale soddisfazione davanti a quella verità, notò che la cosa unica che desiderava in quello momento era risentire tanto sicura di sé stessa come dimostrava. A giudicare dalla lucentezza di divertimento nel suo sguardo, Althorp era cosciente delle sue emozioni. Si avvicinò alcuni passi ed alzò il braccio come se fosse a toccargli la guancia. Quando ella si allontanò istintivamente per schivarlo, egli si limitò a sorridere e lasciò riposare la mano nel suo braccio. Davanti a quello contatto, ella ebbe un ricordo, quello delle sue proprie dita accarezzando quella marca di nascita di colore marrone parduzco nella sua schiena mentre i due giacevano nel letto disfatto di un hotel. In quell'intona, Althorp irradiava magnetismo, era un uomo forte ed attento e molto più intelligente che la maggioranza degli amici di suo marito. Era stato solo il colmo dell'ingiustizia che lo respingessero perché suo padre era stato commerciante. Un baronato comprato con denaro del carbone, dicevano, con brevetto disprezzo, ed aggiungevano che l'inchiostro che siglava ancora neanche il titolo era secca. A quei tempi, doluta per quelli colpi, Lavinia aveva desiderato baciarlo le ferite e guarirli, senza mai trattenersi a pensare alla freddezza con che egli utilizzerebbe la sua simpatia per controllarla, tanto dentro come fuori del letto. Gli costava credere le cose che aveva fatto con lui, le cose con le quali aveva goduto. Con un gesto di rifiuto, separò la testa. Se almeno potesse cancellare quelli momenti dei quali tanto si pentiva! L'alito di Althorp, troppo recinto per evitarlo, soffiò, leggero , ecceda il suo capello. -Ricordo quando accoglievi le mie carezze con diletto, quando facevi tutta la cosa possibile per compiacermi e niente ti sembrava sufficiente. -Quello-ella disse, alzando il mento-, fu una perdita di giudizio del quale non sono niente orgogliosa. -Andiamo, Lavinia. Gli insulti non ti porteranno a nessuna parte. Sai che se la nostra antica relazione si facesse conoscere tu perderesti più che io.

Ella si sciolse con un gesto brusco, e qualcosa nel suo interno gli fece domandarsi, come sempre, se la sua minaccia non era un lampione. Esporsisi a sé stesso difficilmente adultero farebbe come prosperare le ambizioni di suo figlio o, per meglio dire, le ambizioni che egli aveva per suo figlio. Lavinia dubitava che Ernest fosse capace di aspirare a tanto per i suoi propri meriti. Ancora così, il dubbio seguiva vigente. Lavinia non osava mettere a prova la determinazione di Althorp. Dato lo scarso appoggio del barone tra le sue paia, se il marito di Lavinia non aiutava ad Ernest a presentarsi alla Camera dei Comune, la cosa più probabile era che nessuno che avesse influenza si prestasse a ciò. Se i sonni di grandezza paterna del suo nemico erano frustrati, vacillerebbe egli per caso in restituirgli il favore? Non poteva negare che, in effetti, ella perdeva più che egli. La sua posizione nella società era il culmine di tutte le sue speranze. Se si arrivava a sapere la verità, egli meno che farebbe suo marito sarebbe confinarla alla Scozia. Che sua moglie avesse un'avventura con un uomo che egli tenia per amico... L'orgoglio di Geoffrey non permetterebbe che quello rimanesse senza punizione. Soddisfatto che il suo messaggio si fosse capito, Althorp si incrociò di braccia e la rimase guardando con occhi pesanti e languidi. Nella mano conservava ancora il cappello a cilindro di seta sfortuna, il bordo appoggiato contro la gamba. Era una creazione squisita, un bicchiere né troppo alta né troppo bassa, col suo bordo curvo e ben definito. Neanche il duca era padrone di un cappello tanto fine. -Mio figlio sarà Primo Ministro-egli dichiarò, con quella sicurezza che ella aveva imparato a detestare-. E tuo marito, suo futuro suocero, sarà chi lo metta in buon strada. Dovrà farlo se non vuole che la gente pensi che il suo adorato Merry si è sposato con un uomo di rango inferiore. La cosa unica che devi fare è spingere la stupida di tua figlia alle braccia di mio figlio. Lavinia rise con un accento isterico ascoltando la sua domanda. Era verità che ella aveva pressato, fino ad un estremo del che so svergognava. Inoltre, aveva preso certe precauzioni affinché sua figlia non avesse altri pretendenti. Col suo aspetto insipido e con tutta la cosa scandalosa che era, la proprio Merry aveva fatto già delle sue per sabotare le sue possibilità. Tuttavia, grazie a Lavinia , qualunque madre che avesse un figlio sapeva che Merry era una chiassona, e che senza dubbio porterebbe la vergogna a qualunque famiglia che l'accettasse come nuora. Lavinia aveva dissimulato il suo obiettivo con sospiri di dolore, nessuno oserebbe pensare che non era una madre ammanti di sua figlia, ma con quell'era riuscito a scacciare i pochi uomini che avevano mostrato qualche interesse. Se fosse così facile manipolare a Merry. -Non oso pressarla più-confessò, trasformando le sue dita in un nodo senza dare si racconta-. La cosa unica che farà se si sente rinchiusa è ostinarsi. La sua preghiera andò a dare ad uditi sordi. Althorp lasciò cadere le braccia e si battè il cappello contro la gamba del pantaloni. La sfregatura del tessuto più leggero era un segno inequivocabile della sua impazienza. -Ti ho dato un anno-disse-, ed in due occasioni ella l'ha respinto. Per l'amore di Dio, mio figlio non è un mostro. È un giovane attraente, intelligente e di buone maniere. Tuo marito l'approva. E, per quello che ho potuto osservare, tua figlia non lo disprezza. Crede che cercasse di controllarla. -È che necessita che la controllino! -esclamò Althorp, e dopo abbassò la voce-. Devi imporrti, Lavinia. E riuscire che tuo marito si imporsi. Quella ragazzina deve sposarsi con qualcuno. Tu ed io sappiamo che è preferibile che l'eletto sia mio figlio.

Lavinia capì che Althorp parlava sul serio. Si guardò le mani che aveva piegato in un gesto di discorso incosciente. Aveva i guanti rugosi e le mani inumidite per la paura. Desiderava con tutto il suo cuore non agire come una codardo. Niente poteva essere più spregevole come usare la propria figlia come moneta di cambiamento per continuare a godere egoisticamente della sua condizione. -Ho bisogno di più tempo-chiese. Althorp gli prese il mento e l'obbligò ad alzarlo con un pugno di ferro. Il contatto delle sue dita nude era intimo e caldo. -Un mese-disse-. Mio figlio ha l'intenzione di tornare a chiedere la sua mano la notte di Anno Nuovo. Al giorno dopo voglio che giunga all'orecchio i miei la notizia del suo compromesso. La sciolse e si girò per andare via. Non salutò, neanche un gesto della testa. Si limitò a mettersi i guanti ed uscì dalla sala. Sapeva che Lavinia non doveva più alternativo di fare esattamente quello che egli gli esigeva. Quando la girò a sentirsi a sole, una goccia di sudore molto poco femminile gli fu sgocciolato dalla fessura della scollatura. Il cuore gli batteva contro il busto come se volesse liberarsi delle legature della carne. Per un momento, permise che quell'oscura liberazione gli sussurrasse le sue tentazioni all'udito. Ma che tipo di paradiso sperava nella morte ad una peccatrice come ella? Niente di paradiso, pensò. Perché dovrebbe arrendersi quando la sua vita continuava ad essere tanto tranquillo? Ella, la duchessa di Monmouth, una figura sociale? Aveva la sua casa ed il suo corredo ed i suoi begli figli. Negli ultimi anni, suo marito si era convertito , se non in un amante, almeno in un amico. Quegli erano preziosi beni ai quali non era disposta a rinunciare. Le mani contorte si trasformarono in pugni. In qualche modo doveva ottenere che sua figlia cambiasse opinione. Così, tutti potrebbero seguire normalmente con le sue vite. Ma come ottenerlo , quando quella ragazzina insensata preferiva la condizione di zitellona a quella di fidanzata?

Capitolo 1
Londra: 31 dicembre, 1875
Nic Craven, artista celebre e libertino infame, era infossati nella poltrona di orecchie di cuoio come se non avesse l'intenzione di alzarsi mai. Portava la vestaglia marrone di seta legata fermamente intorno alla sua vita magra e ferma. Per sotto, era nudo. Per darsi un po' di caldo, aveva un piccolo bicchiere di cognac quasi pieno appoggiato contro il petto. Dietro il ferro sul che riposava i piedi infoderati in pantofole, ardeva un fuoco alimentato per carbone. Il fulgore costante illuminava alcuni tratti vivi e saturnini. I suoi occhi erano colore fumo, la sua mandibola affilata come l'acciaio. Un pianista non avrebbe disprezzato le sue mani. La sua voce era un'altra cosa. In contrasto con quell'eleganza snella ed oscura, era roca ed aguardentosa, come se avesse passato la vita gridando nelle molle. Quell'impressione era erronea. Appena Nic Craven doveva mormorare per attrarre l'attenzione. Aveva chi dichiaravano che era un genio della pittura, superiore a Leighton o ad Anima-Tadema, sebbene nessuna di quelle luminarie gli avrebbe ceduto volontariamente il suo posto. In qualsiasi caso, quando Nic parlava, la gente ascoltava , andasse già per rispetto al suo talento o perché temevano quello mordace invento suo che non misurava mai. Egli desiderava solo che lo lasciassero in pace quando era stanco. Come quella notte. Aveva finito il suo ultimo incarico. Il germoglio di frenetica attività, di momenti di eccitazione e frustrazione, di notti in candela coi pennelli tra i denti e dita macchiate di pittura coi che dopo Lei mesaba i capelli, tutto quell'aveva finito come se si fosse preso del batacchio di un'enorme campana di bronzo. Sentiva vibrare il corpo con gli effetti della stanchezza, colata e stremato. Ma ora riposerebbe. Aveva finito il ritratto. Monmouth era venuto a cercarlo quella mattina e si era dichiarato soddisfatto, sebbene Nic dubitava che il duca vedesse più che un'infima parte di quello che quello quadro esprimeva. Aveva saputo captare l'anima di quell'uomo. Diavoli, aveva saputo captare l'anima della metà dei nobili inglesi , aveva visto il suo sconcerto davanti ai tempi cangianti, la sua pomposità e la sua indolenza, la sua sincera convinzione che gli inglesi erano capaci di salvare al mondo... a patto che il mondo volesse essere salvato come essi proponevano. La bocca lo fu torto in una smorfia ironica di disprezzo di sé stesso. Non aveva senso guardarli dall'alto in basso. Poco importava come vivesse Nic, perché il suo sangue continuava ad essere tanto azzurro come quella di essi. Neanche si tentava di brandire quello come causa dei suoi peccati. Si girò per guardare per la finestra, verso il verde spessore che occultava la sua accogliente casa nel bosco di St. John's. Una nebbia invernale , grossa come il manto di un gatto, si era mosso da Londra per inghiottire la tana dell'artista, situata più al nord. Appena Nic distingueva gli arbusti che crescevano

all'altro lato della finestra che rimanevano completamente oscurati per la nebbia cenerina. Il miscuglio di cioccolato ed argento era straordinario, soave come il velluto. Se Nic non avesse sentito tanta pigrizia, avrebbe cercato le sue torte. Che qualcosa di tanto brutto potesse essere tanto bello svegliava in lui un senso della cosa meravigliosa. Contemplava seriamente la possibilità di incorporarsi quando un colpo nella porta della biblioteca lo risparmiò lo sforzo. Rispondendo al suo grugnito, mise Farnham, il maggiordomo, con un vassoio di cibo e caffè. Come di abitudine, Nic aveva dato il giorno libero ai domestici in mezzo alla marea bassa emozionale che soffriva dopo i suoi avviamenti creativi con la pittura. Dichiarandosi quella marea bassa durante le feste, Nic era un uomo popolare. Con o senza feste, come era abituale, Farnham non aveva abbandonato le sue funzioni Quell'uomo già maggiore era stato sergente nella guerra di Crimea. Il suo sentimento del dovere era più forte di quello degli altri domestici, più forte, in realtà, che quello del suo padrone. -La sua cena, signore-annunciò, come Nic l'aveva ordinato. Tolgo la bottiglia di cognac per lasciare il cibo nel piccolo tavolo vicino a Nicolás, e sperò. Nic sapeva che il maggiordomo non andrebbe via fino a che lo vedesse mangiare. Prese l'enorme sandwich di roast beef e cetriolini e diede un morso. -Sta già-disse-. Soddisfatto? Senza fare commenti, Farnham servì caffè caldo in una tazza e la lasciò sul piatto. L'assolo odore fu sufficiente per sgombrare la testa a Nic, almeno fino a che Farnham lasciò cadere una busta bianca e voluminosa tra i piatti. -Vorrà guardare la sua posta, signore. Per ogni risposta, Nic sciolse un grugnito mentre masticava il saporito pane con carne. Farnham sapeva tanto bene come lui che quell'era una volgare bugia. Quella lettera in concreto l'aveva perseguito per la casa tutta la settimana, appariva vicino al suo piatto nella colazione, o spuntava della tasca della sua giacca. Nic l'aveva ignorata con una tenacia forgiata per anni di pratica. Sfortunatamente, a differenza di Nic, Farnham non credeva in lasciare domani per quello che uno non osava affrontare oggi. Con una smorfia di fastidio, Nic lasciò il caffè e prese la busta. Aveva passato una settimana. Aveva finito il suo lavoro, il suo spirito stava tutta la cosa metronotte che poteva stare. Senza dubbio, era preparato per aprire il maledetto ecceda ora. Al fine ed il capo, che cosa poteva temere? Il contenuto delle lettere di sua madre era sempre lo stesso. -Allora lo lascerò nelle sue mani-disse Farnham, quando vide che Nic introduceva il pollice nella piega della busta. La lettera era quella che sperava. Alcune brevi frasi con desideri di benessere per Nic, omettendo, naturalmente, qualunque menzione al suo lavoro, per dopo procedere ad un riassunto degli innumerabili compiti che aveva intrapreso dalla sua ultima relazione. I greggi di pecore, i campi, il drenaggio dei canali del villaggio, di tutto si era occupato sua madre con l'efficienza che la caratterizzava. Era più forte la persona e la migliore amministratrice che Nic conosceva e, tuttavia, dietro ogni dimostrazione della sua competenza aveva un'accusa non fortuna. Sono le tue responsabilità, Nicolás. Tue. La verità era che ella si sentiva offesa fino a con la più minima interferenza, ma in qualche modo continuava a comportarsi come se l'incapacità di Nic per agire con brio fosse un affronto per lei.

"Inoltre", continuava, "il ragazzo ha bisogno dell'influenza stabile di un uomo. Ha quasi quindici anni e non posso orientarlo oramai come dovesse. " Orientarlo. Nic lanciò una sbuffata. Somigliava più a mettergli righi. Lesse tra linee fino al fine, raggrinzì la foglia e la lanciò al fuoco. Rimaneva una nota piccola che era stato introdotta dentro la prima. Nic l'aprì. Contro la sua volontà, il cuore cominciò a battergli con forza nel petto. La nota era del ragazzo, con le notizie abituali sul suo progresso negli scuola aggiornamenti. Il tono era formale. Il ragazzo lo chiamava sempre "signore." Non si avventurava mai a qualcosa più che la cosa impersonale, né formulava domande che, come aveva imparato, non otterrebbero risposta. A differenza della marchesa vedova, il ragazzo era troppo perspicace per domandare quando lo visiterebbe Nicolás. Questo l'aveva visto solo due volte nella sua vita. La prima, poco dopo di nascere, e la seconda, a quattro anni. In quell'occasione, la sua somiglianza con Bess provocò a Nic un dolore troppo intenso come per ripetere l'esperienza. Era preferibile lasciare che alcuni ricordi mentissero. Percorse col dito gli energici boccoli che disegnava l'inchiostro. Nonostante quello linguaggio rigido, a Nic lo fu supposto che era capace di leggere il carattere del ragazzo nella sua calligrafia. Acuto. Impaziente. Fedele ai suoi amici. Più affezionato allo sport che alla scuola ma, apparentemente , per un commento che scivolava, un ammiratore in fiore di Trollope. L'idea gli fece sorridere. Con un movimento impulsivo molto distinto della languidezza in cui era sommerso, aprì il cassetto del tavolo vicino a lui. Come sperava, Farnham si era occupato di mantenere una provvista di carta e tinge. Utilizzando il braccio della sedia appoggio come, scarabocchiò una risposta. Caro Christopher, Sto bene, benché occupato col lavoro. Se necessitassi qualcosa che preferisci non chiedere alla marchesa, tómate la libertà di scrivere al mio amministratore. Morse l'estremo della piuma e tornò a leggere quello scritto. Il suo sguardo deviò fino alla libreria più prossima. Sentì un lieve battito di ala di soddisfazione che lo sgranchì il petto. Sì, aveva un esemplare impastato in cuoio di Il diamante di Eustachio. Le pagine che brillavano coi suoi bordi di pane di oro, non erano stati ancora ghigliottinate. Naturalmente, era possibile che il ragazzo avesse letto il romanzo , ma non in un esemplare tanto bello. Si incorporò, tirò fuori il primo volume e l'aprì al frontespizio. Sosteneva ancora la piuma nella mano. Dovrebbe scrivere qualcosa, no? Altrimenti, il regalo gli sembrerebbe troppo freddo. Riflettè un momento. "Pensai che ti piacerebbe questo", scrisse, e dopo vacillò nel momento di firmare. Sicuramente "tuo padre" piacerebbe al ragazzo, ma Nic non era sicuro di potere strappare quell'appellativo alla piuma. Suppose che poteva firmare "Northwick", ma anche quello sembrava insoffribile. Alla fine, semplicemente scrisse: "Nicolás" e, caso mai, aggregò un biglietto di venti libbre. Non si poteva dire che era una nota calda. Ma egli non desiderava in nessun modo promettere quello che non poteva dare.

La magione di Knightsbridge bolliva con l'allegria dei suoi invitati. Niente faceva tanto bene a

quegli ampi saloni come le feste. Erano illuminati per cientos di candele di cera di ape, adornate con lacci di colore cremisi. Ogni porta era un bosco incantato di pini appena tagliati. L'aroma del negus zuccherato e di profumi francesi galleggiava come l'incenso nell'aria calda. Risplendevano le pettorine, i gioielli lanciavano scintillii ed i vestiti con le sue code satinate di pavone scopavano i suoli di intarsio di marmo. La dolce malinconia di un notturno di Chopin galleggiava nell'ambiente, quasi soffocata per le risate. Quando l'orologio del salone diede la mezzanotte, nessuno manifestò il minore desiderio di ritirarsi. Uno degli assistenti si era allontanato dalle grida di "felice Anno Nuovo." Nella calma relativa del salone azzurro, una giovane magra, di viso lentigginoso ed una chioma, simile ad una spazzola di lavare di fili rossi e dorati, osservava reconcentradamente un ritratto dell'anfitrione. Il quadro pendeva al di sopra della mensola dal camino da quella mattina e Merry Vance, l'unica figlia del duca di Monmouth, era rimasto, da quello stesso momento, ossessionata con quello che quello ritratto suggeriva. La verità è che non c'era niente di brutto nel quadro. Il simile era preciso, l'esecuzione abilmente risoluta. L'artista aveva fatto posare in piedi suo padre dietro il tavolo del suo studio, con una mano riposando in un mappamondo e l'altra leggermente appoggiata su una copia rovinata del London Times. Una luce soave e dorata , come di finale di un giorno di autunno, cadeva in angolo da una finestra vicina per divertirsi sulla ricca lana nera della manica della sua giacca. Nel limite stesso del cuneo di luce che cadeva inclinata, c'era un piccolo leone di feltro sdraiato di lato. Il leone era un giocattolo dell'infanzia di Merry, conservato come un tesoro per un padre che aveva avuto quattro figli e solo una figlia. Vedendolo lì ritratto, tra la luce e la penombra, si allarmò, come se l'immagine avesse la forza di un presagio strano ed inquietante. In realtà, tutto il quadro provocava in lei una scossa. L'aspetto di suo padre era ancora vigoroso, l'atteggiamento sicuro, la mandibola ferma. Ma c'era qualcosa nel suo sguardo, un sguardo che Merry non aveva visto mai e nella quale ora non capiva come era possibile non avere riparato prima. "Come sono arrivato qui?", diceva lo sguardo, e "Che cosa è successo col mondo che io conoscevo?" In quello momento, per la prima volta nei suoi venti anni, Merry pensò a quella figura non mangio suo padre bensì come una persona simile a lei. Nonostante il suo titolo e la sua fortuna, nonostante essere un cittadino dell'impero più poderoso della Terra, anche egli era capace di dubitare. In un certo senso, quella constatazione la spaventava ma, d'altra parte, la riaffermava nella sua decisione di essere ella che decidesse sul suo proprio destino. Quando avesse l'età di suo padre, Merry non voleva conoscere il pentimento. Dieci anni più e sarò libero, pensò. Quando arrivasse quello giorno, l'eredità di sua nonna, gestita per un esecutore testamentario, gli sarebbe dedita normalmente. Ed allora vivrebbe come lo fossi supposto e non risponderebbe davanti a nessuno più che sì stessa. Ma solo se riusciva a non sposarsi. Sapiente che un marito non l'appoggerebbe sui suoi progetti segreti. Il frufrú di una seta profumata di zagara notò a Merry che aveva compagnia. La sua migliore amica, Isabel Beckett, ora lady Hyde, lasciò riposare sulla sua spalla una delicata perdo enguatada di nero. Le due giovane erano attraenti, ma come Merry era magro come una spiga, Isabel era

gradevolmente ripiena. Era anche bella e tenia un capelli ondulato individuo in una pettinatura alla moda e la pelle soave e cremosa. Erano andati giunte alla stessa scuola privata di signorine, le due incorreggibili burlone. Merry non poteva contare le volte che quelle ciglia dorate della sua amica li avevano salvate di una confusione. Quando Isabel posò il suo sguardo sul ritratto, aveva un'espressione di divertimento dipinto nel viso. -Dicono che tardò tre mesi a sedurre a lady Piggot. -Che cosa dici! -infilzò Merry, a bocca aperta, al quale niente aveva preparato per quella notizia. Isabel rise per la cosa sotto. -Non mi riferisco a tuo padre, pagliaccia. Parlo di Nicolás Craven. L'artista. Avesti opportunità di vederlo mentre lavorava qui? Merry negò con un gesto della testa. -Lo vidi solo passando, nel salone. Era pieno di pittura ed aveva un sguardo selvaggio, sembrava un paziente del manicomio di Bedlam. Credo che neanche notasse la mia presenza. -Sarebbe imbottigliato nella sua arte-disse Isabel, assentendo con gesto di intenditrice-. Mia madre dice che è un libertino consumato. Dice che nessuna donna decente poserebbe per lui. -E bene-rispose Merry-non può essere un libertino troppo efficiente se ha tardato tre mesi a sedurre a lady Piggot. -Nessuno dice che ella non fosse disposta a cedere prima. All'opinione, a lui gli piace assaggiare le sue conquiste-disse Isabel, appena la sposata, leccandosi il labbro superiore-. Boccone dietro boccone, per così dire. -Già. -Merry ignorò una subitanea ondata di caldo che l'inondò in alcuno regione interna-. Sicuro che gli piace averli fuori con la lingua ed ansimando. -A me non mi importerebbe ansimare. Mio marito è quasi tanto noioso come il tuo promesso. -Ernest non è il mio promesso. -È come se lo fosse-rispose Isabel-sai Già che i tuoi genitori si sono ostinati in quello matrimonio. Merry lo sapeva, e l'aveva saputo molto prima che egli cominciasse a proporrgli matrimonio. Ernest Althorp era il figlio di un proprietario terriero della regione, ora impiegato come segretario di suo padre. Durante gli anni, era stato il rifugio di Merry contro i suoi fratelli. Metronotte quando essi erano impetuosi, comprensivi quando essi la provocavano. Non era che Merry avesse pensato di sposarsi con Ernest. Per lei era come un fratello e, inoltre, un fratello abbastanza affettato. D'altra parte, difficilmente il baronato del padre di Ernest poteva confrontarsi col ducato del suo. A Merry questi temi gli importavano meno che alle sue amiche, ma se si disporsi a mettere ad un ceppi nei piedi, la cosa minima era che cercasse di non affondare. Tuttavia, suo padre vedeva in Ernest ad un giovane "degno di fiducia." Semplicemente sua madre l'adorava. Ogni volta che Merry stava con lei, per fortuna non troppo spesso, sua madre trovava una scusa per cantare le sue lodi. Merry cominciava a pensare che la duchessa aveva alcuno debolezza per lui. Soprattutto, quello sì, i suoi genitori credevano che Ernest era precisamente l'influenza estabilizadora che il suo giovane e selvaggia figlia necessitava. È ora che senti testa, normalmente diceva suo padre. Dovresti cambiare quelli tuoi cavalli con un marito. Merry tremò. Cambiare la sua libertà con un giogo, piuttosto. Ernest era un uomo tanto

conservatore come equilibrato. -Al meno non è grasso-disse Isabel il cui marito era piuttosto un uomo cilindrico-. E come minimo ti piace. Ma averlo un certa stima peggiorava le cose. Merry sapeva che non era la cosa abbastanza perversa per piantarlo viso come farebbe con qualcuno che si mostrasse prepotente. Neanche gli piaceva tanto. In un'occasione, Merry si era innamorato. Era giovane e quello non aveva finito bene, ma l'esperienza gli aveva insegnato che le sue passioni potevano raggiungere un alto grado di agitazione. Scoraggiata, rimase guardando il quadro di Nic Craven, come se questo occultasse il segreto del suo destino. La luce della candela rivelò una magra fessura nella cornice dorata. Così sarà la mia vita, pensò, se non posso disfarmi di Ernest. -Non abbiamo deciso niente-disse a voce alta. -Pronto si deciderebbe-notò la sua amica-. Non mi sorprenderei niente che il buono di Ernest girasse a proporrti matrimonio questa notte. I tuoi fratelli si sono dedicati a lanciargli strizzate d'occhio durante tutto il veglione. -Ajá-disse Merry, sospettando che aveva ragione. Isabel rise e la strinse per la vita. -Vuoi che ti nasconda nel quarto ripostiglio normalmente faceva come nella scuola? -No-sospirò Merry-. È arrivato il momento di farloro sapere di tutti quale la mia posizione è.

Il fratello maggiore di Merry, Evelyn, che aveva lasciato in casa a sua moglie indisposta dovuto alla sua ultima gravidanza, aveva il dubbioso onore di assicurarsi che sua sorella piccola non languisse appoggiata nella parete. Perfino in una festa familiare, Merry non era di quelle che normalmente aveva alla sua periferia un seguito di pretendenti, benché questi non fossero stati mai tanto scarsi come ora. Dietro la sua iniziazione nelle feste di società, aveva avuto il suo gruppo di ammiratori, sufficienza per sentire un anticipo di piacere prima di un ballo. Per un'epoca, dopo che Ernest gli proponesse per la prima volta matrimonio, Merry pensò che qualche giorno chissà direbbe che sì ad un'altra persona, fino a che si rese conto che nessuno più la chiederebbe. All'opinione, quando gli uomini arrivavano ad una certa età, perdevano la sua tolleranza a causa della franchezza femminile. Di punto in bianco , sembrava che le sue opinioni non fossero oramai tanto valide come quelle degli uomini. Avevano dimenticato che si era allevato in casa di un membro rispettato del Parlamento e, soprattutto, che aveva una testa con che pensare. Lì dove prima si erano meravigliati con la sua abilità per saltare gli steccati a cavallo, ora guardavano la sua destrezza di amazzone con un gesto di dispiacere. Era come se quello che avevano elogiato nella bambina fosse loro insopportabile in una donna. La bellezza l'avrebbe potuta salvare, o chissà l'incantesimo, ma Merry non godeva né dell'una né dell'altro. Aveva vissuto troppo seguendo le orme dei suoi fratelli. Benché avesse caro essere compiacente , non avrebbe saputo come. Ed ora, gli uomini della sua età deviavano lo sguardo quando ella passava, come se vederla fosse come portare un stigma. Al diavolo con essi, pensava ogni volta che quello succedeva. Al diavolo con tutti essi.

Solo il suo amore per la danza gli permetteva di soffrire la condizione indegna di avere come accompagnatore ai suoi fratelli. Quella notte, a differenza della sua abituale abitudine di chiacchierare con lei fino alla stanchezza, Evelyn stette in silenzio durante il valzer. Quando si spensero gli ultimi compassi, la condusse fuori del salone di ballo fino all'angolo fiancheggiato per file di palme dove erano installate i tavoli col punch. Altri due fratelli l'aspettavano con sorrisi molto simili. Merry sentì che il cuore gli indeboliva. Isabel aveva ragione. Ernest aveva intenzioni di chiedergli matrimonio. Era evidente che quello giovane non doveva migliore criterio condividere i suoi segreti coi suoi fratelli. Esasperata, lasciò scappare un sospiro. I suoi fratelli erano come tre begli piselli di una stessa guaina. Come ella, avevano occhi di colore marrone chiaro e la pelle bianca e lentigginosa, oltre alla chioma dorata della nonna Vance, benché Merry fosse l'unico obbligata ad avere i capelli la cosa abbastanza lungo come per potere trasformarlo in nido di uccello. Era verità che dalla nascita del suo secondo figlio, Evelyn si era lasciato crescere piuttosto alcune basette sfortunate, benché quanto meno si parlassero di ciò, meglio. -Per quello visto-disse, servendosi un bicchiere di vino caldo con gesto spensierato-, avete intenzione di inviarmi al falò. -In nessun modo-disse James, il suo secondo fratello sposato. Merry non aveva girato a vederlo dal giorno del suo matrimonio, e di quello faceva mesi. Come Evelyn, James aveva l'aspetto appariscente di un cavallo ben alimentato. Ed anche sua moglie era rimasta incinta faceva poco. Nessuno dei due fratelli aveva perso il tempo nel momento di assicurare che le sue donne rimanessero acchiappate nella casa. -Ci sta simpatico Althorp-aggregò-. Esserci contenti per te. Ella bevve un sorso del suo porto caldo e cercò di non desiderare che fosse whiskey. -Non vedo perché siete tanto contenti dato che sono decisa a respingerlo come le altre volte. -Parliamo sul serio-disse James. -Sul serio-l'imitò Evelyn-. Perché non vuoi sposarti con cl? Sa montare... -E sparare... -E è un uomo al quale non gli negheranno mai un prestito. La contribuzione di Peter al coro diede al tasto con la sua ultima speranza di appoggio. Peter ancora era celibe ed era solo due anni maggiore che ella, e l'aveva messa ed estratto di più imbrogli che gli altri due insieme. Come era naturale, l'iniziazione di Merry nella vita sociale aveva messo una certa distanza tra essi, in fin dei conti, doveva coltivare almeno alcuni cose proprie di una dama, ma negli ultimi tempi, quando i maggiori erano andati da casa per stabilirsi con le sue proprie famiglie, si era prodursi un avvicinamento tra lei e Peter. Sfortunatamente, respingendo in ripetute causi le domande di Ernest Althorp che era stato sempre gentile con Peter, era arrivato ad esasperare perfino a questo. -Andiamo, Merry-disse Mettere-, non credi che l'abbia umiliato già abbastanza? Quell'accusa gli dolse, ma si sforzò a mantenere un tono sereno. -Mi rallegro che apprezzi ad Ernest-disse-. Anche io l'apprezzo. Ma sono della ferma opinione che non faremmo un buono compagno come marito e donna. I suoi fratelli rimasero a bocca aperta con le sue parole, a tutte luci incapaci di comprendere

quello che diceva. -Sarà perché non è tanto ricco come noi? -inquisì Evelyn. -Indubbiamente no. Come puoi pensare così qualcosa! -Allora deve essere perché suo padre non ha un titolo adeguato, egli quale non dovrebbe preoccuparti, perché sai che se vi sposate , papà l'avallerà per presentarsi ai Comuni, benché creda che Ernest non è un indebolito la cosa abbastanza consumato per arrivare troppo lontano in politica. Come membro del Parlamento, avrebbe più rilevanza. -Non mi importa la condizione di Ernest. Al meno non mi importerebbe se l'amasse. Evelyn fece una smorfia. -Non mi dire che segui innamorata di Greystowe. Quello succedè secoli fa, ed ora Burbrooke è un uomo sposato. -Non sono innamorata di nessuno-gli assicurò ella, stringendo i denti, benché non fosse sicura che dicesse la verità. Edward Burbrooke, conte di Greystowe, era un alleato politico di suo padre. Si vergognava ancora ricordando come si era lanciato alle sue braccia essendo una ragazza di diciassette anni. Egli si era innamorato di Florence Fairleigh. Da allora, nessuno aveva girato a svegliare come in Merry qualcosa di simile a quello che aveva sperimentato con Burbrooke, lo, probabilmente, dava uguale. La sua seguidilla di disastri non si era contenuta troppa negli anni seguenti. -Così mi piace-disse Evelyn, con voce scura-. Non mi piaceva vedere mia sorella tanto abbattuta. Commossa, Merry gli strinse il braccio. Per quel motivo amava quello stupido scaltro, ragazzone e su protettivo. Per quel motivo amava i tutti i suoi fratelli, per grossolani che fossero. Ma Evelyn, naturalmente, non pensava di abbandonare finché godeva di vantaggio. -Sai che Althorp non ti alzerebbe mai la mano. Né benché te lo meritassi. Merry non fece caso di quello commento. -Non è per me che sono preoccupata, bensì per Ernest. -E bene, ora puoi incominciare a preoccuparti-notò James -, perché lì lo vedo che si avvicina tra gli invitati. Merry si girò e finse un sorriso che probabilmente si convertì in una smorfia forzata. Altrui a quello che si discuteva lì, Ernest sorrise vedendola e gli fece segni, una figura alta e solida finita per una testa di soavi capelli biondi. Come di abitudine, di notte il suo abito non faceva troppo bene alla sua muscolosa figura. In mancanza di eleganza dell'abbigliamenta, Ernest era un uomo attraente, col viso salutare di un contadino, sereno come quello di un contadino. Le donne si giravano al suo passo, ma Ernest non rifletteva mai su ciò. Era un uomo senza segreti, ed i suoi passi erano sicuri, benché il suo sguardo avesse qualcosa di timida. -Merry-disse, prendendolo non le mani con un fervore molto abituale in lui. -Ernest-ella rispose. Sentendo la sua voce, egli socchiuse gli occhi con un gesto di allegria. Non avrebbe sospettato mai che la sua delicatezza si ispirava ad un sentimento di pena.

Alla fine, dire non ad Ernest non fu tanto drammatico come lei aveva temuto. A parte rimanere rigido come un uomo davanti ad un plotone di fucilazione, il suo amico accetto la sua negazione come rispettava sempre tutto, a sapere, con atteggiamento sereno ed un minimo di disordine. -Sei sicura? -domandò. Erano seduti soli nella serra , sotto alle ombre che proiettavano le palme illuminate per lampioni di candele-. Tua madre mi ero dato a capire che accetteresti. Merry raggrinzì il naso. Pensava realmente la duchessa che ella aveva fatto caso delle effusive lusinghe che ella versava sulla persona di Ernest? -Ehi, no-disse-. Niente mi ha fatto cambiare sembrare. Io ti apprezzo, Ernest, ma sono convinta che non c'andrebbe bene. Sai già come sono, sempre amando le cose la mia maniera. Ti spingerebbe alla bibita in meno di un anno. -Potresti cercare di cambiare-disse Ernest, ed un muscolo lo tese il mento. -E tu-ella rispose, dandogli un lieve tocco nella spalla col suo-, potresti cercare di conoscere un'altra ragazza. Sono come una scarpa vecchia per te. Può che ti stringa, ma sei abituato a me. Preferiresti non cercarti la vita per trovare un compagno migliore. -Io ti apprezzo-egli insistè-, e ti farebbe bene. Quello, naturalmente, era il problema. Come tutti gli altri, Ernest pensava che poteva fare qualcosa per lei, e giunse alla conclusione che dovrebbe mostrarsi ringraziata per l'aiuto. Corrugò il cipiglio ed agitò i piedi tra le pieghe interne del suo vestito. -Puoi ottenere qualcosa di migliore-ella disse. -Se lo dici per le dicerie, non mi credo né una parola. -Le dicerie? -domandò Merry, battendo ciglio sorpresa. -Sentii a qualcuno dire... -cominciò Ernest, e subito si morse le labbra-. Dimenticalo. Non ha senso. So molto bene quello che saresti capace di fare e che no. In modo che se quello che pretendi col tuo rifiuto è avere un gesto nobile... -No-ella interruppe, e gli prese la mano-. Dico che non perché in realtà non voglio sposarmi con te, perché non voglio sposarmi con nessuno. Quello non cambierà, e non importa quante volte chiedimelo. Egli corrugò il labbra corno se volesse discutere ma indovino solo a dire: -Di accordo. Se sei sicura che quello è quello che vuoi. Ella era sicura, più che mai. Nonostante la sua pena per il dolore che l'avrebbe potuto causare, lo lasciò con una sensazione di profondo sollievo. Neanche Ernest poteva sbagliarsi con lei questa volta. Può che il suo orgoglio si deteriorasse rimanendo senza pretendenti , ma se quello l'accumulava il diritto a vivere come voleva, era disposta a divorarsi fino all'ultima goccia del suo orgoglio. E la cosa unica che doveva fare era convincere i suoi genitori che dovevano lasciarle decidere.

Non appena la duchessa vide ad Ernest, sentì una trepidazione gelida nel petto. Questa volta tanto grande la sua speranza, ed ella era stata tanto cauta che era arrivato all'estremo di reclutare a Peter per la sua causa. Ernest era stato buono con Peter nella scuola, il suo protettore durante i primi anni, e la sua tavola di salvazione e finanziatrice negli ultimi. Di non essere stato per la sua orientazione, Peter

non avrebbe imparato mai a vivere senza indebitarsi. Più che nessuno, il fratello preferito di Merry conosceva i punti forti di Ernest. Se i suoi argomenti a favore non riuscivano a farle cambiare opinione, Lavinia ignorava quale la voce sarebbe della ragione che sì marcirebbe. -Mi dispiaccio di lui-disse Ernest con un gesto di rassegnazione che provocò in lei guadagni di schiaffeggiarlo-. Volesse già avere migliori notizie. Ella inghiottì saliva all'opinione il galoppo del suo cuore spronato per il panico. -Sono sicura che l'hai fatto la cosa migliore che potevi, caro. Non ci rimane più che cercare di farlo migliore la prossima volta. -Ella non vuole che ci sia una prossima volta-negò Ernest, scuotendo la sua bionda testa. -Naturalmente che lo vuole. -Lavinia si strinse le mani con tanta forza che sentì che un'unghia gli era rotta dentro il guanto -. Semplicemente sta agendo come una cocciuta. Tu ed io sappiamo che sposarsi con te è la cosa migliore che potrebbe succedergli. -Non posso obbligarla. -Obbligarla! -la risata di Lavinia fu acuta, come un timpano che scricchiola lacerandosi-Caro, quella ragazza non sa che è quello che gli conviene. Riflette disse, dandogli un colpetto nella schiena, infossata e sconfitta-Se le padrone, bene vale lottare per lei. Egli la rimase guardando, muto e miserabile, tanto differente del suo padre corno la notte del giorno. Normalmente, ella sentiva un certa gioia quando quello succedeva, perché la decenza di Ernest mitigava la sua colpa. Ma quella notte avrebbe desiderato che il giovane avesse benché non fosse più che un pizzico dell'aspetto machiavellico di suo padre. -Parlerò con mio marito-disse Lavinia-. Sono sicura che tra i due otterremo che nostra figlia ponderi. Mentre ritornava per il corridoio verso i suoi invitati, Lavinia scorse ad Althorp nella sala di fumare con suo marito ed un gruppo di uomini. Tra nuvole di tabacco, tutti ridevano, giocondi e rudi, come ridono gli uomini quando non sono presenti le donne. Ai suoi occhi, Althorp emergeva come un lupo tra le pecore, più astuto, più romanzo, più pericolosamente concentrato nella sua volontà. Risuonò una seconda ronda di risate, e Lavinia sentì che germogliava in lei un acuto rancore davanti a quella capacità che avevano di divertirsi. Senza dubbio Althorp aveva contato una delle sue barzellette vagamente perverse. Aveva un dono per quello, per fare ridere alle persone quando non doveva. Non smise di osservare che gli altri uomini, benché divertenti , guardavano ad Althorp con più freddezza che suo marito. Geoffrey alzò giusto lo sguardo in quello momento e la salutò con un sorriso felice nelle labbra. Insensato, ella pensò. Benché, pensandolo bene, come poteva Monmouth diffidare di quell'amico, proprietario delle terre attigue alle sue? Suo marito non era stupido, ma neanche era un uomo sospettoso. La portata dell'inganno di Althorp superava l'immaginazione del duca. Vedendo che la sua espressione diventava seria, Lavinia si impegnò a sorridere , insieme a fingeva una smorfia dicendo "il dispiaccio" che non potè evitare. In realtà, non aveva il nervo sufficiente. Non voleva che Althorp notasse nei suoi occhi il fallimento che aveva appena vissuto. Quando uscì, lo sguardo del suo nemico cadde su lei come un peso morto.

La virulenza dell'ira di suo padre prese, a Merry per sorpresa. Era tanto abituata alle sgridate di sua madre che neanche prestava loro attenzione. E perché dovrebbe farlo, quando un ed un'altra volta papà finiva per schierarsi per lei? Sfortunatamente, quella notte non si era pronunciato al suo favore, e la sua furia era tanto sfrenata che non aveva potuto sperare fino alla mattina di sgridarla. Si vide obbligato ad irrompere nel suo soggiorno mentre la vecchio Gin la pettinava. -Merry-disse, col suo enorme petto gonfio per l'indignazione-, Lavinia mi dice che sei tornato a respingere ad Ernest. Un'altra volta. Per delusione di Merry, sua madre entrò rapidamente seguendo i passi di suo padre. Questo vestiva la sua vecchia giacchetta ovattata, ma la duchessa non si era cambiata di notte il vestito. Il corpetto lo stringeva il busto offrendo un'audace scollatura di seta colore rosso sangue. -Ginny-disse la duchessa, con un movimento a capofitto in direzione alla domestica, ancora sorpresa. In altri tempi, Ginny era stato la ninnata nanna di sua madre ed ora, angosciata per l'artrite, tardava il doppio di tempo a finire coi suoi compiti. Nonostante quello, era troppo legata alla famiglia come per accettare le offerte che gli facevano affinché andasse in pensione. Merry temeva che se i suoi genitori insistevano nel tema, sarebbe il fine di Ginny. Come potrebbe esserlo anche per lei. Al fine ed il capo, una domestica quasi cieca e sorda poteva avere abbastanza vantaggi. Abituato ad ignorare la vecchia educata, suo padre parlò come se non fosse presente. -E bene-disse-, è verità tutto questo? Sei tornato a respingere ad Ernest? -Sì, papà-ella riconobbe e si guardò le mani con un gesto umile. Aveva l'intenzione di disarmarlo, ma davanti alla sua dimostrazione di umiltà, raddoppiò la furia del padre. O chissà era la presenza di sua moglie quella che l'induceva ad adottare un atteggiamento tanto inflessibile. -Non mi venire col tuo sé, papà-egli rispose, con voce tagliente -. Chi più credi che fosse disposto a chiedere la tua mano? Fino ai cacciatori di fortuna rinuncieranno. Sei un'incivile e tutto il mondo lo sa. E non credere che non sia venuto a sapere del numero che montasti la settimana scorsa. A galoppo teso per Hyde Park come se quello fosse poco vestendo pantaloni. -Era una sfida, papà-ella spiegò, desiderando potere essere a sole con lui-. Nessuno dei tuoi figli avrebbe rinunciato ad accettarlo. -Tu non sei uno dei miei figli! Sei mia figlia. È evidente che tu viziato. Il mio errore è stato darti redine sciolta. Ma giuro per Dio che è arrivato il momento di imporsisi. Ti sposerai con Ernest Althorp o mi dovrai spiegare i tuoi motivi, ragazzina! -È che io non l'amo-ella disse, con un tremore di voce. Il viso di suo padre riscosse una tintura porpora. -L'amore non ha niente a che vedere con questo. Quello che passa è che semplicemente non sopporti l'idea che un uomo abbia il diritto di dirti quello che devi fare. Non è naturale, Meredith, che una donna sia tanto testarda. Vuoi finire come una solterona?¿Quieres morire in solitudine? -Ho solo venti anni. -Venti anni e sei una ragazza intrattabile! -egli esclamò, alzando le braccia verso il soffitto a

cassettoni-. A me mi sembrò già che la tua maniera di umiliarti perseguendo a Greystowe ero spaventosa, ma questo! Questo è quello non va più, respingere ad Ernest Althorp, un uomo buono e solido che ti adora a tutte luci. -È verità quello, papà? -non potè rifiutarsi di domandare Merry-. Tutto il mondo dice che mi adora, ma io credo che sia più interessato in compiacere suo padre che in sposarsi con me. Quando gli dissi che no, neanche osò discutere. -Dio mi liberi, Merry. Perché non lasci che l'uomo abbia il suo orgoglio? Solo perché non trasforma la tua stupidità in un scandalo di operetta non significa che non gli importa. Merry inghiottì saliva, vagamente cosciente che le mani nodose ed asciughi di Ginny si erano posati sulle sue spalle. -Non voglio un scandalo di operetta. Voglio solo... Voglio solo... -Sé? -si affrettò a domandare suo padre con un atteggiamento ironico che non aveva avuto mai con lei-. Mi piacerebbe ascoltare che cosa è quello che vuole l'insopportabile di mia figlia. Ella cercò di ricordare quello che aveva visto nel ritratto. L'insicurezza , la sensazione di impotenza davanti al cambiamento. Egli voleva solo proteggerla, quell'era la ragione della sua ira. Quadrò le spalle e si impegnò a guardarlo agli occhi infuriati. Parlerebbe con lui come se fossero a sole, come se sua madre non fosse presente per giudicare ognuna delle sue parole. -Voglio un marito che mi lasci essere come sono-per una volta confessando nient'altro che la verità-. Non voglio essere un uccello in una gabbia. Voglio essere una donna viva nel mondo. Libero per andare e venire. Libero per leggere e pensare e parlare io voglia come. Per molto gentile che sia Ernest, non mi lascerei fare quello. Tu stesso l'hai detto, Papá. Egli ha il suo orgoglio. So già che a te ti suona come qualcosa di orribile, ma preferirebbe non sposarmi che dovere vivere come una moglie esemplare. La sua dichiarazione l'aveva lasciato stupefatto. -E che cosa ci sono dei figli? Non vuoi avere la tua propria famiglia? -Non sono tanto sicura. Chissà con l'uomo adeguato. Ma finché non lo trova-rischiò con un sorriso affettuoso-, posso chiederloro sempre prestati a James ed Evelyn ai suoi figli. Le sue donne partoriscono un germoglio per anno. -Merry-egli disse, e scosse la testa, contrariato. Nonostante la sua preoccupazione, ella intuì che la volontà di suo padre si debilitava. Balbettando un discorso interno, gli prese le mani grandi e larghe, quelle mani che avevano giocato con lei lanciandola all'aria, mani che l'avevano acchiappata sempre, mani che gli avevano dato alcuno flagellazione quando non si comportava bene e che l'avevano rimescolato il groviglio di capelli quando lo faceva ridere. Suo padre l'aveva consentita e, per quel motivo, ella l'adorava. Ma sua madre era decisa a non lasciare a suo marito consentirla in quell'occasione. -Affetto-disse a Merry, riposando la mano sulla schiena di suo marito. Il duca si scosse come se quello contatto l'avesse risvegliato da un sonno-. Devi sapere che questa decisione non ti colpisce solo a te. Pensa allo scandalo per la famiglia, per i tuoi fratelli e le sue donne se sua sorella minore rimanesse per vestire santi. In realtà, amante, se noi pensassimo che troverai il modello di virtù che descrivi, potremmo permetterlo, ma è arrivato il momento che tutti c'affrontiamo alla realtà. Se non ti sposi con Ernest, non ti sposerai con nessuno.

Merry sapeva che tutti pensavano la stessa cosa, ma nessuno l'aveva detto al viso. Ora gli costava credere che gli dolesse tanto. -Mi dispiaccio di lui, per l'inconveniente che possa causare ai miei fratelli-disse con un tremore nella voce che non potè superare-. Ma non ho paura di rimanere sola. Preferisco essere una zitellona che una schiava. -Una schiava-ripetè suo padre, e ritirò le mani delle sue supplicanti-. È quello quello che credi che ho fatto da tua madre? Fiamme schiave alle donne dei tuoi fratelli? -Indubbiamente no, papà-ella obiettò, vergognandosi con la verità di quell'accusa-. Voleva solo dire... -Tuo padre ed io abbiamo parlato di questo-intervenne sua madre, senza perdere contatto con la schiena di suo marito-. Per tuo proprio bene, siamo decisi a salvarti di te stessa. -Ma... -Per tuo proprio bene-insistè sua madre, con la mandibola ferma come l'acciaio-. Ti daremo una settimana, Meredith, affinché riconsideri la tua posizione. Al capo di quella settimana, se non sei entrato in ragione, venderemo tutti i tuoi cavalli. -No-protestò Merry che incastrò quella minaccia come un calcio nel ventre. I suoi cavalli, no. Non potevano fare quello con Flick e Sergei e la sua nuova giumenta araba. Cercò di captare lo sguardo di suo padre, ma egli resistè. -E quella non è la cosa unica-aggiunse sua madre, in voce tanto bassa che Merry seppe che Ginny non poteva sentirla-. Quando ci siamo occupati dei tuoi cavalli, introduciamo alcuni cambiamenti nel personale. Contratteremo ad un vero aiuto di camera, qualcuno che sia capace di imporrti certe regole. -No-ella, questa volta con un sussurro di voce ripetè. L'idea che assumessero una guardiana non lo disturbava tanto quanto il fatto di perdere a Ginny-. Non puoi fare quello, papà. Non posso crederlo. -Sai già quello che devi fare se vuoi ostacolarlo-condannò suo padre, e tossicchiò. Senza osare guardarla agli occhi, si diresse alla porta e si trattenne. -Una settimana-disse, e chiuse la porta uscendo. Il fuoco crepitò nel silenzio quando i suoi passi si persero a causa del corridoio. Merry sentiva il viso caldo ed il polso battendo egli, sboccato, nel collo. Nei suoi occhi spuntarono alcune lacrime ma fece un sforzo per contenerli. Non pensava di piangere. Per niente del mondo. Ma stette per piangere quando sua madre lo sfiorò la guancia con una carezza. Merry aveva chissà i sensi più distorti di quello che pensava, perché gli sembrò che a sua madre gli tremavano le dita. Questa gli parlò con tono paciere. -È bene per tuo proprio, amante. In realtà, lo è. Merry strinse le labbra. Non osava parlare per paura di dire la cosa imperdonabile. Come se Ginny sentisse il suo prurito, tornò a spazzolarla con gesto soave. -Chissà dovresti ritirarti, Lavinia-disse la domestica con la familiarità e la tenerezza di qualcuno che conosce bene alla famiglia-. E dare a tutti tempo per rasserenarsi. A Lavinia lo sorprese il tono della sua voce, ma non si opporsi. -Sì-assentì, con lo sguardo deviato-, chissà dovrebbe ritirarmi.

A Merry non gli furono scappati le lacrime fino a che sua madre uscì dalla stanza. Perfino allora, si sforzò a contenere i suoi singhiozzi di rabbia. Non gli era piaciuto mai piangere, neanche quando era bambina. -Non ti preoccupare-disse Gin, e continuò a spazzolarla con la stessa semplicità con che un ragazzo di stalla strofinerebbe ad un cavallo per calmarlo-. A volte, le creature devono seguire il dettato del suo cuore. A volte, la sua natura non lascia loro un'altra alternativa. Le sue parole provocarono in Merry un pianto ancora più sconsolato. Sua propria madre non la comprendeva tanto bene come la sua vecchia educata. Non poteva credere che suo padre fosse capace di disfarsi di Ginny. Semplicemente non poteva crederlo. Né benché vivesse cento anni. Quello non gli lasciava più che una conclusione. Sua madre era il genio malvagio che ispirava l'atteggiamento di suo padre.

Capitolo 2
La notte che Merry passò tentando di conciliare il sonno non alterò in niente le sue convinzioni. Suo padre detestava dovere punirla , perfino quando se lo meritava. Ed ora non aveva alternativa. Doveva cambiare l'opinione sua madre prima di fare la cosa propria con suo padre. Non importava quanti fossero gli elementi in contro, quell'era una sfida della quale non poteva disinteressarsi. Come era abituale, trovò la duchessa rinchiusa con la sua sarta. I viavai cangianti della moda erano la principale preoccupazione di sua madre. Per quel motivo, non appena Merry si era mostrato non solo indifferente ma anche incapace di servire da gruccia nel che provare un vestito elegante, Lavinia aveva perso quasi ogni interesse a causa di sua figlia. Facciata come un bastone, si lamentava con chiunque che volesse prestare ascolto. Gli viene dalla famiglia del padre. E, di seguito, normalmente pettinava le generose curve sotto il vestito, come se qualcuno potesse osare dubitare della sua affermazione. Merry non credeva che sua madre lo facesse per crudeltà. Semplicemente Lavinia non concepiva una vita dove qualcosa importasse più che essere perfettamente vestita. Per essere giusti, se non fosse stato per gli sforzi della duchessa, Merry sapeva che la considererebbero ancora meno attraente. Era verità che sua madre poteva essere molto affettuosa, in quella maniera incosciente sua, benché Merry fosse tentato di dimenticare ora quello. Quando entrò nella camera da letto, Lavinia si contemplava in piedi di fronte ad un specchio. La sua sarta, una donna ancora più anziana che Ginny, era conosciuta con l'appellativo unico di Madame. Raramente parlava, fosse già inglese o francese ma, nonostante la sua età, quella donna era un genio della cucitura. La madre di Merry si faceva tagliare i vestiti in Worth di Parigi, e dopo faceva loro cucire in casa. Non era una questione di economia, dato che Lavinia detestava quelli sotterfugi. Ella aveva a Madame per cucirlo il suo corredo perché la sua sarta era capace di fabbricarlo vestiti che gli andavano come una seconda pelle. In quello momento, ella e la sarta manipolavano metri di tessuto sul suo petto, per quello visto cercando il colore ideale per un vestito nuovo. -I capelli di cammello plissettato smeraldo, credo-disse Lavinia-, con la seta dello stesso colore per il corpetto e le sottovesti. -Il colore è adeguato-assentì Madame corrugando quasi impercettibilmente le labbra. -Madre? -disse Merry, prima che le due continuassero quello che sicuramente sarebbe una lunga discussione. Lavinia la guardò per lo specchio. -Se sei venuto affinché interceda davanti a tuo padre, non c'è niente che io possa fare. Egli è chi comanda in questa famiglia. Inoltre, sono di accordo con lui. Ricordi la cosa triste che stavi quando James ed Evelyn si sposarono? Immaginati come ti sentirai quando si sposi Peter ed anche tutte le tue amiche abbiano famiglia. Le donne necessitano qualcosa in che cosa occuparsi. E non mi dire che pretendi di lavorare come funzionerebbe di poste. Neanche tu potresti essere tanto pazza.

Merry albergava la speranza che sua madre non riuscisse a sentire come gli stridevano i denti. -Ho un piano-disse, facendo la cosa possibile affinché la sua voce suonasse gradevole e sicura di sé stessa-. L'ho da anni. Sua madre corrugò il cipiglio, ma prima che potesse rispondere, il maggiordomo suonò alla porta aperta. -Perdono, Sua Eccellenza, Senza Patrick Althorp si è presentato ed invia il suo biglietto. Lavinia impallidì tanto bruscamente che Merry temè che andasse ad affievolire. Si rimise con un gesto brusco della sua testa ben pettinata. -Per tutti i santi! -esclamò, con le guance visibilmente arrossite-. Che non si rende conto che non sto in casa per le visite? Dica al barone che lo vedrò più tardi. E sbrigò il maggiordomo con un gesto della sua fine mano. -C'è qualche problema? -inquisì Merry, sorpresa per la sua risposta. Negli ultimi tempi, la duchessa ed il padre di Ernest erano unghia e carne. Al duca quello non sembrava importargli, ma a volte Merry si inquietava per la sua indifferenza. A lei stessa, quell'uomo non gli piaceva niente. Era troppo vigilante, pensava, come un serpente sul punto di assestare un colpo-. Avete avuto alcuno discussione tu e sir Patrick? Sua madre sospirò rumorosamente ma non confermò quella speranza nascente. Nel suo posto, cambiò il tessuto verde plissettato che sosteneva nella mano per un satin di colore magenta offusco. Il colore faceva bene a Merry, ma subito Lavinia e Madame scossero la testa. Una volta respinto il rotolo di tessuto, sua madre tornò a trovare il suo sguardo nello specchio. -Dicevi qualcosa di un piano? -Sì-disse Merry, cercando di fare provvista delle sue doti di persuasione-Quando riceva l'eredità della nonna, voglio allevare cavalli arabi. Sono sicura che posso mettermi a ciò ed avere successo. Devi riconoscere che ho tutte le qualificazioni necessarie. -Tutte, eccetto un-obiettò sua madre-. Dal mio punto di vista, dovresti ancora essere dotata di un pene. L'impatto di quelle parole a bocajarro fece ammutolire a Merry. -Non ho... Non ho perché avere un pene per... -Merry. -Sua madre tacque la sua vacillante risposta-. So ragionevole. In primo luogo, tarderesti un'eternità a riuscire che la gente ti concedesse la sua fiducia. E, inoltre, che tipo di uomo si sposerebbe con una donna che va montata in un puledro? -Ma se io non mi voglio sposare. Lo vengo dicendo da anni. -Credi che non voglia sposarti, ma ti dirò una cosa... Merry si coprì il viso con le mani per soffocare un grido. -Credimi-continuò sua madre-, penserai altrimenti quando abbia trenta anni e sii completamente sola. Merry pensò che non era il momento per menzionargli che la sua intenzione era ricorrere agli amanti come surrogato del matrimonio. Al fine ed il capo, non sposarsi non significava che dovesse vivere come una suora.

-Non penserò altrimenti fu la cosa unica che disse, quando lasciò cadere le mani. So che tu e papà volete solo che sia felice, ma sono sicura che non sarebbe felice come moglie di Ernest. -Quella è una sciocchezza-gli rimproverò sua madre-. Ernest Althorp è un giovane perfettamente gradevole. E non ha niente di repulsivo. Ha buone maniere, buoni denti e è forte come un bue. Inoltre, mi sono piaciuto sempre gli uomini biondi. Ed allora, perché non ti sposi tu con lui?, pensò ella, ma fu la cosa abbastanza intelligente per divorarsi le sue parole. -Andiamo-disse sua madre, con tono leggero, ed un'espressione stranamente dura-. Ti stai comportando come una romantica persa, qualcosa che non ho visto mai tra i tuoi difetti. Credimi quello che ti dico, un matrimonio per amore non somiglia in niente ai romanzi. -Non mi importano i matrimoni per amore. Quello che mi importa è essere libero. -Libero? -La risata che liberò sua madre era qualunque cosa meno allegra-. Solo le prostitute e le vecchie vedove sono davvero libere. -Non mi capisci-disse Merry. -Sé che ti capisco insistè sua madre-. È ma non sono di accordo con te. Dopo quella confessione, non c'era nient'altro da dire.

Sotto un cielo plumbeo, Merry era uscito a galoppare con la sua giumenta per le terre di Knightsbridge, spronando alla sua cavalcatura fino a che dei fianchi cominciò a germogliare il vapore della sudorazione, mentre l'animale lanciava pezzi di terra e prato con ogni colpo dei suoi caschi. Neanche quello la riappacificava. Come poteva riappacificarla , quando Flick, il cavallo che aveva alimentato con un biberon quando appena era una bimba, pronto potrebbe trasformarsi nella cavalcatura di un estraneo? Doveva c'essere una maniera di ottenere che suo padre si tirasse indietro. Ella non poteva arrendersi, perché arrendersi significherebbe una vita miserabile per ella ed Ernest. D'altra parte, poteva rinunciare realmente al piacere più grande della sua vita? Rinunciare i cavalli? Alle attenzioni che normalmente li sperperava? Soprattutto, poteva mettere in pericolo il futuro di Ginny? Maledetta sia, Se sua madre non avesse un atteggiamento tanto inflessibile! Merry non era sicura che avesse diritto ad obbligare suo padre a scegliere tra sua figlia e sua moglie. Guardato con realismo, c'era peggio qualcosa, ed era che neanche era sicura che la decisione del duca si inclinerebbe a beneficio di lei. Frenò a Flick fino a raggiungere il passo, respirando con la stessa difficoltà che la giumenta. Questa, a tutte luci eccitata, saltava abbasso il suo peso. Che nobiltà di spirito! E che orribile sarei sentire la mancanza di lei! Avrebbe desiderato che Evelyn e James non avessero girato al campo, benché sapesse che i suoi fratelli non appoggiavano la sua posizione. Tutta la sua famiglia stava contro lei, tutti ed ognuno. Senza aiuto dei suoi, non sapeva che cosa fare.

Con Isabel, almeno si distrarsi. Quando si trovò con lei quello pomeriggio, la sua amica aveva grandi notizie. Suo suocero era morto inaspettatamente e suo marito ereditava il titolo di conte. -Egli quale mi trasforma in contessa-disse, con un'aria di malinconia. Era tesa di spalle sul letto di colonne di Merry e portava un vestito grigio con righe sfortune incrociate. L'orlatura del vestito, delicatamente tessuta, aveva un bordo di fiocco intrecciato. Perfino Lavinia aveva mostrato il suo apprezzamento con un scricchiolio della lingua vedendola passare. Quella maniera di Isabel di essere tesa non farebbe nessun bene al suo vestito, ma in quello momento non gli importava. Merry si sedette vicino a lei sul letto. -Non sei contenta di essere contessa? -Buono, sì, suppongo che sono contenta. In realtà, non conosceva il padre di Andrea, cosicché non posso fingere che lo getterò di meno. Ma, anche cosí, staremo sempre di dolore. Come stanno le cose, raramente esco così di casa con un vestito. È tetro come un mausoleo, Merry. Tutti gli specchi sono coperti. Hanno ricoperto di paglia le strade di accesso alla casa. -Corrugò il naso e si toccò il delicato vestito qui e là-. Sono troppo giovane per vestire di lutto. -Non lo so, credo che il nero si dà un aspetto etereo. Isabel sorrise e gli prese le mani a Merry. Al capo di un istante , ricordò il motivo del suo lamento. -Dopodomani viaggiamo alla proprietà. Sta in Galles, Merry. Galles! Un posto assolutamente impronunciabile e dimenticato di Dio. Chi sa quanto tempo rimarremo lì. Secondo Andrew suo padre era un vecchio avaro che lasciò il posto in rovine. Tarderà secoli a mettere le cose in ordine come a lui gli piace. -Ma sicuro che tu non dovrai rimanerti tanto tempo. Isabel si vergognò e cominciò a pettinarsi il bordo di una manica. -Andrea dice che non dorme bene se io non sto con lui. -Il rossore delle sue guance si aggravò davanti allo sbuffo di Merry-. Sì, lo so già. Aveva detto che è grasso e noioso, e lo è eccetto che... -Eccetto che cosa? -Eccetto che è piuttosto riconfortante averlo accerchia di sera, abbracciandomi, sai già. Merry poteva immaginare poche cose meno riconfortanti che essere abbracciato di sera per un bigotto possessivo come Andrea Beckett. Dovette fare un sforzo per tacere. -E bene-disse, con rassegnazione-, sembra che le due fossero prigioniere della rettitudine per un tempo. Isabel assentì con un mormorio, e dopo scosse le punte delle sue scarpe nere di capretto. -Merry, stava pensando, sei sicura che non vuoi sposarti con Ernest Althorp? -Non posso credere che tu anche-gemè Merry-. Mi rallegro che sia contenta, Isabel, ma sicuramente sai che non sarebbe il mio caso. Né neanche sarebbe quello di Ernest. Te l'immagini cercando di tirare delle redini del mio cavallo? Non tarderemmo a lanciarci l'uno al collo dell'altro. -Suppongo-concedè Isabel, e si inclinò su un gomito-. Ma non capisco come pensi di tirarti fuori ai tuoi genitori di sopra. Naturalmente, potresti accompagnarmi a Caerna no-essere-quanti. Non c'è gran cosa da fare lì, mi capisci già, ma il padre di Andrew aveva alcune scuderie decenti, ed almeno avresti un respiro delle brontolone di tua madre.

-Non l'hai visto il viso. Non lascerà mai che questo gli sia scappato dalle mani, e non importa quanto tempo sia assente. Quello che dovrebbe fare è fingere che vado con voi, e dopo fuggire con un teatro di varietà. Dopo quello, fino a mia madre dovrebbe rinunciare all'idea di sposarmi. -Ja, ja-disse Isabel-, se almeno sapessi cantare. Merry aveva menzionato l'idea come una nebbia, ma ora una scintilla l'illuminò. -Aspetta un momento-disse-. So già che cosa necessitiamo, quello che tu ed io non meritiamo. -Sono sicura che non voglio saperlo-disse la sua amica-, benché lo sguardo l'era stato acceso già. All'opinione, Isabel non era ancora una contessa in ogni regola. -Un scherzo-disse Merry, col polso che incominciava ad alterársele , anticipando a quello che veniva-, come normalmente facevamo nella scuola. Un ultimo urrà prima che le nostre famiglie ci sacrifichino nel falò della rispettabilità. Ora erano le due sedute sul letto, cornate delle mani. -Niente troppo pericoloso-notò Isabel-, e niente in quello che potessero beccarci. -Te lo giuro-gli assicurò Merry-. Nessuno lo saprà, eccetto te e me.

La fuga non sarebbe potuta risultare migliore. Quella notte il teatro di varietà nel Soho era stato scelto come posto di riunione di famiglie di classe mezza e di alcune donne senza accompagnatore , come esse, tutte rispettabilmente vestite, perfino quelli che, secondo i suoi sospetti, erano donne di brutta reputazione. In realtà, Merry ed Isabel andavano vestite modestamente coi vestiti che avevano chiesto prestata alle sue domestiche. Anche il programma era la cosa migliore che potevano desiderare: una divertente posa conversi, con alcuni uomini vestiti di dee greche che sceneggiavano il giudizio di Parigi, una satira piuttosto salita di tono ma non carente di delicatezza, intitolata "Il letto disponibili", e vari cantanti di sorprendente talento, l'ultima delle quali aveva finto che cercava un marito tra il pubblico. Ancora Merry canticchiava il ritornello che diceva giovani celibi, come stanno voi, quando la carrozza affittata i lasciò di fronte alla sua casa. Fortunatamente, rimanevano nascoste dietro il suo enorme muro di mattoni. Era tardi, le strade erano quasi vuote. Per assicurarsi che la sua amica starebbe a salvo, scortò Isabel fino alla sua carrozza. Un elegante landó di quattro porte sperava nello stretto passaggio tra la proprietà di Knightsbridge ed il suo vicino più prossimo. Una volta dentro, Isabel sotto le tende e cambiò il suo vestiario per il suo proprio vestito, in questa occasione completamente nero, insieme a dissimulava qualunque irregolarità dei capi d'abbigliamento abbasso il suo cappotto. Ora, ritornerebbe a casa e suo marito, che niente sospettava. Santo sia, il buono di Andrea era rimasto con l'idea che Isabel andava a visitare un'amica malata. Come gli succedeva sempre dopo una marachella, Isabel ebbe paura. -Fa' attenzione-lo supplicò quando Merry l'aiutò a salire alla carrozza-. Non rimanere per strada. C'è molta nebbia questa notte. Voglio che ti diriga immediatamente alla porta. -Quello farò-promise Merry, e baciò Isabel nella guancia. Ridendo per la cosa sotto davanti all'apprensione della sua amica, che problema poteva sorgere ora?), Merry depositò una moneta di oro nella mano del conducente.

-Badi a lei-ordinò, benché tanto il conducente come ella sapevano che quello voleva dire che vegliasse perché Isabel non parlasse. Assentendo con un gesto della testa ed un sorriso, l'uomo fece scricchiolare le redini sui lombi dei cavalli. Merry li osservò allontanandosi. A giudicare dal rumore, al primo cavallo bisognava cambiargli i ferri di cavallo, ma non era niente di quello che il ragazzo dei Beckett non potesse occuparsi quando arrivassero a casa. Si avvilì di spalle come per allontanare quella preoccupazione e seguì per il lungo muro di mattone che conduceva alla porta dei domestici. L'uomo, sicuramente, sperava nella penombra. Ella né lo vide né lo sentì quando egli la sorprese di dietro, prendendola per il collo e la vita per trascinarla violentemente lontano dal vicolo. Prima di gridare, si sentì paralizzata per la trepidazione. L'uomo reagì assestandogli un colpo nella bocca. Ella si dibattè con forza, ma non poteva misurarsi con quella dell'altro. L'uomo maledisse per la cosa sotto quando ella lo propinò un calcio nello stinco ma, a parte quello, non pronunciò parola. Sembrava abbastanza sicuro di quello che si proporsi fare. Chiunque che fosse la sua intenzione, la trascinava fino all'angolo e verso la strada. Sicuro che lì avrebbe un veicolo, pensò Merry, o chissà pretendeva di lasciarla incosciente e metterla in un'automobile. Il suo aspetto sarebbe quello di una giovane ebbra che era uscito col suo fidanzato. Nessuno essi prestarle troppa attenzione, soprattutto qui, dove le case stavano lontano alcune di altre ed appartate della strada. Col cuore battendo egli sboccato nel petto e la mente invasa per un mulinello di pensieri, Merry sentì le fosse nasali piene di un tabacco pestilenziale ed un rancido sudore maschile. Cerco di gesticolare per raggiungere un'anello da tenda encastrada nel muro, ma l'uomo non gli diede opportunità di prendersi di lei. In quello momento , Merry vide più avanti per la codina dell'occhio il circolo di luce proiettato per un lampione per strada. Se gridava arrivando lì e si dibatteva con forza, qualcuno dovrebbe guardare e vedere. Al meno, quell'era la sua segreta speranza. Ahi, se fosse andato via subito, o se avesse chiesto alla carrozza che sperasse in un'altra parte. Ignorava l'intenzione di quell'uomo, ma l'intuiva. E chissà voleva qualcosa di peggiore di quello che ella pensava. Questa notte potrebbe morire. Sentì nausee e dovette divorarsi la bile. Il silenzio e la determinazione del suo aggressore erano sconcertanti. Si sarebbe sentito meglio se l'avesse minacciata, ma l'unico rumore che emetteva quell'uomo era la respirazione pesante del suo alito. Cercò di propinarlo un altro calcio, ma le gambe gli furono complicate tra le cappe del vestito. Maledetti stracci, pensò. Maledetti e condannati stracci. L'uomo l'aveva alzata ora in bilico. Neanche trascinava i talloni. La mano con che l'aveva presa per la vita l'ostacolava la respirazione. O chissà non era più che l'effetto della paura. Si sentì come un polso acchiappato in quelle braccia, non mangio una persona. Ma ora non poteva pensare a quello. Non poteva pensare a colli sgozzati né coltelli insanguinati. Quasi erano arrivati al lampione. Doveva approfittare dell'opportunità. Finse cadere svenuta in braccia del suo rapitore e, arrivando sull'orlo della luce bianchiccia, si ritorse violentemente per liberarsi. Riuscì a lanciare un cigolio breve ed acuto prima che l'uomo la spingesse contro il muro e si battesse la testa avvolta in una sciarpa. Ma quella lana economica non la

proteggeva da niente. Davanti ai suoi occhi esplosero alcune macchie, ma ella sapeva che non poteva svenire. Con un sforzo che rigava nella disperazione, si impegnò a rischiararsi la visione. Ed allora la vide, quella seconda figura che correva verso essi per la strada, un uomo con un cappotto di Inverness. Mentre correva gridò: --Sentire! Che cosa passa lì! L'uomo che la sosteneva la lanciò ad un lato e si girò per scappare , ma il secondo uomo riuscì ad afferrarlo. Lottarono in mezzo al rumore del rintocco dei cappotti, breve quello del suo attaccante, lungo quello dell'uomo che era accorso al suo riscatto. I due cercavano di raggiungere un manico nell'altro, come lottatori in una fiera. Con un grugnito simile a quello di un cinghiale, il suo aggressore assestò a capofitto Molto un colpo a Cappotto. Molto cappotto lo schivò e gli assestò un gancio nel ventre. Quello gancio era un colpo vincitore. Merry sentì il sordo uf! da dove stava, appoggiata contro il muro. Il suo aggressore cadde di ginocchia , senza aria e, non appena riuscì ad alzarsi, scappò correndo. La luce di gas gli diede in un lato del viso, rude e sconosciuto. Subito sparì nella luce incerta dalla notte. Quella lotta non era durata più di un minuto. -Si sente bene, signorina? -inquisì una voce gentile ma con l'alito interrotto. Merry si impegnò ad alzare il mento che manteneva infossato nel petto. La voce era Molto di Cappotto, il suo salvatore. Ma ella tremava troppo ed era incapace di rispondere, neanche assentire con un gesto della testa. Che curioso. Ora che stava a salvo, aveva il corpo paralizzato. -Mi temo che è scappato-disse l'uomo. Con un gesto tranquillo, si toccò la fronte insanguinata-. Suppongo che aveva la testa più dura della mia. Il suo sorriso era generoso e leggermente ironico. A Merry gli tremarono le labbra, ma non riuscì a scorgersi in lei un sorriso. Il suo salvatore, apparentemente, lo capì. -Andiamo-disse, con voce riconfortante, e si inclinò al suo fianco-. Gli ha dato un buon spavento, no? -Sssi, sì-ella rispose, con la voce scossa per quello batto i denti dei denti. -È della cosa più naturale. Senti Lei un momento e recuperi l'alito. Quindi l'accompagnerò a dove andava e starà a salvo. Il suo odore era differente dell'altro uomo, era bella copia ed aveva una fragranza di sapone e, notò Merry, corrugando il naso, un sfaccendato aroma ad olio di linosa. Giusto nel momento in cui si rendeva conto quell'individuo doveva essere di chi, egli gli offrì una mano non enguatada. Ella mise la sua nella palma che egli gli offriva, ed egli la coprì con un gesto gentile. Non erano le mani più grandi che avrebbe visto ma erano eleganti e sembravano forti. Ebbe una sensazione della cosa più strana, chissà la più strana della notte, come se tutto il suo essere volesse darsi alle sue attenzioni. Niente sarebbe potuto essere più altrui alla suo natura che quell'impulso e, ancora così, non potè negare l'intensità della reazione. Così è come altre donne si sentono coi suoi uomini, pensò. -Sono Nicolás Craven-egli disse, tirandola fuori dalla sua distrazione-, umilmente al suo servizio.

-Merry-ella, sognatrice, disse e dopo si staccò-. Mary, ehi... Colfax. -E bene, Mary Colfax, creda lei che ha le gambe la cosa abbastanza fermi affinché l'accompagni a casa sua? Ella assentì con un gesto della testa, ma vide che le gambe non la sostenevano, perché quando egli l'aiutò ad alzarsi, stette per tornare a crollare. Ed in realtà, sarebbe caduto se egli non l'avesse stretta contro il suo petto. -All'opinione-disse con una risilla cenerina e roca-, siamo stati troppo ottimisti. Il suo abbraccio non era quello che ella aspettava di un libertino suppostamente celebre. In quelle circostanze, la sua eleganza era irreprensibile. Non appena ella trovò un manico, egli spostò le mani della sua schiena ai suoi gomiti. Si trovavano nel limite del circolo di luce proiettata per il lampione, ed egli la guardò tranquillo e con atteggiamento gentile. -Era qualcuno che conosceva? -domandò con voce soave. Ella aprì gli occhi senza ostacoli. -No-disse, sorpresa per il suggerimento che ella conoscesse qualcuno che volesse fargli danneggio-. No, non ho visto mai quell'uomo nella mia vita. All'improvviso mi prese e... -disse, e tremò. Neanche che sapesse chi sono. Semplicemente mi trovavo qui nel momento sbagliato. Nelle labbra del pittore si scorse una linea magra E dura. -Allora, mi dispiaccio ancora più di lui. -Si dispiace più di lui? -Per l'avere lasciato scappare. Ah-ella disse, e tornò a tremare. Vedendola, egli lo coprì le spalle col suo cappotto. Sbattè le palpebre con un scintillio di malizia e sicurezza. -Vada. Ho commesso la goffaggine di spaventarla, intenzione che non avrebbe avuto mai con una giovane con quella bella chioma dorata. Merry si portò la mano ai capelli aggrovigliati. Può che fosse di colore oro, ma difficilmente bello. Nonostante sé stessa, dovette soffocare una minuto flama di orgoglio femminile. Senza dubbio che egli pretendeva solo di essere gentile. Ma non era gentilezza. Con la punta del dito indice, egli lo disegnò una linea al di sopra del sopracciglio e seguì per la guancia, fino a che il contatto gli fece sentire a Merry un scarico nei nervi. Senza previo avviso, sentì un formicolio di sensibilità nel viso. Nelle labbra, nella punta del naso, nella pelle delicata intorno agli occhi. Cercò di ricordare se qualche volta si era sentito così, e si trattenne quando si rese conto che aveva la bocca completamente aperta. Con un sguardo perso di ammirazione dipinta nel viso, il suo salvatore la contemplava. -Guarda queste ossa-mormorò, ed il suo sguardo seguì la linea delle sue carezze, leggere come una piuma-. Guarda questa pelle favolosa. Pagherebbe una ghinea al giorno per dipingerti, affetto, e lo considererebbe denaro ben consumato. -Dipingermi! -esclamò Merry, quasi annegando con le parole -. Vuole dipingermi? Egli tirò di un ricciolo acchiappato per la sciarpa, e lo palpò tra il pollice e l'indice, con le labbra

storte per un sorriso. -Sì-disse-. Credi che i tuoi padroni ti darebbero qualcosa di tempo libero? Ma, guardami, voleva dire ella. Sono più piana di una tavola. Chi sarebbe lo stupido che volesse dipingermi? La speranza non dissimulata che vide nel suo sguardo fu la cosa unica che gli ostacolò pronunciare quelle parole. E bene, quell'e suoi assurde guadagni di credergli. -Te l'assicuro-egli disse, interpretando erroneamente il suo silenzio-. Sono chi dico che sono. Sono appena uscito di quella casa nell'angolo per cambiare una cornice rotta. Guarda-disse e cominciò a cercare in una delle ali della cappa del suo grosso cappotto-. Qui ho il mio biglietto. Qualcosa sconcertata, Merry lesse alla luce del lampione. "Nicolás Craven, Artista", dicevano le piccole lettere nere, seguite di una direzione nel bosco di St. John. -Gli credo quando dice chi è-ella riconobbe, benché non fosse disposta ad accettare il resto. -Allora chiederai permesso al tuo signore per posare? Ella negò con un gesto della testa, più per stupore che per rifiuto. Nella sua mente cominciava ad insinuarsi un'idea. Che cosa passerebbe se ella dicesse che sì? Come cambierebbe il suo valore nel mercato il matrimonio? Che cosa aveva detto la madre di Isabel? Nessuna donna decente poserebbe per lui. Come intuendo la sua vacillazione, Nic Craven segnalò col mento verso la casa dei suoi genitori, una struttura di marmo di Georgia che si scorgeva all'altro lato del muro. -È qui dove lavori? Dove i Vance? Io potrei parlare con essi, se si somiglia. Per assicurarmi che il lavoro non metterebbe in pericolo la tua posizione. L'offerta, a dispetto di essere molto generosa, gli restituì il buonsenso. Perfino supponendo che fosse stato una domestica, sua madre non tollererebbe mai che un sua domestica posasse per l'infame Nic Craven, come non lo tollererebbe con qualunque altro pretendente. Che il suo atteggiamento non avesse niente di lussuriosa non importerebbe. La reputazione di quell'uomo sarebbe sufficiente per condannarla. Ragione di più per dire che sì, fischiò il piccolo demonio nei suoi uditi. Se lasciassi che ti dipinga, sarebbe realmente il fine della tua buona reputazione. Inoltre, se è tanto come cavaliere sembra, può che non debba necessariamente essere la tua perdizione. Acchiappata per l'indecisione, lo guardò un'altra volta, realmente lo guardò, per la prima volta da quando egli era accorso a riscattarla. Per quello che aveva visto di nascosto di lui nella casa, sapeva che era magro e poco ordinato. Ora sapeva che era anche attraente. Non aveva visto mai un uomo con occhi tanto meravigliosamente espressivi. All'improvviso gli brillavano come quelli da un bambino e, un istante dopo, erano ironici. Nella sua bocca spuntò una linea di sorriso ed ella sentì alcune voglia contagiosa di sorridere con lui. Le sue ossa erano della stessa finezza che egli attribuiva ai suoi. Il naso, magro ed aquilino, non aveva difetti. Chissà la mandibola era troppo acuta per essere bella, ma prestava al suo viso una forza che altrimenti non avrebbe avuto. L'insieme conformava contemporaneamente un viso singolare ed attrattiva. E saggio. Soprattutto, saggio. Merry lo vide nei suoi occhi. Quell'uomo aveva sondato segreti che ella aveva voluto sempre esplorare. Quell'uomo aveva conosciuto libertà con le quali ella poteva sognare solo. Un viso come quello di Nicolás Craven prometteva cose.

Merry capì che Nicolás Craven fosse capace di svegliare la debolezza nelle donne. -Non posso-disse, dispiacendosi in realtà di lui. Il demonio della sua coscienza grugnì, ma ella non poteva accettare la sua offerta, benché trovasse una maniera di nascondersilo ai suoi genitori. La reputazione di una figlia si rifletteva in quella della sua famiglia. Per molto arrabbiata che stesse Merry, i suoi genitori non meritavano essere trattati con tanto poca considerazione. -Non dire che non puoi-disse Craven, engatusador, come la preghiera di una dolce tentazione-. Diedi che lo penserai. Un artista non ha la fortuna di trovare un'ispirazione come questa tutti i giorni. Oh, quanto volevo credergli! Strinse il biglietto che aveva nella mano, come un impulso per accettare una forza palpabile. Sentì un dolore nel petto e, qualcosa di più profondo, qualcosa che un uomo aveva svegliato solo prima in lei. -Non posso-tornò a dire, e scivolò all'altro lato dell'inferriata prima che l'incantesimo di Craven e la sua propria ed insensata suscettibilità l'obbligasse a girarsi.

-Voglio vedere qualche progresso-esigè Althorp-. Non voglio promesse. Come l'alito di un drago, le sue parole formavano nubecule bianche nell'aria umida dell'alba. Aveva dato istruzioni a Lavinia affinché si trovasse con lui in Rotten Row, all'interno di Albert Gate. Naturalmente, il lago Serpentine era congelato, ma non si incrociarono con le abituali orde di pattinatori dovuto alla precoce ora. Solo i guardiani minacciavano il suo isolamento quasi perfetto. Lavinia ignorava se Althorp credeva che era troppa la frequenza con che accorreva a vederla a casa sua o se semplicemente voleva mettere a prova il suo potere per dargli ordini. In qualsiasi caso, lì il tragitto di quella passeggiata furtiva e solitaria fino ad arrivare non era riuscito a calmarlo i nervi. Non aveva osato utilizzare l'automobile e si era visto obbligata a venire a piedi. Senza dubbio l'imprudente di sua figlia non avrebbe dato importanza ad una passeggiata come quello, ma Lavinia si allarmava con ogni ombra ed ogni rumore. Sforzandosi per mantenere la serenità, si prese le mani dentro il suo manicotto di pelle di foca. -L'ho messo già tutto in moto-disse-. È solo questione di tempo. -Hai minacciato-corresse Althorp, la sua voce come un aspro rimprovero -. Hai supplicato, hai mentito e hai divulgato un mucchio di pettegolezzi. A parte quello, ancora mi rimane vedere come passi all'azione. -Passerò all'azione. Ma doveva dargli un'avvertenza. Dargli un'opportunità. -Un'opportunità per che motivo? Affinché convinca tuo marito? Fino a me conosco quanto basta tua figlia per sapere che non basterà con una Merry avvertenza. Licenzia la domestica, Lavinia. Gli dimostrerai solo così che hai l'intenzione di portare a termine le tue minacce. Alzò il braccio e con suo enorme perdo enguatada gli strinse il collo come se fossero alcune tenaglie. Era tale la fermezza che appena Lavinia poteva inghiottire. -Stai facendomi male-mormorò. -Ah, sé? -Gli occhi gli brillarono con un scintillio maligno in mezzo alla nebbia, mentre l'osservava la bocca e si guardava la mano. All'improvviso, il colore gli incarnò il viso e la respirazione gli fu accelerato-. Normalmente ti dava piacere quando faceva questo, ti struggevi come burro sotto il sole di Luglio.

-Patrick. -Disse il suo nome di pila senza dare si racconta. Non era stato la sua intenzione pronunciarlo, mai, mai nella vita. Quello lapsus , apparentemente, soddisfece la sua voglia di umiliarla. Sorrise e lasciò cadere il braccio. Era sparito prima che ella riuscisse a protestare, prima che potesse supplicarlo che l'accompagnasse di rovesciata casa. Codardo, pensò, ed il mento gli tremò sul punto di piangere. Non si era odiato mai tanto a sé stessa come in quello momento, perché si era reso conto che gli ubbidirebbe in tutto.

Merry che si alzava sempre presto, quasi si era vestito quando mise la domestica con un vassoio di tè e biscotti. Era una donna giovane. È nuova, pensò Merry senza sorprendersi. In una casa come quella sua, avevano frequenti cambiamenti nel personale. Secondo Merry, quell'era una ragione di più per apprezzare una vecchia educata come... Interruppe bruscamente quella divagazione quando questa gli insinuò un orribile sospetto. Chiuse il libro che stava leggendo e si incorporò della sua sedia. -Dove sta Ginny? -domandò, e le sue parole suonarono acute come i caschi di un cavallo contro le pietre. Voleva che la domestica gli dicesse che Ginny stava in letto che soffriva di qualche dolore o che aveva un ginocchio affettato. Al contrario , la ragazza deviò lo sguardo come chi resiste a dare brutte notizie. Tardò un momento a sistemare tutto quello che c'era nel vassoio. -Ehi, non sono sicura di chi mi parla, lady Merry. -Non mi mentire-l'infilzò Merry, e con un movimento rapido la prese per il braccio. La domestica tremò, con la paura dipinta nello sguardo. Merry si impegnò ad ammorbidire la voce-. Non sono arrabbiata con te. Ma devo sapere dove Ginny sta. -Io... -balbució la domestica, e tossicchiò per non lasciarsi dominare per i nervi-. Ho sentito che l'hanno licenziata che l'hanno inviata a casa di sua sorella in Devon. -Che cosa? Questa mattina? -Sì, lady Merry. Il signore la Leggete ha lasciato nel primo treno che usciva da San Pancracio. Sua madre, mi perdona neanche lei, gli fece tempo fare la valigia. Disse che gli comanderebbero già le sue cose. Merry sciolse il braccio alla domestica e si portò entrambe le mani alla testa, il suo capello ancora spettinato. Ginny era andato via. Fatturata in un treno come un sacco di patate rancide. Si incorporò e si avvicinò alla finestra alla ricerca di aria, senza importargli il freddo della mattina. Sua madre aveva licenziato a Ginny. E suo padre glielo aveva permesso. Quello lo cambiava tutto. Che i suoi genitori potessero fare quell'a una donna innocente, ad un'anziana che non aveva fatto un'altra cosa che servirli fedelmente, dunque, bene...

Non si meritavano il suo rispetto, non meritavano l'amore che ora l'ero ritorto perfino dolorosamente nel cuore. Si sentì una lacerazione quando Merry tirò, senza dare si racconta, delle tende di raso verde. La domestica inghiottì saliva e lasciò scappare un gemito, come spaventata. -Vuole che...? Vuole che l'aiuti ad essersi vestito? Per un istante, Merry fu incapace di rispondere, acchiappata come stava nelle implicazioni di quello. Quando si rasserenò e tornò a guardare la domestica spaventata, la sua decisione era già fortemente. -Sì-disse-. Per favore, preparami l'abito marrone oscuro con orlatura di velluto. La domestica si inclinò con un consenso tremulo e si ritirò. Neanche Merry notò. Sapeva quello che doveva fare, fino al più minimo dettaglio, come se stesse decidendo di lui. Quello sì, prima si disporsi a realizzare la migliore attuazione di tutta la sua vita. Altrimenti, la duchessa non crederebbe nella sua intenzione di visitare Isabel in Galles, dove, quello direbbe, si era proporsi riflettere sugli errori del suo modo di fare. Protesterebbe e supplicherebbe ma, soprattutto, si mostrerebbe costernata. Perfino arriverebbe ad insinuare che bene potrebbe sposarsi con Ernest Althorp quando ritornasse. Una volta preparato quello terreno, darebbe ad Isabel un mucchio di lettere affinché li inviasse nel suo nome, accuratamente redatte per dimostrare la debilitazione progressiva della sua volontà. Era una fortuna che sua madre si mostrasse indifferente nelle sue lettere. Data quello sua abitudine di pensare solo a sé stessa, non gli sarei successo chiedere di dettagli su sua figlia o i suoi supposti anfitrioni. Alcuno menzione sul tempo o qualche commento insignificante a proposito di come il conte assumeva i suoi compiti, gli farebbe brillare gli occhi con la patina dell'indifferenza. Solo i segni di rimorso richiamerebbero l'attenzione della duchessa, solo le insinuazioni di capitolazione. E se sua madre si avventurava in alcuno indagine, Isabel potrebbe falsificare la calligrafia di Merry con sufficiente destrezza per rispondere con alcuno frase convenientemente evasiva. Se a quell'aggiungeva un baule pieno di vestiti destinati "al Galles", sua madre sarebbe convinta che sua figlia stava dove diceva stare. Merry sapeva che alla sua amica l'affascinerebbe quello piano, benché non fosse più che per il colore che aggiungerebbe ai suoi lunghi e tristi giorni di dolore. La sua unica riparazione era che Ernest si crederebbe sicuramente prima la bugia che sua madre.

Capitolo 3
Farnham gli lasciò dormire fino a mezzogiorno, momento nel che senza dubbio questo aveva perso la pazienza col disordine che lo circondava. La vigilia era stata abbastanza disastrosa. Aveva dovuto tirarlo fuori solo dal suo letto per cambiare quella cornice rotta il duca di Monmouth. Egli non aveva voluto accorrere, ma si rallegrava che Farnham l'avesse obbligato, benché dopo avesse dovuto essersi seduto un'ora nel quartiere di polizia, sperando di dare la descrizione di un uomo il cui pista dubitava sinceramente che qualcuno fosse a seguire. La polizia di Londra non poteva distrarsisi investigando delitti che non avevano avuto luogo. Neanche i poliziotti erano rimasti troppo contenti quando egli si rifiutò di rivelare il nome della vittima. Egli non capiva perché speravano che lo facesse. Sapevano tanto bene come lui che potevano licenziarla per ragioni più assurde ad una domestica che per avere la sfortuna di avere sofferto un'aggressione. Nic si domandava se Farnham lo lascerebbe dormire se sapesse che il suo padrone era un eroe. Decise che non valeva la pena verificarlo, e si coprì gli occhi quando il maggiordomo aprì le tende. Neanche quella precauzione era necessaria. La nebbia perdurava, ora galleggiando vicino alle finestre. Nic lanciò un grugnito, sequestrato per la tristezza di quella visione. Detestava l'inverno a Londra. Morire nella forca sarebbe preferibile a dovere svegliarsi così in un giorno. -Ho portato caffè-disse Farnham-. Ed il giornale. -Nic si incorporò. -Che cosa? Non ci sono più lettere di mia madre? Farnham negò con la solennità di chi non conosce il sarcasmo. -Abbiamo avuto alcuno visita? Una giovane non troppo alta? Capelli ricci e biondi. Può che sia stato interessata in posare. -Benché Nic non sperasse realmente che quella giovane cambiasse opinione, la risposta di Farnham non smise di deluderlo. -No, signore-disse questo-. Ma è venuto un giovane cercando lavoro. Per il tono tranquillo e senza inflessioni di Farnham, Nic suppose che questo si era proporsi aiutare. Con tutta sua la formalità e pulizia , anche il suo maggiordomo era un uomo sensibile. -Possiamo dargli qualche lavoro? -domandò Nic, sistemando il copriletto sul grembo. Farnham deposito il vassoio prima di rispondere. -Il giardiniere è già un uomo avanzato in anni, e la signora Choate potrebbe dargli lavoro nella cucina durante l'inverno. -Credi che potesse rubarci? -No, signore. Parlava sorprendentemente bene. Ha dovuto assistere ad una scuola nazionale.

Disse che i suoi genitori lavorano nella fabbrica di gas, vicino a Regent's Park. Nic fece una smorfia. Le due grandi camino all'altro lato del parco contribuivano il suo ad ingrossare la cappa di sporcizia che ora invadeva Londra. Le condizioni di lavoro erano atroci. Nessuno che avrebbe visto le incisioni di Dorai sulle fabbriche di St. Lambeth poteva dubitarlo. Come uno dei circoli dell'inferno. Dodici ore al giorno, sette giorni alla settimana. Non lo rimpiangeva che un ragazzo volesse lavare pentole invece di seguire i passi dei suoi genitori. Dopo scartare questo spiacevole pensiero, prese un sorso del caffè amaro che l'aveva servito Farnham. Quella potente bibita gli infondeva un piacere che nessuna depressione poteva spegnere. La signora Choate aveva le sue virtù, senza dubbio e, tra esse, i suoi eccellenti cetriolini, ma Farnham preparava un caffè degno di un uomo. -Allora, lo contratto, signore? -Mmm? -disse Nicolás che seguiva assorto nel caffè. -Il ragazzo. Vuole che lo contratti? -Non vedo per che non disse Nicolás,-avvilendosi di spalle. Quando la signora Choate giri di casa di sua sorella, suppongo che godrà se ha qualcuno a chi comandare. -Molto bene-disse Farnham, e gli consegnò appena il giornale stiratura. E quando notò che il maggiordomo seguiva occupato nella stanza, sospettò che si preparava per uno dei suoi sermoni morali. -Sé? -disse, senza disturbarsi a dissimulare la sua irritazione. -Se a lei non gli importa, signore... -E se mi importasse? -farfugliò Nicolás. -Secondo la mia esperienza-seguì Farnham-, alcuno attività fisica leggera, o chissà una visita ad un amico, farebbe molto più per alzarlo il coraggio che questo... questo letargo. -Risulta che questo letargo mi piace-disse Nicolás, socchiudendo gli occhi-. In quanto al mio stato di coraggio, è una conseguenza inevitabile del mio dono. -Sono sicuro che gli risulta comodo pensare così, signore, ma... -Farnham-disse Nicolás, per notarlo che l'ira del suo signore stava per scoprirsi. Come qualunque soldatessa veterano, il maggiordomo sapeva quando ripiegarsi. -Di accordo, signore-disse-. Starò nella stanza della provvista , se ha bisogno di me. Non appena chiuse la porta, Nic tolse il vassoio e separò le coperte. Può che discutere col suo maggiordomo non fosse equivalente alle venti giro attorno alla casa che contemplava Farnham, ma l'aveva instillato qualcosa di caldo nelle vene. Si era bevuto il caffè mentre si vestiva. Oggi si metterebbe pantaloni invece di una tunica. Scelse una camicia pulita ed inamidata , e dopo corrugò il cipiglio davanti alla fila di esotiche giacche che appendevano al suo armadio. Prescinderebbe da giacca. E prescinderebbe anche da calzatura. Non aveva intenzione di andare a nessun posto, e nessuno verrebbe a visitarlo. Tuttavia, può che avesse sufficiente energia per comandare una nota al suo amministratore. Verificare se avevano incaricato qualche nuovo lavoro. Che cosa Nic non darei per un viaggio a Parigi! Chissà non domani, ma se tra una settimana, quando fosse completamente recuperato.

Troppo pigro per allacciarsi, scese per la scala con la coda dalla camicia aleggiando contro le sue anche. -Più carbone! -chiese quando camminò scalzo sul gelido marmo del salone dell'entrata. Per la codina dell'occhio vide un'ombra che passava in direzione la cucina. Non poteva essere Farnham, perché non si trattenne. -Tu, lì-chiamò-. Il ragazzo nuovo. L'ombra rimase congelata e dopo diventò, molto al suo dispiacere, ma non si avvicinò. La figura goffa di quello ragazzo l'ispirò un umore nostalgico. Né ricordò avere avuto quell'età, essere tutto gambe e gomiti ed attacchi di timidezza. Se è che era timidezza. Quella maniera del ragazzo di affondare la testa tra le spalle gli fece pensare che chissà aspettava qualche tipo di sgridata. -Ti abitui al lavoro senza problemi? -domandò, con voce più gentile. L'ombra mormorò qualcosa che probabilmente significava sé. -Non hai perché avere paura di noi-gli assicurò Nicolás -. So già che Farnham è un po' stretto, ma se cerchi di farlo la cosa migliore che possa, potrai sempre contare su lui. -Sì, signore-disse il ragazzo, e cominciò ad allontanarsi a poco a poco-. Cerco il carbone che ha chiesto. La sfregatura del colpo di battente che all'improvviso ascoltarono nella porta non cambiò la sua intenzione sfuggire. Maledetta sia, pensò Nicolás. Non può insegnarsi oggigiorno a nessuno. Come un regalo inaspettato per il suo stato di coraggio, la figura che vide nella porta gli strappò immediatamente un sorriso. Era la domestica del giorno anteriore. Un evviva macchia di colore che emergeva in mezzo alla nebbia, vestiva un cappotto di tweed orribile su un vestito colore arancia spaventoso. Aveva la gonna macchiata ed i volanti dell'orlatura strisciavano come se li avessero calpestati. In realtà, può che così fosse successo. Tanto il cappotto come il vestito appendevano della sua padrona come un sacco. La notte anteriore non gli era sembrata tanto bassa di statura. Ora, Né osservò che si trattava di una giovane minuta, non solamente di bassa statura , bensì minuta. Il suo volume non era l'unico tratto che non aveva apprezzato perfettamente alla luce del lampione. Non aveva potuto ignorare le sue lentiggini ma i suoi occhi di una tintura interessante, avevano tutta la luce che mancava al giorno Quello che potè vedere dei suoi capelli sotto la sua sciarpa marrone fango tessuta a mano, era abbastanza notevole aveva creduto che fosse biondo, ma non si aspettava quello miscuglio incendierebbe di rosso e dorato. Ora, ondulato per l'umidità regnante, era tanto riccio e denso che sembrava vivo. Come la rugiada dei racconti di fate, alcune gocce minute gli pendevano dai boccoli. Nonostante il suo disgusto, Nic ardeva in desideri di avere a mano le sue pitture. -Non mi dire che Farnham ti ha seguito e si è convinto che venga a liberarmi di questo giorno tanto triste-disse, sull'orlo della risata. -Perdono-disse la visitatrice, tenendosi molto eretta. Né non aveva visto mai tanto bene una donna eretta. Sembrava all'indietro un piccolo soldato con le spalle cacciate e la mandibola verso davanti. Osservò che il suo naso era all'insù, come con una piccola palla nella punta, si direbbe un

pezzo di argilla lasciato lì per dimenticanza. Retroussé, avrebbe detto un francese, ma la parola non trasmetteva il suo incantesimo. Aveva una guancia del suo viso pieno di lentiggini macchiato con un po' di cenere. Che viso, egli pensò. Che viso più meravigliosamente indimenticabile. Pena che non poteva dire la stessa cosa del suo nome. -Scusami-disse, cercando nella sua memoria-. È evidente che sei venuto per iniziativa propria. Vuoi entrare e contarmi quello che vuoi? Non mi piacerebbe che una giovane dama prendesse freddo nella porta della mia casa. Bene quella di chiamarla dama poteva essere un'esagerazione, perché nessuna dama che si vantasse accorrerebbe sola a casa di un cavaliere. Tuttavia, Nic aveva scoperto che alla maggioranza delle donne, senza importare l'umili che fossero, piaceva loro che li trattassero di dame. A meno che fossero dame, pensò, ironico, ricordando come si eccitava Amanda Piggot con quell'appellativo tanto comune suo. Ma non aveva desiderio alcuno di offendere questa giovane, soprattutto quando era accorso per concedergli il suo più fervente desiderio. Nonostante la sua cordialità, il suo invito sembrò procurarlo una certa tranquillità. Chissà non era una giovane tanto mondana come aveva pensato. Dopo una lieve valutazione, passò al suo fianco ed entrò nel caldo relativo della sua casa. -Fa un po' di freddo, è verità-ella concedè. Aveva una voce grave, quasi come quella di un ragazzo. Un po' di stalla mischiata con qualcosa di casa dei padroni. Questa, pensò, divertente, ha aspirazioni. Era evidente che i suoi mobili l'avevano chiamato l'attenzione. Merry passeggiò per la sala circolare sotto la volta, trattenendosi ad osservare la statua di un snello gatto egiziano. Era un tesoro intagliato in basalto e portava una collana di oro e lapislazzuli nel collo. Con la mano, enguatada in una lana verde rozza, toccò le soavi zampe anteriori. Si girò e, per un breve istante sembrò tanto altezzosa come il gatto. Una piccola duchessa, egli pensò, con un sorriso generoso che non potè dissimulare. -Voglio sapere-domandò, con quella stessa sicurezza-, se ancora cerca una modello. Incapace di resistere, egli cominciò a dare rovesciate ad intorno suo. Prese con la mano un estremo della sua sciarpa e cominciò a srotolarla mentre girava ad intorno suo. Ella lasciò scappare una leggera esclamazione di sorpresa, ma non resistè, conservando lo sguardo fisso nel suo viso mentre egli svelava lentamente la sua maestosità. Tre lunghe pinze lo sostenevano i capelli in un chignon disordinato. Con l'emozione di un scolaro biricchino, egli li sciolse. Caddero i boccoli, abbondanti e spessi. Sotto la luce acquosa del cielo, quello capello aveva una proprietà magica, con le punte irsute per la statica e brillando con un colore indescrivibile. Gli arrivava sotto la vita e seguiva, sotto le anche, un manto dietro il quale lato Godiva avrebbe potuto occultare con facilità. Le mani lo furono chiuso in sendos pugni. Voleva dipingerla così, nuda su un cavallo, portando a spasso il suo orgoglio per il cuore della città, trasformando in trionfo quello che suo marito pretendeva fuori un'umiliazione. Pensandolo bene, Né aveva bisogno di un pezzo centrale per la sua prossima esposizione. Qualcosa di provocatorio. Qualcosa che il frivolo e disgustato mondo dell'arte non potesse ignorare. -Togliti il cappotto-disse, con una voce enronquecida per la voglia di vedere il resto. Un rossore salì alle guance. -Non sono una prostituta. -disse-Solo perché mio... il mio signore mi ha licenziato, non significa che chiunque possa approfittarsi di me. -Ti hanno licenziato? -Le parole di quella giovane furono come un promemoria dell'implacabile

realtà-. Per quello che ti succedè ieri sera? Ella inclinò la testa, ed appoggiò la punta di un stivale sull'altro. -Che imbecille-egli disse, ed ella alzò la testa allarmata-. Tu no, affetto. Il tuo signore-egli disse, e gli prese un lato del viso, compatendosi i suoi problemi di ogni cuore. Benché non fosse più che per una volta, perché gli uomini della sua classe non rispettavano le donne che lavoravano per essi? -. Per caso ha cercato di forzarti? -domandò. Ella aprì la bocca e battè ciglio tanto rapidamente che egli temè che si mettesse a piangere. -Dimenticalo-disse, rapido, perché non voleva affrontare una scena-, non devi contarmelo. Voglio solo che sappia che nessuna donna è meno che una dama per me, e non mi importa che l'abbiano maltrattata, né se quello che gli piace è passeggiare per le strade di Covent Garden. Non ho forzato mai una donna e non lo farò mai. Col tuorlo del pollice, lo sfiorò il tremulo labbro inferiore. La sua bocca era corrente ma gradevole, la sua superficie soave e rosata. Naturalmente , non era il momento, ma a Nicolás Craven non gli avrebbe importato baciarla. Lo farebbe lentamente, pensò, e molto, molto soavemente. Come se ella avesse letto i suoi pensieri, tremò e fece indietro un passo. Merry mantenne lo sguardo fisso nella sua. -Ancora ha voglia di dipingermi? -Così è-egli disse. Un atteggiamento disteso sarebbe la cosa migliore, pensò Nic, e si guardò le unghie tinte di pittura-. Naturalmente, volesse che rimanessi qui. -Naturalmente-ella disse, chissà con troppa fretta. Quando egli la guardò, ella quadrò le spalle di quella maniera che egli aveva identificato già come un riflesso-. Non sono un'affettata. E so molto bene quello che si aspetta di una modello. Egli sorrise davanti al suo miscuglio di innocenza e coraggio, benché, pensandolo bene, non è che fosse divertente. Nonostante la sua asseverazione che non aveva forzato mai una donna, era evidente che quella povera ragazza era disposta a coricarsi con lui se dovesse farlo. Tornò a toccargli il viso, seguendo il vuoto dello zigomo verso la mandibola. L'artista in lui prese la staffetta dell'uomo. Prendendolo il mento, gli fece girare la testa affinché la luce gli desse nel viso da Un angolo differente. In realtà era un viso sorprendente, drammatico. -Ti pagherò affinché posi disse, con voce soave-. Qualunque altra cosa che decida è il tuo tema. Se non capisci molto chiaramente quello , non potremo proseguire. Ella sbattè le palpebre come se gli avesse parlato in cinese. -Sì, capisco-disse-, e gli ringrazio per lui. -Allora, avanti. -Sentendosi all'improvviso pieno di energia, Nicolás l'acchiappò in due la punta del naso dita-. Spero che sia disposta a toglierti il cappotto e lasciarmi vedere con che cosa lavoriamo-disse. Benché tardi, all'improvviso ricordò il nome-. Ti chiami Mary, non è così? -Sì-ella disse, mentre manipolava i fattorini goffaggine -. Mary Colfax. Quello nome gli piaceva. Semplice. Diretto. Perfetto per una donna che potrebbe rivelarsi come una sfida, ma non mangio una prova. Né si impietosì della sua goffaggine ed intervenne per toglierlo quelli guanti tanto rari. Ella lanciò un'imprecazione per la cosa sotto, ma lo lasciò fare. Curioso, pensò Nic, quando gli prese le

mani nelle sue. Aveva alcuni dita delicate, le unghie ben brevi ma callosi nell'interno, come se avesse lavorato nella stalla che, apparentemente, gli aveva proporzionato anche i suoi primi modelli di parlata. Benché risultasse strano, gli piaceva più con quelli tratti tanto rudi. Quella ragazza non era una chiunque. Quando finì di togliersi il cappotto, glielo lanciò come se non sopportasse averlo davanti agli occhi. Né piegò il logoro capo d'abbigliamento di tweed sul braccio. -E bene, Mary Colfax-disse, sentendosi più soddisfatto col mondo-, perché non prendiamo una tazza di tè e parliamo dei tuoi onorari?

Con una sensazione smisurata di irrealtà, Merry l'osservò mentre appendeva quello spaventoso cappotto. Affondò con forza la punta delle dita nelle palme. Ancora sentiva il formicolio, dopo che egli se li palpasse col pollice. Era curiosa la sua maniera di trattarla, a metà strada tra una donna ed un oggetto. Merry non sapiente quale l'inquietava più delle due. E, peggiore ancora, Craven pensava che suo padre, suo proprio padre, l'aveva disonorata. Il duca di Monmouth non era quello tipo di uomo, e tuttavia sentì la lingua secca nella bocca quando volle articolare le prime parole per uscire nella sua difesa. Verità o no, era una spiegazione convincente di perché poteva salutare ad una domestica. Per tutto quello, Craven, che aveva una vena protettiva a tutte luci , ebbe voglia di accoglierla. Dio sacro, se fino all'aveva invitata a rimanere nella sua casa. La proposta era stata un colpo di fortuna per Merry, dato che fino a quello momento ignorava dove si sistemerebbe se egli non l'accoglieva. Poiché le cose continuavano ad uscire come richiesto, ella non sarebbe chi modificasse quell'impressione erronea su suo padre. Al fine ed il capo, non poteva rivelare la sua vera identità. Può che Nic Craven fosse un gran libertino, ma non comprometterebbe mai la figlia di un duca, soprattutto se si trattava di una figlia che non era sposata. Aveva pensato fino all'ultimo dettaglio del suo piano. Non accetterebbe solo la sua offerta di dipingerla bensì, inoltre, lascerebbe che la dipingesse nuda. Quello slegherebbe un scandalo che neanche suo padre potrebbe coprire. A partire da quello momento, si trasformerebbe in una donna assolutamente indegna di sposarsi, non ferma solo Ernest bensì per qualunque uomo rispettabile. Sì, suo padre sarebbe furioso, ma Nic Craven era un uomo ricco e ben conosciuto. Oltre il suo aspetto qualcosa di spiacevole, Merry sospettava che quell'uomo sapeva difendersi. Naturalmente, se la rapidità con che aveva scacciato il suo aggressore era una prova, i suoi fratelli non rappresentavano minaccia alcuna. Piuttosto, dovrebbero preoccuparsi di salvare la pelle. Ancora così, pensò, con un certo sdegno mentale, un semplice artista non oserebbe infliggere ferite gravi ad uno delle sue paia. E rimaneva ancora la cosa migliore, e è che se il duca decideva di sposarla con un plebeo, un zitellone riconoscente come Craven non farebbe altro che ostinarsi in lui suo. Quando sparisse la polvere dallo scontro, Merry godrebbe della sua libertà e Craven avrebbe la sua arte. Può che la sua reputazione salisse di un gradino nella scala dello scandalo, ma sicuro che non ci sarebbe male in ciò. Agli artisti egli piaceva loro come approfittarsi degli scandali. Secondo i suoi calcoli, il piano non aveva né un solo difetto. O quasi nessun difetto, riflettè, mentre egli la guidava per un stretto corridoio. L'incontro della notte anteriore non l'aveva preparata per vedere Nicolás Craven alla luce del giorno. Non era un uomo

bello bensì straordinariamente bello. Diabolicamente bello, come se la bellezza potesse essere un peccato. I suoi capelli che gli era sembrato spettinato, era poeticamente molto, un capello oscuro e muoio che lo copriva davanti il. Gli occhi che ella aveva giudicato espressivi, alla luce del giorno erano come due braci ardenti. Erano grigi e brillanti, come diamanti pieni di fumo. Craven era alto, quasi tanto alto come i suoi fratelli, ed aveva alcuni spalle snelle e larghezze come una scultura della Roma antica. Il fatto che avesse la metà del torso all'aperto non l'aiutò in niente a Merry a rasserenare il coraggio. Benché camminasse davanti a lei, gli era stato rimasto registrata l'immagine. Portava una camicia stile americano, il tipo di camicia con fattorini fino alle fallite. Come era naturale, con quattro fratelli non specialmente modesti, Merry aveva visto non pochi torsi maschili al nudo. Ma questo era differente. Per incominciare, Craven avrebbe potuto posare per un manuale di anatomia. Dava l'impressione che i suoi muscoli avevano riscosso vita a partire da una perfetta scultura di fango. Aveva scarsa peluria nel petto, una Merry pelusilla tra i pettorale, e tettarelle, per quello che ella vide sotto la sua camicia, piccole ed erectas. Inoltre, andava scalzo ed i suoi piedi erano lunghi ed eleganti, benché strani. Merry pensò che non aveva fatto attenzione mai prima ai piedi di un uomo. Gli sembrò sconcertante fare attenzione ora a ciò, per non dire molto personale. Apparentemente senza notare l'agitazione che aveva provocato , Craven l'invitò a passare ad un piccolo salone di stile cinese, dove chiamò per chiedere tè ed antipasti. Il domestico che accorse, un uomo al quale Craven chiamò Farnham, aveva il naso torto ed il capelli colore grigio acciaio tagliato alla spazzola. Una cicatrice spaventosa l'attraversava il mento in diagonale tra gli estremi del suo lungo baffo. Aveva la pelle allungata attorno alla cicatrice, come se avesse guarito senza curati medici. Davanti a quell'aspetto di vecchio pugile, Merry osservo con l'idea che egli fosse chi aveva insegnato a Nic l'arte di lottare contro sconosciuti per strada. Fortunatamente, aveva alcuni maniere irreprensibili. L'uomo gli lanciò appena un sguardo curiosa. E, salvo per quello sguardo, niente in lui insinuava né il minore segno di giudizio sulla sua presenza. Era evidente che, come maggiordomo di un artista di brutta reputazione , avrebbe servito non poche invitate. Non appena uscì il domestico, Craven tornò ad affondare nella sua sedia, appoggiando il mento su due dita ed il pollice, con le gambe aperte e stretching fino a che i suoi piedi lunghi e nudi si trovarono sul punto di toccare gli stivali di Merry. A differenza della maggioranza degli uomini che Merry conosceva, questo, apparentemente, non sentiva la necessità di parlare. Si impegnò a deviare lo sguardo e si contemplò le mani. Restituirgli lo sguardo l'ero supposto come un gesto imprudente. Non voleva che fraintesa l'e si vedesse obbligata a tirare per il bordo tutto quell'ottenuto. Una cosa era fare capire che accoglieva con gusto le sue insinuazioni che, a giudicare dalla sua condotta, egli normalmente sperperava se quella che suonava alla sua porta era una donna. Ancora così, darsi a quelle insinuazioni nella realtà era più di quello che ella desiderava. Nella sua opinione, quanto meno danno si facesse a sé stessa, meglio. Non scartava la possibilità di avere qualche giorno un'avventura, ma aveva imparato la sua lezione con Edward Burbrooke. La prossima volta che si offrisse, sarebbe ad un uomo che la desiderasse tanto quanto lei a lui. E non poteva immaginare che tutto quell'arrivasse a succedere con Nicolás Craven. -In modo che-egli disse, socchiudendo gli occhi con un gesto che, oltre le buone maniere, a lei gli sembrò pieno di simpatia -, stai per cominciare una nuova vita. Se la sua storia fosse stata verità, Merry pensò che era una maniera gentile di definirlo.

-Quello spero-disse-. Ho voluto sempre avere avventure. -Mi rallegro per te-egli rispose, con una smorfia di sorriso che lo torse la bocca. Merry osservò che le sue labbra erano magre ed espressive. Avevano un colore molto vivo, corno macchiato per il vino. Nonostante il suo campanello grave, la voce era soave-. Non puoi ritornare a casa coi tuoi? -Sono morti-ella mentì, attraversando le dita sul vestito -. Da vari anni. -Lo sento. -Per sorpresa di Merry, quello si inclinò verso davanti e gli strinse il muscolo tra il collo e la spalla. Il contatto fu riconfortante, malgrado Merry non avesse bisogno di consolazione alcuno-. Non ti preoccupare, Mary. Mi assicurerò che abbia denaro sufficiente per mantenerti quando abbia finito. -È molto gentile della sua parte, signore... -Per l'amore di Dio, chiamami Nic egli interruppe-. E non si tratta di gentilezza, bensì solo di commerci. Voglio che i migliori modelli siano impazienti per lavorare con me. Merry sorrise guardando il canto del tavolo cinese incorreggibile in bronzo. -Suppongo che ci sono molte donne che sarebbero felici di lavorare con lei, senza importare quello che paghi. Egli rise, e col pollice seguì oltre il collo del vestito fino a toccargli la pelle sensibile. -Il mio Dio, sono ansioso da vederti nel mio studio. Il suo entusiasmo la sorprese, benché Craven avesse detto la stessa cosa la notte anteriore. I suoi desideri di dipingerla sembravano autentici, dipingerla, la trasandata di Merry Vance. Non sapeva che cosa pensare di lui, con quella maniera soave di toccarla e con quello sguardo ardente sua, oltre a suo "per l'amore di Dio, chiamami Nic. Le maniere di Mary non erano niente affettati, ma ignorava come doveva rispondere a quelli di lui. Egli la trattava come se avesse condiviso già letto. A quello si riferiva Isabel quando parlava di assaggiare il conquiste boccone a boccone? -Ci ti sei egli asustado?-domandò, inclinandosi tanto che ella si sentì avvolta per il sapone di bergamotto che egli normalmente usava. -No-disse Mary, con voce secca, benché non potesse evitare una scossa -. Ho voglia di posare per lei, signore Craven. Sono una gran ammiratrice della sua opera. Lo girò a sedersi soffocando una risilla. -Una gran ammiratrice, ehi? Buono, se Dio vuole, tra poco avrai più ragioni per ammirarmi. Può che perfino impari a chiamarmi Nic. Le sue insinuazioni erano tanto chiare come le sue sopracciglia inquiete e, tuttavia, ella non si sentì offesa. Né gli sembrava un seduttore molto simpatico. Sembrava piuttosto un cucciolo di lupo che un lupo. La sua resistenza al suo incantesimo cominciò a struggersi come il cioccolato basso il sole. Questo uomo è pericoloso, pensò. Chissà per la sua propria disgrazia, dietro quella constatazione Merry non ebbe l'impulso di dare mezza rovesciata e scappare.

Gli antipasti che Nic aveva chiesto risultarono essere un assortimento di salsicce, pane e formaggio. Appena somigliava alle caramelle alle quali ella era abituata, ma li accettò gustosa. Per una volta, i suoi nervi erano soccombuti alla fame, e conficcò il dente al suo primo cibo solido dal giorno anteriore. Quando Farnham girò per portarsi i piatti, per quello visto, gli altri domestici si erano assentarsi per le feste, Nic gli insegnò quella che sarebbe la sua stanza. Era più stretta di una stanza di domestica nella sua casa, con una sola finestra che guardava verso il giardino posteriore, ora convertito in un groviglio di marrone invernale. Il letto era stretto, il catino era inveita ed il tappeto persiano aveva conosciuto migliori tempi. Il salvamuro dipinto aveva una cappa di polvere, ma il suolo era stato scopato faceva poco. All'opinione, Nic non vide niente brutto in offrirgli quelle dipendenze. Perché dovrebbe vedere niente brutto in ciò?, si domandò a sé stessa, irritata. Egli non aveva perché sapere che ella aveva conosciuto meglio qualcosa. -È molto accogliente-disse Merry, impegnandosi a sorridere. -Buono, il camino ha una buon tiratura. E non siamo taccagni col carbone. Puoi spendere tutto quello che voglia. Ajá, ella pensò, lanciando un sguardo al cubo pieno di carbone. Per caso sperava che lei stessa si occupasse del fuoco? Suppose che potrebbe prepararsili, dato che aveva visto alle domestiche farlo. Per dissimulare la sua costernazione, si avvicinò alla mensola del camino. Un quadro appendeva superficialmente, un bel quadro. Se la sua memoria di quando andava alla scuola di signorine non lo tradiva, si trattava di una copia di Giove ed Io, di Correggio. Le nuvole che rivestivano al dio erano sporche ed ispessisci come la nebbia di Londra, egli quale non ostacolava che la ninfa che sosteneva nelle sue braccia di foschia finisse svenuta. Merry capì subito perché a Nic gli piaceva. -La ritirata sta all'altro lato del corridoio-egli avvisò-. Non è niente dell'altro mondo, ma l'avrai per te sola. -Sono sicura che tutto andrà bene-ella rischiò, benché non fosse sicura che quella fosse verità. Con un gesto del mento, segnalò il quadro-. Dipinse lei questo? -Sì, io-egli disse sorridendo-. Hai buon occhio-disse, e diede alcuni colpetti sulla semplice cornice di legno-. Cominciai i miei studi a Vienna. Il mio maestro aveva l'abitudine di lanciare i quadri dei suoi alunni al fuoco. Questo fu il primo sforzo che feci per esulare dal falò. Da allora, mi è piaciuto sempre Correggio. -Suppongo che avrà studiato in molti posti dell'Europa. -Conosco bene l'Europa-egli disse, con espressione distante-. Ginevra. Firenze. E, naturalmente, Parigi, quando la politica l'ha permesso. È consigliabile sapere che il mondo è più grande del posto dove uno vive. -Io non sono uscito mai dall'Inghilterra. Egli la guardò dalla sua altezza, un sguardo caldo mentre gli prendeva un ricciolo e se l'attorcigliava nel dito. Quegli occhi di Craven... erano come argento fuso, e quelle ciglia brevi ed offuschi l'aggiungevano lucentezza. Ancora Merry non sapeva che cosa la commuoveva più, se la generosità che si indovinava in essi o la passione erotica contenuta.

-Dove viaggeresti, se potessi? -domandò. Merry fece un sforzo per concentrarsi, al tempo che sentiva un caldo spesso fiorendo nel suo interno più recondito. -Alla Città Proibita-disse-. O, chissà, a Roma. Egli lasciò che il boccolo girasse al suo posto. -Roma potrebbe essere più pratica di Cina, ma suppongo che puoi andare a qualunque parte quando sogni. Aveva una voce tanto cenerina, tanto sugerente che Merry si sentì obbligato a retrocedere. Era tornato a vedere quello sua persuasione, quell'incantesimo sensuale al quale nessuna donna poteva resistere. A Craven lo furono torto le labbra in una lieve smorfia capendo il suo rifiuto, gli occhi semicerrados per il piacere. -Allora, ti lascerò affinché possa pulirti e riposare. Serviamo la cena alle otto. Puoi cenare con io o Farnham può portarsi la cena in un vassoio, quello che tu preferisca. Saranno cose semplici fino a che giri la mia cuoca, benché sia sicuro che ci prepareremo. -Sono sicura che sì-ella convenne, con parole pronunciate con una voce tanto roca che si vergognò. Subito si rischiarò la gola-. Grazie per mostrarmi la mia stanza. E grazie per mi avere accolto nella sua casa. Il suo sorriso diventò più profondo, e nei suoi occhi si indovinò una lucentezza che diceva che il piacere era suo. Nic retrocedè alcuni passi fino alla soglia e si portò un dito vicino al naso. -Ti vedrò più tardi, Mary Colfax-disse, e chiuse la porta uscendo. Non appena fu sola, Merry sentì che la realtà gli aveva dato con un canto nei denti. Ella che non era uscito mai del seno della famiglia eccetto per visitare le sue amiche, ora condivideva soffitto con un uomo che conosceva appena, un uomo che, a tutte luci, la considerava territorio libero per i suoi inganni amorosi. -Il mio Dio-disse, pronunciando la parola con un sospiro lungo e gravi. Neanche lei stessa dava credito alla sua audacia. Non si era dato il tempo di pensare in come si sentirebbe, non l'aveva fatto consegnando ad Isabel il suo pacchetto di lettere false per comandare a sua madre, né quando era sfuggito da casa con quello vestito rubato e pagato il tragitto in automobile fino al bosco di St. John. Ora era sola con Nic Craven, solo, eccettuando un maggiordomo che probabilmente vedeva più depravazioni in una settimana di quello che lei poteva immaginare in tutto un anno. All'opinione che gli indebolivano le gambe, si lasciò cadere in una sedia di ampio e sbiadito schienale. Si sentiva come se si fosse lanciato al galoppo verso un ostacolo sconosciuto montata in una cavallo non rifinitura di domare, senza avere misurato i rischi, in modo che il risultato dipendeva ora totalmente da lei e della destrezza della bestia. L'intensità del suo terrore era, in sé stessa, un piacere. Nonostante la sua decisione di darsi a tutte le sfide, Merry sentì un certo prurito scoprendo che non aveva pianificato le cose tanto bene come pensava. Sotto a cenare alle otto meno cinque, Vestita con quello spaventoso capo d'abbigliamento della sua domestica.

Si trattenne in secco nell'entrata della sala da pranzo, e quasi né notò quando Nic si incorporò. Quella sala, piccola ma perfettamente ovale, ricreava una sala da pranzo francese del periodo del re Sol. Una carta murale soave con motivi pastorali-quella non era opera di lui, pensò Merry-, in medaglioni con florituras nelle pareti. Tutti i mobili avevano incrostazioni di oro e bronzo, e Merry si domandò se sarebbe prudente sedersi. Tutto sembrava antico, perfino la tovaglia di damasco colore avorio che copriva il tavolo. Sapeva che Nic Craven era un uomo di successo, ma quello gioiello eclettico che era la sua casa superava a tutto quello che ella aveva immaginato. -C'è qualche problema? -egli domandò, in piedi vicino alla sua sedia. Come se ritornasse in sé, ella si toccò il tessuto della sua vestito arancia. -Non ho vestiti-confessò. Come era di sperare, mentì. La verità era che aveva un baule di viaggio pieno di vestiti nella soffitta della casa di Isabel a Londra. Si supponeva che quello baule viaggiava al Galles come parte del suo stratagemma per convincere sua madre della sua partenza. Dato che Nic ignorava tutto quello, la guardò dall'alto in basso, con la testa inclinata e le commessure delle labbra leggermente storte. Ella non capiva come un'espressione tanto sottile poteva girare tanto predatrice, o che cose egli immaginava sotto quello vestito logoro. Naturalmente, niente di quello che stava visibile, o non sorriderebbe di quella maniera. -Dovremo vedere che cosa facciamo a proposito di quello-disse, ed offrì la sedia al suo fianco. Quando ella si sedette, egli l'aiutò con la semplicità di un cavaliere in ogni regola-. Ho vestiti che conservo per i miei modelli, ma dubito che ti sentono bene. Sei abbastanza più piccola che la maggioranza delle donne che dipingo. Se puoi aspettare fino al lunedì, visiteremo una sarta che conosco. Molto ragionevole e discreta. Lo credo già, pensò Merry, soprattutto discreta. A Nic gli brillarono gli occhi come se gli avesse letto il pensiero. -Io, naturalmente, ti obbligherebbe mai a portare niente posto. Parlando come artista, credo che la forma della donna senza decorazioni sia qualcosa di meravigliosa. Merry gli lanciò un sguardo di censura dalle sopracciglia corrugate, egli si mise a ridere. -Fa troppo freddo per quello-disse Merry. Nic appoggiò il gomito sul tavolo e gli prese il naso. -Hai dimenticato-disse-che c'occupiamo sempre di attizzare il fuoco nella mia casa.

Capitolo 4
Nic condusse a Merry al suo studio dopo la cena. Preferiva avere i suoi modelli rilassati e, con gli anni, aveva imparato che solo un'attività garantiva quello meglio che una buona cena. A giudicare dal suo aspetto, si direbbe che Mary non aveva conosciuto le virtù della cena. Nic pensò che ai peccati del duca di Monmouth poteva aggregare quello di taccagneria, perché era evidente che l'alimentazione dei suoi domestici non era una delle sue priorità. Quella giovane stava nelle ossa, poverina, ed aveva inghiottito fino all'ultimo boccone di quello che Farnham l'aveva servito. Tenendo in conto la voracità del suo appetito, le sue maniere di signorina fecero sorridere a Craven che pensò che davanti ai suoi occhi aveva una donna che aveva lottato in realtà per superarsi a sé stessa. L'idea di aiutarla a cedere il prossimo passo l'intrigava. Sospettava che Mary non sprecherebbe quello che egli gli pagasse, benché chissà ella sapesse neanche che tipo di vita voleva costruire. In quello momento, non sembrava avere la mente troppo sistemata nel futuro. Nic l'osservò mentre ella deambulava per il suo spazio di lavoro, lo sguardo vivo ed all'erta, trattenendosi a toccare qualunque oggetto che lo chiamasse l'attenzione. Quella passeggiata di Merry provocò a Nic una tensione inaspettata nel cavallo. Non gli avrebbe importato essere oggetto di quelle attenzioni, né che quelle piccole mani callose l'esplorassero. Fino a che arrivasse il momento e quello fosse possibile, quella giovane aveva molte cose per scoprire. Lo studio di Craven era la sala più ampia della casa. Era una sala di alte pareti che equivaleva a due piante, incoronata per una volta ricoperta di ottone che, durante l'estate, inondava quello spazio con la sua luce dorata. Quella notte, alcuni candelabri alti rimpiazzavano al sole, con le sue braccia di acciaio di reminescenze medievali. C'erano alcuni accessori ordinati vicino alle pareti della sala, un miscuglio di mobili di epoca, artefatto esotici e stampi di sculture classiche. La storia era popolare nei giorni che correvano, soprattutto la storia che permetteva che le modello potessero andare leggere di vestiti. È chi direbbe che quello non era bensì liscio e spontaneamente prostituzione, ma Nic preferiva pensare che le sue elezioni erano pragmatiche. Egli aveva qualcosa da dire dentro i limiti di quello che si vendeva. Spesso, come era il caso questa notte, quello che pensava che si venderebbe era anche quello che più gli piaceva. Ignorando il ruolo che ella svolgeva nelle sue riflessioni, Mary si era trattenuta passando la mano durante una gran pila macchiata dove egli lavava i suoi pennelli. Del niente, come se un meccanismo di sensualità pura si fosse attivato in lui, Craven l'immaginò tesa dentro quello recipiente. L'immagine era meravigliosamente vivida. Era nuda, bagnata, e le gambe gli appendevano per i lati mentre egli l'insaponava i riccioli del suo monte di Venere. Quasi sentiva la soavità della sua pelle segreta, e quasi sentiva come facevano scoppiare le pompe di sapone di colori iridescenti. Del suo cavallo si alzò un'onda di caldo che lo percorse come una febbre. In questione di secondi, aveva il membro erecto, dolorosamente erecto, con solo vederla toccare quelli suoi oggetti. Chi avrebbe pensato che una ragazza come quella poteva scuoterlo di quella maniera? Per abitudine, Nic normalmente tardava un certo tempo a lasciare che si infiammasse il suo desiderio di

una donna. Il suo interesse cresceva man mano che svegliava l'interesse delle donne per lui. Mary sentiva quella forza della sua attrazione, Nic lo sapeva, ma difficilmente aveva raggiunto quella disperazione ansimante che egli preferiva. Discretamente, prima che ella si girasse, egli si strinse il repentino gonfiore nel cavallo. Preferiva che ella non notasse non ancora quello che aveva provocato in lui. Sfortunatamente, non c'era nessuna posizione che potesse dissimulare il cambiamento. Gonfio e teso, la sua verga aveva acquisito proporzioni più grosse del magro polso della ragazza. L'idea di paragonare entrambe, quasi lato a lato, gli strappò un gemito. Maledicendo l'inconvenienza della costituzione fisica degli uomini, si tirò fuori la camicia dal pantaloni e l'accento appendendo largamente per coprirsi la vita. Preferiva che ella vedesse prima in lui ad un tipo disgraziato che ad un satiro. Mary si trattenne davanti allo scenario. -Vuole che posi qui? -Sì-egli disse, domandandosi se ella percepiva l'appetito contenuto nel campanello della sua voce. Se Mary lo percepiva, niente in lei lo faceva capire. Si alzò quello vestito rugoso ed orribile, salì allo scenario e si fece strada tra un mucchio di cuscini ricamati. Aveva le caviglie più fini che non avrebbe visto mai Nic, e calzava inaspettatamente alcuni stivali eleganti. Quando si girò, egli adottò un'espressione distratta. -A chi vuole che rappresenti? -domandò Merry. Ad un'amazzone, egli pensò, e la sua erezione arrivò all'estremo di dolergli. Un libertino svergognato. -A te stessa-egli disse, a voce alta-. Questa notte voglio solo fare alcuni abbozzi. Voglio familiarizzare coi tuoi tratti. Sentendo quello, ella fece una smorfia ed egli capì che non aveva in gran stima la sua propria attrattiva. -Siediti--disse, con voce scura-, e diventa comoda. Invece di osservarla, egli quale non sembrava troppo prudente in quello suo stato, tirò fuori i suoi utensili dall'armadio vicino alla picca, con una smorfia di dolore quando i pantaloni lo punsero chinandosi. Fortunatamente, la cosa unica che necessitava era un quaderno di abbozzi ed una matita di carbone. Quelli colori di Mary erano un qualcosa che preferiva abbordare come a parte una sfida. Per questa notte, basterebbe avere una conoscenza sommaria delle sue forme. E dopo, saprebbe come utilizzarla. Come se avesse alcuno dubbio che l'utilizzerebbe. Socchiudendo gli occhi, installò un sgabello e dopo spostò uno dei candelabri fino allo scenario. Ognuna delle sue candele brillava vicino ad un specchio ben levigato. Anche erano accese le lampade di gas, ma la sala era tanto grande che non illuminavano tutto quello che egli avrebbe desiderato. Questa notte, Craven voleva ossa, ossa e piani ed ombre proiettate per curve. Quando Nic si trovò per soddisfatto lo spiegamento di luci, Merry si sedette di gambe incrociate su un cuscino con tutto il peso appoggiato nelle braccia. Stava osservandolo ed ora aveva scritta nella viso tinozza espressione di curiosità come quella da un bambino. -Che età hai? -egli domandò, come se all'improvviso avesse sospettato.

-Venti-ella disse, ed aggiunse sfacciatamente-: Che età ha lei? -Trenta ed uno-egli mormorò. Ella dimenticò la sua falsa identità il tempo sufficiente per lanciare un sbuffo. -È praticamente un vecchio decrepito. -E tu, una strega-egli disse. Ella sorrise come se l'insulto gli piacesse. Egli stette per perdere l'alito. Merry aveva un sorriso largo e contagioso. Era un sorriso aperto, senza età, un sorriso che, più che aumentare la sua bellezza, l'incitava alla risata. Era un Don prezioso che molto poche persone possedevano. Dovette allontanare dalla sua testa il desiderio di vederla sorridendo nel suo letto e si stabilì sullo sgabello. Per fortuna, la sua attrazione fu mitigata per l'astrazione in cui si sprofondò mentre lavorava. Merry si muoveva più che una modello sperimentata, ma almeno non si arrabbiava. Con tratti rapidi e sicuri, Nic riempì pagine e pagine che lanciava ad un lato una volta finite. Finalmente, quando il collo cominciò a scricchiolargli , chiese a Merry che si incorporasse e si distendesse. -Abbiamo finito? -ella domandò, attraversando le mani sul petto. Qualcosa in quella maniera di piegare le braccia lo chiamò l'attenzione. Oltre a pelle ed osso, quella ragazza aveva muscoli, e fino ad era possibile che fossero muscoli interessanti che appena egli vedeva sotto quello vestito che lo sedeva come un sacco. Aveva voglia di strapparsilo , ma albergava anche il sospetto che se ubbidiva a quell'impulso darebbe a Mary un spavento di morte. -Nic? -ella insistè. -Quello dipende da te-egli disse, ritornando alla realtà-. Sei troppo stanca per continuare a posare? Ella si avvilì di spalle e lo girò a sentire quella forza nascosta e fluida. Allora si decise. -Quello vestito sta facendomi impazzire-disse, e si sbottonò rapidamente la camicia. Ella lo guardò a bocca aperta. -Che cosa fa? -Sto dandoti la mia camicia. Puoi mettertela dietro quello paravento. Ella lanciò un sguardo dubitativo sul paravento di seta cinese dipinto a mano ma prese la camicia quando egli gliela lanciò. Sparendo dietro la foglia dal paravento, la prese per il collo con un gesto di cautela. -Mary-egli disse, obbligandola a guardarlo-, mettiti la camicia invece della tua, non sopra. -L'aveva capito già-ella disse, vergognandosi. Nic non la credè né per un istante. Nonostante tutto quello che aveva vissuto, aveva in Mary un certo alone di innocenza, come una ragazza che è appena uscito dal suo bagno. Aveva la speranza che non si pentisse di essere venuto, né che pensasse che posare per lui era più un passo verso la perdizione. Per molte donne, la transizione di modello a prostituta sembrava insignificante. Non è che Mary avesse molte opzioni, specialmente se, con la sua condotta perversa, Monmouth non aveva coltivato in lei il buon carattere. No. Non doveva più alternativa di ubbidirgli. Germogliò in lui una rabbia antica, oscura ed amareggia come il caffè che preparava Farnham,

più intensa ancora, perché in parte era diretta contro sé stesso. Separò quella sensazione di malessere, ma non potè evitare di pensare che quell'antico signore di Mary era un povero diavolo. Si domandava se Monmouth l'avrebbe forzata o se, semplicemente, non era stato la cosa abbastanza destro. Mary, naturalmente, non si comportava come una donna soddisfatta. Chissà il duca aveva certi problemi di rendimento. Era verità che c'erano uomini che preferivano incolpare di ciò ai suoi compagni, e chissà quell'era il motivo per il quale il povero infelice l'aveva licenziata. Quando ella riapparve con la camicia di Nic appendendolo al di sopra delle calzamaglie, egli stava riflettendo sull'arroganza di tipi come Monmouth. La donna non era un fazzoletto che si lanciava quando si rompeva. Nic non poteva negare che si era separato non da poche donne ma, mai dalla sua gioventù, mai, aveva lasciato ad una povero giovane innocente all'arbitrato del destino. Fortunatamente, la riapparizione di Mary disperse la sua rabbia come il vento. Quelle calzamaglie gli sarebbero costate il salario tic un mese. Coi suoi volanti e decorazioni, gli arrivavano fino alle ginocchia in una splendida cascata di pizzo. Sotto alle calze, le gambe erano un'autenticazione meraviglia, scure, ben tornite e forti. -Girati-ordinò, con un gesto della mano. Ella si girò ed egli sentì un nodo nella gola. Il piacere che sperimentò si doveva in parte alla sua condizione di artista ed in parte alla sua condizione di uomo. La camicia era larga, naturalmente, ma con la luce delle candele che brillavano di dietro, riusciva almeno a percepire la sua sagoma. Come aveva sospettato, Mary era magra come un palo. Il suo posteriore chiedeva per una mano che l'accogliesse, le sue spalle erano un'autentica visione. Aveva l'aspetto di un'atleta, una giovane greca chissà e, chissà, fino ad un giovane greco. Quello sì, senza il sostegno del corpetto, i suoi petti erano piccoli, ma tanto eretti che Nic seppe che non sosterrebbero né il pennello più leggero per la parte inferiore. Non portava busto. In realtà, sarebbe stato un crimine contro natura se l'avesse portato. Se qualche volta un corpo aveva sfidato la necessità di essere encorsetado, era il suo. -Bello-disse, con un sospiro molto, ed ella si vergognò fino alle radici della sua preziosa chioma fulva ed orata. Egli dovette soffocare una risilla vedendo la sua espressione. -Ahi, Mary-disse-, prima che abbiamo finito, mi crederai.

Merry girava senza fermare in quello letto che gli era tanto poco familiare , incapace di togliersi della testa l'immagine di quello pittore scamiciato. Non aveva smesso di vergognarsi durante tutta la sessione, e non era per vergogna. Nic era un vero boccone per gli occhi. Il suo petto di muscoli scuri, le sue braccia lunghe e fibrose, la curva che si insinuava nel pianterreno della schiena, lì dove i pantaloni gli pendevano dalle strette anche. Gli ero fatto la bocca annacqua e le mani gli bruciavano di voglia di toccarlo. Pericoloso o no, Nicolás Craven l'aveva lasciata stupita. Naturalmente, sapeva quale il rimedio era per il suo stato. I genitori di Merry non erano riusciti mai a proteggerla, neanche avevano messo troppo impegno in ciò dato che dovevano occuparsi prima di quelli tre ragazzi selvaggi. Merry conosceva le funzioni il corpo umano, tanto meglio che molte infermiere. Quell'infame del dottore Acton non la convincerebbe mai che le donne non sentivano desiderio, o che alleviarlo farebbe loro danno. Aveva sentito troppi ragazzi robusti nelle stalle vantandosi della sua assuefazione al "vizio solitario" per credere che questo diminuiva in qualche modo

il vigore. Ma questa notte, toccare si somigliava un consiglio poco saggio. Se lo faceva, penserebbe a lui, sognerebbe che abbracciava la sua schiena snella e nuda e che guardava nei suoi occhi colore fumo. Se voleva uscire indenne da quell'impresa, non poteva darsi il lusso di abbandonarsi a quella fantasia. Merry desiderava qualcosa più che essere un incastro che qualcuno disegnava nella colonna del suo letto. Con un grugnito di frustrazione, si stese di spalle. Malgrado il magro materasso avesse coperte sufficienti, il naso ed i piedi erano fatti un timpano. Un nevischio grigio e monotono dava contro le finestre ed una corrente di aria fischiava spietatamente attraverso le crepe. Aveva cercato di infiammare l'animo prima di coricarsi, ma la sua unica ricompensa era stata un'infetta nuvola di fumo. Per lei che non aveva avuto mai più lontano che la distanza una domestica della campanula necessaria per chiamarli, queste scomodità non facevano parte della sua esperienza. Fino ad ora, non si era reso conto della cosa viziata che stava. Era lo scherzo più assurdo che non gli era stato successo mai giocare a nessuno. Sentiva una solitudine graffiante come quello piegare delle campane nella lontananza un giorno domenica chiunque. Sentiva la mancanza della sua vecchia educata ed i suoi fratelli, ai suoi cavalli. Sentiva la mancanza del dolce odore delle erbe che profumavano le sue lenzuola. Il mio Dio, che cosa direi suo padre se la vedessi ora! Gli occhi lo furono riempito di lacrime, ma prima di asciugarsili col braccio, si rifiutò di soccombere a quell'autocompassione. Merry Vance non era di quelle che si davano per vinte. Non doveva rinunciare al suo piano solo perché questo gli fosse rivelato con tutte le sue difficoltà. -Non rinuncierò-mormorò, impegnandosi a lasciare il suo nido di coperte. Stette per tornare a mettersi nel letto. La sua camicia da notte e le sue calzamaglie non erano cappotto sufficiente contro quell'aria gelida. Aveva la pelle di gallina, delle caviglie al collo, dall'alto in basso. Il suo alito lasciava un appannamento galleggiando alla luce della luna. Della sua bocca esulò qualcosa di sospettosamente simile da un gemito. Fingendo che non l'aveva sentito, si avvicinò alla casa e si inginocchiò davanti a lui con gesto risoluto. Il fuoco si accenderebbe, quisiéralo o no. Come aveva visto fare alle domestiche, introdusse alcuni pezzi di carta contorta tra il carbone. Sacrificò un cerino dietro un'altra al suo desiderio di vederlo accendersi. Quando il carbone incominciò a sciogliere fumo, ella indovinò solo a tossire ed ad agitare il braccio. Non si era reso conto della cosa densa che stava l'aria fino a che sentì alcuni forti colpi nella porta alle sue spalle. -Il mio Dio-disse Nic, sostenendo appena una candela visibile nella fumata. Per tutti i cieli, pensò Merry. È molto fumo. Non appena comprovò che ella stava bene, si avvicinò alla finestra e l'aprì improvvisamente. Ella pronunciò una timida protesta all'opinione il colpo di aria gelida ed inghiottì una boccata della fuliggine che galleggiava nell'aria.

Nic si inginocchiò e la prese per le spalle mentre ella tossiva. -Che cosa pretendevi? Bruciare la casa? -Aveva freddo-disse Merry, coi denti battendo i denti-. Cercava di infiammare l'animo. -E bene, potresti incominciare per aprire la tiratura! -Ahi-ella disse, tormentata-. Ehi, io... suppongo che lo dimenticai. Che tonta sono stato. -Lo credo già. Perché non ti rendesti conto quando incominciò ad uscire fumo? E che cosa fai con tutta questa carta? Stai soffocando il fuoco. Per ogni risposta, Merry si limitò ad avvilirsi di spalle. Difficilmente poteva riconoscere che ignorava che cosa era quell'esattamente tirerò e, meno ancora, come si apriva. Qualcosa che c'era nel camino, pensò, e soffocò un accesso di tosse. Nonostante la sua vergogna, non potè smettere di osservare che Nic aveva il torso nudo. Quando l'attrasse verso lui durante il suo accesso di tosse, ella sentì la sua pelle soave e calda. Come se egli sapesse la cosa gradevole che era, l'avvicinò ancora più. Con le costole gli strinse il braccio, muovendosi con un ritmo regolare ritmato con la sua respirazione. Merry notò non appena egli pensò solo a lei, perché il ritmo di quello movimento si alterò. All'opinione, essere tanto leggermente a sole con una donna vestita colpiva perfino un frivolo come egli. -Guarda -disse e si inginocchiò vicino a lei, il suo corpo lungo e snello circondandola-. Ti insegnerò dove sta. Gli prese di dietro la mano, proteggendola, e la guidò per il vuoto del camino. A Merry cominciò a battergli con forza il cuore. Craven stava tanto vicino che con la mandibola lo sfiorò il viso , e Merry sentì il mento affilato, la pelle abbastanza più soave che quella dei suoi fratelli. Quando egli l'allontanò i capelli con un movimento dal naso, una scossa gli percorse deliziosamente la schiena. -Qui sta la spina-egli disse, con le labbra vicino al suo orecchio. Gli prese le dita tra i suoi e le fece seguire il contorno di un anello di metallo ossidato. Tirò e spinse fino a che si sentì un colpo sordo. L'aria penetrò per il condotto. Come per arte di magia, una piccola chiama soffiò tra i carboni. -Ora sé-egli disse-. Ora il fuoco può respirare. Sfortunatamente, Merry non poteva dire la stessa cosa. Senza smettere di sostenerla per le braccia, egli rimase inginocchiato di dietro di lei. I suoi pantaloni di pigiama somigliavano a qualcosa che portasse un nativo dell'India, un capo d'abbigliamento di seta con una corda intrecciata per legarlo alla vita. Quando Nic sentì che la girava a tremare, lo sfregò le braccia, e dopo canticchiò qualcosa per la cosa sotto. Il suono del suo piacere era dolce come il miele. -Non ho dovuto mai infiammare un animo-disse, cercando di distrarrlo-. Ho lavorato sempre nella lavanderia. Nic sorrise vicino alla sua guancia. -Nessuna donna dovrebbe infiammare il suo proprio animo a meno che goda di ciò. Merry sentì un intenso caldo. Sapeva che Nic non parlava del fuoco che si accende con carbone. Parlava del piacere che ella si era negata a sé stessa faceva un momento. Quello pensiero svegliò qualcosa nel suo interno che non si era agitato mai. Che un uomo potesse sapere ed approvare, e chissà perfino volere osservare che cosa facevano le donne... Aveva perso

l'alito, ed ora respirava in soffi brevi e roci. Sapeva che sicuramente egli la sentiva che indovinava che effetti avevano avuto le sue parole. Egli emise un rumore grave e sordo, e si sfregò la fronte contro Merry come un felino. Ella sentì che la sua schiena perdeva immediatamente tutta la sua rigidità. Nic avvicinò le sue anche strette e vestite di seta e Lei scivolo lentamente di dietro di lei. A Merry lo fu intricato i capelli delle braccia. Nic si era eccitato. Con la sua erezione lo sfiorò il posteriore, una frizione leggera ma inconfondibile, come se volesse svegliarli ai due. La punta del suo sesso batteva sotto la seta, un movimento eccitante ed erratico, il suo caldo tanto umido come un giorno di estate. Merry dovette fare un sforzo per controllarsi. -Ho sempre... -disse e diede un sussulto quando egli lasciò cadere quella punta rotonda tra le sue natiche-. Ho pensato sempre che una donna dovrebbe coltivare la sua indipendenza. Nic rise per la cosa sotto, una risata che in sé stessa era seducente. -Naturalmente, l'indipendenza è una qualità ammirabile, ma quando un uomo ha la forza e la volontà per offrire il suo aiuto ad una dama, perché non dovrebbe accettare ella? Mentre parlava, lo disegnava un circolo nell'anca col dito cordiale, un circolo tanto abile e sugerente che gli diedero voglia di spostarlo la mano alcuni centimetri alla sinistra a lei. A fatica riuscì a contenere un gemito. Nic non gli metteva le cose facili. Con la punta della lingua, si avvicinò a sfiorare il suo udito. -Non vuoi che ti presti il mio aiuto, Merry? Non ti piacerebbe che plachi le tue necessità? -Glielo ho detto già, non sono una pu... -Shh-egli sussurrò, chiedendolo che non pronunciasse la parola-. Ricordo quello che mi hai detto e sai già quello che ho risposto. Non succederà niente tra noi che tu non desideri. Ora aveva cominciato a cullarla, avvolgendola soavemente con le braccia, le cosce ed il petto, fino ad arrivare al vuoto del collo. Merry ebbe voglia di lanciarsi alle sue braccia ed alzare la bocca fino a trovare la sua. Ricordò la notte in che egli l'aveva riscattata e l'impulso che aveva sentito di darsi alle sue braccia. In quello momento , ella aveva cercato la sicurezza. Ora, si trattava del rischio. Sapeva che i suoi baci sarebbero dolci che la trascinerebbero ad un piacere celestiale. Riuscì a riunire la forza per respingerlo pensando a tutte le donne che erano soccombuti prima ai suoi incantesimi. -In questo momento-, disse, incorporandosi con tutta la disinvoltura della quale potè fare provvista-, voglio che esca dalla mia stanza. Egli rise davanti all'asprezza del suo tono e, anche Lei, incorporò. Volendo dimostrare severità, Merry attraversò le braccia sotto i suoi petti. Costernata, comprovò che quello non faceva più che attrarre l'attenzione verso la dolorosa tensione dei suoi capezzoli che battevano contro la mussolina, induriti per qualcosa più che il freddo. Guardami , sembravano dire. Guarda quello che hai fatto. Senza dubbio quella parte di lui che aveva sfiorato il suo posteriore pronunciava la stessa preghiera, benché Merry si rifiutasse di prestare ascolto alla sua chiamata seducente. Nic sorrise, con sguardo fannullona e si leccò il tuorlo del dito indice. Ed ora che?, pensò ella. Che cosa pensa di fare ora? Egli allungò il braccio verso lei col dito inumidito mirando al petto. Ella capì e sentì un scatto di caldo. Nic era deciso a toccargli il capezzolo. Voleva vedere il tessuto adattandosi alla sua pelle. Soffocando un'esclamazione di sorpresa, ella si avvilì. Se Nic si sentì contrariato, non lo fu notato. -Sei sicura che vuoi che mi vada? -disse, con un fusa nella voce-. Potrebbe darti caldo fino a che

il fuoco abbia appena preso. Scivolò per il petto la mano che ella aveva respinto , dopo al di sopra delle costole ed il ventre muscoloso, al di sopra della corda che lo sosteneva il pantaloni del pigiama. Merry vide che questi erano grigi, con un minuto disegno ricamo di colore rossiccio. Si morse il labbro quando la mano discese più sotto, fino ad arrivare all'arrogante gonfiore della sua erezione. Merry non avrebbe potuto deviare lo sguardo, né benché dovesse salvare la vita. Rimase senza alito vedendo che egli si prendeva e si sfregava in un movimento forte e voluttuoso che lo schiacciò il membro contro il ventre. Il mio Dio, era... era... impressionante vedere come si toccava con tanta sfacciataggine. Con una mano si prese lo scroto mentre col pollice disegnava sottilmente un circolo sotto la corona. Il suo sesso aveva raggiunto tale volume che la punta era rimasta cornata sotto la corda, e la seta l'avvolgeva, sciolta, dando un profilo a quella forma accesa. Lo sguardo di Merry era tanto intenso che gli ardevano gli occhi. A lui non sembrava importargli e, in realtà, dava la sensazione che godeva della sua attenzione. All'opinione, anche Nic sapeva che l'aveva ipnotizzata. -Se non vuoi che ti tocchi, puoi osservarmi-suggerì con voce ancora più enronquecida-. E vedrai se ti piace come reagisce il mio corpo. In quello momento, il suo desiderio di osservare era più poderoso della voglia di essere fedele al suo orgoglio. Quell'uomo stava oltre qualunque convenzione conosciuta per Merry. Libero di ogni inibizione ignorando qualunque sentimento di vergogna. Merry seppe istintivamente che Nic la porterebbe a posti con che c'era mai sognando. Si girò per rimanere guardando verso il camino. -Sono sicura che potrà prepararsili senza me. Egli non prese la sua distanza come un rifiuto. Come poteva, quando la sua voce era tinta per la lussuria? Nic si avvicinò fino a prenderla per le braccia, e lasciò cadere i pollici sotto le vaporose maniche della sua camicia da notte. Era un capo d'abbigliamento proprio, tagliata per cingerlo la figura ed adattarsi ai vestiti stretti di quella stagione. La pelle lo fu svegliato con le sue carezze, mentre egli lo separava di dietro i capelli. Con le labbra la sfiorò, come un sussurro di raso, il suo alito convertito in un appannamento silenzioso. Merry vibrò di piacere fino all'ultima vertebra. -Tutto sembra più gradevole quando guardi-egli disse, con una voce grave, da sola sufficienza per scioglierla-. Non hai né idea di come me la metti di dura quando mi guardi. Era un'affermazione assurda, ma ella non potè smettere di pensare che chissà fuori verità. -Me lo promise-ella disse, con un sussurro di voce-. Disse che farebbe quello che io chiedessi. -Dissi che farebbe quello che desiderassi-egli corresse. Con la lingua, lo leccò la spalla, sfruttando per raccogliere una goccia di sudore delatrice -. Credo che desideri questo con tutte la tua voglia. -Per favore. All'opinione, Nic credè nella sincerità della sua supplica. Vacillò, dopo si allontanò, e si trattenne solo a chiudere la finestra prima di uscire. Era un curioso gesto di gentilezza che la sconcertò tanto quanto le sue parole sciroppate. Sospettava che Nic sapeva perfettamente che ella si era sentita tentata a lasciarlo rimanere.

Illuminandosi con la candela, Nic girò alla sua stanza per il corridoio decorato con una tappezzeria colore oro con design di Morris e salì per la stretta scala, lasciando dietro le nature morte e le sedie vuote. Osservò che gli stivali che aveva lasciato a pulire erano spariti. Non capiva perché qualcuno li prenderebbe a mezzanotte a meno che quello ragazzo appena arrivato volesse evitarlo. Che curioso, pensò, dimenticandosi di quell'enigma non appena si sedette sul letto. Il suo sguardo vagò inesorabilmente fino ad arrivare al soffitto. La stanza di Merry si sentiva giusta sopra a quelle modanature. Quando egli si era svegliato per l'odore di fumo, aveva sentito qualcosa che appestava tanto quanto quando era venuto a sapere della morte di Bess. No, un'altra volta non, pensò. Non un'altra morte che egli avrebbe potuto evitare. Il sollievo di scoprire che Mary si trovava a salvo chissà l'aveva alterato mentalmente. Non era proprio di lui forzare le donne. Sedurrli sé. Forzarli, no. La desiderava più di quello che egli stesso poteva spiegarsi. La verità era che si trattava di una ragazza energica, ed a lui gli piaceva l'idea di insegnargli a contemplare la sua propria bellezza. Era indubbio che sarebbe tutto brio quando superasse quell'esperienza del passato. Ma, perché la desiderava tanto fino all'estremo di arrischiarsi a spaventarla? Che cosa aveva scoperto il suo corpo in lei che svegliava in lui un desiderio tanto evidente? Che cosa era quello qualcosa che la sua mente non riusciva a percepire? Né per un istante pensò che poteva trattarsi di un'avventura romantica. Aveva imparato era perfino da molto tempo che era capace di dimostrare affetto, attaccamento, ma amore? Non era il caso di Nic Craven. La frusta dei poeti non era per lui. Invece di continuare a pensare all'enigma, si mise nel letto. Il corpo gli pesava sotto le cappe dei vestiti di inverno, ma resistè all'impulso di alleviare la sua inquietudine. Chissà il suo corpo stesse chiedendogli che cambiasse il suo modus operandi. Chissà era il messaggio nascosto nella sua reazione davanti a Mary Colfax. Era come se il proprio corpo gli dicesse: Tómate il tempo per desiderare. Tómate il tempo per sperare. Al fine ed il capo, Nic faceva aspettare le sue donne. Esse sembravano godere del risultato finale. Egli dovrebbe sperimentare chissà anche i piaceri dell'attesa prima del sollievo. Si girò sul cuscino e chiuse gli occhi, ma il suo pensiero non l'accompagnò. Ora sentiva la pelle del collo di Mary sfiorandolo le labbra, e lo scoppiettio fresco ed elettrico della sua chioma. Nonostante la sua determinazione, albergava l'illusione che la sua attesa non fosse troppo lunga.

Merry voleva vedere gli abbozzi, ma Nic glielo metteva difficile. Li sosteneva al di sopra della testa e le faceva saltare come i suoi fratelli quando era piccola. -Sei un maledetto caprone-disse infuriata mentre egli rideva. Nic non era tanto alto come i suoi fratelli, ma era più rapido. -Vada, vada-egli disse, cambiando mani-. Nessuno crederebbe che sia una dama con quella lingua tanto sporca. Quando Merry cominciò a correre in senso contrario, egli si rifugiò dietro una falsa sedia egiziana. -Può che non abbia conosciuto molte donne-ella disse, senza alito-, se credi che non sciolgono

tasselli. -Andiamo, duchessa. Ho conosciuto ad alcune più che tu. Quello motto la sorprese, ma dissimulò la sua reazione con una sbuffata. -Lasciami vedere i disegni, Nic. So già che sono solo abbozzi. Prometto che non li utilizzerò per parlare male del tuo genio. -Il mio genio? -egli domandò, e gli occhi gli ballarono della risata-. Mi piace come suona quello. Quasi tanto quanto mi piace che mi persegua per il mio studio. Ella sciolse un altro improperio. Egli sorrise e sostenne le piastre fosse della sua portata. -Che cosa mi darai a cambiamento, Mary? -Quelle parole la fermarono in secco. Negoziare era una delle cose che più gli piacevano. Si impuntò con le braccia in brocca. -Che cosa vuoi per essi? Egli inclinò la testa ad un lato e la scopò con un sguardo di pensieri lascivi. Se la persecuzione per lo studio non le aveva fatto entrare in caldo, sicuramente quello sguardo l'otterrebbe. Osservò che alcune gocce di sudore appena apparse temperavano la fessura tra i suoi petti. Gli era tornato a prestare una camicia ed ella sapeva che quello non l'aiutava in niente a dissimulare la sua reazione. Gli occhi di Nic si oscurarono e dopo, molto al suo dispiacere, alzò lo sguardo verso lei. -Dovrebbe chiedere un bacio-disse-, un bacio lento, umido che mi rubasse l'alito fino al crepuscolo. Nic si leccò il labbro superiore e Merry strinse i pugni all'opinione una scossa di eccitazione. Prima condannarsi che lasciargli vedere che immaginava perfettamente quello che egli descriveva. I suoi sforzi furono in vani. Nic sorrise con un gesto di sufficienza, come se ella avesse gemuto. -Sfortunatamente-egli continuò-, si potrebbe pensare che un bacio è una violazione del nostro accordo. In modo che mi limiterò a suggerire che posi nuda. -Nuda! -ella esclamò, dimenticando che ferma quello l'aveva contrattata. In realtà, era uno dei compiti che sperava come parte dei suoi obblighi. Nic si guardò le unghie. Fuori, il cielo ancora era coperto, ma la nebbia si era alzata e le finestre dello studio proiettavano un'aurea argentata intorno alla sua figura. Era una sagoma elegante , i capelli gli brillava ed il suo profilo era acuto e stilizzato. Può che il suo vestiario fosse quello di un bohémien, ma nessuno poteva trovare difetti alla sua qualità. I suoi zigomi affilati gli davano un'aria di tragedia. Era un'autenticazione figura per un ritratto, chissà un Hamlet, chissà un antico re degli elfi. Tuttavia, le sue parole furono qualunque cosa meno tragiche. -Potrebbe darti una mano con un velo-offrì, con sguardo romanzo. -Rinuncierò alla camicia-ella offrì, a sua volta-. Ed io stessa mi preparerò i capelli. -Di accordo-egli convenne, e gli offrì la mano per bollare la tregua. Invece di stringersila, Merry gli partì dalle mani il mucchio di abbozzi. Tenendo in conto la rapidità con che aveva lavorato, i dettagli erano abbastanza sorprendenti. -Hm-disse, mentre li studiava. In alcuni immagini, con alcuni tratti rapidi aveva captato la forma delle sue spalle o le sue mani. In altre, la successione di macchie nere e grige rialzavano i suoi tratti. Tutti i disegni avevano qualcosa di magico, e tutte erano inconfondibilmente lei stessa. Era una Merry

che ella non aveva visto mai nello specchio, bensì la quale vedeva Nic, leggermente strana, in un certo senso una donna meno attraente ma molto più interessante. Fino alla linea più semplice tenia una misteriosa vitalità. Con le dita percorse un tremante profilo, come sperando che la giovane dell'abbozzo gli strizzasse un occhio. È brillante, pensò, ma disse solo: -Il mio naso è così, in realtà? Egli gli fu avvicinato di dietro. -È esattamente così. Ella lo guardò sorpresa. -Non mento mai-egli disse-. A volte, chissà ammorbidisco, ma non mento. -Vorrai dire che non menti con gli attrezzi del tuo mestiere -ella disse, socchiudendo gli occhi. -Con niente-egli rispose, portandosi la mano al petto ben scolpito-. Sono un Casanova sincero. -Hm-ella disse, perché non sapeva come interpretare quella curiosa affermazione. Poteva un uomo sincero avere successo come seducente? Egli gli toccò la punta del naso con un gesto che sembrava affettuoso. -Non lasciare che ti preoccupi, duchessa. La cosa unica che devi fare è toglierti quella camicia e cominceremo il lavoro del giorno. Nic rise vedendola lasciare cadere dietro il paravento per cambiarsi ma anche cosí, Merry non voleva svestirsi davanti a lui. Malgrado la coprisse la foglia del paravento, le dita gli tremarono quando si sbottonò la larga camicia. Non aveva mostrato mai i petti ad un uomo, neanche per rispondere ad una sfida. Non aveva sperato di sentirsi tanto vulnerabile. Per la prima volta nella sua vita, si sentì ringraziata per quell'orribile la sua chioma. Spessa come era, non ebbe problemi per coprirsi la maggior parte del viso dietro i suoi riccioli. -Ancora stai lì? -egli domandò, mentre ella rimaneva dietro il paravento. Merry lanciò un cigolio, allarmata quando vide a Nic spuntare al di sopra del paravento. Il suo sorriso era della cosa più gentile che aveva visto Merry. -Se non sei preparata per questo, possiamo aspettare un altro giorno. So che non hai posato mai nuda. -Posso farlo-ella affermò, cercando di quadrare le spalle. Nonostante i suoi sforzi, questi rimasero come stavano, infossati e protetti per la sua chioma. All'improvviso, lanciò a Nic un sguardo supplicante che non voleva mostrare. Nic la capì con la stessa facilità con che capiva le sue riparazioni. -Sai già-notò-che ho visto molte donne nude. Ella battè ciglio ed assentì con un gesto della testa. -Cientos-disse, complice-. Chissà migliaia. -Sai che non mi lancerò sopra a te solo perché ti sia tolto la camicia. La girò ad assentire con un gesto della testa.

-Neanche dirò cose insultanti. Neanche penserò cose insultanti. Per incominciare, sei il mio modello. Dopo, mi piacciono le donne. E, in terzo posto, sei molto attraente. Perfetta come un levriero. O come una cavallina di razza-aggregò, vedendo la sua smorfia di incredulità. I suoi denti spuntarono in un sorriso geniale-. Come chiamano gli statunitensi quelli cavalli con macchie? -Appaloosa-ella disse. -Così è-egli disse, sognatore-. Sei come un bel esemplare di Appaloosa, e mi sentirei onesto se mi lasci catturare quell'in un tessuto. Alla meno era un paragone che Merry poteva capire. -Di accordo-mormorò ed apparve dall'altro lato del paravento con gesto rozzo. Nic non fece commenti sul suo aspetto, e si limitò a dirgli che portasse su al cavallo di segatura che aveva installato in mezzo allo scenario. Sulla sbarra c'era un tappeto e, ecceda questa, una sella per uomo. Merry si arrampicò e si coprì il petto coi capelli. Era assurdo, lo sapeva, i suoi petti non farebbero fare impazzire a nessuno, ma non potè evitarlo. Benché le staffe fossero troppo lunghe, rinunciò ad inclinare si ferma stringerli. -Il tuo cavallo è troppo debole disse, niente impressionata col fantoccio-, e se mi dipingi così, a cavalcioni, scandalizzerai i tuoi critichi. Ricordò troppo tardi che a lei qualunque scandalo gli sarebbe vantaggioso. Nic alzò lo sguardo dai grumi di pittura nella sua tavolozza. Magari prepari i suoi propri colori, ella pensò, perché voleva osservarlo lavorare. Tuttavia, suppose che un artista moderno non si intratteneva in inezie romantiche quando poteva comprare quelli tubi pieghevoli tanto pratici. Inoltre, Nic era già la cosa abbastanza romantico. Un punto più di romantico ed era possibile che ella scivolasse della sedia convertita in una massa informe. A lui gli brillavano gli occhi, come se conoscesse la paura dei suoi pensieri. -Sei sicura che lato Godiva non montava di lato? E che il suo cavallo era così debole? -Un cavallo dovrebbe essere morto per essere così debole-disse Merry, ed inclinò la testa per guardarlo, e capì quello che aveva detto-. Si suppone che sono lato Godiva? Il suo scetticismo dava ali al suo divertimento. -Dovrai riconoscere che hai sufficienza capelli. -Può che i capelli, ma... -A tacere-egli disse, portandosi un dito tinto di azzurro della Prussia alle labbra-. Qui, il genio io sono. E che genio. Perfino ella sapeva che lady Godiva era suppostamente una sirena. Che aveva fatto un trattamento con suo marito, come ricordava Merry. Questo abbasserebbe le imposte locali se ella passeggiava per il paese montata nuda in un cavallo. Il marito pensò che ella non oserebbe mai, ma si sbagliava. La gente del paese era tanto grata che tutti chiusero le persiane al suo passo, eccetto un sarto, che si trasformò nel primo guardone, e per ciò rimase cieco. A Merry gli costava immaginare che ella potesse lasciare cieca a qualcuno col suo corpo, ma si sentiva molto audace, vestita senza nient'altro che il suo capello ed un paio di calzamaglie di pizzo. E chi sapeva? Chissà la vero lady Godiva era stato una donna senza attrattiva. Chissà i pittori l'avevano abbellita. Si rimosse nella sua cavalcatura, scomoda davanti alla coscienza che aveva riscosso di sé stessa.

La chioma gli cadeva, abbondante e calda sui petti, sfiorando i capezzoli induriti col movimento della sua respirazione. Sentì il sudore tra le cosce al contatto con la cavalcatura. Noterebbe Nic? Era possibile che indovinasse che lei stessa si sentiva eccitata con la sua messa in scena? All'opinione, no. Ora Nic mescolava i suoi colori, guardandola attraverso occhi socchiusi, per dopo concentrarsi sul tessuto. Ella sapeva, dalla notte anteriore, che per lui ella smetteva quasi di essere una persona non appena cominciava a lavorare. La sua concentrazione l'affascinava e lo calmava anche i nervi. Al fine ed il capo, come poteva sentirsi imbarazzata quando i suoi petti o cosce erano semplicemente un oggetto più che dipingere? -Spera! -esclamò, quando egli alzò il pennello. Egli corrugò il cipiglio, intrigato, ma ella non poteva lasciargli fare quello-. Devi ottenere una cavalcatura differente. lady Godiva era una donna nobile. Neanche starebbe male in realtà un cavallo. -Per quello visto, hai il prurito della perfezione, ehi? -disse, divertente -. Non ti preoccupare, duchessa. Questo non è più che un abbozzo. Per vedere se la mia idea funziona. Se funziona, ti comprerò una cavalcatura. Ed un cavallo, benché chi sappia dove ti faremo posare. -Un cavallo bianco-ella insistè che aveva chiaro il ricordo della leggenda. -Sei una viziata-egli disse, e ridendo separò un ciuffo della sua lunga chioma.

Il lunedì, Nic la portò ad una sarta in Princess Street. Per sollievo di Merry, non si trattava neanche di un posto che frequentasse l'alta società, un'officina propriamente detta, bensì una casa privata dove si portavano a termine i compiti di cucitura. La padrona era una vecchia donna rugosa, con un forte accento parigino. Aveva le mani fredde mentre prendeva le misure di Merry, al tempo che faceva scricchiolare la lingua. A Merry ricordò tanto alla sarta di sua madre che, temendo che le due donne si conoscessero, optò per non aprire la bocca. Mentre questo succedeva, Nic sperava in una piccola sala. Come tutto un cavaliere, non osò suggerire che osserverebbe mentre la vestivano né diede istruzioni oltre un sfaccendato "dagli quello che necessita." Questo presentava un problema. Benché Merry, nonostante la sua mancanza di interesse, sapesse perfettamente che aveva bisogno della figlia del duca di Monmouth, non aveva né idea di quello che avrebbe bisogno di una domestica convertita in modello di artista. Quando si vide obbligata a suggerire alcuno capo d'abbigliamento, chiese tre vestiti di inverno normali e correnti, vari giochi di biancheria intima e due paia di mezze di seta. Chissà questi ultime non erano necessarie, ma neanche Merry poteva abituarsi con quella lana tanto rozza. Dopo avere fatto la sua selezione, tutto fu sommesso all'approvazione di Nic. Quello procedimento provocò in Merry una sensazione strana, come se si trattasse di un'amante, e non di un'impiegata. Quello sentimento non gli piacque, ma suppose che la conclusione alla quale era arrivata l'anziana era comprensibile. Nic non manifestò scomodità alcuna. Come se dare quello visto buono al corredo di una donna fosse cosa di tutti i giorni, studiò i disegni ed i tessuti. Merry diventò tesa quando corrugò il cipiglio fino ad unire le sopracciglia al di sopra del naso. Lei domando se, in mezzo alla sua ignoranza, non aveva chiesto troppo, ma egli si limitò a sfregarsi il mento ed assentire. Quindi guardò l'anziana curva. -Ricordi quello colore porpora che mi insegnasti?

-Naturalmente-ella disse, col suo sorriso di commerciante-. Una preziosa seta vellutata. -Volessimo così di notte qualcosa per un vestito. Con le spalle all'aperto e non troppo sellino. Ma ti lascio lo stile. Sai già quello che mi piace. -Lo credo già-convenne la sarta-, E chissà con una cappa che faccia gioco? Nic si girò per guardare a Merry, un movimento rapido ed elegante che la prese per sorpresa. Il suo sguardo era comprensivo e soave. -Un cappotto in realtà, credo. Con un'eccellente fodera. Un tweed oscuro. Colore cioccolato, se hai. O verde cinese. E con baveri di velluto. Baveri neri. -Molto bene-disse l'anziana. Per come inclinò rispettosamente la testa, era evidente che capiva che Craven aveva finito. Merry non parlò fino a che la domestica li guidò fino alla porta. -Ho bisogno di notte di un vestito? -Può che sì-egli, un'espressione divertente disse che non denunciava quello che pensava. Merry dovette lottare contro una minaccia tremenda. Magari non avesse l'intenzione di portarla a spasso in pubblico. La cosa ultima che desiderava era che la vedessero prima che la sua perdizione fosse assoluta. -Ed un cappotto? -aggregò, quando egli fischiò per richiamare ad un'automobile. -Quello se hai bisogno di lui. Quello che hai è molto logoro. L'aiutò a portare sui gradini della superba automobile di quattro ruote, le sue maniere impeccabili come quello di qualunque figlio di famiglia nobile. Merry, aveva riflesso già su quello sua eleganza. Qualcuno l'aveva istruito affinché agisse da questa maniera? Avrebbe assunto un tutore affinché l'educasse? Chissà come artista, quelle maniere l'aiutavano ad attrarre ad una clientela più benestante. Craven si accomodò di fronte a lei nel sedile davanti ed allungò le gambe lunghe e magre fino all'altro lato. -Se ti senti rara accettando questi vestiti, puoi lasciarla quando abbia finito il lavoro. Naturalmente-disse, sorridendo come un ragazzo biricchino-, sei tanto piccola che a nessuno più potrebbe farlo bene. Merry sentì un piacere inaspettato e caldo nel petto. Per quello visto, si preoccupa per me, pensò. E non vuole che mi senta che mi sono trasformato in oggetto della sua carità. Che gentile! E che divertente , dato che era tanto non necessario. Suo padre poteva comprare cento vestiti di velluto e non getterebbe in mancanza né un scellino. Si portò il guanto alla bocca per contenere quella risata interna. -Grazie-disse, e si vide obbligata a girare il viso verso la finestra -. Sei molto gentile. Quell'era qualcosa più che una marachella, naturalmente, ma Merry cominciava già a domandarsi quanto tempo potrebbe seguire con quell'impiego.

Capitolo 5
I suoi giorni si trasformarono in una routine che il ritorno dei domestici non alterò, dato che il personale non accorreva mai a meno che Nic li chiamasse. Erano un insieme di personaggi variopinti, e la sua presenza nella casa era una dimostrazione del suo aspetto liberale. Merry dubitava che sua madre avesse contrattato né ad uno solo di essi. Il maggiordomo, al quale aveva conosciuto già, aveva un aspetto troppo rude per una posizione tanto visibile. La cuoca aveva l'interessante abitudine di preparare quello che credeva che Nic doveva mangiare invece di quello che egli gli chiedeva. L'educata era già una tanta svergognata, il giardiniere, vecchio, appena poteva andare di un lato ad altro ed il membro più nuovo del personale, un ragazzo adolescente goffo, occultava il suo viso tra un amalgama di orribili sciarpe, come un mostro di un racconto di LeFanu. Fortunatamente, a Merry lo pulivano la stanza e lo lavavano i vestiti senza che dovesse chiederlo. Era giunto alla conclusione che la sua posizione era simile a quella di un governante, ma non sapeva quello che esigeva il protocollo. O chissà i domestici lo sapessero, o ricevevano le sue istruzioni di Nic. Egli li governava come un monarca geniale, benché qualcosa di distratto. Merry si rese conto che essi si inorgoglivano di servirlo, come se la sua posizione nella società rialzasse quella di essi. Senza dubbio, credevano che aiutarlo nella sua arte era la sua principale responsabilità. Nella sua qualità di centro di questo piccolo ed eccentrico impero, Nic normalmente richiamava al suo porta all'alba per approfittare della luce, più scontroso di lei, perfino dopo il caffè della mattina. Ella normalmente posava fino a che oscurava o fino a che Nic sentiva la mano troppo rigida per continuare a sostenere il pennello. Dedicava la maggior parte del tempo a fare abbozzi. Esquisses, li chiamava, come i francesi. Ella capiva che si trattava di una specie di modello del quadro che lo serviva per lavorare il colore e la composizione e per preparare l'opera finale. Li realizzava nel proprio tessuto o in una carta grossa foderata di coda bianca, dipendendo dai telai che avrebbe preparato la notte anteriore. Le sue riserve di telai non gli duravano troppo, dovuto alla facilità con che scartava alcuni di essi, disgustato, spesso rinunciando ad un abbozzo minuti dopo l'avere cominciato. Ogni volta che faceva quello Merry sentiva che il collo si girava gli rigido, come se avesse commesso qualche errore. A lui non gli piaceva conversare mentre lavorava, ma alla fine ella oramai non poteva essersi silenziosa. -Perché devi distruggere quegli abbozzi? -domandò-. Perché non li conservi e scegli i migliori quando abbia finito? Egli corrugò il cipiglio come se le sue parole fossero una semplicioneria, ma rispose: -Non sono come i pittori della vecchia scuola che cominciano con un fondo oscuro e dopo lavorano verso il bersaglio. Io comincio col bersaglio e continuo ad aggregare progressivi toni più oscuri. Per quel motivo, non posso modificare i lavori come essi. La mia composizione iniziale deve essere l'adeguata. Chissà fuori verità quello che diceva, ma Merry sapeva riconoscere un perfezionista delirante quando lo vedeva.

Man mano che passavano i giorni, lo stato di coraggio di Nic diventò sempre di più introverso, lasciandola a lei tanto istupidita per la noia che affliggi si rese conto quando gli chiese che posasse senza le calzamaglie. Per una giovane inquieta come ella, quello lavoro era una tortura. L'unico vantaggio di quella monotonia era che a volte, poteva ingannarlo affinché rispondesse alle sue domande, benché quello non succedesse molto spesso. La maggior parte del tempo, Nic si disturbava se lo distraeva. -Dove ti allevasti?-domandò Merry. -Nel nord-egli disse per ogni risposta. -Chi ti scrisse questa mattina quella lettera? -Nessuno-egli rispose, ostinato, ed a lei si avvicinò per correggerlo la posizione del mento. A volte, quando faceva quello, la baciava, un movimento brusco delle labbra che le faceva tremare dalla testa ai piedi. Merry si irritò constatando che egli poteva tacerla con un bacio, soprattutto un bacio come quelli suoi, ma almeno sapeva che non era invisibile per lui. -Si suppone che devo intrattenerti? -domandò, secco, un giorno che era specialmente agitato. Corrugava il cipiglio quando guardava il tessuto, un'espressione che, come ella aveva imparato, poteva significare qualunque cosa. -Voleva solo sapere che età avevi quando vestisti per la prima volta una donna nuda. -Dodici anni-egli disse, e disegnò un tratto che sembrò calmare la sua ira. Merry volle contenere la respirazione e si sforzò a non muoversi. La sua risposta, breve come era stato, insinuava una storia che gli gradiva sentire. Lo vide assentire con un gesto di soddisfazione per quello che aveva fatto. Ora, pensò, domandagli. -Chi era? -Una domestica della casa. Si stava lavando nella sua stanza. -Fu allora che decidesti che volevi essere pittore? Sorpresa, vide che Nic abbassava il pennello e si metteva a ridere. -Credi che mi dedichi a questo perché sono un depravato? -Naturalmente che no! -Sì, sicuro che lo pensi-egli affermò con un sorriso orribilmente contagioso-. Al fine ho trovato un lavoro dove posso saziarmi guardando donne nude. Tuttavia, tu sei quello che si eccita e si disturba quando ti togli tutti i vestiti. -Quello non è verità! -Ah, no? -egli domandò. Lasciò la tavolozza e passò vicino al cavalletto. Nic era un pittore disordinato, ed aveva la camicia rigida con vecchie macchie di pittura, le braccia e dita di tutti i colori dell'arcobaleno. Senza badare troppo a non spettinarla, l'alzò della sella dove posava e la lasciò di fronte a lui. Merry era troppo sorpreso per resistere o, chissà, per essere sincera con sé stessa, troppo interessata in vedere che cosa farebbe. Sentì il corpo caldo e duro di Nic quando egli lo lasciò cadere una coscia tra le gambe fino ad

averla a cavalcioni. Se aveva dimenticato che era nuda, ora lo ricordò all'opinione la soave lana contro le sue parti più intime. La sensazione di vulnerabilità era misteriosamente attraente. Egli lasciò cadere la mano, appiccicosa di pittura, fino ad arrivare alla sua natica. Odorava di acquaragia ed olio di linosa, un odore che ella assocerebbe per sempre con lui. Quando l'avvicinò, il suo sesso si agitò. -Sei bagnata-disse, con voce soave. La verità delle sue parole provocarono in lei un rossore repentino che l'infiammò le guance. -E tu sei duro-l'infilzò, invece di cedere il punto. Egli inclinò la testa verso il suo udito. -Ancora no, duchessa. Ma non tarderò. Sentendolo cambiare, ella ebbe una scossa che gli percorse la schiena. Egli cresceva dentro i suoi pantaloni, contro la sua anca, sempre di più lungo e più grosso. Lo sentì lanciare un grugnito giusto prima che l'affondasse i denti nel collo. Con la mano che si era impadronito delle sue natiche, gli accarezzò soavemente le costole e la lasciò cadere sotto il suo capello. I suoi petti tremavano al ritmo del suo cuore sboccato, con l'intensità di tutto quello che egli gli faceva sentire. Quando gli prese un petto nella palma della mano, ella non potè evitare un gemito. La mano di Nic era più grande del suo petto, un chiaro segno del suo vantaggio maschile. -Tu anche sei dura-egli mormorò, sfiorandolo il capezzolo col pollice. Ella incurvò la schiena. Quello contatto della sua mano lo procurava più piacere di quello che poteva sopportare, mentre la toccava e l'investigava, l'accarezzava qui e là ed ella faceva la cosa possibile per essersi quieta. Quando lo pressò con la coscia tra le gambe, Merry sentì; che diventava liquida all'interno. A lui si avvicinò, una volta, ma quello non servì da niente. Desiderava sentire la sua bocca nella sua, voleva che la tendesse nel suolo e la penetrasse. In quello momento, non avrebbe avuto la forza di volontà per fermarlo. Ma Nic che ora lo separò i capelli con un gesto soave, non era di quelli che si affrettava in quelli temi. -Sei affascinante-confessò-. I tuoi capezzoli sono dello stesso colore che i tuoi riccioli rossicci e dorati. Alcune lacrime spuntarono inaspettatamente negli occhi di Merry. Per anni si era parlato di lei come la ragazza più insipida di Londra. Lei stessa aveva fatto barzellette con ciò. Tuttavia, per quanto fingesse che non gli importava, la vita non era facile quando sapeva che nessuno, neanche i suoi genitori, pensava che era attraente. "Uva sgranata" era la parola più affettuosa di suo padre gli aveva diretto. Ed ora, questo uomo, questo artista parlava di lei come se fosse un'opera d'arte. L'effetto che ebbero le sue parole in lei fu straordinario, come se il si sarebbe spuntato al massimo profondo del suo cuore per dargli quello che ella più desiderava, l'alimento per il quale aveva sospirato tutta la sua vita. Non potè evitare una punzecchiatura di delusione quando lo girò a lasciarla nel suolo e gli accarezzò i capelli al di sopra dei petti. Insinuando un sorriso, gli insegnò un boccolo appiccicoso e dipinto di rosso. -Ti ho macchiato con pittura-notò-. Sarà meglio che ti lavi. Solo la forza del suo orgoglio permise a Merry tirarsi indietro. -Sì-convenne, ignorando come il suo corpo si ribellava davanti alla sua decisione-. Sarà migliore.

Ricordò con somma nitidezza le parole di Isabel durante quella conversazione. Sicuro che gli piace averli fuori con la lingua ed ansimando, aveva detto. Ancora Merry non conosceva il suo signore, ma in quello momento aveva indovinato più di quello che avrebbe immaginato. Peggiore ancora, se non badava, finirebbe per ansimare tanto pateticamente come quelle altro. Lavinia Vance e suo figlio minore condividevano in silenzio il tavolo della colazione, dopo che l'unico tentativo della duchessa per intavolare conversazione aveva ricevuto come unica risposta un grugnito sordo. Per una volta, Lavinia desiderò avere coltivato l'abitudine di parlare coi suoi figli. Così almeno potrebbe distrarsisi delle sue preoccupazioni. Ma, apparentemente, Peter aveva le sue proprie preoccupazioni. Con la mente a tutte luci in un'altra parte, guardava la tovaglia mentre ella giocava con le uova nel piatto e si domandava se la lettera che Merry aveva inviato del Galles basterebbe affinché Althorp padre smettesse di pressarla. Il tono di sua figlia era stato più soave di quello che sperava, Ed esprimeva il suo pentimento per alcuni parole dure, e fino ad una certa nostalgia progressivamente che aveva vissuto con Ernest quando erano giovani. Era evidente che Merry non menzionerebbe il tema se non stesse ripensando la sua posizione. Mise James, il secondo figlio, mentre ella cercava di convincersi a sé stessa che quell'era verità. -Che maniera di corrugare il cipiglio-disse questo, e si servì un piatto dallo studio-. Se continui a pensare tanto, ti farà male il cervello. Sorpresa, Lavinia pensò per un momento che James gli parlava , ma allora vide a Peter che rispondeva a suo fratello con un gesto volgare sotto il tavolo, dove credeva che passerebbe inosservato. La punzecchiatura di rancore che sentì la prese per sorpresa. Neanche i miei figli mi vedono, pensò. In qualsiasi caso era migliore così, se pensava ai segreti che doveva occultare. -Non sapeva che stavi a Londra-gli disse a, James, offrendogli la guancia affinché egli la baciasse. -Solo per il giorno. Lissa è ossessionato con la culla che vide in un negozio in Mayfair. Dice che non ha potuto togliersila della testa e che deve comprarla-informò, con una smorfia-. Chiunque direbbe che il bambino sta per nascere. -E bene, è il suo primo figlio-disse Lavinia, dandogli alcuni colpetti nella mano-. Stava contando a Peter che abbiamo ricevuto una lettera di Merry nella posta della mattina. Sconcertato, Peter smise di guardare il suo piatto. Non aveva ascoltato né una parola. Lavinia girò a sentire quella lieve punzecchiatura di dolore. Sapeva che i suoi figli non condividevano il suo interesse per la moda né per i temi di società, ma non aveva notato che bloccavano mentalmente tutto quello che ella diceva. O chissà stava essendo troppo sensibile? Era evidente che Peter aveva altre cose nella testa. James prese la sedia vicino a suo fratello e si sedette davanti al suo piatto -Come va al nostro piccolo diablilla? -Molto bene-ella disse-. Per quello visto, in Galles piove in questa epoca dell'anno. James rispose con un grugnito davanti a quella dimostrazione di intelligenza, ed incominciò a mangiare. -Pensi di rispondergli? -domandò. Ella cercò di rispondere con un pretesto leggero.

-Aveva pensato di farlo questo pomeriggio. Vuoi che gli trasmetta i tuoi saluti? -Sarebbe preferibile che gli trasmetta i saluti di Ernest Althorp -disse James-. Ieri lo vidi nel club. Aveva un aspetto malaticcio, ma si comportava come un stoico. Appena aprì la bocca per dire ciao-disse, morse mezzo biscotto e cominciò a masticare-. Che mi appendano se quello povero tipo non è innamorato in realtà. -Non può essere-mormorò Lavinia con un sussurro di voce, e lasciando la tazza di caffè le fece entrechocar col piatto. Peter la rimase guardando a bocca aperta. Ella si rese conto che il suo commento non era stato troppo proprio di una madre. -Volli solo dire che mi sorprenderei-spiegò, con tono più disteso-, perché Althorp è tanto sensato. Mettere limiti a Merry gli sarà già abbastanza difficile, per quanto ottenga che i sentimenti non l'offuschino la ragione. -Forse non possa evitarlo-disse Peter-. Merry è una buona persona e non è né la metà di brutta di lui tu ti credi. Non vedo perché Ernest non potrebbe innamorarsi. Lavinia sentì un nodo nella gola davanti alla sfida che si insinuava nella sua voce. In realtà credeva che ella vedeva a Merry come qualcuno che non era degna di essere amata? E se così fuori, aveva ragione? Per caso era arrivato a credersi le bugie che lei stessa aveva sussurrato ad uditi di altri? Se quello è quello che aveva fatto, era caduto più basso di quello che pensava. -Tutti vogliamo a Merry-disse, con sufficiente fermezza affinché James deviasse lo sguardo del suo piatto-. Voleva solo segnalare che Ernest Althorp non è un uomo specialmente conosciuto per le sue passioni. -Quello sì che è verità-disse James, soffocando una risilla prima di mordere un pezzo di prosciutto-. Non è come Peter con la sua ballerina -notò, e modificò la voce fino a riuscire un falsetto-. "Oh, James, questa bambina è adorabile!" Davanti a quelle parole, qualunque disapprovazione di Peter verso sua madre fu dimenticata, concentrato come stava in ottenere che suo fratello perdesse l'equilibrio e cadesse dalla sedia. Quella piccola scaramuccia portò a Lavinia ricordi di altre mattine. Faceva molto tempo, si erano seduti a tavola tutti i giorni. Merry, i ragazzi e suo marito. Quanto rumore tra tutti, come un stormo di storni, soprattutto Evelyn che non aveva perso mai l'abitudine di parlare al di sopra degli altri. Arriverebbe un giorno, presto, quando ella sarebbe l'unica seduta a quello tavolo. O ella e Geoffrey a sole, se egli non la lasciava per accorrere al suo club. Lavinia strinse le labbra. Non era niente abituale in lei diventare sentimentale. Dedicava tempo alla sua famiglia, più di quello che avrebbe voluto in certe occasioni. Naturalmente, c'erano altre cose nella sua vita a parte una colazione rumorosa, molte più. Tuttavia, in quello momento non indovinava a pensare che cose erano quelle.

Lo stato di coraggio di Nic aveva riscosso un giro nefasto. Merry pensava che chissà doveva sentirsi grata. Era da giorni che neanche Nic flirtava con lei. Sfortunatamente, la tregua aveva un prezzo. Nic corrugava il cipiglio con più frequenza, si irritava più facilmente e perfino lanciava i pennelli di un lato all'altro della sala. Il suo giorno di lavoro diventò più breve e, chiunque fosse il

risultato, a lui gli era indifferente. Niente di quello che ella dicesse riusciva ad alzarlo il coraggio. Una mattina, Merry non si svegliò coi colpi impazienti di Nic nella porta bensì col rumore di qualcuno che scuoteva i tappeti nel balcone del corridoio. Uscì, a mezzo vestirsi ed agitata, credendo che era rimasto dormita, e trovò solo la domestica e l'aiutante di cucina avvolto, come sempre, nella sua sciarpa. Malgrado questo avesse voluto sfuggire, timido come un felino selvaggio, quella mattina aveva le mani troppo occupate coi tappeti sporchi come per scappare. Ancora così, affondò la testa nella lana. -Che ora è? -domandò Merry. -È quasi mezzogiorno-disse la domestica, una donna robusta-. Sento l'avere svegliata, ma il signore Farnham ha detto che dovevamo finire con questo. -Mezzogiorno! -esclamò Merry portandosi la mano ai capelli. Non dormiva mai fino a mezzogiorno. Neanche Nic era venuto a cercarla-. Che cosa ha passato con Mister Craven? -Uno dei suoi giorni neri-disse la domestica-. Sicuramente dormirà fino all'ora della cena e dopo si metterà a bere fino a tornare ad addormentarsi. -È malato? -domandò Merry, allarmata. -Malato, no, signorina. Sta di cattivo genio perché il suo lavoro non avanza. Quando quello succede, si nasconde nella sua tana come un tasso. -La domestica lasciò scappare una risata-. Il signore Farnham dice che una buona flagellazione lo siederebbe meglio che il sonno. Merry era abituata a che il personale sapesse dei temi del padrone. Nei suoi tempi di figlia irresponsabile, aveva utilizzato spesso le informazioni dei domestici per profitto proprio. La franchezza di quella domestica la sorprese, ma suppose che per il personale ella faceva parte del suo mondo, e non bisognava avere riparazioni nel linguaggio. Si sentì estranea vedendo che la confondevano con uno di essi, ma non si offuscò. Al contrario, quell'era una prova che il suo stratagemma funzionava. -Chissà lei possa tirarlo fuori dalla difficoltà-suggerì la domestica, guardandola con un sorriso storto-. Al padrone gli piacciono le gonne, e non poco. L'apprendista di cucina ebbe un accesso di tosse che non sembrava motivato per la risata. Quando Merry lo guardò, osservò che al di sopra della sciarpa il suo viso diventava colore prugna. Batteva con tale forza il tappeto che la polvere che alzava minacciava di inghiottirli a tutti. -Vedrò se ha fame-disse Merry, impegnandosi a non guardare il ragazzo. Saltava visibile che non voleva essere bianco dei suoi sguardi-. Chissà la signora Choate abbia preparato qualcosa con che possa tentarlo. Ma Merry non dovette andare a vedere la cuoca. Non appena arrivò al pianerottolo della scala, apparve Farnham con un vassoio. -Qui ha-disse il maggiordomo con gesto lento-, a vedere se lei può tirarlo fuori dal letto. Sconcertata per quell'ordine, Merry prese il vassoio e si diresse alla stanza di Nic. -Non ha perché chiamare-notò Farnham-. L'ignorerà. Con gesto vacillante, Merry seguì il suo consiglio. Non era niente sicura di trovare il signore della casa nel letto. Con mano tremula, prese il pomo della porta. Quando aprì, rimase nella soglia guardando intorno a suo. La sua stanza era differente dei che

ella aveva conosciuto, semplice e senza decorazioni. Non c'erano qui quadri, neanche i suoi. Preda della curiosità, lasciò vagare lo sguardo per le pareti bianche ed il legno oscuro e, nel soffitto, osservò che dell'ingessatura appendeva un bel candelabro di vetro soffiato. Il tappeto era antico ma stava in buon stato, benché i suoi colori fossero tanto oscuri che affliggi si vedeva il disegno. Ed allora vide il letto. Nic era teso, un lungo gonfiore coperto per le coperte. La sua presenza addormentata bastò affinché ella si vergognasse. Quindi pensò che quello letto enorme doveva essere giapponese , per il design delle figure, quadrati ed i circoli che conformavano la cornice. Non era foderata di tendaggio. Nel suo posto, sei magre colonne sostenevano un elegante soffitto di legno. La struttura sembrava una gabbia aperta, come se Nic fosse un animale di circo che nessuno ritenesse troppo pericoloso. Quello, naturalmente, era completamente falso. Con la sensazione di stare comportandosi come un'intrusa, tossicchiò rumorosamente. Il gonfiore basso le coperte si agitò. -Per tutti i diavoli! -giurò Nic-non puoi smettere di mettere da tutte le parti i nasi? Ignorando la punzecchiatura di indignazione con che accolse le sue parole, Merry lasciò di notte il vassoio nel tavolino vicino al suo letto e si intromise tra lui ed un raggio di sole. Era un trucco che aveva imparato dei suoi fratelli che ogni tanto bevevano disordinatamente. -Il signore Farnham è preoccupato per te-annunciò. Egli ebbe una specie di soprassalto sentendo la sua voce, ma non spuntò la testa. -Voglio solo riposare. Fino a che il mio cervello giri a funzionare. L'avrebbe fatto prima, ma tu arrivasti. Maledetto Godiva. Merry ignorò quell'accusa come aveva fatto con la prima. -Una delle domestiche ha suggerito che una flagellazione potrebbe farti bene. Nic spuntò la testa tra il suo bocciolo di coperte. Malgrado il suo sguardo fosse chiaro, aveva tutto l'aspetto di avere bevuto. Aveva la pelle pallida ed i capelli gli appendevano al di sopra del viso a ciuffi irsuti. -Tu, lo tenti, e vedrai già. Ella sorrise con quella minaccia. L'aveva sentito anche di bocca dei suoi fratelli. -Chissà se condividessi con qualcuno i tuoi problemi, ti sentiresti meglio. -No, no, no-egli disse, con un grugnito. Si girò e rimase teso di spalle col cuscino stretto contro il viso-. È il mio quadro, ed il mio problema e lo risolverò alla mia maniera. -Nascondendoti sotto alle coperte come un bambino di due anni? Il cuscino gli diede di pieno nel petto. Prima che riuscisse a recuperare l'alito, Nic diede un salto e le coperte caddero ad un lato. Merry rimase a bocca aperta. Sta volta non portava il pigiama indio. In realtà, non portava niente. Merry vide le due metà del suo posteriore, soavi e belle e, seguendo la linea verso l'alto, alcuni pelurie nere che lo coprivano appena la spina dorsale. Una fessura gli faceva ombra dietro l'anca, segno di muscoli tanto forti come fibrosi. Merry inghiottì con difficoltà prima di alzare lo sguardo. Nic segnalava verso la porta con braccio di ferro. -Fossi! -tuonò, con una voce che trasmetteva la sua ira e che contemporaneamente seduceva-, prima che io sia chi ti dia una flagellazione.

Suonava divertente, ma Merry intuì che lo diceva sul serio. All'opinione, non poteva mostrarsi indifferente con le sue minacce come normalmente faceva coi suoi fratelli. Per un istante, lo rimase guardando con occhi esagerati, e dopo retrocedè. A Merry non gli avevano dato una flagellazione in dieci anni e, a giudicare dalla forza con che Nic aveva lanciato il cuscino, sospettava che non gli piacerebbe. Respirò alleviata non appena chiuse la porta. Che uomo più curioso, pensò, minacciando di maltrattarla solo perché cercava di aiutare. E che differente sembrava comparato con l'elegante cavaliere che aveva conosciuto prima. Il cambiamento doveva doversi a qualcosa più che il temperamento artistico. Per quello che aveva osservato, il suo lavoro era relativamente accettabile. Chissà non aveva la profondità del ritratto di suo padre, ma difficilmente giustificava che si rifugiasse nel letto. Per molti giri che gli desse, non lo capiva. Nic era un uomo di successo, un personaggio rispettato. Le sue creazioni adornavano le case delle grandi fortune. Era impossibile che dubitasse del suo proprio talento. Perché non era soddisfatto? Che cosa spingeva a quella ricerca della perfezione? Era quello la genialità, la ricerca di qualcosa che nessuno più poteva vedere? Nonostante tutto, sentiva l'impulso di ritornare e domandare. Chissà alleviarlo quella fronte col cipiglio corrugato, ed assicurargli che troverebbe la sua strada. La paura glielo ostacolò, ma non la paura a fallire. No, la fermò ancora quello ricordo troppo vivo, del suo corpo tiepido ed assopito alzandosi di tra le lenzuola rugose. Se cedeva al suo impulso, sospettava che finirebbe per alleviarlo qualcosa più che il cipiglio della rabbia.

Nic girò a coprirsi il viso con la coperta. Pensò che era un sollievo vedere uscire a Mary. Di essersi rimasto, si sarebbe comportato come un bruto. Era di sempre la vecchia furia che l'aveva tra i suoi artigli. Furia con sé stesso, con la vita, con gli assurdi grumi di olio ed i pigmenti che non riuscivano a tradurre la magia della sua immaginazione. Di che cosa aveva servito tutto se non poteva dipingere? Non voleva sbagliarsi pensando che aveva realizzato sacrifici sublimi. Quell'onore apparteneva al bambino e Bess. La vita di lei. La felicità di Cristopher. Tutto affinché Nic imparasse a fare i suoi pasticci. Non aveva niente da offrirloro. Non l'aveva avuto a quel tempo. Ora, neanche. Egli suolo cercava piaceri, una povero scusa per un essere umano. L'unico valore che possedeva stava nelle sue mani. Se queste gli cedevano, bene poteva marcire nel letto per sempre. Acchiappato in quella spirale discendente, si mise a pensare alla sua amica dell'infanzia. Quello sua maniera di canticchiare quando lavorava. Ricordò il sole tiñéndole i capelli dorati. Il mio Dio, Bess era molto giovane. Diciassette anni. Appena uscita della fattoria dei suoi genitori, con l'odore del fieno ancora incollato alla pelle. Venire a lavorare a Northwick era stato la sua gran avventura. Sei una meraviglia, Nic, normalmente diceva, quando erano tesi insieme nel boschetto e lei, con la sua mano callosa di lavoratrice, gli accarezzava il petto nudo. Non immaginai mai che un ragazzo potesse essere tanto gradevole. I suoi baci avevano saputo di frutta, dolci e penetranti e molto più sperimentati che i suoi. La prima volta che ella aveva pressato con la lingua tra le sue labbra, egli aveva tremato come se la terra si fosse scossa nel suo asse, oppresso per la meraviglia e la gratitudine, e per un desiderio più acuto che l'acciaio quando è bagnato. Per mesi si erano dati ai prolegómenos dell'amore, due corpi forti e giovani,

provocandosi mutuamente fino ad eccitarsi con un sguardo, un bacio, una sfregatura della pelle. Ricordò che un giorno l'aveva acchiappata vicino ad un albero e credè che morisse se non aveva un orgasmo. -Vuoi che ti tocchi? -ella aveva sussurrato-. Vuoi che ti prenda con la mia mano? Egli si era sparso nell'istante in che ella lo mise la mano nel pantaloni. Neanche aveva dovuto sfregarlo. Nonostante il violento sollievo del suo scarico, aveva voluto piangere di vergogna. -Non ti preoccupare,-l'aveva consolato ella, baciandolo per cancellare la sua vergogna-. Imparerai a durare e ti insegnerò quello che ci piace alle donne. Il regalo che ella gli aveva dato non aveva paragone. Era qualcosa di incalcolabile. Qualcosa che nessun uomo non dovrebbe osare mai rubare. Mai. Aveva lasciato il letto inzuppato in sangue, quello dissero. Aveva dovuto bruciarla quando ella andò via. Era tanto difficile accettare che quella creatura che dava quelli baci affermando la forza della vita potesse morire. Nic lasciò scappare un gemito e si stese sul ventre. Bess era stato il suo Waterloo. Il principio della sua caduta. Ma quando affondò il viso nel cuscino, i baci che immaginò non erano i suoi.

Il giorno nero di Nic, come l'aveva chiamato la domestica, si prolungò per due giorni, dopo tre. Nic dormiva altri uomini come bevono, dandosi a ciò come se volesse affondare. Quando decideva di mangiare, si faceva portare un vassoio alla stanza, in modo che Merry non ebbe opportunità per parlare con lui nel tavolo. Si domandava come un organismo poteva sopportare tanto sonno, e cominciò a ricordare con nostalgia le noiose sessioni posando per lui. Disperata per dovere qualcosa con distrarsisi, giocava a dama con la cuoca, aiutava la domestica a pulire un candelabro, ma ignorò il suggerimento del maggiordomo che la sollecitò ad uscire a "allungare le gambe" nel parco più vicino. Era probabile che le amiche di Merry frequentassero più Hyde Park che il Regent's, ma non era impossibile che si trovasse con qualche conoscente. Benché dovesse arrampicare per le pareti della sua reclusione, non andava non ora ad arrischiarsi a che la vedessero a Londra, che il conseguimento del suo piano sembrava tanto prossimo. -Suppongo che finirà il mio ritratto, no? -domandò alla signora Choate dal suo posto vicino al banco della cucina. La cuoca rimescolava una pentola di zuppa sul focolare di legna, i capelli radi ed arricciati per il vapore e col viso materno arrossato per il caldo. -Certo. Finisce sempre. Come normalmente diceva mia nonna, ogni Don ha la sua maledizione. Nella mia opinione, questi stati di coraggio sono la maledizione del padrone, e non importa quello che dica il signore Farnham. Merry si sfregò il naso per dissimulare il suo sorriso. Il maggiordomo e la signora Choate coltivava più o meno una rivalità amichevole. Se niente glielo ostacolava, non erano mai di accordo. -Il tuo ritratto sarà speciale-predisse la cuoca-. I quadri coi quali ha i suoi giorni brutti finiscono sempre per essere i migliori. È anche possibile che torni a nascondersi quando abbia finito , ma io non sarò chi dica ad un artista come deve comportarsi. -Chissà si è ispirato con me-suggerì Merry, confessando un'inquietudine che girava intorno a lui

gli ultimi giorni. La signora Choate gli sorrise attraverso il vapore. -Non perdere il tempo pensando a quello. Il padrone può vedere cose che gli altri non vede, ma quello non significa che non stiano lì. Se egli dice che tu sei lady Godiva, suppongo che lo sarai. Merry espresse i suoi dubbi con un sospiro. -Io penso che sei bella-disse una voce aflautada dalla fregadera. Era l'apprendista di cucina che lavava tanto silenziosamente le pentole che avevano dimenticato la sua presenza. -E buono, santo sia-disse la signora Choate, ridendo per la cosa sotto-. Sembra che possa parlare. -Grazie-disse Merry, ma nessuno rispose, come se al ragazzo se lo fosse divorato la terra. La signora Choate socchiuse gli occhi. -Quello sì che è un insetto raro-mormorò-. Se gli insetti rari avessero fortune, questo sarebbe padrone del mondo. Della cosa unica che vuole parlare è di mister Craven. Se è un uomo stretto, e se io penso che è un uomo onesto o no. Ieri domandò al vecchio Max se credevo che ai cavalli piacevo loro il padrone! -E bene, cioè... voglio dire, la gente dice che quella è la misura di un uomo. Come tratta i suoi animali ed i suoi domestici. -E perché dovrebbe volere un apprendista di cucina sapere come è il suo padrone? La cosa normale sarebbe che stesse più preoccupato per quello che gli pagano. Merry non aveva risposta, ma sì aveva un'altra domanda. -È verità che ha una cicatrice? -domandò, ricordando l'eterna sciarpa. -Io ho la teoria che sono macchie-disse la signora Choate -. Ma lavora come un condannato, quello bisogna riconoscerlo. Merry desiderava potere dire la stessa cosa. Nonostante le parole tranquillante della cuoca, cominciava a pensare che il suo scandaloso ritratto denuda non vedrebbe la luce del giorno. Naturalmente, se Nic continuava a dibattersi, chissà ella dovesse interpretarlo come un segno che la sua perdizione non doveva consumarsi. Non era troppo tardi per mettere fine a tutta la farsa. Poteva viaggiare al Galles e fingere che aveva passato tutto quello tempo vicino ad Isabel. L'idea gli sembrò attraente. Così eviterebbe tutto quello che detestava , la vergogna, i rischi e l'ira di suo padre. Per non parlare di Nic che sicuramente era il peggiore delle minacce. Merry potrebbe superare l'ignominia sociale. Fino alla furia di un padre si spegnerebbe in dieci o venti anni e tornerebbe a mostrarsi di sempre con l'affetto. Ma, consegnare la propria innocenza ad un libertino! Non importava che la sua fosse un'innocenza immacolata. La perdita della verginità continuava ad essere un tema di molta importanza. Darsila a Nic, a quell'uomo attraente, seducente e libertino, sembrava un invito alla disperazione. Avevano passato tre anni dal rifiuto di Edward Burbrooke, ed il ricordo dell'esperienza gli bruciava ancora. Arrivava a tremare pensando in come risentirebbe davanti ad un rifiuto di Nic. Nic era molto più che Edward. Era oli bollendo, fumo di papavero. Ed era condenadamente gradevole quando glielo proponeva. Nic pronunciava le parole che ella aveva voluto sempre sentire. E che importava se non credeva in esse? Dette per lui, sembravano verità.

Era un uomo strano, quello non poteva negarlo. Ma anche ella era strana. Di non l'essere stato, si sarebbe sposato con Ernest in un attimo. Non si sarebbe sentito attratta per il rischio di perdere tutto quello che possedeva. E per che motivo? Per l'avventura? Per le emozioni? Per conoscere i peccati proibiti? Una giovane davvero sensata sarebbe uscita correndo senza dubitarlo un istante. Una giovane sensata avrebbe detto al diavolo con l'indipendenza, divento a casa, alla sicurezza. Con un sospiro, Merry propinò un calcio al vecchio baule di rovere. Sapeva che ella non era una giovane sensata. Non l'era stato mai. Non lo sarebbe mai. Al massimo, poteva essere intelligente. Era di sperare che non si fosse passato di lista con Nic.

Capitolo 6
Nic si sentiva raro svegliandosi, come sì invece di cervello, avesse la testa piena di cotone. Non era il risultato del cognac bensì del sonno, ed egli sapeva che, per molto intorpidite che avesse le estremità, il suo corpo non poteva continuare oramai ad abbandonarsi al sopore. Il letto in cui si era rifugiato l'aveva espulso a calci e chiuso la porta alle sue spalle. Poteva rimanere lì più alcune ore, ma sapeva che non recupererebbe lo stato di incoscienza che rimpiangeva. Invece di tentarlo, lasciò appendere le gambe da una parte del letto e si sedette coi gomiti sulle ginocchia, mentre si sfregava pigramente il viso con le palme delle mani. Aveva mangiato e si era lavato durante i suoi periodi di veglia, ma aveva i capelli fatti un groviglio quasi uguale di caotico che quella del suo modello. Aveva sognato che la baciava che le sue braccia e gambe soavi e magre, si intrecciavano coi suoi. Era stato un sonno gradevole , sensuale e lento, un sonno il cui ricordo gli riverberava nella pelle. Era ella quella che era entrato mentre egli dormiva? Non era sicuro, ma pensò che ricordava a qualcuno vicino al suo letto. Aveva pensato che era realmente presente ma, quando aprì gli occhi, o credè aprirli, vide un fantasma di sé stesso quando bambino, guardando tristemente verso la finestra come se sapesse che tragedie l'aspettavano. -Aiuti altre persone-disse quello Nic più giovane, senza girare la testa-. Perché non lasci loro aiutarti? -Essi si meritano l'aiuto-egli rispose, come se la conversazione avesse un senso profondo. -Tu meriti chissà anche aiuto-disse il bambino, dopo essere riflesso. Dopo, tutto si sfumava, un sonno perso dentro un sonno. Quell'incontro non lo turbò. Niente poteva turbarlo troppo quando dormiva. Un soave colpo nella porta lo fece alzare lo sguardo che aveva fissa nelle mani. Sé-disse, con la voce enronquecida per il prolungato silenzio. Merry affacciò la testa alla porta. -Ti sei alzato. -In qualsiasi caso, sono sveglio-egli disse, soffocando quello soprassalto che gli accelerò il cuore. Ella entrò con un vassoio con caffè, frutta e fette biscottate. Un violento rossore neutralizzò il colore delle sue lentiggini quando vide il suo sesso, allentato ed indifeso tra le cosce. Separò rapidamente la vista e, quando tornò a guardare di nascosto, egli si sentì lusingato, per molto breve che fosse quello sguardo. Sentì anche la sua virilità lusingata, perché non appena ella fissò i suoi occhi a lui, il suo membro crebbe ad occhi vista. Quell'era una vera chiamata dell'alba, pensò, e la bocca lo fu torto col primo sorriso in giorni. Nic tirò del lenzuolo fino a coprirsi le gambe. Aveva dimenticato quanto innocente ella era, benché non tanto innocente come per non soffocare un grido. Quando recuperò il colore, Merry lasciò il vassoio nel tavolo vicino al letto, dopo fece girare

entrambe verso lui. La facilità con che muoveva i suoi mobili l'impressionò. Quella ragazza ero una vera amazzone! Ascoltò senza troppo interesse la sua spiegazione che la signora Choate aveva messo il cioccolato nel suo caffè per contrariare a Farnham che l'aveva ordinato non cucinare nient'altro complicato che una fetta biscottata. -Non ti preoccupare-egli disse, con voce roca-, a patto che sia carico. Ella lo servì una tazza e gliela consegnò, con un'espressione nel suo viso divertente e piccolo che denunciava la sua inquietudine. Merry l'osservò distintamente mentre beveva. In qualche piccolo angolo della sua anima, un angolo che egli non stava in condizioni di analizzare attentamente, decise che gli piacevano le sue attenzioni. La sensazione di benessere che lo sequestrò si doveva tanto al cipiglio preoccupato di Merry come al caffè. -Ti ho sognato-disse-ho sognato che ti sedevi sul letto e mi prendevi la mano. La guardò agli occhi, ma ella non diede segni di vergogna, come sarebbe successo se quello fosse verità. Al contrario, corrugò più intensamente il cipiglio. -Sarebbe stato sensato fare quello? Questa volta egli rise di sé stesso. La sua secchezza l'aveva scoraggiata nella sua intenzione di fargli mimi. -Mi dispiaccio di essere stato rude con te-egli confessò-. E dispiaccio che ti sia preoccupato. Mi temo che a volte sono insopportabile, ma non era la mia intenzione spaventarti. -Non mi spaventasti. Mi fece male solo un po' perché voleva aiutare. Egli deviò lo sguardo al vedere quell'espressione che all'improvviso lo fu supposto troppo sincera per volere sollievo. Era preferibile non incoraggiarla. -Stai aiutandomi ora-disse, aggiungendo un po' di miele carnale alla sua voce. Diede alcuni colpetti nel materasso al suo fianco-. E potresti aiutarmi ancora più, se volessi. Invece di fargli sposo, ella si diresse alla porta. -Già-disse, con una scintilla che piacque a Nic-, ora che torni ad insistere nel tema, so che ti senti meglio. -Ti prenderò già, duchessa. -Allora, sarà meglio che torni a dormire-ella rispose-, così potrai avermi nei tuoi sonni. Egli sorrise. Sospettava che quando la sognava stava per farle sua.

Se Merry fosse stato un topo, Nic sarebbe stato il gatto che l'aspettava rannicchiato vicino al suo buco. Erano seduti nella sala da pranzo francese, rilassandosi col caffè dopo il cibo. O chissà era Nic che si rilassava. Merry cercava solo di fingere che faceva la stessa cosa. L'osservava mentre egli si batteva con una busta nel mento. Aveva un sguardo sognatore, e stava sprofondato come un sfaccendato. Oggi, erano ritornati allo studio. Nic aveva scartato tre abbozzi, più per rassegnazione che per fastidio. Supponeva che quell'era motivo di celebrazione, benché avesse la chiara impressione che Nic pensava più in lei che nel suo lavoro. Per la prima volta da quando gli aveva chiesto che si denudasse i petti , Merry aveva avuto coscienza di sé stessa mentre posava, come se l'aria esercitasse una pressione

troppo vicina alla sua pelle nuda. Durante tutto il giorno, egli l'aveva guardata non mangio pittore bensì come uomo. L'aveva toccata con più frequenza della cosa necessaria, stringendogli il braccio, il ginocchio, la caduta di un ricciolo al di sopra del petto. Perfino ora, completamente vestita, si sentiva come se fosse nuda. Il suo sguardo non aveva niente di lasciva ma, ancora così, era come se la denudasse. Nic sapeva perfettamente che capi d'abbigliamento interni vestiva. E sapeva che sensazioni provocava quello suo fissaggio. Merry si rimosse nella sua sedia e diresse lo sguardo alla superficie tremula del suo caffè. Rasserenati, pensò. Sei un giocattolo per lui, ti dimenticherà non appena abbia appena giocato con te. Era impossibile che quell'uomo la desiderasse tanto quanto lei a lui. Il fuoco fischiava nella stufa, l'unica compagnia vicino al pezzo di carta che egli sosteneva. Appena Merry vedeva la sua barba del giorno ma sì poteva sentirla. Quello promemoria della sua virilità lo tese interiormente qualcosa. -All'opinione-avvisò Nic, con una voce sorprendentemente intima in quello silenzio-, mi hanno invitato ad una festa. Si inclinò sul tavolo, allungando il braccio fino a che la mano poggiò ad alcuni centimetri di lei. Merry prese la sua tazza, ma il calore di quello contatto che non era arrivato a prodursisi era più intenso del caldo della bibita calda. Decise che non ritirerebbe la mano. Con un gesto come quello, denuncerebbe il suo turbamento. -Una festa? -inquisì, fingendo che beveva un sorso di caffè. Egli lo sfiorò la mano con la punta del dito. -Sé. E Farnham non mi lascerà tranquillo se non esco di casa. Pensai che ti piacerebbe venire. -Io? -Merry era tanto sorpresa che non notò che egli gli prendeva la mano, e si accorse solo quando l'aveva già preda nella sua. -Sì-egli disse, e gli accarezzò la pelle delicata sotto il polso. Il contatto slegò in lei una specie di scarica elettrica. Il suo sguardo, contemporaneamente presa diretto ed intensa, l'aveva tanto prigioniera come le sue mani-. Detesto andare solo. Sono tutto uguali. Vecchi amici. -Che classe di amici? A Nic lo furono ritorto le labbra con quella dimostrazione di diffidenza. -Vediamo. Sono tre artisti, un'antica attrice, una giovane che lavora in un guardaroba teatrale ed un banchiere ebreo, se è che si meritano la tua approvazione. -Nessuno più? -domandò ella, pensando che era molto improbabile che conoscesse qualcuno di un concorso come quella-, staranno Solo i tuoi amici? -Non ci sarà nessuno più-egli assicurò-. Sono tutte persone perfettamente gradevoli. Buono, può che non perfettamente, ma lo compensano essendo interessanti. Diedi che sì, Mary. Voglio vantarmi della tua compagnia. -Della mia compagnia. Egli si portò il dorso della mano che sosteneva alle sue labbra sorridenti. -Sì, di te. Potresti metterti il vestito di velluto.

-Potrebbe mettermi cento vestiti di velluto e, ancora così, non otterrebbe ... Con la lingua, egli l'inumidì la valle tra le due nocche, zittendo il suo scetticismo. Ella sentì che la pelle l'era rinfrescato e, quando egli ripetè quello lengüetazo svergognato, l'invase un formicolio. Nic aveva una lingua affilata ed agile, di un colore rosato e conciato come quello della sua bocca, ed identico, ricordò all'improvviso, in un'immagine vivida, alla punta del suo sesso al risveglio. Non aveva pensato mai che una lingua poteva essere oscena, ma definitivamente la sua l'era. All'improvviso, ricordò altre storie dei ragazzi della stalla, su quello che, secondo essi, agli amanti sperimentati piaceva loro leccare. Si sentiva come se Nic avesse la sua bocca in ciò in quello momento. Per peggiorare le cose, egli cominciò a grattarlo lievemente la palma della mano. Quella carezza aveva un effetto speciale , perché gli trasmetteva brividi per il braccio verso l'alto e per il petto verso il basso, potenti brividi simili a scariche elettriche. Il caldo l'ero accumulato nel sesso, e sentì che i suoi tessuti cominciavano a contrarsisi ed estendersi al ritmo delle sue carezze. -Che cosa fai? -domandò, con l'alito interrotto, cercando di sciogliersi. -Mi prendo le mie libertà. E mi prenderò libertà ogni volta che ti senta parlare di te stessa come se non fossi una bellezza. -La guardò attraverso le sue lunghe ciglia e tornò a leccarlo la mano. -Per! -ella, preda di emozioni tanto confuse ordinò che appena poteva tirare con forza sufficiente. Invece di scioglierla, egli lasciò che ella gli portasse la mano fino al suo petto. Una volta lì, la sfiorò appena, andando e venendo col dito al di sopra della lieve protuberanza. -Fermerò-disse-quando tu decida di venire. Quell'ultima parola la scosse, come una lancia soave e calda. Ella conosceva il senso della parola "venire" per riferirsi al climax e, senza dubbio, non si tentava solo di "venire." L'eccitazione aveva tinto a Nic il viso e le labbra che ora si separavano per respirare. Vedendo quello viso tanto bello il cuore gli diede un rovesciamento. Al suo fianco, ella era un mostro orribile e riempio di lentiggini. -Dimmi che verrai-, egli disse, ora più soave, più roco-. Dimmi che verrai e conoscerai i miei amici. -Non so perché vuoi che venga. -Te l'ho detto già. -Alzò una mano per accarezzargli la guancia -. Non mi piace venire solo. -Qualche volta lo fai solo? -ella mormorò, ricordando la notte che egli aveva messo nella sua stanza piena di fumo, quando si era preso il sesso e se l'era sfregato mentre ella guardava. A Nic gli brillarono gli occhi sotto la luce di gas, soavi gioielli grigi. Chissà erano finestre, ma solo aperte ad un mistero maggiore. Le sue pupille erano oscure, sfortune come la lignite. -A volte. A volte le mie necessità sono tanto urgenti che non possono sperare. Ma dopo mi danno voglia di stare con qualcuno. -Con qualcuno? Egli lo lisciò la fronte col pollice. -Voglio che quello qualcuno tu, Merry sia. Credo che a queste altezze lo sappia già. Prima che ella potesse rispondere, egli la sciolse e si incorporò, ricordandolo quanto alto era, quanto magro e fibroso. Malgrado si fosse lavato le dita, gli rimanevano ancora piccole macchie di pittura nelle unghie. Era un'imperfezione senza importanza. Le sue mani erano tante più belle quando rimanevano in esse rastrelli del suo mestiere.

-Domani di sera-disse-. Usciremo alle sette. Prima la mia cuoca era allevata di camera. Sono sicuro che sarà incantata di aiutarti col vestito. Ella avrebbe dovuto respingere i suoi ordini. E, più importante ancora, il rischio di uscire avrebbe dovuto annullare il diletto sublime che sentiva nelle estremità. Invece, indebolendo in corpo ed anima, affondò nella sedia e rimase ammirando quella figura che ora si allontanava. Aveva un posteriore piccolo e fermo, ed i suoi muscoli si tendevano con ogni movimento dei suoi passi. Con una disposizione che lo sorprese, Merry se l'immaginò manovrando al di sopra di lei. Sto alla sua grazia, pensò. Se egli decidesse di possederla ora, ella non avrebbe la volontà per ostacolarsilo.

Quello fatalismo era sparito verso la notte seguente, probabilmente perché Merry non aveva visto a Nic in tutto il giorno e perché ora era capace di fare provvista di resistenza. Invece di farle posare, l'aveva lasciata affinché si lavasse e si agghindasse e, come egli diceva che facesse quello che facevano le donne. Merry capì questo come l'insensatezza che era. Non aveva nessun dubbio che Nic sapeva perfettamente che facevano le donne. La signora Choate, l'antica domestica di camera, si rivelò come una preziosa collaboratrice, e l'aiutò non solo ad adattarsi il vestito colore porpora ma gli sistemò anche molto alla moda la pettinatura in un chignon. I suoi lunghi riccioli, per una volta utili, non richiedevano nessun tipo di trattamento per adornarlo davanti il. -Ancora conservo le mie abilità-disse la signora Choate quando Merry espresse la sua ammirazione davanti al risultato-. In caso che qualcuno abbia bisogno di esse. Merry si astenne da domandare quante volte avevano avuto bisogno di esse. Sapeva che la risposta riuscirebbe solo a deprimerla. Col coraggio appannato per quell'idea, declinò l'offerta della signora Choate per impolverarlo le lentiggini. -Dovrebbe impolverarmi tutta-disse-. Lascerebbe segnato tutto quello che tocchi. -Suppongo che hai ragione-disse la cuoca con un sospiro. Unisci esaminarono il suo riflesso nello specchio sbeccato. Merry si sentì rara vestendosi in quella stanza umile, stretta e precaria , come se ora avesse aumentato il pericolo che la segnalassero come impostora. Il vestito di velluto, sebbene audace, era tanto lusinghiero come qualunque capo d'abbigliamento che avrebbe scelto sua madre. Il corpetto era intrepidamente sotto, benché dovesse essere egli se si tentava di rialzare il poco busto che aveva. Seguendo la moda, la gonna era liscia davanti e, di dietro, rimaneva raccolta in una cascata di pieghe. Dopo avere passato gli ultimi giorni discinta quasi sempre, Merry non si era reso mai conto della cosa carceraria che era il vestiario femminile moderno. I lacci sotto la gonna ostacolavano che questa si spiegasse e la sua strettezza ostacolava il camminare, specialmente dovendo trascinare quella coda di ventaglio. Fino al peso del vestito gli sembrava spettacolare. Nonostante questo, non poteva lamentarsi che il taglio gli fosse tanto vantaggioso. Chissà non fosse la bellezza che Nic affermava, ma, il mio Dio, era tanto elegante vestita con quelli stracci lo starebbe come mai. Quella notte, si sentiva una donna differente. Non era neanche la donna che era stato, la donna che aveva preteso di essere, bensì qualcuno completamente differente. Qualcuno che poteva sedurre un uomo, pensò, e tremò con quell'idea come se fosse una profezia.

Nic sembrava soddisfatto coi risultati. -Superi tutte le marche-disse, quando la vide abbassando le scale di marmo. Neanche Merry ascoltò la lusinga. Era rimasto senza alito vedendolo messo nel suo frac. Ora che Nic si era vestito come gli uomini che ella conosceva normalmente, ebbe un'idea più precisa della sua figura. Le spalle che manteneva ben eretti , erano larghi, le anche magre come quelle di un ballerino. Il suo gilet, quasi tanto stretto come il corpetto di lei, brillava col suo azzurro pavone ricamato con fiori argentati. Nessun uomo che ella conoscesse avrebbe osato né morto a mettersi qualcosa di tanto stridente, ma a Nic lo faceva bene. Il colore prestava una tintura azzurrata ai suoi occhi colore argento. Si era pettinato all'indietro e quelle onde di capelli tentatrici e palpabili, gli cadevano per la schiena, ed il suo tono rossiccio brillava come se l'avesse trattato con olio. -Mi hai lasciato cieca-ella disse, con un sorriso storto. Egli mise i pollici sotto i baveri e gonfiò il petto. -Non posso lasciare che mi eclissi. -Come se quello fosse possibile-ella disse, ma non c'era amarezza nella sua voce, solo il piacere della complicità dei suoi scherzi e la gradevole sorpresa della sua eleganza vestito di etichetta. Non ricordava avere avuto un scorta tanto attraente in tutta la sua vita. Si mossero fino alla festa in una carrozza piccola e chiusa, condotto per il giardiniere e tirato per un cavallo tanto vecchio e lento che l'avrebbero potuto affittare solo per pietà. La notte era umida e non c'era luna, ed il rozzo ronzino avanzava spaventandosi con tutto quello che si muoveva, comprese i lumini che sbattevano nella cassetta del carro per illuminare la strada. Per fortuna, non dovettero andare molto lontano, solo alcune strade al nord fino ad una fila di case eleganti vicino al campo di cricket del Middlesex. Nic andava seduto al suo fianco nell'unico sedile e, in quello spazio stretto, il suo aroma si mischiava con quello di lei. L'effetto era quello di una droga. Merry frenò a fatica l'impulso da appoggiare la testa sulla sua spalla e chiudere gli occhi. Quando si trattennero, egli gli mise il braccio sulla manica del suo fiammante cappotto verde. Nonostante la sua determinazione di mantenere si rasserena, a Merry gli ero cominciato ad accelerare il polso. Si domandò se Nic aveva intenzione di baciarla. -Credo che dovesse notarti-egli disse-che a volte i miei amici sono un po' selvaggi. Non è che abbiano brutta intenzione, ma se alcuno di essi dice o fa qualcosa che si scomoda, dimmi egli ed io mi occuperò che ti lasci in pace. Merry lo guardò con grandi occhi, mentre si domandava che cosa voleva dire Nic con "selvaggio." Sicuro che non parlava di libertinaggio. Né neanche di atti licenziosi, né depravazioni. Quanto "scomoda" potrebbe sentirsi? L'obbligherebbero a rivelare la sua mancanza di mondo? Dovrò curare le mie reazioni, pensò, e non lasciargli vedere se qualcosa mi scandalizza. Nic che chissà era la causa stessa dello stato di Merry, percepì il suo nervosismo, ed avvicinò le labbra per baciarlo il cipiglio corrugato. La sua voce era come un mormorio vellutato nell'oscurità. -So già che cosa sai badare a te stessa, ma mi sentirei onesto se ti fidi di me. Le sue parole la calmarono insieme ad aumentarono la sua cautela. Che attraente era, e che differente degli uomini che aveva conosciuto. Era ancora mezzo stordita quando egli l'aiutò a

scendere dall'automobile al marciapiede. Nic gli offrì le sue mani inguantate e la mantenne cornata con fermezza, perfino dopo essere sceso. -Voglio chiarire-notò-che ho l'intenzione di reclamare si ferma io solo. Dopo quella breve dichiarazione, la condusse durante una piccola parete di mattone fino ad una pittoresca porta di legno, progettata per somigliare ad una capanna campestre, con tavole dello stesso vivo colore azzurro che il gilet di Nic. La porta si aprì prima che egli battesse. Cadde su essi un getto di luce e si profilò la forma voluttuosa di una donna. Portava un vestito gassoso ed ondeggiato che sembrava un vestito informale di tardi o un esotico négligé. A Merry lo fu supposto che a quello lo sarei chiamato "artistico", allo stile dei prerrafaelitas. La donna era più alta della cosa comune, ma non imponente , aveva i capelli castani ed il viso ovale più affascinante che Merry aveva visto. I suoi occhi erano tanto azzurri che sfioravano la porpora. Avrebbe potuto posare come Madonna se non fosse per l'esuberanza della sua bocca e perché aveva le labbra dipinte di colore rosso papavero. Questa donna, pensò Merry, tanto attonita come sconcertata, sembra un'autenticazione divoratrice di uomini. -Nic! -esclamò quell'apparizione, aprendo le sue braccia bianche e soavi-. Pensavamo che non arriveresti mai. Il compagno si abbracciò come vecchi amici, piuttosto come intimi vecchi amici, unendo le guance e sorridendosi mutuamente. Benché cercasse di dissimularlo, Merry diventò tesa. Non capiva perché Nic la porterebbe a casa di un vecchia amante quando a tutte luci aveva l'intenzione di sedurrla. Le sue abitudini erano tanto differenti di quelle di lei? O chissà quella differenza si doveva all'idea che Nic si era fatto di lei, e perché non vedeva in lei alla figlia di un duca, bensì ad una povera domestica. Finalmente, dopo quello che sembrò un'eternità, egli si allontanò dalla sua anfitriona. -Anna-disse con voce calda-, come sempre mi rubi l'alito. Anna gli diede una manata nella spalla e si girò verso Merry, con un enorme sorriso. -Lei deve essere l'amica di questo svergognato specialista in complimenti. -Mary Colfax-ella disse. Per quello visto, Anna non dava l'impressione di sperare della sua parte né un'inclinazione né una riverenza, in modo che Merry non si inclinò. In realtà, neanche era sicura di potere ottenerlo, perché la schiena si aveva messo gli rigida come un palo. Anna gli sorrise come se non ci fosse tale rigidità. -Avanti-disse, e la prese gentilmente per il gomito-. Tutti saranno incantati di conoscerla. Una domestica molto carina gli prese il cappotto ed Anna stessa si incaricò dei guanti. Quello gesto bastò a Merry per sapere che l'ambiente di quello veglione sarebbe informale. E la cosa certa è che la condotta degli invitati confermò i suoi sospetti. In differenti angoli di un salone di toni colore terra, avevano tre compagni, oltre a Merry e Nic. Le altre due donne, una bionda e l'altra murena, stavano sedute nel braccio della sedia dei suoi accompagnatori e si inclinavano contro essi con ogni familiarità. Quello solo atteggiamento sarebbe bastato per provocare vampate a sua madre. Due degli uomini erano pittori come Nic. Sebastián Locke era un tipo biondo ed alto. Lucía

pizzetto ed aveva una certa vena sarcastica. Il suo accompagnatore che gli presentarono solo come "Lovey" la ragazza del guardaroba teatrale , dedusse Merry, era grassoccia e bionda, ed aveva tendenza a ridere senza motivo. Gerald Hill, il secondo pittore, era più basso e sembrava più formale. Aveva le guance arrossite e l'atteggiamento difensivo di un uomo il cui orgoglio si sente ferito con facilità. A Merry gli sembrò molto più interessante il suo accompagnatore. Si chiamava Evangeline. Era una donna magra ma di busto prominente ed aveva un viso angolare e vistoso, chissà perché aveva leggermente il lato sinistro più salito del diritto. Quell'anomalia le faceva degna di osservare, naturalmente, e non mangio se fosse un spavento. Era una donna attraente ma male vestita, con colori che, perfino ad occhi di Merry, non lo facevano bene niente. Lo stile del suo vestito colore fango era troppo maschile, di collo alto e tanto piano che gli dava un'aria aggressiva, come se volesse sfidare agli altri ad ammirarla. Benché fosse seduta vicino a Gerald Hill, non smetteva di lanciare sguardi a Sebastián Locke. C'è qui una donna, pensò Merry, che non ha imparato a dissimulare i suoi capricci. L'ultimo cavaliere, Leopold Vandenberg, era maggiore che gli altri. Non appena Merry lo vide, la maggioranza delle sue paure si dissolsero. Quell'uomo sembrava l'essenza di tutta la cosa conservatrice. Vestiva con sobrietà ed aveva una barba spessa e brizzolata. Nessun sarto, per caro che fosse, poteva dissimulare la sua vita ingrossata, segno inequivocabile dell'individuo di età media che era Vandenberg. Benché il suo sguardo fosse gentile ed il suo viso intelligente, non si poteva dire che fosse un uomo attraente. Non bisognava essere un genio per dedurre che Vandenberg era il banchiere. Inoltre, Merry scoprì sorpresa che era l'amante della simpatica Anna. Pensò che chissà li avrebbe dovuti immaginare come compagno, dato che l'affascinante Anna sembrò a Merry una donna pratica. Quando finirono le presentazioni, Sebastián Locke lanciò un sguardo tanto sfacciato al suo vestito che Merry si sentì come un oggetto in una vetrina. -E bene, caro amico-disse a Nic-, vedo che stai occultandoci qualcosa. -Naturalmente che sì. -Nic rispose con voce distesa, al tempo che prendeva a Merry per la vita con un gesto protettivo-. Conoscendo le tue abitudini dissipate, qualunque uomo nel suo sano giudizio farebbe la stessa cosa. -Quello è un sproposito-disse Locke, senza smettere di guardare a Merry insieme ad accarezzava i riccioli biondi del suo accompagnatore-. Tu ed io abbiamo mangiato già dello stesso piatto in altre occasioni. Per Nic, era la goccia che colmava il bicchiere. Diventò rigido e respirò profondo prima di parlare. -Rozza, i due-li sgridò Anna, prima che egli potesse rispondere -. Non tollererò che vendicate a casa mia a litigarvi per quell'osso. Inoltre, otterrete che miss Colfax si fa male. -Detesterebbe fare così una cosa-disse Locke, con una riverenza burlesca verso ella ed Anna-. Lo prego, miss Colfax che mi dica se le mie parole insensate l'hanno offesa. -In realtà, no-rispose Merry, secca-. Non mi sta né il più minimo dubbio che si è informato su me solo perché sono venuto con Nic. Nic sciolse una risata soffocata che la bruno Evangeline assecondò senza dissimulazione. -Dove li danno i prendono, Sebastián. Sebastián lanciò ad Evangeline un sguardo infuriato sotto le sue sopracciglia dorate,

un'attenzione che sembrò compiacerla. Gerald Hill che aveva notato di quella corrente di simpatia , gli prese la mano ad Evangeline e la mise sul suo proprio ginocchio. Merry sperimentò un certo interesse proibito. A quello si riferiva Sebastián quando parlava di mangiare dello stesso piatto? Gerald non sembrava troppo disposto a condividere, ma ella si domandò che cosa altre cose vedrebbe prima che finisse il veglione. La possibilità di essere testimone di vere immoralità la spaventava e l'intrigava contemporaneamente. Persa nei suoi pensieri, tremò quando Nic gli passò il dito intorno all'udito. Il campanello della sua voce era intimo. -Non lo provocare-lo notò. -Non l'ho provocato-ella disse, con voce soffocata, sorpresa che egli la credesse capace di quello. Nic rise per la cosa sotto e gli prese il naso. -Dovresti vederti il viso, duchessa. Come la tarma del racconto. Ma egli ed Evangeline ti mangerebbero evviva. Ella corrugò il cipiglio ma non discusse. Tutti li guardavano con interesse , domandandosi se sarebbero testimoni di un litigio tra amanti. La bionda di capelli arricciatura si stese comodamente sul sofà. -A me mi piace i suoi capelli-annunciò, come se qualcuno avesse detto nell'intimità che non gli piaceva-. Somiglia a quello di un agnello. Il suo commento ruppe la tensione nella sala. Sebastián rise, e la sua espressione aspra si trasformò nel vivo viso da un bambino. Tolse il bicchiere al suo accompagnatore. -Finì il vino per te, Lovey. Sei ubriaca. -Non è verità-ella disse con un bollito, ma si accoccolò contro lui quando lo baciò i capelli. Tenendo in conto quello preludio, la cena fu più gradevole di quella che Merry aveva immaginato. Cucina francese, accompagnata da vini della stessa origine. Quello sì, ancora migliore che la cena furono il, attenzioni che lo sperperò Nic. Come un cavaliere, gli faceva provare pezzi del suo piatto, gli toccava le guance e la mano, e perfino gli portò una delle cappe di Anna quando ebbe freddo. Il decoro non era la cosa più importante. Per una volta nella sua vita Merry si vide a sé stessa come una principessa, ed a Nic come il suo principe azzurro. Chissà fuori il vino, o il caldo che indovinava nel suo sguardo, o l'atmosfera sensuale del veglione, ma quello che Craven desiderava non sembrava oramai a Merry tanto strampalato. -Mi hai disperato-egli mormorò, al di sopra del bordo del suo bicchiere di vetro. Si era girato verso lei nella sua sedia, fino a che dare toccandolo le ginocchia. Quando Merry abbassò lo sguardo, vide che Nic riposava la mano sulla sua coscia, mentre col dito anulare toccava la curva di un'erezione inconfondibile. Si girò per guardarla quando ella soffocò un'esclamazione. Aveva voluto che ella lo vedesse che vedesse che era eccitato. Merry si sentì come se qualcosa di caldo e grosso fosse scivolato dentro il suo proprio sesso. Gli altri parlavano tra essi, pera se a qualcuno gli fosse stato successo guardare, si sarebbe reso conto di quello che faceva Nic. -È tutto tuo-disse, in un sospiro, mentre col pollice saliva e scendeva-. Ogni caldo ed affamato centimetro della sua longitudine. -Se è che io lo desidero-ella disse e, atto seguito, rovino l'effetto delle sue parole annegando molto con un sorso di vino troppo.

Egli gli diede alcune pacche nella schiena. -Piccola bugiarda-disse, provocatorio, vicino al suo udito Sai molto bene che muori per avermi dentro te. Le sue parole erano troppa verità per servire da consolazione. A giudicare dalle sue reazioni, si direbbe che al suo corpo non gli importava che la condotta di Nic fosse scandalosa. Quando arrivò di ritirare il dolce, Merry si sentiva quasi nauseato con la sua propria eccitazione. La tradizionale separazione tra uomini e donne dopo la cena avrebbe potuto offrire un respiro ma, apparentemente Anna non coltivava quell'abitudine. Si ritirarono insieme tutti al salone. Lì Nic la sedette sulle sue ginocchia e sfruttò per pressarlo le anche con portentosa manifestazione del suo interesse. Ella lo sentiva attraverso tutte le cappe del suo vestito, quasi poteva sentirlo attraverso la sua pelle. Quando Gerald Hill volle infiammare un'animo, le altre donne glielo proibirono con urla. -Neanche io oso fumare in casa di Anna-disse Leo Vandenberg, col suo falso accento austriaco. -E ha dovuto pagare per ciò-ella disse, dandogli un colpetto rabbonito nella spalla. Merry approfittò della risata della donna per affondare il viso nel collo del suo principe. Nic tese le braccia. Quando ella lo guardò agli occhi, vide che ardevano. Mocciosa insopportabile, egli pronunciò con sillabe mute, e lo baciò le labbra elettrizzate. Con la punta della lingua, lasciò una marca umida in lei. -Ahi-disse la donna bionda-, guardate i piccioncini. -I pappagalli-aggiunse il burlone di Sebastián, e Merry si vergognò. Col suo commento, convertiva quello che avevano appena fatto contemporaneamente in qualcosa sordido ed emozionante. -Mostrerò le dipendenze alle dame-suggerì Anna-. E mentre siamo assenti, voi cavalieri vedano se possono elevare i suoi spiriti. -Più vi converrebbe chiederci che eleviamo più sotto qualcosa reddito-lo corresse Sebastián, con quello che slegò le risate degli uomini. Anna socchiuse gli occhi guardando a Merry, come se le due appartenessero ad una stessa fratellanza. Merry si sorprese il pensare che non gli avrebbe importato appartenere alla stessa fratellanza che ella. Ma quello fu prima che Anna la portasse a sole alla biblioteca. Come il soggiorno, quell'era un posto dove un uomo si sentirebbe bene. In quello momento, faceva freddo perché il fuoco si era spento faceva momento. Merry si coprì con la cappa prestata e guardò intorno a suo. La sala era piccola, ma tratteneva una quantità sorprendente da libri. Del suolo al soffitto, erano ordinati in librerie, perfino ammucchiati in mucchi instabili vicino alle finestre. Alcune pantofole nere di uomo poggiavano davanti al ferro del fuoco. Il cerchio di ricamare che vide sul tavolo vicino al camino gli fece pensare che Anna li avrebbe ricamate. Quello sembrò a Merry un compito molto domestico per un'amante, ma Anna non era un'amante chiunque. Osservando l'arredamento antico e variopinto, giunse alla conclusione che quell'era l'angolo privato del compagno. -Suppongo che ti starai domandando perché ti ho portato qui-disse l'anfitriona. A Merry gli pungeva la curiosità ma sperò a che la donna si spiegasse. Anna si prese una piega del suo vestito di tessuto di velo Aveva la pelle di colore crema, i capelli di una tintura ribadisca brillante. Fino alle sue mani erano femminili, grassoccie e soavi con unghie ovali perfette.

Merry cercò di non immaginarli accarezzando la schiena di Nic. Finalmente, Anna parlò. -Non è il mio tema-disse-, ma tu sei giovane e si vede che ti lasci impressionare con facilità. La decenza mi obbliga a darti questo consiglio. -Merry continuava a stare in silenzio ed Anna lasciò scappare una risata enjundiosa-. Di accordo, chissà non sia tanto facile impressionarti come aveva pensato. -Vuoi notarmi circa Nic-disse Merry-, perché lo conosci meglio che io. -Da un mucchio di anni-disse Anna, con un sorriso amaro-. E mai, in tutti questi anni, è stato con una donna più di un mese. -Neanche con te? Era una domanda meschina, ma Merry non potè evitarlo. Nel viso di Anna apparve una durezza che prima non stava. -Neanche io-disse, con voce rimane, e Merry seppe che l'aveva ferita nel suo orgoglio. Sentì una punzecchiatura di vergogna. Se le circostanze fossero state differenti, gli sarebbe piaciuto che fossero amiche. Senza notare il suo dispiacere, Anna seguì. -So quello che dico-affermò-. E, benché supponga che non hai molta voglia che ti parli di ciò, faresti bene in diventare caso. Nic Craven è un autentico teschio. Non nego che sia un libertino affascinante o che possa essere gentile, ma non è il suo consegnare il cuore ad una donna. Neanche durante il momento che tardi a fottersila. Merry dovette fare provvista di serenità per dissimulare il suo pallore davanti a tanto scandalosa frase. -Hai ragione in quello del suo incantesimo-disse con la sua voce più gelida , la sua voce di duchessa-. Anche in quello della sua gentilezza. E, andando al sodo, quello sì, dato che fotte tanto bene, chissà una non dovesse lamentarsi se non consegna il suo cuore. Anna la rimase guardando e dopo esplose in una risata mischiata di stupore. -Dio, tu sé che hai branchie. Se non avesse visto come lo guardi, direbbe che Nic ha trovato il suo compagno. Ma tu sei una ragazza, Mary, una ragazza innocente di buon cuore e tutta la gentilezza di Nic otterrebbe solo farti soffrire il doppio. -Quell'a te non ti riguarda-disse Merry, desiderando raggiungere l'altezza della sua interlocutrice. -No-convenne Anna con un sospiro-. Suppongo che no. E chi sono io per notarti del pericolo che ti rompano il cuore? Al meno farà di te una donna. Era quello quello che faceva ad una donna? Merry non glielo aveva esposto mai così, ma chissà... Scosse la testa prima che l'idea potesse attecchire nella sua mente. No. La propria Anna aveva riconosciuto che Nic non gli aveva consegnato il suo cuore. Chissà la sua opinione era tinta per quella delusione. In qualsiasi caso, Merry non aveva nessuna intenzione di lasciare che l'avvertenza di un antico amante di Nic rovinasse il veglione più bello che non aveva vissuto mai. Per una volta, voleva essere la principessa che aveva sognato sempre.

Capitolo 7
Benché Merry avesse preferito ritornare a casa, un certo sentimento di dignità gli esigeva sopportare il veglione fino al fine. Col polso ancora distorto, ritornò al salone e si trattenne nella soglia. Si sentì meglio non appena vide a Nic, benché la sua posa gli sembrasse strana, trattandosi di un uomo in mezzo a quella compagnia. Era seduto nel suolo di fronte ad una sedia grande di cuoio, con le gambe allungate e la testa appoggiata nel cuscino vuoto. A Merry gli sembrò più elegante che mai. -Dovresti venire a Venezia con noi in marzo-diceva Sebastián-. Sicuro che potresti ottenere alcuni incarichi. -Ho l'esposizione in Tatling's in marzo. -Guarda per dove, un'esposizione in Tatling's. Per il tono di Sebastián, Merry dedusse che egli non aveva ricevuto un invito per l'esclusiva galleria di Londra. Ristretto su sé stesso e con un'aria vagamente selvaggia, Sebastián era seduto di fronte a Nic nel lungo sofà marrone. Appoggiava gli avambracci sulle ginocchia e, tra mezzo, aveva le mani prese. Sembrava inquieto ed insoddisfatto, ma anche vulnerabile. Con un sorriso gentile, Nic allungò una delle sue gambe e con lo stivale diede al suo collega artista un lieve colpo nello stinco. -Aspetta alcuni anni, caro amico. Per allora, le gallerie staranno litigando per esporre la tua opera. -Mi piacerebbe già essere tanto sicuro come te-disse Sebastián, scuotendo la testa. -Já-abbaiò Evangeline-, a me mi piacerebbe credere che ho un'opportunità tra mille che qualche giorno mi lascino esporre, ma sappiamo già quello che pensa la gente delle donne pittore. -Tu anche macchie? -inquisì Merry. Tutti la guardarono sorpresi, come per affrontarlo la sua condizione di estranea. -Al meno quello dice mia nonna-disse Evangeline, dopo una pausa breve e scomoda. -Ed io anche-aggregò Nic, con lo stesso tono gentile che aveva utilizzato per dare coraggi a Sebastián. -Io ho detto sempre che tu sei una promessa-affermò Gerald che si sentiva a tutte luci offeso perché l'ignoravano. Evangeline gli lanciò un sguardo carico di ira che traduceva perfettamente quello che pensava della sua opinione-. E bene, lo dico sul serio-insistè Gerald. Il compagno scambiò un paio di smorfie mentre Nic egli verso un gesto a Merry affinché si avvicinasse, dando colpetti nella sedia del suo lato. -Siediti con me-disse, con una voce calda e roca che dissipò tutta l'inquietudine di Merry circa la sua appartenenza a quello gruppo-. Ho sentito la mancanza di te. Frenando l'impulso da guardare alla sua periferia per vedere se Anna stava la cosa abbastanza

recinto per sentirla, Merry scivolò nella sedia col suo stretto vestito porpora, ed ottenne che Nic lasciasse riposare la testa nelle sue ginocchia. Egli la guardò sorridendo, con occhi languidi ed ammanta e finse che lo mordeva la gamba. Merry pensò che anche quell'era una dimostrazione della sua vittoria. Chissà ella non gli importava più che altre donne, ma si lusingava a sé stessa pensando che, almeno, gli importava tanto quanto esse. -Dove sta Anna? -inquisì Sebastián, con l'atteggiamento di chi desidera incoraggiare un veglione-. Credo che necessitiamo che qualcuno ci racconti una storia. Anna scelse quello momento per la sua riapparizione. -A quello lo è chiamato essere cara dura. In primo luogo, vi preparo la cena, dopo volete che canti per pagarla. -È stato il cuoco francese di Leone quello che preparò la cena-lo corresse Sebastián—. E, come anfitriona, sei obbligata ad intrattenere i tuoi invitati. Invece di contraddirli, Anna diventò verso Leone. Il decano degli invitati era seduto nella poltrona vicino al camino. Era evidente che quell'uomo era soddisfatto con le comodità della sua vita. Sembrava incantato di partecipare a qualunque sciocchezza che fossi successo agli eccentrici amici del suo amante. -Che sia come tu voglia, amante-disse-. Sai già che godo sempre delle tue storie. Quell'approvazione di Vandenberg fu decisiva per Anna. Si impuntò all'altro lato del tappeto turco, un pezzo di audace design di rossi e marroni oscuri, e si accomodò con le sue generose curve tra le braccia del banchiere. Il fuoco si rifletteva sul suo chignon, un fuoco di legna che odorava gradevolmente di cedro e foglie di autunno. -Di accordo-disse, adottando la posizione più adeguata-. Vi racconterò la storia della regina delle fate ed il pastore calentorro. Nonostante la gelosia che Merry sentiva verso i numerosi incantesimi di Anna, e nonostante l'idea che qualche giorno li aveva utilizzati con Nic, la prospettiva di ascoltare qualcosa di audace le fece stare attenzione e scivolò verso il bordo della sedia. Nessuno dei suoi fratelli aveva dimostrato avere inclinazione per i libri scandalosi , né per qualunque altro tipo di libri, a dire il vero, e da tempo Merry desiderava dare mano di uno, benché non fosse più che per scoprire se i suoi autori sapevano qualcosa più che i ragazzi della stalla. Quando l'anfitriona cominciò, Merry ascoltò con l'alito contenuto. -La regina Mab-disse Anna-, non era nessuna marionetta nel trono. Governava le fate con volontà di ferro ed occhio di aquila. Nessun dettaglio era troppo piccolo affinché ella non riflettesse su lui, nessun compito troppo umile per le sue mani delicate. Così fu che quando un pastore ed il suo gregge si avventurarono in terre proibite, Mab abbandonò subito il suo bel palazzo con incrostazioni di perle per andare ad indagare che cosa passava. "Orbene, come tutto il mondo sa, alcuni fate sono grandi come voi ed io, mentre altre sono piccole, come funghi incantati. Mab era del genere più grande, ed una delle fate più belle che non erano esistiti mai. Aveva i capelli neri, gli occhi verdi, e petti nivei come quelli di una colomba. Le sue ali brillavano con l'arcobaleno che si formavano nelle gocce della rugiada quanto do captano la luce. Come è naturale, non poteva permettere che un essere umano fosse testimone della sua gloria, cosicché quando si avvicinò all'intruso si dotò di una formula magica per nascondersi al suo sguardo. -Essere invisibile-interruppe Sebastián, burlone-. Immaginavi che potrebbe godere un uomo

dotato di quella condizione. Evangeline lanciò un sbuffo e socchiuse gli occhi, ma Anna ignorò allo stesso modo ai due. -Il pastore che niente sospettava, faceva un pisolino sotto un melo, senza dubbio annoiato per i suoi compiti. Mab riuscì ad avvicinarsi Lei a lui ma badando a non svegliarlo. -Ed era un pastore bello-disse Merry che cominciava a verso dove conduceva la storia. -Molto bello-convenne Anna, e lanciò a Merry un sguardo carico di freddezza-. Aveva alcuni riccioli colore grano ed una fragranza come il fieno in estate. Naturalmente, Mab non si innamorò di lui. Una fata che consegna il suo cuore ad un essere umano deve rinunciare ai suoi poteri. Tuttavia, sentì immediatamente un'intensa lascivia. Come non sentirla? Il pastore era tanto premiato come quella statua di Michelangelo che c'è nel Louvre. -Spero che migliore dotato-disse Nic, mentre si sfregava la nuca contro le gambe di Merry. Incapace di resistere, ella lo pettinò il capello con le dita. -Molto meglio dotato-gli assicurò Anna-. Non voglio insinuare che Mab facesse qualcosa di tanto audace come disordinare i vestiti al pastore ma, rozza dire che, prima di lasciare al giovane addormentato, conosceva ogni angolo della sua pelle, tanto rilassato come preparato per altre cose. Vedrete, la fata era tanto agganciata di lui che gli inviò un sonno di sé stessa, vestita con la sua tunica magica e trasparente, i suoi capezzoli come due ciliegie, le sue curve e fessure una meraviglia che nessun uomo potrebbe contemplare senza mostrarsi all'altezza dell'occasione. In quello sonno, ella lasciava che lo baciasse un petto e fino ad introduceva la sua mano di avorio nel tenero cavallo del pastore. " Quello sì, quello fu l'unico contatto che si permise. Il pastore non si era vinto il diritto a nient'altro, neanche in un sonno. -E quando si svegliò? -domandò Sebastián in attesa. Anna sorrise. -Quando si svegliò, credè avere tra le gambe un martello. Nessun mortale aveva sofferto mai di tale erezione. Quello batteva come se fosse il cuore dell'universo, lungo e grosso ed al rosso vivo come la fucina di un fabbro. " Trattandosi di un tipo socievole, e senza notare che il suo sonno era stato un'autentica visitazione della fata, il pastore girò a casa zoppicando, ma non appena potè, prese alla prima lattiera che trovò e procedè a batterla fino a farla schiuma dietro la taverna del villaggio. -Mi immagino quello che penserebbe Mab di quello-intervenne Nic, sfregando la testa contro la gonna di Merry. Mentre Anna parlava, egli aveva raccolto le ginocchia, e Merry sospettava che si era eccitato già. Lei stessa sentì che si vergognava e gli accarezzò le vene del collo. Quando vide che egli chiudeva gli occhi per un momento, interpretò il gesto come una ricompensa. -Non gli piacque niente-disse Arma-. Lì stava, la regina delle fate che si era degnato rivelare a quello mortale i suoi incantesimi segreti, ed egli andava e rovesciava la lascivia che ella aveva svegliato in lui con la prima che trovava. " Accecata per la furia, Mab lo maledisse. Mentre il pastore si affannava sulla donzella ansimante, la regina forgiò la sua vendetta. Giurò che a partire da quello momento, quello gañán, per molto caldo che stesse , non conoscerebbe il fine del piacere fino a che restituisse la sua lascivia a chi gli corrispondeva.

-Ahi-disse Gerald. -Lo credo già, ahi-convenne Anna-. Sotto gli effetti della maledizione , il povero uomo osservò che il suo poderoso strumento non decadeva nella cosa più minima. Al contrario, aumentava in volume ed in appetito. Quando arrivò già quello momento, la donzella, sazia, cercò di allontanarsi da lui con disgusto. Impazzito per il desiderio, il pastore calentorro cercò sollievo in tutte ed ognuna delle donne del villaggio. Giovani, vecchie, belle o brutte, egli affondava la sua spada in tutte le guaine. Senza speranza. La maledizione della fata si era fatta realtà. Poteva dare piacere, perfino riceverlo, ma il piacere ultimo stava per sempre fuori della sua portata. " Alla fine, le donne si nascondevano quando lo vedevano venire. Quelle donne avevano scoperto che un amante davvero instancabile non era niente gradevole. " Contrariato per il suo strumento, il pastore cercò di alleviare il male per i suoi propri mezzi. Passò ore sfregandosi l'enorme fallo fino a che temè tanto per questo come per il suo braccio. Mi hanno gettato "un maleficio", concluse quando, esausto, ebbe un momento di lucidità. "Quella fata che vidi nel mio sonno è dovuta essere reale. Chi sa se ritornando a quello che faceva quando questo cominciò, chissà torni a trovarla e supplicarlo che mi liberi." " Mantenendosi fermo in questo proposito, il pastore, zoppicando perfino peggiore che prima, ritornò sui suoi passi fino al monticello incantato. Tornò a stendersi sotto il melo e nuovamente, benché senza troppa speranza, riuscì ad addormentarsi. Il suo sforzo fu ricompensato perché, non appena chiuse gli occhi, girò la regina delle fate. Abbagliato per la sua bellezza, il pastore sognatore cadde di ginocchia. Sapeva che aveva trovato la fonte del suo tormento. Tra le sue cosce tremule, il suo membro ronzava come se in lui abitasse un nido di vespe impazzite. " Perdonami, regna di tutte le regine-supplicò il pastore-. Non sono degno di baciare i tuoi piedi meravigliosi. Se mi dici come ti ho offeso, farò quello che operi in mio potere per rimediarlo. " Naturalmente, Mab non era niente compiaciuta vedendo che egli non indovinava che cosa aveva fatto, ma sapendo come sono costituiti gli uomini, ed impressionata per la sua umiltà, si impietosì di lui. Devi darmi quello che hai sprecato in altre donne", disse, "e non fermerai fino a che io l'ordini." " Il pastore che a fatica otteneva credere nella sua fortuna, cadde immediatamente sul suo bel boia. Come gli bruciavo la pelle quando lo strappò quelli paramenti vaporosi! E come gli rimbombavo il cuore quando ella lo strinse contro i suoi petti! Il suo appetito crebbe e raddoppiò pensando che finalmente potrebbe consumare quello desiderato piacere. Non appena affondò la sua bacchetta ardente nella sua tenera grotta, la fata pronunciò le parole che disfavano lo scongiuro. In quello momento , il pastore seppe che poteva godere ma, avendo smesso di essere l'ignorante che era, ricordò l'avvertenza di Mab. Non doveva fermare fino a che ella glielo permettesse. Non dubitava che se falliva, quella creatura vendicativa tornerebbe a lanciargli un maleficio e, molto possibilmente, peggiore che in primo luogo il. Facendo stridere i clienti e tremando con lo sforzo, dato che stava per raggiungere il climax, quello premiato e giovane pastore si diede interamento all'altezzosa regina. -Finalmente, dopo numerose occasioni in che si era prodursi quasi la fatale conclusione, ella sospirò di piacere e tremò nelle sue braccia. "Ora", disse, alzando le sue nivee anche contro quelle dal pastore, "ora puoi reclamare il tuo premio." " Il pastore non poteva sperare né un secondo più. Con un ruggito che scosse la terra, sfruttò per liberarsi, rovesciando il suo seme accumulato come tante gocce di fuoco. Il piacere fu inimmaginabile,

poiché la fata l'aveva magnificato con una delle sue formule magiche. La crisi lo lasciò esausto, quando finalmente passò. Appena aveva forze sufficienti per aprire gli occhi. Sapendo che il pastore non poteva possederla, la fata si staccò dal suo abbraccio. " "Così" imparerai, disse, "a non sprecare in una donzella la passione destinata ad una regina." Gerald fu il primo a riprendersi dal silenzio che si era abbattuto sul salone. -Valoroso! -esclamò, applaudendo sonoramente-. Non eri stato mai tanto sublime. Anna rispose con un'inclinazione quando tutti si fecero eco di quella lode. Anche Merry applaudì, benché ora che l'incantesimo si era rotto, non sapesse bene dove guardare. Non voleva che gli altri riflettesse sulla sua espressione, ma non resistè alla curiosità di domandarsi come li aveva colpiti il racconto. Sapeva che aveva colpito Nic, perché la mano che sosteneva la sua era umida e caldo. Mi ha infettato, pensò. Non tarderebbe troppo a diventare tanto depravata come lui. Ancora così, nella sua reazione c'era qualcosa più che eccitazione. Nonostante la cosa assurda della storia di Anna, ella si rattristò. Due persone che avrebbero potuto unire i suoi cuori avevano perso la sua opportunità. Una per orgoglio e l'altra per lussuria. Sarebbe quell'il destino che l'aspettava se si avventurava nel mondo dei piaceri carnali? Non poteva continuare oramai a dire "sé", poteva dire solo "quando." Per bene o per male, egli l'aveva conquistata. Peggiore ancora, era evidente che egli lo sapeva. Girando si ferma sorridergli, Nic si portò le sue nocche alle labbra. -Preparata per andarci? Merry vacillò e dopo assentì, arrossita. Come di abitudine, egli sapeva che, in realtà, ella aveva risposto ad un'altra domanda. Il trionfo brillò nei suoi occhi colore fumo. In quanto a lei, sperava con tutto il suo cuore che fosse un trionfo che potessero condividere.

Capitolo 8
Naturalmente, non potevano andare via subito. Nic sapeva che Merry non si sentirebbe comoda se i suoi amici si mettevano ad osservare sul motivo della sua partenza. In modo che sperò, con un'impazienza che gli bruciava, e bevve un ultimo bicchiere di sherry. Sentì un enorme sollievo osservando che il rossore di Merry non menomava quando arrivò il momento di alzarsi e distendersi. Lo fu supposto che poteva sentire il suo corpo ronzando di attesa. Merry non aveva attraversato né un solo sguardo con lui da quando Anna finisse il racconto e, curiosamente, quello l'eccitava ancora più. Sapeva che ella preferiva dissimulare l'appetito che batteva nel suo sguardo. Salutarono gli invitati e Nic le fece uscire per la porta con tanta fretta come permetteva il decoro, chissà qualcosa più. Anna lo guardò corrugando un sopracciglio vedendolo partire, ma a lui, francamente, gli dava uguale. Per una volta, sapeva come si sentivano le sue donne. Doveva possederla. Quella notte. In quello stesso momento. Perfino prima, se l'ottenevano. La prese nelle braccia non appena si chiuse la porta, e ringraziò che il buono di Max si fosse presentato già con l'automobile. Quasi la lanciò sul sedile più stretto. -Nic! -ella esclamò atterrando. Egli la seguì subito, e la prese affinché si sedesse di lato sulle sue ginocchia. L'interno dell'automobile era gelido, il corpo di Merry caldo. Merry, stordito, lasciò cadere le mani e li mise nel petto di Nic che era dove dovevano stare. Toccandolo dappertutto. -Baciami-egli disse-, il mio Dio, oh, Dio, dammi la tua bocca. Troppo ansioso per sperare a che ubbidisse, gli prese la testa e schiacciò la sua bocca contro le labbra di Merry. Ella ebbe un soprassalto ma non resistè, e Nic si sentì disperato, come se la passione di quello maledetto pastore ora fuori la sua. Le labbra di Merry erano soavi, aperte. Egli pressò verso l'interno e la reclamò con la lingua. Assaggiò contemporaneamente in lei il vino e la lussuria, il rosso carminio ed i violini vibrando nell'aria. La sua gola si chiuse in un gemito. Più dentro, pensò e dopo, maledetta sia, potrebbe divorarla. Era un bacio grossolano, ma la sua moderazione abituale era sparita. Alleviato, comprovò che dopo un primo momento di sorpresa e rigidità, Merry gli restituiva il bacio, con le sue braccia magre e forti prendendolo la testa ed il petto, con la sua lingua contemporaneamente dolce ed affamata. A Nic il cuore gli batteva sboccato. Era un bacio tanto gradevole. Troppo gradevole. Merry l'attrasse faceva la sua bocca come se non potesse sperare a che egli la prendesse. Quando egli si applicò con la stessa forza, sospirò con un'accettazione che fu come un canto di allegria. Merry sentiva la stessa cosa che egli, desiderava la stessa cosa. Per la mente di Nic passavano volando le immagini, cose che aveva visto quando la dipingeva e che ora voleva vedere nel letto. Il suo rossore. I suoi petti. La curva delle sue natiche. Toccarla... Avere quello diritto... Appena era capace di pensare. La desiderava tanto che gli doleva. Il chignon di Merry si disfò. Con un grugnito di piacere sensuale, egli gli strappò le pinze e

l'affondò le mani in quella massa di riccioli. I suoi capelli erano freschi ed ispessisco. Arrivando al cuoio capelluto, lo sfregò, affascinato per l'alito di Merry che rimaneva acchiappato nella sua bocca, per il suo collo che sembrava perdere il suo orgoglio allungato. -Merry-disse, con voce roca-, sai quello che provochi in me? Ti immagini come sono di pazzo per possederti? Non poteva sperare più. Si tolse il cappotto a tirate e si aprì i pantaloni ingrossati. Di tra le pieghe del tessuto inumidito per il sudore, apparve la sua erezione. Nic era carico ed indurito come il ferro per l'eccitazione. Quello membro lungo dolente cadde contro il velluto che copriva le cosce a Merry. Ella sentì una vampata toccando il peso palpitante. Come per arte di magia, sentì che le guance gli ardevano coi suoi baci. Nic non volle toglierlo il guanto. Attonito, Nic vide che ritirava la mano. -Toccami-disse-. Voglio che mi prenda la verga. -Ma il conducente! -Al diavolo col conducente. -Ma... Egli la baciò per farle tacere. Era troppo vicino ad ottenere quello che anelava affinché gli importasse che qualcuno li vedesse. In qualsiasi caso, Max era troppo bene allenato e non si girerebbe per guardare. Affondando sempre di più nel desiderio, Nic soffiò il suo alito caldo nel vuoto del suo collo e si sentì nella gloria sentendo il suo sospiro. La dolce fragranza di Merry era un miscuglio di vaniglia e donna, di sudore e muschio. Desiderava assorbirla con tutto il corpo , possederla per ogni poro. Lasciò cadere la mano per la manica del suo cappotto e gli prese il polso. -Venga, Merry. Voglio sentire la tua trippa nella mia pelle. -Nic-ella disse, soffocando una risata-, se neanche siamo usciti di casa di Anna. Stiamo ancora nell'entrata. Egli lanciò un altro improperio, più enjundioso, e cercò di rasserenare la sua respirazione. Molto prima che questa si calmasse, battè nella finestra per svegliare il conducente assopito. -Max-ordinò-, portaci a casa. E che Dio si impietosisca della tua anima se ti trattieni per qualche motivo. Merry continuava a ridere quando l'automobile cominciò ad avanzare. -Si suppone che non avresti dovuto dare ti conta-egli disse, tanto contrariato per la sua discrezione come compiaciuto con la maniera desiderosa con che ella gli accarezzava i baveri. Merry lo lasciò cadere le mani per la nuca e li intrecciò sotto la sua chioma. -Si suppone che dovrebbe essere traboccata per la passione. -Sì-egli rispose, con un sbuffo. Ella inclinò la testa per guardarlo, col viso nella penombra ed una lucentezza negli occhi allegri. -Torna a baciarmi e vedremo se mi supera la passione. Egli si scosse ma fu incapace di muoversi. -Se torno a baciarti, ti possiederò dentro l'automobile. Riconosco che mi piacerebbe molto farlo, ma non è quello che aveva pianificato per nostra prima volta.

-Con che l'hai pianificato. ehi? -Solo dal momento in che ti vidi. Merry emise una specie di gorgorito di piacere, un suono che egli non aveva sentito mai, un suono che emetterebbe solo una donna molto sicura di sé stessa. La sua musica l'avvolse nel suo calore interno. Voleva, doveva vicino essere più, e l'alzò le gonne e la girò fino ad averla di fronte a lui ecceda le ginocchia. Merry rimase a cavalcioni, con le ginocchia ad ogni lato delle sue anche, senza potere arrivare più lontano dovuto allo schienale del sedile di cuoio. Egli scivolò verso davanti per avvicinarla ancora più. Così Oh, stava meglio. Il suo vestito era tra tutti e due un ostacolo, ma sotto quello le calzamaglie fermavano solo la pressione della sua carne impazzita. Il caldo di Merry si accodarsi attraverso il tessuto, un caldo umido, profumato per la sua eccitazione. Nic sapeva che se arrivava a toccarlo, non si tratterrebbe. Al contrario, sperò a che ella lo toccasse. Merry lasciò cadere le mani. Delle spalle alla vita. Si riposò i pollici ad ogni lato dal suo addome. Lo guardò l'erezione, sollevandosi grossa e portentosa tra essi, la sua superficie palpitante accesa per scintillio, della luce specchiata per la nebbia. Si morse il labbro ed allora avvicinò la mano, la mise nella curva ascendente dietro il prepuzio. Col pollice lo sottomise e dopo strinse. Egli si tese, agitato, e lasciò scappare un grugnito. Sentì che quella pinza era sorprendentemente gradevole nella sua nudità. Ancora Merry aveva messi il guanto, di capretto, e la pelle era soave, le sue cuciture una sfregatura provocatoria. Più tardi, pensò. Più tardi la denuderò fino al midollo. Con la punta delle dita, Merry accarezzò il gonfiore, come se premesse la corda di un'arpa. -Se non vuoi baciarmi-disse ella-, potrò baciarti io a te? Nic non ebbe forze per pronunciare una risposta, solo un sospiro mischiato con un grugnito. Ella rispose sfiorando le labbra sulla sua bocca. Quell'era il bacio che aveva sognato il giorno che ella apparve nella porta della sua casa. Un bacio dolce, lento. Le sue labbra erano sussurro in contatto con la sua bocca, dopo una pressione, dopo un'esplorazione timida ed umida che non si avventurò oltre la delicata superficie delle sue gengive. Egli tremò con quello solleticamento setoso, sopportando tutto quello che poteva, mentre gli ero accelerato la respirazione ed il membro l'ero scosso. Non voleva spaventarla, ma erano tanto sboccato il suo polso che cominciava a tremargli la pelle. Merry non gli aveva toccato l'erezione. L'aveva lasciata per accarezzargli il viso con mani tenere, fino a che perfino quella carezza si trasformò in scarichi che lo scuotevano i nervi. Non poteva oramai più. -Più-disse, quando ella cominciò a baciarlo la mandibola. Gli accarezzò il collo al di sopra del cappotto-. Apri si fermi io. Lasciami provare il tuo sapore. Ella sentì che il polso gli indeboliva quando egli gli fece alzare il viso verso lui. I suoi occhi erano enormi, insicuri, ma a lei non gli importava. -Così-egli mormorò, e si introdursi nella cosa profonda, volendo annegare in lei, volendo bere di lei. Nic sospirò, un sospiro lungo e grave, ed ella rispose col suo. Merry spostò le mani del viso di Nic fino alla sua schiena, avvolgendolo come egli l'avvolgeva. Il piacere di quello semplice abbraccio lo sorprese. Nonostante l'urgenza della sua necessità, si sentì sospeso in quello momento, felice di passare nelle sue braccia le ore che rimanevano fino a che spuntasse l'alba. Allora le ruote dell'automobile smisero di scricchiolare sulle pietre di quello verso l'entrata ed una

tensione differente si impadronì del corpo del suo accompagnatore. -Stiamo in casa-sussurrò Merry. Nic non si mosse eccetto per leccarlo la parte superiore del labbro. -Sei nervosa? Ella assentì socchiudendo alcune ciglia timide, egli quale aumentò il tormento interno di Nic. Non sapeva che cosa gli doleva più, se il suo rossore di adolescente o la sua audacia. Lo lasciò cadere le mani per la schiena fino ad arrivare alla parte superiore del sellino. -Questa volta non penso lasciare che ti penta-lo notò-, ma ti rallegrerai di avere ceduto. Ella rimase a bocca aperta davanti alla sua sfacciataggine. Quindi sciolse una risata. -Preparati i vestiti-ordinò, con la respirazione interrotta ed un pizzico di rimprovero. A meno che voglia che i tuoi domestici vedano di te più di quello che dovessero. Egli sorrise con le sue parole, fece quello che ella gli consigliava e di un calcio aprì la porta dell'automobile. Nic la prese in braccia per attraversare la soglia come una principessa di un racconto di fate. La casa era vuota a quell'ora della notte, la tenue luce di gas ardeva al minimo, le ombre erano quiete. -Leggera come una piuma-disse ridendo, cullandola nelle sue braccia mentre la portava su dalle scale. A Merry quelle scosse gli fecero battere il sangue nelle vene. Per leggera che fosse, se egli poteva sostenerla così, era perché era forte. Il ricordo del suo petto nudo lo fu colato nella mente. Gli prese il braccio e lo palpò i muscoli attraverso la camicia. Si domandò come li era riusciti, dato che non l'aveva visto mai praticando niente che somigliasse all'esercizio. -Finalmente-disse, passando di lato la soglia della sua porta-, ho al mio dolce Godiva dove la voleva. La luce del corridoio illuminava gli oggetti più vicini della camera da letto. Lo sguardo di Merry si fissò nel suo letto giapponese, una dei cui angoli spuntavano dell'ombra. La porta si aprì di pari. Ella sentì che la tensione si impadroniva del suo corpo. Il letto sembrava grande come un campo di cricket, le colonne erano lance, il copriletto un campo immacolato di neve. Si vide a sé stessa tesa, impalata come un soldato agonizzante e, senza volere, tremò nelle sue braccia. Egli rise e la baciò nella tempia. Merry pensò che la tirerebbe sul letto e si scaglierebbe su lei. Quell'avrebbe desiderato, in realtà perché non voleva pensare troppo a quello che l'aspettava. Ma egli la portò fino alla stanza da bagno contigua e la lasciò. Infiammò un'animo per lei e gli accarezzò i capelli sciolti. -So che sei un po' timida-disse,-. Fa' quello che voglia per sentirti comoda. Io spererò. Tutta la notte, se è necessario. Merry sperava che la luce fosse la cosa abbastanza debole per non illuminare quella subitanea umidità nei suoi occhi. Anna aveva ragione. La sua gentilezza era un pericolo. -Suppongo che non tarderò tutta la notte-disse, col tono rabbonito che potè-. Una cosa è la timidezza, un altro molto differente è la pazzia. Egli rise mentre retrocedeva.

-Tutta la notte-ripetè. Il grugnito con che salutò prometteva completamente differente. A sole con sé stessa, Merry si tolse i vestiti e si lavò mentre cercava di dominare il tremore delle sue mani. Ella voleva questo, l'amava egli. Chi migliore che Nic per introdurrla ai segreti della camera da letto? Soprattutto, non poteva girare sulla sua parola dopo avere detto che cederebbe. Donna o no, sarebbe un gesto che non aveva niente di rispettabile. Non c'è niente da temere, si assicurò a sé stessa. Dopo quella notte, ella non poteva dubitare che egli la desiderava. In quello, almeno, erano uguali. Per un momento si domandò se egli sospettava quello della sua verginità. Chissà dovesse fingere che in realtà non era stato desvirgada. Naturalmente, se egli sapeva che era vergine, può che non volesse possederla. Chiuse con forza gli occhi e scosse la testa. La cosa ultima che necessitava era complicare ancora più la sua bugia. Inoltre, di credere quelle avvertenze esasperanti di sua madre, non aveva perché preoccuparsi. Era salito a troppi alberi e cavalcato troppo a lombi di un cavallo per non tirare fuori di ciò qualcosa più che l'ignoranza di una vergine. La mancanza di esperienza, si corresse con un alito fermo e deciso. La vera ignoranza aveva smesso di essere un problema da quando aveva dodici anni. Lascerò che prenda l'iniziativa, pensò, e non si renderà conto.

Egli gli aveva detto che spererebbe, ma non era facile. Era come se avessero passato ore da quando le aveva lasciato tremando nel suolo di mattonelle blanquiazules di Delft. All'improvviso, aguzzando l'udito, percepì la sfregatura della seta ed il lino e dopo, il rumore dell'acqua nel bagno. Infiammò alcune animo, non troppe, e piegò il copriletto. Le lenzuola erano fresche ed odoravano della lavanda della signora Choate. Lei tolgo il cappotto, le scarpe ed il gilet, lisciandoli sullo schienale di una sedia come se fosse la pelle di una donna. Questa notte portava una delle sue camicie di poeta, con plissettato e volanti nel pugno. Se la sbottonò fino al petto e si trattenne. Senza notizie di Mary. Lei porto la mano al diaframma e si calmò a forza di volontà. Aveva fatto la cosa corretta, lasciandola che si preparasse. Ella non cambierebbe opinione. E se così fuori, voleva dire che quella notte non era l'indicata. Poteva sperare sempre. Il mio Dio, implorò, lanciando un sguardo alle modanature del soffitto. Te lo supplico, non mi fare sperare. Il mio Dio, implorò, lanciando un sguardo alle modanature del soffitto. Te lo supplico, non mi fare sperare. Si sentì la chiusura della porta e Nic si girò. Merry si era tolto i vestiti. Fino all'ultimo capo d'abbigliamento. Aveva perfino all'indietro i capelli cacciati, e le spalle quadrate in quella maniera provocatoria che era arrivato ad affascinarlo a lui. Con tutta la cosa divertita che gli sembrò, la visione di Merry gli strappò l'alito e si lasciò cadere all'indietro sul bordo dal letto. In piedi, immobile, era tu una visione magica, una fata di un altro mondo con la luce che danzava sulle sue curve magre e femminili ed i suoi petti eretti ed incoronati di rosa. Il triangolo di peluria tra le sue gambe brillava come prego dell'antichità. Egli volle affondare le dita,

frugare in lui ed ammirare il suo tesoro. L'invitò ad avvicinarsi, sorridente, con un gesto di fiducia. Ed ella avanzò due passi. -Non hai perché guardarmi di quella maniera-ella disse-. Tu l'hai visto già tutto. Egli sorrise e scosse la testa. -Non di questa maniera. Sapendo che pronto starebbe con te, no. Ella si morse il labbro e si trattenne, benché la cosa abbastanza recinto affinché egli gli prendesse le mani e l'attraesse fino alle sue cosce aperte. Merry tremava. Egli l'accarezzò dai polsi fino alle spalle, sperando di scaldargli qualcosa più che la pelle. -Non avere paura-disse, sostenendo il suo sguardo pieno di in quiete-. Fare l'amore con me non sarà come farlo con... -balbució, e stette in silenzio, perché non voleva che Merry ricordasse- Sarà un piacere, Mary. Per i due. -Così l'aspetto-ella rispose, con un filo di voce-. Non ho troppa esperienza. Quella confessione lo commosse. Che ella albergasse dubbi sul suo piacere era abbastanza ridicolo. A quelle altezze, benché fosse vergognoso riconoscerlo, egli avrebbe goduto benché ella non facesse nient'altro stendersi ed aprirsi di gambe. Ridendo silenziosamente davanti agli abissi della sua propria lussuria, Nic occultò il viso tra i petti di Merry. Erano pura seta in contrasto con la sua barba di un giorno, alcuni petti piccoli e fermi e degni di essere baciati. -Ahi, Mary-egli grugnì, e lo lasciò cadere le mani per la schiena, godendo della perfetta soavità della sua pelle, l'unica esperienza che necessiti è quella che faremo insieme. Ella rimase senza alito quando egli avvicinò le labbra al suo capezzolo e di nuovo quando lo lasciò cadere le mani per la schiena fino ad arrivare al posteriore. Era una festa per i sensi, la sua pelle di raso, i suoi muscoli fermi. Nic cominciò a succhiarla lenta, provocatoriamente, facendo vibrare quello sasso, soave come il burro, con la lingua. Quella maniera di ritorcersi e tremargli fece sospettare a Nic che non l'avevano toccata mai di quella maniera. E chissà era verità. Chissà egli era il primo che si permetteva quella battuta d'arresto. -Nic-ella disse, quando egli gli accarezzò il vuoto dietro le ginocchia che ella sentì indebolire-. Nic, voglio che anche tu ti denudi. Egli si incorporò tanto bruscamente che retrocedendo ella perse quasi l'equilibrio. -Non fare quello-gli litigò-. Ho bisogno di un po' di spazio. Egli aprì le braccia simulando innocenza, con quello che si guadagnò un sorriso di avvertimento. -Braccia sopra-ella ordinò, e lo lasciò cadere le mani sotto la camicia-. Non capisco perché non ti sei messo i tuoi fattorini americani questa notte. Egli non potè evitare una risata. Era un mistero, ma il suo cattivo umore lo faceva felice. Si inclinò in avanti affinché ella tirasse della camicia al di sopra della sua testa. I pugni rimasero arricciature nei polsi e lei sciolse un'imprecazione di lupo di mare mentre si impegnava a slacciarli. La sfregatura delle sue dita, come la maniera si mordeva il labbro superiore, concentrata, trasformò la respirazione di Nic in sbuffate di locomotiva. Nic voleva tornare a baciarla, voleva penetrare ognuno dei suoi orifizi. Aveva il petto inumidito quando ella si avvicinò ad accarezzargli i capelli, un gesto che l'obbligò a mettersi in punta di piedi. Nic non era nessun gigante, ma ella lo faceva sentirsi come se lo fosse. I suoi petti si agitarono, tentatori, prima che facesse indietro un passo per studiare quello

che aveva messo al nudo. -Hai ragione-disse, appoggiando un dito sulla mandibola-. È verità che hai ora un altro aspetto che ti possiedo. Sciolse una risata gioconda ma pronto rimase soffocata quando ella diede mano della cintura dei suoi pantaloni, -Abbi curata duchessa-egli notò-. Non volessi pizzicare qualche oggetto prezioso coi fattorini. Ella si trattenne immediatamente e dopo fece scricchiolare la lingua quando si rese conto che scherzava. Tardò poco a disfarsi della salopette, come se il gesto gli fosse familiare, per non dire gradevole, in questioni di togliere i vestiti ai cavalieri. Quell'era una contraddizione più in quello puzzle che era Mary. Avrebbe fratelli minori?, osservo egli. O chissà erano i suoi lavori della lavanderia. Ebbe l'impressione che non aveva lavorato sufficiente tempo in casa di Monmouth per familiarizzare con quelli compiti. Neanche poteva dubitare quando ella affermava che non aveva esperienza. Al meno, non credeva che potesse dubitare. Con la stessa inquietante efficienza, ella tirò del tutto fino alle caviglie ed alzò lo sguardo dal suolo. Nic era teso. Normalmente non preoccupava per il suo corpo. Troppe donne l'avevano lusingato affinché perdesse il tempo in quello. Tuttavia, quando Mary inclinò la testa ad un lato e lo studiò, egli si rese conto che egli aspettava la sua approvazione. Naturalmente, stava la cosa abbastanza indurita per sembrare lusinghiero, chiunque fosse l'opinione di Mary di quella particolare configurazione del suo sesso. Ora si sentiva nelle nuvole, come un adolescente toccando per la prima volta alcuni petti femminili. La punta gli batteva, giusto sotto il glande, ed il prepuzio stava tanto teso all'indietro che egli si sentì come se l'allungassero in due direzioni. Quando Merry lo lasciò cadere la mano per quello verso l'alto, il suo scroto rispose con un sussulto, eccitato. Egli pensò che chissà lo toccherebbe, o sperava che lo toccasse, ma Mary si trattenne nell'anca e seguì la curva dell'osso. Lo girò a sentire quell'asprezza che gli bruciava. Una sensazione di scarichi caldi lo fu rovesciato dalle gambe. -Avresti dovuto infiammare più animo-disse-. Appena posso vederti abbasso questa luce. Quando egli fiume, il ventre fu agitato all'unisono col membro, Nic le fece alzarsi e la baciò. -Li infiammerò tutte-disse-Accenderò fino all'ultima candela che abbia. Nic la strinse nelle sue braccia. Ella lasciò scappare un lieve grido quando i suoi corpi si trovarono, distendendosi per abbracciarlo, affinché i corpi si accoppiassero più intimamente. Nic si abbandonò a quelle lingue di fuoco quando il sangue gli ruggì sotto la pelle. Con un grugnito, l'alzò e la girò per tenderla sul letto. Ella si afferrò tanto forte a lui che Nic dovette inclinarsi con lei fino a che ambedue furono tesi, egli pressandola superficialmente, sapendo che chissà fosse troppo pesante ma incapace di resistere. Quello volume minuto di Mary lo faceva impazzire, ma la sua forza lo trasformava in un uomo temerario, come se potesse schiacciarla , attaccarla spietatamente, ed ella gemeva solo chiedendo più. Ora gemeva quando egli gli accarezzava le curve, modellandola con la mano, stringendola, tremando quando ella lo stringeva a sua volta con la stessa forza. -Sì-egli disse, in un respiro, quando ella gli prese le natiche-. Prendimi con tutta la forza che voglia. Ella avvicinò la bocca aperta al suo collo, caldo, ansimante, e lui seppe che ella necessitava più qualcosa. Lasciò cadere la mano tra i due corpi fino a trovare i suoi riccioli dorati. Continuò a scendere e sentì il suo sesso, tanto soave come aveva sognato , tanto caldo ed umido.

-Oh-ella disse, con l'alito interrotto mentre egli lasciava cadere il dito sulla liquida fessura di raso. Nic inghiottì quella sillaba acuta con un bacio, introdusse il dito dentro lei e spostò il pollice fino al centro del suo piacere. Mary si rilassò, dopo diventò tesa e, alla fine, rovesciò un gemito di fame nella bocca di Nic. La sua fessura era un cuscino appiccicoso, constatò col dito, stretto ma molto grato. Pensare a lei prendendolo la verga, lo faceva ritorcersi come il filo di ferro di una molla. Spera, maledetta sia, infilzò al suo fallo impaziente. Lascia che ella si sposti prima di provare la cosa calda che è la sua accoglienza. Quando Nic si separò dal bacio, Merry aprì titanicamente gli occhi, domandandosi perché aveva fermato. —Voglio guardare-egli disse-; voglio vedere come ti do piacere. Ella incurvò la schiena, distendendosi con un gesto involontario e tremulo, ed egli seppe che la sua domanda aveva acutizzato la sua eccitazione. Gli occhi di Mary erano neri, i suoi capelli un groviglio glorioso sulle lenzuola. -Sempre tuo vuoi... vuoi guardare-disse, tanto eccitata che appena poteva pronunciare quelle parole con un assolo alito. -Lo voglio tutto-egli convenne, e l'introdusse un secondo dito. Mary era tanto stretta che quasi non stava. Tornando a tremare con un sospiro, ella spinse contro lui fino a che ebbe dentro tutto il dito. Merry rise quando egli rimase senza alito, ma la risata gli tremò, come gli tremavano le estremità. -Toccami-egli chiese, e la sua voce suonò aspra come un cerino sfregando contro un mattone riscaldato per il sole-. Prendimi la verga. Ella lo toccò. Questa volta, la sua mano era nuda, la palma umida, le dita calde lì dove scivolarono sulla pelle. Chi avrebbe sognato che alcune mani tanto forti indurite per il lavoro potessero essere tanto delicate? Nic pensò che esploderebbe davanti a contatto. Era così gradevole, così necessario. Si gonfiò fino alla cosa impossibile quando ella seguì, traboccato per una gratitudine tanto profonda come sconosciuta. Necessitava quello più di quello che pensava, aveva bisogno di lei a lei più di quello che pensava. Avanzò le anche, muovendosi mentre ella lo sottometteva, sottilmente, giostro quanto basta per lasciare cadere il prepuzio. L'effetto stette per spezzarlo. -Vuoi che lo sfreghi?-Inquisì ella, tanto insicura come una ragazzina. La sua offerta fu come un scarico di caldo nel viso di Nic. Fece stridere i denti e scosse la testa. -Non potrebbe sopportarlo in questo momento. Prendimi solo. Lì, sotto il glande. Voglio che siedi quello che mi passa quando ti sposti. Voglio che siedi le mie vene gonfiandosi. Che conti i battiti del mio polso. Ella aumentò la pressione fino a sfiorare il dolore quando le parole di Nic girarono a provocare in lei una stazzatura di tutto il corpo. -Lo sento-disse, obbligata a scioglierlo-. Nessuno non mi ha fatto mai sentirmi così. Egli non lo dubitava, mentre ella muoveva la testa di lato a lato, sfiorando i capelli contro le lenzuola. Ora Nic vide che stava molto vicino al limite. -Non resistere-consigliò-. Semplicemente lasciati andare. -Ho che... -riuscì a pronunciare ella con voce soffocata, e cominciò a girare le anche. Egli accelerò il movimento della mano fino a che Merry chiuse occhi, piena di un piacere che la

svergognava. -Sì-egli insistè-. 'I'ómalo. Prende quello che voglia. Nic si dilettava col conflitto in che si dibatteva Mary, vedere come la necessità tradiva alla timidezza. Le sue grida brevi ed intense acchiappate nella gola. Arrossita, alla luce della candela, aveva i petti tremuli, i capezzoli come due pietre baciate per il sangue. Quando il climax si insinuò, vicino, le gambe gli tremarono e strinse a Nic per la schiena. Egli si inclinò, più vicino, ed osservò il movimento della sua mano e dopo il suo viso. Non voleva perdersi quello, non se l'amava perdere a causa di niente del mondo. Il suo sesso cominciò ad aleggiare, stringendo e sciogliendo, tirando delle sue dita verso la cosa profonda. Egli pressò contro l'apertura del suo sesso dove ella più lo sentirebbe, ed allora Merry esplose in un tremore violento Quando venne il climax, silenzioso ma intenso. Per un momento lungo, Mary tremò, il corpo teso come un arco con le vene spuntandolo, azzurri e fini, nel collo. Era persa in lui, ma anche legata a lui. Nic l'avrebbe dipinta così, se avesse potuto. Era un'immagine che avrebbe tesoreggiato per sempre. Tuttavia, come tutte le cose dolci in questa vita, anche quell'arrivò alla sua fine. Mentre continuava ad accarezzarla, ella lasciò cadere le dita durante verga. Nic sentì che la pelle l'era svegliato ed all'improvviso la sua eccitazione si ripetè. -Mi sono dimenticato di te-ella confessò, ed aprì lentamente gli occhi con un sorriso che lo riempì le guance arrossite e lentigginose. Egli lo baciò la punta del naso. -Mi prenderò quello come un complimento. Ella rise e lanciò le braccia al collo, un gesto di gratitudine tanto naturale ed esuberante che gli fu fatto un strano nodo nella gola a Nic. Tossicchiò, si allontanò da lei e lo sfiorò il capezzolo dorato col pollice. Si inclinò per leccarlo la marca umida e brillante che gli aveva lasciato. Per ogni risposta, Mary girò a tremare. -Ora-egli disse-, vediamo se sei preparata per la seconda lezione.

Merry temeva che non sarebbe mai preparata per l'intimità devastatrice del suo contatto, né per il rumore del letto scricchiolando mentre il peso di Nic si muoveva sul suo, né ferma la sua pelle nuda, calda ed umida stretta contro lei. Nic, ella pensò, col suo nome acchiappato nella bocca. Quella felicità che ispirava a lei somigliava al dolore. Era stato tanto generoso, tanto esperto. Merry voleva abbracciarlo con forza e non scioglierlo mai... Sapere che quell'impulso era assurdo non lo mitigava nella cosa più minima. Il contatto delle sue dita cercando quello verso entrata in lei era sufficiente affinché tornasse a struggersi. Non era preparata per quello. Non poteva essere preparata. -La mia dolce Mary-mormorò Nic, accoppiandosi contro la sua carne più intima-. Dimmi che mi auguri. Dimmi che vuoi che ti penetri ora. Ella rispose con un grugnito. Nic era caldo come la seta, e la sua tensione era contemporaneamente una minaccia ed una promessa. La riempirebbe, gli darebbe piacere. E dopo la lascerebbe vuota.

-Dimmelo-egli insistè, tra una supplica ed un grugnito. Ella chiuse gli occhi e lo strinse per i muscoli sudati della sua vita. Come poteva negarsi a? Desiderava tutto quello che egli dicesse. -Ti auguro-mormorò-, ti auguro ora dentro me. Egli spinse subito e gemè introdursisi in lei con tutto il suo spessore come acciaio nel burro. Ella l'accolse nella pienezza della sua apertura alare che ora pressava affinché ella cedesse, cercando di farsi un vuoto, tremando all'interno mentre ella a lui si afferrava e dopo si rilassava. Ora Merry sentiva il polso di Nic battendo contro il suo proprio. Più, pensò, piaciuta per il caldo ed il movimento, per quell'invasione meravigliosamente intima. Oh, più. Ma dopo egli si trattenne e rimase sospeso su lei appoggiato negli avambracci. Per il collo lo fu lasciato cadere una goccia di sudore. -Stai bene? -domandò, con un mormorio tra denti stretti, tremando quando sentì che ella si stringeva con un appetito divoratore. -Voglio più-ella mormorò, troppo timida per dirlo a voce alta. -Il mio Dio-egli rispose, e quasi sciolse una sghignazzata. Ella si temè c'essere sbagliato in qualcosa. Per la sua sorpresa, egli si stese sulla schiena e la lasciò sopra a lei-. Sarà meglio che tu, duchessa segua. Maledetta sia, sei tanto piccola che mi fa paura farti danneggio. Troppo piccola?, Lei domando ella. Gli piaceva come Nic palpitava dentro lei, ma come sapere che egli sentiva? Quando ella si muoveva, l'espressione di dolore nel suo viso l'inquietava. Si appoggiò sui muscoli stretti del suo petto. -Suppongo che non sto facendoti male. Egli aprì titanicamente gli occhi e, all'improvviso, si scosse dentro lei. -In realtà, non conosci troppo agli uomini, verità? -E bene... -balbettò Merry, le guance bruciandolo di vergogna. Egli le fece tacere con un dito nelle labbra. Ella lo guardò più attentamente. Aveva il viso arrossito e le pupille riempivano quasi completamente quegli occhi colore fumo. Forse non ansimava, ma stava nel limite. Una cosa era sicura, e è che non era insoddisfatto. -Tutto va bene-disse, ancora divertente-. Quello che passa è che sei stretta. Deliziosamente stretta. Perfetta, se vuoi che ti dica la verità. Voglio solo essere sicuro che ti senti comoda. -Mi sento comoda-ella confermò, e si mosse di tale maniera fino a che l'ebbe completamente intero e scaldi dentro lei. Egli lanciò un'imprecazione e la prese per le anche come se non sapesse se sostenerla lì o tirare di lei per avvicinarla un po' più. Anche ella stette per lanciare un'imprecazione perché la forza della sua presenza era per lei una meraviglia. Pensò che prima quello che avevano fatto era qualcosa di intimo, ma questo! Ora erano uniti , carne con carne. Un'onda di sensazioni strane germogliò in lei, in parte nausea, in parte eccitazione, riempendolo il corpo come egli lo riempiva il sesso. Quell'era migliore che uscire a galoppare per le strade alla luce della luna. -Nic-disse in un sospiro come se il suo nome fuori un discorso. Rispondendo ad un impulso che non potè resistere, cercò con la mano. Egli tremò quando ella toccò il posto dove lo pressava nel suo interno. -No-muoviti-disse, con voce roca, ed il sesso reagì gonfiandosi. Merry sentì che abbasso la sua mano una vena batteva con forza-. Non ti muovere.

Tuttavia, egli fu chi l'attrasse e la strinse con forza, egli fu chi fece loro rodare verso un lato e lentamente cominciò a muoversi. -Più vicino-chiese Nic. Lo lasciò cadere il braccio sotto il ginocchio e lasciò che la gamba di lei poggiasse sulle sue costole. Quando l'ebbe come voleva, gli accarezzò la coscia fino a prendergli il posteriore. Col mignolo si trattenne in quella regione, sfregando, facendo lo solletichi, provocando il suo rossore e la sua eccitazione. Dopo, lasciò riposare il dito in quello posto caldo dove i due si trovavano. Perciò neanche egli può credersilo, ella pensò con un segreto, scossa interna. -Lì-egli disse-lì è dove ti voglio. Lì è dove più tuo necessito. Quando Nic avanzò in avanti le anche, affondando ancora più, ella si rese conto che l'aveva aperta non solo completamente ma, inoltre, non le lasciava intervenire in quello che faceva. Col braccio, lo sosteneva non solo la gamba ma anche il posteriore e le anche. Controllava i suoi movimenti, preparandola per il suo embates, sostenendola contro suo andare e venire. Ella era indifesa e neanche gli importava. Ogni volta che egli la penetrava, lento e grosso, sembrava sommergerla con più forza nel suo incantesimo. Il suo ritmo, la sua respirazione erano quelli di lei. Quando gli prese il posteriore, ella l'affondò le unghie nella schiena. Quando egli si ritirava e ritornava con più forza, ella l'imitava. In tutto stavano insieme, legati per la sua volontà come solidi archi di oro intrecciato. Nic cambiava angolo, entrava più profondo e più rapido. Ella si eccitò con la sensazione che cominciava a perdere il controllo, ed il suo appetito crebbe come un'onda poderosa che si prepara a scoppiare. Anche egli lo sentì e la sua espressione ora diventò dura, i suoi movimenti sfrenati. -Joder-disse, e la parola suonò come una soave esplosione quando il suo anche entrechocaron con quelle di Merry-. Stringe, Merry. Tirami verso dentro. Era quello che il suo corpo più voleva. Strinse, e con tutta la sua anima si aprì per ricevere il suo embate. Egli lanciò un'imprecazione sentendola tirare, rigido, entrando in lei con una forza disperata. -Mary-esclamò-, oh... Il mio Dio. -Ella si mantenne nella cresta, dolente, affamata ed allora il temporale si slegò su essi con tutta la sua furia. Ella seppe quando egli si sparse perché si indurì e rimase senza alito. La prova del suo orgasmo la lanciò a lei al di sopra del bordo. I due tremarono all'unisono, abbracciati l'un l'altro come gli ultimi superstiti di una catastrofe. La liberazione era troppo dolce per sopportarla. Merry affondò il viso nel collo di Nic ed egli fece la stessa cosa. Quando quella pazzia cominciò a dissolversi, ella sentì che si sprofondava nella calma, ma non era una calma pacifica. Allora si pentì. Desiderò avergli confessato che quella notte era stata speciale per lei che nessun altro uomo aveva conosciuto quello che gli aveva dato. Desiderava che quello nome che egli aveva pronunciato fosse stato realmente il suo, desiderava non avergli mentito né indotto ad equivoci. Quell'inganno sembrava un tradimento, non solo contro lui bensì contro la cosa più profonda di sé stessa. Quello rito di passaggio, la perdita della sua verginità era stata più ascendente di quello che aveva sperato. Se gli raccontava la verità, chissà, solo chissà, non avrebbe dovuto viverlo tutto sola. Nessuno dei due parlò. Merry tremava nelle sue braccia, contro il corpo duro come se fosse a scuotersi fino a sgretolarsi. Per poco che sapesse circa l'atto dell'amore, sapeva che non era normale reagire di quella maniera.

Finalmente, Nic si sgranchì. -Il mio Dio-disse-, devi essere congelata. Rimani qui. Infiammerò l'animo. -No! -ella esclamò, senza pensare-. Non mi lasciare. Egli si trattenne in secco con la sua supplica, un momento breve ed irreperable. Ella si rese conto che aveva ceduto un passo in falso che egli soffocasse una risilla e le facesse rodare fino a rimanere sotto lui, dove sarebbe coperta. -Mary-disse mentre ella lo cercava con la vita ed affondava viso nel suo petto. Quella parola era un gentile rimprovero che ella finse non sentire. Sfortunatamente, Nic Craven non era un uomo che lasciasse alle donne vivere in un sonno. Lo stampò un bacio nella fronte della sua testa inclinata. -Fa' attenzione a chi ti afferri-disse, con voce soave e piena di un tono nefasto-. Gli uomini come io non commerciano coi cuori. In realtà, gli uomini come io non abbiamo cuore. Sarà meglio che conservi il tuo per qualcuno che l'idolatri come tu ti meriti. E bene, Merry, se quella chiacchiera accondiscendente non raffreddava il suo ardore ignorava come potrebbe ottenerlo. Battè ciglio lottando contro quello che pensò che erano lacrimi di furia, si liberò del suo peso e si incorporò fino a sedersi. Con un sguardo di rabbia, si gettò faceva dietro i riccioli del viso. -Ti piacerebbe già avere tanta fortuna-disse, con una sbuffata. -Senza nessun dubbio-egli convenne, e si grattò pigramente il petto. Era teso di lato come un sultano, la testa appoggiata in una mano, mentre il suo membro-ancora grosso-cominciava a distendersi ed a scuotersi. Merry dovette fare un sforzo per deviare lo sguardo. -Non sono innamorata di te-disse-. Né suonarlo. -Mi sembra bene-egli disse-. Magari segui così. Quando ella si girò per guardarlo furiosamente, egli si limitò a corrugare un sopracciglio. Ella, infuriata, abbandonò il letto, la cosa migliore che poteva fare per esulare dalla tentazione in quello momento-. Ora ritornerò alla mia stanza. -Alla tua stanza? -egli domandò, socchiudendo gli occhi. -Sì, alla mia stanza! -ella esclamò e si girò per andare via. Merry aveva socchiuso la porta quando egli la chiuse tutto d'un colpo davanti ai suoi nasi. Con le braccia l'acchiappò contro il legno, la sua figura alta ed alzata come un muro di caldo. Quell'aggressione l'eccitò, benché cercasse di dissimulare la subitanea accelerazione del suo polso. Al rovescio, scosse la sua lunga chioma come sfido, desiderando potere frustarlo con le sue punte. Nic soffiò per allontanarsi un ciuffo da capelli del viso. Quando parlò, sembrava arrabbiato. -Non ho finito con te. -E quando avrai finito? -Quando finisca, te lo farò sapere. La sua arroganza le fece bollire. Non sembrava importargli la cosa arrabbiata che stava, neanche sembrava dare si racconta. Egli inclinò la testa, lo leccò la soave pelle della nuca e la prese tra i denti. Ella l'avrebbe dovuto propinare un calcio, sarebbe dovuto sfuggire sotto le sue braccia. Non avrebbe dovuto tremare, né avrebbero dovuto indebolire egli le ginocchia né avere lasciato che il suo cavallo si trasformasse in zucchero sciolto.

-Non voglio che faccia questo-ella disse, ma egli lasciò cadere la mano per il ventre verso il basso fino a trovare la bugia. -Mary-egli grugnì, e per qualche motivo quello tono di nostalgia torse l'intenzione di lei di mantenerlo a riga. Anche egli si rese conto, e gli fu accelerato la respirazione. Ella lo sento nella nascita della schiena, tornando nuovamente a crescere, a gonfiarsi. -Apre le gambe-egli ordinò che aveva incominciato già a separarli con le sue. Voglio prenderti di dietro. -Qui? -ella disse, con un filo di voce. La gente faceva quello tipo di cose? Facevano in piedi l'amore, come se fossero animali, come se il letto stesse a chilometri di distanza? -Qui-egli disse, cercando l'entrata-. Qui. Scivolò in lei mentre lo diceva, deciso e destro. Ella, presa per sorpresa, appoggiò le braccia contro la porta. Egli grugniva ed aveva cominciato già a muoversi. Sta volta, non perse tempo. Questa volta prese con una fretta ossessiva. Le sue mani erano come il ferro nelle sue anche, la sua voce un suono roco e mieloso che parlava di cose che una dama non dovrebbe ascoltare. Se qualche volta Merry l'aveva dubitato , ora sapeva che non era nessuna dama. Acchiappata in quell'atto strano, si osservò i piedi, ben separati , con quelli di Nic entremedio, gli stessi piedi lunghi e nudi che l'avevano abbagliata quando si conobbero. I suoi tendini si tesero quando egli spinse e le dita lo furono ritorto. Nic faceva tutta la cosa possibile per penetrarla, ed il suolo scricchiolava abbasso i suoi piedi. Lì dove finiva il tappeto, le tavole erano oscure e brillanti , lustrate. Quando ella si rese conto che si rifletteva in quella superficie levigata, sentì un'onda di caldo che gli correva per le gambe verso il basso. Nic lasciò scappare un grugnito di gratitudine. I corpi suonavano umidi all'entrechocar, non solo esternamente ma anche all'interno. Umido, ella pensò, e quella parola lo provocò un battito di ala solleticante del sesso. Umido di semi. Umido e cremoso. Inclinò all'indietro il posteriore e chiese silenziosamente chiedendo più. Egli gli diede quello che ella necessitava ed unirono le mani in due pugni complici contro la porta che scricchiolava, e penetrò in lei con tanta forza che quasi l'alzò in bilico. -Sì-disse, pronunciando le parole come un canticchio-. Oh, Mary, sei puro fuoco. Benché ella inclinasse la testa e chiudesse gli occhi, non poteva nascondersi a quella verità.

Capitolo 9
Nic era un personaggio strano. Per Merry, era l'unica spiegazione possibile. Altri uomini rinchiudevano magari anche i suoi amanti contro la parete. Essi si dilettavano chissà anche vedendo il piacere di donna. Ma quando Nic la depositò nella sua vasca da bagno di zampe di leone ad istruirla nell'uso dei clisteri del dottore Allbutt, Merry tese che alcuni sue eccentricità erano uniche. Mentre Nic gli mormorava parole con che cercava di trasmettergli sicurezza, l'alzò il piede fino al bordo curvo e l'aiutò ad introdurre l'estremo vuoto. Nic si districava con calma e sicurezza , e Merry pensò che, di non essere per la sottile accelerazione della sua respirazione, sarebbe potuto essere medico. -Lo sento-disse, quando ella diede inevitabilmente un sussulto davanti ad una sfregatura personale. Dovrebbe mi avere accordato di avere a mano i preservativi. Non so che cosa mi ha passato-aggiunse, corrugando il cipiglio-. Penso sempre a quello dettaglio. Il promemoria che c'era un non l'alzò "sempre" quell'incoraggio a Merry. Neanche si sentì meglio pensando alla possibilità che quella notte avesse conseguenze oltre la perdita della sua verginità. -Voglio che sappia-disse concentrato nel movimento delle sue mani-che se qualcosa succede... Buono, io baderò a te. Ipnotizzata per quello linguaggio eufemistico, Merry si domandò che cosa voleva dire affermando che baderebbe a lei. Non pensava che alludesse al matrimonio. Non è che ella avesse come oggettivo il matrimonio. No, in realtà no. Se così fuori, non sarebbe ricorso a Nic per incominciare. Ancora così, chiunque che fosse il carattere della sua offerta, (probabilmente appoggio economico, era più di quello che offrirebbero molti uomini. Merry suppose che era il suo personale gesto di decenza. Quello la commosse in una maniera strana, e rispose accarezzandolo sotto lo zigomo. -Non sono completamente sola nel mondo. Ho amici. -Spero che non siano amici che verranno ad abbattere la mia porta. -egli notò, con una risata secca. Se egli sapesse, ella pensò, facendo tutta la cosa possibile per respingere la colpa. Nic si sarebbe affrontato a familiare adirati nel passato. Sicuramente i suoi non sarebbero peggiori. Perfino era possibile che, se ella era presente per calmarli, fossero migliori. A parte Merry non vedeva nessun senso in abbandonare a metà il lavoro. Benché ora avesse consumato la sua perdizione, rimaneva ancora da rappresentare la parte pubblica della sua iniquità. -Non ho detto loro dove sto-disse, ed a metà quella confessione suonò scomoda-. Li avviserebbe solo se, come hai detto, succedesse qualcosa. Egli lasciò scappare un sospiro e la baciò nella fronte. -Ahi, Merry, sono un bruto per preoccuparti di questa maniera. Voleva che nostra prima volta fosse perfetta.

-Lo è stato-gli assicurò ella-. Non ho vissuto mai niente somiglianza. Ella mantenne il suo sguardo, desiderando che egli scoprisse il suo segreto. Per un momento, così gli sembrò. Nic corrugò il cipiglio, come se fosse perplesso. Dopo, scosse la testa come scartando un pensiero, sorrise e gli accarezzò le guance convertito, un più, nel libertino gradevole e mondano di sempre. -Non ti importerà se uso preservativo-gli assicurò-. Li fabbricano specialmente per un'impresa in Kingsland. Sono fatti di trippa di pecora, sono di doppio cappa e molto fini. Quando si sono inumiditi, appena si notano. Nonostante sé stessa, Merry si gettò a risi. Che cosa direbbe sua madre se potesse vedere ora sua figlia, nuda in una vasca da bagno conversando circa preservativi con un uomo che l'appena aveva introdotto un irrigatore nel coño? Perfino la sua maggiore amica, Isabel, sarebbe inorridita. Puoi che le donne usassero quelli strumenti, ma non parlerebbero mai di essi, e molto meno farebbero partecipare tanto intimamente ad un uomo alle sue applicazioni! -A te niente si vergogna, non è così? -disse Merry. Egli si inclinò per asciugarla con un asciugamano. -Le persone sensate non possono darsi il lusso di sentire vergogna. La protezione fa parte dei temi dell'amore. Ella sentì che il collo l'era indurito. Che facile era dimenticare che Nic faceva questo tutto il tempo, o credere che ora quello che condividevano era qualcosa di unico. La mandibola lo fu indurito. -Hai ragione disse. Chissà i temi dell'amore fossero piacevoli , ma non arrivavano necessariamente al cuore.

Nic era teso di spalle, all'improvviso completamente sveglio. Qualcosa aveva perturbato il suo sonno. Se era un rumore, ora non lo sentiva. Mary dormiva quedamente al suo fianco, accoccolata e reclinando la testa nel braccio che egli gli offriva come cuscino. Sapeva che alcuni uomini non lasciavano che una donna rimanesse a passare la notte, ma a lui non gli aveva importato mai , a patto che non volessero rimanere tutto il tempo. In qualsiasi caso, non era la presenza di Mary quello che l'aveva svegliato. Qualcosa che ho dimenticato fare, pensò. O qualcosa che feci ma che non avrebbe dovuto fare. La risposta gli ero resistito, e finì per ritirare il braccio di sotto collo di Mary. Ella lasciò scappare un piccolo rumore, come un piagnucolio, quando durante la manovra egli gli tirò un ciuffo di capelli. Quindi tornò ad addormentarsi, rigirandosi adorabilmente tra le lenzuola. Nic sorrise. Il suo piccolo posteriore disegnava una protuberanza egli le coperte, una curva profonda come le colline di Roma. Incapace di resistere, lasciò cadere la mano al di sopra di quello monticello setoso. Il rumore che ella fece fu decisamente di malumore. Quella notte gli aveva dato forte, senza dubbio aveva messo troppo impegno in ciò, benché ella l'avesse accompagnato, sospiro dietro sospiro. Nic gli accarezzò le spalle per ultima volta e la lasciò tranquilla. È arrivata l'ora che ti comporti come un cavaliere, pensò, ma gli costava lamentarsi di un solo momento. Mary si era comportata come una bambina il giorno di Natale, virginalmente stretta, bagnata

come una prostituta ed affascinata con tutti ed ognuno dei piaceri che avevano scoperto. Chissà troppo affascinata. Corrugò le labbra quando ricordò come a lui si era afferrato alla fine. Naturalmente, anche egli l'aveva stretta con forza. Non si era potuto ostacolarsilo. Quello primo climax le aveva fatto ritorcersi. Per Mary che per quello visto non aveva avuto un amante né la metà di competenti che egli, l'effetto doveva essere stato spettacolare. Era probabile che per quel motivo fosse diventato tanto sensibile. Egli non aveva perché supporre che ella si era innamorata, né più né meno che egli. Quello sì, si era comportato come un stupido. Un stupido imperdonabile. Egli, di tutte le persone, sapeva che non doveva mettere in pericolo la salute di una donna. Non dimenticava mai utilizzare il suo preservativo, non dimenticava mai averli a mano quando pensava che avrebbe bisogno di essi. E questa volta aveva pensato che avrebbe bisogno di essi. Da settimane che lo pensava. In realtà, non credeva che Mary fosse incinta, ma quello che in realtà l'inquietava era avere avuto quello lapsus. All'improvviso, un'immagine scivolò nelle sue cavillazioni. Un beve. Un bambino grassottello e con una bocca ansiosa per poppare. Con ricciolo biondi. Col naso all'insù. E pecchi. Tremò e lanciò le coperte ad un lato. Niente di figli. No, no, no. Un solo Craven bastardo era sufficiente. Si sentì troppo teso e si prese della colonna più vicina per lasciare il letto. Era ora di mettersi mani all'opera. Aveva evitato di affrontare quello quadro troppo tempo. Una volta deciso, scese scalzo la scala, commettendo l'insensatezza di coprirsi solo con una vestaglia in pieno inverno. Quello leone che annidava nella sua coscienza l'aspettava già nel suo studio. Sentiva che si avvicinava alla risposta che la pressione di quell'imminente certezza era quella che l'aveva strappato dal sonno. Le candele proiettarono la sua lucentezza quando alzò il vetro e li infiammò. Quando ebbe sufficiente luce, collocò contro la parete mezza dozzina di tessuti che erano sopravvissuti alla sua ultima purga. In ognuna di esse Mary era montata su un gran cavallo bianco passeggiando per un piccolo paese medievale. Gli angoli e la posa cambiavano secondo i quadri. Alcuni mostravano gli edifici con più dettaglio, altri meno. Il cavallo non aveva cattivo aspetto, nonostante l'avvertenza che gli aveva fatto Mary di non lavorare senza un modello. La prospettiva stava, ed il gioco di luce e colore anche. Nel suo insieme, le composizioni erano inobjebables. Nic non aveva nessun dubbio che li venderebbe. E tutte ed ognuna l'annoiavano sovranamente. Non c'era niente sotto quella superficie tecnicamente perfetta. Niente di sangue. Nessun cuore. Nessuna lucentezza della tentatrice donna che ritraeva. -Bla, bla, bla-grugnì, e dovette lottare contro l'impulso di lanciarloro tutte al fuoco. Ma non troverebbe la risposta nascondendosi dai suoi errori. Doveva affrontarli, guardare alla sua propria stupidità nel viso. Mary era la chiave, col suo spirito, e col suo trasporto tanto strano ed altrui alla moda. Lei mesó la spessa chioma e si lanciò dei capelli fino a che gli dolse il cuoio capelluto. Ricordò la sua risposta quella notte in lui che gli confessò che desiderava vantarsi di lei nella festa di Anna. Potrebbe mettermi mille vestiti di velluto e, ancora così...

Non le aveva lasciato finire perché sospettava come finiva frase. Ancora così, non sarebbe bella. Quasi Nic poteva sentirla dicendolo, quasi poteva leggere quello grido che occultava e che sembrava una sfida. Chi dice che non posso essere bella? Chi lo dice! Mary era una lottatrice nata, pensò. Che Dio la benedica. Per grande che fosse la sua insicurezza, una parte di lei si rifiutava di accettare le opinioni del mondo sul suo aspetto. Un'altra parte si ribellava come una bambina che si pronuncia contro le ingiustizie degli adulti soccombendo ad un accidente. Adulti che, in questo caso, stavano molto, ma che molto sbagliati. La bellezza normalmente nascondeva dove il comune dei mortali non poteva vederla. Ma Nic sé poteva vederla. In quello consisteva il suo dono, in vederla e ritrarrla. Lasciò cadere il braccio che battè contro la vestaglia di seta all'altezza della coscia. Sentiva che la pressione nel suo interno continuava ad accumularsi. Che cosa aveva detto ella quando egli l'accusò di volere consegnare il suo cuore con troppa fretta? Già tu volessi avere quella fortuna. Ricordò la frase e scosse la testa. Gli piacerebbe già avere fortuna. Così voleva che si sentissero chi vedessero il suo ritratto. Voleva fregarli nei nasi quella ricreazione meravigliosa e brillante. Voleva svegliare in essi il desiderio di conoscerla. Voleva metterli quello peculiare la sua bellezza per il... Sentì che l'erano intricato i capelli della nuca e che la peluria delle braccia si agitava come l'erba sotto un vento repentino. Nic rimase paralizzato, cieco per tutto eccetto per quell'immagine che cominciava a cristallizzare nella sua testa. Sì. Doveva fregare a Mary per il viso. Letteralmente. Doveva appianare la profondità del ritratto. Brillantare i colori. Approfondire le ombre. Sentì che un brivido gli percorreva la schiena quando prese un tessuto nero e la montò sul cavalletto. Aveva il gessetto nella mano quasi prima di dare si racconta che voleva usarla. Con tre rapidi tratti, disegnò la finestra del sarto. Quella cornice dentro la cornice trasformerebbe ogni spettatore in un guardone, nell'unico abitante di Coventry che non si rifiutava di guardare. Lascerebbe l'officina del sarto ad oscuro come per meglio accecarli con la luce esterna di mezzogiorno. Attraverso quello spreco di colore apparirebbe Godiva, tanto vicino che potrebbe toccarsila. I suoi occhi lancerebbero scintillii, il suo sorriso sedurrebbe. Né il minore segno di una dama, ella non si sottometterebbe alle convenzioni. Affronterebbe ogni guardata direttamente e sfiderebbe al mondo a che la disapprovasse. Una notte con lei, penserebbero gli uomini, e morrò felice. E le donne... E bene, chissà le donne farebbero scricchiolare la lingua e chissà sorriderebbero, interiormente, sapendo che condividevano il potere di Godiva. Nic si sentì come se un dio guidasse il suo braccio, come se l'abbozzo si scorgesse a sé stesso, tratti sicuri di un marrone chiaro. Lì, la curva della guancia di Mary. Più in là, la coda orgogliosa del cavallo. Tutto era stato lì dall'inizio, sperando che egli lo scoprisse. E già era fatto. La sua mano cadde come una marionetta alla quale lo tagliano i fili. Nic respirava senza alito, come se fosse venuto correndo per la strada che aveva appena disegnato. Il quadro sembrava un miracolo e, tuttavia, egli conosceva l'origine di ogni linea. Di ognuno dei suoi tentativi anteriori, aveva salvato un pizzico di

qualcosa di buono. Un giro della testa. Un equilibrio della luce ed oscurità. Può che aggiungesse ancora qualche ritocco, solo per assicurarsi , ma a tutti gli effetti il ritratto che dipingerebbe era ora appoggiato nel suo cavalletto. Sorrise pensando al quadro, ancora nel dominio della cosa immaginaria , gli occhi lacrimosi con l'immensità del suo sollievo. Era riuscito ad attraversare il muro. A partire da quello momento, il resto del lavoro fu cosa di bambini.

Merry si pettinò la gonna per ennesima volta e si maledisse per il tremore le sue mani che non cessava. Si era svegliato presto in un letto vuoto ed era sfuggito, felicemente senza essere vista, all'intimità della sua stanza. Una volta lì, si era lavato e vestito ed era rimasto guardando nello specchio sbeccato. Quello suo riflesso non gli disse niente a parte che aveva i capelli convertiti in un groviglio impossibile. Non aveva aspetto di essere arrivato più lontano durante il tragitto della perdizione come donna. I suoi occhi non brillavano con nessun segreto né le sue guance ardevano di vergogna. Se qualcosa emergeva, era che era pallida. Nonostante quello, era convinta che non appena qualcuno la vedesse, si renderebbe conto. Nic era stato dentro lei. L'aveva esaurita col piacere fino a lasciarle gemendo come l'acciaio ritorcendosi. Aveva lasciato il suo seme in lei, il suo odore. Il ricordo degli embates del suo membro ardente era rimasto incisione nel suo cavallo. Era impossibile dissimulare un'alterazione di quell'aspetto. Con un gesto di dispiacere, si allontanò dallo specchio. Che cosa gli importava se Farnham l'indovinava? O la signora Choate? Non penserebbero male di lei. Sicuramente starebbero aspettandolo. Qui, ella non era più che Mary Colfax, non lady Merry Vance, benché nessuna delle due avesse dovuto sentire vittima di quelle assurde paure. Ella l'aveva goduto e Nic anche. Non si pentiva. Dopo avere dato un'ultima tirata al suo corpetto, si impegnò a scendere. Nic sperava nel ripiano della scala dondolandosi sulla punta dei piedi con un'eccitazione poco abituale. Portava una delle sue camicie di pittore, il lino dissestato ed inamidato e stirato per la scrupoloso Sig.ra Choate. Aveva il collo aperto, e per il vuoto dell'apertura si vedeva un triangolo di pelle bruna e soave che ella desiderava tornare a toccare. Si domandò se qualche volta si sentirebbe col diritto ad accarezzarlo come ella volesse. Ignorante di quello suo desiderio, Nic lo stampò un energico bacio nella guancia. -Mi rallegro che ti sia alzato-disse-. Vedono rapido a mangiare. Voglio mettermi a lavorare. Oggi sarà un buon giorno. Un giorno molto, molto felice. Ella si lasciò condurre al salone cinese, dove l'aspettava un vassoio laccato con brioche, prosciutto e caffè. Mentre mangiava, Nic parlava di prospettive brevi e di cornici dentro una cornice, e della necessità di sfidare lo spettatore, e della necessità di sfidare lo spettatore affinché si trasformasse in un partecipante più del quadro. Fortunatamente , non bisognava rispondergli, perché gran parte di quello che diceva non aveva senso per Merry. I suoi gesti erano brusci mentre passeggiava per il salone variopinto di oggetti. Osservandolo, con la sua energia e la sua intensità, a Merry gli fu accelerato il cuore.

-Ora tutto sarà facile. -pronosticò-Ora se che arriveremo ad alcuno parte. Benché si sentisse contenta con quella rottura dell'impasse, l'idea che Nic non tarderebbe a finire il quadro la scoraggiò. Nonostante che egli non si rendesse conto in quello momento, ella non avrebbe giustificazione per rimanere una volta che finisse il ritratto. Può che suo padre gli perdonasse un'avventura breve, ma non unisca relazione permanente. Neanche Merry stava che si perdonerebbe a sé stessa, non con un uomo che non poteva amarla. -Ora è già cosa di bambini-dichiarò, e fece scricchiolare le dita mentre rideva. Ella fece la cosa possibile per inghiottire un boccone. Egli era troppo euforico per dare si racconta del suo stato di coraggio. Quando Merry aveva appena mangiato, egli lasciò il vassoio ad un lato e la prese nelle sue braccia. Quell'abbraccio era differente della notte anteriore , più possessivo e, tuttavia, più disteso, come se Nic avesse perso ogni paura di che ella si opporsi. La portò per la casa di quella maniera, e si limitò a strizzare un occhio alla domestica quando questa si portò la mano alla bocca per occultare il suo sorriso. -Nic! -protestò Merry, desiderando essere la cosa abbastanza insensata come per nascondere il viso nel vuoto del suo collo. Egli rise per la cosa sotto e la baciò nel naso. -Non puoi essere tanto timida. Tu ed io abbiamo superato già quello. All'opinione, anche Nic era dell'opinione che avevano superato la tappa in che ella si svestiva sola. La sua unica concessione alla modestia consistè in sperare che la porta dello studio fosse chiusa prima di scagliarsi sui suoi fattorini. La luce dell'inverno, fresca ma chiara, inondava la stanza attraverso le finestre mentre continuava a disfarsi delle successive cappe. Non smetteva di mormorare le sue lodi, e rise quando vide lo stato in cui era rimasto i suoi capelli. -E bene-avvisò-, questo problema ci ritarda. La sedette nella falsa sedia egiziana e lui stesso lo pettinò i riccioli, scendendo con sorprendente pazienza, pettinando parte per parte. Quando disfò il groviglio, il suono del pettine nei capelli era come cavallo strigliato con movimenti ritmici e soavi, come se volesse farle cadere in trance. Al capo di alcuni minuti, i suoi riccioli ondulato colore miele cominciarono a brillare. -Ti piace, no? -domandò, mentre ella si struggeva abbasso le sue attenzioni. Chissà dovesse farlo tutte le mattine. Lasciò cadere la mano per prendergli un petto. Merry si morse per non gemere. Intuì che egli desiderava eccitarla affinché posasse, più che per lui. Ancora così, a Nic gli fischiò l'alito tra i denti quando trovò il suo capezzolo indurito. -Mi piacerebbe farti qui una marca-mormorò, circondando l'aureola gonfia col dito-. Mi piacerebbe succhiarti con forza e dipingere il risultato. Ella diventò liquida con le sue parole, sentì i minuti fuochi d'artificio che si precipitavano al suo contatto. Egli grugnì e dopo la baciò nella spalla fino a quasi morderla. -Non mi tentare-disse e gli prese le mani-. Non posso darmi il lusso di sprecare la luce del giorno. -Non stava tentandoti. -Credimi, duchessa, mi tenti con solo esistere-egli rispose sorridendo coi suoi occhi vivi.

-Vuoi che si creda affinché sembri più sensuale mentre lavori. Egli si portò la mano dalla camicia macchiata con pittura alla protuberanza nascente nel suo cavallo. Soave ed impudentemente, lo sfregò fino a farlo crescere. -Potrebbe mostrarti la prova di quanto mi tenti. -Já-fu la cosa unica che ella indovinò a dire, perché un solo sguardo alla sua "prova" gli aveva fatto perdere il suo nativo ingegno. Lo desiderava con una passione che, per quello visto, non si era esaurita la notte anteriore. Sei una pagliaccia, pensò. Tuttavia, il suo corpo la tradiva perché incominciò a ronzare quando egli l'aiutò ad incorporare si ferma posare. Appena aveva albeggiato al giorno dopo quando Nic spuntò la testa nella provvista di Farnham, una stanza piena di scaffali dove si guardava la stoviglia di argento e che, inoltre, serviva da sala di riposo del suo maggiordomo. -Sig.! -disse Farnham, a tutte luci sorpreso. Occultando un leggero rossore che gli oscurò l'enorme cicatrice, chiuse improvvisamente il giornale che stava leggendo-. Stava per stirare questo. Nic rise per avere sorpreso in una mancanza il suo maggiordomo, un uomo tanto lifting. -Ajá. Questo spiega le orme che ho trovato nel mio London News-disse, e fece scricchiolare le nocche, pentito quando vide che Farnham cominciava a farfugliare una scusa-. È un scherzo uomo. Non mi importa che legga il mio giornale, neanche che lasci orme che neanche è verità. Voglio affittare un cavallo affinché Mary monti in Regent's Park. E che il ragazzo nuovo gli prenda le redini. Il maggiordomo lasciò il giornale ad un lato. -Capisco che il giovane Thomas sta aiutando nella lavanderia. La signora Choate dice che ha braccia molto forti. Ma senza dubbio io potrei aiutarlo a sottomettere il cavallo. Nic pensò a quella possibilità. -No. Sei troppo grande. Può che copra la vista. O la luce. Ho bisogno del ragazzo. La lavanderia dovrà sperare. -Sperare? -domandò Farnham, in un tono che insinuava che sperare non era consigliabile. Nic non aveva né la minore idea del lavoro che richiedeva il bucato, né gli importava, specialmente quando ardeva in voglia di disegnare a Mary montata in quello cavallo. -C'è qualche problema? -domandò, corrugando il cipiglio per fare capire che sperava che i suoi desideri si realizzassero. E1 maggiordomo fece una smorfia ma non lo deluse. -No, no-disse-. Chiederò la cena alla panetteria e la signora Chote potrà finire come aveva previsto. -Molto bene-disse Nic, una volta risolto il problema-. di' al ragazzo che si riunisca con noi nel giardino tra mezz'ora. Si allontanò fischiando, sentendosi più acuto e più leggero di spirito di quello che era stato da quando lasciasse la casa della sua infanzia. A quel tempo, la sua corsa aveva appena staccato. Se ora questo quadro corrispondeva alle aspettative che depositava in lui, stava sul punto di un salto verso la

fama. Inoltre, Mary sarebbe affascinata con la sua sorpresa.

Affascinata non era specialmente la parola che avrebbe utilizzato Merry, quando Nic gli chiese prestati alcuni pantaloni al ragazzo affinché ella glieli mettesse. -Devo vederti le gambe-egli spiegò quando ella li sostenne in alto con gesto di prurito-. Ho deciso che ti siederai a cavalcioni. Ma non ti preoccupare. Ti copriremo la parte di sopra con un vecchio giaccone. Nessuno che ti veda penserà che non sei un ragazzo. Merry non era tanto ottimista. In varie occasioni importanti aveva vestito pantaloni in pubblico. Mostrarsi ora con essi era peggiore che vestire un buon travestimento. -Ma, i miei capelli-obiettò, debolmente. -Te lo raccogli in un chignon e lo copri con un berretto-egli disse, sorridendo come se gli avesse offerto un regalo. Ella non ebbe valore per rovinarlo il divertimento. Quando il giovane educato la vide coi suoi pantaloni fino al ginocchio, arrossì come un lampone, ed il colore gli salì per sopra della sua sciarpa onnipresente che quello giorno era di colore verde con una riga nera storta. Merry non sapeva se ella era la causa, ma il ragazzo sembrava più timido che mai, ed affondò la testa di tartaruga tra le cappe di lana come se volesse sparire. Quando seppe che era venuto per sostenerlo le redini del cavallo, Merry stette per cadere dalla risata. Non aveva necessitato nessuno che gli portasse le redini da quando aveva quattro anni. Mary Colfax, naturalmente, era un'altra storia. Una ragazza di Londra come ella, ed inoltre povero, non era salito sicuramente mai ad un cavallo. Tenendo quell'in conto, cercò di sembrare la cosa più rozza possibile. Non sperava che Nic potesse distinguere tra la testa e la coda di un cavallo, e si sorprese il vedere che la bestia affittata era abbastanza decente, una giumenta alta di colore grigio di stampa elegante. Benché non fosse tanto fine come le giumente alla quale Merry era abituata, qualcosa in lei si rilassò all'opinione un cavallo in realtà abbasso il suo peso. Anche il ragazzo sapeva trattare la giumenta, lo sfregava il muso e gli dava pezzi di carota. -Tu-chiamò Nic-. Il ragazzo nuovo. Fa' attenzione a non spaventarla con quella sciarpa. -Thomas-disse il ragazzo, con un sospiro soffocato, e si mise la punta sciolta della sciarpa sotto al cappotto. A passo lento, come se portasse a spasso un anziano, Thomas condusse a Mary ed il cavallo ed attraversarono le porte di Regent's Park. Da lì seguirono fino alla cappella di St. Dunstan ed attorno al lago per dove portavano a spasso le barche. Finalmente, in un angolo tranquillo di prato vicino ai resti invernali del Giardino Botanico, Nic l'ordinò trattenersi. Nonostante la leggera cappa di neve nel suolo, c'erano visitatori passeggiando per il parco. Gli operai si affrettavano per arrivare al lavoro, i domestici portavano a spasso i cani e le istitutrici di Cumberland Terrace portavano i piccoli allo zoo. Passarono due ragazzine eleganti e, per sollievo di Merry, non dedicarono non al suo compagno un secondo sguardo. Merry riuscì ad ascoltare il fine della sua conversazione quando passarono al suo fianco, qualcosa circa alcuni guanti porpora ed un cappello giallo poco fortunato. Non potè smettere di

domandarsi se la sua padrona era qualcuna che conosceva. Per un momento, si sentì scissa, sentendo la mancanza del suo vecchio stile di vita e, contemporaneamente, temendolo. Può che non sapesse chi era nel mondo di Nic, chissà si stava trovando un canto nei denti, ma almeno era libero per scegliere la sua propria strada. Quando Nic alzò una mano per accarezzare il collo della giumenta, Merry gli lanciò un caldo sorriso di gratitudine. -Questo posto sta bene-egli disse, socchiudendo gli occhi guardandola. Quindi guardò verso il lago brillante e foderato di ghiaccio-. C'è buona luce ambienti. Merry si era abituato a considerare l'importanza della luce. L'osservò mentre egli installava la sua sedia pieghevole e si metteva il quaderno di abbozzi sulle ginocchia. Gli sorrise una volta prima di incominciare e dopo si perse nella distrazione della sua arte, per opera del quale il mondo rimaneva annullato. Nic faceva le smorfie più sorprendenti , come se quelle contorsioni l'aiutassero a disegnare. Come un violoncellista, ella pensò. Solo se si esprimeva con tutto il corpo otteneva che la sua passione si proiettasse nel suo lavoro. Il giovane Tom che non aveva visto mai una dimostrazione di quello tipo era ancora più affascinato che ella. -Mantienila quieta-notò Nic, quando il fascino del giovane gli portò ad allentare le redini-. Tarderò solo un momento a finire. Un momento si trasformò in una stanza di ora, dopo in mezz'ora. A parte fare scaricare il peso su una zampa e dopo nell'altra e mentre cercava di mordere la sciarpa del ragazzo, alla giumenta non sembrava importargli la mancanza di attività. Merry si intratteneva osservando a Tom. Questo, intimorito per la recente ramanzina, lanciava guardate di nascosto a Nic ogni volta che pensava che l'artista non lo vedeva. -Non ti morderà-ella sussurrò, tra denti-benché abbia dimenticato il tuo nome. Quelle parole sorpresero il ragazzo che ebbe voglia di guardarla, ed ella rimase allora anche attonita. Il suo sguardo somigliava al canto di un chiurlo, un acuto amalgama di emozioni. Aveva gli occhi di colore azzurra primavera, era maggiore di quello che ella pensava e molto più triste. In un certo modo, era un sguardo adulto, benché ancora non fosse lo sguardo di un uomo. Aveva ciglia grosse, come spiedini di colore castano, egli quale rialzava ancora più il suo tono chiaro. Con quegli occhi tanto affascinanti, a poche persone importerebbe loro l'orrore che la sua sciarpa occultava, per molto grande che fosse. O chissà no. Chissà la bellezza spettrale del suo sguardo farebbe che quella disgrazia fosse ancora peggio. -Sì, signorina-disse, abbassando le sue soavi palpebre. Il colore l'inondò davanti il, rosata come una rosa del campo. Merry si domandò se si vergognava perché ella gli aveva parlato. Si vergognerebbe un ragazzo di parlare con l'amante del suo padrone? Supponendo che ella fosse l'amante. Merry ignorava se esisteva un nome per quello che ella si era trasformata nella sua relazione con Nic. Al meno, non un nome che ella volesse pronunciare. -Monta lei, signore? inquisì il ragazzo. Nic lo guardò sorpreso. Il ragazzo, Tom, ricordò questa volta, non aveva detto più di mezza dozzina di parole da quando erano usciti della casa, e rimaneva muto da quando avevano lasciato a Mary alla porta della stalla. Immaginò che glielo domandava perché aveva visto a Nic passandolo la

mano alla giumenta per la zampa anteriore sinistra. Era un'abitudine coltivata dalla gioventù, un abito in quello che sua madre aveva insistito sempre. Dovrai portarli come li hai tirati fuori dalla stalla, normalmente diceva. E se hai qualche problema, dillo al ragazzo di stalla. Badare alle creature che dipendono da te è una misura dell'uomo. L'aveva dimenticato solo una volta. Il cavallo era ritornato zoppo ed ella l'aveva obbligato a pulire la stalla per un mese. Si ricordava ancora la sua umiliazione. I ragazzi di stalla sapevano che non li punirebbero per approfittarsi della caduta in disgrazia del giovane padrone. Si erano accaniti con lui come se fosse un fante. In quell'epoca, Nic aveva detestato ogni minuto di quelli spossanti compiti, ma ora il ricordo l'ispirò un sorriso nostalgico. La marchesa aveva saputo sempre insegnare una lezione. Nic suppose che ancora sapeva. -Normalmente montava-disse, accarezzando il crine del cavallo agitata per il vento-quando ancora era un bambino. -Gli piaceva? Nic si sentiva intrigato per l'audacia di quello ragazzo. Non lo guardava ma si notava la tensione nel suo scheletro goffo, e Nic pensò che la sua risposta era importante. Perché, non avrebbe saputo dirlo, ma chi sapeva che sciocchezze ero messo i ragazzi nella testa a quell'età. -Mi piace montare-disse-, ma mi piace più disegnare. -Suppongo che gli piace quello più che qualunque altra cosa. Nic fece una smorfia. Il tono del ragazzo era strano, quasi sfidante. Per caso pensava che in realtà un uomo dovrebbe avere predilezione per i cavalli più che per la pittura? -Sì-riconobbe, ancora confuso-. Mi piaceva disegnare che niente. Per quel motivo mi trasformai in pittore. Tom assentì con un gesto della testa come se quello fosse esattamente quello che sperava, e continuò ad accarezzare il collo al cavallo. -Sembra che ancora abbia buon occhio-disse il ragazzo-. Era il migliore cavallo della stalla. Deve essergli costato denaro-disse, guardando di nascosto a Nic-. La domestica disse che aveva comprato anche i vestiti a miss Mary. Nic reagì qualcosa di irritato. -Sente-notò-, se quello che tenti è parlare male di come Mary si è guadagnata quelli vestiti, puoi già... -No-disse il ragazzo alzando una mano per negarlo-osservava solo che è molto generoso col suo denaro. Osservava solo!, pensò Nic, ed il suo divertimento potè più che la sua rabbia. All'opinione, le scuole nazionali portavano a termine un lavoro più fine di quello che aveva sospettato. -Allora, che cosa pretendi? Un aumento della paga? -No, signore. È stato generoso anche con la mia paga. -Quella è questione di Farnham. Quando il ragazzo si avvilì di spalle, i suoi occhi sparendo dietro la sciarpa. Quell'abitudine svegliò la curiosità Nic. Che cosa occultava Tom che pensava che nessuno bensì lui poteva trasportare?

Nic l'aveva creduto troppo timido per riferirsi con gli altri, ma per la sua maniera di parlare aveva rivelato una considerabile benché curiosa serenità. Chissà la cosa unica che necessitava era un po' di appoggio per aprirsi. A Nic non gli importerebbe se lo tentava. Non gli era piaciuto mai avere a domestici troppi rigidi. Toccò a Tom nel braccio, ma le strette spalle del ragazzo tremarono e si allontanò. Quando parlò, aveva la testa inclinata verso il basso con gesto risoluto. -Sarà meglio che veda come miss sta Mary-disse, camminando verso il patio di canti pezzati-. Già un buon momento che è sola fa. Può che ci sia per di là brutta gente. Nic rise soavemente per il naso. Lontano da lanciare calunnie sul suo carattere, sembrava che anche il giovane Tom si fosse reso conto che "miss Mary" era un vero tesoro.

Capitolo 10
Merry non poteva credere la cosa rapida che aveva progredito il suo ritratto. Nic lavorava come un poseso, o almeno come un uomo che non doveva mangiare né dormire. Davanti alla sua insistenza, ella scaldava il letto, ma passarono molte notti in cui era l'unica che si coricava. Quando facevano l'amore, egli non stava pienamente presente. Quello sì, la sua destrezza era sempre uguale di formidabile, e Merry non poteva negare che godeva benché, in qualche modo, se egli non era completamente compromesso, quello piacere non era sufficiente. La sua distrazione gli avrebbe doluto se Merry non fosse preoccupato per lui. Dove stava l'uomo che soffriva un rapimento davanti ad una di caffè? Che faceva del flirt un'arte? Che considerava un breve pisolino una forma di discorso? Quasi sembrava che stesse punendosi con la sua devozione per il lavoro, benché Merry ignorasse il motivo. Non smetteva di sperare che apparisse il vero Nic. Non sapeva come stare con questo altro e, con tutto, non si decideva ad andare via. Aveva l'impressione che egli voleva che rimanesse, e benché lo sentisse distante , sapeva che salutava di sera la sua presenza vicino a lui. La stringeva sempre nelle sue braccia, lo baciava i capelli e sospirava mentre si rilassava. A lei gli preoccupava che quello piccolo vincolo bastasse per mantenerla lì. Il suo cuore era troppo debole quando egli si trattava, sommamente debole. Una notte, mentre Nic dormiva, sparlò il nome di una donna. Bess, ella pensò, o chissà Beth. Neanche Merry si arrabbiò. Al contrario, si domandò chi quella donna sarebbe e perché il suo ricordo turbava il sonno del suo amante. Ella l'avrebbe consolato se potesse, ma l'atteggiamento di Nic non l'invitava a ciò. Per lui, la sua arte l'era tutto in quello momento. Merry non era più che una semplice convenienza.

Nic si trattenne nella porta della biblioteca. Le notizie che portava si sprofondarono nella dimenticanza con l'immagine che aveva davanti agli occhi. Mary era seduta vicino alla finestra con un libro sul grembo, giro verso l'esterno e guardando le automobili che passavano per la strada. i capelli gli cadevano sulle spalle in facce di oro, in curiosa contraddizione con la sua posizione tanto rigida. Nonostante essere rilassata, la sua schiena era retta come un palo basso il suo vestito verde, uno dei pochi capi d'abbigliamento che aveva scelto in casa della sarta. Il collo era alto e regolato con eleganza, e la sua unica decorazione erano alcuni voli bianco e rigidi intorno al collo ed i pugni. Aveva le ginocchia giunte e le mani incollate sul libro, un'immagine che ricordò alle ragazze che aveva conosciuto nella scuola a Nic. Piccole di buona famiglia che non dimenticavano mantenere la posizione benché fossero sole. Sentì che il cuore gli era restretto inaspettatamente ammirando la sua bellezza. Pensava che il suo pennello l'aveva captata, ma non era verità. Niente poteva captarla. Nonostante tutto il tempo che avevano passato insieme, di tutta l'intimità condivisa, quella giovane tanto vitale continuava ad essere

un mistero. -Mary-disse con voce soave per non allarmarla. Ella girò la testa e quello sguardo nel suo viso fece che il suolo tremasse stranamente abbasso i suoi piedi. Aveva alcuni occhi enormi. Alla luce del fuoco, brillavano come ambra ricoperta in lacrime. Nic si avvicinò rapidamente per inginocchiarsi al suo fianco, e le sue nocche diventarono bianchi quando strinse con forza il braccio di cuoio consunto della sedia. -Che cosa succede? -inquisì-. C'è qualche problema? Con un gesto triste, ella gli accarezzò il capello. -Stava pensando molto la cosa che sentirò la mancanza di te quando debba andare via. -Andarti? Perché dovresti andarti? -Hai finito il quadro, no? Egli scosse la testa come per uscire dal suo stupore. -Come sapevi che andava a dirtelo? -Hai vernice nella camicia. E torni a guardare mi mangio se realmente stesse qui, presente. -Oh, Mary. Non volli mai... -Stupito per la sua propria mancanza di sensibilità, Nic dovette trattenersi e girare altrimenti la frase -. Non volli mai lasciarti da parte. -Lo so già. Eri semplicemente assorto nel tuo lavoro-ella disse, e gli occhi gli brillarono quando gli prese la guancia nella cavità di mano, con un miscuglio di affetto e tristezza-. Sei soddisfatto con risultato, verità? -Sì-egli disse, laconico-. È la cosa migliore che ho fatto. -Bene-ella assentì-. Mi rallegro. -Pensai che ti piacerebbe vederlo. E dopo potremmo uscire a cenare Caffè Royal. Andare a vedere un spettacolo. Celebrare. Per un momento, Merry stette in silenzio. Nic non sapeva come interpretare i pensieri che affiorarono nell'espressione del suo viso. -Non posso uscire-ella disse. -Non puoi? Ella abbassò lo sguardo. La sua quiete lo spaventò. All'improvviso, egli non volle gli spiegasse, non voleva sapere che cosa la rattristava. Lo coprì il pugno con la mano e gli accarezzò il braccio attraverso la lana di colore smeraldo. -Potremmo rimanerci in casa-suggerì, inclinando la testa un lato e sorridendo-. Ed io potrei compensarti per la mia indifferenza. A Merry lo fu torto la bocca ed un lieve sorriso lo fu disegnato nella piena di lentiggini. -Dimmi che sì egli chiese-. Lasciami che te lo compensi. L'aveva sentito mille volte quello grugnito, sugerente, seducente, il grugnito con che sicuramente lasciava alle donne devote ai suoi piedi. Per la prima volta nella sua vita, quello suono gli fu rimasto acchiappato Nic nella gola.

-Dimmi che sì-mormorò, e questa volta era una preghiera. Ella alzò lo sguardo per trovare la sua, profonda, un'oscurità nella quale un uomo poteva cadere. L'emozione vibrava nei suoi occhi, e Nic riuscì a fatica a divorarsi il nodo della gola. Desiderava averla nelle sue braccia, coprire quelle labbra rosate e farle sospirare. Dimmi che sì, insistè. Dimmi che sì. -Sì-ella disse, e si inclinò per accettare il suo bacio. -Possiamo incominciare un altro quadro-propose Nic-. Questo non ha perché l'ultimo essere. Mary si accoccolò vicino a lui ma non rispose. Erano tesi di fronte al camino della biblioteca, i vestiti sparsi ed il sudore asciugandosi sulla pelle brillante ed irritata per la sfregatura col tappeto. Il suo accoppiamento era stato rapido, accompagnato da suoni gutturali, ed aveva finito troppo rapido per ricordare i suoi dettagli una volta consumato. Il fine busto di denti di balena di Mary era teso come un guscio sulla sedia su che si era seduto. Nic non si ricordava l'esserse tolto, ma sentiva ancora le mani marcate per le orme delle sue cosce. Egli se li era separati per possederla, allungando i tendini che arrivavano al suo cavallo. Ella aveva gemuto pronunciando il suo nome quando egli spinse ed entrò, e tornò a pronunciarlo in mezzo all'orgasmo. Ora i suoi petti si agitavano sotto la luce languente della casa. Il polso batteva a Mary con tanta forza che egli se lo palpava nel collo e nel pianterreno ventre. Il triangolo di riccioli era appiccicoso, pieno di piccole lance caramellate. Quell'immagine gli sembrò specialmente eccitante, malgrado non avesse nessun dubbio che ella si sarebbe sentita osservata se l'avesse saputo. Può anche che si fosse infuriato. Nic aveva girato a dimenticare il maledetto preservativo, e non si era ritirato la cosa abbastanza rapido alla fine. Aveva rovesciato almeno in lei alcune gocce, egli quale non lo disturbava tanto quanto non essersi dato il tempo per assaggiarla, umida e nuda come stava. Quella reazione non aveva precedenti ed era sommamente irresponsabile. La cosa peggiore di tutto è che sarebbe tornato immediatamente ad arrischiarsi senza dubitarlo. Non stava portando troppo bene quello tema, non stava portandola bene a lei. Avevano passato lunghi minuti dal suo straziante climax e sentiva ancora il cuore sboccato nel petto. Dovrebbe aversi già tranquillo, come normalmente succedeva quando un'avventura arrivava alla sua fine. Dovette riconoscere che semplicemente non era preparato per lasciarle andare. Il quadro l'aveva distratto. Altrimenti, avrebbe risentito già disgustato di lei. Alcune settimane più e saluterebbe senza fiatare. Ma egli non chiederebbe più alcune settimane. Merry si sgranchì al suo fianco, e si avvicinò per baciarlo la spalla , con la palma aperta accarezzandogli timidamente il petto. Per lieve che fosse, il contatto delle sue mani lo provocò un repentino indurimento del membro. Ella si girò, la sua guancia soave e fresca come un petalo. Le sue labbra trovarono la punta prominente della sua tettarella. Non l'aveva baciato mai lì prima. La sfregatura della lingua e le labbra era come un ferro incandescente. Per quel motivo non era disgustato, era ancora da vedere come Mary perdeva tutte le sue inibizioni, come trionfava sulla sua mancanza di esperienza. -Quando è la tua esposizione? -domandò Merry. Nic dovette lottare per recuperare l'alito mentre ella lo mordeva la pelle. -Il prossimo giovedì. Ella lasciò cadere la mano verso il basso e si trattenne, provocatoria, nella sua anca. Quando si

erano trasformati quelle dita callose e femminili nel sublime oggetto del suo desiderio? Merry seguì col pollice lo sfiorò il bordo della peluria pubica. Egli si morse il labbro, sperando che lei stessa cedesse il passo. Toccami, per favore, pensò. Non deve chiedere permesso. Non devi preoccuparti di sbagliarti. Ma prendimi la verga con la tua maledetta mano. In attesa, smise di respirare. Ridicolo, pensò, stupito davanti alle profondità della sua lussuria. Assolutamente ridicolo. -Rimarrò fino ad allora-ella disse. Al principio, era in attesa della posizione della sua mano per capire. Quando finalmente comprese, volle dire qualcosa ero, dopo ponderare, tacque discretamente. Aveva fino al giovedì. Quattro giorni per concentrare tutta la sua arte su lei. Gli fu avvicinato ancora più, e lo lasciò cadere una mano sotto i capelli fino ad arrivare al collo, mentre con l'altra gli accarezzava la schiena setosa. Ella si incurvò abbasso il suo contatto e lasciò scappare un sospiro. Nic non aveva dubbio alcuna che poteva fargli cambiare opinione. Sebastián Locke osservava il quadro finito mentre si accarezzava il pizzetto. Aveva quell'abitudine delle persone alte di abbandonarsi ad una posizione goffa, benché questo, naturalmente, sarebbe potuto essere l'idea che egli aveva di un aspetto proprio di Lord Byron. Chiunque fosse la posa che adottava, e nonostante il suo sguardo assopito, la sua attenzione era molto acuta. Aveva le labbra corrugato, in un gesto di concentrazione. -Queste lucentezze sono molto magre -disse. Sé-convenne Nic. Aveva utilizzato cappe di colore per creare la vivacità che desiderava. Malgrado sapesse che l'effetto riuscito era buono, notò che ora si stava mordicchiando il pollice. Sebastián aveva un occhio penetrante. Era una delle ragioni per le quali non era soddisfatto col suo proprio lavoro, perché vedeva quello che bisognava fare con più facilità che portarlo alla pratica. -Vedo che non l'hai dipinto le lentiggini-disse, corrugando scherzosamente un sopracciglio biondo-. Era troppo la sfida? -Dava al quadro un aspetto troppo variopinto-disse Nic, negando con un gesto della testa. -Hmmm. -Sebastián ritornò al suo esame. Il suo sguardo vago dalla cosa alta della chioma di Merry fino a dove i suoi petti spuntavano timidamente-. Hmmm-ripetè. Nic perse la pazienza. -Per l'amore di Dio, Sebastián, dimmi solo che cosa pensi. -Sai perfettamente bene che è buono, il mio amico-rispose Sebastián, ridendo-. La mia intenzione era darti una risposta che fosse qualcosa più che quello. -Dovresti essere stato un maledetto critico. Sentendolo brontolare, il sorriso di Sebastián distorse la curva del suo biondo baffo. Può che il suo viso fosse stato progettato precisamente per quelle espressioni saturnine. -Uno di quello quale non sanno dipingere, ehi? -Non volli dirlo in quello senso. Tu sai dipingere. E molto bene. -Nic, Nic, Nic-disse Sebastián-. Sempre tanto buona persona-si grattò un lato del mento-. E dici che l'appena hai finito?

-Ieri sera. Vuoi toccarlo per vedere se l'olio è umido? -No, no. Non dubito della tua parola. Ma sono sorpreso-disse e lanciò a Nic un sguardo ironico-. Normalmente, quando finisci un gran progetto, non ordini di cercarmi affinché lo venga a vedere. Ti metti nel letto e sverni. Nic giocò con alcune monete che aveva nella tasca. -Questo quadro è differente. -Lo vedo già. Sapendo che il suo amico aspettava una nuova provocazione, Nic conservò un incarognito silenzio. -Di accordo. -Sebastián si arrese con una risata roca-. È brillante. Hai innovato in nuovi terreni artistici, per te stesso, naturalmente, e possibilmente per altri. Questi colori mi lasciano a bocca aperta , la stessa cosa che il tuo delizioso Godiva. Il fatto che abbia ottenuto che quella creatura squallida sembri tanto desiderabile è un prodigio in sé stesso. Quando Anima-Tadema sia appena diventato verde di invidia, ti darà una buona manata nella tua maledetta schiena. Nic sospirò con sollievo. Eccitato con la subitanea liberazione della tensione, si dondolò sui piedi. -Merry mi pregò che ottenesse una sedia per montare di lato, ma non mi convincevo. A Ruskin gli darà un accidente e è probabile che dica che sono una minaccia per la società. -Hai invitato a Ruskin alla tua esposizione? -Naturalmente-sorrise Nic-. Un uomo come io desidera fervidamente essere una minaccia. Capendo il sorriso, Sebastián gli diede una stretta nella spalla. -È buono-disse, il suo sguardo per una volta calda ed aperta-. È molto buono. Quello sì, mi domando... -Sé? A Sebastián lo furono allungato gli occhi come se stesse reprimendo una risata. -Hai un aspetto molto salutare. E mi domando se il tuo coraggio non si deve più al tuo ardore amoroso che al fatto di avere finito questo quadro con successo. Nic sentì, allarmato, un bruciore nella nuca. Se al suo amico gli ero successo che Mary era importante per lui, la perseguirebbe facendo galla di tutti i suoi stratagemmi. Sebastián Locke era stato sempre un uomo competitivo e l'auge inarrestabile della corsa di Nic assolo aveva peggiorato le cose. Può che Mary non fosse importante per Nic come l'altro artista pensava, ma non si meritava che la mescolassero nei giochi di Sebastián. -Che cosa vuoi dire con quello? -domandò, forzando un tono, disteso-. Perché avrebbe Mary Colfax qualcosa vedere col mio coraggio? -Oh, non lo so. Chissà la guardavi in casa di Anna per come, come se tu fossi il lupo affamato ed ella la povera pecorella. -Ancora non c'eravamo coricati allora. -Già-assentì Sebastián. Ma non sembrava troppo convinto. -Mi piace-disse Nic, facendo la cosa possibile per adottare un tono ragionevole-. Mi piacciono

le donne. Sebastián si portò il pollice alle labbra con gesto riflessivo. -Lo so già. È il segreto del tuo successo. Il suo amico l'osservò, crociato di braccia mentre faceva scricchiolare l'unghia del pollice contro i denti. Occultava il suo pensiero, dietro il velo abituale del suo divertimento, ma Nic l'indovinò il pensiero. Dovette lottare contro l'impulso di ritorcersi. Tutto quella che aveva detto a Sebastián era verità. Gli piacevano le donne. Tutte le donne. Se le scintille che egli e Mary avevano tirato fuori erano inusualmente brillanti, quello si doveva ad una felice coincidenza di compatibilità. Non significava che albergasse sentimenti seri né che la presenza di Mary avesse a che vedere col miglioramento della sua disposizione abituale dopo avere finito un quadro. Il quadro era una pietra miliare personale. Qualunque artista si sarebbe sentito nella fortuna. Finalmente Sebastián ruppe il silenzio. -Dovresti chiederlo che si riunisca con noi a Venezia dopo l'esposizione. La contessa ci ha invitati al suo palazzo. -Ci ha invitati? Il sorriso di Sebastián era diabolico. Nic seppe la cosa che immediatamente implicava. -Vai con Evangeline, no? A Sebastián lo fu ritorto il baffo. -La sua avventura con Gerald Hill sembra essere arrivato alla sua fine. -Ahi, Sebastián-disse Nic, sfregandosi il viso con un gesto di rassegnazione-. Sai che dovresti lasciarla in pace. Nessuno dei due uscirete troppo bene fermi. -Tu hai i tuoi propri veleni-disse Sebastián, impenitente come sempre. Alzò un pennello con punta di ventaglio e lo fece girare destramente in due dita-. Potresti venire senza Mary, se lo preferisci. So che ad Evangeline non gli importerebbe. Come nei vecchi tempi. -Dio il prohíba-egli mormorò, ricordando che a quello compagno gli piaceva includerlo nei suoi drammi. -Andiamo, andiamo-disse Sebastián con tono di rimprovero-, non fu ogni Sturm und Drang. -No-riconobbe Nic. Non era stato tutto temporali e passioni. Il trio, Sebastián, Anna ed Evangeline l'avevano accolto quando era appena arrivato da Londra. Durante la sua formazione artistica, aveva visitato molti posti dell'Europa. Nic aveva avuto alcuni relazioni passeggere con certi conoscenti, ma non amici. Dopo avere perso a Bess, non aveva avuto voglia di intavolare nuove amicizie. Il calore di Sebastián e degli altri l'aveva reincorporato alla società umana. Un amore così generoso, di salvatore, non dovesse svegliare mai pentimento. Ora fu Sebastián che rise. -Ricordi che c'accodarsi nelle opere teatrali di Anna, e dopo rimanevamo tutta la notte parlando nel suo camerino? Eravamo alcuni idioti, pensando che conoscevamo il senso della vita e dell'arte, tanto poveri che dovevamo riunire tutto il nostro denaro per un solo cibo. -Lo ricordo-disse Nic, e sfiorò la mandibola al suo amico col dorso della mano. Nic era stato orgoglioso della sua povertà, orgoglioso di mai toccare la fortuna macchiata di suo padre.

-Rimpiango quelli giorni-disse Sebastián, e lasciò scappare un sospiro. -E bene, io non sento la mancanza per niente di morire di fame-obiettò Nic, benché gettasse di meno la leggerezza di tutti i suoi demoni. Si divertivano a quel tempo, un'epoca di più eccentricità che sofferenze. Quando uno era tanto giovane, sembrava che tutto poteva guarirlo col tempo. Ora era maggiore e non tanto ottimista. A volte pensava che la conoscenza che avevano l'uno dell'altro non faceva più che aumentare la sua capacità di ferire. -Io lo getto di meno-disse Sebastián, con la voce all'improvviso roca-. Getto di meno i tempi in cui tutti erano uguali. Quella confessione commosse a Nic fino al limite delle lacrime. Chissà Sebastián fosse un caprone astuto ed ingannevole ma, anche il mio Díos, sapeva tirare fuori alla luce la verità scarna. -Tutti siamo uguali-, disse, con la stessa voce roca-. Per giudicare un uomo, qualcosa è necessario più che l'opinione del mondo. Il suo amico lasciò scappare una risata nasale. Recuperato di quello momento di emozione, nei suoi occhi brillava lo stesso sguardo di disprezzo verso sé stesso. -Dimmi solo che penserai di andare a Venezia. Tu ed io non ci siamo ubriacati in secoli. -Lo penserò promise Nic. La sua promessa l'aveva preso per sorpresa, ma sapeva che era verità.

Nic era uscito a visitare il suo sarto, come disse, e Merry sommesso libero per curiosare nel suo studio. Non gli aveva proibito mai che entrasse lì a sole, ma non era per quel motivo che aveva sperato. Non sopportava l'idea di avere un testimone vicino a lei quando guardasse per la prima volta il quadro. Né Farnham, né la signora Choate. Naturalmente Nic neanche. Sentiva un'ansietà tanto grande che aveva risposto con evasive a tutti l'i suoi inviti di andare a vederlo. Non gli aveva gettato né un solo sguardo in settimane. Caso mai. Nic aveva detto che non mentiva mai. Né con le parole né nella sua pittura. La mostrerebbe come la vedeva. Non era sicura che potesse sopportarlo se il ritratto la dipingeva brutta. Con la bocca secca, il suo sguardo vagò fino a trovare le finestre. Il cielo era pallido ma sereno e dei languidi pini cadevano gocce dalla recente gelata. La primavera stava cadendo, ed ella non starebbe lì per vederla. Quella verità gli sembrò piena di malinconia e gli pesò nel cuore come un sacco di pietre. Verso sei settimane che era arrivato. Sei sorprendenti settimane che sembravano una sola. Merry volle scuotersi di sopra la sua tristezza. Non era venuto qui a riflettere né a perdere il tempo. Il sole brillava attraverso finestre, scaldando l'aroma della pittura fresca che asciugava, ed illuminava il gran cavalletto di pino installato come una forca sotto quella luce. In quello cavalletto stava il suo ritratto. Senza cornice. Scoperto. Misurava meno che il lungo di un braccio per i quattro lati. Un ritratto piccolo, in realtà, per ispirare tanta paura. Quella parola le si fece quadrarsi di spalle. Il suo vestito scopò suolo polveroso passando vicino alla Venere senza braccia di Nic, più in là un rotolo di tessuti a mezzo usare e del mucchio di accessori di epoca. Chiuse gli occhi e strinse le labbra. Atto seguito, cedè un passo lecca per guardare il quadro.

Rimase a bocca aperta, e la sua sorpresa la lasciò senza alito. Gli abbozzi non l'avevano preparata per questo. Il ritratto era spettacolare. Tanto brillante, tanto vivido, il colore era quasi come un cazzotto nel ventre. Merry sentì un impulso infantile di leccarlo, come se fosse una frutta matura. Il quadro aveva una lucentezza speciale e risplendeva in lui. Veramente, risplendeva. Godiva ella era. Fino al naso all'insù ed il groviglio dei suoi orribili capelli. Erano le sue ginocchia ossute. Le sue braccia magre. I suoi occhi maliziosi e sorridenti. A parte l'omissione delle lentiggini, Nic non l'aveva lusingata nella cosa più minima. Nonostante il quale, nessun specchio non gli aveva restituito mai un'immagine tanto radiante. -Il mio Dio-disse, in un respiro. Si portò la mano al collo, con lacrime spuntandolo negli occhi, e scoppiò a ridere. Durante il resto della sua vita ricorderebbe quello momento. Era una donna bella. Come lui la vedeva, era bella. Quell'era un regalo che non aveva sperato mai di ricevere. Migliore che il vestito porpora. Migliore che le sensuali attenzioni che egli l'aveva sperperato questi ultimi giorni. Migliore perfino che la prima volta che aveva montato un cavallino. Soprattutto, quello sì, era un regalo che esigeva un altro come contropartita.

Capitolo 11
Ancora era di giorno quando Nic girò dei suoi acquisti. Aveva l'intenzione di cercare a Mary, ma non sperava di trovarla nella sua stanza. —Voglio ringraziarti-ella disse. Era seduta sui talloni in mezzo al suo letto, e vestiva la sua vestaglia marrone favorita. Nic ebbe un lieve sospetto della forma che assumerebbe la sua gratitudine. Sorridendo, lanciò tutti i pacchetti eccetto il più piccoli su una sedia. Se ella sentiva la necessità di ringraziargli, allora era che il suo lavoro degli ultimi giorni cominciava a dare il suo frutto. Sentì una tensione piacevole, benché fingesse essere confuso. -Ringraziarmi? Ella assentì con un gesto della testa e con un'espressione che trasmetteva contemporaneamente insicurezza e determinazione. -Per il ritratto, l'ho visto questa mattina. È molto bello. Nessuno più mi ha fatto vedermi di quella maniera. -Ah-egli disse e scivolò tra le due colonne centrali di letto, come se quella soglia fosse l'entrata al suo recinto magico. Non aveva previsto quelle gratitudini per la sua abilità artistica. Nic seguì col dito la forma della sua coscia nascosta per la seta fino ad agganciarlo il nastro della vestaglia che ella aveva annodato alla corsa. Merry lo ricompensò con una scossa. Con coraggio di provocarla, egli tirò del nodo ma non lo disfò. -E che cosa passa se penso che io sono chi vuole ringraziarti? -Stai ringraziandomi già per lui. Da quando finisti. E1 sentì un benessere che si spargeva sul suo petto come un vino tiepido schiumoso. -Mi rallegro che ti sia reso conto. Ma questi ultimi giorni non sono stati una gratitudine. Sono stati una subornazione. -Un soborno?-quando Nic lo baciò il collo, ella ebbe un soprassalto. Egli si approfittò di quello vantaggio e lo lasciò cadere la mano dentro la vestaglia per prendergli il petto. Ella diede un breve sussulto un istante prima che il capezzolo fosse indurito al contatto con la palma della sua mano. -Quando faccio l'amore con te, è un incentivo affinché ti dìano voglia di rimanerti. -Perché ancora non hai finito con me. Quelle parole avevano una familiarità inquietante. Egli allontanò dal suo collo e la guardò agli occhi. -Che cosa vuoi dire? -La prima notte, quando tu... -disse, e Lei arrossisco lievemente-, quando mi possedesti contro

la porta per ostacolare che andassi via, dicesti che non avevi finito con me. Il ricordo eccitò a Craven, ma si impegnò ad adottare un tono serio come quello di lei. Ritirò la mano dell'incandescente soavità del suo petto. -Non ti ho mentito mai, Mary. Ti aveva detto già che un giorno questo finirebbe. -Lo so già-assentì ella, ed il suo ciglia rojidoradas si chiusero fino a che vegliarono il suo sguardo, benché non sembrasse contrariata. Lei liscio il tessuto della vestaglia sulle cosce. Per un momento, acchiappato per una paura irrazionale, Nic si sentì scomodo davanti alla calma con che ella aveva accolto il suo promemoria. La maggioranza delle donne che Nic aveva conosciuto avevano fatto tutta la cosa possibile per conservarlo. La girò a guardarlo, sicura ed imperscrutabile-. Assolo mi domandavo dato che dici che non hai finito ancora con me, che cosa è quello che vuoi che non abbia ottenuto ancora? Quello è quello che mi piacerebbe darti questa notte. Come retribuzione. -Come retribuzione-egli ripetè. -Per dipingermi tanto bella. -E bene egli disse. Per quanto lo tentasse, non riusciva a spiegarsi come era possibile che Mary lo fosse arrivato a confondere di quella maniera. Lanciò un sguardo al pacchetto avvolto che aveva portato fino al letto, l'elemento chiave della sua campagna affinché Mary cambiasse opinione-. Suppongo che quello significa che non vuoi il tuo regalo. -Un regalo? Per me? -Merry cancellò qualunque dubbio che Nic potesse albergare quando gli strappò il pacchetto dalla mano. Strappò la carta con mani avide ed estrasse l'oggetto del suo fagotto -. Oh-disse, alzandolo affinché gli desse la luce. Era un fiasco rotondo e largo, di vetro colore azzurro cobalto con un ramo di fiori di mandorlo in rilievo-. È molto bello. -È olio-egli spiegò, rallegrandosi che a Mary gli piacesse. -Oli? -ella domandò, raggrinzendo il naso con sguardo di perplessità. -Non è per cucinare, duchessa. È per fare massaggi. -Oh-ella disse, e dopo, con un'ondulazione lasciva di ogni corpo-: Ooh. Per fare massaggi. Sicuro che posso dargli un buon uso. -Io sarò chi l'usi con te-egli chiarì, tendendo la mano a che gli restituisse il fiasco. Con un guardata maliziosa, ella glielo strinse contro il petto. -No, no, no. Tu me l'hai regalato. Quello vuole dire che posso fare quello che voglia con lui, e quello che voglio è compiacerti. Nic sentì che la lussuria l'era rovesciato come un filo caldo ed ispessisco per le vene. I pantaloni che normalmente sedevano alla perfezione, diventarono stretto con la puntura dura e tentatrice della sua erezione. Aveva pensato di ungere a Mary il corpo di olio, percorrere con le sue mani ogni centimetro di quella pelle satinata lentigginosa. Aveva sognato ciò mentre esaminava attentamente le librerie del farmacista, immaginando come ella sospirerebbe, mentre cercava di dominare il gonfiore nascosto per i vestiti. Quell'eccitazione era stata una mera favilla paragonata col falò che si era impadronito ora di lui. Aveva tutto il corpo caldo, la pelle afiebrada, ed il polso gli batteva come un tamburo tra le gambe. Ebbe una sensazione di allarme in mezzo a tanta eccitazione, perché non ricordava avere desiderato nessuno con tanta intensità, naturalmente non tanto tempo dopo avere incominciato un'avventura. Come è naturale, Merry si fissò in quello sua trance. I capezzoli lo furono gonfiato e gli furono

stretti contro la vestaglia, una risposta che diede ali all'appetito di Nic. Merry rimase guardando quello gonfiore prodigioso con un umore che egli avrebbe desiderato condividere. -Credo che ti piaccia l'idea che ti metta olio. Indubbiamente... -disse, inclinando la testa ad un lato fino a quasi lasciarle lasciarle riposarsi sulla spalla da lei-, dovrai darmi le tue istruzioni. Così saprò esattamente quello che ti piace. -Esattamente? -egli domandò con voce roca. -Esattamente-ella confermò, e si morse il labbro superiore. Nessun gesto avrebbe potuto esprimere meglio il suo nervosismo, né la sua determinazione per superarlo. Nic sentì una punzecchiatura deliziosa che gli percorse la verga verso l'alto, come se l'avessero punto nella punta. -Ti dirò quello che desidero-disse, con un sussurro tanto soave come roco. -Di verdad?-balbució ella, inghiottendo saliva e trascinando un po' le parole-: in realtà che mi insegnerai? Egli corrugò il cipiglio prima che potesse evitarlo. Voleva che egli gli insegnasse? -Mi piacque quando facesti quello quella volta-disse, e le parole si imbatterono alcune in altre, prede della vergogna-. Quella notte quando io non potevo accendere il fuoco e tu... ti toccasti. Quello mi piacque e pensai che non ti importerebbe tornare a farlo. Sai già, senza i vestiti. -Quello ti piacque-egli disse, stringendo le labbra per resistere la voglia di sorridere. Ella assentì con gesto convinto. -Mi sembrò molto eccitante. Egli dovette guardare ad un lato per non denunciarsi. -Non lo so, Mary. Dovrebbe essere molto rilassato per fare così qualcosa davanti a te. -Oh, io otterrò che ti rilassi-ella disse, con un gesto che scartava ogni difficoltà-. Non è più difficile di spazzolare un cavallo ... ehi, voglio dire, come ho sentito dire. É1 rise con un sbuffo. Si sentiva come un cavallo, come un puledro zelo che si metteva ad odorare delle femmine dopo avere passato giorni rinchiuso nel suo casello. Si incorporò del letto e la guardò. -Vuoi che mi svesta, allora? -Oh, sì-ella disse, e si girò sulle ginocchia per avere una migliore prospettiva-. Quello sarebbe molto conveniente. -Che adulatrice sei-egli disse, socchiudendo gli occhi. -Niente di quello! Solo una suora si rifiuterebbe di guardare. Ma la verità è che era allettante. Nic sorrise mentre si svestiva. Non avrebbe potuto avere un pubblico più attento né accogliente. Senza vacillare, gli offrì quello piacere del suo proprio corpo, la sua voglia che l'osservassero. Sapeva che ella condivideva quello desiderio, per molte riparazioni che avesse per riconoscerlo. Questa notte, non gli occulterebbe niente. Mary aprì titanicamente gli occhi quando egli si toccò attraverso i vestiti, stringendosi quello gonfiore tra le gambe aveva fatto come per lei in un'occasione. Sapeva che quello gli piaceva, perché Mary si ritorse di un lato ad altro e si portò le mani alle cosce. Osservarla guardandolo era quasi troppo eccitante doveva finire con quello palpo se

non voleva arrivare al punto non ritorno. Quando si tolse lentamente la camicia al di sopra della testa, ella battè ciglio per chiarirla si veda. A bocca aperta, vide come si sfregava le tettarelle fino ad indurirli. Ed ebbe difficoltà per inghiottire quando Nic si abbassò i pantaloni. -Guardati-disse, estendendo le mani come se volesse richiamare l'attenzione-. Chi potrebbe stancarsi di tale spettacolo? -Tu no, spero-egli disse, ed allora si arrampicò nel letto per baciarla. Aveva il corpo caldo e flessibile, e la sua bocca fu un dolce paradiso la sua lingua. La tese fino a rimanere sopra a lei e si dilettò nel contatto dei corpi nudi. Come sempre, la fermezza dei muscoli di Mary lo disarmò. Lasciò cadere la mano intorno alla curva matura di pesca del suo posteriore, sfiorandolo la peluria, cercando la prova tattile della sua lussuria. Quando la trovò, ella sciolse un lamento soave e femminile. Era un suono del quale Nic non si stancherebbe mai. Lasciò scappare un sospiro di piacere e l'introdusse il dito ancora più profondo. Prima che potesse esplorarla nella sua pienezza, Mary gli mise le mani nel petto e spinse per separarsi. -No-disse-. Si suppone che io sono chi ti darà piacere. Solo quelle parole potevano fermarlo. Divertente ed eccitato fino al dolore, lasciò che lo spingesse fino a rimanere teso di schiena, e dopo si lasciò separare le gambe. Mary lo collocò un cuscino sotto la nuca e rimase di cuclillas tra le sue gambe. Nic sentì che una soave brezza lo sfiorava l'inguine, egli quale aumentò la sua sensazione di nudità e la sua sensibilità. Il suo membro mirava verso l'alto e dopo verso il basso, come se cercasse di trovarla. Mary dava segni di essere soddisfatta col suo lavoro. -Così sta meglio-disse, cullando il fiasco azzurro tra i petti-. Ora posso toccarti come mi piaccia. Con quello nodo nella gola, appena Nic riusciva ad articolare parola. -Questo è quello che stava sperando. Che faccia quello che ti piaccia. Quello è quello che voleva e che ancora non ho ottenuto. -Oh-ella rispose, ridendo per la cosa sotto-, che coincidenza. Si sorrisero l'un l'altro, un momento intenso e vibrante che, curiosamente, somigliava all'amicizia. Nonostante tutta la sua esperienza, Nic non aveva sperimentato mai qualcosa di simile. Era un sentimento gradevole e caldo, ma doleva anche un po', come se niente fosse potesse soddisfarlo del tutto. Un nuovo scintillio brillò brevemente negli occhi di Mary, e dopo sorrise, una smorfia rabbonita che lo raggrinzì il viso con una risata muta. Allungò il braccio ed inclinò il fiasco fino a rovesciare un filo di olio sul torso di Nic. Diluito per il caldo del suo corpo, l'olio fluì sulla pelle di lui come se fosse crema. Ella lo sfregò fino ad arrivare alle spalle, passando per i suoi pettorale, disegnando circoli attorno alle sue tettarelle coi pollici. -Adoro il tuo petto-mormorò, come se a lui non lo fossero stato teso tutti i tendini del corpo-. Hai molto bene alcuni muscoli proporzionati, e si vedono perché non hai troppa peluria. -Mi rallegro che ti piaccia-egli disse, con quella voce roca che sembrava di un altro mondo. Le sue carezze erano lunghe e forti. Quando svanì la prima sensazione del contatto, ella

incominciò ad allungarlo i muscoli e dopo scioglierli, dissipando tensioni il cui esistenza egli ignorava. Lo massaggiò il collo, dopo la schiena e lasciò cadere le sue mani forti ed untuose durante le braccia. Sfregandolo le palme delle mani col tuorlo delle dita, a lui lo furono ritorto verso dentro le dita dei piedi. -Ti piace? -ella mormorò. Egli grugnì e chiuse gli occhi. Quelle mani erano magiche, né troppo soavi né troppo dure. Era come se Mary avesse un istinto speciale per conoscere la sua anatomia, come se sapesse giusto dove fermare si ferma trovare il nodo nascosto. La sua erezione aveva menomato, ma non era sparito, ora era solo un battito gradevole, un appetito che poteva sperare. Ella si girò per massaggiarlo le gambe, l'alzò un e dopo l'altra per lavorare sulle cosce di dietro. Egli tremò quando ella trovò quelli gradevoli punti nei piedi, lasciando cadere fermamente il pollice tra ogni osso. -Ahi, Mary-sospirò, ed incurvò la schiena senza potere evitarlo-, è il cielo. Ella lo baciò l'interno del piede, e lasciò cadere le mani dalla gamba alle cosce per incominciare da più vicino. Quello svegliò a Nic del suo stupore e si incorporò. Con occhi pesanti e vegliati per piacere, esaminò l'artefice della sua fortuna. Mary si era ritirata i capelli con un nastro, ma durante il massaggio questa l'era stato sciolto e sparso in un disordine pronosticabile. I riccioli ondulati gli cadevano per i lati del viso. Le sue labbra erano soavi, le lentiggini sfumate per un tono rosaceo. Aveva pienamente l'aspetto di una creatura sensuale, di una donna che ha svegliato alla sua sessualità. Da quando si erano conosciuti, il suo sonno era stato vederla così. -Ora-ella disse-a te si tocca insegnarmi che cosa è quello che ti piace. Con la punta delle dita, Mary lo sfiorò l'osso al di sopra di cosce, un gesto a metà provocatorio, a metà indotto per i nervi. Nic sapeva che ora doveva pensare con molta cautela. -Vuoi che mi tocchi a me stesso-disse, misurando l'effetto di ogni parola-. Vuoi che mi porti la mano alla verga e che mi masturbi mentre mi guardi. Benché le sue guance riscuotessero una tintura scarlatta, Mary non negò la sua affermazione. -Sé-disse, con voce sicura-, ma voglio finire di farlo io. -E seguirai le mie istruzioni? Ella quadrò le spalle. -Al piede della lettera. Le sue branchie ispiravano contemporaneamente ammirazione e buon umore. -Non hai perché farlo, lo sai già-egli notò, toccandolo il viso arrossito-. Non fare niente che io ti chieda se non ti piace. Ella aprì la bocca e dopo si leccò il labbro superiore, come vacillando. -Potremmo fingere che sono obbligata? Credo che mi sentissi più comoda. Nic sbattè le palpebre, sorpreso. La domanda di Mary era inaspettata , per dire il meno. Fino ad ora, egli non aveva visto più che una piccola prova della sua volontà. Che volesse ricevere ordini di lui, benché non fosse più che un gioco, lo commuoveva nella cosa più profonda. Tuttavia, fece attenzione a non mostrargli il suo stupore. Il desiderio sessuale era qualcosa di molto fragile e bisognava trattarlo con rispetto. -Credo che mi piacesse-egli disse, e gli tese la mano affinché gli passasse l'olio.

Merry non era sicuro di potere spiegare il suo proprio comportamento. Sapeva solo che, per quell'ultimo momento insieme, voleva offrirgli qualcosa più profondo della sua verginità. Prima gli aveva dato una parte della sua sensualità. Ora gli consegnava una parte della sua anima. Chissà offrirlo fosse un'imprudenza, ma ella si lamentava sempre più delle cose che non aveva fatto che di quelle che sì aveva fatto. Con un tremore che denunciava la sua attesa, Mary gli versò un po' di olio nella palma della mano che egli chiuse in cavità affinché non scivolasse. -Guardami-disse, con quella voce roca che aveva quando si eccitava-. Voglio che sappia quello che possono fare i tuoi occhi. Ella lo guardò, vide il rossore nei suoi zigomi prominenti, il polso che gli batteva visibilmente nel collo. Il petto gli saliva e scendeva quando ella lasciò cadere la mano per la peluria nera, per i circoli ramati delle sue tettarelle, sfiorando le piccole punte nel centro del circolo. La vestaglia prestata gli pesava sul petto, ma non voleva togliersila. Aveva posato per lui per settimane... Che egli si denudi, pensò. Che egli si mostri per me. Nic l'inchiodò lo sguardo quando strinse la mano con che ella aveva versato l'olio. Il suo sesso si era rilassato col massaggio, ma ora, nello spazio di scarsi secondi, tornò ad ergersi, allungandosi, ingrossandosi fino a che Nic chiuse la mano sulla sua cresta palpitante. La magia di quella trasformazione lasciò a Mary senza alito. Nic non aveva mentito. La cosa unica che ella doveva fare era guardarlo. Egli girò il polso, e l'olio si sparse in un filo dorato. Arrivò fino alla pelle rossa e stretching, superandola verso il basso. Con l'altra mano, egli la raccolse nella base. Una fragranza di mandorle profumò l'aria. -Osserva-egli disse, come se fosse necessario dirsilo-. Guarda come mi tocco. -La mano che aveva chiuso intorno alla base salì, lenta e sicura, spostando la pelle esterna verso la punta bulbosa. Non appena le lasciò andare, seguì con l'altra mano, ungendosi il membro di olio. Tornò a farlo un ed un'altra volta, muovendosi delicatamente , pressando con fermezza, fino a che la sua erezione brillava come un tronco levigato. Si trattenne e lasciò che Mary osservasse. Ella sentiva il cuore sboccato nel petto. Quello fallo di Nic era grasso ed oscuro, all'improvviso brillando in tutta la sua estensione e vibrando di eccitazione. Mary vedeva ogni tessitura, ogni piccolo vuoto o protuberanza. Il suo pene non poteva confondersi con niente che non fosse parte del corpo umano. Non era marmo. Non era giada. Era la carne viva, inestricabilmente legata alle funzioni basilari più primitive del maschio. L'affascinava perfino il suo aspetto ostile. Nella sua vita aveva visto niente tanto intimo. -È bello-disse, ed il sacco nella base del fallo si agitò. -Mi piacerebbe che mi aiutassi-egli disse, con voce profonda e roca. Metti la tua mano attorno alla base. Voglio che abbia la pelle tesa mentre io sfrego. Nic aveva letto il suo desiderio non confessato, il suo impulso irresistibile di toccarlo. Mary estese la mano fino a toccare la radice, ora tremula, quasi temendo fare quello che egli gli chiedeva. Nic aspirò profondo quando ella lo prese. -Ora, tira-disse, e le sue parole suonarono come un'ordine-Allunga la pelle verso le mie uova. Ella tirò fino a trovare il gonfiore dei suoi testicoli, e con quello movimento allungò la sua pelle esterna satinata, cercando di imitare la forza che l'aveva visto applicarlo. Nic tremò quando ella l'afferrò, ma senza battere ciglio, ed ella seppe che non gli aveva fatto male. Non c'era dubbio che gli

piaceva quello che faceva. In davanti suo e nella parte superiore del labbro apparvero alcune gocce di sudore. Merry sentì che un tremore poderoso gli saliva per il braccio. Ella gli faceva quello, con la sua mano, coi suoi occhi. Sentì il battito del suo proprio sesso, stretto nell'interno, come se anche ella stesse alla mercé di un pugno. -Sì-egli disse, e la sua supplica fu un grugnito-. Ora osserva. Ella non poteva separare la vista. Egli stava vicino a lei, dandosi piacere mentre ella lo sottometteva la pelle per resistere suo andare e venire. Ignorava perché quell'aumentava il suo piacere, ma non dubitava che così fuori. Nic aveva i muscoli tesi, la respirazione rigidamente controllata. La musica del suo alito fluiva attraverso lei come se si trattasse dell'atto amoroso. Dentro e fosse. Inspirare e soffiare. Sotto le unghie delle sue eleganti dita, rimanevano ancora rastrelli di pittura, verde e gialla. Ella l'osservò lì dove egli si sfregava, dove stringeva fino a che la punta delle sue dita impallidì. I fiumi serpenteantes delle sue vene emergeva del tono rossiccio del suo prepuzio. Ella seguì il suo percorso verso l'alto, passando per il collo acceso e seguendo fino alla punta soave e rosata dove sparivano. Nic introdusse il dito in una piega rugosa di pelle sotto il glande e tutto il membro gli tremò. Le cosce lo furono scosso. Quello, ella pensò. Quello sì gli piace in realtà. Preda lei stessa di una scossa, si morse le labbra tra i denti. Quello piccolo occhio cieco piangeva una lacrima come una perla. Riuscì ad aprire la bocca per respirare. -Voglio fartelo io. Voglio darti piacere. Egli si trattenne, si sciolse e portò la mano libera di Mary affinché rimpiazzasse la sua. L'intensità della sensazione la scosse. Nic era caldo, palpitante, unto con l'aromatico olio. Tirò come l'aveva visto tirarlo, chissà non tanto soavemente, ma con la stessa concentrazione. Per quello visto, la sua tecnica era buona, perché egli lasciò scappare un sospiro profondo e mise la testa da parte. La sua verga si era indurita come un muscolo, dura in suo interno ma anche flessibile. Decisa a fare tutta la cosa possibile per dargli piacere, aumentò la pressione del pollice ed il cordiale lì dove si univano, in quello punto sensibile sotto il glande. Egli rispose al suo contatto come ella avrebbe risposto al suo. Quando alzò lo sguardo, vide a Nic che l'osservava, i suoi occhi grigi silenziosi ma intensi. Aveva la pelle bruna di tanta eccitazione e le labbra gonfie, malgrado non l'avesse baciata ancora. Quando egli glieli leccò, ella si sentì come se l'avesse leccata. -Vuoi qualcosa-disse, rispondendo ad un istinto tanto antico come il tempo-. Dimmelo, Nic. Dimmi egli ed io tenterò farlo. Egli vacillò. -Dimmelo-ella insistè, e lo sfiorò il glande col pollice-. Ordinami lo. Egli rise, appena un soffio di alito. Atto seguito, il viso lo fu indurito. -Voglio che lo baci-disse-. Voglio che mi prenda nella tua bocca. Furono parole secche, non strettamente un'ordine, ma quasi. Svegliarono in lei un'immagine tanto cruda come sorprendente. Sicuro che non poteva fare quello, non poteva introdurre quell'organo enorme nella sua bocca. Ma lo desiderava. Non appena egli l'aveva detto, ella si era bagnata. Finge, pensò. Finge che devi fare quello che egli dice. Dopo, passi quello che passi, per molto rara che ti siedi, egli non avrà nessuno più che a sé stesso incolpare. Nonostante quella determinazione, Merry non si fidava della sua voce interna. Invece, assentì con un gesto rapido ed i denti fermamente stretti. Quando Nic capì che accedeva, cominciò a respirare tanto rapidamente che il ventre lo fu

affondato sotto le costole. Coi movimenti agitati propri dell'impazienza, si mise un paio di cuscini sotto alla schiena. -Avanti-disse, questa volta più imperativo-. Voglio vedere come mi succhi. -Ella non chiuse gli occhi. Con la mandibola tremando egli , Merry sfiorò col labbro tutto il lungo del suo membro, e dopo lasciò cadere la punta setosa tra le labbra. Il sapore e la tessitura erano indescrivibili. Più soave della soavità. Più liscio della cosa liscia. Egli lasciò cadere le dita tra le sue nocche e coprì la mano che sosteneva la sua verga. La sua palma era calda e gli dava sicurezza. Egli mi dirà, ella pensò. Egli mi dirà se lo faccio male-. Prende un po' più-mormorò ed all'improvviso gli tremarono le cosce.-Prometto che non... non spingerò troppo. Ella fece quello che egli gli chiedeva, ed egli lasciò scappare un sospiro come se gli avessero concesso il suo più grande desiderio. Era caldo e palpitante nella sua bocca. Aveva sapore a mandorle, a sale e pelle. Sembrava naturale leccarlo, succhiare quella tenera pienezza fino al limite delle mani che l'impugnavano. Nic rimase senza alito davanti a quello cambiamento di pressione, e dopo accarezzò il groviglio dei suoi capelli come se fosse tentato di tirare di lui. Benché quello movimento non lo denunciasse, ella sentì l'aumento della sua eccitazione nella scossa del membro che sottometteva con entrambe le mani. -Stringe più forte-egli disse, chiudendo le dita sudate di Mary coi suoi-. Non lasciare che mi corra. Ella non sapeva che poteva fermarlo, ma l'idea che aveva il potere di mantenerlo sull'orlo del piacere l'inondò di un fuoco bruciante. -Qui-egli mormorò, spostando la sua mano affinché circondasse la parte superiore dello scroto. Stringe e tira. I suoi testicoli erano come due uova sodo, strani e firma dentro la pelle rugosa. Merry dovette tirare verso il basso, separandoli dal cavallo per sostenerlo come egli gli chiedeva. Egli lasciò scappare un grugnito quando ella l'ottenne, alzò le anche e spinse lentamente affinché ella lo prendesse nella bocca. Aveva le gambe arcuate e si appoggiava sui talloni. -Sì-disse, e sciolse la mano-. Così mi piace. Egli si ritirò fino a che ella ebbe le labbra intorno alla punta gonfia e matura. Mary la leccò, la circondò con la lingua raccogliendo sale e tremori. Quando toccò il piccolo occhio che l'incoronava, egli gemè e tornò a spingere. -Lento-chiese, benché egli fosse chi si muoveva-. Lento. Chissà Nic pronunciò quell'avvertenza per sé stesso. Cominciò a muoversi con un ritmo soave, diligente, ma alimentato per una tensione che ella non poteva ignorare. Sta facendo l'amore con la mia bocca, ella pensò, attonita ed infiammata col potere che egli aveva lasciato nelle sue mani. Nic tremava come vittima della febbre, dentro suo, contro lei, e lottando con tutta la sua forza per prolungare il piacere, per proteggerla dalla violenza della sua necessità. Merry non ricordava avere sentito niente tanto eccitante. -Non inghiottire-sussurrò Nic-. Bagnami. Merry lasciò che la sua saliva si spargesse su lui che l'avvolgesse una fortuna liquida. -Sì, sì-egli gemè, appena un sibilo mentre spingeva le natiche contro le lenzuola-. Oh, sé. Nic stava più perso ed assorto di quello che non era stato mai il suo lavoro, e socchiudeva gli

occhi, assente, e lo scioglieva e stringeva i capelli. Ella anche era persa. Persa al piacere di dare piacere , al soave tirare ed allentare, all'odore ed il sapore ed il sorprendente sentito la fiducia. Egli gli era stato reso completamente. Ella non poteva deluderlo. Col braccio libero lifting oltre la sua anca, lasciò che la sua testa affondasse ancora più sotto, ed incominciò a sbattere tutto il corpo. -Non posso-egli avvisò, con voce soffocata, pressando con forza contro il suo palato-. Non posso durare molto più. Io... -mormorò, respirò profondo, e si ritirò-. Puoi lasciarmi. Non devi finirlo con la bocca. Ma ella gli prese la verga, sostenendolo la punta tra le labbra. -Voglio farlo-disse, lasciando che le parole ronzassero contro la pelle sensibile del prepuzio. Egli aprì gli occhi svolazzanti e cerco il suo viso. Con la punta delle dita gli toccò la mandibola-. Voglio farlo. -ella ripetè, e tornò ad inghiottirlo. Nic grugnì con quello gesto lento e tornò a farlo col movimento contrario. A partire da quello momento, lo lasciò nelle sue mani, muoversi, tirare, sfregare e stimolare i punti dove ella se l'era visto accarezzarsi. Gli prese i capelli con le due mani e cominciò a mormorare il suo nome. Come una maledizione supplicante. Ora il sapore la nauseò. Merry non voleva affrettarsi, ma all'improvviso egli si gonfiò contro la sua lingua, soave e duro come vetro caldo. -Aah-disse Nic, con un grido tremendo che gli tremò nella gola-. Aah, Mary! Merry si rallegrò di avere la sua verga nella mano perché egli non potè reprimere quell'embate finale. Si indurì e spinse ed eiaculò in una successione di getti palpitanti. Ella sentì ogni spasmo, ognuna delle onde e scosse. L'esperienza fu contemporaneamente estranea ed avvincente. Non era stato mai tanto vicino al suo piacere, non si era sentito mai come se fosse il suo proprio. Egli strinse le spalle con le cosce e Lei accento andare. Stancata come se lei stessa avesse goduto dell'orgasmo. Merry si inclinò la testa contro la sua anca. -Mary-egli disse, con voce spessa e roca, mentre gli accarezzava un ricciolo dietro l'orecchio-. Vedono qui dove possa abbracciarti. Ella sciolse un grugnito e, ritorcendosi, si avvicinò fino al mucchio di cuscini. Egli l'abbracciò e le lasciò appoggiare la testa sulla sua spalla, un posto che sembrava fatto alla sua misura. Il movimento del suo petto con ogni respirazione era come sbattere in una culla. Quando egli gli accarezzò la schiena, Merry pensò che si abbandonerebbe immediatamente al sonno. -Grazie-egli disse, ed ella non potè evitare di sorridere davanti a quello tono tanto sincero-. Ora mi occuperò di te-aggiunse, con voce sonnolenta-. Dammi solo un momento per recuperare le mie forze. A Merry non gli importava sperare, neanche gli importava che egli la sbrigasse. Nonostante la sua propria eccitazione, era contenta. Era una soddisfazione differente che l'annullava tutto salvo il presente. Qualunque preoccupazione per la sua partenza sembrava qualcosa di distante. Sì, dovrebbe partire. Aveva ottenuto quello che cercava. L'esposizione di domani garantirebbe la sua caduta in disgrazia. Non sperava che la reazione dei suoi genitori fosse gradevole, ma sapeva che sarebbero molto più comprensivi se ella non rimaneva con Nic. Lo stesso gli aveva ricordato i limiti della sua avventura. Se ella non gli metteva fine, egli sé lo farebbe. Era preferibile abbandonarlo prima che perdesse non solo la sua reputazione ma anche alla sua famiglia. Se si trasformava in una paria, poteva prepararsili. Se la diseredavano, non potrebbe sopportarlo.

Ma quelle erano preoccupazioni per un altro giorno. Quella notte ella l'aveva compiaciuto e l'aveva fatto bene. Chissà nelle prossime settimane si dispiacerebbe di c'essere dedito con tanta liberalità. Chissà desidererebbe avergli avuto le redini al suo cuore impulsivo. Col tempo, tuttavia, era sicura che questa notte si trasformerebbe in un episodio gradevole del suo album di ricordi. Triste chissà, ma niente di che cosa lamentarsi. Ella era forte, in fin dei conti, aveva risorse ed era perseverante. Non aveva conosciuto mai un dolore troppo grande. Il mio Dio, pensò, quanto tempo aveva passato dall'ultima volta che pensò ad Edward Burbrooke? Sembravano secoli. Si rifiutava di credere che perdere a Nic fosse ad essere differente.

Non aveva l'intenzione di rimanere addormentato, benché non prima di occuparsi di Merry. Tuttavia, il suo corpo, già devoto al piacere, non gli rispose. Quando tornò a svegliare, la luce nell'esterno era sommersa nelle tinture rosacee dell'imbrunire. Mary era tesa al suo fianco, ed i suoi capelli si spargevano come un manto che li copriva ai due. Col pube, ella gli scaldava l'anca, incastrando la curva di coscia vicino al suo pene. Era una posizione adorabile di abbandono, più significativa, perché Merry era sveglia. Giocava deliziosamente con la peluria del suo petto, ed il contatto soave era tanto sedativo che lo restituiva al sonno. -Mmm-mormorò con un sospiro, un gemito di felicità che appena riconobbe come proprio. Ella appoggiò il mento sul suo avambraccio e lo baciò la mandibola. -Ciao, bel dormiente. -Ciao, bellezza errante. Ella raggrinzì il naso con quello complimento, facendo che la punta all'insù si girasse verso l'alto. Nic l'allontanò i riccioli dal suo viso adorabile. Con solo guardarla, Nic si sentiva felice, lavando in una pace che non aveva sperimentato per molto tempo. Quella coscienza obbligò ad una decisione che non vedeva maniera di evitare. Nonostante quella maniera farfallone delle donne che aveva detestato sempre, nonostante la paura a deludere i suoi amanti, quell'avventura in questione era troppo gradita per rinunciarla. Sebastián aveva ragione. Mary gli faceva bene. E chissà, almeno per adesso, egli era buono per lei. -Conosco quello sguardo-ella disse, osservando il suo sorriso con un cipiglio corrugato che denunciava i suoi sospetti-. Stai tramando qualcosa. Egli l'abbracciò per la vita. -Non precisamente tramando. Non sono preparato per lasciarti andare, Mary. Voglio che venga con me a Venezia. -Oh-ella, una risposta disse che egli non si aspettava. Mary si separò da lui e si sedette-. Venezia. È molto gentile della tua parte ma... -Potrebbe dipingerti quando stiamo lì-egli affermò, e lo lasciò cadere la mano con gesto soave per il petto-In una gondola, per il Gran Canale. Mi dicesti che non avevi viaggiato mai. Venezia non è la Città Proibita, ma è molto bella. E potremmo andare a Roma. Quella sì stava nella tua lista, no? -Sì-ella riconobbe, e si portò la mano al cuore-. Nic-disse, e sciolse una risata nervosa-. Non sai come mi emoziona che ti sia ricordato. O come mi sento onesta che voglia che mi rimanga più di quello

che suoli coi tuoi amanti. Mi piacerebbe potere accettare. In realtà. -Marciresti, se lo volessi. -Non è tanto semplice. All'improvviso di malumore, Nic si sedette e diede un colpo in un cuscino su cui appoggiava la schiena. -È per il denaro? Perché, per quello che mi riguarda, te l'hai guadagnato. -No-ella negò con la testa, gli occhi inumiditi per la tristezza-. Non è il denaro. Le mie ragioni sono personali. -E quello che cosa significa? -Significa che non voglio parlare di esse. -Sei stanca di me. -Nic non se lo credeva, ma doveva dirlo. La risposta muta di Mary era tutto quella che poteva desiderare il suo orgoglio. -Indubbiamente non-ella, una volta recuperata allegò-. Come potrebbe starlo? Il mio Dio, la maggioranza delle donne passano la vita senza conoscere qualcuno tanto destro come tu nel letto. -Alzò il mento con quello gesto di testardaggine che egli era arrivato ad amare-. Rimanere è del tutto impossibile e non voglio rovinare la nostra ultima notte discutendolo. Per favore, Nic, non finiamo quello che abbiamo condiviso con una discussione. Solo un uomo carente di criterio l'avrebbe respinta. Nic la prese per le sue magre spalle e gli accarezzò i muscoli coi pollici, inzuppandosi della sua pelle con ognuno delle sue dita. -Se in qualche momento cambi di opinione-disse-, mi rallegrerò di tornare ad accoglierti. Era una promessa che non aveva fatto mai nella sua vita. Per lui, una volta che finiva un'avventura, finiva per sempre. Quello lapsus l'avrebbe spaventato se in realtà avesse pensato che ella accetterebbe. Al contrario, ella sussurrò il suo nome e lo lasciò cadere le braccia per abbracciarlo per la schiena. Le sue labbra trovarono il suo udito, dopo la sua guancia, e dopo l'accoglienza profonda ed irresistibile della sua bocca. Il bacio fu un'altra preghiera per ricordare quello che avevano condiviso, affinché quell'ultima notte fosse dolce. Nic non poteva resistere. Si impegnò a lasciare da parte la sua irritazione e si perse in quello che gli ero dato con più facilità, quell'in che era emerso sempre. Chissà non fosse capace di conservare a Mary Colfax, ma senza dubbio poteva ottenere che ella sentisse la mancanza di lui.

Capitolo 12
La galleria di arte Tatling's era situato in Bond Street, in un antico edificio di mattoni di cinque piante ed aspetto solido. Alcuni tocchi di pietra più chiara incorniciavano la vetrina e conformavano un arco di ispirazione medievale intorno alla porta. Quello dettaglio gli dava un effetto di rispettabilità e discrezione, due valori che quello giorno erano destinati ad essere messi a prova. Sentendo lo stomaco vivace, Merry lasciò che Nic l'aiutasse scendere dall'automobile. La sua espressione era marcata per un cipiglio corrugato , e così era stata durante tutta la mattina. Merry supponeva che dovrebbe sentirsi lusingata che la sua negativa a rimanere con lui l'avesse messo di cattivo umore. Chissà più tardi, quando quell'avesse passato, si sentirebbe lusingata. Ma per adesso, nonostante, il coraggio di Nic non faceva più che aumentare la sua tensione. Desiderò non avere promesso che assisterebbe all'esposizione. Sospettava che, come addio, la notte anteriore sarebbe stata un ricordo molto più gradito. Naturalmente, lasciare che Nic venisse sarebbe stato solo una dimostrazione niente elegante di vigliaccheria. Ella era entrata nel suo studio, in realtà si era lanciato alle sue braccia, sapendo perfettamente dove si metteva. Egli meno che poteva fare ora era appoggiarlo per affrontare le conseguenze pubbliche dei suoi atti. Se ora albergava la segreta speranza di non vedere quelle conseguenze, si doveva semplicemente a che essere umano. Si ritirò il vestito per attraversare il patio. -Oh, guarda-disse, fingendo una leggerezza che non sentiva-. Ha messo uno dei tuoi quadri nella vetrina. Era una scena moderna di compagni passeggiando per il nuovo bordo del Tamigi. La nebbia ammorbidiva i contorni delle figure mentre una fila curva di lampioni di lampioni di gas sorgeva dalla nebbia come un spettro. Era un quadro tenebroso, tanto differente del suo Godiva fosse come possibile immaginare, sebbene si osservava il tocco di Nic nell'abile maneggio della luce. -È quasi minaccioso-disse-, come quella nebbia si stacca dal fiume. Nic rispose con un grugnito e dopo sembrò pentirsi della sua asprezza. -Non si è venduto-disse-, benché la tecnica del pennello sia abbastanza buona. Io lo comprerei, stette per dire ella, e subito si rese conto che egli non la crederebbe. Dovrebbe dirlo chi sono, pensò Merry. Sentì che il viso gli era girato freddo con quella subitanea idea, ma la sua paura era più quello che inutile. Se sperava, la rivelazione sarebbe peggiore e, in realtà, non aveva oramai più scuse. Nic non si presterebbe a sospendere ora l'esposizione. Doveva compiere i suoi obblighi la galleria. Se ella glielo contava, prima che lo facesse un'altra persona, almeno egli non si sentirebbe tanto ingannato.

Con gesto risoluto, gli toccò la manica con una mano tremula -Nicolás-disse. Quando egli si girò per guardarla, la sua espressione si ammorbidì immediatamente. -Mi sto comportando come un bestia, verità? -domandò, fraintendendo il suo tono-. E tu non hai fatto niente per meritarlo. -Sorrise lievemente e lo coprì la mano con la sua-. Lo sento, duchessa. Sentirò la mancanza di te più di quello che sperava e la verità è che mi ha abbassato un umore di mille demoni. Maledetta sia, pensò Merry, sentendosi colpevole davanti all'ironia di vederlo chiedendogli perdono. Respirò profondità per darsi valore. -Nic-tornò a cominciare-, c'è qualcosa che ho che... La porta della galleria si aprì prima che ella potesse dare inizio alla sua confessione. -Finalmente lo trovo-disse un uomo giovane di aspetto molto pulito e vestito con sobrietà-. Cominciava a domandarmi se arriverebbe prima che il resto del pubblico. Col polso ancora accelerato, Merry fece provvista di serenità quando Nic la presentò a mister Tatling. Si trattava del nipote del fondatore della galleria e, come ella, un individuo acuto alla sua maniera osservò. Il suo sguardo non vacillò né un istante quando presentarono alla modella di Nic, benché fosse evidente per l'atteggiamento di questo che era abbastanza più che una modello. Chiunque fosse i suoi pensieri intimi, la riverenza di Tatling a Mary Colfax fu tanto rispettosa come qualunque saluto ricevuto nella sua qualità di Merry Vance. -Piacere-disse, con un sorriso gentile-. Mi rallegro che abbia potuto venire. Con una rapida visita, li portò a percorrere l'esposizione, distribuita in tre sale ampie, di soffitti alti ed ammobiliate allo stile di gradevole casa di classe mezza alta. Guardando intorno a suo, non vide niente pretenzioso, niente di cattivo gusto, giusto la comodità sufficiente affinché i visitatori si rilassassero. Piccole sistemazioni floreali adornavano alcune tavoli ben levigati con colori che, a tutte luci, erano stati scelti per fare gioco coi quadri di Nic. Merry ebbe l'impressione che tutto sembrava accogliente, specialmente i samovar di tè. -Possiamo modificare quello che lei voglia-disse Tatling-, ma credo che fosse di accordo con che questa sistemazione permette che le opere si completino mutuamente. Nic assentì con un gesto della testa e dopo ritornò alla sala più grande, dove la Godiva si esibiva in un cavalletto dorato, separata degli altri quadri. Si trattenne di fronte a lei e la guardò, con le dita appoggiate nelle labbra con gesto pensoso. Mister Tatling si situò discretamente dietro. -È un eccellente pezzo centrale-disse-. Come avrà sospettato , eravamo molto emozionati quando la svolgemmo. Pensiamo di chiedere sette mille. Perfino Merry rimase a bocca aperta. -Sii pazzo! -esclamò Nic-. La cosa più cara che è riuscito a vendere Leighton sono sei mille libbre. Tatling si avvilì di spalle, ma i suoi occhi ballavano con l'eccitazione di un venditore nato. Ma Leighton non dipinse il suo Godiva. Inoltre, alla gente ricca gli piace vantarsi di quello che ha speso. -Può che quello sia verità-disse Nic-, ma, diavoli, quella somma è una fortuna. La risposta del padrone della galleria fu interrotta per il tintinnio della campanula della porta di

entrata. -Che contrattempo-disse Nic, all'improvviso decomposto. Sperava che Ruskin non venisse fino a più tardi. Preda della curiosità, Merry si girò per vedere il famoso critico. Benché vestisse come un pastore evangelico, Ruskin era un uomo attraente, magro e ben proporzionato, di spessa chioma fulva leggermente brizzolata. Sotto le sue sopracciglia ben popolate, spuntavano alcuni occhi chiari ed accensioni. Nic lanciò un sguardo disteso, e dopo tornò a girarsi come se la sua presenza non gli importasse in assoluto. Si allontanò con Mary ad un angolo e l'ottenne una tazza di tè. -Volevi dirmi qualcosa? No, no, no, pensò Merry. Non era il momento di avere una conversazione finché quello critico era presente nella sala. Aveva sentito parlare di Ruskin, un uomo tanto ossessionato con la purezza femminile che non era stato capace di consumare il suo matrimonio. All'opinione, la sola visione del bello pubico di sua moglie l'aveva scandalizzato. Pensava che le donne erano come le statue, soavi e perfette e carenti di ogni macchia. Aveva appena bevuto il tè con un sorso rapido che lo scottò la lingua e lo lasciò. La cosa ultima che necessitava Nic era che ella lo distraesse con la sua confessione quando doveva affrontare un uomo come quello. -Te lo conterò più tardi-disse-, dopo che vada via quello critico. La sua risposta gli sembrò divertente a Nic, ma ferma Merry l'attesa prima della partenza di Ruskin si trasformò in una tortura. Ogni volta che si apriva la porta dell'entrata, i muscoli l'erano teso ed annodavano, e si domandava se quella visita, o la prossima, sarebbe qualcuna che ella conosceva. Appena osava guardare a quelli che si avvicinavano alla Godiva. Lo sapranno, pensò. Benché non mi conoscano sapranno che io sono la modella quando mi vedano vicino a Nic. Come intuendo il suo malessere, egli non la presentò alle persone che si trattenevano a chiacchierare con lui. Alcuni la guardarono di traverso, ma nessuno disse una parola. Merry si rallegrava di avere scelto quello vestito verde anodino col collo tanto austero. Con fortuna, la confonderebbero con una commessa della galleria. Da parte sua, Nic era sommamente rilassato. Alternava col pubblico con la stessa eleganza che aveva fatto galla con gli amici di Anna. Di non c'essere la cosa saputa, Merry non avrebbe immaginato mai che il suo sostentamento dipendeva dal patrocinio delle persone con chi parlava. Fossero già di buona culla o semplicemente ricconi, Nic si comportava con essi come se fosse uno di essi, né troppo discendente né troppo altezzoso. Era un tratto del suo carattere che ella aveva visto già, completamente differente dell'anima torturata che si lanciava dei capelli osservando difetti che egli poteva riparare solo. Si è guadagnato quella sicurezza, pensò Merry, perché il ricordo di quella lotta gli dice che ha dato la cosa migliore di sé. Conosceva uomini che possedevano titoli nobiliari ma stavano lontano da adottare un atteggiamento tanto discreto. Neanche Ruskin lo modificò. Il critico li girò dopo avere visitato le tre sale, la sua fronte di pastore evangelico oscurata per un leggero cipiglio. -Lei ha un dominio molto precipitoso del realismo-disse, con una voce giudiziosa, grave ed un pizzico pomposo-. Tuttavia, farebbe bene in coltivare una tematica qualcosa di più spirituale. Chissà potrebbe seguire l'esempio di mister Holman.

-O di mister Millais? -suggerì Nic, con la stessa gravità. inclinato la testa di tale maniera che solo Merry poteva vedere la cosa diabolica dei suoi occhi. Ella ricordò che Millais era l'artista che si era sposato con la donna che Ruskin aveva ripudiato. -Naturalmente, anche John Millais possiede un gran talento-ammise il critico, dopo avere tossicchiato. Non appena Ruskin diffuse, Merry diede un colpo a Nic nella spalla. -Sei orribile-esclamò-. Povero uomo! Egli non dubitò che ella conoscesse lo scandalo, né aveva ragioni per dubitarlo, dato che era un tema di dominio pubblico. -In realtà, povero uomo-disse soffocando una risilla-Effie Ruskin era un tesoro. In qualsiasi caso, non l'avrebbe detto se non mi avesse consigliato di copiare a Hunt-disse, tremando-. La descrizione più gentile che posso dare della sua opera è che è impasto di scabrosità banali. -Anche cosí-ella disse, benché sotto la sua censura spuntasse un sorriso. Egli capì il sorriso, e gli strinse soavemente la mano. All'improvviso, dimenticò quello che andava dire e lanciò un'esclamazione di sorpresa. -Il mio Dio, Mary! Hai le dita congelate. -Senza preoccuparsi per gli sguardi altrui, lo tolse i guanti e gli scaldò le mani portandosili al petto. -Che cosa passa, amante? Sei preoccupata che ti riconoscano nel quadro? Non dovresti preoccuparti, lo sai già. Se alla gente gli dà per pensare qualcosa, sarà che sono un uomo fortunato. Se Merry non fosse stato tanto tesa, si sarebbe messo a ridere. Stava lì precisamente affinché la riconoscessero. Aveva immaginato migliaia di volte come alzerebbe il mento per sfidare al primo paio di occhi che la riconoscessero, come li sfiderebbe a che dicessero qualcosa, dimostrando con ogni fibra del suo corpo che non si vergognava nella cosa più minima. La cosa unica che non aveva immaginato è che sarebbe tanto difficile. -Sto bene-disse, stringendo la mandibola per anticipare a quello scricchiolo dei suoi denti. Non del tutto convinto, Nic gli accarezzò la guancia col dorso della mano. -Sono sicuro che Tatling ti lascerà riposare nel suo ufficio. Ella scosse la testa con un gesto tanto energico che il suo chignon tremò. -No-disse-non sono una codardo. Ed allora si sentì la campanula della porta, come per dimostrare che mentiva. Merry diede un sussulto e rimase paralizzata dalla testa ai piedi. Il duca e la duchessa di Monmouth erano appena entrate. Merry non indovinava a respirare. Aveva anche la respirazione bloccata nella gola, ed il cuore, e gli era impossibile inghiottire. Di tutte le situazioni che aveva immaginato, affrontare i suoi genitori era l'ultima. Pensò che alcuno altra persona sarebbe portatrice dello scandalo, una delle sue compagne di scuola o una di quelle amiche di sua madre tanto amanti del pettegolezzo. Aveva pensato che avrebbe tempo per scappare a casa da Isabel in Galles, e non dovere trovarsi nella sua casa nei peggiori momenti dell'indignazione paterna. Che cosa acceca ero stato! Ostinata e stupidamente cieca!

Come non avere immaginato che suo padre sarebbe interessato nel pittore che tanto recentemente-e tanto abilmente-aveva dipinto il suo proprio ritratto. In quanto a sua madre, che cosa poteva essere più naturale di accompagnare suo marito? Nic era il bambino viziato della società , e la sua opera era tanto di moda come il cappotto con bordi di pizzo nero che vestiva Lavinia. Paralizzata, Merry vide che la duchessa consegnava il suo cappotto alla domestica della galleria. Un'onda tremenda lo scopò il petto, una reazione tanto altrui alla sua esperienza che quasi non la riconobbe. Fu come un spasmo del cuore. In realtà, avrebbe desiderato che così fuori. In qualunque momento, sua madre si girerebbe e suo padre... Il mio Dio!, li seguiva Ernest, il suo preteso e mai languente fidanzato. Si inchiodò le unghie fino a quasi perforarsi la pelle. Il mio Dio, perché non aveva contato a Nic la verità quando aveva avuto l'opportunità? Qualcosa in lei si ruppe, qualcosa che non si era rotto mai. Ella il cui valore era stato sempre all'altezza di qualunque sfida, non poteva affrontare questo, non ora, non di fronte a Nic. Lo prese per il braccio e quasi lo trascinò, per la seconda e dopo la terza sala fino ad una porta che conduceva ad una piccola retrobottega della cucina. Nella penombra si indovinava la stoviglia, tazze sporche, lattine di tè, varietà di oolong e pekoe. Nic si sfregò il polso quando ella lo sciolse. -Di accordo-disse, con sguardo inquieto e la bocca aperta annunciando la sua risata-, perché non mi conti il tuo problema? Sono venuti i miei genitori, voleva dire ella. Sono la figlia del duca di Monmouth. Ti ho utilizzato per rovinare la mia reputazione ed affinché non mi obblighino a sposarmi, e è probabile che ci ti sia inmiscuído in un scandalo del quale la gente parlerà per anni. Se hai fortuna, i miei fratelli non ti daranno una bastonata. Se non l'hai, mio padre cercasse di espellerti dalla città. Mi sono comportato come un'egoista, lo vedi già. E benché pensasse che l'aveva tutto ben progettato, rimane tragicamente di manifesto che non è stato così. Non ti meriti questo e non ti incolperebbe se mi odiassi per il resto dei tuoi giorni, meriti questo e non ti incolperebbe se mi odiassi per il resto dei tuoi giorni. Davanti all'idea che Nic potesse odiarla, lo furono bloccato le parole nella gola. -Ho cambiato opinione-disse, con l'alito interrotto-. Voglio andare a Venezia. Sapeva che stava cedendo un passo in falso, lo sapeva con ogni fibra del suo essere. Fuggire era una vergogna, per non dire una semplice proroga della cosa inevitabile. Nonostante il quale, non appena fece la dichiarazione, risentì alleviata di un enorme peso. Che cosa importava? era obbligata ad affrontare più tardi la catastrofe. Ora quello che necessitava era tempo. Per pensare. Per pianificare. Per stare con Nic. In realtà, in quello momento, una proroga sembrava un regalo dell'Onnipotente. Nic scosse la testa, confuso ma con una speranza nascente. Oppresso per emozioni contrarie, Merry lanciò le braccia al collo. -Per favore-supplicò-, per favore, vámonos a Venezia. Egli lo lasciò cadere le mani dai gomiti fino a prenderla per le braccia. Merry dava salti di impazienza. -Madre di Dio-, disse Nic, sorridendo-suppongo che non starai pensando di andarti subito? -No-ella negò con una voce roca e sugerente-. In questo momento voglio andare a casa. Merry notò che Nic rimaneva senza alito, un suono breve ed allettante. Il suo sguardo gli fu oscurato e con la bocca si impadronì delle sue labbra. Fu un bacio tanto crudo e poderoso che ella si

dimenticò di tutto quello che egli non fosse. Nic si appiattì contro lei, dal petto fino alle ginocchia, e gli prese con forza il posteriore, la sua erezione come un gonfiore ardendo abbasso i suoi vestiti. Quindi si sfregò contro il suo corpo e rovesciò nella sua bocca un grugnito di piacere. Ella non aveva nessun dubbio che egli si rallegrava della sua decisione. -Ora? -domandò Nic, sfiorandolo la guancia fino a bruciarla. -Sì-ella rispose, e tirò di lui verso la porta del vicolo. Egli non suggerì che prendessero i cappotti né che salutassero mister Tatling. Nic era una creatura della carne. Quando uscirono all'aria gelida, semplicemente egli si mise a ridere e cominciò a correre.

I quadri di Nic Craven provocavano nella duchessa di Monmouth una strana perturbazione, più di quello che poteva esprimere, come se gli passassero qualcosa di soave ed umido per la pelle. Quell'era troppo aggressivamente sessuale per osservarlo senza tremare, e fino alla sua propria bellezza era un affronto. Orribile, pensò, benché non potesse dire quello senza prima avere sentito il giudizio delle sue paia. Può che essi decidessero che un'opinione di questo tipo era poco sofisticata. Che cosa farebbe allora? Quando notò che si stringeva le mani con forza all'altezza della vita, si impegnò a rilassarli. Chiunque che fosse la sua reazione, sapeva che non doveva provocare una scena. Ma ancora così, non poteva smettere di guardarlo. Era vagamente attenta alla confusione delle conversazioni ad intorno suo. Quello quadro, diplomato con birichinata "La passeggiata di Godiva", stava causando sensazione. Uomini e donne ben vestiti parlottavano prede dell'eccitazione o dell'indignazione. O di ambedue. Si mormorava "Ruskin disse questo" e "Craven disse quello" y«¿has sentito quello che chiede Tatling? Dubito che né il principe pagasse sette mille libbre!" Il duca di Monmouth, al suo fianco, fece un sussulto il sentire quella somma. -Sette mille libbre? Lavinia quasi né lo sentì. Sentiva nascere in lei una reazione che poteva contenere solo a costo di un enorme sforzo, una furia che fremeva in lei dal midollo delle ossa. Come osava Craven suggerire che c'erano donne che vivevano corno quella virago, quella Godiva, ed aspettare considerazione da parte degli altri? Lavinia sapeva che era un fatto che non potevano negare. Ancora l'unica caduta che ella aveva avuto la perseguiva. I peccati di una donna non si dimenticavano mai. Solo gli uomini esulavano dalle sgridate. Alle sue spalle, Ernest Althorp si avvicinò a piccoli passi. Ella gli aveva chiesto che li accompagnasse col fine di condividere le notizie dell'ultima lettera di Merry, sperando, naturalmente, che li trasmetterebbe a suo padre. Merry stava diventando più duttile. Chiunque che leggesse le sue lettere poteva rendersi conto. Lavinia si sentiva ringraziato per la prontezza con che Ernest accettò il suo invito, per non menzionare la sua volontà di constatare, ella l'aveva fatto come già, se rimaneva ancora alcuno speranza. Ora tuttavia, quella robusta presenza maschile sua gli metteva i capelli di punta. Gli uomini erano alcuni maiali. E quello quadro stupido e lascivo non verso più che confermarlo.

-Hmm-disse Ernest, lanciando un sguardo pensosa periferia-, somiglia un po' a Merry. Lavinia si girò per guardare la cosa a bocca aperta mentre sperimentava una sensazione simile a cientos di ragni di zampe gelide che salivano per la sua colonna. Ernest si vergognò davanti al suo sguardo. -Ehi, voglio dire, attorno ai capelli, un po', e chissà il... il naso. Ma, naturalmente, ella non è-condannò, e si diresse, gonfiando il petto-. Merry non oserebbe mai posare per qualcosa come questo. -No, non lo farebbe-affermo Lavinia, con tono gelido. Neanche si dispiacque di lui quando egli tremò. Merry non farebbe quello. E, quello che era più importante, Merry non poteva. Perché Merry stava in Galles. Con la sua amica Isabel. Avevano ricevuto precisamente un sua lettera quella mattina. In modo che non poteva essere né il naso né i capelli di Merry, né quella lucentezza maliziosa nel suo sguardo. La figlia di Lavinia non era nessuna sirena. Era una ragazza pazza per i cavalli. Una ragazza pazza per i cavalli, una ragazza lentigginosa... Che aveva montato a cavalcioni ogni volta che aveva la sedia adeguata... Che stava la cosa abbastanza arrabbiata coi suoi genitori per fare qualcosa di realmente strampalato... Che nel passato aveva contato già sulla complicità di Isabel per coprirla nelle sue marachelle. Per tutti i santi. I ragni iniziarono la discesa per la schiena di Lavinia. Ora respirava troppo rapido, incapace di tranquillizzarsi. Aveva passato un momento da quando si avvicinasse a studiare le ginocchia di sua figlia ma a meno di che stesse fortunatamente sbagliata, quelle articolazioni nodose di Godiva erano una replica scandalosamente buona delle ginocchia di Merry. Tardò solo un secondo a decidere che cosa doveva fare. -Comprerò questo quadro-annunciò, con voce troppo sonora ma immutabile. Quando suo marito la guardò con gli occhi esagerati, ella alzò il mento e parlò con più autorità, se stava. -È un'opera maestra. Vale ogni scellino. -Sono di accordo in cui è buona... -rischiò Geoffrey, ma ella non aveva pazienza per ascoltarlo. Se Ernest aveva ragione, quell'era un ritratto nudo di sua figlia, non poteva darsi il lusso di lasciare la cosa esposta né un minuto più. E benché non fosse Merry, neanche poteva darsi il lusso. Alcuno altra persona poteva commentare la somiglianza. La situazione della duchessa era troppo precaria per ventilare né il più minimo scandalo. Doveva comprarlo e tenia che comprarlo in quello stesso momento. -Io stessa lo pagherò-disse, egli quale lasciò a Geoffrey scandalizzato e sommerso in un silenzio assoluto-. Lo pagherò con l'eredità di mia madre. Con quell'aria di autorità suprema che aveva esibito tutta la sua vita, prese il ritratto per la cornice intagliata e dorato e lo separò dal cavalletto. Sentì che la cucitura sotto la manica l'ero strappato, ma a lei non gli importò più che il mormorio di esclamazioni che riempì la sala. -Mi lasci aiutarlo-disse Ernest. Si affrettò per prendere la cornice ma ella l'ignorò.

-Dove sta Tatling? -domandò, al di sopra del rumore-. Digli che gli offro otto mille. Il quadro gli diede nella caviglia mentre lo trasportava tra la moltitudine. Pesava più di quello che aveva sperato ed era abbastanza difficile da manipolare. Lavinia non potè smettere di maledire quella cosa. Non poteva essere Merry, semplicemente non poteva essere. Ma se l'era, lei stessa si incaricherebbe, maledetta sia, che nessuno non lo sapesse mai. -Ti importerebbe spiegarmi perché hai montato quello spettacolo tanto deplorevole? -domandò suo marito, quando il conducente depositò ad Ernest nella sua casa. Il tono di Geoffrey era calmato ma aveva le braccia attraversate all'altezza del petto ed un muscolo gli batteva come il polso sotto la barba. Lavinia tirò dei suoi guanti verso l'alto. Sentiva il cuore acchiappato come un uccello nella gola. -Non ho né idea a che cosa ti riferisci. -Non hai né idea? -Né idea. Voleva quello quadro e l'ho comprato. Col mio proprio denaro, devo aggiungere... -Non è il denaro quello che mi preoccupa, Lavinia. Credo che sappia che sia un'allegria per me comprarti quello che desideri. Quello che non capisco è il tuo comportamento. Sembra come se non fossi tu stessa da quando Merry è andato via. -Non essere assurdo, caro. Chi andava ad essere se non fosse io stessa? La risata leggera con che salutò la sua propria frase non convinse a Geoffrey. -Chiunque sia il problema che abbia, mi piacerebbe che me lo contassi. -La cosa unica che ho fatto è comprare un quadro. Egli la guardò fisso un momento, e l'ombra di un'inquietudine apparve nel suo sguardo. Prima che potesse menzionarlo, ella si girò. Detestava mentirgli, realmente lo detestava, ma era preferibile una bugia che vedere il suo mondo distrutto. Era troppo vivo il ricordo della mano di Althorp chiudendosi intorno al suo collo.

Capitolo 13
Era stato idea di Nic viaggiare in barca. Allegava che i treni erano sporchi che tutto il mondo viaggiava stipato e che nel continente erano di poco garantire. Secondo lui, non smetterebbe di divertirsi per una settimana nel Mediterraneo, in un comodo yacht commerciale. Senza dubbio questa sarebbe stata verità se Merry non avesse dimostrato essere un marinaio con poca fortuna. Per la sua orribile mortificazione, non appena pestò la coperta sentì un crampo nel ventre. Quando l'impeccabile vascello si scagliò coi suoi motori verso il canale di Il Mancia, non era più che un straccio miserabile ed al bordo permanente del vomito. Gli costava immaginare qualcosa di meno divertente, per non dire meno romantico che sostenere la testa dell'amante su una bacinilla. In parte, avrebbe desiderato che Nic si disinteressasse di lei. Nel suo posto, egli si prese la sua condizione con un aspetto sorprendentemente leggero, e fino ad arrivò a scherzare con la proposta che viaggiassero fino all'Egitto invece di Venezia, dato che aveva sentito che le strade di El Cairo erano molto secche. -Lo sento tanto-ella confessò, per una pausa del secondo giorno che l'aveva lasciata esausta. Troppo debole per alzarsi e troppo marcata per appoggiarsi, era seduta nel suolo della sua piccola ma elegante cabina con la schiena appoggiata contro la cuccetta di sotto. Vestiva solo la camicia e le calzamaglie, dato che Nic l'aveva tolto il vestito faceva ore. Ora egli aprì l'occhio di bue affinché mettesse una raffica di aria fredda e gli mise una coperta sulle spalle. -Non c'è di che cosa lamentarsi-disse-. Sappiamo già che non lo fai a proposito. -Ma io non sono mai malata. Mai. Mi sento molto male per obbligarti a badare a me. -Sì, lo vedo già. -Con una minaccia di sorriso, Nic lo risciacquo la fronte con un panno di cotone-. Non dovresti preoccuparti. Ho curato molta gente malata. Merry si sentì inspiegabilmente migliore quando egli si sedette nel suolo vicino a lei. In qualche modo si sentiva consolata, come se la sua mera presenza gli desse forze. Quell'idea la metteva nervosa. Sapeva che non poteva darsi il lusso di diventare dipendente di un uomo come Nic. -Mi costa immaginarti come infermiere-disse. -Ahi, donna di poca fede. -Nic gli prese i capelli e lo lasciò spargersi sul letto alle sue spalle-. Ti assicuro che sono una vero Florence Nightingale per i miei amici. Quando arrivai da Londra la prima volta e conobbi Sebastián ed Evangeline, ai due piaceva loro bere, ma non sapevano mai quando erano arrivati all'ultimo bicchiere. Non potrebbe contare quante volte dovetti preparare pozioni contro la risacca, né le ore di lamenti e gemiti che mi obbligarono a sopportare. -E ho gemuto io?

-Né una sola volta, amante-gli assicurò egli, e la baciò nella tempia-. Sei la malata con migliore carattere che ho conosciuto. Merry sospirò alleviata, e dopo raggrinzì il naso. -In qualsiasi caso, è molto spiacevole. -Così è-egli riconobbe, con una risilla, e la strinse con un abbraccio soave-. Ma, guardalo di questa maniera, diciamo che ho visto la cosa peggiore di te. Da ora in poi, può migliorare solo. -Speriamo-ella disse, e soccombè all'impulso di appoggiare la testa sul petto di Nic. Normalmente, non avrebbe lasciato che quello succedesse, ma il ritmo ritmato del suo cuore la sommerse in un dolce sonno.

Al giorno dopo, Merry si sentiva meglio, ma non riusciva ad avere appetito per paura di che non saprebbe conservare quell'ingerito. Detestava sentirsi debole, specialmente stando con Nic. Ma anche egli lo capiva e gli assicurò che non la guardava in meno per quel motivo, ma l'obbligò a prendere sorsi di tè di menta. Merry non sopportava quello solco, ma dalla conversazione del giorno anteriore, aveva deciso di non lamentarsi. Al meno, poteva controllare quello. Al quarto giorno, cercò di abbandonare il letto e perse l'equilibrio. Nic diventò quasi tanto pallido come ella. -Questo è troppo-disse, quando l'aiutò a ritornare al letto-. Vedrò se c'è un medico nella barca. -Nic, non credo che abbia bisogno di un medico. -Lo credo già che sì, maledetta sia-egli rispose con un sbuffo e gli mirò con l'indice al petto-. Io ti portai a questa maledetta vasca da bagno. Quella che ti succeda è la mia responsabilità. -Di accordo-ella disse, troppo stanca per discutere-, ma ti prometto che non ti incolperò se muoio. -Né osa... -egli mormorò, con voce quasi soffocata. Ella aprì gli occhi, commossa per quello sua preoccupazione, benché gli entrassero voglia di ridere. -Sono debole solamente perché sono stato teso troppo tempo-disse per calmarlo-. Dubito molto che perisca a causa della nausea. A lui gli fu scappato un rumore gutturale che represse immediatamente. -Naturalmente che non-disse con voce sorridente-, credo solo che in questo caso fosse prudente consultare un medico. Chissà ristabilisciti più rapidamente. La barca era troppo piccola per assumere un medico. Tuttavia, Nic ottenne un rimedio del cuoco, una bibita composta di zucchero, succo di lima ed un po' di sale. Il proprio capitano venne a vederla, una cortesia che gli sembrò non necessaria, benché Nic si mostrasse molto grato. In realtà, la sua gratitudine era tanto fervente che dava vergogna, benché il capitano se lo prendesse con disinvoltura. Era un uomo maggiore, di viso abbronzato e con un'uniforme grigia impeccabile. La guardò agli occhi e fece scricchiolare la lingua, come un chiocciare di mamma gallina. -Mi sento bene-ella disse, con voce debole, cercando di sedersi -. Sono da vari giorni senza vomitare.

-Neanche ha mangiato-disse Nic che guardava di dietro del capitano-. Come può vedere, non è che possa perdere molto peso. -Molte grazie-disse Merry, con voce secca, col quale provocò un sorriso del capitano. -Farò che gli portino un po' di liquirizia-disse-. Se lo mastica, può che il ventre lo sia stabilizzato la cosa abbastanza per mangiare. Quindi proveremo con un po' di zuppa e riso. Merry detestava che decidessero per lei come se fosse una bambina, ma riuscì a stare in silenzio. Quando il capitano uscì, Nic rise guardandola. -Hai un aspetto tanto feroce, duchessa, che deduco che, effettivamente, non ti trovi alle porte della morte. Ella lo guardò con furia reconcentrada, ma la verità era che il suo spreco di attenzioni era arrivato al cuore.

-Raccontami un racconto-chiese dopo che il riso si fosse collocato con una certa difficoltà nel suo stomaco. Nic odorava di aria fresca, ed a tè di menta con limone. Si era accoccolato vicino a lei nella stretta cuccetta ed era seduto col braccio attorno alla sua schiena le sue lunghe gambe incrociate all'altezza delle caviglie. Quando parlo, lo fece con voce cauta. -Una storia su che cosa? -Qualunque cosa. Tu e Sebastián. Come la vita era quando eravate giovani. -Non sono molto maggiore di te, Mary. Suppongo che qualcosa di simile a come la vita era per te. Sapevamo che il mondo era rotondo -Non lo diceva in quello senso. Voglio dire, dove crescesti? Che tipo di giochi giocavi? Andavi d'accordo coi tuoi genitori? Ancora sono vivi? -Sono molte domande-disse Nic, muovendosi percettibilmente sul materasso. -Allora, rispondimi una. Necessito che mi distraggano della digestione. Egli sorrise sentendo le sue parole, benché ella si rendesse conto che aveva le sue riparazioni. Senza dubbio non era giusto della sua parte, tenendo in conto la sua propria mancanza di candore. Ancora così, non poteva resistere la sua opportunità di curiosare. Nic l'intrigava più che mai. -Molto bene-egli concedè, finalmente, e gli sistemò la testa affinché adottasse una posizione più comoda sul suo petto-. Posso contarti che mia madre è viva. Mio padre morì in un incidente di caccia fa alcuni anni. -Che terribile per te-disse Merry, palpandolo la camicia all'altezza del cuore-. Che terribile per voi due. -Già-disse Nic, con un suono raro ed asciugo-. Probabilmente la cosa più terribile che non fosse un incidente. Merry alzò la testa. -Non vorrai dire che l'assassinarono?

A Nic lo fu torto la bocca quando sfregò la guancia a Merry. Più che guardarla, sembrava che i suoi occhi cercassero più in là qualcosa. Verso il passato, ella immaginò. Pensò che sua madre non avrebbe amato suo padre la cosa abbastanza per piangerlo. Buona cosa disfarsi di lui, sembrava dire col suo atteggiamento, qualcosa che per lei, la bambina viziata di papà, era tanto impactante come vivere l'assassinio del padre. Al meno quello spiegava perché egli non voleva condividere il suo passato. Con una lieve esalazione, Nic lasciò cadere la mano sulla sua gamba. -L'uomo che lo sparò disse che aveva confuso il berretto e caccia di mio padre con un urogallo. È possibile, benché le dicerie dicessero che mio padre aveva sedotto sua moglie. -Ooh-ella disse, senza sapere molto bene che atteggiamento adottare davanti a quella storia tanto sordida. Di che tipo di famiglia veniva Nic?-Sicuro che avranno investigato. Nel viso di Nic spuntò un scintillio di ironia. -Sospetto che la polizia non fu tutta la cosa minuziosa che avrebbe potuto essere col caso. Né mia madre né la supposta adultera avevano troppa voglia che la verità uscisse alla luce. Inoltre, difficilmente si potrebbe dire che mio padre era una vittima innocente. -Tuttavia-disse Merry, sapendo che si metteva in terreno paludoso-, un uomo non merita morire per un'indiscrezione. -No-convenne Nic, ed il viso gli fu ritornato duramente con un sguardo oscuro che ella non aveva visto mai-. Non è per quel motivo. Con l'intenzione di consolarlo, ella gli accarezzò il muscolo tremulo della mandibola. -Fu tanta responsabilità della donna come di tuo padre. Ella non era indifesa. Avrebbe potuto respingere le sue insinuazioni. -Credo che suo marito pensava la stessa cosa. Si portò a sua moglie all'Australia non appena si chiuse l'investigazione, come se fossero un paio di imputati. Naturalmente-egli sospirò, con una minaccia di risata-, quella partenza tanto rapida sarebbe potuta essere opera di mia madre. -Tua madre è tanto dura? -Dura è una parola che né comincia a definirla. Per essere giusti, ha quasi sempre ragione. Mia madre ha un acuto senso della giustizia. -Suppongo che quello poteva essere scomodo. -Sì-egli disse, secco, e dopo aspirò a metà come se qualcosa finisse di ocurrírsele-. Scomodo per lei anche, chissà. Per molta volontà che metta in ciò, non può ottenere che il mondo viva secondo le sue norme. Sicuro che sospetta, ogni tanto, che chissà abbia allontanato le persone che ama. Merry aprì la bocca per protestare perché egli incolpava sua madre per le decisioni di suo padre. Stava parlando di sé stesso. Era Nic che si era allontanato dal giudizio di sua madre. Prima di decidere che si trattava di un tema che dovrebbe schivare, egli gli sorrise con un sguardo caldo. -Pensavi ai tuoi genitori, non è così? Quando mi chiedevi dei miei. Si preoccupa che se fossero vivi chissà non approverebbero quello che hai fatto. Dato che i suoi genitori ancora erano vivi e dato che non c'era chissà un nella sua

disapprovazione, non era quello quello che ella pensava. Invece di riconoscerlo, si guardò le mani. -Chissà avrebbero ragione se lo disapprovassero. Nic lasciò scappare un sbuffo soave. -Stai pensando alle regole della società, le regole che la propria società non rispetta salvo quando gli conviene. -Ma uno devi vivere secondo un codice di condotta! -Stupita per le sue proprie parole, Merry si portò le dita alle labbra. Era un'obiezione che non aveva voluto formulare, e che sembrava molto appropriata in bocca di suo padre. Per fortuna, Nic non si sentì offeso. Con sguardo serio, lo separò un boccolo caduto vicino all'orecchio. -Che cosa è quello che la tua coscienza ti dice che sta bene? Per me, non sta male inorgoglirsi della propria gioventù e bellezza. Neanche penso che sia un peccato condividere i piaceri della carne con qualcuno che ha dato il suo consenso. La cosa peccaminosa è cadere nella crudeltà con l'amante, nella crudeltà e nella mancanza di attenzioni. Ella non potè rispondere. La sua ragione non divergeva ma il suo cuore stava giungendo rapidamente alla conclusione che i piaceri e la carne, almeno per lei, non erano una questione solo della carne. Gli piacesse o no, anche le sue emozioni comunicavano. -Può essere realmente tanto semplice? -inquisì, e la sua domanda suonò un po' brusca. Merry alzò lo sguardo verso lui ma Nic non la guardò. Una luce come setacciata per l'acqua, bionda come la paglia, ballava sulla sua pelle e, per contrasto, i suoi tratti sembravano molto quieti. Aveva gli occhi di colore cenerina, la sua bocca una linea di rosato autunnale. Era contemporaneamente un viso bello e triste. -Può essere così semplice-disse-, se ci ricordiamo che dobbiamo essere saggi.

Quando passarono per l'isola della Corsica, Merry potè salire a coperta e vedere le stelle nascendo nel mare. L'acqua era serena, una lucentezza nerastra che si innalzava verso il cielo. Una sola frangia di occhi di bue illuminava la barca mentre una rete di onde schiumose si allontanava verso entrambi i lati dalla prua. Nic la sostenne vicino a lui nella ringhiera anteriore, dandogli caldo, prestandogli il suo appoggio. Merry avrebbe dovuto inquietare constatando che godeva tanto della sua compagnia. Ma, al contrario, godeva con lui. Quello viaggio l'aveva cambiata, chissà tanto quanto le sue esperienze in casa di Nic. Per la prima volta dall'infanzia, si era fidato completamente di un'altra persona. Nic non aveva misurato le sue attenzioni né aveva abusato della sua dipendenza, e quello modificava l'asse sul quale ella girava. Ora, Merry viveva il momento, debole ma serena, come se il suo passato fosse stato cancellato come la stele che lasciava la barca. Benché sapesse che era un'illusione, il passato stava sempre con lei. Ed in effetti era molto reale. Si sentì leggera e serena, e con una sensazione commovente di attesa. Non sapeva che cosa succederebbe di seguito, ed ignorava chi finirebbe per essere Merry Vance. -Mi sento come se fosse tornato a nascere-disse. Nic soffocò una risata pensando che era un scherzo.

-Spera a che veda Venezia-disse-. Penserai che sei arrivato al cielo.

Capitolo 14
La brillante gondola nera sciolse ormeggi nella molla della piazza San Marcos sullo sbocco abbagliante del Gran Canale. Il giorno era sereno e l'acqua brillava come un luminoso specchio corrugado. Guardando i palazzos che si sollevavano ad entrambi i lati, Nic sperimentava quell'allegria che può ispirare solo un eccesso di bellezza. La Serenissima. Lo girava a stare nella sua braccio, ed ella era tanto affascinante come sempre, tanto adorabile, tanto decadente e cangiante come sempre. Nessuna città non aveva colpito mai Nic tanto quanto Venezia. Quella città irradiava una pace ed un mistero che il tempo non potrebbe cancellare mai. Sentiva la mancanza delle sue pitture con un dolore fisico, ma contemporaneamente si rallegrava di li avere inviate a parte. In realtà, non poteva captarsi Venezia in un disegno. Venezia doveva essere vissuta. Uno si apriva a sé stesso, diventava vulnerabile e dopo a lei si dava. Ma chissà era diventato troppo vulnerabile, perché quando Merry lasciò riposarsi la mano su quella da lui, un fuoco arse inaspettatamente nel suo sguardo. -È sorprendente-mormorò Merry, come se fossero entrati in un posto sacro. Nic sbattè le palpebre rapidamente e si girò nello stretto sedile per sorridergli. -Sei comoda? Non hai troppo freddo? Mi temo che il tempo non sarà temperato fino al prossimo mese. -Sto bene-ella disse, con un'espressione di vago divertimento quando si allontanò un boccolo errante dagli occhi. Ahi, quello suoi capelli. Oro di Tiziano, il tono perfetto per Venezia. In realtà, tutta ella era perfetta per Venezia, i suoi difetti, le sue rarità erano le decorazioni dei suoi incantesimi. Nic lo sfiorò lo zigomo col pollice e la baciò, realmente la baciò per la prima volta in una settimana. Il gondoliere rise per la cosa pianterreno con la caratteristica tolleranza veneziana per gli amanti, ma a Nic non gli avrebbe importato se l'uomo avesse disapprovato la sua condotta. Il bacio di Mary era come ritornare a casa ma era anche come la sua prima visione dell'antica città. Quando finalmente lo sciolse la bocca, ella era rimasta mancanza di alito. -Sei troppo magra-egli disse, e gli toccò le labbra arrossite per il bacio-. Non appena siamo installati, ti riempio di pandispagna. Come una cortigiana, Merry chiuse le palpebre, con la sua bocca curva e rosata, e le mani incollate delicatamente sul grembo. -È la cosa unica con quello che pensi di riempirmi? Egli non si era reso conto che era duro fino a che ella pronunciò quelle parole, ma ora sapeva che con quegli occhi socchiusi e falsamente timidi, Mary misurava la portata della sua lussuria. La sua erezione fece un sussulto il vedere che era oggetto della sua attenzione, e diventò più caldo e voluminosa davanti alla prospettiva di con] pensarla per la sua lunga indifferenza.

-No-rispose, con un grugnito silenzioso-. Non appena questo a sole con te, ti riempio con ogni centimetro che mi lasci metterti. -Bene-ella disse, ed il suo sorriso lo penetrò con la stessa potenza di un bacio-. Spero con ansie quello momento. Egli non potè contenere la risata né il piacere gorgogliante che la seguì. -Sei una viziata-disse e gli mise il braccio attorno al collo-. Vuoi che frattanto ti insegni la città? -Certo. -Merry si erse nel sedile di cuscini scarlatti , conservando nello sguardo quella malizia sensuale-. Sono sicura che officiare di guida ti aiuterà a distrarrti piuttosto del volume formidabile della tua scomodità.

Così, egli gli segnalava i posti famosi mentre il giovane veneziano remava salendo per il Canalazzo. Gli segnalò la chiesa di Santa Maria della Salute, il Palazzo Darío, storto e con la sua facciata di marmo di colore, l'Accademia, dove egli aveva studiato di giovane, e lo stretto fiume che serpeggiava per il distretto di Dorsoduro fino ad arrivare al suo caffè prediletto. -Andremo lì-disse, all'improvviso ansioso per mostrargli i suoi percorsi giovanili-. C'è un posto nel campo, cioè, la piazza, dove i gatti della città si sdraiano a godere del sole. Non può salire per le scale senza imbattersi in essi. Io normalmente passavo lì ore quando era studente cercando di disegnarli. -Voglio vederlo-ella disse, con un sospiro di felicità-. Voglio vederlo tutto. Egli non poteva smettere di notare il suo sguardo pieno di adorazione ma, per una volta, non si lamentò di ciò. Era troppo felice di stare lì. Il canale era tranquillo, la città addormentata nelle ore silenziose dopo mezzogiorno. Una sola gondola li seguiva da vicino con un passeggero della barca, troppo imbacuccato affinché Nic sapesse se si trattava di un uomo o una donna. Gli piaceva quella solitudine. Durante quell'ora magica non voleva condividere Venezia né a Mary con nessuno. All'improvviso desiderò avere affittato un palazzo o perfino avere prenotato stanze in un hotel. Aveva fatto tanto in fretta piani dopo che Mary cambiasse opinione che non si era trattenuto a pensare se realmente voleva rimanere con Sebastián ed Evangeline. La sua allegria era troppo grande per trattenersi a pensare. In realtà, si era mostrato più allegro di quello che consiglierebbe il buonsenso. All'improvviso si sentì inquieto e si sfregò il pollice contro i denti mentre il rematore modificava il suo corso per evitare un traghetto che trasportava un passeggero all'altro lato del canale. I movimenti del gondoliere erano soavi, quasi ipnotici, ed il sole rimbalzava nell'acqua ed il remo, mentre la prua tagliava soavemente le piccole onde. No, pensai Nic, la sua emozione era perfettamente comprensibile. Mary era una compagna affascinante nel letto. Per un amante del piacere come egli, sarebbe stato piuttosto sorprendente che non stesse contento. Inoltre, ricordò il suo germoglio di malattia nella barca. Neanche una pietra avrebbe potuto smettere di ammirare la disinvoltura con che ella l'aveva affrontato. Sembrava tanto fragile messa in quella branda, quasi una bambina, col suo viso più coraggioso mentre egli la vedeva debilitarsi ed osservava che la pelle si girava gli fine e pallida, fino a che gli erano emersi le vene come fibre di colore azzurro lapislazzuli. Nic si era spaventato, non solo per i ricordi dei che era fuggito per anni, bensì per lei stessa. Non

voleva perderla, a Mary Colfax. La sua luce era troppo intensa per abbandonare questo mondo. Non voleva dirsilo ora, ma se non fosse riuscito a mangiare e bere, sarebbe potuto morire in quella condannato barca. Perseguito per quello pensiero, tremò all'opinione un brivido che veniva dalla cosa più profonda del suo essere. -Che cosa passa? -inquisì Merry-. C'è qualche problema? Egli si limitò a negare con un gesto della testa. Sapeva che se qualcosa lo stimolava, non era l'amore. Egli non era capace di quello. Questa emozione non era più che il primitivo impulso del maschio di proteggere ai più deboli. O chissà ella aveva svegliato l'artista che c'era in lui. Mary era originale. Irremplazable. Ma avrebbe sentito la stessa cosa guardando una cittadina diroccata o col frammento di una canzone antica. Quello che sentiva non era amore. Era semplicemente una dimissione stima. Nonostante la logica del suo argomento, non poteva dare spiegazioni della sua tenerezza. A lei dandosi ora, lo lisciò i riccioli intorno alla sua bella testa. -Di giro a casa prenderemo il treno-dichiarò-, e che sia quello che Dio voglia.

Il Palazzo Guardi si sollevava dalle acque ondeggiate in una fantastica architettura bizantino gotica. La facciata era dipinta di un colore rosso mattone che, come informò a Merry, si chiamava pastellone, in contrasto col quale sottolineavano alcune finestre di archi dintelados coi suoi balconi incorniciate per una pietra bianca. Come segna del punto di attracco per l'ormeggio della gondola c'era un mucchio in spirale a righe tipico di Venezia. Nel suo breve viaggio canale sopra, Merry si era fissato in quelli pali di tutti i colori dell'arcobaleno. I colori del Palazzo di Guardi erano brillanti verdi e dorati. Nic ed il gondoliere di capelli arricciati l'aiutarono a scendere al molo , dove alcune scale uscivano direttamente dall'acqua. Come molla, sembrava qualcosa di precario. Da sopra il secondo gradino aveva la marca di una marea recente. -Il mio Dio-esclamò ella-che cosa fanno quando ci sono inondazioni? Nic rise mentre pagava al rematore. -La stessa cosa che facevano i suoi bisnonni. Inchiodano una tavola nella porta e salgono alla pianta superiore. Senza smettere di sorridere, alzò un colpo di battente con la testa dorata di un leone e lo lasciò cadere. Dopo una breve attesa, un uomo corpulento vestito di abito lasciò loro entrare con una riverenza. -Ah, signor Craven e signorina Colfax. Buon giorno. Credo che il signor Locke è uscito, ma sta l'altra signora, lavorando nel portego. Nic assentì con la testa e ringraziò per lui l'informazione parlando un italiano fluido. Dopo avere insistito all'uomo che saprebbero come arrivare, condusse a Merry per un ampio corridoio fino ad un'antica scala di marmo. -È il signor Vecchi-spiegò-, l'uomo che si occupa dei commerci della contessa. -Segnalò verso le porte che lasciavano dietro, una delle quali era aperta e lasciava vedere un mucchio di scatole di imballaggio piene di paglia-. I Guardi ha esportato vetro veneziano a tutto il mondo durante cinque generazioni. Questo piano è contemporaneamente il magazzino e l'ufficio.

-Amministrano i suoi commerci da casa? -Quello non è raro qui, duchessa. A differenza degli inglesi, i veneziani sono orgogliosi di essere commercianti. Per essi, è una sistemazione pratica. -Chi ci lo sarebbe pensado?-bisbigliò Merry, e dopo rimase sorpresa quando la scala antiquata e frigga si ampliò verso qualcosa di straordinario. Lì, in un ripiano di suolo con incrostazioni di pietre di colore, alcune finestre di quattro battenti guardavano inondato su un patio di sole. Di fronte a questo repentino spazio di luce, una scala di due piani conduceva ad entrambi i lati, con balaustre intagliate in un bel marmo grigio striato di bianco. -Un piano più-disse Nic-, e vedrai un vero spettacolo. Quella predizione non era nessuna esagerazione. Arrivando sopra, Merry rimase stupito e si trattenne con l'alito interrotto. Il salone centrale, o portego, era un ampio corridoio di alte pareti che si estendevano dall'entrata del palazzo fino alla parte posteriore. Un file di finestre con cornici di piombo illuminavano i due estremi. Tra esse c'era un eccesso di decorazioni che ferma Merry non aveva paragone. Ghirlande e festoni e decorazioni dorati e più suoli brillanti con figure e disegni si disputavano la sua attenzione e quella dei suoi occhi confusi e trasognati. Le superfici che non erano fiorite con stucco erano state abilmente dipinte per simularlo. Anche le porte erano invecchiate con questo stile, come le architravi ed il fregio nella cosa alta delle pareti. Non meno di sei candelabri di vetro intaglio pendevano dal soffitto decorato con abbondanti freschi, in se stessi un miscuglio di realtà e trompe l'oeil. L'effetto era contemporaneamente orribile e meraviglioso, come una rosa ricoperta in oro ed appesa con diamanti. La sua flagrante esuberanza era la cosa unica che ostacolava che si scandalizzasse lo spirito dell'estetica inglese di Merry. Rimpicciolita per quella grandiosità, ma muovendosi come se si sentisse in casa, Evangeline era inginocchiato su un'impalcatura di legno e, per quello visto, lavorava nella restaurazione della fresca centrale del soffitto. Vedendo a Nic, lanciò un grido e scese a gran velocità, operazione che gli facilitò la sua semplice camicia bianca ed i larghi pantaloni marroni che vestiva. Raccolta all'indietro, la sua nera chioma incorniciava il dramma asimmetrico del suo viso. A Merry gli fu successo pensare che quell'abito lo sedeva abbastanza migliore che il vestito antiquato che portava in casa di Anna. -Nic! -esclamò Evangeline, ed abbracciò emozionata all'amante di Merry-. Quanto mi rallegro di vederti! Sebastián è intrattabile. Chissà tu ottenga che si comporti come una persona normale. -Quello lo dubito. -Con un sorriso ironico, Nic accarezzo ad Evangeline la punta dei capelli macchiati di pittura. Nessuna immagine avrebbe potuto alludere con più chiarezza agli interessi che quelli due condividevano. Per scomodità di Merry, Evangeline girò la testa e stampò un tenero bacio a Nic nella palma della mano. -Nic-disse, con voce enronquecida—, per caso sempre devi essere territorio neutrale? Nic corrugò le labbra ma non sembrò fastidioso. -Ho scoperto che la neutralità è la posizione più sicura quando sto con voi due-condannò. Si girò e mise la mano a Merry nella spalla-. Suppongo che ti ricordi di Mary. -Certo. -Evangeline scoppiò a ridere-. Perdonami, Mary, ma dovresti vederti il viso! Sembri una cervatilla che ha perso sua mamma-disse e si portò rapidamente le magre dita alle labbra-. Non ti

preoccupare per Nic e per me. Ci conosciamo da un'eternità. I nostri flirt non significano niente. Per ogni risposta, Merry corrugò il cipiglio. Può che i flirt di Nic non significassero niente per lui, ma non albergava la stessa illusione trattandosi di Evangeline. -Hmm-disse Nic, con un tono tanto scettico come i pensieri di Merry-, non insistere troppo in ciò, Eve. Siamo venuti a fare una gradevole visita, non a liberarci ai tuoi giochi. -Il mio dispiace-mormorò Evangeline, probabilmente pensando che Merry non capirebbe. Oltre le limitazioni dell'italiano che aveva imparato nella scuola per signorine, Merry capì quella scusa benché gli sembrasse falsa, perché negli occhi di Evangeline brillava un segno di piacere. -Volete che vi mostri le vostre stanze? -domandò. -Stanza-corresse Nic il cui cattivo umore cominciava a spuntare-. Mary ed io dormiremo insieme. Merry si sorprese sé stessa vergognandosi davanti alla sua insistenza , soprattutto davanti a quella donna alla che l'ultima volta aveva visto con un altro uomo. Tuttavia, Evangeline era fatto di materia più dura. Sorrise come se la rabbia di Nic fosse un complimento. -La contessa suggerì che ti lasciasse la suite rossa. Ci sono una stanza ed un salone. Per quel motivo ho parlato di "stanze." Invece di chiedere scuse, Nic assentì come l'aveva fatto prima. Come Merry, sospettava che Evangeline aveva l'intenzione di infastidirli. A differenza di Merry, quello sì, la sua irritazione era svanita. Per lei era una dimostrazione più irrefutabile della sua amicizia che qualunque bacio. -Dove sta la contessa? -domandò Merry mentre salivano per una scala più modesta fino alla pianta superiore. Evangeline rispose, avvilendosi di spalle. -In Marocco, secondo le ultime notizie. Dubito che giri a Venezia prima della Festa della Sparesca. -Sorrise, leggera e femminile, al di sopra della spalla-. Fino ad allora, il clima di La Serenissima sarà troppo freddo per le sue vecchie ossa. Benché Merry ignorasse dove si celebrerebbe la festa degli asparagi-se a quello si riferiva Evangeline-ricevè queste notizie con un crampo nel ventre. Senza la presenza dell'anziana, per molto erratica che fosse la sua condotta come contessa, nessuno imporrebbe limita al carattere selvaggio di Evangeline. Era evidente che quella donna cercava di sedurre a Nic. Se egli resisterebbe o no, era una domanda che superava l'immaginazione di Merry. Negli ultimi giorni, sembrava stare più vicino a lei, ma nella prospettiva morale del mondo che aveva Nic, quella vicinanza non implicava chissà esclusività. Mantenne le mani strette contro il vestito mentre Evangeline insegnava loro le sue dipendenze, senza prestare troppa attenzione alle pareti di seta cremisi consunta né l'enorme letto di colonne. In quanto a lei, non aveva niente di che cosa lamentarsi, dato che si era presentato a Nic come un spirito libero ed assetato di avventure. E gli aveva giurato che il suo cuore non correva pericolo di perdersi. Non era colpa di Nic se ella aveva mentito. Si era mentito anche a sé stessa, pensò, e dando si racconta sentì una scossa che gli bruciò. Il suo destino era stato soccomberlui dal momento in che si conobbero.

Con l'intuizione che gli era abituale, Nic percepì il suo stato di coraggio. -Venga-disse, quando la porta si chiuse dietro Evangeline con un colpo sordo-, scioglilo tutto prima che sfrutti. Merry strinse i denti. La cosa ultima che voleva era rimproverarlo come una pescivendola. Tuttavia, c'era un piccolo lamento che non poteva reprimere. -Mai nella mia vita ho guardato nessuno come una cervatilla-disse. Nic rise e l'abbracciò di dietro. -Voleva che ti arrabbiassi. -E bene, l'hai ottenuto! -ella esclamò, e si girò nelle sue braccia, traboccata bruscamente per la rabbia-. "Ahi, non devi preoccuparti per Nic e per me. Ci conosciamo da secoli." Come se io fossi una specie di intrusa! Come se si credesse la tua padrona! -È probabile che sia geloso-disse Nic, prendendolo le guance tra le mani. -Gelosia! È una maledetta... -balbució, ma si divorò l'insulto e girò la testa con gesto brusco-. In qualsiasi caso, perché l'avrà chiamata signora il signor Vecchi? Mi gioco quello che voglia a che gli ha detto che ella e Sebastián sono sposati. -In realtà-disse Nic, con un sospiro breve e scomodo-, sono sposati. Merry rimase a bocca aperta mentre prendeva alito per la sua prossima diatriba. Per un istante, smise di respirare. -Lo so già-disse Nic, alzando le mani-, non si comportano come marito e donna. Pensano alla sua relazione come quella di un matrimonio "aperto." Alla sua maniera, funziona loro. -Allora, perché darsi il disturbo di sposarsi? Nic la guardò con viso di pentito. -Perché si amano. Ma, semplicemente, amano più la libertà. Merry volle parlare e si rese conto che non poteva. La libertà. Non era quello quello che ella aveva reclamato sempre, come si immaginava i suoi anni maturi, a sapere, avere amanti quando volesse? All'opinione, la nuovo Merry Vance non era esattamente quella che ella aveva aspettato. Nic lo sfregò le braccia. -Vuoi che andiamo via? Che cerchiamo un hotel per noi soli? Quell'offerta la sorprese. Invece di cedere alla tentazione, negò con un gesto della testa. -Non voglio essere in un ostacolo tra te ed i tuoi amici. -Essi lo capirebbero se io voglio che ti senta comoda. -Sono comoda-ella disse, ma il mento gli tremò nonostante i suoi sforzi per mantenerlo fermo. Davanti a quella segno delatrice, Nic maledisse per la cosa sotto e la strinse con forza. Ella non potè evitare di abbandonarsi a. Era troppo caldo, troppo gentile, benché tutto quello non gli importasse tanto quanto a lei. -Lo sento-disse Nic, sfiorandolo i capelli con le labbra-. Non aveva intenzione di esporrti ad Evie

ed i suoi commenti ingegnosi. Anni fa, si innamorò di me, almeno tanto quanto si innamora di chiunque che non sia Sebastián. Credo che avesse la speranza che io la salvassi di lui. Se io ottenevo che si innamorasse di me, potrebbe finire con la sua ossessione per Sebastián. Ma quelli due sono destinati l'un l'altro, sempre dando rodei, o sempre prendendo piccole scorciatoie. Ignoro che cosa aveva bisogno di Evangeline, ma non era quello che io avevo. -E ti sentivi tu male? -Se mi sentivo male? -Non potendo essere quello che ella necessitava. -Ahi, Merry. -La sua risata suonava arida come un deserto-. In tutta la mia vita, non sono stato mai quello che nessuno necessitava. Ma quello non mi ho rotto il cuore, se ti riferisci a quello. Sapeva già allora che non doveva fare promesse che non poteva compiere. Lo strinse le braccia per la schiena ed ella lo guardò agli occhi, il suo sguardo turbato nonostante il suo sorriso. Non dire niente, si disse a sé stessa. Semplicemente lascialo stare e, chissà, crescerà. Temendo rompere la fragile bolla, lo lasciò cadere le mani per la schiena fino a che le anche si accoppiarono. Fece un sforzo per mostrare la stessa leggerezza che egli. -Mi hai fatto una promessa, Nic. Spero che non l'abbia dimenticata. L'espressione di Nic diventò sensuale, esperta, avrebbe potuto dire il lato cinico di Merry, benché il suo sorriso l'infiammasse ancora il sangue che correva per le sue vene. -Che promessa era quella? -Quella di riempirmi con ogni centimetro di te che potessi mettermi. -Ah. Quella promessa-disse egli e si inclinò per prendergli il labbro inferiore tra i denti-, Sei sicura che vuoi che la compia ora, quando abbiamo Venezia ai nostri piedi? -Venezia può sperare-ella disse, con la respirazione interrotta -. Io no. -Non puoi? -Quella confessione sembrava interessargli tanto quanto la marca che gli aveva lasciato nella bocca coi denti. -Non posso-ella ripetè, quasi senza alito-. È da troppo tempo che non ti ho posseduto. -Otto giorni-l'informo egli con un sorriso, lo sguardo pesante, mentre il viso cominciava ad oscurecérsele-, con suoi lunghe e scalda notti. Ella lasciò cadere le mani fino al suo posteriore e gli strinse le muscolose natiche. Il cavallo dei suoi pantaloni diventò visibilmente più calda. Nell'interno, sentiva battere il sesso, duro e grosso. -Ti sei comportato come un cavaliere. -Più di quello che puoi immaginare. -Se smettessi di trasportarti come un cavaliere ora, ti sarebbe molto grata. -Ah, sé? -egli inquisì, con sguardo divertente mentre lo raccoglieva la parte posteriore del vestito. Con un movimento delle anche, volle enfatizzare la domanda-. Piangeresti ringraziando mentre io te la metto? Ti ritorceresti e gemeresti e mi stringeresti col tuo coño? Merry era incapace di rispondere. Nic aveva trovato la fessura nelle sue calzamaglie e, un istante dopo, il suo cavallo. Era bagnata per lui, calda come in estate, quando quello sfiorò le sue sensuali pieghe. Nic fece un rumore introducendolo due dita nel suo interno che suonò come le fusa di

un leone. Quell'intrusione era precisamente quella che ella desiderava. Si ritorse con lui, struggendosi, e la sua voce si rovinò in un sospiro. -Ajá-egli disse, con voce profonda e roca-, la mia piccola Mary non mente. Sta piangendo già per me. Gli accarezzò il tessuto di quelli sue pareti che si chiudevano, pressando contro la parte posteriore, dopo anteriore. Con le nocche, trovò una superficie eccessivamente sensibile ed ella non potè reprimere un grido. -Hmm-egli disse, e cercò quello punto. Per quello visto, c'è qui qualcosa di molto interessante. Qualcosa che vale la pena esplorare. A Merry gli mancò l'alito e cercò di allontanarsi. -No, Nic. È troppo. Egli sciolse una risilla, ma si trattenne. -Può che sia troppo ora-notò-. Ma dentro un momento ti assicuro che ti piacerà molto. Come per dimostrare che era capace di ottenere che gli piacesse qualunque cosa, lasciò cadere all'indietro il pollice, lubrificato per i fluidi del suo desiderio. Ella diede un sussulto quando anche quello dito entrò in lei, svegliando un formicolio strano e tendo in una parte del corpo che non lascerebbe mai toccare nessuno. -Nic! -esclamò, senza alito, una protesta indifesa. O chissà non era una protesta altro che una supplica affinché gli desse più. Anche Nic sembrava eccitato per la natura proibita della sua incursione. Aveva il corpo rigido e tremava visibilmente di desiderio. Quando ella reagì con un sussulto, egli la prese con più forza, spingendo più profondo nel suo ano, accarezzandogli il collo coi denti e respirando con forza. -Non mi mentire, Mary. E non ti mentire a te stessa. Si suppone che il tuo corpo non sa che cosa dovesse piacerlo. Sa solo quello che fa. Ella gemè quando egli lo sfregò con tutta la mano. Sentì il caldo che si impadroniva di lei, un dolore profondo ed ardente che si gonfiava oltre le regioni che egli toccava. -Immagina che è la mia polla-disse Nic, e la sua voce era roca e grossa quando fece girare lentamente il pollice-. Immaginati che si riempie di dietro e davanti. Per quanto lo tentasse, Merry non poteva negare che desiderava sottomettersi all'esperimento che Nic descriveva. Gli dorrebbe? O sarebbe semplicemente una nuova resa? Naturalmente, ora non gli doleva. La sua perla di piacere era come un piccolo sole, battendo freneticamente contro la pressione che egli esercitava. Il piacere si impadronì di lei. E è che aveva il corpo ardendo. Ma quello non significava che si sentirebbe comoda se continuavano. -La finestra è aperta-mormorò, con voce troppo tremula -. Sento la brezza sul posteriore. Egli rise e la baciò, profondo, umido come se volesse fondere le due bocche. Il bacio fu più selvaggio, più eccitato, e Merry non sapeva se si doveva alla recente astinenza abitata per i due o a quello gioco sconosciuto suo. Prima che potesse domandare, egli l'alzò in bilico, e lasciò cadere soavemente le dita del suo interno, lasciando un vuoto palpitante. Con un rumore di tessuti di lana e cotone, i suoi vestiti caddero a terra. Nic continuava a sostenerla in bilico. La brezza diventò più intensa, l'odore dell'acqua salmastra, i gracchi degli uccelli affamati. La lasciò nel piccolo balcone, e lo

servì da appoggio quando ella si dondolò. Merry lo desiderava con tanta voglia che si sentiva svenire. -Guarda-egli disse, girandolo il viso verso la balaustra di pietra-. C'è qui qualcosa che credo ti piacerà. Al principio, ella pensò che si riferiva a Venezia che si estendeva ai suoi occhi come il sonno felice di un ubriaco, l'acqua ed i palazzos occupando la breccia tra i due. In quello momento, i vestiti girarono a subírsele. -Nic-volle dire, ma egli gli prese la testa, soave ma fortemente, e le fece girare. -No. -Benché parlasse con voce soave, suonava come un'ordine. Un rumore di tessuto e metallo annunciò l'apertura dei suoi pantaloni. Nic si situò coi piedi tra quelli di lei, e dopo li separò, obbligandola a fare la stessa cosa. Merry tremò all'opinione tutto il lunga del suo membro bruciandola attraverso le calzamaglie. Stava tanto molto, tanto deliziosamente grosso e duramente. Quando parlò, il suo alito era pesato-. Venezia fu costruita per mostrare cose belle. Di tutti i posti possibili, perché non faresti qui quello che più ti piace? Perché non faremmo il due quello che desideriamo fare? La balaustra si strinse contro il suo ventre quando egli l'imprigionò. Sentendo il rumore di qualcosa districandosi, seppe che Nic aveva tirato fuori un preservativo dalla tasca, e si morse il labbro. Voleva che Nic la possedesse, lo voleva tanto che sarebbe capace di gridare. Nessuno poteva vederli, era verità. La parte anteriore del suo vestito lo copriva tutto sotto la vita. E Nic stava dietro lei. Visto dall'esterno, sembrerebbe che egli l'abbracciasse, come farebbe qualunque amante. Tuttavia, la possibilità che qualcuno li vedesse, le fece tremare. Con un sospiro, sentì che egli lo toglieva le calzamaglie. La pelle del suo prepuzio era calda, contemporaneamente delicata e fermo. Nic giocò con lei, sfiorandolo la vulva, dopo tra le labbra, e finalmente attorno alla piccola lancia della sua clitoride. La sua fessura si chiuse su sé stessa, volendo afferrarlo affinché la penetrasse. -Ti fotto-egli mormorò-. Ti compenso per ognuna delle notti che sono stato senza te. Di fronte a Venezia e di fronte al mondo. Ti metto la mia polla affamata fino alle viscere. E spero che tu, miss Mary, non osare fermarmi. -No-ella riconobbe, con l'ultimo alito-. Non oserò. Egli rispose con un grugnito. Il primo e profondo embate gli strappò un grido di perplessità. Per fortuna, o chissà a proposito, aveva trovato quella regione tenera dove aveva pressato prima. Ella gemè davanti all'acutezza del piacere, davanti alla longitudine vibrante nel suo interno. Egli la sottomise e chissà si sottomise anche a sé stesso, prendendola con più forza delle anche. -Shh-egli notò, ritirandosi fino a che la punta rimase preda per il suo abbraccio-. Non devi lasciare che nessuno ci senta. Con quell'avvertenza, gli costava molto più stare in silenzio, come senza dubbio egli voleva. Ahi, Nic la conosceva troppo bene. Merry stava come afiebrada, e la paura di che li scoprissero era la spina che tendeva il cavo del suo appetito disperato. Voleva che entrasse in lei senza trovare resistenza che la trasportasse oltre i limiti dei sensi e, tuttavia, quello controllo teso era ancora più eccitante. Tremò quando egli la prese per il pube e tornò a spingere, e palpò il suo fiore gonfio quando, con la punta delle dita, lo sfiorò i nervi segreti. La stimolazione fu quasi più di quello che ella poteva sopportare, ed il piacere arrivò ad essere tanto profondo che quasi si trasformò in dolore. Nic rise col suo grugnito torturato. -Migliore-, egli disse, ed investì il senso della sfregatura-. Ma non la cosa abbastanza silenziosa.

-Io ti insegnerò quello che è essere silenziosa-ella giurò, ma dovette fare provvista di tutta la sua forza per limitare la sua reazione ad un tremore. Quando si leccò il labbro, sapeva di sangue. Nic non aveva nessuna intenzione di facilitargli le cose. Con ogni lenta spinta, ritornava allo stesso posto, spingendo il dolore più profondo, facendole volere più. Neanche Nic era immune all'incantesimo della posizione che avevano adottato. Con ogni nuovo impulso diventava più grosso, fino a che dovette prendere alito vicino alla sua guancia. Aveva tutto il corpo rigido, stretto contro la chiamata poderosa della liberazione. Perfino il braccio con che la cingeva si sembrava aversi rovesciato duramente come la pietra. -Più rapido-ella chiese. -Più lento-egli disse, in un respiro. Ella allungò all'indietro il braccio per prendergli l'anca. -Allora, più cinque pesetas. Fa' più duramente la cosa. Egli pronunciò il suo nome in un avviamento di risata. -Guarda la città. Guarda questa città bella e decadente. Ella guardò, ma lo sentiva solo. Sentiva ogni spinga del suo pene, il caldo del suo petto, la palpitazione ed il tremore del suo sangue. -Non posso-disse-. Posso pensare solo a te. Egli avvicinò la bocca al suo udito. -C'è gente fottendo ad ogni Venezia. Ci sono prostitute fottendo, Mary, ed anche mogli con ragazzini imberbi. Stanno facendo l'amore in barche e stanze, in giardini e grotte. In un intreccio di membri che nessun uomo sensato potrebbe contare. Stanno gemendo , Mary. Stanno poppando pollas e manipolando tette. Stanno tutti sudando ed i corpi sono diventati sdrucciolosi, caldi, disperati. Cercano di spargersi o desiderano non l'avere fatto. Le lenzuola di Venezia sono rigide di seme, le cosce di Venezia sono appiccicosi, le braccia di Venezia sono pieni. Ed ora tu ed io siamo parte di ciò. Stiamo fottendoci a Venezia fino a farle gridare. Ella vide quello che egli diceva. Gli uomini. Le donne. I corpi unti di seme. Non poteva aspettarlo. Raggiunse il climax grazie alla magia della sua voce, non con un grido bensì con un lamento. Egli masticò una maledizione quando le scosse del suo piacere gli strinsero la verga. La tensione in lui cambiò. All'improvviso, il suo embates diventò più duri, non più rapidi, ma più forti. Stava dando ora al suo punto più dolce con ogni spinga, ottuso, soave, trasformando la liberazione in una corda violenta e felice. -Stiamo fottendocela-mormorò, in un respiro, il suo braccio convertito in una manovella, le dita affondando nella sua carne più soave-. Facendo l'amore l'aveva come mai... fatto... prima. Con quelle parole, egli la seguì verso l'occhio del temporale, tremando in silenzio con muscoli che si tendevano convulsivamente e getti di seme che egli sentiva solo. Qualcosa si impadronì di lei, chissà fuori Venezia, chissà egli, più dolce della dolcezza stessa, più soave che la soavità, più profondo di qualunque orgasmo che avrebbe conosciuto. Era una sensazione di cioccolato e seda e baci tutti confusi in una. Era una liberazione, se la liberazione poteva farle tremare come la terra. Merry sospirò dal fondo delle sue viscere con un miscuglio di tristezza e felicità, e sentì che egli faceva la stessa cosa. Nic allentò a poco a poco il suo abbraccio, ma non del tutto. Anche il la sente, pensò. Sente anche la magia.

-Il mio Dio-egli giurò per la cosa sotto, avvolgendola come una cappa-. Sei la cosa più dolce del mondo. In quello momento, ella era preparata per dirsilo. Che l'amava. Che aveva mentito. Che sentiva che il cuore di Nic era abbastanza più grande di quello che egli credeva. Ma, quando aprì gli occhi, la visione che gli fu presentato le fece dimenticare del tutta la confessione. Qualcuno stava osservandoli. C'era un uomo nello stretto riposo sotto il balcone, un uomo alto e magro con una barba bionda ed una lucentezza negli occhi che denunciava la sua condizione di testimone. Era Sebastián. Il marito di Evangeline. L'amico di Nic. Il sorriso lo fu torto verso l'alto, lenta, ironica, ed il rossore di piacere di Merry si trasformò in rossore di vergogna. Non poteva fingere che egli non indovinava quello che avevano fatto. Egli si portò le dita raccolte alla bocca, dopo li aprì in un ironico bacio italiano. E mosse le labbra. Merry ebbe l'impressione che mormoravano Bella. Bella signorina. Dava l'impressione che Sebastián pensava che ella farebbe la stessa cosa con lui, perfino che l'immaginava in quello preciso istante. Merry si tese e sperimentò un repentino caldo, una risposta che non poteva controllare. Può che si detestasse a sé stessa per ciò, ma non poteva allontanarlo con la mera ragione. L'attrazione non importa, pensò. Ella non è quella che detta le mie decisioni. Nic si mosse di dietro e tirò soavemente di lei. -Fa freddo qui fuori-mormorò. Era evidente che non si era reso conto che non erano soli. -Sì-convenne Merry, e si girò affinché Nic entrasse nella stanza. Se tutto succedeva come ella glielo proponeva, non saprebbe mai che li avevano visti.

Capitolo 15
Come di abitudine, Nic dormì come un tronco. Merry avrebbe voluto seguire il suo esempio, ma quella giornata l'aveva lasciata sommersa in troppi pensieri che ora turbavano il suo sonno. Rimase tesa nell'oscurità guardando il soffitto infossato del letto, ascoltando la respirazione di Nic e domandandosi se oserebbe scendere per la scala di marmo alla ricerca di qualcosa per mangiare. Alla cuoca della contessa quello non gli piacerebbe niente. Quando si erano seduti a cenare, la donna era irrotta nella sala da pranzo lamentandosi della misteriosa sparizione di un pezzo di carne arrosta. Sebastián aveva riso e gli aveva assicurato che Nic comprerebbe un altro pezzo, ma la cuoca non si era calmata. -Questo significa il fine della fiducia-aveva predetto la cuoca -. Nella mia casa vivono ladri! Evangeline non si lasciò impressionare per il dramma della cuoca, e gli chiese che si ritirasse. Deplorevolmente, l'ambiente del veglione non migliorò quando sparì la cuoca. A Sebastián non lo fu cancellato un sorriso malefico mentre guardava il suo piatto, molto possibilmente rifocillandosi con le immagini di quello pomeriggio, mentre Evangeline alternava tra lanciargli dardi e tentare che Nic si mettesse del suo lato. -Tuo se che capisci il trattamento che si merita una donna. -disse, egli quale provocò in suo marito astratto una specie di sbuffo. Quando ella gli lanciò un sguardo di rabbia, egli gli rispose con occhi spenti, un sguardo pieno di storie ed insinuazioni. -Il trattamento che si merita una donna-disse, con voce leggera-, non è sempre quello che necessita. Evangeline finse disturbarsi con quello commento, ma a Merry non gli risultò difficile da indovinare perché si vergognava. La cosa più probabile era che Sebastián conoscesse che cose l'eccitavano come donna, come Nic conosceva i suoi punti deboli. In realtà, dopo tanti anni, era probabile che Sebastián conoscesse con più precisione le debolezze di sua moglie. L'idea di vivere con Nic il tempo sufficiente affinché si sviluppasse quello tipo di relazione era pericolosamente attraente. Nic non pensava a niente di questo. Passò il veglione sommerso in una specie di sonno, quasi come se stesse pensando ad un altro quadro. Per sorpresa di Merry, quando gli domandò se voleva verificare se era arrivata la valigia coi suoi utensili di disegno, egli si limitò ad avvilirsi di spalle. Durante la cena, dava la sensazione che non ascoltava né la metà di quello che dicevano. Tra la sua astrazione e le cause verbali degli altri due, Merry prestò agli spaghetti con vongole alle vongole l'attenzione che si meritavano. E se fosse stato la cosa abbastanza sensata, si sarebbe mangiato anche il piatto di Nic. Al diavolo con quello di comportarsi come una dama, il suo stomaco doveva recuperare il tempo perso.

Giorni dietro, l'aveva ignorato, ma la fame girava ora per le sue giurisdizioni. Con una smorfia di rassegnazione, separò le coperte ed abbandonò il letto. Il suolo di terrazzo, una superficie speciale di pietra macinata e levigata, era come ghiaccio abbasso i suoi piedi. Lanciando una maledizione, prese la vestaglia di Nic ai piedi del letto ed attraversò a tentoni l'elegante suite, a quell'ora ricoperta per la luce della luna. Le stanze che occupavano si trovavano in un stato decadente ma, ancora così, impressionavano, ammobiliate con sedie pesata, e vecchie cassapanche situate strategicamente affinché ella si battesse nelle ginocchia passando. La luce acquosa confondeva le ombre, e la stessa cosa succedeva coi numerosi specchi di cornici dorate. In due occasioni si imbattè nel bordo di un tappeto turco e stette per perdere l'equilibrio. Era troppo sperare che Nic la sentisse e si alzasse. La sua fortuna volle che si trovasse con Sebastián che saliva per la scala quando ella scendeva in punta di piedi. Ella lo vide prima che egli a lei, ma non ebbe tempo di retrocedere. Le finestre, con le sue punte ogivali intrecciate, proiettavano circoli di luce sulla sua testa e le sue spalle. In una mano, Sebastián portava una bottiglia, nell'altra, una cesta con pane. Saliva lentamente, come se fosse stanco, una figura di aspetto gentile, fino a che la vide. Allora rimase dove stava, e subito gli brillarono i denti di lupo. Con un paio di falcate, salvò la distanza tra i due. -Scendeva a mangiare qualcosa-ella disse, con la sufficiente rudezza come per scoraggiare a chiunque eccetto a lui. Allargando il suo sorriso, Sebastián aprì le gambe per bloccarlo la strada. -Con che si è abbassato l'appetito, ehi? -Fui malata durante il tragitto in barca. Lasciai dappertutto vomiti. Egli lanciò una risilla gutturale di piacere alla quale ella non prestò importanza. -Se quello che pretendi è provocarmi schifo, dovrai superarti molto. -E se tu vuoi sembrare attraente, dovrai superare questi giochi infantili. Egli lanciò all'indietro la testa in una risata silenziosa, mostrando il collo e con occhi socchiusi che gli conferivano un certa attrattiva. Ma si rimise subito, e si guardò la bottiglia sotto il braccio per prendergli la guancia nella sua mano fine e di lunghe dita. Ella tremò davanti al suo contatto, ma non totalmente di dispiacere. -Vedono con me-egli disse, come un personaggio seducente in un romanzo-. Devo qualcosa di speciale insegnarti. -Certamente-disse Merry, incrociandosi di braccia. Questa volta, la cosa unica che fu scosso Sebastián con la risata fu il petto. -Niente di quello, te l'assicuro. Difficilmente spererebbe che, nient'altro conoscermi decida qualcosa sul tuo futuro sessuale con tanta rapidità. A differenza di Nic, porta più tempo agganciarsi della mia personalità. No, quella che voglio insegnarti è un'altra cosa, qualcosa di interesse artistico che potrebbe gettare luce sull'intricata rete che siamo Nic, Sebastián ed Eve. Inoltre, ho prosciutto in questa cesta, ed uno dei vini dolci schiumosi più appetitosi. È un Prosecco, Mary, l'orgoglio del Veneto.

Il suo ventre la denunciò rispondendo con un sonoro ruggito. -Vedi? -domandò Sebastián, con un fusa di voce-. Già io sapere quello che hanno bisogno delle donne. Il suo sorriso di supplica, per manipolatrice che fosse, era troppo affascinante per resistere. La verità era che ella voleva capire meglio a Nic, e quello significava capire la sua storia coi suoi amici. -Niente di trucchi-insistè-. Mi insegnerai quello che sia e dopo mi lascerai andare. -Assolutamente-egli promise-. Può che non sia tanto civilizzato come Nic, ma non possiederebbe mai una donna contro la sua volontà.

-È una donna geniale-egli disse-. È condenadamente geniale. Sebastián l'aveva guidata ad una stanza nella mansarda del palazzo che aveva servito per un tempo di soppalco di un pittore, in questo caso, evidentemente, di Evangeline. Era un spazio variopinto ed accogliente, con pareti di opera vista ed un suolo di legno coperto per una cappa di polvere. Un scialle pendeva da un chiodo di una delle travi del soffitto ed un volume di poemi di Browning condivideva la superficie di un tavolo scalcinato con una tavolozza piena di pittura. Senza prestare importanza a questi dettagli di ordine casalingo, Sebastián sostenne un candelabro davanti all'ultima impresa artistica di sua moglie. Le fiamme della candela oscillarono, e Merry suppose che quell'effetto si doveva all'ubriachezza. Quella possibilità non la spaventò come sarebbe potuto succedere egli con altri uomini. A Sebastián l'alcool non sembrava alterarlo la personalità in nessun grado discernibile. Merry sospettò che era troppo abituato ad ingannare affinché importasse. -Nic non si merita né sostenerlo una candela-condannò-, e Dio sa che ancora meno può un apprendista come me. -Scosse la testa e prese la bottiglia che aveva al lato-. Di qui a cinquanta il mondo sarà preparato per apprezzare il suo dono. Allora si dispiaceranno dell'avere ignorata. Merry non era la cosa abbastanza esperta come per negare quello. Sapeva solo che quello quadro era l'opera più strana e turbadora che non aveva visto mai. Era un ritratto di Nic, Sebastián ed Eve, ma solo in parte. Le sue figure sembravano schegge di vetro, ed i pezzi cambiavano un corpo ad altro in modo che petti, occhi e mani si univano in un solo groviglio. I colori cigolavano con un miscuglio di rabbia e pesare, con una sensualità strana e sugerente. "Sono brutto", sembrava dire il quadro, "ma sai che non puoi deviare lo sguardo." Quella composizione la spaventò. Indovinò in lei una minaccia, o chissà un'avvertenza, e benché appena Evangeline conoscesse a Merry, era come se il messaggio gli parlasse direttamente. -È molto impressionante-disse-tanto che arriva ad essere inquietante. Immediatamente si rese conto che a lui gli piaceva il suo commento. -Sì-disse Sebastián-, sapeva che lo capiresti così. La sua espressione la sorprese. Nic sosteneva che Sebastián amava sua moglie, ma ella non se l'era creduto fino a vedere quelle lacrime di orgoglio spuntando nei suoi occhi. Gli toccò il braccio prima che egli si portasse la bottiglia di Prosecco alle labbra. -Gli hai detto quello che senti?

La bottiglia discese, una brusca scossa del vino risplendente. Quando Sebastián rise, era come se singhiozzasse. -Tante volte che non posso contarli. Ella ha paura di credermi , ha paura di riconoscere che è migliore che chiunque di noi. E dopo, finge che detesta la cosa ingiusta che è il mondo che una donna è uguale a qualunque uomo, ma in realtà, la segreta verità è che vuole che Nic ed io siamo i suoi eroi. -Prese un sorso, lungo ed assetato e salutò allo straordinario quadro-. Quello non succederà, Eve. Tu hai più che dire col tuo dito mignolo che noi due insieme. Nic ha qualcosa da dire, pensò Merry. Chissà lo dica più soavemente , ma ha qualcosa da dire. Tuttavia, stette in silenzio. Sospettava che Sebastián la cosa saggia. E chissà, come una verità segreta, necessitava che la sua immagine di Evangeline gli scendesse i fumi a Nic. Temendosi aversi informato di più di quello che sperava, Merry, asciugò le mani nella vestaglia di Nic e cercò di formulare il suo prossimo commento con cautela. -Nic dice che da un po' di tempo Evangeline fu innamorato di lui. -Já! Non unisca solo volta-abbaiò Sebastián-. Tornerebbe a mettere nel suo letto non appena egli glielo chiedesse. -Tu potresti ostacolartelo-suggerì. Sebastián sorrise, e la bocca ed il baffo lo furono torto in una smorfia pigra. -Può essere. Ma chissà non voglia. Può che io stesso desideri stare con Nic. Mosse le sue sopracciglia bionde e rette come sfidandola a scandalizzarsi. Nonostante tutti i suoi sforzi, Merry non potè dissimulare la repentina accelerazione della sua respirazione. Il cuore gli aveva dato un rovesciamento, come gli era successo imbattendosi nel tappeto turco. Prima che potesse dire qualcosa di ingegnoso, egli lascio il candelabro ed estese una mano verso lei prendendo la bottiglia di vino per il collo. Non era per offrirgli un sorso. Invece, avvicinò il vetro verde e freddo alla fessura tra i suoi petti. Nell'oscurità, seguirono le sue dita. Quando trovò il suo sguardo di sorpresa, i suoi propri occhi avevano un'aria divertente ma simpatica. -Potresti unirti a noi-disse,-e trasformare il nostro triangolo in un quadrato. Ella negò con la testa benché la risposta non fosse tanto immediata come avrebbe desiderato. In quell'offerta si nascondeva un'oscura attrazione, un'attrazione al che Merry sapeva che non doveva cedere. -Non potrebbe fare quell'a Nic. -Chi dice che a Nic gli importerebbe? Ahi, Sebastián era deciso a scandalizzarla. Ignorando l'insinuazione nelle sue parole, Merry strinse la mandibola. -Allora, non potrebbe diventarlo a me stessa. Non penso di guardare mentre Nic sta nel letto con un'altra persona. Col dito, Sebastián seguì l'orma intorno al collo della vestaglia, sfiorando l'affliggi la nascita dei petti. A lei la furono indurita i capezzoli sotto la seta ma si rifiutò di mostrare la sua vergogna. Sebastián si inumidì le labbra ed alzò lo sguardo verso lei. -Che cosa passerebbe se rifiutarsi di giocare significasse perderlo?

Merry non credeva che Nic si abbassasse a quello tipo di ricatto ma, alla fine, non importava. -La mia risposta sarebbe la stessa-affermò-. Non nacqui per condividere. Malvolentieri un rispetto spiava dietro lo scherzo del suo sorriso. Sebastián non disse parola, si limitò a girarsi verso il quadro e bevve un sorso. Merry ebbe l'impressione che l'aveva sbrigata. Era il prezzo che bisognava pagare per mangiare qualcosa a quelle ore, pensò.

-Dove sei stato? -inquisì Nic quando Merry lasciò la sua vestaglia sulle ringhiere del letto. Sotto la seta, era nuda. La lampada vicino al letto dava un certo rilievo alla sua figura magra, proiettando le ombre dei suoi petti nelle costole. A Nic gli dolse nella gola essere testimone di quello miscuglio di fragilità e forza. Pretesto e misteriosa , Merry sembrava una fata alla luce della luna. Si era svegliato faceva mezz'ora ed aveva scoperto che non stava e, da allora , l'aspettava senza dormire. Con ogni scricchiolato del vecchio edificio ed ogni rumore delle acque del canale, aumentava la sua costernazione. In due occasioni si era alzato a cercarla e le due volte si era trattenuto nella porta. Nic Craven non trattava le donne come se fossero i suoi possessi. Erano liberi per andare e venire dove e quando volessero. Ma non gli era piaciuto osservare su dove starebbe Mary né i sospetti che invocava la sua assenza. Naturalmente, gli piacque ancora meno la sua maniera di non rispondere. Nonostante i suoi sospetti, Nic sperava senza dubbio che gli desse una spiegazione innocente. Vedendola vacillare , capì che quello non sarebbe il caso. -E bene? -tornò a domandare, impaziente. Ella lisciò la vestaglia di cachemira nelle ringhiere. -Sebastián mi ha portato alla mansarda per insegnarmi il quadro di Evangeline. Non c'era inflessione nella sua voce, ma egli era un uomo troppo esperto per non dare si racconta che stava mettendolo a prova. Aveva conosciuto donne che vivevano per mettere gelosi ai suoi amanti. Per esse, era una prova della stima in cui gli uomini li avevano, un stratagemma che aveva detestato sempre. Attonito, comprovò che questa volta lo stratagemma stava dando risultato. Invece di lasciarsi tradire per la sua debolezza, strinse i denti e sperò. Come aveva previsto, Mary cedè prima che egli. -Cercò di sedurrmi-confessò-, ma io declinai l'offerta. Nic si sentì invaso per un'ira che non aveva niente a che vedere col gioco che chissà ella giocava, e tutto vedere con la perfidia del suo amico. Sebastián sapeva forse quello che significava Mary per lui, migliore che egli stesso. In quello momento, Nic l'avrebbe potuto rompere allegramente i denti a Sebastián e dopo glieli avrebbe fatti inghiottire. -Quell'ha fatto? -disse teso; perfino egli stesso percepiva la rabbia nascosta nella sua voce. -Sé. -Ella lo guardò, ed in ogni curva del suo corpo spuntava l'orgoglio, come una regina minuta

con un viso comico-. Puoi fare quello che voglia ed io non posso ostacolartelo; ma io ho deciso già. Per il tempo che stiamo insieme, dormirò solo con te. La sua dichiarazione lo disarmò. Nic rimase a bocca aperta di stupore, ma ella non aveva finito ancora. -Confido in che mi concederai la cortesia di un'avvertenza-disse, con voce secca-. Non credo che volesse seguire con te se cercassi di avere relazioni intime con un'altra persona. -Te l'assicuro-egli rispose, senza dubitarlo-. Quella non è per niente la mia intenzione! -No? -Il suo aspetto reale era svanito come se non fosse esistito mai. Quella che rimaneva era una donna giovane, vulnerabile e dolce. Nic sorrise davanti a quello cambiamento, e sentì il caldo in posti ai quali non poteva arrivare nessun fuoco. All'improvviso ebbe la certezza, silenziosa, brillante, come una stella insospettata. Nic non si spiegava come era stato cieco tanto tempo. Quello pomeriggio, nel balcone, aveva sentito il fulgore di quello che facevano insieme e si era inquietato comprendendo il suo significato. Ora lo sapeva. Amava a Mary Colfax l'amava non aveva immaginato mai come che amerebbe un altro essere umano. Per la sua sorpresa, la rivelazione non era tanto orribile come aveva temuto. E dopo, doveva pensare anche accuratamente prima di decidere come continuare. Chissà il sollievo che sentiva davanti al rifiuto di Mary alle proposte di Sebastián l'aveva lasciato stordito. Al fine ed il capo, che cosa significava amare a Merry? Per caso lo cambierebbe? Durerebbe? Sapeva molto bene che ella lo stimava. Era possibile deluderla malgrado gli avesse aperto inaspettatamente il suo cuore? Fino a che potesse rispondere a quelle domande, sarebbe migliore guardarsi i sentimenti per sé. Tuttavia, non poteva mantenerla a distanza. -Vedono qui-disse, tendendolo le braccia-. Lasciami dimostrarti che tu sola mi basti per intrattenermi. Benché Mary si arrampicasse al letto con l'agilità di un giovincello , la sua maniera di accoccolarsi tra le braccia di Nic era puramente femminile. Egli gli accarezzò la chioma che gli cadeva, sciolta, per la schiena ed il piacere che sentì toccandola fu stranamente innovativo. Quando ella l'attraversò le gambe con la coscia, un gesto possessivo dove il faggio, egli si mise tanto duro come se ella l'avesse preso nella bocca. Ella vibrò all'opinione che si induriva, ma non cambiò posizione , salvo per ritorcersi ed abbracciarlo per la vita. Come egli, sembrava contento, almeno per adesso, con abbracciare ed essere abbracciata. Lo sfregò la guancia con la spalla come un gatto. Quando parlò, ancora la sua voce suonava insicura. -Questa notte, nella mansarda, Sebastián insinuò che tu... che voi tre... Ajá, pensò Nic, quando la sua indagine si dileguò. Sebastián aveva cercato di seminare la zizzania tra essi rivelando quell'episodio. -Sì-disse, decidendo che la verità era la migliore risposta. -Sé? -ella domandò, alzando leggermente la testa che appoggiava sul suo petto. -Sì, tutti avemmo insieme relazioni intime-disse, e lasciò scappare il sospiro che manteneva—.

Guardando all'indietro nel tempo, sembra una decisione insensata. Come non dovrebbe complicare così la nostra relazione qualcosa? Qualcuno si sente sempre emarginato, o geloso, o semplicemente meno caro che un altro. Per un tempo, dopo che la nostra relazione finì, non era sicuro che continueremmo ad essere amici. Dovremmo avere saputo quello che arrischiavamo. Ma eravamo giovani. Orgogliosi della nostra condizione di selvaggi. Orgogliosi di eluderci delle regole della società. Credo che nessuno di noi comprendesse che la decisione di condividere il corpo con qualcuno sia qualcosa più che un tema puramente carnale. Merry strinse il suo abbraccio per la vita. Egli la sentì prendere alito , ma ella stette in silenzio. -Ti ho scandalizzato, non è certo? -Io... -ella rise, con una soave esalazione-. Sì, un po'. Quando ti conobbi, quella notte che mi salvasti per strada, quando mi toccasti il viso e chiedesti fare il mio ritratto, pensai: Ci "è qui un uomo che non ha limiti. C'è qui un uomo che ha fatto cose nella sua vita." Quello svegliò la mia attrazione. -Ed ora? Ella lo sfiorò appena la spalla con la mano. -Ancora mi attrai. Penso che sei molto coraggioso. Egli sorrise con le sue parole e si girò per guardarla. -Non ha niente a che vedere con la prodezza. Non è più che la capacità di essere aperto a cose nuove. Sebastián era tanto il mio amico come Eve. Non sono sicuro che possa spiegare quello che mi diedero. Io ero un estraneo a Londra ed era più solo di quello che puoi immaginare, ed essi mi portarono di giro al mondo degli umano. Merry stette in silenzio un momento, con le mani attorcigliate sotto le lenzuola. Egli ebbe la sensazione che ella non desiderava giudicarlo che faceva solo un sforzo per capire. -Ad Anna la conoscesti dopo, no? -Sì-egli rispose, ricordando come Anna l'aveva accolto quando egli non poteva continuare oramai a mediare tra Sebastián ed Eve ed i suoi coltelli, strumenti troppo affilati. Essi avevano restituito al mondo dei sensi, ma Anna l'aveva guarito. -Furono essi gli importanti, non è così? -Gli importanti? -Tra tutte le persone con che ti sei coricato. -Sì-egli disse, sorpreso per la sua perspicacia e per il fatto che egli stesso non l'aveva definito mai di quella maniera-. Essi erano gli importanti. -Tu sarai l'uomo importante per me-ella disse, con un segno di sfida, ma anche di soddisfazione. Merry era orgogliosa che Nic cambiasse la sua vita. Quelle parole l'eccitarono, e sentì il viso, gli occhi e la pelle delle petto prede della febbre. -Mary-disse, con la gola tanto annodata che appena poteva parlare. Era dolorosamente cosciente della sua gioventù, dell'onore che gli concedeva e della responsabilità che l'imponeva. Non aveva detto mai così qualcosa a nessuno, non aveva avuto mai il valore che ella dimostrava ora. -Non ti preoccupare-ella disse-, mi accontento con che mi stimi solo. Egli non poteva lasciare che credesse quello, e non importava se alla fine la deludeva, per poco

che volesse aprire il suo cuore. -È più che stima-egli disse, e la tacque, come a sé stesso, con un bacio profondo, cercando di distrarrla. Quello di condividere i suoi segreti era diventato troppo facile. Era arrivata l'ora di ritornare a terreno più sicuro. Altrimenti, chissà finirebbe per contarlo più di quello che ella sarebbe capace di perdonare.

Il soggiorno privato di Lavinia Vance era pieno di vestiti, guanti ed ogni tipo di accessori femminili. Lì conservava i suoi gioielli ed i suoi cosmetici e, a volte, quando era indisposta, passava la notte in quella sala di pareti di raso rosato. Solo la sua domestica era autorizzata ad entrare in quello santuario profumato per l'odore di gelsomino, ma neanche ella possedeva la chiave del vecchio armadio. Era il posto perfetto per nascondere il quadro. Il suo nemico, perché così era arrivato a pensare a lui, la voce stridente di tutte le sue paure. Guardandolo ora di sera, alla luce di una sola candela, si sentiva tanto oppressa che dovette lasciare il candelabro ed affondò nella sedia ben ovattata. Sapeva che Godiva era Merry, lo sapeva senza l'ombra di una dubita. Geoffrey aveva la direzione di Craven, naturalmente, per la corrispondenza che aveva mantenuto con l'artista in relazione col suo proprio ritratto. Sfortunatamente, quando finalmente si era deciso di accorrere a vederlo, il laconico maggiordomo si era rifiutato di dare informazione, a meno che il suo padrone non stava in Inghilterra. Quando non gli rimango un'altra alternativa, era tornato alla galleria per provare la sua fortuna con mister Tatling. -Una giovane incantatrice-confessò questo, quando ella gli chiese della modella-. Si chiama Mary Colfax. Molto silenziosa, mi sorprese che parlasse tanto bene per una ragazza di famiglia umile. Il padrone della galleria non aveva né idea della cosa sorprendente che quell'era realmente, né mise riparazioni all'urgente necessità di Lavinia di prendere contatto col suo cliente. Quando Lavinia gli confidò che pensava di chiedergli un altro lavoro, Tatling l'informò che l'artista insieme alla sua amica, era partito di viaggio a Venezia. Aveva la direzione, per se voleva scrivergli. Non era quella l'intenzione di Lavinia, ma ugualmente l'accettò. Venezia. Tanto lontano. Che tentatore era semplicemente lasciare che tutto passasse. Ma Merry girerebbe. Senza dubbio lasciando steli di scandalo, come vapori nocivi. Lavinia l'avrebbe potuta strangolare se non avesse tanto preoccupata per il suo proprio benessere. Ed era preoccupata. Realmente, lo stava. La cosa unica che desiderava era che quell'impossibile sua figlia si sarebbe dedicata un secondo a pensare agli altri. La cosa peggiore di tutto, o piuttosto, non la cosa peggiore bensì sicuramente la cosa più terribile, era che le lettere del Galles cominciavano a scarseggiare, come se la persona che stesse inviandoli volesse farloro durare. -Non pensasti ad Isabel, non è certo? -infilzò Lavinia a quell'impressionante somiglianza con sua figlia nel ritratto. Ma ella non poteva rispondere, come neanche poteva dirgli come disfarsi di Althorp. Questo aveva avuto la sfacciataggine di lasciarsi cadere quella mattina durante la colazione. Geoffrey non era uscito ancora al suo club perché si era intrattenuto leggendo il giornale. Althorp spiegò la sua presenza a quell'ora tanto impropria dicendo che era accorso per fare un favore ad Ernest

e vedere se erano apparsi alcuni archivi che sentiva la mancanza di. Quando Geoffrey l'informò, con aria freddo, pensò piuttosto Lavinia, che aveva restituito loro il giorno anteriore, Althorp si limitò a ridere. -È tanto difficile seguirloro la pista-disse, con quella voce soave come il burro che lo faceva tanto simpatico-. Mi domandavo come è che lasciavate a vostra figlia viaggiare tanto lontano sola. Al fine ed il capo, uno non sa mai quello che la sua famiglia sta tramando alle sue spalle. -La fiducia è sempre un rischio-rispose suo marito-, ma lo è anche la sfiducia. Un uomo deve soppesare le due. Anche quello gli strappò una risilla. -Non smette di essere verità-rispose Althorp, ridendo per la cosa sotto. Si girò per andare via, senza prima dargli una leggera stretta nella spalla a Lavinia. Benché sembrasse un gesto disteso, era una minaccia chiara ed inconfondibile, un sfoggio di quello suo possesso tanto lungo. Posso smascherarti con chi me lo proponga, diceva. Se si riferiva a tutto il mondo o solo a suo marito, Lavinia non lo sapeva, come neanche sapeva se Geoffrey aveva notato quella mancanza di decoro. Geoffrey non aveva tardato a salutare, e l'era rimasta guardando dalla porta, con la stessa freddezza con che guardava ad Althorp. Dava la sensazione che sperava che Lavinia parlasse che forse confessasse. Al meno, aveva cominciato a chiedersi della sua amicizia col padre di Ernest. Ogni volta gli sarebbe più difficile da fingere quella posa di innocenza che aveva adottato. Soffocando un gemito, si portò i pugni alla fronte palpitante. Doveva agire, portare di giro a Merry, tanto per la sua propria sicurezza come per quella di sua figlia. Peter mi aiuterà, pensò con un repentino avviamento di ispirazione. Peter farebbe qualunque cosa per sua sorella. Ella gli darebbe una versione abbreviata della verità. Che Craven aveva sedotto a Merry e che dovevano portarla di giro prima che suo padre, e qualunque altra persona che importasse, venisse a sapere quello che aveva fatto. Lavinia era sicura che suo figlio poteva imporsisi ad un artista indolente. Con fortuna-una fortuna che non era stato troppo generosa, bisognava riconoscerlo-, Lavinia non riscatterebbe solo sua figlia di mani di quell'orribile Casanova, ma la restituirebbe anche alle braccia del suo futuro fidanzato. Quindi getterebbero terra sopra al tema, di tutto il tema, ed il mondo girerebbe mitemente ad essere quello che era stato prima. Stimolata per la sua decisione, Lavinia si incorporò. Era tardi, ma Peter era un uccello notturno. Lo vede ora, prima che perdesse la sua determinazione. Inchiodò nel ritratto un ultimo e duro sguardo. -Io ti salverò-promise, stringendo i denti-, vuoilo o no!

Capitolo 16
Giusto prima di mezzogiorno, Nic scese con Mary in sala da pranzo. Lì trovarono a Sebastián ed Evangeline, con sguardo svogliato e facendo colazione in silenzio. Un candelabro di vetro azzurro appendeva al di sopra delle sue teste, uno dei famosi chioche di Murano. Nessuno degli amici di Nic, apparentemente, apprezzava come i suoi rami intrecciati proiettavano fili di luce nelle pareti di colore azzurro pavone. Soprattutto Sebastián sembrava avere perso il suo spirito casanovesco, fosse già derivato come da qualche eccesso o per non avere potuto sedurre l'amante di Nic. Nic sospettava che c'era qualcosa di entrambe le cose. -Buon giorno-disse Evangeline, col viso infossato nel giornale. Da parte sua, Sebastián li salutò agitando un pezzo di pane tostato. Dato che Mary non sapeva come rispondere alla sua brutta educazione, Nic avvicinò una sedia per lei ad un lato del tavolo ovale. -Rilassati-disse, mentre si dirigeva alla credenza-. Ti porterò un piatto di qualcosa di saporito. -Quello-mormorò Sebastián-. Tratta alla ragazza di turno come ad una regina. Prima che Evangeline potesse aggregare il suo granello di sabbia a quello luogo comune. Nic lo coprì la bocca dicendo: -Basta già d'un colpo. Per la vostra maniera di agire, Mary pensasse che non ho né due dita di fronte per essere il vostro amico. -Tentavamo solo... -disse Evangeline, e stette in silenzio, per dirigere un sguardo impotente a Sebastián. -. .. creare problemi-aggiunse questo, con un sorriso che diceva che sperava di essere perdonato benché, sotto la sua sicurezza, non sembrava dell'ogni assicurazione-Diavoli, Nic, i due pensiamo che è adorabile. Molto meglio che quella dama tanto presuntuosa, il tuo lady Piggot Con un sospiro, Nic lasciò riposarsi le mani nelle spalle da Evangeline. Mary li osservava con grandi occhi dall'altro estremo, a tutte luci più intrigata che offesa per quella discussione. -Non sono il tuo ruffiano-disse Nic, con una pazienza che si spiegava solo dopo una notte gloriosa in braccia di Mary-. Inoltre, ha passato abbastanza tempo da quando i tre facemmo niente sembrato insieme. -Ma possiamo conservare la speranza-disse Eve, con un'espressione che imitava Sebastián. -No, non potete-corresse Nic, con voce secca-, non con Mary né con me. -Sorrise a pesare suo. Quello piacere era tanto dolce, tanto nuovo che non poteva contenerlo. Vedendo il suo sorriso, Merry nascose la sua guardandosi il grembo. Era adorabile, era verità, col suo vestito verde regolato e la sua piccola figura ed i suoi riccioli spettinati accesi per la luce del sole. All'improvviso alzò lo sguardo, la guancia, arrossite di piacere e pronunciò un muti "Grazie" per lui.

-Dio si impietosisca di noi-interruppe Sebastián-se non fosse nauseato, con pelliccie di zibellino a voi due facendo già moine starebbe malato. -Tómate il caffè-lo sgridò Eve e gli diede un colpetto nel braccio. Sebastián che dava dimostrazioni evidenti di non dispiacersi di lui, lanciò un bacio all'aria. Nic sapeva che la cosa migliore che poteva sperare di essi in quello momento era che smettessero di intervenire. Chiederloro che si scusassero davanti a Mary sarebbe inutile. Ignorandoli ad ambedue, si girò per riempire il suo piatto e quello di Mary. Nessuno parlò fino a che si sedette. -Il signore Vecchi è venuto questa mattina-l'informò Sebastián, con lo sguardo cauto e sostenendo la tazza di caffè contro il petto-. Disse che era arrivato il tuo domestico col tuo bagaglio e che l'aveva lasciato in una stanza con l'addetto. -Il mio domestico? -Il ragazzo che viaggiò con voi. -Ma se Mary ed io siamo venuti soli. Sebastián si avvilì di spalle. -Chissà era un impiegato della barca ed il signore Vecchi non capì l'inglese che parlava. In qualsiasi caso, il tuo bagaglio è arrivato, e si aspetta nel salone del mezzanino fino a che dica al governante che fare con lui. Nic si sfregò il ponte del naso. Dovrebbe portare con sé i suoi materiali di disegno quando uscisse con Mary o sarebbe migliore dedicarsi semplicemente a guardare? Decise che preferiva la seconda soluzione. Sospettava che Mary stava più che sazia di vedere la cosa seduta disegnando scarabocchi. -Dovresti portare a Mary a San Marcos ed il palazzo del Doge-sugiri6 Evangeline-. Sono sicura che gli piacerà Tintoretto. -Per non parlare-aggregò Sebastián con tono ironico-della cella dove rinchiusero Casanova. Il suo tono di voce era quasi il tono provocatorio abituale, ma Nic lo guardò con un certa riparazione. -Farò quello che Mary voglia-avvisò. Non gli importò vedere ai suoi due amici socchiudendo gli occhi. Aveva la sensazione che finalmente avevano capito il messaggio che Mary era più importante di nessuno. I venditori riempivano il perimetro della piazza San Marcos, tra i caffè, venditori di ricordi e di qualunque cosa che un turista potesse desiderare, se è che osava farsi strada tra gli stormi di colombe. Non era per niente che la richiamassero l'officina di disegno del mondo a quella piazza. Merry sentì saluti scambiati in più lingue dei che poteva riconoscere. Nonostante queste distrazioni, rimase stupita davanti alla grandiosità della chiesa e lo Stato. Tuttavia, perdersi con Nic dopo avere fatto quella passeggiata fu perfino meglio. Venezia era una città piccola. Seguendo una linea retta, poteva attraversarsi più o meno in un'ora. Fortunatamente, la Serenissima non era retta. Era un labirinto di vicoli e piazze, e stretti canali interni che obbligava il viandante a ritornare sui suoi passi o affittare una scialuppa. Per quanto lo tentarono, non riuscirono a trovare il caffè preferito di Nic dei suoi tempi

nell'Accademia. Nei giorni che seguirono, la ricerca si trasformò in un gioco il cui ricompensa era la giornata. Quell'era una città di mercanti, di gioiellieri, tessitori e barcaioli conciati per il sole. Ella non sapeva mai che cosa troverebbero piegando in ognuna di quegli angoli consumati per il tempo. Un mercato esibendo i suoi pesci iridescenti? Un'antica fonte circondata di gargolle? Chissà li sorprenderebbe un orafo o un empastador di libri. Merry preferiva gli artigiani perché Nic entrava nelle sue officine per conoscerli. Senza dirloro chi era, gli operai lo trattavano come uno del mestiere, come un compagno creativo di cose belle. Per le sue domande e per il rispetto con che li ascoltava, essi sapevano che Nic era un uomo di criterio. Con l'aiuto di Nic, l'italiano di Merry migliorò qui e là. Durante tutti i suoi anni nella scuola, non aveva imparato né la metà di quello che sapeva ora, né si era sentito tanto stimolata. Era come se la sua mente svegliasse con la stessa sensazione piacevole del suo corpo, non con sforzo bensì come risultato delle sue passeggiate e vaneggiamenti. Il Gianduiotto, un favoloso miscuglio di cioccolato e gelato di nocciole, era la parola imparata in Campo Santa Margherita, mentre la storia ed il commercio erano temi propri dei negozi di antiquariato, simili alla grotta di Aladino. Un cannocchiale comprato in una di questi negozi fu il regalo destinato al signore Farnham ed un bel gioco di tè per la signora. Choate. Ogni pomeriggio, un nuovo barcaro, o bar di vini, dava loro il benvenuto. Le chiese erano una rivelazione, e le persone una lezione su come imparare a vivere ogni momento. A volte, oppressi, semplicemente si appoggiavano su una parete ricoperta di muschio e guardavano intorno a suo, le spalle toccandosi, le mani unite come compagni di un solo piacere. Bene Sebastián ed Evangeline avrebbero potuto smettere di esistere senza che Nic e Merry si occupassero delle sue avventure. La bolla che li circondava era troppo perfetta per farla scoppiare. Merry non era stato mai tanto contenta, né aveva visto con sé a Nic tanto a gusto stesso. Cominciò a credere, primo tremulamente e dopo con una fede crescente che chissà potrebbero vivere felicemente come marito e donna. Nonostante gli ostacoli tra essi, il minorenne dei quali non era la differenza nelle sue rispettive classi sociali, si capivano troppo bene affinché Merry dubitasse che avrebbero successo. Paradossalmente, questa speranza era l'unica ombra nel suo orizzonte. Una volta ammessa nel suo cuore, il desiderio di legarsi a cresceva fino a trasformarsi in una passione che non si credeva capace di sentire. Perfino l'idea di avere un bebè, cosa che non aveva avuto fino ad ora l'impulso di concepire, diventò inspiegabilmente attraente. Il suo desiderio era coprire un bebè con gli occhi di Nic, insegnargli a montare un cavallino, dargli fratelli e sorelle ed una gran scatola di pitture con tutti i colori. Sedotta per la bellezza delle sue trasognatezze, Merry si astrarsi perfino quando aveva davanti agli occhi le grandi meraviglie di Venezia. -Dove si è messo mio Mary?-scherzava Nic, ed ella doveva inventare una bugia. Dovette dirsi a sé stessa che quelle idee non avevano senso. L'amore l'era rammollito il cervello ed ora si stava trasformando non in sua madre bensì in una giumenta di razza. Incominciò a diventare nervosa ogni volta che egli tirava fuori i suoi preservativi, benché, come lui aveva promesso, questi non diminuivano nella cosa più minima il suo piacere. Nonostante la difesa che egli faceva di lei, nonostante suo apparente, e probabilmente passeggero, compromesso con la fedeltà, egli non gli aveva detto che l'amava. Delle sue labbra non era germogliata nessuna promessa per il futuro. In realtà, la cosa unica che aveva fatto era dargli motivi per alimentare la sua speranza.

Ella era obbligata a domandarsi semmai quello non era una dimostrazione del lato più crudele delle sue bontà. Dopo avere obbligato i suoi amici a giurare che osserverebbero la migliore condotta possibile, Nic permise che Sebastián ed Eve accompagnassero a Merry all'opera. Egli dovrebbe li avere accompagnati, ma aveva bisogno disperatamente di tempo per pensare. Non poteva continuare oramai a sbagliarsi a sé stesso credendo che i suoi sentimenti per Merry svanirebbero. Se qualcosa era successo, è che si erano intensificati durante quella settimana, avevano constatato il bene che si capivano. La sua mera presenza lo faceva felice, e la sua mente agile ed il suo umore ancora più agile, accentuavano la sua temerarietà per esplorare. I padroni della casa l'adoravano, e sicuramente intuivano in lei ad un spirito tanto indipendente come il suo proprio. Egli era quasi sicuro che doveva dirlo che l'amava. In realtà, si domandava seriamente semmai non dovrebbe chiederlo che accettasse essere sua moglie. Era un passo formidabile, un passo che gli faceva sentire brividi di terrore, benché l'impulso di dichiararsi aumentasse ogni volta che cercava di respingerlo. Nic la voleva vicino a lui, nei buoni tempi e nei cattivi. Non temeva né a lui uno né alla cosa altra con lei al suo fianco, Mary lo faceva sentirsi più forte, più generoso, più connesso con la cosa migliore di sé stesso. Con lei, egli potrebbe redimersi. Con lei, la sua responsabilità nella morte di Bess poteva appartenere realmente al passato. Una volta che fosse sposata con lui, Mary non vorrebbe mai un'altra cosa. Egli aveva i mezzi per curarla e proteggerla. Ma chiedergli che si sposasse con lui non smetteva di avere i suoi rischi. Se ella diceva che no, per caso quello non metterebbe fine a quello che avevano? Sapeva come si sentiva quando una donna diventava troppo seria, come se non avesse gambe per correre la cosa abbastanza rapido. Se Mary gli ero scappato, non sapeva se potrebbe sopportarlo. Se non diceva parola, almeno poteva seguire afferrato a quello che avevano. Acchiappato in questo dilemma, entrò nella biblioteca senza dare si racconta. Era una sala ampia, tanto lunga come tutto il palazzo, gli angoli del soffitto decorate con cherubini di stucco, ed i soffitti dipinti con una visione di quello cielo che egli aspettava conoscere. Le luci di gas erano accese, benché non potessero neutralizzare il peso della notte veneziana. Questa si insinuava, chiara e sfortuna là fuori, e del suo manto di velluto appendevano stelle diamantine ed implacabili. Una tosse spenta attrasse la sua attenzione verso il centro della sala. Un ragazzo di circa quindici o sedici anni, magro e ben eretto, stava in piedi davanti ad un cavalletto dove riposava un libro aperto su velieri. Il suo viso gli risultava inquietantemente familiare, benché se l'aveva conosciuto, Nic non ricordasse dove. A sua volta, il ragazzo lo guardava con una serietà che non si compativa con le sue paure, il suo sguardo attento e sfidante. -Lo sento-si scusò Nic-sei un parente della contessa? Il giovane rise, secco, breve, e stette in silenzio. -Sono il suo aiutante di cucina, signore Craven. -Il mio aiutante di cucina-ripetè Nic, avvicinandosi e sforzandosi per vedere, qualcosa di confuso. -Normalmente porto una sciarpa. Lo sconcerto di Nic si dissolse per un momento e dopo tornò a fare si presenti. -Sé. Ti chiami Thomas, no? Pensavamo che avevi una cicatrice.

Quando il ragazzo insegnò le mani, Nic si rese conto del curiosamente quieto che era stato prima. -Nessuna cicatrice-disse il ragazzo, senza smettere di guardare a Nic-. Al meno nessuna che possa vedersi. -Allora, perché...? -Invece di parlare di altre cose che non capiva, Nic cambiò la sua domanda con qualcosa che sembrasse importante -. Che cosa fai qui? Non sarà stato Farnham quello che ti ha inviato. -Voleva conoscere Venezia. Ma non si preoccupi. Non sono venuto come piedipiatti. Ho risparmiato e pagherò alla cuoca il pezzo di carne arrosta che ho preso prestato. -Allora tu fosti. Sebastián era sicuro che era il gatto-disse Nic, sorridendo ed invitando il ragazzo a sorridergli a sua volta, ma espressione di questo non si alterò. Salvando la distanza tra essi n pochi passi, Nic mise la mano vicino a quella del ragazzo sull'orlo del libro di velieri. Così, vicino, poteva vedere una vena che gli palpitava nella tempia. Inspiegabilmente, anche egli sentì che il polso gli era accelerato. -I tuoi genitori non lavoravano nella fabbrica di gas, verità? Per alcuno ragione, la supposizione di Nic fece germogliare un velo di lacrime. Gli occhi di Thomas erano azzurri e chiari, ed ora il rossore che lo tinse le guance fece loro brillare più intensamente. -No-riconobbe-, i miei genitori non lavorano nella fabbrica di gas. Sembrava più triste di quello che un ragazzo della sua età aveva diritto. Nic poteva osservare solo pensando in che esperienze avevano segnato il suo viso con quella malinconia. -Non importa-disse Nic-. Chiunque che siano i tuoi genitori, e quello che sia che abbia fatto prima di venire a lavorare per me, semplicemente non importa. -So già che non importa-disse il ragazzo, stringendo con forza le labbra che dopo si torsero con una smorfia secca-. Perché Lei che gli importa un cumino. Attonito, Nic ritirò la mano. Non capiva la condotta di quello ragazzo ed il mistero cominciava ad inquietarlo. -Perché ci hai seguiti? -domandò, e la sua voce suonò più dura di quello che si proporsi. -Glielo ho detto già... -No, non mi venire con la storia che volevi conoscere Venezia. Perché ci hai seguito nella barca? Il ragazzo l'affrontò, ancora arrossito, benché sembrasse che la rabbia guadagnasse la partenza. -Sono venuto a vedere come è in realtà il gran Nic Craven. -Vuoi essere artista, allora? Di quello si tratta? Perché non si ha bisogno di permesso per essere un artista. È qualcosa che si porta dentro. -E farà lei qualunque sacrificio per ciò, non è così? Nic passò la mano per la fronte. L'ostilità del ragazzo si staccava da lui in onde vibranti. Nic non indovinava la sua vera intenzione , ma stava perdendo la pazienza. Come se l'intuisse, il ragazzo si girò. Stringeva il libro con le due mani, ed aveva le dita pallide e tanto tese che il cavalletto si scosse. -Ascolta-disse Nic, con voce più gentile, ma il ragazzo l'interruppe.

-Perché non sta coi suoi amici questa notte? Ho sentito che il Teatro La Fenice è una meraviglia. A quelle altezze, Nic sapeva che non aveva avuto mai una conversazione tanto strana. Diavoli, pensò mentalmente lanciando le mani all'aria. Se il ragazzo voleva conoscere al gran Nic Craven, perché non rispondere? -Devo cose pensare-disse-. Devo decidere se dovrebbe chiedere alla donna che amo che si sposi con me. Le labbra del ragazzo diventarono bersagli come le sue unghie. -La donna che ama. -Non posso raccomandarti lo-aggiunse Nic, cercando di adottare un tono gioviale-. L'amore lascia all'uomo completamente disarmato. Non è che abbia troppo destro di lamentarmi, dato che non sono stato mai innamorato. Il ragazzo alzò la testa, gli occhi molto aperti, come dando segni di stupore. -Mai... Non si ha mai...? -Maledetta sia-disse Nic, con una risata nervosa-, chiunque direbbe che ti appena ho confessato che sono scappato da un manicomio. Come una tenda che si chiude su una finestra, l'espressione del ragazzo si spense. -Mi perdoni-disse, teso-. Non mi avrebbe dovuto intromettere. Lo lascerò a sole con la sua decisione. Nic indovinò solo a guardarlo, a bocca aperta, quando lo vide uscire. Gli aiutanti di cucina non erano oramai quelli che normalmente erano.

Capitolo 17
L'opera fu un spettacolo miracoloso. Eseguita squisitamente e montata con spreco di mezzi, contava un romanzo cavalleresco tragico, i cui reminescenze a Merry gli sembrarono troppo familiari. Negandosi di pieno a che i suoi accompagnatori la vedessero piangere, si disse a sé stessa che quello che aveva visto non era l'amore vero. Questo, raramente quello che si manifestava nella vita reale, era tanto drammatico né era tanto condannato al fallimento. Tuttavia, non poteva salire a vedere a Nic finché si sentiva emozionalmente nuda fino alle ossa. Diede i buona notte ad Eve e Sebastián ed attraversò la porta del canale che conduceva al giardino e le sue enormi muraglie al fondo. Con un senso di attesa, affrettò il passo. L'aria quella notte era fredda ma non troppa, e le stelle appendevano come gioielli ad un tessuto di ebano. Benché Eve e Sebastián fossero una compagnia divertente, ella desiderava godere a sole di quello cielo. Le stelle la calmerebbero, pensò, ed allora sarebbe preparata per vedere a Nic. La cosa ultima che desiderava era dimostrargli i suoi sentimenti prima che egli fosse preparato per guardarli faccia a faccia. La pesante porta del giardino resistè i suoi sforzi per aprirla. Solo quando inclinò tutto il suo peso, cedè. Temendo che chissà non potrebbe tornare ad uscire, lasciò una scatola che tratteneva un invio dai Guardi tra la porta e la cornice di lesene di marmo. Constatò delusa che non era sola nel giardino. Scorse qualcuno-una figura di spalle cadute-seduta nell'ultimo gradino che dava alla porta. Era un uomo giovane. Merry cominciò a retrocedere e fu allora che notò che, chiunque che fosse, stava singhiozzando. Era un pianto soffocato ma inconfondibile , come era inconfondibile il risentimento che strappava i singhiozzi a quello giovane petto. Merry non potè retrocedere. Benché gli fosse altrui la causa, anche ella conosceva quelli sentimenti. Più ancora, credè riconoscere il cappotto del giovane, una giacca di fustagno logoro e troppo stretto all'altezza delle spalle. Si domandò che diavoli faceva lì l'aiutante di cucina di Nic. Tuttavia, le domande dovrebbero sperare fino a che scoprisse quale il problema era. Scese fino all'ultimo gradino e lasciò riposarsi il braccio sulla schiena dal giovane che piangeva, come avevano fatto con lei i suoi fratelli maggiori. Il ragazzo si coprì il viso ma era troppo abbattuto per muoversi. -Andiamo-ella disse, sentendo che l'invadeva un'onda di umore e compassione-. Sei Thomas, no? Non so perché sei tanto triste, ma sia quello che sia, non vale la pena inondare Venezia. -Mi chiamo Cristopher-egli rispose, con un'asprezza che ella non capì fino a che egli alzò il viso e la luce che entrava per la porta aperta l'illuminò. Merry rimase a bocca aperta. Senza la sciarpa, quello viso era identico a quello di Nic in una

versione più giovane. Il colore dei suoi occhi ed i capelli erano differenti, ma aveva perfino la stessa mandibola, lo stesso naso, lo stesso cipiglio ironico. —Il mio Dio-mormorò, quasi incapace di credere quello che vedeva-. Il mio Dio, sei la sua copia perfetta. Le lacrime girarono ad inondare il viso di Cristopher. -Non mi ha riconosciuto. Mi ha guardato alla cara e non mi ha riconosciuto. -Chi non si è riconosciuto? -ella domandò, benché, in fondo, sapeva la risposta. -Mio padre. Il bambino viziato del mondo dell'arte. Non ha potuto riconoscere suo proprio figlio. -Sa che ha un figlio? Cristopher rise e si ripulì il naso nella manica. -Lo credo già che lo sappia. Da quando cominciai ad andare alla scuola sta comandandomi un biglietto di dieci liberi ogni trimestre. Così è corno ho potuto scappare, e pagarmi un passaggio nella stessa barca che voi. Cristopher raccontò la sua storia a pezzi, ma Merry riuscì a capirla. Benché non fosse figlio legittimo, l'aveva allevato la madre di Nic, una donna che, secondo Cristopher, aveva qualcosa di tiranna. Nic non aveva girato a casa da quando Cristopher aveva quattro anni e, come era naturale, il ragazzo aveva pensato sempre che conoscerebbe suo padre. Per eludere l'avversione che aveva Nic a visitarlo, si era fatto passare per un domestico. -Voleva solo capirlo-confessò-. Perché era andato via. Chi era. Mia nonna non diceva mai niente brutto di lui, ma io vedevo che egli l'aveva delusa. E doveva giudicare coi miei propri occhi. Quando vidi la cosa buona che era con altre persone, e che neanche esse erano perfette, pensai che chissà se mi conoscevo, si renderebbe conto che non era tanto cattivo avermi al suo fianco. Sentendo che i suoi propri occhi gli bruciavano, Merry accarezzò la guancia inumidita per le lacrime. -No-disse-. Non starebbe niente di male. Sei un giovane intelligente e riempio di risorse, e molto coraggioso. Se fossi mio figlio, credo che fosse molto orgogliosa. Il ragazzo non poteva essere molto più giovane di lei, ma quando lanciò le braccia alla vita, Merry si sentì come una madre. Intuì che Cristopher non aveva ascoltato mai quello tipo di lusinghe che chissà non aveva notato di quanto aveva bisogno di essi. Qualunque idea di rimproverargli l'avere fuggito di casa svanì subito. Al fine ed il capo, coi suoi venti anni, ella non stava in condizioni di lanciare la prima pietra. Gli diede alcune manate nella schiena e riuscì che si tranquillizzasse, fino a che finalmente respirò con normalità. Dopo, con una dignità molto simile a quella di suo padre, Cristopher si allontanò e si asciugò le lacrime. -Mi ha fatto capire che non amò mai mia madre-disse, pronunciando ogni parola come per dimostrare che poteva affrontare la verità-. Durante tutti questi anni, pensava che per quel motivo non si era sposato, perché l'amava troppo per consegnare il suo cuore ad un'altra persona. Credeva che non sopportasse l'idea di vedermi perché ricordava alla persona che aveva perso. Ma non l'amò mai. Non ha amato mai nessuno. Io mi illudevo con un racconto, ma lo non girò mai perché non gli importò mai. -Quello tu non lo sai-disse Merry, con la voce enronquecida per lo stupore-. Può che esistessero altre ragioni.

-Che ragioni? -egli domandò-. Mi dica lei che cosa altre ragioni poteva avere. Parlava come se, nonostante la sua delusione, volesse che ella glieli enumerasse. Merry desiderava che quello stesse in suo potere. -Non lo so-disse, tornando ad abbracciarlo-. Chissà abbia ragioni che nessuno dei due capirebbe. Voleva credere nelle sue proprie parole ma temeva che ella si stesse sbagliando anche con un racconto.

Trovò a Nic nel salone della suite. Stava vicino alla finestra, guardando verso la notte mentre faceva girare un bicchiere di cognac nella palma della mano. Portava aperto il gilet rosso e dorato che faceva gioco con le pareti tappezzate di seta, e per sotto spuntava la sua camicia bianca. Aveva i pantaloni rugosi ed i capelli vivaci. La sua barba senza radere oscurava la fine depressione delle sue guance. Era la chiara immagine della stampa boema, con l'eccezione della ruga che finiva davanti l'e che denotava una profonda preoccupazione. Per una volta, a lei gli fu indifferente la causa di quello cipiglio. Sono tanto cattiva come Evangeline, pensò. Benché quello non fosse troppo logico, voleva che l'uomo che ella amava fuori un eroe. Lo girò al rumore dei suoi tacchi contro il brillante suolo di terrazzo. -Mary-disse, con un sorriso vacillante niente abituale in lui-sperava che ritornassi presto. Ella non poteva rispondere come una persona normale, e non poteva identificarsi col suo turbamento né essere gentile. -Tuo figlio sta qui-disse, tanto stanca che neanche era un'accusa. Nic impallidì ad occhi vista. Se in qualche momento aveva dubitato del racconto di Cristopher, ora oramai non poteva. -Mio figlio? -Sì-ella disse-, quello che hai contrattato per lavare le pentole. -Quello che... -Il bicchiere di cognac scivolò della mano che la sosteneva. Egli cercò di prenderla, ma il bicchiere cadde al tappeto persiano e si rovinò-. Il mio Dio. -Aprì titanicamente gli occhi, con un orrore crescente-. Per quel motivo agisce così. Ho parlato con lui. Questa notte. Nella biblioteca. Non aveva né idea. -Devo dire, Nic, che realmente non lo capisco. Benché non l'avessi visto da quando aveva quattro anni, la cosa unica che dovresti fare è guardarti nello specchio per dare si racconta che è tuo figlio. -Non è quello che pensi. -Quasi non ho né che cosa pensare. I fatti parlano abbastanza bene da soli. -Tu non conosci i fatti. -Nic si allontanò dalla finestra e gli prese le mani-. Cristopher non conosce i fatti. Non è che abbiano niente di esemplari-aggiunse. Chissà sentì la rigidità di Mary, perché lo sciolse le mani e cominciò a mesarse i capelli-. Te lo conterò tutto, se vuoi ascoltarlo. Ella lo guardò il più fissamente possibile. Voleva ascoltarlo, era verità, e tuttavia qualcosa gli diceva che gli importava un cumino. Quell'uomo aveva abbandonato suo figlio. Quanto tempo passerebbe prima che l'abbandonasse?

-Non sono sicura che dovessi contarmelo-ella disse-. È verità che abbiamo goduto della nostra mutua compagnia, ma puoi dire sinceramente che devo sapere? Egli emise un rumore soffocato di protesta, e dopo gli prese le guance nelle mani come se volesse imprimerlo la sua sincerità attraverso la pelle. -Sì-disse-, di tutte le persone, tu devi saperlo. Benché non fosse troppo prudente, ella si sentì lusingata. Di tutte le persone. Come se ella fosse differente del resto. Ma quello potrebbe essere il segreto fatale dell'incantesimo di Nic che faceva sentirsi ad ogni donna come se fosse un'eccezione. Con cautela, si allontanò da lui e si sedette sull'orlo di un confidente di colore scarlatto. Nic non si sedette vicino a lei. Respirò profondo e gonfiò il petto. Chiuse gli occhi, e quando tornò ad aprirli, parlò. -Non sono chi pensi che sono. Non sono, quello che nessuno pensa. -Non sei Nic Craven. -Sono Nicolás Herbert Aldwin Craven, il settimo marchese di Northwick. Quello non era né remotamente quello che ella aspettava, ma non appena sentì quelle parole, si rese conto che avevano un profondo senso. L'aveva sorpreso sempre la sua disinvoltura di fronte ad uomini che, ella pensava, stavano al di sopra di lui. Nic era un marchese, un marquis, solo un titolo sotto un duca. Il mio Dio, se i suoi genitori sapessero, non tarderebbero né un'ora in pronunciare le sanzioni di rigore. Ma quello non importava, non poteva importare. Marchese o no, Nic non era partito migliore che prima. Con un incipiente mal di testa, Merry si strinse le tempie e cercò di pensare. -Che cosa deve vedere essere un marchese con non riconoscere tuo proprio figlio? domandò. -Devo contartelo tutto-egli rispose-, o mai egli in tenderai. -Naturalmente. -Merry l'invitò a continuare con un gesto secco-. Contamelo tutto. Quello sarcasmo gli fece alzare la testa. Vacillò, e dopo decise di seguire. -Mio padre era un uomo debole-cominciò-, benché non lo sembrasse. Esteriormente, era un uomo attraente e di costituzione atletica. La maggioranza delle persone vedevano in lui ad un uomo salutare, un uomo integro. Dubito che sapessero che era un bugiardo, né che sospettassero la cosa indebolita che poteva essere. Chissà la sua arroganza fosse appropriata alla sua condizione. Ma il droit du seigneur di mio padre correva profondo per le sue vene. Pensava che aveva diritto a possedere qualunque cosa che volesse, senza importare a chi pregiudicasse per ottenerlo. Non c'era oltraggio del quale non fosse capace, né trappola, né rubo, né violazione, a patto che pensasse che uscirebbe con la sua. La mano di Nic si chiuse in un pugno all'altezza del petto, e con l'altra l'avvolse, come se volesse battere qualcuno. Affascinata nonostante sé stessa, Merry sperò a che si calmasse. -Temeva mia madre-continuò, con un sguardo rapido ed ironico-. Di tutte le persone che appartenevano al suo ambiente, ella sapeva solo chi mio padre era, e l'aveva saputo da quando si proporsi manipolarlo affinché egli la prendesse per donna. Mia madre che è una donna pratica, non era più che la figlia di un latifondista. Si sposò con lui per la sua fortuna, e dopo la gestì meglio che chiunque dei Craven nel passato. In generale, lasciava a mio padre a lui suo. Quello sì, a volte lo scopriva in alcuno malefatta che non poteva tollerare, normalmente qualche danno perpetrato contro qualcuno troppo debole per oponérsele. Secondo mia madre, mio padre poteva fare quello che volesse con le sue paia. Tuttavia, i domestici, gli inquilini o i giovani erano i suoi protetti. Se egli cercava di approfittarsi di essi, né nell'inferno si slegava un'ira come quella della marchesa di Northwick.

Nic rise con le sue proprie parole, ma non era perché il ricordo lo rallegrasse. Lasciò scappare un profondo sospiro e si sedette vicino a lei nel confidente. -Io avevo un'amica tra i domestici, una ragazza della lavanderia che si chiamava Bess. Era come cioè molti domestici che lavorano fuori della casa, una ragazza rabbonita ed indipendente. Era un po' più giovane di te. Credo che diciotto anni, ed io, quindici avevo. Era alto per la mia età. Mi credevo già un uomo, benché normalmente solo fuori che era eccitato. Sorridendo leggermente, gli passò il dito per il naso a Mary. -Tra i due cominciò a nascere una certa attrazione, come succede ai giovani. Giocavamo a baciarci. Ci nascondevamo dietro la stalla. Suppongo che era come mangiare della frutta proibita volendo agire come se fossimo uguali, quando il mondo diceva che eravamo qualunque cosa meno uguali. Bess fu il primo ad insegnarmi che cosa piace alle donne. In realtà, prima di Bess, neanche sapeva che cosa mi piaceva a me stesso. " Ma non fummo mai oltre i giochi. Bess voleva conservare la sua verginità per suo marito. Normalmente mi provocava, dicendo che non sarebbe mai più che un giocattolo per lei. Pensava di sposarsi con un lattaio e dedicarsi alla bimba di bestiame. Tornò a sospirare, questa volta più profondo e molto, e lasciò riposare gli avambracci sulle ginocchia. -Non so se mio padre scoprì quello che tramavamo, ma a parte quello, si ostinò con Bess. Era una ragazza bella, di capelli chiaro, ben sviluppata ed aveva una risata che poteva diventarla rigida ad un uomo in un attimo. Un giorno mio padre la trovò a sole, e la violò. Neanche tentativo sedurrla, assolo prese quello che voleva e la lasciò. " Nonostante il sollievo con che si districava Bess, egli sapeva che non oserebbe parlare. Non era più che una ragazza della lavanderia. " Egli era un nobile. Con una parola, poteva rovinare sempre per le sue possibilità di trovare lavoro. Nic si trattenne, come se fosse incapace di seguire. Gli tremava la mandibola ed aveva le mani strette tra le ginocchia. Merry gli toccò il polso e la coprì con la sua propria mano. -Non ti contò ella quello che gli aveva fatto tuo padre? Egli tremò e negò con un gesto della testa. -No. Credo che avesse vergogna. E chissà non voleva che io l'affrontassi. Sicuramente sospettava che verreremmo alle mani. Col genio che io avevo allora, sicuro che quello sarebbe successo. Chissà temè per me, o non voleva che il suo amico affrontasse suo padre, senza importare quello che gli avevano fatto. -Sembra una persona molto speciale. -L'era. Speciale e forte e coraggioso. Dubito che nessuno l'avesse saputo se ella non si fosse mostrata. -Tuo padre la lasciò incinta. -Sì-disse Nic, e si strinse le mani intrecciate-. Come è naturale, mia madre sospettò di lui. Conosceva le sue abitudini. Ma egli era preparato per le sue accuse. Ordì una trama che perfino arrivò a confondere con la verità. Disse che quello beve era mio. La gente sapeva che Bess ed io eravamo molto amici. Una proprietà come Northwick era come un villaggio. I pettegolezzi volavano della stalla al

salone. Mia madre veniva a sapere quello che succedeva, in modo che egli sapeva che avrebbe sentito parlare del tema. -Tua madre ti avrebbe creduto se tu l'avessi negato? -Sì-disse Nic-. Ma non lo negai. -La guardò fisso agli occhi attoniti con la rassegnazione di un uomo che sa che la cosa peggiore della confessione sta ancora per venire. Merry che si tendeva progressivamente, ritirò la mano del suo braccio e Nic si sfregò il posto dove l'aveva sostenuto il polso. -Mio padre ed io facemmo un trattamento diabolico. Egli sapeva quanto desiderava viaggiare all'Europa a studiare arte. Era ossessionato con ciò, come un cavaliere col sacro Graal. Mia madre detestava l'idea. Si era sposato con mio padre affinché i suoi figli crescessero e si trasformassero in nobili. Un pittore aveva relazioni col commercio. Per lei, era come se avesse deciso di essere macellaio. " Mio padre giurò che le farebbe cambiare opinione, ma solo se io confermavo la sua bugia. " Io sapevo che non mi avrebbe dovuto prestare a ciò. Perfino quando egli mi giurò che baderebbe a Bess e del bebè. Che gli darebbe denaro. Che assumerebbe un'ostetrica. Che lo troverebbe un buon posto dove vivere. -Credevi tu che egli ti mentiva? -Non mi importava se mentiva-rispose Nic, con una risata ricca-. Sapeva che mia madre farebbe tutto quello che egli prometteva e più, senza importare a chi attribuisse la paternità. Bess era la mia amica. Io sarei dovuto essere presente quando diede a luce, e mi essere rimasto per assicurarmi che stava bene. Avrebbe potuto sperare fino a che nascesse il bebè. Ma io ero come egli. Voleva quello che voleva e non pensava di sperare. " Ella mi disse che lo capiva. Mi disse che partisse che fosse felice con la sua benedizione. Non c'amiamo mai. Era semplicemente amicizia, ed un po' di divertimento. Mi disse che mi trasformassi nell'artista che doveva essere. Dopo, morì dando a luce al figlio di mio padre. Si coprì il viso e lasciò cadere le mani come se non meritasse nascondersi. Aveva gli occhi rossi ma secchi. -Quando ritornai a casa, Bess era morto e mia madre si era occupata del bebè. Nessuno si era disturbato a scrivermi. Rimasi un mese in Northwick, fino a che non potei sopportare la vergogna. In quell'occasione, viaggio a Parigi e Roma, a qualunque posto che supponessi Lei come lontano. Più tardi, mio padre morì in quell'incidente di caccia e mia madre mi richiamò di giro a Northwick per la sua funzione funebre. Cristopher aveva quattro anni e non aveva la minore idea di chi io ero. La prima volta che mi vide si mise a piangere. Mia madre mi pressò affinché io prendessi le redini della casa, ma io non volevo trasformarmi nel marchese di Northwick, non poteva ereditare il titolo che mio padre aveva trasformato nel francobollo della sfrontatezza-Nic si conficcò con forza la mano nella coscia-. Era anche vergogna. Sapeva che non vivrebbe mai per compiere le sue aspettative. L'aveva dimostrato già. -In modo che andasti a Londra. -Sì, viaggiai a Londra. -egli disse, scuotendosi, e cominciai la corsa dalla quale aveva lasciato morire alla mia amica. -E non raccontasti mai la verità a tua madre, neanche dopo che tuo padre morì? Egli rispose con un sbuffo. -Che senso avrebbe? Affinché Cristopher avesse per padre ad un miserabile morto, invece di uno

vivo? La semplice amarezza di quella frase disarmò le difese di Merry. Nic aveva operato male, non poteva negarlo né lo negherebbe. Naturalmente, quindici anni era troppo giovane per sperare che un ragazzo assumesse le responsabilità di un uomo, ma neanche Nic aveva girato più tardi, dopo avere trovato il suo posto nel mondo. Nessun figlio si meritava essere abbandonato dai suoi genitori, nonostante che quella paternità fosse una bugia. Tuttavia, chiunque che fosse il suo errore, Nic non aveva ammazzato la madre di Cristopher. Inoltre, Merry sapeva che stava lontano da essere un crudele col figlio di suo padre. Forse pensasse che sì l'era, o chissà aveva agito come se lo fosse, ma nessun uomo soffriva la colpa che lacerava a Nic a meno che si pentisse profondamente di quello che aveva fatto. Ha paura, pensò. Paura che non possa essere padre. Come paura di fallire a Cristopher aveva ceduto a Bess. Niente di quello giustificava la sua condotta, ma chissà significava, solo chissà, che potevano ripararsi i danni. Naturalmente, Merry aveva più di una ragione per volere credere quello. Se Nic scopriva che poteva amare a Cristopher che poteva compiere una responsabilità e che non doveva scappare da lei, chissà scoprirebbe che non era più difficile avere al suo fianco ad una donna che ad un figlio. -Mi odi-disse, e quasi suonava come se desiderasse che così fuori-. Pensi che sono spregevole. Ella lo guardò, le sue emozioni curiosamente quiete, o chissà non quiete bensì semplicemente sperando, come un temporale che non si decide di che lato soffiare. -Non credo che sia spregevole. Credo che sia un codardo. Egli tremò come se Merry l'avesse battuto, gli occhi allagati in lacrime che cercò di combattere sbattendo le palpebre. Merry si sentì in parte intimorita per il potere che aveva per ferirlo. Ed in parte si compatì anche. Senza potere evitarlo, gli prese la guancia e gli accarezzò la barba incipiente, desiderando calmare almeno una parte del suo dolore. -Non hai perché continuare ad essere un codardo-mormorò, e la sua visione si sfumò in stelle acquose-. Potresti cambiare se volessi. E chissà non dovresti cambiare tanto quanto credi. Lei che cosa ami la gente. Non c'è più che vedere come tratti a Farnham e la signora Choate. Guarda come ami Evangeline e Sebastián. Perdoni loro i suoi difetti, Nic, difetti che non sono proprio lievi. Sei un uomo fedele. Sei generoso. Nessuno più avrebbe assunto un ragazzo come Cristopher. Ad egli e la sua strana sciarpa. Gli avrebbero dato di calci. -Farnham lo contrattò-egli disse, ed asciugò le guance a Merry. Le mani gli tremavano come se quelle lacrime fossero le sue. -Tu lasciasti che Farnham lo contrattasse-ella corresse-, e sicuramente egli sapeva che lo lasceresti. Senza previo avviso, Nic la strinse in un abbraccio tanto forte che appena Merry potè respirare. -Il mio Dio-disse-. Ti amo tanto che arriva a farmi male. Ella a lui si afferrò, lasciò che la riempisse di baci disperati per tutto il viso. Non tardarono molto a diventare più intensi, fino a che si trovò la sua bocca ed affondò in lei e lasciò che le sue mani scivolassero possessivamente per la sua schiena. -Perdonami-disse Nic, una supplica tanto roca che sembravano le parole di un seduttore-.

Perdonami, Mary. Per favore. Ella gemè quando egli la portò alla stanza, quando l'accolse contro la sua durezza e sospirò il suo nome. La lasciò nel letto come se era un pregiato tesoro. Le sue mani erano calde, reverénciales, come se percepissero quanto fragile era il vincolo tra essi. Merry lasciò divagare i suoi pensieri con una sensazione piacevole , ma già in quello momento aveva una certezza. Il perdono che Nic doveva guadagnarsi non era il suo.

Capitolo 18
Con una gamba arcuata sotto l'altra, Merry era seduto nel bordo del letto guardando come si vestiva Nic. Uno dietro un altro, passò i fattorini per gli occhielli della sua camicia, apparentemente senza dare si racconta della sua attenzione né del benessere che ella sentiva vedendolo portare a termine quello semplice compito. Anche quell'era intimità, tanto quanto i baci o le parole ardenti. Può che non durasse, ma era dolce. Sorrise quando lo vide lisciare il tessuto bianco ed inamidato che lo cingeva il petto con tanta eleganza. Era un gesto che trasmetteva soddisfazione, tanto per l'abilità del suo sarto come per la forza della sua fine costituzione maschile. Può che Nic non vedesse nel vestiario le armi che vedeva sua madre, ma sperimentava un piacere profondo in vestirsi. Quello promemoria della sua casa gli fece sentire un nodo nella gola. Nic non era l'unico che scappava dalle cose che doveva affrontare. Ma non c'era ora niente da fare al riguardo. Non qui a Venezia, con Nic, tanto reale e tanto caldo vicino a lei. Con lo sguardo , seguì la mano che mise la camicia dentro i pantaloni, immaginando quello che c'era nell'interno, ricordando come l'aveva posseduta durante la notte. Dopo la prima volta, Nic era stato più diretto, e con tutto il suo spessore si era rifugiato dentro lei, con le mani dure e sudate sottomettendolo i polsi. -Mi zoppichi con le caviglie-egli aveva chiesto quando l'imminenza del suo orgasmo l'obbligò a prendere aria-. Prendimi di dietro con le caviglie. Ora, vedendo come lo guardava, Nic sorrise pigramente con gli occhi socchiusi. -Se mi segui guardando così, non usciremo mai dal palazzo. Ella gli restituì il sorriso ma non rispose, perché non era sicura di che cosa voleva. Neanche era sicura di quello che egli voleva, nonostante il calore che Nic aveva dissipato con lei. Gli aveva detto che l'amava, ma quelle parole erano appena arrivate al suo destino. Se si fosse dichiarato prima che ella parlasse con Cristopher, ella non avrebbe dubitato di rispondergli con le stesse parole. Ora si domandava se doveva farlo. Senza dubbio Nic aveva un cuore, ma avere un cuore non era la stessa cosa darsilo, non vera né pienamente, come ella gli aveva dato il suo. Chiunque che fosse la natura del suo affetto, Nic aveva dimostrato che non era un uomo ammanti dei lacci familiari. Turbata, e restia ad esprimere il suo turbamento, Merry lisciò le pieghe del vestito azzurro che aveva tra le mani. Era un altro regalo di Nic, tanto femminile come elegante, con alcune frange di raso nero nei bordi. Lo stupiva che Nic conoscesse i suoi gusti migliore che lei stessa e che non intuisse ancora che cosa girava intorno a lui per la testa. -Potremmo portarlo con noi-disse, senza osare alzare lo sguardo. -Portare a chi? -domandò Nic, si essendo preparato il gilet. -A Christopher-ella disse-. Sono sicura che godrebbe dell'opportunità di conoscere la città. A tutte luci preso per sorpresa, egli stette in silenzio, e dopo si era allacciato il gilet di seta blu.

-Ancora sarà arrabbiato con me. Credo che dovesse dargli tempo. -Neanche sa che hai saputo già di chi egli è. Vuoi farlo sperare, mordendosi le unghie e domandandosi se io te l'ho contato? -Allora io sono chi necessita tempo. Tempo per dirgli che diavoli dico. Il mio Dio, Mary-disse, mesándose i capelli all'indietro-. Che cosa sapere io di come pensa un ragazzo di quindici anni? -Sai che qualche giorno anche tu avesti quell'età. -E fui un condannato disastro, quello è quello che fui. -Egli ha bisogno di te-ella condannò-. È venuto fino a qui solo per conoscerti. Nic strinse le labbra, ma dopo un istante la sua irritazione svanì con un sospiro pensoso. -Hai ragione. Devo fare qualcosa al riguardo. E lo farò. Ma non in questo momento. -Pronto-ella insistè, prendendolo una mano tra le sue. Erano sorprendentemente fredde ed ella gli strinse le dita intorpidite -. Oggi. Egli si inclinò lievemente e volle baciarla. Col pollice lo sfiorò lo zigomo e con la punta delle dita gli toccò i capelli. Lasciò cadere dolcemente la lingua nella sua bocca, sondando una, due volte, prima di allontanarsi con le labbra inumidite. A Merry il cuore gli era stato accelerato visibilmente. -Oggi-egli convenne, sussurrando vicino alle sue labbra-. Oggi, ma non in questo momento. Per Nic, quello giorno non fu più che un'ombra dell'allegria che avevano condiviso prima. Invece di darsi alla città, si limitarono a camminare per le sue strade. Una tristezza oscurava il sorriso di Mary. Egli volle fargli un regalo e pagò troppo per un paio di maschere negli animati vicoli della merceria. Un'era fiorita con piume di colore smeraldo, l'altra scritta con diamanti rossi e dorati. Con la speranza di farle ridere, sostenne la maschera di piume col suo enorme naso davanti ai suoi occhi. -Potremmo ritornare per il carnevale del prossimo anno-suggerì -. Allora vedremmo La Serenissima nel suo migliore momento. Ella l'osservò alzando alcune discrete ciglia. Un anno è molto tempo, sembrava dire la sua espressione. Realmente credi che ancora stessi con te? Nic che non voleva sentire a voce alta quelle parole pronunciate, segnalò verso un caffè all'altro lato della piazza selciato -Guarda-disse-, entriamo in caldo con un caffè. Prima che ella potesse rispondere, un gruppo di piccoli scolari fece la sua entrata nella piazza, dandosi spintoni e ridendo, gridando ai gracchi degli uccelli. Passando, fecero dondolarsi a Merry e Nic dovette sottometterla per il braccio affinché non perdesse l'equilibrio. -Sei stanca-disse, sapendo che erano stati di passeggiata troppe ore. -Un po'-ella concedè-. Non mi importerebbe ritornare. Merry non disse quello che ambedue pensavano che portandola a spasso per tutta la città, egli non aveva fatto più che aggiornare la sua promessa di parlare con Cris. Nic si domandava se Mary sapeva che il suo silenzio lo graffiava la coscienza più che qualunque sgridata. Afflitto, la condusse fino alla molla più vicina e chiamò un gondoliere. Partendo, alcune nuvole si accumularono al di sopra dei soffitti di tegole rosse, provocando un cambiamento nel tempo tanto visibile come il coraggio di Mary. Durante tutto il giorno, Nic aveva visto la sua propria condotta

attraverso lo sguardo di lei, non solo a proposito di quello che aveva fatto con Cris a Venezia, bensì di quello che aveva fatto durante tutta la sua vita. Sapeva già che non si comportava rispettabilmente, ma non aveva avuto mai una comprensione tanto vivida del peccato. Si era rifocillato nella colpa, contemplando a Cristopher, come il simbolo della sua vergogna, invece di vederlo come una persona. Ora si rendeva conto che la sua vergogna non aveva nessun valore. Importava solo il cambiamento. Importava solo compiere i suoi obblighi. Furono dal Fiume dei Fuseri fino al Fiume diedi San Moise. In quelli canali, potevano passare fino a tre vara contemporaneamente, ed in alcuni posti, solo due. Il pareti colore oro consunto degli edifici si sollevavano ad entrambi i lati al di sopra delle sue teste, e passavano sotto ponti che sfioravano con la testa, mentre i relitti galleggianti sbattevano contro la prua ricurva verso l'alto. Se avesse voluto, Nic avrebbe potuto toccare le muraglie. Questa è la sfida, pensò, proseguire senza importare la cosa stretta della strada. Nonostante la sua determinazione, desiderava che Mary gli avesse dichiarato che l'amava. Se ella credeva in lui, sapeva che troverebbe la forza per affrontare il figlio di suo padre. Ma ella non credeva in lui. Se ella non gli credeva, perché dovrebbe crederlo Cristopher, al quale egli aveva defraudato molto più che a Mary? Sentendo la pelle intorpidita, l'aiutò a scendere dalla scialuppa nell'ormeggio dei Guardi. Il canale era basso e di acque torbide. Nic guardò verso le finestre del palazzo. Il vetro lanciava scintillii dalle sue delicate cornici, ed i gigli nella cosa alta riflettevano i raggi del sole ponente. Chissà Cristopher non stesse oramai. Chissà era stato tanto grande la sua delusione che avrebbe girato a casa. Mary gli toccò la manica del cappotto e sfregò le mani contro la lana. -Non ti preoccupare, Nic. Ti perdonerà. -E che cosa passerà se lo deludo? -Dovresti sforzarti molto per quello-ella rispose con una risata breve-. Sospetto che fino ad alcune briciole lo farebbero bene. Il repentino rumore di alcune voci adirate interruppero la sua risposta. Parlavano in inglese, voci rumorose e maschili e tanto aristocratiche che Nic sentì un brivido. -Il mio Dio! -esclamò una delle voci-. Lì sta'! Nic si girò e vide una scialuppa larga e di fondo piano legato vicino all'ultimo gradino. I tre uomini robusti che lo maneggiavano non tardarono ad arrampicarsi al saliente macchiato per le maree. A spalle di Nic, Mary pronunciò un lamento soffocato. Appena Nic ebbe tempo per vederla impallidire prima che uno degli uomini si scagliasse su lui. Mary lanciò un grido quando li vide ai due cadere con l'impatto. Sarebbero caduti all'acqua se Nic non avesse fermato l'impulso prendendosi delle grate di una finestra. -Mettetela nella scialuppa-ordinò l'uomo che stava sopra a lui. -Né per mille demoni! -ruggì Nic, e la sua esclamazione fu ricompensata con un pugno del volume di un prosciutto che gli diede in tutto il naso.

Sentì come si rompeva la cartilagine ed il sangue germogliò, rapida e tibia. -Caprone-grugnì l'uomo, e piegò il braccio per un secondo colpo. Nic non avrebbe risposto con la stessa crudeltà se non avesse visto agli altri due cercando di spingere a Mary per metterla nella sua scialuppa. Ella resisteva ma essi non tardarono a ridurrla. Trovando grazie a Farnham tutto il suo cuore, Nic fermò il colpo come questo gli aveva insegnato, benché sentisse il dolore di pieno nell'avambraccio. La ginocchiata che gli assestò nel cavallo al suo attaccante fu più effettiva ed il diretto al mento lo fece piegarsi e cadere all'indietro. Nic riuscì ad incorporarsi, sanguinando come un maiale, e la mente convertita in tale mulinello di furia che non dubitò di scagliarsi sugli altri due. Il secondo uomo fu sbrigato verso il canale-con un strategico calcio nel posteriore. E mentre sguazzava nell'acqua, Nic prese al terzo per il collo e lo gettò il viso contro la parete del palazzo Guardi. -Noooo-gemè Merry, una reazione che egli non capì. Senza fargli sposo, Nic girò a gettare il supposto sequestratore contro la muraglia. Se a lui ci l'era rotto il naso, non vedeva perché non dovrebbe succedere egli la stessa cosa ad un altro. -Chi sois?-domandò, con una voce nasale, come se fosse raffreddato-. E che diavoli pensavate di fare? L'individuo fece una smorfia di dolore quando Nic gli piegò di dietro il braccio. Nonostante la sua afflizione, non sembrava spaventato. -Io potrei farti la stessa domanda-grugnì, cercando di girare la testa per lanciargli un sguardo di ira-. Devi essere pazzo per l'avere portata a Venezia. Credevi che nessuno si renderebbe conto della sparizione della figlia di un duca? -Sparizione di chi? -domandò Nic che cominciava a divertirsi-. Il mio Dio, vedo Già che vi siete sbagliati di ragazza! Quelle parole finirono per sorprendere l'uomo. Guardò a Mary e dopo a Nic e nuovamente a Mary. Qualcosa nella sua maniera di guardare inquietò a Nic. Non era una maniera di guardare qualcuno che uno non conosceva. Mary tossicchiò, il viso tanto paonazzo come prima era stato pallido. -È mio fratello, Peter-disse-. E gli altri sono Evelyn e James. -Piacere-disse quello che usciva dall'acqua, la sua voce molto più secca dei suoi vestiti-. Dio mi liberi, Merry-disse, togliendosi la giacca per spremerla-. Al meno l'avresti potuto dire chi sei. Nic sentì una pressione che gli batteva nella testa. Si allontanò dall'uomo che ella gli aveva presentato come Peter. -Che cosa vuole dire questo che mi avresti potuto dire che...? Ella lasciò cadere la testa come se un peso la piegasse. Se quello non avesse saputo che tutto quell'era ridicolo, avrebbe detto che Mary era imbarazzata. -Mary? -insistè, inquieto per quello pretesto. Peter si girò dove stava e si distese del cappotto rugoso. -Mi permetta-disse, con una piccola riverenza-, Nicolás Craven, che presenti a lady Merry Vance, se è che lei non sta al di sopra di queste formalità.

-Peter-mormorò Merry, e quella parola fu tutta una confessione in sé stessa. Nic la rimase guardando, ed i pezzi cominciarono a calzare, per molto poca voglia che egli avesse di vederli. -Lady Merry-ripetè, come assentarsi-, la figlia del duca di Monmouth. E perché fingevi che eri una domestica? -Sì, perché? -domandò a sua volta l'uomo che gli era stato lanciato sopra. Nic l'identificò come Evelyn. Ora vedeva la somiglianza di famiglia, ora che avevano smesso di batterlo, nei riccioli rossi e biondi e nella pelle picchiettata di lentiggini. Ancora adolorido per la ginocchiata che Nic l'aveva propinato nel cavallo, Evelyn grugnisco mentre si incorporava. -Perché non ce lo conti a tutti, Merry? Sono sicuro che a James gli piacerebbe sapere perché ha dovuto lasciare a sua moglie incinta per venire a riscattarti di un uomo che, come noi , ignora quello che succede, un uomo che, secondo nostra madre, ti ha sedotto, devo aggregare. Come se ci fosse qualcuno che possa obbligarti a cedere un passo contro la tua volontà. Merry strinse le labbra, ma non potè occultare il suo tremore. -Mamma e papà volevano obbligarmi a sposarmi con Ernest. Io li notai che non ci capiremmo, ma nessuno mi credè. Mamma licenziò a Ginny, la cacciò da casa, Evelyn. Una donna anziana, praticamente un membro della nostra famiglia, espulsa chi sa dove, solo perché io non gli seguivo il gioco mamma. Lamento vi avere preoccupati, in realtà mi dispiaccio di lui, ma come potete vedere, non aveva un'altra alternativa. -Un'altra alternativa? -esclamò suo fratello-. Un'altra alternativa che questo? Appena Nic lo sentiva. Sotto i suoi piedi, sentiva che il suolo tremava, e sapeva che la causa non era il cazzotto di Evelyn. Per tutto quello tempo egli aveva pensato che ella era la più onesta dei due, la buona, quell'il cui esempio egli doveva seguire. Aveva caro essere qualcuno migliore per lei. Diavoli, per la prima volta nella sua vita, aveva consegnato il suo povero cuore ad una donna. Ma Merry gli aveva mentito. Aveva posato per lui, aveva dormito con lui, solo per scappare da un pretendente che non apprezzava. Sospettava che i suoi piani avevano avuto successo oltre le sue aspettative. Ora era come un bene sciupato , finalmente ed a capo, un bene pubblicamente sciupato. Neanche i cacciatori di fortune la perseguirebbero a partire da ora. -E bene-disse, stordito e sudato, ma deciso a reclamare il suo orgoglio-, che rivelazione. Devo riconoscere che mi hai ingannato. Nic dovette sottrarrsi alla supplica nel suo sguardo. -Lo sento-ella disse, con la mano aperta verso lui-. Commisi un errore includendoti. -Niente di quello-disse Nic, disinteressandosi della sua scusa con un restringimento di spalle-. Col perdono dei tuoi fratelli, i due ci siamo divertiti molto. Ella corrugò il cipiglio in una fine ruga. -Nic, sai che fu qualcosa più che divertimento. Tu a me mi importi. Mi hai importato dal principio. Egli volle gridare, malherido per la rabbia. Quello che gli importava era condenadamente gentile della sua parte.

-Tanto meglio-disse finalmente, con la mandibola rigida come l'acciaio temperato-. Non ha senso farsilo con un uomo che non ti importa, a meno, naturalmente, che quello ti salvi di un matrimonio non desiderato. -In relazione con quello-aggiunse Evelyn con gesto accigliato-, vedremo già che cosa succede quando ritorni a casa. Nic scosse la testa con falsa compassione. -È una pena, Merry. All'opinione, i tuoi fratelli si sono proporsi salvarti. Ma quello non è il mio tema. Se vuoi, posso raccogliere le tue cose. Occuparmi che il tuo ritorno sia gradevole. -Nic. -Fu come se la voce di Merry vibrasse all'interno del suo petto, roca, come la corda più grave di un violoncello-. Non fare questo, Nic. Non convertire quello che abbiamo condiviso in qualcosa di sporco. -Tu l'hai trasformato in qualcosa di sporco-egli allegò-dal momento in che mi utilizzasti per ottenere quello che volevi. Salì per la scala e prese il pomo della porta. La mano scivolò , insanguinata e sudata, ma egli spinse con la spalla e la porta cedè. Quando ella lo chiamò, quello finse non sentirla. Come finse non sentirla quando si mise a piangere. Nic ordinò il governante che consegnasse a Merry il suo bagaglio. Nonostante tutti gli sforzi di questa per convincere i suoi fratelli che almeno le lasciassero inviare un messaggio a Nic, nessuno dei tre era disposto a cedere. -Se torno a vedere quello caprone-notò Evelyn-, lo schiaccerò il naso e gliela affonderò nel suo bel testone. Coi suoi argomenti che Nic non aveva fatto niente brutto, e che accorrerlui era stato la sua idea, Merry non li rammollì nella cosa più minima. -Te lo giuro-disse James il cui vestiti seguivano bagnata-, se mamma non c'avesse promesso non contare niente a papà, sarebbe ansioso per dare una buona scossa a quello casanova pacchiano. Facendo un sforzo, Merry si astenne da segnalare che il "casanova pacchiano" aveva dato loro una lezione ai tre. -Non è stato la sua colpa-insistè per ennesima volta quando si vide praticamente obbligata alla forza ad abbordare il treno in Mestre. Durante tutto quell'episodio, Peter, il suo alleato di anticamente, era stato in silenzio. Ora parlò. -Sì-convenne-, questa non è stata colpa del signore Craven. Ella sapeva che Peter insinuava che la colpa era suo. Gli occhi lo furono riempito di lacrime che gli bruciavano. La censura di Peter, per lieve che fosse, l'aveva ferito più che tutte le altre giunte. Merry Lei accento portare ad un scompartimento privato senza opporre resistenza , ed inghiottì con difficoltà quando suo fratello l'installò nel sedile vicino alla finestra. Ella gli prese la mano affinché egli l'accompagnasse. -So già che vi ho causato a tutti molti problemi. -Quello credi? -domandò Peter, con un'espressione di sobrietà non abituale in lui, come se la fuga di sua sorella l'avesse fatto maturare-. Quello che hai fatto potrebbe colpirci tutti. Se qualcosa si sa

di questo, e può che si sappia, per quanto mamma cerchi di zittire le dicerie, Evelyn e James e le sue donne e, per quello che so, i suoi figli anche, respireranno la polvere di questo scandalo per anni. Può che non ti preoccupi il tuo proprio onore, Merry, ma dovresti dimostrare alcuno considerazione per quello della tua famiglia. Merry non potè mantenere le lacrime, e dovette ritornare si faceva la finestra. Per un momento non potè pensare, bensì solamente vedere come le fabbriche passavano dietro la nebulosa di fumo che lasciava il treno. Sporco, pensò. L'ho convertito tutto in cenerine. Le parole di addio di Nic gli rimbombavano nella testa. Ci divertiamo molto." Così aveva descritto quello che avevano condiviso, come se non fosse più che un scherzo. Ella era quasi sicura che egli voleva salvare il suo orgoglio. Ma benché sentisse qualcosa per lei, che cosa rassicura ella poteva albergare per il futuro? Non era una speranza con la quale vivere, amandolo l'amava come. Se non si accontentava di essere il suo amante, per un mese, o per un anno, o per il tempo che durasse, non c'era alternativa. Doveva abbandonarlo. Sperava solo che non l'avesse ferito mentre quell'era durato. Peter aveva ragione. Chissà ella aveva una causa per ribellarsi ma come sempre, aveva agito senza pensare alle conseguenze. Aveva trattato le persone che amava come ostacoli che salvare o ignorare. La cosa peggiore di tutto era che non appena aveva ottenuto la cosa necessaria per raggiungere il suo obiettivo, era fuggito come quello codardo che aveva condannato in Nic, aggravando i suoi peccati senza un altro proposito che alcuni giorni di piacere. Quadrò le spalle e si asciugò le guance coi guanti. La cosa fatta, fatto sta, pensò. Ora le lacrime non lo servirebbero da niente. Può che avesse agito come una bambina, ma dovrebbe affrontare la sua punizione come una donna. Chiunque fosse le decisioni che prendesse a partire da quello momento, caricherebbe sola col peso.

Nic si trattenne in mezzo alla scala. Cristopher l'aspettava nel pianerottolo davanti alle finestre incorniciate in piombo. Non era più che un'ombra nel crepuscolo, un'ombra strana, il braccio esteso faceva dietro in direzione ad un angolo, come se l'avessero sorpreso nell'atto di retrocedere nell'oscurità. Questo è quello che gli ho fatto?, si domandò Nic. Questo gli ho fatto questo ragazzo tanto coraggioso come per lasciare tutto quello che aveva? Per caso era tanto orribile per lui la prospettiva dell'ira di Nic che doveva nascondersi? Quando continuò a salire, solo lo scintillio negli occhi di Cristopher lo seguivano. Nic sentiva il sangue battendo egli nel naso come un motore a vapore si sarebbe installato nella sua testa. Si era lavato nella cucina ed il signore Vecchi l'aveva manipolato la cartilagine fino a restituirlo al suo posto. Ancora così, sapeva che aveva l'aspetto di qualcuno che ha partecipato ad una lite di ubriachi. La cosa ultima che voleva era parlare di ciò, e la cosa prima era affondare tra le lenzuola e sparire. Con un grugnito interno, si impegnò a non passare indifferente insieme figlio di Bess. -Ti senti bene? -domandò, trattenendosi di fronte a lui. Cristopher assentì con un gesto della testa, il bersaglio brillando nei suoi occhi. Nic gli mise una mano nella spalla. -Dovresti ritornare a casa-disse, con voce rimane, ed il ragazzo inclinò la testa-. Posso darti denaro per un biglietto se hai bisogno di lui.

-Non ho bisogno di denaro. -Le parole furono quasi un sussurro inaudibile-. Ti necessito. Per quello che più volesse, Nic non poteva rispondere. Perché? pensò. Perché hai bisogno di me se la cosa unica che ho fatto è deluderti? Per caso la sua nostalgia di un padre era tanto poderosa che era capace di perdonarlo tutto? Senza proporsisilo, gli diede una stretta nella spalla. -Non posso fare ora questo. Lo sento, ma non posso. Il ragazzo inghiottì saliva ed assentì con un gesto. Quindi alzò il mento, un mento acuto uguale al suo. -Quegli uomini...? -Erano i fratelli di Merry. Gliela hanno portata di giro con famiglia. -Lo sento-disse il ragazzo. Nic chiuse gli occhi, ma il dolore non sparì. Al capo di un momento, li aprì e diede un colpetto a Cristopher nel braccio. -Se vuoi, puoi rimanerti. Non ti comanderò di giro. Quello non era niente, neanche alcune briciole, ma era tutto quello che Nic poteva dare di sé stesso. Sentì lo sguardo del ragazzo quando passò vicino a lui verso la scala che conduceva alla pianta superiore. Al contatto con la palma della sua mano, la balaustra di marmo era fresca e soave come il vetro. Si appoggiò su lei e salì trascinando i piedi, uno, due... tutta una montagna per ogni passo. Mary, pensava a quello momento. Merry. Chiuse la mano fino a trasformarla in un pugno, ma le sue dita non erano capaci di mantenere la cosa chiusa. Davanti alla porta, si spiegarono e spinsero sul legno incrostato. Dentro aspettava una bottiglia, un'oasi di cognac dorato. Si servì un bicchiere. Non troppo. Solo quanto basta per convocare ai dei di Lete.

Capitolo 19
Nic aveva l'intenzione di lasciare il letto, ma rimase seduto nel bordo coi gomiti sulle cosce e la fronte appoggiata nella nascita delle mani. La notte spiava nell'esterno, una notte senza luna ed umida. Aveva passato il giorno dormendo. La cosa unica che aveva posto erano gli stessi pantaloni neri che era dalla notte in che Merry andò via. Voleva togliersili. Voleva anche mangiare, lavarsi e spegnere la lampada che qualche anima caritatevole aveva lasciato di notte nel tavolo di palo di rosa Naturalmente, la fiamma non tarderebbe a spegnersi suola dato che bisognava ritagliare la miccia. I pantaloni, pensò, e la sua mente cominciò lentamente a dare ordini per realizzare i compiti che voleva portare a termine. Si metterebbe la vestaglia, la vestaglia che odorava ancora di Merry, e scenderebbe segretamente in cucina vuota. Aveva passato un braccio per la manica quando apparve un'ombra nel vana della porta che dava al salone. L'ombra era Sebastián. Aveva un vassoio nel quale Nic vide una bottiglia e due bicchieri. -Pensai che non tarderesti a svegliare-disse Sebastián, e lasciò il vassoio di argento scolpito ai piedi del letto. Nic vide che conteneva una bottiglia di cognac, vicino ad un piatto di frutta e formaggio, e sentì un crampo nel ventre. Sebastián si diresse e gli lanciò una minaccia di sorriso, percorrendolo lentamente con lo sguardo. All'improvviso, rendendosi conto della sua nudità, Nic passò il braccio per la seconda manica e si chiuse la vestaglia marrone. -Che cosa vuoi? -domandò, con voce soavemente roca. Sebastián servì un bicchiere e se la stese fino a che Nic la prese. -Eve ed io abbiamo pensato che chissà avevi bisogno di un po' di divertimento. Conoscemmo un giovane tenore nell'opera l'altra notte. È venuto a cenare. Un giovane intrepido-disse, inclinando la testa ad un lato-. Chissà ti piacerebbe aiutarci a farlo cantare. Lo scatto in Nic fu più riflesso che desidero. Con una sensazione di freddezza, ricordò come era darsi a quello miscuglio di estremità , tante che non potevano contarsi, come era trasformarsi in un corpo senza anima, dimenticarsi nella risata della sbornia e di un calore senza viso. Sfortunatamente, ricordava anche come era di sconcertante captare lo sguardo di un estraneo nelle soglie del piacere e come si sentiva uno di vuoto quando il piacere svaniva. All'opinione, Sebastián lesse quelle riparazioni in suo, espressione. Coprì la mano a Nic attorno al bicchiere con le sue proprie dita. -Se preferisci, possiamo comandarlo di giro a casa. E che siamo solo noi tre. Tuttavia, l'idea di essere a sole con Sebastián ed Eve era ancora peggio, come entrare volontariamente in un pozzo di sabbie mobili dei quali era appena scappato.

-Sono troppo vecchio per quelli giochi-disse, senza volere ferire i sentimenti del suo amico. Sebastián lasciò cadere la mano. Si incrociò di braccia e rimase guardando a Nic come un marinaio che cerca di misurare la forza del temporale nel cielo. -Col tempo, dovrai perdonarmi-disse-. Al fine ed il capo, quanti amici hai in questo mondo? Evangeline, Anna ed io. A quello si diminuisce più o meno. E non aggregare a Farnham, vecchio amico, gli paghi troppo per sapere se realmente gli stai simpatico. Ma Nic non aveva intenzione di aggiungere a Farnham. Era stato per aggiungere a Merry. Sarebbe potuto essere dietro un'amica, tempo. Al meno, pensò che così sarebbe potuto succedere. Ma ella gli aveva lasciato. L'aveva utilizzato. Aveva finto che l'amava, ma quell'era una bugia. La bugia più crudele. Per caso non era quella la verità?. Il dolore gli batteva sordamente tra le sopracciglia ma questa volta non alzò la mano per sfregarsili. Non aveva chiaro niente, neanche la rabbia che aveva sentito contro lei quando andò via. E se egli si era sbagliato? E se in mezzo al suo dolore ed umiliazione aveva pronunciato accuse che non erano verità? E che importava ora quello? Merry era andato via. Aveva finito. Non l'avrebbe potuta conservare al suo fianco benché ella l'avesse amato. Una giovane come Mary, o come Merry, necessitava un uomo in chi confidare. Un marito. Un eroe. Un padre responsabile per i suoi figli. Nic aveva dimostrato già che egli non poteva con quello. -Nic-disse Sebastián che non lasciava di osservarlo-, lo sento per avere cercato di sedurrla. Sinceramente lo sento. Nic scosse la testa. -Non importa. Non può incolparsi un gatto per perseguire i topi. -Chissà, ma puoi incolpare un uomo. Avevi diritto ad aspettare qualcosa più di me. Nic indovino solo ad avvilirsi di spalle. Tutto il resto quella notte gli era indifferente. -Sai già-disse Sebastián, con una gentilezza che non era abituale in lui-, non avrebbe funzionato tra te e Merry, alla lunga, no. Le donne come ella non danno ai suoi mariti la libertà che abbiamo bisogno degli uomini come noi. Nic stette in silenzio, e si limitò a guardare le profondità folgoranti del cognac illuminato per la luce della lampada. Le scintille dorate somigliavano agli occhi di Merry. Sentì che il cuore l'era ritorto nel petto. Non voleva continuare a bere, né voleva mangiare. In realtà, neanche era sicuro di potere muoversi. Il vapore che ascendeva della vasca da bagno in fini volute argentate offuscava la sua visione delle pareti foderate di mattonelle marroni e bianche. Era un design geometrico. Greco, egli pensò, un salire e scendere quadrettato che l'invitava a chiudere gli occhi. Potrebbe dormirmi qui stesso, pensò, e lasciò che le sue palpebre. Si svegliò all'opinione alcune mani che cercavano di tirarlo fuori dall'acqua. -Idiota-disse Evangeline-. Pretendi di soffocarti? Al suo fianco, Cris l'aiutava, e Nic pensò che la sua presenza doveva essere un sonno. Se l'era, era un sonno condenadamente spiacevole. Quando riuscirono che Nic si appoggiasse su essi, lo

trascinarono all'altro lato della sala e lo lasciarono cadere su una sedia. Evangeline scuoteva la testa guardando egli, e la sua camicia picchiettata di pittura, ora bagnata per l'acqua del bagno, ero attaccato al corpo. -Può andare via già-disse Cris, con voce ferma-. A partire da ora, io baderò a lui. Nic osservò non senza sorpresa che Evangeline assentiva con un gesto della testa e si ritirava. Aveva cominciato ad addormentarsi quando Cris gli lanciò un asciugamano sulle gambe. -Non so che continui a fare qui-l'infilzò il ragazzo, esasperato -. Quelli depravati non possono starsi con le mani quiete. -Nic affondò ancora più nella sedia inzuppata. -Sono i miei amici-disse. -E bene, ingannerebbero a chiunque. -Tu non li capisci. -In realtà-disse Cris, con un tono di voce che ricordò a sua madre a Nic-, non credo che essi ti capiscano. In realtà, neanche sono sicuro che ti capisca a te stesso. Altrimenti, non avresti lasciato che quello che più volevi ti fossi scappato dalle mani. Contro la sua volontà, la rabbia cominciò a sgombrare a Nic il groviglio che lo smussava la testa. -Suppongo che ora mi dirai che avrebbe dovuto lottare per lei. -Niente di quello-disse Cris, negando con la testa-. Ella è troppo buona per tipi del tuo modello. -Sicuro che quello spiega perché mi mentì. -E non gli mentisti tu? Gli occhi di Nic erano due frange di implacabile acciaio azzurrato. Irritato con la sua chiamata di attenzione, si incorporò nella sedia. -Ella mi utilizzò-disse, parlando con tutta la chiarezza possibile-. Non mi amò mai. -Già-disse Cris-per un uomo che vive dei suoi occhi, mi sembra che sia abbastanza cieco. -Ella cercava solo di scappare da un matrimonio che non... -Invece di continuare col suo argomento, del che neanche stava sicuro , Nic si incorporò e si strinse l'asciugamano attorno alla vita. Fece una smorfia all'opinione che gli indebolivano le ginocchia, e passò vicino a Cris verso la stanza-. Non ho perché spiegarti questo a te. Hai quindici anni. Non hai né di che cosa la minore idea si tratta. -Non mi giudicare per la tua propria stupidità. So più circa l'amore che tu. La voce lo seguiva. Nic si trattenne e si girò nella soglia della porta per intercettarlo. -Ah, sé? Cris si vergognò, ma si mantenne fermo. -So che uno non si arrende solo perché la persona che uno padrona risulta essere imperfetta. So che uno non finge non amare una persona solo perché così posto vacante più facile. So che uno non si nasconde sotto le coperte perché lottare per quello che importa esige un sforzo. Merry aveva ragione ritornando vicino alla sua famiglia. Sei un disastro! -Per lei non era un disastro. -Nic che ora stava completamente sveglio, si picchiò col pollice in

mezzo al petto-. Ed io cambiai. Ella mi fece cambiare. -E bene, non si può dire che abbia fatto un buon lavoro. Non appena hai davanti una sfida, ritorni alle tue antiche abitudini. Nic dovette divorarsi una maledizione che nessun ragazzo di quindici anni doveva ascoltare. -Lasciami in pace-mormorò e si diresse ostinatamente al letto. Cris lo prese per il braccio prima che si mettesse dentro. -Se io facessi quello che ti meriti, ti lascerebbe solo. Non sai quello che ti perdi, stupido caprone. C'è molta gente che sarebbe felice di avere un figlio come me. Nic l'avrebbe ignorato, ma aveva intuito le lacrime nella sua voce, l'orgoglio che voleva credere ma non l'otteneva del tutto. Tutto quella che egli diceva era verità. Cris era non solo un ragazzo brillante e coraggioso, dio, sé che era coraggioso, per essere venuto fino a Venezia per i suoi propri mezzi ma anche per dire quello che pensava, benché fosse pienamente cosciente che le sue parole sarebbero calpestate. Egli non era risultato dei peccati di suo padre. Era un regalo, una seconda opportunità sul che egli si era impegnato a sputare. Come alla fine si era impegnato a sputare su Merry. Lasciò scappare un lungo sbuffo, con un sentimento di schifo per la degradazione alla che era arrivato. Come è naturale, Cristopher pensò che quello suono gli era destinato, perché si allontanò come se la pelle di Nic gli avesse bruciato. -No-disse Nic, per fermarlo-. Hai ragione. Sono un stupido caprone e tu sei il figlio del quale un uomo dovrebbe essere orgoglioso. Cris rimase a bocca aperta. Nonostante tutta la sua prodezza, dava l'impressione che non si aspettava quella concessione di Nic. Nic si vide a sé stesso sorridendo, come se qualcosa nel suo interno si fosse illuminato , qualcosa di delicato ma che stava lì, come un scintillio del sole visto per la codina dell'occhio. Gli mise la mano nella spalla a Cris, e lo sfregò col pollice. Quello sentimento nel suo cuore diventò più intenso, e non era solo luce ma anche caldo. Sentì che ora le ginocchia lo sostenevano. E se quello che più aveva temuto era precisamente quello che poteva salvarlo? Cris volle dire qualcosa, ma Nic alzò la mano per fermarlo. Doveva parlare di queste cose finché li aveva chiare nella testa. -C'è qualcosa che devo dirti, qualcosa che stai in età di sapere. -Sé? -domandò Cris, all'improvviso con una lucentezza di cautela nello sguardo. -Non so se questo ti farà sentire migliore o peggio. Credimi, non cambierà in niente quello che ti devo. -Semplicemente dimmelo. -Io non sono tuo padre. Cris lo rimase guardando. -Non sei... Ma se sei come io! -Perché sono tuo fratello. Cris si avvicinò con passo vacillante al letto. Muovendosi come un anziano, si inginocchiò vicino al materasso. Il copriletto di terzo capelli, anticamente rosso vivo, ora solo un rosato sbiadito, era

ripiegato ad intorno suo. Quanti drammi si sarebbero vissuti in quello letto? Quanti cuori rotti? -Allora, tuo padre... tuo padre era mio padre-balbució. Alzò la vista, con un cumulo di emozioni contrarie dipinte nel viso-. La nonna non sa niente di questo? -No, e non sono sicuro che voglia raccontarsilo. Cris fece una smorfia, come immaginando la sua reazione. Se pensava alle sue strette norme di condotta, la marchesa non era una donna alla quale uno volesse ingannare. -Se non sei mio padre-disse, facendo una pausa per mordersi il labbro-, allora non aveva ragione irritandomi con te per non mi avere trattato come ad un figlio. Con gesto cauto, Nic si sedette sul letto vicino a lui. -Avevi tutto il diritto ad essere arrabbiato. Pensavi che era tuo padre. Diavoli, se io stesso mi piegai alla bugia. Qualche giorno ti dirò perché. In questo momento, la cosa unica che devi sapere è che tua madre era la mia migliore amica. Solo per quel motivo, io sarei dovuto essere parte della tua vita. -Ed allora per che non lo fosti? Se lo sapevi, perché ti mantenesti lontano? Aveva dato nel chiodo. Nel cuore dei suoi fallimenti. Non aveva giustificazione. La cosa unica che poteva offrirgli era la verità. -Aveva vergogna-disse-per avere deluso tua madre. Io ero giovane ed aveva paura, era egoista e quanto più tempo stava lontano, più difficile risultavo diventare ed affrontarti. Io non ti piacevo quando ere piccolo. Non era più che una persona strana e grande, e suppongo che ti faceva paura. Era più facile sentirsi colpevole che fare quello che sapeva era corretto. Il ragazzo bisbigliò su questa confessione, in silenzio e con aspetto serio, pesando tutti i fattori. Il suo aspetto pensoso era un tratto i cui origini Nic non riconosceva. Non l'aveva ereditato di Bess. Neanche era un suo tratto, né di sua madre. Quell'osservazione l'indusse a pensare alla verità che Cris era la sua propria persona, coi suoi propri ed unici sentimenti ed esperienza. Non era un errore, né una tragedia, né un fagotto, solo un essere umano cercando di trovare la sua strada. -E che cosa passerà ora? -domandò, quando Nic finì le sue riflessioni. La luce del crepuscolo captò la pelusilla dorata nella sua guancia. Nonostante la sua serenità, Cris era ancora un giovincello. Nic doveva badare a fare promesse che non potesse compiere. Facendo provvista di valore, si strinse le cosce attraverso l'asciugamano. -Che cosa ti sembrerebbe viaggiare a Northwick con me? -A Nortwick? -ripetè Cris che visibilmente si sforzava in non precipitarsi a conclusioni-. Con te? -Sì-disse Nic-. Mi sono reso conto che devo ritornare al posto dove mi sono torto. Verificare se realmente mia madre vuole che assuma i miei doveri filiali. Non posso assicurare che il tentativo avrà successo, ma se non lo rovino troppo, tu ed io possiamo incominciare a partire da lì. A meno che voglia ritornare alla scuola. Cris vacillò. Per un momento, Nic pensò che respingerebbe la sua offerta che il danno fatto era troppo grande. Ed allora, suo fratello tremò. -No. Preferirebbe stare con te. Volesse vedere se possiamo essere famiglia. Se quello è quello che tu vuoi. -Così è-confessò Nic-. Al meno sono disposto a tentarlo. Cris girò a mordersi il labbro. -E che cosa passa con Merry? Se ti sei deciso a riparare alcuni cose, non vuoi incominciare in

primo luogo per la cosa? Nic riflettè su quello, non perché volesse ferire i sentimenti di suo fratello bensì perché sapeva che questo gli crederebbe solo molto bene una risposta pensata. Ignorava che oggetto avrebbe perseguire a Merry; nel suo attuale stato di coraggio, un uomo era tutto intenzioni e nessun risultato. Ora che aveva scoperto di chi figlia era, sapeva che non necessitava né il suo denaro né la sua protezione. Cris aveva insinuato che ella l'amava, ma l'amore non era stato sufficiente per mantenerla, non più che il piacere. Fino a che avesse qualcosa più che offrirgli, non poteva sperare che cambiasse opinione. Cosciente che Cris sperava, gli diede una stretta nel braccio. -La situazione con Merry è più complicata di quello che sembra. In qualsiasi caso, il mio principale debito è con te. Se non posso saldarla , prima quella che hai detto è verità. Ella è troppo buona per tipi del mio modello. -Complicato, ehi? -disse Cris, con un sorriso storto per lo scetticismo. Nic si portò la mano al cuore con un repentino ricordo. -Il mio Dio, sei la copia perfetta di tua madre con quell'espressione. Normalmente sorrideva precisamente di quella maniera quando pensava che io dicevo alcuno insensatezza. Cris diresse il suo sguardo al suolo e dopo nuovamente a lui. I suoi occhi penetrarono in Nic come una pioggia di stelle. -La verità è che sì l'amavi-disse, come sperando che lo contraddicessero-. Non mi importa quello che dica, lo so. L'amavi almeno un po'. Nic l'allontanò i capelli dal di fronte a suo fratello. Chissà sia verità. E chissà ancora il padrone.

Il duca di Monmouth sperava nel marciapiede della stazione di Victoria , alto e severo come un blocco di pietra in mezzo al flusso di viaggiatori. Vestiva un cappotto lungo nero col collo foderato in velluto , per dove spuntava una cravatta bianca ed argentata. Portava un cappello a cilindro e sottometteva il bastone nella stessa mano che sosteneva i guanti. La sua espressione era quella di un generale preparato per una battaglia che non desidera ma che non può evitare. Merry non aveva saputo quanto l'amava fino a che si rese conto che non poteva lanciarsi alle sue braccia. Come è naturale, i suoi fratelli si mostrarono preoccupati vedendolo, benché egli non rimproverasse loro che volessero occultargli la verità. -Avete fatto quello che vostra madre vi ha chiesto-disse, come risposta alla breve scusa di Evelyn-. Non siete voi che avete abusato della fiducia. -Sì, signore-disse Evelyn, e si ritirarono con la discrezione dovuta. Quando vide partire ai suoi fratelli, a Merry non gli rimase più rimedio che trovarsi con lo sguardo di suo padre. Ora, oltre la sua rigidità, vedeva la sua confusione perché la figlia l'aveva sfidato, come la sua speranza che questa potesse spiegare e, finalmente, il suo amore, che nessuna delusione poteva distruggere. Era come Nic l'aveva ritratto faceva un tempo, come se i differenti aspetti della sua natura fossero cappe vive di pittura, debole e forte, saggio ed ignorante, orgoglioso e capace di

perdonare. Ella non l'aveva saputo allora, ma Nic gli aveva dato un regalo quando gli insegnò a contemplare il cuore di suo padre, un regalo che nei giorni che li aspettavano dovrebbe ricordare. Fortificata per una specie peculiare di orgoglio, Merry quadrò le spalle e quadrò le spalle e si mantenne eretta. -Vuoi che mi spieghi qui stesso, padre? -Puoi farlo? -Non mangio tu volessi-ella riconobbe. Si pettinò il cappotto, quello che Nic gli aveva comprato, e dopo si impegnò a rimanere quieta-. Posso domandarti come scopristi dove stava? -Hyde ci disse che non stavi con Isabel. E tua madre si immaginò il resto. Ti riconobbe in quello quadro e lo comprò per proteggerti , come se avesse servito da qualcosa. Hyde l'ha contato a mezza Londra prima che io riuscissi a calmarlo. Merry si morse le labbra. Il duca di Hyde era il marito di Isabel. Sarebbe venuto a sapere della verità a proposito delle lettere. Merry sperava che non avesse punito la sua amica con troppo rigore. -Non so in che cosa pensavi, Merry, scappando da quella maniera con un uomo che appena conoscevi! Lo scandalo ti costerà molto caro. Hyde è indignato con te per includere Isabel. E ha tutta la ragione. È convinto che tutti crederanno che ella è una selvaggio come te. -Io parlerò con lui, papà. Chissà possa... -Non farai niente di quello! -La furibonda negazione fece girare la testa ad un ragazzo di corda che passava. Lanciandogli un sguardo di rabbia, suo padre abbassò la voce-. Non parlerai con nessuno del quale io non abbia approvato prima. Francamente, quell'uomo avrebbe potuto fare qualunque cosa con te. Saresti potuto morire e noi non l'avremmo saputo mai. Per caso non puoi immaginare quello disperato che saremmo stati? Noi ti vogliamo, Merry. Meritiamo più rispetto che questo. -Lo so-ella disse e le lacrime caddero, tiepide, per il suo viso, nonostante la sua determinazione di mantenerli-. So anche che nessun rimorso può cancellare quello che ho fatto. Voglio solo che capisca una cosa. Nic Craven non mi fece mai male. Ha i suoi difetti , come me, ma non mi forzò mai, non mi spaventò mai, né mi ingannò circa le sue intenzioni. -A suo padre lo fu torto il viso come segno di protesta, ma ella non lo lascio interromperla-. Craven si è comportato come un cavaliere. Chissà non secondo i tuoi principi , ma sì per i miei. -È inferiore a te-l'infilzò suo padre-. È inferiore a qualunque donna decente! -Quella non è verità-replicò Merry, e le sue emozioni si calmassero con le sue parole-. Alla sua maniera, è un uomo tanto buono come tuo. Suo padre non seppe che cosa rispondere a quello. Chissà quella serenità di Merry aveva fatto indebolire la sua. La moltitudine incominciò a sbattere con essi, detenuti durante quella pausa, i ragazzi di corda coi suoi carri pieni di valigie, madri portando alla sua prole, uomini di abiti oscuri camminando rapidamente con la periodica piegatura sotto il braccio. Quella scena tanto inglese la turbò. Era ritornato a casa, sì, benché non tornasse mai ad essere la stessa casa di prima. Suo padre, recuperato della sua incertezza, parlò. Furono malvolentieri parole secche, dette, benché la sua asprezza non fosse più che una maniera di dissimulare la sua inquietudine. -Sento dovere domandarti questo, ma devo saperlo. Suppongo che non ti avrà compromesso, no?

Merry lo guardò fisso. Chiunque che fosse la complessità delle sue emozioni, suo padre aveva una volontà di ferro. Se ella non curava le sue parole, trasporterebbe a Nic posteriori danni. Solo un'insensata, come senza dubbio l'era stato ella, penserebbe che svelare la verità sull'insospettato titolo di Nic mitigherebbe la reazione di suo padre. In realtà, preferiva che neanche sapesse chi Nic era. Un marchese era una persona a chi un duca potrebbe obbligare a sposarsi, almeno nella visione del mondo che aveva suo padre. Sapeva che Nic resisterebbe, ma aveva sporcato già troppo la sua vita. Se in qualche modo gli era possibile, lo proteggerebbe dall'ira di suo padre. -In onore alla verità più stretta-disse-sarebbe più giostro dire che io l'ho compromesso. Suo padre volle dire qualcosa, ma dopo glielo pensò meglio prima di formulare una domanda il cui chissà risposta non voleva sapere. Nel suo posto, gli offrì il suo braccio. Era un appoggio rigido ma stabile. -Andiamo-disse-, tu madre dovrà più cose dirti in casa. Merry sentì che il ventre l'era rimescolato, alloggiato nella gola. Dopo quello difficile confronto, sapeva che la prossima sarebbe peggiore.

Faccia a faccia il con sua madre non fu gradevole, ma Merry sopravvisse. A differenza della mutamento indignazione di suo padre, l'isteria della duchessa non trovò eco alcuno in lei, non perché Merry non capisse le sue ragioni bensì perché le preoccupazioni di sua madre gli sembrarono più altrui che mai. Perfino prima di conoscere a Nic, a Merry gli avevano importato più le persone che la sua condizione. La misura di un uomo, o di una donna, non nasceva dai titoli né dei vestiti che portavano, né di se sapevano che forchetta usare. Veniva dall'interno, dell'anima. Merry sapeva che la sua propria anima distava molto da essere pura, ma l'unica vergogna che sentiva era per il suo egoismo. Le esperienze condivise con Nic, buono e brutto, non erano oggetto del suo pentimento. Tuttavia, c'era una cosa nella quale non poteva smettere di pensare, ed era che non aveva fatto quanto basta per Cris. Tesa nel letto della sua infanzia in casa dei suoi genitori, cercando di sentirsi come qualcosa più che una figlia, si scoprì a sé stessa riflettendo su quello dilemma. Senza dubbio quella maniera di pensare non era logica, le sue condizioni erano molto differenti. Ancora così, nelle brevi ore che aveva passato con Cris, il ragazzo era arrivato al cuore. In qualsiasi caso, era meno doloroso pensare a lui che pensare ad ella e Nic. Ed allora si domandò come starebbe ora, e se egli e Nic sarebbero arrivati a qualche tipo di intendimento. Pensò a cose che avrebbe potuto dire per aiutare, pensò che solo perché Nic aveva paura di amare non significava che non poteva amare, e pensò perfino che se Nic era indifferente, quello non gli sottraeva valeva a Cris. Cris dovrebbe lavorare più, e pensare tanto bene di sé stesso come corrispondeva. In questo, ella e Cris si somigliavano perché Nic non era stato capace di amare a nessuno dei due.

La madre di Nic stava nella serra conservando alcuni vassoi con plántulas. Vestiva un paio di pantaloni di uomo macchiati di terra ed alcuni stivali altrettanto macchiati. Nic aveva dimenticato quelle mani quadrate sue, tanto forti e pratiche. Aveva ingrossato della vita, secondo quello che ricordava, ed i suoi capelli erano diventati decisamente canuto. A parte quello, continuava ad essere di sempre lo stesso cavallo di battaglia.

Per la sua sorpresa, scoprì che vederla gli infondeva, curiosamente , un sentimento affettuoso. Ella alzò la vista quando quello tossicchiò leggermente. Il suo sguardo era più vecchio, l'azzurro dei suoi occhi più sbiadito. Il dolore che brillò in essi in quello primo momento lo prese per sorpresa. Fino ad allora, non aveva creduto in realtà che la sua assenza gli dolesse. Sapeva lontano il che stato avuto compiuto i suoi sonni come madre. -Il mio Dio-ella disse, e dopo vacillò come se non fosse sicura di quello che vedeva-. Nic, sei realmente tu? -In carne ed osso-egli disse. Benché la sua voce fosse leggera, le mani gli tremavano. Ella aveva saputo sempre di tutte le sue malvagità. E gli aveva esatto sempre che tornasse a tentarlo. Quando egli era giovane, l'aveva avuto rancore per ciò. Ora desiderò di ogni cuore avere imparato più acerbamente la lezione. Ella assentì con un breve gesto del mento che svegliò in lui migliaia di ricordi dell'infanzia. -Finalmente hai deciso di smettere di punirmi? Egli inghiottì il retrogusto di una rabbia molto antica. Non voleva entrare ora in quello. -Non ho avuto mai l'intenzione di punirti. -Ah, no? Il ragazzo è quasi convinto che io ti scacciai. Al meno, di quell'ha voluto convincersi. Suppongo che i ragazzi vogliono amare i suoi genitori, passaggio quello che passi. Nic si sfregò il viso. Si ricordò a sé stesso che non era venuto ad inimicarsi. E non lascerebbe che lo trascinasse a ciò. -Chissà era arrabbiato-riconobbe con tutta la calma della quale potè fare provvista-. Chissà andai via in parte per restituire il colpo. C'era qualcosa più che fallimenti in me ma, apparentemente, quell'era la cosa unica che tu vedevi. Mi risultava difficile vivere con ciò. -Voleva solo che fossi fedele al tuo potenziale. -Lo so già-egli disse-, e è probabile che grazie a te non sia un uomo completamente patetico. Ma le idee che hai circa il mio potenziale non sono le stesse che le mie. Sono orgoglioso di quello che posso fare con queste due mani. Ho portato al mondo qualcosa che prima non stava. Qualcosa di buono, madre, non solo qualcosa che si vende. -D'altra parte-disse, e fece una pausa per respirare lungo e profondo-, hai ragione circa non compiere le mie responsabilità. Volesse che mi aiuti ad ottenerlo, se vuoi. -Io questi chiedendo aiuto. -Sé. Devo imparare a trasformarmi in marchese. -Devi imparare? -ella ripetè. Nic si mise le mani nelle tasche e si sforzò per non stringerli. -Sei stato sempre capace di arrivare al cuore delle cose. -E tu hai potuto sempre evaderti di esse-disse la marchesa. Le ginocchia gli scricchiolarono quando si inclinò per raccogliere un guanto facile nel basto suolo di lavagna. -Questa volta, no. Sono venuto per rimanere, per lo meno un tempo. Ho portato con me a Cris. Sta sperando nella casa. Ella lo rimase guardando, pensando alla sua maniera di chiamarlo Cris.

-Mi immaginavo già che te era da chi andava a cercare quando fuggì-confessò. -Oh-egli disse, e si appoggiò sull'altro piede-. Non l'aveva pensato ... Ma, naturalmente, la scuola ti avrà notificato quando sparì. Suppongo che ti avrebbe dovuto scrivere, farti sapere che stava bene. -Sapeva già che non doveva aspettare lettere-ella disse, con un tono di voce tanto indifferente che Nic si irritò. Se non aspettava lettere, perché sempre si stava chiedendoli quando gli scriveva? E che tipo di tutrice era quella che lasciava che un ragazzo di quindici anni scappasse senza dare tutti gli allarmi possibili? Ella non aveva la certezza che Cris stesse con lui. Neanche l'aveva saputo egli stesso. Sarebbe potuta succedere qualunque cosa. Ma Nic si divorò tutti quelli commenti. Senza dubbio, ella sapeva meglio che egli come Cris sapeva badare a sé stesso. Non aveva maggiore importanza quale dei due aveva ragione. -Cercherò di essere migliore corrispondente nel futuro promise-. Quello che ora volesse è partecipare alla gestione della nostra proprietà. -Solo comunicare? -ella domandò, con un giudizio implicito nella domanda. -In quello che mi tocca-egli chiarì-. E non fingere che realmente vuoi che prenda le redini. Sai perfettamente bene che ti piace amministrare questo come a te ti piace. -L'amministro correttamente-ella disse, ed il viso gli fu arrossato di rabbia-. Ho sudato fino al midollo affinché Northwick conservasse tutto il suo valore. Egli sorrise ed ella rispose con un sbuffo, ma i due sapevano che Nic aveva detto quello che doveva dire. -E bene. -Con gli occhi socchiusi, la marchesa si battè il guanto di giardiniere contro la coscia-. Ancora non mi hai detto perché vuoi essere marchese. Prima che egli potesse parlare, il rossore l'inondò il viso, implacabile e caldo. -C'è una donna-mormorò. Per la prima volta da quando l'aveva visto, sua madre sorrise. La sua espressione trasmetteva un miscuglio di gioia ed affetto. Egli si aspettava la gioia. L'affetto non l'aveva visto da qualche tempo. Era anche possibile che egli si fosse mantenuto troppo alla difensiva come per vedere quanto lo voleva sua madre. -Non può essere solo "una" donna-ella disse con un sonoro gracchio-. "Una" donna non potrebbe ottenere che facessi tutto questo.

Capitolo 20
Nessuno venne a vederla, neanche le donne dei suoi fratelli. Merry era stato popolare alla sua maniera, eccentrica, sì, ma una compagnia che la maggioranza delle persone godeva. Ora si era trasformato in una sigilla sociale. Nonostante gli sforzi di suo padre per zittire il duca di Hyde, le dicerie corsero come la polvere da sparo negli strati più alti della società. Merry Vance era fuggito con un pittore ed aveva vissuto come il suo amante installato nella sua casa. Aveva viaggiato con lui ed addormentato con lui e si era preso gioco di tutte le regole che avevano alcuno importanza, almeno per essi. A Merry gli importavano un cumino le regole, ma il rifiuto di quelle persone in chi aveva creduto avere amiche non smise di ferirla. Arrivarono due note, una di Anna, l'amica di Nic ed un'altra della donna di Edward Burbrooke. Erano molto gentili, ma poiché le due avevano avuto relazioni con uomini che l'avevano respinta, non aveva troppa voglia di vederli. Esse erano, troppo apertamente, donne differenti, donne che conservavano i suoi uomini. Io ho scelto questo, si disse. Può che non abbia immaginato la cosa difficile che sarebbe, ma io l'ho scelto. Piangere sul latte che aveva rovesciato non lo servirebbe ora di niente. A sole, passò lunghe ore nelle stalle della famiglia, montando i cavalli, pulendoli, inzuppandosi di quello semplice codice animale di bene e male. La cosa unica che necessitava erano due braccia forti e guadagni di lavorare. Quando i ragazzi di squadra rinunciarono ai suoi sforzi per fermarla, aveva smesso di temere che indebolirebbe. Finalmente, nella seconda settimana dopo il suo ritorno a Londra , Isabel Beckett venne a vederla. Sembrava preda di un certo nervosismo per trovarsi lì, ma la salutò con un abbraccio lungo e forte. Merry rovesciò alcune lacrime, e la sua amica l'imitò. Quando videro le lacrime di ognuno, si misero a ridere e tornarono ad abbracciarsi. -Non posso dirti quanto lo sento-confessò Isabel-. Andrew era tanto arrabbiato quando trovò l'ultima lettera che non potè guardarsi la furia per sé. Neanche so di quante persone glielo contò. Finalmente l'influenza di tuo padre lo convinse solo affinché fermasse. -Una smorfia di malessere lo ritorse il suo bel viso-. Cercò di proibirmi che ti vedesse, ma io gli dissi che egli dormirebbe nella stanza degli invitati fino a che mi lasciassi vederti. Sapeva che cederebbe. Quello sì, a dire il vero, non speravo che sopportassi tanto! -Ahi, Isabel! -esclamò Merry, vedendo lo scintillio di dolore sotto il trionfo apparente della sua amica. Nonostante i lamenti di Isabel, Merry sapeva che la sua amica amava suo marito grassottello-. Io sono chi lo sente. Non ho preteso mai di crearti problemi a te ed il duca. Avrebbe dovuto supporre che così sarebbe, ma te lo giuro che non era la mia intenzione. Credimi, se pensassi che devi evitare la mia compagnia, ti capirebbe.

-Che cosa va-disse Isabel, agitando la sua bella testa bionda-, che tipo di amica sarebbe se facesse quello? Un'amica saggia, pensò Merry, troppo grata per dirlo a voce alta.

Quando Ernest si unì al gocciolamento di visite, Merry ricevè il suo antico pretendente nella magnificenza di colonne corinzie del salone verde, difficilmente una cornice gradevole, ma che gli ricordava in termini molto precisi a lei dove stava. Seduta nel bordo di una sedia intagliata di mogano, si direbbe che il povero uomo avesse preferito trovarsi con lei in una prigione sotterraneo. Ella non poteva smettere di sorridere davanti al suo dispiacere. Era sorprendentemente contenta di vederlo, quasi tanto contenta come quando Isabel era venuta a visitarla. Gli amici era quello che più valeva nel mondo, pensò, specialmente gli amici che l'appoggiavano ad una sui momenti difficili. -Hai un aspetto differente-disse Ernest. -In realtà? -Cedendo alla tentazione di giocare con lui, Merry si pettinò i capelli come una civetta esperta-. Chissà lo scandalo mi ha dato un certa aria di glamour. Ernest negò con la testa come un orso pensoso. -No, non è glamour, sei molto bella. -Bella, ehi? -Sì-egli confermò, sicuro, e dopo la sua espressione diventò triste -. Suppongo che sia quello che sia che ti abbia fatto quello libertino, non è potuto essere tanto cattivo. A meno che... -bisbigliò, e tossicchiò, tamburellando con le dita sulle ginocchia-, osassi imputare il tuo buon aspetto alla mia presenza. Quelle parole erano tanto rare, tanto poco caratteristiche di Ernest che Merry dovette mordersi il labbro per soffocare una risata. -Suoni come un bambino a chi gli hanno insegnato a lusingare la sua vecchia zia zitellona. Ernest arrossì fino alle radici dei suoi capelli biondi. -Lo diceva con tutto il cuore. Mi piace pensare che la mia presenza ti fa felice. -È verità-gli assicurò ella-. Questi giorni che corrono i miei amici sono pochi e non vengono a vedermi. Se la tua galanteria non ispirasse la mia ammirazione, la tua prodezza sicuramente lo farebbe. Ernest sospirò come se il suo complimento lo riempisse di tristezza. Spostò la mano che aveva sul ginocchio per prendere gentilmente a Merry le sue. -Devo domandartelo-disse-. E Dio sa che ho finito per accettare che non mi ami, ma sarebbe un inconscio se ti desse la schiena quando più hai bisogno di me-disse, dandogli alcuni colpetti come se Merry fosse una ragazza spaventata-. Merry, vuoi essere mia moglie? Per un istante, ella fu tentata. Di fronte a lei aveva l'uomo più affidabile che conosceva. Può che la sua passione non fosse enorme ma era sicura. Merry dubitava che Ernest avesse l'immaginazione per amare una donna che gli offrisse qualcosa più che affetto. Dovrebbe moderare i suoi scatti, ma tornerebbe ad essere accettata. E perdonata. Tuttavia, sposarsi con lui sarebbe più abominevolmente l'atto egoista che non avrebbe commesso

mai. Merry si diede un momento per ricomporrsi e prese la mano che aveva coperto la sua, guardandolo ai suoi occhi azzurro celeste. -Qualcuno ti amerà-disse-con tutto suo il cuore e tutta la sua anima. Sei troppo buono e troppo forte affinché quello non succeda. Se Dio vuole, tu sentirai la stessa cosa per lei. Non posso sposarmi con te e privarti di quella possibilità. -Ma tu hai bisogno di me! -Necessito che sia il mio amico, non che mi lasci spezzarti la vita per riparare un errore che ho commesso. Per tutti i cieli, marciresti molto bene licenziarti della tua corsa politica se ti sposassi ora con me. -Chissà il tipo di corsa che mio padre ha pensato per me, ma io non sono stato mai buono stringendo mani né leggendo discorsi. Mi piace più il lavoro che realizzo per tuo padre. Tra scene mobile. Occupandomi dei dettagli. -Ma io pensavo... aveva capito che papà ti patrocinerebbe affinché ti presentassi alla Camera dei Comune se ci sposavamo. -Se, e probabilmente io avrei accettato se questo non fosse successo. Avrebbe accettato e mi sarei sentito miserabile. Non sei l'unica negli ultimi tempi che ha avuto tempo per pensare al tipo di vita che vuoi portare, o il tipo di persona che vuoi essere. Semplicemente mio padre dovrà superare la sua delusione. Merry vide nel suo viso l'espressione più dura che non l'aveva visto mai. -Tuo padre non voleva che venissi oggi, non è verità? -indovinò -. Egli vuole che metta fine alle tue relazioni con me. Ernest si avvilì di spalle, e quello pretesto gli disse più che qualunque parola circa lo stato delle cose con suo padre. Con gesto triste, gli toccò un ricciolo che si era staccato dalla sua pettinatura. -Sei sicura che non posso farti cambiare opinione? -Molto sicura-ella disse, con un gran sorriso di simpatia-, benché non possa esprimere tutto quello che significa per me quello che me l'abbia chiesto. All'opinione, aveva trasmesso la sua determinazione. Ernest si incorporò , non tanto per sentirsi disturbo come sconcertato. Si era preparato per il sacrificio, e non c'era ora perché sottomettersi a. -Molto bene-concluse-. Non tornerò a domandartelo. Ti noto , quello sì, mi prenderò le mie responsabilità come amico molto seriamente. Nei giorni che vengono, può che mi veda più di quello che volessi. -Impossibile! -ella negò, e si alzò sulla punta dai piedi per baciarlo nella guancia. Fedele al suo carattere, Ernest si inclinò con gesto rigido e salutò. Quando chiuse la porta alle sue spalle, Merry sentì un altro rumore, sottile ma inconfondibile. La sfregatura di un vestito sul suolo di parquet levigato. Qualcuno stava ascoltando dietro la seconda porta dello studio, quella che dava al salone di ballo con le sue finestre chiuse. Nessun domestico aveva perché stare lì in quello momento, non quando il salone era chiuso. In qualsiasi caso, non poteva dubitarsi dell'identità della persona che spiava. All'opinione, la madre di Merry non aveva rinunciato a salvarla di sé stessa.

Lavinia non si diede un momento per pensare mentre saliva per la scala curva. Non poteva permettersi di pensare. Se lo faceva, sapeva che i suoi nervi la tradirebbero. Althorp l'aveva perso tutto. Il matrimonio col quale aveva contato per aumentare il capitale politico di suo figlio si era convertito in passivo. Per peggiorare le cose, Ernest l'aveva affrontato. Ella si era dilettata vedendo al suo nemico cadere tanto basso, ma sapeva quanto irritato starebbe Althorp, sufficientemente arrabbiato per vendicarsi con lei. Tornò a chiudere la mano all'altezza del ventre, sudata e tremando , soffrendo una tensione che era un miscuglio di paura e determinazione. Quando Althorp sapesse che suo figlio l'aveva visitata che si era offerto salvare a Merry, cercherebbe la sua perdizione. A lui non gli importerebbe quello che dovesse pagare per lanciare luce sulla verità. Egli sua sarebbe vendetta pura e dura. Nelle braccia, Lavinia conservava ancora le orme della sua ultima riunione, sostenuta prima che egli, e che chiunque, scoprisse quello che aveva fatto Merry con Craven. La sua ira l'aveva terrorizzata perché non sembrava avere limiti. -È la tua ultima opportunità! -egli aveva ruggito, malgrado l'automobile in cui viaggiavano in quello momento passasse per una strada frequentata. -Come puoi fare questo? -ella aveva supplicato, disperata -. Tu stesso conosci i danni della censura della società. Che cosa abbiamo fatto mia figlia o io affinché voglia che soffriamo lo stesso dolore? All'improvviso, la sua furia si trasformò in una fredda deride. -Mi lasciasti tu, non è così? -I due stavamo sposati. Inoltre, non puoi fingere che realmente mi amavi. Lavinia non aveva visto mai occhi tanto freddi e morti. Una mano inguantata lasciò cadere per accarezzargli la guancia. -Che abile sei quando ti menti a te stessa. Quello che tu ed io condividiamo non è un tema tanto triviale come l'amore. Ma vedo che hai dimenticato come tremavi di eccitazione quando ti faceva trascinarti di ginocchia, come gemevi quando ti possedeva con tanta furia che continuavi ad essere tenera nel tuo interno per giorni. Ti avrebbe potuto raffinare, Lavinia, ti avrebbe potuto portare ad altezze che il rozzo di tuo marito non si può né immaginare. Inoltre, nella cosa profonda del tuo cuore , lo sai, tu sei fatto per me, benché non abbia il valore di riconoscerlo. -Quando tornò a parlare, la sua voce si trasformò in un grugnito che lo graffiò i nervi-. Perfino ora, se ti toccasse, so che saresti bagnata. A Lavinia gli mancò l'alito, incapace di parlare o di muoversi. Non era verità. Ella non lo permetterebbe. Egli ero un uomo malato e depravato ed ella non gli ero sembrato in niente! Egli sorrise quando lesse il panico nel suo sguardo. -Sì, puoi dirti già che sono pazzo. Allora potrai negare tutto quello che dico. Non importa oramai. Tu sei una persona utile, Lavinia, debole ed utile. Puoi aiutare mio figlio ad avere il futuro che si merita. -Ernest non ti ringrazierebbe per lui-osò dire ella-; se sapesse quello che sei arrivato a fare per lui. Althorp corrugò il cipiglio. Benché fosse appoggiato contro le colonne , all'improvviso Lavinia ebbe l'impressione che stava annegando.

-Quella è una minaccia? -inquisì, e la sua voce suonò curiosamente soave e distesa-. Se lo è, te lo noto, ti schiaccerò come ad un grano di uva. Se mi tradisci con mio figlio, gli ultimi mesi che hai vissuto ti sembreranno un gioco di bambini comparato con quello che verrà. -No, no-balbució ella-. Mai. Io non... Egli la tacque mettendogli la mano nel collo. Le molle della sedia scricchiolarono quando la sua ombra si avvicinò, dopo la sua bocca, ed il suo alito. Lavinia rimase paralizzata come un roditore davanti ad un serpente. Egli lo morse il labbro inferiore, dopo il superiore, e nella sua delicata pelle rimase la stele di un formicolio. Sì, pensò qualcosa al suo interno troppo primario per controllare. Lavinia lasciò scappare un gemito quando egli la baciò con rudezza, e tornò a farlo quando egli si allontanò. Il bacio non era durato più di alcuni secondi, ma sentiva che la pelle gli batteva selvaggiamente dalla testa ai piedi. È la paura, si disse. È solo la paura. -Se torni a fallirmi-egli disse, con voce roca-, desidererai non essere nato. Ma Lavinia desiderava già non essere nato. Non poteva vivere con quella paura permanente, non poteva mangiare né dormire. Il suo guardaroba , il suo orgoglio e la sua allegria pendevano da lei come sacchi. Le mani gli tremavano costantemente. Peggiore che la paura, quello sì, la vergogna. Guarda quello che hai fatto, pensò. Guarda quello che hai fatto, tutto per proteggere la tua posizione. Si trattenne nel salone della pianta di sopra, oppressa per un schifo che quasi le fece vomitare. Aveva tradito la responsabilità più sacra di una donna, quella di amare e proteggere i suoi figli. Ora vedeva quanto si era sbagliato cercando di obbligare a Merry a sposarsi con Ernest. Il nuovo atteggiamento di dignità di Merry lo confermava. Sua figlia era tornata da Venezia invertita. Tanto testarda come sempre, ma invertita. Era interiormente tranquilla, sicura delle sue emozioni, come se per molte sfide che l'aspettassero, sapesse che sarebbe capace di affrontarli che sarebbe fedele al suo senso personale del bene e del male. Ora Lavinia doveva fare la stessa cosa. Era la sua unica speranza nel mondo. Dubitava che potesse salvare la sua reputazione o il suo matrimonio , ma chissà poteva salvare la sua anima. Respirando per darsi valore, suonò alla porta dello studio di suo marito e sperò a che questo le lasciasse entrare. Una volta dentro, egli si sedette dietro il largo tavolo con la sua coperta rilucente di porfido rosso. Il suo sorriso, stanco ma accogliente , gli oltrepassò il cuore oppresso per la colpa. Lavinia aveva dimenticato come si era sentito lusingata conquistandolo, non solo perché si trattava di un duca bensì perché era stato un gran uomo. Non era una gran bellezza, come il pittore di Merry, ma l'aspetto di suo marito era stato gradevole e normale, un contrasto col suo, pensava, senza trattenersi mai a pensare alla cosa poca premiata che poteva arrivare ad essere ella. -Lavinia-egli disse, e separò un mucchio di carte. Ella immaginò che si tratterebbe di temi della proprietà o perfino commerci del governo. Geoffrey aveva avuto sempre successo montando alleanze , un negoziatore non troppo sottile, ma rispettato. Se non fosse stato così, dubitava che Althorp avesse amato sua figlia per Ernest. Lui sarebbe dovuto accorrere dal principio, pensò, sentendosi nuovamente inorridita per la sua stupidità. Può che mc avesse odiato, ma aveva il potere per proteggerci a tutti. Ora Geoffrey inclinò la testa, perplesso davanti al suo silenzio.

-Devo parlare con te-ella disse. -Sé? Ella inghiottì saliva. -Ernest ha girato a proporre matrimonio a Merry. Contro i desideri di suo padre. Il viso di Geoffrey si tese in un gesto che marcirebbe sembra, di disapprovazione. Lavinia ignorava se era diretto a lei. -Per il tuo tono di voce, suppongo che l'ha respinto. -Sé. Ma non sono venuto a vederti per quel motivo. -Benché avesse le mani gelate, sentiva le gocce di sudore che gli cadevano per la schiena rigida. Si morse le labbra e lasciò che le parole uscissero da una tirata-. Il padre di Ernest sta ricattandomi. Io... ebbi un'avventura con lui. Anni fa. Mi minacciò di contartelo se io non garantivo che Ernest avrebbe successo nella sua domanda. Pensava che se Merry si sposava con Ernest, tu metteresti la tua influenza al servizio della corsa di suo figlio. -Ma se appoggio già la sua corsa. È il mio segretario, Dio mi liberi. Gli ho dato grandi responsabilità. Tutte quelle che possa maneggiare. -Althorp voleva per Ernest qualcosa più che essere il braccio destro di qualcuno. Pensa che suo figlio dovrebbe essere Primo Ministro. Le espressioni nel viso di suo marito erano davvero strane. Chiunque fosse le sue emozioni, l'indignazione non stava tra esse. Si incorporò lentamente, girò il tavolo e si appoggiò sul bordo. Se Lavinia non l'avesse conosciuto tanto bene, avrebbe detto che voleva guadagnare tempo. -E bene-disse sfregandosi la barba-. C'è lì quello che si chiama un'ambizione, benché se Althorp spera di vendersila ad Ernest, non conosca suo figlio tanto bene come crede. Posso domandare perché hai deciso di dirmelo ora? O è perché se non lo fai, credi che lo farà Althorp? Lavinia lottò contro l'impulso di abbassare lo sguardo. -Sì-riconobbe-, in parte. Ma è anche perché non posso continuare oramai a vivere così. Gli ho fatto male, Geoffrey. A mia propria figlia. Ho diffuso dicerie circa lei. Mi sono assicurato che tutti sappiano la cosa complicata che è. Ho scacciato i suoi altri pretendenti per assicurarmi che non avrebbe nessuno per scegliere eccetto ad Ernest-confessò, e la mandibola gli tremò vedendo il gesto di stupore di suo marito-. So che ho operato male. Non posso né descriverti l'orribilmente imbarazzata che mi sento. Per un momento lungo Geoffrey si limitò a guardarla. Al capo di un momento, sospirò. -Ahi, Lavinia, siamo stati un paio di tonto. -Che cosa vuoi dire? Lo girò a stare in silenzio un momento, e nel suo sguardo, per alcuno ragione, non avevano solo tristezza ma anche un amaro divertimento. -Io sapevo di lui tuo con Althorp. Lavinia si sentì come se il suolo si fosse aperto ai suoi piedi. -Lo sapevi? -Perfino posso dirti quando succedè. Fu quell'anno che diressi quello comitato per pressare a beneficio del finanziamento del metro nella Camera dei Lores. Pensava che quelli tunnel

conformerebbero il futuro di Londra e la trasformerebbero nella città più forte e rapida del mondo. Guardando retrospettivamente, nella mia ossessione per ottenere che la legge si approvasse, trascurai tutto il resto. Il tuo affetto lo diedi per seduto, amore. Semplicemente supposi che mi aspetteresti. -Il mio Dio-ella disse, quasi incapace di credere le sue parole-. L'avevi saputo. L'avevi saputo tutto questo tempo. -Sì-egli ripetè, ed estese una mano per accarezzargli i capelli-. Quando notai quello che stava succedendo, mi resi conto che ti aveva giudicato male. Non so che cosa aveva pensato di dirti, ma suppongo che avrai rotto quella relazione non appena io smisi di dedicare tanto tempo ad altre cose. Decisi che sarebbe più facile se non ti chiedeva spiegazioni-ricordò, e rise in silenzio-. Mi dissi a me stesso che lo faceva per rispettare i tuoi sentimenti. Per essere sincero, tuttavia, il mio orgoglio non voleva riconoscere che preferivi un altro uomo. -Mai! -replicò Lavinia, e gli prese le mani. Ella non aveva preferito ad Althorp. Non poteva-. Agii come una stupida, e chissà era un po' sola, ma non lo preferii mai. Neanche era gentile, eccetto all'inizio. Non appena ottenne quello che voleva, insegnò la sua vera natura. Geoffrey gli strinse le mani. -Lo sento, affetto. Non avresti perché avere vissuto tutto quello sola. In realtà, aveva cominciato a pensare agli ultimi tempi che chissà avevate riannodato la vostra relazione. Confesso che risento alleviato di sentire che si tratta solo di un ricatto. Lavinia tremò. Solo un ricatto! -Molto mi temo che chissà porti a termine le sue minacce. Ora che Ernest si è ribellato, forse decida che non ha niente da perdere. Potrebbe contare a tutti quello che facemmo. -Ma, Lavinia, sono sicuro che non è più che un lampione. Di' quello che dica circa Althorp, ha un senso dell'autoconservación molto sviluppata. -Ma non hai visto come sii di furioso! Geoffrey gli prese il viso con le due mani. -Egli non vorrebbe che Ernest sapesse. Io, sé. Credo che abbia avuto sempre rancore dei privilegi dei quali godiamo persone come noi. Ma non lo conterebbe al mondo. Egli adora quello ragazzo. Senza dubbio si è arrabbiato perché Ernest non evita a Merry, ma l'idea che suo figlio l'odi il distruggerebbe. -Non sono tanto sicura. -Lavinia scosse la testa, ricordando la collera di Althorp, ricordando, nonostante il suo desiderio di dimenticare, il suo brutale bacio-. Ahi, desidererei non l'avere conosciuto mai! Soprattutto, desidererebbe potere disfare quello che ho fatto a nostra figlia. Se non l'avesse pressata tanto, può che non fosse fuggito. -Tace-disse Geoffrey, mettendogli un dito nelle labbra-. Merry ha preso le sue proprie decisioni, ma niente di quell'importa ora. Se ha respinto ad Ernest, è che pensa da sola. E necessita che siamo forti e che non sprechiamo energie pensando "che cosa passerebbe se." La sua gentilezza l'emozionò e Lavinia occultò il viso nel suo petto. Il corpo di Geoffrey era solido, le sue braccia lo procuravano più consolazione che altre braccia che aveva conosciuto. Chiunque che fossero i suoi sentimenti contorti verso Althorp, quando suo marito la strinse, Lavinia seppe che amava l'uomo col quale si era sposato con un'intensità che sfiorava il dolore. -Dobbiamo raccontarsilo a Merry-disse-, in caso che Althorp sia tanto irrazionale come te dici. Non sarebbe giusto che lo sentisse di bocca di un'altra persona. Inoltre, si merita sapere quello che

facesti per scacciare i suoi pretendenti. Se è alcuno possibilità che trovi un'altra persona, dovrà fidarsi dei suoi incantesimi. Lavinia chiuse gli occhi e strinse con forza la schiena di Geoffrey , incapace di reprimere un impulso di rancore. Aveva detto che si dispiaceva di lui. Era realmente necessario che si abbassasse a tanto? Per incominciare, non si poteva dire che sua figlia aveva goduto di moltitudine di pretendenti. E che cosa passerebbe se lo contava ai suoi fratelli? Tutti avrebbero pena di Merry e tutti l'odierebbero. -Non sono sicura che possa affrontarla-disse-. Sarà molto arrabbiata. -Io ti aiuterò-egli disse, con una tenerezza che la svergognò-. Insieme usciremo da questo. Lavinia non capiva come era possibile che raccontare la verità potesse essere un'altra cosa che orribile. Per il momento, quello sì, nel rifugio accogliente delle sue braccia, volle credere che sopravvivrebbe.

Capitolo 21
L'automobile lasciò a Nic nell'angolo di Pall Mall e la piazza St. James. Da lì, camminò affrettatamente in mezzo ad una vaporosa pioggia di estate. Gli uomini passavano in fretta al suo fianco ed il suo ombrello uniformemente nero volteggiavano come ali di corvi al di sopra delle sue teste. Dipendenti e banchieri, egli sospettava, ansiosi di arrivare a casa. Con un lieve sospiro di sollievo, si allontanò dall'animato flusso di genti e salì la scala del club del duca di Monmouth. Era il club più grande di quella strada, due lunghi piani di finestre in arco incoronato per un fregio carico di decorazioni. Data la grandiosità di quello posto, non lo sorprese che il portinaio nell'entrata, un uomo triste con aspetto di impiegato di impresa di pompe funebri, non si rallegrasse di vedere quello personaggio abbronzato per il sole, con un gilet colore canarino leggermente bagnato. -Il duca accederà a vedermi-annunciò, e consegnò all'uomo il suo biglietto. La tensione che Nic sentiva per quella riunione imminente era tanto grande che non potè godere della celerità con che fu ammesso quando l'uomo ritornò. Si allacciò la giacca mentre salivano per la scala di marmo. Il padre di Merry non aveva perché vedere il suo eccentrico abbigliamento. Il proprio Monmouth l'aspettava nella porta di una sala ampia , piena di libri. C'erano altri cavalieri nell'interno, leggendo, fumando o giocando tranquillamente alle lettere. Per ostacolare l'entrata di Nic in quello santuario, il duca segnalò immediatamente verso il corridoio. -Possiamo parlare nella sala di visite-disse, e tanto suo sono come il suo aspetto erano secchi. Benché si dispiacesse di vedere quella reazione, Nic non poteva incolparlo. Al fine ed il capo, era l'uomo il cui figlia egli aveva desvirgado. Quando entrarono in una sala oscura, accorse un cameriere con un carro di bibite, si ritirò e chiuse la porta alle sue spalle. I mobili, un insieme di sedie e di tavoli malaticci, erano chiaramente i rifiuti del club, coi suoi cuscini consunti ed i suoi legni sciupati per fessure e macchie. Con una rudezza deliberata, Monmouth si servì un buon bicchiere di whiskey, ed a lui non l'invitò. Si avvicinò col bicchiere fino all'unica finestra della sala e guardò là sotto al traffico di automobili per strada. Intuendo che dovrebbe lasciare che il suo anfitrione si calmasse, Nic sperò a che parlasse. Monmouth bevve un sorso di liquore e tornò per guardare il suo visitatore. Aveva un'espressione dura, le occhi allerte ma imperscrutabili. -Mi sorprende che abbia il nervo di venire qui. -Non l'avrebbe fatto-rispose Nic-se non fosse per gli impulsi del mio cuore. -Il suo cuore-ripetè Monmouth, ed il suo sguardo si acutizzò ancora più. Stava per portarsi il bicchiere alla bocca, e la sottile vibrazione del liquido dimostrava che non stava tanto sereno come sembrava. Al meno quell'avevano in comune con Nic. -Sono innamorato di sua figlia-disse Nic-. Volesse chiedergli la sua mano.

Monmouth lasciò il suo bicchiere nel davanzale della finestra con un colpo secco. Respirava con difficoltà, aveva la testa inclinata ed i pugni stretti. Nic sapeva quello che l'aspettava non appena vide che il duca prendeva alito. Tuttavia, non fece niente per evitare l'esplosivo colpo. La forza con che gli diede il sorprese. Il colpo l'offuscò la visione e la punzecchiatura di dolore arrivò direttamente al cervello. Quasi immediatamente, cominciò a sanguinare per il naso. -E bene -disse, sostenendo un fazzoletto contro il naso-, ora vedo da dove tirano fuori i suoi figli le sue qualità di pugili. Monmouth sembrava sorpreso per il suo proprio comportamento , benché facesse tutta la cosa possibile per occultarlo. -Non gli chiederò per quel motivo scuse-disse-. Può che mia figlia si trovi in difficoltà in questo momento, ma non deve abbassarsi a sposarsi con un pittore, benché questo abbia goduto dei privilegi di un marito. -Non sono necessarie le scuse, mi sono guadagnato questo naso rotto, come sicuramente mi meritavo il colpo che mi diede suo figlio. Quello che non mi merito è il suo disprezzo per come mi guadagno da vivere. Può che non abbia agito come un uomo onesto in tutti gli aspetti dalla mia vita, ma nella mia arte ho dato sempre tutto quello che ci sono in me, come lei stesso ha potuto comprovare. -Hai rovinato la sua reputazione! -insistè Monmouth, col viso completamente arrossito-. Non mi importa che Merry abbia detto che fu la sua idea. Lei si approfittò di mia figlia. È maggiore che ella e sarebbe dovuto essere più sensato. E se crede che chiederla in matrimonio risolverà le cose, si sbaglia. Non permetterò che mia figlia rimanga sommessa ad un vile villano, ad un libertino spregevole che ha pittura sotto alle unghie! L'ira di Monmouth riempiva l'aria come ghiaccio ardente, ma Nic non si scoraggiò. Si era vinto il diritto a presentarsi di uguale ad uguale davanti a questo uomo, non per nascita, bensì perché finalmente aveva dimostrato, benché andasse solo a sé stesso che stava preparato per raccogliere il comando che l'antico marchese aveva abbandonato. Grazie all'idea che sua madre aveva dell'allenamento, i muscoli l'erano stato indurito col lavoro manuale, e le sue dita erano rimaste macchiate di inchiostro dopo ore lavorando a cottimo coi libri di Northwick. Sentiva anche che il suo cuore si era fortificato, di una maniera che non aveva sperato. Dopo tanti anni separati, egli e sua madre avevano vissuto come strani, una relazione che somigliava molto alla sua con Cris. Ora pensava che con lavoro e pazienza tutti finirebbero chissà amici. Per quel motivo, risentiva più ricco, e più sicuro di sé stesso. Quando rispose all'accusa di Monmouth, lo fece con tutta la dignità che potè, considerando che aveva un fazzoletto inzuppato di sangue schiacciato contro il naso. -Gran parte di quello che dice è verità, e le promesse di riforma non significano niente fino a che dimostri la sua veracità. Ma credo che possa convincere sua figlia che sia sincero. Inoltre , credo che ella si rallegrerebbe di darmi un'opportunità. -La gente riderà di lei-disse Monmouth, benché meno esasperato che prima-. Diranno che è disperata se si sposa con lei. -È la cosa più probabile-convenne Nic-, benché non creda che ella soccomba al suo proprio orgoglio. Ancora così, è una donna eccezionale. Si merita la cosa migliore, compreso un marito con un titolo nobiliare, se quello è quello che desidera. Per quel motivo penso di dirgli qualcosa che in quindici

anni non ho contato a nessuno salvo a Merry. Non appartengo ai comuni. Sono il settimo marchese di Northwick. Per ragioni personali, non ho reclamato fino ad ora il titolo. Condividerlo con Merry non può cancellare quello che ho fatto, ma confido in che nessuno dirà che si è sposato con una persona inferiore. Monmouth lo rimase guardando con grandi occhi, tanto attonito come Nic sperava di vederlo. -Non me l'ha detto-disse, quando recuperò la voce-. Non posso credere che non me l'abbia detto. Nic se l'immaginava già, ma vedendo il suo sospetto confermato lo fu riempito il cuore di ammirazione. -Quando sua figlia ed io ci separiamo-disse-ella albergava alcuni dubbi in relazione coi miei sentimenti. Immagino che non voleva che mi vedessi obbligato a sposarmi se non era sicura che io mi presterei volentieri a ciò. -Per caso sta dicendo che ella anche è innamorata? -Credo che, effettivamente, così è. -Buono-disse Monmouth, a tutte luci confuso. Diventò verso la finestra macchiata per la pioggia, accarezzandosi i bordi perfettamente spuntati della barba. Tornava ad essere l'uomo che Nic aveva ritratto, volendo fare il bene ma senza sapere esattamente che era quello. Dopo una pausa che sembrò interminabile, offrì a Nic il cubo con ghiaccio del whiskey. -Prenda un po'-disse, di malumore-. Lo sarà gonfiato il naso. -Grazie-disse Nic, alleviato di potere tirare finalmente indietro la testa. -È verità che lo difese-riconobbe malvolentieri Monmouth-. Praticamente mi giurò che l'aveva obbligato a fare quello che ella voleva. Suppongo che è arrivato il momento di lasciare che Merry prenda le sue proprie decisioni, dato che è molto probabile che lo faccia comunque. -Sospirò con un accento di rassegnazione che un padre può esprimere solo-. Può venire a vederci domani. Se mia figlia desidera vederlo, io non glielo ostacolerò, ma neanche allegherò niente nella sua difesa. Nic separò il ghiaccio per ringraziare, ma Monmouth lo mantenne a riga con un sguardo, a metà un'avvertenza, a metà divertente. -Mia figlia può essere orribilmente testarda, signore Craven. Sarà un suo tema convincerla affinché gli dia un'opportunità. -È tutto quello che chiedo, un'opportunità-disse Nic, e salutò il duca con una riverenza formale.

Troppo inquieta per dormire, Merry si dava giri nel suo letto coperto con un leggero lenzuolo. Quella notte, sua cognata aveva celebrato una festa nella casa di Evelyn a Londra, ed ella era stata l'invitata di onore. Lissa gli confessò che quell'era la sua maniera di chiedere scuse per avere tardato tanto a dargli il suo appoggio. Merry si era emozionato, ma si era turbato anche, perché avevano invitato ad Ernest. Il distanziamento con suo padre stava costando al giovane un alto prezzo, e non costava notarlo. Aveva occhiaie e portava i capelli spettinati. Secondo le dicerie, Althorp era furioso per quello rinnovata la sua lealtà verso Merry, oltre ad altre delusioni che Ernest non poteva sapere.

La confessione della duchessa aveva colpito a Merry, ma, in una maniera triste, non l'aveva sorpresa. Chissà sua madre non l'amava. Tanto copiosamente le lacrime che aveva pianto erano chissà un segno di rimorso e non solo lamenti per essere stato scoperta. In chiunque dei casi, Merry sospettava che si guarderebbe sempre da aprirgli il suo cuore. Può che il perdono venisse col tempo, ma mai la fiducia. Davanti all'insistenza di Merry, fu contato la verità ai suoi fratelli sull'argomento che essi dovrebbero chissà anche aspettarsi l'esplosione di altri scandali. Malgrado le lacrime di sua madre sembrassero fornire maggiore effetto in essi, anche i tre figli l'osservavano con certe riserve. Sapere che la madre ha avuto un'avventura doveva senza dubbio cambiare l'opinione un figlio. In parte Merry aveva vacillato per questo in condividere tutta la verità con Ernest. Nonostante le suppliche di sua madre di non arrischiarsi ad irritare ad Althorp, suo padre aveva lasciato l'elezione a Merry. -Tu sei la persona che sta più vicino a lui-gli aveva detto-, e chissà tutti abbiamo conservato troppi segreti. Se pensi che egli starà meglio, allora dovrebbe sapere. Ma per caso starebbe meglio Ernest? Per caso sapere la verità l'esimerebbe di dovere ballare ai compassi dettati per suo padre? Era probabile che Althorp non si meritasse un figlio come Ernest, ma si meritava Ernest odiare suo padre? Aveva dimostrato già che aveva alcuno punta. Chissà con quell'era sufficiente. Senza avere preso una decisione, Merry lo trovò solo nel salone di Evelyn. Con una smorfia per essere stato sorpreso in quello stato malinconico , Ernest restituì una miniatura della donna di Evelyn sul camino. -Non ho visto mai così mio padre-disse, senza preamboli-. Perché non può rispettare la mia decisione di appoggiare un'amica? Diventa furioso e dopo si rinchiude a bere. Giuro che è invecchiato dieci anni nelle ultime due settimane. Ho cercato di parlare con lui, ma egli si nega. Se non sapesse quello che succede, giurerebbe che mi ha paura. -Chissà è verità-disse Merry, accarezzandogli la manica. Ernest la guardò fisso. -Che cosa sai tu, Merry? Che cosa è quello che tutti sanno che non mi contano? I tuoi fratelli si sono comportati molto rari con me tutta la notte, tua madre non ha attraversato né un sguardo con me e tuo padre mi ha domandato se aveva bisogno di alcune ferie. Merry sospirò. -Voglio che pensi prima che risponda. Se tuo padre avesse fatto qualcosa di orribile, vorresti in realtà saperlo? -Qualcosa di orribile a te? -Solo indirettamente. E quello che fece, lo fece per te. Corrugando il cipiglio, egli tiro di lei affinché si sedesse sul sofà. -Contamelo-chiese. E quello fece Merry. L'assoluto controllo di sé stesso con che egli ascolta arrivò al cuore a Merry. Si scusò per dovere essere chi glielo contasse ma egli gli ringraziò per lui.

-Se devo ascoltarlo-disse-preferisco che me lo conti la mia migliore amica. Anche quello che Ernest la considerasse la sua migliore amica l'intimorì. Rimase guardando le mani strette. -Che cosa farai? -Non lo so. Se gli dico che ho saputo, può che li prenda con la tua famiglia. -Ma non avresti perché fingere! -Mio padre ed io passiamo molto tempo fingendo. Questo non sarebbe niente nuovo. C'era tutta una storia dietro quelle parole che ella, suppostamente la sua migliore amica, non aveva intuito mai. Questo sta male, pensò. Qualcuno dovrebbe conoscere ed amare tutto quello che è Ernest. Naturalmente, se per caso egli avesse sentimenti per lei, quello qualcuno non dovrebbe essere Merry. -Parla con Peter-disse, con la sua voce più firmi-. Non starebbe di più che si azzardasse un po' dopo che quella ballerina di opera lo lasciò. Inoltre, ultimamente ha dimostrato più sensatezza. Non gli andrebbe male metterla in pratica con te. Ernest sorrise. -L'avrò presente-egli disse, con un segno della sua antica duttilità. Non era un rimedio, ella pensò più tardi, mentre dava colpi ad un testardo cuscino. Tuttavia, era un segno che i due avevano intrapreso la lunga strada che li porterebbe di giro.

Finalmente Merry era riuscito ad addormentarsi quando un colpo sordo la risvegliò dal suo sonno. C'era qualcuno nel soggiorno, qualcuno che apparentemente cercava di entrare. Era possibile che Althorp avesse deciso di prendersi la vendetta? Col cuore nella gola, lasciò il letto, prese un ferro del camino e si avvicinò segretamente alla porta. Giusto quando si apprestava a gridare, riconobbe alla figura che si alzava di tra i supporti rotti. Sentì un caldo bruciandolo le gambe, un'onda ardente che si contagiò ai suoi petti in un attimo. Le punte lo furono indurito tanto rapidamente che non potè evitare di vergognarsi. L'assenza sembrava avere ottenuto che non solo il suo cuore si ricordasse di lui. -Nic! -disse con voce soffocata mentre egli aveva appena tolto una begonia incollata alla coscia. Con una risata triste, egli l'aiutò ad infiammare un'animo. -Non era la mia intenzione tornare a presentarmi di questa maniera. Andava vestito allo stile di un operaio, con pantaloni larghi ed un cappotto che gli cadeva come un sacco. Nonostante essere bagnato ed avere i vestiti rugosi, aveva un aspetto più elegante di qualunque persona che Merry conoscesse. -Che cosa fai qui? -domandò, con una voce enronquecida che si doveva a qualcosa più che il sonno-. E che cosa ha passato nel naso? Egli si toccò il gesso che lo copriva il ponte del naso. -È un regalo di tuo padre che dopo avere manifestato la sua rabbia , mi ha dato permesso per venire a vederti domani. Tuttavia, ho scoperto che non poteva sperare. -Prima che ella gli domandasse

che cosa significava quello, egli la baciò, all'inizio duro e rapido, e dopo la cercò per affondare in lei con avidità. Al capo di un momento , dovette respirare-. Ahi, come ho sentito la mancanza di te-disse -. Neanche posso dirti quanto. La girò a baciare e nuovamente fermò la sua incursione. -Dimmi che mi perdoni per non essere ritornato prima. -Dato che non sperava che ritornassi, io... Egli il silenzio con una penetrazione profonda e seduttrice della sua lingua. -Dato che... -tentò nuovamente ella, e perse il filo del suo pensiero. Egli l'aveva presa per il posteriore per alzarla contro il gonfiore sorprendente dalla sua erezione. La sola febbre sarebbe bastata per asciugare il tessuto che l'avvolgeva. Al contrario, appena la sua camicia da notte magra poteva occultargli il suo humedecimiento. Con un grugnito cenerino, Nic sfregò le anche contro la fine seta. -Vedo che mi hai sentito la mancanza di anche. -Sì, ma... -Shh. Me lo conterai più tardi-egli disse e con le labbra gli aprì la bocca ed ella lasciò andare all'indietro la testa senza volerlo. Non potrebbe avere pronunciata parola benché avesse voluto. La cosa unica che poteva fare era afferrarsi a. So che dovesti lasciarmi. -egli disse. Le sue parole erano un sussurro caldo vicino al suo udito-. Non ti saresti potuto rimanere, non con me in quello stato. Per non menzionare il fatto che la tua famiglia deve essere stato pazza di preoccupazione. Cerca solo di capire che non ho potuto tornare fino ad essere sicuro che aveva qualcosa da offrirti. -Che cosa? -ella inquisì, senza alito e tremando-. Che cosa mi offri? Il suo prossimo bacio fu il più dolce di tutti fino al momento, un bacio profondo ma soave, le sue labbra tenere come le sue mani, il suo corpo avvolgendola come un manto di amore. E molto prima che ella si sentisse soddisfatta, egli la sciolse con un lamento profondo che si precipitò direttamente dal suo udito ai tessuti palpitanti del suo cavallo. Nic gli prese il viso con le due mani e la guardò, preoccupato. -In primo luogo, dimmi, amore. Come stai? Ella rise con quello che gli rimaneva di alito. -Migliore che quando stava pensando che aveva messo un ladro. -Voglio dire, non è stato troppo cinque pesetas per te? -Per essere ritornato a casa convertita in una persa? - ella inquisì, passandolo la mano per i capelli bagnati, sentendo che il contatto di quelle fibre setose erano un balsamo per la sua anima. Nic stava lì, e per adesso tutto andava bene-. Non negherò che ho pianto alcune lacrime di autocompassione, ma ci sono stati momenti luminosi e momenti oscuri. Isabel è stata un gran appoggio ed Ernest , Dio lo benedica, è tornato a proporrmi matrimonio. -Dimmi che non hai detto che sì. Il terrore che intuì nella sua voce gli restituì il suo orgoglio femminile. -Naturalmente che no. Come avrebbe potuto? Ernest si merita qualcosa di migliore che una donna che non può amarlo con tutto il cuore. -Tinta per il ricordo della sua conversazione con Ernest

nel salone di Evelyn, quella dichiarazione era chissà qualcosa troppo appassionata. Nic la guardava fisso, i suoi occhi socchiusi, come se egli fosse chi voleva essere amato con tutto il cuore. Ella inclinò il viso per dissimulare il suo nascente sorriso, e dopo lo guardò tra le ciglia -. Dovrebbe notarti che, visitandomi, metti in pericolo la tua reputazione. Non so se l'hai sentito, ma sono una terribile influenza per tutte le persone che mi sono avvicinati. Nic sorrise. -Io avrei potuto contare quell'alla gente. Ma tu parli sul serio. Contamelo tutto, Merry. Merry che all'improvviso fu capace di vedere un barlume di umore nella sua afflizione, gli contò circa i piani che Althorp aveva per Ernest e fino a che estremo era andato sua madre per rispondere al suo ricatto. A differenza di lei, Nic non lo vedeva con umore. -Il mio Dio-disse-. Tua propria madre. Devi essere stato sconquassata. -Non tanto quanto si potrebbe pensare. In fondo, seppi sempre che non mi amavo. Benché suoni orribile, scoprendo quello che mc aveva fatto, mi liberai di non dovere amarla. Papà ha unito a tutta la famiglia, con un assolo davanti e tutto quello, ma devo riconoscere che godo vedendo come la mia caduta in disgrazia ha importunato mia madre. Quelle che si chiamano le sue amiche sono donne di temere. Sperano con fruizione il momento per vendicarsi di lei per il dispotismo con che li ha trattate. Suppongo che è infantile da parte mia, ma quello è quello che è. -Sei sicura che vuoi fargli più duro la punizione? Ella rispose avvilendosi di spalle. -Chissà essere chi è è già sufficiente punizione. Mia madre lottava per proteggere cose che non credo che realmente abbiano importanza. Frattanto, perse gran parte della fiducia della sua famiglia. E, per essere giusti, quando io scappai quello giorno da Tatling's, agii anche come una codardo. Deplorevolmente, non sono convinta che ella abbia cambiato maniera durevole. Chissà è incapace. In modo che rimaniamo nella superficie delle cose e seguiamo. Non posso dispiacermi di me per quello che è successo. Se ella non avesse fatto quello che fece, non te sarebbe accorso mai. E mi sarei perso ricordi che tesoreggerò per sempre. Nic stette in silenzio mentre gli accarezzava il braccio sotto le maniche con voli della sua magra camicia da notte di seta. Benché fosse una carezza assente, ella sentì il solleticamento nelle braccia. Aveva dimenticato la cosa desiderabile che era Nic. -Ho portato a Cris con me di giro a Northwick-disse-abbiamo passato l'estate imparando ad amministrare la nostra proprietà. In realtà, era un apprendistato destinato a me, ma mia madre non perdeva opportunità per dirgli quello che doveva fare egli anche. Nic respirò profondo ed alzò lo sguardo-. Ho reclamato il titolo che mi corrisponde, Merry. L'ho contato a tuo padre questo pomeriggio. Mi ha dato permesso per venire a visitarti. Merry si sentì traboccato per le emozioni. Stupore e felicità , seguiti del sobrio solleticamento di una dubita. Se la colpa era l'unica motivazione di Nic, ella non voleva quello regalo. -Non voglio essere un altro carico-disse, alzando il mento. L'espressione di Nic si ammorbidì. -Non sei un carico. Sei una benedizione. Io ho cambiato perché voleva essere degno di te, ma se mi respingi non tornerò ad essere quello che era. Mi sento preparato per questo, amore. Voglio darti quello che ho imparato ad essere

-In realtà vuoi sposarti con me? A Merry gli costava ostacolare che l'incredulità si accodarsi nelle sue parole. Egli sorrise, e la comprensione che indovinò nel suo sguardo minacciò di farle piangere. Nic si portò la mano al cuore. -Mi sentirei profondamente onesto se ti sposassi con me. Ti amo, Merry, e ti ammiro. Se dici che sì, dedicherò la mia vita a dimostrarti quanto ti ammiro. -Voglio montare un puledro-ella disse, in un gorgoglio di parole. Un sorriso torse a Nic la commessura delle labbra. -A patto che si tratti di cavalli, non ho nessuna obiezione. -Non credo che una donna debba rimanere in casa affezionata ad agghindarsi. Al meno, non unisca donna come me. -Ti sei reso conto che non metto obiezioni? Ella si morse il labbro superiore e gli mise la mano che egli si era portato al cuore. La sua pelle era calda, le sue dita lunghe e dure. Ricordò allora come potevano giocare ed ammorbidire ed accarezzarla come le ali di un angelo osava a credere ora che potrebbero essere anche un appoggio per i suoi sonni? Ardendo in troppi desideri per essere famosi, si inclinò verso lui, lasciando che i suoi petti sfiorassero il tessuto della sua giacca inumidita per la pioggia. Il rossore lavò a Nic le guance quando sentì la sottile sfregatura dei suoi capezzoli induriti, visibili perfino alla luce della lampada. Sotto entrambe le mani, il petto di Nic cominciò ad agitarsi. -Perché non mi dimostri quanto mi ammiri ora? - ella domandò. Del petto di Nic scappò un soave gemito. Atto seguito, si strappò la giacca ed attrasse a Merry verso lui. -Il mio Dio, Merry. -Lo baciò i capelli, la guancia, la depressione palpitante della gola-. Il mio Dio, vedrai già come te lo dimostro! Tra i due si disputarono il compito di strappargli i vestiti, tirando dei fattorini e separando il tessuto freddo ed infradiciata dalla pelle calda e villosa. Con le sue mani, Merry denunciava tanta ansietà come lui coi suoi baci, e lasciava loro vagare sul suo petto ed il suo ventre, prendendolo per le spalle e stringendogli il suo posteriore scuro. La peluria che si spargeva, setoso, dal suo ombelico era una freccia che l'ordinava seguire, e che ella ubbidì. Scendendo fino al suo addome, verso una nuvola di riccioli. Pettinandoli, trovò la base del suo sesso rigido e gonfio. Nic interruppe il suo bacio con un brusco sospiro. Ella gli sorrise, magica ed audace. Tornò ad accarezzarlo verso l'alto, centimetro per centimetro, vena per vena, e dopo nuovamente verso il basso per prenderlo con fermezza. Aumentò la pressione solo per sentire come il suo corpo resisteva. Nic era magnifico, caldo e grosso, una creatura palpitante ed animale. Prendendo del bordo con un dito, tirò soavemente di lui. Fu come se il glande si distendesse per misurarsi con la sua tirata. Quando lasciò cadere il pollice al di sopra della punta lubrificata, egli diede un sussulto come se gli avesse assestato un colpo. —Ti piace? -ella domandò con voce setosa. Con l'altra mano, palpò la pienezza dei suoi testicoli. Delicatamente, senza smettere di guardarlo agli occhi, li strinse nella cavità della mano. Nic respirava con un sibilo simile ad una teiera dimenticata sul focolare. Provocarlo di quella maniera era semplicemente troppa distrazione. Merry volle inginocchiare si

ferma continuare ad eccitarlo, ma egli la prese per le braccia e l'alzò. -Al letto-disse, ansimando-, rapido! Senza almeno sperare a che ella gli segnalasse per dove, l'alzò in bilico e la portò fino alla sua stanza, dove gli strappò la camicia da notte non appena la lasciò nel suolo. Subito, si inginocchiò, mordendolo, tirandolo dei petti e disegnando lo meravigli per tutto il corpo con le mani. A Merry gli tremarono le estremità, come se l'avesse drogata. Se era quello quello che aveva fatto, aveva utilizzato una sostanza che non faceva altro che potenziare le sue sensazioni. Ora sentiva ogni incoraggio interrotto, ogni sfiori delle sue ciglia e la sua lingua. Quando egli lo ritorse un capezzolo tra le nocche, la punzecchiatura di sensualità che Merry sentì fu tanto intensa che dovette parlare. -Nic-sospirò-, non mi reggo sulle gambe. Egli soffocò una risilla e la prese per lasciarla tra le coperte del suo letto. Quando si stese vicino a lei, si distese con tutto il muscoloso corpo ciñéndola. La sua erezione lasciò a Merry un'impronta ardente nell'anca, e delle mani che accarezzavano le sue curve si sparsero lingue di fuoco. -Vediamo se ricordo come questo fare. Con due agili dita scivolò tra i suoi riccioli, separando le pieghe setose e lubrificate per la lussuria. Affondò la punta delle dita in lei, eccitanti, irresistibili, prima di incresparsi. Ella si portò un pugno alla bocca per soffocare il suo gemito torturato. Era come se avesse passato secoli da quando egli l'aveva toccata , millenni di un stimolante appetito. Incurvò con forza la schiena quando egli l'accarezzò, profondo, lento, separandosi dal letto come un arco teso. -Sì-egli disse, cominciando a scendere-, credo che stia recuperando la memoria. Ella sentì il suo sorriso quando egli avvicinò la bocca alla sua carne tremula , e dopo sentì i suoi denti, un lieve e sensuale morso. L'accarezzò con la punta della lingua e dopo si trattenne a succhiare del suo piccolo germoglio gonfio. Qualunque precauzione per la sua ferita nel naso fu dimenticata quando Merry si sentì lavare in una marca ricca ed inebriante. Nic spostò una mano fino a prendergli il posteriore e l'alzò le anche per avvicinarla ancora più. Il piacere era quasi troppo difficile da sopportare. Il corpo gli doleva e l'ero teso mentre egli lasciava cadere magicamente le dita dentro lei, aumentando l'eccitazione provocata per la sua bocca, per la forza della sua respirazione ed il solleticamento dei suoi capelli freddi ed inumiditi per la pioggia. I muscoli delle sue spalle si indurirono abbasso le sue carezze. La sua respirazione si scuoteva e trascinava. Era come se Nic desiderasse quello climax tanto quanto lei. -Spera-ella chiese, con un desiderio che il traboccare-,también voglio assaggiarti. Egli si trattenne e sentì una scossa, col quale denunciò la sua ansietà per soddisfare la sua domanda. -Girati-ella insistè, aiutando con le mani-. Voglio condividere questo con te. Egli si girò ed ella l'ebbe alla sua portata. Con un gemito di benvenuto , lo prese nella bocca. Il suo caldo, la sua pienezza, la sua seta palpitante ed almizcleña. Questo era quello che ella necessitava. Aveva sognato ciò per notti. Si accoppiarono l'un l'altro, una posizione strana ma eccitante , una sfida per la concentrazione ed il controllo. Il sudore li lavò i corpi e le dita strinsero con più forza della dovuta, benché perfino quelle lievi punzecchiature di dolore si rivelassero eccitanti. Nic e Merry erano incapaci di controllarsi.

Senza smettere di lottare contro il desiderio di abbandonarsi del tutto, Nic pronunciava le sue istruzioni con alito interrotto. -Non tanto dentro... Il mio Dio. Non mi fare corrermi, amore. Soave. Più lento. Appena ella sentiva quello che egli diceva. I suoi gemiti erano musica per i suoi uditi, le sue scosse involontarie tanto stimolanti come qualunque altra cosa che egli gli facesse. Ella gli accarezzò i muscoli del posteriore, e dopo pressò sull'orifizio corrugato che nascondeva. Egli diventò rigido, violentemente, dentro e fosse della sua bocca. -Merry-balbució, con un sibilo di voce ardente-, non hai che... Ma ella sapeva quello che egli voleva. Ricordò quello che gli aveva fatto a Venezia. Spinse, guadagnando una piccola ma a tutte luci piacevole inserzione. L'avvertenza di Nic si trasformò in gemito ed incurvò la schiena come se, percependo il suo contatto, questa sarebbe diventata liquida. Ella agitò il dito ed egli spinse come se non potesse reprimere la sua reazione, riempendolo la bocca, riempendo il suo essere con nient'altro che la certezza del suo piacere. Nonostante quello, con la sua erezione tendendosi al limite e la schiena inarcata per il desiderio, Nic la spinse oltre il limite prima che ella lo trascinasse. Merry lasciò scappare un grido. Il climax era troppo acuto e dolce come per mantenerlo. Nic maledisse come un marinaio, uscì dalla sua bocca e si girò. Il letto scricchiolò con la cosa repentina di quello movimento. Merry girò a sentirlo maledire impazientemente, lo sentì separarlo le cosce e cercare il suo destino. Non appena lo trovò, spinse con un unico e soave embate, prima che svanissero i tremori di Merry. Nic grugnì sentendola afferrarsi e tornò a spingere con più forza. Era nudo dentro lei, le sue carni in contatto. -Senti quello? -domandò, e le sue fosse nasali si aprirono quando con le anche si strinse ancora più profondo-. Tu ed io, Merry siamo. Solo tu ed io. Ma perfino quello non riuscì a soddisfare il suo appetito. All'improvviso si erse, i muscoli tendendolo le braccia, e conficcò le ginocchia nel materasso. I suoi muscoli erano tanto duri che sembravano di pietra. Nic era grande, ed il sangue rimbombava contro la tensione del suo tenero prepuzio. Col glande stava per partirgli l'utero. La sensazione era assoluta ed ardentemente deliziosa, come se la vita stessa battesse dentro il suo sesso. Facendo le fusa di piacere, lo lasciò cadere le mani per la schiena fino a pressare nella fessura sudata nella base della sua colonna. Egli gemè come se l'avesse ferito. Ella non sapeva come aiutare eccetto lasciare che le sue gambe si rilassassero ancora più verso i lati. -Il mio Dio-egli mormorò, scivolando affliggi un po' più addentro -. È una delizia. Credo che non tornassi a muovermi. All'opinione, lo diceva sul serio. Ancora istupidita per il suo orgasmo, ma sempre di più vicino a lui, Merry lo lasciò cadere le mani verso il ventre e le costole. Il cuore gli galoppava e le sue tettarelle erano come piccole pietre quando li toccò. Li accarezzò per i lati e dopo tirò soavemente di esse per la punta. Egli inalò violentemente e sospirò il suo nome. Accesi per qualcosa più che l'amore o la lussuria, a Nic gli occhi gli ardevano nell'oscurità. Ella sapeva quello che sentiva perché lo sperimentava anche. Il suo appetito era crudo, più profondo che il suo proprio corpo, perfino più profondo del suo cuore, una disperazione che nessuno eccetto lei poteva alleviare. E quello farebbe, l'allevierebbe. Gli restituirebbe la fiducia che egli gli aveva dato.

-Nic-disse, con una voce quasi aguardentosa-tutto quello che sono il condivido con te. Il viso lo fu ritorto di emozione. Neanche cercò di occultare la lucentezza delle sue lacrime. A lei la fu tesa il sesso in un spasmo di fortuna orgasmica. Egli strinse i denti e si gonfiò dentro lei. La sua scossa fu una sensazione che gli percorse la schiena come un delizioso scarico. Lentamente, come se un respiro bastasse affinché chiunque dei due si rompesse in mille pezzi, egli si allontanò dall'abbraccio delle sue gambe e gli parlò con voce roca. -Con te mi sento un uomo intero. Ed allora penetrò in lei con una forza meravigliosa e brutale, battendola con durezza nella cosa più profonda. Due volte, tre, la sua verga convertita in un martello di velluto. Ella pensava che sfrutterebbe ma egli seguiva, eccitandola ed eccitandosi a sé stesso nella sua penetrazione. Stava oltre ogni controllo, e non c'erano in egli né il minore segno di un libertino di buone maniere bensì una creatura di puro istinto. Le grida che egli lasciava scappare erano roche e ritmiche. Assetati. Il sudore li lavò ai due, e Merry sentì deliziosamente il sesso irritato per la sua verga nuda e penetrante. La sensazione di essere amata gli arrivò fino al cuore. Volerebbe, pensò, sul punto di piangere di gioia. Arriverebbe fino al sole. Incapace di fermare, lo prese per le braccia e sentì l'orgasmo venire in una dalle sue profonde penetrazioni. Un secondo dopo egli si spargeva con un gemito, con le anche sfregandosi contro le sue in embates rapidi e profondi che andavano e venivano quando i due si trovarono nell'estasi. Egli rimase lì, senza alito, tremulo, e dopo si lasciò andare via, soavemente, con tutto il peso. Appena ella ebbe la forza per abbracciarlo.

-Di accordo-disse finalmente Merry, ansimando-. Mi sposerò con te. Egli rovescio una risata sul suo petto. -Con che cosa ti ho convinto, ehi? -domandò, e si incorporò su un gomito per guardarla, le guance arrossite, gli occhi brillando di amore ed umore. Con un sorriso pensoso, gli prese un ricciolo dorato intorno al dito. -Voglio domandarti qualcosa-disse-, e tu non devi dirmelo se non vuoi. Quella notte, dopo la festa di Anna, fu la tua prima volta, verità? Mi distò la tua verginità. Il rossore ardente che si impadronì di lei era l'unica risposta che necessitava. -Il mio Dio-disse-sono un canaglia per sentirmi tanto contento, ma non posso evitarlo. -È verità che sei un canaglia. Per non dire che sei un seduttore pericoloso. Il suo aspetto amato ed arrossito diventò serio. -A partire da questo giorno, Merry, ti sedurrò solo. Quella notte tu mi distò un regalo, e neanche io lo seppi. Ella si dibatteva per non ritorcersi di vergogna e piacere. -E bene-ella disse, con una sbuffata-. Suppongo che ora sé lo sai. -Sì-egli confessò, e lo pizzicò la punta del naso-. Ora sono la cosa abbastanza fortunato per saperlo.

Capitolo 22
Il vestito di fidanzata di Merry era quasi troppo grande per passare attraverso la porta del suo soggiorno. Alla fine l'ottenne, e scivolò nel salone mentre le madri discutevano su che tipo di fiori dovrebbero decorarlo la testa. Come fantasmi di nozzi del passato, le sue voci arrivavano fino al suo rifugio. -Fiore di arancio-insistè la madre di María. -Niente di quello! -tuonò la marchesa vedova-. Mio figlio non ti sposi con una tizia francese! -Attenzione con quelle perle che non si aggancino nei mobili -disse Ginny, l'unica che si rese conto della huída di Merry. All'anziana l'avevano chiamata per il matrimonio, benché avesse respinto l'offerta di Merry per lavorare nella sua nuova casa. Nei mesi che avevano passato dal suo licenziamento, Ginny si era dedicato ad aiutare sua sorella nel negozio di tè che questa aveva in Devon, e l'aveva goduto tanto che aveva deciso che era preparata per andare in pensione. Merry sorrise davanti a quell'ironia del destino. All'opinione, Ginny era uscito guadagnando di quell'intreccio. Badando a non agganciarsi il vestito, Merry si sedette vicino alla finestra. Non aveva immaginato mai che un matrimonio potrebbe essere tanto spossante , soprattutto quando tutti litigavano per organizzarla. Il proprio vestito era stato una sfida per quello suo tatto niente sublime. Alla fine, la duchessa accedè a lasciare che Nic scegliesse il design, ma solo se madame lo cuciva. Il risultato era una meraviglia che superava i suoi sonni più audaci. La cappa di sopra era di un ricco verde estivo ed il vestito era un vaporoso pizzo veneziano. Il corpetto stretto e senza maniche era tanto abbondantemente fiorito di piccole perle che Merry si sentiva come se vestisse un'armatura. Più perle si spargevano sul vestito in delicate fronde e riccioli. Una principessa avrei potuto portare quello vestito, o perfino un'imperatrice! Nel suo posto, abbelliva di sempre alla stesso ed opaco Merry Vance. Si sentiva contemporaneamente ridicola e sublime, un spettacolo ancora maggiore di quello che era stato la sua posa denuda come Godiva. Cosa curiosa, sua madre gli aveva dato il quadro di Nic, dopo avergli strappato la promessa che l'appenderebbero in "privato." Ora, pulita con quello vestito che superava quasi il no-vestito, non sapeva se ridere come un'isterica o rompere in un pianto felice pensando che trascinerebbe quella bella mostruosità per il corridoio della chiesa. Quando sua madre vide la sistemazione finale, assentì e si prese il mento. -Bisogna riconoscere una cosa a Craven-annunciò-. Sa come fare che una donna brilli la cosa più bella di sé. -Dovresti chiamarlo Northwick-corresse Merry con voce soave -. O Nic, se ti esce più naturale. -Lo chiamerò Northwick-avvisò sua madre, con un sbuffo-dopo avere visto che cosa ti fa felice per un anno. E lo chiamerò Nic quando mi regali mio prossimo nipote. All'opinione, Lavinia non si rendeva conto che quelli commenti suonavano irreali, come se

dopo tutto quello successo, Merry potesse credere ora che il suo benessere era la preoccupazione più affettuosa di sua madre. Ella fingeva per suo padre, ma scoprì che ogni giorno che passava aveva in meno stima la sensatezza di sua madre. A Nic gli era impossibile sentirsi caldo con lei. Sì, era verità che la trattava con deferenza, perfino era affascinante , e Lavinia diceva stimarlo, ma egli conservava suo vero io, suo io più profondo, per le persone che realmente amavano a Merry. Per sorpresa di Merry, Nic dimostrò essere non solo un uomo al quale amavano le donne. Dopo una riunione inizialmente tesa, con diversi riferimenti velati al suo naso malherida, i suoi tre fratelli erano soccombuti ai suoi incantesimi mondani. Quando scoprirono che era anche una buona persona, sparirono le sue ultime resistenze. Si suggerì allora la possibilità di un viaggio alla Scozia per andare a pescare solo tra uomini, dopo la luna di miele, evidentemente. -Bah! -aveva esclamato la madre di Nic-. Come se gli uomini avessero pazienza per pescare. Merry si era mostrato sospettoso con la marchesa vedova fino a che vide quanto decisa stava quella donna a volerla. Era possibile che avesse certi atteggiamenti rudi e, naturalmente, era abituata a fare le cose alla sua maniera. In qualsiasi caso, grazie al suo candore, oltre a quello curioso amore che professava ancora per suo figlio, si guadagnò il rispetto di Merry. Quando Merry capì con che facilità la marchesa si capirebbe coi chiassosi Vance, si sentì un po' cattivo per sua madre. Non la cosa abbastanza male, quello sì, per immischiarsi ora tra le madri. Quell'era il lavoro di Isabel. Finalmente perdonata per suo marito grazie a certe negoziazioni che gli facevano sciogliere una risilla ciascuna volta che Merry gli domandava che cosa era, Isabel portava a termine certi lavori diplomatici come damigella d'onore di Merry. -Non me lo perderebbe mai-aveva dichiarato-. Di quello non c'è dubbio, il matrimonio più romantico e degno di pettegolezzi che nessuno ha visto in anni. Immaginati che quello Lotario è risultato essere un marchese! La metà delle donne di Londra si staranno dando di calci di pura invidia. Merry dovette riconoscere che quello lo lusingava, benché sospettasse che poche di quelle donne sapevano non precisamente di che cosa bisognava avere invidia. Tuttavia, quell'era qualcosa a quello che poteva abituarsi. Il passato di Nic era il passato. In quanto al suo futuro che era la cosa importante, glielo aveva dedicato. Portandosi una mano per soffocare la risata che spuntava, Merry gettò all'indietro la testa e chiuse gli occhi. Grazie a Dio che la sua famiglia non sapeva la verità circa tutti i suoi invitati, soprattutto di Sebastián ed Evangeline. Per i suoi, quello matrimonio era già fuori un avvenimento abbastanza della cosa comune. Il rumore di una chiamata vacillante alla porta gli fece raddrizzare il collo. Vide a Cris, con un aspetto sorprendentemente adulto, vestito con cravatta e giacca bianca formale. -Ciao, affetto-ella disse, e l'appellativo gli era facile da pronunciare -. Vedono a diventare compagnia fino a che le donne mi trovino. Egli lanciò un sguardo cauto verso la stanza, di dove arrivavano ancora eco della discussione e dopo attraversò rapidamente verso il cuscino che ella gli lasciò libero dopo separare il vestito. Seduto e dondolandosi sul bordo, Cris unì le ginocchia come un debuttante nervoso. -Devo chiederti un consiglio.

-Domanda-ella disse, agitando la mano-. In questo momento, mi piacerebbe sentirmi vecchia e sapiente. Egli la guardò con un sorriso infantile ed insicuro, ma tornò rapidamente ad adottare una riparazione seria. -Si tratta di Nic. So già che tu ed io ci capiamo, in modo che mi domandavo... non voglio sembrare pretenzioso, ma mi domandavo se pensavi che gli importerebbe che io passi le mie prossime ferie scolare con voi due. Merry si portò una mano al collo, dove ora sentiva un nodo. Prima che potesse rispondere, mise Nic dal salone. -Perché non me lo domandi tu stesso? -disse, con sguardo tanto brillante ed una voce tanto roca che Merry seppe immediatamente quale la sua risposta sarebbe. -Può che dica che non-disse Cris senza dubitarlo-. So già che non ci sono... che non abbiamo vissuto come una famiglia per molto tempo e voi stareste novelli sposi. Vi capirebbe se pensate che è un'imposizione. Per quando aveva smesso di balbettare quella spiegazione, Nic aveva attraversato la stanza. Gli prese il viso a suo fratello con una mano, si inclinò e gli diede un soave bacio nella tempia. -La mia casa è la tua casa-disse-, come se fossi mio figlio. Non devi domandare. Devi solo arrivare. -Così è-convenne Merry, tendendolo la mano-. Ci visiterai quando voglia. -Se vi visito quando voglia-disse Cris, con un sorriso simile a quella di suo fratello-, può che la marchesa si siede sola. Nic abbracciò con forza a Cris. -Gli diremo che ci visiti anche. Ci sarà posto per tutti. Merry si sentiva come se stesse osservandolo annichilire i suoi ultimi demoni. Si sentiva tanto orgogliosa che stava per fare sfruttare le sue cuciture. Quando sentì spuntare le lacrime, ricordò dove stava. -Ahi, guarda quello che hai fatto! -esclamò, mentre cercava di combattere contemporaneamente con singhiozzi e risate. Sentiva già che il naso gli era arrossito -. Quando entri in quella chiesa, avrò l'aspetto di un coniglio! -Il mio Dio-disse Nic, provocatorio-ti sei trasformato in una creatura molto, molto vanitosa. Ma quando la prese nelle sue braccia e la baciò, ella scoprì che il suo aspetto non gli importava nella cosa più minima.

Fine

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